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RASSEGNA STAMPA  gennaio - giugno 2021

 

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 31 marzo 2021

 

 

Piscina in Porto vecchio: piano della cordata Icop pronto entro metà aprile
Dipiazza rilancia dopo il confronto con Petrucco: «Avanti con il project financing - Cercherò di coinvolgere la Regione». Si profila una partita da 25-27 milioni
Entro metà aprile il terzetto in cordata Terme Fvg, Icop, Myrtha Pools presenterà la propria offerta al sindaco Roberto Dipiazza per la realizzazione del polo natatorio in Porto vecchio, in sostituzione della piscina terapeutica Acquamarina, parzialmente collassata nel luglio 2019 nei pressi della Lanterna. Ieri mattina Dipiazza, a fronte di voci e proposte alternative, ha fatto chiarezza: «Andiamo avanti con il progetto in Porto vecchio e Vittorio Petrucco (Icop) mi ha comunicato che tra un paio di settimane avrò la documentazione ufficiale relativa alle loro intenzioni». «Cercherò di coinvolgere nell'operazione - ha precisato il primo cittadino - anche la Regione Fvg».Sul contributo finanziario del Comune, Dipiazza si è tenuto prudente e attende le carte di Terme-Icop-Myrtha prima di esprimersi: il Piano triennale prevede comunque una voce di 7,5 milioni di euro per il futuro impianto e di due milioni per l'eventuale recupero di Acquamarina. Riguardo la prospettiva della piscina crollata, Dipiazza ribadisce che l'esame tecnico post-dissequestro verificherà la convenienza o meno di ripristinare la struttura. Sull'ipotesi dell'utilizzo del mercato ortofrutticolo in Sacchetta, emersa dal Coordinamento delle venti associazioni interessate alla nuova terapeutica, il sindaco ha sostanzialmente glissato: la proposta verte su un costo di 25 milioni, la superficie esaminata è di circa 24 mila metri quadrati dove collocare vasche riabilitative, ludico-natatorie con acqua di mare riscaldata, una vasca da 50 metri, frazionabile in due da 25, dotata di acqua dolce per gli atleti olimpici e paraolimpici. Vittorio Petrucco, amministratore unico del gruppo Icop di Basiliano, conferma a sua volta le linee essenziali del progetto "a tre", in coerenza con le indicazioni contenute nel bando comunale: impianto misto terapeutico-ludico, previsione di sette vasche, edificio su due livelli al secondo dei quali le aree beauty e relax, apertura sul mare. L'investimento si attesta su una forbice di 25-27 milioni di euro, cui si aggiunge il 10% di Iva. Dal punto di vista contrattuale sarà un project financing a iniziativa privata. Cautela sulla tempistica, perchè condizionata da troppe variabili: «Posso comunque dire che, per costruire un polo con queste caratteristiche, necessitano circa due anni e mezzo di lavori». Si rammenta che Terme Fvg è un soggetto pubblico-privato controllato da Eutonia (Sanatorio triestino) e partecipato da Git (Turismo Fvg); Icop è un importante gruppo nel settore costruzioni (fatturato di 160 milioni di euro, 400 addetti) con un carnet di commesse internazionali e uno sguardo attento su Trieste (Piattaforma logistica, Parco del mare); Myrtha Pools, che ha sede a Castiglione delle Stiviere nell'alto mantovano, è un brand molto noto nella fabbricazione delle piscine. Dunque, compiti tripartiti: la gestione, la costruzione, la "materia prima". L'area di cantiere coinvolge l'ex quartiere Ford alle spalle del magazzino "28 bis", la parte nuova che costituisce il centro congressi. Il Comune ha messo a disposizione 12 mila metri quadrati, piuttosto in male arnese, capannoni semi-diroccati perlomeno con un secolo di vita sulle spalle. Parte di questi sono sotto il vincolo della Soprintendenza, in particolare i "32" e "133".La vicenda del polo natatorio in Porto vecchio compirà la prossima estate un anno di vita. Il Comune sollecitò manifestazioni d'interesse per realizzare l'impianto al confine tra la porzione espositivo-culturale e quella ludico-sportiva. A luglio 2020 arrivarono nove proposte, che abbastanza rapidamente, quando il Municipio richiese il dettaglio finanziario-progettuale, si ridussero a tre: Terme Fvg, la catalana Supera, la cordata Monticolo. Monticolo, con il supporto di Mediocredito Trentino Alto Adige, era stato il primo a muoversi per la terapeutica, ma la sua idea, basata sul leasing in costruendo, aveva incontrato l'invalicabile stop della dirigenza comunale.

Massimo Greco

 

Piscina Acquamarina da ricostruire prima di edificarne altre

L'associazione Triestebella è contraria alla costruzione di una nuova piscina terapeutica senza restaurare l'esistente. L'edificio della Piscina Acquamarina, a parte la cupola metallica crollata, si presenta in buono stato e quindi a nostro avviso recuperabile con una spesa certamente minore di quella che occorrerebbe per costruirne una nuova. Sarebbe delittuoso lasciare che essa si trasformasse in uno dei troppi ruderi che si vedono a Trieste, tanto più in una zona centrale e frequentata anche da turisti.

Roberto Barocchi e altre firme

 

SEGNALAZIONI - Porto vecchio - La discussione sia aperta a tutti

Seguo con partecipazione tutto quanto avviene in città intorno alla rigenerazione del Porto vecchio. I prossimi passaggi del percorso intrapreso potranno andare nella direzione di realizzarvi progetti innovativi volti anche a richiamare a Trieste parte dei giovani ora all'estero. Perciò mi sorprende e mi indigna leggere nella cronaca locale che durante la discussione in Consiglio il sindaco abbia insultato una consigliera, colpevole evidentemente di non avere condiviso l'impostazione finora data dalla giunta da lui condotta al processo in corso: un comportamento a mio avviso inaccettabile. Nell'interesse comune spero invece che nella prossima campagna elettorale sia possibile continuare a sviluppare la discussione sul futuro di Porto vecchio; nonostante l'impronta finora data dalla giunta al processo, tenuto sostanzialmente chiuso negli uffici, professionisti, cittadini e associazioni si sono in parte già espressi e le forze politiche potranno esporre, con argomenti (non insulti) visioni anche alternative della rigenerazione che, ora e solo ora, ritengo possibile.

Rossana Zagaria

 

 

Cottur affollata e invasa dai rifiuti: da domani nuovo servizio di pulizia
Svuotamento dei cestini interrotto per due settimane e scarso senso civico all'origine del problema
Le immondizie e la sporcizia che in questi giorni deturpano, in alcuni punti, la pista ciclopedonale Cottur hanno le ore contate. Stando a Fvg Strade, infatti, domani inizierà il nuovo servizio di raccolta rifiuti, affidato alla cooperativa La Quercia, lungo il percorso, in questa fase di zona rossa preso letteralmente d'assalto da ciclisti, pedoni, runner e tante famiglie con bambini. Sono stati in molti a notare, nell'ultimo periodo, un peggioramento delle condizioni del tracciato sul fronte della pulizia. Carte e cartacce, ma anche interi sacchi della spazzatura casalinga, bottiglie, cartoni della pizza, lattine e altri segni evidenti di sosta "rinforzata" da panini e drink nelle aree picnic e sulle panchine in marmo ai lati del percorso. Scene che non sono passate inosservate qui come in altri spazi verdi della città, dal Giardino pubblico al parco di Villa Revoltella, dove più di qualcuno ha optato per un'interpretazione "elastica" dell'attività motoria in zona rossa, tra partitelle di calcio e basket, o spuntini di gruppo sull'erba, soprattutto nei weekend. A causare l'aumento di sporcizia a terra, in particolare vicino ai contenitori dell'immondizia, che non riescono a contenere tutti i rifiuti, ci sono due fattori. Da una parte, come detto, l'incremento enorme di utenti che, non potendo uscire dai confini provinciali, in questi primi giorni di primavera optano per i percorsi ciclopedonali cittadini, come la Cottur, con un conseguente aumento dell'immondizia gettata nei contenitori. Ma non solo. Esiste infatti anche un elemento di natura tecnico-burocratica, legato all'affidamento del servizio di pulizia a una nuova realtà da parte della società regionale Fvg Strade, titolare del percorso e quindi responsabile anche della pulizia (AcegasApsAmga non è coinvolta nella vicenda, perché il tratto non è di competenza comunale, bensì regionale). «Abbiamo messo a gara il servizio all'inizio dell'anno, vinto dalla cooperativa La Quercia, con la quale abbiamo sottoscritto il contratto di affidamento tre giorni fa - spiega Luca Vittori, ingegnere e direttore Nuove opere in Fvg Strade -. I nuovi affidatari inizieranno il servizio di svuotamento dei contenitori (di recente ne sono stati installati 15 nuovi) dal primo aprile, due o tre volte alla settimana. Questo dovrebbe auspicabilmente risolvere il problema». Di fatto, quindi, nelle ultime due-tre settimane, necessarie per il passaggio formale tra i precedenti affidatari del servizio e quelli attuali, la pulizia è stata interrotta, causando i problemi notati da molti triestini. «È però evidente - aggiunge Vittori - che l'utilizzo della pista va fatto nel rispetto delle regole e con senso civico: ci è capitato non di rado di trovare nei cestini intere borse della spazzatura portate da qualcuno da casa». Il presidente della Quinta circoscrizione Roberto Dubs (Fdi), spiega: «Dopo le tante segnalazioni dei cittadini ho contattato l'assessore all'Ambiente Scoccimarro, che ha interessato la Direzione Infrastrutture della Regione, dalla quale abbiamo avuto rassicurazioni. Nel frattempo spero prevalga il senso civico».

Elisa Coloni

 

 

Abbiamo bisogno ancora di tanta acqua - Ecco cosa fare per evitare lo stress idrico
Domani gratis con il nostro giornale "Green&Blue", il mensile del Gruppo Gedi dedicato ad ambiente e sviluppo
Guardatelo, quel flusso d'acqua che scende dal rubinetto della cucina di casa vostra. Memorizzatene la portata. E pensate che anno dopo anno ne avrete sempre di meno. Fino a che arriverà il giorno in cui non ne scenderà più nemmeno una goccia. Alla grande sete del pianeta è dedicato il numero domani in edicola di Green&Blue, il mensile distribuito gratuitamente con questo giornale e con tutte le testate del gruppo Gedi. Nel 2050, stima l'Onu, il 60% della popolazione vivrà in stato di stress idrico, cioè non avrà acqua sufficiente. In parte questo dipende dai prelievi. Il 67% dell'acqua è catturato da cinque paesi: Usa, Cina, India, Iran e Pakistan. E in parte dai consumi esagerati. Ogni americano ne usa 1.280 metri cubi l'anno, ogni europeo 700. A un abitante dell'Africa ne toccano appena 185, con un minimo di 10 metri cubi nella fascia del Sahel. La scorsa settimana nell'occasione della giornata mondiale dell'acqua si sono susseguiti allarmi e dichiarazioni di intenti da ogni parte del mondo, ma la situazione rischia di rimanere in stallo se non si prendono provvedimenti urgenti. Il primo - raccontiamo in un'inchiesta - è quello di liberare i fiumi dalle dighe e dagli sbarramenti che ne deviano il corso naturale. E contro i ladri d'acqua si schierano anche l'ecologista indiana Vandana Shiva e il commissario Ue all'ambiente Virginijus Sinkevicius, che in due interviste spiegano cosa è necessario fare subito, sul fronte della mobilitazione e su quello delle direttive di Bruxelles. Ma l'acqua è anche terreno di scontro e di egemonia tra le potenze. E in un reportage raccontiamo la lenta agonia del Mekong, il più importante fiume del sudest asiatico, dove il suo delta ormai riceve sempre meno risorse, drenate a monte dalle dighe di Pechino che assetano Vietnam, Laos e Cambogia. Anche lo scioglimento dei ghiacci legato all'emergenza climatica ha le sue conseguenze. Un'inchiesta ci racconta come la flora alpina che conosciamo rischia di sparire: margherita alpina, giglio, assenzio, fienarola e persino l'abete bianco sono minacciati dalla prossima siccità e dall'apporto sempre minore delle acque dei ghiacciai. La mobilitazione contro l'emergenza, va detto, qualche passo avanti lo fa. Ma servono forti risorse economiche. Si muove Prada, che assieme all'Unesco lancia SeaBeyond, progetto per sensibilizzare i ragazzi e spingerli a tutelare la ricchezza degli oceani. E si muovono, Bill Gates, Jeff Bezos e Elon Musk: ai tre "cavalieri verdi" Green&Blue dedica un ritratto tra luci e ombre. Lo chef verde del mese è Alfonso Iaccarino, che ci racconta la sua pasta e patata fritte, mentre il comportamento corretto suggerito in questo numero riguarda la moda: avete pensato di vestirvi con bambù? Bene, si può fare.

FABIO BOGO

 

 

Il mini gasdotto di Zagabria che fornisce l'azienda russa scatena la crisi con Sarajevo - la partita dell'energia
Belgrado. Qualche centinaio di metri di condutture collocate in gran segreto, nottetempo, sotto il letto del fiume che divide i due Paesi, per convogliare gas verso una grande raffineria di proprietà russa situata appena dopo il confine. Risultato: tensione alle stelle e una seria crisi diplomatica che potrebbe avere conseguenze dirompenti nei rapporti tra Zagabria e Sarajevo.Sono questi i contorni di una complessa mini-guerra del gas che si sta sviluppando tra Croazia e Bosnia-Erzegovina. Tutto è partito dalla notizia, data senza enfasi dalla Tv pubblica croata, dei lavori in corso per il collegamento alla rete di distribuzione del gas croata della mega-raffineria di Bosanski Brod, situata nell'entità serba della Bosnia - la Republika Srpska -: poco più di 400 metri di tubazioni tra Slavonski Brod, in Croazia appunto, e l'altra riva della Sava, in Bosnia. Il gasdotto Slobodnica-Bosanski Brod, ha ricordato la Hrt croata, serve a portare gas alla raffineria in Bosnia così da utilizzare metano nel ciclo produttivo, invece che carburante inquinante, per «ridurre gli effetti nocivi» sull'ambiente in particolare nella croata Slavonski Brod, fra le più ammorbate degli interi Balcani dallo smog originato dalla raffineria su suolo bosniaco. L'idea del mini-gasdotto risale al 2017 e vede la luce - malgrado le posizioni filo-Usa e Ue della Croazia - grazie a un'intesa ad hoc tra l'allora presidente croata Kolinda Grabar-Kitarovic e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, molto attivo nel soddisfare i "desiderata" della russa Zarubeznjeft, proprietaria del grande impianto di raffinazione in suolo bosniaco, uno dei gangli vitali dell'espansione economica di Mosca nella regione balcanica. Il tutto ovviamente con l'ok della Republika Srpska, fedele alleato di Mosca nel cuore dei Balcani, che avrebbe bypassato Sarajevo dando via libera ai lavori: altro esempio di quanto la Bosnia rimanga scissa al suo interno. Poche centinaia di metri di tubazioni stanno dunque provocando un terremoto sull'asse tra Zagabria e Sarajevo, con le autorità centrali bosniache che sono insorte. La compagnia nazionale bosniaca del gas ha suggerito che il progetto metterebbe a rischio tutti i piani futuri di collegamento "legale" della rete gas bosniaca a quella croata e favorirebbe invece il link della sola Republika Srpska a futuri gasdotti a traino russo in arrivo dalla Serbia. «Il governo croato deve bloccare immediatamente tutti i lavori al gasdotto, si tratta di uno scandalo», anzi, di un vero e proprio «attacco alla sovranità della Bosnia-Erzegovina», ha attaccato Zeljko Komsic, il membro croato della presidenza tripartita bosniaca, che si è spinto Zagabria di «aggressione».Sulla stessa linea Sefik Dzaferovic, il membro bosgnacco della presidenza: «Sono sicuro», ha detto, che non c'è mai stata «alcuna approvazione da parte delle istituzioni bosniache» del controverso mini-gasdotto. Da qui l'accusa «di arbitrarietà e abuso», di cui «qualcuno risponderà, in patria e all'estero», un implicito riferimento alle autorità serbo-bosniache, ma anche a quelle croate e alla stessa Mosca. È un «affare molto grosso», ha scritto su Twitter il politologo ed ex ministro dell'Energia della Federazione bosgnacco-croata, Reuf Bajrovic: «La Croazia sta chiaramente violando il diritto internazionale, fornendo gas a una raffineria controllata dai russi in Bosnia». La Sava è «un confine internazionalmente riconosciuto e ogni intervento nell'area è una violazione grave dell'integrità territoriale» di Bosnia, ha confermato l'ex premier e vicepresidente della Camera dei rappresentanti di Sarajevo, Denis Zvizdic.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 30 marzo 2021

 

 

Firmato il patto anti allagamenti per salvare il Borgo Teresiano - La partenza dal Porto Vecchio - LE FUNZIONI DEL TORRENTE CHIAVE

Due milioni per pulire la foce del torrente Chiave dai detriti: l'intasamento congestiona le fognature

Sos Borgo Teresiano. Lo ha lanciato ieri mattina il governatore Massimiliano Fedriga. Lo hanno ripreso il sindaco Roberto Dipiazza, il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino, il presidente dell'Ausir Davide Furlan, l'amministratore delegato di AcegasApsAmga Roberto Gasparetto. Obiettivo dell'allarme: evitare che il centro triestino, in particolare la parte settentrionale estesa da via San Nicolò a via Carlo Ghega, finisca sott'acqua ogni qualvolta che una piovuta diventi un temporale. L'accordo di programma, firmato ieri mattina "in presenza" nel governatorato in piazza Unità, si concentra sul rischio idraulico incombente nel bacino formato dal torrente Chiave e dai suoi affluenti. Già pronti 2 milioni, che - rileva e deplora l'ex governatore "dem" Debora Serracchiani in una nota - per la verità erano disponibili fin dal 2017 in seguito a un'intesa allora intercorsa tra Cipe e Regione. Questi 2 milioni rappresentano solo un primo capitolo nel contesto di una serie di interventi in tema di sicurezza idraulica, che si susseguiranno lungo dieci anni per un investimento stimato in una ventina di milioni (prevenzione, mappatura, realizzazioni). Ma si tratta di un primo capitolo molto significativo, perché mette mano al pluridecennale problema dello sbocco a mare del Chiave in Porto vecchio e perché in questo modo salvaguarda una parte importante del centro triestino. Roberto Gasparetto, a nome della stazione appaltante AcegasApsAmga, conta di iniziare i lavori nella primavera 2022, lavori che dovrebbero durare da sei mesi a un anno. Si tratterà di collocare barriere a mare all'altezza della foce del Chiave, situata tra il Molo IV e il Molo III, più o meno dove sorge il "villaggio Greensisam": una volta bloccata l'acqua marina - spiega Enrico Altran, manager idrico dell'utility - si procederà a operare con appositi asportatori per "sghiaiare" i detriti accumulatisi nella parte finale del torrente. Proprio il sedime di quanto trascinato dal Chiave è causa dei sempre più frequenti allagamenti negli ultimi anni, perché il corso, quando piove forte, si gonfia e non riesce a raggiungere il mare. La pressione dell'acqua proveniente dall'entroterra, che non trova sfogo nell'Adriatico, determina la crisi del sistema fognario: ecco strade, marciapiedi, cantine, negozi allagati. Il "misterioso" Chiave, che scorre tombato fin dalla prima metà dell'Ottocento, scende lungo via Carducci poi, all'altezza di piazza Dalmazia, piega verso ovest passando sotto gli edifici (hotel Milano, ecc.) di via Carlo Ghega fino a raggiungere largo Città di Santos, da dove entra in Porto vecchio per gettarsi in mare. Ma alle spalle delle ultime centinaia di metri del Chiave c'è l'afflusso di un intero bacino idrografico: Settefontane, Farneto, Romagna, Timignano, Scorcola... il Chiave diventa una sorta di collettore. La questione-Chiave divenne dirompente nel 2017, quando Comune e AcegasApsAmga si resero conto che una parte di via Carducci, sotto il peso di 600 bus e di un movimento veicolare da oltre 35.000 passaggi/giorno, stava collassando. A quel punto si varò un progetto di emergenza che richiese un finanziamento pari a 2,3 milioni Iva compresa. Cantiere misto, sotterraneo e in superficie, che durò un anno abbondante con comprensibili riflessi sul traffico urbano. Probabile che il secondo capitolo del Piano programmi l'eliminazione del cosiddetto "mammellone", un rigonfiamento di detriti subacqueo prossimo alla foce del Chiave, che disturba lo sbocco e l'attività dei natanti.

Massimo Greco

 

SEGNALAZIONI - Ferriera - Cilindri, memoria e produzione

Caro direttore, sono rimasta stupita dalla proposta della sovrintendente Bonomi, che ho letto sul Piccolo del 16 marzo scorso, di elevare a simbolo della Ferriera di Servola i cilindri d'acciaio realizzati per recuperare il calore del gas dell'altoforno, alti 28 metri, sui quali collocare terrazze panoramiche per ammirare il golfo. Mi sembra che la Ferriera non verrà eliminata ma modificata, date le diverse esigenze di produzione dell'acciaio e quindi il sito rimarrà industriale, ospitando la piattaforma logistica. Non lo vedo perciò come luogo di fruizione turistica. Non per questo voglio sminuire l'interesse per l'archeologia industriale e per la storia della Ferriera, simbolo di una tradizione importante per la città, anche se via via oscurata dall'espansione del terziario. Anzi, credo sarebbe ottima cosa ampliare il discorso, soffermandosi sul Gasometro di Broletto, splendido edificio industriale abbandonato; sui magazzini del Porto vecchio che rischiano di diventare appartamenti e, pur non trattandosi di archeologia industriale, sulle caserme dismesse, come quella di Banne e infine, sul disgraziato tram di Opicina. Quest'ultimo sì un formidabile richiamo turistico che langue per scelte che giudico deleterie di cui è stato vittima negli ultimi decenni. Meglio sarebbe - mi si conceda una divagazione - concentrare su tutto ciò competenze e finanziamenti piuttosto che su progetti impattanti per l'ambiente e rivelatisi nell'esperienza ormai privi di reale ricaduta economica come l'ovovia mare-Carso e il cosiddetto Parco del mare. La dottoressa Bonomi può giustamente obiettare che non sono di sua competenza, però il tram è una meraviglia tecnica dell'inizio del Novecento creata da un grande progettista, l'ingegner Geiringer. Archeologia industriale perfettamente funzionante per oltre 100 anni (come i suoi gemelli in Svizzera e Sud Tirolo). Soffermiamoci poi sull'area della Lanterna, dove decenni di colpevole incuria hanno fatto crescere edifici mostruosi che ospitano, purtroppo, istituzioni come la Polizia marittima, la Guardia di finanza, alcuni uffici della Capitaneria di porto. Dimostrazione di come gli enti pubblici stessi abbiano contribuito a disattendere uno più meravigliosi compiti che la Costituzione affida allo Stato italiano: la tutela del paesaggio. Bisognerebbe eliminare tutti i vetusti manufatti del Dopoguerra privi di qualsiasi pregio, ormai cadenti e proteggere e valorizzare la Lanterna, questa sì opera di pregio di un grande architetto del Neoclassico triestino, Pietro Nobile. Pensi che bello avere in quell'area un parco sul mare che circondi la Lanterna e le dia il risalto che merita. Un parco sul mare (e non "del mare") che sarebbe perfettamente in linea con la svolta green auspicata dall'Unione europea e per il quale potremmo senz'altro chiedere dei fondi. Abbiamo bisogno di verde in questa città, non di nuovi edifici. Seguiamo l'esempio di Udine che valorizza le zone verdi. Nella nostra città ci sono migliaia di case vuote da recuperare, non c'è bisogno di costruirne altre. Vogliamo i turisti? E allora realizziamo, vista la carenza di accessi al mare, nuove spiagge e servizi oltre che nella zona della Lanterna, verso Barcola, nell'area del Bagno Ferroviario, altro manufatto come tanti ormai cadenti dentro l'area di Porto vecchio, ancora da salvaguardare e cui dare un nuovo ruolo. Preferibilmente non come nuove entità abitative ma come spazio verde e attrezzato che offra finalmente ai triestini e ai visitatori nuovi punti di vista sul nostro magnifico golfo e sulla città conservando ed esaltando il fascino che essa da tre secoli non manca di suscitare, proprio per la sua peculiarità. Da salvare. E in questo la dottoressa Bonomi può certamente fare molto.

Stella Rasman

 

 

Una discarica di inerti scoperta a Capriva L'area sotto sequestro
Nel sito di Marco Milanese 8.000 metri cubi di macerie: «Scaricandoli per smistarli ho sbagliato in buonafede»
CAPRIVA. I militari del Nucleo operativo ecologico di Udine hanno posto sotto sequestro a Capriva del Friuli l'area della ditta individuale di Marco Milanese. Stando alle verifiche dei Noe, infatti, è emerso su un'area di circa 6.000 metri quadrati, priva di parte della recinzione, un quantitativo di circa 9.000 metri cubi di rifiuti sia pericolosi sia non pericolosi depositati tanto sulla pavimentazione aziendale quanto sulla nuda terra. La maggior parte risulta materiale inerte da demolizione, un cumulo di macerie pari a 8.000 metri cubi, mentre il restate riguarda legno o imballaggi misti di carta e plastica. Oltre a questi, i militari dell'Arma hanno rinvenuto anche la presenza di rifiuti pericolosi come oli esausti, apparecchiature elettroniche dismesse (Raee) e un'auto demolita. Gli ulteriori accertamenti condotti dai Carabinieri per la tutela ambientale hanno stabilito che l'azienda era «priva di qualsivoglia autorizzazione di carattere ambientale alla gestione di rifiuti, determinando in tal modo l'esistenza di una vera e propria discarica abusiva». Da qui il sequestro dell'intero compendio aziendale, compresi i rifiuti stoccati abusivamente e i sei mezzi d'opera utilizzati per la loro movimentazione. I Carabinieri del Noe di Udine hanno così denunciato in stato di libertà alla Procura di Gorizia, che coordina le indagini, il titolare dell'azienda Marco Milanese, il quale sarà chiamato anche al corretto smaltimento dei rifiuti, al ripristino dello stato dei luoghi e alla regolarizzazione dal punto di vista autorizzatorio.«Ho sbagliato in buona fede», ammette il proprietario Marco Milanese, alla spalle un'attività di artigiano da oltre trent'anni, che da poco si è trasferito a Capriva, rilevando il sito tra le via Moraro e Aquileia. «Ho in piedi una ristrutturazione importante e ingenuamente ho scaricato gli inerti, da smistare nei centri di recupero - spiega l'imprenditore, sottolineando come la ditta è iscritta all'albo per la gestione dei rifiuti - anche se mi contestano anche il cippato di legno. Il 15 febbraio mi sono ammalato, dovevo essere operato a un braccio e ho dovuto fermare lo smaltimento ma non il cantiere. In mezzo a questa situazione difficile mi si è rotto anche il camion... Ora mi adopererò per sistemare il tutto».Il blitz dei Noe, che ha coinvolto anche i vigili del fuoco, non è scattato ieri bensì venerdì 19 con un primo sopralluogo da parte dei carabinieri che hanno avvertito della vicenda anche il sindaco Daniele Sergon. «È stato il regalo per il weekend... ci siamo messi a disposizione dei carabinieri e dell'autorità giudiziaria con il nostro ufficio tecnico - dice il primo cittadino - e personalmente sono andato a controllare per capire le dimensioni di questa discarica. Posso affermare che, pur nella sua gravità, sono stato rassicurato del fatto che non si tratta di un'attività malavitosa. Nessun smaltimento illecito di rifiuti in stile ecomafie o deposito di rifiuti tossici». E aggiunge: «Si tratta di malagestione, magari di superficialità all'interno di un sito, lontano dal centro abitato di Capriva, che il titolare adesso dovrà ripristinare».

Pietro Comelli

 

 

Si rilancia a Ceroglie la campagna di adozione delle pecore carsoline - Per ora niente "open day", si procede online
DUINO AURISINA. Parte anche quest'anno l'iniziativa #adottiAMO un Agnellino, la proposta ideata e lanciata da "La Fattoria" e dall'azienda agricola Antonic di Ceroglie, nota a tanti anche come la Fattoria didattica dell'asino Berto. Lo scopo è di ripopolare, sul Carso, le pecore istro-carsoline, specie la cui caratteristica è quella di avere le corna. La passata edizione aveva raccolto il favore della cittadinanza, con l'adozione record di una cinquantina di agnellini, tutti i nati del 2020. Quest'anno sono 45 gli agnellini nati tra gennaio e febbraio. A causa dell'emergenza pandemica, non sarà possibile organizzare un "open day", ma questa situazione non ha fermato il titolare dell'azienda, Andrea Stoka. Sarà possibile aderire online su www.asinoberto.it e visitare le pecore nell'orario di apertura dello spaccio. Chi adotterà un agnello nel corso dell'anno scoprirà la vita della fattoria, riceverà un cesto di prodotti e potrà accompagnare il gregge al pascolo. Numerosi i benefici dell'iniziativa per il territorio: così si preserva una specie in via d'estinzione, si salvaguarda la landa carsica, si avvicinano bambini e ragazzi con attività didattiche dedicate e si produce un pecorino di alta qualità, con 100% latte di pecora istro-carsolina a chilometro zero, unico per caratteristiche organolettiche. «La presenza dell'allevamento nella landa carsica è fondamentale - spiega Stoka - perché permette di preservare il paesaggio, prevenire gli incendi e mantenere la biodiversità, integrandosi con il turismo e le altre attività produttive». La pecora istriana o carsolina ha il manto bianco con macchie nere su muso, zampe e coda.

u.sa.

 

 

SEGNALAZIONI - Ferriera - Cilindri, memoria e produzione

Caro direttore, sono rimasta stupita dalla proposta della sovrintendente Bonomi, che ho letto sul Piccolo del 16 marzo scorso, di elevare a simbolo della Ferriera di Servola i cilindri d'acciaio realizzati per recuperare il calore del gas dell'altoforno, alti 28 metri, sui quali collocare terrazze panoramiche per ammirare il golfo. Mi sembra che la Ferriera non verrà eliminata ma modificata, date le diverse esigenze di produzione dell'acciaio e quindi il sito rimarrà industriale, ospitando la piattaforma logistica. Non lo vedo perciò come luogo di fruizione turistica. Non per questo voglio sminuire l'interesse per l'archeologia industriale e per la storia della Ferriera, simbolo di una tradizione importante per la città, anche se via via oscurata dall'espansione del terziario. Anzi, credo sarebbe ottima cosa ampliare il discorso, soffermandosi sul Gasometro di Broletto, splendido edificio industriale abbandonato; sui magazzini del Porto vecchio che rischiano di diventare appartamenti e, pur non trattandosi di archeologia industriale, sulle caserme dismesse, come quella di Banne e infine, sul disgraziato tram di Opicina. Quest'ultimo sì un formidabile richiamo turistico che langue per scelte che giudico deleterie di cui è stato vittima negli ultimi decenni. Meglio sarebbe - mi si conceda una divagazione - concentrare su tutto ciò competenze e finanziamenti piuttosto che su progetti impattanti per l'ambiente e rivelatisi nell'esperienza ormai privi di reale ricaduta economica come l'ovovia mare-Carso e il cosiddetto Parco del mare. La dottoressa Bonomi può giustamente obiettare che non sono di sua competenza, però il tram è una meraviglia tecnica dell'inizio del Novecento creata da un grande progettista, l'ingegner Geiringer. Archeologia industriale perfettamente funzionante per oltre 100 anni (come i suoi gemelli in Svizzera e Sud Tirolo). Soffermiamoci poi sull'area della Lanterna, dove decenni di colpevole incuria hanno fatto crescere edifici mostruosi che ospitano, purtroppo, istituzioni come la Polizia marittima, la Guardia di finanza, alcuni uffici della Capitaneria di porto. Dimostrazione di come gli enti pubblici stessi abbiano contribuito a disattendere uno più meravigliosi compiti che la Costituzione affida allo Stato italiano: la tutela del paesaggio. Bisognerebbe eliminare tutti i vetusti manufatti del Dopoguerra privi di qualsiasi pregio, ormai cadenti e proteggere e valorizzare la Lanterna, questa sì opera di pregio di un grande architetto del Neoclassico triestino, Pietro Nobile. Pensi che bello avere in quell'area un parco sul mare che circondi la Lanterna e le dia il risalto che merita. Un parco sul mare (e non "del mare") che sarebbe perfettamente in linea con la svolta green auspicata dall'Unione europea e per il quale potremmo senz'altro chiedere dei fondi. Abbiamo bisogno di verde in questa città, non di nuovi edifici. Seguiamo l'esempio di Udine che valorizza le zone verdi. Nella nostra città ci sono migliaia di case vuote da recuperare, non c'è bisogno di costruirne altre. Vogliamo i turisti? E allora realizziamo, vista la carenza di accessi al mare, nuove spiagge e servizi oltre che nella zona della Lanterna, verso Barcola, nell'area del Bagno Ferroviario, altro manufatto come tanti ormai cadenti dentro l'area di Porto vecchio, ancora da salvaguardare e cui dare un nuovo ruolo. Preferibilmente non come nuove entità abitative ma come spazio verde e attrezzato che offra finalmente ai triestini e ai visitatori nuovi punti di vista sul nostro magnifico golfo e sulla città conservando ed esaltando il fascino che essa da tre secoli non manca di suscitare, proprio per la sua peculiarità. Da salvare. E in questo la dottoressa Bonomi può certamente fare molto.

Stella Rasman

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 29 marzo 2021

 

 

Villa Revoltella ritrova l'antico splendore con la fine di tre cantieri
Sistemata la pavimentazione in porfido e risolta l'annosa questione dei drenaggi - Restaurati inoltre i muri di contenimento e della chiesa di San Pasquale Baylon
L'acqua che zampilla, i pesci rossi e le tartarughe che nuotano, le prime fioriture. Presenza curata e rigogliosa, la natura fa da contorno ad alcuni edifici e pezzi di parco da poco restaurati all'interno di Villa Revoltella, dove il Comune ha concluso da poco tre cantieri "ad hoc". Questi interventi hanno riportato infatti al loro splendore una serie di aree ospitate nel sito verde di 50 mila metri quadrati che si trova tra il colle di Chiadino e la parte alta di Rozzol Melara. Dopo diversi anni di semi-abbandono, dovuti sicuramente anche alla mancanza di risorse, ecco che la residenza del barone torna dunque quasi ai fasti del passato: restano ancora alcune operazioni non di poco conto da portare a termine, una su tutti la riqualificazione delle scenografiche serre. Anche il visitatore meno attento non può non accorgersi, appena entrato dall'accesso di via de Marchesetti, dei lavori di ripristino compiuti proprio di fronte all'ingresso. Si tratta innanzitutto della nuova pavimentazione, che ha subito un'importante rivisitazione, ponendo peraltro fine all'annoso problema dello smaltimento dell'acqua piovana. Il responsabile unico del procedimento e il direttore dei lavori, gli architetti Andrea De Walderstein e Carmelo Trovato, hanno gestito un investimento di circa 200 mila euro. Il progetto ha visto l'inserimento di diverse griglie e pozzetti d'ispezione e il rifacimento di ben mille metri quadrati di cubetti in porfido, posati a coda di pavone, uno a uno a mano. Nella stessa area si può ammirare al contempo il prezioso restauro, in particolare esterno, del costo di 55 mila euro, della chiesa di San Pasquale Baylon in pietra bianca del Carso (direttore dei lavori l'architetto Massimo Mosca), ieri adornata con le palme per celebrare la domenica che precede la Pasqua. Un'operazione simile è avvenuta accanto all'esteso caseggiato che ospita la casa pastorale. Rientra poi in un altro lotto il restauro della "gloriette" (chiamato anche tempietto o ninfeo), che si trova proprio all'entrata. Grazie a un finanziamento del Bando periferie di 600 mila euro è stato possibile rifare diversi muri di contenimento secondo il progetto di cui sono stati responsabile unico del procedimento l'architetto Lucia Iammarino e direttore dei lavori l'ingegnere Nicola Milani. I tratti riqualificati sono ben visibili grazie ai vividi colori della pietra. Tra questi, la muratura vicino alle serre, dove sono state sostituite anche delle alberature, quella accanto al campo di basket e all'ingresso secondario di via dei Pellegrini. Con 250 mila euro è stata inoltre potenziata - appunto - la rete fognaria, anche per contenere le acque meteoriche, e con altri 116 mila euro è stata ultimata l'area parcheggio di fronte al cancello di via de Marchesetti, dov'è posizionata un'isola ecologica. Ma oltre a queste importanti operazioni di riqualificazione, non mancano, tiene a precisare l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, una puntuale «manutenzione ordinaria per il verde e l'area giochi».

Benedetta Moro

 

 

Niente bambini a Busi - La scuola diventa una struttura turistica - l'isoletta conta 11 residenti
SPALATO. Anche la piccola isola di Busi (Bisevo), a sud - ovest di Lissa, potrà avvalersi di fondi stanziati dall'Unione europea per lo sviluppo turistico. Entro ottobre verranno portati a termine tre progetti: il Centro visitatori della Grotta azzurra, la costruzione di 12 chilometri di pista ciclabile, il restauro del bunker che un tempo ospitava una batteria d'artiglieria, e che arriva a 35 metri di profondità. L'isoletta è nota soprattutto per la Grotta azzurra (Modra spilja) e per quella della Foca monaca, che ogni anno vengono visitate da migliaia di turisti. Il Centro visitatori sarà costruito nell'edificio che un tempo ospitava la scuola elementare di Busi, inattiva ormai da molti anni per la mancanza di bambini: il più giovane degli 11 residenti a oggi sull'isoletta ha infatti 45 anni. Per dare vita ai progetti saranno spesi tre milioni e mezzo di euro, di cui poco meno della metà erogati da Bruxelles.Il governatore della Regione spalatino - dalmata Blazenko Boban ha sottolineato come i cantieri in partenza - frutto del partenariato tra Comisa, la sua Assoturistica e l'Istituto per la tutela ambientale Plavi svijet (Mondo blu), di Lussingrande - siano «vitali» per il futuro dell'area. Anche il sindaco di Comisa, Tonka Ivcevic, punta sui tre progetti e sullo sviluppo turistico che si spera così di attuare, avviando nel tempo la crescita demografica di questo lontano lembo adriatico. Un altro progetto sta nascendo a Orsera: si tratta di un centro multimediale dedicato all'ecosistema adriatico. Denominata More, la struttura nascerà grazie a un finanziamento di 210 mila euro ottenuto dal Lagur, il gruppo di azione locale per la promozione di pesca, maricoltura e patrimonio marittimo. Una cifra uguale verrà stanziata dal ministero del Turismo croato e dal Comune istriano. Nell'edificio già ristrutturato sarà così installata l'attrezzatura informatica che costituirà il punto forte del Centro. Ai visitatori verranno presentate le caratteristiche ambientali dell'Adriatico, e un settore sarà riservato alla tradizione della pesca e della marineria. Fra gli obiettivi del Centro - unico del genere in Croazia - sensibilizzare i visitatori su pesca e turismo sostenibili.

 

 

A nuovo entro agosto l'antica ghiacciaia di Draga Sant'Elia - il recupero finanziato con fondi Interreg
SAN DORLIGO DELLA VALLE. Sarà recuperata, con risorse del Programma Interreg Italia-Slovenia, una ghiacciaia con annesso stagno situata a Draga Sant'Elia. Il Comune di San Dorligo della Valle partecipa infatti al progetto di cui è capofila il Parco delle grotte di San Canzian. La ghiacciaia è una delle tante della zona. Esse sono il risultato dello sviluppo di Trieste nel 19.mo secolo. Nel porto transitavano grandi quantità di derrate deperibili e gli alimenti dovevano essere conservati. La soluzione era utilizzare il ghiaccio. Produzione, conservazione e vendita del ghiaccio erano praticate in Carso, dov'erano per l'appunto utilizzate delle ghiacciaie, chiamate "jazere" in dialetto, e "ledenice" in sloveno: profondi pozzi in muratura, scavati vicino a stagni che fungevano da serbatoio, in zone fredde. Il ghiaccio veniva poi smerciato a Trieste. La ghiacciaia da recuperare consiste in un pozzo circolare di 6,5 metri di diametro, profondo cinque. Il progetto è dell'architetto triestino Fulvio Bigollo, l'impresa triestina Benussi & Tomasetti eseguirà i lavori, supervisore Boris Cok. Le opere dovrebbero essere completate entro agosto. Il costo è di 115 mila euro.

u. sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 28 marzo 2021

 

 

«Villa Stavropulos, nel lascito pure i fondi per le manutenzioni»
Il comitato: «Il Comune ereditò un altro stabile redditizio con gli affitti». Giorgi: «Proventi nel calderone del bilancio»
Il Comitato per la salvaguardia di Villa Stavropulos non molla. E svela che il mecenate greco Socrate Stavropulos, quando donò al Comune la dimora di Grignano, contestualmente, al fine di garantire il mantenimento della villa affinché potesse diventare la "casa dell'arte" di Trieste, lasciò in eredità al Municipio anche il condominio di via Franca 16. Così ora il comitato stesso chiede lumi all'amministrazione cittadina su come sia stato gestito il ricavato della locazione di quegli appartamenti. L'immobile di via Franca ha sette piani e risulta in buone condizioni. «I proventi delle pigioni di quel palazzo abitato da undici famiglie - spiega una nota firmata dai referenti del comitato Giuliana Carbi, Roberto Curci, Giorgetta Dorfles e Sergio Franco - avrebbero dovuto coprire i costi derivanti dalla villa di Grignano». Il comitato rivela infatti che un decreto prefettizio, risalente al 2 aprile 1963, che sanciva l'accettazione del lascito da parte del Comune, «metteva nero su bianco che, all'epoca, il reddito annuo netto dello stabile di via Franca ammontava a 2.150.687 lire», ed era dunque sufficiente a coprire, scrive il documento, «le spese di manutenzione e gestione della villa e dei suoi annessi, ammontanti 1.666.627 lire annue, comprese le spese per il personale di custodia e quello adibito alla cura del giardino». «Neppure un'articolata ipotesi di gestione della villa - indica il Comitato - per un suo utilizzo che coinvolgesse tutti i civici musei cittadini, formulata nel 2006 dalla direzione del Museo Revoltella e sostenuta da un finanziamento del Fondo Trieste, ha trovato ascolto». «Nel 1996 - spiega in particolare Roberto Curci - il Curatorio del Revoltella, chiedendo lumi sul denaro incassato dalle locazioni di via Franca, seppe che furono incassati 239 milioni di lire, e che l'anno successivo 220 milioni di lire vennero utilizzati per alcuni interventi sull'immobile. Da allora, di quanto incassato da via Franca, non se ne sa più nulla». Per questo il comitato chiede venga fatta chiarezza sul perché non siano stati usati per la villa i fondi annualmente percepiti e a essa destinati, «e in quale altro modo siano stati usati». «Quello che viene incassato dalla gestione immobiliare - spiega l'assessore Lorenzo Giorgi - finisce nel "calderone" del bilancio del Comune, e non resta in capo a quest'area». Giorgi, però, sottolinea come il problema non sia tanto la sistemazione della villa, «quanto la destinazione indicata nel lascito, oggi fuori dal tempo». E aggiunge: «Serve essere pragmatici e oggettivi quando si amministra. Quella location non è neppure facilmente fruibile vista la posizione, e per il fatto che non dispone neppure di un piccolo parcheggio. Facciamo sì che quello che ha lasciato Stavropulos si liberi di certi lacci che oggi non hanno il senso di esistere, e serva realmente alla città».

Laura Tonero

 

Oltre mezzo milione per il Museo letterario di palazzo Biserini

Il 35% dei proventi della tassa di soggiorno destinato all'allestimento interattivo della nuova realta'. La quota restante suddivisa fra eventi, iniziative e promozione.

Il nuovo Museo della Letteratura che prenderà vita all'interno di palazzo Biserini, per il suo allestimento potrà contare anche su 579.966 euro incassati dal Comune grazie all'imposta di soggiorno che i turisti hanno lasciato a Trieste nel periodo dall'ottobre del 2019 al settembre del 2020. La cifra, che fa parte di un tesoretto più ampio pari complessivamente a 1.977.107 euro - inclusi 240 mila euro non spesi nel 2020 e i circa 750 mila euro del fondo che il governo ha destinato al Comune per coprire le perdite di gettito dell'imposta -, sarà infatti destinata al progetto "Adotta un Museo". Nello specifico, servirà a realizzare l'allestimento innovativo del nuovo museo, con percorsi interattivi, esperienziali. La nuova realtà museale occuperà il lato sinistro del pianterreno di palazzo Biserini, e sarà il posto in cui, accanto alla storia di Svevo, Joyce e Saba, i visitatori verranno a conoscenza di quella delle decine e decine di grandi autori che sono stati loro compagni di viaggio. Ma ci saranno anche spazi polifunzionali, adatti a ospitare conferenze oppure eventi e manifestazioni socio-culturali; aree espositive e di lettura e anche un temporary shop dove esibire prodotti tipici locali. La fetta di soldi derivanti dall'imposta di soggiorno destinata all'allestimento del museo corrisponde al 35% di quanto versato dai turisti, la percentuale che il regolamento regionale prevede venga investita in infrastrutture. La ripartizione dei proventi dell'imposta di soggiorno è stata definita dal Comune sottoscrivendo un'intesa con le categorie che rappresentano le strutture ricettive e PromoTurismo Fvg. Lo scorso giovedì la giunta comunale ha deliberato l'approvazione dell'intesa che, oltre all'impegno per il Museo della Letteratura, prevede di riservare 631.141 euro alla promozione e alla comunicazione. Ulteriori 766 mila euro, invece, sono destinati agli eventi e a determinati progetti. Nello specifico, 50 mila saranno riservati alla Barcolana, 150 mila alla prossima edizione di Trieste Estate, 50 mila alle iniziative che verranno organizzate nella Sala Luttazzi, 290 mila a eventi territoriali di alta attrattività, come quelli che ruotano attorno al Natale o al Carnevale. Si aggiungono inoltre 200 mila euro che verranno impegnati in ticket, che i gestori delle strutture ricettive potranno regalare ai loro clienti per visitare mostre o iniziative di altro genere, e 26 mila euro che verranno investiti sul Progetto Guide a sostegno dell'attività di queste figure messe anche loro in seria difficoltà dall'emergenza pandemica. «Trieste ha enormi potenzialità turistiche - considera l'assessore comunale al Turismo Giorgio Rossi - però qui non c'è il turismo di massa che possono avere le realtà di mare o di montagna, e quindi per valorizzare ulteriormente il "prodotto Trieste", anche a fronte di quello che si sta realizzando in Porto vecchio e delle altre iniziative, serve un forte gioco di squadra per la progettualità e gli investimenti». Rossi chiede «un impegno di tutte le istituzioni e delle categorie coinvolte nel settore ad attivarsi per cogliere la grande occasione che ha la città di fare un ulteriore salto come città d'arte». Sulla destinazione del tesoretto, interviene anche il presidente di Federalberghi Guerrino Lanci: «Non possiamo permetterci di sprecare nemmeno un euro, ci giochiamo tutto nei prossimi mesi, sperando ci mettano nelle condizioni di poter veramente ripartire».

Laura Tonero

 

L'ex Intendenza ferma aspettando il via libera al Piano del centro
I fratelli Zotti preferiscono valutare le opportunità previste dallo strumento urbanistico in arrivo entro la fine di maggio
Il cantiere, come il paradiso del film di Warren Beatty, può attendere, meglio che prima passi il nuovo Piano particolareggiato del centro storico, chiamato a sostituire l'ultraquarantennale "Semerani". Per sottotetti, ascensori, corpi scala sembra aprirsi un'era di importanti cambiamenti: quindi conviene che la betoniera aspetti le future chance concesse dallo strumento urbanistico. È il ragionamento alla base della decisione assunta dai fratelli italo-austriaci Zotti, Franz Christian e Paolo, titolari dell'hotel gradese Laguna, i quali avevano preannunciato per gennaio l'inizio dei lavori all'ex Intendenza di finanza in largo Panfili, con l'obiettivo di trasformare il palazzo tardo Ottocento - che la controllata Bz Hotels aveva acquistato nel 2019 da Cassa depositi e prestiti - nel più grande "quattro stelle" regionale, a gestione Marriott. Mica uno scherzo: 13.000 metri quadrati, un numero di stanze oscillante tra le 150 e le 230. Una costruzione double face, quella disegnata da Friedrich Setz, davanti le Poste e dietro le Finanze. Adesso nuovo aggiustamento di rotta, filtrato dagli stessi "portavoce" che periodicamente informano sulle mosse degli Zotti. In effetti il Piano del centro storico potrebbe ottenere il sì definitivo (la prima griglia fu superata lo scorso novembre) entro la fine di maggio. Ci credono sia l'assessore Luisa Polli («Sapesse quanti professionisti e quante aziende ne auspicano l'approvazione») che il direttore dipartimentale Giulio Bernetti. È arrivato il parere del ministero della Cultura (Mic), si stanno verificando alcune questioni legate ai siti archeologici, gli uffici dell'Urbanistica sono intenti all'esame delle 50 osservazioni sopraggiunte (ma che, articolandosi in vari punti, sono quasi 300). Per cui dopo Pasqua l'iter di approvazione riprenderà il tortuoso cammino: delibera giuntale, circoscrizioni, VI commissione consiliare, aula. Farcela a maggio - dicono la Polli e Bernetti - non è utopia. Il Piano censisce 1.621 edifici nella città "murata", nei tre borghi, in via Udine, tra viale XX Settembre e via della Pietà. Il 5% va rispettato dentro e fuori, il 45% va restaurato fuori con qualche "libertà" all'interno, il 30% va salvaguardato all'esterno ma è sventrabile, il 20% può essere raso al suolo e sostituito da nuovi stabili. L'amministrazione ritiene che possa esercitare un benefico effetto-traino sulla proprietà immobiliare e sull'imprenditoria edile.

Massimo Greco

 

 

Mare freddo e luna piena frenano l'inizio della stagione delle seppie

In sordina il primo giorno regolamentare per la pesca e lo smercio «E di questi esemplari, nel nostro golfo, ce ne sono sempre meno»
È iniziata in sordina, ieri, la stagione regolamentare della pesca alle seppie. Pochi, infatti, gli esemplari pescati e smerciati, nonostante l'arrivo della primavera rappresenti l'inizio del periodo più propizio per la loro cattura. Il clima di questo ultimo mese, però, unito al fatto che nel golfo questi cefalopodi siano sempre meno numerosi, ha fatto sì che sui banchi delle pescherie non sia stato possibile trovarne in gran quantità. «Di seppie in circolazione ce ne sono ancora poche», spiega Andrea Bozic, della pescheria "Al Golfo di Trieste": «Per vederne in gran numero sarà necessario attendere ancora qualche giorno». Non c'è però da aspettarsi grandi pescate. «Negli ultimi anni la quantità di seppie presenti nel golfo è calata», prosegue Bozic: «Nonostante ciò, non appena l'acqua del mare inizierà a scaldarsi, inizieremo a trovarne di più». La pesca di questo mollusco è disciplinata da un particolare regolamento regionale che ne prevede l'inizio all'ultimo sabato di marzo, a partire dalle 6 del mattino. Da metà marzo a metà maggio, infatti, le seppie si avvicinano alle coste per deporre le uova, che vengono attaccate con un peduncolo ad anello ad ogni tipo di supporto, fanerogame, legname, corde, reti delle nasse. Questo fenomeno viene sfruttato proprio col posizionamento delle nasse e delle reti lungo il loro percorso di avvicinamento alla costa. «Le seppie ci sono tutto l'anno - ricorda Livio Amato de "La Barcaccia" - ma per trovare un prodotto qualitativamente migliore la primavera è la stagione giusta, perché se pescate in questo periodo hanno un gusto più buono e, particolare non secondario, costano meno». Questo primo fine settimana di pesca regolamentata è sfortunato anche per un altro motivo. «In questi giorni c'è dispersione di luce a causa della luna piena - spiega Amato - pertanto diventa più difficile catturarle. Senza dimenticare che stiamo uscendo da un marzo caratterizzato da un freddo senza picchi in negativo ma abbastanza costante, e questo fattore ha impedito alla temperatura del mare di sollevarsi».-

Lorenzo Degrassi

 

 

Gli austriaci di Öbb sbarcano a Trieste - A giugno l'ingresso nell'Interporto
Dopo l'avvio della gestione tedesca della Piattaforma anche le ferrovie di Vienna rafforzano la loro presenza
Trieste. Dopo i tedeschi di Duisport, all'Interporto di Trieste arrivano le Ferrovie austriache. È destinato a concretizzarsi a giugno l'interesse che da tempo le Österreichische Bundesbahnen mostrano per il polo logistico che unisce il terminal di Fernetti a quelli di FreeEste (area ex Wärtsilä) e Cervignano. Öbb sta per rilevare una piccola quota dell'Interporto per entrare nella partita della logistica in Friuli Venezia Giulia. Il corrispettivo dell'operazione è l'ingresso dell'Interporto nelle società di gestione dei terminal di Villaco e Budapest: un passo che ne farà l'unica realtà del genere in Italia con una presenza diretta all'estero. Le Ferrovie austriache - La mossa di Öbb conferma il fermento suscitato dal porto di Trieste nell'area mitteleuropea. Nel giro di pochi mesi, si sono affacciati sull'Adriatico due giganti tedeschi: prima Hamburger Hafen ha rilevato la maggioranza assoluta della Piattaforma logistica e poi Duisport ha acquisito il 15% dell'Interporto. Dopo il terminalista più importante del secondo porto d'Europa e dopo la società che controlla uno dei principali terminal di terra al mondo, è il turno delle Ferrovie austriache, che con la controllata Rail Cargo Austria rappresentano il principale operatore su ferro dello scalo di Trieste, movimentando il 40% dei traffici via treno. Nel caso dell'Interporto, Öbb opererà attraverso Infra, equivalente transalpino di Rfi, ovvero il soggetto cui compete la gestione della rete dei binari. L'arrivo degli austriaci è stato previsto prima dell'intesa con Duisport ed è citato nei patti parasociali stretti tra Friulia, Autorità portuale, Camera di commercio e Comuni di Trieste e Monrupino. Öbb-Infra si appresta a rilevare una piccola presenza del 2-3% dalla holding regionale Friulia: per gli austriaci non ci sarà una poltrona nel cda, come avvenuto invece per Duisport. Perde intanto quota la parallela idea di una partecipazione di Öbb alla Piattaforma logistica e al terminal che sorgerà al posto della Ferriera. Le lunghe trattative intavolate con i soci locali Parisi e Icop non hanno dato frutti e, dopo il suo subentro, Hhla pensa solo a dare continuità alle attività di banchina appena cominciate, per poter poi valutare come sviluppare il Molo VIII. La rete internazionale - L'aspetto più interessante dell'intesa è che gli austriaci non acquisteranno le quote dell'Interporto, ma le scambieranno con partecipazioni nei terminal terrestri di Villaco-Fürnitz in Austria e di Budapest-Bilk in Ungheria. Con il valore dell'Interporto stimato a 20 milioni, il 2-3% vale un concambio inferiore al milione di euro. Poca cosa in termini assoluti, ma la possibilità per Trieste di inserirsi direttamente in snodi strategici per il porto e la sua proiezione verso l'Europa di mezzo. È la riproposizione del modello Duisport, che entra in terminal esteri con posizioni di minoranza, potendo accedere a informazioni utili alla costruzione di nuovi servizi e catene logistiche da cui ricavare profitto. L'Interporto è visto da Autorità portuale e Regione come la leva attraverso cui costruire una rete logistica estesa per decine di chilometri nell'entroterra regionale, come avviene nei porti del Nord Europa. L'esperienza dei tedeschi dello scalo fluviale di Duisburg nell'ambito delle attività di retroporto potrà diventare un traino per l'integrazione del sistema Fvg. L'Interporto di Fernetti ha esteso in tempi recenti il controllo sui capannoni in regime di punto franco a Bagnoli della Rosandra (rallentati dal rinvio sine die dell'interpretazione sull'extradoganalità) e si è assicurato l'83% dell'Interporto di Cervignano, posto all'incrocio di due corridoi ferroviari europei e di grande interesse per Duisport. L'Interporto tratta inoltre l'ingresso nella Sdag di Gorizia, mentre l'idea di una manovra parallela su Pordenone si è per ora limitata all'apertura di una linea quotidiana con Trieste. Budapest e Villaco sono considerate a loro volta realtà di prospettiva, mentre sfuma l'ipotesi di una collaborazione nell'interporto slovacco di Kosice: lettera morta come tutto il memorandum firmato tra Autorità portuale e cinesi. La piattaforma regionale - La proiezione di Trieste verso l'Europa centrale avviene immancabilmente per effetto di enti pubblici. È pubblico l'Interporto (governato da Friulia, Autorità portuale, Camera di commercio e Comuni), sono pubbliche le Ferrovie austriache, è pubblica la società ungherese Adria Port che svilupperà il terminal all'ex Aquila, sono pubblici Hhla e Duisport, la cui quota di maggioranza è in mano ai rispettivi Land. E sono pubblici i 400 milioni di fondi comunitari che il governo impiegherà per il potenziamento delle infrastrutture portuali di Trieste, pescando dal Recovery Plan dell'Ue. La Regione chiede che il Pnrr renda i traffici marittimi un'opportunità per tutto il Fvg, con l'auspicio che porto faccia rima con industria e che le merci in transito si fermino per essere trasformate, creando impresa e occupazione. La giunta Fedriga chiede il rafforzamento dei nodi ferroviari di Cervignano e Udine per potenziare il sistema degli interporti e l'uscita dei treni verso l'Austria; finanziamenti per un «polo logistico regionale»; una Zona logistica speciale tra Gorizia, Monfalcone e Porto Nogaro; prestiti agevolati alla manifattura per sviluppare progetti di integrazione con i flussi logistici e creazione di valore.

Diego D'Amelio

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 27 marzo 2021

 

 

L'aula approva l'Accordo su Porto vecchio
Contrari i principali partiti d'opposizione. Il Pd: «Poca trasparenza». La Lega ribatte: «Chi accusa la giunta si rivolga al Tar»
Il Consiglio comunale ha approvato l'Accordo di programma sul Porto vecchio a maggioranza, con il voto contrario dei principali partiti dell'opposizione. La discussione, accesa e in alcuni momenti sopra le righe, si è protratta per cinque ore di teleconferenza nel pomeriggio di ieri: l'aula introduce così la variante al piano regolatore che dà una cornice allo sviluppo dell'area, e sancisce la nascita del Consorzio Ursus. Il documento è stato introdotto dal sindaco Roberto Dipiazza, che ha sottolineato il carattere storico della giornata. In apertura di dibattito la consigliera del Partito democratico Laura Famulari ha chiesto la sospensione della trattazione in ragione di tre pregiudiziali: «La delibera con cui la giunta ha autorizzato il sindaco alla firma è stata pubblicata in albo pretorio senza allegati, sottratti agli obblighi di pubblicità e trasparenza. Penso sia stato fatto deliberatamente», ha dichiarato la consigliera. Il Pd ha opposto anche la difformità dell'accordo rispetto agli indirizzi dati dal Consiglio nel 2019. Le pregiudiziali non sono state accolte dall'aula, così Everest Bertoli (Lega): «Famulari può rivolgersi al Tar, che è aperto. Se pensa ci siano state omissioni deliberate, sa a che organi rivolgersi. Resterete 30 anni all'opposizione», ha affermato il leghista. Tanti gli interventi dei consiglieri in dibattito. In generale l'opposizione ha rinfacciato alla maggioranza la poca condivisione del procedimento, dentro e fuori dall'aula, e spinto l'accento sulla necessità di una progettazione complessiva. La maggioranza dal canto suo ha sottolineato come la variante sia un passaggio che apre allo sviluppo l'area e che la progettazione spetterà alla fase successiva. Così il M5s Paolo Menis: «È venuto il tempo di abbandonare la contrapposizione fra rinascita dell'area del Porto vecchio e difesa del punto franco internazionale. Le due cose non sono in contrasto. Oggi riconosco l'importanza per la nostra città dell'emendamento Russo, anche se non condivido ora molte cose della delibera al voto». Per Massimo Codarin della Lista Dipiazza: «Ritengo che un voto all'unanimità sarebbe auspicabile. A chi rivendica che tutto ciò è merito suo - ha affermato rivolgendosi al Pd - è vero che senza emendamento Russo non saremmo qui, ma per i passaggi successivi bisogna rendere merito al sindaco». Sabrina Morena di Open Fvg ha descritto il sogno di un Porto vecchio innovativo e sostenibile: «Questa delibera invece ci prospetta un'area che sarà uguale al resto della città, caotica e piena di macchine, oppure uno sviluppo elitario a rischio speculazione». Secondo il capogruppo forzista Alberto Polacco «non ci sarà nessuna speculazione ma un passo storico per lo sviluppo della città»: «Va bene la sdemanializzazione ma questa amministrazione ha compiuto passi concreti dal Park Bovedo al centro congressi. Non ci si preoccupi della residenzialità, perché comunque il tetto è di mille abitanti». Così la pentastellata Elena Danielis: «L'idea di fare un nuovo borgo fa capire che non si vogliono cambiare le cose. Replichiamo un pezzo di città di cui non si sentiva il bisogno. Lì servono funzioni nuove che portano occupazione, non traslochi che creano vuoti altrove. Si doveva pensare a uno sviluppo che fosse prettamente economico e non immobiliarista». Il consigliere di Futura Roberto De Gioia ha annunciato il suo voto a favore, ricordando che «una volta parlare di sviluppo del Porto vecchio a Trieste era tabù»: «Auspico però un coinvolgimento successivo della città e dei portatori di interesse». La consigliera di Italia Viva Antonella Grim (poi astenutasi come la collega dei Cittadini Maria Teresa Bassa Poropat) ha affermato: «Dovremo riuscire a portare imprese nuove per favorire il lavoro. Bene che sia prevista la relazione di un paesaggista perché serve una forma di progettualità complessiva». Il dibattito si è infine infuocato quando il sindaco ha apostrofato la consigliera Famulari come una «fiera delle stupidaggini», cosa per cui l'opposizione ha chiesto delle scuse che non sono arrivate. È stato fatto proprio dal primo cittadino un ordine del giorno forzista che impone al Consorzio di mantenere il 51% delle quote in mano al Comune. I voti a favore sono stati 22, quelli contrari 13, due gli astenuti.

Giovanni Tomasin

 

 

MONFALCONE - Centrale A2A a idrogeno - Tutti i dubbi del rione Enel
«Parlare di idrogeno per la nuova centrale a gas di A2A è un'abile operazione di marketing per far passare all'opinione pubblica l'idea di una centrale green, adeguata al futuro». Parole di Antonella Paoletti, presidente dell'associazione rione Enel. «L'idrogeno prodotto dal metano è, ad oggi, un'operazione costosa e inutile. L'idrogeno ottenuto dal gas non è pulito, è costoso ed inutile. Se il gas rientra nel Recovery Plan allora mettiamo in funzione al 100% la centrale a gas di Torviscosa e tutte le centrali italiane che oggi, per motivi vari, non sono utilizzate al 100% e si migliorino quelle». Paoletti smonta un altro dei punti di forza della nuova centrale secondo A2A. «Metanizzazione delle navi: in provincia di Rovigo esiste un rigassificatore in mezzo al mare a 15 km. dalla costa. Le navi che escono dal nostro cantiere potrebbero rifornirsi di gas in quel luogo, facendo un viaggio di poca distanza. E che si produca ancora troppa CO2 lo dice l'Energy and Strategy group del Politecnico di Milano: l'Italia deve tagliare quasi 100 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030 per centrare gli obiettivi comunitari. Nei prossimi lustri l'Italia continuerà ad essere uno dei territori più dipendenti dal fossile per l'elettricità. Dunque meglio utilizzare l'area di A2A per un centro di competenza sulle tecnologie dell'idrogeno per uso energetico, coinvolgendo nello studio anche l'Area di ricerca di Trieste. Tuttavia, dal momento che il sito si trova vicino al mare, dovrebbe essere studiato ed incentivato l'idrogeno ricavato dall'acqua perché è questo il vero carburante del futuro, pulito e sostenibile. Se si vuole essere pronti per il 2050 con combustibili completamente puliti bisogna cominciare subito la ricerca. Rinnoviamo, quindi, l'appello al Comune e alla Regione, nella figura del presidente Fedriga, che è la voce più importante del nostro territorio presso il Governo, affinché si eviti la costruzione della nuova centrale di A2A. I monfalconesi hanno subito ogni sorta di inquinamento e sacrificato la loro salute sull'altare del lavoro».

 

Veglia, il rigassificatore di nuovo in attività con la nave dagli Usa - previsto un approdo ogni due settimane
VEGLIA. Diventa concreta la prospettiva che il rigassificatore galleggiante dell'isola di Veglia registri in media l'arrivo di una nave metaniera ogni due settimane. Dopo un periodo di stop - causato dall'aumento di prezzo del gnl sui mercati asiatici che ha fatto sì che numerosi tanker siano stati spediti verso Giappone, Cina e Corea del Sud piuttosto che verso l'Adriatico - la nuova struttura pare sulla via della stabilizzazione di attività. Dopo l'arrivo della nave cisterna Patris - terza metaniera giunta a Veglia quest'anno - Lng Hrvatska, l'azienda a controllo statale che gestisce il terminal offshore, non dovrebbe più avere sorprese. È scomparso intanto l'inquinamento acustico registrato durante le operazioni nel periodo di sperimentazione, che aveva causato proteste fra la popolazione locale e prese di posizione da parte delle autorità locali. Il Patris è arrivato a Veglia dallo scalo Usa di Freeport, con a bordo 151.500 metri cubi di gnl ordinati da Mfgk Croatia, azienda in mano al distributore ungherese di gas ed elettricità Mvm. «Non prevediamo scossoni di mercato sino a fine anno», ha commentato Hrvoje Krhen, direttore di Lng Hrvatska aggiungendo che «in agenda abbiamo l'arrivo di una metaniera in media ogni due settimane. Dopo le difficoltà iniziali, causate dai mercati asiatici in fermento, siamo tornati alla normalità: la nostra nave Fsru può finalmente lavorare a ritmo spedito, con il gas immesso nel metanodotto Pola - Karlovac e da lì spedito verso la Mitteleuropa, soprattutto agli acquirenti ungheresi». La Mvm ha infatti acquistato 6,75 miliardi di metri cubi, che il rigassificatore dovrà erogare nei prossimi 7 anni. «È la prima volta che l'Ungheria ha stipulato un contratto a lunga scadenza per il rifornimento di gas con un produttore che non sia russo - ha annotato di recente il ministro ungherese degli Esteri e del Commercio estero, Peter Szijjarto - e la collaborazione con il terminal di Castelmuschio ci garantirà la diversificazione delle erogazioni e una maggiore sicurezza in fatto di approvvigionamento».

a.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 26 marzo 2021

 

 

Parte la corsa all'oro nero del Montenegro
I colossi stranieri pronti a sfruttare i giacimenti di petrolio e gas in Adriatico. Il consorzio Eni-Novatek inizia la ricerche
Belgrado. Le speranze del governo, che si frega le mani immaginando per gli anni a venire copiose entrate nelle casse pubbliche. La fiducia di colossi stranieri, che investono in un mare ancora vergine. Le paure di ecologisti e società civile, che temono danni all'ecosistema. Sono le tre campane che risuonano discordanti in Montenegro, dove ieri sono iniziate - al largo della costa - le prime trivellazioni alla ricerca di petrolio, un passo attesissimo dalle autorità al potere, vituperato dagli ambientalisti locali. Protagonisti delle ricerche, il gigante italiano dell'energia Eni e la russa Novatek che - dopo anni di ricerche - hanno dato il là a «perforazioni esplorative» usando la piattaforma Topaz Driller, che arriveranno a una profondità di 6.525 metri, nel tratto di mare tra Bar e Ulcinj», a circa 14 miglia nautiche dalla costa, un progetto con tempi tecnici calcolati «tra i quattro e i sei mesi», ha informato ieri l'esecutivo montenegrino. Progetto che ha come obiettivo quello di verificare «il potenziale dei giacimenti» di petrolio e poi di gas che si celerebbero nel fondale dell'Adriatico, per poi definire gli eventuali «metodi di produzione», una prospettiva che si potrà concretizzare «nel giro di 4-6 anni, a completamento del primo pozzo», ha specificato il governo. «Auguriamo ai concessionari», il consorzio tra Eni e Novatek, «buon lavoro, nella speranza che la ricerca contribuisca alla ripresa economica e ambientale del Montenegro», ha dichiarato con fiducia il ministero per gli Investimenti e la Direzione governativa per gli idrocarburi del piccolo Paese balcanico. Ma non c'è solo il consorzio russo-italiano. Anche la Energean greca sta cercando partner per ricerche simili in altri "offshore block", sempre nel mare al largo del Montenegro. Piani e auspici dietro cui si celano visioni ardite e progetti ambiziosi. Il Montenegro, oggi fortemente dipendente dal turismo, ambisce infatti a «diversificare la sua economia», hanno specificato il ministro per gli Investimenti Mladen Bojanic e il suo segretario di stato, Marko Perunovic. Obiettivo che si potrà raggiungere, se l'oro nero sarà trovato e in abbondanza, attraverso la creazione di un fondo statale sul modello norvegese, sui cui confluiranno fino al 68% dei profitti dell'estrazione. Ma in Montenegro non tutti sono felici di immaginare il Paese come un futuro "Texas adriatico". Il contratto con i concessionari va stracciato, perché avere delle piattaforme petrolifere nelle acque territoriali rappresenterebbe un rischio troppo grande. Anche il più piccolo incidente «avrebbe un impatto enorme su natura e turismo, perché nessun va a fare le vacanze dove ci sono piattaforme» per l'estrazione di idrocarburi, ha denunciato Natasa Kovacevic, una delle anime dell'Ong "Green Home". Si fermino dunque le macchine prima che sia troppo tardi, perché «i costi del potenziale danno alla natura sono maggiori della rottura di un contratto», ha aggiunto. Sulla stessa linea anche il movimento civico Ura, che si è spinto fino a chiedere un referendum popolare per verificare se i cittadini siano o meno favorevoli alla corsa all'oro nero, un'opzione che sul lungo periodo il governo potrebbe recepire positivamente. Anche perché i favorevoli all'estrazione potrebbero essere tanti: sarebbero oggi l'88% della popolazione, secondo un sondaggio online della Tv pubblica di Podgorica.

Stefano Giantin

 

 

Stagionalità e meteo: il ritorno delle meduse vicino alla riva
Gli esperti di Area marina protetta e Ogs: «Temperature in salita e periodo dell'anno decisivi per vederle addensarsi»
Tante, tantissime meduse, avvistate sulle Rive a Trieste, ma anche in grande quantità nel porticciolo di Muggia e a Grignano. Un fenomeno non eccezionale, spiegano gli esperti, anche se sempre più frequente nel nostro golfo. «Ne vediamo molte per una combinazione di fattori - ricorda Saul Ciriaco dell'Area Marina di Miramare -: non c'è vento, e le temperature in aumento le attirano verso la superficie, in cerca di cibo. Le Rhizostoma pulmo, i cosiddetti polmoni di mare, sono le più numerose, a Muggia in particolare ne sono state notate davvero tante, mentre le altre che vediamo in questi giorni, di dimensioni più ridotte, sono invece le Aequorea». «A Grignano - aggiunge Maurizio Spoto, direttore dell'Area Marina Protetta di Miramare - molte si sono spiaggiate, perché si sono accumulate di continuo, giorno dopo giorno». A fornire ulteriori dettagli è Valentina Tirelli, dell'Ogs: «Per quanto riguarda le Rhizostoma pulmo, la loro presenza è ormai continua quasi tutto l'anno e in particolari condizioni meteomarine si addensano vicino alla costa, come sta avvenendo in questi giorni. L'altra medusa più piccola e trasparente, Aequorea forskalea, è detta anche medusa cristallo. Si tratta - precisa - di una idromedusa che tipicamente appare nel golfo di Trieste in inverno e a inizio primavera. Anche quest'anno non ha fatto eccezione, confermando la sua stagionalità». E l'esperta ricorda la possibilità di segnalare le meduse attraverso l'app avvistAPP (www.avvistapp.it). «Permette a tutti - sottolinea - di mandare segnalazioni su meduse, tartarughe e delfini, informazioni che per noi sono preziose e molto utili. Ogni segnalazione - aggiunge - viene vista e validata da un ricercatore e diventa in questo modo un vero e proprio dato sulla distribuzione di questi organismi marini. L'utente poi riceve una mail, che conferma l'avvenuta validazione. Sulla app si possono trovare anche tante informazioni sulle specie che si trovano nel nostro golfo».

Micol Brusaferro

 

 

Colori, profumi e pesci record. Il volto invisibile di Miramare

Iniziato dopo 50 anni il ricambio delle acque nel Lago dei Loti. E non mancano le sorprese. Nel giardino rinnovato esplodono le fioriture: uno spettacolo precluso dalla chiusura dei cancelli

Dopo una cinquantina d'anni il Lago dei Loti, nel Parco di Miramare, viene svuotato. È tempo di una pulizia generale e di un rinnovo della gestione delle acque. Carpe e pesci rossi saranno trasferiti, poco alla volta e con il contestuale intervento dell'Enpa, in altri bacini protetti del giardino: uno spostamento iniziato gradualmente in questi giorni e che, pure, ha già portato alla scoperta di esemplari record, a partire da un pesce rosso di 25 centimetri. Più avanti sarà il turno del Lago dei Cigni. «Ci vorrà circa una settimana per eliminare tutta l'acqua dal Lago dei Loti, grazie all'utilizzo di alcune pompe già in azione», spiega Carlo Manfredi, funzionario architetto del Museo storico e del Parco di Miramare: «Il laghetto aveva bisogno di un intervento di pulizia, considerando anche che negli ultimi anni l'acqua era di fatto stagnante. Questi lavori, effettuati nella massima tutela della fauna presente, consentiranno anche un cambiamento radicale nella gestione del sito nell'ottica del risparmio idrico. Sarà usata l'acqua del Carso, da una falda naturale, che garantirà anche un riciclo più efficace». Il Lago dei Loti, che prende il nome dalle piante un tempo presenti in quantità, si trova nella parte superiore del parco, salendo dalle scale davanti alla grande fontana del piazzale principale. I pesci non torneranno più qui: troveranno casa definitiva in altri specchi d'acqua del parco, dove in parte sono già stati portati, considerati ideali come habitat. A monitorare le operazioni, sul posto, c'è anche Gianfranco Urso, coordinatore regionale dell'Enpa. «Lo spostamento delle 40 carpe e dei 250 pesci rossi non è invasivo, avviene con tutte le misure dovute e ha portato pure alla luce alcune sorprese. Abbiamo notato ad esempio che esiste un pesce rosso da record, di ben 25 centimetri. Anche le carpe hanno dimensioni considerevoli, possiamo pensare siano discendenti, in parte, di quelle che un tempo furono donate a Massimiliano. A Miramare stanno decisamente bene», sottolinea Urso: «Godono di un ambiente ideale e anche per questo sono tante e così grandi».Mentre il Lago dei Cigni è stato svuotato una decina di anni fa, per il Lago dei Loti si tratta di un evento atteso da molto più tempo. «Già nel 1973 - prosegue l'esponente dell'Enpa - alcuni operai mi avevano raccontato che lo specchio d'acqua necessitava da qualche anno di una pulizia, quindi posso dire che era da una cinquantina d'anni che non veniva toccato».E mentre prosegue l'intervento sul lago, il parco si sta riempiendo di profumi e colori. «È un grande dispiacere - sottolinea Andreina Contessa, direttrice del Museo storico e del Parco del Castello- non poter condividere le fioriture con le tante persone che amano Miramare. È una sofferenza assistere a questo spettacolo senza poterlo mostrare anche ai triestini e ai turisti, ma in estate avremo ulteriori fioriture, che saranno a loro volta bellissime. Abbiamo ridisegnato tutte le forme del parterre, che si erano perse, e nel 2020 abbiamo curato tutta questa zona con varie piantumazioni. Adesso ci sposteremo nella parte inferiore, dove ci sono meno fiori e più "sempreverdi". E continua anche il lavoro di ricostruzione del parco, attraverso lo studio del suo passato. Non vediamo l'ora di poter accogliere nuovamente la gente».

Micol Brusaferro

 

 

Confronto a San Dorligo sulla Capodistria-Divaccia - In agenda un focus sul progetto del raddoppio
SAN DORLIGO. Sarà discusso nella sala del consiglio di San Dorligo della Valle, alla presenza di tutti i consiglieri comunali e dei principali esponenti della 2TDK doo, la società di proprietà dello Stato sloveno, incaricata di gestire il progetto per il raddoppio della Capodistria-Divaccia, il complesso problema delle conseguenze che i lavori di allestimento di tale linea ferroviaria potrebbero comportare per l'equilibrio floro-faunistico e idrico della Val Rosandra. Lo ha annunciato il sindaco di San Dorligo della Valle, Sandy Klun, nel corso della recente cerimonia organizzata a Bottazzo per i 40 anni di "Confini aperti", alla presenza della sindaca di Hrpelje-Kozina, Sasa Svetelsek. «Avverto da tempo nella popolazione del mio comune e in particolare in coloro che hanno coltivazioni e attività legate alla terra - spiega - una notevole preoccupazione per i danni che il cantiere per la realizzazione della seconda linea potrebbe causare. Ho perciò preso l'iniziativa di contattare la 2TDK - aggiunge - per creare i presupposti di un incontro nel quale poterci finalmente confrontare su un tema di estrema importanza, ottenendo una risposta positiva».Ovviamente bisognerà aspettare che si allenti la morsa del Covid. L'attenzione sul problema è stata sollevata da tempo da parte dei Verdi locali, in particolare dal consigliere comunale Alen Kermac, in contatto con gli ambientalisti d'oltre confine. Per i Verdi sia italiani sia sloveni «il raddoppio della linea ferroviaria potrebbe comportare il prosciugamento dei torrenti Ospo e Rosandra», con le inevitabili conseguenze per l'intero territorio. I Verdi della Slovenia si sono recentemente rivolti anche ai ministeri italiani.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 marzo 2021

 

 

Porto vecchio, 15% sulle alienazioni al Comune

Roma rilancia l'interesse a finanziare con 40 milioni del Recovery Fund parco e viale. Confermato il tetto di mille abitanti.

Il ministero della Cultura ha confermato il suo interesse a finanziare attraverso il Recovery Fund un progetto da 40 milioni per le aree all'aperto del Porto vecchio, in particolare il viale monumentale e il cosiddetto parco lineare che collegherà Barcola al centro. È soltanto uno degli elementi di interesse emersi ieri durante la commissione comunale sull'Accordo di programma: tra gli altri, risulta che il Comune terrà il 15% degli introiti derivanti dall'alienazione dei lotti (la parte restante andrà al Porto), e che il tetto dei residenti nell'area, così viene confermato, è fissato a circa mille persone. Il documento è stato introdotto in aula dal sindaco Roberto Dipiazza e dall'assessore all'urbanistica Luisa Polli.«Da Roma ci è arrivata una telefonata molto importante», ha annunciato il sindaco Roberto Dipiazza. Nei mesi scorsi il Comune aveva presentato al Ministero (allora Mibact) diverse proposte di progetto per 67 milioni, a coprire diversi ambiti del Porto vecchio, da finanziare con il Recovery. Venerdì scorso Roma ha risposto, chiedendo a Palazzo Cheba di rimodulare il progetto riguardante gli spazi esterni dell'antico scalo, viale monumentale e parco lineare in primis, al fine di finanziarlo. Martedì gli uffici hanno inviato alla Capitale la versione aggiornata della proposta: se verrà approvata, arriverebbero circa 40 milioni che consentirebbero l'attrezzatura completa dell'area. Passando agli altri temi, la capogruppo Elena Danielis ha chiesto chiarimenti in materia di residenzialità: «Io avrei preferito un distretto produttivo, con residenzialità ridotta o assente, fatta eccezione per strutture come alberghi o foresterie. Vorrei capire a quanto corrisponde la percentuale prevista ora». Il dirigente comunale Giulio Bernetti ha spiegato che, stando alle norme vigenti, il 70% di residenzialità massima prevista per ogni lotto si tradurrà comunque in un tetto massimo di circa mille residenti per tutta l'area. Un altro pentastellato, Paolo Menis, ha chiesto chiarimenti sulla percentuale destinata al Comune: "L'emendamento Russo prevede che il 100% vada al Porto, la cosa verrà risolta dal Consorzio?". Ha risposto Bernetti: «Un accordo sottoscritto dal sindaco e dal presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino fissa la percentuale al 15%». La consigliera del Pd Laura Famulari, tra le varie osservazioni, ha affermato: «Vi sono difformità fra la delibera di indirizzo con cui il Consiglio ha dato mandato al sindaco di realizzare l'accordo e l'accordo stesso. Si prevedeva un programma delle attività che attuasse gli indirizzi del Consiglio, e questo passaggio è saltato. Non avevamo dato al sindaco un mandato incondizionato». Famulari ha chiesto che venisse organizzata una seconda commissione per approfondire la documentazione: «Abbiamo avuto troppo poco tempo per studiare una delibera che il sindaco definisce storica». La richiesta è stata negata dall'assessore Polli, che ha messo a disposizione gli uffici, trovando il plauso del leghista Everest Bertoli. Diversi i dubbi emersi sul nascituro Consorzio Ursus: per Antonella Grim (Italia Viva) i 300 mila euro di capitale iniziale «sono un po' pochi per il compito ciclopico che ha davanti»; Maria Teresa Bassa Poropat (Cittadini) ha chiesto maggiore precisione sulla figura dell'ambassador; il forzista Michele Babuder ha chiesto se il Comune manterrà competenza sulle manutenzioni ordinarie dell'area «per non passare da consorziati a commissariati», mentre Bruno Marini ha ripetuto i suoi dubbi sulla dotazione di personale. Un tema, quest'ultimo, per cui Dipiazza non ha escluso che le cose cambino in futuro, a seconda delle necessità. L'accordo approderà domani nell'aula (virtuale) del Consiglio comunale.-

Giovanni Tomasin

 

«Puntare sul Green new deal con un centro studi sul clima»
La conferenza organizzata dal consigliere regionale dem Cosolini con esperti di ambiente, innovazione e gestioni immobiliari
Il Porto vecchio può diventare la sede di un centro di studio sui mutamenti climatici nell'area mediterranea, oppure ospitare un super-calcolatore che ne faccia un polo di riferimento per tutta l'area balcanica e centro europea. Queste idee, e molte altre, sono state esposte ieri pomeriggio durante la conferenza organizzata dal consigliere regionale ed ex sindaco Pd Roberto Cosolini sui suoi canali social. Ospiti dell'appuntamento Arvea Marieni, manager ed esperta di sostenibilità, Antonio De Paolo, agente immobiliare, Edi Kraus, ex assessore comunale e imprenditore, e Laura Famulari, segretaria provinciale del Pd. Per De Paolo «l'aspetto che balza agli occhi è il calo demografico, che poi si ripercuote sul mercato immobiliare»: «Non c'è dubbio che il residenziale in Porto vecchio possa avere un grande successo, è evidente però che possa esserci un travaso. È importante portare gli uffici della Regione in Porto vecchio, ma chi fa un'operazione del genere deve sapere prima cosa fare del patrimonio che si svuota». Ma come promuovere il rilancio? «Noi abbiamo la fortuna di avere a Trieste un personaggio con relazioni internazionali, competenze finanziarie, conoscenze nel Real estate - dichiara De Paolo -. Parlo di Sergio Balbinot, che saprebbe come dare valenza e promuovere l'intera operazione». Per l'ex assessore Kraus Trieste ha un doppio potenziale di sviluppo: «Se il Porto vecchio è il luogo in cui si fanno cose hi-tech, legate alla sostenibilità, l'area ex Ezit è un'altra grande occasione, e vanno viste assieme». Per attirare le imprese nel vecchio scalo, conclude, servono fattori attrattivi, come ad esempio un supercomputer. Lo stesso Marieni osserva: «Oggi l'Italia spende lo 0, 5% del Pil nella risoluzione dei danni del cambiamento climatico. Fra 50 anni sarà l'8%. Ciò significa che le nostre economie non si possono più organizzare secondo le logiche tradizionali. Questa è la chiave del Green Deal, la sostenibilità non è un di più, ma il cuore della struttura». A Trieste, prosegue, si potrebbe «sfruttare il grande bacino di competenza degli istituti di ricerca per creare un centro per la modellistica dei cambiamenti climatici nel Mediterraneo, nonché per la mitigazione dei suoi effetti».

G. Tom.

 

Lo scrittore Luigi Nacci: «Servono idee nuove e non fotocopie di parti di città già esistenti»
«Un luogo a misura di tutti, pure dei fragili, per seguire l'esempio della Bilbao rinata»
«Al Porto vecchio serve una visione come quella che portò il Guggenheim a Bilbao, trasfigurando la città a dispetto delle contrarietà iniziali». Lo scrittore, poeta e viandante Luigi Nacci guarda alla terra basca come possibile ispirazione per il futuro. Cosa pensa dell'idea del Comune di estendere, almeno in parte, le caratteristiche del centro storico al Porto vecchio? «Quando vedo che vogliono farci gli hotel e le rive per passeggiare mi sembra una fotocopia della città che c'è già. Vent'anni fa lavorai, per conto della Provincia, a un'idea di distretto culturale da insediare in porto, sulla scia di esempi nati a partire dagli anni Settanta. In Gran Bretagna, pioniera su questo fronte, sono state rivoluzionate città basate sull'industria pesante come Manchester o Liverpool». E non solo nel Uk...«Un altro esempio è quello di Bilbao, una città di 350 mila abitanti in cui non c'era ragione di andare fino agli anni Novanta, quando l'arrivo del Guggenheim l'ha trasformata. Ai tempi erano tutti contrari, cittadini e politici, perché costava molto e la città era depressa: ora hanno 20 milioni di visitatori. Anche Trieste, invece di replicare il centro in modo pedissequo, potrebbe avere un grande distretto culturale». Funzionerebbe? «Se c'è un progetto forte il resto segue a ruota. Trieste in fondo non ha nulla a parte la cultura e la sua storia, una forza che sta nell'immaginario, e il Porto potrebbe diventare un luogo dell'immaginario del confine, fra cultura, scienza e arte. Anni fa andavano gli scritti dell'urbanista Richard Florida, che ha individuato le tre "T" come fattori fondamentali di cambiamento delle città: tolleranza, tecnologia, talento. Secondo Florida la tolleranza in generale, ad esempio quella verso le persone omosessuali, è un fattore che favorisce lo sviluppo urbano, attirando persone. Noi una città tollerante lo siamo stati, se pensiamo alla nascita stessa del porto franco. La tecnologia c'è, se viene coinvolto il mondo scientifico cittadino, e i talenti in qualche modo hanno a che fare con questa strana città». Come tradurlo in pratica? «Abbiamo bisogno di qualcuno che abbia la visione, anche con la maggioranza contro. Servirebbe un pool di visionari, più che di manager». La variante al Piano regolatore prevede strade e traffico. Cosa pensa da viandante? «Ci sono le strade perché ci amministra ragiona da dentro l'automobile. Pensano che basti metterci una ciclabile, quando va cambiato il modo di vivere la città. La realtà è che da Borgo San Sergio a Largo Barriera ci sono 4 chilometri, 6-7 da Domio al molo Audace. Spazi irrisori. Ciononostante l'80% dei triestini ha almeno una moto o una macchina, e le usa anche per spostamenti minimi. Finché anche gli amministratori sono all'interno di questo modo di pensare, non ci potrà essere un cambiamento. Va ripensata la città». Come? «Guardando ai più fragili. Se penso una Trieste a misura di anziano, disabile e bambino, penso una città in cui tutti sono in sicurezza. Ecco, i più fragili e i visionari sono quelli a cui dovremmo affidare la città del futuro. Solo così potremmo seguire davvero gli esempi di Carlo VI o Maria Teresa, e scommettere su qualcosa che ancora non c'è».

G. Tom.

 

Le associazioni: «Nuova Acquamarina in Campo Marzio»
Gli ex utenti si preparano a reclamare un'alternativa «Nell'antico scalo una Spa. Più attenzione ai disabili»
Stufi di attendere, con la consapevolezza che in Porto vecchio le loro esigenze non troveranno risposta adeguate, le associazioni attive in Acquamarina lanceranno nei prossimi giorni una proposta alternativa. Dal crollo della piscina terapeutica in Campo Marzio il 29 luglio 2019, il sindaco Roberto Dipiazza ha più volte ribadito come l'iter stia proseguendo per una nuova realtà, in particolare nell'area degli ex magazzini Ford, con la proposta fatta al Comune dalla cordata composta da Icop, Terme Fvg e Myrtha Pools. Sabato il Coordinamento nuova piscina terapeutica, realtà che racchiude 20 associazioni, lancerà però una proposta alternativa. «Prendiamo atto che in Porto vecchio si farà una Spa dedicata ai turisti che arriveranno in città nei prossimi 10 anni - spiega la portavoce Federica Verin - quindi chiederemo al Comune di avviare una progettazione nuova in un'altra zona di Trieste, magari proprio in Campo Marzio». Il luogo preciso Verin non lo vuole indicare prima di sabato («sono in corso degli approfondimenti»), ma il cerchio si restringe a pochi siti come quello dell'attuale Acquamarina, però ancora sotto sequestro, l'ampio spazio del mercato ortofrutticolo dove, paradossalmente, Dipiazza aveva lanciato la proposta di creare proprio una Spa quando ancora il Porto vecchio sembrava una soluzione lontana. C'è poi l'ex Meccanografico, per il quale l'amministrazione ha previsto un investimento da 4,6 milioni di euro per la nuova sede di Esatto e di alcuni uffici comunali. Non è poi escluso un centro dedicato nella cittadella dello sport individuata nell'area del terrapieno di Barcola ma i tempi ancora una volta sarebbero troppo incerti. In ultima istanza è in corso di valutazione anche la Zona industriale e delle Noghere. «Abbiamo raccolto oltre 8 mila firme - racconta Verin - e sabato presenteremo una proposta concreta e seria con anche dei testimonial di peso per dare valore alla nostra iniziativa. Lo facciamo in questo periodo con il rinvio in autunno delle elezioni perché non ci interessa fare campagna pro o contro qualcuno. Vogliamo solo una risposta concreta e rapida per i tanti utenti con disabilità che chiedono di ritornare in vasca, poiché quella attività, peraltro presente all'interno di diversi Fondi per l'autonomia possibile, può essere considerata a tutti gli effetti un livello essenziale di assistenza. Serve uno spazio di aggregazione con servizi almeno uguali per qualità e infrastrutture a quelli dell'Acquamarina, anzi, possibilmente migliori e in quantità maggiori viste le lunghe liste di attesa. In Porto vecchio, dai primi disegni resi noti dalla stampa, non vediamo la risposta alle nostre necessità». Sul come verrà realizzato il tutto, Verin ha ancora in testa quello che per lei è l'unico progetto veramente sociale presentato in questi mesi - «tutte le proposte che possono arrivare anche da altri operatori economici sono benvolute» precisa - ovvero quello del costruttore Andrea Monticolo, il quale, contattato, conferma che «il nostro è un progetto tecnico finanziario utilizzabile in qualsiasi zona della città e ancora validissimo». Nel bilancio del Comune nel piano opere 2020 sono stati inseriti 7 milioni e 500 mila euro per il polo in Porto vecchio recuperati con fonti di finanziamento di credito sportivo e privati. Sono stati previsti ulteriori due milioni tra quest'anno e il prossimo per il ripristino della funzionalità della vecchia Acquamarina in Sacchetta.

Andrea Pierini

 

 

Differenziata, +20% in tre anni - E ora a Muggia le lezioni online
Certificato con il report reso noto dall'ente l'ingresso nel "club" degli over 65% per effetto dell'introduzione della raccolta porta a porta
MUGGIA. Quasi 20 punti percentuali in più di raccolta differenziata a Muggia negli ultimi tre anni. L'avvio della raccolta porta a porta nella cittadina rivierasca, percorso già consolidato in moltissimi comuni italiani che hanno raggiunto e superato la quota dell'80% di raccolta differenziata, pone Muggia tra i comuni virtuosi rientrando nella fascia over 65%, in quanto è del 67,57% la quota registrata nel 2019 in riviera. Lo si evince dal report reso noto in questi giorni dalla stessa amministrazione municipale. In provincia fanno meglio San Dorligo con il 73,79%, realtà in cui la raccolta porta a porta è cominciata ben prima, e Sgonico (73,40%). «A oltre tre anni dall'avvio del sistema di raccolta - spiega l'assessore all'Ambiente Laura Litteri - molte cose sono cambiate e migliorate. Dal punto di vista dei dati ambientali, vi è la volontà di intraprendere nuove azioni per alzare ulteriormente l'asticella della qualità e della quantità della differenziata, che è passata appunto in tre anni dal 49% al 69%». «Ora è necessario spingere ulteriormente su nuove azioni di educazione e comunicazione ambientale: in tal senso, è recentemente partita una campagna informativa proprio allo scopo di incentivare il miglioramento della differenziata», aggiunge Litteri, ricordando peraltro l'appuntamento di oggi, con il corso online gratuito sul compostaggio domestico (meet. google.com/fkb-icxk-biq?authuser=0).Accanto a ciò, il gestore del servizio, Net, ha sviluppato una specifica "app" per smartphone e sono in corso progetti educativi scolastici interattivi, in parte già realizzati in occasione della campagna di educazione ambientale Net - Education Scuola, che ha coinvolto gli alunni della De Amicis. «Anche grazie alla motivazione e alla sensibilità dell'amministrazione - fanno sapere da Net - si vogliono sperimentare sistemi innovativi di conferimento degli imballaggi come l'installazione e la gestione in punti strategici di compattatori intelligenti per carta e plastica, dedicati ad esempio alle utenze "non domestiche", con riguardo soprattutto agli esercizi economici ricadenti nel centro storico».

Luigi Putignano

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 marzo 2021

 

Fincantieri si allea con Enel X «Pronti per elettrificare i porti»
Una direttiva dell'Unione Europea impone anche agli scali italiani di adottare sistemi avanzati di mobilità. La transizione energetica
Si rafforza la strategia di Fincantieri che fa della diversificazione e dell'integrazione del business il suo punto di forza. Ieri il gruppo guidato da Giuseppe Bono ha siglato con Enel X, la società del colosso dell'energia che si occupa di mobilità elettrica, una lettera di intenti per collaborare alla realizzazione e alla gestione di infrastrutture portuali di nuova generazione a basso impatto ambientale e per l'elettrificazione delle attività logistiche a terra. I due gruppi in una nota precisano che l'accordo riguarda «l'implementazione del cold ironing, ovvero la tecnologia per l'alimentazione elettrica da terra delle navi ormeggiate durante le soste; la gestione e ottimizzazione degli scambi di energia nelle nuove infrastrutture; sistemi di accumulo e di produzione di energia elettrica, anche tramite l'impiego di fonti rinnovabili, e l'applicazione di celle a combustile».La partnership prevede inoltre che le iniziative messe in campo in Italia possano essere replicate anche in altri Paesi come la Spagna, il Portogallo e la Grecia. La lettera di intenti potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto dei profili normativi e regolatori applicabili, ivi inclusi quelli in materia di operazioni tra parti correlate» . «Il trasporto marittimo rappresenta una quota significativa di emissioni di gas a effetto serra. Le emissioni del settore ammontano a circa 940 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, pari a circa il 2,5% delle emissioni globali di gas serra. Enel e Fincantieri stanno unendo le forze per favorire la decarbonizzazione dei consumi navali in porto» chiarisce Eliano Russo, Head of e-Industries di Enel X. Una direttiva dell'Unione Europea impone ai porti di adottare sistemi avanzati di alimentazione elettrica dal 2025. Un tema chiave per promuovere un modello di sviluppo sostenibile in un Paese come l'Italia, con 7500 km di coste e 42 grandi porti. Fra gli obiettivi del governo c'è anche quello di rendere l'Italia più connessa al sistema dei trasporti europeo e dove sono previsti interventi per la logistica, la movimentazione merci e l'elettrificazione dei principali porti, «a partire da Genova e Trieste», come aveva dichiarato l'ex premier Conte. Vedremo ora come si muoverà l'esecutivo Draghi. Il ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, intervenendo di recente a un webinar organizzato da Assarmatori con Conftrasporto e Confcommercio ha preannunciato che anche per i porti sarà fondamentale il tema della mobilità sostenibile. Fincantieri è pronta.

pcf

 

 

Torna "M'illumino di meno". E Trieste spegne le luci del Municipio
Domani il Comune partecipa alla Giornata del risparmio energetico di Caterpillar
Dalle 19.30 alle 21, domani, le luci della facciata del palazzo del Municipio saranno spente, in occasione di "M'illumino di meno 2021", la Giornata del Risparmio Energetico e degli stili di vita, alla quale anche il Comune di Trieste aderisce. Lanciata da Caterpillar, programma di Rai Radio 2 nel 2005, la campagna è continuata anno dopo anno con l'impegno a diffondere messaggi che promuovono la razionalizzazione dei consumi, l'invito a evitare sprechi nella quotidianità e in generale la richiesta del rispetto dell'ambiente. Un'attenzione che passa anche attraverso gli spostamenti green, utilizzando l'automobile il meno possibile, condividendola magari con chi fa lo stesso tragitto, e privilegiando, ad esempio, gli spostamenti a piedi o in bicicletta. Nel vademecum diffuso online, che chiede ai cittadini, in questa giornata, di contenere soprattutto l'uso dell'elettricità, si legge quando sia importane spegnere le luci di abitazioni, uffici e altri luoghi lavorativi quando non sono necessarie, chiudere completamente gli elettrodomestici in caso di inutilizzo e di non lasciarli in stand by, non esagerare con il riscaldamento in casa, ridurre gli spifferi su finestre e vetri o applicare materiali isolanti nelle abitazioni, per contenere al massimo la dispersione di calore. E ancora, durante la cottura, mettere il coperchio sulle pentole ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola stessa. Viene inoltre sollecitato, dove possibile, di piantare un albero o comunque di creare un nuovo spazio verde. In occasione della giornata che punta l'attenzione sulla riduzione dei consumi, ai cittadini viene domandato anche di condividere e diffondere l'importanza di evitare qualsiasi tipo di spreco, in tutti i settori, anche in quello alimentare. L'edizione 2021 è dedicata al "Salto di specie", dove viene posta l'attenzione su come «l'evoluzione ecologica nel nostro modo di vivere che dobbiamo assolutamente fare per uscire migliori dalla pandemia».In tutta Italia il 26 marzo si spegneranno le luci su piazze e monumenti, come già successo gli anni scorsi, un invito accolto anche da altri Paesi, come l'Austria o la Francia. In alcune città si chiede alla gente di cenare a lume di candela, di spegnere le strumentazioni tecnologiche, in altre di spostarsi con una passeggiata o pedalando, anche servendosi dei servizi di bike sharing, dove presenti. Online, su bit.ly/millumino2021, chiunque può raccontare come ha affrontato la giornata, come si è impegnato in prima persona per ridurre i consumi. Si possono anche condividere foto, video ed esperienze sulla pagina Facebook di Caterpillar.

Micol Brusaferro

 

Alle 18 - Il giardino ecosostenibile

Greening Therapy Live: tra benessere e natura. Oggi, alle 18, con Giacomo Sciortino, perito agrario ed esperto di giardinaggio, si parlerà del giardino ecosostenibile. La trasmissione sarà in diretta su Radioattività e in video sulla pagina Facebook e YouTube di Greening Therapy. Replica domani alle 15.35 su Radio Fragola.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 24 marzo 2021

 

 

L'impronta dell'uomo sull'Antropocene porta dritto al disastro
In un agile manuale appena pubblicato da Il Mulino Emilio Padoa-Schioppa spiega che cosa succede al pianeta
L'epidemia da Covid-19 che stiamo vivendo non è che l'inizio. O almeno uno dei segnali più evidenti e allarmanti del nostro tempo, l'Antropocene. Perché c'è di peggio del virus. Come la "drammatica perdita di specie, e con esse di varietà genetica, ecosistemi, habitat, paesaggi che caratterizza questa epoca". Secondo alcune stime perdiamo tra le 11.000 e le 58.000 specie animali all'anno, di fatto è la sesta estinzione di massa sulla Terra negli ultimi cinquecento milioni di anni. Si dice che stiamo distruggendo il pianeta, ma sarebbe più corretto dire che stiamo distruggendo la vita dell'uomo su questo pianeta. Non è una catastrofe, è semplicemente un cambiamento pericoloso, e se ne può ancora uscire: "L'umanità si trova di fronte a una sfida epocale e siamo davanti a un bivio. La sfida è trovare una modalità tale per cui i progressi che come specie abbiamo compiuto non vadano a scapito delle generazioni future e dei milioni di specie che assieme a noi sono oggi in questo mondo". Parole di Emilio Padoa-Schioppa, docente di Ecologia del paesaggio e Didattica della biologia all'Università di Milano-Bicocca, che firma l'illuminante e agile volumetto "Antropocene - Una nuova epoca per la terra, una sfida per l'umanità" (pagg. 167, euro 12), pubblicato nella collana del Mulino "Farsi un'idea". In linea con la collana, che edita saggi brevi e riassuntivi su svariati argomenti di attualità, il testo di Padoa-Schioppa è una specie di bignami che illustra in modo conciso ma puntuale uno dei temi scientifici più dibattuti e bazzicati a livello mondiale, e cioè come e fino a che punto è arrivato "l'impatto dell'uomo sulla Terra". E questo in una "nuova fase storica in cui l'uomo è in grado di modificare gli equilibri climatici, geologici, biologici e chimici del sistema". L'Antropocene, appunto. Niente di allegro - come dimostra la pandemia che stiamo vivendo - ma nemmeno di catastrofico: "Non è mia intenzione - avverte l'autore - associarmi a chi considera l'Antropocene l'inizio della fine dell'umanità. Non credo possiamo dire questo. Probabilmente l'umanità - o almeno una parte di essa - sopravviverà a uno sconvolgimento e a una crisi ambientale globale, il punto è vedere come e a quale costo". Perché il primo tratto caratterizzante dell'Antropocene è proprio il cambiamento climatico, accelerato - ormai è innegabile - in forma esponenziale dalle attività umane. La Terra, spiega Padoa-Schioppa, è un ecosistema assai complesso, dallo sviluppo non lineare e in continuo mutamento, con o senza l'uomo sul groppone. Il fatto è che ciò che stiamo combinando in termini di riscaldamento globale, alterazione dei cicli biogeochimici, perdita della biodiversità, irreversibile trasformazione di habitat e paesaggi ci torna indietro come un boomerang. A noi, non alla Terra. Il nostro pianeta se ne frega dell'uomo che lo calpesta, e anche la crisi generata dalla pandemia di Covid-19 non è "una risposta della natura alla pressione dell'uomo sulla Terra". Ma di certo un'umanità più numerosa e interconnessa è stata come un trampolino per il salto di specie che è all'origine della diffusione del virus, questo e quelli che verranno. E dunque, dice Padoa-Schioppa, possiamo ancora intervenire per cambiare rotta. Come? In tanti modi, che in buona parte già conosciamo, ma seguendo le quattro parole chiave che indica la scienza: sostenibilità, mitigazione, compensazione, adattamento. Il piccolo manuale dedicato all'Antropocene spiega come si potrebbe fare. Vale la pena ragionarci su.

Pietro Spirito

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 23 marzo 2021

 

 

Anche Eni e Bluenergy in campo nelle riqualificazioni energetiche
Quasi dieci milioni investiti soprattutto nei complessi condominiali anni Sessanta in periferia a Valmaura, Montebello e San Giovanni
L'edilizia si è rimessa in moto con il supporto delle agevolazioni fiscali in materia di riqualificazione energetica. La posa delle isolazioni termiche "a cappotto" su facciate e tetti, la sostituzione delle caldaie condominiali con quelle ad alto rendimento hanno determinato, soprattutto negli edifici realizzati negli anni Sessanta, un dinamismo realizzativo molto significativo, dal punto di vista finanziario e occupazionale. Si tratta di operazioni che implicano interlocuzioni imprenditoriali robuste: un mese fa AcegasApsAmga aveva evidenziato su Trieste l'attivazione di una quarantina di cantieri per un totale di circa 30 milioni di euro, a colpi di 600-700.000 euro per condominio. L'architetto Lorenzo Gasperini, professionista che sta seguendo molti di questi lavori, annota come altri grandi "general contractor" si stiano impegnando su tale versante: è il caso, per esempio, di Bluenergy e dell'Eni. Un gruppo di lavoro "interforze" (termotecnici, amministratori di stabili) - racconta Gasperini - sta collaborando con i "contractor" su alcuni complessi residenziali. Per dare un'idea dell'importanza di questi interventi, la loro somma cuba una decina di milioni di euro. Cinque sono già partiti per un valore di circa 1 milione ciascuno: via Flavia 60 angolo via Gravisi, via Beda 1-3, via Giulia 108, via Montebello 27-29-31-33, via Baiamonti 3.Due sono in rampa di lancio con investimenti sensibilmente superiori. Parliamo di via del Veltro-Strada di Fiume per oltre 10.000 metri quadrati di cappotto termico, che richiede un finanziamento di 3 milioni; a San Giovanni più di 2 milioni sono necessari nel complesso viale Sanzio-via Donatello-via delle Linfe. Il calendario - precisa Gasperini - coprirà l'intero 2021 con altre operazioni. Ma l'elemento economico più interessante per il territorio è che il "general contractor" si avvale di aziende locali, stimolando un indotto decisamente vivace tra edili, impiantisti, serramentisti. Qualche problema, che ora pare risolto, aveva riguardato il meccanismo fiscale tra aziende artigiane, Agenzia delle Entrate, banche. Mentre criticità sono state rilevate, in tema di rincari fino al 25-30% sulle materie prime, dal presidente degli edili confartigianali, Alessandro Zadro. Aumenti che avrebbero come diretta conseguenza la perdita di molte commesse da parte delle imprese. Tali aumenti, infatti, rischiano di inficiare le cifre pattuite nei preventivi emessi nei mesi scorsi dalle imprese edili alla clientela.

Magr

 

 

Alberi eliminati dalla spiaggia - E a Castelreggio è già polemica
Frequentatori e ambientalisti contro il taglio delle piante - I circoli nautici: spazi destinati alle nostre sedi, era previsto
DUINO AURISINA. È di nuovo polemica fra coloro che durante la bella stagione frequentano la spiaggia di Castelreggio e le tre società nautiche - Cupa, Diporto nautico e Sistiana '89 - che stanno costruendo le loro nuove sedi all'interno dello storico comprensorio di Sistiana mare. In questi giorni, con l'avanzare del cantiere, sono stati infatti tagliati numerosi alberi tra quelli che garantivano un po' d'ombra ai bagnanti. E immediata è scattata la protesta. «Questa è senz'altro una delle più belle spiagge dell'intero Friuli Venezia Giulia - spiega Vladimiro Mervic, ex consigliere comunale della Lista per il golfo e da sempre attivo nelle battaglie per la tutela dell'ambiente nel territorio di Duino Aurisina - e ci sembra molto grave la scelta di abbattere alberi che avevano più di mezzo secolo di vita e che assicuravano alle migliaia di amanti del mare, sia residenti del posto sia turisti, un po' di refrigerio all'ombra nelle giornate più torride dell'estate. E non va dimenticato - aggiunge lo stesso Mervic - l'aspetto estetico, perché quella fila di alberi conferiva un aspetto molto gradevole all'intera spiaggia. Ho sempre condiviso la decisione di garantire alle tre società che si insedieranno a Castelreggio il diritto di avere ciascuna una propria sede nautica a pochi metri dal mare - incalza l'ex consigliere comunale - ma non al prezzo di sottrarre un prezioso spazio all'ombra che storicamente era utilizzato dai bagnanti di Sistiana».Della protesta si fa portavoce anche Renata Tacchetto, artefice di numerose battaglie a difesa della spiaggia di Sistiana: «Il taglio degli alberi ci è sembrato un delitto, perché quelle fronde garantivano un po' di fresco ed erano gradevoli alla vista - sottolinea - ma ciò che fa arrabbiare di più è il fatto che si andrà a ridurre lo spazio a disposizione del pubblico, per permettere ai soci dei circoli nautici di avere il loro bar con terrazza. In tanti, tra i residenti, si sono rivolti a me - continua Tacchetto - perché indignati per quanto sta accadendo. Ci rivolgeremo al sindaco Daniela Pallotta - conclude - anche se oramai il danno è fatto».A spiegare le ragioni delle società è il presidente del Diporto nautico Sistiana, Antonio Regazzo: «Il taglio degli alberi - spiega - era previsto nel progetto iniziale, approvato da tutte le competenti autorità, perciò non c'è alcuna sorpresa. In ogni caso - prosegue Regazzo - proprio per fare le cose per bene prima di procedere con il taglio ci siamo rivolti alla Guardia forestale, per avere un parere in più, per quanto non richiesto. È stata fatta da parte dei suoi esperti una ricognizione sul posto e ci è stato confermato che si tratta di alberi che non avevano alcun pregio e che molti erano ammalati, perciò a rischio di crollo. Del resto l'area in cui c'erano gli alberi dovrà ospitare l'edificio della nostra sede. In ogni caso - conclude il presidente del Diporto nautico - posso assicurare che provvederemo a piantare nuovi alberi, di una tipologia più adatta al luogo in cui saranno ospitati».Per Massimo Romita, assessore comunale alle Politiche del mare, «l'avvio dei lavori è un fattore molto positivo, perché segna l'inizio di una nuova fase per tutto il comprensorio di Castelreggio. Questi primi interventi danno in effetti già l'idea di una maggiore pulizia dell'area".

Ugo Salvini

 

 

SEGNALAZIONI - Porto - Si implementi la scelta "green"

Caro direttore, per il Porto di Trieste in arrivo dal governo 400 milioni di euro del programma Next generation Eu, 100 milioni solo per il Molo VII.Altri grandi ambiti di intervento sono la capacità ferroviaria, il rafforzamento della piattaforma logistica, lo sviluppo dei collegamenti retroportuali, l'elettrificazione delle banchine e il complessivo rinnovamento delle due aree di trasformazione: Ferriera e Ex Aquila. Una scelta "green" che detta di fatto la direzione d'uso dei fondi europei. Bonifica di siti inquinati da troppi anni e elettricita' per le navi in sosta oltre al rafforzamento del trasporto su ferro tutte scelte che l'ambientalismo verde ha sostenuto da anni e che ora vengono introdotte. Si può fare quindi, il verde è la svolta, i fondi ci sono, usiamoli bene. Non annunci ma un piano concreto e complessiva di rafforzamento del Porto di Trieste che lo riporti a punto strategico della portualita' internazionale.

Tiziana Cimolino - Verdi Trieste

 

 

Volontari della sicurezza- Le opposizioni fanno muro - Riprende oggi il dibattito sul DDL Roberti

Centrosinistra, pentastellati e autonomisti chiedono all'unisono una modifica radicale dell'impostazione data al testo normativo.

Trieste. Chiamano in causa i sindaci Roberto Dipiazza e Rodolfo Ziberna, contrari all'impiego di volontari della sicurezza. Le opposizioni in Consiglio regionale fanno leva sulle differenti visioni all'interno del centrodestra in materia di sicurezza, per bocciare ancora una volta il ddl Roberti, che oggi riprenderà il suo iter in Aula per essere approvato dalla maggioranza di centrodestra. Ci si attende però più di qualche scintilla, se i capigruppo hanno previsto la possibilità di lavori notturni nell'ultimo giorno di discussione. Centrosinistra, grillini e autonomisti chiedono una radicale modifica del testo, che non è riuscito a ottenere il via nella precedente riunione dell'assemblea di piazza Oberdan, a causa del dibattito fiume scatenato sull'impianto della norma. Per il dem Franco Iacop, «su questa legge c'è un dibattito importante, perché coinvolge società civile e istituzioni, cambiando in modo sostanziale il profilo della Polizia locale con un'impostazione regionale e verticistica. La legge si rivolge poi a professionisti come gli steward, ai volontari e ai cittadini per il controllo di vicinato, ma il prefetto di Trieste ha sottolineato che la sicurezza va gestita dalla Polizia e quello di Udine spiega che in questa regione non esiste un problema sicurezza». Iacop ricorda che «i sindaci di Trieste e Gorizia si sono detti non favorevoli alle ronde, mentre i piccoli Comuni sono preoccupati di vedersi espropriare la gestione della Polizia locale. Preoccupa la volontà di costruire un clima in cui ognuno può sentirsi tutore della legge, che va invece tutelata da professionisti: una visione che fu portante già ai tempi delle ronde padane». Furio Honsell (Open Fvg) chiede che «l'opinione pubblica manifesti: scompare la figura del vigile di quartiere e arriva lo spione di quartiere, visto che la Regione riconosce gruppi e gruppuscoli che diventano i veri tutori del vicinato. Tutto questo alimenta la sfiducia verso chi si sta attorno e incide sulla coesione delle comunità». Per i Cittadini, Tiziano Centis dice «no a forme di cittadinanza attiva e controllo di vicinato: si mette un proiettile dentro un'arma che può diventare pericolosa. La maggioranza crea vigilantes in proprio, sceriffi che possono esacerbare gli animi e vessare i cittadini con la scusa della sicurezza». Il M5s Mauro Capozzella lamenta che l'iter del testo non ha previsto «l'ascolto degli operatori del settore: non abbiamo ascoltato prefetti e capi dei vigili. Ma più di tutto imbarazza parlare di un argomento così decontestualizzato rispetto alla drammatica realtà che stiamo vivendo». Il Patto per l'autonoma denuncia infine con Giampaolo Bidoli che «ai volontari si affida il compito di far rispettare la legalità col rischio di avere personale non formato in giro per i nostri comuni».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 22 marzo 2021

 

 

In 7 anni salvati a Trieste 14 miliardi di litri d'acqua
È il risultato delle misure messe in atto da AcegasApsAmga a partire dal 2013 - Ridotta del 10% la dispersione grazie anche al rinnovo degli impianti cittadini
Ecologia, sostenibilità e lotta allo spreco. Sono le parole d'ordine di AcegasApsAmga che, in occasione della Giornata mondiale dell'acqua di oggi, ha fornito i numeri del contrasto alle perdite portato avanti dall'azienda nelle proprie condotte idriche. E sono ben 14 miliardi i litri persi in meno a Trieste e provincia dal 2013. Da quando, cioè, la multiutility del nordest ha messo in campo una serie di strumenti innovativi, relegando le dispersioni d'acqua a un livello molto prossimo a quello fisiologico, ovvero il 36% (una riduzione di 10 punti percentuale rispetto al 46% del 2013). Una cifra decisamente inferiore rispetto alla media italiana che, secondo l'ultimo report Istat pubblicato nel 2020, registra come in un comune su tre le dispersioni totali siano superiori al 45%. Queste "fughe d'acqua", oltre che fisiologiche, sono dovute anche a rotture e a una certa vetustà degli impianti. Che AcegasApsAmga sta provvedendo a sostituire con ciclici interventi sul territorio, dov'è presente una rete di 910 chilometri di tubazioni nelle quali, solo nel 2019, sono stati immessi oltre 39 milioni di metri cubi d'acqua a disposizione di 231 mila cittadini. Ma come funziona il rilevamento delle perdite? Lo spiega Maurizio Fontanot che assieme al suo collega Andrea Rubin e all'équipe di tecnici specializzati composta da Andrea Olivo, Stefano Jerebica e Matteo Crozzoli, lavorano quotidianamente nella ricerca degli spandimenti lungo l'acquedotto. «Sono tre le modalità di monitoraggio delle dispersioni - spiega Fontanot -: il rilevamento aereo, i transitori di pressione, oppure attraverso l'utilizzo di correlatori ad altissima gittata». Il primo dei tre avviene tramite un piccolo Piper, grazie al quale è possibile trovare la presenza di acqua nel terreno, distinguendola da altri materiali come la sabbia o l'acqua di mare (nel caso della condotta che attraversa il golfo di Trieste). «I transitori invece sono piccole bombe di pressione sparate all'interno delle condotte - racconta sempre Fontanot - che, attraverso la loro riflessione sulle pareti delle tubazioni, consentono non solo di individuare le perdite, ma anche di rilevare anomalie nella condotta in logica predittiva». Per l'ultima tipologia di rilevamento, la squadra di Acegas simula una perdita in piazza Sant'Antonio. Per farlo è necessario "aprire l'acqua" che scorre all'interno di un chiusino. «Grazie a un geofono (particolare microfono che consente di "ascoltare" i tubi) possiamo individuare le perdite anche in zone difficilmente raggiungibili della città - spiega Fontanot -. E se finora queste venivano rilevate a una distanza circoscritta, adesso la nuova tecnologia ci permette di arrivare a quasi due chilometri». Il geofono, infatti, sente che qualcosa non va e chiama all'erta la squadra di tecnici che, giunta sul posto, chiude la tubazione aperta. «Questa tecnologia è efficace in quanto si appoggia a dei distretti idrici - conclude Fontanot - grazie ai quali è stata modellata l'intera rete idrica della provincia di Trieste. Ogni distretto rappresenta una porzione di distribuzione dell'acquedotto in cui viene installato un sistema fisso di misura volumetrica dell'acqua in entrata ed in uscita».

Lorenzo Degrassi

 

Papa Francesco: non e' una merce

«La Giornata mondiale dell'acqua ci invita a riflettere sul valore di questo meraviglioso e insostituibile dono di Dio. Per noi credenti "sorella acqua" non è una merce: è un simbolo universale ed è fonte di vita e salute. Troppi, tanti, tanti, fratelli e sorelle hanno accesso a poca acqua e magari inquinata. È necessario assicurare a tutti acqua potabile e servizi igienici». Lo ha detto ieri mattina a Roma, rivolto ai fedeli, Papa Francesco durante l'Angelus.

 

Coldiretti: allarme siccita'

La siccità rappresenta l'evento climatico avverso più rilevante per l'agricoltura italiana con un danni stimati in media in un miliardo di euro all'anno soprattutto per le quantità e la qualità dei raccolti. È quanto afferma la Coldiretti in occasione della giornata mondiale dell'acqua. Nonostante i cambiamenti climatici l'Italia - sottolinea la Coldiretti - resta un Paese piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi d'acqua che cadono annualmente, ma per le carenze infrastrutturali se ne trattengono solo l'11%. Un lusso che non ci si può permettere .

 

 

Le rondini simbolo di primavera minacciate da pesticidi ed edilizia

Ieri è ufficialmente iniziata la primavera e come celebrarla se non parlando del suo simbolo per eccellenza, la rondine? Un uccello migratore del quale, nonostante nelle nostre zone la sua presenza sia comune, non sappiamo molto, forse proprio per via del suo essere così "viaggiatore" e quindi difficile da osservare nelle sue varie fasi di vita. Attraverso questo viaggio di scoperta ci guida Silvana Di Mauro, Presidente di "Liberi di volare Odv", associazione triestina esperta in rondini, rondoni e balestrucci. Le rondini, come già detto, sono dei migratori che, proprio nel periodo primaverile, fanno ritorno nelle zone di riproduzione, dopo aver svernato nel continente africano. «Il loro viaggio - racconta Di Mauro - è lunghissimo, pericoloso ed estenuante: percorrono anche fino a 14.000 chilometri, attraversando il deserto sub-sahariano, solcando il mare e buona parte del continente africano. Tutto ciò per mantenere "la promessa del ritorno" ai loro siti di riproduzione». Questi animali infatti ritornano non solo nello stesso luogo, ma addirittura nel medesimo nido. Costruiscono il loro rifugio perlopiù in zone sub-urbane, ad esempio sotto portici e androni o in ambienti rurali, come nelle stalle. Nonostante la vicinanza che intercorre tra i nidi, gli esemplari non vivono in cooperazione; in realtà ogni nucleo familiare si mantiene ben separato dalle restanti famiglie. Il nido della rondine è a forma di coppa, fatto di fango reperito nelle pozzanghere e successivamente impastato nel becco con erba e altri vegetali. Negli ultimi anni purtroppo gli esemplari della specie sono in calo: le cause principali sono la distruzione dei nidi per mano dell'uomo o di eventi climatici estremi, la desertificazione sempre più opprimente, i pesticidi adoperati nell'agricoltura. «Come aiutarli? Primo - spiega Di Mauro - : non distruggiamo i loro nidi! Sono preziose alleate, fanno pulizia di insetti, di cui si nutrono. Secondo: dove la rimozione del loro nido è imprescindibile, posizionarne nelle vicinanze uno artificiale». Inoltre, in caso di rinvenimento di uno di questi animali, mai nutrirlo con carne, vermi, pane, semi."Liberi di volare" si è resa protagonista di un'importante operazione di ripristino della colonia di rondini in Porto San Rocco, a Muggia: dopo la distruzione dei nidi causata dalla pulizia annuale e dalle ristrutturazioni eseguite, l'associazione ha collocato ben 20 nidi artificiali, immediatamente colonizzati, poco dopo seguiti dalla costruzione di altri 10 nidi naturali. «Sono ritornate alla grande a ripopolare il borgo - commenta -. Comunque è bene ricordare che distruggere un nido di una specie protetta quale rondine, rondone o balestruccio è reato».L'associazione si impegna sia in attività pratiche di cura e riabilitazione dei volatili grazie al suo Centro di recupero in Strada di Fiume («Qui accogliamo esemplari giovani, adulti e pulli, perché feriti o caduti dal nido» spiega la presidente), che in azioni più teoriche di sensibilizzazione, ad esempio mediante gli interventi nelle scuole. «Con il progetto "Magia d'ali" in due anni abbiamo raggiunto oltre 4 mila bambini in diverse città del Fvg» conclude Di Mauro.

Nicole Cherbancich

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 21 marzo 2021

 

 

Bike sharing affidato a Trieste Trasporti fino alla fine dell'anno
Soluzione-ponte da giovedì 25 per parcheggi e noleggio - Poi sarà lanciata una gara. Individuate tre fasce tariffarie
Una Trieste Trasporti in formato intermodale: non solo bus, non solo tram, non solo acqua, ma anche le bici. Ci manca solo l'ovovia. La società, controllata dal Comune triestino e dal gruppo Arriva (Db), si occuperà del bike sharing, ovvero dei parcheggi e del noleggio delle due ruote sistemati dal Municipio in alcuni punti-chiave del percorso turistico urbano. La concessionaria del tpl (trasporto pubblico locale) triestino se ne occuperà a tempo determinato da giovedì prossimo, 25 marzo (quando terminerà l'impegno di Bicincittà), fino al 31 dicembre del corrente anno. Una soluzione-tampone in attesa che la civica amministrazione bandisca una gara per reperire un gestore vero e proprio del servizio. Poiché il Comune non dispone di strutture e risorse umane tali da assicurare il funzionamento del bike sharing, Trieste Trasporti, anche per la possibilità di coordinare bus e velocipede (molte fermate dei mezzi coincidono con i parcheggi delle bici), è parsa la risposta temporanea migliore, in vista di una possibile ripresa delle visite turistiche. L'assessore Luisa Polli, che ha portato in giunta la delibera, ha sottolineato come non solo il bike sharing si presti come servizio complementare al tpl, ma consenta, in una fase in cui la pandemia è lungi dall'essere debellata, di agevolare un opportuno distanziamento sociale favorito dalla solitudine della pedalata. La delibera, controfirmata dal direttore dipartimentale Giulio Bernetti, individua tre fasce tariffarie: l'utente "sistematico", l'utente "occasionale", il turista. Il "sistematico" potrà fare un abbonamento annuale a un costo di 12 euro, ricaricabile a consumo; il noleggio prevede una prima mezz'ora gratuita, ogni mezz'ora successiva alla prima fino alle prime due ore un "ticket" di 50 centesimi, ogni mezz'ora successiva alle prime due ore di utilizzo 1 euro. Il cliente "occasionale" s'iscrive gratuitamente al servizio con ricarica obbligatoria minima pari a 5 euro; poi la prima mezz'ora richiede 50 centesimi e ogni mezz'ora successiva 1 euro. Ed eccoci al turista: il biglietto giornaliero implica l'esborso di 8 euro nell'arco delle 24 ore, durante le quali l'utilizzo massimo consentito è di 6 ore, anche non continuative. Cioè, il turista prende - per esempio - la bici in stazione, gironzola, poi la lascia al Teatro Romano e va a pranzo, la riprende e completa il tour. Il Comune riconosce al concessionario Trieste Trasporti un contributo pari a 33.500 euro (Iva compresa) più 7.000 euro in pezzi di ricambio. Se gli incassi supereranno i 50.000 euro, Comune e Trieste Trasporti faranno da bravi fratelli: metà per uno.

Massimo Greco

 

 

Ferriera, demoliti gli altoforni - Ora giù gli edifici in muratura
Lavori avanti a ritmo serrato. Le due torri spariscono dallo skyline servolano - Ok da Roma all'abbattimento di tutta l'area a caldo. Tempistiche da definire
I due altoforni sono spariti e ora arriva il via libera alla demolizione degli edifici in muratura. Continua a ritmo sostenuto lo smantellamento della Ferriera e, in contemporanea all'attracco della prima nave alla vicina Piattaforma logistica, da Roma giunge una delle carte attese da Arvedi e Icop per procedere nell'abbattimento dell'area a caldo. Il ministero della Transizione ecologica ha dato il suo assenso, ma restano ancora indefiniti i tempi delle autorizzazioni per le opere successive. Non mancherà il momento pirotecnico, se sarà confermata l'idea di demolire la ciminiera della cokeria con un colpo di dinamite. Nel frattempo i lavori continuano ed è ormai un ricordo il profilo degli altoforni che impattavano sullo skyline di Servola. Le due gigantesche colonne di metallo sono state via via tagliate e rimosse con una gru, mentre le maestranze hanno proseguito nell'asportazione degli impianti e delle parti in metallo nelle varie zone del comprensorio. E mentre da una parte si smonta, pochi metri più in là la Piattaforma logistica ha completato le procedure burocratiche e avviato le sue attività, con l'attracco di un traghetto della compagnia Ulusoy. È il simbolico passaggio di testimone in un'area che da industriale diventerà a vocazione logistica e portuale. Ora Hhla Plt Italy (o meglio il suo braccio operativo Icop) aspetta che una nuova conferenza dei servizi dia il disco verde anche alla messa in sicurezza permanente, che prevede l'asporto dei detriti e la costruzione dei piazzali che ospiteranno il terminal a servizio del Molo VIII. Ma prima ancora dovrà arrivare il permesso per installare nel sito un impianto capace di triturare il calcestruzzo da riutilizzare per livellare i terreni rispetto a quelli della Piattaforma. Servono inoltre le autorizzazioni per la rimozione del "cumulone" vicino a Plt e per creare gli scarichi delle acque. Dopo aver ottenuto il tutto, la Icop di Vittorio Petrucco potrà subentrare agli operai di Arvedi, dedicandosi a demolire le strutture in muratura, asportare le macerie e realizzare i piazzali in calcestruzzo e il sistema di trattamento delle acque meteoriche e di falda: passi che nell'insieme serviranno a isolare gli inquinanti presenti nel terreno e che daranno vita alla pavimentazione su cui sorgeranno il terminal container e i collegamenti ferroviari necessari a trasformare la Piattaforma in Molo VIII. Il via del ministero prevede anche la conservazione di elementi di archeologia industriale: le intese fra privati e Soprintendenza sono già state trovate.

Diego D'Amelio

 

 

"Verde di mare" - Le foreste marine che combattono l'inquinamento
Un webinar alle 17.30 del Wwf e dell'Ogs nella giornata mondiale dedicata ai boschi
Sono il nostro polmone verde, perché con la fotosintesi ci aiutano letteralmente a respirare. Le foreste sono fondamentali per la conservazione della biodiversità e la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici: oggi, 21 marzo, è la Giornata mondiale a loro dedicata. Ma non ci sono solo quelle terrestri: sui fondali di mari e oceani crescono le foreste marine, che svolgono una funzione analoga alle sorelle di terra. Per il secondo appuntamento del ciclo d'incontri "Siamo in onda", organizzato da Wwf Area marina protetta di Miramare e Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), oggi alle 17.30 si parlerà del ruolo fondamentale delle foreste e delle praterie marine e dei progetti di ripopolamento condotti nel golfo di Trieste.Il webinar, dal titolo "Verde di mare", sarà trasmesso su Zoom e in diretta Facebook sulle pagine dell'Area marina protetta e di Ogs, e avrà come protagonisti, moderati da Paola Del Negro, direttore generale di Ogs, Maria Cristina Gambi, della Stazione Anton Dohrn di Napoli, Annalisa Falace e Antonio Terlizzi dell'Università di Trieste. Con la prima relatrice si parlerà in generale dei servizi ecosistemici delle foreste e praterie marine, con Falace ci si concentrerà sui progetti portati avanti nel golfo di Trieste per il loro ripopolamento e con Terlizzi si scoprirà la comunità ittica che le abita.«Con il progetto Roc-PopLife stiamo lavorando insieme ai colleghi di Miramare su alcune aree marine protette, per far ricrescere le foreste sottomarine di Cystoseira, un'alga bruna a rischio estinzione - racconta Falace -. Nonostante le difficoltà indotte dalla pandemia finora il progetto ha funzionato: le plantule che abbiamo messo in acqua a Miramare ora sono fertili e stanno rigenerando a loro volta il sito. Questa primavera dovremmo ampliare l'impianto. Nel frattempo ci sono arrivate numerose richieste di collaborazione per progetti di ripopolamento, perché la tecnica che abbiamo messo a punto, con il prelievo di parti apicali fertili dal sito donatore, in questo caso Strugnano, e il reimpianto nel sito da restaurare, è molto promettente. Ci hanno contattato oltre che dall'Italia e dalla Slovenia, anche dal Marocco e dalla Grecia». La conferenza sarà accompagnata dalle evoluzioni grafiche di Jacopo Sacquegno, che riproporrà visivamente alcuni dei concetti presentati. Questo il link per collegarsi a zoom: https://bit.ly/2Q6Lg6f.Il prossimo webinar è in programma il 22 aprile, per la Giornata Mondiale della Terra: il ciclo di incontri s'inserisce tra le iniziative legate al decennio delle Scienze del mare per lo sviluppo sostenibile (2021-2030).

Giulia Basso

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 20 marzo 2021

 

 

I seguaci di Greta in piazza per il clima - Gli irriducibili "sfidano" la zona rossa
Ridotto rispetto al passato il numero di attivisti muniti di cartelloni che hanno reclamato maggiori tutele per l'ambiente
I seguaci di Greta di "Fridays for future" tornano in piazza Unità d'Italia a Trieste, con una mobilitazione che, come in altre città italiane e in tutto il mondo, punta ad attirare l'attenzione sulla necessità di tutelare l'ambiente. Ma ieri l'adesione è stata scarsa. Poche le persone che si sono presentate all'appuntamento, nonostante gli appelli, diffusi anche via social, a compilare la certificazione e a presentarsi con cartelli e slogan. I messaggi, seppure non molti, sono stati comunque portati dagli attivisti presenti, su striscioni e fogli colorati, con le scritte «lotta per il clima, lotta per la vita», «non c'è più tempo» o «non esiste futuro senza pianeta, non vendiamolo per la moneta». Una decina le persone che si sono presentate alle 15, orario stabilito per l'inizio della manifestazione. Altre si sono aggiunte successivamente, ma con una presenza ben diversa dallo scorso anno, quando la piazza si era riempita soprattutto di ragazzi e anche di famiglie, con bambini coinvolti in un maxi disegno. Evento sotto tono per le limitazioni attualmente in vigore, che hanno lasciata a casa molti ragazzi. Chi ha scelto di partecipare lo ha fatto rispettando le misure previste, tra mascherine e distanziamenti. Anche in questa edizione i messaggi lanciati sono stati gli stessi, con la volontà di chiedere provvedimenti urgenti per salvare il pianeta e per costruire un futuro all'insegna della sostenibilità. Lo sciopero per il clima, così è chiamata l'iniziativa riproposta ieri, è stato portato nelle piazze per la prima volta il 15 marzo 2019. A Trieste la sezione veicola notizie e informazioni attraverso la pagina fridaysforfuturefvg.it/trieste. Il movimento nasce nel 2018 con Greta Thunberg, che diventa in poco tempo un simbolo per la tutela ambientale. La ragazzina sciopera per il clima ogni venerdì, per portare avanti il suo messaggio, ed è l'inizio del Fridays for future, che significa "Venerdì per il futuro". In pochi mesi il suo grido di allarme coinvolge milioni di giovani, e non solo, in tutto il mondo, che ogni anno chiedono che i governi si occupino di cambiamenti climatici, trasformarli in una priorità per l'agenda politica internazionale.

Micol Brusaferro

 

 

Porto Vecchio, due circoscrizioni e Un'altra città bocciano il piano
Ieri confronto online per la rete civica, che chiede un maggiore coinvolgimento dei cittadini e più attenzione al rilancio economico
La rete civica di Un'altra città rilancia la richiesta di un maggiore coinvolgimento dell'opinione pubblica nella progettazione sul Porto vecchio. Intanto Prima e Terza circoscrizione bocciano l'Accordo di programma. Dopo il passaggio per il parere consultivo dei parlamentini rionali, il testo siglato da Comune, Regione e Authority portuale dovrà ora essere discusso a stretto giro in Consiglio comunale. Proprio a questi temi Un'altra città ha dedicato il suo incontro online settimanale finalizzato a influenzare in maniera indiretta la campagna elettorale. All'assemblea erano presenti alcuni protagonisti della corsa per il voto, tra cui la candidata a sindaco del M5s Alessandra Richetti, il portavoce di Adesso Trieste Riccardo Laterza e Sabrina Morena, consigliera comunale di Open. Tra i relatori anche l'architetto e urbanista Luciano Semerani, la fisica del clima all'Ictp Erika Coppola e Mirano Sancin, presidente del comitato tecnico-scientifico dell'Area di ricerca. Sono intervenuti inoltre William Starc, Gianfranco Depinguente, Roberto Dambrosi e Loredana Casalis, tutti impegnati nello studio che Un'altra città ha effettuato sull'antico scalo a partire dal 2018, sfociato nel rapporto "Porto vecchio impresa collettiva. Una strategia per il recupero e per il futuro della città". «I documenti mettono in luce l'assenza di una vera e propria strategia per il recupero del Porto vecchio - afferma Giulio Lauri di Open Fvg, che ha moderato il dibattito per Un'altra città -. Manca il coinvolgimento di cittadini, soggetti economici e parti sociali. Rendita immobiliare e vendita di immobili pubblici di valore sembrano privilegiate, rispetto a un investimento per il rilancio economico e occupazionale».Come detto, nel frattempo si è concluso l'iter dell'Accordo di programma nei parlamentini rionali: Altipiano Ovest e Roiano-Gretta hanno espresso parere negativo, benché non vincolante. «Una settimana fa mi ero appellato alle forze d'opposizione affinché si schierassero contro le scelte urbanistiche di questa giunta - commenta Dean Zuccolo, consigliere della terza circoscrizione di recente passato ad Adesso Trieste -. Al centro del progetto ci sono residenza e commercio, quando la città ha bisogno di nuovi posti di lavoro. Spero che il Consiglio comunale imporrà alla giunta di tornare sui propri passi». «Concordiamo con Adesso Trieste - aggiunge la presidente della Prima circoscrizione, Maja Tenze del Pd -. Non vediamo un progetto di innovazione legato a energie sostenibili». Nelle circoscrizioni quinta e sesta il voto è finito in pareggio. La seconda, quarta e settima si so no espresse a favore.

Lilli Goriup

 

«Con il Recovery plan faremo in cinque anni quello che altrimenti si sarebbe fatto in 20»
La soddisfazione di operatori e sindacati per l'ampliamento delle risorse destinate dall'esecutivo al "pacchetto Trieste"
Trieste. «Faremo in cinque anni quello che si sarebbe fatto in venti». Operatori e sindacati del porto di Trieste festeggiano la conferma da parte del governo Draghi del finanziamento previsto per lo sviluppo dello scalo all'interno del Recovery Plan. Lo considerano il riconoscimento definitivo delle prospettive marittime giuliane, ma mettono in guardia allo stesso tempo sull'importanza di garantire procedure burocratiche snelle. Senza dimenticare che la città dovrà capire che la crescita dei traffici potrà anche comportare qualche disagio sul fronte ambientale. L'agente e terminalista Enrico Samer sottolinea che «il punto più importante è che Trieste e Genova siano riconosciuti come i porti principali d'entrata in Italia. È un grande successo: da anni non si sentivano cose così sagge, ma Trieste è d'altra parte un porto con enorme potenzialità, che ha un piano regolatore approvato e player antichi e nuovi pronti a portare ulteriori traffici grazie alle nuove infrastrutture già previste, perché l'Autorità portuale ha ben chiari i progetti». Secondo Samer, «poter disporre dei 400 milioni del Recovery permette di fare in cinque anni ciò che si sarebbe fatto in venti. I privati sono pronti a investire e il pubblico apre la strada facendo la sua parte, finanziando progetti prioritari che creeranno nuovi flussi di merci e un indotto importante di lavoro portuale». Mentre sta ultimando i preparativi per l'avvio della Piattaforma logistica (la prima nave arriverà oggi), Francesco Parisi non elude i possibili problemi del futuro: «I tempi per utilizzare i fondi sono stretti e mi auguro che i tempi italiani dei lavori pubblici permettano di impiegare tutte le risorse. Vedo inoltre all'orizzonte in città il timore che i volumi del porto possano crescere, con l'inevitabile impatto che questo comporta. Cerchiamo tutti di fare attività sostenibili, ma l'impatto zero non esiste e vedo opposizioni alla crescita di quei traffici che questi investimenti servono a far crescere. Dobbiamo capire se si vuol fare di Trieste un porto che lavora o una sorta di piccola Montecarlo». A nome di tutti gli operatori, il presidente regionale di Confetra Stefano Visintin spiega che «lo stanziamento del Recovery premia il lavoro fatto per tempo dall'Autorità portuale: c'è chi altrove si lamenta dei troppi soldi per Trieste, ma con una piccola nota polemica rilevo che evidentemente non hanno presentato progetti nei termini previsti. Per stare dentro il Next Generation Eu serve fare transizione green: vengono premiate l'idea dell'elettrificazione delle banchine per ridurre l'impatto ambientale, la riqualificazione di Servola e le bonifiche. Bene anche il sostegno all'intervento sull'ultimo miglio ferroviario, che valorizza un porto che ha mostrato con i fatti che è possibile il passaggio dalla gomma al ferro». Visintin difende la scelta di concentrare gli investimenti a Trieste: «Il resto del Fvg? Il piano del governo sarà un volano per tutta la piattaforma logistica regionale, che è al servizio dell'Europa centrale». Il plauso è anche dei lavoratori. Stefano Puzzer (Clpt) nota che «il porto di Trieste ha ritrovato interesse in Italia dopo essere stato completamente dimenticato: questo fa ben sperare per il futuro. Speriamo che tutti gli investimenti siano fatti tutti alla luce del sole e che non siano i soliti progetti che costano alla fine il doppio del previsto e non vengono mai finiti. Speriamo che, dopo tutto questo, si crei anche la scuola per i lavoratori portuali, magari in Porto vecchio: una scuola di formazione sia per chi già oggi è impiegato in porto, sia per ragazzi e ragazze che vorrebbero lavorare in porto e a cui vanno date le basi».

Diego D'Amelio

 

 

La multinazionale Kronospan investe in un impianto green
Il colosso austriaco, produttore di pannelli in legno, ha annunciato un investimento da 250 milioni di euro nel sito di San Vito al Tagliamento (Pordenone) dove realizzerà un impianto innovativo e all'avanguardia all'insegna della sostenibilità. Recupero dell'acqua piovana, utilizzo di legno riciclato, nessuno scarto di produzione, ridotte emissioni, azzeramento del traffico su gomma a vantaggio di quello su rotaia, alcune delle caratteristiche. Previsti inoltre 200 posti di lavoro.

 

 

Nuove luci in galleria e pulizia rafforzata. La Cottur si rifa' il look

Lungo la pista ciclopedonale torna l'illuminazione nel primo tunnel dopo anni di transiti al buio. In arrivo 15 contenitori per l'immondizia

Nuovo impianto di illuminazione in galleria e servizio di pulizia rafforzato, anche grazie a nuovi contenitori per l'immondizia, lungo la pista ciclopedonale Giordano Cottur, frequentato percorso che da San Giacomo sale fino a Draga Sant'Elia e, in tempi di confini "liberi" dal Covid 19, fino alla Slovenia. Un percorso lungo oltre 16 chilometri, asfaltato nella parte che attraversa Campanelle e Altura, e che poi si immerge nella natura carsica con un tracciato sterrato che regala splendidi scorci della Val Rosandra e del golfo. La ciclopedonale, lungo la quale si incrociano pedoni, runner e ciclisti, e che in questa fase di zona rossa rappresenta per tanti residenti l'unica valvola di sfogo per camminare, allenarsi e respirare aria fresca, ha da poco subito un restyling che l'ha resa maggiormente fruibile in alcuni punti. Tra gli interventi realizzati, il nuovo sistema di illuminazione nella galleria Cottur, lunga 250 metri, la prima che si incontra lungo il tragitto da Trieste a Draga Sant'Elia e l'unica illuminata. L'impianto precedente, in alcuni tratti rotto, rendeva la fruizione del tracciato poco agevole, al punto da richiedere l'utilizzo di torce o della semplice luce dei cellulari. Non una situazione priva di rischi, considerata la forte presenza di biciclette, intente a dribblare i pedoni al buio. Da qui la decisione, come confermato dal presidente di Fvg Strade Raffaele Fantelli, di mettere mano al problema, in un quadro complessivo di interventi di miglioria del percorso. Il vecchio impianto, composto da faretti a terra, molti dei quali guasti, è stato sostituito con un nuovo sistema di luci a led collocate sulle volte della galleria. Luci "intelligenti", che si attivano e modulano la potenza della luce in base al numero di persone in transito. «Sono stati installati tre rilevatori che servono a rilevare la presenza di persone nella galleria e di conseguenza modulano la potenza dell'illuminazione, nell'ottica del risparmio energetico - spiega Luca Vittori, ingegnere e direttore Nuove opere in Fvg Strade -. Il tunnel rimane sempre illuminato, ma quando non è utilizzato la luce è ridotta al minimo». Il costo dell'operazione ammonta a 35 mila euro di fondi regionali. I lavori, durati un mese, sono terminati pochi giorni fa. Secondo tema, i contenitori per l'immondizia: «Abbiamo appena firmato l'affidamento del servizio di pulizia alla cooperativa La Quercia, che prevede la posa di 15 nuovi contenitori lungo il percorso e lo svuotamento degli stessi due volte alla settimana. È stato ritenuto necessario implementare il servizio da questo punto di vista - conclude - considerata l'affluenza importante».

Elisa Coloni

 

 

Domani "Verde di mare" con Wwf e Ogs

Per il secondo appuntamento del ciclo d'incontri "Siamo in onda", organizzato da Wwf Area marina protetta di Miramare e Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), domani, alle 17.30, si parlerà del ruolo fondamentale delle foreste e delle praterie marine. Il webinar, dal titolo "Verde di mare", sarà trasmesso su Zoom e in diretta Facebook sulle pagine dell'Area marina protetta e di Ogs, e avrà come protagonisti, moderati da Paola Del Negro, direttore generale di Ogs, Maria Cristina Gambi, della Stazione Anton Dohrn di Napoli, Annalisa Falace e Antonio Terlizzi dell'Università di Trieste.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 19 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - Escavo del porto progetto da rifare - troppo mercurio presente nei fanghi
Secondo il Provveditorato opere pubbliche non si può usare la cassa di colmata per smaltirli. La palla passa all'Autorità
Non c'è alcun via libera e rischia di non averlo mai quel progetto sull'escavo del canale di accesso del porto di Monfalcone concepito inizialmente dall'ex Azienda speciale porto di Monfalcone, poi ereditato dalla Regione che ha cercato di correggerlo e modificarlo. Depositare poi i fanghi di dragaggio nella vecchia cassa di colmata (utilizzata in passato come discarica), come previsto dalla Regione è un ostacolo insormontabile e semmai si dovesse pensare a un escavo bisogna rifare completamente il progetto e visto che si tratta di un'opera di grande infrastrutturazione («di interesse statale e realizzata su aree del demanio statale») a poterlo fare sarà solo una realtà statale come l'Autorità di sistema portuale su indicazioni e con il coordinamento del Provveditorato alle opere pubbliche. Lo aveva sostenuto l'ex direttore del Provveditorato, tra fine 2019 e inizio 2020, ingegner Giorgio Lillini, una bocciatura del progetto ribadita con forza anche dalla dirigente facente funzioni per il provveditore, Cinzia Zincone. Da un anno è sceso il silenzio sul via al progetto di escavo per il quale la Regione ha accantonato qualcosa come 20 milioni, risulta che la stessa Regione abbia più volte chiesto, nelle varie interlocuzioni dopo le conferenze dei servizi, la "consegna delle aree per l'esecuzione delle opere", una consegna che è stata negata, si è parlato poi dell'interessamento del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ma fino ad ora non è giunta alcun via libera finale e a quanto risulta quel progetto è morto, sepolto nella stessa cassa di colmata. Ed è quanto emerge dal parere del Provveditorato regionale, che risale ad alcuni mesi fa, ma di cui la redazione è venuta in possesso solo ora, nel quale si danno tutte le motivazioni del no all'opera come concepita. Non solo si ribadisce quanto aveva sottolineato Lillini che aveva messo in guardia sulla quantità di fanghi da dragare (bisogna riportare il fondale del canale a una profondità di -12,50 metri sino all'imbocco delle dighe) che depositati in cassa di colmata avrebbero creato montagne alte quattro metri. Ma la dirigente Zincone mette in evidenza anche tutta una serie di altre problematiche di grande rilievo. Che riguardano gli effetti del dragaggio sull'uso futuro della cassa di colmata come area industrial-portuale e l'entità degli investimenti necessari per rendere possibile questo uso. Costi enormi per abbattere la quota dei quattro metri dei fanghi, ma soprattutto per bonificare l'area e renderla adatta a nuove infrastrutture portuali: banchine , piazzali, magazzini. La questione nel golfo di Panzano è conosciuta e riguarda il mercurio-cinabro presente nei sedimenti, che storicamente arriva dall'Isonzo che porta tutti i materiali di risulta delle antiche attività minerarie di Idria in Slovenia.Quelle montagne di fanghi dragati e versati sulla cassa di colmata potrebbero comportare «fenomeni di sedimentazioni anomale» con possibili superamenti dei limiti del mercurio nel terreno previsti pure per le aree destinate ad attività produttive/portuali con annessi rischi di ulteriori costi sia per le analisi che per le bonifiche. È tutto da rifare per l'escavo del canale di accesso al porto di Monfalcone, un progetto fermo da decenni che se non sarà cambiato si rischia di non fare mai più.

Giulio Garau

 

 

Traffici su rotaia - I treni da Venezia
La nuova versione del Recovery inserisce la linea ferroviaria Venezia-Udine-Trieste fra gli assi da rafforzare per le sue «connessioni verso il confine orientale», nell'ambito del corridoio europeo che parte da Lione. Il documento non chiarisce però il tipo di interventi e i fondi che potrebbero arrivare. La velocizzazione della Trieste-Mestre costa due miliardi ed è ferma da anni alla fase di progettazione: l'opera è stata commissariata assieme a molti altri progetti infrastrutturali nelle ultime settimane del governo Conte.

 

Le altre linee - la Udine-Cividale
La nuova bozza del piano prospetta il trasferimento della ferrovia Udine-Cividale a Rfi, nell'ambito di una strategia tesa a superare «una gestione frammentata dei network regionali». Il Recovery prevede genericamente investimenti per «lavori infrastrutturali e tecnologici sulla linea», tesi a «migliorare la regolarità del flusso di traffico». Oggi la tratta è in mano alla società della Regione Ferrovie Udine-Cividale. Passerà nei prossimi anni sotto Rfi, assieme ad altre tratte locali gestite a livello territoriale.

 

 

Il lupo ora è alle porte di Trieste - Esemplare investito sul Vallone
Prima presenza certificata di un maschio giovane e in salute, morto sulla strada - L'esperto Filacorda: «Il ritrovamento cambia gli equilibri anche con lo sciacallo»
GORIZIA. Ora la presenza del lupo sul Carso, alle porte di Trieste, è certa. Un esemplare maschio adulto è stato travolto e ucciso ieri mattina lungo la strada del Vallone. L'animale era già stato avvistato da qualche automobilista di passaggio, ma non c'erano ancora prove oggettive che si trattasse effettivamente di un lupo. C'è voluto purtroppo l'incidente di ieri per averne la conferma definitiva. L'investimento da parte di un veicolo sconosciuto è avvenuto nei pressi dell'abitato di Micoli. La carcassa è stata segnalata ai carabinieri alle 6.30 ed era ancora calda quando gli incaricati del recupero sono arrivati sul posto. Si presume quindi che l'incidente sia avvenuto intorno alle 6.20 o, comunque, non prima delle 6. Dai traumi riportati dall'animale l'impatto deve essere stato piuttosto violento. In base a una convenzione tra la Direzione centrale Risorse agricole, forestali e ittiche della Regione, l'Università di Udine e l'Istituto Zooprofilattico delle Venezie, il lupo è stato consegnato al dipartimento di Scienze agroalimentari ambientali e animali dell'ateneo friulano. A esaminarlo saranno ora il medico veterinario Stefano Pesaro e il dottor Marco Bregoli. La collaborazione tra le tre realtà servirà ad ottenere dati di natura sia biologica, sia scientifica e alcuni campionamenti saranno messi a disposizione anche del Museo friulano di Storia naturale di Udine. L'obiettivo generale del progetto è capire lo stato di salute della fauna selvatica del Friuli Venezia Giulia.Quello di ieri è stato il sesto lupo ad essere recuperato in regione dall'inizio del 2020. Come nel caso del Vallone, per questi animali la principale causa di morte è l'investimento. In attesa dei riscontri di natura prettamente scientifica, si può intanto dire che l'esemplare travolto tra Micoli e Palchisce aveva circa due anni, pesava poco più di 36 chilogrammi e si trovava in condizioni fisiche perfette. Rispetto allo sciacallo dorato, il lupo è più grande: il primo pesa mediamente 11 chili, il secondo oscilla tra i 30 e i 40. Anche se di dimensioni maggiori e più longilineo, nelle immagini scattate dalle fototrappole - in mancanza di riferimenti metrici - si fa fatica a distinguerlo dallo sciacallo e per questo la sua presenza sul territorio isontino non era stata ancora mai confermata in maniera ufficiale.«Questo è il primo segnale di una presenza del lupo sul Carso e conferma sospetti che già avevamo. Apre uno scenario interessante: può trattarsi di un esemplare in dispersione alla ricerca di una partner con cui accoppiarsi. Ma da dove provenga e se abbia trovato una compagna, al momento è difficile da dire. Di certo, le analisi ci permetteranno di capire se appartiene alla popolazione slovena o a quella italiana o se, magari, è il risultato dell'incrocio delle due», spiega a questo proposito Stefano Filacorda, ricercatore e coordinatore degli studi sulla fauna selvatica dell'Università di Udine.Di certo l'investimento conferma che la biodiversità del Carso è sempre maggiore. È di pochi mesi fa l'avvistamento di un orso che, nelle vicinanze di Peteano, si stava muovendo lungo la Strada provinciale 8. A trovarsi faccia a faccia con il grosso carnivoro era stato un rider goriziano e il suo passaggio era stato poi confermato da un'impronta ritrovata lungo un sentiero a Poggio Terza Armata da una gradiscana. «La presenza del lupo - prosegue Filacorda - cambia gli equilibri della zona perché ora lo sciacallo ha un predatore. Si potrebbe riequilibrare un sistema che al momento pende verso lo sciacallo. Il lupo, in ogni caso, ha areali che, semplificando, sono circa 15 volte maggiori. Questo significa che l'uno non si sostituisce all'altro. A Yellowstone, per esempio, l'introduzione del lupo ha portato alla diminuzione del coyote e all'incremento di specie in crisi come la lepre o il coniglio».

Stefano Bizzi

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 18 marzo 2021

 

 

Bonifiche, Roma trasferisce le aree ma non gli otto milioni - il sito di interesse nazionale
La firma del ministro Roberto Cingolani, titolare del neo-ministero della Transizione Ecologica, decreta e conferma che 242 ettari del Sito inquinato (Sin) passano sotto la gestione amministrativo-ambientale della Regione Fvg. Roma trasferisce a Trieste in pratica la competenza sui "piccoli operatori", mantenendo quella sulle grandi partite come la Ferriera e l'ex Aquila (192 ettari) . Cingolani certifica la posizione assunta in gennaio dal direttore generale del ministero (allora dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare) Giuseppe Lo Presti. E non cambia neanche l'orientamento sulle risorse rispetto a quello del precedente esecutivo quando ministro era Sergio Costa: niente da fare, il governo trasloca la "giurisdizione" ma non gli 8 milioni, che l'accordo di programma datato 2012 appostava per le caratterizzazioni e per le analisi di rischio. Fabio Scoccimarro, assessore regionale all'Ambiente, prende volentieri atto che la Regione si occuperà di una consistente fetta del Sin, come richiesto dall'imprenditoria triestina bloccata per anni da procedure seguite nella Capitale a ritmi di immaginabile lentezza. Ma deve anche riprende, suo malgrado, il cahier de doléance legato ai quattrini denegati: «Sottoporrò la questione nei prossimi giorni alla corregionale sottosegretaria del nuovo ministero Vannia Gava, affinchè interceda con il governo su questo punto».Il comma 2 dell'articolo 2 del "decreto Cingolani" puntualizza che «per le aree escluse dal perimetro (quelle trasferite alla Regione ndr) dette risorse potranno essere utilizzate esclusivamente per interventi già approvati dal Ministero». La Regione - riporta il comma 1 dello stesso articolo - «subentra al Ministero nella titolarità dei relativi procedimenti».Sul tema interviene Carlo Alberto Masoli, titolare della Geosyntech che ha nel carnet un bel numero di fascicoli legati alle bonifiche: «La rapidità procedurale è un fattore essenziale, se in precedenza le conferenze dei servizi in sede ministeriale avvenivano una volta all'anno, in Regione potranno essere convocate perlomeno a scadenza mensile. Un salto di qualità che consente a investimenti, fermi da 4-5 anni, di riprendere il loro corso».Con il "decreto Cingolani" la competenza della Regione si estende a quasi 320 ettari: 75 risalgono a un analogo provvedimento assunto dal ministero nell'inverno 2018 (giunta Serracchiani), ai quali s'aggiungono i 242 ettari "freschi". L'asse di via Caboto, la zona delle Noghere: non meno di 150 imprese saranno finalmente libere dall'incubo di trasferte capitoline e potranno semplicemente recarsi in via Carducci nella sede assessorile. Il pressing delle aziende si esplicò un anno fa, quando - era appena deflagrata la prima ondata pandemica - in 16 firmarono una lettera a Scoccimarro sollecitando un nuovo stralcio dal Sin: tra questi Illy, Facau, Bruno Pacorini, Pittway, Java Biocolloid, Samer (Ortolan Mare).

Magr

 

 

 

 

 

ANSA - MERCOLEDI', 17 marzo 2021

 

 

Illy, Nestlè e Fvg, intesa per recupero capsule caffè - Assessore Scoccimarro, prima intesa pubblico-privato del genere

TRIESTE, 17 MAR - Creare una filiera per il recupero delle capsule esauste che derivano dalla preparazione del caffè, che al momento vengono smaltite nelle discariche o nei termovalorizzatori, con la realizzazione di un apposito impianto che ne separerà la parte umida da quella in plastica e in alluminio. E' lo scopo del protocollo d'intesa per la realizzazione del progetto pilota di recupero delle capsule esauste di caffè in plastica, firmato oggi tra la Regione Fvg, Illy, Nestlè, AcegasApsAmga, A&T 2000, Net e Arpa Fvg, che dovrebbe divenire operativo a partire da luglio.
L'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Fabio Scoccimarro, ha sottolineato che si tratta della "prima collaborazione in Italia tra pubblico e privato" di questo tipo "che ha come fine ultimo lo sviluppo dell'economia circolare".
"Siamo consapevoli che la sfida per un mondo sostenibile si può vincere solo unendo le forze, perché questo tipo di collaborazione può basarsi solo su una comunione di valori condivisi e quando si parla di bene comune e rispetto dell'ambiente non ci deve essere competizione ma collaborazione", ha affermato l'amministratore delegato di illycaffè, Massimiliano Pogliani.
Secondo la Business Executive Officer di Nestlé, Federica Braghi, la firma del protocollo "significa dar il via alla volontà di aiutare nel riciclo delle capsule esauste e cercare di costruire un percorso virtuoso".

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 17 marzo 2021

 

 

Progetto superato per Porto vecchio - Riccardo Laterza e Giulia Massolino -  portavoce di Adesso Trieste
Nel suo ventennio da primo cittadino Roberto Dipiazza dovrebbe aver maturato un'esperienza sufficiente per sapere che è lecito, e anzi salutare, che in politica si confrontino prospettive diverse sullo sviluppo della città. Il Sindaco, invece, taccia qualsiasi critica e posizione diversa dalla sua come frutto di incompetenza o addirittura di risentimento o invidia nei suoi confronti. Non si capisce peraltro la ragione di tanta agitazione, considerata l'opposizione blanda che gli è stata riservata nel corso degli ultimi anni, culminata nel voto favorevole del centro-sinistra alle linee guida sul Porto vecchio poco più di due anni fa. Le scelte politiche in campo urbanistico della Giunta Dipiazza difendono un modello di sviluppo che appartiene al passato e non è più sostenibile: incentrato sul mercato immobiliare e sull'erogazione di servizi, giocato al ribasso sul costo del lavoro. La proposta di Adesso Trieste è di ricostruire una base produttiva ecosostenibile per la città, connessa con i settori del Porto e della ricerca, che garantisca un lavoro di qualità a chi vuole restare o tornare. Variante sul Porto vecchio - Il Sindaco sostiene che in Porto vecchio potranno insediarsi anche industrie ad alta tecnologia: falso, perché tra le destinazioni ammesse dalla variante promossa dalla Giunta c'è quella direzionale (ovvero uffici) ma non quella produttiva); la residenza, inoltre, dovrà essere la funzione prevalente sulle altre, fino a un massimo del 70% dei volumi dei magazzini del "sistema misto". L'idea del Comune è dunque quella di provare a riempire il Porto vecchio di funzioni per le quali la città offre già abbondante spazio oggi inutilizzato (12. 000 alloggi e 1. 800 negozi vuoti in tutta Trieste). Ridurre il ruolo di Ursus a quello di super-agente immobiliare è un errore macroscopico, agevolato purtroppo dall'ormai famoso "emendamento sulla sdemanializzazione" dell'allora senatore Russo, che prevede la vendita degli immobili come unica strada da percorrere per la valorizzazione dell'area del Porto vecchio. Si tratta di una previsione che andrebbe rivista. Piano Urbano della Mobilità Sostenibile - Nel 2019 Dipiazza ha firmato il "Patto dei Sindaci per il clima e l'energia" , attraverso il quale si impegna a ridurre le emissioni di CO2 del 40% entro il 2030. Non è chiaro come intenda raggiungere questo ambizioso obiettivo, considerando che il Pums - lo strumento che regola la mobilità, che contribuisce per il 28% alle emissioni - non ne prevede alcuna riduzione. In controtendenza con qualunque città europea, il Piano prevede invece la diminuzione degli spostamenti pedonali, disegna turborotonde e parcheggi, lascia dunque inalterato un sistema incentrato sull'auto. Anche la tanto dibattuta ovovia è un'opzione di mobilità disegnata per lasciare indisturbato il traffico di auto private. Non costituisce una vera soluzione al problema dell'accesso da nord alla città, e presenta invece grossi impatti ambientali. Diverse associazioni cittadine e migliaia di cittadini si sono già espressi numerose volte per evitare questo spreco di denaro pubblico e puntare piuttosto su un sistema tranviario moderno - come fatto a Bologna, Reggio Emilia, Torino, Padova - integrato con la rete ferroviaria esistente. Piano Particolareggiato Centro Storico - C'è ben poca visione di futuro anche nel Piano Particolareggiato del centro storico, che prevede di destinare enormi spazi in pieno centro città a parcheggi, attrattori di traffico che costituiscono parte del problema anziché della soluzione. Alcuni di questi sono perfino a ridosso di scuole o asili, come quello previsto in via Tigor, dove i residenti chiedono invece di poter usufruire di aree verdi inaccessibili da decenni. Mentre tutte le città europee puntano a costruire parcheggi di scambio all'esterno del centro, collegati con moderni sistemi di mobilità pubblica, la Giunta vuole riempire sempre più il centro di auto private. Parco del Mare - Nel suo intervento il Sindaco si è dimenticato di nominare un altro mega-progetto che va nella direzione opposta a uno sviluppo sostenibile della città: il Parco del Mare, cui il Comune ha contribuito con una variante urbanistica nell'area della Lanterna, agevolando la scelta della Camera di Commercio di destinare 8 mln di euro di fondi dei suoi aderenti per questo progetto, anziché per azioni concrete di sostegno al commercio locale messo in ginocchio dalla pandemia. Il Parco del Mare è un anacronistico zoo liquido, cartina di tornasole di un modello di turismo non più sostenibile per un territorio. Lo stesso modello del turismo crocieristico e degli alberghi di lusso con i quali questa Giunta sta svuotando il centro storico, puntando sulle ricadute occupazionali ma omettendo il fatto che siano posti di lavoro mal pagati e senza tutele, come racconta la vertenza delle lavoratrici dell'Hotel Savoia. Una visione di futuro non può fare a meno di prevedere forme di turismo meno impattanti sulla città. Per questo Adesso Trieste propone un eco-parco del mare diffuso, che avvicini non solo i turisti ma anche i cittadini al mare, promuovendone la tutela e rendendolo un nuovo spazio di promozione di stili di vita sani nel rispetto dell'ambiente. Sono tutti temi sui quali sono molti i cittadini che hanno ed esprimono idee diverse da quelle dell'attuale Giunta. Idee che meriterebbero attenzione e non derisione o sbrigative bocciature, e su cui Adesso Trieste chiede un confronto pubblico con il Sindaco. Per costruire il futuro che la nostra città si merita non si può più fare politica con il paraocchi rivolgendo lo sguardo solo al passato.

 

Ok a Parco HiTech e industria green - Antonella Caroli, presidente sezione Trieste e consigliere Nazionale di Italia Nostra

Leggiamo sul Piccolo del 13 marzo l'articolo "A Trieste la centrale della transizione verde" a firma Giorgio Perini che ci fa molto piacere perché richiama e conferma il progetto dell'Imperial Energy Park - un parco tecnologico incentrato sulle energie rinnovabili - già da noi preparato e presentato nel 2018 al Comune, al Ministero della Cultura, alla Regione e all'Area di Ricerca, per la sua realizzazione in Porto vecchio. Si tratta della valorizzazione di Trieste, città Capitale della Scienza che, con la totale collaborazione di tutti i Centri Scientifici, di Ricerca e le Università della città, accolga tutte quelle Aziende interessate ad approfondire lo studio e l'applicazione delle nuove energie pulite e rispettose dell'ambiente. Le risorse economiche del Porto Vecchio, già destinate allo sviluppo delle attività del Porto Nuovo grazie al lavoro del presidente Zeno D'agostino e alla presenza amburghese, aumenteranno ancora di più, non appena i vaccini faranno ripartire il lavoro in tutti i Paesi del mondo e d'Europa, tanto da diventare uno dei più grandi porti d'Europa. Oltre a questo si aggiungerà il traffico di navi passeggeri e merci e Trieste sarà costretta ad utilizzare tutto lo spazio occupato dalla Ferriera. Il Governo, le Istituzioni locali e gli Arvedi di certo troveranno una corretta intesa per liberare l'area ed iniziare subito la riconversione utile, oltre a formare il personale per nuove collocazioni. Fincantieri e Wartsila saranno interessate a sviluppare un traffico navale sempre più pulito e questa evoluzione potrà partire da Trieste. Tra questi obiettivi va in prima realizzazione la riqualificazione del Porto vecchio, a cominciare dal restauro e dal riuso dei grandi edifici storici, nel rispetto della loro identità originaria così come avvenuto per la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica, restaurate grazie all'intervento dell'Associazione Italia Nostra che si è attivata per reperire i fondi necessari per i primi restauri in Porto vecchio. Così pure per quei fondi che ora il Comune sta usando per preparare il Porto vecchio alla riqualificazione generale, che dovrà essere anche totalmente autosufficiente per quanto riguarda l'energia: un importante biglietto da visita di cosa si deve fare per ridurre l'inquinamento. Ci auguriamo che l'intero processo venga finanziato e guidato da un team adeguato e preparato, per valorizzare, in tempi stretti e in maniera intelligente ed integrata, quest'opera incomparabile per l'alto valore storico e culturale. Le nuove realizzazioni devono essere all'altezza dell'architettura storica, senza depauperare il valore culturale dell'area tanto da renderlo irriconoscibile o confuso a causa di alterazioni improprie. Non dimentichiamo il lavoro più che ventennale svolto da Italia Nostra tra Trieste e Amburgo: rapporti e relazioni che hanno già portato risultati eccellenti e che andranno incentivati e sviluppati insieme alle imprese costruttrici locali che hanno dimostrato già le loro capacità negli interventi di restauro. I nostri gioielli devono essere affidati a professionisti preparati che conoscono già il Porto vecchio. Un patrimonio abbandonato che stiamo raccogliendo con il cucchiaino e che sta riemergendo pian piano da un torpore durato più di 80 anni. Ben vengano investitori istituzionali, come la Regione, negli importanti magazzini del complesso Brauser & Vetter, nell'area di coniugazione urbana che potrebbe segnare il passaggio dal pubblico al privato, così come nell'area del polo museale. Pubblico e privato in collaborazione perché si rispetti il luogo, la sua storia e l'identità originaria della sua architettura. Dopo aver coinvolto i protagonisti della riqualificazione della Speicherstadt e dell'Hafencity di Amburgo, e prima di qualsiasi altro investitore, mi pare giusto incoraggiare l'interesse delle Assicurazioni Generali. Tra gli interventi del Piccolo, il Ceo Philippe Donnet, il presidente Galateri e Lucia Silva hanno espresso, tra gli obiettivi generali, un piano di molti miliardi che coinvolgerà anche le numerose Compagnie di Assicurazioni Europee per lanciare un piano di aiuti internazionali per le medie e piccole imprese dell'economia reale, per offrire nuove opportunità di crescita e condivisione, per sostenibilità e responsabilità sociale e per la lotta ai cambiamenti climatici. L'obiettivo di impegnarsi al passaggio all'energia pulita e rinnovabile è anche una prima protezione contro ogni pandemia. Le Generali hanno, tra le migliaia di clienti nel mondo, quelle aziende che intendono investire nelle nuove energie pulite e qui a Trieste potranno trovare accoglienza. Aiuterebbe molto la realizzazione della Zona Doganale Franca e auspichiamo che le forze politiche si battano per attrarre aziende da tutto il mondo. Da questo nasceranno migliaia di posti di lavoro per i giovani che faranno diventare sempre più grande Trieste. Italia Nostra vigilerà e sarà garante della riqualificazione, che si spera avvenga nel rispetto delle normative e dell'importanza storica degli edifici, perché l'interesse c'è, le competenze pure e anche la liquidità necessaria per fare un lavoro eccellente. Mai come ora si è presentata la possibilità di creare una solida struttura organizzativa che possa dare lavoro alle prossime generazioni. Porto vecchio ha il potenziale di diventare l'attrattore di idee scientifiche e tecnologiche innovative, di applicazioni necessarie a traghettare il paese verso la transizione energetica pulita, la sede prestigiosa e vantaggiosa per molte aziende che vogliono espandersi in Europa e che necessiteranno dei nostri giovani. Seguiamo i passi istituzionali che in questi recenti anni hanno superato l'empasse, anche se siamo ancora in partenza, auspicando di fare il salto di qualità negli interventi architettonici che devono prima di tutto rispettare la storia e l'architettura dello straordinario patrimonio del Porto vecchio, che abbiamo il dovere di salvare e valorizzare con il coinvolgimento di tutti gli attori principali della città, per farlo riemergere da un torpore durato 80 anni.

 

 

Potatura degli alberi - Accuse dagli ecologisti Bussani: ingiustificate - il comune promette però un censimento del verde
MUGGIA. «Da troppo tempo a Muggia assistiamo impotenti a potature devastanti e a continui abbattimenti di alberi, che stanno erodendo inesorabilmente il nostro prezioso patrimonio arboreo, un bene della collettività, tutelato dalla Costituzione, da leggi italiane ed europee». A dichiararlo sono Nelly Cosulich e Giuliana Corica del Comitato Muggiambiente, secondo le quali le tecniche che le ditte incaricate stanno mettendo in atto sono «la capitozzatura e la successiva spollonatura con motosega», che risultano essere «interventi troppo invasivi e violenti» tali da pregiudicare «non solo l'armonia e lo sviluppo della chioma, ma la stessa sopravvivenza dell'albero», in quanto «dalle grandi ferite entrano malattie di ogni genere e i rami, ridotti a poveri moncherini, non riescono a produrre le foglie necessarie». Con conseguenti danni alle radici e alla stabilità stessa dell'albero. Sulla questione è sceso in campo anche Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro di Legambiente Trieste, il quale proprio nel pomeriggio di ieri ha incontrato gli assessori Francesco Bussani e Laura Litteri, in incontro definito «proficuo, in quanto è stato stabilito che il Comune di Muggia si doterà di un piano del verde consono ed effettuerà un censimento del patrimonio, pubblico e privato, degli alberi». Bussani riferisce a propria volta di aver incontrato «due settimane fa le rappresentanti di Muggiambiente mentre oggi (ieri) ho avuto una riunione online con Legambiente. In entrambe le occasioni si è trattato di discussioni costruttive a proposito della gestione del verde muggesano. Legambiente alcuni mesi fa ci ha inviato una proposta inerente il regolamento del verde pubblico e privato e, basandoci anche su questa, l'ufficio comunale competente è al lavoro per redigere il regolamento per Muggia». Quanto però alle critiche specifiche «rispetto all'abbattimento di alcuni alberi», all'avviso di Bussani sono «ingiustificate, perché gli interventi sono sempre stati effettuati per motivi di sicurezza o per il compromesso stato di salute delle piante stesse. Gli alberi abbattuti saranno in ogni caso sostituiti con nuove essenze».

LU.PU.

 

 

"Pedoci" proibiti a tavola - Team di esperti studierà le tossine fuori stagione - Dopo il blocco di quasi tutti gli allevamenti
Trieste. Sarà un gruppo di specialisti della materia, che operano nell'ambito del Piano strategico 2018-2023 avviato a suo tempo dalla Regione per tutelare i consumatori nel comparto alimentare, a cercare di individuare le cause che hanno portato al blocco della raccolta delle cozze nel golfo di Trieste, ad eccezione della zona di allevamento di Muggia Ts 02, per la quale è arrivata lunedì la revoca del blocco stesso. La ferma è stata decisa perché all'interno dei "pedoci" ora si trovano delle tossine che possono nuocere al sistema gastrointestinale: un fenomeno anomalo per la stagione perché solitamente si verifica a settembre. Lo annuncia Gaetano Zanutti, coordinatore del progetto legato appunto al Piano e responsabile del settore agro-ittico-alimentare della Legacoop del Fvg. «La giunta regionale - ricorda - a suo tempo ha approvato una delibera che costituisce l'ossatura del disciplinare redatto proprio per definire le regole che riguardano la raccolta dei molluschi bivalvi, stanziando la somma di 500 mila euro, e per incrementare così sia i controlli da parte delle competenti autorità sia le autoverifiche che possono essere effettuate dagli stessi operatori del settore».«Il progetto - aggiunge Zanutti - prevede la collaborazione con l'Istituto zooprofilattico delle Venezie e con la Direzione regionale sanitaria». Capire le cause di quanto sta accadendo nelle acque del golfo potrebbe aiutare pure a prevedere quando il fenomeno si esaurirà, permettendo così la ripartenza della raccolta. In questa fase, nelle pescherie di Trieste, le cozze in vendita provengono da altri mari. «I controlli devono essere estremamente precisi - riprende Zanutti - perché siamo in un momento particolare. In ogni caso non sarà facile individuare le cause della presenza delle tossine in questa stagione dell'anno, ma dovremo fare tutti gli sforzi possibili per venire a capo di questa situazione».

u.sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 16 marzo 2021

 

 

L'ex hotel Obelisco di Opicina aggiudicato alla famiglia Andretta.

Nessun concorrente ha sfidato l'offerta del settembre scorso pari a 1 milione e 950 mila euro.

Il gruppo Andretta ha ottime possibilità di diventare il proprietario dell'ex hotel Obelisco a Opicina. Il vicepresidente Marco Andretta non si sbilancia: preferisce attendere l'ultimo giro di questa vorticosa giostra immobiliare, per poi scegliere tra più opzioni. Quella dell'albergo, quella del residenziale, quella della casa di riposo sembrano le più percorribili, ma nulla è scontato. Ieri alle ore 12.30, nella sede Sivag di Segrate a pochi chilometri da Milano, si è svolta "in presenza" l'asta del prestigioso rudere disegnato da Gae Aulenti: l'ultimo prezzo era stato formulato dagli Andretta il 26 settembre dello scorso anno e non ha trovato competitori. Per cui la curatela milanese del fallimento Gladstone, che aveva in stiva l'ex albergo carsolino, ha aggiudicato i quasi 62.000 metri quadrati del vasto compendio al gruppo friulano per la cifra di 1 milione 950.000 euro. La procedura all'articolo 108 della Legge fallimentare prevede un altro step, in quanto il collegio dei curatori - Patrizia De Cesari, Giorgio Canova, Andrea Zonca - informerà dell'esito il giudice delegato del Tribunale milanese. Entro 10 giorni - su istanza del fallito, del comitato dei creditori o di altri interessati, previo parere dello stesso comitato dei creditori - il giudice può sospendere, con decreto motivato, le operazioni di vendita, qualora ricorrano gravi e giustificati motivi ovvero impedire il perfezionamento della vendita quando il prezzo offerto risulti notevolmente inferiore a quello giusto, tenuto conto delle condizioni di mercato. Paiono ipotesi remote, tuttavia Andretta, che ha presenziato all'asta, ha preferito mantenere una prudenziale e scaramantica cautela nel confermare l'ambito acquisto, rispondendo al telefono durante il ritorno da Segrate. Anche perché sul palco dell'Obelisco non sono finora mancati i colpi di scena da un anno a questa parte. Ripercorriamo le tre puntate di questo thrilling immobiliare. Nel febbraio 2020 l'Obelisco venne aggiudicato provvisoriamente alla "Fur Veicolo 4", società partecipata dagli imprenditori giulio-friulani Gabriele Ritossa, Alessandro Pedone, Alberto Diasparra. La cifra era di 1 milione 125.000 euro, la quotazione più bassa raggiunta dal dismesso albergo, che le perizie, effettuate in tempi diversi, avevano stimato prima 4,6 poi 2,6 milioni. La gioia dei tre soci durò poco, perché il 10 marzo fu comunicata ai curatori un'offerta migliorativa del 10% a 1 milione 237.000 euro, presentata dalla triestina Matt, titolare Stefano Campestrini. Dunque si tornò in gara, alla quale parteciparono anche Ritossa e soci, e il 16 settembre l'ex Obelisco venne espugnato dalla Matt per 1 milione 765.000 euro. Fatta? Neanche per sogno. Una decina di giorni dopo, quando batteva il 26 settembre, scesero in campo gli Andretta con una proposta migliorativa di un altro 10% che raggiungeva il milione 950.000 euro. Allora fissazione di un nuovo appuntamento di gara alle Idi di marzo del 2021: ma, come s'è visto, nessuno ha preso l'ascensore che, calcolando il 10% indispensabile per candidarsi, avrebbe alzato la soglia a 2 milioni 145.000 euro.

Massimo Greco

 

Alberghi, camping, nautica, market - Cent'anni di storia imprenditoriale
Una forte presenza nell'area adriatica con otto strutture ricettive - In vista un supermercato a Pordenone e lo sbarco a Monaco di Baviera
Gli Andretta sono imprenditori di lunga navigazione, dotati di un curriculum secolare. Dalla "patria" Lignano si sono mossi verso il golfo di Trieste, verso il Quarnero, verso l'entroterra friulano. Dipende dal tipo di investimento, perché il gruppo, che complessivamente dà lavoro a circa 400 addetti, ha due direzioni di marcia: il turismo-nautica, il commercio alimentare al dettaglio. Lasciando perdere per un attimo l'abbraccio di ieri all'Obelisco, la prossima meta riguarda l'apertura di un supermarket a Pordenone. Sarà il sesto dopo quelli già operativi di Gemona, Sacile, Codroipo e quelli "balneari" di Grado e Lignano. Ma si raggiungerà rapidamente il "settebello" con l'esordio in terra bavarese a Monaco. All'attività tradizionale ricettiva, impostata all'interno di alberghi e di camping, gli Andretta hanno aggiunto anche la gestione dei "marina": infatti a gennaio hanno definito l'acquisto dello "Shipyard & Marina Sant'Andrea", proveniente dal fallimento Ema, in precedenza Altan pre-fabbricati. Lo scalo si trova vicino a San Giorgio di Nogaro, realizzato nelle acque dell'Aussa-Corno.Può contare su un'area di 200.000 metri quadrati, dove trovano ospitalità, tra terra e mare, 700 natanti, accoglibili fino a una lunghezza di 30 metri. Il fondale è di 5 metri. Il "marina" si avvale di una struttura di rimessaggio equipaggiata con vasca di alaggio, travel lifts, ampi spazi coperti, in grado di effettuare ordinaria e straordinaria manutenzione. Marco Andretta riepiloga le principali attività sul fronte turistico. A Lignano due alberghi, "Adria " e "Gloria", oltre al camping Sabbiadoro. A Grado dal 2017 sono proprietari del camping Punta Spin. A Cherso i compendi "Kovacine" e "Kimen". Durante il 2019 la famiglia Andretta ha messo a segno un colpo a Trieste, dove ha comprato l'hotel Città di Parenzo in via degli Artisti, quasi dirimpettaio dell'ex teatro Filodrammatico, in via di riqualificazione a cura del trio Ritossa-Pedone-Diasparra: in questo momento l'albergo ha chiuso ma dovrebbe riaprire i battenti attorno alla festività pasquale.

Magr

 

 

«A Servola la memoria della Ferriera affidata ai cilindri d'acciaio alti ventotto metri»
La soprintendente Bonomi: «Uno spazio di visita con elementi vincolati, da adattare anche la terrazza per una vista panoramica»
La parte progettuale deve essere ancora sviluppata. Intanto però da palazzo Economo, spiega la soprintendente Simonetta Bonomi, sono già stati forniti gli indirizzi sui quali basare il futuro spazio di visita della Ferriera di Servola: sarà una struttura in situ, caratterizzata dai vecchi cowper, alti cilindri per recuperare il calore del gas dell'altoforno, provvisti anche di terrazze, dalle quali i visitatori potranno godere di una vista panoramica. Dottoressa Bonomi, perché la Soprintendenza ha chiesto che venissero conservate alcune parti della Ferriera, una realtà che invece in tanti volevano veder smantellata il prima possibile? È evidente che la Ferriera era un elemento del paesaggio molto disturbante, per quel che riguarda le mie competenze. Infatti abbiamo dato parere positivo allo smantellamento per una pulizia generale dell'area, che era necessaria. Tuttavia, il nostro ruolo è quello di conservare certi valori, anche storici. E quindi ci è venuto in mente di mantenere una parte della struttura che ricordi che lì c'era la Ferriera di Servola, scegliendo dunque qualcosa che conservi in situ la sua memoria. Che cosa resterà quindi? Con quale criterio avete scelto i pezzi che rimarranno? Abbiamo individuato congiuntamente con l'Autorità portuale e l'impresa Icop (impresa esecutrice dei lavori per la nuova Piattaforma logistica) alcune strutture che non interferiranno con il futuro uso della Piattaforma logistica. Abbiamo deciso di mantenere due cowper, apparecchi in acciaio che venivano utilizzati per recuperare il calore del gas dell'altoforno. Si tratta di due cilindri di cinque metri di diametro e 28 di altezza, ai quali sono affiancati due camini di un metro di diametro e 40 metri di altezza, che hanno una terrazza calpestabile da rendere praticabile ai visitatori per una visione panoramica. Ci sono degli elementi mobili che verranno preservati? Sì, ad esempio i carri siluro del 1920, utili a trasportare la ghisa liquefatta. È ancora da decidere dove inserirli. Come avverrà il restauro di queste strutture e come verrà organizzata l'area di visita? È tutto ancora da pensare. Adesso proseguirà la demolizione che non coinvolge gli elementi fissi che abbiamo scelto. Altra questione è lo sviluppo progettuale della Piattaforma logistica, un capitolo nel quale rientrerà sicuramente anche la parte museale. Quindi verrà realizzato un museo? Da dove nasce l'idea? Diciamo uno spazio di visita. La vera prescrizione era di conservare degli elementi a memoria, poi lo sviluppo di uno spazio di visita è venuto discutendo. Non si sa se sarà vicino, attorno o dentro ai cowper. Adesso è un'idea, non ancora un progetto. Serve un vostro parere per il progetto per il prolungamento della Piattaforma logistica nel sito della Ferriera? Il progetto della Piattaforma logistica è previsto su un'area che è soggetta a un'autorizzazione paesaggistica, perché in riva al mare e quindi tutelata ope legis (per forza di legge). Che cosa vi aspettate dal progetto su quest'area? Io ripongo speranze di miglioramento dell'area con questo intervento, quindi è un mio auspicio che la progettazione di strutture industriali possa essere sviluppata in maniera gradevole. Quali linee dovranno essere rispettate? In generale le altezze e l'inserimento del progetto nel paesaggio generale. Bisogna considerare quindi vari punti di vista: cosa si vede dalla città? E dal mare? Da vedere quindi l'effetto skyline rispetto a quello che c'è dietro e attorno. Sono discorsi comunque teorici, per ora. La valutazione va fatta su un progetto specifico.

Benedetta Moro

 

 

Contenzioso sulle antenne - L'udienza slitta al 7 aprile
Slitta a mercoledì 7 aprile, subito dopo Pasqua, l'udienza - prevista in un primo tempo ieri - sul contenzioso tra la padovana P-Sphera e l'emittente pubblica slovena Rtv riguardo la cosiddetta "guerra delle antenne". La parte italiana, rappresentata dall'avvocato fiorentino Felice Vaccaro, ritiene che la tv slovena "invada" l'area triestina con 4 antenne a 2000 watt puntate a 350°, mentre dovrebbe operare a non più di 500 watt a 130°.

 

 

Tossina fuori stagione nel golfo - "Pedoci" triestini vietati a tavola
Proibito temporaneamente il commercio di cozze allevate in gran parte dell'area - La colpa è di una sostanza che solitamente si accumula nel periodo autunnale

"Pedoci" vietati sulle tavole dei triestini. Troppo elevata, nelle cozze di gran parte del golfo, la presenza di acido okadaico, una tossina prodotta da alcune specie di alghe, le cosiddette "dinoflagellate", che si accumula nelle spugne e nei molluschi e che può facilmente diventare causa di sindromi intestinali acute ancorché passeggere, dovute per l'appunto all'ingestione di "pedoci" contaminati. A stabilire il divieto di raccolta e di conseguenza della relativa commercializzazione dei "molluschi bivalvi vivi" sulla riviera triestina, ad eccezione della zona T02 Muggia (per la quale è arrivato il via libera), è stata l'Azienda sanitaria, con un provvedimento firmato dal direttore del Servizio di igiene degli alimenti di origine animale Paolo Demarin.«La delibera della giunta regionale 923 del 7 giugno del 2019 - si legge nel testo dell'Asugi - prevede che, in caso di superamento dei limiti di legge delle biotossine algali, il Servizio veterinario debba emanare il provvedimento di temporanea sospensione della raccolta riguardante l'area interessata». Le sanzioni per chi non rispetta il divieto sono molto salate. «Chiunque immette sul mercato molluschi bivalvi vivi senza che gli stessi transitino per un centro di spedizione - prosegue il provvedimento - sarà punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da mille a seimila euro». Il blocco della raccolta riguarda, nel golfo di Trieste, una decina di imprese del settore, per un totale di una quarantina di addetti. Inevitabile la preoccupazione per un fermo inatteso: «La presenza di questa tossina - precisa Guido Doz, esponente della Federazione italiana maricoltori - è ricorrente. Possiamo dire che almeno una volta all'anno, per qualche settimana, è inevitabile procedere con la sospensione dell'attività di raccolta. Ciò che sorprende in questo caso è il momento in cui il fenomeno si è palesato, perché solitamente questa situazione si verifica fra settembre e ottobre. Questo anomalo anticipo dei tempi andrà studiato e ipotizziamo sia riconducibile alle variazioni climatiche in atto. In ogni caso - conclude Doz - chi dovesse inavvertitamente mangiare "pedoci" contaminati avrebbe, come massima conseguenza, la necessità di doversi recare con notevole frequenza in bagno». «Il problema lo risolviamo andando a comperare i "pedoci" all'ingrosso su altre piazze dove non c'è contaminazione - spiega Paolo Grassilli, titolare dell'omonima pescheria del centro - perché così siamo sicuri di poter offrire un prodotto sano e garantito. Molti triestini sono a conoscenza del fenomeno e, una volta saputo che i nostri provengono da zone sicure, procedono con l'acquisto». Anche Salvatore Pugliese è titolare di una pescheria ed esprime lo stesso concetto: «Basta andare a rifornirsi all'ingrosso sulle piazze dove non c'è contaminazione».«Il divieto dell'Asugi - è l'opinione di Angelo d'Adamo, presidente regionale della Federconsumatori - rappresenta una garanzia per tutti. Significa che i controlli sono accurati e che non si esita ad adottare un provvedimento quando c'è di mezzo la salute. Questo - prosegue - è il risultato di anni di lotte, che hanno visto la nostra e le altre associazioni che operano a tutela dei consumatori in prima fila per identificare i diritti di cui devono beneficiare tutti i cittadini. Oggi (ieri) fra l'altro è la Giornata mondiale dei diritti dei consumatori, perciò la coincidenza è favorevole per ricordare l'importanza dei controlli».

Ugo Salvini

 

 

La raccolta differenziata nel territorio ronchese ha raggiunto il 77,72%
RONCHI DEI LEGIONARI. Da gennaio a dicembre 2020 a Ronchi dei Legionari sono stati raccolti 6.119.827 chili di rifiuto, di cui 4.664.138 differenziati e 1.337.253 di indifferenziati. Una raccolta che attesta la percentuale media annuale della differenziata al 77,72%. Un dato importante che potrebbe migliorare, ma indica già come i cittadini ronchesi abbiano una certa coscienza ambientale e si siano adattati bene al sistema di raccolta. È giugno il mese in cui si è differenziato di più con l'80,55%, il mese peggiore è dicembre, con il 72,19%. La maggior parte dei rifiuti raccolti, dunque, vanno al riciclo e, quindi, rappresentano una grande risorsa. Sono 505,72 i chilogrammi di rifiuti pro-capite prodotti in questo periodo dai ronchesi, media calcolata con numero abitanti al 31 dicembre 2020 di 11.867: 116,60 chili di secco indifferenziato, 71,93 di umido, 34,99 di plastica e metalli, 54,38 di carta e cartone, 38,06 di vetro e 7,65 di Raee, ovvero di elettrodomestici e parti di elettrodomestici. Ogni cittadino in generale ha prodotto 505,72 chili di rifiuti. Complessivamente 237.106 chili che sono stati conferiti nell'area ecologica di via del Lavoro Artigiano. La pulizia delle strade ha permesso di raccogliere 127.400 chili di spazzatura, mentre gli ingombranti, spesso raccolti da Isa Ambiente direttamente a casa dell'utente su chiamata, hanno raggiunto quota 155.720. Tra il materiale meno conosciuto raccolto separatamente ci sono i rifiuti biodegradabili prodotti da cucine e mense, ben 1.465.640 chili, il legno (256.880), ma anche le apparecchiature elettriche, con 70.760. E, ancora, carta e cartone (645.380), imballaggi di vetro (436.620) e vernici (9.010). La collaborazione con Isa Ambiente è stretta e molto puntuale. «Certo, c'è ancora molto da fare sul fronte degli abbandoni di rifiuti - dice il sindaco Livio Vecchiet, soddisfatto dell'impegno dei cittadini nella raccolta differenziata - per questo è sempre più vasta l'azione della nostra Polizia locale che cerca con ogni mezzo di smascherare atti illeciti».

LU. PE.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 15 marzo 2021

 

 

Oggi il nuovo round per l'ex Hotel Obelisco: si riparte da 1,9 milioni
Il sito in disarmo rimesso sul mercato dai curatori milanesi - Si attendono altri rilanci dopo quello della famiglia Andretta
È una "mesata" di aste, dalle idi di marzo a metà aprile, tra vecchi e nuovi protagonisti dell'habitat immobiliare triestino. Dopo l'operazione Fratelli Prioglio, lo storico comprensorio logistico di Prosecco acquisito mercoledì per un milione dal Gruppo Samer attraverso la partecipata italo-turca Timt, il primo appuntamento di peso riguarda stamani un nuovo round per l'aggiudicazione dell'ex Hotel Obelisco a Opicina. L'ultimo prezzo offerto è quello della famiglia Andretta, proprietaria di camping e alberghi in regione e nel Quarnero, che ha messo sul piatto poco più di 1,9 milioni per l'albergo disegnato da Gae Aulenti negli anni Settanta e per una superficie di oltre 30 mila metri quadrati. I curatori milanesi della vendita, visto che nelle ultime tornate la valutazione è lievitata di 800 mila euro rispetto alla base d'asta, tentano nuovamente il mercato. Lunedì 12 aprile, a cura dell'avvocato Enrico Guglielmucci, si vedrà invece chi la spunterà tra le offerte che saranno state presentate entro giovedì 8 per un bar-ristorante-affittacamere a Fernetti, nel Comune di Monrupino: per una superficie commerciale di 631 metri quadrati e una superficie scoperta di 1.574, il prezzo base è di circa 413 mila euro, con offerta minima di quasi 310 mila euro. Il giorno seguente, il 13 aprile, toccherà poi al commercialista Matteo Montesano curare la cessione di un edificio, in corso di costruzione, attiguo al Montedoro Freetime, nel Comune di Muggia. Un compendio dove insistono il fabbricato, che avrebbe dovuto ospitare un hotel, alcuni magazzini e locali tecnici: Montesano chiede un milione e 500 mila euro, e qui l'offerta minima si ferma al 75%. E sempre a proposito di pubblici esercizi, il 16 aprile l'avvocato Andrea Martinis tenterà di vendere l'edificio che ospita l'Albergo Al Viale in via Nordio: chiede un milione e ottomila euro, con offerta minima a 756 mila: il valore originario di stima sfiorava i due milioni.

Massimo Greco

 

 

Acquario, pozzi neri a vista «Temporanei in attesa della nuova rete fognaria» - i nuovi cuboni fanno discutere Muggia
MUGGIA. In questi giorni, all'interno del sito di Acquario, sono apparsi dei cuboni in cemento che hanno attirato l'attenzione dei muggesani. Sulle pagine social nelle quali si discute delle questioni che riguardano proprio la cittadina rivierasca c'è chi ha persino ipotizzato che si trattasse dei nuovi chioschi previsti nel progetto di riqualificazione. Poi con il passare del tempo si è capito che questi cubi grigi altro non sono che vasche al servizio dei bagni dei chioschi. Necessari in quanto la zona ancora non è servita da un collettore fognario. A chiarire la questione è il vicesindaco con delega ai Lavori pubblici Francesco Bussani: «La soluzione delle vasche è quella prevista dal progetto che la Conferenza dei servizi ha autorizzato per la messa in sicurezza del terrapieno di Acquario. Si era ipotizzato - evidenzia Bussani - di interrare le vasche almeno parzialmente, ma l'ipotesi è stata scartata perché non conforme alle autorizzazioni ricevute». Resta da capire quanto tempo questi tre cubi - sono tre, tanti quanti i bagni al servizio dei tre chioschi previsti - resteranno parte integrante del paesaggio del nuovo lungomare muggesano. «Si tratta - rimarca Bussani - di una soluzione temporanea perché sono già stati predisposti gli allacciamenti per collegare i bagni con la futura condotta fognaria che dovrebbe arrivare fino a Lazzaretto. È già stato commissionato dal Comune uno studio per valutare tutte le utenze che potrebbero beneficiare del suddetto collegamento fognario e la sistemazione di Acquario rafforza la necessità di realizzare l'opera, peraltro già richiesta all'Ausir negli anni scorsi». Un lavoro quello della rete fognaria, che quando sarà terminato, come sottolineato dal vicesindaco, «oltre che le abitazioni private sul percorso costiero, permetterà di allacciare la Base logistica, il campeggio e tutte le abitazioni del versante sopra Lazzaretto, con numeri che giustificano abbondantemente l'investimento». Per un investimento che, spiega Bussani, «dipenderà dall'Ausir, ente con cui ci apprestiamo a confrontarci dopo aver più volte segnalato la cosa negli anni precedenti. Personalmente credo sia un'opera necessaria che, insieme ad altre, da troppo tempo non ottiene attenzione da parte della Regione. Credo che questa possa essere la volta buona».In tanti sui social stanno poi sostenendo che la scelta di "tombare" piuttosto che bonificare l'area potrebbe inficiarne la possibilità di un utilizzo ottimale, ma anche qui Bussani argomenta i motivi della scelta: «La rimozione di tutto il terreno con una bonifica radicale sarebbe costata più di dieci volte rispetto a quanto si è speso per la messa in sicurezza attuale e nessuno avrebbe mai finanziato un intervento del genere, destinando con ogni probabilità l'area a rimanere abbandonata a se stessa per sempre. La scelta attuale invece ne consentirà l'utilizzo in sicurezza».La cosa sicura è che questi tre cuboni resteranno a vista per un periodo, a oggi, imprecisato, per l'impossibilità di interrarli. Alla domanda se si è pensato a come camuffarne l'impatto visivo Bussani assicura che «saranno fatte le valutazioni del caso una volta che i lavori dei chioschi saranno ultimati. Non ci dovrebbe essere invece nessun impatto olfattivo. Verranno montati dei filtri di un metro per un metro, che, ricordo, sarebbero stati montati anche qualora fosse stato possibile interrare i manufatti».

Luigi Putignano

 

 

Nuova formazione online per produttori biologici -  oggi alle 18

Prodotti bio da condividere. Aiab Fvg e AiaB organizzano una serie di incontri on-line, per tre lunedì, rivolti ai produttori biologici del Friuli Venezia Giulia.Dopo il primo incontro sui bandi europei, oggi, alle 18 avrà luogo "Condividere / strumenti e supporto per i produttori: l'Aiab Fvg" con Daniela Peresson, referente Sissar, Davide Zimolo, responsabile FarmSuite e Terre.bio e Giulia Battisti, responsabile punti Godo regionali. In questo secondo appuntamento il tema sarà il supporto delle associazioni al settore del biologico. Aiab Fvg presenterà strumenti ed esempi pratici sui servizi per operatori agricoli, trasformatori e rivenditori dei prodotti biologici, presentando il supporto tecnico, l'attività didattica e le iniziative per la vendita dei prodotti bio (da Godo al nuovo terre.bio). Durante l'incontro verrà anche presentato il nuovo software gestionale promosso da Aiab FarmSuite. La partecipazione è libera e gratuita con iscrizione obbligatoria su www.aiab.fvg.it/farebio2021.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 14 marzo 2021

 

 

Il no di Adesso Trieste al piano Porto vecchio - la controproposta
Adesso Trieste dice no alla variante sul Porto vecchio e invita le forze di opposizione a fare lo stesso. Ieri Dean Zuccolo, consigliere della Terza circoscrizione che ha aderito al progetto civico lanciato da Riccardo Laterza, ha annunciato il suo voto contrario nell'ambito del parere sull'Accordo di Programma. «L'insediamento residenziale causerebbe squilibri nel mercato immobiliare e nel tessuto commerciale», ha spiegato Zuccolo: «Il tutto senza un rilancio economico e occupazionale. La variante del Comune contiene una visione di mobilità incentrata sull'auto, con cinque parcheggi e una turborotonda in piazza Duca degli Abruzzi. La cittadinanza andrebbe coinvolta in simili scelte. Pertanto quando la circoscrizione dovrà esprimere il proprio parere, obbligatorio ma non vincolante, voterò contro. Invito i colleghi a fare lo stesso». «La città ha 12mila alloggi e 1.800 negozi vuoti - ha aggiunto Laterza -. Porto vecchio deve diventare una piattaforma produttiva per insediamenti industriali e artigianali leggeri, ad alta tecnologia, connessi con formazione, cultura e ricerca. Trasformarlo nel quarto borgo storico, o trasferirvi gli uffici della Regione, sono scelte che vanno in direzione opposta». «L'antico scalo può diventare un riferimento internazionale - ha concluso Leo Brattoli -, un parco eco-produttivo, anche grazie a investimenti pubblici come Next Generation Eu».

L.G.

 

 

Trieste Verde chiede al sindaco Dipiazza una moratoria sul 5G - la battaglia di Fogar
Sanità, antenne e ripetitori 5G. Sono questi i temi degli ultimi incontri pubblici della lista Trieste Verde, discussi nella sede del Circolo Miani di via Valmaura. «Pretendiamo che qualunque nuova tecnologia immessa sul mercato garantisca la più assoluta e inconfutabile innocuità e sicurezza per le persone e per l'ambiente - queste le parole del rappresentante del movimento Maurizio Fogar -. Per questo motivo nelle scorse settimane abbiamo inoltrato al sindaco Roberto Dipiazza, attraverso uno studio legale, la documentata richiesta di emettere un'ordinanza o una delibera di moratoria all'installazione di tecnologie utili a diffondere il segnale 5G nel territorio comunale, sul modello di quanto fatto in regione da altri sindaci, a partire da quelli di Udine e Sacile». Trieste Verde chiede anche di evitare il posizionamento di antenne e ripetitori di telefonia mobile in prossimità di strutture sanitarie ed assistenziali, scolastiche, ricreative e all'interno di zone densamente abitate. L'altro tema strategico per il futuro di Trieste è quello della sanità, a detta di Fogar, «ormai in preda al marasma. Ad un anno dall'inizio dell'emergenza Covid-19 i medici del reparto di Pneumologia sono ancora obbligati a decidere quali pazienti ricoverare e quali no perché il reparto è saturo e il personale stremato - sostiene ancora Fogar - mentre gli ospedali sono costretti, ormai da tempo, a rinviare gli interventi già programmati per le altre patologie. Una situazione - sottolinea lo stesso responsabile della lista - figlia delle politiche di tagli, favoritismi e clientele con la quale abbiamo dovuto convivere negli ultimi anni».

L.D.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 13 marzo 2021

 

 

A Trieste la centrale della transizione verde - Giorgio Perini
Qualche giorno fa sono stati pubblicati sul Piccolo, uno accanto all'altro, due commenti: uno sulla mancanza di un'identità univoca e riconoscibile del progetto per il Porto vecchio e l'altro sulle conseguenze, all'interno e all'esterno dell'Ue, dell'obiettivo di decarbonizzazione dell'Europa da qui al 2050. Trieste potrebbe affrontare i due temi congiuntamente, con una visione di alto profilo e farsi portabandiera della transizione verde voluta dall'Ue. Incominciamo dalla dimensione globale dell'obiettivo di decarbonizzazione entro il 2050 che va ben al di là dei confini dell'Unione europea e questo non solo per il mix di risorse energetiche utilizzate ma anche per meccanismi come la carbon tax (o più correttamente Carbon Border adjustment mechanism), ovvero una sorta di "dazio ambientale" che l'UE intende applicare sulle importazioni dai Paesi extraeuropei (o europei geograficamente, ma non membri dell'Ue), meno rigorosi quanto a normative ambientali. Per prevenire i pesanti effetti negativi sulle economie di questi Paesi, in particolare nell'area di vicinato all'Ue, si renderanno necessarie forme di sostegno alla transizione verde, in particolare per le imprese di minori dimensioni. Occorreranno finanziamenti (si ipotizza l'intervento della Bei- Banca Europea per gli investimenti - attraverso lo "Small business fund") ma anche imprese specializzate nelle tecnologie necessarie. Tra i Paesi interessati ci sono quelli dei Balcani occidentali, dell'ex Unione sovietica e la stessa Russia. Un'area che, con gradazioni diverse, ha sempre riconosciuto - e continua a riconoscere - a Trieste un ruolo di ponte verso l'UE e l'occidente in generale, ruolo tra l'altro attribuito alla Regione con la Legge sulle aree di confine (L. 19/91) di cui si è da poco festeggiato il trentesimo anniversario. Ma anche all'interno dell'Ue occorrerà ovviamente un grosso sforzo di adeguamento ai nuovi vincoli ambientali e questo giustifica la possibilità di finanziare almeno parzialmente i relativi costi, per salvaguardare la competitività delle nostre imprese. Ma attenzione: salvo radicali (e improbabili) cambiamenti di rotta delle politiche europee, questi aiuti non potranno più essere concessi quando sarà ormai obbligatorio adeguarsi alle nuove norme, ma solo per anticiparne l'attuazione o addirittura per investimenti ambientali spontanei, non ancora previsti da alcuna norma. Quindi il momento giusto per aiutare le imprese nella transizione verde in anticipo sugli obiettivi per il 2030 e 2050 è adesso e le risorse pubbliche utilizzate a tale scopo devono essere viste come un investimento piuttosto che una spesa. Ma il Porto vecchio cosa c'entra? Innanzitutto potrebbe ospitare un distretto di eccellenza delle tecnologie ambientali, ovviamente collegato con le istituzioni di ricerca e trasferimento tecnologico presenti a Trieste, ma soprattutto potrebbe essere concepito fin da subito come uno showroom delle più avanzate soluzioni disponibili in campo energetico-ambientale. Il Porto vecchio potrebbe vantare così una "mission" di esperienza pilota a livello europeo (se non mondiale) della decarbonizzazione ed attirare cervelli ed investimenti, ma anche commesse, in un ciclo virtuoso che, tra l'altro, inverta il trend demografico negativo della città. Questo implica a mio avviso scelte chiare, sia in positivo che in negativo. In positivo per l'uso esclusivo di energia pulita da fonti rinnovabili (per esempio idrogeno verde? ), di sistemi di cattura e stoccaggio (e possibilmente riutilizzo) della Co2, per l'opzione di realizzare edifici passivi con ampio uso della domotica, ecc. In negativo per quanto riguarda la circolazione di veicoli con motore a scoppio che potrebbe essere azzerata realizzando apposite "aree di scambio" all'ingresso del porto vecchio, tra veicoli privati e navette elettriche (o alimentate ad idrogeno) e biciclette (magari a pedalata assistita), ovviamente abbinate ad una rete di piste ciclabili degne di questo nome. Difficile credere che un progetto così - che, oltre a puntare alla ripresa dell'economia locale, anticipi gli obiettivi del "green deal" europeo, promuova l'innovazione, vada a beneficio delle generazioni future non solo di Trieste e dell'Italia ma di tutta Europa ed oltre - non trovi lo spazio che merita nel recovery plan italiano per beneficiare dei fondi del Next Generation Eu.

 

 

Rimozione di binari e traversine del tram: si chiude la prima fase in via Commerciale
Vitale One in azione nel tratto dall'incrocio con Salita di Conconello alla fermata di Banne. Prosegue la realizzazione dei nuovi marciapiedi
Da sempre vicini, uno al fianco dell'altro. Dal 1902 i binari del tram correvano paralleli anche lungo tutto il tratto finale di via Commerciale, ben più antica essendo stata inaugurata nel 1779 dal governatore von Zinzendorf. Oggi quella che è la "strada" del tram appare nuda, senza binari e traversine, smontati e accatastati nel piazzale di Monte Grisa al fianco dei nuovi manufatti che dovrebbero essere posati almeno in parte, meteo permettendo, già prima di Pasqua. Il cantiere dopo mesi di sonnolenza è tornato a vivere e dai primi giorni di marzo ad oggi, la Vitale One, che ha vinto l'appalto, ha praticamente completato la rimozione della linea nel tratto dall'incrocio tra via Commerciale e Salita di Conconello a salire fino alla fermata di Banne. «Molto dipende dal tempo - conferma Raffaele Vitale, direttore tecnico di cantiere -: oggi (ieri) a causa della pioggia abbiamo dovuto interrompere l'intervento in quanto le strade sono piccole e in forte pendenza per i bilici, quindi era complicato riuscire a raggiungere la zona dei lavori». I binari vengono rimossi lungo un chilometro dei cinque chilometri e 175 metri totali del tracciato da piazza Oberdan a piazzale Monte Re. Il tram dalla sua costruzione, iniziata il 28 ottobre del 1901 e completata a settembre del 1902, ha subito diversi interventi: si era proceduto, in passato, alla sostituzione di brevi tratti di traversine e poi nel 2005, al termine della revisione ventennale, era stata cambiata la funicolare con l'installazione di due nuovi "carro scudo" senza cabina al posto di quelli gialli con lo spazio per il manovratore. Un altro periodo di stop importante si era registrato nel 2012 quando il deragliamento di una vettura aveva spinto Trieste Trasporti, affidataria dell'impianto, ad anticipare dei lavori rilevanti come la sostituzione delle grandi pulegge della sala motori a Vetta Scorcola e di alcuni tratti di binari e traversine. Ci vollero quasi due anni per rivederlo in funzione. Il 16 agosto 2016 lo scontro frontale fra due vetture. Ora i tempi della ripresa sono ancora incerti e nessuno vuole sbilanciarsi. Lo stesso Vitale conferma che «stiamo cercando di fare un regalo alla città di Trieste per finire quanto prima». In realtà la deadline era stata fissata dal bando al 12 gennaio scorso: «Ci sono stati però dei problemi di progettazione - spiega Vitale - ma ora stiamo procedendo. Aumenteremo le squadre forse già prima di Pasqua». Ieri la pioggia ha costretto gli operai a restare fermi, in via Commerciale però ci sono le squadre che si stanno occupando dell'adeguamento delle fermate, come richiesto da Ustif. A campo Cologna e sotto la chiesetta di via Commerciale sono già state create le basi in cemento sulle quali verranno realizzati i nuovi marciapiedi, alla fermata di Conconello invece è iniziato lo scavo. Girando per il cantiere si possono trovare ancora dei resti delle traversine in legno, ormai completamente marce, mentre qualcuno ha deciso di buttare a terra le transenne che impedivano di percorrere l'ultimo tratto di via Commerciale. C'è chi passa approfittando dello scarso traffico: «Certo che vedere il percorso così fa impressione, speriamo finiscano presto», osserva una donna. Completato l'intervento nel tratto di via Commerciale il cantiere si sposterà a Opicina dove i lavori più impattanti sul traffico verranno effettuati di notte. Qua dovranno essere installate delle traversine, circa 500, che la Vitale conferma di aver già ordinato, come da bando di gara.

Andrea Pierini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 12 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - La bonifica della centrale è un'operazione da 60 milioni
A tanto ammonterebbe l'investimento di A2A se dovesse arenarsi il progetto della riconversione. Cisint insiste: «Con il gas non si difendono i posti di lavoro»
Nelle puntate precedenti Anna Cisint, sindaco, lo ha detto chiaro e tondo: se si facesse tabula rasa nell'area attualmente occupata dalla centrale termoelettrica e si desse corso a progetti di sviluppo alternativi - diportistica, portualità e termalismo - non si faticherebbe a consegnare alla città 150 posti di lavoro nuovi di zecca. Per contro le sole 30 unità di una riconversione a metano (ma l'azienda parla invece di 100 occupati, anche in attività parallele e i sindacati ne aggiungono altrettanti per l'indotto) rappresentano, sempre secondo il Cisint-pensiero, una «contropartita troppo esigua» per un impianto che punta a operare sicuramente fino al 2050, legando mani e piedi alla città. Sì, ma una bonifica reale dell'area, quanto costerebbe? Per capire i contorni di una partita che inevitabilmente si riverbererà anche sulle amministrative 2022 non si può scindere dai dati economici. Interpellato, il Comune riferisce che la previsione esatta può farla solo il padrone di casa, ma nel corso della presentazione in municipio del nuovo progetto la cifra è stata stimata da A2A in 60 milioni di euro, di cui 13 milioni solo per l'eliminazione del carbonile. Siccome non stiamo parlando di sgomberare una cantina dalle cianfrusaglie, ma di tecnologia anche avanzata, dalla somma andrebbero detratti i ricavi delle vendite di dispositivi che hanno un mercato, come i macchinari deNox, all'azienda non costati bruscolini (18 milioni). In questo momento, però, è l'aspetto occupazionale, a tenere banco. Anche da un punto di vista politico, con la contrapposizione tra il sindaco leghista Cisint e il consigliere regionale dem Diego Moretti, che invece fa leva sul via libera registrato dall'assessore alle Attività produttive della giunta Fedriga, Sergio Emidio Bini. Non pervenuto, invece, il parere di quello all'Ambiente Fabio Scoccimarro. «Chi sostiene la riconversione della centrale non difende i posti di lavoro - attacca il sindaco -, e così le maestranze e le loro famiglie, al contrario si batte per ridurre drasticamente l'occupazione. Il nuovo impianto proposto da A2A e ora all'esame del Ministero prevede non più di 30 dipendenti. Se fosse vero, ma non è così, che l'impianto dà attualmente impiego a 200 persone, infatti tra diretti e indiretti si registra un centinaio di maestranze, allora la prospettiva del progetto è una perdita di 170 unità». Cisint sostiene sia «in atto un'azione di mistificazione che deforma la verità per sostenere la bontà di un nuovo insediamento che, invece, è gravido di svantaggi e rischi per la comunità di Monfalcone». Anche «dal punto di vista industriale, poiché la città deve potersi sviluppare verso realtà innovative e sostenibili come la nautica, la portualità e la logistica». «Bisogna saper uscire - conclude - da una condizione ottocentesca che scambiava un posto di lavoro con l'accettazione dei danni sociali eventualmente provocati da un insediamento». Di tutt'altro avviso Moretti che chiede chiarezza alla Regione: «Diversamente da quanto avvenuto qualche settimana fa, quando la risposta alla mia interrogazione da parte dell'assessore Scoccimarro fu molto evasiva, la dichiarazione dell'assessore Bini, a favore della conversione a gas e successivo, annunciato, utilizzo dell'idrogeno, toglie ogni dubbio in merito alla posizione della Regione circa il futuro di A2A». «A questo punto - prosegue - non rimarranno solo buone intenzioni, da parte dell'azienda, l'anticipo rispetto al 2025 della decarbonizzazione, la bonifica completa dell'area attualmente occupata dall'impianto, l'intesa di maggio scorso tra A2A e organizzazioni sindacali per il mantenimento occupazionale, l'elettrificazione delle banchine. È un sì a 400 milioni di euro di investimenti». «Per tali parole - conclude - i 200 dipendenti di A2A e indotto possono vivere con più tranquillità un futuro che altrimenti potrebbe essere fosco, per l'attuale ricorso a Cig e contratti di solidarietà, di cui si parla poco, ma che ci sono».

Tiziana Carpinelli

 

L'accordo con i sindacati per garantire i 100 posti - nel maggio 2020
Sono 100 i dipendenti diretti all'A2A di Monfalcone (200 con l'indotto) e questo numero resterà nel progetto di riconversione. Lo prevede l'accordo che era stato firmato il 12 maggio del 2020 tra azienda e sindacati dove si parlava soltanto della centrale a gas e l'idrogeno non era nemmeno menzionato. Un'intesa per il mantenimento occupazionale visto che il nuovo impianto non prevede i numeri attuali, e non solo 30 persone, ma 50. Ecco i punti del documento: creazione di un polo energetico a gas per 850 Mwe e investimento pari a 350 milioni, 50 addetti. Impianto fotovoltaico, investimento di 2 milioni, Compensatori sincroni, 25 milioni e 10 addetti. Sistema di accumulo energetico, 8 milioni di euro e 5 addetti. Disponibilità ad effettuare ulteriori investimenti in economia circolare e retro-portualità per il raggiungimento degli ulteriori posti di lavoro, fino a un centinaio. Demolizione del sito attuale comprensiva dei gruppi e abbattimento della ciminiera 8, costo di 16,5 milioni.

 

 

M5s: «Linee sbagliate per i cappotti termici» - Menis su edilizia e urbanistica
I Cinque Stelle vanno all'attacco dell'amministrazione comunale sui cappotti termici per gli edifici privati, accusando una recente delibera di andare contro la legge. «In tema di risparmio energetico - fa sapere il pentastellato Paolo Menis - la giunta Dipiazza ha deciso di redigere linee guida relative agli aspetti urbanistici ed edilizi per la realizzazione di cappotti su edifici privati». Il riferimento è alla delibera 66 del 25 febbraio, messa a punto dagli uffici dell'Urbanistica e dell'Immobiliare, per districarsi nel boom di cantieri sorti per sfruttare il vantaggio fiscale di ecobonus (110%) e rifacimento delle facciate (90%). Si tratta di una triplice linea guida, che rende necessarie speciali autorizzazioni anche per i privati, allo scopo di prevenire eventuali abusi edilizi e tutelare elementi ornamentali come fregi, decori o lesene. Secondo Menis tuttavia è «innanzitutto inopportuno introdurre regole dove già esistono norme nazionali e regionali. Ma la giunta ha pure previsto che, per gli edifici privati su suolo privato, in caso di demolizione o ricostruzione, il volume e il filo di costruzione da rispettare sono quelli precedenti all'intervento relativo al cappotto. Ciò è sbagliato e contro legge: mi è stato confermato da più di un professionista del settore. In sostanza il proprietario dovrebbe far rientrare nella volumetria anche lo spessore del cappotto. Di fatto, un disincentivo all'intervento edilizio».

L.G.

 

 

FUTURA - «Pieno sostegno al comitato su Villa Necker»
Futura «sostiene con forza il neocostituito comitato che promuove l'apertura al pubblico del giardino di Villa Necker, plaudendo a un'iniziativa che intende restituire alla città un complesso dal grande valore storico: un gioiello verde della cui riapertura Trieste avrebbe assoluto bisogno». Lo si apprende da una nota diffusa dal movimento civico che si presenterà alle prossime elezioni amministrative con Franco Bandelli candidato sindaco.

 

 

Muggia, va in gara il recupero della casa delle associazioni
Bando da oltre 600 mila euro per la riqualificazione dell'edificio di via Roma - Buste entro il 12 aprile. Consegna dell'opera attesa nel primo trimestre 2022
MUGGIA. Era un immobile comunale da alienare, diventerà invece la futura casa delle associazioni di Muggia, restando proprio in capo al Municipio. Dopo l'approvazione, nell'ultimo Consiglio comunale, del Piano triennale delle opere, ora parte la procedura negoziata per l'affidamento in appalto dei lavori di riqualificazione funzionale dell'edificio di via Roma 22. La base di gara vale 613.471,63 euro Iva esclusa, di cui 602.908,15 per lavori a corpo soggetti a ribasso e 10.563, 48 per oneri della sicurezza non ribassabili.Nella somma totale messa sul piatto dal Comune per la riqualificazione della futura casa delle associazioni ci sono anche i 165 mila euro di contributo della Fondazione CRTrieste. Il termine per l'ultimazione dei lavori, decorrente dalla data del verbale di consegna dei lavori, è di 270 giorni. Il traguardo verrà tagliato con ogni probabilità, considerando tutte le procedure burocratiche da espletare, entro il primo trimestre 2022. La data di scadenza per la presentazione delle offerte è fissata alle 12 del prossimo 12 aprile. «Siamo davvero soddisfatti di essere riusciti a raggiungere quello che, specie alla luce di questo complesso periodo di emergenza sanitaria, è un traguardo importante, cioè la prossima aggiudicazione dei lavori di via Roma», spiega il vicesindaco Francesco Bussani: «Da questa primavera si potrà quindi concretamente intervenire sulla riqualificazione di quello che sarà il luogo fisico dell'incontro, del dibattito, della formazione, del volontariato e del lavoro, il nodo di una rete aperta al territorio in un'area centrale della nostra città».«L'iter per la realizzazione della casa delle associazioni è giunta a un punto importante. Dopo l'acquisizione delle manifestazioni di interesse, abbiamo aperto i termini per poter presentare le domande per l'affidamento in appalto e fra un mese ci sarà l'individuazione degli operatori economici che se ne occuperanno. Dopodiché si potrà finalmente cantierare e iniziare la riqualificazione vera e propria», chiarisce a sua volta il sindaco Laura Marzi: «In un periodo storico nel quale si tende a tagliare e togliere, come amministrazione andiamo controcorrente destinando spazi sociali e culturali alle associazioni ed alla partecipazione. Siamo ben consapevoli dei limiti che il nostro territorio ha sul piano della disponibilità logistica di spazi ed è per questo che ci siamo impegnati sin dall'inizio del nostro mandato per realizzare questo importante obiettivo: una sede condivisa dei sodalizi muggesani».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 11 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - «In fumo 200 posti se chiude A2A»
Monito dei sindacati ai politici. L'assessore regionale Bini sta con loro: «Riconversione buona e giusta»
Non sono a rischio solo i 100 dipendenti diretti se chiude la centrale A2A di Monfalcone, i posti che potrebbero essere perduti sono 200. Cento delle maestranze occupate direttamente e altrettante delle ditte appaltatrici che lavorano nei servizi all'impianto. A ricordarlo in un duro comunicato le segreterie dei sindacati di categoria, Filctem-Cgil, Cisl Reti, Uiltec che criticano il Consiglio comunale di Monfalcone per il «voto nella direzione sbagliata» e perché «votando a larga maggioranza quell'ordine del giorno di fatto si prospetta la fine del polo energetico a Monfalcone chiedendo la chiusura della centrale».E a ribadire la questione dei 200 occupati non sono solo i sindacati, ma lo stesso assessore regionale alle Attività produttive, Sergio Emidio Bini, che proprio la scorsa settimana ha avuto un incontro con i sindacati: «Noi abbiamo una priorità che è quella di salvaguardare i posti di lavoro che soprattutto in questo momento sono importanti. La Regione non può far finta di non ascoltare questo grido di dolore per questi 200 posti- ripete lo stesso Bini -. Senza contare che c'è la disponibilità di un'azienda come A2A di investire ingenti capitali, 4-500 milioni, per un revamping della centrale di Monfalcone che rientra nel piano green della Ue visto che si parla di gas e di idrogeno. Quindi da parte nostra c'è il massimo interesse per un progetto industriale che porta investimenti, occupazione e miglioramento ambientale con il passaggio dal carbone al gas e all'idrogeno. Una cosa buona e giusta». E mentre da A2A non arriva alcun commento dopo il voto negativo dell'aula, un silenzio scelto per evitare contrapposizioni o polemiche, le organizzazioni sindacali vanno giù pesanti. «Chiediamo alle forze politiche locali di smetterla di giocare sulla pelle dei lavoratori - avvertono Filctem-Cgil, Cisl-Reti e Uiltec - di entrare nel merito del tema transizione e di non continuare a passare il cerino da un'istituzione all'altra ricordando che il nostro è ancora un Paese manifatturiero con processi industriali energivori, chiamato velocemente ad attuare impegni sull'uscita dal carbone». E come è stato ribadito di recente anche da Cgil, Cisl e Uil «posizioni come quelle espresse e votate in Consiglio comunale hanno come unico risultato finale la fuga degli investimenti condannando i territori coinvolti a un lento e inesorabile declino».Ma ci sono altri punti che i sindacati contestano al Consiglio smentendo alcune affermazioni. Prima fra tutte quella sugli occupati previsti dalla centrale riconvertita. Cento occupati e non i trenta valutati per far funzionare l'impianto. «L'accordo di programma che abbiamo firmato il 12 maggio del 2020 con la proprietà e i sindacati confederali - spiegano - consente la gestione del transitorio e il mantenimento dei livelli occupazionali declinando questi obiettivi con il progetto di trasformazione». La stessa A2A più volte ha specificato che oltre al lavoro sull'impianto sono previste tutta una serie di attività collaterali per garantire un centinaio di posti di lavoro diretti. C'è poi la posizione della Regione che, come ribadito lo dall'assessore Bini, è a favore. Lo scorso autunno a Trieste alla presenza del ministro, Stefano Patuanelli gli amministratori di A2A Renato Mazzoncini e quello della Snam, Marco Alverà, hanno firmato un memorandum su un progetto di sperimentazione con l'utilizzo dell'idrogeno. Si parla di favorire la transizione energetica in Fvg e della creazione di un polo di ricerca e sviluppo sull'idrogeno, il coinvolgimento del sistema scientifico regionale e la crescita di una filiera legata all'idrogeno. Un memorandum che ha ricevuto un plauso dallo stesso governatore del Fvg, Massimiliano Fedriga. «E quella posizione espressa dal Consiglio comunale - accusano i sindacati - è in netta contraddizione con quanto ci ha dichiarato pochi giorni fa l'assessore Bini».

Giulio Garau

 

Cisint: «Ma non c'è il progetto» - Morsolin la accusa: «Dirigista» - le reazioni dopo il consiglio comunale
Dopo averlo perorato già in aula, la Sinistra chiede di «garantire il diritto al lavoro e quello a vivere in un ambiente salubre» con «prospettive di sviluppo e non in eterno segnate da scelte fatte ormai più di 60 anni fa né dai loro grotteschi residui». Lo afferma, entrando nel merito del dibattito sulla centrale, il consigliere comunale Cristiana Morsolin, stando alla quale «senza l'ordine del giorno e le ripetute richieste dell'opposizione questo non sarebbe stato un tema nemmeno dibattuto in massima assise, nel pieno stile dirigista che ha caratterizzato, dall'inizio, quest'amministrazione con una donna sola al comando». Morsolin, nella posizione del centrodestra su A2A, vede solo «vaghezza», con un deliberato odg «assolutamente generico». Dal canto suo invece il consigliere di FdI Mauro Steffè, ricalca la linea espressa dal sindaco: le direttive europee vedono il gas già «obsoleto», pertanto «eventuali investimenti vengono finanziati solo per l'utilizzo di impianti a energie verdi rinnovabili». Inoltre la dismissione del carbone comporterebbe «comunque una riduzione dei lavoratori a 30 unità» con la riconversione a metano. «Non darebbe - sempre Steffé - alcun apporto economico utile al polo industriale monfalconese: esiste già la centrale di Torviscosa, non ne serve un'ulteriore qui». Intanto il sindaco Anna Cisint replica a sindacati e al presidente di Confindustria Michelangelo Agrusti: «Non raccontiamoci fiabe: non esiste alcun progetto idrogeno e il nuovo impianto progettato, a regime, avrà l'effetto di ridurre notevolmente il numero dei lavoratori. Noi vogliamo invece un intelligente impiego dell'area che aprirebbe aspettative di sviluppo in linea con le prospettive perseguite». Alla centrale resterebbe «un numero troppo esiguo di dipendenti per sostenere un futuro occupazionale adeguato rispetto al "peso" dell'insediamento in centro». «Lavoriamo - dice - perché si offrano opportunità ai nostri giovani e alla manodopera locale e per far ciò dovremmo essere uniti nello spingere verso quel modello produttivo sostenibile con piccola e media impresa, attività innovative, artigianato e servizi. C'è da chiedersi se certe posizioni guardino all'interesse generale o a vecchi modelli e logiche di parte». «Il territorio - conclude - non può più essere considerato il deposito dove scaricare dall'alto produzioni ingombranti o una sorta di spogliatoio e dormitorio della manodopera dei Paesi più poveri. Quel tempo è finito. Lo studio fatto dall'ente dimostra che l'area della centrale può offrire una prospettiva di oltre 150 posti, a fronte di una centrale a gas con poche decine di addetti. Vogliamo lo sviluppo di turismo, nautica e porto, qui con l'auspicio che Confindustria s'esponga per la zls a vantaggio isontino con medesima intensità con cui s'è palesata sulla centrale».

Ti. Ca.

 

 

Capodistria-Divaccia - Solo un'impresa in gara - il bando di appalto per il secondo binario

Capodistria. Una sola impresa ha risposto al bando per la realizzazione del secondo binario sulla linea ferroviaria Capodistria-Divaccia: è la ditta Kolektor di Nova Gorica che si è presentata in consorzio con due società turche (Yapi Merkezi e Ozaltin). Come comunicato dalla società statale 2TDK, che gestisce il progetto, l'offerta di 224,7 milioni di euro è stata ritenuta valida: rientra nel limite preventivato di 230 milioni. La decisione finale - è attesa entro pochi giorni da parte di Lubiana. I lavori del secondo binario dovrebbero concludersi entro il 2025. Il progetto, approvato dal governo sloveno nel giugno 2019, mira all'incremento del movimento merci nel porto di Capodistria.

 

 

Gara andata deserta per la linea marittima tra Grado e Trieste
Un servizio da 5 milioni e 229 mila euro dal 2021 al 2029 - Non ha partecipato neppure la società del "Delfino Verde"
GRADO. È andata deserta la gara europea da 5 milioni e 229 mila euro, bandita dall'Apt di Gorizia, per il servizio di noleggio di una motonave completa di equipaggio. Nessun partecipante, dunque, nemmeno la società Delfino Verde che effettuava il servizio da una ventina d'anni ha presentato offerte. Che la gara sia andata deserta lo si evince da quanto pubblicato sul sito della stessa Apt nella sezione "trasparenza" dove sono indicati, oltre al bando, anche i componenti della commissione (Roberto Bassanese presidente, Giulio Salateo membro e Gianluca Pantanella membro e segretario verbalizzante).La presidente dell'Apt, avvocato Caterina Belletti, è stata lapidaria: «La procedura è in corso». Fatto sta che la gara è andata deserta, presumibilmente perché le condizioni previste dal bando non sono state considerate favorevoli per gli armatori, che avrebbero avuto intenzione di partecipare. Cosa accadrà ora non è dato a sapere: potrebbe essere indetta un'altra gara o andare a trattativa privata. Il bando in questione prevede l'accordo per un periodo dal 2021 al 2029 prorogabile a insindacabile giudizio della stessa Apt per altri 5 anni. Sono previste 6 tratte giornaliere (3 viaggi andata/ritorno) per un numero complessivo di circa 90 giornate a stagione. Per l'Apt il servizio ha un valore giornaliero di 4.150 euro. Una soluzione verrà in ogni caso trovata poiché è impensabile pensare che la linea marittima Trieste-Grado non venga attuata, richiesta in particolar modo dai triestini che si recano a Grado ma anche dai turisti presenti nell'Isola che si recano a visitare il capoluogo giuliano. Un viaggio rilassante in mezzo al golfo, lasciando a casa la propria auto. E su questo punto, cioè sul fatto che la linea debba svolgersi regolarmente, si sono già espresse in passato, e lo faranno sicuramente anche ora se fosse necessario, le amministrazioni comunali di Grado e di Trieste. A dimostrazione del gradimento espresso dai passeggeri del resto ci sono i dati statistici, decisamente positivi. Numeri che potrebbero aumentare se il servizio non fosse limitato di norma a soli circa 3 mesi. Tralasciando la stagione 2020, iniziata in ritardo rispetto alle precedenti annate (solo 2 mesi di servizio e pochi turisti causa l'emergenza Covid-19) e nonostante tutto a fronte del trasporto di circa 12 mila passeggeri, c'è da rilevare, infatti, che nelle annate precedenti il dato complessivo è oscillato tra 34 e 36 mila passeggeri a stagione.-

Antonio Boemo

 

Auto elettriche in porto: al via piano da 6,7 milioni per investimenti green - Authority di Sistema Mare Adriatico
Trieste. Ammonta a 6,7 milioni di euro la quota di investimenti in progetti Ue previsti dall'Autorità di Sistema portuale del Mare Adriatico orientale nel settore green per il biennio 2021-22. E nell'ambito delle nuove azioni sostenibili è stata inaugurata la prima auto elettrica della società in house Porto di Trieste Servizi. Il veicolo si aggiunge alle due auto ibride che a oggi fanno parte del parco macchine dell'Autorithy. Con «questa nuova politica sostenibile associamo alla classica attività portuale, servizi svolti con mezzi green e sostenibili - afferma il presidente dell'Authority, Zeno D'Agostino - avevamo già iniziato a investire sul settore con i nostri veicoli ibridi e ora, attraverso la nostra società di servizi, passiamo totalmente all'elettrico. Nei prossimi mesi metteremo in atto ulteriori azioni green, grazie a finanziamenti europei e regionali, per sostituire tutti i nostri veicoli tradizionali con mezzi elettrici e relative colonnine di ricarica». Nei prossimi due anni i progetti Clean Berth (Interreg Italia-Slovenia) e Susport (Interreg Italia-Croazia) - spiega l'Authority - permetteranno rispettivamente l'installazione di una colonnina di ricarica per veicoli elettrici e l'acquisto di una o più auto elettriche, oltre alla sostituzione dell'illuminazione delle aree pubbliche con tecnologia a led e la progettazione del sistema di cold ironing al Molo VII. Con il progetto Noemix (Horizon2020), guidato dalla Regione Fvg, l'Autorità sostituirà anche il parco auto con veicoli elettrici e installerà ulteriori sette colonnine di ricarica. Con i progetti TalkNet sarà invece possibile progettare il sistema di cold ironing rispettivamente per il Molo VI, il Molo Bersaglieri (crociere), il Molo V, la Piattaforma Logistica e il porto di Monfalcone.

 

 

Semerani: «È difficile rilanciare Porto vecchio senza gli architetti»
L'intervista al decano dei professionisti triestini: «Manca un ragionamento su come combinare vincoli e necessarie trasformazioni. E si è perso del tempo»
«Realizzare un'idea urbanistica richiede professionalità, lavoro di gruppo e soprattutto esperienza». L'architetto Luciano Semerani, un volto internazionale di Trieste, risponde al sindaco Roberto Dipiazza, che nei giorni scorsi aveva reagito alle sue critiche su Porto vecchio dicendo «uno mi dà del bottegaio e poi dietro a piazza Unità costruisce un archivio cartaceo? ». Professore, come risponde al sindaco? «La scelta di localizzare un archivio ed una sala di lettura in prossimità degli Uffici Comunali non è mia ma del Comune, ed è maturata nel quadro del recupero, con finanziamento del Ministero dei Beni Culturali, di alcuni contenitori di pubblica proprietà caduti in rovina. Il Comune ha affidato a Gigetta Tamaro il progetto e io non c'entro assolutamente, né per la localizzazione né per l'opera, che considero di altissima qualità. Il disprezzo per "l'archivistica cartacea" da mettere in periferia può averlo solo chi non ha mai fatto studi e ricerche che necessitano di una documentazione storica accessibile quotidianamente». Lei ha criticato il Comune per Porto vecchio. «Penso che manchi all'oggi, anche per uno solo dei tanti edifici, l'individuazione di tecniche di intervento che mostrino, nel caso specifico di questo tipo di costruzioni portuali, la compatibilità tra il vincolo conservativo e le necessarie radicali trasformazioni edilizie ed urbane. Questo non significa che il recupero non sia possibile ma il molto tempo trascorso dalla sdemanializzazione ad oggi senza sperimentare delle alternative e senza scegliere dei progetti e dei progettisti non consente l'ottimismo». Ma questi professionisti sono indispensabili? «Chi non ha mai avuto un mestiere pensa che l'esperienza professionale sia sostituibile col buon senso e che il ruolo catalizzatore che gli atelier di Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid, Frank O. Gehry, Tadao Ando, Daniel Liebeskind hanno avuto, nella realizzazione di grandi trasformazioni urbane a Genova, a Milano, a Londra eccetera, la città di Trieste non può permetterselo per questioni di bilancio. Pure tecnici a portata di mano sono stati ignorati». Ad esempio? «L'architetto Casamonti che ha rimesso in vita il Magazzino Vini poteva benissimo essere richiamato visto il successo del suo lavoro e non è una "star"». Come organizzarsi dunque? «La realizzazione di un'idea urbanistica richiede professionalità, lavoro di gruppo, e soprattutto esperienza. L'organizzazione non differisce molto da quella che i Centri Studi hanno nel mondo della finanza o in quello industriale. La recente vicenda fallimentare dell'ampliamento dell'Ospedale di Cattinara, ha ben mostrato come spesso i programmi di sviluppo dell'Università e della Sanità siano stati affrontati senza una base tecnica di conoscenze aggiornate, in altre parole senza alcun programma degno di tal nome». Trieste può rilanciarsi? «La saggezza delle scelte urbanistiche del lontano passato ha fatto sì che Trieste può presentarsi ancora col singolare volto di una città-porto neoclassica. Ma altro non viene offerto al viaggiatore se non l'architettura del passato e a volte una buona ristorazione». In che senso? «Piccoli e forse troppi i festival cinematografici, solo di scala comunale gli incontri culturali d'élite. Invece, anche nell'ottica di una regione storicamente e linguisticamente divisa, c'è un incoraggiamento clientelare al dilettantismo, al nazionalismo, con la contemporanea cancellazione di istituzioni "imperiali" a suo tempo importanti come la Biblioteca Civica, Il Museo di Storia Naturale, l'Aquario. Niente mostre di qualità al Salone degli Incanti, niente spettacoli al Castello di San Giusto, la collezione de Enriquez parzialmente esposta in una sede inaccessibile, il Museo del Mare ed una serie infinita di piccole raccolte dilettantesche strettamente legate alla storia locale mai reinserite in un progetto culturale complessivo. I due Musei culturalmente attivi (Revoltella e Schmidt) ed i due Teatri (Verdi e Rossetti) non più in grado di svolgere un richiamo culturale di proporzioni nazionali». Cosa servirebbe quindi? «A Trieste manca quello che in ogni città europea di richiamo turistico c'è: una Fiera specializzata, una Sede Espositiva, un Centro Congressi ed un Teatro attrezzati con quelle risorse tecnologiche oggi disponibili e necessarie, disegnati con quella competenza che rende la costruzione un richiamo, ancor più del singolo evento. E non ultimo uno staff professionalmente formato ed un'idea-guida precisa». Dove trovarlo? «Non mancano le giovani e vecchie competenze, ma valgono a Trieste più che altrove due vecchi adagi: "Nemo profeta in patria" e "Non disturbare il manovratore"». Insomma, vede tutto nero? «Tra i politici, tanto al governo nazionale quanto in quello regionale, alcune voci responsabili si sono recentemente alzate, proprio avanzando l'esigenza di una programmazione per il futuro di Trieste, ormai sempre più indifferibile dopo la crisi della pandemia. È un buon segno. È un impegno che, spero, ci riguarderà tutti».

Giovanni Tomasin

 

 

Trieste. Alle 18 - L'apicoltura a Greening Therapy

Oggi, alle 18, nuovo appuntamento con Greening Therapy Live: tra benessere e natura. Ospite Livio Dorigo presidente del Consorzio apicoltori della Provincia di Trieste. Diretta radio e streaming su Radioattività. Diretta Facebook e YouTube sulla pagina di Greening Therapy.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 10 marzo 2021

 

 

«La centrale a metano e a idrogeno un progetto cardine per la regione»
Agrusti: «Rispetto la politica ma la riconversione dell'impianto di A2A è di straordinaria importanza»
«Ho grande rispetto per la politica, per il lavoro dei sindaci e dei consigli comunali che svolgono un compito molto difficile per il loro territorio. Tuttavia credo che la riconversione della centrale termoelettrica A2A a gas e a idrogeno sia un passo di straordinaria importanza. Va in direzione di quello che prevede il Recovery plan della Ue per la svolta verde. E una scelta così importante non deve poter essere messa a giudizio del solo Consiglio comunale di Monfalcone, per quanto comunque di rilievo». Il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti non ha mai mancato di dare pieno appoggio al gruppo A2A per la riconversione della centrale monfalconese a gas e poi a idrogeno. Lo ha fatto in diversi interventi e occasioni, pure in recenti convegni. Dove ha ribadito che questo progetto industriale è «uno dei cardini principali delle quattro aree di transizione energetica che saranno di elevato impatto ambientale nei prossimi anni per il Friuli Venezia Giulia».Un processo di decarbonizzazione «verso la transizione energetica che in regione porterà oltre che vantaggi ambientali anche economici oltre che occupazionali. In questo processo la riconversione a gas e poi anche a idrogeno della centrale». E proprio il progetto di A2A per Monfalcone riveste un ruolo di grandissima rilevanza «La mia posizione è di netto sostegno, senza se e senza ma - ripete adesso, all'indomani del voto negativo del Consiglio comunale di Monfalcone - e questo sempre nel pieno rispetto delle prerogative politiche dei Comuni e dei sindaci. Ma come ho detto all'inizio questa riconversione a gas e poi all'idrogeno è un momento di straordinaria importanza. Va in direzione di quanto prevede il Recovery plan dell'Ue per la riconversione green dell'economia. Con Monfalcone siamo pienamente dentro a questa strategia europea». Anche perchè, lo ripete spesso la stessa Confindustria nella sfida della decarbonizzazione, la transizione energetica e per passare dall'economia lineare a quella circolare, il ruolo stesso di Confindustria Alto Adriatico è quello di «contribuire alla definizione delle politiche a livello europeo e nazionale per accompagnare le imprese italiane verso questa evoluzione». Questo per «agevolare un cambiamento culturale affinché non solo per le imprese ma anche per l'opinione pubblica, quello della sostenibilità diventi un approccio condiviso». Secondo il presidente Agrusti, soprattutto in questo momento «Si tratta di questioni di tale importanza che non possono essere messe a giudizio del solo Consiglio comunale di Monfalcone, per quanto di rilievo - insiste - la centrale A2A non fornisce energia solo alle lampadine della città dei cantieri». Anche se la presenza di una centrale energetica in loco dovrebbe garantire più benefici possibili alla città.«Serve un centro di competenza sulle tecnologie dell'idrogeno sul fronte energetico per alimentare anche l'indotto scientifico e tecnologico del Fvg - spiega Agrusti - e su questo bisognerebbe insistere e discutere con A2A. Senza contare che la presenza di una realtà di questo tipo potrebbe creare un ecosistema di aziende che lavorano sull'idrogeno con vantaggi economici e occupazionali per tutta la realtà industriale del territorio». Per Confindustria non è solo l'arrivo di nuove realtà industriali a cui bisogna guardare, ma anche allo sviluppo di realtà che lavorano già sul territorio. «Penso a Fincantieri che sta già lavorando sui motori a gas per le navi - aggiunge - che un domani potrebbero diventare a idrogeno. E non bisogna dimenticare in ogni caso che le centrali a metano sono quelle più pulite. Si sta pure pensando alla metanizzazione delle flotte di bus per il trasporto pubblico. È un elemento chiave per tagliare le emissioni in atmosfera». Ma c'è un altro punto sul quale è necessario riflettere, ed è lo sviluppo in prospettiva a lungo termine che toccherà la mobilità. «I motori a idrogeno - conclude il presidente Agrusti - saranno il futuro della mobilità europea. Per ora siamo ancora all'inizio dei motori elettrici. Ma non è la strategia dell'Ue, i motori elettrici sono una prerogativa tutta cinese. La Ue punta a un futuro a idrogeno».

Giulio Garau

 

I sindacati «Chi dice no si preoccupi del futuro di chi lavora»
«Piena autonomia alla politica, ma chi dice no alla riconversione della centrale A2A deve preoccuparsi di trovare alternative occupazionali ai lavoratori che si troveranno in strada. Noi la soluzione l'abbiano trovata con un accordo con l'azienda che tutela tutti e 100 i lavoratori e non solo quelli che lavoreranno nella nuova centrale. Chi dice no deve preoccuparsi delle conseguenze». È un aut-aut quello lanciato dal segretario della Cgil Thomas Casotto che assieme a Cisl e Uil da tempo ribadisce la necessità di dire di sì a un progetto industriale di riconversione che prevede un investimento di 500 milioni e la svolta green della centrale. Una posizione ripetuta la scorsa settimana da Filctem-Cgil, Cisl Reti e Uiltec Uil che hanno incontrato l'assessore regionale alle attività produttive Sergio Emidio Bini. «In Europa ci sono due proposte per la transizione energetica - continua Casotto - il nucleare pulito e l'idrogeno. Ed è ovvio che dovrà essere un processo graduale, prima a gas poi a idrogeno. Noi abbiamo sottoscritto un accordo preciso con l'azienda per le garanzie occupazionali. Anche Fincantieri avrà benefici nella riconversione. A2A ora deve specificare meglio il progetto sull'idrogeno. E la città pretendere un polo di studio energetico avanzato. Sta anche nella strategia del Recovery Plan Ue. Una transizione che va fatta e governata».

G.G.

 

il dibattito in consiglio comunale - Furfaro e Pin: «È mancata chiarezza sulla dismissione»
«L'auspicio per il territorio e per i cittadini era di poter concludere l'assemblea consigliare con un documento di indirizzo politico condiviso trasversalmente, tenuto conto delle gravi ricadute su Monfalcone», ma quest'epilogo non s'è visto. Lo affermano i due proponenti della seduta-fiume di lunedì, dopo aver raccolto le firme per la convocazione, Annamaria Furfaro e Gualtiero Pin, alleati anche in vista delle amministrative 2022, rispettivamente esponenti della civica La nostra città e del M5S. «Che "Monfalcone abbia già dato" - ribadiscono - ce lo siamo sentiti ripetere in questi ultimi tempi continuamente, ieri è stata l'occasione per passare dalle parole ai fatti. Ma così non è stato».Furfaro e Pin imputano al sindaco di aver presentato in aula un ordine del giorno dove, eccezion fatta per il punto sulla revisione del Per-Piano energetico regionale (peraltro «già deliberata in giunta e in Consiglio nel 2018»), c'era un grande assente: il termine "dismissione". Parola «sulla quale non si è ottenuto né chiarezza né concordanza di intento politico». «Anzi - dicono - il documento presentato in aula dalla maggioranza conteneva concetti che nulla hanno a che fare con le politiche industriali di A2A quali "nautica, portualità, turismo, cultura e termalismo". Eppure i monfalconesi nel referendum del 1996 si sono chiaramente espressi contrari alla Snam e, andando a ritroso alla consultazione degli anni'80, si erano espressi a larghissima maggioranza contro il raddoppio della centrale Enel sostenuti, in quel frangente, da tutte le forze politiche». Alla fine l'odg di Furfaro e Pin è stato bocciato da tutta la maggioranza: mosca bianca il solo consigliere dei Pensionati, Antonio de Lieto, che ha scelto di condividere tutti e tre gli indirizzi politici espressi. Non hanno invece partecipato al voto sia del documento avanzato dall'opposizione sia della maggioranza, perché assenti al voto: Omar Greco di Art. 1, Paolo Fogar e Paolo Frisenna del Pd e Ciro Del Pizzo (Monfalcone sei tu). Va precisato che le anime dem, nel corso della seduta di lunedì, sono andate in ordine sparso: la capogruppo Lucia Giurissa e Fabio Delbello hanno votato l'odg di Pin e Furfaro, ma si sono astenuti da quello di Lega e soci. Fogar e Frisenna invece non hanno partecipato. Distinta pure la posizione di Elisabetta Maccarini (Misto) e Cristiana Morsolin (La Sinistra), entrambe favorevoli al documento dell'opposizione, ma contrarie a quello della maggioranza, su cui i colleghi di centrosinistra si sono astenuti. Giurissa, rilevando anche una differente posizione tra la politica locale e quella regionale, ha chiesto un'audizione dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro in sede commissariale, ipotesi alla quale il sindaco Anna Cisint non si è detta contraria.

 

Cisint: «Per la città sono una violenza altri trent'anni di gas»
«Inesistente il piano idrogeno. L'azienda non l'ha mai mostrato. Quello dell'occupazione è un falso problema»
«Altri trent'anni di gas sono una violenza che noi non possiamo accettare». Non ci sono coni d'ombra sulla posizione dell'amministrazione comunale in merito alla metanizzazione della centrale A2A dopo il phase out, inderogabile, del 2025. Lo ha espresso, a destra e sinistra, la massima assise nella seduta monotematica di lunedì e lo ribadisce il sindaco in un'intervista. Che valore ha l'odg? È ininfluente, non sposta di un millimetro il percorso, ma era un'azione che andava fatta. La competenza non è del Comune, bensì ministeriale. La disputa è ad altri livelli. Ma un sindaco dovrà pur far qualcosa. Non svelo le mie carte perché non intendo dare vantaggi. Quest'amministrazione ha perseguito ogni strada possibile e continuerà a farlo: nel Prgc si è scritto che in quell'area non può insistere un polo energetico e si sono depositate le osservazioni, in sede di Via, per il nuovo progetto di A2A. Le nostre indicazioni sono state così stringenti, che il Ministero ha chiesto integrazioni all'azienda, ancora non depositate per intervenuta proroga. Insomma, niente gas. Se Monfalcone lì non deve avere un polo energetico, ciò vale pure per le riconversioni, dai noi ritenute inopportune. Poiché lo sviluppo deve passare per l'implementazione della portualità, crocieristica, nautica, termalismo e il manifatturiero di trasformazione. Questo si è già votato. Un progetto con il solo gas, per me, non sta in piedi, è obsoleto, quanto all'approvvigionamento energetico, la centrale di Torviscosa è sottoutilizzata. Lei parla con A2A? Certamente. Ho incontrato la precedente e l'attuale governance e ho spiegato che non riteniamo adeguato quest'investimento. Anche da un punto di vista occupazionale, poiché richiederà solo trenta addetti e molto specializzati. E l'idrogeno? C'è un progetto sull'idrogeno? Io ho chiesto a dicembre di visionarlo, dopo che è stato, solo verbalmente, ventilato. Non l'ho ancora visto. Neanche quando s'è proposto di abbinarlo a un centro di eccellenze è giunta replica. Come si può fare a dire che un piano è interessante se non lo si può visionare? Lei non crede a una nuova centrale a idrogeno. Non ve ne sono molte in giro che si sostengono. Il mio pensiero è che l'azienda voglia ritagliarsi quella percentuale di miscela di idrogeno in grado di consentire l'abbattimento di CO2 per apparire sostenibile agli occhi europei. La Comunità finanzierà chi sta sotto una determinata soglia. Diciamolo: il Comune non ha margini di trattativa. Il Comune non ha la possibilità di stare a un tavolo e porre contropartite. Ricordo che proveniamo da anni di proroghe automatiche, concessioni senza Via eccetera. Ma l'ente, con proprio studio indipendente, ha prospettato delle alternative. Se in quell'area si fa altro, abbiamo l'opportunità di produrre più posti di lavoro. Progetti in casa altrui. Sì, ma non è ininfluente, ai miei occhi, che in quest'anno di chiusura la qualità dell'aria sia migliorata e vi sia un maggior numero di licheni in città. Lo ha constatato Cauci.Come pensa di convincere A2A a fare altre scelte? È una domanda che non ha risposta. Noi possiamo indicare, non imporre. A2A ha diritti soggettivi, assolutamente inviolabili. La proprietà, la libera impresa. Ma io ho chiesto una responsabilità sociale di impresa, che ritengo di non vedere. Un aspetto molto importante per le prospettive del territorio. Trent'anni di gas sono una violenza che non possiamo accettare. E lo dice una che non è un'ambientalista, bensì una liberale e liberista che crede nella libera impresa e sviluppo. Ma questa non è una crescita. O meglio: è una crescita solo per l'azienda. Parla a nome della città?Il territorio ha detto chiaro e tondo che questo progetto non lo vuole. Non si può spremere un territorio: quando si fa un progetto del genere in centro città non è la stessa cosa che farlo in campagna.

Tiziana Carpinelli

 

 

Tende e vestiti abbandonati: bivacchi vicino al cimitero
Volontari al lavoro a San Dorligo per ripulire uno spiazzo usato come ricovero dai migranti in arrivo dalla rotta balcanica. Raccolti e smaltiti 60 sacchi di rifiuti
SAN DORLIGO. Hanno riempito una sessantina di sacchi neri con scarpe e indumenti abbandonati, avanzi di cibo, attrezzature per alzare tende improvvisate, e pure scarti di prodotti per l'igiene personale. Tutti rifiuti, questi, disseminati nei paraggi del cimitero di Dolina. Poi hanno trasportato il "super" carico alla discarica di San Dorligo, dove hanno trasferito i sacchi neri negli appositi contenitori predisposti dal Comune, che era stato preventivamente avvisato dell'operazione. È il lavoro meritorio compiuto dai volontari della sezione di Trieste dell'Associazione lagunari e truppe anfibie (Alta), impegnati oramai da anni sul fronte della raccolta rifiuti, in particolare nelle zone boschive e lungo i sentieri attraversati dai migranti che percorrono la rotta balcanica. «Eravamo una quindicina - spiega Giorgio Calcara, responsabile del gruppo che periodicamente si ritrova in Carso - per quella che è stata la prima uscita di questo 2021. E devo dire che nulla è cambiato rispetto allo scorso anno, perché abbiamo trovato di tutto. In questa occasione, seguendo una segnalazione che ci era stata fatta, ci siamo recati in uno spiazzo vicino al cimitero di Dolina, a un centinaio di metri dalle prime case della frazione, utilizzato regolarmente dai migranti, perché in quei paraggi si trova una fontana che evidentemente è utilizzata da chi arriva dalla rotta balcanica per abbeverarsi e darsi una pulita prima di puntare verso Trieste».«Quando siamo arrivati sul posto - sottolinea ancora Calcara - ci siamo trovati al cospetto di una sorta di accampamento abbandonato, con i segni evidenti sia del transito che della sosta di tanti migranti, che, in quel punto, devono aver alzato delle rudimentali tende, probabilmente per ripararsi da pioggia e freddo».Le boscaglie che circondano San Dorligo sono oramai da qualche anno teatro appunto di un considerevole flusso di migranti, i quali, non appena arrivati in Italia, abbandonano i vestiti e altre tracce che possano permettere alle forze dell'ordine di ricostruire il loro cammino. Il risultato è che le campagne di Dolina e Caresana diventano spesso discariche a cielo aperto. «Da soli non abbiamo i mezzi per affrontare una situazione del genere perché non abbiamo il personale sufficiente - ha già rilevato più volte il sindaco di San Dorligo Sandy Klun - e per questo accettiamo ben volentieri l'aiuto dei volontari». «Sabato andremo sul sentiero tra Basovizza e Pese - annuncia Calcara - perché anche in quella zona sono state segnalate immondizie di vario tipo abbandonate lungo i tracciati».

Ugo Salvini

 

 

A Muggia la potatura del verde si rivela un terreno "minato"
Attacco di Progetto FVG alla giunta. caso diplomatico (rientrato) per il parroco
MUGGIA. In questi giorni, a Muggia, la questione della manutenzione del verde, è un tema particolarmente "caldo", non solo sui social dedicati alle "cose" rivierasche, ma anche a livello politico. Nei confronti dell'attuale amministrazione comunale, ad esempio, una bordata è arrivata da parte di ProgettoFvg di Giorgio Cecco: «Si avvicinano le elezioni e a Muggia si avviano lavori di manutenzione del verde e delle strade - l'esordio della nota diramata dal gruppo di ProgettoFvg della cittadina rivierasca - e comunque restano i tanti dubbi sulla necessità dei tagli agli alberi fatti in questo ultimo periodo. È evidente - sottolinea Cecco - che serve un adeguato regolamento del verde e un piano generale anche per le manutenzioni. Sicuramente ciò sarà inserito nel nostro programma, oltre a un censimento degli alberi di pregio. Oggi più che mai è importante mettere a disposizione dei cittadini aree verdi e fare la migliore manutenzione del patrimonio pubblico». Intanto pare risolto un piccolo "giallo", sempre relativo ai lavori sul verde pubblico: il parroco di Muggia Vecchia e del Duomo, don Andrea Destradi, dopo aver letto sul Piccolo l'elenco delle aree su cui si interverrà per la manutenzione fino a metà aprile, avendo visto che era stata inserita anche l'area di pertinenza del santuario, di proprietà della Parrocchia, ha chiesto lumi al responsabile del servizio in Municipio, in quanto non era stato informato della cosa. Il caso diplomatico è subito rientrato: a quanto è dato sapere ci sarebbe stato un errore, nei vari passaggi che hanno coinvolto anche la Polizia locale, nella comunicazione del punto oggetto delle potature in quella zona, che non si riferisce quindi all'area del santuario e della canonica ma allo slargo dei bastioni, all'inizio di salita di Muggia Vecchia.

Luigi Putignano

 

 

SEGNALAZIONI - Porto vecchio - Un punto di vista verde sul futuro

Gentile direttore,dopo anni di progetti paventati e poi falliti o ritirati, con "la svolta" il nuovo accordo di programma tra Comune, Regione e Autorità portuale sembra si sia aperta una nuova cornucopia, Porto vecchio diventa un sistema misto che rappresenterà il fulcro dei futuri insediamenti con la sua destinazione d'uso direzionale, turistico-ricettiva, residenziale, dell'industria hi-tech, commerciale e dei servizi, spazio verde ad uso ludico e spazi blu per la crocieristica e tanto altro. Ma gli investitori continuano a non presentarsi. Tutte le amministrazioni continuano a raccontarci la stessa storia. Mentre ci fanno sognare il porto vecchio ci lasciano sulle spalle un Sin ormai dimenticato, ettari e ettari da bonificare, archeologia industriale disseminata sul territorio, palazzi ed alloggi vuoti, in piena denatalità, ormai un fardello storico da mettere sotto il tappeto, L'effetto che avrà un trasloco di uffici pubblici è solo una speranza diciamo "elettorale"? Sarebbe ora di finirla con proclami e progetti illusori ed imparare a gestire e valorizzare prima l'esistente. Questi fantomatici capitali privati troppo spesso sono cavalli di troia che nascondono la richiesta di fondi pubblici, vedi il Parco del Mare, e poi restano i cocci... sempre pubblici... manderemo la lista al diavolo?

Rossano Bibalo, Tiziana Cimolino - Verdi Trieste e Trieste VerdeStoria

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 9 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - "No" alla centrale da maggioranza e opposizione ma senza unanimità
Passa l'ordine del giorno con cui si chiede che Monfalcone non sia polo energetico. Si astiene la minoranza, due contrari
Niente compattezza sulla centrale. Tanto rammarico, ma poi alla fine centrosinistra e centrodestra in Aula hanno tirato dritto e votato ciascuno, con prevedibile esito, il proprio documento. È passato solo l'ordine del giorno della maggioranza (astenuta l'opposizione), tre fogli con cui, in sintesi, si impegna ora il Consiglio comunale a confermare la volontà che «il territorio di Monfalcone non sia polo energetico come espresso già nelle direttive al Piano regolatore comunale»; a dare sviluppo ai «comparti incardinati sulla nautica diportistica e non»; ad avanzare «richiesta alla Regione per la revisione del Per» e all'Autorità di sistema per procedere «all'ulteriore valorizzazione del Porto» valutando il conseguimento di «risorse economiche per l'acquisizione eventuale delle aree della zona più a nord e per l'elettrificazione delle banchine». Forse in questo passaggio un possibile punto di contrattazione anche con la proprietà della centrale, chissà. Cassato, invece, il primo odg, sostenuto dall'opposizione, soprattutto nella parte del documento in cui si impegnavano sindaco e giunta nella programmazione della «dismissione» e «remissione allo stato pristino, a carico della proprietà, del territorio occupato». Un aspetto, come replicato dal sindaco Anna Cisint, ritenuto «confliggente con il diritto e l'Aia» vigenti, di più: «illiberale», inattuabile sotto il profilo giuridico. A dire: l'ente non può intervenire direttamente su interessi privati legittimi e la proprietà di terzi. È stato però osservato, dal centrosinistra, che il passaggio andava interpretato come un indirizzo politico, tant'è che l'estensore ha voluto poi correggersi nelle dichiarazioni di voto, ma in ogni caso la sintesi tra i due documenti non è arrivata. Dunque l'auspicata, e su alcuni temi pur intravista, convergenza - come nel caso della strenua opposizione a una visione di Monfalcone quale polo energetico, con la proposta, qui sì unanime, di revisionare il Per, piano energetico regionale, nella parte appunto pertinente il territorio comunale - alla fine non è stata raggiunta. Sia la civica Annamaria Furfaro che il sindaco Cisint hanno provato a lanciare una scialuppa per far pervenire l'area antagonista sulla propria sponda, ma alla fine, niente di fatto. Non sono valsi i tentativi di modifica, ricucendo i testi con altre frasi. E, va detto, la modalità da remoto, con solo l'esecutivo in aula, non ha favorito né la consultazione della maggioranza né il confronto dell'opposizione. In tempi diversamente Covid, la partita forse si sarebbe giocata diversamente. Eppure ieri era l'occasione, con un Consiglio comunale in seduta ordinaria interamente dedicato al futuro dell'impianto A2A (promossa su istanza del grillino Gualtiero Pin e di Furfaro) per uscire dall'Aula facendo quadrato a fronte di un progetto per la riconversione apparso da più parti nebuloso, «poco chiaro», in particolare per l'impiego dell'idrogeno. La «carenza di dati» sulle progettualità avanzate da A2A, non a caso, è stata sottolineata dal consigliere regionale di Fi Giuseppe Nicoli, che pure ha definito il dibattito di ieri «costruttivo» e per la prima volta improntato a una positiva discussione. È stato lui a proporre il ritiro di entrambi i documenti e rimandare la discussione alla sede commissariale per pervenire a un ordine del giorno condiviso e sottoscritto da tutti. Dunque unica dichiarazione di voto (messa ai voti) e due espressioni separate per entrambi gli ordini del giorno. La maggioranza ha votato contro il documento di Pin e Furfaro. Da segnalare che solo Antonio de Lieto (Pensionati), scostandosi da Lega e colleghi, si è invece espresso a favore. «Avrei voluto sentire tutti dire che la centrale si chiude, ma quando c'è da metterlo nero su bianco, si preferisce sempre lasciare una porticina aperta», così Elisabetta Maccarini dal Misto. È in sostanza questo il motivo per cui il centrosinistra non ha appoggiato il secondo ordine del giorno proposto dalla maggioranza: lo ha ritenuto troppo «debole».

Tiziana Carpinelli

 

«Con l'impianto a metano ci sarà la stessa produzione di CO2» - le dichiarazioni dell'assessore Cauci
Cinque ore è durato ieri il Consiglio comunale. A rappresentare le questioni cruciali che determinano la «contrarietà alla realizzazione di un impianto a gas» ci ha pensato in Aula l'assessore all'Ambiente Sabina Cauci: «L'ipotesi di una conversione a gas dell'attuale impianto che passerebbe da 335 megawatt a 850 megawatt, quasi tre volte maggiore, manterrebbe per molti decenni lo stesso livello di produzione attuale a pieno regime di CO2, pari a circa 2 milioni di tonnellate all'anno, in contraddizione con le direttive europee di contenimento progressivo della produzione di anidride carbonica per implementare le fonti rinnovabili a emissioni nulle». Non solo, valutata con perplessità «la realizzazione dell'impianto a gas con la possibilità di utilizzare idrogeno verde senza però un progetto alla base con le caratteristiche valutate dai soggetti componenti» e «sapendo peraltro che l'alimentazione attraverso il gas e il trasporto e lo stoccaggio dell'idrogeno comporterebbero, per l'assenza di infrastrutture di distribuzione in loco, problematicità rilevanti». La questione dei dipendenti ha fatto da sfondo (anche dal centrosinistra, con il consigliere Cristiana Morsolin, è pervenuta la richiesta di interventi per la riconversione delle professionalità o in ogni caso la salvaguardia dei posti) all'intera seduta-fiume. «Dal punto di vista occupazionale l'impianto a gas del progetto attualmente all'esame del Ministero dell'Ambiente - sempre Cauci - non otterrà il raggiungimento di quei livelli occupazionali che altri segmenti produttivi consentirebbero, visto che la gestione di un nuovo impianto avrebbe necessità di non più di 30 unità specializzate». È stato poi il sindaco Anna Cisint, che ieri ha soprattutto posto il pallino al centro del tavolo ministeriale (così indirettamente respingendo le accuse di «strabismo politico» sul tema, con un Comune contrario alla riconversione a idrogeno e una Regione invece favorevole), a definire lo stato dell'arte: «Innanzitutto, attualmente, noi stiamo parlando di un progetto che riguarda un nuovo impianto a gas, non a idrogeno. E io mi riferisco alle carte, perché solo a quelle un ente si può rapportare». Il sindaco non è convinto che si punti a un impianto a idrogeno, bensì alla miscela di idrogeno per «abbassare il livello a 100 grammi di CO2 a kilowatt ore, così da rendere l'impianto sostenibile agli occhi della Comunità europea», come da linee guida, nella parte della tassonomia. «La competenza del procedimento è ministeriale ed è a Roma che tutti siamo chiamati a rivolgerci - ha proseguito -, l'iter pendente, invece, è la Via. Da quanto mi consta l'azienda ha richiesto il tempo massimo di proroga per il deposito di ulteriori integrazioni al piano. E a oggi non ci risultano ancora formulate». La prima scadenza era il 27 febbraio scorso. Ma a questo punto se ne riparlerà ad aprile, verosimilmente. Altra informazione: «La centrale nell'ultimo anno non ha quasi mai lavorato, se non per la riapertura degli impianti periodica a scopo manutentivo». Infine la sottolineatura che l'ente si è adoperato, con l'approvazione delle direttive al Prgc, per «affermare la non destinazione dell'area a polo energetico» e per la «revisione dell'Aia della centrale», strappando «maggior attenzione per i controlli, con l'obbligo di precisi investimenti» a carico dell'azienda.

Ti. Ca.

 

 

Porto vecchio, primo ok in giunta - Task force fra gli uffici dei tre enti
Variante urbanistica e varo del consorzio spediti al vaglio delle circoscrizioni: dieci giorni per i pareri
Entro dieci giorni l'Accordo di programma sul Porto vecchio farà il giro delle circoscrizioni, per approdare ai banchi del Consiglio comunale entro un mese. Ieri la giunta comunale ha approvato la delibera che include la variante al Piano regolatore e il varo del Consorzio Ursus. Nel frattempo Regione, Comune e Autorità portuale lavorano alla rete tra uffici dei tre enti che dovrà fornire gli strumenti tecnici con cui il Consorzio si troverà a operare. Il sindaco Roberto Dipiazza conta su una rapida approvazione: «Abbiamo dato il termine più stretto per i pareri delle circoscrizioni perché voglio chiudere il prima possibile. Il bello di questo momento è che le istituzioni marciano assieme per un obiettivo comune. Con il presidente Massimiliano Fedriga c'è grande intesa, e con Zeno D'Agostino si collabora assieme ormai da tempo».L'unità di intenti fra gli inquilini di piazza Unità e la torre del Lloyd è il presupposto per il prosieguo di tutta l'operazione, visto che l'Assemblea consortile che guiderà il Consorzio è stata strutturata sullo schema del vecchio comitato portuale, e quindi a sedervi saranno direttamente il sindaco e i due presidenti. Quanto all'ambassador, il pellegrino che dovrà portare il verbo del Porto vecchio in giro per il mondo, la triade istituzionale sta ancora cercando un nome con il profilo adatto: «Troveremo la figura giusta - com menta il sindaco Dipiazza -. Serve una persona di fiducia, che sia pronta a fare un lavoro pancia a terra, poco di rappresentanza pubblica e molto concreto, direttamente con i potenziali investitori. Insomma qualcuno che non faccia il protagonista ma che lavori».Oltre ai vertici c'è la macchina. Regione, Comune e Autorità portuale intendono evitare la creazione di strutture ridondanti, e in questi giorni si sta lavorando a una rete di coordinamento fra gli uffici coinvolti: a seconda delle necessità, ogni ente presterà le sue strutture al Consorzio per la propria parte di competenza. Al di là delle cariche consortili, quindi, la travatura di Ursus sarà costituita dagli uffici tecnici, che si faranno carico del dedalo di procedure richiesto dalla messa sul mercato dei lotti.Gli uffici coinvolti in pianta stabile nel procedimento saranno quelli che hanno cooperato al non facile parto dell'Accordo di programma. In piazza Unità c'è ottimismo sulla possibilità che, superato lo scoglio iniziale, l'affiatamento ottenuto possa portare a un motore ben oliato nella macchina del Consorzio. Quanto al futuro dell'area, il sindaco interviene per precisare un aspetto della variante: «Vedo che c'è chi si lamenta della residenzialità al 70% in Porto vecchio. Hanno capito male. La residenzialità sarà al massimo del 70% per il singolo magazzino storico, non per tutta l'area, c'è una differenza non da poco».

Giovanni Tomasin

 

 

acegasapsamga - Questionario su rifiuti e riciclo ancora attivo

Come vorrebbe essere informato sulla gestione dei rifiuti? Quali sono le difficoltà che incontra nel differenziare? Sono alcune delle domande dell'indagine "Le buone idee non si buttano" lanciata dall'assessorato all'Ambiente Fvg. Lo ricorda AcegasApsAmga, sul cui sito - oltre che su quelli di EcoFvg, Regione, e Comune - si può ancora rispondere al questionario, disponibile pure al link bit.ly/ IndagineECOFVG e su carta allo sportello Acegas.

 

 

LO DICO AL PICCOLO - Piazzale Rosmini, ok la riapertura ma occorre trasparenza

Il giardino di piazzale Rosmini, dopo essere stato chiuso con la giunta Cosolini causa il rilevamento di pericolosi inquinanti nel terreno, è stato sottoposto a vigile controllo, con una centralina che avrebbe dovuto verificare una delle possibili cause dell'inquinamento, delle severe delimitazione e seguendo l'idea del Movimento 5Stelle, utilizzare il fitorimedio per purificare il terreno. Oggi il giardino è finalmente riaperto e i bambini sono ritornati a correre, scavare, giocare con la ghiaia in uno dei pochi spazi verdi della città. Ma quello che mi chiedo è che non si sono sapute le cause e le responsabilità dell'inquinamento. Non si sanno i dati rilevati con gli ultimi carotaggi che hanno poi permesso la riapertura in totale sicurezza. Non sono state diffuse notizie sul metodo del fitorimedio, con tempi che a me appaiono estremamente corti: è stato veramente efficace e potrebbe essere utilizzato in altre aree a rischio, come il piccolo giardino in viale Campi Elisi, tuttora chiuso?Il tutto perché la sicurezza dei nostri figli necessita sempre di totale trasparenza.

Gianluca Pischianz

 

SEGNALAZIONI - Miramare - Un riconoscimento alla direttrice

Gentile direttore, come ormai moltissimi sapranno a Trieste dal 2004 e di solito su iniziativa del sindaco viene consegnata annualmente l'onorificenza del "Sigillo trecentesco della città di Trieste" a persone che si sono distinte per avere operato positivamente nell'ambito pubblico (dal 2004 ne sono state consegnate circa 180).Molte sono le persone che hanno ricevuto questo riconoscimento e tra quelle più recenti l'ex senatore Francesco Russo e il presidente del Porto di Trieste Zeno d'Agostino (vorrei ricordare anche la consegna a Teddy Reno al compimento dei 90 anni). Ora propongo al signor sindaco di volere prendere in considerazione la possibilità futura di consegnare tale onorificenza a una persona che a mio modestissimo parere ha dato e sta dando un notevole contributo alla città nel campo turistico. Mi riferisco alla dottoressa Andreina Contessa. Moltissimi triestini ricorderanno che prima del suo arrivo a Trieste nel 2017 come direttrice del Museo storico del Parco e del Castello di Miramare tale struttura era in uno stato "improprio". Forse non tanto il Castello ma per tutto il resto in particolar modo il Parco la situazione era molto lacunosa a mio avviso. Il parterre adiacente al Bar era una landa deserta, gli alberi non avendo una manutenzione erano marci e molti anche caduti e lasciati li, i vialetti e i sentieri non erano oramai agibili da  anni, la fontana antistante il castello era chiusa e il laghetto dei cigni era maleodorante come pure quello che una volta era un piccolo corso d'acqua naturale che defluiva sotto il ponticello in ferro era ormai inesistente (e non vado avanti con il resto tanto che uno si vergognava a portare parenti e amici da fuori a visitarlo). Molte erano state le lettere di lamentela della gente, di tanti politici locali oltre che le mie sul quotidiano locale che denunciavano l'inattività di chi responsabile della situazione non se ne preoccupava minimamente ma la cosa fino al fatidico cambio di gestione risultò completamente inutile. Ora da quando appunto la tutela di questo patrimonio, che è riconosciuto come uno dei castelli più visitati e più belli del mondo anche per la sua particolarità di essere sul mare ha ripreso vita per merito del duro lavoro di una persona che ha preso a cuore questa meraviglia, ha fatto si che torni agli splendori di una volta. Augurando alla dottoressa di continuare come sta facendo ad operare al fine di completare questa perla che da lustro a tutta la città, voglio sperare che visto che Miramar è un bene a cui i triestini tengono in maniera particolare, il signor sindaco prenda in considerazione quanto fin qui scritto e premi una persona che secondo me è pienamente degna di riceverlo forse più di tante altre.

Paolo Fabricci

 

SEGNALAZIONI - Patrimonio - Caserma di Banne - Bene dimenticato

Caro direttore,alcune delle liste che si presentano alle elezioni comunali hanno messo in programma l'utilizzo dell'ex caserma Monte Cimone di Banne: si tratta di un'area non inferiore, per superficie e per pregio, a quella dell'ex Ospedale Psichiatrico di San Giovanni. Nel 2000 il sindaco Illy intendeva valorizzarla e a tale scopo il consiglio della 2.a Circoscrizione ottenne di visitarla: pur non più utilizzati dall'esercito, gli edifici, i campi sportivi e il parco circostante apparivano, a parte qualche segno d'incuria, in perfetto ordine, tanto che si fece una proposta di destinazione dei singoli stabili a fini culturali e sociali. Purtroppo nel 2001 i Cittadini ex Illy avanzarono delle candidature poco affidabili, consegnando il Comune nelle braccia del primo Dipiazza che, innamorato del "salotto buono", abbandonò i progetti delle periferie, compresa la caserma che ha avuto il tempo di venire completamente depredata e devastata. Oggi l'assessore Giorgi, posto di fronte a nuove iniziative per quell'area, mette le mani avanti, affermando che per ottenerla dal Demanio i tempi sarebbero molto molto lunghi (almeno quanto quelli necessari ad acquisire le caserme di via Rossetti, che comunque stanno seguendo lo stesso triste destino); ma se forse si fosse cominciato vent'anni fa ad assecondare le proposte dei concittadini...

Lucio Vilevich

 

 

Come diventare veri apicoltori in sole quattro lezioni online  - INIZIATIVA DEL CONSORZIO E DI BIOEST
Come diventare apicoltori in 4 lezioni. Online. Al via il nuovo corso di avviamento all'Apicoltura 2021 organizzato da Consorzio Apicoltori Trieste e associazione Bioest che prevede lezioni di teoria sul web e pratica sul campo, direttamente in apiario. Lo scopo è imparare a riconoscere e tutelare le api e ottenere gli strumenti per intraprendere l'attività di apicoltore urbano. L'appello del consorzio è di adottare un alveare per salvare una specie a rischio che funge da sentinella della salute del pianeta. La prima lezione si terrà giovedì alle 17 e verterà sulla storia e l'importanza dell'apicoltura e il rapporto delle api con l'uomo. Verrà svolta un'introduzione all'apicoltura e saranno fornite nozioni di morfologia dell'ape. I successivi incontri si terranno giovedì 18 e 25 marzo e 1 aprile, sempre alle 17.«Dal 2013 ad oggi, anno del primo corso - ricorda Tiziana Cimolino di Bioest - il consorzio ha formato più di 300 apicoltori e creato la più grande comunità di imprenditori apistici del nostro territorio, con un approccio più etico e sostenibile».«E da quest'anno, per la prima volta - riferisce il relatore, l'apicoltore e veterinario Livio Dorigo - svolgeremo un corso online. La finalità del ciclo di incontri a distanza - a cui seguirà l'esperienza pratica in presenza - è appunto quella di avviare all'apicoltura nuovi addetti, incrementare e mantenere il patrimonio apistico, gestire l'allevamento nel rispetto dell'equilibrio ecologico naturalistico del territorio, far attuare la lotta alle principali malattie infettive e parassitarie e offrire anche possibilità di integrazione del reddito, grazie alla crescita sul mercato di prodotti naturali a chilometro 0. Ma il messaggio più importante che si vuole trasmettere è quello della necessità di tutelare questi piccoli insetti, così importanti per l'ambiente e per tutta l'umanità».«Purtroppo - aggiunge Cimolino - le api sono in declino, minacciate da pesticidi - alcuni dei quali costituiscono un rischio diretto per gli impollinatori -, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici. Adottare un alveare può costituire perciò un atto di tutela ambientale».«Obiettivo del corso - confermano gli organizzatori - è quello di far acquisire ai partecipanti le competenze di base per iniziare ad allevare le api con soddisfazione. ll corso, pur avendo una base teorica, è strutturato essenzialmente sugli aspetti pratici dell'allevamento. Alla base dell'apprendimento ci sarà infatti il confronto con docenti esperti del settore».Informazioni e prenotazioni al 3287908116 e scrivendo a cons.apicoltoritrieste@gmail.com.

g.t.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 8 marzo 2021

 

 

«Le case in Porto vecchio un traino per tutta la città»

L'analisi degli immobiliaristi. I prezzi? «Fra i 3 e i 5 mila euro al metro quadrato»
Si stima potrebbero abitarci circa 1.100 residenti, in soluzioni vista mare, inserite nei quasi 66 ettari del Porto vecchio. La valorizzazione di quell'area ora trova concretezza nell'Accordo di programma siglato pochi giorni fa da Comune, Regione e Autorità portuale, e apre a nuove opportunità e sfide anche per gli agenti immobiliari. Che da anni guardano con interesse a quegli spazi, non solo per la porzione che verrà riservata alla residenzialità - fino al 70% -, ma anche per il valore che potranno regalare al resto della città. «Trovo intelligente e essenziale aver riservato una percentuale anche elevata alla residenzialità - sostiene Stefano Nursi, presidente Fiaip -: serve a rendere viva quell'area, generando così l'apertura di negozi, attività di servizi, bar e ristoranti che attireranno in quegli spazi anche la movida triestina». Nursi vede di buon occhio pure il trasferimento in Porto vecchio degli uffici della Regione. «Deve diventare una zona di Trieste esclusiva - ritiene -, un contesto capace di attrarre anche nuovi residenti da fuori città». «Io, da genovese - racconta Filippo Avanzini di Gabetti Immobiliare -, ho vissuto la rinascita di Porto Antico con l'Expo Colombiana del 1992. Quegli spazi, ridotti rispetto a quelli del Porto vecchio, un tempo erano il cuore dell'attività portuale e ora accolgono servizi, ormeggi, offerta commerciale, turistica e anche una parte di residenziale». «Lì - aggiunge - è stato trovato il giusto equilibrio, quello che auspico per Porto vecchio: la percentuale destinata al residenziale non deve eccedere per non interferire troppo con l'offerta del resto della città». Guardando a quell'immensa area sul mare, gli agenti immobiliari ne leggono le enormi potenzialità, ma anche i rischi. «È il punto di snodo per l'economia cittadina - sottolinea Andrea Oliva, presidente di Fimaa -: sogniamo tutti una riqualificazione di quell'area da una vita, ma ritengo debba essere un progetto inglobato in una visione più ampia dello sviluppo dell'intera città». Oliva ritiene si debba avere un «occhio attento al calo demografico di Trieste, guardando a Porto vecchio come parte della città e non come progetto a sé stante». Ma quanto potrebbe valere un appartamento in quel contesto? «Non meno di 5 mila euro al metro quadrato - valuta il presidente Fimaa -, è un contesto troppo esclusivo, unico al mondo, per avere prezzi inferiori». Una cifra sulla quale concorda anche Giorgio Calcara, titolare dell'omonima agenzia, che però specifica come «alcune delle soluzioni, soprattutto quelle affacciate sulla Stazione ferroviaria, potrebbero essere poste in vendita a prezzi decisamente inferiori. In sintesi, a seconda della posizione, i prezzi potrebbero oscillare tra i 3 e i 5 mila euro al metro quadrato». Calcara giudica Porto vecchio «un volano per l'intera città» e auspica non ci «sia un unico investitore che monopolizzi l'area, ma che ci sia un ventaglio di proposte». Vede Porto vecchio come un'incredibile opportunità anche Cristina Rufolo dell'omonima agenzia: «È una grande risorsa, ma l'impatto sul resto della città dipenderà molto da come si articolerà il progetto. Il 70% di residenziale è troppo - spiega -, serve una giusta misura che si integri con l'offerta turistica, culturale, commerciale che lì dovrà trovare spazio».

Laura Tonero

 

Virginia Cuffaro -  Il quesito - «Che fine faranno i palazzi lasciati dall'ente del Fvg?»
«Che fine faranno i palazzi che la Regione lascerà dopo il suo trasferimento in Porto vecchio?». Virginia Cuffaro, tra i titolari di Gallery Immobiliare, pone un altro quesito. «Mi chiedo se verranno messi in vendita - si domanda - e a loro volta poi destinati a residenziale. Va fatta una giusta valutazione, tenendo conto delle potenzialità della nostra città, dei residenti, dello sviluppo a lungo termine». Quello che è certo, per l'imprenditrice, è che «c'è una forte esigenza a Trieste di un'offerta residenziale di qualità, la pandemia ha costretto molte persone a vivere la casa in maniera diversa, e ad ambire a case più ampie (anche per lo smart working), confortevoli: c'è molto fermento».

 

Filippo Avanzini - La gradualità' - «L'integrazione sul mercato eviti di creare squilibri»
«L'area di Porto vecchio riqualificata vivacizzerà l'intero mercato immobiliare di Trieste». Filippo Avanzini di Gabetti Immobiliare ne è certo. «Ma a mio avviso serve procedere a piccoli lotti, gradualmente - suggerisce -, con una percentuale non eccessiva di residenzialità, per integrare passo passo la nuova area riqualificata con il resto della città, e in modo tale da non generare squilibri importanti sul mercato immobiliare cittadino». Per Avanzini, per attrarre lì nuovi residenti, «servirà offrire in quegli spazi dall'esclusivo marina al negozio di frutta e verdura o al panificio. Porto vecchio dovrà offrire un po' di tutto e il massimo, per risultare una location molto ambita».

 

 

Ortofrutta a chilometro zero. Bancarelle anche in periferia.

Una Trieste alimentare a "chilometro zero". Lo auspicano due delibere firmate dall'assessore comunale al Commercio, Serena Tonel, e preparate dal direttore delle attività economiche, Francesca Dambrosi.Obiettivi: sostenere la relazione città-campagna, favorire il rapporto produttore/consumatore, garantire prezzi più equi, valorizzare le produzioni locali e stagionali, sondare la possibilità di nuovi canali di vendita, accorciare la filiera commerciale. La risposta della cittadinanza si è rivelata favorevole, per cui avanti. Due delibere per iniziative distinte ma parzialmente convergenti, che vengono calendarizzate dal Municipio dal corrente mese fino al termine del 2021. Una si chiama "Campagna Amica", già nota al consumatore triestino, l'altra è invece una novità dal titolo "Il turismo agricolo in Fvg".La prima è supportata da Coldiretti, la seconda è espressione di quattro produttori agricoli riuniti in un'associazione presieduta da Mauro Bernecich, domiciliata a Medea, che tra gennaio e febbraio ha rodato l'esordio nel capoluogo. Per soddisfare le richieste, Tonel & Dambrosi hanno così provveduto al manuale Cencelli degli spazi. "Campagna Amica" avrà a disposizione ogni santo martedì piazza Vittorio Veneto (quella delle Poste). Il sabato alternerà la presenza tra Campo San Giacomo e piazza Goldoni: marzo è iniziato ieri l'altro nello slargo dedicato al commediografo veneziano, quindi la prossima puntata vedrà alla ribalta il popolare rione nell'area attorno alla parrocchiale. Tutto compreso, un'ottantina di chances per agricoltori-allevatori, che dal Carso, dall'Isontino, dalla Bisiacaria, dal Friuli vengono a vendere i loro prodotti. Da marzo a dicembre "Il turismo agricolo" avrà a disposizione tre spazi periferici/semiperiferici, già testati nel bimestre invernale: ogni martedì campo San Giacomo; ogni mercoledì il parcheggio di via del Carpineto (angolo Ratto della Pileria) a Servola; ogni venerdì via dei Mille (tra l'asilo comunale "Mille bimbi" e la chiesa parrocchiale di Santa Caterina) a San Luigi. Anche i quattro partner isontini potranno presidiare piazza Goldoni nei sabati in cui "Campagna Amica" è a San Giacomo: a marzo saranno le giornate del 13 e del 27. Sommando le quattro opportunità, sono più o meno 140 le date complessivamente a disposizione. Il Comune richiede agli utilizzatori alcune avvertenze di carattere igienico-logistico. La salvaguardia del suolo pubblico, la «costante» pulizia, la corresponsione del canone, parcheggio dei mezzi e allestimento delle bancarelle secondo determinate modalità: accesso prima delle 7.30, inizio della vendita alle 7.45, conclusione alle ore 14, sgombero entro le ore 15.

Massimo Greco

 

 

Ricorso su Chiampore respinto - Traliccio Finmedia da demolire - il comune di muggia prevale al consiglio di stato
«È un momento storico: stiamo creando un precedente a livello nazionale». Così il sindaco di Muggia, Laura Marzi, sulla sentenza emessa lo scorso 3 febbraio dal Consiglio di Stato, sul ricorso proposto da Finmedia contro il Comune di Muggia, che mirava alla conservazione del traliccio di 30 metri di altezza realizzato a Chiampore, in contrasto col piano di delocalizzazione delle antenne approvato dal Comune di Muggia. Ebbene, il Consiglio di Stato si è espresso confermando l'abuso edilizio. «Quando abbiamo intrapreso questa lunga battaglia - ha proseguito Marzi - sembrava che i Comuni non potessero avere alcun potere decisionale, ma questa sentenza, definitiva e inappellabile, dimostra che se l'ente opera scelte razionali, la sua posizione diviene inattaccabile». È stato messo il punto a una storia che andava avanti da febbraio del 2010, quando Finmedia aveva chiesto al Comune di Muggia l'autorizzazione a sostituire due suoi tralicci preesistenti per realizzarne uno unico molto più alto. Autorizzazione che era stata negata dal Comune. Malgrado ciò, Finmedia aveva comunque portato avanti le opere di costruzione e successivamente aveva presentato ricorso al Tar, il quale lo aveva accolto nel 2015. La sentenza era stata appellata dal Comune rivierasco, che aveva ottenuto una vittoria piena al Consiglio di Stato nel giugno 2017 con il capovolgimento totale di quanto stabilito in primo grado. Nel novembre del 2017 il Comune aveva emesso un'ordinanza per la demolizione del traliccio per trasmissioni radiofoniche, nonché il diniego del rilascio del permesso a costruire in sanatoria. L'ordinanza era stata impugnata da Finmedia ma ora il Consiglio di Stato ha dato ragione al Municipio. «È un risultato fondamentale nella battaglia che il Comune sta portando avanti da anni per difendere il diritto di decidere dove si possono costruire i tralicci per gli impianti di telecomunicazioni e far prevalere gli interessi dei cittadini su quelli delle società che gestiscono le antenne», ha affermato l'assessore all'Ambiente, Laura Litteri.

Luigi Putignano

 

Interferenze sulle frequenze radio - Il caso italo-sloveno in Tribunale
I ripetitori Rtv di Antignano e del Nanos contestati dalle due emittenti: il 15 primo round a Trieste
Nel giro di un mese la guerra delle antenne, che contrappone due emittenti private italiane alla Rtv Slovenija, potrebbe trovare soluzione in due appuntamenti-chiave in sede giudiziaria. Il primo si sta approssimando ad ampie falcate: infatti è in programma lunedì 15 marzo davanti al Tribunale di Trieste l'udienza in merito al contenzioso tra la padovana P-Sphera e Rtv. Il secondo riguarderà il Tribunale di Gorizia ed è in agenda mercoledì 14 aprile: l'emittente cattolica Radio Maria versus Rtv . In entrambe le cause patrocina le imprese italiane l'avvocato fiorentino Felice Vaccaro, uno dei maggiori esperti della materia a livello nazionale. Il dossier è piuttosto complesso e presenta implicazioni di carattere internazionale che sono approdate - come vedremo - anche a Bruxelles.Il round triestino è dietro l'angolo. La questione s'impernia sull'impianto Rtv situato ad Antignano (Tinjan in sloveno), un piccolo borgo nella zona di villa Decani. Secondo P-Sphera, si rileva un'«invasione» nell'area triestina determinata da un'irradiazione a 350° mediante uno schieramento di 4 antenne a 2000 watt, quando invece i ripetitori sloveni dovrebbero limitarsi a una potenza di 200 watt avendo direzione a 130° puntata verso l'interno dell'Istria. I «disturbi distruttivi», come li definisce il legale fiorentino che cita la consulenza tecnica affidata all'ingegnere milanese Carlo Galifi, avvengono sulla frequenza 98.900 Mhz verso Trieste. Non esisterebbe invece problema per P-Sphera, che trasmette da Conconello e da Chiampore: tra l'altro la postazione sopra Muggia è stata ceduta a Rmc Italia.Vaccaro ha sollecitato a più riprese Akos (Agenzia slovena per la rete di comunicazione) affinché intervenisse per porre fine alle interferenze, limitando la potenza di Antignano almeno a 500 watt. Ma finora i tentativi, che tra l'altro smorzerebbero ragioni e tensioni giudiziarie, non hanno trovato riscontro da Lubiana. Il secondo round si disputerà a Gorizia. Il contesto processuale è diverso, il merito analogo. In questo caso Vaccaro, legale di Radio Maria, ha impugnato la sentenza del settembre 2020, che in sostanza condannava sia Radio Maria e Rtv a cessare le reciproche interferenze, l'una da Porzus, l'altra dal Monte Nanos. Ma Vaccaro non è d'accordo con il giudice goriziano, perché ritiene che l'entità delle interferenze sia decisamente diversa: Rtv inonderebbe il 70% del territorio regionale giulio-friulano, quando invece quello di Radio Maria sarebbe, in linguaggio tecnico, un semplice "debordo". La slovena Akos è stata sollecitata anche su questo capitolo e anche su di esso - scrive Vaccaro - silenzio assordante. Ma, oltre agli aspetti giudiziari, si evidenzia, come da premessa, un caso internazionale, su cui Vaccaro protesta con una lettera inviata il 3 marzo ai direttori ministeriali (Mise) Pietro Celi ed Eva Spina. I fatti. Lo scorso febbraio si è tenuta a Bruxelles presso la Commissione Ue una riunione del "Radio spectrum policy group", durante il quale il contenzioso Radio Maria P-Sphera/Rtv sarebbe stato travisato e la situazione effettiva venutasi a creare - cioè il mancato intervento regolatorio dell'agenzia slovena Akos - ignorata. Nonostante - incalza l'avvocato - le consulenze tecniche abbiano accertato il livello di interferenza da parte slovena. Nella lettera Vaccaro si dice rammaricato, poiché a Bruxelles, come si evince dal verbale dell'incontro, erano presenti tre rappresentanti italiani: Donato Margarella, Katia Marcantonio, Umberto Mascia. Ma nessuno dei tre - eccepisce infine l'avvocato - ha fatto cenno al doppio contenzioso «benché il ministero Comunicazioni ne fosse stato puntualmente informato».

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 7 marzo 2021

 

 

«Una visione d'insieme sommata a flessibilità e il Porto vecchio volerà»
Architetti e urbanisti analizzano i contenuti della variante: «Maglie stringenti sarebbero state controproducenti». Sottolineato il ruolo della regia pubblica
Nei secoli le città mutano il proprio tessuto, la storia di Trieste dal '700 a oggi lo prova. Un tempo il cambiamento che oggi attende Porto vecchio sarebbe stato deciso, elaborato sul piano intellettuale e realizzato da un potere centrale, come avvenne per i borghi di fondazione cittadini. Nel labirinto di pesi e contrappesi delle istituzioni contemporanee una decisione verticale di quel genere è inattuabile, ma il bacino di conoscenze di architetti e urbanisti resta un riferimento per una possibile rotta degli enti locali nell'affrontare l'impresa. E tra gli esperti che operano o nascono a Trieste le idee su come si dovrebbe procedere nell'antico scalo non mancano. Il professor Giovanni Fraziano del corso di Architettura di Units a Gorizia avverte: «Oggi i masterplan stringenti che caratterizzarono l'urbanistica fino a qualche anno fa non si fanno più, perché i meccanismi di previsione si sono rivelati contraddittori. Si procede necessariamente a maglia larga». Esiste però una qualità anche in questo modo di fare, precisa: «L'importante è che le istituzioni gestiscano l'aspetto infrastrutturale nel suo senso più ampio, poiché anche il verde va pensato come infrastruttura. Bisogna evitare di ragionare per campiture di aree, una visione superata». Lucia Krasovec Lucas, presidente dell'Associazione italiana donne ingegneri e architetti (Aidia) di Trieste, calca l'accento sulla complessità: «La contemporaneità del piano del Porto vecchio e di quello del centro storico era una grande occasione per mettere in connessione l'area da Campo Marzio allo scalo. La città va pensata come un organismo unico, e le relazioni tra le sue parti vanno decise prima, in modo strategico, guardando la città nel suo insieme attraverso l'interpolazione dei dati. Traslocare servizi rischia soltanto di creare ulteriore disagio». Elia Snidero, che negli ultimi anni ha seguito progetti complessi per investitori stranieri e gruppi internazionali come Ingka Centres, guarda in prospettiva: «È vero che si possono creare dei vuoti. Ma l'operazione di Porto vecchio, se condotta bene e al riparo da manovre speculative, può essere il polmone che consentirà poi di ragionare sui vuoti di tutta Trieste. Il recupero di un simile patrimonio edilizio è questione di sostenibilità, perché lavora sugli spazi interni alla città». Buona, in questo senso, la nascita del Consorzio: «Giusto il ruolo diretto del decisore pubblico, che fa da regia ma offre al privato gli strumenti idonei per sviluppare, questo è il ruolo che deve avere una committenza». Il presidente dell'Ordine degli architetti Thomas Bisiani afferma: «La variante lascia delle maglie larghe, perché progetti troppo stringenti rischiano di non trovare compiutezza. La questione a questo punto è, attraverso quale strumento riempiamo queste maglie? Non può essere una collazione di manifestazioni di interesse. Ad Amburgo il Comune ha avuto un ruolo nel processo di recupero di tutti gli stabili mantenendo le proprietà fino all'ultimo». In ogni caso, conclude, «le crisi dal 2008 a oggi ci ricordano che è vitale restare flessibili». L'architetto Luciano Semerani, che in passato vergò un progetto per il rilancio dello scalo, è pessimista: «Si è buttato via tempo dalla sdemanializzazione di Francesco Russo. Ora c'è l'idea di andare avanti senza un progetto se non una vaga destinazione d'area. Questa è una debolezza e non una forza. Ad Amburgo è stato fatto con altri capitali e in altri modi, gestendola in modo molto più preciso. Scelte operative nette, poche figure, e un grande richiamo di intelligenza internazionale. Cosa che qua non c'è, si snobba completamente l'idea che ci sia una funzione dell'immagine architettonica e urbanistica che apre la strada all'investimento».

Giovanni Tomasin

 

 

Dalle case al golfo - il depuratore pulisce la citta' e dialoga col mare

L'impianto di Servola di AcegasApsAmga e' unico nel suo genere. Grazie alla tecnologia i liquami trattati e rilasciati senza inquinare.

Se i pesci, le alghe e i molluschi che popolano il golfo di Trieste avessero la parola, forse ci direbbero che sono contenti di avere a che fare con qualcuno che "tratta" con loro e tenta di mantenere l'ecosistema marino in equilibrio. In questa sorta di capacità di dialogo con il mare sta il segreto dell'innovazione che rende unico il depuratore di Servola, gioiello tecnologico e super automatizzato targato AcegasApsAmga, di cui tra due giorni (il 9 marzo) ricorre il terzo anniversario dall'avvio. L'impianto, che occupa un'area di 34.500 metri quadrati e rappresenta un ampliamento della struttura già esistente, la cui prima pietra venne posta nel 1929, è stato realizzato con tre anni di lavoro e 52,5 milioni di euro, coinvolgendo diversi enti, in primis la Regione, e permettendo di superare una procedura di infrazione comunitaria che pendeva sulla testa della regione sin dal 2008 (ora il trattamento biologico viene effettuato completamente a terra, come previsto dall'Ue).Il "depuratore che parla con il mare", per usare lo stesso nome e slogan scelti da AcegasApsAmga e dal gruppo Hera, per la grande struttura all'interno dello Scalo Legnami, è il cuore di tutto il processo di smaltimento delle acque reflue prodotte nelle case, negli uffici e nelle fabbriche della città. Depura i liquami di 190 mila persone (mentre per il resto della popolazione sono operativi i depuratori di Zaule a Muggia, Basovizza e Sistiana). Qualcosa come 80-100 mila metri cubi al giorno, fino a 150 mila in occasione di eventi che richiamano in città migliaia di persone (numeri che dall'inizio della pandemia sono rimasti invariati, a differenza di zone dove il calo importante del turismo o il blocco delle fabbriche hanno dimezzato la portata). Le acque reflue confluiscono qui dopo aver attraversato un sistema fognario fatto di 370 chilometri di condotte e 60 di canali e torrenti tombati, e vengono trattate, disinfettate e depurate, per poi essere rilasciate, attraverso due condotte sottomarine parallele di 7,5 chilometri, nel centro del golfo, grazie a 600 torrini che permettono una diffusione omogenea. «È qui che si sviluppa il dialogo con il mare - spiega Paolo Jerkic, responsabile impianti di depurazione per AcegasApsAmga -. Le tecnologie intelligenti permettono di calibrare in modo dinamico l'intensità del processo depurativo, in base ai dati che ci vengono forniti da Ogs e Arpa, che monitorano il mare: l'impianto modifica l'intensità dell'abbattimento di sostanze nutrienti delle quali il mare ha bisogno, come fosforo e azoto, per mantenere in equilibrio l'ecosistema». «In questo modo - evidenzia Andrea Cain, responsabile dell'impianto di Servola - più che ridurre l'impatto ambientale, possiamo governarlo. Questa caratteristica rende il depuratore unico: si è investito su questo aspetto perché il golfo di Trieste ha fondali bassi ed è abbastanza chiuso, andavano adottate soluzioni per rendere sempre più efficace e sostenibile il processo di depurazione». Il depuratore è enorme, eppure vi lavora solo una decina di persone, grazie all'alto livello di automazione e al sistema di telecontrollo, che consente all'impianto di rimanere "da solo" di notte, monitorato in remoto. Le stesse tecnologie avanzate sono state utilizzate per superare il problema degli spazi ridotti: qui si realizzano trattamenti che avrebbero necessitato di una superficie cinque volte più ampia. Ma come avviene il "viaggio" delle acque reflue dei triestini dalle case al mare? Il sistema fognario è composto da due collettori, quello di zona bassa e quello di zona alta (per le zone alte, come Cattinara), che fanno entrare i liquami nella parte originaria del depuratore, sotto la galleria di Servola. La portata media dell'acqua in ingresso è di circa 4 mila metri cubi all'ora, ma varia a seconda delle giornate e degli orari (le punte si toccano nelle prime ore del mattino). Qui avviene il trattamento primario: attraverso un sistema di griglie a maglie via via più strette si trattengono i materiali solidi, dai cerotti ai cotton fioc, fino a quelli della grandezza di un micron, e si separano gli oli e le sabbie. A questo punto le acque passano sotto la ferrovia attraverso una condotta e arrivano nella parte nuova dell'impianto, per il trattamento biologico. Qui le acque vengono depurate grazie a colonie di batteri che "mangiano" i composti organici e azotati trasformandoli in gas e sostanze innocue per il mare. Le acque entrano in 16 vasche nelle quali sono sospesi miliardi di microsfere in Biostyrene avvolte da una pellicola di batteri che aggrediscono gli inquinanti. In una seconda fase si replica il procedimento attraverso microsfere di Biolite. Si procede poi con un trattamento chimico-fisico e, infine, con la disinfezione, senza prodotti chimici, ma attraverso 240 lampade a raggi ultravioletti, che bruciano gli ultimi residui batterici prima che entrino in mare. La durata del "viaggio" casa-golfo? Circa 4 ore. All'interno dell'impianto, «che legge la città nelle acque», come ricorda il responsabile comunicazione AcegasApsAmga Riccardo Finelli, vi sono poi macchine che raccolgono i fanghi derivanti dai processi, le cui sostanze organiche vengono trasformate in biogas per ricavare energia elettrica. I fanghi vengono poi pompati al depuratore di Zaule e trasformati per uso agricolo.

Elisa Coloni

 

Abbandona mattonelle in strada: sanzionato - intervento della polizia ambientale

Il Nucleo di Polizia ambientale della Polizia Locale di Trieste è riuscito a individuare il responsabile di un abbandono di materiale edile in zona Campanelle. Tutto è partito dalla segnalazione di un residente; gli operatori hanno effettuato un sopralluogo, verificando l'effettivo abbandono di alcuni cumuli di mattonelle rotte. Da un'ispezione dei rifiuti sono riusciti a risalire al proprietario di un appartamento situato poco distante. Convocato in caserma, ha confermato la realizzazione dei lavori di ristrutturazione "in economia" avvalendosi di un suo conoscente, ma si è dichiarato estraneo all'abbandono del materiale, poiché se ne era occupato il suo conoscente. Gli operatori sono riusciti a risalire al responsabile, che ha ammesso l'abbandono del materiale. Per lui 600 euro di sanzione e l'obbligo di rimuovere immediatamente i rifiuti e smaltirli a norma di legge.

 

 

A Muggia partiti i lavori di manutenzione del verde pubblico - DA VIA MAZZINI A VIA SAN GIOVANNI
Muggia. Partiti, a Muggia, alcuni lavori di manutenzione del verde pubblico che riguarderanno, nello specifico, entrambi i lati di via Mazzini, il tratto compreso tra il civico 5 di via Tonello e il civico 1 di piazzale Curiel, il tratto di salita di Muggia vecchia compreso tra il numero 53 e l'antica porta del borgo medievale di Muggia vecchia, intitolata a Sant'Odorico, su entrambi i lati della carreggiata, e, infine, la zona adibita a parcheggio a lato dell'area gioco posta all'altezza dei condomini di via San Giovanni corrispondenti ai civici 14/a, 14/b e 14/c. I lavori dovrebbero concludersi entro il 15 aprile. Nel frattempo è stato istituito un divieto di sosta con rimozione forzata per tutti i veicoli nelle aree oggetto dei lavori di potatura e sfalcio. Con determina dirigenziale dello scorso 23 febbraio è stato deciso di affidare agli imprenditori agricoli Fabio Parovel e Giorgio Millo, entrambi di Muggia, il servizio di supporto al decespugliamento e pulizia delle aree verdi comunali fino al 31 dicembre 2021, per un importo totale di 66 mila 600 euro (dei quali 36 mila 600 a Parovel e 30 mila a Millo), mediante la stipula di una convenzione. Tra i compiti previsti la pulizia di tombini, bocche di lupo, chiusini e griglie stradali, quella di canalette e canali di scolo di acque, lo sfalcio dell'erba, il decespugliamento di cigli, scarpate e bordi stradali, oltre alla potatura completa di alberature consistente nel taglio di tutti i rami al di sotto di 4 metri, lo sfoltimento generale della chioma della pianta. Lavori al verde pubblico che da un po' di tempo sono oggetto di critiche sui social, soprattutto relativamente agli abbattimenti di alberi e alle potature, per alcuni troppo radicali.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 6 marzo 2021

 

 

Villa Necker aperta alla città - Già 550 firme - la petizione
È stata illustrata ufficialmente ieri la petizione attiva su Change.org per riaprire al pubblico lo spazio verde di Villa Necker che fa parte oggi della sede del Comando militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia", stretto tra via Belpoggio, viale Terza Armata e salita al Promontorio. L'ha lanciata nei giorni scorsi il Comitato "Ritorno al Parco", che si è costituito a novembre ma si è presentato appunto ieri alla stampa. «Il filo rosso che ci accomuna - così Giuliano Gelci, portavoce del comitato assieme a Margherita Sartorio Mengotti e Chiara Fabbretti - è abitare vicino al parco e per alcuni di noi averci vissuto e giocato 40 anni fa».A ieri la petizione ha già raccolto il favore di 550 persone, ha sottolineato un altro membro, Rino Lombardi. Una volta raggiunto un numero congruo di firme, il documento verrà consegnato al sindaco Roberto Dipiazza: «La senatrice Tatjana Rojc - ha sottolineato Gelci - ha già inviato una lettera al ministero della Difesa. Serve uno sblocco delle carte». Il comitato, è stato spiegato, si mette a disposizione per intervenire in maniera diretta e indiretta su pianificazione, programmazione e conduzione di questa riconosciuta isola di biodiversità, assieme anche ad alcune associazioni. L'obiettivo è anche reperire fondi europei per l'iniziale manutenzione straordinaria. «Il parco oltretutto è anche pericoloso, visto che poco tempo fa è caduto un albero vicino alla strada», ha concluso l'attore Maurizio Zacchigna, che ha recitato alcune letture come membro del comitato, di cui fanno parte anche Roberto Weber, Lucia Krasovec Lucas e Paola Comuzzi.

Benedetta Moro

 

 

Piano delle opere da 3,5 milioni - La costa di Muggia protagonista
La cifra più consistente, 1,3 milioni, ai lavori fra Porto San Rocco e Punta Olmi - Investimento di oltre 702 mila euro per la palazzina degli spogliatoi allo Zaccaria

MUGGIA. È di quasi 3 milioni e mezzo di euro la spesa prevista nel programma triennale delle opere pubbliche 2021-2023, approvato dal Consiglio comunale muggesano. La cifra più importante è quella destinata al secondo lotto della riqualificazione del tratto costiero muggesano: 1.316.000 euro totali che saranno investiti fra Porto San Rocco e Punta Olmi. Seguono gli 800 mila euro necessari alla tanto attesa riqualificazione funzionale dell'edificio di via Roma, che diverrà la prima sede delle associazioni muggesane. La primavera del 2021, dunque, dovrebbe vedere il progetto legato alla palazzina di proprietà comunale iniziare a concretizzarsi. È di 702.930,72 euro, invece, l'investimento a fronte del quale sarà realizzata la palazzina degli spogliatoi dello stadio Zaccaria, che può contare complessivamente sui 600 mila euro che il Comune è riuscito a ottenere dalla Regione nell'ambito della cosiddetta concertazione sulle intese con l'Uti Giuliana e su 102 mila euro da un finanziamento statale. Si concretizza, quindi, l'inizio dei nuovi lavori alla struttura di servizio del campo sportivo muggesano che, come sottolinea l'assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani, «ci permetteranno di realizzare finalmente gran parte di quanto avevamo pensato per quell'area. Il nostro impegno non si concluderà, però, con l'ottenimento di questo obiettivo: rimarranno poi da fare il campo piccolo e la pista di atletica».Infine, a fronte di una spesa di 285 mila euro, da quest'anno si interverrà anche nel recupero di un'area agricola in salita di Pianezzi, mentre 363.155,10 euro saranno invece messi in campo per la sistemazione di parte di piazzale ex Alto Adriatico, con un primo step di interventi da 150 mila euro quest'anno e una seconda più consistente tranche da 213.155,10 euro nel corso dell'anno successivo. «Molto resta ancora da fare - ha commentato Bussani - ma sono convinto che facendo le cose nei tempi e nei modi giusti, si possa rendere sempre più Muggia un posto a misura d'uomo, dove è bello vivere e dove è piacevole recarsi in visita». «Si è riusciti a portare avanti diversi importanti progetti - così il sindaco Laura Marzi - che nel corso dei prossimi anni porteranno alla conclusione di interventi già in corso e altri che, dopo la parte puramente burocratica, possono finalmente passare alla concretizzazione de facto andando di certo ad alzare ancor più l'asticella della qualità della vita dei nostri concittadini».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 5 marzo 2021

 

 

Tre firme per la svolta - Un ambasciatore porterà Porto vecchio nel mondo
Siglato da Dipiazza, Fedriga e D'Agostino il patto sul riuso dopo decenni di attesa - Una figura di alto profilo ne farà conoscere le opportunità a livello internazionale
Dopo decenni di tentativi andati a vuoto, la firma dell'Accordo di programma di ieri ha aperto la strada a uno sviluppo non più solo teorico del Porto vecchio. A farsene carico sarà l'ente nato dalle firme del sindaco Roberto Dipiazza, del presidente Fvg Massimiliano Fedriga e del presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino: il Consorzio Ursus, il cui volto sarà un "ambassador", è stato rivelato ieri. Una figura di alto profilo incaricata di portare il verbo del Porto vecchio sullo scenario internazionale. La firma si è tenuta nel salone della Stazione idrodinamica. La pandemia impediva che il pubblico fosse quello delle grandi occasioni, sicché la cerimonia si è svolta in forma "privata": ad assistervi la stampa e gli uffici di Comune, Regione e Adsp che all'accordo han lavorato per mesi. A far da padrone di casa un sindaco Dipiazza in fibrillazione: «L'aereo che da tempo rullava sulla pista oggi decolla - ha dichiarato dopo i ringraziamenti di rito -. La variante esprime una visione chiara dell'assetto del Porto vecchio, al contempo è uno strumento flessibile, consente di dare libertà agli imprenditori, che conoscono i dettami dell'investimento meglio della pubblica amministrazione». Dipiazza ha sintetizzato le direttive di sviluppo, dall'espansione del centro storico alla parte turistico-nautica verso il mare e quella verde-sportiva a nord: «Il sistema misto che include tutti i magazzini storici è il cuore della variante, qui saranno ammessi commerciale, alberghiero e residenziale, al massimo al 70% per ogni magazzino». Il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino ha aggiunto: «La valenza di quello che avviene oggi sta nella composizione del futuro Porto vecchio pensata dalla variante al Piano regolatore. Qui la storia che spira da tutte le pareti si unisce alla voglia di sostenibilità e innovazione della nostra pianificazione». Fondamentale per la guida dell'Adsp la nascita di Ursus: «Il pubblico oggi dà sostanza alla costituzione di un soggetto che finalmente lavorerà solo per il Porto vecchio. È la bella immagine di un'amministrazione pubblica che crea le condizioni perché il privato porti lavoro e ricchezza». Oggi, ha aggiunto, «è importante dare immagini di riferimento e penso che l'Ursus sia un'immagine potente, su cui vale la pena costruire».L'intervento più corposo, però, è stato quello del presidente Fedriga, che ha confermato l'intenzione della Regione di costituire una sede unica nei magazzini 2 e 4 e annunciato l'interessamento di Cassa Depositi e Prestiti per lo sviluppo dell'area: «Gli sforzi fatti finora in Porto vecchio sono tanti e grandi, ma sono stati tutti fatti entrando dalla finestra, per così dire. Con questa firma si apre la porta principale per attirare investimenti». Poche aree in Europa, ha proseguito, hanno questa potenzialità: «Sarebbe uno spreco non sfruttarla, anche perché l'interesse è grande». In questo contesto Fedriga colloca l'ingresso della Regione nel Porto vecchio, inaugurato dal prestito di 26 milioni al Comune e dall'accordo sui magazzini 2 e 4: «Stiamo portando avanti le procedure per spostare tutte le sedi all'interno dello scalo. Lo scopo è favorire gli investimenti, perché non ci limitiamo a mettere a posto due edifici, ma porteremo mille persone che renderanno vivo il tessuto del quartiere. Quando arriveranno le imprese, troveranno già un terreno pronto». La Regione sta discutendo del tema anche con Cassa Depositi e Prestiti che ha costituito una società assieme a Snam per finanziare a fondo perduto aree verdi di riqualificazione urbana: «Loro stessi ci hanno prospettato questa possibilità». Ora il Comune ha un mese di tempo per far approvare al Consiglio comunale la variante al Piano regolatore, e 60 giorni per costituire il Consorzio Ursus. Su chi occuperà le cariche apicali c'è ancora molto riserbo, ma il sindaco ha annunciato che il volto sarà per l'appunto un "ambassador": «Una figura di alto profilo che possa far conoscere questa occasione straordinaria a livello internazionale».-

Giovanni Tomasin

 

Luci e ombre per Russo - Consorzio già in ritardo e pochi fondi dal Comune»
Il "padre" della sdemanializzazione soddisfatto dei risultati ottenuti con il suo lavoro in Parlamento, ma teme il dilatarsi dei tempi
Preoccupazione per il dilatarsi dei tempi riguardanti la creazione della società di gestione e per i fondi a disposizione del Comune per la stessa. Sono i temi messi sul piatto da Francesco Russo a margine della firma dell'Accordo di programma.«Sono contento perché la mia legge ha reso possibile l'avvio di questa intesa - queste le parole del vicepresidente del Consiglio regionale - ma rimango perplesso sul tema della società di gestione che dovrà nascere per gestire la riqualificazione dell'area». Due cose, in particolare, non convincono il padre della sdemanializzaione del Porto Vecchio. «Nel 2019 Fedriga disse che in poche settimane si sarebbe costituita - ricorda - mentre oggi leggo che forse appena fra due mesi ci sarà la firma che la farà nascere. Un annuncio che suona chiaramente a campagna elettorale». L'altro aspetto che lascia perplesso l'ex senatore riguarda i fondi a disposizione della futura società. «Leggo che l'ente disporrà di 300 mila euro: 160 mila dal Comune e 70 mila a testa da Regione e Autorità Portuale. Ricordo però che, grazie a un mio emendamento, nel 2016 il governo Renzi aveva conferito un milione di euro al Comune per la creazione della società di gestione. Ora lo stesso Comune ne mette sul piatto solo 160 mila. Per quale motivo - si chiede Russo - i rimanenti 840 mila sono stati destinati ad altri capitoli di spesa? Intanto - conclude - speriamo che fra 60 giorni ci sia la firma della fondazione di questa società. Per vedere operativa la quale, però, toccherà aspettare la prossima amministrazione».--

Lorenzo Degrassi

 

Antonione senza rimpianti - «Ci avevamo visto giusto - Ora ottimismo e velocità»
L'ex sottosegretario forzista fu uno dei primi sostenitori del progetto - Nel 2004 tentò di avviare l'iter per riconvertire l'area con l'Expo
Soddisfazione e sguardo rivolto al futuro, senza rimpianti per quanto si sarebbe potuto fare già anni addietro e non fu fatto. È questo il pensiero di Roberto Antonione, segretario generale dell'Ince e, nel 2004, sottosegretario agli Esteri quando, in occasione della candidatura per l'Expo di quattro anni dopo, si fecero i primi tentativi per la sdemanializzazione del Porto Vecchio. «Bisogna sempre guardare in positivo - sottolinea Antonione - senza pensare a cosa si sarebbe potuto portare a casa 16 o 17 anni fa. La natura ci insegna che se un frutto si trova su un albero e non cade significa che non è ancora maturo, perciò penso che fosse necessario aspettare che i tempi lo diventassero». Guardare avanti con cognizione di causa, dev'essere questo ora il modus operandi di tutti gli attori in campo. «L'importante adesso è procedere con celerità - aggiunge l'ex senatore -. Quelli che all'epoca sostenevano la sdemanializzazione del porto possono solo avere la soddisfazione personale di averci visto giusto molto prima, ma è ben poca cosa rispetto a quanto ci prefiggiamo di avere nel prossimo futuro. È una firma molto importante - aggiunge - mi sembra si evidenzi un passo decisivo nella trasformazione di quella che abbiamo sempre considerato un'area strategica per lo sviluppo della città e della regione, anche se non ho elementi diretti per giudicare direttamente l'Accordo di programma a causa della situazione personale contingente, sono in quarantena in quanto positivo al Covid, seppure asintomatico. Ma penso che da oggi si possa guardare con soddisfazione e speranza al futuro del territorio».

L.D.

 

 

Aurisina e la mobilita' green: si punta su rotatorie e ciclabili

Il nuovo piano presentato in commissione: focus sulle rotonde per la baia e Duino

DUINO AURISINA. Intermodalità e ottimizzazione delle infrastrutture al servizio del trasporto pubblico e privato, a cominciare dalla realizzazione delle rotatorie di accesso a Sistiana mare e a Duino. E ciclopedonalità. Sono queste le parole d'ordine che rappresentano il fulcro del nuovo Piano urbano per la mobilità sostenibile, il cosiddetto Pums, che il Comune di Duino Aurisina sta predisponendo. Il documento redatto dalla giunta guidata dal sindaco Daniela Pallotta e frutto del lavoro congiunto di vari assessorati, è stato presentato nel corso della seduta della Seconda commissione consiliare, presieduta da Chiara Puntar, esponente della nuova formazione politica Alleanza per Duino Aurisina. «Un testo di partenza - ha precisato Massimo Romita, che è titolare in giunta, fra gli altri, degli assessorati a Viabilità e Ambiente - per una politica che punta proprio alla mobilità sostenibile. Elemento focale - ha aggiunto Romita - sarà l'intermodalita', perché nel nostro territorio ci sono due nodi ferroviari, a Visogliano e al Bivio di Aurisina, fondamentali per chi utilizza il sistema del "treno+bici", pratica che vogliamo favorire alla pari del trasporto intelligente, che consiste nell'agevolare l'informazione in tempo reale».Lorenzo Pipan, assessore ai Lavori pubblici, ha definito il Pums «uno strumento flessibile, con l'obiettivo di permettere un utilizzo sempre meno frequente dell'automobile. Il Piano sarà anche un provvedimento collettore - ha continuato Pipan - nel quale inserire tutte le iniziative che possono fare da corollario al concetto, sul quale insistiamo, della mobilità sostenibile».E lo stesso Pipan ha poi parlato della «necessità di inserire Duino Aurisina nella rete regionale dei percorsi cicloturistici e di collaborare, per la realizzazione del Piano, con gli altri enti: la Regione, i comuni confinanti e la Slovenia». Specifico il richiamo da parte di Pipan «all'integrazione del Pums con il piano antirumore». Forti anche i riferimenti al miglioramento della sicurezza sulle strade, «da attuare perfezionando la segnaletica», alla riduzione dell'inquinamento atmosferico, all'aumento dell'efficienza e della economicità dei trasporti, «perché Duino Aurisina - ha ricordato - è territorio di grande transito per e da Trieste».Non è mancata una critica da parte dell'opposizione, con Igor Gabrovec (Lista Insieme) in testa: «Questa amministrazione sforna continuamente progetti, ma di concreto non c'è moltissimo, eppure il centrodestra governa questo Comune da un quarto di secolo, fatta eccezione per la parentesi della giunta Kukanja». Un attacco al quale Puntar ha replicato così: «I cinque anni di Kukanja hanno portato il Comune sull'orlo del commissariamento. Ma al di là delle polemiche lo spirito che ci anima è quello della condivisione delle scelte con tutto il Consiglio e con la popolazione e della ricerca delle soluzioni tecniche e qualitative più adatte, tenendo in considerazione le esigenze che emergono dal basso».-

Ugo Salvini

 

 

 

IL LAUREATO - La tesi-indagine di Daniel sulla siccità e la foresta carsica.

Uno studio sulla siccità e il relativo impatto sulle foreste: ecco il tema della tesi di Daniel Marusig, 26 anni, laureato all'Università di Trieste in Ecologia dei cambiamenti globali. Il 26enne monfalconese ha indagato con sperimentazioni in laboratorio e sul campo un punto in particolare: alla luce dei nuovi cambiamenti climatici, in che modo il substrato roccioso contribuisce a conservare dell'acqua a favore della crescita della foresta carsica. Un lavoro particolare, terminato con un esito positivo, che ha vinto anche il premio "Eugenio Rosmann", il riconoscimento in ricordo di uno degli attivisti di punta del Wwf di Monfalcone. Da quali basi ha iniziato il lavoro? Sono partito dal dato di fatto che in ambiente carsico i suoli sono poco profondi, circa 20-30 centimetri di terra, per fare posto poi al substrato roccioso. Che cosa avete scoperto? Che si può trovare comunque una vegetazione rigogliosa in questo ambiente. Questo, perche la roccia carsica può essere anche molto porosa, grazie alla sua componente calcarea. In questo modo l'acqua che resta nella matrice rocciosa puo aiutare la vegetazione in eventi di siccità. Come ha condotto lo studio? Lo studio è stato diviso in una parte fisiologica e una parte di telerilevamento tramite i satelliti messi a disposizione dall'Unione Europea tramite il programma Copernicus, fatti apposta per il monitoraggio della vegetazione. Abbiamo anche rilevato delle misure in ambito geologico, effettuando delle scannerizzazioni con il georadar del sottosuolo dei boschi che abbiamo preso in considerazione. Abbiamo cosi visto l'aspetto in tutte le sue sfaccettature. Ho realizzato questa tesi con il contributo dei professori Andrea Nardini, Alfredo Altobelli, Luca Zini e il dottor Francesco Petruzzellis. Nella pratica? Con tre docenti abbiamo visto il problema da tre punti diversi. Con Nardini, fisiologo delle piante, abbiamo eseguito su due livelli delle misure fisiologiche sulle piante. Uno prevedeva la misura in bosco, il secondo la piantumazione in serra di frassini con breccia calcarea (roccia molto porosa) o dolomia (roccia piu compatta). L'obiettivo era di osservare variazioni di stress riconducibili al substrato. La tesi e stata pubblicata? E' stato pubblicato un primo articolo sulla rivista Forests del gruppo MDPI e poi uno sulla rivista New Phytologist, una rivista scientifica particolarmente prestigiosa pubblicata per conto della New Phytologist Foundation dall'azienda editoriale Wiley- Blackwell. Che cosa fa ora? Un dottorato di ricerca sempre in Scienze della vita a Udine con il professor Gemini delle Vedove. Mi sono focalizzato sull'Ecologia delle culture proteiche (legumi, quinoa ecc.). L'obiettivo e gestire l'agricoltura in modo più sostenibile anche in vista dei cambiamenti climatici. Il dottorato dura cinque tre anni. Qual e il suo obiettivo a breve termine? Per adesso m'interessa la carriera accademica in ambito ecologico e botanico, che permette di spaziare molto. Dopo la laurea sono stato ad esempio un anno all'università Cattolica, nella sede di Piacenza, e ho studiato gli aspetti botanici ed ecologici per quanto riguarda la vite e il nocciolo.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 4 marzo 2021

 

 

Residenze, hotel, negozi crociere e spazi verdi: Porto vecchio nel futuro - lo sviluppo dell'area
Oggi Comune, Regione e Autorità portuale firmano l'Accordo di programma sulla trasformazione dell'area. Le premesse per il quarto borgo del centro
Sulla carta, sono le premesse per il quarto borgo del centro di Trieste. Il Comune, la Regione e l'Autorità portuale firmeranno oggi l'Accordo di programma sul Porto vecchio alla Centrale idrodinamica. Il plico di cartine, tabelle e documenti che l'accompagna delinea la trasformazione del vecchio scalo asburgico in un nuovo quartiere. Prevede lo sviluppo dei magazzini storici in armonia con il centro (abitazioni, commercio e alberghi), una linea fronte mare destinata a nautica e alla crocieristica, un polo culturale e congressuale attorno al magazzino 26, e infine tutta la parte nord destinata allo sport e al verde. L'accordo promesso a fine 2019 e a lungo rimandato è ormai cosa fatta. La variante al piano regolatore, allegata al testo, ristruttura l'inquadramento normativo del Porto vecchio, rendendo possibile la vendita degli immobili che verrà affidata al Consorzio Ursus (vedi articolo a parte). Nella documentazione allegata si trovano anche i verbali delle riunioni tra gli uffici, e i botta e risposta fra gli enti riguardo questo o quell'aspetto normativo. Carte che spiegano, almeno in parte, come mai i tempi di approvazione si siano trascinati fino a oggi. Ma veniamo ai contenuti. L'area di pertinenza del Demanio marittimo arretra verso il mare, tenendo la linea di costa, i moli, il complesso Adriaterminal e alcuni edifici. Il gruppo principale dei magazzini asburgici rivolti verso la città (quelli compresi fra l'ingresso sud e gli edifici 17-18-19) dovrà svilupparsi senza grandi soluzioni di continuità rispetto al centro, seguendo i vincoli sui beni culturali. La categoria prevista prevede fino al 70% di residenziale, destinazioni alberghiere, commercio al dettaglio, servizi ma anche centri direzionali (con particolare attenzione alle attività digitali). Gli uffici hanno previsto maglie ampie, così da dare la massima flessibilità agli investitori. Fanno eccezione i magazzini 2 e 4, destinati al solo uso direzionale: sono quelli che la Regione si accinge a incamerare in seguito all'anticipo al Comune dei 26 milioni per le urbanizzazioni. Un accordo che, ricordiamo, ha sciolto l'antico nodo della concessione a Greensisam, che terrà in locazione i magazzini restanti 1a, 2a e 3. Il primo e l'ultimo, affacciati al golfo, avranno le stesse destinazioni potenziali degli altri magazzini storici. Sono gli unici, però, per cui è prevista la possibilità di un ampliamento. Il 2a, invece, rientra tra le "attrezzature per la viabilità e i trasporti", confermando le ipotesi di un parcheggio. Il viale inaugurato dai magazzini 2 e 2a è destinato ad "attrezzature per il verde, lo sport e gli spettacoli all'aperto". Tra le previsioni urbanistiche, c'è anche l'ipotesi di farvi passare un domani la cabinovia (tema su cui gli uffici regionali, in sede di confronto con il Comune, hanno mostrato qualche perplessità).Il nucleo di edifici attorno a magazzino 26, Centrale idrodinamica e centro congressi conferma la destinazione culturale, museale e sociale degli stessi. Proseguendo verso nord troviamo, verso monte, edifici e aree destinate al verde e allo sport (inclusa la potenziale piscina terapeutica), mentre a mare si prospetta un'area definita "costiera del Porto vecchio", a scopo ricreativo. Torniamo alle parti che restano in mano all'Adsp. Il molo IV e il molo III hanno destinazione "turistica nautica" e saranno collegati sulla linea di costa da un sistema di banchine pedonali. Il complesso di Adriaterminal avrà come scopo "portualità passeggeri, turistica e servizi connessi": ovvero un terminal crociere. Fuori dal demanio, avranno finalità "turistico nautiche" pure i magazzini 24, 25 e 30, affacciati sullo specchio d'acqua: lì saranno possibili servizi, alberghi, commercio. È previsto anche che i magazzini più recenti, privi di valore storico e architettonico, spesso malandati, possano essere eliminati ed eventualmente sostituiti da edifici coerenti con il contesto. Una volta firmato l'accordo, il Consiglio comunale avrà un mese di tempo per ratificarlo. Se questa visione possa davvero fare del Porto vecchio il quarto borgo del centro, dopo il Teresiano, il Giuseppino e il Franceschino di imperial memoria, saranno gli enti e il Consorzio Ursus a doverlo dimostrare.

Giovanni Tomasin

 

Partono cosi' i sessanta giorni di tempo per costituire il Consorzio di gestione.

L'Ursus si occupera' di alienazione e concessione degli edifici e di promozione sui mercati. Tre i componenti del Cda.

Firmato l'accordo, Comune, Regione e Autorità portuale avranno 60 giorni di tempo per costituire il Consorzio per la valorizzazione del Porto vecchio Ursus (Urban Sustainable System). Questo omonimo del leggendario pontone sarà incaricato di gestire le operazioni di alienazione e concessione dei magazzini. Dovrà quindi partire in fretta e, soprattutto, i tre enti soci dovranno trovare una dirigenza e una visione all'altezza. L'ente avrà un fondo di dotazione iniziale da 300 mila euro, 160 mila dal Comune e 70 mila rispettivamente da Regione e Adsp. Il contributo determina il numero di quote di ogni socio, sicché palazzo Cheba partirà con 160 quote, e gli altri enti ne avranno 70 ciascuno. Entro il 31 dicembre di ogni anno il Consorzio dovrà approvare un "Piano di valorizzazione operativo", che servirà da programma per la dismissione o la concessione delle aree e degli immobili del Porto vecchio per il successivo triennio. Ma l'ente si occuperà di ogni aspetto della riqualificazione dell'area, compresa la sua pubblicizzazione e proposta sui mercati. La cabina di regia sarà l'Assemblea consortile, composta da un rappresentante per ognuno dei soci. Avranno un potere di voto proporzionale alla percentuale di quote del consorzio detenute. L'Assemblea si riunirà almeno due volte l'anno, tra le altre cose approverà i piani di valorizzazione e nominerà i vertici del Consorzio (Cda, presidente, vicepresidente). Per la partecipazione alle sedute dell'Assemblea non sono previsti indennità, compensi o rimborsi spese: in compenso deciderà l'entità dei compensi per i tre membri del Cda, per il direttore e il revisore dell'ente. Il Cda è il vero organo di gestione. I consiglieri saranno scelti ognuno da un socio e avranno incarichi di durata quadriennale. Lo Statuto richiede che abbiano «esperienza amministrativa, imprenditoriale o professionale nel settore della valorizzazione dei patrimoni immobiliari pubblici e/o privati», con almeno 5 anni di attività apicali in amministrazioni pubbliche o in organismi privati. Il Cda avrà nel concreto il compito di gestire la vendita o la concessione degli spazi, e nominerà il direttore del Consorzio, che si occuperà della macchina dell'ente. Tra i suoi fini, il Consorzio ha anche «massimizzare le risorse economiche da destinare all'Autorità di sistema portuale per gli interventi di infrastrutturazione del Porto nuovo e delle nuove aree di punto franco», come previsto dalla legge di sdemanializzazione dello scalo. A tal proposito spetterà ad Ursus anche stabilire quale percentuale degli introiti andrà al Comune che, facendo da "operatore immobiliare" per l'Adsp, ambisce a una parte di quel 100% che la legge destinerebbe alla Torre del Lloyd.Nel concreto chi si sobbarcherà tutto questo lavoro? Recita lo Statuto: «Per lo svolgimento delle proprie funzioni il Consorzio si avvale di personale, dirigenziale e non, messo a disposizione da ciascuno dei soci, che ne sostengono i relativi costi». Last but not least, i termini dell'Accordo di programma prevedono, letteralmente, che «anche in virtù del suo nome» il Consorzio si faccia carico anche del suo celebre omonimo, che torreggerà un giorno sulle acque davanti al Porto vecchio. --

G.Tom.

 

 

Ogs conferma Del Negro direttore generale - «Buona scienza e lavoro stabile le priorità»
La ricercatrice friulana, nominata per un altro quadriennio al vertice dell'ente triestino, fissa gli obiettivi da qui al 2025
«Ogs deve essere un ente in cui si fa buona scienza e si creano posti di lavoro. Questo è per me l'obiettivo più importante». Parola di Paola Del Negro, riconfermata direttore generale dell'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale per il quadriennio 2021-2025. L'Istituto scommette dunque ancora una volta sulla scienziata friulana, laureata in Scienze biologiche, componente del Collegio di dottorato in Biologia ambientale dell'Università di Trieste. Correlatore di 40 tesi sperimentali, vanta una lunga esperienza come ricercatrice anche al Laboratorio di Biologia marina, è stata prima direttore della Sezione di ricerca di Oceanografia di Ogs e poi, nel 2018, direttore generale dell'ente, nomina riconfermata ieri. Di particolare interesse sono i programmi di ricerca nazionali e internazionali, nonché i progetti europei che hanno visto Del Negro assumere anche l'incarico di coordinatore. Sono, infatti, oltre 30 le campagne cui ha preso parte nel mare Adriatico, mentre tre quelle nel mare di Ross (in Antartide) in cui ha svolto il ruolo di responsabile dell'unità operativa.«La conferma di Paola Del Negro attesta quanto per Ogs sia fondamentale garantire le stesse opportunità a uomini e donne nelle posizioni di governance - afferma Nicola Casagli, presidente dell'Ogs -. Inoltre l'ente potrà avvantaggiarsi delle sue competenze ed esperienza già maturate come direttore generale». Del Negro ringrazia per la fiducia che le è stata accordata e spiega che nei prossimi anni proseguirà le attività avviate nel corso del suo primo mandato, «che si era aperto nel 2018 - ricorda - con la formalizzazione delle stabilizzazioni di 35 persone. Una grande soddisfazione per me: è uno dei processi che mi piacerebbe portare avanti. Il personale complessivamente impiegato è di 300 persone, quasi al 50 per cento donne e, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo avuto molti studenti di dottorato provenienti da università estere. È un ottimo segnale, che va nella direzione di consolidare Ogs come fonte di lavoro di qualità». Sulla questione di genere nella scienza spiega: «C'è ancora lavoro da fare, perché le donne nelle posizioni di vertice non sono molte, quindi sono doppiamente contenta per questa mia nomina». Poi aggiunge: «Lavorerò anche per favorire l'integrazione del comparto amministrativo con quello della ricerca, al fine di rafforzare lo spirito di appartenenza al nostro ente che ricopre un ruolo strategico perché unisce le competenze su terra e mare».

Elisa Coloni

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 3 marzo 2021

 

 

Il Lido di Staranzano fino a Punta Barene fa i conti con la plastica
Accanto ai rami e ai detriti scaricati dalla foce dell'Isonzo a preoccupare è il materiale da pesca con boe e polistirolo
STARANZANO. È di nuovo invasa da una valanga di rifiuti la costa che si allunga dal Lido di Staranzano fino a Punta Barene e alla Riserva regionale della Foce Isonzo-Isola della Cona. Accanto a elementi naturali come tronchi, rami e detriti scaricati dall'Isonzo, si aggiungono bottiglie di plastica e vetro. Ma il vero problema riguarda il materiale da pesca quali boe, reti di plastica, cassette e imballaggi di polistirolo, portato a riva dalle mareggiate. È vero che il 14 marzo è già programmata una pulizia di diverse aree della Riserva, ma si leva un coro di proteste di visitatori a difesa di un'oasi naturalistica di livello internazionale che si presenta con questo brutto biglietto da visita. A far sentire la sua voce è in particolare Alessandro Mazzoli, docente monfalconese di Italiano, Storia e Geografia che insegna in un istituto pordenonese il quale, la scorsa domenica, assieme ad altre persone è andato in visita all'Isola della Cona percorrendo quasi l'intero tratto dell'argine che porta fino a Punta Spigolo. «I temi di natura ambientale - afferma Mazzoli - mi sono cari da tempo. Se un turista italiano o straniero francese, tedesco o sloveno visita questi posti, trovando questo orrendo spettacolo, come parlerebbe della Cona? In primo luogo non tornerebbe più parlandone negativamente con tutti quelli che conosce. Non è accettabile che una delle più belle oasi si trovi in queste condizioni». Secondo il docente la prevista pulizia è una cosa positiva e meritoria però non basta. «Credo che ci siano problemi di natura strutturale e organizzativa nel senso che per tenere in ordine la Riserva, non si può fare affidamento solo su una pulizia saltuaria. Puntare sull'ottimo lavoro dei volontari - sottolinea - è solo una misura tampone e poco efficace. Tanto più ci vuole personale qualificato per tirare su del materiale come le boe. Al danno alla salute della flora e della fauna, poi, si aggiungono quelli dei cavalli che si trovano a mangiare letteralmente del polistirolo. È un danno d'immagine per la nostra regione».Una situazione critica anche per il Lido che, ciclicamente, deve bonificare l'area. Intanto alcuni buontemponi, con tronchi e rami, hanno costruito una capanna indiana...

Ciro Vitiello

 

Rogos pronta a ripulire chiama tutti i volontari - domenica 14 marzo
STARANZANO. La Rogos, cooperativa che ha in gestione la Riserva della Foce Isonzo e la Sbic, Stazione biologica dell'Isola della Cona, suonano la carica con largo anticipo per dare modo a tanti di organizzarsi per "ramazzare" l'area partecipando a una pulizia di circa 8 ore programmata per domenica 14 marzo con inizio alle 9. Per aderire basta inviare una mail all'indirizzo info@rogos. it con il proprio nominativo e un recapito telefonico, mentre il luogo di ritrovo verrà comunicato agli iscritti via mail. Sono invitati solo gli adulti equipaggiati con un abbigliamento comodo, stivali di gomma, guanti da lavoro. La Rogos provvederà a fornire il pranzo al sacco a tutti i volontari.«L'area naturalistica ha bisogno di noi - spiegano i promotori - perché l'arrivo dei rifiuti nella Riserva rappresenta solo uno stadio intermedio in quanto se non raccolti possono entrare nella catena alimentare causando danni ancora maggiori all'ecosistema. Per questo motivo la sensibilizzazione del pubblico è fondamentale per arginare e bloccare il problema sul nascere, ma in attesa di una maggiore presa di coscienza da parte di coloro che ancora abbandonano materiale vario in zone dalle quali viene poi trasportato in giro, dobbiamo provvedere a smaltire quanto già si trova sulle sponde". L'evento a numero chiuso, avviene nel rispetto delle normative relative all'emergenza Covid-19. La partecipazione è gratuita e diventerà effettiva solo al ricevimento della conferma da parte dello staff della Rogos. La pulizia sarà anche un'occasione per compiere osservazioni sulla fauna dell'area protetta.

CI. VI.

 

 

Da piazza Libertà a Servola: 1.100 nuovi punti luce in città
Per Comune e Hera interventi per quasi tre milioni: nella lista anche via Giulia, Porto vecchio e Barcola. Nei prossimi mesi si opererà a Monte Grisa
Quasi 3 milioni di euro, oltre 1.100 punti luce rinnovati da inizio 2020 a fine marzo 2021, che porteranno a una riduzione dei consumi del 50%, e un ulteriore milione e 200 mila euro già previsti per altri interventi, tra i quali quello di Monte Grisa, segnalato più volte dai cittadini. Questo in sintesi l'impegno del Comune sul fronte della manutenzione straordinaria degli impianti di illuminazione pubblica, con un piano presentato ieri dall'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, insieme al direttore di Strade e Verde Andrea de Walderstein, al responsabile Giorgio Tagliapietra e ai rappresentanti di Hera Luce Diego Radin e Fabio Bortolini. In molte delle zone su cui si sono concentrati i lavori, sono state recepite le richieste pervenute dalle circoscrizioni e dai residenti. «Abbiamo investito - ricorda nel dettaglio l'assessore - 2 milioni e 900 mila euro, per migliorare i punti luce attuali e per provvedere alla sostituzione di quelli obsoleti, garantendo il massimo efficientamento energetico e la sicurezza sia in zone periferiche che centrali, a tutto beneficio dei cittadini. Per i prossimi mesi - prosegue - abbiamo già stanziato un ulteriore finanziamento di 1 milione e 200 mila euro, che ci consentirà di realizzare altri interventi di manutenzione straordinaria della rete d'illuminazione. Tra i progetti già approvati - ricorda ancora - ci sarà anche quello relativo a Monte Grisa, che ormai da tempo i cittadini ci chiedevano». Tra le anticipazioni di Lodi anche una maggior attenzione riservata in futuro agli attraversamenti pedonali, per i quali verranno previsti, anche in questo caso, sistemi di illuminazione moderni, per rendere i passaggi più visibili, anche con pannelli a led, lampeggianti, chiaramente evidenti da entrambi i lati della carreggiata. Tutti i punti luce sono realizzati con un'alta percentuale di materiali riciclabili, grazie ai quali sarà possibile il recupero della maggior parte delle materie prime al termine della vita utile degli impianti, una novità che va nella direzione dell'economia circolare e della tutela dell'ambiente. Lungo l'elenco delle vie e delle zone interessate dagli interventi, tra le tante via Giulia, piazza Libertà, Porto vecchio, Barcola, viale XX Settembre, l'area di villa Revoltella, le strade di Servola e via Modiano. Alcune opere poi sono previste nelle prossime settimane, come ad esempio nel rione di San Vito e in quello di San Giacomo. Durante l'incontro di ieri è stato ricordato infine che, in caso di malfunzionamenti o guasti agli impianti di illuminazione pubblica o ai semafori cittadini, affidati in gestione dal Comune ad Hera Luce, è disponibile il numero verde 800.498.616, gratuito da rete fissa e mobile, attivo ogni giorno, 24 ore su 24.

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 2 marzo 2021

 

 

Scienziati in allarme per l'invasione delle noci di mare nell'Adriatico
Paolo Paliaga, docente all'Università di Pola: «Con la temperatura del mare in rialzo c'è da attendersi una massiccia proliferazione»
POLA. La comunità scientifica rilancia l'allarme per la minaccia che incombe sul fondo del mare e di conseguenza sulla pesca e sul turismo nell'Alto Adriatico in seguito al diffondersi della noce di mare (Mnemiopsis leidyi), un invertebrato innocuo per l'uomo che assomiglia molto alla medusa ma non lo è. Il fenomeno viene tenuto sotto costante osservazione da parte di una task force formata tre anni fa da studiosi italiani, sloveni e croati che da allora sono impegnati nella ricerca di un rimedio che scongiuri in Adriatico i danni già causati da questo organismo in altre parti del mondo, dal Mar Nero al Baltico e al Caspio.Sotto accusa sono anche le acque di zavorra, che servono a stabilizzare una nave in navigazione e durante le operazioni di carico e scarico delle merci: si tratta di acque che vengono prelevate di solito sotto costa o nel porto e, una volta che la nave arriva a destinazione, scaricate: attraverso di esse possono transitare e dunque arrivare diverse specie non indigene. La noce di mare è stata avvistata per la prima volta nel Mediterraneo nel 1982 e nell'Adriatico - golfo di Trieste compreso - nel 2005. Ma solo nell'estate 2016 se ne è verificata una vera esplosione demografica, con presenze massicce nella laguna di Marano e Grado, lungo il litorale ovest dell'Istria e tutte le coste adriatiche italiane, fino a Pescara. In una intervista rilasciata all'agenzia di stampa croata Hina in questi giorni, Paolo Paliaga, docente alla Facoltà di Scienze naturali nell'Ateneo istriano di Pola, ricorda che la noce di mare proviene originariamente dalla costa sud orientale degli Stati Uniti d'America e dal Golfo del Messico. E anche quest'anno, «nel caso che a fine primavera o all'inizio dell'estate l'acqua del mare si riscaldi sensibilmente - ha sottolineato Paliaga - c'è da attendersi una massiccia proliferazione dell'organismo, una vera e propria esplosione demografica» in Adriatico e in particolare «lungo la costa occidentale dell'Istria». La minaccia per la pesca è rappresentata dal fatto che questi invertebrati lunghi fino a 12 centimetri divorano uova e pesci piccolissimi rendendo sempre più povere le acque adriatiche: in pratica alterano lo sviluppo della catena alimentare, perché sottraggono cibo a molti pesci, come acciughe e sardine, e ne predano uova e larve. Inoltre si adattano facilmente in tutti gli ambienti e a diverse salinità. Per di più sono organismi ermafroditi con un'impressionante capacità riproduttiva: un solo individuo può produrre migliaia di uova al giorno. E non hanno nemici naturali per cui possono svilupparsi indisturbatamente. Facilmente intuibili poi i danni per il turismo: non può essere piacevole tuffarsi in un mare dove proliferino questi organismi. Cosa fare dunque per neutralizzare o perlomeno arginare la minaccia? Già tempo fa, in Croazia, i tre sindaci di Parenzo, Rovigno e Cittanova avevano avviato una collaborazione dei rispettivi Comuni mirata al monitoraggio e alla ricerca, comprendendo l'Istituto di Agronomia e Turismo di Parenzo e lo stesso Paliaga. Gli studiosi croati e sloveni dell'Istituto oceanografico Rudjer Boskovic di Rovigno e della Stazione di biologia marina di Pirano collaborano da tempo con l'Ogs (Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale) di Trieste, che peraltro qualche tempo fa aveva ideato una app per contribuire alla raccolta d'informazioni sugli avvistamenti delle noci di mare.

Valmer Cusma

 

 

Le isole croate puntano sulle energie rinnovabili - Nuovi fondi dall'Ue - il progetto comunitario
Fiume. A Bruxelles è stato dato il via alla seconda fase del progetto di transizione energetica delle isole che fanno parte dell'Ue, piano attuato da un consorzio guidato dall'azienda belga 3E, specializzata in programmi di energia rinnovabile. Nei prossimi due anni, il consorzio attuerà le linee guida dettate dalla Segreteria per le Isole comunitarie, l'organismo della Commissione europea fondato su iniziativa del socialdemocratico Tonino Picula, eurodeputato croato nativo di Lussinpiccolo. Grazie al suo impegno, alla Segreteria sono andati 2 milioni, quale contributo per realizzare l'iniziativa intitolata Energia pulita per le isole dell'Europa comunitaria. La prima fase, attuata con successo, ha riguardato cinque isole del Quarnero e della Dalmazia: Cherso, Lussino, Brazza, Curzola e Lesina. Le amministrazioni di queste isole hanno preparato negli anni scorsi piani di transizione energetica (il passaggio da fonti energetiche non rinnovabili a quelle rinnovabili e sostenibili), che potranno venire candidati all'ottenimento di mezzi attinti da fondi comunitari. Per il procedimento di candidatura quale partner regionale è stata scelta l'associazione croata Pokret otoka (Movimento isole). Dall'Ufficio di Picula è stato diffuso il comunicato in cui si afferma che la Segreteria per le Isole comunitarie si impegnerà nel 2021 e l'anno dopo nell'appoggiare quelle isole che non avevano aderito alla prima fase, indirizzando le amministrazioni verso progetti che si prefiggono di sostituire i combustibili fossili con solare, vento, pioggia, maree, onde ed energia geotermica. Alla prima fase avevano aderito 26 isole. Lussino, Cherso, Lesina, Curzola e Brazza erano state scelte perché giudicate idonee alla transizione energetica.

A. M.

 

 

La senatrice DEM - Rojc scrive al ministro: riaprire villa Necker
Il Pd fa sapere che la senatrice Tatjana Rojc ha scritto al ministro della Difesa Lorenzo Guerini per sollecitare lo sblocco delle pratiche che permetterebbero ai triestini di tornare a fruire dello storico parco che circonda Villa Necker, attualmente sede del Comando militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia". Rojc auspica che gli uffici del ministro «possano intervenire presso il Demanio e sbloccare una situazione ferma da anni».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 1 marzo 2021

 

 

Le rane in cammino dal Carso verso il mare protette dai volontari che rallentano le auto
Gli esperti della Rogos e i Tutori zone umide hanno accompagnato gli escursionisti tra gli stagni raccontando la loro attività serale
C'è un microclima che sta peggiorando, perché è negativamente condizionato dai sempre più frequenti e improvvisi mutamenti delle condizioni atmosferiche, che mettono in difficoltà le specie animali locali. È questo il quadro emerso ieri agli occhi del nutrito gruppo di escursionisti che hanno aderito all'iniziativa denominata "La marcia degli anfibi" - organizzata con i contributi del Comune di San Dorligo della Valle e della Regione e proposta dalla Rogos, la cooperativa sorta nel 2006 per studiare, gestire e comunicare le meraviglie degli ambienti naturali della Venezia Giulia - svoltasi sul versante che da Pese scende verso Draga Sant'Elia. È qui che si sono dati appuntamento - per svelare le meraviglie del Carso - quei volontari che in questo periodo, muniti di giubbini catarifrangenti, girano di sera lungo le strade che dal Carso scendono verso il mare facendo rallentare le auto ed evitando così la strage delle rane in cammino. «Un esempio recente di questo microclima che danneggia il corso della vita di diverse specie - ha spiegato Gaia Fior, consulente scientifica dell'Associazione tutori degli stagni e delle zone umide del Friuli Venezia Giulia, che collabora con la Rogos - si è avuto in occasione del crollo delle temperature di pochi giorni fa, che ha fatto seguito al primo accenno di primavera. Rane e rospi erano usciti attirati dal primo tepore del 2021 e si sono trovati spiazzati quando l'acqua degli stagni si è tramutata in ghiaccio, provocando la morte di alcuni esemplari. Ma una morìa ben più diffusa delle rane e dei rospi che vivono in questa zona - ha ricordato l'esperta - si registrò lo scorso anno, in coincidenza con il primo lockdown, quando ci fu un lungo periodo di totale assenza di piogge, proprio nel momento dell'anno nel quale questi anfibi escono dal letargo invernale. La difficoltà nel trovare l'acqua decretò la morte di molti esemplari».L'occasione di ieri è stata ideale anche per focalizzare l'attenzione su quello storico patrimonio rappresentato dai 122 stagni censiti, che caratterizzano il circondario di Trieste e che, per decenni, funsero da serbatoio naturale della famose "jazere". «In alcuni punti - ha sintetizzato Fior - si crearono, nel tempo, numerosi bacini d'acqua, di poca profondità e contenuta dimensione, accanto ai quali i contadini scavarono grandi pozzi, poi rivestiti in pietra. Nel periodo invernale, l'acqua degli stagni ghiacciava e coloro che si dedicavano a questa attività staccavano i pezzi di ghiaccio che si formavano negli stagli e li sistemavano nelle "jazere", coprendoli per conservarli e poi rivenderli. Il prezzo era molto elevato, perché in quell'epoca poter conservare cibi e bevande con il ghiaccio era motivo di ricchezza. Sembra che un chilo di ghiaccio valesse quanto una corrispondente quantità di carne. Ho notevoli dubbi invece sull'autenticità dei racconti in base ai quali una parte del ghiaccio fosse rivenduta addirittura in Egitto, dopo una lunga traversata via mare». Ma ieri, come si è detto, si è anche fatto il punto su una delle principali attività dell'Associazione tutori stagni e zone umide del Fvg, di cui è presidente Carlo Fonda, che prevede la salvaguardia di rane e rospi i quali, in questa stagione, attraversano le strade della parte bassa del territorio di San Dorligo per raggiungere le aree più umide e gli stagni più vicini al mare. «Ogni anno sono decine di migliaia gli animali, tra i quali appunto rospi e rane dalmatine - hanno spiegato Fior e Fonda - che percorrono svariati chilometri per raggiungere gli stagni e che in questo tragitto si trovano a incrociare tratti stradali dove possono rischiare di venir travolti. Noi andiamo sulle strade specie di sera, facendo un lavoro di segnalazione, per evitare che il passaggio dei mezzi in transito comporti vere e proprie stragi».

Ugo Salvini

 

In primavera aumentano i rischi di investire animali selvatici. A chi rivolgersi in caso di incidente

La convivenza tra uomo e animale selvatico non sempre è facile, gli esempi di questi "incontri-scontri" formano una lunga lista e riguardano tra gli altri lupi, orsi, cinghiali e così via. Si tratta di momenti che diventano particolarmente problematici quando si verificano nei pressi delle zone abitate e lungo le strade. Tra gli animali che sulle strade fanno una brutta fine ci sono, senza dubbio, gli anfibi: nelle notti tra febbraio e aprile rane, rospi, salamandre, raganelle, tritoni iniziano la loro transumanza in direzione degli specchi d'acqua al fine di deporre le uova e fecondarle. Durante questo tragitto, però, molti perdono la vita nel momento in cui tentano di attraversare la carreggiata, schiacciati dalle macchine in transito. Per consentire agli anfibi, ma anche a tutti gli animali selvatici di muoversi in sicurezza, Guido Iemmi, responsabile dell'associazione animalista Lav Fvg spiega che possono esserci alcune soluzioni: «Ci sono dei progetti "intelligenti" che prevedono lo sviluppo di appositi sensori che, in caso di concreta possibilità di collisione, allertano il guidatore e dissuadono gli animali». Inoltre si possono creare "corridoi ecologici", cioè ponti e tunnel in grado di consentire il passaggio alla fauna selvatica. La primavera è alle porte e, con il suo arrivo, si risveglia la Natura: gli animali selvatici inizieranno a breve a uscire dai boschi e magari "invadere" le strade. E, purtroppo, anche a venire investiti. Ma l'imprevedibilità degli animali non può considerarsi l'unica responsabile degli incidenti: gran parte della colpa è imputabile al mancato rispetto delle norme di circolazione, alla superficialità e alla poca attenzione da parte degli automobilisti. Sui social sono innumerevoli le storie che vedono protagonisti animali selvatici incidentati ritrovati agonizzanti o senza vita a bordo strada. Il servizio a cui compete il soccorso della fauna selvatica coinvolta in sinistri è l'unità periferica di Trieste del Corpo forestale regionale, contattabile allo 040-3775826. Anche la Polizia locale, attraverso la sua pagina Facebook "Agente Gianna", offre la sua assistenza: in caso di bisogno, chiamare il "112", numero unico per tutte le emergenze o la Sala operativa della Polizia locale al numero 040-366111. In alternativa c'è anche la ditta Arca, autorizzata dalla Regione, reperibile al 345-2556155. Allo scopo di accelerare i tempi, i cittadini possono portare privatamente gli animali bisognosi di cure al Centro di recupero dell'Enpa di via Marchesetti 10/4, aperto ogni giorno dalle 8 alle 20. In questo periodo di emergenza, la struttura rimane chiusa al pubblico: prima quindi telefonare allo 339-1996881, numero attivo tutti i giorni dell'anno. La segreteria dell'Enpa invece, risponde al numero 040-910600, dal lunedì al venerdì, dalle 14 alle 20.

Nicole Cherbancich

 

 

Per il servizio civile si fanno avanti 398 ragazzi triestini: in palio 214 posti
Adesione molto ampia a al nuovo bando per un'esperienza in campo sociale
Sono 398 le domande presentate dai ragazzi triestini per partecipare al servizio civile 2021, a fronte di 214 posti disponibili. Un boom di richieste, dettato da vari fattori, tra i quali anche la possibilità di trovare un impiego, seppur a tempo determinato. Il bando si è chiuso il 17 febbraio, rivolto a giovani tra i 18 e i 28 anni, che ora si preparano alle prossimi fasi, in particolare al colloquio con i responsabili dei vari progetti.«Trieste risponde sempre positivamente - commenta Alberto Meli, coordinatore di Infoserviziocivile Friuli Venezia Giulia - rispetto al resto della regione anno dopo anno è sempre più sensibile, sia come numero di progetti, sia come partecipazione. C'è comunque, soprattutto in questi tempi di pandemia e crisi economica, anche la componente occupazionale, che risulta molto forte. Mentre alcuni settori lavorativi vivono evidenti problemi, il servizio civile invece è una macchina che non si ferma, è chiaro quindi che gli introiti previsti possano risultare interessanti per i giovani». Il servizio civile prevede un impegno di 12 mesi, per 25 ore settimanali, con un assegno mensile di 439,50 euro. Serve però dimostrare un reale interesse.«Siamo nella fase dei colloqui - prosegue Meli - una chiacchierata che per il 40% punta sulla valutazione dei titoli che la persona possiede e per il 60% sulla motivazione. Si considera, in pratica, quando realmente un ragazzo vuole dedicarsi a ciò che ha richiesto». Secondo una circolare nazionale, i colloqui si possono fare in presenza solo se i giovani si presentano con un tampone negativo, altrimenti la soluzione è per la conversazione da remoto, con un collegamento online. Molti hanno chiesto di poter lavorare con i disabili. «L'assistenza in generale è l'ambito più gettonato - ricorda Meli - sia nei confronti di persone con handicap, sia come supporto agli anziani. Le altre categorie, nelle quali si inseriscono i vari progetti, sono la promozione culturale, l'animazione e la tutela ambientale, tutti inseriti in enti pubblici o del privato sociale. C'è, ad esempio, il doposcuola per i bambini o l'animazione nelle case di riposo, anche se al momento, causa Covid, ci sono ovviamente alcune limitazioni».Scade oggi invece il bando per gli enti che vogliono presentare progetti di servizio civile solidale destinati ai minorenni, esperienza unica in Italia e finanziata esclusivamente da fondi regionali.

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 28 febbraio 2021

 

 

Fiab critica costi e rischi della ciclabile sull'Ospo - il progetto di collegamento con la Parenzana
MUGGIA. Torna sugli scudi la ciclabile da Muggia all'Ospo. Per la sezione rivierasca di Fiab Ulisse - così recita una nota diffusa ieri - il progetto della pista ciclabile che parte dalla rotatoria dell'Ospo e si sviluppa appunto in direzione Muggia, i cui lavori dovrebbero iniziare tra poco, non rispetta la normativa vigente. Il tratto in questione, nel progetto iniziale, doveva collegare il porto di Muggia fino alla Parenzana nell'ambito della ciclovia di interesse regionale Adriatica, la cui realizzazione prevedeva una spesa di 140 mila euro finanziati dalla Regione. Ma ora che l'opera è stata appaltata - spiega ancora la nota - l'intero finanziamento sarà impiegato per realizzare solo un quarto del percorso previsto, con una spesa al metro lineare di quasi 400 euro: «Una follia - sottolinea Jacopo Rothenaisler referente di Fiab Muggia - per 360 metri da realizzare su marciapiedi», senza un percorso a se stante rispetto alla strada. Nel merito delle scelte operate dal Comune di Muggia, Fiab aveva già espresso il proprio dissenso per «l'elevato costo, la pericolosità del tracciato e la sostanziale inutilità di un'opera realizzata secondo questi criteri». «Si deve smettere - sottolinea a sua volta l'ex assessore Marco Finocchiaro da socio Fiab - di progettare percorsi ciclabili che mettono in pericoloso conflitto pedoni e ciclisti e che non servono a promuovere né il ciclismo urbano né il cicloturismo».

LU.PU.

 

 

Eurotech trasforma le api in sentinelle ambientali: così l'alveare intelligente potrà salvare il clima
Il gruppo informatico ha ideato un dispositivo da piazzare sul torace degli insetti. Collaborazione con due scuole di Gradisca e Staranzano
Sulla Terra circa 200 milioni di anni fa non c'erano né fiori né api. Oggi, nel 2021, l'intera vegetazione del pianeta e 3/4 delle colture importanti per la nostra alimentazione, hanno bisogno degli insetti impollinatori per continuare a vivere. Le api però stanno soffrendo e le cause sono tante: agricoltura intensiva, utilizzo smodato di pesticidi, invasione di parassiti e virus patogeni, inquinamento, cambiamenti climatici. Le api ci dicono che la temperatura è alta ed è ora di invertire la rotta. Un minuscolo dispositivo posto sul torace degli insetti per tutelare la loro salute e monitorare il loro comportamento in tempo reale è l'idea nata da Eurotech, multinazionale tecnologica friulana con sede ad Amaro (oltre 100 milioni di fatturato nel 2019), insieme agli studenti della V elettronica dell'istituto Itt Guglielmo Marconi di Staranzano e dell'Istituto Tecnico Agrario Giovanni Brignoli di Gradisca d'Isonzo all'interno del progetto Genki, acronimo per "Global environment network, knowledge and involvement - dal dato alla consapevolezza", attuato da alcune scuole della regione in collaborazione con Lega Ambiente Fvg che ha previsto, tra le altre cose, anche l'installazione nelle scuole coinvolte di centraline con sensori sofisticati per il rilevamento di gas, inquinanti e non, presenti nell'aria, sempre messe a punto da Eurotech che permette ad esempio di misurare le quantità di anidride carbonica, anidride solforosa, polveri sottili. I dati raccolti confluiscono poi sul web con la possibilità di leggerli e a disposizione del territorio e delle persone. A ciò si aggiunge un altro tassello grazie all'alveare intelligente che darà informazioni sull'effetto dell'ambiente sulle api stesse, monitorando i loro movimenti all'esterno e all'interno dell'alveare.«Abbiamo messo a disposizione la tecnologia di Eurotech per creare l'alveare intelligente. Si tratta di mini transponder, sensori piccolissimi, che verranno posti sul torace di un campione di api per monitorare il loro comportamento - commenta Roberto Siagri Ceo di Eurotech, azienda quotata in borsa con 330 dipendenti a livello di gruppo, circa 110 ad Amaro e gli altri dislocati nelle sedi negli Stati Uniti, Giappone, Francia e Inghilterra».Il transponder - prosegue - è dotato di Rfid, radio-frequency identification, identificazione a radiofrequenza, per l'identificazione e memorizzazione automatica di informazioni inerenti a oggetti, animali o persone, basata sulla capacità di memorizzazione di dati da parte di particolari etichette elettroniche, chiamate tag. Questa identificazione avviene mediante radiofrequenza, grazie alla quale un reader è in grado di comunicare e aggiornare le informazioni contenute nei tag che sta interrogando. Per capirci, il transponder più conosciuto è il telepass che permette agli automobilisti che viaggiano in autostrada di passare attraverso il casello senza doversi fermare effettuando il pagamento del pedaggio autostradale in automatico poiché il codice identificativo del trasponder è associato al conto corrente bancario di chi ha stipulato il contratto Telepass. L'Rfid posto sul torace delle api funziona nello stesso modo raccogliendo informazioni leggibili da internet sulla geolocalizzazione dell'insetto sul territorio o su quando entra o esce dall'alveare. I ragazzi della V elettronica del Marconi e quelli dell'istituto agrario si sono appena trasformati in apicoltori hi-tech con il progetto di "alveare intelligente", usando sistemi IoT (Internet of Things) gli apicoltori potranno monitorare la propria colonia e raccogliere informazioni utili non solo per intervenire in caso di bisogno, ma anche per fornire dati utili alla ricerca sulle api. «Grazie alla collaborazione tra le varie sezioni della scuola - chiarisce Marco Fragiacomo, dirigente scolastico dell'Itis - si arriverà a sviluppare un interessante progetto che costituirà anche un'ottima occasione per praticare il contatto con le aziende del territorio, cioè l'alternanza scuola lavoro, con un'azienda molto innovativa come Eurotech».Per l'esperimento, i ragazzi hanno utilizzato un'arnia di legno prodotta da un'altra azienda innovativa nel settore dell'apicoltura, che bene si presta per essere posizionata nel parco della scuola. L'arnia diventerà un alveare intelligente grazie ai sensori e alla componente elettronica fornita da Eurotech. I dati saranno poi resi disponibili sul web.Una di queste centraline per il controllo della qualità dell'aria è stata installata infatti proprio al Brignoli di Gradisca d'Isonzo dove sarà posizionato un secondo alveare intelligente che potrà servire per monitorare l'effetto delle sostanze inquinanti sulle api. I dati racconteranno infatti la vita all'interno di una delle arnie e quali sono i fattori esterni che influenzano la loro salute. Si tratta di un'evoluzione dall'IoT all'Internet of Behavior - IoB, basato sull'utilizzo di dati raccolti con strumenti digitali per agire sui comportamenti degli animali ma anche dell'individuo. Indicato secondo Gartner come la "madre" dei trend tecnologici strategici del 2021 si tratta cioè di raccogliere dati comportamentali attraverso gli strumenti digitali messi in campo (sensori, Rfid).

Lorenza Masè

 

«Un terzo del nostro cibo dipende dal loro polline: impariamo a proteggerle»
Intervista a Francesco Nazzi professore di Zoologia e Apidologia all'Università di Udine e autore di diversi libri specialistici sul tema
Trieste. Contribuiscono all'impollinazione di circa i tre quarti delle colture importanti per l'alimentazione umana e dell'85% delle piante selvatiche. Le api stanno soffrendo e le cause sono numerose: dai cambiamenti climatici all'utilizzo di pesticidi e fitofarmaci fino alla minaccia di un acaro parassita diffuso in quasi tutto il mondo. "Le api oggi dimostrano come i problemi a carico di un singolo nodo di questa rete intrecciata che sono gli ecosistemi, si possono ripercuotere sull'intera comunità, dalle api alle piante e da queste all'uomo" dichiara il Professor Francesco Nazzi professore di Zoologia e di Apidologia e apicoltura all'Università di Udine e autore di diversi libri tra cui "In cerca delle api: Viaggio dall'alveare all'ecosistema" (Hoepli Editore).Professor Nazzi, come stanno le api in Fvg, Italia e Europa? La situazione è abbastanza simile. Ogni anno perdiamo circa il 20% degli alveari e alla fine dell'inverno, gli apicoltori devono spesso constatare come all'incirca una colonia ogni cinque nei loro apiari è venuta meno durante la stagione fredda. Il numero complessivo di alveari non è drasticamente calato in tempi recenti solo perché le perdite vengono rimpiazzate a primavera dagli apicoltori con sforzi sempre maggiori. La stessa situazione si replica a livello italiano, europeo e anche nordamericano mentre è senz'altro migliore nell'emisfero meridionale e in Oceania.In che modo i cambiamenti climatici mettono a rischio le comunità di api? Ad esempio possono determinare lo sfasamento fra le fioriture e i cicli biologici delle api. L'innalzamento accelerato delle temperature, in primavera, può tradursi in un inizio precoce dell'attività delle api ma anche dei parassiti che, infine possono raggiungere in estate numeri intollerabili per la colonia. Un mondo unico in natura per efficienza e complessità, quali sono i comportamenti più affascinanti delle api? Le api come noi umani e pochissimi altri animali possiedono un linguaggio simbolico, sono cioè in grado di comunicare attraverso il linguaggio della danza la direzione e la distanza esatta di un luogo favorevole per la raccolta di nettare. Lezioni dalle api sulla gestione della pandemia? Gli insetti sociali e anche le api hanno un comportamento per cui l'insetto ammalato si autoesclude dalla circolazione e dagli scambi interni all'alveare riducendo così la possibilità di infettare gli altri individui, come se mettessero in atto una sorta di una quarantena volontaria. Qual è il ruolo delle api all'interno del nostro ecosistema?Contribuiscono sostanzialmente all'impollinazione di circa i tre quarti delle colture importanti per l'alimentazione umana. Senza di loro dovremmo rinunciare a 1/3 di ciò che mangiamo. Le api fattore di produzione del miele?L'apicoltore, se non vuole che le sue api muoiano, deve prendere dalle api solo il surplus di miele che esse producono. L'apicoltore rapace, che volesse prendere più di quello che producono in eccesso, farà morire di fame le proprie api. Che cosa significa per lei "sviluppo sostenibile"? La natura con tutti i suoi cicli è una maestra di circolarità e di conseguenza di sostenibilità. Sarebbe bello riuscire a fare un passo avanti rispetto all'ottica strumentale per cui dobbiamo difendere le api perché ci servono in quanto offrono dei servizi, e imparare a difendere ogni pezzetto dell'ecosistema, in ragione della strettissima interdipendenza di tutti noi che ne facciamo parte. La simbiosi tra piante e api dimostra infatti che nell'ecosistema nessuno conduce vite separate.

l.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 27 febbraio 2021

 

 

GORIZIA - «Va cambiata la strategia anti-smog»
Oggi si chiude la zona rossa, goriziani ligi, nessuna multa. L'assessore Del Sordi: «Servono misure almeno regionali»
Oggi è l'ultimo giorno di zona rossa anti-smog in un ring del centro. Un mero palliativo, non risolutivo, con quelle due ore (dalle 18 alle 20) di blocco al traffico imposto ai mezzi più vecchi. Ma il Comune, sulla scorta delle indicazioni fornite ancora dalla Regione targata Serracchiani, deve prevederla. A prescindere. Intanto, va detto che i goriziani si sono dimostrati rispettosi. Non è stata comminata nessuna multa, a sentire il comandante della Polizia locale, Marco Muzzatti. Ma la stessa amministrazione comunale più di qualche perplessità ce l'ha su questa maniera di gestire un tema, quello dell'inquinamento, considerata poco efficace. «In questi giorni, ci sono state alcune segnalazioni dell'Arpa di sforamento delle Pm10, in concomitanza del bel tempo ma la situazione, in ogni caso, è felice a Gorizia per quanto concerne la qualità dell'aria. Oggi, si conclude questo periodo: la zona rossa è un intervento preso sulla base di norme regionali che ho sempre contestato nella sostanza - spiega l'assessore comunale all'Ambiente, Francesco Del Sordi -. Perché? Perché non si può pensare a provvedimenti comunali per affrontare un problema di carattere interregionale. Bisognerebbe pensare a iniziative contemporanee che siano almeno regionali. L'inquinamento è figlio di situazioni climatiche generali. È incredibile che oggi un'amministrazione possa fare A e l'amministrazione del paese confinante decida di fare B o non faccia nulla. Non è così che si combatte l'inquinamento, in ordine sparso».Del Sordi ne ha già parlato con la Regione e con l'assessore Fabio Scoccimarro. «Continuo il mio pressing affinché venga cambiato questo approccio. Per quanto ci riguarda, come Comune, abbiamo presentato i primi veicoli elettrici del Comune e di Isontina Ambiente».Va ricordato che per la zona rossa c'erano anche molte deroghe e l'accesso veniva consentito a veicoli adibiti al trasporto pubblico di linea o turistico con pullman, autobus, scuolabus, taxi e autovetture in servizio di noleggio con conducente e veicoli con almeno 3 persone a bordo, conducente compreso, in analogia alla metodica car-pooling. Hanno potuto circolare anche i veicoli per servizi socio-sanitari e per il soccorso sanitario, compresi quelli dei medici e dei veterinari, muniti di apposito contrassegno distintivo. Da rammentare una volta di più che le misure preventive contro l'inquinamento erano scattate (e si esauriscono oggi) per i veicoli più "vecchi", ovvero le auto a benzina o a gasolio Euro 1, Euro 2 ed Euro 3 e i motoveicoli e ciclomotori Euro 1 ed Euro 2. In quelle giornate, dalle 18 alle 20, non potevano circolare su alcune strade del centro cittadino e, per la precisione, nelle vie Crispi (da via De Gasperi a Corso Verdi), Oberdan (da piazza Vittoria a corso Verdi), Morelli (da Via Crispi a via Oberdan), Petrarca (da corso Verdi a piazza Battisti), Dante (tutta), Boccaccio (da corso Verdi a via Cadorna) e corso Verdi (da via Crispi a via Mameli).Potevano circolare anche veicoli per servizi veterinari, muniti di apposito contrassegno distintivo.

Francesco Fain

 

Legambiente: «Non sottovalutare l'impatto sulla salute delle Pm10» - la posizione dell'associazione
Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, a seconda di come la si vuol vedere, per la qualità dell'aria in città, secondo Legambiente. L'associazione, in un recente dibattito serale online sulla sua pagina Facebook, ha analizzato la situazione confrontando vari studi e arrivando a questa e ad altre considerazioni. A "Che aria tira a Gorizia" hanno partecipato Luca Cadez, presidente del sodalizio ambientalista, Nevio Costanzo e Anna Maria Tomasich in qualità di soci esperti e Maria Teresa Padovan (Medici per l'ambiente). La serata è partita da un presupposto: ogni anno in Italia si registrano circa 84.000 morti premature attribuibili all'inquinamento atmosferico, con costi sociali ed economici elevati. Tra i diversi interventi è emersa la necessità di dover tenere alta la guardia, visto che, in fondo, Gorizia si trova in quella grande fascia di pianura padana che risulta essere la seconda zona più inquinata d'Europa, con un altissimo numero di morti per patologie legate alla diffusione di polveri sottili. Chiaramente il Friuli Venezia Giulia non è Lombardia, dato che qui l a qualità dell'aria risulta mediamente sufficiente, ma «le malattie non sono causate solo da emissioni locali ma anche dalla delocalizzazione delle Pm10 che possono diffondersi per molti chilometri», ha rimarcato Padovan.Guardando invece a recenti dati Arpa, Luca Cadez ha riportato che «negli ultimi anni si registra una riduzione dei valori legati alle polveri sottili in tutti e quattro i capoluoghi del Friuli Venezia Giulia». Ciò non toglie però che «sono stati riscontrati picchi significativi in certi periodi dell'anno e in prossimità di particolari luoghi. Anche il biossido di azoto e l'ozono risultano essere, nella nostra città, al di sotto delle soglie sensibili, anche se degli sforamenti negli ultimi anni ci sono stati in concomitanza di determinate stagioni e condizioni atmosferiche». Legambiente ha anche presentato il rapporto "Mal'aria 2020" dove si stila una "pagella" sulla qualità dell'aria delle città italiane sulla base degli ultimi 5 anni di dati ufficiali disponibili per quanto riguarda i tre inquinanti più presenti nei centri urbani: polveri sottili (Pm10, Pm2, 5) e biossido di azoto (No2). Dati che non sono stati confrontati con il limite normativo previsto dalla legislazione comunitaria per ciascun inquinante ma con i più stringenti e cautelativi limiti suggeriti dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Delle 97 città di cui si hanno statistiche su tutto il quinquennio analizzato (2014 - 2018) solo 15 raggiungono un voto superiore alla sufficienza (il 15%): Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Nuoro, Verbania, Grosseto e Viterbo (7), L'Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6). La maggior parte delle città italiane invece è sotto la sufficienza (l'85% del totale).Considerando il "sei" ottenuto dal capoluogo isontino, è emersa la necessità di non sottovalutare la qualità dell'aria che respiriamo, anche alla luce dell'emergenza Covid. È assodato infatti che «la risposta infiammatoria della malattia è molto più alta nelle zone più inquinate d'Italia», ha detto Padovan.

Emanuela Masseria

 

 

MONFALCONE - Incontro Comune Legambiente: raddoppio dello spazio verde e rete ciclabile verso il centro.

Cisint ha illustrato il progetto di rigenerazione urbana. Tra gli interventi un percorso storico-turistico che riproporra' i segni dell'identita' cittadina.

Il sindaco Anna Maria Cisint ha incontrato i rappresentanti di Legambiente, presenti i tecnici comunali e l'architetto Francesco Morena che, assieme all'ingegner Edino Valcovich segue la progettazione della rigenerazione del centro cittadino e di piazza della Repubblica. Precisato che quello presentato è solo il progetto preliminare e che il dettaglio degli interventi sarà stabilito nella fase esecutiva, Cisint ha illustrato le caratteristiche che verrà ad avere la riqualificazione dell'area e si è soffermata in specifico sulle osservazioni presentate dall'associazione ambientalista. Per quanto riguarda la mobilità sostenibile e le piste ciclabili, si tratta di un'esigenza che la giunta ha già posto ai professionisti incaricati nell'ottica di un'accessibilità del centro attraverso la rete delle ciclabili che l'ente sta sviluppando e che troverà pertanto le più idonee soluzioni.«Del resto - ha precisato il sindaco - il Comune intende sviluppare e sostenere il trasporto pubblico e per questo è stato richiesto all'Apt di predisporre un nuovo sistema di collegamenti dei bus che meglio possa rispondere all'utilizzo di questo mezzo, con connessioni frequenti e articolate fra centro e rioni che si prevede di avviare nei prossimi mesi. La nuova configurazione di via Rosselli risponde anche ad una visione del trasporto pubblico verso l'uso di mezzi elettrici e di minor dimensione, secondo gli orientamenti europei in materia di sostenibilità».In ordine al tema riguardante gli alberi e il verde pubblico è stato chiarito l'equivoco sul fatto che il rendering preliminare fornito dai progettisti non comprende tutte le alberature per la volontà di far emergere la proposizione del percorso delle mura medioevali, uno degli elementi qualificanti del progetto. Lo spazio verde complessivo passerà da 1.200 a 3.000 metri quadrati.«È prevista - ha rilevato Cisint - la realizzazione di un percorso storico-turistico che riproporrà i segni distintivi dell'identità cittadina, dal biscotto, al pilo, al segno delle antiche mura che, assieme all'apertura del museo dei reperti degli scavi del municipio, all'apertura della Rocca, alla riqualificazione di casa Mazzoli e del porticciolo Sauro, rivitalizzeranno la città e la sua attrattività. Non c'è alcuna intenzione quindi di ridurre gli alberi secolari e se, nel rispetto di questo percorso, sarà necessario si provvederà a reimpiantare le alberature che dovessero essere spostate».Il primo cittadino ha quindi illustrato l'intervento di risanamento e consolidamento della roggia, per il quale sono stati ottenuti i finanziamenti regionali e che una volta completato consentirà la sua emersione lungo il percorso originario all'interno della nuova area verde. Rispetto all'area giochi il sindaco, che già aveva riferito dell'intenzione di eliminare il parco Unicef, ha sottolineato che quello presentato, pur in una logica di organicità urbanistica, è solo il progetto preliminare: gli elementi di arredo urbano dell'area saranno definiti nelle fasi successive, guardando all'obiettivo principale della riqualificazione dell'area e valorizzazione degli elementi storici e identitari sulla base della quale sono stati acquisiti i relativi finanziamenti.«La nostra amministrazione - ha sottolineato il sindaco Cisint - negli ultimi 4 anni ha investito oltre 700 mila euro per implementare e sviluppare gli spazi attrezzati per i giochi dei ragazzi, considerando questo un impegno strategico, come mai in passato, e tutt'ora sta investendo. La politica di rafforzare gli spazi dedicati nel centro sarà ulteriormente perseguita trovando le migliori soluzioni, pertanto anche sotto questo profilo posso confermare l'impegno dell'ente per rispondere a questo aspetto».

 

 

La prima volta del Silos nel Piano delle opere da 130 milioni sul 2021
Tre voci per 17,6 milioni riferite all'edificio vicino alla stazione. Vertice mercoledì - Progetto confermato: supermarket, albergo, uffici, parcheggi e centro congressi
Supermercato, albergo a quattro stelle, ristorante, centro congressi con oltre 1.000 posti, uffici, 800 parcheggi, terminal bus extra-urbani: un monte-investimenti potenziale per un'area definita «polifunzionale» che danza tra i 100 e i 120 milioni di euro. Il Silos in piazza Libertà, uno dei grandi dimenticati della progettualità triestina, pare abbia ritrovato la memoria. Ieri mattina, illustrando il Piano triennale delle opere comunali, l'assessore Elisa Lodi, per la prima volta nella sofferente vicenda ultra-ventennale di quel sito, lo ha inserito nella programmazione municipale, su indicazione del direttore dell'Urbanistica Giulio Bernetti.Il Silos ha meritato addirittura tre citazioni nel lungo elenco delle cose da farsi nel 2021 per un totale di 17,6 milioni di euro, tutti a carico del privato. Di queste poste 4,1 milioni riguardano la nuova stazione delle corriere, tema che costituirà materia di negoziato tra la proprietà e la civica amministrazione. Fonti della Silos spa, afferente a Coop Alleanza 3.0 attraverso Immobiliare Nordest, informano che mercoledì 3 marzo una delegazione della società incontrerà il sindaco Roberto Dipiazza per verificare la tenuta di un cronoprogramma, che, se rispettato scrupolosamente, potrebbe portare all'apertura dei cantieri nel primo semestre 2022. Ecco le tappe della redenzione: sottoscrizione di un accordo di programma entro l'attuale mandato di Dipiazza, la convocazione della conferenza dei servizi, la stipula della convenzione pubblico/privata. Una volta ottenuto il titolo a costruire, l'operazione potrà decollare seguendo il percorso progettuale su cui da anni si arrovella l'architetto Aldo Pavoni dello studio latisanese Archea. Intanto Silos tornerà a tessere la paziente rete di uno "scouting" mirato a scovare investitori nazionali e internazionali. Perché "tornerà"? Perché in realtà lo aveva già fatto, avendo individuato un fondo internazionale, che era rappresentato dall'ex manager cooperativo Attilio Grazioli. Ma è trascorso tempo, si vedrà. Il confronto burocratico-amministrativo con Comune e Regione, in particolare sui parcheggi e sulla stazione delle corriere, ha ulteriormente avviluppato un percorso tormentato e segnato dal fallimento di Unieco, che aveva acquistato il Silos dal Comune. Proprio a causa di illusioni/delusioni accatastate durante un ventennio abbondante, la proprietà cooperativa acquartierata a Bologna preferisce mantenere un profilo prudente. Silos si è rivelato il vero acuto, la novità inedita (entro certi limiti) nella recita del copione, al quale hanno partecipato lo stesso sindaco, il vice Paolo Polidori, i capigruppo di maggioranza Alberto Polacco (Fi), Radames Razza (Lega), Vincenzo Rescigno (Lista Dipiazza), Salvatore Porro (Fdi). Mancava Michele Babuder, presidente della commissione consiliare competente. Il triennale 2021-23, varato giovedì pomeriggio dalla giunta, "cuba" complessivamente 220 milioni di euro, di cui 130 concentrati sull'anno corrente, che è anno elettorale. Attenzione: si tratta della somma di entrate comunali (una settantina di milioni), statali, regionali, private (project financing). L'obiettivo politico di Polidori, in quanto titolare del Bilancio, è chiudere il preventivo 2021 entro il 31 marzo, in maniera tale da liberare quanto prima l'utilizzo delle risorse: non c'è bisogno di nuovo debito - ha detto il vice sindaco - e non c'è necessità di vendere azioni Hera. Elisa Lodi ha scandito i capitoli principali: ancora una volta - a valori arrotondati - capolista l'edilizia scolastica (47 milioni), poi la cultura (26 milioni), lo sport (17 milioni), le strade (12 milioni), il direzionale (7 milioni), il verde (6,7 milioni).L'assessore ha scelto alcuni specifici interventi per documentare le priorità realizzative. Nel settore educativo i "nidi" all'ex caserma Chiarle a San Giovanni e a Roiano nell'edificanda area ex Polstrada. Il comparto culturale, oltre al Magazzino 26 in Porto vecchio, indica il museo del Risorgimento. Lo sport cita il "Ferrini", la cittadella "Samer", l'illuminazione del "Grezar", il completamento del polisportivo di San Giovanni. A livello viario la ciclopedonale di Sant'Andrea e piazza Sant'Antonio.Spazio anche agli investimenti sulle strutture amministrative proprie: l'ex Meccanografico e il cosiddetto palazzo dell'Anagrafe quelli più significativi.

Massimo Greco

 

Accordo di programma sul Porto vecchio La Regione: sì alla firma - il testo approvato anche dalla giunta Fedriga
L'Accordo di programma sul Porto vecchio passa anche in Regione. La delibera con la bozza del testo è stata infatti approvata ieri in mattinata dalla giunta regionale. Commenta il presidente Fvg Massimiliano Fedriga: «Questo atto pone le basi per il rilancio di un'area che è parte integrante del nostro piano pluriennale sulle grandi opere in quanto riveste un valore strategico assoluto per l'economia del Friuli Venezia Giulia». Il provvedimento è stato adottato dall'esecutivo regionale su proposta congiunta degli assessori alle Infrastrutture e Territorio Graziano Pizzimenti e al Patrimonio e Demanio Sebastiano Callari, le cui rispettive direzioni saranno incaricate di provvedere agli atti conseguenti all'attuazione dell'intesa. Il via libera della Regione era l'ultimo passaggio da superare: ora nulla osta a che la firma si tenga alla Centrale idrodinamica nel giovedì della prossima settimana, così come da intenzioni del Comune. A sottoscrivere il testo ci saranno lo stesso Fedriga, assieme al sindaco Roberto Dipiazza e al presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino.Il testo divide l'area del Porto vecchio in due categorie spaziali: l'"Ambito dei sistemi insediativi di supporto regionale" corrisponde alle aree sdemanializzate ed assegnate al patrimonio disponibile del Comune di Trieste per essere fatte oggetto del processo di valorizzazione, mentre le aree che rimangono nell'"Ambito delle attrezzature portuali di interesse regionale" sono quelle di proprietà demaniale assegnate alla gestione dell'Adspmao, ovvero le banchine, l'Adriaterminal e la fascia costiera. La firma farà sì che, con il varo del consorzio Ursus e la variante al piano regolatore, i beni della prima categoria possano esser messi sul mercato. La definizione delle aree di competenza è stato uno dei punti più dibattuti nel corso dell'elaborazione dell'accordo, che si è trascinata dall'aprile dello scorso anno fino a oggi.

G.tom.

 

Le opposizioni critiche: «Il solito libro dei sogni rinviato di anno in anno»
Dal Pd al M5s: «Quante incompiute». Russo: «Cosa verrà realizzato?» - Italia Viva: «Più fondi all'Acquamarina». Futura: «C'è aria di elezioni»
Secondo le opposizioni il piano delle opere della giunta è una stanca liturgia, «il solito libro dei sogni». Dal Pd al M5s, la presentazione è bollata in modo unanime come un'operazione elettorale. Il candidato in pectore del centrosinistra Francesco Russo sferza l'amministrazione: «Ha ragione l'assessore Lodi a dire che il Pto presentato oggi va in continuità con quelli passati: è un libro dei sogni di opere condivisibili che, puntualmente, non vengono realizzate». Gli annunci si ripetono ogni anno, dice Russo, ricordando che già nel 2020 erano stati previsti 100 milioni di lavori: «Dal 2016 la lista delle incompiute è lunga: il tram di Opicina, la Piscina terapeutica, il Mercato ittico, la riqualificazione di Porto vecchio e la piazza di Roiano solo per citarne alcune». Russo si chiede infine quanti milioni degli oltre 130 previsti verranno spesi: «Temo una quota davvero marginale, esattamente come avvenuto negli ultimi 5 anni».Nemmeno il consigliere pentastellato Paolo Menis è benevolo verso la giunta: «Più che a pensare alle nuove opere, il futuro sindaco dovrà pensare a realizzare quelle non fatte da Dipiazza, a partire da Roiano per passare alla galleria di Montebello e terminare con il tram». Aggiunge: «Le cifre contenute in questo piano, come quasi sempre, sono alquanto arrotondate per eccesso, dei fondi previsti per quest'anno forse verranno impegnati la metà. Bene che si investa sulle scuole, assenti o tardivi invece gli investimenti sulle ciclopedonali e sugli impianti sportivi dedicati all'atletica leggera».Il consigliere Pd Giovanni Barbo cita il Mercato ittico, «annunciato un mese dopo l'inizio mandato nel 2016, inserito nel piano delle opere e poi slittato di anno in anno fino a scomparire dal documento. Il che ci fa dubitare, per usare un eufemismo, che quanto inserito oggi nel piano abbia una qualche attinenza con la realtà, presente o futura. L'elenco dei lavori che leggo essere in programma è più o meno quello del 2016: siamo finiti in una macchina del tempo?». Il documento, chiosa, non è mai passato dalla IV commissione. Antonella Grim di Italia Viva dichiara: «I due milioni per l'Acquamarina sono insufficienti, le stime prevedono una spesa dai 6 agli 8 milioni per il ripristino. Spero si faccia pressing per altri contributi. Servirebbe poi un salto complessivo, di sistema, sulla mobilità sostenibile, invece della solita filosofia del rattoppo. Mi preoccupa infine la manutenzione delle scuole, il 30% dei fondi effettivamente impiegato dovrebbe esser destinato a questo». Sabrina Morena di Open Fvg rincara la dose: «La solita minestra riscaldata. Del Parco della Rimembranza e del Meccanografico parlano da sempre senza farlo mai. Pure piazza Sant'Antonio doveva arrivare nel 2020. Un caso classico di giunta del faremo».Roberto De Gioia di Futura sentenzia: «Ripartire "alla grande" a fine mandato fa tanto campagna elettorale. Troppa carne sul fuoco quando tra approvazione e avvio delle opere saremo già a fine anno. Spero comunque che almeno le manutenzioni e ristrutturazioni siano portate a termine entro l'anno. Vedo 2 milioni sull'Acquamarina, forse hanno capito che la piscina terapeutica va ripristinata lì».

Giovanni Tomasin

 

 

Parte la petizione online per riaprire al pubblico il parco di Villa Necker - Il Comune attende Roma
Il comitato che l'ha promossa si propone anche per la gestione futura - L'assessore Giorgi: «L'Esercito deve definire le modalità di cessione»
Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Ecco che, se da Roma non arrivano ancora le risposte che i cittadini attendono, sono questi ultimi che si mobilitano per raggiungere l'obiettivo. Si parla della pratica del Comune, avviata a settembre scorso, per l'apertura al pubblico del parco di villa Necker, la sede del Comando militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia", stretto tra via dell'Università, via Belpoggio e viale Terza Armata. Un progetto di cui si parla da decenni, ma che non ha ancora visto la luce. L'argomento torna alla ribalta con una petizione e un'interrogazione. A lanciare la prima iniziativa è stato il Comitato "Ritorno al Parco" (che si presenterà alla stampa venerdì 5 marzo da Mimì & Cocotte alle 17) per «sensibilizzare le autorità e la cittadinanza con l'obiettivo di riaprire il cancello del parco di Villa Necker». Così si legge sulla piattaforma Change.org, dov'è presente il testo da firmare online, che ha raggiunto quasi 100 adesioni fin qui. Il comitato, che si proclama indipendente, è presente su Facebook con una pagina, a ricordare che il polmone verde in questione fino agli anni '80 era accessibile al pubblico, ospitando l'oratorio Villaggio Sereno e negli anni '50 addirittura un cinema estivo. «Consegneremo le firme al Comune, perché riteniamo che il parco debba diventare di nuovo pubblico - spiega uno dei portavoce, Giuliano Gelci -, ci proponiamo anche per una gestione partecipata, pensando a una ricerca di fondi europei». Si aggiunge anche il consigliere comunale di Fi Bruno Marini che, da ex frequentatore del Villaggio Sereno, accoglie con molto piacere la petizione. «Ho vissuto gli anni più belli lì - afferma -. Da quanto mi risulta ora il parco è lasciato al totale degrado. La prima cosa da risolvere è il passaggio della proprietà. Già in passato avevo cercato di capire come potesse avvenire. Sarebbe bene che i candidati sindaco inserissero questo obiettivo all'interno del proprio programma elettorale». Il comitato peraltro non è la prima volta che si mette in moto per smuovere l'opinione pubblica sul tema. Lo scorso autunno aveva commissionato un'indagine all'istituto di ricerca Ixè: era emerso che l'82% dei residenti (su un campione di 700 cittadini) vuole che il Comune intervenga affinché il demanio militare riapra ai cittadini il parco di Villa Necker. A smuovere ulteriormente le acque è ora il consigliere comunale forzista Michele Babuder, che ha depositato un'interrogazione rivolta al sindaco Roberto Dipiazza e all'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, in cui non solo chiede lo stato dell'arte della pratica avviata per villa Necker ma anche indaga sullo stallo «per la fruizione pubblica o semipubblica delle aree fronte mare di Miramare» di pertinenza del bagno militare. Nello specifico, chiede se possa essere presa in considerazione una gestione temporanea da parte del Comune dello stabilimento, a disposizione di tutti e garantendo anche un accesso ai militari, in cambio di una presa in carico degli oneri di ristrutturazione e manutenzione di cui ormai necessita lo stabilimento. Il sito balneare è di fatto chiuso da due anni per un contenzioso in corso con la società che doveva gestirlo mentre il nuovo bando non è ancora partito in attesa di nuove direttive in ambito Covid da parte del governo. Un'analoga operazione, continua Babuder, si potrebbe eventualmente ipotizzare per il parco. Ma al momento non ci sono novità sulla cessione. «Sono state fatte delle riunioni e c'è disponibilità da parte del Demanio statale - afferma Giorgi -, ma le tempistiche sono lunghe. Devono ancora comunicarci in che modo verrà ceduto il parco e la divisione ufficiale fisica dei confini». Così il sindaco Roberto Dipiazza: «Ci sono stati i contatti con l'Esercito, so che la pratica è arrivata a Roma, adesso bisogna capire in che modo lo Stato maggiore vorrà cedere gli spazi. Villa Necker è interessante perché ci sono tre campi da tennis, uno dei quali l'Esercito vorrebbe mantenere». L'amministrazione è propensa a una cessione che prevede per il Comune parco e due campi da tennis. Dagli ambienti militari intanto confermano che la pratica è ora in fase di elaborazione negli uffici preposti dello Stato maggiore dell'Esercito a Roma.

Benedetta Moro

 

 

Domani - La marcia degli anfibi nei laghetti di Pesek
Riparte la "marcia degli anfibi" . A grande richiesta, la società cooperativa Rogos ripropone, domani alle 10, l'escursione di tre ore adatta a tutti - gratuita grazie al contributo del Comune di San Dorligo della Valle e della Regione - alla scoperta degli stagni e del risveglio degli anfibi. I partecipanti andranno a osservare stavolta gli specchi d'acqua di Pesek. Si consigliano abiti comodi e scarpe da trekking. Nel rispetto delle norme anti Covid l'uscita è a numero chiuso e solo su prenotazione, inviando una mail a info@rogos.it con nome e recapito telefonico. Il luogo di ritrovo verrà comunicato agli iscritti via posta elettronica.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 26 febbraio 2021

 

 

Accordo di programma per il Porto vecchio: il primo ok alla firma
Ultimato il passaggio in Comune, oggi tocca alla Regione - La prossima settimana la sottoscrizione, prevista giovedì
La giunta comunale ha approvato ieri la delibera che autorizza il sindaco Roberto Dipiazza a sottoscrivere l'Accordo di programma sul Porto vecchio, mentre quella regionale si accinge a dare oggi il suo via libera. Dopo nove mesi di rinvii, la firma verrà infine al mondo la prossima settimana, e porrà - almeno sulla carta - le basi per mettere sul mercato i magazzini del Porto vecchio. E quindi rivitalizzare l'intera area. Manca ancora il crisma dell'ufficialità, ma salvo ulteriori contrattempi la cerimonia è prevista per giovedì prossimo, nella Centrale idrodinamica dell'antico scalo. Arriva così alle battute finali una procedura che ha accompagnato per tutto l'anno passato le vicende di Regione e Comune, che a fine 2019 avevano fissato solennemente la firma all'aprile del 2020. Gli uffici delle tre istituzioni (Autorità portuale compresa) si sono poi confrontati per mesi su come conciliare le esigenze di ognuno, compito non scontato all'interno di un'area comunale in cui resterà una significativa presenza portuale e su cui anche la Regione ha intenzione di installarsi. Nelle ultime settimane, però, al netto di qualche episodio di tensione fra Comune e Regione (o forse grazie ad esso), il processo ha subito un'accelerazione. L'altro ente firmatario, l'Autorità di sistema portuale, ha dato da tempo la sua disponibilità a procedere, sicché nulla osta ormai.La giunta comunale ha approvato nel primo pomeriggio di ieri il documento che autorizza il sindaco a procedere con la firma. Per Roberto Dipiazza si tratta di un risultato im portante in vista della prossima campagna elettorale, in cui il Porto vecchio sarà oggetto di dibattito fino allo sfinimento. L'assessore regionale alle Infrastrutture Graziano Pizzimenti porterà una delibera analoga oggi in giunta regionale e aspetta di vederla approvata per commentare, anche se la sua approvazione è fuori discussione. L'Accordo di programma per il Porto vecchio, ricordiamo, comprende la fondazione del Consorzio Ursus (che dovrà poi gestire le operazioni di vendita dei magazzini), la ripartizione immobiliare dell'area (cosa resta a chi, cosa va venduto e cosa no) e la variante al piano regolatore che il Consiglio comunale avrà poi un mese di tempo per ratificare.

Giovanni Tomasin

 

 

«Una rete di tram dal centro al Carso e sul lungomare» - LA PROPOSTA DI "UN'ALTRA CITTA'"
La rete di Un'altra città vuole che l'amministrazione comunale rinunci a ovovia e parco del mare. E che si concentri invece sul progetto di una rete tranviaria che copra l'asse compreso tra stazione e piazza Foraggi, passi per periferie e Carso nonché unisca la linea del fronte mare, da Barcola e Porto vecchio fino a Campo Marzio o addirittura Muggia. Sono alcune delle proposte emerse dal consueto dibattito online del giovedì, che gli attivisti organizzano per far conoscere i propri punti programmatici in vista della corsa per il Municipio, chiedendo al candidato o ai candidati dell'area di centrosinistra di farsene carico. Una sorta di campagna elettorale indiretta, almeno per il momento. Il futuro della mobilità dopo il Covid era al centro dell'incontro di ieri. Il docente di storia e filosofia dei licei Guido Pesante e la ricercatrice di Elettra Sincrotrone Loredana Casalis - entrambi esponenti di Un'altra città - hanno dialogato con Andrea Wehrenfennig (Legambiente Trieste) e Luca Mastropasqua (Fiab Ulisse). Legambiente e Fiab compaiono nel novero delle undici associazioni triestine che a dicembre avevano firmato un appello al governo nazionale, nel quale si accusa «l'attuale amministrazione cittadina» di «ignorare le direttive europee e nazionali sul taglio delle emissioni di gas serra». Nella stessa lettera si attaccano Piano urbano per la mobilità sostenibile (Pums), appunto ovovia e si avanza l'idea di una rete di tram come quella sopra descritta. Tra i firmatari figura anche Riccardo Laterza, in qualità di referente di Tryeste. Altre istanze emerse ieri hanno riguardato l'implementazione di pedonalità, ciclabilità e trasporto pubblico locale, immaginato gratuito perlomeno per le fasce economicamente più fragili della popolazione. Inevitabile un riferimento al Porto vecchio, che la rete auspica diventi un bacino per «soluzioni avanzate e capaci di diffondere buone pratiche sul territorio».

Lilli Goriup

 

 

A lezione nel vigneto  sulla potatura della vite con Urbi et Horti e Bioest - domani a Valmaura
Inverno. Per la vite è tempo di potatura, una delle pratiche più importanti nella cura del vigneto, ma anche del giardino, in quanto può incidere in modo determinante sulla quantità e qualità d'uva prodotta. Per conoscere i segreti di una potatura perfetta e provare - letteralmente - a praticarla sul campo assieme al maestro contadino Roberto Marinelli, le associazioni Urbi et Horti e Bioest hanno organizzato una sessione aperta al pubblico - nel rispetto delle norme anti Covid - per domani con ritrovo alle 10.30 davanti al PalaTrieste. «Potare regolarmente e in modo corretto - spiegano gli esperti - aiuta anche a mantenere sana la pianta». Doveroso quindi dedicare tempo e attenzione a questa pratica. «E' necessario - anticipa la naturalista Tiziana Cimolino di Bioest - conoscere almeno le basi della fisiologia della vite. In quest'incontro forniremo gli elementi per eseguire la potatura in modo corretto. Assieme al maestro contadino proveremo un' esperienza pratica di potatura di vite, ulivo e forse qualche albero da frutto o arbusto. Accompagnare un albero nella sua crescita richiede rispetto e ascolto. Proveremo a farlo come i nostri nonni, torcendo i rami con delicatezza e cercando di rafforzare la pianta per sopportare meglio le basse temperature». Prenotazioni al numero 3287908116.

GT

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 febbraio 2021

 

 

AcegasApsAmga investe 100 milioni e rinforza le reti di luce, acqua e gas
L'amministratore delegato Gasparetto: «Questo territorio cresce più di altri». In arrivo anche 120 mila contatori nuovi
Cento milioni tondi nel quadriennio 2021-2024: 20 milioni di euro sul servizio elettrico, 40 milioni sull'idrico, 40 milioni sul gas. Il piano industriale di AcegasApsAmga, inserito nel più generale contesto del gruppo Hera, punta esplicitamente su Trieste. «Perché Trieste - premette Roberto Gasparetto, amministratore delegato della multiutility del Nordest - è una realtà che cresce più di altri territori. Questa crescita deve essere capita, assecondata, pilotata. AcegasApsAmga vuole rappresentare un fattore di sviluppo sostenibile». Gasparetto lo dice senza giri di parole: «Oggi l'azienda ritiene di concentrare le proprie forze più su Trieste che sul Veneto». Dopo il ciclo riflessivo del 2018-2019-2020 c'è bisogno subito di qualche elemento di feconda discontinuità: tanto per cominciare, rispetto al decennio precedente la società triestina-padovana-udinese "entra" in porto con una progettualità innovativa, non solo per gestire le reti. Fulcro dell'operazione e priorità operativa è il tema elettrico «perché - continua Gasparetto nel suo ufficio nello spigolo di palazzo Modello che guarda dall'alto l'ufficio di Dipiazza - le modifiche costruttive, che cantieri e armatori portano alle navi, motivano scali e pubbliche amministrazioni a effettuare rapidi adeguamenti tecnologici». Elettricità - Obiettivo dei 20 milioni da investire: Trieste deve potenziare per il 15% l'erogazione di energia elettrica. «Si pensi che una nave da crociera ormeggiata - esemplifica il manager rodigino - consuma un sesto dell'intero fabbisogno di Trieste». Allora è necessario irrobustire il sistema: avvicendando le fonti di approvvigionamento, ridisegnando la rete, connettendosi con la Slovenia, ragionando con Terna, dialogando con Wärtsilä, confrontandosi con l'Autorità portuale, mettendo in campo intelligenza artificiale. Accanto alla "scommessa porto" c'è la quotidianità di esercizio: AcegasApsAmga inserirà nelle case dei triestini, soprattutto nelle annate 2022-23-24, 120.000 contatori elettrici di seconda generazione. Acqua - Anche il servizio idrico assorbe quattrini e ricerca. Le perdite di una rete antiquata sono calate al 35% ma restano troppo alte: Gasparetto vuole scendere sotto il 30%. La "distrettualizzazione" distributiva consentirà una pressione diversificata da zona a zona, con doppio vantaggio operativo ed economico. All'utilizzo del satellite, per individuare i luoghi di perdita, si aggiungerà il volo di un aereo con dotazioni speciali. Controlli con tecnologie avanzate, una sorta di bombe d'aria, anche nella condotta sottomarina. Un discorso a parte merita il masterplan regionale degli acquedotti, un lavoro di coordinamento e di integrazione tra sette gestori e una ventina di sistemi, che sarà condotto dalle società interessate in raggruppamento temporaneo di imprese. Gas - Allerta sul settore gas, perché finalmente, dopo anni di rinvii, potrebbe essere bandita la gara per gestire il servizio distributivo. AcegasApsAmga vuole presentarsi all'eventuale lizza con gli argomenti giusti: negli ultimi anni ha divelto mezza città per piazzare le nuove tubature al posto delle vecchie condotte di ghisa grigia, adesso concluderà l'operazione con gli ultimi 5,3 chilometri, che Gasparetto considera «i peggiori, i più impegnativi». Anche nel quadriennio 2021-24 il gas rappresenta un capitolo di investimento importante con 40 milioni.

Massimo Greco

 

 

Pescato oltre i limiti - Sanzione da mille euro - sette chili di capesante e canestrelli

La Capitaneria di porto ha inflitto una sanzione da mille euro a un pescatore sportivo, pizzicato ieri mattina nella baia di Grignano con circa sette chili di canestrelli e capesante. L'uomo, un triestino di 48 anni, aveva infatti oltrepassato il limite dei cinque chilogrammi di prodotto che può essere catturato o raccolto nel corso di una battuta. Il Nucleo ispettori pesca lo ha intercettato nel corso di uno dei frequenti controlli lungo la costa mentre rientrava a terra. Sono stati quindi sequestrati i molluschi al 48enne, che non possedeva attrezzatura: per questo tipo di pesca, infatti, solitamente si ricorre all'uso delle mani. Sarà il veterinario dell'Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi) a decidere dunque che cosa fare del pescato: se procedere con la reimmissione in mare, se capesante e canestrelli saranno ancora vivi o comunque utili per l'ecosistema, oppure con l'eventuale distruzione.

Benedetta Moro

 

 

GORIZIA - La raccolta differenziata - Sperimentazione rifiuti finita - Altri lavori per il mezzo eCarry
Gorizia è il primo comune italiano ad aver avviato una sperimentazione sulla raccolta differenziata. Tale sperimentazione, partita da una decina di giorni, andrà avanti fino a domani e si basa sull'adozione di un mezzo innovativo: eCarry, veicolo commerciale 100% elettrico, silenzioso e adatto a circolare nei centri storici e nelle aree pedonali con i suoi circa 160 centimetri di larghezza, 570 di lunghezza e 195 di altezza. Quindi, dopo aver raggiunto altri comuni, l'intento è di adottarlo a Gorizia in pianta stabile, assieme ai mezzi tradizionali per la raccolta differenziata.Nel presentarlo, ieri, in piazza Vittoria, l'assessore comunale alla Tutela ambientale, Francesco Del Sordi, ne ha elencato i vantaggi che si legano a un contenimento delle emissioni, alle ottime caratteristiche ergonomiche pensate per chi lo dovrà manovrare e all'efficienza che permetterà, nel complesso, una maggior pulizia cittadina.Del Sordi ha poi manifestato l'orgoglio perché «Gorizia ha il ruolo di precursore in una sfida che pure altri comuni adotteranno». Con lui, c'erano Giulio Tavella e Giuliano Sponton, rispettivamente amministratore unico e direttore generale di Isontina Ambiente, Antonio Chiello amministratore delegato di Green-G, la nuova business unit di Goriziane E&C Spa, mentre per la Sangalli Spa c'era Luca Lenarduzzi.Se il Comune di Gorizia è uno degli azionisti di riferimento di Isontina Ambiente, la Sangalli Carlo & C. è l'impresa che ha vinto da qualche anno la gara d'appalto per la raccolta differenziata dei rifiuti sul territorio. Isontina Ambiente e Green-G hanno quindi affidato alla società lombarda l'avvio della sperimentazione con eCarry.«Non solo è una sperimentazione che nasce sul territorio, grazie a Goriziane E&C Spa, ma siamo i primi, anche come fruitori, a porla in essere: è il principale motivo d'orgoglio dell'operazione» ha invece dichiarato Giulio Tavella.

Alex Pessotto

 

In azione sul Carso i cacciatori di carcasse - Nei boschi spuntano i relitti di auto e moto
L'appassionato di veicoli storici Christian Duro ha lanciato anche un gruppo Fb che sta coinvolgendo molti triestini
TRIESTE. Auto, scooter, moto, veicoli speciali a tre ruote, camioncini, e persino ruspe e autobus. Il Carso è pieno di vecchi mezzi a motore abbandonati, diventati purtroppo parte del paesaggio. Alcuni triestini sono diventati ora veri e propri "cacciatori di carcasse" attraverso il gruppo Facebook "Relitti carsici", fondato di recente da Christian Duro. Quasi ogni giorno spuntano immagini di veicoli nascosti, di vario tipo, certi particolarmente datati. Ecco qualche esempio: vespe e lambrette, diverse Fiat 500, una Simca 1000, una Lancia Fulvia, una Bmw 700, e poi qualche Ape Piaggio, un camper, ma anche un escavatore, alcuni furgoncini e altri rottami ormai talmente malmessi da rendere irriconoscibili marca e modello. I triestini coinvolti nella "caccia" hanno scattato queste foto in diverse zone dell'altipiano. Tra le foto più curiose ci sono quelle di tre vespe, a poca distanza, immortalate vicino al campeggio dell'Obelisco, a Opicina. Dimenticate da tempo, arrugginite, parcheggiate nel verde. E ancora spunta una Simca, rotolata giù da un burrone, nella zona di Contovello, forse in seguito a un incidente e rimasta lì probabilmente da decenni, malconcia e adagiata su un albero.«L'idea di avviare il gruppo - spiega Duro - è nata dalla mia passione per i veicoli storici. Io guido un vecchio fuoristrada del 1989, che era stato abbandonato e che ho rimesso a posto. Ma il mezzo che più ha attirato la mia attenzione è una ruspa enorme, rimasta in una cava in disuso a Basovizza. All'inizio, girando in Carso, ho trovato diversi veicoli lasciati al loro destino. Poi, parlando con altre persone, ho scoperto che i mezzi erano veramente tanti. Così ho pensato ai social, per creare una sorta di archivio, una piattaforma virtuale che potesse fungere pure da segnalazione, che sta riscontrando grande successo». Ma come mai questi mezzi sono finiti nel "dimenticatoio"? «Alcuni sicuramente sono stati coinvolti in incidenti e non sono mai stati rimossi - spiega Duro - come nel caso di qualche auto capottata non lontano dalla strada. Del resto niente si sa. Si possono solo fare ipotesi. Forse alcuni sono stati rubati. Altri, tipo quelli che giacciono da 30 anni, si sono guastati e sono stati abbandonati dai proprietari che non volevano o potevano ripararli né rimuoverli». Duro si è imbattuto anche in un piccolo cimitero di carcasse. «Mi è apparso improvvisamente, durante una passeggiata sul Carso», racconta: «Ci sono alcune auto, due Ape e un camion che sul tetto tiene ancora una piccola imbarcazione. Chissà qual è la loro storia». Quasi ogni giorno, come detto, gli utenti pubblicano qualcosa di nuovo, scovato tra cespugli o aree boschive. Talvolta sono solo singoli pezzi: volanti, manubri o cambi. Alle volte la sorpresa è più voluminosa: come un autobus, fotografato a Monfalcone. «Quasi sempre - conclude Duro - non c'è la targa e i mezzi sono talmente rovinati che è impossibile risalire persino al numero di telaio».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 24 febbraio 2021

 

 

Da Budapest a Varsavia - L'Est Europa scommette sull'energia nucleare
Mentre l'Occidente riduce la dipendenza dall'atomo, i Paesi orientali rafforzano gli investimenti. E in Bulgaria sono in arrivo i reattori Usa di ultima generazione
Trieste. La Germania ha deciso di completare il suo "phase out" entro il 2022, il Belgio progetta di fare il gran passo qualche tempo dopo, mentre il Regno Unito dimezzerà le capacità di produzione di energia nucleare nel 2025, con Svizzera e Spagna che dovrebbero seguire a ruota nel prossimo decennio. Ma se l'Europa occidentale - Francia esclusa - appare pronta a dire addio o almeno arrivederci all'atomo, nell'Europa centro-orientale il quadro appare ben diverso. L'Est del Vecchio continente, dalla Slovenia alla Bulgaria arrivando a Romania, Ungheria, Polonia e Cechia, continua o comincia a guardare all'energia nucleare con fiducia e potrebbe vivere nei prossimi decenni un vero e proprio "rinascimento" dell'atomo. Lo confermano, fra tutte, le evoluzioni più recenti in Bulgaria, che già oggi ricava circa il 38% della sua elettricità dall'atomo (dati Iaea). Lo fa con due vecchi reattori di produzione sovietica, realizzati a fine Anni '80 per l'impianto di Kozloduy, mentre Sofia ha rilanciato l'anno scorso il complesso e controverso progetto di una nuova centrale nucleare a Belene. Kozloduy potrebbe in futuro ospitare reattori di nuova generazione, non più quelli obsoleti "made in Urss". Sono gli "small modular reactor" (Smr) dell'americana NuScale Power, azienda che ha firmato un memorandum d'intesa con l'amministrazione della centrale proprio in vista di un possibile impiego degli Smr a Kozloduy o in un sito vicino. Si tratta di tecnologie nuove che promettono costi più bassi e forniture «di energia abbondante e sicura», ha rimarcato l'impresa Usa. NuScale è un nome da evidenziare in rosso, per quanto riguarda il fronte nucleare a Est, in concorrenza con l'industria nucleare soprattutto francese, in prima linea per collocare nell'area i suoi prodotti. L'azienda americana ha siglato intese simili a quella bulgara anche in Ucraina, ma soprattutto in Repubblica Ceca e in Romania. E in rosso bisogna contrassegnare anche la tecnologia dei piccoli reattori modulari. Ci punta molto l'Estonia, ancora nuclear-free, dove la Fermi Energia ha promesso a inizio febbraio di «sviluppare una centrale nucleare» di piccole dimensioni, sempre grazie a Smr di nuovissima generazione, «garantendo la sicurezza delle forniture energetiche» a basso prezzo. Smr che rimangono un'opzione sul tavolo anche in Cechia, in cooperazione con il Giappone. E lo stesso vale per il progetto, ancora assai fumoso, della cosiddetta "Krsko 2", in Slovenia, dove la centrale di Krsko copre oggi il 37,2% del fabbisogno. A evocarla, è stata a metà 2019 Washington, descrivendo proprio la Slovenia «come un eccellente mercato per questa tecnologia innovativa», in vista di un potenziale raddoppio della centrale. Coll'interessato suggerimento a Lubiana di non lasciarsi sedurre dalle sirene russe e cinesi, e neanche da quelle francesi, puntando invece «sulla tecnologia americana», in particolare quella Westinghouse, «che produce i migliori reattori al mondo». Ma c'è anche chi va avanti affidandosi a progetti più tradizionali. Lo fa ad esempio la Romania, impegnata nella modernizzazione e nel potenziamento di Cernavoda, con lo sguardo a Ovest - dopo aver tagliato i ponti con Pechino. E l'Ungheria, dove a fine 2020 ha ricevuto una nuova luce verde il piano di costruzione di Paks 2, progetto a traino russo da circa dieci miliardi di euro, inizio lavori atteso nel 2021. Del resto a Est «bisogna ridurre l'uso del carbone o eliminarlo del tutto» e allora l'unica via «che soddisfi l'economia e la sua fame di energia» è segnata, «ci serve il nucleare», ha ribadito il presidente magiaro Janos Ader, in un vertice per celebrare i trent'anni del Gruppo di Visegrad. Gruppo che sembra condividere la linea magiara, hanno concordato i suoi omologhi. Lo fa la Cechia, che procede nel piano di realizzazione del nuovo reattore a Dukovany, escludendo però dalla gara Russia e Cina, l'idea che si sta facendo largo a Praga, mentre in Slovacchia si lavora al potenziamento di Mochovce. È la Polonia però il piatto più ricco. Paese tradizionalmente dipendente dal carbone. Ma Varsavia mira a usare il nucleare per la "decarbonizzazione" e ha considerato con interesse la mano tesa della Corea del Sud, che si è offerta per la costruzione delle prime centrali nucleari, già entro il 2033.

Stefano Giantin

 

Entro il 2027 la decisione sul raddoppio di Krsko

Slovenia e Croazia ufficialmente non svelano le carte ma qualcosa dietro le quinte si muove. Il ministro di Zagabria "Pronti a cooperare"

Sulla costruzione del secondo reattore alla centrale nucleare di Krsko, in Slovenia, qualche cosa si sta muovendo dietro le quinte, fin qui luogo riservato a ministri e funzionari di Stato molto restii a parlare di questo progetto in pubblico. Vuoi per i costi che comporterebbe in una situazione come questa in piena pandemia da Covid-19 con le economie di tutto il mondo allo stremo, vuoi per l'avversione sempre crescente alle fonti di energia nucleare determinata dalla crescente anima green dell'Europa.Senza dimenticare il problema di base che da anni sta caratterizzando le critiche e le paure attorno alla vecchia centrale già in funzione, ossia il carattere sismico dell'area su cui è stata costruita e il terremoto di Zagabria e di Petrinja che distano una quarantina di chilometri da Krsko la prima, una sessantina la seconda, ne sono l'esempio tragicamente più concreto. L'idea del raddoppio della centrale sta girando già da alcuni mesi tra gli ambienti governativi della Slovenia ed è maturata nei ragionamenti dell'allora esecutivo guidato da Marjan Sarec e che ha preceduto l'attuale capitanato da Janez Jansa. E che non si tratti solo di una chimera, ma che qualche cosa di più concreto stia prendendo forma lo dimostrano le dichiarazioni del ministro dell'Energia della Croazia, Tomislav Coric il quale ha sostenuto che Zagabria è pronta a cooperare con Lubiana nella costruzione del secondo reattore (Nek2). Croazia che aveva collaborato già all'edificazione dell'attuale struttura di Krsko (Nek) ai tempi di Tito, al punto che la sua gestione è ancora in comune tra i due Stati contermini. E che la Croazia sia pronta a investire finanziariamente nella costruzione di Krsko2 il ministro Coric lo ha dichiarato in un'intervista alla televisione croata N1. Le sue parole sono la conferma che le sottili affermazioni sul tema fatte negli ultimi tempi dai ministri sloveni e dai funzionari di Stato sono state ben comprese anche dall'altra parte del confine. Ufficialmente la Slovenia dovrebbe decidere la costruzione di Krsko2 entro il 2027, ma da molti ragionamenti fatti dagli addetti ai lavori si può dire che il via libera sarà dato molto prima. La Slovenia è consapevole che non può rinunciare al carbon fossile senza il raddoppio di Krsko ed è consapevole che è e resterà un "Paese nucleare" come confermato anche dal ministero delle Infrastrutture con Krsko2 che è stata inserita tra i 187 investimenti strategici per il Paese selezionati dal ministero dell'Ambiente. -

Mauro Manzin

 

L'allarme degli esperti sugli effetti devastanti in caso di terremoti «Pericoli sottovalutati»
A far paura è la sismicità della zona in cui sorge l'impianto sloveno «Alziamo la voce per evitare che ne venga costruito un secondo»
Trieste. In tutta Europa, l'impianto nucleare di Krsko è l'unico che sia collocato in un'area a sismicità medio-alta. Ed è per questo che rappresenta un grande pericolo. È il concetto ribadito più volte nel corso della diretta facebook organizzata dal Pd Trieste, dal titolo "Il rischio sismico della centrale nucleare di Krsko: 125 chilometri da Trieste, in direzione della Bora", durante cui sismologi e geologi (intervenuti a titolo personale), hanno mostrato i pericoli legati all'impianto progettato sul finire degli anni Settanta e attivo dal 1983. «All'epoca non si sapeva nulla della sismicità dell'area. La centrale fu costruita senza un'analisi», ha spiegato Livio Sirovich, geologo-sismologo ricercatore associato dell'Ogs di Trieste. Nonostante numerosi studi successivi abbiano dimostrato l'instabilità del luogo, «la Slovenia intende costruire accanto a quella già esistente un'altra centrale, con potenza tripla. In un primo momento, gli approfondimenti per la costruzione della Krsko 2 furono affidati a due istituti nazionali francesi. Ma quando questi ultimi si accorsero che c'erano problemi significativi, e che erano presenti faglie spostatesi in epoche recenti, scrissero una lettera per denunciare la cosa», ha sottolineato Sirovich. I più pericolosi eventi sismici non sono circoscritti solo ai tempi recenti: Peter Suhadolc, sismologo e direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Trieste, ha spiegato che «nell'arco di 150 anni, in quella zona, ci sono stati diversi terremoti tra magnitudo 5 e 5 e mezzo: non è un posto adatto alla costruzione di una centrale nucleare. La pericolosità viene calcolata sulla base di terremoti passati. Ma non sappiamo niente di quelli futuri, che potrebbero avvenire su faglie createsi in prossimità della centrale». Tuttavia, l'urgenza di puntare nuovamente i riflettori sui rischi sommersi è connessa anche agli eventi che hanno coinvolto la Croazia nell'ultimo anno. «I dati dimostrano che c'è una notevole sismicità. Diverse scosse, negli ultimi mesi, hanno riguardato Zagabria, che è a soli 40 chilometri dall'impianto di Krsko - ha affermato il ricercatore Giovanni Costa, membro di una rete di monitoraggio transfrontaliera in cui sono incluse anche Slovenia e Croazia -. Grazie alla collaborazione dei vari paesi, teniamo costantemente sotto controllo ciò che accade nella zona. E ciò che emerge è che sia sismicamente attiva». Per questo motivo Costa, al pari dei suoi colleghi, crede non sarebbe opportuno raddoppiare l'impianto, come è invece nelle intenzioni della Slovenia. «Siamo in un momento cruciale per la centrale. La licenza scadrà nel 2023, sarà allora che si deciderà del suo destino - ha sottolineato il geologo viennese Kurt Decker -. Questo è il momento giusto per i governi europei di intervenire, di far sentire la propria voce. Le faglie attive che sono state mostrate sulla cartina parlano da sole dei pericoli che si corrono». Nel 2017, gli studiosi hanno presentato la questione sia al Parlamento italiano che a quello europeo. Ma senza risultati sostanziali. Il timore è che siano coinvolti troppi interessi economici perché si possa optare per la chiusura dell'impianto: «Le autorità slovene vogliono far funzionare la centrale fino al 2043. Questo significherebbe tenerla attiva nonostante i molti anni - ha concluso Decker -. Ma la buona notizia è che, in quel caso, la Slovenia sarà costretta a portare avanti degli studi accurati per valutare l'impatto ambientale che la centrale ha sui paesi confinanti».Al confronto è intervenuta anche la parlamentare Debora Serracchiani. «Risale ormai a oltre dieci anni or sono la prima ipotesi, formulata dal centrodestra - ha detto - che la Regione partecipasse al raddoppio della centrale di Krsko, contro cui ci siamo schierati fermamente. Ora sembra che anche il centrodestra, attraverso amministratori regionali e sindaci abbia fatto proprie le preoccupazioni diffuse tra i cittadini. La politica deve farsi interprete di queste preoccupazioni e le occasioni di approfondimento come questa sono benvenute».

Linda Caglioni

 

 

Scatta alle foci del Timavo il taglio degli alberi a rischio - L'area sarà off-limits per un paio di settimane
DUINO AURISINA. Inizieranno oggi i lavori di potatura e abbattimento di alcuni alberi, dallo stato cosiddetto "fitosanitario" critico o comunque instabili, e per questo pericolosi, presenti nell'area delle risorgive del Timavo, a poche decine di metri dalla chiesa di San Giovanni in Tuba, nel territorio comunale di Duino Aurisina. L'intervento sarà eseguito dagli addetti di AcegasApsAmga - multiutility che ha in concessione le zone del Demanio che insistono sugli acquedotti, perciò anche quella delle foci del Timavo - con l'ausilio di un'impresa specializzata nel campo. A seguito di una puntuale perizia, eseguita recentemente, si è deciso infatti di procedere in accordo con l'amministrazione comunale di Duino Aurisina con la messa in sicurezza, per tutelare i tanti visitatori che spesso frequentano l'area del parco, oltre che le infrastrutture che la caratterizzano. È poi importante preservare dal rischio di incidenti gli impianti del vicino acquedotto del Randaccio, evitando che eventuali cadute di alberi possano per l'appunto danneggiarli. Se non si agisse in questa maniera, l'area dovrebbe essere totalmente interdetta al pubblico. I lavori sono particolarmente attesi anche dagli stessi cittadini di San Giovanni di Duino, in quanto da parte loro vi è la consapevolezza che, in condizioni di forte vento, il rischio di cadute degli alberi è considerevole. Per quanto riguarda l'aspetto operativo, AcegasApsAmga avvisa i cittadini che, durante i lavori, l'area interessata sarà preclusa al pubblico per ovvi motivi di sicurezza. L'intervento si concluderà, salvo meteo particolarmente avverso, nell'arco di un paio di settimane.-

Ugo Salvini

 

 

Domani alle 18 - Un'altra città, dibattito sulla mobilità urbana

Domani il dibattito online della rete civica di "Un'altra città" sarà dedicato alla mobilità cittadina: appuntamento alle 18 su Fb e Zoom. Guido Pesante e Loredana Casalis dialogheranno con Andrea Wehrenfennig e Luca Mastropasqua, rappresentanti delle associazioni che hanno scritto al governo nazionale un appello contro l'ovovia.

 

Il ciclo di incontri - Wwf e Ogs insieme sulla salute del mare

"Siamo in onda" è il titolo di un ciclo di incontri sullo stato di salute del mare e degli oceani che prenderà il via domani 25 febbraio promosso da Wwf Area Marina Protetta di Miramare e Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - Ogs. l quattro webinar sono trasmessi su Zoom e in diretta Facebook.

 

Conferenza online - Le raccolte d'acqua sull'altopiano carsico
L'acqua e il Carso. Un rapporto complicato. É in programma stasera alle 19 in modalità on line il sesto evento del ciclo intitolato "Serate di biologia". Gaia Fior, dell'associazione "Tutori stagni e zone umide del Friuli Venezia Giulia", parlerà di raccolte d'acqua in ambito carsico, della loro mancata manutenzione e della loro importanza per la fauna selvatica. La conferenza si svolgerà in sloveno e italiano, con traduzione simultanea. Collegamenti ai link: https://upr-si.zoom.us/j/82928932580#success, https://bioloski-veceri.famnit.upr.si, https://www.facebook.com/ProjectENGREEN.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 23 febbraio 2021

 

 

Accordo per il Porto vecchio: in giunta il via libera alla firma
Comune, Regione e Authority trovano la quadra su consorzio e gestione dell'area - Dipiazza a Russo: «Non ho fatto niente lì dentro? Il Centro congressi l'ha visto?»
Giovedì approderà in giunta la delibera che autorizza il sindaco Roberto Dipiazza a firmare l'Accordo di programma con Regione e Autorità portuale sul Porto vecchio. Anche i due enti confermano l'imminenza della firma, attesa per la primavera scorsa e poi rimandata inesorabilmente fino ad adesso. Le elezioni si avvicinano, mese più mese meno, e il primo cittadino conta finalmente di poter mettere al sicuro lo sblocco della situazione all'antico scalo. E Dipiazza coglie l'occasione per un affondo al probabile sfidante Francesco Russo: «Dice che ho fatto solo un parcheggio in Porto vecchio, forse lui non l'ha sentito ma io so che c'è un centro congressi, ad esempio, da quelle parti».L'accordo, ricapitolando, comprende la fondazione del Consorzio Ursus, la variante al piano regolatore e la ripartizione immobiliare dell'area. Quest'ultimo punto (cosa va venduto, cosa resta al porto, cosa resta al Comune e via dicendo) è stato uno dei nodi su cui il confronto tra gli enti si è aggrovigliato in questi mesi. Ora però tutte le istituzioni interessate confermano la conclusione sostanziale della procedura. Il Comune sta stilando la sua delibera e altrettanto conta di fare la Regione, entro la settimana o quella successiva al massimo. Quanto al Porto, attende soltanto che gli altri due enti procedano, potendo poi confermare il passaggio in comitato di gestione anche dopo la firma.Al netto dell'enfasi sul momento catartico, il testo definitivo dell'accordo farà chiarezza sull'assetto dell'area e sulle modalità di costituzione del Consorzio. Il neonato Ursus dovrà sbrogliare alcune questioni, ad esempio la percentuale degli introiti di vendita destinata al Comune (a rigor di legge la totalità dovrebbe andare all'Adsp), e avviare le procedure per la messa a vendita dei magazzini. Chi ne gestirà la macchina è un altro aspetto, anche se nei corridoi di piazza Unità il nome dell'ex segretario generale comunale Santi Terranova è dato tra i papabili per un ruolo apicale. Lo scenario "ottimista" del Comune contempla la firma fra fine febbraio e inizio marzo, nel caso in cui la Regione riesca a ratificare il suo via libera entro la fine della settimana. Considerati i precedenti, è comprensibile la prudenza da parte dell'ente.Il sindaco Dipiazza, cui i ritardi nella procedura han causato diversi scompensi, rivendica il risultato a portata di mano e risponde a Russo, secondo cui finora l'antico scalo «ha visto una rotatoria e un parcheggio»: «E di Esof se ne ricorda o no - sbotta -? C'è un centro congressi. C'è la gara europea per il Magazzino 26 vinta da Consuegra, c'è l'Immaginario scientifico, il trasloco delle masserizie, il Museo del Mare. Ci sono nove milioni per la nuova strada che arriva in piazza Libertà, è appaltata e adesso vediamo chi vince. Quando parla di galleria di piazza Foraggi o del tram sembra che non sappia cos'è la burocrazia in Italia. Forse il punto è che chi mi critica è uno che ha fatto politica, ma non ha mai amministrato».

Giovanni Tomasin

 

 

Raccolta dei rifiuti ecologica con il mezzo nato a Villesse
Isontina Ambiente si servirà di "E-Carry", il veicolo commerciale full electric di Goriziane group. Sarà una versione personalizzata per i servizi di igiene urbana
Si chiama "Ecarry" ed è un rivoluzionario veicolo commerciale elettrico firmato Green-G electric vehicles, la nuova divisione aziendale del Gruppo Goriziane spa, realtà industriale con sede a Villesse, in via Aquileia. Un mezzo tutto isontino, progettato e realizzato qui. Domani alle 10, Goriziane group, in collaborazione con Isontina ambiente, presenterà in piazza Vittoria il nuovo veicolo, pensato appositamente per l'espletamento di vari servizi nei centri cittadini. Nell'occasione, verrà svelato nella sua versione personalizzata il mezzo per effettuare tutti gli interventi di igiene ambientale. Alla piccola cerimonia, oltre ai responsabili delle due aziende isontine, prenderà parte anche l'assessore comunale all'Ambiente Francesco Del Sordi che manifesta «grande soddisfazione» per questo risultato. «Sarà un veicolo sperimentale - spiega - che verrà utilizzato in città per la raccolta dei rifiuti. Essendo interamente elettrico, va nella direzione della tutela ambientale. Un gran bel risultato, vista la necessità di disporre di mezzi non inquinanti e al passo con i tempi. E poi, c'è l'orgoglio che è nato proprio qui». Peraltro, la sperimentazione a Gorizia servirà anche per capire se occorrono correttivi o miglioramenti per migliorarne la funzionalità ma chi l'ha visto parla di un veicolo davvero rivoluzionario. Un po' di dati. Ecarry, nel gennaio scorso, è arrivato sul mercato della mobilità sostenibile dopo aver superato brillantemente tutti i test previsti per ottenere il certificato di omologazione europea in categoria N1 ed è, quindi, il primo veicolo commerciale in Europa ad aver ottenuto l'omologazione full electric in categoria N1 fino a 80 chilometri orari per allestimenti, che certifica i veicoli destinati al trasporto di merci aventi massa massima non superiore a 3,5 tonnellate. Risultato dell'impegno del team di specialisti del reparto R&D di Green-G electric vehicles (la nuova divisione aziendale del gruppo Goriziane spa, punto di riferimento internazionale nel settore della difesa, Oil & Gas, navale e ferroviario), il mezzo è stato sviluppato in collaborazione con l'Università degli studi di Brescia, analizzando i percorsi eseguiti nelle città italiane e determinando i modelli energetici in tutte le possibili missioni operative giornaliere. Ecco quindi che Ecarry, fa sapere l'azienda produttrice, risponde appieno «ai reali bisogni delle società di servizi, degli enti pubblici o dei vettori che necessitano di un mezzo agile, veloce, potente e dalle dimensioni ridotte per percorrere itinerari pianificati, ripetitivi, costanti e caratterizzati da numerosi start&stop. Prestazioni e velocità di gran lunga superiori agli standard, riduce a zero le emissioni di Co2, così come i costi operativi e chilometrici».«Alimentazione interamente elettrica e zero emissioni, è un mezzo silenzioso che può circolare nei centri storici e anche nelle aree pedonali. Con meno di 160 centimetri di larghezza, 520 di lunghezza, 195 di altezza, Ecarry è comodo da manovrare, semplice da guidare e non blocca il traffico. Inoltre, la modularità del pacco batterie, 35-70 kwh, rende il veicolo il mezzo più potente della sua categoria, con prestazioni nettamente superiori agli standard».

Francesco Fain

 

Ancora spazzatura sul Calvario - Fototrappole l'unica soluzione - le microdiscariche abusive
Mentre gli abbandoni di rifiuti, la cui originalità e particolarità talvolta è grande, tanto quanto lo sdegno di fronte al gesto, continuano purtroppo senza sosta in tanti punti del territorio comunale ma in particolare sulle pendici del monte Calvario, prosegue l'iter che porterà nel prossimo futuro il Comune a installare delle fototrappole nel tentativo di scoraggiare incivili e maleducati, e di punire chi di loro finisse nell'obiettivo della videocamera. I tempi, certo, non possono essere brevissimi, come del resto ha più volte ricordato nel recente passato l'assessore comunale all'Ambiente Francesco Del Sordi, che sottolinea però come «rispetto ad anni fa, quando la prospettiva sembrava davvero complicata da realizzare, siamo a buon punto».«La questione però richiede tempi importanti, inutile nasconderlo, perché nel nostro Paese la burocrazia prevede tantissimi passaggi da superare in questi casi, non lo scopriamo certo oggi - spiega Del Sordi -. Per poter installare e attivare le fototrappole per un utilizzo come quello al quale stiamo pensando, serve un regolamento apposito per la videosorveglianza, al quale stiamo lavorando da tempo. Se tutto andrà come crediamo, sarà possibile inserirlo all'interno del nuovo regolamento della Polizia locale, che speriamo di poter adottare entro la fine di questo 2021. A quel punto, il più sarà fatto».Il regolamento, tra le altre cose, dovrà chiarire chi fisicamente controllerà le immagini, come lo farà e in che modo queste verranno conservate o utilizzate. Il tutto, evidentemente per una questione di rispetto della privacy. Del Sordi fa sapere anche che sarebbe già stata individuata una ditta specializzata che si occuperebbe della gestione dei dati ricavati dalle fototrappole. «Sappiamo che il Calvario, come altri siti del nostro territorio, continua ad essere oggetto di abbandoni - conclude Del Sordi -, ma in prospettiva l'obiettivo è riuscire a punire chi si macchia di questi reati». E a proposito di rifiuti abbandonati sul Calvario, c'è da segnalare la lettera inviata al prefetto Massimo Marchesiello dal consigliere comunale leghista Andrea Tomasella, esprimendo profonda preoccupazione per un «luogo di storia, natura e lavoro che non andrebbe lasciato alla mercè di qualche incivile» e ricordando appunto come le nuove tecnologie potrebbe essere preziose alleate delle azioni di contrasto al fenomeno. Tra gli ultimi rifiuti trovati, oltre ai consueti sacchi di plastica e scarti di vario tipo, anche giocattoli e persino alcune paia di sci gettate da mano ignota e senza pudore in mezzo alla boscaglia.

Marco Bisiach

 

 

Quattro i premiati dall'associazione ambientalista Eugenio Rosmann
Ventisei i lavori arrivati da tutta Italia - Altri riconoscimenti consegnati dal Cai
Già decisa a riconfermare anche nel corso di quest'anno i premi destinati ai laureati con tesi in materia ambientale, l'Associazione ambientalista Eugenio Rosmann di Monfalcone ha chiuso l'edizione 2020, la quarta dell'iniziativa, con l'ufficializzazione dei vincitori nel corso di una cerimonia ospitata nell'Europalace Hotel. La commissione giudicatrice ha selezionato i 4 lavori vincitori tra i 26 arrivati da tutta Italia, a conferma di come abbia assunto ormai un respiro nazionale il premio si è affiancato per la prima volta quello del Cai di Monfalcone a una tesi sull'ambiente montano. I premi, passati da 3 a 4 nel 2020, sempre da 500 euro l'uno, sono andati a Ilaria Cunico, dell'Università di Padova, con una tesi sul fenomeno dell'ingressione salina e le sue conseguenze sull'ambiente e sulle attività umane e ad Angelo Sinuello, dell'Università di Trieste, che ha indagato il problema ecologico e sociale dell'abbandono del pascolo e le conseguenti modificazioni del paesaggio sul monte Matajur. Altra vincitrice è stata Linda Tossut dell'ateneo padovano per un lavoro molto originale sui sirfidi, insetti impollinatori, della città di Ferrara, che ha coinvolto nella sua ricerca la popolazione e gli studenti. E ancora Daniel Marusig per una complessa ricerca sul contributo del substrato roccioso per la disponibilità d'acqua per la crescita della foresta su formazioni calcaree, tema legato alla sempre maggiore carenza d'acqua dovuta ai cambiamenti climatici. Il Cai di Monfalcone, che con la Rosmann lavora nella gestione del Centro visite di Pietrarossa, ha invece premiato, con 300 euro, Federica Fonda dell'Università di Pavia per uno studio sull'idoneità ambientale per la martora e la faina sull'arco alpino. Sono state anche assegnate tre menzioni speciali a Sara Raimondo dell'Università di Firenze, per una tesi sui reati di inquinamento e disastro ambientale, a Marta Pieri dell'Università di Udine, per uno studio approfondito sulla presenza dello sciacallo dorato sul Carso goriziano e triestino, e ad Alessia Bontempi, dell'ateneo triestino, per l'osservazione di una popolazione pura di rana di Lessona nel laghetto di Percedol a Opicina. I premi sono stati resi possibili dai contributi di Bcc di Staranzano e Villesse, Comune di Monfalcone e 5 per mille della Rosmann. Il premio Populus alba per gli enti pubblici è andato all'Ecomuseo delle Acque del Gemonese, per i 20 anni di attività. È stato il direttore dell'Ecomuseo Maurizio Tondolo a ricevere come riconoscimento l'opera originale dell'artista monfalconese Cristiano Leban.

Laura Blasich

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 22 febbraio 2021

 

 

La transizione ambientale non sarà a costo zero
La transizione ecologica, che ora in Italia ha pure un ministero dedicato, esprime necessità difficilmente eludibili. Tant'è che per essa mostra, in prima battuta, vasto consenso. Ma è destinato a durare? Oppure conflitti d'interessi, silenti finché si è alle enunciazioni di principio, poi esploderanno con forza nelle piazze? Lo lasciano intendere i venti di rivolta a favore delle fonti fossili per l'energia dell'era di Trump; ed analoga è la vicenda in Francia dei gilet gialli. È facile prevedere che le politiche pubbliche "verdi", concretizzandosi, urteranno interessi e genereranno tensioni. D'altronde, il "chi pagherà" la transizione ecologica è cosa ineludibile. I costi - Ignorare la questione è pericoloso per la democrazia; e pure, per alcuni aspetti, sbagliato. È illusorio, quantomeno dal punto di vista socio-economico, credere ad una transizione ambientale ad impatto zero. I suoi costi, oltreché di rilievo nel conflitto distributivo interno (oneri fiscali, ad esempio), vanno inquadrati come strumento di lotta competitiva la cui posta è il predominio industriale tra le diverse geoeconomie del pianeta. Ce lo ricorda il conflitto sul diesel, iniziato dall'Amministrazione Usa al tempo della Presidenza Obama, nei confronti della Germania (riguarda l'Italia per l'automotive è nella sua catena del valore); e nella stessa prospettiva è la contro strategia di condizionamento "verde" per la quale Berlino ha voluto condizionare l'erogazione del Next Generation Fund. Due opzioni - Se l'ecologia diventa politica diviene portatrice di conflitti internazionale ed interni e politicamente dirimente individuare chi ne pagherà il costo. Si consideri la volontà di ridurre per l'energia la dipendenza da petrolio e carbone (tra le fonti energetiche le più convenienti). Le opzioni sono due: o si disincentiva chi le produce via tasse; oppure si sussidiano le rinnovabili. Nel primo caso si ha una traslazione in avanti su prezzi e tariffe con possibili effetti distributivi regressivi. In Francia con la rivolta dei già ricordati gilet gialli è emerso con chiarezza quale effetto possa produrre una tassa, magari per finanziare l'auto elettrica, però regressiva. Analogo discorso vale per una carbon tax europea sull'import di inquinanti. Rapporti di forza - Sarebbe un'arma tipica delle guerre economiche: il protezionismo col correlato rischio di ritorsioni. Il tema è lo stesso: il cerino in mano di chi resta? Sarebbe questione di rapporti di forza cui neppure l'ecologismo può sottrarsi. Certo, la transizione energetica implica distribuzione di fondi e, giustamente, si sottolinea l'aspetto positivo sul Pil. Il paradosso potrebbe essere che il costo, via sussidi, sia del contribuente dei Paesi avanzati mentre il vantaggio competitivo vada a paesi terzi (Cina ma non solo) che producono energia con fonti tradizionali a basso costo. La rivolta della "cintura della ruggine" del Midwest USA, i cui esiti hanno scosso le stesse fondamenta democratiche degli States, ci ricorda che la transizione energetica sarà tutto meno che un pranzo di gala. La politica, come sempre quando emergono nuove fratture sociali (classico il conflitto città/campagna con l'industrializzazione) si ridefinirà sulla "faglia ecologica. Reggeranno le democrazie occidentali al conflitto distributivo che ne deriverà? È l'incognita politica futura

Francesco Morosini

 

 

Rigassificatore - Attesa una nave a inizio marzo - l'impianto lng di Castelmuschio a Veglia
VEGLIA. Un giorno di lavoro, nel 2021, e due mesi di completa inattività. Per la gioia della popolazione locale, infastidita dai rumori sprigionati dall'impianto. Il rigassificatore offshore di Castelmuschio (Omisalj), località turistica - per modo di dire, ormai - dell'isola di Veglia, si è bloccato dopo un inizio tra squilli di fanfara, caratterizzato dapprima dal lavoro sperimentale e quindi dall'arrivo della prima metaniera, la Tristar Ruby, avvenuto l'1 gennaio. Poi il nulla, con diverse navi gasiere che invece di calare l'ancora nelle acque quarnerine hanno puntato la prua verso i più remunerativi mercati asiatici. L'ultima in ordine di tempo è stata la nave cisterna Castillo de Caldelas, il cui approdo a Castelmuschio veniva dato per certo. Invece la scorsa settimana questo tanker, proveniente dagli Stati Uniti, si è fermato nelle acque della Turchia, da dove probabilmente verrà fatto proseguire verso un qualche terminal giapponese, sudcoreano o cinese, Paesi in cui il freddo ha fatto schizzare all'insù il costo del gas. Non tutto è perduto, naturalmente, come confermato dall' azienda chiamata a gestire il rigassificatore galleggiante, l'Lng Hrvatska.Un ingente quantitativo di gas naturale liquefatto è partito dalla Nigeria (giacimento metanifero Bonny) verso Veglia, caricato sull'unità Adam Lng, che dovrebbe attraccare a Castelmuschio il prossimo 3 marzo. Il gas servirà al fabbisogno dell'Azienda elettrica croata (Hep), comproprietaria del terminal metanifero. È stato precisato che la Adam Lng, varata nel 2014 e battente bandiera delle Isole Marshall, è lunga 289 metri e larga 46 e ha una capacità di trasporto di 162 mila metri cubi di gas.

A.M.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 21 febbraio 2021

 

 

Discariche abusive sotto sequestro ma ancora utilizzate.   -   leggi1 - leggi2 - leggi3

Il caso in zona Borgo San Sergio segnalato dalla consigliera di Open Morena. Cumuli di rifiuti anche in via Pietraferrata

«Nastri bianchi e rossi "saltati", servirebbero cartelli e controlli».

Tre caprioli, due cuccioli e un'adulta, sentono il suono di passi umani e svaniscono nel bosco come un'apparizione. Scena idillica, peccato che a due passi ci sia una discarica abusiva. È una scena che può capitare a chi esplori la vasta macchia in cui s'infila via di Peco, davanti a Borgo San Sergio, che degli sconosciuti usano per scaricarvi rifiuti edili. A denunciarlo è la consigliera comunale di Open Fvg, Sabrina Morena, durante un sopralluogo sul posto, segnalatole da due membri della pagina Fb Nimdvm. «Ho scritto al Comune in gennaio, chiedendo che venissero sanate», spiega Morena. «Mi è stato risposto che le discariche sono note ma che ci sono delle indagini in corso, sicché sono sotto sequestro e c'è bisogno del via libera della magistratura». Il punto è, argomenta la consigliera, che nel frattempo le discariche continuano a venire usate: «I vigili urbani potranno anche aver messo i nastri bianchi e rossi, ma ormai sono andati e qui evidentemente ci sono persone che continuano a venire a scaricare rifiuti. Servirebbero dei grandi cartelli e dei controlli». Via di Peco è una stradina che si intrufola nei campi davanti a Borgo. Una parentesi bucolica, inaspettata, nel punto in cui la periferia della città si perde nella campagna. Anche per questo, probabilmente, è stata individuata come un buon punto in cui liberarsi di materiali edili che, a rigor di legge, andrebbero smaltiti in ben altro modo. La prima discarica, la più corposa, è in mezzo al bosco, a pochi metri dalla strada. Qualche centinaio di metri più avanti, sotto al viadotto, ce n'è un'altra: avanzi di cantiere sparsi dappertutto, una cappa di Eternit buttata a terra. «Questa è un'area che si potrebbe valorizzare dal punto di vista naturalistico», dice Morena. Ma se per queste due prime discariche si pone la questione del sequestro, per una terza poco distante no: «Non l'ho ancora segnalata», spiega la consigliera mentre raggiunge via Pietraferrata, una laterale poco battuta di via Flavia. Anche qui, a due passi dal marciapiede, un altro cumulo di resti, mobili inclusi e perfino due casse di cachi andati a male. Conclude Morena: «D'altra parte l'ambiente non è il primo pensiero di questa giunta. Non hanno fatto nulla per la raccolta differenziata, quando si poteva incentivare magari attraverso la premialità, così come non hanno voluto mettere i contenitori per gli oli esausti. Poi ci sono i furbi che li buttano abusivamente in luoghi come questi».

Giovanni Tomasin

 

Il vicesindaco Polidori «Punti monitorati» - «Le indagini sono in corso. Presidio fisso impossibile».

«L'area di via di Peco alla quale fa riferimento la consigliera Morena è posta sotto sequestro e ci sono delle indagini in corso», indica il vicesindaco con delega alla Sicurezza Paolo Polidori. «La situazione è nota, Morena non ha scoperto nulla di nuovo - replica - e sulla questione si stanno muovendo più reparti della Polizia locale: la polizia ambientale, quella giudiziaria oltre al personale del distretto che va a fare i sopralluoghi». Polidori assicura che l'area è monitorata, la situazione nota, «ma va tenuto conto che è un punto difficile, interno, nascosto, che vede il passaggio solo di mezzi agricoli, e consente agli incivili di agire facilmente, ma è impensabile pensare ad un presidio fisso». Il vicesindaco spiega che «si è ipotizzato di utilizzare un sistema di videosorveglianza, ma lì è difficile installarlo». Replicando a Morena sulla politica ambientale della giunta, l'esponente leghista rileva che «solo per quanto riguarda le mie competenze, ricordo la costituzione delle guardie ambientali che adesso sono state accorpate alla polizia ambientale per avere un nucleo ancora più organico, e c'è anche l'ipotesi di un rafforzamento come numeri. In tre anni sono decuplicate le sanzioni su questo tema, quindi non posso che fare un plauso al lavoro della polizia ambientale». Nello specifico di via di Peco, «se Morena - conclude - ha delle soluzioni più innovative da proporre che non siano quella di sistemare una vigilanza 24 ore su 24 perché con i soldi dei cittadini tutti sanno avanzare proposte, ce le venga a illustrare».

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 20 febbraio 2021

 

 

Raccolta di tappi in plastica ricavato per Via di Natale - L'iniziativa del gruppo ANA Ronchese

Da Fogliano Redipuglia, dove sono impegnate tante associazioni, a Ronchi. Nel segno della solidarietà. "Raccolta tappi... una solidarietà che non costa", questo lo slogan coniato dalle Acli ronchesi per il lancio di una campagna finalizzata a incentivare la raccolta dei tappi di plastica. Raccolta che è iniziata dalla sensibilità delle "penne nere" presiedute da Giorgio Grizonich nel 1996, alla quale da alcuni anni collabora fattivamente anche la locale storica associazione aclista. Nell'anno appena trascorso sono stati raccolti oltre 10 quintali di tappi che sono stati portati al centro di raccolta di Ruda che a sua volta li ha trasportati ad Aviano. Un gesto di solidarietà che nel 2020 ha permesso a Via di Natale di disporre di 40 mila euro per far le necessita dell'importante struttura che dispone di una trentina di stanze e che vengono messe a disposizione di quanti vengono colpiti dalle terribili e dolorose forme tumorali. Per questo il gruppo ronchese dell'Ana e le Acli invitano la cittadinanza ronchese a collaborare in questa iniziativa di solidarietà, conservando i tappi di plastica e portarli poi alla sede dell'Ana in via Soleschiano o al circolo Acli di via San Lorenzo. Questo accanto all'ormai consolidato tradizionale appuntamento con la Lucciolata, organizzata per la prima volta proprio dalle Acli nel 1983 e ora dal locale gruppo alpini, finalizzata alla raccolta di fondi a sostegno dell'associazione pordenonese. Continua a dare soddisfazioni ed a produrre risultati l'operazione che viene svolta ormai da moltissimi anni anche a Fogliano Redipuglia ed in questo caso grazie all'impegno dell'Associazione donatori volontari del sangue, dell'Auser, della Pro Loco e dell'amministrazione comunale.

LU.PE.

 

 

Pescato vicino a Veglia uno squalo capopiatto - specie protetta in Croazia
FIUME. Hanno pescato uno squalo capopiatto protetto in Croazia dal Regolamento nazionale sulle specie in regime di rigorosa tutela e, non avendolo potuto vendere, lo hanno gettato in mare. Dell'episodio non si sarebbe saputo nulla se la foto sullo squalo messo a pagliolo non fosse apparsa sulle reti sociali. Dai commenti, praticamente tutti di tenore negativo per quanto accaduto, si è appreso che lo squalo è stato catturato nelle acque al largo dell'isola di Veglia, un'area ricca di squali, alcuni dei quali potenzialmente pericolosi per l'uomo, con la vendita che sarebbe dovuta avvenire nella pescheria di Buccari. Uno dei pescatori ha tentato di togliergli la pelle, ma ha desistito affermando che era un lavoro troppo difficile.

A.M.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 19 febbraio 2021

 

 

Bora, vie strette, case vicine. La differenziata non sfonda   -   LE CIFRE

Trieste resta maglia nera in regione. Pesano le caratteristiche uniche della citta'.

Trieste non sfonda il muro della raccolta differenziata. Le percentuali raggiunte la fanno restare in regione tra i comuni con i risultati più bassi, ma le sue caratteristiche urbanistiche, morfologiche, il numero di residenti e alcuni aspetti meteorologici come la Bora la rendono una città unica. E anche la raccolta dei rifiuti diventa più complessa rispetto a quanto avviene in altre realtà. A stilare la classifica che riporta le percentuali di differenziata comune per comune è Legambiente Friuli Venezia Giulia che, presentando anche quest'anno il rapporto "Comuni ricicloni Fvg 2020" (i dati sono riferiti al 2019), ne premia 56. I parametri che nel rapporto rendono un comune "Rifiuti Free" prevedono una raccolta differenziata superiore al 65%, e meno di 75 chilogrammi di rifiuto secco residuo per abitante. Trieste, come detto, fa ancora fatica, raggiungendo il 44,2% di differenziata e raccogliendo 265,5 chilogrammi di rifiuto secco residuo per abitante. «Il dato di raccolta differenziata di Trieste sconta un ambito urbanistico, morfologico e climatico complesso - spiega Giovanni Piccoli, responsabile Servizi Ambientali di AcegasApsAmga - certamente non paragonabile con altre città. È vero che non siamo nella top ten dei comuni ricicloni, ma va comunque rilevato come la differenziata stia crescendo a ritmo sostenuto, passando dal 28% del 2013 al quasi 45% del 2019, grazie soprattutto alle azioni di ingaggio della cittadinanza attuate con il Comune». Un risultato raggiunto prevalentemente con l'introduzione della raccolta dell'organico, degli sfalci tramite raccolta stradale e al potenziamento della raccolta differenziata in più punti della città. Viuzze strette, salite, complessi immobiliari con un numero elevato di residenti e spesso senza cortile, e la forza della Bora - lasciare sacchetti o semplici bidoncini fuori dai portoni creerebbe più di qualche problema - impongono una progettazione del sistema di raccolta dei rifiuti diversa. «Esistono vari metodi di raccolta, incluso quello porta a porta, - indica Piccoli - ma Trieste sta valutando altre soluzioni più moderne e innovative come, ad esempio, i cassonetti smart, ad accesso controllato, non escludendo a priori che in certe zone delle città, quelle che più si prestano, possa essere immaginato anche il "porta a porta"». Va tenuto conto inoltre - tiene a sottolineare Acegas - che il termovalorizzatore, che ha una valenza regionale e viene utilizzato anche da altri gestori, ha il ruolo di garantire il recupero energetico del rifiuto secco e non è ad oggi un elemento che può incidere sui risultati della raccolta differenziata. Tra le città capoluogo, Pordenone è la più virtuosa, con 68,3 kg di secco residuo raccolto e una percentuale di differenziata dell'86,1%. Udine supera con l'introduzione del "porta a porta" la percentuale di raccolta differenziata del 65%, ma raccoglie quasi 3 volte di più la quantità di secco residuo rispetto a Pordenone, ben 200,8 kg. Gorizia supera di poco la percentuale di raccolta differenziata richiesta per essere Comune Riciclone, ma ha alti valori per il secco residuo. Nel triestino, San Dorligo, Muggia e Sgonico raggiungono e superano comunque l'obiettivo del 65%, toccando rispettivamente il 73,8, il 67,7 e il 73,4%. Nelle top ten dei comuni Rifiuti Free in regione ci sono San Vito di Fagagna (35,6 kg), Lestizza (38,6) e Campoformido (43,8).

Laura Tonero

 

 

«Da noi la raccolta va potenziata con ogni mezzo» - Andrea Wehrenfennig LEGAMBIENTE
«A Trieste - dichiara il presidente del Circolo di Legambiente Andrea Wehrenfennig - la quota della raccolta differenziata deve assolutamente crescere, o tramite la raccolta porta a porta o tramite i cassonetti accessibili con tessera, in ogni caso responsabilizzando i cittadini che producono i rifiuti, in vista dell'introduzione della tariffa puntuale (chi produce più rifiuti paga di più)». Per l'ambientalista «è urgente la creazione anche a Trieste di un Centro del Riuso, dove i cittadini possano scambiarsi gratuitamente oggetti in buono stato. Il Comune può ricorrere ai finanziamenti previsti dalla legge regionale, facendo tesoro delle positive esperienze del Centro "Maistrassà" di Gemona del Friuli e del Centro "Second life" di Bologna».

 

«Ma decisivo è l'impegno delle persone» - Cristian Bencich
«l singoli cittadini, valutando che a Trieste siamo oltre 200 mila abitanti, possono fare più di mille isole ecologiche». Cristian Bencich, fondatore di Sos Carso e impegnato ormai da anni, assieme ad altri volontari, nel ripulire i boschi del nostro Altipiano dai rifiuti abbandonati, rivolge un appello ai triestini, «perché se da un lato è vero che ci sono ancora molte criticità nel sistema di raccolta - osserva - è anche vero che l'obbiettivo di aumentare la percentuale di differenziata dipende anche dall'impegno di ognuno di noi». Bencich indica che comunque «in certi punti della città, come in via Levier, mancano isole ecologiche, e che dispiace fare ormai difficoltà a trovare i raccoglitori delle batterie usate».

 

«Dai corsi a scuola alle App per creare una nuova cultura» - Riccardo Finelli
«Siamo impegnati su due fronti: quello dell'informazione e quello culturale», riferisce Riccardo Finelli, responsabile della comunicazione di AcegasApsAmga. «L'informazione per una corretta raccolta differenziata passa attraverso la promozione dell'App il Rifiutologo, la distribuzione di un magazine che racconta delle filiere di questa raccolta, sfatando il mito che tutto finisca nel termovalorizzatore». C'è poi il report sulle tracce dei rifiuti. «La parte culturale - indica Finelli - è la sfida per far capire la transizione che stiamo attraversando. A questo scopo ci sono i Sabati ecologici, alcune collaborazioni come quella con San Martino al Campo e l'educazione ambientale nelle scuole, che nel 2020 ha coinvolto 3 mila studenti».

 

«Stiamo vagliando nuove formule per migliorare» - Luisa Polli
«Come emerso dalle indagini statistiche, la raccolta differenziata sta crescendo comunque, costantemente». L'assessore all'Ambiente Luisa Polli è ottimista. «Rispetto alla relazione di Legambiente - sottolinea - evidenzio che Trieste non può essere equiparata in termini di complessità organizzativa e gestionale a nessun altro comune della regione». «Con il gestore stiamo lavorando per ipotizzare formule di intervento per incrementare la percentuale di raccolta anche con campagne di informazione - spiega Polli - e con una attenta valutazione di cosa si possa fare per aumentare la raccolta, senza far crescere i costi, e consentendo ai cittadini di gestire i rifiuti senza i problemi emersi a Udine piuttosto che a Muggia».

 

Sostenibilità - In un questionario della Regione le idee dei cittadini
"Le buone idee non si buttano: diventa protagonista della sostenibilità ambientale" è il titolo dell'indagine lanciata dalla Direzione regionale all'Ambiente ed energia per promuovere la cultura del riciclo e della sostenibilità. «Un invito a tutti i cittadini a dare il proprio contributo - spiega l'assessore competente Fabio Scoccimarro -. Il questionario, promosso dalla Regione, è infatti stato realizzato nell'ambito del progetto EcoFvg in collaborazione con Arpa e tutti i gestori del servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani del Fvg». Scoccimarro spiega che «l'iniziativa vuole incoraggiare una maggiore consapevolezza delle persone, partendo da un'indagine che chiama a diventare protagonisti della sostenibilità. Il questionario proposto da EcoFvg infatti chiede ai cittadini di esprimere le proprie idee sulla gestione dei rifiuti, ma anche sui temi della sostenibilità ambientale».

 

La classifica - Legambiente sprona i 23 Comuni ricicloni - «Troppo rifiuto secco»
Gradisca. Raccolta differenziata superiore al 65% e meno di 75 kg di rifiuto secco residuo per abitante. Sono questi i parametri che rendono un Comune rifiuti-free e che gli aggiudicano il particolare premio di Legambiente per i comuni green nell'ambito del concorso regionale "Comuni Ricicloni 2020". Nessun comune della provincia di Gorizia - forse a sorpresa - è riuscito a fare doppietta e guadagnarsi la certificazione: Destra e Sinistra Isonzo ben si comportano quanto a percentuale di differenziazione, ma "sforano" tutti il paletto dei 75 Kg di rifiuto secco pro capite. In tutto il Fvg sono 56 i comuni premiati dalla classifica di Legambiente, divisi per ex provincia e in tre categorie a seconda del numero di abitanti. Ebbene, si scopre che la Venezia Giulia non è fra le prime della classe: nell'Isontino nessun comune scende sotto i 75 kg per abitante necessari per aggiudicarsi il premio e altrettanto avviene a Trieste. Se non altro, 23 comuni isontini raggiungono e superano comunque l'obbiettivo del 65% della differenziata. Venendo al capoluogo, Gorizia supera di poco la percentuale di raccolta richiesta per essere Comune Riciclone, ma è ben lontano dall'essere Rifiuti Free, avendo raccolto nel 2019 162, 6 kg di secco residuo per abitante. «Il circolo Legambiente Gorizia - dichiara Anna Maria Tomasich - auspica che le attività di sensibilizzazione e di educazione ambientale, messe in atto durante la campagna Puliamo il Mondo, stimolino un miglioramento anche nel comportamento di tutti i giorni come la gestione domestica dei rifiuti da parte dei cittadini, anche i più attenti». La Top10 assoluta, cioè senza divisione per ex province e abitanti, vede sul podio San Vito di Fagagna (35, 6 kg), Lestizza (38, 6 kg) e Campoformido (43, 8 kg). Il dossier completo è disponibile sui siti www. legambientefvg. it e www. ricicloni. it.

L. M.

 

ISTRIA - Discarica di Castion - Il Comune di Medolino avvia l'iter di chiusura

L'impianto da 40 milioni inaugurato nel 2018. Il sindaco: bomba ecologica e freno allo sviluppo turistico dell'area

Pola. Il Comune di Medolino ha avviato l'iter con cui richiedere la chiusura del Centro regionale per la gestione dei rifiuti di Castion, ritenuto estremamente dannoso per l'ambiente e soprattutto per la salute della popolazione che vive nelle vicinanze. La struttura, costruita ad appena un chilometro e mezzo dalle spiagge di uno dei comuni più turistici della Croazia, è venuta a costare 40 milioni di euro erogati dai fondi europei. Inaugurato solo tre anni fa, nel 2018, dopo un lunghissimo periodo di lavori, il Centro rappresenta uno dei progetti più contestati da parte di ambientalisti, residenti e opposizioni politiche degli ultimi anni in Istria.Intanto il drastico provvedimento dell'avvio dell'iter di chiusura è stato annunciato dal sindaco Goran Buic in risposta alle recenti dichiarazioni rilasciate dal ministro dell'Economia e dello Sviluppo sostenibile Tomislav Coric nonché dal sindaco di Pola Boris Miletic e dal presidente della Regione istriana Fabrizio Radin, che avevano parlato di Castion come esempio da seguire per il trattamento dei rifiuti. «La verità - ha dichiarato Buic ai giornalisti - è che Castion è una bomba ecologica, oltre che una fonte costante di miasmi che rende difficile l'esistenza dei residenti del circondario, costretti d'estate a chiudersi in casa. Tanta gente si è indebitata per avviare attività turistiche nella zona - ha aggiunto il sindaco - e adesso è in difficoltà perché i villeggianti non vogliono trascorrere le vacanze vicino a una discarica maleodorante. Per questo motivo nessuno vuole più investire nel nostro comune. Così sono andati in fumo il progetto di un centro commerciale a Cota e l'avvio di vari incubatori d'impresa. Per tutti questi motivi - ha concluso Buic - abbiamo indirizzato al Tribunale amministrativo di Pisino la richiesta per l'avvio di una raccolta di prove del mancato rispetto delle norme sulla cui base chiedere poi la chiusura provvisoria del Centro fino alla completa messa in sicurezza».I mali di Castion, secondo quanto emerso da numerose verifiche, originano da una tecnologia superata, non in grado di trattare e riciclare i rifiuti nel rispetto delle direttive comunitarie. Anche i calcoli sulla capacità di trattamento lascerebbero a desiderare: la discarica è stata progettata per accogliere al massimo 400 tonnellate di rifiuti al giorno mentre nei mesi caldi ne arrivano fino a 600 da tutta l'Istria. Per l'ex ministro della tutela ambientale Slaven Dobrovic, uno dei massimi esperti nel settore in Croazia, il più grave errore è stato quello di aver privilegiato il dibattito politico - piuttosto che il parere degli specialisti - nell'ubicazione e progettazione della discarica.

Valmer Cusma

 

 

Varianti al PRG in giunta giovedi' su Youtube

La prossima seduta pubblica della Giunta comunale, che si terrà in modalità telematica tramite videoconferenza, avrà luogo giovedì 25 febbraio alle 14.30. All'ordine del giorno le varianti al piano regolatore particolareggiato su alcune particelle di Padriciano e di via del Refosco a Opicina. La seduta sarà accessibile a tutti gli interessati attraverso il canale YouTube https://bit.ly/2UtwKFr. L'avviso è stato pubblicato all'Albo Pretorio del Comune.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 18 febbraio 2021

 

 

Il cestino anti plastica che pulisce il mare installato in Sacchetta
Davanti a molo Fratelli Bandiera ecco il dispositivo Seabin, attivo 24 ore su 24. Il precedente al Marina San Giusto
Un cestino galleggiante per la raccolta dei rifiuti marini. È il nuovo dispositivo installato ieri dall'Autorità di Sistema portuale del mare Adriatico orientale alla base del molo Fratelli Bandiera, a pochi passi da ciò che resta della piscina Acquamarina. Si chiama Seabin (letteralmente bidone del mare) ed è un dispositivo posizionato a filo d'acqua, capace di raccogliere più di 500 chili di rifiuti plastici presenti in mare in un anno. È un dispositivo figlio dell'aumentata attenzione nei confronti dell'inquinamento dei mari causato dalla plastica ed è efficace soprattutto in aree come i porti, dove si accumulano i detriti e l'immondizia flottante. Proprio per questo motivo Seabin, funzionando senza sosta, 24 ore su 24 e sette giorni su sette, darà un valido contributo alla pulizia del mare in prossimità della banchina alla radice del molo Fratelli Bandiera, che rappresenta un punto di accumulo dei rifiuti della cosiddetta "Sacchetta", dove i mezzi nautici operano con difficoltà e, nel caso di accumulo di sporcizia, risulta necessario l'intervento di personale addetto per una loro raccolta manuale. «Siamo consapevoli che Seabin da solo non può risolvere i problemi dell'inquinamento in mare - ha affermato Zeno D'Agostino, presidente dell'Authority giuliana - ma può dare un contributo per la pulizia degli specchi acquei, tanto che stiamo valutando il posizionamento di un altro dispositivo nel porto». Il "cestino", posizionato a filo d'acqua, è in grado di raccogliere 1,5 chili di rifiuti plastici marini, comprese le microplastiche e le microfibre, pompa fino a 25 mila litri d'acqua all'ora e necessita di interventi di svuotamento e pulizia. Viene solitamente installato nei "punti di accumulo" dove i venti e le correnti marine tendono a far depositare i detriti galleggianti, riuscendo così a catturare i rifiuti, mentre una piccola pompa espelle l'acqua filtrata. Raccoglie e trattiene tutti i rifiuti e microrifiuti galleggianti: dai pezzi di plastica ai sacchetti della spazzatura, ai mozziconi di sigarette, fino alle fibre invisibili a occhio nudo. Quello di molo Fratelli Bandiera però non è il primo dispositivo del genere presente sullo specchio di mare antistante le Rive: lo scorso settembre un suo gemello è stato installato a fianco del molo dove sorge il Marina San Giusto. Seabin arriva nel porto di Trieste dopo essere già stato installato in altri scali italiani. Il prototipo di questo strumento acchiappa rifiuti marini è nato dall'intuizione di due surfisti australiani, Andrew Turton e Pete Ceglinski.

Lorenzo Degrassi

 

 

CARLO PETRINI, IL FONDATORE DI SLOWFOOD - "La nostra unica salvezza è la biodiversità"
Quando perdiamo un prodotto alimentare non stiamo solo rendendo la nostra dieta meno ricca, ma stiamo diventando più poveri e vulnerabili, e non solo come specie umana. Perché la diversità biologica è fondamentale per la nostra vita sulla Terra così come la conosciamo. Ma non altrettanto centrali e concrete sono le politiche in atto per difenderla. Nel 2019 la Fao ha dichiarato che «la biodiversità è indispensabile per la sicurezza alimentare» e «una risposta chiave per aumentare la produzione alimentare, limitando al contempo gli impatti negativi sull'ambiente per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell'Agenda 2030». Nonostante il ruolo essenziale che riveste da sempre, il riconoscimento scientifico e di importanti organizzazioni mondiali, il processo di erosione della biodiversità non è stato interrotto, anzi prosegue senza sosta. Qui c'è un responsabile facilmente individuabile: l'uomo. Inquinamento, urbanizzazione, deforestazione, prosciugamento delle zone umide e una cattiva gestione dell'agricoltura distruggono la vita allo stato naturale. Ma, ad esempio, la diffusione della monocoltura e degli allevamenti intensivi prosegue incurante degli allarmi che stanno giungendo da più parti. L'agricoltura moderna ha spinto gli agricoltori a far uso di poche specie e varietà di piante e animali. Il settore è sempre più concentrato nelle mani di poche multinazionali che, per avere il controllo sulle risorse genetiche (vegetali e animali), puntano a diffondere in ogni parte del mondo un numero sempre più ristretto di varietà vegetali e di razze animali. Un dato: oggi il 63% del mercato dei semi è controllato da quattro multinazionali. E, guarda caso, sono le stesse che producono diserbanti, fertilizzanti, pesticidi e, per finire, possiedono i brevetti Ogm. La Fao stima che nell'ultimo secolo siano scomparsi tre quarti delle diversità genetiche delle colture agricole. Nella maggior parte dei casi si tratta di quelle specie che meglio si erano adattate ai terreni e ai climi in cui venivano coltivate o allevate, spesso in aree povere o marginali. Richiedono meno impiego di risorse preziose, come l'acqua, o di input esterni, spesso costosi e dannosi per l'ambiente, come fertilizzanti chimici o antibiotici per gli animali. Non c'è più tempo da perdere. Sempre secondo la Fao, il collasso dell'intero sistema di produzione alimentare è inevitabile se non invertiamo lo stato delle cose entro 10 anni. Con questo non voglio dire che dobbiamo concentrarci su quello che abbiamo perso, anzi. Dobbiamo guardare al futuro con un diverso modo di operare. Ripensare un'agricoltura che mantenga viva la biodiversità del suolo e delle colture (e anche delle culture). Occorre però un cambiamento di rotta. Abbandonare un modello produttivo che ha creato disastri ambientali e sociali. Bisogna che noi e la politica facciamo di più. Per questo guardiamo con speranza alle strategie della Commissione Europea Farm to Fork e Biodiversità 2030. Speriamo che sia l'inizio per una vera e sentita transizione (per usare una parola molto in voga in questi giorni) ecologica. Di un cambiamento del modo di coltivare dove biodiversità, agroecologia, benessere animale, stop al consumo di suolo non siano solo buone intenzioni, ma l'oggetto per un operare concreto. Dove, in campo agricolo, una ricerca libera e pubblica riesca a leggere le esigenze vere del nostro pianeta. Più di vent'anni fa abbiamo dato vita a progetti come l'Arca del Gusto e i Presìdi Slow Food, che hanno permesso di riunire e sostenere migliaia di produttori che in tutto il mondo custodiscono quotidianamente la biodiversità con il loro lavoro. Li abbiamo fatti conoscere al grande pubblico e li abbiamo messi in contatto con migliaia di cuochi, artigiani e bottegai che hanno scelto i loro prodotti, contribuendo a generare piccole e preziose economie locali. Ecco, oggi abbiamo bisogno di tradurre questa parola magica, universale e trasversale, che è biodiversità, in azioni concrete che abbiano ricadute tangibili per le comunità. Solo così ogni singolo prodotto potrà contribuire a salvare la biodiversità agricola e alimentare, e con essa la salute dell'uomo e del pianeta.

Carlin Petrini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 17 febbraio 2021

 

 

Hera lancia la sfida dell'energia pulita: dall'idrogeno verde all'addio al carbone
Il 60% degli investimenti del piano industriale 2020- 2024 sarà destinato all'economia circolare. Partita da 1,9 miliardi
MILANO. L'ultima novità è di qualche giorno fa, con la firma di un memorandum a tre per studiare la fattibilità di un progetto per la generazione e l'impiego di idrogeno verde. Hera, che controlla la triestina AcegasApsAmga, ha raccolto intorno a un tavolo Yara Italia, attiva nella produzione di fertilizzanti azotati e complessi, e Sapio, che opera nel campo dei gas tecnici e medicinali. Le tre società collaboreranno per capire gli spazi di applicazione di quella che è considerata tra le soluzioni più promettenti per generare una ripresa sostenibile. Di idrogeno come combustibile green (quello cioè ottenuto mediante l'elettrolisi dell'acqua in speciali celle elettrochimiche, alimentate da elettricità generata grazie a fonti rinnovabili) per i veicoli e gli impianti energetici si parla dagli anni Settanta, ma la messa in campo di questa soluzione è stata a lungo limitata dagli elevati costi di produzione. Ostacoli in parte venuti meno grazie allo sviluppo tecnologico e alla crescente sensibilità di cittadini e istituzioni verso il tema della decarbonizzazione, vale a dire il processo di riduzione del rapporto carbonio-idrogeno nelle fonti di energia. Il memorandum si inquadra in una strategia globale che vede la multiutility fortemente impegnata sui temi della sostenibilità ambientale. Il nuovo piano industriale al 2024 torna a più riprese su questo punto, indicando come filone prioritario dello sviluppo la promozione dell'economia circolare attraverso il recupero, il riuso e la rigenerazione delle risorse, interventi sulle infrastrutture in chiave di prevenzione e mitigazione dei rischi e, più in generale, tutte le azioni per la lotta al cambiamento climatico. «Il 60% degli investimenti del nostro piano (quindi poco più di 1,9 miliardi di euro su 3,2 miliardi complessivi, ndr) sarà destinato a progetti coerenti con gli obiettivi Ue per la riduzione delle emissioni, la carbon neutrality, la resilienza dei business, l'economia circolare e l'evoluzione tecnologica, ha spiegato presentando il piano il presidente esecutivo Tomaso Tommasi di Vignano. Tra le altre cose, Hera punta a produrre oltre 15,5 milioni di metri cubi all'anno di biometano da rifiuti organici, il doppio rispetto al 2020. Tra gli altri obiettivi per l'economia circolare al 2030, vi sono un tasso di riciclo dei rifiuti urbani al 67% (oggi 56%); raggiungere il 75% di imballaggi riciclati, aumentare del 150% i quantitativi di plastica riciclata. Quanto ad AcegasApsAmga, nel 2019 il 96% dei materiali raccolti nei territori serviti dalla controllata nordestina è stato recuperato. La raccolta differenziata ha raggiunto il 49%. I rifiuti differenziati raccolti sono stati pari a 116 mila tonnellate. Nei prossimi anni, la multiutility continuerà inoltre a puntare all'ampliamento della base clienti, con l'obiettivo è raggiungere i 4 milioni di clienti energy nel 2024, grazie anche alla partnership con Ascopiave che ha portato alla nascita del maggiore operatore del Nord-Est. A fine novembre il gruppo con headquarter a Bologna ha emesso un bond da mezzo miliardo di euro, che ha registrato richieste per oltre 2 miliardi. I fondi raccolti serviranno a finanziare gli investimenti della multiutility in progetti nei settori dell'ambiente, dell'acqua e dell'energia. L'impegno green di Hera la ha fruttato recentemente l'inserimento del titolo nel Dow Jones Sustainability Index, uno dei più importanti indici borsistici mondiali di valutazione della responsabilità sociale. Inoltre ha ricevuto la menzione speciale di "Industry mover", come società che ha registrato il miglioramento più rilevante, con una crescita di 19 punti rispetto alla valutazione di 68/100 del 2019. Un doppio riconoscimento importante a fronte del crescente interesse mostrato dai grandi gestori verso aziende attente ai temi della sostenibilità.

Luigi Dell'Olio

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 16 febbraio 2021

 

 

Scarti della viticoltura trasformati in energia - Il progetto del Galilei alla ribalta nazionale
Il liceo scientifico fra i 50 finalisti di "Mad for Science". Primo premio da 75 mila euro per attrezzature da laboratorio
Con un progetto sulla trasformazione degli scarti della viticoltura in fonte di energia, il liceo Galilei di Trieste è nella rosa dei 50 finalisti del concorso "Mad for Science", promosso in tutti i licei scientifici italiani, sostenuto dalla Fondazione DiaSorin e da quest'anno anche nei licei classici con percorso a curvatura biomedica statali e paritari, per un totale di oltre 1.600 scuole. Il primo premio ammonta a 75 mila euro e consentirà all'istituto vincitore di acquistare attrezzature per i propri laboratori. Obiettivo dell'iniziativa è quello di alimentare la passione per la scienza e dare un assaggio ai ragazzi di cosa significa fare ricerca. Al Galilei il team è composto da una trentina di studenti, cinque guideranno gli altri, mentre a coordinare il progetto è l'insegnante Elisa Luin, insieme ai colleghi Laurence Baruffo, Cristina Chiaruttini e Paola Nichetto. «Era fondamentale - ricorda Luin - parlare di ricerca scientifica per dare impulso a nuove applicazioni tecnologiche, ad esempio per creare nuove fonti di energia rinnovabile, sulla spinta della valorizzazione dell'economia circolare. Abbiamo scelto quindi di pensare al riutilizzo degli scarti della viticoltura, visto che il nostro territorio ha tanti spazi coltivati che posso prestarsi a questa proposta. Abbiamo studiato l'ecosistema e sviluppato poi l'idea. Ora ci prepariamo alla fase successiva del concorso - racconta - e siamo molto soddisfatti per il risultato ottenuto finora, anche perché premia l'impegno dei ragazzi, che stanno vivendo questa iniziativa attraverso l'alternanza scuola-lavoro. Speriamo davvero di ottenere uno dei riconoscimenti conclusivi, perché ci darebbe la possibilità di acquistare nuove strumentazioni e di rinnovare i laboratori. In più - aggiunge - abbiamo già avviato una collaborazione con il Dipartimento delle Scienze dell'Università di Trieste e con Edi Kante, che ci darà la possibilità di portare gli studenti a vedere sul posto il possibile riuso di ciò che avanza in un'azienda specializzata nel settore del vino». Ma per ottenere l'ambito premio finale servirà impegnarsi ancora nelle prossime settimane, e le squadre di ragazzi e professori sono pronte e determinate. Nella rosa dei 50 finalisti anche un'altra scuola del Friuli Venezia Giulia, è il Malignani di Udine. Ora tutti lavoreranno sul tema "Rigenerare il futuro", ed entro il 14 aprile dovranno preparare cinque esperienze sperimentali legate agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 dell'Onu, individuati come filo conduttore dell'edizione 2021. Entro il 7 maggio un comitato selezionerà le otto proposte progettuali più interessanti, che si sfideranno durante la "Mad for Science Challenge 2021" nella seconda metà di maggio. Il montepremi complessivo, che prevede diversi assegni, è di oltre 175 mila euro.

Micol Brusaferro

 

 

Il gigante smontato pezzo dopo pezzo. Viaggio nella Ferriera che sta scomparendo.

Pezzo dopo pezzo, il gigante di fuoco e metallo sta scomparendo. Le fiamme da cui fino all'anno scorso uscivano migliaia di tonnellate di ghisa incandescente sono spente e hanno lasciato spazio a demolitori, ruspe e immani pinze oleodinamiche. Nel giro di poche settimane l'altoforno della Ferriera è diventato un mozzicone rispetto a com'era solo qualche tempo fa e nella cokeria è stato aperto un largo squarcio, che è l'inizio dell'abbattimento dell'altro cuore dell'area a caldo. Dall'esterno si vede e si percepisce poco, a meno che non si abiti nelle case che si affacciano sullo stabilimento siderurgico o si navighi sullo specchio di mare antistante. Ma il comprensorio di Servola sta mutando a velocità inaspettata: fra pochi mesi non resterà che portare via le macerie e procedere alla realizzazione dei piazzali del nuovo terminal portuale, sperando che le autorizzazioni del ministero dell'Ambiente non ritardino opere che per ora - incredibile a dirsi in Italia - procedono secondo il cronoprogramma. Presto l'area a caldo sarà solo un ricordo, dunque. Nostalgico per chi ha lavorato una vita in Ferriera. Liberatorio per i cittadini che ne hanno dovuto sopportare odori e polveri. Sui social sembra esserci un'equa divisione. Da una parte, gli operai condividono foto e video delle strutture, via via che vengono squarciate e private di impianti e rottami metallici, che Arvedi rivenderà a peso o reimmetterà nel ciclo produttivo dell'acciaio. Dall'altra, i residenti esultano mentre registrano il graduale abbassarsi dell'altoforno, che sparendo libera porzioni di vista sul mare e su un cielo tornato più azzurro di prima. Resterà poco dello stabilimento che fu. Di certo saranno conservati due dei sei bomboloni che servivano a immettere aria fredda per alimentare la combustione dell'altoforno. In Ferriera "freddo" equivale a 100 gradi, che sono niente rispetto ai 1.600 che raggiunge il crogiolo. Quei grossi cilindri si chiamano Cowper, dal nome dell'inventore: i più antichi risalgono addirittura al 1918 e saranno preservati per non disperdere la memoria della fabbrica fondata nel 1896. Il presidente della Icop Vittorio Petrucco è venuto a Servola per fare logistica, ma ha un rispetto sacro di quello che fu e vuole un museo della Ferriera da realizzare assieme alla Soprintendenza, che ha già vincolato i due Cowper, sulla cui sommità potrebbe essere costruita una terrazza dalla quale sarà possibile stendere lo sguardo ben oltre Muggia. Icop è il braccio operativo di Hhla Plt, che proprio accanto sta per far partire la Piattaforma logistica: per entrare in campo, l'impresa di costruzioni attende il via della Conferenza dei servizi messa in piedi dal ministero. Spetterà all'organismo tecnico dare i permessi per la demolizione definitiva delle strutture, che in alcuni casi saranno abbattute con la dinamite, come nel caso della palazzina rossa dell'agglomerato. Intanto si prosegue con quel che si può. È già stato smontato il gasometro, che conteneva i vapori della produzione, riciclati per alimentare la centrale elettrica: è ormai foto da cartolina il suo grosso profilo visibile da chiunque percorresse la superstrada. A terra resta un grosso misuratore volumetrico, che indicava quanto fosse pieno il silo. Vicino alla cokeria c'era un secondo gasometro più piccolo: la parte metallica è stata divorata e ora gli addetti stanno facendo a pezzi l'involucro di cemento, necessario a contenere un'eventuale esplosione. Il primo dei due altoforni viene intanto segato sezione per sezione e ha già dimezzato la sua altezza. Presto toccherà al secondo, spento da anni, dopo che è stato abbattuto l'impattante nastro trasportatore che collegava le teste dei due altoforni, spostando il coke da uno all'altro. Le ruspe si sono infine appena messe in moto sulla cokeria, sventrando la prima batteria di forni. «Procedono a razzo», dice un operaio, uscendo dalla fabbrica. Tutto è destinato a sparire. Saranno portati via i grandi sacchi bianchi contenenti i detriti delle demolizioni e la gigantesca gru che serviva a scaricare carbone dalle navi. Accanto ci sono i parchi minerali da cui nei giorni di bora si sollevavano gli spolveramenti visibili da mezza Trieste. Per continuare a produrre, Arvedi avrebbe dovuto coprirli con giganteschi capannoni: ora sono immensi campi vuoti di terra rossa. Fra qualche mese, la terra sarà scavata e diventerà base dei piazzali dove ospitare container e far passare i binari. La riconversione è iniziata.

Diego D'Amelio

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 15 febbraio 2021

 

 

Ex Maddalena, viabilità verso la svolta

Opere per oltre due milioni: rotatoria in via dell'Istria e semaforo all'incrocio con via Marenzi, poi collegata con via Costalunga
Nuovo assetto viario nel perimetro via dell'Istria-Marenzi-Molino a vento-Costalunga, parcheggio a uso pubblico, area verde "attrezzata": domani Comune e Htm Nord Est di Francesco Fracasso si recheranno dal notaio a rogitare il ridisegno dell'ex Maddalena, codificato nella convenzione approvata una settimana fa dall'esecutivo Dipiazza, su proposta dell'assessore Luisa Polli. L'imprenditore veneziano, specializzato in progetti di "rigenerazione urbana", investirà sull'urbanizzazione dell'ex Maddalena 2,2 milioni di euro, che il Municipio provvederà in parte a scomputare. Fracasso sta facendo un centro commerciale, un parking, 50 alloggi, un parco urbano, il tutto per una stima più vicina ai 40 che ai 35 milioni. L'intervento è articolato su due fasi, la prima delle quali risulta più impegnativa dal punto di vista realizzativo e finanziario perchè contiene cinque opere per un valore complessivo di quasi due milioni. Ecco l'elenco: rotatoria in via dell'Istria davanti all'ingresso del futuro supermercato Eurospar (205 mila euro); nuova strada di collegamento all'interno del compendio tra via Marenzi e via Costalunga (677 mila euro); sistemazione e allargamento di via Marenzi compreso l'incrocio con via dell'Istria che sarà dotato di un semaforo (333 mila euro); le sistemazioni degli incroci Marenzi-Molino a vento e Molino a vento-Costalunga-Strada di Fiume (33 mila euro); un parcheggio a uso pubblico, dotato di una superficie non inferiore a quattromila metri quadrati (688 mila euro). La seconda fase si concentra in un solo intervento, un'area di verde pubblico ampia duemila metri quadrati (270 mila euro), che sarà attrezzata nella parte più alta del compendio, quella che confina con via Molino a vento e con via Costalunga. Il rogito, che sarà firmato domani, definisce il rapporto pubblico-privato di un'operazione riqualificativa iniziata esattamente vent'anni fa, il 16 marzo 2001 (il sindaco era ancora Riccardo Illy) con un accordo di programma partecipato dalla Regione Fvg (presidente Roberto Antonione) e dall'allora Azienda per i servizi sanitari. Come è sovente accaduto per i grandi cantieri triestini, il viaggio progettuale e finanziario si è rivelato lungo e scomodo. Nel 2005 venne aggiunto un atto integrativo che portava la superficie commerciale a cinquemila metri quadrati Nel 2007 scese in campo, con l'obiettivo di trasformare l'ex ospedale, General Giulia 2, la società formata da Riccesi-Cogg, Cividin, Palazzo Ralli, Platon gas oil, che nel 2011 ebbe i permessi di costruire. Si trattava di un progetto molto diverso dall'attuale, con quasi trecento unità immobiliari oltre alle attività commerciali, per le quali era prevista la gestione del gruppo francese Carrefour, che però si tirò indietro, decretando di fatto la crisi dell'intera iniziativa. General Giulia 2 chiese e ottenne il concordato preventivo, omologato nell'ottobre 2018: la svolta avvenne nel gennaio 2019, quando l'assemblea straordinaria prese atto dell'ingresso di Francesco Fracasso nella società in qualità di socio unico. General Giulia 2 ha poi cambiato la denominazione in Htm Nord Est. L'imprenditore veneziano ha rimodulato il vecchio progetto, puntando sul commerciale, sul parking, sul direzionale. In un primo tempo aveva escluso il residenziale, per recuperarlo in dosi sempre più massicce: inizialmente pensava a una quindicina di appartamenti, che, in seguito al forfait del Burlo Garofolo, sono lievitati a 50.

Massimo Greco

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 15 febbraio 2021

 

Freddo e lastre ghiacciate - i vallicoltori adesso temono una disastrosa moria di pesce
Grande la preoccupazione di Ferruccio Polo, della valle Artalina: «Se la situazione rimane così, la perdita sarà di parecchi quintali»
il fenomeno "La valle è tutta ghiacciata e il pesce sta pian piano morendo», dice Ferruccio Polo della Valle Artalina. Al momento la lastra di ghiaccio è più consistente nelle zone basse, nei canali più profondi è ancora sottile nella parte centrale. Quale sarà la situazione nei prossimi giorni è difficile prevederlo, anche perché prima del formarsi del ghiaccio nella valle sono riusciti a recuperare solo cefali: «Come hanno sentito arrivare il freddo la maggior parte delle orate son sparite più a fondo - precisa Polo - alla ricerca di temperature meno rigide. Se la situazione rimane così sarà un'altra mazzata con la perdita di quintali e quintali di pesce».Valli da pesca in difficoltà, ma anche i canali più bassi della laguna presentano da sottili a più dense lastre ghiacciate. Se le temperature, come da previsione, continueranno ancora per un paio di giorni a mantenersi basse probabilmente sarà un disastro per la vallicoltura, già duramente "attaccata", tutto l'anno, dai cormorani che divorano una quantità incredibile di pesce. Una parte della valle Artalina si nota transitando lungo la provinciale Grado-Monfalcone, sullo sfondo l'isola di Barbana, dove non è raro ammirare i fenicotteri rosa. Ecco, finora, considerate le temperature dei giorni precedenti, la presenza di fenicotteri rosa è stata massiccia, segnale che stanno pian piano ambientandosi nella laguna gradese. «Fino a qualche giorno fa tra valle Artalina e valle Cavanata se ne contavano dai 700 agli 800 esemplari», dice Margitta Schuff Thomann. La fotografa naturalista, che segue da vicino da un paio d'anni le vicende di un fenicottero con l'ala rotta, costretto a restare in valle Cavanata, precisa che a causa del freddo di questi giorni quasi tutti sono spariti dalle due valli per rintanarsi in qualche altra parte della laguna, come in valle Noghera. E il fenicottero ferito? «L'ho fotografato l'altra mattina mentre passeggiava e si nutriva a ridosso dello strato di ghiaccio che s'era già formato. Ormai è di casa e ha già passato periodi freddi; sa come comportarsi e dove rifugiarsi». In queste giornate così fredde in Cavanata non c'è solo il fenicottero ferito. Accompagnata dal marito Ferdi che si diletta pure lui a scattare immagini, hanno scovato al riparo, da un'altra parte dell'oasi, nascosti dalla vegetazione, una ventina di fenicotteri rosa, evidentemente hanno deciso di fermarsi nella speranza che non si irrigidisca ancora la temperatura, poiché se così fosse probabilmente migrerebbero verso lidi più caldi.

An. Bo.

 

Pesca da terra, ridotti i divieti - Rive e Molo Zero a disposizione
In vigore oggi le nuove regole che consentono l'attività fra Ponterosso e Pinguino tranne che sull'Audace e alla Marittima. Deroga del Comune dietro gli spazi di Tcc
I pescatori sono stati ascoltati: è stata infatti ampliata la zona dell'area portuale dove ci si può dedicare, con relativa autorizzazione, alla pesca sportiva e ricreativa da terra. La Capitaneria di porto, dopo l'ordinanza più restrittiva rispetto alla precedente del 2010, annunciata a gennaio, ha accolto le richieste degli appassionati modificando in corsa il nuovo documento, che entra in vigore oggi (www.guardiacostiera.gov.it/trieste/Documents/ 2021-006.pdf). Dopo un tavolo tecnico a cui hanno partecipato anche Autorità portuale, Comune e Federazione italiana Pesca sportiva e Attività subacquee (Fipsas), si è deciso di rendere fruibile agli appassionati di canna e lenza una maggiore porzione delle Rive. I pescatori, che dovranno rispettare comunque le disposizioni, pena sanzioni fino a tremila euro, potranno quindi sfruttare il tratto tra il Canale di Ponterosso e la testata del Molo Pescheria, con esclusione di Molo Audace e Molo Bersaglieri. E se il Porto vecchio (tranne la deroga del Molo Zero) e l'ex Cartubi restano off limits, per motivi di security (antiterrorismo) nel primo caso e inacessibilità nel secondo, il Comune ha garantito la possibilità ora di fruire in deroga della zona a mare vicino al Molo Zero, dietro i nuovi magazzini di Tcc. Vi si può accedere attraverso un cancello in ferro. Lo conferma Luigi Leonardi, direttore del Servizio Patrimonio e Demanio, che ha rappresentato il Municipio nelle riunioni in Capitaneria. Resta valido l'ampliamento degli spazi per la pesca a Muggia: utilizzabili il Lungomare Venezia e il tratto di costa compreso tra Molo T e Punta Ronco. Si aggiunge la parte del porticciolo (Mandracchio), lungo il lato esterno dell'ultimo tratto del molo. È stata inoltre ridefinita la quantità di canne adoperabili. Nella zona Rive e nel porticciolo di Muggia è possibile averne un massimo di due mentre altrove fino a cinque. Si può inoltre pescare senza autorizzazione in tutte le zone extra portuali, quindi da Porto San Rocco verso la Slovenia e dal Porto vecchio verso Barcola, rispettando d'estate gli orari dedicati alla balneazione. Sono compresi quindi pure i porticcioli e i moli da Barcola a Duino, purché si utilizzi la parte esterna. L'iniziativa di revisione ha trovato il favore di tutti, a partire dal Comune. «La Capitaneria è stata sensibile ad accogliere diverse osservazioni, rimettendo a disposizione una serie di aree storicamente fruite dai pescatori», sottolinea Leonardi. Entusiasta della nuova decisione è anche il presidente Fipsas Renato Del Castello: «Mi sembra che le decisioni prese siano in linea anche con le idee degli altri colleghi presenti. La Capitaneria, pur rispettando la normativa internazionale, ha cercato di venirci incontro in tutte le maniere. Anche la zona che il Comune ha concesso è una cosa molto positiva. Capisco che l'area del Porto vecchio fosse appetibile perché pescosa e tranquilla, però bisogna sottostare alle esigenze di security». Giampiero Pasinati, un amatore che si è preso a cuore la questione assieme a Bruno Somma e le cui istanze sono state portate avanti dal Comune, si dichiara «contentissimo. Ringraziamo anche il sindaco Roberto Dipiazza e il presidente del Consiglio comunale Francesco Panteca per essersi messi subito a disposizione». Dipiazza e Panteca si erano infatti spesi per trovare un'intesa assieme alla Capitaneria. «Resta solo la tristezza per non poter fruire in toto del Porto vecchio, ma capiamo le motivazioni», chiude Pasinati, a cui «spiace un po' che non si possa sfruttare il Molo Audace e quello della Stazione Marittima dalle 5 alle 9 nel periodo infrasettimanale come avevamo richiesto».

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 14 febbraio 2021

 

 

«Più relax che terapie» La piscina all'ex Ford divide la città e i politici
La proposta in Porto vecchio non convince il Coordinamento delle associazioni pro-Acquamarina: «E la finalità sociale?»
Un progetto che non convince le associazioni interessate e che, a livello politico cittadino, divide maggioranza e opposizione. La proposta della nuova piscina terapeutica in Porto vecchio nell'area degli ex magazzini Ford fatta al Comune dalla cordata composta da Icop, Terme Fvg e Myrtha Pools, non raccoglie pareri unanimi. «Abbiamo un rendering e non un progetto - precisa Federica Verin del Coordinamento nuova piscina terapeutica, che racchiude 20 associazioni - e rileviamo come allo stato attuale non ci siano le premesse per un impianto talassoterapico riabilitativo con caratteristiche marcatamente sociali. Auspichiamo che l'amministrazione si imponga su ciò che serve prioritariamente alla cittadinanza in tema di fisiocure convenzionate, di attività riabilitative con l'acqua di mare riscaldata, il tutto secondo criteri di massima accessibilità fisica, economica e sociale. Il tempo dell'attesa è trascorso, ora è necessario l'ascolto e un'aderente risposta ai bisogni della comunità». Il coordinamento ha raccolto oltre ottomila firme da maggio e le perplessità sono legate alla presenza, dalle prime indicazione, di una sola vasca da 25 metri con acqua di mare, peraltro esterna, mentre Acquamarina ne aveva due di dimensioni importanti. Sul fronte politico Michele Babuder di Forza Italia evidenzia come «fin dal primo giorno era necessario andare oltre ad Acquamarina offrendo maggiori possibilità alla città e questo progetto è entusiasmante e innovativo. Se poi si potrà recuperare la piscina terapeutica crollata meglio». «Avevamo preso un impegno con la città e lo stiamo portando avanti fin dal crollo di Acquamarina», aggiunge Everest Bertoli della Lega: «Non siamo stati con le mani in mano a fare emendamenti e oggi abbiamo un progetto importante. Se avessimo ascoltato il Partito Democratico che ipotizzava il dissequestro della piscina crollata il 31 dicembre saremmo ancora fermi». Proprio i dem con la segretaria provinciale Laura Famulari vanno però all'attacco: «Il nuovo progetto è lontano dalle necessità delle associazioni. Ha prevalso il wellness quando in realtà dovevano prevalere i servizi essenziali rivolti alle persone con patologie o anziane». Concetto condiviso anche da Antonella Grim di Italia Viva: «Non c'è contrarietà al percorso del Porto vecchio ma non è quello prioritario. Il Comune dovrebbe occuparsi delle problematiche dei cittadini. Bisogna recuperare Acquamarina. Auspico che nel bilancio di previsione vengano accantonati i cinque, sei milioni che i tecnici hanno indicato come possibile spesa per il recupero della piscina crollata».

Andrea Pierini

 

 

CORMONS - La protesta degli alberi si trasforma in comitato: «Basta cementificazione» - La manifestazione ai giardini della pace
La manifestazione verde di ieri pomeriggio organizzata per opporsi al taglio di cinque alberi fa nascere un Comitato anti-cemento nell'ex caserma Amadio. La creazione di un movimento che si batterà affinché alberi e ambiente abbiano la meglio su parcheggi per le auto e stalli per le corriere è la novità principale che emerge dal pomeriggio di protesta svolto ieri: una cinquantina i partecipanti che hanno sfidato coraggiosamente il freddo gelido e il vento tagliente. Tra loro c'erano rappresentanti di Legambiente, esponenti politici (il consigliere comunale di opposizione Luca Buiat), ma soprattutto semplici cittadini preoccupati sia dalla decisione del Comune di abbattere cinque platani per far posto allo svincolo d'ingresso al parcheggio sul lato di via Madonnina, sia dall'ipotesi del parcheggio con centinaia di stalli auto e 26 posti per le corriere al posto di uno spazio verde parallelo a via Milano. «No a cementificazioni di cui non si sente il bisogno - hanno sottolineato gli esponenti di Legambiente -. C'è bisogno di più verde per affrontare i cambiamenti climatici, non certo di un consumo ulteriore del suolo». La voce dei cittadini è stata netta: no senza se e senza ma al maxi-parcheggio, sì alla piantumazione di alberi al suo posto. È la battaglia che il neonato Comitato porterà avanti. «I parchi urbani - hanno sottolineato gli organizzatori della protesta - hanno una funzione importante nel contrasto ai cambiamenti climatici: mitigano la calura estiva e rendono più attrattive le abitazioni che si trovano nei pressi. Anni fa i cittadini di Cormons attraverso il progetto Agenda 21 avevano manifestato un sogno: trasformare un sito militare in un luogo di pace. Questo obiettivo va raggiunto e quale miglior soluzione di un'area verde dedicata alle famiglie?». Fortissima la contrarietà dei presenti all'ipotesi-parcheggio: «Non serve alla nostra città. Qualche giorno fa - ha raccontato una partecipante - in un negozio del centro ho sentito una persona lamentarsi per i pochi posti auto nei pressi. Sono uscita a controllare: a poche decine di metri c'era un parcheggio libero. Poco più distante piazzale Sfiligoi era pieno di stalli disponibili: se già la gente non vuole camminare per qualche metro, come può pensare l'amministrazione comunale che possa essere interessata a parcheggiare qui, nell'ex caserma, per raggiungere i negozi del centro?». E ancora: «Un parcheggio sul lato via Gorizia c'è già: basta quello. La giunta Felcaro è ferma agli anni Settanta quando si costruiva cementificando tutto: il mondo nel frattempo è cambiato, ora c'è bisogno di un polmone verde». Critiche, infine, anche all'ipotesi dell'arena a pochi passi dalla ferrovia: «Come pensano che si possa riuscire ad ascoltare uno spettacolo con i rumori provenienti dalle rotaie?».

Matteo Femia

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 13 febbraio 2021

 

 

Piscina in Porto vecchio: in Comune il progetto da 7 vasche con spiaggia
La soluzione illustrata al sindaco Dipiazza e agli uffici dalla cordata formata da Icop, Terme Fvg e Myrtha Pools. Spazi per terapie e anche per relax e svago
Il Comune ha in mano la proposta di piscina terapeutica da realizzarsi negli ex magazzini Ford del Porto vecchio: una struttura ambiziosa con sette vasche, di cui una grande da 25 metri. L'ha presentata ieri al sindaco Roberto Dipiazza e agli uffici la cordata di aziende che nei mesi scorsi si era interessata all'avviso di consultazione del Comune: alla friulana Icop e a Terme Fvg si aggiunge anche Myrtha Pools, azienda lombarda al top nel settore piscine. L'incontro è servito a identificare nel project financing lo strumento da impiegare per la sua realizzazione. «Secondo noi è un progetto sostenibile e anche il Comune ne sembra convinto», commenta il patron di Icop Vittorio Petrucco. Che piscina è quella di cui si è discusso a palazzo Cheba? La bozza di progetto prevede un'articolazione di questo tipo: atrio d'ingresso con bar, sulla sinistra l'area della palestra. Sulla destra invece si accede allo spazio delle piscine, in cui si inserisce il settore terapeutico con vasca dedicata. Segue poi la piscina all'aperto da 25 metri, attorniata da altre cinque vasche più piccole, con funzioni diverse. Al primo piano sono previste una area beauty e una area relax. Sul lato del magazzino che guarda il mare i rendering dei progettisti mostrano una spiaggia attrezzata. Insomma un'opera che richiami sia chi va in cerca di cure che di svago, mirando a un bacino d'utenza allargato, non solo urbano: i proponenti hanno sottoposto al Comune dei prospetti sulla gestione che hanno convinto gli uffici. L'esperienza in materia ora è assicurata ai proponenti dall'ingresso in comitiva di Myrtha Pools: parte del gruppo Castiglione, è considerata un gigante nel settore delle piscine. Giubila il sindaco Dipiazza: «Ci hanno presentato un progetto molto interessante, prestigioso. Ora è presto per parlare di tempi, nelle prossime settimane andremo a definire i percorsi necessari. Diciamo però che nel caso del Centro congressi il nostro responsabile della finanza di progetto, Enrico Conte, è riuscito a concludere le procedure in tre mesi. Penso ci muoveremo rapidi anche in questo caso». Passando alla controparte, Petrucco commenta: «Abbiamo fatto un primo passo. Per noi si tratta di un progetto convincente, anche perché non presenta complessità particolari, rispetto ad esempio al Parco del Mare (altra impresa cui Icop partecipa). Ora si tratta di definire gli aspetti finanziari e perfezionare il progetto».Quanto costerebbe una struttura simile? Il sindaco resta abbottonato al riguardo: «Abbiamo parlato di cifre ma per il momento preferirei non esprimermi, per rispetto della controparte - dice Dipiazza -. Ci incontreremo di nuovo e definiremo anche questo». Dalle ultime informazioni disponibili, comunque, l'entità dell'opera si aggira attorno ai 30 milioni di euro. Il nodo principale, nell'incontro di ieri, era appunto lo strumento da utilizzare per avviare le procedure. Laddove i proponenti erano inclini a parlare di project leasing, il Comune ha espresso il suo interesse verso il project financing, «uguale a quello del Centro congressi», specifica il sindaco. Dai privati è arrivato un via libera: «Il Comune preferisce quella strada e noi siamo disponibili - dice Petrucco - ora si tratta di approfondirla».Resta il punto dell'utenza strettamente terapeutica, ereditata dalla collassata Acquamarina: «Gli utenti dell'Acquamarina che temono di pagare di più si tranquillizzino - dice Dipiazza -, il Comune farà delle convenzioni». Che sarà invece della struttura in Sacchetta? «Quando la dissequestreranno andremo a vedere cosa si può farne. In linea di principio non vedo perché la città non dovrebbe avere due piscine terapeutiche. Bisogna però prima capire in che condizioni è l'edificio».

Giovanni Tomasin

 

 

Grandi predatori da scoprire - Un centro didattico nel Gorski Kotar a cura della contea
FIUME. La Regione di Fiume, che comprende Quarnero e Gorski kotar, è l'area con la più ricca biodiversità in Croazia. Un patrimonio che viene gestito dall'istituto pubblico regionale Priroda (Natura), il cui programma per il 2021 - ha annunciato la direttrice dell'ente, Irena Juric - avrà come fiore all'occhiello il nuovo Centro dei grandi predatori, la cui costruzione è ormai alle battute finali. La struttura, incentrata sui tre grandi predatori che vivono in Gorski kotar - orso, lupo e lince - sarà inaugurata a maggio nella località montana di Stara Susica (61 km a nord - est di Fiume). «Dedicheremo una particolare attenzione a quelli che sono anche i tre maggiori carnivori in Europa», ha rilevato Juric: «Stiamo trasformando l'edificio fatiscente che abbiamo acquistato tre anni in un centro in cui i visitatori verranno a conoscenza delle caratteristiche di questi animali e di come tutelarli affinché continuino a vivere in Gorski kotar». Il progetto comporta un investimento pari a poco più di un milione di euro (1 milione e 85 mila per la precisione), «di cui 794mila - così Juric - versati dall'Ue mentre il resto è stato assicurato dalla Contea litoraneo-montana e da Priroda».Nei 170 metri quadrati di esposizione, al pianoterra troverà spazio una mostra permanente dedicata alle tre specie. Il piano superiore ospiterà una moderna sala multifunzionale, con proiezione di documentari e laboratori vari. Secondo stime molto attendibili, in Gorski kotar vivono una sessantina di lupi, con 40 - 60 esemplari di linci, mentre la popolazione degli orsi riesce a toccare le 300 unità. Sempre quest'anno, ha aggiunto ancora Juric, grazie a fondi europei sarà avviato anche il progetto di miglioramento del Centro per il recupero dei grifoni o avvoltoi dalla testa bianca, struttura ubicata a Caisole (Beli), sull'isola di Cherso. Grazie a una spesa di circa 120 mila euro, si provvederà ad ingrandire e migliorare questo centro i cui esperti e volontari sono specializzati nel trarre in salvo e curare questi rapaci, simbolo dell'isola nordadriatica. Finora a Caisole, nel centro inaugurato 5 anni fa, sono stati accolti 47 volatili, di cui 8 ancora in cura. Non appena completamente guariti i grifoni vengono rimessi in libertà. Secondo gli esperti la colonia di avvoltoi presenti nelle isole di Cherso, Veglia, Arbe, Plauno e Pervicchio conta circa 250 esemplari.

Andrea Marsanich

 

 

Svilupppo sostenibile: 5 mila euro in palio - IL CONCORSO

La Fondazione CRTrieste sposa il progetto Active Young Citizens for Sustainable Development promosso dall'Iniziativa Centro Europea con il supporto del ministero degli Esteri, mettendo a disposizione un premio di cinquemila euro per la scuola superiore di Trieste che presenterà la migliore proposta per sostenere lo sviluppo sostenibile in ambito locale. L'iniziativa, dedicata alle scuole superiori di 19 paesi del Centro-est e del Sud-est Europa, rientra nel quadro delle finalità previste dall'Agenda 2030 delle Nazioni Unite ed è volta - come si legge in una nota stampa - «a stimolare il coinvolgimento dei giovani attraverso un percorso articolato in due fasi. La prima prevede lo studio e l'apprendimento delle problematiche inserite nell'Agenda 2030, mentre la seconda è dedicata all'elaborazione di proposte concrete che possano contribuire a implementare gli obiettivi della suddetta Agenda tramite un concorso, aperto dal primo febbraio al 31 marzo, pubblicato sul sito della stessa Iniziativa Centro Europea all'indirizzo www.cei.int/active- young-citizens-for-sustainable-development-in-cei-and -aii-areas.--

 

 

Consegna premi associazione Rosmann - oggi

I premi ambientali "Eugenio Rosmann" dedicati alle tesi in materia ambientale per i neolaureati e il premio "Populus alba" riservato a una pubblica amministrazione che si sia distinta in azioni a favore del territorio, giunti alla 4.a edizione, saranno assegnati oggi alle 16. L'evento si svolgerà nella sala delle colonne dell'Europalace Hotel di Monfalcone, via Callisto Cosulich, 20, nel rispetto delle normative anti-Covid e sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook dell'associazione e del Centro visite del Lago di Pietrarossa. Nella stessa occasione verranno premiati anche 5 giovani neo-laureati in materie ambientali, con 4 premi "Eugenio Rosmann" (uno in più rispetto alle prime 3 edizioni), consistenti in assegni di 500 euro ciascuno, con il contributo della Banca di Credito Cooperativo di Staranzano e Villesse, del Comune di Monfalcone e del 5 per mille della stessa associazione. Contribuiscono alla riuscita dell'evento Alce Graphics e Pasticcerie Maritani di Staranzano e Monfalcone.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 12 febbraio 2021

 

 

Transizione Ecologica - un ministero col tesoretto

Il nuovo dicastero gestira' miliardi di fondi UE e accorperebbe Ambiente e Sviluppo. L'idea ispirata da Giovannini

ROMA. L'idea non è nuova: già nel 2018 il portavoce dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile, l'ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, in un saggio pubblicato da Laterza intitolato L'Utopia Sostenibile, proponeva di creare un ministero per la Transizione ecologica. E non a caso oggi Giovannini è dato in pole position per guidare questo nuovo dicastero, il classico coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi giusto in tempo per tenere bene agganciati i 5 Stelle e che a tutti gli effetti rappresenta la vera novità del nuovo governo che si sta formando. Non solo questa operazione segna un netto salto di qualità delle politiche di governo ma metterà a disposizione del nuovo ministro una potenza di fuoco notevole, sia termini di competenze che di risorse. Ai 68-70 miliardi stanziati col Recovery plan, posto Bruxelles che raccomanda di investire non meno del 37% delle risorse nelle politiche green, vanno infatti aggiunti altri 19 miliardi di sussidi «ambientalmente dannosi» che ora si conta di cancellare e reimpiegare meglio. Nel suo saggio, oggi quanto mai attuale, Giovannini proponeva di «ripensare la distribuzione delle competenze dei diversi ministeri alla luce del "modello" dello sviluppo sostenibile» richiamando esplicitamente la scelta fatta dalla Francia dove «il ministero dell'Ambiente è stato trasformato in ministero della Transizione Ecologica e Inclusiva, con competenze anche nei campi dell'energia, della prevenzione dei rischi, della tecnologia e della sicurezza tecnologica, dei trasporti e della navigazione, della gestione delle risorse rare». Un altro modello a cui ispirarsi potrebbe essere anche quello spagnolo, dove il «vecchio» ministero dell'Ambiente è diventato ministero della Transizione ecologica e della Sfida demografica, con competenze che vanno dalla lotta al cambiamento climatico alla prevenzione delle contaminazioni, dalla protezione del patrimonio naturale allo spopolamento dei territori. Nel nostro caso si tratterebbe come minimo di accorpare al ministero dell'Ambiente le competenze nel campo dell'energia che oggi fanno riferimento al ministero dello Sviluppo e volendo aggiungervi le competenze sui trasporti in capo al Mit e le politiche forestali che oggi sono sotto il Mipaf. Ma non si esclude nemmeno la possibilità di fondere Ambiente e Sviluppo e creare per davvero un nuovo superministero. La formula finale, come per tutte le altre alchimie di governo, ce l'ha in testa però solo Draghi e per ora se la tiene ben stretta. Di certo non si parte da zero perché già oggi all'Ambiente c'è un Dipartimento per la transizione ecologica, mentre da inizio anno il Comitato per la programmazione economica si è evoluto nel nuovo Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile col preciso scopo di assicurare un migliore orientamento degli investimenti pubblici agli obiettivi dell'Agenda 2030. Il primo obiettivo del nuovo dicastero sarà quello di allineare il nostro Piano di ripresa e resilienza al Green new deal europeo che di qui al 2030 punta a ridurre del 55% le emissioni di gas con programmi spazieranno dall'agricoltura sostenibile all'economia circolare, dalle energie rinnovabili allo sviluppo della filiera dell'idrogeno e la mobilità sostenibile, dall'efficienza energetica degli edifici alla tutela del territorio e delle risorse idriche.«Un ministero della transizione ecologica alla francese - ha spiegato la vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera Rossella Muroni - aiuterà a coniugare il rispetto dell'ambiente con lo sviluppo sostenibile, a tenere insieme programmazione, investimenti pubblici, politiche di sviluppo, lavoro di qualità e tutela degli ecosistemi ed ad affrontare con una visione complessiva e competenze trasversali tutte le questioni ambientali aperte, a cominciare dalla crisi climatica». In pratica la «rivoluzione verde» interesserà tutti i settori produttivi, la manifattura, la meccanica, l'acciaio. «Per noi - sostiene la responsabile ambiente del Pd Chiara Braga - l'emblema è il rilancio dell'ex Ilva di Taranto dove accanto al rilancio della produzione e del lavoro è necessario gestire le ricadute ambientali e sulla salute dei cittadini». Dopo l'annuncio arrivato mercoledì sera al termine dell'incontro del premier incaricato con Wwf, Legambiente e Italia nostra tutto il mondo ambientalista ha festeggiato la svolta green. Qualcuno ha però avanzato anche dubbi sull'efficacia dell'operazione come il presidente dei costruttori dell'Ance Gabriele Buia «molto preoccupato» per la creazione di un superministero. «E' un sforzo titanico - ha spiegato - e conoscendo i tempi con cui si muovono i nostri ministeri io avrei paura ad unificare così tante competenze. Immaginatevi la bolgia».

Paolo Baroni

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 11 febbraio 2021

 

 

SEGNALAZIONI - Urbanistica - Ovovia? No grazie

Caro direttore,Trieste, come ogni grande città, era dotata di una importante rete di tram e filobus che purtroppo negli anni '70 è stata smantellata. Proprio in questi giorni, il governo Conte avrebbe dovuto decidere se sostenere finanziariamente il progetto della Giunta comunale di realizzare la ormai famigerata ovovia. Che ci sia un problema di accesso alla città lungo l'asse della costiera è un fatto, ma che la soluzione possa essere l'ovovia è veramente inaccettabile. Esistono problemi di sicurezza e di blocco per molte giornate, visto che siamo una città nota per la forte bora; poi problemi di impatto ambientale sia nel realizzare il grande parcheggio a Opicina, con il taglio del bosco di Campo Romano, sia con il transito dell'ovovia in piena zona abitata, con un terminale previsto in Porto Vecchio (oppure in Porto Nuovo passando sopra le Rive?) Inoltre, con la mancanza di un Piano regionale vigente che preveda ovovie o strutture similari per il trasporto pubblico urbano, si pone la complessa necessità di espropriare terreni di proprietà privata al fine di consentire l'installazione dei piloni e il passaggio delle cabine. Ma non esistono altre soluzioni possibili? Più economiche, sicure e più facilmente realizzabili? Abbiamo una viabilità cittadina che consentirebbe il ripristino di linee tramviarie e filoviarie; abbiamo (o meglio da anni dovremmo avere) in funzione il tram di Opicina che, opportunamente ristrutturato e rinforzato, potrebbe essere parte di una ottima soluzione se integrato con la rete esistente e quella di nuova realizzazione. Abbiamo anche tratti di rete ferroviaria integrabile e utilizzabile per una sorta di "metropolitana di superficie".Il tutto più ecologico e sicuro, meno impattante ambientalmente e meno costoso. Come per il Parco del Mare, infine, ci sono le previsioni (in- fondate?) di un utilizzo da parte di milioni di utenti/anno; ma ovviamente in parziale sottrazione al servizio trasporto persone esistente oggi! Quindi un piano finanziario che non regge! Un bilancio che, quindi, andrebbe ripianato da Comune e Regione; comunque a carico dei cittadini. In conclusione, fermiamoci, si faccia un passo indietro e si avvii un serio e approfondito confronto con le parti sociali, le associazioni, la cittadinanza tutta su una materia di enorme rilevanza per il futuro di Trieste

Giorgio Uboni Cgil Trieste - Dip.to Ambiente-territorio - Lavori pubblici

 

 

RIGASSIFICATORE - Le navi metaniere fanno rotta sull'Asia -  Veglia resta a secco
Veglia. Al terminal metanifero di Castelmuschio, sull'isola di Veglia, non c'è lavoro perché le navi che trasportano il gas naturale liquefatto vengono dirottate nelle ultime settimane verso i mercati asiatici, dove il costo del Gnl ha raggiunto prezzi decisamente più alti rispetto a quanto offrono gli europei. I venditori, ha spiegato Hrvoje Krhen, direttore di Lng Hrvatska - l'azienda croata che gestisce il rigassificatore offshore - accettano anche di pagare le penali agli acquirenti europei pur di mandare le proprie metaniere in Asia. La situazione comunque ha portato al blocco dell'attività dell'impianto, che era divenuto operativo a inizio anno con l'arrivo della Tristar Ruby: la nave aveva scaricato 143 mila metri cubi di gas naturale, riportati allo stato gassoso a Castelmuschio e quindi inviati al mercato ungherese. «Da allora non abbiamo più accolto alcuna unità a Veglia», ha ammesso Krhen aggiungendo però di «non essere preoccupato: Lng Hrvatska è tutelata da contratti che la mettono finanziariamente al riparo» dai mancati arrivi. Dopo la Tristar Ruby sarebbero dovute arrivare altre tre navi a Veglia, ha precisato Krhen aggiungendo che la prossima metaniera potrebbe apparire a Veglia entro fine mese. «Come noi, anche Plinacro, principale operatore croato nel trasporto di gas, non avrà alcuna perdita per il mancato arrivo delle unità - ha detto Khren - avendo firmato contratti che la tutelano da contrattempi e problemi vari. Nel nostro caso, il contratto obbliga l'acquirente a pagare comunque. Dalle notizie che arrivano dai mercati, il quadro dovrebbe stabilizzarsi a fine mese o nella prima decade di marzo, permettendoci di ripartire». Gli unici danni potrebbero riguardare uno dei comproprietari dell'impianto isolano, l'Azienda elettrica croata (Hep), la cui direzione ha già fatto sapere di avere provveduto in tempo ad acquistare determinati contingenti di gas naturale, allo stesso costo del gas distribuito da Lng Croatia.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 10 febbraio 2021

 

 

Ferriera, cassa ancora per diciotto mesi «Il laminatoio al via dall'autunno 2022»
Previsioni in linea col piano industriale, partito dopo i 50 milioni del Mise. Ma manca l'ultimo ok del ministero dell'Ambiente
Trieste. Gli investimenti previsti dal piano industriale sono pronti a partire e i lavoratori della Ferriera di Servola rientreranno tutti al lavoro entro settembre 2022, burocrazia permettendo. Sono queste le rassicurazioni offerte ieri ai sindacati dal gruppo Arvedi, in un incontro organizzato a Trieste per fare il punto sull'attuazione dell'Accordo di programma. L'ad Mario Caldonazzo si è impegnato a chiudere la cassa integrazione nei 24 mesi stabiliti, senza ricorrere all'estensione al terzo anno, prevista come salvaguardia nelle intese fra istituzioni e privati. Di prima mattina Caldonazzo ha incontrato il presidente di Icop Vittorio Petrucco, per un aggiornamento sul complicato scambio di aree demaniali che consentirà alla fine al costruttore di insediarsi nell'attuale area a caldo per conto della Piattaforma logistica. Successivamente è avvenuto il confronto con Fiom, Fim, Uilm, Failms e Usb sugli aspetti occupazionali connessi al piano industriale da 227 milioni. Nel primo pomeriggio c'è stata infine la visita al presidente Massimiliano Fedriga per chiedere alle istituzioni il massimo aiuto a velocizzare gli aspetti burocratici. Come riferito da fonti sindacali, Caldonazzo si è impegnato a reimmettere nel ciclo produttivo tutti i 417 addetti previsti dal business plan. L'azienda ha confermato lo sblocco dei 50 milioni a fondo perduto stanziati dal ministro Stefano Patuanelli e l'ordine già inoltrato per la nuova turbina della centrale elettrica, che sarà operativa a ottobre. Ieri è stato anche firmato il nuovo contratto dei 35 lavoratori della centrale, che passano alla società Green energy for steel, controllata sempre da Arvedi. L'ad si è quindi soffermato sulle nuove linee di produzione del laminatoio, assicurando verniciatura e zincatura realizzeranno prodotti di alta gamma e richiesti sul mercato. I macchinari dell'area a freddo saranno forniti dalla Danieli, ma per l'acquisto Arvedi attende che si sblocchi l'autorizzazione ambientale relativa alla messa in sicurezza dei terreni dell'area a caldo: la demolizione continua (è cominciato lo smantellamento della cokeria), ma una Conferenza dei servizi "asincrona" deve dare il via alla rimozione delle macerie e alla creazione da parte di Icop della copertura in calcestruzzo dei terreni inquinati. Caldonazzo spera di poter firmare l'ordine entro marzo. Ci vorranno poi sei mesi per l'arrivo degli impianti e dodici per la messa in funzione. Si arriva a settembre 2022, quando il gruppo conta di mettere a regime la produzione e chiudere la Cigs. I dipendenti dell'ex area a caldo saranno gradualmente formati: 55 hanno concluso il corso e ripreso a lavorare nel laminatoio, altri 54 cominceranno la riqualificazione a breve. Via via sarà il turno dei restanti 150. Nell'incontro in Regione Caldonazzo ha chiesto il supporto della giunta per velocizzare le autorizzazioni, facendo pressione sul ministero dell'Ambiente. L'auspicio è che entro febbraio siano eliminate le sospensive, ma il gruppo lamenta pure la lentezza della sdemanializzazione, che ha risentito dei ritardi per l'ok all'Adp da parte della Corte dei conti. In discussione anche la costruzione dell'Aia e della Via per i lavori del laminatoio. L'azienda ha consegnato tutte le carte e l'assessore Fabio Scoccimarro assicura «massima collaborazione con la società, con cui da agosto 2019 sono stati concordati tutti i passi della riconversione».

Diego D'Amelio

 

"E adesso tempi rapidi su permessi e burocrazia" - La richiesta delle sigle dei metalmeccanici

Trieste. I sindacati escono soddisfatti dall'incontro con i vertici del gruppo Arvedi, forti delle rassicurazioni ottenute sui tempi per la fine della cassa integrazione e sull'avvio del piano di investimenti seguito ai finanziamenti del ministero dello Sviluppo economico. Alla fine del tavolo di verifica, le sigle diramano una nota congiunta, firmata da Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb. I rappresentanti dei lavoratori spiegano che «l'azienda ha confermato il via libera al "Contratto di sviluppo", che autorizza gli investimenti pubblici per la realizzazione degli impianti (verniciatura e zincatura) che amplieranno l'area a freddo. Complessivamente l'azienda ritiene di rispettare i tempi dell'accordo ribadendo, al netto delle uscite volontarie, il totale riassorbimento dei lavoratori al termine dei due anni di Cigs. Il gruppo Arvedi stima la realizzazione degli impianti in 18 mesi circa a partire dalla fine di marzo 2021. Allo stesso tempo si sta pre-configurando l'avvio entro il mese di ottobre della nuova centrale elettrica e la piena operatività della logistica, successivamente al completamento dell'iter autorizzativo del Demanio, previsto nei prossimi mesi». Più volte le organizzazioni di categoria avevano messo all'indice il ritardo dei corsi di riqualificazione per le maestranze che dall'area a caldo passeranno al laminatoio, ma ora sottolineano che «a breve è in partenza un nuovo corso di formazione che dovrebbe coinvolgere circa 50 lavoratori». I sindacati, inoltre, ribadiscono «l'importanza della prosecuzione di questi confronti in sede aziendale per la verifica del proseguimento del piano, giudicando positivamente l'esito dell'incontro di oggi». Resta però la preoccupazione sui tempi della burocrazia: «In questa fase delicata per la riconversione del sito, le organizzazioni sindacali fanno doverosamente appello alle istituzioni affinché gli iter burocratico-autorizzativi favoriscano in tempi rapidi la realizzazione del piano industriale, indispensabile per il reimpiego dei lavoratori e per il rilancio dell'area della Ferriera».

D.D.A.

 

 

Nuove norme sulla Tari, bilancio comunale in stallo
Le imprese ora hanno la facoltà di uscire dal perimetro pubblico della gestione dei rifiuti: il Pef incerto non consente previsioni attendibili
Il bilancio di previsione del Comune è appeso a una nuova norma nazionale sulla Tari che consente alle imprese di passare al privato e rende ben più complicato agli uffici individuare il perimetro di gestione, e quindi la tariffa che verrà applicata alle bollette dei triestini. Niente tariffa certa, niente bilancio di previsione. Alza le mani al cielo il vicesindaco Paolo Polidori: «A causa di questa norma scriteriata rischiamo di approvare il bilancio in ritardo e finire in esercizio provvisorio». Qual è il punto della «scriteriata norma»? Il decreto legislativo 116 del 2020 ha rivisto il Codice dell'Ambiente sulla base delle direttive europee. I punti che stanno facendo discutere gli enti locali in questi mesi sono tanti, ma questo è quello che ci interessa adesso: «Le utenze non domestiche possono conferire al di fuori del servizio pubblico i propri rifiuti urbani previa dimostrazione di averli avviati al recupero mediante attestazione dei rifiuti stessi». Nel caso di Trieste, quindi, le imprese potrebbero abbandonare AcegasApsAmga per avvalersi dei servizi di un altro operatore. Il punto dolente per gli uffici del Comune, però, è che non si specifica entro quando le aziende dovrebbero comunicare tale passaggio, che diventa de facto attuabile in ogni momento. Ne consegue che la previsione del Piano economico finanziario, il cosiddetto Pef, elaborata sulle tariffe del 2019, diventa molto meno attendibile: la spesa prevista dal Comune ammonta a 38,6 milioni, ma se molti grandi privati dovessero decidere di uscire, il costo dei servizi rischierebbe di finire spalmato sulle bollette degli utenti rimasti, ovvero i comuni cittadini e le imprese restate "fedeli" al servizio comunale. Cosa si può fare? «L'Anci è in pressione sul governo», dice Polidori: «A fine dicembre l'Emilia Romagna ha varato una norma che pone al 30 marzo la data ultima per uscire dal servizio pubblico, ma il governo ha 60 giorni di tempo per impugnarla. Vediamo, stiamo pensando a un regolamento analogo anche qui». Il vicesindaco mette l'accento anche sulla possibilità che nei bottini triestini finiscano anche sacchi della spazzatura destinati al privato: «Avremo anche l'onere di nuovi controlli anti-frode, altrimenti il pericolo è che un aumento del tonnellaggio porti a un corrispondente aumento del tributo». A dispetto delle sue simpatie per le teorie economiche libertarie, Polidori punta il dito contro la metà gialla dell'ormai tramontato governo giallorosso: «È un'aberrazione nella gestione dei rapporti con gli enti locali, mossa dalle motivazioni pseudoambientaliste dei Cinque stelle, che ora rischia di fare danni mostruosi. Ma sono convinto che prevarrà il buonsenso». Ribatte il capogruppo pentastellato Paolo Menis: «La norma è stata fatta per applicare delle direttive europee, mi risulta, di certo non per danneggiare i comuni». Sul tema interviene anche il capogruppo forzista Alberto Polacco: «Auspichiamo che non si traduca in un ulteriore carico per le famiglie. Si mette così in difficoltà un'amministrazione già pronta ad approvare il bilancio». Così invece la consigliera e segretaria Pd Laura Famulari: «Le norme ambientaliste vengono fatte nel merito delle cose, per fortuna. Se c'è un problema su come applicarla, si vari un regolamento che fissa un limite ultimo per optare. La burocrazia è lì per servire i cittadini». Ma finché il nodo non sarà sciolto, il bilancio non facile come quello della Trieste del secondo anno pandemico dovrà, quindi, aspettare.

Giovanni Tomasin

 

Lotta all'abbandono dei rifiuti in strada: decuplicato in tre anni il volume delle multe

Guardie ambientali agguerrite dopo il varo del nucleo ad hoc. Il caso del trasgressore rintracciato dalle tracce sul cartone.

Forse non tutti sanno che gli imballaggi di cartone vanno conferiti nell'apposito contenitore giallo posizionato lungo le strade. E che, prima di gettarli, è obbligatorio ridurne il volume, spezzettandoli o piegandoli. Il Regolamento per la gestione dei rifiuti urbani del Comune, all'articolo 16, parla chiaro. Non ne ha fatto evidentemente caso il cittadino "trasgressore" sanzionato l'altro giorno dalla Polizia locale per ben tre violazioni, per un totale di 200 euro. L'uomo, residente in un comune vicino, non solo ha abbandonato il voluminoso imballaggio che conteneva una bici a pezzi nel cassonetto errato, quello dell'indifferenziata, che non ha peraltro nemmeno chiuso, ma non si è neanche preoccupato di ripiegarlo. Le guardie ambientali non l'hanno pizzicato sul fatto, ma sono comunque riuscite a risalire alla sua identità e quindi a contestargli l'azione scorretta. Come? Tutto è partito dal ritrovamento dell'involucro di cartone contenente la bici che l'uomo aveva ritirato al Centro postale di via Brigata Casale. Fatali sono stati i dati presenti sullo scatolone, che le guardie hanno prontamente verificato, riuscendo così a risalire al proprietario.È questa una delle tante missioni portate a termine con successo dalla Polizia locale, che in tre anni ha più che decuplicato il frutto delle sanzioni. Gli introiti delle multe sono passati infatti dagli 8.332 euro del 2017 ai 74.282 del 2018 e ai 112.561 del 2019, per chiudere a quota 106.600 nei primi otto mesi del 2020. L'anno scorso, in particolare, le sanzioni più numerose, 500, sono state elevate per abbandono di rifiuti in prossimità dell'isola ecologica e per errati conferimenti, mentre 151 hanno riguardato la mancata raccolta delle deiezioni e la conduzione del cane senza guinzaglio. Altre 12 sanzioni sono derivate dalla violazione dell'Ordinanza sulla fauna selvatica, sei per accattonaggio e bivacchi e una per il mancato rispetto del Regolamento sul verde pubblico. A queste se ne sono aggiunte quattro per il mancato uso della mascherina all'aperto, in condizioni di non isolamento, e tre per l'inosservanza delle misure di contenimento anti-Covid.. Questo importante incremento rilevato dal 2017, spiega il vicesindaco e assessore alla Polizia locale Paolo Polidori, è stato possibile in particolare grazie a una presenza più massiccia sul territorio delle forze sorveglianti. Di recente è stato costituito infatti il nuovo Nucleo delle guardie ambientali, che riunisce sotto un unico cappello le stesse guardie ambientali e il Nucleo di Polizia ambientale, dove ognuno sta mantenendo comunque la propria peculiarità. Una scelta presa in seguito alle segnalazioni sempre più numerose, e pressanti, da parte dei cittadini. Le guardie ambientali, approdate nella Polizia locale nel 2017, erano tre. Nel 2020 il gruppo è stato istituzionalizzato e aumentato di due unità. Si occupano in via prioritaria dei diversi aspetti del degrado urbano, applicando a 360 gradi le norme nazionali e locali: contrasto appunto al degrado urbano, prevenzione e repressione della mancata osservanza delle norme relative ai diversi regolamenti comunali di argomento ambientale (igiene urbana, verde pubblico, tutela e benessere animale, senza dimenticare lo stesso Regolamento di polizia urbana), nonché applicazione delle leggi regionali e statali riguardo le norme in materia ambientale. E sono complementari alle figure che compongono il Nucleo di Polizia ambientale, che si concentra sulla violazione dei reati come le discariche abusive. «In questi anni ci siamo dedicati di più all'attività di tutela dell'ambiente, non solo contro i reati ma contro l'inosservanza di tutti i regolamenti ambientali», spiega Polidori: «Dal punto di vista strategico il nucleo si è dimostrato efficace ed efficiente per la tutela del territorio. È mia intenzione aumentare l'organico, quando ci sarà la possibilità, tramite concorso, proprio perché le questioni dei rifiuti abbandonati, specie gli ingombranti, dello sversamento di liquidi e delle deiezioni canine sono legate a un fatto di civiltà, di tutela dell'ambiente e decoro urbano. La scelta di costituire un nucleo vero e proprio è stata azzeccata. E per questo punteremo su un suo potenziamento».

Benedetta Moro

 

«Appostamenti e filmati. Così smascheriamo chi non segue le regole» - l'agente in prima linea
Quali sono le azioni "sgradevoli" più ricorrenti compiute dai triestini, quelle che più di frequente finiscono per essere oggetto delle sanzioni a loro carico? In cima alla lista ci sono le deiezioni canine abbandonate sui marciapiedi: un atto di estrema maleducazione, che le guardie ambientali della Polizia locale - il cui referente è l'ispettore capo Andrea Valenti - cercano di combattere con tutti gli strumenti a disposizione, anche se il problema non è affatto facile da combattere e debellare. «Cogliere sul fatto chi non raccoglie le deiezioni del proprio cane - spiega il commissario aggiunto Massimo Cella - è difficile, nonostante si mettano in campo delle risorse importanti. E i cani, poi, a Trieste sono molti, il che aumenta per una questione statistica il grado di complessità. Per contrastare questo fenomeno entriamo in azione anche di mattina presto, con appostamenti ad hoc. Qualcosa abbiamo già ottenuto, però non è semplice».Al secondo posto c'è l'abbandono dei rifiuti ingombranti: materassi, elettrodomestici, caloriferi, materiale edile. Anche in questo caso è complicato risalire ai responsabili. In soccorso però arriva a volte l'ausilio della tecnologia: le telecamere, che si possono rivelare utili soprattutto quando vengono segnalati dei veicoli utilizzati ripetutamente per il trasporto dei rifiuti. «Il garante della privacy afferma infatti che solo quando non è possibile risalire altrimenti all'autore della violazione si può ricorrere alle telecamere. Le usiamo quindi se non ci sono altri modi - aggiunge Cella - e così facendo abbiamo ottenuto dei buoni risultati».

be.mo.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 9 febbraio 2021

 

 

Nidec Asi, la sfida dell'energia pulita: «Banchine elettriche da Genova a Trieste»
La top manager Haines: «Pronti a investire nel risparmio energetico dei porti. Così la pandemia cambia la mobilità»
TRIESTE. Dalle auto alle gru e navi elettriche. Il futuro ha il fruscio silenzioso della mobilità "pulita" per il colosso giapponese Nidec Corporation, fondato nel 1973 a Kyoto, è leader mondiale nei motori di precisione, con un fatturato di oltre 15 miliardi di yen nel 2019 e oltre 100.000 dipendenti in più di 30 paesi in tutto il mondo. Il business di Nidec si concentra su tutto ciò che ruota e si muove in un'ampia gamma di settori: telecomunicazioni, uffici, elettrodomestici, automobili, attrezzature industriali ed energie rinnovabili. Questo big industriale del Sol Levante, attraverso la controllata Nidec Asi (l'ex Ansaldo Sistemi Industriali acquisita nel 2012), governa su 19 impianti produttivi in 9 paesi (1.300 dipendenti nel mondo, di cui 900 in Italia) fra cui Monfalcone dove i giapponesi controllano uno storico stabilimento, centro di eccellenza per la realizzazione di motori e generatori elettrici. In piena pandemia Nidec ha lanciato un manifesto per la ripartenza dell'economia italiana: «Crediamo fermamente che sostenendo l'evoluzione dell'energia, della logistica e dell'industria, sia davvero possibile fare la differenza», sottolinea Kaila E. Haines top manager marketing e sviluppo del business di Nidec Asi. Il futuro post-pandemia sarà elettrico e funzionerà a batteria? «Questa emergenza impone il passaggio a un'economia sostenibile soprattutto nella mobilità elettrica. Bisogna promuovere una maggiore efficienza energetica nel settore industriale e noi siamo in prima linea con una grande flessibilità produttiva e logistica». Due anni fa Nidec Asi ha lanciato il nuovo sistema di ricarica veloce e fornito le batterie per i traghetti elettrici norvegesi. In Arabia Saudita ha portato l'acqua desalinizzata nel deserto. In Finlandia e Svezia investe nelle fonti rinnovabili: «Lavoriamo per un rilancio economico globale in chiave green». Dietro l'angolo c'è l'auto elettrica modello Tesla considerato che la domanda di energia è cresciuta in modo esponenziale. Ma come funzionerà un mondo che si muove con l'auto elettrica? «Sarà un mondo che dovrà basarsi il più possibile sulle fonti rinnovabili anche per massimizzare il profitto delle vendite di energia ricavata dal solare e dall'eolico garantendo allo stesso tempo la stabilità della rete elettrica», risponde Haines.Nidec Asi si candida anche sul fronte della elettrificazione delle banchine portuali (e della navigazione a batteria elettrica) che sarà una delle grandi infrastrutture da finanziare in Italia con i fondi del Recovery Plan (388 milioni solo a Trieste): «Queste soluzioni, che permettono alle navi di spegnere i motori e attaccarsi alla rete elettrica (shore to ship), sono una grande svolta ecologica perchè permettono di contenere l'impatto ambientale. Inoltre produciamo sistemi di propulsione elettrica ibridi o totalmente elettrici per megayacht e traghetti -chiarisce Haines. Queste tecnologie permettono di tenere accesi i motori diesel, eliminando il rumore e riducendo notevolmente l'inquinamento delle navi, comprese quelle da crociera. D'altra parte c'è una direttiva dell'Unione Europea che impone ai porti di adottare sistemi avanzati di alimentazione elettrica dal 2025. Un tema chiave per promuovere un modello di sviluppo sostenibile in un Paese come l'Italia, con 7500 km di coste e 42 grandi porti». Su 18 progetti in questo ambito in Europa, Nidec Asi è attiva in otto, di cui uno è quello annunciato nel 2018 nel porto di Genova. La controllata Nidec Industrial Solutions (una delle piattaforme commerciali del gruppo) ha infatti siglato un contratto di 8 milioni di euro con l'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale per realizzare un progetto shore to ship per il porto di Genova che sarà presto operativo: «Le tecnologie al servizio dei porti saranno il fronte industriale che ci vedrà impegnati nei prossimi tre anni. Altri progetti sono in arrivo in Europa». Grazie anche a queste tecnologie obiettivo di Nidec Asi è passare da 400 milioni di fatturato a un miliardo entro il 2023, puntando proprio sul settore dell'energia pulita grazie a una robusta pipeline per 70 milioni: «A Monfalcone -sottolinea Haines- grazie a una linea di motori antideflagranti, lo stabilimento sarà tra i protagonisti dell'emergente mercato per il trasporto dell'idrogeno. Qui possiamo vantare un'esperienza secolare che affonda le sue radici nella fondazione dello stabilimento elettromeccanico di Ansaldo nel 1899». Lo stabilimento nella città dei cantieri è stato solo in parte frenato dalla pandemia grazie anche a un recente ordine per 30 milioni per la fornitura di macchine elettriche per un impianto di depurazione del gas: «Prevediamo una ripresa nella seconda metà dell'anno».

Piercarlo Fiumanò

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 8 febbraio 2021

 

 

Treno veloce Trieste-Venezia: si punta sul Recovery Plan
Il gap infrastrutturale è uno dei nodi da risolvere secondo il rapporto di Ambrosetti - Venezia Giulia sempre più isolata: i piani delle Ferrovie. Parlano Agrusti e Mareschi Danieli
Non sono i colori delle misure restrittive anti-Covid, ma disegnano comunque un quadro preoccupante per l'economia del Friuli Venezia Giulia. Il problema è quello dell'assenza di una rete ad alta velocità e, di conseguenza, dello scarso utilizzo del trasporto ferroviario. Una cartina elaborata da The European House-Ambrosetti nel rapporto "Venezia Giulia 2025-Strategie e azioni per la competitività" presentato in Camera di commercio dimostra plasticamente l'isolamento della regione. Il Fvg è colorato di grigio, la fascia in cui la popolazione impiega tra una e due ore per raggiungere le stazioni dei i treni veloci. I tempi lunghi sono evidenti: 2 ore e 15 minuti da Trieste a Venezia, 3 ore e 15 fino a Verona, 1 ora e 50 da Udine a Venezia, 3 ora e 40 da Udine a Verona. Per poterli contenere molto dipende dalla velocizzazione della linea Trieste-Venezia, che consentirebbe a un treno passeggeri di collegare le due città in poco più di un'ora. Ambrosetti: gap infrastrutturale - Il gap infrastrutturale è uno dei nodi da risolvere per la Venezia Giulia sottolinea Ambrosetti: «Questo divario limita la connettività fisica e digitale e lo "isola" dal resto d'Italia: da un lato, i tempi di percorrenza per il raggiungimento di stazioni dell'Alta Velocità sono molto elevati (ovunque sul territorio compresi tra una e due ore) e manca una rete ad Alta Velocità nella Regione». Nel suo report Ambrosetti considera prioritarie «le connessioni con i treni ad Alta Velocità per sfruttare il collegamento sulla rotta Venezia Mestre-Verona-Milano per il traffico passeggeri e sulla tratta linea Trieste-Cervignano-Udine-Tarvisio per il traffico merci. L'aeroporto di Ronchi dei Legionari deve diventare il fulcro dei collegamenti interni di persone e merci, potenziando l'interscambio treno-aereo. Il treno veloce per Venezia - Nell'aprile scorso, dopo l'audizione in videoconferenza nella quarta commissione consiliare, su sollecitazione del gruppo 5 Stelle, sono spuntati gli studi di fattibilità di Rete ferroviaria italiana - già presentati o in fase di redazione -, con l'anticipazione da parte della società nazionale di cantieri in avvio nel 2021 e conclusione dei lavori in cinque anni. Un progetto «propedeutico» alla Tav, disse allora l'assessore ai Trasporti Graziano Pizzimenti, che conferma oggi di non avere accantonato la tentazione dell'alta velocità. Ma, ammette, «negli ultimi mesi non si è saputo più niente, è tutto fermo». Qualcosa in realtà si è mosso. Il governo ha indicato Vincenzo Macello, responsabile della Direzione Investimenti di Rfi, nel ruolo di commissario per la velocizzazione della tratta Trieste-Venezia. La lista dei commissari di 59 grandi opere dovrà essere approvata dalle camere, ma la crisi di governo ha inevitabilmente interrotto l'iter. Dopo di che è anche una questione di risorse. Il valore dell'opera è aumentato dagli iniziali 1,8 miliardi a 2,2 miliardi, ma al momento risultano stanziati solo 200 milioni (dal ministero Delrio, era il 2016). I fondi del Recovery PlanCi sarebbe il Recovery plan e la Regione ha inserito il finanziamento dei lavori nel pacchetto da oltre 10 miliardi da presentare a Roma, a questo punto al nuovo governo. Di certo, per adesso, c'è solo l'insoddisfazione dell'impresa. «L'errore è a monte - dice il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti -, quando si è rinunciato alla Tav, in maniera assai poco lungimirante. Ora serve almeno agire tempestivamente per raggiungere l'obiettivo minimo del potenziamento dell'esistente». Secondo Agrusti c'è anche però la criticità su un altro asse, «quello della Venezia-Udine-Tarvisio, indispensabile per la sua funzionalità di collegare i retroporti di Fernetti, Gorizia, Cervignano e Pordenone con una direttrice diretta verso l'Austria, a integrarsi con i corridoi europei». Alla presidente di Confindustria Udine Anna Mareschi Danieli il progetto di velocizzazione convince invece più della Tav: «Piuttosto che pesanti investimenti nell'alta velocità dai ritorni economici molto incerti, riteniamo sarebbe più corretto usare le risorse per aumentare la capacità delle attuali linee, senza però perdere di vista il collo di bottiglia di Monfalcone, che in questo caso potrebbe effettivamente essere un problema per l'ulteriore sviluppo ferroviario del porto di Trieste, a maggior ragione ora che vi sono approdati gli operatori di Amburgo».

Marco Ballico

 

 

"Punto Franco" spazio politico affrancato dagli steccati di partito - la lettera del giorno di Francesco Russo
Caro direttore,ha ragione il lettore Giorgio Cerovaz a dire che la scelta di chiamare l'associazione "Punto Franco" non è casuale. Da un lato richiama un'attenzione particolare verso i temi della portualità, in primis al pieno sviluppo dei punti franchi e alla riqualificazione di Porto vecchio fondata su un progetto unitario e organico. Non sono per me impegni nuovi ma la prosecuzione di un lavoro iniziato ormai sei anni fa con l'emendamento che ha sdemanializzato l'antico scalo e ha consentito di spostare i punti franchi lì dove possono essere davvero utili al rilancio e allo sviluppo economico di tutta la città, in sintonia con il lavoro di Zeno D'Agostino e (speriamo in futuro) del nuovo governo Draghi. Dall'altro lato, invece, il nome "Punto Franco" ha un significato più simbolico ma, per me, altrettanto rilevante: assieme a tanti l'abbiamo immaginato come un luogo "affrancato" dai classici steccati di partito. Un'associazione nata per raccogliere e dare voce alle tante energie positive che animano la nostra comunità ma che spesso restano invisibili e non valorizzate dalle istituzioni, uno spazio nuovo per chi ha smesso di credere nella politica tradizionale ma vuole bene a Trieste e non ha perso la voglia di impegnarsi per questo territorio. C'è una frase che sintetizza perfettamente quello che vorremmo Punto Francrappresentasse: "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne tutti insieme è politica. Uscirne da soli è avarizia". L'ha scritta don Lorenzo Milani tanti anni fa ma guardando quanto sta succedendo in Italia e nel mondo, trovo queste parole estremamente attuali. E rappresentative di un modo di interpretare la politica volto a unire i cittadini intorno a un'idea di futuro che sia ambizioso ma che, al contempo non si dimentichi delle difficoltà dei più fragili. Una politica finalmente capace di aggregare e non di dividere.
 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 7 febbraio 2021

 

 

Svolta veneziana all'ex Italcementi e futuro logistico, fino a mille addetti
Nuova proprietà per i 105.000 metri quadrati. Una decina di progetti con la regia degli imprenditori Rocelli e Fracasso
Aveva chiesto alcuni giorni per chiudere l'operazione con i crismi dell'ufficialità e ha mantenuto l'impegno: Giovanni Rocelli, imprenditore veneziano, ha acquisito, insieme con il suo nuovo alleato Francesco Fracasso (veneziano a sua volta), i 105.000 metri quadrati dell'ex Italcementi in via Caboto. Qualcosa era già stato anticipato in occasione dell'acquisto dell'ex Manifattura Tabacchi, adesso c'è il timbro. A questo punto nella Zona industriale triestina Rocelli, in buona parte d'intesa con Fracasso, controlla oltre 200.000 metri quadrati: 105.000 ex Italcementi, più di 50.000 ex Manifattura, oltre 50.000 (da solo) ex terminal Italcementi sulla riva nord del Canale navigabile (comprati nel 2017).Rocelli gestiva a Marghera uno spazio ancor maggiore, 350.000 metri quadrati, nel quadro delle attività portuali multiservice. Ora nei nuovi possedimenti triestini deve incastrare idee e progetti che in parte sono suoi, in parte giungono da imprese triestine e friulane, in parte da pubbliche amministrazioni. Lui manovra con l'holding Gio2, Fracasso con Htm.Per guarnire l'enormità dell'ex Italcementi il duo Rocelli-Fracasso ha in mente una combinazione logistico-industriale che al momento ha collezionato una decina di progetti da mettere a sistema. «C'è posto per tutti - spiega Rocelli al telefono - in una logica sinergica. Dall'autotrasporto all'investimento ecoambientale. Sto parlando con l'Università per l'utilizzo di tecnologie avanzate, allo stesso tempo sto valutando la collaborazione con la Piattaforma logistica. Proporrò all'Autorità portuale l'opportunità di un "pre-check in" per i camion, così da non imbottigliare gli accessi allo scalo».«Fino all'aprile 2022 30.000 metri quadrati resteranno affittati alla Wietersdorfer - prosegue - ma su 70.000 si può cominciare a lavorare già durante quest'anno». Ha preso contatto anche con le maggiori presenze manifatturiere sul territorio, come Fincantieri e Wärtsilä. Si è relazionato con Parisi e con Petrucco (Icop).L'imprenditore veneziano, come già aveva detto insieme a Fracasso una decina di giorni fa, ha deciso di puntare su Trieste, perché vede il suo Veneto un po' sulle ginocchia. Svicola sulle domande che riguardano denari e tempistiche, ma lancia un forte messaggio sul piano occupazionale: «Abbiamo la possibilità, sommando le iniziative attivabili nell'area, di creare un migliaio di posti di lavoro».Rocelli si metterà in azione anche sul versante istituzionale. Preferisce coinvolgere e condividere, per non pestare piedi in una realtà suscettibile come quella triestina: «Vorrei coordinare le mie proposte con Comune, Regione, Autorità». Anche perché il "campionario" consente di giostrare più opzioni: per esempio, l'ex Manifattura Tabacchi interessa al Comune per allestirvi i mercati del pesce e dell'ortofrutta. L'altra area ex Italcementi, la prima che Rocelli acquistò nella parte nord del Canale vicino al termovalorizzatore Hera, è un po' da reinventare, perché la prima ipotesi, quella dell'impianto per ripulire le acque inquinate da idrocarburi, è tramontata causa la lunghezza degli iter amministrativi. «La nuova idea - rilancia l'imprenditore - è quella di creare in questo sito Trieste green terminal, incrociando iniziative marittime ed ecoambientali». Insomma, una svolta storica per la vecchia fabbrica cementiera, sorta nell'estate 1954 quando Trieste era ancora soggetta al Gma, ma i primi contatti tra il gruppo Pesenti e la città giuliana datano addirittura la fine degli anni Trenta. All'inizio del 2019, quando erano trascorsi quattro anni dal passaggio alla tedesca Heidelberg, lo stabilimento chiuse: si era ridotto a operare con una ventina di dipendenti, al principio del millennio dava ancora lavoro a un centinaio di addetti. La fabbrica aveva conosciuto, nei momenti fulgidi dell'edilizia, momenti prosperi: il terminal sul Canale navigabile aveva movimentato fino a 100.000 tonnellate di materiali, trasportate da una sessantina di navi. Poi sempre meno, fino a che l'Autorità non rinnovò la storica licenza "144" per una malinconica, prolungata inattività.

Massimo Greco

 

Parisi, Samer e Saiph investono - La Zona industriale si risveglia

Oltre alle operazioni dei veneti. Vantaggio Sir per via Caboto e dintorni
Il tassello Italcementi va a riempire un'importante casella nel risiko che si va giocando in una Zona industriale risvegliata dal lungo torpore cui l'aveva costretta il clamoroso malinteso del Sito inquinato. Forse non è casuale che alcune operazioni si siano smosse, in seguito al trasferimento di quasi 320 ettari, avvenuto in due fasi, sotto la "giurisdizione" della Regione Fvg (il cosiddetto Sir). Un fatto gradito al mondo imprenditoriale, che spera in una maggiore agilità amministrativa nel disbrigo delle procedure ambientali. Italcementi - lo ricordava ieri Giovanni Rocelli - è ora inserita nel Sir. Nello stesso Sir ricade l'ex quartier generale delle Coop operaie, recentemente comprato all'asta da una controllata della Parisi. Ma l'intero asse di via Caboto non deve più andare al ministero per le pratiche del Sito inquinato: Illy, Pacorini, Pittway, Java Biocolloid (la trasformatrice delle alghe rosse), Ortolan. Una rilevante porzione dell'area produttiva comincia a respirare. Samer trasformerà in un moderno terminal per carichi industriali l'Ortolan mare e riorganizzerà la radice del Canale. Saiph (ex Revas) è pronta a investire 4 milioni, sempre sul Canale, per creare un nuovo piazzale dove stoccare merci. L'Autorità ha in programma di drenare il Canale per renderlo accessibile a maggiori pescaggi. I veneziani Rocelli e Fracasso mettono a disposizione l'ex Manifattura, dove oltre 50.000 mq possono rispondere a diverse esigenze (mercati, Bic, logistica).Senza dimenticare che sulla sponda sud del Canale operano aziende come Redaelli e Autamarocchi, mentre nella parte finale si allarga l'ex Aquila, in attesa che gli ungheresi concretizzino i loro programmi. Il ministro uscente Patuanelli aveva scritto a Budapest evidenziando come una quota delle risorse Recovery Plan destinate a Trieste (col vecchio governo erano 388 milioni) avrebbe potuto essere utilizzata per scuotere un'area ancora ferma allo stadio di archeologia industriale.

Magr

 

«Un segnale positivo per l'area - E ora si crei un grande parco»

Chi lavora nelle vicinanze celebra l'arrivo e chiede interventi non solo di tipo manutentivo
Positivo l'insediamento di una nuova realtà nella zona, ma l'area ha bisogno di interventi urgenti di sistemazione. Così chi lavora in via Caboto commenta la novità all'ex Italcementi, auspicando che, alla luce del viavai destinato ad aumentare, vengano previsti anche lavori su strade e altri spazi pubblici.«Recuperare un'area dismessa rimettendola sul mercato non può che essere qualcosa di buono - spiega Marino Quaiat, dell'omonima officina -. Speriamo che l'arrivo di nuovi investitori sia contestuale a una riqualificazione generale della via, a partire, ad esempio, dall'illuminazione pubblica che al momento non funziona, passando per altre migliorie necessarie, a livello stradale. È una zona che, in questo momento, con questo aspetto, sembra un po' stanca». Considerazioni simili per Gianfranco Belletti, con l'azienda che porta il suo nome a poche decine di metri dall'ex Italcementi. «Sicuramente è un bene per la città, conosco chi arriverà, ho contatti da tempo e credo sia una bella novità. Ma - sottolinea - serve eliminare anche il degrado che c'è tutto attorno. L'asfalto è a pezzi, le aiuole sono malconce, sembra un campo di guerra. E poi andrebbero anche ristrutturati gli edifici abbandonati attorno, in primis, quello di fronte, che giace in uno stato pessimo da decenni. Fosse per me - spiega - creerei un grande comprensorio sportivo, con campi e attrezzature a disposizione dei ragazzi della città. Un grande parco per diverse attività, che manca. Io avrei tanti progetti per ridare nuova energia a questa zona - dice ancora -, speriamo che qualcuno mi ascolti». E anche Fabio Perini, della ditta Termoidraulica Stella, nella zona di Giarizzole, punta a dare nuova vita a un'altra area abbandonata, questa volta direttamente collegata alla Italcementi. E pure in questo caso, ironia della sorte, con un progetto sportivo. «Quando abbiamo saputo che la parte superiore dello stabilimento, quella dove si trova la cava, sarebbe stata chiusa - ricorda - abbiamo contattato la proprietà. Insieme ad altri appassionati, avremmo voluto sfruttare quello spazio grande e lontano dal centro abitato, per trasformarlo in una pista di motocross. Ci hanno spiegato che fino al 2023 la cava è potenzialmente utilizzabile. Quindi al momento non se ne fa nulla. Speriamo che in futuro, magari, qualcosa possa cambiare». Tra i pochi locali della zona c'è il bar Flavia: anche qui è arrivata la notizia della nuova realtà che si insedierà. «Se qualcuno decide di investire a Trieste non si può che essere contenti - commentano alcuni operai fuori dal bar -. Sarebbe bello che poi arrivassero anche altre aziende: potrebbero portare ulteriori posti di lavoro». «Una nuova azienda sul territorio è sicuramente qualcosa di utile - aggiunge Nunzio Castiglione, titolare del bar -. Da noi, a causa del Covid, c'è un momento di stallo, vedremo se contribuirà a portare un po' di vivacità».

Micol Brusaferro

 

 

GORIZIA - La nuova viabilità in centro piace a Legambiente ma anche a Fiab
Secondo le due associazioni è un passo in avanti ma vanno risolte le criticità legate agli spazi ristretti e alla vicinanza delle auto in sosta
È un parere positivo quello che Fiab e Legambiente Gorizia formulano su senso unico e nuove piste ciclabili. Anche è tutto è migliorabile. «Se finalmente possiamo vedere il compimento di una pista ciclabile nel tratto riqualificato di corso Italia è anche vero che si tratta comunque (ancora) di una sperimentazione. Certo - sottolineano i due sodalizi - è un primo passo per la redistribuzione degli spazi urbani in linea con i principi della mobilità sostenibile, ma vi sono diverse criticità nel complesso dell'operazione. Questa ciclabile confidiamo possa invogliare i goriziani ad usare di più la bici, in sicurezza. Porterà benefici all'ambiente, alla salute (problema della sedentarietà) e al portafoglio. Invoglierà i cittadini a fare anche acquisti in centro, con tranquillità, facendo uso della bici. Tuttavia, consideriamo pericolosa la contestuale presenza dei parcheggi accanto alla ciclabile, sia per il noto problema di apertura delle portiere, sia per motivi di sicurezza laddove sono già stati segnalati rischi legati al passaggio dei mezzi di soccorso e dei bus, e manca anche di visione estetica del corso. Difficile poi fare valutazioni in un periodo anomalo, come quello della pandemia, quando né le scuole né le attività produttive sono completamente ripartite».Fiab e Legambiente colgono l'occasione «per segnalare anche che continua gravemente a pesare la mancanza di una visione generale dettata dal Piano urbano del traffico che ribadiamo essere fermo al 2005 e deve essere aggiornato per legge ogni 2 anni. In più, l'assenza di un più ampio Piano per la mobilità urbana sostenibile (Pums) e del Piano per la mobilità ciclabile (Biciplan). Anche in vista del 2025, riteniamo Gorizia non possa perdere ulteriori occasioni per mettersi in collegamento non solo all'interno del tessuto cittadino ma anche con la rete delle municipalità contermini, ed integrata con quelle del Gect. Un'ulteriore valorizzazione della città potrebbe anche derivare, sia in ambito nazionale che internazionale, dal collegamento con la pista ciclabile dell'Isonzo, già realizzata verso la Slovenia e (ancora purtroppo sulla carta) verso Gradisca e Grado». --Fra.Fa.

 

 

Rione Enel contro il progetto gas di A2A "L'ipotesi idrogeno e' fumo negli occhi" - Posizione dell'associazione

Secondo Paoletti e il direttivo la tecnologia per produrre energia pulita richiede alti costi e tempi lunghi "il metano durera' fino al 2050"

L'associazione Comitato Rione Enel insiste sulla contrarietà al progetto di turbogas presentato dall'azienda A2A, nell'ambito del processo di fuoriuscita dal carbone con la dismissione della centrale termoelettrica. E ritiene l'opzione legata all'idrogeno «fumo negli occhi» per «far calare in questa città un altro mega impianto a combustibile fossile». Non viene esclusa la possibilità di mettere in campo iniziative presso le istituzioni, al fine di continuare a ribadire la netta posizione contro prospettive volte a mantenere un polo energetico. Il direttivo del Comitato Rione Enel, presieduto da Antonella Paoletti, è dunque ancora una volta esplicito. «L'associazione ribadisce con forza la propria contrarietà alla costruzione della nuova centrale a gas di A2A - sottolinea in una nota -. Sappiamo che l'energia pulita con emissioni zero, realizzata attraverso l'idrogeno è solo quella ricavata dall'acqua, non certo dal metano. Se a questo si aggiunge il fatto che questa tecnologia è ancora molto indietro e piuttosto dispendiosa, è logico pensare che la nuova centrale a gas, prevista per l'anno 2024, continuerà a funzionare soltanto a metano almeno fino al 2050, sempre che, da allora in poi, si renderebbero obbligatorie le emissioni zero, altrimenti anche più in là».Il Comitato fa riferimento all'esperienza passata quando osserva: «Lo abbiamo visto con la centrale a carbone. Negli anni Sessanta l'ente proprietario diceva che sarebbe durata per 35 anni, invece, è ancora qui, a distanza di 55 anni e mezzo. Anzi, dalle notizie apprese, A2A si sta appena predisponendo per alzare il muro che cinge il carbonile, in ottemperanza ai dettami dell'Autorizzazione integrata ambientale, cosa che avrebbero dovuto già fare molti anni fa, vista la vicinanza dell'abitato». Il ragionamento prosegue. «Secondo noi, l'idrogeno è fumo negli occhi, uno slogan di ecologia e di sostenibilità per far calare in questa città un altro mega impianto a combustibile fossile, cioè inquinante, dalla potenza di ben 850 Megawatt, con conseguenze di ricadute, vibrazioni, rumorosità e quant'altro». Da qui la conclusione: «Ci riserviamo pertanto di intraprendere iniziative future per portare avanti la nostra contrarietà al progetto presso le amministrazioni comunale e regionale, destinatari assieme al Ministero dell'Ambiente e delle Attività produttive, di una petizione presentata dal nostro rione nell'ottobre del 2019».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 6 febbraio 2021

 

 

L'Aquario mostra i suoi 90 anni - Altro mezzo milione per i lavori
L'edificio datato 1933, a contatto con l'acqua marina, presenta più magagne del previsto: necessari due-tre mesi di interventi. La riapertura a inizio estate
Le vecchie ossa dell'Aquario, chiuso per restauro, hanno bisogno di rafforzare la terapia riabilitativa. Lo scorso agosto si era detto che la nuova edizione di uno dei più visitati musei triestini (nell'ultimo anno "normale" 54.000 presenze) sarebbe stata approntata per l'autunno, invece, una volta svolto il cosiddetto "strip out" (in italiano si può rendere con demolizione selettiva) degli interni, i tecnici e le aziende esecutrici (Innocente & Stipanovich, Balsamini) hanno capito che il progetto riqualificativo aveva necessità di un "rinforzino".Il Comune ha trovato 500.000 euro per provvedere a una variante, che consentirà un intervento più radicale su una struttura sorta all'inizio degli anni Trenta: l'assessore Elisa Lodi annuncia dai 2 ai 3 mesi di lavori, che dovrebbero permettere la riapertura dell'Aquario - al netto di implicazioni pandemiche - alla fine di giugno, in tempo per acchiappare l'auspicabile ripresa turistica estiva.Il direttore dei lavori, ingegner Aulo Guagnini, ricorda quanto si faccia sentire l'anagrafe quasi nonagenaria dell'Aquario, inserito nella preesistente Pescheria nel 1933: allora vennero costruite 26 vasche dotate di una capacità variabile tra i 17.000 e i 200 litri. Si trattò di un esperimento "pionieristico" per i tempi, nel quale si utilizzarono le prime preparazioni di cemento armato. I limiti di quella "sperimentalità", a contatto con le particolari condizioni del sito («Abbiamo i piedi nell'acqua del mare», spiega celiando Guagnini), si sono sedimentati ed evidenziati nei decenni di attività museale. Il Comune aveva già appostato un primo lotto di opere da 600.000 euro nel 2017, poi ne decise un secondo da 900.000 euro, infine ritenne più conveniente e razionale unificare le due fasi attraverso una progettazione complessiva. La civica amministrazione - come s'è detto - presentò il cantiere lo scorso 10 agosto, illustrando un investimento da 1,5 milioni: circa 1,1 milioni erano comunali, 415.000 euro furono ripescati nel Fondo Trieste. A questo punto, calcolando il mezzo milione "fresco" per la variante, il quadro economico complessivo detta un totale di circa 2 milioni. In agosto il sindaco Dipiazza, gli assessori ai Lavori pubblici Lodi e alla Cultura Rossi, riepilogarono la complessità dell'operazione: pareti, pavimenti, soffitti, nuovo allestimento museale, impiantistica (elettrico, termofrigorifero, idrico, ricambio vasche). E soprattutto una nuova vasca "grande" (9 metri x 4,50 x 2) era programmata in quello che una volta era denominato "salone dei pinguini", perché abitato dai vari Marco, Max, Lily, Zigo & Zago, Domino, Pulcinella, la cui presenza aveva caratterizzato la vita dell'Aquario. Adesso reperire pinguini è quasi impossibile stanti i vincoli internazionali che tutelano gli uccelli, quindi l'Aquario dovrà inventarsi un nuovo simbolo, anche per i gadget.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 5 febbraio 2021

 

 

«La grande pescata di orate provocata dal freddo»
L'analisi di Borme, ricercatore dell'Ogs: «La specie viene spinta ad addensarsi dalle temperature basse. Decisivo è stato anche il lavoro di chi ha gettato le reti»
Dietro alla pescata record da oltre sette tonnellate di orate avvenuta nella notte tra martedì e mercoledì nel golfo di Trieste c'è una spiegazione tutta scientifica. Ed è un chiarimento che, in primis, chiama in causa l'intolleranza al freddo di questo tipo di pesce.«L'aggregazione di alcune specie di "pesce bianco" si osserva in particolari condizioni meteo marine caratterizzate da freddo intenso ed eventi di bora - sottolinea Diego Borme, ricercatore all'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale (Ogs) -. Il pesce è stimolato a cercare riparo in fondo alle insenature o in zone profonde e tranquille. Lo fanno soprattutto i cefali, gli spari, le mormore, le spigole. Si pongono lì in una sorta di dormienza. E - aggiunge Borme - lo fanno anche le orate. Tuttavia, rappresenta un evento più raro». A determinare l'eccezione, probabilmente, è stato il fatto che questa specie, con gli inverni via via più miti, è diventata ancor più sensibile ai cali di temperatura. «Tra tante specie, sono quelle che risentono maggiormente del freddo, per cui bastano piccole variazioni per spingerle ad addensarsi. Affinché il fenomeno si presenti con altri tipi di pesce, invece, è necessario che la temperatura cali in modo più drastico, come succedeva in passato - prosegue Borme -. Si tratta della spiegazione che mi sento di dare io, poiché non è facile fornire una ragione unica del fenomeno. Il mare è un contesto oscuro, che si basa su un'ampia quantità di fattori, spesso difficili da decifrare». Un tempo, sulle coste istriane, i pescatori aspettavano aggregazioni simili per realizzare vere e proprie "tratte invernali" dentro le insenature naturali della costa (Baia di Pirano, Val di Torre, Peschiera di Parenzo, Canal di Leme, Canal d'Arsia). Questo tipo di pesca, anche per via dell'innalzamento delle temperature, si è fatta più rara. E, a rendere più complicato il tutto, sono state le modifiche introdotte per regolamentare l'attività a livello legislativo. «Questi fenomeni sono accaduti per generazioni. Si contava su eventi simili perché rappresentavano un introito importante - osserva Borme -. Di solito toccava ad altre specie, però, che con gli inverni di oggi non si aggregano più. In compenso si aggregano le orate, specie che preferisce maggiormente il caldo». Sette tonnellate, tuttavia, rappresentano un quantitativo tanto eccezionale da rendere necessario attribuire una nota di merito ai pescatori protagonisti di questa raccolta: «Evidentemente i pescatori sono stati molto bravi a individuare il branco, a usare una rete che non fosse né troppo grande né troppo piccola - conclude il ricercatore dell'Ogs -. Insomma, sono stati capaci di portare avanti un'operazione di pesca come si deve».

Linda Caglioni

 

 

Veglia, rigassificatore fermo - In ritardo la seconda nave
VEGLIA. La prima metaniera ad arrivare nelle acque di Castelmuschio, a Veglia, è stata a inizio anno la Tristar Ruby, salpata il 19 dicembre scorso dal terminal statunitense di Cove Point con a bordo 143 mila metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl). Dopo che in poche ore la nave aveva scaricato il tutto negli impianti del nuovo rigassificatore galleggiante, Hrvoje Krhen, il direttore dell'azienda pubblica che gestisce l'impianto (inaugurato ufficialmente la settimana scorsa dal premier croato Andrej Plenkovic), aveva annunciato l'arrivo della seconda unità nel giro di due settimane. Ma finora nessuna altra metaniera si è vista a Veglia. A segnalare per primi la situazione sono stati due portali locali, il Glas otoka e il Brodovi u Rijeci, che né dal ministero croato dell'Economia e sviluppo sostenibile né da Lng Hrvatska hanno ricevuto risposte sul mancato arrivo della nave. Silenzi che hanno dato adito a supposizioni su problemi che riguarderebbero l'andamento sui mercati internazionali, specie quelli asiatici, dove si è registrato un calo del costo del Gnl. Secondo voci ufficiose, la seconda nave e quelle successive sono state dirottate su altre, più convenienti destinazioni. La direzione di Lng Hrvatska - che è detenuta da Plinacro (il maggiore operatore croato nel trasporto gas) e Azienda elettrica croata - ha infine diramato una scarna nota in cui si rileva che in base all'andamento delle tariffe sui mercati asiatici è stata rimodulata la dinamica originaria di arrivi: «Il prossimo attracco di un tanker Gnl a fianco del rigassificatore offshore dovrebbe avvenire a febbraio», è stato scritto, senza precisare quale sia la nave in arrivo. Su tema è intervenuto l'ex ministro croato dell'Economia - nonché imprenditore con trascorsi nell'impresa petrolifera croato ungherese Ina - Davor Stern: «Da quanto ne so, diversi soggetti hanno firmato con Lng Hrvatska contratti "take or pay"», secondo cui un acquirente deve pagare comunque almeno parzialmente il prezzo di di una quantità minima di gas prevista anche se la ritiri: una formula «che mette al riparo il rigassificatore da eventuali brutte sorprese, sia in fatto di distribuzione che di acquisto. Forse ci sono stati dei problemi tecnici a Castelmuschio all'origine dell'intoppo», ha ipotizzato Stern. Certo è che il direttore di Lng Hrvatska aveva annunciato tempo fa l'arrivo entro settembre di 22 navi cisterna. Finora ne è arrivata una.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 4 febbraio 2021

 

 

Una storica pescata di orate - Sette tonnellate in una notte
Il rappresentante della categoria Doz: «Dopo il lungo divieto di commerciare gli esemplari nati da poco, la specie si è moltiplicata». Crollati i prezzi di vendita
Una pescata record, capace di riversare, in una sola mattinata, più di sette tonnellate di orate sui banconi delle pescherie della città. È accaduto nella notte fra martedì e ieri quando i pescatori triestini si sono trovati nella condizione, eccezionale, di gettare le reti nella certezza di portare a bordo una quantità di orate decisamente inusuale, tale è stato il fenomeno che si è delineato davanti ai loro occhi. «Negli anni ho visto più di qualche volta situazioni di questo genere - spiega Guido Doz, storico operatore del settore a Trieste - ma questa volta credo proprio che siamo al cospetto di un record assoluto. Certo - aggiunge - si tratta di orate di dimensione contenuta, perché parliamo di due o tre etti a pesce, ma la qualità complessiva è sempre la stessa se non migliore».Volendo cercare le ragioni che hanno determinato questa situazione del tutto anomala per la pesca nel golfo di Trieste, Doz precisa che «fondamentalmente questo è l'effetto del provvedimento di divieto di pesca del novellame, cioè del pesce appena nato, in vigore per lungo tempo soprattutto nelle zone di Marina Julia, di Grado e di Lignano. Lasciando prosperare la specie - continua il rappresentante dei pescatori locali - era naturale che si arrivasse a una moltiplicazione degli esemplari presenti nelle acque del golfo».Ovviamente la pescata gigante ha comportato un netto calo del prezzo alla vendita: ieri in diverse pescherie le orate si vendevano attorno ai quattro euro al chilo, in qualche caso anche a qualche centesimo di meno, quando normalmente il loro costo è decisamente più alto. Si può salire anche fino a 20 euro in presenza di esemplari di dimensioni maggiori e di particolare qualità. «È stato un vero e proprio record», ribadisce Salvatore Pugliese, che opera nel settore della pesca come imprenditore, ma è anche titolare di una pescheria del centro cittadino: «Abbiamo potuto mettere in vendita le orate a prezzi decisamente accessibili. Qualche collega - prosegue Pugliese - ha addirittura rinunciato alla vendita delle orate, perché ovviamente a questi prezzi il ricavo è proporzionalmente molto basso e qualcuno ha ritenuto non valesse la pena impegnarsi su questo fronte».«È stata una pescata eccezionale sotto ogni punto di vista - è anche l'opinione di Paolo Grassilli, titolare di una delle più grandi pescherie di Trieste - e anche se di piccola dimensione le orate sono sempre gradite. Speriamo che questa situazione eccezionale porti un po' di entusiasmo nella gente perché il clima generale è negativamente condizionato dal Covid. Potrebbe essere l'occasione del rilancio per l'intera filiera del pesce. Ricordo con nostalgia - conclude Grassilli - i tempi andati quando, in occasione di pescate particolarmente ricche, era il notiziario locale di Radio Rai a darne comunicazione e la gente si riversava a comperare».«Le orate piccole possono essere ancor più gustose delle grandi - è il parere del pescatore Gaetano D'Ambrosio - ma siccome l'abitudine della gente è quella di comperare gli esemplari più grandi spesso ci si dimentica di ciò. Credo che le pescate di orate continueranno anche nelle prossime settimane, anche se non più a questi livelli, perché questa è la loro stagione».

Ugo Salvini

 

 

Il servizio - Confermato il ritiro dei rifiuti inerti

AcegasApsAmga e Comune di Trieste confermano la prosecuzione del servizio di ritiro nei centri di raccolta cittadini dei rifiuti inerti di produzione domestica da lavorazioni "fai da te". I centri di raccolta continueranno a ritirare regolarmente i rifiuti inerti provenienti da attività di piccole demolizioni o riparazioni eseguite direttamente nella propria abitazione.

 

L'applicazione - Una voce accompagna la raccolta differenziata

L'App "Il Rifiutologo", l'applicazione AcegasApsAmga che affianca i cittadini nella pratica della raccolta differenziata, si interfaccia con Alexa, assistente vocale di Amazon, consentendo ai cittadini di usufruire di servizi all'avanguardia. I cittadini avranno disposizione una voce a cui rivolgersi per informazioni dotata di quattro funzionalità esclusive attivabili per effettuare correttamente l'operazione.

 

Volontari all'opera per ripulire Castelreggio - l'iniziativa ambientale
DUINO AURISINA. Prenderà il via domenica a Sistiana, con la sesta edizione de "Il Mare d'Inverno", manifestazione promossa e organizzata da Fare Verde, che ha l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di eliminare la plastica dal mare, il programma per il 2021 del "Tavolo verde", l'organismo ideato dal Comune di Duino Aurisina per coinvolgere enti e associazioni del territorio impegnati nella difesa della natura. Ieri il primo incontro nel nuovo anno fra i rappresentanti dei soggetti coinvolti su iniziativa dell'assessore comunale delegato ad Ambiente, Turismo e Politiche del mare Massimo Romita: si sono decisi i dettagli dell'appuntamento di domenica. A partire dalle 10, iniziando dall'area di Castelreggio, i volontari di Fare Verde, provenienti anche dai gruppi di Cividale del Friuli e di Manzano - Cormons, armati di guanti e rastrelli puliranno il litorale. All'iniziativa interverranno il presidente di Fare Verde Francesco Greco l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro e lo stesso Romita.

u.sa.

 

 

«No alla centrale a turbogas. Basta con l'industria pesante» - l'associazione Rosmann sul progetto di a2a
Monfalcone deve cambiare decisamente rotta, ricercando posti di lavoro di qualità nella portualità, nautica da diporto, termalismo, turismo, per trattenere i giovani sul territorio, liberando l'economia locale dal monopolio dell'industria pesante, e «non legarsi per altri 30-40 anni a una mega centrale termoelettrica a fonti fossili». È l'appello che l'associazione ambientalista Eugenio Rosmann di Monfalcone ha lanciato chiedendo «a tutte le forze politiche e alla società civile monfalconese, ai 14 Comuni coinvolti nelle ricadute degli inquinanti e alla Regione di esprimere la propria posizione su un progetto così decisivo per il futuro del territorio». La Rosmann sottolinea che l'illustrazione di A2A dei piani per l'impianto monfalconese non sciolga molti dubbi. All'associazione risulta inoltre che il progetto di "modifica" della centrale termoelettrica, presentato il 18 dicembre 2019, che porterebbe la centrale dagli attuali 336 megawatt a circa 860, sempre alimentata a fonti fossili (gas naturale), sia ancora allo stato di istruttoria tecnica del Comitato tecnico Valutazione impatto ambientale. «Dopo i 2 mesi della fase di consultazione, alla quale hanno partecipato molti enti e soggetti del territorio - spiega l'associazione -, sono state presentate richieste di integrazioni da parte del ministero per l'Ambiente, quello ai Beni culturali, Regione e Istituto superiore di sanità. Quindi non è scontata la nascita di una nuova mega centrale termoelettrica a Monfalcone».Scelta che comunque, rileva la Rosmann, contrasterebbe con le indicazioni del Piano energia e clima 2030 del ministero dello Sviluppo economico. «Inoltre, se dovesse mutare il combustibile utilizzato rispetto al progetto presentato al ministero per l'Ambiente nella procedura di Via, con l'introduzione dell'idrogeno - prosegue l'associazione -, la Via dovrebbe quanto meno essere riaperta per rispondere alle nuove domande». Quelle relative all'inizio dell'uso dell'idrogeno, in quali percentuali, fonti di produzione, possibili rischi per la popolazione. «Se saremo la seconda centrale a idrogeno in Italia, visto che la prima nacque nel 2010 a Fusina-Venezia e fu chiusa nel 2018, producendo solo 15 megawatt, è giusto che il territorio sia partecipe di tale scelta», sottolinea la Rosmann, che rileva poi la scarsa chiarezza di A2A sui futuri livelli occupazionali a fronte di attività collaterali «che oltretutto nel progetto presentato al ministero non figurano e andrebbero ad occupare spazi destinabili ad altri usi, portuali e retroportuali, probabilmente con livelli di occupazione più alti», conclude.

LA. BL.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 3 febbraio 2021

 

 

Escursione virtuale - In visita ai laghetti delle Noghere nella giornata delle zone umide
Oggi alle 19 è prevista un'escursione virtuale, attraverso la piattaforma Zoom, nella zona umida dei laghetti delle Noghere in territorio di Muggia, uno dei biotopi più interessanti del territorio e tutelato da una legge regionale. L'appuntamento è organizzato da Legambiente Trieste, in occasione della settimana che comprende la "giornata mondiale delle zone umide" , che ricorre ogni anno il 2 febbraio. Un tour, della durata di 45 minuti, che si pone l'obiettivo di far conoscere e, quindi, preservare quest'area umida residuale, sconosciuta ai più, situata nella valle del Rio Ospo, unica valle alluvionale del territorio istriano. L'area umida è grande poco più di 12 ettari, al confine nord del territorio comunale di Muggia, poco lontano dalla Slovenia, è formata da un complesso di sette laghetti artificiali, originatisi dalla dismissione una ex cava di argilla, e da alcuni definiti forse più propriamente "stagni", il più grande dei quali misura 180 metri di lunghezza e 160 di larghezza, con una profondità massima di 7 metri e mezzo. I laghi si sono formati dopo gli anni '70 del Novecento, quando chiuse la fornace, attiva per circa un ventennio, e venne abbandonata la cava d'argilla presente lungo il corso del vicino Rio Ospo, e questa si riempì stabilmente d'acqua suddividendosi in più laghetti. L'area è divenuta "biotopo naturale", inserita all'interno dei siti sottoposti a vincolo regionale per la tutela paesaggistica, e contestualmente è stato attrezzato il centro visite che permette di osservare, senza creare disturbo, uccelli e altri animali. I laghetti delle Noghere sono immersi in una fitta vegetazione, con numerosi sentieri che corrono attorno agli specchi d'acqua. Prima dello sviluppo di Trieste come porto dell'impero, la zona in cui sono situati era parte di una grande zona lagunare utilizzata, almeno dal medioevo, per l'estrazione del sale. A metà del diciannovesimo secolo, nei paraggi si insediarono delle industrie e alla loro chiusura l'area conobbe una prodigiosa rinaturalizzazione. Interverranno nel corso del tour virtuale Andrea Wehrenfennig, presidente di Legambiente Trieste, Mario Mearelli di Legambiente, e Tiziana Cimolino di "Urbi et Horti".Questo il link per partecipare all'evento di oggi pomeriggio: https: //us02web. zoom. us/j/81495769072? pwd=SWxpSEM2RXRrMTJtYnljaitmTTdmQT09 (Id riunione: 81495769072 e passcode: 585026).

Luigi Putignano

 

 

«Porta a porta decisivo per far entrare Muggia fra i comuni virtuosi» - l'assessore Litteri replica alle polemiche
MUGGIA«La scelta di passare al porta a porta non è stata una decisione presa a cuor leggero ma è stata il risultato di un'attenta valutazione su quale fosse il metodo giusto per garantire un incremento della raccolta differenziata dei rifiuti a Muggia». L'assessore all'Ambiente Laura Litteri replica alle polemiche che, in riviera, si trascinano da tempo: «È stata una scelta convinta, pur nella consapevolezza che avrebbe comportato inizialmente forti malumori nella maggior parte dei cittadini, come avvenuto in tutti i comuni nei quali si è attuato questo passaggio». Ma i risultati, come spiega la stessa Litteri, si sono visti subito: «Già dopo il primo mese la percentuale è passata dal 49% al 69%. Quanto ai costi, se con il porta a porta crescono quelli del servizio, diminuiscono invece quelli di smaltimento. Nel 2017 avevamo prodotto nel nostro comune 7.830 tonnellate di rifiuti, dei quali 4.030 di indifferenziato, pari al 51%, e lo smaltimento ci era costato 686 mila euro», mentre «nel 2019 abbiamo prodotto 6.160 tonnellate di rifiuti, registrando un ottimo -22%, di cui 1.920 tonnellate di indifferenziata, pari al 31%, e abbiamo speso 366 mila euro per lo smaltimento. Quindi molto meno che nel 2017». Un risparmio che, però, come detto in premessa, è stato assorbito dal costo del servizio, più alto, ovviamente. «Complessivamente questa compensazione ha fatto sì che non ci fosse, nel complesso, un aumento della Tari. Ma grazie a quanto è stato implementato siamo entrati nel novero dei comuni virtuosi». A proposito infine della redazione del Pef del servizio di asporto dei rifiuti e spazzamento, non più redatto dal Comune ma dall'Agenzia regionale sui sistemi idrici e sui rifiuti (Ausir), «noi - specifica Litteri - ne abbiamo solo preso atto, non potendo fare altro. I costi della Net non sono assolutamente aumentati dal 2019 al 2020. Quello che è cambiato è il calcolo fatto dall'Ausir, che ha imputato al nostro Comune 92 mila euro in più».

Luigi Putignano

 

 

Ovovia e Parco del mare progetti basati su troppo ottimismo - la lettera del giorno di Furio Rodella

Gentile direttore,persone più competenti del sottoscritto affermano che nel programmare interventi in ambito pubblico (come può essere il Comune di Trieste) che prevedono grossi investimenti, è importante procedere prima a dettagliati studi su fattibilità tecnica e impatto ambientale al fine di non incidere troppo profondamente nel modificare una parte del territorio, ma soprattutto sulla sostenibilità economica dei lavori stessi. Ultimamente nella nostra città viene posta come interessante la realizzazione di due opere che richiederanno un grosso impegno economico e mi riferisco al famoso Parco del mare e alla ovovia di collegamento con il Carso. Nel primo caso mi sembra che a livello di rispetto ambientale e con le elevate conoscenze tecnologico-digitali attuali potrebbe essere un'idea perseguire la realizzazione, in digitale, di buona parte del cosiddetto acquario anche se sicuramente alcune realizzazioni dal vivo, in vasche di grandi dimensioni non dovrebbe costituire forse un grosso problema in qualche caso. Tuttavia, in entrambi i casi, quello che dovrebbe costituire studio fondamentale è la fruibilità e di conseguenza il costo di gestione ed il mantenimento delle strutture nel corso del tempo. Al momento attuale mi sembra, ma sicuramente mi sbaglio, che le previsioni di utilizzo anche da parte di grandi masse di turisti sia un tantino troppo lungimirante. Ma ovviamente nessuna preclusione preconcetta anche se una cosa mi crea perplessità; saremo in grado di studiare, programmare e realizzare infrastrutture di così grande impegno mentre dopo 5 anni non siamo ancora riusciti a risolvere la situazione del tram di Opicina. Che, come anche messo in evidenza dal gentile lettore Bourlot nel giornale del 30 gennaio scorso, è stato realizzato ex novo in un anno solo di lavori nel 1902, con tecnologie sicuramente meno all'avanguardia di quelle odierne. E inoltre: non riusciamo neanche a risolvere la situazione di un'opera sicuramente più semplice ma non meno importante come la piscina terapeutica.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 2 febbraio 2021

 

 

Legambiente insiste su misure rapide a tutela della laguna
L'associazione ricorda che l'area di Grado e Marano ospita due siti Ramsar, la valle Cavanata e le foci dello Stella: «Va frenato il processo di perdita»
GRADO. Oggi è la giornata mondiale delle zone umide, che rinnova e ricorda la firma della Convenzione internazionale di Ramsar (1971, Iran) per la loro tutela e per frenarne il processo di perdita. Per importanza naturalistica, la laguna di Marano e Grado ospita 2 siti Ramsar: le foci dello Stella e la valle Cavanata, tutelate anche dalla normativa europea e regionale. La laguna è frutto di una storia coevolutiva tra uomo e ambiente, di equilibri fragili che rischiano di essere messi in discussione dalla crisi climatica e dalle pressioni del bacino scolante, diverse per qualità e intensità che si esercitano da nord a sud e viceversa. Legambiente, ricordando l'importante giornata e questo straordinario e prezioso ambiente, ritiene che «la sua tutela, che contempera anche la presenza di attività economiche, purché sostenibili (e margini di miglioramento in tal senso ci sono), debba muoversi lungo due direttrici. L'adattamento ai cambiamenti inevitabili, quali l'innalzamento del livello del mare che comprimerà la laguna verso la terra ferma, con la perdita delle tipiche morfologie lagunari (barene, velme, valli da pesca), di ambienti e specie prioritarie di tutela e delle piccole economie tradizionali ancora presenti in laguna. La riduzione delle pressioni ambientali esercitate dal bacino scolante a monte, quali gli scarichi dei depuratori, la depurazione mancante, inclusi gli scarichi a mare mediante condotte sottomarine, sfioratori di piena, scarichi industriali, scarichi delle idrovore e foci fluviali, portatrici di inquinamento di matrice urbana, agricola e industriale, compreso il lento rilascio di sostanze delle aree soggette a bonifica. La Regione - dice Legambiente - sconta diverse procedure di infrazione per mancata depurazione. Chiediamo nel breve periodo chiede un "saggio utilizzo" delle risorse del Piano di ripresa e resilienza, a tutela delle zone umide».

 

Carso, zone umide e mare nel menù delle escursioni con la Rosmann
Da domenica al 16 aprile le visite guidate da esperti. Si comincia dal Caneo di Grado
Si muovono tra Carso e mare, zone umide costiere e il Collio le escursioni programmate dall'associazione ambientalista Eugenio Rosmann di Monfalcone per quest'ultima parte di inverno e la primavera. A condurle saranno sempre guide naturalistiche, ornitologi e docenti universitari così da permettere una comprensione dell'unicità, e in alcuni casi fragilità, di ambienti naturali che sono a portata di mano. Si inizia domenica prossima, con le foci dell'Isonzo (ritrovo alle 9.30 davanti al ristorante Caneo, in comune di Grado). L'escursione vedrà la guida naturalistica Yannick Fanin, faunista, laureato in Scienze per l'ambiente e il territorio all'Università di Udine, condurre la comitiva alle foci del fiume. Domenica 14, alle 9.30, sarà la volta di una lezione sul delicato ecosistema del lago di Doberdò tenuta sul posto da Alfredo Altobelli, ricercatore e docente del Dipartimento di Scienze della vita dell'Università di Trieste, coinvolto nello studio delle azioni utili a evitare l'impaludamento dello specchio d'acqua, mentre domenica 21 si andrà alla scoperta delle colline carsiche soprastanti Vermegliano assieme alla guida naturalistica Marta Pieri. A concludere febbraio, domenica 28, sarà invece l'escursione in Val Rosandra, che vedrà come capogita Franco Manzin e condurrà la comitiva sulle colline del Carso triestino. Il 7 marzo ci si sposterà a San Michele del Carso per una passeggiata accompagnata dall'ornitologo Paolo Utmar, che guiderà pure l'escursione successiva, il 21 marzo, al Castellazzo di Doberdò, il castelliere meglio conservato e più suggestivo tra i numerosi dell'Isontino, partendo dal centro visite Gradina. Il 28 marzo si passerà al Collio cormonese, sempre guidati da Utmar, e l'11 aprile si tornerà nel territorio di Cormons, ma per visitare il sito del rio Smierdar, inserito nella rete di Natura 2000 dell'Unione europea per garantire la tutela di una rara libellula. A guidare la passeggiata sarà l'agricoltore biologico Michele Tofful. Il mese di maggio consentirà infine di apprezzare, rispettivamente il 2 e il 16, assieme all'ornitologo Utmar, la ricchezza delle zone umide presenti al Lisert e delle risorgive di Cavana e Schiavetti, aree industriali, ma al cui interno permane una notevole biodiversità. Variazioni in caso di maltempo o altri imprevisti saranno fornite sul sito e la pagina Facebook dell'associazione Rosmann, che consiglia sempre di partecipare con scarpe e abbigliamento sportivo, un binocolo e un repellente per le zecche e le zanzare.

Laura Blasich

 

Le Falesie di Duino sbarcano sul web con un nuovo video
Realizzato da Ikon su iniziativa mista pubblico-privata «è il primo tassello del marketing turistico di Duino Aurisina per il 2021»
DUINO AURISINA. Un'ottantina di secondi con immagini mozzafiato, capaci di calamitare l'attenzione di chiunque per la bellezza dei posti e la suggestione dei paesaggi proposti. Sono queste le caratteristiche del video dedicato alle Falesie di Duino, realizzato da Ikon, digital farm di Staranzano, presentato ieri dalla sala del Consiglio comunale di Duino Aurisina, e che costituisce, come ha sottolineato l'assessore Massimo Romita, «il primo tassello del programma di promozione turistica del nostro territorio per il 2021». Realizzato su iniziativa di Regione, Comune di Duino Aurisina, Ente regionale parchi e riserve, Società Baia Holiday e Alpe Adria Trail, il video riassume sapientemente «le straordinarie bellezze della Riserva delle Falesie - ha osservato il sindaco Daniela Pallotta - che, con le innumerevoli varietà di flora e fauna racchiuse nei suoi 107 ettari, costituisce un unicum».Maurizio Spoto, direttore della Riserva marina di Miramare, ha ricordato a sua volta che «la collaborazione con il Comune di Duino Aurisina, nell'ambito dell'attività didattica ed educativa e della promozione dell'intero litorale triestino, viene ulteriormente rafforzata con la produzione di questo video». Diego Lenarduzzi, direttore del camping Mare Pineta, ha fatto presente invece che «nel 2015, con l'acquisto dell'area che comprende il sentiero Rilke da parte della Baia Silvella spa, il gruppo di cui fa parte anche il nostro campeggio ha confermato l'interesse per un ulteriore sviluppo del territorio di Duino Aurisina e non solo. Spero - ha aggiunto - che questo video rappresenti soltanto un primo passo in un più ampio piano di promozione dell'intera area». Il video è visibile sulla pagina Fb del Comune di Duino Aurisina "Duino Aurisina news": sarà veicolato soprattutto in rete.

Ugo Salvini

 

LO DICO AL PICCOLO - il Parco di Miramare e' in buone mani

Circa un mese fa avevo telefonato alla segreteria del Parco di Miramare facendo presente che c'erano degli ailanti che si stavano impadronendo della scarpata situata a sinistra subito dopo l'entrata al Parco. Mi era stato risposto che conoscevano il problema, dovuto alla veloce moltiplicazione di questi alberi e che stavano pensando come porvi rimedio. L'altro giorno effettuando una passeggiata mi sono accorto che li avevano tagliati ed avevano provveduto a sistemare la scarpata. Evidentemente posso solo pensare, vista anche la cura che mettono nella manutenzione dell'area stessa, che il Parco di Miramare è in buone mani e speriamo che si vada avanti così.

Silvano Ceriesa

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 1 febbraio 2021

 

 

Abitazioni raddoppiate all'ex Maddalena
Il Burlo creerà altrove gli uffici amministrativi previsti. Così la parte residenziale sale a 50 alloggi. Investimento a 40 milioni
Coerente a quanto annunciato nello scorso ottobre: la prima inaugurazione, connessa alla riqualificazione dell'ex Maddalena, sarà a giugno e riguarderà la parte "bassa" affacciata su via dell'Istria, quasi dirimpettaia del Burlo Garofolo. Grande distribuzione, gestita dal marchio Eurospar, e parcheggi a raso/ semi-interrati/interrati (tre piani) impegneranno circa 2.000 metri quadrati. Ma le novità, che Francesco Fracasso evoca aprendo le carte progettuali nella baracca-comando del cantiere, sono due. La prima riguarda la parte "superiore" dell'area, dove si accede da via Marenzi: il Burlo Garofolo ha dato forfait e non occuperà più 2.400 metri quadrati per farne uffici, in quanto ha deciso di realizzarli altrove in stabili da ristrutturare. Così Fracasso, per recuperare il business, ha raddoppiato la superficie dedicata al residenziale. Il cambio tattico mette così a disposizione 5.000 metri quadrati dai quali ottenere 50 appartamenti, collocabili in una «buona fascia media di mercato»: le quotazioni potrebbero variare dai 150.000 euro per un tipico acquisto da investimento sui 65 mq ai 300.000 euro necessari per un ente da 130 mq. Fracasso insiste sulla dote "paesaggistica", perché le abitazioni avranno vista sul Golfo - siamo più o meno all'altezza dell'Arsenale - e saranno dotate di terrazze. «Dopo il deflagrare del Covid - commenta l'imprenditore veneziano - è cresciuta la richiesta di luoghi domestici dove stare all'aperto. Per la stessa ragione, nella porzione più alta del compendio, cureremo una vasta area verde».Il "rigeneratore urbano", che per la prima volta a Trieste si cimenta nel residenziale (in precedenza si era dedicato a spazi commerciali in corso Saba e in strada della Rosandra), sta facendo sbancare la parte dell'ex Maddalena dove sorgeranno i due edifici chiamati a contenere i 50 appartamenti. Spera di attivare il cantiere alla metà di quest'anno per concluderlo a metà 2022. Tra l'altro, sempre in questa parte "alta", è prevista un'altra riserva commerciale per la vendita al dettaglio di generi "non alimentari".La seconda novità è di natura finanziaria ed è connessa alla prima: l'investimento, che inizialmente Fracasso stimava un po' oltre i 30 milioni, è lievitato a quasi 40 milioni. Ciò significa che nell'arco di cinque anni l'imprenditore miranese, con le sue società, avrà scommesso su Trieste 85 milioni.

Magr

 

 

Più spazi per la pesca lungo le Rive: nuova ordinanza verso l'alleggerimento
Riunione fra Capitaneria, Autorità portuale, Comune e Fipsas sulla stretta dal 15 febbraio: recepite le richieste dei tesserati. In arrivo anche quelle degli amatori. Da definire i dettagli
Capitaneria, Autorità portuale e Comune stanno lavorando all'unisono per un possibile riesame delle limitazioni alla pesca sportiva e ricreativa da terra nell'area portuale, imposte da una nuova ordinanza che entrerà in vigore dal 15 febbraio. I tre enti hanno avviato un tavolo tecnico dopo le richieste di diversi pescatori di rivedere la nuova regolamentazione, annunciata dalla stessa Capitaneria, che ridimensiona per motivi di sicurezza gli accessi con autorizzazione alla zona compresa tra Porto vecchio e Porto San Rocco escluso. In particolare, viene vietato l'ingresso nell'antico scalo ed è ridotta la fruibilità sulle Rive. Con la vecchia ordinanza del 2010 era praticabile il tratto tra il Canal Grande e il molo Venezia, esclusi la Stazione Marittima e il molo Audace. Ora è consentito invece il perimetro tra il molo Audace e il molo Bersaglieri, esclusa la Scala reale, e così pure una parte della base del molo Pescheria. La pesca è libera senza permessi nell'area extra portuale mentre restano sempre off limits i moli oltre a porti e approdi minori del circondario marittimo. Durante la riunione, cui ne seguirà un'altra nelle prossime settimane, sono state prese in esame innanzitutto le richieste presentate dalla Federazione Italiana Pesca sportiva e Attività subacquee. Tali proposte puntano a un ampliamento della zona utile sulle Rive. «C'è stato un clima di grande collaborazione - sottolinea Luigi Leonardi, direttore del Servizio Patrimonio e Demanio del Comune -. Si è concordato di rivedere alcuni punti. In particolare, la zona delle Rive e i porticcioli. Si pensa in questo caso all'ipotesi di lasciare ai pescatori il lato esterno dei moli. È emersa la sensibilità della Capitaneria di venire incontro alle esigenze». La Capitaneria, fanno infatti sapere da piazza Duca degli Abruzzi, ha prestato grande attenzione alle richieste dei pescatori della Fipsas, vagliando dunque le possibili ipotesi. Il Comune, che riveste un ruolo d'interlocutore, la prossima volta avanzerà anche le istanze di un gruppo di hobbisti non tesserati. «Il Comune - prosegue Leonardi - si fa portavoce anche di altri soggetti che non fanno parte della Fipsas e che ci hanno consegnato una richiesta piuttosto articolata, in cui rientrano come alternative pure la zona dell'ex Cartubi e Porto vecchio». Su questi ultimi due punti però è stato già preannunciato, conferma Leonardi, che non sarà possibile dare il placet poiché nel primo caso l'area è inaccessibile e nel secondo è interdetta per esigenze di sicurezza antiterrorismo. E cosa dire invece di quella fetta di Porto vecchio che non è portuale ma di competenza del demanio marittimo? In particolare, quella in cui è presente la famosa spiaggetta "segreta" accanto allo stabilimento del Cral? «Lì sono presenti delle pompe idrovore - specifica Leonardi - che costituiscono un problema. Bisogna fare una verifica». Sul tema è intervenuto anche il sindaco Roberto Dipiazza: «Mi vedrò con il comandante della Capitaneria, l'ammiraglio Vincenzo Vitale, per trovare un accordo affinché, anche in questo momento particolarmente complicato, si possano favorire il più possibile i pescatori, in base ovviamente a ciò che dice la legge».

Benedetta Moro

 

 

Duino rinnova il sentiero Gemina con 600 mila euro dell'Uti Giuliana
Il recupero ambientale sarà realizzato entro aprile e riguarderà anche i Comuni di Sgonico e Monrupino
DUINO AURISINA. Sarà rimesso a nuovo entro aprile il sentiero Gemina, percorso ciclo pedonale, adatto anche agli appassionati di gite a cavallo, che rappresenta una delle principali attrazioni del territorio di Duino Aurisina per quanto concerne il turismo sostenibile. La decisione è maturata al termine del recente incontro che ha visto confrontarsi gli assessori comunali Lorenzo Pipan (Lavori pubblici) e Massimo Romita (Ambiente, Parchi e Turismo) e Adriana Cappiello, in rappresentanza dell'Edr, ex Uti giuliana. Nel corso dell'appuntamento è stato confermato che, a brevissimo, saranno affidati i lavori per il recupero ambientale dell'area. Il sentiero Gemina, dopo l'eliminazione delle Province, era rimasto senza manutenzione. Con l'intervento programmato in questi giorni, sarà dunque nuovamente accessibile, e nelle migliori condizioni, lo storico tragitto che attraversa le frazioni di Malchina, San Pelagio, Prepotto, Ternova piccola, Samatorza, toccando anche la Grotta Azzurra, Sales e Sgonico. Oltre a quello di Duino Aurisina, sono dunque interessati anche i Comuni di Sgonico e Monrupino, che sullo sviluppo del turismo sul Carso puntano molto. Il progetto è stato definito grazie al fatto che, a suo tempo, l'allora Uti giuliana aveva approvato le strategie, i programmi operativi e le azioni per il Piano di sviluppo territoriale 2017-2019, sottoscrivendo poi con la Regione uno specifico accordo. Successivamente è stato approvato il programma operativo per il triennio 2018-2020. Uno degli obiettivi strategici perseguiti era quello legato alla promozione del territorio, attraverso lo sviluppo turistico nel settore della mobilità lenta e il miglioramento dei collegamenti. Il cicloturismo rappresenta infatti oggi un settore di interesse diffuso, perciò l'azione di potenziamento delle reti cicloturistiche si configura come perno dello sviluppo ecosostenibile, dando espansione al turismo transfrontaliero e consentendo l'alternativa ecologica al trasporto locale. Con il Patto territoriale si è anche affidato all'architetto Romana Kacic il compito di effettuare una «ricognizione dello stato di fatto e del piano per la restituzione del quadro complessivo delle potenzialità per l'estensione della rete dei collegamenti della mobilità lenta e per la manutenzione dei percorsi esistenti». Il progetto di fattibilità tecnico economica ha consentito di individuare le criticità e le priorità di intervento sulle quali poi investire i finanziamenti disponibili stanziati con il Patto 2018-2020, che ammontano a 600 mila euro complessivi. Il progetto per il sentiero Gemina prevede la realizzazione di una serie di interventi che riguardano ripulitura selettiva delle specie infestanti e dei percorsi, sistemazione del sedime, formazione di canalette e scoli delle acque, decespugliamento dei bordi dei percorsi, potatura di contenimento degli arbusti e alberi che in alcuni tratti invadono il sentiero, ripristino dei muretti carsici, integrazione della segnaletica e posa di tabelle informative bilingui.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 31 gennaio 2021

 

 

Veglia, via al rigassificatore - Plenkovic: Croazia più forte
Il premier all'inaugurazione dell'impianto: bene la diversificazione dei rifornimenti - Assente il governatore della Regione: «Noi qui da sempre contrari al progetto»
VEGLIA. È stata una cerimonia con spunti polemici, quella per l'inaugurazione ufficiale del rigassificatore galleggiante di Castelmuschio (Omisalj), abitato costiero dell'isola di Veglia. Gli spunti polemici sono arrivati per una assenza eccellente, quella del governatore della Regione del Quarnero e Gorski kotar, Zlatko Komadina, da sempre fiero oppositore del terminal offshore, che ha preferito disertare l'evento malgrado la presenza di più esponenti del governo di Zagabria. All'inaugurazione che ha riguardato anche il metanodotto tra Castelmuschio e Zlobin erano presenti infatti il premier croato Andrej Plenkovic e alcuni dei ministri, così come il ministro ungherese del Commercio estero, Peter Szijjarto, intervenuto a nome di un Paese fortemente interessato al gas dell'impianto. L'avvio ufficiale del rigassificatore, lo ricordiamo, è stato dato a circa un mese dall'inizio della produzione vera e propria, partita a sua volta al termine di una sperimentazione che si è protratta per tutto il mese di dicembre. Il terminale, che prende il nome di Lng Croatia, è gestito dall'azienda pubblica croata Lng Hrvatska, la quale è riuscita a piazzare sui mercati buona parte della produzione prevista fino all'anno 2030. La struttura è entrata in funzione dopo un investimento di 234 milioni di euro, dei 101,4 sono stati erogati a fondo perduto dall'Unione europea. La capacità massima di movimentazione annua è di 2 miliardi e 600 milioni di metri cubi di gas, da convogliare verso il Castelmuschio - Zlobin, costato poco meno di 57 milioni di euro e allacciato a sua volta al gasdotto Pola - Karlovac, che si giova del metano estratto dai giacimenti sottomarini situati al largo della città istriana. Nel corso del suo intervento, Plenkovic ha parlato di un nuovo e più vantaggioso posizionamento della Croazia nella mappa energetica d'Europa. «Dal primo gennaio scorso, data d'inizio dell'attività su base commerciale, i Paesi amici e quelli partner hanno un occhio di maggior riguardo per la Croazia. Il nostro rigassificatore e quelli presenti in Lituania e Polonia - ha sottolineato il premier croato - costituiscono un puntello del corridoio energetico Nord-Sud contribuendo alla diversificazione dei rifornimenti, all'aumento della concorrenza nell'Europa centrale e orientale e alla diminuzione del prezzo del gas in Croazia, che poi è l'aspetto più piacevole per le utenze nazionali». Plenkovic ha annotato ancora la decisione di stanziare i fondi da parte di Bruxelles: «Quando l'Ue ha voluto darci una mano con quei 101 milioni abbiamo capito che il progetto doveva assolutamente venir portato a termine». Sono serviti altri 100 milioni da parte di Zagabria, ha ricordato ancora il premier, mentre il resto è stato stanziato dai comproprietari del nuovo impianto, l'Azienda elettrica croata e Plinacro, il maggiore operatore nazionale per il trasporto gas. Il primo ministro non ha fatto alcun accenno ai problemi che hanno accompagnato e stanno accompagnando il progetto del terminal: fin dalla prima pubblicazione del progetto per arrivare all'infrastruttura offshore, l'opinione pubblica dell'isola e del Quarnero, i Comuni dell'isola e della terraferma, la Contea quarnerino - montana e varie forze politiche sono stati contrari al posizionamento della gigantesca ex nave metaniera in un'area a forte impatto turistico. Da quando poi Lng Croatia ha cominciato a lavorare, le polemiche si sprecano per il fastidioso inquinamento acustico che arriva dall'impianto. Come detto, Komadina - benché invitato - non si è fatto vedere alla cerimonia inaugurale, affermando che dopo tanta opposizione al rigassificatore era impensabile una sua partecipazione: «Si badi bene - ha ribadito - non sono contrario all'autonomia energetica della Croazia, bensì alla presenza di un impianto situato a mare invece che sulla terraferma. Dopo che il progetto è diventato realtà nonostante l'opposizione di noi tutti nel Quarnero, andare a Castelmuschio sarebbe stato da parte mia un atto disgustoso».

Andrea Marsanich

 

 

Rifiuti a fuoco in zona industriale - i pompieri in azione

Incendio all'alba in zona industriale: i Vigili del fuoco di Trieste e Muggia sono intervenuti per sedare le fiamme che avevano aggredito un cumulo di immondizie in un'azienda di stoccaggio e selezione di rifiuti in via Pietraferrata. L'area è stata messa in sicurezza dopo due ore e mezza. Le cause sono in fase di accertamento.

 

 

Sit-in contro le spese militari - l'iniziativa in centro
«Negli ultimi 10 anni 37 miliardi di tagli alla spesa sanitaria e solo nel 2020 26 miliardi per le spese militari. I soldi pubblici vanno spesi per tutelare la vita, non per commerciare morte». Questo lo slogan del presidio di ieri in Barriera di Comitato Bds e Salaam Ragazzi dell'Olivo nel nome di Regeni e Zaki.

 

 

Tavolo verde sull'ambiente mercoledì ad Aurisina - la convocazione
DUINO AURISINA. È stato convocato per mercoledì alle 17 in modalità online, il cosiddetto "Tavolo verde", l'organismo predisposto dall'amministrazione comunale di Duino Aurisina per coinvolgere tutti i soggetti del territorio che si occupano di ambiente. «Il Tavolo - spiega l'assessore comunale con delega ad Ambiente, Turismo e Politiche del mare Massimo Romita - è stato istituito proprio per coinvolgere tutte le forze del territorio nella conduzione dei piani comunali sul verde». L'ordine del giorno prevede la discussione delle iniziative ambientali e di pulizia da attuare nel corso dell'anno, nonché la presentazione dell'iniziativa "Mare morje sailing 2021", lo sviluppo della mostra "Rispettiamo il mondo" e la presentazione del progetto "Sistiana sailing week".

u.sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 30 gennaio 2021

 

 

Piscina terapeutica, dalla Soprintendenza vincolo a due magazzini del Porto vecchio
Si tratta del 32, che venne costruito dall'impresa Geiringer nel 1894, e del 133, "disegnato" probabilmente da Zaninovich
Il Comune se lo aspettava fin da settembre, quindi ha fatto in tempo ad avvertire della complicazione i soggetti interessati a realizzare la piscina terapeutica in Porto vecchio: la Commissione regionale patrimonio culturale Fvg era intenzionata a porre il vincolo diretto di tutela su due stabili, il Magazzino 32 e l'edificio 133, entrambi indicati per accogliere il futuro polo natatorio alle spalle del Centro congressi. Per l'unico proponente rimasto in pista rispetto agli originari nove "candidati", ovvero Terme Fvg supportata dall'Icop di Basiliano, nulla aveva ostato: il progetto terrà conto dell'«interesse culturale» che è stato dichiarato nel pomeriggio dello scorso martedì da palazzo Economo, nel corso di un incontro al quale hanno partecipato il direttore del Segretariato regionale Roberto Cassanelli, il soprintendente Simonetta Bonomi, il direttore dei musei Andreina Contessa. Storia  economica, storia della tecnica, il legame con la vicenda di Porto vecchio hanno motivato la decisione assunta dal pubblico organismo.Il progetto, atteso con un filo di ansia dagli uffici comunali desiderosi di accendere l'iter amministrativo prima che finisca il Dipiazza 3°, potrebbe addirittura essere recapitato in piazza Unità dopodomani lunedì. Dalle anticipazioni fornite si tratterebbe di un intervento ambizioso quotato una trentina di milioni, disegnato secondo le istanze comunali che richiedono project financing, vasche terapeutiche e ludiche, ristorante, spiaggia. Terme Fvg, guidata da Salvatore Guarnieri, è controllata da Eutonia (Sanatorio Triestino) e partecipata dalla Git (Grado impianti turistici), a sua volta pilotata da Turismo Fvg.Il Comune, per sostituire la struttura in Sacchetta crollata nell'estate 2019, aveva messo a disposizione cinque magazzini in Porto vecchio: il 32, 33, 133, 34, 34/1. Le condizioni dei fabbricati, destinati a essere riconvertiti a finalità terapeutico-ludica, sono a dir poco precarie e richiederanno un energico restauro. Va sottolineato che questi edifici hanno oltre un secolo di vita e fanno parte del cosiddetto "quartiere Ford", che operò dal 1923 al 1929 producendo ben 15 milioni di automezzi "T". Il grande gruppo nordamericano scelse Trieste come base logistico-industriale, in base a criteri geografici e organizzativi fondati sulla buona dotazione infrastrutturale del sito. Il "32" - informa una nota di Palazzo Economo - venne costruito dall'impresa Geiringer nel 1894 e, prima di accogliere la Ford, aveva stoccato merci infiammabili; presenta nella parte a mare «una sequenza di aperture dotate di eleganti cornici in pietra d'Istria». Il "133", che raggruppa tre corpi, fu invece realizzato per rispondere alle esigenze della Ford: è probabile che si debba il progetto a Giorgio Zaninovich, autore della sottostazione elettrica datata 1913. Lo testimonierebbero l'uso del mattone e del bugnato, il disegno delle inferriate.

Massimo Greco

 

 

GORIZIA - La partita degli alberi monumentali - Botta e risposta con Legambiente - l'intervento dell'assessore Del Sordi
Non si placa la polemica sul destino dei gelsi di via Brigata Etna e via degli Scogli, nel quartiere di Montesanto. Dopo le segnalazioni e le richieste di attenzione da parte degli ambientalisti arrivate nelle scorse settimane, c'è ora da registrare un nuovo capitolo della vicenda, che vede un vivace scambio di affondi tra il comitato locale di Legambiente e l'assessore all'Ambiente Francesco Del Sordi. Se il sodalizio, in seguito ad un incontro con l'assessore, attraverso una nota ha espresso tutto il suo rammarico per la scelta dell'amministrazione di non presentare domanda per includere i gelsi di Montesanto nell'elenco degli alberi monumentali della Regione, da Del Sordi arriva una secca e puntuale smentita. Il componente della giunta Ziberna precisa infatti che «la procedura che vogliamo seguire è in linea con le prescrizioni regionali». «I gelsi di Montesanto potrebbero avere le caratteristiche richieste dalla legge regionale, ma eticamente non possiamo pensare di inserirli tutti. La legge di tutela prevede prescrizioni che sono molto vincolanti per la proprietà, e ci troviamo di fonte a proprietà private molto spesso difficili se non impossibili da rintracciare». Per questo il Comune, spiega Del Sordi, ha delineato uno scenario che prevedrebbe la segnalazione per l'elenco degli alberi monumentali solo di alcuni esemplari caratteristici, mentre parallelamente, per garantire una tutela di tipo storico e paesaggistico all'intera area e a tutte le piante, si procederebbe con l'introduzione di vincoli di natura urbanistica, «che, diversamente dalla legge sulle piante monumentali, è di competenza comunale», dice Del Sordi. «Abbiamo definito entrambi i programmi - aggiunge l'assessore -, ma c'è la necessità di procedere con due istruttorie complesse. In ogni caso inseriremo queste tematiche nel Documento di programmazione».Restando alla questione di Montesanto, dove sono in corso lavori condotti da Irisacqua e il Consorzio di bonifica, Legambiente fa sapere di voler continuare a «formulare le proposte che riterrà più opportune per orientare la politica di tutela del verde cittadino, ed evitare che si ripetano situazioni di pericolo e incuria», come quelle legate ai gelsi, ma anche su questo punto Del Sordi si sente di rassicurare: «I due enti impegnati nei lavori mi hanno fornito tutto gli elementi per dimostrare la loro attenzione, pur riconoscendo alcuni problemi legati ad eventi eccezionali, come incidenti di cantiere, riconducibili peraltro spesso all'incuria e alle mancate potature da parte dei proprietari».

M.B.

 

 

IL FRIULI.it - SABATO, 30 gennaio 2021

 

'Inerti, il Ministero accoglie la proposta Fvg'
Scoccimarro: "Per le piccole manutenzioni, i rifiuti potranno essere smaltiti come 'urbani'. Arriverà una nota esplicativa"

"Le criticità contenute nel decreto legislativo 116/2020 hanno rischiato di rendere il provvedimento un boomerang ambientale con il rischio di illeciti da parte di cittadini incivili e un impensabile aggravio degli oneri per quelli invece più ligi ma il confronto tra i tecnici delle Regioni, tra cui quelli del Friuli Venezia Giulia, e i funzionari del ministero dell'Ambiente, ha evitato questo scenario".
Questo il commento dell'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Energia e Sviluppo sostenibile, Fabio Scoccimarro, al termine del tavolo tra il ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare (Mattm) sul provvedimento. "Relativamente alla classificazione e gestione dei rifiuti inerti prodotti dai nuclei domestici a seguito di piccole manutenzioni possiamo anticipare che il Ministero condivide la linea interpretativa delle Regioni - ha detto Scoccimarro -, ovvero che gli stessi siano considerati, come fatto finora, rifiuti urbani e come tali gestiti nei centri di raccolta".
"Il Mattm lo preciserà con una nota esplicativa che le Regioni hanno chiesto di poter avere quanto prima - ha spiegato l'assessore - e quindi i gestori potranno continuare a ritirare questa tipologia di rifiuto nei centri di raccolta come fatto fino al 31 dicembre 2020".

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 30 gennaio 2021

 

RONCHI DEI LEGIONARI - Cresce la differenziata raggiunta quota 77,4%
A riciclo 4,6 milioni di chili di rifiuti sui 6,1 milioni prodotti - Nell'anno precedente la percentuale era stata del 76,3%
RONCHI. Una percentuale del 77,42% rispetto al 76,33% dell'anno precedente. Nel 2020 Ronchi dei Legionari ha fatto ancora ottimi passi in avanti con la raccolta differenziata dei rifiuti. Sono stati prodotti in totale 6 milioni 109.642 chilogrammi di rifiuti, dei quali sono stati differenziati ben 4 milioni 646.017 chili. «Numeri enormi - afferma l'assessore comunale all'Ambiente, Elena Cettull - che ci fanno comprendere come in un anno decisamente problematico, i cittadini abbiano continuato a svolgere le azioni quotidiane, piccole ma fondamentali, per arrivare a questo risultato. Encomiabile il lavoro di tutti, assieme ad un ringraziamento davvero sentito ai cittadini che rispettano le regole a tutela dell'ambiente». Una percentuale così alta per un Comune di quasi 12 mila abitanti non è affatto un risultato banale. Possiamo vedere che in Comuni molto più piccoli, anche con numeri davvero molto più ridotti di abitanti, dove magari la raccolta è parimenti articolata, la percentuale di differenziata si discosta poco dalla cifra di Ronchi dei Legionari. «Siamo davvero orgogliosi del risultato - prosegue Cettul - e in attesa di avere dati precisi sulle singole voci di raccolta posso comunque dire che tutto si può ovviamente migliorare. L'appello che mi sento di fare è quello di continuare a differenziare, a recuperare, a riciclare, ma anche di fare in modo da produrre meno rifiuti. Se ognuno di noi fa bene la propria parte evitando di infrangere le leggi e con il rispetto per il prossimo e per l'ambiente - conclude-, sarà davvero possibile vedere un mondo migliore».Quando è partito il nuovo sistema di raccolta differenziata, nel 2006, la percentuale di differenziazione era del 32,68%. Da gennaio a giugno 2019, la raccolta era arrivata a quota 76,12%, con picchi del 77,81% a marzo 2019 e del 78,14% a maggio 2019. Se nei primi quattro bimestri dell'anno 2020 la raccolta differenziata dei rifiuti a Ronchi dei Legionari è volata a quota a quota 79,82% (dato di agosto), il quinto bimestre 2020 ha segnato un lieve rallentamento abbassando la quota media annuale a 77,72%. Per la precisione a settembre si è raggiunto il 78,80% e il 76,40% a ottobre. Da gennaio a ottobre sono stati raccolti 5 milioni 155.090 chilogrammi di rifiuti e, di questi, solo 1 milione 125.994 di indifferenziati. La maggior parte, ovvero 3 milioni 928.747 kg, vanno al riciclo e, quindi, rappresentano una grande risorsa, mentre 100.349 sono i chili di altre frazioni di rifiuti. Per il quinto bimestre si è in attesa invece di avere i dati ufficiali e conclusivi. «Essere virtuosi è importante - chiosa il sindaco Livio Vecchiet - anche perché comportamenti corretti incidono sui costi del servizio e questo non è un aspetto che va sottovalutato».-

Luca Perrino

 

 

Una barriera sommersa per ripopolare di pesci l'Adriatico orientale - PRIMA FASE DEL PROGETTO EUROPEO
ZARA. Sarà la prima a venire posata sui fondali delle acque adriatiche della Croazia, nell'ambito del progetto europeo denominato AdriSmArtFish. Si tratta della barriera sommersa per il ripopolamento ittico, che nei prossimi giorni - il momento giusto sarà scelto in base alle condizioni meteomarine - sarà calata in mare a una distanza di poco meno di 600 metri in linea d'aria dalla più piccola delle isole abitate dell'Adriatico. Si tratta di Calugerà (Osljak), un isolotto che talvolta i suoi trenta residenti chiamano scherzosamente scoglio, vista la sua superficie di 0,33 chilometri quadrati. Calugerà si trova poco lontano dall'isola di Ugliano, ubicata di fronte alla città di Zara. È stato l'assessorato della Regione zaratino - dalmata a ricevere 260 mila euro per realizzare questo "reef ball" in calcestruzzo, in base a un progetto che si avvale della collaborazione di esperti del Dipartimento di ecologia e acquacoltura dell'Università di Zara e dell'Istituto di Oceanografia e Pesca di Spalato. Secondo quanto ha illustrato l'assessore conteale all'Agricoltura e Pesca, Daniel Segaric, la barriera verrà costantemente monitorata con l'obiettivo di capire se la sua presenza possa arricchire questo tratto di fondale del Canale di Zara, anch'esso a sua volta impoverito da un lungo di periodo di pesca indiscriminata che sta mettendo a rischio il futuro della biomassa di pesci, molluschi e crostacei presente nel mare Adriatico. La barriera sommersa, che sarà protetta dalla pesca illegale e dall'ancoraggio, ha una forma piramidale ed è stata costruita in calcestruzzo, senza armatura in ferro. È eco-compatibile, si presenta cava al suo interno e con le pareti forate lateralmente. «Il nostro reef ball - spiega Segaric - rappresenta la maniera più sicura e affidabile per dare vita ad habitat marini sostenibili, molto preziosi in presenza di ambienti depauperati da attività alieutiche. La barriera, che ora si trova nello scalo traghetti di Gazenica, a Zara, è pesante 8 tonnellate e ha una superficie di 50 metri quadrati».Se il progetto zaratino dovesse rivelarsi un successo, il progetto prevede in futuro la posa di strutture simili in varie aree dell'Adriatico orientale.

Andrea Marsanich

 

TRIESTE CAFE' - SABATO, 30 gennaio 2021

 

A Pirano il primo avvistamento di delfini del 2021 in zona: 30 SPLENDIDI ESEMPLARI!

Il team di Morigenos Ieri ha registrato primo avvistamento di delfini del 2021, grazie ad una chiamata ricevuta la mattina presto. Il team si è subito diretto in mare e ha localizzato un gruppo di circa 30 delfini, che hanno trascorso quasi due ore intorno a Pirano, nutrendosi prevalentemente. A Morigenos conoscono molto bene questi delfini, alcuni da 18 anni. Il gruppo comprendeva maschi e femmine con piccoli a presso.

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 29 gennaio 2021

 

 

Il gruppo Arvedi incassa 50 milioni per la riconversione della Ferriera
Sbloccati dal ministero dello Sviluppo economico i finanziamenti per il rilancio post area a caldo
Trieste. Il ministero dello Sviluppo economico sblocca il finanziamento a fondo perduto a favore del gruppo Arvedi, per incentivare la riconversione della Ferriera di Servola dopo la chiusura dell'area a caldo. Il responsabile del Mise Stefano Patuanelli ha autorizzato ieri l'arrivo di 50 milioni per dare corpo all'Accordo di programma, Cinque milioni in meno del previsto: 27 per Trieste e 23 per lo stabilimento di Cremona. Tanto vale il Contratto di sviluppo sottoscritto dal cavalier Giovanni Arvedi con Mise e Invitalia. Si tratta della parte più cospicua delle risorse pubbliche che sosterranno la concretizzazione dell'Adp. Mentre procede lo smantellamento di altoforno e cockeria, i fondi ministeriali innescheranno il piano industriale della società siderurgica. Per Trieste si prevedono il potenziamento del laminatoio e la riqualificazione della centrale elettrica, che ha finora funzionato con i gas di scarto della produzione e in futuro lavorerà con gas naturale. L'azienda assicura che la centrale entrerà in funzione entro ottobre. Il Mise sottolinea in una nota che «gli investimenti consentono di salvaguardare i lavoratori dei siti di Trieste e Cremona, minimizzando gli effetti della chiusura dell'area a caldo. Il progetto di complessiva riqualificazione rilancia, in chiave più moderna e sostenibile, la produzione di acciai speciali dagli spessori sottili e ultrasottili, destinati alla componentistica meccanica, al settore automotive e a quello delle costruzioni». Durante le trattative per l'Adp, l'amministratore delegato Mario Caldonazzo ha sempre richiamato la necessità del sostegno pubblico per poter garantire l'occupazione ai 417 addetti previsti a riconversione conclusa. Nei successivi incontri avuti con i rappresentanti dei lavoratori, i vertici della società hanno dichiarato di considerare l'acquisto dei nuovi impianti subordinato alla concessione del finanziamento pubblico. La questione dei fondi Mise è stata al centro del tavolo recentemente convocato dal Mise dopo le pressioni delle sigle. In quell'occasione Caldonazzo ha confermato il rispetto dei tempi annunciati, assicurando il completamento dei lavori sull'area a freddo nel giro di 18 mesi, con la creazione dei nuovi impianti di zincatura e verniciatura, realizzati dalla Danieli di Buttrio. La riconversione della Ferriera vale circa 350 milioni, fra risorse private e fondi pubblici. Il piano di Arvedi ammonta a 227 milioni: 142 per Servola e 85 per Cremona, con una copertura del Mise rispettivamente da 27 e 23 milioni. Il ministero sostiene così la strategia di decarbonizzazione del gruppo, che punta a creare un ciclo produttivo basato sul reimpiego dei rottami e non più sulla ghisa, con sensibile diminuzione delle emissioni. I 142 milioni relativi a Trieste sono suddivisi fra 86 necessari per potenziare il laminatoio e 56 finalizzati alla sostituzione della turbina della nuova centrale di cogenerazione ad alto rendimento. Arvedi ha appena avuto accesso a un prestito da 240 milioni nell'ambito del New Green Deal, che finanzierà l'operazione sul versante privato. La riconversione potrà inoltre fruire dei 15 milioni stanziati anni fa dal Mise per l'area di crisi complessa di Trieste: risorse mai utilizzate e rimaste a disposizione per la messa in sicurezza dei terreni costieri della zona industriale di Trieste. Fermi da anni, sono infine altri 41 milioni di fondi statali, assegnati a Invitalia per realizzare il barrieramento a mare dei terreni inquinati da benzene: su questo fronte, però, ancora non si hanno notizie sui tempi del decreto che Mise e ministero dell'Ambiente dovranno firmare per dare il via alle opere ambientali sulla linea di costa. Agli investimenti di Arvedi si sommano i 130 milioni che saranno spesi invece dalla Icop per conto di Hhla Plt, tra acquisto della newco creata per il subentro nell'area a calda, smantellamento delle strutture dell'area a caldo, messa in sicurezza dei terreni e creazione del terminal di terra che sorgerà accanto alla Piattaforma logistica e al futuro Molo VIII.

Diego D'Amelio /

 

 

Ultime limature per il patto a tre sul Porto vecchio
Ritmo serrato di incontri tecnici dopo il ritardo della Regione che aveva indispettito Dipiazza - Resta la deadline fissata al primo febbraio dal Comune
Lunedì è la data ultima di chiusura che il Comune ha dato agli uffici regionali per la definizione degli ultimi particolari dell'Accordo di programma sul Porto vecchio: ieri i tecnici di palazzo Cheba, capitanati dal dirigente Giulio Bernetti, hanno incontrato in mattinata i responsabili della viabilità dell'assessorato regionale alle Infrastrutture, mentre nel pomeriggio si è tenuto il secondo incontro in tre giorni con i tecnici dell'area urbanistica dell'assessorato. Dopo i ritardi che la settimana passata avevano portato il sindaco Roberto Dipiazza a fare una sfuriata con gli uffici regionali, il lavoro di concertazione procede ora speditamente, e la speranza dei tecnici è che si possa rispettare la deadline fissata dallo stesso primo cittadino, quella di lunedì prossimo. Oggi si terrà un nuovo confronto fra il Comune e la sezione urbanistica della Regione: «Stanno proponendo le loro ultime osservazioni - commenta l'ingegner Bernetti - che noi siamo pronti a recepire, il lavoro procede bene».Sempre in settimana il Comune ha incontrato anche i rappresentanti della Soprintendenza, la quarta istituzione ad avere voce in capitolo dopo gli enti locali e l'Autorità di sistema portuale guidata da Zeno D'Agostino, e ne ha recepito il parere. La firma dell'Accordo di programma è fondamentale per l'approvazione della variante al piano regolatore comunale, senza il quale il Comune non può dare il via alla vendita degli immobili situati nell'area dell'antico scalo cittadino. Una volta che il comune accordo dei tre enti sarà siglato dalla firma, la giunta avrà un mese di tempo per far approdare il testo al Consiglio comunale per la ratifica. Contestualmente verrà varato il consorzio di gestione Ursus, che sarà incaricato di gestire lo sviluppo dell'area.

G.Tom.

 

 

 

SEGNALAZIONI - Rifiuti e ambiente - Nuove difficoltà per i conferimenti

Egregio direttore,qualche giorno fa mi sono recato a uno dei centri di raccolta del Comune per rifiuti ingombranti dove ho portato alcuni oggetti di elettronica e anche un paio di secchi contenenti scarti di materiale edile relativi ad alcuni piccoli lavori manutenzione che avevo effettuato a casa mia. Al momento del ritiro l'addetto del Comune mi ha informato che a partire dal prossimo 31 gennaio non sarà più possibile conferire gli scarti di materiale edile nei centri di raccolta comunali ma sarà necessario smaltirli con ditte specializzate a questo tipo di attività. Ad una mia precisa domanda in merito a questa novità l'addetto non ha saputo dirmi se deriva da una modifica del Regolamento comunale oppure da nuove direttive italiane o europee. Segnalo questo aspetto perché secondo il mio parere potrebbe avere effetti piuttosto seri sull'ambiente in quanto ritengo che i singoli privati che effettuano piccoli lavori di manutenzione avranno difficoltà a portare questi scarti presso ditte specializzate, sia perché non sarà semplice sapere quali sono queste ditte e sia perché sicuramente il ritiro verrà effettuato a pagamento e non gratuitamente come avviene adesso nei centri comunali. La conseguenza perciò sarà che questi scarti verranno abbandonati nelle strade poco frequentate, sul Carso o nell'area del Boschetto, come già fa più di qualcuno. Sarei inoltre grato se l'Assessorato all'ambiente del Comune volesse darci chiarimenti.

Tullio Gioia

 

ADESSO TRIESTE - VENERDI', 29 gennaio 2021

 

 

Le nuove norme sui rifiuti urbani mettono a rischio il Carso e le tasche dei cittadini

Il 26 settembre scorso è entrato in vigore il decreto legislativo 116/2020, che modifica la definizione di rifiuti urbani. L’attuazione di questa norma potrebbe avere una serie di gravi effetti per i cittadini e per l’ambiente, qualora le amministrazioni non si muovano per tempo o non sollevino proposte per mitigare gli effetti collaterali che rischia di causare.
Il decreto, in attuazione di direttive UE, rende concreta per l’Italia la disciplina comunitaria dell’economia circolare, cioè il modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. Con questo decreto l’Italia dovrebbe entrare nella rivoluzione della gestione dei rifiuti che diventerebbero ora una risorsa da valorizzare.
La nuova regolamentazione modifica la definizione dei rifiuti urbani consentendo agli operatori economici di avvalersi del servizio pubblico per lo smaltimento di una parte dei propri scarti, lasciando peraltro loro libertà di continuare ad avvalersi di aziende private.
Il serio rischio è di un aumento dell’imposta TARI: se da una parte la quantità di rifiuti che il gestore pubblico (nel nostro caso AcegasApsAmga) si troverà a gestire potrebbe aumentare in modo considerevole (la stima di Ecocerved per il territorio nazionale è di +1,3 milioni di tonnellate/annue), dall’altro lato il gettito derivante dalla TARI stessa potrebbe diminuire, qualora un numero considerevole di operatori economici scegliesse di avvalersi di aziende di smaltimento privato ottenendo uno sgravio dell’imposta. Potrebbe dunque verificarsi una necessità di incremento del servizio o venire a mancare parte degli introiti. In entrambi i casi è facile immaginare che la differenza potrebbe essere compensata con un aggravio su chi l’imposta la versa, quindi anche sui privati e sulle piccole attività, ottenuto anche tramiti conguagli sulla tariffa già in essere, determinata per tutto il 2021.
Al contempo, a causa della stessa ridefinizione, i rifiuti inerti derivanti da piccole demolizioni domestiche – non essendo più assimilabili ai rifiuti urbani – non potranno più venire conferiti presso le isole ecologiche, come scritto sui cartelli che Acegas ha appeso nei centri di raccolta. Il privato cittadino si trova dunque in difficoltà a effettuare correttamente il conferimento dei materiali, per il quale dovrebbe sopportare spese prima non previste, come sta in effetti già accadendo (vedasi segnalazione sulla testata Trieste Prima). Già nei giorni scorsi SOS Carso aveva lanciato l’allarme sottolineando il rischio concreto di veder accresciuti atti illegali di abbandono di rifiuti nell’ambiente, nelle aree verdi e sul nostro Altopiano.
Le normative hanno valenza nazionale e allineano lo Stato a comportamenti virtuosi riguardanti il riutilizzo e il riciclo dei materiali, ma affinché non si verifichino effetti collaterali gravi il Comune può e deve attivarsi per applicarle per tempo, tutelando i cittadini e l’ambiente in cui vivono. Su Il Piccolo il 23 gennaio l’Assessora Polli dichiarava che il Comune attendeva un tavolo tecnico nazionale per “capirne di più”, ma il decreto è stato pubblicato in gazzetta ufficiale l’11 settembre scorso, è entrato in vigore a fine settembre ed è dal primo gennaio che sono in vigore le nuove classificazioni dei rifiuti.
Adesso Trieste chiede quindi al Comune, e alla Regione tutta tramite i consiglieri del Patto per l’Autonomia, un immediato e preciso riscontro dell’amministrazione pubblica sui temi qua sollevati. È urgente indicare le modalità di applicazione della norma nelle realtà locali, al fine di scongiurare gravi rischi per l’ambiente e negative ricadute sui cittadini”.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 28 gennaio 2021

 

 

Pannelli antirumore lungo il raccordo: via alla sostituzione
L'operazione sarà effettuata nella seconda metà di febbraio - Romita: «Finalmente verrà ridotto il disagio dei residenti»
MONRUPINO. Consiglio comunale imperniato sul recupero delle aree destinate alle attività estrattive dismesse oggi a Monrupino. L'ordine del giorno dei lavori, che inizieranno alle 18 e che sarà possibile seguire on line, collegandosi con il sito del Comune, prevede infatti due punti dedicati all'argomento e che riguarderanno nel primo caso la riattivazione della cava di pietra ornamentale cessata, denominata "ex Puric", nel secondo la "Cava Vecchia". In varie zone del Carso le attività estrattive hanno sempre svolto un ruolo molto importante per l'economia locale. Nel tempo il destino del settore è cambiato, ma ora si prospetta la possibilità di far ripartire le cave e su questo fronte si sta impegnando la giunta di Monrupino, guidata dalla sindaca, Tanja Kosmina. «Le cave - ha detto - rappresentano anche la possibilità di creare posti di lavoro».

 

 

Le Falesie raccontate con un nuovo video - Lunedì la presentazione online
DUINO AURISINA. Sarà presentato lunedì, alle 15, in modalità on line, il nuovo video di promozione turistica dedicato alla riserva delle Falesie. Si tratta di un prodotto realizzato sulla base delle più moderne strumentazioni, con audio sia in italiano sia in sloveno, che prevede anche immagini ottenute in immersione subacquea, che ha lo scopo di valorizzare in chiave turistica le straordinarie rocce di Duino.Alla realizzazione, oltre alla Regione e al Comune di Duino Aurisina, ha contribuito il Tavolo regionale delle riserve naturali del Friuli Venezia Giulia. In sostanza, seguendo il video, si potrà completare una sorta di percorso virtuale all'interno della Riserva. «Questo video è molto importante - ha detto l'assessore comunale per il Turismo, Massimo Romita - perché il turismo è essenziale per il nostro territorio».

U.SA.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 27 gennaio 2021

 

 

Dipiazza: «A Barcola interventi costanti per far convivere pini e passeggiata»
«Le radici di questo tipo di alberi crescono in orizzontale - Gestiamo la questione allargando l'area di terra attorno»
«Per i prossimi cent'anni servirà intervenire costantemente per garantire la convivenza tra questo tipo di pini e la pavimentazione del lungomare di Barcola». Il sindaco Roberto Dipiazza si rivolge ai triestini, spiegando come non esista un intervento radicale in grado di impedire alle radici di quegli alberi che accompagnano l'intera passeggiata, di creare dei danni al porfido. «Come ho ribadito più volte - afferma Dipiazza - l'errore è stato fatto da chi, diversi anni fa, ha scelto di inserire questo tipo di pini in quel contesto, non prendendo in considerazione che queste piante hanno radici che crescono in orizzontale. Io ne ho alcune nel giardino di casa, ma intorno hanno terra e non cemento, e quindi le loro radici riescono a respirare e non creano alcun problema». Il primo cittadino spiega che quando sono state riqualificate le Rive o l'area accanto al palazzo della Prefettura «sono stati scelti dei lecci che hanno radici che si muovono in verticale, non generando questi danni». Infatti, pur tenendo presente che in quell'area le piante sono ancora giovani, non si sono evidenziate criticità di questa natura. «Già dallo scorso anno - illustra il sindaco - abbiamo avviato una soluzione che consente una gestione nel tempo del problema. In pratica - aggiunge - allarghiamo a due metri e mezzo il diametro del collare di terra intorno all'albero, raddoppiando l'area in terra di pertinenza, e dando così più respiro alle radici». «Certamente, nel tempo - considera - continueranno ad alzarsi alcuni cubetti di porfido nell'area circostante, e lì interverremo di anno in anno sistemandoli». Questa situazione si concentra tra Barcola e Grignano, dove nella zona di proprietà del Demanio marittimo, la Regione ha predisposto un intervento per risolvere anche lì i problemi causati al manto stradale dalle radici dei pini, senza danneggiare in alcun modo le alberature. «Il problema lo riscontriamo prevalentemente in quelle zone - conferma Francesco Panepinto dell'Unità tecnica alberature e parchi del Comune di Trieste - e si manifesta quando attorno ai pini non c'è una pavimentazione permeabile. A Barcola a rendere la situazione più severa, c'è la vicinanza con la falda salina, che spinge le radici a salire ancora di più. Serve che l'area di pertinenza degli alberi mantenga materiali drenanti, come la terra, la ghiaia o l'Ecodren». Un sistema, quest'ultimo, ormai utilizzato attorno alle piante in diversi punti della città, che ha capacità traspirante e drenante, permettendo di creare collari più ampi attorno agli alberi, senza determinare dislivelli tra la zona pedonale e le aiuole. Un intervento simile a quello riservato agli alberi sul lungomare, sta per essere messo a punto in viale Miramare, nei pressi del giardinetto Skabar. «Lì - spiega il sindaco - quel tipo di pini ha sollevato parte del marciapiede e dell'asfalto, e con un intervento da 50 mila euro garantiremo alle radici di quelle piante spazi di respiro più ampi. L'attenzione al verde pubblico - assicura - è costante, nel rispetto del benessere delle piante ma anche della fruibilità degli spazi pubblici».

Laura Tonero

 

«Lo scavo originario troppo poco profondo una possibile causa» - Il direttore di Scienze della Vita Tretiach
Che specie di pini sono quelli che regalano un po' d'ombra sul lungomare di Barcola, e che caratteristiche hanno? «Sono dei pini d'Aleppo (Pinus Halapensis), delle conifere che si sviluppano in tutto l'emisfero settentrionale, abituate a colonizzare terreni poveri, difficili, con grande stabilità». Lo spiega Mauro Tretiach, direttore del Dipartimento di Scienze delle vita dell'Università di Trieste, che riconosce a questi esemplari una grande capacità, dettata dall'incredibile apparato radicale, formato da un grande fittone (il prolungamento del fusto verso il basso) dal quale partono diversi ordini di radici: verticali, orizzontali e "corda". Queste ultime si muovono in varie direzioni, penetrando con forza in tutti i tipi di terreno.Gli alberi di pino d'Aleppo sono abbastanza longevi e i fusti adulti possono raggiungere i 15-20 metri d'altezza, anche se crescendo in condizioni disagevoli si mantengono entro dimensioni più contenute. Ma cosa determina il danno che creano alla pavimentazione, a Barcola e Grignano ad esempio, dove le radici sollevano il terreno cementificato? «Premetto che dovrei avere più elementi e che quindi le mie in questo caso possono essere solo delle ipotesi - sottolinea l'accademico - ma presumo che potrebbe essere stato banalmente commesso l'errore di scavare buche poco profonde per la loro piantumazione, e che quindi la zolla di terra originaria sia stata sistemata troppo vicino alla superficie. Di conseguenza le radici alla ricerca dell'acqua si spingono verso l'alto con le conseguenze che vediamo».Le piante meglio adattabili in un simile contesto, suggerisce l'esperto, sono le tamerici, «che invece di essere sistemate sul frontemare in viale Miramare sono state messe in seconda fila. Si adatterebbero bene pure delle piante di Eleagno, ma anche dei Pinus Pinia, che a suo tempo erano stati piantati».

la.to.

 

 

Tre discariche abusive scovate dai cacciatori di rifiuti nascosti
Pneumatici, elettrodomestici, plastica, residui edili: cumuli di immondizie trovati dai volontari di Altritalia ambiente nei boschi tra San Sergio e San Giuseppe
SAN DORLIGO. È ancora allarme degrado ambientale nel territorio di San Dorligo della Valle, ai confini di Trieste. Sono ben tre infatti le discariche abusive individuate in questo periodo dai volontari dell'associazione "Altritalia ambiente" nel tratto di bosco che porta da via Antonino di Peco, ai margini del rione di Borgo San Sergio, fino alla frazione di San Giuseppe della Chiusa. In ciascuna di esse i volontari hanno trovato un'enorme quantità di vecchi pneumatici, pezzi di elettrodomestici arrugginiti, oggetti di plastica, residui edili e immondizie varie. Testimonianze dello scarso senso civico e della scarsa attenzione che troppe persone prestano alla salute dell'ambiente in cui vivono. «Di operazioni di pulizia così ne facciamo parecchie nell'arco dell'anno - spiega Adriano Toffoli, segretario provinciale nonché vicepresidente nazionale dell'associazione - ma ogni volta l'inciviltà e la maleducazione in cui ci imbattiamo, effettuando questi sopralluoghi, continuano a sorprenderci. Stavolta è stata sufficiente un'operazione durata una sola mattina - precisa - per scoprire, nell'arco di poche centinaia di metri, queste tre discariche abusive». E sempre nel territorio di San Dorligo della Valle, i volontari di "Altritalia ambiente" sono stati protagonisti di un altro intervento, chiamato "Operazione patok": nel greto del torrente che scorre vicino all'abitato di San Giuseppe della Chiusa hanno trovato parecchi pneumatici, vecchi e abbandonati. «In questi casi - riprende Toffoli - il danno per l'ambiente deriva dal distaccamento di microplastiche. L'inciviltà non ha limiti - aggiunge - e purtroppo dobbiamo constatare che il fenomeno delle scariche abusive, anziché diminuire, è in aumento, continua a crescere. Ricordiamo che quando si tratta di pneumatici abbandonati, oltre alla maleducazione, bisogna parlare anche di dolo, perché, quando se ne compera uno nuovo, si paga in anticipo lo smaltimento». I volontari di "Altritalia ambiente" si sono avvalsi della collaborazione dell'AcegasApsAmga e del Corpo dei pompieri volontari. «Riceviamo purtroppo con regolarità segnalazioni di discariche abusive - conclude il sindaco di San Dorligo della Valle Sandy Klun - e ogni volta interveniamo. Evidentemente ci sono persone che, col buio della notte, sfruttano le caratteristiche del nostro territorio per abbandonare rifiuti che altrimenti costerebbe loro portare negli appositi centri di raccolta». Sul tema interviene anche Giorgio Cecco, coordinatore regionale di "FareAmbiente", il quale ricorda che «in base a una recente normativa i rifiuti derivanti da attività di costruzione e demolizione, svolte dal privato cittadino nella propria abitazione, sono da considerarsi rifiuti speciali e come tali non più conferibili nei centri di raccolta. In questa maniera - prosegue - si favorisce l'abbandono dei materiali in aree non idonee».

Ugo Salvini

 

 

L'altolà della Bosnia alla Croazia: no ai rifiuti radioattivi da Krsko
Sarajevo rinnova lo stop alla struttura di stoccaggio che Zagabria vuole costruire a ridosso del confine
Belgrado. Nuove preoccupazioni causate dai disastrosi effetti del sisma di Petrinja si aggiungono a vecchi e mai sopiti timori sulla sicurezza del sito. E rischiano di provocare una crisi esplosiva tra Croazia e Bosnia. Le apprensioni sono quelle che riguardano il sito di Trgovska Gora, un'area in Croazia vicina alla cittadina di Dvor, a un tiro di schioppo dal confine con la Bosnia e dalla città bosniaca di Novi Grad. Il sito è stato individuato da Zagabria come possibile luogo dove stoccare la quota croata dei rifiuti radioattivi a media e bassa intensità prodotti dalla centrale nucleare di Krsko. Krsko, ricordiamo, è infatti controllata in parti uguali da Croazia e Slovenia. I due Paesi non hanno trovato un accordo per un deposito comune. Da qui la scelta di Lubiana,che ha optato per una struttura a Vrbina, da realizzare a ridosso della centrale. Mentre Zagabria ha scelto di edificare una struttura "in proprio" entro il 2024, con alta probabilità appunto a Trgovska Gora, zona relativamente isolata e distante da grandi centri urbani. Il controverso deposito di scorie, che potrebbe sorgere in un'area militare dismessa, già negli anni passati aveva creato profondi attriti tra Zagabria e Sarajevo suscitando anche pro teste di piazza. Ma negli ultimi giorni la tensione è risalita alle stelle, in Bosnia. Tutta colpa del forte terremoto che ha colpito la Croazia centrale, e il cui epicentro in linea d'aria dista solo una quarantina di chilometri dalla Trgovska Gora. È razionale immaginare un deposito di scorie radioattive in una regione a rischio te moto? È questa la riserva espressa da moltissime persone, in particolare attivisti ed ecologisti in Bosnia ma anche in Croazia, e da politici di punta a Banja Luka e Sarajevo. Il sisma «ha confermato che in quella località non si può costruire alcun deposito» ad alto rischio, «perché potrebbe avere ricadute dirette sull'ambiente e su tutte le persone che vi vivono», ha attaccato il ministro bosniaco del Commercio estero, Stasa Kosarac, fra i critici più agguerriti del progetto. Sulla stessa linea anche il politico bosniaco Sasa Magazinovic, presidente del Zeleni Klub, che in questi giorni ha riportato il caso al Parlamento di Sarajevo. Bisogna «impedire l'arrivo di rifiuti radioattivi e nucleari nel nostro cortile» di casa, ha rincarato. Se un terremoto avesse colpito un deposito già in funzione, ci sarebbero state «conseguenze significative sull'ambiente», ha ammonito anche la sismologa Snjezana Cvijic-Amulic. «Immaginate un camion pieno di rifiuti radioattivi che transita» non lontano da Petrinja «al momento del sisma», ha affermato anche il professore bosniaco Munir Jahic, citato dai media locali. Trgovska Gora non s'ha da fare, ha confermato infine la ministra serbo-bosniaca della Pianificazione spaziale, Srebrenka Golic. E se la Croazia non ascoltasse i timori della Bosnia? Allora l'unica via è premere sull'acceleratore per richiedere «un arbitrato internazionale», ha rilanciato un altro politico bosniaco, Jasmin Emric. Quest'ultima ipotesi sarebbe già sul tavolo del Consiglio dei ministri, a Sarajevo. Scelta realistica, anche perché la Croazia non sembra essere stata smossa dalle critiche bosniache. Le strutture esistenti nell'area del possibile futuro deposito «non sono state danneggiate» dal sisma e «l'accelerazione» del terreno provocata dal terremoto «è stata inferiore a quella registrata a Zagabria», ha assicurato il Fondo croato per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, incaricato di valutare se il sito è adatto. Ma al via libera manca ancora molto. «Se le indagini» idrogeologiche, geomorfologiche, ecologiche e sismologiche diranno che «il progetto non ha un impatto negativo sull'ambiente», solo allora sarà lanciata «la procedura per ottenere i permessi di costruzione», ha precisato l'agenzia di stampa croata Hina. Sempre che la Bosnia non dissotterri prima l'ascia di guerra e si opponga, una volta per tutte, a Trgovska Gora.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 26 gennaio 2021

 

 

Sbloccati a favore della Regione altri 242 ettari del Sito inquinato
Per le imprese le pratiche ambientali a Trieste e non più a Roma. Ex Aquila e Ferriera ancora nel Sin
La vicenda del Sito inquinato, che da 18 anni tormenta le imprese stanziate in Zona industriale, ha avuto una positiva accelerazione, anche se il risultato resta ancora parziale: il ministero dell'Ambiente, con un decreto firmato dal direttore generale Giuseppe Lo Presti, ha accolto la richiesta di ridefinire il perimetro del Sin, ampliando l'area di competenza regionale che per praticità chiameremo Sir. In questo modo la platea dei cosiddetti "piccoli operatori", invece che rivolgersi in via Colombo nella Capitale, potrà più rapidamente recarsi negli uffici dell'assessorato competente in via Carducci, dove la tempistica delle pratiche si è già rivelata meglio gestibile. L'asse di via Caboto, la zona a nord del Canale navigabile dove operano 150 ditte, le Noghere dovrebbero essere finalmente affrancate da un incubo che per quasi vent'anni ha limitato lo sviluppo aziendale. Attenzione: Roma ha dato sì a Trieste gli spazi modificando la planimetria, senza però accompagnarli con i quattrini, quegli 8 milioni che la Regione sperava di ottenere per le attività di caratterizzazione e di analisi di rischio. Per questo Fabio Scoccimarro, assessore all'Ambiente, esulta con riserva: bene che nel Sin siano rimaste le grandi partite della Ferriera e dell'ex Aquila, ma il successo sarà completato quando le competenze amministrative avranno anche il riscontro finanziario. Tanto più - insiste - che in occasione della conferenza di servizi del 5 agosto, il ministero aveva dichiarato che il decreto di riperimetrazione avrebbe tenuto conto del tema-risorse «prevedendo un regime transitorio». Regime transitorio di cui non v'è traccia nel decreto, cosicchè Scoccimarro è subito tornato in pressing sul dicastero, retto da Sergio Costa, richiedendo un'urgente video-conferenza «al fine di un chiarimento che consenta di proseguire nel risanamento e nel rilancio dell'area».Comunque, è già importante e non scontato il fatto che la gran parte delle imprese, finora impelagate in pluriennali procedure, possa più agilmente relazionarsi con la Regione. Il provvedimento ministeriale va nella direzione già imboccata all'inizio del 2018, quando, durante la presidenza Serracchiani, vi fu un primo scorporo di aree a favore della gestione regionale: allora si trattò di 75 ettari che attorniavano il Canale navigabile. Stavolta la Regione ne ha ottenuti un bel po' di più: parliamo di 242 ettari, che, sommati ai precedenti 75, portano a quasi 320 ettari il terreno governato da Trieste. Al vecchio Sito di interesse nazionale restano 192 ettari, concentrati nelle zone nevralgiche sulla costa (Ferriera ed ex Aquila, come si diceva).Quasi un anno fa, correva la fine di febbraio e si era già in clima pandemico, 16 imprese scrissero a Scoccimarro, chiedendo un forcing sul ministero allo scopo di ottenere un nuovo stralcio dal Sin. Firmarono tra gli altri Illy, Facau Immobiliare, Bruno Pacorini, Pittway, Java Biocolloid, Ortolan Mare (Samer), Coop Operaie (oggi l'edificio di via Caboto appartiene al gruppo Parisi).A esprimere soddisfazione per il decreto ministeriale anche il geologo Carlo Alberto Masoli, uno dei professionisti che ha seguito più da vicino le vicissitudini del Sin, avendo trovato anche un escamotage per realizzare lavori urgenti e inderogabili.

Massimo Greco

 

 

Centro rifiuti di Muggia in stallo «Roma in silenzio dal 2019» - l'alternativa in affitto già costata all'amministrazione 70 mila euro

MUGGIA. Non arriva ancora nessuna novità dal ministero dell'Ambiente sullo sblocco della piazzola ecologica di proprietà comunale, situata nella frazione muggesana di Vignano, chiusa da settembre del 2019. L'invio dell'ultima lettera da parte dell'Ufficio sviluppo energetico ed ecologia ambientale del Comune rivierasco, finalizzata a ottenere un riscontro sulla conclusione dell'iter ministeriale, risale al 24 dicembre. «Da agosto 2019 - spiega l'assessore all'Ambiente Laurea Litteri - il Comune ha inviato ben cinque note al ministero per poter chiudere il procedimento riguardante l'area nella quale si trova la piazzola ecologica, in modo da poter iniziare i lavori necessari alla sua sistemazione per poterla riaprire». La questione si pone in quanto, come ricorda Litteri, «trovandosi all'interno del Sito inquinato, dobbiamo avere l'approvazione del ministero per poter iniziare i lavori di adeguamento. Purtroppo dopo un anno e mezzo non abbiamo ancora avuto nessuna risposta».Si tratta di un'area non pavimentata, motivo per cui la Regione non ha rinnovato la concessione che 10 anni fa era stata data dalla Provincia. Nel frattempo, per le esigenze della cittadinanza, la piazzola ecologica è stata spostata in un'area in affitto, sempre nella frazione di Vignano, per la quale, come sottolinea l'assessore, «abbiamo speso finora circa 70 mila euro, ovviamente di denaro pubblico, mentre l'altra area sorge in un'area di proprietà del Comune, poco lontano, che quindi non ci costerebbe nulla». In questi anni, oltre alla richiesta di poter effettuare i lavori necessari a garantirne la riapertura, il Comune ha intrapreso tutte le procedure previste per poter svincolare l'area, con l'invio della documentazione necessaria già a fine 2017, ma da allora, come ebbe a lamentarsi Litteri lo scorso marzo, «non è mai stata convocata la Conferenza dei servizi, di nomina ministeriale, che deve analizzare i risultati delle analisi e decidere se l'area è inquinata oppure no». A giugno 2019, su richiesta del ministero, il Comune aveva ripetuto alcuni test i cui risultati erano rientrati nei limiti previsti dalla norma.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 25 gennaio 2021

 

 

Al via gli investimenti per la Parenzana regina dei cicloturisti
Percorso da 260 mila escursionisti l'anno, sarà ottimizzato grazie a finanziamenti per complessivi 34 milioni di euro
POLA. Dopo che nel 2020 la Croazia aveva ottenuto il massimo risultato dalla stagione turistica, compromessa in partenza dalla pandemia arrivando al 50% e anche oltre rispetto ai numeri dell'annata record del 2019, ora si stanno definendo le strategie per l'estate 2021, anch'essa segnata in partenza dal coronavirus. L'Ente turistico nazionale (Htz) è già all'opera per attirare quanti più turisti soprattutto in Istria, Quarnero e in Dalmazia che sono le colonne del settore. A tale scopo ha definito la campagna promozionale con uno slogan ispirato alla situazione attuale e nel contempo pieno di buoni auspici. Vale a dire "Croatia Full od New Beginnings" (Croazia piena di nuovi inizi). La promozione sarà articolata sulle principali piattaforme sociali come Facebook, Instagram, Twitter e Tik Tok con la tag #CroatiaWishList2021.

V.C.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 24 gennaio 2021

 

 

Le nove partite vicine alla svolta: da Barcola al Piano del centro storico
L'ex discarica da bonificare oltre Porto vecchio, le infrastrutture nell'antico scalo, piazza Sant'Antonio. E i cantieri privati
Sono nove le partite aperte che impegneranno in via prioritaria l'Urbanistica comunale negli ultimi mesi del terzo mandato Dipiazza. Alcune sono risolvibili nel breve periodo, altre sono destinate a spalmarsi in tempi medio-lunghi.I nove dossier, classificati dal direttore dipartimentale Giulio Bernetti, sono ripartibili in tre scaffali. Il Porto vecchio fa la parte del leone con 5 fascicoli: la bonifica di Barcola, il II lotto di infrastrutturazioni, la cabinovia-ovovia, l'accordo di programma da sottoscrivere insieme a Regione e Autorità portuale, il futuro del villaggio Greensisam. Poi abbiamo il Piano particolareggiato del Centro storico, che vedrà la luce tra inverno e primavera, e il restyling di piazza Sant'Antonio. Infine due grandi cantieri privati, l'ex Fiera (100 milioni) e l'ex Maddalena (40 milioni), che rappresentano, a velocità differenti, opportunità per ammodernare e rilanciare aree degradate del tessuto urbano semi-periferico. Nel Porto vecchio il Comune ha la possibilità di investire nell'arco di un paio d'anni quasi 15 milioni per infrastrutturare e risanare la zona, accrescendone valore e utilizzabilità. Una prima novità: dal novembre 2018 non si parlava della bonifica dell'ex discarica barcolana, "armata" da un finanziamento regionale di 5,5 milioni. Ora le notizie sembrano positive: il Comune presenterà il progetto definitivo, provvedendovi con un incarico esterno, chiamato a svolgere il compito entro le elezioni comunali (qualora si voti in primavera). Compiute la caratterizzazione e l'analisi dei rischi, elaborate le prescrizioni della Regione, riunita la conferenza dei servizi preliminare, adesso si può stringere verso la messa in sicurezza dei 90.000 metri quadrati del terrapieno, che si estende dagli ultimi magazzini del Porto vecchio verso le società nautiche. Bernetti pensa a una protezione costiera garantita da scogli e da cemento, mentre all'interno mezzo metro di terra "fresca" sarà gettato su un apposito tessuto. Questo lavoro bonificatorio potrebbe essere ultimato entro il 2023, in modo tale - ipotizza l'ingegnere - che le prime realizzazioni sportivo-ricreative, previste dalle linee-guida, sorgano nel 2025. Oltre alla bonifica, c'è bisogno di acqua-luce-gas-fogne per consentire al Porto vecchio di attrarre investitori. Il II lotto, finanziato nell'ambito dei 50 milioni stanziati dal ministero dei Beni culturali, progetta opere per 9 milioni di euro, che si svilupperanno dalla parte est del Magazzino 26 fino al varco del Silos lungo il muro confinario con la Stazione centrale: ma la gara è ancora ai blocchi, perché il parere della Soprintendenza tarda. L'auspicio è che l'iter si sveltisca, cosicché il bando sia lanciabile in febbraio. Della lentezza, con cui arranca l'accordo di programma Comune-Autorità-Regione per il governo di Porto vecchio, si sa già abbastanza, a cominciare dall'arrabbiatura del sindaco. Il destino del villaggio Greensisam, che vede il coinvolgimento della Regione intenzionata a trasferire i propri uffici in due dei cinque magazzini, è ancora tutto da precisare. Sui 40 milioni, per costruire la cabinovia-ovovia mare-Carso, la parola spetta all'organo decisore, ossia il ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Il Piano del centro storico ha ricevuto una quarantina di osservazioni, che adesso andranno vagliate. Una volta che siano più o meno recepite, il documento tornerà a fare il giro dell'oca tra circoscrizioni, giunta, Consiglio: Bernetti spera di saltarci fuori a marzo, per consegnare alla città un nuovo strumento pianificatorio a distanza di 41 anni dal precedente, che fu redatto da Luciano Semerani. Sempre nelle competenze dell'Urbanistica, rientra il "refresh" di piazza Sant'Antonio, sul quale è appostato 1 milione di euro da spendere durante l'anno. È l'ultima piazza da sistemare in centro (dopo Goldoni, Vittorio Veneto, Venezia, Libertà) e Dipiazza, poco desideroso di imbarcarsi in polemiche, ha disposto che la fantasia non andasse al potere: masegni sui due lati, un po' di arredo urbano e festa in duomo. Infine, i due disegni privati. Il più vicino a tramutarsi in realtà è l'ex Maddalena, 20.000 metri quadrati dove la Htm Nord Est dell'imprenditore veneto Francesco Fracasso si sta avviando a rogitare con il Comune per fare grande distribuzione, parcheggio, direzionale, residenziale (poco). Ancora indietro, seppure in annunciata ripartenza, la trasformazione ludico-commerciale-parking dell'ex Fiera a opera della carinziana Mid, pilotata da Walter Mosser.

Massimo Greco

 

Il presidente dell'Ordine degli architetti Bisiani chiede strategia e poi cita Amburgo come modello virtuoso
«Va bene che il Comune voglia velocizzare alcuni potenziali attori di sviluppo, come l'accordo di programma per Porto vecchio e il Piano del centro storico. Ma credo che sia opportuno non limitarsi alle singole azioni, ma mettere a punto una strategia generale, in grado di contestualizzare realizzazioni, identità, immagine della città. Riassumendo in un concetto, chiederei maggiore capacità di vision». E subito dopo Thomas Bisiani, presidente dell'Ordine degli architetti triestini, aggiunge: «Alzando l'asticella della qualità». Poi spiega cosa intenda sull'asticella qualitativa: «Per esempio, il Comune ha deciso di redigere il Piano del centro storico "in casa", senza coinvolgere professionalità esterne, e, trattandosi del centro più grande della regione, forse si sarebbero potute effettuare altre scelte». Un banco di prova decisivo è rappresentato dal governo di Porto vecchio: «Quale modello si vorrà individuare per gestire la trasformazione di quello spazio dopo le attività preparatorie preliminari - si chiede Bisiani -? In Europa abbiamo varie esperienze, una di quelle che ritengo più interessanti è Amburgo. Qui i pubblici poteri trattano con i promotori privati, che pagano l'area negoziata solo dopo l'ottenimento di tutte le autorizzazioni relative al progetto». «In questo modo - argomenta l'architetto - si ottengono due vantaggi, un buon progetto e il mantenimento dell'area in mano pubblica fino all'espletarsi dell'iter amministrativo». Un ragionamento andrà fatto anche in tema di semi-periferie e di periferie, sulle quali - completa Bisiani - «abbiamo meno cultura e meno esperienza». Ma l'obsolescenza di patrimoni immobiliari energivori e di vecchia ideazione richiede quei «rammendi urbani di cui parla Renzo Piano». La polverizzazione proprietaria non facilita gli interventi «meglio programmabili in contesti omogenei, come quelli dell'Ater, o soggetti a radicali trasformazioni come all'ex Fiera».

Magr

 

Parco del mare: un altro passo avanti - Al via la valutazione del piano Icop-Costa
Pronta la società che avvierà l'iter di analisi dei documenti tecnici, poi il lancio della gara
Si fa più vicina la gara europea per la realizzazione del Parco del Mare. In questi giorni la Camera di commercio ha trasformato Trieste Navigando, la partecipata che detiene la concessione sull'area, in Venezia Giulia Sviluppo Plus, la società incaricata di realizzare l'opera. Il primo compito della neonata Srl sarà affidare a una commissione di esperti l'analisi della proposta presentata in autunno dalla cordata Icop Spa, Costa Endutainment Spa e Iccrea BancaImpresa. Ottenuto il via libera della commissione, la società potrà lanciare il bando. Nel novembre scorso la Camera di commercio ha acquisito Trieste Navigando da Invitalia, rilevando con essa la concessione: un'operazione che alla Cciaa costerà in tutto un milione di euro, da pagarsi in quindici anni, senza interessi, a partire dal 2025. Quel contenitore societario, ormai di poco interesse agli occhi di Invitalia, è diventato nelle mani della Camera lo strumento con cui fare tutto il lavoro propedeutico alla costruzione dell'acquario che il presidente camerale Antonio Paoletti lotta per realizzare dal lontano 2004.All'articolo 3 dello statuto si legge infatti che «la società ha per scopo e sua finalità la realizzazione del progetto del Parco del Mare di Trieste come da provvedimento assunto dal Ministro dello Sviluppo Economico con Decreto di data 23 gennaio 2020». Dopo 17 anni di cambi di location lo statuto blinda il sito: l'opera, infatti, «è prevista nel comprensorio demaniale marittimo di Trieste denominato Porto Lido di cui alla concessione quarantennale rilasciata alla società da parte dell'Autorità portuale».La società ha inoltre tra i propri fini statutari anche «la promozione, programmazione, realizzazione ed eventuale gestione di strutture ed infrastrutture di interesse economico generale» legate alla "blue economy". Tra queste «acquari, approdi turistici e marine e stabilimenti balneari, parcheggi di pertinenza e strutture annesse». Tra le missioni della Srl c'è anche «svolgere attività di promozione per l'implementazione di flussi turistici verso la Venezia Giulia». Per lo svolgimento delle sue funzioni, precisa la Cciaa, Venezia Giulia Sviluppo Plus si avvarrà del personale camerale e delle aziende speciali e in house esistenti. Il primo compito, dicevamo, sarà avviare l'iter di valutazione della proposta avanzata nell'autunno scorso (dopo due anni di lavoro) dalla cordata composta da Icop Spa, Costa Endutainment Spa e Iccrea BancaImpresa. Icop, la società friulana che ha realizzato la Piattaforma logistica, mette in campo le sue competenze edilizie mentre Costa, gestore dell'Acquario di Genova, si candida a prendere in mano le redini del Parco. A Iccrea spetta il ruolo di forte investitore privato in un project financing da una quarantina di milioni in tutto (otto già accantonati dalla Cciaa, altri otto in arrivo dalla Regione).Ora Venezia Giulia Sviluppo Plus dovrà provvedere alla nomina della commissione di esperti che deve analizzare la proposta progettuale dal punto di vista della sostenibilità urbanistica, ambientale e finanziaria. Starà a loro sancire l'eventuale appropriatezza del progetto, oppure chiedere ulteriori approfondimenti. Quando anche questo passaggio fondamentale si sarà concluso, spetterà a Venezia Giulia Sviluppo Plus avviare l'iter per la predisposizione del bando europeo di evidenza pubblica per la presentazione di progetti per la realizzazione del Parco del Mare di Trieste. Al momento, l'unica proposta sul piatto è quella Icop-Costa-Iccrea, ma non è da escludere l'arrivo di ulteriori candidati.

Giovanni Tomasin

 

 

Tassa rifiuti alta ad Aurisina «Si ricicli di più o non cambia»
L'appello ai cittadini alla luce dell'audizione in commissione del gestore Isa «Differenziata ben al di sotto della media nazionale. Serve un cambio di rotta»
DUINO AURISINA. Migliorare decisamente la raccolta differenziata «altrimenti le tariffe della Tari non potranno scendere». È questo il forte appello alla popolazione con il quale si sono conclusi i lavori della Commissione Ambiente del Comune di Duino Aurisina, presieduta da Chiara Puntar, nel corso della quale c'è stata l'audizione di Giuliano Sponton, direttore generale della Isa - Isontina Ambiente, la società che opera nella gestione dei rifiuti per conto dell'amministrazione guidata dal sindaco Daniela Pallotta.«Non c'è alternativa per poter puntare a un calo della tassa sui rifiuti - ha spiegato con chiarezza Ponton, rispondendo alle domande degli esponenti del Comune, che nell'occasione si sono fatti portatori delle istanze della cittadinanza - se non quella di sensibilizzare tutti a una maggior attenzione alla differenziata».Il direttore della Isa ha presentato a corredo alcuni dati che non lasciano spazio a interpretazioni: nel 2020 la raccolta differenziata a Duino Aurisina è stata del 51,55%, con un miglioramento dello 0,8% rispetto all'anno precedente. Un miglioramento assai esiguo, che è poca cosa se rapportato alla media nazionale: nell'ultima relazione diffusa dall'Ispra, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e relativa al 2019, la media nazionale della differenziata aveva raggiunto quota 61,3% risultando in crescita. In altre parole, la fotografia della situazione attuale di Duino Aurisina non permette una programmazione che possa puntare alla riduzione di una tassa come quella riferita alla gestione dei rifiuti che, è bene ricordarlo, per legge va interamente riversata sui cittadini. Come valori assoluti, a Duino Aurisina la raccolta differenziata è stata di 2.477.642 chilogrammi nel 2017, di 2.666.612 nel 2018, di 2.793.126 nel 2019 e di 2.768.908 lo scorso anno. «Introdurre il porta a porta sul secco che è la frazione più costosa della raccolta - ha suggerito Sponton - migliorerebbe il rendimento, ma non porterebbe a una riduzione complessiva dei costi, perché si compenserebbe con il maggior costo per il porta a porta stesso». E quando il sindaco Pallotta ha riferito delle proteste dei cittadini «che arrivano al Comune per la qualità del servizio», il direttore Isa ha risposto che, «ogni qual volta ci viene riferito di problematiche, provvediamo immediatamente». L'assessore Massimo Romita ha ricordato che «Duino Aurisina sconta anche il fatto di essere, in tempi normali, un comune a forte presenza turistica, il che significa avere una produzione di rifiuti maggiore rispetto ad altre realtà, dovuta ai turisti in transito». Il vicesindaco nonché assessore ai Tributi Walter Pertot ha sostenuto a sua volta che «nel 2018 abbiamo dovuto aumentare di molto la Tari perché la precedente amministrazione non l'aveva adeguata in proporzione al lievitare dei costi negli anni precedenti». In chiusura, Sponton ha spiegato che «al nostro arrivo come concessionari del servizio non cerano i contenitori per il verde, che oggi invece sono presenti, e comunque per il verde è attivo uno specifico centro di raccolta. I cittadini poi possono richiedere il servizio di asporto del verde stesso pure a domicilio».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 23 gennaio 2021

 

 

Verdi e Legambiente in campo per tutelare i platani del Boschetto
Il primo di una serie di itinerari green all'imbocco di Viale al Cacciatore
Una ricognizione più breve del previsto quella di ieri pomeriggio in rione San Giovanni: il maltempo non è stato di aiuto al gruppo "Trieste Verde" dei Verdi di Trieste, radunatosi nei pressi della rotonda del Boschetto per inaugurare un ciclo green di itinerari urbani. Al centro dell'attenzione il verde pubblico che si estende su tutto il rione abitativo, ma nello specifico il filare di platani che sovrasta tutta la lunghezza di via Pindemonte, alcuni esemplari dei quali risultano «trascurati nella loro fisiologia». All'incontro organizzato dai Verdi ha preso parte anche Legambiente, promotrice nella fattispecie di una richiesta ufficiale per la tutela di alberi monumentali. «La salvaguardia e il riconoscimento di tutto il viale è necessario specialmente per i platani più antichi, quelli che presentano una circonferenza compresa fra i quattro e i 5,5 metri», ha spiegato Roberto Larosa, riferendosi con particolare attenzione ai quattro esemplari che sorgono vicino alla rotonda all'ingresso di Viale al Cacciatore. La segnalazione fatta al Comune secondo procedimento di legge ad hoc, se accolta, consentirebbe infatti all'accesso di fondi pubblici per il miglioramento dell'habitat circostante gli stessi alberi e permetterebbe inoltre di avviare interventi di riqualificazione in tutta l'area. L'obiettivo è dunque quello di restituire alla città l'antica porta del Boschetto, «quasi del tutto cementificata e oggi irriconoscibile», e ripristinare l'importanza e il pregio di quegli alberi che, in evidente stato di trascuratezza, si ergono in aiuole ridotte al margine del colletto della strada. «Ciò comporta che queste piante non possono avere rispettata la loro fisiologia -ha sottolineato Larosa- ma anche le rispettive funzioni di assorbimento d'acqua e nutrimento del suolo». Nonostante il maltempo e il distanziamento obbligato hanno partecipato all'iniziativa una cinquantina di cittadini; presente anche Alessandra Richetti, presidente della Sesta circoscrizione.

Stefano Cerri

 

 

La raccolta differenziata passata dal 38% al 44% nel giro di quattro anni - Resta il nodo ingombranti - la situazione
La crescita fra 2016 e 2020. Lo scorso anno AcegasApsAmga ha dovuto recuperare 443 tonnellate di materiali lasciati in strada
Il Comune può complimentarsi con i propri cittadini per aver incrementato in quattro anni, dal 2016 al 2020, la produzione di raccolta differenziata dei rifiuti, passando dal 38% al 44%. Allo stesso tempo deve però anche bacchettare la comunità per l'abbandono dei rifiuti ingombranti per strada. AcegasApsAmga, che per conto del Municipio esegue il servizio di ritiro, è tranchant. Il fenomeno resta costante e anzi aumenta. Questo, nonostante le iniziative e i servizi messi a disposizione dei cittadini. Basta ricordarne solo alcuni: Sabati ecologici, RiCreazione e Operazione recupero. Tuttavia elettrodomestici, mobili e materiali edili spuntano ogni giorno tra un marciapiede e l'altro. Una discarica diffusa che però sul bilancio annuale del Comune pesa. Dal 2015 viene automaticamente stanziata infatti, sulla base dei dati di sei anni fa, una quota fissa di 500 mila euro per la raccolta extra di ingombranti da parte di AcegasApsAmga. «Queste risorse potrebbero essere utilizzate in modo molto più utile per migliorare l'igiene pubblica - osserva Luisa Polli, assessore all'Ambiente della giunta Dipiazza -, in primis per garantire passaggi più frequenti per lo svuotamento di cassonetti e cestini». Nel 2020 sono state lasciate su strada 83 tonnellate in più di rifiuti ingombranti rispetto al 2019 (443 contro 360), che si sono tradotte in 35.553 ritiri contro i 28.848 dell'anno precedente: una media di 100 al giorno. Da viale Campi Elisi a via Piccardi, non c'è distinzione, perché gli scarti si registrano in tutta la città in modo omogeneo. Si segnalano però alcuni posti "preferiti" dai chi abbandona tali rifiuti, in prossimità di isole ecologiche stradali e in determinate vie. Eppure, l'utenza virtuosa esiste. Basta dare un'occhiata ai dati che raccontano di quanti fruiscono del ritiro a domicilio completamente gratuito, contattando il numero verde 800955988, una delle due modalità attraverso cui conferire correttamente i materiali ingombranti. Seguendo il primo percorso, tra il 2019 e il 2020 c'è stato un incremento di richieste: da 16.597 a 21.761. L'altro modo per non inquinare l'ambiente è il trasporto dei materiali ingombranti da parte del cittadino nei quattro centri di riferimento: in via Carbonara 3, via Giulio Cesare 10, via Valmartinaga 10 e strada per Vienna 84/a. E anche qui, nonostante la chiusura delle aree nel periodo di lockdown, non c'è stata una drastica riduzione degli accessi, ma piuttosto un incremento di rifiuti consegnati. Nel 2019 erano stati 140.341 gli ingressi da parte degli utenti, che avevano conferito 2.307 tonnellate di materiali ingombranti (corrispondenti al 20,51% dei rifiuti conferiti nel centro di raccolta). Nel 2020 si parla invece di 139.110 accessi e di 2.413 tonnellate di rifiuti (il 22,23% del totale nel centro di raccolta). La partecipazione della collettività non è mancata nemmeno ad alcune iniziative messe in campo da AcegasApsAmga, come i Sabati ecologici, che prevedono dei centri di raccolta mobili che si spostano tra i rioni. Anche se gli appuntamenti sono stati ridotti quest'anno, sono stati 789 gli accessi nel 2020 (925 nel 2019) con 48,8 tonnellate di materiali raccolti, di cui 27,5 solo d'ingombranti (90 tonnellate nel 2019, di cui 47 solo di ingombranti). C'è poi RiCreazione della onlus "Oltre Quella Sedia", un progetto di recupero creativo che consente una nuova vita a oggetti di scarto grazie al lavoro di ragazzi diversamente abili che collaborano con l'associazione. Restano però ancora dei miti da sfatare. Due su tutti. Se sentite «i rifiuti abbandonati vicino ai cassonetti verranno ritirati durante i normali giri di raccolta», sappiate che non è vero. Si tratta di rifiuti che non seguono la stessa filiera della raccolta stradale e devono quindi essere conferiti con altre modalità. E se poi qualcuno suggerisce: «Abbandona gli oggetti ancora integri vicino ai cassonetti per permettere ad altre persone di recuperarli e utilizzarli», anche questo non corrisponde a un comportamento corretto. L'abbandono di materiali in strada è vietato e può essere sanzionato dalle autorità. È meglio quindi rivolgersi ad associazioni che raccolgono oggetti in buono stato per donarli a persone bisognose. Nel caso del vestiario, sono disponibili i contenitori gialli stradali.

B.M.

 

Installati i nuovi contenitori hi-tech per i rifiuti
Possono accumulare una quantità di materiale cinque volte superiore ai cestini normali grazie al compattatore interno
Nell'arco di una settimana richiedono solo una vuotatura anziché 14, favorendo così la riduzione delle emissioni di co2. In più, sono autonomi grazie alla luce solare. Si chiamano "bigbelly" e sono dei contenitori di rifiuti che il Comune con AcegasApsAmga ha installato in via sperimentale in due punti di piazza della Borsa. Il periodo di prova non si è ancora concluso, ma se «dopo un adeguato monitoraggio, verrà rilevato un risparmio dei costi - sottolinea l'assessore all'Ambiente del Comune, Luisa Polli - ne verranno installati altri due nelle zone più critiche, ad esempio in via Torino». Il sistema permette un solo passaggio settimanale grazie al compattatore che si trova all'interno e che riduce i rifiuti raccolti. In questo modo viene assicurata una capienza pari a un quantitativo di materiale cinque volte superiore rispetto ai normali cestini. Ma i cambiamenti, all'insegna di una maggiore funzionalità, sono arrivati anche per quei cestini che ricordano un po' un tulipano. Sono quelli color grigio scuro, in ferro a strisce. Su 550 totali, 70 sono stati dotati di un coperchio con dei buchi «affinché i rifiuti non si accumulino e quindi non fuoriescano», spiega Polli, che aggiunge: «Sono stati utili soprattutto in questo periodo, in cui l'asporto nei bar ha inciso sul numero di rifiuti in città». Il percorso virtuoso in campo ambientale beneficia anche di nuove risorse economiche, 240 mila euro, che hanno rimpinguato per la prima volta alla fine di quest'anno il bilancio comunale. «Si tratta di denaro derivante dalla cosiddetta indennità di disturbo - spiega Polli -: in base a una legge nazionale, ho chiesto che venisse ripristinata quella a livello regionale in modo che quei rifiuti che arrivano da altre parti d'Italia e che AcegasApsAmga conferisce nel nostro inceneritore siano sottoposti a una tassazione». C'è poi l'occupazione del suolo pubblico dei contenitori, per altri 110 mila euro, sempre a beneficio del bilancio comunale, che «aumentano grazie agli incrementi previsti dall'Istat», rileva Polli. L'argomento rifiuti, però, potrebbe portare anche delle novità negative, su cui pure l'Anci è intervenuta. Il decreto 116 del 2020 ha apportato significative modifiche al Codice dell'Ambiente, con importanti implicazioni sull'organizzazione del servizio di gestione dei rifiuti urbani. «Questa novità potrebbe portare forti ripercussioni sulla Tari delle utenze domestiche - osserva Polli -, creando confusione con quelle aziendali. Attendiamo un tavolo tecnico nazionale sul tema per capirne di più».

Benedetta Moro

 

 

Ferriera, abbattuta una torre - Una nube nera invade Servola
Demolito un pezzo dell'impianto di caricamento che alimentava di carbone il vecchio altoforno - La bagnatura preventiva non ha evitato un polverone
Proseguono in maniera ininterrotta i lavori di demolizione della Ferriera. Dopo le demolizioni delle parti presenti alla base della struttura che domina il rione i Servola e il vallone verso Muggia dal lontano 1896, nella mattinata di ieri è stata abbattuta la torre del nastro di caricamento dell'altoforno, ovvero il sistema che permetteva di alimentarlo tramite il carbone per produrre il cock. Un'operazione della durata di pochi minuti, successiva alle manovre preliminari che hanno riguardato la liberazione delle parti sottostanti e l'irrorazione di una quantità considerevole di acqua per bagnare gli impianti e il suolo. Ciononostante l'abbattimento ha sollevato un'immensa nuvola di polvere di carbone che ha invaso le case dell'abitato di Servola. Un deciso colpo di coda della Ferriera che non avrà fatto felice chi aveva scelto proprio la mattina di ieri per stendere i panni alla finestra. Per contenere il più possibile la diffusione delle polveri conseguenti alla caduta dei manufatti siderurgici, fa sapere l'assessorato regionale all'Ambiente, si procede ad abbattere le strutture senza usare dinamite o esplosivi come accaduto in passato per dismettere impianti simili in Italia. Le procedure di demolizione proseguono secondo le regole previste dall'Accordo di programma, anche se non c'è ancora una vera e propria autorizzazione sull'abbattimento da parte del Ministero dell'Ambiente che, tuttavia, osserva da vicino la situazione e ha richiesto un monitoraggio costante sulle operazioni di smantellamento che, inevitabilmente, stanno originando un nuovo tipo di inquinamento, anche se circoscritto e temporaneo.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - VENERDI', 22 gennaio 2021

 

 

Legambiente segnala 4 alberi monumentali presso la Rotonda del Boschetto, che il Comune e la Regione devono tutelare secondo la normativa esistente
E’ noto ormai che le azioni di tutela, di valorizzazione e sviluppo del verde urbano sono fondamentali nel quadro delle misure di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici. Gli alberi svolgono la funzione importante di assorbimento della CO2 responsabile dell’effetto serra, di assorbimento di particelle inquinanti, di termo-regolazione e di drenaggio delle acque.
Con questa premessa Legambiente ha inviato in questi giorni al Comune di Trieste le schede di segnalazione relative a quattro Platani monumentali per dimensioni (da 4 a 5,5 m di circonferenza) e dell’intero filare di cui fanno parte, costituito da circa trenta Platani, valutabili per il pregio paesaggistico e storico-culturale nel loro insieme. La segnalazione degli alberi si collega alle proposte di riqualificazione di tutta l’area, frutto della progettazione partecipata condotta insieme alla VI Circoscrizione. E’ infatti necessario liberare le radici ora coperte da manto impermeabile e cordoli di pietra, per consentire l’assorbimento dell’acqua e dei nutrienti, ma ciò non può essere fatto albero per albero, bensì con una riqualificazione complessiva. Legambiente chiede quindi un intervento che coinvolga tutta l’area circostante, affinchè possa tornare ad essere la Porta del Boschetto e costituire un primo esempio di intervento volto a incrementare la quantità e la connettività della superficie verde in città, come indicato dalle norme in materia, a partire dalla Legge 10 del 2013.

Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste
 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 22 gennaio 2021

 

 

Il cantiere dell'ex Fiera esce dal lungo letargo e riprende la sua marcia
Seppur con un ritardo di due anni rispetto al cronoprogramma, ripartono i lavori avviati dall'austriaca Mid per realizzare un moderno centro commerciale
Vuoi l'effetto Covid, vuoi la scoperta dell'amianto, vuoi le complicazioni legate alla burocrazia. Fatto sta che il cantiere dell'ex Fiera viaggiava a una velocità ben diversa da quella che era stata prospettata dal patron della carinziana Mid, Walter Mosser, quando il 14 novembre 2017 presentò il programma di rigenerazione urbana insieme al sindaco Roberto Dipiazza nel Salotto azzurro. Mosser aveva acquistato la grande area in disarmo nell'aprile dello stesso anno. Allora l'aspettativa era di inaugurare entro il 2021 il nuovo assetto Revoltella-Rossetti-Settefontane-De Gasperi disegnato dall'architetto monfalconese Francesco Morena sulle macerie della sede espositiva: il nuovo orizzonte temporale, aggiornato ieri dallo stesso Morena e dal manager della Mid Armin Hamatschek, vede l'autunno 2023 come punto di caduta inaugurale del polo ludico-commerciale-parking.Un ritardo ormai ufficializzato di due anni. Ma, e questa è la notizia di oggi, il cantiere ha ripreso a marciare spedito. Il piano resta lo stesso: 100 milioni di investimento su una superficie di 24.000 metri quadrati, che dovrebbe dare lavoro a 200 occupati e che potrebbe attrarre un bacino d'utenza di oltre 400.000 persone. Le varie proposte di parcheggio consentiranno la sosta a 1500 vetture. Una novità, accennata assai genericamente da Hamatschek come «una sorpresa», riguarderà uno spazio-divertimenti definito "futuristico", sul modello dei parchi tematici diffusi negli Stati Uniti. Come detto, dopo un lungo letargo, il progetto, fermo allo strip-out di infissi e serramenti che hanno trasformato l'ex Fiera nella quinta filmica di un bombardamento, adesso ha ripreso una marcia che batterà il passo attraverso tre fasi. Innanzitutto Morena e Hamatschek garantiscono che è imminente la richiesta del permesso di demolizione al Comune, con un probabile avvio dei lavori in marzo: demolizioni annunciate per la verità oltre un anno fa. Un po' come la festa della birra, fissata prima nell'autunno 2019, poi nella primavera 2020. A seguire, la presentazione del cosiddetto Piano attuativo - la riverniciatura del vecchio "particolareggiato" - determinante per cominciare a costruire tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022. In Comune però non sono così sicuri che l'attività di demolizione possa prescindere dal Piano attuativo, anticipandolo: si tenga presente che andranno abbattuti 130.000 metri cubi di cemento, cui seguirà uno scavo da 90.000 metri cubi da smaltire, una combinazione ambiente-trasporti da non sottovalutare in un quartiere densamente popolato. Hamatschek è convinto che il rallentamento non influirà sul reclutamento degli operatori interessati a insediarsi negli spazi dell'ex Fiera: anzi, un primo "casting" è offerto da una trentina di commercianti attivi a Tavagnacco, dove Mid ha ammodernato il centro commerciale Friuli, investendovi una trentina di milioni. Finanziamenti perfezionati, affittuari contrattualizzati, progetto esecutivo delle cosiddette opere organizzative (dai sottoservizi alle rotatorie) completata la riqualificazione del rione sembra insomma aver messo qualche ferro in acqua. Seppur piano piano.

Massimo Greco

 

Ma più che sui negozi gli abitanti scommettono su aree verdi e parcheggi
La speranza dei residenti è che l'operazione rilanci una zona popolosa ma poco valorizzata «Da troppo tempo il comprensorio è in stato di abbandono. È il momento di voltare pagina»
Giardini, aree gioco per i bambini, parcheggi in abbondanza e spazi di aggregazione. Sono alcuni dei desideri che residenti ed esercenti della zona sperano siano esauditi con la realizzazione del nuovo centro commerciale. E c'è chi comunque si ritiene contento anche per la sola riqualificazione annunciata, dopo anni di abbandono e degrado che caratterizzano l'ex fiera. «In realtà i grandi spazi commerciali non mi piacciono molto, perché si rischia di ammazzare i negozi più piccoli, però - commenta Manuela Carocci, residente nella zona -. Bisogna ammettere che sono comodi, visto che entrando c'è un po' di tutto e sicuramente sarà utile a chi abita qui e al momento non trova poi molto da comprare. Speriamo che, insieme alla ristrutturazione degli edifici, curino però anche i marciapiedi vicini, malandati, e magari creino qualche area verde. Sul piazzale che c'è ora, sono rimasti solo pochi alberi, e sarebbe bello poter contare anche su un bel giardino». «Almeno sistemeranno tutto quel comprensorio che si trova così mal messo - aggiunge Franco Celzi -. Vivo qua vicino da pochi anni e l'ho sempre visto in queste condizioni, mi piacerebbe poter assistere presto a un cambiamento radicale». Molti ricordano come il grande supermercato Lidl, inaugurato qualche anno fa poco distante, abbia rivitalizzato la zona. «E credo che anche un nuovo centro commerciale potrebbe dare una spinta in più a questa parte della città, che - racconta Ezio Stefani -. Prima dell'insediamento del market la zona era degradata. Adesso c'è un bel via vai». Pensiero simile per Alessandro Sila, anche lui residente in zona. «Credo sia un bel progetto - dice -. Non servirà spostarsi troppo per fare acquisti, ma funzionerà solo se avrà negozi e servizi nuovi, magari diversi da quelli già presenti in alcuni centri commerciali di Trieste che al momento sono mezzi vuoti». Anche al bar Wayra, in viale Ippodromo, punto di riferimento per tanti cittadini tra caffè e tabacchi, guardano di buon grado alla novità. «Basta che comincino presto con i lavori - puntualizza Maurizio Godnic -. Per ora hanno fatto tante demolizioni ma non si nota ancora nulla di concreto. Da quanto si sente il progetto dovrebbe essere bello e funzionale, anche perchè vicino al raccordo autostradale. Penso possa portare lo stesso movimento che sta creando il nuovo supermercato. Sono qui da 35 anni e finalmente ci sono segnali di rinascita. Credo che il centro avrà successo - prosegue - se non ci inseriranno un altro market. Mentre ho sentito che ci sarà un'area fitness, che a mio parere è un'ottima idea. E mi auguro anche un bel parco giochi per i bambini e del verde. E soprattutto parcheggi, tanti». Secondo Danica Zanko, che lavora sempre all'interno dello stesso bar, sarà un aiuto anche ai tanti anziani che vivono nella zona. «E qui sono veramente molte le persone in là con gli anni - ricorda - che non si recano in centro ma preferiscono rimanere nei dintorni per le spese. Per loro sarà sicuramente una valida opportunità per trovare punti vendita e servizi utili alla quotidianità». Secondo alcuni genitori che vivono nei condomini Ater affacciati su piazzale de Gasperi, servono anche ambienti e negozi per i più piccoli. «Come un'area attrezzata per i bambini - suggeriscono alcune mamme - ma anche giocattoli, abbigliamento e spazi di aggregazione pensati per tutte le età».

Micol Brusaferro

 

 

Porto vecchio, slitta la firma dell'accordo di programma
Il dirigente regionale non si è presentato alla riunione decisiva fra uffici - L'ira di Dipiazza: «Voglio una data». Fedriga rassicura: «Si chiude a giorni»
L'Accordo di programma sul Porto vecchio slitta ancora e il sindaco Roberto Dipiazza perde le staffe. Si è tenuto ieri l'incontro degli uffici di Comune, Autorità portuale e Regione per le ultime limature del patto che dovrebbe dar il via allo sviluppo effettivo dell'area, e soprattutto all'apertura agli acquirenti privati. Gli uffici regionali, però, non si sono presentati, suscitando l'irritazione del primo cittadino, che ha tirato in ballo i vertici regionali per porre rimedio: «Ora mi parlano del 15 febbraio - dice Dipiazza -, ma io voglio al più tardi il primo del mese, così mi fanno un regalo di compleanno». Il presidente regionale Massimiliano Fedriga dal canto suo rassicura il sindaco e anticipa ancora: «Conto di firmare l'accordo a giorni».Per gettar luce sull'impiccio è il caso di ripercorrere le tappe della vicenda. Era il dicembre dell'ormai lontano 2019 quando Dipiazza, Fedriga e il presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino firmarono un "pre-accordo", inclusivo della bozza di statuto del Consorzio Ursus (l'ultima incarnazione della società di gestione per lo sviluppo dello scalo) e di un cronoprogramma. Secondo quest'ultimo documento, la firma dell'accordo sarebbe dovuta arrivare nell'aprile del 2020, sancendo così la variante al piano regolatore comunale, passaggio imprescindibile per iniziare a integrare l'area al centro urbano e a vendere i palazzi agli acquirenti privati. In Italia gli annunci son spesso smentiti, e com'è noto il 2020 non è stato un anno tra i più semplici. Tanto la Regione quanto il Comune hanno dovuto concentrare le loro energie su ben altre sfide e il procedimento per lo sblocco dell'area è finito per qualche mese in secondo piano. Dall'autunno, però, le cose hanno cominciato ad accelerare, soprattutto dopo l'annuncio della Regione di uno stanziamento da 26 milioni volto all'urbanizzazione dell'area e all'acquisto di due magazzini, 2 e 4, da destinare a nuova sede dell'ente. Nel frattempo la data della firma veniva posticipata di mese in mese, e l'ultima deadline era l'inizio di gennaio: il Comune era in attesa del responso definitivo della Soprintendenza. Superato in questi giorni anche quello scoglio, la riunione di ieri doveva chiudere gli ultimi punti tecnici rimasti aperti. Peccato però che ieri mattina mancasse all'appello l'esponente della Direzione centrale infrastrutture e territorio della Regione. Preso atto dell'assenza (rivelano diversi testimoni oculari e auricolari) il sindaco è esploso in una sfuriata di prima magnitudo. Conferma Dipiazza: «Temo di aver perso un po' la pazienza, ma gli uffici regionali hanno in mano le carte del pre-accordo ormai da un anno, non è possibile che a questo punto la procedura non sia conclusa. Ho telefonato al presidente Fedriga e all'assessore regionale Pierpaolo Roberti chiedendo loro di risolvere il problema. Ora dagli uffici mi parlano del 15 febbraio, ma io dico il primo del mese. Qui non stiamo parlando del mio umore, parliamo del futuro della città». Dall'altro lato di piazza Unità la notizia ha colto di sorpresa più di qualcuno. Tra gli stessi leghisti triestini c'è chi vede il ritardo come una prova di poca attenzione dell'assessorato guidato da Graziano Pizzimenti verso il capoluogo. Ma il presidente Fedriga rassicura Dipiazza: «Il 15 febbraio? Oggi sono stato impegnato con le sentenze del Tar, ma mi dicono che lunedì le carte sono pronte. E son pronto a firmare l'accordo a giorni».

Giovanni Tomasin

 

 

Zagabria non attende la Slovenia e blinda la sua zona in Adriatico
Ok dal Parlamento, l'area economica esclusiva in vigore da febbraio. I timori della vicina Repubblica
ZAGABRIA. La Croazia segue la sua tabella di marcia. La Zona economica esclusiva (Zee) in Adriatico, come annunciato dal ministro degli Esteri Gordan Grlic Radman e dal responsabile della Farnesina Luigi Di Maio durante la sua visita a Zagabria il 30 novembre scorso, sarà proclamata ufficialmente il prossimo 1 febbraio. Nonostante il summit trilaterale di Trieste di fine dicembre tra i capi delle diplomazia di Italia, Croazia e Slovenia. Nonostante le ritrosie e le paure (giustificate) di Lubiana. L'ultimo step nazionale è stato superato ieri con la benedizione del Sabor (Parlamento croato) al progetto. Dunque per Zagabria si parte.«Nel diritto internazionale, si definisce zona economica esclusiva la porzione di mare adiacente alle acque territoriali, che può estendersi fino a 200 miglia dalle linee di base dalle quali è misurata l'ampiezza del mare territoriale. Istituita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, la zona economica esclusiva diviene effettiva a seguito della sua formale proclamazione da parte dello Stato costiero. Rispetto a essa, lo Stato costiero è titolare di diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse ittiche; ha inoltre giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, nonché in materia di ricerca scientifica marina e protezione dell'ambiente, e può adottare leggi e regolamenti in molteplici settori (come il rilascio di licenze di pesca e per la determinazione delle specie e delle stagioni di pesca). Lo Stato costiero non può tuttavia impedire agli altri Stati la navigazione e il sorvolo della zona economica esclusiva, come pure il suo utilizzo per la posa di condotte e cavi sottomarini». Così l'Enciclopedia Treccani la definisce. E ieri al Parlamento croato è stato approvato l'emendamento alla legge che aveva già dato il via libera alla Zona ecologica esclusiva il 18 dicembre scorso . Mancava solo di indicare la data dell'entrata in vigore, ossia l'1 febbraio del 2021.A quanto si era stabilito a Trieste la proclamazione della Zee dovrebbe avvenire contemporaneamente tra Italia e Croazia. In quella sede il ministro degli Esteri Grlic Radman aveva spiegato che i colloqui tra gli esperti sulla delimitazione delle aree con l'Italia inizieranno dopo la loro proclamazione congiunta. Zagabria si aspetta che si applichi un confine marittimo temporaneo fino all'accordo, in conformità a quanto stabilito tra Italia ed ex Jugoslavia nel 1968. Dopo aver ricordato il summit trilaterale di Trieste, ieri in Parlamento il ministro degli Esteri, Grlic Radman ha annunciato che la prima riunione della trilaterale a livello di gruppo di esperti si terrà il 29 gennaio prossimo tramite videoconferenza. L'incontro fornirà la base e sarà una sorta di preparazione per il lavoro su singole proposte e programmi a livello di esperti, al fine di convocare una riunione trilaterale a livello ministeriale a marzo. E la Slovenia? La Slovenia rischia di fare la fine dei manzoniani vasi di coccio fra vasi di ferro. Non ha la possibilità di dichiarare una zona esclusiva in quanto i suoi confini marittimi non hanno accesso alle acque internazionali. In primis Lubiana teme che la Croazia abusi del diritto di poter ispezionare le navi nel territorio croato se si dovessero riscontrare violazioni delle leggi marittime e soprattutto inquinamento ambientale. Questo rallenterebbe i traffici da e per il porto di Capodistria che potrebbe pagare con la perdita di importanti toccate che verrebbero sicuramente deviate verso i più veloci lidi dello scalo di Trieste. E poi resta il quesito dei quesiti, ossia la definizione del confine marittimo tra Slovenia e Croazia dopo che Zagabria ha disconosciuto i lavori e la sentenza del Tribunale dell'Aja relativi all'arbitrato internazionale tra i due Paesi. Qualcosa del genere «non è ancora accaduto», aveva detto a Trieste Grlic Radman sui timori sloveni relativi ai controlli, ma non aveva detto che «non accadrà mai».

Mauro Manzin

 

 

Le reazioni su A2A - Ambientalisti spaccati sul futuro della centrale

Le associazioni ambientaliste sembrano spaccate sulla bontà della proposta di A2A di riconversione della centrale termoelettrica. Se FareAmbiente la promuove, per Legambiente regionale e locale non c'è nulla di "green" nel progetto, giudicato inoltre «in netto contrasto con le indicazioni dell'Ue, che prevede la neutralità climatica al 2050». Per Legambiente sono molti i punti deboli della proposta. A iniziare da una "decarbonizzazione" che per essere reale non può giustificare la riproposizione di una centrale a gas naturale di 850 megawatt, quando nella vicina Torviscosa ce n'è un'analoga sottoutilizzata. «L'ipotizzata produzione di idrogeno è poi poco più di una presa in giro, se la fonte sono i combustibili fossili: non c'è alcun beneficio in termini di riduzione di CO2, anzi», sempre Legambiente. E la Commissione europea si è espressa in materia a luglio, secondo l'associazione, che rileva come l'occupazione sarà poi di poche decine di addetti. «La nuova centrale non trova giustificazioni», aggiunge Legambiente, che addebita una situazione «priva di visione per un futuro di sostenibilità» ad A2A, «disinteressata nel proporre scelte innovative», ma anche a Regione e organizzazioni sindacali, pur comprendendone la preoccupazione per l'occupazione. «Nonostante la dichiarazione dell'amministrazione di escludere ogni ipotesi di polo energetico in città espressa a inizio mandato anche con atto amministrativo - conclude l'associazione -, oggi le dichiarazioni del sindaco sembrano andare in tutt'altra direzione, con aperture preoccupanti ad A2A». FareAmbiente parla invece di "svolta green", definendo «fondamentale il dialogo tra amministrazioni, azienda, territorio e parti sociali, per definire il miglior percorso sia ambientale sia dell'occupazione e sviluppo». Importante «l'attenzione del sindaco di Monfalcone a tutela degli interessi del territorio e dei cittadini e l'apertura a un progetto integrato», dice Giorgio Cecco, coordinatore regionale di FareAmbiente e referente per le tematiche ambientali di ProgettoFvg. «Dobbiamo sfruttare le opportunità di sviluppo più ecologico, tenendo il tessuto produttivo», evidenzia Alice Tessarolo sempre di FareAmbiente.

LA. BL.

 

 

Infrastrutture - Si accende la partita per elettrificare le banchine
L'Authorithy ha in progetto l'elettrificazione delle banchine dei porti di Trieste e Monfalcone. Ma è ancora aperto il nodo su chi fornirà l'energia. «Abbiamo iniziato a parlare con Terna per l'energia perchè non abbiamo la capacità di fornirla - precisa il presidenbte D'Agostino - e la stessa Terna dice che la centrale termoelettrica di Monfalcone, una volta riconvertita da A2A, può diventare fondamentale in questo progetto».Non ci sono però in coso trattative tra Autorità di sistema e A2A e non ci sono stati nemmeno incontri dopo l'annuncio della riconversione degli impianti a metano e idrogeno dal 2024. «La fonte dell'energia potrà essere anche quella di Monfalcone - conclude il presidente - dipende se sarà effettivamente green. Dobbiamo tenere presente il costo ambientale, non possiamo trasferire in porto la produzione di energia da fonti inquinanti come il fossile».

 

 

Supertreno per Venezia, c'è il commissario
Il governo sceglie Vincenzo Macello, responsabile Direzione Investimenti Rfi, per gestire la linea ferroviaria veloce da Trieste
Trieste. Sarà Vincenzo Macello, responsabile della Direzione Investimenti di Rete ferroviaria italiana, il commissario per la velocizzazione della tratta Trieste-Venezia. Ieri il governo ha inviato al Parlamento la lista dei commissari designati per accelerare la realizzazione di 59 grandi opere. Ma l'indicazione di Macello non risolve la mancanza di buona parte degli oltre due miliardi necessari a far viaggiare più rapidamente i treni fra Trieste e lo snodo di Mestre. Al momento risultano stanziati soltanto 200 milioni, ma altre risorse potrebbero arrivare nei prossimi mesi grazie al Recovery Plan. Il commissariamento dei lavori era stato previsto dai decreti Semplificazioni e Sblocca cantieri, cui ieri è seguita l'indicazione dei responsabili incaricati. La lista dovrà ora essere approvata dalle camere. Il nome di Macello compare fra quello di una trentina di dirigenti di Rfi, Anas e ministero delle Infrastrutture: toccherà a loro il compito di avviare o aumentare il ritmo dei cantieri, il cui valore complessivo ammonta a 60 miliardi circa. Fra i sedici interventi in ambito ferroviario c'è la Trieste-Venezia, per la quale si procederà al potenziamento tecnologico e all'eliminazione dei colli di bottiglia, in modo da rendere la tratta percorribile in poco più di un'ora, senza la necessità delle misure più impattanti previste dall'alta velocità, che è ritenuta non conveniente viste le scarse quantità di traffico previste. Il dl Semplificazioni ha aggiornato il valore dell'opera, che costerà 2,2 miliardi, ma che non figura tra quelle inserite nel Recovery Plan: il finanziamento dipenderà dalle richieste della Regione, che ha già reso noto di aver inserito il finanziamento dei lavori nel pacchetto da oltre 10 miliardi che sarà presentato a Roma, con la speranza tuttavia di vederne approvato solo una frazione. Macello si occuperà della Trieste-Venezia, ma anche dell'alta velocità Brescia-Verona-Padova, del completamento del raddoppio della Genova-Ventimiglia e del potenziamento della Orte-Falconara e della Roma-Pescara. Si tratta di una parte delle opere infrastrutturali prioritarie, che a luglio sono state elencate nella lista preparata dalla ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Il commissario potrà contare su procedure e valutazioni ambientali più rapide, ma ad aver bloccato i lavori è finora soprattutto la mancanza di fondi. L'anno scorso Rfi ha assicurato di poter completare il cantiere entro il 2025, ma nemmeno un operaio si è ancora visto lungo i binari, anche se l'impegno è appunto di far partire l'opera nel 2021. Restano però da chiarire il numero di fermate previste per rispettare la percorrenza di poco più di un'ora e permane ancora lo scontro politico fra chi, come Pd e M5s, ritiene che la velocizzazione della linea sia sufficiente e chi, come l'assessore regionale Graziano Pizzimenti, la ritiene propedeutica alla Tav vera e propria, che costerebbe quattro-cinque volte di più.

Diego D'Amelio

 

 

Il Municipio di San Dorligo a fianco dei pacifisti «Denuclearizzare i porti di Trieste e Capodistria»
SAN DORLIGO DELLA VALLE. Denuclearizzare i porti di Trieste e Capodistria «per garantire sicurezza e pace». È questo l'appello lanciato ieri nel corso di una conferenza online promossa dal Movimento per la democrazia in Europa 2025, dal Comitato Dolci e dal Comune di San Dorligo. Dopo l'introduzione dell'assessore comunale Davide Stokovac Alessandro Capuzzo (Di Em 25) ha ricordato che «Trieste e Capodistria ospitano due porti militari nucleari che possono diventare oggetto di attentato e le popolazioni residenti non sono a conoscenza dei rischi che corrono. L'obiettivo è di denuclearizzare l'intero Mediterraneo». Aurelio Juri, già sindaco di Capodistria, ha evidenziato che «la Slovenia non ha aderito al trattato internazionale di abolizione delle armi nucleari. Speriamo che il prossimo governo, che auspico di colore diverso da quello attuale, aderisca». Werner Wintersteiner dell'Università di Klagenfurt ha ricordato che «il Fvg è sempre stato considerato una zona pericolosa a causa della presenza della base di Aviano. Il pericolo nucleare va combattuto a livello internazionale e il nostro obiettivo è fare dell'Alpe Adria la regione della pace». Carlo Tombolo, dell'Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo, ha spiegato che «bisogna battersi affinché le popolazioni siano sempre messe a conoscenza delle merci che transitano nei loro porti. A Trieste esiste un documento congiunto di Capitaneria di porto e Autorità portuale - ha proseguito - che prevede che il materiale nucleare e in particolare gli esplosivi prima di transitare nello scalo giuliano siano sottoposti ad autorizzazione». Sibylle Hoffmann, pacifista di Amburgo, ha ribadito «la necessità di diffondere le informazioni sui traffici di materiali nucleari». Stokovac ha garantito la disponibilità «a ospitare sul sito del Comune le documentazioni inerenti ai temi trattati».

 

Debutta a Trieste il servizio civile per valorizzare la cultura alpina
Per la prima volta sono a disposizione dei posti per riorganizzare libri e video degli archivi Cai
Un progetto rivolto ai giovani nell'ambito del servizio civile per diffondere e rilanciare la cultura di montagna partendo da testi, video, foto. Che verranno riordinati con l'obiettivo futuro di aprire gli archivi - cartacei, cinematografici e cartografici - alla cittadinanza. Per la prima volta a Trieste, città che pur conta migliaia di appassionati, l'Arci servizio civile del Fvg apre quest'anno ai giovani la possibilità di prestare servizio con tre sodalizi che svolgono attività in montagna. Nonostante la grande tradizione, in città sempre meno ragazzi frequentano infatti l'ambiente alpino e l'età media è sempre più alta. Ed è proprio nell'ottica della rinascita della filosofia della montagna e del coinvolgimento del mondo giovanile nelle attività che svolgono in ambiente alpino, che le due sezioni triestine del Cai (Società Alpina delle Giulie e XXX Ottobre), assieme a Monte Analogo, propongono un progetto che consentirà a ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni di fare questa esperienza. «Questa opportunità - commenta il presidente della XXX Ottobre, Piero Mozzi - rientra nella nostra propensione a rivolgerci ai giovani, garanzia del futuro, che passa anche attraverso un concorso letterario per gli alunni delle medie». La montagna è vista come maestra di vita, dove si instaura un rapporto con la natura, ma anche con il compagno di cordata o escursione. «Le forze fresche - riprende Mozzi - contribuiranno a completare la catalogazione, già in fase avanzata, delle migliaia di volumi della biblioteca "Julius Kugy" , offrendo loro l'opportunità di capire il valore della carta stampata. L'idea è di affiancarli nelle nostre attività in modo che possano poi illustrare le opportunità per un socio di praticare speleologia, alpinismo, sci alpinismo, kayak e orienteering». «Da diversi anni Monte Analogo - spiega il presidente Fulvio Mosetti - collabora con le due sezioni triestine del Cai per la realizzazione di eventi culturali, incontri e proiezioni a tema, ma purtroppo la presenza giovanile è scarsa. I pochi eventi che parlano di montagna inoltre riguardano esclusivamente lo spettacolo e lo sport o sono spesso poco pubblicizzati. Anche gli archivi risultano di difficile accesso, soprattutto per mancanza di personale. La presenza dei volontari sarà un primo passo per creare percorsi di confronto e dibattito dedicati soprattutto ai giovani». Le domande dovranno pervenire entro il 15 febbraio attraverso la piattaforma Domanda online (https: //domandaonline. serviziocivile. it).

Gianfranco Terzoli

 

 

Trieste Verde - Itinerari urbani nel Boschetto

Oggi alle 16 con ritrovo alla rotonda del Boschetto (rione di S. Giovanni) a Trieste si terrà il primo evento degli Itinerari Urbani organizzato dal gruppo "Trieste Verde" Verdi Trieste. Un breve itinerario nel rione per parlare degli spazi verdi, partendo dalla presentazione della radura di alberi di pregio siti alla rotonda del Boschetto.

Adesso Trieste - Passeggiata nella zona di Prosecco

Domani Adesso Trieste salirà in Carso. La nuova passeggiata porterà a scoprire il borgo di Contovello e il centro abitato di Prosecco. L'appuntamento fissato per le 10 davanti al monumento ai caduti di Prosecco.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 21 gennaio 2021

 

 

La sfida verde di A2A: puntare sull'idrogeno «Cresciamo in Europa»
L'ad Mazzoncini: «Il ciclo delle aggregazioni regionali è finito. Investiamo 16 miliardi nell'economia circolare e sulle fonti alternative». L'alleanza con Suez
Trieste. «Le aggregazioni regionali non sono più un pilastro della nostra crescita in Italia. La nostra porta resta aperta ma un ciclo si è chiuso. Dopo un anno e mezzo di pandemia le multiutility hanno mostrato resilienza ma ora è arrivato il momento di reagire»: l'amministratore delegato di A2A, Renato Mazzoncini, da meno di un anno alla guida della società controllata alla pari dai Comuni di Milano e Brescia, presenta alla comunità finanziaria il piano industriale al 2030 che prevede 16 miliardi di euro di investimenti in 10 anni dedicati allo sviluppo dell'economia circolare e per la transizione energetica. Una pesante svolta industriale «green» che guarda all'Europa dopo l'alleanza stretta con la francese Suez e suona come un guanto di sfida nei confronti di Hera che a Nordest ha comprato le utenze gas di Ascopiave e controlla AcegasAps. Una svolta premiata dai mercati con il titolo sugli scudi (+3,43%). «Quando nel 2021 usciremo dalla pandemia ci aspettiamo una forte accelerazione della crescita in linea con il Green New Deal europeo», sottolinea Mazzoncini. Nel piano sono previsti interventi di potenziamento strategico e industriale con la realizzazione di un nuovo impianto a ciclo combinato metano/idrogeno da 400 milioni che nascerà dalla riconversione della centrale termoelettrica di Monfalcone. L'impianto nella città dei cantieri diventerà un modello industriale strategico in tutto il Nord Italia considerato che l'idrogeno ormai è considerato una risorsa fondamentale per lo sviluppo energetico a emissioni pari a zero: il gas del futuro. Non a caso A2A a siglato proprio a Trieste un'alleanza con Snam per studiare progetti comuni sulla tecnologia dell'idrogeno che sarà probabilmente usata per la "rifondazione verde" della centrale monfalconese. In Fvg il gruppo presieduto da Marco Patuano, controlla anche due centrali idroelettriche a Somplago e Ampezzo, nella provincia di Udine. Nel piano solo gli investimenti nelle rinnovabili saranno pari a 4,1 miliardi, di cui il 60% nel fotovoltaico e il 40% nell'eolico, ma solo il 12% sarà destinato ad acquisizioni e il resto alla crescita organica. Per entrare nell'era del Green Deal il gruppo prevede 6 mila assunzioni dirette da qui al 2030. Durante la presentazione virtuale al Museo del Novecento a Milano con vista Duomo, il gruppo ha definito un piano di sviluppo nel campo dell'energia verde e delle fonti rinnovabili. Lo smaltimento dei rifiuti, dove A2A è leader, diventa una risorsa per la produzione di energia grazie a termovalorizzatori a basso impatto ambientale. Inoltre il gruppo di Mazzoncini prevede di destinare oltre 4 miliardi di euro in investimenti e acquisizioni sul fronte delle energie rinnovabili (solare, idroelettrico e eolico). Il piano industriale disegna un'espansione industriale su scala internazionale in linea con la strategia green della commissione europea di Ursula von der Leyen. La Spagna è il «sorvegliato speciale» della crescita all'estero nella termovalorizzazione: «Già oggi - spiega Mazzoncini- la nostra joint venture per lo smaltimento dei rifiuti industriali con Suez è leader in Italia». Addio quindi alla concorrenza domestica fra le multiutility e via libera a una transizione energetica che punta sull'economia circolare: per questo A2a punta ad abbandonare il carbone nel 2022, in anticipo rispetto all'obiettivo nazionale fissato al 2023. Come ha spiegato Mazzoncini la transizione energetica legata alle rinnovabili prevede una riduzione del 30% delle emissioni e la riconversione in energia verde di 4,5 milioni di tonnellate dei rifiuti destinati alle discariche equivalenti e 31 milioni di tonnellate di C02 movimentati dai camion che trasportano le merci su strada. «Abbiamo obiettivi di sostenibilità sfidanti e target economici di crescita molto importanti per il gruppo, che si affaccia al mercato europeo», commentato Mazzoncini, spiegando che «per la prima volta A2A ha una strategia di lungo termine, con 16 miliardi di investimenti dedicati allo sviluppo dell'economia circolare e alla transizione energetica. Queste sono le solide basi che ci consentiranno di realizzare infrastrutture strategiche, innovative ed essenziali per la crescita e il rilancio del Paese, di essere ambiziosi e guardare all'Europa».

Piercarlo Fiumanò

 

Monfalcone strategica addio al carbone nel 2022 e riassetto da 400 milioni
Le risorse messe in campo dal gruppo con la nuova tecnologia che deriva dal patto con Snam
E il gruppo si candida a fornire energia alle banchine del porto isontino e a quello di Trieste
MONFALCONE. Nella svolta green di A2A Monfalcone riveste un ruolo di rilievo con la centrale termoelettrica sulla quale saranno investiti 400 milioni per la riconversione dal carbone al ciclo combinato a gas e poi l'idrogeno. Lo ha confermato ieri durante la presentazione del nuovo piano industriale 2021-2030 l'amministratore delegato Renato Mazzoncini che ha ribadito il progetto annunciato a settembre  nel corso di una visita a Monfalcone e Trieste in occasione della quale è stato firmato un memorandum di cooperazione tecnologica tra A2A e Snam, tra lo stesso ad A2A e l'omologo Snam, Marco Alverà. Un progetto sperimentale per verificare l'utilizzo di idrogeno combinato con il gas nelle centrali termoelettriche e accelerare la transizione della produzione a impianti ad emissioni zero.«Monfalcone è uno dei siti energetici più importanti per la nostra svolta green - ha confermato l'ad di A2A - l'impianto a carbone verrà dismesso per riconvertirlo al ciclo combinato a gas e l'utilizzo dell'idrogeno. La chiusura è prevista entro il 2022, poi partirà il progetto di trasformazione e parteciperemo anche al nuovo capacity market che serve per dare stabilità agli investimenti e certezza all'occupazione degli addetti che sarà legata alla crescita dell'impianto. Ma su Monfalcone, per garantire la piena occupazione, penseremo ad attività integrative».Mazzoncini ieri non ha dato ulteriori particolari, il tempo tra chiusura dell'impianto (2022) e ripartenza dell'impianto a ciclo combinato (2024) è abbastanza lungo e ci sarà tutto il tempo per perfezionare i dettagli. Quello che è certo è che per il mantenimento dei circa 100 addetti (per il solo impianto a gas anche combinato con l'idrogeno non servirà molta manodopera, si parla di alcune decine di addetti)si pensa tutta una serie di attività collaterali. Legate alla gestione dell'idrogeno e al ciclo combinato stesso gas-idrogeno, ma anche a un nucleo di fotovoltaico all'interno della centrale, impianti "compensatori sincroni", storage delle batterie a cella (c'è tutto il filone delle auto elettriche da sviluppare), ma anche all'economia circolare (A2A è uno dei principali operatori in Italia) e alla retroportualità visto che saranno liberate alcune aree della centrale in pieno porto. Su questo fronte è ipotizzabile (erano stati annunciati contatti mesi fa tra A2A e il presidente dell'Autorità di sistema portuale Zeno D'Agostino) anche un impegno dell'azienda per la fornitura di energia a km zero alle banchine dei due porti, Trieste e Monfalcone, che saranno elettrificate. La stessa A2a poi ha iniziato l'installazione di colonnine per la ricarica delle vetture elettriche a Monfalcone.Per la nuova centrale termoelettrica (con una potenza di 850 megawatt) la trasformazione si annuncia radicale. Il capitolato di gara per il revamping, ha spiegato A2A, prevede una centrale a ciclo combinato a gas già pronta con le turbine in grado di funzionare ad idrogeno che verrò miscelato al gas. Per la connessione alla rete di distribuzione verrà utilizzato un tubo lungo poco meno di 2 chilometri che si collegherà alla cabina del gas del Lisert poco distante dall'autostrada. E lo stesso tubo un domani potrebbe essere utilizzato dalla Snam per distribuire anche idrogeno.«Noi saremo gli utilizzatori, la Snam distribuirà l'idrogeno - aveva spiegato Mazzoncini - e l'accordo con loro serve per avviare la sperimentazione. Una collaborazione che rappresenta un'opportunità per valorizzare una filiera italiana di infrastrutture chiave pe l'obiettivo europeo delle emissioni zero entro il 2050».

Giulio Garau

 

 

Stiamo distruggendo il mondo: la natura si ribella e il Covid-19 non è che l'inizio
In "Qualcosa di nuovo sotto il sole" (Einaudi) lo storico John McNeill analizza i mutamenti ambientali
Per quanto tenti di scacciare la natura col forcone, ammoniva Orazio in una lettera ad Aristio Fusco, questa alla fine ritorna di corsa. E magari, ma questo Orazio non lo diceva, anche un poco arrabbiata. Parliamo del Covid? Sì, ma non solo. Natura sono anche i microbi, i virus, i batteri, gli organismi che si muovono nella biosfera e fanno parte di quell'infinitamente piccolo che ci circonda e che portiamo in noi. Natura sono l'aria, l'acqua, la terra, un tempo elementi per filosofi, adesso risorse da sfruttare. L'equilibrio è stato spezzato dal gesto prometeico dell'Homo sapiens così tronfio di hybris che vuole sottomettere la natura, addomesticarla e piegarla con la mano armata della tecnica gli si sta ritorcendo contro. Per migliaia di anni la colonizzazione dell'ambiente è stata tutto sommato accettabile. L'accelerazione bruciante si è avuta a partire dall'Ottocento, con lo sfruttamento del carbone per scopi industriali. Da allora, in un tempo così breve, un battito di ciglia nella storia del pianeta, tutto è cambiato. Tanto che si può dire, come fa lo storico John McNeill, che c'è "Qualcosa di nuovo sotto il sole" (Einaudi, pagg. 487, euro 28).E, diciamo la verità, di queste novità ne avremmo fatto anche a meno. Come il Covid-19, un pacco regalo avvelenato che ci sta colpendo con forza inaudita. D'altra parte se stuzzichi la natura capita che poi lei ti presenta il conto. E i prossimi rischiano di essere anche peggio, lascia intendere, in questa storia dell'ambiente nel XX secolo, uno studioso come McNeill che non è un luddista anti industriale, né un integralista verde. Quello che è sotto gli occhi di tutti, ammonisce McNeill, è che stiamo scegliendo, sia pur involontariamente, un certo percorso evolutivo. Un quarto del genere umano ha stili di vita connessi alla stabilità del clima al basso costo di energia e acqua, alla rapida crescita di popolazione ed economia e il resto aspira a vivere nello stesso modo. Ma la società basata sui combustibili fossili ha prodotto uno 0sul piano ecologico, e lo sconquasso dell'ecologia globale sta già mettendo a rischio l'organizzazione sociale di numerose società. McNeill disegna un quadro in cui popolazioni e ambienti, storia dei popoli e storia del pianeta sono strettamente connessi, e lo fa dal punto di vista dell'uomo, analizzando incremento demografico, migrazioni, innovazione tecnologica, industrializzazione. Un mix strettamente interdipendente che produce effetti di lunga durata. Torniamo alla pandemia: i più grossi cambiamenti del Novecento hanno riguardato le malattie. Alla fine del secolo scorso la battaglia contro i microbi, che sembrava vinta con gli antibiotici e con i vaccini, era di nuovo in corso e dagli anni Settanta le infezioni hanno ripreso a correre con la comparsa dei batteri multiresistenti, come quelli della tubercolosi e della malaria. Se l'uomo esercita una pressione sull'habitat della fauna selvatica, estendendo le attività agricole o disboscando, aumenta il rischio di nuove zoonosi, un effetto boomerang che ora ha un nome ben noto. È ancora troppo presto per dire se il Coronavirus produrrà cambiamenti duraturi nella società o sarà solo una deviazione momentanea, ma intanto il suo impatto sulla storia dell'ambiente ha messo in luce, secondo McNeill, almeno due aspetti: il passaggio di virus animali all'uomo e la relazione tra inquinamento e mortalità.

Paolo Marcolin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 20 gennaio 2021

 

 

Arvedi conferma i tempi sulla nuova area a freddo - Zero esuberi dopo la Cig
Le risposte del gruppo all'incontro al Mise reclamato dai sindacati per rompere il silenzio calato dopo l'Accordo di programma. Gli impianti forniti da Danieli
La conferma del rispetto dei tempi con il completamento dell'area a freddo entro 18 mesi. E tavoli di confronto frequenti. Sono i segnali venuti da Arvedi ieri al ministero dello Sviluppo economico, dove si è tenuto l'incontro richiesto dai sindacati della Ferriera di Servola per fare il punto della situazione dopo la firma dell'Accordo di programma dello scorso giugno. I vertici del gruppo Arvedi hanno confermato infatti il rispetto delle tempistiche per la creazione degli impianti di zincatura e verniciatura che, e questo è l'elemento di novità, arriveranno dal Friuli perché saranno forniti dal gruppo Danieli di Buttrio. Secondo i nuovi dati, inoltre, non sarebbero previsti esuberi. Uilm, Fiom Cgil, Failms, Fim Cisl e Usb avevano chiesto l'incontro a novembre direttamente al ministro Stefano Patuanelli dopo «l'assoluto silenzio» dalla firma dell'Accordo di programma. Ieri il grande assente era proprio Patuanelli - al Senato, in cui è stato eletto, si votava per la fiducia al premier Giuseppe Conte - e dalla Regione, al tavolo con gli assessori al Lavoro Alessia Rosolen e all'Ambiente Fabio Scoccimarro, è trapelato un certo stupore per l'assenza del ministro e pure per quella del sottosegretario Alessandra Todde, atteso come un segnale capace di dare più concretezza all'incontro. Per il Mise era presente Stefano D'Addona, della segreteria di Todda.All'incontro ha preso parte anche Debora Serracchiani in qualità di presidente della Commissione Lavoro della Camera. L'amministratore delegato di Arvedi Mario Caldonazzo, secondo quanto riferito dai sindacati, ha confermato il rispetto dei tempi: Invitalia - presente ieri - darà il via libera intorno al 25 gennaio allo sblocco dei 45 milioni a fondo perduto, a quel punto verrà confermato l'ordine per gli impianti di verniciatura e zincatura al gruppo Danieli, che in 18 mesi li renderà operativi. Attualmente sono 412 i lavoratori del gruppo e al termine dei due anni di Cassa integrazione non sono previsti esuberi. A febbraio - è emerso sempre all'incontro - partirà anche un nuovo corso di formazione per un numero di operai tra le 30 e le 50 unità, in aggiunti ad altri 50 che hano già iniziato a novembre. Entro ottobre 2021 è prevista l'entrata in funzione della centrale elettrica dopo la sostituzione della turbina che funzionerà a metano e non con gli scarichi del ciclo siderurgico. Caldonazzo ha confermato quindi la volontà di incontrare i sindacati appena ci sarà il via libera al finanziamento mentre il Mise attiverà un tavolo mensile di confronto e monitoraggio. «L'incontro - conferma Marco Relli della Fiom - è servito per avere delle certezze. Ricordo che è stata chiusa l'area a caldo per una questione politica e non economica o ambientale. Per noi è fondamentale tenere alta l'attenzione anche sui lavoratori dell'indotto». Un tema caro anche Cristian Prella della Failms: «Sull'indotto manca un coordinamento e vogliamo che quei lavoratori siano inseriti nel confronto con il Mise». Antonio Rodà della Uilm aggiunge che «finalmente vediamo un percorso. Prima di esprimere un giudizio di soddisfazione, però, attendiamo l'incontro con la proprietà per avere gli approfondimento del caso. Spiace per l'assenza, oggi, di Patuanelli». La preoccupazione dei sindacati è legata alla durata della Cassa integrazione. Nell'accordo è previsto un periodo di due anni, allungabili a tre: «Un'ipotesi da evitare a tutti i costi - aggiunge Umberto Salvaneschi della Fim - e per questo è indispensabile recuperare il tempo perso in questi mesi. Abbiamo impegni verbali, ora attendiamo atti concreti». Sasha Colautti, dell'Usb, ha chiesto dettagli «sugli impegni assunti da Fincantieri per quanto riguarda i tempi determinati, ma non sono arrivati. L'elemento che preoccupa maggiormente è l'assenza di una regia forte del governo. Ci saremmo aspettati una relazione dal ministro vista la complessità degli incastri dell'intero Accordo di programma». Infine Michele Piga, segretario provinciale della Cgil, ha evidenziato «la necessità di allargare il tavolo permanente sulla Ferriera, annunciato dal Mise, ai possibili investimenti del nuovo manifatturiero che potrebbero arrivare a Trieste anche in relazione al Recovery Plan».

Andrea Pierini

 

I serbatoi cilindrici saranno conservati «per tenere viva la storia dell'impianto» - le indicazioni della soprintendenza
La memoria della Ferriera va conservata. Lo dicono coloro che per anni ci hanno lavorato. E lo dice anche la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia. L'emanazione territoriale del ministero per i Beni e le Attività culturali è tra gli attori che in questi giorni hanno partecipato con alcune prescrizioni a una conferenza dei servizi cosiddetta asincrona. È questo lo strumento di confronto che si articola in un carteggio telematico tra gli enti interessati al tavolo comune, al fine in questo caso della redazione del via libera definitivo allo smantellamento della Ferriera da parte del ministero dell'Ambiente, che dovrebbe arrivare a fine mese, secondo indiscrezioni dei componenti del "tavolo virtuale".le prescrizioni - Al dicastero romano sono stati indirizzati dei pareri, che ricalcano l'Accordo di programma per l'attuazione del progetto integrato di messa in sicurezza, riconversione industriale e sviluppo economico produttivo nell'area dell'ex impianto siderurgico di Servola. Tra i documenti, l'elemento di novità sono le prescrizioni che ha avanzato la Soprintendenza, richiedendo che vengano conservati alcuni elementi di archeologia industriale per conservare la memoria dell'ex fabbrica di oltre cent'anni. L'individuazione di questi elementi dovrà essere concordata con la Soprintendenza stessa. «Alla dismissione della Ferriera abbiamo dato parere positivo - sottolinea il soprintendente Simonetta Bonomi -. Abbiamo chiesto però d'individuare degli elementi da salvare, fissi o mobili, a memoria dell'impianto, perché ha avuto un peso nella storia di Trieste. È giusto che vada via, però con tutto quello che ha significato di positivo e negativo nella storia della città, è giusto se ne mantenga la memoria». i serbatoi cilindrici - L'idea è in particolare quella di lasciare sul posto due dei serbatoi cilindrici dove si formava l'aria calda attorno ai 1.100 gradi, che veniva iniettata nell'altoforno per la produzione della colata di ghisa. Inoltre si è pensato di mantenere dei macchinari, con la prospettiva d'inserirli un giorno in un museo dedicato. Passato e futuro sostenibile saranno collegati anche da un monumento, da realizzare tramite un concorso d'idee che ricordi gli oltre 120 anni di storia della Ferriera. il monumento - L'idea è dell'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che spiega su quali basi si concretizzerà: «Partendo dal carbone, passando per gli uomini di ferro, la simbiosi con il borgo che per un periodo cambiò nome in Ilvania, fino ai binari del futuro polo logistico». «Legittime - sottolinea inoltre Scoccimarro - le richieste della Soprintendenza sul concordare il mantenimento di alcune parti dello stabilimento come manufatti di archeologia industriale, auspico però che questa opera vada oltre, perché l'operazione della riconversione dell'area a caldo non è stata una chiusura, ma un punto di partenza per un nuovo sviluppo dell'area. La collocazione dell'opera poi chiaramente verrà condivisa con il sindaco, il presidente dell'Autorità portuale ed ovviamente le associazioni e tutti coloro che sono stati attori di questo nuovo progetto».

Benedetta Moro

 

 

Discarica nel bosco a Banne - vicino al raccordo
Scoperta una discarica abusiva nel bosco tra Banne e Fernetti a una cinquantina di metri dal raccordo autostradale: in una dolina si scorgono decine di bottiglie, lattine, contenitori di plastica e pezzi di tubi.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 19 gennaio 2021

 

 

Neoclassico in via Ghega - La Soprintendenza avvia l'iter di interesse culturale - lo storico palazzo Degasperi
Palazzo Degasperi, pur senza vantare alcun rapporto con lo statista trentino Alcide, è uno degli edifici di maggiore pregio architettonico tra quelli allineati in via Carlo Ghega: la Soprintendenza ha ritenuto di "premiarlo" avviando la procedura che ne dichiara l'interesse culturale. Il civico 6, con la restaurata facciata dalla «moderata» intonazione neoclassica, è di agevole individuazione, perchè gran parte del pianterreno è occupato dai magazzini "Fam store". Sullo stesso marciapiede, a pochi metri di distanza, la gelateria Zampolli. A progettarlo fu negli anni Trenta del XIX secolo Giovanni Degasperi, un muratore autodidatta, proveniente dal Canton Ticino come molti altri protagonisti della stagione neoclassica triestina. Al solito, il soprintendente Simonetta Bonomi ha informato gli interessati con una missiva spedita a 28 indirizzi, di cui 25 i proprietari, nella quale spiega i perchè del procedimento. L'immobile - scrive - è un esempio di particolare interesse nel documentare ancora oggi la sintassi realizzativa di metà Ottocento: semplicità, severo rigorismo, la disposizione di buona parte degli enti fedele al progetto originario, finiture ed eleganza della facciata principale, vano scala, alcuni ambienti del primo piano. Per questi motivi merita il timbro di interesse culturale. La Bonomi ricorda ai destinatari che qualsiasi intervento sul bene dovrà ottenere l'autorizzazione della Sovrintendenza. A seguire il fascicolo sarà l'architetto Francesco Krecic.Strada di forte passaggio veicolare, via Ghega soffre di questa funzione viaria che non contribuisce a valorizzare le pur interessanti presenze culturali: il palazzo Rittmeyer (conservatorio Tartini), l'edificio neoclassico disegnato da Angelo Gorian dirimpetto a palazzo Degasperi, un lato di palazzo Panfilli (ora sottoposto a terapia restaurativa) nella curva che reca in piazza Libertà. Insomma, mangiando un gelato si può ripassare un po' di storia patria. Lo stesso Degasperi, pur non appartenendo al gotha dei colleghi contemporanei (Pietro Nobile, Matteo Pertsch, Antonio Mollari, Antonio Buttazzoni), è un dignitoso e dinamico interprete di una fase espansiva che caratterizza la città dei "borghi" teresiano, giuseppino, franceschino, dove firma in quasi trent'anni 18 progetti. Forse il più noto, o comunque il più visibile, è l'ex albergo Metternich, poi Nazionale, poi Hotel de la Ville, oggi quartier generale di Fincantieri, tra Rive, via Genova e via Mazzini.Negli ultimi anni le dichiarazioni di interesse culturale da parte della competente Commissione regionale per il patrimonio Soprintendenza si sono fatte piuttosto frequenti, avendo riguardato epoche costruttive diverse. A fianco del palazzo di Giustizia il "quartiere Oberdan" anni Venti-Trenta del secolo scorso, via Rossetti 8 agli albori del Novecento, via Piccardi 12 anch'esso in era liberty, via Lazzaretto Vecchio 13 nell'ultima parte dell'800: ecco gli ultimi attestati rilasciati da palazzo Economo. A volte c'è una griffe progettuale riconosciuta (come quella di Eugenio Geiringer in via Rossetti e in via Lazzaretto Vecchio), altre volte no: la qualità dell'immobile, i vantaggi fiscali soprattutto sulle seconde case, la valorizzazione del bene sono in primo piano nel motivare la "dop" culturale.

Magr

 

 

Il destino dell'area verde di via Tigor fa litigare Adesso Trieste e dem - piano particolareggiato del centro
Oggi è l'ultimo giorno utile per presentare osservazioni al Piano particolareggiato per il centro storico, approvato dal Consiglio comunale a novembre. Adesso Trieste ne approfitta per esprimere solidarietà a un gruppo di residenti - il Comitato per il giardino di via Cereria - e per andare all'attacco al contempo di giunta e consiglieri di minoranza. Minoranza accusata di non essersi sufficientemente opposta al progetto di un futuro parcheggio in via Tigor. Ma il Pd non ci sta e controbatte. L'area in questione è quella attorno al civico 6 di via Tigor, appunto, dove un tempo sorgevano le carceri femminili: nel Piano si legge che, dal momento che quell'edificio in particolare «si presenta in evidente stato di degrado», al suo posto «è ammessa la realizzazione di un autosilo». Una scelta difesa in passato l'assessore all'Urbanistica, Luisa Polli, sostenendo che i nuovi parcheggi saranno costruiti «nel rispetto del verde e in sicurezza», allo scopo di dare «respiro al centro storico, togliendo le macchine dei residenti dalle strade». Ieri gli attivisti del movimento guidato da Riccardo Laterza hanno tuttavia diffuso una nota di contrarietà: «Tra via Cereria e via Tigor, dietro alla Biblioteca civica, si spalanca una vasta area di proprietà comunale. Adesso ci sono solo ruderi e verde incolto, ma un tempo vi erano le carceri. Si tratta di un bene comune il cui uso dovrebbe essere restituito alla collettività. Purtroppo invece qui si è permessa l'edificazione di un parcheggio: lo stesso che una decina di anni fa doveva cancellare l'area verde tra le stesse due vie. Il progetto fu fermato dai residenti della zona». Su queste basi, oggi, At aderisce dunque alle «osservazioni presentate dal Comitato per il giardino di via Cereria (la cui telenovela continua dal 2005, ndr) e dal cittadino Paolo Radivo (contrari al parcheggio, considerato troppo vicino alle scuole, tra le varie motivazioni, ndr). Sconcertante che nessuno, tra chi siede all'opposizione, abbia mai pensato di informare la popolazione né di opporsi a questo ennesimo atto di svilimento urbano». Un'affermazione, quest'ultima, contestata appunto dal Pd. I dem replicano attraverso Giovanni Barbo e Marco Rossetti Cosulich, consiglieri rispettivamente comunale e circoscrizionale: «Negli anni abbiamo seguito con attenzione gli spazi verdi. Nel Piano regolatore approvato (nel 2015, ndr) dal centrosinistra avevamo recepito l'istanza che chiedeva che il giardino di via Cereria fosse reso Verde pubblico. Quando poi a novembre dello scorso anno abbiamo discusso il Piano particolareggiato del centro storico, il Partito democratico ha votato contro, anche nella convinzione che la qualità della vita in centro non possa dipendere da un aumento dei parcheggi. Siamo favorevoli a mantenere un confronto con i residenti, sul futuro dell'ex carcere e sulle altre questioni irrisolte della zona, come abbiamo continuato a fare anche dai banchi dell'opposizione».

Lilli Goriup

 

 

Fi attacca sull'aumento della Tari «Gestione dei rifiuti fallimentare»
L'azzurro Mariucci: «Rincari diluiti in tre anni perché siamo vicini al voto - Sul "porta a porta" la giunta ha dimostrato tutta la sua debolezza»
MUGGIA. «Nonostante tutte le promesse di un servizio migliore e di costi della Tari che sarebbero diminuiti, assistiamo a un ulteriore aumento di un servizio molto al di sotto delle aspettative». È il commento del consigliere comunale di Forza Italia Andrea Mariucci a proposito dell'approvazione in Consiglio comunale del Piano economico-finanziario (Pef) del servizio integrato di gestione dei rifiuti del Comune di Muggia, validato dall'Agenzia regionale sui sistemi idrici e sui rifiuti (Ausir) per il 2020, i cui costi saranno recuperati con le Tari negli anni 2021, 2022 e 2023. «Tutto inizia - insiste Mariucci - da una valutazione vincolante sulle scelte del Comune da parte dell'Ausir, costituita in era Serracchiani, la quale ha imposto sul territorio un diverso algoritmo di calcolo che penalizza i piccoli comuni, in barba alle economie di scala». E questo, secondo Mariucci, «avviene mentre la giunta Marzi, per ricordarci che siamo vicini alle elezioni, diluisce in tre anni questo aumento». «Una scelta, quella dell'inhouse providing, che era stata condivisa in aula diversi anni fa con ampio consenso politico: gli affidamenti interni però - specifica il consigliere azzurro - possono essere una valida opzione solo se il Comune mantiene il controllo della gestione e ottiene più servizi con minori costi. Invece nella gestione del "porta a porta" in tutti questi anni questa giunta ha dimostrato tutta la sua debolezza».Pronta la reazione dell'assessore all'Ambiente Laura Litteri: «Il nuovo servizio di raccolta dei rifiuti ha raggiunto un livello buono, soprattutto per l'impegno profuso dall'Ufficio ambiente del Comune che collabora costantemente con la Net».L'assessore chiarisce inoltre che l'aumento dei costi del Pef «è da imputare esclusivamente al fatto che il piano non viene più redatto dal Comune ma dall'Ausir, come peraltro si vede nella delibera che è stata approvata dall'Assemblea regionale d'ambito, nella quale il Comune di Muggia non è presente, mentre, voglio ricordarlo ai consiglieri di Fi, è presente il Comune di Trieste, nella persona del sindaco Dipiazza, che tale delibera ha votato».

LU.PU.

 

Cio' che non va - Il bosco di Altura usato come una discarica e nessuno interviene.

Nel periodo Covid-19 capita di addentrarsi su sentieri che mai avevi preso e spesso anche quelli intorno al tuo isolato sono meta di scoperte incredibili. Il 4 gennaio, arrivato al "tornantone" di Altura (area giochi) mi addentro sul largo sentiero sterrato che porta nel bosco. Fatti circa 150/200 metri mi imbatto in 2 carcasse di cambiamonete delle slot machine a occhio, viste le condizioni, abbandonate da un bel po'. Ritengo un orrore vedere tali carcasse in un bosco ma ai ladri di sicuro poco importa: a me sì. Essendo "merce" riconducibile a un furto, è normale chiamare le forze dell'ordine. Dopo una carambola di numeri telefonici (non ha senso andare in Questura per una "sciocchezza" simile in tempo di virus) riesco a segnalare la presenza dei due orribili macchinari. Scatta il terzo grado, ci stà ma non ho nulla da nascondere. La mia unica preoccupazione è di fare sparire quanto prima le cambiamonete dal bosco di Altura, prima che scatti la "fase discarica" con altri abbandoni. Dopo 10 giorni sono tornato sul posto per verificare se nel frattempo erano state recuperate: purtroppo no. Capisco il Covid-19, l'immigrazione, la Sanità, il vaccino ma non può diventare un miracolo far portar via da un bosco (facile da raggiungere) vecchie cambiamonete.

Marcello Corso

 

 

Porto vecchio proibito per chi pesca - Si rischiano multe fino a tremila euro
Lo sviluppo dello scalo impone una revisione degli spazi. Ordinanza restrittiva della Capitaneria in vigore dal 15 febbraio
Cambiano le regole per la pesca sportiva e ricreativa da terra nella zona portuale di Trieste, che si estende da Porto vecchio a Porto San Rocco escluso. Il 15 febbraio entrerà in vigore una nuova ordinanza della Capitaneria di porto che andrà a revisionare il testo precedente del 2010, disciplinando le zone in cui si potrà pescare appunto previa autorizzazione, visibili con l'apposita segnaletica in italiano, inglese e sloveno, corredata da dei grafici. La Guardia costiera ha ridimensionato gli spazi dedicati nella zona di Trieste a fronte di un ampliamento sul versante di Muggia. Questo perché, visto il forte sviluppo portuale di cui il capoluogo giuliano è protagonista in questi ultimi anni, è necessario garantire una maggiore sicurezza della navigazione e delle attività portuali e rispondere alle esigenze di "security" (il contrasto al terrorismo). «Tale documento - sottolinea il tenente di vascello Alessandra Vaudo, a capo della Sezione Pesca - non vuole andare contro il singolo pescatore: ci sono tante attività marittime e vanno contemperate le rispettive esigenze».Tra le novità principali, l'esclusione alla pesca dell'area di Porto vecchio. Come già nella precedente normativa sarà vietato fruire dei moli. È stata anche ridotta l'area lungo le Rive. Gli spazi consentiti (definiti in metri e individuabili dalle bitte citate nell'ordinanza) sono i seguenti: il tratto tra Molo Audace e Molo Bersaglieri, esclusa Scala reale, e quello adiacente alla radice del Molo Pescheria. Più esteso invece il permesso per gli amatori che decideranno di usare canna e lenza a Muggia. Qui è possibile stazionare sul lungomare Venezia e tra il pontile a T e Punta Ronco, ma non nell'orario riservato alla balneazione durante la stagione estiva. Da Punta Ronco verso la Slovenia non si rientra più nell'ambito del Porto di Trieste e, pertanto, la pesca è libera senza autorizzazione, così anche a Trieste lungo la costa dopo Porto Vecchio, quindi da Barcola in poi, fino a Duino (esclusi i porticcioli). L'ordinanza disciplina esclusivamente la pesca sportiva/ricreativa da terra all'interno dei porti di competenza, quindi quella subacquea e quella da unità da diporto in tutte le acque portuali rimangono vietate, senza possibilità di deroga. Chi non avesse ancora il permesso, che dura un anno solare, lo può richiedere alla Sezione Pesca della Capitaneria.«Il modulo è pubblicato sul nostro sito», spiega Vaudo: «È possibile anticiparlo anche via mail, ma lo si deve poi venire a ritirare qui con una marca da bollo da 32 euro». La validità delle autorizzazioni rilasciate nell'anno 2020 è automaticamente prorogata sino alla data di entrata in vigore del nuovo regolamento. Attenzione, però, perché chi non rispetterà le nuove disposizioni incorrerà in sanzioni, che possono essere elevate dalla Guardia costiera ma anche dalle altre forze dell'ordine. Due le tipologie di multe in cui si rischierà d'incorrere in caso di violazione delle norme. Per la pesca ricreativa in aree diverse da quelle individuate dall'ordinanza la sanzione va da mille a tremila euro. È prevista anche la confisca di attrezzi e pescato. Chi venisse trovato a pescare nelle aree consentite, ma senza l'autorizzazione, dovrà pagare fino a 50 euro. Il contenuto dell'ordinanza è stato diffuso in anticipo anche «per dare la possibilità agli utenti di conoscere le nuove disposizioni, che sono più razionali», sottolinea il comandante della Capitaneria, l'ammiraglio Vincenzo Vitale: «In questo periodo verrà anche disposta la segnaletica che sarà trilingue, realizzata in collaborazione con l'Autorità portuale».

Benedetta Moro

 

 

L'orso avvistato a Peteano e il precedente di Gabria «Segue la stessa pista»
Proprio a gennaio del 2020 un esemplare lungo il Vallone e la circostanza convince il docente Filacorda, mentre Ambrosi parla di cinghiali
L'avvistamento di un orso avvenuto nei giorni scorsi da parte di un rider a bordo del suo scooter ha inevitabilmente incuriosito e sorpreso, ma ha anche sollevato i dubbi di molti, tra gli altri quello di Renzo Ambrosi, presidente del distretto venatorio "Carso", ma dal mondo scientifico arrivano conferme sulla possibile correttezza dell'avvistamento. Ambrosi, che a Peteano vive, propende per la tesi del grosso cinghiale scambiato per un giovane esemplare di plantigrado perché, osserva, «sul Carso goriziano e triestino ci sono almeno 400 fototrappole, ma l'orso è stato fotografato soltanto due volte nella zona di Jamiano. Si tratta dell'unico riscontro fotografico. Se l'area fosse popolata da orsi, ne avremmo molti di più». «Il dubbio è giusto porlo, ma è plausibile che si sia trattato davvero di un orso», nota, dal canto suo, Stefano Filacorda, ricercatore e coordinatore degli studi sulla fauna selvatica dell'Università di Udine, ricordando che la presenza degli orsi sul Carso è un dato di fatto documentato con elementi di tipo sia biologico, sia tecnico. «Premesso con un bisticcio che le osservazioni dipendono dall'osservatore, non è che se l'orso non viene fotografato non esiste», dice l'esperto, aggiungendo che un anno fa è stato campionato materiale organico di un orso nella zona di San Michele. «Dobbiamo abituarci all'idea che il Carso è frequentato da giovani esemplari d'orso». Anche le telemetrie dei radiocollari indicano l'area come zona di passaggio di questa specie di animali: è come se seguissero un percorso predefinito e non ci sarebbe da stupirsi se l'esemplare avvistato a Peteano fosse lo stesso avvistato in questi stessi giorni dello scorso gennaio a Gabria mentre attraversava la Strada statale 55 "del Vallone" all'altezza dell'albergo "da Tommaso". Era la notte tra sabato 18 e domenica 19. «La coincidenza temporale è molto interessante - sottolinea Filacorda - e sarebbe altrettanto interessante avere dei campioni genetici per confermare l'identità dell'esemplare perché sappiamo che gli orsi hanno una fedeltà temporale. Si muovono alla ricerca di cibo, sono molto affamati e scendono dal Carso. Il dubbio che si sia trattato di un cinghiale, rimane; gli orsi, però, sul Carso ci sono: sono rari e pochi, ma ci sono. Si muovono sempre lungo lo stesso percorso e ragionevolmente è già rientrato nel suo territorio». Il Carso è un po' come il casello di un'autostrada che arriva fino a Logatec. L'orso va e viene verso il monte Nanos seguendo sostanzialmente sempre gli stessi passaggi. Secondo i tracciamenti dei ricercatori si sposta lungo la valle del Vipacco e, passando sotto l'autostrada, arriva fino al fondovalle dove alcuni esemplari rimangono anche per mesi. Seguendo la dorsale del Carso sloveno rimanendo nei boschi, gli orsi arrivano a Opacchiasella, scendono verso Rubbia e raggiungono Peteano dove il rider lo ha avvistato. «A Peteano è almeno la quarta segnalazione in una quindicina d'anni che registriamo. Ripeto: il dubbio può esserci, ma non possono certo essere tutti ubriachi quelli che li vedono», conclude Filacorda sdrammatizzando con una battuta.

S. B

 

Cinghiali in zona depuratore e i cervi tornano sul Carso
L'allarme del consigliere di Staranzano Bortolus: «A Bistrigna meglio tenere i cani al guinzaglio o si rischiano spiacevoli contatti». La Forestale sollecita a mantenere prudenza e distacco
In piena zona arancione, senza discernere confini tra comuni, loro caracollano fendendo i campi agricoli dove altre bestiole, labrador, bassotti, spinoni, chihuahua, li osservano: chi con piglio guardingo chi con latrato aggressivo. Sicché il richiamo all'uso senza deroghe del guinzaglio diventa d'obbligo, almeno per il consigliere di Staranzano Enrico Bortolus, che nel week-end da ritorno agli spostamenti contingentati ha assistito (e fotografato) situazioni di promiscuità tra cittadini e cinghiali, con tutti i pericoli annessi. Cinghiali che, per inciso, hanno saputo mandare gambe all'aria perfino il traffico sull'A4 sabato mattina, con chilometriche code al rientro sul casello di Palmanova per l'interdizione del tratto tra Ronchi e la città stellata, in direzione Udine. «Ma i cinghiali non hanno colpa - interviene in difesa il consigliere leghista Bortolus - sono le persone che si spingono in aree verdi, alla ricerca di spazi, senza pensare che non si tratta di parchi urbani, bensì di zone agricole e boschive dove, proprio per il possibile incontro con animali selvaggi, sarebbe bene mantenere il guinzaglio, a comportarsi male». Raccomandazione, quella dell'utilizzo del laccio, peraltro condivisa dalla Forestale, con il commissario Paolo Benedetti, esperto in ungulati selvatici. «Le femmine di cinghiale, se in presenza di cuccioli, possono diventare particolarmente apprensive e aggressive nel caso in cui avvertano una minaccia», chiarisce. Il fenomeno si è reso evidente, secondo quanto riferito dal consigliere staranzanese, nella zona campestre del depuratore di Bistrigna, «un tratto intensamente frequentato da sportivi, amanti della passeggiata e possessori di cani». «L'amico a quattro zampe, è il suo istinto, sente l'odore del cinghiale e si tuffa nei cespugli - prosegue Bortolus -, ma il cinghiale è un animale tarchiato, intelligentissimo che arriva a pesare tranquillamente cento chili e può fare dei danni. Si trova nel suo habit e giustamente cerca di preservarsi: è l'uomo, spesso, a sbagliare condotta». La proliferazione del cinghiale è fatto ormai notorio, anche nella zona del depuratore di Bistrigna, oltretutto attigua alla riserva naturale della Cona, e viene monitorata dalla Guardia forestale. Meno la crescita di esemplari di cervo, che per esempio sul Vallone si iniziano ad avvistare: l'elegante mammifero dall'imponente palco (se maschio) è sempre più diffuso in Slovenia e si fa vedere ormai anche dalle nostre parti. Qualche carcassa è stata recuperata in sede incidentale, sicché la presenza di questo animale va tenuta in debita considerazione nei tragitti notturni poiché in caso di collisione, per stazza e dimensioni, il quadrupede può esser causa di sinistri gravi. La nutrita presenza di cinghiali ha scalzato i caprioli e il cervo sta trovando un habitat confacente pure sul Carso. «I comportamenti da osservare - conclude Benedetti della Gf -, in presenza di suidi, è di non dare mai loro del cibo, non disturbare né far scappare i cinghiali per evitare fuggano verso strade urbane, con il rischio di incidenti e, se in presenza di animali d'affezione, mantenere il guinzaglio: in particolare i cani di tagli piccola tendono ad abbaiare e il messaggio di aggressività può essere mal interpretato».

Tiziana Carpinelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 18 gennaio 2021

 

 

Il declino della residenza Engelmann e il restauro conservativo di villa Ada
L'edificio in stile neoclassico dalle pareti gialle ospita ora appartamenti di prestigio mentre l'immobile donato alla città è in attesa di rilancio
In molti lo confondono con villa Engelmann, ma in realtà l'edificio dagli esterni color giallo, che si affaccia sul grande giardino comunale di 14mila metri quadrati di via di Chiadino, si chiama villa Ada. Si tratta di un prestigioso condominio privato in stile neoclassico che accoglie sei unità immobiliari, frutto di un restauro conservativo ultimato ormai da più di cinque anni. Quattro delle sei unità sono abitate da triestini ma anche da austriaci mentre le restanti due sono attualmente in vendita. A testimoniarlo è l'agenzia La Chiave Immobiliare, che si occupa dell'operazione. La stessa dimora è circondata da un grande spazio verde, costantemente ripulito e curato dai proprietari. «Architetto dell'iniziale progetto della villa, costruita nella seconda metà dell'800, è stato il figlio dell'architetto Pertsch - specifica Giulia Demarchi, inquilina di uno degli appartamenti -. L'immobile negli anni è stato di proprietà di diverse famiglie che vi hanno apportato delle modifiche. Fino all'ultimo restauro conservativo, realizzato seguendo con fedeltà il carattere neoclassico della villa e facendo risaltare il pregio e i materiali originali, dai marmi ai pavimenti. Questo, pur dandone una chiave moderna, pratica e funzionale grazie anche a un ascensore interno e a delle terrazze a vasca che si affacciano sul parco». Al contrario villa Engelmann, che è situata all'interno del parco di via di Chiadino, è ridotta a rudere ed è di proprietà del Comune. Resta bloccata da vincoli e da mancate manutenzioni che si protraggono da decenni. Si presenta con le finestre cadute, il tetto collassato e i muri sgretolati. Non ha aiutato lo stato di decadimento un incendio scoppiato nel 2013. Il suo progetto, che comprende anche il parco, come si legge sul sito del Comune, è del 1840 a opera di Francesco Ponti di Milano. La costruzione fu completata nel 1843. L'immobile diventò nel 1888 proprietà di Frida Engelmann e nel 1938 passò a Guglielmo Engelmann. Il figlio di Guglielmo, Werner, donò il parco alla città. Il giardino è stato oggetto di ristrutturazione nel 1980. Ideato ed eseguito con un alto contenuto progettuale, ha vinto nel 1998 il premio Milflor come miglior realizzazione in ambito pubblico di media-piccola grandezza.

b.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 17 gennaio 2021

 

 

Demolizioni a Servola  e area a caldo in pezzi «Il simbolo dell'addio alla vecchia Ferriera»
Le operazioni di dismissione dell'impianto fra cokeria e altoforno - Gli ex operai: «Chiusa una storia di oltre 120 anni». «Ora una mostra»
C'era una volta la Ferriera di Servola. Quello che fino a ieri poteva sembrare l'inizio di una storia di fantasia da oggi è una realtà che, dopo anni di polemiche, ha iniziato a materializzarsi con l'abbattimento di parte dell'impianto che si estende per 560.000 metri quadrati fra Servola e il mare. Cokeria, impianto di agglomerazione, altoforni e macchina a colare sono stati puntellati ed è iniziata la demolizione, con i pezzi che, uno dopo l'altro, vengono accatastati sul terreno, reso nero da più di un secolo di lavorazione della ghisa e del carbon coke. Centoventiquattro, per l'esattezza, sono gli anni di vita dell'insediamento industriale sorto a fine '800 alle pendici del colle di Servola, che ha scandito la vita di molte famiglie del rione e della città in genere. Così, ad esempio, per la famiglia Bianchini: Osvaldo vi ha lavorato per 30 anni, che aggiunti ai 35 di suo papà fanno 65, ossia oltre metà della vita dell'impianto. Una simbiosi. «La Ferriera fa parte della mia famiglia - sottolinea Osvaldo Bianchini -, quando vi sono entrato ero giovanissimo. Una volta finito l'Istituto Nautico e svolto il servizio militare mi stavo accingendo a lavorare sulle navi. All'epoca però, parliamo dell'inizio degli anni '60, ero fidanzato e volevo sposarmi. Mi dispiaceva partire e allora feci domanda per entrare in Ferriera, su suggerimento di mio padre, e poco dopo mi assunsero. Vi sono entrato nel 1961 per poi andare in pensione nel 1989». Osvaldo la chiama "la Fabbrica" quasi a voler dare un nome e un cognome a qualcuno che l'ha accompagnato per quasi tutta la vita. Ancora oggi frequenta il Circolo per giocare a carte con i vecchi colleghi. «Questa era una fabbrica che inquinava - prosegue - ma negli ultimi anni l'inquinamento era diminuito di almeno 10 volte. Secondo me l'abbattimento dell'area a caldo è una catastrofe. Qui si tratta della fine di tutta la Ferriera perché chiudere l'area a caldo significa fermare il motore dell'impianto. La politica alla lunga ha assecondato gli ambientalisti sulla pelle degli operai e così adesso 600 persone più quelle che lavoravano nell'indotto sono rimaste con un futuro tutto da scrivere. Io per fortuna sono in pensione ma c'è un'intera generazione costretta alla cassa integrazione». La sensazione di incertezza parte da Servola e abbraccia l'intera città. «Trieste ormai è rimasta senza un'industria - conclude l'ex operaio Bianchini -, tutte le speranze per la ripresa economica sono delegate al porto, ma basterà per rimettere in circolazione tutte le persone che lavoravano qui?».Roberto Decarli ha lavorato nello stabilimento servolano per 32 anni, lasciandovi anch'egli un pezzo di cuore e di impegno sindacale. «Sono finito qui dentro subito dopo aver svolto il servizio di leva - spiega -. Grazie alla Ferriera ho potuto sposarmi e mettere su famiglia. Tutta la mia vita si è svolta dentro e attorno allo stabilimento. Qui sono nate amicizie, momenti di solidarietà, altri di difficoltà, la nascita di una coscienza sindacale che ha attraversato periodi anche tesi». La speranza di Decarli è quella che il patrimonio storico e industriale ora non vada perduto. «La nostra intenzione - racconta - è quella di creare un museo documentale per valorizzare ciò che resta dell'impianto. Sarebbe bello creare una mostra dove poter riprodurre oltre 120 anni di vita della fabbrica. Ne abbiamo già parlato con il Comune - anticipa -, ora non resta che coinvolgere anche Arvedi, la Regione e lo stesso Ministero del lavoro».

Lorenzo Degrassi

 

 

Ok a pesca artigianale e attività scientifiche nel mare delle Falesie
Da inizio marzo al 5 giugno nuove regole in vigore nell'area - Ammesse le imbarcazioni sotto i 10 metri di lunghezza
DUINO AURISINA. Valorizzare le Falesie di Duino, per farne uno dei principali elementi di richiamo turistico del territorio. È questo l'obiettivo che si è posto il Comune di Duino Aurisina, con l'approvazione in giunta di una nuova ordinanza che, di fatto, apre lo specchio di mare situato sotto le splendide rocce duinesi all'attività di piccola pesca artigianale e a quella con finalità scientifiche, oltre che alla pesca ricreativa di cefalopodi, categoria che comprende seppie, calamari e polpi. Nel testo del documento firmato dal sindaco Daniela Pallotta, si legge infatti che dette attività saranno autorizzate «nella zona marina denominata B nelle cartografie ufficiali, dal 1.o marzo al 5 giugno di ogni anno per i prossimi 5 anni». Si tratta, in sostanza, di quella fascia di mare che corre sotto il sentiero Rilke, nel tratto fra Sistiana e il castello dei principi di Torre e Tasso, compresa all'interno della Riserva naturale delle Falesie, un'area protetta, istituita nel 1996 e passata alla diretta gestione dell'amministrazione comunale di Duino Aurisina nel novembre del 2019, in virtù dell'approvazione, da parte della giunta regionale, del nuovo Regolamento in materia. La zona B comprende gran parte dei 63 ettari che formano la parte a mare della Riserva, in pratica si esclude solo la fascia più vicina alla costa. Grazie al provvedimento approvato dall'esecutivo guidato da Pallotta, vi potranno entrare, ed è questo l'unico limite posto nel testo, i natanti di lunghezza non superiore a 10 metri. Una dimensione che di fatto permetterà l'ingresso a un considerevole numero di imbarcazioni. Per quanto riguarda la regolamentazione di dettaglio, per attività di piccola pesca artigianale si intende quella che prevede l'utilizzo della «rete a tramaglio, avente la maglia del pannello interno della rete non inferiore a 30 millimetri di lato». Il titolare di ogni natante dovrà annotare, con cadenza quotidiana, su un apposito registro, le date e la quantità del pescato. Per chi vorrà praticare la pesca ricreativa dei cefalopodi si potranno utilizzare esclusivamente le lenze a mano e le canne da pesca. Anche in questo caso sarà necessario compilare il registro quotidiano. Rimane tassativamente vietata la pesca con fucile subacqueo. Gli strumenti per l'attività scientifica dovranno invece essere «adeguatamente segnalati». In ogni caso, i natanti che accederanno alla zona B non potranno superare la velocità di 5 nodi. «Questa ordinanza - ha spiegato l'assessore comunale di Duino Aurisina per le Politiche per il mare e il Turismo, Massimo Romita - rientra nel più generale rilancio delle Falesie come elemento che caratterizza il nostro territorio e che intendiamo mettere a frutto per aumentare il potenziale turistico dell'area che rientra nella nostra giurisdizione. A questo proposito - ha aggiunto - abbiamo anche avviato un nuovo rapporto di collaborazione con la Baia Holiday, società che ha notevoli interessi in loco, in particolare con il campeggio Mare pineta di Sistiana e che, grazie al proprio potenziale di promozione turistica a livello internazionale, potrà fungere da traino per l'intera area».

Ugo Salvini

 

 

Vantaggioso introdurre i filobus nel trasporto urbano di Trieste - La lettera del giorno di Nevio Poclen

Nel corso della trasmissione televisiva di una emittente locale, l'ospite in studio prospetta la possibilità di realizzare ex novo una linea di trasporto pubblico su rotaia che da Barcola, attraversando la città, giunga fino in centro città, e a borgo San Sergio. Tutto ciò nell'ottica di una riduzione del traffico privato e, di conseguenza, di una riduzione delle emissioni nocive. Tuttavia il primo problema che si pone è proprio ciò che riguarda l'armamento, il cantiere e i relativi costi. Il costo per la realizzazione di un percorso su rotaia si aggira attorno ai 9 milioni di euro a chilometro. Questa soluzione presenta subito un aspetto negativo, però. Il cantiere per la realizzazione della linea ferrata impegnerebbe, con tutti i relativi disagi, un asse viario importante che attraversa la città per un lungo periodo. Essendo un tragitto obbligato da rotaie, motrice e carrozze, in caso di estrema necessita ovviamente non possono deviare dal loro percorso. Inoltre, il trasporto su rotaia dal punto di vista della rumorosità può costituire un problema serio. Viceversa valuterei attentamente (con il medesimo criterio) l'opzione, quale alternativa, del trasporto mediante filobus. Questa soluzione presenta due vantaggi immediati. Il primo, di natura economica, dal momento che l'armamento per una linea filobus viene a costare 4 milioni di euro al chilometro. Quindi la metà. Il secondo vantaggio è rappresentato dal fatto che i mezzi su ruota attuali, oltre a non essere obbligati dal percorso su rotaia, possono avere una doppia alimentazione e, in caso di estrema necessità, scollegandosi dalla linea aerea, possono muoversi come una vettura ibrida essendo dotati di un sistema di alimentazione autonoma che consente una certa autonomia su brevi tragitti. Senza poi contare l'estrema silenziosità dei mezzi. Quindi, in ultima analisi, al pari del trasporto su rotaia, il filobus è un mezzo di trasporto versatile, non inquina e la relativa costruzione costa molto meno.

 

 

Giovani - Al via i progetti di servizio civile

Sono diventati oltre 55mila i posti disponibili per i giovani tra i 18 e i 28 anni che vogliono diventare operatori volontari di servizio civile. Arci Servizio Civile è la più grande associazione di scopo italiana dedicata esclusivamente al servizio civile. Sul sito www.arciserviziocivilefvg.org sono illustrati tutti i progetti di Arci Servizio Civile che daranno l'opportunità ai giovani di fare questa esperienza nella nostra regione. Alla selezione possono partecipare ragazze e ragazzi tra i 18 e i 28 anni (non superati) interessati a un'esperienza di cittadinanza attiva in settori come promozione della coesione sociale, prevenzione e lotta all'esclusione sociale, cooperazione allo sviluppo e per la pace, difesa ecologica, tutela e promozione di un ambiente sostenibile, promozione della pratica sportiva e motoria, educazione e promozione culturale. Gli aspiranti operatori volontari devono presentare la domanda attraverso la piattaforma Domanda on Line (Dol) raggiungibile tramite pc, tablet e smartphone all'indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it. Il termine di scadenza per la presentazione delle domande è lunedì 15 febbraio 2021. Il servizio civile universale dura 12 mesi per un impegno di 1.145 ore articolato su base settimanale (25 ore) ed è previsto un riconoscimento economico mensile di 439.50 euro.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 16 gennaio 2021

 

 

POLA - Capannoni ex Scoglio Olivi, si punta al gas
La Rektor Lng compra all'asta per oltre 9 milioni le strutture del cantiere navale: in vista la costruzione di serbatoi criogenici
A Dignano i capannoni dell'ex cantiere navale Scoglio Olivi, cuore dell'ormai defunto Gruppo Uljanik finito in fallimento e poi messo in liquidazione, stanno per essere acquisiti dalla società Rektor Lng che se ne è aggiudicata la vendita all'asta bandita dal Tribunale amministrativo di Pisino. Quella di Rektor Lng è risultata l'unica offerta e ora l'acquisizione può ritenersi definitiva. Nel poco probabile caso di una retromarcia, la società perderebbe la cauzione di 1,85 milioni di euro: è questione di giorni il versamento dei restanti 7,43 milioni. La Rektor Lng intenderebbe avviare nei capannoni la costruzione di serbatoi criogenici Lng, come suggerito dalla recente integrazione delle sue attività sul registro delle società commerciali: vi sono state aggiunte infatti proprio quelle legate al business del gas. E una di queste è la costruzione dei serbatoi criogenici, che secondo gli esperti rappresentano il metodo migliore per il trasporto e l'immagazzinamento del Gnl. In questo scenario viene data per scontata la collaborazione con il rigassificatore galleggiante di fronte a Castelmuschio sull'isola di Veglia, entrato in funzione all'inizio dell'anno.Come risulta dall'apposito registro, la Rektor Lng è stata fondata da Josip Peranic di Crikvenica e da Marino Linardon, ex dipendente del cantiere di Pola che dieci anni fa ha lasciato lo Scoglio Olivi per entrare nel mondo del business privato, fra cui appunto quello del gas. Quanto all'acquisto dell'ex reparto del cantiere di Dignano, esso fu aperto nel 1981 principalmente quale sede di costruzione di container; in seguito si specializzò nella costruzione di sezioni metalliche di navi di ogni tipo. Queste sezioni poi venivano trasportate a Pola (per lo più di notte, per non intralciare il traffico), con camion speciali e scortati. Ma non solo solo i capannoni di Dignano a cambiare proprietà. Sono numerosi altri i beni che il Tribunale commerciale di Pisino venderà all'asta per far fronte - almeno in parte - agli obblighi dell'ex Gruppo Uljanik nei confronti dei creditori. Non si toccano però le gru, i macchinari, i veicoli e le attrezzature entrate a far parte del capitale sociale della nuova società Uljanik Brodogradnja 1856, tramite la quale il governo di Zagabria tenta di rimettere in modo la cantieristica navale a Pola. In vendita verrà messa innanzitutto la nave in costruzione per il trasporto di animali commissionata a suo tempo da un armatore kuwaitiano, che dopo il crac del Gruppo Uljanik ha attivato le garanzie bancarie. Il valore dell'unità non ultimata è viene stimato sui 17 milioni di euro, ma il prezzo di base d'asta sarà di 4,3. Lo stesso armatore sarebbe interessato ad acquistarla, ma servono altri 50 milioni per completarla. E proprio questa unità viene considerata come possibile punto di ripartenza del cantiere di Pola.Tra gli altri beni in vendita figura poi la Costruzione 514, ossia l'unità per il trasporto di automobili in fase di completamento al cantiere 3 Maggio di Fiume, che però rientra nella massa attiva del fallimento della società Uljanik spa, "figlia" dell'ex Gruppo Uljanik. Al cantiere di Pola poi ci sono sezioni di nave, lamiere e altri semilavorati in attesa di tempi migliori per evitare di finire fra i ferrivecchi.

Valmer Cusma

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 15 gennaio 2021

 

 

Operai della Ferriera in piazza "Certezze sugli investimenti" - il presidio organizzato dai sindacati

Chiesto anche il rispetto, da parte di Arvedi, degli impegni presi con i lavoratori in cassa integrazione. Martedi' vertice al ministero dello Sviluppo economico.

Chiedono chiarezza sui tempi degli investimenti che il gruppo Arvedi deve fare nello stabilimento della Ferriera e soprattutto il mantenimento degli impegni sul futuro dei lavoratori oggi in cassa integrazione. Ieri piazza Unità ha ospitato il presidio degli operai dello stabilimento di Servola. I rappresentanti di Fim Cisl, Uilm, Failms, Usb e Fiom Cgil hanno incontrato il prefetto Valerio Valenti, in attesa della riunione con la proprietà di martedì prossimo al ministero dello Sviluppo economico - crisi di governo permettendo -. Valenti ha assunto l'impegno di aprire un tavolo permanente per seguire l'evoluzione dell'accordo di programma sottoscritto lo scorso giugno. «Dopo sei mesi vediamo andare spedite solo le demolizioni - ha evidenziato Antonio Rodà della Uilm -, ma non gli interventi che dovranno garantire il rientro dei lavoratori. Sicuramente l'incontro di martedì al Mise, chiesto a inizio novembre, sarà importante per verificare gli investimenti e i tempi di realizzazione degli stessi visto che in questo periodo abbiamo sentito solo silenzio». Marco Relli della Fiom Cgil, unico sindacato a non aver sottoscritto l'accordo di programma, ha sottolineato che «il tavolo permanente può essere fatto al ministero o in prefettura, fondamentale è la presenza del sindacato». Attualmente, secondo fonti sindacali, ci sono ancora poco più di 250 operai in cassa integrazione, 150 persone (contando contratti a tempo determinato e interinali) hanno accettato incentivi e pensionamenti e 120 operai stanno lavorando nel laminatoio. A febbraio si valuteranno nuovi pensionamenti. «Non abbiamo visto passi avanti nella creazione degli stabilimenti di zincatura e verniciatura, il vero core business di Arvedi - ha sottolineato Umberto Salvaneschi della Fim Cisl -. Ora non possono esserci rallentamenti: l'accordo per la cassa integrazione prevede al massimo due anni, il terzo è solo un'ipotesi remota, e sono già passati sei mesi. Il prefetto in questo momento è l'unico attore presente, mentre da tutte le parti politiche abbiamo sentito solo promesse elettorali». Un attacco ripreso da Sasha Colautti della Usb: «Non è tollerabile il silenzio istituzionale, un fatto che riteniamo gravissimo». Infine Cristian Prella della Failms ha evidenziato la necessità di «non abbassare la guardia: la città non si deve dimenticare di noi». A chiedere risposte è anche il Pd con Roberto Decarli: «La cassa non è un anestetico con cui tener buoni i lavoratori dopo le promesse fatte in questi anni».

Andrea Pierini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 13 gennaio 2021

 

 

«Il Comune non cede azioni Hera» - L'impegno di Dipiazza per il 2021
Trieste ha una dotazione complessiva pari a 170 milioni di euro: 140 intoccabili, 30 sono trasferibili
Il Comune di Trieste non venderà azioni Hera con riferimento al prossimo bilancio 2021: lo ha precisato ieri mattina il sindaco Roberto Dipiazza. Per una semplice ragione: perché la struttura finanziaria dell'amministrazione è sufficientemente robusta per non dover intaccare quanto resta del "tesoretto" azionario. Incalza il "vicario" leghista Paolo Polidori: mettere azioni sul mercato non ha senso dal momento che è assai più conveniente, agli attuali tassi bancari, accendere debiti. Premessa: Hera è la seconda multiutility nazionale (acqua, gas, ambiente, elettricità) e dall'estate 2012 (o dal gennaio 2013, a seconda) controlla AcegasApsAmga, società del Nordest che raccoglie i territori di Trieste, Padova, Udine. Trieste detiene un posto nel consiglio di amministrazione. Il primo cittadino è stato contattato in vista della riunione della III commissione consiliare, che domani giovedì 14 alle ore 9, sotto la presidenza di Massimo Codarin, discuterà sul sindacato di voto e sui trasferimenti azionari Hera nel quadriennio 2021-24. Le cifre: il socio Comune di Trieste ha nel suo portafoglio 55.569.983 titoli pari a un controvalore di circa 170 milioni di euro, considerando che ieri Hera ha chiuso in Piazza Affari a 3,07 euro. Questa partecipazione rappresenta il 3,73% del capitale Hera e si distingue in due tipologie di azioni, le "bloccate" e le "trasferibili". Le "bloccate", cioè non vendibili, sono 46.305.038 per un controvalore di circa 140 milioni di euro, mentre quelle vendibili sono 9.264.945 per un controvalore di circa 30 milioni di euro. Prima Cosolini poi Dipiazza, hanno ceduto in complesso circa 18 milioni di azioni, più o meno i due terzi del "tesoretto" vendibile: poiché negli anni il valore del titolo è cambiato, è difficile computare con precisione la traduzione monetaria, a livello del tutto indicativo possiamo parlare di 40-45 milioni di euro introitati e reinvestiti nelle opere pubbliche. Il robusto ricorso alle vendite ha significativamente ridotto la quota del Comune nel capitale Hera, quota che dal 5% è scesa - come abbiamo visto - al 3,7%. Ciononostante, Trieste mantiene la dotazione azionaria più consistente rispetto ai 46,1 milioni padovani e ai 44,1 milioni udinesi. Da notare che Padova non ha più titoli vendibili, mentre Udine ha una riserva commerciabile di 15,4 milioni di azioni. Di cosa deve dibattere la III commissione, in preparazione dell'appuntamento con l'aula? Valuterà l'adesione al cosiddetto patto sindacale stretto tra ben 111 azionisti pubblici, che garantisce il controllo di Hera con una quota del 38,42%. La massima parte delle amministrazioni socie sono emiliane e romagnole (Bologna, Modena, Ferrara, Forlì, Cesena, Ravenna, Rimini). Si tratta di un accordo parasociale che viene rinnovato ogni quadriennio, quello oggi in vigore è stato sottoscritto nel 2018 e scadrà il 30 giugno, quindi deve essere ritessuto. Anche se non vengono segnalate novità di rilievo nel "contratto di sindacato di voto". Uno dei punti di maggiore rilievo riguarda il collocamento delle azioni non soggette al "blocco", operazione che va calibrata e governata per evitare negative ripercussioni sul mercato. L'eventuale dismissione - spiega la delibera che sarà firmata dallo stesso primo cittadino - sarà supportata da un consulente finanziario, che fornirà un contributo di natura consulenziale volto a confermare la congruità del prezzo di cessione ai soci pubblici venditori. La vendita sarà coordinata in sede di "comitato di sindacato" (di cui farà parte anche Trieste). Potrà essere richiesta la sottoscrizione di impegni di inalienabilità delle residue azioni «alfine di garantire adeguata stabilità al titolo».

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 12 gennaio 2021

 

 

Rebus investimenti e "cassa" - Operai di Servola in presidio - le incertezze sulla riconversione della ferriera
I lavoratori della Ferriera tornano a mobilitarsi. I sindacati protestano perché non ricevono da mesi informazioni sul percorso di riqualificazione dell'area a caldo e sul futuro che attende i dipendenti attualmente in cassa integrazione. Giovedì mattina si terrà allora un presidio in piazza Unità per chiedere al prefetto Valerio Valenti di assumere ancora una volta il ruolo di mediatore fra istituzioni e imprese private, affinché sia fatta chiarezza sugli investimenti destinati agli impianti che dovranno assorbire la manodopera non più impiegata fra altoforno, cokeria, agglomerato e macchina a colare. La mobilitazione sarà unitaria. I sindacati favorevoli alla riconversione (Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb) e l'unica sigla contraria (Fiom Cgil) hanno ripreso a dialogare dopo mesi di rapporti difficili, seguiti al referendum tra i lavoratori, che col 59% dei voti si sono espressi per la chiusura dell'area a caldo, in cambio di certezza di reimpiego fra laminatoio, centrale elettrica e attività logistiche. I sindacati animeranno dunque insieme il presidio, la cui protesta andrà soprattutto all'indirizzo del ministro Stefano Patuanelli. In una lettera congiunta al prefetto, le segreterie territoriali spiegano di aver inviato il 18 novembre a Patuanelli una richiesta di convocazione del tavolo di monitoraggio previsto dall'Accordo di programma, ma di non aver mai ricevuto risposta. «L'obiettivo - scrivono - era fare il punto sull'attuazione dell'Adp e sul piano industriale del gruppo Arvedi per i prossimi mesi. Purtroppo non abbiamo avuto risposta. Consideriamo l'assenza di interlocuzione come un fatto negativo in particolar modo se riferito a un processo industriale molto articolato come quello della Ferriera. In tal senso, era stato lo stesso ministro a fornire ampie rassicurazioni su una disponibilità al confronto costante». La missiva continua sottolineando che «i mesi stanno passando velocemente e, mentre le demolizioni procedono celermente, non possiamo dire la stessa cosa sugli investimenti nei reparti che dovranno assorbire i lavoratori, oggi collocati in Cigs. Tutto ciò accresce la preoccupazione tra i lavoratori».

d.d.a.

 

 

Pulizia dei sentieri: al via l'iter per chiedere i fondi alla Regione - dopo il passaggio dei migranti
MUGGIA. Anche il Comune Muggia, come già fatto da quello di San Dorligo della Valle, attingerà dal fondo di 150 mila euro messo a disposizione dalla legge di stabilità 2021 della Regione Friuli Venezia Giulia, che prevede un contributo straordinario per interventi di cura e pulizia dei territori interessati dal passaggio dei migranti della rotta balcanica. Oltre a quelli di Muggia e San Dorligo sono destinatari del fondo i comuni di Monrupino, Sgonico e Trieste. Si tratta per l'appunto di un contributo straordinario a sostegno delle spese organizzative, di personale e materiali per la pulizia dei propri territori interessati dal passaggio dei migranti, che spesso abbandonano soprattutto vestiti, con l'obiettivo generale della salvaguardia degli habitat e del contenimento e del contrasto della diffusione del Covid-19. Ora il Comune di Muggia, come fatto come si è detto da quello di San Dorligo, che ha già ottenuto 25 mila euro, sta preparando la domanda, da prsentare entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della Finanziaria regionale, ossia entro il 6 aprile. Nella domanda occorrerà riportare una descrizione illustrativa del progetto e il preventivo di spesa. «Oggi (ieri, ndr) - spiega il sindaco di Muggia Laura Marzi - abbiamo fatto un incontro con l'assessore regionale ad Autonomie locali e Sicurezza Pierpaolo Roberti e con i tecnici della Regione preposti a questo tema e abbiamo concordato che entro aprile, dunque, invieremo alla Regione le nostre richieste».La genesi di questo intervento, evidenzia Marzi, «nasce da una precisa richiesta avanzata dal Comune di San Dorligo della Valle, che è il comune più colpito dal passaggio delle rotte migratorie. Gli altri comuni hanno solo parti limitate del loro territorio interessate da questi passaggi. Noi abbiamo soprattutto la porzione che confina proprio con San Dorligo, parte delle sponde del Rio Ospo e una quota del territorio che confina con la Slovenia, come la zona della ciclabile Parenzana». Va chiarito che il fondo non eroga automaticamente 25 mila a comune: «Noi - così Marzi - dobbiamo presentare un preventivo di spesa concordato con chi ci farà il servizio».

lu.pu.

 

 

Lo stallo assurdo sulla piscina terapeutica di Campo Marzio - la lettera del giorno di Tiziana Cimolino (Medici per l'ambiente)
Il nuovo anno è iniziato e ancora niente si muove. Per la piscina terapeutica di Campo Marzio il dissequestro è saltato ad aprile e ancora non è stata fatta luce sulle cause del crollo. Il ponte Morandi è stato costruito in due anni e noi siamo ancora qui dopo un anno e mezzo per un tetto crollato. Le amministrazioni da tempo ci dicono che la priorità è la salute, ma la mancanza della piscina terapeutica non è forse un fattore che ne determina la perdita? I triestini hanno bisogno di avere al più presto una nuova piscina terapeutica e soprattutto potremmo cogliere l'occasione per farla meglio di prima. Le associazioni si sono organizzate in banchetti e hanno raccolto 6.000 firme con la mia. Hanno ascoltato politici che hanno proposto soluzioni e proposte, ma siamo ancora fermi. Bisogna dare alla città con urgenza una piscina adeguata in cui siano presenti supporti, scale e rampe adeguate, ausili che determineranno la garanzia di una corretta e totale fruizione degli spazi e dell'accesso allo spazio acqua da parte di persone con ridotte capacità motorie e non. Si potrebbe inoltre per innovare l'impianto di trattamento delle acque usare quello ad ozono, che non presenta i disagi causati dal cloro e garantisce nel contempo una disinfezione dagli standard molto più elevati, migliorare l'accessibilità che presentava in Acquamarina problemi per certe disabilità. Molte persone hanno dovuto rinunciare ai loro trattamenti terapeutici in acqua e sappiamo bene che nelle persone diversamente abili se non porti avanti un trattamento riabilitativo di recupero funzionale continuativamente le complicanze della patologia arrivano presto. Quindi abbiamo disabili più disabili, un tetto a terra e nessuno che si muove.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 11 gennaio 2021

 

 

Piano alienazioni: il polo Greensisam in Porto vecchio messo sul mercato
Il Comune riduce a 7,4 milioni il valore dei cinque magazzini - Nell'elenco anche l'ex centro civico di via Gatteri-via Giotto
La novità di maggiore rilevanza sembra essere l'inserimento del "villaggio Greensisam" all'inizio di Porto vecchio nell'elenco degli immobili da vendere: il Comune fa il periodico punto sui beni alienabili, documento che sarà presentato stamane alle 11.15 nell'insolito contesto di piazza della Borsa al cospetto di un pensoso Gabriele D'Annunzio, assiso in lettura. Ma soprattutto Lorenzo Giorgi, assessore all'Immobiliare, spiegherà il cambio di marcia che la civica amministrazione intende conferire nel confronto con il mercato: basta con inutili aste a quotazioni inusitate che vanno puntualmente deserte, avanti con modalità alternative come le concessioni, gli affitti a lungo termine, il cosiddetto "rent to buy".Quest'ultimo istituto, introdotto nel nostro ordinamento con il decreto "sblocca Italia" di renziana memoria, prevede che il proprietario consegni fin da subito l'immobile al conduttore-futuro acquirente, il quale paga il canone. Dopo un certo periodo di tempo il conduttore può decidere se acquistare - senza obbligo però - il bene, detraendo dal prezzo una parte delle locazioni pagate.È il ragionamento che Giorgi ha già anticipato su palazzo Carciotti, una sorta di bella-di-Torriglia-che-tutti-vogliono-ma-nessuno-piglia (detto genovese), esempio di un approccio troppo abitudinario e burocratico che alla fine ha portato a vendere pochissima merce. L'Immobiliare, diretta da Luigi Leonardi, ha tentato di vivacizzare la solita lista di mezze "ciofeche" estraendo dalla panchina qualche rinforzo come l'ex scuola di via Combi (stima di 3,4 milioni ma calerà) e l'edificio di via Gatteri angolo via Giotto (1,3 milioni) antica sede di centro civico. Si è finalmente abbassata a 2,6 milioni la richiesta per l'ex mensa dei Cantieri riuniti tra via Locchi e Passeggio Sant'Andrea: sarà stata pure firmata da Marcello D'Olivo, ma pretendere 5,7 milioni per un covo di roditori era un'autentica astruseria. Più ragionevole, per quanto ancora alta, la quotazione di 1,9 milioni per Villa Cosulich in strada del Friuli.Sempre a proposito di stime riviste, emblematico il caso di "villaggio Greensisam" accennato all'inizio. La vecchia valutazione dei cinque magazzini, che l'Autorità portuale diede in concessione a Pierluigi Maneschi oltre tre lustri addietro, ammontava a circa 16 milioni di euro e il canone pari a 513.000 euro annui, pagato prima all'Autorità portuale poi al Comune, era calibrato non solo e non tanto sulla qualità degli stabili (non certo in gran forma), quanto sulla prospettiva di utilizzo dell'area, che pareva avviata a grandi progetti (a cominciare dalla sede europea dell'armatore taiwanese Evergreen) rimasti però allo stadio onirico. L'antico valore di 16 milioni, che fino a un po' di tempo fa avrebbe dovuto rappresentare la base d'asta, si riduce drasticamente nella nuova edizione Giorgi-Leonardi a 7,4 milioni, destinati a un'ulteriore probabile contrazione quando giungerà il verdetto di Stefano Stanghellini, l'esperto di estimo incaricato di formulare il nuovo prezzo. Adesso la situazione è la seguente: i magazzini 1-3, che sono sul mare e che resteranno ad Antonio Maneschi, sono valutati 2,4 milioni; i magazzini 2-4, che dovrebbero passare alla Regione Fvg, sono quotati 4,7 milioni; il magazzino 2A, che sembrava avviato a fungere da parking per Ttp, vale 320.000 euro. Sembrano prezzi accessibili, ma l'entità dei lavori, che attende i futuri gestori-proprietari, allontana l'idea di un facile business.

Massimo Greco

 

Controllo di qualità sul progetto di Vazquez Consuegra al "26"
Il futuro Museo del mare: gli interessati all'appalto per la validazione devono farsi avanti entro il 26 gennaio. Al vincitore 241 mila euro
C'è un termine che il Comune non può assolutamente permettersi di snobbare: il 31 dicembre dell'anno appena iniziato. Entro San Silvestro la stazione appaltante municipale dovrà aver messo in gara i lavori per trasformare il Magazzino 26 in Museo del mare. Il cronoprogramma comincia a farsi impietoso, perché il confronto con la Soprintendenza sul progetto dell'architetto sivigliano Guillermo Vazquez Consuegra ha portato via più tempo del previsto. Il "definitivo" è stato alfine presentato lo scorso 14 dicembre e prospetta un importo di poco inferiore a 20 milioni (sui 33 complessivamente disponibili per l'opera).Il "rup", il dirigente comunale Lucia Iammarino, ha chiesto con urgenza al collega Riccardo Vatta di bandire la gara per individuare il soggetto "validatore" del progetto, per il quale la norma indica particolari requisiti in tema di controllo-qualità. Le aziende, interessate a verificare il lavoro dei progettisti, sono invitate a mandare le offerte entro le ore 12.30 di martedì 26 gennaio, offerte che saranno aperte il giorno dopo alle 9. Il vincitore avrà a disposizione 241.244 euro, compresi Iva e oneri previdenziali (al netto 190.000).Si tratta di un passaggio che di recente ha interessato anche la realizzazione del Centro congressi, sempre in Porto vecchio: in quell'occasione della "validazione" si occupò Bureau Veritas. I candidati debbono aver fatturato 380.000 euro per tre esercizi nell'ultimo decennio. La squadra, pilotata da Vazquez Consuegra, aveva vinto la gara nell'estate 2019 con un'offerta pari a 1,6 milioni di euro in base al miglior rapporto qualità-prezzo rispetto alle proposte degli altri 15 concorrenti, tutti di livello internazionale. Della cordata fanno parte, oltre al professionista andaluso, la modenese Politecnica, la fiorentina Consilium, la pordenonese Cooprogetti, il romano Filippo Lambertucci, la trevigiana Monica Endrizi, gli studi triestini Sgm, Mads, Re.Te.In un primo tempo Vazquez Consuegra aveva pensato di inserire una torretta di vetro sopra il Magazzino 26, ma l'idea è stata bloccata dalla Soprintendenza.

Magr

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 10 gennaio 2021

 

 

L'Italia acquista ancora acqua oltreconfine - 400 mila euro l'anno alla Slovenia dal 1947
È previsto dal Trattato di Parigi per Fontefredda finito alla Jugoslavia. Ma ora ci sono i pozzi di Mochetta e risalita al Castello
"Contributo statale per il rifornimento idrico della città di Gorizia. Accertamento e impegno per 400 mila euro".Potrebbe sembrare una delle tante determine tecniche, importanti ma dallo scarso interesse di cronaca, che compaiono settimanalmente sull'Albo pretorio del Comune. In realtà, il contenuto è quantomeno curioso perché si tratta di un aiuto economico da parte dello Stato che si rinnova da decenni.

La guerra e il Trattato di Pace

Quei soldi, semplificando al massimo, servono all'ente locale per andare ad acquistare un certo quantitativo di acqua dalla Slovenia, dove c'è l'impianto di Fontefredda. Il tutto trae origine dal Trattato di Pace di Parigi, sottoscritto il 10 febbraio 1947. «Tale contributo - si legge nella determina -, per gli anni successivi, è annualmente rivalutato rispetto a quello dell'anno precedente, in relazione all'aumento del prezzo dell'acqua da determinarsi, ogni 12 mesi, in base alla modalità previste dall'accordo medesimo».Da molti anni, il criterio per la quantificazione del contributo consiste nel riconoscimento di un importo pari al 98% del costo complessivo sopportato dal Comune per l'acquisto dell'acqua oltreconfine. Nel 2007, la commissione mista italo-slovena, composta da Irisacqua e dall'omologa Vodovodi in Kanalizacjia Nova Gorica, determinò il prezzo dell'acqua, a partire dal 2008, in 25 centesimi al metro cubo. L'ultimo stanziamento statale, relativo al 2018, è di 400 mila euro. Della serie: paga in ritardo lo Stato, ma paga per l'acqua prelevata dall'impianto in riva sinistra dell'Isonzo, ai piedi del Monte Santo. A spiegare, più nel dettaglio, i termini dell'operazione sono il sindaco Rodolfo Ziberna e il parlamentare Guido Germano Pettarin, già assessore comunale a Bilancio e Partecipate. Il primo rammenta come nel 1947, in seguito agli esiti della Seconda guerra mondiale, Gorizia non poté più accedere alla fornitura idrica che era "rimasta" nell'altro Stato. «I pozzi, infatti, sono restati al di là del confine imposto nel 1947 con il trattato di pace di Parigi. Da qui, l'indennizzo che è diventata una voce fissa del documento contabile. Nel frattempo, la città si è riorganizzata realizzando i pozzi alla Mochetta e nella risalita al Castello».

Le motivazioni del contributo

Più nel dettaglio entra Pettarin, conoscitore della materia. «Terminato il secondo conflitto mondiale, le fonti d'acqua non rientrarono più nel territorio italiano. E fu necessario accordarsi per fare in modo che Gorizia avesse le disponibilità idriche e si strutturasse per realizzare fonti proprie, superando quella fase di difficoltà. E così si fece. E oggi si può dire che quella che era una fornitura indispensabile nel dopoguerra, oggi non lo è nemmeno più. Ma si tratta, comunque, di avere a disposizione una riserva», argomenta il parlamentare. Che guarda oltre. E evidenziando l'affermazione per la Capitale della Cultura 2025, sottolinea come «le due città siano sulla strada per diventare un'unica città. E anche nell'ambito dei servizi, bisognerà cominciare a pianificare e a ragionare come un'unica entità».Un altro passaggio della determina è fondamentale. Si rammenta come il trattato internazionale che regolamenta il rapporto fra Italia e Slovenia è «vigente, finché non venga espressamente modificato in seguito a eventuali diverse intese fra i due Paesi».

L'attività di Irisacqua

In ultimo, alcuni numeri (su scala provinciale) dell'importante attività svolta da Irisacqua. Dati desunti dagli ultimi documenti di bilancio. «I vari sistemi idrici gestiti da Irisacqua sono composti da 7 impianti di captazione dove l'acqua viene prelevata da 36 pozzi, 4 impianti di sollevamento principali con adduzioni verso i serbatoi e 12 impianti di risollevamento distribuiti lungo le reti di distribuzione - si legge nel documento -. La rete acquedottistica, adduzione e distribuzione, è pari a 1.074 km. A completare i sistemi idrici ci sono 42 serbatoi. I metri cubi immessi in rete sono stati 19.183.958, di cui 10.630.531 mc fatturati agli utenti: la percentuale d'acqua non contabilizzata diminuisce sensibilmente rispetto allo scorso anno in virtù delle attività sulla rete idrica inerenti mitigazione delle perdite e riduzione della pressione».

La sottoscrizione - Gli accordi firmati dopo la Seconda guerra mondiale
I trattati di Parigi furono firmati il 10 febbraio 1947. La sottoscrizione fu preceduta da una conferenza di pace tra luglio e ottobre 1946. L'Italia, oltre ai territori occupati durante la guerra, cedeva alla Jugoslavia la provincia del Carnaro, la provincia di Zara, gran parte della provincia dell'Istria (venne creata una zona A gestita dal Gma e una zona B affidata sempre a Tito), del Carso triestino e goriziano, e l'alta valle dell'Isonzo. A Gorizia venivano tagliati a metà anche i cimiteri. --

Le municipalizzate - Il Trattato di Osimo modificò i criteri di trent'anni prima
Dal dopoguerra fino al 1977, specifici accordi internazionali tra Italia e Jugoslavia fissavano il quantitativo massimo di acqua riservata al Comune e i relativi prezzi d'acquisto. Con il Trattato di Osimo, venivano modificati i criteri adottati trentatré anni prima: il contributo veniva accreditato al Comune e veniva rivalutato sulla base del costo dell'acqua che, anno dopo anno, sarebbe stato concordato dalle Aziende municipalizzate e dall'omologa società jugoslava.

Francesco Fain

 

 

Il piano green Fincantieri per le navi all'idrogeno che piace all'Europa: così salviamo l'ambiente
Il gruppo ha sviluppato il progetto Zeus: un'unità navale sperimentale prima nel suo genere al mondo. Laboratorio anche in Area di Ricerca
È stato l'economista Jeremy Rifkin, in un saggio dei primi anni Duemila, a individuare all'orizzonte un nuovo modo di sfruttare l'energia in grado di «rivoluzionare la civiltà»: l'economia all'idrogeno. La materia di cui sono fatte le stelle e il sole. Si trova in tutti gli esseri viventi, nell'acqua e nei combustibili fossili. Potrebbe essere la seconda rivoluzione dopo quella di Internet. Tramonterebbe le geopolitica del petrolio: «La rete energetica mondiale dell'idrogeno sarà la prossima rivoluzione economica, tecnologica e sociale della storia».L'idrogeno applicato alla propulsione delle navi e al risparmio energetico. Sono questi i nuovi scenari industriali dove Fincantieri, come ha spiegato di recente il presidente Giampiero Massolo, oggi è in prima linea: «Con il Recovery fund puntiamo anche a progetti sulle batterie al litio per arrivare alle navi a idrogeno. Una grande sfida». Di recente, insieme con le altre aziende partecipate pubbliche, il gruppo guidato da Giuseppe Bono ha presentato al Mise i progetti in materia di innovazione e di energia verde da finanziarie con il Recovery Fund. Su quali obiettivi?«Il cuore del business di Fincantieri sono le navi da crociera e militari ma negli anni abbiamo molto diversificato la produzione - ha spiegato Massolo in una conversazione con il Sole 24 Ore. Tutto ciò ci spinge ad essere "smart" nella gestione degli impianti e l'emergenza Covid ha accelerato questa spinta verso la sostenibilità, interconnessa, tra sistema nave e sistema-porti». A Trieste si cerca di "disegnare" industrialmente un futuro in cui le navi saranno sempre più green. «Stiamo trovando la nostra via d'uscita dalla crisi Covid-19. Con il recovery plan, abbiamo un'opportunità eccezionale per gli investimenti verdi. Vedo l'inizio di una rivoluzione per una nuova economia dell'idrogeno in Europa. Abbiamo opportunità immediate nelle nostre mani. E nella nuova economia del'idrogeno Fincantieri è un'eccellenza»: sottolinea Kadri Simson, commissario europeo all'energia. Intervenendo di recente all' European Hydrogen Forum, Simson ha ricordato il prototipo Zeus, un'unità navale sperimentale alimentata tramite fuel cell (cella a combustibile) realizzata da Fincantieri nel cantiere di Castellamare di Stabia: «Stiamo vedendo opportunità nel trasporto marittimo grazie a Fincantieri, che ha iniziato a lavorare sulla prima Zero Emission Ultimate Ship». La ricerca alla base del prototipo Zeus punta a migliorare la sostenibilità ambientale di navi cruise, mega-yacht, traghetti, ferry e navi da ricerca oceanografica, attraverso la riduzione delle emissioni di gas effetto serra. Un progetto che coinvolge, oltre a Fincantieri, le società del gruppo Isotta Fraschini Motori. Il gruppo di Bono ha inoltre avviato un secondo laboratorio presso l'Area Science Park di Trieste in collaborazione con l'Università di Trieste, con l'obiettivo di testare impianti di generazione basati su differenti tipologie di fuel cell.Ci vorrà almeno un decennio per raggiungere una riduzione delle emissioni del 55% tuttavia la crisi da Covid-19 ha messo in campo enormi risorse finanziarie a livello europeo che possono accelerare i tempi: «Grazie al Recovery plan abbiamo un'opportunità eccezionale per gli investimenti verdi nel trasporto marittimo proprio grazie a Fincantieri», commenta Simson.Nel corso degli anni il gruppo triestino ha avviato numerosi progetti di ricerca per studiare e verificare l'applicabilità delle tecnologie ad idrogeno e delle fuel cells a bordo delle navi, sia con risorse proprie sia con il supporto di programmi di ricerca ed innovazione finanziati a livello nazionale: «Queste iniziative sono cruciali per la sostenibilità futura a livello globale. Fincantieri, da sempre attenta a queste tematiche, studia la generazione e la distribuzione dell'energia a bordo delle navi da crociera, traghetti e megayacht. Per questo molte delle iniziative di ricerca e innovazione del gruppo sono focalizzate all'aumento del grado di elettrificazione delle navi e all'uso di vettori energetici sostenibili», si sottolinea nel quartier generale del gruppo a Trieste.«Tutto ciò ci spinge ad essere "smart" nella gestione degli impianti e l'emergenza Covid ha accelerato questa spinta verso la sostenibilità», ha spiegato Massolo.

Piercarlo Fiumanò

 

 

I segreti per trattare gli alberi - Vademecum per pollici verdi - libro per esperti e non

La cura degli alberi attraverso un approccio naturali e dettami tecnici alla portata di tutti. Si intitola "Amici alberi, semplici regole per trattarli bene" ed è l'opera edita da Libreria della Natura attesa a giorni nelle librerie, scritta a sei mani da Roberto Barocchi, Aldo Cavani e Giorgio Valvason. Una ottantina le pagine e settanta le illustrazioni che corredano una sorta di manualetto concepito per ribadire non solo l'importanza vitale degli alberi, ma anche le modalità per l'accudimento: «Si tratta intanto di un testo alla portata di tutti, ideato soprattutto per le persone non molto esperte - premette Roberto Barocchi, coautore, architetto ed ex direttore dell'Ispettorato delle Foreste di Trieste -. L'idea è nata dopo aver discusso con gli altri autori della situazione locale e della necessità di ribadire alcuni punti fermi, ma facendolo con un linguaggio popolare e facilmente comprensibile». Il libro richiama intanto sul valore dell'albero, ma non si sofferma troppo sugli aspetti simbolici, quanto sugli effettivi riverberi sulla natura, la società e la salute stessa dell'uomo: «L'albero è un vero amico e dovrebbe essere trattato come tale - prosegue Roberto Barocchi - ha il dono di migliorare non solo il paesaggio ma di influire sul microclima producendo ossigeno e annientando altri gas nocivi». Il libro si sofferma su alcuni tratti fondamentali, vedi la debita distanza da adottare per permettere lo sviluppo della chioma e rami, oppure come affrontare la potatura e quando farne uso. Una curiosità. Anche gli alberi soffrono di "stress urbano". Sì, perché stando alle analisi emerse nel libro, gli alberi che strutturano un viale in città sono destinati a vita breve, quasi cinquant'anni in media a fronte di qualche secolo. Barocchi ha scritto anche il "Dizionario di Urbanistica". Giorgio Valvason è un arboricoltore, mentre Aldo Cavani è dottore forestale, anch'egli ex direttore dell'Ispettorato locale.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 9 gennaio 2021

 

 

Le critiche all'ovovia si basano sui documenti ufficiali del Comune - la lettera del giorno di Andrea Wehrenfennig, presidente Legambiente

Per correttezza nei confronti dei lettori del Piccolo e soprattutto di Gianpaolo Penco (segnalazione dell'8 gennaio), ricordo che le critiche sollevate dalle undici associazioni ambientaliste e civiche - che ora sono dodici - nei confronti dell'infelice progetto di ovovia si basano sui documenti ufficiali dei progettisti e del Comune. In particolare con la delibera n. 577 del 28 dicembre 2020 la giunta comunale "delibera di presentare istanza per l'accesso ai finanziamenti destinati ai sistemi di Trm ad Impianti fissi con la proposta progettuale denominata "Cabinovia metropolitana Trieste - Porto Vecchio - Carso" per una spesa complessiva presunta di euro 48.768.102,54 Iva inclusa interamente a carico del Ministero", il che conferma quanto affermato dalle associazioni. Inoltre secondo il progetto preliminare la stazione "Opicina" e il vicino parcheggio - che in realtà sono collocati presso l'abitato di Campo Romano - sono da realizzare in un'area boscata, il che comporta numerosi abbattimenti. Approfittiamo di questa precisazione per invitare il Comune a pubblicare sul proprio sito tutti i documenti del progetto preliminare, il documento di fattibilità delle alternative progettuali e le delibere di giunta, in modo che i cittadini possono avere tutte le informazioni necessarie a conoscere il progetto e poterlo commentare in base ai fatti (per evitare "informazioni sbagliate e fuorvianti").

 

GORIZIA - Lotta allo smog, da domani i nuovi divieti
Out dalle 18 alle 20 i mezzi e i ciclomotori più vecchi da un ring del centro cittadino. Provvedimento sino al 27 febbraio
L'ordinanza parla chiaro. A decorrere dal 10 gennaio (ovvero da domani) sino al 27 febbraio, «allo scopo di prevenire episodi acuti di inquinamento atmosferico», viene introdotto il divieto di transito degli autoveicoli alimentati a benzina o a gasolio con caratteristiche emissive antecedenti alla classe Euro 4, nonché dei ciclomotori e delle moto pre Euro 3 nella fascia oraria compresa tra le 18 alle 20. In sostanza, le misure preventive contro l'inquinamento riguarderanno i veicoli più "vecchi", ovvero le auto a benzina o a gasolio Euro 1, Euro 2 ed Euro 3 e i motoveicoli e ciclomotori Euro 1 ed Euro 2: mezzi che non potranno circolare nel perimetro individuato dalle vie e dalle piazze seguenti: via Santa Chiara, via Mameli, via Roma, largo Martiri delle foibe, via De Gasperi, piazza del Municipio, via Generale Cascino, corso Italia (tratto via Cascino-via Garibaldi), via Diaz (tratto via Garibaldi-via Rismondo), via Rismondo, piazza Battisti, via Petrarca (da piazza Battisti a via Cadorna), via Cadorna (tratto da via Petrarca a via Boccaccio), via Boccaccio (da via Cadorna a piazzale Donatori di sangue).«Un mini-blocco - spiegano l'assessore comunale Francesco Del Sordi e il comandante dei vigili urbani Marco Muzzatti - che scatta ogni anno puntualmente e sempre nelle stesse date perché si tratta di misure preventive». Peraltro, quest'anno, con i lockdown e il calo evidente del traffico in città, a beneficiarne è stata proprio la qualità dell'aria. Ci sono, però, parecchie deroghe: potranno in primis circolare liberamente, oltre agli autoveicoli omologati Euro 4 o superiori e i motoveicoli e ciclomotori Euro 3 o superiori anche i veicoli ad emissione zero, alimentati con motori elettrici e ibridi e che utilizzano come carburante alternativo metano, Gpl, bioetanolo o idrogeno. Inoltre l'accesso nel ring sarà consentito a veicoli riservati al trasporto pubblico di linea o turistico con pullman, autobus, scuolabus, taxi e autovetture in servizio di noleggio con conducente e veicoli con almeno tre persone a bordo. Circoleranno anche mezzi per i servizi socio-sanitari e per il soccorso sanitario, compresi quelli dei medici e dei veterinari, muniti di apposito contrassegno distintivo. Infine, potranno accedere anche autoveicoli a servizio degli invalidi, per il trasporto di persone soggette a trattamenti, di particolare gravità, sanitari e riabilitativi programmati, nonché vetture che trasportano persone con ridotta capacita deambulatoria e altre gravi patologie e impossibilitate temporaneamente a servirsi dei mezzi pubblici. Disco verde anche ai veicoli dei paramedici e dei tecnici ospedalieri in servizio di reperibilità, dell'Azienda sanitaria e di associazioni ed imprese che svolgono servizio di assistenza sanitaria e sociale. «Praticamente, è stata riproposta la stessa ordinanza dell'anno passato che scatta, a meno di modifiche intervenute nel frattempo, in automatico - conclude Marco Muzzatti, comandante della Polizia locale -. Verranno predisposti controlli da parte dei vigili urbani».

Francesco Fain

 

Nell'Isontino ci sono ancora 6 mila automobili Euro zero - parco macchine datato

All'interno c'è di tutto. Anche le auto d'epoca che hanno la loro ragione d'esistere e vanno preservate gelosamente. Ma non parliamo soltanto di "gioiellini" a quattro ruote perché, sulle nostre strade, girano anche tante "carrette": automobili vecchie e inquinanti. Ed è una testimonianza del fatto che circolano pochi soldi e che gli ultimi modelli sono sicuramente molto belli ma costano troppo. Decisamente troppo. Un po' di numeri che parlano da soli. Secondo l'elaborazione di "Facile.it", realizzata su dati ufficiali del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nei registri della motorizzazione del Friuli Venezia Giulia risultano ancora iscritte 49.953 automobili Euro zero, corrispondenti al 6,21% del totale vetture ad uso privato registrate in regione. Come sono distribuite a livello provinciale queste autovetture? Nell'Isontino ci sono 5.934 vetture Euro zero, pari al 6,45% del totale. Non poche. Se si guarda ai valori assoluti delle sole Euro zero, la maglia nera della regione spetta alla provincia di Udine (23.121 auto private; 6,27% del totale), seguita da Pordenone, (11.991; 5,57%) e Trieste (8.907, 6,94%). E il quadro si incupisce ulteriormente se si allarga l'analisi. Considerando le automobili Euro 0-1-2-3 si arriva, in totale, a circa 239 mila vetture circolanti: vale a dire che quasi un terzo della auto potenzialmente in strada in Friuli Venezia Giulia (30%) ha 15 anni o più di anzianità. Auto d'epoca a parte, costituiscono molte volte un danno non solo per l'ambiente e per la sicurezza stradale, ma anche per le tasche dei proprietari. Secondo le simulazioni, a livello medio nazionale, assicurare un veicolo Euro 3 del 2005 può costare fino al 156% in più rispetto allo stesso veicolo, nella sua versione Euro 6, immatricolato nel 2020.

 

 

Giù i magazzini dell'ex fabbrica Fissan simbolo della storia industriale di Trieste
Al via le demolizioni del complesso in via Muggia. La nuova proprietà, un'azienda slovena di logistica, ci farà uffici e piazzali
Addio al vecchio stabilimento Fissan, simbolo del passato produttivo della città. È iniziata in questi giorni la demolizione dell'ex sede Trieste del marchio, in via Muggia, nella zona industriale. L'area, di 17 mila metri quadrati, come conferma il Coselag, Consorzio di Sviluppo economico locale dell'Area giuliana, è stata venduta ad un'azienda slovena, che si occupa di logistica e che darà vita a nuovi spazi, più funzionali. Se ne va così un pezzo della storia di Trieste, quella fabbrica che per molti anni ha "sfornato" prodotti per i bambini conosciutissimi, in particolare bagnoschiuma e creme per l'infanzia e, in una fase successiva, anche articoli di altri noti brand, come Glysolid, Depilzero o Badedas.Una serie di fabbricati che per anni sono stati abbandonati dopo la chiusura avvenuta nel 2006, con diversi tentativi di vendita andati a vuoto, fino alla svolta recente e all'abbattimento delle strutture. Anche perché, per i nuovi acquirenti, non sarebbe stato facile riutilizzare un comprensorio nato con una destinazione precisa. «Quando lavoravo all'Ezit - spiega Dario Bruni, presidente di Confartigianato Trieste - ricordo che era impossibile trovare investitori potenzialmente interessati a una locazione o a un subentro nella proprietà. Gli spazi erano pensati per un'attività specifica, e sarebbe stato molto complesso adattarli ad altri utilizzi. Non mi meraviglia la notizia della demolizione - aggiunge - solo così, probabilmente, quella zona potrà tornare in attività».Un'asta andata deserta nel 2011 fissava il prezzo a 6 milioni 210 mila euro. Impossibile capire al momento quale sia l'importo stabilito nell'ultima vendita andata a buon fine. Famoso soprattutto per la pasta Fissan, lo stabilimento risale al 1965, un anno che determina anche un salto importante per l'azienda, che grazie a spazi più ampi e a un costante aumento degli ordini, passa dai 15 ai 300 operai in poco tempo. Il declino arriverà una quarantina di anni più tardi. Le ruspe hanno già abbattuto alcuni edifici, destinati un tempo a magazzini. A terra resta un enorme tappeto di detriti, che arriva quasi alla recinzione blu, che delimita tutta l'area. Rimangono ancora in piedi la palazzina principale, dove si trovava l'ingresso del personale e dove, dopo alcuni gradini, si nota ancora la zona dove veniva timbrato il cartellino prima dell'inizio del turno. Ci sono poi i laboratori, gli uffici e il cuore produttivo, con i grandi contenitori dai quali scendevano le varie tipologie di creme che poi venivano confezionate. Dentro, per molti anni, sono rimaste abbandonate montagne di flaconi, dopo la dismissione del 2006, insieme ad arredi, macchinari e pure a qualche vecchio mezzo di trasporto, dimenticato nel piazzale alle spalle dei fabbricati, dove la merce veniva caricata e spedita. Centinaia di prodotti, ancora imballati, sono rimasti per anni fermi anche fuori, a pochi metri dal cancello principale. Tra il 2019 e il 2020 gli ambienti interni e le aree esterne, già presi di mira dai vandali, sono stati poi sgomberati. Ieri molte persone, passando con l'auto, si sono fermate a osservare gli scavatori in azione, catturati dal vuoto lasciato dai grandi magazzini che per decenni sono rimasti al loro posto, seppur vuoti. Sul cartello appeso al cancello dove i mezzi entrano, si legge che l'importo complessivo dei lavori è di 800 mila euro.

Micol Brusaferro

 

 

Arvedi, 240 milioni per accelerare nella produzione di acciaio sostenibile
Finanziamento nell'ambito del Green New Deal europeo con garanzia Sace: in ballo tre progetti a Cremona e Trieste
Trieste. Un prestito da 240 milioni di euro per accelerare sulla via della decarbonizzazione. Il gruppo siderurgico Arvedi è il primo in Italia a sottoscrivere un finanziamento nell'ambito del Green New Deal europeo con la garanzia di Sace, società di Cassa depositi e prestiti, specializzata nel sostegno economico alle imprese italiane. Attraverso il nuovo strumento finanziario, la compagnia che a Trieste possiede la Ferriera di Servola incamera una cospicua somma di danaro per riconvertirsi alla produzione pulita di acciaio: risorse che vanno ad aggiungersi agli 80 milioni, stavolta a fondo perduto, che saranno versati dal Mise a sostegno della riqualificazione della Ferriera, con la trasformazione dell'area a caldo in terminal portuale e il rafforzamento della capacità produttiva del laminatoio a freddo.Arvedi è uno dei principali attori europei nel campo dell'acciaio e sigla ora la prima operazione italiana legata al Green New Deal, il piano Ue pensato per promuovere l'economia circolare e sistemi di produzione più sostenibili. Il gruppo è attento alle opportunità che arrivano da Bruxelles, tanto che nel 2015 Arvedi fu la prima azienda europea ad attingere ai fondi del piano Junker. In questo caso il finanziamento beneficia anche di un sistema premiante in funzione del raggiungimento di determinati parametri di sostenibilità nel ciclo produttivo dell'acciaio. Si tratta di un campo in cui la società cremonese è all'avanguardia a livello mondiale, dopo aver introdotto cicli produttivi che partono dai rottami ferrosi e non hanno dunque bisogno di ghisa e carbone, perché basati su riciclo e impiego di forni elettrici. Al di là delle spinte politiche, la dismissione dell'altoforno triestino dipende in buona parte da questo e dalla decisione di acquistare ghisa direttamente dall'estero. L'obiettivo di Arvedi è basare il 75% della propria produzione su acciaio riciclato entro il 2023. L'operazione poggia su un contratto di finanziamento siglato dal gruppo con un pool di banche finanziatrici: oltre a Intesa San Paolo nel ruolo di capofila, la lista si compone di Bln, Bnp Paribas, Banco Bpm, Crédit Agricole, UniCredit, Unione di banche italiane, Monte dei Paschi, Banca del Mezzogiorno e Banca di Piacenza. Sace si farà garante del 70% dei 165 milioni della prima tranche. Si tratta di una prima volta per il mercato finanziario nazionale: mai finora una società italiana aveva sottoscritto un finanziamento garantito da Sace nell'ambito del Green New Deal. Arvedi riceverà in sei anni un prestito da 240 milioni, che interesserà diversi rami del gruppo: una prima tranche da 165 milioni andrà a favore di Acciaieria Arvedi, mentre i 75 milioni rimanenti andranno sia ad Acciaieria Arvedi che alle controllate Arvedi tubi acciaio e Centro siderurgico industriale. Stando alla nota diramata per annunciare il finanziamento, le risorse daranno corpo a tre progetti fra Trieste e Cremona. La compagnia non entra nel merito, ma nel caso di Trieste si tratta quasi certamente di interventi dedicati a laminatoio e centrale elettrica, interessati anche dai finanziamenti a fondo perduto che verranno erogati dal ministero dello Sviluppo economico per incentivare la chiusura dell'area a caldo, con la trasformazione in chiave logistica dei terreni occupati da altoforno e cokeria. Il ministro Stefano Patuanelli ha stanziato in totale 80 milioni: 55 saranno impiegati a Servola e altri 25 ricadranno sugli impianti di Cremona. Nel caso di Trieste, i fondi serviranno al potenziamento del laminatoio e alla riconversione della centrale, che cesserà di usare i gas residui della produzione di ghisa e passerà al metano.

Diego D'Amelio

 

 

Da Belgrado a Sarajevo, le citta' soffocate dall'inquinamento - il problema resta irrisolto

Belgrado. Il mondo cambia, sotto i colpi della pandemia. Ma qualcosa rimane sempre uguale. È la cappa di smog che, ogni inverno, puntualmente copre i vicini Balcani, prodotta dalla circolazione di vecchie auto, sistemi di riscaldamento obsoleti spesso a nafta o carbone, impianti industriali e di teleriscaldamento, antiquate centrali elettriche alimentate a lignite. E l'attuale stagione invernale non sta facendo eccezione, con varie città della regione - in particolare Sarajevo, Skopje, Pristina e Belgrado - che hanno superato più volte nelle scorse settimane i livelli di guardia sul fronte inquinamento. Anche ieri il quadro è stato confermato. A Sarajevo, Goradze, Skopje, Niksic, Lazarevac, aria «molto inquinata», a Novi Pazar, Smederevo, Nis, «insalubre» o «pericolosa per le fasce a rischio», alcuni dei dati raccolti ieri pomeriggio dal portale "World Air Quality Project". Il quadro potrebbe anche essere peggiore di quanto si creda, e ciò diventa fonte di polemiche. È il caso della Serbia, al top in Europa per l'aria mefitica e fra i dieci Paesi peggiori al mondo per morti per smog (175 per centomila abitanti, secondo i dati della Global Alliance in Health and Pollution, Gahp), dove tiene banco il caso di Milenko Jovanovic, già capo della sezione del monitoraggio dell'aria della locale Agenzia dell'ambiente. Ex, perché Jovanovic sarebbe stato fatto fuori, hanno denunciato decine di Ong e associazioni ambientaliste, per aver denunciato "ritocchi" alle misurazioni dello smog nel Paese balcanico. Ora ad esempio l'aria in Serbia è considerata inquinata se si superano i 55 microgrammi di Pm2.5, contro i 40 precedenti, trasmettendo coi dati falsati una percezione di finta sicurezza nei cittadini, ha sintetizzato il portale specializzato Balkan Green Energy.Non servono app e misurazioni per comprendere, annusando l'aria, il problema smog anche nella vicina Bosnia. Pure tra Sarajevo e Mostar non si registrano significativi miglioramenti sul fronte smog e anche per questo la comunità internazionale ha iniziato a "bacchettare" le istituzioni locali. I bosniaci hanno «diritto all'aria pulita» ed è ora «che si facciano i conti» «con un problema che mette seriamente a rischio la salute di tutti», ha ammonito a fine 2020 il rappresentante Ue a Sarajevo, Johann Sattler, ricordando che l'Ue ha messo a disposizione nove miliardi per investimenti nei Balcani, inclusa l'energia verde. «Ma la Bosnia non ha finora compiuto alcun passo per la protezione dell'ambiente», il duro j'accuse. Stesso discorso vale per la Macedonia, dove lo smog è tornato ad affumicare le città con l'arrivo del freddo. Smog fuori controllo anche in Kosovo. Essere parte della Ue cambia però poco le cose. Lo si vede in Bulgaria, già sanzionata da Bruxelles per l'inazione nel controllo dell'inquinamento, dove nelle scorse settimane i social sono esplosi di critiche per l'aria irrespirabile, un problema ormai cronico di tutti i Balcani, dentro e fuori la Ue. Secondo lo studio del Gahp, reso pubblico nel 2019, dopo la Serbia gli Stati con più vittime per smog in Europa sono stati appunto la Bulgaria (137), seguita da Bosnia-Erzegovina (125), Croazia (108), Romania (106) e Ungheria (105).

Stefano Giantin

 

 

In piazza per dire basta ai trattamenti disumani ai danni dei migranti
Presidio in piazza Goldoni sotto al Consolato croato - Nel mirino l'emergenza nella regione bosniaca al confini con l'Unione europea

Almeno centocinquanta persone ieri pomeriggio hanno manifestato «contro pushback, violenza dell'Unione europea e della polizia» ai danni dei migranti lungo la rotta balcanica. Il luogo scelto per il presidio è stato piazza Goldoni, a due passi dal consolato generale della Repubblica di Croazia, Paese che rappresenta la cerniera tra Paesi comunitari ed extra-comunitari per i profughi che tentano di raggiungere l'Occidente. Anche a livello nazionale, in questi giorni, ad accendere i riflettori su questi temi è l'emergenza in corso nella città di Bihac e, più in generale, nel cantone bosniaco di Una Sana, entrambi affacciati sul confine croato, vale a dire ai limiti dell'Unione europea. Il 23 dicembre l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) ha chiuso il campo di Lipa, poco lontano da Bihac. Proprio mentre era in corso lo sgombero di 1500 persone da parte di Iom, all'improvviso è scoppiato un incendio che ha distrutto tre delle grandi tende che ospitavano migranti e rifugiati, i quali si sono pertanto ritrovati all'addiaccio. Secondo gli organizzatori del presidio di ieri, ovvero "No Cpr no frontiere Fvg", "Linea d'Ombra" e "Strada Si.Cura", a partire da quel momento «i giornali italiani hanno iniziato a raccontare che in Bosnia è in atto una crisi umanitaria, come d'altronde gli attivisti sul posto denunciano da anni», si legge in un volantino. «Si tratta in realtà di una situazione sistemica, che si estende alla gestione dei grandi campi da parte di Iom, alle violenze sistematiche della polizia croata e alla catena di respingimenti che arriva fino a Trieste». A proposito di stampa, ieri a giornalisti e fotografi è stato chiesto più volte di non filmare i volti dei manifestanti, nonostante ci si trovasse in luogo pubblico.Tornando ai migranti, è appena stata pubblicata da Repubblica la storia di Osman (nome di fantasia), ventunenne pachistano arrivato a Bihac all'inizio del 2020. Ha provato "the game" ("il gioco", così i migranti chiamano in gergo il tentativo di passare il confine tra Bosnia e Croazia senza essere catturati dalla polizia) 15 volte prima di arrivare a Trieste, a luglio. Nell'intervista Osman racconta che qui gli è stato fatto firmare un foglio che lui credeva essere una richiesta di asilo, ma che probabilmente era invece un modulo di riammissione: la polizia italiana l'ha riportato in Slovenia e da lì, a bordo di camion, è tornato fino al confine con la Bosnia, dove è stato lasciato di notte e picchiato. Esistono decine e decine di testimonianze simili, raccolte dalle Ong a Trieste come a Bihac. «Da maggio 2020 si è inserita in questo meccanismo anche l'Italia», prosegue il volantino: «Ciò che chiamiamo "riammissioni informali in Slovenia" è solo il primo anello di questa catena». Quanto appunto alla Bosnia, la situazione evolve di ora in ora. Secondo le ultime notizie pubblic