Home chi e dove news agenda documenti rassegna stampa links

 

 

RASSEGNA STAMPA  gennaio - giugno 2021

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 31 gennaio 2021

 

 

Veglia, via al rigassificatore - Plenkovic: Croazia più forte
Il premier all'inaugurazione dell'impianto: bene la diversificazione dei rifornimenti - Assente il governatore della Regione: «Noi qui da sempre contrari al progetto»
VEGLIA. È stata una cerimonia con spunti polemici, quella per l'inaugurazione ufficiale del rigassificatore galleggiante di Castelmuschio (Omisalj), abitato costiero dell'isola di Veglia. Gli spunti polemici sono arrivati per una assenza eccellente, quella del governatore della Regione del Quarnero e Gorski kotar, Zlatko Komadina, da sempre fiero oppositore del terminal offshore, che ha preferito disertare l'evento malgrado la presenza di più esponenti del governo di Zagabria. All'inaugurazione che ha riguardato anche il metanodotto tra Castelmuschio e Zlobin erano presenti infatti il premier croato Andrej Plenkovic e alcuni dei ministri, così come il ministro ungherese del Commercio estero, Peter Szijjarto, intervenuto a nome di un Paese fortemente interessato al gas dell'impianto. L'avvio ufficiale del rigassificatore, lo ricordiamo, è stato dato a circa un mese dall'inizio della produzione vera e propria, partita a sua volta al termine di una sperimentazione che si è protratta per tutto il mese di dicembre. Il terminale, che prende il nome di Lng Croatia, è gestito dall'azienda pubblica croata Lng Hrvatska, la quale è riuscita a piazzare sui mercati buona parte della produzione prevista fino all'anno 2030. La struttura è entrata in funzione dopo un investimento di 234 milioni di euro, dei 101,4 sono stati erogati a fondo perduto dall'Unione europea. La capacità massima di movimentazione annua è di 2 miliardi e 600 milioni di metri cubi di gas, da convogliare verso il Castelmuschio - Zlobin, costato poco meno di 57 milioni di euro e allacciato a sua volta al gasdotto Pola - Karlovac, che si giova del metano estratto dai giacimenti sottomarini situati al largo della città istriana. Nel corso del suo intervento, Plenkovic ha parlato di un nuovo e più vantaggioso posizionamento della Croazia nella mappa energetica d'Europa. «Dal primo gennaio scorso, data d'inizio dell'attività su base commerciale, i Paesi amici e quelli partner hanno un occhio di maggior riguardo per la Croazia. Il nostro rigassificatore e quelli presenti in Lituania e Polonia - ha sottolineato il premier croato - costituiscono un puntello del corridoio energetico Nord-Sud contribuendo alla diversificazione dei rifornimenti, all'aumento della concorrenza nell'Europa centrale e orientale e alla diminuzione del prezzo del gas in Croazia, che poi è l'aspetto più piacevole per le utenze nazionali». Plenkovic ha annotato ancora la decisione di stanziare i fondi da parte di Bruxelles: «Quando l'Ue ha voluto darci una mano con quei 101 milioni abbiamo capito che il progetto doveva assolutamente venir portato a termine». Sono serviti altri 100 milioni da parte di Zagabria, ha ricordato ancora il premier, mentre il resto è stato stanziato dai comproprietari del nuovo impianto, l'Azienda elettrica croata e Plinacro, il maggiore operatore nazionale per il trasporto gas. Il primo ministro non ha fatto alcun accenno ai problemi che hanno accompagnato e stanno accompagnando il progetto del terminal: fin dalla prima pubblicazione del progetto per arrivare all'infrastruttura offshore, l'opinione pubblica dell'isola e del Quarnero, i Comuni dell'isola e della terraferma, la Contea quarnerino - montana e varie forze politiche sono stati contrari al posizionamento della gigantesca ex nave metaniera in un'area a forte impatto turistico. Da quando poi Lng Croatia ha cominciato a lavorare, le polemiche si sprecano per il fastidioso inquinamento acustico che arriva dall'impianto. Come detto, Komadina - benché invitato - non si è fatto vedere alla cerimonia inaugurale, affermando che dopo tanta opposizione al rigassificatore era impensabile una sua partecipazione: «Si badi bene - ha ribadito - non sono contrario all'autonomia energetica della Croazia, bensì alla presenza di un impianto situato a mare invece che sulla terraferma. Dopo che il progetto è diventato realtà nonostante l'opposizione di noi tutti nel Quarnero, andare a Castelmuschio sarebbe stato da parte mia un atto disgustoso».

Andrea Marsanich

 

 

Rifiuti a fuoco in zona industriale - i pompieri in azione

Incendio all'alba in zona industriale: i Vigili del fuoco di Trieste e Muggia sono intervenuti per sedare le fiamme che avevano aggredito un cumulo di immondizie in un'azienda di stoccaggio e selezione di rifiuti in via Pietraferrata. L'area è stata messa in sicurezza dopo due ore e mezza. Le cause sono in fase di accertamento.

 

 

Sit-in contro le spese militari - l'iniziativa in centro
«Negli ultimi 10 anni 37 miliardi di tagli alla spesa sanitaria e solo nel 2020 26 miliardi per le spese militari. I soldi pubblici vanno spesi per tutelare la vita, non per commerciare morte». Questo lo slogan del presidio di ieri in Barriera di Comitato Bds e Salaam Ragazzi dell'Olivo nel nome di Regeni e Zaki.

 

 

Tavolo verde sull'ambiente mercoledì ad Aurisina - la convocazione
DUINO AURISINA. È stato convocato per mercoledì alle 17 in modalità online, il cosiddetto "Tavolo verde", l'organismo predisposto dall'amministrazione comunale di Duino Aurisina per coinvolgere tutti i soggetti del territorio che si occupano di ambiente. «Il Tavolo - spiega l'assessore comunale con delega ad Ambiente, Turismo e Politiche del mare Massimo Romita - è stato istituito proprio per coinvolgere tutte le forze del territorio nella conduzione dei piani comunali sul verde». L'ordine del giorno prevede la discussione delle iniziative ambientali e di pulizia da attuare nel corso dell'anno, nonché la presentazione dell'iniziativa "Mare morje sailing 2021", lo sviluppo della mostra "Rispettiamo il mondo" e la presentazione del progetto "Sistiana sailing week".

u.sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 30 gennaio 2021

 

 

Piscina terapeutica, dalla Soprintendenza vincolo a due magazzini del Porto vecchio
Si tratta del 32, che venne costruito dall'impresa Geiringer nel 1894, e del 133, "disegnato" probabilmente da Zaninovich
Il Comune se lo aspettava fin da settembre, quindi ha fatto in tempo ad avvertire della complicazione i soggetti interessati a realizzare la piscina terapeutica in Porto vecchio: la Commissione regionale patrimonio culturale Fvg era intenzionata a porre il vincolo diretto di tutela su due stabili, il Magazzino 32 e l'edificio 133, entrambi indicati per accogliere il futuro polo natatorio alle spalle del Centro congressi. Per l'unico proponente rimasto in pista rispetto agli originari nove "candidati", ovvero Terme Fvg supportata dall'Icop di Basiliano, nulla aveva ostato: il progetto terrà conto dell'«interesse culturale» che è stato dichiarato nel pomeriggio dello scorso martedì da palazzo Economo, nel corso di un incontro al quale hanno partecipato il direttore del Segretariato regionale Roberto Cassanelli, il soprintendente Simonetta Bonomi, il direttore dei musei Andreina Contessa. Storia  economica, storia della tecnica, il legame con la vicenda di Porto vecchio hanno motivato la decisione assunta dal pubblico organismo.Il progetto, atteso con un filo di ansia dagli uffici comunali desiderosi di accendere l'iter amministrativo prima che finisca il Dipiazza 3°, potrebbe addirittura essere recapitato in piazza Unità dopodomani lunedì. Dalle anticipazioni fornite si tratterebbe di un intervento ambizioso quotato una trentina di milioni, disegnato secondo le istanze comunali che richiedono project financing, vasche terapeutiche e ludiche, ristorante, spiaggia. Terme Fvg, guidata da Salvatore Guarnieri, è controllata da Eutonia (Sanatorio Triestino) e partecipata dalla Git (Grado impianti turistici), a sua volta pilotata da Turismo Fvg.Il Comune, per sostituire la struttura in Sacchetta crollata nell'estate 2019, aveva messo a disposizione cinque magazzini in Porto vecchio: il 32, 33, 133, 34, 34/1. Le condizioni dei fabbricati, destinati a essere riconvertiti a finalità terapeutico-ludica, sono a dir poco precarie e richiederanno un energico restauro. Va sottolineato che questi edifici hanno oltre un secolo di vita e fanno parte del cosiddetto "quartiere Ford", che operò dal 1923 al 1929 producendo ben 15 milioni di automezzi "T". Il grande gruppo nordamericano scelse Trieste come base logistico-industriale, in base a criteri geografici e organizzativi fondati sulla buona dotazione infrastrutturale del sito. Il "32" - informa una nota di Palazzo Economo - venne costruito dall'impresa Geiringer nel 1894 e, prima di accogliere la Ford, aveva stoccato merci infiammabili; presenta nella parte a mare «una sequenza di aperture dotate di eleganti cornici in pietra d'Istria». Il "133", che raggruppa tre corpi, fu invece realizzato per rispondere alle esigenze della Ford: è probabile che si debba il progetto a Giorgio Zaninovich, autore della sottostazione elettrica datata 1913. Lo testimonierebbero l'uso del mattone e del bugnato, il disegno delle inferriate.

Massimo Greco

 

 

GORIZIA - La partita degli alberi monumentali - Botta e risposta con Legambiente - l'intervento dell'assessore Del Sordi
Non si placa la polemica sul destino dei gelsi di via Brigata Etna e via degli Scogli, nel quartiere di Montesanto. Dopo le segnalazioni e le richieste di attenzione da parte degli ambientalisti arrivate nelle scorse settimane, c'è ora da registrare un nuovo capitolo della vicenda, che vede un vivace scambio di affondi tra il comitato locale di Legambiente e l'assessore all'Ambiente Francesco Del Sordi. Se il sodalizio, in seguito ad un incontro con l'assessore, attraverso una nota ha espresso tutto il suo rammarico per la scelta dell'amministrazione di non presentare domanda per includere i gelsi di Montesanto nell'elenco degli alberi monumentali della Regione, da Del Sordi arriva una secca e puntuale smentita. Il componente della giunta Ziberna precisa infatti che «la procedura che vogliamo seguire è in linea con le prescrizioni regionali». «I gelsi di Montesanto potrebbero avere le caratteristiche richieste dalla legge regionale, ma eticamente non possiamo pensare di inserirli tutti. La legge di tutela prevede prescrizioni che sono molto vincolanti per la proprietà, e ci troviamo di fonte a proprietà private molto spesso difficili se non impossibili da rintracciare». Per questo il Comune, spiega Del Sordi, ha delineato uno scenario che prevedrebbe la segnalazione per l'elenco degli alberi monumentali solo di alcuni esemplari caratteristici, mentre parallelamente, per garantire una tutela di tipo storico e paesaggistico all'intera area e a tutte le piante, si procederebbe con l'introduzione di vincoli di natura urbanistica, «che, diversamente dalla legge sulle piante monumentali, è di competenza comunale», dice Del Sordi. «Abbiamo definito entrambi i programmi - aggiunge l'assessore -, ma c'è la necessità di procedere con due istruttorie complesse. In ogni caso inseriremo queste tematiche nel Documento di programmazione».Restando alla questione di Montesanto, dove sono in corso lavori condotti da Irisacqua e il Consorzio di bonifica, Legambiente fa sapere di voler continuare a «formulare le proposte che riterrà più opportune per orientare la politica di tutela del verde cittadino, ed evitare che si ripetano situazioni di pericolo e incuria», come quelle legate ai gelsi, ma anche su questo punto Del Sordi si sente di rassicurare: «I due enti impegnati nei lavori mi hanno fornito tutto gli elementi per dimostrare la loro attenzione, pur riconoscendo alcuni problemi legati ad eventi eccezionali, come incidenti di cantiere, riconducibili peraltro spesso all'incuria e alle mancate potature da parte dei proprietari».

M.B.

 

 

IL FRIULI.it - SABATO, 30 gennaio 2021

 

'Inerti, il Ministero accoglie la proposta Fvg'
Scoccimarro: "Per le piccole manutenzioni, i rifiuti potranno essere smaltiti come 'urbani'. Arriverà una nota esplicativa"

"Le criticità contenute nel decreto legislativo 116/2020 hanno rischiato di rendere il provvedimento un boomerang ambientale con il rischio di illeciti da parte di cittadini incivili e un impensabile aggravio degli oneri per quelli invece più ligi ma il confronto tra i tecnici delle Regioni, tra cui quelli del Friuli Venezia Giulia, e i funzionari del ministero dell'Ambiente, ha evitato questo scenario".
Questo il commento dell'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Energia e Sviluppo sostenibile, Fabio Scoccimarro, al termine del tavolo tra il ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare (Mattm) sul provvedimento. "Relativamente alla classificazione e gestione dei rifiuti inerti prodotti dai nuclei domestici a seguito di piccole manutenzioni possiamo anticipare che il Ministero condivide la linea interpretativa delle Regioni - ha detto Scoccimarro -, ovvero che gli stessi siano considerati, come fatto finora, rifiuti urbani e come tali gestiti nei centri di raccolta".
"Il Mattm lo preciserà con una nota esplicativa che le Regioni hanno chiesto di poter avere quanto prima - ha spiegato l'assessore - e quindi i gestori potranno continuare a ritirare questa tipologia di rifiuto nei centri di raccolta come fatto fino al 31 dicembre 2020".

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 30 gennaio 2021

 

RONCHI DEI LEGIONARI - Cresce la differenziata raggiunta quota 77,4%
A riciclo 4,6 milioni di chili di rifiuti sui 6,1 milioni prodotti - Nell'anno precedente la percentuale era stata del 76,3%
RONCHI. Una percentuale del 77,42% rispetto al 76,33% dell'anno precedente. Nel 2020 Ronchi dei Legionari ha fatto ancora ottimi passi in avanti con la raccolta differenziata dei rifiuti. Sono stati prodotti in totale 6 milioni 109.642 chilogrammi di rifiuti, dei quali sono stati differenziati ben 4 milioni 646.017 chili. «Numeri enormi - afferma l'assessore comunale all'Ambiente, Elena Cettull - che ci fanno comprendere come in un anno decisamente problematico, i cittadini abbiano continuato a svolgere le azioni quotidiane, piccole ma fondamentali, per arrivare a questo risultato. Encomiabile il lavoro di tutti, assieme ad un ringraziamento davvero sentito ai cittadini che rispettano le regole a tutela dell'ambiente». Una percentuale così alta per un Comune di quasi 12 mila abitanti non è affatto un risultato banale. Possiamo vedere che in Comuni molto più piccoli, anche con numeri davvero molto più ridotti di abitanti, dove magari la raccolta è parimenti articolata, la percentuale di differenziata si discosta poco dalla cifra di Ronchi dei Legionari. «Siamo davvero orgogliosi del risultato - prosegue Cettul - e in attesa di avere dati precisi sulle singole voci di raccolta posso comunque dire che tutto si può ovviamente migliorare. L'appello che mi sento di fare è quello di continuare a differenziare, a recuperare, a riciclare, ma anche di fare in modo da produrre meno rifiuti. Se ognuno di noi fa bene la propria parte evitando di infrangere le leggi e con il rispetto per il prossimo e per l'ambiente - conclude-, sarà davvero possibile vedere un mondo migliore».Quando è partito il nuovo sistema di raccolta differenziata, nel 2006, la percentuale di differenziazione era del 32,68%. Da gennaio a giugno 2019, la raccolta era arrivata a quota 76,12%, con picchi del 77,81% a marzo 2019 e del 78,14% a maggio 2019. Se nei primi quattro bimestri dell'anno 2020 la raccolta differenziata dei rifiuti a Ronchi dei Legionari è volata a quota a quota 79,82% (dato di agosto), il quinto bimestre 2020 ha segnato un lieve rallentamento abbassando la quota media annuale a 77,72%. Per la precisione a settembre si è raggiunto il 78,80% e il 76,40% a ottobre. Da gennaio a ottobre sono stati raccolti 5 milioni 155.090 chilogrammi di rifiuti e, di questi, solo 1 milione 125.994 di indifferenziati. La maggior parte, ovvero 3 milioni 928.747 kg, vanno al riciclo e, quindi, rappresentano una grande risorsa, mentre 100.349 sono i chili di altre frazioni di rifiuti. Per il quinto bimestre si è in attesa invece di avere i dati ufficiali e conclusivi. «Essere virtuosi è importante - chiosa il sindaco Livio Vecchiet - anche perché comportamenti corretti incidono sui costi del servizio e questo non è un aspetto che va sottovalutato».-

Luca Perrino

 

 

Una barriera sommersa per ripopolare di pesci l'Adriatico orientale - PRIMA FASE DEL PROGETTO EUROPEO
ZARA. Sarà la prima a venire posata sui fondali delle acque adriatiche della Croazia, nell'ambito del progetto europeo denominato AdriSmArtFish. Si tratta della barriera sommersa per il ripopolamento ittico, che nei prossimi giorni - il momento giusto sarà scelto in base alle condizioni meteomarine - sarà calata in mare a una distanza di poco meno di 600 metri in linea d'aria dalla più piccola delle isole abitate dell'Adriatico. Si tratta di Calugerà (Osljak), un isolotto che talvolta i suoi trenta residenti chiamano scherzosamente scoglio, vista la sua superficie di 0,33 chilometri quadrati. Calugerà si trova poco lontano dall'isola di Ugliano, ubicata di fronte alla città di Zara. È stato l'assessorato della Regione zaratino - dalmata a ricevere 260 mila euro per realizzare questo "reef ball" in calcestruzzo, in base a un progetto che si avvale della collaborazione di esperti del Dipartimento di ecologia e acquacoltura dell'Università di Zara e dell'Istituto di Oceanografia e Pesca di Spalato. Secondo quanto ha illustrato l'assessore conteale all'Agricoltura e Pesca, Daniel Segaric, la barriera verrà costantemente monitorata con l'obiettivo di capire se la sua presenza possa arricchire questo tratto di fondale del Canale di Zara, anch'esso a sua volta impoverito da un lungo di periodo di pesca indiscriminata che sta mettendo a rischio il futuro della biomassa di pesci, molluschi e crostacei presente nel mare Adriatico. La barriera sommersa, che sarà protetta dalla pesca illegale e dall'ancoraggio, ha una forma piramidale ed è stata costruita in calcestruzzo, senza armatura in ferro. È eco-compatibile, si presenta cava al suo interno e con le pareti forate lateralmente. «Il nostro reef ball - spiega Segaric - rappresenta la maniera più sicura e affidabile per dare vita ad habitat marini sostenibili, molto preziosi in presenza di ambienti depauperati da attività alieutiche. La barriera, che ora si trova nello scalo traghetti di Gazenica, a Zara, è pesante 8 tonnellate e ha una superficie di 50 metri quadrati».Se il progetto zaratino dovesse rivelarsi un successo, il progetto prevede in futuro la posa di strutture simili in varie aree dell'Adriatico orientale.

Andrea Marsanich

 

TRIESTE CAFE' - SABATO, 30 gennaio 2021

 

A Pirano il primo avvistamento di delfini del 2021 in zona: 30 SPLENDIDI ESEMPLARI!

Il team di Morigenos Ieri ha registrato primo avvistamento di delfini del 2021, grazie ad una chiamata ricevuta la mattina presto. Il team si è subito diretto in mare e ha localizzato un gruppo di circa 30 delfini, che hanno trascorso quasi due ore intorno a Pirano, nutrendosi prevalentemente. A Morigenos conoscono molto bene questi delfini, alcuni da 18 anni. Il gruppo comprendeva maschi e femmine con piccoli a presso.

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 29 gennaio 2021

 

 

Il gruppo Arvedi incassa 50 milioni per la riconversione della Ferriera
Sbloccati dal ministero dello Sviluppo economico i finanziamenti per il rilancio post area a caldo
Trieste. Il ministero dello Sviluppo economico sblocca il finanziamento a fondo perduto a favore del gruppo Arvedi, per incentivare la riconversione della Ferriera di Servola dopo la chiusura dell'area a caldo. Il responsabile del Mise Stefano Patuanelli ha autorizzato ieri l'arrivo di 50 milioni per dare corpo all'Accordo di programma, Cinque milioni in meno del previsto: 27 per Trieste e 23 per lo stabilimento di Cremona. Tanto vale il Contratto di sviluppo sottoscritto dal cavalier Giovanni Arvedi con Mise e Invitalia. Si tratta della parte più cospicua delle risorse pubbliche che sosterranno la concretizzazione dell'Adp. Mentre procede lo smantellamento di altoforno e cockeria, i fondi ministeriali innescheranno il piano industriale della società siderurgica. Per Trieste si prevedono il potenziamento del laminatoio e la riqualificazione della centrale elettrica, che ha finora funzionato con i gas di scarto della produzione e in futuro lavorerà con gas naturale. L'azienda assicura che la centrale entrerà in funzione entro ottobre. Il Mise sottolinea in una nota che «gli investimenti consentono di salvaguardare i lavoratori dei siti di Trieste e Cremona, minimizzando gli effetti della chiusura dell'area a caldo. Il progetto di complessiva riqualificazione rilancia, in chiave più moderna e sostenibile, la produzione di acciai speciali dagli spessori sottili e ultrasottili, destinati alla componentistica meccanica, al settore automotive e a quello delle costruzioni». Durante le trattative per l'Adp, l'amministratore delegato Mario Caldonazzo ha sempre richiamato la necessità del sostegno pubblico per poter garantire l'occupazione ai 417 addetti previsti a riconversione conclusa. Nei successivi incontri avuti con i rappresentanti dei lavoratori, i vertici della società hanno dichiarato di considerare l'acquisto dei nuovi impianti subordinato alla concessione del finanziamento pubblico. La questione dei fondi Mise è stata al centro del tavolo recentemente convocato dal Mise dopo le pressioni delle sigle. In quell'occasione Caldonazzo ha confermato il rispetto dei tempi annunciati, assicurando il completamento dei lavori sull'area a freddo nel giro di 18 mesi, con la creazione dei nuovi impianti di zincatura e verniciatura, realizzati dalla Danieli di Buttrio. La riconversione della Ferriera vale circa 350 milioni, fra risorse private e fondi pubblici. Il piano di Arvedi ammonta a 227 milioni: 142 per Servola e 85 per Cremona, con una copertura del Mise rispettivamente da 27 e 23 milioni. Il ministero sostiene così la strategia di decarbonizzazione del gruppo, che punta a creare un ciclo produttivo basato sul reimpiego dei rottami e non più sulla ghisa, con sensibile diminuzione delle emissioni. I 142 milioni relativi a Trieste sono suddivisi fra 86 necessari per potenziare il laminatoio e 56 finalizzati alla sostituzione della turbina della nuova centrale di cogenerazione ad alto rendimento. Arvedi ha appena avuto accesso a un prestito da 240 milioni nell'ambito del New Green Deal, che finanzierà l'operazione sul versante privato. La riconversione potrà inoltre fruire dei 15 milioni stanziati anni fa dal Mise per l'area di crisi complessa di Trieste: risorse mai utilizzate e rimaste a disposizione per la messa in sicurezza dei terreni costieri della zona industriale di Trieste. Fermi da anni, sono infine altri 41 milioni di fondi statali, assegnati a Invitalia per realizzare il barrieramento a mare dei terreni inquinati da benzene: su questo fronte, però, ancora non si hanno notizie sui tempi del decreto che Mise e ministero dell'Ambiente dovranno firmare per dare il via alle opere ambientali sulla linea di costa. Agli investimenti di Arvedi si sommano i 130 milioni che saranno spesi invece dalla Icop per conto di Hhla Plt, tra acquisto della newco creata per il subentro nell'area a calda, smantellamento delle strutture dell'area a caldo, messa in sicurezza dei terreni e creazione del terminal di terra che sorgerà accanto alla Piattaforma logistica e al futuro Molo VIII.

Diego D'Amelio /

 

 

Ultime limature per il patto a tre sul Porto vecchio
Ritmo serrato di incontri tecnici dopo il ritardo della Regione che aveva indispettito Dipiazza - Resta la deadline fissata al primo febbraio dal Comune
Lunedì è la data ultima di chiusura che il Comune ha dato agli uffici regionali per la definizione degli ultimi particolari dell'Accordo di programma sul Porto vecchio: ieri i tecnici di palazzo Cheba, capitanati dal dirigente Giulio Bernetti, hanno incontrato in mattinata i responsabili della viabilità dell'assessorato regionale alle Infrastrutture, mentre nel pomeriggio si è tenuto il secondo incontro in tre giorni con i tecnici dell'area urbanistica dell'assessorato. Dopo i ritardi che la settimana passata avevano portato il sindaco Roberto Dipiazza a fare una sfuriata con gli uffici regionali, il lavoro di concertazione procede ora speditamente, e la speranza dei tecnici è che si possa rispettare la deadline fissata dallo stesso primo cittadino, quella di lunedì prossimo. Oggi si terrà un nuovo confronto fra il Comune e la sezione urbanistica della Regione: «Stanno proponendo le loro ultime osservazioni - commenta l'ingegner Bernetti - che noi siamo pronti a recepire, il lavoro procede bene».Sempre in settimana il Comune ha incontrato anche i rappresentanti della Soprintendenza, la quarta istituzione ad avere voce in capitolo dopo gli enti locali e l'Autorità di sistema portuale guidata da Zeno D'Agostino, e ne ha recepito il parere. La firma dell'Accordo di programma è fondamentale per l'approvazione della variante al piano regolatore comunale, senza il quale il Comune non può dare il via alla vendita degli immobili situati nell'area dell'antico scalo cittadino. Una volta che il comune accordo dei tre enti sarà siglato dalla firma, la giunta avrà un mese di tempo per far approdare il testo al Consiglio comunale per la ratifica. Contestualmente verrà varato il consorzio di gestione Ursus, che sarà incaricato di gestire lo sviluppo dell'area.

G.Tom.

 

 

 

SEGNALAZIONI - Rifiuti e ambiente - Nuove difficoltà per i conferimenti

Egregio direttore,qualche giorno fa mi sono recato a uno dei centri di raccolta del Comune per rifiuti ingombranti dove ho portato alcuni oggetti di elettronica e anche un paio di secchi contenenti scarti di materiale edile relativi ad alcuni piccoli lavori manutenzione che avevo effettuato a casa mia. Al momento del ritiro l'addetto del Comune mi ha informato che a partire dal prossimo 31 gennaio non sarà più possibile conferire gli scarti di materiale edile nei centri di raccolta comunali ma sarà necessario smaltirli con ditte specializzate a questo tipo di attività. Ad una mia precisa domanda in merito a questa novità l'addetto non ha saputo dirmi se deriva da una modifica del Regolamento comunale oppure da nuove direttive italiane o europee. Segnalo questo aspetto perché secondo il mio parere potrebbe avere effetti piuttosto seri sull'ambiente in quanto ritengo che i singoli privati che effettuano piccoli lavori di manutenzione avranno difficoltà a portare questi scarti presso ditte specializzate, sia perché non sarà semplice sapere quali sono queste ditte e sia perché sicuramente il ritiro verrà effettuato a pagamento e non gratuitamente come avviene adesso nei centri comunali. La conseguenza perciò sarà che questi scarti verranno abbandonati nelle strade poco frequentate, sul Carso o nell'area del Boschetto, come già fa più di qualcuno. Sarei inoltre grato se l'Assessorato all'ambiente del Comune volesse darci chiarimenti.

Tullio Gioia

 

ADESSO TRIESTE - VENERDI', 29 gennaio 2021

 

 

Le nuove norme sui rifiuti urbani mettono a rischio il Carso e le tasche dei cittadini

Il 26 settembre scorso è entrato in vigore il decreto legislativo 116/2020, che modifica la definizione di rifiuti urbani. L’attuazione di questa norma potrebbe avere una serie di gravi effetti per i cittadini e per l’ambiente, qualora le amministrazioni non si muovano per tempo o non sollevino proposte per mitigare gli effetti collaterali che rischia di causare.
Il decreto, in attuazione di direttive UE, rende concreta per l’Italia la disciplina comunitaria dell’economia circolare, cioè il modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. Con questo decreto l’Italia dovrebbe entrare nella rivoluzione della gestione dei rifiuti che diventerebbero ora una risorsa da valorizzare.
La nuova regolamentazione modifica la definizione dei rifiuti urbani consentendo agli operatori economici di avvalersi del servizio pubblico per lo smaltimento di una parte dei propri scarti, lasciando peraltro loro libertà di continuare ad avvalersi di aziende private.
Il serio rischio è di un aumento dell’imposta TARI: se da una parte la quantità di rifiuti che il gestore pubblico (nel nostro caso AcegasApsAmga) si troverà a gestire potrebbe aumentare in modo considerevole (la stima di Ecocerved per il territorio nazionale è di +1,3 milioni di tonnellate/annue), dall’altro lato il gettito derivante dalla TARI stessa potrebbe diminuire, qualora un numero considerevole di operatori economici scegliesse di avvalersi di aziende di smaltimento privato ottenendo uno sgravio dell’imposta. Potrebbe dunque verificarsi una necessità di incremento del servizio o venire a mancare parte degli introiti. In entrambi i casi è facile immaginare che la differenza potrebbe essere compensata con un aggravio su chi l’imposta la versa, quindi anche sui privati e sulle piccole attività, ottenuto anche tramiti conguagli sulla tariffa già in essere, determinata per tutto il 2021.
Al contempo, a causa della stessa ridefinizione, i rifiuti inerti derivanti da piccole demolizioni domestiche – non essendo più assimilabili ai rifiuti urbani – non potranno più venire conferiti presso le isole ecologiche, come scritto sui cartelli che Acegas ha appeso nei centri di raccolta. Il privato cittadino si trova dunque in difficoltà a effettuare correttamente il conferimento dei materiali, per il quale dovrebbe sopportare spese prima non previste, come sta in effetti già accadendo (vedasi segnalazione sulla testata Trieste Prima). Già nei giorni scorsi SOS Carso aveva lanciato l’allarme sottolineando il rischio concreto di veder accresciuti atti illegali di abbandono di rifiuti nell’ambiente, nelle aree verdi e sul nostro Altopiano.
Le normative hanno valenza nazionale e allineano lo Stato a comportamenti virtuosi riguardanti il riutilizzo e il riciclo dei materiali, ma affinché non si verifichino effetti collaterali gravi il Comune può e deve attivarsi per applicarle per tempo, tutelando i cittadini e l’ambiente in cui vivono. Su Il Piccolo il 23 gennaio l’Assessora Polli dichiarava che il Comune attendeva un tavolo tecnico nazionale per “capirne di più”, ma il decreto è stato pubblicato in gazzetta ufficiale l’11 settembre scorso, è entrato in vigore a fine settembre ed è dal primo gennaio che sono in vigore le nuove classificazioni dei rifiuti.
Adesso Trieste chiede quindi al Comune, e alla Regione tutta tramite i consiglieri del Patto per l’Autonomia, un immediato e preciso riscontro dell’amministrazione pubblica sui temi qua sollevati. È urgente indicare le modalità di applicazione della norma nelle realtà locali, al fine di scongiurare gravi rischi per l’ambiente e negative ricadute sui cittadini”.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 28 gennaio 2021

 

 

Pannelli antirumore lungo il raccordo: via alla sostituzione
L'operazione sarà effettuata nella seconda metà di febbraio - Romita: «Finalmente verrà ridotto il disagio dei residenti»
MONRUPINO. Consiglio comunale imperniato sul recupero delle aree destinate alle attività estrattive dismesse oggi a Monrupino. L'ordine del giorno dei lavori, che inizieranno alle 18 e che sarà possibile seguire on line, collegandosi con il sito del Comune, prevede infatti due punti dedicati all'argomento e che riguarderanno nel primo caso la riattivazione della cava di pietra ornamentale cessata, denominata "ex Puric", nel secondo la "Cava Vecchia". In varie zone del Carso le attività estrattive hanno sempre svolto un ruolo molto importante per l'economia locale. Nel tempo il destino del settore è cambiato, ma ora si prospetta la possibilità di far ripartire le cave e su questo fronte si sta impegnando la giunta di Monrupino, guidata dalla sindaca, Tanja Kosmina. «Le cave - ha detto - rappresentano anche la possibilità di creare posti di lavoro».

 

 

Le Falesie raccontate con un nuovo video - Lunedì la presentazione online
DUINO AURISINA. Sarà presentato lunedì, alle 15, in modalità on line, il nuovo video di promozione turistica dedicato alla riserva delle Falesie. Si tratta di un prodotto realizzato sulla base delle più moderne strumentazioni, con audio sia in italiano sia in sloveno, che prevede anche immagini ottenute in immersione subacquea, che ha lo scopo di valorizzare in chiave turistica le straordinarie rocce di Duino.Alla realizzazione, oltre alla Regione e al Comune di Duino Aurisina, ha contribuito il Tavolo regionale delle riserve naturali del Friuli Venezia Giulia. In sostanza, seguendo il video, si potrà completare una sorta di percorso virtuale all'interno della Riserva. «Questo video è molto importante - ha detto l'assessore comunale per il Turismo, Massimo Romita - perché il turismo è essenziale per il nostro territorio».

U.SA.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 27 gennaio 2021

 

 

Dipiazza: «A Barcola interventi costanti per far convivere pini e passeggiata»
«Le radici di questo tipo di alberi crescono in orizzontale - Gestiamo la questione allargando l'area di terra attorno»
«Per i prossimi cent'anni servirà intervenire costantemente per garantire la convivenza tra questo tipo di pini e la pavimentazione del lungomare di Barcola». Il sindaco Roberto Dipiazza si rivolge ai triestini, spiegando come non esista un intervento radicale in grado di impedire alle radici di quegli alberi che accompagnano l'intera passeggiata, di creare dei danni al porfido. «Come ho ribadito più volte - afferma Dipiazza - l'errore è stato fatto da chi, diversi anni fa, ha scelto di inserire questo tipo di pini in quel contesto, non prendendo in considerazione che queste piante hanno radici che crescono in orizzontale. Io ne ho alcune nel giardino di casa, ma intorno hanno terra e non cemento, e quindi le loro radici riescono a respirare e non creano alcun problema». Il primo cittadino spiega che quando sono state riqualificate le Rive o l'area accanto al palazzo della Prefettura «sono stati scelti dei lecci che hanno radici che si muovono in verticale, non generando questi danni». Infatti, pur tenendo presente che in quell'area le piante sono ancora giovani, non si sono evidenziate criticità di questa natura. «Già dallo scorso anno - illustra il sindaco - abbiamo avviato una soluzione che consente una gestione nel tempo del problema. In pratica - aggiunge - allarghiamo a due metri e mezzo il diametro del collare di terra intorno all'albero, raddoppiando l'area in terra di pertinenza, e dando così più respiro alle radici». «Certamente, nel tempo - considera - continueranno ad alzarsi alcuni cubetti di porfido nell'area circostante, e lì interverremo di anno in anno sistemandoli». Questa situazione si concentra tra Barcola e Grignano, dove nella zona di proprietà del Demanio marittimo, la Regione ha predisposto un intervento per risolvere anche lì i problemi causati al manto stradale dalle radici dei pini, senza danneggiare in alcun modo le alberature. «Il problema lo riscontriamo prevalentemente in quelle zone - conferma Francesco Panepinto dell'Unità tecnica alberature e parchi del Comune di Trieste - e si manifesta quando attorno ai pini non c'è una pavimentazione permeabile. A Barcola a rendere la situazione più severa, c'è la vicinanza con la falda salina, che spinge le radici a salire ancora di più. Serve che l'area di pertinenza degli alberi mantenga materiali drenanti, come la terra, la ghiaia o l'Ecodren». Un sistema, quest'ultimo, ormai utilizzato attorno alle piante in diversi punti della città, che ha capacità traspirante e drenante, permettendo di creare collari più ampi attorno agli alberi, senza determinare dislivelli tra la zona pedonale e le aiuole. Un intervento simile a quello riservato agli alberi sul lungomare, sta per essere messo a punto in viale Miramare, nei pressi del giardinetto Skabar. «Lì - spiega il sindaco - quel tipo di pini ha sollevato parte del marciapiede e dell'asfalto, e con un intervento da 50 mila euro garantiremo alle radici di quelle piante spazi di respiro più ampi. L'attenzione al verde pubblico - assicura - è costante, nel rispetto del benessere delle piante ma anche della fruibilità degli spazi pubblici».

Laura Tonero

 

«Lo scavo originario troppo poco profondo una possibile causa» - Il direttore di Scienze della Vita Tretiach
Che specie di pini sono quelli che regalano un po' d'ombra sul lungomare di Barcola, e che caratteristiche hanno? «Sono dei pini d'Aleppo (Pinus Halapensis), delle conifere che si sviluppano in tutto l'emisfero settentrionale, abituate a colonizzare terreni poveri, difficili, con grande stabilità». Lo spiega Mauro Tretiach, direttore del Dipartimento di Scienze delle vita dell'Università di Trieste, che riconosce a questi esemplari una grande capacità, dettata dall'incredibile apparato radicale, formato da un grande fittone (il prolungamento del fusto verso il basso) dal quale partono diversi ordini di radici: verticali, orizzontali e "corda". Queste ultime si muovono in varie direzioni, penetrando con forza in tutti i tipi di terreno.Gli alberi di pino d'Aleppo sono abbastanza longevi e i fusti adulti possono raggiungere i 15-20 metri d'altezza, anche se crescendo in condizioni disagevoli si mantengono entro dimensioni più contenute. Ma cosa determina il danno che creano alla pavimentazione, a Barcola e Grignano ad esempio, dove le radici sollevano il terreno cementificato? «Premetto che dovrei avere più elementi e che quindi le mie in questo caso possono essere solo delle ipotesi - sottolinea l'accademico - ma presumo che potrebbe essere stato banalmente commesso l'errore di scavare buche poco profonde per la loro piantumazione, e che quindi la zolla di terra originaria sia stata sistemata troppo vicino alla superficie. Di conseguenza le radici alla ricerca dell'acqua si spingono verso l'alto con le conseguenze che vediamo».Le piante meglio adattabili in un simile contesto, suggerisce l'esperto, sono le tamerici, «che invece di essere sistemate sul frontemare in viale Miramare sono state messe in seconda fila. Si adatterebbero bene pure delle piante di Eleagno, ma anche dei Pinus Pinia, che a suo tempo erano stati piantati».

la.to.

 

 

Tre discariche abusive scovate dai cacciatori di rifiuti nascosti
Pneumatici, elettrodomestici, plastica, residui edili: cumuli di immondizie trovati dai volontari di Altritalia ambiente nei boschi tra San Sergio e San Giuseppe
SAN DORLIGO. È ancora allarme degrado ambientale nel territorio di San Dorligo della Valle, ai confini di Trieste. Sono ben tre infatti le discariche abusive individuate in questo periodo dai volontari dell'associazione "Altritalia ambiente" nel tratto di bosco che porta da via Antonino di Peco, ai margini del rione di Borgo San Sergio, fino alla frazione di San Giuseppe della Chiusa. In ciascuna di esse i volontari hanno trovato un'enorme quantità di vecchi pneumatici, pezzi di elettrodomestici arrugginiti, oggetti di plastica, residui edili e immondizie varie. Testimonianze dello scarso senso civico e della scarsa attenzione che troppe persone prestano alla salute dell'ambiente in cui vivono. «Di operazioni di pulizia così ne facciamo parecchie nell'arco dell'anno - spiega Adriano Toffoli, segretario provinciale nonché vicepresidente nazionale dell'associazione - ma ogni volta l'inciviltà e la maleducazione in cui ci imbattiamo, effettuando questi sopralluoghi, continuano a sorprenderci. Stavolta è stata sufficiente un'operazione durata una sola mattina - precisa - per scoprire, nell'arco di poche centinaia di metri, queste tre discariche abusive». E sempre nel territorio di San Dorligo della Valle, i volontari di "Altritalia ambiente" sono stati protagonisti di un altro intervento, chiamato "Operazione patok": nel greto del torrente che scorre vicino all'abitato di San Giuseppe della Chiusa hanno trovato parecchi pneumatici, vecchi e abbandonati. «In questi casi - riprende Toffoli - il danno per l'ambiente deriva dal distaccamento di microplastiche. L'inciviltà non ha limiti - aggiunge - e purtroppo dobbiamo constatare che il fenomeno delle scariche abusive, anziché diminuire, è in aumento, continua a crescere. Ricordiamo che quando si tratta di pneumatici abbandonati, oltre alla maleducazione, bisogna parlare anche di dolo, perché, quando se ne compera uno nuovo, si paga in anticipo lo smaltimento». I volontari di "Altritalia ambiente" si sono avvalsi della collaborazione dell'AcegasApsAmga e del Corpo dei pompieri volontari. «Riceviamo purtroppo con regolarità segnalazioni di discariche abusive - conclude il sindaco di San Dorligo della Valle Sandy Klun - e ogni volta interveniamo. Evidentemente ci sono persone che, col buio della notte, sfruttano le caratteristiche del nostro territorio per abbandonare rifiuti che altrimenti costerebbe loro portare negli appositi centri di raccolta». Sul tema interviene anche Giorgio Cecco, coordinatore regionale di "FareAmbiente", il quale ricorda che «in base a una recente normativa i rifiuti derivanti da attività di costruzione e demolizione, svolte dal privato cittadino nella propria abitazione, sono da considerarsi rifiuti speciali e come tali non più conferibili nei centri di raccolta. In questa maniera - prosegue - si favorisce l'abbandono dei materiali in aree non idonee».

Ugo Salvini

 

 

L'altolà della Bosnia alla Croazia: no ai rifiuti radioattivi da Krsko
Sarajevo rinnova lo stop alla struttura di stoccaggio che Zagabria vuole costruire a ridosso del confine
Belgrado. Nuove preoccupazioni causate dai disastrosi effetti del sisma di Petrinja si aggiungono a vecchi e mai sopiti timori sulla sicurezza del sito. E rischiano di provocare una crisi esplosiva tra Croazia e Bosnia. Le apprensioni sono quelle che riguardano il sito di Trgovska Gora, un'area in Croazia vicina alla cittadina di Dvor, a un tiro di schioppo dal confine con la Bosnia e dalla città bosniaca di Novi Grad. Il sito è stato individuato da Zagabria come possibile luogo dove stoccare la quota croata dei rifiuti radioattivi a media e bassa intensità prodotti dalla centrale nucleare di Krsko. Krsko, ricordiamo, è infatti controllata in parti uguali da Croazia e Slovenia. I due Paesi non hanno trovato un accordo per un deposito comune. Da qui la scelta di Lubiana,che ha optato per una struttura a Vrbina, da realizzare a ridosso della centrale. Mentre Zagabria ha scelto di edificare una struttura "in proprio" entro il 2024, con alta probabilità appunto a Trgovska Gora, zona relativamente isolata e distante da grandi centri urbani. Il controverso deposito di scorie, che potrebbe sorgere in un'area militare dismessa, già negli anni passati aveva creato profondi attriti tra Zagabria e Sarajevo suscitando anche pro teste di piazza. Ma negli ultimi giorni la tensione è risalita alle stelle, in Bosnia. Tutta colpa del forte terremoto che ha colpito la Croazia centrale, e il cui epicentro in linea d'aria dista solo una quarantina di chilometri dalla Trgovska Gora. È razionale immaginare un deposito di scorie radioattive in una regione a rischio te moto? È questa la riserva espressa da moltissime persone, in particolare attivisti ed ecologisti in Bosnia ma anche in Croazia, e da politici di punta a Banja Luka e Sarajevo. Il sisma «ha confermato che in quella località non si può costruire alcun deposito» ad alto rischio, «perché potrebbe avere ricadute dirette sull'ambiente e su tutte le persone che vi vivono», ha attaccato il ministro bosniaco del Commercio estero, Stasa Kosarac, fra i critici più agguerriti del progetto. Sulla stessa linea anche il politico bosniaco Sasa Magazinovic, presidente del Zeleni Klub, che in questi giorni ha riportato il caso al Parlamento di Sarajevo. Bisogna «impedire l'arrivo di rifiuti radioattivi e nucleari nel nostro cortile» di casa, ha rincarato. Se un terremoto avesse colpito un deposito già in funzione, ci sarebbero state «conseguenze significative sull'ambiente», ha ammonito anche la sismologa Snjezana Cvijic-Amulic. «Immaginate un camion pieno di rifiuti radioattivi che transita» non lontano da Petrinja «al momento del sisma», ha affermato anche il professore bosniaco Munir Jahic, citato dai media locali. Trgovska Gora non s'ha da fare, ha confermato infine la ministra serbo-bosniaca della Pianificazione spaziale, Srebrenka Golic. E se la Croazia non ascoltasse i timori della Bosnia? Allora l'unica via è premere sull'acceleratore per richiedere «un arbitrato internazionale», ha rilanciato un altro politico bosniaco, Jasmin Emric. Quest'ultima ipotesi sarebbe già sul tavolo del Consiglio dei ministri, a Sarajevo. Scelta realistica, anche perché la Croazia non sembra essere stata smossa dalle critiche bosniache. Le strutture esistenti nell'area del possibile futuro deposito «non sono state danneggiate» dal sisma e «l'accelerazione» del terreno provocata dal terremoto «è stata inferiore a quella registrata a Zagabria», ha assicurato il Fondo croato per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, incaricato di valutare se il sito è adatto. Ma al via libera manca ancora molto. «Se le indagini» idrogeologiche, geomorfologiche, ecologiche e sismologiche diranno che «il progetto non ha un impatto negativo sull'ambiente», solo allora sarà lanciata «la procedura per ottenere i permessi di costruzione», ha precisato l'agenzia di stampa croata Hina. Sempre che la Bosnia non dissotterri prima l'ascia di guerra e si opponga, una volta per tutte, a Trgovska Gora.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 26 gennaio 2021

 

 

Sbloccati a favore della Regione altri 242 ettari del Sito inquinato
Per le imprese le pratiche ambientali a Trieste e non più a Roma. Ex Aquila e Ferriera ancora nel Sin
La vicenda del Sito inquinato, che da 18 anni tormenta le imprese stanziate in Zona industriale, ha avuto una positiva accelerazione, anche se il risultato resta ancora parziale: il ministero dell'Ambiente, con un decreto firmato dal direttore generale Giuseppe Lo Presti, ha accolto la richiesta di ridefinire il perimetro del Sin, ampliando l'area di competenza regionale che per praticità chiameremo Sir. In questo modo la platea dei cosiddetti "piccoli operatori", invece che rivolgersi in via Colombo nella Capitale, potrà più rapidamente recarsi negli uffici dell'assessorato competente in via Carducci, dove la tempistica delle pratiche si è già rivelata meglio gestibile. L'asse di via Caboto, la zona a nord del Canale navigabile dove operano 150 ditte, le Noghere dovrebbero essere finalmente affrancate da un incubo che per quasi vent'anni ha limitato lo sviluppo aziendale. Attenzione: Roma ha dato sì a Trieste gli spazi modificando la planimetria, senza però accompagnarli con i quattrini, quegli 8 milioni che la Regione sperava di ottenere per le attività di caratterizzazione e di analisi di rischio. Per questo Fabio Scoccimarro, assessore all'Ambiente, esulta con riserva: bene che nel Sin siano rimaste le grandi partite della Ferriera e dell'ex Aquila, ma il successo sarà completato quando le competenze amministrative avranno anche il riscontro finanziario. Tanto più - insiste - che in occasione della conferenza di servizi del 5 agosto, il ministero aveva dichiarato che il decreto di riperimetrazione avrebbe tenuto conto del tema-risorse «prevedendo un regime transitorio». Regime transitorio di cui non v'è traccia nel decreto, cosicchè Scoccimarro è subito tornato in pressing sul dicastero, retto da Sergio Costa, richiedendo un'urgente video-conferenza «al fine di un chiarimento che consenta di proseguire nel risanamento e nel rilancio dell'area».Comunque, è già importante e non scontato il fatto che la gran parte delle imprese, finora impelagate in pluriennali procedure, possa più agilmente relazionarsi con la Regione. Il provvedimento ministeriale va nella direzione già imboccata all'inizio del 2018, quando, durante la presidenza Serracchiani, vi fu un primo scorporo di aree a favore della gestione regionale: allora si trattò di 75 ettari che attorniavano il Canale navigabile. Stavolta la Regione ne ha ottenuti un bel po' di più: parliamo di 242 ettari, che, sommati ai precedenti 75, portano a quasi 320 ettari il terreno governato da Trieste. Al vecchio Sito di interesse nazionale restano 192 ettari, concentrati nelle zone nevralgiche sulla costa (Ferriera ed ex Aquila, come si diceva).Quasi un anno fa, correva la fine di febbraio e si era già in clima pandemico, 16 imprese scrissero a Scoccimarro, chiedendo un forcing sul ministero allo scopo di ottenere un nuovo stralcio dal Sin. Firmarono tra gli altri Illy, Facau Immobiliare, Bruno Pacorini, Pittway, Java Biocolloid, Ortolan Mare (Samer), Coop Operaie (oggi l'edificio di via Caboto appartiene al gruppo Parisi).A esprimere soddisfazione per il decreto ministeriale anche il geologo Carlo Alberto Masoli, uno dei professionisti che ha seguito più da vicino le vicissitudini del Sin, avendo trovato anche un escamotage per realizzare lavori urgenti e inderogabili.

Massimo Greco

 

 

Centro rifiuti di Muggia in stallo «Roma in silenzio dal 2019» - l'alternativa in affitto già costata all'amministrazione 70 mila euro

MUGGIA. Non arriva ancora nessuna novità dal ministero dell'Ambiente sullo sblocco della piazzola ecologica di proprietà comunale, situata nella frazione muggesana di Vignano, chiusa da settembre del 2019. L'invio dell'ultima lettera da parte dell'Ufficio sviluppo energetico ed ecologia ambientale del Comune rivierasco, finalizzata a ottenere un riscontro sulla conclusione dell'iter ministeriale, risale al 24 dicembre. «Da agosto 2019 - spiega l'assessore all'Ambiente Laurea Litteri - il Comune ha inviato ben cinque note al ministero per poter chiudere il procedimento riguardante l'area nella quale si trova la piazzola ecologica, in modo da poter iniziare i lavori necessari alla sua sistemazione per poterla riaprire». La questione si pone in quanto, come ricorda Litteri, «trovandosi all'interno del Sito inquinato, dobbiamo avere l'approvazione del ministero per poter iniziare i lavori di adeguamento. Purtroppo dopo un anno e mezzo non abbiamo ancora avuto nessuna risposta».Si tratta di un'area non pavimentata, motivo per cui la Regione non ha rinnovato la concessione che 10 anni fa era stata data dalla Provincia. Nel frattempo, per le esigenze della cittadinanza, la piazzola ecologica è stata spostata in un'area in affitto, sempre nella frazione di Vignano, per la quale, come sottolinea l'assessore, «abbiamo speso finora circa 70 mila euro, ovviamente di denaro pubblico, mentre l'altra area sorge in un'area di proprietà del Comune, poco lontano, che quindi non ci costerebbe nulla». In questi anni, oltre alla richiesta di poter effettuare i lavori necessari a garantirne la riapertura, il Comune ha intrapreso tutte le procedure previste per poter svincolare l'area, con l'invio della documentazione necessaria già a fine 2017, ma da allora, come ebbe a lamentarsi Litteri lo scorso marzo, «non è mai stata convocata la Conferenza dei servizi, di nomina ministeriale, che deve analizzare i risultati delle analisi e decidere se l'area è inquinata oppure no». A giugno 2019, su richiesta del ministero, il Comune aveva ripetuto alcuni test i cui risultati erano rientrati nei limiti previsti dalla norma.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 25 gennaio 2021

 

 

Al via gli investimenti per la Parenzana regina dei cicloturisti
Percorso da 260 mila escursionisti l'anno, sarà ottimizzato grazie a finanziamenti per complessivi 34 milioni di euro
POLA. Dopo che nel 2020 la Croazia aveva ottenuto il massimo risultato dalla stagione turistica, compromessa in partenza dalla pandemia arrivando al 50% e anche oltre rispetto ai numeri dell'annata record del 2019, ora si stanno definendo le strategie per l'estate 2021, anch'essa segnata in partenza dal coronavirus. L'Ente turistico nazionale (Htz) è già all'opera per attirare quanti più turisti soprattutto in Istria, Quarnero e in Dalmazia che sono le colonne del settore. A tale scopo ha definito la campagna promozionale con uno slogan ispirato alla situazione attuale e nel contempo pieno di buoni auspici. Vale a dire "Croatia Full od New Beginnings" (Croazia piena di nuovi inizi). La promozione sarà articolata sulle principali piattaforme sociali come Facebook, Instagram, Twitter e Tik Tok con la tag #CroatiaWishList2021.

V.C.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 24 gennaio 2021

 

 

Le nove partite vicine alla svolta: da Barcola al Piano del centro storico
L'ex discarica da bonificare oltre Porto vecchio, le infrastrutture nell'antico scalo, piazza Sant'Antonio. E i cantieri privati
Sono nove le partite aperte che impegneranno in via prioritaria l'Urbanistica comunale negli ultimi mesi del terzo mandato Dipiazza. Alcune sono risolvibili nel breve periodo, altre sono destinate a spalmarsi in tempi medio-lunghi.I nove dossier, classificati dal direttore dipartimentale Giulio Bernetti, sono ripartibili in tre scaffali. Il Porto vecchio fa la parte del leone con 5 fascicoli: la bonifica di Barcola, il II lotto di infrastrutturazioni, la cabinovia-ovovia, l'accordo di programma da sottoscrivere insieme a Regione e Autorità portuale, il futuro del villaggio Greensisam. Poi abbiamo il Piano particolareggiato del Centro storico, che vedrà la luce tra inverno e primavera, e il restyling di piazza Sant'Antonio. Infine due grandi cantieri privati, l'ex Fiera (100 milioni) e l'ex Maddalena (40 milioni), che rappresentano, a velocità differenti, opportunità per ammodernare e rilanciare aree degradate del tessuto urbano semi-periferico. Nel Porto vecchio il Comune ha la possibilità di investire nell'arco di un paio d'anni quasi 15 milioni per infrastrutturare e risanare la zona, accrescendone valore e utilizzabilità. Una prima novità: dal novembre 2018 non si parlava della bonifica dell'ex discarica barcolana, "armata" da un finanziamento regionale di 5,5 milioni. Ora le notizie sembrano positive: il Comune presenterà il progetto definitivo, provvedendovi con un incarico esterno, chiamato a svolgere il compito entro le elezioni comunali (qualora si voti in primavera). Compiute la caratterizzazione e l'analisi dei rischi, elaborate le prescrizioni della Regione, riunita la conferenza dei servizi preliminare, adesso si può stringere verso la messa in sicurezza dei 90.000 metri quadrati del terrapieno, che si estende dagli ultimi magazzini del Porto vecchio verso le società nautiche. Bernetti pensa a una protezione costiera garantita da scogli e da cemento, mentre all'interno mezzo metro di terra "fresca" sarà gettato su un apposito tessuto. Questo lavoro bonificatorio potrebbe essere ultimato entro il 2023, in modo tale - ipotizza l'ingegnere - che le prime realizzazioni sportivo-ricreative, previste dalle linee-guida, sorgano nel 2025. Oltre alla bonifica, c'è bisogno di acqua-luce-gas-fogne per consentire al Porto vecchio di attrarre investitori. Il II lotto, finanziato nell'ambito dei 50 milioni stanziati dal ministero dei Beni culturali, progetta opere per 9 milioni di euro, che si svilupperanno dalla parte est del Magazzino 26 fino al varco del Silos lungo il muro confinario con la Stazione centrale: ma la gara è ancora ai blocchi, perché il parere della Soprintendenza tarda. L'auspicio è che l'iter si sveltisca, cosicché il bando sia lanciabile in febbraio. Della lentezza, con cui arranca l'accordo di programma Comune-Autorità-Regione per il governo di Porto vecchio, si sa già abbastanza, a cominciare dall'arrabbiatura del sindaco. Il destino del villaggio Greensisam, che vede il coinvolgimento della Regione intenzionata a trasferire i propri uffici in due dei cinque magazzini, è ancora tutto da precisare. Sui 40 milioni, per costruire la cabinovia-ovovia mare-Carso, la parola spetta all'organo decisore, ossia il ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Il Piano del centro storico ha ricevuto una quarantina di osservazioni, che adesso andranno vagliate. Una volta che siano più o meno recepite, il documento tornerà a fare il giro dell'oca tra circoscrizioni, giunta, Consiglio: Bernetti spera di saltarci fuori a marzo, per consegnare alla città un nuovo strumento pianificatorio a distanza di 41 anni dal precedente, che fu redatto da Luciano Semerani. Sempre nelle competenze dell'Urbanistica, rientra il "refresh" di piazza Sant'Antonio, sul quale è appostato 1 milione di euro da spendere durante l'anno. È l'ultima piazza da sistemare in centro (dopo Goldoni, Vittorio Veneto, Venezia, Libertà) e Dipiazza, poco desideroso di imbarcarsi in polemiche, ha disposto che la fantasia non andasse al potere: masegni sui due lati, un po' di arredo urbano e festa in duomo. Infine, i due disegni privati. Il più vicino a tramutarsi in realtà è l'ex Maddalena, 20.000 metri quadrati dove la Htm Nord Est dell'imprenditore veneto Francesco Fracasso si sta avviando a rogitare con il Comune per fare grande distribuzione, parcheggio, direzionale, residenziale (poco). Ancora indietro, seppure in annunciata ripartenza, la trasformazione ludico-commerciale-parking dell'ex Fiera a opera della carinziana Mid, pilotata da Walter Mosser.

Massimo Greco

 

Il presidente dell'Ordine degli architetti Bisiani chiede strategia e poi cita Amburgo come modello virtuoso
«Va bene che il Comune voglia velocizzare alcuni potenziali attori di sviluppo, come l'accordo di programma per Porto vecchio e il Piano del centro storico. Ma credo che sia opportuno non limitarsi alle singole azioni, ma mettere a punto una strategia generale, in grado di contestualizzare realizzazioni, identità, immagine della città. Riassumendo in un concetto, chiederei maggiore capacità di vision». E subito dopo Thomas Bisiani, presidente dell'Ordine degli architetti triestini, aggiunge: «Alzando l'asticella della qualità». Poi spiega cosa intenda sull'asticella qualitativa: «Per esempio, il Comune ha deciso di redigere il Piano del centro storico "in casa", senza coinvolgere professionalità esterne, e, trattandosi del centro più grande della regione, forse si sarebbero potute effettuare altre scelte». Un banco di prova decisivo è rappresentato dal governo di Porto vecchio: «Quale modello si vorrà individuare per gestire la trasformazione di quello spazio dopo le attività preparatorie preliminari - si chiede Bisiani -? In Europa abbiamo varie esperienze, una di quelle che ritengo più interessanti è Amburgo. Qui i pubblici poteri trattano con i promotori privati, che pagano l'area negoziata solo dopo l'ottenimento di tutte le autorizzazioni relative al progetto». «In questo modo - argomenta l'architetto - si ottengono due vantaggi, un buon progetto e il mantenimento dell'area in mano pubblica fino all'espletarsi dell'iter amministrativo». Un ragionamento andrà fatto anche in tema di semi-periferie e di periferie, sulle quali - completa Bisiani - «abbiamo meno cultura e meno esperienza». Ma l'obsolescenza di patrimoni immobiliari energivori e di vecchia ideazione richiede quei «rammendi urbani di cui parla Renzo Piano». La polverizzazione proprietaria non facilita gli interventi «meglio programmabili in contesti omogenei, come quelli dell'Ater, o soggetti a radicali trasformazioni come all'ex Fiera».

Magr

 

Parco del mare: un altro passo avanti - Al via la valutazione del piano Icop-Costa
Pronta la società che avvierà l'iter di analisi dei documenti tecnici, poi il lancio della gara
Si fa più vicina la gara europea per la realizzazione del Parco del Mare. In questi giorni la Camera di commercio ha trasformato Trieste Navigando, la partecipata che detiene la concessione sull'area, in Venezia Giulia Sviluppo Plus, la società incaricata di realizzare l'opera. Il primo compito della neonata Srl sarà affidare a una commissione di esperti l'analisi della proposta presentata in autunno dalla cordata Icop Spa, Costa Endutainment Spa e Iccrea BancaImpresa. Ottenuto il via libera della commissione, la società potrà lanciare il bando. Nel novembre scorso la Camera di commercio ha acquisito Trieste Navigando da Invitalia, rilevando con essa la concessione: un'operazione che alla Cciaa costerà in tutto un milione di euro, da pagarsi in quindici anni, senza interessi, a partire dal 2025. Quel contenitore societario, ormai di poco interesse agli occhi di Invitalia, è diventato nelle mani della Camera lo strumento con cui fare tutto il lavoro propedeutico alla costruzione dell'acquario che il presidente camerale Antonio Paoletti lotta per realizzare dal lontano 2004.All'articolo 3 dello statuto si legge infatti che «la società ha per scopo e sua finalità la realizzazione del progetto del Parco del Mare di Trieste come da provvedimento assunto dal Ministro dello Sviluppo Economico con Decreto di data 23 gennaio 2020». Dopo 17 anni di cambi di location lo statuto blinda il sito: l'opera, infatti, «è prevista nel comprensorio demaniale marittimo di Trieste denominato Porto Lido di cui alla concessione quarantennale rilasciata alla società da parte dell'Autorità portuale».La società ha inoltre tra i propri fini statutari anche «la promozione, programmazione, realizzazione ed eventuale gestione di strutture ed infrastrutture di interesse economico generale» legate alla "blue economy". Tra queste «acquari, approdi turistici e marine e stabilimenti balneari, parcheggi di pertinenza e strutture annesse». Tra le missioni della Srl c'è anche «svolgere attività di promozione per l'implementazione di flussi turistici verso la Venezia Giulia». Per lo svolgimento delle sue funzioni, precisa la Cciaa, Venezia Giulia Sviluppo Plus si avvarrà del personale camerale e delle aziende speciali e in house esistenti. Il primo compito, dicevamo, sarà avviare l'iter di valutazione della proposta avanzata nell'autunno scorso (dopo due anni di lavoro) dalla cordata composta da Icop Spa, Costa Endutainment Spa e Iccrea BancaImpresa. Icop, la società friulana che ha realizzato la Piattaforma logistica, mette in campo le sue competenze edilizie mentre Costa, gestore dell'Acquario di Genova, si candida a prendere in mano le redini del Parco. A Iccrea spetta il ruolo di forte investitore privato in un project financing da una quarantina di milioni in tutto (otto già accantonati dalla Cciaa, altri otto in arrivo dalla Regione).Ora Venezia Giulia Sviluppo Plus dovrà provvedere alla nomina della commissione di esperti che deve analizzare la proposta progettuale dal punto di vista della sostenibilità urbanistica, ambientale e finanziaria. Starà a loro sancire l'eventuale appropriatezza del progetto, oppure chiedere ulteriori approfondimenti. Quando anche questo passaggio fondamentale si sarà concluso, spetterà a Venezia Giulia Sviluppo Plus avviare l'iter per la predisposizione del bando europeo di evidenza pubblica per la presentazione di progetti per la realizzazione del Parco del Mare di Trieste. Al momento, l'unica proposta sul piatto è quella Icop-Costa-Iccrea, ma non è da escludere l'arrivo di ulteriori candidati.

Giovanni Tomasin

 

 

Tassa rifiuti alta ad Aurisina «Si ricicli di più o non cambia»
L'appello ai cittadini alla luce dell'audizione in commissione del gestore Isa «Differenziata ben al di sotto della media nazionale. Serve un cambio di rotta»
DUINO AURISINA. Migliorare decisamente la raccolta differenziata «altrimenti le tariffe della Tari non potranno scendere». È questo il forte appello alla popolazione con il quale si sono conclusi i lavori della Commissione Ambiente del Comune di Duino Aurisina, presieduta da Chiara Puntar, nel corso della quale c'è stata l'audizione di Giuliano Sponton, direttore generale della Isa - Isontina Ambiente, la società che opera nella gestione dei rifiuti per conto dell'amministrazione guidata dal sindaco Daniela Pallotta.«Non c'è alternativa per poter puntare a un calo della tassa sui rifiuti - ha spiegato con chiarezza Ponton, rispondendo alle domande degli esponenti del Comune, che nell'occasione si sono fatti portatori delle istanze della cittadinanza - se non quella di sensibilizzare tutti a una maggior attenzione alla differenziata».Il direttore della Isa ha presentato a corredo alcuni dati che non lasciano spazio a interpretazioni: nel 2020 la raccolta differenziata a Duino Aurisina è stata del 51,55%, con un miglioramento dello 0,8% rispetto all'anno precedente. Un miglioramento assai esiguo, che è poca cosa se rapportato alla media nazionale: nell'ultima relazione diffusa dall'Ispra, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e relativa al 2019, la media nazionale della differenziata aveva raggiunto quota 61,3% risultando in crescita. In altre parole, la fotografia della situazione attuale di Duino Aurisina non permette una programmazione che possa puntare alla riduzione di una tassa come quella riferita alla gestione dei rifiuti che, è bene ricordarlo, per legge va interamente riversata sui cittadini. Come valori assoluti, a Duino Aurisina la raccolta differenziata è stata di 2.477.642 chilogrammi nel 2017, di 2.666.612 nel 2018, di 2.793.126 nel 2019 e di 2.768.908 lo scorso anno. «Introdurre il porta a porta sul secco che è la frazione più costosa della raccolta - ha suggerito Sponton - migliorerebbe il rendimento, ma non porterebbe a una riduzione complessiva dei costi, perché si compenserebbe con il maggior costo per il porta a porta stesso». E quando il sindaco Pallotta ha riferito delle proteste dei cittadini «che arrivano al Comune per la qualità del servizio», il direttore Isa ha risposto che, «ogni qual volta ci viene riferito di problematiche, provvediamo immediatamente». L'assessore Massimo Romita ha ricordato che «Duino Aurisina sconta anche il fatto di essere, in tempi normali, un comune a forte presenza turistica, il che significa avere una produzione di rifiuti maggiore rispetto ad altre realtà, dovuta ai turisti in transito». Il vicesindaco nonché assessore ai Tributi Walter Pertot ha sostenuto a sua volta che «nel 2018 abbiamo dovuto aumentare di molto la Tari perché la precedente amministrazione non l'aveva adeguata in proporzione al lievitare dei costi negli anni precedenti». In chiusura, Sponton ha spiegato che «al nostro arrivo come concessionari del servizio non cerano i contenitori per il verde, che oggi invece sono presenti, e comunque per il verde è attivo uno specifico centro di raccolta. I cittadini poi possono richiedere il servizio di asporto del verde stesso pure a domicilio».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 23 gennaio 2021

 

 

Verdi e Legambiente in campo per tutelare i platani del Boschetto
Il primo di una serie di itinerari green all'imbocco di Viale al Cacciatore
Una ricognizione più breve del previsto quella di ieri pomeriggio in rione San Giovanni: il maltempo non è stato di aiuto al gruppo "Trieste Verde" dei Verdi di Trieste, radunatosi nei pressi della rotonda del Boschetto per inaugurare un ciclo green di itinerari urbani. Al centro dell'attenzione il verde pubblico che si estende su tutto il rione abitativo, ma nello specifico il filare di platani che sovrasta tutta la lunghezza di via Pindemonte, alcuni esemplari dei quali risultano «trascurati nella loro fisiologia». All'incontro organizzato dai Verdi ha preso parte anche Legambiente, promotrice nella fattispecie di una richiesta ufficiale per la tutela di alberi monumentali. «La salvaguardia e il riconoscimento di tutto il viale è necessario specialmente per i platani più antichi, quelli che presentano una circonferenza compresa fra i quattro e i 5,5 metri», ha spiegato Roberto Larosa, riferendosi con particolare attenzione ai quattro esemplari che sorgono vicino alla rotonda all'ingresso di Viale al Cacciatore. La segnalazione fatta al Comune secondo procedimento di legge ad hoc, se accolta, consentirebbe infatti all'accesso di fondi pubblici per il miglioramento dell'habitat circostante gli stessi alberi e permetterebbe inoltre di avviare interventi di riqualificazione in tutta l'area. L'obiettivo è dunque quello di restituire alla città l'antica porta del Boschetto, «quasi del tutto cementificata e oggi irriconoscibile», e ripristinare l'importanza e il pregio di quegli alberi che, in evidente stato di trascuratezza, si ergono in aiuole ridotte al margine del colletto della strada. «Ciò comporta che queste piante non possono avere rispettata la loro fisiologia -ha sottolineato Larosa- ma anche le rispettive funzioni di assorbimento d'acqua e nutrimento del suolo». Nonostante il maltempo e il distanziamento obbligato hanno partecipato all'iniziativa una cinquantina di cittadini; presente anche Alessandra Richetti, presidente della Sesta circoscrizione.

Stefano Cerri

 

 

La raccolta differenziata passata dal 38% al 44% nel giro di quattro anni - Resta il nodo ingombranti - la situazione
La crescita fra 2016 e 2020. Lo scorso anno AcegasApsAmga ha dovuto recuperare 443 tonnellate di materiali lasciati in strada
Il Comune può complimentarsi con i propri cittadini per aver incrementato in quattro anni, dal 2016 al 2020, la produzione di raccolta differenziata dei rifiuti, passando dal 38% al 44%. Allo stesso tempo deve però anche bacchettare la comunità per l'abbandono dei rifiuti ingombranti per strada. AcegasApsAmga, che per conto del Municipio esegue il servizio di ritiro, è tranchant. Il fenomeno resta costante e anzi aumenta. Questo, nonostante le iniziative e i servizi messi a disposizione dei cittadini. Basta ricordarne solo alcuni: Sabati ecologici, RiCreazione e Operazione recupero. Tuttavia elettrodomestici, mobili e materiali edili spuntano ogni giorno tra un marciapiede e l'altro. Una discarica diffusa che però sul bilancio annuale del Comune pesa. Dal 2015 viene automaticamente stanziata infatti, sulla base dei dati di sei anni fa, una quota fissa di 500 mila euro per la raccolta extra di ingombranti da parte di AcegasApsAmga. «Queste risorse potrebbero essere utilizzate in modo molto più utile per migliorare l'igiene pubblica - osserva Luisa Polli, assessore all'Ambiente della giunta Dipiazza -, in primis per garantire passaggi più frequenti per lo svuotamento di cassonetti e cestini». Nel 2020 sono state lasciate su strada 83 tonnellate in più di rifiuti ingombranti rispetto al 2019 (443 contro 360), che si sono tradotte in 35.553 ritiri contro i 28.848 dell'anno precedente: una media di 100 al giorno. Da viale Campi Elisi a via Piccardi, non c'è distinzione, perché gli scarti si registrano in tutta la città in modo omogeneo. Si segnalano però alcuni posti "preferiti" dai chi abbandona tali rifiuti, in prossimità di isole ecologiche stradali e in determinate vie. Eppure, l'utenza virtuosa esiste. Basta dare un'occhiata ai dati che raccontano di quanti fruiscono del ritiro a domicilio completamente gratuito, contattando il numero verde 800955988, una delle due modalità attraverso cui conferire correttamente i materiali ingombranti. Seguendo il primo percorso, tra il 2019 e il 2020 c'è stato un incremento di richieste: da 16.597 a 21.761. L'altro modo per non inquinare l'ambiente è il trasporto dei materiali ingombranti da parte del cittadino nei quattro centri di riferimento: in via Carbonara 3, via Giulio Cesare 10, via Valmartinaga 10 e strada per Vienna 84/a. E anche qui, nonostante la chiusura delle aree nel periodo di lockdown, non c'è stata una drastica riduzione degli accessi, ma piuttosto un incremento di rifiuti consegnati. Nel 2019 erano stati 140.341 gli ingressi da parte degli utenti, che avevano conferito 2.307 tonnellate di materiali ingombranti (corrispondenti al 20,51% dei rifiuti conferiti nel centro di raccolta). Nel 2020 si parla invece di 139.110 accessi e di 2.413 tonnellate di rifiuti (il 22,23% del totale nel centro di raccolta). La partecipazione della collettività non è mancata nemmeno ad alcune iniziative messe in campo da AcegasApsAmga, come i Sabati ecologici, che prevedono dei centri di raccolta mobili che si spostano tra i rioni. Anche se gli appuntamenti sono stati ridotti quest'anno, sono stati 789 gli accessi nel 2020 (925 nel 2019) con 48,8 tonnellate di materiali raccolti, di cui 27,5 solo d'ingombranti (90 tonnellate nel 2019, di cui 47 solo di ingombranti). C'è poi RiCreazione della onlus "Oltre Quella Sedia", un progetto di recupero creativo che consente una nuova vita a oggetti di scarto grazie al lavoro di ragazzi diversamente abili che collaborano con l'associazione. Restano però ancora dei miti da sfatare. Due su tutti. Se sentite «i rifiuti abbandonati vicino ai cassonetti verranno ritirati durante i normali giri di raccolta», sappiate che non è vero. Si tratta di rifiuti che non seguono la stessa filiera della raccolta stradale e devono quindi essere conferiti con altre modalità. E se poi qualcuno suggerisce: «Abbandona gli oggetti ancora integri vicino ai cassonetti per permettere ad altre persone di recuperarli e utilizzarli», anche questo non corrisponde a un comportamento corretto. L'abbandono di materiali in strada è vietato e può essere sanzionato dalle autorità. È meglio quindi rivolgersi ad associazioni che raccolgono oggetti in buono stato per donarli a persone bisognose. Nel caso del vestiario, sono disponibili i contenitori gialli stradali.

B.M.

 

Installati i nuovi contenitori hi-tech per i rifiuti
Possono accumulare una quantità di materiale cinque volte superiore ai cestini normali grazie al compattatore interno
Nell'arco di una settimana richiedono solo una vuotatura anziché 14, favorendo così la riduzione delle emissioni di co2. In più, sono autonomi grazie alla luce solare. Si chiamano "bigbelly" e sono dei contenitori di rifiuti che il Comune con AcegasApsAmga ha installato in via sperimentale in due punti di piazza della Borsa. Il periodo di prova non si è ancora concluso, ma se «dopo un adeguato monitoraggio, verrà rilevato un risparmio dei costi - sottolinea l'assessore all'Ambiente del Comune, Luisa Polli - ne verranno installati altri due nelle zone più critiche, ad esempio in via Torino». Il sistema permette un solo passaggio settimanale grazie al compattatore che si trova all'interno e che riduce i rifiuti raccolti. In questo modo viene assicurata una capienza pari a un quantitativo di materiale cinque volte superiore rispetto ai normali cestini. Ma i cambiamenti, all'insegna di una maggiore funzionalità, sono arrivati anche per quei cestini che ricordano un po' un tulipano. Sono quelli color grigio scuro, in ferro a strisce. Su 550 totali, 70 sono stati dotati di un coperchio con dei buchi «affinché i rifiuti non si accumulino e quindi non fuoriescano», spiega Polli, che aggiunge: «Sono stati utili soprattutto in questo periodo, in cui l'asporto nei bar ha inciso sul numero di rifiuti in città». Il percorso virtuoso in campo ambientale beneficia anche di nuove risorse economiche, 240 mila euro, che hanno rimpinguato per la prima volta alla fine di quest'anno il bilancio comunale. «Si tratta di denaro derivante dalla cosiddetta indennità di disturbo - spiega Polli -: in base a una legge nazionale, ho chiesto che venisse ripristinata quella a livello regionale in modo che quei rifiuti che arrivano da altre parti d'Italia e che AcegasApsAmga conferisce nel nostro inceneritore siano sottoposti a una tassazione». C'è poi l'occupazione del suolo pubblico dei contenitori, per altri 110 mila euro, sempre a beneficio del bilancio comunale, che «aumentano grazie agli incrementi previsti dall'Istat», rileva Polli. L'argomento rifiuti, però, potrebbe portare anche delle novità negative, su cui pure l'Anci è intervenuta. Il decreto 116 del 2020 ha apportato significative modifiche al Codice dell'Ambiente, con importanti implicazioni sull'organizzazione del servizio di gestione dei rifiuti urbani. «Questa novità potrebbe portare forti ripercussioni sulla Tari delle utenze domestiche - osserva Polli -, creando confusione con quelle aziendali. Attendiamo un tavolo tecnico nazionale sul tema per capirne di più».

Benedetta Moro

 

 

Ferriera, abbattuta una torre - Una nube nera invade Servola
Demolito un pezzo dell'impianto di caricamento che alimentava di carbone il vecchio altoforno - La bagnatura preventiva non ha evitato un polverone
Proseguono in maniera ininterrotta i lavori di demolizione della Ferriera. Dopo le demolizioni delle parti presenti alla base della struttura che domina il rione i Servola e il vallone verso Muggia dal lontano 1896, nella mattinata di ieri è stata abbattuta la torre del nastro di caricamento dell'altoforno, ovvero il sistema che permetteva di alimentarlo tramite il carbone per produrre il cock. Un'operazione della durata di pochi minuti, successiva alle manovre preliminari che hanno riguardato la liberazione delle parti sottostanti e l'irrorazione di una quantità considerevole di acqua per bagnare gli impianti e il suolo. Ciononostante l'abbattimento ha sollevato un'immensa nuvola di polvere di carbone che ha invaso le case dell'abitato di Servola. Un deciso colpo di coda della Ferriera che non avrà fatto felice chi aveva scelto proprio la mattina di ieri per stendere i panni alla finestra. Per contenere il più possibile la diffusione delle polveri conseguenti alla caduta dei manufatti siderurgici, fa sapere l'assessorato regionale all'Ambiente, si procede ad abbattere le strutture senza usare dinamite o esplosivi come accaduto in passato per dismettere impianti simili in Italia. Le procedure di demolizione proseguono secondo le regole previste dall'Accordo di programma, anche se non c'è ancora una vera e propria autorizzazione sull'abbattimento da parte del Ministero dell'Ambiente che, tuttavia, osserva da vicino la situazione e ha richiesto un monitoraggio costante sulle operazioni di smantellamento che, inevitabilmente, stanno originando un nuovo tipo di inquinamento, anche se circoscritto e temporaneo.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - VENERDI', 22 gennaio 2021

 

 

Legambiente segnala 4 alberi monumentali presso la Rotonda del Boschetto, che il Comune e la Regione devono tutelare secondo la normativa esistente
E’ noto ormai che le azioni di tutela, di valorizzazione e sviluppo del verde urbano sono fondamentali nel quadro delle misure di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici. Gli alberi svolgono la funzione importante di assorbimento della CO2 responsabile dell’effetto serra, di assorbimento di particelle inquinanti, di termo-regolazione e di drenaggio delle acque.
Con questa premessa Legambiente ha inviato in questi giorni al Comune di Trieste le schede di segnalazione relative a quattro Platani monumentali per dimensioni (da 4 a 5,5 m di circonferenza) e dell’intero filare di cui fanno parte, costituito da circa trenta Platani, valutabili per il pregio paesaggistico e storico-culturale nel loro insieme. La segnalazione degli alberi si collega alle proposte di riqualificazione di tutta l’area, frutto della progettazione partecipata condotta insieme alla VI Circoscrizione. E’ infatti necessario liberare le radici ora coperte da manto impermeabile e cordoli di pietra, per consentire l’assorbimento dell’acqua e dei nutrienti, ma ciò non può essere fatto albero per albero, bensì con una riqualificazione complessiva. Legambiente chiede quindi un intervento che coinvolga tutta l’area circostante, affinchè possa tornare ad essere la Porta del Boschetto e costituire un primo esempio di intervento volto a incrementare la quantità e la connettività della superficie verde in città, come indicato dalle norme in materia, a partire dalla Legge 10 del 2013.

Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste
 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 22 gennaio 2021

 

 

Il cantiere dell'ex Fiera esce dal lungo letargo e riprende la sua marcia
Seppur con un ritardo di due anni rispetto al cronoprogramma, ripartono i lavori avviati dall'austriaca Mid per realizzare un moderno centro commerciale
Vuoi l'effetto Covid, vuoi la scoperta dell'amianto, vuoi le complicazioni legate alla burocrazia. Fatto sta che il cantiere dell'ex Fiera viaggiava a una velocità ben diversa da quella che era stata prospettata dal patron della carinziana Mid, Walter Mosser, quando il 14 novembre 2017 presentò il programma di rigenerazione urbana insieme al sindaco Roberto Dipiazza nel Salotto azzurro. Mosser aveva acquistato la grande area in disarmo nell'aprile dello stesso anno. Allora l'aspettativa era di inaugurare entro il 2021 il nuovo assetto Revoltella-Rossetti-Settefontane-De Gasperi disegnato dall'architetto monfalconese Francesco Morena sulle macerie della sede espositiva: il nuovo orizzonte temporale, aggiornato ieri dallo stesso Morena e dal manager della Mid Armin Hamatschek, vede l'autunno 2023 come punto di caduta inaugurale del polo ludico-commerciale-parking.Un ritardo ormai ufficializzato di due anni. Ma, e questa è la notizia di oggi, il cantiere ha ripreso a marciare spedito. Il piano resta lo stesso: 100 milioni di investimento su una superficie di 24.000 metri quadrati, che dovrebbe dare lavoro a 200 occupati e che potrebbe attrarre un bacino d'utenza di oltre 400.000 persone. Le varie proposte di parcheggio consentiranno la sosta a 1500 vetture. Una novità, accennata assai genericamente da Hamatschek come «una sorpresa», riguarderà uno spazio-divertimenti definito "futuristico", sul modello dei parchi tematici diffusi negli Stati Uniti. Come detto, dopo un lungo letargo, il progetto, fermo allo strip-out di infissi e serramenti che hanno trasformato l'ex Fiera nella quinta filmica di un bombardamento, adesso ha ripreso una marcia che batterà il passo attraverso tre fasi. Innanzitutto Morena e Hamatschek garantiscono che è imminente la richiesta del permesso di demolizione al Comune, con un probabile avvio dei lavori in marzo: demolizioni annunciate per la verità oltre un anno fa. Un po' come la festa della birra, fissata prima nell'autunno 2019, poi nella primavera 2020. A seguire, la presentazione del cosiddetto Piano attuativo - la riverniciatura del vecchio "particolareggiato" - determinante per cominciare a costruire tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022. In Comune però non sono così sicuri che l'attività di demolizione possa prescindere dal Piano attuativo, anticipandolo: si tenga presente che andranno abbattuti 130.000 metri cubi di cemento, cui seguirà uno scavo da 90.000 metri cubi da smaltire, una combinazione ambiente-trasporti da non sottovalutare in un quartiere densamente popolato. Hamatschek è convinto che il rallentamento non influirà sul reclutamento degli operatori interessati a insediarsi negli spazi dell'ex Fiera: anzi, un primo "casting" è offerto da una trentina di commercianti attivi a Tavagnacco, dove Mid ha ammodernato il centro commerciale Friuli, investendovi una trentina di milioni. Finanziamenti perfezionati, affittuari contrattualizzati, progetto esecutivo delle cosiddette opere organizzative (dai sottoservizi alle rotatorie) completata la riqualificazione del rione sembra insomma aver messo qualche ferro in acqua. Seppur piano piano.

Massimo Greco

 

Ma più che sui negozi gli abitanti scommettono su aree verdi e parcheggi
La speranza dei residenti è che l'operazione rilanci una zona popolosa ma poco valorizzata «Da troppo tempo il comprensorio è in stato di abbandono. È il momento di voltare pagina»
Giardini, aree gioco per i bambini, parcheggi in abbondanza e spazi di aggregazione. Sono alcuni dei desideri che residenti ed esercenti della zona sperano siano esauditi con la realizzazione del nuovo centro commerciale. E c'è chi comunque si ritiene contento anche per la sola riqualificazione annunciata, dopo anni di abbandono e degrado che caratterizzano l'ex fiera. «In realtà i grandi spazi commerciali non mi piacciono molto, perché si rischia di ammazzare i negozi più piccoli, però - commenta Manuela Carocci, residente nella zona -. Bisogna ammettere che sono comodi, visto che entrando c'è un po' di tutto e sicuramente sarà utile a chi abita qui e al momento non trova poi molto da comprare. Speriamo che, insieme alla ristrutturazione degli edifici, curino però anche i marciapiedi vicini, malandati, e magari creino qualche area verde. Sul piazzale che c'è ora, sono rimasti solo pochi alberi, e sarebbe bello poter contare anche su un bel giardino». «Almeno sistemeranno tutto quel comprensorio che si trova così mal messo - aggiunge Franco Celzi -. Vivo qua vicino da pochi anni e l'ho sempre visto in queste condizioni, mi piacerebbe poter assistere presto a un cambiamento radicale». Molti ricordano come il grande supermercato Lidl, inaugurato qualche anno fa poco distante, abbia rivitalizzato la zona. «E credo che anche un nuovo centro commerciale potrebbe dare una spinta in più a questa parte della città, che - racconta Ezio Stefani -. Prima dell'insediamento del market la zona era degradata. Adesso c'è un bel via vai». Pensiero simile per Alessandro Sila, anche lui residente in zona. «Credo sia un bel progetto - dice -. Non servirà spostarsi troppo per fare acquisti, ma funzionerà solo se avrà negozi e servizi nuovi, magari diversi da quelli già presenti in alcuni centri commerciali di Trieste che al momento sono mezzi vuoti». Anche al bar Wayra, in viale Ippodromo, punto di riferimento per tanti cittadini tra caffè e tabacchi, guardano di buon grado alla novità. «Basta che comincino presto con i lavori - puntualizza Maurizio Godnic -. Per ora hanno fatto tante demolizioni ma non si nota ancora nulla di concreto. Da quanto si sente il progetto dovrebbe essere bello e funzionale, anche perchè vicino al raccordo autostradale. Penso possa portare lo stesso movimento che sta creando il nuovo supermercato. Sono qui da 35 anni e finalmente ci sono segnali di rinascita. Credo che il centro avrà successo - prosegue - se non ci inseriranno un altro market. Mentre ho sentito che ci sarà un'area fitness, che a mio parere è un'ottima idea. E mi auguro anche un bel parco giochi per i bambini e del verde. E soprattutto parcheggi, tanti». Secondo Danica Zanko, che lavora sempre all'interno dello stesso bar, sarà un aiuto anche ai tanti anziani che vivono nella zona. «E qui sono veramente molte le persone in là con gli anni - ricorda - che non si recano in centro ma preferiscono rimanere nei dintorni per le spese. Per loro sarà sicuramente una valida opportunità per trovare punti vendita e servizi utili alla quotidianità». Secondo alcuni genitori che vivono nei condomini Ater affacciati su piazzale de Gasperi, servono anche ambienti e negozi per i più piccoli. «Come un'area attrezzata per i bambini - suggeriscono alcune mamme - ma anche giocattoli, abbigliamento e spazi di aggregazione pensati per tutte le età».

Micol Brusaferro

 

 

Porto vecchio, slitta la firma dell'accordo di programma
Il dirigente regionale non si è presentato alla riunione decisiva fra uffici - L'ira di Dipiazza: «Voglio una data». Fedriga rassicura: «Si chiude a giorni»
L'Accordo di programma sul Porto vecchio slitta ancora e il sindaco Roberto Dipiazza perde le staffe. Si è tenuto ieri l'incontro degli uffici di Comune, Autorità portuale e Regione per le ultime limature del patto che dovrebbe dar il via allo sviluppo effettivo dell'area, e soprattutto all'apertura agli acquirenti privati. Gli uffici regionali, però, non si sono presentati, suscitando l'irritazione del primo cittadino, che ha tirato in ballo i vertici regionali per porre rimedio: «Ora mi parlano del 15 febbraio - dice Dipiazza -, ma io voglio al più tardi il primo del mese, così mi fanno un regalo di compleanno». Il presidente regionale Massimiliano Fedriga dal canto suo rassicura il sindaco e anticipa ancora: «Conto di firmare l'accordo a giorni».Per gettar luce sull'impiccio è il caso di ripercorrere le tappe della vicenda. Era il dicembre dell'ormai lontano 2019 quando Dipiazza, Fedriga e il presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino firmarono un "pre-accordo", inclusivo della bozza di statuto del Consorzio Ursus (l'ultima incarnazione della società di gestione per lo sviluppo dello scalo) e di un cronoprogramma. Secondo quest'ultimo documento, la firma dell'accordo sarebbe dovuta arrivare nell'aprile del 2020, sancendo così la variante al piano regolatore comunale, passaggio imprescindibile per iniziare a integrare l'area al centro urbano e a vendere i palazzi agli acquirenti privati. In Italia gli annunci son spesso smentiti, e com'è noto il 2020 non è stato un anno tra i più semplici. Tanto la Regione quanto il Comune hanno dovuto concentrare le loro energie su ben altre sfide e il procedimento per lo sblocco dell'area è finito per qualche mese in secondo piano. Dall'autunno, però, le cose hanno cominciato ad accelerare, soprattutto dopo l'annuncio della Regione di uno stanziamento da 26 milioni volto all'urbanizzazione dell'area e all'acquisto di due magazzini, 2 e 4, da destinare a nuova sede dell'ente. Nel frattempo la data della firma veniva posticipata di mese in mese, e l'ultima deadline era l'inizio di gennaio: il Comune era in attesa del responso definitivo della Soprintendenza. Superato in questi giorni anche quello scoglio, la riunione di ieri doveva chiudere gli ultimi punti tecnici rimasti aperti. Peccato però che ieri mattina mancasse all'appello l'esponente della Direzione centrale infrastrutture e territorio della Regione. Preso atto dell'assenza (rivelano diversi testimoni oculari e auricolari) il sindaco è esploso in una sfuriata di prima magnitudo. Conferma Dipiazza: «Temo di aver perso un po' la pazienza, ma gli uffici regionali hanno in mano le carte del pre-accordo ormai da un anno, non è possibile che a questo punto la procedura non sia conclusa. Ho telefonato al presidente Fedriga e all'assessore regionale Pierpaolo Roberti chiedendo loro di risolvere il problema. Ora dagli uffici mi parlano del 15 febbraio, ma io dico il primo del mese. Qui non stiamo parlando del mio umore, parliamo del futuro della città». Dall'altro lato di piazza Unità la notizia ha colto di sorpresa più di qualcuno. Tra gli stessi leghisti triestini c'è chi vede il ritardo come una prova di poca attenzione dell'assessorato guidato da Graziano Pizzimenti verso il capoluogo. Ma il presidente Fedriga rassicura Dipiazza: «Il 15 febbraio? Oggi sono stato impegnato con le sentenze del Tar, ma mi dicono che lunedì le carte sono pronte. E son pronto a firmare l'accordo a giorni».

Giovanni Tomasin

 

 

Zagabria non attende la Slovenia e blinda la sua zona in Adriatico
Ok dal Parlamento, l'area economica esclusiva in vigore da febbraio. I timori della vicina Repubblica
ZAGABRIA. La Croazia segue la sua tabella di marcia. La Zona economica esclusiva (Zee) in Adriatico, come annunciato dal ministro degli Esteri Gordan Grlic Radman e dal responsabile della Farnesina Luigi Di Maio durante la sua visita a Zagabria il 30 novembre scorso, sarà proclamata ufficialmente il prossimo 1 febbraio. Nonostante il summit trilaterale di Trieste di fine dicembre tra i capi delle diplomazia di Italia, Croazia e Slovenia. Nonostante le ritrosie e le paure (giustificate) di Lubiana. L'ultimo step nazionale è stato superato ieri con la benedizione del Sabor (Parlamento croato) al progetto. Dunque per Zagabria si parte.«Nel diritto internazionale, si definisce zona economica esclusiva la porzione di mare adiacente alle acque territoriali, che può estendersi fino a 200 miglia dalle linee di base dalle quali è misurata l'ampiezza del mare territoriale. Istituita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, la zona economica esclusiva diviene effettiva a seguito della sua formale proclamazione da parte dello Stato costiero. Rispetto a essa, lo Stato costiero è titolare di diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse ittiche; ha inoltre giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, nonché in materia di ricerca scientifica marina e protezione dell'ambiente, e può adottare leggi e regolamenti in molteplici settori (come il rilascio di licenze di pesca e per la determinazione delle specie e delle stagioni di pesca). Lo Stato costiero non può tuttavia impedire agli altri Stati la navigazione e il sorvolo della zona economica esclusiva, come pure il suo utilizzo per la posa di condotte e cavi sottomarini». Così l'Enciclopedia Treccani la definisce. E ieri al Parlamento croato è stato approvato l'emendamento alla legge che aveva già dato il via libera alla Zona ecologica esclusiva il 18 dicembre scorso . Mancava solo di indicare la data dell'entrata in vigore, ossia l'1 febbraio del 2021.A quanto si era stabilito a Trieste la proclamazione della Zee dovrebbe avvenire contemporaneamente tra Italia e Croazia. In quella sede il ministro degli Esteri Grlic Radman aveva spiegato che i colloqui tra gli esperti sulla delimitazione delle aree con l'Italia inizieranno dopo la loro proclamazione congiunta. Zagabria si aspetta che si applichi un confine marittimo temporaneo fino all'accordo, in conformità a quanto stabilito tra Italia ed ex Jugoslavia nel 1968. Dopo aver ricordato il summit trilaterale di Trieste, ieri in Parlamento il ministro degli Esteri, Grlic Radman ha annunciato che la prima riunione della trilaterale a livello di gruppo di esperti si terrà il 29 gennaio prossimo tramite videoconferenza. L'incontro fornirà la base e sarà una sorta di preparazione per il lavoro su singole proposte e programmi a livello di esperti, al fine di convocare una riunione trilaterale a livello ministeriale a marzo. E la Slovenia? La Slovenia rischia di fare la fine dei manzoniani vasi di coccio fra vasi di ferro. Non ha la possibilità di dichiarare una zona esclusiva in quanto i suoi confini marittimi non hanno accesso alle acque internazionali. In primis Lubiana teme che la Croazia abusi del diritto di poter ispezionare le navi nel territorio croato se si dovessero riscontrare violazioni delle leggi marittime e soprattutto inquinamento ambientale. Questo rallenterebbe i traffici da e per il porto di Capodistria che potrebbe pagare con la perdita di importanti toccate che verrebbero sicuramente deviate verso i più veloci lidi dello scalo di Trieste. E poi resta il quesito dei quesiti, ossia la definizione del confine marittimo tra Slovenia e Croazia dopo che Zagabria ha disconosciuto i lavori e la sentenza del Tribunale dell'Aja relativi all'arbitrato internazionale tra i due Paesi. Qualcosa del genere «non è ancora accaduto», aveva detto a Trieste Grlic Radman sui timori sloveni relativi ai controlli, ma non aveva detto che «non accadrà mai».

Mauro Manzin

 

 

Le reazioni su A2A - Ambientalisti spaccati sul futuro della centrale

Le associazioni ambientaliste sembrano spaccate sulla bontà della proposta di A2A di riconversione della centrale termoelettrica. Se FareAmbiente la promuove, per Legambiente regionale e locale non c'è nulla di "green" nel progetto, giudicato inoltre «in netto contrasto con le indicazioni dell'Ue, che prevede la neutralità climatica al 2050». Per Legambiente sono molti i punti deboli della proposta. A iniziare da una "decarbonizzazione" che per essere reale non può giustificare la riproposizione di una centrale a gas naturale di 850 megawatt, quando nella vicina Torviscosa ce n'è un'analoga sottoutilizzata. «L'ipotizzata produzione di idrogeno è poi poco più di una presa in giro, se la fonte sono i combustibili fossili: non c'è alcun beneficio in termini di riduzione di CO2, anzi», sempre Legambiente. E la Commissione europea si è espressa in materia a luglio, secondo l'associazione, che rileva come l'occupazione sarà poi di poche decine di addetti. «La nuova centrale non trova giustificazioni», aggiunge Legambiente, che addebita una situazione «priva di visione per un futuro di sostenibilità» ad A2A, «disinteressata nel proporre scelte innovative», ma anche a Regione e organizzazioni sindacali, pur comprendendone la preoccupazione per l'occupazione. «Nonostante la dichiarazione dell'amministrazione di escludere ogni ipotesi di polo energetico in città espressa a inizio mandato anche con atto amministrativo - conclude l'associazione -, oggi le dichiarazioni del sindaco sembrano andare in tutt'altra direzione, con aperture preoccupanti ad A2A». FareAmbiente parla invece di "svolta green", definendo «fondamentale il dialogo tra amministrazioni, azienda, territorio e parti sociali, per definire il miglior percorso sia ambientale sia dell'occupazione e sviluppo». Importante «l'attenzione del sindaco di Monfalcone a tutela degli interessi del territorio e dei cittadini e l'apertura a un progetto integrato», dice Giorgio Cecco, coordinatore regionale di FareAmbiente e referente per le tematiche ambientali di ProgettoFvg. «Dobbiamo sfruttare le opportunità di sviluppo più ecologico, tenendo il tessuto produttivo», evidenzia Alice Tessarolo sempre di FareAmbiente.

LA. BL.

 

 

Infrastrutture - Si accende la partita per elettrificare le banchine
L'Authorithy ha in progetto l'elettrificazione delle banchine dei porti di Trieste e Monfalcone. Ma è ancora aperto il nodo su chi fornirà l'energia. «Abbiamo iniziato a parlare con Terna per l'energia perchè non abbiamo la capacità di fornirla - precisa il presidenbte D'Agostino - e la stessa Terna dice che la centrale termoelettrica di Monfalcone, una volta riconvertita da A2A, può diventare fondamentale in questo progetto».Non ci sono però in coso trattative tra Autorità di sistema e A2A e non ci sono stati nemmeno incontri dopo l'annuncio della riconversione degli impianti a metano e idrogeno dal 2024. «La fonte dell'energia potrà essere anche quella di Monfalcone - conclude il presidente - dipende se sarà effettivamente green. Dobbiamo tenere presente il costo ambientale, non possiamo trasferire in porto la produzione di energia da fonti inquinanti come il fossile».

 

 

Supertreno per Venezia, c'è il commissario
Il governo sceglie Vincenzo Macello, responsabile Direzione Investimenti Rfi, per gestire la linea ferroviaria veloce da Trieste
Trieste. Sarà Vincenzo Macello, responsabile della Direzione Investimenti di Rete ferroviaria italiana, il commissario per la velocizzazione della tratta Trieste-Venezia. Ieri il governo ha inviato al Parlamento la lista dei commissari designati per accelerare la realizzazione di 59 grandi opere. Ma l'indicazione di Macello non risolve la mancanza di buona parte degli oltre due miliardi necessari a far viaggiare più rapidamente i treni fra Trieste e lo snodo di Mestre. Al momento risultano stanziati soltanto 200 milioni, ma altre risorse potrebbero arrivare nei prossimi mesi grazie al Recovery Plan. Il commissariamento dei lavori era stato previsto dai decreti Semplificazioni e Sblocca cantieri, cui ieri è seguita l'indicazione dei responsabili incaricati. La lista dovrà ora essere approvata dalle camere. Il nome di Macello compare fra quello di una trentina di dirigenti di Rfi, Anas e ministero delle Infrastrutture: toccherà a loro il compito di avviare o aumentare il ritmo dei cantieri, il cui valore complessivo ammonta a 60 miliardi circa. Fra i sedici interventi in ambito ferroviario c'è la Trieste-Venezia, per la quale si procederà al potenziamento tecnologico e all'eliminazione dei colli di bottiglia, in modo da rendere la tratta percorribile in poco più di un'ora, senza la necessità delle misure più impattanti previste dall'alta velocità, che è ritenuta non conveniente viste le scarse quantità di traffico previste. Il dl Semplificazioni ha aggiornato il valore dell'opera, che costerà 2,2 miliardi, ma che non figura tra quelle inserite nel Recovery Plan: il finanziamento dipenderà dalle richieste della Regione, che ha già reso noto di aver inserito il finanziamento dei lavori nel pacchetto da oltre 10 miliardi che sarà presentato a Roma, con la speranza tuttavia di vederne approvato solo una frazione. Macello si occuperà della Trieste-Venezia, ma anche dell'alta velocità Brescia-Verona-Padova, del completamento del raddoppio della Genova-Ventimiglia e del potenziamento della Orte-Falconara e della Roma-Pescara. Si tratta di una parte delle opere infrastrutturali prioritarie, che a luglio sono state elencate nella lista preparata dalla ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Il commissario potrà contare su procedure e valutazioni ambientali più rapide, ma ad aver bloccato i lavori è finora soprattutto la mancanza di fondi. L'anno scorso Rfi ha assicurato di poter completare il cantiere entro il 2025, ma nemmeno un operaio si è ancora visto lungo i binari, anche se l'impegno è appunto di far partire l'opera nel 2021. Restano però da chiarire il numero di fermate previste per rispettare la percorrenza di poco più di un'ora e permane ancora lo scontro politico fra chi, come Pd e M5s, ritiene che la velocizzazione della linea sia sufficiente e chi, come l'assessore regionale Graziano Pizzimenti, la ritiene propedeutica alla Tav vera e propria, che costerebbe quattro-cinque volte di più.

Diego D'Amelio

 

 

Il Municipio di San Dorligo a fianco dei pacifisti «Denuclearizzare i porti di Trieste e Capodistria»
SAN DORLIGO DELLA VALLE. Denuclearizzare i porti di Trieste e Capodistria «per garantire sicurezza e pace». È questo l'appello lanciato ieri nel corso di una conferenza online promossa dal Movimento per la democrazia in Europa 2025, dal Comitato Dolci e dal Comune di San Dorligo. Dopo l'introduzione dell'assessore comunale Davide Stokovac Alessandro Capuzzo (Di Em 25) ha ricordato che «Trieste e Capodistria ospitano due porti militari nucleari che possono diventare oggetto di attentato e le popolazioni residenti non sono a conoscenza dei rischi che corrono. L'obiettivo è di denuclearizzare l'intero Mediterraneo». Aurelio Juri, già sindaco di Capodistria, ha evidenziato che «la Slovenia non ha aderito al trattato internazionale di abolizione delle armi nucleari. Speriamo che il prossimo governo, che auspico di colore diverso da quello attuale, aderisca». Werner Wintersteiner dell'Università di Klagenfurt ha ricordato che «il Fvg è sempre stato considerato una zona pericolosa a causa della presenza della base di Aviano. Il pericolo nucleare va combattuto a livello internazionale e il nostro obiettivo è fare dell'Alpe Adria la regione della pace». Carlo Tombolo, dell'Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo, ha spiegato che «bisogna battersi affinché le popolazioni siano sempre messe a conoscenza delle merci che transitano nei loro porti. A Trieste esiste un documento congiunto di Capitaneria di porto e Autorità portuale - ha proseguito - che prevede che il materiale nucleare e in particolare gli esplosivi prima di transitare nello scalo giuliano siano sottoposti ad autorizzazione». Sibylle Hoffmann, pacifista di Amburgo, ha ribadito «la necessità di diffondere le informazioni sui traffici di materiali nucleari». Stokovac ha garantito la disponibilità «a ospitare sul sito del Comune le documentazioni inerenti ai temi trattati».

 

Debutta a Trieste il servizio civile per valorizzare la cultura alpina
Per la prima volta sono a disposizione dei posti per riorganizzare libri e video degli archivi Cai
Un progetto rivolto ai giovani nell'ambito del servizio civile per diffondere e rilanciare la cultura di montagna partendo da testi, video, foto. Che verranno riordinati con l'obiettivo futuro di aprire gli archivi - cartacei, cinematografici e cartografici - alla cittadinanza. Per la prima volta a Trieste, città che pur conta migliaia di appassionati, l'Arci servizio civile del Fvg apre quest'anno ai giovani la possibilità di prestare servizio con tre sodalizi che svolgono attività in montagna. Nonostante la grande tradizione, in città sempre meno ragazzi frequentano infatti l'ambiente alpino e l'età media è sempre più alta. Ed è proprio nell'ottica della rinascita della filosofia della montagna e del coinvolgimento del mondo giovanile nelle attività che svolgono in ambiente alpino, che le due sezioni triestine del Cai (Società Alpina delle Giulie e XXX Ottobre), assieme a Monte Analogo, propongono un progetto che consentirà a ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni di fare questa esperienza. «Questa opportunità - commenta il presidente della XXX Ottobre, Piero Mozzi - rientra nella nostra propensione a rivolgerci ai giovani, garanzia del futuro, che passa anche attraverso un concorso letterario per gli alunni delle medie». La montagna è vista come maestra di vita, dove si instaura un rapporto con la natura, ma anche con il compagno di cordata o escursione. «Le forze fresche - riprende Mozzi - contribuiranno a completare la catalogazione, già in fase avanzata, delle migliaia di volumi della biblioteca "Julius Kugy" , offrendo loro l'opportunità di capire il valore della carta stampata. L'idea è di affiancarli nelle nostre attività in modo che possano poi illustrare le opportunità per un socio di praticare speleologia, alpinismo, sci alpinismo, kayak e orienteering». «Da diversi anni Monte Analogo - spiega il presidente Fulvio Mosetti - collabora con le due sezioni triestine del Cai per la realizzazione di eventi culturali, incontri e proiezioni a tema, ma purtroppo la presenza giovanile è scarsa. I pochi eventi che parlano di montagna inoltre riguardano esclusivamente lo spettacolo e lo sport o sono spesso poco pubblicizzati. Anche gli archivi risultano di difficile accesso, soprattutto per mancanza di personale. La presenza dei volontari sarà un primo passo per creare percorsi di confronto e dibattito dedicati soprattutto ai giovani». Le domande dovranno pervenire entro il 15 febbraio attraverso la piattaforma Domanda online (https: //domandaonline. serviziocivile. it).

Gianfranco Terzoli

 

 

Trieste Verde - Itinerari urbani nel Boschetto

Oggi alle 16 con ritrovo alla rotonda del Boschetto (rione di S. Giovanni) a Trieste si terrà il primo evento degli Itinerari Urbani organizzato dal gruppo "Trieste Verde" Verdi Trieste. Un breve itinerario nel rione per parlare degli spazi verdi, partendo dalla presentazione della radura di alberi di pregio siti alla rotonda del Boschetto.

Adesso Trieste - Passeggiata nella zona di Prosecco

Domani Adesso Trieste salirà in Carso. La nuova passeggiata porterà a scoprire il borgo di Contovello e il centro abitato di Prosecco. L'appuntamento fissato per le 10 davanti al monumento ai caduti di Prosecco.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 21 gennaio 2021

 

 

La sfida verde di A2A: puntare sull'idrogeno «Cresciamo in Europa»
L'ad Mazzoncini: «Il ciclo delle aggregazioni regionali è finito. Investiamo 16 miliardi nell'economia circolare e sulle fonti alternative». L'alleanza con Suez
Trieste. «Le aggregazioni regionali non sono più un pilastro della nostra crescita in Italia. La nostra porta resta aperta ma un ciclo si è chiuso. Dopo un anno e mezzo di pandemia le multiutility hanno mostrato resilienza ma ora è arrivato il momento di reagire»: l'amministratore delegato di A2A, Renato Mazzoncini, da meno di un anno alla guida della società controllata alla pari dai Comuni di Milano e Brescia, presenta alla comunità finanziaria il piano industriale al 2030 che prevede 16 miliardi di euro di investimenti in 10 anni dedicati allo sviluppo dell'economia circolare e per la transizione energetica. Una pesante svolta industriale «green» che guarda all'Europa dopo l'alleanza stretta con la francese Suez e suona come un guanto di sfida nei confronti di Hera che a Nordest ha comprato le utenze gas di Ascopiave e controlla AcegasAps. Una svolta premiata dai mercati con il titolo sugli scudi (+3,43%). «Quando nel 2021 usciremo dalla pandemia ci aspettiamo una forte accelerazione della crescita in linea con il Green New Deal europeo», sottolinea Mazzoncini. Nel piano sono previsti interventi di potenziamento strategico e industriale con la realizzazione di un nuovo impianto a ciclo combinato metano/idrogeno da 400 milioni che nascerà dalla riconversione della centrale termoelettrica di Monfalcone. L'impianto nella città dei cantieri diventerà un modello industriale strategico in tutto il Nord Italia considerato che l'idrogeno ormai è considerato una risorsa fondamentale per lo sviluppo energetico a emissioni pari a zero: il gas del futuro. Non a caso A2A a siglato proprio a Trieste un'alleanza con Snam per studiare progetti comuni sulla tecnologia dell'idrogeno che sarà probabilmente usata per la "rifondazione verde" della centrale monfalconese. In Fvg il gruppo presieduto da Marco Patuano, controlla anche due centrali idroelettriche a Somplago e Ampezzo, nella provincia di Udine. Nel piano solo gli investimenti nelle rinnovabili saranno pari a 4,1 miliardi, di cui il 60% nel fotovoltaico e il 40% nell'eolico, ma solo il 12% sarà destinato ad acquisizioni e il resto alla crescita organica. Per entrare nell'era del Green Deal il gruppo prevede 6 mila assunzioni dirette da qui al 2030. Durante la presentazione virtuale al Museo del Novecento a Milano con vista Duomo, il gruppo ha definito un piano di sviluppo nel campo dell'energia verde e delle fonti rinnovabili. Lo smaltimento dei rifiuti, dove A2A è leader, diventa una risorsa per la produzione di energia grazie a termovalorizzatori a basso impatto ambientale. Inoltre il gruppo di Mazzoncini prevede di destinare oltre 4 miliardi di euro in investimenti e acquisizioni sul fronte delle energie rinnovabili (solare, idroelettrico e eolico). Il piano industriale disegna un'espansione industriale su scala internazionale in linea con la strategia green della commissione europea di Ursula von der Leyen. La Spagna è il «sorvegliato speciale» della crescita all'estero nella termovalorizzazione: «Già oggi - spiega Mazzoncini- la nostra joint venture per lo smaltimento dei rifiuti industriali con Suez è leader in Italia». Addio quindi alla concorrenza domestica fra le multiutility e via libera a una transizione energetica che punta sull'economia circolare: per questo A2a punta ad abbandonare il carbone nel 2022, in anticipo rispetto all'obiettivo nazionale fissato al 2023. Come ha spiegato Mazzoncini la transizione energetica legata alle rinnovabili prevede una riduzione del 30% delle emissioni e la riconversione in energia verde di 4,5 milioni di tonnellate dei rifiuti destinati alle discariche equivalenti e 31 milioni di tonnellate di C02 movimentati dai camion che trasportano le merci su strada. «Abbiamo obiettivi di sostenibilità sfidanti e target economici di crescita molto importanti per il gruppo, che si affaccia al mercato europeo», commentato Mazzoncini, spiegando che «per la prima volta A2A ha una strategia di lungo termine, con 16 miliardi di investimenti dedicati allo sviluppo dell'economia circolare e alla transizione energetica. Queste sono le solide basi che ci consentiranno di realizzare infrastrutture strategiche, innovative ed essenziali per la crescita e il rilancio del Paese, di essere ambiziosi e guardare all'Europa».

Piercarlo Fiumanò

 

Monfalcone strategica addio al carbone nel 2022 e riassetto da 400 milioni
Le risorse messe in campo dal gruppo con la nuova tecnologia che deriva dal patto con Snam
E il gruppo si candida a fornire energia alle banchine del porto isontino e a quello di Trieste
MONFALCONE. Nella svolta green di A2A Monfalcone riveste un ruolo di rilievo con la centrale termoelettrica sulla quale saranno investiti 400 milioni per la riconversione dal carbone al ciclo combinato a gas e poi l'idrogeno. Lo ha confermato ieri durante la presentazione del nuovo piano industriale 2021-2030 l'amministratore delegato Renato Mazzoncini che ha ribadito il progetto annunciato a settembre  nel corso di una visita a Monfalcone e Trieste in occasione della quale è stato firmato un memorandum di cooperazione tecnologica tra A2A e Snam, tra lo stesso ad A2A e l'omologo Snam, Marco Alverà. Un progetto sperimentale per verificare l'utilizzo di idrogeno combinato con il gas nelle centrali termoelettriche e accelerare la transizione della produzione a impianti ad emissioni zero.«Monfalcone è uno dei siti energetici più importanti per la nostra svolta green - ha confermato l'ad di A2A - l'impianto a carbone verrà dismesso per riconvertirlo al ciclo combinato a gas e l'utilizzo dell'idrogeno. La chiusura è prevista entro il 2022, poi partirà il progetto di trasformazione e parteciperemo anche al nuovo capacity market che serve per dare stabilità agli investimenti e certezza all'occupazione degli addetti che sarà legata alla crescita dell'impianto. Ma su Monfalcone, per garantire la piena occupazione, penseremo ad attività integrative».Mazzoncini ieri non ha dato ulteriori particolari, il tempo tra chiusura dell'impianto (2022) e ripartenza dell'impianto a ciclo combinato (2024) è abbastanza lungo e ci sarà tutto il tempo per perfezionare i dettagli. Quello che è certo è che per il mantenimento dei circa 100 addetti (per il solo impianto a gas anche combinato con l'idrogeno non servirà molta manodopera, si parla di alcune decine di addetti)si pensa tutta una serie di attività collaterali. Legate alla gestione dell'idrogeno e al ciclo combinato stesso gas-idrogeno, ma anche a un nucleo di fotovoltaico all'interno della centrale, impianti "compensatori sincroni", storage delle batterie a cella (c'è tutto il filone delle auto elettriche da sviluppare), ma anche all'economia circolare (A2A è uno dei principali operatori in Italia) e alla retroportualità visto che saranno liberate alcune aree della centrale in pieno porto. Su questo fronte è ipotizzabile (erano stati annunciati contatti mesi fa tra A2A e il presidente dell'Autorità di sistema portuale Zeno D'Agostino) anche un impegno dell'azienda per la fornitura di energia a km zero alle banchine dei due porti, Trieste e Monfalcone, che saranno elettrificate. La stessa A2a poi ha iniziato l'installazione di colonnine per la ricarica delle vetture elettriche a Monfalcone.Per la nuova centrale termoelettrica (con una potenza di 850 megawatt) la trasformazione si annuncia radicale. Il capitolato di gara per il revamping, ha spiegato A2A, prevede una centrale a ciclo combinato a gas già pronta con le turbine in grado di funzionare ad idrogeno che verrò miscelato al gas. Per la connessione alla rete di distribuzione verrà utilizzato un tubo lungo poco meno di 2 chilometri che si collegherà alla cabina del gas del Lisert poco distante dall'autostrada. E lo stesso tubo un domani potrebbe essere utilizzato dalla Snam per distribuire anche idrogeno.«Noi saremo gli utilizzatori, la Snam distribuirà l'idrogeno - aveva spiegato Mazzoncini - e l'accordo con loro serve per avviare la sperimentazione. Una collaborazione che rappresenta un'opportunità per valorizzare una filiera italiana di infrastrutture chiave pe l'obiettivo europeo delle emissioni zero entro il 2050».

Giulio Garau

 

 

Stiamo distruggendo il mondo: la natura si ribella e il Covid-19 non è che l'inizio
In "Qualcosa di nuovo sotto il sole" (Einaudi) lo storico John McNeill analizza i mutamenti ambientali
Per quanto tenti di scacciare la natura col forcone, ammoniva Orazio in una lettera ad Aristio Fusco, questa alla fine ritorna di corsa. E magari, ma questo Orazio non lo diceva, anche un poco arrabbiata. Parliamo del Covid? Sì, ma non solo. Natura sono anche i microbi, i virus, i batteri, gli organismi che si muovono nella biosfera e fanno parte di quell'infinitamente piccolo che ci circonda e che portiamo in noi. Natura sono l'aria, l'acqua, la terra, un tempo elementi per filosofi, adesso risorse da sfruttare. L'equilibrio è stato spezzato dal gesto prometeico dell'Homo sapiens così tronfio di hybris che vuole sottomettere la natura, addomesticarla e piegarla con la mano armata della tecnica gli si sta ritorcendo contro. Per migliaia di anni la colonizzazione dell'ambiente è stata tutto sommato accettabile. L'accelerazione bruciante si è avuta a partire dall'Ottocento, con lo sfruttamento del carbone per scopi industriali. Da allora, in un tempo così breve, un battito di ciglia nella storia del pianeta, tutto è cambiato. Tanto che si può dire, come fa lo storico John McNeill, che c'è "Qualcosa di nuovo sotto il sole" (Einaudi, pagg. 487, euro 28).E, diciamo la verità, di queste novità ne avremmo fatto anche a meno. Come il Covid-19, un pacco regalo avvelenato che ci sta colpendo con forza inaudita. D'altra parte se stuzzichi la natura capita che poi lei ti presenta il conto. E i prossimi rischiano di essere anche peggio, lascia intendere, in questa storia dell'ambiente nel XX secolo, uno studioso come McNeill che non è un luddista anti industriale, né un integralista verde. Quello che è sotto gli occhi di tutti, ammonisce McNeill, è che stiamo scegliendo, sia pur involontariamente, un certo percorso evolutivo. Un quarto del genere umano ha stili di vita connessi alla stabilità del clima al basso costo di energia e acqua, alla rapida crescita di popolazione ed economia e il resto aspira a vivere nello stesso modo. Ma la società basata sui combustibili fossili ha prodotto uno 0sul piano ecologico, e lo sconquasso dell'ecologia globale sta già mettendo a rischio l'organizzazione sociale di numerose società. McNeill disegna un quadro in cui popolazioni e ambienti, storia dei popoli e storia del pianeta sono strettamente connessi, e lo fa dal punto di vista dell'uomo, analizzando incremento demografico, migrazioni, innovazione tecnologica, industrializzazione. Un mix strettamente interdipendente che produce effetti di lunga durata. Torniamo alla pandemia: i più grossi cambiamenti del Novecento hanno riguardato le malattie. Alla fine del secolo scorso la battaglia contro i microbi, che sembrava vinta con gli antibiotici e con i vaccini, era di nuovo in corso e dagli anni Settanta le infezioni hanno ripreso a correre con la comparsa dei batteri multiresistenti, come quelli della tubercolosi e della malaria. Se l'uomo esercita una pressione sull'habitat della fauna selvatica, estendendo le attività agricole o disboscando, aumenta il rischio di nuove zoonosi, un effetto boomerang che ora ha un nome ben noto. È ancora troppo presto per dire se il Coronavirus produrrà cambiamenti duraturi nella società o sarà solo una deviazione momentanea, ma intanto il suo impatto sulla storia dell'ambiente ha messo in luce, secondo McNeill, almeno due aspetti: il passaggio di virus animali all'uomo e la relazione tra inquinamento e mortalità.

Paolo Marcolin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 20 gennaio 2021

 

 

Arvedi conferma i tempi sulla nuova area a freddo - Zero esuberi dopo la Cig
Le risposte del gruppo all'incontro al Mise reclamato dai sindacati per rompere il silenzio calato dopo l'Accordo di programma. Gli impianti forniti da Danieli
La conferma del rispetto dei tempi con il completamento dell'area a freddo entro 18 mesi. E tavoli di confronto frequenti. Sono i segnali venuti da Arvedi ieri al ministero dello Sviluppo economico, dove si è tenuto l'incontro richiesto dai sindacati della Ferriera di Servola per fare il punto della situazione dopo la firma dell'Accordo di programma dello scorso giugno. I vertici del gruppo Arvedi hanno confermato infatti il rispetto delle tempistiche per la creazione degli impianti di zincatura e verniciatura che, e questo è l'elemento di novità, arriveranno dal Friuli perché saranno forniti dal gruppo Danieli di Buttrio. Secondo i nuovi dati, inoltre, non sarebbero previsti esuberi. Uilm, Fiom Cgil, Failms, Fim Cisl e Usb avevano chiesto l'incontro a novembre direttamente al ministro Stefano Patuanelli dopo «l'assoluto silenzio» dalla firma dell'Accordo di programma. Ieri il grande assente era proprio Patuanelli - al Senato, in cui è stato eletto, si votava per la fiducia al premier Giuseppe Conte - e dalla Regione, al tavolo con gli assessori al Lavoro Alessia Rosolen e all'Ambiente Fabio Scoccimarro, è trapelato un certo stupore per l'assenza del ministro e pure per quella del sottosegretario Alessandra Todde, atteso come un segnale capace di dare più concretezza all'incontro. Per il Mise era presente Stefano D'Addona, della segreteria di Todda.All'incontro ha preso parte anche Debora Serracchiani in qualità di presidente della Commissione Lavoro della Camera. L'amministratore delegato di Arvedi Mario Caldonazzo, secondo quanto riferito dai sindacati, ha confermato il rispetto dei tempi: Invitalia - presente ieri - darà il via libera intorno al 25 gennaio allo sblocco dei 45 milioni a fondo perduto, a quel punto verrà confermato l'ordine per gli impianti di verniciatura e zincatura al gruppo Danieli, che in 18 mesi li renderà operativi. Attualmente sono 412 i lavoratori del gruppo e al termine dei due anni di Cassa integrazione non sono previsti esuberi. A febbraio - è emerso sempre all'incontro - partirà anche un nuovo corso di formazione per un numero di operai tra le 30 e le 50 unità, in aggiunti ad altri 50 che hano già iniziato a novembre. Entro ottobre 2021 è prevista l'entrata in funzione della centrale elettrica dopo la sostituzione della turbina che funzionerà a metano e non con gli scarichi del ciclo siderurgico. Caldonazzo ha confermato quindi la volontà di incontrare i sindacati appena ci sarà il via libera al finanziamento mentre il Mise attiverà un tavolo mensile di confronto e monitoraggio. «L'incontro - conferma Marco Relli della Fiom - è servito per avere delle certezze. Ricordo che è stata chiusa l'area a caldo per una questione politica e non economica o ambientale. Per noi è fondamentale tenere alta l'attenzione anche sui lavoratori dell'indotto». Un tema caro anche Cristian Prella della Failms: «Sull'indotto manca un coordinamento e vogliamo che quei lavoratori siano inseriti nel confronto con il Mise». Antonio Rodà della Uilm aggiunge che «finalmente vediamo un percorso. Prima di esprimere un giudizio di soddisfazione, però, attendiamo l'incontro con la proprietà per avere gli approfondimento del caso. Spiace per l'assenza, oggi, di Patuanelli». La preoccupazione dei sindacati è legata alla durata della Cassa integrazione. Nell'accordo è previsto un periodo di due anni, allungabili a tre: «Un'ipotesi da evitare a tutti i costi - aggiunge Umberto Salvaneschi della Fim - e per questo è indispensabile recuperare il tempo perso in questi mesi. Abbiamo impegni verbali, ora attendiamo atti concreti». Sasha Colautti, dell'Usb, ha chiesto dettagli «sugli impegni assunti da Fincantieri per quanto riguarda i tempi determinati, ma non sono arrivati. L'elemento che preoccupa maggiormente è l'assenza di una regia forte del governo. Ci saremmo aspettati una relazione dal ministro vista la complessità degli incastri dell'intero Accordo di programma». Infine Michele Piga, segretario provinciale della Cgil, ha evidenziato «la necessità di allargare il tavolo permanente sulla Ferriera, annunciato dal Mise, ai possibili investimenti del nuovo manifatturiero che potrebbero arrivare a Trieste anche in relazione al Recovery Plan».

Andrea Pierini

 

I serbatoi cilindrici saranno conservati «per tenere viva la storia dell'impianto» - le indicazioni della soprintendenza
La memoria della Ferriera va conservata. Lo dicono coloro che per anni ci hanno lavorato. E lo dice anche la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia. L'emanazione territoriale del ministero per i Beni e le Attività culturali è tra gli attori che in questi giorni hanno partecipato con alcune prescrizioni a una conferenza dei servizi cosiddetta asincrona. È questo lo strumento di confronto che si articola in un carteggio telematico tra gli enti interessati al tavolo comune, al fine in questo caso della redazione del via libera definitivo allo smantellamento della Ferriera da parte del ministero dell'Ambiente, che dovrebbe arrivare a fine mese, secondo indiscrezioni dei componenti del "tavolo virtuale".le prescrizioni - Al dicastero romano sono stati indirizzati dei pareri, che ricalcano l'Accordo di programma per l'attuazione del progetto integrato di messa in sicurezza, riconversione industriale e sviluppo economico produttivo nell'area dell'ex impianto siderurgico di Servola. Tra i documenti, l'elemento di novità sono le prescrizioni che ha avanzato la Soprintendenza, richiedendo che vengano conservati alcuni elementi di archeologia industriale per conservare la memoria dell'ex fabbrica di oltre cent'anni. L'individuazione di questi elementi dovrà essere concordata con la Soprintendenza stessa. «Alla dismissione della Ferriera abbiamo dato parere positivo - sottolinea il soprintendente Simonetta Bonomi -. Abbiamo chiesto però d'individuare degli elementi da salvare, fissi o mobili, a memoria dell'impianto, perché ha avuto un peso nella storia di Trieste. È giusto che vada via, però con tutto quello che ha significato di positivo e negativo nella storia della città, è giusto se ne mantenga la memoria». i serbatoi cilindrici - L'idea è in particolare quella di lasciare sul posto due dei serbatoi cilindrici dove si formava l'aria calda attorno ai 1.100 gradi, che veniva iniettata nell'altoforno per la produzione della colata di ghisa. Inoltre si è pensato di mantenere dei macchinari, con la prospettiva d'inserirli un giorno in un museo dedicato. Passato e futuro sostenibile saranno collegati anche da un monumento, da realizzare tramite un concorso d'idee che ricordi gli oltre 120 anni di storia della Ferriera. il monumento - L'idea è dell'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che spiega su quali basi si concretizzerà: «Partendo dal carbone, passando per gli uomini di ferro, la simbiosi con il borgo che per un periodo cambiò nome in Ilvania, fino ai binari del futuro polo logistico». «Legittime - sottolinea inoltre Scoccimarro - le richieste della Soprintendenza sul concordare il mantenimento di alcune parti dello stabilimento come manufatti di archeologia industriale, auspico però che questa opera vada oltre, perché l'operazione della riconversione dell'area a caldo non è stata una chiusura, ma un punto di partenza per un nuovo sviluppo dell'area. La collocazione dell'opera poi chiaramente verrà condivisa con il sindaco, il presidente dell'Autorità portuale ed ovviamente le associazioni e tutti coloro che sono stati attori di questo nuovo progetto».

Benedetta Moro

 

 

Discarica nel bosco a Banne - vicino al raccordo
Scoperta una discarica abusiva nel bosco tra Banne e Fernetti a una cinquantina di metri dal raccordo autostradale: in una dolina si scorgono decine di bottiglie, lattine, contenitori di plastica e pezzi di tubi.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 19 gennaio 2021

 

 

Neoclassico in via Ghega - La Soprintendenza avvia l'iter di interesse culturale - lo storico palazzo Degasperi
Palazzo Degasperi, pur senza vantare alcun rapporto con lo statista trentino Alcide, è uno degli edifici di maggiore pregio architettonico tra quelli allineati in via Carlo Ghega: la Soprintendenza ha ritenuto di "premiarlo" avviando la procedura che ne dichiara l'interesse culturale. Il civico 6, con la restaurata facciata dalla «moderata» intonazione neoclassica, è di agevole individuazione, perchè gran parte del pianterreno è occupato dai magazzini "Fam store". Sullo stesso marciapiede, a pochi metri di distanza, la gelateria Zampolli. A progettarlo fu negli anni Trenta del XIX secolo Giovanni Degasperi, un muratore autodidatta, proveniente dal Canton Ticino come molti altri protagonisti della stagione neoclassica triestina. Al solito, il soprintendente Simonetta Bonomi ha informato gli interessati con una missiva spedita a 28 indirizzi, di cui 25 i proprietari, nella quale spiega i perchè del procedimento. L'immobile - scrive - è un esempio di particolare interesse nel documentare ancora oggi la sintassi realizzativa di metà Ottocento: semplicità, severo rigorismo, la disposizione di buona parte degli enti fedele al progetto originario, finiture ed eleganza della facciata principale, vano scala, alcuni ambienti del primo piano. Per questi motivi merita il timbro di interesse culturale. La Bonomi ricorda ai destinatari che qualsiasi intervento sul bene dovrà ottenere l'autorizzazione della Sovrintendenza. A seguire il fascicolo sarà l'architetto Francesco Krecic.Strada di forte passaggio veicolare, via Ghega soffre di questa funzione viaria che non contribuisce a valorizzare le pur interessanti presenze culturali: il palazzo Rittmeyer (conservatorio Tartini), l'edificio neoclassico disegnato da Angelo Gorian dirimpetto a palazzo Degasperi, un lato di palazzo Panfilli (ora sottoposto a terapia restaurativa) nella curva che reca in piazza Libertà. Insomma, mangiando un gelato si può ripassare un po' di storia patria. Lo stesso Degasperi, pur non appartenendo al gotha dei colleghi contemporanei (Pietro Nobile, Matteo Pertsch, Antonio Mollari, Antonio Buttazzoni), è un dignitoso e dinamico interprete di una fase espansiva che caratterizza la città dei "borghi" teresiano, giuseppino, franceschino, dove firma in quasi trent'anni 18 progetti. Forse il più noto, o comunque il più visibile, è l'ex albergo Metternich, poi Nazionale, poi Hotel de la Ville, oggi quartier generale di Fincantieri, tra Rive, via Genova e via Mazzini.Negli ultimi anni le dichiarazioni di interesse culturale da parte della competente Commissione regionale per il patrimonio Soprintendenza si sono fatte piuttosto frequenti, avendo riguardato epoche costruttive diverse. A fianco del palazzo di Giustizia il "quartiere Oberdan" anni Venti-Trenta del secolo scorso, via Rossetti 8 agli albori del Novecento, via Piccardi 12 anch'esso in era liberty, via Lazzaretto Vecchio 13 nell'ultima parte dell'800: ecco gli ultimi attestati rilasciati da palazzo Economo. A volte c'è una griffe progettuale riconosciuta (come quella di Eugenio Geiringer in via Rossetti e in via Lazzaretto Vecchio), altre volte no: la qualità dell'immobile, i vantaggi fiscali soprattutto sulle seconde case, la valorizzazione del bene sono in primo piano nel motivare la "dop" culturale.

Magr

 

 

Il destino dell'area verde di via Tigor fa litigare Adesso Trieste e dem - piano particolareggiato del centro
Oggi è l'ultimo giorno utile per presentare osservazioni al Piano particolareggiato per il centro storico, approvato dal Consiglio comunale a novembre. Adesso Trieste ne approfitta per esprimere solidarietà a un gruppo di residenti - il Comitato per il giardino di via Cereria - e per andare all'attacco al contempo di giunta e consiglieri di minoranza. Minoranza accusata di non essersi sufficientemente opposta al progetto di un futuro parcheggio in via Tigor. Ma il Pd non ci sta e controbatte. L'area in questione è quella attorno al civico 6 di via Tigor, appunto, dove un tempo sorgevano le carceri femminili: nel Piano si legge che, dal momento che quell'edificio in particolare «si presenta in evidente stato di degrado», al suo posto «è ammessa la realizzazione di un autosilo». Una scelta difesa in passato l'assessore all'Urbanistica, Luisa Polli, sostenendo che i nuovi parcheggi saranno costruiti «nel rispetto del verde e in sicurezza», allo scopo di dare «respiro al centro storico, togliendo le macchine dei residenti dalle strade». Ieri gli attivisti del movimento guidato da Riccardo Laterza hanno tuttavia diffuso una nota di contrarietà: «Tra via Cereria e via Tigor, dietro alla Biblioteca civica, si spalanca una vasta area di proprietà comunale. Adesso ci sono solo ruderi e verde incolto, ma un tempo vi erano le carceri. Si tratta di un bene comune il cui uso dovrebbe essere restituito alla collettività. Purtroppo invece qui si è permessa l'edificazione di un parcheggio: lo stesso che una decina di anni fa doveva cancellare l'area verde tra le stesse due vie. Il progetto fu fermato dai residenti della zona». Su queste basi, oggi, At aderisce dunque alle «osservazioni presentate dal Comitato per il giardino di via Cereria (la cui telenovela continua dal 2005, ndr) e dal cittadino Paolo Radivo (contrari al parcheggio, considerato troppo vicino alle scuole, tra le varie motivazioni, ndr). Sconcertante che nessuno, tra chi siede all'opposizione, abbia mai pensato di informare la popolazione né di opporsi a questo ennesimo atto di svilimento urbano». Un'affermazione, quest'ultima, contestata appunto dal Pd. I dem replicano attraverso Giovanni Barbo e Marco Rossetti Cosulich, consiglieri rispettivamente comunale e circoscrizionale: «Negli anni abbiamo seguito con attenzione gli spazi verdi. Nel Piano regolatore approvato (nel 2015, ndr) dal centrosinistra avevamo recepito l'istanza che chiedeva che il giardino di via Cereria fosse reso Verde pubblico. Quando poi a novembre dello scorso anno abbiamo discusso il Piano particolareggiato del centro storico, il Partito democratico ha votato contro, anche nella convinzione che la qualità della vita in centro non possa dipendere da un aumento dei parcheggi. Siamo favorevoli a mantenere un confronto con i residenti, sul futuro dell'ex carcere e sulle altre questioni irrisolte della zona, come abbiamo continuato a fare anche dai banchi dell'opposizione».

Lilli Goriup

 

 

Fi attacca sull'aumento della Tari «Gestione dei rifiuti fallimentare»
L'azzurro Mariucci: «Rincari diluiti in tre anni perché siamo vicini al voto - Sul "porta a porta" la giunta ha dimostrato tutta la sua debolezza»
MUGGIA. «Nonostante tutte le promesse di un servizio migliore e di costi della Tari che sarebbero diminuiti, assistiamo a un ulteriore aumento di un servizio molto al di sotto delle aspettative». È il commento del consigliere comunale di Forza Italia Andrea Mariucci a proposito dell'approvazione in Consiglio comunale del Piano economico-finanziario (Pef) del servizio integrato di gestione dei rifiuti del Comune di Muggia, validato dall'Agenzia regionale sui sistemi idrici e sui rifiuti (Ausir) per il 2020, i cui costi saranno recuperati con le Tari negli anni 2021, 2022 e 2023. «Tutto inizia - insiste Mariucci - da una valutazione vincolante sulle scelte del Comune da parte dell'Ausir, costituita in era Serracchiani, la quale ha imposto sul territorio un diverso algoritmo di calcolo che penalizza i piccoli comuni, in barba alle economie di scala». E questo, secondo Mariucci, «avviene mentre la giunta Marzi, per ricordarci che siamo vicini alle elezioni, diluisce in tre anni questo aumento». «Una scelta, quella dell'inhouse providing, che era stata condivisa in aula diversi anni fa con ampio consenso politico: gli affidamenti interni però - specifica il consigliere azzurro - possono essere una valida opzione solo se il Comune mantiene il controllo della gestione e ottiene più servizi con minori costi. Invece nella gestione del "porta a porta" in tutti questi anni questa giunta ha dimostrato tutta la sua debolezza».Pronta la reazione dell'assessore all'Ambiente Laura Litteri: «Il nuovo servizio di raccolta dei rifiuti ha raggiunto un livello buono, soprattutto per l'impegno profuso dall'Ufficio ambiente del Comune che collabora costantemente con la Net».L'assessore chiarisce inoltre che l'aumento dei costi del Pef «è da imputare esclusivamente al fatto che il piano non viene più redatto dal Comune ma dall'Ausir, come peraltro si vede nella delibera che è stata approvata dall'Assemblea regionale d'ambito, nella quale il Comune di Muggia non è presente, mentre, voglio ricordarlo ai consiglieri di Fi, è presente il Comune di Trieste, nella persona del sindaco Dipiazza, che tale delibera ha votato».

LU.PU.

 

Cio' che non va - Il bosco di Altura usato come una discarica e nessuno interviene.

Nel periodo Covid-19 capita di addentrarsi su sentieri che mai avevi preso e spesso anche quelli intorno al tuo isolato sono meta di scoperte incredibili. Il 4 gennaio, arrivato al "tornantone" di Altura (area giochi) mi addentro sul largo sentiero sterrato che porta nel bosco. Fatti circa 150/200 metri mi imbatto in 2 carcasse di cambiamonete delle slot machine a occhio, viste le condizioni, abbandonate da un bel po'. Ritengo un orrore vedere tali carcasse in un bosco ma ai ladri di sicuro poco importa: a me sì. Essendo "merce" riconducibile a un furto, è normale chiamare le forze dell'ordine. Dopo una carambola di numeri telefonici (non ha senso andare in Questura per una "sciocchezza" simile in tempo di virus) riesco a segnalare la presenza dei due orribili macchinari. Scatta il terzo grado, ci stà ma non ho nulla da nascondere. La mia unica preoccupazione è di fare sparire quanto prima le cambiamonete dal bosco di Altura, prima che scatti la "fase discarica" con altri abbandoni. Dopo 10 giorni sono tornato sul posto per verificare se nel frattempo erano state recuperate: purtroppo no. Capisco il Covid-19, l'immigrazione, la Sanità, il vaccino ma non può diventare un miracolo far portar via da un bosco (facile da raggiungere) vecchie cambiamonete.

Marcello Corso

 

 

Porto vecchio proibito per chi pesca - Si rischiano multe fino a tremila euro
Lo sviluppo dello scalo impone una revisione degli spazi. Ordinanza restrittiva della Capitaneria in vigore dal 15 febbraio
Cambiano le regole per la pesca sportiva e ricreativa da terra nella zona portuale di Trieste, che si estende da Porto vecchio a Porto San Rocco escluso. Il 15 febbraio entrerà in vigore una nuova ordinanza della Capitaneria di porto che andrà a revisionare il testo precedente del 2010, disciplinando le zone in cui si potrà pescare appunto previa autorizzazione, visibili con l'apposita segnaletica in italiano, inglese e sloveno, corredata da dei grafici. La Guardia costiera ha ridimensionato gli spazi dedicati nella zona di Trieste a fronte di un ampliamento sul versante di Muggia. Questo perché, visto il forte sviluppo portuale di cui il capoluogo giuliano è protagonista in questi ultimi anni, è necessario garantire una maggiore sicurezza della navigazione e delle attività portuali e rispondere alle esigenze di "security" (il contrasto al terrorismo). «Tale documento - sottolinea il tenente di vascello Alessandra Vaudo, a capo della Sezione Pesca - non vuole andare contro il singolo pescatore: ci sono tante attività marittime e vanno contemperate le rispettive esigenze».Tra le novità principali, l'esclusione alla pesca dell'area di Porto vecchio. Come già nella precedente normativa sarà vietato fruire dei moli. È stata anche ridotta l'area lungo le Rive. Gli spazi consentiti (definiti in metri e individuabili dalle bitte citate nell'ordinanza) sono i seguenti: il tratto tra Molo Audace e Molo Bersaglieri, esclusa Scala reale, e quello adiacente alla radice del Molo Pescheria. Più esteso invece il permesso per gli amatori che decideranno di usare canna e lenza a Muggia. Qui è possibile stazionare sul lungomare Venezia e tra il pontile a T e Punta Ronco, ma non nell'orario riservato alla balneazione durante la stagione estiva. Da Punta Ronco verso la Slovenia non si rientra più nell'ambito del Porto di Trieste e, pertanto, la pesca è libera senza autorizzazione, così anche a Trieste lungo la costa dopo Porto Vecchio, quindi da Barcola in poi, fino a Duino (esclusi i porticcioli). L'ordinanza disciplina esclusivamente la pesca sportiva/ricreativa da terra all'interno dei porti di competenza, quindi quella subacquea e quella da unità da diporto in tutte le acque portuali rimangono vietate, senza possibilità di deroga. Chi non avesse ancora il permesso, che dura un anno solare, lo può richiedere alla Sezione Pesca della Capitaneria.«Il modulo è pubblicato sul nostro sito», spiega Vaudo: «È possibile anticiparlo anche via mail, ma lo si deve poi venire a ritirare qui con una marca da bollo da 32 euro». La validità delle autorizzazioni rilasciate nell'anno 2020 è automaticamente prorogata sino alla data di entrata in vigore del nuovo regolamento. Attenzione, però, perché chi non rispetterà le nuove disposizioni incorrerà in sanzioni, che possono essere elevate dalla Guardia costiera ma anche dalle altre forze dell'ordine. Due le tipologie di multe in cui si rischierà d'incorrere in caso di violazione delle norme. Per la pesca ricreativa in aree diverse da quelle individuate dall'ordinanza la sanzione va da mille a tremila euro. È prevista anche la confisca di attrezzi e pescato. Chi venisse trovato a pescare nelle aree consentite, ma senza l'autorizzazione, dovrà pagare fino a 50 euro. Il contenuto dell'ordinanza è stato diffuso in anticipo anche «per dare la possibilità agli utenti di conoscere le nuove disposizioni, che sono più razionali», sottolinea il comandante della Capitaneria, l'ammiraglio Vincenzo Vitale: «In questo periodo verrà anche disposta la segnaletica che sarà trilingue, realizzata in collaborazione con l'Autorità portuale».

Benedetta Moro

 

 

L'orso avvistato a Peteano e il precedente di Gabria «Segue la stessa pista»
Proprio a gennaio del 2020 un esemplare lungo il Vallone e la circostanza convince il docente Filacorda, mentre Ambrosi parla di cinghiali
L'avvistamento di un orso avvenuto nei giorni scorsi da parte di un rider a bordo del suo scooter ha inevitabilmente incuriosito e sorpreso, ma ha anche sollevato i dubbi di molti, tra gli altri quello di Renzo Ambrosi, presidente del distretto venatorio "Carso", ma dal mondo scientifico arrivano conferme sulla possibile correttezza dell'avvistamento. Ambrosi, che a Peteano vive, propende per la tesi del grosso cinghiale scambiato per un giovane esemplare di plantigrado perché, osserva, «sul Carso goriziano e triestino ci sono almeno 400 fototrappole, ma l'orso è stato fotografato soltanto due volte nella zona di Jamiano. Si tratta dell'unico riscontro fotografico. Se l'area fosse popolata da orsi, ne avremmo molti di più». «Il dubbio è giusto porlo, ma è plausibile che si sia trattato davvero di un orso», nota, dal canto suo, Stefano Filacorda, ricercatore e coordinatore degli studi sulla fauna selvatica dell'Università di Udine, ricordando che la presenza degli orsi sul Carso è un dato di fatto documentato con elementi di tipo sia biologico, sia tecnico. «Premesso con un bisticcio che le osservazioni dipendono dall'osservatore, non è che se l'orso non viene fotografato non esiste», dice l'esperto, aggiungendo che un anno fa è stato campionato materiale organico di un orso nella zona di San Michele. «Dobbiamo abituarci all'idea che il Carso è frequentato da giovani esemplari d'orso». Anche le telemetrie dei radiocollari indicano l'area come zona di passaggio di questa specie di animali: è come se seguissero un percorso predefinito e non ci sarebbe da stupirsi se l'esemplare avvistato a Peteano fosse lo stesso avvistato in questi stessi giorni dello scorso gennaio a Gabria mentre attraversava la Strada statale 55 "del Vallone" all'altezza dell'albergo "da Tommaso". Era la notte tra sabato 18 e domenica 19. «La coincidenza temporale è molto interessante - sottolinea Filacorda - e sarebbe altrettanto interessante avere dei campioni genetici per confermare l'identità dell'esemplare perché sappiamo che gli orsi hanno una fedeltà temporale. Si muovono alla ricerca di cibo, sono molto affamati e scendono dal Carso. Il dubbio che si sia trattato di un cinghiale, rimane; gli orsi, però, sul Carso ci sono: sono rari e pochi, ma ci sono. Si muovono sempre lungo lo stesso percorso e ragionevolmente è già rientrato nel suo territorio». Il Carso è un po' come il casello di un'autostrada che arriva fino a Logatec. L'orso va e viene verso il monte Nanos seguendo sostanzialmente sempre gli stessi passaggi. Secondo i tracciamenti dei ricercatori si sposta lungo la valle del Vipacco e, passando sotto l'autostrada, arriva fino al fondovalle dove alcuni esemplari rimangono anche per mesi. Seguendo la dorsale del Carso sloveno rimanendo nei boschi, gli orsi arrivano a Opacchiasella, scendono verso Rubbia e raggiungono Peteano dove il rider lo ha avvistato. «A Peteano è almeno la quarta segnalazione in una quindicina d'anni che registriamo. Ripeto: il dubbio può esserci, ma non possono certo essere tutti ubriachi quelli che li vedono», conclude Filacorda sdrammatizzando con una battuta.

S. B

 

Cinghiali in zona depuratore e i cervi tornano sul Carso
L'allarme del consigliere di Staranzano Bortolus: «A Bistrigna meglio tenere i cani al guinzaglio o si rischiano spiacevoli contatti». La Forestale sollecita a mantenere prudenza e distacco
In piena zona arancione, senza discernere confini tra comuni, loro caracollano fendendo i campi agricoli dove altre bestiole, labrador, bassotti, spinoni, chihuahua, li osservano: chi con piglio guardingo chi con latrato aggressivo. Sicché il richiamo all'uso senza deroghe del guinzaglio diventa d'obbligo, almeno per il consigliere di Staranzano Enrico Bortolus, che nel week-end da ritorno agli spostamenti contingentati ha assistito (e fotografato) situazioni di promiscuità tra cittadini e cinghiali, con tutti i pericoli annessi. Cinghiali che, per inciso, hanno saputo mandare gambe all'aria perfino il traffico sull'A4 sabato mattina, con chilometriche code al rientro sul casello di Palmanova per l'interdizione del tratto tra Ronchi e la città stellata, in direzione Udine. «Ma i cinghiali non hanno colpa - interviene in difesa il consigliere leghista Bortolus - sono le persone che si spingono in aree verdi, alla ricerca di spazi, senza pensare che non si tratta di parchi urbani, bensì di zone agricole e boschive dove, proprio per il possibile incontro con animali selvaggi, sarebbe bene mantenere il guinzaglio, a comportarsi male». Raccomandazione, quella dell'utilizzo del laccio, peraltro condivisa dalla Forestale, con il commissario Paolo Benedetti, esperto in ungulati selvatici. «Le femmine di cinghiale, se in presenza di cuccioli, possono diventare particolarmente apprensive e aggressive nel caso in cui avvertano una minaccia», chiarisce. Il fenomeno si è reso evidente, secondo quanto riferito dal consigliere staranzanese, nella zona campestre del depuratore di Bistrigna, «un tratto intensamente frequentato da sportivi, amanti della passeggiata e possessori di cani». «L'amico a quattro zampe, è il suo istinto, sente l'odore del cinghiale e si tuffa nei cespugli - prosegue Bortolus -, ma il cinghiale è un animale tarchiato, intelligentissimo che arriva a pesare tranquillamente cento chili e può fare dei danni. Si trova nel suo habit e giustamente cerca di preservarsi: è l'uomo, spesso, a sbagliare condotta». La proliferazione del cinghiale è fatto ormai notorio, anche nella zona del depuratore di Bistrigna, oltretutto attigua alla riserva naturale della Cona, e viene monitorata dalla Guardia forestale. Meno la crescita di esemplari di cervo, che per esempio sul Vallone si iniziano ad avvistare: l'elegante mammifero dall'imponente palco (se maschio) è sempre più diffuso in Slovenia e si fa vedere ormai anche dalle nostre parti. Qualche carcassa è stata recuperata in sede incidentale, sicché la presenza di questo animale va tenuta in debita considerazione nei tragitti notturni poiché in caso di collisione, per stazza e dimensioni, il quadrupede può esser causa di sinistri gravi. La nutrita presenza di cinghiali ha scalzato i caprioli e il cervo sta trovando un habitat confacente pure sul Carso. «I comportamenti da osservare - conclude Benedetti della Gf -, in presenza di suidi, è di non dare mai loro del cibo, non disturbare né far scappare i cinghiali per evitare fuggano verso strade urbane, con il rischio di incidenti e, se in presenza di animali d'affezione, mantenere il guinzaglio: in particolare i cani di tagli piccola tendono ad abbaiare e il messaggio di aggressività può essere mal interpretato».

Tiziana Carpinelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 18 gennaio 2021

 

 

Il declino della residenza Engelmann e il restauro conservativo di villa Ada
L'edificio in stile neoclassico dalle pareti gialle ospita ora appartamenti di prestigio mentre l'immobile donato alla città è in attesa di rilancio
In molti lo confondono con villa Engelmann, ma in realtà l'edificio dagli esterni color giallo, che si affaccia sul grande giardino comunale di 14mila metri quadrati di via di Chiadino, si chiama villa Ada. Si tratta di un prestigioso condominio privato in stile neoclassico che accoglie sei unità immobiliari, frutto di un restauro conservativo ultimato ormai da più di cinque anni. Quattro delle sei unità sono abitate da triestini ma anche da austriaci mentre le restanti due sono attualmente in vendita. A testimoniarlo è l'agenzia La Chiave Immobiliare, che si occupa dell'operazione. La stessa dimora è circondata da un grande spazio verde, costantemente ripulito e curato dai proprietari. «Architetto dell'iniziale progetto della villa, costruita nella seconda metà dell'800, è stato il figlio dell'architetto Pertsch - specifica Giulia Demarchi, inquilina di uno degli appartamenti -. L'immobile negli anni è stato di proprietà di diverse famiglie che vi hanno apportato delle modifiche. Fino all'ultimo restauro conservativo, realizzato seguendo con fedeltà il carattere neoclassico della villa e facendo risaltare il pregio e i materiali originali, dai marmi ai pavimenti. Questo, pur dandone una chiave moderna, pratica e funzionale grazie anche a un ascensore interno e a delle terrazze a vasca che si affacciano sul parco». Al contrario villa Engelmann, che è situata all'interno del parco di via di Chiadino, è ridotta a rudere ed è di proprietà del Comune. Resta bloccata da vincoli e da mancate manutenzioni che si protraggono da decenni. Si presenta con le finestre cadute, il tetto collassato e i muri sgretolati. Non ha aiutato lo stato di decadimento un incendio scoppiato nel 2013. Il suo progetto, che comprende anche il parco, come si legge sul sito del Comune, è del 1840 a opera di Francesco Ponti di Milano. La costruzione fu completata nel 1843. L'immobile diventò nel 1888 proprietà di Frida Engelmann e nel 1938 passò a Guglielmo Engelmann. Il figlio di Guglielmo, Werner, donò il parco alla città. Il giardino è stato oggetto di ristrutturazione nel 1980. Ideato ed eseguito con un alto contenuto progettuale, ha vinto nel 1998 il premio Milflor come miglior realizzazione in ambito pubblico di media-piccola grandezza.

b.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 17 gennaio 2021

 

 

Demolizioni a Servola  e area a caldo in pezzi «Il simbolo dell'addio alla vecchia Ferriera»
Le operazioni di dismissione dell'impianto fra cokeria e altoforno - Gli ex operai: «Chiusa una storia di oltre 120 anni». «Ora una mostra»
C'era una volta la Ferriera di Servola. Quello che fino a ieri poteva sembrare l'inizio di una storia di fantasia da oggi è una realtà che, dopo anni di polemiche, ha iniziato a materializzarsi con l'abbattimento di parte dell'impianto che si estende per 560.000 metri quadrati fra Servola e il mare. Cokeria, impianto di agglomerazione, altoforni e macchina a colare sono stati puntellati ed è iniziata la demolizione, con i pezzi che, uno dopo l'altro, vengono accatastati sul terreno, reso nero da più di un secolo di lavorazione della ghisa e del carbon coke. Centoventiquattro, per l'esattezza, sono gli anni di vita dell'insediamento industriale sorto a fine '800 alle pendici del colle di Servola, che ha scandito la vita di molte famiglie del rione e della città in genere. Così, ad esempio, per la famiglia Bianchini: Osvaldo vi ha lavorato per 30 anni, che aggiunti ai 35 di suo papà fanno 65, ossia oltre metà della vita dell'impianto. Una simbiosi. «La Ferriera fa parte della mia famiglia - sottolinea Osvaldo Bianchini -, quando vi sono entrato ero giovanissimo. Una volta finito l'Istituto Nautico e svolto il servizio militare mi stavo accingendo a lavorare sulle navi. All'epoca però, parliamo dell'inizio degli anni '60, ero fidanzato e volevo sposarmi. Mi dispiaceva partire e allora feci domanda per entrare in Ferriera, su suggerimento di mio padre, e poco dopo mi assunsero. Vi sono entrato nel 1961 per poi andare in pensione nel 1989». Osvaldo la chiama "la Fabbrica" quasi a voler dare un nome e un cognome a qualcuno che l'ha accompagnato per quasi tutta la vita. Ancora oggi frequenta il Circolo per giocare a carte con i vecchi colleghi. «Questa era una fabbrica che inquinava - prosegue - ma negli ultimi anni l'inquinamento era diminuito di almeno 10 volte. Secondo me l'abbattimento dell'area a caldo è una catastrofe. Qui si tratta della fine di tutta la Ferriera perché chiudere l'area a caldo significa fermare il motore dell'impianto. La politica alla lunga ha assecondato gli ambientalisti sulla pelle degli operai e così adesso 600 persone più quelle che lavoravano nell'indotto sono rimaste con un futuro tutto da scrivere. Io per fortuna sono in pensione ma c'è un'intera generazione costretta alla cassa integrazione». La sensazione di incertezza parte da Servola e abbraccia l'intera città. «Trieste ormai è rimasta senza un'industria - conclude l'ex operaio Bianchini -, tutte le speranze per la ripresa economica sono delegate al porto, ma basterà per rimettere in circolazione tutte le persone che lavoravano qui?».Roberto Decarli ha lavorato nello stabilimento servolano per 32 anni, lasciandovi anch'egli un pezzo di cuore e di impegno sindacale. «Sono finito qui dentro subito dopo aver svolto il servizio di leva - spiega -. Grazie alla Ferriera ho potuto sposarmi e mettere su famiglia. Tutta la mia vita si è svolta dentro e attorno allo stabilimento. Qui sono nate amicizie, momenti di solidarietà, altri di difficoltà, la nascita di una coscienza sindacale che ha attraversato periodi anche tesi». La speranza di Decarli è quella che il patrimonio storico e industriale ora non vada perduto. «La nostra intenzione - racconta - è quella di creare un museo documentale per valorizzare ciò che resta dell'impianto. Sarebbe bello creare una mostra dove poter riprodurre oltre 120 anni di vita della fabbrica. Ne abbiamo già parlato con il Comune - anticipa -, ora non resta che coinvolgere anche Arvedi, la Regione e lo stesso Ministero del lavoro».

Lorenzo Degrassi

 

 

Ok a pesca artigianale e attività scientifiche nel mare delle Falesie
Da inizio marzo al 5 giugno nuove regole in vigore nell'area - Ammesse le imbarcazioni sotto i 10 metri di lunghezza
DUINO AURISINA. Valorizzare le Falesie di Duino, per farne uno dei principali elementi di richiamo turistico del territorio. È questo l'obiettivo che si è posto il Comune di Duino Aurisina, con l'approvazione in giunta di una nuova ordinanza che, di fatto, apre lo specchio di mare situato sotto le splendide rocce duinesi all'attività di piccola pesca artigianale e a quella con finalità scientifiche, oltre che alla pesca ricreativa di cefalopodi, categoria che comprende seppie, calamari e polpi. Nel testo del documento firmato dal sindaco Daniela Pallotta, si legge infatti che dette attività saranno autorizzate «nella zona marina denominata B nelle cartografie ufficiali, dal 1.o marzo al 5 giugno di ogni anno per i prossimi 5 anni». Si tratta, in sostanza, di quella fascia di mare che corre sotto il sentiero Rilke, nel tratto fra Sistiana e il castello dei principi di Torre e Tasso, compresa all'interno della Riserva naturale delle Falesie, un'area protetta, istituita nel 1996 e passata alla diretta gestione dell'amministrazione comunale di Duino Aurisina nel novembre del 2019, in virtù dell'approvazione, da parte della giunta regionale, del nuovo Regolamento in materia. La zona B comprende gran parte dei 63 ettari che formano la parte a mare della Riserva, in pratica si esclude solo la fascia più vicina alla costa. Grazie al provvedimento approvato dall'esecutivo guidato da Pallotta, vi potranno entrare, ed è questo l'unico limite posto nel testo, i natanti di lunghezza non superiore a 10 metri. Una dimensione che di fatto permetterà l'ingresso a un considerevole numero di imbarcazioni. Per quanto riguarda la regolamentazione di dettaglio, per attività di piccola pesca artigianale si intende quella che prevede l'utilizzo della «rete a tramaglio, avente la maglia del pannello interno della rete non inferiore a 30 millimetri di lato». Il titolare di ogni natante dovrà annotare, con cadenza quotidiana, su un apposito registro, le date e la quantità del pescato. Per chi vorrà praticare la pesca ricreativa dei cefalopodi si potranno utilizzare esclusivamente le lenze a mano e le canne da pesca. Anche in questo caso sarà necessario compilare il registro quotidiano. Rimane tassativamente vietata la pesca con fucile subacqueo. Gli strumenti per l'attività scientifica dovranno invece essere «adeguatamente segnalati». In ogni caso, i natanti che accederanno alla zona B non potranno superare la velocità di 5 nodi. «Questa ordinanza - ha spiegato l'assessore comunale di Duino Aurisina per le Politiche per il mare e il Turismo, Massimo Romita - rientra nel più generale rilancio delle Falesie come elemento che caratterizza il nostro territorio e che intendiamo mettere a frutto per aumentare il potenziale turistico dell'area che rientra nella nostra giurisdizione. A questo proposito - ha aggiunto - abbiamo anche avviato un nuovo rapporto di collaborazione con la Baia Holiday, società che ha notevoli interessi in loco, in particolare con il campeggio Mare pineta di Sistiana e che, grazie al proprio potenziale di promozione turistica a livello internazionale, potrà fungere da traino per l'intera area».

Ugo Salvini

 

 

Vantaggioso introdurre i filobus nel trasporto urbano di Trieste - La lettera del giorno di Nevio Poclen

Nel corso della trasmissione televisiva di una emittente locale, l'ospite in studio prospetta la possibilità di realizzare ex novo una linea di trasporto pubblico su rotaia che da Barcola, attraversando la città, giunga fino in centro città, e a borgo San Sergio. Tutto ciò nell'ottica di una riduzione del traffico privato e, di conseguenza, di una riduzione delle emissioni nocive. Tuttavia il primo problema che si pone è proprio ciò che riguarda l'armamento, il cantiere e i relativi costi. Il costo per la realizzazione di un percorso su rotaia si aggira attorno ai 9 milioni di euro a chilometro. Questa soluzione presenta subito un aspetto negativo, però. Il cantiere per la realizzazione della linea ferrata impegnerebbe, con tutti i relativi disagi, un asse viario importante che attraversa la città per un lungo periodo. Essendo un tragitto obbligato da rotaie, motrice e carrozze, in caso di estrema necessita ovviamente non possono deviare dal loro percorso. Inoltre, il trasporto su rotaia dal punto di vista della rumorosità può costituire un problema serio. Viceversa valuterei attentamente (con il medesimo criterio) l'opzione, quale alternativa, del trasporto mediante filobus. Questa soluzione presenta due vantaggi immediati. Il primo, di natura economica, dal momento che l'armamento per una linea filobus viene a costare 4 milioni di euro al chilometro. Quindi la metà. Il secondo vantaggio è rappresentato dal fatto che i mezzi su ruota attuali, oltre a non essere obbligati dal percorso su rotaia, possono avere una doppia alimentazione e, in caso di estrema necessità, scollegandosi dalla linea aerea, possono muoversi come una vettura ibrida essendo dotati di un sistema di alimentazione autonoma che consente una certa autonomia su brevi tragitti. Senza poi contare l'estrema silenziosità dei mezzi. Quindi, in ultima analisi, al pari del trasporto su rotaia, il filobus è un mezzo di trasporto versatile, non inquina e la relativa costruzione costa molto meno.

 

 

Giovani - Al via i progetti di servizio civile

Sono diventati oltre 55mila i posti disponibili per i giovani tra i 18 e i 28 anni che vogliono diventare operatori volontari di servizio civile. Arci Servizio Civile è la più grande associazione di scopo italiana dedicata esclusivamente al servizio civile. Sul sito www.arciserviziocivilefvg.org sono illustrati tutti i progetti di Arci Servizio Civile che daranno l'opportunità ai giovani di fare questa esperienza nella nostra regione. Alla selezione possono partecipare ragazze e ragazzi tra i 18 e i 28 anni (non superati) interessati a un'esperienza di cittadinanza attiva in settori come promozione della coesione sociale, prevenzione e lotta all'esclusione sociale, cooperazione allo sviluppo e per la pace, difesa ecologica, tutela e promozione di un ambiente sostenibile, promozione della pratica sportiva e motoria, educazione e promozione culturale. Gli aspiranti operatori volontari devono presentare la domanda attraverso la piattaforma Domanda on Line (Dol) raggiungibile tramite pc, tablet e smartphone all'indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it. Il termine di scadenza per la presentazione delle domande è lunedì 15 febbraio 2021. Il servizio civile universale dura 12 mesi per un impegno di 1.145 ore articolato su base settimanale (25 ore) ed è previsto un riconoscimento economico mensile di 439.50 euro.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 16 gennaio 2021

 

 

POLA - Capannoni ex Scoglio Olivi, si punta al gas
La Rektor Lng compra all'asta per oltre 9 milioni le strutture del cantiere navale: in vista la costruzione di serbatoi criogenici
A Dignano i capannoni dell'ex cantiere navale Scoglio Olivi, cuore dell'ormai defunto Gruppo Uljanik finito in fallimento e poi messo in liquidazione, stanno per essere acquisiti dalla società Rektor Lng che se ne è aggiudicata la vendita all'asta bandita dal Tribunale amministrativo di Pisino. Quella di Rektor Lng è risultata l'unica offerta e ora l'acquisizione può ritenersi definitiva. Nel poco probabile caso di una retromarcia, la società perderebbe la cauzione di 1,85 milioni di euro: è questione di giorni il versamento dei restanti 7,43 milioni. La Rektor Lng intenderebbe avviare nei capannoni la costruzione di serbatoi criogenici Lng, come suggerito dalla recente integrazione delle sue attività sul registro delle società commerciali: vi sono state aggiunte infatti proprio quelle legate al business del gas. E una di queste è la costruzione dei serbatoi criogenici, che secondo gli esperti rappresentano il metodo migliore per il trasporto e l'immagazzinamento del Gnl. In questo scenario viene data per scontata la collaborazione con il rigassificatore galleggiante di fronte a Castelmuschio sull'isola di Veglia, entrato in funzione all'inizio dell'anno.Come risulta dall'apposito registro, la Rektor Lng è stata fondata da Josip Peranic di Crikvenica e da Marino Linardon, ex dipendente del cantiere di Pola che dieci anni fa ha lasciato lo Scoglio Olivi per entrare nel mondo del business privato, fra cui appunto quello del gas. Quanto all'acquisto dell'ex reparto del cantiere di Dignano, esso fu aperto nel 1981 principalmente quale sede di costruzione di container; in seguito si specializzò nella costruzione di sezioni metalliche di navi di ogni tipo. Queste sezioni poi venivano trasportate a Pola (per lo più di notte, per non intralciare il traffico), con camion speciali e scortati. Ma non solo solo i capannoni di Dignano a cambiare proprietà. Sono numerosi altri i beni che il Tribunale commerciale di Pisino venderà all'asta per far fronte - almeno in parte - agli obblighi dell'ex Gruppo Uljanik nei confronti dei creditori. Non si toccano però le gru, i macchinari, i veicoli e le attrezzature entrate a far parte del capitale sociale della nuova società Uljanik Brodogradnja 1856, tramite la quale il governo di Zagabria tenta di rimettere in modo la cantieristica navale a Pola. In vendita verrà messa innanzitutto la nave in costruzione per il trasporto di animali commissionata a suo tempo da un armatore kuwaitiano, che dopo il crac del Gruppo Uljanik ha attivato le garanzie bancarie. Il valore dell'unità non ultimata è viene stimato sui 17 milioni di euro, ma il prezzo di base d'asta sarà di 4,3. Lo stesso armatore sarebbe interessato ad acquistarla, ma servono altri 50 milioni per completarla. E proprio questa unità viene considerata come possibile punto di ripartenza del cantiere di Pola.Tra gli altri beni in vendita figura poi la Costruzione 514, ossia l'unità per il trasporto di automobili in fase di completamento al cantiere 3 Maggio di Fiume, che però rientra nella massa attiva del fallimento della società Uljanik spa, "figlia" dell'ex Gruppo Uljanik. Al cantiere di Pola poi ci sono sezioni di nave, lamiere e altri semilavorati in attesa di tempi migliori per evitare di finire fra i ferrivecchi.

Valmer Cusma

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 15 gennaio 2021

 

 

Operai della Ferriera in piazza "Certezze sugli investimenti" - il presidio organizzato dai sindacati

Chiesto anche il rispetto, da parte di Arvedi, degli impegni presi con i lavoratori in cassa integrazione. Martedi' vertice al ministero dello Sviluppo economico.

Chiedono chiarezza sui tempi degli investimenti che il gruppo Arvedi deve fare nello stabilimento della Ferriera e soprattutto il mantenimento degli impegni sul futuro dei lavoratori oggi in cassa integrazione. Ieri piazza Unità ha ospitato il presidio degli operai dello stabilimento di Servola. I rappresentanti di Fim Cisl, Uilm, Failms, Usb e Fiom Cgil hanno incontrato il prefetto Valerio Valenti, in attesa della riunione con la proprietà di martedì prossimo al ministero dello Sviluppo economico - crisi di governo permettendo -. Valenti ha assunto l'impegno di aprire un tavolo permanente per seguire l'evoluzione dell'accordo di programma sottoscritto lo scorso giugno. «Dopo sei mesi vediamo andare spedite solo le demolizioni - ha evidenziato Antonio Rodà della Uilm -, ma non gli interventi che dovranno garantire il rientro dei lavoratori. Sicuramente l'incontro di martedì al Mise, chiesto a inizio novembre, sarà importante per verificare gli investimenti e i tempi di realizzazione degli stessi visto che in questo periodo abbiamo sentito solo silenzio». Marco Relli della Fiom Cgil, unico sindacato a non aver sottoscritto l'accordo di programma, ha sottolineato che «il tavolo permanente può essere fatto al ministero o in prefettura, fondamentale è la presenza del sindacato». Attualmente, secondo fonti sindacali, ci sono ancora poco più di 250 operai in cassa integrazione, 150 persone (contando contratti a tempo determinato e interinali) hanno accettato incentivi e pensionamenti e 120 operai stanno lavorando nel laminatoio. A febbraio si valuteranno nuovi pensionamenti. «Non abbiamo visto passi avanti nella creazione degli stabilimenti di zincatura e verniciatura, il vero core business di Arvedi - ha sottolineato Umberto Salvaneschi della Fim Cisl -. Ora non possono esserci rallentamenti: l'accordo per la cassa integrazione prevede al massimo due anni, il terzo è solo un'ipotesi remota, e sono già passati sei mesi. Il prefetto in questo momento è l'unico attore presente, mentre da tutte le parti politiche abbiamo sentito solo promesse elettorali». Un attacco ripreso da Sasha Colautti della Usb: «Non è tollerabile il silenzio istituzionale, un fatto che riteniamo gravissimo». Infine Cristian Prella della Failms ha evidenziato la necessità di «non abbassare la guardia: la città non si deve dimenticare di noi». A chiedere risposte è anche il Pd con Roberto Decarli: «La cassa non è un anestetico con cui tener buoni i lavoratori dopo le promesse fatte in questi anni».

Andrea Pierini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 13 gennaio 2021

 

 

«Il Comune non cede azioni Hera» - L'impegno di Dipiazza per il 2021
Trieste ha una dotazione complessiva pari a 170 milioni di euro: 140 intoccabili, 30 sono trasferibili
Il Comune di Trieste non venderà azioni Hera con riferimento al prossimo bilancio 2021: lo ha precisato ieri mattina il sindaco Roberto Dipiazza. Per una semplice ragione: perché la struttura finanziaria dell'amministrazione è sufficientemente robusta per non dover intaccare quanto resta del "tesoretto" azionario. Incalza il "vicario" leghista Paolo Polidori: mettere azioni sul mercato non ha senso dal momento che è assai più conveniente, agli attuali tassi bancari, accendere debiti. Premessa: Hera è la seconda multiutility nazionale (acqua, gas, ambiente, elettricità) e dall'estate 2012 (o dal gennaio 2013, a seconda) controlla AcegasApsAmga, società del Nordest che raccoglie i territori di Trieste, Padova, Udine. Trieste detiene un posto nel consiglio di amministrazione. Il primo cittadino è stato contattato in vista della riunione della III commissione consiliare, che domani giovedì 14 alle ore 9, sotto la presidenza di Massimo Codarin, discuterà sul sindacato di voto e sui trasferimenti azionari Hera nel quadriennio 2021-24. Le cifre: il socio Comune di Trieste ha nel suo portafoglio 55.569.983 titoli pari a un controvalore di circa 170 milioni di euro, considerando che ieri Hera ha chiuso in Piazza Affari a 3,07 euro. Questa partecipazione rappresenta il 3,73% del capitale Hera e si distingue in due tipologie di azioni, le "bloccate" e le "trasferibili". Le "bloccate", cioè non vendibili, sono 46.305.038 per un controvalore di circa 140 milioni di euro, mentre quelle vendibili sono 9.264.945 per un controvalore di circa 30 milioni di euro. Prima Cosolini poi Dipiazza, hanno ceduto in complesso circa 18 milioni di azioni, più o meno i due terzi del "tesoretto" vendibile: poiché negli anni il valore del titolo è cambiato, è difficile computare con precisione la traduzione monetaria, a livello del tutto indicativo possiamo parlare di 40-45 milioni di euro introitati e reinvestiti nelle opere pubbliche. Il robusto ricorso alle vendite ha significativamente ridotto la quota del Comune nel capitale Hera, quota che dal 5% è scesa - come abbiamo visto - al 3,7%. Ciononostante, Trieste mantiene la dotazione azionaria più consistente rispetto ai 46,1 milioni padovani e ai 44,1 milioni udinesi. Da notare che Padova non ha più titoli vendibili, mentre Udine ha una riserva commerciabile di 15,4 milioni di azioni. Di cosa deve dibattere la III commissione, in preparazione dell'appuntamento con l'aula? Valuterà l'adesione al cosiddetto patto sindacale stretto tra ben 111 azionisti pubblici, che garantisce il controllo di Hera con una quota del 38,42%. La massima parte delle amministrazioni socie sono emiliane e romagnole (Bologna, Modena, Ferrara, Forlì, Cesena, Ravenna, Rimini). Si tratta di un accordo parasociale che viene rinnovato ogni quadriennio, quello oggi in vigore è stato sottoscritto nel 2018 e scadrà il 30 giugno, quindi deve essere ritessuto. Anche se non vengono segnalate novità di rilievo nel "contratto di sindacato di voto". Uno dei punti di maggiore rilievo riguarda il collocamento delle azioni non soggette al "blocco", operazione che va calibrata e governata per evitare negative ripercussioni sul mercato. L'eventuale dismissione - spiega la delibera che sarà firmata dallo stesso primo cittadino - sarà supportata da un consulente finanziario, che fornirà un contributo di natura consulenziale volto a confermare la congruità del prezzo di cessione ai soci pubblici venditori. La vendita sarà coordinata in sede di "comitato di sindacato" (di cui farà parte anche Trieste). Potrà essere richiesta la sottoscrizione di impegni di inalienabilità delle residue azioni «alfine di garantire adeguata stabilità al titolo».

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 12 gennaio 2021

 

 

Rebus investimenti e "cassa" - Operai di Servola in presidio - le incertezze sulla riconversione della ferriera
I lavoratori della Ferriera tornano a mobilitarsi. I sindacati protestano perché non ricevono da mesi informazioni sul percorso di riqualificazione dell'area a caldo e sul futuro che attende i dipendenti attualmente in cassa integrazione. Giovedì mattina si terrà allora un presidio in piazza Unità per chiedere al prefetto Valerio Valenti di assumere ancora una volta il ruolo di mediatore fra istituzioni e imprese private, affinché sia fatta chiarezza sugli investimenti destinati agli impianti che dovranno assorbire la manodopera non più impiegata fra altoforno, cokeria, agglomerato e macchina a colare. La mobilitazione sarà unitaria. I sindacati favorevoli alla riconversione (Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb) e l'unica sigla contraria (Fiom Cgil) hanno ripreso a dialogare dopo mesi di rapporti difficili, seguiti al referendum tra i lavoratori, che col 59% dei voti si sono espressi per la chiusura dell'area a caldo, in cambio di certezza di reimpiego fra laminatoio, centrale elettrica e attività logistiche. I sindacati animeranno dunque insieme il presidio, la cui protesta andrà soprattutto all'indirizzo del ministro Stefano Patuanelli. In una lettera congiunta al prefetto, le segreterie territoriali spiegano di aver inviato il 18 novembre a Patuanelli una richiesta di convocazione del tavolo di monitoraggio previsto dall'Accordo di programma, ma di non aver mai ricevuto risposta. «L'obiettivo - scrivono - era fare il punto sull'attuazione dell'Adp e sul piano industriale del gruppo Arvedi per i prossimi mesi. Purtroppo non abbiamo avuto risposta. Consideriamo l'assenza di interlocuzione come un fatto negativo in particolar modo se riferito a un processo industriale molto articolato come quello della Ferriera. In tal senso, era stato lo stesso ministro a fornire ampie rassicurazioni su una disponibilità al confronto costante». La missiva continua sottolineando che «i mesi stanno passando velocemente e, mentre le demolizioni procedono celermente, non possiamo dire la stessa cosa sugli investimenti nei reparti che dovranno assorbire i lavoratori, oggi collocati in Cigs. Tutto ciò accresce la preoccupazione tra i lavoratori».

d.d.a.

 

 

Pulizia dei sentieri: al via l'iter per chiedere i fondi alla Regione - dopo il passaggio dei migranti
MUGGIA. Anche il Comune Muggia, come già fatto da quello di San Dorligo della Valle, attingerà dal fondo di 150 mila euro messo a disposizione dalla legge di stabilità 2021 della Regione Friuli Venezia Giulia, che prevede un contributo straordinario per interventi di cura e pulizia dei territori interessati dal passaggio dei migranti della rotta balcanica. Oltre a quelli di Muggia e San Dorligo sono destinatari del fondo i comuni di Monrupino, Sgonico e Trieste. Si tratta per l'appunto di un contributo straordinario a sostegno delle spese organizzative, di personale e materiali per la pulizia dei propri territori interessati dal passaggio dei migranti, che spesso abbandonano soprattutto vestiti, con l'obiettivo generale della salvaguardia degli habitat e del contenimento e del contrasto della diffusione del Covid-19. Ora il Comune di Muggia, come fatto come si è detto da quello di San Dorligo, che ha già ottenuto 25 mila euro, sta preparando la domanda, da prsentare entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della Finanziaria regionale, ossia entro il 6 aprile. Nella domanda occorrerà riportare una descrizione illustrativa del progetto e il preventivo di spesa. «Oggi (ieri, ndr) - spiega il sindaco di Muggia Laura Marzi - abbiamo fatto un incontro con l'assessore regionale ad Autonomie locali e Sicurezza Pierpaolo Roberti e con i tecnici della Regione preposti a questo tema e abbiamo concordato che entro aprile, dunque, invieremo alla Regione le nostre richieste».La genesi di questo intervento, evidenzia Marzi, «nasce da una precisa richiesta avanzata dal Comune di San Dorligo della Valle, che è il comune più colpito dal passaggio delle rotte migratorie. Gli altri comuni hanno solo parti limitate del loro territorio interessate da questi passaggi. Noi abbiamo soprattutto la porzione che confina proprio con San Dorligo, parte delle sponde del Rio Ospo e una quota del territorio che confina con la Slovenia, come la zona della ciclabile Parenzana». Va chiarito che il fondo non eroga automaticamente 25 mila a comune: «Noi - così Marzi - dobbiamo presentare un preventivo di spesa concordato con chi ci farà il servizio».

lu.pu.

 

 

Lo stallo assurdo sulla piscina terapeutica di Campo Marzio - la lettera del giorno di Tiziana Cimolino (Medici per l'ambiente)
Il nuovo anno è iniziato e ancora niente si muove. Per la piscina terapeutica di Campo Marzio il dissequestro è saltato ad aprile e ancora non è stata fatta luce sulle cause del crollo. Il ponte Morandi è stato costruito in due anni e noi siamo ancora qui dopo un anno e mezzo per un tetto crollato. Le amministrazioni da tempo ci dicono che la priorità è la salute, ma la mancanza della piscina terapeutica non è forse un fattore che ne determina la perdita? I triestini hanno bisogno di avere al più presto una nuova piscina terapeutica e soprattutto potremmo cogliere l'occasione per farla meglio di prima. Le associazioni si sono organizzate in banchetti e hanno raccolto 6.000 firme con la mia. Hanno ascoltato politici che hanno proposto soluzioni e proposte, ma siamo ancora fermi. Bisogna dare alla città con urgenza una piscina adeguata in cui siano presenti supporti, scale e rampe adeguate, ausili che determineranno la garanzia di una corretta e totale fruizione degli spazi e dell'accesso allo spazio acqua da parte di persone con ridotte capacità motorie e non. Si potrebbe inoltre per innovare l'impianto di trattamento delle acque usare quello ad ozono, che non presenta i disagi causati dal cloro e garantisce nel contempo una disinfezione dagli standard molto più elevati, migliorare l'accessibilità che presentava in Acquamarina problemi per certe disabilità. Molte persone hanno dovuto rinunciare ai loro trattamenti terapeutici in acqua e sappiamo bene che nelle persone diversamente abili se non porti avanti un trattamento riabilitativo di recupero funzionale continuativamente le complicanze della patologia arrivano presto. Quindi abbiamo disabili più disabili, un tetto a terra e nessuno che si muove.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 11 gennaio 2021

 

 

Piano alienazioni: il polo Greensisam in Porto vecchio messo sul mercato
Il Comune riduce a 7,4 milioni il valore dei cinque magazzini - Nell'elenco anche l'ex centro civico di via Gatteri-via Giotto
La novità di maggiore rilevanza sembra essere l'inserimento del "villaggio Greensisam" all'inizio di Porto vecchio nell'elenco degli immobili da vendere: il Comune fa il periodico punto sui beni alienabili, documento che sarà presentato stamane alle 11.15 nell'insolito contesto di piazza della Borsa al cospetto di un pensoso Gabriele D'Annunzio, assiso in lettura. Ma soprattutto Lorenzo Giorgi, assessore all'Immobiliare, spiegherà il cambio di marcia che la civica amministrazione intende conferire nel confronto con il mercato: basta con inutili aste a quotazioni inusitate che vanno puntualmente deserte, avanti con modalità alternative come le concessioni, gli affitti a lungo termine, il cosiddetto "rent to buy".Quest'ultimo istituto, introdotto nel nostro ordinamento con il decreto "sblocca Italia" di renziana memoria, prevede che il proprietario consegni fin da subito l'immobile al conduttore-futuro acquirente, il quale paga il canone. Dopo un certo periodo di tempo il conduttore può decidere se acquistare - senza obbligo però - il bene, detraendo dal prezzo una parte delle locazioni pagate.È il ragionamento che Giorgi ha già anticipato su palazzo Carciotti, una sorta di bella-di-Torriglia-che-tutti-vogliono-ma-nessuno-piglia (detto genovese), esempio di un approccio troppo abitudinario e burocratico che alla fine ha portato a vendere pochissima merce. L'Immobiliare, diretta da Luigi Leonardi, ha tentato di vivacizzare la solita lista di mezze "ciofeche" estraendo dalla panchina qualche rinforzo come l'ex scuola di via Combi (stima di 3,4 milioni ma calerà) e l'edificio di via Gatteri angolo via Giotto (1,3 milioni) antica sede di centro civico. Si è finalmente abbassata a 2,6 milioni la richiesta per l'ex mensa dei Cantieri riuniti tra via Locchi e Passeggio Sant'Andrea: sarà stata pure firmata da Marcello D'Olivo, ma pretendere 5,7 milioni per un covo di roditori era un'autentica astruseria. Più ragionevole, per quanto ancora alta, la quotazione di 1,9 milioni per Villa Cosulich in strada del Friuli.Sempre a proposito di stime riviste, emblematico il caso di "villaggio Greensisam" accennato all'inizio. La vecchia valutazione dei cinque magazzini, che l'Autorità portuale diede in concessione a Pierluigi Maneschi oltre tre lustri addietro, ammontava a circa 16 milioni di euro e il canone pari a 513.000 euro annui, pagato prima all'Autorità portuale poi al Comune, era calibrato non solo e non tanto sulla qualità degli stabili (non certo in gran forma), quanto sulla prospettiva di utilizzo dell'area, che pareva avviata a grandi progetti (a cominciare dalla sede europea dell'armatore taiwanese Evergreen) rimasti però allo stadio onirico. L'antico valore di 16 milioni, che fino a un po' di tempo fa avrebbe dovuto rappresentare la base d'asta, si riduce drasticamente nella nuova edizione Giorgi-Leonardi a 7,4 milioni, destinati a un'ulteriore probabile contrazione quando giungerà il verdetto di Stefano Stanghellini, l'esperto di estimo incaricato di formulare il nuovo prezzo. Adesso la situazione è la seguente: i magazzini 1-3, che sono sul mare e che resteranno ad Antonio Maneschi, sono valutati 2,4 milioni; i magazzini 2-4, che dovrebbero passare alla Regione Fvg, sono quotati 4,7 milioni; il magazzino 2A, che sembrava avviato a fungere da parking per Ttp, vale 320.000 euro. Sembrano prezzi accessibili, ma l'entità dei lavori, che attende i futuri gestori-proprietari, allontana l'idea di un facile business.

Massimo Greco

 

Controllo di qualità sul progetto di Vazquez Consuegra al "26"
Il futuro Museo del mare: gli interessati all'appalto per la validazione devono farsi avanti entro il 26 gennaio. Al vincitore 241 mila euro
C'è un termine che il Comune non può assolutamente permettersi di snobbare: il 31 dicembre dell'anno appena iniziato. Entro San Silvestro la stazione appaltante municipale dovrà aver messo in gara i lavori per trasformare il Magazzino 26 in Museo del mare. Il cronoprogramma comincia a farsi impietoso, perché il confronto con la Soprintendenza sul progetto dell'architetto sivigliano Guillermo Vazquez Consuegra ha portato via più tempo del previsto. Il "definitivo" è stato alfine presentato lo scorso 14 dicembre e prospetta un importo di poco inferiore a 20 milioni (sui 33 complessivamente disponibili per l'opera).Il "rup", il dirigente comunale Lucia Iammarino, ha chiesto con urgenza al collega Riccardo Vatta di bandire la gara per individuare il soggetto "validatore" del progetto, per il quale la norma indica particolari requisiti in tema di controllo-qualità. Le aziende, interessate a verificare il lavoro dei progettisti, sono invitate a mandare le offerte entro le ore 12.30 di martedì 26 gennaio, offerte che saranno aperte il giorno dopo alle 9. Il vincitore avrà a disposizione 241.244 euro, compresi Iva e oneri previdenziali (al netto 190.000).Si tratta di un passaggio che di recente ha interessato anche la realizzazione del Centro congressi, sempre in Porto vecchio: in quell'occasione della "validazione" si occupò Bureau Veritas. I candidati debbono aver fatturato 380.000 euro per tre esercizi nell'ultimo decennio. La squadra, pilotata da Vazquez Consuegra, aveva vinto la gara nell'estate 2019 con un'offerta pari a 1,6 milioni di euro in base al miglior rapporto qualità-prezzo rispetto alle proposte degli altri 15 concorrenti, tutti di livello internazionale. Della cordata fanno parte, oltre al professionista andaluso, la modenese Politecnica, la fiorentina Consilium, la pordenonese Cooprogetti, il romano Filippo Lambertucci, la trevigiana Monica Endrizi, gli studi triestini Sgm, Mads, Re.Te.In un primo tempo Vazquez Consuegra aveva pensato di inserire una torretta di vetro sopra il Magazzino 26, ma l'idea è stata bloccata dalla Soprintendenza.

Magr

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 10 gennaio 2021

 

 

L'Italia acquista ancora acqua oltreconfine - 400 mila euro l'anno alla Slovenia dal 1947
È previsto dal Trattato di Parigi per Fontefredda finito alla Jugoslavia. Ma ora ci sono i pozzi di Mochetta e risalita al Castello
"Contributo statale per il rifornimento idrico della città di Gorizia. Accertamento e impegno per 400 mila euro".Potrebbe sembrare una delle tante determine tecniche, importanti ma dallo scarso interesse di cronaca, che compaiono settimanalmente sull'Albo pretorio del Comune. In realtà, il contenuto è quantomeno curioso perché si tratta di un aiuto economico da parte dello Stato che si rinnova da decenni.

La guerra e il Trattato di Pace

Quei soldi, semplificando al massimo, servono all'ente locale per andare ad acquistare un certo quantitativo di acqua dalla Slovenia, dove c'è l'impianto di Fontefredda. Il tutto trae origine dal Trattato di Pace di Parigi, sottoscritto il 10 febbraio 1947. «Tale contributo - si legge nella determina -, per gli anni successivi, è annualmente rivalutato rispetto a quello dell'anno precedente, in relazione all'aumento del prezzo dell'acqua da determinarsi, ogni 12 mesi, in base alla modalità previste dall'accordo medesimo».Da molti anni, il criterio per la quantificazione del contributo consiste nel riconoscimento di un importo pari al 98% del costo complessivo sopportato dal Comune per l'acquisto dell'acqua oltreconfine. Nel 2007, la commissione mista italo-slovena, composta da Irisacqua e dall'omologa Vodovodi in Kanalizacjia Nova Gorica, determinò il prezzo dell'acqua, a partire dal 2008, in 25 centesimi al metro cubo. L'ultimo stanziamento statale, relativo al 2018, è di 400 mila euro. Della serie: paga in ritardo lo Stato, ma paga per l'acqua prelevata dall'impianto in riva sinistra dell'Isonzo, ai piedi del Monte Santo. A spiegare, più nel dettaglio, i termini dell'operazione sono il sindaco Rodolfo Ziberna e il parlamentare Guido Germano Pettarin, già assessore comunale a Bilancio e Partecipate. Il primo rammenta come nel 1947, in seguito agli esiti della Seconda guerra mondiale, Gorizia non poté più accedere alla fornitura idrica che era "rimasta" nell'altro Stato. «I pozzi, infatti, sono restati al di là del confine imposto nel 1947 con il trattato di pace di Parigi. Da qui, l'indennizzo che è diventata una voce fissa del documento contabile. Nel frattempo, la città si è riorganizzata realizzando i pozzi alla Mochetta e nella risalita al Castello».

Le motivazioni del contributo

Più nel dettaglio entra Pettarin, conoscitore della materia. «Terminato il secondo conflitto mondiale, le fonti d'acqua non rientrarono più nel territorio italiano. E fu necessario accordarsi per fare in modo che Gorizia avesse le disponibilità idriche e si strutturasse per realizzare fonti proprie, superando quella fase di difficoltà. E così si fece. E oggi si può dire che quella che era una fornitura indispensabile nel dopoguerra, oggi non lo è nemmeno più. Ma si tratta, comunque, di avere a disposizione una riserva», argomenta il parlamentare. Che guarda oltre. E evidenziando l'affermazione per la Capitale della Cultura 2025, sottolinea come «le due città siano sulla strada per diventare un'unica città. E anche nell'ambito dei servizi, bisognerà cominciare a pianificare e a ragionare come un'unica entità».Un altro passaggio della determina è fondamentale. Si rammenta come il trattato internazionale che regolamenta il rapporto fra Italia e Slovenia è «vigente, finché non venga espressamente modificato in seguito a eventuali diverse intese fra i due Paesi».

L'attività di Irisacqua

In ultimo, alcuni numeri (su scala provinciale) dell'importante attività svolta da Irisacqua. Dati desunti dagli ultimi documenti di bilancio. «I vari sistemi idrici gestiti da Irisacqua sono composti da 7 impianti di captazione dove l'acqua viene prelevata da 36 pozzi, 4 impianti di sollevamento principali con adduzioni verso i serbatoi e 12 impianti di risollevamento distribuiti lungo le reti di distribuzione - si legge nel documento -. La rete acquedottistica, adduzione e distribuzione, è pari a 1.074 km. A completare i sistemi idrici ci sono 42 serbatoi. I metri cubi immessi in rete sono stati 19.183.958, di cui 10.630.531 mc fatturati agli utenti: la percentuale d'acqua non contabilizzata diminuisce sensibilmente rispetto allo scorso anno in virtù delle attività sulla rete idrica inerenti mitigazione delle perdite e riduzione della pressione».

La sottoscrizione - Gli accordi firmati dopo la Seconda guerra mondiale
I trattati di Parigi furono firmati il 10 febbraio 1947. La sottoscrizione fu preceduta da una conferenza di pace tra luglio e ottobre 1946. L'Italia, oltre ai territori occupati durante la guerra, cedeva alla Jugoslavia la provincia del Carnaro, la provincia di Zara, gran parte della provincia dell'Istria (venne creata una zona A gestita dal Gma e una zona B affidata sempre a Tito), del Carso triestino e goriziano, e l'alta valle dell'Isonzo. A Gorizia venivano tagliati a metà anche i cimiteri. --

Le municipalizzate - Il Trattato di Osimo modificò i criteri di trent'anni prima
Dal dopoguerra fino al 1977, specifici accordi internazionali tra Italia e Jugoslavia fissavano il quantitativo massimo di acqua riservata al Comune e i relativi prezzi d'acquisto. Con il Trattato di Osimo, venivano modificati i criteri adottati trentatré anni prima: il contributo veniva accreditato al Comune e veniva rivalutato sulla base del costo dell'acqua che, anno dopo anno, sarebbe stato concordato dalle Aziende municipalizzate e dall'omologa società jugoslava.

Francesco Fain

 

 

Il piano green Fincantieri per le navi all'idrogeno che piace all'Europa: così salviamo l'ambiente
Il gruppo ha sviluppato il progetto Zeus: un'unità navale sperimentale prima nel suo genere al mondo. Laboratorio anche in Area di Ricerca
È stato l'economista Jeremy Rifkin, in un saggio dei primi anni Duemila, a individuare all'orizzonte un nuovo modo di sfruttare l'energia in grado di «rivoluzionare la civiltà»: l'economia all'idrogeno. La materia di cui sono fatte le stelle e il sole. Si trova in tutti gli esseri viventi, nell'acqua e nei combustibili fossili. Potrebbe essere la seconda rivoluzione dopo quella di Internet. Tramonterebbe le geopolitica del petrolio: «La rete energetica mondiale dell'idrogeno sarà la prossima rivoluzione economica, tecnologica e sociale della storia».L'idrogeno applicato alla propulsione delle navi e al risparmio energetico. Sono questi i nuovi scenari industriali dove Fincantieri, come ha spiegato di recente il presidente Giampiero Massolo, oggi è in prima linea: «Con il Recovery fund puntiamo anche a progetti sulle batterie al litio per arrivare alle navi a idrogeno. Una grande sfida». Di recente, insieme con le altre aziende partecipate pubbliche, il gruppo guidato da Giuseppe Bono ha presentato al Mise i progetti in materia di innovazione e di energia verde da finanziarie con il Recovery Fund. Su quali obiettivi?«Il cuore del business di Fincantieri sono le navi da crociera e militari ma negli anni abbiamo molto diversificato la produzione - ha spiegato Massolo in una conversazione con il Sole 24 Ore. Tutto ciò ci spinge ad essere "smart" nella gestione degli impianti e l'emergenza Covid ha accelerato questa spinta verso la sostenibilità, interconnessa, tra sistema nave e sistema-porti». A Trieste si cerca di "disegnare" industrialmente un futuro in cui le navi saranno sempre più green. «Stiamo trovando la nostra via d'uscita dalla crisi Covid-19. Con il recovery plan, abbiamo un'opportunità eccezionale per gli investimenti verdi. Vedo l'inizio di una rivoluzione per una nuova economia dell'idrogeno in Europa. Abbiamo opportunità immediate nelle nostre mani. E nella nuova economia del'idrogeno Fincantieri è un'eccellenza»: sottolinea Kadri Simson, commissario europeo all'energia. Intervenendo di recente all' European Hydrogen Forum, Simson ha ricordato il prototipo Zeus, un'unità navale sperimentale alimentata tramite fuel cell (cella a combustibile) realizzata da Fincantieri nel cantiere di Castellamare di Stabia: «Stiamo vedendo opportunità nel trasporto marittimo grazie a Fincantieri, che ha iniziato a lavorare sulla prima Zero Emission Ultimate Ship». La ricerca alla base del prototipo Zeus punta a migliorare la sostenibilità ambientale di navi cruise, mega-yacht, traghetti, ferry e navi da ricerca oceanografica, attraverso la riduzione delle emissioni di gas effetto serra. Un progetto che coinvolge, oltre a Fincantieri, le società del gruppo Isotta Fraschini Motori. Il gruppo di Bono ha inoltre avviato un secondo laboratorio presso l'Area Science Park di Trieste in collaborazione con l'Università di Trieste, con l'obiettivo di testare impianti di generazione basati su differenti tipologie di fuel cell.Ci vorrà almeno un decennio per raggiungere una riduzione delle emissioni del 55% tuttavia la crisi da Covid-19 ha messo in campo enormi risorse finanziarie a livello europeo che possono accelerare i tempi: «Grazie al Recovery plan abbiamo un'opportunità eccezionale per gli investimenti verdi nel trasporto marittimo proprio grazie a Fincantieri», commenta Simson.Nel corso degli anni il gruppo triestino ha avviato numerosi progetti di ricerca per studiare e verificare l'applicabilità delle tecnologie ad idrogeno e delle fuel cells a bordo delle navi, sia con risorse proprie sia con il supporto di programmi di ricerca ed innovazione finanziati a livello nazionale: «Queste iniziative sono cruciali per la sostenibilità futura a livello globale. Fincantieri, da sempre attenta a queste tematiche, studia la generazione e la distribuzione dell'energia a bordo delle navi da crociera, traghetti e megayacht. Per questo molte delle iniziative di ricerca e innovazione del gruppo sono focalizzate all'aumento del grado di elettrificazione delle navi e all'uso di vettori energetici sostenibili», si sottolinea nel quartier generale del gruppo a Trieste.«Tutto ciò ci spinge ad essere "smart" nella gestione degli impianti e l'emergenza Covid ha accelerato questa spinta verso la sostenibilità», ha spiegato Massolo.

Piercarlo Fiumanò

 

 

I segreti per trattare gli alberi - Vademecum per pollici verdi - libro per esperti e non

La cura degli alberi attraverso un approccio naturali e dettami tecnici alla portata di tutti. Si intitola "Amici alberi, semplici regole per trattarli bene" ed è l'opera edita da Libreria della Natura attesa a giorni nelle librerie, scritta a sei mani da Roberto Barocchi, Aldo Cavani e Giorgio Valvason. Una ottantina le pagine e settanta le illustrazioni che corredano una sorta di manualetto concepito per ribadire non solo l'importanza vitale degli alberi, ma anche le modalità per l'accudimento: «Si tratta intanto di un testo alla portata di tutti, ideato soprattutto per le persone non molto esperte - premette Roberto Barocchi, coautore, architetto ed ex direttore dell'Ispettorato delle Foreste di Trieste -. L'idea è nata dopo aver discusso con gli altri autori della situazione locale e della necessità di ribadire alcuni punti fermi, ma facendolo con un linguaggio popolare e facilmente comprensibile». Il libro richiama intanto sul valore dell'albero, ma non si sofferma troppo sugli aspetti simbolici, quanto sugli effettivi riverberi sulla natura, la società e la salute stessa dell'uomo: «L'albero è un vero amico e dovrebbe essere trattato come tale - prosegue Roberto Barocchi - ha il dono di migliorare non solo il paesaggio ma di influire sul microclima producendo ossigeno e annientando altri gas nocivi». Il libro si sofferma su alcuni tratti fondamentali, vedi la debita distanza da adottare per permettere lo sviluppo della chioma e rami, oppure come affrontare la potatura e quando farne uso. Una curiosità. Anche gli alberi soffrono di "stress urbano". Sì, perché stando alle analisi emerse nel libro, gli alberi che strutturano un viale in città sono destinati a vita breve, quasi cinquant'anni in media a fronte di qualche secolo. Barocchi ha scritto anche il "Dizionario di Urbanistica". Giorgio Valvason è un arboricoltore, mentre Aldo Cavani è dottore forestale, anch'egli ex direttore dell'Ispettorato locale.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 9 gennaio 2021

 

 

Le critiche all'ovovia si basano sui documenti ufficiali del Comune - la lettera del giorno di Andrea Wehrenfennig, presidente Legambiente

Per correttezza nei confronti dei lettori del Piccolo e soprattutto di Gianpaolo Penco (segnalazione dell'8 gennaio), ricordo che le critiche sollevate dalle undici associazioni ambientaliste e civiche - che ora sono dodici - nei confronti dell'infelice progetto di ovovia si basano sui documenti ufficiali dei progettisti e del Comune. In particolare con la delibera n. 577 del 28 dicembre 2020 la giunta comunale "delibera di presentare istanza per l'accesso ai finanziamenti destinati ai sistemi di Trm ad Impianti fissi con la proposta progettuale denominata "Cabinovia metropolitana Trieste - Porto Vecchio - Carso" per una spesa complessiva presunta di euro 48.768.102,54 Iva inclusa interamente a carico del Ministero", il che conferma quanto affermato dalle associazioni. Inoltre secondo il progetto preliminare la stazione "Opicina" e il vicino parcheggio - che in realtà sono collocati presso l'abitato di Campo Romano - sono da realizzare in un'area boscata, il che comporta numerosi abbattimenti. Approfittiamo di questa precisazione per invitare il Comune a pubblicare sul proprio sito tutti i documenti del progetto preliminare, il documento di fattibilità delle alternative progettuali e le delibere di giunta, in modo che i cittadini possono avere tutte le informazioni necessarie a conoscere il progetto e poterlo commentare in base ai fatti (per evitare "informazioni sbagliate e fuorvianti").

 

GORIZIA - Lotta allo smog, da domani i nuovi divieti
Out dalle 18 alle 20 i mezzi e i ciclomotori più vecchi da un ring del centro cittadino. Provvedimento sino al 27 febbraio
L'ordinanza parla chiaro. A decorrere dal 10 gennaio (ovvero da domani) sino al 27 febbraio, «allo scopo di prevenire episodi acuti di inquinamento atmosferico», viene introdotto il divieto di transito degli autoveicoli alimentati a benzina o a gasolio con caratteristiche emissive antecedenti alla classe Euro 4, nonché dei ciclomotori e delle moto pre Euro 3 nella fascia oraria compresa tra le 18 alle 20. In sostanza, le misure preventive contro l'inquinamento riguarderanno i veicoli più "vecchi", ovvero le auto a benzina o a gasolio Euro 1, Euro 2 ed Euro 3 e i motoveicoli e ciclomotori Euro 1 ed Euro 2: mezzi che non potranno circolare nel perimetro individuato dalle vie e dalle piazze seguenti: via Santa Chiara, via Mameli, via Roma, largo Martiri delle foibe, via De Gasperi, piazza del Municipio, via Generale Cascino, corso Italia (tratto via Cascino-via Garibaldi), via Diaz (tratto via Garibaldi-via Rismondo), via Rismondo, piazza Battisti, via Petrarca (da piazza Battisti a via Cadorna), via Cadorna (tratto da via Petrarca a via Boccaccio), via Boccaccio (da via Cadorna a piazzale Donatori di sangue).«Un mini-blocco - spiegano l'assessore comunale Francesco Del Sordi e il comandante dei vigili urbani Marco Muzzatti - che scatta ogni anno puntualmente e sempre nelle stesse date perché si tratta di misure preventive». Peraltro, quest'anno, con i lockdown e il calo evidente del traffico in città, a beneficiarne è stata proprio la qualità dell'aria. Ci sono, però, parecchie deroghe: potranno in primis circolare liberamente, oltre agli autoveicoli omologati Euro 4 o superiori e i motoveicoli e ciclomotori Euro 3 o superiori anche i veicoli ad emissione zero, alimentati con motori elettrici e ibridi e che utilizzano come carburante alternativo metano, Gpl, bioetanolo o idrogeno. Inoltre l'accesso nel ring sarà consentito a veicoli riservati al trasporto pubblico di linea o turistico con pullman, autobus, scuolabus, taxi e autovetture in servizio di noleggio con conducente e veicoli con almeno tre persone a bordo. Circoleranno anche mezzi per i servizi socio-sanitari e per il soccorso sanitario, compresi quelli dei medici e dei veterinari, muniti di apposito contrassegno distintivo. Infine, potranno accedere anche autoveicoli a servizio degli invalidi, per il trasporto di persone soggette a trattamenti, di particolare gravità, sanitari e riabilitativi programmati, nonché vetture che trasportano persone con ridotta capacita deambulatoria e altre gravi patologie e impossibilitate temporaneamente a servirsi dei mezzi pubblici. Disco verde anche ai veicoli dei paramedici e dei tecnici ospedalieri in servizio di reperibilità, dell'Azienda sanitaria e di associazioni ed imprese che svolgono servizio di assistenza sanitaria e sociale. «Praticamente, è stata riproposta la stessa ordinanza dell'anno passato che scatta, a meno di modifiche intervenute nel frattempo, in automatico - conclude Marco Muzzatti, comandante della Polizia locale -. Verranno predisposti controlli da parte dei vigili urbani».

Francesco Fain

 

Nell'Isontino ci sono ancora 6 mila automobili Euro zero - parco macchine datato

All'interno c'è di tutto. Anche le auto d'epoca che hanno la loro ragione d'esistere e vanno preservate gelosamente. Ma non parliamo soltanto di "gioiellini" a quattro ruote perché, sulle nostre strade, girano anche tante "carrette": automobili vecchie e inquinanti. Ed è una testimonianza del fatto che circolano pochi soldi e che gli ultimi modelli sono sicuramente molto belli ma costano troppo. Decisamente troppo. Un po' di numeri che parlano da soli. Secondo l'elaborazione di "Facile.it", realizzata su dati ufficiali del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nei registri della motorizzazione del Friuli Venezia Giulia risultano ancora iscritte 49.953 automobili Euro zero, corrispondenti al 6,21% del totale vetture ad uso privato registrate in regione. Come sono distribuite a livello provinciale queste autovetture? Nell'Isontino ci sono 5.934 vetture Euro zero, pari al 6,45% del totale. Non poche. Se si guarda ai valori assoluti delle sole Euro zero, la maglia nera della regione spetta alla provincia di Udine (23.121 auto private; 6,27% del totale), seguita da Pordenone, (11.991; 5,57%) e Trieste (8.907, 6,94%). E il quadro si incupisce ulteriormente se si allarga l'analisi. Considerando le automobili Euro 0-1-2-3 si arriva, in totale, a circa 239 mila vetture circolanti: vale a dire che quasi un terzo della auto potenzialmente in strada in Friuli Venezia Giulia (30%) ha 15 anni o più di anzianità. Auto d'epoca a parte, costituiscono molte volte un danno non solo per l'ambiente e per la sicurezza stradale, ma anche per le tasche dei proprietari. Secondo le simulazioni, a livello medio nazionale, assicurare un veicolo Euro 3 del 2005 può costare fino al 156% in più rispetto allo stesso veicolo, nella sua versione Euro 6, immatricolato nel 2020.

 

 

Giù i magazzini dell'ex fabbrica Fissan simbolo della storia industriale di Trieste
Al via le demolizioni del complesso in via Muggia. La nuova proprietà, un'azienda slovena di logistica, ci farà uffici e piazzali
Addio al vecchio stabilimento Fissan, simbolo del passato produttivo della città. È iniziata in questi giorni la demolizione dell'ex sede Trieste del marchio, in via Muggia, nella zona industriale. L'area, di 17 mila metri quadrati, come conferma il Coselag, Consorzio di Sviluppo economico locale dell'Area giuliana, è stata venduta ad un'azienda slovena, che si occupa di logistica e che darà vita a nuovi spazi, più funzionali. Se ne va così un pezzo della storia di Trieste, quella fabbrica che per molti anni ha "sfornato" prodotti per i bambini conosciutissimi, in particolare bagnoschiuma e creme per l'infanzia e, in una fase successiva, anche articoli di altri noti brand, come Glysolid, Depilzero o Badedas.Una serie di fabbricati che per anni sono stati abbandonati dopo la chiusura avvenuta nel 2006, con diversi tentativi di vendita andati a vuoto, fino alla svolta recente e all'abbattimento delle strutture. Anche perché, per i nuovi acquirenti, non sarebbe stato facile riutilizzare un comprensorio nato con una destinazione precisa. «Quando lavoravo all'Ezit - spiega Dario Bruni, presidente di Confartigianato Trieste - ricordo che era impossibile trovare investitori potenzialmente interessati a una locazione o a un subentro nella proprietà. Gli spazi erano pensati per un'attività specifica, e sarebbe stato molto complesso adattarli ad altri utilizzi. Non mi meraviglia la notizia della demolizione - aggiunge - solo così, probabilmente, quella zona potrà tornare in attività».Un'asta andata deserta nel 2011 fissava il prezzo a 6 milioni 210 mila euro. Impossibile capire al momento quale sia l'importo stabilito nell'ultima vendita andata a buon fine. Famoso soprattutto per la pasta Fissan, lo stabilimento risale al 1965, un anno che determina anche un salto importante per l'azienda, che grazie a spazi più ampi e a un costante aumento degli ordini, passa dai 15 ai 300 operai in poco tempo. Il declino arriverà una quarantina di anni più tardi. Le ruspe hanno già abbattuto alcuni edifici, destinati un tempo a magazzini. A terra resta un enorme tappeto di detriti, che arriva quasi alla recinzione blu, che delimita tutta l'area. Rimangono ancora in piedi la palazzina principale, dove si trovava l'ingresso del personale e dove, dopo alcuni gradini, si nota ancora la zona dove veniva timbrato il cartellino prima dell'inizio del turno. Ci sono poi i laboratori, gli uffici e il cuore produttivo, con i grandi contenitori dai quali scendevano le varie tipologie di creme che poi venivano confezionate. Dentro, per molti anni, sono rimaste abbandonate montagne di flaconi, dopo la dismissione del 2006, insieme ad arredi, macchinari e pure a qualche vecchio mezzo di trasporto, dimenticato nel piazzale alle spalle dei fabbricati, dove la merce veniva caricata e spedita. Centinaia di prodotti, ancora imballati, sono rimasti per anni fermi anche fuori, a pochi metri dal cancello principale. Tra il 2019 e il 2020 gli ambienti interni e le aree esterne, già presi di mira dai vandali, sono stati poi sgomberati. Ieri molte persone, passando con l'auto, si sono fermate a osservare gli scavatori in azione, catturati dal vuoto lasciato dai grandi magazzini che per decenni sono rimasti al loro posto, seppur vuoti. Sul cartello appeso al cancello dove i mezzi entrano, si legge che l'importo complessivo dei lavori è di 800 mila euro.

Micol Brusaferro

 

 

Arvedi, 240 milioni per accelerare nella produzione di acciaio sostenibile
Finanziamento nell'ambito del Green New Deal europeo con garanzia Sace: in ballo tre progetti a Cremona e Trieste
Trieste. Un prestito da 240 milioni di euro per accelerare sulla via della decarbonizzazione. Il gruppo siderurgico Arvedi è il primo in Italia a sottoscrivere un finanziamento nell'ambito del Green New Deal europeo con la garanzia di Sace, società di Cassa depositi e prestiti, specializzata nel sostegno economico alle imprese italiane. Attraverso il nuovo strumento finanziario, la compagnia che a Trieste possiede la Ferriera di Servola incamera una cospicua somma di danaro per riconvertirsi alla produzione pulita di acciaio: risorse che vanno ad aggiungersi agli 80 milioni, stavolta a fondo perduto, che saranno versati dal Mise a sostegno della riqualificazione della Ferriera, con la trasformazione dell'area a caldo in terminal portuale e il rafforzamento della capacità produttiva del laminatoio a freddo.Arvedi è uno dei principali attori europei nel campo dell'acciaio e sigla ora la prima operazione italiana legata al Green New Deal, il piano Ue pensato per promuovere l'economia circolare e sistemi di produzione più sostenibili. Il gruppo è attento alle opportunità che arrivano da Bruxelles, tanto che nel 2015 Arvedi fu la prima azienda europea ad attingere ai fondi del piano Junker. In questo caso il finanziamento beneficia anche di un sistema premiante in funzione del raggiungimento di determinati parametri di sostenibilità nel ciclo produttivo dell'acciaio. Si tratta di un campo in cui la società cremonese è all'avanguardia a livello mondiale, dopo aver introdotto cicli produttivi che partono dai rottami ferrosi e non hanno dunque bisogno di ghisa e carbone, perché basati su riciclo e impiego di forni elettrici. Al di là delle spinte politiche, la dismissione dell'altoforno triestino dipende in buona parte da questo e dalla decisione di acquistare ghisa direttamente dall'estero. L'obiettivo di Arvedi è basare il 75% della propria produzione su acciaio riciclato entro il 2023. L'operazione poggia su un contratto di finanziamento siglato dal gruppo con un pool di banche finanziatrici: oltre a Intesa San Paolo nel ruolo di capofila, la lista si compone di Bln, Bnp Paribas, Banco Bpm, Crédit Agricole, UniCredit, Unione di banche italiane, Monte dei Paschi, Banca del Mezzogiorno e Banca di Piacenza. Sace si farà garante del 70% dei 165 milioni della prima tranche. Si tratta di una prima volta per il mercato finanziario nazionale: mai finora una società italiana aveva sottoscritto un finanziamento garantito da Sace nell'ambito del Green New Deal. Arvedi riceverà in sei anni un prestito da 240 milioni, che interesserà diversi rami del gruppo: una prima tranche da 165 milioni andrà a favore di Acciaieria Arvedi, mentre i 75 milioni rimanenti andranno sia ad Acciaieria Arvedi che alle controllate Arvedi tubi acciaio e Centro siderurgico industriale. Stando alla nota diramata per annunciare il finanziamento, le risorse daranno corpo a tre progetti fra Trieste e Cremona. La compagnia non entra nel merito, ma nel caso di Trieste si tratta quasi certamente di interventi dedicati a laminatoio e centrale elettrica, interessati anche dai finanziamenti a fondo perduto che verranno erogati dal ministero dello Sviluppo economico per incentivare la chiusura dell'area a caldo, con la trasformazione in chiave logistica dei terreni occupati da altoforno e cokeria. Il ministro Stefano Patuanelli ha stanziato in totale 80 milioni: 55 saranno impiegati a Servola e altri 25 ricadranno sugli impianti di Cremona. Nel caso di Trieste, i fondi serviranno al potenziamento del laminatoio e alla riconversione della centrale, che cesserà di usare i gas residui della produzione di ghisa e passerà al metano.

Diego D'Amelio

 

 

Da Belgrado a Sarajevo, le citta' soffocate dall'inquinamento - il problema resta irrisolto

Belgrado. Il mondo cambia, sotto i colpi della pandemia. Ma qualcosa rimane sempre uguale. È la cappa di smog che, ogni inverno, puntualmente copre i vicini Balcani, prodotta dalla circolazione di vecchie auto, sistemi di riscaldamento obsoleti spesso a nafta o carbone, impianti industriali e di teleriscaldamento, antiquate centrali elettriche alimentate a lignite. E l'attuale stagione invernale non sta facendo eccezione, con varie città della regione - in particolare Sarajevo, Skopje, Pristina e Belgrado - che hanno superato più volte nelle scorse settimane i livelli di guardia sul fronte inquinamento. Anche ieri il quadro è stato confermato. A Sarajevo, Goradze, Skopje, Niksic, Lazarevac, aria «molto inquinata», a Novi Pazar, Smederevo, Nis, «insalubre» o «pericolosa per le fasce a rischio», alcuni dei dati raccolti ieri pomeriggio dal portale "World Air Quality Project". Il quadro potrebbe anche essere peggiore di quanto si creda, e ciò diventa fonte di polemiche. È il caso della Serbia, al top in Europa per l'aria mefitica e fra i dieci Paesi peggiori al mondo per morti per smog (175 per centomila abitanti, secondo i dati della Global Alliance in Health and Pollution, Gahp), dove tiene banco il caso di Milenko Jovanovic, già capo della sezione del monitoraggio dell'aria della locale Agenzia dell'ambiente. Ex, perché Jovanovic sarebbe stato fatto fuori, hanno denunciato decine di Ong e associazioni ambientaliste, per aver denunciato "ritocchi" alle misurazioni dello smog nel Paese balcanico. Ora ad esempio l'aria in Serbia è considerata inquinata se si superano i 55 microgrammi di Pm2.5, contro i 40 precedenti, trasmettendo coi dati falsati una percezione di finta sicurezza nei cittadini, ha sintetizzato il portale specializzato Balkan Green Energy.Non servono app e misurazioni per comprendere, annusando l'aria, il problema smog anche nella vicina Bosnia. Pure tra Sarajevo e Mostar non si registrano significativi miglioramenti sul fronte smog e anche per questo la comunità internazionale ha iniziato a "bacchettare" le istituzioni locali. I bosniaci hanno «diritto all'aria pulita» ed è ora «che si facciano i conti» «con un problema che mette seriamente a rischio la salute di tutti», ha ammonito a fine 2020 il rappresentante Ue a Sarajevo, Johann Sattler, ricordando che l'Ue ha messo a disposizione nove miliardi per investimenti nei Balcani, inclusa l'energia verde. «Ma la Bosnia non ha finora compiuto alcun passo per la protezione dell'ambiente», il duro j'accuse. Stesso discorso vale per la Macedonia, dove lo smog è tornato ad affumicare le città con l'arrivo del freddo. Smog fuori controllo anche in Kosovo. Essere parte della Ue cambia però poco le cose. Lo si vede in Bulgaria, già sanzionata da Bruxelles per l'inazione nel controllo dell'inquinamento, dove nelle scorse settimane i social sono esplosi di critiche per l'aria irrespirabile, un problema ormai cronico di tutti i Balcani, dentro e fuori la Ue. Secondo lo studio del Gahp, reso pubblico nel 2019, dopo la Serbia gli Stati con più vittime per smog in Europa sono stati appunto la Bulgaria (137), seguita da Bosnia-Erzegovina (125), Croazia (108), Romania (106) e Ungheria (105).

Stefano Giantin

 

 

In piazza per dire basta ai trattamenti disumani ai danni dei migranti
Presidio in piazza Goldoni sotto al Consolato croato - Nel mirino l'emergenza nella regione bosniaca al confini con l'Unione europea

Almeno centocinquanta persone ieri pomeriggio hanno manifestato «contro pushback, violenza dell'Unione europea e della polizia» ai danni dei migranti lungo la rotta balcanica. Il luogo scelto per il presidio è stato piazza Goldoni, a due passi dal consolato generale della Repubblica di Croazia, Paese che rappresenta la cerniera tra Paesi comunitari ed extra-comunitari per i profughi che tentano di raggiungere l'Occidente. Anche a livello nazionale, in questi giorni, ad accendere i riflettori su questi temi è l'emergenza in corso nella città di Bihac e, più in generale, nel cantone bosniaco di Una Sana, entrambi affacciati sul confine croato, vale a dire ai limiti dell'Unione europea. Il 23 dicembre l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) ha chiuso il campo di Lipa, poco lontano da Bihac. Proprio mentre era in corso lo sgombero di 1500 persone da parte di Iom, all'improvviso è scoppiato un incendio che ha distrutto tre delle grandi tende che ospitavano migranti e rifugiati, i quali si sono pertanto ritrovati all'addiaccio. Secondo gli organizzatori del presidio di ieri, ovvero "No Cpr no frontiere Fvg", "Linea d'Ombra" e "Strada Si.Cura", a partire da quel momento «i giornali italiani hanno iniziato a raccontare che in Bosnia è in atto una crisi umanitaria, come d'altronde gli attivisti sul posto denunciano da anni», si legge in un volantino. «Si tratta in realtà di una situazione sistemica, che si estende alla gestione dei grandi campi da parte di Iom, alle violenze sistematiche della polizia croata e alla catena di respingimenti che arriva fino a Trieste». A proposito di stampa, ieri a giornalisti e fotografi è stato chiesto più volte di non filmare i volti dei manifestanti, nonostante ci si trovasse in luogo pubblico.Tornando ai migranti, è appena stata pubblicata da Repubblica la storia di Osman (nome di fantasia), ventunenne pachistano arrivato a Bihac all'inizio del 2020. Ha provato "the game" ("il gioco", così i migranti chiamano in gergo il tentativo di passare il confine tra Bosnia e Croazia senza essere catturati dalla polizia) 15 volte prima di arrivare a Trieste, a luglio. Nell'intervista Osman racconta che qui gli è stato fatto firmare un foglio che lui credeva essere una richiesta di asilo, ma che probabilmente era invece un modulo di riammissione: la polizia italiana l'ha riportato in Slovenia e da lì, a bordo di camion, è tornato fino al confine con la Bosnia, dove è stato lasciato di notte e picchiato. Esistono decine e decine di testimonianze simili, raccolte dalle Ong a Trieste come a Bihac. «Da maggio 2020 si è inserita in questo meccanismo anche l'Italia», prosegue il volantino: «Ciò che chiamiamo "riammissioni informali in Slovenia" è solo il primo anello di questa catena». Quanto appunto alla Bosnia, la situazione evolve di ora in ora. Secondo le ultime notizie pubblicate dall'emittente televisiva di Sarajevo "N1", ieri i migranti sono entrati nelle tende riscaldate appositamente allestite a Lipa dall'esercito bosniaco, mentre il Ministero per la Sicurezza della Bosnia Erzegovina ha preso in consegna il campo.

Lilli Goriup

 

Sport, innovazione e aiuto ai più fragili - Caccia ai volontari del Servizio civile
I posti a Trieste saranno 164, molti dei quali gestiti da Arci Fvg. Selezioni fino all'8 febbraio
È partita la selezione per "arruolare" 164 volontari per il Servizio civile a Trieste. Una maxi squadra di giovani che opereranno nel campo dell'inclusione sociale, del sostegno ai più fragili, del pubblico servizio, in particolare attraverso lo sport e l'assistenza. Un'esperienza di cittadinanza attiva che potranno provare quest'anno più di 460 ragazzi e ragazze del Friuli Venezia Giulia, il cui numero sarà ulteriormente ampliato nel corso dell'anno. Di questi, 164 a Trieste, 200 a Udine, 64 a Pordenone e 32 a Gorizia. È stato infatti pubblicato il bando del Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile universale. Alla selezione possono partecipare giovani tra i 18 e i 28 anni, italiani, dell'Ue e cittadini stranieri regolarmente soggiornanti. Le domande vanno presentate entro le 14 dell'8 febbraio su https: //domandaonline.serviziocivile.it. Il servizio dura 12 mesi e prevede un impegno di 1.145 ore (25 a settimana) con un riconoscimento economico mensile di 439,50 euro. Tra i protagonisti c'è Arci Servizio Civile Aps, la più grande associazione italiana dedicata esclusivamente al servizio civile, che gestirà un'importante quota dei progetti e di posti messi a disposizione. Sul sito www.arciserviziocivilefvg.org ne sono illustrati per ora 8, messi a disposizione dall'Asc per 37 posti in regione (32 a Trieste) che poi saliranno a oltre 60. «In un periodo difficile - commenta il presidente regionale di Arci Servizio civile Aps, Giuliano Gelci - il Paese potrà avere a disposizione, fin dalla primavera, anche questa risorsa per affrontare le grandi difficoltà che ci attendono e i giovani potranno esprimere le loro energie e capacità, lavorare insieme». Tra i progetti proposti da Arci Servizio civile in regione, quelli di "Comunità inclusiva per menti creative 2" per favorire gli scambi tra le diverse comunità con 4 posti a Trieste, "Fuoricasa - percorsi di autonomia per giovani e adulti con disabilità", allo scopo di agevolarne i percorsi di integrazione e inserimento (4 posti a Trieste), "Storie, saperi, culture 2020" che vuole sviluppare momenti formativi e culturali in un'ottica di pace e solidarietà (4 posti a Trieste), "Orizzonti d'apertura" che intende ampliare il supporto offerto alle persone con disabilità intellettiva in età scolare con 5 posti in città, "Famigliarizzare" destinato alle famiglie di richiedenti asilo e rifugiati con figli minori (4 i posti a Trieste), "Crescere assieme", mirato a contrastare l'esclusione sociale di soggetti a rischio di fragilità, in particolare minori, con 4 posti a Trieste, "Amico: esperimenti innovativi per creare valore sociale" di contrasto al fenomeno di istituzionalizzazione di persone non del tutto autosufficienti con 4 posti a Trieste e infine "Inclusivamente", che vede lo sport come strumento di convivenza tra i popoli (3 posti a Trieste).-

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 8 gennaio 2021

 

 

Dalla Tripcovich al mercato ortofrutticolo le tredici incompiute in attesa di verdetto
Nell'elenco idee ferme da anni come il campus di via Rossetti e "grane" più recenti tra cui lo stop al villaggio sportivo Samer
Il Comune fa tredici al toto-progetto a cinque mesi dalla fine del campionato. Tredici sono le più significative "incompiute", cioè le maggiori iniziative non ancora ultimate o lontane dall'esserlo. Perchè le "incompiute" sono come i giorni, non sono tutti uguali, quindi necessitano di sotto-classificazioni tra situazioni bloccate, meno bloccate, "in fieri". Un elenco redatto con la collaborazione di Enrico Conte, direttore dei Lavori Pubblici, che proprio tra cinque mesi raggiungerà l'agognata quiescenza e lascia a Roberto Dipiazza un documento aggiornato dei dossier più impegnativi, su cui è atteso lo sprint del mandato. Covid permettendo.

I CASI GRAVI

Campus Rossetti, sala Tripcovich, i tre mercati, casa Francol, palazzo Carciotti sembrano essere i fascicoli più scottanti. Sull'ex caserma di via Rossetti, in predicato di trasformarsi in campus scolastico, è tutto fermo da giugno, da quando cioè Cassa depositi e prestiti e il sindaco si erano confrontati su un'ipotesi di acquisto. Congelata anche la questione Tripcovich, poiché, tramontata l'idea di ricorrere al Tar contro il "niet" ministeriale, la ventilata soluzione politica non si è vista: non va dimenticato che Roma ha raccomandato al Comune di riqualificare il "bene". Triplice stallo sui mercati: i padovani non si sono fatti vivi per gestire l'Ortofrutta all'ex Duke; il rilancio del Coperto è rimasto all'idea (bocciata) di Andrea Monticolo viziata da uno sgradito leasing in costruendo; sull'Ittico c'è il pressing della Regione che sollecita uno standard migliore dell'ex Gaslini. Nota in calce: se non si muove l'Ortofrutta, non si muove di conseguenza la "redenzione" dell'area annonaria in Campo Marzio. Casa Francol, dopo assaggi di mercato andati a vuoto, aspetta un privato che, facilitato dal nuovo Piano del centro storico, scommetta 3 milioni. Del palazzo Carciotti, dopo l'imbarazzante forfait di Invimit, ha parlato l'assessore Giorgi: niente vendita, sì alla concessione.

I RESILIENTI

A questa categoria partecipano faldoni in lento, lentissimo movimento, che avrebbero bisogno di essere velocizzati. In rassegna servizi cimiteriali, ex Ardiss, villaggio Greensisam, piscina terapeutica. Sui servizi cimiteriali, partita pluriennale finora sottotraccia da 90 milioni, AcegasApsAmga sembrerebbe pronta a un passo indietro a fronte del project financing targato dall'altra bolognese Altair, ma ci sarebbero resistenze sindacali. Incomprensibile l'impasse sulla gara per affidare la concessione-gestione degli appartamenti ex Ardiss in zona Urban: la delibera è pronta da mesi, perchè non va avanti? Rivolgersi a Giorgi. La recente decisione della Regione di investire su metà villaggio Greensisam per trasferire gli uffici ha spinto il proprietario Comune a rinfrescare la stima dei beni (ferma ai 16 milioni per tutti i 5 magazzini), affidando l'incarico a Stefano Stanghellini, docente allo Iuav veneziano ed esperto di estimo. Dipiazza ci tiene a finire il mandato con la nuova piscina terapeutica in Porto vecchio: ma gli uffici stanno ancora attendendo la proposta ufficiale progettuale e finanziaria di Terme Fvg e del soggetto attuatore Icop.

PIU O MENO IN MOTO

Museo del mare e villaggio sportivo Samer sono i due esempi più importanti. Per il Magazzino 26 futura dimora museale (33 milioni stanziati dal MiBac) sta scattando la gara per individuare il "validatore" del progetto firmato da Guillermo Vazquez Consuegra, cosi come già si fece per il Centro congressi, passaggio indispensabile per bandire poi l'affidamento dei lavori. L'azienda-studio, che vincerà l'attività di verifica, riceverà una parcella di 241.244 euro. Avanti adagio anche per il villaggio sportivo Samer, project financing nel compendio comunale di via Locchi: si dovrà iscrivere l'iniziativa nel Piano triennale del Bilancio 2021; si sarebbe potuto accelerare ma la ragioneria s'impuntò. Comunque procede.

Massimo Greco

 

Cinque palazzine da 4 piani nella "voragine" di Gretta
Nel piazzale lasciato vuoto dalla demolizione delle case in cui avvenne nel 2011 l'omicidio Novacco, saranno costruiti 86 nuovi alloggi Ater. Lavori al via in estate
Adesso è spoglio e desolante. Ma il prato, ampio 6mila metri quadrati, che si trova tra via Gemona e via Gradisca a Gretta, fra due anni ospiterà 86 alloggi per dare nuova linfa vitale ai bandi Ater. È infatti sullo stesso sedime su cui sorgevano le palazzine in cui si è consumato uno degli omicidi più efferati che la cronaca nera di Trieste abbia mai registrato, quello del giovane Giovanni Novacco, nell'agosto 2011, che l'ente per l'edilizia sovvenzionata ricostruirà cinque nuovi edifici. I lavori da 9 milioni di euro dovrebbero partire all'inizio della prossima estate mentre la gara per individuare l'impresa sarà avviata all'inizio di febbraio. Quest'ultimo step doveva avvenire a settembre scorso, ma il Covid e alcune modifiche normative hanno richiesto un adeguamento del progetto esecutivo, della cui validazione si occupa la società di ingegneria Simm-Masoli/Messi. Puntualizza il presidente Riccardo Novacco: «Sono state rilevate offerte minime non conformità tra i diversi elaborati progettuali, che hanno comunque richiesto l'intervento dei progettisti per una parziale rielaborazione». Gli aggiornamenti sono stati richiesti prevalentemente per gli impianti elettrici ma anche per disporre i piani sicurezza anti-Covid-19, per cui è stato necessario qualche piccolo incremento economico. «Entro fine mese è prevista l'approvazione del progetto ai fini dell'avvio della gara di appalto - specifica Novacco -, che potrà consentire la partenza dei lavori entro l'inizio dell'estate, utilizzando le procedure acceleratorie introdotte con il recente Decreto Semplificazioni». Questo vuol dire che il rischio ricorsi, forse anche più elevato visto che la gara è europea, sarà ridotto: «In caso di ricorso infatti - spiega il direttore Ater Franco KoreniKa - la norma permette di procedere comunque con l'affidamento dei lavori. Al momento del giudizio, se il procedimento viene vinto dall'impresa che aveva fatto ricorso, quest'ultima verrà risarcita e quindi il cantiere potrà proseguire».Il progetto prevede la realizzazione appunto di 86 appartamenti, disposti in cinque edifici da quattro piani (quattro palazzine comprenderanno due vani scala, una ne avrà solo uno), caratterizzati dalla stessa altezza e volumetria dei precedenti. Sarà inserito inoltre l'ascensore. I vecchi alloggi, realizzati negli anni '50, erano molto piccoli. Ora invece si è cercato di renderli più ampi e moderni, pensando anche alle famiglie numerose, con più figli, grazie a una metratura quindi di oltre 100 metri quadrati e con la possibilità di avere tre o quattro stanze. Si scaverà fino a quattro metri sottoterra per ricavare dei parcheggi per un numero di veicoli pari a quello delle abitazioni. Una ventina sarà disposta in superficie. Uno spazio inoltre sarà riservato anche agli stalli per motorini. I lavori partiranno a due anni e mezzo dall'abbattimento degli edifici, la cui demolizione era stata decisa tempo dopo che gli appartamenti, divenuti vetusti e scomodi, erano stati svuotati e gli inquilini trasferiti in altre zone. «Il ritardo è dovuto al fatto che nell'ultimo periodo - afferma Korenika -, per dare una risposta più pronta alle esigenze abitative, l'ufficio tecnico ha dovuto dedicare molto tempo al recupero degli alloggi sfitti, più semplici da rimettere a posto. Questo progetto invece riguarda un cantiere che si concluderà più in là nel tempo».

Benedetta Moro

 

 

Sos di Legambiente per salvare i gelsi Alberi in siti privati - il cantiere in Via Brigata Etna

Legambiente lancia l'allarme: «I lavori per il nuovo sistema di irrigazione nella zona di via Brigata Etna e via degli Scogli mette a rischio la sopravvivenza di alcuni esemplari monumentali di gelso». E parte così l'appello a tutelare le piante rivolto al Comune (ma anche a Irisacqua e Consorzio di Bonifica), che da parte sua precisa che i gelsi si trovano in proprietà private, ma assicura di avere già da tempo in progetto di valorizzare l'intera area di Montesanto, e che dunque monitorerà attentamente la questione. «Abbiamo notato che i mezzi utilizzati per il cantiere hanno già urtato e danneggiato la base delle piante, ed è a rischio anche il cippo che delimitava il pomerio di Gorizia, l'antico confine cittadino, già inclinato - la preoccupata segnalazione di Legambiente Gorizia -. Inoltre temiamo che lo scavo possa andare ad intaccare l'apparato radicale dei gelsi, mettendone ulteriormente in pericolo la sopravvivenza. Si tratta di esemplari vetusti ma ancora perfettamente vitali». Legambiente vorrebbe promuovere l'inserimento dei gelsi nell'elenco degli alberi monumentali del Fvg, ricordandone la funzione storica di demarcazione dei confini tra le proprietà e quella di fornitura delle foglie per l'alimentazione dei bachi da seta per la fiorente industria di inizio Novecento. «Stiamo parlando di una zona che racconta parti importanti della storia della città, e per questo stiamo ragionando su come valorizzarla nell'ambito della Capitale della Cultura - spiega in proposito l'assessore comunale all'Ambiente Francesco Del Sordi -, anche attraverso la tutela di alberi come i gelsi. In tal senso accogliamo l'intervento di Legambiente che va nella direzione che già abbiamo intrapreso, e abbiamo già parlato con i vertici di Irisacqua e del Consorzio di Bonifica perché prestino particolare attenzione durante i lavori. Gli alberi dimorano comunque in aree private su cui il Comune non ha potere di intervento se non in presenza di norme precise di tutela. Alcune di queste proprietà sono peraltro praticamente abbandonate e abbiamo dovuto sanzionare i proprietari per il degrado che si era creato».

M. B.

 

 

Nuovo sistema di raccolta, è partito il conto alla rovescia
Si comincerà il 3 febbraio. L'ultima settimana di gennaio spariranno i cassonetti. L'assessore Petenel: «Necessario sforzo collettivo»
Cervignano. Una data storica per il capoluogo della Bassa friulana. Si avvicina il 3 febbraio, giorno in cui prenderà avvio il nuovo sistema di raccolta denominato "Casa per Casa Hybrid". Esattamente tra un mese, infatti, il sistema sarà in piena fase di rodaggio e il primo venerdì di febbraio sarà terminato il primo ciclo di raccolta casa per casa: un'occasione per capire dal vivo come il tutto funzionerà. Intanto, in questi giorni, sta continuando la distribuzione del kit contenente il bidoncino per la carta, quello per il secco indifferenziato, i sacchetti per la raccolta della plastica e la smart card che aprirà i nuovi cassonetti stradali dell'umido. Queste prime tre tipologie di rifiuto passeranno appunto al porta a porta: in specifici giorni della settimana saranno esposti fuori dalla porta, sul marciapiede, e successivamente gli operatori della Net passeranno a raccoglierli. A fine mese è in programma la rimozione definitiva dei vecchi cassonetti stradali dedicati alla carta, alla plastica e al secco indifferenziato e il posizionamento di quelli nuovi per l'organico. Oltre all'organico, rimarranno nella sede stradale i cassonetti per gli sfalci e le campane del vetro. La sera del 2 febbraio i cervignanesi esporranno i contenitori con il coperchio blu, dedicato a carta, cartone e tetra-pak fuori dalla propria abitazione. Semaforo verde per contenitori delle uova, giornali, tetra pak, libri, giornali, scatolette di medicinali, cartoni della pizza e buste per la spesa di carta, ma assolutamente vietato buttare scontrini fiscali, fazzoletti da naso carta da cucina e carta vetrata. Il giorno successivo, la sera di mercoledì, dalle 19 alle 24, sarà la volta dell'esposizione del contenitore di colore grigio dedicato al secco indifferenziato: verranno raccolti spazzolini, cotton fioc, spugne, posate monouso, scarpe, lettiere, gusci di molluschi, penne a sfera, imbuti, e vecchi dischi o Dvd. Semaforo rosso però, per tipologie di rifiuti che potrebbero essere scambiati per materiale similare: no a vecchi elettrodomestici, anche se piccoli, lampadine, pile, siringhe e medicine scadute. Nelle notti tra giovedì e venerdì sarà la volta della raccolta della plastica, comprese le retine di frutta e verdura, i vasi di piccole dimensioni, blister, bottiglie, contenitori di polistirolo, vaschette per alimenti e pellicole alimentari. Per le singole utenze, è prevista l'erogazione di un massimo annuale di 50 sacchetti che si potranno ritirare rivolgendosi all'eco sportello di via Terza Armata, mentre per i condomini è prevista la distribuzione, che terminerà a breve, dei bidoncini con il coperchio giallo. I sacchetti di plastica potranno essere esposti direttamente fuori dalla propria abitazione. L'assessore comunale all'ambiente, Loris Petenel: «Confido nel buon senso dei cittadini, ma è inevitabile che, almeno nei primi tempi, sarà necessario fare uno sforzo di impegno collettivo».

Luca Visentin

 

 

Ecco il murales per Nadia Toffa simbolo di rinascita per il rione - l'inaugurazione a Servola
Per Servola è un segno di rinascita. Anche per questo ieri sono passati per dare un'occhiata all'opera finita e per scattare foto ricordo o selfie. È stato infatti inaugurato ufficialmente "Look Up", il murales di Gabriele Bonato che ricorda la giornalista Nadia Toffa, inviata de Le Iene, più volte presente nel rione nel corso del tempo per sostenere gli abitanti in lotta contro l'inquinamento provocato dalla Ferriera. A presentare il disegno finito è stata Francesca De Sants, assessore comunale ai Giovani, insieme a Maria Pittini, presidente della Fondazione Pietro Pittini, che ha sostenuto l'intervento, al il direttore della scuola Edilmaster Walter Lorenzi, all'artista Bonato con i suoi collaboratori, e ancora ai consiglieri comunali Michele Babuder e Alberto Polacco, promotori della mozione per ricordare Toffa. «Grazie al suo impegno - ha sottolineato la De Santis - è stato fatto un passo importante verso la risoluzione della problematica ambientale, con la chiusura dell'area a caldo. Questa meravigliosa opera, attraverso un'allegoria, la ricorda volgendo lo sguardo verso il cielo e verso una vita del rione». "Look Up" è il primo murales del progetto Chromopolis realizzato su una proprietà di un privato, nel dettaglio sul muro esterno di una casetta, ed è l'ultimo dei cinque interventi artistici dello StreeTSart Festival che finora ha riqualificato diverse superfici di Trieste, grazie agli artisti Sara e Davide Comelli, Emanuele Poki, Fabrizio Di Luca, Matteo Rota, Elisa Vladilo e gli studenti di Edilmaster.A margine dell'inaugurazione sul tema è intervenuto con una nota Roberto Decarli (Pd), già consigliere comunale e storico esponente della comunità di Servola. «Ho partecipato all'inaugurazione - dice - con spirito pacificato, ma anche preoccupato, penso ai problemi aperti, al commercio di prossimità, alla viabilità, al verde, al cimitero completamente abbandonato, alla Chiesa che ha bisogno di un'attenta manutenzione. Spero che le autorità siano andate a fare un giro per Servola, a rendersi conto della situazione del villaggio, che ora è un dormitorio, l'auspicio è che questo murales non sia una scenografia che nasconda il vuoto».

m.b.

 

 

Nuove barriere fonoassorbenti - Rumori ridotti fino a 11 decibel
Dopo due anni di lavori i primi test certificano la riduzione dell'impatto acustico - A beneficiarne sono i residenti delle case vicine. Autovie ha investito 5,2 milioni
D
uino Aurisina. Due anni di lavori e i risultati si vedono: le barriere fonoassorbenti in comune di Duino Aurisina hanno ridotto l'impatto acustico. Lo certificano le misurazioni di verifica, informa Autovie Venete: l'abbattimento è calcolato fra i 9 e gli 11 decibel. Concretamente, dove il rumore raggiungeva i 63,5 decibel nelle ore notturne, oggi, proprio grazie alle barriere, si registrano 53,4 decibel. Con evidente beneficio per i residenti in prossimità della A4. «È un progetto che dà risposte concrete ai cittadini, che ha seguito più che un iter un percorso a ostacoli ma che, grazie alla sinergia fra amministrazione comunale e Autovie è giunto finalmente a compimento», furono le parole del sindaco Daniela Pallotta al via dei lavori, mirati ad assorbire il rumore prodotto dal traffico, così da evitare che il suono venisse riflesso dalla parte opposta. Il cantiere era stato aperto nel giugno del 2018. Esattamente 24 mesi dopo, a inizio estate 2020, la conclusione di un'opera da 5,2 milioni di euro per quattro chilometri di barriere antirumore a costeggiare l'autostrada fra il cavalcavia della Strada Regionale 55 e lo svincolo di Sistiana: 2.950 metri proteggono la carreggiata in direzione Trieste e 900 quella in direzione Venezia per un totale di 18 mila metri quadrati. «Contenere l'inquinamento acustico è un dovere della concessionaria», fanno sapere da Autovie nel ricordare l'obbligo di legge di tutelare la salute dei cittadini che abitano nei comuni limitrofi alla Trieste-Venezia. Lungo l'intera rete gestita dalla società sono attualmente installati quasi 64 chilometri di barriere per 225 mila metri quadrati, infrastrutture posizionate sul ciglio autostradale che garantiscono il rispetto dei limiti di rumore entro i 250 metri dal bordo della carreggiata. Nei primi cento metri l'intensità del suono non deve superare i 70 decibel nelle ore diurne (6-22) e i 60 in quelle notturne (22-6), nei successivi 150 metri i paletti sono invece 65 e 55 decibel. Nel caso di ricettori sensibili (scuole, ospedali e case di riposo) la soglia di rumore da non oltrepassare si abbassa a 50 decibel diurni e 40 notturni. In prossimità di Duino, le barriere fonoassorbenti poggiano su una struttura costituita da pilastri in calcestruzzo armato ai quali sono agganciati pannelli acustici di due tipi. Sul lato strada, la sorgente del rumore, sono montati pannelli metallici scatolari realizzati in acciaio Corten contenenti un materassino fonoassorbente in fibra di poliestere; sul lato campagna, ricettore del suono, sono stati invece previsti pannelli in calcestruzzo con un rivestimento a vista in pietra che ricorda quella tipica di Aurisina. Una scelta dettata dunque anche dalla necessità di inserire l'opera nel territorio circostante, tutelato dalle norme paesaggistiche.

Marco Ballico

 

SEGNALAZIONI - Mobilità - Il progetto dell'ovovia non è da buttare

In questi giorni ho letto spesso di articoli contro l'ovovia, sempre le stesse persone che affermano pure che tutti i triestini sono contro. Vorrei precisare e segnalare che solamente "quattro gatti" in percentuale sono contro. Più precisamente o sono quelli che abitano nella zona interessata alla realizzazione o quelli che politicamente a mio avviso sono contro l'attuale giunta e che invece di collaborare e fare osservazioni positive (ad esempio la cabina sarebbe più bella verde anziché blu o si può ampliare e modificare il percorso proposto), per partito preso sono contro forse perché a giugno ci sono pure le elezioni e da fastidio oggettivamente vedere che la giunta attuale ha lavorato e sta lavorando molto bene. Per chi non conosce la materia, "dieci associazioni hanno scritto", così sembrano un "reggimento", per formare un'associazione bastano soli tre iscritti/soci. Premetto, che non desidero scrivere da professionista ma in questo caso da umile cittadino. Condivido infatti la premessa delle Associazioni, che riporta la decisione del Parlamento Europeo del'8 ottobre 2020 di ridurre le emissioni di gas con effetto serra entro il 2030. Condivido pure l'incremento e l'efficientamento del trasporto pubblico, con rapida transazione ai mezzi elettrici. Sono però fermamente contrario a quanto riportato dalle varie associazioni contro la realizzazione dell'ovovia. Viene riportato che il Comune spenderà 45 milioni di euro di fondi statali per un'ovovia, informazione completamente sbagliata e fuorviante almeno da quanto indicatoci ed a mia conoscenza, sono fondi europei e ci accede chi vince una gara europea per la mobilità. Quindi se il Comune di Trieste vince è gratis, sono fondi gratuiti, se perde, quei fondi vanno destinati ad altra città o altro Paese europeo. Vengono indicati disboscamenti: errato, l'ovovia passerebbe da una zona da poco ritornata a Trieste, oggi senza abitanti ed abbandonata in restauro, cioè il Porto vecchio ad Opicina Obelisco, dove ci sono pochi giardini, un bosco quasi abbandonato perché in forte pendenza e tantissime case perché zona quasi completamente edificata. Viene indicato "il numero irragionevole di rispetto e bisogni, dove vengono riportati circa 1500 pendolari", in realtà solo la popolazione di Opicina ne ha quasi 10.000, poi ci sono gli altri comuni limitrofi che potrebbero utilizzarla ed i cittadini che vivono in città e lavorano sull'altopiano. A questi, vanno poi aggiunti tutti i pendolari transfrontalieri della vicina e confinante Slovenia oltre a quelli della Croazia che lavorano in centro città a Trieste.Fatta la semplice somma matematica con i dati alla mano, i possibili quindi utenti italiani, senza turisti che l'ovovia sicuramente ne incrementerebbe il numero e senza i vicini cittadini di oltreconfine sarebbero oltre i 220.000. Se poi l'ovovia, in progetto, verrà addirittura prolungata sino a Prosecco servirà tutto il Carso ad ovest. Inoltre, da non dimenticare, sempre nei pressi vicino a Prosecco, nel Comune di Sgonico, c'è la Grotta Gigante attrattiva turistica non da poco. Dimenticavo, l'ovovia funziona ad elettricità quindi a basso inquinamento e consuma meno in rapporto di una nuova tipologia di tram perché il servizio è continuo oltre a non creare raggruppamenti di persone perché non è come un tram dove alla fermata bisogna aspettare l'arrivo della carrozza successiva che normalmente arriva dopo parecchi minuti!

Gianpaolo Penco

 

SEGNALAZIONI - Traffico - I bus "sismici" di via Mazzini

Abito in via Mazzini in un edificio ottocentesco, all'ultimo di cinque piani. La casa vibra quando passano gli autobus. Anche per le scosse sismiche in Croazia oscilla in modo preoccupante. Il problema però è che, da quando c'è il lockdown e il traffico si è molto ridotto, le centinaia di bus delle tante linee che passano su via Mazzini corrono all'impazzata e ciò crea vibrazioni ancora più forti del solito. Il risultato è che si ha la sensazione di vivere 24 ore su 24 dentro uno sciame sismico. Quali possono essere le conseguenze sulla sicurezza statica di questi edifici sottoposti alla sollecitazione di tali vibrazioni costanti?Penso che lungo tutta via Mazzini la velocità degli autobus debba essere ridotta drasticamente, visto anche l'alto numero d'incidenti.

Elisabetta d'Erme

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 7 gennaio 2021

 

 

La Butterfly di Pistoia porterà in Porto vecchio  il Museo del mare - Trasloco da 56 mila euro
«Butterfly Transport. La grande arte in movimento». Non capita tutti i giorni di traslocare un intero museo. Sarà una ditta di Pistoia a trasferire il Museo del mare da Campo Marzio al Porto vecchio, al terzo piano del Magazzino 26. Si tratta di una collocazione provvisoria in attesa di entrare a far parte, assieme al Museo di storia naturale di via Cumano, del nuovo Museo del mare disegnato dall'architetto spagnolo Guillermo Vázquez Consuegra che sarà realizzato tra cinque anni (si spera) nell'ala sud del Magazzino 26. «Una tappa propedeutica e tassello del futuro polo museale», si legge nella determina. Il trasloco del Museo del mare, chiuso al pubblico dal primo aprile del 2019, è stato affidato per la cifra di 56 mila euro alla Butterfly Transport di Pistoia. L'azienda toscana, nata nel 2011, è specializzata nella movimentazione di opere d'arte. Il trasloco è stato autorizzato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia in data 7 dicembre 2020. Le collezioni di Campo Marzio si ricongiungeranno con le mostre del Museo del mare presenti al Magazzino 26: "Pescatori si diventa" e "Lloyd Deposito a vista". Il Magazzino 26 ospita già da tempo oltre 1.000 dei beni della collezione del Lloyd Triestino. Per la collocazione provvisoria del Museo del mare è stata individuata un'area di circa 2.000 metri quadrati al terzo piano dell'ala nord del Magazzino 26. Il Museo del mare, fondato nel 1904, è, nel suo genere, uno dei principali istituti del Mediterraneo: raccoglie e presenta sezioni di diverso tipo, dalla storia della marineria in generale a aspetti fortemente collegati con Trieste e la sua natura di porto dell'Impero Austriaco e Austro-Ungarico con la presenza di figure di primo piano come Ressel e Marconi. La Butterfly Transport di Pistoia dovrà traslocare anche un oggetto di piccole dimensioni ma dal grande valore simbolico: il pulsante con cui il 26 marzo 1930, alle 11.03, Guglielmo Marconi dalla nave Elettra ancorata a Genova invia il segnale che accende le tremila lampadine del Municipio di Sydney a 14.000 miglia di distanza.

Fa.Do.

 

 

San Dorligo, in arrivo 25 mila euro per la pulizia di boschi e sentieri
Contributo regionale per rimuovere i rifiuti lasciati dai migranti - Il sindaco Klun: «Incaricherò la ditta A&T 2000 di Pasian di Prato»
SAN DORLIGO. Ammonta a 25 mila euro la somma che la Regione metterà a disposizione dell'amministrazione di San Dorligo della Valle, per pulire sentieri e boschi nelle frazioni di Caresana, Crociata e Prebenico del Comune guidato dal sindaco Sandy Klun, dopo il transito dei migranti. «La promessa mi è stata fatta dall'assessore regionale per la Sicurezza, Pierpaolo Roberti - spiega Klun - nell'ambito di un recente colloquio, nel corso del quale ho spiegato all'esponente della giunta regionale le gravi problematiche che si generano nel nostro territorio, a causa del notevole e costante transito di migranti'».San Dorligo della Valle, sia per la sua collocazione a ridosso del confine con la Slovenia, sia per la conformazione del suo territorio, è il Comune più esposto sotto questo profilo, al punto che lo stesso sindaco lo ha definito «la porta aperta sulla rotta balcanica». Una delle conseguenze del ciclico arrivo di migranti è rappresentata proprio dal fatto che sul terreno, dopo il loro passaggio, si trova di tutto, dai capi di abbigliamento a residui di cibi e bevande a effetti personali. «Non abbiamo i mezzi per sobbarcarci da soli il lavoro di pulizia - aggiunge Klun - che prevede fra l'altro anche una serie di accorgimenti indispensabili in tempi di Covid, perciò ci siamo rivolti alla Regione e ben venga questo aiuto finanziario, che gireremo all'azienda che svolge per noi il compito di asporto immondizie, la A&T 2000 spa di Pasian di Prato». Nell'occasione, Roberti aveva anche alimentato una polemica, spiegando che «la Regione non può accollarsi da sola l'onere della pulizia del territorio dopo il transito del migranti, ma serve anche un sostanzioso contributo dello Stato, perché il Friuli Venezia Giulia non può sobbarcarsi le conseguenze delle scelte del governo sull'accoglienza». Spunto che ha provocato l'immediata reazione della consigliera regionale del Movimento 5 Stelle, Ilaria Dal Zovo, la quale ha ricordato che «in virtù di un recente emendamento, è stato istituito un fondo di 5 milioni di euro il 2021, finalizzato all'erogazione di contributi a favore dei Comuni che confinano con altri Paesi europei».

Ugo Salvini

 

 

Quell'isola di plastica e rifiuti che deturpa le acque della Drina
Decine di migliaia di metri cubi a ridosso di una diga in Bosnia. Ma non è un caso isolato
Una enorme e inquietante "isola" artificiale, fatta di rifiuti e bottiglie di plastica, che insudicia il grande fiume cantato da Ivo Andric e conferma quanto siano gravi i problemi ambientali e d'inquinamento delle acque, polmoni azzurri dell'intera regione. Accade nel cuore dei Balcani, tra Serbia e Bosnia, dove da giorni hanno profondamente colpito e fatto discutere l'opinione pubblica le immagini di enormi quantitativi di spazzatura che lordano la superficie del fiume Drina, poco più a monte di Visegrad - la città bosniaca teatro del romanzo epico "Il ponte sulla Drina" del premio Nobel Andric - storico centro a ridosso della diga-centrale idroelettrica denominata Hidroelektrana Visegrad.Parliamo di «decine di migliaia di metri cubi» di rifiuti, contenitori vuoti, bottiglie e sacchetti di plastica, legname e immondizia varia che sono confluiti nell'area di Visegrad trascinati da piccoli fiumi tributari della Drina - in particolare il Lim - fiumi che scorrono in territorio serbo e montenegrino, ha riassunto il portale specializzato Balkan Greeen Energy News. Ma da dove arrivano, quei rifiuti? Con altissima probabilità si tratta di "scarti" di discariche illegali che fioriscono sulle sponde del Lim, in Serbia e più a monte in varie parti del Montenegro, finiti in acqua a causa delle forti piogge. Problemi simili sono stati segnalati anche in altri fiumi, come la Praca, la Tara e la Piva e nel bacino di Potpecko. I rifiuti poi vengono convogliati in gran parte nella Drina, con effetti disastrosi come quelli osservati in questi giorni. «Non siamo ottimisti» perché questi sono problemi che si ripresentano a scadenza annuale, per risolvere i quali bisogna adoperarsi a rimuovere, almeno in parte, «alcune decine di migliaia di metri cubi di rifiuti» che ostruiscono il flusso delle acque, ha illustrato sconsolato il direttore della centrale di Visegrad, Nedeljko Perisic.Il problema si ripete a intervalli regolari ed è internazionale, visto che oltre alla Bosnia riguarda anche Serbia e Montenegro, Stati che in anni recenti si erano incontrati per concordare di sciogliere una volta per tutte il nodo immondizia scaricata nei fiumi, con esiti sconfortanti, non solo d'immagine e per le acque della Drina. I rifiuti infatti, dopo essere stati rimossi a ridosso della diga-centrale di Visegrad, vengono trasferiti in discariche presso la città, provocando altri problemi ambientali. Lo scandalo tuttavia non è un caso isolato né riguarda solo la Drina dalle (ex) acque verde smeraldo. Analisi e studi, a più riprese, hanno infatti segnalato guasti ambientali che interessano altri fiumi balcanici: quelli minori, minacciati da centinaia di mini-centrali idroelettriche sorte come funghi negli ultimi anni; e quelli maggiori, come la Sava avvelenata dagli antibiotici, il Crni Timok, il canale Dtd, tra Vrbas e Novi Sad, e la Borska Reka, degradati da scarichi selvaggi. O infine il maestoso Danubio, che soffre quando bagna Belgrado, megalopoli che continua a sgravarsi delle sue acque reflue senza filtri e depuratori. Senza alcun rispetto per il suo Dunav.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 6 gennaio 2021

 

 

Campane del vetro insonorizzate e a prova di perdita - installate da ACEGAS
Un aspetto sobrio e pulito, che meglio si inserisce nel contesto urbano, oltre alla migliore funzionalità: si tratta delle nuove campane dedicate alla raccolta di vetro e lattine comparse in una decina di isole ecologiche. Ampi contenitori in acciaio zincato (capienza 3.000 litri) di color antracite scuro, meno vistosi rispetto alle campane verdi. Sono dotati di un particolare sistema di insonorizzazione e di un sistema antiperdite.

 

 

Scorie nucleari, è rivolta per i siti   -   le zone prescelte
La Sogin annuncia le 67 località fra cui selezionare il deposito nazionale e in 7 regioni scoppia il caos
Altro che zone rosse: in piena emergenza Covid un incubo ben peggiore per le Regioni e le città italiane è quello di diventare zone radioattive, in quanto deposito di scorie nucleari. La Sogin, società incaricata dello smantellamento delle vecchie centrali atomiche e della gestione dei rifiuti radioattivi, ha identificato, dopo un lunghissimo studio, 7 Regioni con 67 siti che sembrano idonei per stabilità geologica, fra cui sceglierne uno soltanto, dove convogliare tutte le scorie atomiche in una grande discarica nazionale; ma, come si poteva immaginare, appena sono stati diffusi i nomi delle località candidate, è scoppiata la rivolta. Le Regioni selezionate come potenzialmente idonee alla costruzione del mega-deposito sono sette: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna e Sicilia. La Tavola generale allegata alla Cnapi (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi) rivela anche i singoli Comuni interessati; non li citiamo tutti, limitandoci, a titolo di esempio, ai due estremi d'Italia: nella Regione più a Nord, cioè il Piemonte, ce ne sono 8 (fra cui 2 nel Torinese e 6 in provincia di Alessandria) mentre in Sicilia sono 4; in mezzo il Lazio, che ne ha più di tutte (22), cioè quasi un terzo del totale. Ovviamente il tema è delicato perché le scorie radioattive fanno (giustamente) paura; ma tali scorie ormai esistono, anche se l'Italia ha spento da molti anni le sue poche centrali nucleari; inoltre il nostro Paese continuerà ad accumularne altre, derivati degli usi medici delle apparecchiature radianti. Al momento tutti questi rifiuti vengono sistemati in depositi provvisori. Averne invece uno solo, nazionale, aumenterebbe grandemente la sicurezza e la tutela della salute pubblica, ma costruirlo non sarà facile, perché chiunque accetti di ospitarlo sul suo territori avrebbe l'impressione di finire con il cerino acceso fra le dita. Per allettare i destinatari sono previsti nella zona prescelta 900 milioni di investimento e 4000 mila posti di lavoro per 5 anni. Poi ci saranno, a tempo indeterminato, la gestione ordinaria dell'impianto, oltre a quella di un parco tecnologico. E di sicuro arriveranno sussidi pubblici supplementari. Per adesso nessuno di questi argomenti fa breccia. Ad esempio - ma si potrebbero trovare gli stessi concetti, espressi quasi con le stesse parole, in tutti gli altri 66 Comuni - a Carmagnola (Torino) la sindaca Ivana Gaveglio insorge: «Non siamo stati informati preventivamente. È una situazione assurda e siamo determinati a dimostrare la non idoneità dell'area individuata e a proteggere il territorio carmagnolese e i suoi abitanti. Lancio un appello a tutte le forze politiche, associazioni di categoria e a tutti i cittadini di affiancarci in questa battaglia». E in effetti è facile prevedere che non solo qui, ma anche nel resto d'Italia si faccia muro, senza distinzioni di partito, contro l'ipotesi di ospitare il deposito. Lo dimostrano le dichiarazioni di due governatori di Regione di diversa tendenza politica. Il sardo Christian Solinas respinge «ogni ipotesi di diventare pattumiera radioattiva nel centro del Mediterraneo. Questo è un oltraggio di Stato e una scelta di sapore neocoloniale». Per Michele Emiliano (Puglia) «non si possono imporre, ancora una volta, scelte che rimandano al passato più buio, quello dell'assenza della partecipazione e dell'umiliazione delle comunità».

Luigi Grassia

 

 

Produzione di energia sfruttando le maree in laguna - la tesi di uno studente di Dolegna
MARANO LAGUNARE. Installare turbine per la generazione elettrica nella laguna di Marano e Grado sfruttando le correnti di marea. È il tema della tesi di laurea di Giorgio Casella, studente originario di Trieste residente a Dolegna del Collio, appassionato di mare e ambiente, tanto da iscriversi alla facoltà di ingegneria navale. La tematica ambientale gli è sempre stata molto a cuore e così ha deciso di portare la sostenibilità ambientale di un sistema che ben conosce, come quello della laguna di Grado, per la sua tesi di laurea. La sua speranza è che gli spunti vengano colti e si investa anche su queste fonti di energia per mantenere intatte le caratteristiche dell'ecosistema. La laguna di Marano e Grado si estende per 160 km ed è un ambiente salmastro. L'apporto di acqua dolce è dato dai fiumi Stella, Cormor, Zellina, Aussa-Corno, Natissa ed è messa in comunicazione con il mare Adriatico tramite cinque bocche, dette bocche tidali, da cui si estendono i canali che si ramificano in tutta la laguna. E da ambiente ricco di biodiversità è da sempre studiato ai fini della sua conservazione. L'Ismar di Venezia ha sviluppato un modello matematico in grado di fornire velocità e direzione della corrente in ogni punto della laguna. Grazie a queste informazioni si sono valutati i cinque punti con valori di intensità di corrente maggiore, che si trovano sulle bocche tidali di Grado e Lignano e in altre zone di canali principali. Dopo la simulazione di Ismar è risultato che la bocca tidale di Grado e di Lignano producono rispettivamente 2.010 kWh/anno e 1.425 kWh/anno (il sito di Grado potrebbe soddisfare il fabbisogno di una famiglia di due persone). La volontà dello studio è quella di pensare anche a una mobilità senza emissioni all'interno della laguna, integrando fonte di produzione e di ricarica.

F.A.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 5 gennaio 2021

 

 

Viale monumentale e parco archeologico per collegare Porto vecchio e centro città
Ipotizzata dal Comune la realizzazione di due nuovi assi viari attraverso l'antico scalo. Prevista una spesa di 40 milioni
Un viale monumentale, un percorso pedonale da Barcola al centro, cinque edifici fatiscenti da recuperare. Se il Recovery Fund dovesse infine aprire il cassetto dei sogni del Comune per il Porto vecchio, agli uffici dell'ente non mancheranno certo progetti da fare. La relazione inviata a Roma dal Comune, contenente sette proposte per un totale di 67 milioni, deve aver convinto gli uffici del ministero della Cultura: come anticipato su queste pagine, il Porto vecchio figura al secondo posto dei nove interventi su «grandi attrattori» turistici e culturali inseriti dal Mibact tra le richieste del governo per il Recovery Fund. Il testo, se approvato, destinerà alla voce nel suo complesso 890 milioni, anche se è ancora ignota l'entità del riparto triestino e in che misura vada a esaudire le richieste. A quale punto di elaborazione sono le sette proposte che l'ente ha inviato al Ministero? La relazione, spiega il direttore dipartimentale Giulio Bernetti, si basa su altrettanti studi di fattibilità prodotti dagli uffici, che dello sviluppo dell'area si occupano ormai da diversi anni. Se il finanziamento dovesse venir stanziato, conferma Bernetti, si farebbe sentire il problema di carenza di personale in fase di progettazione, antico cruccio degli enti. Veniamo alle proposte nel dettaglio. La relazione parla di un "Viale monumentale" (19 milioni): collegherebbe Magazzino 26 a piazza Duca degli Abruzzi, creando una nuova arteria cittadina e urbanizzando di fatto buona parte del Porto vecchio: «Una parte minoritaria del percorso sarà riservata alla carreggiata stradale - scrivono gli uffici - mentre la maggior parte della sezione degli edifici sarà dedicata a un percorso pedonale». Sono previsti spazi verdi, ma il viale non sarà alberato, precisa Bernetti, per tutelare la visibilità del Faro della vittoria e del castello di San Giusto ai due estremi dell'asse stradale. Vale invece 21 milioni il "Parco lineare verde di archeologia industriale dal Terrapieno di Barcola al centro storico". Cos'è? Un lungo parco «pedonale e ciclabile - si legge - che ospiterà aree verdi diversificate a seconda della specifica vocazione della zona (laboratorio didattico/scientifico, area di sosta pedonale, area sportiva) e della destinazione d'uso degli edifici presenti». La parte nord del parco avrà una destinazione sportiva, mentre la parte sud, più "urbana", sarà decorata con elementi storici del porto («bitte, particolari di meccanismi di sollevamento, trasporto merci, statue eccetera»).La relazione elenca poi cinque strutture da restaurare (per il magazzino 20 vedi a destra). Son previsti lavori da 3 milioni per il magazzino 19, l'ultimo palazzo prima della curva dopo il rettilineo, entrando nello scalo da sud: «Le facciate esterne risultano fortemente ammalorate così come i serramenti e tutti gli elementi costruttivi metallici». Altri tre milioni vanno ai varchi monumentali vicino a piazza Libertà: «Il progetto prevede l'esecuzione di interventi di manutenzione straordinaria e restauro della quanta architettonica, volti a ripristinarne l'aspetto originario». Prevista anche l'illuminazione decorativa. Due milioni servono invece all'ex locanda Zaninovich, edificio novecentesco di valore, già colpito da un incendio nel dicembre passato. Previsto anche il recupero del verde circostante. Sono 5 infine i milioni chiesti per l'ex rimessa locomotive, l'ultimo deposito ferroviario asburgico rimasto a Trieste.

Giovanni Tomasin

 

E la Soprintendenza punta a un nuovo centro servizi dentro al Magazzino 20, per farne un archivio e un luogo di conservazione
Spazi espositivi e didattici, ma anche un laboratorio di restauro. Vale 20 milioni di euro il progetto per un nuovo centro servizi della Soprintendenza da collocarsi al Magazzino 20, inserito tra le proposte inviate dal Comune al governo per richiesta di finanziamento per il Recovery Fund.Non a caso gli enti attuatori individuati dal piano di rilancio di Roma per il Porto vecchio sono proprio il Comune e la Soprintendenza. Spiega la Soprintendente Simonetta Bonomi: «L'idea è realizzare un centro servizi, per il quale il ministero ha già stanziato nel 2018 un milione e 350 mila euro». L'annuncio delle trattative con il Comune era stato fatto tre anni fa: gli uffici dei due enti si sono confrontati sullo strumento migliore da adottare per la cessione del magazzino, e il Comune ha optato per una concessione triennale in comodato d'uso, la più comoda per la Soprintendenza. Quali saranno le finalità dell'edificio? Spiega Bonomi: «L'idea non è farne una nuova sede della Soprintendenza, ma un luogo di conservazione, archiviazione ma anche di esposizione. Ci sono bellissimi spazi per mostre temporanee. Faremo dei laboratori di restauro e dei luoghi di conservazione intesi nel senso più ampio moderno del termine».La Soprintendenza ha assegnato gli incarichi di rilievo e di verifica sismica, con l'anno nuovo, dice la soprintendente, «saranno affidati i servizi di progettazione». Aggiunge Bonomi: «Se ora arriveranno i fondi del Recovery Fund, ben venga». Tempistiche? «Se andasse tutto bene mi piacerebbe iniziare il cantiere in autunno - conclude la soprintendente -. È un desiderio per ora, non è una certezza».Nella relazione del Comune, si legge a proposito dell'edificio, che sta allineato al più noto magazzino 18: «Riveste particolare interesse dal punto di vista strutturale perché su di esso venne sperimentato il sistema delle Einbetonierte Eisensäulen (profilati di ferro annegati nel calcestruzzo) proposto dal Politecnico di Vienna». Allo stato attuale, si legge, il magazzino versa in uno stato di conservazione «mediocre, in alcuni punti pessimo», pur essendo accessibile in tutte le sue parti. L'intervento prevede «la ristrutturazione completa dell'edificio nel rispetto delle sue caratteristiche architettoniche e strutturali originali, prevedendo opere edili e impiantistiche».

G.Tom.

 

 

Blitz anti Ogm a Vivaro - Archiviate le accuse a carico degli attivisti - coinvolti anche alcuni triestini
Correva l'anno 2014, per la precisione era il 24 giugno, quando decine di attivisti calarono a Vivaro per manifestare e alcuni, mascherati e in tuta bianca, per distruggere il campo di mais coltivato a Ogm dall'agronomo di Arba Giorgio Fidenato mentre altri li attendevano alle auto. Tre testimoni assistettero al blitz. Sei anni dopo l'indagine della polizia, a carico di 45 soggetti residenti nelle province di Trieste, Vicenza, Verona, Padova, Lecco, Treviso, Cuneo, Venezia, si è chiusa con un'archiviazione. Così ha disposto il gip Rodolfo Piccin. L'imprenditore agricolo, assistito dall'avvocato Giovanni Martorana, si era opposto due volte alla chiusura del caso. La Questura di Pordenone, il 20 febbraio 2017, aveva ritenuto di aver individuato i partecipanti alla distruzione del campo. Gli investigatori si erano concentrati sui soggetti noti per il loro attivismo in materia di Ogm che erano stati fotografati lungo le strade e ai caselli autostradali il 24 giugno, in prossimità del luogo del danneggiamento. Il pm aveva chiesto una prima volta l'archiviazione, osservando che il danneggiamento fosse pacifico ma non fosse possibile provare il coinvolgimento degli indagati. Non c'era stato un riconoscimento fotografico degli autori, non era stata fatta una verifica sulle utenze agganciate alle celle telefoniche. Il pm aveva inoltre osservato che non era possibile distinguere fra chi aveva manifestato pacificamente e chi invece aveva distrutto il campo. Uno dei testimoni aveva riconosciuto l'ex consigliere regionale Alessandro Metz, ma non aveva precisato se fosse uscito dal campo o fosse vicino alle auto. Il 23 aprile Fidenato si era opposto all'archiviazione. Il giudice aveva disposto un'indagine integrativa, chiedendo ai testimoni se fossero in grado di riconoscere gli autori del danneggiamento: avevano però risposto di non essere in grado. Fidenato si era nuovamente opposto all'archiviazione. Il gip Piccin ha osservato alla fine come non sia possibile attribuire le condotte illecite a taluno dei partecipanti, ma solo provare la presenza di qualcuno di loro sul luogo e al momento della manifestazione.

 

 

Dalmazia del Sud - Esperti in allarme per un'alga invasiva
Segnalata per la prima volta in Adriatico nel 2008, è comparsa nell'area di Ragusa
Ancora un'insidia, e non di poco conto, per le acque croate dell'Adriatico già messe a dura prova da inquinamento, pesca indiscriminata e specie alloctone, sia vegetali che animali. È di pochi giorni fa l'allarme lanciato dagli esperti dell'Istituto spalatino di Oceanografia e Pesca, che hanno registrato la proliferazione accentuata di un'alga invasiva, la Acrothamnion preissii (non ha un nome italiano), la cui espansione ha toccato i fondali della Dalmazia meridionale, quelli intorno a Ragusa (Dubrovnik).«Purtroppo questo minuscolo vegetale sta attaccando le praterie di poseidonia, tra i 5 e i 20 metri di profondità - ha spiegato Ante Zuljevic, dottore in Scienze naturali, che lavora al Laboratorio Izor di Spalato - la sua presenza soffoca la posidonia e tutti gli altri vegetali autoctoni, rappresentando un grave pericolo per la biodiversità dell'area in cui appare. La Acrothamnion preissii, probabilmente nativa di acque indopacifiche, è ospite del Mediterraneo già da una cinquantina d' anni, ma in Adriatico è stata segnalata per la prima volta nel 2008. Negli ultimi tempi - ha aggiunto lo studioso - abbiamo assistito a una diffusione quasi esponenziale, che ci preoccupa molto. In questo momento possiamo solo monitorare il fenomeno in quanto risulta impossibile rimuovere questa alga quasi microscopica: una creatura che impedisce agli altri vegetali di vivere, come succedeva fino a qualche anno fa con le alghe Caulerpa taxifolia e racemosa». Il biologo marino Ivan Cvitkovic, dello stesso laboratorio di Spalato, ha detto che «si ha ragione di credere che l'alga sia stata introdotta nel Mediterraneo da qualche grossa nave, con la prima segnalazione avvenuta nel porto di Livorno. È una specie che si riproduce in modo alquanto veloce, creando problemi alle biocenosi dei fondali. Purtroppo negli ultimi decenni, e mi riferisco al Mediterraneo, non sono stati condotti studi approfonditi sulla sua presenza e il relativo impatto sull'ambiente».Il fatto che si fissi sui rizomi della Posidonia oceanica, come nelle acque ragusee, non è una buona notizia poiché parliamo di una specie (la posidonia) estremamente importante per l'ecosistema adriatico e mediterraneo, che ospita 400 specie vegetali e un migliaio di quelle animali. Zuljevic ha rivelato che la Acrothamnion preissii è stata notata pure sui fondali dell'isola di Meleda e dell'arcipelago delle Incoronate: «La nostra speranza, come verificatosi per la Caulerpa, è che si ritiri progressivamente. Ma non abbiamo certezze», ha concluso.

a.m.

 

 

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO - LUNEDI', 4 gennaio 2021

 

 

Gas e petrolio, in Italia torna trivella continua. Col mancato stop nel Milleproroghe ripartono gli iter bloccati 2 anni fa.

Sono a rischio quasi tutte le coste italiane. Il 2021 è l’anno delle trivelle? Almeno 90 richieste in attesa. Una contraddizione rispetto al “green deal” cui orientare i fondi Ue

 La transizione verde dell’Italia potrebbe dover aspettare ancora, nonostante i buoni propositi di cui sono pieni i progetti per il Recovery Fund: mettendo per un attimo da parte le intenzioni e analizzando lo stato delle cose in questo momento ad agosto potrebbero essere almeno 90 i permessi per la ricerca di idrocarburi che potranno riprendere il loro cammino verso l’approvazione dopo due anni di stop. Molte sono nell’Adriatico, tra Marche e Abruzzo, altre in Sicilia magari vicinissime a Pantelleria e Favignana. Poi in Calabria, in Salento e fino a Santa Maria di Leuca. Più di cinquanta sono quelli per la terraferma. Nonostante il tentativo appoggiato da due ministri (Sviluppo Economico e Ambiente) di inserire nel prossimo Milleproroghe una moratoria totale sulle trivelle, la bocciatura arrivata a provare l’assenza di un accordo politico (Italia Viva e il centrodestra i principali oppositori) non fa presagire una svolta rapida. Nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha però rassicurato: se l’Italia sposa davvero il cambiamento, non ci saranno nuove trivelle. L’idea è infilare la moratoria in una norma a gennaio.

L’ORIGINE DELLA MORATORIA.

Nel 2018, il decreto semplificazioni aveva introdotto la sospensione dell’iter per i permessi di ricerca e di prospezione per 18 mesi (inclusi quelli di valutazione di impatto ambientale) in attesa della stesura del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), ovvero una mappatura dell’Italia che tenendo conto del territorio stabilisse dove e se fosse possibile trivellare. Il via libera sarebbe stato rilasciato solo se le istanze fossero ricadute in quei territori. Dopo due anni, però, il piano manca, i lavori sono ancora nelle primissime fasi, complice anche la speranza che l’Italia della transizione energetica non ne avesse davvero più bisogno. La mappa d e i permessi in attesa non risparmia nessun angolo della penisola. Le richieste pendenti in mare sono per lo più concentrate tra l’Adriatico e il Canale di Sicilia: basta consultare le mappe del Mise per avere chiara la situazione. C’è l’inglese Northern Petroleum con circa 300 km quadrati di fronte a Gela. Accanto Pantelleria è la società piemontese Audax Energy Aad a chiedere di svolgere ricerche in un area di circa 350 km quadrati. Tra Puglia (adriatica), Calabria e Basilicata (Ionio) sono almeno otto le richieste di rircerca in mare: Aleanna Italia, Eni, Global Petroleum e la Northern Petroleum vogliono perforare per non meno di 740 chilometri a testa per ogni richiesta. La situazione non migliora risalendo l’Adriatico, anzi: coste abruzzesi, marchigiane e romagnole sono al centro delle richieste. Così come sulla terraferma: Rockhopper e altre vogliono trivellare tra Isernia, Campobasso e Chieti; l’Eni a Potenza; Aleanna Italia nel bolognese, la Delta Energy tra Sannio e Irpinia. E si potrebbe proseguire ancora a lungo. Abbiamo chiesto al Mise come sia cambiato l’assetto della presenza dei petrolieri in Italia nell’ultimo anno, ma al momento non abbiamo ancora ricevuto risposta. Quello che si sa è che a dicembre dello scorso anno - seppur con qualche mese di ritardo - è scattato l’aumento dei canoni concessori, sia per la coltivazione che per lo stoccaggio. Una delle maggiori conseguenze è stata la riduzione dell’estensione delle aree di ricerca e coltivazione. Il decreto di febbraio prevedeva infatti che per queste zone le aziende dovessero corrispondere 1.481 euro per chilometro quadrato per la concessione di coltivazione (prima era di 59 euro), 2.221 per chilometro quadrato per la concessione di coltivazione in proroga (invece di 88 euro) con maggiori entrate per il bilancio dello stato previste “nell ’ordine di circa 16 milioni di euro per l’anno 2019 e 28 milioni per ciascuno degli anni successivi ” secondo la relazione tecnica che identificava in queste maggiori entrate, la fonte di risarcimento per tutte le eventuali cause e richieste di risarcimento qualora aree già produttive dovessero rientrare in quelle indicate dal piano come non idonee alla coltivazione di idrocarburi. Soldi che sarebbero fondamentali se si dovesse procedere davvero con uno stop totale ma di cui non si conosce l’entità. Sono invece stati almeno 45, a inizio dell’anno, i decreti di riduzione delle aree di concessione di coltivazione di idrocarburi sia on - shore , sia offshore . Gli interessi petroliferi nel Mediterraneo sono alti. Le attività, secondo la Confindustria Energia, nel 2018 ha generato un valore aggiunto di oltre 3 miliardi di euro impiegando circa 30 mila addetti. E nei prossimi quindici anni, prima che mutasse lo scenario a causa del Covid e degli impegni legati ai fondi che dovranno arrivare, erano previsti investimenti di almeno 10 miliardi che, come raccontiamo nell’articolo accanto, potrebbero star cambiando volto.

IL FUTURO PROSSIMO.

Intanto, si mira ad ottenere almeno una proroga. La scorsa settimana un deputato del Movimento 5 Stelle in commissione Ambiente, Giovanni Vianello, ha annunciato un emendamento per prorogare il PiTESAI e per bloccare in maniera definitiva tutte le nuove trivelle e gli air gun . Potrebbe essere la battaglia finale del Movimento e di certo nel corso del 2021 tornerà ad essere un tema politico centrale: “Così - ha spiegato Vianello - il ministero dell’A mbiente avrà la possibilità di completare la VAS e la Conferenza unificata avrà il tempo utile per siglare l’intesa, e inoltre predisporremo lo stop a tutte le nuove trivelle e air gun”. La battaglia è solo all’inizio.

Virginia Della Sala

 

E i colossi lasciano ai “piccoli” arrembanti: ecco il caso Energean

Accadono strane cose nel Mediterraneo. A parole tutti dipingono le trivelle come un settore vitale. Eppure i big lo considerano morente o dannoso per l’immagine e lasciano il campo a nuove società arrembanti. È il caso di Edison: il colosso francese, tra i maggiori produttori offshore della penisola, ha deciso di vendere i suoi titoli minerari italiani a una società inglese che qui vuole fare buoni affari. Gran parte delle concessioni sono però in scadenza e serviranno ingenti costi di bonifica dei siti, mentre il settore è in bilico. E infatti, attraverso il Sole 24 Ore, l’acquirente, Energean - che per fare l'operazione ha costituito una società cipriota – ha subito chiesto garanzie al governo: non ha fatto un’operazione da 284 milioni per nulla, il sottotesto, e per questo garantisce l’occupazione “almeno per 18 mesi”, poi si vedrà. Tutti i soggetti rassicurano sulla bontà dell’operazione, ma ci sono nodi critici. Il primo a identificarli è il ministero dello Sviluppo Economico, stando ai documenti consultati dal Fatto . “Il portafoglio titoli di Edison E&P presenta un numero considerevole di titoli maturi, con prospettive significative di esborsi per dismissione e ripristino a terra e a mare – spiegava a marzo il dg della Direzione Attività minerarie (Unmig), dando l’ok condizionato all’acquisizione -. Sia la società sia la controllante si impegnano a portare a termine queste attività almeno per il periodo 2020-2024”. La ces sione, quindi, viene autorizzata ma col vincolo di garantire le dismissioni ed evitare azioni che riducano la capacità aziendale. Energean, infatti, già “presenta capacità tecnica significativamente inferiore a quella di Edison E&P”. Il suo maggior asset è “il campo di Karish (offshore di gas in Israele da 68 miliardi di metri cubi) i cui cronoprogrammi consegnati prevedono una produzione con first gas nel primo quadrimestre del 2021”. Tra le prescrizioni delMise c’è quella di comunicare subito eventuali ritardi. Che, peraltro, sembrano essersi verificati. Al Fatto Energean spiega che la produzione partirà nell’ultimo trimestre 2021: “Siamo sulla buona strada per portare Karish in funzione entro tale data. Tuttavia, qualsiasi ritardo può essere risolto senza impatto rilevante sull'attività”. L’operazione si è chiusa nei giorni scorsi. Le concessioni italiane sono 53, concentrate soprattutto tra Abruzzo, Marche e Sicilia. Di queste, solo tre sono al 100% di Edison, le altre in condivisione. Il diamante è la piattaforma Vega, a largo di Scicli, di cui Edison ha il 60%, il resto è di Eni. È qui che si punta a fare più ricavi: “Se Eni non vuole continuare, Energean è qui per discutere con loro sul futuro delle licenze”, spiegano dal gruppo, che vuole raddoppiare il giacimento, anche se poche settimane fa il Comune di Scicli su Vega ha chiesto il pagamento di 89 milioni di Imu e Tasi arretrate. L’operazione ha ottenuto anche l'ok dei sindacati: “Siamo in fase di transizione energetica - ci spiega un sindacalista - Per noi è importante ottenere le massime tutele per i lavoratori ”. Chi è nel settore ci spiega che le grosse oil company stanno diversificando e che nel mondo ci sono molte aziende che “mettono insieme quattro- cinque investimenti, soprattutto su società che sono in crisi di liquidità, per spremerle e spremerne le riserve. Poi passano oltre. Il rischio è che si lascino dietro relitti che toccherà poi ad altri bonificare”. Energean si sta espandendo, ha fatturato nel 2019 79 milioni di dollari e, spiegano dal Mise, ha licenze in Israele e Grecia occidentale e per sfatare ogni sospetto ha dichiarato di voler utilizzare le strutture italiane di Edison come centro di gestione e sviluppo di tutte le altre attività nel Mediterraneo. L’azienda, quotata alle Borse di Londra e Tel Aviv, spiega al Fat - to che intende investire in questi asset per “miglio - rarne l’efficienza”e“prolungarne la vita produttiva”e assicura di avere gli strumenti finanziari per assolvere ai doveri di dismissione. Non è chiaro, però, perché ha costituito una controllata di diritto cipriota per rilevare Edison E&P. Intanto, ha dovuto rinunciare agli asset algerini e norvegesi di Edison perchè “l’autorizzazione normativa sarebbe stata protratta”. L’operazione, comunque, non deve essere stata facile. Tanto che Edison a maggio ha assoldato come consulente Franco Terlizzese, l’ex dg della direzione Unmig del ministero che aveva espresso parere favorevole (è in pensione da fine 2018). Il contratto - 60 mila euro l’anno, esclusi benefit e rimborsi, più 20 mila di “success fee”- prevedeva, tra le altre cose, assistenza tecnico legale per predisporre i documenti necessari a ottenere il via libera del Mise a trasferire i titoli minerari alla controllata Edison E&P. Abbiamo chiesto spiegazioni al Mise, che risponde di aver “accertato che il contratto... su iniziativa dello stesso Terlizzese è stato risolto consensualmente il 6 luglio 2020 con effetto retroattivo dalla data di decorrenza, e quindi esso è nullo e privo di effetti”. In ogni caso, il Mise “ha segnalato tale fatto all’Autorità anticorruzione”.

Carlo Di Foggia e Virginia Della Sala

 

COSA C'E' DA SAPERE. L’operazione (in perdita) e i paletti fissati dal Mise - L’accordo tra i 2 gruppi

Nei giorni scorsi Edison (controllata dai francesi di Edf) ha ceduto per 284 milioni i suoi titoli minerari italiani a Energean, gruppo quotato a Londra e Tel Aviv, che ha costituito una controllata cipriota. Il Mise ha segnalato che in gran parte si tratta di titoli “maturi” che necessitano di ingenti costi di dismissione e ripristino dei siti ma Energean ha fornito garanzie adeguate. La cessione è avvenuta in forte perdita per Edison, che ha svalutato per 460 milioni la controllata Edison E&P

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 4 gennaio 2021

 

 

«Tutti hanno ricevuto la stessa dotazione di sacchetti per i rifiuti» - botta e risposta a Muggia sulla differenziata
Muggia. Il 2020 amministrativo del Comune di Muggia si chiude con un'interrogazione presentata all'ultimo Consiglio comunale dello scorso 29 dicembre, relativa alla fornitura e distribuzione dei sacchi differenziati per la raccolta e il conferimento della nettezza urbana. È stata la consigliera civica di "Meio Muja" , Roberta Tarlao, a chiedere lumi all'assessore comunale all'Ambiente Laura Litteri. Oggetto del contendere il quantitativo di sacchi consegnati nel centro storico della città rivierasca. L'assessore Litteri ha risposto che «tutti hanno ricevuto 52 sacchi per plastica, 52 per carta e 104 per secco residuo», gli stessi distribuiti fuori dalla cerchia muraria tranne che per il secco residuo, che sono 52 anziché 104.La prossima fornitura, sempre a detta dell'assessore all'Ambiente, «sarà effettuata tra un anno». Relativamente al nome della ditta incaricata della distribuzione, l'assessore Litteri ha informato che «si tratta della Work Service srl con un costo per la distribuzione sull'intero territorio comunale pari a 7 mila 390 euro, iva esclusa». Litteri ha poi evidenziato che le modalità di distribuzione dei sacchi «sono diverse tra il centro storico e le aree esterne allo stesso». Tarlao ha inoltre chiesto ragguagli sulla gestione dei sacchi non ritirati per conferimento non corretto e segnalati da appositi bollino giallo e sugli eventuali costi aggiuntivi a carico della collettività. Domanda a cui Litteri ha risposto ricordando che «è la persona che ha depositato il sacco a doverlo ritirare, e qualora non lo facesse, quando possibile, si può agire nei suoi confronti. In caso contrario il sacco viene prelevato nella giornata successiva dagli operatori addetti alla raccolta, senza l'applicazione di costi aggiuntivi».

L.P.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 3 gennaio 2021

 

 

Via al cambio di rotta su palazzo Carciotti: concessione o affitto
Il Comune, dopo quattro aste senza esito, punta sull'affidamento pluridecennale dell'edificio neoclassico. Ipotesi hotel, con negozi al pianterreno, residenze o uffici
C'è una nuova chance per palazzo Carciotti. L'aggiornato piano delle alienazioni che la giunta comunale licenzierà nella seduta di giovedì prossimo, per lo splendido edificio neoclassico progettato dall'architetto Matteo Pertsch prevede, oltre alla vendita, anche la possibilità della messa sul mercato con una concessione che consenta, di fatto, di dare in uso l'intero imponente immobile per decenni, mantenendolo nel contempo nel patrimonio dell'amministrazione. Una soluzione sul piatto potrebbe essere anche quella della locazione diretta, ma certamente più complessa da strutturare contrattualmente, con ingranaggi non facili da incastrare come quelli delle spese straordinarie che dovrebbero far capo alla proprietà. Nel giro di alcuni mesi verrà indetto un avviso per raccogliere eventuali manifestazioni di interesse. Poi, «perfezioneremo una formula contrattuale a seconda delle proposte progettuali che ci verranno sottoposte - precisa l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi -. In questo modo - continua - il Comune manterrebbe la proprietà dell'immobile, dandolo in concessione per 50 o 90 anni. Un'operazione che alla fine porterebbe nelle casse dell'amministrazione più di quanto si potrebbe ricavare dalla vendita, valutando che allo scadere della concessione, l'immobile riqualificato assumerebbe un valore decisamente superiore a quello attuale». Nel piano delle alienazioni, la stessa possibilità verrebbe allargata anche agli altri immobili del Comune oggi sul mercato. La proposta avanzata da Giorgi per il Carciotti, avvallata dal sindaco Roberto Dipiazza, entra in campo dopo quattro vani tentativi di vendita all'asta, malgrado con il passare degli anni la base di partenza si sia notevolmente ridotta. Nessuna proposta di acquisto alla prima battuta d'asta nel settembre del 2018, quando il Carciotti era quotato 22,7 milioni di euro, e neppure alla seconda a 19,9 milioni. Al terzo tentativo, l'austriaco Gehrard Fleissner presentò sì l'offerta ma auto-riducendo la cauzione da un milione e mezzo a 155 mila euro. Per cui, dal punto di vista formale, l'asta si tenne ma senza aggiudicazione. Lo scorso febbraio, l'ultimo tentativo d'asta partiva da una base di 14,9 milioni di euro. E non c'è stato un seguito nemmeno all'interesse manifestato la scorsa primavera da Invimit, la controllata dal ministero dell'Economia che aveva chiesto il congelamento di eventuali trattative per poter presentare una proposta a settembre. Un'impasse che ha spinto il Comune a esplorare una collocazione alternativa sul mercato, «resa ora più appetibile - spiega Giorgi - anche dal nuovo Piano del centro storico, che consente soluzioni che semplificano il restauro anche del Carciotti, ovviamente sempre nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza». In pratica, una società interessata a realizzare e gestire in quell'immobile una struttura alberghiera, dedicando poi la parte che si affaccia su via Cassa di Risparmio a uso residenziale o a uffici di rappresentanza, e il piano terra a locali commerciali, potrebbe investire nel restauro, pagare un canone annuale, e mantenere la disponibilità del palazzo per metà secolo o più. L'immobile necessita di profondi lavori di ristrutturazione. «Sono certo che in questo modo l'immobile riscontrerà l'interesse di qualche gruppo - assicura l'assessore - perché negli ultimi anni diverse cordate si sono fatte avanti avanzando soluzioni di questo tipo, ma la decisione che prevedeva solo la vendita del bene non mi consentiva di prenderle in considerazione».

Laura Tonero

 

Dal vecchio macello all'ex ospizio in Carso, l'elenco dei "gioielli" a caccia di compratori
Nella lista dei beni municipali da anni in attesa di acquirenti figurano anche residenze storiche e spazi industriali ora usati come bivacchi
Alcuni sono destinati a vivere piccole rivoluzioni nel 2021. Per altri il futuro non prevede ancora una svolta. Per altri ancora, invece, si annunciano novità, che al momento restano top secret. Il panorama dei beni dismessi di proprietà del Comune è ampio e qualche fabbricato potrebbe uscire dall'oblio e dal degrado nei prossimi mesi. Una delle novità più importanti riguarda la grande casa di riposo Don Marzari, a Borgo San Nazario, chiusa dal 2007, che nel 2021 andrà all'asta come annunciano dal Comune. Risolti dagli uffici alcuni problemi urbanistici, il grande comprensorio sarà messo in vendita e pare che di recente abbia già attirato l'attenzione di qualche potenziale acquirente. Negli anni scorsi è stato più volte preso di mira dai vandali che, in un'occasione, hanno rubato pure i caloriferi. La palazzina ha quattro piani, compreso un seminterrato, per complessivi 15 mila metri quadrati, in aggiunta a un parco di 5 mila metri quadrati. Il prezzo dovrebbe superare abbondantemente il milione di euro. Si apre uno spiraglio per un cambiamento anche all'ex mensa Crda di via Carli, che apparteneva all'ex fabbrica macchine, ferma dal 1971. L'attuale palazzo, unico rimasto in piedi, concluso nel 1958 e nato per ospitare duemila operai, conta su cinque piani e una piccola area scoperta. Da qualche settimana ci sarebbe un progetto in piedi, che dovrebbe prendere forma nel 2021 ma che il Comune per ora non intende rivelare. Che sia connesso alla futura cittadella dello sport che dovrebbe sorgerà a pochi metri in via Locchi? Bocche cucite al momento, ma qualcosa si starebbe muovendo. Nel frattempo nei mesi scorsi l'area è stata bonificata dopo anni: ripulito anche il verde e sono stati rimossi i rifiuti accumulati nel tempo all'esterno. Continuerà a ospitare gli allenamenti di softair e le esercitazioni dei cani impegnati nel servizi di soccorso l'ex Macello di Aquilinia, a Muggia, ma di proprietà del Comune di Trieste. Abbandonato da anni, occupa una superficie complessiva di oltre 7 mila metri quadrati, divisi tra edifici e spazi all'aperto. Messo all'asta varie volte, la prima nel 2007, per un prezzo di oltre 2 milioni di euro, scesi negli anni seguenti, non è mai stato acquistato. Proprio per la difficoltà di vendita del comprensorio, dal Municipio non escludono di pensare ad altre formule, come quelle ora ipotizzate per palazzo Carciotti. Ci sono poi le residenze storiche. Per Villa Stavropulos il Comune intende tornare alla carica nel 2021, nel tentativo di togliere quella clausola presente nel lascito, che blinda un possibile riutilizzo della dimora da sempre, da quando è stata donata all'amministrazione locale dall'omonimo mecenate greco nel 1960, con precise volontà testamentarie. Anche qui, tra l'altro, i vandali sono entrati negli anni scorsi, fortunatamente senza provocare troppi danni. Per Villa Haggincosta invece, l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi aveva proposto una vendita, bocciata poi dal Consiglio comunale. E poi ci sono altri beni abbandonati, alcuni anche molto grandi, per i quali l'anno da poco iniziato non prevede nessun tipo di cambiamento. È il caso di Villa Engelman, nel parco di via Chiadino, bloccata da vincoli e da mancate manutenzioni che si protraggono da decenni, fino a ridurla a un colabrodo, tra le finestre cadute, il tetto collassato, i muri sgretolati, colpita anche dalle fiamme nel 2013. Impossibile, secondo il Comune, pensare a qualsiasi tipo di intervento. E infine le scuole dismesse e dimenticate da anni, abbandonate spesso dopo incendi che le hanno rese inagibili, come accaduto per la Kajuh di Gropada, circondata da un grande giardino, o la Suppan-Levstik di Santa Croce, sulla strada provinciale, ormai quasi completamente crollata, e ancora l'edificio scolastico di via Fianona, a più riprese sgomberato a causa di bivacchi all'interno, che un tempo ospitava le aule della Jakob Ukmar e della Gregoric Stepancic. Nessuna possibilità di intervento per queste palazzine perché, ricorda il Comune, le scuole non sono alienabili.

Micol Brusaferro

 

Demanio - Il nodo caserme
Non è solo il Comune a fare i conti con difficili compravendite. Anche il Demanio tenta da tempo di piazzare alcuni fabbricati ormai in disusoa. Sono tornati all'asta di recente l'ex caserma dei Carabinieri a Basovizza, vicino al valico, poco distante anche la struttura metallica della Polizia di Frontiera, e ancora l'ex caserma dei Carabinieri di Gropada. Offerte presentabili fino a marzo.

A Chiadino - Degrado infinito
Perchè non mettere a posto le ville storiche in attesa di venderle? Perchè interventi di "rattoppi", tra vincoli e cantieri troppo onerosi, sarebbero difficilmente sostenibili dal Comune. È il caso di Villa Engelmann, in via Chiadino, immersa in un parco, realizzata nel 1843 e ormai ridotta a un rudere, tra tetto sfondato, vari crolli e il verde incolto.

A Borgo San Nazario - Profughi in fuga
L'ex Don Marzari, costruita tra gli anni '50 e '60 dall' Opera come struttura a disposizione dell'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati per fini assistenziali, è stata successivamente convertita in casa di riposo. Al suo interno, al momento della chiusura, sono stati abbandonati anche molti degli arredi e delle attrezzature di stanze e spazi comuni. Ad approfittarne, in molti casi, sono stati i vandali.

 

 

In arrivo di fronte a Sant'Anna la rotatoria e un nuovo market
Verrà rivista la circolazione tra via dell'Istria, via Fianona e il parcheggio davanti all'ingresso del cimitero. Il supermercato sarà gestito dal gruppo veneto Cadoro
Davanti al camposanto di Sant'Anna, dall'altra parte di via dell'Istria nel tratto caratterizzato dalla presenza di alcuni operatori specializzati in lapidi a destinazione cimiteriale, sorgerà un nuovo edificio commerciale al dettaglio, che sarà gestito dal gruppo veneto Cadoro. Siamo in un pezzo di via dell'Istria, staccato dall'asse principale dell'arteria: il marmista Faele e il locale "da Lazzaro ex Cadavere" sono i riferimenti più immediati per individuare il sito. In verità l'operazione rientra in un più ampio riaggiustamento viario che interessa l'intersezione tra via dell'Istria, via Fianona, il parcheggio davanti al cimitero, dove funzionerà una rotatoria. Frutto della collaborazione tra Lavori Pubblici e Urbanistica è la delibera portata in giunta a fine anno da Elisa Lodi e Luisa Polli: l'importo dei lavori previsti dal progetto esecutivo ammonta a 650.000 euro, di cui mezzo milione finanziato da contributi privati e 150.000 a scomputo degli oneri di urbanizzazione. L'intervento sarà realizzato dalla Altinos srl, che ha la sede a Quarto d'Altino. È inoltre prevista - ricorda il direttore dipartimentale Giulio Bernetti - un'appendice di cantiere per mettere in comunicazione via dei Vigneti, nel rione di Servola, con l'area sottostante. L'iniziativa ha una storia e un punto d'arrivo piuttosto particolari, che potrebbero fungere da modello per altre combinazioni pubblico-private. Come narra il testo della delibera, tutto ha preso inizio dall'agosto 2019, quando la sgr Prelios presentò un progetto relativo alla costruzione di un supermarket in via dell'Istria 135, previa demolizione dell'edificio esistente. Davanti al futuro esercizio si sarebbe allargata una zona di parcheggio pensata per agevolare la clientela. Dentro al dossier dell'investimento commerciale finì la riorganizzazione dell'incrocio via dell'Istria/via Fianona/parking Sant'Anna, che Altinos, avendo aderito alla proposta di Prelios, metterà a punto come da convenzione stipulata lo scorso 26 agosto "rogante" il vicesegretario comunale Fabio Lorenzut. A ottobre dell'anno passato l'azienda veneziana ha ottenuto il permesso di realizzare il supermarket. La vicenda ha preso progressivamente corpo, avendo ricevuto un via libera con prescrizioni dalla Soprintendenza e l'autorizzazione da AcegasApsAmga per tutte le opere collegate allo spostamento dei servizi a rete (pubblica illuminazione, fognatura, elettricità, acqua, gas). La rotatoria servirà a smistare il traffico tra cimitero, supermarket, da/per centro città. Il marchio Cadoro nasce a metà anni '70 su iniziativa del trevigiano Cesare Bovolato, gestore di un negozio di alimentari a Mestre: tra il 1964 e il 1968 apre due supermercati sulla Terraferma veneziana. Nel giro di mezzo secolo la famiglia Bovolato conterà una forza commerciale basata su 23 punti di vendita nel Nordest, dal Friuli Venezia Giulia all'Emilia, in grado di fatturare 200 milioni di euro e di dare lavoro a un migliaio di dipendenti. E adesso tocca a Trieste.

Massimo Greco

 

Limite di 30 all'ora nelle frazioni del Carso Scintille dem-Dipiazza
I consiglieri Pd al sindaco: «Velocità ridotta e più sicurezza» - La risposta: «La Zona 30 a Opicina dà già abbastanza guai»
TRIESTE. Portare a 30 all'ora la velocità massima sulle strade che attraversano le frazioni carsiche del Comune di Trieste. È una richiesta che le circoscrizioni prima e seconda, sostenute anche da una petizione di cittadini, hanno presentato al Comune attraverso due apposite mozioni. In dicembre il problema è stato posto al sindaco Roberto Dipiazza dal gruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, dando il via a un lungo carteggio, nel quale il primo cittadino rivendica quanto fatto con il Piano urbano della Mobilità sostenibile (Pums).Andiamo con ordine. La tenzone ha inizio con la lettera dei consiglieri Pd: «Il Pums che l'amministrazione ha presentato nello scorso luglio non considera minimamente i problemi specifici del Carso triestino in termini di mobilità sostenibile, di corrispondenza del trasporto pubblico alle effettive esigenze della popolazione e in particolare di sicurezza della circolazione di veicoli e pedoni, che è ritenuta da quasi tutti ancora gravemente insufficiente». I consiglieri dem chiedono quindi l'adozione del limite di 30 su tutte le direttrici che attraversano le frazioni carsiche, una maggiore inclusione e verifica dei paesi carsici nel sistema del trasporto pubblico urbano, l'estensione delle reti ciclabili. Temi che, proseguono i dem, «sono già stati presentati in forma di mozioni o ordini del giorno, senza ricevere risposta».La risposta stavolta arriva, vergata da Dipiazza: «Non vi nascondo un certo imbarazzo personale nel dovervi dire che sono trasecolato nel constatare la lacunosa conoscenza da parte vostra - scrive il primo cittadino -, sia sulle tematiche in questione che sulla posizione del territorio in oggetto». Il sindaco spiega di aver realizzato la Zona 30 a Opicina, voluta da Cosolini, pur non essendo «particolarmente convinto», e rivendica le azioni prese dal Pums, dalle ciclabili all'ovovia: «Quando parlate di attenzione inadeguata verso il Carso forse vi riferite alla vostra amministrazione, dato che questa ha recuperato ritardi di cinque anni ed è intervenuta nella realizzazione di infrastrutture e servizi fondamentali per le nostre comunità carsiche».I consiglieri dem rispondono: «L'istituzione del limite di velocità di 30 all'ora su tutte le direttrici di attraversamento dei borghi carsici ha poco o nulla a che vedere con il modello di Zona 30 messo recentemente in opera in alcune parti di Opicina. La proposta (delle circoscrizioni, ndr) può essere realizzata tempestivamente con la sola installazione di segnaletica verticale e orizzontale e di strumenti di vigilanza elettronica». Il sindaco ribatte nell'ultima lettera: «Se il problema è solo il limite di velocità, mi sembra evidente che avete dimenticato, e forse avete fatto bene, il progetto del vostro assessore (Zona 30, ndr) che avete creato e che sta creando più di qualche problema». La questione resta aperta per il 2021, commenta la consigliera Pd Valentina Repini: «Il limite 30 serve per una questione di sicurezza. Il territorio lo chiede».

Giovanni Tomasin

 

 

E per i tre polmoni verdi della città scatta il restyling da 200 mila euro - il piano del verde
«Un prezioso serbatoio di biodiversità e un corridoio ecologico da proteggere». Così Francesco Panepinto, dottore forestale e funzionario comunale, descrive la funzione dei tre parchi cittadini Villa Giulia, Farneto e Strada Vicentina nella relazione che ha accompagnato in giunta la delibera dell'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi. La stessa relazione in cui si parla di polmoni verdi di «elevato pregio paesaggistico», nonchè «oggetto di elevata frequentazione». Lo stato manutentivo generale dei tre spazi verdi urbani - precisa Panepinto - è «soddisfacente», però appaiono necessari puntuali interventi straordinari, in modo da evitare situazioni di pericolo e riuscire ad eliminare situazioni di degrado o di dissesto. Per esempio: staccionate, segnaletica, cancelli, muri a secco, pavimentazione dei viali.A cura del servizio strade e verde pubblico, diretto da Andrea De Walderstein, è scattata così l'operazione-parchi, che prevede un appalto da 200.000 euro per incrementare livello e qualità della tutela. Dal punto di vista finanziario, la somma è fornita dalla recente definizione della vendita del Broletto a Trieste Trasporti. Il cronoprogramma, a partire dal prossimo aprile, impegna un anno fino alla primavera 2022. Le principali categorie di lavori inseriti nel carnet del futuro appaltatore riguardano potature, abbattimenti, asfaltature, viali sterrati, riparazione dei muri, miglioramenti selvicolturali, messa a dimora delle piantine forestali (quercus petraea, quercus pubescens, crataegus monogyna, sorbus torminalis). E adesso qualche elemento che inquadra le tre zone interessate, tratto dalla relazione del dottor Panepinto. Il parco di Villa Giulia è a est del centro urbano, in prossimità dell'Università e del monte Fiascone, a cavallo tra i quartieri di Scorcola e Cologna. La priorità è asfaltare il tratto che da via Monte San Gabriele conduce all'ex cava, così da migliorare la transitabilità soprattutto dei mezzi anti-incendio. In via Settembrini e in via Amendola interventi su sentieri e panchine. I quasi 100 ettari del bosco Farneto sono ubicati tra le vie Marchesetti, Pindemonte e il torrente Farneto. La parte tra l'Orto Botanico e via Pindemonte abbisogna di una rimozione dell'abbondante materiale lapideo, scivolato dalle scarpate spesso per opera dei cinghiali. Verrà inoltre ripristinato il manto in asfalto del vialetto che da piazzale Alma Vivoda risale verso l'Orto Botanico. Il parco lungo strada Vicentina è ubicato in prossimità del ciglione carsico, non lontano dal territorio o di Opicina. Al suo interno corrono sentieri molto frequentati come la "Napoleonica" e il "Cobolli Gigli". A seguito del fortunale del 3 agosto 2020 - informa Panepinto - si sono formati piccoli solchi erosivi per un centinaio di metri a partire dalla sbarra di chiusura. Infine l'adeguamento della segnaletica punterà, in corrispondenza degli ingressi, a ricordare i principali divieti (fuochi, campeggi, caccia, mezzi a motori, cani al guinzaglio).

Massimo Greco

 

Abbattuti quattro pini nel cortile della Sauro: «C'era rischio di caduta» - nel comprensorio della scuola muggesana
Muggia. Nei giorni scorsi sono stati tagliati quattro pini presenti nel cortile della scuola media Nazario Sauro, di via D'Annunzio. A segnalare la vicenda il comitato Sos Muggiambiente, per il quale «la colpa dei pini ultrasessantenni era quella di sfiorare col misero ciuffo delle fronde più alte un lato dell'edificio scolastico e che non erano mai stati piegati o danneggiati da bore, terremoti o allagamenti». Il comitato ha chiesto al Comune rivierasco la perizia di un tecnico o agronomo, «che giustifichi questo ultimo scempio». Sulla questione è intervenuto il vicesindaco di Muggia, Francesco Bussani, anche attraverso i social: «Sono stati tagliati alcuni pini nel giardino della scuola Nazario Sauro che erano troppo alti e che col vento forte risultavano pericolosi anche a causa delle radici poco profonde. La scuola stessa ne aveva denunciato la pericolosità. Verranno sostituiti con nuove essenze dal fusto più basso la prossima primavera. Questo è avvenuto in un generale intervento di potatura nei giardini delle scuole effettuato approfittando della chiusura. Non fa mai piacere intervenire con l'abbattimento di alberi - ha commentato Bussani - ma prioritario è evitare situazioni di rischio per gli alunni e per chi in quella zona risiede o transita. Come avvenuto negli anni precedenti e come faremo ovunque sia possibile, le piante abbattute saranno sostituite». Sulla gestione prossimo-futura del verde cittadino Bussani ha ricordato che «l'anno scorso insieme all'assessore Litteri ho incontrato Legambiente per realizzare un regolamento per la gestione del verde cittadino. L'associazione, poco più di un mese fa, ci ha presentato una sua proposta di regolamento, che è al momento al vaglio degli uffici tecnici comunali per tararla sulla realtà muggesana. Entro qualche mese - ha concluso - la proposta di regolamento dovrebbe essere ultimata e sarà argomento di discussione nel prossimo periodo».

LU.PU.

 

 

Veglia, rigassificatore a regime proteste per la rumorosità
A protestare il sindaco Mirela Ahmetovic, storica avversaria del nuovo impianto e il governatore della Regione quarnerino-montana Zlatko Komadina
FIUME. Il rigassificatore offshore di Castelmuschio (Omisalj), sull'isola di Veglia, è entrato in funzione su base commerciale dopo settimane di attività sperimentale. La prima nave gasiera ad attraccare nelle acque vegliote è stata la Tristar Ruby, partita il 19 dicembre scorso dal terminal statunitense di Cove Point con a bordo 143 mila metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl).Le operazioni di scarico, secondo quanto reso noto da Lng Hrvatska - gestisce lavoro e attività distributiva dell'impianto - dovrebbero concludersi in giornata, dopo di che la metaniera lascerà il golfo di Fiume. «Sono molto soddisfatto di questo inizio - è quanto dichiarato dal direttore di Lng Hrvatska, Hrvoje Krhen - le operazioni si sono svolte senza il minimo intoppo e dunque il mercato del gas in Croazia e nei Paesi vicini ha finalmente un nuovo corridoio di approvvigionamento, con il Gnl che può arrivare nel Quarnero da ogni parte del mondo e quindi venire erogato a consumatori nazionali e d'oltreconfine. I serbatoi del rigassificatore Lng Croatia possono contenere fino a 140 mila metri cubi e pertanto il lavoro di trasbordo, rigassificazione ed immissione nella rete distributiva avviene in modo parallelo. Fino al prossimo 30 settembre è stato annunciato l'arrivo a Castelmuschio di 22 navi cisterna».Krhen ha confermato che le capacità produttive del terminal sono state acquistate per i prossimi due anni nella misura del 100 per cento, con i maggiori acquirenti che rispondono ai nomi di Mfgk, Met Energy e Power Globe Qatar, mentre quantitativi minori sono stati rilevati dalla società petrolifera croato-ungherese Ina e dall'Azienda elettrica croata. Il rigassificatore riceverà gas naturale specialmente da Stati Uniti e Qatar.Fin qui le note melodiose, ma ci sono anche quelle stonate: oltre ai problemi causati la settimana scorsa dalla bora (ci sono voluti tre rimorchiatori per tenere ferma Lng Croatia), il lavoro in questi primi giorni è stato caratterizzato da un rumore molto sgradevole, un inquinamento acustico che ha smentito quanto asserito da Krhen nelle settimane scorse. Infatti, la perturbazione sonora levatasi dal terminal a partire dallo scorso dicembre era stata giustificata da Krhen con l'attività sperimentale. «Stiamo mettendo alla prova tutti gli impianti, anche quelli ausiliari - aveva detto Krhen - i rumori cesseranno o saranno minimi non appena comincerà il lavoro su base economica». Non è così e allora le proteste sulle reti sociali si sprecano, con la sindaca di Castelmuschio, Mirela Ahmetovic e il governatore della Regione quarnerino-montana, Zlatko Komadina, che hanno annunciato concrete iniziative di dissenso. Del resto, il rigassificatore viene udito fino alla località costiera di Crikvenica, ad una ventina di chilometri da Castelmuschio.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 2 gennaio 2021

 

 

Riconversione della Ferriera: Icop acquisisce Logistica giuliana - Passa di mano la società creata da Arvedi
La riconversione della Ferriera fa un passo avanti sul fronte degli assetti societari necessari a dare nuova funzione al comprensorio di Servola. Una firma arrivata negli ultimi giorni del 2020 ha definito il primo passo dell'operazione di scambio, che alla fine vedrà Piattaforma logistica Srl assumere la concessione dei terreni dell'area a caldo, dove sarà realizzato il terminal di terra a servizio del futuro Molo VIII. Il meccanismo è intricato ed è partito dalla creazione da parte di Arvedi di una newco, ovvero una nuova società che ha preso in carico le attività di banchina svolte finora dal gruppo attraverso la controllata Siderurgica triestina, per movimentare materie prime e acciaio. È nata così Logistica giuliana che, grazie all'intesa firmata nei giorni scorsi davanti ai notai, viene ora acquisita da Icop, che opera nel comprensorio per conto di Plt. Icop verserà ad Arvedi 20 milioni, rilevando Logistica giuliana e permettendo di fatto a Plt di svolgere per conto di Arvedi, sulla banchina antistante la Ferriera, le attività di movimentazione che restano necessarie data la presenza del laminatoio. Nei prossimi mesi avverrà il passaggio formale da Arvedi a Logistica giuliana di 32 dipendenti, che manterranno le stesse mansioni di oggi, con la prospettiva di essere poi assorbiti da Plt, che nei prossimi mesi dovrà presentare anche il piano per assumere i primi settanta addetti alla logistica, da affiancare alla trentina ereditata da Arvedi. Tutto sarà definito dopo l'ingresso ufficiale dei tedeschi di Hhla nella compagine societaria di Plt. Ma più di tutto, la creazione della newco e la sua vendita a Icop servono ai concessionari della Piattaforma logistica per ottenere la concessione dell'area a caldo. Come stabilito dall'Accordo di programma, infatti, nei prossimi mesi i terreni demaniali dove sorge il laminatoio saranno privatizzati e ceduti definitivamente ad Arvedi dall'Autorità portuale, che in cambio demanializzerà (cioè renderà pubblici grazie a una permuta alla pari) i terreni privati di Arvedi, che ospitano altoforno e cokeria in via di demolizione. Una volta demanializzata, l'ex area a caldo potrà essere data in concessione a Logistica giuliana e dunque a Icop-Plt, che potrà così operare a pieno titolo tanto sulla Piattaforma logistica quanto nel terminal adiacente, la cui costruzione spetta proprio a Icop. Arvedi ha già avviato il percorso di permuta dei terreni, mentre spetterà a Icop chiedere la concessione, con un percorso che dovrebbe concludersi a maggio, se i tempi dello scambio di aree saranno rispettati. Allo stesso tempo, dopo il via libera della Corte dei conti all'Adp, comincerà a breve il confronto tra ministero dell'Ambiente e Icop sulla messa in sicurezza ambientale dei terreni dell'area a caldo.

 

 

Porto vecchio nell'elenco dei poli turistico-culturali - Scommessa da 67 milioni
Nel documento dell'esecutivo nazionale l'area dell'antico scalo figura al secondo posto di una lista di nove, alle spalle di quella della Biennale di Venezia. Il programma del Comune
Il Porto vecchio è inserito tra i «grandi attrattori turistico-culturali» che il governo conta di rilanciare attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza per il Recovery Fund: Trieste figura infatti fra le nove città in cui sono previsti interventi di «restauro e rifunzionalizzazione di complessi di elevata valenza storico-architettonica», una voce per cui sono previsti 890 milioni di euro. A tal fine il Comune ha presentato a Roma proposte per 67 milioni: il fine realizzare un viale monumentale, un parco pedonale ciclabile, una nuova sede della Soprintendenza al magazzino 20, e restaurare gli edifici più fatiscenti. Trieste figura al secondo posto dei nove «grandi attrattori» individuati da Roma, subito dopo l'area della Biennale di Venezia, assieme ad altri progetti come il recupero delle fortificazioni di Genova o del Parco del Po di Torino. Il piano fissa anche dei paletti temporali: si prevede l'indizione del 70% delle gare d'appalto entro settembre 2022 e l'aggiudicazione entro il giugno 2023. Il nome dato all'intervento è piuttosto generico: "Riqualificazione in ambito scientifico/culturale/museale/sportivo del Porto vecchio di Trieste". gli enti attuatori sarebbero il Comune e la Soprintendenza archeologica regionale. A novembre il ministro della Cultura Dario Franceschini aveva confermato al consigliere regionale dem Francesco Russo il suo interesse a intervenire sul Porto vecchio, anche attraverso il Recovery Fund. Allora la disponibilità del ministero risultava ballare fra i 40 e i 60 milioni. Dal canto suo il Comune ha spedito a Roma una serie di proposte, per un investimento complessivo da 67 milioni, che - dovessero venir finanziate - consentirebbero di risolvere un buona porzione dei problemi infrastrutturali dell'area. Il prospetto prodotto dagli uffici comprende sette interventi principali: il restauro dei varchi monumentali dell'accesso meridionale; la messa in sicurezza del magazzino 19; il restauro del magazzino 20, destinato a diventare la nuova sede della Soprintendenza; il restauro dell'ex locanda Zaninovich; il restauro dell'ex rimessa locomotive; il viale monumentale e il recupero del tracciato ferroviario; un «parco lineare verde di archeologia industriale».«È un bel modo di iniziare l'anno sapendo che il governo ha inserito il Porto vecchio nel piano - commenta il sindaco Roberto Dipiazza -. Le nostre proposte non nascono da un giorno all'altro, il piano regolatore dell'area è definito al dettaglio». Dipiazza non risparmia una frecciata all'opposizione, critica verso la sua gestione dello scalo: «Chi mi accusa di voler fare uno spezzatino è in malafede, o non sa leggere le carte». Il recupero più consistente tra quelli proposti dal Comune è quello del magazzino 20, 14 milioni: «La futura destinazione d'uso - scrivono gli uffici - prevede la realizzazione di una sede della Soprintendenza Fvg, in cui troveranno ubicazione uffici tecnici ed amministrativi, laboratori e spazi espositivi». I progetti più ambiziosi sono altri due. Costa 19 milioni il viale monumentale dal magazzino 26 a piazza Duca degli Abruzzi: in buona parte pedonale, si legge, con aree verdi. Sono 21 i milioni necessari a realizzare il parco pedonale e ciclabile da Barcola al centro, comprensivo di strutture ludico-sportive: gli uffici prevedono di impiegarvi bitte e marchingegni del vecchio porto, dando un carattere archeologico al parco.

Giovanni Tomasin

 

 

Guerra delle antenne al Tar: Muggia vince due battaglie
L'assessore Litteri: «La scelta di delocalizzare gli impianti risulta legittima» Il sindaco Marzi: «Questi risultati danno ragione al piano inserito nel Prgc»

Muggia. Nell'arco di un mese il Comune di Muggia ha ottenuto due importanti vittorie nella battaglia contro l'inquinamento elettromagnetico causato dai ripetitori radio e tv presenti sul proprio territorio. La prima riguarda la sentenza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) del 17 novembre. «Finmedia - ha spiegato l'assessore all'ambiente del comune rivierasco, Laura Litteri - aveva chiesto di sopraelevare di trenta metri il proprio traliccio che si trova a Chiampore per ospitare un'altra emittente ed è ricorsa al Tar di fronte al rifiuto del Comune. Tribunale che ha dato pienamente ragione al Comune, ribadendo la piena legittimità della scelta di delocalizzare gli impianti che affollano la località di Chiampore». La seconda vittoria è nuovamente una sentenza del Tar del 9 dicembre sul ricorso presentato da un'altra società, la Monte Barbaria, che, come ha raccontato Litteri «chiedeva l'annullamento della delibera del Consiglio comunale che imponeva lo spostamento del traliccio esistente a Santa Barbara in un'altra zona non gravata da vincoli archeologici, come previsto dall'accordo procedimentale firmato nel 16 dicembre 2013 con il quale la società si impegnava allo spostamento entro 18 mesi dalla messa in esercizio dell'infrastruttura. Il Comune ha fatto la sua parte assieme alla Sovrintendenza nel reperire un'area alternativa non interessata dal vincolo archeologico». La delibera approvata dal Consiglio comunale del 29 aprile dello scorso anno relativa alla variante 38 al Piano regolatore del Comune di Muggia, è l'ultimo passaggio in ordine di tempo di un processo iniziato nel 2013 che aveva come obiettivo quello di riportare nei limiti di legge l'inquinamento elettromagnetico nella zona di Chiampore, con la contestuale eliminazione delle antenne abusive e la delocalizzazione in siti alternativi individuati attraverso uno studio commissionato all'Università di Udine, tra cui il sito di Monte Castellier, successivamente tolto dalla Regione dal piano in quanto sono venuti alla luce reperti di interesse archeologico. Infatti, fino ad allora nell'abitato di Chiampore erano sorti 14 tralicci che ospitavano emittenti radiotelevisive e 5 di questi erano abusivi. «La battaglia per l'eliminazione dell'inquinamento elettromagnetico e per la delocalizzazione degli impianti radio televisivi dall'abitato di Chiampore - ha sottolineato l'assessore Litteri - iniziata con l'amministrazione precedente, è stata portata avanti con coraggio e determinazione dal nostro Comune raggiungendo obiettivi che molti consideravano irraggiungibili nel nome della salute dei cittadini e dell'ambiente». «Un ringraziamento va di certo agli uffici che in questa dura vicenda non si sono risparmiati - ha evidenziato il sindaco d di Muggia, Laura Marzi -. È sempre grazie alla determinazione e al duro impegno che in questi anni siamo riusciti a conseguire importanti risultati quali l'abbattimento degli impianti abusivi, con relativo valore aggiunto dell'ottimizzazione degli esistenti e del miglioramento anche sul piano paesaggistico, e la riduzione dell'inquinamento, testimoniata dagli ottimi dati emersi dalla misurazione Arpa. In quest'ottica non potevamo non continuare a batterci a sostegno di quel piano di delocalizzazione entrato a far parte del nostro Piano regolatore comunale».

Luigi Putignano

 

La storia - Nove i tralicci abbattuti negli ultimi anni
L'ultimo è stato demolito nel luglio scorso a Chiampore, in Valle San Bortolo. Sono nove gli impianti di ricetrasmissione radiotelevisiva demoliti a Muggia. Si è partiti con la demolizione delle antenne abusive nell'abitato di Chiampore - una vicino alla caserma dei Carabinieri, una nei pressi di via Vivoda, due sul Monte San Michele e quella nei pressi dell'abitato di San Floriano / Ligon - a cui poi si sono aggiunte appunto altre quattro, l'ultima delle quali proprio ora in Valle San Bortolo. Quest'ultimo è il quarto traliccio "ex Towertell" demolito. Oltre alla demolizione di tutti i tralicci classificati come abusivi è stato approvato un piano di delocalizzazione, con un'apposita variante al Piano regolatore comunale.

 

 

Via al Balkan Stream, il gas russo arriva in Serbia dal Mar Nero
Dopo Sofia raggiunta anche Belgrado. Il prossimo passo sarà la sezione che si snoderà in Ungheria
BELGRADO. Un cavallo di Troia russo nel cuore dei Balcani. Oppure la via obbligata per raggiungere la sicurezza energetica. Comunque la si veda, il primo gennaio 2021 sarà ricordato come un giorno fondamentale, sul fronte energetico e geopolitico nei Balcani. Ieri infatti è stato ufficialmente aperto il braccio serbo di quello che doveva essere South Stream, rinato come Balkan Stream, il gasdotto che via Mar Nero-Bulgaria fa da ieri affluire gas russo in Serbia, ma è destinato in futuro a soddisfare anche i bisogni di Macedonia del Nord, Grecia, Bulgaria, Bosnia e soprattutto Ungheria, raggiungendo così l'Europa centrale. Si tratta di un'opera imponente, oltre 400 chilometri di grandi condotte che si diramano da Zajecar, nella Serbia orientale, al confine con la Bulgaria, fino a Horgos, estremo lembo settentrionale del Paese balcanico, a ridosso dell'Ungheria. Ieri mattina, alle sei in punto, «il gas dalla Bulgaria», dove l'opera era già stata precedentemente portata a termine, «ha iniziato a riversarsi nel nuovo gasdotto costruito» nel Paese balcanico: «Un grande giorno per la Serbia», ha scritto sul proprio profilo Instagram il presidente serbo, Aleksandar Vucic, che ha partecipato alle cerimonie inaugurali assieme all'ambasciatore russo a Belgrado, Aleksandr Botsan-Kharchenko e al potentissimo numero uno di Srbijagas, Dusan Bajatovic. Il progetto del gasdotto è la «chiave per il futuro sviluppo» della Serbia, «per le sue industrie, per la crescita economica e il benessere dei cittadini», ha assicurato Vucic. Tutto grazie al nuovo gasdotto sponsorizzato da Mosca che ha il suo braccio principale che si distende dalla Russia sotto il Mar Nero per raggiungere la Turchia (TurkStream). Il secondo, conosciuto appunto come Balkan Stream, tocca Bulgaria, Serbia e poi, a breve, l'Ungheria, garantendo attraverso la rete l'afflusso di gas anche ai Paesi vicini come Bosnia e Macedonia del Nord. Gasdotto che assicurerà «la sicurezza energetica» non solo a Belgrado, ma «all'intera Europa centrale», dopo aver bypassato l'Ucraina, ha sottolineato anche Botsan-Kharchenko. Il tutto realizzato rispettando le norme Ue e della Comunità energetica, ha voluto osservare Bajatovic. Ma il gas russo che scorrerà nel cuore dei Balcani preoccupa gli osservatori più attenti. Washington non a caso aveva parlato di gasdotti sponsorizzati da Mosca come «strumenti» taciti «del Cremlino» per minare la stabilità dell'Ucraina e rafforzare la presenza russa all'estero. Con il via libera al gasdotto «la dipendenza energetica della Serbia dalla Russia», sempre collegata a quella politica, è «cresciuta» ulteriormente, ha spiegato ieri via Twitter il politologo Dimitar Bechev, che già nel 2019 aveva ammonito che TurkStream altro non sarebbe che un cavallo di Troia del Cremlino «per aumentare l'influenza russa nel cortile di casa» Ue, i Balcani, mentre Bruxelles assiste senza reagire all'«audace iniziativa geopolitica e commerciale» di Mosca, che colpisce duramente l'Ucraina e «cementa» la presenza russa in Turchia e nei Balcani. La «tacita approvazione Ue» è un serio e pericoloso precedente, ha avvisato nei giorni scorsi anche Olga Bielkova, rappresentante della rete di distribuzione del gas ucraina. Bechev ieri ha sottolineato che «Gazprom controlla il 51% del braccio serbo» e che «Gazprom Neft ha acquisito la compagnia energetica nazionale» serba Nis già nel 2008. Ma il «boccone pregiato» è «l'Ungheria», ha aggiunto l'analista. Ungheria che, nel 2019, ha ricevuto addirittura dieci miliardi di metri cubi di gas russo, «più di Bulgaria e Serbia insieme». E ne riceverà tanti altri attraverso Balkan Stream-TurkStream, attraverso il connettore con la Serbia da completarsi entro inizio 2022. TurkStream e le sue propaggini balcaniche, ha specificato anche un recente rapporto dell'Ispi, che «dimostrano che sia i Balcani occidentali sia l'Europa sudorientale nel suo insieme sono un'area dove agenti esterni», Mosca in testa, «proiettano la loro influenza». E quella russa è destinata ora solo a crescere. E a rafforzarsi.

Stefano Giantin

 

 

 

 

 

 

 

RASSEGNE STAMPA precedenti