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Rassegna stampa
IL PICCOLO - DOMENICA, 5 febbraio 2012
Gruppo Lucchini verso lo “spezzatino”
Piombino, Servola, Lecco distingueranno i rispettivi
destini. In settimana il Tribunale di Milano inizia l’esame del dossier
TRIESTE Verso vendite separate. Nel caso di questi esiti aziendali si
utilizza sovente la metafora gastronomica dello “spezzatino”. E il sempre più
probabile “spezzatino” marca-Lucchini si compone di quattro ingredienti, che
saranno cucinati da Rotschild, incaricata di trovare acquirenti. Il primo
ingrediente: Piombino, che con i suoi 2200 addetti è il più grande e il più
difficile da digerire. Il secondo: la triestina Ferriera di Servola, una volta
chiuso il faticoso accordo con Elettra (in settimana, se tutto va bene),
potrebbe avere, con altri quattro anni garantiti dal Cip 6, più agevole mercato.
Il terzo: il laminatoio di Lecco dovrebbe essere quello più rapidamente
collocabile. Il quarto: il torinese Condove, con un’ottantina di dipendenti,
presenta il quadro meno ansiogeno. In tutto, il gruppo Lucchini occupa circa 3
mila addetti, che diventano molti di più calcolando la vastità dell’indotto,
soprattutto a Pombino. Tremila addetti come lo stabilimento “inox” di Terni,
che, a proposito di grandi operazioni in atto nel settore a livello
continentale, da qualche giorno è transitato dalla tedesca ThyssenKrupp alla
finnica Outokumpu Di nomi siderurgici interessati a rilevare l’eredità russa
della Severstal ne corrono molti, anche troppi: occorre censire quante sono le
attenzioni autentiche e quanti sono invece i “depistaggi”. Tanto per cominciare,
ritenendo quantomeno probabile che il gruppo Lucchini venga smembrato, occorre
individuare i potenziali acquirenti dei singoli asset. Piombino, per intenderci,
ha bisogno di un soggetto molto robusto: per i prodotti “lunghi” sfornati dalla
cittadina toscana si era fatta avanti l’ucraina Metinvest, ma qualche
osservatore ritiene che, qualora interpellato, il grande acciaiere italiano per
definizione, Riva, potrebbe alzare le antenne. La Ferriera triestina avrebbe
occorrenza di un interlocutore attratto dalla ghisa e dalle prospettive
logistiche del sito, il cremonese Arvedi si era già candidato nel non lontano
2007, era già stata compiuta una “due diligence” poi l’affare sfumò: ma in
questa fase l’imprenditore lombardo potrebbe essere nuovamente ingolosito dalla
base alto-adriatica. Altri osservatori rilevano che l’indiana Jindal, con
Sertubi, non è poi molto distante da Servola. Mentre, come si diceva, sembra più
abbordabile la sorte di Lecco, che, con le sue 200 unità, rientrerebbe nelle
mire e nelle possibilità della bresciana Feralpi (guidata dall’attuale
presidente di Federacciai, Pasini) e delle Acciaierie Venete della famiglia
Banzato. Adesso il destino Lucchini è in mano alle banche, come si evince dalla
composizione del “cda” dove solo il vicepresidente Nicolas Vallorz e
l’amministratore delegato Marcello Calcagni non sono espressione del “pool” di
istituti creditori. A loro volta, le banche attendono l’omologa del piano di
risanamento finanziario ex art. 182 bis della Legge fallimentare. Da metà della
prossima settimana il giudice Roberto Fontana, del Tribunale milanese, prenderà
possesso del fascicolo e assumerà le decisioni del caso: non è un dossier
dappoco, il pool bancario creditore ha ristrutturato debiti per oltre 725
milioni, vedremo di quanto tempo avrà bisogno il magistrato per il “nulla osta”
al piano. Piano che, opportuno da ricordarsi, “fotografa” la situazione Lucchini
al 31 ottobre 2011: da allora sono trascorsi un po’ di giorni, durante i quali
il gruppo siderurgico ha continuato a perdere nella piazzaforte di Piombino non
meno di 15 milioni al mese. I delicati meccanismi finanziari, previsti dal piano
architettato dalle banche coordinate da Imi, garantiscono l’equilibrio
gestionale fino al 31 dicembre 2014: ma intanto si dovrà trovare un nuovo
azionista, disposto a succedere ad Alexei Mordashov. Le previsioni 2012
sull’andamento siderurgico risentono dell’aleatorietà della situazione economica
generale. Eurofer prevede calma nell’anno appena iniziato, mentre il 2013
dovrebbe essere contrassegnato da una nuova ripresa. In realtà anche per il 2011
i pronostici non erano entusiasmanti, poi lo stesso 2011 si è rivelato,
perlomeno per una buona metà, un’annata brillante. Ma se osserviamo la struttura
della produzione nazionale, notiamo una dinamica decisamente più vivace per i
prodotti “piani” che per quelli “lunghi”, correlati a edilizia e costruzioni:
quelli “lunghi”, fabbricati a Piombino.
Massimo Greco
Ferriera, fissato il vertice romano - SIDERURGIA -
Riunione il 14 febbraio al ministero dello Sviluppo economico
Il futuro della Ferriera di Servola sarà al centro
dell’incontro convocato per il prossimo 14 febbraio a Roma, nella sede del
ministero per lo Sviluppo economico. A darne notizia è l'assessore regionale
alla Programmazione economica, Sandra Savino, che ricorda come l’obiettivo della
giunta in questa fase sia l'individuazione di un metodo e un percorso che
consentano di mettere in sicurezza l'area dello stabilimento triestino,
garantendo un futuro ai lavoratori e tutelare l'ambiente e la salute dei
cittadini. Un obiettivo delienato chiaramente a fine dicembre nel corso di un
incontro con i lavoratori promosso dalla stessa Regione, cui avevano partecipato
anche Comune e Provincia. In quell'occasione l'amministrazione regionale aveva
anche annunciato l'apertura di un ufficio operativo permanente dedicato al tema
Ferriera. L'incontro convocato a Roma a metà febbraio rappresenta per Savino
un'opportunità per inserire la riconversione dello stabilimento di Trieste
all'interno di una discussione più ampia relativa al futuro dell'intero Gruppo
industriale e più in generale della politica siderurgica italiana.
Ezit, analisi-bis di aree inquinate Dopo 8 anni il
lavoro è da rifare
Mentre per aprile dev’essere pronto il progetto
complessivo sul Sin, su 400 mila metri quadrati si fa “il test del rischio”
previsto dalla legge. In parte da buttare gli studi del 2004 pagati dalla
Regione
Un piccolo passo avanti in zona industriale sui terreni inquinati. La
sorpresa negativa è che son passati tanti anni dalla prima parziale analisi dei
terreni che oggi anche quell’unico lavoro completato è da rifare: nel frattempo
sono cambiate le leggi. Parliamo della zona Noghere dove, su incarico della
Regione, l’Ezit nel 2004 aveva «caratterizzato» una porzione minima del Sito
inquinato nazionale, circa 400 mila metri quadrati sui 18 milioni totali, di cui
12 milioni in mare. Adesso (mentre sono in corso nuovi accordi col ministero per
definire un più ristretto perimetro delle aree, e non si parla più di “danno
ambientale”) l’Ezit ha deciso di completare il precedente processo con
l’”analisi di rischio». E’ questa la procedura intanto intervenuta per legge. Su
un terreno inquinato dove non si rilevano conseguenze negative per la salute, è
possibile ugualmente insediare attività produttive o d’altro genere. «Allora
avevamo anche analizzato le acque sotterranee di falda - racconta il direttore
dell’Ezit Paolo De Alti -, ma oggi quelli risultano soldi buttati via. Da quando
esiste “l’analisi di rischio” è obbligatorio studiare soprattutto la parte
superficiale dei terreni». Dunque sprecare tempo procura anche spreco di denaro
pubblico. Non solo. Nell’agosto 2010 (a 6 anni dai lavori) il ministero aveva
validato le analisi Ezit-Arpa, e denunciato la presenza di diossina. Grande
allarme? Sì, ma oggi è altrettanto evaporato per legge. La diossina non è
sparita, «ma è cambiato il sistema di misurarla, i nostri dati non hanno più
importanza - prosegue De Alti -, perché la quantità si calcola su campioni più
grandi, perciò l’incidenza si diluisce...». L’Ezit fa e rifà queste analisi
anche per una dozzina di imprese che negli ultimi due-tre anni si sono insediate
nel perimetro del Sito inquinato. Pagando dunque sempre i terreni alla
modestissima cifra di 18 euro al metro quadrato. «Per non frazionare il terreno
e analizzarlo tutto - prosegue De Alti - abbiamo proposto a queste aziende di
interessarci anche dei loro terreni, poi ci rifonderanno le spese». Il costo
dell’operazione è comunque contenuto in «poche decine di migliaia di euro», già
in cassa dal 2004. «Questo lavoro - afferma il presidente dell’Ezit Dario Bruni
- esula dai nuovi accordi stretti con Regione e ministero sul Sito inquinato
nazionale, secondo i quali per aprile dovremo presentare un progetto finale, con
la speranza fondata che nel frattempo il ministero restringa il perimetro del
Sito inquinato». È questa l’ipotesi messa in campo dal ministro dell’Ambiente
Corrado Clini assieme al suo collaboratore Antonio Gurrieri, già segretario
dell’Autorità portuale triestina. «Un governo tecnico - ragiona Bruni - io credo
avrà tempi molto più veloci perché è più libero di agire». Ma per larga parte
del Sin va “inventata” una soluzione. Il decreto 152 sull’ambiente (quello che
ha imposto l’analisi di rischio) ordina che il materiale inquinato «vada
rimosso». «Ma se l’intera area è il risultato di una discarica pubblica - dice
Bruni -, come si fa a spostare tutto un terrapieno inquinato? Pur fra norme
molto rigide bisognerà trovare la soluzione tecnica, ma io confido che in questo
2012 vedremo delle novità».
Gabriella Ziani
Babele di situazioni: da censire le pratiche avviate da
65 aziende
Nuovi accordi col ministero e con la Regione per ripulire il Sito inquinato? C’è una tabella di marcia fissata, ma che cosa succede nei lunghi mesi in cui non si vede risultato? «Ci sono ben 65 aziende censite nel perimetro inquinato che in questi anni hanno avviato per proprio conto pratiche di analisi dei terreni, oppure già di bonifica, o che hanno fatto ricorso al Tar contro le precedenti norme ministeriali» dice Paolo De Alti, direttore dell’Ezit (in foto). Una babele da sondare, insomma. Ezit ha la delega ufficiale della Regione per occuparsi delle complesse procedure. «Quando presenteremo il progetto, e la Regione l’avrà approvato e inviato al ministero - conclude De Alti - sarà la Regione stessa a interpellare le aziende: vorranno delegare l’Ezit a fare i lavori di bonifica, risarcendo le spese, o li faranno in proprio?». Questo per l’inquinamento a terra, di quello vastissimo a mare «nulla si sa».
Rigassificatore, cinque domande a tutela dell’ interesse collettivo - L’INTERVENTO DI LUCIA SIROCCO e LINO SANTORO (Legambiente Trieste)
Compare sull’ultimo numero di Konrad un editoriale di
Dario Predonzan sullo stato dell’arte del progettato rigassificatore di Zaule di
Gas Natural e in particolare sul ruolo svolto finora dalle nostre istituzioni
locali. È in corso la consultazione delle circoscrizioni affinché tali organi
possano esprimersi sulla proposta di delibera comunale di opposizione al
progetto definitivo di Gas Natural ed è imminente la convocazione della
commissione comunale sesta. Meno male che tutte le norme europee insistono
sull’obbligo da parte delle istituzioni di consultare tutti i portatori
d’interesse su piani e progetti che presentino rilevanti impatti sul territorio.
Non si può negare che il progetto di Gas Natural sia uno di questi. Ebbene: la
nostra richiesta alla Regione - istituzione responsabile del coordinamento della
Conferenza dei servizi, che ha il compito di autorizzare la realizzazione
dell’impianto - di avere copia del Progetto definitivo, ha ricevuto una risposta
negativa da parte del direttore del Servizio Energia, per motivi legati alla
necessità di tutelare gli interessi intellettuali, industriali e commerciali
della Società Gas Natural. Una versione incompleta del Progetto definitivo è
arrivata al Comune di Muggia che l’ha consegnata al Tavolo tecnico
rigassificatore Trieste e messa a disposizione delle associazioni. Quale
istituzione l’ha consegnata incompleta a Muggia? con quale fine? Non possiamo
dunque non sollevare alcune questioni e porre le relative domande a chi dovrebbe
tutelare gli interessi della nostra collettività. Prima domanda alla Regione:
come si può partecipare alla procedura di Valutazione ambientale strategica
prevista (e sostenuta nella delibera comunale) per una variante sostanziale al
Piano regolatore richiesta da Gas Natural per il progetto definitivo se la
documentazione non viene resa pubblica, ancorché epurata della parte che possa
essere considerata segreto industriale? La Regione ha verificato se le
prescrizioni del decreto di compatibilità ambientale risultano soddisfatte nel
progetto definitivo di Gas Natural? Seconda domanda a Gas Natural: la più volte
espressa disponibilità nei confronti della cittadinanza per spiegare il progetto
che fine ha fatto? Terza domanda al Comune di Trieste: perché la posizione di
contrarietà del Comune di Trieste non si è estrinsecata in un ricorso al Tar ad
adiuvandum nei confronti del decreto di compatibilità ambientale riguardante la
Valutazione d’impatto ambientale del progetto di Gas Natural, affiancandosi così
ai ricorsi presentati da WWF Italia, da Legambiente nazionale, da Greenaction,
dai Comuni di Muggia e Dolina e dal governo sloveno? Quarta domanda sempre al
Comune: perché nel testo della delibera comunale non viene sottolineato quanto
espresso nell’emendamento alle direttive del nuovo piano regolatore in
gestazione, proposto da Legambiente Trieste, presentato dal consigliere Andolina
e fatto proprio dal Consiglio comunale di rifiuto di impianti pericolosi sul
proprio territorio? Quinta domanda ancora al Comune: è stato sottolineato più
volte da Legambiente all’assessore Laureni che solo un’azione di lobbying da
parte del Comune di Trieste nei confronti di tutti gli altri enti e istituzioni
che devono esprimersi sul progetto Gas Natural nell’ambito della Conferenza dei
servizi – il voto deve essere unanime, altrimenti decide la Giunta Regionale-
avrebbe dimostrato la reale volontà di battersi contro l’ipotesi di un
rigassificatore on-shore a Zaule: come mai tale operazione, non si concretizza
in alcun gesto reale? Questa Amministrazione ci crede o no? Comprendiamo bene
quanto Gas Natural tenga al progetto: non c’è rischio d’impresa. Anche se non
arrivasse una goccia di Gnl a Trieste, gli incentivi assicurati dall’Autorità
dell’energia elettrica e del gas (spalmati sulle bollette dei consumi energetici
dei cittadini) ammortizzerebbero comunque gli investimenti. Comprendiamo meno la
Regione: vista la concorrenza internazionale non sarà semplice individuare il
Paese che intende vendere il gas liquefatto, per cui è una scommessa contare
sugli introiti dell’Iva: se non arriva gas niente Iva.
Gazprom taglia le forniture di gas In Italia meno 30%
Gazprom, il colosso russo del gas, ha ammesso ieri di non
essere in grado di dare all’Europa le forniture supplementari richieste per far
fronte all’emergenza maltempo. Snam Rete Gas registra dall’ingresso di Tarvisio
un calo del 30% dei rifornimenti. Gazprom assicura che i volumi di gas previsti
dai contratti vengono rispettati. Ma tuttavia, ha riconosciuto che, «per alcuni
giorni» si sono dovute ridurre del 10% le forniture a causa dell’emergenza
interna.
Veglia dichiara guerra ai siti industriali - Il
sindaco: «Fanno i conti senza l’oste». La municipalità punta tutto sullo
sviluppo del turismo
VEGLIA La “battaglia” sull’isola di Veglia è cominciata da
tempo e vede da una parte i paladini dell’industrializzazione, e dall’altra
coloro che si oppongono alla costruzione di un grande terminal contenitori, di
un rigassificatore e del secondo ponte tra l’isola e la terraferma. Veglia è
l’isola turisticamente più forte dell’Adriatico ma è anche un concentrato di
industria pesante, avendo nella sua parte nordoccidentale la petrolchimica Dioki,
il polo petroli e l’Oleodotto adriatico Janaf, situati a Castelmuschio (Omisalj).
I piani statali e regionali prevedono per Veglia l’approntamento di uno scalo
container a Castelmuschio e del ponte bis, con quest’ultimo che potrebbe essere
percorso non solo da veicoli su gomma ma anche da treni. Sì, c’è l’intenzione di
costruire il primo tratto ferroviario su un’isola dell’Adriatico, troncone che
sarebbe allacciato alla futura ferrovia pianeggiante Fiume–Zagabria–Botovo
(confine croato–ungherese). Fin qui i piani, le ambizioni, gli studi formulati a
Zagabria e Fiume. Sono invece di tutt’altro avviso le massime autorità di
Castelmuschio, comune piccolo se volete ma recalcitrante verso tutto ciò che
inquina, sporca ed è antituristico. Nella recente seduta del consiglio comunale
è stato approvato il Piano d’azione sullo sviluppo turistico di Castelmuschio.
«Stanno facendo i conti senza l’oste quando parlano del nostro territorio – è
quanto affermato dal sindaco Tomo Sparozic – adesso che il comune ha posto in
essere tutta la documentazione necessaria, nulla ci può impedire di cominciare a
realizzare i nostri progetti, per i quali sussiste anche il forte interesse
degli investitori». Innanzitutto i piani prevedono per la zona Voz–Peschera, di
circa 50 ettari, l’edificazione di un albergo con 500 posti letto, un marina con
100 ormeggi, spiagge, lungomare, un parco acquatico e ampio parcheggio. Sullo
spiazzo nelle vicinanze dell’insenatura di Peschera dovrebbe sorgere un
campeggio e diversi impianti sportivi. «Il campeggio potrà ospitare fino a 900
persone – così il primo cittadino – e inoltre abbiamo in piano di costruire in
zona Jezera un campo da golf di 156 ettari, attorno al quale i nostri ospiti
potrebbero dedicarsi all’equitazione, trekking e ciclismo. Non abbiamo
dimenticato neanche i siti archeologici di Fulfinum e Mirine, che saranno
ulteriormente valorizzati con visite turistiche guidate».
Andrea Marsanich
Centro naturalistico
Oggi il Centro didattico naturalistico di Basovizza del Servizio del Corpo forestale regionale (località Basovizza 224, telefono 0403773677 - cell. 3666867882) sarà aperto dalle 9 alle 17. Ingresso libero. All’interno esposizioni naturalistiche e materiale sensoriale per conoscere la natura, la storia e la cultura del Carso e le grandi tematiche naturalistiche mondiali. Alle 10.30 inaugurazione della mostra “Il Carso”, disegni in china di Claudio Gentile.
IL PICCOLO - SABATO, 4 febbraio 2012
Meno gas in arrivo dalla Russia, ma non è emergenza
ROMA Gas con il contagocce in Italia e in Europa per l’emergenza maltempo che ha messo in ginocchio tutto il vecchio continente e i Paesi dell’ex Urss. Le importazioni di metano dalla Russia sono crollate, con i flussi in ingresso a Tarvisio in calo di quasi un terzo. Dopo due giorni di contrazione, i dati aggiornati praticamente in tempo reale da Snam Rete Gas mostrano una diminuzione di circa il 30%, segnale di una netto ridimensionamento delle forniture di Gazprom. Di fronte alle temperature gelide che hanno investito la Russia, il gigante energetico ha preferito concentrare il gas a disposizione sul territorio russo. Con conseguenze evidenti in Europa. A risentire della diminuzione non è stata infatti solo l’Italia. Germania, Polonia, Austria, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Grecia sono state tutte colpite, dalla decisione di Mosca, tanto che la stessa Commissione europea è stata costretta a rassicurare in tutta fretta che, nonostante le difficoltà, l’Ue «non è in stato di emergenza». La Russia, ha precisato Bruxelles, «ha comunicato di aver bisogno di un surplus di gas a causa dell’ondata di gelo, aggiungendo che i contratti tra Gazprom e i paesi europei prevedono una certa flessibilità in casi come quello attuale». Dichiarazioni che però non sono piaciute ai diretti interessati: «Gazprom assicura il rispetto di tutti gli obblighi contrattuali con l’Europa», hanno replicato da Mosca, puntualizzando che sono i consumatori europei a richiedere «volumi di gas più elevati rispetto a quelli che siamo obbligati a fornire». Di allarme vero e proprio sembra comunque prematuro parlare anche se la Commissione ha voluto istituire un gruppo di coordinamento per monitorare attentamente e richiedere informazioni dettagliate sugli sviluppi della situazione. L’emergenza sembra scampata al momento anche in Italia, nonostante il 30% del fabbisogno di gas del nostro Paese sia coperto con le importazioni russe. Il Greenstream, il gasdotto che trasporta il metano dalle coste libiche a quelle siciliane, è stato infatti ripristinato dopo la guerra civile in Libia. Gli stoccaggi, secondo quanto emerso dall’ultima riunione di pochi giorni fa del Comitato emergenza gas sono pieni. Il ministero continua comunque a monitorare la situazione con attenzione.
IL PICCOLO - VENERDI', 3 febbraio 2012
Il Consiglio approva la legge anti-Ferriera - In caso
di sforamento dei limiti d’inquinamento sarà il Comune con l’Ass a disporre le
sanzioni
TRIESTE Dopo un parto di dieci mesi, come ha ricordato il consigliere di Un’Altra Regione Alessia Rosolen, alla fine il Consiglio riesce ad archiviare la norma “urgente” per ridurre le emissioni di benzopirene nell’aria. È, in poche parole, la legge anti-Ferriera. La Regione si dota ora di uno strumento legislativo, figlio di due proposte di legge bipartisan (una di Pdl e Pd, l’altra di Rosolen) per contenere le emissioni a 1 nanogrammo per metro cubo d’aria. Un emendamento precisa che «il raggiungimento dei valori obiettivo deve essere conseguito nel più breve tempo possibile indicando che, in caso di superamento, è il Comune, sentita l'Azienda sanitaria, ad adottare misure urgenti anche con sanzioni e azioni limitative, e che il sindaco adotti ordinanze in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica». I commenti a caldo sono tutti triestini. «È una legge che risponde a precise esigenze di tutela della salute, anche drammatiche, dei cittadini ed in particolar modo dei residenti di Servola» – afferma il relatore di maggioranza Piero Tononi (Pdl) che assieme ai colleghi Maurizio Bucci, Piero Camber e Bruno Marini esprime soddisfazione per l’approvazione. Una norma che sta molto a cuore a Bucci, ex assessore all’Ambiente a Trieste: «Nel recente passato nell’area servolana sono stati registrati valori di sforamento che oggi non potranno essere più tollerati». Camber si appella invece al sindaco di Trieste Roberto Cosolini perché ora «si trovi una risposta ai problemi occupazionali». «Un passo avanti per la tutela della salute», riflette Sergio Lupieri (Pd), un tasto su cui insiste anche Rosolen: «Grazie ai miei emendamenti la legge ora ha una valenza, perché ha strumenti di controllo». La norma chiude una lunga giornata consiliare: l’aula in poche ore approva un ordine del giorno di Pdl, Udc, Lega e Pd che punta a ridurre la produzione di rifiuti «guardando sempre più alla raccolta differenziata, ma senza arrivare all'abbandono totale degli inceneritori». Il Consiglio ha respinto però l'ordine del giorno a firma Alessandro Corazza (Idv) che proponeva di non incenerire più rifiuti e abbandonare il loro utilizzo come combustibile nei cementifici. Amareggiato Pietro Colussi dei Cittadini che accusa il presidente Franz «di aver ha impedito, violando il regolamento consiliare, il voto in aula della petizione presentata da un migliaio di cittadini». Una mozione, invece, impegna ora la Regione a intervenire nei confronti del governo «affinché adegui le compartecipazioni sulle accise a seguito dell'incremento dei carburanti». L’assessore Savino, infine, rispondendo a un’interrogazione della Lega, è intervenuta su Mediocredito confermando che «gli organi sociali sono stati nominati a giugno 2011 e scadranno nella primavera 2014. In caso di incompatibilità - ha aggiunto – saranno rispettate le direttive del governo».
(g.s.)
Il rigassificatore utile soltanto per chi lo costruisce
- LA LETTERA DEL GIORNO
Anche nei giorni scorsi «Il Piccolo» ha pubblicato un articolo nel quale si descrive come l’impianto di rigassificazione di Zaule dovrebbe venir costruito per evitare un impatto ambientale sconveniente. Si continua quindi a proporre la costruzione del rigassificatore ignorando colpevolmente la volontà della popolazione di Trieste, di Muggia, di Dolina e dei rispettivi comuni, nonchè delle istituzioni scientifiche, tutti contrari a tale impianto, non per questioni di principio ma con argomentazioni precise e mai confutate. Qualche giorno fa il «Corriere della sera» on-line ha pubblicato un articolo sulla disponibilità di gas in Italia che di seguito riassumo: il gasdotto proveniente dalla Russia è sfruttato al 68% nel 2011, il tubo algerino al 60%, quello libico al 20%, il tubo dall’Olanda al 50%. Ma ciò che più colpisce è che il rigassificatore di Panigaglia funziona al 40% (già da anni si va dicendo che manca la materia prima per alimentare i rigassificatori esistenti e contemporaneamente cala la richiesta di gas). Quindi, poichè già adesso gli impianti di rigassificazione sono obbligati a funzionare a regime ridotto (non solo in Italia) risulta evidente che non esiste alcuna necessità di nuovi impianti di rigassificazione e quindi (anche ignorando i problemi di sicurezza per la popolazione, il blocco dello sviluppo del porto, ecc.) la volontà di costruire l’impianto di Zaule deriva solo dalla possibilità di sfruttare la delibera del 2005 dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, art. 13, che assicura, a chi costruisce il rigassificatore, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, la copertura di una quota pari a quasi l’80% dei ricavi di riferimento per un periodo di 20 anni. Ciò significa che, per 20 anni, chi costruisce l’impianto, anche se lo ferma per mancanza di gas liquido o perché nessuno si serve della sua struttura, si prende lo stesso i soldi. Ed a pagare sarebbero i cittadini con la bolletta del gas. Aggiungo ancora che per quanto riguarda il rigassificatore di Porto Vigo (ubicato in mezzo al mare a circa 15 km dalla costa), ho letto una segnalazione su un periodico, dove si informava che la pagina on-line del «Corriere del Veneto» del 26 luglio riportava il seguente titolo, «schiuma vicino al rigassificatore(...)». La conseguente indagine appurava che l’inquinamento era conseguenza del raffreddamento del gas metano. Queste notizie, assieme alle valutazioni di esperti, tecnici, scienziati e studiosi, tutte mai smentite, non possono non far pensare che il voler costruire un rigassificatore a Zaule risponda solo alla logica del maggior profitto per pochi e danno per Trieste e per la sua popolazione.
Silvano Baldassi
IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 febbraio 2012
Il grido dei pendolari «Treni lenti e sporchi»
Messi all’indice il degrado degli scompartimenti e i
troppi ritardi «Una volta non bastava un fiocco di neve per mandare tutto in
tilt»
il problema del clima Spesso il riscaldamento funziona in un vagone sì e in uno
no e bisogna per forza adattarsi alla situazione, anche se fa freddo
LE RICHIESTE DELL’ASSESSORE Chiederò a Trenitalia di provvedere a una
manutenzione straordinaria dei mezzi, in attesa che vengano sostituiti
TRIESTE Alle 7 in punto del mattino la stazione di Trieste è un deserto in
cui gli unici rumori provengono dagli sparuti avventori del bar e dalla bora che
bussa sulle porte a vetri. Gli ultimi treni delle 6, carichi di pendolari, sono
partiti da pochi minuti. Il prossimo convoglio utile per chi lavora parte alle
7.35 per Udine: prima c'è soltanto l'Intercity per Roma, e non conviene. I
pendolari iniziano a comparire nella sala d'attesa dopo una ventina di minuti.
Insonnoliti, guardano di sottecchi il tabellone delle partenze con il timore di
trovarvi l'ennesimo ritardo. Facendo loro un po' di violenza gli si può chiedere
cosa pensano della rete ferroviaria regionale, ma le risposte sono più o meno
sempre le stesse: «Treni sporchi, freddi, spesso in ritardo». Piccole odissee
quotidiane La signora Maria Graziella Rapisarda non prende il treno ogni giorno,
ma almeno una volta a settimana lo usa per andare a Gorizia. Il problema
principale, secondo lei, non sta tanto nella puntualità: «Prendo sempre il
regionale delle 7.35 - dice - e devo dire che è abbastanza puntuale. Però i
vagoni sono davvero molto sporchi». La signora Alida Fontana, invece, ogni
mattina deve acchiappare un treno per raggiungere il posto di lavoro a
Monfalcone. Il suo giudizio di veterana del pendolarismo è decisamente più
"tranchant": «Cosa volete che dica, è un servizio che non funziona. C'è poca
puntualità e i vagoni sono sempre lerci. Cose da straccioni». Alle sette del
mattino in febbraio la gente non ha tanta voglia di parlare, ma i commenti
stringati il più delle volte sono di questo tenore. C'è però anche chi ha voglia
di entrare nei particolari. M.C. è una giovane donna e lavora nel settore della
pubblica amministrazione, a Gorizia: «Il servizio è pessimo - racconta -. Il
lunedì mattina è il giorno più tragico per i ritardi: qualche tempo fa i miei
colleghi sono partiti alle sette e mezza e sono arrivati a Gorizia dopo le
nove». Ma il momento peggiore della giornata è il ritorno: «La sera le
condizioni dei treni fanno rabbrividire: sono sporchissimi e spesso il
riscaldamento funziona un vagone sì e uno no. Abbiamo anche smesso di
prendercela con il personale di Trenitalia, in fondo ne sono vittime anche
loro». Ora M.C. guarda con inquietudine all'ondata di gelo che sta coprendo
l'Italia: «Basta un po' di neve perché i disguidi esplodano - dice -. Io sono di
Tolmezzo ma ho studiato all'università di Trieste: ero pendolare già allora, ma
quella volta non bastava un fiocco di neve per mandare in tilt il sistema». A
onor del vero, si trova anche chi apprezza il servizio. Noemi è una studentessa
Erasmus, viene dalla Romania e usa il treno per raggiungere la Facoltà di
architettura a Gorizia: «Il servizio dei treni mi sembra buono - commenta -.
Tutto sommato sono puntuali e abbastanza puliti». Nel suo incontro di oggi con
l'ad di Trenitalia Mauro Moretti l'assessore ai Trasporti Riccardo Riccardi si
farà portavoce dei problemi del trasporto locale: «Il parco rotabile regionale è
vetusto - spiega -, e la mancanza di manutenzione porta ad aumenti delle
soppressioni come quello verificatosi a inizio gennaio. Chiederemo a Trenitalia
di provvedere a una manutenzione straordinaria in attesa della sostituzione del
parco rotabile». Anche perché, a dispetto delle stime di Trenitalia, il treno è
un mezzo molto usato in Friuli Venezia Giulia. Secondo l'ultimo rapporto
statistico della Regione il 36% degli abitanti si sposta su rotaia (al quarto
posto in Italia): di questi il 47,6% trova soddisfacente la puntualità dei
treni, il 62,2% la loro frequenza e il 74,2% la disponibilità di posti a sedere.
«A seguito della strigliata di Riccardi a metà gennaio stiamo verificando se le
promesse di Trenitalia di ripristinare il servizio standard, come da contratto
di servizio, sono mantenute - afferma Marco Chiandoni del comitato spontaneo dei
pendolari -. Per ora no, a quanto pare dai disservizi segnalati dal comitato
pendolari alto Friuli sulla Udine-Tarvisio, ma anche sulla Udine-Trieste, linea
sulla quale tra lunedì e martedì scorsi sono stati registrati ritardi
consistenti dai 20 ai 70 minuti». Il comitato denuncia poi la chiusura dei bagni
pubblici in alcune stazioni come Gemona, Tarvisio e l'eliminazione di tutti i
posti a sedere della stazione centrale di Trieste: «Sospettiamo che sia una
discutibile scelta "estetica" per l'arrivo di Moretti».
Giovanni Tomasin
Il Pdl in pressing per ripristinare il Trieste-Lecce
«Ripristinare il treno notturno Trieste – Lecce è possibile senza cambiare alcun orologio negli orari di Trenitalia e a costo zero». Un colpo di bacchetta magica o la scoperta dell’acqua calda? No, sembra, basta la semplice consultazione dell’orario ferroviario. Ad indicare la soluzione all’amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti oggi in vista a Trieste è il vicepresidente della Commissione regionale Trasporti, il pidiellino Maurizio Bucci. «Il collegamento, recentemente soppresso, era molto utilizzato dalle comunità di pugliesi, calabresi e lucani che in città sono oltre 15mila. Il servizio può essere facilmente ripristinato attraverso un treno che parta da Trieste alle 18.30, arrivi a Venezia alle 20.30 e riparta alle 20.55, dal binario tecnico (numero 7) già esistente e dedicato alle operazioni di cambio locomotore, per arrivare a Bologna dove è già previsto un treno per Lecce alle 23.05». «Tale ripristino del collegamento - aggiunge Bucci - può avvenire senza modificare alcun orario già in essere ed a costo zero attraverso l’eliminazione, se necessario come estremo sacrificio, di uno dei due treni serali Trieste – Roma via Mestre».
Moretti in Comune, mezzogiorno di fuoco - Ad attendere
l’esponente delle Ferrovie Cosolini, Riccardi, la Monassi e altri referenti
locali
TRIESTE Appuntamento in Municipio, con affaccio su piazza
Unità. L’amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti,
arriverà oggi a Trieste nella tarda mattinata. L’incontro ufficiale, con
all’ordine del giorno la questione dei collegamenti ferroviari con il Porto
triestino, è in programma tra le 12 e le 12.30. Oltre all’atteso ospite e al
padrone di casa, il sindaco Roberto Cosolini, vi parteciperanno l’assessore
regionale a Infrastrutture e mobilità Riccardo Riccardi, e i delegati di
Autorità portuale, Provincia di Trieste e della locale Camera di commercio.
Dovrebbero essere i rispettivi presidenti, cioè nell’ordine Marina Monassi,
Maria Teresa Bassa Poropat e Antonio Paoletti, ma usare il condizionale è
d’obbligo considerato che non è escluso siano incaricati da loro stessi altri
rappresentanti istituzionali. Dopo aver concordato a Roma con Moretti la visita
triestina odierna, alla vigilia dell’appuntamento il primo cittadino Cosolini
conferma il tema principale del vertice: «Il suo interesse è sul porto, su come
rendere il sistema ferroviario più adeguato per la competitività dello scalo.
Per molti anni non c’è stata grande interlocuzione da parte dell’amministrazione
con le Ferrovie, o magari è mancata la volontà oppure la capacità di far sentire
la propria voce come invece hanno fatto in altre città». Per questo, secondo il
sindaco la riunione di oggi «segna un avvio e una ripresa del confronto con il
massimo responsabile del sistema ferroviario italiano». Si parlerà dello «snodo
di Campo Marzio e del miglioramento dei collegamenti alla rete ferroviaria». Ma
altri temi andranno toccati, nelle intenzioni di Cosolini: «Cercherò di arrivare
alla questione del trasporto passeggeri, e poi evidentemente c’è grande
sensibilità sul tema del futuro del Museo ferroviario. Per il quale - annuncia
senza sbottonarsi sui dettagli - farò una proposta che responsabilizzerebbe
anche la comunità locale. Se Moretti la accoglierà, ci lavoreremo». Non
mancherà, pare, un passaggio sulle panchine recentemente tolte dalla Stazione
centrale di Trieste, decisione che ha indotto nei giorni scorsi proprio Cosolini
a scrivere una lettera all’ad delle Ferrovie dello Stato. Il sindaco non
nasconde che fra le “varie ed eventuali” potrebbe trovare spazio anche questo
argomento di attualità, che abbraccia evidentemente la questione sociale visto
che la Stazione dei treni diventa di notte, specie in inverno, ricovero per i
senzatetto: «Sono problemi che comunque vanno risolti attraverso lo sforzo degli
enti locali e del mondo del volontariato. D’altro canto - ribadisce Cosolini -,
trattandosi di scelta temporanea, penso sarebbe stato meglio aspettare il
periodo fra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, quand’è meno freddo».
Matteo Unterweger
La favola del Corridoio 5 e la realtà delle linee
tagliate - Verso l’Est niente di nuovo
Dubbi di coerenza sulle scelte intraprese dai vertici di Trenitalia. «Se credono alla direttrice verso Oriente perché quella esistente è stata ridotta all’osso?»
Se c'è una cosa prevedibile in questo viaggio a Trieste
del rottamatore Moretti, il capo delle Ferrovie italiane intenzionato a vendere
stazione e binari dell'ex Transalpina, è che non verrà in treno. Il motivo
ovvio: è uno che lavora sodo e non può perdere tempo. Venire su rotaia sarebbe
un “beau geste” che oggettivamente non possiamo chiedergli stante la distanza
della città “cara al cuore”. Resta il fatto che vederlo arrivare in aereo o
automobile dà da pensare. Che fiducia possiamo avere – dirà la gente - di un
servizio scartato persino dal suo massimo gestore? Noi ci limitiamo a dire che
ci dispiace che egli non abbia fisicamente sperimentato la distanza che ci
separa dal resto del Paese. Avrebbe compreso di più del Nordest. Ci sembra
dunque corretto ricordargli gli orari che egli stesso ci infligge. Ci sono solo
due possibilità per arrivare a Trieste senza aspettare un'ora a Mestre in una
delle più allucinanti sale d'aspetto dell'universo ferroviario, e sono entrambe
pomeridiane: una con partenza alle 15.45 e arrivo alle 21.20, e una con partenza
alle 16.45 e arrivo alle 22.20 (Frecciarossa più Frecciabianca). Se si deve
partire al mattino, allora ci si rassegni alle tradotte regionali da Mestre. I
prezzi da pagare per il tandem fra i due treni "veloci" sono rispettivamente di
129,50 e 94 euro. Ma, paradossalmente, anche le altre combinazioni non si
discostano molto da queste cifre: 120,50 euro per la prima e 86,95 per la
seconda. L'unico diretto senza cambio a Mestre parte da Termini alle 15.36 e
arriva a Trieste alle 23.58, dopo otto ore e 22 minuti di viaggio. Il bello è
che le “frecce” tra Mestre e il capolinea ti fanno guadagnare poco o nulla
rispetto ai regionali. Dieci minuti. La differenza la fanno solo le coincidenze,
favorevoli per i treni solo nominalmente veloci e impossibili per i regionali.
La politica Trenitalia gioca solo su quelle per simulare una velocità che non
c'è e obbligarti, scegliendo, le “frecce”, a pagare di più per lo stesso
servizio. E poi, parliamoci chiaro, venire a Trieste è rischioso. Gran parte dei
bivi sono stati depotenziati con la parola d'ordine “rete snella” e lo stesso
dicasi dei binari di sorpasso dislocati sulla rete, col risultato che, se due
treni confluiscono o devono by-passarsi, la manovra diventa possibile solo nelle
stazioni. Nei viaggi compiuti nell'ultimo anno ho contato circa sedici ore di
ritardi dovuti all'implacabile rete snella, nella sola tratta tra Mestre e
Trieste. Tutto hanno spolpato, incluse le panchine alla stazione d'arrivo. Per
chi aspetta, che siano donne, anziani o bambini, nemmeno la dignità di un
sedile. No, dottor Moretti, non venga a Trieste in treno. E poi, vivaddio,
nevica, tutta la rete è sottozero, e qui non ci sono freccerosse che tengano. Lo
si è visto nelle buriane degli altri inverni. I quadri elettrici vanno in tilt e
il piano di adeguamento delle “scaldiglie” sugli scambi non è stato completato
per il il blocco dei finanziamenti operato da Tremonti. Per quanto riguarda il
materiale rotabile, non risulta che siano stati messi allo studio i
provvedimenti per affrontare il blocco delle porte per ghiaccio su tutte le
carrozze dotate della chiusura automatica, problema risolto solo dalle ferrovie
del Nord. Per quanto riguarda il Friuli-Venezia Giulia, il piano neve è
adeguatamente operante, ma dalle altre regioni arrivano notizie di lacune nella
catena dei lavori, negli impianti, nella trazione, e nel lavoro delle imprese
private che devono garantire il pronto intervento d'emergenza. Quindi per
carità, stimato dottor Moretti, venga in aereo. So perfettamente l'obiezione che
il nostro farà di fronte alle lamentele (i soliti triestini...) sulla
marginalità di frontiera. Dirà: lasciatemi fare la direttrice veloce in
direzione di Lubiana e Budapest, il cosiddetto Corridoio Cinque, ed ecco che
Trieste sarà nuovamente vicina all'Italia e all'Europa. A questo rispondo con
altre considerazioni. Se è vero che si crede nei collegamenti con l'Est, per
quale motivo, nel frattempo, la linea esistente è stata ridotta all'osso? Perché
per andare a Lubiana oggi devo imbarcarmi a Sesana? I traffici vanno là dove ci
sono linee efficienti e direttrici attive (ragionare al contrario, come fa
Trenitalia, sono capaci tutti), il rischio è che fra vent'anni, quando e se sarà
messo in cantiere il Corridoio Cinque, saremo di fronte a un vettore già in
agonia e ampiamente by-passato dalla Lubiana-Capodistria, che tapperà l'ultima
via d'uscita autonoma per la locomotiva industriale del Nordest. Lo dico chiaro:
non sopporto più Trenitalia, e affermandolo so di avere parecchie ragioni in più
rispetto ad altre periferie del Paese. E aggiungo: detesto Trenitalia nella
misura in cui adoro i treni. La detesto non solo per quello che infligge agli
italiani e alle periferie del Paese, ma anche perché approfitta dell'amore che
una bella fetta di connazionali nutre per la strada ferrata. Preferirò sempre un
regionale strapieno e puzzolente al grande nulla delle autostrade, e, con me,
molti altri la pensano a questo modo. Davanti all'odor di vernice di un
locomotore mi commuovo. Il guaio è che Trenitalia lo sa benissimo, e si
approfitta di noi romantici imbecilli.
PAOLO RUMIZ
L’Ande protesta: è un servizio per i cittadini -
Presentato a Campo Marzio uno studio per il rilancio del trasporto su rotaia nel
Friuli Venezia Giulia
TRIESTE «Trenitalia non può pensare soltanto al profitto, deve anche offrire un servizio al Paese e ai suoi cittadini». Partendo da questa considerazione l'Associazione nazionale donne elettrici di Trieste ha illustrato ieri la sua proposta all'ad Mauro Moretti per il rilancio del trasporto su rotaia in Friuli Venezia Giulia. Uno studio che l'Ande ha realizzato con l'aiuto di tecnici come il professor Giacomo Borruso, e presentato all'interno della Stazione di Campo Marzio che ospita il museo Ferroviario di Trieste: «Perché pensiamo che Trenitalia debba impedire la scomparsa del museo - ha spiegato la presidente Etta Carignani - ma anche perché è un luogo simbolico, adatto a lanciare il nostro appello per la rinascita delle ferrovie a Nordest». Secondo l'Ande la scelta europea di privilegiare il trasporto su rotaia per il suo minor impatto ambientale può rafforzare la regione: «Diventa centrale la posizione della portualità mediterranea e adriatica, più accessibile alle rotte per il Far East rispetto ai concorrenti del Nord Euro». Da qui la necessità di potenziare le infrastrutture regionali: «Recenti studi effettuati in funzione della realizzazione del Superporto regionale - spiega Carignani - hanno dimostrato che il potenziamento della capacità ferroviaria può essere realizzato senza la necessità di pesanti interventi finanziari». Secondo l'Ande l'elemento di forza per lo sviluppo dei traffici merci regionali è rappresentato dalla linea Pontebbana, «unica direttrice Nord-Sud in Italia che disponga di capacità inutilizzata», ma anche la direttrice Est-Ovest necessita di potenziamenti. Sul piano del trasporto dei passeggeri l'Ande sottolinea la necessità di azioni su tre livelli: collegamenti internazionali, nazionali e regionali. «Per la nostra regione è importante essere connessa ad Austria e Slovenia: in caso di assenza di una domanda sufficiente a collegamenti diretti, si potrebbe ricorrere a servizi combinati strada-rotaia». Dal punto di vista nazionale l'Ande insiste sull'importanza dei collegamenti con Roma: «Facendo proseguire da Padova, attraverso la cintura di Mestre, le Frecce provenienti da Roma si otterrebbe per la prima volta l'obiettivo di collegare la capitale con i capoluoghi del Nordest». Sul piano regionale l'Ande rilancia l'idea delle "Metropolitane regionali" per unire il nodo di Ronchi ai quattro capoluoghi del Friuli Venezia Giulia.
(g.tom.)
Le dismissioni di Rfi contrarie alla metropolitana
leggera - L’INTERVENTO DI ALESSANDRO PUHALI
Il Progetto Adria A (Accessibilità e sviluppo per il
rilancio dell’area dell’Adriatico interno), finanziato con oltre 3 milioni di
euro nell’ambito del “Programma per la Cooperazione Transfrontaliera
Italia/Slovenia 2007 - 2013”, ha per obiettivo la realizzazione degli studi
preliminari rivolti ad attivare, utilizzando infrastrutture ferroviarie italiane
e slovene già esistenti e costruendo brevi tratte ancora mancanti, un servizio
ferroviario integrato, la c.d. metropolitana leggera, tra l’area urbana di
Gorizia-Sempeter-Nova Gorica e dell’entroterra sloveno (Sesana e Divaccia) e
quelle di Capodistria, di Trieste e di Monfalcone con i loro porti, favorendo
altresì i collegamenti con e tra gli aeroporti di Lubiana, Ronchi dei Legionari
e Venezia. Per completare l’anello metropolitano transfrontaliero sono
sufficienti marginali interventi sulla linea Gorizia-Nova Gorica-Vrtojba,
l’elettrificazione della linea Nova Gorica-Sesana, la realizzazione della tratta
Trieste-Capodistria di circa 6 km e degli interventi necessari a rendere idonea
al traffico passeggeri (con possibilità di utilizzo per il trasporto urbano) la
galleria di circonvallazione che sottopassa Trieste. Si tratta di lavori di non
complessa realizzazione, dai costi relativamente contenuti (alcune decine di
milioni di euro) e tempi di completamento ragionevoli (entro il 2020). Il
Progetto Adria A, coordinato dal Segretariato esecutivo dell’Iniziativa Centro
Europea e sostenuto da un numero impressionante di qualificati partner
(istituzionali e del settore economico) italiani e sloveni, sta proseguendo il
suo corso con successo. Dalla realizzazione del progetto ci si attende un
sostanziale miglioramento della mobilità transfrontaliera e nelle aree
interessate dal nuovo servizio metropolitano. L’ottimizzazione delle
infrastrutture ferroviarie di confine appare inoltre idonea a supportare la
ripresa del traffico passeggeri a media-lunga distanza con particolare rilievo
per il comparto turistico. Non va poi dimenticato, anche se è argomento sul
quale non esiste ancora condivisione tra i partner, che la rinnovata rete
infrastrutturale potrebbe in futuro anche essere utilizzata per implementare il
trasporto merci. Di Adria A però si sente parlare poco rispetto alla sua
rilevanza. Ma oggi è tempo di accendere i riflettori su Adria A per diverse
ragioni. Innanzitutto non credo di sbagliarmi definendo Adria A il più concreto
progetto in tema di infrastrutture e di mobilità che interessi oggi la Regione
Friuli Venezia Giulia. Adria A, però, è soprattutto un punto di svolta per la
storia dei trasporti nella nostra Regione, potendo invertire il progressivo
degrado del trasporto ferroviario ormai in atto da decenni e dimostrare
l’utilità di un riequilibrio modale che garantisce una mobilità più efficiente e
sostenibile sul piano economico ed ambientale. Sotto questo profilo il progetto
non è solo di interesse per la parte giuliana della Regione, ma dovrebbe essere
apprezzato e sostenuto anche in Friuli che, oltre a essere interessato al suo
successo in una logica di interessenza regionale, ha molteplici situazioni a cui
applicare la logica sottesa da Adria A ovvero la valorizzazione delle
infrastrutture esistenti con innovative logiche di servizio. Per tutte cito
l’asfittica linea Gemona - Sacile e la tratta dismessa (ma ancora esistente)
Casarsa - Spilimbergo. E veniamo al punto dolente. A fronte del progredire di
Adria A e della necessità di salvaguardare la rete ferroviaria esistente per
consentire che si possano cogliere (anche da parte di vettori privati) le
opportunità di un suo nuovo e profittevole utilizzo, si assiste da parte delle
Ferrovie dello Stato, e in particolare ad opera di Rete Ferroviaria Italiana Spa
(che peraltro sarebbe impegnata nella progettazione degli interventi
infrastrutturali necessari per completare l’anello metropolitano), ad una
progressiva dismissione delle infrastrutture esistenti. Da ultimo le allarmati
notizie che circolano sul comprensorio ferroviario di Trieste Campo Marzio, che
coinvolge anche le sorti dello splendido Museo Ferroviario, non possono che
destare sconcerto posto che la futura metropolitana leggera, dovrebbe trovare
spazi e opportunità di integrazione con il tessuto cittadino proprio in tale
ambito infrastrutturale. Amministratori pubblici, forze politiche, esponenti del
mondo economico, comunità civile devono mobilitarsi e fare quadrato attorno al
Progetto Adria A e pretendere innanzitutto che si faccia chiarezza su quale
ruolo intendono giocare le Ferrovie dello Stato, avendo ben presente che la
posta in gioco è molto alta e consiste nella capacità di avere ancora voce nel
decidere del proprio futuro.
RUBRICA CONSUMATORI - DIFFERENZIATA LAVORO IN PIÙ
MA NIENTE SCONTI
Sembrava che, con l’avvento dei contatori per i consumi
dell’elettricità elettronici si sarebbe potuto finalmente avere una bolletta con
i consumi reali: tanto consumo e tanto pago. Sono stati chiamati “contatori
intelligenti” e avrebbero potuto permettere agli utenti di fare sonni tranquilli
ma non è stato proprio così per cui, malgrado i contatori così detti
intelligenti, sulle bollette che vengono recapitate, si continua a leggere
conguaglio, conguaglio e, ancora conguaglio suscitando la protesta degli utenti.
E le bollette elettriche con conguagli sono purtroppo frequenti. Lo ammette la
stessa Autorità dell’energia elettrica. Conguaglio che può significare un
rimborso se l’utente ha pagato troppo (e allora deve attendere) e un saldo
“salato”, se sulla bolletta grava un pesante accumulo. In questo caso è concessa
la rateizzazione che va ad appesantire una bolletta resa già pesante dalla somma
dei servizi di vendita, dei servizi di rete, dal totale delle imposte il tutto
maggiorato con aliquota Iva del 21%. Una lettura da cui è difficile venirne
fuori per cui si paga e basta. Ma c’è una voce che incuriosisce particolarmente:
il prezzo cioè del “dispacciamento”. Cos’è? Qualcuno si è preso la briga di
chiedere lumi alla stessa Acegas e si è sentito rispondere: «Mai sentito
nominare!» Comunque è l’attività di regolazione della filiera dell’energia
elettrica, cioè generazione trasmissione e distribuzione. E anche ciò si paga:
semplice, no? Confidiamo in una bolletta dalla lettura semplificata. Come pure
confidiamo nella raccolta differenziata dei rifiuti che è stata tanto bene e con
arguzia spiegata pochi giorni or sono. Confidiamo nella raccolta differenziata
perché dai consigli per una raccolta efficace (accompagnata dall’ammonimento di
sanzioni) si evince che dovremo caricarci di un ulteriore lavoro: sciacquare gli
imballaggi di plastica, vetro o metallo; schiacciare bottiglie e flaconi di
plastica; lavare bottiglie e vasetti di vetro - che dovrà essere integro - e
privare, anche questi dei tappi; ridurre il volume degli imballaggi di carta e
cartone; togliere gli involucri di cellophane. Per tutto questo lavoro che andrà
a procurare maggiori introiti all’Acegas, ci verrà restituito qualche spicciolo?
LUISA NEMEZ
Un impianto alle Noghere per le centrali a biomasse
Servirà a produrre il “cippato” da bruciare anche
nell’impianto vicino alla scuola elementare de Amicis utilizzando gli scarti del
verde pubblico
MUGGIA Un nuovo impianto di compostaggio di materiale
lignocellulosico da insediare nella Valle delle Noghere. Progetto ambizioso
quello sottoscritto tra Comune di Muggia, Provincia, Ezit, Comune di San Dorligo
della Valle e Regione. In un'area di oltre seimila metri quadrati sorgerà dunque
un impianto in grado di trattare materiale proveniente da attività di
manutenzione del verde pubblico e privato quali potature, legname, sfalci d’erba
e foglie derivanti dall'attività di manutenzione delle aree verdi. «Il nostro
obbiettivo è quello di produrre il materiale necessario per alimentare la
centrale a biomasse che sorgerà vicino alla scuola elementare Edmondo De Amicis»,
ha spiegato l'assessore all'Ambiente di Muggia Fabio Longo. Le tempistiche
previste per la realizzazione della struttura paiono comunque ancora lunghe, ci
vorranno ben due anni. La decisione di creare un nuovo insediamento nella Valle
delle Noghere, in un'area non molto distante dai laghetti ma al di fuori dalla
zona di tutela ambientale, è giunta in seguito ad un incontro svoltosi in
palazzo Galatti, a Trieste, al quale hanno partecipato a diverso titolo Comune
di Muggia, Provincia, Regione, Ezit e Comune di San Dorligo della Valle.
Attualmente l'area è di proprietà dell'Ente zona industriale di Trieste che
dovrebbe affittare l'area al Comune di Muggia. La cifra che dovrà essere versata
alle case dell'Ezit non è stata ancora definita. Da qui, grazie a dei fondi
messi a disposizione della Regione (350 mila euro), sorgerà lo stabilimento
dislocato su un'area di seimila metri quadrati. Nella struttura verranno
trattati materiali lignocellulosici provenienti dall'intero territorio
provinciale. Successivamente, in base ad un project financing, la struttura sarà
affidata a privati mentre il Comune potrà usufruire gratuitamente del
compostaggio necessario per produrre il materiale (ossia il cippato) utile ad
alimentare la futura centrale a biomasse della scuola elementare De Amicis. «Si
stima che il cippato necessario dovrà aggirarsi attorno alle 150 tonnellate
all'anno, cifra che dovrebbe essere raggiunta senza grossi sforzi visto che il
potenziale muggesano è di circa 300 tonnellate», ha specificato l'assessore
Longo. Poche settimane fa il consigliere comunale del Pdl Christian Gretti aveva
espresso delle perplessità sulla reale convenienza economica ed ecologica della
centrale a biomasse della scuola De Amicis evidenziando come nell’ultimo Energy
Report del Wwf del 2011 venissero chiaramente indicate le modalità per ottenere
entro il 2050 il 100% dell’energia dalle fonti rinnovabili, sfruttando
principalmente energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica, e che dunque
l’uso di biocombustibili liquidi e biomasse solide fosse “relegato a pochi casi
ed in mancanza d’altro”, a testimonianza del fatto che “le centrali a biomassa
sono sicuramente meno inquinanti di quelle a gasolio ma allo stesso tempo, da
studi scientifici, risulta che tali centrali hanno un impatto sulla salute per
la produzione di polveri sottili, metalli pesanti, diossine, formaldeide,
acroleina». Questa la replica dell'assessore Longo: «Partendo dal fatto che con
questo sistema eviteremo che i rifiuti finiscano nell'inceneritore con le
conseguenze che tutti noi conosciamo, posso assicurare che l'impianto sarà
assolutamente moderno e realizzato con le migliori tecniche esistenti». Tutta la
struttura avrà però un iter piuttosto lungo. Le basi sono state gettate ma prima
di 24 mesi difficilmente la Valle delle Noghere potrà veder sorgere l'impianto.
Riccardo Tosques
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 1 febbraio 2012
La differenziata gioca la carta dei cartoni - Duemila
commercianti dovranno conferire gli imballaggi in 200 punti individuati sul
territorio
Operazione cartoni. La raccolta differenziata, per quanto
riguarda la carta (i cosiddetti rifiuti cellulosici), punta all’ingrosso. A
partire dalla prossima settimana. circa 2mila negozianti riceveranno, a cura
degli addetti di Esatto, uno specifico foglio informativo con relativa mappa sul
servizio raccolta cartoni da imballaggio a Trieste. L’iniziativa è stato
illustrata ieri nella sala giunta gli assessori all’Ambiente Umberto Laureni e
al Commercio e Artigianato Elena Pellaschiar, nonché il direttore della
Divisione Ambiente di AcegasAps Paolo Dal Maso. I servizio raccolta cartoni
avverrà utilizzando 210 punti di raccolta (aree dedicate evidenziate a terra
dalla scritta gialla Src, servizio raccolta cartoni) distribuiti lungo le 8 zone
stabilite da AcegasAps sul territorio comunale, periferia compresa. In pratica
negozianti e titolari di attività economiche (che non devono utilizzare i
normali contenitori gialli per la carta riservata ai cittadini, pena sanzioni)
saranno chiamati a conferire scatole, scatoloni e cartone in genere, piegati e
sistemati sulle aree a terra contrassegnate dalla scritta gialla Src (Servizio
Raccolta cartoni), nella gran parte dei casi nei pressi delle fermata dei bus.
Il conferimento dovrà avvenire esclusivamente nei giorni di pertinenza (ognuna
delle 8 zone avrà le sue modalità) e sempre tra le ore 19.30 e le 20,
consentendo così ai mezzi di Acegas Aps di effettuare la raccolta con dei
percorsi notturni. Solo l’Altipiano (Opicina Prosecco, Basovizza) avra solo un
giorno di raccolta, il sabato. «E un piano sperimentale. Dobbiamo capire quali
sono le reali esigenze. Correzioni sono sempre possibili» spiega Dal Maso.Tra le
avvertenze, in caso di bora (proprio come in questi giorni), sarà richiesto di
attendere un turno successivo, tenendo i cartoni all’interno del proprio
negozio. Per quantitativi ingenti le attività economiche potranno comunque
prenotare il ritiro a domicilio telefonando al numero 040.7793780. Negli spazi a
terra “Src” non dovranno essere conferiti polistirolo, plastica, metalli, vetro
e neppure giornali, libri, riviste, borsette, buste e sacchetti di carta che
dovranno invece essere destinati nei cassonetti stradali di colore giallo,
quelli per la raccolta della carta normale. «Si tratta – spiega l’assessore
Laureni- di un ulteriore passo avanti sulla via della raccolta differenziata».
In futuro, inoltre, non si escludono incentivi sotto forma di sconti sulla Tarsu
per i commercianti più “ricicloni”. «Questo è un servizio in più nel rispetto
delle regole – aggiunge l’assessore Pellaschiar -. Un modo per aiutare i
commercianti e venire loro incontro». Ma non basta. «Sempre dalla prossima
settimana - aggiunge Laureni- sarà operativo il numero telefonico verde ambiente
800955988 (con orario 8-17), che offrirà tutti i necessari chiarimenti su
quesiti relativi alla raccolta differenziata». Il numero potrà essere utilizzato
anche per eventuali segnalazioni di disservizi o trasgressioni sulle modalità di
conferimento dei rifiuti urbani.
Trieste, ultimo binario Tagliata fuori dai treni e ora
dalla stessa Italia
Lettera aperta al presidente della Repubblica
Napolitano Una storia di ridimensionamenti, ritardi e dismissioni
LE CAUSE DEL DECLINO La frontiera c’entra poco, è stata la politica delle
Ferrovie a smantellare una rete che fu gloriosa ed efficiente sotto l’Austria
LE LINEE di confine Proprio nel momento in cui Bruxelles finanzia le linee
transfrontaliere qui da noi le smantellano e azzerano
Signor Presidente Napolitano, vorrei parlarle del “tappo” che le ferrovie
italiane stanno mettendo alla locomotiva del Nord. E' un tema di cui non si
parla perché i politici non vanno in treno, e forse non ci vanno nemmeno i
gestori del servizio. I politici, i boiardi di Stato e i grandi dell'economia
non sanno cosa significhi impiegare due ore e dieci tra Venezia e Trieste. Io,
che sono triestino e ho speso infiniti giorni della mia vita su quei binari
morti solo per restare attaccato al mio Paese, lo so benissimo. E ogni volta che
salgo su quella tradotta mi dico: ma come, per avere la mia città l'Italia ha
speso la vita di 600 mila ragazzi e ora la tiene a sé con un unico doppio
binario percorso da treni di lentezza esasperante? Le diranno che la causa di
questo è il confine infelice che circonda la città “cara al cuore”. Io dico di
no. La causa è la politica di Trenitalia. Vede, Presidente, oltre quel doppio
binario, non esiste più niente. Tutto il resto di quella che fu una rete
gloriosa ed efficiente (in gran parte austriaca) è stato disattivato,
smantellato, venduto. A quasi un secolo dalla Grande Guerra, ora che gran parte
delle barriere sono cadute con i Paesi vicini e la città che fu porto di un
impero si ritrova nuovamente al centro d'Europa, proprio ora assistiamo allibiti
alla rottamazione di un patrimonio su cui costruire il futuro non solo di
Trieste ma dell'intera economia del Nord, priva di vettori commerciali verso il
Danubio. La rete che ancora collega l'Italia a quel retroterra, lo stesso che
fece la fortuna della mia città, non solo non viene riattivato ma viene tolto
dalla mappa ferroviaria d'Europa. Abbiamo appreso che il capo di Trenitalia
Moretti verrà a Trieste per liberare la città dagli ultimi ferri “inutili” e dai
suoi ostinati progetti di futuro. Ma è da anni che, con la parola d'ordine “rete
snella” ci tolgono binari di precedenza, ci declassano fermate, ci riducono
all'osso gli scali merci, ci degradano a raccordi industriali linee importanti
transfrontaliere, ci svendono caselli e piccole stazioni, lasciando le altre
alle ortiche. Non c'è stata misericordia. Persino la stupenda stazione di
Miramare, quella dove Massimiliano d'Asburgo scendeva dal treno imperiale per
raggiungere in carrozza il vicino castello sull'Adriatico, si è vista estirpare
i binari di sorpasso indispensabili all'efficienza della linea. Oggi si vuole
vendere anche la stazione di Campo Marzio, fino a ieri la porta dell'Istria e
della Dalmazia, “gate” velocissimo per Vienna e la Baviera sulla direttrice
cosiddetta “Transalpina”, e questo proprio nel momento in cui si delineano i
progetti di riattivazione delle linee frontaliere, abbondantemente finanziati da
Bruxelles. I rottamatori se ne fregano. Tolgono di mezzo tutto ciò che va oltre
la nuda linea Trieste-Monfalcone. Persino al magnifico museo ferroviario,
gestito da volontari senza l'ausilio di soldi pubblici, è stato intimato lo
sfratto con l'imposizione unilaterale di un affitto scandaloso. Glielo dico
perché Lei non è solo il tutore della memoria nazionale, ma anche del paesaggio
italiano. Un ruolo-chiave che le è affidato dalla Costituzione. Ci pensi: un
secolo fa con una sola coincidenza si andava a Praga, Cracovia e Stoccarda.
Anche col fascismo molti collegamenti vitali rimasero, e ancora trent'anni fa,
con la cortina di ferro di mezzo, sul Carso transitava il Simplon Orient Express
diretto a Istanbul. Sui “wagon lit” negli anni Settanta potevi andare a Parigi,
Genova, Roma, Budapest, Belgrado. Oggi si va solo a Udine e Venezia. Sugli orari
ferroviari non c'è più altro. Per Trenitalia la Nazione finisce a Mestre. E la
città, per avere la quale si sono spese 600 mila vite, è diventata binario
morto. E' maledettamente facile, in questa situazione dire: “ridateci
l'Austria”. Le nostalgie non mancano ed è bene che sappia che non sono nostalgie
infondate. Prima della Grande Guerra, c'erano non una ma tre strade di ferro per
l'Europa: una via Lubiana-Graz, una via Pontebba e una via Gorizia-Villach,
linea che avvicinava la Germania di 250 chilometri. Oggi è rimasta solo la
seconda. Alla chetichella, due mesi fa, è stato tolto il treno fra Trieste e
Lubiana. La linea di Gorizia è chiusa dai tempi della guerra fredda, anche se i
binari esistono ancora. Tutto è finito: niente per l'Ungheria, niente per
Zagabria, niente per l'Istria, per Fiume e Dalmazia. Persino i treni storici si
sono visti sbarrare la strada da e per la Slovenia a causa degli aumenti
tariffari decisi da Trenitalia su questo confine. Trieste non è più al centro di
niente. Ma il confronto più deprimente è quello che riguarda Vienna. Nel 1915
c'erano dodici treni al giorno nei due sensi, e tutti diretti. Oggi nessuno.
Oggi per arrivare devi sottoporti a due cambi, a pagare tre diversi biglietti e
percorrere una tratta in pullman tra Udine e Villach. Un viaggio così lento e
umiliante che due mesi fa, per incontrare il borgomastro di Vienna, il sindaco
di Trieste ha voluto sperimentarlo di persona, solo per sentire fino in fondo
l'emarginazione della sua città. Trieste, ovvero “the meaning of nowhere”, come
ha scritto l'inglese Jan Morris. Ma ripeto, non è solo questo il punto. Il grave
è che, in silenzio, si inibisca il futuro di linee vitali per lo sviluppo della
nazione. Trieste è una città civile, ordinata. Così civile e ordinata che non si
è esitato a deprivarla a cuor leggero di ciò che era suo. In Italia funziona
così, i tagli si fanno non là dove servono, ma là dove – per senso dello Stato –
la gente è più obbediente. Così vincono i furbi, e quelli che scendono in
piazza. Ma non è detto che questa remissività continui. Oggi la crisi può fare
da detonatore di molti malumori. La gente ha perso la pazienza di fronte alle
ingiustizie e alle ladrerie. Per questo è importante avere una sua risposta.
Trieste interessa ancora all'Italia? E come si fa a parlare di politica estera
se qui si tagliano le strade dell'Est e del Nord, vitali all'economia di tutto
il Nord Italia? Come può un'unica azienda decidere del supremo interesse
nazionale?
PAOLO RUMIZ
Moretti domani da Cosolini No Tav in piazza
Di sicuro c’è solo il mistero. Quello che circonda la visita di domani a Trieste dell’amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti. Nessun programma di massima, nessuna anticipazione, un solo punto fermo: la visita al sindaco Roberto Cosolini, che l’ha invitato direttamente per capire fino a dove possa arrivare l’emarginazione ferroviaria della città, di cui Moretti è stato indubbiamente uno dei protagonisti. In scaletta richieste di potenziamento dei servizi per il porto, una proposta di Cosolini di razionalizzazione delle linee passeggeri, il progetto di metropolitana leggera Adria A e ovviamente la ricerca di un accordo sul Museo Ferroviario. Singolare comunque che fino a ieri sera, come ha ammesso lo stesso Cosolini, non fosse ancora stato preparato uno straccio di programma sugli spostamenti di Moretti che, dopo il Municipio è atteso, a quanto è dato di sapere, da una serie di altri impegni istituzionali. Lo attendono anche quelli di OccupyTrieste, No Tav, comitato dei pendolari, con un presidio in piazza Unità a partire dalle 10, per contestare la linea ad alta velocità e il mancato potenziamento di quelle regionali. Una protesta che nel pomeriggio sarà seguita, a partire dalle 17 da un corteo itinerante che partirà da via delle Torri.
(f.b.)
Cosolini a Moretti: sbagliato rimuovere quelle panchine
Lettera del sindaco all’amministratore delegato di Ferrovie: meglio individuare uno spazio inutilizzato della stazione per farne un punto di assistenza ai bisognosi.
L’assessore famulari Emergenza freddo, approntati altri
dieci posti letto
Domani l’amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato Mauro
Moretti sarà a Trieste e potrà vedere di persona la stazione centrale dalla
quale pochi giorni fa sono scomparse le panchine, rifugio notturno di
senzatetto. Ma intanto il sindaco Roberto Cosolini - in attesa di discutere di
Porto e collegamenti ferroviari - ha inviato a Moretti una lettera per dirgli
che ritiene la rimozione delle sedute «una decisione inopportuna e intempestiva,
considerata la stagione. In tutto il mondo - scrive Cosolini - le stazioni sono
rifugio di persone in stato di emarginazione e senza casa. Sarebbe preferibile
creare uno spazio idoneo, tra quelli non utilizzati, così da consentire
assistenza a chi in stazione trova riparo, senza togliere le zone di servizio ai
viaggiatori». Spiega il sindaco a proposito della missiva: «Non entro nel merito
della decisione di Ferrovie, che so avere investito molto nel miglioramento
dell’immagine delle stazioni italiane. Ne comprendo le ragioni, ma queste
possono anche essere contemperate con altre esigenze. Incluse quelle
dell’utenza», cioè dei viaggiatori rimasti essi stessi senza una panca dove
sostare. Ma la lettera a Moretti, si scopre ora, non è che l’ultimo episodio di
un dialogo intercorso già nei mesi scorsi con le Ferrovie. L’assessore comunale
al Welfare Laura Famulari racconta di una riunione tenuta a fine novembre con i
rappresentanti di Trenitalia, Centostazioni (società che gestisce
commercialmente la struttura) e Polfer. «In quell’occasione - dice Famulari - ci
fu rappresentato che la politica nazionale di Centostazioni era quella di
chiudere la struttura nella fascia oraria tra l’ultimo treno della sera e il
primo della mattina. Io chiesi poi per iscritto di attendere la fine della
cattiva stagione», ma non ci fu risposta. Così come rimase lettera morta la
proposta - avanzata da Famulari in quella riunione, e che ora ricompare nella
lettera del sindaco a Moretti - di assegnare al Comune e alla rete di
associazioni impegnate nell’assistenza ai senzatetto che gravitano attorno a
piazza della Libertà uno degli spazi vuoti interni alla stazione. «Era
un’ipotesi funzionale pensata per dar vita a un punto di coordinamento al quale
le persone in difficoltà avrebbero potuto rivolgersi, e al contempo avrebbe
potuto migliorare l’immagine della stazione» liberando gli spazi di passaggio
dei viaggiatori dalla presenza di senzacasa. Tutto, si diceva, è rimasto sinora
lettera morta. Ieri Ferrovie non ha inteso commentare la lettera di Cosolini,
che l’altra sera peraltro si è recato con Famulari in stazione per verificare la
situazione dei clochard. Intanto, in questi giorni di freddo eccezionale, il
Comune ha predisposto da ieri sera dieci posti letto in più rispetto a quelli
già esistenti (25 nel dormitorio della Comunità di San Martino al Campo, 15 nel
centro diurno dello stesso edificio di via Udine, 20 allestiti temporaneamente
in un locale in via Sant’Anastasio di proprietà della parrocchia Immacolato
Cuore di Maria) approntando a foresteria d’emergenza un proprio appartamento in
via San Lazzaro. Trenta posti letto in più rispetto allo scorso inverno, e una
serie di interventi per i quali l’assessorato alle Politiche sociali ha
stanziato 175mila euro.
Paola Bolis
LA LETTERA DEL GIORNO - Perché va salvato il museo ferroviario di Campo Marzio
Egregio Presidente della Regione, Egregio Sindaco di Trieste, mi consentano di rubar Loro due minuti per dire che il museo ferroviario di Campo Marzio a Trieste, custode di una sterminata collezione di rotabili, documenti, fotografie, testi e cimeli la cui raccolta ebbe inizio già nei primi anni '70, è un unicum irripetibile, sia perchè rispecchia la peculiarissima evoluzione storica e culturale del nostro territorio, ma soprattutto perchè è ospitato nei locali di una splendida stazione del 1906, ben conservata e già più volte restaurata: manca solo la tettoia dei binari, smontata per farne cannoni durante la seconda guerra mondiale. Quella stazione è di per sè il vero primo oggetto della raccolta del museo ferroviario di Campo Marzio, vera ed autentica testimone del passaggio di tutti quei vecchi treni sui propri binari, sia austriaci che italiani, vera ed autentica testimone del passaggio di tante persone diverse, e di epoche anch'esse così diverse fra loro; affascinante al punto da essere stata più volte scelta come set cinematografico e televisivo. Lo sapevate che anche una scena di Morte a Venezia è stata girata a Campo Marzio? Fuori da quella stazione ferroviaria la raccolta che in 40 anni e più è stata messa insieme con passione e tenacia dai "ferroamatori" di Trieste, di Gorizia, di Udine e di tante altre città del Friuli Venezia Giulia non avrebbe più senso. Vi prego perciò di difendere dalla speculazione e dall'ignoranza questa unica ed irripetibile testimonianza culturale della nostra Regione, insieme ai tanti che come me hanno visto questo museo crescere e diventare sempre più autorevole in Italia così come in altri Paesi dove le ferrovie han davvero miglior fortuna, antiche o moderne che siano. È una raccolta davvero unica a livello europeo che vede insieme rotabili austriaci e italiani, mezzi bellici su rotaia, la Pontebbana e il Semmering, la Parenzana e la ferrovia delle Rive, il tram di Opicina e quelli urbani di Trieste, spero davvero che anche Voi ci siate già stati almeno una volta. Proprio per l'unicità della propria raccolta il museo ferroviario di Campo Marzio ha tutte le carte in regola per diventare davvero uno dei veri simboli culturali di tutto il Friuli Venezia Giulia, uno dei tanti "unica" di Trieste che spinge molti a far turismo nella nostra Regione. Ancora più di oggi dunque il museo ferroviario di Campo Marzio potrà diventare uno degli strumenti di attrazione turistica e dunque una fonte di reddito continua e durevole, basterebbe forse volerla e saperla gestire, curare e potenziare con obbiettiva e convinta continuità. Presidente Tondo, Sindaco Cosolini, oggi il museo ferroviario, e soprattutto la stazione di Campo Marzio a Trieste, sono in serio pericolo (e non per la salsedine che da sempre si mangia gli intonaci della stazione, così come mangerà quelli delle future costruzioni progettate...). Spero di averVi convinti a difenderli, in nome dell'unicità storica e culturale delle nostre terre e delle nostre genti, delle terre e delle genti del Friuli Venezia Giulia. Grazie del Vostro tempo e per la cortese attenzione
Alfonso Taccione
Una doccia chimica sui serbatoi Siot per eliminare la
puzza
Il presidente della società Ulrike Anders : «Nessun
pericolo ma interverremo». Progetti allo studio con l’Università
SAN DORLIGO «Noi siamo già in regola rispetto ai parametri di legge
italiani. Nuovi interventi per ridurre l’impatto ambientale del nostro
stabilimento dunque non li faremo perchè la legge ce lo impone, ma perchè
vogliamo operare intrattenendo buoni rapporti con tutti: istituzioni e
cittadinanza». Ulrike Andres, presidente del gruppo europeo Tal e anche della
Siot, di cui è pure amministratore delegato, non si sottrae al confronto, anzi.
E cerca di smussare i toni della polemica. Non promette miracoli per dopodomani,
ma conferma l’impegno della società. La puzza dei giorni scorsi è stato un
episodio sporadico o la vetta dell’iceberg? Il fastidio esiste, lo sappiamo,
anche se si verifica più raramente rispetto al passato, grazie al sistema di
fiaccole per bruciare le esalazioni e le doppie guarnizioni ai tetti
galleggianti dei tank. Che, sottolineo, sono fastidiose per l’odore di zolfo, ma
assolutamente non pericolose. Però quando l’aria ristagna il fenomeno si ripete.
Si ripete quando dobbiamo svuotare i serbatoi per la manutenzione: adesso stiamo
studiando con gli esperti dell’Università di Trieste la possibilità di eliminare
i miasmi spruzzando prodotti chimici sul mantello dei serbatoi. E questi
prodotti non rischiano di essere un rimedio peggiore del male? Assolutamente no,
sono prodotti idrosolubili assolutamente innocui, il laboratorio odorifico
dell’ateneo di Udine ci dice che è un sistema efficace. Adesso dobbiamo
testarlo. E se i test vanno bene a quando la possibilità di installare questo
sistema brucia-odori? È prematuro fare tempi e cifre, dico solo che il nostro
gruppo, che spende già 10 milioni di euro all’anno per il sistema di sicurezza
del terminal di Trieste e dell’oleodotto, non avrà problemi a fare anche questo
investimento, senza aiuti pubblici e anche se - come dicevo - la legge non ce lo
imporrebbe. Il Golfo di Trieste è un bacino alquanto stretto, già la Siot
alimenta un bel traffico. Riuscireste a convivere con altre nuove realtà come un
rigassificatore o un terminal ro-ro sull’area dell’ex Aquila? Per quanto
riguarda la scelta rigassificatore o terminal, dico che la mia società è
assolutamente neutra. Non abbiamo alcun progetto per eventuali poli energetici
petrolio-gas. Per quanto riguarda solo l’aspetto del traffico navale credo che
la presenza di un terminal, come di un rigassificatore, sia assolutamente
compatibile con la presenza delle nostre petroliere, che pure arrivano in misura
di 420 all’anno. Confermate Trieste come vostro porto di riferimento in
Adriatico? Trieste è il primo terminal petrolifero in Italia, secondo in Europa
dopo Marsiglia: non vediamo motivo per andarcene da questa città e da questa
regione. Le sirene di porti concorrenti, come Fiume o Capodistria, non vi
attirano? Non abbiamo alcun interesse a lasciare Trieste, qui siamo molto
radicati. E se potesse chiedere qualcosa alla presidente dell’Authority portuale
? Chiederei condizioni di operatività più stabili, anche se sono già buone.
Livio Missio
Mosca riduce l’export di gas L’Italia perde l’8 per
cento - EFFETTO FREDDO
BELGRADO Gazprom, il colosso russo del gas, avrebbe deciso di ridurre le forniture di “oro blu” verso l’Europa, il suo più vasto mercato d’esportazione, a causa dell’ondata di gelo che sta investendo anche la Russia e per fronteggiare più facilmente la domanda interna in forte aumento. Lo ha rivelato nella tarda serata di ieri l’agenzia di stampa russa Interfax, che ha citato una fonte confidenziale che opera nel settore del gas. Le informazioni ricevute dall’agenzia moscovita, poi riprese anche dall’agenzia Reuters, svelano che l’export di gas del monopolista russo verso il Vecchio Continente sarebbe già stato ridotto durante la giornata di ieri. In particolare, l’8% della richiesta di gas da parte dell’Italia non sarebbe stata soddisfatta, mentre il flusso nel gasdotto Yamal-Europa – che dalla Siberia attraversa la Bielorussia e la Polonia per arrivare poi in Germania e da lì distribuire il gas in Europa – sarebbe stato inferiore addirittura del 10% rispetto alla media stagionale. Contattato sia da Reuters, sia dall’agenzia Bloomberg, il portavoce di Gazprom, Sergei Kupriyanov, non ha voluto commentare la notizia. Il gigante energetico nel 2011 ha esportato 150 miliardi di metri cubi di gas in Europa - in particolare verso Germania, Italia e Turchia - coprendo il 30% del fabbisogno europeo. Il gelo eccezionale che ha colpito anche Mosca ha fatto tuttavia impennare la domanda e il fabbisogno di energia per riscaldamento in tutto il Paese, mettendo in difficoltà – secondo Interfax – le capacità di rifornimento di Gazprom. Nell'ultima settimana, le temperature nella regione attorno alla capitale russa non sono salite oltre i -15 gradi durante il giorno, precipitando invece fino a quasi -30 durante la notte. E il meteo prevede gelo e neve anche nei prossimi 10 giorni. Dall’inizio dell’inverno russo, il bilancio delle vittime per assideramento è salito a 30 morti mentre un centinaio di persone che presentavano sintomi da congelamento sono state ricoverate nei giorni scorsi negli ospedali locali.
(s.g.)
COOPAMBIENTE.it - MARTEDI', 31 gennaio 2012
Una guida sulle detrazioni per il risparmio energetico
L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato un pratico
vademecum con tutti gli aggiornamenti su agevolazioni, spese detraibili e
certificazioni
Per aiutare il cittadino a districarsi nel dedalo delle norme che regolano
la materia, più volte modificate nel corso degli anni, l’Agenzia delle Entrate
ha recentemente realizzato un’utile GUIDA su “Le agevolazioni fiscali per il
risparmio energetico” scaricabile direttamente dal sito. Tutte le informazioni
per sapere cosa e come detrarre e chi ne ha diritto. Per coloro che si
apprestano a realizzare interventi di riqualificazione energetica della propria
abitazione, il testo comprende anche un quadro sintetico dei principali
adempimenti e un’appendice con allegati tecnici e copia della modulistica di
riferimento.
Qualche anticipazione: la detrazione fiscale del 55% è stata prorogata al 31
dicembre 2012 ed estesa alle spese per interventi di sostituzione di scaldacqua
tradizionali con quelli a pompa di calore dedicati alla produzione di acqua
calda sanitaria; da gennaio 2013 le agevolazioni sul risparmio energetico
saranno sostituite con la detrazione fiscale del 36% prevista per le spese di
ristrutturazione edilizia che, dal 2012, non avrà più scadenza. Il tetto massimo
sul quale calcolare la detrazione varia in funzione dell’intervento: 100mila
euro per la riqualificazione energetica di edifici esistenti; 60mila per quelli
sugli involucri degli edifici o per l’installazione di pannelli solari; 30mila
per la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale.
LA REPUBBLICA - MARTEDI', 31 gennaio 2012
"Le elettriche aggravano lo smog senza rinnovabili"
E' di nuovo polemica: secondo l'Istituto per la ricerca ecologica Oeko-Institut il problema della produzione di energia l'immissione sul mercato di un milione di vetture entro il 2022 taglierebbe l'attuale livello di emissioni di CO2 del 6%, mentre con la diffusione di motori a benzina più efficienti la riduzione sarebbe pari al 25%
"Senza un deciso aumento dell'offerta di energia da fonti
rinnovabili, le auto elettriche rallenterebbero la soluzione del problema
dell'inquinamento ambientale invece di contribuire a risolverlo". E' il
risultato di uno studio tedesco condotto dall'Istituto per la ricerca ecologica
Oeko-Institut e reso noto dal quotidiano Tageszeitung in edicola oggi. E chi è
già pronto a contestare questa teoria sappia che è stata confermata dallo scorso
rapporto indipendente commissionato lo scorso anno congiuntamente da Greenpeace,
Friends of the Earth Europe e Transport & Environment. Le organizzazioni
ambientaliste denunciarono come l'auto elettrica "potrebbe addirittura far
aumentare le emissioni di CO2, a meno che non sia alimenta a energia verde".
"Le automobili elettriche - ci ha spiegato Andrea Lepore, responsabile della
campagna Clima di Greenpeace - sono un importante strumento per la transizione
verso un modello di trasporto sostenibile ma il loro sviluppo deve essere
accompagnato da un adeguato impegno per garantire la loro alimentazione con
energie rinnovabili".
Secondo il rapporto, dal titolo "Energia verde per le auto elettriche", la
normativa europea in materia di emissioni dalle automobili è inadatta perché il
meccanismo dei "super crediti" consente ai produttori di usare la vendita di
veicoli elettrici per compensare la continua produzione di automobili a elevate
emissioni: per ogni auto elettrica venduta, i costruttori possono vendere oltre
tre veicoli ad alta emissione senza conteggiarli ai fini del calcolo delle
emissioni di CO2. Un aumento del 10% nelle vendite di auto elettriche potrebbe
portare in Europa a un aumento del 20% delle emissioni di CO2 nel settore
automobilistico.
"Chiediamo - spiegano le organizzazioni ambientaliste - che i "super-crediti"
siano eliminati nelle attuali e future normative sulle emissioni di CO2, a
partire da quella, ora in discussione, per la regolamentazione delle emissioni
dei furgoni. Inoltre, tutte le auto elettriche vendute sul mercato europeo
dovranno essere dotate dei cosiddetti "contatori intelligenti", strumenti che
consentono ai veicoli di essere in carica solo quando sono disponibili eccedenze
di energia, per lo più da fonti rinnovabili".
Ma torniamo alla ricerca, commissionata dal ministero dell'Ambiente di Berlino,
che ha rivelato come "l'immissione sul mercato di un milione di vetture entro il
2022 taglierebbe l'attuale livello di emissioni di CO2 del 6%, mentre con la
diffusione di motori a benzina più efficienti la riduzione sarebbe pari al 25%".
Tutto dipende insomma da come si produce l'energia elettrica. Secondo uno studio
Fiat - l'unico disponibile al momento, ad una vettura elettrica che circoli
(sempre non alimentata da rinnovabili) andrebbe addebitata un'emissione di C02
pari a 60 g/km in Italia e 40 g/km in Francia o Germania, paesi che notoriamente
producono energia in modo più pulito del nostro.
Insomma, a rendere poco 'verdi' le auto elettriche sarebbe l'alto consumo di
corrente da fonti non rinnovabili. Il risparmio di emissioni per l'ambiente
sarebbe effettivo solo se l'aumento nel consumo di energia elettrica fosse
coperto da elettricità prodotta dalle rinnovabili. Non è un caso che la Smart,
per il suo progetto di fortwo elettriche, prima ancora di cominciare a vendere
le sue auto, abbia fatto in accordo con l'Enel per dimostrare che tutte le sue
auto a noleggio sono ricaricate con rinnovabili.
Soluzione? Per il ministro dell'Ambiente tedesco, Norbert Roettgen, le auto
elettriche devono potersi approvvigionare da energia rigenerativa: "Un semplice
spostamento della produzione di CO2 dai tubi di scappamento alle centrali
elettriche sarebbe un autoinganno", ha detto oggi a proposito della polemica.
VINCENZO BORGOMEO
IL PICCOLO - MARTEDI', 31 gennaio 2012
Adriatico-Baltico al via il Corridoio
Il 15 marzo, con la prima partenza dal Porto di Trieste per quello tedesco di Rostock (via Wels), si inaugura il Corridoio Adriatico-Baltico, inserito tra le direttrici prioritarie dalla Commissione europea. Solo due giorni prima, il 13 marzo, prenderà il via il collegamento con Milano, ripristinato dopo le recenti difficoltà che avevano indotto Alpe Adria a sospenderlo. Questo e altri servizi sono stati presentati nei giorni scorsi all'Associazione degli spedizionieri triestini che sembrano avere accolto con particolare soddisfazione le novità. «Siamo molto contenti, si sentiva la mancanza di questi servizi. Il progetto, da parte nostra, è quello di collaborare con Alpe Adria, Tmt e altri vettori ferroviari con l’obiettivo di alimentare il traffico. Le situazione è decisamente cambiata, ho una visione estremamente positiva e spero di poterla mantenere». Sono parole di Guido Valenzin - operatore portuale a capo degli Spedizionieri triestini - all'indomani della presentazione del nuovo quadro di collegamenti proposti da Alpe Adria, ma anche da Trieste marine terminal, la società di gestione del Molo VII che ha appena avviato la collaborazione con Rail cargo Austria (Rca). Il collegamento con Rostock verrà gradualmente implementato, passando per una integrazione in una prima fase, mediante l’aggregazione di tre segmenti operativi Trieste-Villach, Villach-Wels e Wels-Rostock, oltre alla tratta in senso inverso. In un secondo momento ci sarà l’integrazione del primo e del secondo segmento (Trieste-Wels diretto), per poi completare lo sviluppo attraverso l’ulteriore unificazione del terzo segmento (Trieste-Rostock), raggiungendo così un tempo di percorrenza di circa 36 ore. Il nuovo network operato da Alpe Adria, dunque, comprende oggi collegamenti con Villaco e altre cinque città austriache, oltre ai possibili link internazionali. Due direttrici per la Germania del sud, un collegamento per Budapest e altre quattro destinazioni in Italia. Particolare interesse sembra aver destato tra gli operatori, inoltre, il ripristino del cosiddetto traffico convenzionale. Grazie agli accordi con Rca, infatti, gli operatori portuali avranno nuovamente la possibilità di “attaccare” vagoni merci ai treni spediti lungo le direttrici curate da Alpe Adria. In termini pratici questo significherà certezza sui tempi di percorrenza e costi ridotti. E in qualche caso il non doversi più rivolgere a Capodistria.
(r.c.)
«Salvate la stazione di Campo Marzio» - L’appello di
Kocijancic e Andolina (Rifondazione) alla vigilia dell’incontro di Cosolini con
Moretti
La tutela del Museo ferroviario di Campo Marzio, che
rischia di chiudere i battenti, ma nel contempo la necessità di un adeguato
sistema di collegamenti ferroviari per Trieste e per tutto il territorio
regionale, penalizzati dalle recenti scelte di Trenitalia. E’ ruotato intorno a
questi due temi l’intervento dei rappresentanti di Rifondazione Comunista Igor
Kocijancic e Marino Andolina, che hanno così idealmente risposto all’appello
lanciato dai volontari del Dopolavoro ferroviario. «Il Museo è un’istituzione
unica nel suo genere in Italia – ha dichiarato Kocijancic – ed è a tutti gli
effetti una stazione funzionante, che rimane però inutilizzata a causa della
miopia dei vertici di Trenitalia». Chiaro il riferimento al fatto che la
stazione di Campo Marzio rappresenta il terminale del progetto di ferrovia
transfrontaliera, già parzialmente finanziato, e recentemente riproposto a
Lubiana in sede Ince, che potrebbe costituire un rilancio del trasporto su
rotaia di Trieste e Gorizia verso gli snodi cruciali della vicina Slovenia,
permettendo adeguati collegamenti anche con l’aeroporto di Ronchi dei Legionari.
Oltre a garantire un futuro alla struttura stessa del Museo, che conta su
un’esposizione di circa duemila cimeli, e che adesso i volontari del Dopolavoro
non riescono più a gestire economicamente, dopo essersi visti triplicare il
canone di affitto dalle Ferrovie dello Stato. Sul fatto che Trieste ed il suo
porto siano sempre più isolati dal resto d’Italia e d’Europa, Kocijancic e
Andolina si sono soffermati sulle priorità da mettere in evidenza, in vista
della prossima visita in regione dell’amministratore delegato di Trenitalia
Mauro Moretti, che si incontrerà con il sindaco Cosolini e con l’assessore
regionale ai trasporti Riccardi. E cioè la creazione di nuove linee ferroviarie,
senza fermate, dai capoluoghi provinciali verso Venezia, la risoluzione del
problema dei disservizi patiti dai pendolari ed infine il vincolo dell’acquisto
dei nuovi treni, per i quali sono già stati stanziati 16 milioni di euro. I
rappresentanti della Federazione della Sinistra hanno altresì auspicato lo
sforzo delle istituzioni locali per la risoluzione del problema del Museo, ed
hanno annunciato un impegno nelle sedi opportune, che si tradurrà nella
presentazione di due mozioni, rispettivamente in Consiglio Regionale e Comunale.
«Non vorremmo buttare all’aria un lavoro di trent’anni, il nostro servizio conta
su quasi 4.000 visitatori all’anno e ci piacerebbe continuare a farlo,
naturalmente gratis come sempre - ha sostenuto, con una punta di ironia, Roberto
Carollo responsabile dei volontari, al cui appello hanno già aderito personalità
eccellenti, come l’astrofisica Margherita Hack – ma sarebbe ora di fare
chiarezza, una volta per tutte, su quale sarà il futuro di questo edificio
storico».
Sprechi di energia: in Comune un ufficio per
utilizzarla meglio
A marzo il nuovo “sportello di risparmio” a sostegno
dei cittadini e delle imprese. L’impiego di fonti alternative
L’ASSESSORE LAURENI L’obiettivo è anche quello di consumare e disperdere meno
riducendo in città di oltre il 20% le emissioni di Co2
Il nuovo Ufficio Risparmio energetico ed Energie alternative del
Comune dovrebbe aprire i battenti all'inizio di marzo. Il suo ruolo sarà
duplice: da un lato dovrà assistere le istituzioni cittadine nell'elaborare
strategie e pratiche di risparmio energetico di ampio respiro. Dall'altro dovrà
aiutare cittadini e imprese interessati a sprecare meno energia, o magari a
produrne di nuova attraverso fonti alternative. L'Ufficio Risparmio energetico è
il primo, palpabile, risultato delle "Linee guida in materia di tematiche
energetiche ed ambientali" del Comune, promulgate attraverso la delibera
giuntale n.12 del 19 gennaio e firmata dall'assessore all'ambiente Umberto
Laureni assieme all'assessore all'edilizia e ai lavori pubblici Elena
Marchigiani. «Queste linee guida segnano, assieme al piano regolatore,
l'ingresso della giunta nella fase progettuale del suo mandato - ha spiegato
Laureni -. L'obiettivo è produrre energia di tipo nuovo, consumarla meno e
disperderla meno». Un compito semplice soltanto a parole. Anche per questo in
calce al documento compare la firma dell'assessore all'edilizia: «Si richiede
un'integrazione tra assessorati - ha detto Marchigiani - perché le linee guida
hanno ricadute significative su opere pubbliche ed edilizia privata».
L'obiettivo del Comune è superare gli obiettivi formali fissati per l'Ue al
2020, riducendo le emissioni di Co2 in città di oltre il 20%: «Attraverso la
redazione e attuazione di un Piano di azione per l'energia sostenibile - si
legge nel documento -, preceduto dalla redazione di un inventario base delle
emissioni e dall'adesione da parte del Comune al Patto dei sindaci dell'Ue».
Intenzioni lodevoli che vanno tradotte in pratica: «Puntiamo a mobilitare la
società civile attraverso un vasto programma di sensibilizzazione - ha detto
Marchigiani - e dare l'esempio: il regolamento edilizio verrà rivisitato e
integrato per incentivare l'edilizia sostenibile». In questa prospettiva rientra
l'idea di dotare venti edifici scolastici con impianti a energia rinnovabile -
«Un cammino già avviato in cinque scuole» -, ma anche la valorizzazione degli
spazi verdi: «Introdurremo molto verde in città, anche sui tetti», spiega
Marchigiani. Per raggiungere questi e altri obiettivi il Comune si prefigge
obiettivi a breve e medio termine. Tra i primi troviamo la già citata apertura
dell'Ufficio Risparmio energetico così come la riduzione dei consumi pubblici,
dall'illuminazione pubblica agli edifici dell'amministrazione comunale. A medio
termine figurano invece interventi di ampio raggio sui consumi familiari, sulla
grande distribuzione commerciale e sui trasporti. «Vogliamo che queste linee
guida diventino l'occasione per dare applicazione pratica sul nostro territorio
ai centri scientifici cittadini - ha affermato Laureni -, trasformando in realtà
i tanto vagheggiati vantaggi che la qualifica di "città della scienza" dovrebbe
portare a Trieste». Il Comune si rivolgerà agli enti di ricerca per analisi e
studi di fattibilità su cogenerazione e reti di teleriscaldamento. «C'è tanto da
fare - ha concluso Marchigiani - e in passato Trieste è rimasta ferma troppo a
lungo».
Giovanni Tomasin
Il Comitato per il Golfo contro i miasmi Siot:
«Chiudere il deposito»
Giorgio Jercog: «I contenitori del greggio vanno
sostituiti» Il sindaco: «Importare petrolio a minor contenuto di zolfo»
SAN DORLIGO DELLA VALLE Sei giorni filati di nauseanti odori di natura
idrocarburica. La popolazione che sollecita il Comune per avere riscontri sui
dati della qualità dell'aria rilevati dalla centralina sita nella frazione di
Mattonaia. Il Comune che a sua volta avverte la Siot delle lamentele ricevute. E
poi? E poi non si è visto niente. Nulla di fatto. Gli odori smetteranno di
infastidire gli occhi e la gola dei cittadini solo grazie all'arrivo della bora
e dell'alta pressione. E, beffa delle beffe, i dati richiesti non saranno
disponibili perché il personale preposto è... in malattia. Storie di ordinaria
normalità a San Dorligo della Valle. Pochi giorni fa l'aria attorno allo
stabilimento della Società italiana dell'oleodotto transalpino è tornata ad
essere di nuovo irrespirabile. E il malcontento da parte della cittadinanza per
i miasmi continua a serpeggiare. Sempre più rumoroso. Da Mattonaia, Francovec,
Montedoro, Lacotisce, Dolina, Caresana, Zaule e Bagnoli oltre 150 persone si
sono recate in municipio pochi giorni fa per ascoltare le risposte da parte
della Siot per porre rimedio alla situazione dei fenomeni odorigeni che
caratterizzano la vallata di San Dorligo. Le risposte non sono state
convincenti. Anche il sindaco Fulvia Premolin ha ribadito il concetto: «Non
entro nel merito della vostra azienda però pensate seriamente a cambiare il tipo
di greggio perché i fastidi ci sono, e sono innegabili»”. E ora si sta aprendo
la seria possibilità che parte della popolazione intraprenda una linea più dura
e rigida. «I cittadini stanno continuando a subire gli effetti dei prodotti del
greggio proveniente dal Caucaso con alte percentuali di zolfo e per quanto
riguarda le richieste fatte nell'ultima petizione di un anno fa (vennero
raccolte 647 firme, ndr) non ci risulta ancora nessuna risposta da parte delle
istituzioni». Giorgio Jercog, coordinatore del Comitato per la salvaguardia del
Golfo di Trieste, tra i primi firmatari della petizione antiodori, vuole fare
chiarezza. Del resto il Comitato del quale fa parte si è fatto le ossa in anni
di battaglie contro i vari tipi di inquinamento che ciclicamente affliggono
questo ultimo lembo di Adriatico. «A parte l'inserimento di un sensore dei Cov
da implementare nella centralina di Mattonaia con la prossima manutenzione e un
possibile accordo con l'Arpa per la verifica dei dati dell'aria non si è fatto
nulla». Quindi? «Riteniamo a questo punto difficile la strada del dialogo senza
le dovute risposte ad una situazione oramai diventata insostenibile. Solo adesso
dopo quasi un anno la Siot si è rivolta all'Università per definire uno studio
per risolvere la questione che sarà di difficile attuazione senza gli opportuni
investimenti tecnologici e sostituzione dei contenitori del greggio». Da qui il
monito dell'esponente ambientalista: «Nel caso in cui in tempi brevi non si
arrivi a dei percorsi condivisi su delle scelte serie al contenimento dello
stato attuale degli odori sgradevoli, dovremo cambiare strategia e chiedere due
interventi». In primis «la chiusura del deposito costiero di San Dorligo della
Valle mantenendo al massimo dai 4 ai 6 serbatoi per il solo pompaggio del
greggio verso la Baviera e Austria (con il ripristino degli stessi con
tecnologie appropriate a contenere l'inquinamento) facendo sì che il deposito
venga fatto direttamente da loro». E in seconda battuta «riprendere a discutere
della costruzione dell'oleodotto Costanza-Trieste così da inviare direttamente
il prodotto caucasico nei paesi sopracitati».
Riccardo Tosques
E in Comune c’è un uomo solo a gestire la centralina
che rileva i dati
«Inutile nascondersi dietro a un dito: qui mancano le professionalità». Mitja Lovriha, responsabile del procedimento unico e uomo tuttofare del Comune di San Dorligo della Valle, mette le carte in tavola. E ammette: «Non nascondo che io mi trovo in difficoltà a gestire i dati della centralina di Mattonaia, non rientra nelle mie competenze, ma le risorse sono quelle che sono e personale esperto non ce n'è». Insomma: o così, o così. Lovriha è stato “formato” per gestire i dati da comunicare poi all'Arpa. Assieme ad un'altra dipendente comunale sono i custodi degli aggiornamenti quotidiani della qualità dell'aria del loro comune. Un ruolo assolutamente delicato ed importante. Purtroppo però l'organizzazione attuale del Comune pare avere ancora delle evidenti falle. La conferma arriva dal fatto che c'è un unico personal computer in tutto il municipio in grado di immagazzinare i dati. Dati che poi devono essere trasmessi da una dipendente comunale allo stesso Lovriha; che poi si occupa a sua volta della gestione del carico e della comunicazione di questo all'Arpa. «Siamo in una fase di rodaggio, ora però credo che riusciremo ad operare meglio perché stiamo valutando la predisposizione di altri pc nonché una convenzione con una ditta legata all'Università degli Studi di Trieste», annuncia il funzionario. Ma c'è un problema: i soldi. Lovriha mette le mani avanti: «Io farò un preventivo del costo, poi bisognerà vedere se ci saranno i fondi per affrontare questa spesa». Sentendo Lovriha la buona volontà del Comune pare proprio esserci. Però ora, di fronte ad un argomento come la salute dei cittadini, bisogna fare un ulteriore sforzo. Anche di tipo economico.
(ri.to.)
Odori cattivi? In Francia c’è lo “sniffer” di
professione
TRIESTE La grande puzza si fa risentire. Nubi di gas maleodoranti invadono la città dalle diverse aree contermini. Tutti i rioni cittadini, non solo i più bassi, a fasi alterne, subiscono gli attacchi olfattivi. Illazioni sulle origini delle diverse puzze si sono sprecate. Sembrerebbe che non sia solo la Ferriera che “aromatizza”, negativamente, l'aria che i cittadini respirano. Infatti, nel tempo, ciclici fastidi sono causati anche dalle esalazioni gassose di idrocarburi provenienti dal mare derivanti dalle navi cisterna in rada nel golfo. Probabilmente, in questi casi, dovuti allo sfiato e conseguente fuoriuscita dai serbatoi di vapori inerti che le alte temperature dilatavano oltremodo. Ma non basta dire che si sente odore di ”uova marce”, probabilmente provocate dalle emissioni di piccole parti di acido solfidrico per poter sostenere che un tanfo ha origini industriali. Altro disagio sono le esalazioni che si espandono nella valle del Breg, per intenderci a ridosso dei grandi serbatoi presenti nel comune di San Dorligo della Valle. È da parecchio che i residenti lamentano miasmi insostenibili. Talvolta, anche il solo transito da quelle parti permette di verificarne il fastidio. La domanda rimane: ma da dove arriva il tanfo nauseante? Personale specializzato, munito di appositi sensori, ha girato il territorio in cerca, invano, della fonte. Le risposte risultano frammentarie... procedendo a “naso”. Forse si potrebbe capire l'origine delle mefitiche emissioni odorigene proprio usando dei “nasi”. Avete letto bene. Vi sono delle persone che per mestiere annusano i fetori del mondo industrializzato. Potremmo definire costoro, dei veri e propri lavoratori socialmente utili. Non è una bufala: nella Cina meridionale alcuni esperti ambientali sono stati addestrati per fiutare gli effluvi odorosi nei pressi degli stabilimenti industriali e classificare le diverse emissioni. Infatti, non sempre i gas sprigionati in atmosfera assumono un colore e quindi diventa difficile capirne l'origine. Anche in Francia, da diversi anni, l'attività di “sniffer” (cioè l'annusatore), è un'attività particolarmente utilizzata e ben remunerata, soprattutto nelle aree ad alta densità industriale. Al che, potremmo affermare a naso, che essa sia una professione... profumatamente remunerata!
Gianni Pistrini
Depuratore di Servola: proroga per due mesi - LETTERA
DI TONDO
Pericolo scongiurato per il depuratore di Servola. Niente
black out a partire da oggi, come previsto in mancanza di interventi
ministeriali che autorizzassero la prosecuzione dello scarico a mare delle
sostanze inquinanti. È stata sufficiente la lettera inviata dal presidente della
Regione, Renzo Tondo, al Dipartimento della Protezione civile, come richiesto
nei giorni scorsi dalla presidente della Provincia Bassa Poropat, perchè il
competente dirigente di palazzo Galatti potesse prorogare per altri due mesi
l’operatività dell’impianto. Adesso spetta al ministero analizzare la situazione
e aderire alla richiesta della Provincia decretando, con un primo provvedimento,
lo stato di emergenza, cui seguirebbe la nomina di un commissario per
l’assunzione di atti in deroga alle leggi ordinarie, come appunto il via libera
allo scarico del “tubone”. In caso contrario, se il ministero non ritenesse che
sussistono le condizioni di emergenza, la proroga dell’impianto potrebbe essere
fatta in regime ordinario. L’iter con la Regione è stato seguito in prima
persona dall’assessore Vittorio Zollia, che ora, per altri sessanta giorni, può
tirare un sospiro di sollievo.
Maledetto Photoshop abbruttisce la Ferriera -
INTERVENTO DI LORENZO BATTISTA (Lista Civica Trieste 5 Stelle)
Da decenni la politica locale se ne interessa solo in
campagna elettorale, generando aspettative sia nei servolani che nei lavoratori
Dopo aver appreso che i politici locali manifestavano la propria
soddisfazione perché si era evitata la chiusura dello stabilimento siderurgico
della Ferriera con il 1.o di febbraio, sarebbe ugualmente interessante sapere
che cosa ne pensano i 200mila abitanti della città. Siamo contenti che un
migliaio di lavoratori non abbiano perso il posto di lavoro o non vadano
incontro alla cassa integrazione. Probabilmente molti cittadini dovranno
aspettare e sperare per vedere la fine di un impianto industriale che, a causa
delle condizioni meteorologiche avverse (comunicato Lucchini dd. 24/11/2011),
sembra dare tanti problemi di inquinamento. Si sono impegnati anche i
programmatori di Google Earth a far apparire questo gigante metallico
arrugginito meno simpatico ed efficiente di quanto dica la proprietà: un’enorme
macchia marrone appare nello specchio di mare antistante le banchine della
Ferriera. Maledetto Photoshop! Il problema è che la politica locale da decenni
si è sempre interessata alla questione solo in campagna elettorale, generando
aspettative sia per gli abitanti, sia per i lavoratori. I governi che si sono
succeduti hanno quindi rimandato la soluzione di volta in volta. Quand’è che
finirà la situazione di emergenza? Mentre lasciamo che governo nazionale,
Regione, Provincia, Comune fissino ulteriori incontri con Lucchini ed Elettra
per capire il futuro della Ferriera, ci sono impianti, come la Montello Spa in
provincia di Bergamo, che dal 1997 ha completato la riconversione da acciaieria
a industria specializzata nel recupero di plastica e parti umide. L’impianto
riceve e tratta per il riciclo 120mila ton/anno di imballaggi in plastica,
210.000 ton/anno di rifiuti a matrice organica, produce biogas e genera energia
elettrica. Sono impiegati 200 posti di lavoro. Perché non mettere in agenda un
simile progetto? Ci sono leggi nazionali ed europee che prevedono l’erogazione
di contributi finalizzati alla riconversione di unità produttiva già esistenti.
Qualcuno si è mai attivato in questa direzione? Le politiche miopi del passato
non sono state in grado di considerare il rifiuto solido urbano una materia
prima capace di dare ricchezza. La presenza dell’inceneritore nella nostra città
ha fatto sì che la raccolta differenziata sia ferma al 20%. Un bellissimo
servizio del programma Presa Diretta su Rai3 ci ha mostrato come a San Francisco
(800 mila abitanti) la raccolta differenziata sia giunta al 78%, che l’obiettivo
è rifiuti zero nel 2020 e che l’impianto di riciclo e compostaggio della città è
un vero e proprio esempio di efficienza. Perché non iniziare seriamente a
pensare di fare industria salvaguardando l’ambiente? Il 7 aprile 2008 Renzo
Tondo, durante la sua campagna elettorale, pubblicava un video su youtube:
“Chiaro e Tondo - cielo Limpido a Servola”. Diceva: “La salute dei cittadini
viene prima di tutto; è chiaro che la Ferriera deve essere chiusa e convertita
salvaguardando i posti di lavoro. Si può fare”. Ci auguriamo che alle regionali
del 2013 i politici abbiano qualcosa di più concreto da proporre e che i
cittadini abbiano fatto abbastanza esperienza.
LA LETTERA DEL GIORNO - Galleria di piazza Foraggi,
meglio risparmiare 9 milioni
Nel programma dei lavori pubblici il Comune ha messo anche il rifacimento della galleria di piazza Foraggi, per la cifra di 9 milioni di euro. Ai soci di Triestebella piace una città bella e sarebbero felici di vedere una galleria chiara e luminosa al posto dell’attuale antro oscuro, ma, salvo che la galleria non sia in pericolo di crollo, non sarebbe meglio spendere i 9 milioni per lavori di più immediata utilità? La galleria funzionerebbe benissimo se non fosse per i semafori di piazza Foraggi e all’incrocio fra le vie Salata, dell’Istria e Baiamonti. C’è invero qualche disagio per le poche persone che transitano a piedi, dovuto alle venute d’acqua che producono fanghiglia in alcuni punti dei marciapiedi, ma basterebbe una pulizia più frequente. Questi nodi potrebbero essere molto velocizzati con delle rotatorie e bene sarebbe collocare rotatorie anche fra le vie Flavia e Valmaura, all’incrocio con via Caboto e così via. Quante rotatorie si potrebbero realizzare con 9 milioni? Se costassero come le due che faranno a Gorizia, ben 12. E quanto costerà ai cittadini in tempo perso e disagi la chiusura della galleria per la durata dei lavori? Ipotizziamo che per piazza Foraggi passino 36.000 veicoli in media al giorno, che, se i semafori della piazza fossero sostituiti da una rotatoria, ogni veicolo risparmierebbe mediamente 15 secondi, che il tempo di un viaggiatore valga mediamente 10 euro all’ora e che in ogni veicolo viaggino in media 1,5 persone. Si avrebbe un risparmio per i cittadini di oltre 800.000 euro all’anno, a cui va aggiunto il minor consumo di carburante per la sosta a motore acceso per 55.000 ore all’anno e il relativo minore inquinamento. Se si realizzassero 12 rotatorie in sostituzione di semafori in cui transitano 36.000 veicoli al giorno, i cittadini, con un investimento di 9 milioni, risparmierebbero tempo e denaro per oltre 9,6 milioni all’anno.
Roberto Barocchi - Associazione Triestebella
I colibrì a Miramare accumulano altri debiti - DOPO IL
PAUROSO INCENDIO
Non viene pagata la farmacia che fornisce Medicine e
latte. Due nuovi nati, sono 17
Che cosa succede ai colibrì di Miramare, dopo il pauroso incendio di parte
delle serre? Per adesso, incolpevoli, stanno procurando ulteriori debiti. Uno
dei farmacisti da cui Stefano Rimoli si fornisce (nelle funzioni di custode
giudiziario degli animali per incarico della magistratura) ha un credito di
oltre 1500 euro per farmaci e latte da neonati che servono per gli uccellini.
«Nel passaggio tra questa gestione, che per i pagamenti chiama in causa il
ministero dei Beni culturali, e quella precedente che faceva capo all’Università
di Udine - dice il titolare della farmacia San Bortolo di viale Miramare - sono
rimasti in sospeso altri 780 euro. Ormai ho perso le speranze di incassarlo».
Dopo le complesse vicende giudiziarie, i fornitori ma anche i veterinari che
collaborano devono compilare una bolla in funzione di preventivo, una volta
approvata possono emettere fattura, e poi aspettare i soldi. «C’è stato qualche
ritardo, ma è solo una questione di carte, lo scorso 11 gennaio c’è stato per
questo un incontro col giudice, col 10 febbraio i pagamenti dovrebbero arrivare»
ammette Rimoli dalla Germania, dove si trova per assistere all’insediamento dei
17 colibrì che ha venduto (per rifondere debiti) a un parco naturale di 26
ettari «tra Hannover e Brema, specializzato nella cura degli uccelli - racconta
- e dove il 15 marzo i colibrì triestini verranno anche esposti al pubblico».
Mentre le serre “bruciate” sono rimaste con la loro ferita, i 15 colibrì
superstiti continuano a vivere e crescere, nel frattempo ne sono nati ancora
due, quindi siamo a 17 esemplari. Ma l’incertezza qui è di casa. I 25 mila euro
che la Direzione regionale aveva ottenuto dai Beni culturali sui fondi del
lotto, agganciati alla somma di 1,2 milioni per il restauro di queste serre (una
volta vuotate) e dei muraglioni, sono stati infatti già “girati” all’Università
di Udine, a lungo consulente scientifico di Rimoli, e per un periodo incaricata
della sopravvivenza dei colibrì. Le nuove spese adesso sono coperte oppure no?
Inoltre i 600 mila euro che la Regione lo scorso dicembre ha destinato a
Miramare, firmando un accordo di programma con la Direzione regionale dei beni
culturali, sono sì destinati al recupero delle cosiddette “serre nuove” che
dovrebbero diventare sede del Centro di riproduzione dei colibrì superstiti, ma
a una condizione. Come è esplicitato nel testo, solo a condizione che il futuro
centro dimostri struttura giuridica e capacità gestionale salda. Ci sono alcuni
mesi per elaborare il piano. Altrimenti quei soldi potranno essere spesi per la
riqualificazione di parco e castello, a prescindere dal “progetto colibrì”.
(g. z.)
Parovel: speculazione edilizia in PortoVecchio - Ha
denunciato a Roma per truffa ai danni dello Stato numerosi rappresentanti
istituzionali
Paolo Parovel, già consigliere comunale ed ex gestore di una importante libreria, ora direttore de “La voce di Trieste”, ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia per truffa aggravata ai danni dello Stato. Lo ha fatto come presidente dell’Associazione Libera informazione e ha richiamato l’attenzione dei magistrati su quella che lui chiama ”L'operazione speculativa edilizia e immobiliare Portocittà che si sarebbe sviluppata a danno Porto Franco internazionale di Trieste”. Sono emerse - a giudizio di Paolo Parovel che si definisce “giornalista investigativo” e non è nuovo a solitarie battaglie di principio - anche “connessioni con problemi antimafia e con le reti nazionali di manipolazione dei grandi appalti e della pubblica amministrazione”. Nel ponderoso fascicolo inviato alla magistratura romana per competenza territoriale, ma anche a un buon numero di quotidiani che finora hanno ignorato questa iniziativa, viene posto sotto la lente d’ingrandimento un presunto “tentativo doppiamente illecito di sottrarre con artifizi e raggiri allo Stato italiano, nonché ai legittimi utenti internazionali e nazionali ed alla comunità locale, il possesso indisponibile, l’esercizio economico produttivo, il lavoro ed i redditi attuali e potenziali dell’area portuale extradoganale attrezzata di 70 ettari del Porto Franco Nord di Trieste, o Punto Franco vecchio”. Scopo della presunta sottrazione - secondo il denunciante - è quello di utilizzare l’area per una speculazione edilizia ed immobiliare costiera privata, in violazione dei vincoli giuridici di destinazione esclusiva del sito alle attività di Porto Franco internazionale». L’iniziativa varrebbe oltre 1,5 miliardi di euro ed è, sempre secondo Parovel, “appoggiata localmente da una consociazione trasversale di esponenti politici ed istituzionali attraverso atti amministrativi e campagne di pressione politico - mediatica”. “Verrebbe ignorato e compresso il principio di legalità e le proteste e denunce dei cittadini”. La presunta ’cospirazione’, - secondo il presidente dell’Associazione libera Informazione - risulta strutturata in cinque fasi. “La prima - si legge sempre nell’esposto - è consistita nel ridurre, ostacolare e impedire per anni gli usi portuali del Porto vecchio. La seconda è consistita nel formare una serie di atti amministrativi per urbanizzare l'area senza tener conto del vincolo di destinazione a porto franco”. “La terza fase è consistita nell'assegnare l'urbanizzazione di gran parte dell'area in concessione, a un'apposita società privata di costruttori per 70 anni, con diritto a subconcessioni e senza le informazioni prefettizie antimafia. La quarta fase è consistita nell'utilizzare la concessione con pretesti cultural-ricreativi per chiedere ed ottenere dal prefetto - commissario del Governo la sospensione temporanea per sei mesi del regime di punto franco sull'area, con autorizzazione ad abbattere tratti della cinta doganale per aprirvi dei varchi stradali provvisori. La quinta fase è consistita nel rifiutare di richiudere tali varchi ottenendo una proroga della sospensione temporanea per un anno, pretendendo che venga poi resa definitiva. Nell’esposto-denuncia vengono indicati molti nomi su cui indagare; vanno da quelli di esponenti del Comune e della Regione, passando per l’Autorità portuale e finendo a ministri e dirigenti dello Stato.
c.e.
Tre progetti base per il parco dell’Ermada
Il Comune chiede alla Regione un milione e 600 mila
euro per trasformare vecchi edifici in strutture turistico-culturali
DUINO AURISINA «Ammonta all’incirca ad un milione e 600 mila euro la domanda
di contributo che presenteremo oggi alla Regione per alcuni dei progetti
presentati in merito alle celebrazioni della Grande guerra». Lo annuncia il
vicesindaco con delega alla cultura, Massimo Romita. Il finanziamento, per cui
l’amministrazione comunale di Duino Aurisina farà appello alle casse regionali,
riguarda i progetti relativi alla valorizzazione ed alla celebrazione della
Grande guerra che celebrerà il suo primo centenario nel 2014 (iniziata il 28
luglio del 1914). «Si tratta di una prima tranche – spiega Romita - per tre
progetti che, nell’immediato, presentavano la possibilità di realizzazione
basandosi sulla riqualificazione di edifici già esistenti. Per altri progetti è
stata presentata la domanda di contributo alla Regione direttamente dai soggetti
interessati, senza l’intervento del Comune – continua - . Altri ancora, invece,
necessitano di ulteriori studi di fattibilità o della disponibilità effettiva
dei siti in cui si vorrebbe intervenire». Vediamo i perni di questa prima
tranche di progetti. Ex scuola elementare di Ceroglie “Miroslav Vihar”: di
concerto con la Comunella il Comune vorrebbe creare uno spazio “che offra
l'opportunità a tutta la collettività di trasmettere alle nuove generazioni le
tradizioni e le memorie storico-culturali”. Nello specifico si vorrebbe
trasformare l’ex edificio scolastico, inserito all’interno dell’ipotetico parco
tematico del Monte Ermada, in un infopoint, sala espositiva, aula didattica
utilizzata dalla Comunella o dai gruppi di speleologici o visitatori. Oltre a
ciò si vorrebbe recuperare anche la strada che collegava la frazione carsica
alla cittadina di Brestovica (Slovenia), in uso fino ai primi del’900 nonché la
riorganizzazione e tracciatura, con l’opportuna segnaletica, tutti i punti
storici sia all’interno del paese che sul monte Ermada. Il costo totale
dell’opera è prevista intorno ai 624mila euro di cui il 90 per cento dovrebbe
venir coperto dai contributi regionali mente il restante 10 per cento sarebbe
messo dai fondi proprio della Comunella. La scuola di Medeazza. Qui invece la
comunella di Medeazza vorrebbe destinare una parte della struttura, quella al
primo piano, ad ostello per una dozzina di persone. L’altra parte, al piano
terra, invece potrebbe diventare una sala polifunzionale dove potranno esserci
lezioni tematiche, un punto di riferimento in cui sarà possibile prenotare una
guida per percorrere uno dei sentieri tematici sull'Ermada a cavallo, a piedi, o
in bicicletta; dove si potrà iscriversi a corsi proposti su temi storici,
naturalistici, o eno-gastonomici della zona. Il sottotetto, infine, verrebbe
trasformato nella sede dell'associazione culturale di Medeazza e San Giovanni di
Duino. Oltre alla riqualificazione della scuola si è pensato anche di offrire
dei bus navetta che partirebbero dallo slargo in prossimità del Monumento ai
Lupi di Toscana e la Chiesa di San Giovanni in Tuba, dove si immagina anche la
costruzione di un infopoint con pannelli espositivi, fotografie e dati storici
sulle attività circostanti. Anche qui, il finanziamento richiesto di 700mila
euro vorrebbe essere coperto al 90 per cento da fondi regionali. Infine gli ex
bagni comunali di Duino. Per l'intervento in questione ci si avvarrà della
collaborazione della Jus Comunella di Aurisina Nabrezina con l’obbiettivo di
riqualificare l'area esterna con la realizzazione di un parcheggio e di un’ area
attrezzata, mentre quella interna potrebbe fungere da infopoint e da area
espositiva Qui la spesa totale è prevista per 135mila euro.
Viviana Attard
GreenStyle.it - LUNEDI', 30 gennaio 2012
GIFI, APER e Legambiente: “Non toccate gli incentivi al
fotovoltaico”
Non smette di far discutere l’articolo 65 del decreto
liberalizzazioni, anche detto “Cresci Italia”, che cancella con 40 giorni
d’anticipo gli incentivi al fotovoltaico a terra su suolo agricolo di potenza
superiore a 1 MW. L’ultima reazione negativa è quella di Legambiente, che pur
apprezzando il freno tirato ai parchi a terra di grandi dimensioni non gradisce
affatto la retroattività dell’articolo 65. Come spiega l’associazione
ambientalista:
Il governo ha fatto bene a intervenire sugli incentivi per il fotovoltaico a
terra, perché il boom di progetti presentati al GSE rischia di mandare in tilt
il sistema e di diventare un boomerang per il futuro delle rinnovabili. Non
condividiamo però l’impianto dell’articolo, in primo luogo perché cancella il
fotovoltaico a terra anche per le aziende agricole dove poteva rappresentare
un’integrazione del reddito, poi perché l’incentivo proposto per gli impianti
sulle serre è troppo generoso e rischia di diventare un volano per le
speculazioni
Legambiente, poi, mette in luce quello che è abbastanza chiaro per tutti coloro
che fanno agricoltura: la copertura fotovoltaica, per quanto limitata al 50%
dalle recenti regole dettate dal GSE, è incompatibile con gran parte delle
produzioni agricole:
In parole povere, vengono previsti incentivi per il fotovoltaico su serra molto
più generosi di quelli previsti dal vigente conto energia per il fotovoltaico al
suolo (e senza incappare nei limiti imposti dalla precedente normativa), con un
limite di ombreggiatura altissimo (il 50%). Questa indicazione potrebbe dare il
via libera a speculazioni per ottenere incentivi pari a quelli delle coperture
integrate negli edifici, che sono molto più alti di quelli per i pannelli al
suolo. Ovviamente sotto le serre ci sarebbe tanta ombra da permettere ben poche
coltivazioni, ma tanto gli incentivi coprirebbero abbondantemente anche i costi
della mancata produzione
Ma le critiche all’articolo 65 arrivano persino dal GIFI, il Gruppo imprese
fotovoltaiche di Confindustria che l’anno scorso guidò la crociata contro il
fotovoltaico sui campi in favore di quello sui tetti. Secondo Valerio Natalizia,
presidente del GIFI
L’art.65 deve essere stralciato perché rappresenta per tutto il settore
un’ulteriore grave minaccia in termini di investimenti già in essere, posti di
lavoro, reputazione nei confronti degli investitori e delle banche, di stabilità
normativa e certezza delle regole. Questo provvedimento ha già causato gravi
danni agli operatori italiani bloccando in molti casi i cantieri in costruzione
che traguardano la scadenza del 28 marzo prevista dalla precedente legislazione.
Contestualmente allo stralcio dell’art. 65 si dovrà pertanto consentire di
recuperare il tempo perduto
Ultime critiche, infine, da un’altra associazione di produttori di energia
rinnovabile: l’APER. Pietro Pacchione, delegato dell’associazione per l’energia
fotovoltaica, in un’intervista a Rinnovabili.it spiega che l’APER sta valutando
azioni legali contro l’articolo 65:
Stiamo valutando se ci sono strade legali che possono essere perseguite
immediatamente. C’è un circolo vizioso dove da una parte ci sono le banche che
ovviamente si mettono in tutela e, dall’altra, ci sono gli imprenditori bloccati
perché non ricevono più soldi dalle banche per finire l’impianto. I tempi sono
strettissimi per recuperare questo errore e comunque si tratta di una situazione
che porta a perdere gli incentivi
C’è poi chi comincia a mettere in dubbio la costituzionalità di tutto l’articolo
65. Su DailyE, notiziario tecnico sull’energia, Felice Lucia spiega che sono
soprattutto due i punti a rischio: la retroattività del taglio agli incentivi,
che annulla il diritto acquisito a ottenere l’incentivo, e l’imposizione
dall’alto del nuovo incentivo sulle serre fotovoltaiche. Riguardo a quest’ultimo
punto DailyE mette in luce che
l’incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari
fotovoltaici è disciplinata con decreto del Ministro dello sviluppo economico,
da adottare, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del mare,
sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28
agosto 1997, n. 281, e non con un decreto legge governativo, così come espresso
dal D.lgs. 28/2011 (art. 24 comma 5 e art. 25 comma 10). Quindi soltanto un
altro decreto ministeriale di concerto con le regioni poteva modificare gli
incentivi e i relativi premi. L’energia è una materia concorrente e come tale
dev’essere coinvolta la conferenza unificata
Con questo clima inizia a sembrare sempre più possibile che il famoso comma 4
dell’articolo 54 del decreto liberalizzazioni, che cancella immediatamente gli
incentivi anche per i parchi fotovoltaici superiori al MW già costruiti ma non
ancora entrati in esercizio, venga a sua volta eliminato o modificato in
Parlamento o con un ulteriore decreto ministeriale. La telenovela degli
incentivi al fotovoltaico potrebbe presto continuare con una nuova puntata.
Peppe Croce - Fonte: Legambiente | GIFI |Rinnovabili.it | DailyE
IL PICCOLO - LUNEDI', 30 gennaio 2012
Freddo da lupi, mercoledì forse la neve - Gli animali
avvistati sul Cocusso pochi giorni fa. Il meteo: da domani le massime
sfioreranno lo zero
Freddo da lupi sul Carso e anche in città, anzi gelo
siberiano. La settimana che comincia oggi avrà queste caratteristiche. Ma
mercoledì o giovedì potrebbe addirittura nevicare in città. Quella del “freddo
da lupi”, non è certo una battuta. Dice Stefano Filacorda, ricercatore
dell’Università di Udine, considerato uno dei massimi esperti a livello
regionale dei lupi. «Qualche giorno fa sono stato contattato da un tecnico della
Forestale slovena che mi ha segnalato la presenza di un branco sul monte Cocusso
a pochi metri dal confine. Al momento non ho avuto alcun riscontro della
segnalazione, ma ritengo possa essere credibile». La conferma indiretta arriva
dalla Forestale. Dice un sottufficiale che chiede di non rivelare il suo nome:
«Poche settimane fa ci sono pervenute alcune segnalazioni di un lupo nella zona
del confine. Qualche giorno fa alcuni ciclisti hanno riferito di aver visto
delle tracce di lupi. Ma è praticamente impossibile essere sicuri che si sia
trattato proprio di questi animali». Al momento è un mistero. Perché l’unico
elemento certo, a parte le segnalazioni, è il fatto che, come spiegano alla
Forestale, «non ci sono stati nè danni, nè aggressioni riscontrate ad altri
animali». Ma c’è un precedente di un mese fa dimostrato con un rilevatore
satellitare “Gps”. È successo prima di Natale. Era stato “seguito” un animale
“collarato” che a lungo ha vagato nella zona di Grozzana dopo essere giunto dal
monte Cocusso. Nel corso del monitoraggio effettuato dagli esperti sloveni di «Slowolf»
è emerso che il lupo aveva vagato per diversi giorni superando il confine
italiano e arrivando proprio nei pressi dell’abitato. Poi, dopo alcuni giorni di
sosta, ha proseguito verso nord rientrando in Slovenia e da lì arrivando fino in
Carinzia. Attualmente si trova nel Salisburghese. E ora con l’arrivo del grande
freddo, soprattutto nel Carso, il pericolo della presenza di lupi affamati
rischia di diventare sempre più concreto. Il meteo, come detto, infatti non
lascia ben sperare. «Da ieri (ndr, sabato) la temperatura si è progressivamente
abbassata. E così continuerà per tutta la settimana. Da domani le massime
sfioreranno lo zero», dice Arturo Puccillo, meteorologo dell’Osmer Arpa. Spiega:
«Si tratta di aria polare proveniente dalla Gran Bretagna che alimenta una
depressione profonda». Poi aggiunge: «Ma potrebbero anche aprirsi altri scenari
che lasciano prevedere anche precipitazioni nevose a bassa quota e sulla costa.
In questo caso, tra mercoledì e giovedì potrebbe anche arrivare la neve. Una
massa di aria gelida di origine siberiana tenderà a interessare l’Europa
centrale appunto già a partire da metà della settimana». Ieri intanto ha
soffiato la Bora in modo sempre più intenso. La raffica massima ha sfiorato la
velocità di 101 chilometri all’ora attorno, a mezzogiorno sul molo Fratelli
Bandiera.
Corrado Barbacini
Un dozzina i film in gara per “Hells Bells Speleo
Award” - MONTE ANALOGO
Due date, vetrina per sei nuove pellicole e per la speciale nicchia dedicata alla speleologia. “Alpi Giulie Cinema”, la rassegna cinematografica promossa dall’associazione Monte Analogo, riapre i battenti della edizione 2012, sempre al Miela. Il viaggio esplorativo tra temi, colori e cultura della montagna riparte il 16 febbraio, giornata dedicata alla seconda tornata di opere – film, corti, documentari – programmate sia al pomeriggio che nella fascia serale. Il fitto cartellone propone sei visioni in tutto, dalle 18, con le prime due pellicole della rassegna 2012: “The Pinnacle” e “Life Ascendig”. Il primo lavoro porta la firma del regista inglese Paul Diffley, prodotto nel 2010, documento legato alle ascensioni alpine compiute lo scorso secolo sul Ben Nevis nelle Isole Britanniche; una rilettura delle imprese, entrate tra i capitoli storici dell'alpinismo internazionale. “Life Ascending”, dello statunitense Stephen Grynberg, ripercorre invece le vicende emotive di Rued Beglinger, guida alpina che opera con la famiglia nella zona delle Selkirk Mountains, nella British Columbia: tra avventure, traumi, percorsi e conquiste. La sala del “Miela” si riaccende alle 21 del 16 febbraio per la seconda parte del cartellone di “Alpi Giulie Cinema”, con altre quattro visioni: “Patagonia Promise”, “The Prophet”, “Hallow caves” e “Bleed in Heel”. Rispettivamente una pellicola americana e le restanti di produzione britannica, tutte incentrate sulle trame più intense ed estreme, anche del sentimento, della montagna. La vera novità di quest'anno della rassegna cinematografica è la specialità della Speleologia, tema che a Trieste ha costituito pionierismo, cultura, storia. Un nuovo cartellone caratterizza la manifestazione, sempre a cura di “Monte Analogo” con la Commissione Grotte “Boegan” di Trieste, artefici di una sezione denominata Premio “Hells Bells Speleo Haward”, appuntamento inedito che quest'anno vivrà la sua giornata di gala il 23 febbraio al Miela, dalle 18 alle 23 circa, con il lungo carosello di opere dedicate alla storia, alle conquiste e alle svolte compiute dalla speleologia esplorativa in Italia e in campo internazionale. Una dozzina le opere in lizza nella prima edizione, provenienti dalla regione ma pure dalla Sardegna, Lombardia e Veneto, assieme a contributi prodotti nel Regno Unito, Albania, Filippine e Uzbèkistan. Non è tutto. “Alpi Giulie Cinema 2012” vive la sua tappa principe nella giornata di giovedì 1° marzo, nella sede dell'Antico Caffè San Marco (via Battisti 8, 20.30), data che propone l'assegnazione del premio “Scabiosa Trenta”, tributo ispirato al fiore immaginario concepito dal poeta delle Alpi Giulie, Julius Kugy. Il riconoscimento, secondo la consolidata tradizione del concorso, è indirizzato all'opera di un artista proveniente dal Friuli Venezia Giulia, Carinzia o Slovenia. Ulteriori informazioni sulla rassegna visitando il sito www.monteanalogo.net o telefonando alla segreteria di “Monte Analogo” allo 040-761683.
Francesco Cardella
IL PICCOLO - DOMENICA, 29 gennaio 2012
Differenziata: il business di vetro, plastica, metalli
- RIFIUTI »DOVE VANNO A FINIRE
Dal Maso (AcegasAps): «Ma non è vero che tutto finisce
nell’inceneritore» Le destinazioni? Da Ovaro a Marghera, da San Vito al
Tagliamento fino in Emilia
Cosmetici, creme, alcol. Detersivi, insetticidi, tarmicidi, termometri. Olio
da cucina. Specchi e foglie secche. Sono diventati tutti “rifiuti insoliti e
ingombranti” o “pericolosi”. Vanno guardati con sospetto prima di essere buttati
nella spazzatura. Vietatissimo. Bisogna metterli da parte. Portarseli con tempo,
pazienza e lunghi tratti di strada (in macchina) nei soli quattro centri di
raccolta della città, a Roiano, Opicina, Campo Marzio e San Giacomo, per di più
in sacchetti trasparenti. Gli addetti devono poter verificare a occhio nudo il
contenuto. Stanno arrivando a casa dei triestini le grandi buste
Comune-AcegasAps con i dépliant sulla raccolta differenziata, che trasformerà
anche le nostre case in un deposito di scarti. La lettera accompagnatoria
firmata dal sindaco Roberto Cosolini e dalla presidente della Provincia Maria
Teresa Bassa Poropat fa appello «al coinvolgimento attivo di tutti». Il vasetto
della salsa va buttato nel contenitore “vetro”, in strada. Però prima gli togli
il tappo. E lo lavi. Se getti un giornale fra la carta, prima gli togli il
cellophane. E lo dirotti al settore plastica. E le bottiglie di plastica? Le
schiacci una a una. Se no occupano troppo spazio. Ci aspetta insomma un sacco di
lavoro. E in cambio? Niente, tranne la coscienza pulita anche quella. Il ciclo
di raccolta-recupero muove molti soldi, ma i triestini non riceveranno premio.
«L’unica certezza, che deriva però da una decisione solo politica, è che la
Tarsu non aumenterà quest’anno - dice l’assessore all’Ambiente Umberto Laureni
-, da noi è il cittadino a pagarne il 70% e le aziende pagano il 30%, a Padova
avviene il contrario». E perché? Decisione politica. Ma dove va tutto questo
materiale? A chi è venduto? Chi incassa? Chi guadagna? «Sfatiamo la leggenda
metropolitana secondo cui “tutto si butta nell’inceneritore come prima” - dice
l’ingegner Paolo Dal Maso, direttore della divisione Ambiente di AcegasAps -,
ogni materiale ha la sua filiera». In cima a tutto c’è il Conai, Consorzio
nazionale imballaggi, ente privato senza fini di lucro che ha 1 milione e 400
mila aziende iscritte e una convenzione con l’Anci, Associazione nazionale dei
Comuni (e relative multiutility). Da questo dipendono 6 consorzi, per carta,
alluminio, vetro, acciaio, legno, plastica. Il “primo utilizzatore” di ciascun
materiale (industriale, importatore, commerciante) paga un “contributo ambiente”
con il quale il lavoro di raccolta e smaltimento si finanzia, e con una fetta
del quale le AcegasAps di turno si pagano anche il maggior lavoro di raccolta.
Somma che viene scaricata sulle merci in vendita: cioé la paghiamo, pro quota,
noi. Ma che strada fanno ora i rifiuti triestini? Carta: depositata alla
piattaforma della ditta Calcina in zona industriale, è pressata, imballata e
portata dal consorzio Comieco alla cartiera di Ovaro (non a quella di Duino
perché qui si fa carta col legno). Plastica: va da Calcina e poi, resa “pura”
dal consorzio relativo, è imballata e spedita a San Giorgio di Nogaro e San Vito
al Tagliamento, centri di raccolta regionale. Dove è separata per composto
chimico. Vetro e lattine, dopo la consueta sosta da Calcina, partono invece per
Marghera, lì si separa vetro da alluminio e acciaio. Il primo, macinato,
continua il viaggio verso l’Emilia, dove entra nei forni e torna bottiglia. Roba
vecchia come nuova, che torna a essere venduta e comprata. Siamo saliti su
questa macchina, ne siamo il motore.
Gabriella Ziani
Sorpresa, i vestiti buttati nel bidone giallo non
finiscono alla Caritas
Siccome prima o poi si butta tutto, i dubbi su che fare
delle infinite cose da cui siamo circondati, aiutati e afflitti saranno
altrettanto infiniti. Ecco alcuni casi di immediata evidenza. FARMACI. Quelli
scaduti, dove vanno? Non c’è scritto. Sorpresa: nelle immonidizie normali. Non
sono “speciali” o “pericolosi”. La quantità casalinga è considerata minima.
L’inceneritore brucia tutto. Se avessimo una discarica sarebbe diverso: i
batteri se ne nutrirebbero, con effetti devastanti. PILE. Sono un rifiuto
pericoloso, quelle esauste vanno negli appositi contenitori. Ma ci sono o no? Il
Comune: «Dobbiamo aumentarne il numero». ABITI. Errore nel dépliant. I
contenitori gialli per la raccolta di abiti e scarpe usati non sono della
Caritas, i vestiti smessi non vanno dunque ai poveri. I cassonetti sono da tempo
AcegasAps e cooperative. I vestiti, come il resto, sono riciclati altrove.
Multe salate ma bisogna essere colti in flagrante -
Costi e CONTROLLI
Nel 2010, ultimo bilancio noto, il Conai nazionale (fondato nel 2006 con la legge Ronchi) ha raccolto oltre 64% dei materiali riciclabili circolanti in Italia, di questi il 74% è stato recuperato. Il Consorzio ha incassato dal riciclo rifiuti 619 milioni di euro, trattenendo per propria remunerazione 17 milioni e dando il resto ai sei Consorzi che trattano i materiali. I soldi girano in un circuito chiuso. «Adesso vogliamo discuterne con Acegas - assicura l’assessore all’Ambiente Umberto Laureni- , se loro stanno nei costi, si può abbassare la spesa per il cittadino?». «A Padova già nel 2003 il Comune è passato dalla tassa (Tarsu) alla tariffa (Tia), e così i privati pagano solo il 30% dello smaltimento - dice Paolo Dal Maso, capo della divisione Ambiente di AcegasAps - ma è decisione che spetta ai Comuni. Noi dal circuito di recupero ricaviamo quanto serve per aumentare il servizio. I camion sono gli stessi, le corse sono raddoppiate». Mistero, però: aumenta in peso la raccolta differenziata, e non cala quella indifferenziata. Abbiamo moltiplicato i nostri rifiuti, o c’è un’altra più sottile ragione? I dépliant informativi (su carta rigorosamente riciclata) riportano per ora solo le multe stabilite dal Regolamento comunale. Butti i rifiuti indifferenziati nella campana di vetro o carta? Da 75 a 450 euro (ridotto: 150). Butti nei cassonetti rifiuti pericolosi o ingombranti? Da 250 a 1500 euro (ridotto: 500). Se poi hai messo nel cassonetto comunale rifiuti portati da altrove, da 100 a 600. E perfino per “mancata chiusura del coperchio del contenitore stradale” da 25 a 150 euro, 50 con lo sconto. «Ma al momento - ammette Laureni -, bisogna che il vigile colga sul fatto la singola persona, altrimenti come associare colpa e colpevole?». Una multa un po’ di carta, insomma.
E il «tetrapak» diventa anche spettacolo - Una delle
azioni di persuasione organizzate dal Comune. Coinvolti scuole e commercianti
Non è che l’inizio, altri dépliant seguiranno per mandarci a lezione sulle immondizie. Verranno coinvolte le scuole. Si organizzeranno spettacoli. Il primo è in cartellone, per ora senza maggiori dettagli, il 31 gennaio. Avrà per tema il tretapak, che non è un personaggio dei fumetti ma il contenitore di misteriosa natura in cui per esempio si vende il latte. Interrogati, potrete poi rispondere: «È carta». Della carta esiste anche una più strana versione, quella «accoppiata», che ha come sigla sulla confezione “ca”, e riguarda ad esempio contenitori cartacei con rivestimenti diversi. Che fare dell’ibrido? Bisogna trattarlo come carta. Molto più complesso (ma stavolta non spetta al cittadino risolvere in casa sua anche questa grana) quel che succede con un semplice vasetto di yogurt, dove l’ingegno umano è riuscito a mettere insieme plastica per il contenitore, alluminio per il coperchio, carta per l’involucro quando si tratta di multiconfezione. Durissimo esercizio sarà quello di buttare fra la plastica i mille sacchetti e contenitori sgocciolanti che ci troviamo in mano davanti ai fornelli, senza dimenticare la pena peggiore. Avete fritto le patatine? L’olio va raccolto a parte e per essere ortodossi andrebbe portato al centro di raccolta (come fanno i ristoranti). Chi ci riuscirà? Meno dubbi, ma più servizi, si preparano per i commercianti. Sempre il 31 gennaio è prevista la diffusione di notizie sui nuovi sistemi di raccolta degli imballaggi di cartone. Se ne occuperà il Comune assieme a Esatto: «Le isole “gialle” sui marciapiedi - avverte Laureni, l’assessore all’Ambiente - verranno aumentate di numero, e la raccolta sarà più frequente. Se il negoziante sa con esattezza a che ora c’è il prelievo, è facilitato a eseguire più puntualmente la rimozione». E questa è categoria agevolata, con imballaggi prelevati a domicilio. Invece ecco dove dobbiamo andare noi, e non solo col ferro da stiro, con tv e computer, sedie e vernici, trieline e diserbanti avanzati, ma anche con creme e pomate smesse, smalti per unghie e argentil andati a male. I centri di raccolta sono in via Valmartinaga 10 a Roiano, in Strada per Vienna 84/a a Opicina, in via Giulio Cesare 10 a Campo Marzio, in via Carbonara 3 a San Giacomo. Tutti sono aperti da lunedì a venerdì dalle 7 alle 19, tranne Campo Marzio che fa orario 6-18. La domenica invece è aperto il centro di San Giacomo, funziona dalle 8 alle 13.
(g. z.)
Coro di no al “rilancio” del rigassificatore - Lega:
«Nulla di concreto nel progetto». Udc: «Molte le zone d’ombra». Grillini: «Una
cosa da folli»
«Siamo decisamente contrari al rigassificatore di Zaule e ci sorprende che il Pdl proponga ancora questo progetto che in campagna elettorale ha escluso in modo netto». Massimiliano Fedriga della Lega Nord non ha dubbi e spedisce al mittente la proposta del Pdl regionale. Tondo, durante una riunione a Udine, ha tirato fuori dal cassetto il progetto di Gas Naturale. Anche in considerazione del quadro economico e occupazionale della città con le incertezze sul futuro della Ferriera e la situazione di sofferenza di alcuni comparti. «Che il Pdl lanci la sua proposta - aggiunge Fedriga - in considerazione della crisi che attanaglia Trieste non è cosa seria. I mille posti in pericolo alla Ferriera non si compensano certo con i 50 addetti che verrebbero impiegati nella costruzione e nella manutenzione dell’impianto. Ci vuole altro, e noi della Lega da molto tempo chiediamo un tavolo per ragionare su come riconvertire l’area della Ferriera e impiegare le forze lavoro proprio in questa ristrutturazione. Il progetto di Gas Natural non è chiaro. La società ad esempio non ha calcolato il rischio scismico e non ha presentato un vero e proprio tracciato. In definitiva non c’è nulla di concreto». Più possibilista l’Udc. «Il rigassificatore è un problema delicato e importante per Trieste - sottolinea Edoardo Sasco -; devono essere le istituzioni, Comune e Provincia in primo luogo, a verificare se il progetto è compatibile con la sicurezza dei cittadini e l’impatto ambientale. Il progetto, così come ci è stato presentato, presenta varie zone d’ombra che devono essere rimosse, come la movimentazione nel golfo dove è previsto in futuro un incremento dei traffici, l’impatto con fauna e flora marina e le infrastrutture a terra. Una volta verificate e risolte queste problematiche si coinvolga tutta la città. La Regione potrebbe avere un ruolo di regia. «Rimettere in gioco il rigassificatore di Zaule è cosa da folli». Il movimento 5 Stelle va giù duro con la proposta del centrodestra. «Il Pdl non ha un'idea per il futuro - affermano i “grillini” Paolo Menis e Stefano Patuanelli -, quindi rispolvera vecchi progetti che possono portare solo danni alla città. Il loro candidato sindaco, Roberto Antonione, si era espresso chiaramente contro il progetto di Gas Natural. E poi Bucci: un giorno parla di industria del turismo e l'altro di rigassificatore, qualcuno gli spieghi che le due cose sono incompatibili. Noi siamo sempre stati chiarissimi. Sì a industrie compatibili con la sicurezza e con l'ambiente, sì alla produzione diffusa di energie rinnovabili, sì a impianti di trattamento a freddo dei rifiuti. No a rigassificatori, centrali nucleari ed inceneritori. Per questo motivo, in Consiglio comunale, daremo un parere contrario al progetto del rigassificatore di Zaule».
(fe.vi.)
Piano regolatore, lezione di Legambiente - INCONTRO
DIBATTITO
Un vademecum da offrire al cittadino per sapersi muovere nei complicati meandri del Piano regolatore. Per saperlo leggere in modo adeguato, districandosi tra sigle, numeri e riquadri. Ma soprattutto per prepararsi a prendere le opportune contromisure in caso di necessità. Sono stati questi i temi della lezione di avvicinamento e comprensione al Prg, tenuta nella sede di Legambiente dall’architetto Lucia Sirocco, vice presidente della sezione locale. Con la proiezione di una serie di diapositive e cercando di trasformare in linguaggio semplice tutta una serie di regole e varianti, Sirocco ha illustrato come evitare rischi ed errori, ma anche quali sono i diritti del cittadino su questa materia. «Molte persone non sono a conoscenza, che ogni cittadino ha degli strumenti a disposizione per intervenire direttamente sul Piano regolatore – ha spiegato Sirocco – e questo avviene con la possibilità di produrre delle osservazioni personali, sulle quali poi il Consiglio comunale ha l’obbligo di esprimersi». Per Legambiente i punti chiave sul fronte Prg sono l’opposizione ferrea a una cementificazione generalizzata della città, ma soprattutto una visione più elastica nel cosiddetto calcolo della capacità insediativa teorica. Il che tradotto significa creare proporzionalmente alla densità abitativa prevista, non solo edifici, ma anche un numero adeguato di servizi ai cittadini. Per Legambiente insomma avere una città vivibile non significa soltanto aumentare le zone residenziali, ma dotarle dei servizi primari come spazi verdi, parcheggi, ospedali, scuole e centri di aggregazione. Sul Prg in fase di elaborazione dall’attuale amministrazione comunale, l’architetto Sirocco preferisce non sbilanciarsi su giudizi affrettati, ma tiene a precisare che Legambiente, come già fatto in passato con le varianti 66 e 118, terrà gli occhi aperti.
(p.p.)
Tutti i segreti dell’acqua salata e delle tartarughe a
Miramare - AREA MARINA PROTETTA
Acqua, mon amour. Anche per questo weekend le iniziative
promosse da Wwf Miramare vedono un’adesione entusiasta da parte del pubblico e
registrano un tutto esaurito. Ieri, nell’incontro “Dolce&salata” i partecipanti
sono stati guidati ad una visita gratuita al comprensorio dell’acquedotto
triestino, organizzata in collaborazione con Acegas Aps. Gli escursionisti si
sono trovati “alla fonte”, alle risorgive del Timavo, per un’introduzione
naturalistica. La visita è poi proseguita con tappa al Randaccio, con un
excursus sulle curiosità legate alla rete idrica della città che ha spaziato dal
panorama storico a quello mitologico e ancora a quello più prettamente tecnico.
Oggi, alle 11, al castelletto di Miramare ancora l’acqua sarà il fulcro, ma si
parla di quella salata e ad esplorarla saranno i più piccoli. I bambini tra i 5
e i 10 anni d’età parteciperanno infatti a “Il bestiario tattile”, laboratorio
ludico per la scoperta della fauna marina. Ad animare l’evento, un simpatico
abitante del mare che appassiona da sempre i giovanissimi, il delfino. I posti
sono ancora disponibili, invece, per gli incontri della settimana che si apre
domani nell’Area marina protetta di Miramare. Per chi ama il “microcosmo” marino
sabato 4 febbraio Miramare organizza una “Passeggiata in zona di marea”, pensata
per i grandi ma anche per le famiglie. Il percorso, che partirà alle 15 dal
castelletto di Miramare, è dedicato alla riscoperta di ciò che il mare lascia
dietro di sé sul bagnasciuga, quando si ritira. Pomodori di mare, patelle e
tanti altri organismi che fanno della resistenza il loro punto di forza e che
sono capaci di sopravvivere in ambienti “estremi” saranno i protagonisti di
questa escursione. In caso di maltempo l’appuntamento verrà trasferito al centro
visite. Le iniziative de “Il bestiario tattile” proseguono con domenica 5
febbraio, che sarà tutta dedicata alla scoperta del fascino della lentezza: i
giovani esploratori potranno venire a contatto con delle tartarughe Caretta
caretta. Dalle 11, sempre al Castelletto di Miramare, i bambini conosceranno da
vicino questo rettile che può apparire buffo d’aspetto ma che, in realtà, è un
perfetto nuotatore. Durante l’incontro ci sarà anche una sensibilizzazione
riguardante il tema dell’inquinamento marino e dei rischi che questo comporta
per l’animale. Il laboratorio si terrà anche in caso di maltempo. Sempre
domenica 5 sarà l’occasione per fare una “Passeggiata in fondo al mare”: grandi
e piccini potranno immergersi nei fondali della riserva marina di Miramare con
una visita multi-sensoriale all’interno del centro visite. Con la guida di un
biologo dello staff del Wwf, si andrà alla ricerca delle peculiarità dei diversi
ospiti del mare. Dulcis in fundo, la vasca tattile: i visitatori potranno avere
un’esperienza ravvicinata con organismi “speciali” come ricci di mare e stelle
marine. Il centro visite sarà aperto oggi e poi tutte le domeniche di febbraio
con orario dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 16.30, salvo gli orari in cui
saranno attivati il Bestiario Tattile o visite guidate prenotate, nel qual caso
la struttura sarà momentaneamente chiusa. A partire da febbraio, inoltre,
ripartono le passeggiate e le escursioni in simbiosi con la natura, in
preparazione alla primavera. Per informazioni e prenotazioni, è possibile
contattare in orario d’ufficio il numero di telefono 040-224147 (interno 3)
oppure scrivere all’indirizzo di posta elettronica giovanna@riservamarinamiramare.it.
IL PICCOLO - SABATO, 28 gennaio 2012
Rigassificatore, il Pdl riapre i giochi in Regione -
Tondo ai consiglieri: valutare le opportunità di lavoro
dopo la crisi della Ferriera Ciriani: prendere una posizione, la giunta dovrà
dare il parere in tempi brevi
Una parentesi di pochi minuti all’interno di una riunione durata quasi
quattro ore. Sufficiente però a riaprire i giochi di un partita complessa e
incerta, quella del rigassificatore di Zaule. Dal rapido confronto andato in
scena l’altro a Udine durante la riunione del Pdl regionale, è emersa infatti
una nuova apertura di credito verso il progetto di Gas Natural. Una linea, se
non ancora del tutto favorevole all’ipotesi gnl in Zona industriale, almeno
fortemente possibilista. Ben più possibilista di quanto n on fosse solo un paio
d’anni fa. A determinare il cambio di rotta è stata la presa d’atto del mutato
contesto economico e occupazionale della città. Le incertezze sul futuro della
Ferriera con il rischio concreto che mille operai perdano il posto, lo stato di
sofferenza in cui versano le casse comunali, la crisi che mette in ginocchio
comparti come l’edilizia e l’artigianato, stanno spingendo i vertici del partito
- Renzo Tondo e il suo vice Luca Ciriani in testa -, a guardare il
rigassificatore da una prospettiva diversa: non più come male assoluto, bensì
come potenziale opportunità. Una soluzione in grado prima di tutto di creare
lavoro: sia nell’immediato (le stime parlano di 30-40 addetti da impiegare nella
costruzione e nella manutenzione dell’impianto), sia in prospettiva. La presenza
del terminal gnl infatti, è il ragionamento fatto durante dai pidiellini durante
la riunione in terra friulana, potrebbe attrarre nuovi insediamenti industriali,
interessati ai benefici prodotti dalla catena del freddo. Ecco quindi spiegata
anche la frase pronunciata a Udine da Renzo Tondo, riferita da più un
partecipante all’incontro: le difficoltà della Ferriera potrebbero spingere una
parte della popolazione di Trieste ad accettare in questo momento l’ipotesi
rigassificatore. Uno spunto a cui si è aggiunto anche l’invito fatto da Ciriani
ai colleghi di partito a prendere rapidamente una posizione sul tema. I tempi
infatti, ha evidenziato il vice di Tondo, stringono e il parere definitivo della
Regione, che confida di conoscere al più presto anche l’opinione del ministro
all’Ambiente Clini, dovrà obbligatoriamente arrivare entro i primi di maggio. Di
qui la necessità di accelerare la riflessione e di inserirla, come detto, nel
mutato quadro economico. «Il ragionamento fatto a Udine - commenta Maurizio
Bucci - è in linea con quello esposto dal presidente degli Industriali Sergio
Razeto. Il rigassificatore può produrre positive ricadute occupazionali. In più,
a differenza della Ferriera, non inquina. Un aspetto che va comunicato
efficacemente». Non si pensi però ad un verdetto già emesso: il dibattito è
appena iniziato. «Il terminal sarà al centro di incontri specifici - si affretta
a precisare Piero Tononi -. L’indicazione, per ora, è analizzarne ogni elemento
senza abbandonarsi a chiusure, ma neanche ad entusiasmi, aprioristici».
«Essenziale - osserva Piero Camber - sarà mettere sul piatto costi e benefici.
Va chiarito cosa Gas Natural è disposta a dare alla città in termini di
compartecipazione al gettito fiscale, royalties e investimenti». «La crisi in
atto a Trieste è tale - osserva Bruno Marini - che anch’io, da sempre contrario
al rigassificatore, oggi ho forti dubbi. Mi chiedo se sia moralmente accettabile
da parte chi ha responsabilità politiche dire no ad un progetto che non
risolverà tutti i problemi, ma almeno potrebbe diventare una valvola di sfogo».
Maddalena Rebecca
In primavera scadrà il termine dei 200 giorni
Duecento giorni. È il lasso di tempo concesso dalla legge
alla Regione per esaminare il progetto definitivo del presentato da Gas Natural
ed esprimere di conseguenza il proprio parere sull’infrastruttura prevista in
Zona industriale (in foto). Un termine che scadrà tra fine aprile e inizio
maggio visto che le integrazioni al progetto preliminare presentate dal colosso
spagnolo sono arrivate negli uffici dell’Assessorato all’Ambiente lo scorso
autunno. Nel giro di qualche mese, quindi, l’esecutivo Tondo dovrà espletare
tutti i passaggi previsti dall’iter e raccogliere i pareri dei tanti soggetti
coinvolti: dal Comune di Trieste alla Provincia; dall'Arpa all'Autorità
portuale. Realtà, quest’ultima, che nell’era Monassi non ha ancora mai chiarito
la propria posizione sull’ipotesi gnl.
La metro “senza confini” costa 25 milioni di euro -
il progetto
L’Ince presenta a Lubiana un progetto di collegamento
che metterebbe in rete Trieste e Gorizia con Capodistria, Sesana, Nova Gorica,
Divaccia e il Veneto
TRIESTE Le Ferrovie in regione? A un binario morto. Ma proprio mentre il
Grande Tagliatore di Trenitalia, l’ad Mauro Moretti, sta per arrivare nel Friuli
Venezia Giulia, da tempo da lui trasformato nel Far East delle traversine, si
scopre che esiste un progetto intelligente di metropolitana leggera. Lo ha
realizzato quasi in sordina l’iniziativa centroeuropea (Ince), su precisa
imbeccata della Regione e della Provincia di Trieste. Ed è addirittura
transfrontaliero, nel senso che andrebbe a risolvere anche i problemi di una
linea, quella tra il Fvg e la Slovenia, attualmente invischiata in tempi di
percorrenza pre-asburgici e smembrata con precisione quasi chirurgica (vedi il
treno per Budapest). Il lavoro è stato presentato l’altro giorno a Lubiana, e a
vagliarne i contenuti c’erano anche esponenti dei tre aeroporti di Trieste,
Venezia e Lubiana. Segno che un sistema di trasporti integrato è fondamentale
per lo sviluppo dell’area. «Parliamoci chiaro - sottolinea Carlo Fortuna dell’Ince,
uno dei realizzatori del lavoro - le Ferrovie non hanno investito un centesimo
per infrastrutture in quest’area da quasi cento anni, nè lo fatto il Cipe. Basti
dire che gli scambi della stazione di Campo Marzio, a Trieste, non esistono più
da nessuna parte d’Italia da almeno 50 anni. Ci sono ferrovieri e addetti ai
lavori che arrivano qui per fotografarli...». Fortuna ha le idee chiare sulla
sua “creatura”. «I problemi sono prettamente di natura politico-istituzionale.
Il primo: la Trieste-Capodistria, mai fatta accettare agli sloveni. L’assessore
regionale Riccardi ha avuto il merito di riunire Regione Veneto e ministeri,
riuscendo a sbloccare, da parte di Lubiana, almeno l’accettazione della linea
passeggeri. Ma è stato comunque concordato con gli sloveni che nello studio
globale entreranno anche le merci. L’importante è che la stazione di Trieste
esca dallo scomodo ruolo di cul de sac, dove finisce tutto, e diventi uno snodo
a tutti gli effetti». Il progetto, in effetti, prevede oltre a collegamenti
veloci tra Divaca, Gorizia, Capodistria, Monfalcone, Nova Gorica, Sesana e
Trieste, anche almeno tre stazioni urbane nel capoluogo regionale («Campo Marzio
e un’area vicina alle “Torri d’Europa” sarebbero due di queste», anticipa
Fortuna), oltre ovviamente ai rami destinati agli aeroporti. C’è un “ma” finale,
legato alla posizione di Moretti. «Bisogna spezzare il suo circolo vizioso -
commenta Fortuna - che parte dal sotto-investimento che porta meno passeggeri e
dunque al taglio e al deterioramento dell’infrastruttura. Il Comune dovrebbe
farsi carico, sbattendo anche il pugno sul tavolo, per avere selezionatissimi
interventi per portare a Trieste almeno 25 milioni di euro per la
centralizzazione tecnologica degli scambi (con un +40% possibile di traffici per
il porto di Trieste), l’adeguamento della linea di cintura e l’allestimento
delle stazioni metropolitane in prossimità di questa linea. «Ho visto il
progetto e lo apprezzo - sottolinea il sindaco Cosolini. Non a caso vedò Fortuna
prima di Moretti, atteso per il 2 febbraio...».
Furio Baldassi
SEGNALAZIONI - TRAFFICO Serve un piano generale
In relazione a quanto pubblicato in merito al piano urbano del traffico, diciamo subito che non è solo Corso Italia o via Mazzini, è qualcosa di più. È il piano urbano del traffico della città di Trieste. Da tempo abbiamo presentato all’Amministrazione comunale proposte concrete, spetta ora alla stessa predisporre l’iter che va dalla consultazione, alla decisione e attuazione del piano con tutti i passaggi dovuti. Sembra ora di essere sul binario giusto, ma attenzione alle deviazioni. E poi c’è una nuova realtà nel Paese in materia di trasporto pubblico locale e bene farebbe anche la nostra regione, per le competenze che ha, realizzare il piano regionale integrato dei trasporti senza attendere che cosa? Allora nelle città, a Trieste è urgente realizzare questo impianto e intanto realizzare dei correttivi, ad esempio la Linea 10 prolungata sulle Rive e la tanto attesa Linea 5 in Moreri alta a Roiano, come da richieste avanzate. Poi ci sono i piani partecipati del traffico nei rioni che devono collegarsi al quadro generale, in merito abbiamo già chiesto incontri con le circoscrizioni. La sveglia sembra esserci per tutti e le misure proposte dal decreto Monti - Salva Italia – in materia di trasporto pubblico locale vengono proposte integrazioni, una diversa organizzazione e soprattutto accorpamento di servizi pubblici. In questo quadro parlare di mobilità urbana sostenibile è la migliore ricetta da attuare garantendo finalmente ai pedoni, ai cittadini, ai diversamente abili, ai bambini di essere definitivamente i padroni della città. E tanto per intenderci in merito a Corso Italia e via Mazzini, per le soluzioni indicate e riportate al quadro generale del piano bisogna dire a quei comitati di “esercenti” che non sono solo loro a decidere, ma l’intera collettività. Ha ragione il consigliere Bucci nelle sollecitazioni per un piano urbano del traffico di tutta la città (prima che lo porti via la Croce Rossa, come è successo più volte) il piano urbano del traffico può essere attuato con il contributo di tutti. Non dimentichiamoci ancora che Trieste ha oltre il 70% dei marciapiedi occupati e il 90% delle fermate bus occupate impropriamente. Un contributo per aiutare a comprendere meglio quanto si intende realizzare per la nostra città.
Sergio Tremul
Antenne a Chiampore dal Comune stop a un secondo
impianto
L’assessore Longo: la Conferenza dei servizi non ha
ancora concluso i lavori. Intanto si cerca di localizzare nuovi siti idonei
MUGGIA Ennesimo stop del Comune di Muggia alle nuove antenne di Chiampore.
Dopo l'ordinanza di pochi giorni fa contro la Dcp per imporre la sospensione dei
lavori al traliccio sito a un centinaio di metri dalle abitazioni,
l'amministrazione Nesladek ha deciso di fare il bis. Questa volta nel mirino
dell'Ufficio Servizio Ambiente e Sviluppo energetico è finita una società
triestina, la Finmedia srl. Neanche 48 ore fa è infatti partita una diffida
verso l'azienda con sede in via Campo Marzio a non avviare ed eseguire i lavori
per la modifica di un impianto tecnologico di radiotelecomunicazione sito su una
particella del comune censuario di Valle San Bortolo, nella frazione di
Chiampore. La mossa del Comune è dunque chiara: agire d'anticipo. La conferma
arriva dall'assessore all'Ambiente di Muggia, Fabio Longo: «La diffida deve
fungere da deterrente, ma se la Finmedia non ottempererà all'atto saremo pronti
a parte con un'ordinanza». Un cambio di rotta inequivocabile. Ma d'altronde
l'assessore Longo lo aveva promesso più volte, anche durante la campagna
elettorale del maggio scorso: «Le antenne a Chiampore sono uno dei problemi
prioritari da risolvere di questo comune». E così, dopo alcune settimane di
studio, a partire dall'autunno scorso gli uffici comunali hanno iniziato a
cambiare marcia dando voce alla petizione del Comitato contro le antenne di
Chiampore che grazie al lavoro volontario di alcuni concittadini ha raccolto la
sottoscrizione di quasi 350 residenti tra Muggia vecchia, Ligon, Fontanella, San
Floriano e naturalmente Chiampore per dire basta ai tralicci calati dall'alto
sopra le loro teste. A fare le spese del pugno duro del Comune è stata la
Finmedia che ha in progetto una modifica ad un impianto già esistente. La
motivazione? La Conferenza dei servizi non si è di fatto ancora conclusa.
Convocata il 7 novembre scorso per l'esame dei progetti relativi
all'installazione di nuove infrastrutture per impianti radiotelevisivi e/o
modifica di impianti preesistenti, la Conferenza – che non ha visto la
partecipazione, “nonostante l'invito esplicito”, da parte di Finmedia – ha
registrato da parte dell'amministrazione comunale “perplessità e
puntualizzazioni” su alcuni aspetti della vicenda “principalmente quello della
salute legata all'inquinamento elettromagnetico”, ma anche nuove proposte di
localizzazione per gli impianti, “in considerazione delle preoccupazioni
manifestate dai residenti di Chiampore riuniti in un Comitato” contro le
antenne. A tutt'oggi il procedimento inerente la Conferenza non è stato ancora
concluso stante – come evidenzia il Comune - “la necessità di ultimare
l'espletamento della complessa ponderazione comparativa degli interessi pubblici
e privati coinvolti nella vicenda”, in particolare per quanto concerne
“l'individuazione dell'esatta e più idonea localizzazione degli impianti,
tenendo conto anche delle istanze promosse dalla popolazione residente”. La
diffida alla Finmedia è stata trasmessa per competenza anche alla Polizia
municipale di Muggia. «Il Comune si è mosso con un atto che deve fungere da
deterrente – ha concluso l'assessore Longo – ora vedremo l'evolversi della
situazione fermo restando che gli uffici stanno continuando a operare vigilando
attentamente sulla vicenda».
Riccardo Tosques
“Caso Siot”: poche idee ma tante polemiche -
L’opposizione critica la giunta, la maggioranza soddisfatta perchè «si è
iniziato un confronto»
SAN DORLIGO DELLA VALLE L'assemblea pubblica indetta dall'amministrazione comunale di San Dorligo della Valle (in seguito ad una petizione apartitica sottoscritta da 511 cittadini) continua ad essere l'argomento del giorno sotto la Val Rosandra. I temi scottanti affrontati - Siot, Wärtsilä, autostrada e raccolta dei rifiuti – hanno destato diverse riflessioni da parte delle varie parti politiche. «Riteniamo che il metodo dell'ascolto e della trasparenza sia la strada corretta affinché una buona amministrazione affronti in maniera nuova e proficua tutte le questioni che la comunità rappresentata si trova ad affrontare», ha commentato il capogruppo del Pd Igor Cavarra. Per quanto riguarda le delicate questioni della convivenza fra i grossi apparati produttivi e le zone urbanizzate, spiega Cavarra «si è iniziato un confronto che sicuramente proseguirà: mettere d'accordo interessi spesso configgenti come salute, qualità della vita ed apparati economici, non è cosa né semplice né scontata, la presenza della direzione della Siot, nonché di quella della Wärtsilä, testimoniano che il problema esiste. Iniziare ad affrontarlo è nell'interesse di tutte le parti, in primis dell’amministrazione». Toni differenti quelli utilizzati dal capogruppo di Uniti nelle Tradizioni, Boris Gombac: «Dopo aver ascoltato per l'ennesima volta il solito ritornello che si sta facendo il massimo per eliminare le fonti di inquinamento odorigeno, acustico e atmosferico, nessun impegno è stato preso dall'amministrazione comunale nell'affrontare alle radici il problema dell'impatto odorigeno-atmosferico sulla salute degli abitanti e del depauperamento dei valori catastali degli immobili». Gombac ha poi definito “un comportamento a dir poco scorretto” quello dell'amministrazione comunale accusata di “non aver ritenuto opportuno comunicare la presenza dei vertici delle due aziende (Siot e Wärtsilä , ndr) all'incontro pubblico”. L'esponente dell'opposizione ha così evidenziato che «sarà compito nostro riportare nelle sedi istituzionali qual è il Consiglio comunale la concertazione per una soluzione definitiva sui problemi dati da Siot e Wärtsilä«. Stoccata poi all'assessore all'Ambiente Elisabetta Sormani definita “evanescente e trasformatasi per l'occasione in valletta addetta al microfono”. Pronta la replica della Sormani, esponente di Libertà civica: «Alla sottoscritta non è certo caduta la corona per aver reso un servigio alla realizzazione dell'incontro occupandosi del microfono, situazione verificatasi per problemi tecnici e mancanza di personale». Tornando ai temi dell'assemblea la Sormani ha definito “positivo” l'incontro stigmatizzando però come “non fosse certo necessario raccogliere 500 sottoscrizioni per indire un'assemblea pubblica: l'Amministrazione non si è mai tirata indietro per offrire risposte ai cittadini”. Da qui l'esortazione ai residenti “a contattare direttamente gli esponenti dei partiti di maggioranza per ogni eventuale informazione riguardo il Comune”. Così infine, con tono sarcastico, Roberto Drozina, capogruppo consiliare del Pdl-Udc: «Di una cosa abbiamo avuto nuova conferma, che le industrie, gli amministratori di strade a scorrimento veloce e di impianti di stoccaggio, insediati sul nostro territorio, nonostante i miasmi, i rumori, le nuvole di fumo di cui sono fonte, hanno sempre quale primario obiettivo, la tutela delle nostre sicurezza e salute!» Il capogruppo del Pdl-Udc ha poi evidenziato come vari rappresentanti della maggioranza «non si sono risparmiati in reprimende contro i promotori dell’ultima petizione».
(Ri. To.)
Denuncia di Greenaction all’Unione europea
Gli sviluppi di una denuncia all'Unione europea, presentata nello scorso luglio da Greenaction Transnational, per «evidenti violazioni delle normative sulla tutela dell'ambiente». Questo il tema al centro dell’incontro tenuto da Roberto Giurastante, presidente dell'associazione, che ha parlato di «copertura nel tempo, da parte di tutti gli enti locali e dei servizi di sicurezza, di comportamenti che ledono gravemente il territorio di Trieste». Giurastante, dopo aver ricordato che «la denuncia è tutt'ora all'esame della competente Commissione europea» e che «la procedura è lunga e complessa», ha affermato che «l'area che va dal Porto Nuovo fino a Muggia fa parte del gruppo di 56 zone riconosciute come inquinate a livello nazionale. La causa di tutto questo è che sia sull'altipiano carsico, sia sulla costa orientale della provincia di Trieste, sono state create nel tempo discariche per idrocarburi esausti o per altri materiali inquinanti. Esistono grotte coperte da sostanze bituminose. Questa progressiva opera di saccheggio del territorio - ha continuato Giurastante - è stata attuata per smaltire rifiuti speciali. Nella nostra denuncia sono analizzate le operazioni che hanno portato alla realizzazione delle grandi discariche nella nostra provincia. Si tratta - ha continuato - di rifiuti letali fatti sparire nelle profondità del Carso, nelle discariche sottomarine del golfo, nelle discariche costiere trasformate in zone di balneazione, sulla base di una sistematica operazione di devastazione ambientale del territorio e di contemporanea demolizione del porto». Per Giurastante nel tempo «è stata attuata una vera e propria aggressione, fatta di persecuzioni giudiziarie, intimidazioni, minacce, intercettazioni continuate, nei confronti degli ambientalisti che difendono la legalità internazionale, facendo emergere i fantasmi di un oscuro passato».
Ugo Salvini
COLAUTTI «In arrivo in Fvg nuovo piano energetico»
Il Friuli Venezia Giulia si prepara alla stesura di un nuovo Piano energetico che recepirà una direttiva Ue che prevede per l'Italia l'obbligo di utilizzare, entro il 2020, almeno il 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili. Lo ha annunciato ieri a Udine il presidente della quarta Commissione Alessandro Colautti.
Lo speleovivarium dedicato alla memoria del fondatore
Pichl - OGGI LA CERIMONIA
Oggi, alle 17.30, con l’apposizione di una targa in pietra
carsica lo Speleovivarium di via Guido Reni 2/C sarà ufficialmente dedicato alla
memoria di Erwin Pichl, padre fondatore della struttura museale, una delle poche
in Europa espressamente dedicate alla flora e alla fauna delle grotte del Carso
triestino e ai fenomeni del carsismo. Lo Speleovivarium è anche, e soprattutto,
un laboratorio di bio-speleologia, finalizzato alla riproduzione in cattività
del proteo, il piccolo animaletto anfibio che è l'unico vertebrato europeo che
vive unicamente nelle grotte, e in particolare nelle grotte dell’area del Carso,
tanto da essere il logo-simbolo della speleologia. Entrato nella speleologia
negli anni ’60, giovanissimo, nella Sezione Geospeleologica della Società
Adriatica di Scienze – divenuta negli anni ‘80 Società Adriatica di Speleologia
– Erwin Pichl - scomparso il 28 dicembre 2010 - si è sempre interessato agli
aspetti scientifici dell’esplorazione del sottosuolo, con un’attenzione
particolare alla vita degli ambienti sotterranei. Per questo le sue osservazioni
e i suoi studi si concentrarono presto sul Proteus anguinus Laurenti, con una
una ventina di pubblicazioni (di cui sei espressamente dedicate al proteo), e
nella realizzazione dello Speleovivarium, struttura museale didattica che gli è
valsa nel 1992 l’attribuzione, da parte del Comitato Difesa Fenomeni Carsici,
del Premio San Benedetto. Pichl fu, fra l’altro, tra i promotori del convegno
sull’ecologia dei territori carsici svoltosi nell’isontino nel 1979. La sua
passione per la biologia del sottosuolo lo portò a elaborare un progetto per un
vivaio dedicato alla speleobiologia. La collocazione ideale venne trovata nel
vecchio rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale di via Guido Reni. In
quelle gallerie tutti i parametri fisici (temperatura, umidità,
insonorizzazione) si presentavano sorprendentemente simili a quelli delle cavità
naturali, e così pure la loro stabilità nell'arco dell'anno. Dopo lunghi e
impegnativi lavori, il primo nucleo del museo venne aperto al pubblico nel
gennaio 1990: nasceva così in forma ufficiale lo Speleovivarium. Guidati da
Erwin Pichl i volontari della Società Adriatica di Speleologia ampliarono
progressivamente l'area espositiva, e oggi questa struttura si presenta come una
realtà museale unica nel suo genere, riconosciuta dalla Regione come Museo
minore nel 1995.
COMUNICATO STAMPA - VENERDI', 27 gennaio 2012
Bulimia di cemento in Friuli Venezia Giulia.
Legambiente commenta un emendamento alla finanziaria
regionale 2012 che usa strumentalmente la categoria di Comune turistico.
In questi giorni il primo caso a Castions di Strada, noto Comune a vocazione
turistica, nel quale un campo di golf “giustifica” 200 mila metri cubi di
complessi residenziali e relativo consumo di suolo.
Una crisi di bulimia di cemento ha evidentemente colto il Consiglio regionale
durante l’approvazione della legge finanziaria per il 2012, la L.R. 18/2011.
La diagnosi, purtroppo postuma, è confermata dalla lettura di alcuni commi
dell’articolo 6, “Interventi in materia di infrastrutture, territorio, edilizia
e lavori pubblici”, che, fin dal titolo, evidenzia che stiamo parlando di una
delle più costanti tentazioni “mangerecce” di tanti ceti politici, ancora
convinti che ingrassare significhi stare bene, ed esibire uno status sociale
superiore. Cioè – fuori di metafora – ancora convinti che cemento e asfalto sia
la dieta che serve alla “crescita”…
L’emendamento è stato firmato da consiglieri fra i più autorevoli di questa
Legislatura, Galasso e Colautti del PdL, votato dalla maggioranza con
l’opposizione che vota contro senza farlo sapere, e prevede due tipologie per
aggirare le norme urbanistiche vigenti.
La prima consiste nell’allargamento a fisarmonica della categoria dei “Comuni
turistici”: se un Comune è “limitrofo”, ma basta essere anche solo “viciniori” –
perché farsi condizionare dalla geografia! – a un Comune già classificato
turistico basta chiedere di diventarlo e lo sarai. Questo influirà positivamente
sull’individuazione di zone omogenee G, il che vuol dire insediamenti turistici.
Ma poniamo che un Comune abbia la sventura di non essere nemmeno “viciniore” a
altro Comune turistico. Che fare per evitare che la storia, la geografia,
l’economia e l’urbanistica spezzino per sempre ogni speranza di crescita per
queste disgraziate comunità? Ecco la soluzione, semplice ed efficace: se “viene
proposta la realizzazione di impianti turistici-ricettivi rispondenti agli
standard nazionali, europei o internazionali di settore” da parte di qualche
benemerito imprenditore, ecco che, anche i “Comuni aventi caratteristiche anche
diverse da quelle proprie dei Comuni montani e costieri” possono chiedere di
diventare Comuni turistici!
Perché tutto ciò? Qual è la famosa “ratio”, la logica, che la legge dovrebbe
sempre avere? Non certo consumare suolo, né favorire speculazioni edilizie, ma
semplicemente, da amministratori pubblici che sanno essere prima di tutto “buoni
padri di famiglia”, per “l’incentivazione delle possibili entrate” di quei
poveri Comuni che non sono ancora turistici e quindi non hanno sufficienti
entrate in questi periodi sempre più neri.
Questa è la norma approvata, che sembra fatta su misura per progetti che da anni
non riescono a trovare casa: un autodromo, tre o quattro campi da golf, qualche
altra darsena. Ma soprattutto le annesse ville a schiera, centri congressi, e
via cementando.
Il tutto in una Regione nella quale si vorrebbero fare due bretelle
autostradali, terza corsia e TAV, raddoppiare Grado e fare un nuovo villaggio
turistico in quota al Pramollo con uno in costruzione allo Zoncolan.
Se non è bulimia questa…
Ah, una cosa ancora: non mancherà la “valutazione degli effetti di determinati
piani e programmi sull’ambiente” in conformità alle direttive comunitarie. Se
non altro per un motivo: del buon senso, delle leggi regionali e nazionali si
può fare a meno, di quelle europee no, perché il rischio che la “crescita” non
ci sia è – come sanno ormai tutti – solo colpa dell’Europa.
Legambiente FVG
ECOSPORTELLO.org - VENERDI', 27 gennaio 2012
Detrazione del 55% fino a fine anno. La Camera chiede la stabilizzazione
La Camera conferma le detrazioni del 55% fino a fine anno.
Il disegno di legge di conversione del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201,
recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei
conti pubblici” è passato con 495 voti favorevoli ed 88 contrari. Il Decreto
proroga (art. 4) al 31 dicembre 2012 le detrazioni del 55% sulla
riqualificazione energetica, mentre dal 1 gennaio 2013 alle detrazioni fiscali
del 55% si applicherà pertanto lo stesso regime delle detrazioni sulle
ristrutturazioni edilizie del 36%.
Intanto è approvata all’unanimità dalla Commissione Ambiente della Camera una
risoluzione che impegna il Governo a dare stabilità alla detrazione del 55% per
il miglioramento energetico degli edifici e ad estenderla agli interventi di
consolidamento antisismico. La Risoluzione approvata unifica tre diverse
risoluzioni presentate dai deputati Manuela Lanzarin, Ermete Realacci e Sergio
Piffari. La proposta di quest’ultimo riguardava anche misure di riqualificazione
energetica del patrimonio edilizio pubblico.
Nel testo approvato si legge che le indagini condotte dall’ENEA e dal Cresme
attestano che l’agevolazione fiscale del 55% ha rappresentato lo strumento più
efficace e virtuoso in tema di sostenibilità ambientale, di sostegno del mercato
dell’edilizia di qualità e di risparmio di emissioni di CO2. Al dicembre 2011,
sono stati contabilizzati 1.400.000 interventi di efficientamento energetico
degli edifici per 17 miliardi di euro complessivi di investimento, che ha
interessato soprattutto piccole e medie imprese nell’edilizia e nell’indotto e
che ha attivato ogni anno di oltre 50 mila posti di lavoro, dalle fonti
rinnovabili alla domotica, dagli infissi ai materiali avanzati.
Il sottosegretario all’Ambiente, Tullio Fanelli, si è dichiarato favorevole alla
stabilizzazione del bonus del 55%, ma ha espresso dubbi sulla proposta Piffari
di adottare un programma pluriennale di riqualificazione energetica di tutta
l’edilizia residenziale pubblica, ritenendo che non sempre l’intervento pubblico
sia lo strumento più efficace per l’ammodernamento di tale patrimonio.
Ermete Realacci, responsabile per la green economy del PD, ha sottolineato in
una nota la propria soddisfazione per l'approvazione della risoluzione sul 55%
di cui è primo firmatario: "E' un segnale positivo quello che arriva dalla
Commissione Ambiente della Camera con l'approvazione all'unanimità della
risoluzione sul credito di imposta del 55% per le misure a favore
dell'efficienza e del risparmio energetico in edilizia. Ora il Governo ne tenga
conto”.
In Germania arriva l’auto-tram elettrico che si ricarica alle fermate
In più occasioni, vengono sottolineati gli ingenti
investimenti intrapresi dalla Germania per i mezzi pubblici ecologici: per il
2012 sono stati già programmati sempre più autobus, auto elettriche, treni e
tram elettrici.
Ora, in Germania, è stato presentato l’AutoTram, un prototipo di autobus
elettrico che si ricarica ad ogni fermata che compie: si tratta di un “ibrido”
tra un bus e un tram che viaggia su gomma ed è alimentato elettricamente grazie
a speciali batterie che hanno la possibilità di essere ricaricate
progressivamente ad ogni fermata del bus stesso.
Il progetto AutoTram è costato 34 milioni di euro al governo tedesco, il cui
ammortamento arriverà grazie al risparmio energetico ottenuto dall’utilizzo di
questo mez che sarà teoricamente ammortizzata in termini di risparmio
energetico.
Il progetto AutoTram è frutto della partnership tra Fraunhofer Institute for
Transportation e l’Infrastructure Systems IVI di Dresda. Obiettivo del progetto
era di realizzare un mezzo comodo, flessibile e conveniente come un autobus, ma
con zero emissioni di gas serra e zero inquinamento acustico.
Il problema dei cicli lunghi di ricarica della batteria è stato affrontato e
“superato” dagli ingegneri tedeschi: la maggior parte delle vetture sono
utilizzabili solo per poche ore al giorno, l’AutoTram deve esserlo per tutto il
giorno, da qui la necessità di far sì che abbia tempi di ricarica bassissimi. Il
mezzo non usa infatti le batterie al litio proprio perché hanno tempi lunghi di
ricarica. L’AutoTram dispone anche di un serbatoio diesel attivabile nel caso la
stazione di ricarica sia troppo lontana e la batteria necessiti di essere ancora
ricaricata.
Secondo i progettisti, i costi di questo avveniristico AutoTram sarebbero dalle
30 alle 50 volte inferiori rispetto a una metropolitana, anche se è ancora molto
più costoso rispetto a un autobus tradizionale.
IL PICCOLO - VENERDI', 27 gennaio 2012
San Dorligo: la gente stufa di sentire miasmi e rumori
Affollata assemblea in Municipio con i responsabili
delle industrie accusate Il sindaco Premolin: «Almeno cambiaste tipo di petrolio
greggio»
SGONICO Una sala consigliare stracolma così mai da anni. Obbiettivo
sostanzialmente centrato da parte di Res Publica Dolinae, l'associazione
spontanea di cittadina di San Dorligo della Valle, promotrice attraverso oltre
500 sottoscrizioni della richiesta al Comune di un'assemblea con gli
amministratori locali per discutere alcuni dei maggiori problemi del territorio.
E a sorpresa, oltre alla Giunta Premolin e diversi consiglieri comunali, sia di
maggioranza che d'opposizione, all'incontro pubblico hanno presenziato pure due
alti funzionari delle due aziende messe sotto accusa dalla cittadinanza: da una
parte la Siot, rea di emanare odori puzzolenti, dall'altra la Wärtsilä,
criticata per la produzione di inquinamento acustico. A testimonianza di come i
problemi denunciati (da anni) dai cittadini di San Dorligo siano reali. Con
decine di persone costrette a rimanere fuori dall'aula - ma supportate dalla
presenza degli autoparlanti - il primo argomento affrontato sono stati i
fenomeni odorigeni, ossia "le spuze" come rimarcato dalla sala, prodotte dalla
Società Italiana dell'Oleodotto Transalpino (Siot). Nevio Grillo, direttore
delle operazioni dello stabilimento sito nella vallata di San Dorligo, ha
rassicurato la platea evidenziando come i fenomeni odorigeni che provocano
bruciori alla gola e agli occhi, che durante i mesi estivi costringono i
residenti a tenere chiuse le finestre e che alimentano il fenomeno di disturbo
del ciclo del sonno, in realtà, "non sono una minaccia per la salute". La platea
ha confutato questa tesi evidenziando come, in realtà, vi siano delle
statistiche epidemiologiche che parlano a sfavore degli “odori”, sfortunata
concausa tra il petrolio greggio trattato e la situazione meteo esistente
all'atto dello svuotamento dei serbatoi. E anche il sindaco Premolin ha lanciato
una stoccatina al Grillo evidenziando come “un cambio di greggio (quello attuale
proviene dal Caucaso ed ha alte percentuali di zolfo, ndr) potrebbe essere
d'auspicio”. E dai polmoni passiamo alle orecchie. Un altro folto gruppo di
cittadini, residenti nell'area di Bagnoli nuova, ma non solo, ha stigmatizzato i
costanti fastidiosi rumori provenienti dalla Wärtsilä. Il fenomeno di
inquinamento acustico nasce in pratica dalla fase di test dei grossi motori
prodotti dallo stabilimento. Conseguenze per i residenti? Rumore costante 24 ore
su 24 con annessi problemi di insonnia. La società, rappresentata in aula dal
direttore del Delivery centre Trieste Giorgio Bobbio, si è difesa evidenziando
come i rumori non siano a ciclo continuo. Da un cittadino l'invito al Bobbio a
(non) dormire a casa sua per una verifica de facto sulla presenza continua dei
rumori. Preoccupazione poi è stata espressa per le nuvole di fumo provenienti
dallo stabilimento. Per il dirigente della Wärtsilä “tutto nella norma”. Quindi,
in realtà, nulla di cui preoccuparsi. Temi trattati per ultimi, ma non per
questo meno importanti, quelli riguardanti i rumori provenienti dalla
superstrada e la raccolta porta a porta dei rifiuti. Sul continuo e incessante
frastuono frammisto a sibili dei freni dei Tir sul tratto di autostrada tra le
frazioni di San Giuseppe della Chiusa – Log e Bagnoli della Rosandra è stata
ribadita la richiesta da parte dei cittadini di installare dei pannelli
fonoassorbenti. Richiesta anche questa atavica. Dulcis in fundo la richiesta di
maggior trasparenza sui prelievi dei bottini dei rifiuti, da applicare anche con
dei riscontri verificabili su internet tramite apposita password, - argomento
colto favorevolmente dal sindaco Premolin – e la possibilità di affidare
l'attuale servizio delle bollette dei rifiuti gestito da Equitalia al Comune,
richiesta almeno per ora bocciata dal primo cittadino per un semplice motivo.
Manca il personale.
Riccardo Tosques
LA SIOT ANNUNCIA - L’Università studia nuovi sistemi
per abbattere l’odore
SAN DORLIGO «Stiamo continuando ad investire in ricerca per proporre soluzioni concrete al disagio manifestato dalla popolazione di San Dorligo della Valle, ma tutti i controlli hanno sempre accertato che gli odori non comportano alcuna conseguenza per la salute». Ulrike Andres, general manager del Gruppo Tal e Presidente della Società Italiana per l'Oleodotto Transalpino conferma così la volontà dell'azienda di raccogliere le istanze della popolazione ribadendo, con azioni concrete. «Anche nel 2012 investiremo complessivamente 11,6 milioni di euro – prosegue Andres - nell'ammodernamento degli impianti per garantire sempre i migliori standard di sicurezza. Inoltre uno studio dell'Università di Trieste ci fornirà la risposta migliore all'abbattimento degli odori». Da un paio di giorni è in corso uno studio condotto dall'Università triestina attraverso un'analisi comparata dei sistemi di abbattimento degli odori in uso sul mercato, che dovrebbe portare in tempi brevi a determinare la soluzione migliore e più efficace. «In ogni caso tutte le analisi e ricerche finora condotte hanno dimostrato la non tossicità delle emissioni: i componenti esalati dal petrolio non sono catalogati dagli organismi sanitari come pericolosi, ma provocano esclusivamente disagi olfattivi», recita una nota della Siot. «Inoltre – conclude l'azienda - i monitoraggi continui dell'aria da parte dell'Arpa, attraverso la centralina che Siot si è resa disponibile a posizionare contribuendo alle spese, confermano dati rassicuranti. In nessun caso sono state evidenziate emissioni in grado di arrecare danni o addirittura problemi di natura sanitaria a carico di persone, animali o vegetazione».
(ri.to.)
Centrale, la A2A punta sul carbone per Monfalcone
Via il direttore Manzo, arriva da Civitavecchia un
manager che ha guidato la riconversione dell’impianto dell’Enel
MONFALCONE Cambio di timone alla centrale termoelettrica A2a di Monfalcone e
ipotesi di riconversione a “carbone pulito”. Dopo tre anni a capo di un impianto
con tutte le sue complessità, oggetto di progressivi interventi per migliorare
produttività e performance ambientale, l’ingegnere goriziano Luigi Manzo prepara
la valigia con destinazione Mestre, dove opererà all’interno dell’unità di
ingegneria di A2a, società dai cui è alle dipendenze dal 1999. Manca ancora
l’imprimatur dell’ufficialità, ma al suo posto subentrerà, in qualità di nuovo
direttore della centrale monfalconese, l’ingegnere Roberto Scottoni, 38 anni,
genovese, sposato e padre di tre figli. Per lui si tratta del primo incarico in
A2a, avendo finora lavorato nel gruppo Enel, dove si è messo in luce per
l’intenso lavoro di repowering della centrale di Torrevaldaliga Nord, a
Civitavecchia recentemente riconvertita proprio a “carbone pulito”. Competenze
specifiche spendibili che potrebbero aver giustificato la decisione di A2a di
attingere all’esterno nella ricerca di specifiche professionalità. Torna in
ballo dunque la questione della riconversione, anche se il primo obiettivo che
l’azienda affiderà a Scottoni sarà quello della dismissione entro marzo 2013,
così come previsto dal protocollo Aia (Autorizzazione integrata ambientale) e
pattuito col presidente della Provincia, Enrico Gherghetta, dei gruppi 3 e 4
alimentati a olio combustibile. Di qui l’apertura di una riflessione sui
rimanenti due gruppi a carbone. A2a si mantiene abbottonata, sul tavolo è ancora
tutto da delineare anche perché resta in piedi ancora il progetto Endesa sulla
metanizzazione del 2004. Certamente la possibilità di valutare una riconversione
dell’impianto a carbone di ultima generazione (cosiddetto ipercritico), con le
relative opportunità di teleriscaldamento per la collettività, può certamente
considerarsi esplorabile, una volta sondate anche le impressioni
dell’amministrazione comunale e del territorio. La società potrebbe in futuro
riprendere in mano l’analisi, tecnica e finanziaria, sulla fattibilità dello
svecchiamento della centrale e della creazione di una rete di teleriscaldamento
per la città. E in questo le competenze di Scottoni potrebbero calzare a
pennello. Quanto all’ingegner Manzo, da tredici anni al servizio di A2a,
l’azienda parla di normale avvicendamento(anche il precedente direttore era
rimasto in carica tre anni). L’approdo all’unità d’ingegneria di Mestre
rappresenta insomma un’ulteriore crescita professionale. Del resto, anche di
recente, a seguito della truffa milionaria perpetrata ai danni della centrale ed
emersa a novembre, i vertici societari avevano pubblicamente apprezzato la
condotta di Manzo durante le indagini condotte dai carabinieri e avviate dalla
Procura distrettuale antimafia di Trieste per venire a capo del traffico
illecito di rifiuti. Le indagini sono ancora in corso: gli atti non risultano
depositati. Quanto al comitato Enel, resta in attesa di poter incontrare al più
presto la nuova direzione, cui sottoporrà le questioni ambientali e la richiesta
di una maggiore attenzione, rispetto al 2011, nella gestione di sfiati e
fuoriuscite di fumi, nonché di dismissione dei gruppi a olio combustibile e
impiego del trasformatore principale del gruppo 1 per eliminare ogni sorta di
ronzio. di Tiziana Carpinelli
LA LETTERA DEL GIORNO - La stazione di Opicina uccisa
da una politica sbagliata
Le voci sulle possibilità della chiusura della stazione ferroviaria di Villa Opicina dove ho speso venti anni della mia vita di lavoro, sono molto preoccupanti. Il completamento dello scalo di Villa Opicina, con l’unificazione delle stazioni di Poggioreale del Carso e Poggioreale Campagna fu concluso nel 1963 con impressionanti lavori di sbancamento e l’investimento di un’enorme quantità di denaro. Tale realizzazione coincideva con l’istituzione della Regione a Statuto Speciale Friuli Venezia Giulia (gennaio 1963). A livello regionale i finanziamenti per la costruzione delle nuove infrastrutture ferroviarie arrivarono mediante due leggi speciali per Trieste, la 173/1955 che prevedeva lo stanziamento di 5.800 milioni di lire e la seconda, n° 298/1958 che stanziava complessivamente 45 miliardi per lavori di competenza del Ministero dei Trasporti e del Ministero dei Lavori Pubblici. In aggiunta alle due specifiche leggi, l’amministrazione delle Ferrovie dello Stato, particolarmente sensibile alle esigenze del Compartimento di Trieste riusciva, non senza gravi sacrifici di bilancio, a stanziare altri 15 miliardi da utilizzare per opere di potenziamento delle linee di afflusso dall’Italia centrale e settentrionale alla nostra Regione, ed all’acquisto di materiale rotabile. Tutto questo denaro pubblico, proveniente dalle tasse dei cittadini italiani, a 50 anni di distanza sta per diventare carta straccia grazie alla politica dissennata delle ferrovie italiane privatizzate. Ancora 30 anni fa a Villa Opicina c'erano 43 binari di cui 29 elettrificati, operavano 24 ore su 24 tre squadre di manovra con relativi locomotori diesel, coordinate da tre capistazione dirigenti movimento. Funzionava una biglietteria con deposito bagagli, esisteva un grande ufficio veicoli e lo schedario carri , e poi l’agenzia doganale, il centro tassazione, le gestioni merci riunite, senza contare il personale della sottostazione elettrica e del tronco lavori. Più di cento dipendenti per un impianto che lavorava molto intensamente, tanto che ai ferrovieri di Villa Opicina era stata concessa l’indennità di zona disagiata e quella di scalo ultraperiferico. A tutto quel personale ferroviario bisogna aggiungere gli ispettori doganali, gli agenti della Guardia di Finanza e quelli della Polizia Ferroviaria e di Frontiera. Era funzionante un bar nel fabbricato viaggiatori, ed era pure attiva la mensa aziendale accanto alla sede del Dopolavoro Ferroviario con annessi campi di bocce e pista di pattinaggio. Di tutto questo fervore di vita e di lavoro al giorno d’oggi non è rimasto quasi niente. Attualmente Villa Opicina conta meno di 30 dipendenti, ed il lavoro si svolge solo la mattina per 5 giorni la settimana. Durante tutto il resto del tempo la stazione rimane chiusa. E’ chiaro quindi che la battaglia per il trasporto delle merci nel nostro Paese è stata vinta dal vettore su gomma, grazie soprattutto alla politica suicida della società ferroviaria Cargo, e a meno di un radicale mutamento della politica dei trasporti, tutte le assicurazioni sul ruolo strategico delle ferrovie nella nostra regione che arrivano da parte di Trenitalia, RFI e Cargo, sono solo fumo negli occhi.
Gianni Ursini
VITA.it - GIOVEDI', 26 gennaio 2012
Servizio civile, via libera a 18mila giovani
Sospesi degli effetti della sentenza del 9 gennaio. Riccardi: «Siamo soddisfatti»
«Esprimo grande soddisfazione per la decisione della Corte
di accettare la sospensione della revoca del bando per i volontari del 2012. È
una decisione che consente ai giovani di partire per il loro servizio alla
comunità nazionale e riporta serenità dopo giorni di comprensibile apprensione.
Voglio fare i miei auguri di buon lavoro a tutti i ragazzi e ringrazio gli enti
che li accoglieranno per il sostegno dato in queste settimane". È quanto afferma
Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione e integrazione, a commento della
notizia sulla pronuncia della Corte d'appello di Milano che ha di fatto
sbloccato la partenza per 18 mila giovani che svolgeranno nel 2012 il servizio
civile
La richiesta era arrivata da Asgi e Avvocati per niente, le associazioni che
avevano seguito e vinto il ricorso al tribunale di Milano a favore del diritto
degli immigrati a svolgere il servizio civile che ha portato al blocco degli
avvii.
Scrivevano nell'appello «le associazioni ricorrenti ribadiscono l'invito al
Governo italiano affinché – prendendo atto che secondo la decisione del
Tribunale di Milano una lettura costituzionalmente corretta della norma consente
già oggi l’accesso degli stranieri al servizio civile – voglia perciò
introdurre, in occasione della emanazione di uno dei provvedimenti in calendario
(ad es. il decreto legge sulle semplificazioni che sarà esaminato a breve dal
Consiglio dei Ministri) una modifica dell’art. 3 del d.lgs. 77/2002 che, fugando
ogni eventuale residuo dubbio, chiarisca definitivamente il diritto degli
stranieri regolarmente soggiornanti a concorrere al servizio.
Le associazioni ricorrenti colgono l’occasione per ribadire che i disagi e le
ansie vissute in questi giorni dai volontari già selezionati ed in procinto di
essere assunti in servizio non possono essere addebitate alle associazioni
ricorrenti che avevano proposto la sospensiva del bando già al momento della
presentazione del ricorso, in ottobre, quando le selezioni non erano ancora
state effettuate, mentre nel corso del procedimento la Presidenza del Consiglio
dei Ministri, in qualità di parte convenuta, non ha mai fatto cenno allo stato
di avanzamento delle procedure di selezione, confidando esclusivamente nel
rigetto del ricorso.
Le associazioni ricorrenti ringraziano in particolare tutti i giovani volontari
del Servizio civile nazionale che hanno espresso in questi giorni solidarietà e
apprezzamento per l’azione giudiziaria da noi promossa, dimostrando la loro
adesione ai valori di uguaglianza, pari opportunità, solidarietà e inclusione
sociale, che sono comuni alla nostra azione così come al loro impegno nel
Servizio Civile Nazionale».
Via libera quindi alle 18 mila persone che, a causa della sentenza del Tribunale
di Milano della scorsa settimana (leggi qui) sul ricorso intentato da un
cittadino pachistano che vive in Italia, escluso dalla selezioni perché senza
cittadinanza italiana, si sono trovate da un giorno all’altro al palo, senza la
possibilità di iniziare il servizio presso l’ente di riferimento.
IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 gennaio 2012
«La Lucchini dovrà investire i soldi di Elettra solo a
Servola»
Superata l’emergenza, i sindacati della Ferriera continuano il pressing sulla proprietà.
Chiesto un incontro con l’amministratore delegato
Calcagni per ottenere ulteriori garanzie
Il rischio imminente, quello della chiusura dello stabilimento al primo
febbraio, è stato cancellato grazie all’intesa Lucchini-Elettra celebrata
martedì in Regione. Ma il pressing continua. L’hanno ribadito ai lavoratori
della Ferriera di Servola, ieri nel corso dell’assemblea convocata all’interno
della fabbrica, i rappresentanti sindacali. In attesa di avere notizie, entro
metà febbraio, sulla soluzione definitiva del contenzioso fra la Lucchini spa e
la Elettra produzione srl, vogliono infatti altre risposte da proprietà e
istituzioni. C’è in primo luogo la richiesta di garanzie sulla destinazione dei
12 milioni di euro che Elettra pagherà per la fornitura del gas di risulta
prodotto dalla Ferriera dei mesi di dicembre, gennaio e febbraio. «È necessaria
- spiega Umberto Salvaneschi (Fim-Cisl) - un’attenta verifica sul loro utilizzo.
A questo proposito abbiamo inviato una lettera alla Lucchini chiedendo un
incontro a Trieste con l’amministratore delegato (Marcello Calcagni, ndr),
affinché quei soldi siano vincolati allo stabilimento di Servola». Per delle
necessità ben precise: «Vanno impiegati per la manutenzione e messa in sicurezza
degli impianti, in modo che questi fra l’altro abbiano il più basso impatto
possibile a livello ambientale - prosegue Salvaneschi -. Inoltre c’è la
questione del piano arrivo navi: quello che ci era stato presentato tenendo
conto del rischio chiusura al primo febbraio arrivava alla prima decade del mese
prossimo. A questo punto, però, con la produzione che continua, il piano va
rivisitato tornando all’indirizzo ordinario degli arrivi e dell’acquisizione
delle materie prime». Tutto questo quadro, peraltro, va incorniciato tenendo
conto di un obiettivo ulteriore. L’utilizzo, così come descritto e auspicato dai
sindacati, della liquidità in arrivo da Elettra potrà assicurare infatti
«visibilità, importante in funzione dell’eventuale interesse da parte di
imprenditori terzi a rilevare la Ferriera. In questo modo, troveranno impianti
degni», conclude Salvaneschi. E proprio sul tema delle voci su possibili nuovi
compratori la richiesta è «di fare chiarezza - mette in evidenza Franco Palman (Uilm)
-. Poi la politica dovrà impegnarsi a non chiudere le porte a un’eventuale nuova
realtà». Alle istituzioni i sindacati chiedono risposte immediate anche sul
percorso che porterà all’accordo di programma «con cui si definiranno
riconversione e strategia futura per l’area», aggiunge Palman. Che, sulla
questione della liquidità da destinare alla Servola spa da parte del gruppo
Lucchini, rileva un elemento in più: «Con questi soldi si potrà dare respiro
anche ad alcune delle ditte dell’indotto». Il rappresentante della Uilm annuncia
infine che «ai primi di febbraio saremo a Roma, al ministero dello Sviluppo
economico e incontreremo la Lucchini per parlare degli stabilimenti di Trieste e
di Piombino. È in programma infatti un tavolo nazionale con le segreterie
provinciali dei sindacati». Nella prima metà di febbraio si terrà pure un nuovo
incontro fra Lucchini, Elettra, Regione, Comune e Provincia: sul tavolo,
stavolta, la soluzione definitiva del contenzioso fra le due aziende.
Matteo Unterweger
E il ministro Clini monitora la situazione a distanza
Interpretare il suo silenzio come un segnale di
disinteresse, probabilmente, non sarebbe corretto. Perchè, assicurano i suoi più
stretti collaboratori, Corrado Clini non solo monitora costantemente il caso
Ferriera, ma lo segue, seppur a distanza, con grande attenzione. Il futuro dello
stabilimento siderurgico di Servola, infatti, viene indicato dallo staff del
ministro all’Ambiente, come una vicenda «che gli sta molto a cuore». Eppure,
nonostante ne segua l’evoluzione, Clini non commenta. Non ora, almeno. Forse lo
farà quando il quadro si sarà chiarito e le tensioni, se non proprio cancellate,
almeno allentate. E quando arriveranno, le parole del ministro e presidente di
Area Science Park, potranno far luce su diversi aspetti della vicenda, a partire
dai contributi Cip6 che Elettra avrebbe continuato a percepire pur non pagando
le forniture di gas alla Lucchini.
Stop alla petizione contro il ponte sul canale
«Richiesta irricevibile». Nella seduta di martedì scorso
il Consiglio comunale ha esaminato la petizione proposta dal comitato di
cittadini per chiedere all'amministrazione comunale per non procedere alla
realizzazione della passerella sul canale di Ponterosso. Proposta poi bocciata
dall’aula. «La maggioranza consiliare e l'assessore ai Lavori pubblici
Marchigiani - commenta il consigliere del Pd Pietro Faraguna - hanno ribadito
che la richiesta non era ricevibile, essendo l'opera già progettata, approvata,
finanziata e aggiudicata nel corso della scorsa consiliatura. A tal proposito
stupisce che durante il dibattito il centrodestra abbia accusato la maggioranza
di non dare una risposta politica alla petizione, come se la politica potesse
fare tutto, anche porre in essere atti illegittimi. Così non è, e semmai il
problema di coesione e coerenza politica che ci è stato rivolto va rispedito al
mittente, considerato che risulta che tutti i consiglieri di maggioranza hanno
compattamente respinto la mozione, mentre nel gruppo del PdL (già orfano del suo
candidato sindaco Antonione, passato al Gruppo misto) due consiglieri hanno
appoggiato la petizione (ex assessori della giunta che volle il progetto) e
altri quattro hanno votato contrari. Giunge perciò apprezzato il voto contrario
(o di astensione) di tutti gli altri gruppi presenti in Consiglio che
evidentemente - conclude Faraguna - hanno ritenuto che la legittimità degli
atti, nonché la coerenza delle proprie posizioni, stiano al di sopra della
spasmodica ricerca di consenso politico. Ricerca forse iniziata in vista delle
prossime regionali».
Il servizio civile rischia lo stallo - Volontari
bloccati dal ricorso di un pachistano. Menis: colpa delle discriminazioni
TRIESTE Servizio civile nel caos. 18 mila volontari di tutta Italia non sanno ancora se potranno offrire la propria collaborazione volontaria ad associazioni, enti e onlus. La data di inizio dei progetti era prevista per febbraio, sebbene alcune realtà si siano già attivate, ma tutto è ancora fermo. Lo stop è dovuto a un ricorso presentato da un cittadino pachistano che non ha potuto partecipare ai bandi: la legge italiana, infatti, prevede il requisito della cittadinanza italiana. Il caso tocca anche il Friuli Venezia Giulia. E’ il consigliere del Pd Paolo Menis, promotore nel 2007 della normativa regionale di settore, a mettere in evidenza la situazione e a denunciare l’inghippo: «È bastato che un cittadino pachistano, peraltro residente in Italia da tre lustri – spiega Menis – chiedesse di essere ammesso e la macchina burocratica si è inceppata, con il rischio di provocare danni sia sul piano della credibilità internazionale, sia su quello economico, a causa dei numerosi contributi legati al settore che sarebbero automaticamente congelati». E la cosa non finisce qui, anzi, viste le sue possibili ripercussioni. « Il rischio di perdere un anno di Servizio Civile è concreto – avverte il consigliere – ed è l’ennesima conferma che discriminare non paga, ma al contrario costa». Secondo Menis il Fvg potrebbe essere preso a modello di una possibile riforma: «Nella legge regionale di settore, la n° 11 del 2007, varata sotto l’allora giunta Illy – ricorda il consigliere – il centrosinistra aveva previsto la possibilità di svolgere il servizio civile anche per i cittadini stranieri. ma a cinque anni di distanza scopriamo che la legislazione nazionale deve ancora adeguarsi a quello che è ormai unanimemente riconosciuto come un principio cardine del diritto comunitario».
(g.s.)
A Gorizia la prima centrale a olii vegetali
GORIZIA Ci vorrà un mese. Poi, la prima centrale a oli vegetali realizzata a Gorizia entrerà in funzione. Produrrà 38 megawatt di energia elettrica (potrebbe alimentare 38mila condizionatori a esempio), contribuendo al fabbisogno energetico in provincia e regione. L’investimento è di 40 milioni di euro. Queste le caratteristiche dell’impianto realizzato nell’area del Consorzio di sviluppo industriale e artigianale (Csia) di Gorizia. Ne parla il promotore Giuseppe Fiannacca: non nasconde le difficoltà burocratiche incontrate in questi anni. Ingegner Fiannacca, a che punto siamo? La centrale è in fase di collaudo e conseguentemente di consegna al committente. È un concentrato di sistemi e tecnologie che intereagiscono senza interferenze e garantiscono affidabilità e sicurezza. Per le scelte tecniche avanzate che abbiamo fatto, se si girasse il mondo intero, in questa tipologia d’impianto non si potrebbe migliorare nulla, poichè è stata impiegata la migliore tecnologia disponibile. Entro fine febbraio l’intero impianto sarà in esercizio commerciale e contribuiremo con la nostra produzione agli impegni sottoscritti dal nostro Paese in merito ai trattati ambientali. Quali le ricadute occupazionali? L’organico sarà di 14 specialisti, in parte già in organico e in parte da individuare per il completamento dello stesso in prossimità dell’entrata in esercizio. Quale è l’esatta tipologia dell’impianto? È una centrale riconosciuta dal Gestore del sistema elettrico (Gse) alimentata da fonti rinnovabili poiché utilizza la biomassa liquida proveniente da semi oleoginosi di varia natura (palma, jatropha, girasole, colza, etc.) e quindi si tratta di una fonte che si rinnova, contrariamente a quanto avviene con le fonti fossili (petrolio, gas, carbone).
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 gennaio 2012
Ferriera, scongiurato lo stop - Elettra pagherà a
Lucchini i primi 12 milioni del debito. A febbraio serve un accordo definitivo
Il rischio chiusura al primo febbraio è scongiurato.
L’attività alla Ferriera di Servola prosegue. Un primo accordo fra Lucchini spa
e Elettra produzione srl è infatti scaturito dal tavolo convocato ieri in
Regione. I termini dell’intesa: da Elettra è arrivato l’impegno a saldare subito
la fattura di dicembre e quelle in scadenza a gennaio e a febbraio per la
fornitura, da parte dell’impianto siderurgico di Servola, del gas di risulta con
cui la centrale di cogenerazione produce energia elettrica. Tre mensilità da 4
milioni di euro l’una: in tutto 12 milioni. La Servola spa, gruppo Lucchini,
continuerà dunque a fornire regolarmente il gas. E nell’arco di un mese, entro
la fine di febbraio, Lucchini spa ed Elettra produzioni srl si incontreranno di
nuovo per arrivare a una definizione del contenzioso che le vede opposte. Con la
Lucchini che pretende sia saldato il debito di 36 milioni di euro, posizione
contestata da Elettra che sostiene di aver subìto dei danni alle turbine proprio
a causa di una fornitura di gas prodotto dalla Ferriera. Il vertice fra le parti
- Regione, Comune e Provincia - ha in ogni caso cancellato il pericolo immediato
di improvvisa chiusura dello stabilimento causa mancanza di liquidità. Evento
che avrebbe innescato un’immediata emergenza occupazionale e sociale in città
con un migliaio di lavoratori, inclusi quelli di Sertubi e delle altre aziende
dell’indotto, a ritrovarsi da un giorno all’altro senza lavoro. La Lucchini ha
ricevuto garanzie, dunque, per il recupero di denaro, intanto 12 milioni. La
produzione continua. E c’è un mese di tempo in più per arrivare a una soluzione
della situazione. «Si continua a lavorare», hanno annunciato ieri, al termine
del tavolo convocato in Regione, i delegati sindacali davanti ai lavoratori
confluiti in piazza Unità dopo il corteo organizzato attraverso le vie
cittadine. Centinaia di persone hanno atteso all’esterno del palazzo della
Regione per un paio d’ore l’esito del confronto fra Lucchini, con l’ad Marcello
Calcagni a capo della delegazione, Elettra, col presidente Luca Ramella a
guidare la spedizione della sua azienda, i tre assessori regionali triestini
Sandra Savino, Federica Seganti e Angela Brandi, il sindaco Roberto Cosolini e
l’assessore comunale allo Sviluppo economico Fabio Omero, e il vicepresidente
della Provincia Vittorio Zollia. Il primo a lasciare il palazzo è stato Omero:
«La richiesta del sindaco di arrivare a un accordo fra Elettra e Lucchini è
stata accettata da entrambe. L’effetto è che in primo luogo si evita l’immediata
criticità e non si va alla chiusura il primo febbraio. Cosolini - conclude Omero
- ha anche chiesto alla Lucchini un ulteriore incontro per capire le intenzioni
della società sul futuro, perché su questo punto manca ancora una risposta
chiara». Un nuovo tavolo fra i protagonisti del vertice sarà riconvocato entro
la metà di febbraio, con il fine di risolvere definitivamente la querelle. «Oggi
l’obiettivo - sono state, poco dopo, le parole del sindaco - era quello di
scongiurare l’emergenza. Ora Elettra e Lucchini si reincontreranno». Dalle due
aziende (i cui rappresentanti non hanno rilasciato dichiarazioni dopo il
vertice) è giunto pure l’impegno a “congelare” le reciproche azioni giudiziarie.
«È l’inizio di un percorso - evidenzia Savino -, in cui ci sono i discorsi su
riconversione e sviluppo futuro dell’area. Ora non abbassiamo la guardia. Ci
rivedremo tante volte quante sarà necessario». «In questo momento il blocco
improvviso dell’attività della Ferriera avrebbe generato un problema sociale
devastante - osserva Brandi -. Prima o poi si arriverà alla chiusura
dell’impianto, ma un conto è che sia pilotata e programmata, un altro se
improvvisa. C’è soddisfazione per aver scongiurato il pericolo». Mentre Seganti
sottolinea: «Avremmo preferito arrivare prima a una soluzione, era da agosto che
richiedevamo questo incontro. La Regione può fungere da facilitatore ma sono i
due partner a doversi fare carico, con responsabilità, delle soluzioni
tecniche». La soddisfazione dei sindacati confederali in una nota congiunta:
«Quando le istituzioni locali, pur nella diversità di colore politico, vanno
nella stessa direzione con l’obiettivo del mantenimento e del rilancio del
sistema produttivo locale i risultati arrivano». Cgil, Cisl e Uil chiedono poi
al presidente della Regione Tondo «di rispettare l’impegno di definire il
protocollo per la gestione dell’accordo di programma entro la fine del mese di
gennaio».
Matteo Unterweger
«Una legge speciale per la riconversione» - La chiede
il Consiglio provinciale, il solo Pdl non vota la mozione. Solidarietà anche dal
Municipio
Il Consiglio provinciale ha approvato l’altro giorno una mozione urgente con cui manifesta solidarietà «ai lavoratori» della Ferriera di Servola «e alle loro famiglie» e chiede un intervento del governo, in collaborazione con la Regione, affinché si trovi una «rapida soluzione alla possibilità di chiusura dello stabilimento nella prospettiva di una riconversione». Il testo, preparato dalla maggioranza, è stato integrato da un emendamento del consigliere d’opposizione Francesco Cervesi (Un’Altra Trieste), con cui si chiede a governo e Regione «una nuova legge speciale che individui un iter burocratico e amministrativo oltre che risorse per la riconversione dell’area». Il voto favorevole al documento finale è giunto da tutte le forze politiche, con la sola eccezione del gruppo del Pdl, uscito dall’aula prima della discussione. «La solidarietà ai lavoratori, dovuta e scontata, c’è - spiega il capogruppo pidiellino Claudio Grizon - ma la mozione è troppo generica, non dà indicazioni né un mandato preciso. Inoltre, con soli tre minuti a disposizione per intervenire in aula, non c’è stato modo di fare le precisazioni per noi necessarie. Per questo siamo usciti». Dal canto suo, Matteo Puppi del Pd esprime «apprezzamento per quei colleghi dell’opposizione che hanno deciso, diversamente da altri, di partecipare al dibattito in Consiglio». Mozione di solidarietà ai lavoratori, con richiesta di audizione del presidente della Regione Tondo davanti a tutta l’assise, approvata poi l’altra sera in Consiglio comunale con 37 “sì” su 37 votanti. Assenti alla seduta Marino Andolina (Fds), Mario Reali (Sel) e Roberto De Gioia (Lega Nord), ha invece abbandonato l’aula prima del voto Maurizio Bucci del Pdl. «Per dignità e coerenza ho deciso così - spiega Bucci -, per evitare di votare un documento che certamente non potrà risolvere i problemi dello stabilimento. Personalmente continuo a rimanere dalla parte dei residenti». Il consigliere pidiellino ricorda poi a Decarli (Trieste Cambia), che lo aveva attaccato: «Il Comune di Trieste con il suo assessore all’Ambiente rappresentato all’epoca dal sottoscritto, è stato il solo che nel 2007 ha espresso parere contrario al rilascio dell’Aia sulla Ferriera, unico vero atto amministrativo responsabile del lento declino dello stabilimento di Servola e dell’aggravarsi della situazione ambientale nel rione circostante». Così, infine, il coordinatore regionale di Sel Giulio Lauri: «Chiediamo a Tondo di avocare a sé il caso Ferriera, di mantenere aperto il tavolo di cui per quattro anni si è scordato e di iniziare un’opera di pressione sul governo, con l’aiuto dei parlamentari triestini che lo sostengono, del Pdl e del Pd».
(m.u.)
Smog, si torna verso la normalità Oggi centro riaperto
alle auto
Laureni: limiti di Pm10 sforati anche ieri, ma le previsioni meteo danno il Borino in arrivo Pochi controlli, solo otto multe.
Martini: la gente ha dimostrato sensibilità ambientale
Da oggi nel centro cittadino si potrà circolare liberamente. «Ho disposto la
revoca dell’ordinanza anche e soprattutto perché le condizioni meteo sono in
costante miglioramento». L’annuncio - atteso da moltissimi - è dell’assessore
comunale Umberto Laureni, che ieri ha deciso per lo sblocco del traffico dopo
aver ricevuto le notizie dell’Arpa relative, appunto, alla situazione
meteorologica in evoluzione. «Stiamo andando verso la pulizia dell’atmosfera e
quindi non ha più senso parlare di blocchi del traffico», ha spiegato Laureni,
aggiungendo tuttavia che anche ieri i limiti di Pm 10 sono stati abbondantemente
superati in un paio di zone della città: «Ma si tratta di una situazione
temporanea. Che già domani (oggi, ndr) verrà sicuramente superata». Da oggi
dunque stop ai varchi fantasma all’ingresso della città e anche ai controlli
nelle strade del centro da parte dei vigili urbani. Ma già ieri mattina quello
che nei giorni scorsi - il divieto vigeva da sabato - era apparso un dispositivo
definito da molti «a maglie larghe» è diventato di fatto ancora più aperto,
ancora più libero. In pratica, fino alle 13 non sono stati effettuati controlli
né verifiche sulle automobili da parte degli agenti della Municipale. Non c’era
infatti per questo servizio nemmeno una pattuglia in giro. «Ci sono stati eventi
non ordinari e il numero degli agenti a disposizione è sempre stato lo stesso»,
ha commentato il vicesindaco Fabiana Martini riferendosi ai problemi di
viabilità connessi alla manifestazione degli operai della Ferriera che hanno
impegnato i vigili disponibili. «La sensazione - ha aggiunto Martini - è stata
che comunque tutto sommato la gente si sia comportata bene dimostrando una certa
sensibilità ambientale ed evitando in questi ultimi tre giorni di usare la
macchina». Nel pomeriggio l’attività di controllo in relazione all’ordinanza è
rispesa. Ma, come si può facilmente immaginare, in modo molto blando. Di certo
il traffico nel centro cittadino da sabato fino a ieri è risultato ridotto.
Insomma sembrano essere stati pochissimi - rispetto alla normalità - gli
automobilisti che si sono messi al volante alla guida dei propri veicoli, se non
in regola. Da contare sulle dita di due mani anche le multe comminate nel
periodo di blocco della circolazione. Sabato erano state appena 7, mentre lunedì
si è arrivati a 22 verbali. Ieri pomeriggio sono state elevate 8 sanzioni su 40
controlli. Per oggi è atteso cielo azzurro, con tempo stabile e sole. Farà
piuttosto freddo. E finalmente soffierà il Borino che spazzerà gli ultimi
residui delle polveri sottili.
Corrado Barbacini
“Orti sociali” per condividere terra e saperi - PARTE
IL PROGETTO
Piccoli terreni in gestione ai cittadini. E il Comune
rivede il regolamento sugli spazi verdi
Riprendere il contatto con la terra, lontani dalla fretta del quotidiano,
per riportare nelle città la sapienza contadina che ha scandito per secoli, al
ritmo delle stagioni, la vita di ogni giorno. Nascono così anche a Trieste gli
Orti sociali urbani con il progetto “Urbi et Horti”: piccoli campi da coltivare
incastonati tra le case, nei rioni, per condividere l'arte, anche terapeutica,
della coltura; per una gestione comune dei beni. Con il sostegno della Regione e
il patrocinio del Comune, il progetto è stato realizzato da un gruppo di
associazioni, alcune delle quali fanno parte della Rete di economia solidale,
con capofila Bioest, Italia Nostra, il Comitato Danilo Dolci, l'Anglat
(associazione per la mobilità dei disabili), l'Associazione italiana agricoltura
biologica e le microaree dell'Azienda sanitaria. Obiettivo dell'iniziativa, che
si concluderà tra un anno, è «progettare e attuare soluzioni di fruizione del
territorio urbano con una logica di elevata sostenibilità sociale e ambientale,
che va dalla produzione agricola biologica alla condivisione di spazi e beni
comuni». Il primo orto sociale urbano sarà realizzato con la collaborazione di
padre Antonio Santini della Comunità servi di Maria di Valmaura. «Non vogliamo
creare solo degli orti urbani in cui coltivare la terra – ha spiegato Tiziana
Cimolino di Bioest – ma anche utilizzare gli spazi cittadini per condividere
saperi e conoscenze, e mettere in relazione le persone. Realizzeremo anche dei
corsi di tecniche agricole». Il primo appuntamento per far conoscere il progetto
è fissato l'8 febbraio alla Casa del giovane di San Sabba, con l'obiettivo di
visitare poi tutti i rioni cittadini e raccogliere adesioni all'iniziativa. Nel
frattempo anche il Comune, che partecipa a “Urbi et Horti”, ha in programma di
rivedere il regolamento che assegna gli spazi verdi urbani di sua proprietà
nell'ottica di individuare e ampliare le aree da assegnare agli orti sociali
urbani. «Vogliamo stabilire regole chiare per la gestione dei beni di proprietà
dell'ente», ha detto l'assessore Elena Marchigiani ieri in occasione della
presentazione del progetto: «Sarà realizzata una mappatura delle aree da
destinare a orti sociali urbani, poi apriremo i primi bandi di assegnazione per
dare in concessione terreni di 40 o al massimo 60 metri quadrati a canoni
“sociali”». Finora i terreni dati in locazione dal Comune si sviluppano su aree
molto più ampie (400-500 metri quadrati) con affitti molto elevati, ha spiegato
Marchigiani, «mentre vogliamo estendere questa opportunità a tutti: anziani,
giovani, cooperative sociali, associazioni di volontariato, per stimolare i
cittadini alla cura degli spazi verdi comuni, per una migliore qualità
ambientale e di gestione del paesaggio».
Ivana Gherbaz
RIPRISTINATO IL “KAL” - Ritorna l’acqua nell’antico
stagno carsico di Trebiciano
TREBICIANO Per opera volontaria dei membri della Comunella Jus di Trebiciano è stato appena completato l’intervento di risistemazione dell’antico stagno della frazione. Un impegno che prelude alla prossima sistemazione dell’area naturale a mini parco del paese, a vantaggio non solo della comunità ma pure dei forestieri, sempre numerosi. Tanti infatti sono gli escursionisti che a piedi o con le mountain bike passano accanto al rinnovati sito per raggiungere il non lontano sentiero n. 3 che si articola lungo tutta l’area di confine sino al Carso isontino. Il restauro del vecchio “kal”, come viene chiamato dai residenti di Trebiciano, ovvero stagno in sloveno, è stato avviato dopo un consulto effettuato dalla comunella con la Snam. Il gruppo, attivo nel settore del gas, aveva compromesso la permeabilità dello stagno circa una quarantina d’anni fa, per posizionarvi dei dispositivi di dispersione per le correnti galvaniche che avrebbero potuto creare dei problemi alle infrastrutture sotterranee del metanodotto. Così inutilizzato, l’alveo dello stagno, il più grande dell’intero Altopiano carsico, da secoli utilizzato per la raccolta d’acqua e l’abbeveraggio degli animali, è stato invaso da arbusti e infestanti e utilizzato pure impropriamente da ignoti che vi scaricavano ramaglie e altri rifiuti naturali. Nonostante l’impossibilità di poter usufruire dei contributi dei fondi comunitari Interreg Italia Slovenia nel progetto “1001” stagni, la Comunella di Trebiciano non si è persa d’animo e, assieme alla locale scuola elementare Pinko Tomazic che collabora con il Parco delle Grotte di San Canziano per un progetto di protezione delle zone umide carsiche, si è rimboccata le maniche per ripristinarlo. «Grazie all’interessamento del compianto Igor Maher che si interessava per la parte slovena del progetto per il recupero degli stagni – spiega il presidente la comunella David Malalan - siamo riusciti a ottenere gratuitamente 180 metri cubi d’argilla per realizzare il fondo dello stagno. In novembre infatti la Snam ha effettuato dei lavori di rinnovo nel sito spiegandoci che potevamo recuperarlo senza problemi». Oltre a aver collocato l’argilla, i volontari della comunella hanno posizionato attorno al kal una staccionata realizzata con tronchi di pino e un pannello che riporta ben 170 antichi toponimi. “Ora speriamo che il Comune possa aiutarci a realizzare un mini parco».
(Ma. Lo.)
Muggia, la battaglia delle antenne continua
Il comitato di Chiampore, dopo la prima vittoria,
chiede lo spostamento dei vecchi tralicci. E ha già individuato tre siti
MUGGIA Santa Barbara, Bosco della Luna o pendici della Fortezza. Si giocherà
probabilmente su questi tre siti la prossima partita dei tralicci di Muggia.
sono queste le località infatti che il Comitato contro le antenne di Chiampore
continua a sostenere con forza come idonei per ospitare i nuovi impianti di
trasmissione. Dopo lo stop imposto dal Comune di Muggia alla Dcp di Povegliano
per la costruzione di una nuova antenna alta 30 metri - come abbiamo riferito
nell’edizione di ieri - il Comitato è tornato alla carica suggerendo nuovamente
i siti migliori per gli ecomostri che da decenni sovrastano la sommità della
frazione di Chiampore. In questi giorni a prendere piede sempre più pare essere
la possibilità di collocare il traliccio nel Bosco della Lunga, un'area verde,
lontano almeno 500 metri dalle case abitate, e quindi non pericoloso per
l’emissione di onde elettromagnetiche. E perdipiù di proprietà del Comune. «Già
all'epoca della giunta guidata da Roberto Dipiazza si era parlato di questa
locazione che personalmente ritengo essere una scelta che al Comitato potrebbe
andare bene», spiega Livio Postogna, uno dei referenti della petizione che ha
visto la sottoscrizione di centinaia di residenti contro le antenne di Chiampore
e frazioni limitrofe. In effetti la particella, sita su un terreno pianeggiante,
è collocata lontano dalle abitazioni ed è dotata di una strada accessibile,
elemento che costituirebbe un punto fondamentale anche nella scelta da parte dei
proprietari delle antenne. Ma c'è un altro sito ancora più gettonato da parte
del Comitato: l'area sopra le cave di Santa Barbara. «Secondo noi questa sede è
l'ideale - spiega Claudio Poropat – in quanto lontano dalle case in un luogo che
non darebbe davvero fastidio a nessuno». Qui pare sia già arrivato un nulla osta
da parte della Soprintendenza e anche una nota radio privata triestina è in
trattative per acquistare il terreno sul quale costruire il proprio traliccio.
L'unica difficoltà logistica è data dalla mancanza di una strada d'accesso:
problema comunque facilmente risolvibile. Così infine Poropat: «Ora attendiamo
un incontro con l'assessore all'Ambiente Longo confidando naturalmente che
l'amministrazione e gli uffici possano tenere sempre a mente i nostri
suggerimenti, frutto di un'indagine sul territorio». Intanto il Comune sta
attendendo un'eventuale contromossa da parte della Dcp, la società di Povegliano
costretta da un'ordinanza a interrompere i lavori di costruzione di un traliccio
tra Chiampore- San Floriano Ligon. In caso di mancata osservanza dell'ordinanza
la Dcp potrà incorrere in una contravvenzione e su tale situazione dovrà
vigilare, come espressamente scritto nel documento presentato dal Comune, la
Polizia Municipale. La Dcp potrà però ricorrere al Tar in via giurisdizionale
entro 60 giorni se non addirittura con un ricorso straordinario al Capo dello
Stato entro 120 giorni dalla notificazione del provvedimento. Indubbiamente
quella ottenuta dal Comitato è un primo significativo passo per far cessare del
tutto la nascita di nuove strutture vicino alle proprie abitazioni. Una prima
vittoria per i quasi 350 cittadini muggesani che tra Muggia vecchia, Ligon,
Fontanella, San Floriano e naturalmente Chiampore hanno espresso chiaramente il
loro intento a salvaguardare la loro salute esponendosi anche in prima fila
attraverso la creazione di un organismo apartitico pensato dalla gente per la
gente.
Riccardo Tosques
Una class-action contro i miasmi della Siot - La
proposta viene dal capogruppo dei Verdi-Idv, Bibalo. Oggi un vertice col sindaco
in Municipio
SAN DORLIGO «Il fenomeno di emissioni odorigene dei serbatoi Siot continua ad essere un ingiustificato motivo di degrado della vita degli abitanti limitrofi». Rossano Bibalo, capogruppo consiliare dei Verdi-Italia dei Valori di San Dorligo della Valle, ritorna così sui cattivi odori che già da parecchi anni, a fasi alterne, aleggiano attorno allo stabilimento industriale. Sulla questione una petizione di residenti con oltre 500 sottoscrizioni denunciò la situazione di disagio. L'esponente ecologista ha evidenziato come oggidì la giurisprudenza permetta ai cittadini e all'amministrazione comunale di avere nuovi strumenti per iniziare a muovere gli impedimenti. A iniziare dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo sui rifiuti di Napoli. «I giudici dell’Alta Corte introducono nero su bianco alcuni concetti che troppo spesso in Italia vengono calpestati, a volte anche per colpa dell’inefficienza delle amministrazioni pubbliche», spiega Bibalo. «Mi riferisco alla nuova nozione di “vittima ambientale” e al “diritto a vivere in un ambiente salubre. Proprio questi due concetti sono alla base della sentenza della Corte che ha accolto il ricorso presentato da 18 cittadini di Somma Vesuviana che si sono sentiti danneggiati nella loro vita personale di cittadini, uomini e donne che come tali hanno il diritto di vivere in un ambiente degno di essere vissuto». E ancora. Il Tar del Lazio si è pronunciato su un ricorso Codacons, sul fenomeno dell’arsenico nelle acque, condannando i Ministeri dell’Ambiente e della Salute a risarcire gli utenti riconoscendo l’intervenuto danno ambientale da degrado urbano quale danno alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute. «Cambiando gli attori, dal pubblico al privato, dall’arsenico alle emissioni, è chiaro che anche in questo caso ci sia la possibilità per richiamare la stessa Siot ad un ruolo risolutivo più efficace», spiega Bibalo. Da qui la proposta del capogruppo dei Verdi-Idv: «In assenza di passi concreti non resterà altra strada che quella di promuovere un comitato popolare per iniziare questa strada dei ricorsi, e delle possibili class-action, perché si è raggiunto e superato ogni possibile limite di sopportazione». Le emissioni odorigene saranno uno dei temi “caldi” che verranno affrontati durante l'incontro aperto al pubblico in programma oggi alle 18 in Municipio tra i residenti di San Dorligo e l'amministrazione Premolin.
(Ri. To.)
IL PICCOLO - MARTEDI', 24 gennaio 2012
Lo smog ancora oltre i limiti Il centro resta chiuso
alle auto
L’assessore Laureni: rilevamenti molto pesanti nelle
vie Carpineto e Tor Bandena Il comandante dei vigili Abbate: poche multe?
Nessuna caccia all’uomo
Anche oggi il centro rimarrà chiuso per lo smog. Lo ha deciso l’assessore
comunale all’Ambiente Umberto Laureni dopo aver visionato i dati delle
centraline Arpa sulle concentrazioni di polveri sottili degli ultimi giorni.
«Gli ultimi rilevamenti - ha detto - sono molto pesanti. Si è arrivati a 114
microgrammi di Co2 per metro cubo in via Carpineto e a 90 in via Tor Bandena a
fronte di un limite massimo di 50 microgrammi. Per questo ho deciso di
prolungare l’ordinanza attiva da già da tre giorni». E dunque anche per oggi il
centro sarà off-limits dalle 9.30 alle 12 e dalle 16 alle 19, come prevede
l’ordinanza del sindaco Cosolini. Ieri però, come del resto anche nei giorni
scorsi, i blocchi sono stati praticamente virtuali. Traffico scarso, poche
pattuglie della Municipale (in tutto una decina) e sicuramente anche una certa
tolleranza. La prova è che, con una macchina «Euro 3», abbiamo girato
tranquillamente per il centro passando sotto gli occhi delle pattuglie sia sulle
Rive sia lungo via Coroneo e via Fabio Severo. Nessuno si è azzardato ad alzare
la paletta e imporre l’alt. La spiegazione - bonariamente - la dà Luciano Momich,
vicecomandante della Municipale. Dice: «Non è certo una caccia all’uomo».
D’altra parte il volume di traffico per essere lunedì è stato decisamente
scarso. Aggiunge poi il comandante Sergio Abbate: «A noi in fin dei conti
interessa proprio che il traffico diminuisca». E la conferma indiretta sta nel
numero dei controlli che sono stati effettuati dalle 11 pattuglie in servizio
nel corso della giornata. Controlli che sono risultati in totale 127, e hanno
portato a comminare 22 multe. Commenta Abbate: «Vuol dire che il 90 per cento
era in regola». Sabato, primo giorno del blocco del traffico le pattuglie della
Municipale avevano fermato 125 tra automobili e ciclomotori. E sette erano
risultate non in regola con le disposizioni del sindaco. Da aggiungere poi che
anche ieri si è ripetuto il solito assalto al centralino della sala operativa
dei vigili urbani. Tutti a chiedere spiegazioni sulle sigle stampate sul
libretto dell’auto. Giorgio Cappel, presidente dell’Aci, è categorico: «Sono
provvedimenti sostanzialmente inutili che i sindaci sono costretti ad adottare
perché previsti per legge. Ma non è limitando a singhiozzo la circolazione che
si depura l’aria che viene inquinata da ben altre fonti. Prova ne sia che sembra
non sia servito a nulla l’ancor vigente blocco, che si spera domani (oggi, ndr)
venga tolto, ma unicamente grazie al sollevarsi del vento. I controlli non sono
diffusi e severi, ma è anche giusto perché non tutti sono in grado di essere
informati in tempo reale. Devo ricordare però l’ancora vigente ordinanza del
compianto assessore Ondina Barduzzi che dal 1996 vieta, con molte deroghe, dal
martedi al venerdi la circolazione in centro delle vetture non catalizzate.
Quanti se ne ricordano?». Aggiunge poi l’assessore Umberto Laureni:
«Sull’inquinamento incide in modo sensibile anche il riscaldamento domestico.
Pertanto, viste le temperature tutt’altro che rigide di questi giorni, invito
tutti i triestini a regolare al minimo gli impianti e se possibile a staccarli
temporaneamente qualora la temperatura all’interno delle abitazioni o degli
uffici - ha concluso - abbia già raggiunto i livelli necessari». Poi,
confermando le proprie perplessità sui blocchi del traffico che comunque sono
atti dovuti, aggiunge: «Non ci resta che aspettare il piano d’azione regionale.
L’attuale sistema è poco utile in chiave preventiva». Il piano d’azione
regionale, tra l’altro, dovrebbe anche tener conto delle previsioni meteo. E
finalmente oggi pomeriggio dovrebbe arrivare il Borino spazza smog. Al mattino
avremo nuvolosità variabile con foschie e possibili brevi rovesci. Dal
pomeriggio miglioramento con cielo poco nuvoloso e Bora moderata, così almeno
secondo il bollettino dell’Arpa.
Corrado Barbacini
Come si fa a sapere se un mezzo è Euro 4 o 5 -
VADEMECUM
Come si fa a capire se la propria vettura è «Euro 4» oppure «Euro 5» e dunque può circolare nei giorni di blocco del traffico? Bisogna guardare attentamente la carta di circolazione e, dopo aver trovato la pagina con la dicitura la frase “Rispetta le direttive” trovare almeno una delle sigle alfanumeriche, che qui riportiamo: Euro 4: 98/69 CE B; 98/77 ce rif.98/69 ce b; 1999/96 ce b; 1999/102 ce b rif.98/69 ce b; 2001/1 ce rif.98/69 ce b; 2001/27 ce rif.99/96 ce riga b1; 2001/100 ce b; 2002/80 ce b; 2003/76 ce b Euro 5: 99/96 fase III; 2001/27 CE Rif. 1999/96 Riga B2 oppure Riga C; 2005/78 CE Rif 2005/55 CE Riga B2 oppure riga C. Ma senza dubbio una soluzione al quesito può darla in maniera indiretta la data di acquisto dell’auto stessa. I pratica se si tratta di una vettura comperata nuova negli ultimi tre, quattro anni - in genere - sarà una «Euro 4». Se è più recente è facile che sia una «Euro 5». Il problema sostanzialmente sussiste per le autovetture immatricolate almeno sei, sette anni fa. Allora le direttive antinquinamento erano quelle indicate nell’«Euro 3» e se poi la macchina è ancora più vecchia molto probabilmente è «Euro 2».
«Prima i parcheggi, poi nuove aree pedonali» - PIANO DEL TRAFFICO
Mozione di Ferrara (Lega Nord): il sindaco pensi
innanzitutto a realizzare ulteriori stalli
Il sindaco «non autorizzi alcun tipo di nuova pedonalizzazione e/o modifica
della viabilità cittadina che comporti la riduzione del numero dei parcheggi
sino a quando non saranno realizzati nuovi stalli per motorini e nuovi parcheggi
per le automobili e camper necessari alle esigenze dei cittadini residenti e non
residenti nella nostra città». Lo chiede il consigliere comunale della Lega Nord
Maurizio Ferrara in una mozione, intervenendo così in merito alla bozza di Piano
del traffico. Ferrara esordisce ricordando come quella prospettata sia
«l’ennesima ipotesi del “prossimo “ piano del traffico di Trieste, portata a
conoscenza dei cittadini», come sempre accaduto - sottolinea - attraverso la
stampa locale». L’esponente leghista annota però come siano «ben noti i tempi
presumibilmente necessari all’approvazione e attuazione definitiva del medesimo
provvedimento». Di qui l’invito al sindaco Cosolini: nessuna pedonalizzazione
prima di avere realizzato nuovi parcheggi per auto e motorini.
LA LETTERA DEL GIORNO - Raccolta differenziata, ecco
cosa conferire nei bidoni
A seguito dell’introduzione delle sanzioni relative alla differenziazione dei rifiuti, che giungono (almeno per noi triestini) dopo svariati anni dall’inizio della raccolta differenziata, iniziamo a scoprire (finalmente) cosa conferire e cosa no nei singoli bidoni. Mi sento di dover segnalare gli errori di base e qualche suggerimento per migliorare la raccolta differenziata... non si sa mai che qualche politico si svegli dal torpore e ne prenda spunto. Per iniziare, segnalerei gli errori fondamentali: Errore 1. A livello nazionale non siamo riusciti a concordare i colori della differenziata (es. se da noi il bidone di raccolta del vetro è verde, e quello della carta giallo, state pur certi che in altre città troverete colori differenti). Errore 2. I colori scelti (qui parlo per Trieste), sono quattro: giallo per la carta, grigio per secco non riciclabile, blu per vetro e lattine, azzurro per la plastica. Adesso mi domando: a che mente malata può essere venuto in mente di scegliere i colori blu e azzurro? forse era meglio scegliere il giallo, il verde, il blu ed il rosso, in modo che a colpo d'occhio, chiunque (compresi gli anziani ed i daltonici) ne sarebbe stato facilitato. Errore 3. I colori sopraccitati sono quelli delle tabelle appiccicate sui bidoni, e quindi la campana verde del vetro è identificata dal colore blu. Errore 4. La differenziata è raccolta in modo differente in ogni Comune, lo sa bene chi ha la seconda casa in montagna o al mare. Ad esempio a Trieste il polistirolo va assieme alla plastica, ma da altre parti non è così. Stesso discorso vale per esempio per i tetrapak che da noi sono raccolti assieme alla carta. Errore 5. Sempre parlando per Trieste, i medicinali scaduti vanno gettati nell'indifferenziata. In regione (a Spilimbergo) per chi non lo sapesse abbiamo un inceneritore che brucia rifiuti ospedalieri provenienti da tutta Italia, e noi ci concediamo il lusso di spedire i nostri medicinali nell'inceneritore di via Errera... Errore 6. I piatti ed i bicchieri di plastica vanno gettati nell'indifferenziata, solo perché i produttori non pagano la tassa al Conai . In realtà il motivo è che non sono considerati imballaggi. Infatti, secondo la legge, solo i produttori di imballaggi versano obbligatoriamente un contributo al Conai (Consorzio nazionale imballaggi) per lo smaltimento degli imballaggi dopo il loro uso, di conseguenza Conai ha accordi con l’associazione dei comuni (Anci) i quali ricevono un contributo per la plastica raccolta. I produttori di piatti, bicchieri e posate non sono assoggettati al pagamento di questo contributo perché non sono produttori di imballaggi. Piatti e bicchieri monouso non sono accettati al riciclo perché nessuno ha pagato per farlo. Quindi dobbiamo gettarli nell'indifferenziata, inquinando di più, solo perché al produttore non è stato chiesto il contributo Conai Ed ora le proposte. Proposta 1. Unificazione dei colori a livello nazionale, almeno per le quattro categorie principali. Proposta 2. Invece di rompere le scatole a noi consumatori per cercare di interpretare dove gettare un rifiuto, il problema andrebbe risolto a monte. Mi spiego: basterebbe obbligare ogni produttore a marchiare il suo prodotto con un simbolo (per esempio triangolo, quadrato, pentagono, eccetera) e riportare questi simboli sui bidoni di raccolta (naturalmente ogni bidone avrebbe più di un simbolo, anche differenziato da una città all'altra). Tornando al tetrapak, se questo avesse ad esempio il simbolo del quadrato, mi basterebbe gettarlo nel bidone che riporta tale simbolo (quindi per noi a Trieste in quello della carta). Il vantaggio sarebbe doppio, oltre a semplificarci la suddivisione riusciremmo a far differenziare anche ai bambini, agli stranieri (provate a mettervi nei panni dell’enorme numero di extracomunitari che vivono nelle nostre città o di un semplice turista), eccetera. Proposta 3. Andrebbe rivisto l'obbiettivo primario della differenziata "Inquinare meno, riciclando di più" e quindi andrebbero raccolti anche i piatti e bicchieri di plastica, i medicinali e tutto quello che per problemi di qualche refuso di legge è sfuggito sinora. E nonostante tutte queste imprecisioni e mancanze, le autorità comunali si permettono di dare a noi la multa se non chiudiamo bene il cassonetto. «Mancata chiusura del coperchio del contenitore stradale»: multa da un minimo di 25 euro a un massimo di 150 (50 euro il pagamento in misura ridotta entro i 60 giorni). È una delle 10 sanzioni in vigore dal primo gennaio previste dal «regolamento comunale in caso di trasgressione delle corrette modalità di conferimento dei rifiuti».
Euro Baret
Scontro sull’Arpa tra Ciriani e Mattassi «Risorse in
arrivo»
L’assessore sconfessa il dirigente: «Non vi è alcun
allarme Le sue affermazioni sono prive di fondamento e lesive»
GLI ARGOMENTI DELLA GIUNTA Non esiste proprio un ammanco di 500mila euro
TRIESTE L’Arpa a secco di risorse e obbligata a risparmiare anche sulle
apparecchiature? «Affermazioni destituite di alcun fondamento e lesive
dell’immagine dell’agenzia, che apprendo con sconcerto e considero
inaccettabili». Già va giù pesante il vicepresidente della Regione e assessore
all’Ambiente Luca Ciriani. A finire nel suo mirino è Giorgio Mattassi, direttore
scientifico dell’Arpa, e quindi uno dei “suoi” dirigenti, colpevole, secondo
l’assessore, di aver rilasciato dichiarazioni errate sullo stato dei
finanziamenti erogati dalla Regione alla struttura per il 2012. «Insufficienti»
e inferiori di 500mila euro rispetto al 2011, secondo Mattassi. «Sufficienti» e
«in linea con quelli dello scorso anno», secondo Ciriani. Una guerra aperta e
intestina, dunque, che si gioca sul filo delle cifre. Effettivamente, il fatto
che, per l’esercizio 2012, mancassero all’appello 500mila euro, era già emerso
in Consiglio durante la discussione sulla Finanziaria, sollevano più di qualche
polemica. Gli stessi 500mila euro “fantasma” cui faceva riferimento Mattassi,
imputando al taglio di risorse la mancata approvazione del bilancio di
previsione 2012 entro il 31 dicembre scorso. Ma Luca Ciriani non ci sta e spara
a raffica sul direttore: «Non vi è alcun allarme. Quanto affermato dal direttore
riflette la sua personale opinione, non è aggiornato e non corrisponde a realtà,
tanto che egli dovrebbe chiarire la propria posizione. Quale apporto alla
struttura può dare un dirigente che autonomamente prende posizioni lesive
dell’immagine dell’agenzia per la quale lavora?». «Non esiste - commenta Ciriani
- alcun ammanco di 500mila euro al budget: la situazione economica di crisi ha
indotto la Regione a scegliere una diversa linea di finanziamento, che coinvolge
anche la direzione alla Salute, che parteciperà con un finanziamento di 400mila
euro. L’approvazione del bilancio è stata ritardata in attesa della
formalizzazione di questa ulteriore posta integrativa, ma senza ripercussioni
sull’attività della struttura. Inoltre, il bilancio dell’Arpa risulta ampiamente
in attivo e si è concordato di utilizzare parte dell’utile, superiore a 1
milione di euro, per reinvestire nell’Arpa stessa, acquisendo nuove
attrezzature». Poi l’assessore affronta il nodo del laboratorio unico, che
Mattassi aveva definito «in stallo», sempre per mancanza di risorse. Ciriani
ammette che, per l’entità dell’investimento - 30 milioni di euro - nulla si è
ancora concretizzato. Ma spiega che «il progetto è pronto. Abbiamo previsto il
reperimento delle risorse attraverso il sistema del leasing in costruendo, in
linea con i provvedimenti previsti dal Governo. Assieme all’assessore Savino
stiamo valutando come armonizzare una simile uscita con gli attuali bilanci
regionali. Ad abbassare i costi vi è anche la possibilità di dismettere parte
del patrimonio immobiliare dell’Arpa».
Elisa Coloni
Moretton: noi li avevamo già avvisati
Il “caso” Arpa infiamma il Palazzo. In prima fila c’è il capogruppo Pd Gianfranco Moretton che attacca: «Noi avevamo lanciato già l’allarme denunciando che, con una fetta di risorse in meno, l’Arpa non sarebbe stata in grado di garantire gli stessi standard del 2011. Ma, con supponenza, ci è stato detto che i fondi sarebbero stati sufficienti». Di diverso avviso il capogruppo Pdl Daniele Galasso: «Apprendo adesso che esiste un “caso” Arpa. Infatti, durante l’approvazione della Finanziaria, non ricordo alcuna lamentela sullo stato di salute dell’agenzia. Prendo atto delle dichiarazioni del direttore e verificherò la situazione». Sul caso interviene anche Sel, con il coordinatore regionale Giulio Lauri: «I fondi per ambiente e salute non andrebbero tagliati, ma aumentati. Non si capisce se Tondo e la Lega intendano, come Formigoni in Lombardia, i controlli ambientali come lacci e lacciuoli per le imprese».
(el.col.)
Sta tornando a nuovo l’antica pineta di Gropada
GROPADA È ormai in fase di completamento l’intervento migliorativo predisposto dal Comune di Trieste in quella vasta porzione di antica pineta che non lontana dall’abitato di Gropada, a cavallo del confine sloveno, porta nell’area catastale di Trebiciano oltre il Monte dei Pini. La vasta estensione racchiude un bel tratto del sentiero Cai n. 3, lunga dorsale boschiva dell’Altipiano carsico (lunga oltre 50 km) che dal Carso triestino penetra sino a quello isontino. I lavori di manutenzione al tratto boschivo citato rientrano nel Piano di Sviluppo rurale finanziato con i fondi comunitari “Fesr”, e riguardano la pulizia del bosco, l’abbattimento delle piante secche e malate, il diradamento delle essenze esistenti. Le pinete vicine a Gropada e circostanti il sentiero n. 3 sono state avviate nella seconda parte del diciannovesimo secolo dalle maestranze asburgiche. L’Altipiano carsico a quei tempi era ridotto a una pietraia desertica, e il pino nero venne individuato quale pianta pioniera per tentare il rimboschimento della vasta zona calcarea. Un esperimento riuscito, stando ai fatti, che tuttavia appare solo una prima fase nel tentativo di ricreare lungo l’altipiano l’antico bosco di latifoglie composto prevalentemente da querce, carpini, ornielli eccetera. «I lavori di manutenzione boschiva in questa zona – spiega il presidente della circoscrizione di Altipiano Est Marco Milkovich – mirano proprio al ripristino del bosco carsico autoctono, tipicizzato proprio da roverelli, carpini e altre essenze. L’intervento delle maestranze si sta protraendo da circa un anno. Vi sono stati pure dei periodi di sosta anche perché questa parte del Carso, tutelata dalle norme comunitarie di “Natura 2000”, è stata rispettata per permettere la nidificazione di alcune specie di uccelli». Oltre al risanamento del bosco, sono stati anche ritoccati alcuni sentieri e altre aree. Si tratta di un ulteriore tassello per la rivalutazione di un’area naturale che risulta interessata da interventi manutentivi anche per la contigua parte slovena, dove da poco sono stati ripristinati alcuni storici sentieri in chiave escursionista e ippoturistica.
Maurizio Lozei
Elogio della sobrietà - CONFRONTO ALLA SALA BARONCINI
“Sobrietà e nuovi stili di vita” sala Baroncini via Trento
8 Info: tel. 340-6859654 kanzian.edoardo@libero.it
Oggi, alle 17.30, alla sala Baroncini delle Assicurazioni Generali, Edoardo
Kanzian con l'associazione “Il pane e le rose”, promuove un convegno sul tema:
“Sobrietà, beni comuni e nuovi stili di vita”, un progetto finanziato dalla
Regione, mirato a docenti e studenti. Partecipano: Paolo Cacciari (giornalista,
saggista, curatore del volume ”La società dei beni comuni”, Ferruccio Nilia
(Rete di Economia Solidale – Fvg), Tiziana Cimolino (medico, ecologista Bioest),
Anna Piccioni, (docente, associazione Libera dalle mafie), Alessio Chiarotti
(sindacalista), Bruna Busdon (docente), Federico Creazzo (docente, curatore
dell'antologia che sarà data in dono alle scuole). Interviene il coro giovanile
“Casticoro-Katizbor” diretto da Carlo Tommasi. Uscire dalla crisi è la parola
d'ordine, ma merita davvero salvare il sistema così com'è, fondato sulla
tirannia del mercato e l'idolatria del denaro?
IL PICCOLO - LUNEDI', 23 gennaio 2012
Traffico, centro chiuso anche oggi - Ma arriva il
Borino spazza-smog
Limitazioni previste dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19, i disagi potrebbero essere accentuati dallo sciopero nazionale dei taxisti.
Pochissime le multe, previsioni meteo favorevoli per domani
Brutte notizie dal Comune, belle dall’Osmer-Arpa,
l’Agenzia regionale che si occupa tra l’altro delle variaziooni meteorologiche.
Oggi il blocco del traffico nel centrocittà continuerà esattamente con le stesse
modalità di ieri. Dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19 l’area centrale
resterà chiusa al traffico privato di coloro che non possiedono una vettura Euro
4 o Euro 5, le meno inquinanti del parco circolante. Lo ha confermato ieri
l’assessore all’ambiente Umberto Laureni. «Ci riuniremo nelle prossime ore per
decidere sulle eventuali limitazioni per martedì. Per lunedì il blocco
continuerà con le stesse modalità di domenica». Ma per domani, martedì, fin dal
primo mattino le previsioni meteo dell’Osmer-Arpa annunciano l’entrata in scena
del Borino che si rafforzerà leggermente col passare delle ore. Il vento
assicurerà il ricambio veloce dell’aria stagnante da giorni e spazzerà via le
polveri sottili e le altre “porcherie” prodotte dalla combustione. Motori
d’auto, impianti di riscaldamento, ciminiere di fabbriche e - se fossero
presenti massicciamente in porto - anche i fumaioli delle navi, ritenute a
ragione, grazie ai loro diesel che bruciano olii pesanti, tra le principali
fonti di inquinamento dell’aria. Le previsioni del tempo autorizzano a pensare
che il Comune, con buona probabilità, non dovrebbe porre domani alcun vincolo al
traffico automobilistico privato. Si ritorna alla normalità e alla congestione
del traffico e delle vie respiratorie. Oggi però i disagi si manifesteranno con
più virulenza di ieri anche perché gli uffici, le scuole e parte dei negozi
riaprono i battenti. La virulenza del disagio sarà maggiore anche perché ieri
nel pomeriggio, nonostante la certezza della chiusura del centrocittà nelle
prossime ore, i tassisti hanno ribadito che sciopereranno dalle 7 del mattino
alle 22. «Lo facciamo a malincuore, ma l’agitazione è proclamata a livello
nazionale e non possiamo fare marcia all’indietro a causa dell’inquinamento. Non
esistono deroghe» ha affermato Mauro De Tela, leader triestino della categoria.
«Io sarei contento di lavorare, di offrire il servizio a chi ce lo chiede, ma la
situazione in cui ci ha posto il Governo è molto difficile. Il nostro futuro è
buio. Siamo comunque pronti ad aiutare in questi giorni di traffico limitato
coloro che per le loro condizioni fisiche hanno necessità del nostro intervento.
Ma lo sciopero resta, nonostante la chiusura del centro...» Ieri il traffico in
città è stato quasi nullo. Se ne sono meravigliati persino i vigili urbani che
sorvegliano attraverso le telecamere le principali vie cittadine. Poche,
pochissime auto, quasi che abbia trovato ascolto tra i cittadini la riflessione
proposta dal Comune sull’uso dei mezzi privati. Anche nei posti di controllo
sull’eventuale mancato rispetto dell’ordinanza del sindaco che limita il
traffico, i vigili hanno avuto poco da fare: nel pomeriggio erano presenti in
via Giulia, sulle Rive e in piazza Foraggi, mentre sabato le pattuglie “fisse”
erano state schierate in viale Miramare, in via Flavia e in via Alfonso Valerio,
all’altezza dell’Università. Rarissime le infrazioni contestate: si contano
sulle dita di una mano. Fin qui la fotografia di quanto è accaduto ieri e
accadrà oggi a livello di limitazioni al traffico, condizionato come tutti hanno
ben evidente, dalla situazione meteorologica. Domani soffierà, come dicevamo, un
Borino moderato e secondo l’Osmer-Arpa, questo accadrà a Trieste anche mercoledì
assicurando un ricambio completo dell’aria. Continuerà invece a latitare per
tutta la settimana la pioggia; la temperatura ieri ha raggiunto sulla costa i 10
gradi mentre la minima non è scesa sotto gli 8. Assieme al Borino arriverà anche
un po’ di freddo che porterà la situazione meteorologica a un livello più
adeguato al mese di gennaio. Sul Carso il termometro scenderà sotto lo zero, al
contrario di quanto accadrà in centro città.
Claudio Ernè
ARPA - L’Agenzia per l’ambiente alla paralisi
La Regione taglia 500mila euro e l’Arpa non riesce ad
approvare il bilancio di previsione. Laboratorio unico in stallo
TRIESTE Acque agitate in casa Arpa Fvg. L’Agenzia regionale per l’ambiente
ha chiuso il 2011 senza l’approvazione del bilancio di previsione: è la prima
volta che accade dai tempi del commissariamento. Il motivo: la mancanza di
fondi. Nella copertura assicurata dal bilancio regionale all’attività
dell’agenzia nel 2012, infatti, mancano all’appello 500mila euro. «Ciò ha reso
impossibile formulare il bilancio», commenta il direttore dell’Arpa Giorgio
Mattassi, che lancia l’allarme: «Mancano risorse, persino per gli strumenti.
Abbiamo raschiato il fondo e stiamo accumulando ritardi nelle procedure. Persino
l’istituzione del laboratorio unico è in stallo». Una situazione tutt’altro che
semplice, dunque, resa ancora più scivolosa dai tempi di crisi. Tra l’altro, a
fine anno, l’Arpa era finita nel mirino del presidente Tondo, che non aveva
nascosto la volontà di capire se e come ridurre i costi di una macchina pubblica
complessa, composta da uffici e laboratori disseminati in tutti i capoluoghi di
provincia, in cui lavorano 355 persone. L’Arpa è il braccio operativo della
Regione sui temi di tutela e protezione dell’ambiente. Opera in maniera
autonoma, ma seguendo gli indirizzi tracciati dalla Regione. Ed è proprio il
governo regionale che ha dettato le linee di indirizzo per il 2012. «Ci siamo
limitati ad approvare quelle - spiega Mattassi -. È stato licenziato un
programma di attività corrispondente alle linee di indirizzo della giunta, in
attesa di ricevere i 500mila euro mancanti. Nel 2011 è stato infatti garantito
un finanziamento straordinario di 500mila euro per fronteggiare gli obblighi
derivanti dalle normative in materia di acque e quello stanziamento non può
venire a mancare nel 2012». L’obiettivo della giunta è proprio questo. Lo si
legge anche nelle “Linee di indirizzo per la programmazione 2012-2014 dell’Arpa
Fvg” approvato a fine 2011. Nella delibera si legge che «la manovra finanziaria
regionale per il 2012 tiene conto della necessità di mantenere la misura del
finanziamento corrente al livello complessivo del 2011, pari a 23.710.000 euro,
ritenuto congruo a realizzare l’attività istituzionale dell’Arpa, dando
attuazione alle priorità per il 2012 delle azioni strategiche. Si tratta di una
delibera contraddittoria - spiega il direttore dell’Arpa Fvg - perché le Linee
di indirizzo prevedono un’attività per un importo pari a quello del 2011, ma con
500mila euro in meno. Cosa che ha reso impossibile formulare un bilancio di
previsione». Poi il direttore lancia l’allarme: «Siamo chiamati a rispondere a
sempre più numerose incombenze, con richieste che provengono dall’economia,
dagli enti pubblici e dalla magistratura. E stiamo accumulando ritardi sul
versante dei processi autorizzativi con rischi per l’economia, in una situazione
di evidente stagnazione. Se dovessero, come si spera, ripartire le richieste di
nuovi insediamenti, non se se ce la faremmo...». Cattive notizie anche sul
fronte del laboratorio unico, secondo la Regione strumento di massima
razionalizzazione. «Purtroppo tutto si è fermato - afferma, amaro, Mattassi -.
Non ci sono i soldi per costruire un laboratorio unico adeguato sul fronte della
logistica e della strumentazione né ci sono i mezzi per tornare indietro ai
quattro laboratori dipartimentali. In pratica, nonostante un presidio di
coordinamento tra i laboratori provinciali, siamo in mezzo al guado e rischiamo
di annegare». Questa la situazione attuale, già critica. Ma cosa succederebbe se
la giunta decidesse di tagliare ancora? «In questi anni - continua il direttore
dell’Arpa - sono stati avviate riforme radicali delle riorganizzazione interna,
spostando 50 persone dal laboratorio al territorio. Sono stati accentrati i
processi autorizzativi in materia di Via, Vas e Aia. Razionalizzazioni ulteriori
sono sempre possibili, per esempio chiudendo almeno due laboratori e trasferendo
il personale negli altri due, ma anche centralizzando ulteriormente tutte le
pratiche relative ai pareri di supporto alle amministrazioni locali. Ma di una
diminuzione della spesa non è opportuno parlare: significherebbe bloccare
l’economia regionale».
Elisa Coloni
Un colosso per tutelare la salute - I compiti vanno
dalla lotta all’inquinamento al monitoraggio delle acque
TRIESTE Quali sono i compiti dell’Arpa? Cosa fa e come si muove questa macchina pubblica complessa, il cui lavoro si riflette direttamente sulla qualità della nostra salute? Come si legge nelle Linee di indirizzo per il 2012-2014, le aree di azione prioritaria sono tre: tutela degli ecosistemi e difesa del suolo, ambiente e salute, uso sostenibile delle risorse naturali e gestione dei rifiuti. Per ognuna di queste aree vengono definiti obiettivi e procedure. Il fine ultimo dell’Arpa è quello di mantenere, sviluppare e potenziare le attività di tutela e di promozione della qualità degli ecosistemi naturali e degli ecosistemi antropizzati. Questi alcuni dei compiti e delle funzioni dell’Arpa. Sul fronte della tutela degli ecosistemi l’agenzia si occupa di proteggere l’ambiente marino, ma anche di recuperare i siti contaminati attraverso i percorsi di bonifica. In materia di ambiente e salute si va dalla ricerca di alghe tossiche al rilevamento della qualità dell’aria attraverso le centraline; dalla valutazione dell’inquinamento acustico alla raccolta dei dati sui livelli dei campi elettromagnetici. Per quanto riguarda l’uso sostenibile delle risorse naturali e la gestione dei rifiuti si snoda tra il monitoraggio delle acque e la gestione dei dati relativi ai sistemi fognari, la valutazione dello stato della qualità della raccolta differenziata e la validazione dei dati di tutti i rifiuti prodotti e trattati in regione. Per tutte queste attività, che vanno quindi dal monitoraggio ambientale al rilascio di pareri per le autorità giudiziarie, dalla verifica di dati al rilascio di concessioni e autorizzazioni varie, l’Arpa lavora fianco a fianco con altri soggetti pubblici.
(el.col.)
Sporca il mare, canale sotto tiro - AMBIENTE - Il “De
Dottori” sarà sorvegliato speciale. Inquina il golfo di Panzano
MONFALCONE Primo veicolo dell'inquinamento del golfo di
Panzano, il canale De Dottori sarà sorvegliato speciale nei prossimi mesi.
L’amministrazione comunale ha prorogato l’incarico di indagine affidato
all’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, nell’autunno del
2007, mettendo nel mirino appunto il canale di derivazione dall’Isonzo. La
scelta è stata fatta a fronte degli esiti del lavoro di campionamento e verifica
già svolto dall’Arpa per accertare le cause del ripetersi, anche nel giugno
2011, di episodi di inquinamento del mare antistante Marina Julia. A conclusione
dell'ultimo piano di analisi Arpa ha confermato il persistere di una situazione
di criticità, dovuta al rilevante apporto inquinante proveniente attraverso
l'Isonzo dal Goriziano. Il fenomeno dipende dalla portata dell’Isonzo e di fatto
scompare in particolari condizioni di magra. Stando allo studio dell’Arpa, il
contributo inquinante proveniente dalla zona centro-occidentale della città
interessa invece ancora in modo costante il corso d’acqua, il bacino di Panzano
e, più in generale, il golfo di Panzano. Tutto questo avviene, nonostante poco
più di due anni fa, Irisacqua abbia realizzato opere importanti di completamento
della fognatura dell’area, un intervento che ha consentito a circa 3.500 persone
di agganciarsi alla rete. La zona centro-ovest di Monfalcone è stata quindi
interamente collegata, ma, ipotizza l'amministrazione comunale, ci potrebbe
essere qualche abitazione i cui residenti sarebbero convinti di essere
collegati, non essendolo ancora, invece.
Laura Blasich
Chiampore, il Comune blocca il cantiere per la nuova
antenna
Il silenzio-assenso non sarebbe ancora scattato
Soddisfatto il comitato: adessso spostare gli altri impianti
MUGGIA Pugno duro del Comune di Muggia contro le nuove antenne di Chiampore.
L'amministrazione Nesladek ha imposto la sospensione dei lavori per la
costruzione dell'impianto promosso dalla Dcp telecomunicazioni di Povegliano.
Un'ordinanza firmata dal servizio Ambiente e sviluppo energetico del comune
rivierasco, per molti versi inattesa, ma allo stesso tempo fortemente auspicata
dai residenti, che aggiunge un pezzo importante alla trentennale vicenda delle
antenne radiotelevisive della frazione muggesana. In costruzione in uno spazio
verde lontano un centinaio di metri dalle abitazioni, sito tra Chiampore e San
Floriano Ligon, il traliccio alto circa 30 metri era il frutto di una
paradossale situazione di silenzio-assenso nata da una vecchia decisione della
Conferenza dei servizi. Sulla carta l'infrastruttura aveva un unico pregio, come
aveva evidenziato l'assessore all'Ambiente di Muggia, Fabio Longo: comportare
l’abbattimento di altri tre tralicci, più piccoli (e quindi più insidiosi per la
salute dei cittadini), siti vicini alle abitazioni, con conseguente
cancellazione dell’80% degli sforamenti legati all’inquinamento
elettromagnetico. Il Comitato contro le antenne di Chiampore aveva però
chiaramente espresso la propria contrarietà a questo traliccio, costruito troppo
vicino alle abitazioni. In base alle rimostranze dei cittadini il Comune ha
inviato due diffide alla Dcp (a fine ottobre e a inizio novembre dell'anno
appena passato), atti però disattesi dalla società trevigiana. Da qui
l'ordinanza nella quale si è evidenziato come “la Dcp non può vantare alcuna
autorizzazione o atto di assenso, con conseguente insussistenza dei presupposti
volti a legittimare l'avvio dei lavori”, in quanto la Conferenza dei servizi non
si è di fatto ancora conclusa. Ora bisogna capire come si comporterà la società
di Povegliano che in caso di mancata osservanza dell'ordinanza potrà incorrere
in una contravvenzione. Sulla situazione dovrà vigilare, come espressamente
scritto nel documento presentato dal Comune, la Polizia municipale. La Dcp potrà
però ricorrere al Tar in via giurisdizionale entro 60 giorni se non addirittura
con un ricorso straordinario al Capo dello Stato entro 120 giorni dalla
notificazione del provvedimento. Soddisfatto l'assessore all'Ambiente
partecipata, Fabio Longo: «Ricordando che quest'antenna giungeva da un
silenzio-assenso maturato da una decisione della Conferenza dei servizi alla
quale io non potevo ancora far parte, posso dire che abbiamo seguito
rigorosamente la Legge dando naturalmente ascolto alle richieste espresse in
maniera chiara da parte dei nostri cittadini». Soddisfazione anche nel Comitato
antiantenne di Chiampore che conta sull'appoggio di quasi 350 residenti tra
Muggia vecchia, Ligon, Fontanella, San Floriano e naturalmente Chiampore. Un
soggetto apolitico nato per tutelare la propria salute. Ma non solo. «Noi
nasciamo per dare forza al Comune, perché così diamo forza a noi stessi. Però è
finito il tempo delle chiacchiere e delle indecisioni, ora siamo giunti a un
bivio: che il Comune decida se essere con i residenti di Chiampore o contro i
residenti di Chiampore», dichiaravano i portavoce del Comitato. E il Comune
sembra aver intrapreso una strada dalla quale, ora, difficilmente si potrà
tornare indietro. «Il comitato antenne di Chiampore appoggia con soddisfazione
la richiesta del Comune in merito al traliccio Dcp, il cui blocco, più volte
richiesto, rappresenta la prima fase della necessaria delocalizzazione degli
impianti che è richiesta da tutti i residenti. Collaboreremo, come in passato,
con tutte le iniziative del Comune rivolte alla realizzazione di questo
obiettivo.»
Riccardo Tosques
Acqua all’arsenico Ministeri condannati a risarcire gli
utenti - LA SENTENZA
ROMA La multa non è da poco per i ministeri dell’Ambiente
e della Salute. E, come se non bastasse, potrebbe aprire la strada ad altri
ingenti risarcimenti. Arriva dal Tar del Lazio ed è di circa 200 mila euro.
Cento euro a ciascuno dei 2mila utenti di molte regioni (Lazio, Toscana,
Trentino Alto Adige, Lombardia, Umbria) che, tramite il Codacons, si erano
rivolti ai giudici amministrativi per lamentare la presenza di arsenico
nell’acqua. È stato lo stesso Codacons ad annunciare la clamorosa sentenza di
condanna e ad anticipare la predisposizione di un nuovo ricorso che, a detta
dell’associazione di utenti e consumatori, potrebbe interessare un milione di
persone. Secondo il Tar del Lazio, riferisce il Codacons, bere «acqua
all’arsenico può produrre tumori a fegato, cistifellea e pelle, nonchè malattie
cardiovascolari». Ma per il Codacons «la sentenza apre una strada di incredibile
valore» in quanto stabilisce che «fornire servizi insufficienti o difettosi o
inquinati determina la responsabilità della pubblica amministrazione per danno
alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute. Ora questa strada
sarà percorsa anche per chiedere i danni da inquinamento dell’aria e da degrado
sia a Napoli sia a Roma e nelle altre grandi città in cui la vivibilità è
fortemente pregiudicata dal degrado ambientale». Per Carlo Rienzi, presidente
del Codacons, si «tratta di una vittoria importantissima perchè pone termine
all’impunità di regioni e ministeri che, per non spendere i soldi stanziati o
non sapendoli spendere, hanno tenuto la popolazione in condizioni di degrado e
di rischio di avvelenamento da arsenico. Ora i singoli presidenti delle regioni
e i singoli ministri dell’Ambiente e della Salute dovranno essere perseguiti
dalla Corte dei Conti per rimborsare l’erario dei soldi che dovranno risarcire
agli utenti». La prossima tappa, quindi, è il nuovo megaricorso in via di
preparazione: «Si può già aderire - afferma il Codacons - seguendo le istruzioni
sul sito www.codacons.it».
IL PICCOLO - DOMENICA, 22 gennaio 2012
Chiusura anti-smog virtuale 125 controlli, solo 7 multe
- AMBIENTE »TRAFFICO DIMEZZATO
Nessuna transenna e solo dieci pattuglie a vigilare. La
Municipale: non potevamo fare di più. Laureni: scelta obbligata senza intenti
punitivi
La zona proibita è virtuale, senza varchi agli incroci d'accesso e con le
pattuglie dei vigili presenti solo nei punti di maggior scorrimento. Off-limits
sì ma pressoché inviolata in quanto il triestino, con spirito asburgico, vi si è
sostanzialmente adeguato. Non prima però di aver tempestato di telefonate il
centralino dei Municipale per protestare contro l’ordinanza del sindaco
Cosolini, e aver chiesto ai vigili informazioni su dove e come circolare, ma
anche sulle famigerate sigle “Euro” che nel libretto dell’auto appaiono con
numeri e sequenze ai più incomprensibili. «E alora, poso pasar?». Da ieri
mattina, alla sala operativa dei vigili, di telefonate simili ne sono arrivate
più di mille. «Gente furiosa», racconta frastornato l’operatore: «Nessuno si
capacitava del perché chiudere in un giorno di sole dopo aver lasciato circolare
venerdì che invece pioveva». Lo stesso Cosolini ammette: «È stato un obbligo di
legge e ho dovuto firmare». Spiega poi l’assessore Umberto Laureni: «È successo
giovedì: lo sforamento ha riguardato la centralina di piazza Libertà e quella di
via Carpineto. Sono stati rilevati più di 70 microgrammi di Co2 per metro cubo
di aria. Non c’è stata scelta, abbiamo dovuto chiudere». Risultato: traffico
dimezzato ovunque. Il deserto: così - anche perché era sabato - si presentava
ieri pomeriggio il centro durante il primo blocco anti-smog dell'anno. Poche,
pochissime le auto in circolazione. E quando c'erano viaggiavano il più delle
volte con uno dei tanti permessi di deroga messi in bella vista al cruscotto, o
con tre persone a bordo. Ma altrettanto pochi erano i vigili chiamati a un
controllo a campione lungo le arterie “sensibili” all'interno della città
vietata. In totale sono stati effettuati 125 controlli. Di questi 98 hanno
riguardato automobili e 21 le moto. Alla fine sono state contestate sette multe
da 155 euro ognuna. Meno che negli altri giorni. «Sono state impegnate dieci
pattuglie», spiega Roberto Gazzea, ufficiale responsabile del reparto
motorizzato della Municipale. Proprio poche se si pensa che ogni giorno di
pattuglie ne escono almeno il doppio per i servizi di routine. Insomma quasi
niente, se si considera l’estensione del perimetro da presidiare nel giorno del
blocco. D’altra parte sarebbe stato praticamente impossibile “precettare”
dall’oggi al domani decine e decine di agenti per sistemare varchi e transenne
agli incroci. Dal suo ufficio Gazzea ha monitorato minuto per minuto la
situazione del traffico praticamente inesistente. «Alcune pattuglie - spiega -
hanno operato in viale Miramare, in via Flavia e in via Valerio, le altre hanno
effettuato controlli a campione in centro. Non si poteva fare di più». Chiosa
Laureni: «Non vogliamo e non abbiamo voluto penalizzare la gente, ma semmai
chiedere una riflessione: per cortesia usate meno la macchina. È meglio per
tutti».
Corrado Barbacini
Domani si decide sulla riapertura - L’ORDINANZA
E oggi si replica. Il centro cittadino resterà chiuso al
traffico privato dalle 9.30 alle 12.30 e poi ancora nel pomeriggio, a partire
dalle 16 e fino alle 19. Già venerdì sera l’assessore comunale all’Ambiente
Umberto Laureni era stato chiaro: dell’eventuale revoca dell’ordinanza si
riparlerà lunedì, domani cioè, alla luce dei dati registrati nel corso di questo
weekend a traffico ridotto.
Corso come un’oasi pedonale Gli sloveni: «Nessun
avviso» - COME HA REAGITO LA CITTÀ
Una commerciante: il flusso degli acquirenti è
invariato anche perché ci sono numerose macchine che possono circolare malgrado
il provvedimento
Ore 16.02. Ieri pomeriggio ad inaugurare la chiusura del centro cittadino al
traffico è stata paradossalmente una vecchia Alfa 33 color verde militare che
impassibile ha imboccato piazza Tommaseo per poi percorrere tutto Corso Italia.
Le maglie dei controlli erano larghe e qualche furbetto ha oltrepassato la zona
off-limits ma in linea di massima i triestini hanno rispettato il blocco del
traffico predisposto dal Comune di Trieste. Allo scoccare dell’ orario oltre al
quale non era possibile transitare in centro il viavai delle automobili si è
immediatamente ridotto. A tal punto che ieri pomeriggio, malgrado il cuore della
città registrasse un certo movimento di cittadini intenti a passeggiare,
guardare le vetrine e fare shopping, in certi momenti Corso Italia sembrava
essersi trasformato in una zona pedonale. Stessa sorte per via del Teatro
Romano, Corso Saba o via Ghega. «Ci sono pochi segnali che confermano la
chiusura del traffico – osserva Tullio Pittao mentre al volante attende al
semaforo di via Roma – sinceramente vista la bella giornata di oggi leggermente
ventilata pensavo l’avessero revocato». «Il movimento di clienti è invariato –
conferma Sabina Zotti, responsabile di un negozio di abbigliamento per donna di
Corso Italia – anche perché il blocco non è totale e parecchie macchine possono
comunque circolare». Un po’ disorientati gli acquirenti che arrivano da
oltreconfine. «Non sapevo che non si potesse girare in centro con la macchina –
ammette Bogdan Knez, sloveno a bordo di una impolverata Renault 21 – mica leggo
i vostri giornali prima di venire a Trieste. Comunque vedo che girano in tanti».
Eppure nei tratti stradali d’entrata alla città le insegne luminose e cartelli
segnalavano data e orari di chiusura. Un po’ più di movimento in via Carducci,
via Battisti e via Coroneo. «Per noi più anziani queste sono le giornate più
belle, - ammettono Loretta e Carlo Gruden, due coniugi che attendono l’autobus
in piazza Goldoni - quelle dove la città è a nostra dimensione e senza troppo
rumore. Gli autobus viaggiano più spediti, si attraversa la strada più
facilmente e non c’è puzza di scarico delle automobili». Ridotto anche lo
snervante traffico di scooter e moto.
Laura Tonero
IL SINDACO «Bus tra Corso e via Mazzini La soluzione
che preferisco»
I commercianti di corso Italia e quelli di via Mazzini si
scoprono concordi nel ritenere migliore la soluzione del “ring”, quella cioè che
vede transitare i bus in discesa lungo via Mazzini e in risalita verso piazza
Goldoni lungo il corso? Il sindaco Roberto Cosolini non lo nasconde: «È questa
l’ipotesi che io preferisco». Ipotesi, detto per inciso, che fu l’ingegnere
Roberto Camus, autore della prima bozza di piano del traffico, a prevedere già
negli anni del primo mandato di Roberto Dipiazza in Municipio. Ma comunque, «se
i commercianti assumono questa posizione ci aiutano a decidere. Quanto a
Confcommercio - aggiunge il sindaco - sono d’accordo con il presidente Antonio
Paoletti: non appena la bozza del piano sarà stata vagliata in giunta, i
commercianti naturalmente saranno tra i primi a essere chiamati a discuterne,
essendo tra l’altro i primi a essere coinvolti anche nella questione corso
Italia-via Mazzini». Cosolini replica intanto a quanti, tra i consiglieri
d’opposizione, accusano di non essere stati tenuti al corrente del documento:
«Polemica inesistente e speciosa. Che della bozza di piano discuta la
maggioranza (è accaduto in una recente riunione, ndr) non è affatto un vulnus al
Consiglio comunale, bensì un passaggio preparatorio. Come ho già annunciato –
chiude il sindaco - qualche ora prima di approvare la bozza in giunta, così come
ho fatto per le direttive del Piano regolatore, presenterò il documento tanto ai
capigruppo del Consiglio quanto alla commissione urbanistica».
«Bonifiche, ok i fondi Cipe ma va definita la mappa»
Bruni sullo stanziamento in arrivo: prima capire dove
serve davvero intervenire Depuratore, 35 milioni. Zollia: un aiuto sulle tariffe
che saranno meno gravate
Il presidente dell’Ezit: tra un mese e mezzo alla Regione i risultati delle
analisi di rischio
L’assessore: per il nuovo impianto di Servola la copertura era già prevista
«Lo stanziamento dei 26 milioni di euro da parte del Cipe per le aree
inquinate è senza dubbio un fatto positivo. Ma non dimentichiamo che la priorità
è completare la mappa dei siti dove è necessario l’intervento». Dario Bruni,
presidente dell’Ezit, chiarisce con un esempio la complessa vicenda del Sin, il
sito inquinato di interesse nazionale: il medico prima visita il paziente e poi
gli prescrive le medicine. Vale lo stesso per il ripristino ambientale: prima va
fatta una “diagnosi” completa sull’area, quindi si indirizzeranno gli interventi
dove sono necessari. «E a questo punto - precisa - non è detto che le risorse
rimangano invariate, anzi, è probabile che si riducano». Ben venga la
manifestazione concreta di interesse del Cipe, insomma, ma la chiave del
ragionamento va rovesciata. Dice Bruni: finora si è lavorato su una “presunzione
di inquinamento”, pensando che quanto più ampia fosse l’area incriminata,
maggiori risorse arrivassero dallo Stato. Ora Ministero e Regione hanno cambiato
atteggiamento. E si attende da Roma una “ri-perimetrazione”, secondo le aperture
già manifestate dal ministro Corrado Clini, che permetta di consegnare alle
aziende terreni vietati anche se privi di rischi concreti. «L’aggiornamento
della normativa - aggiunge Bruni - ha recepito la griglia degli inquinanti però
combinandola con l’analisi del rischio. In poche parole: dipende da che cosa uno
ci vuol fare nell’area. Perchè il parcheggio del proprio camion dovrebbe essere
impedito se il pericolo è inesistente?». Fondamentale è il tempo: per questo la
Camera di commercio sta tenendo le fila del coordinamento tra gli enti, per
presentarsi al Ministero come “sistema territorio” e centrare l’obiettivo di
snellire le procedure. L’Ezit, intanto, sta lavorando al completamento del
progetto di caratterizzazione su 250 ettari inquinati che ancora rimangono da
valutare, dei 500 di sua competenza ricompresi nel Sin. Il piano dovrà essere
integrato poi con l’analisi del rischio concreto delle aree. Tra un mese e mezzo
i risultati verranno consegnati alla Regione. «Quando l’iter sarà concluso -
anticipa Bruni – sarà possibile sapere quante risorse, dei 26 milioni,
effettivamente servono e allora arriveranno i decreti di assegnazione. Fare
ipotesi è inutile: prima va verificato dove impegnarle e se ce n’è l’esigenza».
Dei 160 milioni di euro assegnati dal Cipe al Friuli Venezia Giulia la parte più
consistente, 35 milioni, affronterà un’altra emergenza, il depuratore di
Servola. Il nodo critico, però, non sono oggi i fondi quanto l’ordinanza urgente
del Dipartimento di protezione civile per la nomina di un commissario che
autorizzi la prosecuzione dello scarico a mare di sostanze inquinanti. «La
copertura finanziaria del nuovo impianto - precisa l’assessore provinciale
Vittorio Zollia - era già naturalmente prevista nel piano. Lo stanziamento del
Cipe è un aiuto per le tariffe, che saranno gravate di meno, con maggiore
tranquillità su questo fronte». Il 31 gennaio scade l’autorizzazione del
“tubone”. Contatti ravvicinati, dunque, tra Provincia e Regione per scongiurarne
il blocco, ottenendo dal presidente Tondo una lettera di richiesta alla
Protezione civile per l’arrivo del commissario. «Questa lettera - è fiducioso
Zollia - sarà sufficiente per consentirci una proroga di settanta giorni».
Arianna Boria
«Ferriera, tutti in piazza In ballo il futuro di
Trieste»
I sindacati si appellano alla gente in vista
dell’incontro di martedì in Prefettura «La politica da dieci anni usa il tema
Servola, in Lucchini comandano le banche»
I rappresentanti dei lavoratori della Ferriera chiamano a raccolta la città
in uno dei momenti più bui. Fra 10 giorni la fabbrica chiude se martedì in
Prefettura non verrà annunciato uno sblocco dei soldi che servono per continuare
la produzione. I sindacati saranno in piazza con le famiglie, chiedono ai
triestini di fare altrettanto, ai negozi di abbassare tutte le saracinesche a
mezzogiorno. «Se chiude la Ferriera Trieste muore, speriamo che anche Servola
sia con noi nell’interesse della città: anche noi abbiamo sempre chiesto
sicurezza per l’ambiente, è la Lucchini che non l’ha data». Alla conferenza
stampa c’erano tutte le sigle, le Rsu e i segretari provinciali di categoria che
in alcuni casi coincidono nel ruolo, ma anche i sindacati della Sertubi che
altrettanto chiuderebbe senza la ghisa prodotta dalla Ferriera. «In Sicilia
hanno riscoperto i forconi, noi riscopriremo le alabarde» ha detto un
rappresentante dell’Ugl. Parlano in modo ultimativo i sindacalisti, contro la
politica che «da 10 anni usa la Ferriera, e nulla ha fatto se non deciderne la
chiusura già nel 2003», contro la Lucchini «che non esiste più, ora comandano le
banche cui interessano i soldi e non il lavoro». Al Circolo Ferriera, a due
passi dalle ciminiere, sono arrivati ieri anche alcuni consiglieri comunali di
centrosinistra, poi Roberto Decarli dei Cittadini con Franco Bandelli di
Un’altra Trieste ha annunciato una richiesta da presentare al sindaco: poter
portare in piazza, martedì, il gonfalone della città. Ma soprattutto la perdita
di produzione industriale i sindacati mettono sul piatto. Franco Palman (Uilm):
«Ogni giorno facciamo da notai a crisi di aziende, Trieste si è sempre fatta
paladina di assicurazioni e banche, nessuno si è impegnato sulla settore della
produzione, ma adesso il gioco sulla Ferriera è finito, il tempo è scaduto,
Trieste non ha futuro». La perdita di oltre 1000 posti di lavoro (con le aziende
dell’indotto) fa tremare i polsi. Umberto Salvaneschi (Fim-Cisl): «Il prefetto
deve farci sapere se si sbloccano i soldi che Lucchini ha intascato dalla
vendita di Ascometal, 360 milioni, oppure quelli di Elettra che ha 50 milioni di
debito». Anche il misterioso acquirente è stato evocato: «Se non restano accesi
gli impianti, se non si garantiscono gli incentivi Cip6 per l’energia prodotta
dai gas dell’altoforno, nessun imprenditore sano di mente prende questa
fabbrica. I cittadini - ha aggiunto Salvaneschi - devono capire la gravità del
momento, l’effetto-domino di altre chiusure di aziende avrebbe conseguenze
drammatiche, e non più gestibili. Questo per Trieste è un banco di prova. O ci
si salva o finisce il futuro». Per Stefano Borini, segretario Fiom-Cgil, «si
prospetta il buio, Trieste corre il rischio di un arretramento economico che la
porterà alla recessione, questa fabbrica è un bene collettivo, e le istituzioni
devono prenderne la regia, serve un piano economico per la città interpellando
tutte le categorie». Per Mario Pastore (Fialms-Cisal): «Politica latitante, e
Lucchini qui ha sempre guadagnato e fatto i suoi interessi, senza mai ascoltare
né la gente, né gli operai, né le istituzioni. ».
Gabriella Ziani
«Organico ai minimi, turni di 12 e 16 ore» - OPERAI E
POLITICI
Lo smottamento della fabbrica è nel racconto degli operai,
lo dicono anche ai politici presenti: «Se ne stanno andando molte
professionalità, abbiamo il direttore del personale “a tempo”, due giorni alla
settimana. L’organico è ai minimi, ci sono turni di 12 e 16 ore. Siamo a
rischio». Roberto Decarli, consigliere dei Cittadini, parla con orgoglio: «Ho
lavorato alla Ferriera per 32 anni, questa è una giusta causa e ci darà
successo». Franco Bandelli (Un’altra Trieste) sfida la politica: «Ha sfruttato
la guerra fra poveri, fa tenerezza il presidente Tondo che appena oggi ci spiega
di aver mandato una lettera al ministro, questa è la politica del paracarro».
Marco Toncelli (Pd) lavora in Fincantieri: «Porterò in piazza una delegazione».
Marino Sossi (Sel): «La Ferriera è in “codice rosso” al Pronto soccorso, senza
produzione si perde anche ogni forza di contrattazione». Cesare Cetin (Italia
dei valori): «Saremo coi lavoratori martedì, il primo pensiero è per loro e per
le famiglie: intollerabile questa incertezza, il gruppo Lucchini deve
immediatamente sbloccare i soldi per la produzione, ma poi serve un serio
progetto industriale per il riassorbimento della manodopera e la definitiva
riconversione di un impianto obsoleto e inquinante che tanti danni ha causato ad
ambiente e salute». I rappresentanti della Sertubi raccontano l’altra faccia del
problema: «Se dal 1° febbraio non arriva più ghisa, saremo in cassa integrazione
straordinaria per un anno, gli investimenti da 6 milioni sono stati già
bloccati. Se si chiude, nessuno più pagherà i mutui». Sottolineato anche il
fatto che Sertubi ha chiesto alla Regione agevolazioni sul prezzo dell’energia,
ma non ha ancora ottenuto risposta.
«Un cambio culturale per la differenziata» - Lo chiede
l’assessore Laureni: «Inaccettabile abbandonare elettrodomestici vicino ai
cassonetti»
Un "cambio culturale". E’ questo ciò che serve in città per quanto concerne la raccolta differenziata. Lo ha affermato ieri l'assessore comunale Umberto Laureni, presentando una nuova campagna di informazione, attuata dall'amministrazione, «che riguarderà - ha sottolineato – l’intera popolazione, con un capillare processo di approfondimento che coinvolgerà tutti». Primo atto concreto, l'invio, a partire dai primi giorni della prossima settimana, a tutte le famiglie triestine, di una lettera del Comune «nella quale - ha precisato l'assessore - si spiegano le modalità di un giusto comportamento nella raccolta dei rifiuti». Al suo interno una sorta di vademecum per i cittadini, che illustra i comportamenti virtuosi da osservare per quanto concerne la raccolta dei rifiuti di qualsiasi tipo. Subito dopo questa prima lettera, ne seguirà un'altra «che riguarda specificamente il tetrapak, sostanza - ha evidenziato Laureni - che comporta spesso errori nella gestione dei rifiuti». Nel complesso, il Comune «è all’inizio di una vera e propria battaglia per migliorare la raccolta dei rifiuti a Trieste - ha ribadito l'assessore - che passerà attraverso un sempre più accentuato coinvolgimento delle scuole, perché è dalla sensibilizzazione dei giovani, che sono i cittadini di domani, che bisogna cominciare». Fondamentale anche l'informazione destinata ai commercianti e ai pubblici esercenti triestini: «Abbiamo registrato troppo spesso casi di negozianti ed esercenti - ha puntualizzato Laureni - che buttano i cartoni nei contenitori della carta o vicino a essi, senza neppure darsi la briga di disfarli, piegandoli, sprecando così molto spazio ed esaurendo troppo rapidamente la capacità dei cassonetti dedicati». Sotto questo profilo, Paolo Dal Maso, responsabile della raccolta rifiuti dell'Acega Aps, ha evidenziato che «i cassonetti per la carta sono riservati ai privati, i negozianti devono raccogliere i cartoni, piegarli e metterli negli appositi punti di raccolta nei giorni dedicati». Analizzata anche la oramai diffusa presenza di commercianti di lingua cinese «ai quali dovremo fornire - ha spiegato Laureni – una specifica informazione nella loro lingua». Paolo Dal Maso ha poi ricordato che «è assolutamente da evitare l'abbandono in strada, oggi purtroppo molto frequente, di oggetti come televisori, elettrodomestici, materassi, vicino ai cassonetti. Mettiamo a disposizione della cittadinanza ben quattro centri di raccolta - ha proseguito - con orari molti ampi di apertura. Esiste anche la possibilità di prenotare il ritiro a domicilio di questi oggetti - ha rammentato - perciò serve un atto di buona volontà da parte di tutti per migliorare la città sotto questo profilo. In realtà - ha concluso Dal Maso - tutto o quasi è recuperabile e riciclabile, perciò l'appello e' rivolto a tutti e speriamo che i triestini si confermino cittadini disciplinati e attenti». In vista anche la disponibilità di un numero di telefono: «che sarà a disposizione di chiunque abbia bisogno di informazioni - ha concluso Laureni - mentre stiamo predisponendo un servizio di raccolta dei rifiuti cosiddetti 'verdi' per chi ha un giardino».
Ugo Salvini
«Salvare il Ferroviario per rilanciare i traffici» - Il
Pd in campo a sostegno della Stazione di Campo Marzio: «Non solo un museo, ma
uno snodo chiave»
La stazione di Campo Marzio non è solo un museo: è il capolinea a Trieste della linea Transalpina e il naturale terminale per la metropolitana transfrontaliera. Ne sono convinti i volontari del Dopolavoro ferroviario che, per salvare il museo da loro gestito da decenni, a metà dicembre hanno lanciato un appello per salvarne gli spazi. Una battaglia contro l'isolamento di Trieste, che si trova a fare i conti non solo con la possibilità di vedere sparire uno dei luoghi storici della città, a cui hanno scelto di dare il proprio sostegno anche gli esponenti del Pd. Nel corso di un incontro organizzato ieri alla Stazione Rogers, infatti, alcuni rappresentanti del Partito democratico hanno infatti spiegato di aderire a quell’appello, vista la necessità «di rilanciare il traffico su rotaia a Trieste partendo anche dalla stazione di Campo Marzio». I democratici sono quindi al fianco dei volontari del Dopolavoro ferroviario per salvare i naturali collegamenti infrastrutturali che la città già possiede. Storia e sviluppo economico viaggiano sugli stessi binari. «Il futuro del museo - ha precisato Tarcisio Barbo dell'Assemblea regionale del Pd – sta in un ragionamento che non è distante da quello che vede Trieste coinvolta in un progetto più ampio di sviluppo economico. Questo perché l'area della stazione di Campo Marzio non ha solo una funzione storico-museale, ma è anche un nodo per i trasporti visto il suo collegamento con il porto e capolinea della linea ferroviaria Transalpina». Tra le ipotesi di rilancio rientra anche il progetto della metropolitana leggera transfrontaliera, un progetto che aveva già ottenuto nell'era Illy il via libera dalla Regione per il finanziamento e che ora potrebbe essere rispolverato, sottolinea Barbo, con l'obiettivo di «ottenere il rifinanziamento diventando quindi un progetto cantierabile da subito. Il museo in quest'ottica acquisterebbe una potenzialità diversa legata allo sviluppo dell'intera area». Spetta quindi alla Regione, la grande assente secondo i democratici, fare un passo avanti per cercare di sbloccare la situazione. «La Regione si è più volte dimenticata di Trieste – ha sottolineato l'assessore comunale Antonella Grim –. Ora invece bisogna utilizzare questi spazi che sono già cantierabili per rilanciare il trasporto su rotaia, valorizzando anche l'esistente, senza dimenticare che il museo ogni anno, con solo tre aperture settimanali, raggiunge i 4 mila visitatori». Non si tratta di spirito nostalgico, come indica il vicesegretario provinciale del Pd Pietro Faraguna, «perché il museo ferroviario è un'eccellenza nell'ottica di uno sviluppo futuro della ferrovia come mezzo di trasporto moderno, quando oggi arrivare a Trieste con i mezzi pubblici diventa quasi un miracolo. Questo perché la Regione per motivi elettorali ha preferito investire altrove penalizzando la nostra città». E visto che la stazione di Campo Marzio è anche il capolinea della Transalpina, per il vicepresidente della Provincia Igor Dolenc dovrebbe diventare, in vista del centenario dallo scoppio della Grande guerra, «un punto di partenza e di arrivo in un percorso di sviluppo del turismo culturale».
Ivana Gherbaz
La rivoluzione della lattuga comincia sul balcone di
casa - VERDE SUL TETTO » NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE
Domani, al Knulp, la giornalista di “Panorama” Franca
Roiatti presenta il suo libro sugli orti casalinghi che stanno sottraendo spazi
urbani al degrado e al cemento
Gli uffici marketing delle industrie alimentari spendono a piene mani per
campagne pubblicitarie all’insegna di genuinità e tradizione. A parole insomma,
verdura, polli, frutta e uova planano nei carrelli del supermercato direttamente
da fattorie gestite da nonni felici, gli ortaggi per il minestrone “casalingo”
sono stati raccolti nottetempo in valli incontaminate, le uova deposte da
galline in libertà nell’aia modello. Portare in tavola cibi biologici, coltivati
con amore ma senza pesticidi o composti chimici, è invece possibile, salutare ed
economicamente vantaggioso. Lo dimostrano le diverse formule di agricoltura
sostenibile, un movimento alternativo a quella industriale, per ridisegnare e
riappropriarsi del rapporto con gli alimenti, come racconta in “La rivoluzione
della lattuga. Si può riscrivere l’economia del cibo?”, la giornalista di
Panorama, Franca Roiatti, che presenterà domani alle 18.30 il libro edito da
Egea, al Knulp in via Madonna del Mare 7/a. Come? Sia su larga scala, e quindi
riconvertendo in “green” spazi urbani insospettabili sia in versione
“casalinga”, con l’orto sul balcone di casa. «Potrebbe sembrare una moda
passeggera: invece rispecchia una nuova consapevolezza, soprattutto nei giovani,
della necessità di trovare strade alternative alla catena industriale per la
produzione del cibo. Ma anche il desiderio di instaurare un rapporto più sano
con i prodotti alimentari, che hanno perso molto dal punto di vista
nutrizionale», spiega la giornalista di origine friulana, milanese d’adozione da
alcuni anni. Una rivoluzione del gusto, ma anche dell’economia, che si può
mettere in pratica in vario modo: con l’orto-balcone di casa, o nel giardino
piantando patate e peperoni al posto delle ortensie. Seguendo insomma l’esempio
della first lady Michelle che ha trasformato parte dell’austero garden della
Casa Bianca in un paradiso vegetariano bio. Anche se l’orto veramente sovversivo
gioca la carta dei grandi numeri. Come le fattorie sui tetti dei grattacieli di
New York, le fattorie sociali nelle strade fantasma dei sobborghi di Detroit, i
giardini biologici dell’Havana. Rimanendo nel Belpaese, invece, la voglia di
frutta e verdura autoprodotta esercita il suo appeal soprattutto sulle giovani
famiglie che coltivano spazi urbani inutilizzati. Ravanelli, pomodori e
cavolfiori non sono però “guardare e non toccare”, poiché fanno parte del
patrimonio della comunità e, quindi, si possono portare a casa. Se una volta i
campi venivano lentamente accerchiati dai palazzi, oggi accade l’inverso. È il
caso delle urban farms dalle dimensioni impensabili per spazi metropolitani,
come la fattoria “Brooklyn Grange” sul tetto di un edificio industriale del
Queens, circa 4mila metri quadri di filari di frutta e verdura, per coltivare
l’orto ma anche lo spirito, godendosi il panorama dall’alto.
Patrizia Piccione
IL FATTO QUOTIDIANO - SABATO, 21 gennaio 2012
“Limiti superati in molte città italiane” -
Legambiente, rapporto “Mal’aria 2012”
Degli 82 capoluoghi di provincia esaminati, ben 55
hanno sforato le percentuali di inquinamento consentite. Il 12 per cento in più
del 2010. Le città lombarde sono quelle in cui si respira peggio. Sotto accusa
macchine e riscaldamenti
Maglia nera a Milano e alla Lombardia sulla qualità dell’aria. Il rapporto
di Legambiente “Mal’aria 2012” non fa sconti e dà l’insufficienza in pagella a
quasi tutte le città della regione più popolosa d’Italia. L’anno scorso ben otto
capoluoghi lombardi (sui 12 totali) si sono posizionati tra i primi 16 posti
della classifica nazionale: Monza, Brescia, Cremona, Mantova, Pavia, Bergamo e
Lodi. E ovviamente il capoluogo superato a livello nazionale solo da Torino. La
centralina di rilevamento istallata nella centralissima via Senato ha raggiunto
ben 131 giorni di sforamento delle Pm10. Val la pena ricordare che la soglia
massima consentita è di 35 giorni all’anno, superato questo limite si viene
dichiarati “fuorilegge”.
Da metà classifica in poi troviamo anche Como con 76 giorni di sforamento,
Varese a 69, Lecco a 64 e Sondrio con 44 giorni.
Non solo polveri sottili. Sette capoluoghi lombardi, infatti, si sono piazzati
nei primi 10 posti anche tra le città che hanno registrato i peggiori valori
medi di ozono. In leggero aumento, a livello nazionale, anche le città che hanno
sforato i livelli di biossido di azoto.
Il quadro è desolante proprio a livello nazionale, prima ancora che a quello
regionale. Secondo l’associazione del cigno, nel 2011 il 67 per cento dei
capoluoghi di provincia non ha rispettato il limite consentito di superamenti,
con un aumento del 12 per cento rispetto al 2010. Delle 82 città prese in esame
ben 55 hanno esaurito i 35 superamenti all’anno consentiti.
“Il numero dei capoluoghi fuorilegge – si legge nel rapporto – è aumentato
rispetto allo scorso anno (erano 47 su 86), ma quello che più preoccupa è
l’entità del fenomeno e il numero impressionante di superamenti annuali del
limite giornaliero di protezione della salute umana per molte di queste 55
città. Se per ipotesi le città potessero accumulare dei debiti di emissione,
ovvero utilizzare in anticipo i 35 superamenti concessi ogni anno, Torino non
potrebbe più andare oltre i 50 μg/m3 per almeno tre anni e mezzo, Milano e
Verona per 2 anni e otto mesi, Alessandria e Monza per 2 anni e mezzo, altre 6
città per oltre due anni. Per non parlare poi delle preoccupanti variazioni da
un anno all’altro. In alcune città lo smog ha tolto ai cittadini fino a due mesi
di aria respirabile rispetto al 2010, come è successo a Cremona e Verona (terzo
posto a livello nazionale) casualmente due città dell’area della Pianura Padana,
che si conferma ancora una volta l’area più critica, un’area dove solo sei città
si salvano dalle polveri fini”
Un po’ meglio invece la Capitale, dove nei primi due giorni di questa settimana
sono tornate le targhe alterne: si è piazzata al trentatreesimo posto con “solo”
69 sforamenti sul Pm 10. Un dato comunque doppio rispetto al 2010 e che ha
spinto gli attivisti a consegnare un cigno nero al Sindaco Alemanno.
I dati di Legambiente arrivano mentre nelle città italiane, Milano al primo
posto, ci si prepara a tutta una nuova stagione di blocchi del traffico, targhe
alterne, chiusure programmate. La Provincia milanese guidata dal Pdl Podestà
proprio oggi ha annunciato che da lunedì 23 scatteranno le ordinanze con i
provvedimenti antismog anche nei Comuni dell’hinterland. Mentre a Milano è da
poco partita la nuova Area C, sostanzialmente promossa, per il momento, da
Legambiente.
E se pare chiaro che gli inquinanti nelle città italiane non siano causati solo
dalla automobili, per una bella fetta sono responsabili anche i riscaldamenti,
dice l’associazione, meno macchine fanno comunque meglio ai polmoni. In attesa
di quel Piano nazionale di risanamento della qualità dell’aria, che ancora si fa
attendere nonostante le dichiarazioni del nuovo ministro dell’Ambiente Corrado
Clini.
Federico Simonelli
IL PICCOLO - SABATO, 21 gennaio 2012
Smog oltre i limiti, centro chiuso da oggi -
AMBIENTE»L’ORDINANZA DEL SINDACO -
la zona interdetta
Area off-limits alle auto dalle 16 alle 19, domani
dalle 9.30 alle 12.30 e nel pomeriggio. Laureni: non si poteva aspettare
QUADRO DA MONITORARE L’assessore: valuteremo il da farsi lunedì alla luce dei
dati relativi al fine settimana. Non ci sono margini per una retromarcia al volo
LE GIORNATE CONSIDERATE Valori sforati da giovedì scorso. La situazione si è
ripetuta più volte da dicembre, ma stavolta niente Bora né pioggia a migliorarla
Centro città chiuso al traffico a partire da oggi pomeriggio, quando la
limitazione scatterà dalle 16 per concludersi alle 19. Il provvedimento
proseguirà domani, dalle 9.30 alle 12.30 e sempre fra le 16 e le 19. Per i
giorni successivi, poi, si vedrà, sulla base dei dati sulla qualità dell’aria
forniti dall’Arpa al Comune. Proprio i numeri registrati l’altro giorno dalle
centraline di rilevamento cittadine hanno innescato, come impone la legge,
l’ordinanza del sindaco Roberto Cosolini: giovedì, il 19 gennaio, la media
giornaliera di Pm10 nell’aria ha oltrepassato infatti la quota-limite massima di
70 microgrammi per metrocubo sia nella stazione di piazza Libertà (il valore è
stato di 84,4) sia in quella di via Carpineto (78,8). Troppo smog. Già il giorno
precedente, il 18 gennaio, in piazza Libertà le Pm10 avevano sfondato la
barriera dei 70, raggiungendo i 74 microgrammi per metrocubo. Quelle di piazza
Libertà, via Carpineto e via Svevo sono le tre centraline-riferimento per il
Comune. Il Piano di azione comunale (Pac) per il contenimento e prevenzione
degli episodi acuti di inquinamento atmosferico prevede che il provvedimento di
limitazione del traffico veicolare scatti «in caso di raggiungimento anche per
un solo giorno, del valore medio giornaliero di 70 microg/mc per le polveri
sottili (Pm10), riferito ad almeno due centraline di misurazione della qualità
dell’aria non entrambe situate nel rione di Servola». Questo è successo giovedì
in piazza Libertà e via Carpineto. Era comunque da inizio dicembre che l’allarme
si ripresentava ciclicamente, sventato prima dalla pioggia, poi dalla Bora.
Stavolta, il problema è rimasto, determinando l’ordinanza. Ieri, dunque, la
firma del sindaco sull’atto, secondo le disposizioni del Pac. Così, niente mezzi
- deroghe (di cui riferiamo qui a fianco) a parte - in circolazione nell’area
compresa tra largo Roiano, le Rive, la Grande viabilità dallo svincolo di viale
Campi Elisi a quello di Valmaura, la stessa via Valmaura, via dell’Istria, via
Marenzi, strada di Fiume, strada di Cattinara, via Revoltella, via San Pasquale,
viale al Cacciatore, via Giulia, via Cologna, via Valerio, strada nuova per
Opicina e via Commerciale. Queste le principali arterie del perimetro viario che
fa da confine percorribile alla zona off-limits (tutte le informazioni nel
grafico qui sopra). Parte proprio dal dato di piazza Libertà, l’assessore
comunale all’Ambiente Umberto Laureni, evidenziando come il suo posizionamento
la renda «la più soggetta all’influenza del traffico». Nella riflessione, la
conferma dell’urgenza di provvedere alla chiusura. Che durerà almeno sino a
domani: «Riprenderemo in mano la situazione, a questo punto, lunedì - conferma
Laureni - anche perché proprio quel giorno avremo i dati sulla qualità dell’aria
del fine settimana. Non ci sono margini, dunque, per un’eventuale retromarcia al
volo: non si poteva aspettare oltre». Saranno i vigili urbani a occuparsi dei
controlli su automobilisti, motociclisti, scooteristi e così via per il rispetto
dell’ordinanza. «Sarà una chiusura al traffico come tutte le altre - fa il punto
il vicesindaco Fabiana Martini, che in giunta ha la delega alla Polizia locale
-, con verifiche effettuate a campione». L’ultimo giorno in cui era stato
attivato un provvedimento di questo tipo, di limitazione al traffico in centro
città causa inquinamento, prima di quanto stabilito ieri? Il 12 marzo scorso,
ancora nell’era-Dipiazza. Per i trasgressori, colti a violare le indicazioni del
dispositivo emesso da Cosolini, è prevista una sanzione amministrativa da 155 a
624 euro. L’atto del sindaco include anche l’invito ai cittadini «a ridurre la
temperatura degli ambienti riscaldati nonché il numero complessivo delle ore di
accensione giornaliera dei propri impianti termici», e inoltre l’avviso alla
Servola spa e alla Elettra produzione srl per «l’adozione delle misure di
contenimento delle emissioni» dei rispettivi impianti. Cioè la Ferriera e la
centrale di cogenerazione.
Matteo Unterweger
Tutte le deroghe Dai mezzi pubblici al “car pooling”
Capitolo deroghe. L’accesso alla zona soggetta a
limitazioni di circolazione è consentita a veicoli a emissione zero e a quelli a
metano o Gpl. Sulla Rete civica del Comune (www.retecivica.trieste.it), l’elenco
degli altri mezzi “derogati” sulla base delle direttive europee legate alla
categoria di inquinamento di appartenenza. Possono transitare anche i veicoli
del trasporto pubblico (bus, taxi e autonoleggio con conducente), di servizio
degli invalidi, quelli adibiti a compiti di sicurezza, e ancora con targa di
riconoscimento C.C. o C.D. e con targhe “prova”, quelli usati da testate radiotv
e stampa, da “ministri di culto” nell’esercizio delle loro funzioni, da medici e
veterinari in visita domiciliare urgente così come da medici, infermieri e
tecnici chiamati in servizio, auto per il trasporto di persone soggette a
trattamenti (di particolare gravità) sanitari, riabilitativi programmati e/o
continuativi, di persone con ridotta capacità deambulatoria o altre gravi
patologie. Così pure per veicoli in uso agli addetti comunali all’assistenza
domiciliare, mezzi diretti a revisioni programmate, veicoli partecipanti a
cortei matrimoniali, mezzi di proprietà delle autoscuole in esercitazione o
esame, quelli destinati al trasporto merci in attività, veicoli di lavoratori
dipendenti o autonomi con autocertificazione dell’orario di lavoro, e infine
veicoli con almeno 3 persone a bordo, conducente compreso, in analogia alla
metodica “car pooling”.
Cosolini: niente tir sulle Rive, un piano contro le
emergenze
Il sindaco: incontro con Authority e operatori per
ridurre i tempi di attesa dei camion all’imbarco per la Turchia
SOLUZIONI DA ESAMINARE Samer: ampliare le aree di sosta a Fernetti, il treno per
Salisburgo ad Aquilinia o in un’area delle Ferrovie in Campo Marzio
«In linea di principio, fatti salvi momenti straordinari, i tir non
passeranno sulle Rive». E non andranno certo parcheggiati in Porto Vecchio, come
accadde lo scorso anno in un picco di emergenza. Il sindaco Roberto Cosolini
intende affrontare a breve, in una riunione da tenersi assieme all’Authority e
alla Samer&Co. Shipping, il tema dei camion turchi che si imbarcano al terminal
ro-ro di Riva Traiana. Le emergenze - nel gennaio 2011 l’apice con centinaia di
tir in attesa fino alla piscina terapeutica e oltre, verso la Sacchetta; ma
situazioni di disagio se ne erano avute anche nei mesi successivi - «non devono
ripetersi». Tanto più in previsione della bella stagione, quando ai disagi
sofferti dai camionisti - anche sotto il profilo igienico - si aggiungono quelli
per la cittadinanza, con gli stabilimenti balneari della zona assediati dai
camion. «Il Comune non può più porsi il problema del traffico e della viabilità
cittadina». Da qui, appunto, la riunione da indire a breve: «Ho già parlato con
la presidente dell’Authority Marina Monassi e con Enrico Samer, li ho trovati
disponibili e intendo invitare all’incontro anche i vertici dell’Autoporto di
Fernetti», afferma il sindaco. Obiettivo della riunione, dunque, «trovare una
modalità di gestione della situazione che sia la migliore possibile in Riva
Traiana, riducendo al massimo i tempi di sosta dei camion». Il tutto, precisa
Cosolini, tenendo ben presente un obiettivo: «Non possiamo immaginare che Riva
Traiana rimanga approdo di ro-ro. Serve una soluzione idonea per il tempo
necessario - due o tre anni - ad arrivare a una sistemazione diversa e più
strutturata», comunque lontana dal centro abitato. Due o tre anni? Secondo
Enrico Samer, leader del gruppo che ha in concessione lo scalo di Riva Traiana
fino al 2016, di anni per spostare l’ormeggio dei traghetti «ce ne vorranno
cinque». Quanto alle soluzioni nel frattempo da individuare, Enrico Samer cita
alcuni punti su cui poter lavorare, anche in previsione di traffici in aumento:
entro il 2013 infatti si prevedono tre navi in più, oltre alle 14 già attive, in
servizio sulle linee di collegamento con la Turchia. L’ampliamento delle aree di
sosta a Fernetti è la soluzione più semplice, laddove esistono zone già
attrezzate. Inoltre, aggiunge Samer, «l’Authority sta implementando il sistema
informativo sull’arrivo dei camion, e anche l’armamento sta preparando un
booking online con l’obiettivo di conoscere esattamente i numeri» degli
automezzi in arrivo. Ma c’è anche un’altra ipotesi: «Si auspica che il treno
Trieste-Salisburgo possa essere posizionato fuori dall’ambito portuale», in
un’area di proprietà delle Ferrovie situata sempre nelle vicinanze della
stazione di Campo Marzio: in questo modo nella zona, osserva Samer, potrebbe
essere ospitato un maggiore numero di tir in attesa. L’alternativa potrebbe
essere «spostare il treno sulla stazione di Aquilinia, che avrebbe spazi
disponibili». Resta sul tappeto, si diceva, il nodo di un nuovo terminal ro-ro:
c’è la prospettiva della piattaforma logistica cui si affianca quella del
terminal progettato da Teseco nell’area ex Aquila. Già nelle scorse settimane
Samer aveva detto di propendere per la prima opzione, «più semplice da
realizzare» anche perché «all’ex Aquila occorre fare prima le bonifiche»,
aggiunge ora pur precisando che «per noi un terminal vale l’altro».
Paola Bolis
Negozianti: sì ai bus “divisi” fra Corso e via Mazzini
Commercianti concordi: meglio distribuire i mezzi
pubblici su entrambe le arterie Paoletti: attendiamo di vedere la bozza del
Piano del traffico per discuterne
Corso Italia e via Mazzini, per antonomasia il nodo chiave del futuro Piano
del traffico, diventa dilemma nella nuova bozza del Comune. Sì al Corso
completamente dedicato ai bus con via Mazzini pedonale da piazza Goldoni sino a
all’incrocio con via Roma, oppure meglio la suddivisione dei mezzi pubblici fra
le due arterie (in su da un lato, in senso opposto dall’altro)? Se la politica
che guida il Municipio aspetta anche il confronto con le categorie, chi opera
ogni giorno sul campo pare invece avere già la risposta in tasca. Senza
contrapposizioni all’orizzonte. Forse non servirà allora sfogliare la margherita
sudando freddo fino all’ultimo petalo per decidere, perché dai rappresentanti
del comitato “Corso Italia per Trieste” e da quelli dell’aggregato di residenti
e negozianti di via Mazzini giunge una risposta unica: meglio l’opzione fifty
fifty. La condivisione opta per: autobus in su lungo corso Italia e in giù per
via Mazzini. Implicito il favore alla limitazione del traffico ai soli mezzi
pubblici. «Posto che per me la soluzione migliore sarebbe quella di chiudere da
domani tutto il centro alla circolazione - esordisce Paola Gaggi, nel direttivo
dell’Associazione commercianti al dettaglio e referente del gruppo di residenti
e negozianti di via Mazzini -, l’ipotesi corso Italia con il doppio senso per
gli autobus e la svolta finale in via Roma e da lì nell’ultimo tratto di via
Mazzini verso le Rive, appesantirebbe il corso stesso. Inoltre sarebbe
difficoltosa la svolta in via Mazzini, come già accade oggi per i bus in arrivo
da via Roma. E poi, c’è pure la questione pericolo per l’attraversamento
pedonale di via San Nicolò, dove passa sempre tanta gente. Insomma - prosegue
Gaggi - l’ipotesi migliore almeno come prova iniziale è l’altra: i bus in un
senso in corso Italia e nell’altro in via Mazzini. Dividerebbe il flusso e
darebbe comunque sollievo a via Mazzini». Nell’altra parallela “protagonista”,
stessa visione. «Per noi - spiega Simone Barich, titolare della Farmacia Al
Corso e vicepresidente del comitato “Corso Italia per Trieste” - l’opzione
migliore è quella di distribuire i mezzi pubblici tra il corso e via Mazzini, in
un senso di marcia da una parte, in quello inverso dall’altra. Il che darebbe un
po’ di equilibrio e forse abbasserebbe pure il rischio vibrazioni in via
Mazzini. In questo modo, sommato l’allargamento dei marciapiedi, si
manterrebbero vive entrambe le vie». Per Barich ci vuole nel contempo un «cambio
di mentalità della gente, perché non siamo abituati a spostarci a piedi in un
centro piccolo come il nostro». Dalla Confcommercio provinciale, infine, nessuna
presa di posizione ufficiale. Come sentenzia il suo presidente Antonio Paoletti:
«Non abbiamo ancora visto la bozza del Piano. Attendiamo di essere convocati per
discuterne».
Matteo Unterweger
L’opposizione: ragionare sull’intero schema - La
maggioranza: ok all’estensione delle aree pedonali, ora occorre confrontarsi con
la città
I contenuti della nuova bozza del Piano del traffico, elaborata dal Comune, non sono passati inosservati nel mondo politico locale. «È ormai abitudine del sindaco Cosolini - ironizza Michele Lobianco, consigliere comunale d’opposizione con il Fli - dialogare con tutti i cosiddetti “portatori d’interesse” tranne che con il Consiglio comunale. Gli consiglierei, posto che sul nuovo Piano del traffico non vi è posizione pregiudiziale, di dialogare non solo con l’universo mondo ma anche con i consiglieri comunali, che apprendono indirettamente e da fonti non istituzionali le novità su un tema così importante». Per Maurizio Bucci del Pdl «il Piano del traffico non è solo via Carducci, Battisti o corso Italia, ma il suo buon funzionamento va visto nella realtà complessiva territoriale attuando i “piani rionali” che non necessitano di delibere consiliari ma solo quelle più snelle giuntali. Il nuovo Piano deve rivoluzionare la circolazione cittadina con lo scopo di regalare vivibilità ambientale e commerciale al centro storico di Trieste disincentivando l’utilizzo delle autovetture. E allora ampio plauso alla proposta di pedonalizzare via Mazzini e rivedere l’asse di corso Italia». Bucci ricorda anche: «Il novembre 2007 proponevo all’opinione pubblica il corso Italia con due corsie centrali, salita e discesa bus, e l’allargamento dei marciapiedi con la piantumazione di alberi e panchine rivolte verso i negozi, chiudendo completamente al traffico via Mazzini fino all’altezza di via Roma, proprio come oggi prospettato...». E aggiunge infine: «La proposta in alternativa dell’allargamento dei marciapiedi di via Mazzini a ridosso di una sola corsia bus, risulterebbe pericolosa per i passanti e inutile per i commercianti». Dal centrodestra alla maggioranza di centrosinistra. Con Paolo Bassi, capogruppo dell’Italia dei valori, che giudica «positivi l’ampliamento della zona pedonale e l’aumento di quelle ciclabili anche nelle zone dove passano i bus. Si amplia così la rete per potersi muovere in città. Per alcuni passaggi del Piano - rileva Bassi - è necessario un confronto con cittadini e negozianti. Comunque, posto che ogni novità prima di essere digerita ha bisogno di un periodo di test, la valutazione sui contenuti è positiva». Concorda in buona parte la “vendoliana” Daniela Gerin di Sinistra ecologia libertà: «Mi piace il concetto di avere prima presente il pedone, poi le aree ciclabili, il trasporto pubblico e infine la macchina. Invertendo la filosofia attuale, avremo così meno inquinamento in città. È uno dei principali obiettivi». Da Gerin giunge condivisione rispetto alle idee di nuove «isole pedonali nei rioni periferici e di un corso Italia con alberi e più ampio, il che agevolerebbe anche gli autisti dei bus. Ho un’unica perplessità sulle ciclabili - conclude -: al di là del delineare le strade, esistono dei punti in cui pedoni e ciclisti dovrebbero convivere. Mi chiedo se questo avvenga in altre città? Attraverso il confronto con associazioni e circoscrizioni, potrebbero arrivare gli spunti per risolvere la questione».
(m.u.)
Parcheggi disponibili nell’area ex Rogers - DURANTE I
LAVORI SULLE RIVE
Qualche posto auto in più per ovviare ai disagi sulle Rive
interessate dai lavori. Sarà ricavato nell’area della ex stazione Rogers. La
riparazione delle tubazioni delle fognature nel tratto che va da piazza Venezia
verso Campo Marzio, ha tolto ai cittadini l’uso di parecchi parcheggi che hanno
fatto spazio al cantiere, della durata di almeno due mesi. Di qui le polemiche e
le lamentele fioccate nei giorni scorsi. Per cercare di ovviare almeno in parte
alla situazione, il sindaco Cosolini e l’assessore ai lavori pubblici Elena
Marchigiani «hanno raggiunto un accordo con i titolari della concessione
dell'area ex-distributore Rogers» che consentirà di liberare l’area stessa da
utilizzare come parcheggio pubblico. A renderlo noto è il presidente della
Quarta circoscrizione Luca Bressan. Il prossimo passaggio sarà l’acquisizione
dell’area da parte del Comune. L'intento - sottolinea Marchigiani - è dare una
risposta tempestiva alle richieste pervenute da parte di residenti ed esercenti,
viste le difficoltà da affrontare «sia pure per un tempo limitato». Bressan in
una nota sottolinea come la proposta formulata - quella di liberare appunto
l’area della stazione Rogers - «sia stata accolta in tempi rapidi» da parte di
sindaco e assessore. Il sopralluogo effettuato qualche giorno fa con alcuni
consiglieri circoscrizionali infatti, aggiunge il presidente del parlamentino,
«aveva evidenziato come principale disagio la perdita di posti auto durante il
periodo di lavoro del cantiere: per questo ho proposto di calmierare la
situazione di sofferenza». Intanto, la Circoscrizione ricorda che AcegasAps in
accordo con il Comune ha completato ieri la distribuzione porta porta del
materiale informativo in merito al cantiere e ai lavori da fare, nel quale viene
spiegata la tempistica dell’intervento che si concluderà, come detto, in 60
giorni, fermi restando eventuali ritardi dovuti a maltempo o ad altri
inconvenienti.
«No al nuovo ponte Puntiamo all’Unesco»
Il nuovo ponte sul canale di Ponterosso «potrebbe
provocare un grave danno per la città»: lo sostiene Roberto Sasco, esponente Udc
e membro del Comitato contro il ponte, ricordando come assieme a Italia Nostra
stia «attivando le procedure per presentare la candidatura del sito del canale e
della piazza Ponterosso nella Lista del patrimonio mondiale Unesco». Visto poi
che «è stata presentata una proposta di delibera di iniziativa consiliare (primo
firmatario il consigliere Pdl Paolo Rovis) per l’inserimento dell’area compresa
fra piazza Unità, piazza della Borsa, piazza Verdi e gli edifici» della zona in
questa lista, «si potrebbe valutare - insiste Sasco - la presentazione di una
proposta complessiva con ampie possibilità di essere poi sostenuta dalla
Commissione nazionale italiana per l’Unesco» . L’esponente Udc ricorda infine
che «la città di Liverpool in passato dovette procedere alla demolizione di un
ponte di recente fattura per poter avanzare alla procedura di inserimento in
quanto il manufatto deturpava la prospettiva complessiva e non rispondeva
pienamente ai requisiti richiesti».
Ferriera, Tondo a Passera: «Un tavolo nazionale»
Il governatore scrive al ministro: «Massima urgenza, in
mille rischiano il posto» Consiglio comunale, allerta bipartisan. Sindacati:
pochi soldi per le manutenzioni
Un tavolo nazionale sulla Ferriera di Trieste come quello già istituito per
lo stabilimento Lucchini di Piombino. Lo chiede la Regione. Il baratro è
imminente, è stata annunciata la chiusura della fabbrica per fine mese. La
Ferriera si trova i rubinetti di denaro chiusi da due parti, perché Lucchini,
gestita dalle banche, non paga neanche i fornitori, e la collegata
multinazionale Elettra è in lite da sette mesi e non paga a Lucchini il gas di
risulta fornito per produrre elettricità (ha raggiunto i 46 milioni di credito).
Le aziende dell’indotto si sentono già morire. Ieri il presidente della Regione
Renzo Tondo ha inviato una lettera al ministro dello Sviluppo economico, Corrado
Passera: «Il rischio è che la produzione si fermi dal 1° febbraio, c’è il
pericolo per quasi 1000 persone di perdere il lavoro, le chiedo con la massima
urgenza di costituire un tavolo nazionale sul problema». L’acquirente segreto I
sindacati, che avevano chiesto al prefetto la stessa cosa, un vertice con
Passera, parlano di “disastro” e oggi terranno una conferenza stampa in
Ferriera. Sono tuttavia al corrente del fatto che c’è da un paio di mesi sulla
porta un nuovo acquirente per la fabbrica triestina, un’azienda italiana di cui
nessuno fa il nome. La prossima riunione di martedì in Regione rischia di essere
superata dalle nuove emergenze, annunciate l’altro giorno in Prefettura
dall’amministratore della Lucchini, Marcello Calcagni. Forse un allarme per
sbloccare la drammatica situazione, ma il rischio è più che concreto. Lettera
aperta Reagisce il consiglio comunale senza eccezioni di colore politico. I 13
capigruppo, dal Pd al Pdl, reduci da due ore di incontro con una delegazione di
lavoratori di Ferriera e Sertubi, hanno inviato a Tondo una lettera aperta, in
cui sintetizzano i punti della situazione fallimentare complessiva, dato che il
“cessate i fuochi” della Ferriera chiuderebbe a catena Sertubi prima di tutto, e
poi aziende a cascata. I capigruppo chiedono «con estrema urgenza ed entro il 1°
febbraio» che «tutto il consiglio comunale di Trieste» sia ricevuto dal
governatore. L’accordo sfumato Elettra ha denunciato già nel luglio scorso la
qualità del gas fornito per la produzione di energia elettrica, non
corrispondente ai contratti firmati, non ha più pagato la fornitura. Un accordo
tra i rispettivi legali sembrava pronto per dicembre. Tutti speravano almeno nel
pagamento del mese in corso, un filo di ossigeno. Invece la firma è saltata. E
una situazione porta a fondo l’altra, così come un’istituzione chiama a soccorso
la prossima più alta in grado. La catena di sfiducia Conseguenze, dispetti e
sfiducia a catena. «Non sappiamo - afferma infatti Franco Palman, segretario
provinciale Uilm - se Elettra stia facendo un gioco per incassare immediatamente
i contributi governativi del Cip6 e chiudere anticipatamente, anziché a scadenza
nel 2015, il rapporto con la Ferriera, facendo chiudere così la Ferriera stessa,
se così fosse è materia nazionale, non locale. Sappiamo poi per certo che la
Lucchini i 360 milioni incassati dalla vendita della francese Ascometal non li
usa per i fornitori, ma solo per banche e manutenzione e riavvio dei propri
impianti. Per questo con lo sciopero abbiamo voluto bloccare la fornitura di
coke, più Piombino lavora e più si tiene i soldi. In più quest’anno avremmo
dovuto avere 5,2 milioni per le manutenzioni, l’amministratore delegato ci ha
avvertito: saranno molti di meno». Ore decisive «Sono ore decisive, il
contenzioso Lucchini-Elettra non può essere più importante del valore
industriale e sociale della produzione - dice Stefano Borini, segretario
provinciale Fiom-Cgil -, qualcuno assuma il controllo della situazione, il
processo di reindustrializzazione del sito deve continuare, altrimenti è
fallimento, con morte conseguente di tutti gli appalti».
Gabriella Ziani
L’indotto: non ci pagano da mesi - Cassa straordinaria
in vista per la Sprea. Azeta: da Servola il 35% del fatturato
I grandi discutono, i piccoli con la Ferriera vedono la rovina. La ditta Sprea, pulizie navali e industriali, bonifiche e manutenzione impianti, 50 anni di vita, seconda generazione, a causa dei mancati pagamenti ha il fatturato dimezzato. Il titolare, Mario Pitteri: «La sola Ferriera ci porta 1 milione all’anno, siamo al 50%. Da mesi non veniamo pagati, arrivano solo piccoli acconti di 40, 50 mila euro alla volta. Da novembre ho dovuto fare cassa integrazione in deroga, a rotazione per 6 persone su 20, se la situazione precipita dal 1° febbraio si passa alla Cigs, anticamera di mobilità e licenziamento. Sarò costretto a chiudere, e a pensare che cosa fare anche di me stesso». Prosegue Pitteri, preparato al peggio: «Si sa che la Lucchini è in difficoltà, che Elettra non paga, ma la verità “vera” rimane per noi un segreto. Abbiamo attraversato già la crisi Fincantieri, dovendo calare il personale. Perderemo un parco-attrezzature molto forte. Adesso ormai è chiaro: a Trieste l’industria chiude del tutto, se ne va l’ultima fetta». «Per sapere qualcosa leggiamo i giornali, e i giornali chiedono informazioni a noi? Le istituzioni ci tengono all’oscuro di tutto - racconta Eric Renzi, titolare della Azeta, moderna azienda di carpenteria in zona industriale con 40 dipendenti, e committenti che vanno dall’Autorità portuale alla Wärtsilä, dalla Sertubi alla Pacorini e al Comune, oltre che alla Ferriera. «Se la Ferriera cessa in modo cruento, ci saranno 1200 famiglie in strada, neanche col fallimento c’è garanzia di essere pagati, e ci saranno dunque fallimenti a catena a Trieste. Ora incassiamo ogni 6 mesi - afferma -, ma senza alcuna certezza, e le banche (altro che “spread” e “Bund tedeschi”!) hanno aumentato di 3 volte i tassi, dal 2% di un anno fa al 7-10% di adesso, siamo strozzati. La Ferriera incide per noi al 35% del fatturato, che è di 3 milioni. E a causa delle banche siamo noi piccoli, usando il prestito agevolato regionale, a fare da banca alle aziende grandi. Può durare un po’, ma poi scoppia. Il bilancio è ancora buono, ma solo perché ci sono scritti dei crediti. E se poi non li incassiamo? Anche Wärtsilä ha ridotto drasticamente i contratti. La crisi comincia adesso. Lo sport di tutti è non pagare. E io gli ordinativi devo farli, oppure no?» . Renzi è sulle spine per il futuro che sia con o senza Ferriera: «Se chiude senza un progetto ci troviamo una bomba ecologica in piena città, dietro l’angolo abbiamo una nuova ex Aquila, 20 anni di inquinamento incontrollato, lo Stato non ha più soldi per bonifiche. Una chiusura improvvisa è un rischio tremendo. Il fallimento, prospettiva devastante».
(g. z.)
SEGNALAZIONI - Ambiente - La terra e l’uomo
Salvaguardia dell’ambiente: un impegno da perseguire Negli ultimi decenni il nostro pianeta ha continuato a subire un processo di degradazione ambientale difficilmente arrestabile, dovuto in massima parte alle attività umane. Da dove nasce il degrado ambientale? Questa terminologia così in voga negli ultimi anni contiene in realtà due elementi, spesso strettamente intrecciati nella realtà di ogni giorno. Da un lato si assiste all’alterazione degli equilibri naturali esistenti, provocati dalla produzione industriale o dal nostro stile di vita. Dall’altro lato, esiste il fenomeno, così esteso nel nostro tempo, di uso dissipatore delle risorse, che distrugge i beni naturali senza curarsi della loro rigenerazione. Il disboscamento, l’erosione della terra a causa di agricolture di rapina, il consumo e il mancato recupero delle acque, la pesca indiscriminata, il consumo gigantesco di carbone e petrolio - cioè di fonti di energia non rinnovabili - rappresentano tutte forme di impoverimento e di alterazione dell’ambiente Ma la nostra coscienza si sta svegliando ed è per questo motivo che elenco alcuni accorgimenti che ci permettono in prima persona di fare tantissimo per risollevare le sorti del nostro Pianeta. Ma come fare effettivamente per salvaguardare l’ambiente? Le possibilità sono molteplici: utilizzo di lampade a basso consumo energetico, riciclaggio dei vestiti sintetici, isolare porte e finestre, scelta del trasporto pubblico, tenere spenti gli elettrodomestici quando non utilizzati (può far risparmiare fino al 75% dell’energia della casa). Infine, come recitava il capo indiano “Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso”.
Luca Marsi Bruno Cavicchioli
IL PICCOLO - VENERDI', 20 gennaio 2012
Piano del traffico: bus in Corso Via Mazzini oasi
pedonale
Al via l’iter del documento voluto dalla giunta per ridefinire l’assetto della circolazione in centro
Via Carducci diventa a doppio senso tra via Battisti e
piazza Goldoni. Via Valdirivo si percorre in salita
Via Carducci trasformata in strada a doppio senso di marcia, nel tratto tra via
Battisti e piazza Goldoni. Corso Italia riservato al passaggio dei mezzi
pubblici in salita e in discesa, con via Mazzini quasi interamente
pedonalizzata. E ancora via Valdirivo percorribile non più “dall’alto verso il
basso” bensì da corso Cavour verso piazza Oberdan , e via Battisti aperta alle
auto private solo in discesa. Sono alcune delle piccole rivoluzioni viarie
immaginate dalla giunta Cosolini e inserite nella nuova bozza di Piano del
traffico. Piano che, dopo una lunga sequenza di “stop and go” registrati durante
la precedente amministrazione, pare ora aver imboccato una direzione definitiva.
L’illustrazione L’atteso strumento urbanistico ha fatto il proprio “debutto”
mercoledì scorso, nel corso di una riunione di maggioranza che ha permesso ai
consiglieri di centrosinistra di conoscerne strategie e priorità. Le stesse che,
a breve, verranno svelate anche ad associazioni, categorie e Circoscrizioni
nell’ambito del confronto partecipato scelto per portare avanti il piano. Un
confronto, tra l’altro, che potrà incidere parecchio sulle scelte finali: la
bozza, infatti, non contiene diktat bensì semplici ipotesi di studio,
suscettibili di correzioni di rotta. Corso Italia - via Mazzini Per lo scoglio
più difficile da superare, il futuro di Corso Italia e via Mazzini, il documento
elaborato dal mobility manager del Comune Giulio Bernetti non individua più
un’unica soluzione, ma delinea due possibili scenari, ferma restando
l’intenzione di chiudere entrambe le strade al passaggio di auto e motorini. La
prima ipotesi prevede di destinare il corso interamente ai mezzi pubblici - che
avrebbero a disposizione due corsie, una in salita, l’altra in discesa -, e di
trasformare in isola pedonale tutta via Mazzini, fatta eccezione per il breve
tratto finale. Qui, infatti, sfocerebbero i bus che, dopo aver percorso in
discesa corso Italia, dovrebbero necessariamente girare a destra su via Roma per
poi scendere verso il mare proprio lungo via Mazzini. La seconda soluzione,
invece, immagina una destinazione “mista” bus+pedoni tanto per l’una quanto per
l’altra strada: Corso Italia diventerebbe quindi un’unica grande corsia
preferenziale percorribile solo in su, da piazza della Borsa verso piazza
Goldoni, mentre via Mazzini, a sua volta off-limits per i mezzi privati, avrebbe
la stessa finalità per il traffico bus diretto da piazza Goldoni verso le Rive.
Via Carducci e Valdirivo Ancora più rivoluzionaria la soluzione messa a punto
per via Carducci, destinata a tornare a doppio senso di marcia come in passato.
L’idea della bozza è quella di “spezzare” l’arteria in due tronconi: in quello
tra l’incrocio con via Battisti e piazza Oberdan saranno ricavate due corsie per
i bus, una per ogni senso di marcia, e quattro carreggiate aperte alle auto, che
potranno però soltanto scendere verso via Ghega. Nel tratto tra via Battisti e
piazza Goldoni invece verranno create per le macchine 3 corsie a scendere e due
a salire. Come ci si potrà immettere su queste ultime? Girando a sinistra se si
proviene da via Battisti o, altra novità, girando a destra se si proviene da via
Valdirivo. In quest’ultima strada infatti, il piano prevede l’inversione del
senso di marcia: ad imboccare via Valdirivo, quindi, saranno le auto provenienti
da viale Miramare e dirette in zona piazza Goldoni - gallerie, mentre chi vorrà
raggiungere via Fabio Severo o via Giulia continuerà a transitare lungo via
Milano. Via Battisti Accanto a tante novità, si trova pure qualche conferma. Via
Battisti per esempio, come ipotizzato già in passato, cesserà di essere a doppio
senso: le auto, che avranno a disposizione 3 corsie, potranno percorrerla
esclusivamente in discesa. Verso l’alto avranno diritto d’accesso solo i bus, ai
quali verrà riservata una corsia preferenziale.
di Maddalena Rebecca
Piste ciclabili a San Giovanni e in Barriera
Oltre a rendere più fluida la circolazione veicolare, il Piano del traffico dell’era Cosolini ha anche un altro esplicito obiettivo: disincentivare il più possibile gli spostamenti in auto, specie nel centro storico. Ecco allora l’insistenza sul versante mezzi pubblici. Ed ecco anche la scelta di premiare, un po’ più seriamente di quanto fatto finora, chi alla macchina preferisce la bici. Nella bozza sono quindi previste tre piste ciclabili. La prima, sbandierata ai quattro venti in passato ma mai veramente decollata, corre lungo le Rive . Le altre due, invece, si snodano lungo arterie fondamentali, via Battisti e viale D’Annunzio, per collegare il centro città ai rioni popolosi di San Giovanni e Barriera- Rozzol . Non si pensi però ad un semplice intervento di “maquillage” eseguito tracciando sul marciapiede una striscia bianca e disegnando la sagoma di un ciclista. Le piste immaginate dalla bozza dovranno essere “reali”: andranno realizzate, cioè, delle corsie apposite, fisicamente separate dalle carreggiate riservate ai mezzi a quattro ruote. L’obiettivo finale, poi, è di far sì che tutte le ciclabili presenti sul territorio triestino “dialoghino” tra di loro. Di qui l’idea di studiare dei raccordi con un’altra pista ciclopedonale già esistente: quella realizzata dalla Provincia che parte da via Orlandini.
(m.r.)
E le isole senza auto sbarcano in periferia - Previste
zone interdette alle macchine tra largo Sonnino e via Settefontane, piazzale
Gioberti e Opicina
Non solo auto e mezzi pubblici. L’ultima bozza del Piano del traffico dedica grandi attenzioni anche ad un’altra categoria di utenti: i pedoni. È infatti proprio per venire incontro alle loro esigenze che il documento, recependo un chiaro orientamento della giunta, individua nuove e più ampie zone interdette ad auto e moto. Aree a misura di anziani e mamme con bambini, quindi, che non verranno più create solo nel centro storico, ma compariranno anche nei rioni periferici. A Opicina, per esempio, si punta a chiudere al traffico la zona che, dallo slargo su cui affaccia anche la chiesa vecchia, conduce poi verso via di Prosecco. Mentre a San Giovanni - unico rione a non avere una vera e propria piazza -, si sta studiando la possibilità di vietare l’accesso alle auto in piazzale Gioberti, creando una rotatoria nella parte finale di via Raffaello Sanzio e spostando sempre su questa via (lato impianti sportivi) anche il capolinea dei mezzi in servizio sulla linea 6. Anche il rione di Barriera potrà avere al proprio interno un’autentica isola pedonale. Da ricavare dove? In largo Sonnino e nella parte finale di via Settefontane, quella cioè interessata negli ultimi tempi dalla presenza di cantieri stradali particolarmente invasivi. Ragionamenti simili la bozza di piano li fa peraltro per tutta la periferia cittadina. Una scelta valutata positivamente anche dalle forze politiche che sostengono la giunta e che hanno assistito l’altro giorno all’illustrazione del documento. «Uno degli slogan lanciati da Cosolini in campagna elettorale era “La periferia al centro” - osserva Mario Ravalico del Pd -. Questa attenzione alle pedonalizzazioni, quindi, dimostra che non ci si è dimenticati di quelle promesse». «È dal ’98 che sul Piano del traffico si sentono solo proclami - commenta Roberto Decarli, capogruppo di Trieste Cambia -. Ora finalmente si sta passando all’azione».
(m.r.)
«Ferriera, rischio chiusura a fine mese» - La minaccia di Calcagni della Lucchini.
La centrale termoelettrica non paga il gas da 10 mesi, in ballo mille posti - INDUSTRIA»EMERGENZA LAVORO
REAZIONE A CATENA Lo stop alla produzione bloccherebbe
anche la fornitura di ghisa alla Sertubi Tutto l’indotto potrebbe paralizzarsi
TAVOLO DI CONFRONTO Incontro tra le due aziende promosso dal sindaco d’intesa
con Savino e Seganti: «Una situazione pericolosissima, ricadute dirompenti»
La Ferriera di Servola si spegne il primo febbraio. E non per la mancanza di
materie prime (situazione che aveva portato allo sciopero dei sindacati una
settimana fa) ma per decisione della Lucchini Severstal, il gruppo che gestisce
l’impianto siderurgico. Il necrologio è stato annunciato ieri mattina
all’incontro in Prefettura chiesto dalle organizzazioni sindacali. Lo spettro
peggiore, quello della chiusura, si è materializzato. «Se il Gruppo Lucchini non
riuscirà a recuperare la liquidità necessaria, gli impianti della Ferriera di
Servola si fermeranno dal primo febbraio. L’ha comunicato l’amministratore
delegato dello stesso gruppo, Marcello Calcagni, in un incontro oggi in
Prefettura con Rsu e rappresentanti di Cgil Cisl e Uil, al quale il prefetto ha
fatto da mediatore». La nota dell’Ansa, diffusa dopo l’incontra nel Palazzo del
Governo di piazza Unità, è diventata la posizione ufficiale dell’azienda.
All’incontro al Palazzo del Governo, assente il prefetto Alessandro Giacchetti
(in sua vece il viceprefetto Pietro Giardina) erano presenti anche Enrico
Casciello, direttore stabilimento di Trieste e Aldo Scapellato, responsabile
relazioni sindacali. Due i nodi che ostacolerebbero la Lucchini nel reperimento
dei fondi necessari a proseguire la produzione. Il primo problema sarebbe legato
alla scarsità di fondi a disposizione del colosso siderurgico per ottemperare al
piano di asseveramento del debito omologato dal tribunale di Milano. Il secondo
è la causa in corso fra l’azienda e la proprietà di Elettra, la centrale di
cogenerazione che produce energia sfruttando i gas di risulta dell’impianto
siderurgico, debitrice nei confronti della Lucchini di 46 milioni di euro. «Che
non sono poche lire» precisano dall’azienda. L'emergenza attuale – che era stata
anticipata qualche giorno fa dalla Lucchini alla Regione e al Comune di Trieste
e ufficializzata ieri in Prefettura davanti alle organizzazioni sindacali – non
è la liquidità del gruppo (che del resto ha appena incassato 352 milioni dalla
vendita della controllata francese Ascometal) ma il fatto che l’Elettra che
gestisce la centrale termoelettrica non paga la fornitura di gas da quasi dieci
mesi per il contenzioso legato a una fornitura pessima che avrebbe creato danni
alle turbine: la Lucchini ha un credito scaduto di 36 milioni di euro e un'altra
decina di milioni in scadenza. Una bolletta mensile pari a circa 4 milioni di
euro. L’amministratore delegato Calcagni avrebbe assicurato ieri mattina che il
piano di ristrutturazione del gruppo prevede la continuità operativa e
produttiva di Trieste, perlomeno fino al 31 dicembre 2015, ma se il problema con
Elettra non venisse risolto entro fine mese la situazione diventerebbe
insostenibile per Trieste e per l'intero Gruppo Lucchini Severstal che sarebbero
costretti a bloccare la fornitura di gas dal primo febbraio, fermando di fatto
la produzione dello stabilimento. E di conseguenza, a caduta, bloccando anche la
fornitura di ghisa alla Sertubi. Un corto circuito che metterebbe a rischio il
sistema industriale. Elettra, infatti, vive in regime di Cip6 (gli incentivi
previsti per la produzione di energia in scadenza nel 2015) e vende l’energia
prodotta allo Stato italiano. E il fatto che non paghi la fornitura di gas,
mentre incassa regolarmente i soldi dallo Stato, risulta incomprensibile ai
profani. Per questo serve un chiarimento a livello istituzionale. E così
dovrebbe esserci il 24 gennaio alle 12 in Regione (presidenza della giunta
regionale). Il sindaco Cosolini, d’intesa con gli assessori regionali Federica
Seganti e Sandra Savino, ha promosso subito un tavolo di confronto tra Lucchini
e Elettra per tentare di sciogliere il contenzioso. «Aldilà di aspetti
commerciali - spiega Cosolini - le ricadute di questo contenzioso rischiano di
essere dirompenti per la città. Una situazione pericolosissima». Mille posti di
lavoro sono a rischio.
Fabio Dorigo
Il gruppo Elettra preferisce il silenzio
«Non abbiamo dichiarazioni da rilasciare». Il Gruppo
Elettra non parla della vicenda Ferriera di Servola e dei 50milioni di euro di
gas mai pagati. Bocche cucite. «I dirigenti sono fuori» dicono dalla direzione
generale di Milano. Poi, contattati dalla segretaria, fanno sapere di non aver
nulla da dire. Martedì, prossimo, dovrebbero essere presenti all’incontro in
Regione con la Lucchini Severstal. Lo assicura il sindaco di Trieste Roberto
Cosolini. Il gruppo Elettra opera attraverso due società, Elettra Produzione e
Elettra Sviluppo. La prima possiede e gestisce due centrali a ciclo combinato, a
Trieste (foto) e a Piombino, della potenza complessiva di 230Mw. Per produrre
energia elettrica la centrale di Trieste, realizzato da Ansaldo Energia nel 2000
all’interno comprensorio di Servola, utilizza una miscela di gas naturale e di
gas risultante dal processo siderurgico. Da sette anni il gruppo Elettra è
proprietà del fondo inglese Hutton Collins, con sede a Londra, che l’acquisì
quando l’allora amministratore delegato della Lucchini, Enrico Bondi, la cedette
per ottenere liquidità necessaria a far fronte alla crisi all’ennesima crisi
della Ferriera.
«Sciopero con le famiglie il 24 gennaio» - I sindacati:
«Siamo alla resa dei conti». Razeto (Industriali): «Sarebbe un contraccolpo
sull’occupazione»
«La situazione è sempre più drammatica. L’amministratore
parla di rischio di chiusura. per noi ormai è una certezza. Non c’è più
liquidità. La chiusura degli impianti a Trieste, a meno di miracoli, è sicura.
Ma a rischio sono anche quelli di Piombino». Umberto Salvaneschi, segretario
della Fim Cisl, vede nero dopo l’incontro in Prefettura di ieri. Il suo
pessimismo è totale. Il sindacalista parla ormai di una possibilità remota che
la Ferriera prosegua l’attività dopo il primo febbraio, data indicata
dall’amministratore delegato Calcagni per il possibile blocco dell’impianto. E
sembra volersi preparare al peggio. «Non parlo di rischi di chiusura, ma di
certezza. Sono mesi che non si riesce a sbrogliare il contenzioso con Elettra»
spiega il sindacalista della Cisl. «Non è possibile che una controversia fra due
parti comprometta definitivamente un settore così importante per l’economia e
l’occupazione di Trieste» aggiunge Stefano Borini, segretario della Fiom. La
lotta comunque continua, Ieri, all’ora di pranzo, c’è stato una partecipata
assemblea nello stabilimento di Servola. Sabato ci sarà domani una conferenza
stampa. E per il 24 gennaio, giorno del fatidico tavolo di confronto messo in
piedi dal sindaco Cosolini in Regione tra Lucchini ed Elettra, è stato
proclamato uno sciopero di otto ore con un presidio costante dei lavoratori
della Ferriera e della Sertubi ( l’altra azienda collegata che rischia di non
sopravvivere usando la ghisa di Servola) negli stabilimenti e davanti al palazzo
della Regione di piazza Unità dove si svolgerà il vertice. Assieme ai dipendenti
stavolta ci saranno anche le famiglie. Una protesta allargata per rendere
evidente il rischio di default sociale collegato alla vicenda industriale di
Servola. «Si apre lo spettro della cassa integrazione per mille persone, quelle
della Ferriera e delle aziende collegate alla siderurgia» aggiunge Borini.
Sarebbe la per Trieste la Caporetto del lavoro e dell’industria. Questa volta
anche gli industriali si schierano a fianco dei lavoratori. «Perdere mille posti
di lavoro a Trieste è una prospettiva a cui non voglio nemmeno pensare» dichiaro
Sergio Razeto, presidente di Confindustria Trieste. «Se mille famiglie triestine
si trovassero senza la garanzia dello stipendio del capofamiglia - aggiunge
Razeto - sarebbe un fatto di gravità estrema. Mi interesserò immediatamente
della situazione».
«Il Piano del Porto deve essere in sintonia con il Prg
della città»
Il Comune Invia le osservazioni all’Authority. Laureni:
chiesto studio sull’inquinamento con l’aumento di traffci
IL CASO DEL WWF Predonzan: non abbiamo potuto esporre la nostra posizione perché
la documentazione non ci è mai arrivata
Sono scaduti ieri i termini per la presentazione delle prime osservazioni al
Piano regolatore del Porto. Viabilità, inquinamento atmosferico e “no” al
rigassificatore tra gli appunti inviati dal Comune di Trieste all'Autorità
portuale. Appare un giallo invece il coinvolgimento del Wwf; l'Authority dice di
aver spedito i documenti, ma dall'associazione ribattono: “Mai visto niente”. È
questo soltanto uno dei passaggi del complicato iter che porterà all'entrata in
vigore di uno strumento urbanistico atteso “solo” da cinquant'anni, ma la prima
tranche di osservazioni avrà un significato preciso sull'atteggiamento che gli
enti intendono tenere nei confronti delle proposte dell'Authority. Il Piano
regolatore - licenziato dal Comitato portuale nel 2010 - consentirà, dopo anni
di chiacchiere, di presentare progetti e mettere in atto strategie sostituendole
a parole e proclami. Fino a un paio di giorni fa, tuttavia, all'Autorità
portuale non risultavano notazioni di alcun genere. A partire da ieri, la
cassetta della posta di via Von Bruck si è sicuramente riempita almeno del plico
fatto arrivare dal Comune di Trieste. «Abbiamo spedito – spiega l'assessore
comunale all'Ambiente, Umberto Laureni – una serie di osservazioni, niente di
coercitivo, piuttosto alcune proposte di miglioramento, soprattutto per
sottolineare che ci deve essere coerenza tra lo strumento urbanistico del Comune
e il Piano regolatore del Porto. Abbiamo anche ricordato che il Consiglio
comunale si è espresso contro il rigassificatore di Zaule – conclude l'assessore
Laureni – e abbiamo chiesto uno studio sull'inquinamento atmosferico, in
previsione di un aumento del traffico. Sulle Rive, infine, è stata suggerita la
possibilità di realizzare una pista ciclabile». Un primo commento al Piano
regolatore del Porto avrebbe dovuto esprimerlo anche il Wwf, al quale
l'Authority sostiene di aver inviato la documentazione. «Mai ricevuto niente –
risponde però all’opposto Dario Predonzan, responsabile energia e trasporti del
Wwf regionale –. O hanno sbagliato indirizzo o non hanno mandato niente».
L'esponente dell'associazione ambientalista spera nell'esistenza di un “Rapporto
ambientale” come parte integrante della normativa per la Valutazione ambientale
strategica, nel quale dovrebbero essere contenute le alternative alle proposte
dello stesso Piano regolatore portuale. «A questo punto spero che il materiale
venga reso disponibile almeno per la seconda fase», chiude Predonzan. Conclusa
questa fase e recepite le osservazioni, infatti, il Piano verrà pubblicato e
potrà ricevere altre richieste di modifica, anche da parte di semplici
cittadini, purché dimostrino di avere interesse a farlo.
Riccardo Coretti
«Attenti a non gravare sul traffico in città» - Citato
anche il contrasto tra il no del Municipio al rigassificatore e le previsioni
della Torre del Lloyd
Meno camion e più ferrovia; e collegamenti stradali al di fuori del centro abitato. Il tutto per evitare che le rosee previsioni di aumento dei traffici portuali possano di fatto intasare un sistema viario non in grado di sopportare traffico pesante oltre un certo limite. Ma anche la segnalazione di alcune “distrazioni” formali, di opinioni diverse sui collegamenti tra Porto vecchio e nuovo, e soprattutto l'evidenza del contrasto tra il Piano regolatore portuale e quanto espresso dal Consiglio comunale in merito alla rigassificatore di Zaule. Questo e altro ancora contiene la delibera di giunta, datata 16 gennaio 2012, con la quale il Comune risponde all'Autorità portuale in merito alla richiesta di osservazioni nell'iter di approvazione del Piano regolatore del porto. Il giudizio complessivo in questa fase di valutazione resta positivo; ma le osservazioni tecniche non sono di poco conto, in particolare quelle riferite ai collegamenti viari. Posto che lo strumento urbanistico prevede seri incrementi di traffico portuale (movimenti navi da 1600 nel 2007 a 2600 nell'ipotesi 2020; traffico merci da 46,1 a 59,7 milioni di tonnellate; il triplo del traffico stradale), il Comune ha voluto subito mettere i puntini sulle “i”. Anche perché le opere previste dall'Authority nel corso degli anni sono di vasta portata, e per comprenderlo basta citarne alcune: prolungamento del Molo Bersaglieri, Porto lido, interramento tra Molo V e Molo VI, raddoppio del Molo VII, realizzazione del Molo VIII, terminal ro-ro nell'area ex Aquila. Non solo critiche, anche consigli. Come quello di prevedere un collegamento del futuribile Molo VIII con lo svincolo della Grande viabilità in via Errera, per non gravare sul traffico tra via Svevo e Via Baiamonti. Sempre in considerazione degli aumenti di traffico portuale previsti, il Comune auspica un recupero del trasporto ferroviario rispetto a quello su gomma. Non viene condivisa poi l'affermazione contenuta nel Piano del porto secondo la quale il collegamento tra Porto vecchio e Porto nuovo sarà caricato da flussi portuali “trascurabili”. Secondo il Comune infatti i nuovi insediamenti di Porto vecchio andranno a gravare su Viale Miramare, le Rive e Passeggio Sant'Andrea. Problemi alla viabilità, sempre secondo le osservazioni della giunta Cosolini, potrebbero essere creati dal nuovo terminal traghetti nell'area ex Aquila, tanto che si consiglia di privilegiare l'accessibilità dalla Valle delle Noghere e poi verso il raccordo Lacotisce-Rabuiese, piuttosto che rischiare di intasare via Flavia. La delibera, inoltre, fa notare che il Consiglio comunale già nel luglio del 2006 ha espresso parere contrario al progetto per il rigassificatore di Zaule. Questo parere risulta oggi in contrasto con quanto previsto dal Piano regolatore del porto, che prevede la modifica della linea di costa e la possibilità di «costruzione di un impianto di degassificazione» nell'ambito dell'area ex Esso. Altre osservazioni, infine, riguardano il riferimento all'adeguamento del depuratore di Servola. «...Le prescrizioni di tale studio – scrive il Comune con riferimento ai documenti esaminati – non risultino di impedimento alla realizzazione del progetto».
(r.c.)
Ponte sul canale, ora nasce il comitato “pro” - IL
COMUNE: NON FARLO COSTITUIREBBE DANNO ERARIALE
Provocazione dell’ingegner Simonati: le novità
suscitano sempre raccolte di firme contro...
Chissà se rappresenta o meno la maggioranza dell’opinione pubblica. Nel caso
lo fosse, sarebbe comunque una di quelle volte, poche per la verità, in cui la
classica maggioranza silenziosa si spazientisce di starsene zitta. Dopo la
raffica di “no” alla passerella sul canale di Ponterosso diluita ogni tanto da
qualche “perché no” - una raffica corroborata negli ultimi giorni dall’audizione
in commissione Lavori pubblici del Municipio da parte del Comitato “per la
salvaguardia del canale di Ponterosso” guidato dall’ingegnere ed ex consigliere
comunale Roberto Sasco, che aveva lanciato una raccolta di firme “contro” - ecco
che nasce ora il comitato contro il “contro”, con tanto di raccolta di firme a
supporto dell’opera. A costituirlo idealmente - attraverso il lancio di una
raccolta di firme all’indirizzo e-mail pontenuovotrieste@libero.it «aperta a
tutti quelli che vogliono dire sì al ponte e sì subito» - è un altro ingegnere
triestino. Si chiama Ermanno Simonati e ha fatto parte della precedente
Commissione per il paesaggio del Comune che - come osserva lui stesso - «pur
giudicando che effettivamente il concorso internazionale di architettura sarebbe
stato la via migliore per il progetto, ha reputato che la proposta degli uffici
comunali fosse di minimo impatto, pulita, assorbibile dal contesto, certamente
non un capolavoro ma altrettanto certamente nemmeno un abominio». Simonati non
nasconde che la sua è una provocazione: «Non appena qui c’è qualcuno che propone
qualcosa di nuovo, qualcun altro propone immediatamente una raccolta di firme
contro. L’intervento più mirato è stato quello dell’architetto Podrecca, il
ponte si fa se è funzionale alla città, se questo fa parte di un disegno
urbanistico che tende a far rileggere in chiave pedonale la città storica.
Perché gli ordini professionali non si sono fatti sentire? Dove sono i giovani
professionisti a cui oggi sembra negata ogni possibilità espressiva?». Simonati
vuole sia chiaro che la sua è un’iniziativa personale e che dietro non c’è ombra
politica. Prova ne sia che il suo «amico di una vita e socio da sette anni»
Stefano Patuanelli, ingegnere pure lui e consigliere comunale grillino, è
dell’idea che il ponte sia «uno spreco di risorse pubbliche». Al punto che ha
fatto richiesta agli uffici del Municipio, attraverso la commissione Lavori
pubblici, di sapere quanto costerebbe tornare indietro, non fare il ponte,
previsto ormai entro l’estate. Risposta: «Il riconoscimento di un indennizzo che
spetta all’appaltatore quantificare», compresi «i cosiddetti contratti
collaterali già sottoscritti con i professionisti esterni», sono «indennità» che
«una volta quantificate costituiranno danno erariale, rispetto al quale la Corte
dei Conti aprirà procedura di contestazione».
(pi.ra.)
SEGNALAZIONI - DIFFERENZIATA/1 Istruire il personale
Leggo spesso segnalazioni che invitano le autorità ad istruire correttamente i cittadini in merito alla raccolta differenziata se si vuole ottenere che questa avvenga nel modo migliore possibile. Oggi mi sono resa conto che è altresì necessario fornire adeguate conoscenze anche agli operatori addetti alla raccolta. L’altra mattina, con alcuni cartoni della pizza chiaramente usati (che essendo sporchi, come ci hanno insegnato, vanno messi nell’indifferenziata) mi recavo ai bidoni della spazzatura. Il camion dell’immondizia era all’opera e un paio di bottini grigi, col coperchio già aperto, attendevano di essere svuotati. Mi avvicinavo ad uno di questi e vi mettevo sopra detti cartoni. Mentre mi allontanavo, vedevo uno degli operatori che, sollecito, li prendeva e li gettava nel bidone della carta!
Mariavaleria De Filippi
SEGNALAZIONI - Differenziata/2 - Si lavora per gli altri
Che si debba fare la raccolta differenziata è fuori discussione: ci viene chiesto di farla e la faccio. Ma questa abitudine che stiamo prendendo quotidianamente alla fine ci fa porre la domanda: perché e soprattutto per chi la stiamo facendo? La risposta papale papale è perché l’ambiente e perché l’evitare gli sprechi ce lo richiedono di farla: parole nobili ma, parole vuote, emozionali del collettivo ma in sostanza prive di un riscontro per il cittadino al quale si chiede di lavorare gratis per permettere ad altri di guadagnare. Facile chiedere e facile sperare che la percentuale della raccolta cresca ma non è proprio così gradito farla da parte di chi è chiamato a farla sia per motivi di ordine pratico, di tempo, dei costi a carico del contribuente. Dividere con accortezza gli scarti dei consumi di casa comporta questa serie di procedure: le bottiglie dell’acqua vanno compattate e le eventuali etichette di carta, rimosse. Tutti gli altri contenitori in plastica diversa, quelli in vetro, di latta, ecc. vanno detersi per rimuovere il residuo del loro contenuto e spesso, se oleosi, grassi, con l’uso di acqua calda e detersivo per piatti. Gli astucci in cartone delle medicine, dei dentifrici, ecc. vanno gettati assieme alla carta dove di carta non sono solo i quotidiani ed eventuali allegati ma anche quella massa senza fine di materiale pubblicitario. I cartoni, qualora ce ne fossero, devono venire privati dei punti metallici e dei nastri adesivi, svuotati delle patatine o dei setti in polistirolo o altro che fanno parte dell’imballo. Poi, naturalmente, c’è la consueta rimozione della immondizia non riciclabile. Nel 2013, verremo, come già in atto in numerosissimi comuni, chiamati a separare l’organico del cui destino a seguito del riciclo ignoro ogni cosa non sapendo se lo si ritrova in qualcosa che usi o qualcosa che mangi, in pratica diventa sapone o pastone per gli animali o fertilizzante? Perché c’è tutto questo can can per l’organico? Quale business da relativi pochi scarti? Fatte tutte queste operazioni ci si rende conto che in un anno si è lavorato almeno sei ore in più rispetto al passato, che è stata consumata una caterva di sacchetti per separare le cose secondo la loro caratteristica, borse che i supermercati fanno pagare profumatamente anche se portano il loro marchio così pure li sponsorizzi gratis (ma questi sacchetti “bio” quanto ci mettono a degradarsi nell’acqua di mare o di lago che sia?) oppure impiegare i sacchetti a strappo. Alla fine si va all’isola ecologica, si fa per dire, con le immondizie attorno e quelle cose che andavano portate ai centri comunali di raccolta, con l’imboccatura ed i pannelli dei cassonetti per la carta massacrati da chi, contro ogni legge di fisica, si ostina ad immettere nella bocca volumi di cartone eccessivi sforzandone l’entrata. Alla fine della storia ciò che si è separato viene raccolto per il benessere economico di chi lo raccoglie, di chi lo smista, di chi lo ricicla. In pratica si è lavorato gratis e speso a favore di terzi che sono tra gli altri gli impianti di riciclaggio e ti ritrovi pure datore di lavoro di personale impiegatizio e maestranze di questi impianti. Al cittadino cosa rimane? Non gli vengono neppure forniti un tot di sacchetti, non si è neppure contemplato quale incentivo per il fine stesso di una buona raccolta differenziata di alcuni ritocchi della Tarsu riducendo man mano che la differenziata aumenta l’onere di questo tipo di tassa. Così non va per niente bene. Da noi, dato che comprando si paga tutto confezione compresa, sa solo di imposizione e di danno economico per il contribuente.
Roberto Steidler
Attività naturalistiche TAM
Questa sera con inizio alle 19, nella sede della Società alpina delle Giulie, in via Donota 2 (IV piano) Giorgina Michelini presenterà il nuovo programma annuale delle attività naturalistiche del gruppo Tutela Ambiente Montano. Di seguito, avrà luogo la premiazione del concorso fotografico indetto dal Tam sul tema “Il bosco”. Ingresso libero. Info: 040-630464.
IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 gennaio 2012
Rive, fognature da rifare due mesi di cantiere - LAVORI
PUBBLICI» L’EMERGENZA
Tubi da riparare a 4 metri di profondità tra piazza Venezia e la stazione Rogers
Già avviati i lavori, il pericolo è l’alta marea che
potrebbe invadere i pozzetti
Il guaio è già visibile perché un tratto di Rive è transennato. Si è aperto
un cantiere Acegas che tra piazza Venezia e la Stazione Rogers dovrà riparare
370 metri di fognatura sul lato marciapiede. Le corsie di transito restano pe
fortuna libere e percorribili. La tubazione, che si trova a 4 metri di
profondità e dunque sotto il livello del mare, è gravemente fessurata e lascia
entrare acqua salata che corre fino al depuratore di Servola, dove renderebbe
inerte il futuro trattamento biologico delle acque. Inibisce l’azione dei
batteri “mangiasporco”. Ma i buchi hanno già causato fuoriuscite, e dunque
l’allarme dell’Azienda sanitaria. La legge del “se” «Se i lavori fossero stati
fatti contestualmente alla riorganizzazione delle Rive, si sarebbero concentrati
i disagi in un’unica fase - non manca di dire la nuova amministrazione comunale
evocando le scelte dell’epoca Dipiazza -, ma così non è stato». Fine della
constatazione, anche se Acegas spiega che nel 2004 (prima dei lavori sull’ultimo
tratto di Rive, realizzati nel 2006) uno studio commissionato all’Università
aveva messo in chiaro come la fognatura in quella zona fosse prossima a cedere.
I tubi risalgono agli anni Trenta, sono di calcestruzzo, hanno un diametro
superiore al metro, portano le acque sporche da Roiano fino a Servola,
raccogliendo strada facendo dai collettori di ogni isolato. Due mesi e non di
più Ieri Comune e Acegas in una conferenza stampa hanno illustrato nei dettagli
l’operazione, soprattutto a uno scopo: spiegare che il sindaco Cosolini ha
chiesto tempi certi, e cioé non più di due mesi di lavori. A metà marzo tutto
dev’essere a posto come prima. L’Acegas è stata invitata a fornire materiale
informativo a residenti ed esercenti, con numeri telefonici da chiamare in caso
di necessità. Per l’assessore ai Lavori pubblici Elena Marchigiani «si sono
contenuti al massimo i disagi, ma si perdono parcheggi, salvi invece tutti i
percorsi pedonali». Rischi e pericoli A illustrare i dati tecnici, un ingegnere
per parte: Enrico Altran della divisione acqua e gas di Acegas, e Giulio
Bernetti del servizio comunale Traffico. «È un intervento che presenta notevoli
rischi e pericoli - ha detto Altran -, la stagione invernale va bene per la
minore attività su strada dei pubblici esercizi, ma coincide coi più forti
picchi di alta marea, se i pozzetti saranno invasi dal mare per sicurezza i
lavori si dovranno sospendere». Il metodo della calza Inizio e fine della
tubatura rotta saranno chiusi da palloni d’aria. Il circuito delle acque sarà
dirottato su un “by-pass” esterno, su strada. Che funzionerà grazie a 5 pompe
elettriche. Per sanare la tubazione, “il metodo della calza”. Si introduce una
guaina di poliestere impregnata di speciali resine, che viene fatta aderire alle
pareti interne. Un getto di acqua calda scioglie le resine e rende la guaina una
seconda pelle vetrosa. Meno lotti, meno tempo Due nuovi pozzetti palificati di
ispezione verranno aperti per consentire agli operai di agire in sicurezza. Si
capisce così che i “buchi” in terra saranno solo due, di 3 metri di larghezza e
profondi 4. Impossibile, assicurano i tecnici, fare a lotti: «Meglio stringere i
tempi, altrimenti ogni volta sarebbe da rifare il complesso lavoro di
intercettazione e smaltimento dei flussi fognari». Domanda: «Pericolo puzza per
il tubo esterno?». Risposta: «No, fa freddo, per fortuna».
Gabriella Ziani
Traffico rivoluzionato nelle vie Economo e Belpoggio
Riva Gulli e Riva Grumula, controviale impercorribile
finché dura il cantiere Acegas. È stato anche istituito il divieto totale di
sosta da piazza Venezia all’incrocio con via Lazzaretto vecchio. Vie dei Burlo,
via degli Argento: divieto di sosta e anche di fermata (per consentire il carico
e lo scarico a servizio degli esercizi commerciali). Queste vie, e via Belpoggio,
restano a fondo cieco, da via Belpoggio per “uscire” in discesa bisogna svoltare
per via Lazzaretto vecchio. Via Economo sarà raggiungibile solo facendo il giro
completo dell’isolato di Campo Marzio, passando davanti al Mercato
ortofrutticolo. Naturalmente, resta impedita la svolta verso piazza Venezia per
chi, da Riva Nazario Sauro, è diretto verso Campo Marzio. Negozi, bar e
ristoranti che dovessero avere necessità impreviste, avranno a disposizione il
numero di un tecnico Acegas da contattare direttamente.
Ferriera, oggi l’ad di Lucchini in Prefettura - TAVOLO
NEL PALAZZO DEL COMMISSARIATO DI GOVERNO
Sindacati scettici sul ruolo di Tondo e pronti a
chiedere che sia Giacchetti a chiamare Roma
Il rebus Ferriera torna sul tavolo del Commissariato di Governo, nel palazzo
di piazza Unità che sta in faccia a quello in cui lavora Renzo Tondo. Qui i
sindacati oggi - ed è presumibile lo facciano proprio per denunciare quelli che
ritengono essere i gravi ritardi nella gestione dell’emergenza da parte della
Regione - chiederanno con ogni probabilità che sia la stessa Prefettura a fare
da primo ponte istituzionale con lo Stato, attraverso un «accordo di garanzia»,
da firmare magari già la prossima settimana. Un patto in base al quale possa
essere direttamente il Governo a far da garante a Lucchini (per cui si
intensificano voci di vendita, si legga nelle pagine di attualità nazionale,
ndr) in attesa che si risolva nell’immediato il problema-liquidità derivante sia
dal blocco dei soldi su dismissioni e alienazioni presso il Tribunale di Milano,
sia dal persistere del contenzioso con Elettra, che a sua volta non paga
Lucchini. Ieri si è venuto a sapere che l’incontro previsto in origine proprio
per ieri davanti a un delegato del prefetto Alessandro Giacchetti (fuori Trieste
fino a settimana prossima) tra le rappresentanze sindacali (le Rsu e le
segreterie di Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm e Failms) e quelle aziendali (a
cominciare dal capo delle relazioni esterne di Lucchini Francesco Semino) è
slittato ad oggi, alle 8.30. Il posticipo, a quanto è stato lasciato intendere,
si doveva a questioni organizzative. Però ha consentito - chissà se di proposito
o casualmente - la presenza al confronto, alla testa della delegazione
aziendale, non più di Semino, bensì dell’amministratore delegato del Gruppo
Lucchini Marcello Calcagni. Il suo arrivo a Trieste per oggi era stato già
annunciato martedì in Ferriera dal direttore dello stabilimento Enrico Cascello,
durante un incontro con le Rsu nel quale lo stesso responsabile della fabbrica
di Servola aveva anche assicurato lo sbarco a stretto giro in banchina di
minerali e fossili, per consentire l’operatività per una ventina di giorni degli
impianti, messa oggi in dubbio da partite ridottissime di pellets. In origine
però, come detto, in Prefettura ci sarebbe dovuto andare ieri Semino, mentre
oggi Calcagni sarebbe dovuto venire in Ferriera. Invece ecco lo slittamento che
casca a puntino. «Nell’incontro - spiega Stefano Borini dalla segreteria della
Fiom - oltre a chiedere la ratifica di tali assicurazioni sullo sbarco di
materiale chiederemo al vicario del prefetto Giacchetti un ulteriore incontro
urgente non appena lo stesso prefetto rientrerà a Trieste, affinché egli possa
esercitare una forte pressione su Roma per la firma di un accordo di garanzia,
in cui il Governo si faccia garante in via temporanea della liquidità che
Lucchini non ha, anche per evitare che gli impianti si fermino. Respingeremo
ogni ipotesi prospettata al buio».
(pi.ra.)
Dossier Lucchini nel mirino di Tata e di Abramovich
Parte il risiko dei possibili compratori: dal gruppo
indiano al magnate russo. Probabile la vendita dei singoli stabilimenti
TRIESTE E adesso bisogna trovare un compratore. O, forse, più compratori.
Trovata l’intesa con le banche, in attesa che ai primi di febbraio il giudice
Roberto Fontana del Tribunale fallimentare milanese riunisca il collegio per
l’omologa dell’accordo, il gruppo Lucchini cerca un acquirente: non ha fretta
assoluta, ha un paio di anni davanti per individuare uno o più soggetti ai quali
cedere le realtà produttive e gli altri asset. Notizie di stampa accreditano
l’interesse che a vario titolo un vasto campionario industriale russo-indiano
avrebbe manifestato per il gruppo siderurgico guidato da Alexei Mordashov.
Secondo “MF”, a studiare il dossier Lucchini sarebbero le russe “Novolipetsk
Steel” di Vladimir Lisin, “Evraz” di Roman Abramovich, “Magnitogorsk Iron &
Steel Works”, l’ucraina “Metinvest”, il colosso indiano “Tata Steel” partner
Fiat nel subcontinente asiatico. Per venire a capo del pesante indebitamento
ammontante a 1,17 miliardi, Mordashov aveva imboccato da tempo la strada delle
alienazioni. Ha ceduto in particolare il 100% della controllata francese
Ascometal a una società del fondo statunitense Apollo, operazione che ha
consentito alla Lucchini di incassare 352 milioni, destinati in parte ad
abbassare la massa debitoria e in parte a mantenere un’accettabile soglia di
liquidità. Lo stabilimento Bfm di Bari, specializzato in lavorazioni per gli
scambi ferroviari, è invece andato alla ceca Dt. Ma la vendita di Ascometal ha
soprattutto sbloccato l’intervento delle banche creditrici (Bnp, Intesa SanPaolo,
Unicredit, Ubi, Mediobanca), esposte per circa 770 milioni, che hanno accettato
una moratoria sul debito al 31 dicembre 2017, avendo in pegno la totalità delle
azioni societarie. Quindi, di fatto saranno le banche ad avere le maggiori
responsabilità nel futuro della Lucchini. Adesso il gruppo si articola su
quattro siti: Piombino, che è il più importante con 2200 dipendenti diretti,
Trieste, dove la Ferriera di Servola ha circa 500 addetti, Lecco, dove il
laminatoio lavora con 200 unità, Condove nel Torinese, con un’ottantina di
maestranze. La struttura più difficile da collocare sul mercato è, per le
dimensioni e per le criticità connesse, Piombino. Trieste potrebbe veder
valorizzato l’incrocio di ghisa, gas, logistica, ma avverte l’indecisione
sull’avvenire del sito. Dalla previsione di un compratore a quella di più
compratori attirati dai singoli stabilimenti è un’ipotesi non ancora
esplicitata, ma certo non improbabile. Anche perchè il polso del settore è di
ardua decrittazione, le previsioni raccontano di un difficile primo trimestre,
ma i segnali sono contrastanti e sarà opportuno aspettare febbraio prima di
emettere verdetti. Il 2011 dell’acciaio, che era iniziato sotto buoni auspici
spinto da un frizzante 2010, si è concluso all’insegna dell’incertezza: la
crescita mondiale ha stazionato in autuunno attorno all’1%, dopo aver viaggiato
durante l’anno tra il 6 e il 10%. In Europa una quindicina di altiforni sono
stati fermati, i grandi produttori come ThyssenKrupp e ArcelorMittal meditano
disinvestimenti nel Vecchio Continente. E contro il dumping cinese Eurofer è
ricorsa alla Commissione Ue.
Massimo Greco
La stazione di Villa Opicina ora rischia la chiusura
L’ipotesi ha preso corpo dopo la soppressione del treno
per Budapest ma Trenitalia nega. Via intanto i bagni e l’ufficio della Polfer
di Elena Placitelli Rischia di chiudere la stazione ferroviaria di Villa
Opicina. Trenitalia nega, nonostante le voci di corridoio che sono cominciate a
circolare. Al punto che i lavoratori hanno rotto i rapporti con i sindacalisti,
perché da loro non si sentono più rappresentati. Sull'incertezza del loro futuro
professionale, stanno cercando di fare luce da soli. In questi casi l'anonimato
è d'obbligo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il treno per
Budapest. La sua recente cancellazione è suonata come un campanello d'allarme,
destando i sospetti che guardano a un futuro non troppo lontano. Il ragionamento
è semplice: il treno Venezia–Budapest era l'ultimo convoglio viaggiatori che
passava per Villa Opicina. Ora la stazione non serve più ai passeggeri, ma solo
alle merci. Allora perché non chiuderla? I motivi che scongiurano tale ipotesi
li spiega Trenitalia, facendo leva proprio sul traffico delle merci: «La
stazione di Villa Opicina è un nodo nevralgico per l'elevato flusso di merci che
non pone il problema di una sua chiusura. Si tratta dell'unica uscita verso Est
dalla provincia di Trieste, una stazione che deve rimanere aperta anche per
l'eventualità che un domani un'altra società decidesse di farvi transitare un
altro treno internazionale». E ancora, l'azienda dice che una decisione del
genere «equivarrebbe a chiudere le due linee ferroviarie che da Villa Opicina si
snodano verso Bivio Aurisina–Venezia e verso Campo Marzio». Ma è proprio su
questo punto che sorgono altre perplessità. Indiscrezioni dicono che a marzo
dovrebbe chiudere la stazione di Aurisina. A quel punto, la “cintura” di 50
chilometri che collega Villa Opicina a Trieste centrale passando per Grignano
lascerebbe viaggiare un convoglio merci senza alcun presidio “di controllo”, con
eventuali ripercussioni sulla sicurezza del trasporto. Se tale ipotesi
risultasse vera, la scelta di chiudere la stazione di Opicina diventerebbe meno
remota. E, stando sempre alle indiscrezioni, altri presagi contribuirebbero a
immaginare la chiusura della stazione. Il fatto che l'ufficio della Polfer stia
traslocando non aiuta certo a immaginare una stazione “viva”, così come la
decisione di chiudere a chiave i bagni, che dal primo gennaio è stata presa
anche a Carnia, Cormons, Gemona, Tarvisio, Bosco Verde e San Giorgio di Nogaro.
A Opicina si parla poi di una sempre più spinta concorrenza dei privati, che a
poco a poco starebbero togliendo lavoro alla Cargo, la società di Fs che si
occupa delle merci. Si aggiunga la riduzione di 16 binari (su 43) cui l'anno
scorso è stato tolto il collegamento elettrico, col risultato che la capacità
della stazione è calata del 50% arrivando ad ospitare al massimo 500 vagoni al
giorno. Un dato preoccupante, se confrontato ai lontani anni Sessanta, quando la
stazione di Villa Opicina ospitava insieme a quella di Prosecco 3mila treni al
giorno, con super fatturati e un totale di 500 lavoratori impiegati.
Gretti (Pdl): «La centrale a biomassa conviene
veramente?» - ENERGIA
MUGGIA Applicare delle verifiche sulla reale convenienza e l'effettiva gestione della centrale a biomassa. La struttura a servizio della scuola elementare “De Amicis” non convince affatto il consigliere comunale del Pdl Christian Gretti. Fortemente voluta dall'amministrazione Nesladek l'opera della potenzialità di 360 Kw che verrà costruita entro la fine dell'estate all'interno di un vano in cemento armato sito vicino all'istituto scolastico pare tutt'altro che conveniente. «Partendo dal fatto che nell’ultimo Energy Report del Wwf del 2011 vengono chiaramente indicate le modalità per ottenere entro il 2050 il 100% dell’energia dalle fonti rinnovabili, sfruttando principalmente energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica, e che dunque l’uso di biocombustibili liquidi e biomasse solide viene relegato a pochi casi ed in mancanza d’altro, le centrali a biomassa – spiega Gretti - sono sicuramente meno inquinanti di quelle a gasolio ma allo stesso tempo, da studi scientifici, risulta che tali centrali hanno un impatto sulla salute per la produzione di polveri sottili, metalli pesanti, diossine, formaldeide, acroleina». Da qui la richiesta da parte dell'ex esponente aennino sull'esistenza o meno dei dati progettuali che indichino le quantità che verranno prodotte. Tra gli altri punti dolenti c’è lo smaltimento delle ceneri residue della combustione poiché a Trieste non esistono discariche per lo smaltimento di tali rifiuti: inevitabile dunque il trasporto fuori Provincia. Dunque la convenienza economica viene meno? «A tutt'oggi i costi per la realizzazione di tali centrali risultano alti poiché sussistono una serie di spese, soprattutto a messa in regime dell’impianto, che gravano sul bilancio», conferma Gretti. Fra queste la manodopera per il funzionamento e soprattutto l’approvvigionamento del cippato che scarseggia nel territorio muggesano, tanto è vero che nello studio commissionato nel 2009 dal Comune di Muggia alla Ceta (Centro di ecologia teorica ed applicata) era stata evidenziata la possibile anti-economicità della struttura nel caso in cui non si reperisca il combustibile nelle vicinanze.
(ri.to.)
Notte dell’economia verde a Nordest
Per la prima volta in vetrina il 5 maggio le eccellenze
produttive della sostenibilità ambientale di Veneto, Trentino e Fvg
PADOVA Tutte le eccellenze green della metropoli Nordest, in una notte. Il
prossimo sabato 5 maggio la cosiddetta “terra dei miracoli” dimostrerà di avere
tessuto una immensa rete della sostenibilità economica e sociale, unendo oltre
20 città nel primo appuntamento della Notte Verde. Sarà una lunga nottata nel
segno della sostenibilità, che mette in connessione città e quartieri dell’area
metropolitana tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Ideato da
Nordesteuropa.it il progetto vede Il Piccolo come mediapartner. L’iniziativa,
promossa insieme a Sette Green si inserisce nel contenitore della quinta
edizione del Festival Città Impresa (dal 2 al 6 maggio). Presentata ieri nella
sede del Comune di Padova dal direttore del Festival Filiberto Zovico assieme al
vicesindaco Ivo Rossi e all’assessore all’Ambiente Alessandro Zan, la Notte
Verde "sarà un esperimento di innovazione culturale –ha detto Filiberto Zovico-
al quale hanno già espresso la loro adesione 20 realtà diverse tra città e
territori". Da Padova, considerata ormai da tutti capitale green del Nordest e
fra le città italiane al top in tema di eccellenze produttive e politiche di
sostenibilità ambientale, a Venezia, Vicenza, Udine, Gorizia, sino a Schio,
Unione dei Comuni del Camposampierese e Bassano, ma anche Pieve di Soligo,
Valdagno, l’area del Miranese e la Riviera del Brenta: tutte in rete e pronte a
mobilitarsi attorno a una delle principali leve di sviluppo economico e sociale,
evidenziando quanto la Green Valley del Nordest sia "un luogo ad alta
concentrazione di esperienze all’avanguardia in tema di sostenibilità, oltre che
un laboratorio diffuso sul fronte imprenditoriale, culturale ed istituzionale",
ha aggiunto Zovico. Molte le città che si accenderanno di verde: nelle piazze,
negli impianti industriali, nei luoghi culturali del Nordest, sono attese
300.000 persone per dare vita alla più grande manifestazione europea nel suo
genere. Dibattiti e workshop, presentazione di progetti e prodotti, performance
artistiche ed esposizioni, esplorando le migliori esperienze sostenibili:
tecnologie pulite ed energie alternative, mobilità e gestione dei rifiuti,
bio-architettura e design. Ma saranno aperti anche gli esercizi commerciali e
gli spazi culturali, che si coloreranno di verde per un’intera notte. In una
dimensione spettacolare, che mette insieme informazione e sensibilizzazione,
esperienza culturale e ludica, il progetto evidenzia la sinergia necessaria tra
impresa e cultura, come tra settore pubblico e privato. Anche per condividere e
raccontare un progetto diffuso: quello di una metropoli che aspirando al titolo
di Capitale Europea della Cultura 2019, accoglie la sfida di creare un nuovo
modello di sviluppo sostenibile. La speranza è che anche questa ricetta di
opportunità "verdi" possa aiutare a far crescere l’economia e far uscire il
Nordest dalla logica dei campanili.
Massimo Nardin
Anche Gorizia nel progetto insieme a Udine Il sindaco
Romoli: nuova cultura di sviluppo
La maratona verde passerà anche per il Fvg. Due le tappe: Gorizia e Udine. Saranno loro le città green che ospiteranno iniziative ed eventi sul tema della sostenibilità ambientale. Il sindaco Ettore Romoli ha voluto far aderire Gorizia al progetto, che metterà a confronto esperienze diverse all’interno di una grande area comune, con «l’obiettivo di far crescere una nuova cultura che ci permetta di “riappropriarci” delle nostre città». Gorizia quindi risponderà all’appello di Nordesteuropa.it organizzando, in collaborazione con numerose realtà cittadine e con la vicina Slovenia, svariate iniziative. Ma il fine ultimo è lavorare sul lungo periodo. Su questo fronte l’amministrazione isontina non sta perdendo tempo: dall’ampliamento delle isole pedonali alla realizzazione, in collaborazione con l’Università di Trieste, del progetto E-cube (un parco per le energie rinnovabili), tanti sono i progetti già in cantiere. Anche Udine scalda i motori in vista della Notte verde. Il sindaco Furio Honsell spiega: «Stimo lavorando all’organizzazione della serata assieme all’associazione “Green Factor”, che si occupa anche della consegna dell’omonimo Premio. Verranno organizzate iniziative ludiche nelle piazze e incontri di tipo divulgativo, in collaborazione con l’Università. Quella della green economy è la vera sfida per le nostre città. Il Comune di Udine sta già facendo molto: dall’adozione del bilancio energetico alle politiche innovative in campo edilizio, fino alle energie rinnovabili».
(el.col.)
GreenStyle.it - MERCOLEDI', 18 gennaio 2012
Corrado Clini: via il fotovoltaico dai campi agricoli
“Pomodori e non pannelli” è questa la ricetta, almeno
per le campagne, del Ministro Corrado Clini.
Non è la prima volta che il titolare del Ministero dell’Ambiente interviene
su quelli che sono alcuni dei timori più diffusi nella società civile, quello di
una campagna strappata alla coltivazione dal business delle rinnovabili in
primis.
L’Italia, fino ad ora, ha ampiamente rinunciato all’idea di governare con ordine
il boom delle nuove energie, lasciando che interi campi venissero invasi da
pannelli fotovoltaici. In tempi di magra per l’agricoltura, i finanziamenti del
Conto Energia sono sembrati sempre un’alternativa ghiotta per rendere produttivi
i terreni. Ma la colpa di ciò è da attribuire proprio al lassismo delle
istituzioni e alla mancanza di un chiaro Piano Energetico nazionale, più volte
annunciato dall’ex Ministro per lo Sviluppo Romani, ma mai messo su carta.
Il Ministro Clini è allora entrato in maniera decisa sull’argomento:
Il piano energetico nazionale punterà soprattutto su un fotovoltaico dedicato al
settore industriale ed edilizio. Basta utilizzare i terreni agricoli per gli
impianti fotovoltaici, nei campi bisogna coltivare i pomodori.
Punto di vista condivisibile, a patto di dare una mano al settore agricolo per
uscire dalla crisi in cui vessa. Una soluzione che dovrebbe però essere più
ecocompatibile della riduzione delle accise per il gasolio richiesta dal
movimento dei forconi.
Ad ogni modo, l’impegno di Clini sembra andare per il momento verso investimenti
sulle rinnovabili più mirati, investendo meglio che in passato. Il non
rinunciare ai campi vorrebbe dire rilanciare forme di fotovoltaico più
compatibili con il nostro paesaggio. Si tratta di una sfida cruciale per il
nostro Paese, ha confessato il Ministro:
Dobbiamo lavorare tutti insieme, governo e imprese per produrre un’energia a
basso costo. Le rinnovabili devono essere accessibili a tutti. Bisogna investire
su tecnologie flessibili, ricerca e sviluppo.
Nel nostro piccolo, auspichiamo soltanto che oltre ad un Piano Energetico
Nazionale si affronti il problema agricolo nel nostro Paese.
Guido Grassadonio - Fonti: Corriere.it
Batterie auto elettriche: arrivano quelle litio-aria da
IBM
L’autonomia limitata delle auto elettriche è uno dei
limiti più importanti a una loro diffusione capillare sul mercato, quasi quanto
la scarsità di colonnine per la ricarica in molti centri medio-piccoli di un po’
tutti i paesi europei. Ben consci di questo forte limite, i costruttori sono
alla ricerca di soluzioni per migliorare le batterie attualmente utilizzate su
questo tipo di veicoli e una possibile soluzione sembra arrivare dagli USA,
precisamente da IBM.
Apparentemente, un’azienda attiva nel campo informatico non sembra direttamente
collegata alla soluzione di un problema che riguarda i trasporti dell’immediato
futuro, eppure, proprio da IBM arriva quello che è stato denominato “Battery 500
Project“, un progetto che punta a realizzare una tecnologia per le batterie
delle auto elettriche rendendole capaci di garantire un’autonomia di 500 miglia,
cioè l’equivalente di poco più di 800 chilometri.
I tecnici al lavoro su questo progetto hanno pensato a degli accumulatori al
litio-aria al posto di quelli attuali al litio. L’idea alla base è quella di
utilizzare il carbonio, il quale è capace di assorbire l’ossigeno contenuto
nell’aria reagendo con gli ioni di litio, dando luogo a un processo che consente
di immagazzinare corrente elettrica e di garantire una densità energetica fino a
1.000 volte superiore a quella delle attuali batterie.
Secondo quanto spiegato da IBM, il problema attuale su cui ancora si sta agendo
è relativo all’instabilità chimica delle celle litio-aria, ma pare che un primo
prototipo delle batterie al litio-aria possa essere costruito entro il 2013, per
portare questo sistema sul mercato entro il 2020.
Giuseppe Cutrone - Fonte: Motori.it
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 gennaio 2012
Sul Municipio torna l’ombra di Gas Natural - A breve il
parere della giunta sul progetto definitivo. Ma prima il centrosinistra ne
parlerà in un vertice
Siamo alla vigilia di un clamoroso ritorno di fiamma alimentato da Gas Natural? In politica tutto può essere, ma a palazzo per ora - sul voto che uscirà a brevissimo dalla giunta Cosolini sul progetto definitivo del rigassificatore di Zaule, benché diventato un pugno nell’occhio meno forte di prima, anche per quegli accorgimenti di natura paesaggistica contenuti nella relazione allegata - non si accettano neppure scommesse, tanto scontato pare rimanere l’esito del parere. In senso negativo, ovviamente. Improbabile insomma - posto che l’ultima parola non la si prenderà qui - che in Municipio il “no” storico all’impianto diventi “sì”, anche alla luce degli ammiccamenti sulle royalties finiti male ai tempi di Dipiazza, e anche alla luce delle prese di posizione contrarie all’opera (un “riparliamone” in effetti restava possibile solo se i termini del progetto, nel suo complesso, fossero cambiati radicalmente) ostentate in campagna elettorale dall’attuale sindaco. Un sindaco pur proveniente da un partito che, originariamente, non aveva disdegnato, al pari dell’allora An dell’allora sottosegretario di Governo Roberto Menia, la realizzazione dell’impianto. Ma è proprio ed esclusivamente per tale “ricordo” che in Municipio si sente dire possa restare aperto un pertugio, minimo, fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno disponibile. Il classico ritorno di fiamma, appunto, giusto per condire con un pizzico di suspense una partita sulla carta senza storia. Lunedì scorso, in giunta, l’assessore vendoliano all’Ambiente Umberto Laureni ha illustrato il progetto definitivo depositato da Gas Natural. La squadra di “governo” cittadino di Roberto Cosolini ha deciso di riaggiornarsi per esprimere il proprio parere. La seduta di giunta adatta per farlo potrebbe essere già quella di domani. Ma non è detto. Molto infatti dipenderà da quale piega prenderà il vertice di maggioranza che il centrosinistra triestino si era messo in agenda per oggi già da tempo, e su un altro argomento, cioè il Piano del traffico. Quello resta il tema numero uno della riunione del pomeriggio. «Se ci sarà il tempo, parleremo anche del rigassificatore, altrimenti lo faremo in un’altra occasione», si limita a dire Cosolini. Se oggi il progetto di Gas Natural non sarà toccato, quindi, si renderà necessario nei prossimi giorni un ulteriore confronto politico di maggioranza, e il passaggio di giunta ad hoc slitterà alla prossima settimana. Un passaggio che però, frena le retroletture il sindaco, non è che un «atto dovuto». Una liturgia burocratica, insomma, più che una grana politica, lascia intendere. Ci sono d’altronde da giudicare e verificare nero su bianco, e questo lo aggiunge Fabio Omero da assessore allo Sviluppo economico, le eventuali risposte di Gas Natural alle «prescrizioni». Chi ha fegato cominci a scommettere.
(pi.ra.)
La Regione minaccia Trenitalia «Basta disservizi. O vi
cacciamo»
Riccardi convoca i vertici ferroviari del Friuli
Venezia Giulia e, dopo la maxi-multa, rincara la dose: «Siamo pronti alla
risoluzione del contratto». I pendolari: «Dal 1° gennaio già 19 cancellazioni»
TRIESTE Riccardo Riccardi manda l’ultimatum: o si cambia o si straccia il
contratto. L’assessore ai Trasporti ieri pomeriggio ha chiamato a rapporto il
responsabile di Trenitalia Fvg, Maria Giaconia. Al centro i pesanti disservizi
cui sono sottoposti gli utenti in Friuli Venezia Giulia, tanto che Riccardi ha
definito l’operato della società «inaccettabile e insostenibile». Una bocciatura
senza mezzi termini che fa seguito alla sanzione di circa un milione di euro
comminata dalla Regione nelle scorse settimane, e sempre per gli stessi motivi:
cancellazioni e ritardi insopportabili. Disagi avvertiti soprattutto lungo i
tratti Udine-Tarvisio, Udine-Trieste, Casarsa-Portogruaro. «Soppressioni che
vanno ben al di là della ragionevolezza, stiamo andando oltre – insiste
l’assessore – c’è gente che deve andare al lavoro, studenti che devono andare a
lezione e non sanno se arriveranno a destinazione». Riccardi è conscio che la
situazione è dovuta allo stato in cui si trovano i mezzi, spesso vecchi di 40
anni e sottoposti di continuo a manutenzione. E sa anche che il quadro non potrà
cambiare fintanto che non entreranno in servizio i nuovi treni, attesi tra
aprile e maggio, ricorda. L’assessore però non vuole più giustificazioni. Ne ha
sentite già troppe e ora si passa ai fatti: «A fronte di un contatto in vigore –
attacca l’esponente dell’esecutivo – Trenitalia deve garantire il servizio».
Quindi, rivolgendosi al direttore Giaconia: «Se a febbraio perdureranno le
soppressioni, non potremo far altro che passare alla risoluzione del contratto».
Riccardi gela Trenitalia e non molla: «Deve garantirci il servizio concordato,
altrimenti ci considereremo liberi di trovare un altro partner ferroviario e nel
frattempo di “dirottare”, purtroppo, sulla gomma, sulle autolinee, un servizio
indispensabile ai lavoratori e agli studenti». L’assessore ritorna a riflettere
sul parco treni a disposizione della società, «alle prese con materiale
ferroviario ormai vecchio e un’organizzazione del lavoro da ritarare, ma io e la
giunta dobbiamo rispondere ai nostri cittadini, arrabbiati ed avviliti per un
disservizio da tempo scadente – aggiunge – considerato anche che
l’amministrazione corrisponde annualmente alla società una cifra superiore ai 30
milioni di euro. Ci vogliono anni per recuperare l’immobilismo della situazione
ferroviaria» evidenzia Riccardi. In giornata qualche schiarita. Il direttore
Giaconia, in una nota ufficiale, assicura che «di fronte a una situazione
eccezionale, la direzione regionale di Trenitalia ha attivato una task force per
ridurre l’indisponibilità dei mezzi, dovuta a interventi straordinari di
manutenzione, già da lunedì prossimo ed essere a regime a fine mese». La società
ha anche confermato che quattro nuovi treni “Vivalto” entreranno in servizio tra
aprile e maggio. Riccardi però ha chiesto altre garanzie: «È indispensabile che
la normalità di servizio, confermataci dai primi giorni di febbraio, sia certa
anche in tutte le successive settimane, per non ritrovarci a breve a dover
spiegare all’utenza ulteriori soppressioni, peraltro sino ad ora mai segnalate
in tempo, sempre dell’ultimo minuto, quasi “a treno in corsa”». La giunta ha
quindi convocato i vertici di Trenitalia per un prossimo incontro in Regione
nell’ultima settimana di gennaio. Le rassicurazioni dell’azienda non soddisfano
però il Comitato Pendolari Alto Friuli. «La riunione non ha portato buone
notizie ai viaggiatori, sebbene Trenitalia abbia affermato che entro fine mese
la situazione di disagio dovrebbe terminare. Noi – commenta il Comitato –
nutriamo forti dubbi che il gestore sia in grado in meno di 2 settimane di
interrompere il trend negativo di cancellazioni». Negli ultimi giorni, fa notare
il gruppo, ci sono state ben 4 soppressioni solo lungo la Udine-Tarvisio: «La
conta ormai della cancellazioni ammonta a 19 da inizio anno». Per i pendolari
«non è solo una questione tecnica legata al noto problema del materiale
rotabile, ma ci sono altri motivi che determinano questi continui disservizi, né
si può sperare nei nuovi treni se non ci sarà personale sufficiente per farli
correre». In serata l’Ugl trasporti, attraverso il segretario regionale Giovanni
Falanga, smorza i toni a difesa dei ferrovieri: «Viene messo sotto accusa un
insieme di persone che con difficoltà e mancanza di mezzi cerca comunque di
fornire un servizio accettabile».
Gianpaolo Sarti
Acqua, cresce la protesta «Non aggirate il referendum»
ROMA Si allarga la mobilitazione a difesa del risultato
del referendum sull’acqua. Il timore è che i provvedimenti sulle
liberalizzazioni possano rimettere in discussione una materia sulla quale si
sono già espressi milioni di elettori. Per questo Beppe Giulietti, portavoce
art.21, e Vincenzo Vita, senatore Pd chiedono che il governo incontri subito il
Forum per l’acqua pubblica. Di Pietro avverte che «l’Italia dei Valori difenderà
dentro e fuori il Parlamento l’acqua pubblica. Non permetteremo a nessuno che la
volontà dei cittadini espressa attraverso i referendum venga calpestata e le
norme aggirate». Bonelli, dei Verdi invita a non violare la Costituzione e il
Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo appoggia «integralmente» l’appello del
comitato Acqua Bene Comune, a difesa del referendum del 12 e 13 giugno scorsi.
«Oggi - si legge in un comunicato - l’acqua bene pubblico sta per tornare
privata. Il Governo Monti intende approvare un decreto sulle strategie di
»liberalizzazione«, che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua,
sconfessando l’esito dei Referendum del 12 e 13 giugno scorsi. Dobbiamo
impedirglielo!»
IL PICCOLO - MARTEDI', 17 gennaio 2012
Seganti: «E se Jindal rilevasse l’impianto...» - LA
REGIONE REPLICA A MONTESI (SERTUBI)
La Regione ribatte all’attacco arrivatole dall’amministratore delegato della Sertubi, Leonardo Montesi. «Qui si fanno solo riunioni in Regione dove si discute di aria fritta», aveva detto l’ad dell’azienda che produce tubazioni utilizzando la ghisa prodotta dalla Ferriera. E proprio allo stallo e all’incertezza per il futuro che sta vivendo lo stabilimento siderurgico di Servola, Montesi si era agganciato chiamando in causa la Regione. «Lui (Montesi, ndr) rappresenta un importante gruppo a livello internazionale del settore - sono le parole dell’assessore regionale alle Attività produttive, Federica Seganti -. Potrebbe essere questo stesso gruppo, dunque, a risolvere la situazione facendo un’offerta per l’acquisto dell’impianto di Servola». L’invito a rilevare la Ferriera ha evidentemente come destinatario il colosso indiano Jindal, che ha preso in affitto la Sertubi. «Probabilmente - aggiunge Seganti - l’integrazione a monte fra le due realtà sarebbe la soluzione di tutte le problematiche. Noi siamo qui a lavorare ogni giorno per creare le migliori condizioni possibili per far operare le aziende sul nostro territorio ma non possiamo sostituirci alle stesse aziende, agli azionisti». Sulla questione “tavoli”, nello specifico, l’assessore leghista della giunta Tondo sottolinea: «Al di là di quello organizzato a fine anno, la Regione e la sottoscritta hanno convocato più di qualche incontro con la Sertubi ma anche con la Lucchini, per un confronto ampio». Ieri, intanto, Montesi ha incontrato - come annunciato - il sindaco Roberto Cosolini. «Non è la prima volta che ci vediamo - premette il primo cittadino -, è già capitato con periodicità. Si è trattato di un momento utile per uno scambio di informazioni. Montesi mi ha ribadito infatti le motivazioni che l’hanno portato a una forte presa di posizione. Noi come Comune - prosegue Cosolini - stiamo portando avanti uno sforzo per disegnare un nuovo rapporto fra le istituzioni, impegnando sul tema Regione e governo. Così, abbiamo in programma un’iniziativa per vedere assieme alla Regione sia la Lucchini sia la Sertubi». Il sindaco sa che bisogna fare in fretta: «Si lavora in tempi stretti».
(m.u.)
Gli studenti per spostarsi chiedono più bus notturni
Presentato Unimob, uno studio sulla mobilità della
popolazione dell’ateneo che equivale a un piano traffico. Il 70% va a lezione
con mezzi pubblici
Studenti, docenti e dipendenti dell’Università sono circa 25 mila. Tutti si
muovono: per arrivare, per spostarsi fra le 12 facoltà e le 17 sedi di cui si
compone la mappa dell’ateneo. In un anno questa popolazione crea a Trieste 2,8
milioni di spostamenti solo di persone della provincia, più 214 mila di
pendolari giornalieri e 5600 tragitti in entrata alla settimana di pendolari
stanziali, che affittano una casa per studiare. Una fiumana, che nell’ora di
punta mette in strada ben 14 mila dei 35 mila cittadini totali in transito. Tre
stelle di merito agli universitari: per oltre il 70% nell’ultimo tratto che
serve a raggiungere le rispettive aule usano i mezzi pubblici. O vanno a piedi.
E tuttavia il popolo universitario, è stato calcolato, produce più di 6,5
tonnellate di anidride carbonica al giorno col solo tragitto di andata. Che cosa
chiede questa città universitaria? Non tanto parcheggi, quanto durata del
biglietto dell’autobus più breve e a prezzo più basso, un abbonamento agevolato
collettivo, e soprattutto un servizio adatto alla vita giovane: più mezzi
pubblici nelle ore serali (82%). Sono i sorprendenti risultati di “Unimob”,
studio multidisciplinare condotto con questionari e analizzato con metodo
scientifico che l’Università, con un progetto finanziato dal Fondo Trieste, dopo
due anni ha concluso e i cui risultati intende portare, con proposte “pesanti”,
a tutte le istituzioni, dal Comune alla Regione, da Trenitalia a Trieste
trasporti. Ieri «Unimob», condotto dal “mobility manager” dell’ateneo, il
professor Giovanni Longo del Dipartimento di Ingegneria civile e architettura, è
stato presentato con tutti gli esiti, derivati non solo dai questionari (5500
risposte di cui 4000 complete), ma anche dall’analisi psicologica del problema
strade, traffico, parcheggi, mezzi privati e pubblici. «Metteremo a disposizione
delle istituzioni una vera potenza di fuoco - ha detto il rettore Francesco
Peroni -, solo l’università ha tante competenze scientifiche per realizzare
un’analisi così approfondita, i soldi pubblici vengono restituiti con gli
interessi: se Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, noi offriamo la
conoscenza a chi delibera, e mettiamo anche in evidenza la massa sociale e il
peso economico dell’ateneo per Trieste». Il 60% degli studenti, si scopre, è
pendolare. Su suolo cittadino, la metà raggiunge piazzale Europa con l’autobus,
il 21% si muove solo a piedi, altrettanti con la macchina. La sede centrale è
come una città: vi afferisce oltre la metà degli studenti totali, e il 62% del
personale. All’indagine, ha ricordato Longo, hanno partecipato ingegneri civili
e dell’informazione, architetti, docenti di Scienze economiche, aziendali,
matematiche e statistiche, psicologi. E poiché l’87% ha fiducia nel cambiamento,
e il 57% ritiene che «l’Università non fa abbastanza», con “Unimob” si promette
una forte azione sui poteri decisionali. E anche su Trenitalia. «Noi dimostriamo
coi numeri di essere una priorità - ha detto Peroni -, ci dimostrino loro di
averne altre, renderemo tutto pubblico».
Gabriella Ziani
«Da adeguare anche l’orario dei treni» - IL DOSSIER
Il “dossier” prodotto dall’indagine “Unimob” stranamente
non produce richieste di parcheggi, gli universitari non sono così ricchi da
avere la disponibilità della macchina, usano i mezzi pubblici, anche se l’area
di piazzale Europa è angosciosamente piena di auto in sosta. Le proposte sono
state, dal direttore della ricerca, il “mobility manager” di ateneo Giovanni
Longo, distinte in tre capitoli: a costo zero, a costo contenuto, a costo
elevato. Fra le prime: coordinare gli orari dei treni con la linea bus 17,
provvedere rastrelliere per bici in stazione e in Città vecchia (sedi
umanistiche), diversificare gli orari di inizio lezione per evitare ingorghi,
mettere monitor con le “info” sugli orari dei treni nelle sedi universitarie,
creare aree di sosta per motocicli. A costo medio, si chiede il prolungamento
della linea 19 tra via Carducci e piazzale Europa, biglietti del bus di minor
durata e prezzo, oppure di durata maggiore a un’ora, ma con lo sconto. Il
rappresentante del consiglio degli studenti, Matteo Fadel, ha parlato di una
richiesta ufficiale inoltrata a Trieste trasporti per verificare la possibilità
di un “abbonamento collettivo”. Si vorrebbero anche bus a chiamata notturni, una
pista ciclabile sulle rive, la ripavimentazione delle zone di sosta in via
Valerio col recupero di ben 200 posti macchina. Tra le cose “costose” ce n’è una
originale: una scala mobile tra via Giulia e via Valerio. Innovazione che
sposterebbe molti utenti universitari dalla linea 17 alla 9 e alla 6 che
percorrono l’asse via Battisti-Giulia. E poi: una linea serale, pullman verso
zone mal collegate con la ferrovia, pacchetti di abbonamenti gratuiti o
agevolati per i mezzi pubblici, e (finalmente) anche il parcheggio interrato in
piazzale Europa, promesso dal Comune e mai realizzato.
Pietro Faraguna (Pd) «Ponte sul canale, ormai i
giochi sono chiusi»
«Nel governo di una città esistono momenti per decidere, e
altri momenti in cui si può solo eseguire». Così il consigliere comunale del Pd
e presidente della IV Commissione interviene sul “caso” della passerella sul
canale di Ponterosso, contro la cui realizzazione è stata anche presentata una
petizione popolare. «Tale petizione - continua Faraguna - proseguirà il suo iter
in aula, ma sta diventando chiaro che qualunque ripensamento sul progetto in
questione finirebbe per creare dei gravi pasticci in termini di legittimità
degli atti. La gara d'appalto per il ponte, infatti, è già stata aggiudicata a
marzo, per cui qualunque marcia indietro sarebbe illegittima. Stupisce pertanto
che la prima delle firme inserite nella petizione sia quella di un consigliere
comunale di maggioranza dello scorso mandato (Roberto Sasco dell’Udc ndr), che
forse nei precedenti cinque anni non si era accorto dell’elaborazione,
dell’approvazione, del finanziamento e dell’aggiudicazione dell’opera. Erano
quelli i momenti per approfondire la riflessione -conclude Faraguna -, non certo
ora, con l'appalto aggiudicato e l'opera finanziata».
SEGNALAZIONI - COMUNE - Attori cambiati ma non il film
Insorge la destra per la super delega che il sindaco ha conferito all’assessore Elena Marchigiani. Effettivamente urbanistica e lavori pubblici saranno un bell’impegno per l’assessore in questione, tuttavia conto che esperienza e professionalità aiuteranno la stessa a far fronte brillantemente agli attacchi dell’opposizione. Ricordo poi, a chi oggi tanto si sdegna per questa doppia delega, che in passato i medesimi assessorati erano stati assegnati dal sindaco Dipiazza a Giorgio Rossi. Non posso però neppure fare a meno di richiamare alla memoria che in quell’occasione un importante consigliere del PD, oggi assessore nella giunta Cosolini, aveva più volte e con forza sottolineato “l’anomalia e l’inopportunità di conferire ad un'unica persona la delega a tali importanti assessorati”... Non aggiungo altro, se non l’amarezza di constatare che gli attori sono cambiati, ma il film che noi cittadini vediamo è lo stesso...
Lucia Sirocco
«Salvate il museo ferroviario» - Organizzata una
petizione - NUMEROSE FIRME ILLUSTRI
All’iniziativa finora hanno aderito anche Paolo Rumiz,
Claudio Boniciolli, Etta Carignani, Fulvio Camerini, Franco Gioseffi, Luigi
Bianchi, Alessandro Puhali, Fulvio Gon
Una firma qui, prego. Una firma per salvare il Museo Ferroviario di Trieste
Campo Marzio. Il 16 dicembre 2011 i volontari dell'Associazione dopolavoro
ferroviario di Trieste, gestori del museo, hanno lanciato un appello per
scongiurare l'ipotesi della chiusura della struttura (ventilata dallo stesso
presidente del Dlf, Caludio Vianello). Che i cittadini nutrano affetto per
l’edificio e ne riconoscano il valore dell’ è palese. “La transalpina ha il
capolinea a Trieste Campo Marzio. Campo Marzio è il terminale della
Metropolitana transfrontaliera” sottoscrivono i triestini. Odiernamente la
petizione conta adesioni di personaggi eccellenti come Paolo Rumiz, Etta
Carignani, Fulvio Gon, Claudio Boniciolli, Fulvio Camerini, Alessandro Puhali,
Roberto Carollo, Leonardo Steffè, Franco Gioseffi e Luigi Bianchi. Il pericolo
del contratto nazionale proposto da Patrimonio Dlf srl, contratto della durata
di cinque anni che avrebbe decretato la morte della struttura, è stato
temporaneamente evitato. Per quanto riguarda le condizioni circa l’affitto
fissate dall’associazione romana, sono state formulate diverse soluzioni. La più
accreditata, auspicata anche da Vianello, è la cessione della Stazione di Campo
Marzio al Comune, in cambio di un’altra area di interesse per le Ferrovie
Statali. Impensabile, invece, il trasferimento del museo all’interno del Porto
Vecchio per diverse ragioni, tutte riconducibili al rapporto esistente tra la
collezione e la Stazione. Uno spostamento del patrimonio rischierebbe di “fare
di Campo Marzio un contenitore vuoto” sostiene il presidente del Dlf di Trieste.
È necessario che il tutto mantenga il suo valore, se si tiene anche conto del
fatto che quello triestino è l’unico museo ferroviario d’Italia. Nell’attesa
della soluzione definitiva, che dovrà essere comunicata entro l’anno, il Dlf
triestino ha avanzato una richiesta al Comune di un contributo pari a 25 mila
euro, finalizzato al pagamento dell’affitto (corrispondente a circa 2 mila euro
mensili). Nel frattempo il Comune mette a punto le richieste da presentare alle
Ferrovie dello Stato. L’incontro con l’amministratore delegato delle FS e
l’Autorità portuale è previsto per il 2 febbraio. È possibile aderire
all’appello fino al 31 gennaio 2011 inviando la risposta a dlftrieste@dlf.it, al
fax 040634363 oppure all’indirizzo SAT Sezione Appassionati Trasporti del
Dopolavoro Ferroviario di Trieste via G. Cesare 1 - 34121 Trieste.
«Il centro di Basovizza deve essere ripristinato»
Ordine del giorno in Regione a difesa della struttura
didattica della forestale Il consigliere Pdl Camber: «È fondamentale per la
promozione turistica»
TRIESTE Ci sono delle fondate speranze che il Centro didattico naturalistico
di Basovizza possa resuscitare sia di nome che di fatto. Dopo un autunno di
sangue e lacrime nel quale cittadini, amministratori e tecnici si erano spesi
per il mantenimento della struttura e dell’antica Stazione Forestale basovizzana,
colpiti da un provvedimento di chiusura definitiva nell’ambito di un
ristrutturazione del Corpo forestale voluta dall’ente regionale, il nuovo anno
si apre con delle prospettive di ripristino del prestigioso polo
scientifico/didattico forestale carsolino. In chiusura d’anno un gruppo di
consiglieri regionali di ambo gli schieramenti (tra questi Moretton, Bucci,
Marini, Sasco, Codega, Lupieri, Gabrovec, Kocjancinc), con primo firmatario il
pidiellino Piero Camber, ha presentato al Consiglio Regionale un ordine del
giorno che impegna la Giunta Regionale a ripristinare il modello organizzativo
precedente la soppressione del Centro basovizzano avvenuta lo scorso primo
novembre. L’intenzione di chiudere il Centro e poi quella di allontanare dopo
circa 180 anni di presenza i forestali da Basovizza era stata manifestata
dall’assessore leghista friulano Claudio Violino nell’ambito della citata
riforma del Corpo forestale regionale. Un provvedimento che aveva innescato la
protesta della politica e della società civile dell’intera provincia giuliana,
trovando concordi gli esponenti di tutti gli schieramenti politici oltre a una
cittadinanza preoccupata per la perdita di una importante risorsa culturale e
turistica. Rabbia e costernazione erano culminate domenica 30 ottobre in una
manifestazione che aveva portato a Basovizza oltre 2000 persone tra le quali il
Sindaco Roberto Cosolini, il vicepresidente della Provincia Igor Dolenc e tante
altre autorità politiche anche della comunità slovena. Blog su internet, e-mail
e lettere di protesta erano inoltre state inoltrate agli uffici di Udine,
Trieste, Roma e Bruxelles. A seguito delle proteste i previsti trasferimenti dei
forestali di Basovizza verso altre sedi erano stati bloccati, ma dal 1° novembre
gli uffici del Centro e della Stazione forestale venivano soppressi come
struttura stabile della Regione e accorpati al Servizio del Corpo forestale
regionale di Udine come “ufficio sito in Basovizza n. 224”. Le specifiche
competenze del Centro sono state trasferite a una nuova struttura polivalente di
Udine, e i forestali di Basovizza sono stati riassegnati all’ufficio con compiti
di “attività divulgativa e didattica inerenti le materie di competenza del Corpo
forestale regionale”. Questi i fatti burocratici. Nonostante ciò l’attività
didattica del Centro basovizzano con le scuole e il pubblico si svolge ancora,
anche se gli uffici hanno perso la loro autonomia, il coordinamento diretto e
quindi la possibilità di rapportarsi direttamente con le varie entità che si
rivolgono al Centro. Di fatto si tratta di un declassamento per la struttura e
per il personale che vi presta servizio. Ma qualcosa si è mosso nell’ambito del
consiglio regionale. «Abbiamo presentato un ordine del giorno che impegna la
Giunta regionale a ripristinare in toto il modello organizzativo precedente la
soppressione del Centro didattico naturalistico – conferma il consigliere Piero
Camber - al fine di garantire la continuità e l’efficacia delle attività di alto
livello, anche internazionale, fornito dal personale. I servizi forniti dal
Centro sono stati inseriti in tutte le nuove proposte di turismo e di sviluppo
socioeconomico del territorio provinciale – continua Camber. Inoltre,
nell’ambito del progetto internazionale “Slow Tourism” curato dall’Università
degli Studi di Trieste, il Centro didattico sarà presto presentato al mercato
turistico asiatico. Poi bisognerà ragionare assieme alle altre realtà
territoriali pubbliche e private triestine, isontine e d’oltre confine che si
occupano di educazione, cultura e di ambiente per creare un sinergico pacchetto
di offerte turistico - escursionistiche».
Maurizio Lozei
IL PICCOLO - LUNEDI', 16 gennaio 2012
Sertubi: «Ferriera, un disastro ma in Regione solo
tavoli inutili»
L’amministratore delegato Montesi: «Per noi ora incerta
la fine della cassa a marzo. Le istituzioni avrebbero dovuto commissariare la
Lucchini da anni: va chiesto all’azienda cosa voglia davvero fare
«È un disastro». A Trieste da pochi mesi per il gruppo indiano Jindal che ha
preso in affitto l’azienda, già costretto a fare cassa integrazione per gli
oltre 200 lavoratori, Leonardo Montesi, amministratore delegato di Sertubi (che
produce tubazioni usando solo e direttamente la ghisa prodotta dalla Ferriera)
di nuovo non ci sta. «Sono la voce fuori dal coro ma si dimostra che ho
ragione», afferma a ridosso della nuova crisi denunciata dai sindacati, che
avevano anche dichiarato tre giorni di sciopero per la paradossale situazione:
Lucchini non rifornisce di metallo la fabbrica, si rischiano incidenti ai
macchinari, e la chiusura di fatto della produzione. «Io sapevo di questo stato
di cose da un mese e mezzo - protesta Montesi -, e come me certamente tutti gli
altri. È un dramma, a marzo Sertubi, avendo esaurito le scorte, avrebbe potuto
riprendere la produzione. Ma qui si fanno solo riunioni in Regione dove si
discute di aria fritta, e intanto con la Lucchini siamo arrivati al “redde
rationem”. La Regione, l’unica cosa che deve fare, è convocare l’azienda e
chiederle che reali intenzioni ha. Che sia in crisi di liquidità è noto a tutti,
dunque non compra le materie prime, l’altoforno di Piombino è spento, si capisce
che lo stabilimento di Trieste non è per nulla strategico in questo quadro. Le
istituzioni - prosegue Montesi - avrebbero dovuto commissariare la Lucchini già
da molti anni, è questo che si fa con un’azienda insolvente. Invece si è finiti
nel pasticcio globale». Uscita la proprietà russa di Mordashov, la Lucchini
adesso è in mano alle banche. Montesi contesta che all’ultima riunione in
Regione, dove si è concordato quel processo di dismissione e riqualificazione
dell’area promesso da anni, non siano state invitate le aziende: «Solo sportelli
e chiacchiere - denuncia apertamente -, il tavolo era immenso, ma mancava
l’interlocutore». Questa crisi sopra la crisi, per l’amministratore delegato,
«non era attesa». Al momento di rilevare Sertubi «il piano industriale di
Lucchini era saldo fino a fine 2014, quella era la data, non si doveva
permettere che la cosa fosse gestita in questo modo». I 200 operai fanno la
«cassa» a rotazione, chi è in azienda s’impegna in manutenzioni, agli
extracomunitari sono stati finanziati corsi di italiano. Se però, a catena,
Ferriera e Sertubi non vengono nutrite di materia prima, la catena produttiva si
spegnerà. «Proprio oggi incontro nuovamente Montesi - afferma il sindaco Roberto
Cosolini -, approfondirò le sue argomentazioni, non posso che capire la
preoccupazione e la rabbia sia dei sindacati e sia dell’impresa per le
prospettive piuttosto difficili all’orizzonte, ma preferisco trovarmi d’accordo
sulle due o tre cose che ci sono da fare piuttosto che rimpallare le
responsabilità di quel che finora non è stato fatto. Io lavoro perché quel
tavolo regionale sia uno strumento serio. Certo che la Regione deve convocare le
aziende, e penso che certamente lo farà. Ho già nuovamente incontrato il
presidente Tondo per discutere operativamente sulle cose che ci sono da fare
alla luce degli impegni presi a quella riunione del 29 dicembre, e anche per
questa emergenza». In quel “summit” era stato deciso di istituire in Regione un
ufficio tecnico, che sulla base di uno specifico protocollo prepari un accordo
di programma da portare al governo. Tra i capitoli, anche la riconversione dello
stabilimento e dell’area industriale, in accordo con Autorità portuale e
ministero dell’Ambiente. I sindacati si erano convinti del fatto che questa
fosse finalmente una buona strada. Già allora Montesi però disse: «Siamo più
preoccupati di prima, si vuol buttare fumo negli occhi della gente, i tempi per
una soluzione mi sembrano lunghissimi»
Gabriella Ziani
Inquinamento e traffico Stop alle auto o sanzioni Ue -
L’INTERVENTO DI FRANCESCO RAMELLA*
Sono già molte le amministrazioni che hanno preso
provvedimenti di limitazione del traffico per sforamento dei limiti di
concentrazione delle polveri. Misure che con il passare degli anni divengono via
via più inefficienti. E che spesso trascurano il rapporto fra i benefici e i
costi. Sarebbe invece opportuno definire limiti di concentrazione degli
inquinanti diversificati per le varie zone d'Europa. Altrimenti non ci resta che
pagare le sanzioni comminate dall'Unione. Oppure accettare che per alcuni mesi
all'anno, il sistema produttivo del Nord Italia venga fermato. Nella prima
settimana dello scorso dicembre, a Milano ha attuato due giorni di blocco totale
del traffico, con annessa chiusura delle scuole. Provvedimenti analoghi, anche
se meno drastici, sono stati adottati da altre amministrazioni locali dopo molti
giorni di sforamento dei limiti di concentrazione delle polveri. Divieti di
questo tipo hanno scarsa efficacia, sia perché nel breve periodo i livelli di
concentrazione sono fortemente correlati alle condizioni atmosferiche, sia
perché gli effetti più rilevanti sulla salute si manifestano nell’arco di molti
anni. In tale ottica, il parametro più significativo è la concentrazione media
annuale. Non esistono oggi provvedimenti realistici che possano modificare in
misura significativa i livelli di inquinamento. Si contrappongono spesso misure
“strutturali” a quelle “emergenziali”. In particolare, per quanto riguarda le
emissioni da traffico, si punta soprattutto sul miglioramento qualitativo e
quantitativo del trasporto collettivo. Raramente vengono però esplicitate le
stime dei risultati che possono essere conseguiti. Di quanto si può ridurre la
concentrazione media di polveri in un’area urbana con la realizzazione di una
nuova linea di metropolitana? Ogni infrastruttura è un caso a sé, ma l’ordine di
grandezza si può stimare analizzando il caso della metropolitana di Torino
entrata in servizio nel 2006. La riduzione della mobilità individuale grazie
alla nuova infrastruttura è risultata pari a circa 20mila spostamenti al giorno,
equivalenti all’1 per cento del traffico complessivo di persone nell’area
metropolitana. Considerato il contributo del traffico commerciale e quello delle
altre sorgenti, la riduzione delle emissioni è inferiore allo 0,5 per cento; in
termini di concentrazioni, la diminuzione è intorno agli 0,3 microgrammi. Più in
generale, i provvedimenti volti a limitare la mobilità privata divengono con il
passare degli anni via via più inefficienti. Consideriamo, ad esempio, le auto
alimentate a gasolio: le emissioni unitarie dei più importanti inquinanti,
ossidi di azoto (NOx) e particolato, erano pari rispettivamente a 5 e a 0,4 g/km
per un veicolo commercializzato negli anni Settanta e sono state
progressivamente ridotte fino a 0,18 e a 0,05 g/km per le auto a standard Euro 5
(figura 2); per gli ossidi di azoto è prevista un’ulteriore riduzione a 0,08
g/km con lo standard Euro 6. Ciò significa che una sola auto di quarant’anni fa
emetteva più di cinquanta veicoli odierni. E, di conseguenza, per avere la
stessa riduzione di emissioni che quarant’anni fa si otteneva con un’auto in
meno sulla strada, oggi è necessario eliminarne dalla circolazione più di
cinquanta. Come spesso succede in campo ambientale (ma accade lo stesso per le
“grandi opere”), il rapporto fra i benefici e i costi di una misura viene
trascurato. Dalla constatazione (corretta) che una riduzione dell’inquinamento è
positiva se ne fa discendere illogicamente la conclusione che sia opportuno
adottare qualsiasi provvedimento che vada in quella direzione. Portata alle
estreme conseguenze, questa prospettiva imporrebbe di azzerare qualsiasi livello
di mobilità. Ragionevolezza vorrebbe che la riduzione delle emissioni si
arrestasse quando il costo marginale supera il beneficio. Sarebbe allora
opportuno definire limiti di concentrazione degli inquinanti diversificati per
le varie zone come già proponeva alcuni anni fa l’allora direttore generale e
oggi ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. Senza una ridefinizione dei limiti,
restano due alternative: i cittadini italiani pagano le sanzioni comminate dalla
UE per l’infrazione di direttive accettate con leggerezza, magari atteggiandosi
a “primi della classe”; oppure, per almeno due o tre mesi all’anno, il sistema
produttivo del Nord Italia viene in larga misura fermato. Certo, se avessimo un
record migliore nel rispetto delle regole europee (da quelle sul debito pubblico
in giù) per le quali non possiamo accampare valide giustificazioni, forse
avremmo qualche probabilità maggiore di vedere accolta la nostra richiesta in
questo caso specifico. *da lavoce.info
IL PICCOLO - DOMENICA, 15 gennaio 2012
Via Cereria, dietrofront sul parcheggio - I residenti
(1400 firme) vincono forse il round decisivo, ora la questione all’esame del
Consiglio
Approderà in consiglio comunale il problema del giardino di via Cereria. La petizione sottoscritta da più di 1.400 persone che risiedono nel rione, con la quale si chiede di conservare la destinazione a giardino dell’area, andrà all’esame dell’aula e i consiglieri comunali saranno chiamati a esprimersi. In quel sito l’impresa Riccesi vorrebbe realizzare un parcheggio capace di 75 posti auto, in virtù di accordi con la precedente amministrazione. Da mesi però i residenti si oppongono a questa soluzione, peraltro dovuta da parte dell’amministrazione nei confronti della Riccesi, a titolo di compensazione per il blocco del cantiere che prevede la realizzazione di posti auto sotto il colle di san Giusto. Ieri mattina, in via Cereria, si è svolto un incontro alla presenza dell’assessore per i Lavori pubblici, Elena Marchigiani, con la partecipazione dei rappresentanti del Comitato di cittadini, che sostengono la destinazione a giardino e della Circoscrizione competente per territorio, in particolare del presidente, Luca Bressan. A dicembre, il Comitato e' stato ricevuto nella sede della Circoscrizione, dove il geologo Ruggero Galvani, scelto dai residenti, aveva spiegato i motivi della volontà dei cittadini di mantenere la destinazione a giardino. In tale sede, i residenti avevano chiesto al Comune di fissare una data per un sopralluogo, che si è svolto ieri. Nel corso dell’appuntamento, la Marchigiani ha confermato ai numerosi presenti la “volontà dell’amministrazione di valutare ipotesi alternative, per garantire alla Riccesi la possibilità di realizzare i parcheggi dovuti, conservando la destinazione a giardino dell’area di via Cereria”. La Marchigiani ha però evidenziato anche che “il Comune non ha disponibilità finanziarie per completare la sistemazione dello spazio di via Cereria”, che attualmente si presenta come un terreno incolto nel quale trovano rifugio i gatti del rione. “Cercheremo noi soluzioni adeguate – hanno promesso i componenti del Comitato – magari col contributo di qualche sponsor privato”. Alla sistemazione dell’area è interessata anche la vicinissima scuola elementare “Nazario Sauro”, “che così – hanno ricordato i residenti – avrebbe a disposizione uno spazio giochi per i bambini in primavera ed estate”. Il geologo Galvani ha sottolineato che “uno scavo finalizzato alla costruzione di un parcheggio altererebbe l’equilibrio dei terreni della zona”, mentre i residenti, pur prendendo atto della “buona volontà dell’assessore Marchigiani”, si sono dichiarati “pronti a lottare” pur di avere un giardino “che sarebbe l’unico della zona”. Il presidente della circoscrizione, Bressan, ha ribadito che “E’ importante che il Comune stia cercando un sito alternativo per la costruzione di un parcheggio, mentre i residenti vogliono individuare una modalità per rendere vivibile l'area e mantenere la destinazione a giardino”. “Se si arriverà a questa soluzione – hanno concluso i residenti – impediremo che, anche in futuro, qualcuno possa pensare di sfruttare a scopo di speculazione edilizia l’unico polmone verde rimasto nel nostro rione”.
Ugo Salvini
«Ponterosso Canale patrimonio dell’umanità»
Il Comitato per la difesa del canale di Ponterosso chiede al Comune di attivare la procedura per l’inserimento del canale di Ponterosso nel patrimonio dell’Unesco. Lo fa dopo l’audizione in Quarta commissione consiliare, da cui sembra emergere - si legge in una nota del Comitato e di Italia Nostra - «la determinazione a proseguire nel progetto di costruzione» della passerella pedonale. «Considerati il grande valore storico, culturale e paesaggistico di quest’area, e la perfetta rispondenza ai sei requisiti richiesti dall’Unesco per ottenere l’inserimento di un sito tra i beni patrimonio dell’Umanità», il Comitato rilancia con la richiesta precisando che Ita