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IL PICCOLO - MERCOLEDI', 22 gennaio 2020

 

 

Tracce fuorilegge di benzo(a)pirene «Proibito mangiare le cozze di Muggia»

La concentrazione di questo idrocarburo cancerogeno risulta a rischio sforamento Il divieto durerà finché i parametri non rientreranno

MUGGIA. Benzo(a)pirene oltre i limiti di legge nelle acque muggesane. E il termometro lo danno le concentrazioni nei "pedoci". C'è una bruttissima sorpresa nell'ordinanza dell'Azienda sanitaria in cui si intima il divieto di raccolta, commercializzazione, trasformazione, conservazione e immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalle acque della zona di produzione di Ts 02 - Muggia del golfo di Trieste. Che i "pedoci" delle nostre acque siano tornati "off-limits" non sarebbe una grande novità. Ciclicamente le cozze nostrane si trovano alle prese con problemi legati sia alla presenza del batterio intestinale escherichia-coli, presenti di solito soprattutto dopo diversi giorni di forte pioggia, sia alla alta positività alla biotossina Mytilus-species prodotta da alghe microscopiche facenti parte del fitoplancton. Questa volta, però, l'ordinanza giunta dal Dipartimento di prevenzione - Struttura complessa igiene alimenti di origine animale, con la quale viene per l'appunto comunicata la sospensione temporanea dell'attività legata alla zona di produzione di Muggia, mette in rilievo che nel riscontro analitico è stata evidenziata la presenza di benzo(a)pirene. Ma cos'è questa sostanza? Come spiega anche l'Arpa, il benzo(a)pirene è un composto chimico che viene classificato come cancerogeno di categoria 1 dall'Ue e dall'Agenzia internazionale per la ricerca contro il cancro. Tra i cosiddetti idrocarburi policiclici aromatici (ipa), il benzo(a)pirene, oltre ad essere uno di quelli dotati di maggiore potenza cancerogena, risulta anche presente in concentrazioni significative nel particolato emesso dagli scarichi autoveicolari. Ma da dove viene? Altre fonti evidenziano come esso si formi per incompleta combustione di sostanze organiche a temperature comprese tra i 300 e i 600 gradi. «Il limite a norma di legge è di 10 microgrammi/chilogrammo sull'umido. Nei mitili muggesani è stato riscontrato il valore di 7. 9, ma sommando l'incertezza del metodo analitico viene superata la soglia dei 10 microgrammi», spiega il direttore Arpa Stelio Vatta. «Non ero stata informata direttamente, ora naturalmente sarà mia cura capire subito cosa sia successo e da dove possa provenire questo inquinante», assicura l'assessore all'Ambiente di Muggia Laura Litteri. L'ordinanza rimarrà in vigore fino a quando non risulteranno ripristinate le condizioni di idoneità dei parametri chimici.--

Riccardo Tosques

 

 

Mozione di maggioranza per abbattere la Tripcovich

O sindaco Dipiazza, fatti valere presso il ministero dei Beni Culturali perchè Roma rimuova il vincolo sulla Tripcovich, in modo tale che si possa abbattere quell'«edificio ingombrante e sgraziato» la cui mole molesta «strozza la naturale ariosità di piazza della Libertà». La mozione urgente reca gli autografi dei capigruppo di maggioranza, che sono il dipiazzista Vincenzo Rescigno, il forzista Alberto Polacco, il leghista Radames Razza, l'italicofratello Salvatore Porro, ai quali si aggiunge il "misto" Fabio Tuiach: il documento è stato vagliato ieri all'ora di pranzo dalle commissioni IV, presieduta dal forzista Michele Babuder, e VI, guidata da Porro medesimo. Un po' spregiativamente la mozione s'intitola sala Tripcovich «già stazione delle corriere», per rimembrarne la funzione originaria. La Tripcovich è un argomento che tira e in più nell'aula consiliare si è appalesato il primo cittadino: fatto sta che a un certo punto una ventina di consiglieri, pari a circa il 50% dell'intiera assise, si era assiepata sui banchi. Un Dipiazza, parso insolitamente malinconico e fatalista, ha spiegato per l'ennesima volta la sua Weltanschaaung, ricordando quando da piccolo proprio lì prendeva il pullman verso la natìa Aiello. Spera di convincere attraverso «importanti contatti romani» il ministero a mollare sulla vicenda: se no, pazienza. «Mi verrebbe voglia di costruirvi un palazzo di 26 piani», ha celiato per sdrammatizzare l'atmosfera. Rispetto al vincolo del luglio 2006, sono cambiate molte cose, a cominciare dall'apertura di Porto vecchio e dalla riqualificazione di piazza Libertà, dove palazzo Kallister si avvia a diventare un ulteriore albergo triestino. Argomenti che non hanno convinto l'opposizione, speranzosa in un ritorno al cinema, al rock, all'aggregazione sociale: così Morena (Open), Barbo e Repini (Pd), Bertoni e Danielis (M5s). Favorevoli a raderla al suolo Cason e Codarin (Dipiazza), Apollonio (FI). Ha chiuso Ambra Declich, comitatista pro Tripcovich.

Magr

 

Forse la Sala Tripcovich potrebbe tornare alla primitiva purezza - la lettera del giorno di Luciano Celli

E' ripresa sul Piccolo la pubblicazione di interventi in merito alla conservazione o meno della sala Tripcovich. Ricordo che il professor Gianni Contessi, in un ampio contributo pubblicato il 30 dicembre, a conclusione di una serie di motivazioni che giustificano l'opportunità della demolizione, cita un saggio dal titolo "Umberto Nordio, Architettura a Trieste 1926-1943" che aveva pubblicato in occasione di una mostra curata da lui stesso alla Triennale di Milano. Lo ritrovo nella mia biblioteca: in questo saggio compare un'ampia documentazione fotografica degli "interni" da cui risulta con grande chiarezza tutta la capacità di Nordio nell'elaborare progetti di stampo razionalista, anche se in scala minore. Penso che in architettura anche i progetti minori contribuiscono a definire la figura del progettista. Così per Nordio: anche questa architettura minore entra a far parte della "storia" di Nordio architetto. Credo quindi si debba porci la domanda se il recupero di questo edificio - che fa parte a tutto titolo della sua straordinaria produzione - non possa ritornare alla primitiva purezza razionalista tramite alcune azioni profonde: dal restauro delle facciate, all'eliminazione delle superfetazioni, dalla cancellazione del trompe-l'oeil che nella sua discutibile fattura allude alla figura di un sipario teatrale, al recupero degli interni. La documentazione fotografica citata testimonia di un' architettura degli interni di grande valore. Temo sia molto probabile che nella trasformazione Stazione autocorriere - Teatro tutto questo sia andato perduto, ma ciò non toglie che andrebbe fatta un' indagine attenta prima di qualsiasi decisione. Sia per verificare se possono essere recuperate alcune tracce del progetto di Nordio, sia per indagare la possibilità di articolare lo spazio del teatro in un centro culturale polivalente, in cui varie funzioni potrebbero coesistere, anche a servizio dei turisti in arrivo dalla Stazione ferroviaria. Il tutto (anche i percorsi del traffico pedonale -automobilistico) andrebbe definito-regolato all'interno di un progetto che tenga conto della posizione strategica di questa " piazza", primo impatto " urbano" per chi proviene da Viale Miramare, " vuoto" definito dai palazzi che ne disegnano i contorni , arredato da tratti erbosi e dal monumento della sfortunata consorte dell'Imperatore: nonché valorizzato da un'opera , anche se minore, di Umberto Nordio.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 14 gennaio 2020

 

 

Garanzia Fincantieri inserita nel patto sindacati-Ferriera

Nel testo il richiamo al salvagente assicurato da Patuanelli Il gruppo Arvedi conferma tutti gli impegni. Giovedì la firma

Dopo il referendum con cui i lavoratori della Ferriera hanno approvato l'accordo sindacale con quasi il 59% dei voti, l'intesa fra azienda e sigle favorevoli è stata perfezionata ieri a Milano e sarà definitivamente firmata giovedì nella sede triestina di Confindustria. La riunione è avvenuta alla presenza di Rsu, segreterie provinciali e vertici nazionali di Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb, che hanno ottenuto la limatura di alcuni dettagli, a cominciare dall'inserimento di un riferimento esplicito agli impegni assunti dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli sul totale assorbimento degli esuberi grazie alla disponibilità di Fincantieri. Da parte sua, il gruppo Arvedi ha confermato la disponibilità alla maggiorazione della cassa integrazione e ribadito che lo spegnimento dell'area a caldo comincerà il primo di febbraio. L'operazione si protrarrà per tutto il mese e, stando ai sindacati, i contratti dei lavoratori interinali potrebbero dunque essere prolungati fino al 28 febbraio. La convocazione a Milano ha riguardato solo i sindacati sottoscrittori dell'accordo trovato nei giorni di Natale nella sede del Mise. Come spiega il segretario provinciale della Uilm Antonio Rodà, «abbiamo rafforzato il riferimento al coinvolgimento delle istituzioni, citando l'impegno preso dal ministero. Abbiamo inoltre condiviso la necessità di definire tutti i tavoli tecnici tra Rsu e azienda indispensabili in questa fase di transizione per gestire le operazioni». Rodà evidenzia che «per quanto riguarda lo spegnimento dell'area a caldo, l'azienda ha confermato che le operazioni di spegnimento prenderanno tutto il mese di febbraio, nel rispetto dei protocolli di sicurezza». È facile immaginare che il gruppo Arvedi stia pensando a uno spegnimento graduale, per poter consumare tutte le materie prime ancora presenti nel sito e che altrimenti dovrebbero essere trasferite altrove con costi aggiuntivi. Forse proprio per questo, «l'azienda valuterà di fare le proroghe dei contratti in scadenza», dice il sindacalista della Uilm. Mentre per la stipula dell'Accordo di programma si attende che Autorità portuale e proprietà trovino un punto d'incontro sulla cessione dei terreni, l'intesa sindacale recepisce il piano industriale basato su smantellamento e bonifica dell'area a caldo, rilancio della logistica, riconversione della centrale elettrica e potenziamento del laminatoio. Il tutto dovrebbe durare 24 mesi e richiedere un investimento da 180 milioni. Al termine dell'operazione, i lavoratori di Servola passeranno da 580 a 417: per 66 si procederà con trasferimenti in aziende terze, 58 verranno prepensionati e per i restanti 39 sono previste uscite volontarie con incentivi. Per tutti scatteranno 24 mesi di cassa integrazione a rotazione. E proprio su quest'ultimo punto l'azienda ha confermato gli impegni assunti con i sindacati. Primo fra tutti la maggiorazione di due euro lordi per ogni ora di cassa integrazione: un totale di 346 euro lordi qualora il lavoratore stia a casa per tutto il mese, ipotesi che si tende a escludere per la volontà delle parti di far lavorare i dipendenti a rotazione, spostando ad esempio gli operai dell'area a caldo nel laminatoio per l'affiancamento finalizzato alla formazione. Il gruppo Arvedi prevede inoltre 28 mila euro lordi di buonuscita per chi volesse lasciare volontariamente il posto di lavoro, mentre per i pensionandi sono previsti due anni di cassa e poi una maggiorazione di 1.175 euro lordi per ogni mese di Naspi ricevuta nel periodo di disoccupazione, cioè fra l'uscita dall'azienda e la maturazione dei requisiti per la pensione.

Diego D'Amelio

 

La Fiom non invitata alla riunione: ipotesi ricorso al giudice del lavoro

La sigla dei metalmeccanici Cgil valuta il comportamento dell'azienda In ogni caso non risulterà firmataria dell'intesa ma potrà aderirvi

Firma o non firma, questo è il dilemma. Non è chiaro se quanto avvenuto ieri a Milano sia da considerare la stipula dell'accordo sindacale o se la sottoscrizione sarà quella di giovedì a Trieste. Particolare di non poco conto perché, nel primo caso, la mancata convocazione della Fiom potrebbe essere considerata una violazione dello Statuto dei lavoratori per comportamento antisindacale da parte dell'azienda, che fa però sapere di voler invitare i metalmeccanici della Cgil in occasione dell'incontro in Confindustria. La Fiom valuta di presentare istanza davanti al giudice del lavoro, per violazione dell'articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Ma il segretario provinciale Marco Relli tiene il profilo basso: «Io so solo che venerdì ho mandato una pec all'azienda, dopo aver saputo che ci sarebbe stato l'incontro per la firma. Nella mail ho ribadito che avremmo firmato l'accordo, rispettando l'esito del referendum. Ho rappresentato all'azienda che non invitarci a Milano sarebbe stata una discriminazione e avrebbe costretto la Fiom a difendersi. Non ho ricevuto risposta». Dal gruppo Arvedi si limitano a far sapere di considerare la situazione priva di criticità, perché quello di ieri è stato solo un incontro tecnico e perché la Fiom verrà convocata in Confindustria giovedì, quando avverrà la firma definitiva. Da quanto trapela però, il documento riporterà la data del 20 gennaio e ieri i sindacati avrebbero già apposto le firme dopo le ultime limature. La Fiom non risulterà in ogni caso firmataria, ma potrà sottoscrivere l'intesa per adesione, non avendo partecipato alla stesura dell'accordo. A gettare acqua sul fuoco prova Sasha Colautti a nome dell'Usb: «L'azienda deve provare a ricomporre la divisione senza escludere nessuna sigla nella fase di applicazione dell'accordo. La Fiom non c'era ma spero che le verrà chiesto di firmare per adesione giovedì. L'accordo è stato sottoscritto oggi (ieri, ndr) e sono state messe le firme, dopo aver rafforzato alcuni concetti dopo le dichiarazioni del ministro. Il lavoro fatto era necessario per ridurre le critiche emerse fra i lavoratori, di cui siamo consapevoli. Ora ci aspettiamo che le istituzioni mantengano gli impegni».

 

 

Prosecco, grotta liberata da un mare di rifiuti

Altra missione di Sos Carso: riesumati persino un frigo e una tv. Bonifica di volontari indipendenti pure in Val Rosandra

TRIESTE. Un frigorifero, un televisore, moltissima ferraglia e 12 sacchi neri pieni di vetro e rifiuti vari. Questo il bottino dell'ultima "uscita ecologica" compiuta dall'associazione apartitica Sos Carso in una grotta vicina a Prosecco. Sei volontari hanno ripulito infatti per l'ottava volta l'area, raccogliendo appunto una quantità notevole di spazzatura sepolta nella cavità. «Alla nostra prima ispezione fatta circa tre mesi fa, la grotta era completamente colma di rifiuti di tutti i tipi e di terra. Dopo queste prime pulizie la cavità presenta circa 10 metri di sviluppo verticale con una cavernetta al suo interno, otturata a sua volta da terra e rifiuti, che stiamo liberando, dove siamo riusciti a riaprire un varco intravedendo così ulteriori rifiuti», racconta il portavoce di Sos Carso Cristian Bencich. La grotta in questione pare fosse occlusa da circa 50 anni: «Una notizia parzialmente positiva, che conferma come il 90% dei rifiuti che troviamo in Carso risalgono a vecchi lasciti, anche se il restante 10% riguarda invece rifiuti "freschi", che vengono abbandonati nonostante la possibilità di conferimento di questi nelle discariche e le sanzioni per i trasgressori», aggiunge Bencich. Complessivamente la grotta di Prosecco ha prodotto finora circa 150 sacchi neri di rifiuti vari, un forno, un boiler, un frigorifero appunto, parecchi televisori e ferraglia di tutti i tipi. Nell'ultima uscita, accanto a Bencich, hanno operato il cofondatore Furio Alessi nonché Alessandro, Davide, Roby e Tania. Nello stesso giorno altri volontari, in modo indipendente, hanno compiuto una pulizia in Val Rosandra: un'iniziativa promossa dalla 39enne triestina Cristina Checco. Tornando a Sos Carso, oltre a terminare la pulizia della cavità carsica di Prosecco, in cui peraltro è stata rinvenuta anche una vecchia stufa di circa 100 chili, in progetto ci sono anche la pulizia di una dolina vicino a Opicina e colma di copertoni di auto e camion, oltre al proseguimento del lavoro di pulizia dell'area di Basovizza. Di fronte alle minidiscariche abusive recenti, secondo Bencich «la politica dovrebbe fare alcuni cambiamenti nelle proprie regole. Penso in particolare al Comune di Trieste, che potrebbe aumentare il numero di materiale edile da poter portare nelle discariche, installare delle fototrappole nei punti più sensibili dell'altipiano di propria competenza. Inoltre il posizionamento di qualche cassonetto in più non guasterebbe di certo. Anzi: disincentiverebbe l'abbandono di rifiuti nel nostro amato Carso».

Riccardo Tosques

 

 

Tornano le baracche alla Costa dei Barbari

Segnalate nuove costruzioni abusive attorno alla spiaggia E il sentiero per Portopiccolo è pieno di escrementi di cani

DUINO AURISINA. Tavolini in legno costruiti con materiale trovato sul posto, divani rudimentali, coperture improvvisate ma sufficienti per resistere a improvvisi piovaschi, addirittura un rotolo di carta multiuso appeso in alto a un apposito sostegno. È di nuovo allarme baracche alla Costa dei Barbari, il tratto di litorale attiguo all'area di Portopiccolo in direzione di Trieste. Non è la prima volta infatti che, in quella zona, e non solo in riva al mare, ma anche lungo i sentieri che permettono di salire fino alla Costiera, i frequentatori più assidui cerchino di rendere più confortevoli le loro soste improvvisandosi artigiani. Ingegnandosi con pietre e legni trovati in loco, e portando qualche suppellettile da casa, creano dunque queste capanne, la cui funzione sembra non essere solo quella di garantire comodità nel corso dell'estate. I passanti che hanno segnalato il problema parlano infatti di situazioni che fanno presagire una continuità nella presenza di qualcuno. In altre parole, non ci sarebbe da stupirsi se emergesse che qualcuno vive stabilmente, o quasi, in quelle capanne. Fra l'altro accumulando ingenti quantità di immondizie, evidenti anche a uno sguardo distratto. Più volte, in passato, l'amministrazione di Duino Aurisina, indipendentemente dalle maggioranze che si sono alternate alla guida del Comune, aveva affidato a imprese specializzate negli sgomberi di questo tipo l'incarico di riportare la zona alla sua fisionomia naturale. Nel corso delle operazioni di pulizia erano state trovate cucine da campo, bombole per il gas, posate, piatti, cuscini. Ora la situazione è nuovamente preoccupante. L'ultima testimonianza in questo senso è di alcuni partecipanti della Corsa della Bora, i quali, lambendo l'area, hanno visto queste capanne, e qualche giorno dopo sono tornati per verificare la realtà delle cose, ottenendo un risultato decisamente inquietante. Il problema non è solo legato alla sicurezza, perché una bombola del gas incustodita può esplodere e provocare ingenti danni, ma è anche una questione di decoro. Nel corso della bella stagione, il mare davanti alla Costa dei Barbari è solcato da centinaia di imbarcazioni, molte delle quali di turisti, e sono molti coloro che allungano la passeggiata dal vicino comprensorio di Portopiccolo in direzione di Trieste per ammirare la costa, che dovrebbe essere incontaminata. La presenza di baracche di questo tipo non è certamente il migliore biglietto da visita. A tutto questo si deve aggiungere che, nel tratto di sentiero che porta dalla Costa dei Barbari alla spa di Portopiccolo, sono stati notati escrementi di cani in notevole quantità. Sorge allora il sospetto che gli utilizzatori delle capanne abbiano anche dei cani e che li portino a soddisfare i loro bisogni nel vicino comprensorio "deluxe".

Ugo Salvini

 

 

SEGNALAZIONI - Trasporti - Anziani e mobilità

Abbiamo letto con interesse quanto riportato dal quotidiano di Trieste il 15 gennaio scorso riguardo alla "stretta" sui rinnovi delle patenti dei più anziani. Il contenuto degli articoli ci spinge ad alcune riflessioni: la prima, e più ovvia, è che le più recenti stragi avvenute sulle strade italiane hanno avuto per protagonisti degli automobilisti che di certo anziani non erano. Ma, al di là di questo, ci sentiamo di condividere una preoccupazione: cosa significa per un anziano a Trieste essere privato della patente: temiamo che, stando le cose come stanno, questo significhi essere costretti in casa, o in casa di riposo. Da molto tempo Legambiente e altre associazioni sostengono la necessità di un'alternativa all'uso del mezzo privato, soprattutto in città e quindi in questo senso sarebbe un bene che alcuni cittadini, non soltanto anziani, rinunciassero all'uso dell'automobile: ma che cosa si fa per dare un'alternativa valida al mezzo privato? Anche senza pensare agli aspetti economici (ma non sarebbe male ipotizzare delle agevolazioni per gli anziani che usano i mezzi pubblici) teniamo conto che usare il bus a Trieste, per un anziano, può essere un'esperienza assai più faticosa e pericolosa rispetto all'automobile. Questo per difficoltà di salita e soprattutto discesa dai mezzi, le curve brusche e le frenate quando si deve per forza stare in piedi nell'affollamento quotidiano. Riteniamo anche che a causa di scelte urbanistiche sbagliate, a Trieste gran parte della popolazione vive in zone poco servite dai bus, specialmente se non si deve solo andare in centro ma, come è assai probabile, spostarsi da una zona periferica ad un'altra: in questo caso i pochi minuti in macchina diventano tempi molto più lunghi in autobus. Da anni il circolo triestino di Legambiente e altre associazioni hanno proposto delle possibili soluzioni a questi problemi ma sembra che una seria politica di dissuasione dall'uso dell'automobile privata sia assolutamente impopolare e quindi impraticabile da destra e da sinistra.

Andrea Wehrenfennig - presidente Legambiente Trieste

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 20 gennaio 2020

 

 

Scatta la controffensiva per convincere Roma a cedere sulla Tripcovich

Uffici al lavoro per completare il dossier da inviare al ministero dopo il "niet" all'abbattimento. Ultima occasione di dialogo prima di passare alle vie legali

Il sindaco Roberto Dipiazza lo aveva detto: «Abbiamo perso la battaglia, ma non la guerra». Posate le armi per qualche settimana, giusto il tempo delle vacanze natalizie, il Comune riapre il faldone della sala Tripcovich, dopo il "niet" alla demolizione dettato circa un mese fa dal ministero per i Beni e le attività culturali. L'obiettivo resta sempre quello di convincere Roma della necessità di abbattere il teatro ex stazione delle autocorriere di largo Santos per dare luce all'entrata di Porto vecchio. L'intenzione di non mollare la presa è data anche dal fatto che il "parere negativo" del dicastero, che implica quindi anche il "no" alla rimozione del vincolo sull'edificio, non è definitivo. C'è infatti ancora un margine di dialogo tra i due enti pubblici prima di ricorrere eventualmente alle maniere forti ovvero a un ricorso, ad esempio. Il Comune, in particolare, elaborerà delle controdeduzioni da inviare al Mibact tramite la Soprintendenza. Con quest'ultima ha già aperto un dialogo proprio in questi giorni. Controdeduzioni che, specificano dal Municipio, punteranno a confutare la tesi di Roma integrando una documentazione più ampia sul cambiamento del contesto avvenuto attorno alla Tripcovich. Ma anche sottolineando come la nuova piazza s'inserisca in un progetto già avviato di rigenerazione urbana. Per giungere a questo obiettivo, il primo passo è stato quello di fare richiesta di accesso agli atti alla Soprintendenza, che funge da tramite tra Comune e Mibact. In questi giorni è arrivata in piazza Unità infatti la lettera contenente le motivazioni che specificano meglio il famoso parere negativo. Bisogna qui però fare un passo indietro. Cioè ricordare che cosa la Soprintendenza, tutto sommato favorevole alla riqualificazione della piazza con la demolizione del teatro, aveva inviato a Roma negli scorsi mesi. Passaggio quest'ultimo "obbligato" dalla riforma agostana dell'ex ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli che aveva imposto, per le richieste di rimozione del vincolo, di sentire anche il parere romano e non solo quello locale. Palazzo Economo aveva elaborato dei documenti allegando il progetto preliminare commissionato dal Comune allo studio di architettura triestino Gasperini con oggetto la trasformazione di largo Santos. Veniva quindi specificato che, in breve, era superiore l'interesse a risanare l'area, riportandola all'assetto ottocentesco, rispetto al mantenimento di una Tripcovich ormai inutilizzata e decadente; che appunto il contesto attorno all'immobile era cambiato dal 2006, quando era stato posto il vincolo, e che lo stesso edificio - peraltro contenente amianto - aveva subìto molte modifiche nel tempo. Elementi questi che però non hanno convinto gli uffici romani i quali, in linea generale, sostengono non si sia palesato alcun nuovo elemento dal 2006. Si specifica poi che le diverse modifiche subìte dall'edificio negli anni Ottanta e Novanta - tra cui la trasformazione da stazione delle corriere a teatro e la rimozione del fascio littorio presente un tempo - in realtà non avevano costituito motivo ostativo già prima che fosse posto il vincolo. Si legge ancora nella lettera: «L'involucro esterno dell'immobile, tuttavia, ha conservato intatta una leggibilità che lo include a pieno titolo nel contesto urbanistico e architettonico triestino in puro stile "littorio", evidenziando la modernità delle scelte funzionali ed estetiche adottate dai progettisti per la sua realizzazione». E dunque che il bene culturale resta «di notevole importanza e perciò degno di particolare tutela». Non ultimo, sulla «mancanza dei necessari requisiti di sicurezza« e sull'«evidente stato di degrado», ecco che il Mibact ricorda ancora che l'articolo 30 del Codice dei beni culturali e del paesaggio obbliga «lo Stato, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro ente e istituto pubblico a garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di loro appartenenza«. Ora la palla passa dunque agli uffici del Comune, al Dipartimento dei Lavori pubblici diretto da Enrico Conte che ha ricevuto il non facile compito di studiare la lettera e di persuadere Roma. 

Benedetta Moro

 

Spunta una cordata pronta a rilanciare i vecchi fasti dello storico hotel Obelisco - a fine febbraio il verdetto

Un momento d'oro per il comparto immobiliare triestino. O, per dirla con il sindaco Dipiazza, un momento magico. Persino l'Obelisco, un monumento all'inerzia e al declino della metropoli triestina, sembra trovare pretendenti. L'asta avverrà giovedì 27 febbraio ed è lo studio De Cesari in via Lodovico Mancini a Milano a curare l'operazione. Una emblematica quasi contemporaneità: il giorno seguente, venerdì 28, sarà il turno del Carciotti ad aprire le auspicate buste. Dato ricorrente in molti casi recenti relativi al patrimonio immobiliare triestino, l'Obelisco, che si estende alle porte della maggiore frazione del Comune triestino, ha visto scendere vertiginosamente la quotazione: nel 2010 ammontava a 4,6 milioni e oggi il compendio viene venduto partendo da un prezzo-base di 1.125.000 euro. La vera novità non è l'implacabile deprezzamento del sito, ma il fatto che stavolta dovrebbero esserci candidati all'acquisto. Circostanza non smentita da Stefano Nursi, presidente della Federazione immobiliaristi triestini, che con la sua società Equipe ha ottenuto l'incarico di preparare il dossier dai fratelli italo-austriaci Christian e Paolo Zotti. Una coppia che ci sta abituando ai colpi di scena: infatti quasi un anno fa gli Zotti, attraverso la controllata BZ Hotels, avevano acquistato l'ex palazzo dell'Intendenza di finanza dall'immobiliare di Cassa depositi e prestiti, edificio da trasformare in albergo, per il quale stanno ancora vagliando il possibile gestore su un carnet di 24 proposte spulciate da Ernst & Young. I lavori devono iniziare e dureranno un paio di anni. In precedenza gli Zotti si erano cimentati a Grado nel Laguna Palace. Ma oggi è l'Obelisco, a quasi 35 anni dalla chiusura, ad avere la ribalta. Numeri importanti: 8.000 metri quadrati di struttura edificata, 6000 mq tra campi da tennis e piscina, poco meno di 30.000 mq di parco. Se i denari per l'acquisto indicano una somma molto abbordabile, i lavori di ripristino e di rilancio di un'area abbandonata da decenni implicheranno però un investimento stimato non inferiore ai 15 milioni di euro. Il duo Zotti ha intenzione di parlarne con Dipiazza, perchè, qualora dovesse aggiudicarsi la partita all'asta, avrà bisogno di uno strumento urbanistico più flessibile di quello attuale, in grado di consentire una certa diversificazione delle attività, dall'albergo al residenziale-turistico. Gli operatori del settore, dopo lunghi anni di scetticismo, cominciano a pensare che gli Zotti potrebbero non gareggiare in solitaria nel puntare al complesso di Opicina. Come dimostrano anche le tre offerte per il rudere di via dell'Ospitale (vedi articolo sopra), al comparto immobiliare triestino si aprono prospettive fino a poco tempo fa inattese. Si pensi che l'Obelisco era stato messo all'asta nel marzo dello scorso anno a 2 milioni di euro ma nessuno si era fatto vivo con lo studio dell'avvocato Patrizia De Cesari. La storia dell'Obelisco, come sovente accade nelle trascorse narrazioni tergestine, è sicuramente suggestiva. Nella vecchia stazione di posta Francis Richard Burton, console di Gran Bretagna, tradusse le "Mille e una notte". Circa un secolo più tardi l'architetto Gae Aulenti progettò quello che fu una struttura di punta nell'ospitalità alberghiera e gastronomica triestina. Dagli anni Ottanta l'Obelisco andò in picchiata: l'ultimo proprietario si chiamava Gladstone ed era una società controllata da Norman95, i cui gestori Massimo Cimatti e Corrado Coen sono stati condannati per bancarotta fraudolenta. Il fallimento Gladstone finì poi nelle mani di tre professionisti milanesi, Patrizia De Cesari, Giorgio Canova, Andrea Carlo Zonca.

Magr

 

All'asta domani il vecchio atelier di Nino Spagnoli in via dell'Ospitale

Tre i gruppi intenzionati ad acquistare lo storico edificio a due passi dall'ex monastero di San Cipriano valutato attorno ai 650 mila euro

Chi l'avrebbe mai detto? Tre offerte per acquistare l'antico edificio in via dell'Ospitale 12, a metà strada tra il Teatro romano e il Castello di San Giusto, prossimo all'ex monastero di San Cipriano. Non lontano dal "capolinea" dell'ascensore all'interno di Park San Giusto. Si tratta di uno stabile dotato di una rispettabile superficie pari a 1020 metri quadrati, vincolato dalla Soprintendenza, con qualche secolo iscritto a curriculum, confinante con l'ex Distretto militare. Vanta anche alcuni carati artistici, perchè ancora alla metà del primo decennio Duemila accoglieva l'assai sobrio atelier dello scultore Nino Spagnoli. Il Comune proprietario lo ha messo all'asta per ben sei volte a partire dal novembre 2008, scendendo da una valutazione iniziale di 2 milioni a quell'attuale di 650.775 euro, deliberata dalla giunta nel maggio 2019. Finora tutti gli esperimenti si sono rivelati vani: il sito è sicuramente suggestivo, ma anche di non agevole accesso e bisognoso di un recupero radicale. Servono soldi e passione. La prossimità all'ex Distretto lo rende naturale partner di una riqualificazione affascinante e difficile: con l'intenzione di farvi un hotel, la struttura militare era stata acquistata nel 2017 da Gabriele Ritossa, imprenditore nei settori dell'edilizia e delle case di riposo, recentemente in cordata insieme ad altri due uomini d'affari nell'acquisto dell'ex Filodrammatico.Torniamo allora al tema iniziale: domani si affaccia una importante possibilità per un Comune desideroso di fare cassa. Alle 11.30 in seduta pubblica, al quarto piano del "palazzo di vetro" in largo Granatieri, di fianco all'ufficio del direttore Enrico Conte, si apriranno le tre buste. Per facilitare la vendita, il Comune non ha posto alcuna cifra come limite verso il basso e consente ai partecipanti di rilanciare liberamente. Questo non vuole dire però che sia disposto a svendere lo stabile. Si riserva quindi l'aggiudicazione definitiva, qualora il prezzo spuntato non venga ritenuto congruo. A quel punto sarà la giunta a valutare cosa fare di un sito bello e impossibile: sondare ancora il mercato oppure pensare a un progetto in proprio. 

Massimo Greco

 

 

Vienna in pressing contro il nucleare. Ma i paesi dell'Est chiudono la porta.

No del Gruppo di Visegrad alla richiesta di Kurz. Dalla Cechia all'Ungheria, piani per centrali da costruire o potenziare.

BELGRADO. Da una parte l'Austria, da anni "nuclear free", che cerca di convincere i Paesi dell'Europa centro-orientale a rinunciare all'energia nucleare. Dall'altra il Gruppo di Visegrad, ma anche Slovenia e Bulgaria, che fanno spallucce e ribadiscono di non avere alcuna intenzione di rinunciare all'atomo. Sono gli attori di quella che si prospetta essere la prossima "guerra" all'interno della Ue, quella tra nazioni fieramente anti-nucleare e altre che invece su quel tipo di energia puntano da sempre e continueranno a farlo in futuro.A suggerirlo sono le ultime evoluzioni nella regione, in particolare un vertice con i Paesi del "Visegrad 4" e il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ora alla testa di un nuovo governo dalle posizioni ancora più ecologiste che in passato grazie alla presenza in maggioranza dei Verdi. Visione che Kurz ha tentato di inculcare anche nei colleghi della Mitteleuropa nella speranza di persuaderli ad abbandonare il nucleare e a scegliere altre strade nella transizione verso la neutralità ambientale e la decarbonizzazione voluta dalla Ue.Ma l'obiettivo pare essere fallito. Da Praga infatti è uscita l'immagine concreta di un blocco compatto Austria-Visegrad su temi come la sicurezza delle frontiere, lo stop alle quote di ricollocamento dei profughi, il sì all'allargamento ai Balcani. Ma su una cosa Vienna e gli altri si sono dimostrati agli antipodi: proprio il nucleare. Su questo fronte «le nostre posizioni sono completamente differenti» e «abbiamo obiettivi opposti a quelli dei Visegrad», ha ammesso Kurz. L'Austria - come Bruxelles - ritiene infatti che «i Paesi Ue debbano passare dal carbone a risorse energetiche più verdi» ma al contempo per Vienna «è importante non sostenere l'energia nucleare», soprattutto usando fondi Ue.Non la vede così però la Slovacchia. «Ogni Stato Ue deve mantenere il diritto di scegliere il proprio mix energetico e il nucleare gioca un ruolo importante» per Bratislava, ha chiuso le porte il premier slovacco, Peter Pellegrini. Sulla stessa linea il primo ministro ceco, Andrej Babis. «Non siamo in grado di raggiungere la neutralità climatica senza il nucleare», ha aggiunto. Porte chiuse a Kurz anche in Polonia, il Paese Ue più dipendente dal carbone, che sta però alacremente lavorando per realizzare la sua prima centrale nucleare da aprire entro il 2033. E neppure l'Ungheria di Viktor Orbán ha alcuna intenzione di ascoltare le sirene austriache. La posizione di Vienna è «problematica» per l'Ungheria, che continua a puntare sul nucleare, ha spiegato proprio il premier Orbán, il cui governo ha reso pubblico un nuovo Piano energetico contro il cambiamento climatico, che prevede che il 90% della produzione venga coperto da atomo e solare entro il 2030. Si tratta di un programma «basato su valori cristiano-democratici», perché è necessario «conservare la natura per i nostri nipoti immaginando di salvaguardare qualcosa creato da Dio», ha spiegato il segretario di Stato magiaro all'ambiente, Peter Kaderjak. Parole che si basano su programmi concreti. Bratislava sta infatti costruendo due nuove unità da 440 MW alla centrale nucleare di Mochovce. Anche la vicina Cechia ha annunciato lo scorso novembre piani per un nuovo reattore a Dukovany da attivare entro il 2035. L'Ungheria procede invece spedita alla modernizzazione e al potenziamento, con prestito russo, della centrale di Paks, che già oggi copre il 50% della produzione magiara. La stessa Slovenia, malgrado l'opposizione austriaca, prende in considerazione una Krsko-2. Pure la Romania non fa marcia indietro sull'atomo. E intanto sul limes della Ue, in Bulgaria, avanzano i piani per la costruzione della nuova centrale nucleare di Belene. La battaglia di Vienna contro il nucleare sembra destinata, almeno a Est, a infrangersi contro un resistente muro di gomma.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 19 gennaio 2020

 

 

Ruspe in azione nel maxi rudere - Ma solo per rimuovere l'eternit

Al via i lavori di bonifica della vecchia mensa Crda nell'ex Fabbrica Macchine. Delusi i residenti che da anni chiedono un recupero radicale della zona

Partiranno domani i lavori di bonifica dell' ex mensa Crda di via Carli, parte della vecchia Fabbrica Macchine, il grande comprensorio dismesso e abbandonato ormai da decenni, di proprietà del Comune. Il cantiere sarà operativo per circa quattro mesi. Verrà rimossa una copertura in eternit e saranno eseguiti anche interventi di pulizia del verde che circonda il rudere. Nei giorni scorsi sono apparsi i divieti di sosta davanti all'ex ingresso, con vari avvisi, per evitare che auto e moto si trovino ancora ferme al momento dell'arrivo dei mezzi operativi. L'unico accesso all'edificio si trova sotto il parcheggio comunale di via Carli, con il grande cancello arrugginito e di recente forzato nella parte superiore, da parte di chi, probabilmente, è entrato per curiosare o per bivaccare, come già successo più volte in passato. «Abbiamo accolto le richieste dei cittadini sulla problematica amianto delle tettoie presenti e di altre parti del sito - spiega l'assessore comunale ai Lavori Pubblici Elisa Lodi - abbiamo ricevuto finanziamenti per la rimozione dell'amianto appunto, per complessivi 48 mila euro e con il lotto di manutenzione approfitteremo per ripristinare la copertura. Inoltre sarà ripulita l'area dove è cresciuto il verde e poi si procederà con la rimozione vera e propria dell' eternit. Il cantiere proseguirà nei prossimi mesi, con conclusione prevista entro giugno». Nei mesi e negli anni scorsi alcuni residenti avevano sollecitato il Comune ad intervenire, lamentando anche la carenza di cura del verde, come dimostra un albero caduto proprio davanti all'ingresso, oltre a cespugli cresciuti un po' ovunque e tanta sporcizia accumulata nelle parti esterne. Chiuso definitivamente negli anni '70, lo stabilimento, con una superficie totale di 8.830 mq, di cui 7.119 interni, nel tempo è stato dimenticato, con un lento e inesorabile degrado, al quale si sono aggiunti ripetuti atti vandalici. Distrutte le porte, rotti i vetri all' ingresso principale e le grandi finestre che caratterizzano l'immobile, diventato anche un deposito per immondizie. Vani i tentativi di vendita all' asta, come aveva spiegato alcuni mesi fa l' assessore comunale al Patrimonio Lorenzo Giorgi, a causa delle condizioni in cui versa il fabbricato, ma anche per la posizione, visto che il rudere è ormai chiuso tra la piscina bianchi, il parcheggio e altre palazzine, di fatto poco appetibile per una riconversione. Il valore attuale, sempre secondo l'assessore, si aggira sui due milioni di euro, anche se sembra difficile che possa trovare un interessamento concreto da parte di qualche privato. Nella zona c'è chi spera che in futuro possa diventare magari un nuovo spazio per i giovani, collegato al "Trieste Campus", la cittadella dello sport, che sorgerà su via Locchi, proprio qualche metro più su. Ma per ora l' ex fabbrica di cinque piani non si tocca. O meglio non si può toccare, tra vincoli esistenti e progetti pare non fattibili. L'unico spiraglio per una riconversione si era aperto nel 2013, quando per il complesso, definito nel dettaglio "ex mensa Crda - Cantieri Riuniti dell'Adriatico" si parlava di una trasformazione in caserma e alloggi per la Finanza, partendo da un restauro da parte del Comune. Un piano però mai decollato.

Micol Brusaferro

 

 

Fra i giganti verdi del Fvg patrimonio da riscoprire - Si parte da Miramare

GIANT TREES FOUNDATION: SABATO PRIMO APPUNTAMENTO

TRIESTE. Un'avventura di un anno con 12 escursioni - una al mese - nel mondo verde della regione per scoprire gli alberi più vecchi e grandi e capirne, dalla voce di vari esperti, storia e storie. È il progetto divulgativo che la Giant Trees Foundation onlus propone a chi voglia scoprire il nostro territorio. L'iniziativa, che sarà attivata in collaborazione con Promoturismo Fvg, Il Piccolo, Messaggero Veneto, associazioni e enti locali, coinvolgerà esperti di botanica e altri settori per approfondire il valore ecologico, culturale e storico dei giganti arborei del Fvg. Sono in preparazione anche iniziative con la community di Noi Il Piccolo. Intanto Giant Trees Foundation ha già programmato una uscita preliminare, sabato 25 gennaio, fra i tesori botanici di Miramare, in collaborazione col Museo storico del parco e del castello. Sarà coinvolto anche il Cai con le sue sezioni (Alpina delle Giulie e Alpina Friulana-Sezione di Udine), per un'uscita che abbraccerà l'eclettismo del parco di Miramare e la maestosità del castello inserendolo nel contesto in cui lo volle il suo ideatore e fondatore, Massimiliano d'Asburgo, appassionato botanico. Si partirà da Prosecco per proseguire - quasi sempre in discesa - lungo strade forestali sterrate, scalinate in arenaria e sentieri lastricati e arrivare al parco, dove si vedranno esemplari arborei molto speciali, tra cui un Corbezzolo, un Leccio e un Pino grigio monumentali. Ospite della passeggiata per gli approfondimenti botanici Pierluigi Nimis, ordinario di Botanica sistematica dell'Università di Trieste che con Sara Famiani, guida naturalistica, Denia Cleri del Cai, Daniela Crasso guida museale, e Andrea Maroè, agronomo e arboricoltore, accompagnerà il gruppo lungo il percorso. Chi vorrà potrà poi proseguire al castello. L'uscita, indicativamente dalle 9 alle 12.30, è per un massimo di 30 persone. Il percorso di difficoltà turistica prevede circa 50 metri di dislivello positivo, e circa 200 di dislivello negativo. Ritrovo alle 9 fuori dal parcheggio del castello di Miramare. Iscrizioni (obbligatorie entro il 23 gennaio) via mail: info@gianttrees.org.

 

Fai - Visita al depuratore sabato 8 febbraio

La Delegazione Fai di Trieste organizza per sabato 8 febbraio una visita al depuratore «per scoprirne il salto di qualità decisivo nella sostenibilità ambientale della città», così si legge in una nota. Ritrovo in piazza Oberdan, da dove alle 8.30 partirà un pullman «perché entriamo in zona doganale». Per informazioni la nota invita per questo a «telefonare al 348 7734262».

 

Duino, incontro pubblico sul termovalorizzatore - il progetto al Lisert

DUINO AURISINA. È stata convocata per mercoledì alle 17, nell'aula del Consiglio del Municipio di Aurisina, la seduta congiunta delle commissioni Seconda e Trasparenza del Comune di Duino Aurisina per la predisposizione delle osservazioni sull'ipotesi di realizzazione di un termovalorizzatore nella zona delle foci del Timavo, sul confine fra i Comuni di Monfalcone e di Duino Aurisina. A convocare i consiglieri che compongono i due organismi è stata la presidente della Seconda Chiara Puntar. È stato fra l'altro deciso che la seduta sia aperta al pubblico. Com'è stato pubblicato in questi giorni dal Piccolo, la società Nord Composites Italia srl intende realizzare un impianto di termovalorizzazione all'interno della propria sede del Lisert, in via Timavo 61. Un inceneritore di rifiuti liquidi che derivano dai processi produttivi legati alla realizzazione di resine sintetiche. L'impianto nascerebbe a ridosso del territorio di Duino Aurisina, da questo l'urgenza di un approfondimento.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 18 gennaio 2020

 

 

Regione e Comune blindano il progetto del Parco del mare sul molo Bandiera

Vertice fra il sindaco Dipiazza, il governatore Fedriga e il presidente della Cciaa Paoletti. Ma si attende il responso del Mibact

Il Parco del Mare è vivo e lotta insieme a noi. O quantomeno assieme alle istituzioni, visto che ieri i vertici di Regione, Comune e Camera di commercio sono usciti - almeno a parole - concordi e ottimisti da un incontro per fare il punto sul grande acquario che dovrebbe sorgere sul molo Fratelli Bandiera. La riunione si è tenuta nel pomeriggio in piazza della Borsa, nella sede della Cciaa della Venezia Giulia. Vi hanno preso parte il presidente della Regione Massimiliano Fedriga, il sindaco Roberto Dipiazza e il presidente della Camera Antonio Paoletti, in veste di anfitrione e propugnatore del parco. Il sindaco Dipiazza è il primo a uscire dall'incontro: «Resta valida la condivisione di intenti fra gli enti per la realizzazione del progetto, andiamo avanti», commenta. In passato Dipiazza aveva accarezzato l'idea di collocare l'acquario in Porto vecchio, ma ormai paiono dissipati i dubbi sulla destinazione scelta dalla Camera di commercio, in Sacchetta. Fa eco al sindaco, poco dopo, il presidente regionale Fedriga: «Abbiamo fatto il punto della situazione, le istituzioni sono concordi e stiamo lavorando per arrivare a un obiettivo, la realizzazione del parco, fissato ormai parecchi anni addietro». La Regione conferma la propria disponibilità ad affiancare la Cciaa nella battaglia per sbloccare il progetto, attualmente in attesa di vaglio da parte del Ministero dei Beni culturali a Roma a causa dei vincoli che insistono sull'area della Sacchetta: «Ci sono tutte le istituzioni proprio per agevolare il percorso e superare tutti i blocchi possibili», commenta Fedriga. Infine tocca al presidente della Cciaa Paoletti: «Ormai sono 16 anni che sto dietro al Parco del mare. Lavoro sottotraccia, senza grandi annunci, ma non mollo». Sintetizza così il contenuto dell'incontro: «Si è trattato di una riunione operativa, un punto di inizio anno. Abbiamo avuto modo di confermare il sostegno di Comune e Regione all'idea».Quanto alle prospettive, Paoletti preferisce non parlare di date. Anche perché s'attende ancora il responso finale del Ministero, che potrebbe sbloccare oppure mettere una pietra sul progetto. Un vincolo risalente al 1961 proibisce infatti di edificare un'area di circa 130 metri attorno alla Lanterna. I vincoli si possono modificare, ma è indispensabile l'assenso romano: «Le carte devono essere valutate dagli uffici del Mibact. È un procedimento che fino a pochi mesi fa era in capo agli uffici delle sovrintendenze regionali: conoscendo bene il patrimonio del territorio se ne occupavano in tempi rapidi. Purtroppo da agosto queste competenze sono state riportate in capo a Roma tutte in un colpo, sicché gli uffici ministeriali devono essere pieni di pratiche di questo genere».C'è ottimismo, insomma, ma il Parco del mare è materia scivolosa, come dimostra oltre una decade e mezza di intoppi, passi indietro, passi falsi, cambi di destinazione. Basta gettare uno sguardo ai giornali di un paio di anni fa per trovar traccia della visita del medesimo terzetto, Dipiazza-Fedriga-Paoletti, sul sito della Sacchetta. A quei tempi l'affare sembrava dietro l'angolo, tanto che venne annunciata una possibile partenza del cantiere nel dicembre del 2018. Come potranno testimoniare i cocai e le pantigane che popolano l'area, non s'è mosso un mattone. E mica a caso: nel frattempo è "spuntato" infatti il vincolo del '61, di cui parlavano da tempo gli oppositori al progetto (Legambiente Trieste, comitato La Lanterna, Wwf per dirne alcuni). Ieri la nuova affermazione di unità delle istituzioni, e l'idea prende quota per l'ennesima volta.

Giovanni Tomasin

 

È stato archiviato il rendering della struttura blu

Qual è il progetto definitivo del Parco del mare? L'aspetto definitivo dell'opera (dovesse venir realizzata) non è ancora stato reso noto. Sappiamo che un progetto è stato stilato dalla friulana Icop e che la Cciaa pensa di realizzarlo con un project financing. Archiviati invece i primi rendering, che mostravano una struttura blu molto alta dominare il molo.

 

 

Una nutria a passeggio nel centro di Muggia fra i cittadini sbigottiti - l'esemplare e' poi fuggito in mare

MUGGIA. Spadroneggiava in via Dante, sentendosi completamente a proprio agio. Incuriosito guardava qualche vetrina, scorrazzando tra i passanti un po' attoniti e perplessi. Castorino superstar ieri mattina nel centro cittadino di Muggia. Un grosso esemplare di nutria ha scombussolato il regolare flusso del venerdì muggesano facendosi diversi giretti nei pressi del municipio di piazza Marconi. La via che ha attratto di più il vivace roditore è stata via Dante Alighieri. Qui la nutria si è fermata diversi minuti e decine di muggesani hanno potuto assistere alla scena del "roditore cittadino". Qualche solerte residente ha avvertito la Polizia locale riferendo dell'intruso. E per gli agenti non è stato affatto facile recuperare l'animale che, una volta capito che la sua gita fuori acqua era giunta al termine, ha fatto retromarcia avviandosi in tutta fretta verso Caliterna, da dove probabilmente era sbarcato sulla terraferma istroveneta, prima di prendere la via del mare e salutare così gli agenti muggesani. «Sono subito stato informato dell'accaduto, so che non ci sono stati problemi per le persone né danni. Immagino lo sbigottimento dei residenti. Da parte nostra ora sarà da capire se la presenza di una nutria sia stato un fatto estemporaneo o se questi animali si stiano effettivamente avvicinando per chiedere la residenza in centro», ha commentato con un pizzico di ironia l'assessore alla Polizia locale di Muggia Stefano Decolle. In effetti, un avvicinamento così netto, nel centro cittadino non era mai stato registrato. Diversi gli esemplari segnalati nelle acque e nelle scale del mandracchio, e lungo diversi tratti del rio Ospo, il corso d'acqua preferito da parte dei castorini muggesani, in zone quindi periferiche. Essendo questo un periodo in cui i maschi dominanti tendono a contendersi il territorio con altri è possibile quindi che l'esemplare visto ieri in via Dante fosse in cerca di un nuovo territorio dove mettere su famiglia.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 17 gennaio 2020

 

 

Altri alberi "sacrificati" all'edilizia, stavolta nell'area dell'ex Fiera - la lettera del giorno di Tiziana Cimolino

Passando davanti al sito dell'ex Fiera di Trieste si stanno cominciando già a vedere gli effetti dell'inizio dei lavori di riqualificazione dell'area. Ci hanno descritto l'opera come un modello di edilizia rispettosa dell'ambiente e lo "ostentano" pure i cartelli pubblicitari affissi davanti alla zona dei cantieri con parole come "ambiente", "ecologia" e così via. Il progetto del nuovo centro commerciale prevede la realizzazione di un fabbricato di 180mila metri cubi, dotato di contenuti tecnologici d'avanguardia e di alta efficienza energetica. Qui verranno ospitate nuove attività commerciali, di wellness, di ristorazione e artigianali. Inoltre si prevede un'importante area verde che prevede anche un giardino pensile, oltre alla presenza di numerosi parcheggi. Tutto questo è stato presentato pochi mesi fa da Walter Mosser (titolare dell'impresa proprietaria dell'area, la Mid Holding GmbH di Klagenfurt) e da Armin Hamatschek (ad della filiale per l'Italia di Mid Immobiliare Srl). Tutti noi triestini abbiamo accolto con compiacimento e fiducia l'interesse di questa impresa austriaca, seria e importante, per il recupero dell'area di pregio dell'ex Fiera ma da molti anni dismessa, della nostra città. Ma se qualcuno passasse oggi davanti al cantiere troverebbe l'area fronte strada con almeno sei, sette alberi di alto fusto abbattuti a livello del suolo: non ci sono più. Resistono invece i due alberi di pregio all'interno dei cancelli. Mi chiedo se fosse necessario abbattere quegli alberi: erano del Comune o della proprietà? Era questo il sacrificio richiesto per la modifica della viabilità? I due abeti all'entrata rimarranno? Mi chiedo se forse i nostri amici austriaci, storicamente più sensibili di noi sui temi ambientali, possano aggiungere del verde in più nel progetto per compensare questo atto apparentemente poco ecologico d'inizio attività, così da potere dimostrare ancora più concretamente che le parole "ecologia" e "ambiente" possano coniugarsi a lavoro e impresa, indicando la via per un futuro green anche per Trieste.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 16 gennaio 2020

 

 

L'obiettivo 2020 di Acegas: la differenziata fino al 50%   -   i piani della multiutility per il territorio

Raccolta dei rifiuti: la priorità indicata dal direttore generale Gasparetto - E la società è pronta a investire a Trieste 35 milioni su acqua, gas ed elettricità

AcegasApsAmga vuole chiudere l'annata 2020 a Trieste portando la raccolta differenziata dei rifiuti al 50% del totale. All'utility, controllata dal gruppo multiregionale Hera, manca solo un attaccatura per sfondare il muro della metà, perché il 2019 ha già segnato quota 47% a 44.000 tonnellate su 98.000. Pro-capite, significa salire a 214 kg/anno prodotti da ogni cittadino. «Trieste è cambiata - commenta Roberto Gasparetto, direttore generale della società -: quando siamo arrivati nel 2013 era una città dominata dalla logica dello smaltimento, dopo sette anni sono cresciuti mentalità, cultura, risultati del recupero». Gasparetto prende una mappa che illustra il ciclo della differenziata: «Il recupero, oltre a buoni motivi ambientali, diffonde opportunità di lavoro e di intrapresa». L'economia circolare, attivata da Hera e dalla controllata nordorientale nell'Italia centro-settentrionale, elenca 18 impianti di prima destinazione, 84 di recupero finale, 8 mila dipendenti, 3,3 miliardi di fatturato. Anche l'imprenditoria del territorio partecipa al business: Verde Noghere (verde), Logica (legno, metallo, plastica, vetro, pneumatici, inerti), Metfer (ferro), Calcina (carta, plastica), Bioman (umido), Fenice (bombole, vernici), Querciambiente (toner, abiti).Ma non è l'unica notizia con cui Gasparetto vuole inaugurare la stagione. Solo su Trieste, AcegasApsAmga impiegherà 35 milioni, un terzo della programmazione globale, per effettuare investimenti: capoclassifica con il 25% è il comparto idrico, seguono gas ed elettricità con un 20% cadauno, il 35% è spalmato sugli altri settori. L'intera azienda occupa 1800 persone. A Trieste sotto l'holding Hera lavorano quasi 800 addetti nelle controllate AcegasApsAmga, Ase, Hera Luce, Hestambiente, Heratech, Estenergy.E il direttore generale non smentisce le voci sul possibile impegno di AcegasApsAmga a supporto della dismissione dell'area a caldo in Ferriera: «Se vi fossero esuberi in coincidenza con nostre esigenze operative, non avremmo problemi ad assorbire personale. Non sarebbe la prima volta, è già successo a Gorizia in seguito alla dismissione della centrale elettro-termica».In linea di massima, il 2020 insisterà nel rinnovo tecnologico e infrastrutturale avviato in questi anni. Attenzione sempre alta sull'idrico, dove le perdite sono scese dal 40 al 30%. Saranno inseriti 5000 contatori tele-letti nelle aziende e altri 1000 nei nuclei familiari. Sotto la lente la condotta sottomarina, dove, d'accordo con l'Università di Perugia, vengono eseguite prove con aria compressa per verificare i punti sensibili dell'infrastruttura.Il fronte gas avrà quattro cantieri aperti (anche in senso letterale): Gasparetto non esclude che il Comune lanci la gara da tempo attesa (300 milioni per 12 anni), avanti con l'inserimento di tubi di ghisa grigia e con il risanamento degli allacciamenti condominiali, montati 25.000 nuovi contatori tra aprile e luglio. Si procederà inoltre con una campionatura di contatori "nexmeter" dotati di dispositivi protettivi nel caso di eventi sismici o di sensibili scarti di consumi rispetto allo "storico".

Massimo Greco

 

 

Il niet romano a Palazzo E si riaccende lo scontro sul caso della Tripcovich - la lettera del ministero in trasparenza

La sala Tripcovich e il suo destino continuano a far discutere: durante l'ultima seduta della Commissione trasparenza, presieduta dalla consigliera di Open Fvg, Sabrina Morena, alla presenza dell'assessore alla Valorizzazione immobiliare, Lorenzo Giorgi, si è riparlato della famosa lettera giunta da Roma e per la quale il sindaco Dipiazza, lo scorso 12 dicembre, era andato su tutte le furie. Lettera - l'unica a quanto pare ad essere giunta da Roma per il tramite della Soprintendenza - che, a detta del sindaco, era «pesantissima» e riportava «insulti all'indirizzo dell'amministrazione comunale». La missiva, invece, in poco più di tre righe non fa altro che dare parere negativo alla rimozione del vincolo di tutela e alla possibilità di abbattere il manufatto. Al ché si è aperto l'ennesimo dibattito. Leitmotiv della discussione: demolizione e riqualificazione dell'area o recupero architettonico e funzionale dell'edificio. Il tutto senza tuttavia la possibilità di confrontare i costi e valutare le alternative esistenti (auditorium di via Tor Bandena) o in fieri (naturalmente in Porto vecchio). L'unico dato certo è il costo dell'intervento di riqualificazione dell'area che, con la previsione dell'abbattimento, si aggirerebbe intorno al milione e 350 mila euro. Non pervenuto, invece, il dato relativo al recupero funzionale della struttura. Contrario al suo recupero il consigliere forzista Michele Babuder: «La struttura è stata ceduta dalla Fondazione Teatro Verdi al Comune anche in ragione di una evidente inservibilità e inadeguatezza, fortemente dispendiosa nella gestione». Diametralmente opposto il commento della consigliera Pd, Fabiana Martini: «La decisione di abbattere uno spazio culturale mi lascia molto perplessa, soprattutto considerando che non sono state proposte alternative né sul fronte culturale né su quello paesaggistico. Attendiamo ancora di conoscere le motivazioni del diniego del Mibac». Un "niet" che per l'assessore Giorgi «è frutto di una scelta prettamente politica». «Fa piacere - ha ironizzato - che per rispondere alla nostra richiesta di eliminazione del vincolo per procedere alla riqualificazione dell'area ci abbiano messo poco più di un mese, invece per altre questioni siamo in attesa di risposte da mesi». Infine sul tema relativo alla presenza di amianto nella struttura, la consigliera pentastellata Cristina Bertoni ha ricordato che «sono state fatte indagini nell'edificio, ad aprile 2019, su incarico del Servizio Gestione immobiliare del Comune, seguite da analisi svolte da un laboratorio certificato dell'Università di Padova, che hanno dato esito negativo».

Luigi Putignano

 

La Sala Tripcovich toglie il respiro a una piazza straordinaria - la lettera del giorno di Luigi Usco

In questi giorni si discute molto a proposito della Sala Tripcovich: sull'opportunità di mantenerla o piuttosto demolirla. Ebbene sarebbe meglio abbatterla, perché toglie respiro a quella che potrebbe essere una piazza straordinaria, proprio come sarebbe giusto fosse all'uscita della stazione ferroviaria cittadina e all'imbocco della strada che corre lungo il mare per portare al cuore della città. Eliminato questo edificio, ne risulterebbe un grande spiazzo delimitato e definito dalla facciata della Stazione dei treni; dal lato mare dall'accesso monumentale al Porto Vecchio di Trieste, singolare alto muro scandito architettonicamente da tre grandi porte (che potremo chiamare "porta d'Oriente", "porta del Mediterraneo" e "porta dell'Europa"); dal lato a monte dalla piazza Libertà, della quale si valorizzerebbero i meravigliosi edifici circostanti e il giardino, dove alberi maestosi, platani bellissimi, crescono e formano una macchia verde eccezionale da apprezzare ulteriormente con la costruzione una grande fontana illuminata di notte da tanti colori; infine dalla via di fuga rappresentata da Corso Cavour, che si stende verso il centro cittadino. Così facendo la nuova piazza Libertà, ingrandita, abbellita, resa ariosa e più spaziosa per la assenza della Sala Tripcovich potrebbe ospitare tanti eventi, alleggerendo piazza Unità. Una città è bella quando vanta piazze, giardini e fontane che danno vita ai suoi palazzi e Trieste ne vanta di stupendi. Trieste è un bellissima città già naturalmente e noi cittadini la vogliamo sempre più bella e ancora più accogliente per i turisti. Dobbiamo perciò cogliere questa occasione, trascurando beghe e polemiche spesso solo politiche o di parte. La demolizione della Sala Tripcovich, ex-stazione di autocorriere, trasformata temporaneamente in teatro per supplire al Verdi all'epoca in ristrutturazione, è necessaria e dovuta per creare un impatto enorme che provochi stupore, emozione e interesse per visitare il resto della città distesa lungo il mare e arrampicata sui colli. La decisione deve venire solo da noi triestini e non dai burocrati, che spesso non conoscono la situazione e si appigliano a competenze e giudizi di parte che non tengono conto dell'opinione e degli interessi dei cittadini.

 

Lunedì in Consiglio la variante-base per l'area ex Fiera - la seduta

La variante urbanistica numero 4, denominata "Fiera", e il contestuale adeguamento del Piano del commercio e del Piano del traffico che insiste nella zona sarà discussa ai fini dell'approvazione e del "via libera" alla riqualificazione dell'area il prossimo lunedì in occasione della seduta del Consiglio comunale. Tra gli altri punti all'ordine del giorno è prevista la delibera sul conferimento della cittadinanza onoraria agli agenti di polizia Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, uccisi nella sparatoria dello scorso 4 ottobre in Questura, e il vaglio di una serie di eventuali modifiche al Regolamento sulla tassa di soggiorno.

 

 

L'inverno latita, fioriture mai così precoci Vivaisti e orticoltori spiazzati dalla natura il fenomeno

Il monito degli esperti: se arriva il gelo, le piante muoiono. E i lavori tipici della stagione rischiano di rivelarsi inutili

La natura è in tilt. Anche nella nostra provincia ci imbattiamo in mimose già fiorite, o fragole già spuntate. C'è chi in questi giorni passeggiando in Val Rosandra ha notato ad esempio che la crescita delle piante dei bruscandoli è in fase avanzata. Le temperature molto più elevate della media e l'inverno che, di fatto, tarda ad arrivare stanno provocando una certa confusione anche tra le piante. Molti triestini stanno constatando che sulle loro terrazze, nei loro giardini, e ovviamente pure negli orti, è come se fossimo a marzo inoltrato, in certi casi già ad aprile. Pure dai gerani iniziano a spuntare le foglie nuove, e le piante aromatiche sono ancora vigorosissime. «Anche l'Hypericum Hydcote o la Cydonia stanno fiorendo», riferisce Luciano Marcon, titolare del vivaio Garden Service Miramare: «Una situazione che potrebbe creare problemi alla pianta perché se è in vegetazione, con l'arrivo del freddo, può ghiacciarsi. E se le temperature dovessero abbassarsi molto, soccombere». Pure nell'azienda agricola biologica Aluna di via Giannelli notano queste anomalie. «A livello climatico è come se stessimo assistendo a un prolungamento dell'autunno e non a un inizio dell'inverno», riferisce Gianni Zubalic, che con la sua famiglia conduce l'azienda da oltre 20 anni: «Ora per avere una sferzata invernale, da quanto sento, dovremmo attendere la fine di febbraio, forse marzo. Noi ora non possiamo lavorare attivamente, siamo in attesa di un'evoluzione meteo per iniziare con quelli che sono gli ordinari lavori invernali come l'aratura, la concimazione, le potature e la pulitura di scarti, gambi e radici che restano nei campi dopo la fase della raccolta».Questa preparazione dei terreni per la primavera, dunque, è rimandata, «altrimenti - spiega Zubalic - c'è il rischio di trovarsi come lo scorso anno quando, in fase di germogliamento o post semina, è arrivata una sferzata di gelo che ha rovinato tutto. Le piantine che vediamo già germogliare sono sterili, la pianta però conserva una "riserva di energie" e in primavera avrà un altro ciclo di fioritura, ovviamente non senza una dose di stress».A nulla vale la programmazione degli orticoltori e dei vivaisti di fronte a questa natura sconvolta, con il rischio che un improvviso abbassamento delle temperature abbia un effetto disastroso sulle piante in fiore, con una ricaduta negativa anche per la raccolta di frutti e ortaggi. «Non è più come un tempo», ammette Zubalic: «Ormai è impossibile fare una programmazione, si vive alla giornata, si valuta giorno per giorno l'andamento meteo per decidere come procedere. Per aprire una campagna agricola c'è un investimento economico non indifferente, non si deve sbagliare». E se la produzione è bassa, nella filiera che porta il prodotto al consumatore qualcuno può approfittare alzando i prezzi.-

Laura Tonero

 

 

Allarme dei geologi: il carbone di Arsia resta una minaccia per l'ambiente

Pubblicato uno studio sull'area delle ex miniere: pericolo di inquinamento dalle acque sotterranee, sì a nuove analisi

ALBONA. Il sottosuolo delle ex miniere di carbone situate ad Arsia, nell'area orientale dell'Istria, potrebbe influire negativamente sulla produzione alimentare in questa zona dell'Albonese. L'allarme viene lanciato in base alle analisi compiute da un team internazionale di studiosi (nove in tutto, tra cui un esperto croato), i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica International Journal of Coal Geology.Lo studio ha fatto emergere che le acque sotterranee che bagnano il carbone della zona inquinano l'ambiente circostante, rilasciando elementi ritenuti sì potenzialmente tossici, ma presenti - viene precisato - solo in tracce. Il monitoraggio ha confermato che i giacimenti carboniferi istriani, benché chiusi oltre vent'anni fa, costituiscono un grave problema per l'ambiente, le cui conseguenze meriterebbero ulteriori controlli approfonditi. È stata appurata la presenza di elementi potenzialmente nocivi come selenio, vanadio, uranio, stronzio e bario. Da qui la necessità, si legge nell'articolo da poco pubblicato, di dare appunto corso a ulteriori prospezioni idrogeochimiche. Le ex miniere dell'Albonese sono antiche, si estendono su un territorio stimato intorno ai 200 chilometri quadrati, con gallerie sotterranee lunghe 14 chilometri. Dopo la cessazione dell'attività estrattiva - l'ultimo vagone di carbone fu fatto risalire alle 11.30 del 28 maggio 1999 - tutti questi sottopassaggi risultarono riempiti d'acqua. Per questo motivo si sono rese inderogabili analisi geochimiche, petrolifere e mineralogiche del carbone arsiano, esposto alle acque sotterranee. Va rilevato pure che il carbone, estratto nel corso di quattro secoli, presenta uno tra i più alti contenuti di zolfo al mondo. È stato accertato inoltre che del 9,92% di zolfo presente nel combustibile fossile, il 9,87 è composto da zolfo o metilsulfonilmetano, il che lo potrebbe rendere deleterio per l'habitat. Stando a quanto concluso dagli esperti, gli strati carboniferi albonesi hanno uno spessore di centinaia di metri - 400 per l'esattezza - e dal punto di vista tettonico risultano friabili, al punto che alcune parti degli ex giacimenti si trovano a 400 metri sotto la superficie del mare, come nel caso del territorio di Albona. Nella vicina Fianona, talune porzioni di miniera sprofondano invece fino a 500 metri sotto il livello del mare. Si calcola che in circa 400 anni di estrazione nell'Albonese siano state portate in superficie all'incirca 40 milioni di tonnellate di carbone, di cui la metà compresa tra il 1945 e il 1984. Il record della produzione - quando l'Istria era amministrata dal Regno d'Italia - fu raggiunto nel 1942: in quell'anno i minatori - diecimila in tutto - scavarono qualcosa come 1,16 milioni di tonnellate. È rimasta viva nella memoria collettiva la tragedia accaduta il 28 febbraio 1940, quando morirono quasi 200 minatori e altri perirono nei giorni successivi per le ferite riportate: fu il più grave disastro minerario della storia per il numero di morti italiani. Le miniere erano complessivamente 11: si ritiene che il ventre di questa area orientale della penisola contenga ancora all'incirca 4,4 milioni di tonnellate di carbone, un quantitativo definito un rischio per la popolazione e l'ambiente. 

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 15 gennaio 2020

 

 

Ferriera, summit a Roma dopo il voto Il nodo cruciale è la vendita dei terreni

Archiviato l'ok dei lavoratori, vertice d'urgenza al Mise con azienda, Regione e Authority per accelerare sulla riconversione

Un incontro informale organizzato in tutta fretta a Roma ha aperto l'ultimo cruciale passaggio per arrivare alla firma dell'Accordo di programma per la riconversione della Ferriera di Servola. Dopo il voto favorevole dei lavoratori all'intesa sindacale, Mise, Regione, gruppo Arvedi e Autorità portuale si sono dati appuntamento nel tardo pomeriggio di ieri, mettendo al centro della discussione la cessione dei terreni dall'azienda all'Authority. Il confronto iniziato nelle scorse settimane fra l'amministratore delegato Mario Caldonazzo e il presidente Zeno D'Agostino entra insomma nel vivo, alla presenza del ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, del governatore Massimiliano Fedriga e dell'assessore al Lavoro Alessia Rosolen. Alla fine della riunione, le bocche restano cucite e solo Patuanelli concede qualche dichiarazione di prammatica. «Abbiamo preso atto - dice il ministro - dell'appoggio dei lavoratori all'accordo sindacale, che ora mette istituzioni e azienda davanti alle proprie responsabilità. Ho già ribadito che ci sarà massimo rigore nel concretizzare impegni e promesse. Proprio per questo abbiamo fissato un aggiornamento ai massimi livelli subito dopo l'esito referendario, pronti a individuare le prossime tappe. Davanti al voto dei lavoratori, intendiamo definire il percorso dell'Accordo di programma, in modo da arrivare nelle prossime settimane a un'intesa complessiva che recepisca anche l'accordo sindacale». Patuanelli continua ad avere nel mirino il 31 gennaio per la stipula e annuncia che verrà convocato «molto rapidamente» un nuovo tavolo tecnico nell'ambito del gruppo di lavoro sull'Adp. Anche l'azienda vuole accelerare, con l'idea di far partire a metà febbraio la lunga e complessa procedura di spegnimento dell'area a caldo, anche se le istituzioni ripetono che l'interruzione non comincerà prima che tutti i dettagli siano stati definiti. E tutti sanno bene che, dopo il via all'accordo sindacale con il 59% dei voti, la madre di tutte le partite diventa quella della cessione dei terreni, che l'Autorità portuale rileverà dall'impresa per realizzarne la bonifica prima di darli in concessione al soggetto che ne dovrebbe garantire lo sviluppo logistico in connessione alla vicina Piattaforma. Ma sul tema, D'Agostino non vuole esporsi: «Ci siamo visti all'indomani del voto dei lavoratori per concordare la prosecuzione dei lavori. Trattativa? No comment». Il confronto è difficile, con l'Autorità che assegna un valore di una trentina di milioni ai terreni dell'area a caldo e l'azienda intenzionata a monetizzare al massimo per coprire parte dei 180 milioni previsti dal piano industriale, riducendo il più possibile il ricorso all'indebitamento. Il summit è stato convocato d'urgenza lunedì sera dopo l'esito del referendum interno alla fabbrica. Istituzioni e proprietà hanno così ripreso il filo interrotto a dicembre, consapevoli comunque che la questione dei terreni rappresenta solo uno dei nodi da sciogliere. Le istituzioni devono risolvere infatti anche il punto dei finanziamenti pubblici. Che il tema sia caldo lo ha riconosciuto ieri l'assessore alle Attività produttive Sergio Bini, nel corso di un'audizione in Consiglio regionale dedicata alle crisi industriali. Parlando del caso Ferriera, Bini ha sottolineato che «bisogna capire quanti soldi verranno messi e chi lo farà: parliamo di azienda, Stato e Regione. La trattativa è aperta e stiamo ragionando». Il Mise conta di mettere a disposizione almeno quaranta milioni e bisognerà ora capire quale sarà l'apporto della Regione. Fra i temi in sospeso figurano inoltre le modalità del coinvolgimento di Fincantieri con assunzioni che non è ancora chiaro se saranno dirette o affidate all'indotto. L'azienda deve inoltre chiarire se investirà o meno altri 50 milioni per dotare il laminatoio anche della linea di ricottura, mettendo così in sicurezza gli operai che saranno impiegati nella bonifica e che non troverebbero altrimenti collocazione a Servola a riconversione avvenuta. Senza dimenticare il destino dei 66 lavoratori interinali con il contratto in scadenza il 31 gennaio e di cui l'azienda non ha ancora fatto sapere nulla, tanto più che il previsto trasferimento a San Giorgio di Nogaro pare destinato a slittare per la mancanza di alcuni permessi da parte dell'impresa. 

Diego D'Amelio

 

La Cgil rispetta il verdetto ma accusa: «Sul voto ha prevalso la logica del ricatto» - le tensioni sindacali

Una forte accusa, «perché è prevalsa la logica del ricatto e nessuno ha protetto i lavoratori», e una richiesta di impegno rivolta alla politica, «per rilanciare l'industria e ragionare sul sistema Trieste». Queste le posizioni espresse dalla Cgil all'indomani dell'esito del referendum in Ferriera. L'organizzazione sindacale aveva puntato tutto sul no all'accordo con Arvedi. «Ma rispetteremo, come sempre, la volontà della maggioranza - ha detto il segretario provinciale Michele Piga -. Non cambiamo comunque il giudizio sull'accordo, che consideriamo pessimo nel metodo e nel merito, soprattutto perché i lavoratori hanno scelto in un contesto non protetto, con le minacce che ci sono state da parte di Arvedi e con la decisiva presa di posizione, proprio in prossimità della consultazione, del ministro Patuanelli, che ha ipotizzato un accordo con la Fincantieri. Il tutto nel silenzio del presidente della Regione, Massimiliano Fedriga e del sindaco, Roberto Dipiazza, che non hanno speso una parola a favore dei lavoratori. Su questo fronte - ha continuato Piga - abbiamo registrato solo l'intervento di Debora Serracchiani, che non ha esitato invece a criticare il clima nel quale si è votato».Piga, accompagnato dal segretario della Fiom, Marco Relli, ha anche denunciato «l'esclusione degli interinali dal voto, che sono poi quelli che, in conseguenza dell'accordo, perderanno da subito il posto di lavoro». Piga ha poi presentato la proposta della Cgil, in sette punti: «Chiediamo al ministero dello Sviluppo economico, a Fedriga, a Dipiazza e al presidente dell'Autorità portuale, Zeno D'Agostino, di ragionare in una logica di "Sistema Trieste", per il rilancio di una nuova industria, in grado di assicurare tutti i lavoratori della Ferriera all'interno di un progetto più ampio. Faremo un'assemblea con i lavoratori della Ferriera e dell'indotto - ha continuato - per discutere del futuro dell'industria locale, partendo dalla richiesta di una soluzione dei problemi del sito inquinato, per avere la possibilità di nuovi insediamenti e auspicando che la centrale elettrica sia a disposizione di tutta la manifattura e del porto. Serve infine - ha concluso - l'applicazione del regime di Porto franco internazionale di Trieste anche per quanto riguarda la manifattura». Piga e Relli hanno voluto anche ringraziare «i lavoratori che in questo contesto hanno aiutato i colleghi a capire l'accordo». Continua a farsi sentire anche il mondo politico. «Il percorso avviato con il sì al referendum per procedere con la chiusura dell'area a caldo da inizio febbraio concilia finalmente l'esigenza di tutelare la salute dei lavoratori con le garanzie occupazionali - afferma la deputata M5s Sabrina De Carlo -. Per il Movimento 5 Stelle è una battaglia storica quella della chiusura della parte dello stabilimento che inquina maggiormente e arreca quindi il danno più grave ai cittadini, tenendo sempre e comunque conto la salvaguardia degli interessi dei lavoratori. In passato, infatti, in tanti hanno promesso una soluzione alla questione e tuttavia, da quando si é insediato Patuanelli, si va avanti concretamente per la prima volta. Proprio il ruolo centrale che ha assunto il Ministro - conclude - in questo percorso verso la decarbonizzazione e riconversione, ci fa ben sperare che si possa arrivare a una soluzione positiva quanto definitiva».Di avviso diverso Antonella Grim di Italia Viva. «Si è deciso in modo superficiale e affrettato di chiudere un'attività produttiva non per problemi industriali o economici ma per una scelta politica - osserva -. Ora bisogna farsi carico di dare un futuro a tante persone e a una città che non può vivere senza industria manifatturiera». Soddisfatto invece Giorgio Cecco di Progetto Fvg. «Ora c'è finalmente la concreta possibilità di risolvere la questione ambientale tutelando le maestranze». 

Ugo Salvini

 

«Finalmente smetteremo di respirare carbone» «Sì, ma senza fabbrica il rione rischia di sparire»

Abitanti di Servola divisi tra soddisfazione per la chiusura dell'altoforno e paure per l'impoverimento del quartiere. Critiche ai ritardi della politica

Ci sono umori contrastanti fra i residenti di Servola sull'avvio del processo di riconversione della Ferriera. C'è soddisfazione, ma anche tristezza nel veder chiudere un impianto che ha dato da vivere a tanti dei suoi abitanti. Stati d'animo che si mescolano poi con il rammarico per il tanto tempo perso, con il timore per i modi e i tempi in cui avverrà la riconversione e con la preoccupazione per il futuro del rione. «Siamo contenti dello stop ormai vicino - spiega un avventore dell'Osteria da Gigi - anche se la Ferriera andava chiusa nel 2010, ossia prima dell'acquisizione di Arvedi, quando cioè l'impianto inquinava con livelli di benzopirene superiore di ben 7 volte ai limiti fissati dalla legge. Adesso è facile intervenire, però ricordiamoci che la chiusura dell'area a caldo è frutto di una decisione della proprietà, probabilmente dettata dall'obsolescenza degli impianti, e non della politica, che ha dimostrato ancora una volta tutto il suo ritardo». Rammarico per l'incapacità dimostrata in passato dalle istituzioni, che ha finito per far perdere tempo prezioso, lo esprime anche un altro dei clienti della storica osteria. «Fa specie che la chiudano adesso che l'impianto dà minor fastidio rispetto a una decina d'anni fa. Da un punto di vista ambientale negli ultimi tempi c'è stato un lieve miglioramento - spiega - così come nella percezione dei rumori, anche se nelle case attigue all'impianto le criticità sono rimaste sempre alte. In definitiva è un bene che l'area a caldo venga chiusa». Anni di annunci, però, hanno portato ad aumentare lo scetticismo fra gli abitanti del rione. «Finché non vediamo non crediamo - queste sono le parole di molti - perché abbiamo imparato a fidarci solo di ciò che vediamo con i nostro occhi». C'è chi pensa, con lo sguardo quasi sognante, a come potrà diventare "normale" la propria vita dopo lo spegnimento dell'altoforno. «Dopo 50 anni potremo finalmente non respirare più carbone - si rallegrano due signore appena scese dall'autobus - dopo che per molto tempo abbiamo dovuto togliere la fuliggine anche dal frigorifero». Sollievo per la chiusura dell'area a caldo misto a preoccupazione per la morte di una comunità che è qualcosa più di un semplice rione. È questa invece la sensazione che si respira in uno dei pochi bar rimasti ancora aperti nel centro di Servola. «Il "paese" resta senza niente - spiega uno degli avventori - chiude la Ferriera, chiude la posta, non c'è più la banca. Chissà cosa ne sarà di Servola fra qualche anno». Le opzioni se le fornisce da solo. «O rifiorirà grazie al venir meno di un elemento così inquinante oppure l'assenza di un impianto industriale del genere contribuirà a farlo morire definitivamente». «Nonostante la presenza di un impianto così inquinante, il nostro rione è sempre stato la capitale del buonumore - gli fa eco un altro cliente del locale -, non a caso la canzone popolare recita "E mi col mus e ti col tram andemo a Servola doman". Si veniva qui a divertirsi, e non solo nel periodo del Carnevale. C'erano molte attività, mentre adesso il paese è stato progressivamente distrutto. Una zona che era completamente a sé stante rispetto al resto della città perché aveva le caratteristiche proprie di un paese, ora lo è perché non ha più vita». C'è soddisfazione, infine, fra comitati e associazioni sorti per la difesa di Servola. «Siamo contenti anche se, come pare, il procedimento di dismissione dell'impianto non sarà rapido - spiega la responsabile del Comitato No Smog, Alda Sancin -. La vita continuerà a non essere facile per gli abitanti della zona ancora per alcuni anni, ossia fino a quando le strutture della Ferriera non verranno sostituite con altre produttive o portuali». Il presidente della Settima Circoscrizione, sotto la quale Servola ricade, vede nella chiusura dell'area a caldo un futuro volano per la rinascita del rione. «Io la vedo come una grande opportunità - spiega Stefano Bernobich -. Penso al mercato immobiliare: con il venir meno di un fattore inquinante come l'area a caldo della Ferriera credo che nei prossimi anni si potrà tornare ad investire qui e questo potrebbe contribuire a far rinascere il territorio».

Lorenzo Degrassi

 

 

Deciso l'abbattimento di 18 alberi pericolosi sul Colle di San Giusto

Si trovano nel Parco della Rimembranza e sono a rischio di schianto. Restyling dell'area bloccato dalla loro presenza

Nel giro di 20 giorni non ci sarà più ricordo di 18 alberi del Parco della Rimembranza sul Colle di San Giusto. Questi "soggetti arborei" (come vengono definiti) sono stati classificati in classe D (e quindi a rischio di schianto) a seguito della valutazione di stabilità alberature effettuata lo scorso anno dal Comune. Per il taglio dei 18 alberi "malati" sono stati stanziati 4.709 euro. Nell'operazione, in programma questo mese, sono previste anche 50 potature per limitare i fattori di rischio. Il loro mancato abbattimento sta praticamente bloccando la redazione del progetto esecutivo della riqualificazione dell'area verde sulle pendici del Colle di San Giusto dedicata ai caduti in guerra, per cui si prevede una spesa pari a 100 mila euro. «La redazione del progetto definitivo-esecutivo dell'opera - si legge nella determina firmata dal dirigente architetto Andrea de Walderstein - ha presentato aspetti di criticità che non sono stati risolti in tempo utile per approvare il progetto e metterlo in gara entro l'anno (il 2019, ndr)». Del progetto di riqualificazione si parla ormai da cinque anni. L'amministrazione comunale, con i 100 mila euro stanziati nel piano triennale delle opere, intende provvedere alla messa in sicurezza dei percorsi e delle scarpate anche interessate dalle lapidi commemorative. Nell'ottobre 2018 era stato fatto un censimento dei cippi del Parco della Rimembranza a cura degli studenti del Deledda-Fabiani, sotto la guida del professore e storico Roberto Spazzali. Il migliaio di cippi conservati nel Parco rappresenta un grande patrimonio umano e storico, ma negli ultimi anni si è raggiunto un livello di degrado tale da non permetterne un autentico riconoscimento da parte dei visitatori. Il Parco della Rimembranza di Trieste - inaugurato nel 1926 - è caratterizzato da una serie di pietre carsiche su cui sono stati scritti i nomi dei triestini caduti nelle guerre e i reparti di cui facevano parte. Sotto gli alberi sono ricordati i caduti della Prima guerra mondiale, ma anche numerosi militari che perirono nei conflitti di Spagna ed Etiopia, tra cui parecchi marinai, e anche civili. 

Fabio Dorigo

 

Muggia conquista quattro alberi in più: 33 nuovi impianti - Dopo le polemiche sugli abbattimenti

MUGGIA. Ventinove piante abbattute, "sostitute" con 33 nuove piantumazioni, 31 delle quali già effettuate. Questo il bilancio del lavoro svolto dal Comune di Muggia sul proprio patrimonio arboreo, una risposta definitiva alle polemiche sorte dopo l'abbattimento degli alberi siti nel giardino del Teatro Verdi. Soddisfatto il vicesindaco Francesco Bussani: «L'abbattimento di un albero è chiaramente l'estrema ratio e si realizza solo quando bisogna tutelare la sicurezza pubblica. Per questo, volendo noi valorizzare il patrimonio arboreo della città, il numero delle piantumazioni è stato superiore a quello delle piante purtroppo abbattute».A farla da padrone ora saranno i lecci, pianta sempreverde già presente in zona che spicca per il lungo fusto (raggiunge i 20-30 metri) e la sua folta chioma, due caratteristiche ideali per il centro cittadino. Nel novembre scorso, a fronte di 150 mila euro derivanti dall'extra-gettito Imu, il territorio muggesano era stato interessato da interventi di prevenzione e protezione del patrimonio naturalistico: un'operazione preceduta da una perizia agronomica al fine di verificare lo stato di salute degli alberi del territorio, valutarne le condizioni fitosanitarie e di stabilità e individuare le operazioni e le cure arboricolturali da eseguire.«Si è trattato di un'operazione di sicurezza e prevenzione mirata su alcuni esemplari ben precisi, ma che ha interessato diverse aree del territorio - ha commentato Bussani -. Abbiamo voluto verificare ed eventualmente proteggere un patrimonio che è naturalistico, ma soprattutto storico e alberi che a volte possono rappresentare anche dei veri e propri simboli identitari della comunità».Come spiegato dal Comune, l'obiettivo primario è sempre stato quello di conservare gli alberi che si sono dimostrati sani e stabili, intervenendo con potature volte a migliorarne lo stato di salute e scongiurare ogni eventuale criticità. «Non si può tuttavia sottovalutare il fatto che tutti gli alberi conservino inevitabilmente una certa dose di propensione al cedimento e, quindi, di pericolosità: non è possibile garantire che un albero sarà sano e strutturalmente sicuro in tutte le circostanze o per un preventivato periodo di tempo», ha ricordato Bussani. Secondo lo schema promosso dall'amministrazione mancano ora solo due nuove piantumazioni in sostituzione dei due pioppi all'imbocco di strada della Luna, piante che saranno anch'esse piantumate in tempi brevi.

 

Sotto la lente in Slovenia la Capodistria-Divaccia temuta dai Verdi italiani - al vaglio della magistratura di Lubiana

SAN DORLIGO DELLA VALLE. Sarà la magistratura slovena a occuparsi della regolarità del progetto 2Tdk per il raddoppio della linea ferroviaria che collega il porto di Capodistria al crocevia di Divaccia. È stata la Polizia d'oltreconfine a trasmettere alle competenti autorità giudiziarie di Lubiana il relativo incartamento, frutto di uno studio effettuato dall'Ordine degli ingegneri della Slovenia, che avrebbe ravvisato pesanti irregolarità, anche di natura penale, nella stesura del piano. La notizia viene diffusa sul versante italiano da Alen Kermac, capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale a San Dorligo della Valle, movimento che ha fortemente criticato, fin dall'inizio, questo progetto, sostenendo invece la bontà di un altro piano, a minore impatto ambientale e con costi di realizzo di molto inferiori. «Il raddoppio della linea Capodistria-Divaccia - spiega infatti Kermac - è un problema di carattere internazionale, perché i lavori per la modifica del tracciato in territorio sloveno, in base al progetto 2Tdk, avranno pesanti e drammatiche conseguenze sulla zona di San Dorligo della Valle e su tutto il circondario. Senza dimenticare - aggiunge Kermac - i riflessi negativi sull'equilibrio naturale dell'area».Un primo rapporto, in cui si parlava di «grave frode» nella stesura del progetto 2Tdk, era stato presentato dall'ingegnere sloveno Jozef Duhovnik. Poi si era mosso, sulla stessa falsariga, Jani Moderndorfer, membro della Commissione parlamentare per il controllo delle finanze pubbliche, che aveva parlato di ipotesi di «frode, travisamento dei dati, con possibili gravi conseguenze per le finanze pubbliche». Per poter ottenere l'attenzione della Magistratura slovena sul tema era però necessario un intervento, dopo una verifica preliminare della documentazione, da parte della Polizia, che adesso è arrivato. «Aspettiamo di conoscere la decisione dei giudici», conclude Kermac.

Ugo Salvini

 

 

Il 2019 sul podio degli anni più caldi Mare da record: 13 gradi a dicembre   -   le temperature anomale del 2019

Arpa Fvg - Osmer: più che raddoppiati rispetto a 25 anni fa i giorni con temperature sopra i 30°

Trieste. Il 2019 è stato un anno «particolarmente caldo», con temperatura media di 1,5 gradi sopra la media del periodo 1919-2018. Ma se sotto questo profilo quello concluso si è posizionato al terzo posto dopo il 2014 e il 2018, è il mare ad aver fatto segnare picchi mai registrati: in conseguenza al surriscaldamento, l'anomalia termica nelle acque di Trieste si è concretizzata in un secondo semestre tutto sopra la norma «fino al record di 13 °C di temperatura a 2 metri di profondità registrati a fine dicembre». È questo uno dei dati contenuti nel bilancio meteo-climatico del 2019 in regione tracciato da Arpa Fvg - Osmer, che lo definisce «un anno più piovoso della norma e il terzo più caldo in 100 anni». Annotando come negli ultimi sei anni, quattro siano stati i più caldi da un secolo a questa parte. Le «anomalie termiche positive» hanno riguardato dieci mesi su 12. Arpa Fvg - Osmer fa notare i +4 gradi rispetto alla media registrati a febbraio in quota: un dato che il meteorologo previsore dell'Osmer Sergio Nordio definisce «molto significativo». E dopo maggio, il solo mese più fresco del normale (con gennaio a -0,7 gradi sotto la media), giugno ha portato un balzo termico rilevante con 4,5 gradi in più sulla norma. Proprio giugno, segnala Arpa Fvg - Osmer, è «uno dei mesi che più hanno mutato caratteristiche»: negli ultimi 15 anni la temperatura media ha sempre superato la norma degli ultimi 60 anni - con il 2019 secondo per media mensile al solo 2003 - fino a far divenire giugno un mese «pienamente estivo», con picco a 37 gradi. Una situazione che ha contribuito a vedere più che raddoppiati rispetto a 25 anni fa i giorni all'anno con massime oltre i 30 gradi in pianura: più di 60 nel 2019, contro la trentina di norma negli anni '90. Giugno è stato anche un mese fra i più secchi rispetto agli anni precedenti, in un'annata che invece è stata nel complesso piovosa, con maggio e novembre «molto sopra la norma». Una situazione che Arpa pone in relazione diretta con «l'anomalia termica del mare». La temperatura dell'acqua ha accentuato lo scambio di energia con l'atmosfera che a novembre, unita a costante scirocco nei bassi strati, ha portato piogge abbondanti. Del resto, il 2019 ha visto registrata a Trieste una temperatura media annua del mare di 17,2 gradi: 1,1 oltre la media del periodo 1995-2018. Ma in tutto il secondo semestre i valori sono rimasti sopra la media, fino al record di fine dicembre seguito nei primi giorni del 2020 da un altro "+13°" mai misurato a gennaio. Del resto, è di ieri la pubblicazione sulla rivista Advances in Atmospheric Sciences della ricerca di un gruppo internazionale di scienziati secondo cui le temperature degli oceani hanno raggiunto lo scorso anno le temperature più alte mai registrate. Tornando al Fvg, la situazione - così Arpa - è in linea «col progressivo aumento delle temperature che i dati rilevati evidenziano per il Fvg», «particolarmente accentuato negli ultimi decenni», come «a scala planetaria». I dati offrono anche un motivo di riflessione sul futuro climatico che ci attende, e che «potrà essere molto diverso in base alle scelte di sviluppo economico e politica energetica». L'ultima slide che Arpa propone delinea due scenari per il periodo 2071-2100 rispetto al 1976-2005: temperature medie uguali in inverno e più alte di 2 gradi in estate in caso di «rapida e decisa riduzione delle emissioni di anidride carbonica»; medie più alte di 3 gradi in pianura e di 4 in montagna in inverno, e di anche oltre 5 gradi in estate, se le emissioni continuassero «ad aumentare come ora». 

Paola Bolis

 

«Porto vecchio sia capitale Ue della lotta a difesa del clima» - La proposta di "un'altra città"

«L'Unione europea ha deciso di allocare grandi risorse nella ricerca sul cambiamento climatico. Il curriculum scientifico di Trieste rende il Porto vecchio il luogo ideale». L'architetto e urbanista Roberto Dambrosi è tra i fondatori dell'associazione Un'Altra Città, che nel dicembre scorso ha organizzato un dibattito proprio a tema Porto vecchio. Come valutate il nascituro Consorzio Ursus?Ci sembra uno strumento appropriato, proprio perché mette in campo tre realtà di tipo pubblico e parla da subito di partecipazione dei cittadini. Quel che secondo noi manca è un'idea portante che guidi il futuro accordo di programma. Quale potrebbe essere? Negli ultimi decenni Trieste è diventata una città della scienza, e questa è anche la sua possibilità di sviluppo ulteriore. In questo senso il Consorzio, secondo noi, dovrebbe guardare più a Bruxelles che alla Regione o a Roma.Perché? La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che l'Ue investirà una quota molto rilevante delle sue risorse nella ricerca sul cambiamento climatico. A noi pare che Trieste abbia tutte le capacità per diventare un epicentro di questo processo. E il Porto vecchio ha le caratteristiche necessarie. Il tema basterebbe a rilanciare l'area? Von der Leyen parla di investimenti di lungo periodo, da qui al 2050. Gruppi internazionali da tutti i Paesi europei potrebbero venire a fare ricerca qui, con il beneficio che ne deriverebbe per il nostro sistema scolastico e, in prospettiva, per l'occupazione. Poi in Porto vecchio ci possono stare tante cose, dai musei alle sedi di enti vari ed eventuali, ma secondo noi deve esserci un'idea centrale forte che ridia a Trieste il suo ruolo internazionale. Anche se Trieste non dovesse cercare un ruolo da protagonista in questo processo, pensiamo comunque che bisognerebbe dare un segnale in tal senso. Come? Rendendo ecologicamente sostenibili tutti gli edifici. Il futuro della città non può essere alimentato a combustibili fossili: tutta l'area andrebbe alimentata a fonti rinnovabili, come quelle solari o geotermiche. La partecipazione dei cittadini in procedimenti del genere non è semplice. Ci pare che già il nome "Ursus" scelto per il Consorzio sia molto indovinato, è in sintonia con l'emotività dei cittadini. Anche per questo un ente del genere non dovrebbe trovare sede negli uffici del Comune o in qualche posto simile, ma in Porto vecchio e magari vicino all'Ursus.Dove?La struttura del Molo IV è spesso poco utilizzata, mentre potrebbe diventare una sede perfetta e un luogo di incontro e confronto con tutta la cittadinanza. Un posto dove esporre progetti e renderli accessibili ai triestini, agli studenti. Sarebbe il posto ideale.

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 14 gennaio 2020

 

 

Referendum su Servola - Sì del 59% degli operai all'accordo con Arvedi

Lo schema d'intesa impostato a Roma con l'azienda passa con 277 voti a favore e 192 contrari. Stop all'area a caldo più vicino. Incognite su esuberi e fondi pubblici

Trieste. Con 277 voti a favore e 192 contrari, i lavoratori della Ferriera di Servola hanno deciso di dare il via libera allo schema di intesa impostato a Roma da sindacati e gruppo Arvedi. Il 59% dei 513 dipendenti aventi diritto (i tempi determinati non sono stati ammessi al voto) ha sposato la prospettiva della riconversione voluta da ministero dello Sviluppo economico, Regione e Comune. Il beneplacito delle maestranze autorizza dunque la firma e subito dopo toccherà ad azienda, istituzioni e Autorità portuale siglare quell'Accordo di programma che i rappresentanti dei lavoratori chiedono contenga tutte le garanzie sulla promessa assenza di esuberi. Le urne si sono chiuse alle tre di ieri pomeriggio e il risultato è arrivato meno di un'ora dopo. Terminano con la vittoria del "sì" i tre giorni di votazioni indetti da sindacati per un referendum segnato da una forte conflittualità interna e senza che in questi mesi si sia registrata una singola giornata di sciopero. La Rsu della Ferriera non è riuscita a mantenere una posizione unitaria e i rapporti tra le sigle sono andati sfilacciandosi in un ping pong di accuse reciproche. La Cgil Fiom ha sostenuto la posizione del "no", dopo aver abbandonato il tavolo del Mise e aver condotto una dura campagna contro un accordo che secondo il sindacato di sinistra non contiene sufficienti tutele per i lavoratori. Schierati per il "sì" al documento erano invece Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb. Bisognerà ora capire se ci sarà un ricompattamento in vista di una firma che verrà apposta ad ogni modo anche dalla Fiom. Il voto è stato orientato anche da importanti pressioni provenienti dall'esterno. Come nel caso dell'impegno del ministro Stefano Patuanelli per l'assunzione degli esuberi da parte di Fincantieri: annunciata non a caso alla vigilia del voto, la prospettiva sarà rafforzata nelle prossime settimane da un protocollo siglato dal gigante dei cantieri e dalla Regione. Impattante è stato pure il comunicato diramato dal gruppo Arvedi dopo un'assemblea dei lavoratori così tesa da aver fatto credere agli stessi sindacalisti che il "no" avrebbe prevalso: la proprietà specificava che la chiusura dell'area a caldo sarebbe arrivata anche in caso di bocciatura dell'accordo sindacale, con l'aggravante per i lavoratori di dover rinunciare alle forme di tutela previste nel patto e di potersi affidare solo all'eventuale trasferimento nel sito produttivo di Cremona. Il "no" avrebbe effettivamente significato navigare in mari sconosciuti, perché la bocciatura dell'intesa non avrebbe costretto l'azienda a sedersi nuovamente al tavolo e perché Regione e Comune hanno sempre detto di essere disposti a firmare l'Accordo di programma solo in presenza dell'accordo preliminare fra azienda e lavoratori. Con il "sì" i dipendenti della Ferriera spianano la strada alla chiusura dell'area a caldo: una prospettiva certo non voluta, ma vissuta da operai e impiegati con speranza, dopo le ripetute promesse di una riconversione industriale e logistica capace di non lasciare per strada nemmeno un dipendente. L'accordo sindacale recepisce i quattro pilastri del piano industriale, riportati anche nell'Accordo di programma: smantellamento e bonifica dell'area a caldo, rilancio della logistica, riconversione a metano della centrale elettrica e potenziamento del laminatoio con aggiunta dei reparti di zincatura e verniciatura, nonché possibilità di installare una linea di ricottura. La riconversione dovrebbe durare 24 mesi e richiedere un investimento da 180 milioni, cui potranno aggiungersene 50 in caso si decida di realizzare il forno di ricottura. Al termine dell'operazione, i lavoratori di Servola passeranno da 580 a 417: per 66 di essi si procederà con trasferimenti in aziende terze o in altri siti produttivi del gruppo, 58 verranno prepensionati e per i restanti 39 sono previste uscite volontarie con incentivi, a meno che l'impianto di ricottura non ne garantisca l'assorbimento. Per tutti scatteranno nel frattempo 24 mesi di cassa integrazione a rotazione, che l'azienda si è impegnata a maggiorare con 346 euro lordi, assicurando inoltre un'integrazione economica per i pensionandi pari a 1. 175 euro lordi ogni mese di Naspi e un incentivo all'uscita da 28 mila euro lordi per chi volesse lasciare il posto di lavoro. Per arrivare alla definizione del quadro ci sono tuttavia parecchie cose da chiarire. L'intesa sindacale richiama infatti esplicitamente gli impegni delle istituzioni a garanzia dell'occupazione: questi dovranno essere messi nero su bianco in un Accordo di programma, che allo stato attuale non contiene però tre passaggi fondamentali. Si tratta della definizione operativa e finanziaria del nodo bonifiche, delle risorse che governo e Regione intendono stanziare per il rilancio e dell'esito delle trattative tra Arvedi e Autorità portuale per l'acquisizione da parte di quest'ultima dei terreni dell'area a caldo, che dovrebbero essere usati per la creazione di un terminal ferroviario a servizio della Piattaforma logistica, di cui non è tuttavia ancora chiaro il futuro. I sindacati mettono inoltre in dubbio le modalità di assorbimento della manodopera in eccesso da parte di Fincantieri, che potrebbe dover assumere oltre un centinaio di persone, tra tempi determinati in scadenza a gennaio e una quarantina di lavoratori impiegati nella bonifica ma non previsti nell'organigramma finale. Non è chiaro se le maestranze verranno reclutate direttamente oppure nell'indotto, né rassicura il trattamento dei dipendenti ex Eaton per i quali era stato previsto lo sesso iter, non ancora concluso. Senza dimenticare che il passaggio alla Cln di San Giorgio di Nogaro potrebbe essere rallentato dalla necessità per l'impresa di acquisire permessi ancora non rilasciati.

Diego D'Amelio

 

 

Associazione #Maidiremai stila il suo programma

Si terrà oggi alle 18 nella sede di Via Fabio Severo 31 a Trieste l'Assemblea dell'Associazione giovanile #MaiDireMai-#NikoliReciNikoli. Tra i vari punti all'ordine del giorno la formulazione delle proposte e del calendario delle varie attività e iniziative previste in regione ma anche all'estero.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 13 gennaio 2020

 

 

La battaglia sulla Tripcovich in Commissione Trasparenza

La seduta domani in comune. intanto Gasperini difende l'abbattimento

Per domani martedì 14 alle 9 mattutine Sabrina Morena, consigliere comunale di Open Fvg e presidente della commissione Trasparenza del civico consesso, convoca i colleghi commissari per trattare l'argomento "sala Tripcovich". Così, nudo e crudo, senza condimenti. Oltre ai componenti, è invitato l'assessore Lorenzo Giorgi, che detiene la delega al patrimonio. E'presumibile che si parlerà di cosa il Comune ha intenzione di fare dopo l'altolà ministeriale all'abbattimento dell'ex stazione delle autocorriere: il sindaco Dipiazza aveva annunciato che il Municipio avrebbe esercitato la richiesta di accesso agli atti per ottenere la lettera con cui l'architetto Federica Galloni ha gelato l'auspicio del primo cittadino. Ma la Soprintendenza ha già "girato" la corrispondenza al Municipio?Intanto sul caso Tripcovich intervengono gli architetti Lorenzo Gasperini e Giulio Dagostini, che avevano ottenuto l'incarico di ridisegnare piazza Libertà alla luce della sparizione dell'ex stazione riconvertita in teatro. I due professionisti scrivono che «se guardiamo al di là della sala ci accorgeremo che oltre quei portali ora seminascosti si estende una città intera, nuova, ricca di spazi che potrebbero diventare quei luoghi d'arte, di cultura». Esplicito il riferimento ai varchi di Porto vecchio realizzati nel 1914 da Giorgio Zaninovich: «la sfortunata sala Tripcovich - sostengono Gasperini & Dagostini - sembra perciò solo un paravento o una sorta di ultima ridotta che ci impedisce di guardare un po' più in là». Perchè, al netto dell'ingresso da viale Miramare, Porto vecchio ha solo due accessi: Molo IV e piazza Libertà . I due architetti sostengono che la vita di una città non è caratterizzata dall'immobilità, altrimenti - argomentano - avremmo ancora piazza Unità chiusa al mare da un giardino!

Magr

 

 

 

Nasce il patto per l'ambiente tra giunta e giovani di Fridays

Scoccimarro riceve gli attivisti e promette una serie di tavoli co-organizzati: «Serve il contributo di tutti per una rivoluzione culturale»

TRIESTE. «Il confronto con i giovani su temi come difesa dell'ambiente, mobilità e sviluppo sostenibile diventerà un appuntamento fisso della mia agenda e per questo 2020 vorrei intanto programmare cinque appuntamenti co-organizzati con i rappresentanti di Fridays for future». L'annuncio è dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che l'altro giorno ha incontrato, nella sede della Regione a Pordenone, i rappresentanti regionali del movimento giovanile che sta riempiendo le piazze di tutto il mondo. «Il mio mandato - spiega l'assessore - sarà caratterizzato dai contributi di tutti, per accompagnare la rivoluzione culturale in corso sui temi ambientali. Vorrei inoltre cogliere la disponibilità di questi ragazzi non solo per il confronto ma anche per veicolare iniziative messe in atto dalla Regione in campo ambientale. Ho infatti potuto apprezzare - prosegue Scoccimarro - come non vi sia una visione miope bensì di rispetto verso le imprese, purché ovviamente si tenga presente la protezione dell'ambiente. L'esempio perfetto è la riconversione dell'area a caldo della Ferriera di Trieste che vedrà non solo abbattersi le emissioni ma anche bonificare una parte del sito di interesse nazionale che desta molta preoccupazione nel movimento». Altri temi affrontati nell'incontro - riferisce una nota della Regione - sono stati quelli della mobilità sostenibile e della produzione di energia. «Temi che saranno al centro di alcuni tavoli tecnico-politici che il mio staff concorderà assieme ai giovani di Fridays for future con degli incontri bimestrali che potrebbero diventare propedeutici al primo dei due momenti istituzionali degli Stati generali dell'Ambiente della zona Alpe Adria che sto programmando per autunno 2020 e primavera 2021».

 

 

Ruote d'auto in mare, boe e bidoni nel bosco - Pure la baia di Sistiana ha il suo "lato oscuro"

Cumuli di rifiuti fra il porticciolo e il "retro" di Castelreggio. Le critiche dei pescatori della zona ai colleghi di fuori

DUINO AURISINA. Boe alte più di un metro, bidoni cilindrici in vetroresina e ulteriori materiali abbandonati sul declivio dietro l'entrata del bagno di Castelreggio. E poi, ancora, copertoni d'automobili, tubi di plastica, reti e perfino una sedia sul fondo del mare, all'interno del porticciolo. È lo stato in cui versa parte della baia di Sistiana, in particolar modo l'area attigua al molo cui fanno riferimento come "base" i pescatori della zona. Un angolo di paradiso frequentato nei mesi estivi da turisti provenienti da mezza Europa, complice l'attrattività offerta dal soprastante campeggio, e che, sotto gli occhi di tutti, annovera la presenza di rifiuti di ogni tipo. La denuncia arriva da parte degli stessi pescatori della baia, infastiditi soprattutto dai modi di operare di certi colleghi provenienti da Monfalcone e Trieste. «Hanno colonizzato il molo - spiega uno dei pescatori di Sistiana - depositandovi quanto più materiale possibile, che con il passare del tempo (alcune boe sono lì da svariati anni) è diventato un tutt'uno con la vegetazione». Come nel caso delle boe accatastate nel bosco retrostante Castelreggio, dove in passato era presente una casa colonica, crollata con il passare del tempo e che ora è stata assorbita dalla vegetazione stessa. Ora la zona è preda dei rovi e, nei pochi spazi aperti, ospita una cospicua colonia di gatti. Tra le casette dei felini e gli spineti ecco comparire una serie di boe bianche in vetroresina, ormai coagulate con la vegetazione tanto da confondersi con essa, a dimostrazione di quanto tempo si trovano lì. Il problema dei rifiuti nella baia di Sistiana si interseca con quello delle enormi boe spiaggiatesi sull'arenile sotto il castello di Duino, poi tolte alcuni giorni fa dai residenti della zona. Una situazione che si protrae da anni e della quale nessuno sembra interessarsi. «Boe come queste le si possono ritrovare abbandonate nei porticcioli di tutta la provincia - spiega un altro dei pescatori che operano in baia - dal Villaggio del Pescatore fino a Barcola, passando per Grignano». In questo caso, però, rispetto alle boe rinvenute sotto il castello, non si tratta di manufatti che, a causa delle mareggiate e dei venti della stagione invernale, si staccano dagli impianti degli allevamenti della costa e si spingono a riva. «È difficile che una boa alta un metro arrivi sola dentro la baia, esca dall'acqua e si "parcheggi" nel bosco retrostante», spiega sarcasticamente, ancora, uno dei pescatori: «La cosa che più mortifica è che dietro a tutti i progetti che ci sono per la valorizzazione della baia non si parla mai del tema ambientale. Qui siamo di fronte a un danno ambientale, seppur piccolo, del quale nessuno dice nulla e, soprattutto, fa nulla per porvi rimedio».Trattandosi di oggetti in vetroresina, e in alcuni casi anche metallici, non sono biodegradabili e pertanto il danno per l'ambiente, se non si interviene, rischia di diventare notevole. Fuori come dentro il mare, dove, come si può vedere dalle fotografie, attorno al molo dove attraccano le barche da pesca, vi è depositato materiale di ogni tipo che, nelle belle giornate di sole, si distingue nitidamente da riva, complice la limpidezza dell'acqua. Pezzi di ruote, tubi di plastica, una sedia, manufatti di ferro e rimasugli di cozze: tutti ammucchiati sul fondale. Questo, insomma, il quadro che accoglie chi, in estate, decide di fare il bagno a Sistiana mare. Poco edificante per un territorio che vuole fare del turismo il proprio punto di forza.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 12 gennaio 2020

 

San Pelagio - Mattoni, pietre e un wc: la discarica abusiva davanti all'ex caserma

DUINO AURISINA L'equivalente di un camioncino bello pieno di rifiuti edilizi. Questo lo sgradito "regalo" rinvenuto nella stradina posta davanti all'ex caserma della Polizia di frontiera e della Guardia di finanza di San Pelagio, a poche decine di metri dall'ex valico di confine secondario che collega il territorio di Duino Aurisina a Gorjansko (Comeno). Una piccola arteria leggermente più nascosta rispetto alla strada ex provinciale n. 6, transitata quotidianamente da centinaia di automobilisti provenienti da entrambi i Paesi confinanti. E proprio il fatto di essere nascosti deve aver agevolato il compito degli incivili che hanno abbandonato chili e chili di masserizie a cielo aperto, a pochi passi dai boschi che caratterizzano l'altipiano carsico triestino occidentale. Nello specifico mattoni, pietre, malte e la tazza di un water stanno facendo brutta mostra di sé da qualche giorno. In realtà già da tempo l'area è stata presa di mira con diversi lasciti collocati all'interno dell'edificio più piccolo posto a ridosso della grande caserma. Un immobile ancora aperto e quindi accessibile a chiunque. Anche qui tanta la spazzatura abbandonata da ignoti: copertoni di automobili, secchi pieni di calcinacci, materassi, ma anche sacchi neri contenenti rifiuti di ogni giorno abbandonati da persone evidentemente troppo pigre per conferirle negli appositi spazi. Recentemente l'area attigua all'ex caserma di San Pelagio era stata oggetto di alcune scritte vergate con spray rosso inneggianti al Tlt, il Territorio libero di Trieste. Una situazione assurda quella dei due edifici, da tempo dismessi ed abbandonati a loro stessi, che ricorda quella di altre strutture simili disseminate nella provincia triestina. Tornando alla vicenda della mini-discarica abusiva creatasi a San Pelagio, vale la pena ricordare le sanzioni amministrative in cui si incorre nell'abbandono e deposito al suolo da parte di privati di rifiuti non pericolosi che prevede un minimo di 300 sino ad un massimo di 3 mila euro (600 euro il pagamento in misura ridotta) di multa. Sanzioni che passano direttamente al penale nel caso in cui l'abbandono e il deposito (sempre in caso di rifiuti non pericolosi) venga effettuato da parte di titolari di imprese, con pene che vanno da 3 mesi a un anno di arresto e ammende che oscillano da un minimo di 2.600 sino a un massimo di 26 mila euro.

R.T.

 

 

Ex Jugoslavia, polmone nero che inquina l'Europa intera   -   le 10 centrali termoelettriche piu' inquinanti d'Europa

L'Ue ha perso 600 mila giornate lavorative all'anno e 5,9 miliardi di euro in cure a causa dell'aria proveniente da Est. Nessun miglioramento registrato di recente

BELGRADO. Nel cuore dell'Europa pulsa un polmone nero che dalle narici sprigiona ogni sorta di emissioni inquinanti che poi si disperdono sull'intero continente. E i dati scientifici che lo confermano rischiano di scoraggiare la pur indomita Greta nella sua battaglia per il clima. Stiamo parlando dei Balcani con particolare focalizzazione sulla ex Jugoslavia. Un esempio? Giovedì scorso è stata una giornata soleggiata su tutta l'area in questione, ebbene i dati della qualità dell'aria nel corso di quelle 24 ore parlano chiaro: Sarajevo era la seconda città più inquinata del mondo (dietro Bishkek in Kirghizistan), Skopje era ottava, Belgrado era nona. Lubiana è stata moderatamente inquinata classificandosi al 50mo posto. Tale inquinamento atmosferico ha un effetto catastrofico sulla salute umana, come avverte l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Secondo i suoi dati, il più alto tasso di decessi prematuri a causa dell'inquinamento atmosferico nei Balcani e in Europa è registrato in Macedonia del Nord, dove 82.000 su 100.000 persone muoiono prematuramente a causa dell'aria che respirano. È seguita da Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia. Questi dati indicano che per l'inquinamento atmosferico, per il quale sono disponibili gli ultimi dati relativi al 2016, 4.388 persone sono morte prematuramente in Serbia, 2.793 in Bosnia-Erzegovina, 1.702 in Macedonia del Nord e 489 in Montenegro. E non è tutto. L'ultimo rapporto dell'Alleanza per la salute e l'ambiente (Heal) mostra che una stretta contiguità geografica all'inquinamento influisce anche sulla salute umana nell'Unione europea, dove nel 2016 ci sono stati 2.013 decessi prematuri a causa dell'inquinamento atmosferico. L'Ue ha perso 600.000 giorni lavorativi all'anno e 5,9 miliardi di euro di cure mediche a causa dell'aria proveniente dai Balcani. I Paesi dei Balcani occidentali hanno 3,65 miliardi di euro di costi per il trattamento dell'inquinamento atmosferico, calcolata da Heal. Un importante inquinatore nei Balcani occidentali è costituito da 16 centrali termoelettriche obsolete, avverte Heal nel suo ultimo rapporto. Questo è simile ai rapporti degli anni precedenti, a conferma che la situazione non sta migliorando. Queste 16 centrali termoelettriche emettono la stessa quantità di anidride solforosa di tutte le 250 centrali termiche nell'Ue. La centrale termoelettrica di Ugljevik in Bosnia-Erzegovina emette tanto anidride solforosa quanto tutte le centrali termoelettriche tedesche messe insieme. Naturalmente, anche le centrali termoelettriche europee non sono "innocenti", ma tra le dieci più inquinanti in Europa, otto sono dislocate nei Paesi dei Balcani occidentali, una in Polonia e una in Bulgaria. «L'inquinamento atmosferico non conosce confini ed è ancora un assassino invisibile in Europa. La grande quantità di inquinamento dei Balcani occidentali arriva nell'Ue e contribuisce alla già scarsa qualità dell'aria nei Paesi occidentali, rendendo particolarmente difficile il rispetto degli standard di qualità dell'aria dell'Ue. È giunto il momento per i responsabili politici europei di intensificare gli sforzi per la purificazione dell'aria e la decarbonizzazione nell'Europa sudorientale», ha affermato al Delo di Lubiana Vladka Matkovic Pulji, autrice principale del rapporto Heal. Secondo la meteorologa Olgica Lazic di Belgrado, il movimento delle masse d'aria dipende dalla pressione. «Quando si crea un'alta pressione aerea su Romania e Ungheria, le masse d'aria iniziano a spostarsi da sud-est a nord-ovest, cioè sopra la Serbia verso l'Ungheria, forse più lontano verso l'Austria, ma non raggiungono affatto la Germania. In tali condizioni, il kosava soffia sulla regione del Danubio e sulla Serbia l'aria è pulita, è inquinata invece in assenza di vento», ha spiegato Lazic. E l'aria sui Balcani non migliorerà in futuro, secondo il rapporto di Heal. La regione ospita anche grandi riserve di carbone, motivo per cui i governi di quei Paesi sono favorevoli ai prestiti di Pechino per l'acquisto di centrali termiche cinesi e contano di acquisire sei GW di capacità aggiuntiva (inquinante) entro il 2030. 

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 11 gennaio 2020

 

 

Consorzio "fatto in casa" per il Porto vecchio - Regia in mano al Comune

Il via atteso a giugno: lo statuto prevede una struttura snella e interamente pubblica Gli incarichi potrebbero essere coperti ricorrendo a personale dei soci fondatori

Si fa tutto in casa. La bozza dello statuto del Consorzio per la valorizzazione del Porto vecchio, approvata nel dicembre scorso, configura un modello tutto pubblico per l'ente che dovrebbe nascere nel giugno prossimo. Accantonata l'idea di mettere grandi nomi al timone e di imbarcare i privati, il futuro Consorzio è disegnato come un'espressione delle istituzioni cittadine e regionali, con il Comune nella parte del regista. Nell'aprile scorso il sindaco Roberto Dipiazza dava per imminente la costituzione della "società di gestione" del Porto vecchio. Già allora anticipava il modello da adottare: «La società avrà una prima fase in cui sarà completamente pubblica, diretta dai tre enti - dichiarava al Piccolo -. Quando il Comitato portuale funzionava così andava alla grande. Poi, in una seconda fase, potremo eventualmente pensare a far entrare alcuni privati».S'è dovuto attendere dicembre, però, per la firma dell'accordo fra Dipiazza, il presidente Fvg Massimiliano Fedriga e il presidente del Porto Zeno D'Agostino. Oltre a sancire la iniziative da concordare tra gli enti per l'avvio dei cantieri, l'accordo ha sancito la bozza di statuto e fissato a giugno la data in cui il Consorzio vedrà la luce. Cosa contiene la bozza? Il testo stabilisce che l'ente si chiamerà Ursus (l'omaggio è evidente, pur essendo acronimo di Urban Sustainable System)e che avrà il compito di «promuovere la rigenerazione urbana e la riqualificazione urbanistica» dell'area, fungendo da interfaccia unico fra istituzioni e potenziali investitori. Il Consorzio dovrà in sostanza fare il lavoro preparatorio per tutte le alienazioni dei beni comunali (la maggioranza dei magazzini) e per le concessioni che l'Autorità portuale darà alle aree di sua competenza (la linea di costa). Bandi di gara inclusi. A tal fine verrà redatto ogni tre anni un "Piano di valorizzazione operativo" che conterrà le linee guida per lo sviluppo del Porto vecchio e che servirà proprio ad armonizzare le azioni di Comune e Adsp.Le attività del Consorzio saranno suddivise in quattro aree, ognuna guidata da un dirigente (vedi articolo in basso). L'ente avrà un fondo di dotazione iniziale da 300 mila euro, conferito dai fondatori. Il fondo sarà diviso in quote di partecipazioni nominative da mille euro: al Comune è attribuita una quota minima di partenza di 160 quote, la maggioranza. Le casse del Consorzio potranno ingrassare grazie a ulteriori conferimenti, fondi europei, al pagamento di servizi o a proventi derivanti dalle alienazioni. L'assemblea consortile sarà l'organo di indirizzo politico, da convocare almeno due volte l'anno per approvare i bilanci ed eventuali modifiche al piano operativo. Sarà composta dai rappresentanti legali dei soci, cui spetterà un numero di voti pari alle quote di partecipazione al fondo. Il consiglio di amministrazione sarà la cabina di regia operativa e avrà un minimo di tre membri, eletti dall'assemblea sulla base dei nomi proposti dai soci: Comune, Regione e Adsp potranno proporre ognuna un elenco di potenziali consiglieri, ma solo un candidato per lista potrà venir eletto. Ai membri del cda si richiede «comprovata esperienza amministrativa, imprenditoriale o professionale» nella valorizzazione di immobili pubblici o privati, «attestata dallo svolgimento di almeno un quinquennio di attività». Il consigliere eletto su proposta del Comune sarà automaticamente il presidente del Consorzio. L'assemblea consortile sarà incaricata di nominare il Revisore, mentre al cda toccherà individuare il direttore, che potrà esser tanto un libero professionista quanto un «dipendente delle amministrazioni socie». Potranno essere ammessi altri soci, purché siano enti pubblici o associazioni di categoria (vedi articolo in basso). I compensi per tutti gli incarichi dovranno essere definiti dall'assemblea. Questa, in sintesi, l'impostazione voluta con forza da Comune e Regione: una società di gestione in versione "domaca", costruita in modo da poter essere amministrata anche solo poggiandosi sul personale degli enti amministratori.

Giovanni Tomasin

 

Dal maketing ai bandi di gara: tutto sarà nelle mani dell'ente

Il nuovo soggetto sarà diviso in quattro aree operative e si occuperà anche di definire il piano per il masterplan dedicato al rilancio dell'area

Dalla promozione ai bandi di gara, il Consorzio Ursus si occuperà dello sviluppo del Porto vecchio a 360 gradi. Il futuro ente sarà diviso in quattro aree, corrispondenti al suo fine istituzionale: area investimenti, area marketing e comunicazione, area tecnica, area amministrativa e dismissioni. Ogni area sarà guidata da un responsabile, la cui nomina sarà proposta dal direttore al consiglio d'amministrazione. Un punto che rende il direttore l'epicentro della macchina del Consorzio. I requisiti per la nomina a responsabile sono gli stessi richiesti al direttore. Come funzioneranno le quattro aree? L'area investimenti farà da «interfaccia e interlocutore unico con i potenziali investitori per la promozione, lo sviluppo e la realizzazione di investimenti, opere pubbliche e private che stimolino possibili finanziatori».L'area marketing e comunicazione dovrà condurre le attività di promozione di carattere generale, «anche mediante campagne pubblicitarie» sia analogiche che digitali, «finalizzate all'individuazione dei potenziali acquirenti o concessionari degli immobili». Spetterà all'area anche un lavoro più specifico sugli edifici da cedere o affidare, attraverso «attività di marketing immobiliare e home staging (l'allestimento dell'edificio in vista della vendita ndr)», volte a rendere più appetibili gli stabili. Alla stessa area spetterà anche «l'organizzazione di eventi, dibattiti pubblici e workshop finalizzati al coinvolgimento della città e del territorio».L'area tecnica effettuerà le attività di due diligence urbanistica, edilizia, ambientale ed energetica. Le spetterà anche predisporre le linee guida per le opere di manutenzione ordinaria e straordinaria che i soci dovranno effettuare «al fine di massimizzare l'appetibilità sul mercato degli immobili».L'area amministrativa e dismissioni avrà il compito più impegnativo: predisporre, di concerto con i soci, tutta la documentazione tecnica nonché i bandi di gara o d'asta e «la successiva contrattualistica operativa» delle procedure di alienazione o concessione. L'area tecnica dovrà redarre anche il Piano di Valorizzazione operativo che fungerà da canovaccio per tutta l'operazione, incluse eventuali varianti.

G.Tom.

 

«Così si rischia di perdere treni che non ripassano»

Russo, "padre" della sdemanializzazione critico nei confronti del sistema proposto

L'intervista/1 «Se gestiamo la cosa in modo così provinciale rischiamo di perdere». Il vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Russo, che in veste di senatore dem riuscì a far passare l'emendamento per la sdemanializzazione del Porto vecchio, alza il sopracciglio di fronte alla bozza di statuto del Consorzio. Cosa pensa della proposta?Sono passati 5 anni dal mio emendamento. Il 28 aprile scorso Massimiliano Fedriga dichiarava trionfalmente che entro 90 giorni la società di gestione sarebbe stata operativa. Abbiamo invece aspettato fino a dicembre perché si vedessero per decidere che forse la fantomatica società nascerà entro il 30 giugno. Il Porto vecchio è un tema su cui la politica deve essere unita, e io tifo per chiunque smuova le acque. Ma cinque anni per decidere quale sarà lo strumento operativo è un tempo che rischia di farci perdere dei treni. Ovvero?Serve una visione complessiva, è quel che chiedono gli investitori. Con lo spezzatino si rischia invece di depauperare l'area per mancanza di regia: oggigiorno pare che in Porto vecchio ci debba finire di tutto, dalla piscina al Luna Park. Cosa cambia fra il Consorzio così come definito e la società di cui si è parlato in questi anni?Io pensavo a una struttura con una capacità di visione e con la consulenza di realtà internazionali all'altezza della sfida. L'idea era ricalcare il modello Expo, come suggerito da Raffaele Cantone nel 2015, quando lo invitai a visitare l'area. Qui parliamo di investimenti tra i due e i tre miliardi: il pubblico non ha quei fondi, quindi servono risorse private. E il territorio deve strutturarsi come interlocutore credibile. Come?Ne abbiamo parlato spesso in passato con Dipiazza, io gli avevo proposto anche delle ipotesi. Si pensava a una società saldamente in mano pubblica, con il sindaco alla guida, ma accanto a lui un manager internazionale in grado di parlare con i fondi internazionali di New York, Dubai, Pechino. Le uniche realtà in grado di condurre operazioni simili oggi. Si è parlato a lungo di un ruolo dei privati nella macchina decisionale. Quand'ero ancora al senato chiesi ai principali vertici delle società con sede a Trieste (Generali, Allianz, Wartsila) se erano disponibili a entrare in un comitato dei saggi. Accettarono. Sarebbero entrati a titolo personale, ma portando la credibilità derivante dai loro ruoli. Anche il presidente di Fincantieri Bono aveva più volte manifestato il suo interesse. Temo che la maggioranza abbia fermato il sindaco per questioni politiche, forse anche per antipatia nei miei confronti. Io tifo a favore di chiunque faccia qualcosa per smuovere le acque, quindi mi auguro che il Consorzio nasca e sono disposto a dare il mio contributo. Ma per il momento stiamo parlando del nulla.

G.Tom.

 

«Ora si potrà trattare con i privati tutelando gli interessi collettivi»

Il presidente dell'Ordine degli architetti Bisiani ritiene positiva l'impostazione

L'intervista/2 «È uno strumento indispensabile. Necessario». Thomas Bisiani, presidente dell'Ordine degli architetti di Trieste, non dubbi: il Consorzio Ursus per la valorizzazione di Porto vecchio andava assolutamente fatto. Anzi, sarebbe stato meglio farlo prima...Avrebbe consentito di guadagnare tempo. Come dovrebbe essere utilizzato questo strumento?Un modello interessante, da questo punto di vista, è quello di Amburgo, fatto per trasformare il quartiere portuale di HafenCity. La società di gestione non si occupa solo di piazzare i magazzini storici, ma si occupa della loro trasformazione. È un programma più alto e articolato. È un bene che la società di gestione triestina sia composta solo da enti pubblici?Lo ritengo un aspetto positivo. Consentirà di trattare con gli operatori privati tutelando gli interessi pubblici. Senza alcuna confusione di sorta. La questione fondamentale, infatti, è come verrà gestita la partita del Porto vecchio tra la società di gestione e i soggetti che saranno prevalentemente privati. È un modello che mi pare coerente. Questo soggetto pubblico, ovviamente, deve però avere le capacità per trattare con i soggetti privati. Quali competenze dovrà avere il consorzio?Ci devono essere competenze per trattare sullo stesso piano, alla pari, con quelli che possono essere dei grandi player nazionali e internazionali delle trasformazioni immobiliari. Si tratta di un tavolo formato da due fronti, le cui competenze devono essere equivalenti. Ma come funziona ad Amburgo?Ad Amburgo si è creato un meccanismo molto interessante. La trasformazione delle aree portuali presuppone il passaggio di proprietà solo dopo la presentazione dei progetti. Questo consente alla società di gestione di poter intervenire fino all'ultimo sul contenuto del progetto. Non ci cedono magazzini a scatola chiusa...Esatto. A mio parere si tratta di un modello virtuoso a vantaggio di tutti. L'imprenditore privato non si compra le aree e poi ci fa sopra un progetto con le conseguenti esposizioni economiche. Nel caso di Amburgo, prima faccio un progetto, lo sottopongo alla società di gestione e poi compro le aree con relativo titolo edificativo e mi impegno finanziariamente con le banche. Serve un masterplan, come qualcuno chiede, per Porto vecchio?Amburgo, per esempio, non ragiona in termini rigidi, ovvero in base a un masterplan. Ma piuttosto si valutano le proposte che arrivano sul tavolo. Il masterplan non è l'unica soluzione. Questo significa lavorare su tempi lunghi...È quello che va fatto. Amburgo sta lavorando su una scala di 20, 25 anni.

Fa.Do.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 10 gennaio 2020

 

 

Proposte gourmet e spazi per fisioterapia - Così rinasce lo storico Mercato coperto

All'esame del Municipio un project financing di iniziativa privata per rilanciare la struttura. Investimento da 6 milioni di euro

Presto, tutti al rifugio anti-aereo! Ma come, è l'ora delle incursioni? No, è l'ora della merenda. Bando alle facezie, il recupero del semi-interrato, che durante il secondo conflitto mondiale era stato adibito a riparo dai bombardamenti, sarà una delle riscoperte proposte all'attenzione del Comune da un aggregato imprenditoriale-professionale, con l'obiettivo di recuperare a nuova vita il Mercato coperto di via Carducci, indirizzandolo - come vedremo meglio - a un utilizzo "misto" commerciale, culturale, gastronomico, ricreativo. Si tratta di un project financing di iniziativa privata, dal punto di vista tecnico simile all'operazione del centro congressi in Porto vecchio, che avrà bisogno, per diventare realtà, di 6 milioni di euro, il 49% dei quali a cura dell'amministrazione civica, proprietaria dell'edificio progettato da Camillo Iona negli anni Trenta. Entro gennaio il pool offerente, che al momento preferisce non esibirsi nell'ufficialità, si incontrerà con la delegazione municipale. Pare che l'idea piaccia molto al sindaco Roberto Dipiazza, anche perchè, se il dossier accelerasse, ci sarebbe la possibilità nel giro di 10-12 mesi di inaugurare il lifting appresso le elezioni amministrative 2021. Tremila metri quadrati da ripensare, un'operatività estesa dalle ore 8 alle ore 22, impiegabili a tempo pieno nelle varie opportunità di intrapresa una settantina di persone. Addio al vecchio modello di mercato a base di stand alimentari, via a un nuovo modulo che mira a una valorizzazione complessiva dell'interessante costruzione. Dall'interrato anti-aereo, come abbiamo già visto, alla terrazza che copre lo stabile e che sarà trasformata in uno spazio verde aperto alla cittadinanza. L'interno viene ri-giocato su due livelli: al pianterreno permane un'area destinata alla vendita di prodotti locali, in connessione con un ristorante promoter delle ghiottonerie autoctone, cui s'aggiunge la possibilità di organizzare eventi culturali. Prendendo scale o ascensore, si sale al primo piano, che sarà invece dedicato - scrive la relazione - al «benessere e cura della persona», una sorta di spazio medico/paramedico dove la fisioterapia avrà titoli in prima pagina. Dopo oltre ottant'anni il Mercato avrà finalmente un'impiantistica capace, a seconda delle stagioni, di scaldare e/o raffreddare. Dal punto di vista gestionale, si pensa a una conduzione «unica e centralizzata», nella quale comunque i locali saranno dati in affitto a singole attività indipendenti. I proponenti ritengono che la combinazione di molte attività sarà in grado di garantire la sostenibilità economica dell'iniziativa. Gli interventi all'esterno si concentreranno nella sostituzione delle vetrate con nuovi inserimenti trasparenti. Anche via Maiolica avrà la sua parte di gloria, con l'ampliamento del marciapiede. 

Massimo Greco

 

 

«Ferriera, sicurezza prioritaria Valutiamo possibili omissioni»

Valenti dopo l'incontro con i sindacati che denunciano i rischi dovuti alla rinuncia alle manutenzioni programmate: «Informerò Mise e Regione». In fabbrica si vota

Il prefetto di Trieste Valerio Valenti incalza il gruppo Arvedi affinché l'azienda garantisca i livelli di sicurezza per i lavoratori nella transizione verso la riconversione. L'impegno del commissario di governo arriva dopo l'incontro avuto ieri in piazza Unità con i rappresentanti dei dipendenti, che denunciano rischi concreti per la decisione della proprietà di rinunciare alle manutenzioni programmate, riducendo il ricorso alle ditte esterne impiegate nel controllo degli impianti dello stabilimento. Dopo il confronto con sindacati e Rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), Valenti dice di attendere «un documento di sintesi che rappresenti puntualmente la base su cui rivolgere le singole sollecitazioni alla società, ma anche ad Azienda sanitaria e Vigili del fuoco, che sono le istituzioni preposte a vigilare». Il prefetto spiega che sentirà presto i vertici di Siderurgica Triestina «per dare un richiamo sull'opportunità di garantire gli interventi a salvaguardia di salute e sicurezza dei lavoratori, i cui rappresentanti hanno evidenziato omissioni che richiedono di valutare eventuali profili di responsabilità rispetto a una materia regolamentata da norme stringenti». Valenti evidenzia che «siamo in un momento delicato: informerò Mise e Regione, per coinvolgere anche le istituzioni sul tema sicurezza. Ora attendiamo il voto dei lavoratori, snodo fondamentale». I rappresentanti delle maestranze raccontano di una recente piccola fuga di gas nello stabilimento, parlando di «marasma completo» e facendo esplicito richiamo a un «rischio ThyssenKrupp», in riferimento all'incidente che nel 2003 costò la vita a sette operai per la somma di una serie di sfortunate fatalità. I sindacati puntano il dito contro la decisione dell'azienda di rinunciare alle prestazioni programmate delle ditte esterne, che hanno ormai avviato procedure di mobilità e ricorso ad ammortizzatori sociali. Per Thomas Trost (Fiom), «l'azienda procede con interventi a chiamata per risolvere singoli problemi, mentre prima c'erano controlli capillari e costanti. Abbiamo chiesto alla proprietà di rallentare i processi per non usurare gli impianti, visto che ormai i ricambi vengono comprati solo in caso di rotture. Bisogna stare attenti perché in Ferriera ci sono tantissime cose che possono scatenare problemi più grandi: basta che si fulmini la spia che segnala la presenza di monossido». Umberto Salvaneschi (Fim) sottolinea che «più di qualche episodio ha recentemente provocato la fermata degli impianti e inoltre gli addetti lavorano in forte pressione psicologica davanti alla chiusura: la concentrazione diminuisce e questo preoccupa». Antonio Rodà (Uilm) ricorda che «il percorso di chiusura sembra irreversibile, ma resta la necessità di garantire la sicurezza ora e durante la fase di spegnimento». Cristian Prella (Failms) evidenzia infine che «da settimane l'azienda ha razionalizzato la gestione delle ditte esterne, agendo ormai solo in caso di problemi». Alle nove di ieri sera sono intanto cominciate le operazioni di voto, all'inizio del turno di notte. Sulla scheda i lavoratori troveranno il quesito «Sei favorevole alla proposta di accordo sindacale del 23 dicembre?». Si useranno due urne: una per la società Siderurgica Triestina e l'altra per Acciaierie Arvedi, perché la prima copre solo le attività della banchina e la seconda tutto il resto. La richiesta è dei lavoratori dell'area a caldo, che vogliono distinguere il proprio voto da quello di settori non direttamente interessati alla riconversione. I risultati si avranno lunedì pomeriggio. 

Diego D'Amelio

 

Perché Fincantieri aiuta Servola e non altre realtà?» il dem isontino Moretti

««La soluzione messa sul piatto dal ministro Patuanelli sulla Ferriera», e cioè «che Fincantieri si faccia carico dei lavoratori in esubero per la chiusura dell'area a caldo, significa arrendersi alla desertificazione del tessuto produttivo, affidarsi a un solo potente soggetto industriale. Tutte le crisi, attuali e future, saranno assorbite da Fincantieri? Perché Ferriera sì e Eaton, Nidec o Safilo no? Non è un modo serio per affrontare la mancanza di una politica industriale». Così l'isontino Diego Moretti, vicecapogruppo Pd in Consiglio regionale, secondo cui è ora « che la giunta Fedriga smetta di perdere tempo: quasi due anni se ne sono andati e un piano integrato di politiche industriali non è ancora stato partorito».

 

 

Mobilità sostenibile, la Muse Winter School - A BOHINJ dal 22 al 24 gennaio

A Bohinj, in Slovenia, dal 22 al 24 gennaio, si terrà la "Muse Winter School" sulla mobilità sostenibile, con 10 moduli della durata di un'ora e mezza ciascuno condotti da esperti del settore, per approfondire i principali temi della mobilità sostenibile. La scuola è parte delle attività del progetto europeo Interreg Muse, che mira a integrare l'efficientamento energetico e la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nelle strategie di pianificazione della mobilità urbana ed extra urbana degli enti locali transfrontalieri, in collaborazione con università, centri di ricerca e operatori del settore italiani e sloveni. La Muse Winter School è gratuita e si rivolge a studenti di tutte le discipline, nonché ai dipendenti e docenti dell'Università di Trieste. Per partecipare è necessaria la registrazione tramite l'apposito form reperibile sul sito web di UniTs. Nel corso delle tre giornate di studi si partirà da un'analisi delle attuali tendenze in tema di mobilità, legandole alla sfida climatica, per poi trattare di pianificazione a livello locale e regionale, di aree d'intervento, di mobilità elettrica, di sistemi di approvvigionamento energetico e di sistemi di alimentazione. I vari temi saranno presentati anche attraverso l'analisi di concreti casi di studio. Per maggiori informazioni è possibile contattare i docenti Vanni Lughi (vlughi@units.it) e Alessandro Massi Pavan (apavan@units.it).

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 9 gennaio 2020

 

 

Amianto, boom di risarcimenti davanti al giudice del lavoro

Il solo patronato Inca ha avviato finora 50 procedimenti. Salassi milionari per Fincantieri e Authority

Il 2019 ha fatto segnare un'impennata di risarcimenti decisi dal giudice del lavoro di Trieste per i decessi causati dall'amianto e a fare la parte del leone è il patronato Inca-Cgil che ha instaurato un rapporto fiduciario con lo studio legale padovano dell'avvocato Giancarlo Moro avviano negli ultimi anni più di 50 controversie, delle quali almeno 40 sono arrivate a sentenza (o quantomeno a conciliazione) con la concessione di risarcimenti ai familiari che mediamente, in caso di decesso, partono da 170 mila euro, ma possono arrivare a superare i 500 mila. Insomma, moltiplicando i singoli risarcimenti per il numero di casi patrocinati è chiaro che si sta parlando di parecchi milioni di euro che ricadono su società o enti "eredi" delle situazioni passive i quali si ritrovano a farsi carico di colpe non proprie e risalenti a decenni prima. Sì, perché per patologie come il mesotelioma pleurico possono passare oltre 40 anni tra il periodo in cui il lavoratore è stato esposto all'amianto e l'insorgenza dei sintomi.Tre quarti dei procedimenti giunti al traguardo con il supporto del patronato Inca-Cgil, sono per decessi causati dall'esposizione alla fibra killer e il numero di morti è purtroppo inevitabilmente destinato ad essere aggiornato. Il numero di controversie che sono state avviate negli ultimi anni, come detto, supera già quota 50. Mesoteliomi, asbestosi, carcinomi polmonari, fino alle placche pleuriche. Storie di lavoratori che dagli anni Sessanta in poi si erano trovati ogni giorno a contatto con l'amianto senza conoscere i rischi a cui sarebbero andati incontro. Il nuovo filone nell'ambito del quale è arrivata la prima sentenza civile, come riferivamo la settimana scorsa, è quello del periodo Italsider della Ferriera: 406 mila euro alla vedova e alla figlia di un 76enne triestino che aveva lavorato a contatto con la fibra killer prima nello stabilimento di Servola e poi come tecnico elettronico ospedaliero. A pagare saranno Sirti spa, considerata "erede" di Italsider, e la Regione chiamata a rispondere per i debiti della soppressa Usl 1 che a sua volta era subentrata nelle situazioni giuridiche passive all'Ente Ospedali Riuniti. A carico di Sirti spa, complessivamente, sono 5 le controversie che sono state avviate dallo studio Moro per lavoratori che erano stati esposti all'amianto in Ferriera dagli anni Sessanta in poi. Una quindicina sono i procedimenti che riguardano vittime dell'amianto che avevano lavorato nell'ambito dell'ente porto, risarcimenti che ricadono sull'attuale Authority. Una decina quelli per operai che lavoravano nei cantieri San Marco e San Rocco, poi Arsenale San Marco: in tutti questi casi a ritrovarsi "erede" delle situazioni passive è Fincantieri. A completare il quadro i procedimenti di ex operai di Grandi Motori, Isotta Fraschini Motori, Stabilimenti meccanici Vm (che era poi entrata a far parte del gruppo Finmeccanica) ed Ente Ospedali. In alcuni casi residuali, nei procedimenti rientrano anche malattie, come le placche pleuriche, sviluppate dalle mogli degli operai.Questa, dunque, una panoramica che può contribuire a dare l'idea dell'incidenza del fenomeno amianto a Trieste. Ma se in sede civile i risarcimenti fioccano, a livello penale i vari filoni oggetto di indagine hanno portato solo a proscioglimenti e assoluzioni. È risultato impossibile dimostrare delle responsabilità personali di singoli dirigenti e neppure le consulenze medico legali sono state in grado di quantificare con esattezza, nei vari contesti lavorativi, i periodi di esposizione rilevanti per l'insorgenza della malattia

Piero Tallandini

 

 

Patto "salva operai" prima del voto Fincantieri garantisce le riassunzioni

Vertice a Roma Patuanelli-Bono. Annunciato un protocollo per scongiurare esuberi. Oggi via al referendum sull'accordo

Sarà un protocollo firmato da Fincantieri, Mise e Regione la garanzia per i lavoratori della Ferriera. O almeno così assicurano le istituzioni e l'azienda di costruzioni navali, attraverso una stringata nota del ministero dello Sviluppo economico. Sulle ricadute pratiche non si sa però nulla di più: l'ad Giuseppe Bono, il ministro Stefano Patuanelli e il presidente Massimiliano Fedriga evitano infatti di rilasciare dichiarazioni di sorta. Tutti e tre considerano il passaggio troppo delicato, visto che da oggi a lunedì i lavoratori si esprimeranno sull'accordo sindacale riguardante la riqualificazione dello stabilimento. La mossa è il tentativo di tranquillizzare i dipendenti di Servola e orientarne il voto verso il sì, che appariva scontato ma che l'assemblea dei lavoratori ha mostrato essere in bilico. La nota del ministero chiarisce che Patuanelli ha incontrato al Mise Bono e sentito in videoconferenza Fedriga: «I tre hanno concordato sulla necessità di siglare a breve un protocollo d'intesa per integrare l'offerta occupazionale dei lavoratori impiegati nell'area a caldo. Ciò anche in continuità ai protocolli già sottoscritti e agli impegni presi». L'idea è mettere nero su bianco - non si sa se entro la firma dell'Accordo di programma - un piano di formazione e ricollocamento a Monfalcone. Qualcosa di simile all'intesa trovata a ottobre fra Regione e Fincantieri, che prevede la prossima creazione di corsi per saldatori, carpentieri e tubisti. Il progetto riguardava finora almeno 150 persone fra partecipanti al recruiting day organizzato da Fincantieri ed esuberi della Eaton. Vi si sommeranno in un secondo momento almeno 40 lavoratori della Ferriera che potrebbero non trovare più spazio a Servola dopo i due anni previsti per smantellamento e bonifica dell'area a caldo. Ancora da capire se la possibilità verrà invece offerta subito ai quasi 70 interinali che dal 31 gennaio perderanno il posto a Servola senza alcun ammortizzatore sociale. All'impegno di Bono, Patuanelli e Fedriga, si affianca la prudenza dell'Autorità portuale, che sta trattando col gruppo Arvedi sul valore dei terreni da acquisire. Dopo le anticipazioni sull'incontro fra il presidente Zeno D'Agostino e l'ad Mario Caldonazzo, il segretario generale dell'Authority Mario Sommariva conferma che «ci sono contatti per determinare possibili soluzioni ma l'Autorità attende l'esito della contrattazione sindacale per capire gli scenari che determineranno il futuro della Ferriera. L'Autorità amministra aree demaniali e oggi un concessionario c'è e si chiama Arvedi: siamo parte attiva, ma le scelte strategiche sono determinate da altri attori». I lavoratori si esprimeranno da oggi sull'accordo sindacale che recepisce il piano industriale da 180 milioni e prevede 163 uscite fra interinali da trasferire in altre aziende, prepensionamenti e rinunce volontarie incentivate. Il voto si terrà nonostante una richiesta in extremis di rinvio da parte della Fiom, rigettata dalle sigle schierate per il sì. Alle urne saranno chiamati solo i tempi indeterminati, lasciando così senza voce i lavoratori in scadenza di contratto. Sempre oggi i sindacati incontreranno il prefetto Valerio Valenti, per chiedere il suo intervento a garanzia della sicurezza sul lavoro in questa fase delicata. Tutte le sigle stigmatizzano nel frattempo «il diktat» dell'azienda, intervenuta dopo l'assemblea per chiarire che la chiusura dell'altoforno avverrà anche in caso di voto contrario. L'assessore al Lavoro Alessia Rosolen risponde intanto alle critiche rispetto al rallentamento attribuito dai sindacati alla Regione: «La Regione si è impegnata fin dal primo istante affinché al progetto di riconversione facesse paio la piena tutela dei lavoratori. Il basso profilo mantenuto dall'esecutivo nella propria comunicazione, nel rispetto delle centinaia di famiglie che vivono questa delicata transizione, non sia pretesto per denunciare un disimpegno che mai vi è stato». Parole che non evitano la polemica della deputata Pd Debora Serracchiani: «Questo meccanismo è stato innescato dalla giunta Fedriga, che ha consegnato ad Arvedi l'opportunità di fare i suoi interessi, nei tempi e nei modi preferiti. Sulla testa e alle spalle dei lavoratori si stanno facendo brutti giochi. Ricatti più o meno espliciti, scarichi di responsabilità, promesse vaghe: sembra che l'urgenza di Arvedi e dei soggetti istituzionali sia togliersi di torno l'intralcio della forza lavoro in esubero». 

Diego D'Amelio

 

L'appello delle sigle pro-intesa fa inalberare i contras Fiom

Fim, Uilm, Failms e Usb chiedono alle istituzioni di chiarire i propri impegni sul mantenimento dei livelli occupazionali

L'accordo sindacale può ben poco senza la garanzia delle istituzioni. Si appellano allora a governo, Regione, Comune e Autorità portuale i sindacati favorevoli all'intesa trovata con il gruppo Arvedi, che da oggi sarà oggetto del voto dei lavoratori. Dopo aver vissuto le tensioni dell'assemblea di martedì, i rappresentanti di Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb scrivono a Stefano Patuanelli, Massimiliano Federiga, Roberto Dipiazza e Zeno D'Agostino affinché chiariscano i propri impegni sul futuro occupazionale. Un'azione ritenuta dalla Cgil prova evidente dell'insufficienza dell'accordo. La lettera è stata spedita ieri, dopo che nell'accordo con l'azienda i sindacati hanno inserito un riferimento agli oneri che Regione, Comune e Autorità portuale dovranno assumersi nell'Accordo di programma. Un passaggio che tuttavia non obbliga i soggetti citati, che del testo non sono firmatari. Le sigle favorevoli al sì ricordano allora come «le istituzioni hanno espresso volontà di procedere alla chiusura dell'area a caldo salvaguardando i livelli occupazionali. Il rischio d'impresa non deve avere conseguenze per i lavoratori, viste le premesse alla base del nuovo piano industriale richiesto dalle istituzioni. Mise, Regione, Comune e Autorità portuale assumano l'impegno, oltre a quello assunto del gruppo Arvedi con l'accordo sindacale, di garantire l'occupazione esistente oltre ad assicurare tutti gli strumenti necessari a supporto della gestione di transizione del personale».Il segretario provinciale della Cgil Michele Piga critica l'iniziativa con forza: «Apprendere di questa lettera è incredibile. Ai lavoratori in assemblea non è stato fatto cenno, ma la lettera conferma tutte le nostre preoccupazioni sull'insufficienza dell'ipotesi di accordo. I firmatari sono consapevoli di non garantire i lavoratori e chiedono alle istituzioni di intervenire a valle dell'accordo. Siamo sempre più convinti che i lavoratori, con il loro voto, rigetteranno questo accordo per costruirne uno nuovo, con la presenza delle istituzioni». La posizione è rafforzata dai vertici nazionali del sindacato di sinistra. Il segretario confederale Emilio Miceli e il segretario nazionale Fiom Gianni Venturi chiedono al ministro Patuanelli di convocare «rapidamente un incontro in cui si individuino soluzioni credibili. Tutti sanno la verità e nessuno la dice: la chiusura dell'area a caldo comporterà il ridimensionamento delle attività e i conseguenti esuberi, a partire dai lavoratori con contratti a termine». Miceli e Venturi denunciano «la mancanza di un disegno di ripresa produttiva del sito. L'accordo azienda-sindacati, non sottoscritto dalla Fiom, non offre le necessarie garanzie per i lavoratori. Lo sanno anche le organizzazioni sindacali che lo hanno firmato, altrimenti non si capisce perché hanno scritto a Patuanelli chiedendo garanzie». 

 

 

Un piano da sei milioni di euro per illuminare a led centro e rioni

La sostituzione delle luci consentirà di centrare un doppio risultato: risparmio energetico del 60% e riduzione sensibile delle emissioni di CO2

Investimenti per oltre 6 milioni di euro con l'obiettivo di trasformare il sistema di illuminazione cittadina nel più economico (ed ecologico) sistema a led. È il piano che la giunta sta portando avanti e che consentirà un risparmio energetico, ad operazione di rinnovamento ultimata, nell'ordine del 60%. Una luce bianca, dal colore più caldo, quella emessa dai punti luce in led, che permetterà anche una decisa diminuzione delle emissioni di CO2 nell'aria. Costo totale, come detto, sei milioni di euro. Le opere sono state divise in quattro lotti: la prima, quella riguardante i lavori completati nel 2019 pari a 1, 8 milioni, stessa spesa per quelli in corso d'opera, così come per i lavori di manutenzione straordinaria, già approvati in giunta e in attesa di gara d'appalto; infine sono circa 700 mila gli euro stanziati dal Comune per i lavori già affidati e di prossima realizzazione. Interventi sparsi lungo l'intero territorio comunale, di carattere ordinario con la sistemazione di nuovi punti luce e altri di tipo straordinario, in modo da coprire quanto più possibile il perimetro comunale. «Si tratta di quattro lotti di intervento che riguardano l'intera area comunale e non solamente il centro - ha ricordato l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi -. Attraverso il lavoro di efficientamento energetico realizzato con la sostituzione delle lampadine in vapore di sodio con quelle più moderne in led, l'amministrazione potrà ottenere un risparmio energetico nell'ordine del 60%». Impianti di illuminazione che devono fungere anche da arredo urbano, come ha ricordato Diego Radin di Hera Luce, e non solo da semplici "pali della luce". «Hera Luce opera in base a requisiti che fanno riferimento a precise normative emanate dal governo - ha ricordato lo stesso Radin - e a quelle che tengono conto dei flussi di traffico stradale». Le opere edili per la realizzazione o il rinnovamento dei punti luce, inoltre, comporteranno, o hanno comportato nel caso di interventi già conclusi, anche alla contestuale realizzazione di nuovi marciapiedi nelle aree interessate dai lavori. Gli interventi migliorativi sull'illuminazione pubblica hanno riguardato anche il borgo di Opicina, i cui abitanti avevano sollevato alcune critiche per la scarsa illuminazione di alcune vie, evenienza che, sempre secondo gli abitanti del borgo carsico, aveva contribuito al verificarsi di episodi vandalici e di furti in alcune delle case della zona. «Abbiamo verificato caso per caso come intervenire - ha sottolineato ancora l'assessore - potando rami che oscuravano i lampioni e sostituito le lampade fulminate. Infine abbiamo provveduto alla creazione di un'illuminazione ex-novo all'interno dei giardini di Villa Carsia e Vitulli». Queste le altre zone cittadine che saranno oggetto di intervento nei prossimi mesi: via Belpoggio e San Vito, via Almerigotti, alcune vie dei rioni di San Giacomo e Servola, via Battera, Molo Fratelli Bandiera, via Lorenzetti e via dei Modiano.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 8 gennaio 2020

 

 

Assemblea infuocata e accuse in Ferriera - In bilico il sì all'accordo

Sala gremita e tensione: delegati e Rsu nel mirino dei lavoratori. Sigle spaccate Domani, venerdì e lunedì il voto sul patto per la riconversione definito al ministero

La fabbrica è lacerata. La maggioranza dei sindacati schierata per il sì all'accordo con Siderurgica Triestina faceva immaginare un facile via libera da parte dei lavoratori della Ferriera, ma l'assemblea dei dipendenti tenutasi ieri a Servola si è svolta in un clima infuocato, con accuse reciproche all'interno della Rsu e non poche contestazioni degli operai alle sigle favorevoli. I pronostici sono andati a farsi benedire e bisognerà attendere lunedì affinché lo spoglio delle schede dica se le maestranze accetteranno le condizioni stabilite al tavolo del ministero dello Sviluppo economico o chiederanno la riapertura della trattativa. Ammesso che l'azienda voglia anche soltanto considerare questa seconda ipotesi e non si orienti invece per andare avanti a prescindere. La riunione comincia attorno all'una e si protrae per tre ore. La sala è gremita, come non lo era da venticinque anni in qua. L'accordo è presentato dal segretario provinciale della Uilm Antonio Rodà, sostenuto con successivi interventi da Umberto Salvaneschi (Fim Cisl), Cristian Prella (Failms) e Sasha Colautti (Usb). Sono i rappresentanti dei quattro sindacati favorevoli alla stipula dell'accordo, nella convinzione che la proprietà non sia disposta a riconoscere niente più di quanto contenuto nel testo. Di tutt'altro avviso la Fiom, che con Marco Relli e Thomas Trost definisce le garanzie poco chiare e insoddisfacenti, invitando l'assemblea al no nella speranza che la società stia bluffando e che accetterà di riaprire il confronto. La divisione è plastica anche visivamente, con i sindacalisti dei fronti opposti seduti in due tavoli diversi e un vistoso vuoto nel mezzo. La situazione in fabbrica è esplosiva. Due lavoratori sfiorano la rissa nel corso dell'assemblea e contestazioni anche pesanti arrivano all'indirizzo dei sindacati favorevoli da parte di alcuni lavoratori dell'area a caldo. Particolarmente bersagliati sono gli autonomi della Failms (tre rappresentanti su sei nella Rsu), ritenuti troppo morbidi nei mesi passati. Ma non mancano critiche neppure alla Fiom per la scelta di abbandonare il tavolo romano senza partecipare alla stesura del documento finale. E, ancora, si registra un nuovo scontro tra Uilm e Fiom, per la diffusione da parte di quest'ultima di una versione ancora non definitiva dell'accordo. Parlare con i lavoratori all'entrata non è un metodo statistico, ma prima della riunione la maggioranza dei dipendenti interpellati dai giornalisti risponde di essere contraria all'accordo. All'uscita le facce sono più dubbiose e molti ritengono di non avere ancora sufficienti elementi per valutare la bontà o meno della proposta. Fatto sta che il sì sembra minoritario e lo si capisce anche dalle facce e dalle dichiarazioni dei sindacalisti all'uscita dalla riunione, dove speravano in un'altra accoglienza. I lavoratori voteranno domani, venerdì e lunedì, quando avverrà lo spoglio del referendum. I dipendenti si arrovellano sui contenuti dell'intesa, che recepisce il piano di riconversione da 180 milioni presentato da Arvedi e promette esuberi zero. In realtà le uscite previste sono 163, fra interinali trasferiti in altre aziende, prepensionamenti e rinunce volontarie incentivate. Dubbi fra gli addetti sollevano anche l'assenza delle istituzioni (pur chiamate in causa nel testo) e le tempistiche, perché in molti considerano due anni di cassa integrazione insufficienti a coprire i tempi della riconversione. Nel frattempo l'azienda gioca la sua parte nella campagna elettorale: di ieri la diffusione della lettera scritta ai sindacati, in cui Siderurgica Triestina ribadisce i suoi impegni, ovvero 346 euro di maggiorazione mensile alla cassa integrazione, un'integrazione economica per i pensionandi pari a 1.175 euro lordi ogni mese di Naspi e un incentivo all'uscita da 28 mila euro lordi per chi volesse lasciare il posto di lavoro. Ma le incertezze maggiori sono sulle conseguenze della propria scelta nel referendum, perché il no non obbliga Siderurgica a sedersi nuovamente al tavolo e il sì non viene percepito come una sicurezza rispetto a un piano industriale che praticamente tutti i lavoratori intervistati considerano poco concreto. Prima dell'assemblea il "no" è il sentimento prevalente. Per Marco, «tante promesse e nessuna certezza, tanto più che i sindacati firmatari non ci hanno nemmeno mostrato l'accordo». La rabbia è tanta: «Mandano a f...... 600 famiglie - si scalda Dario - dandoci 900 euro di cassa. Non faremo la spesa: il danno è per tutta la città. A 58 anni io poi dove vado fra due anni? Sto all'opposto della Fiom, ma voto no». Una signora porta il pranzo al figlio turnista: «Dipiazza li prende tutti in Comune? Cominci ad allargare il municipio e si vergogni». Due operai entrano assieme in fabbrica: «I sindacati per il sì fanno solo promesse, ma ci fregheranno. E intanto Fedriga non lo abbiamo mai visto». Votano no anche due giovani del laminatoio «anche se abbiamo il posto sicuro», ma nell'area a freddo c'è anche chi il lavoro sta per perderlo, come Axl: «Sto mandando in giro il curriculum. Voto no per i colleghi che restano». Chi la pensa all'opposto è mosso non da fiducia nella riconversione, ma dalla speranza di ottenere qualcosa in più nel mentre. «Se vince il no - dice Luca - la chiusura arriva lo stesso ma non ci sarà copertura della cassa maggiorata». Fabrizio è pure lui a favore: «Le prospettive sono queste e di meglio non c'è, ma fra due anni che succede visto che saremo in alto mare con i lavori? Prendiamoci almeno le certezze che ci sono nel mezzo». Ma i dubbi sono forse la posizione prevalente: «Non ho capito niente - dice un operaio uscendo dall'assemblea - e l'unica cosa che so è che ho cinque figli da sfamare». E un lavoratore di origine balcanica: «Ho comprato casa due mesi fa. E adesso?».

Diego D'Amelio

 

 

Spiaggia del Principe libera dalla plastica grazie ai volontari - LA BONIFICA

DUINO AURISINA. Detto e fatto. Sono passati appena un paio di giorni da quando è scattato l'allarme e i volontari di Duino hanno subito completato la loro opera: la "Spiaggetta del Principe", quel lembo di ghiaia che si raggiunge solo via mare, situato sotto la dimora dei principi di Torre e Tasso, è tornato libero dalla plastica. Non più tardi di sabato, infatti, era stata evidenziata, da alcuni residenti, la presenza di boe di plastica depositate sulla spiaggia, dopo che mareggiate e correnti le avevano staccate dagli impianti per gli allevamenti situati di fronte alla costa. Il pericolo era che rimanessero là, perché l'area è raggiungibile appunto solo via mare. Essendo realizzate con materiale non degradabile, il danno per l'ambiente rischiava di diventare considerevole, proprio in un punto della riviera che, nella bella stagione, è frequentato da residenti e "puristi" per la bellezza e la tranquillità che può assicurare. Negli anni passati, alla pulizia della "Spiaggetta del Principe" - nata nel 1944, con i residui degli scavi compiuti dai lavoratori forzati della Todt per costruire il bunker del castello, tuttora visitabile - provvedevano alcuni volontari. E altrettanti volontari si sono impegnati anche stavolta per portare a termine un'opera meritevole: hanno utilizzato le loro piccole imbarcazioni per raggiungere il luogo e hanno così provveduto a raccogliere le boe abbandonate, per poi trasportarle in appositi contenitori. Successivamente saranno smaltite come tutti i residui di plastica. Alla storia della spiaggetta è legato anche un aneddoto: negli anni '70 era utilizzata da giovani del posto che andavano proprio là a rompere le pietre raccolte sott'acqua per ricavare i datteri di mare - di cui oggi è rigorosamente vietato il commercio, in quanto specie protetta - da rivendere ai ristoranti della zona.

Ugo Salvini

 

 

Cambia il clima, isole del Quarnero a rischio

Fiume deve già correre ai ripari nell'area del mercato. Il livello del mare potrebbe salire da 48 a 62 centimetri

FIUME. Le prime avvisaglie in centro città a Fiume hanno riguardato l'area dei Mercati cittadini, invasa dal mare gli anni scorsi e anche nello scorcio finale del 2019. Un paio di anni fa, la zona dei Mercati e del teatro Giovanni De Zajc (ex teatro Verdi) era stata colpita in modo grave dal fenomeno dell'acqua alta, al punto che si erano visti branchi di cefali nuotare tranquillamente in 20-30 centimetri d'acqua in luoghi dove solitamente si parcheggiano le auto. L'innalzamento del mare nel Quarnero, capoluogo compreso (parliamo di Fiume, naturalmente), è oggetto di studio di un team di esperti dell'Istituto di idraulica e ingegneria geotecnica della facoltà fiumana di Ingegneria edile. I cambiamenti climatici e il conseguente innalzamento del livello del mare sono destinati a provocare gravi problemi sociali e d'altro genere nelle regioni adriatiche della Croazia e qui parliamo di Istria, Dalmazia, Quarnero e contea della Lika e di Segna. Nel Quarnero il mare potrebbe salire da 48 a 62 centimetri, dando un colpo tremendo alle popolazioni dell'area costiera (e non solo) lungo la terraferma e nella regione insulare, comprendente le varie Arbe, Veglia, Lussino, Cherso, Sanpiero, Sansego, Unie e Canidole. È stato calcolato che se il mare salisse di 50 centimetri, inghiottirebbe qualcosa come 100 milioni di metri quadrati. Nel caso si trattasse di 88 centimetri, l'Adriatico si porterebbe invece via ben 112 milioni di metri quadrati. Il trend è già cominciato e nel caso della contea quarnerina l'esempio lampante arriva da Buccari, pittoresca cittadina situata in fondo all'omonima baia. Le misurazioni eseguite nel 2008 avevano evidenziato un'acqua alta da record, pari a 117 centimetri. Nel 2012 si era toccata la quota record di 122 centimetri, polverizzata nel 2018 dal livello di 127 centimetri, livello che sta suscitando grosse preoccupazioni: l'ulteriore lievitazione del mare a Buccari e in altre zone del Quarnero causerà danni immensi alle infrastrutture, alle zone abitate, alle colture e ai sistemi di comunicazione. Igor Ruzic, tra i componenti della predetta squadra di esperti, non ha avuto alcun dubbio dopo essere stato contattato dal quotidiano fiumano Novi list: «Il nostro obiettivo è di formulare una mappa delle aree costiere a rischio, utile per poter intraprendere nei prossimi anni e decenni le necessarie, anzi obbligatorie mosse preventive. Se parliamo del centro cittadino a Fiume, la situazione peggiore riguarda il teatro De Zajc e il mercato centrale, zona rubate al mare con l'opera di imbonimento attuata secoli fa.Qui, durante il secolo scorso, l'area ha ceduto di almeno un metro, con migliaia di metri quadri allagati ciclicamente dal mare, il che comporterà una serie di interventi in futuro per riportare il terreno al livello appropriato». Ruzic ha ricordato che buona parte del patrimonio naturale, storico e culturale della Croazia è sistemato in prossimità del mare, con tutto quanto ne consegue. Quindi ha rimarcato che Zagabria ha firmato il Protocollo Mediterraneo per la gestione integrata delle zone costiere, senza però mai applicare i punti salienti. 

Andrea Marsanich

 

CNR - Caldo record nel 2019 - Dicembre memorabile

Con il 2019 si è chiuso il decennio più caldo mai registrato in Italia: si conferma così il trend dal 1980 ad oggi, con + 0,45 gradi per decennio. Dicembre è stato il secondo più rovente dal 1800 a oggi. A indicarlo la Banca dati di climatologia storica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna.

 

 

L'Istituto superiore di sanità ha liberato 6 macachi, è un passo avanti - la lettera del giorno di Tiziana Cimolino - Isde Medici per l'ambiente Trieste

L'Istituto superiore di sanità ha liberato dopo 11 anni 6 macachi: ritengo tale decisione una scelta morale di grande significato per un ente pubblico. Ormai importanti centri di ricerca pubblica stanno eliminando la sperimentazione animale, in conformità con la legge del 2014 con cui l'Italia si impegnò a evitarla. Lo stesso preside dell'Iss Silvio Brusaferro ha ribadito l'impegno per la messa a punto di modelli innovativi che consentano di acquisire le evidenze scientifiche necessarie, a beneficio della salute, che non prevedano la sperimentazione animale. Ritengo che così facendo non si stia bloccando la ricerca, anzi: siamo di fronte a una svolta etica importante e di metodo. Questi animali costretti all'isolamento hanno subito per anni deprivazioni e sperimentazioni, ora sono stati affidati ad un centro riabilitativo per animali. La metodologia di sperimentazioni su animali è nata più di un secolo fa, nel 1800 e si è consolidata nel secolo scorso, ma come tutto evolve e a oggi, 2020, ritengo che la società sia pronta a un cambiamento, ormai le metodiche alternative ci sono e in tutto il mondo sono considerate alternative solide e sicure. Il problema è che c'è una parte della ricerca che prevede con obblighi legislativi come in ambito farmaceutico la sperimentazione animale su più specie per potere brevettare un farmaco. Tali norme chiaramente vanno cambiate, le leggi ci sono e l'innovazione è il futuro. Oggi l'Istituto superiore di sanità dà un segnale importante e segna un altro passo decisivo nella battaglia contro la sperimentazione animale nel nostro Paese.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 7 gennaio 2020

 

 

FERRIERA - Legambiente «Ora Siderurgica non scarichi le maestranze»

Quasi vinta la battaglia ambientalista contro fumate e spolveramenti della Ferriera, Legambiente invita la politica a farsi carico del problema occupazionale connesso alla chiusura di altoforno e cokeria. A parlare è il presidente di Legambiente Trieste Andrea Wehrenfennig: «Abbiamo sempre detto che bisogna chiudere l'impianto a caldo, assicurando tutte le garanzie per i posti di lavoro. Quanto abbiamo chiesto si sta realizzando, a differenza del passato, quando l'atteggiamento della giunta Dipiazza era fantascienza». Secondo Wehrenfennig, istituzioni e proprietà sono sulla strada giusta: «Bisognava cambiare l'Accordo di programma per avere un testo che dia garanzie ai lavoratori da parte dello Stato». La battaglia di Legambiente dura da decenni. L'associazione conserva online un cospicuo archivio degli articoli usciti sulla Ferriera e nei mesi scorsi ha annunciato l'installazione di mini centraline per avere misurazioni indipendenti delle polveri rispetto ai nasi elettronici dell'Arpa. La vittoria è vicina ma il futuro preoccupa su due piani diversi: «Attenti sulle bonifiche - dice Wehrenfennig - perché abbiamo visto come sono andate con il Sin. E poi il lavoro: è avvenuto il miracolo di convincere Arvedi ma ora l'azienda non scarichi i lavoratori e speriamo si palesino gli investitori di cui ha più volte parlato l'Autorità portuale per logistica e lavorazioni connesse».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 6 gennaio 2020

 

 

La Ue fissa nuovi paletti per la pesca in Adriatico - A rischio sardoni e triglie

Imposte limitazioni alla cattura di alcune specie ittiche e riduzioni del numero di giornate in mare. Gli addetti ai lavori: «Diktat assurdi, il settore è in ginocchio»

Trieste. Meno triglie e naselli, ma anche "sardoni" e "sardelle" per il 2020 dal mare che bagna il Friuli Venezia Giulia. È l'effetto delle limitazioni imposte dall'Unione europea alla pesca a strascico e a circuizione al fine di incentivare una gestione sostenibile degli stock ittici. Limitazioni che, sottolineano gli addetti ai lavori della regione, però non tengono conto delle peculiarità dei territori e metteranno dunque ulteriormente a dura prova un settore già penalizzato negli ultimi anni da altri interventi comunitari. Il regolamento del Consiglio dell'Unione europea, in linea con i Piani di gestione triennali nazionali concepiti sugli obiettivi della Politica comune della pesca, tocca appunto anche l'Adriatico, dove verrà ridotto lo sforzo pesca e cattura delle piccole specie pelagiche (acciuga e sardina) e lo sforzo pesca di "demersali" quali scampo, sogliola e gambero rosa. Mentre nel Mediterraneo Occidentale sono sottoposti a riduzione, oltre a scampo, nasello, triglia e gambero rosa, anche gambero rosso e viola. Si aggiunge poi, per l'intero Mare nostrum, un periodo di fermo di tre mesi per la pesca dell'anguilla. Non sfugge ai diktat Ue nemmeno il Mar Nero con la pesca di spratto e rombo chiodato. Le misure adottate, che riguardano Italia, Francia e Spagna, prevedono poi una diminuzione delle giornate trascorse in mare per i pescatori del 10%, cifra che potrebbe raggiungere il 40% nei prossimi quattro anni. Sono numeri che nell'area del Fvg colpiscono in primis la pesca del nasello e della triglia con 15 giorni di fermo pesca su 160, cinque in più rispetto ai dieci dello scorso anno. Il che, spiega Guido Doz, responsabile regionale A.G.C.I. Agrital (Associazione Generale Cooperative Italiane), «vuol dire non pescare proprio per una giornata: perché non esiste una specifica pesca del nasello e della triglia». «Questo - continua - significa non lavorare più e non tenere più in piedi l'azienda dal punto di vista economico, quindi adesso stiamo calcolando l'effetto che avrà e capendo se vale la pena andare avanti». Il regolamento europeo conferma anche il fermo pesca per le specie pelagiche, cioè in FVg sardine e alici, con l'uscita in mare per 144 giorni all'anno. In questo caso però il problema, che si era già posto lo scorso anno, come evidenzia Giovanni Dean, segretario del settore pesca di FedAgripesca Fvg, è che «il fermo è stato imposto ad agosto e, considerando il breve periodo nell'anno in cui queste specie stanno nelle nostre zone, questo è un grosso danno per i pescatori triestini. L'anno scorso la contrattazione con il ministero per spostare il fermo a settembre non è andata a buon fine - evidenzia -, adesso siamo a gennaio, speriamo di avere ancora dei margini per il 2020».Preoccupazioni queste che si sommano in un settore già provato negli anni scorsi da ulteriori tagli prescritti dall'Ue. «In Fvg noi pescatori abbiamo già ridotto del 40% in cinque anni le uscite in barca e pure il numero di imbarcazioni. Hanno pesato anche altre disposizioni come l'obbligo di allargare le maglie delle reti». Doz presenta i numeri: in cinque anni da 470 imbarcazioni in Fvg si è passati a 230 di oggi. Nel 2019 sono stati cento i pescatori che hanno tirato i remi in barca. «In 15 ad esempio hanno lasciato per la crisi e hanno demolito il peschereccio, licenziando l'equipaggio (4/5 marinai ciascuno) - spiega Doz -, una decina invece è andata in pensione». Per i rappresentanti di categoria le misure adottate da anni dall'Ue per raggiungere l'equilibrio tra numero di imbarcazioni e quota pesce non rispettano le peculiarità territoriali. «Bisognerebbe riuscire a proporre alla Commissione europea un controllo della pesca in Adriatico, non basato sul numero dei giorni di pesca, ma su altre misure tecniche, come l'uso di attrezzi che evitano di pescare nelle zone di riproduzione o nelle zone nursery. È però una contrattazione difficile». D'accordo su un cambio di rotta anche Riccardo Milocco, presidente della Cooperativa pescatori San Vito: «Se le attuali misure in atto non hanno ottenuto benefici, bisogna andare a vedere i problemi a monte, come i cambiamenti climatici».

Benedetta Moro

 

Lo sfogo dei operatori di Grado «Cos'altro vogliono da noi?»

Gli operatori dell'Isola del sole sono alle prese tra l'altro con i due mesi più duri segnati dalla sparizione delle sogliole in cerca di acque più calde

Grado. «Ci hanno già colpito pesantemente in questi ultimi anni, cos'altro vogliono da noi?». È lo sfogo di Antonio Santopolo, presidente della Cooperativa Pescatori di Grado in merito alle politiche dell'Unione Europea in un settore già in crisi. All'Isola del sole, tra l'altro, sono appena iniziati i due mesi durante i quali la pesca di norma soffre parecchio. Fino a qualche giorno fa c'erano le sogliole che ora, col freddo, se ne vanno lontano. C'erano anche, e ci sono ancora, le "canoce", seppur poche considerato che a Grado sono rimasti solamente due pescherecci che si dedicano a questa pesca. Per l'esattezza, sono sempre dati forniti dal presidente della Cooperativa Pescatori, Grado conta oggi solo due imbarcazioni che vanno a "coccia" e altre due con i ramponi. In questi ultimi anni la flottiglia gradese è diventata, infatti, via via sempre meno numerosa con diversi pescherecci, quelli più grandi, che sono stati "tagliati" con la restituzione delle licenze di pesca da parte degli armatori. Tant'è che oggi il mandracchio è pressoché deserto (solo saltuariamente sono ormeggiate barche da diporto): i pochi pescherecci rimasti, tutti di piccola stazza, sono ormeggiati unicamente lungo il canale del porto. Considerato che il mandracchio è vuoto in tanti hanno chiesto di far entrare in porto il Delfino Verde che, durante l'estate, collega Grado a Trieste. Una scelta che arricchirebbe l'immagine del porto ma soprattutto che farebbe evitare a tutti, anche a chi non soffre di nulla, la lunga camminata, sotto il sole cocente, fino al Molo Torpediniere (attuale punto d'attracco).

Antonio Boemo

 

Previsto un crollo dei ricavi di almeno un milione l'anno

Per i prodotti più comuni come i naselli si ipotizza una perdita di 100 tonnellate Nel 2019 è fallita una cooperativa di pescatori. Un'altra ha chiesto il concordato

Trieste. Crollo del pescato e degli incassi. Sono queste le amare conseguenze nelle previsioni di Guido Doz, responsabile regionale A.G.C.I. Agrital (Associazione Generale Cooperative Italiane), in seguito alle misure impartite dall'Unione europea sui limiti di cattura e di sforzo per gli stock di piccoli pelagici e demersali del Mare Adriatico. I calcoli sulle perdite, per la pesca in Friuli Venezia Giulia, li fa lo stesso Doz. Se si parla di demersali, quindi di triglie e naselli, che sono le specie intaccate dal nuovo Regolamento europeo per il 2020, in regione, sottolinea, il pescato si aggira annualmente attorno alle mille tonnellate. Con le imposizioni europee si registreranno, sempre in un anno, 100 tonnellate in meno. La perdita? «Un danno da 200/300 mila euro solo su quelle due specie», specifica Doz. Cifre che si gonfiano in un attimo visto che il fermo pesca dedicato a triglie e naselli coinvolge anche tutto il resto della pesca. Nella pratica infatti i pescatori quando escono in mare, raccolgono con le reti a strascico diverse specie, tra cui appunto i demersali. Dunque lo stop implica una riduzione anche di altro pescato che in un anno potrebbe provocare un ammanco complessivo di circa un milione di euro. Ma attenzione perché, avverte Doz, «nel 2022 i danni potranno essere quadruplicati, rendendo la pesca insostenibile dal punto di vista economico». Questo perché la percentuale di riduzione dei fermi pesca potrebbe aumentare fino al 40% nei prossimi quattro anni. Si tratta di cifre importanti, che andranno a indebolire una situazione già in crisi da anni, anche per le molteplici imposizioni Ue di cui i pescatori sono già stati oggetto negli ultimi anni. La crisi, cui si aggiungono i pensionamenti, infatti in Friuli Venezia Giulia ha già coinvolto nel 2019 un centinaio di persone. Tra le chiusure del 2019, compare una cooperativa che ha dovuto abbassa le serrande per fallimento mentre a Marano un'altra cooperativa ha presentato e ottenuto la richiesta di concordato in Tribunale. Anche a Monfalcone le cose sembrano non andare benissimo: c'è aria di crisi. E il 2020 non sarà purtroppo più roseo. Si potrebbe assistere ad altre due chiusure, una a Trieste e l'altra in un'altra località del Friuli Venezia Giulia. Per combattere le direttive Ue i pescatori hanno più volte provato a contrastare il metodo utilizzato dall'Unione Europea al fine della valutazione quantitativa dell'evoluzione di un determinato stock, effettuata sulla base di dati relativi alla biologia e allo sfruttamento dello stock in seguito a un esame scientifico. Ma non ci sono mai riusciti. «L'Ue - spiega Doz - utilizza un istituto scientifico che lavora prevalentemente nel mare del Nord, utilizzando quindi qui le stesse valutazioni per i nostri mari, cosa che noi abbiamo sempre contesto: qui il mare è diverso, ci sono i bassi fondali, tantissime specie in piccole quantità. Secondo noi - conclude - la volontà europea è di eliminare la pesca, però così si favorisce in continuazione l'importazione. In Friuli Venezia Giulia si parla di promuovere il prodotto locale, ma andando avanti così nemmeno lo avremo più. Il fatto è che non ci saranno più barche, perché in via di estinzione non è il pesce ma noi pescatori».

 

I titolari di allevamenti festeggiano «Più clienti si rivolgeranno a noi»

L'analisi del responsabile di uno degli impianti presenti nel golfo dove crescono orate e branzini. «Tutti perfettamente tracciabili»

Non tutti però sono rimasti delusi dalle nuove normative comunitarie sulla pesca. È il caso di Stefano Caberlotto, responsabile di Valle Cà Zuliani, impianto di allevamento di orate e branzini con base davanti al castello di Duino e produzione a Monfalcone, sulla terra ferma. «La riduzione del pesce pescato per noi risulta un vantaggio - sottolinea - anche perché ci consente di attrarre nuovi clienti che prima magari non ci conoscevano». La differenza tra pescato e allevato è così riassumibile: «Il pesce allevato prevede un ciclo chiuso e autosostenibile. Quindi possiamo produrlo in qualsiasi posto e in qualsiasi momento, senza la stagionalità della produzione marina. Invece il pescatore in mare deve appoggiarsi a stock ittici che hanno le loro dinamiche e sono messi inoltre in crisi dai cambiati climatici o dall'inquinamento». Diversi sono, secondo Caberlotto, gli aspetti che fanno del pesce allevato un prodotto di maggiore qualità e affidabilità. «Ad esempio è possibile garantire la rintracciabilità, specificando che cosa ha mangiato il pesce, dettagli che invece sul pescato non si possono sapere. La diffidenza che permane nei confronti dell'allevato è solo una questione di educazione al consumatore. Si pensa che il pescato sia più naturale ma non è così. Se andiamo al comparto carne di qualsiasi supermercato, sfido qualsiasi consumatore medio ad acquistare qualcosa di non allevato. Diciamo che per quanto riguarda il mare si è più legati alla tradizione, ma da qui a qualche generazione si assisterà sicuramente a un cambiamento».E proprio sul cibo il responsabile dell'impianto di allevamento fa un riflessione pro futuro. «Visto che nei mangimi che vengono utilizzati per allevare il pesce è presente anche del pesce carnivoro - osserva -, è chiaro che a livello mondiale la riduzione della quota pescata dovrà anche comportare una formulazione di mangimi più ecosostenibili, quindi con meno farina di pesce ma più farine di origine vegetale. Un mangime fatto con sardine è certamente più performante però pone delle questioni etiche che l'industria è tenuta ad affrontare. E la conseguenza, poi, sarà la necessità di ottenere la materia prima vegetale a un costo minore». 

 

Crociere, l'anno della svolta green per un settore da 150 miliardi

Attesi nel mondo 32 milioni di turisti, 2 in più rispetto al '19 Anche Fincantieri prosegue con il Piano di sostenibilità

MILANO. Circa 22 miliardi di dollari, ossia poco meno di 20 miliardi di euro. È la quota di investimenti stanziata dai costruttori di navi da crociera per rendere più sostenibile un settore che a livello mondiale fattura 150 miliardi di dollari (135 miliardi di euro). In particolare, l'intento è quello di abbattere del 40% le emissioni di carbonio rispetto a quanto fatto registrare nel 2008. È questo uno dei dati che emergono dal report annuale "State of the cruise industry outlook 2020", il rapporto sulle prospettive dell'industria delle crociere per il 2020 appena pubblicato dalla Clia, l'associazione internazionale di settore. «La crescita del turismo responsabile porta a una crescente focalizzazione dei costruttori verso la sostenibilità ambientale», si legge nella ricerca che precisa come «gli investimenti sono indirizzati soprattutto verso soluzioni e tecnologie ad alta efficienza energetica».Le innovazioni green abbracciano vari ambiti: dall'utilizzo di gas naturale liquefatto (carburante in dotazione al 44% delle navi in fase di costruzione), che annulla o quasi le emissioni di zolfo e di particolato, a nuovi sistemi di pulizia per i gas di scarico (disponibili in oltre due imbarcazione su tre tra quelle già operative) e per il trattamento delle acque reflue. In questa direzione, spiega ancora il report, va anche l'ammodernamento delle flotte, con navi che a fine 2019 registravano un'anzianità media di 14,1 anni contro i 14,6 anni registrati dal medesimo studio alla fine del 2018. Nel corso del 2020 inizieranno a operare 19 nuove imbarcazioni, portando il totale a 278.Sulla sostenibilità punta con decisione anche Fincantieri, a cominciare dal Piano di sostenibilità che declina gli impegni assunti dal gruppo triestino nelle quattro aree principali in cui è articolato il business plan, vale a dire visibilità a lungo termine, nuovi orizzonti e mercati, innovazione e produzione snella. Tra le iniziative che rispondono a questi principi - e i cui risultati vengono rendicontati annualmente - vi sono la promozione di una catena di fornitura responsabile, il coinvolgimento dei dipendenti, il costante miglioramento della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro, il supporto all'innovazione tecnologica, il mantenimento dei livelli di soddisfazione e fiducia dei clienti e la riduzione degli impatti ambientali, contribuendo così alla lotta ai cambiamenti climatici. Tra le altre cose, all'inizio dello scorso anno il gruppo guidato da Giuseppe Bono ha siglato un accordo di collaborazione con Cdp e Snam per individuare, definire e realizzare progetti strategici di medio periodo che tra le altre cose riguarda lo sviluppo di tecnologie sostenibili applicate al trasporto marittimo. Tornando al report della Clia, l'associazione segnala che il settore a livello mondiale fattura come detto 150 miliardi di dollari, impiega 177 mila persone e paga stipendi per 50 miliardi di dollari (45 miliardi di euro) per servire 32 milioni di utenti. Tanti sono infatti i passeggeri attesi nell'anno da poco iniziato, due milioni in più sul consuntivo stimato per il 2019. La Clia segnala il Mediterraneo al secondo posto (17%) fra le mete che saranno preferite, preceduto solo dai Caraibi a quota 32%. A livello globale il settore è reduce da un lungo percorso di crescita, che lo ha portato quasi al raddoppio dai 17,8 milioni di turisti del 2009. La Clia calcola 14 milioni di passeggeri - la quota più consistente - dal Nord America, seguiti dai 6,7 milioni di turisti dell'Europa occidentale e dai 4,2 milioni di asiatici. Nella città di imbarco, prima di salire a bordo, il report calcola infine una spesa di 376 dollari per ciascun passeggero, che ne sborserà poco più di 100 in ciascuna delle tappe successive. 

Luigi dell'Olio

 

MUGGIA - Progetto-pilota per smaltire i rifiuti abbandonati in mare

Muggia. Il Comune di Muggia chiederà di aderire al progetto regionale "aMare Fvg". È l'esito della mozione presentata durante l'ultima assemblea civica dal consigliere Nicola Delconte (Fdi-An) e sottoscritta trasversalmente da tutte le forze politiche presenti con adesione di Riccardo Bensi (Pd), Nicoletta Fait (Cittadini), Antonino Ferraro (Laura Marzi Sindaco), Giulia Demarchi e Andrea Mariucci (Forza Muggia-Dpm), Giulio Ferluga (Lega), Emanuele Romano (Movimento 5 Stelle), Roberta Vlahov (Obiettivo comune), Roberta Tarlao (Mejo Muja) e Marco Finocchiaro (Gruppo misto). Il documento, approvato all'unanimità, prevede di aderire al progetto pilota "aMare Fvg" finalizzato a favorire la corretta gestione dei rifiuti che vengono raccolti accidentalmente in mare durante le attività di pesca e occasionalmente da diportisti e associazioni di volontariato nell'ambito di specifiche iniziative di pulizia degli specchi d'acqua e dei fondali. «Questo progetto, attraverso il monitoraggio della quantità e della tipologia dei rifiuti, ha lo scopo di giungere alla definizione di efficaci modalità di gestione dei rifiuti abbandonati in mare che garantiscano la tutela di coloro che si adoperano in tali virtuose attività, nel rispetto dell'ambiente e delle normative di settore» ha ricordato in consiglio comunale Delconte. Tra i sottoscrittori del documento il capogruppo di Laura Marzi Sindaco, Antonino Ferraro: «Io vado spesso in barca a vela e correttamente tutte le società veliche sul bando di regata inseriscono la clausola in cui è assolutamente vietato gettare rifiuti in mare, pena l'esclusione dalla regata stessa. C'è grande sensibilità su questo tema e che vi sia un apposito luogo dove poter conferire i rifiuti è un obbiettivo condivisibilissimo». 

Riccardo Tosques

 

 

Scade la convenzione tra Enpa e Regione - E nessuno soccorre più gli animali feriti

Dal primo gennaio non esiste più una struttura organizzata per il recupero di esemplari feriti. Indignazione sui social

Tira una brutta aria per gli animali selvatici in difficoltà. Se vengono investiti o se restano, come è già capitato, incastrati in un cancello o in una rete, ad oggi non esiste più un puntale e organizzato soccorso. Se vengono salvati è per "miracolo" perché, dal primo gennaio scorso, è cessata la convezione tra la Regione e l'Enpa che prima provvedeva al recupero su strada di queste bestiole almeno dalle 8 alle 20. Se qualcuno oggi trova un esemplare selvatico in difficoltà e chiama i soccorsi, viene di fatto rimbalzato da un numero all'altro. Sembra che nessuno sappia cosa fare, chi mandare, chi chiamare. E intanto il tempo passa e l'animale soffre, si aggrava o addirittura muore. Nel raccontare questa mancanza di un sistema rodato di soccorso, va ricordato che la legge nazionale 157 del 1992 indica che «la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale ed internazionale». Dunque, il non tutelarla, il non soccorrerla, configura una violazione della legge: qualcuno potrebbe essere chiamato a rispondere. Di pochi giorni fa il ritrovamento da parte di due ragazze di un capriolo ferito in Strada del Friuli all'altezza del civico 246. Chiamano il 112. L'operatore tenta invano per 45 minuti di trovare una soluzione. L'animale non camminava, era ferito, ma non moribondo. Nella girandola di telefonate, viene contattato al cellulare anche il medico veterinario dell'Azienda Sanitaria, Massimo Erario che, fuori dal suo orario di lavoro e quindi per pura sensibilità, si precipita sul posto in scooter, somministra una terapia e poi chiede personalmente all'Enpa di recuperare la bestiola. I volontari dell'ente animalista, seppur senza convenzione, lo trasferiscono nel loro Cras, l'unico centro di recupero animali selvatici in provincia di Trieste autorizzato ad ospitare e curare queste bestiole. Il capriolo, un maschio giovane, seguito dai veterinari dell'Enpa resta in prognosi riservata. Ma se non ci fosse stato un veterinario disposto a intervenire a titolo personale, cosa ne sarebbe stato di quell'animale? Sarebbe stato lasciato morire sull'asfalto nella totale indifferenza? La storia del recupero di quel capriolo ha avuto spazio anche sui social, raccogliendo centinaia di messaggi di indignazione. Perché questo episodio è la prova che non esiste, se non sulla carta, un sistema di soccorso per gli animali selvatici. Ma facciamo un passo indietro per capire cosa sta accadendo. Con la soppressione delle Province, i guardiacaccia sono diventati guardie forestali regionali, e dal 2015 il soccorso ai selvatici è tornato di competenza regionale, in capo all'assessorato Agricoltura e Foreste. Fino al 1º luglio 2018, il soccorso dei selvatici era affidato completante all'Enpa, che copriva il servizio 24 ore su 24, malgrado la Regione nel 2016 avesse anticipato che quel servizio sarebbe stato presto gestito direttamente dalle guardie forestali. Fino al 31 dicembre scorso, invece, con convenzioni che procedevano di proroga in proroga, se ne sono occupate sempre realtà private, come appunto, a Trieste, l'Enpa. Che però, causa mancanza di personale e di volontari disposti a lavorare la notte nel recupero di animali anche di grande stazza, aveva dovuto fare un passo indietro garantendo fino all'estate del 2018 il servizio solo dalle 8 alle 20. Da allora, però, tra i recinti e le gabbie dell'Enpa dove chi recupera un selvatico deve portarlo, mancano all'appello decine e decine di esemplari che prima venivano recuperati la notte. Ora il problema riguarda l'intera giornata a discapito dei selvatici e della civiltà. 

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 5 gennaio 2020

 

 

La Fiom al contrattacco: «Non siamo sleali»

È guerra aperta dopo le critiche delle sigle pro intesa: «La chiusura è una scelta politica. Per noi inaccettabili 163 esuberi»

L'avvicinamento al "referendum" dei lavoratori sulla chiusura dell'area a caldo della Ferriera trascorre in un surreale clima di scontro fra i sindacati. Da una parte le sigle firmatarie dell'accordo stretto a Roma con Siderurgica Triestina e dall'altra la Fiom Cgil, contraria alla cessazione della produzione di ghisa a Trieste. Dopo la conferenza di Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb, il ping pong registra la replica della Fiom, che ribadisce il suo no con il segretario provinciale Marco Relli: «La Fiom non firma un accordo che mette nero su bianco 163 esuberi per un'azienda che non è in perdita e che rispetta le norme ambientali». Relli sottolinea che «la Ferriera chiude per una scelta politica come ricorda sempre l'azienda». Poi le precisazioni di carattere tecnico: «L'accordo prevede - dice Relli - che i lavoratori siano assumibili nel laminatoio dopo una visita che ne accerti l'idoneità fisica: chi non sarà idoneo dovrà accettare l'incentivo a uscire. L'accordo parla di uscite volontarie ma anche di 163 esuberi: se i numeri sono già noti, dove starebbe questa volontarietà? Sono ragionamenti basilari per chi fa sindacato». Il delegato Fiom della Rsu Thomas Trost risponde poi alle altre sigle, che accusano la Fiom di aver diffuso una bozza non definitiva dell'accordo per intimorire i lavoratori. «Ci danno degli sleali - contrattacca Trost - ma chi ha fatto la stampa ha solo confuso tra due file. Il disguido è stato fatto notare e, come giusto, ci siamo fermati. Ma si vede che dalla parte del sì le esigenze di portare a casa il risultato sono talmente vincolanti che ci si aggrappa ad ogni difformità». Il delegato accusa poi gli altri sindacati di essersi contraddetti nel corso dei mesi: «Se uno guarda le interviste, sono totalmente contrarie a ciò che viene proposto nell'accordo. Cosa ha fatto cambiare rotta?». Il discorso tocca anche il coinvolgimento di Fincantieri e qui Relli va giù duro contro l'impegno assunto dal ministro Patuanelli sull'assorbimento dei possibili esuberi: «Per la Eaton le proposte sono arrivate solo da ditte esterne alla Fincantieri, che anche in quel caso si era impegnata. Un 57 enne si è visto proporre la pulizia delle stive, da giovedì a domenica in orario notturno, per mille euro. In Fincantieri ci dovrebbero andare anche i dipendenti della cartiera: quelli della Ferriera hanno una priorità solo perché la decisione della chiusura è politica?». Sul nodo Fincantieri interviene pure il Pd con Diego Moretti: «Sarebbe irresponsabile accontentarsi di pseudo-soluzioni che rischiano di creare pericolose illusioni. I lavoratori della Eaton ancora senza lavoro lo stanno provando sulla loro pelle. L'ipotesi che Fincantieri si faccia carico dei lavoratori in esubero di alcune aziende in crisi significa arrendersi alla desertificazione del tessuto produttivo, affidarsi in via esclusiva a un solo potente soggetto economico-industriale. Quante crisi potrà assorbire la cantieristica?». 

Diego D'Amelio

 

 

Apre l'alimentari dedicato ai vegani La titolare: «Sarà unico nel suo genere»- in via Gatteri

Si chiama "Veg Veg" il negozio studiato soprattutto per vegani, ma anche per vegetariani, che aprirà i battenti lunedì 13 gennaio in via Gatteri 14. Un'avventura imprenditoriale lanciata da Dania Bianco, che a sua volta da due anni ha sposato l'alimentazione "veg" e che durante la settimana di inaugurazione organizzerà anche aperitivi e degustazioni. «Stiamo ultimando l'allestimento, sarà l'unico negozio di questo tipo a Trieste - spiega la titolare - dove trovare un po' di tutto. Ho deciso di avviare questa attività perché trovavo difficoltà a reperire i prodotti che consumo. Per fare la spesa mi devo recare in diversi punti vendita. In più ho sempre sognato di aprire uno spazio tutto mio. E ho pensato, perché non provarci? Qui si saranno solo alimenti per vegetariani e vegani, e anche per chi segue questi regimi, ma deve rinunciare al glutine. Un'offerta mirata». «Sono tutte specialità che non si trovano nei supermercati - prosegue Dania -, e che comunque avranno un costo contenuto, dai dolci alla pasta, dallo spezzatino di soia a vini e birre vegani, e ancora tante alternative alla carne, oltre ai formaggi, rigorosamente "veg", e altre proposte salate». «A Trieste finora ci sono pochi negozi simili - aggiunge -, quelli operativi però si concentrano solo sul biologico e non esclusivamente sullo stile vegetariano e vegano. In generale rispetto ad altre città qui si fa fatica. Mancano anche ristoranti ad hoc». Secondo Dania la novità sarà utile a tanti triestini. «Si sta diffondendo una maggiore consapevolezza sull'importanza di eliminare alimenti che derivano dagli animali, in particolare sapendo come vengono trattati. È questo che spinge tanti ad adottare solitamente prima la dieta vegetariana e poi quella vegana. Io da due anni ho cambiato il mio modo di mangiare. Sto bene e vedo che sempre più persone fanno la stessa scelta». Tra gli scaffali ci saranno biscotti, succhi di frutta, bibite di vario tipo, cibi confezionati o freschi. Il negozio sarà aperto da lunedì a venerdì dalle 15 alle 20 e il sabato dalle 8. 30 alle 13 e dalle 15. 30 alle 20. «Lunedì 13 gennaio non ci sarà una vera inaugurazione - annuncia Dania - ma festeggeremo la novità con una settimana di degustazioni speciali, per far conoscere alla gente i prodotti e per ricordare che qui, durante tutto l'anno, si potranno assaggiare, appunto, diversi alimenti, penso ad esempio a formaggi o birra, ma anche un bicchiere di vino con patatine, per aperitivi sempre e rigorosamente "veg"». Da sottolineare che secondo il rapporto Eurispes 2019, i vegani in tutta Italia sono in aumento, pari all'1, 9% (+1% rispetto al 2018), il 25, 1% lo considera uno stile di vita, mentre 3 su 10 sono sicuri dei benefici che ne deriverebbero per la salute.

Micol Brusaferro

 

 

Tariffe dei parcheggi scontate per chi sceglie veicoli "green"

Approvata in Consiglio comunale la mozione presentata da Romano (M5s) Riguarderà auto elettriche, ibride, a metano e gpl. Abaco definirà le agevolazioni

Muggia. Agevolazioni sulle tariffe per i parcheggi dei cosiddetti "veicoli green". Questa la proposta avanzata dal capogruppo del Movimento 5 Stelle di Muggia, Emanuele Romano, durante l'ultima riunione del Consiglio comunale rivierasco. Già presentata ma poi ritirata nel Consiglio comunale precedente, la mozione è stata nuovamente proposta dal consigliere di opposizione, mozione che è stata accolta da tutti i consiglieri comunali presenti in aula, all'unanimità (assenti tutti e tre i rappresentanti di Forza Muggia-Dipiazza per Muggia, Stefano Norbedo, Giulia Demarchi e Andrea Mariucci). «I veicoli green, ossia quelli a trazione ibrida ed elettrica, metano o Gpl - spiega il capogruppo pentastellato Romano -, portano dei benefici per la salute dati dal minor inquinamento durante il loro uso. Inoltre, per favorire la transizione dai veicoli a combustione inquinante ai veicoli green, la Legge affida le competenze alle Regioni, ad esempio con il bollo auto, e ai Comuni, ad esempio con le Zone a traffico a limitato. Abbiamo chiesto al sindaco Laura Marzi e agli assessori competenti di fare qualcosa anche a Muggia» In Friuli Venezia Giulia diversi Comuni hanno introdotto proprio delle agevolazioni sulle tariffe per i parcheggi. Nello specifico sono stati citati i casi di Udine, dove i veicoli green sono esentati dal pagamento del ticket, ma anche Trieste, comune nel quale non si paga la prima ora di sosta, oppure Pordenone, città in cui la tariffa è stata ridotta del 30% rispetto al prezzo pagato dagli altri autoveicoli. «Siccome Abaco, il gestore che si occupa a Muggia dei parcheggi a pagamento, non offre attualmente sul territorio alcun tipo di agevolazione su veicoli green abbiamo presentato questa mozione con l'obbiettivo di proporre al gestore l'introduzione di agevolazioni concrete sulle tariffe di parcheggio» conclude Romano. Tra i più convinti nell'aver votato la mozione il capogruppo della lista Laura Marzi sindaco, Antonino Ferraro: «Inquinare il meno possibile è un obbligo morale. Bene quindi che tutto il Consiglio abbia approvato questo indirizzo di agevolazione per i veicoli green. Naturalmente ora l'applicazione effettiva dipenderà dal gestore dei parcheggi muggesani a pagamento, ma sicuramente solleciteremo Abaco in tal senso affinché vengano applicati degli incentivi, così come sono convinto che dobbiamo continuare sempre di più ad incentivare l'utilizzo delle biciclette, il mezzo di trasporto green per eccellenza».

Riccardo Tosques

 

 

Duino Aurisina - Boe abbandonate nella baia «Un pericolo per l'ambiente»

La marea le deposita sulla spiaggia detta "del Principe", perché siamo proprio sotto il castello dei Torre e Tasso a Duino, ma là rimangono perché l'area è raggiungibile soltanto via mare. Ed essendo realizzate con materiale non biodegradabile, il danno per l'ambiente, se non si interviene per portarle via, rischia di diventare considerevole. Stiamo parlando delle boe rimaste incastrate nella roccia, a poche centinaia di metri dalla baia di Sistiana, frequentata durante i mesi estivi da migliaia di persone, e di cui nessuno sembra interessarsi. La denuncia arriva da alcuni residenti che evidenziano il problema nell'auspicio che le competenti autorità intervengano rapidamente. Molto probabilmente si tratta di boe che, con le mareggiate e i venti della stagione invernale, si staccano dagli impianti per gli allevamenti situati di fronte alla costa. Negli anni passati, alla pulizia della spiaggetta del Principe, nata nel 1944 con i residui degli scavi compiuti dai lavoratori forzati della Todt per costruire il bunker del castello, provvedevano alcuni volontari. Ma è evidente che l'eliminazione del problema non può essere lasciata alla buona volontà di residenti o amanti della natura che si impegnano per portare via queste boe in disuso. Serve invece un intervento ufficiale di chi deve provvedere alla manutenzione delle spiagge della zona. Alla storia della spiaggetta è legato anche un aneddoto: negli anni '70 era utilizzata da giovani del posto che andavano proprio là a rompere le pietre raccolte sott'acqua per ricavare i datteri di mare da rivendere ai ristoranti della zona. 

 Ugo Salvini

 

 

 Il riuso di Porto vecchio e i rischi dell'assenza di strategie complessive - la conviviale al Rotary

«Il recupero del Porto vecchio, un grande progetto per il rilancio di Trieste». È stata dedicata al rilancio dell'antico scalo l'ultima conviviale del Rotary Club Trieste presieduto da Francesco Granbassi. Nel corso della riunione all'hotel Savoia Excelsior sono intervenuti l'architetto Corrado Delben e lo specializzando in amministrazione e controllo Tomaz Daneu. Interessante soprattutto l'analisi frutto della tesi di laurea del giovane Daneu (22 anni), sulle ipotesi di sviluppo economico e turistico di Trieste. Il capoluogo regionale, secondo Daneu, ha nel suo futuro la possibilità di trasformarsi in una "smart city", alla pari di Taipei e Barcellona, entrambe città che si affacciano sul mare e che secondo lo studio del neolaureato hanno molte similitudini con la città giuliana. Uno sviluppo che però non potrà prescindere da quello del Porto vecchio. «Attualmente il Comune ha impostato il progetto di rinascita dell'area suddividendola in 5 distretti - spiega Daneu -, prevedendo insieme attività alberghiere e residenziali e un terminal crocieristico». Una convivenza che potrebbe creare qualche problema. «Le sinergie fra questi due distretti non sono positive perché sicuramente avere un hotel a 5 stelle dietro all'hub delle navi bianche non giova a una struttura ricettiva di lusso». L'interazione fra i vari distretti dunque, per Daneu, sono fortemente da ripensare. «Ho studiato la strategia del Comune per sei mesi - spiega Daneu - e ho riscontrato molte difficoltà perché nel riuso del Porto vecchio non c'è un'idea globale. Ho notato come l'area sia ritenuta una sorta di piano B, un contenitore per tutto ciò che non si sa dove ricollocare, dalla piscina terapeutica ad ogni tipo di museo».

L.D.

 

 

Abbattere la Tripcovich? Il 73% dei voti è favorevole - sul sito de il Piccolo

Quasi duemila triestini si sono già espressi sul mantenimento/abbattimento della sala Tripcovich, la vecchia stazione dei pullman costruita negli anni Trenta a pochi passi dalla Stazione centrale poi trasformata in teatro negli anno Novanta. La consultazione, lanciata venerdì pomeriggio dal "Piccolo", aveva registrato alle 19 di ieri una netta maggioranza di "sì" all'abbattimento, 73% contro un 25% di "no", mentre un 2% risponde "non so". Per la precisione, a esprimersi sono stati 1921 lettori, una partecipazione significativa che evidenzia l'attenzione verso questo dibattito urbanistico/architettonico. Continuate a dire la vostra con un clic online. Perché l'idea di questa domanda ai lettori? Per verificare se la volontà del sindaco Dipiazza, fortemente intenzionato a radere al suolo la Tripcovich, coincida con gli orientamenti dei lettori del giornale. Come noto, di recente, nonostante la differente posizione della Soprintendenza, la direzione generale del ministero dei Beni Culturali ha dichiarato la sua contrarietà all'abbattimento dell'edificio. Dipiazza non l'ha presa bene e continuerà la sua battaglia per eliminarlo da uno spazio urbano in via di riqualificazione. Il sindaco vorrebbe collocare, al posto dell'ex stazione delle corriere, il monumento a Sissi, che oggi è al centro del giardino di piazza Libertà.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 4 gennaio 2020

 

 

Ferriera, scontro sempre piu' duro "FIOM sleale sull'intesa sindacale"

Il fronte del si': "distribuito ai lavoratori dalla Cgil un testo dell'accordo senza le ultime modifiche"

No alla competizione sleale: Fiom Cgil la smetta di far circolare informazioni strumentalmente false sulla bozza di intesa sindacale riguardante la chiusura dell'area "a caldo" in Ferriera. I metalmeccanici cigiellini - accusano Failms, Fim, Uilm e Usb - hanno addirittura distribuito ai lavoratori un testo dell'accordo senza le modifiche poi apportate nel corso del confronto in sede ministeriale svoltosi sotto Natale. «Eh no, così si intossica il dibattito»: in rappresentanza delle quattro sigle del "fronte del sì", in vista del referendum indetto presumibilmente la prossima settimana, Cristian Prella, Umberto Salvaneschi, Antonio Rodà, Sasha Colautti rullano i tamburi della controffensiva elettorale durante un incontro nella sede cislina in piazza Dalmazia. E attenzione - sottolineano - che qui nessuno ha firmato alcunché, perché, prima di apporre autografi vincolanti, i quattro sindacati attendono il prossimo responso referendario, che sarà anticipato da un'assemblea generale fissata martedì 7 gennaio.La questione di fondo - insiste il "fronte del sì" - è che all'accordo non c'è alternativa, sia nel merito che nella tempistica. Cioè: se per ipotesi i 580 dipendenti della Ferriera dovessero bocciare la proposta negoziata tra Arvedi e Failms - Fim - Uilm - Usb, si aprirebbe una crisi al buio, perché l'azienda andrebbe avanti unilateralmente nella chiusura dell'impianto e 163 addetti dello stabilimento servolano si troverebbero per strada, forse coperti dalla cassa integrazione (ma non è detto). Già in ottobre il gruppo aveva informato i sindacati riguardo un investimento di 100 milioni di euro per approvvigionarsi di ghisa in Ucraina.Per evitare questa crisi al buio - obietta il "fronte del sì" - l'unica strada realistica da percorrere è quella di approvare un'intesa ragionevole, un «paracadute» che cerca soluzioni per non lasciare alcuno all'addiaccio. Intesa sindacale che, una volta votata dai lavoratori, farebbe parte integrante dell'accordo di programma firmato da Arvedi, Governo, Regione, Comune e Autorità portuale.«Se la bozza non passa - hanno ripetuto - in meno di venti giorni lavorativi non ci sarà tempo e non ci sarà margine negoziale per il percorso B. La prossima settimana incontreremo il prefetto, per sottoporre alla sua attenzione il delicato problema dei livelli di sicurezza, legato all'imminente dismissione dell'area "a caldo"».Il quartetto del sì ha apprezzato la disponibilità manifestata da Fincantieri sulla possibilità di assorbire una eventuale quota di esubero occupazionale, apprezzerebbe egualmente l'impegno della Regione che non è stato ancora dettagliato. Il ricollocamento dei 163 addetti, reso necessario dallo spegnimento dell'area "a caldo", ribadisce i numeri già noti: 66 somministrati a San Giorgio di Nogaro, 40 prepensionati, 50 impiegati nelle opere di bonifica e nello smontaggio degli impianti.Grande rilievo all'integrazione economica pari a 346 euro, che Arvedi è pronto ad aggiungere al trattamento di Cigs, per attenuare l'impatto dell'ammortizzatore sociale la cui durata si estenderà per 24 mesi. La rotazione del personale contribuirà ulteriormente ad ammorbidire l'incidenza della perdita salariale. 

Massimo Greco

 

 

I "pendolari dell'immondizia" ogni giorno in missione a Duino

DUINO AURISINA. Arrivano alla chetichella, preferibilmente in ore notturne, in modo da non dare troppo nell'occhio. Aprono il portellone posteriore delle loro autovetture, scaricano enormi sacchi neri e poi ripartono a tutta velocità. Sono i pendolari dell'immondizia che, di passaggio sulla Strada regionale 14, approfittano per disfarsi dei propri rifiuti nei cassonetti posti all'entrata dell'abitato di Duino, al bivio per il Villaggio del Pescatore, oppure nei contenitori posti all'interno del paese. Un fenomeno che in questo periodo, contraddistinto da molti giorni festivi e da grandi libagioni, è aumentato considerevolmente, tanto da poter osservare l'andirivieni di macchine praticamente a tutte le ore del giorno, e non soltanto in quelle notturne. Persone che, provenienti da Monfalcone o dai paesi del Vallone in direzione Trieste, approfittano per fermarsi e scaricare quanto accumulato nei loro bidoni della spazzatura. «Scaricatori in transito - così li definisce un abitante del condominio Mitreo -, a me è capitato di vederli poi "parcheggiati" in centro a Duino, seduti in bar». Caffè, sigaretta e monnezza, insomma, ma non solo. Ci sono anche quelli, evidentemente la maggioranza, che nemmeno aiutano l'economia del Comune con l'acquisto di un cappuccino, quale parziale "risarcimento" per aver regalato al paese la propria immondizia. «È più frequente - spiega ancora il residente - che la macchina proveniente dall'isontino arrivi appositamente qui per scaricare, effettui un'inversione a U e riparta a tutta velocità». Proviamo a toccare con mano la veridicità di quanto raccontato. Non passano nemmeno venti minuti che si vede una station wagon bianca arrivare da Monfalcone, effettuare l'inversione e affiancare i bidoni dei rifiuti. Dalla vettura scende un distinto signore, il quale apre il bagagliaio da cui fa uscire un enorme sacco nero che conferisce direttamente nel bidone dell'indifferenziata. A precisa domanda sul perché di questa manovra, risponde categorico con un «chi si fa gli affari propri campa cent'anni». Medesima operazione viene effettuata poco dopo da una Opel Corsa con targa di Nova Gorica. La proprietaria arrossisce quando le viene posta la domanda sul perché dalla Slovenia venga a conferire l'immondizia proprio a Duino. «In realtà - spiega con un po' di imbarazzo -, anche se ho la targa slovena, sono residente a Ronchi dei Legionari. Però devo ammettere che gettare qui i rifiuti mentre vado a lavorare mi viene molto comodo». Insomma, a distanza di 12 anni dalla sua istituzione, pare che in provincia di Gorizia ci sia ancora chi non ha digerito la raccolta "porta a porta" e preferisce accumulare le proprie immondizie in un unico sacco, per poi sobbarcarsi una decina di chilometri prima di scaricarlo. «Sono episodi spiacevoli che dovremo verificare - spiega il sindaco di Duino Aurisina, Daniela Pallotta -. Si tratta di una situazione anomala già registrata nel passato ma che speravamo con il tempo non si verificasse più». La stessa Pallotta segnala come proprio giovedì scorso la Polizia locale abbia fermato in pieno centro a Sistiana un furgone proveniente da Trieste, mentre stava scaricando materiale edile. Un fenomeno, pertanto, che riguarderebbe un po' tutte le frazioni del comune carsico e non la sola Duino. «Il Comune di Duino Aurisina - spiega il sindaco - ha un contratto per lo smaltimento dei rifiuti con Isontina Ambiente fino al 2028, un contratto peraltro gravoso per le casse del Comune, ma che l'attuale amministrazione ha trovato già in essere all'atto del proprio insediamento. Del servizio non siamo per niente soddisfatti. Ci stiamo muovendo per cercare di migliorarlo, però abbiamo già avuto modo di constatare che solamente attraverso l'istituzione di un servizio "porta a porta" si potrebbero abbassare i costi per gli abitanti del Comune. Dal canto nostro - spiega la prima cittadina duinese - noi come amministrazione stiamo insistendo con Isontina Ambiente per aumentare la frequenza del ritiro dell'immondizia». Un'intensificazione della raccolta, però, potrebbe portare a un parallelo aumento dei "pendolari dell'immondizia", finendo con il saturare ancora di più i cassonetti presenti nelle varie frazioni del comune. «Si tratta di un fenomeno molto fastidioso - conclude Pallotta - e pertanto invito i cittadini, in nome della coscienza civile propria degli abitanti di Duino Aurisina, a non esimersi dal segnalare alla Polizia locale o ai Carabinieri l'eventuale ripetersi di episodi del genere».

Lorenzo Degrassi

 

 

Capodistria-Divaccia - I Verdi di San Dorligo contestano Lubiana

SAN DORLIGO. La soluzione migliore per la tutela della Val Rosandra «è continuare sul progetto alternativo da noi caldeggiato da tempo. Le rassicurazioni del governo di Lubiana su quello su cui si sta lavorando attualmente oltre confine non sono sufficienti». Alen Kermac, capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale a San Dorligo e autore della mozione approvata all'unanimità dall'aula, con la quale si chiedono garanzie all'esecutivo della capitale slovena, in relazione al raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, replica così al documento diffuso in questi giorni dalla società slovena 2Tdk, creata da Lubiana per gestire la progettazione e la realizzazione del secondo binario della tratta. «Il progetto alternativo che sosteniamo - scrive Kermac - è più corto, perciò assicura tempi di percorrenza inferiori, consente, a differenza di quello proposto da 2Tdk, il collegamento con la Lubiana-Pola, prevede un risparmio energetico con sistema frenante delle locomotive, assicura la protezione dei bacini idrografici della Val Rosandra e del Rio Ospo, non richiede pareri degli Stati limitrofi, perché l'ambito di influenza è circoscritto al territorio sloveno e prevede tempi di realizzazione più brevi di due anni. Infine - conclude - il costo complessivo di questo progetto alternativo, realizzato dagli ingegneri Joze Duhovnik, Nino Gunde e Damir Josipovic, non arriva al miliardo di euro, mentre quello proposto dalla 2Tdk va dai 2,5 ai 3 miliardi».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 3 gennaio 2020

 

 

Operai di Servola a Fincantieri La "cautela" di Rosolen e Cisint

L'assessore: «Prematuro parlare di assorbimento di esuberi». Il Il sindaco di Monfalcone: «Priorità al personale locale»

Monfalcone. Ha innescato reazioni a catena l'annuncio, fatto dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, della disponibilità di Fincantieri ad assorbire gli operai della Ferriera a rischio esuberi. Tra i primi commenti quello del sindaco di Monfalcone Anna Maria Cisint, che ieri ha parlato con l'esponente di governo. «La prossima settimana - ha spiegato - concorderemo una data per un incontro, entro questo mese, con il ministro Patuanelli, il governatore Fedriga, l'assessore Rosolen e l'ad Bono per ragionare in ordine alle assunzioni, dirette e nell'appalto, per il settore della navalmeccanica, attraverso il "Patto per il lavoro", il percorso avviato due anni fa per affrontare le crisi aziendali del territorio attraverso assunzioni locali. Un processo nel quale il Comune ha la funzione di monitoraggio». Cisint ha aggiornato la situazione: «I primi due corsi di formazione, per carpentieri e saldatori, della Regione sono già partiti, a fronte di 155 partecipanti, mentre ai primi di febbraio inizierà il percorso formativo per la tubisteria. Inoltre, 55 persone, già formate, sono inserite nel processo di assunzione nell'appalto a seguito del Recruiting day. La Regione ha già confermato gli sgravi fiscali per quest'anno. Per quanto riguarda il Comune, continueremo a monitorare il percorso ai fini delle assunzioni stabili degli ex lavoratori di Eaton che andrò a verificare». Cisint parla del «Patto di lavoro come passo ulteriore rispetto al caso Eaton, estendendo l'applicazione di questo meccanismo ad altre realtà, come pure la Cartiera Burgo. Il concetto essenziale rimane il reclutamento di personale locale, in un processo in cui il lavoro diventa un valore a tutti gli effetti».Dunque ora la prospettiva si rivolge alla Ferriera. L'assessore al Lavoro, Alessia Rosolen, ha riferito che la disponibilità da parte dell'ad Bono «era stata espressa mesi fa al presidente Fedriga. Abbiamo iniziato a lavorare con Fincantieri, il recente Recruiting day è nato nell'ottica di promuovere un rapporto efficace tra domanda e offerta di lavoro». Quanto alla Ferriera ha osservato: «Al momento è prematuro poter ragionare in termini concreti, poiché va prima affrontata e conclusa l'operazione complessiva riguardo l'accordo di programma e l'accordo con i sindacati per l'impianto di Servola. Prima di parlare di assorbimento nell'appalto Fincantieri, è necessario capire quali sono le garanzie da parte del gruppo Arvedi, per la quale mi aspetto puntuali assunzioni di responsabilità, e avere un quadro completo. La Regione si impegnerà comunque anche su questo aspetto. Abbiamo 2 mila operai da formare in base alle esigenze occupazionali di Fincantieri, dall'altro ci sono i lavoratori della Ferriera per i quali non abbiamo ancora elementi certi sui quali ragionare».-

Laura Borsani

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 gennaio 2020

 

 

«Fincantieri è pronta ad assumere gli operai della Ferriera a rischio esuberi»

L'annuncio di Patuanelli che frena sullo stop all'altoforno il 1° febbraio. Dal Mise 40 milioni per sostenere gli investimenti

Trieste. Sarà Fincantieri a riassorbire i lavoratori della Ferriera che potrebbero restare a piedi dopo i due anni di cassa integrazione che prenderanno il via con lo spegnimento dell'altoforno di Servola. L'impegno è assunto dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, che cerca di tranquillizzare i dipendenti dell'azienda, davanti a un accordo sindacale in cui si parla di incentivi all'uscita per almeno quaranta dipendenti che verranno impiegati nelle operazioni di bonifica del sito. Il ministro fissa in «alcune settimane» il tempo necessario per la firma dell'Accordo di programma: si allunga così la scadenza da lui stesso fissata per il 31 dicembre, probabilmente per la necessità di attendere l'intesa sulla cessione dei terreni, cui stanno lavorando Siderurgica Triestina e Autorità portuale. Patuanelli lavora con la convinzione che le condizioni per la stipula del nuovo Adp siano a un passo, ma chiama in campo Fincantieri come attore capace di fare fronte alle uscite che potrebbero verificarsi in Ferriera qualora il gruppo Arvedi decida di non aggiungere la ricottura alle nuove lavorazioni previste nel potenziamento del laminatoio. L'impegno arriva alla vigilia del referendum dei lavoratori sull'accordo raggiunto a Roma fra proprietà e sindacati: «Sin dall'inizio - dichiara il ministro - ho detto che l'obiettivo primario è l'assenza totale di esuberi e che tutti gli attuali occupati dell'area a caldo trovino un'alternativa interna o esterna. Nel primo caso c'è il nuovo piano industriale di Siderurgica Triestina, mentre per la soluzione esterna sono certo che Fincantieri farà la sua parte, avendo fin da subito necessità di assunzioni nei suoi stabilimenti. Ci tengo a ringraziare per questo l'ad Giuseppe Bono». Patuanelli annuncia che «l'intenzione è chiudere l'Adp nelle prossime settimane perché ci sono tutte le condizioni», ma assicura nel contempo che l'accelerazione impressa negli ultimi mesi non diventerà una corsa fuori controllo. Da una parte, il responsabile del Mise chiarisce che «nulla sarà firmato prima di aver atteso l'esito del referendum sull'accordo sindacale (che si terrà l'8 e 9 gennaio, ndr) per rispetto verso lavoratori e sigle sindacali». Dall'altra, frena la volontà di Siderurgica di avviare lo spegnimento dell'altoforno il primo febbraio, chiarendo che «non esiste una data di scadenza, anche se vanno garantite certezze anche all'imprenditore». Ma su altre necessarie certezze necessarie per chiudere l'Adp il ministro preferisce non esporsi. È il caso del futuro dei terreni: Siderurgica li aveva promessi inizialmente all'Autorità portuale, facendo poi marcia indietro e manifestando la volontà di mantenere la proprietà dell'area, procedere alla sua bonifica e giocare in prima persona la partita dello sviluppo logistico. Si era trattato quasi certamente di tattica, finalizzata ad avviare la trattativa per la vendita da una posizione di vantaggio. Soltanto alcune settimane dopo l'azienda si è infatti smentita dichiarandosi di nuovo pronta a valutare ipotesi di cessione ad altri investitori. È in questo quadro che si inserisce la riunione fra l'ad Mario Caldonazzo e il presidente Zeno D'Agostino, officiata a Trieste dal ministro in persona. Ma Patuanelli nega: «Quale incontro? » . L'abboccamento è però confermato da fonti qualificate e, da quanto trapela, c'è la piena disponibilità del gruppo Arvedi a ad accordare all'Autorità portuale il subentro nei terreni dell'area a caldo. L'ottimismo è tale da far ritenere la soluzione imminente, con l'accordo che diventerebbe dunque parte integrante dell'Adp. Fra le indiscrezioni c'è anche quella relativa all'impegno finanziario del Mise, che avrebbe in serbo almeno 40 milioni per supportare gli investimenti di Arvedi su laminatoio e centrale elettrica. Patuanelli vorrebbe che anche la Regione facesse la sua parte sul piano finanziario, ma la giunta Fedriga non sarebbe per ora intenzionata a investire sulle realizzazioni previste del prossimo Adp: possibile che il ministro avvii un confronto con il governatore nei prossimi giorni. Ma la prossima tappa è il voto dei lavoratori sull'accordo sindacale e qui Patuanelli scende in campo per sostenere le ragioni del "sì": «C'è impegno massimo da parte di governo, Regione e Autorità portuale per garantire l'occupazione di chi lavora nell'area a caldo. Oggi non è più in discussione il "se". E sul "come" dico che il modo in cui stiamo procedendo è quello che più tutela i lavoratori. Capisco le preoccupazioni, ma credo che l'atteggiamento della quasi totalità delle sigle sindacali sia responsabile». La speranza del grillino è che dalla riqualificazione in senso logistico dell'area e dal parallelo sviluppo della Piattaforma logistica verso il Molo VIII nascano prospettive di crescita per la città, a patto che venga riconosciuto lo status di porto franco. «Lo scalo può sviluppare - ragiona il ministro - trasformazioni di merci con alto valore aggiunto. Ho provato a risolvere il nodo del porto franco nella legge di bilancio, senza trovare però la quadra col ministero dell'Economia. Ma l'impegno rimane fermo e proseguirà».

Diego D'Amelio

 

Lo scontro a suon di volantini sulla bozza di accordo sindacale

Fim, Uilm, Failms e Usb ribattono alle accuse della Fiom e aprono la campagna a favore dell'intesa siglata con Siderurgica Triestina

Con cinque membri su sei della Rsu, rappresentano la larga maggioranza dei lavoratori della Ferriera e hanno cominciato la propria campagna a favore dell'accordo stretto a Roma il 23 dicembre fra sindacati e Siderurgica Triestina. Fim Cisl, Uilm e gli autonomi della Failms rispondono alla contrarietà della Fiom Cgil, unica sigla contraria all'intesa. Ai favorevoli si unisce l'Usb, non rappresentata in azienda, ma nella società controllata che gestisce le attività logistiche a Servola. La volontà di operai e impiegati si conoscerà il 9 gennaio, quando si concluderanno le operazioni di voto che interesseranno i 580 dipendenti dello stabilimento. Nel volantino diffuso in questi giorni, le quattro sigle favorevoli accusano la Fiom di gettare «fumo negli occhi» dei lavoratori «in modo strumentale e politico». Fim, Uilm, Failms e Usb ribadiranno le proprie posizioni nell'assemblea unitaria in programma il 7 gennaio in fabbrica. Spiccano i ragionamenti sulla cassa integrazione, che sarà di 24 mesi, che prevede la più ampia rotazione per ridurre al minimo l'impatto economico sui singoli e che registra l'impegno di Siderurgica Triestina a incrementare il pagamento di base. Il volantino evidenzia che «l'azienda integra la cassa con un'aggiunta economica che ci è stata confermata essere di 2 euro per ogni ora. Nell'ipotesi di un mese tutto in cassa integrazione, l'azienda integrerà 346 euro oltre quanto previsto». L'altro punto al centro del manifesto è quello del futuro occupazionale. L'accordo parla di almeno 40 uscite incentivate, oltre ai lavoratori per cui si procederà con prepensionamenti o ricollocazione in altre realtà produttive del territorio e in siti di proprietà del gruppo Arvedi. Secondo i sindacati favorevoli all'intesa, «la Fiom parla di licenziamenti mentre sull'accordo si fa riferimento solo a strumenti volontari e incentivati. Nell'accordo inoltre si è inserito l'impegno a trovare assieme alle istituzioni soluzioni occupazionali laddove si riterranno necessarie», anche se non è chiaro in che termini Regione e Comune potranno essere impegnati da un accordo che non li vede coinvolti in quanto firmatari. Fim, Uilm, Failms e Usb rispondono così alla contrarietà della Fiom. I metalmeccanici della Cgil bocciano il piano che riduce gli addetti da 580 a 417, non dà garanzie a 40 di essi una volta terminate le bonifiche, prevede la chiusura dell'area a caldo senza contestuale avvio del potenziamento del laminatoio, non ha coinvolto Regione e Comune, non definisce per iscritto l'incremento della cassa integrazione e prevede il «sostanziale licenziamento» di 66 lavoratori interinali, di cui la proprietà propone il ricollocamento in uno stabilimento Arcelor-Fincantieri di San Giorgio di Nogaro. 

 

 

La Slovenia a San Dorligo sulla Capodistria-Divaccia: "Niente rischi ambientali"

La risposta alle richieste di chiarimento sul progetto

LUBIANA. La società slovena 2Tdk, appositamente creata dal governo di Lubiana per gestire la progettazione e la realizzazione del secondo binario della tratta ferroviaria Capodistria-Divaccia, ritiene i timori principalmente di carattere ambientale relativi al progetto stesso sollevati dal Comune di San Dorligo della Valle, e contenuti in una mozione bipartisan del Consiglio comunale, assolutamente infondati e lo fa in un lungo documento in cui spiega come le normative slovene ed europee in materia di ambiente sono state pienamente rispettate dal progetto.«I termini del progetto della nuova traccia - si legge nel documento di 2Tdk - sono stati elaborati in base alla normativa valevole all'epoca della progettazione, sia in Slovenia, sia nell'Unione europea. Nel 2000 è stata poi elaborata una variante (tracciato in galleria, ndr) anche questa pienamente rispettosa delle norme di tutela ambientale». «Tutte le analisi - precisa 2Tdk - sono state realizzate in modo da tenere conto delle ricadute ambientali del progetto sia in Slovenia che in Italia. È stata acquisita l'obbligatoria Conformità ambientale che include anche il procedimento relativo alle ricadute transfrontaliere con la vicina Italia». L'impatto ambientale del progetto è stato illustrato anche in Italia, dicono alla 2Tdk, sono stati ascoltati le osservazioni e i pareri e predisposte le relative risposte che sono pubbliche e presenti sul sito della società che si dice, comunque, sempre disponibile a qualsivoglia chiarimento le venga espressamente richiesto. Ma più che sull'impatto del progetto la 2Tdk nel suo documento punta sul fatto che il vero rischio per l'ambiente, sia in Slovenia che in Italia, «è costituito dall'attuale linea ferroviaria, come confermano anche i cittadini che vivono nelle vicinanze». La società ricorda come nel 2016 a causa delle scintille scaturite dai freni di un vagone si è sviluppato un incendio propagatosi anche alla vegetazione circostante, per avere la meglio sul quale è dovuto intervenire un centinaio di vigili del fuoco. Comunque finirono in fumo circa 350 ettari di superficie. Nel giugno scorso, poi, il deragliamento di un vagone cisterna ha causato lo sversamento nel terreno di circa 10 mila litri di cherosene che ha insidiato l'unica falda idrica di approvvigionamento di acqua potabile per l'intera Istria slovena. La popolazione, lo ricordiamo, rimase per alcuni giorni senza acqua e solo il lavoro dei tecnici è riuscito a evitare le peggiori conseguenze. Il progetto del secondo binario, spiega infine 2Tdk, si allontana dalle falde acquifere del Risano, certo attraversa l'ambito protetto di Natura 2000, ma con il minore impatto possibile e secondo le norme europee in materia. 

Mauro Manzin

 

 

Via libera ai monopattini: sfrecceranno in città

Equiparati alle biciclette: l'utilizzo è consentito anche nelle zone pedonali. Resta il problema dell'assicurazione

Torino. Le regole probabilmente non basteranno a evitare il caos. E la prova si è già avuta nei giorni scorsi, da quando Milano e Torino hanno dato il primo via libera all'utilizzo dei piccoli mezzi elettrici: le ordinanze sono entrate in vigore e nelle due città si è creato il disordine. Marciapiedi e piazze invasi dai monopattini parcheggiati in zone impensabili, pedoni che rischiano di essere travolti, insulti sulle strisce e agli incroci e anche qualche rissa. Da ieri, per chi decide di spostarsi su monopattini ma anche hoverboard, segway o monowhell le regole sono le stesse che devono rispettare i ciclisti. E valgono ovunque, anche se le amministrazioni locali possono prevedere alcuni limiti o decidere per il divieto di circolazione in alcune zone delle città. Velocità, modelli consentiti, norme di sicurezza e divieti sono inseriti nei sette articoli del decreto firmato qualche mese fa dall'ex ministro Toninelli e che, dopo l'emendamento alla Finanziaria, è diventato legge. Con la pubblicazione del testo sulla Gazzetta ufficiale per i monopattini elettrici finisce l'era della giungla, tra ordinanze diverse città per città, o del rischio di una multa imprevedibile. Restano da risolvere due problemi: quello dei parcheggi e quello dell'assicurazione. I tecnici sono a lavoro per una soluzione.

Nicola Pinna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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