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IL PICCOLO - MERCOLEDI', 20 settembre 2017

 

 

Rifiuti sulle spiagge - Al lavoro gli attivisti di "Greenpeace" - Situazione critica dopo le eccezionali sciroccate - decine di volontari mobilitati per la pulizia lungo le coste
SPALATO - La presenza della plastica rende sempre più difficile la situazione sulle spiagge croate, a causa di tonnellate di rifiuti che appaiono soprattutto durante le eccezionali sciroccate di fine estate e in autunno: è accaduto anche nei giorni scorsi, quando la costa è stata flagellata da scirocco e forte moto ondoso che hanno movimentato un ingente quantitativo di immondizie partito non solo dal Paese ma anche da Montenegro e Albania. Per questo è scattata una massiccia mobilitazione da parte di decine di volontari croati di Greenpeace, che nella Giornata internazionale della pulizia delle spiagge e dei fondali hanno ripulito la spiaggia Grabova, nel Parco nazionale dell'isola di Meleda (Mljet in croato), in Dalmazia, portando via decine e decine di sacchi di materiale aiutati da attivisti del Movimento per le isole della Croazia: non solo plastica ma anche tanti altri tipi di rifiuti. Lavoro uguale di pulizia è stato svolto dagli ambientalisti in contemporanea sulle spiagge delle isole di Pago, Solta e Brazza, così come a Spalato.Da Greenpeace è partito anche un appello: «Purtroppo - ha detto Mihaela Bogeljic, responsabile della campagna croata - aziende e cittadini lasciano parecchio a desiderare in fatto di coscienza ecologica, purtroppo la situazione è sempre grave malgrado il lavoro che portiamo avanti da anni». Per l'occasione sulla spiaggia di Meleda è apparsa anche una simbolica sirena, personificata da Suncana Paro Vidolin, a lanciare un appello affinché «l'Adriatico non si trasformi in uno stagno senza vita».Maja Jurisic, a capo del Movimento per le isole della Croazia, ha detto che in questo momento sono circa 1.455 le tonnellate di rifiuti di plastica che stanno galleggiando nel Mediterraneo, e in buona parte si trovano proprio nell'Adriatico. Jurisic ha ricordato il caso limite di alcuni anni fa, «quando una delle più belle spiagge adriatiche, quella di Sakarun sull'Isola Lunga, divenne irriconoscibile a causa dell'immondizia arrivata da meridione. Ci vollero settimane per rimetterla a posto».

Andrea Marsanich

 

 

Mercatini, escursioni e fattorie aperte a tutti - Domenica terza edizione di "Draga in festa"
Domenica torna per il terzo anno "Draga in Festa", evento promozionale a ingresso libero sull'agricoltura sostenibile, l'alimentazione e l'ambiente. Promossa e organizzata dall'associazione Bioest, la manifestazione si articolerà dalle 10 alle 18 in collaborazione con le realtà associative del territorio e con l'amministrazione comunale di San Dorligo. Si apriranno le porte di fattorie e case private, coinvolgendo gli ospiti in attività ed escursioni finalizzate alla conoscenzadi flora e fauna. Lo spirito dell'iniziativa è quello della convivialità e della condivisione, arricchite da un'attività ludica e informativa curata appunto dalle associazioni del territorio e con il contributo dei volontari Arci Servizio civile. Per tutta la giornata ci saranno banchetti informativi e promozionali e sarà allestito un mercatino di attività artigianali legate al territorio. Previsti incontri culturali, un'esposizione fotografica e, per i bimbi, attività ludiche (nella foto un incontro sul mangiare sano a Draga nel 2016).

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 19 settembre 2017

 

 

Diselgate, in Italia 1.250 morti - le emissioni "taroccate" hanno provocato migliaia di vittime

ROMA - Il surplus di emissioni dei veicoli diesel, rispetto a quanto dichiarato dalle case automobilistiche, ha causato in Italia 1.250 morti all'anno. A quantificare le conseguenze del Dieselgate sono l'Istituto meteorologico norvegese e l'istituto internazionale Liasa, in uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters da cui emerge che il nostro Paese è il più colpito di tutta l'Europa. Stando agli esperti, sono 425mila le morti annue riconducibili all'inquinamento dell'aria nei 28 Paesi dell'Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel e, di questi, 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori. In base allo studio, l'Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili generate dai veicoli diesel: 2.810 all'anno, di cui 1.250 legate al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. Seguono la Germania, con 960 decessi annui correlati agli ossidi di azoto in eccesso, e la Francia con 680. Dal lato opposto della classifica ci sono Norvegia, Finlandia e Cipro. Il triste primato della Penisola «riflette la situazione molto negativa dell'inquinamento specie nel Nord Italia, densamente popolato», spiega l'autore della ricerca, Jan Eiof Jonson dell'Istituto norvegese di meteorologia. Sempre secondo lo studio, se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri: 7.500 all'anno in Europa e a 1.920 in Italia.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 18 settembre 2017

 

 

Dal comico al politico - Tutti pazzi per i viaggi in sella alle due ruote
I vantaggi degli spostamenti in bici raccontati da ciclisti "vip" in occasione della Settimana Ue della mobilità sostenibile
È iniziata sabato la Settimana europea della mobilità sostenibile, un'occasione che ogni anno punta a promuovere l'uso delle bici e a sensibilizzare sui vantaggi degli spostamenti "green". Tanti i "testimonial" triestini della causa. Come Diego Manna, editore, scrittore, amante dei lunghi viaggi a pedali e tra gli organizzatori dell'evento sportivo Rampigada Santa. E come Antonio Parisi, anima degli eventi di Jotassassina. «Utilizzo sempre la bici, in estate ed inverno - racconta Parisi - sia di giorno sia di notte, per girare e muovermi anche tra i locali. È un mezzo comodo e il mio modello di bici rispecchia molto il mio carattere: vintage americano ed eccentrico». «La bici fa parte della mia quotidianità - dice Stefano Ceiner, speaker internazionale con base a Trieste - e la uso per percorrere i numerosi sentieri immersi nel Carso e anche per spostarmi in città, quando posso». Anche nel mondo politico la bici piace. «A dieci anni mi sono trasferito a Trieste e la prima cosa che ho portato con me è stata la bici - ricorda l'assessore ale Welfare Grilli - la trovo un mezzo meraviglioso e molto pratico. La uso costantemente per lavoro. Ci sono cose da migliorare, a partire dalla diffusione degli stalli, e piste ciclabili realizzate con criterio e capaci di assicurare collegamenti sicuri. Come giunta ci stiamo lavorando». «Nel 2017 ho totalizzato oltre 7.500 chilometri - sottolinea l'assessore al Personale Michele Lobianco - amo raggiungere e percorrere le strade d'Istria e quelle dell'altopiano, il piacere della libertà è unico. Per quanto riguarda la città, con la riqualificazione del Porto Vecchio ci sarà un itinerario ciclabile che, unito a quello delle Rive, darà una bella risposta agli utenti della bici». «La uso quotidianamente per spostarmi in città - dice anche la capogruppo del Pd Fabiana Martini - ma anche nel tempo libero e durante le vacanze. Con la famiglia ho fatto alcune bellissime ciclovacanze e il prossimo obiettivo è la Parigi-Londra. Cosa migliorare a Trieste? Mancano stalli, piste ciclabili, ma soprattutto una cultura degli spostamenti dolci». In molti usano la bici anche per lunghi viaggi, come il gruppo di amici "Ciclomonones", famosi per i tour goliardici su due ruote, come quello impegnativo da Trieste al Montenegro, o come il team rosa di "Fata la xe", che ha pedalato da Salisburgo al capoluogo giuliano. Si muove in bici in città anche l'attore e scrittore Alessandro Mizzi. Divertente poi il racconto di Maxino, che tra una canzone e l'altra confessa la passione recente per i pedali. «Mi tornava in mente "ciclicamente" - scherza - ed ogni volta mi scontravo con una dura realtà: vivo a Muggia, e per raggiungere casa devo fare una salita ripidissima. Avrei piuttosto fatto una raccolta firme per uno skilift. Poi un giorno, durante un appuntamento con Diego Manna, lo vedo arrivare a bordo di una bici elettrica. Ho pensato "Lui che va in giro per l' Europa pedalando, che ci fa su un "motorino?" E invece ho scoperto che tanto motorino sta cosa non è, mi sono lanciato e ne ho presa una, ora riesco a fare la famosa salita mortale di casa mia senza bisogno della rianimazione del 118. La uso molto, sia per portare in giro i bimbi, sia per fare la spesa. Non posso ancora andare a suonare con la bici perché la tastiera e l'impianto in spalla mi pesano ancora un po' troppo. Ma ci lavorerò. Magari - conclude il vulcanico cantante - bici elettrica e "precoliza", con muscolatura da incredibile Hulk e via, verso nuovi orizzonti».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 17 settembre 2017

 

 

La "fame" senza fine di stalli per motorini -
Pedonalizzazioni e cantieri come quelli in via Carducci e Santa Caterina hanno eliminato centinaia di posteggi. Il Comune: «Correremo ai ripari»
A Trieste aumenta costantemente il numero di motocicli - passati nel giro di cinque anni da 40mila a poco più di 48mila -, e gli stalli non bastano più. Anche perchè, tra cantieri che aprono in continuazione e pedonalizzazioni sempre più estese nel centro, i posteggi riservati alle due ruote si sono ridotti in maniera significativa. I numeri non riescono cioè a soddisfare la "fame" di parcheggi che rende la vita sempre più difficili al popolo degli scooteristi. Ad aver "mangiato", di recente, storici spazi dedicati in precedenza ai motocicli sono state due interventi di grande impatto: l'avvio della ristrutturazione dell'ex sede della Ras in piazza della Repubblica e il consolidamento delle volte sotterranee di via Carducci messe a rischio dal passaggio dei torrenti Chiave e Settefontane. La prima operazione, finalizzata a trasformare il prestigioso edificio in un lussuoso albergo targato Hilton, ha portato alla sparizione del posteggio ricavato nell'adiacente via Santa Caterina, vera e propria valvola di sfogo per il parcheggio dei mezzi a due ruote in centro storico. Il secondo cantiere invece, destinato peraltro a durare più del previsto a causa della precaria stabilità delle coperture, ha di fatto spazzato via tutti gli stalli a destra della carreggiata lungo via Carducci in direzione piazza Oberdan. E ci sono poi i progetti per la creazione delle isole pedonali. Come quella, "temuta" appunto da molti centauri, di via XXX ottobre, strada che ha di recente subito pure un altro "scippo": l'eliminazione del parcheggio che fino a qualche anno fa rispondeva all'esigenza di spazi in una parte della città dove la richiesta è grande. Perdite importanti, insomma, per una città che, secondo una recente classifica basata sui numeri forniti dal ministero dei Trasporti, conta la concentrazione di motocicli in rapporto alla popolazione più alta di tutto il Nordest, e l'ottava in Italia. «Siamo consapevoli di quanto nutrito sia a Trieste il parco motorini - commenta il vicesindaco Pierpaolo Roberti -. E sappiamo bene anche quanto sia forte l'esigenza di spazi. Ricordo però che anche per le auto mancano posti e non è facile cambiare radicalmente lo stato delle cose. La necessità di creare nuovi stalli è sentita e come amministrazione abbiamo già provveduto in tal senso a migliorare le cose. Abbiamo pianificato la creazione di 300 parcheggi per motorini quest'anno: cento sono già stati realizzati, per esempio in via Imbriani o in via Carducci, prima di svoltare su via Battisti. Altri duecento saranno ricavati nei prossimi mesi. Andranno in parte a soddisfare sicuramente il bisogno di soste, anche se sappiamo che di motorini ce ne sono davvero tanti, ma al momento nel centro cittadino abbiamo fatto il possibile, compatibilmente anche con i cantieri in atto». Dopo le 8 del mattino, a detta di chi si reca nel centro per lavoro, è impossibile trovare uno spazio. C'è chi racconta di girare anche venti minuti ogni giorno, prima di riuscire a parcheggiare, altri ammettono senza mezzi termini di cercare soluzioni "fantasiose" per creare uno spazio anche dove non c'è, altri ancora lasciano il motociclo in aree dove non si potrebbe comunque stazionare, ma che vengono ormai utilizzate abitualmente da tutti. Oltre alle vie più centrali, disagi vengono segnalati anche in piazza Oberdan e nelle vie vicine, dove a chi lavora nei tanti uffici presenti, si aggiungono gli studenti del vicino liceo Dante-Carducci, che possono contare su una parte pedonale sotto i portici, dove la sosta è lecita, ma di fatto non è sufficiente, con la conseguenza che i motorini invadono anche il marciapiede. Stessa situazione attorno a piazza Hortis, con la "guerra" tra studenti del Nautico e lavoratori della zona. Zona in cui, complice anche la pedonalizzazione di Cavana e via Torino, gli stalli da tempo non bastano più. Risultato? Sosta selvaggia in via san Michele, che spesso ostacola la circolazione delle quattro ruote. Le eccezioni però non mancano. In alcune zone, ad esempio piazzale Straulino (di fatto non troppo lontano dal cuore della città), o lo spiazzo dietro alla Tripcovich, risultano però spesso vuoti o semivuoti, a conferma del fatto che chi si muove in motorino punta a lasciarlo proprio davanti all'ufficio. Triestini amanti delle due ruote, quindi, ma pure parecchio pigri.

Micol Brusaferro

 

 

Dal forno alla lavatrice - Spunta vicino a Opicina l'ennesima discarica - I volontari di Sos Carso in azione dopo una segnalazione Fb
L'altipiano restituisce un'altra zona verde invasa dai rifiuti
OPICINA - Elettrodomestici, ferraglia varia, bidoni, secchi, vetroresina, vetri e chi più ne ha più ne metta. Questo il prodotto dell'inciviltà che purtroppo continua a regnare impunita sul Carso triestino, in questo caso a Opicina. Durante la prima uscita ecologica di settembre del gruppo di volontari Sos Carso, nella dolina sotto il monte Gurca, in zona Campo, vicino a via dei Volpi, è stato infatti rinvenuto un po' di tutto. Il "censimento" ce lo racconta Cristian Bencich, portavoce dei volontari triestini: «Nella prima giornata abbiamo raccolto un'infinità di ferri vecchi, antenne tv, metri e metri di cavi d'antenna, ma anche due frigoriferi, un boiler, un forno, una lavatrice, due bidoni di ferro, plastiche, vetri, vetroresina e sedici sacchi di immondizie varie». Tutto il materiale raccolto è stato accatastato dai volontari vicino alla prima strada utile per poter collocare un cassone per l'asporto. «Data la notevole mole di immondizie in questo lavoro, a turno, saremo impegnati noi di Sos Carso ed un gruppo di residenti della zona che parteciperanno in maniera attiva alla pulizia del sito - prosegue Bencich - quindi, meteo permettendo, contiamo di ripulire il tutto entro un mesetto, facendo turnazioni di un paio di orette a settimana». Attuato in base ad una segnalazione giunta alla pagina Facebook del gruppo, il lavoro di "repulisti" della dolina adiacente al bosco Burgstaller-Bidischini ha dunque riportato alla luce una discarica risalente, secondo i volontari, addirittura agli anni Cinquanta. Una dolina che tuttora viene utilizzata da gente incivile come discarica a cielo aperto.«Ci è stato riferito che questa discarica è già stata segnalata, più volte, alle istituzioni, ma evidentemente con scarsi o anche nulli risultati purtroppo. A questo punto è stato deciso di mettere in programma anche questo lavoro, confidando nell'aiuto di altri volontari e residenti», conclude Bencich. Quest'estate Sos Carso era salita alla ribalta soprattutto per la riqualificazione della vedetta Scipio Slataper. In due giorni di lavoro volontario una decina di persone aveva di fatto rimesso a nuovo il manufatto collocato sulla vetta del monte San Primo a 278 metri di quota sul livello del mare, in località Santa Croce, nel Comune di Trieste. La parte più evidente aveva interessato la totale cancellazione delle scritte vergate con lo spray sulle pareti bianche della struttura. Di forte impatto anche la riqualificazione della rosa dei venti con i punti cardinali, i nomi dei venti e tutte le varie località indicate, da Muggia a Capodistria, da Barbana ad Aquileia. Un grosso lavoro, come sempre volontario. Ma il gruppo Sos Carso è molto attivo soprattutto per quanto riguarda la raccolta di rifiuti abbandonati in tutto l'arco dell'altipiano carsico triestino, da Medeazza fino a Lazzaretto. «La situazione complessiva in Carso è piuttosto preoccupante - conclude Bencich - e noi, da volontari, facciamo il nostro, ma ci vorrebbe anche un intervento da parte delle istituzioni»

Riccardo Tosques

 

FAREAMBIENTE - «Abbandono di ingombranti a livelli critici - Più sorveglianza da parte delle istituzioni»
La situazione riguardante l'«abbandono dei rifiuti ingombranti a Trieste nonostante le azioni intraprese dall'azienda incaricata e dal Comune», resta «molto critica». Tra centri urbani e periferie verdi il leitmotiv non cambia. Parola del coordinatore di FareAmbiente Giorgio Cecco, che annota come continuino «costantemente le segnalazioni dei cittadini alla nostra associazione, confermate dai rilievi in loco dei volontari. Dal monitoraggio effettuato negli ultimi mesi si evidenzia che ciò avviene in particolare nelle zone periferiche e del semicentro in prossimità dei cassonetti». La richiesta agli «enti preposti» è di «un maggior impegno per incrementare sorveglianza e informazione».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 16 settembre 2017

 

 

PORTIS MEETING - Trieste progetta il super ufficio per la mobilità sostenibile
Sono tre gli obiettivi principali emersi a conclusione della tre giorni di "Trieste Portis Meeting", l'iniziativa europea che dopo Anversa ha toccato Trieste con la finalità di programmare e sperimentare soluzioni innovative di mobilità urbana sostenibile. Primo step da raggiungere è l'avvio di uno studio sulla mobilità attraverso l'elaborazione del Piano di mobilità sostenibile, poi lo sviluppo di applicazioni e programmi informatici per creare un'unica piattaforma fruibile da tutti i cittadini, per informazioni condivise in tema viabilità, aree perdonali o parcheggi, e infine la creazione di un ufficio unico di multigovernance, dove far confluire tutti i soggetti che in città si occupano di trasporti. Sul fronte delle novità tecnologiche saranno studiate, è stato precisato, anche idee in grado di raggiungere e coinvolgere gli anziani, che costituiscono un'ampia fetta della popolazione triestina. A trarre un bilancio dei vari incontri è stata ieri l'assessore comunale a Città e territorio Luisa Polli, insieme ai rappresentanti di altre città interessate dal progetto e dall'Ambassador di Trieste Portis, l'attore Lino Guanciale, che proprio in Porto vecchio ha girato una fiction. Il tema affrontato a Trieste è stato quello della comunicazione tecnologica, delle connessioni alle aree portuali e alla città, per fornire maggiori informazioni possibili per un utilizzo ragionato su come muoversi in modo "green" e coordinato, incentivando, ad esempio, l'utilizzo delle bici elettriche. Il progetto europeo "Civitas Portis" si concluderà entro il 2020. «Un'ulteriore sfida - ha rimarcato Polli - nel trovare soluzioni concrete sulla mobilità sostenibile quando la città sarà sede dell'Esof 2020, quale capitale europea della scienza, con quartier generale in Porto vecchio. Da qui la scelta in qualità di Ambassador di Lino Guanciale, interprete della fiction "La porta rossa", che ha contribuito a portare alla ribalta l'immagine di Trieste». Ieri mattina, sempre nell'ambito del progetto, oltre 400 studenti delle scuole medie sono stati guidati alla scoperta degli spazi del Porto vecchio.

di Micol Brusaferro

 

 

Gas Natural, avanzano i cinesi - Verso la stretta finale per la cessione degli asset italiani
MILANO - Stretta finale sulla cessione degli asset italiani di Gas Natural, che potrebbe realizzare un incasso vicino a 1 miliardo e una consistente plusvalenza in capo al bilancio della controllante spagnola (il valore di carico complessivo di tutte queste attività sfiora 450 milioni). A fare gola ai potenziali acquirenti, secondo Radiocor Plus, sono principalmente due asset: il quasi mezzo milione di clienti elettricità e gas e la distribuzione gas con circa 7.300 chilometri di rete e 460mila punti di riconsegna. Il termine per la presentazione delle offerte, che verranno raccolte dall'advisor Rothschild, è il 22 settembre. In realtà, negli ultimi giorni sembra prendere sempre maggiore consistenza l'ipotesi di un'offerta per tutto il pacchetto da parte del fondo cinese Shanghai DaZhong, che sul dossier è assistito da Macquarie: fonti accreditate parlano di un «reale interesse» per gli asset di Gas Natural e in generale per il Paese Italia. Per quanto riguarda invece i singoli asset, sui clienti (459mila residenziali e 19mila imprese), che fanno capo a Gas Natural Vendita Italia (iscritta nel bilancio 2016 della holding Gas Natural Fenosa International Sa per 56,9 milioni) si annuncia una lotta serrata tra due big come Edison ed Engie con A2A più defilata: sul mercato si ipotizzano offerte che potrebbero oscillare tra 200 e 250 milioni di euro. Sulla distribuzione gas, che fa capo a Nedgia spa e nel bilancio spagnolo vale 381 milioni, si prospetta un testa a testa tra Italgas e 2i Rete Gas. Per quanto riguarda gli altri asset, cioè il progetto per il rigassificatore di Trieste, la holding servizi e la fornitura gas ventennale che dovrà arrivare dall'Azerbaijan grazie al futuro Tap, gli esperti stimano un valore molto ridotto (pochi milioni) visto che si tratta di due progetti sulla carta. È plausibile, tuttavia, che nel caso di uno spezzatino Gas Natural chiederà ai vari acquirenti di rilevare anche questi asset.

 

 

Campo di mais devastato dalle nutrie - La denuncia del proprietario di un terreno vicino all'Ospo: «Sono un problema ma niente crudeltà. Vanno sterilizzate»
MUGGIA - «Mi complimento con il comitato "salva nutrie" di MujaVega per le 629 firme raccolte per salvare degli animali non autoctoni: peccato che non abbiano pensato di "salvare" anche gli agricoltori dal danno provocato da questi animali». Danilo Savron, ex consigliere comunale muggesano della Slovenska skupnost, descrive i danni provocati dalle nutrie, testimonianza che, di fatto, rappresenta il primo episodio "ufficiale" avvenuto nel territorio rivierasco protocollato al Comune. «Ho un appezzamento di 3mila metri quadrati vicino al rio Ospo, completamente recintato, sul quale semino varie colture: tra queste anche del mais, su circa metà del terreno, che è stato completamente distrutto dalle nutrie» racconta Savron. A conferma di quanto affermato ci sono le immagini dei campi quasi completamente sradicati. Savron ha dunque ricordato le parole dell'assessore alla Polizia locale di Muggia, Stefano Decolle, che aveva evidenziato come non erano mai state registrate ufficialmente denunce da parte dei muggesani per danni a coltivazioni private provocati dai castorini. «Ho invitato la prima cittadina Laura Marzi a recarsi personalmente sul posto per verificare il danno prodotto da questi animali. Purtroppo a causa di altri impegni non ha potuto fare il sopralluogo. Direi che le immagini parlino da sole», tuona Savron. A quanto ammonta il danno procurato? «Grazie alle nutrie non sono riuscito a salvare nemmeno la semenza del mais autoctona, vecchia più di cent'anni». Sulla vicenda è intervenuta l'assessore all'Ambiente, Laura Litteri: «Questa testimonianza ancora di più conferma il mio pensiero sulle nutrie. Questi animali, non autoctoni ma importati, costituiscono un problema in quanto si riproducono senza avere nemici naturali e quindi la loro crescita va controllata, evitando però inutili crudeltà. Sono favorevole dunque alla loro sterilizzazione». Intanto la petizione popolare dell'associazione animalista MujaVeg è arrivata sulla scrivania del presidente del Consiglio regionale Franco Iacop. Cristian Bacci, responsabile di MujaVeg, rimarca la convinzione di trovare una soluzione non cruenta nei confronti dei castorini: «In base all'attuale legge regionale di fatto è concesso l'uso di armi da sparo oppure di trappole e successivo abbattimento dell'animale mediante narcotici o armi. Noi siamo favorevoli a metodi ecologici non cruenti, che vanno quindi utilizzati in via prioritaria». In evidenza, ancora una volta, la linea guida per il controllo della nutrie dell'Ispra, che prevede uno studio per individuare e testare sistemi per ridurre le capacità riproduttive delle nutrie riducendo la fertilità degli animali. Ed è proprio notizia di questi giorni che una cucciolata di nutrie è stata individuata lungo gli argini del rio Ospo, forse l'ultima, a Muggia, prima dell'intervento della Regione.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 15 settembre 2017

 

 

Siderurgica Triestina: «Nessuno sversamento in mare dalla Ferriera»
Siderurgica Triestina replica al Comune scrivendo di voler fare chiarezza riguardo notizie ritenute «strumentali». L'azienda - riporta una nota - «ha sempre comunicato agli enti ed al Commissario straordinario per l'area della Ferriera i lavori svolti e da svolgere». Ciò premesso - prosegue il comunicato - «non esistono sversamenti a mare». La società «ha avviato ogni processo per migliorare i requisiti dello stabilimento, e di conseguenza della qualità della vita dei cittadini nel circondario, dal giorno dell'insediamento del gruppo». Nel 2015 nel 2016, e tuttora 2017, lo stabilimento «ha mantenuto attivo il proprio sistema di emungimento e trattamento delle acque di falda mediante uno specifico impianto appositamente realizzato che prevede disoleazione, filtrazione e assorbimento su carboni attivi con riutilizzo delle acque nel processo produttivo senza alcuno scarico in mare. L'attività di emungimento e la progressiva pavimentazione e coperture - prosegue - «ha visto diminuire drasticamente il numero dei piezometri contaminati (da 19 a 2) toccando minimamente l'area interessata, sensibilmente ridotta rispetto all'area di contaminazione iniziale». Questa area interessata è una fascia in corrispondenza del piezometro PZ2 e chiamato "Hot Spot", per il quale l'azienda ha «effettuato una asportazione di diverse decine di mc di terreno contaminato, definito puntualmente l'area di contaminazione, effettuato una intensa campagna di monitoraggio, realizzato puntualmente la barriera idraulica così come autorizzata». Gli unici scarichi a mare - argomenta l'azienda - sono quelli autorizzati e previsti dall'Aia del gennaio 2016. «Tali scarichi vengono campionati con frequenza trimensile e non evidenziano alcun valore superiore ai limiti autorizzati e previsti dalla normativa vigente per gli scarichi in acque superficiali». Con riguardo alla tempistica Siderurgica Triestina risponde al Comune che in questi giorni sono in corso le prove di emungimento così come definite dal progetto approvato nella conferenza dei servizi del 19 ottobre 2016. «Si prevede l'avvio dell'emungimento a breve al termine delle prove che forniranno gli ultimi elementi progettuali». Sempre in tema Ferriera, interviene l'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito. «La fermata dell'altoforno comunicata dall'azienda giunge dopo i provvedimenti con i quali la Regione, a seguito del peggioramento dei valori rilevati dai deposimetri dell'Arpa, aveva ordinato l'immediata limitazione della produzione», ha dichiarato l'esponente della giunta Serracchiani, in seguito all'avvio delle operazioni di fermata per manutenzione straordinaria dell'impianto siderurgico. «Va sottolineata ancora una volta - prosegue Vito - la costante attenzione che la Regione, avvalendosi anche del supporto tecnico di Arpa Fvg, rivolge all'impianto servolano».

 

 

Nasce il Geoparco del Carso - Cabina di regia alla Regione - Firmato il protocollo d'intesa con dodici Comuni dei territori triestino e isontino
Collaborazione con cinque Municipi sloveni. Tra gli obiettivi le ricadute turistiche
TRIESTE - Geoparco del Carso atto primo. Con la firma posta ieri dall'assessore regionale per l'Ambiente, Sara Vito, in calce al Protocollo d'intesa per l'istituzione di un geoparco sul territorio del Carso classico italiano, che vede tra i sottoscrittori i Comuni di Doberdò del Lago, Duino Aurisina, Fogliano Redipuglia, Monfalcone, Monrupino, Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Dorligo della Valle - Dolina, San Pier d'Isonzo, Savogna d'Isonzo, Sgonico e Trieste, prende corpo una delle più importanti iniziative a favore dello sviluppo di quell'immenso patrimonio paesaggistico, storico e culturale che vive e pulsa a cavallo del confine fra Italia e Slovenia. «Con questa firma - ha detto Sara Vito - gli enti locali danno mandato alla Regione di redigere la proposta dell'Atto di istituzione del geoparco regionale, che delineerà, in modo dettagliato, i confini dell'area interessata, gli orientamenti di sviluppo e di tutela locale, oltre che gli aspetti finanziari della gestione». Sul piano tecnico, un geoparco è un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare e una strategia di sviluppo sostenibile in tal senso. I vantaggi per il territorio di averne uno sono la possibilità di una valorizzazione senza vincoli, il riconoscimento dell'eccellenza, il potenziale rappresentato dello sviluppo di un turismo sostenibile, il notevole aumento delle possibilità di fruire di fondi comunitari. Attualmente, in Europa esistono 64 territori appartenenti alla rete mondiale dei geoparchi, dieci di essi sono in Italia. Quello del Carso classico avrà una caratteristica che lo renderà unico in tale contesto: sarà il solo a essere transfrontaliero. «La prospettiva prefigurata nel Protocollo è di ampiezza internazionale - ha confermato a questo proposito Vito -, all'articolo 6 è prevista la partnership della Regione per il geoparco transfrontaliero con il Comune di Sesana, rappresentante dei cinque Municipi della parte di Carso slovena. L'obiettivo - ha spiegato ancora l'assessore - è poi di entrare in futuro nella rete mondiale dei geoparchi, sotto il patrocinio dell'Unesco. Si tratta perciò di un percorso - ha precisato - che vede il territorio unito per far conoscere al mondo il nostro Carso classico, oltre che per valorizzare l'ambiente e generare ricadute positive in termini di sviluppo sostenibile, realizzando al contempo un grande progetto di educazione ambientale rivolto ai più giovani. Un passaggio fondamentale per arrivare al Protocollo di oggi - ha concluso l'assessore - è stata l'adozione della legge regionale 15 del 2016, finalizzata a valorizzare le geodiversità, il patrimonio geologico e speleologico e le aree carsiche». Luisa Polli, assessore all'Ambiente del Comune di Trieste, ha detto che «questa sarà anche l'occasione per valorizzare patrimoni che le giovani generazioni magari non conoscono, come il Carso classico». Sandy Klun, sindaco di San Dorligo della Valle, ha evidenziato «l'importanza della collaborazione con i Comuni sloveni, in particolare con quello di Sesana». Massimo Romita, assessore a Duino Aurisina, ha ricordato che «il Protocollo è il miglior viatico in vista del 2021, che sarà l'anno del Carsismo, per il quale ci prepareremo nella maniera più adeguata». Monica Hrovatin, sindaco di Sgonico, ha definito la nascita del Geoparco «il migliore strumento per aumentare il potenziale dell'iniziativa transfrontaliera»

Ugo Salvini

 

 

«Biodigestore, il progetto resiste» - L'assessore Litteri: «Vogliamo l'impianto di raccolta dei rifiuti organici a Muggia»
MUGGIA - «È nelle nostre intenzioni realizzare un biodigestore a Muggia cercando di coinvolgere anche i comuni limitrofi della Slovenia». L'assessore all'Ambiente Laura Litteri torna con forza sulla questione dell'impianto di raccolta dei rifiuti organici, progetto voluto dall'amministrazione Nesladek che sembrava essersi arenato con la nuova giunta Marzi. Litteri - ricordando come si fosse già occupata del problema ben prima della nomina ad assessore, elaborando all'interno di un gruppo di lavoro del Pd una proposta di raccolta porta a porta nella quale era stato inserito il trattamento dell'umido in un impianto di biodigestione - ha confermato così le intenzioni: «Fin dal giorno seguente all'insediamento della giunta Marzi ci siamo impegnati a portare avanti il progetto dell'impianto di trattamento dell'umido. Ad oggi abbiamo avuto tre incontri con la Nre, la società proponente la costruzione dell'impianto. È quindi assolutamente falso sostenere che il progetto non rientri più negli interessi dell'amministrazione». Evidenziando come la Net, la società friulana che si occuperà della raccolta dei rifiuti porta a porta a Muggia, diventerà effettivamente proprietaria dei rifiuti stessi, Litteri spiega il perché del momento di stallo sulla realizzazione della struttura, che porterebbe a Muggia decina di posti di lavoro: «L'unico motivo che al momento sta bloccando il progetto è che portare le frazioni di verde e umido al biodigestore, alle condizioni proposte, costerebbe di più. Saremmo ben felici di conferire l'umido in un impianto vicino alla nostra città, anche per seguire quelle che sono le indicazioni regionali in materia di smaltimento dei rifiuti, ma ciò, nell'interesse dei cittadini, non può essere più costoso di quanto stiamo pagando adesso». Comune, Net e Nre stanno dunque andando avanti: «Siamo in continuo contatto, sperando magari si possa arrivare ad una soluzione più amplia, coinvolgendo anche i comuni limitrofi della Slovenia nel conferimento dei rifiuti organici al futuro biodigestore». Poi la replica al consigliere Roberta Tarlao (Meio Muja), che aveva fortemente criticato l'operato dell'assessore Pd chiedendone le dimissioni. Così Litteri: «È falso che il costo dell'attuale servizio di smaltimento della Net risulti più caro di 29 euro a tonnellata rispetto a quello proposto dalla Nre. Anzi, pur considerando il trasporto, il costo proposto risulta comunque più elevato. Le cifre riportate dalla consigliera Tarlao non sono attuali e se si fosse presa la briga di andare ad informarsi negli uffici competenti, come sarebbe suo dovere di consigliere, prima di chiedere le mie dimissioni, le sarebbe stata spiegata, numeri alla mano, la situazione attuale».

Riccardo Tosques

 

 

Muggia - Politiche sulla mobilità - M5S attacca la giunta

Secondo il consigliere Emanuele Romano (M5S) «il Comune di Muggia non deve aderire alla Settimana europea della mobilità». Una provocazione che Romano collega alle scelte fatte dalla giunta, quali «le restrizioni alla circolazione delle bici in centro, la creazione di nuovi parcheggi e l'assenza di poste di bilancio dedicate alla mobilità sostenibile».

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 14 settembre 2017

 

 

OGM E SENTENZA CORTE DI GIUSTIZIA. SERENA PELLEGRINO (SI) : POLEMICHE INUTILI, HO PIU’ PAURA DELLE CONSEGUENZE DEL CETA SULLA SICUREZZA DELL’AGRICOLTURA E PER LA TUTELA DELLE ECCELLENZE AGROALIMENTARI ITALIANI.
LE QUESTIONI POSTE DALLA CORTE NON RIGUARDANO I DIVIETI OGM VIGENTI MA EVENTUALI PROVVEDIMENTI DI EMERGENZA NEGLI STATI MEMBRI.
"Sono molto più preoccupata delle conseguenze prodotte dall’approvazione del CETA sulla sicurezza e sulla qualità dei prodotti agro alimentari italiani che dalla sentenza della Corte di giustizia europea sulla faccenda Fidenato e mais OGM in Friuli, variamente e strumentalmente lanciata come una crisi al saldo sistema OGM FREE italiano. La crisi non esiste e abbiamo gli strumenti per continuare il buon lavoro già iniziato per vietare sementi OGM dai nostri campi e pure dalle nostre tavole.
Lo afferma la parlamentare Serena Pellegrino ( Sinistra Italiana) vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati.
“Il divieto alla coltivazione in Italia delle varietà di mais OGM autorizzate in UE e’ vigente e rintracciabile in maniera inequivocabile nelle norme italiane e nella serie di specifici atti indirizzati e accolti dall’Unione Europea.
La sentenza della Corte di giustizia europea si riferisce ad un procedimento penale collegato alla violazione del divieto a coltivare mais OGM MON 810 stabilito dal decreto interministeriale del 2013 e risponde ad una questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Udine.”
“Più specificatamente interviene sulle misure assunte da uno Stato membro, relative a divieti OGM assunti in condizione di emergenza e sulla base del principio di precauzione, sul comportamento che il giudice nazionale debba tenere quando sia chiamato a valutare la legittimità di tali misure, e sul fatto che la Commissione europea non è tenuta ad adottare misure di emergenza qualora uno Stato membro la informi ufficialmente sulla la necessità di adottare tali misure se non sia manifesto che il prodotto oggetto della misura, può presentare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente.
Dal 2016 è vigente il DECRETO LEGISLATIVO 14 novembre 2016, n. 227, attuativo della direttiva (UE) 2015/412, che concerne la possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati (OGM) sul loro territorio.
L’Italia dunque ha definito le procedure per limitare o vietare la coltivazione di tutti gli organismi geneticamente modificati sul territorio nazionale. Sulla base di queste norme il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e il Ministro della salute, dopo il parere positivo della Conferenza Stato-Regioni, ha trasmesso alla Commissione europea le richieste di esclusione dall’ambito geografico delle domande di autorizzazione già concesse o in via di concessione per sei mais geneticamente modificati, che sono state tutte accettate."
Conclude Pellegrino: "Quindi il problema non è discutere le modalità dell’emergenza e per di più con riferimento ad un contesto normativo, italiano e comunitario, completamente evoluto sulla spinta dei cittadini europei No OGM .
Quello che intendiamo conoscere, quanto prima, è a che punto siano le procedure per stabilire divieti di coltivazione di sementi ogm di altre specie vegetali coltivate nelle campagne italiane."
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 14 settembre 2017

 

 

L'Europa gela l'Italia «Non può impedire le coltivazioni ogm» - Il verdetto

Secondo i giudici , qualora non sia accertato un pericolo per la salute umana, degli animali o per l’ambiente, gli stati UE non possono dire stop
TRIESTE - La Corte di giustizia europea bacchetta l'Italia sugli ogm, partendo da un caso "Made in Friuli Venezia Giulia". Tanto i coltivatori italiani quanto il governo e la Regione Fvg, però, assicurano che la coltivazione di piante geneticamente modificate è vietata e tale resterà. La sentenza, emessa ieri, parte dalla vicenda di Giorgio Fidenato, l'agricoltore che nel 2014 piantò mais ogm e fu perseguito penalmente per aver violato un decreto interministeriale che ne vietava la coltivazione. I giuristi europei hanno stabilito che, qualora non sia accertato che un prodotto geneticamente modificato possa comportare un grave rischio per la salute umana, degli animali o per l'ambiente, né la Commissione né gli Stati membri hanno la facoltà di adottare misure di emergenza quali il divieto della coltivazione, come fece l'Italia nel 2013. Quel decreto, afferma in sostanza la Corte, non era legittimo perché il "principio di precauzione" deve basarsi sulla certezza dell'esistenza del rischio, altrimenti non permette di eludere o di modificare le disposizioni previste per gli alimenti geneticamente modificati. Ma la posizione della Corte non convince tutti. In seguito a una direttiva approvata nel 2015, infatti, i Paesi membri possono vietare la semina di Ogm anche se autorizzata a livello Ue: l'Italia è tra i 17 Stati membri che hanno scelto questa possibilità. Lo ricorda la Coldiretti, il cui presidente Roberto Moncalvo aggiunge: «Per l'Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell'omologazione e il grande nemico del "Made in Italy"». La sigla sottolinea poi che «quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) si oppongono oggi al biotech nei campi che in Italia è giustamente vietato in forma strutturale dalla nuova normativa». Sulla stessa linea anche il presidente regionale dell'associazione, Dario Ermacora. E pure la Regione Fvg. L'assessore alle politiche agricole Cristiano Shaurli dichiara: «In Italia le coltivazioni Ogm sono e restano vietate. Le battaglie individuali e attualmente anacronistiche sono argomenti che non possono riguardare gli interessi generali di una regione. La sentenza della Corte di giustizia europea, riguardante il singolo caso - che tra l'altro aveva risvolti di tipo penale - dell'agricoltore friulano, fa riferimento a norme abbondantemente superate dalla legislazione vigente». L'assessore ricorda ancora che l'Italia è fra i Paesi che «hanno richiesto e ottenuto l'esclusione dal loro territorio della coltivazione di sei varietà di mais, fra cui il Mon810». Le battaglie giudiziarie compiute dall'agricoltore Fidenato, conclude Shaurli, «si rivelano ora anacronistiche poiché fanno riferimento ad uno scenario che in questo momento è totalmente diverso. In Italia la coltivazione di mais Ogm è vietata. Finché questo orientamento non cambierà, nessuno potrà piantare mais transgenico in Friuli Venezia Giulia». Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia coglie la palla al balzo per tracciare un quadro a tinte fosche del futuro italiano, «schiavo delle multinazionali»: «Sulla base di questa sentenza i consumatori saranno ridotti a vere e proprie cavie, sulle quali sperimentare se gli Ogm fanno male o no. Per contrastare tale pericolosa assurdità mi auguro nasca un vasto movimento di popolo, composto da tutti coloro che hanno a cuore il valore della biodiversità e delle produzioni agricole tipiche». Incalza ancora Zaia: «Un grave assist alle multinazionali in un quadro generale nel quale il mondo scientifico è spaccato in due, tra chi valuta non pericolosi i prodotti geneticamente modificati e chi invece ne asserisce la rischiosità. Gravissimo è il danno che ne riceveranno l'Italia e il Veneto, rispettivamente con quattromilacinquecento e 350 prodotti tipici di alta qualità, che rischiano di essere spazzati via». Il presidente del Veneto auspica dunque un movimento di popolo, dicendo che «questa è l'Europa che non ci piace». L'attacco di Zaia non piace al ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, che spiega: «Il governatore Zaia dovrebbe sapere che non potranno essere coltivati Ogm in Italia. Grazie al lavoro fatto dal 2014 siamo riusciti ad ottenere nuove norme europee che consentono legittimamente agli Stati di vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati. Cosa che l'Italia ha già fatto. È un risultato importante a tutela del nostro patrimonio unico di biodiversità». Sul tema intervengono anche i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Agricoltura di Camera e Senato: «Con questa sentenza viene calpestato il principio di precauzione, uno degli strumenti pilastro in difesa dell'ambiente e della salute dei Paesi membri e baluardo della normativa Ue contro i trattati di libero scambio come Ceta e Ttip». Spiegano ancora i parlamentari che «dal punto di vista operativo e legislativo non cambia nulla» per le ragioni sopra espresse, ma che la sentenza «ha dimostrato come sia pericoloso affidarsi al solo principio di precauzione, che per l'Unione europea è un concetto troppo labile, come abbiamo da sempre segnalato nelle nostre mozioni, interrogazioni e risoluzioni sul tema». Canta vittoria, per le stesse ragioni, l'associazione Luca Coscioni, di cui Fidenato è un iscritto. Scrive la Coscioni in un comunicato: «La decisione della Corte del Lussemburgo sull'atto di disobbedienza civile di Fidenato solleva l'enorme problema politico generale della necessità di porre al centro delle decisioni normative e politiche le evidenze scientifiche». Da adesso in poi, spiega, «non basterà invocare il "principio di precauzione" per proibire, ci vorranno delle evidenze scientifiche. Una decisione potenzialmente rivoluzionaria».

Giovanni Tomasin

 

«La battaglia continua - Ora mi risarciscano» l'intervista
TRIESTE - Si definisce un anarco-capitalista, «perché nessuno deve poter aggredire le persone per impossessarsi della proprietà altrui, nemmeno lo Stato quando esige il pagamento delle tasse». La sentenza della Corte di giustizia europea l'ha decretato vincitore di una battaglia, «ma non dell'intera guerra». Per questo Giorgio Fidenato, l'agricoltore friulano che nel 2014 e nel 2015 aveva deliberatamente seminato granoturco con il Dna modificato nella sua azienda di Vivaro, non arretra di un millimetro e rilancia: «Domani (oggi, ndr) comunicherò in una conferenza stampa, a Colloredo di Montalbano, come mi comporterò da qui in avanti». Fidenato, si aspettava questa sentenza?Ero moderatamente ottimista. A febbraio ero stato chiamato a Bruxelles, assieme al mio avvocato (Francesco Longo del Foro di Pordenone, ndr), per prendere parte a un dibattimento e già allora le cose sembravano poter prendere una piega positiva, dal momento che era emerso nettamente che alla base dei procedimenti penali a mio carico c'erano delle motivazioni politiche e non di carattere scientifico. Adesso cosa cambia? La mia posizione viene notevolmente alleggerita, ma in questo Paese rimangono vietate le coltivazioni Ogm. Bruxelles ha dichiarato illegittimo il decreto ministeriale del 2013, ma nel frattempo nel 2015 è stata approvata una direttiva che permette ai Paesi membri di vietare la semina Ogm anche quando questa è autorizzata a livello di Unione europea.Quale sentimento prevale in lei dopo questo pronunciamento?Non ho nessuno spirito di rivalsa. Il concetto di vendetta non mi appartiene. Mi dispiace solamente che i soldi dei contribuenti vengano buttati via in questa maniera. Lo sa quanto è costata alla collettività questa battaglia? No, me lo dica... Solo per sequestrarmi il granoturco, nel 2014, sono intervenute nella mia azienda un centinaio di persone, fra carabinieri, guardie forestali e finanzieri. Per bruciarlo nell'inceneritore di Trieste, poi, hanno buttato via seimila euro. Adesso cosa farà?Non mi sbilancio prima della conferenza stampa. Dico solo che non posso tollerare l'ignoranza e l'arroganza delle persone che vogliono prevaricare a tutti i costi. Questi atteggiamenti mi spingono ad andare avanti. In ballo ci potrebbe anche essere una richiesta di risarcimento?Certamente sì. Lo Stato deve pagare per quanto ho subito. Ci rimetterà nuovamente la collettività?Purtroppo sì, anche se è giunto il momento che i politici che firmano delle leggi che sono palesemente contrarie ai trattati europei si assumano la propria responsabilità civile, come accade a qualsiasi cittadino quando sbaglia. Per cosa sente di dover essere risarcito?I danni materiali sono poca cosa: si tratta sostanzialmente del mais andato distrutto. I danni morali sono stati quelli più pesanti, dal momento che mi hanno dipinto come uno sciagurato che non rispetta le leggi. Si sente il simbolo di una battaglia?Magari lo fossi. Magari gli agricoltori seguissero il mio esempio. In tanti mi appoggiano, ma hanno ancora paura. Eppure la libertà non viene regalata, bisogna conquistarsela. Lo sosteneva anche Gandhi: quando un provvedimento è iniquo, non va rispettato. Parla già come un capopopolo... Non ho questa ambizione, non voglio imporre la mia visione agli altri e non penso di salvare l'umanità. Deve essere il consumatore a decidere se comprare o no un mio prodotto. Io devo poterlo coltivare liberamente e dopo spetta al mercato promuoverlo o bocciarlo: alla faccia di certi totalitarismi. A cosa allude? Ai politici, quelli del Movimento 5 Stelle e quelli della Lega Nord. Io sono per delegittimare la politica che vuole imporre le proprie decisioni ai cittadini, togliendo loro la libertà. Suona un po' come un elogio all'anarchia... L'anarchia non è assenza di regole, ma è l'assenza di un padrone.

Luca Saviano

 

I CONSUMATORI - «La ricerca deve dare risposte»
TRIESTE - L'opinione di Barbara Puschiasis, presidente regionale della Federconsumatori, è articolata e chiede di non essere ingabbiata in una categoria schierata a favore o contro gli ogm. «Il discorso è complesso - spiega - e non si può liquidare con un semplice sì o no. Per noi sono prioritari la salute dei consumatori, l'ambiente che li circonda e la qualità di ciò che finisce sulle loro tavole». Spetta alla ricerca scientifica «dare delle risposte chiare sui possibili danni derivanti dagli ogm». L'Europa, a differenza degli Usa, utilizza il principio della precauzione. «Se un prodotto può essere potenzialmente pericoloso - rileva Puschiasis - non viene messo in circolazione. Credo che questo principio rimanga validissimo ed è la stessa sentenza della Corte di giustizia europea ad affermarlo».

(lu.sa.)

 

IL PRODUTTORE - «Tuteliamo le varietà locali»
TRIESTE - «In Italia abbiamo un patrimonio di biodiversità che ci invidia tutto il mondo. Pensiamo a recuperare, a tutelare e a valorizzare le varietà locali che, al contrario degli ogm, rappresentano il futuro e sono migliori dal punto di vista nutrizionale». Luigi Faleschini da quasi trent'anni produce a Pontebba ortofrutta biologica. La sua posizione, per cultura e vocazione professionale, è contraria a quella del collega Giorgio Fidenato. «Le colture locali - spiega - hanno già sviluppato nei secoli la loro resistenza e infatti si adattano molto bene al territorio di origine. Non è necessario avventurarsi nel campo delle modificazioni genetiche, anzi, può essere pericoloso. Vanno inoltre tutelati gli agricoltori che potrebbero venire danneggiati dai pollini ogm».

(lu.sa.)

 

LO SCIENZIATO - «Una vittoria del buonsenso»
TRIESTE - «Quella della Corte europea è una sentenza che dà ragione al buonsenso». Mauro Giacca, direttore generale dell'Icgeb, si schiera dalla parte degli ogm. «I presunti pericoli derivanti dal loro consumo - le sue parole - sono stati smentiti dal passare del tempo. Miliardi di pasti composti da prodotti ogm finiscono sulle tavole delle persone ogni anno e in tutto il mondo, eppure non è mai stato evidenziato scientificamente alcun problema per la salute di chi li consuma». Per Giacca il ricorso alle coltivazioni ogm rappresenta «l'unica soluzione sostenibile per sfamare un pianeta che ha una popolazione di oltre sette miliardi di persone». «Il dibattito sugli ogm in atto in Europa - conclude - fa ridere in America, Asia e Africa. Per la salute non c'è discussione: gli ogm non fanno male».

(lu.sa.)

 

La grande distribuzione - «Multinazionali da limitare»
TRIESTE - Fabio Bosco, titolare assieme al fratello dell'omonimo gruppo che si occupa della grande distribuzione alimentare, ha una visione pragmatica rispetto alla questione ogm. «Non sono contrario tout court - spiega -. Gli ogm permettono di sfamare milioni di persone, dal momento che si sono rivelati resistenti, ad esempio, alle condizioni climatiche avverse delle zone desertiche». A Bosco non piace, però, che il controllo delle manipolazioni genetiche rimanga nelle mani delle multinazionali. «Sono loro a disporre dei brevetti degli ogm - continua - ed è così che si rischia di perdere la tipicità di alcuni prodotti. Se in Italia si ritenesse utile lo sviluppo di un determinato ogm, mi piacerebbe che lo studio e il brevetto venissero portati a termine direttamente nel nostro Paese».

(lu.sa.)

 

L'ATTIVISTA - «Conseguenze alimentari»
TRIESTE - Luca Tornatore, attivista e ricercatore, è contrario agli ogm. «Si deve adottare un minimo principio della precauzione, per quanto riguarda l'impatto degli ogm sulla salute - le sue parole -. L'onere della prova spetta a chi sceglie di attivare una determinata produzione per business. Non lo devono dimostrare i consumatori con il proprio corpo». Secondo Tornatore la questione ogm rischia di trasformarsi in una sorta di privatizzazione alimentare. «Ridurre la varietà a una o due specie - spiega - può avere delle conseguenze dal punto di vista ecologico e alimentare». L'attivista triestino chiama in causa l'Onu, «che ha riconosciuto come gli ogm non abbiano un livello di produttività maggiore rispetto ad altre tecnologie di produzione no ogm. Allora a cosa servono?».

(lu.sa.)

 

L'ASSOCIAZIONE - «Ok contro la fame nel mondo»
TRIESTE - «Il nostro no agli ogm è dettato da opportunità economiche e culturali. Non è un pregiudizio nei confronti della scienza». Edi Bukavec, segretario dell'Assoagricoltori Fvg, contestualizza geograficamente il dibattito. «Non siamo favorevoli alla loro introduzione - spiega - perché preferiamo che venga valorizzata la biodiversità di questo territorio e la qualità dei suoi prodotti. Stiamo dalla parte del Terrano e della Vitovska». Bukavec ci tiene però a precisare che «la ricerca scientifica deve andare avanti», soprattutto se questa riesce a contrastare la piaga della fame nel mondo. «Siamo favorevoli - afferma - se la manipolazione genetica consente, ad esempio, di ottenere un frumento resistente alle condizioni climatiche avverse, così da sfamare le popolazioni povere».

(lu.sa.)

 

Ambiente - Patto Regione-sindaci per il Geoparco del Carso

Oggi nel palazzo della Regione alle 11 l'assessore regionale ad Ambiente ed Energia Sara Vito e i sindaci di Trieste, Monfalcone, Doberdò del Lago, Duino Aurisina, Fogliano, Redipuglia, Monrupino, Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Dorligo, San Pier d'Isonzo, Savogna e Sgonico sottoscriveranno il protocollo d'intesa per l'istituzione di un Geoparco sul territorio del Carso.

 

 

La noce di mare mette in allarme la pesca - Giunta in Adriatico si nutre di uova e larve di pesci. La nave dell'Ogs in missione per studiarla
TRIESTE - Non presentano cellule urticanti come le meduse, sono innocue a contatto con l'epidermide. Ma le cosiddette noci di mare, che sempre più stanno invadendo l'Adriatico (conosciute anche come comb jelly o sea walnut), hanno un impatto negativo sull'ecosistema e sul comparto ittico. Lo spiega uno studio pubblicato dal Journal of Sea Research da un team scientifico internazionale di cui fanno parte alcuni ricercatori dell'Istituto nazionale di Oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste. Per studiare ulteriormente questi organismi gelatinosi salperà oggi da Trieste la nave da ricerca Ogs Explora per una spedizione scientifica nell'Alto Adriatico sino a domenica. Le noci di mare «sono animali marini planctonici carnivori, quasi trasparenti eluminescenti», spiega Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Ogs: «Originaria delle coste atlantiche americane, la specie è comparsa per la prima volta in Europa nel Mar Nero a inizio anni '80, trasportata dalle navi tramite le acque di zavorra. Ed è poi proliferata tanto da creare gravi danni al settore della pesca in quanto vorace predatore di zooplancton, uova e piccole larve di pesci, soprattutto di acciuga».Nel golfo di Trieste è stata segnalata per la prima volta nel 2005, ma solo nell'estate 2016 si è verificata una vera esplosione demografica, con presenze massicce nella laguna di Marano e Grado, lungo il litorale ovest dell'Istria e tutte le coste adriatiche italiane, fino a Pescara. Le noci di mare in pratica possono alterare lo sviluppo della catena alimentare, perché sottraggono cibo a molti pesci, come acciughe e sardine, e ne predano uova e larve. Ossia, «il principale impatto di questi organismi riguarda la loro capacità di competere per l'alimentazione con specie ittiche di interesse commerciale (soprattutto acciughe e sardine), nonché di predare i primi stadi di sviluppo (uova e larve) di questi stessi pesci e le larve di molluschi bivalvi come vongole e mitili». Sono adattabili in tutti gli ambienti a qualsiasi latitudine e a diversa salinità e per di più sono ermafroditi caratterizzati da un'impressionante capacità riproduttiva: un individuo può produrre migliaia di uova al giorno. Inoltre, così Del Negro, «questi organismi sono dannosi per alcuni sistemi di pesca peculiari delle lagune altoadriatiche in quanto ostacolano l'operatività degli attrezzi per occlusione meccanica»: essendo gelatinosi si attaccano alle reti con la conseguente impossibilità di proseguire le attività di pesca. «Se la noce di mare dovesse continuare a proliferare in maniera così massiva potrebbe essere compromessa la situazione di tutto il comparto ittico, dalla pesca alla molluschi coltura», sottolinea Del Negro ricordando che «nel Mar Nero hanno provocato un crollo della pesca realmente vertiginoso».

 

Tossina oltre i limiti nei molluschi di Duino - Divieto temporaneo di raccolta dell'Asuits - l'ordinanza
La fine dell'estate porta con sé il consueto ritorno delle restrizioni temporanee riguardanti la raccolta e la distribuzione, ai fini dell'immissione sul mercato alimentare, dei molluschi provenienti da alcuni degli allevamenti di mitili. Al momento a essere interdetta è la possibilità dell'«immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalla zona "Ts 10 Zona A - Duino" fino a quando non risultino ripristinate le condizioni di idoneità biologica», si legge in un'ordinanza dell'Azienda sanitaria integrata dei giorni scorsi. Il motivo è l'eccedenza di una tossina, l'acido okadaico, rispetto ai limiti di legge. L'ordinanza resterà in vigore fino a quando i nuovi controlli non dimostreranno il rientro nella soglia di tali valori.

 

 

Stop a tempo per l'altoforno della Ferriera - Da lunedì la manutenzione straordinaria sollecitata dalla Regione. Dipiazza: «Che senso ha investire se l'impianto chiuderà?»
L'altoforno della Ferriera di Servola si ferma. Da lunedì prossimo 18 settembre, comunica Acciaieria Arvedi, partirà infatti la manutenzione straordinaria conseguenza della diffida della Regione mirata al rientro dell'attività dello stabilimento entro i parametri determinati al momento del rilascio dell'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale. All'avvertimento di fine giugno, con cui l'amministrazione regionale imponeva ad Arvedi di ridurre le produzione per il rientro delle polveri nei valori obiettivo previsti dal decreto, era seguito a metà agosto un nuovo invito della direzione Ambiente della stessa amministrazione regionale ad adottare ulteriori misure. Nonostante la limitazione della marcia degli impianti di cokeria e altoforno, scrivevano gli uffici regionali citando una nota dell'Arpa relativa al mese di luglio, i valori obiettivo erano stati infatti ancora superati. La stessa Arpa indicava, tra le ulteriori azioni possibili per ridurre efficacemente le emissioni di polveri, la fermata della produzione dell'altoforno in modo tale da anticipare quella già programmata per la sostituzione della bocca di carico. La risposta di Arvedi è la notizia dell'avvio «di operazioni di preparazione e fermata dell'altoforno della Ferriera» definite non ordinarie, ma appunto straordinarie. Uno stop presumibilmente di qualche settimana, ma il gruppo non comunica la durata dell'intervento. Quanto alla Regione, l'informativa è affidata a un comunicato tecnico che riassume le informazioni arrivate da Arvedi che contengono pure i risultati delle determinazioni ponderali delle deposizioni di agosto, in base ai quali risulta che anche lo scorso mese è stato superato il valore obiettivo fissato dall'Aia, pur in maniera minore rispetto a luglio. Un superamento confermato anche dall'Arpa, che ha però rilevato valori lievemente inferiori a quelli registrati dalla società. Nel periodo di chiusura dell'altoforno, fa sapere ancora la Regione stando a quanto scritto da Arvedi, «la marcia della cokeria» sarà ridotta al minimo tecnico per la salvaguardia e il mantenimento in sicurezza dell'impianto. Per le stesse attività di manutenzione verrà sospesa l'attività della centrale elettrica dal 2 al 16 ottobre e ciò comporterà l'accensione della torcia di emergenza per la combustione del gas eventualmente in eccesso. Inoltre, dal 30 settembre al 16 ottobre, sempre per l'esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria, verrà fermato l'impianto di agglomerazione. E infine, essendo stati rilevati valori nuovamente superiori all'obiettivo fissato dall'Aia, fino al fermo dell'altoforno continuerà la riduzione della produzione. Il tentativo di rientrare nei paletti dell'Aia è dunque esplicito e ben definito. Ma Roberto Dipiazza, nei giorni in cui il Comune ha svelato le sue più recenti contestazioni, quelle sul presunto inquinamento in mare della Ferriera, non condivide per nulla. Non per ragioni tecniche, ma di "filosofia": «Non è questo il modo per risolvere la questione». Secondo il sindaco, «si continua ad aggiungere errore a errore. In una situazione ormai insostenibile, con il ministero in campo per salvare le acque, in una città in cui l'area a caldo è evidentemente incompatibile, che senso ha fare altri investimenti? Che senso ha gettare denari al vento quando tutti sappiamo che, se non sarà quest'anno sarà il prossimo, Arvedi, quell'impianto, lo chiuderà?». Dipiazza assicura quindi che continuerà «la battaglia personale per consentire a Trieste il legittimo sviluppo in totale sicurezza». Il sindaco aveva in passato ipotizzato soluzioni di lavoro alternative per gli addetti della Ferriera. Stavolta si concentra sul nodo sanitario: «Non possiamo continuare a scambiare posti di lavoro con la salute di un'intera città, anzi, di un intero territorio. Sarebbe gravissimo mettere in ginocchio Trieste, Muggia e Capodistria per 300, 400 posti di lavoro».

Marco Ballico

 

 

Hestambiente a caccia di sorgenti d'acqua - Domani un sopralluogo in via Errera. Si cercano nuovi canali per "rifornire" il termovalorizzatore
Il gruppo Hera è veramente una grande multiutility, perché, ai tradizionali quattro settori in cui organizza le proprie attività, ha aggiunto la rabdomanzia. La controllata Hestambiente ha chiesto un paio di mesi fa alla Regione l'autorizzazione a cercare acque sotterranee in via Errera 11, indirizzo che coincide con lo stabilimento del termovalorizzatore. La pratica è seguita dal "servizio gestione risorse idriche" con sede a Gorizia. Domani - aggiunge una breve nota regionale ripresa dall'Albo Pretorio comunale - avverrà un sopralluogo al quale «potrà intervenire chiunque vi abbia interesse», con appuntamento alle 10 davanti all'inceneritore. Ma perché il termovalorizzatore triestino è "assetato"? Lo spiega il direttore della produzione di Herambiente Paolo Cecchin, ingegnere fiorentino 55enne, con precedenti lavorativi nell'Ansaldo, nella Knorr Bremse, nella Falck. «L'impianto - dice il manager - è un importante consumatore di acqua e la risorsa idrica è fornita dalla rete di AcegasApsAmga». Cioè, sgorga dai pozzi di prelievo vicini all'Isonzo e scorre lungo le tubature dell'utility triestino-padovano-isontino-udinese. «Si tratta di un percorso - riassume Cecchin - lungo e costoso, quindi, in una logica di risparmio energetico, cerchiamo di individuare fonti alternative di approvvigionamento». I volumi idrici "bevuti" dal termovalorizzatore sono cospicui: parliamo - calcola Cecchin - di 60mila metri cubi al mese, oltre 700mila all'anno. Quantità che classificano l'impianto di via Errera ai primissimi posti dell'utenza triestina, superato solo dalla Ferriera. Il manager si mantiene molto prudente su quello che si potrà trovare nel sottosuolo di via Errera: «Abbiamo commissionato uno studio in base al quale scaveremo un pozzo di prova. Al momento non siamo in grado di stimare quantità e qualità dell'acqua, è un test tutto da costruire. Quella che serve al funzionamento del termovalorizzatore è risorsa idrica non salina». Fonti aziendali ritengono che 700mila metri cubi di acqua possano rappresentare il consumo di un aggregato urbano da 3mila abitanti. La storia dei termovalorizzatori triestini comincia nel 1972 con l'inceneritore di Giarizzole, che servirà la città fino al 1999. Poi la stagione di via Errera, prima con due linee di incenerimento da 204 tonnellate cadauna di rifiuti bruciati al dì. Errera 2 divenne rapidamente Errera 3, con l'aggiunta di un'ulteriore linea dotata della stessa potenzialità produttiva. Tra la primavera e l'estate del 2015, a distanza di tre anni da quando Hera aveva acquisito AcegasApsAmga, la capogruppo decise di trasferire i termovalorizzatori di Trieste e di Padova in un'apposita società, Hestambiente: una srl, con un capitale sociale di un milione e 10mila euro, partecipata al 70% da Herambiente e al 30% da AcegasApsAmga. Insomma, si tratta di un asset Hera al 100%.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 13 settembre 2017

 

 

«Acque di falda inquinate, il ministero sta con il Comune»
Il Comune chiama il ministero dell'Ambiente sostenendo che la Ferriera inquina il mare, e il ministero risponde chiamando Siderurgica triestina, cui viene chiesto di prendere provvedimenti per evitare proprio la diffusione di inquinanti in mare. Il "giro" di chiamate lo svela lo stesso Comune, cui per il momento la proprietà dello stabilimento di Servola non replica frontalmente ma si limita a osservare che «nelle dichiarazioni del sindaco» vi sono »approssimazioni». «In base a quanto evidenziato da Arpa lo scorso 31 luglio - si legge nella nota del Comune - abbiamo chiesto ad inizio settembre al ministero di valutare l'opportunità di adottare un provvedimento specifico per eliminare da parte della Ferriera 'immissione in mare delle acque di falda contaminate. Nella nota Arpa, infatti, si evidenziava come le analisi delle acque di falda in determinati pozzetti vicini al mare mostrano una pesante presenza dei cancerogeni benzene e benzo(a)pirene, accanto a naftalene ed altri idrocarburi. Siamo soddisfatti perché il ministero ha prontamente risposto chiedendo alla proprietà di procedere immediatamente a interrompere lo sversamento a mare», con «immediata attivazione dell'emungimento della barriera idraulica e ogni ulteriore misura di prevenzione necessaria ad impedire la diffusione dell'inquinamento». «Abbiamo illustrato anche - così Roberto Dipiazza - che l'attuale pianificazione delle analisi ridotta a trimestrale con l'Aia rilasciata nel 2016, con l'Aia del 2008 la rilevazione era mensile, non permette di riscontrare miglioramenti statisticamente significativi» e che il Comune «a fronte di queste allarmanti evidenze ha già presentato alla Regione la richiesta formale di riesame dell'Aia... rigettata dalla stessa Regione».«Nelle dichiarazioni del sindaco - si limitano a commentare dall'ufficio stampa di Siderurgica triestina - cogliamo alcune approssimazioni che ci riserviamo di approfondire nelle prossime ore». Eventuali repliche, quindi, arriveranno solo dopo una fase di approfondimento.

 

 

Un supercentro di ricerca dedicato all'energia - Inaugurata dall'ateneo la nuova struttura interdipartimentale che riunisce sette aree disciplinari
Dopo la Summer school intitolata al chimico triestino Giacomo Ciamician, che si sta svolgendo in questi giorni e che contempla tematiche sull'energia, e da quest'anno ambiente e trasporti, all'Università è stato battezzato ieri il Centro di ricerca interdipartimentale sulle stesse materie, anch'esso dedicato all'insigne scienziato, pioniere dell'energia solare. Ben sette aree disciplinari (Ingegneria e architettura, Scienze chimiche e farmaceutiche, Scienze economiche, aziendali, matematiche e statistiche, Scienze giuridiche, del linguaggio, dell'interpretazione e della traduzione, Scienze della vita, Matematica e geoscienze e Scienze politiche) all'interno di questo incubatore di idee, che ha sede per il momento nel dipartimento afferente al suo direttore, Giorgio Sulligoi, docente di Sistemi elettrici per l'energia all'interno di Ingegneria e architettura.Il centro si propone dunque di fare da punto focale tra la ricerca e il trasferimento delle conoscenze dall'ateneo al sistema industriale-scientifico del nostro territorio, ma non solo, secondo un approccio multidisciplinare. «C'è stato un processo che ha portato alla costituzione del centro - spiega Sulligoi - caratterizzato da competenze che intercettano quella ingegneristica, quella economica, e un domani auspicabilmente anche quella inerente alla medicina del lavoro, perché non c'è sul territorio regionale una struttura simile. In Italia esistono altri centri, come a Padova, con cui abbiamo intenzione di collaborare». L'adesione dei diversi ricercatori è legata ai progetti sui quali il team di studio lavorerà, che possono essere frutto di bandi o accordi quadro con istituzioni, o legati direttamente ad aziende o consorzi di imprese.«Questo centro consentirà anche di avviare interlocuzioni con grandi istituzioni quale ad esempio la Banca mondiale - specifica Sulligoi -, soggetti che è difficile interagiscano con il singolo ricercatore e invece necessitano di consultazioni verticali, dal chimico allo specialista di linee elettriche, all'economista». In questo modo il sistema non solo potrà fornire una consulenza completa, ad esempio nell'uso delle energie rinnovabili, dell'inserimento di progetti sul territorio o per l'impatto di questi sull'ambiente, ma «porterà anche benefici all'università stessa, sul modo di fare ricerca». E ciò rivolgendosi sia in ambito nazionale sia internazionale, e diventando un soggetto che può fornire la propria conoscenza coniugata a strategie regionali. «Ci poniamo così - conclude il professore - anche per raccogliere finanziamenti pubblici e privati e per entrare nei processi decisionali territoriali. In altre realtà l'università è nei grandi processi di urbanizzazione o industrializzazione: perché il sistema locale della scienza non può contribuire alle soluzioni?».

(b.m.)

 

 

Piu' di 600 firme per salvare le nutrie sull'Ospo - Consegnata in Regione la petizione di MujaVeg contro la legge che permette l'abbattimento violento.

MUGGIA - Esattamente 629 firme per salvare le nutrie del Friuli Venezia Giulia. Questo il risultato della petizione popolare "Salva Nutrie" consegnata al presidente del Consiglio della Regione Franco Iacop. La raccolta firme, partita dall'associazione animalista MujaVeg, chiede a chiare lettere la modifica delle disposizioni inserite nella Legge regionale n. 20 del 9 giugno scorso con cui la giunta Serracchiani ha previsto, entro l'anno, l'avvio del progetto di eradicazione delle nutrie attraverso abbattimento violento o eutanasia. La legge regionale "Misure per il contenimento finalizzato all'eradicazione della nutria (myocastor ciypus)" viene considerata dagli animalisti «dispensatrice di una morte cruenta per migliaia di nutrie sul territorio regionale». Di più, «cozza con la legge nazionale dell'11 febbraio n. 157, che prevede un controllo della specie praticato di norma mediante l'utilizzo di metodi ecologici su parere dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica (oggi Ispra)». E solo «qualora l'Istituto verifichi l'inefficacia dei predetti metodi, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento». Come metodi ecologici si intendono pratiche non cruenti, «da utilizzare in via prioritaria». Metodi indicati nelle linea guida per il controllo della nutrie dell'Ispra. In questo senso si è «paradossalmente» mossa anche la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha deciso di finanziare uno studio per individuare e testare sistemi per ridurre le capacità riproduttive delle nutrie. «Mi chiedo che senso abbia fare uno studio per ridurre la fertilità degli animali e contemporaneamente ordinare la fucilazione e la camera a gas di tutte le nutrie - incalza Cristian Bacci, responsabile di MujaVeg e primo firmatario della petizione -. E che fine faranno i cuccioli che rimarranno rifugiati nelle tane ad aspettare che la mamma torni per allattarli?». In base all'attuale legge regionale di fatto è concesso "l'uso di armi da sparo oppure trappolaggio e successivo abbattimento con metodo eutanasico dell'animale mediante narcotici, armi ad aria compressa o armi comuni da sparo". Solo come terza opzione vengono annoverati metodi e strumenti messi a disposizione dalla comunità scientifica. «La petizione firmata da 629 cittadini della regione - ancora Bacci - prevede di utilizzare in esclusiva questi metodi e non quelli che prevedono la morte per mano umana. Ora la palla passa alla Regione dove la proposta sarà discussa nella Commissione competente». Non è un caso che la petizione sia partita da Muggia, terra ricca di "castorini" che hanno colonizzato gli argini del rio Ospo. Una colonia che però «non ha mai fatto danni a coltivazioni private o ad altri soggetti», come ha ribadito spesso l'assessore alla polizia locale di Muggia, Stefano Decolle.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

 

La Voce.info - MARTEDI', 12 settembre 2017

 

 

ENERGIA E AMBIENTE - Ricette anti-Co2: acqua, vento e sole non bastano

Uno studio spiega come si potrebbe arrivare nel 2050 a un sistema energetico mondiale basato solo su acqua, vento e sole. È uno scenario estremo, forse tecnicamente irrealizzabile. Soprattutto, non considera gli enormi costi di una simile soluzione. - leggi l'articolo su La Voce.info
Solo vento, acqua e sole
Mentre l’Italia lottava strenuamente contro il caldo agostano, la rivista Joule pubblicava un lavoro dal titolo “100% Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”, realizzato da Mark Z. Jacobson con molti altri co-autori.
L’articolo propone una tesi molto suggestiva: la possibilità (e la desiderabilità) di una transizione (entro il 2050) dell’intero sistema energetico mondiale verso una soluzione che consideri unicamente “wind, water and sunlight”, ovvero vento, acqua e sole. Si tratta di una versione assai spinta dei tanti scenari di de-carbonizzazione che sono stati prodotti negli ultimi anni da diverse istituzioni. Ne mostra un aspetto peculiare, ed esplicitamente non prende in considerazione alcuni elementi spesso contenuti negli scenari ad alta de-carbonizzazione, come il settore nucleare, le biomasse, il confinamento geologico della CO2. L’articolo considera 139 paesi, ovvero quelli per i quali esistono statistiche rese disponibili dall’Agenzia internazionale dell’energia. Va aggiunto che i paesi in questione rappresentano il 99 per cento delle emissioni di CO2.
L’articolo – relativamente breve (14 pagine) – è accompagnato da un’appendice di oltre 150 pagine che presenta con maggiore dettaglio gli scenari proposti.
Lo studio è nato e si è sviluppato nell’Università di Stanford, cui appartengono 24 dei 27 citati ricercatori. Il lavoro – che in forme diverse circola da tempo – gira intorno alla figura di Mark Z. Jacobson, primo fra gli autori, l’unico non in ordine alfabetico e che gode di una certa notorietà, almeno negli Stati Uniti. Fra le sue apparizioni televisive, si ricorda un’intervista con David Letterman nel 2013 proprio su questo tema, ma limitato solo agli Stati Uniti e non al mondo nel suo complesso.
Il confronto con i dati Weo
Per cercare di valutare lo studio, seppur sommariamente, può essere utile confrontarlo con i dati contenuti dell’ultimo World Energy Outlook (Weo) pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia nel 2016. Le due pubblicazioni usano dati espressi in unità di misura diverse – in termini energetici (Mtoe) per il Weo, in termini di potenza elettrica installata (GW) nel lavoro di Jacobson – che sono stati quindi uniformati per poterli confrontare. In più, il traguardo del Weo è il 2040, mentre lo studio Jacobson si spinge fino al 2050. Per ragioni di spazio ci limitiamo a considerare alcune macro tendenze (grafico 1).
Gli scenari tendenziali (che non mostriamo) sono sostanzialmente coincidenti per i due modelli. La principale differenza è tuttavia legata allo scenario alternativo. Nel caso Weo, anche quello più stringente (450 Scenario) vede un minimo incremento dell’offerta di energia al 2040, mentre nel caso Jacobson c’è invece una leggera riduzione della domanda totale di energia al 2050.
Se ci riferiamo solo al valore strettamente numerico, gli scenari non appaiono drasticamente differenti. Certo, al 2040 ci sono 2000 GW di differenza, ma mancano ancora dieci anni e la distanza potrebbe ridursi.
Il confronto è diverso se pensiamo che i risultati Jacobson sono ottenuti senza l’utilizzo di alcuni ingredienti presenti invece in abbondanza nella soluzione Weo che, nello scenario a massima de-carbonizzazione, prevede tra l’altro nucleare, biomasse, Ccs e tecnologie simili.
Stiamo guardando due torte apparentemente uguali, solo che quella di Jacobson non usa né uova, né farina. Si potrebbe avere qualche perplessità ad assaggiarla.
È quello che probabilmente ha pensato un gruppo di scienziati che a giugno hanno pubblicato per la prestigiosa Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) uno studio in cui demoliscono il modello progenitore di quello che stiamo esaminando e che si limitava agli Stati Uniti e non a 139 paesi. Basti ricordare, in sintesi, che i paragrafi sono sobriamente intitolati “errori nell’analisi”, “errori nel modello”, “assunzioni implausibili” e così via: evidentemente, non hanno gradito la torta.
I costi
Probabilmente la soluzione proposta da Jacobson non è tecnicamente realizzabile. Certamente è troppo costosa e dunque non raggiungibile per ragioni economiche, politiche e sociali. Per quanto riguarda l’aspetto economico, ci sono altre soluzioni, sempre a impatto ambientale pressoché nullo, che molto probabilmente sono più convenienti e soprattutto più sicure rispetto a quelle proposte.
Si pensi, tanto per fare un esempio, al tema dei trasporti marittimi e soprattutto aerei: per passare all’elettrico integrale bisognerebbe, in poco più di trenta anni, rivoluzionare completamente il concetto stesso di trasporto, cambiando completamente le flotte e tutta l’infrastruttura di supporto. Si può probabilmente fare, ma a quale prezzo? Considerando che aerei e navi hanno una vita utile abbastanza lunga e che le tecnologie richiedono ancora almeno un decennio per lo sviluppo, si tratterebbe – entro il 2050 – di sostituire aerei e soprattutto navi ancora nuovi (i cui investimenti non sarebbero ammortizzati) a favore di mezzi a propulsione elettrica. Questa rivoluzione non sembra dietro l’angolo.

Alessandro Lanza

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 12 settembre 2017

 

 

Da Barcis a San Daniele al mare - Mille chilometri solo per le bici - Tre milioni spendibili nel triennio per rendere la regione a misura di cicloturista

Serviranno sia a realizzare nuovi tracciati che a potenziare quelli già costruiti
TRIESTE - La Regione scommette sulla ciclabilità e nel triennio 2017-2019, come indicato nell'assestamento di bilancio, prevede finanziamenti per oltre tre milioni di euro, mirati a interventi che porteranno alla realizzazione di nuove piste ciclabili e/o alla sistemazione di quelle esistenti. Una volontà di puntare sulla mobilità ecosostenibile alla luce dei tanti cittadini che in tutto il Friuli Venezia Giulia si muovono sempre più con la bici e del numero crescente di cicloturisti. Nuovi percorsi L'opera più consistente, in termini di costi, sarà il completamento dell'itinerario definito Fvg3, parallelo al tracciato ferroviario, con la costruzione della pista ciclabile nei comuni di Pinzano, Meduno, Cavasso, Montereale e Maniago, per complessivi 300mila euro, ai quali se ne aggiungeranno altrettanti per l'anello tra Maniago, Frisanco, Pala, Barzana, Andreis, Barcis e Montereale. Ammonta a 250mila euro un altro progetto tra i più onerosi, il percorso ciclopedonale Loch-Supizza, all'ex confine di Stato, la prosecuzione del percorso Bimobis. Segue, con 200mila euro di esborso, la realizzazione delle piste ciclabili interne che collegheranno le ciclabili Alpe Adria e Bimobis, e ancora, per lo stesso importo, la ciclovia Alpe Adria nel Comune di Pontebba. Tre le novità previste poi la pista ciclabile Basiliano-San Marco lungo la ex provinciale SP10, il percorso cicloturistico sul fiume Varmo, la nuova viabilità ciclabile Tolmezzo-Amaro, con il completamento della rete carnica, la viabilità ciclopedonale tra Moruzzo, Fagagna, Rive d'Arcano e San Daniele del Friuli. La pista ciclopedonale sopra l'argine del Tagliamento e il collegamento ciclabile tra Udine e Campoformido: le tempistiche per ogni singola novità non sono ancora state rese note, ma secondo il programma saranno completate o comunque avviate entro il 2019. La mappa La Regione Friuli Venezia Giulia sta realizzando la "Rete delle ciclovie di interesse regionale (ReCIR)", un sistema di ciclovie collegato anche con i tracciati dei paesi confinanti. I percorsi si possono visionare al link www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/infrastrutture-lavori-pubblici/infrastrutture-logistica-trasporti/ciclovie/. La ReCIR si compone di dieci ciclovie, per un totale di oltre di mille chilometri, dei quali 450 chilometri sono già stati realizzati e comprendono la ciclovia Alpe Adria, quella del mare Adriatico, la pedemontana e del Collio, quella della pianura e del Natisone, le ciclovie dell'Isonzo, del Tagliamento e del Livenza, quella della montagna carnica, quella della bassa pianura pordenonese e la Noncello-mare.Gli investimenti Oltre ai tracciati specifici indicati, 50mila euro vengono destinati in generale a potenziare i collegamenti tra siti archeologici e naturalistici della regione, ulteriori 100mila per la predisposizione di un programma comprensoriale di interventi su viabilità ciclabile e i sentieri. Altri 40mila figurano per la "riqualificazione dei parchi e delle zone naturalistiche dei Comuni dell'Unione Sile e Meduna, Parco di Torrate, Parco delle Dote, Laghi di Cesena, Parco Cornia, Borgo medioevale di Panigai e i relativi percorsi ciclopedonali di collegamento". Attenzione puntata anche ai ciclisti di montagna, con 3.500 euro mirati a creare e segnalare percorsi in quota per mountain bike. «Per la realizzazione dei tratti di "pista ciclabile-ciclopedonale" della ReCIR - viene sottolineato dalla Regione - si predilige l'utilizzazione dei tracciati ferroviari dismessi, delle stradine arginali, delle carrarecce di campagna e delle piste forestali». Le criticità Fiab Ulisse, che da anni si occupa di ciclabilità, sollecita la Regione su un intervento in particolare, per cui manca ancora l'ultimo tassello. Si tratta della pista ciclabile del Carso, da Monfalcone a Draga Sant'Elia. «Nell'aprile di quest'anno è stata inviata una lettera all'assessore Santoro alla quale non è seguita nessuna risposta. Si tratta di una novità già prevista nel 2009 con un finanziamento di due milioni e 900mila euro - ricorda Federico Zadnich, coordinatore regionale Fiab Fvg - ma poi tutto si è arenato e non è mai stato avviato il progetto esecutivo. Su questo noi avevamo raccolto 1.300 firme. Riassumendo, la Provincia ha realizzato il progetto esecutivo ma poi si è fermata, non ha fatto il bando per la realizzazione e nel frattempo è stata sciolta. Da un anno tutto è passato nelle mani della Regione che però non ha fatto il bando, quindi i 2,9 milioni di euro e il progetto sono in stand by. Questi ritardi danneggiano l'economia cicloturistica della provincia di Trieste». La tratta viene definita importante da Fiab Ulisse, che aveva indicato in un comunicato già un paio di anni fa, come fondamentale, «eseguire con priorità il lotto Monfalcone-Sistiana in modo da dare continuità alla ciclabile Grado-Monfalcone e consentire ai cicloturisti diretti a Trieste di percorre l'itinerario del Carso o in alternativa la più spettacolare strada costiera come stanno già facendo tutti i tour operator che operano nella nostra provincia». E se per alcuni collegamenti si attende ancora una risposta, per altri Fiab Ulisse annuncia una novità che vedrà la luce il prossimo anno. «Nel 2018 - spiega Zadnich - lanceremo la nuova ciclabile Ciclovia Aida, che attraverserà l'Italia, partirà proprio da Trieste per raggiungere Susa e toccherà la principali città del nord, un affascinante itinerario per chi viaggia in bici alla scoperta delle bellezze del nostro Paese».

Micol Brusaferro

 

LE SCELTE - «Più sicurezza per i cittadini»
«Investire sulle ciclabili significa investire non solo sul nuovo turismo, ma sulla sicurezza dei cittadini, che devono essere messi nelle condizioni di poter scegliere quale sia il mezzo di trasporto per loro più giusto e di poterlo utilizzare appunto in sicurezza». Così l'assessore regionale alle Infrastrutture e Territorio Mariagrazia Santoro, che sta seguendo in prima linea tutto ciò che riguarda la mobilità sostenibile e lo sviluppo della Rete delle ciclovie di interesse regionale. «Abbiamo una congiuntura favorevole - sottolinea - in cui le ciclabili delle province sono passate sotto la regia della Regione che, con il Piano paesaggistico, ha mappato l'esistente per fare un programma di investimenti che completano la rete. Contemporaneamente nelle intese per lo sviluppo delle Uti il finanziamento della progettualità per un nuovo sistema ciclistico è predominante».

( mi.b.)

 

LE RICHIESTE - «Trieste e Muggia da collegare»
Tra le priorità di Fiab Ulisse su Trieste c'è la ciclabile che colleghi la città capoluogo a Muggia, proposta presentata alcune settimane e messa a disposizione dei due Comuni. «Realizzabile in tempi rapidi e con risorse contenute - così Fiab coordinata in regione da Federico Zadnich (foto) - è una concreta possibilità che è stata elaborata in uno studio di fattibilità, che mette a disposizione di chi amministra». Un percorso di otto chilometri - insistono da Fiab - che collegherebbe la galleria di Montebello s Muggia con un itinerario ciclabile continuo, riconoscibile, veloce e sicuro, attraverso rioni molto popolati e senza particolari pendenze, dove sono presenti attività commerciali ed industriali. Un'infrastruttura che si trova lungo l'itinerario cicloturistico EuroVelo8 Cadice-Atene e che farebbe arrivare la ciclovia Parenzana fino al centro di Trieste.

( mi.b.)

 

Muggia "sfida" Roma - Torna in vigore l'ordinanza antibici
La giunta Marzi riabilita il provvedimento sospeso dal ministero - «In settimana spediremo le motivazioni della nostra scelta»
MUGGIA - «Abbiamo ripristinato l'ordinanza sospesa dal ministero: entro la settimana invieremo a Roma le motivazioni scritte sul perché della nostra decisione». Laura Marzi, sindaco di Muggia, non ci sta. Nella riunione di giunta svoltasi ieri pomeriggio l'amministrazione comunale ha deciso di proseguire per la propria strada per quanto concerne la cosiddetta "ordinanza antibici". Il documento che dallo scorso giugno regolamenta la viabilità del centro storico inserendo, tra i tanti punti, anche l'obbligo di spingere le biciclette a mano in tre zone del centro - corso Puccini, via Dante e piazza Marconi - era stato fortemente contestato dalla sezione muggesana di Fiab Ulisse, l'associazione di ciclisti presente sul territorio provinciale. Tramite l'ufficio legale dell'associazione lo scorso luglio tre cittadini muggesani, Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani, avevano presentato un ricorso al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti contro l'ordinanza sindacale di Muggia. Risultato? Il ministero ha inviato al Comune una nota con la sospensione del documento. Una sospensiva senza tempistiche precise, e con la possibilità da parte del Comune di appellarsi a motivi di sicurezza per un eventuale ripristino. Cosa che è puntualmente accaduta. «Quello del Ministero è stato un atto dovuto dinanzi ad un ricorso, ma non vi è presente alcun pronunciamento. Concretamente non c'è stata nessuna bocciatura, motivo per cui è stata data possibilità al Comune di ripristinare l'ordinanza, in caso di urgenza, fornendo delle controdeduzioni», racconta il sindaco Marzi. Da ieri, dunque, la giunta ha in effetti deciso di ripristinare l'obbligo di condurre la bici a spinta, un obbligo che per quest'anno sarà in vigore ancora sino al termine della "stagione estiva", ossia sino al 30 settembre, in determinati orari: dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 20. I cartelli stradali, pertanto, non sono stati né tolti, né coperti. Anzi, sono pienamente in vigore. Ma perché il Comune ha deciso di proseguire con la sua ordinanza? «Semplice, perché per motivi di sicurezza i provvedimenti presi sono necessari. Negli ultimi anni, in particolar modo durante la stagione estiva, il numero di turisti è aumentato considerevolmente. Ed è aumentato anche il numero di velocipedi che soprattutto in piazza Marconi e nelle vie limitrofe, ossia corso Puccini e via Dante, tendono a sfrecciare troppo velocemente facendo slalom tra le persone», racconta sempre il sindaco Marzi.Il primo cittadino cerca poi di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla viabilità ciclabile: «Nessuno, ripeto, nessuno, ha obbligato i ciclisti a prendere per forza la galleria come invece viene ancora sostenuto da più parti. Da ben prima della nostra ordinanza l'entrata dei ciclisti avveniva, spesso, contromano, nonostante vi fosse, e vi sia tuttora, un cartello che obbliga i ciclisti a scendere e a spingere a mano per qualche decina metri le proprie biciclette».Marzi, ribadendo l'importanza dell'ordinanza per quanto riguarda il pugno duro contro gli autoveicoli nell'area pedonale all'interno del centro storico di Muggia, spiega pure i prossimi passi del Comune: «Siamo venuti incontro alle esigenze e alle richieste pervenuteci nei mesi scorsi da parte di alcuni ciclisti, tanto è vero che abbiamo ampiamente limitato il raggio di divieto di pedalata per le biciclette, una misura, ricordiamolo, adottata per motivi di sicurezza. Il ricorso proposto dai tre cittadini mi ha lasciato davvero perplessa, ma la decisione presa dalla giunta è quella di mantenere i provvedimenti. Entro la settimana forniremo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti le motivazioni della nostra scelta».

Riccardo Tosques

 

 

I permessi per le Falesie delegati ai circoli - L'amministrazione di Duino Aurisina cede il rilascio delle autorizzazioni per i diportisti: iter più snello
DUINO AURISINA - Saranno le società nautiche del territorio di Duino Aurisina, su delega dell'amministrazione comunale, a rilasciare, nel 2018, le autorizzazioni ai diportisti per poter entrare nello specchio d'acqua della Riserva marina delle Falesie. Questo radicale cambiamento nel Regolamento, che disciplina l'accesso a quel tratto di mare, è stato programmato in questi giorni dalla giunta guidata dal sindaco Daniela Pallotta, dopo una serie di incontri che hanno visto l'assessore comunale Andrea Humar verificare la disponibilità dei responsabili delle numerose realtà nautiche di Duino Aurisina. Lo specchio d'acqua della Riserva è diviso in tre zone: la A, interdetta a qualsiasi ingresso, la B, alla quale finora si accedeva solo se in possesso di un permesso finora concesso dal Comune, su richiesta degli interessati, e la C, destinata alla sola didattica. «Il permesso per entrare nella zona B - spiega Humar - era sì gratuito, ma per ottenerlo era necessario fare due domande su carta bollata, per una spesa complessiva di 32 euro. Inoltre bisognava presentare una serie di documenti. Insomma, una gratuità relativa e un appesantimento burocratico che hanno scoraggiato gli interessati - aggiunge Humar - al punto da originare una caduta verticale delle domande di accesso. Dopo i colloqui con le società nautiche locali, siamo giunti alla conclusione di delegare a loro, con il consenso della Federazione competente, la Fipsas, e ovviamente sulla base di un preciso Regolamento - precisa - il rilascio dei permessi. Queste scelta - sottolinea Humar - dovrebbe rendere molto più veloce l'operazione di rilascio. Confermeremo la gratuità dell'accesso. Se dovessimo optare per una diversa scelta, facendo pagare una piccolo prezzo d'ingresso - conclude l'assessore - lo faremo solo per destinare l'intero ricavato alle Scuole vela per i ragazzi».A insistere per una più libera fruizione della zona B della Riserva delle Falesie erano stati pochi giorni fa anche i Cittadini per il golfo, preoccupati per la progressiva crescita delle zone interdette al diporto. Nello stesso programma che riguarda la zona B, sono previsti progetti anche per la A e la C. Per quanto concerne la prima, che resterà comunque interdetta, di concerto con le associazioni dei pescatori si procederà con un'azione che Humar ha definito di «ripopolamento delle colonie di seppie e calamari». Infine, per la C, la giunta sta programmando un piano che coinvolga ancora una volta le società nautiche, stavolta assieme alla Riserva di Miramare, per portare sul posto le scolaresche, nell'ambito di corsi di educazione ambientale. «Vogliamo che la Riserva marina delle Falesie - è la chiosa di Humar - torni a essere un bene fruibile da parte della collettività, pur nel rispetto della sua originaria destinazione».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 11 settembre 2017

 

 

Riciclaggio dell'umido - L'ipotesi impianto in stand-by a Muggia - Nessuna notizia sul progetto ideato dalla giunta Nesladek
Tarlao (Mejo Muja) attacca l'assessore Litteri: «Si dimetta»
MUGGIA - Che fine ha fatto il progetto del biodigestore per lo smaltimento dei rifiuti organici, ossia la centrale di riciclaggio promossa dall'amministrazione Nesladek che avrebbe potuto prendere vita in zona Ezit? Da quanto è emerso in un recente scambio di comunicazioni istituzionali tra il consigliere comunale Roberta Tarlao (Meio Muja) e l'assessore all'Ambiente Laura Litteri (quota Pd), il progetto pare non rientrare più negli interessi dell'amministrazione Marzi. L'iter - È il 3 giugno del 2015 quando la costituenda Rti tra Gesin Coop e Nre research srl presenta al protocollo del Comune di Muggia un progetto per l'impianto della digestione anaerobica della cosiddetta Forsu (Frazione organica del rifiuto solido urbano), conosciuta anche come "umido" con produzione di energie rinnovabili nel territorio comunale. Un progetto realizzato interamente con fondi privati, che oltre a non gravare sulla finanza pubblica avrebbe avuto il pregio di far risparmiare al Comune circa 20-22 euro a tonnellata di rifiuti conferita. Un mese dopo, l'amministrazione comunale, retta allora dal sindaco Nerio Nesladek, con una delibera giuntale dichiara il preliminare interesse alla realizzazione di un impianto per il trattamento della frazione organica dei rifiuti solidi urbani, evidenziando peraltro «il notevole abbattimento dei costi di trasporto oggi sostenuti per l'invio a trattamento della suddetta frazione che incidono pesantemente sul costo di smaltimento».Il dispositivo della delibera indirizza gli uffici competenti a predisporre gli atti necessari alla stipula di una convenzione tra il Comune, la Rti e Net per definire le modalità di conferimento e i relativi costi. Il 28 luglio dello scorso anno, il nuovo sindaco Laura Marzi ribadisce nelle linee di mandato, poi votate dal Consiglio comunale, che «ci si spenderà per facilitare la realizzazione di un biodigestore» per gli stessi motivi enunciati dalla precedente giunta Nesladek. L'interrogazione - E si arriva al 19 luglio scorso: visto il posticipo dell'inizio della raccolta differenziata dei rifiuti, il capogruppo consigliare di Meio Muja, Roberta Tarlao, ha presentato un'interrogazione alla giunta Marzi per capire a che punto era arrivato l'iter per la realizzazione della struttura. «Sono imbarazzata dalla risposta dell'assessore all'Ambiente Litteri, perché ha scritto una serie di falsità inaudite» tuona Tarlao. «La prima? Che ci sarebbero maggiori costi, dimenticandosi però di sommare il costo del trasporto dell'attuale servizio che quindi risulta più caro di 29 euro a tonnellata» continua. Altra incongruenza segnalata da Tarlao, le tempistiche della delibera della Giunta, che secondo Litteri sarebbe stata realizzata prima dell'adesione a Net, dimenticandosi in realtà come nella delibera stessa si citi testualmente il parere favorevole di Net all'impianto. L'assessore all'Ambiente ha poi evidenziato come il futuro del biodigestore sia incerto in quanto il Comune non ha dei terreni a disposizione: anche qui, per Tarlao, si tratterebbe di uno scivolone, dal momento che la Rti ha messo a chiare lettere l'intenzione di acquistare di propria tasca un terreno da Ezit, senza che vi siano spese da parte del Comune. Anche a seguito dei ritardi nell'avvio della raccolta dei rifiuti "porta a porta" - posticipata al 2018, rispetto all'anno in corso, come preannunciato da Litteri in Commissione -, Tarlao ha chiesto «dinanzi alle falsità scritte nella risposta all'interrogazione» che l'assessore si dimetta. L'incontroPer ora dal Comune è trapelato che a brevissimo vi sarà un incontro con Net. E che tra gli argomenti all'ordine del giorno vi sarà anche la centrale di riciclaggio.

Riccardo Tosques

 

 

Legambiente: 7 milioni di italiani a rischio - Secondi i dati del Cnr dal 2010 al 2016 oltre 145 persone hanno perso la vita a causa di inondazioni
ROMA - Ci sono 7 milioni di italiani che ogni giorno vivono in aree a rischio frane e alluvioni, esposte a bombe d'acqua proprio come quella che si è abbattuta su Livorno. Che l'Italia debba fare i conti con la fragilità del suolo (per l'88%) lo dice Legambiente che in uno dei suoi report mette per esempio in evidenza come il 77% delle abitazioni siano costruite in zone "rosse" e nel 31% dei casi vi si trovano interi quartieri, tenendo presente che ci sono anche il 51% degli impianti industriali e spesso sono nelle zone potenzialmente franose sono presenti scuole o ospedali.«È una tragedia annunciata, quella di Livorno - racconta la presidente di Legambiente Rossella Muroni - ci sono 7 milioni di persone che vivono in aree a rischio e le nostre città sono sempre più esposte ai cambiamenti climatici. Gli amministratori dovrebbero dare più risposte, a cominciare da quelle che ci vengono chieste dalla Comunità europea. È necessario un nuovo approccio. Bisogna per esempio partire subito con i piani di adattamento. E smetterla di intubare torrenti e alzare argini; serve anche una corretta pianificazione degli spazi verdi». Dal 2010 a maggio di quest'anno, viene messo in evidenza nel dossier, sono 126 i Comuni italiani dove si sono registrati impatti rilevanti con 242 fenomeni meteo che hanno provocato danni al territorio e causato impatti diretti e indiretti sulla salute dei cittadini. In particolare ci sono stati 52 casi di allagamenti da piogge intense, 98 casi di danni alle infrastrutture da piogge intense con 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane. Inoltre c'è da pagare il tributo in termini vite umane e di feriti: dal 2010 al 2016 - secondo il Cnr - sono oltre 145 le persone morte a causa di inondazioni e oltre 40mila quelle evacuate (dati Cnr). «Sembra assurdo doverne riparlare ogni volta che accade una disgrazia ma purtroppo ancora oggi manca una seria politica di riduzione del rischio - osserva ancora Muroni - nonostante si sia cominciato a destinare risorse per far partire interventi prioritari di messa in sicurezza, l'avvio di una politica di prevenzione complessiva stenta a decollare». Secondo la presidente di Legambiente questi temi «devono diventare centrali nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio, insieme con quello della prevenzione».

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 10 settembre 2017

 

 

Fondi bis per le biciclette elettriche - Dalla Regione altri 65mila euro. Contributo massimo di 200 euro
TRIESTE - Altri 65mila euro per sostenere l'acquisto di biciclette elettriche. Li ha stanziati a luglio la Regione, sommando i nuovi fondi ai 185mila euro già messi a bilancio a giugno. Dal 19 luglio, quando è stato riaperto il canale contributivo, a oggi sono state presentate alle Camere di commercio del Friuli Venezia Giulia 482 nuove domande per la concessione di incentivi all'acquisto di bici a pedalata assistita. Nel dettaglio, 224 domande sono state presentate all'ente camerale di Udine, 134 a quello di Trieste, 104 alla Cciaa di Pordenone e 20 a Gorizia. Il contributo è concesso per un importo pari al 30% del prezzo d'acquisto, fino a un massimo di 200 euro.Il dato emerge da una delibera della giunta regionale, con cui si è stabilito il riparto dei nuovi fondi tra le quattro Camere preposte alla gestione delle pratiche. La suddivisione è stata operata seguendo i criteri del regolamento di attuazione, la cui recente modifica ha previsto che il 70% del fondo sia distribuito sulla base al numero di residenti in ciascuna provincia, mentre il restante 30% tenga in considerazione la quantità di abitanti nei comuni appartenenti alle zone altimetriche di montagna e collina. Di conseguenza, Trieste ha ricevuto 18mila euro, Gorizia 7mila, Udine 26mila e Pordenone 14mila. Il sostegno all'acquisto di biciclette elettriche è previsto da una legge regionale del 2014, in un'ottica di tutela dell'ambiente e di sviluppo economico ecocompatibile. La norma stabilisce che la Regione, al fine di promuovere lo sviluppo di nuove strategie per un trasporto sostenibile e il miglioramento della vivibilità e fruibilità delle aree urbane, agevoli l'acquisto di questo tipo di mezzi dotati di un motore ausiliario elettrico con potenza nominale continua massima di 0,25 kW, la cui alimentazione è progressivamente ridotta e infine interrotta quando si raggiungono i 25 km all'ora.

 

Il ministero boccia lo stop alle bici nel centro di Muggia - Roma accoglie il ricorso di tre cittadini: «Va sospesa l'ordinanza su corso Puccini, via Dante e piazza Marconi»
MUGGIA - Il Comune di Muggia deve ripristinare la possibilità di andare in bicicletta nelle zone del centro storico dichiarate off limits. Colpo di scena nel braccio di ferro tra amministrazione comunale e ciclisti sulla cosiddetta "ordinanza antibici" emanata lo scorso giugno dalla giunta Marzi. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha infatti espresso il proprio parere avverso al Comune accogliendo il ricorso avanzato da tre cittadini muggesani, Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani. Lo scorso 18 luglio i tre residenti, grazie anche alla consulenza tecnica dell'Ufficio legale della Fiab, hanno infatti fatto ricorso al Ministero evidenziando la carenza di motivazioni nel divieto posto ai velocipedi di attraversare il centro storico, che viene invece permesso nelle aree pedonali dall'articolo 3 del Codice della strada. «Il Codice consente ai Comuni la possibilità di disporre "ulteriori restrizioni" solo in presenza di "particolari situazioni" che non sono state definite dal Comune di Muggia il quale, invece, in maniera del tutto illogica consente nell'ordinanza ai taxi e ai mezzi di scarico merci il transito nell'area pedonale» avevano evidenziato Bacci, Maggiore e Canciani. Nel ricorso era poi sottolineato come l'ordinanza sia in contrasto con il Piano regolatore generale vigente e con il finanziamento regionale appena ottenuto per il collegamento ciclabile dall'attracco del Delfino Verde al Rio Ospo che proprio per il centro storico dovrebbe passare. Preoccupazione massima dei ricorrenti infine per la questione sicurezza: «L'ordinanza obbliga di fatto i ciclisti a percorrere la stretta galleria a senso unico». Le motivazioni dei ricorrenti sono state accolte ma con parziale riserva da parte del Ministero. Il dirigente tecnico ingegner Mazziotta ha infatti rimarcato come sia necessario che il Comune di Muggia faccia pervenire «con corte sollecitudine» una serie di controdeduzioni al ricorso con esauriente relazione per ogni singolo motivo del ricorso stesso. In attesa del sopralluogo che dovrà essere compiuto dal Provveditorato interregionale con tanto di «esauriente relazione» da inviare al Ministero, da Roma è stato intimata al Comune la sospensione dell'ordinanza «salvo che ricorrano motivi d'urgenza», poiché in tale caso il Comune potrà deliberare un'esecuzione provvisoria dell'ordinanza con provvedimento da inviare al Ministero stesso. Sbalordita della novità il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Sono stupita davvero, perché dinanzi a tutti i tentativi di mediazione avvenuti con Ulisse Fiab e con altri ciclisti ci troviamo di fronte ancora tutto questo ostracismo sfociato in un ricorso al Ministero». Marzi, comunque, appare serena: «La sospensiva del Ministero è un atto dovuto dinanzi a un ricorso. Indubbiamente ora l'ordinanza è congelata ma valuteremo a brevissimo cosa fare. E visto che il Ministero ha messo a chiare a lettere che in caso di urgenza il Comune può ripristinare l'ordinanza non escludo che sia questa la via che perseguiremo». Per ora, dunque, i cartelli che evidenziano l'obbligo di condurre la bici a spinta durante la stagione estiva (1 giugno-30 settembre) esclusivamente in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi e peraltro solo in determinati orari (9.30-12.30 e 16-20) verranno per ora né rimossi né oscurati. Una battaglia, quella sulla piena libertà di movimento delle biciclette in tutto il centro storico, che dunque non ha avuto ancora un vero esito definitivo. Un (altro) ricorso contro l'ordinanza sulla regolamentazione della viabilità del centro storico era stata la scintilla decisiva che ha fatto scoppiare la deflagrazione nel rapporto tra il sindaco Marzi e il consigliere comunale del Pd Marco Finocchiaro. Questi, infatti, aveva espresso contrarietà al divieto di pedalata in alcune aree del centro storico. Ma se quel ricorso sembra essere finito nel nulla, quello proposto dai tre cittadini Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani pare davvero aver fatto centro. La prossima mossa spetta al Comune: entro mercoledì la telenovela potrebbe vivere l'ennesimo colpo di scena.

Riccardo Tosques

 

 

A Trieste oltre 200 geologi per un piano "salva ghiacci" - La comunità internazionale di esperti si riunisce in una cinque giorni targata Ogs
Obiettivo la definizione di linee guida da consegnare ai grandi decisori mondiali
TRIESTE - Le calotte polari ci dicono che un aumento di anidride carbonica e di temperatura così accelerato non si era ancora mai verificato nel passato, o perlomeno, negli ultimi 800mila anni. Oramai la comunità scientifica concorda sul fatto che a premere l'acceleratore sul riscaldamento globale sia l'uomo. Come sta rispondendo la calotta antartica, principale riserva di ghiacci del nostro pianeta, al cambiamento climatico e come potrebbe reagire ad un ulteriore aumento delle temperature e di CO2 nell'atmosfera? E quindi, quanto velocemente potrebbe innalzarsi globalmente il livello del mare? La comunità antartica internazionale, con oltre 200 esperti, si riunisce alla Stazione marittima di Trieste da oggi al 15 settembre per delineare le priorità e linee d'azione future nell'ambito della conferenza Past Antarctic Ice Sheet Dynamics (Pais), organizzata dall'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale - Ogs, in collaborazione con l'Antarctic Research Center dell'Università di Wellington (Nuova Zelanda) e con il supporto dello Scar (Scientific Committee for Antarctic Research) e di altre istituzioni internazionali. L'obiettivo principale è fornire indicazioni più accurate possibili all'Ipcc (Intergovernamental Panel of Climate Change) per poter fare previsioni sul futuro climatico del nostro pianeta nell'ottica di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5-2°C, come sottoscritto dall'accordo di Parigi (COP21 Conference of Parties), firmato da 195 nazioni, tra cui non compaiono gli Stati Uniti. Spiega Laura De Santis, geofisica dell'Ogs, veterana delle spedizioni scientifiche in Antartide, all'attivo ben cinque missioni di cui l'ultima sulla nave Ogs Explora, per il Programma nazionale delle ricerche in Antartide, si è conclusa a marzo 2017: «Si tratta di un'importante occasione per presentare e discutere i più recenti risultati delle analisi e misure condotte in Antartide. Il fine è, integrando tali dati con le simulazioni numeriche, comprendere la relazione tra riscaldamento climatico, circolazione oceanica e stabilità della calotta antartica per cercare di capire come il nostro pianeta stia reagendo al cambiamento climatico». Al termine del convegno, sarà preparato un documento a cura degli scienziati con le linee guida destinate ai decisori politici mondiali. Rileva De Santis: «Stiamo assistendo ad un assottigliamento dei ghiacci abbastanza veloce in alcune zone dell'Antartide, non tutte per fortuna, solo quelle dove la calotta appoggia sul fondo del mare, più sensibili al riscaldamento dell'oceano. Però - prosegue la ricercatrice - se tutte queste aree a un certo punto rimanessero scoperte di ghiaccio, anche la parte terrestre più resistente e stabile, potrebbe diventare più vulnerabile perché non avrebbe la protezione della cintura dei ghiacci e, anche questa, sarebbe sottoposta a un processo di assottigliamento». L'Antartide è un luogo privilegiato per studiare i cambiamenti climatici, quest'area svolge un ruolo di primo piano nella regolazione del clima in quanto le masse d'acqua fredda che si formano qui sono i motori principali della circolazione oceanica terrestre. Entrambi i poli, Artico e Antartide, risentono di più del riscaldamento della temperatura e del cambiamento climatico, in altre parole sono più sensibili. Se infatti alle medie latitudini la temperatura aumenta di 1-2°C, alle alte latitudini cresce anche di 4-5°C, ciò è particolarmente drammatico per le aree polari perché qui si trovano i ghiacci. Lo scioglimento dell'enorme volume di ghiacci che si trova nelle aree continentali, soprattutto dell'Antartide, comporterebbe un aumento del livello del mare di diversi metri. «Quindi - commenta la ricercatrice - andare lì, è il modo migliore per poter prevedere i cambiamenti futuri anche grazie ai sedimenti del fondale marino, praticamente degli archivi paleoclimatici, che ci dicono cosa è successo in passato in condizioni climatiche più calde rispetto a quelle attuali». La Nave Ogs Explora ha effettuato l'ultima campagna di ricerca in Antartide da gennaio a marzo 2017 navigando il Mare di Ross, una ampia baia dell'Antartide, riepiloga De Santis: «Posto che serviranno almeno due anni per elaborare i dati scientifici, abbiamo delle scoperte importanti nel cassetto, di sicuro impatto. Proprio per la mancanza di ghiaccio (è stato un anno particolarmente caldo in Antartide anche per un fenomeno ciclico denominato El Niño, ndr) abbiamo navigato in zone del Mare di Ross mai raggiunte da nessuno e abbiamo acquisito dati importanti e unici che ci permetteranno di aggiungere un tassello al grande puzzle della calotta che attualmente è conosciuta solo in piccola parte».

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 9 settembre 2017

 

 

Esperti a confronto per collegare la città al Porto vecchio - Si parte dai 2,8 milioni dell'Ue per la mobilità sostenibile

Dal 13 al 15 settembre se ne parla al Trieste Portis meeting
L'Unione europea ha stanziato 2,8 milioni di euro per ripensare gli spazi portuali e urbani di Trieste in direzione della mobilità sostenibile. Il finanziamento, che si inserisce all'interno del più ampio progetto Civitas Portis, sarà in larga parte investito nella riqualificazione del Porto vecchio. Dati e obiettivi sono stati riferiti ieri durante una conferenza stampa indetta dall'assessore all'Urbanistica e ambiente, Luisa Polli. Gli appuntamenti iniziano già la prossima settimana, con il Trieste Portis meeting: il 15 settembre l'attore Lino Guanciale, "ambasciatore" di Trieste Portis, sarà l'ospite d'eccezione del Porto vecchio. Un nuovo paradigma. Un vero e proprio «cambiamento culturale» è l'obiettivo che Polli si prefigge di realizzare grazie a Civitas Portis. Partner del Comune nel progetto sono l'Autorità portuale dell'Adriatico orientale, l'Area science park, la Trieste Trasporti e l'Università di Trieste. «La nozione di "traffico" è superata - ha detto l'assessore -. Redigeremo un Piano urbano di mobilità sostenibile: concetto in grado di rendere conto non solo delle automobili ma anche dei ciclisti, dei pedoni e delle persone con disabilità». La sfida, ha continuato Polli, sarà «integrare il Porto vecchio nel Piano urbano».Le altre misure annunciate sono: la creazione di una piattaforma informatica dei trasporti per fornire informazioni in tempo reale; la nascita di un ufficio tecnico "multigovernance" per lo sviluppo del Porto vecchio; la promozione della "soft-mobilità"; lo sviluppo di un sistema integrato di gestione dei parcheggi a pagamento; il monitoraggio delle merci e la regolamentazione degli accessi alle aree portuali. Tali misure saranno volte al «miglioramento dell'accessibilità alla zona costiera» e allo «sviluppo del mercato crocieristico con opzioni di mobilità urbana sostenibile per i turisti». Il progetto - Collegare i centri urbani ai loro porti, nel segno della mobilità sostenibile. Ecco in sintesi lo scopo del progetto europeo "Civitas portis", che nei prossimi quattro anni coinvolgerà sei realtà portuali internazionali per un totale di 33 partenariati: Trieste in Italia, Aberdeen in Inghilterra, Costanza in Romania, Klaipeda in Lituania e Anversa (coordinatrice dell'iniziativa) in Belgio fungeranno da "città-laboratorio". A queste si aggiunge Ningbo, porto affacciato sul mar Cinese orientale. Con il sostegno dell'Unione europea, le città coinvolte collaboreranno allo scopo di «implementare misure innovative e sostenibili per migliorare l'accesso a città e porto». L'iniziativa si concluderà nel 2020 e inizierà a concretizzarsi, nel capoluogo giuliano, già a partire dalla prossima settimana. Dal 13 al 15 settembre si svolgerà infatti il Trieste Portis meeting, una tre giorni cui parteciperanno sia esperti europei che normali cittadini e alunni delle scuole. La tre giorni - Le prime due giornate saranno riservate al personale tecnico, mentre venerdì 15 settembre gli appuntamenti per le scuole e per il pubblico concluderanno in bellezza la rassegna. "Data management", "governance" e "decision making" sono alcuni dei temi che saranno trattati al Savoia Excelsior Palace durante le sessioni di lavoro a porte chiuse, stando al programma. L'agenda del giorno 15, ambientata nella Centrale idrodinamica del Porto vecchio, è invece pensata per tutti: alle 9 visita guidata per gli studenti delle scuole medie; alle 15 premiazioni del concorso "Oggi mi muovo così, domani..." cui hanno partecipato i bambini dei ricreatori comunali; alle 16 reading di Nati per leggere, rivolto alle famiglie con bimbi dai 3 ai 6 anni. Alle 17, infine, l'ospite d'onore sarà Lino Guanciale. Il testimonial di Trieste Portis è l'attore protagonista de "La porta rossa", la serie ambientata nel capoluogo giuliano che ha esordito in televisione a febbraio. La mattina due eventi si svolgeranno anche nel palazzo del Comune: political meeting alle 9 e, alle 12, la conferenza stampa

Lilli Goriup

 

 

COMUNE - Doppia mossa a tutela dello stagno di Contovello
TRIESTE - Buone notizie per la comunità di Contovello e per coloro che si impegnano per la tutela e la valorizzazione dei beni ambientali. A seguito di un sopralluogo effettuato dal sindaco, è stato deciso di attivare nuove strategie per salvare l'antico stagno del paese. Attraverso la captazione delle acque piovane e la predisposizione di un attacco alla rete idrica si cercherà finalmente di tutelare un sito unico nel suo genere. Assieme all'area di Percedol e a quella di Trebiciano, il laghetto di Contovello è uno dei più grandi della provincia. Da tempo lo stagno giace in grave degrado, in perenne bisogno d'acqua, perché privato dalle sue vene sotterranee, in qualche modo deviate da alcuni vicini interventi edilizi. A complicare la situazione la perenne maleducazione e ignoranza di ignoti che, di continuo, hanno messo a repentaglio la vita delle creature autoctone di questo delicato ecosistema, immettendovi pesci rossi, tartarughe e vegetali estranei e inadatti. Accanto agli allarmi e le segnalazioni periodicamente lanciati dalla circoscrizione di Altipiano Ovest e dei naturalisti e tutori degli stagni, è recente l'intervento dalla presidente della Comunella di Trebiciano Katja Kralj per la salvezza del laghetto di quella località e di tutti quelli carsici, a forte rischio per le mutate condizioni ambientali e per gli evidenti cambiamenti climatici. Assieme alla presidente del primo parlamentino Maja Tenze, al rappresentante di AcegasApsAmga Federico Trevisan, il sindaco ha effettuato, come detto, un sopralluogo sul posto. «L'obiettivo - ha spiegato il sindaco - è ridare vita e dignità a questo antico stagno, rivitalizzando nel contempo l'intera area. L'intervento prevede la realizzazione di alcune griglie sugli assi principali che portano verso lo stagno, in maniera da captare e canalizzare le acque piovane. Inoltre verrà predisposto un attacco alla rete idrica. Vi potrà accedere solo personale tecnico nei periodi in cui siccità e calore metteranno a dura prova l'esistenza del bacino».

Maurizio Lozei

 

 

CLIMA IMPAZZITO - SI DEVE AGIRE
Cataclismi meteorologici in Florida e nei paradisi caraibici. In Usa nemmeno il tempo di riprendersi dallo sfacelo di Harvey ed è l'ora di correre ai ripari da Irma. Continua l'allerta nella sponda opposta dell'Atlantico, con situazioni apocalittiche. Nell'isola di Barbuda distrutto il 90 per cento degli edifici. Antille devastate. A Miami milioni di persone prese dalla disperazione e dalla paura sono in fuga verso nord. Anche il ciclone Josè al largo delle coste del Venezuela cresce d'intensità raggiungendo categoria 3. È in via di formazione una quarta perturbazione nel mare del Messico, Katia. Pur non essendoci una correlazione diretta tra cambiamento climatico e formazione degli uragani, esiste una incidenza sul potenziamento dell'intensità degli eventi, dovuta all'aumento di temperature e umidità. Se volgiamo il nostro sguardo a Est, purtroppo, il colore dei cieli non cambia. La catastrofe climatica incombe sull'Asia, dove durante l'estate per le piogge monsoniche migliaia di persone hanno perso la vita. Frane, crolli di edifici e ponti, inondazioni tra le peggiori mai viste nel secolo, provocando milioni di sfollati in intere aree. Scorriamo le notizie di questi ultimi mesi. In Cina, 7 luglio: le pesanti piogge che si sono abbattute nella provincia dello Hunan, ininterrottamente dal 22 giugno, hanno causato il peggior disastro naturale della zona negli ultimi 60 anni. Il 56 per cento dell'intera popolazione della contea ha subito danni ingenti. Le perturbazioni colpiscono il Giappone, 10 luglio: il governo di Tokyo ha dispiegato migliaia di uomini per far fronte all'emergenza. Poche ore dopo a molti chilometri di distanza, a New Delhi 11 luglio: un'ondata di maltempo ha colpito l'India nord-orientale causando la morte di almeno 24 persone. Le perturbazioni non risparmiano il Vietnam. Hanoi, 6 agosto: il comitato centrale per i disastri naturali ha reso noto che a causa del maltempo si registrano danni a strade, coltivazioni e impianti di irrigazione. Circa cinquemila persone tra soldati, agenti di polizia e volontari sono impegnati nelle ricerche dei dispersi. Pochi giorni fa, montagne del Nepal, 30 agosto 2017: «Le piogge di quest'anno sono state al di fuori delle nostre aspettative, non ci siamo preparati in modo adeguato. Siamo consapevoli delle sofferenze e del dolore delle persone colpite ma stiamo facendo il possibile per aiutarli» ha dichiarato un portavoce del governo di Katmandu durante la fase di soccorso alla popolazione. E mentre Harvey e poi Irma si infrangevano sulle coste degli Usa e i monsoni sbattevano sull'Asia, anche in Italia ci siamo trovati a fare i conti con un'altra crisi climatica. Colpiti da una siccità senza precedenti. Nell'estate di Lucifero il calo delle precipitazioni è stato imponente: -47,4% rispetto alla media. Raggiungendo punte estreme dell'80%, in meno. Un'aridità che si stima abbia provocato danni per oltre due miliardi di euro. Con molte regioni che hanno chiesto al governo lo stato di calamità naturale. Occorreranno mesi di pioggia per riportare il suolo italiano in condizioni normali e ricostituire le riserve di acqua persa negli ultimi otto mesi. In Medioriente manca acqua nei fiumi. Evapora il Mar Caspio, ad un ritmo tale che la parte settentrionale del più grande lago salato al mondo potrebbe sparire prima della fine del secolo. Mentre, proiezioni dell'Onu lanciano l'allarme per l'innalzamento del livello del mare di un metro nei prossimi decenni. Erosione della costa, desertificazione degli ambienti mediterranei, dissesto idrogeologico in ambienti a clima piovoso, sono tutti effetti del cambiamento climatico globale. È in corso una "tropicalizzazione del clima", e se non verranno prese misure per frenare il surriscaldamento climatico l'effetto sarà devastante, arrivando a interessare due persone su tre solo in Europa. In uno scenario che si prospetta drammatico. Per mettere in sicurezza il pianeta occorrono risorse e cooperazione, rispetto per l'ambiente e ricerca, applicare gli accordi internazionali, come Cop21. Muoviamoci

ALFREDO DE GIROLAMO

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 8 settembre 2017

 

 

Arrivano i pannelli solari sopra l'ex Pescheria - Affidato per 370mila euro l'appalto per l'installazione di una sottile guaina fotovoltaica a impatto zero
Si sblocca finalmente uno degli appalti "impossibili" del Comune di Trieste. L'ex Pescheria, il Salone degli incanti, si appresta ad essere coperta da una guaina fotovoltaica. Un progetto di sostenibilità energetica, finanziato con quasi 500 mila euro di fondi Pisus, che risale a sei anni fa ma che è finito bloccato prima dal famigerato Patto di stabilità e poi dalle modifiche del Codice sugli appalti. Ora, finalmente, si è arrivati all'aggiudicazione dell'appalto per la cifra complessiva di 370mila euro alla C.P. Costruzioni di Trieste che dovrà installare la guaina fotovoltaica sul tetto dell'ex Pescheria in 150 giorni. Il progetto, per capirsi, era stato approvato dalla giunta di Roberto Cosolini a metà novembre del 2011. L'intervento prevede l'installazione di una guaina fotovoltaica scura e non riflettente sulla copertura dell'ex Pescheria. Un'opera a impatto visivo pressoché nullo e dalla resa garantita anche nei giorni di cielo coperto. Il progetto era stato inserito tra le richieste di cofinanziamento in Regione dall'amministrazione cittadina nella cornice dei Pisus (ovvero i Piani integrati di sviluppo urbano sostenibile) attraverso i quali vengono veicolati una serie di fondi comunitari per «incrementare la qualità dell'ambiente urbano». Il progetto risulta finanziato al 77% dalla Regione (il restante 23% spetta al Comune). L'obiettivo è «l'installazione sulla copertura rifinita attualmente con guaina ardesiata» di «un sistema impermeabile fotovoltaico con caratteristiche innovative a film sottile a tripla giunzione». Una tecnologia, questa, grazie alla quale le componenti blu, verde e rossa «dello spettro della luce solare» possono essere assorbite proprio «in modo frazionato dai differenti strati presenti». Così «le celle producono energia anche con irraggiamento solare indiretto, con luce diffusa e con bassi livelli di insolazione». Il sistema insomma funziona «con qualsiasi condizione atmosferica». Ma c'è di più: la guaina - si legge nel prospetto tecnico - è talmente sottile (e pure removibile) da risultare praticamente invisibile. L'opera è stata progettata dall'Ufficio tecnico del servizio Lavori pubblici del Comune e porta la firma dell'architetto Carlo Nicotra. A lavoro terminate il Salone degli incanti diventerà un modello dal punto di vista del consumo energetico a emissione zero di Co2.

(fa.do.)

 

 

I cittadini di Zindis ripuliscono il loro rione - Adulti e bambini insieme hanno "lavorato" tra il parco Robinson e il campo giochi vicino all'istituto Zamola
MUGGIA - Quasi una risposta a tono, come a voler sottolineare che l'inciviltà non l'avrà mai vinta. Nel giorno in cui Muggia si risvegliava con l'ennesimo sfregio al suo patrimonio pubblico - i danneggiamenti compiuti da ignoti agli arredi della Biblioteca comunale - una quarantina di cittadini residenti a Zindis hanno deciso di tirarsi su le maniche e iniziare a ripulire parte del rione. Dal parco Robinson e dal vicino campo giochi a fianco della scuola Zamola è andata in onda martedì scorso una nuova edizione di "Pulizia partecipata", il tradizionale appuntamento che vede coinvolti, in collaborazione con il Servizio Ambiente del Comune di Muggia, la Microarea di Zindis con la Cooperativa sociale La Collina, i volontari del Cai, i bambini del Ricremattina e gli stessi abitanti di Zindis. Il lavoro si è concentrato vicino alla scuola. Muniti di cesoie, rastrelli e sacchi neri i bambini del Ricremattina, con i volontari del Cai-Sag di Muggia, hanno sistemato l'area verde del parco giochi e, dopo aver spazzato e rastrellato il campo, si sono divertiti a riempire di foglie secche i sacchi portati dagli adulti. Il tutto mentre altri volontari del Cai, con gli operai comunali, terminavano la pulitura di vistose scritte che negli ultimi giorni erano comparse a imbrattare alcune porte della scuola. La mattinata di lavoro in compagnia si è conclusa degnamente con un lauto rinfresco nella Microarea di Zindis realizzato dagli abitanti del rione e con la preziosa collaborazione del Gruppo Orto sociale Zindis. «Imbrattamenti, resti di merenda o "semplici" mozziconi nelle caditoie sono gesti ugualmente deplorevoli perché tutti vanno a danneggiare la cosa pubblica», così il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Non esistono gesti incivili più o meno innocui, e chi "degrada" dovrebbe tenere a mente che in realtà "viene degradato" dal suo stesso agire. Prendersi cura insieme di un luogo pubblico è il modo più efficace per riappropriarsene. Bisogna cambiare la prospettiva della percezione del bene comune. Fare parte di una comunità vuol dire in qualche modo impegnarsi un po' per renderla migliore. Lo si può fare in tanti modi e ognuno è libero di scegliere quello più confacente ai propri interessi, al proprio tempo e alle proprie passioni, senza mai dimenticare però che Muggia siamo noi e, in un modo o nell'altro, siamo noi a fare la differenza».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 7 settembre 2017

 

 

Alloggi e posti auto in Borgo Teresiano
Lo spostamento della zona di carico e scarico, la ridefinizione degli attraversamenti pedonali e poi la viabilità del tratto che da via Torrebianca porta verso via Machiavelli. Luisa Polli, assessore comunale all'Urbanistica, nell'illustrare nei dettagli la modifica al piano del traffico contenuta nella delibera di giunta dello scorso giugno a supporto del progetto di pedonalizzazione e pavimentazione di via XXX Ottobre, sottolinea come nell'adottare le modifiche si sia tenuto conto delle esigenze di commercianti, residenti, ciclisti e automobilisti. Il tratto che non verrà completamente pedonalizzato ma che godrà di una soluzione identica a quella proposta in via Trento, con il marciapiedi più ampio, sarà quello tra le vie di Torrebianca e Machiavelli. Una decisione pesa anche a fronte di un nuovo progetto immobiliare che a breve vedrà partire un nuovo cantiere in via Machiavelli dove, al civico 19, la Borgo Teresiano srl realizzerà 15 unità abitative e 20 posti macchina. «L'operazione di pavimentazione di via XXX Ottobre - ha spiegato Polli - toglie rispetto alla situazione attuale al massimo sette posti macchina, ovvero quelli nel tratto tra via di Torrebianca e via Machiavelli sul lato opposto agli uffici di Equitalia». I parcheggi sul lato dell'agenzia di riscossione resteranno. «Il resto della via era già in zona Ztl o pedonale - aggiunge - la soluzione adottata consentirà ad un maggior numero di pubblici esercizi di disporre di un dehors». All'incrocio con le vie Milano e Valdirivo verranno sistemati dei semafori e le strisce pedonali ridisegnate nella parte centrale dell'attraversamento, così come è stato fatto in via San Nicolò, anche per rendere più fluido l'attraversamento dei ciclisti. Nei mesi scorsi l'amministrazione comunale ha incontrato tutti gli esercenti di via XXX Ottobre che da anni si battevano per la completa pedonalizzazione e la pavimentazione di quella strada. «In questi giorni stanno ricevendo le lettere da parte del Comune che indica loro nel dettaglio quando devono ritirare i loro dehors, - spiega Elisa Lodi, assessore comunale ai Lavori Pubblici - tavolini, sedie ed espositori dovranno essere rimossi man mano che il cantiere proseguirà lungo la via». Il cantiere da 800 mila euro partirà il prossimo 11 settembre. Cinque i lotti nei quali è stato suddiviso l'intervento. Il primo riguarderà il tratto che dal via del Lavatoio si estende fino a via Milano. Il secondo partirà dopo il 9 ottobre, dopo la Barcolana, e riguarderà la parte che da via Milano arriva fino in via Valdirivo. «Con l'inizio del secondo lotto - precisa Polli - avverrà anche l'istituzione della nuova area di carico e scarico, concordata con i commercianti, e che sarà in via Mercadante».La terza fase dei lavori partirà a novembre e si concluderà agli inizi di febbraio e coinvolgerà la parte che da via Valdirivo arriva in via Torrebianca. Da gennaio a metà marzo sarà la volta del tratto finale della via che da via Machiavelli arriva in piazza Sant'Antonio. L'ultima fase dei lavori inizierà a marzo e si concluderà tra maggio e giugno 2018 e interesserà il tratto che da via Torrebianca raggiunge via Machiavelli.

Laura Tonero

 

 

C'è il "porta a porta" - Tassa sui rifiuti più salata a Muggia - Rincari sulla Tari fino al 30% in vista dell'avvio del servizio

Il Comune: «Bisogna coprire i costi per i nuovi contenitori»
MUGGIA - Aumenti sulla bolletta dei rifiuti. Questa la spiacevole sorpresa che nelle ultime settimane sta coinvolgendo i cittadini residenti a Muggia. L'incremento della Tari, ovviamente, non è passato inosservato. Anche perché i rincari hanno sfiorato in alcuni case anche il 30%. L'avvio della raccolta "porta a porta", inizialmente preannunciato entro l'inizio di autunno, è stato posticipato ai primi mesi del 2018, come ha spiegato di recente l'assessore all'Ambiente Laura Litteri.Il nuovo servizio, affidato alla partecipata Net, prevede dei corsi di formazione ad hoc nelle scuole muggesane che dovrebbero partire proprio con l'inizio del nuovo anno scolastico. Ai cittadini, invece, verrà consegnato del materiale informativo sulla nuova modalità di raccolta, ma soprattutto, a fine anno, verranno forniti alle famiglie, ai condomini e alle attività commerciali i nuovi bidoncini per differenziare l'immondizia e applicare concretamente la raccolta "porta a porta". E proprio i costi per l'acquisto di questi raccoglitori si sono ripercossi sulla bolletta come racconta l'assessore al Bilancio e ai Tributi di Muggia Mirna Viola: «Il prevedere l'ammortamento già da questo anno, al di là dei tempi di distribuzione dei raccoglitori, è servito a contenere l'aumento di imposta per gli anni successivi. Ovvio che distribuendo in un numero d'anni maggiore la spesa, l'incidenza dell'aumento annuo nelle tasche dei cittadini è minore». Per legge la Tari deve coprire per intero i costi del servizio di gestione dei rifiuti. «Un servizio che quest'anno prevede la raccolta dei rifiuti anche nel nuovo tratto di costa messo a disposizione alla collettività e l'intensificazione della raccolta in alcune località del territorio», puntualizza Viola. Un'estensione quantitativa di raccolta, quindi, che, di contro, «deve rispondere ad una riduzione del numero di coloro sui quali incide la distribuzione dei costi». Gli uffici comunali, in collaborazione con Insiel, hanno fatto poi delle nuove verifiche per avere esattamente la stima dei nuclei familiari presenti a Muggia nell'anno in corso: «È stata registrata una diminuzione rispetto alle statistiche precedenti. È sceso, cioè, il numero degli utenti sui quali, per legge, vanno distribuiti i costi del servizio. Anche questo dato - puntualizza Viola - ha ovviamente inciso sulla distribuzione dei costi per utenza domestica e non». L'altro elemento da tenere in considerazione, poi, è il rapporto quota fissa/variabile. Come evidenziato dai calcoli che si possono verificare nel Regolamento per l'applicazione dell'imposta unica comunale Iuc, pubblicato sul sito del Comune, la Tari è composta da una quota fissa (che si riferisce alla superficie) e da una variabile (che fa riferimento al numero di persone).«Il quadro economico del costo dei servizi, in base alle nuove modalità di raccolta e smaltimento, costituito secondo le norme di legge, viene a gravare maggiormente sulle voci che incidono sulla quota fissa che attiene all'ampiezza dei locali», spiega l'assessore. Non solo. «Il costo del servizio è suddiviso per il 62% sulle utenze domestiche e per il 38% su quelle non domestiche. Dai dati in possesso dell'Ufficio Tributi - conclude Viola - la Tari è rimasta comunque pari a quella del 2014 e diminuirà negli anni, man mano che si arriverà alla soglia di differenziata prevista dall'Ue».

Riccardo Tosques

 

 

Dai boschi di Piscianzi a Roiano - Il tour notturno del baby cinghiale
È sceso giù dai boschi di Piscianzi per una capatina in centro, magari alla ricerca di cibo o semplicemente per curiosità, vista la sua giovane età. L'incursione notturna di un cinghiale solitario nel rione di Roiano, a pochissime centinaia di metri in linea d'aria dalla stazione centrale dei treni, complice la tecnologia di oggi, non è riuscita proprio a passare inosservata. Il video, che in poche ore ha fatto il giro del web, immortala l'animale vicino alla chiesa dei Santi Ermacora e Fortunato Martiri, raggiunta probabilmente da via Sara Davis o da via dei Moreri. Dopo un rapido giretto attorno alla piazza il cinghiale ha poi svoltato a destra verso via Barbariga percorrendola tutta, prima sul marciapiede e poi lungo il centro della carreggiata. Una volta giunto all'incrocio con via Udine il video si è interrotto bruscamente, lasciando spazio all'immaginazione su quale possa essere stato il proseguimento della movimentata serata del robusto mammifero. Dalle immagini filmate si evince che l'esemplare protagonista della passeggiata cittadina è un maschio dell'età di poco inferiore all'anno, del peso di circa 40 chili, quasi sicuramente un giovane in dispersione, ossia in fase di allontanamento dalla famiglia. Vista la discreta confidenza con il tessuto urbano e la relativa tranquillità con cui si comportava nonostante la presenza delle persone durante la realizzazione del filmato, il giovane suino selvatico potrebbe essere un esemplare già «pasturato», ossia abituato ad essere nutrito appositamente dall'uomo. «Ho visto il video, e c'è poco da stupirsi: i cinghiali oramai sono più presenti in periferia che in Carso. Il prossimo step, molto probabilmente, sarà il centro cittadino», racconta Nicola Bressi, esperto naturalista triestino del Museo Civico di Storia di Naturale. La presenza di questi mammiferi è oramai capillare su tutto l'arco suburbano che va da Barcola a Longera. Tanti e in crescita, oramai, i casi eclatanti che hanno fatto "letteratura" a Trieste. Nel novembre del 2008 un cinghialotto di circa un anno si calò dal bosco del Farneto piombando in centro città e giungendo piazza Volontari Giuliani dopo aver percorso un tratto del viale XX Settembre. Solo dopo un inseguimento lungo e complesso, vista la sua agilità, una squadra di vigili del fuoco riuscì a immobilizzare il cucciolo. Nell'ottobre del 2015 un cinghiale scappò da un allevamento girovagando per il rione di Borgo San Sergio. Nella sua fuga "visitò" l'edicola di via Curiel, davanti al capolinea della 21, e fece poi razzia all'osteria "La Scaletta", dove venne poi sedato dalla Polizia ambientale dell'allora Provincia. Più recentemente un cinghiale di 60 chilogrammi, invece, venne ritrovato morto nelle acque davanti a bagno ferroviario. Quest'anno poi diversi maiali selvatici sono stati immortalati in strada del Friuli, sino al Faro della Vittoria, e in via Cumano, nella zona di Montebello. Una presenza sempre più massiccia che ha costretto a turni di superlavoro gli uomini del Corpo forestale. In sei mesi nelle zone urbane e suburbane (non in Carso, dunque) gli interventi effettuati sono stati circa una settantina. Interventi finalizzati peraltro non a contenere la specie, ma a garantire il ripristino della pubblica sicurezza. Le aree più gettonate dagli ungulati? Longera, Piscianzi, Melara, la zona dell'Università centrale e Cologna. Proprio qui, di recente, vennero sorpresi sei esemplari, tutti vispi e in piena salute, che passeggiavano allegramente nel giardino dell'istituto comprensivo Commerciale, a pochi passi quindi dalle porte delle aule dei piccoli alunni. Insomma, il tour a Roiano del cinghialotto star del we è solo l'ultima "prodezza" di una specie ormai sempre più abituata, anche a causa dei comportamenti umani, a lasciare i boschi dell'altipiano e a camminare sui marciapiedi dei rioni periferici, in cerca del cibo che molti umani lasciano a loro disposizione in maniera sconsiderata.

Riccardo Tosques

 

Quegli incroci con i maiali selvatici - Le scelte fatte per evitare l'estinzione hanno prodotto una specie molto resistente
«Verso la fine dell'Ottocento i cinghiali erano quasi estinti nelle nostre zone. Esistevano solo delle colonie nella parte orientale della Slovenia, in Toscana e in Sardegna. Per reintrodurre questa specie sono stati fatti diversi incroci con cinghiali provenienti da ceppi diversi, fattore che ha reso quella triestina una specie molto, molto resistente». Il naturalista Nicola Bressi non ha dubbi. Studi scientifici parlano di un vero e proprio dna modificato nei cinghiali triestini in seguito all'incrocio con i maiali selvatici provenienti dall'allora Jugoslavia centrale, già di per se stessi mescolati con cinghiali dell'Europa centro-orientale (Germania e Cecoslovacchia i paesi più gettonati). E poi c'è la storia più recente, quella degli anni Novanta, in cui vagonate di cinghiali arrivarono sull'altipiano carsico dal Centro Italia. I suini vennero rinchiusi inizialmente in un'area agricola adiacente alla cava Faccanoni, gestita prima dalla Sicat e poi dalla Fintour. L'uomo di riferimento era sempre uno però, Quirino Cardarelli, ex ufficiale dei corazzieri divenuto successivamente manager. La leggenda narra addirittura che quegli animali vennero regalati al Cardarelli niente meno che da un ex presidente della Repubblica: Giuseppe Saragat. In seguito ad un misterioso "incidente" (non si sa se voluto o meno), una trentina di cinghiali riuscì a scappare insediandosi liberamente nel Carso. «Quegli animali erano stati peraltro ibridati con i normali maiali: non a caso, normalmente, sono dicembre e gennaio i momenti migliori per gli accoppiamenti, mentre i nostri cinghiali sono praticamente sempre attivi, proprio per l'incrocio fatto con i maiali», aggiunge Bressi. Ma i cinghiali hanno vita facile nelle nostre zone anche per altri motivi. In primis questi mammiferi non hanno quasi più degli antagonisti naturali. Lupi e linci sono specie rare se non rarissime nelle nostre zone. Di fatto l'unico predatore del cinghiale è proprio l'essere umano. E nonostante vi siano sanzioni che vanno dai 516 ai 2mila 65 euro con possibile arresto dai 2 ai 6 mesi per chi viene trovato a dar da mangiare a questi mammiferi, nelle nostre zone, grazie all'uomo, questi animali trovano agevolmente da mangiare. «Alcuni esemplari si recano con più o meno facilità nei campi e negli orti non protetti, altri invece vengono addirittura sfamati direttamente da persone che non hanno capito che questo comportamento è da evitare assolutamente», puntualizza Bressi. L'ultima considerazione del naturalista riguarda il ruolo dei contadini: «Una volta c'era molta più fame di oggi. Chi abitava in Carso, se vedeva un cinghiale, non esitava a sparare per avere della carne da mettere sotto i denti. Ora le usanze sono cambiate». Loro, gli ungulati, ringraziano.

(r.t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 6 settembre 2017

 

 

Settimana europea della mobilità orfana del Comune - Il municipio non conferma il sostegno. Ciclisti rammaricati - Polli: «Appoggiamo il contemporaneo progetto Portis»
Le associazioni del settore stanno comunque organizzando degli eventi: sabato apre il Rampigada Santa Village all’Obelisco

Il Comune di Trieste non aderirà alla Settimana europea della Mobilità sostenibile, in programma dal 16 settembre, con rammarico degli appassionati delle due ruote in città, pronti comunque a dar vita a diverse iniziative. Di risposta l’assessore comunale all’Ambiente Luisa Polli spiega che l’amministrazione ha scelto di valorizzare un altro evento, sempre a carattere europeo, che sarà presentato in una conferenza stampa venerdì. A Trieste la Settimana europea della Mobilità sostenibile si aprirà comunque sabato 16 settembre all’Obelisco, dalle 12, con il Rampigada Santa Village, stand dedicati appunto alla mobilità sostenibile con letture, presentazioni e musica, e domenica 17 settembre con la vera e propria Rampigada Santa, corsa o salita in bici su Scala Santa. Una festa per promuovere l’uso della bici in modo divertente, cui parteciperà il campione Simone Temperato, che completerà la salita su una ruota sola. «Al di là dell’ovvio rammarico per la non partecipazione del Comune alla Settimana europea della Mobilità – commenta Diego Manna, tra i promotori della Rampigada Santa e da sempre sostenitore dell’utilizzo delle bici in città – penso che arrivare a una mobilità sostenibile – precisa – rappresenta il futuro ed è un obiettivo condiviso da tutte le forze politiche, tanto che nel suo programma l’attuale sindaco Roberto Dipiazza ha dichiarato di voler arrivare nel medio termine a una bici ogni nove auto sulle strade di Trieste. La Settimana europea della Mobilità serve a ricordarci questo, e il suo messaggio è rivolto a tutti i cittadini d’Europa, prima che alle amministrazioni». Ma com’era organizzata a Trieste nelle annate precedenti la Settimana europea? «Il Comune promuoveva una riunione tra tutte le realtà che mettevano in campo iniziative a due ruote – ricorda Manna – per una sorta di coordinamento, mirato proprio a creare una serie di appuntamenti per i cittadini. Questa volta non c’è stato, anche se la rampigada può contare sul patrocinio dell’attuale amministrazione, ma nulla più. Dal Comune è evidente un disinteresse nei confronti delle bici, questa mancata partecipazione lo dimostra nuovamente, oltre a decisioni che negli ultimi tempi mostrano una certa avversità nei confronti dei ciclisti». Niente calendario con appuntamenti in bicicletta sostenuto dal Comune quindi, che spiega di aver scelto di promuovere un altro evento. «Si tratta del progetto Portis – annuncia Polli – in programma proprio quella settimana, a cui va dato spazio perché non avrà cadenza annuale, sarà un appuntamento speciale del 2017. Lo spiegheremo venerdì in una conferenza stampa. Aderire a entrambe le iniziative era impossibile, ma siamo aperti al dialogo con tutte le associazioni e le realtà che comunque si attiveranno sul fronte delle biciclette. Siamo d’accordo su tutti i principi da loro veicolati e ci piace anche la Rampigada Santa come evento e il grande movimento che crea. Ma per quest’anno – ribadisce – la nostra adesione ufficiale non può andare alla Settimana europea della Mobilità sostenibile». Manna, infine, approfitta per lanciare comunque un messaggio a tutti i cittadini: «Mi piacerebbe che i triestini rispondessero all’appello di questa settimana provando per sette giorni a usare meno l’auto e a spostarsi di più a piedi, in bici o col bus».

Micol Brusaferro

 

Il divieto alle bici va in Consiglio - Il leghista Lippolis non ritira la mozione in commissione. Forza Italia contraria
La mozione sui velocipedi del leghista Antonio Lippolis resta in pista e finirà per fare un giro in Consiglio comunale. Due ore e un quarto di discussione in VI Commissione non sono bastati a disinnescare il possibile divieto alle biciclette di transitare (se non a mano) nelle zone pedonali. «Solo fumo. Due ore e un quarto di fumo e fumo per una questione per la quale basta un po' di buon senso», spiega Salvatore Porro, presidente della Commissione con un passato da ciclista nelle file dell'associazione "Pedale triestino". Ovvero sarebbe sufficiente rispettare il Codice della strada che invita i ciclisti a scendere dal velocipede quando le zone pedonali sono troppo affollate. «Che nessuno si illuda che io ritiri la mozione - ribadisce Lippolis -. In Commissione si è svolta una lunga discussione sulla mia mozione sulle biciclette. Ho ribadito che il problema dei ciclisti maleducati e strafottenti esiste e che dovremo risolverlo. Il vicesindaco Roberti e l'assessore Polli ci stanno lavorando sopra e anche alcuni consiglieri si sono detti pronti, con le proposte alternative, a fare in modo che si vada nella direzione da me auspicata». L'opposizione, con il Pd in prima fila, ha già presentato una "contro mozione". La maggioranza però è tutt'altro che compatta sull'iniziativa leghista. Mentre la Lega frena, Forza Italia pedala. Gli azzurri Piero Camber (capogruppo), Michele Babuber e Alberto Polacco hanno ribadito ieri «la contrarietà alla proibizione» ricordando di avere presentato una mozione per «dotare la Polizia locale di migliori e più moderni mezzi e strumenti per il presidio del territorio, tra cui i monopattini elettrici del tipo di quelli che vengono noleggiati anche ai turisti». E quindi? «Prima di adottare ulteriori divieti risulterebbe quindi auspicabile l'implementazione delle reti ciclabili e il proficuo impiego degli agenti in bicicletta. Richiedere educazione è molto più da amministratori pubblici che il semplice proibire». I tre consiglieri azzurri inoltre avevano recentemente portato all'attenzione dell'amministrazione la proposta (condivisa anche con la Fiab) approvata all'unanimità in Consiglio comunale, per la realizzazione di una nuova pista ciclabile in Porto vecchio, nel tratto tra la sede della Svbg e il centro cittadino.

(fa.do.)

 

 

La Federcaccia "spara" sulla riforma Panontin - Previsti più poteri al Comitato faunistico rappresentato anche dagli ambientalisti
Le doppiette però non ci stanno. Intanto Confagricoltura dà l'ok ma la Lav tuona
TRIESTE - La proposta dell'assessore regionale alla Caccia, Paolo Panontin, per una nuova governance dell'attività venatoria, divide due dei principali portatori di interesse, Federcaccia e Confagricoltura, e scatena le ire della Lav Fvg. La Federcaccia regionale assume una posizione contraria, mentre la Confagricoltura del Friuli Venezia Giulia, anche a nome della altre associazioni agricole, si dice favorevole alle modifiche ipotizzate da Panontin. La proposta è stata avanzata dall'assessore in un convegno a Pozzuolo del Friuli, organizzato proprio dalla Federcaccia con la partecipazione di tutti le principali categorie coinvolte, al quale ha preso parte anche la presidente della Regione Debora Serracchiani. La questione prende le mosse da una sentenza con cui la Corte costituzionale ha cassato, nel 2009, parte dell'articolo 19 della legge regionale sulla caccia varata nel 2008, articolo che ometteva negli organi dell'Associazione unica dei cacciatori la presenza dei rappresentanti degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali. «Da allora - rileva Paolo Viezzi, presidente regionale della Federcaccia - tutto è rimasto fermo in Regione». Oltre a dare risposta della sentenza della Corte costituzionale, la proposta dell'assessore prevede di «ampliare le funzioni del Comitato faunistico regionale, nel quale sono rappresentati tutti i portatori di interesse, in modo che possa svolgere un effettivo ruolo di governance». Secondo Panontin il Comitato faunistico, presieduto dallo stesso assessore regionale alla Caccia, sarebbe costituito da 16 componenti (rispetto ai 15 attuali): cinque i rappresentanti delle associazioni venatorie riconosciute; cinque quelli delle organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative; tre i rappresentanti delle associazioni di protezione ambientale, e tre quelli degli enti locali. Viezzi sostiene che la soluzione proposta da Panontin «non è percorribile», sia per motivi giuridici sia di merito. «Sul piano giuridico - spiega il presidente - il Comitato faunistico è un organo consultivo e di natura pubblicistica, che opera con provvedimenti amministrativi, mentre l'Associazione unica dei cacciatori è un organismo privato che coordina altri organismi privati, che sono le riserve». Quanto al merito, sempre secondi Viezzi, «il criterio per individuare i componenti del mondo venatorio sono diversi da quelli per scegliere i rappresentanti degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali. Una differenza - rincara - che mostra la volontà dell'assessore di controllare le nomine che potrebbe fare il mondo venatorio. E questo è inaccettabile». Viezzi ricorda comunque che Panontin «si è detto disponibile a rivedere la proposta e a discuterne le modifiche», e ribadisce che Federcaccia è decisa a modificare le cose: «Partiamo da qui - afferma - per non restare qui».La proposta dell'assessore incontra invece il favore della Confagricoltura regionale, il cui presidente Giorgio Colutta, al convegno ha preso la parola a nome anche di tutte le altre associazioni agricole.«Siamo favorevoli - spiega Colutta - per due motivi. Innanzitutto Panontin ha proposto di attribuire al Comitato faunistico nuove funzioni operative in termini di gestione dell'attività venatoria. Il Comitato diverrebbe così il braccio operativo della Regione». Il secondo ordine di motivi sta nella riduzione del numero dei distretti venatori, che passerebbero da 15 a 4, e all'ingresso di ciascun distretto delle rappresentanze degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali, «distretti che ora vedono presenti solo i rappresentanti dei cacciatori». Una dura presa di posizione arriva infine dalla Lega antivivisezionista. «Nel Comitato faunistico si creerebbe un evidente e antidemocratico sbilanciamento in favore dei cacciatori - dichiara Guido Iemmi, responsabile istituzionale Lav Fvg -. Oltre ad essere fortemente sbilanciato in favore dei cacciatori, il Comitato faunistico appare anche gravemente antidemocratico. A livello regionale, infatti, i cacciatori rappresentano un'esigua minoranza, attorno all'1%, rispetto ai contrari alla caccia, che da sempre sono l'80% dei cittadini. La Regione - aggiunge - si appresta a violare ancora una volta le norme nazionali in materia di tutela della fauna selvatica».

Giuseppe Palladini

 

 

In secca le sorgenti del fiume Po - Niente acqua dal Monviso per il caldo: «È la seconda volta in 50 anni»
CUNEO - Neppure una goccia d'acqua alle sorgenti del Po, ai piedi del Monviso. Al Pian del Re, a 2.020 metri di altitudine, dove nasce il fiume più lungo d'Italia, tra le rocce sotto la targa "Qui nasce il Po" la vena si è completamente esaurita. Solo pietre asciutte. Non è la prima volta che succede, e poco più a valle il fiume si rianima, grazie ad altre fonti, ma è comunque un evento rarissimo. Sul "Re di pietra", come viene chiamato il Monviso, da anni non ci sono più ghiacciai e due mesi senza piogge hanno estinto anche i nevai lasciati da una primavera generosa. Aldo Perotti, gestore del rifugio "Albergo Pian del Re", conosce questi luoghi meglio di chiunque altro. La sua famiglia gestisce la locanda da oltre un secolo. «Nel corso della mia vita - racconta - avrò visto la sorgente del Po all'asciutto due o tre volte. Nell'ultimo mezzo secolo forse questa è la seconda volta che accade. Sopra il Pian del Re non c'è più un briciolo di neve, ed evidentemente le falde si sono abbassate». Per trovare l'acqua basta percorrere scendere qualche centinaio di metri. I piccoli rivoli che scendono dai laghi Fiorenza e Superiore alimentano il letto del Po e già pochi chilometri a valle, a Pian della Regina, è un torrente rigoglioso. «Decine di anni fa - racconta ancora Perotti - mio nonno provò a versare alcune sostanze coloranti nei laghi che si trovano a monte del Pian del Re, per capire da dove provenisse l'acqua della sorgente del Po. E scoprì che non arriva dai laghi, ma da una falda sotterranea alimentata in profondità, chissà dove sotto il Monviso. È acqua pura, cristallina, che sgorga in questo punto probabilmente da migliaia di anni». Quest'anno il caldo anomalo di maggio e giugno ha sciolto rapidamente gli accumuli di neve. L'estate ha fatto il resto. Praticamente - continua Perotti - non piove da due mesi. Lo zero termico è oltre i 4.000 metri. Le riserve di acqua e i ghiacci sotto le morene si sono sciolti e abbassati». Più a valle l'acqua c'è, perché il fiume è fatto di falde sotterranee che trasportano in pianura grandi quantità d'acqua, alimentando le risorgive, ma simbolicamente quella sorgente senza nemmeno una goccia d'acqua rappresenta il simbolo di un'estate senza pioggia che verrà ricordata a lungo, anche qui dove l'acqua non è mai mancata. In questo angolo di provincia di Cuneo, nel pianoro a quota 2.020 dove si narra sia transitato anche Annibale con il suo esercito di 30mila uomini e 40 elefanti, probabilmente è stata scritta un'altra pagina della storia sui cambiamenti climatici.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 5 settembre 2017

 

 

Tensione sindacati-Arvedi in attesa del tavolo a Roma - L'azienda apre sulla sicurezza ma di piano industriale si parla solo al ministero il 28
Confermato il pacchetto di scioperi in mano alle Rsu dopo l'incontro di ieri a Servola
Resta sul tavolo il pacchetto di 16 ore di sciopero ancora in mano ai sindacati per la Ferriera di Servola, dopo che ieri pomeriggio si è tenuto un incontro con l'azienda che le sigle concordano nel definire «meramente interlocutorio». Il faccia a faccia è avvenuto dopo che, venerdì scorso, i lavoratori dell'impianto avevano incrociato le braccia, consumando le prime otto ore del pacchetto di scioperi. I sindacalisti rilevano che ieri, al netto di un'apertura sul tema sicurezza, Siderurgica triestina ha rimandato la discussione sul piano industriale al 28 settembre (data dell'incontro al Ministero dello Sviluppo economico) e ha chiuso sul tema dei premi. Spiega Franco Palman della Uilm: «Le ore di sciopero proclamate dalle Rsu restano attive per diversi motivi. L'azienda si è detta disponibile a ragionare di sicurezza, ma quali siano le misure concrete che intendono adottare, e quale sia la velocità con cui dovrebbero tradursi in pratica, sono cose tutte da verificare».Per il sindacalista, però, il punto dolente è il futuro dell'area a caldo: «È una situazione imbarazzante. Durante il nostro ultimo incontro, quest'estate, avevano annunciato degli investimenti che ai nostri occhi sono di manutenzione ordinaria. Manca ancora uno sguardo più ampio sul futuro, sul piano industriale. Loro sono disposti a discuterne solo il 28 settembre a Roma, ma a nostro avviso è una risposta insufficiente». Infine, conclude l'esponente della Uilm, «anche l'aspetto dei premi deve essere sottoposto a un controllo più profondo». Interviene quindi Umberto Salvaneschi della Fim Cisl: «Questa riunione era assolutamente interlocutoria, non ha sciolto i problemi ma ha delineato un programma di ulteriori incontri per affrontarli. Questo però non ci permette di ritirare il pacchetto di ore di sciopero». Prosegue Salvaneschi: «Per Siderurgica triestina la sede opportuna per discutere di piano industriale è il ministero. Se è così noi ci presenteremo a quel tavolo chiedendo che vi partecipi il massimo rappresentante dell'azienda, e che illustri quali sono le prospettive dello stabilimento». Il sindacalista Fim Cisl chiede anche un maggiore crisma di ufficialità sul piano di investimenti annunciato nei mesi scorsi: «Chiediamo che venga ufficializzato con carta intestata, perché a noi l'hanno presentato in carta semplice. Riteniamo invece bisogni dare ufficialità alla cosa».Marco Relli per la Fiom Cgil pone l'accento sulla concordia dei sindacati: «Siamo unanimi sull'esito di questo incontro», dice. Gli unici potenziali risultati, secondo l'esponente Fiom, sono quelli ottenuti in ambito sicurezza: «Hanno accettato di aprire un tavolo che discuta tutte le necessità della Ferriera nel dettaglio. E hanno accettato anche la richiesta di individuare un Rls di sito». Ovvero un responsabile dei lavoratori per la sicurezza che abbia la facoltà di intervenire non soltanto sui dipendenti diretti di Siderurgica triestina, ma anche su chi lavora nelle ditte in appalto. L'obiettivo, precisa Relli, «è scongiurare situazioni come quella tragicamente conclusasi alla Wartsila qualche mese fa». Relli commenta anche la posizione dell'azienda sul tema dei premi: «Loro ribadiscono che la linea resta la stessa, rivendicando il premio di risultato. A nostro giudizio questo sistema divide le squadre, la cui unità è fondamentale in siderurgia». Anche la Fiom, infine, torna sul tema del piano industriale: «Di fronte all'ennesima domanda sul piano da parte dei sindacati, hanno demandato ancora una volta la questione a Roma. Si limitano a ribadire l'annuncio dei quattro milioni da investire in due anni - prosegue Relli - ma per noi sono insufficienti per garantire il futuro dell'area a caldo. Ci sembra un argomento che può essere discusso anche a livello locale, senza dover per forza trattarlo solo a Roma. Anche perché il contesto attuale di Trieste, penso allo sviluppo portuale, è essenziale per il destino dello stabilimento». Siderurgica triestina, contattata nel pomeriggio, non ha voluto commentare per il momento gli esiti dell'incontro di ieri con i sindacati.

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 4 settembre 2017

 

 

«Rotonda sull'Ospo, Parenzana poco sicura» - Crescono le lamentele di autisti e ciclisti sulla pericolosità del punto interessato dai lavori per la rotatoria
MUGGIA - Il tratto della Parenzana in prossimità delle foci del rio Ospo è pericoloso. Le lamentele stanno giungendo sempre più numerose all'amministrazione comunale, in particolar modo a causa del maxicantiere che sta interessando la zona. Sotto il controllo della Regione, infatti, stanno proseguendo i lavori per la rotatoria nel tratto conclusivo dell'Ospo. La tabella di marcia sembra non aver ricevuto intoppi come conferma l'assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani: «Siamo sempre in contatto con i tecnici regionali e le ultime notizie confermano che la rotatoria dovrebbe essere conclusa entro il 2017, con qualche intervento extra che potrebbe slittare ai primissimi mesi del 2018». In attesa che il manufatto venga concluso, la viabilità sull'arteria rimane decisamente critica. Non solo per gli automobilisti costretti a porre molta attenzione lungo il percorso, compreso l'incrocio con strada per Farnei, ma in particolar modo per i ciclisti. Nell'area, infatti, sorge l'imbocco d'accesso alla Parenzana, diventata decisamente meno sicura rispetto a prima. «Siamo consapevoli della questione e confermo che la problematica esiste - spiega Bussani - motivo per cui già a marzo ci siamo incontrati con l'assessore alle Infrastrutture della Regione Mariagrazia Santoro evidenziandole le criticità giunteci sia dai nostri concittadini che quelle fatteci pervenire dai cicloturisti». Da qui sono partite alcune richieste per poter superare il problema con la realizzazione di qualche opera. La prima proposta è stata quella di creare una passerella ad hoc da collegare al ponte sull'Ospo per determinare in tale modo un passaggio sicuro per i ciclisti. L'idea, però, non è andata a buon fine: «Purtroppo, per problemi di sicurezza legati all'accertamento della verifica statica della tenuta del ponte stesso, la proposta, a mio modo di vedere e a quello di tanti altri valida, è stata cassata». Bussani allora ha rispolverato il progetto provinciale del secondo lotto che avrebbe come obbiettivo principale quello di allargare il ponte: «Rifacendo il ponte si potrebbe creare un percorso sicuro per i ciclisti collegando il loro percorso alla Parenzana». Almeno per ora questo progetto, però, rimarrà nel cassetto: la cifra prevista di due milioni, a cui si potrebbero aggiungere ulteriori oneri per la bonifica della zona, è stata giudicata attualmente non affrontabile. La terza e ultima proposta riguarda la realizzazione di una passerella parallela ma distaccata dal ponte attuale, dedicata al passaggio delle biciclette. Anche in questo caso l'idea pare rimarrà tale essendoci costi importanti in ballo. Bussani, comunque, non demorde: «I progetti ci sono e anche la volontà. Ora cercheremo di capire se magari attraverso l'Uti e la sinergia con i comuni di Trieste e San Dorligo vi sia la possibilità di creare un collegamento alternativo bypassando quindi la problematica». In attesa di capire la soluzione l'auspicio è che i lavori per la rotatoria possano effettivamente terminare entro l'anno.

(ri. to.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 3 settembre 2017

 

 

I fondali non tengono l'acqua - «I laghetti carsici muoiono» - I terreni poco compatti e la carenza di piogge stanno facendo scomparire gli stagni
Il più a rischio ora è quello di Trebiciano: l'appello della Comunella alle istituzioni
TRIESTE - È un disperato Sos quello che arriva dalla comunità di Trebiciano: «Dateci una mano, date una mano a tutte quelle realtà locali che gestiscono e cercano di salvare quei preziosi laghetti e stagni carsici che stanno dissecando». L'appello è di Katja Kralj, presidente della locale Comunella, ed è rivolto agli enti e alle amministrazioni locali e regionale. C'è di mezzo, infatti, la conservazione degli antichi e rari specchi d'acqua presenti sul Carso, nel caso specifico quello di Trebiciano, che, assieme a tanti altri, rischia appunto di scomparire sia per l'andamento climatico, rotto estemporaneamente dalle piogge di questo week-end, che soprattutto per una serie di problemi tecnici. Di fronte ad altri problemi di forte attualità che interessano la società, la preoccupazione per la salvezza di questi stagni sembrerebbe eccessiva. Ma è necessario rendersi conto di come queste rare conche, quasi tutte realizzate artificialmente per trattenere la preziosa acqua altrimenti inghiottita dalla fessurata superficie carsica, siano testimonianza di quella lotta per la sopravvivenza che nei secoli i residenti hanno ingaggiato con un territorio difficile eppure tanto amato. È di questi ultimi anni la messa a punto di un progetto finanziato con fondi comunitari per il mantenimento, a cavallo dei confini, di un "Museo dell'Acqua diffuso" che rientra nel programma di cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia. Il progetto, che ha coinvolto amministrazioni e istituzioni secondo strategie condivise e risulta finanziato per oltre tre milioni, ha avuto come obiettivo la valorizzazione del ciclo dell'acqua e il territorio carsico nelle aree a Est dell'Altipiano e ha previsto il recupero di storici manufatti come l'antica cisterna "Ciganka" di Gropada, la valorizzazione di aree e percorsi e la posa in opera di opportuna segnaletica. «Definire terribile questa stagione estiva è poco - afferma la presidente - ma il nostro vecchio kal (che sta per stagno in lingua slovena, ndr) sta morendo non solo per la tremenda siccità ma anche perché il fondo non riesce a trattenere l'acqua». La questione è nota e interessa con modalità diverse tutti i vecchi stagni carsici. Di fronte alla quasi totale permeabilità del Carso, alcune conche deputate a raccogliere l'acqua piovana riuscivano a mantenere il proprio livello grazie di un fondo reso compatto dall'argilla. Ed erano gli stessi animali con i propri zoccoli a compattare quasi quotidianamente il letto degli stagni. «Oggi purtroppo non ci sono più mucche e buoi a garantire questo servizio - riprende Kralj - con il risultato che il fondo degli stagni non riesce a trattenere l'acqua. Circa una decina d'anni fa avevamo cercato di ripristinarlo, finanziando in proprio il deposito di nuova argilla e il suo compattamento. Purtroppo il recupero non è riuscito a dovere e oggi il kal, complici pure le scarse precipitazioni degli ultimi anni, risulta completamente secco. Qui ci vuole un nuovo intervento e noi non siamo in grado di provvedervi. È per questa ragione che chiediamo alle istituzioni di aiutare le nostre comunità a salvare questi reperti del passato, le memorie di un passato rurale che rischiano di essere cancellate per sempre, con interventi risolutivi». «Con Percedol e Contovello, il laghetto di Trebiciano è storicamente tra i più importanti e grandi del Carso», spiega Nicola Bressi del Museo di Storia naturale: «Attorno alla fine degli anni '60, si era asciugato a causa di un pilone dell'Enel posizionato all'interno. Per ripristinarlo, venne consultato anche il sottoscritto che, a scanso d'equivoci, ribadisce quello che aveva suggerito. Visto che ormai il fondo non può essere più ricompattato dagli zoccoli del bestiame, consiglio la posa in opera di un telo artificiale in materia plastica impermeabilizzante come è già stato fatto in altri siti. Dobbiamo prendere coscienza che i tempi sono cambiati e che dunque sono necessari nuovi espedienti. Pastorelli e vacche sono rari e comunque confinati in zone ben determinate. E dunque la soluzione prevede l'utilizzo di questi materiali, se vogliamo veramente salvare questi stagni».

Maurizio Lozei

 

 

Mobilità elettrica - vale 800mila unità lavorative
La mobilità elettrica in Italia potrebbe attivare un fatturato fino a un massimo di 300 miliardi da qui al 2030, con 823.000 occupati e 160.000 imprese, considerando la filiera allargata. A stimare il potenziale dell'"e-mobility" e le opportunità sul sistema Paese è uno studio realizzato da The European House Ambrosetti e Enel, presentato a Cernobbio, con il gruppo elettrico che si dichiara pronto ad investire «da 100 a 300 milioni di euro nei prossimi tre anni», in favore di un numero di colonnine di ricarica per le auto elettriche che varia «tra 7.000 e 12.000 unità», come ha spiegato l'ad Francesco Starace (Foto). A livello mondiale, tra il 2005 e il 2016, il numero di autoveicoli a motore elettrico e ibridi elettrici plug-in è cresciuto ad un tasso medio annuo del 94% in termini di stock (superando i 2 milioni di unità nel 2016) e del 72% in termini di nuove immatricolazioni. Anche l'Italia è coinvolta nella «e-mobility revolution»: sebbene la strada verso la transizione elettrica del Paese sia ancora molto lunga - evidenzia lo studio - le immatricolazioni di auto elettriche sono cresciute ad un tasso medio annuo composto del 41% dal 2005 al 2016. La crescita è stata significativa anche per il parco auto, con 9.820 autoveicoli circolanti nel 2016 (+60% rispetto all'anno precedente). «Per cavalcare con successo la e-mobility revolution - viene evidenziato nel Rapporto -, l'Italia deve innanzitutto sviluppare una visione di medio-lungo termine, come fatto dai principali Paesi e adottare delle politiche nazionali volte a sostenere la domanda, la filiera industriale (incentivando soprattutto la ricerca) e la rete infrastrutturale di ricarica».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 2 settembre 2017

 

 

Boom di vendite per le bici elettriche - Numeri raddoppiati in Friuli Venezia Giulia grazie agli incentivi regionali. Tra gli sportivi spopola la versione mountain bike
TRIESTE - Senza dubbio gli incentivi regionali stimolano l'acquisto. Ma, aiutini a parte, le bici elettriche hanno conquistato nell'ultimo anno, e in particolare durante i primi mesi del 2017, una fetta importante di italiani e residenti della regione. Si parla di un aumento già per l'anno scorso del 121,3% in Italia, che vuol dire una vendita di 124.400 pezzi contro i 56.200 del 2015, e di crescite superiori al 50% in Fvg. Si contraggono invece i dati della bicicletta tradizionale. Lo dice il settore dedicato alle due ruote di Confindustria, l'Associazione nazionale ciclo motociclo accessori (Ancma), che racconta come che è il Nord Est a trainare il settore e dunque a pedalare di più con il motore nel velivolo. Il Triveneto assieme all'Emilia-Romagna arriva a un 35% di ciclisti motorizzati, seguito dal Nord Ovest, che pratica per il 25% e dove il 18% è solo della Lombardia. Il resto della penisola invece si accontenta di un 45% di velocipedi a pedalata assistita, la percentuale più alta che comprende però il numero maggiore di regioni. È anche il secondo parametro, quello relativo all'import, che spiega nel 2016 la crescita delle Pedelec (Pedal electric cycle), il termine che indica appunto i veicoli che rispettano la normativa europea di non superare i 25 chilometri all'ora, i 250w di potenza e la possibilità di scegliere il livello di assistenza. Nel quarto trimestre del 2016 infatti l'Italia ha importato 40.800 mezzi di questo tipo, quasi uguale a quello dei primi nove mesi del 2015 pari a 60mila, diventando poi alla fine 108.800. «Segno - sottolinea Confindustria Ancma - che si è venduto parecchio nel 2016, ma che molto di quanto importato nel 2016 sarà venduto nel 2017». In linea generale ogni aspetto di questo mercato è aumentato. Esempi: la produzione made in Italy di 23.500 bici e le 8mila esportazioni. Il che vuol dire anche un'importante uscita di progettualità e brevetti dalle aziende del Bel Paese. Ma veniamo al Nord Est e in particolare al Friuli Venezia Giulia. Qui, come nel resto d'Italia, il prodotto più apprezzato è la mountain bike elettrica. Trieste, Gorizia e Pordenone hanno gli stessi clienti con i medesimi gusti. Fa eccezione un po' Udine, dove fa da padrone il modello city trekking. L'identikit degli acquirenti corrisponde agli over 40. Pochi i giovani invece che si affacciano a questo mezzo di trasporto innovativo. Ma la domanda che salta subito alla testa è: perché acquistare una bicicletta sportiva con il motore, se chi la utilizza dovrebbe usarla proprio per un'attività fisica? Bisogna mettere da parte per un attimo gli stereotipi. «Con questo tipo di bici si fa comunque fatica - commenta Michele Scaramuzza, responsabile di Sportler a Pordenone -, magari può essere d'aiuto per gli escursionisti che vogliono fare un percorso lungo, ma non sono allenati». Il target comprende anche mogli che così possono seguire i mariti su strade tortuose della montagna e della collina, anziani che riprendono un'attività fisica proprio grazie alle due ruote elettriche. «La E-mountain bike - aggiunge Loris Marin, responsabile di Sportler Trieste - può avere un doppio uso rispetto alla city bike elettrica, perché basta togliere i parafanghi e cambia la versione». I molteplici negozi del settore sparsi nelle quattro province raccontano di aumenti delle vendite, soprattutto quando ci sono gli incentivi. Si parla di una crescita che va dal 15% al 70% in diversi casi. Tra gli shop, Mathitech Bike Center, in viale Miramare, e Ones Ebike in via Torrebianca. Quest'ultimo negozio, aperto a maggio 2016, è specializzato in city-bike elettriche. «Quest'anno in due mesi - raccontano Bernardo Zerqueni e Giovanni Romich, titolare dell'attività - abbiamo già venduto le bici che l'anno scorso abbiamo distribuito in sei mesi e tra l'altro siamo il negozio che in Italia ha venduto il numero maggiore di queste tipo di due ruote. Quest'estate abbiamo organizzato di nuovo inoltre "Aloha", un aperitivo mobile, che abbiamo fatto a tappe in tre diversi momenti. Oggi è l'ultimo incontro, che si terrà al bar Buffet Borsa a Trieste dalle 19 alle 2, dove le bici si potranno provare fino alle 23. Il nostro obiettivo ora è sdoganare il fatto che questo mezzo sia solo per anziani, mentre è uno sostituto dello scooter con cui eviti i costi tra assicurazione e benzina e poi non inquina».Il motivo di un interesse sempre più crescente verso questo ciclo è dato sia dall'estetica, che rende questi veicoli sempre più simili a delle biciclette tradizionali, sia dalle dimensioni sempre più ridotte di motori e batteria e dalla loro integrazione con i telai. E poi va a 25 chilometri all'ora, ottima per gli spostamenti nel traffico.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 1 settembre 2017

 

 

L'acqua del Carso in mappa per imparare a proteggerla

Il Dipartimento di Matematica e Geoscienze in accordo con la Regione identifichera' le aree sede di acquiferi per creare un data base completo e omogeneo del territorio.

Tre quarti della superficie del nostro pianeta sono occupati dall'acqua che, evidenzia l'ultimo rapporto Unesco "Acqua per la gente, acqua per la vita", è costituita per il 97% da oceani e soltanto per il 2,5% è acqua dolce. Di questa, il 68,9% è contenuta nei ghiacciai e nelle nevi perenni, il 30,8% nelle falde sotterranee e solo il rimanente 0,3% si trova in laghi e fiumi. È evidente perciò il motivo per cui negli ultimi tre decenni la legislazione ambientale mondiale si è focalizzata sulla tutela degli elementi d'acqua dolce, prendendo in considerazione la scarsità idrica. Va in questa direzione anche l'accordo attuativo di collaborazione con l'Università di Trieste approvato dalla giunta regionale una decina di giorni fa, che prevede che l'Ateneo giuliano, attraverso il Dipartimento di Matematica e Geoscienze, si occupi di individuare e perimetrare le aree carsiche e le relative zone d'infiltrazione delle acque. L'accordo attuativo, parte di una convenzione quadro tra Università e Regione per progetti di comune interesse istituzionale in ambito ambientale ed energetico, stanzia intanto 32 mila euro per un anno di lavori.«Lo scopo di quest'iniziativa - spiega Francesco Princivalle, direttore vicario del Dipartimento di Matematica e Geoscienze - sarà quello d'individuare e studiare gli acquiferi carsici dai quali attingiamo l'acqua, per poi mettere in campo ragionamenti strategici sulla loro tutela e sugli utilizzi futuri». «Anche nel nostro territorio - spiega Chiara Calligaris, una dei quattro ricercatori del gruppo che si farà carico del progetto, coordinato dal professor Luca Zini - la maggior parte delle risorse idriche che già sfruttiamo è racchiusa nel sottosuolo: la città di Trieste è servita dalle acque della pianura isontina, ma non dimentichiamo che il 20% delle acque che scorrono nelle tubature del nostro acquedotto arrivano dall'acquifero carsico».«In questa prima fase - prosegue Calligaris - andremo a identificare in tutto il territorio regionale le aree carsiche, in rocce carbonatiche, fratturate e carsificate, sede di acquiferi di ottima qualità. L'idea è di avviare un percorso che ci permetta poi di pensare a una loro protezione. Si tratta infatti di aree molto vulnerabili, in cui l'acqua si infiltra attraverso le fratture e i condotti ad una velocità elevata, lo spessore del suolo è relativamente esiguo e inferiore rispetto a quello degli acquiferi di pianura e pertanto la vulnerabilità è maggiore». Studi di questo tipo iniziarono con il professor Franco Cucchi una trentina d'anni fa: da ultimo, nel 2015 si è concluso il progetto Interreg HYDROKARST. Realizzato dai ricercatori dell'Ateneo giuliano insieme ai colleghi sloveni, il progetto ha permesso di monitorare in maniera quantitativa e qualitativa le acque dell'acquifero carsico del Reka-Timavo nell'ottica di una gestione transfrontaliera congiunta. «In questo piccolo fazzoletto di territorio abbiamo due fiumi importanti, il Timavo e l'Isonzo, che insieme alle acque d'infiltrazione dovute alla pioggia vanno a ricaricare i nostri acquiferi», dice Calligaris. Ma non esiste a oggi una mappatura completa e una banca dati omogenea degli acquiferi carsici a livello regionale. «Per la creazione di un grande database georeferenziato regionale opereremo incrociando i dati già in nostro possesso attraverso carte geologiche, foto aeree e rilievi LIDAR, che combineremo con rilievi sul posto per la validazione dei dati», spiega la ricercatrice. Sarà quindi tracciata una mappatura dettagliata dei siti carsici, con dati di tipo geologico, geomorfologico e idrogeologico. Il database prevede inoltre l'inserimento delle sorgenti carsiche, così come l'individuazione dei punti di ricarica degli acquiferi. Questo lavoro, ha dichiarato l'assessore all'ambiente Sara Vito, servirà alla Regione per «disporre di un quadro conoscitivo il più ampio e circostanziato possibile sul quale basare le proprie attività istituzionali, in particolare quelle autorizzative»

Giulia Basso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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