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Rassegna stampa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 aprile 2020

 

 

CIO' CHE NON VA - Alberi bistrattati dalle autorita' pubbliche

Ritengo gli alberi siano creature viventi e più di molti uomini provvedano al mantenimento di un'atmosfera sana e vivibile per gli altri esseri viventi. Sono preziosi e vanno salvaguardati con un'accurata potatura che permette la rimozione di rami secchi e vecchi per fare crescere nuovi rami, elastici e sani. Questo va fatto, credo, a inizio primavera. Ma una persona preparata sa certo meglio di me come curarli.In diverse occasioni ho avuto modo di dubitare della competenza, in termini di "cura", degli addetti al verde pubblico, tanto che credo siano solo "esecutori" di ordini dettati dall'alto. Chiedo a chi di dovere di porre maggiore attenzione al verde pubblico. Un albero come quelli abbattuti in questi giorni di bora ci mette anche 100 anni per crescere. Non è questione di "sostituire". Vorrei, credo in tanti, una cura attenta e competente. Non venitemi a dire che ci sono altre priorità. Ci sono diverse priorità che impiegano diverso personale. In questi giorni, con i giardini chiusi, vedo piante appena messe in terra piegarsi e morire perché prive d'acqua. Osservo anche nel piccolo angolo di mondo che posso percorrere in questi giorni, ripetere l'errore di valutazione che ci ha portati al momento che stiamo vivendo. La natura va protetta e salvaguardata: è un bene comune! Perciò sta agli enti preposti da noi eletti corrispondere alle nostre aspettative, curando e non abbattendo alberi come fossero erbacce da estirpare.

Manuela Marussi

 

 

SEGNALAZIONI - Parco del mare - Destinate i fondi alla città

Ho letto la proposta di Trieste Bella che chiede al presidente camerale di mettere a disposizione della città i quattrini accantonati per quello che ritengo il visionario Parco del mare: la trovo geniale, motivata e anche giusta. Prima di pensare magari a nuove tasse e patrimoniali, che quei fondi vengano usati per i cittadini che ne hanno bisogno. Se serve, che vengano raccolte firme.

Giorgio Grius

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 1 aprile 2020

 

 

Aziende bloccate - Il riciclo rifiuti è a rischio - l'allarme

Le attività di riciclo dei rifiuti in Italia rischiano il blocco a causa dell'emergenza Coronavirus. Il Consorzio nazionale imballaggi (Conai) ha scritto ufficialmente a Governo e Protezione Civile lanciando l'allarme. Il problema è a un passo da esplodere. Il blocco di molte attività economiche ha infatti determinato una crescente difficoltà per l'avvio a recupero di materiali provenienti dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani. Molte industrie del riciclo adesso sono chiuse e non ritirano materiali (metalli, legno, plastiche). Altre hanno crescenti problemi logistici e di trasporto (carta). Per non parlare delle filiere che mandano all'estero materiale riciclabile, ora che l'esportazione è bloccata. Il riciclo della plastica è fermo per la mancanza di sbocco degli scarti del riciclo (plasmix) nei cementifici e nei termovalorizzatori. Il problema quindi non sta in fase di raccolta. In tutta Italia i gestori dell'igiene urbana stanno garantendo la raccolta differenziata dei rifiuti, pur tra mille difficoltà. Il problema più serio sta a valle, nelle filiere industriali di riciclaggio. L'Italia ricicla moltissimo (il 50% dei rifiuti urbani e il 65% di quelli speciali) e l'effetto della crisi può essere drammatico sull'intero sistema di gestione dei rifiuti. Il nostro Paese non dispone di impianti di smaltimento sufficienti per gestire un'improvvisa riduzione dell'avvio a recupero. In questa situazione, il ministero dell'Ambiente deve definire un provvedimento orientato a consentire a Regioni e Comuni una maggiore flessibilità. Ma questa crisi è anche l'occasione per riflettere su un problema più generale. Il sistema di gestione dei rifiuti, in un Paese moderno, non è solo un asset industriale e ambientale; è un punto centrale della sicurezza nazionale e lo si vede chiaramente in questi giorni di emergenza sanitaria. Come appare chiaro oggi, economia circolare vuol dire collocare sul mercato quote enormi di rifiuti, oltre due terzi. Raccolta e ritiro dei rifiuti sono un servizio primario ed essenziale, non interrompibile, neanche in situazioni di crisi. Ecco perché le politiche nazionali devono garantire al sistema alti livelli di "sicurezza", con un'adeguata riserva di impianti di smaltimento finale. 

Alfredo De Girolamo

 

Tari e tributi, stop al pagamento prolungato fino al 30 settembre

Oltre alla tassa rifiuti, sospese quelle su occupazione suolo pubblico e pubblicità Dipiazza: «Recuperate risorse non erogate per mense e supplenze scolastiche»

Alla fin fine la giunta comunale ha optato per una sospensione di lungo termine della Tari e dei tributi su occupazione del suolo pubblico e pubblicità: il termine di scadenza è il 30 settembre. È quanto emerso dalla seduta dell'esecutivo di ieri, al termine della quale il sindaco Roberto Dipiazza ha esposto i contenuti della delibera disposta su suo mandato dal vicesindaco Paolo Polidori. «Le prime misure che concretamente adottiamo - spiega Dipiazza - sono le sospensioni dei termini di pagamento dei tributi Tari, dell'imposta comunale di pubblicità e degli importi relativi a tutte le entrate derivanti dall'occupazione del suolo pubblico». Ma inizia ora una revisione settimanale di tutte le spese dell'ente, così da poter convogliare ogni risorsa inutilizzata in misure anti-crisi: «Ho dato mandato a tutti gli assessorati - precisa il primo cittadino - di predisporre dei report settimanali relativamente alle spese e alle entrate, in modo da individuare quelle eventuali sacche di risparmio economico che poi, armonizzandole con le misure che verranno adottate dal governo e dalla Regione, potremo ulteriormente impiegare a favore dei nostri cittadini e delle nostre realtà commerciali e produttive». Dipiazza ringrazia il vicesindaco «per l'importante lavoro di armonizzazione» e i consiglieri di maggioranza e opposizione «per la grande responsabilità e gli importanti contributi».Entrando nello specifico, la delibera prevede la sospensione per tutti i contribuenti del pagamento della Tassa rifiuti 2020 fino al 30 settembre. Il canone per l'occupazione di suolo pubblico in tutte le sue varianti (dehors, aree pubbliche...) è sospeso fino alla stessa data. Per l'anno in corso le tariffe dello stesso Cosap non verranno aggiornate. Sarà sospesa fino al 30 settembre anche l'imposta sulla pubblicità. La delibera contiene inoltre la sospensione dei parcheggi a pagamento fino al 30 aprile. Le misure costeranno al Comune minori entrate per un milione 580 mila euro, di cui 620 mila dal Cosap e 960 mila dai parcheggi. Le misure, spiega Dipiazza, possono essere adottate perché «siamo riusciti, in tempi brevissimi, a immettere nel sistema risorse provenienti da minori spese come i 980 mila euro non utilizzati per la fornitura dei pasti per le mense scolastiche, ora chiuse, e i 600 mila euro per lo stanziamento a copertura delle spese per le supplenze nelle scuole comunali, ora chiuse. Di un tanto, ringrazio l'assessore all'Educazione Angela Brandi e i suoi uffici che sono stati tempestivi nel calcolare e liberare le risorse economiche».Resta il problema delle cooperative in appalto per quei servizi, che non percepiscono i fondi comunali corrispondenti. Una delle nuove emergenze sociali del territorio, per il momento irrisolta. 

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 31 marzo 2020

 

 

Ok alla Cig Covid in Ferriera - Due mesi a partire dal 5 aprile

Il sindacalista Uilm Rodà: «L'Accordo di programma atteso entro metà del mese» Trost (Fiom): «"Strano" accada dopo la chiusura della cokeria»

Siderurgica triestina ha comunicato ieri ai sindacati la partenza della cassa integrazione in deroga con la motivazione Covid-19 per i 580 lavoratori della Ferriera di Servola. La misura, prevista dal decreto Cura Italia a sostegno delle aziende per fare fronte all'emergenza coronavirus, «avrà una durata di 9 settimane e partirà successivamente allo spegnimento dell'altoforno, previsto il 5 aprile prossimo». Lo spiega il sindacalista Antonio Rodà (Uilm), precisando che la proprietà «ha risposto positivamente alla richiesta dei sindacati di garantire lo stesso accordo economico previsto dalla cassa straordinaria già negoziata e inserita nell'intesa sindacale firmata un mese fa». Una volta terminate le 9 settimane, aggiunge Rodà, per i lavoratori dell'impianto siderurgico triestino partirà come previsto la Cigs che avrà una durata di due anni. In merito alla firma dell'Accordo di programma che dovrà essere firmato dai ministeri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente, insieme con Regione Friuli Venezia Giulia, Comune di Trieste, Autorità portuale e Gruppo Arvedi, conclude il sindacalista, questa dovrebbe avvenire «entro la prima metà di aprile».A tal proposito commenta il sindacalista Fiom Thomas Trost: «È una bizzarra concomitanza. Da un mese chiedevo a tutte le istituzioni coinvolte se fosse possibile incontrarsi per discutere dell'Accordo di programma, mi si rispondeva sempre con un nulla di fatto. Guarda caso ora che abbiamo avviato la chiusura della cokeria, processo irreversibile, le cose si smuovono. È un mio pensiero, ma mi sembra una coincidenza singolare». Prosegue ancora il sindacalista: «L'azienda ha colto l'occasione della Cig Covid per allungare i tempi, spero vivamente che le tempistiche di riconversione e riqualificazione del sito vengano confermate. Dal nostro punto di vista, due mesi in più fanno comodo - prosegue ancora il sindacalista -, tanto più che i 24 mesi preventivati per la rimessa a nuovo dell'area mi paiono una previsione ottimistica».

G.Tom.

 

 

«Una pandemia raccontata in un libro»

Parla lo zoologo Nicola Bressi: «Da leggere il saggio del giornalista scientifico David Quammen». Il fenomeno "spillover"

Nuovi virus patogeni per l'uomo prima circolanti solo in altre specie animali sono all'origine dell'attuale pandemia globale che così tanto sta cambiando le nostre vite. L'Oms ha identificato il nome della malattia in Covid-19 (abbreviazione per Coronavirus disease-2019) mentre la Commissione internazionale per la tassonomia dei virus ha assegnato al virus che causa questa malattia il nome definitivo Sars-Cov-2 (Sindrome respiratoria acuta grave - Coronavirus 2). Si tratta, infatti, di un virus simile a quello della Sars, ma più contagioso e meno letale. «La pandemia era attesa dagli evoluzionisti spiega Nicola Bressi naturalista, zoologo ed ecologo della Società italiana di Scienze naturali - quando una specie è così sovrabbondante e ricca di individui deboli come ad esempio gli anziani, diventa estremamente appetibile per un virus. L'uomo inoltre interferendo direttamente con i diversi ecosistemi ha indebolito l'animale ospite spingendo il virus a fare il cosiddetto spillover o salto di specie». Che cos'è lo spillover e come avviene? «Quando un virus, ma in realtà anche un batterio o più in generale un parassita, passa da un animale a un altro, o in questo caso a un essere umano e causa una zoonosi, ovvero una malattia infettiva. Il salto può avvenire anche intraspecie e nel caso del Sars-Cov-2 non sappiamo ancora se sia avvenuto direttamente dal pipistrello all'uomo o attraverso un ospite intermedio: dal pangolino al pipistrello e infine all'uomo».Che cosa spinge il virus a fare il salto di specie? Noi uomini siamo la preda più ambita: dal punto di vista di un virus infettare la tigre o il panda porterebbe ben poca fortuna perché sono animali che abbiamo reso molto rari, mentre gli esseri umani sono tra le specie animali più abbondanti della Terra, per fortuna inoltre non siamo sottoposti a molta selezione naturale dal punto di vista fisico e all'interno della nostra società sopravvivono anche molti anziani, persone deboli o malati e ciò ci rende l'ospite ideale per un virus che riesce a replicarsi, stabilizzarsi e diffondersi direttamente tra gli individui. Spillover è il titolo di un libro di successo del giornalista scientifico David Quammen (2012) in cui è previsto che la futura grande pandemia sarebbe stata causata da un virus trasmesso da un pipistrello venuto a contatto con l'uomo attraverso un wet market in Cina». La pandemia era dunque attesa? «Sì era attesa dagli evoluzionisti: da sempre, quando una specie vivente è estremamente abbondante, diventa inevitabilmente più soggetta alle malattie, purtroppo in questo caso noi siamo le vittime, ma è sempre regolarmente accaduto quando una specie diventa sovrabbondante e ricca di individui deboli». Può farci altri esempi di spillover ? «Uno dei primi spillover studiati è stato il virus Hendra in Australia portato dai pipistrelli della frutta australiana: contagiava i cavalli che si infettavano mangiando la frutta rosicchiata dai pipistrelli. Il cavallo si ammalava e si verificavano poi casi di veterinari e fantini morti perché avevano provato a curare gli animali. Il fenomeno dello spillover è stato approfondito negli anni, scoprendo che praticamente tutte le pandemie sono arrivate dagli animali: il morbillo dalle mucche, la peste bubbonica dai ratti, l'Ebola dai pipistrelli». Che cosa possiamo imparare da questo virus? «Dobbiamo dare molti più finanziamenti alla ricerca: infatti che la famiglia dei coronavirus potesse essere letale lo si sapeva dalla prima epidemia di Sars e subito dopo di Mers, ma per i tagli alla ricerca molti esperimenti non sono stati portati avanti. Se invece avessimo coltivato in laboratorio questi virus forse oggi avremmo già il vaccino. Non dobbiamo aver paura della scienza. La seconda lezione è che l'uomo, interferendo con gli ecosistemi, è venuto in contatto con animali selvatici, indebolendoli e spingendo il coronavirus a fare il famoso salto di specie».

Lorenza Masè

 

 

Mauro dell'OGS dà la caccia ai batteri nei mari più profondi

È nato a Pordenone ma vive a Trieste da venticinque anni Mauro Celussi: «E poi mia madre è triestina, ma si è trasferita a Pordenone da piccola, quando i triestini lavoravano con gli americani - dice - per cui quando sono giunto a Trieste era come rivivere tutte le storie che mi raccontavano i miei nonni». Laureato in Scienze naturali, ha poi conseguito il dottorato di ricerca a Siena in Scienze polari. Oggi lavora all'Ogs: «La mia tesi di laurea è stata svolta in quello che si chiamava Laboratorio di biologia marina, che oggi corrisponde alla Sezione mare con sede ai Filtri di Aurisina. Dopo di che ho avuto la fortuna di rimanere disoccupato solo cinque mesi, prima impegnato con una borsa di studio fino al ruolo di ricercatore e strutturato». Il suo campo di studio è l'Ecologia microbica: «La mia ricerca esamina il comportamento dei batteri in mare. È un settore molto sfaccettato per cui ho la possibilità di spaziare parecchio. Per esempio ora mi sto occupando di due questioni che possono sembrare distanti. Da un lato sono il referente per Ogs di un progetto Italia-Croazia che si chiama AdSwim e ha lo scopo di valutare i sistemi di miglioramento del trattamento delle acque reflue urbane. In questo contesto la mia attività è valutare l'effetto di nuove tecnologie sull'efficienza dell'immissione in mare di patogeni, cioè quanto i nuovi sistemi possono abbattere la carica di micro organismi patogeni. Dall'altra parte mi occupo anche del funzionamenti dei batteri nei sistemi marini profondi. Sono ambienti poco studiati perché poco accessibili e perciò ci danno molta soddisfazione in termini di nuove scoperte. Ho appena concluso una ricerca sul Mare di Ross per studiare come i batteri riescano a manipolare la sostanza organica che arriva nel sistema profondo». Le passioni di Mauro sono la musica: «Soprattutto quella degli anni '90». E i i viaggi: «Trasferte spesso unite alla musica, viaggio per assistere a grandi concerti».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 30 marzo 2020

 

 

Ferriera, riparte il confronto sull'Accordo di programma

C'è la nuova bozza dell'intesa per la riconversione dell'area. Le riunioni da oggi Ipotesi cassa integrazione Covid-19: i sindacati chiedono garanzie alla proprietà

La Regione annuncia la ripresa del confronto sull'Accordo di programma per la riconversione della Ferriera di Servola. Al momento dal ministero dello Sviluppo economico non arrivano conferme, ma una nuova bozza del testo è stata spedita venerdì sera e qualcosa potrebbe muoversi a breve a livello di incontri tecnici, dopo l'ultima riunione tenutasi ormai mesi fa tra Acciaierie Arvedi, Mise, Regione, Comune e Autorità portuale. L'azienda ha nel frattempo avviato lo stop dell'area a caldo, previsto per la fine della settimana con la fermata dell'altoforno. I dipendenti entreranno in cassa integrazione straordinaria (cigs) dal primo aprile, ma la proprietà ha chiesto al governo di farli slittare e accedere anzitutto alle nove settimane di cassa integrazione Covid-19: una mossa che preoccupa i sindacati, perché per quasi due mesi l'azienda non sarebbe obbligata ad aggiungere la maggiorazione concordata invece per i 24 mesi di cassa straordinaria. La notizia di maggior peso è la ripresa del tavolo sull'Accordo di programma, che arriva dopo il silenzio scelto dal ministro Stefano Patuanelli nei giorni che registrano la fermata della cokeria, in assenza di quell'intesa fra società e istituzioni sempre indicata dall'esponente cinquestelle come condizione indispensabile per chiudere la produzione di ghisa. In un post su Facebook, l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro annuncia però che dopo l'avvio dello spegnimento servono «le tappe successive per la riconversione e per finalizzare gli accordi con i sindacati: da lunedì riunione per il nuovo accordo di programma con tutti gli attori». Dal Mise si parla per ora di incontri tecnici, evidentemente preliminari a un tavolo dei vertici che tuttavia non è ancora in calendario. Al momento risulta solo la condivisione di una nuova bozza di Adp, al cui interno dovrà essere inserita anche la società Piattaforma logistica, che deve ancora definire la creazione della newco che rileverà i terreni dell'area a caldo di proprietà di Arvedi. Ma firma o non firma, la riconversione è congelata dall'emergenza coronavirus e la proprietà della Ferriera ha chiesto di accedere alle nove settimane di cassa integrazione Covid-19 introdotte dal governo per le imprese ferme a causa dell'epidemia. Arvedi non può infatti cominciare al momento il percorso di affiancamento dei lavoratori dell'area a caldo con quelli del laminatoio, necessario per formare i primi al passaggio all'area a freddo. L'azienda conta così di prendere un po' di tempo e aggiungere altri due mesi ai 24 già garantiti dall'accordo cigs firmato con i sindacati alla presenza dell'assessore regionale al Lavoro Alessia Rosolen. «Per la Regione - spiega però Rosolen - l'unica cosa che vale al momento è l'accordo sottoscritto sulla cigs a rotazione per 24 mesi, secondo modalità decise da azienda e sindacati». L'intesa prevede una maggiorazione di 2,35 euro lordi all'ora da parte di Arvedi. Un lavoratore a zero ore mensili potrebbe fruire di un'aggiunta di circa 400 euro lordi e arrivare a superare i 1.000 euro netti, che oltrepasserebbero i 1.300 per i dipendenti che trascorreranno la riqualificazione metà in cassa e metà al lavoro, grazie alle rotazioni che la società si è detta intenzionata ad assicurare. I sindacati non sono del tutto tranquilli. Per le nove settimane di cassa Covid-19 non esistono infatti vincoli di sorta sull'incremento economico e le sigle hanno chiesto unitariamente garanzie in merito. Arvedi dirà oggi ai sindacati come intende comportarsi, qualora la cassa Covid-19 sia effettivamente concessa. Per Umberto Salvaneschi (Fim Cisl), «l'azienda avrebbe nove settimane di cassa in più e la riconversione prevede anche la possibilità di un terzo anno di cigs: con questi vantaggi la stessa maggiorazione deve valere anche sulla cassa da coronavirus. Speriamo che arrivi inoltre quanto prima la firma dell'Accordo di programma, che contiene l'accordo sindacale votato dai lavoratori, il cui futuro dipende da questo». Antonio Rodà (Uilm) spiega che «la proprietà sembra abbia verificato la fattibilità della cassa Covid-19 e tutti i sindacati hanno chiesto di garantire l'integrazione negoziata nell'accordo sindacale». Thomas Trost (Fiom Cgil) si dice «quasi sicuro che parta la cassa Covid-19 e l'azienda sta valutando come comportarsi sulla maggiorazione. Purtroppo però dalle istituzioni non abbiamo alcun segnale sulla ripresa degli incontri sull'Accordo di programma, anche se ora l'annuncio di Scoccimarro significa che sarà stato comunicato qualcosa. Così speriamo che sia, perché senza intesa non c'è copertura alla riconversione e salta l'accordo sindacale: sarebbe il nulla cosmico».

Diego D'Amelio

 

 

A Muggia altro passo verso la rinascita del sito di Acquario

Rivisto il quadro economico dell'operazione e affidato l'incarico per la perizia di variante e il collaudo dei lavori

MUGGIA. Approvati con una determina dirigenziale il nuovo quadro economico e l'affidamento dell'incarico di redazione della perizia di variante - con l'adeguamento dell'onorario per la direzione dei lavori e per il coordinamento della sicurezza - relativi all'opera di bonifica, tramite messa in sicurezza permanente, del sito inquinato "Acquario" a Muggia.La fine dei lavori è prevista entro l'estate, e nell'area saranno realizzati, tra le altre cose, un ulteriore tratto di ciclabile che costeggerà la strada, chioschi per il ristoro, con annessi servizi legati alla balneazione, un'area giochi e fitness, campi da beach volley, un campo da bocce e uno skate park. Giova ricordare che i lavori, a seguito dell'espletamento della procedura di gara, sono stati aggiudicati in via definitiva lo scorso 7 agosto al Rti composto dalla E.Ma.Pri.Ce. di Bolzano, come mandataria, e Italverde di Lendinara come mandante, per un importo complessivo dei lavori pari a 5 milioni 53 mila euro di cui 4 milioni 368 mila euro per lavori, oneri della sicurezza non soggetti a ribasso e lavori in economia. La spesa complessiva per la realizzazione dell'opera trova copertura finanziaria per 910 mila euro dall'avanzo d'amministrazione vincolato, per 5 milioni da contributi dell'Uti Giuliana, relativi all'intesa 2018/20, e per altri 400 mila euro sempre con contributi Uti, ma relativi al 2017/19. Si è riscontrata la necessità di apportare al contratto alcune modifiche qualitative e quantitative, utilizzando la somma di 75 mila euro disponibile alla voce "economia derivante a seguito del ribasso di gara", per rimpinguare del medesimo importo la voce "spese tecniche generali". Inoltre è stato conferito l'incarico per la redazione della perizia di variante e suppletiva nonché per l'aggiornamento dell'onorario delle spese tecniche e per il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione, contabilità lavori e collaudo dei lavori a Carlo Glauco Amoroso della Società Hmr Ambiente di Padova per un importo pari a 37 mila 684 euro.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 29 marzo 2020

 

 

Trieste chiama Roma: più gestione diretta nell'area da bonificare

La Regione delibera un allargamento delle competenze vicino al Canale navigabile e chiede disco verde al governo

 Un "pro-memoria" per scuotere il ministero dell'Ambiente dal torpore: la giunta Fedriga ha approvato la delibera, con la quale propone di sottrarre la cosiddetta area dei "piccoli operatori" al Sito di interesse nazionale (Sin), che passerebbe invece alla competenza della Regione Fvg (Sir). Un modo per rendere più agili e veloci le procedure relative alla bonifica dei siti inquinati, come è già accaduto con i terreni attorno al Canale Navigabile che nel febbraio 2018 durante la giunta Serracchiani transitarono sotto la giurisdizione regionale. Perché è chiaro che un conto è gestire una pratica in via Carducci a Trieste e un conto è gestirla in via Cristoforo Colombo a Roma. Lo ha annunciato l'assessore all'Ambiente, Fabio Scoccimarro, tenendo fede all'impegno assunto una ventina di giorni fa nel corso di un incontro con le imprese che operano nell'area "piccoli operatori". Adesso la delibera sarà trasmessa a Roma, per cercare di ottenere quello che non è stato possibile portare a casa sulla base di una semplice trattativa intra-istituzionale. L'atto giuntale è una "forzatura" che Trieste si sarebbe volentieri evitata, ma che si è resa di fatto inevitabile alla luce delle non-risposte ministeriali. Scoccimarro intende salvare nel nuovo accordo di programma da definire con Roma i finanziamenti statali garantiti nel vecchio accordo del 2012, circa 8 milioni. A giudizio dell'assessore, la revisione del perimetro consentirebbe di risolvere le sovrapposizioni di competenze tra centro e periferia. La delibera esclude dal Sin anche il sito dell'ex raffineria Aquila Teseco, dove il procedimento di bonifica si è concluso. La nota della Regione ricorda che, oltre alla parte terrestre di 500 ettari suddivisa tra "grandi" e "piccoli" operatori, c'è una parte a mare che si estende per 1200 ettari nella zona più orientale del Golfo, tra Molo V e Punta Ronco, delimitata dalle dighe foranee. Alla decisione della giunta regionale si è giunti in seguito al pressing esercitato da una ventina di aziende, che operano nei 12 ettari tra la riva nord del Canale e via Caboto. Tra esse Facau, Bruno Pacorini, Pittway, Illycaffè, Java Biocolloid, Ortolan Mare. Da segnalare infine un commento di Sara Vito, oggi responsabile regionale Ambiente del Pd e predecessore di Scoccimarro all'assessorato. Scoccimarro dice che da anni la situazione è ferma - puntualizza - ma in realtà il lavoro è iniziato nell'estate 2017 con la giunta Serracchiani e ha portato al positivo risultato dell'inverno 2018, con l'apprezzamento di Autorità portuale e Area di ricerca.

Massimo Greco

 

 

Particelle sabbiose in arrivo dall'Asia. Boom di polveri rilevate nell'aria - il monitoraggio ARPA

Un'impennata nelle concentrazioni di polveri nell'aria è stata registrata negli ultimi giorni nei territori affacciati sul Nord Adriatico. In Fvg, precisa l'Arpa, venerdì le concentrazioni medie orarie hanno raggiunto valori superiori ai 250 microgrammi al metro cubo. I valori delle polveri sono progressivamente diminuiti nella notte. L'origine è da ricercarsi in un fenomeno di trasporto di particelle sabbiose dalle zone desertiche dell'Asia.

 

 

SEGNALAZIONI - Coronavirus: utilizzare i soldi del Parco del mare

Sono molti anni che la Camera di commercio di Trieste riceve denaro dai suoi iscritti per realizzare un acquario pomposamente chiamato Parco del Mare. L'Associazione Triestebella, così come altre associazioni, è contraria alla sua realizzazione e propone che quei milioni vengano usati per sostenere gli artigiani, commercianti ed imprenditori che a causa dell'emergenza Coronavirus si trovano in difficoltà economiche e, quando sarà possibile, per il restauro del tetto della piscina Acquamarina. Siamo contrari al nuovo acquario in Sacchetta per ragioni etiche (dei pesci sarebbero costretti in vasche comunque piccole, un acquario esiste già e il Comune ha intenzione di restaurarlo); museali (meglio realizzare un acquario virtuale assieme agli altri musei che saranno collocati in Porto Vecchio); urbanistiche (l'area della Sacchetta già intasata dai veicoli, non sopporterebbe ulteriori auto e bus che porterebbero le previste molte centinaia di migliaia di visitatori all'anno); paesaggistiche (l'area della Sacchetta dovrebbe piuttosto diventare un Parco sul mare, sistemandola ad esempio secondo il progetto vincitore del concorso del 2002 costato allora 200.000 euro).

Rita Guglielmotti Anna Bizjak ed Ezio Righi - Associazione Triestebella

 

 

 

 

ilGiornale.it - SABATO, 28 marzo 2020

 

 

Tutta la verità sulla relazione tra Covid-19 e l'inquinamento

L'assenza di traffico e di automobili in strada non ferma la presenza delle polveri sottili in Lombardia, Piemonte e Veneto: il livello di Pm10 rimane alto. Stupore tra gli scienziati

Sì è spesso detto in queste settimane di lockdown che l'assenza di traffico e delle automobili per strada avrebbe quantomeno ripulito l'aria che respiriamo per un po', soprattutto nelle città del nord. È infatti noto che sono diminuiti i livelli di inquinamento atmosferico e di Co2 in decine di città e regioni del pianeta, in primis in Cina e Italia del Nord. Le immagini satellitari della Nasa e dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea, hanno mostrato nei giorni scorsi una drastica riduzione delle emissioni di biossido di azoto. I sensori Tropomi (Tropospheric Monitoring Instrument) a bordo del satellite hanno rilevato il progressivo ridursi della nube rossa. Se si guardano bene le immagini, anche nei grandi agglomerati urbani come Roma e Napoli, il "rosso" dell'inquinamento è sparito dalle mappe. Le aree con aria ancora più pulita sono quelle del basso versante adriatico (soprattutto la Puglia) e la Sicilia. La nostra è dunque più pulita? Nì. Nonostante le nostre città siano deserte, cioè che il satellite non vede sono le polvere sottili (Pm10), che sembrano infischiarsene dell'assenza delle automobili e continuano a circolare nell'aria come se nulla fosse. Come riporta La Verità in edicola, infatti, dal 16 al 20 marzo le Arpa (le aziende regionali per la protezione ambientale) negli indici della qualità dell'aria hanno continuato a registrarle sui cieli di Piemonte, Lombardia e Veneto pericolosamente vicine al limite di legge dei 50 microgrammi per metro cubo. A determinare la presenza di Pm10 in queste settimane di lockdown l'assenza dei venti e il ristagno d'aria. Un dato che ha stupito anche Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana. "Mi sarei aspettato il crollo o una forte diminuzione del particolato, visto che ce ne stiamo tutti a casa" spiega a La Verità. Invece non è andata affatto così. "In questi giorni le polveri sottili ugualmente si sono avvicinate al limite, superato il quale sono ritenuti certi i danni per la salute. In base alle normative sono tollerati 35 giorni di sforamento all'anno, poi è obbligatorio il divieto di circolazione ai mezzi privati". Secondo l'Arpa del Veneto, "con ogni probabilità abbiamo sopravvalutato il traffico come fonte delle polveri sottili". Ergo, in questo senso le domeniche senz'auto potrebbero essere del tutto inefficaci nel frenare la presenza di Pm10, che dipende molto dai venti. Curiosità, nonostante il lockdown, la presenza del particolato è particolarmente importante nelle zone di Milano, Cremona, Pavia, Brescia, Mantova, proprio dove ha colpito di più la pandemia da Covid-19, anche se sulla eventuale correlazione tra i due eventi gli scienziati sono divisi. "L'ipotesi è stata smentita dalla Società italiana degli aerosol" spiega Mercalli. Ciò nonostante, come ha spiegato Andrea Muratore su Inside Over, uno studio internazionale guidato dall’Università “La Sapienza” di Roma aveva segnalato la correlazione tra la crescita delle epidemie su scala globale, inclusa quella attualmente in corso, e lo "sviluppo insostenibile" che ha stravolto il rapporto tra uomo e ambiente. Nei giorni scorsi, invece, uno studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) insieme alle Università di Bari e di Bologna, che hanno esaminato i dati pubblicati sui siti delle Arpa (Agenzie regionali per la protezione ambientale) ha presentato dei dati che evidenzierebbero un nesso tra gli elevati quantitativi di inquinamento della Pianura Padana e il boom dei contagi che sta caratterizzando attualmente la Lombardia.

Roberto Vivaldelli

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 28 marzo 2020

 

 

Avviato lo spegnimento dell'area a caldo nella Ferriera di Servola

«Oggi (ieri, ndr) pomeriggio è previsto l'ultimo caricamento di carbon fossile nella cokeria, iniziando così ufficialmente lo spegnimento dell'area a caldo della Ferriera di Servola. Le fasi che seguiranno potrebbero generare degli effetti visivi; come già assicurato, grazie ad Arpa Fvg manterremo i cittadini informati, di modo che le procedure avvengano nella maniera più trasparente possibile, al fine di evitare allarmismi in una situazione già resa complessa dall'emergenza sanitaria in corso». A renderlo noto è l'assessore regionale all'Ambiente, Fabio Scoccimarro, ricordando «l'attuale fase storica dello stabilimento di Servola, che vedrà la dismissione dell'area a caldo per potenziare le attività industriali decarbonizzate». L'assessore ribadisce inoltre che «l'attenzione degli organi di controllo e di sicurezza è massima. Il cronoprogramma prevede alcune giornate "rosse" dal punto di vista degli aspetti visibili all'esterno dello stabilimento, che comunque dovrebbero durare solo poche ore. Si verificherà una graduale riduzione della produzione del gas che porterà all'accensione automatica delle fiaccole di emergenza. Anche in questa fase sono garantiti tutti i presìdi ambientali volti all'abbattimento delle sostanze inquinanti emesse. L'accensione delle torce di emergenza non comporta necessariamente impatti significativi sulla qualità dell'aria». Critica invece Antonella Grim (Italia viva): «Inizia la fine di un'epoca per la nostra città e anche per un pezzo della produzione siderurgica italiana. Non ho mai condiviso questa scelta. Chi è al governo deve mediare e trovare il necessario, vedi Austria, equilibrio tra produzione industriale, ambiente e salute».

 

 

Orti privati colpiti e frenati dall'arrivo di freddo e bora

Con le temperature favorevoli delle settimane passate, molti avevano sistemato le piantine in giardino o sul balcone. Coldiretti: «Meglio aspettare l'inizio di aprile»

L'ondata di freddo, con bora forte, per fortuna non ha danneggiato alberi da frutto e coltivazioni a Trieste, a differenza di quanto accaduto in altre zone d'Italia. Più colpiti gli orti casalinghi, di chi, approfittando delle giornate di sole di qualche settimana fa, aveva già sistemato le piantine in giardino o sul terrazzo. Ma c'è preoccupazione per l'arrivo di un ulteriore fronte freddo, con raffiche di vento in aumento da lunedì e con il rischio di neve sul Carso martedì. «Ho ricevuto i messaggi sulla situazione a livello nazionale e purtroppo in alcune aree si sono verificate gelate che hanno compromesso gli alberi già in fiore - racconta Alessandro Muzina, presidente della Coldiretti Trieste -. Qui da noi per il momento i danni sono pochi, anche perché non ci sono state precipitazioni, e quindi non si è formato ghiaccio. In realtà - aggiunge - solo i mandorli erano già fioriti. Inoltre molte coltivazioni devono ancora germogliare, il freddo dunque non ha causato particolari problemi. Ma le aziende agricole del territorio - sottolinea -, come probabilmente in altre regioni, stanno comunque soffrendo per la mancata possibilità di effettuare la vendita diretta. La gente non si muove più e chi può, ma non sono molti, ha attivato la consegna a domicilio». Secondo la Coldiretti nazionale il gelo ha fatto strage di frutta e verdura in molte regioni, come Emilia Romagna, Veneto e Puglia. «Alcuni alberi di pesco, albicocco e mandorlo - si legge sul sito della Coldiretti - hanno addirittura già i frutticini, ciliegi e susini sono in fiore e tra i filari di pere, mele e kiwi ci sono le gemme pronte che sono state intrappolate dal ghiaccio e bruciate dal freddo mentre nei campi gravi danni si contano per le primizie di stagione dai carciofi agli asparagi, dalle bietole alle cicorie fino ai piselli». Ma quando ormai a Trieste si pensava che il peggio fosse passato dal punto di vista del meteo, ecco nuove previsioni negative per la prossima settimana. Nel dettaglio, secondo l'Osmer, l'osservatorio meteorologico regionale, si parla di bora forte di nuovo, da lunedì, e precipitazioni nevose anche a quote basse, che potrebbero imbiancare il Carso martedì. Il timore, per le coltivazioni, è sempre legato al rischio di ghiaccio al suolo. La Coldiretti monitora la situazione, in attesa di capire l'evolversi del quadro meteo anche per quanto riguarda le temperature. Per i tanti triestini che invece si erano già dedicati agli orti privati, tra giardini e balconi, alcuni errori di troppo prima del freddo potrebbero aver compromesso il raccolto. «C'è stato un grande caldo fino a qualche settimana fa, che ha spinto molti ad acquistare piantine come pomodori o zucchine - continua Muzina - che però ora sono state sicuramente messe alla prova dai valori rigidi portati dal freddo. Consiglio a tutti di aspettare ancora un po', fino alle prime settimane di aprile, quando il meteo sarà più stabile e le temperature saranno più miti. Per chi invece si dedica alle piantine aromatiche - aggiunge - ricordo che è preferibile non sistemare ancora all'esterno le più delicate, come basilico e prezzemolo. Non è ancora il momento giusto, proprio perché la primavera ci sta riservando qualche brutta sorpresa».

Micol Brusaferro

 

 

I giovani volontari non si fermano La difesa del clima continua online

Al via oggi in forma virtuale due progetti dell'associazione legata all'Istituto

Partono oggi, in formato online, causa emergenza coronavirus, due progetti allestiti dall'associazione Mondo 2000, che vede protagonisti gli studenti del Collegio del Mondo unito dell'Adriatico di Duino. Si tratta di "Giovani volontari in azione" e della "Fiera del volontariato e della sostenibilità", organizzati con il sostegno della Regione e finalizzati a mettere in relazione i giovani con associazioni ed enti del terzo settore, per diffondere le numerose opportunità di volontariato a disposizione dei ragazzi del territorio. Il primo progetto guarda alle attività volte ad attivare hub territoriali, per offrire ai ragazzi della regione la possibilità di sperimentare la co-progettazione e lo sviluppo strutturato di progetti di volontariato, stimolando quel desiderio di intervento nella soluzione di problemi legati al loro territori. Il secondo quest'anno dedica la giornata al tema della sostenibilità ambientale, incentrando le attività sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite. L'efficacia dell'evento è data in larga misura dall'utilizzo dell'educazione tra pari. Sono infatti gli studenti del Collegio a condividere con quelli della regione il loro entusiasmo per il volontariato, i motivi che li spingono a dedicarsi al lavoro nel sociale e il potenziale del volontariato per stimolare la propria autostima e la consapevolezza di sé e della società in cui vivono. A partire da oggi e per qualche settimana, gli studenti proporranno una serie di anteprime virtuali della Fiera della sostenibilità. La piattaforma online, su cui è migrata a fine febbraio tutta l'attività didattica del Collegio, ospiterà un incontro con l'antropologa Sabina Kienzel, animatrice al Collegio di un'attività pomeridiana di video - making e ricerca etnografica. Inoltre, saranno diffusi, sul profilo Instagram dedicato alle attività del Collegio "@casportfoliouwcad" e sulla pagina facebook del Collegio, una serie di video a tema, realizzati sia da associazioni che collaborano con Mondo 2000, sia da docenti, studenti e amici del Collegio, che tratteranno tematiche quali l'architettura resiliente, l'acqua come risorsa primaria in Nigeria, la criminalità organizzata e la narrazione, attraverso l'arte, di problemi come l'istruzione, la povertà, la fame, le diseguaglianze, le questioni di genere. Per informazioni consultare il sito www.uwca.it o scrivere a mondo2000@uwcad.it.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 27 marzo 2020

 

 

Ferriera, inizia lo spegnimento - Finisce un'era durata 123 anni

Al via stasera l'iter per la chiusura dell'area a caldo, che durerà tre settimane Primo atto la fine della cokeria, poi sarà la volta di altoforno e centrale elettrica

Tre settimane per mettere la parola fine a una storia durata 123 anni. La chiusura dell'area a caldo della Ferriera prenderà il via oggi e, stando al cronoprogramma consegnato da Acciaierie Arvedi al tavolo tecnico attivato dalla Prefettura, tutto si concluderà il 17 aprile con le ultime operazioni di messa in sicurezza. Come anticipato su queste pagine nei giorni scorsi, lo stabilimento siderurgico di Servola darà il via allo stop della cokeria (alle 22 l'ultima carica) passando nella settimana successiva a disattivare altoforno, agglomerato e centrale elettrica. Che tutto sia pronto lo dice anche l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro: «Domani (oggi, ndr) verrà a avviato dopo oltre vent'anni lo spegnimento della cokeria. Tutto questo permetterà di migliorare la situazione ambientale e quindi le condizioni di salute. Al tempo stesso vi sarà quindi un potenziamento delle attività industriali "decarbonizzate": centrale a gas naturale, zincatura a caldo, verniciatura, linea di ricottura, oltre al definitivo sviluppo portuale e logistico». Tra gli enti di controllo figura l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, che seguirà tutti i passaggi pubblicando sul proprio sito informazioni, dati su qualità dell'aria e rumorosità, immagini e filmati. L'Arpa vuole testimoniare «gli eventuali impatti ambientali associati alla delicata fase di spegnimento ai fini di una maggiore trasparenza e condivisione nei confronti della popolazione». Come spiega l'Agenzia, comunque, «il piano non prevede impatti ambientali significativi», mentre sono previsti episodi visivi, come l'accensione delle fiaccole per eliminare i gas residui. La notizia della fermata è arrivata una decina di giorni fa. L'azienda aveva più volte annunciato date di spegnimento, sempre rinviate per la necessità di arrivare prima alla definizione dell'Accordo di programma, come chiesto dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e dal presidente della Regione Massimiliano Fedriga. Lo stop avverrà ora, senza intesa firmata: il confronto fra azienda e istituzioni è stato congelato dal coronavirus, che sta facendo passare in sordina quello che sarà un momento storico per Trieste da qualsiasi prospettiva lo si guardi. L'azienda ha deciso di procedere davanti all'esaurirsi delle materie prime e per ridurre le presenze in fabbrica durante l'epidemia: un lavoratore è risultato positivo a inizio marzo ma non si registra un'estensione dei casi. Lo spegnimento in assenza di una cornice definita dal nuovo Adp apre interrogativi sui tempi di bonifica e riconversione, nonché sul futuro di centinaia lavoratori: nella bozza dell'Accordo mancano infatti ancora i riferimenti ai finanziamenti pubblici e al piano industriale da modificare dopo la discesa in campo di Piattaforma logistica srl, che ha in tasca l'intesa di massima sulla cessione dei terreni dell'area a caldo, destinati a diventare terminal ferroviario a servizio del futuro Molo VIII. Si comincia dunque in queste ore con lo svuotamento delle due batterie di forni per il carbon coke: l'operazione richiederà due giorni e sarà seguita dallo svuotamento della torre che contiene il fossile, dalla fermata dell'estrattore e dalla messa in sicurezza della torre di spegnimento. Lo stop della cokeria sarà concluso solo il 17 aprile, dopo la chiusura e la messa in sicurezza dell'impianto di refrigerazione, della sezione lavaggio gas e della decantazione catrame. La fermata dell'altoforno si svolgerà fra il 3 e il 5 aprile, seguita da alcuni giorni per rendere inerti le sezioni gas e raffreddamento. Sempre il 3 aprile sarà bloccato l'agglomerato, mentre fra il 4 e il 5 si fermerà la centrale elettrica. L'iter è stato spiegato ieri dalla Direzione alle Rsu dello stabilimento. La giunta regionale si gode il raggiungimento di un obiettivo che il centrodestra ha sbandierato in ogni campagna elettorale negli ultimi vent'anni. «La trattativa e il lavoro di questi mesi - dice Scoccimarro - stanno dando seguito al mandato elettorale dei cittadini. Il risultato giunge a un anno dal mio primo incontro riservato con il cavalier Giovanni Arvedi, avvenuto il 28 marzo 2019». Quel primo confronto fu ruvido, ma pose le basi per le trattative avviate durante l'estate. «Il 28 e 29 agosto - ricorda l'assessore - c'è stato lo scambio formale di lettere tra me e la società che si dichiarava per la prima volta disponibile a valutare le proposte della Regione». Qualche giorno dopo Arvedi fece pubblicare a pagamento sul Piccolo una dura lettera in cui attribuiva alle istituzioni la responsabilità per una chiusura non voluta. Il cavaliere di Cremona e il suo erede Mario Caldonazzo resteranno comunque a Trieste, dove si sono impegnati a rafforzare le attività del laminatoio a freddo.-

Diego D'Amelio

 

 

Idrocarburi e tossine: i "pedoci" muggesani restano ancora proibiti

IL BENZO(A)PYRENE SCENDE, MA SALGONO I "VELENI BIO"

MUGGIA. Si prolunga a tempo indeterminato lo stop ai mitili muggesani. Perché stabilire una data per la ripresa delle attività è, a detta di Paolo Demarin, da febbraio direttore della Struttura complessa Alimenti di origine animale per l'Asugi, «senz'altro prematuro. Aspettiamo le evidenze delle analisi e le valutazioni generali degli enti preposti alla tutela ambientale, come l'Arpa». È dei giorni scorsi l'ordinanza bis, che segue la prima del 15 gennaio, che indica nella zona Ts 02 di Muggia la «non conformità al requisito sanitario comunitario previsto in presenza del superamento del limite previsto di biotossine marine liposolubili», così come confermato dai più recenti campionamenti di cui è stato reso partecipe anche l'Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie. Al benzo(a)pyrene riscontrato lo scorso 24 dicembre, quindi, si sono aggiunte le biotossine algali. Queste ultime, come informa Demarin «è la prima volta che sono presenti nell'area in questione in questo periodo dell'anno. Anche per questo sono in contatto con il Centro di riferimento di Cesenatico. Parliamo di biotossine algali ingerite dai molluschi bivalvi, che sono sostanze tossiche prodotte dal fitoplancton. Queste alghe hanno la capacità di produrre tossine che possono produrre problemi gastrointestinali nell'uomo». I pericoli per la salute dei consumatori, insomma, sono due: oltre alle biotossine resta infatti la questione degli idrocarburi ad attirare l'attenzione di Demarin: «Sulla presenza di idrocarburi occorre andare a fondo e la Regione si è fatta carico di questo problema, anche perché la qualità e la salubrità del mollusco dipende più di altri dalla qualità dell'ambiente. Per quanto riguarda il benzo(a)pyrene, cioè l'indicatore principale, il valore somma non conforme risale a un'analisi effettuata il 3 febbraio. Le successive analisi, del 17 e 24 febbraio e del 9 marzo, sono tutte conformi e quindi la presenza è diminuita. Ma occorre definire il motivo di questa contaminazione». La costa muggesana potrebbe rischiare una declassificazione? «No - spiega Demarin - perché la classificazione in A, B e C dipende dalla qualità microbiologica delle acque, determinata dall'indicatore E.coli. Una contaminazione chimica determina la chiusura, come avviene adesso, e solo se persiste si arriva a una declassificazione, in questo caso però definitiva, con la revoca dell'autorizzazione a raccogliere. Per questo è importante per me conoscere le cause di questo episodio di positività».

Luigi Putignano

 

Ricercatori si immergono a largo di Grado festeggiati da una ventina di delfini

Durante un monitoraggio della Pinna nobilis

GRADO Nei giorni scorsi due ricercatori dell'Area marina di Miramare, Saul Ciriaco e Marco Segarich, si sono trovati di fronte a una ventina di esemplari di tursiopi, in piccoli gruppetti. È successo alla fine di un'immersione a Grado, per il monitoraggio della Pinna nobilis, nell'ambito del progetto "Restorfan". «Probabilmente si tratta della stessa famiglia già avvistata in febbraio da alcuni pescatori locali», spiega Maurizio Spoto, direttore della Riserva: «Non è frequente avvistare gruppi così numerosi, solitamente capita quando si staccano da Pirano per ragioni di alimentazione, ma non dovrebbe c'entrare con la situazione attuale». Ma se a Grado i gabbiani hanno lasciato il centro cittadino un fenomeno contrario si sta verificando a Trieste. I pesci che popolano copiosamente il canale di Ponterosso. Le faine e le volpi che sbucano in città in momenti della giornata prima d'ora impensabili. I prati pieni di farfalle e api. E che dire allora del ritorno dei delfini tursiopi che piroettano a Grado. L'effetto #stateacasa risveglia la natura, che reagisce così ora che in giro non c'è la solita massa di esseri umani che ha inevitabilmente modificato le sue abitudini. La diminuzione della pesca professionale e la sospensione di quella amatoriale permette ad esempio ai pesci costieri di avvinarsi di più verso la città, fino appunto all'interno del canale di Ponterosso, come spiega il naturalista Nicola Bressi: «Ora è possibile vedere più sotto costa branzini, saraghi, qualche orata e prossimamente, se continua la quarantena, anche le seppie». Non è poi impossibile che durante le ore diurne sbuchino pure volpi e faine. Altre conseguenze di questo periodo di quarantena riguarderanno pure tutte quelle specie ormai diventate urbane, come il cinghiale, il gabbiano o il topo: in particolare a loro mancherà il cibo, che sono abituati a ricevere dall'uomo. «È un bene», osserva Bressi: «Cerchiamo sempre di spiegare all'amico degli animali che dare cibo a quelli selvatici è un male. Le specie invasive così aumentano, creando problemi ad altri animali, vedi le cornacchie che uccidono i merli. Allo stesso tempo questa abitudine nuoce pure al porcospino, perché così lo abituiamo a frequentare strade e case, mettendo a repentaglio la sua vita. Può capitare inoltre di aiutare animali malati. In natura questi di solito muoiono, così facendo possiamo invece favorire i contagi tra gli animali stessi». Ecco dunque che questa rivoluzione farà sì che i gabbiani, ad esempio, si riprodurranno di meno. Al contempo nidificheranno in quegli spazi che oggi sono vuoti, come i giardini delle scuole.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 marzo 2020

 

 

Traffico giù, cala l'inquinamento - Si dimezzano gli ossidi di azoto - LA SITUAZIONE

Negli ultimi giorni calo sempre più significativo fino a rasentare lo zero con l'ulteriore effetto della Bora

Trieste. Alcuni dei principali agenti inquinanti dell'aria stanno diminuendo in maniera significativa a seguito del blocco progressivamente introdotto dall'esecutivo per contenere la diffusione del contagio da Covid-19. Nelle regioni del Nord, in particolare, il Sistema nazionale di protezione ambientale (Snpa) parla pressoché di un dimezzamento: un dato in linea con quelli rilevati da Arpa Fvg, anche per quanto riguarda lo specifico di Trieste e Gorizia. L'Agenzia europea dell'Ambiente (Eea) ha registrato del resto tendenze simili in Spagna e Portogallo, dopo l'adeguamento al "lockdown" su modello italiano. Nella Pianura Padana, fa sapere l'Snpa, si stima una diminuzione della concentrazione di biossido di azoto (NO2) dell'ordine del 50%, affermatasi in maniera progressiva nelle settimane successive alla limitazione della mobilità adottata in Lombardia e Veneto (23 febbraio) e poi estese all'intero territorio nazionale (11 marzo). I valori mediani di tutte le stazioni presenti in quest'area sono infatti passati da quantità comprese tra i 26 e i 40 microgrammi di NO2 per metro cubo d'aria, a febbraio, ai 10-25 microgrammi in marzo. In Friuli Venezia Giulia, nello specifico, salta all'occhio la data dell'11 marzo, per la differenza particolarmente forte notata tra la concentrazione osservata (10-20 microgrammi per metro cubo) e quella attesa (50-70). I dati sono stati elaborati da un team di esperti Snpa tramite Copernicus, il sistema satellitare europeo di osservazione della Terra le cui rilevazioni sono state integrate con quelle raccolte sui territori dalle Agenzie per la protezione dell'ambiente regionali e provinciali (Arpa e Appa). Arpa Fvg, ancora più nel dettaglio, ha preso in considerazione inoltre il periodo tra il 17 e il 23 marzo scorsi. Mettendolo a confronto con gli stessi giorni degli anni precedenti (periodo 2016-2020 per Trieste; 2012-2020 per Gorizia), nelle due città capoluogo di provincia si osserva un abbassamento del 30-50% degli ossidi di azoto (un inquinante tipicamente associato al trasporto su gomma e alla combustione industriale) presenti nell'atmosfera, per quanto riguarda la loro fascia di oscillazione media. Negli ultimi anni, sia a Trieste che a Gorizia, le stazioni di traffico urbano avevano infatti registrato un'oscillazione media di questi agenti inquinanti che si aggirava tra i 40 e i 70 microgrammi per metro cubo. La stessa media, tra il 17 e il 21 marzo 2020, è scesa via via nella fascia 20-40 microgrammi. Il 22 e 23 marzo il dato si è abbassato ulteriormente fino a rasentare lo zero, per effetto "ripulente" della Bora. In città il fenomeno emerge nella parte centrale della giornata, mentre restano presenti - in misura proporzionalmente ridotta - i fisiologici picchi di mattino e pomeriggio, coincidenti con gli orari in cui la maggior parte delle persone si sposta per andare e tornare dal lavoro (rispettivamente ore 8 e 17). Nelle stazioni di traffico extra-urbano, poi, già dal 12 marzo i livelli di inquinanti - fa sapere Arpa - sono di molto inferiori rispetto al passato, anche in fasce orarie di punta. Ieri intanto l'Eea ha diffuso dati sul decremento di concentrazioni di NO2 non solo in alcune città italiane, come Milano e Roma, ma anche europee. A Barcellona, ad esempio, i livelli medi di NO2 sono scesi del 40% in una settimana: una riduzione del 55% sullo stesso periodo del 2019. 

Lilli Goriup

 

Smog, deforestazione, attacco alla natura è così che abbiamo reso profugo il virus

Esce oggi per Einaudi in edicola e on line il volumetto di Paolo Giordano, scrittore scienziato e docente alla Sissa

Ogni giorno alle 18 ci colleghiamo per ascoltare il bollettino della protezione civile, memorizziamo i numeri, confrontiamo i pareri degli esperti, attendiamo il messaggio del presidente. Ma le istituzioni sono caute, non si fidano della nostra tenuta emotiva. Nemmeno gli esperti si fidano di noi, per questo a volte parlano in modo talmente semplice che risulta sospetto. Delle istituzioni poi eravamo sospettosi da sempre. Così, in questa dubbiosa incertezza ci comportiamo peggio di come faremmo e il panico sale. Ecco il loop in cui a volte pare imprigionato il paese. Allora forse uscire per un attimo dal ritmo ansiogeno delle notizie giornalistiche e spostarci su un libro può aiutarci. "Nel contagio" il piccolo saggio di Paolo Giordano acquistabile da oggi in edicola e online (Einaudi, pp. 80, 10 euro) è una lettura tranquillizzante perché parla con fiducia a cittadini responsabili. E cerca, attraverso la competenza di uno scrittore scienziato, di capire meglio, non il Cov-2 (il virus responsabile dell'epidemia di Covid-19, ndr), ma quello che significa stare in un presente dove il Cov-2 ha preso il timone provvisorio della realtà. La matematica, ci dice Giordano, può aiutarci perché non è la scienza dei numeri ma delle relazioni: descrive i legami e gli scambi tra fattori diversi. E il contagio da Cov-2 è soprattutto un'infezione alla nostra rete di relazioni. Immaginiamo che gli esseri umani siano biglie, miliardi di biglie vicine tra loro. Se una biglia contagiata viene lanciata nel mucchio, questa toccherà almeno due o tre biglie, che a loro volta ne toccheranno altre tre o quattro e così in misura esponenziale fino alla situazione di pandemia. Questo esempio dovrebbe farci capire che più le biglie sono distanziate, minore è la probabilità che si scontrino propagando il contagio. Fuor di metafora: contatti sociali zero. Giordano ci esorta poi a rovesciare la nostra prospettiva: proviamo a guardare l'umanità dal punto di vista del virus. Per il Cov-2 siamo divisi in tre gruppi soltanto: i Suscettibili, cioè gli organismi che potrebbe contagiare, gli Infetti e i Rimossi, quelli cioè che non può più contagiare. Va da sé che la partita, il vero e proprio cordone sanitario, la giocano i Suscettibili. Quelli che togliendosi dal raggio del virus gli impediscono di moltiplicarsi. C'è qualcosa di rassicurante nei ragionamenti di Giordano, che ha a che fare con la competenza e il rispetto dell'interlocutore, con la capacità di affrontare contenuti scientifici rendendoli umani ma senza semplificarli, avvicinando il lettore alla comprensione e quindi abbassando la paura. Una tonalità che a volte fa tornare in mente le puntate di "Siamo fatti così", la serie educativa francese che ha insegnato a un'intera generazione a conoscere il corpo umano. Leggere questo libro aiuta a lasciarsi alle spalle i toni enfatici del giornalismo - "un'esplosione" di contagi, un aumento "drammatico" - perché, se la scienza è abituata a trattare l'evolversi non lineare dei fenomeni naturali, è la distorsione mediatica a generare la paura. Rimane però che il Cov-2 sta ridefinendo il nostro modo di abitare il mondo. Eravamo abituati a imporre il nostro tempo alla natura, e invece ora accade il contrario. È in questo tempo nuovo di forzata solitudine che, paradossalmente, potremmo riscoprire un senso di comunità che era andato perduto. L'epidemia ci incoraggia a un esercizio di immaginazione inedito: pensarci come un organismo unico e perciò solidale. Teniamolo a mente, prima di uscire di casa o invocare il diritto alla quotidiana passeggiata a Barcola. E non dimentichiamocene quando tutto sarà finito. Una domanda aleggia ancora nelle nostre menti: ma noi, come comunità umana, che responsabilità abbiamo su questa epidemia? È colpa dell'inquinamento? Della globalizzazione?Siamo esseri umani pieni di impegni, viaggiamo e ci spostiamo molto, e senza dubbio l'efficienza dei nostri trasporti ha cambiato la sorte della diffusione del virus, rendendola rapida e capillare. Ed è probabile che la nostra aggressività verso l'ambiente sia andata a stanare quei patogeni che se ne stavano tranquilli nelle loro nicchie naturali. Ancora una volta Giordano ci invita a smuoverci da noi stessi e invertire la prospettiva: non sono i virus a cercarci, ma siamo noi con la deforestazione, con gli allevamenti intensivi, con le azioni votate all'estinzione di molte specie, che andiamo a stanare i virus, trasformandoli in profughi della distruzione ambientale. Negli anni Ottanta, quando andavano di moda i capelli vaporosi pieni di lacca, scoppiò l'allarme per il buco dell'ozono. Tutti cambiarono pettinatura e l'umanità venne salvata. Ma oggi? Oggi siamo davanti a problemi più complessi da comprendere e per questo è necessario cogliere il tempo anomalo che viviamo come un'occasione per fermarci e pensare. A cosa? Al fatto che siamo parte di un ecosistema meraviglioso e fragilissimo e sta a noi mantenerlo in equilibrio. E in questo momento di conta dei morti e dei guariti, dei giorni di scuola persi, delle mascherine consegnate e dei miliardi bruciati in borsa, nelle pagine di Giordano risuona l'invocazione del Salmo 90: "Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio". Un cuore saggio, auguriamoci questo.

Federica Manzon

 

 

Alberi tagliati in baia, sul web è subito polemica

Le proteste social: «Patrimonio di Sistiana rovinato». Pallotta: «Piante a rischio, era necessario per ragioni di sicurezza»

DUINO AURISINA. Il Comune taglia alcuni alberi nella baia di Sistiana «per garantire l'incolumità dei cittadini in quanto a rischio caduta», e puntale monta la polemica, con l'immancabile megafono mediatico garantito dai social. Non c'è pace, insomma, per una delle zone più belle del golfo di Trieste. A scatenare la protesta sono stati numerosi cittadini che, osservando una serie di fotografie diffuse attraverso i gruppi social locali, hanno constatato che, a pochi passi da Castelreggio e nelle immediate vicinanze della zona dove fino a pochi mesi fa sorgevano i famosi chioschi tanto apprezzati soprattutto dai giovani, l'amministrazione guidata dal sindaco Daniela Pallotta ha provveduto a far tagliare alla radice alcuni alberi.«Vogliamo andare a fondo della questione - hanno subito annunciato in tanti - perché siamo stufi di veder depauperata una delle aree più belle del nostro territorio in ragione di un rischio che, a nostro avviso, è inesistente». Immediata la replica dell'esecutivo cittadino di Duino Aurisina: «In questi giorni - ha scritto a stretto giro Pallotta - è prevista bora da forte a molto forte sulla costa, con raffiche anche oltre i 120 chilometri orari, proprio nella zona di Trieste e provincia. La Protezione civile - ha precisato il sindaco - è dovuta intervenire in altre aree per il taglio di rami secchi, ma anche per rimuovere interi alberi secchi. La caduta di alberi o rami rappresenta spesso un pericolo per l'incolumità dei cittadini e io non voglio che ciò accada quando potremo nuovamente uscire, una volta esauritasi l'emergenza coronavirus. Ecco spiegato - ha sottolineato - perché stiamo tagliando anche altri alberi. Nessuno vorrebbe farlo, ma a volte è necessario e ritengo opportuno che si lasci fare il lavoro a chi è competente in questo campo». «Dai nostri uffici che si occupano del problema - ha fatto eco a Pallotta l'assessore Massimo Romita - abbiamo avuto un'informazione nella quale si legge molto chiaramente che si sta procedendo alla messa in sicurezza delle aree pubbliche dove sono presenti alberi morti in piedi. Gli interventi sono puntuali, urgenti e indifferibili. Mi sembra che ci sia poco da discutere». Non è dello stesso avviso il consigliere di opposizione Vladimiro Mervic: «Francamente gli alberi tagliati mi sembravano sani, ora intendo fare le necessarie verifiche».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 marzo 2020

 

 

Trieste al top per consumo di acqua a casa - E l'82% beve quella che esce dal rubinetto - le citta' in cui si consuma piu' acqua
Siamo tra le 20 città più "sprecone" ma ci distinguiamo pure per l'uso che ne facciamo al posto della minerale in bottiglia
Dalla doccia alla pulizia della casa, dagli usi in cucina all'irrigazione delle piante, senza tralasciare il fabbisogno di lavapiatti e lavatrice e lo sciacquone del bagno. I triestini giornalmente consumano in media 276 litri di acqua pro capite. È un dato, quello del consumo a residente, che colloca Trieste tra le 20 città più "sprecone" d'Italia. I dati Istat, riportati in un focus dedicato alla Giornata mondiale dell'Acqua dello scorso 22 marzo, evidenziano come a distinguersi, in tal senso, sia l'intera regione visto che nella classifica stilata rientrano, addirittura sopra la stessa Trieste, pure Gorizia (289 litri) e Udine (280). Va tenuto conto che a livello nazionale la media di consumo pro capite di acqua di attesta intorno ai 241 litri al giorno, con città come Isernia, Cosenza e Milano che superano persino i 360 litri pro capite.Il rilevante uso di acqua potabile a Trieste ha riscontro anche nei risultati dell'indagine "La tua acqua" effettuata da AcegasApsAmga nel 2019, attraverso una serie di interviste realizzate nei punti vendita Coop Alleanza 3.0. Un'iniziativa - che vede partner anche Cafc e Irisacqua - alla quale nella nostra città hanno risposto 486 persone, e che ha fatto emergere come addirittura l'82% dei triestini - il dato è il più elevato a livello regionale - beve sempre o comunque spesso "l'acqua del sindaco", quella del rubinetto per intenderci. In un paese come l'Italia, che insieme all'Arabia Saudita e al Messico è il maggior consumatore di acqua in bottiglia al mondo, una percentuale così elevata di residenti che si disseta bevendo l'acqua che esce dal rubinetto di casa ha dunque un valore aggiunto. Le centinaia di triestini che hanno risposto alle diverse domande hanno fornito uno spaccato delle loro abitudini ma anche di quelle del nucleo familiare dove vivono. Un campione ampio, quindi, che fotografa il rapporto tra i triestini e l'acqua pubblica. A bere l'"acqua del sindaco" sempre o comunque spesso sono più le donne (84%) degli uomini (80%). Dall'indagine di AcegasApsAmga emerge anche un altro aspetto in controtendenza rispetto ad altri territori dove è stato effettuato il medesimo sondaggio: la fascia di età che più spesso ne fa uso è quella tra i 31 e i 44 anni (87%). Alla domanda sul perché viene preferita a quella in bottiglia, la comodità e la bontà hanno la prevalenza su altre motivazioni. In controtendenza rispetto ad altri territori, poi, è accentuata (21%) anche la consapevolezza che non produce rifiuto plastico, segno di una crescente sensibilità ambientale. Nei target più avanzati di età, sembra prevalere l'elemento della fiducia, con prevalenza per motivazioni che evidenziano la bontà e un maggior controllo rispetto alle acque in bottiglia. Nei target più giovani, invece, oltre al fattore legato alla comodità emerge in maniera significativa quello ambientale. Il fatto che bere acqua di rete, dal rubinetto, non produca rifiuti plastici è un elemento che incide in maniera determinate per il 27% degli under 30 e per il 22% delle persone tra i 31 e i 44 anni. Tra i 45 e i 60 anni incidono allo stesso modo (22%) bontà dell'acqua, comodità e aspetto economico. L'acqua distribuita da AcegasApsAmga è da classificare come acqua oligominerale, di media-bassa durezza. e in base alle sue caratteristiche è da considerarsi acqua microbiologicamente pura. «Proviene da un acquifero sicuro dell'Isontino, - spiega Armando Pizzinato, responsabile acquedotti di AcegasApsAmga - ed è captata da falde profonde fino a 180 metri e garantita qualitativamente da un sistema di monitoraggio costante attraverso strumentazioni online in tele-controllo lungo tutta la filiera, supportato da analisi di laboratorio». Il piano di monitoraggio è stabilito da procedure aziendali e concordato con Asugi.

Laura Tonero

 

 

I pesci a Ponterosso e le faine a San Giusto - Gli animali vanno alla conquista della città
L'assenza di assembramenti da parte dell'uomo sta incoraggiando molte specie. Api e farfalle si riprendono i giardini
I pesci che popolano copiosamente il canale di Ponterosso. Le faine e le volpi che sbucano in città in momenti della giornata prima d'ora impensabili. I prati pieni di farfalle e api. E che dire allora del ritorno dei delfini tursiopi che piroettano a Grado. L'effetto #stateacasa risveglia la natura, che reagisce così ora che in giro non c'è la solita massa di esseri umani che ha inevitabilmente modificato le sue abitudini. La diminuzione della pesca professionale e la sospensione di quella amatoriale permette ad esempio ai pesci costieri di avvinarsi di più verso la città, fino appunto all'interno del canale di Ponterosso, come spiega il naturalista Nicola Bressi: «Ora è possibile vedere più sotto costa branzini, saraghi, qualche orata e prossimamente, se continua la quarantena, anche le seppie». Non è poi impossibile che durante le ore diurne sbuchino pure volpi e faine. Queste ultime frequentano spesso, di notte, il Parco della Rimembranza. «La faina tende a essere notturna - sottolinea l'esperto - più che altro perché ci siamo noi, ma ora che le strade sono vuote potrebbe uscire anche di giorno». Altre conseguenze di questo periodo di quarantena riguarderanno pure tutte quelle specie ormai diventate urbane, come il cinghiale, il gabbiano o il topo: in particolare a loro mancherà il cibo, che sono abituati a ricevere dall'uomo. «È un bene», osserva Bressi: «Cerchiamo sempre di spiegare all'amico degli animali che dare cibo a quelli selvatici è un male. Le specie invasive così aumentano, creando problemi ad altri animali, vedi le cornacchie che uccidono i merli. Allo stesso tempo questa abitudine nuoce pure al porcospino, perché così lo abituiamo a frequentare strade e case, mettendo a repentaglio la sua vita. Può capitare inoltre di aiutare animali malati. In natura questi di solito muoiono, così facendo possiamo invece favorire i contagi tra gli animali stessi». Ecco dunque che questa rivoluzione farà sì che i gabbiani, ad esempio, si riprodurranno di meno. Al contempo nidificheranno in quegli spazi che oggi sono vuoti, come i giardini delle scuole. «Le zone in cui non si taglierà l'erba o gli orti rimasti incolti sono destinati a diventare un paradiso per impollinatori e insetti», specifica Bressi: «Questi spazi saranno quindi pieni di api e farfalle. Più fiori hanno, più forti saranno». Negli scorsi giorni, peraltro, due ricercatori dell'Area marina di Miramare, Saul Ciriaco e Marco Segarich, si sono trovati di fronte a una ventina di esemplari di tursiopi, in piccoli gruppetti. È successo alla fine di un'immersione a Grado, per il monitoraggio della Pinna nobilis, nell'ambito del progetto "Restorfan". «Probabilmente si tratta della stessa famiglia già avvistata in febbraio da alcuni pescatori locali», spiega Maurizio Spoto, direttore della Riserva: «Non è frequente avvistare gruppi così numerosi, solitamente capita quando si staccano da Pirano per ragioni di alimentazione, ma non dovrebbe c'entrare con la situazione attuale».

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 24 marzo 2020

 

 

Ripopolate le foreste marine di Miramare
I biologi della Riserva hanno trapiantato le Cystoseire dal parco di Strugnano: sono alghe essenziali per gli "umori climatici"
A Miramare presto ricresceranno le foreste marine di Cystoseira, fondamentali per la conservazione della biodiversità e la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici sul nostro pianeta, grazie alla produzione di ossigeno e all'assorbimento di Co2 che le accomuna, per funzione, alle foreste terrestri. Lo confermano i biologi della Riserva, che stanno monitorando i risultati del trapianto dell'anno scorso e il livello di fertilità del sito donatore, il parco di Strugnano in Slovenia. «La situazione delle Cystoseire trapiantate è molto buona e fa ben sperare che questo impianto possa innescare quel meccanismo virtuoso naturale che consentirà alle alghe di proseguire autonomamente con la crescita e il ripopolamento», spiega Saul Ciriaco, biologo marino e subacqueo dell'Area marina protetta. Dopo due anni e mezzo anni di lavoro il progetto europeo ROC-POPLife, acronimo che sta per Restoration Of Cystoseira Population, sta raccogliendo i frutti di quanto seminato. Letteralmente. Scopo del progetto, che coinvolge due università, Trieste e Genova, e quattro Aree marine protette (Miramare, Cinque Terre, Portofino e Strugnano), è il ripopolamento delle foreste sottomarine di Cystoseira, un'alga bruna a rischio estinzione, con un metodo inedito: dai siti donatori, nel nostro caso Strugnano, vengono raccolte soltanto le parti apicali fertili dell'alga, che poi si posizionano in dischetti di argilla biodegradabili e si trasferiscono in laboratorio, all'interno di acquari per la coltivazione e la produzione di nuove "plantule". Quando le Cystoseire sono pronte i dischetti vengono prelevati e messi a dimora nel sito marino che si vuole ripopolare. Si tratta, ricorda Annalisa Falace, coordinatrice del progetto e ricercatrice del dipartimento di Scienze della vita dell'ateneo giuliano, di un metodo di restauro inedito, perché in questo modo non s'impoverisce il sito donatore. «Finora a Miramare abbiamo posizionato in due diversi eventi di trapianto 400 dischetti, ciascuno con un migliaio di plantule, protetti con dissuasori per impedire ai pesci e altri erbivori di cibarsene - racconta Ciriaco -. Le abbiamo monitorate di recente, verificando come, con l'inizio della primavera e l'aumento delle ore di luce, stiano iniziando a crescere autonomamente». Dall'altra parte di un confine attualmente blindato per l'emergenza Coronavirus c'è il sito di Strugnano, dove i ricercatori si sono recati poco prima della chiusura delle frontiere alla ricerca di parti apicali fertili per proseguire con il trapianto: a quanto pare manca pochissimo perché le piantine siano pronte, ora ci sarà da capire come operare per riuscire a portarle in Italia. Nel frattempo la notizia del successo di questo progetto di ripopolamento vegetale dei fondali marini si è diffusa, e sono fioccate da tutt'Italia e anche dall'estero proposte di collaborazione. Tanto che si sta già lavorando su un secondo progetto, che se verrà finanziato dall'Ue si amplierà andando a includere altre dieci Aree marine protette italiane e due nuovi partner scientifici: l'Ispra di Roma, che si occuperà del monitoraggio delle aree con droni, e l'Università Partenope di Napoli, che lavorerà per stimare i servizi ecosistemici e il valore anche economico di questo "capitale naturale" che si sta tentando di restaurare. «Vista la situazione critica del nostro Pianeta conservare l'esistente non è più sufficiente, bisogna invece operare per il restauro ambientale: lo sostiene con forza anche l'Onu, che dedica il prossimo decennio al ripristino degli ecosistemi», conclude Falace.

Giulia Basso

 

Le simulazioni di Valeria al pc sull'ecosistema mediterraneo
Valeria Di Biagio è romana, si è laureata alla Sapienza in Fisica e poi ha fatto un master in calcolo scientifico. A Trieste invece si è specializzata in Fluidodinamica.Attualmente si occupa di Modellistica degli ecosistemi marini all'Ogs: «Facciamo modelli e simulazioni al computer dell'ecosistema marino. Nel mio gruppo sono molte le linee di ricerca. Nello specifico, quella di cui mi occupo io, è produrre dei modelli accoppiati di fisica e biogeochimica. Quindi cerco di simulare essenzialmente il plancton che interagisce con costanti fisse: correnti, temperatura, radiazione solare. La mia area di ricerca è il Mar Mediterraneo».Lo scopo è anche quello di capire meglio come funziona l'ecosistema terrestre: «Per esempio monitorare la produzione di ossigeno che per metà proviene dall'ecosistema marino. Naturalmente nel mare avvengono molti fenomeni che ci riguardano tutti». Valeria Di Biagio è inoltre arrivata seconda al Premio FameLab, il talent-show della scienza, una competizione internazionale di divulgazione scientifica. Il tema va esposto in tre minuti: «Ognuno doveva parlare di due argomenti. Il mio primo tema è stato la fotosintesi, mentre l'altro argomento affrontato era più legato alla fisica: come, grazie allo studio delle correnti marine, sia stato possibile ricostruire il percorso di una fuga, in zattera, da Alcatraz».Gli interessi al di fuori del lavoro si spostano invece sullo sport: «Ho sempre praticato la danza. Anche qui a Trieste frequento un corso di danza contemporanea. Ma soprattutto pratico teatro a livello amatoriale. Anche l'idea del FameLab era per mettermi alla prova, benché su un testo scientifico anzi che teatrale. Credo però che comunicare, e per quel che possibile semplificare la scienza, stimoli molto la curiosità delle persone, per questo sono importanti concorsi come FameLab».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 23 marzo 2020

 

 

Scatta l'offensiva anti-pantegane: 1.400 trappole dalle Rive ai parchi
Vicina la fase in cui i ratti giovani escono dalle tane: riposizionamento e controllo delle scatole in corso
Oltre 1.400 trappole in giro per la città con tanto di appello a non manometterle o rubarle. Il Comune - nonostante l'emergenza coronavirus - si prepara ad affrontare il periodo dell'anno, quello di maggio e giugno, in cui i ratti escono di più dalle loro tane in cerca di cibo, e lo fa sistemando le scatole col veleno nei punti strategici. L'appalto in questione, dalla durata biennale, era stato vinto dalla ditta "Il Girasole" di Porcia lo scorso anno con un'offerta di 30 mila euro Iva esclusa. «In questa fase - spiega l'assessore competente Michele Lobianco - vengono effettuati il riposizionamento e il controllo delle mangiatoie che, ricordo, sono create in modo tale da proteggere cani e gatti visto che l'esca non è raggiungibile dall'esterno. La scatola è costruita in modo tale che il topo entri attraverso una rotella, mangi e se ne vada. Al momento sono oltre 1.400 le trappole posizionate in tutta la città tra luoghi pubblici, palazzi di competenza del Comune e giardini». Il topo è un animale estremamente intelligente, per questo motivo le esce devono essere riposizionate in maniera costante. Gli animali comunicano anche tra di loro e nel corso degli anni la strategia anti-pantegane è mutata pure nel tipo di trappole. Oggi una volta mangiata l'esca il roditore non muore subito, ma solitamente dopo alcuni giorni. Questo per impedire che gli altri membri del gruppo capiscano che l'esca è avvelenata. «In questo periodo - prosegue l'assessore - non ci sono segnalazioni riguardanti la presenza di ratti ma in realtà il momento più critico è quello d'inizio estate anche se lo scorso anno il fenomeno era iniziato prima. Si vede comunque che la campagna massiccia con l'implementazione delle trappole e una strategia sempre nuova hanno prodotto risultati». La primavera e l'estate sono le stagioni in cui i giovani esemplari escono allo scoperto per cercare cibo ed esplorare il territorio. Lo scorso anno tra aprile e maggio il fenomeno era emerso in maniera importante in città anche a causa delle piogge intense che avevano spinto gli animali in superficie. A gennaio non erano invece mancate le polemiche politiche in seguito alla segnalazione della consigliera comunale di Open Sabrina Morena riferita in particolare alla zona di piazza Goldoni. Le trappole sono posizionate come detto in diversi punti della città: le Rive, gli uffici e ovviamente i giardini pubblici, come ad esempio il "Muzio de Tommasini". Sono spesso nascoste proprio per evitare manomissioni o furti. Per quanto riguarda le residenze private o i condomini l'invito è invece quello di rivolgersi agli amministratori stabili che poi contattano l'Azienda sanitaria. Per le segnalazioni nei luoghi pubblici ci si può rivolgere all'Urp del Comune.

Andrea Pierini

 

Sabotate, distrutte, addirittura rubate - Metà delle esche mappate in città è da sostituire da un anno all'altro
Nel 2019, in seguito a una serie di episodi e di successive "indagini" a riguardo, è stato accertato che esistono gruppi, se non una vera e propria banda più o meno organizzata, il cui scopo è quello di sabotare le esche per topi che il Comune sistema in tutta la città per cercare di contenere la popolazione dei ratti. Un fenomeno aggiuntivo, dunque, oltre a quello dei ladri di trappole, che rubano le scatolette pagate dalla collettività per portarsele nei propri giardini e cortili privati. Gli operatori incaricati del servizio di derattizzazione, nel corso dei periodici controlli volti a verificare appunto se l'esca sia intatta o consumata e dunque sia da sostituire o meno, trovano infatti palle di carta e scotch oppure schiuma espansa nel foro di accesso alla trappola: soluzioni che impediscono al topo di entrare e dunque di mangiare l'esca. In altri casi le scatolette vengono distrutte. Chi agisce ha uno scopo preciso: non far morire quegli animali. La morte da avvelenamento, d'altronde, è certamente atroce, e ci sono dei triestini che combattono la loro battaglia al fine di salvare i ratti da quella dolorosa fine. Ma a questi si aggiungono certamente i vandali "di professione". Il risultato è che nel 2018 sono state ben 700 su 1.400, il 50% quindi, le trappole da sostituire perché manomesse, rotte o addirittura sparite. Il dato del 2019 sarà presumibilmente disponibile alla chiusura delle operazioni di riposizionamento e controllo delle scatolette in corso in vista dell'inizio dell'estate e dell'uscita dalle loro tane degli esemplari di ratto più giovani. Occhio però a non dare la croce addosso alle associazioni animaliste: le azioni di sabotaggio è ritenuta infatti opera di singoli, cani sciolti, persone che nulla hanno a che vedere con le realtà organizzate del territorio.

 

«Non toccate le mangiatoie e non lasciate rifiuti in giro»
«Siamo in campo con l'appalto delle mangiatoie e nonostante l'emergenza coronavirus la ditta le sta posizionando cercando di nasconderle il più possibile perché purtroppo, anche in questo periodo, proseguono i fenomeni di furto e sabotaggio». Parola dell'assessore agli Affari zoologici Michele Lobianco, il quale spiega come sia decisivo, al di là dei comportamenti più propriamente "dolosi" come appunto furti e sabotaggi, il contributo di civiltà da parte dei residenti.«Un tema-chiave - spiega infatti a questo proposito lo stesso Lobianco - è quello di non lasciare rifiuti di cibo o sacchetti dell'umido a terra. I topi sono dotati di un olfatto importante, questo significa che riescono a sentire gli odori da lontano e ciò li attrae in superficie». Certo poi - insiste Lobianco senza usare giri di parole - continuano a esserci gli idioti che manomettono o addirittura rubano le mangiatoie. Vale la pena ricordare che questo è un reato penale visto che si tratta di furto. L'appello che rinnovo, dunque, è ancora una volta quello di non toccare le mangiatoie».

 

 

Le rilevazioni dell'Arpa: niente segnali anomali dalla centrale di Krsko
TRIESTE. Dopo una prima comunicazione in mattinata, ieri sera la conferma: la radioattività in aria misurata dalla stazione di monitoraggio del Centro regionale di radioprotezione di Arpa Fvg non ha rilevato alcuna variazione rispetto ai valori di fondo naturale. Il sisma di Zagabria non ha causato dunque anomalie alla centrale nucleare slovena di Krsko, distante in linea d'aria 136,5 km da Trieste. L'analisi di spettrometria gamma del particolato atmosferico raccolta da giovedì a ieri non evidenzia alcuna presenza di radionuclidi artificiali al di sopra della minima attività rilevabile. Né valori anomali sono stati evidenziati per la radiazione gamma in aria. «Situazione assolutamente regolare», ha riassunto l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro precisando che «nessuna anomalia al funzionamento della centrale» slovena «è stata segnalata dalle autorità» di Lubiana. Esiste un patto bilaterale con la Slovenia in base al quale «in caso di incidenti a Krsko è immediatamente avvisato l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare che subito trasmette alla Regione Fvg i dati per le verifiche del caso».Le scosse ieri sono state registrate anche dalla rete sismometrica gestita dal Crs - Centro di ricerche sismologiche dell'Ogs. Il sisma è stato avvertito in alcune zone della nostra regione: «A Trieste e nell'Isontino, ma anche nella piana del Friuli», sottolinea Stefano Parolai, direttore Crs. Le zone che si estendono fino ai Balcani, annota Parolai, sono del resto «sismicamente attive perché si trovano tra diverse placche tettoniche» il cui contatto, nell'area mediterranea, genera «giornalmente» delle scosse. Il terremoto di ieri è avvenuto in una zona sismica, quella di Zagabria, anche in passato colpita da importanti terremoti: si stima che il sisma del 1880 fu di magnitudo 6,3.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 22 marzo 2020

 

 

Acqua sicura nelle case con 50 analisi ogni giorno e oltre 17 mila all'anno
Il report di AcegasApsAmga sui 900 chilometri abbondanti della rete acquedottistica di Trieste e dintorni che serve in tutto 230 mila cittadini
Cinquanta analisi al giorno e un totale di oltre 17 mila all'anno, in collaborazione con l'Azienda sanitaria. Il tutto per garantire ai cittadini un'acqua più buona e sicura attraverso una rete idrica all'avanguardia. È quanto mette in evidenza AcegasApsAmga nella Giornata mondiale dell'acqua, che ricorre proprio oggi.«Più di 900 chilometri di rete acquedottistica, oltre 230 mila cittadini serviti, 50 analisi al giorno»: sono questi i dati che emergono dal report "In buone acque", il documento che rendiconta i dati quantitativi e qualitativi delle analisi effettuate sulle acque della rete triestina e di tutto il territorio servito da AcegasApsAmga nel corso del 2018. Il report, certificato da Dnv Gl e disponibile sul sito della multiutility (l'indirizzo al quale collegarsi è www.acegasapsamga.it), narra con trasparenza le origini dell'acqua che sgorga tutti i giorni dai rubinetti di casa e i motivi economici ed ambientali per i quali conviene berla. «In questo periodo di forte emergenza sanitaria per il coronavirus, in cui gli spostamenti sono limitati e la normale gestione della spesa al supermercato può divenire un'azione complessa, è importante ricordare che nelle proprie abitazioni è presente una vera e propria sorgente oligominerale a chilometro zero: l'acqua di rubinetto», sottolinea una nota dell'azienda del gruppo Hera. Peraltro, rifornirsi dell'acqua del rubinetto, soprattutto in questi giorni, «significa dire addio ai carrelli colmi di acque in bottiglia, alla fatica di caricare le casse in auto e trasportarle fino a casa», aggiunge il comunicato. Inoltre, come ricordato proprio in questi giorni dall'Istituto superiore di sanità e dal ministero della Salute, l'acqua potabile è totalmente sicura e si può utilizzare in completa tranquillità. Nel territorio triestino vengono effettuate oltre 17 mila analisi ogni anno in collaborazione con l'Azienda sanitaria giuliano isontina. L'acqua di rete è ecologica, evita infatti il ricorso a qualcosa come 270 milioni di bottiglie di plastica, ed economica, giacché consente di risparmiare in media quasi 440 euro l'anno rispetto a quella in bottiglia. L'acqua presente nelle abitazioni dei triestini è buona, classificata come oligominerale e a basso contenuto di sodio (per eliminare l'eventuale sapore di cloro, basta riempire una caraffa d'acqua e lasciarla riposare, meglio se in frigo).Infine, va ricordato l'Acquologo, cioè la app che spiega tutti i segreti e i dettagli del servizio idrico. Conoscere la qualità dell'acqua del rubinetto o segnalare una perdita in strada è sempre possibile grazie appunto all'Acquologo: si tratta di una applicazione gratuita sviluppata da AcegasApsAmga, insieme ai tecnici incaricati del gruppo Hera, e che è disponibile per i sistemi operativi iOS, Android e Windows Phone. Sono molte le funzioni disponibili sull'app, che permette di inviare comodamente via smartphone la lettura del proprio contatore idrico oppure ancora di essere avvisati tempestivamente in caso di momentanea interruzione dell'erogazione dell'acqua per lavori programmati.

 

 

Raccolta differenziata proibita ai contagiati in quarantena
Nel caso di malati in isolamento  i rifiuti domestici vanno conferiti in un doppio sacchetto nei bottini per l'indifferenziato indossando guanti monouso
TRIESTE - I contagiati dal Covid-19 o sospetti tali non devono in alcun modo fare la differenziata. Mentre vale per tutti la regola di gettare nel secco residuo fazzoletti, mascherine e guanti usati. Ecco le direttive predisposte da Regione, Protezione civile e Arpa Fvg assieme ai vari gestori del servizio raccolta rifiuti presenti sul territorio, a seguito delle indicazioni dell'Istituto superiore di Sanità. Partiamo appunto dalle famiglie in cui sono presenti persone risultate positive al tampone oppure sottoposte a quarantena obbligatoria. In questi casi non importa se plastica, vetro, carta, umido o metallo: tutto (ma proprio tutto) deve finire nel contenitore abitualmente utilizzato per l'indifferenziato, meglio ancora se con apertura a pedale. L'immondizia deve poi essere sigillata con lacci di chiusura o nastro adesivo, all'interno di 2 o più sacchetti messi l'uno dentro l'altro, indossando guanti monouso che saranno a loro volta raccolti in nuovi sacchetti. I rifiuti così prodotti vanno conferiti quotidianamente nei cassonetti, mentre in caso di porta a porta vanno svuotati ogni giorno nel mastello del secco residuo. Questo dev'essere conservato all'esterno dell'abitazione in attesa del ritiro, della cui frequenza si può chiedere un aumento rivolgendosi ai gestori del servizio nel proprio Comune di residenza. Agli stessi enti, analogamente, si può domandare aiuto qualora si fosse impossibilitati a gettare l'immondizia autonomamente (a Trieste il numero da chiamare è 800-388-688, dalle 9 alle 18 da lunedì a venerdì). Gli animali domestici devono inoltre essere tenuti alla larga dai rifiuti e al termine di ogni operazione bisogna lavarsi le mani. Questo tipo di gestione della spazzatura vale non solo per l'intera durata dell'isolamento, ma anche nei 14 giorni successivi la dichiarazione di guarigione e/o fine della quarantena obbligatoria. Per tutti gli altri, come anticipato, restano in vigore le consuete modalità di raccolta differenziata. Si fa eccezione per fazzoletti di carta usati in caso di raffreddamento, mascherine e guanti, che vanno appunto nell'indifferenziato, utilizzando ancora una volta un minimo di 2 sacchetti, da sigillare con cura.A Trieste, infine, AcegasApsAmga ricorda che i centri di raccolta sono chiusi ai cittadini privati dal 14 marzo: possono accedervi solo le attività produttive autorizzate. Restano operativi tutti i servizi di raccolta domiciliare su prenotazione, come ad esempio ritiro di ingombranti e raccolta verde.Per ulteriori informazioni rimane disponibile il numero verde gratuito dei Servizi ambientali comunali (800- 955-988).

Lilli Goriup

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 21 marzo 2020

 

 

Il ministero boccia per la seconda volta l'abbattimento della Sala Tripcovich
Il Comune annuncia il ricorso al Tar. La rabbia del sindaco: «Loro hanno vinto la prima battaglia, ora inizia la guerra»
«È giunto il momento di prendere l'avvocato: loro hanno vinto la prima battaglia, ma adesso incomincia la guerra». Queste le parole lapidarie del sindaco Roberto Dipiazza, dopo il secondo diniego da parte del ministero dei Beni e delle Attività culturali all'abbattimento della sala Tripcovich. Il primo cittadino ha deciso questa volta di intraprendere le vie più dure: dopo un ricorso amministrativo "soft", il prossimo passo sarà invece un ricorso al Tar. Risponderà così dunque alla Direzione generale che ha cassato il progetto di demolizione dell'edificio proposto per valorizzare l'ingresso alla città e all'antico scalo e riportare la piazza al suo assetto ottocentesco. Il Mibact questa volta ha ritenuto "inammissibile" e "improcedibile" il ricorso amministrativo avviato dal Comune al primo niet dello scorso dicembre. La motivazione riguarda innanzitutto una questione di forma, spiegano gli uffici romani: il primo parere dato sulla questione rientrava in una comunicazione tra lo stesso Mibact e la Soprintendenza. E quindi non poteva essere un atto impugnabile da enti esterni al ministero. Sul contenuto, poi, gli uffici romani ribadiscono ciò che era stato già detto. Ovvero che, al fine della demolizione, la rimozione del vincolo, può avvenire «d'ufficio, su richiesta dei proprietari, possessori o detentori interessati», ma solo «in presenza di elementi di fatto sopravvenuti ovvero precedentemente non conosciuti o non valutati». Per il Mibact tutti gli elementi riguardanti la trasformazione del teatro erano già stati valutati nel 2006, quando era stato posto il vincolo. Viene inoltre sottolineato come il Comune debba garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di proprietà. Non ultimo si specifica che «non è condivisibile il parere espresso dalla Soprintendenza territoriale competente» - che invece da sempre si è dimostrata favorevole all'abbattimento a patto che la demolizione avvenisse nell'ambito della riqualificazione della piazza verso Porto vecchio -, che si è pronunciata sulla base di argomentazioni in contrasto con le motivazioni del provvedimento di tutela dell'edificio. Dal canto suo il Municipio, attraverso un fascicolo con uno studio approfondito di una decina di pagine in mano a Enrico Conte, direttore dei Lavori pubblici, e inviato lo scorso gennaio, ha cercato di spiegare come non sia la Sala Tripcovich a essere cambiata ma il paesaggio urbano circostante. E lo sarà ancora di più con il progetto di riqualificazione da 2 milioni di euro dell'area di largo Città di Santos, che sarà completamente rivisitata per fare spazio all'ingresso monumentale di Porto vecchio. Nel documento era stata avanzata anche una richiesta di incontro, a cui però non è stata data risposta. «Ci sono giochi della politica che mi hanno infastidito - commenta ancora Dipiazza -. Se mi chiederanno qualcosa da Roma per altro, domanderò loro di farmi per la prima volta un piccolo favore.... » . Intanto, oltre al ricorso al Tar, l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi propone comunque di andare in visita a Roma - quando l'emergenza coronavirus sarò rientrata - per «spiegare e mostrare de visu la realtà che è cambiata e che dalle carte forse non si evince». Il parere con il ministero, lo ricordiamo, era divenuto un passaggio obbligatorio dopo che, dallo scorso agosto, con la legge dell'ex ministro Bonisoli non era più la Soprintendenza locale assieme alla Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale (CoRePaCu) a dare il proprio parere bensì il Mibact. Con la riforma Franceschini di gennaio però è stata istituita nuovamente la Corepacu, con sede presso il Segretariato regionale e a questo istituto spetta ora di nuovo l'ultimo parere su dichiarazioni e verifiche d'interesse culturale. Pare non però non ci sia speranza affinché la pratica Tripcovich torni indietro. «Visti i due dinieghi - spiega il soprintendente Simonetta Bonomi - mi pare difficile che la Corepacu possa andare contro il parere del Mibact. Non c'è motivo dunque, per me, di fare una nuova richiesta».

Benedetta Moro

 

 

Il frutticoltore di Pisc'anzi in lotta con cinghiali e burocrati
Vincenzo Ferluga, uno degli ultimi superstiti della categoria, vede ogni anno i suoi alberi danneggiati dagli ungulati. «I risarcimenti della Regione? Ridicoli»
TRIESTE. Solo, in perenne lotta contro i cinghiali che, sempre più aggressivi, gli distruggono gli alberi da frutta. E oramai in difficoltà anche nel rapporto con la Regione che, come risarcimento, gli propone quelle che lui definisce «cifre irrisorie e fuori mercato». Vincenzo Ferluga è l'ultimo superstite di una categoria oramai in via di estinzione, quella dei frutticoltori. Da mezzo secolo lavora un appezzamento di terra, situato sopra Roiano, nella zona di Pisc'anzi, dotato di circa 600 piante da frutta, che danno soprattutto susine e amoli, ereditato da uno zio che, prima di lui, faceva lo stesso lavoro. «E con il quale - precisa - imparai questa attività da giovanissimo. Ma quello che sta accadendo da qualche tempo in qua non l'avevo mai visto prima, in mezzo secolo di cura delle mie piante. Oramai - evidenzia Ferluga, oggi 68enne - sono all'ordine del giorno gli attacchi alle mia piante da parte dei cinghiali, che si avvicinano alla città sempre di più, anche perché si moltiplicano a dismisura ed essendo molto numerosi sul territorio, sono di conseguenza costretti a cercare il poco cibo che c'è in giro nel circondario di Trieste, assaltando anche i miei terreni».Per Ferluga un problema enorme, perché i cinghiali non solo mangiano la frutta, ma abbattono i rami, mordono i tronchi, in certi casi riescono ad abbattere gli alberi più piccoli, pur di raggiungere il loro obiettivo. «Mediamente mi rovinano dai 30 ai 40 alberi all'anno - riprende il frutticoltore - cioè più del 5 per cento del totale, con una diretta conseguenza sulla capacità produttiva che, nei tempi migliori, arrivava a qualche decina di quintali di frutta all'anno».E qui si innesca il secondo problema di Vincenzo Ferluga: i rapporti con la Regione, ente che dovrebbe provvedere a risarcire i danni. «I guai sono iniziati con l'eliminazione della Provincia - sottolinea -, alla quale era possibile rivolgersi con buone probabilità di essere ascoltati e capiti. Poi, dopo l'eliminazione dell'ente di palazzo Galatti, le competenze in materia sono state assunte dalla Regione. Il primo risultato è stato lo spostamento a Udine degli uffici che dovrebbero assistermi, obbligandomi quindi a continue trasferte. Poi è stato fatto un nuovo regolamento in base al quale il risarcimento, in questi casi, è di 7 euro per ogni albero distrutto, più un euro per le spese di reimpianto. Cifre ridicole - denuncia - al punto che, esasperato, ho proposto alla Regione di provare ad acquistare loro piante da susine e amoli a quei prezzi e di venire a impiantarle al costo di un euro. Gli unici che mi sostengono sono i responsabili dell'Associazione degli agricoltori del Carso, ma non possono essere certo loro a risarcirmi».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 20 marzo 2020

 

 

Valori elevati di benzene per un guasto in Ferriera - ARPA: problema risolto

L'Arpa continua a presidiare l'area di Servola con assiduità e costanza, anche in questa fase di pre-chiusura dell'area a caldo della Ferriera (la data per l'avvio dell'iter di spegnimento è, come noto, quella del 27 marzo prossimo). Lo segnala la stessa Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, Arpa appunto, che ha rilevato, tramite la rete di monitoraggio della qualità dell'aria, alcuni dati anomali lo scorso martedì, cioè il 17 marzo. Nello specifico - riferisce l'Arpa attraverso un comunicato ufficiale - sono stati riscontrati dei valori elevati di benzene, causati da un malfunzionamento nell'impianto della Ferriera di Servola. Dell'anomalia è stata data comunicazione alle autorità competenti come da prescrizioni. Il malfunzionamento è stato prontamente risolto dal personale tecnico incaricato dell'azienda del gruppo Arvedi. Tutti i dati raccolti dalla rete di monitoraggio Arpa sono disponibili e consultabili sul sito web dell'Agenzia. Intanto alla Ferriera è iniziato ieri alle 12 uno sciopero a oltranza, proclamato da Usb Lavoro privato Trieste, a tutela della salute dei lavoratori. La protesta proseguirà, secondo il programma, fino al 31 marzo. «Sappiamo - afferma Sasha Colautti dell'Usb - che le persone stanno scioperando, ed è giunto un plauso per l'iniziativa da parte dei lavoratori. Valuteremo passo passo - conclude il sindacalista - la situazione».

 

 

Fernetti, cumuli di rifiuti dopo lo sblocco dei Tir

La sosta forzata dei camion lascia in eredità una discarica. Il sindaco Kosmina tuona: «Lasciati soli da Anas e Demanio»

MONRUPINO. Un piazzale ridotto a un immondezzaio a cielo aperto, con bottigliette di plastica, cartacce, scatolette e avanzi di cibo sparsi dappertutto. È la situazione venutasi a creare nella parte italiana del valico di Fernetti all'indomani dello sblocco dei Tir diretti in Slovenia. Come si ricorderà a causa delle drastiche decisioni di alcuni paesi dell'Est per alcuni giorni, nell'area dell'ex posto di blocco della frazione del Comune di Monrupino, hanno sostato decine e decine di camion provenienti da varie parti d'Europa e diretti appunto a Est. I camionisti, costretti a una lunga sosta imprevista, si sono arrangiati come potevano, in condizioni di assoluta precarietà. Alla loro partenza, il piazzale ha assunto così un aspetto indecoroso, denunciato in primis da Tanja Kosmina, sindaco di Monrupino: «Ricevo continuamente chiamate dai residenti - spiega - che si lamentano per una situazione insostenibile. L'area non è mai stata molto pulita - precisa - perché il Demanio e l'Anas, che dovrebbero occuparsene, non provvedono. In questo caso però - insiste la stessa Kosmina - abbiamo raggiunto livelli di sporcizia mai visti prima. Mi sono rivolta a Demanio e Anas con tutti i mezzi possibili, telefonando, scrivendo e-mail, cercando contatti personali. Non ho ricevuto uno straccio di risposta - evidenzia - come se il problema non esistesse. Del resto il mio è un Comune piccolissimo, ho un solo addetto alla pulizia delle strade, ma non posso indirizzarlo al piazzale di Fernetti, sia perché una persona da sola ben poco potrebbe fare, vista la dimensione dell'area da sistemare, sia perché, soprattutto, non è nostra competenza farlo». Insomma, uno stato di fatto inaccettabile, anche perché Fernetti, come sottolinea Kosmina, «è il biglietto da visita dell'Italia per tutti coloro che entrano da lì e devo confessare che mi vergogno di ciò che trovano».La zona dell'ex valico di Fernetti è inserita in un progetto dell'Anas che ne prevede la totale ristrutturazione. «Ma ci vuole ancora molto tempo per vederne la realizzazione - continua il sindaco di Monrupino - e non possiamo aspettare, soffrendo ancora questa situazione. Siamo disponibili a collaborare, a condizione di non essere lasciati soli. Il piazzale attualmente è impresentabile e temo che, quando finirà l'emergenza coronavirus e torneranno i turisti, ci troveremo davanti a un grosso problema da risolvere».

Ugo Salvini

 

La giunta "bacchetta" i sindaci sulle maxi pulizie delle strade

Sconsigliato l'utilizzo su larga scala di prodotti disinfettanti «Non c'è evidenza che le superfici calpestabili agevolino la trasmissione delle infezioni»

Trieste. La Regione bacchetta i sindaci intenzionati a lavare le strade con scenografiche battute di pulizia a suon di disinfettante e domanda loro di ragionare piuttosto su altre misure per per evitare assembramenti, limitandosi per il resto a detergere più spesso la pavimentazione dei luoghi frequentati. È quanto un comunicato di Protezione civile e direzione Salute chiede ai Comuni del Friuli Venezia Giulia.La nota è dedicata alla prevenzione della diffusione del coronavirus negli spazi urbani e il punto su cui insiste è la necessità di evitare l'utilizzo su larga scala di disinfettanti, dannosi per l'ambiente e la salute. Una risposta a quei municipi che, come nel caso di Trieste e Udine, hanno manifestato in questi giorni la volontà di organizzare grandi manovre di pulizia nelle strade, forse rassicuranti per la popolazione, ma di nessun effetto sul piano della prevenzione. «Per quanto riguarda strade, piazze e luoghi aperti - recita il testo - non vi è evidenza che le superfici calpestabili siano implicate nella trasmissione di infezioni respiratore virali. Inoltre, i prodotti disinfettanti, soprattutto se usati su larga scala, hanno un considerevole impatto ambientale e possono essere dannosi per la salute umana». Secondo la Regione, è pertanto «consigliata, e potrà esser utilmente incrementata, la normale pulizia delle strade. Si raccomanda invece di evitare le procedure di spazzamento a secco e l'utilizzo di soffiatori al fine di ridurre l'aerodispersione di polveri». Protezione civile e direzione Salute ritengono giusto poi aumentare le azioni di lavaggio di marciapiedi e aree pedonali nei punti di maggiore aggregazione (farmacie, supermercati, capolinea degli autobus, stazioni) mediante idropulitrici con acqua e detersivo. Non è invece considerata utile la pulizia degli arredi urbani (panchine, corrimani, pensiline) in quanto, per essere efficace, dovrebbe essere ripetuta più volte nell'arco della giornata. La Regione chiede inoltre di diffondere a cittadini, amministrazioni di condominio e Ater la raccomandazione di «incrementare la pulizia e disinfezione delle superfici che vengono più spesso a contatto con le mani. È raccomandato, infine, l'aumento della ventilazione, possibilmente naturale, in tutti gli edifici pubblici o privati di uso comune». Tra le raccomandazioni per l'igienizzazione delle abitazioni anche quella di «pulire ogni giorno gli ambienti e i servizi igienici con acqua e un comune detergente; disinfettare con prodotti a base di cloro (candeggina) o, per le superfici che potrebbero essere danneggiate dall'ipoclorito di sodio, con alcol al 70 per cento. Particolare attenzione va riposta alle superfici che vengono toccate con maggiore frequenza (maniglie, pomelli, pulsanti, tablet, tastiere, telefoni)».

D.D.A.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - GIOVEDI', 19 marzo 2020

 

 

Raccolta differenziata e coronavirus: cosa c’è da sapere

Nuove disposizioni legate al Coronavirus anche per la raccolta differenziata, ecco come cambia il conferimento dei rifiuti.

Le nuove disposizioni delle autorità sanitarie in ambito Coronavirus comporteranno la messa in atto di alcune specifiche pratiche. Questo riguarderà anche la raccolta differenziata dei rifiuti, che subirà determinate variazioni in funzione di quelle che sono le condizioni di chi conferisce i sacchetti. Più stringenti le indicazioni per chi è risultato positivo o è soggetto a quarantena obbligatoria. A stabilire le nuove indicazioni per il conferimento della raccolta differenziata è l’ISS. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha chiarito che il Sars-CoV2 ha una sopravvivenza variabile a seconda della superficie su cui si appoggia. In merito alla possibilità di trasmissione del Coronavirus attraverso i sacchetti della spazzatura ha dichiarato: Si deve considerare che i virus provvisti di involucro pericapsidico (envelope) – come il Sars-CoV2 – hanno caratteristiche di sopravvivenza inferiori rispetto ai cosiddetti virus nudi (senza envelope: per esempio, enterovirus, norovirus, adenovirus ecc.) e quindi sono più suscettibili a fattori ambientali (temperatura, umidità, luce solare, microbiota autoctono, pH, ecc.) e a trattamenti di disinfezione e biocidi. Ciò si traduce nella possibilità che le particolari condizioni ambientali e il materiale utilizzato per la produzione dei sacchetti potrebbero fornire al virus, in linea teorica, i mezzi necessari per il passaggio a un altro ospite. La differenziata potrebbe quindi compromettere la salute non soltanto degli altri membri della famiglia, ma anche degli operatori deputati alla raccolta dei sacchetti in regime di “porta a porta”. Di seguito le disposizioni diffuse dall’ISS all’interno del documento “Indicazioni ad interim per la gestione dei rifiuti urbani in relazione alla trasmissione dell’infezione da virus Sars-Cov-2“. Coronavirus: test rapido in arrivo nelle farmacie, risposta in 15 minuti Soggetti positivi o in quarantena forzata Stop alla raccolta differenziata per chi è risultato positivo o è sottoposto a quarantena forzata. Tutta l’immondizia dovrà essere conferita come indifferenziata, utilizzando più di un sacchetto per il conferimento: le buste dovranno essere infilate una dentro l’altra e annodate singolarmente. Tali operazioni (inclusa quella di conferimento) andranno svolte indossando guanti monouso, da gettare poi nei sacchetti vuoti che sostituiranno quelli appena conferiti. Disinfettare o lavare bene le mani dopo il conferimento. All’interno della casa i sacchetti dovranno essere tenuti a distanza dai propri animali da compagnia. Tutti gli altri La raccolta differenziata prosegue normalmente per chi non è sottoposto ad alcuna misura cautelativa o di limitazione a scopo sanitario. Unica differenza varrà per quanto riguarda rifiuti potenzialmente a rischio come guanti monouso, mascherine e fazzoletti di carta utilizzati da chi è raffreddato. In questi casi varranno le medesime precauzioni utilizzate da chi è risultato positivo al tampone o sottoposto a quarantena obbligatoria.

Claudio Schirru - Fonte: Istituto Superiore di Sanità

 

 

Coronavirus, pulizia strade: le indicazioni dell’Istituto Superiore della Sanità

Mercoledì 18 marzo si è finalmente riunito il Consiglio del sistema nazionale a rete per la protezione dell’Ambiente, dove si è parlato, fra l’altro, dell’analisi della situazione in merito al tema dello spazzamento delle strade.

Mercoledì 18 marzo si è finalmente riunito il Consiglio del sistema nazionale a rete per la protezione dell’Ambiente, presidiato dal Ministro Sergio Costasi dove si è parlato, fra l’altro, dell’analisi della situazione in merito al tema dello spazzamento delle strade. Il coronavirus ha reso necessario l’isolamento per tutti, ma le strade sono ancora battute per l’acquisto di beni di prima necessità come la spesa e le medicine. L’Istituto Superiore di Sanità ha fornito indicazioni sulla disinfezione delle strade e degli ambienti esterni in genere, confermando l’opportunità di procedere con la pulizia straordinaria delle strade per affrontare l’emergenza sanitaria con prodotti convenzionali. Ha, tra le altre cose, approfondito la pratica corretta per l’utilizzo di ipoclorito di sodio. In media stat virtus: è sbagliato usarlo massicciamente, la sua capacità di distruggere il virus è tutt’altro che accertata. L’ipoclorito appare anche fra i consigli del Ministero per la pulizia della casa in era Covid-19: “Pulire i diversi ambienti, materiali e arredi utilizzando acqua e sapone e/o alcol etilico 75% e/o ipoclorito di sodio 0,5%.” Questa sostanza, però, è corrosivo per la pelle e dannosa agli occhi se usato in grandi quantità; ecco perché è importante saperne utilizzare la quantità giusta.  Sull’incontro in questione il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha detto: Un incontro importante, quello di stamattina con i direttori Arpa di tutte le regioni. E’ più che mai essenziale che lo Stato, a tutti i livelli, lavori insieme e all’unisono. Ho voluto partecipare all’incontro proprio per dire alle regioni: siamo con voi. Oggi bisogna remare tutti insieme nella stessa direzione e tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini, anche e soprattutto in una situazione di emergenza come questa.

Alessia Cornali

 

 

quotidianosanità.it - GIOVEDI', 19 marzo 2020

 

 

Lettera al direttore: COVID-19 e cambiamenti climatici

La discussione su quanto COVID-19 abbia a che fare con i cambiamenti climatici si sta sviluppando con sempre maggiore intensità, specie dopo che l’OMS mercoledì 11 marzo ha dichiarato la pandemia.

Adesso l’attenzione e lo sforzo sono giustamente concentrati sulla crisi da Covid-19, ma speriamo che presto si apra un dibattito pubblico sulle cause e in particolare su quanto la perdita di habitat, guidata in parte dai cambiamenti climatici, ha facilitato la diffusione dei patogeni tra la fauna selvatica e il virus che passa alle persone. Confidiamo che insieme si possa approfondire il ruolo dell'inquinamento atmosferico, principalmente causato dall’uso di combustibili fossili, nel rendere le persone più vulnerabili alla contrazione della malattia.   Questo articolo vuole rimarcare alcuni punti fermi in termini di salute nel contesto planetario, e ragionare su come meglio organizzare la sanità pubblica di fronte alle sfide che ci attendono.

Leggi tutta la lettera

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 marzo 2020

 

 

In via Milano troppe vibrazioni al passaggio degli autobus - la lettera del giorno di Edoardo Bensi

Volevo utilizzare la vostra rubrica per segnalare al Comune di Trieste, le notevoli vibrazioni a cui sono sottoposti i solai del mio edificio al passaggio dei bus della Trieste Trasporti che transitano in via Milano a velocità non proprio basse. Incredibilmente, anche quando transitano in via Filzi le vibrazioni sono notevoli. Il problema è riscontrato da molti cittadini in questa zona ma sembra che il Comune sia sordo ad ogni richiesta di intervento per ripristinare il manto stradale ammalorato o di limitare la velocità dei bus. Ultimo non per importanza segnalo che in via Milano transitano regolarmente (non ora per il noto problema) pullman di oltre 7 tonnellate diretti in Slovenia ed in Croazia non rispettando i limiti di transito che vengono apertamente disattesi in quanto non controllati dalla polizia locale interessata maggiormente ai divieti di sosta. Tramite le Segnalazioni chiedo al Comune di intervenire a tale proposito ripristinando l'asfalto ammalorato e ponendo almeno dei limiti di velocità ai mezzi della Trieste Trasporti che in questi giorni hanno scambiato il centro città per un circuito cittadino. Il borgo Teresiano è costruito su un terreno fragile e va assolutamente preservato non discriminando i suoi abitanti già colpiti da inquinamento acustico e dell'aria vista la mole del traffico in questo quartiere.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA -  MERCOLEDI', 18 marzo 2020

 

 

ISPRA - Documento di indirizzo approvato dal Consiglio del SNPA il 18/03/2020

Indicazioni tecniche del Consiglio del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell'Ambiente (SNPA) relativamente agli aspetti ambientali della pulizia degli ambienti esterni e dell'utilizzo di disinfettanti nel quadro dell'emergenza CoViD-19 e sue evoluzioni.

leggi il documento completo

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 marzo 2020

 

 

In arrivo 9 milioni di euro per pulizia di aree verdi e sistemazione dei parchi - appalti di regione e comune
Due milioni di euro per le aree verdi di competenza della Regione a cui si aggiungeranno poco meno di 7 milioni per quelle del Comune di Trieste. Alberi, piante, aiuole e giardini saranno al centro di importanti investimenti «perché come amministrazione - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi - abbiamo a cuore il verde e abbiamo intenzione di manutenerlo e di curarlo visto che lo consideriamo indispensabile per la vita della cittadinanza». A questo proposito la Regione attraverso la Direzione Centrale patrimonio ha pubblicato una gara europea a procedura aperta per la stipula di convenzioni per l'affidamento del servizio di gestione e manutenzione del verde pubblico non gestito dalle amministrazioni comunali. Il termine per la presentazione delle offerte era fissato al 2 marzo, a causa però dell'emergenza coronavirus la scadenza è stata posticipata alle 12 del 15 maggio. La gara è suddivisa in 10 lotti, il primo è quello dedicato all'ambito triestino mentre il sesto comprende tutta la provincia. Per il Comune di Trieste l'importo massimo spendibile è il più alto ed è pari a due milioni, quello per la provincia è invece di 760 mila euro. Si tratta di importi al netto di iva e ogni operatore economico non potrà vincere più di due lotti. La convenzione avrà una durata di 24 mesi o fino alla fine delle somme a disposizione. Per quanto concerne invece l'attività propria del Comune, Lodi conferma che nel piano triennale delle opere, che dovrà essere approvato insieme al Bilancio dall'aula del Consiglio, sono previsti investimenti per 6.835.000 euro di cui 4,3 milioni serviranno per la bonifica e la destinazione a fruizione pubblica del terrapieno di Barcola. «Una zona verde curata ha un impatto importante sul decoro e la pulizia - aggiunge Lodi - per questo abbiamo a cuore tutte le aree verdi. Se 4,3 milioni saranno utilizzati a Barcola 2,535 milioni saranno dedicati al resto del verde del Comune che comprende i parchi cittadini, le aree gioco, le alberature, i viali e i giardini senza dimenticare le aiuole e le aree spartitraffico. Abbiamo inserito tra le opere il potenziamento delle aree per i cani e ne verrà creata una anche a Villa Engelmann. Sono previsti interventi importanti anche nel giardino di piazza Carlo Alberto e a Guardiella. Per il parco della Rimembranza, un punto storico culturale importante, è prevista una riqualificazione complessiva che nel corso degli anni riguarderà anche le stradine e i sentieri».

Andrea Pierini

 

I parchi restano aperti - Via alle pulizie delle strade - Le decisioni dell'amministrazione Dipiazza
«In una città da oltre 200 mila abitanti l'urgenza è rispondere alle esigenze reali della salute pubblica, come la pulizia delle strade». Il sindaco Roberto Dipiazza, reduce dalla riunione di giunta di ieri, fissa le priorità del Comune nella lotta al coronavirus. Non ultima la necessità di evitare assembramenti: «Per questo ci accingiamo ad aprire il centro diurno di via Udine anche durante il giorno in modo da non avere gruppi di persone in piazza Libertà». La giunta non ha ritenuto necessario vietare l'accesso ai parchi cittadini: «Chiudere tre giardini non mi pare la priorità in una città di oltre 200 mila abitanti con 180 chilometri di marciapiedi», dice Dipiazza. L'assessore all'Urbanistica Luisa Polli comunica infatti che un piano speciale di pulizie stradali partirà da domani di concerto con AcegasApsAmga: «Il servizio si concentrerà sui punti di maggior traffico pedonale e in particolare in corrispondenza dei centri di servizi primari come farmacie, supermercati, uffici postali aperti». Le pulizie, spiega ancora Polli, «saranno calendarizzate progressivamente in modo da raggiungere tutti i quartieri cittadini, e saranno svolte in prevalenza al mattino». Conclude Polli: «Al di là dell'emergenza, sarà l'occasione per ridisegnare un piano di pulizie cittadine ancora più efficiente». Nel frattempo il Comune si dota di competenze necessarie a fronteggiare la crisi. È di ieri la pubblicazione del bando di assunzione a tempo determinato di tre figure professionali: un farmacista, un infermiere professionale e un addetto ai servizi tutelari. I contratti dureranno fino al permanere dell'emergenza Covid-19.

G.Tom.

 

Duino Aurisina dice "no" alla nuova centrale A2A e al metanodotto collegato
La presidente Puntar: «Tante criticità nel progetto, a iniziare dalla zona, quella del Lisert, già adesso degradata. Non va penalizzata ulteriormente»
DUINO AURISINA No all'installazione della nuova Centrale termoelettrica della A2A Energiefuture spa e no alla costruzione del metanodotto che dovrebbe servirla. Non lascia dubbi il documento redatto dalla Commissione Ambiente del Comune di Duino Aurisina, firmato dalla presidente Chiara Puntar, in relazione all'istanza presentata lo scorso dicembre dalla spa al Ministero dell'ambiente e tutela del territorio e del mare, per l'avvio del procedimento di valutazione di impatto ambientale (la cosiddetta "Via"). Il progetto prevede l'installazione nell'area del Lisert, nel territorio del Comune di Monfalcone, a ridosso di quello di Duino Aurisina, di un nuovo ciclo combinato di ultima generazione, alimentato a gas naturale, al quale è coordinata la costruzione di un metanodotto atto a collegare la centrale alla rete di distribuzione del gas metano della Snam, per una lunghezza complessiva di quasi due chilometri e mezzo. «Dall'analisi della documentazione - spiega in premessa Puntar - si segnalano numerose criticità nel progetto. Innanzitutto il sito nel quale si vorrebbe intervenire appare già adesso degradato e riteniamo che qualsiasi nuova opera, se autorizzata, dovrebbe essere adeguatamente supportata da interventi compensativi e mitigativi, allo stato attuale inesistenti. Inoltre, i camini della Centrale già presenti hanno un altissimo impatto visivo. Si ritiene pertanto fondamentale - continua la presidente della Commissione - non penalizzare ulteriormente, anche a livello paesaggistico e visivo, la zona interessata dal progetto». Dello stesso tenore le valutazioni sul metanodotto: «Il tracciato proposto - precisa Puntar - andrebbe a interferire con aree di importante rilevanza paesaggistica e ambientale, che sono le zone speciali di conservazione del "Carso triestino e goriziano" e "Carsiche della Venezia Giulia", il Parco comunale del Carso di Monfalcone, il Biotopo del Lisert, la zona a Nord del Lisert, dichiarata di notevole interesse pubblico, e il Canale dei Tavoloni. Inoltre, la realizzazione del tracciato prevede una riduzione della superficie boschiva di 0,5 ettari lungo la fascia dedicata al metanodotto, elemento - sottolinea - in netto contrasto con la legge istitutiva del Parco del Carso, anche perché, dalla Relazione allegata dal proponente, si evince che, per la realizzazione del metanodotto, sia prevista una pista di lavoro di larghezza tra i 14 e i 16 metri. Come noto - continua Puntar -, sul territorio del Carso, le realizzazioni di altri metanodotti hanno portato alla permanenza di questo tipo di piste lavori anche dopo decenni dalla loro definizione, con grave danno per le specie arboree». In chiusura del documento, si richiede anche «che sia predisposto uno studio circa la possibile presenza di grotte di rilevante interesse naturalistico, geologico e paleontologico nelle zone potenzialmente interessate dello scavo del metanodotto. Senza dimenticare - conclude la presidente - che tale zona è di grande valore antropico, culturale e storico, con la presenza di camminamenti, trincee, cippi, monumenti risalenti alla prima e alla seconda Guerra mondiale, di manufatti edilizi rurali tradizionali, i cosiddetti "muretti a secco", già diventati patrimonio dell'Unesco».

Ugo Salvini

 

 

Tornano le temibili zecche - Dal Carso fino a Campanelle
Veicolati dal passaggio di uccelli, topi e animali selvatici, gli insetti iniziano a farsi vedere non solo nei boschi dell'altipiano ma pure nei giardini in periferia
Con l'arrivo delle giornate più calde e la voglia di passeggiate nei giardini, arrivano le prime segnalazioni di zecche, finite su braccia e gambe di chi magari si stava dedicando a sistemare fiori, piante e alberi all'aperto o semplicemente chi ha scelto di tagliare l'erba. In particolare nelle abitazioni sul Carso. C'è poi chi l'ha già trovata sul pelo del proprio cane, anche in città, a passeggio nelle uscite sotto casa, perchè non aveva ancora pensato, o si era dimenticato, di applicare i consueti trattamenti preventivi. Stesso problema anche per molti proprietari di gatti.«Ricordiamo che in realtà le zecche non vanno mai in letargo - spiega il naturalista Nicola Bressi -. D'inverno vivono al calduccio nelle pellicce di alcuni animali in particolare. Con le temperature più elevate, quelle più giovani vengono rilasciate, anche grazie alla presenza dell'erba fresca. Si trovano sempre più spesso su caprioli e cinghiali, motivo in più per evitare, come già detto tante volte, di dar loro da mangiare. Una pessima abitudine, purtroppo, ancora molto diffusa tra tanti triestini». Ma come arrivano le zecche dagli esemplari selvatici ai giardini privati? «Se i giardini sono ben recintati c'è il 90% delle possibilità in meno che le zecche entrino, ma va detto che questi insetti sono ospiti anche di uccelli e topi e queste in particolare sono ubiquitarie, possono colpire altri animali, come ad esempio le tartarughe, e anche l'uomo. Le zecche che si attaccano ai cani invece, non sono le stesse che scelgono le persone». Chiudere con attenzione i giardini può aiutare quindi, ma non sempre evita completamente il problema. «Chi ha spazi verdi all'aperto dà spesso da mangiare agli animali selvatici o lascia cibo in giro anche durante l'inverno, motivo per il quale i cinghiali, ad esempio, finiscono per portare la zecca accanto alle case. Non finiremo mai di dirlo, meglio lasciare che gli animali si trovino da mangiare da soli». Qualcuno tuttavia segnala la presenza di zecche non solo sul Carso, ma anche in altre zone, come Campanelle, San Giovanni o Borgo San Sergio. Alcuni lo raccontano sui social, dicendo a tutti di fare attenzione. Fondamentale secondo Bressi è individuare la zecca in tempi brevi ed evitare errori, che purtroppo molti ancora fanno, seguendo vecchi suggerimenti o indicazioni fornite talvolta online, applicando prodotti non idonei o cercando di strappare l'animaletto fastidioso. «Evitiamo i rimedi della nonna - precisa - niente olio, accendini o altri metodi. Non servono e alle volte creano più danni che benefici. Tra gli sbagli più frequenti c'è quello di muoverla o non toglierla completamente. Disturbandola, si provoca il vomito, che può trasmettere il morbo di Lyme, contenuto dell'esofago della zecca». Per chi sta trascorrendo le giornate nel proprio giardino (e non facendo scampagnate o gite di piacere in Carso, come noto da evitare assolutamente durante l'attuale periodo di emergenza coronavirus), e magari ha già verificato la presenza di qualche zecca, meglio scegliere un abbigliamento che copra il corpo quanto più possibile e soprattutto è fondamentale un controllo rigoroso e attento, sulla superficie della pelle, a fine giornata. Per agire in modo tempestivo, nel casco in sui l'animaletto fosse presente.

Micol Brusaferro

 

Per rimuoverla esiste in farmacia un attrezzo ad hoc
Cosa utilizzare quando ci si ritrova con una zecca sulla pelle? Il suggerimento di Bressi è quello di rimuoverla immediatamente e l'attrezzatura più adatta è una sorta di piede di porco in miniatura, che si trova facilmente nelle farmacie o si può acquistare online per pochi euro. Il consiglio è di eliminarla appena notata, senza aspettare, per procedere poi con un disinfettante forte, come l'acqua ossigenata o la tintura di iodio, anche questi reperibili senza difficoltà. Il procedimento quindi è semplice e indolore. La vecchia e consueta pinzetta invece, che molti pensano sia utile, sia per gli uomini sia per gli animali rischia di non togliere completamente la zecca dalla pelle, creando infiammazioni o ulteriori fastidi.

 

«Per proteggere cani e gatti fidiamoci dell'antiparassitario»
Le raccomandazione dell'esperta. «Se trovate l'ospite sul pelo del vostro animale, rimuovetelo con un movimento a rotazione»
«Applicare regolarmente l'antiparassitario è l'unica soluzione che fa la differenza per una corretta profilassi, sia per i cani che per i gatti». È il primo consiglio di Fulvia Ada Rossi, veterinario, diretto ai proprietari di amici a quattro zampe. «Il problema può presentarsi tutto l'anno - continua - quindi la costanza è fondamentale, perché se le zecche si notano di più con l'arrivo del caldo, possono manifestarsi comunque anche d'inverno». Sul mercato negli ultimi anni i prodotti legati alla prevenzione si sono rapidamente diffusi. Tra negozi e web è possibile scegliere tra una lunga lista di possibilità, a seconda della stazza e del peso del quadrupede. «Non ci sono scuse, gli animali in qualsiasi modo possono essere protetti: ci sono pastiglie da assumere ogni mese o ogni tre mesi, forse il metodo più semplice, e poi pipette con liquido da versare direttamente sulla pelle o i classici collarini». E se per i cani ormai la prassi è diffusa da tempo, serve ricordare che anche per i gatti, per quelli abituati a uscire all'aperto e a scorrazzare tra cortili e giardini, è necessario adottare un buon antiparassitario. «I mici sono più puliti, possono magari eliminarla da soli se finisce sul pelo, ma se ormai si è attaccata - sottolinea la Rossi - comunque non sono in grado di toglierla. Aggiungo che per i gatti fuori casa è buona regola applicare anche il microchip». Chi trova una zecca sull'animale può tirarla via autonomamente, con lo stesso strumento utilizzato per gli uomini, a forma di piede di porco, con un movimento a rotazione. Mai tirarla quindi ma svitarla. «Serve portare cane o gatto dal veterinario - precisa ancora - solo se si manifesta una reazione dolente e persistente. Se si lamenta ad esempio accarezzandolo. Talvolta il cane può anche piegare la testa, per il fastidio, perché tra i posti preferiti dalle zecche ci sono le orecchie». E un' ultima indicazione è diretta alle tante persone che ancora scelgono di spostarsi sul Carso o a Barcola con la scusa del cane, da far sfogare con qualche corsetta. «Invito la gente - aggiunge la Rossi - a limitarsi a un giretto sotto casa in questo periodo, vale per tutti la raccomandazione di restare a casa».

M.B.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MARTEDI', 17 marzo 2020

 

 

Coronavirus: collegamento tra polveri sottili e contagi

Esiste un legame tra Coronavirus e polveri sottili, a sostenerlo uno studio condotto dalla Società Italiana di Medicina Ambientale.

Parliamo di: Coronavirus Inquinamento atmosferico Lo sforamento dei limiti delle polveri sottili può aver favorito la diffusione del Coronavirus. Secondo uno studio appena presentato dai ricercatori della SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), svolto in collaborazione con i colleghi dell’Università degli Studi di Bari e dell’Università degli Studi di Bologna, il numero di contagi e l’inquinamento atmosferico da particolato risulterebbero connessi. In sostanza, spiegano gli esperti della Società Italiana di Medicina Ambientale, la presenza di polveri sottili nell’aria favorirebbe la creazione di una sorta di “substrato”, che il Coronavirus utilizzerebbe per rimanere vitale in un periodo compreso tra poche ore e alcuni giorni. Confrontando il numero di casi accertati di COVID-19 con i dati Arpa delle varie Regioni, relativamente al numero di sforamenti dei limiti di legge, i ricercatori hanno concluso che: Esiste una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo dal 10 al 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo. Dati che si sarebbero rivelati coerenti con quelli registrati in Pianura Padana, spiega il Prof. Leonardo Setti dell’Università di Bologna: Le curve di espansione dell’infezione che hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di 2 settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico, che hanno esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia. Effetto più evidente in quelle Province dove ci sono stati i primi focolai. Una tesi sostenuta anche dal Prof. Gianluigi de Gennaro, dell’Università di Bari, che ha dichiarato: Le polveri stanno veicolando il virus. Fanno da carrier. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole. Una buona notizia arriva però dal CNR, secondo il quale le limitazioni alla mobilità delle persone favorirà un calo dei contagi entro il finire della settimana: Oggi siamo a cinque giorni dall’introduzione del decreto ‘Io resto a casa’”, e come riportato in un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità il valor medio del tempo tra l’insorgenza dei sintomi e la diagnosi è 2-4 giorni, per cui se, come crediamo, l’introduzione delle misure restrittive sulla mobilità sono efficaci per la riduzione del rischio di contagio, ci aspettiamo di osservare una significativa riduzione del tasso di crescita tra circa tre giorni.

(Claudio Schirru - Fonte: RaiNews)

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 17 marzo 2020

 

 

Area a caldo della Ferriera, stretta finale «Il 27 marzo parte l'iter di spegnimento»

La Regione ufficializza la data annunciata dalla proprietà. La procedura al via senza firma sull'Accordo di programma

È stato annunciato e rimandato più volte, ma stavolta il momento della chiusura dell'area a caldo della Ferriera di Servola potrebbe essere davvero arrivato. Ne è convinta la Regione, che ieri con l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro ha indicato il 27 marzo come data di avvio dello spegnimento della cokeria, seguito la settimana successiva dal graduale stop del resto dell'impianto per la produzione di ghisa e della centrale elettrica. «La società annuncia lo spegnimento dalla fine di marzo», sottolinea Scoccimarro, precisando che «oggi (ieri, ndr) Acciaierie Arvedi ha dichiarato che indicativamente dal prossimo 27 di marzo partirà la fase di spegnimento della cokeria, poi la settimana seguente sarà la volta di altoforno, agglomerato e centrale». L'azienda ha così risposto alla nota inviata da Arpa Fvg per avere chiarimenti sulle procedure di spegnimento e sicurezza, dopo l'ultimo tavolo del gruppo di lavoro nominato dal prefetto Valerio Valenti. Difficile però che il Covid-19 permetta una stipula dell'Accordo di programma in tempo utile per il 27 e dunque l'azienda agirebbe fuori dalla nuova cornice. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli aveva infatti assicurato che la firma dell'intesa sulla riconversione sarebbe arrivata nella prima settimana di marzo, ma l'emergenza coronavirus e l'autoisolamento dell'esponente triestino del Movimento 5 stelle hanno ritardato la fumata bianca tra azienda e istituzioni. Le cose sembrano essersi comunque definitivamente sbloccate, prima con il via libera all'accordo sindacale e poi con l'intesa fra gruppo Arvedi e Piattaforma logistica per la cessione dei terreni dell'area a caldo. Nel testo finale mancano però ancora due aspetti fondamentali: l'aggiornamento del piano industriale dovuto all'ingresso nella partita di Plt-Icop e gli aiuti pubblici a sostegno della bonifica e della riconversione produttiva e logistica. «I chiarimenti delle Acciaierie Arvedi - continua Scoccimarro - in merito all'imminente spegnimento dell'area a caldo sembrano delineare un quadro più chiaro del prossimo futuro, anche nel rispetto della sicurezza, viste le numerose simulazioni effettuate per quanto riguarda lo "storico" spegnimento della cokeria, che non avviene da oltre 20 anni». Non sarà un'operazione on-off: chiudere un altoforno richiede un processo complesso e delicato anche sotto il profilo della sicurezza e di un possibile - per quanto limitato nel tempo - impatto ambientale. Per questo la società di Cremona conta di impiegare professionisti già coinvolti nello stop all'acciaieria di Piombino. Pur avendo più volte lanciato ultimatum sulla data di chiusura, puntualmente rinviati per il protrarsi delle trattative sull'Adp, il gruppo Arvedi sembra stavolta convinto di arrivare in fondo. L'avvio dello spegnimento è peraltro dettato anche dall'opportunità di ridurre le presenze in fabbrica durante l'epidemia di coronavirus e dall'esaurirsi delle materie prime stoccate a Servola, se nella lettera ad Arpa la società scrive di avere carbone e minerali sufficienti per far marciare l'impianto a ritmo ridotto non oltre la fine mese. Scoccimarro vede alla portata la possibilità di staccare il dividendo politico della chiusura e rivendica di averne creato i presupposti: «Un iter avviato un anno fa con trattative dirette con il cavalier Arvedi e l'ad della società Caldonazzo, che hanno portato allo scambio formale di lettere tra me e la società in cui per la prima volta la stessa si è detta "disponibile a trattare"». E sul futuro Scoccimarro impegna la Regione, «garante dal punto di vista ambientale e occupazionale, di uno sviluppo finalmente sostenibile in un'area residenziale della città».

Diego D'Amelio

 

Operazione da 3-4 settimane - Gestione a una cabina di regia

Per completare l'operazione di spegnimento dell'area a caldo della Ferriera di Servola serviranno fra le tre e le quattro settimane. A gestire le operazioni, come annunciato alla fine di gennaio al termine di un vertice in Regione presieduto dall'assessore Fabio Scoccimarro, sarà una cabina di regia composta da proprietà dello stabilimento, Regione stessa, Arpa, Vigili del fuoco e Azienda sanitaria. Il procedimento, aveva fatto sapere l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente Fvg, determinerà probabilmente degli sforamenti nelle emissioni ambientali (oltre a manifestazioni visibili come l'accensione delle torce): saranno le centraline di monitoraggio già attive nell'area di Servola a misurarli. Tecnicamente il primo passaggio della procedura di spegnimento - dunque quello che verrà avviato il 27 marzo - sarà lo stop alle fiamme del nastro trasportatore dell'agglomerato. Ecco poi a ruota la fermata della cokeria e infine quella dell'altoforno, la cui disattivazione potrebbe a questo punto cadere nella seconda metà di aprile. Gli ultimi macchinari a spegnersi saranno quelli che lavorano alla depurazione delle acque e le caldaie che producono il vapore inviato dalla Ferriera alla vicina Linde Gas. Un collegamento, quest'ultimo, necessario per ottenere l'azoto utile a tenere in pressione e così in sicurezza gli impianti, sostituendo di fatto le sostanze gassose usate per la combustione. Come definito, l'intervento in fabbrica verrà effettuato da personale del gruppo Arvedi debitamente formato e che già si era occupato della fermata dello stabilimento Lucchini di Piombino ormai sei anni fa. Nell'incontro di fine gennaio l'azienda aveva fatto sapere di essere in attesa dell'arrivo delle componenti impiantistiche aggiuntive decisive per iniziare l'opera di stop all'area a caldo. Componenti evidentemente giunte ora a destinazione. A spegnimento ultimato, si passerà all'azione di bonifica.

 

 

 

 

NEWSTREET.it - LUNEDI', 16 marzo 2020

 

 

Le polveri sottili nell'aria ai tempi del Coronavirus

I dati dicono che nella città di Milano i livelli delle polveri sottili siano crollati nel giro di pochi giorni: troppo poco per trarre conseguenze, quanto basta per le prime riflessioni.

Si leggono dati contrastanti circa il valore delle polveri sottili a distanza di pochi giorni dai blocchi agli spostamenti delle persone per le strade. Trattasi spesso di analisi strumentali, che tirano per la giacchetta i numeri nel tentativo di dimostrare o stigmatizzare le analisi precedenti, quando ancora il problema principale per tutti era il clima e non il Coronavirus .
La verità sulle polveri sottili sarà chiara soltanto tra qualche settimana, quando la realtà si sarà consolidata a seguito di un vero periodo di chiusura. Tutto quel che si può fare oggi è leggere i dati e tentare di guardarli in prospettiva, con tutte le loro contraddizioni. A livello sperimentale è questa una occasione unica: improvvisamente abbiamo visto scomparire quasi del tutto uno dei fattori additati di essere la causa delle polveri sottili nelle grandi città, il che porterà inevitabilmente delle conseguenze nel dibattito che farà seguito a questa grande emergenza. Si possono isolare le cause, se ne possono misurare i pesi.
Polveri sottili: primo check
La prima verifica indica un dato inoppugnabile: il livello di polveri sottili nelle aree a rischio della pianura padana è crollato nel giro di pochi giorni . Il caso vuole che le aree colpite dal contagio (Lombardia in primis) siano anche quelle maggiormente legate alla Covid-19. Nota bene: cercare una qualche correlazione tra i due fenomeni sarebbe un esercizio del tutto acrobatico e privo di ogni logica. Se vi siano correlazioni tra la diffusione del contagio e le polveri sottili, è qualcosa che va cercato in una fitta trama causale tra i rapporti sociali, il movimento delle persone, la posizione geografica e molti altri elementi, ma non v’è nesso diretto tra le due entità.
Era il 2 febbraio quando Milano affrontava il blocco del traffico a causa del superamento dei livelli di guardia delle polveri sottili per troppi giorni consecutivi. Era il 2 febbraio e il nostro dibattito nazionale era fermo al ragionamento di quartiere sull’opportunità o meno di aprire o chiudere singole strade al traffico, nonché sull’opportunità di consentire l’arrivo dei tifosi per Milan-Verona: nel giro di pochi giorni saremmo stati travolti da uno tsunami che ha bloccato tutto il traffico a livello nazionale, ha affondato le borse, ha bloccato il campionato di calcio e ancora non sappiamo come e quando andrà a finire.
Coronavirus: le regole per gli spostamenti
A distanza di un mese e mezzo da allora, e a distanza di pochi giorni dal DPCM che ha fermato la circolazione delle persone (ma non quella delle merci), i dati dicono che la situazione è del tutto cambiata. Prendiamo il caso emblematico della città di Milano, dati del 12 marzo:
•SO2: 9 in media (limite massimo: 125)
•PM10: 23 in media (limite massimo: 50)
•NO2: 100 in media (limite massimo: 200)
•CO: 0.9 in media (limite massimo: 10)
•O3: 82 in media (limite massimo: 180)
Tutti i valori sono dunque ben al di sotto della norma. Attenzione, il dato va comunque interpretato alla luce del fatto che:
•il traffico non è completamente fermo
•le buone temperature hanno allentato anche l’uso del riscaldamento
•la diminuzione del traffico non solo riduce le emissioni, ma anche il sollevamento di polveri dal selciato
Ognuno tragga le conseguenze che ritiene, questi sono i dati. Attenzione inoltre ad un elemento ulteriore:
Polveri sottili: le previsioni di ilMeteo.it
Come si può vedere dall’immagine (le previsioni delle polveri sottili secondo i dati de ilMeteo.it, la situazione rimane ancora “mediocre” presso i grandi centri abitati e in tutta la parte centrale della pianura padana. Nel nord il problema è soprattutto l’assenza di precipitazioni, che rallentano fortemente la capacità di filtro dell’atmosfera lasciando l’aria impregnata di polveri. Questo dimostra quanto i blocchi sporadici del traffico siano poco utili , mentre una più profonda e radicale rivoluzione della mobilità sia diventata ormai necessaria.
Questa situazione potrà accelerare le politiche di stimolo per l’auto elettrica? A questo punto potrebbe essere cosa auspicabile, purché nel contesto di una politica energetica legata alle rinnovabili. Non è semplice, insomma, ma il “cigno nero” della Covid-19 sprigionerà sicuramente ampia consapevolezza su quanto il cambiamento sia la scintilla fondamentale per inseguire la sostenibilità.
(leggi versione originale)

 

 

Triesteallnews.it - LUNEDI', 16 marzo 2020

 

 

Pulizia anti virus, ricompaiono a Trieste i soffiatori.

Via, almeno in alcune zone, alle opere di pulizia straordinaria delle strade per agevolare le attività di prevenzione della diffusione del Covid-19: la preoccupazione arriva però, stavolta, dalla ricomparsa dei soffiatori utilizzati dagli addetti impegnati sull’area urbana.

Se ne è già parlato: i soffiatori, ideati per spargere polvere con più facilità in particolare sulle coltivazioni e sugli alberi, sono stati via via usati negli anni per raccogliere foglie e in periodo più recente anche per la pulizia delle strade. Già temuti dai portatori di allergie e da chi ha problemi respiratori, sollevano ora l’inquietudine di chi teme il Coronavirus: quanto possono essere pericolosi? Possono aiutare a spargere il contagio?
La risposta non è ancora nota; certo è che il getto d’aria proveniente da un soffiatore è sufficientemente potente da sollevare anche grossi granelli di polvere e residui di metalli pesanti dalla strada, facendoli arrivare fino a numerosi metri d’altezza (e quindi, all’interno delle case e sui davanzali delle finestre). Il virus del Covid-19 può trasmettersi da persona a persona nel caso di contatti ravvicinati anche a più di un metro di distanza, se si aggrega ad altri elementi presenti nell’aria, come le goccioline d’acqua e altri corpuscoli: è per questo che vengono utilizzate, in ambienti a rischio (le cosiddette ‘zone soggette ad aerosol’) le mascherine filtranti FFP, le uniche che hanno utilità. Se gli occhi sono scoperti, il virus può entrare nel corpo umano anche attraverso di essi, è meno facile ma non impossibile ed è il motivo per cui non bisogna mai portare le mani al viso e agli occhi senza averle lavate con cura. Un buon uso, definito in molte municipalità del mondo (in molte altre, negli Stati Uniti e in Europa, lo strumento è vietato) come ‘cortese’, del soffiatore raccomanda di non utilizzarlo senza aver preso preventivamente accordi con i consigli di quartiere e gli abitanti, di tenere sempre una distanza di almeno 10, meglio 15 metri dalle persone, e di evitare l’uso contemporaneo di altri strumenti che possano contribuire ulteriormente a sollevare la polvere. Se l’uso è ‘scortese’, fatto senza bagnare a sufficienza le strade, le possibilità di effetti anche potenzialmente pericolosi come quello di un attacco allergico aumentano esponenzialmente. I corpuscoli e i microorganismi sollevati e proiettati ad alta velocità dal soffiatore, se la distanza è ravvicinata, si attaccano ai vestiti, alle scarpe e alle sciarpe di chi non trovando una mascherina FFP ha pensato di sentirsi più al sicuro dal virus intabarrandosi: e se il Covid dovesse essere presente fra questi microorganismi, ecco che la velocità di diffusione, dalla pulizia delle strade, verrebbe aumentata anziché diminuita. Oltre alla possibilità che entri in casa attraverso la finestra (cosa che non accadrebbe in presenza di vento, che lo porterebbe molto più in alto e lontano). Non c’è certezza che il soffiatore, se usato senza presidio di disinfezione e al di fuori da una strategia mirata e concordata, possa essere pericoloso, ma neppure il contrario, e anzi è provato che contribuisca al peggiorare dei problemi respiratori; quindi, perché adoperarlo? #iorestoincasa; ma, allo stesso tempo, #usolatesta.

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 16 marzo 2020

 

 

È pronto ad Aurisina il progetto che sfratta le auto dalla piazza

Il restyling prevede la scomparsa del traffico con deroghe minime per le merci e una pavimentazione in pietra. L'ok della giunta a emergenza sanitaria finita

DUINO AURISINA. Interdizione al traffico sia privato che pubblico, con deroga per un'asse centrale per le sole operazioni di carico e scarico. Spostamento della fermata dei mezzi pubblici sulla vicina ex Provinciale e della fontana dalla sua attuale sede. Pavimentazione interamente realizzata in pietra. Totale ristrutturazione e abbellimento dell'area che circonda il monumento. Sono queste le principali caratteristiche della futura piazza di Aurisina Centro. Il progetto definitivo è stato delineato in questi giorni ed è pronto per essere approvato dalla giunta del Comune di Duino Aurisina.«Se non avessimo avuto come tutti il problema del coronavirus che ci sta impedendo di riunirci con le modalità classiche - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Lorenzo Pipan - l'esecutivo avrebbe già approvato il piano. In ogni caso è solo una questione di tempo - aggiunge - perché d'accordo con il progettista, l'ingegner Peter Sterni, abbiamo già pronto l'intero progetto. Manca solo la delibera della giunta».In altre parole, c'è solo da aspettare che passi l'incubo del virus. Per quanto riguarda le modalità, Pipan precisa che «se il costo complessivo per tale iter supererà i 40 mila euro, allestiremo come previsto una gara, altrimenti se resteremo sotto tale cifra potremo procedere con l'affidamento diretto, scegliendo nell'ambito di un lotto di professionisti, individuati attraverso i criteri stabiliti dagli uffici tecnici del nostro Comune».La piazza, nelle intenzioni dell'amministrazione di Duino Aurisina, dovrà dunque diventare un'oasi per i pedoni, abbellita dalla presenza della pietra carsica. «In ogni caso - riprende l'assessore ai Lavori pubblici - ritaglieremo uno spazio laterale, davanti alla facciata della chiesa di San Rocco, per permettere agli automobilisti che vivono qui di raggiungere la strada vicinale».Ma sarà, questa, l'unica eccezione. E intanto si sta pensando a come recuperare i parcheggi attualmente utilizzati dai fruitori dei negozi e dei pubblici esercizi che si affacciano sulla piazza: «Abbiamo pensato - continua Pipan - di utilizzare lo spazio attualmente vuoto di proprietà della locale Comunella situato sempre lungo la ex provinciale, proprio all'altezza dell'accesso alla piazza, ma sul lato opposto della strada. In virtù di una convenzione con la stessa Comunella, lo trasformeremo in un piazzale attrezzato per parcheggi e il problema sarà risolto». Infine la tempistica: "Coronavirus permettendo - conclude l'assessore di Duino Aurisina - l'auspicio è di poter affidare i lavori entro la fine di quest'anno e di vederli cominciare nella primavera del 2021».

Ugo Salvini

 

 

Monfalcone - Dimezzati i piccioni in città La caccia non è ancora finita

Si è passati dai 1.300 tra il 2018 e il 2019 ai 718 tra la fine dello scorso anno al febbraio del 2020. Nuovo bando per una ditta che li trasferirà in Veneto

La loro presenza si è ridotta nell'arco di due anni, grazie alle azioni di contrasto messe in campo dal Comune, ma i colombi non sono affatto scomparsi da Monfalcone. Dal 1° novembre 2019 alla fine di febbraio sono stati prelevati in totale 718 volatili, quasi la metà rispetto ai 1.300 dei mesi a cavallo tra 2018 e 2019. Sono quelli entrati nelle 10 gabbie dislocate in altrettanti punti critici della città e poi trasferiti in Veneto da una ditta specializzata. Le speciali voliere, delle dimensioni di 2 metri di lunghezza per 1 di larghezza e di altezza, sono corredate di cibo (30 chilogrammi di mais circa) e dotate di abbeveratoio con sistema automatico di livello dell'acqua e di una parziale copertura per proteggere i volatili dalle intemperie ed evitare sofferenze. Ne sono state collocate 4 in centro storico, 2 nell'area ovest e largo Anconetta, una zona in cui i piccioni continuano a sentirsi a casa, 2 in altre aree del centro, 2 nella zona del canale de' Dottori. I colombi catturati vengono raccolti con cadenza settimanale per essere trasportati in Veneto per il mantenimento dei soggetti raccolti nelle strutture autorizzate. Un'attività che il Comune intende proseguire anche nella prossima stagione autunnale-invernale, come dimostra l'avviso pubblicato per raccogliere la manifestazione di interesse delle imprese specializzate a svolgere il servizio per i prossimi 24 mesi rinnovabili per ulteriori 24 a fronte di un compenso di 21 mila euro annui Iva esclusa. L'impresa dovrà occuparsi comunque anche di effettuare il censimento dei colombi, elaborando i dati raccolti, così da permettere al Comune di valutare la consistenza del fenomeno e le aree cui va dedicata maggiore attenzione. «Rispetto agli anni scorsi i piccioni sono in ogni caso visibilmente diminuiti - afferma l'assessore all'Ambiente Sabina Cauci - e credo che molti cittadini se ne siano già accorti. Comunque l'azione del Comune continuerà in primavera estate con la distribuzione di mangime antifecondativo, oltre che con la sistemazione di dissuasori meccanici, se ce ne fosse l'esigenza».Strumenti che da soli, però, non sono sufficienti e dovranno continuare a essere affiancati appunto dall'attività di cattura in esecuzione del Piano di controllo regionale del colombo o piccione di città. Proprio seguendo le disposizioni del piano regionale, l'attività di cattura si svolge da novembre a marzo dell'anno successivo con il posizionamento di gabbie nei siti degli edifici pubblici più critici (come la Biblioteca comunale), oltre che in zone come quella di largo Anconetta interessata da una grande frequentazione di piccioni che stazionano in particolare su balconi, sbalzi e tetti di alloggi disabitati.

Laura Blasich

 

A Trieste è invasione di cornacchie e gabbiani

A Trieste non solo i colombi ma anche le tortore sono scomparse dai davanzali. Hanno preso con prepotenza posto, le cornacchie che insieme ai gabbiani, stanno occupando sempre più quegli spazi aperti, che frequentavano le tortore. Si tratta di un fenomeno che non è solo locale, e del quale si trova riscontro ormai anche oltre i confini nazionali.

 

La Processionaria invade il territorio - Scatta la campagna per eliminare i nidi - una piaga non solo sul Carso

RONCHI. Scatta la lotta alla processionaria, a Ronchi dei Legionari. Un primo stanziamento, di poco superiore ai 700 euro, è stato stanziato dalla giunta per una prima serie di interventi. Saranno messi in cantiere da una ditta specializzata nell'area verde di via Angelo Cernic e negli impianti di base. La processionaria non è solo un fenomeno ed una piaga che invade i boschi del nostro Carso. Il terribile insetto, anche a Ronchi dei Legionari, si sta spingendo all'interno del centro, aggredendo soprattutto quei parchi e quei giardini dove, nel passato, sono stati messi a dimora esemplari di pino nero. Si interverrà attraverso un controllo nei siti individuati sul territorio comunale e ciò dopo che è stato concretizzato un sopralluogo congiunto con il personale dell'ufficio problematiche ambientali, ma anche alla verifica puntuale nelle aree scolastiche e nell'area pubblica di via Matteotti angolo Cernic. Si procederà alla rimozione tempestiva dei nidi di larvali non appena le condizioni climatiche possano far ritenere l'annidamento di tale insetto all'interno dei propri bozzoli e quindi nel prossimo periodo freddo, ovvero tra la fine dell'autunno e l'inverno, indicativamente fra dicembre e i primi di febbraio, procedendo alla rimozione meccanica dei nidi larvali e la loro bruciatura. Accanto a ciò il programma prevede anche la collocazione di fitotrappole sulle specie alboree cui le larve sono principalmente attratte e all'adozione di ogni eventuale tecnica fitosanitaria anche di ultima innovazione, con trattamenti preventivi qualora ritenuti risolutivi al problema della processionaria. Nel tempo, poi, si arriverà alla ricognizione in periodo autunnale ed invernale per individuare la presenza di nuovi bozzoli e nuove emergenze. La processionaria, oltre a desfogliare piante intere, può costituire un pericolo maggiore per l'uomo e gli altri animali. I peli urticanti dell'insetto allo stato larvale sono velenosi, e in alcuni casi, fortunatamente limitati, possono provocare una grave reazione allergica. Nei mesi scorsi, ricordiamolo, un appello in tal senso era stato lanciato dal capogruppo del Movimento 5 Stelle, Lorena Casasola, la quale aveva posto l'accento sulla situazione del parco di piazzale Candotto, nel rione di Vermegliano. Bisogna intervenire presto, anche perché, va ricordato, a primavera le larve riprendono l'alimentazione cibandosi degli aghi di pino. Compromettendo la salute e la stabilità della pianta. Una piaga conosciuta da molto, moltissimo tempo e che, come detto, già negli anni Ottanta era stata uno dei cavalli di battaglia dell'allora neonato Gruppo Ambiente capitanato da Nicola Rusca.

Lu. Pe.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 15 marzo 2020

 

Italia, impennata contagi: 2.800 in più «Lombardia al punto di non ritorno»

Arriva l'accelerata prevista, l'assessore: «Terapie intensive esaurite». Nei due focolai la zona rossa funziona: casi azzerati

ROMA. Nessun rallentamento era previsto e così è stato. Ieri la conta serale dava 2.795 contagi in più per un totale di 17.750 positivi, che portano a 21.157 il totale delle persone infettate dall'inizio dell'epidemia. Purtroppo si allunga anche l'elenco delle vittime del Coronavirus: 175 solo ieri per un totale di 1.441. Ma a far scattare l'allarme rosso sono i 1.518 in terapia intensiva, quasi la metà nella sola Lombardia, dove i posti sono oramai pochissimi. Tanto da far dire all'assessore al welfare Giulio Gallera di essere «oramai vicini a un punto di non ritorno. Restano 15-20 posti letto nelle Terapie Intensive».Una speranza arriva però da Codogno, nel Lodigiano, dove i nuovi casi si contano oramai sulle dita delle mani e di Vo' Eugeneo in Veneto, dove addirittura da due giorni non si riscontra alcun positivo. «Abbiamo applicato la quarantena con grande senso di responsabilità e fatto due screening ai quali ha aderito il 95% della popolazione», spiega il sindaco Giuliano Martini. Una ricetta, quella dei tamponi di massa, che spacca la comunità scientifica, tra chi giudica i controlli a tappeto l'arma più efficace per impedire nuovi contagi e chi invece si richiama alle linee guida internazionali che prevedono i test solo per i sintomatici. Anche perché i nostri laboratori non ce la fanno a farne di più. I controlli intanto li stanno intensificando le forze dell'ordine, che in 24 ore hanno fermato 157mila persone, denunciandone 6.942, il 49% in più rispetto al giorno precedente. Nel mirino anche 83.454 esercizi commerciali, con 239 titolari denunciati. Intanto il virus continua a colpire la politica. Ieri a doversi mettere in quarantena dopo essere risultati positivi al tampone sono stati il viceministro alla salute Pierpaolo Sileri e la collega dell'Istruzione Annalisa Ascani, quest'ultima in quarantena volontaria da una settimana. In quarantena continua a restare larga parte degli italiani. Ieri in una Roma deserta ha varcato i cancelli dello Spallanzani la delegazione di nove esperti cinesi, sbarcati direttamente da Wuhan con un carico di monitor e ventilatori per allestire 40 letti di terapia intensiva più 200mila mascherine. Liang Zongan, responsabile della medicina intensiva polmonare nell'ospedale dello Sichuan, prima ha lodato il governo italiano, «che ha adottato tutte le misure necessarie in linea con gli standard internazionali». Poi ha tirato le orecchie agli italiani: «Vedo ancora un po' troppa gente nelle vostre strade». L'incontro, a cui faranno seguito altri in diversi ospedali d'Italia, è servito soprattutto per scambiare esperienze sulle terapie anti- Covid. «Sulla base dell'esperienza maturata in Cina - spiega il primario infettivologo dello Spallanzani, Giampiero D'Offizi- verrà avviata anche da noi una sperimentazione sull'utilizzo degli anticorpi neutralizzati ottenuti dal plasma dei pazienti Covid oramai in convalescenza. Dopo un trattamento per neutralizzare eventuali altri virus, il sangue sarà reimmesso nei pazienti con progressione grave della malattia. Nei pochi casi trattati -assicura- si è assistito a un miglioramento dei parametri infiammatori e della saturazione di ossigeno nel sangue». Arriva dall'Olanda invece la promessa di un nuovo farmaco anti-Covid. La ricerca è stata pubblicata sul sito dell'Università di Utrecht, ma gli studi sono ancora in corso e richiederanno mesi di test rigorosi prima che il farmaco sia disponibile sul mercato. Per ora gli strumenti nella cassetta degli attrezzi anti-virus sono made in Italy e China.

Paolo Russo

 

La Regione arruola altri 357 infermieri I morti salgono a 13, 44 nuovi contagi

Previsti anche contratti a chiamata per operatori d'emergenza e richiami in servizio per specializzandi e medici in pensione

Trieste. Il coronavirus comincia a colpire gli operatori della sanità e la Regione corre ai ripari, annunciando un piano straordinario di assunzioni, che porterà all'ingresso a tempo indeterminato di 357 nuovi infermieri e che prevede inoltre contratti a chiamata per ogni tipo di figura professionale utile nell'emergenza. In trincea potranno finire anche medici specializzandi e pensionati, in vista dell'aumento dei casi positivi che probabilmente nelle prossime due settimane si abbatterà sul Friuli Venezia Giulia, dove il tasso di crescita dagli ammalati sta andando incontro per ora a una lieve riduzione cui corrisponde tuttavia un aumento dei ricoverati. Ieri la nota di riepilogo diramata dalla Protezione civile ha portato i casi conclamati a 301, con un incremento di 44 persone rispetto al giorno precedente. Il trend mostra una lieve flessione: il +44 di sabato segue infatti il +52 di venerdì e il +79 di giovedì. Saranno i prossimi giorni a dire se si tratta di una tendenza consolidata: bisognerà attendere i 596 tamponi in corso di analisi su un totale di 3.376 test effettuati. I decessi registrati dall'inizio dell'emergenza passano nel frattempo a 13 con tre nuove morti nella giornata di ieri, tutte nell'area dell'Azienda sanitaria giuliano isontina, che conta 10 deceduti. I morti, tutti con pluripatologie, sono 8 donne e 5 uomini, con età media sopra gli 80 anni. Col tempo che passa sale però anche il numero dei guariti, che sono 17. Preoccupa la crescita dei ricoveri, saliti a 77 contro i 59 di venerdì, ma stabile resta il numero dei pazienti in Terapia intensiva, anche se gli 11 casi aumenteranno già nelle prossime ore, dal momento che la Protezione civile nazionale ha chiesto al Friuli Venezia Giulia di ospitare altri tre ammalati di coronavirus provenienti dalla Lombardia. Finiranno a Cattinara dopo la saturazione della Terapia intensiva di Udine. L'aumento dei ricoveri e l'inizio dei contagi tra i sanitari ha spinto la giunta regionale a rompere gli indugi sul piano di assunzioni straordinarie. Un passo sempre più urgente dopo gli 8 positivi tra medici e infermieri del Maggiore di Trieste (fonti sindacali attestavano ieri un aumento non quantificato), le infezioni negli ospedali di Udine e Pordenone, nonché i primi ammalati tra i dipendenti delle case di riposo. Nella mattinata di ieri, l'Agenzia regionale di coordinamento per la salute ha annunciato il decreto per lo scorrimento della graduatoria del concorsone degli infermieri. Sono 545 i sanitari per i quali la Regione aveva già deciso l'assunzione a febbraio e altre 357 unità seguiranno nei prossimi giorni, anche in questo caso con contratto a tempo indeterminato, nella speranza di ottenere un aiuto nell'ambito del piano emergenziale promesso dal governo. Le assegnazioni sono così ripartite: 99 all'Azienda sanitaria giuliano isontina 99, 180 in quella friulana, 53 a Pordenone, 17 al Burlo di Trieste e 8 al Cro di Aviano. La graduatoria del concorso conta 1.544 idonei e ci sarebbe quindi spazio per ulteriori scorrimenti, ma la Regione non può permettersi altri ingressi stabili e ha pubblicato bandi per reclutare rapidamente professionisti di ogni tipo. Le chiamate resteranno aperte per la durata dell'emergenza, rivolte anche a personale non specializzato o in quiescenza: medici di terapia intensiva, pneumologi, internisti, infettivologi, medici d'urgenza, geriatri, radiologi, esperti di prevenzione e igiene, infermieri, operatori sociosanitari, tecnici di laboratorio, di radiologia e di fisiopatologia cardiocircolatoria. Nessun concorso: basterà dimostrare di avere i requisiti e saranno le singole Aziende a procedere con incarichi diretti, pagati da 20 a 60 euro lordi all'ora. I sindacati continuano intanto la battaglia per ottenere dispositivi di protezione individuale, con le istituzioni in difficoltà a reperire mascherine a norma sul mercato. Lo ammette lo stesso vicepresidente Riccardo Riccardi: «Il Fvg ne ha chieste 600 mila ma la gestione commissariale nazionale ne ha fornite 3 mila. Il problema riguarda l'intero Paese». Orietta Olivo (Fp-Cgil), Massimo Bevilacqua (Cisl-Fp) e Luciano Bressan (Uil-Fpl) ritengono «positivo il pressing della Regione» ma notano che «la distribuzione nelle strutture viene centellinata, creando incertezza tra i lavoratori». Fabio Pototschnig (Fials-Confsal) parla di «carenze quotidiane: non mandiamo i nostri operatori a combattere il nemico a mani nude». L'Ordine delle professioni sanitarie segnala a sua volta alla Regione «criticità sui dispositivi di protezione», chiedendo alle Aziende sanitarie «procedure di lavoro adeguate» su distanze di sicurezza, disinfestazione dei reparti, smart working e sospensione delle attività riabilitative non urgenti. A dura prova sono messi anche i numeri dell'emergenza: sia il 112 che il numero verde per le informazioni 800 500 300. Quest'ultimo viaggia a 4 mila contatti al giorno, mentre giovedì (ultimo dato raccolto) il 112 ha ricevuto 3.639 chiamate, superando di circa 2 mila contatti la media di marzo. Tutte le telefonate al 112 con oggetto Covid-19 vengono trattate subito da operatori sanitari, scremate e instradate al 118 in caso di reale necessità, lasciando così una corsia preferenziale per quelle di vera emergenza negli altri ambiti della salute. La Regione continua a invitare la popolazione a restare a casa e una sessantina di mezzi della Protezione civile circola nei centri urbani ricordando l'obbligo attraverso altoparlanti. La Protezione civile si muove a sua volta per rafforzare i suoi ranghi e invita a farsi avanti volontari provenienti da altre associazioni o privati cittadini, che possano mettersi a servizio dei Comuni, ad esempio per il trasporto della spesa a casa delle persone anziane.

Diego D'Amelio

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 14 marzo 2020

 

 

In primavera pronti i corsi per diventare contadini urbani

In programma le lezioni di orticoltura per imparare a curare gli spazi verdi

Si sa. La primavera porta con sé da sempre anche la voglia di stare all'aperto e di curare giardini e orti. In questo caso, urbani. Anche quest'anno - naturalmente appena le misure legate al contenimento del Coronavirus lo consentiranno - si terranno i corsi di orticoltura per diventare "contadini urbani" proposti con successo da cinque anni dal gruppo "Urbi et Horti" nell'ottica della tutela dei beni comuni. I corsi di orticultura urbana a Trieste hanno già formato più di 200 contadini urbani e permesso di aprire oltre 20 orti, sia su suolo pubblico che privato: singoli o condivisi, con spazi di socialità comune e spazi di coltivazione personali. Gli orti comuni offrono infatti la possibilità a molti concittadini di poter coltivare un piccolo appezzamento di terra in zona urbana e periurbana. «Sono in molti a chiederci la disponibilità di un orto - riferisce Tiziana Cimolino, coordinatrice del progetto per l'associazione Bioest - ma tante sono anche le persone o gli enti che vogliono darci in gestione il loro orto da curare. Tutti possono avere un orto o uno spazio verde da coltivare: sono molti - conferma Cimolino - i terreni ancora disponibili che possono essere consegnati da subito a chi ne faccia richiesta». A corsi teorici in classe, che si terranno all'interno della strutture ospitate nel Parco di San Giovanni, come sempre seguiranno attività pratiche con il maestro contadino per mettere a frutto quanto imparato in aula. «Quest'anno - anticipa Cimolino - intendiamo parlare di piante aromatiche e creare un "Giardino dei semplici", ossia un giardino di piante aromatiche che realizzeremo assieme ai corsisti e cercheremo in proporre poi a tutti gli orti. Intendiamo sviluppare una conoscenza più ampia delle piante aromatiche e delle loro caratteristiche e proprietà - i loro utilizzi in cucina e i loro effetti benefici sulla salute - così da diffonderla il più possibile. Alla teoria seguirà come sempre la pratica. In primavera organizzeremo almeno due uscite con il maestro di oleoliti per osservare e raccogliere le piante spontanee del nostro territorio e che si possono utilizzare poi negli olii essenziali e, se possibile, - conclude la naturalista - organizzeremo anche una visita in distilleria per assistere dal vivo alle fasi della produzione». Informazioni e prenotazioni allo "Sportello ambiente", attualmente attivo solo telefonicamente al 3287908116.

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 13 marzo 2020

 

 

Primo convoglio in prova lungo la storica Transalpina

Impiegato per i test un treno da 550 metri con un carico di decine di container - La rotta? Da Opicina verso Guardiella e da lì fino a San Giacomo e Campo Marzio

Primo convoglio sulla rinnovata linea ferroviaria Transalpina. Martedì pomeriggio un treno da 550 metri, composto da 20 carri e con almeno il doppio di container, ha percorso i 14,4 chilometri che separano la stazione di Villa Opicina da quella di Trieste Campo Marzio. Un tragitto in discesa che ha permesso di valutare per la prima volta la risposta di un convoglio "completo" su una linea decisamente particolare, a causa della sua pendenza - che raggiunge in alcune parti il 25 per mille - e della conformazione strutturale. «Questo primo convoglio era pesante quasi ai limiti - spiega Lorenzo Marsi di Adriafer - a causa del suo peso totale di 1350 tonnellate. Le prove proseguiranno nei prossimi giorni, sempre in discesa, con un convoglio solo per settimana». Un treno lungo e pesante, quindi, il primo che ha attraversato la linea che passa per i principali rioni della città. Scendendo da Opicina, infatti, la Transalpina esce da una prima galleria nei pressi di via Bonomea, per poi scendere verso Guardiella. Da lì un nuovo tunnel la fa sbucare direttamente a San Giacomo, per poi sfociare a Campo Marzio dopo aver attraversato via San Marco, via Alberti e Campi Elisi. «Rispetto alle dimensioni e alle criticità offerte dalla linea - spiega ancora Marsi - siamo riusciti a inserire di più carri distribuendo maggiormente il peso. La velocità di crociera non è mai superiore ai 50 km/h - racconta - e in certe gallerie il macchinista è costretto a rallentare fino ai 25 km/h. La pendenza estrema della linea per un convoglio ferroviario, inoltre, farà sì che nel momento in cui inizieranno le corse anche in salita, lo stesso dovrà avere un tonnellaggio massimo inferiore, attorno alle 1200 tonnellate». Una seconda giovinezza, quindi, per la linea Transalpina. Inaugurata la prima volta nel 1906 e sospesa definitivamente sei anni fa, la vecchia ferrovia rappresenta una valida alternativa per il crescente traffico merci del porto, utile a non intasare la linea (anche) passeggeri da e per Venezia nel tratto tra Barcola e Bivio d'Aurisina. Il tratto ferroviario in questione, come detto totalmente risistemato, è stato mantenuto il suo status originale, soprattutto nella palificazione. Che è stata sì rinnovata, mantenendo però i pali originali con il classico verde FS. L'intervento di riattivazione nel suo complesso è costato circa nove milioni, con interventi che hanno riguardato dapprima l'ammodernamento di rotaie, scambi, traversine e massicciata, seguito dalla manutenzione straordinaria della linea elettrica. Successivamente Rfi ha provveduto al rinnovamento dell'importante blocco conta-assi, infine l'intervento di ammodernamento della sagoma delle gallerie e il taglio del verde che gravava sulla linea.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 12 marzo 2020

 

 

L'Oms dichiara la pandemia globale Italia promossa, bocciati gli altri Paesi

L'Organizzazione mondiale della sanità: «Ok le misure aggressive adottate da Roma, poche azioni dai governi del mondo»

Mancava solo la conferma che ora è arrivata. L'epidemia di coronavirus è ufficialmente una pandemia. Parola dell'Oms che attraverso il suo direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha certificato l'ultimo salto di qualità e gravità dell'emergenza sanitaria globale. Tecnicamente per pandemia si intende un contagio che riguarda un'area geografica molto estesa (diversi continenti) e per il quale non esiste immunizzazione. Due giorni fa era stato proprio Tedros ad anticipare che il rischio di giungere a questo stadio era «molto elevato». In 48 ore sono stati i numeri a convincerlo che il momento era arrivato. Per prima cosa il fatto che un virus, sconosciuto fino a tre mesi fa, ha ormai contagiato oltre 121.000 persone in 138 Paesi del mondo. Poi la rapidità con cui l'epidemia si è diffusa oltre i confini del primo focolaio. «Nelle ultime due settimane il numero di casi al di fuori della Cina è aumentato di tredici volte e il numero di Paesi colpiti è triplicato» sottolinea Tedros. Nemmeno le previsioni a breve termine sono buone perché «nei giorni e nelle settimane a venire prevediamo che il numero di casi, morti e Paesi colpiti aumenteranno ancora». Tedros si rivolge quindi ai leader mondiali, spiega che a preoccupare l'Oms non è solo la diffusione e la gravità del virus bensì «il livello allarmante di inazione e la mancanza di determinazione» da parte di alcuni Paesi. Un rimprovero chiaro ai governi per non aver agito abbastanza rapidamente o drasticamente. Il giudizio negativo risparmia però l'Italia. Tedros approva «le misure aggressive adottate» da Roma e spera «che abbiano effetti nei prossimi giorni».Gli esperti dell'Oms hanno rimandato a lungo la classificazione di pandemia preoccupati delle conseguenze che questa mossa avrebbe potuto avere, specie in un momento in cui le economie mondiali sono fragili e le Borse sotto stress. Il direttore esecutivo del programma di emergenza sanitaria, Mike Ryan, spiega che l'Oms considera molto seriamente la definizione di pandemia capendo «le implicazioni della parola». Il problema è che in questo momento «ci sono ospedali, operatori sanitari e pazienti che hanno bisogno del nostro supporto» prosegue Ryan. Detto in altre parole: il tempo per le valutazioni e la prudenza è scaduto, adesso bisogna agire. Nelle prossime ore si vedrà se i capi di Stato avranno recepito il messaggio. «Abbiamo suonato un campanello di allarme forte e chiaro» conclude Tedros cercando di lanciare anche un segnale di speranza: «Tutti i Paesi possono ancora cambiare il corso di questa pandemia». 

Alberto Abburrà

 

 

Cinque magazzini Greensisam, due cordate vicine al traguardo

Antonio Maneschi contava di poter già chiudere adesso ma l'emergenza virus si fa sentire pure in Porto vecchio

Greensisam comunica di avere «trattative avanzate» con due gruppi di valenza internazionale, cui trasferire la concessione 99ennale che riguarda cinque magazzini nella parte meridionale di Porto vecchio, quella più prossima al centro cittadino, confinante con il Molo IV. Comunicazione in linea con quanto riferito prima di Natale. Antonio Maneschi, figlio e da circa un anno erede di Pierluigi, sperava di concludere l'operazione già a inizio primavera, ma la definizione del negoziato è stata frenata nelle ultime settimane dall'incombenza del coronavirus. L'imprenditore portuale, che a Trieste co-gestisce con Msc il Molo VII e opera nello scalo di Monfalcone con Cpm, ha domandato al Comune una proroga per chiudere l'affare, proroga relativa alla conversione della vecchia concessione demaniale (legata all'Autorità portuale) in contratto di locazione (legato alla nuova proprietà municipale).Il Comune non ha ancora riscontrato in via ufficiale la richiesta di Maneschi, che sarà comunque esaudita con il probabile protrarsi dei termini fino a giugno: va ricordato che Greensisam versa nelle casse municipali 513.000 euro/annui di canoni, quindi da parte dell'interlocutore pubblico ci sono l'intenzione e la convenienza a trovare ragioni di collaborazione. Il principale motivo, che ha frenato la conversione, riguarda gli oneri di urbanizzazione della "cittadella Greensisam" (reti elettriche, idriche, fognarie, viarie) che ammontano a 11 milioni di euro: il Comune ritiene che siano competenza del concessionario-locatario, il quale però nicchia. Il valore dei 5 edifici è stimato 16 milioni di euro e il Municipio li metterà all'asta con diritto di prelazione al concessionario-locatario. Fonti vicine a Maneschi aggiungono che i due gruppi in ballo non sono necessariamente concorrenti e potrebbero cooperare su una soluzione concertata. Altro per ora non trapela dalla Svizzera, dove l'imprenditore risiede e lavora: indicazioni ancora generiche ma segnale della dichiarata volontà di affrancarsi da un coinvolgimento immobiliare che Antonio Maneschi non ritiene debba rientrare nel core business aziendale. Lo stesso Maneschi aveva dichiarato lo scorso dicembre che, avendo Greensisam impegnato milioni sulla partita di Porto vecchio, non aveva voglia di disimpegnarsi gratis. In passato si era parlato di un interessamento da parte di fondi austro-tedeschi per realizzare nella "cittadella Greensisam" investimenti immobiliari da 150 milioni, ma Antonio Maneschi si era dichiarato scettico sulla tenuta di questi conversari. I due gruppi, agganciati con il supporto di professionisti del settore, sono "new entry" nel quadro relazionale di Greensisam.La concessione 99ennale si trova a uno stadio adolescenziale in quanto nel 2020 compirà 15 anni avendo iniziato il count-down nel 2005. I cinque magazzini coinvolti sono 2A, 2, 1A, 4, 3, ben visibili dalla bretella che da largo città di Santos porta sulle Rive. Sul progetto aveva lavorato l'architetto ticinese Mario Botta. Maneschi sr. contava di realizzarvi la sede italiana di Evergreen, il colosso taiwanese proprietario di Italia Marittima (ex Lloyd Triestino), ma l'operazione non andò in porto. Da allora la ricerca di un acquirente in grado di subentrare a Greensisam.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 11 marzo 2020

 

 

Piano del centro storico verso la svolta: l'obiettivo è l'adozione prima dell'estate

Poi i due mesi per osservazioni e obiezioni, appuntamento finale in autunno: Dipiazza vuole chiudere la partita nel 2020

Roberto Dipiazza vuole assolutamente chiudere entro il 2020 il pluriennale conto con il Piano particolareggiato del centro storico (da adesso Ppcs). Numerosi professionisti lo hanno sollecitato in questo senso e il primo cittadino, mai indifferente al sismografo del consenso soprattutto negli ambiti riconducibili al settore edile-costruzioni, ne ha parlato con l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli e con gli uffici competenti. L'obiettivo a breve è procedere all'adozione del Ppcs prima dell'estate per poi, trascorsi i 60 giorni dedicati a osservazioni & obiezioni, riprendere e terminare il lavoro in autunno. Allo scopo di quagliare quanto prima, nelle giornate del 24 e 27 febbraio, prima che deflagrasse la grana del coronavirus, sono state organizzati incontri con ambientalisti, paesaggisti, categorie economiche, ordini e collegi professionali: nel giro di venti giorni da quelle date, cioè con scadenza la prossima settimana, potranno inviare al Comune contributi sull'impostazione del piano. In largo Granatieri opera un apposito ufficio Ppcs, coordinato da Beatrice Micovilovich, composto da Ezio Golini, Michele Grison, Mauro Pennone, Andrea Zacchigna.Ricevute note e proposte dagli stakeholders, altri due mesi di rielaborazione per approdare, come anticipato, all'adozione tardo-primaverile del piano. Luisa Polli punta a un documento flessibile, aggiornabile, non troppo rigido, in grado di accompagnare l'evolvere del tessuto urbano. Nelle riunioni di fine febbraio il Municipio ha fissato all'attenzione dei partecipanti otto temi forti sui quali costruire in termini operativi il lavoro pianificatorio: i gradi di trasformabilità del patrimonio edilizio; la riqualificazione di piazze, giardini, parchi; la conservazione delle "scene" urbane; le connessioni tra i luoghi di maggiore interesse culturale-turistico; la chiarezza dell'apparato normativo; la riutilizzazione dei sottotetti; la riqualificazione energetica degli immobili esistenti; l'identificazione di zone di trasformazione o di completamento. Il tutto in un contesto di tutela, recupero, rivitalizzazione socio-economica di un'area molto vasta (la più vasta della regione giulio-friulana) che comprende la "città murata" (teatro romano-San Michele), i borghi imperiali (teresiano, giuseppino, in parte franceschino), via Udine, l'asse via XX Settembre-via Pietà. Nel luglio dello scorso anno Dipiazza e la Polli avevano illustrato le linee-guida del Ppcs, su cui da dicembre a fine gennaio si era aperta una consultazione popolare in Internet. Ma queste erano solo le ultime tappe di un viaggio iniziato una ventina di anni orsono, quando c'era ancora Riccardo Illy che coinvolse un nome di punta della pianificazione urbana come Leonardo Benevolo. Poi iniziò l'era Dipiazza e del centro storico passò a occuparsi l'urbanista veneziano Alberto Cecchetto. Il secondo Dipiazza riprese il filo pianificatorio tra il 2008 e il 2009. Non lo smise neanche il successore Roberto Cosolini e l'assessore Elena Marchegiani condusse un lavoro istruttorio, ereditato dal terzo Dipiazza.Però, dopo un ventennio di esperimenti trascorso tra grandi griffe e tentativi domestici, la casella è ancora vuota. Deve trattarsi di una sorta di fato che accompagna i piani del centro storico triestino: quello vigente, il cosiddetto "Semerani", venne adottato nel 1980 ma Luciano Semerani vinse la gara, ex aequo con Roberto Costa, nel 1968.

Massimo Greco

 

«Strumento che nasce già vecchio Ora serve il coraggio di cambiare»

Il presidente degli architetti Thomas Bisiani teme che il confronto abbia margini piuttosto stretti

«Il Piano particolareggiato del centro storico (Ppcs) rischia di nascere già vecchio. Non è colpa del Comune, ma degli strumenti obsoleti a sua disposizione per realizzare l'attività pianificatoria. Basti dire che il Piano urbanistico regionale è entrato in vigore nel 1978». Thomas Bisiani, presidente dell'Ordine degli architetti triestini, lo dice chiaramente: «Bisogna avere il coraggio di un cambio in corsa, di un approccio metodologico differente. Il tempo ci sarebbe, prima che la consigliatura termini». «Un esempio, per me molto significativo - insiste - il tessuto edificato del centro è composto da stabili uno diverso dall'altro. Il Piano continua a muoversi alla ricerca di una regola standard, senza però che vi sia uno standard di stile, di costruzione, di materiali ... Andrebbe ribaltata l'ottica, partendo invece dalle specificità di ogni edificio, valutandone le particolarità, le differenze».«Problemi nuovi, impostazioni vecchie - riprende il presidente - verificabile con un altro esempio: le Rive. Ebbene, non rientrano nel centro storico, perlomeno tutta la parte verso il mare, partendo dalle facciate degli edifici, non partecipa alla pianificazione comunale perchè è competenza dell'Autorità portuale. Il Molo Audace è fuori dal campo d'azione municipale. Come si fa a ragionare in modo organico su una porzione fondamentale del centro con un'attribuzione così schematica?» Bisiani rifà un po' di storia del Ppcs, una storia che dura da vent'anni e attraversa le giunte Illy, Dipiazza, Cosolini. «Non nego che sono preoccupato da questa lentezza, perchè per i professionisti del settore l'edilizia privata incide all'80% sulle opportunità di lavoro. Il piano Semerani sul centro storico compie quarant'anni ma è stato incubato nel decennio precedente, era un'altra città». «Di conseguenza il centro storico assume una rilevanza notevole, per cui abbiamo occorrenza di un quadro urbanistico di riferimento. Si tratta di promuovere e gestire le trasformazioni, valorizzando il patrimonio immobiliare e rilanciando il mercato. Non si tratta solo di tutelare e conservare».Il presidente degli architetti teme che una bozza di piano, presentata a poco più di un anno dalla scadenza del mandato giuntale, abbia margini di confronto e di discussione molto stretti. Non esclude, nonostante l'impegno della struttura comunale, il rischio che il lavoro sul Ppcs non venga completato e che slitti a futura amministrazione». Avendo la possibilità di tornare indietro nel tempo e nei processi decisionali, non gli sarebbe spiaciuto un "piano d'autore", coinvolgendo una firma di grido nel panorama urbanistico nazionale. Ma ormai la strada è tracciata e si deve continuare lungo la direttrice avviata, ciò non toglie - ribadisce Bisiani - che vi sia spazio per un aggiornamento dei punti di vista in termini di flessibilità e di attenzione alle specificità. «Anche da parte di quelli che saranno gli interpreti del Piano, cioè i tecnici comunali».

Magr

 

 

Deperimetrazione del Sin: Muggia rialza il pressing per la piazzola di Vignano

La possibile sburocratizzazione degli iter di bonifica e recupero rievocata dalla Regione "incoraggia" anche l'amministrazione Marzi

Arrivare quanto prima a una deperimetrazione del Sito inquinato di interesse nazionale (Sin) di Trieste è anche nell'interesse del Comune di Muggia, che all'interno dell'area è proprietario della porzione di terreno in cui trova posto la vecchia piazzola ecologica, non più operante perché non pavimentata e quindi non conforme. Una deperimetrazione attraverso la quale, secondo quanto evidenziato nei giorni scorsi a Trieste dall'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, il Sin finirebbe per cedere ulteriore spazio al Sito di interesse regionale (Sir), coinvolgendo complessivamente circa 150 operatori. Cosa che consentirebbe di procedere al nuovo Accordo di programma, in sostituzione di quello siglato il 25 maggio 2012. Con l'effetto di aumentare in modo considerevole l'area dei terreni di competenza regionale, e garantendo così la possibilità di ultimare le pratiche necessarie molto più velocemente, possibilmente senza perdere i finanziamenti garantiti dallo Stato nel 2012, pari a circa otto milioni di euro. Possibilità di cui potrebbe beneficiare anche la comunità muggesana, che oggi paga un canone per l'attuale piazzola ecologica. «La piazzola ecologica di Vignano - evidenzia l'assessore comunale all'Ambiente Laura Litteri - rientra nell'area Sin. Si tratta di un'area non pavimentata, motivo per cui la Regione non ha rinnovato la concessione che dieci anni fa era stata data dalla Provincia». Intanto il Comune ha intrapreso tutte le procedure previste per poter svincolare l'area: «Abbiamo inviato la documentazione richiesta il 20 dicembre 2017 - sottolinea sempre Litteri - ma da allora non è mai stata convocata la Conferenza dei servizi, di nomina ministeriale, che deve analizzare i risultati delle analisi e decidere se l'area è inquinata oppure no. Nella stessa situazione si trovano altre aree su cui sorgono attività commerciali che attendono una risposta da anni». In soldoni, insomma, sono tante le realtà, anche del territorio muggesano, che non possono espandere le proprie attività. «A giugno dell'anno scorso, su richiesta del Ministero - chiude Litteri - il Comune ha ripetuto alcuni test i cui risultati sono rientrati nei limiti previsti dalla norma. Siamo ancora in attesa del via libera del ministero per iniziare i lavori di pavimentazione e restituire una piazzola ecologica sicuramente migliorata ai cittadini». E, soprattutto, a costo zero.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 10 marzo 2020

 

 

Sito inquinato, Regione in pressing per incassare più poteri da Roma

In arrivo una delibera "ad hoc". Primo obiettivo: l'area dei piccoli operatori a Nord del Canale navigabile

La Regione assume l'iniziativa sul piano politico-amministrativo per forzare la mano al governo centrale riguardo la cosiddetta deperimetrazione del Sin (Sito di interesse nazionale), ovvero per ottenere il parziale trasferimento di competenze circa le procedure di bonifica da Roma a Trieste, dal ministero dell'Ambiente all'assessorato all'Ambiente. Modificando l'accordo di programma risalente al maggio 2012.Venerdì una apposita delibera sarà portata all'esame della giunta Fedriga con l'obiettivo di ampliare il Sito di interesse regionale (Sir) e rendere più rapide le pratiche di bonifica. L'area interessata si estende a Nord del Canale navigabile in direzione di via Caboto, includendo i cosiddetti "piccoli operatori", cioè 150 operatori desiderosi di ottenere udienza da parte di un soggetto istituzionale che non sia un ministero a 600 km di distanza. La delibera rappresenta un atto formale mediante il quale Trieste spera di ottenere l'attenzione romana. Il titolare della delega, Fabio Scoccimarro, lo ha comunicato ieri mattina a una ventina di imprenditori, convocati e sparpagliati nel salone di rappresentanza del governatorato onde consentire il rispetto delle distanze regolamentari imposto dal coronavirus. L'assessore e il suo staff tecnico avrebbero preferito un percorso all'insegna di una maggiore condivisione insieme al dicastero di via Colombo, con il quale però il dialogo si è rivelato finora piuttosto difficile, per motivi che attengono più all'organizzazione del lavoro che alle differenze politiche. Così Scoccimarro, ampliandone il raggio d'azione, riprende la strada che era stata battuta negli ultimi mesi della giunta Serracchiani, che ottenne lo stralcio di un'ottantina di ettari dal Sin al Sir, operazione che ha consentito di velocizzare i dossier, come gli imprenditori beneficiati hanno sottolineato. La riunione di ieri era stata sollecitata da una lettera trasmessa da 16 aziende in data 28 febbraio, aziende che costituiscono un condominio industriale operante su 12 ettari: Facau immobiliare, Euris, Inasser, B. Pacorini, Pittway tecnologica, Ibc, Illycaffè, Basf, Mosetti, Alta Trade, Eco.Ca., Java Biocolloid, Ortolan Mare, Sifra, Coop operaie in concordato preventivo, Sea service. Supportati dall'ingegnere Vito Ardone, esperto della materia e convinto assertore di una politica di incentivi fiscali mirati ad ammortizzare i costi degli interventi ambientali. Argomento della missiva: insistere sulla strada della "regionalizzazione" del Sin, per sbloccare un'imbarazzante storia che dura dal 24 febbraio 2003 e che limita fortemente gli investimenti delle imprese. Dal punto di vista tattico, la delibera vorrebbe essere il "grimaldello" per ottenere una risposta dal ministero, che sul punto dovrebbe convocare una conferenza dei servizi. Scoccimarro conta di portare a casa, oltre alla gestione delle bonifiche, i quasi 8 milioni di euro di finanziamento governativo correlati all'accordo di programma sottoscritto nel maggio 2012. Prima della lettera inviata a fine febbraio, l'Autorità portuale, il Coselag (l'ex Ezit per intenderci), le associazioni datoriali avevano chiesto alla Regione di prendere l'iniziativa per un'ulteriore riperimetrazione del Sin.

Massimo Greco

 

 

Pronto il piano anti-zanzare Multe a chi non cura i sottovasi

Disinfestazione a tappeto del Comune da fine mese, la Regione prepara la "cura" contro le larve fra tombini e grondaie. I cittadini chiamati a fare la propria parte

Partirà nelle prossime settimana - e sarà effettuata durante le ore notturne - la disinfestazione per impedire la proliferazione delle zanzare. Lo annuncia l'assessore comunale agli Affari zoofili Michele Lobianco, il quale conferma che «la ditta che aveva vinto il bando biennale avvierà le procedure a fine marzo e la proseguirà fino ai primi di novembre». Iniziativa analoga è stata presa dall'Arcs, l'Azienda regionale di coordinamento per la salute in tutto il Friuli Venezia Giulia e in particolare nelle zone rurali. Le zanzare, in particolare quelle "tigre", sono considerate gli insetti più pericolosi per quanto riguarda la proliferazione di alcune malattie.«Gli interventi - spiega Lobianco - saranno effettuati la notte dalle 22 alle 6 del mattino. La disinfestazione riguarderà i giardini e le zone umide. Partiamo prima rispetto al solito perché di fatto non c'è stato l'inverno, serve quindi un impegno ulteriore per evitare un sensibile aumento del fenomeno». Il bando ha un valore da circa 38 mila euro, ma un ruolo di primo piano spetta anche ai cittadini che devono impedire ristagni di acqua verificando ad esempio i propri sottovasi. Chi non dovesse ottemperare alle disposizioni rischia una multa che va da 25 euro e arriva fino a 500. Come detto in Friuli Venezia Giulia l'Arcs ha aperto il bando per affidare il servizio di bonifica su tutto il territorio, inclusa anche Trieste. La base d'asta è di 234 mila euro e prevede i trattamenti di disinfestazione larvicida che dovranno essere eseguiti nelle caditoie stradali (pozzetti, bocche di lupo e quant'altro) durante i mesi di aprile e maggio. Particolare attenzione è ovviamente richiesta nelle aree più a rischio come le zone di Staranzano, San Giorgio di Nogaro, Capriva del Friuli, Mossa e San Lorenzo Isontino. Trieste rientra invece nelle aree a rischio contenuto. Con questo primo bando si punta a intervenire sulle caditoie stradali e nelle aree di pertinenza degli immobili comunali. L'attenzione viene poi rivolta anche ai fossati a lento deflusso e in particolare a quelli dove non sono presenti i pesci che di solito li puliscono dalla presenza di sostanze organiche che favoriscono la formazione delle larve. A supportare la ditta che eseguirà i lavori ci saranno i comuni che forniranno le schede e l'elenco dettagliato delle aree da sottoporre al trattamento provvedendo anche allo sfalcio lungo le strade. Negli scorsi anni erano state effettuate numerose campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini, che avranno pure stavolta l'importante ruolo di evitare i ristagni di acqua piovana. L'appello rinnovato è di porre attenzione in particolare alle grondaie, ai pozzetti, agli scarichi e anche a vasi e sottovasi. Per i tombini è consigliato l'utilizzo di prodotti larvicidi da aprile a ottobre ed è necessario provvedere allo sfalcio dell'erba. Nelle vasche e nelle fontane decorative è raccomandato infine l'utilizzo dei pesci per prevenire sempre la formazione delle larve. Nel Comune di Trieste, come detto, sono previste anche delle multe per chi non rispetta le disposizioni: partono appunto da 25 euro e possono arrivare a 500 euro.

Andrea Pierini

 

Il caldo sveglia le api ma Coldiretti teme il ritorno del freddo

L'allarme della sigla: «Un colpo di coda del gelo metterebbe a rischio gli alveari»

Le api sono insetti estremamente sensibili sia ai cambiamenti climatici che all'attività dell'uomo. E le temperature sopra la norma di questi mesi quasi primaverili (1,65 gradi in più rispetto alla media storica quest'inverno) hanno svegliato con un mese di anticipo gli insetti presenti sul territorio. È l'allarme lanciato dalla Coldiretti nazionale: è un risveglio pericoloso, avverte la sigla, perché in caso di colpo di coda dell'inverno potrebbero morire gran parte delle api. Si tratterebbe di un colpo non indifferente per il settore, già colpito da quanto accaduto nel 2019, una delle peggiori annate per la produzione di miele in tutta Italia. «Finora molto difficilmente la temperatura notturna è scesa sottozero - spiega Pietro Lombardo, vicepresidente degli apicoltori della provincia di Gorizia - e le temperature sopra la norma hanno fatto sì che le api continuassero a "metter covata", che da un lato è un sintomo positivo considerando la costante moria di api che caratterizza il pianeta, ma dall'altra è una situazione estremamente pericolosa perché c'è il rischio, con un eventuale ritorno di freddo, di perdere parte delle covate». In provincia di Gorizia sono presenti quasi 200 apicoltori che gestiscono circa 4 mila alveari. In quella di Trieste, invece, un centinaio di apicoltori lavorano tra i mille e i 1.200 alveari circa. «Si tratta in prevalenza di hobbisti - sottolinea Lombardo - che hanno una disponibilità limitata di alveari. Sono pochi, infatti, quelli che operano in maniera professionale». Proprio a causa della forte connotazione hobbistica non è possibile stabilire con esattezza quale sia il fatturato del settore apistico. «Come Coldiretti non abbiamo mai eseguito un rilevamento capillare degli apicoltori nel territorio - prosegue Lombardo - proprio a causa del prevalente elemento hobbistico. Possiamo solo affermare che un alveare alle nostre latitudini ha una produzione media di 30/40 chili all'anno, ad eccezione di quelli del Carso che è più limitata, intorno ai 20/25 chili». Chi ha fatto dell'apicoltura un elemento indispensabile del proprio business è Ales Pernarcich di San Giovanni di Duino, già presidente degli apicoltori di Trieste. «Qui non siamo in più di 5 o 6 aziende che lavorano con le api - spiega - e possediamo fino a un massimo di cento arnie ad azienda. A queste però vanno aggiunti una grande quantità di altri apicoltori che, pur provenendo da altre zone della regione, depositano i propri alveari qui sul Carso». Un'usanza molto in voga in altri Paesi come la Slovenia, dove il settore dell'apicoltura è molto sviluppato. Conclude Coldiretti: «Un ritorno tardivo di freddo, quando ci sono le migliori fioriture a disposizione, come la marasca o l'acacia, limiterebbe giocoforza la produzione. Le api fanno centinaia di migliaia di "visite" ai fiori per portare a casa i loro 30/40 grammi di miele a insetto. Sono una specie di regolatore naturale dell'ecosistema. Oltre al rischio di una diminuzione della produzione del miele c'è anche quello legato all'agricoltura. Meno api ci sono, nel lungo periodo, significa anche meno frutta per l'essere umano». 

Lorenzo Degrassi

 

 

Dalle bottiglie di vetro fino alle batterie esauste Sei tonnellate di rifiuti abbandonati sui fondali

Bilancio delle operazioni di pulizia svolte nel 2019 dai volontari di Mare Nordest. Previste nei prossimi mesi uscite davanti a Sticco e in Sacchetta

Cinque interventi di pulizia dei fondali marini effettuate a Trieste nel 2019, che hanno portato alla rimozione di sei tonnellate di rifiuti. E tanti nuovi progetti per il 2020, mirati anche alla divulgazione, con particolare attenzione a bambini e ragazzi. Mare Nordest conferma anche quest'anno la lotta a favore della tutela dell' ambiente, anche con ulteriori operazioni di eliminazione di immondizie nel golfo. «Nel 2019 le attività portate a termine sono state davvero tante, tra Rive, Sacchetta, Sistiana e Sticco, dove siamo riusciti a riportare a galla materiali di diverso tipo - spiega Roberto Bolelli, general manager di Mare Nordest insieme a Edoardo Nattelli - un totale di 6 tonnellate di scarti, dove la plastica abbondava, oltre a batterie, lenze e tanto altro. Su questo fronte continueremo ancora nel 2020, abbiamo tantissime richieste di pulizia fondali che stiamo valutando. Ringrazio Paolo Melis, che nel nostro team si occupa di questa sezione. Di sicuro saremo ancora da Sticco e in Sacchetta - anticipa - dove tra le barche abbiamo trovato di tutto. Ma c'è davvero tanto da fare ancora, anche in altre zone. Tra le varie iniziative poi proporremo la sfilata di moda con oggetti recuperati, annullata lo scorso anno per maltempo». Sarà anche l'anno dei messaggi sull'importanza del riciclo veicolati ai giovani, dalle scuole d'infanzia alle superiori. «Già lo scorso anno a Trieste Next abbiamo avuto l'occasione di realizzare un'importante momento di divulgazione, mirata a quanto sia importante il riutilizzo di tanti materiali. Si continuerà su questa strada, attraverso progetti che cureremo insieme a Comune e Regione, oltre a iniziative di respiro europeo, attraverso le quali entreremo nelle scuole, per mostrare quanto sia fondamentale proteggere il mare ed evitare di gettarci dentro qualsiasi cosa. Per gli studenti di medie e superiori abbiamo previsto anche uscite "sul campo". L'obiettivo principale sarà quello di mostrare ai ragazzi quello che succede in acqua e in che direzione vanno le ricerche di una soluzione concreta. Di sicuro sensibilizzare su queste problematiche è fondamentale, ed è importante partire proprio dai più piccoli, con informazioni utili. Per l'ambito della divulgazione - aggiunge - un ringraziamento va a Edoardo Nattelli e Monica Rana». Mare Nordest è una società sportiva dilettantistica senza fine di lucro, che punta a promuovere la cultura del rispetto del mare e di ogni organismo che lo popola, attraverso un impegno che prosegue ormai da anni, per uno stile di vita sostenibile. «Quello che vogliamo trasmettere - viene evidenziato nella missione del gruppo - alle istituzioni, al mondo dell'associazionismo, alla collettività, con particolare attenzione alle nuove generazioni, è l'importanza di una consapevolezza di noi stessi e delle nostre azioni, in riferimento alla salvaguardia agli equilibri ecologici del biosistema, la nostra casa, il Pianeta Blu».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 9 marzo 2020

 

 

L'estensione dei bonus facciate riempie la città di impalcature - il comparto edile

Spuntano impalcature in tutta Trieste. È l'effetto del bonus facciate che fino allo scorso anno consentiva di detrarre minimo il 50% dagli importi sostenuti per il rifacimento delle facciate degli edifici, e che con il pacchetto casa introdotto dalla Legge di Bilancio 2020 prevede una detrazione addirittura del 90%, senza limiti massimi di spesa. A Trieste quelli per la sistemazione delle facciate sono gli interventi che più impegnano le amministrazioni stabili negli ultimi anni, che stanno consentendo di ridare decoro a tanti vecchi edifici cittadini, dando un contributo molto importante al comparto dell'edilizia. Le novità previste nella manovra fiscale, erano iniziate a circolare ad ottobre dello scorso anno e gli amministratori stabili, così come gli altri ordini professionali coinvolti in questo tipo di interventi, erano rimasti alla finestra in attesa delle norme attuative che sono state pubblicate da pochi giorni. «Non sono di semplice interpretazione - osserva Enrico Coral della amministrazione stabili Coral Immobiliare -, servirà un confronto tra l'Anaci e tutti gli organi tecnici per stabilire corrette linee guida da adottare. Una novità, ad esempio, è che la detrazione non è applicabile alle facciate interne, quelle delle corti per intenderci». L'amministratore sottolinea come il bonus facciate stia dando una forte spinta a queste tipo di interventi anche nella nostra città, ma «oltre ad uno snellimento burocratico - valuta - un aiuto ulteriore, venendo incontro anche a condomini che posso avere difficoltà di fronte ad una spesa di migliaia di euro, potrebbe essere rappresentato da un più facile accesso al credito da parte dei condomini. Se come amministratore mi presento in un istituto chiedendo un finanziamento per un condominio senza morosità, con la richiesta di credito sottoscritta da tutti i condomini, non capisco perché ci debbano oggi essere delle difficoltà». Per quanto riguarda le zone ammesse al rimborso, ora si può recuperare «il 90% delle spese effettuate solo nelle zone A e B, rispettivamente centri storici e aree totalmente o parzialmente edificate, indicate nel decreto ministeriale n.1444/1968, o comunque in zone a queste assimilabili in base alla normativa regionale e ai regolamenti edilizi comunali». Ciò significa che, per esempio un condominio spende 100.000 euro per rifare la facciata, avrà diritto a 90.000 euro di rimborso Irpef. Ogni condominio può scaricare la parte di bonus spettante con la propria dichiarazione dei redditi. Solitamente la detrazione Irpef si può far valere nell'arco di 10 anni.

L.T.

 

 

Emergenza odori - Pronto lo studio realizzato dall'Arpa

L'accertamento è stato affidato al gruppo di tecnici dal Comune col finanziamento della Regione per individuare cause e soluzioni dell'ormai annoso fenomeno

San Dorligo della Valle. Si registra un importante passo in avanti sulla strada che dovrebbe portare alla soluzione del grave e datato problema dei cattivi odori nel territorio del Comune di San Dorligo della Valle. In questi giorni, il gruppo di lavoro, composto da tecnici ed esperti dell'Università di Trieste e dell'Arpa del Friuli Venezia Giulia, ha completato lo studio che le era stato commissionato dall'amministrazione guidata dal sindaco, Sandy Klun, con il finanziamento dalla Regione. Sull'argomento si potrà perciò finalmente iniziare a ragionare sulla base di risultati di natura scientifica. Per il momento l'esito del lavoro svolto è secretato, ma è naturale che, in una fase successiva, potrebbe essere utile, oltre che rispettoso del diritto dei residenti, che esso sia reso pubblico. A essere coinvolti dalla problematica dei cattivi odori, che comprende sia la loro origine, sia i riflessi sulla salute delle persone, sono non solo buona parte dei cittadini che vivono nel territorio di San Dorligo della Valle, ma anche i residenti del comune di Muggia, che abitano a ridosso del confine amministrativo fra i due centri, e quelli di borgo San Sergio, popoloso rione di Trieste. Nello studio dovrebbero essere comprese anche ipotesi di intervento per cercare di ridurre la diffusione di questi cattivi odori. Il problema è stato spesso trattato in consiglio comunale a San Dorligo della Valle e nell'ambito di incontri pubblici. Stando alle testimonianze dei residenti sembra infatti che la presenza di questi cattivi odori sia in aumento rispetto a qualche anno fa. Il tema perciò è scottante e di grande attualità. Per questo motivo l'attenzione è massima, soprattutto per quanto riguarda le possibili soluzioni.

U. Sa.

 

 

In Consiglio il caso dei mitili contaminati

Interrogazione sull'ordinanza che vieta il consumo di cozze Si parlerà anche di misure da attuare per la processionaria

Muggia. Si terrà regolarmente il consiglio comunale, previsto per mercoledì in seduta straordinaria alla sala congressi "Millo", per ottemperare alle disposizioni previste dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 4 marzo: a Muggia fino al 3 aprile le sedute della giunta si terranno nella sala del consiglio in Municipio mentre quelle del consiglio comunale, e delle sue articolazioni quando necessario, saranno ospitate nella sala conferenze di piazza della Repubblica. Due le interrogazioni all'ordine del giorno: la prima sull'individuazione della fonte di contaminazione dei mitili nell'area muggesana, la seconda relativa alle misure da adottare per preservare la flora del territorio dalla processionaria del pino. Sul primo tema giova ricordare che il 22 gennaio con un'ordinanza dell'azienda sanitaria è stato posto il divieto alla consumazione delle cozze muggesane perché era stato riscontrato un elevato valore di benzoapirene. Sulla questione del dannoso lepidottero che tanti danni arreca alle pinete, da un po' di tempo pare aver intaccato tutto il territorio, infestazione forse - è opinione dell'Ersa - causata dal caldo atipico. Anche se a detta di Silvio Silich, ispettore della stazione forestale di Trieste ed esperto di fitopatologia forestale, «è più un problema sanitario che fitosanitario». Si discuterà della variazione di bilancio e dell'affidamento della riscossione coattiva dell'Uti Giuliana all'Agenzia delle entrate-Riscossione. Altro tema sarà la designazione dei componenti della commissione per l'ammissibilità delle richieste referendarie ai sensi del regolamento. Sarà poi la volta delle variazioni consiliari al bilancio di previsione 2020-2022. La prima riguarda l'avanzo vincolato di amministrazione di parte corrente dell'ambito Carso Giuliano per l'erogazione dei contributi del Fondo Sociale Europeo per i servizi per la prima infanzia relativi all'anno scolastico 2019-2020. La seconda, sempre per l'ambito Carso Giuliano, è relativa al trasferimento di fondi al Comune di Duino Aurisina per garantire le prestazioni previste in convenzione istitutiva del servizio sociale dei comuni dell'ambito territoriale Carso Giuliano. Infine, si parlerà dell'adozione della variante al piano attuativo comunale con valenza di piano di recupero e per l'abbattimento delle barriere architettoniche, il cosiddetto Peba, per il nucleo antico di Muggia e la contestuale adozione della variante 39 al Piano regolatore generale comunale.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 8 marzo 2020

 

 

Via Trento isola pedonale - Stop alle auto entro Pasqua

Si inizierà a breve con una chiusura provvisoria per ultimare l'iter in aprile L'inaugurazione "ufficiale" con l'arrivo in zona del mercato Piazza Europa

Via Trento completamente pedonale entro Pasqua. Ad annunciarlo è l'assessore all'urbanistica, Luisa Polli, rispondendo così a quanti nel corso degli ultimi mesi hanno iniziato a scommettere sul rilancio, anche da un punto di vista turistico, di questa parte di Borgo Teresiano.«Siamo a buon punto con l'iter della pedonalizzazione - spiega l'assessore Polli - tant'è che assieme alla collega con delega alle attività economiche, Serena Tonel, abbiamo deciso di allargare anche a via Trento l'edizione di quest'anno di Piazza Europa, in modo da rendere immediatamente viva l'area».Il mercato europeo del commercio ambulante, con oltre 150 operatori del settore enogastronomico, è in programma in città dal 25 al 28 aprile prossimi e vedrà, quindi, "l'inaugurazione" della via in chiave solamente pedonale. «Sarà un modo per rendere l'area immediatamente viva - prosegue la Polli - inserendola così in una nuova accezione di tipo turistico». Il tutto compatibilmente con la situazione di emergenza dovuta al coronavirus che, al momento, ha rallentato anche il processo di ripavimentazione che doveva iniziarsi a febbraio.«Le aziende hanno dovuto rifare il piano della sicurezza per i propri lavoratori che operano nei cantieri alla luce di quanto contenuto nel recente Dpcm - spiega l'assessore in merito al ritardo nel via ai lavori -. Ciò significa che questi slitteranno di un po', ma intanto provvederemo a rifare la segnaletica stradale e ad apporre i panettoni di cemento per delimitare le zone permesse agli autoveicoli. Inizieremo con una chiusura provvisoria, come già accaduto in altre parti della città, in modo da avere l'area completamente fruibile da parte dei pedoni entro Pasqua».I lavori sono in programma già da tempo, ma al concreto via libera alla cantierizzazione mancava solo la data, posticipata anche a causa di Esof. «I tecnici del Comune negli ultimi mesi sono impegnati con i cantieri dell'area del Porto Vecchio dedicata ad Esof - spiega sempre l'assessore Polli - perciò abbiamo deciso di optare per una soluzione emergenziale ed alternativa, vale a dire di procedere intanto alla chiusura definitiva dell'arteria alle macchine in modo da poter intanto valorizzare il percorso che va dal Canale a via Ghega e le vie attigue».L'intervento sul selciato, posticipato quindi a dopo l'evento di Piazza Europa, durerà circa un mese e porterà a una piccola rivoluzione nella zona. La nuova pavimentazione, ad uso esclusivo dei pedoni, sarà posata tra via Machiavelli e Torrebianca e tra quest'ultima e via Valdirivo.Il progetto di nuova pedonalizzazione già da tempo ha trovato la piena soddisfazione dei commercianti operanti su via Trento, che attendono la partenza dei lavori per poter poi ottimizzare quella che diventerà la passeggiata pedonale più rapida per chi si avvicina al centro provenendo dalla stazione centrale. «L'obiettivo della Giunta è chiaramente la valorizzazione del Borgo Teresiano in chiave turistica - conclude la Polli - con la creazione di una sorta di centro allargato rispetto a quello "classico" qual è l'area attorno a piazza dell'Unità fino alla rinnovata piazza Libertà».

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 7 marzo 2020

 

 

Fincantieri, Eni, Cdp Via a un patto a tre per la lotta ai rifiuti dispersi in mare

Il colosso triestino coinvolto nello sviluppo di progetti comuni porterà competenze sviluppate in chiave tutela ambientale

ROMA. Eni, Cassa depositi e prestiti (Cdp) e Fincantieri dichiarano guerra alla plastica in mare e uniscono le forze per creare nuovi impianti in grado di trasformare i rifiuti in bio combustibili e acqua. Riutilizzare il "Forsu", la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, il cosiddetto "umido" costituito dagli scarti di cucina, è per Eni uno degli obiettivi fondamentali per imprimere al gruppo quella svolta green protagonista del prossimo piano industriale. E per spingere sul progetto Eni e Cdp hanno costituito una nuova società, CircularIt: Eni ed Eni Rewind apporteranno la tecnologia proprietaria per il trattamento dei rifiuti, oltre alle proprie competenze industriali nell'ambito della costruzione e gestione degli impianti per la produzione di bio combustibili. Ma l'accordo non è l'unico annunciato ieri. Eni e Cdp hanno infatti coinvolto il colosso navalmeccanico triestino in un protocollo di intesa mirato allo sviluppo di progetti comuni con l'obiettivo di «individuare e implementare soluzioni tecnologiche per fronteggiare in modo sinergico il fenomeno del marine litter (la "spazzatura marina", ndr) che compromette l'ecosistema marino e costiero principalmente a causa dei rifiuti plastici galleggianti e delle microplastiche». I tre gruppi si impegnano in pratica a studiare e sviluppare tecnologie per la raccolta dei rifiuti dispersi in mare e lungo le coste e utilizzarli per generare prodotti per la mobilità e applicazioni industriali. Cdp ed Eni hanno concordato lo sviluppo di progetti congiunti per la valorizzazione dei rifiuti urbani, con riferimento ai rifiuti plastici non riciclabili (Plasmix) e al combustibile solido secondario (Css). Cdp contribuirà a promuovere iniziative focalizzate sulla creazione di nuovi modelli di business; Eni apporterà competenze industriali e tecniche per studio e sviluppo di iniziative di industrializzazione della tecnologia waste to chemical per valorizzare la materia da Plasmix e Css. Fincantieri, per l'accordo relativo al marine litter, apporterà le proprie competenze per fare la scelta dei mezzi navali, definirne la configurazione e studiare le implicazioni logistiche per consentire raccolta, selezione e trattamento in mare dei rifiuti. La firma rientra nel più ampio impegno di Cdp, Eni e Fincantieri a supporto della transizione energetica per il raggiungimento dei target fissati al 2030 dal Piano nazionale integrato energia e clima, nell'ambito della strategia energetica Ue.È un impegno a tre che l'ad di Cdp Fabrizio Palermo definisce - riporta una nota - «strategico in un'ottica di sistema, per lo sviluppo di progetti innovativi legati alla transizione energetica e all'economia circolare», mentre l'ad di Eni Claudio Descalzi parla di «operazioni di sistema» «che uniscono gli operatori più importanti del mondo industriale ed economico». «Siamo stati il maggiore costruttore navale ad aderire al Global Compact delle Nazioni Unite», ricorda l'ad di Fincantieri Giuseppe Bono annotando che per le navi «ci occupiamo del trattamento dei rifiuti con tecnologie che potranno trovare applicazione anche in altri ambiti». Nell'ambito del protocollo il ruolo di Fincantieri sarà legato all'esperienza nel campo navale a tutto tondo in termini di sostenibilità portata avanti da tempo: per fare qualche esempio, si va dai prodotti vernicianti a basso tenore di solvente già introdotti nella Divisione militare - e nella stessa direzione opera quella Mercantile - al trattamento di tutte le acque reflue di bordo; fino ai motori diesel di ultima generazione abbinati a sistemi di depurazione dei fumi di scarico, ai motori a gas naturale liquefatto e alle unità navali elettriche o ibride, con l'energia fornita dalle batterie elettriche usata in situazioni come la sosta in porto, o a integrazione dei motori diesel nei momenti di massima richiesta di potenza.

 

Duino Aurisina nel network per la raccolta rifiuti in mare - l'adesione al protocollo "amare fvg"

 DUINO AURISINA. Il Comune di Duino Aurisina aderirà al "Protocollo aMare Fvg", progetto che ha lo scopo di favorire la corretta gestione dei rifiuti raccolti in mare da diportisti e volontari, nell'ambito delle iniziative di pulizia. La proposta in tal senso è stata definita nella seduta dedicata all'argomento dalla Consulta del mare, organismo presieduto dall'assessore comunale Massimo Romita, al quale partecipano anche i rappresentanti del mondo della pesca, dell'itticoltura e dell'acquacoltura. Il protocollo prevedeva già l'adesione di Autorità portuale, Capitaneria di porto, Arpa Fvg, Comune di Trieste, AcegasApsAmga e HestAmbiente Srl, oltre ad associazioni e società. Con l'ingresso del Comune di Duino Aurisina, il novero dei partecipanti ad "aMare Fvg" si arricchirà così di un soggetto che ha diretto interesse alla salvaguardia della qualità delle acque del golfo. Con il monitoraggio della tipologia, della quantità e della qualità dei rifiuti, si conta di poter definire efficaci modalità di gestione del problema. Romita ha inoltre proposto di inserire anche Isontina Ambiente, gestore dei rifiuti per conto del Comune, fra i soggetti che aderiscono al protocollo. Nel corso della riunione è stata condivisa, da parte degli operatori, anche la proposta di individuare due aree, a Sistiana e al Villaggio del Pescatore, che potrebbero diventare isole ecologiche, dedicate al mondo della pesca e della mitilicoltura. Infine è stata condivisa l'iniziativa che prevede di dare al settore della pesca una nuova immagine, attraverso azioni mirate, che conservino tutta la storicità del comparto, in modo che chi arriva a Sistiana o al Villaggio del Pescatore si incontri con l'importante passato del settore nel golfo di Trieste, mettendo in rete il Museo della pesca di Santa Croce.

Ugo Salvini

 

8 marzo - Pulire il verde insieme per celebrare le donne ambientaliste

Celebrare la festa della donna pulendo il verde insieme. È il progetto annunciato sui social dal gruppo "Trieste Senza Sprechi" e organizzato nel pomeriggio di domenica 8 marzo.«Jane Goodall, Rachel Carson, Vadavana Shiva, Greta Thunberg sono i nomi di solo alcune delle donne attiviste ed ambientaliste dei nostri tempi. Ma cos'hanno in comune queste eroine con noi? - si legge nell'invito social - Sono (e sono state) scienziate, insegnanti, lavoratrici, madri e semplicemente donne che hanno deciso di scendere in campo per la salvaguardia del nostro pianeta. Con le loro azioni, ci insegnano che ognuno di noi può fare molto e può essere di ispirazione per gli altri. Per celebrare l'8 Marzo e tutte le grandi e piccole donne ambientaliste del nostro territorio, Trieste Senza Sprechi vi invita a partecipare alla pulizia organizzata domenica».L'invito è rivolto a tutti, non solo alle donne. Il luogo di ritrovo è via Carlo Marchesetti 12, all'altezza della fermata del bus 25 alle 14.30, con un impegno fino alle 16.30.Ogni persona deve portare guanti riutilizzabili e resistenti, come quelli per il giardinaggio, sacchi per le immondizie che saranno raccolte, scarpe e abbigliamento comodo e una borraccia per l'acqua. In caso di maltempo l'iniziativa sarà rimandata. I dettagli dell' appuntamento sono presenti su Facebook. Trieste Senza Sprechi è un progetto nato in modo spontaneo, che punta, tra le priorità, a promuovere il riciclo e a sollecitare l'acquisto di prodotti senza imballaggi, in modo da ridurre l'impatto ambientale, tema di grande attualità.

mi.b.

 

 

SEGNALAZIONI - "I buchi neri" - Le visioni diverse sul futuro della città

Franco Rotelli, fra i promotori del gruppo politico Un'altra città, ha una sua idea del perché a Trieste ci siano tanti, i "buchi neri", inventariati dalla pregevole ricerca di Roberto D'Ambrosi; e individua una responsabilità tutta politica per lo "spreco di risorse pubbliche".Resto convinto che puntando esclusivamente all'uso pubblico non si risolve la riqualificazione di tante aree oggi abbandonate perché le risorse degli enti, non ci sono (solo per il Porto vecchio servirebbero 2 o 3 miliardi di euro a fronte di un bilancio comunale che ha disponibili ogni anno, per investimenti, da 3 ai 4 milioni) ma non ho la pretesa di affermare che le mie siano quelle giuste. Quello che non condivido dello scritto di Franco Rotelli sono i casi emblematici che ha citato nel loro significato paradigmatico. Lamenta la mancata realizzazione, oggi, di un parco pubblico alla Maddalena che ben poteva essere realizzato 15 anni se l'Azienda sanitaria non avesse sottoscritto (7 marzo 2006) la convenzione con il Comune prima di vendere le aree a un consorzio di costruttori. Denuncia il mancato uso del Padiglione Ralli a San Giovanni che in effetti è lì, pronto e ristrutturato con un finanziamento dello Stato e della Regione di oltre 10 milioni concesso per realizzare un centro diurno per i malati di Alzheimer ma, da anni, il "buco nero" è la conseguenza del contrasto con coloro che il centro non lo vogliono e che propongono, alla scadenza del vincolo sui finanziamenti (2022) di destinarlo a sede di associazioni. Cita la mancata realizzazione di Polis in Porto vecchio come se fosse esclusiva responsabilità della (cattiva) "politica" non ricordando che le Generali ottennero già il 10 maggio 1984 il permesso di costruzione da parte del Comune di Mogliano Veneto per realizzare il loro centro e che avrebbero potuto ritirare, dal 20 maggio 1992, il permesso dal Comune di Trieste dopo l'approvazione della variante urbanistica, per realizzare la loro sede in Porto vecchio. Non lo fecero per contrasti con Fiat Impresit, socio di Polis come documenterà un pregevole libro di prossima pubblicazione. Ironizza sull'"anatomopatologo" alla guida del Porto di Trieste come se quella nomina fosse lo spartiacque fra la buona e la cattiva amministrazione. Lungi da me difenderlo ma se elencassi gli sprechi nelle antiche gestioni portuali per tenere in piedi un sistema assistito che si fondava sulla spartizione fra Compagnia Portuale ed Ente Porto dovrei chiedere la cortesia di un supplemento speciale.

Gianfranco Carbone

 

 

Duecento stalli per motorini davanti al Molo IV

Spunteranno lungo la bretella che collega largo Santos a piazza Duca degli Abruzzi. Prossima tappa viale D'Annunzio

Penuria di parcheggi? La prossima settimana in città spunteranno 200 stalli in più per i motorini. Il luogo prescelto si trova lungo la bretella che da largo Città di Santos conduce al Molo IV e a piazza Duca degli Abruzzi. Lo spazio dedicato ai nuovi parcheggi si trova nella parte iniziale del collegamento, verso la stazione dei treni. Il punto rientrava nell'area doganale del Porto vecchio da cui è stato diviso attraverso delle grate in ferro: sono stati creati due varchi per accesso e uscita. Gli stalli saranno tracciati la prossima settimana, meteo permettendo, dalla Porto di Trieste servizi, società in house dell'Autorità portuale. A seguire il progetto invece sono gli uffici dell'ingegner Giulio Bernetti, direttore del dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità del Comune. «È stata eliminata una serie di posti motorino nelle zone limitrofe, fino anche a via Santa Caterina - spiega l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli -. Ecco dunque una risposta immediata alle persone che lavorano nell'area. Certo, i posti non sono esattamente centrali come prima, ma questa è la conseguenza di una maggiore pedonalizzazione del centro e di una rete urbana meno trafficata. Dunque, anche chi è in motorino dovrà fare qualche passo in più. Tra questi ci sono tantissimi pendolari, che ad esempio viaggiano in treno e poi utilizzano il mezzo a due ruote. In seguito - osserva -, quando si prenderà in mano la viabilità del Porto vecchio in toto, vedremo come rivisitare tutti gli spazi». L'assessorato all'Urbanistica sta continuando a lavorare anche su un altro progetto che riguarda i parcheggi della zona delle Rive: «Da quest'anno dovrebbero arrivare delle navi da crociera infrasettimanali - evidenzia Polli -. Visto che le transenne devono essere inserite 48 ore prima, ci sarà una mancanza di stalli da piazza Unità all'Aquario, che sono in mano a Ttp su un'area del demanio portuale. Stiamo lavorando per incrociare tutti i soggetti coinvolti per collocare in zona Molo IV, sempre di proprietà demaniale, un altro park in modo da dare una risposta a tutti. Poi si potrà arrivare in piazza Unità anche con il bus 81 che attraversa l'antico scalo». Oggetto dell'attenzione del Comune sono inoltre le aree più periferiche: «Stiamo valutando di inserire in viale D'Annunzio degli stalli per motorini, che ora non ci sono - conclude Polli -, preservando la sicurezza stradale. Spazi per motorini verranno infine realizzati pure nelle vicinanze del cimitero».

Benedetta Moro

 

Bonus regionali  - In arrivo i contributi per l'acquisto di bici

La giunta regionale, riunita ieri a Trieste, ha approvato, su proposta dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, il Regolamento per la concessione dei contributi destinati all'acquisto di mezzi a due ruote per ripartire la somma, già stanziata a tal fine, di 500 mila euro. I benefici saranno concessi sia per comprare biciclette a pedalata assistita (nella misura del 30% del prezzo d'acquisto, iva compresa, fino a un massimo di 300 euro per ciascuna bicicletta) sia per quelle tradizionali a pedale, ma in questo caso per un numero minimo di cinque velocipedi, sempre nella misura del 30% del prezzo d'acquisto, fino a un massimo di 1.500 euro. L'obiettivo è contribuire alla tutela dell'ambiente promuovendo la mobilità sostenibile. I contributi saranno erogati tramite le Camere di commercio con procedimento a sportello.

 

 

«Capodistria-Divaccia: il rebus ambientale resta Vertice a San Dorligo» - i Verdi dopo la risposta di 2TDK

 SAN DORLIGO DELLA VALLE. «Siamo esclusivamente esecutori del progetto. Per i riflessi di natura ambientale derivanti dalla realizzazione dell'opera, bisogna rivolgersi al ministero sloveno competente in materia». Così la 2TDK, impresa incaricata dell'intervento destinato a dotare di un secondo binario la linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, ha risposto in questi giorni alle numerose richieste di chiarimento pervenute dal territorio e inerenti le conseguenze che tale opera potrebbe causare nella zona di San Dorligo della Valle. «Non possediamo la documentazione richiesta che riguarda l'impatto ambientale - ha scritto in un comunicato la 2TDK - anche perché abbiamo acquisito il ruolo di azienda incaricata della realizzazione del progetto con un decreto legge del 21 luglio del 2018, quando tutte le scelte inerenti questo aspetto erano già state fatte». «Dalle loro affermazioni - sottolinea il consigliere comunale di San Dorligo della Valle, Alen Kermac - si evince che la 2TDK è subentrata solo dopo il completamento della procedura di Via transfrontaliera. Perciò, non hanno la competenza sull'aspetto ambientale, che ricade interamente sul ministero. Del resto - prosegue Kermac - la 2TDK non intende garantire in alcun modo per i danni che potrebbero derivare al territorio in conseguenza dell'ultimazione dell'opera, confermando la propria estraneità alle scelte di natura ambientale. A questo punto - conclude l'esponente dei Verdi - si conferma la necessità di un incontro, che peraltro abbiamo più volte richiesto, da organizzare in Comune, a San Dorligo della Valle, alla presenza di tutti i soggetti coinvolti».

U.Sa.

 

 

Apre il concorso di foto "green" per gli studenti a difesa della Terra

L'iniziativa è rivolta a tutti gli istituti In palio due macchine fotografiche

Bambini e ragazzi in vacanza da scuola si annoiano? Arriva un concorso fotografico nazionale, con ricchi premi in palio. L' idea parte da una scuola di Torino, la Wins; il tema è "One Action for a Green Planet", l'iniziativa è gratuita e aperta alle classi della primaria e secondaria e in generale ai ragazzi dai 14 ai 20 anni, di tutta Italia. Tutti sono invitati a scattare foto che possano raccontare le azioni green per il pianeta, i piccoli gesti che aiutano a ridurre e mitigare i livelli di Co2 nell'atmosfera. «Uno degli obiettivi del concorso - spiegano i promotori - è aiutare gli insegnati, a caccia di idee per i loro alunni, a superare con il sorriso questi giorni di fermo scolastico. Ciascun alunno può scattare la propria fotografia e poi inviarla all'insegnante, che si occuperà di caricarle sul sito www.worldinternationalschool.com». Per la categoria scuola primaria-secondaria l'iscrizione sul sito www.worldinternationalschool.com deve essere effettuata dai docenti. I ragazzi invece devono avere un profilo Instagram pubblico, possono quindi iscriversi personalmente e poi postare su Instagram la propria foto attraverso l'utilizzo dell'hashtag #oneactionwins e del tag @wins_torino e oltre a seguire il profilo di @wins_torino. Tra tutte le fotografie che saranno pervenute entro le 12 del 6 maggio, verranno decretati i vincitori. Per i ragazzi saranno assegnati due premi, una macchina fotografica, su decisione dalla giuria, e un'altra, in base alla scelta del pubblico di utenti, per la foto che avrà ottenuto più "like" Per le classi la giuria ne selezionerà una vincitrice tra le primarie e una tra le secondarie, che riceveranno due kit per realizzare l' orto didattico in classe. Altre info su worldinternationalschool.com.

Micol Brusaferro

 

 

Budapest vuole una quota del rigassificatore di Veglia

Richiesta ufficializzata al governo croato, gli ungheresi hanno fretta di chiudere In ballo un metanodotto fino al confine magiaro per calmierare i costi del gas

FIUME. È forte l'interesse dell'Ungheria verso il progetto che vedrà le acque della località di Castelmuschio (Omisalj in croato), sull'isola quarnerina di Veglia, ospitare il rigassificatore galleggiante. A confermare ufficialmente la posizione di Budapest è stato il ministro magiaro degli Affari esteri e del Commercio, Peter Szijjarto, che a Zagabria ha firmato assieme al ministro croato del Mare, Trasporti e Infrastrutture, Oleg Butkovic, il documento relativo al potenziamento della collaborazione economica bilaterale tra Ungheria e Croazia, incentrato sul miglioramento delle comunicazioni nelle regioni transfrontaliere dei due Paesi vicini e amici.«Budapest ha tra i suoi obiettivi la partecipazione al progetto del terminal Lng (rigassificatore), sia in termini di costruzione che di acquisto di una sua quota azionaria - ha detto Szijjarto - mi sono rivolto al ministro croato dell'Ambiente ed Energia, Tomislav Coric, proponendogli il nostro progetto relativo a tre punti. Spero in una risposta positiva».È stato specificato nell'incontro a Zagabria che il primo punto concerne l'allacciamento delle condutture tra l'isola nordadriatica e lo Stato magiaro, al fine di eliminare le tasse transfrontaliere, rendendo così il metano ad un costo più contenuto. Quindi Zagabria e Budapest dovrebbero agire congiuntamente nelle trattative con i potenziali partner stranieri, sinergia che riguarderebbe il rifornimento di gas fino al rigassificatore isolano. Le trattative, ha precisato il ministro magiaro, andrebbero imbastite in primo luogo con Egitto, Stati Uniti, Qatar e Australia. Infine Szijjarto ha asserito che l'Ungheria vorrebbe acquistare una percentuale della quota di proprietà, con la decisione finale che comunque spetterà alla Croazia. «Le nostre proposte sono precise e dettagliate, il mio governo nell'ambito del progetto del rigassificatore ha voluto creare un gruppo di lavoro - ha aggiunto il ministro ungherese - e vorremmo che Zagabria ci desse una risposta in tempi brevi. L'impianto dell'isola di Veglia è destinato ad avere un impatto importante e strategico sui rifornimenti metaniferi in questa porzione d'Europa. Non vediamo progetti similari a breve e medio termine in grado di diventare realtà».Non è comunque la prima volta che l'Ungheria si fa avanti nei confronti del futuro impianto quarnerino: già nell'aprile di due anni il ministro Coric aveva affermato che Budapest era intenzionata a rilevare il 25 per cento del pacchetto azionario del rigassificatore. Le parole del ministro erano arrivate dopo alcune settimane prima il ministro Szijjarto aveva inviato a Zagabria, a nome della Repubblica d'Ungheria, la relativa lettera d'intenti. Stando a quanto confermato dal governo croato del premier Andrej Plenkovic, il costo della struttura ammonterà a 234 milioni di euro: la Commissione europea ha già destinato a fondo perduto la cifra di 101 milioni e 400 mila euro, dopo che il rigassificatore vegliota è stato inserito nella lista dei progetti di interesse comune dell'Unione europea. Da parte sua, intanto, Zagabria ha assicurato nel 2018 la somma di 100 milioni di euro, altri 50 sono stati messi a bilancio l'anno scorso e altrettanti riguarderanno il bilancio statale 2020. I restanti 32,6 milioni di euro andranno a carico dell'impresa Lng Croazia (portatore del progetto), dell'Azienda elettrica croata e della Plinacro.A meno di imprevisti, l'ex nave metaniera Viking entrerà in funzione quale rigassificatore tra circa undici mesi, per una movimentazione annua di 2,6 miliardi di metri cubi di gas. 

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 6 marzo 2020

 

 

I magazzini del quartiere Ford verso nuovi vincoli di tutela

Sopralluogo di Comune e Soprintendenza su richiesta di Italia nostra Interessati alcuni edifici, fra cui il "27b", dell'area espositivo-museale

L'orientamento è quello di estendere il regime di vincolo in Porto vecchio a tutela dell'interesse culturale e architettonico di alcuni edifici, che erano rimasti fuori dai provvedimenti di tutela assunti dalla Soprintendenza nell'agosto 2001.A distanza di quasi vent'anni da quella prima stagione tesa a proteggere il patrimonio immobiliare del Punto franco vecchio, è il cosiddetto "quartiere Ford" dal nome della casa automobilistica nord-americana, nell'ambito del nascente polo museale-espositivo, a sollecitare l'attenzione dei pubblici organismi. Con buonissime possibilità che palazzo Economo entri in azione sottraendo alcuni stabili anni Venti alla tentazione della ruspa: sotto la lente i magazzini 27b, 31, 32, 33 e l'edificio 133. Uno sguardo particolare si posa sul "27b", che si trova subito alle spalle del "27", incaricato, insieme al "28", di costituire il centro congressi, il cui esordio è previsto a luglio per ospitare la manifestazione scientifica Esof2020. Se in effetti dovesse scattare il vincolo sul "27b", naufragherebbe l'idea di radere al suolo l'anziana struttura, creando lo spazio per montare tensostrutture a scopo fieristico: opportunità che sembrava non dispiacere all'ente camerale. Le informazioni provengono da una nota diramata dalla sezione triestina di Italia nostra e sono comunque confermate da fonti comunali. Di recente si è svolto un sopralluogo "interforze" nel quartiere Ford, che ha visto cooperare Municipio, Soprintendenza, la stessa associazione: c'erano i direttori di dipartimento Enrico Conte e Giulio Bernetti, la soprintendente Simonetta Bonomi, la presidente di Italia nostra autoctona Antonella Caroli. Presente l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi. Un'iniziativa messa in moto dalla richiesta che era stata formulata già lo scorso ottobre da Italia nostra, impegnata ad ampliare il livello di guarentigia in Porto vecchio. I magazzini, non tutti contigui, sono posizionati tra la linea di costa e il rondò di viale Miramare. Secondo il Municipio, la logica da perseguire è quella del «mantenimento del contesto», con il possibile - ma non ancora ufficializzato - obiettivo di sviluppare il polo culturale-museale nell'ottica dell'archeologia portual-industriale. Nel "27b" - secondo il comunicato di Italia nostra - «si riconoscono all'interno l'applicazione del sistema Hennebique e nella facciata posteriore i caratteri stilistici della Wagnerschule». Riferimenti a stili e tecniche diffusisi tra fine Ottocento e inizi Novecento. La nota di Italia nostra rievoca la vicenda dell'avventura triestina della Ford, protrattasi per un breve periodo dal 1923 al 1929: fu lo stesso presidente del gruppo industriale di Detroit, Henry Ford, a scegliere il porto di Trieste come base adriatica dove montare vetture e trattori. L'operazione non piaceva alla Fiat e il senatore Giovanni Agnelli intervenne su Mussolini, che decise di bloccare l'esperienza americana in Punto franco vecchio, nonostante la Ford avesse buone relazioni con Costanzo Ciano, autorevole esponente della dirigenza fascista e consuocero del Duce.

Massimo Greco

 

 

Salvato un falchetto in Costiera: ora è ospite all'Enpa - l'intervento dell'arma

Una pattuglia dei Carabinieri di Miramare ieri pomeriggio è intervenuta su richiesta di un passante che aveva appena soccorso un falchetto. Il volatile era appena stato investito in Costiera poco dopo la galleria che precede il bivio di Miramare. L'automobilista in transito ha notato l'animale ferito e ha chiamato il 112. I Carabinieri di Miramare lo hanno poi preso in carico e portato all'Enpa a Trieste dove riceverà le cure prima di essere rimesso in libertà.

 

 

Vincoli, dehors, "basi": ora il centro di Muggia ha un vestito su misura

Il Piano del nucleo storico svelato in Commissione congiunta Inizia così la fase che consente le "osservazioni istituzionali"

I vincoli, i dehors, i punti strategici individuati all'interno della cornice: è stato presentato ieri in Sala Millo, davanti alla Commissione consiliare congiunta, il Piano attuativo comunale relativo al centro storico di Muggia, condensato in 15 tavole necessarie a capire lo stato dell'arte del vecchio nucleo urbano. Dopo l'introduzione di Alberto Menegante, del Servizio di Pianificazione territoriale del Comune, ha relazionato sulle specificità del progetto Gianluca Ramo, a capo del "consorzio" di professionisti che ha realizzato il lavoro. Un'area, quella che ricade nella perimetrazione del centro antico muggesano, che riesce di facile lettura, grazie al suo impianto "a testuggine", e che rappresenta un complesso ben differenziato dal punto di vista urbanistico dal resto della cittadina. «Da aprile a giugno dello scorso anno - ha spiegato Ramo - sono stati organizzati incontri aperti alla cittadinanza e agli stakeholders per presentare i contenuti del progetto e gli elementi caratterizzanti il nucleo antico di Muggia, dando la possibilità di formulare specifiche richieste e apporti sia durante gli stessi incontri che in forma scritta successivamente».Ieri mattina, invece, si è passati alla fase che prevede ora la possibilità di presentare le cosiddette "osservazioni istituzionali". Relativamente ai criteri di individuazione degli edifici esistenti, Ramo ha sottolineato che «più che sui singoli edifici, a parte quelli vincolati, è stato fatto un lavoro sul contesto, ossia in funzione della loro rilevanza all'interno del centro, dal punto di vista sia storico-culturale che urbanistico».Inoltre sono stati individuati cinque «progetti strategici», a introdurre appunto le strategie generali per i futuri interventi di riqualificazione: il "centro dell'ospitalità e dell'accoglienza", che vede il suo focus tra piazza Marconi e il mandracchio, il "porto", ossia l'area sul mare dove insistono l'ex caserma della Finanza e il parcheggio, il "molo", che investe oltre alla struttura portuale l'area in cui è situato l'ex ittiturismo, la "piazza", in cui è posto l'ex lavatoio, e il "castello", nei pressi del quale è prevista una «terrazza su Muggia». Infine è stata analizzata la questione dei dehors, che il Piano attuativo prevede di regolamentare in aree ben definite, come piazza Marconi, l'area che gravita attorno al mandracchio e alcune zone minori a monte. L'obiettivo è di ridurre gli ingombri anche per consentire una maggiore visibilità ai prospetti monumentali della città. Sono previste strutture stabili, in vetro e acciaio, nella parte a ridosso del mare. Dopo l'illustrazione tecnica si è sviluppata una "pacata" discussione politica: Roberta Tarlao, di Mejo Muja, dopo avere evidenziato le «pessime condizioni in cui versano tratti di calle San Francesco e calle Volta», ha chiesto al sindaco Laura Marzi se ci fosse qualche novità sulla possibilità di «installare pannelli fotovoltaici sui tetti del centro storico», ricevendone risposta negativa. Marco Finocchiaro, del Gruppo misto, ha evidenziato la «mancanza di dati relativi alla mobilità ciclistica»: Raro ha risposto che, di questa problematica, deve occuparsi un eventuale biciplan. Infine Nicola Delconte, di Fdi, ha chiesto lumi sugli edifici del Demanio prospicienti il porto, una volta utilizzati dalla Finanza e per i quali è previsto un utilizzo ricettivo e non residenziale: Marzi ha risposto che si tratta di edifici dell'Authority per i quali ci sono già accordi.

Luigi Putignano

 

 

Da "Salute e ambiente" alert a governo e Regione contro A2A bis al Lisert - il gruppo ecologista

DUINO AURISINA. Deturpazione delle qualità naturali e dei caratteri visivi e morfologici della zona del Lisert. Degrado e compromissione paesaggistica, con la conseguente distruzione degli ecosistemi locali, ai quali è direttamente correlata la perdita di qualità della vita delle popolazioni residenti e del loro senso di appartenenza. È questo il drammatico quadro di previsione delineato dal gruppo regionale "Salute e ambiente" nel testo inviato in questi giorni a ministero dell'Ambiente e Regione, in opposizione al progetto di realizzazione della Centrale termoelettrica A2A Energiefuture SpA nell'area monfalconese del Lisert, a ridosso del confine amministrativo di Duino Aurisina. «Le osservazioni andavano presentate entro il 4 marzo - ricorda Danilo Antoni, portavoce del gruppo - e noi abbiamo rispettato tale termine. Fra l'altro - aggiunge - la dismissione dell'attuale centrale comporterebbe pure il riutilizzo possibile di un'area di circa 200 mila metri quadrati in una zona baricentrica dell'abitato in termini funzionali, ambientali e paesaggistici. Non va poi dimenticato che la nuova centrale turbogas di Torviscosa, da 800 Mw di potenza, localizzata ad appena 17 chilometri da Monfalcone, è entrata in funzione nel 2016. Critichiamo perciò il fatto che la proposta di A2A non consideri l'alternativa di un utilizzo con contenuti diversi dalla produzione di energia dell'area attualmente occupata dall'impianto. Visto l'impegno, determinato dalla normativa europea e nazionale, di obbligo di dismissione della produzione di energia con l'utilizzo di fonti carbone fossile, risulta obbligatorio considerare non solo un programma di riconversione, ma anche, in alternativa, uno di ripristino. Inoltre la proposta di A2A non considera i dati, in parte disponibili, in parte da produrre, sull'attuale situazione della salute della popolazione».«Infine - evidenzia ancora Antoni - per attuare il progetto di conversione a metano della centrale sarebbe necessaria la realizzazione di un'opera di allacciamento, in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico. Per fortuna - conclude il portavoce di "Salute e ambiente" - ancora molto rimane nell'area interessata in termini di storia e vocazione turistica: sono perciò auspicabili un recupero e la valorizzazione dell'esistente".

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 5 marzo 2020

 

 

Chiusa la partita sui terreni della Ferriera L'area a caldo va a Plt-Icop per 20 milioni

Ad Arvedi l'onere di smantellare gli impianti. Alla cordata di Parisi e Petrucco il compito di realizzare il terminal ferroviario

L'intesa sui terreni della Ferriera tra Acciaieria Arvedi e Piattaforma logistica Trieste è raggiunta. L'operazione vale 20 milioni e permetterà alla società Plt di mettere piede nel comprensorio di Servola, creando le condizioni per costruire il terminal ferroviario a servizio del futuro Molo VIII. Il gruppo siderurgico manterrà invece la possibilità di continuare a movimentare le materie prime necessarie ad alimentare il laminatoio. Il patto è a un soffio dalla firma, che sbloccherà a sua volta la stipula dell'Accordo di programma e che cambierà le modalità inizialmente previste per la bonifica della zona. Da una parte il gruppo Arvedi, che prima aveva aperto alla cessione dei terreni, poi aveva fatto marcia indietro dicendo di voler gestire la logistica in proprio e infine era ritornato sui propri passi. Dall'altra la società composta dalla ditta di spedizioni triestina Francesco Parisi e dall'impresa friulana di costruzioni Icop, che sta ultimando la realizzazione della Piattaforma logistica e che ha già in tasca il via libera a progettare il primo lotto del Molo VIII, cui da tempo guardano con interesse soggetti cinesi ed europei che potrebbero definire nei prossimi mesi l'ingresso da protagonisti nella gestione del nuovo terminal. La banchina che verrà ha bisogno di avere alle spalle spazi per lo stoccaggio e un grande snodo ferroviario, la cui costruzione sarà a questo punto affidata a Plt, inserita non a caso proprio nei giorni scorsi tra i firmatari dell'Accordo di programma riguardante la riconversione della Ferriera. Il meccanismo è complesso e ci si è arrivati dopo una lunga opera di mediazione fra le parti, che il ministro Stefano Patuanelli e il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino hanno condotto sotto traccia dalla metà di gennaio. L'iter prevede anzitutto una formalizzazione da definire entro il 10 marzo, dopo la lettera di intenti sottoscritta in questi giorni e l'impegno reciproco a inserire nell'Adp le linee portanti del percorso. L'atto di compravendita vero e proprio arriverà ad ogni modo nei mesi successivi. Ma come si giungerà all'ingresso di Plt nella partita? Lo schema prevede uno scambio alla pari fra i terreni dell'area a caldo oggi di proprietà di Arvedi e quelli che l'Autorità portuale ha dato a suo tempo in concessione al gruppo siderurgico per impiantarvi l'area a freddo dietro il pagamento di un canone da un milione all'anno. In questo modo il gruppo di Cremona diventerà proprietario dei terreni dove continuerà a operare il laminatoio e smetterà di pagare la concessione. L'operazione avverrà con il beneplacito dell'Agenzia del demanio, che provvederà a sdemanializzare la zona dell'area a freddo e a demanializzare quella dell'area a caldo, che l'Autorità portuale darà poi in concessione con gara a evidenza pubblica, cui parteciperà una newco costituita da Arvedi. Se questa otterrà il via libera come scontato, potrà avvenire il passaggio dei 20 milioni, con cui Plt pagherà di fatto Arvedi, acquisendo la newco e con essa la concessione dei terreni e del fronte mare, su cui verrà permesso al gruppo siderurgico di mantenere una gestione diretta o indiretta dei servizi logistici via mare e via ferro di cui la società continuerà a necessitare per il laminatoio. Il tutto verrebbe compiuto dopo la firma dell'Adp, che le istituzioni continuano a ritenere di poter firmare entro la prima settimana di marzo, come annunciato da Patuanelli nell'ultima visita a Trieste. Le parti si sono già date un cronoprogramma di massima: toccherà ad Arvedi smantellare nel 2020 cokeria, agglomerato, altoforno e macchina a colare, potendo così rivendere macchinari e metalli, mentre dall'anno successivo spetterebbe a Plt cominciare la copertura dell'area con pavimentazione in cemento, su cui passeranno i binari e su cui poggeranno i container scaricati dalle navi attraccate nelle vicinanze, trasformando così l'area a caldo della Ferriera in una zona a servizio delle attività portuali. Il barrieramento del fronte mare verrà invece realizzato dalla mano pubblica, che ha già da parte 41 milioni necessari al tombamento degli inquinanti presenti nel terreno. Plt dovrà ora reperire i 20 milioni per l'operazione e non è escluso che possa farlo appoggiandosi alle Ferrovie austriache (da tempo interessate alla co-gestione del piazzale ferroviario) o direttamente al soggetto che entrerà nella partita del Molo VIII. Il presidente di Icop Vittorio Petrucco resta abbottonato: «Stiamo trattando, preferisco non dire altro». Sarà lui il nuovo invitato al tavolo tecnico dell'Adp, che si sarebbe dovuto riunire in via telematica oggi pomeriggio, ma che ieri è rinviato ai prossimi giorni. Probabile che l'annullamento sia dovuto all'autoisolamento deciso dal ministro Patuanelli, negativo al tampone del coronavirus ma decisosi ad adottare misure preventive dopo aver incontrato un assessore regionale lombardo risultato positivo al contagio.

Diego D'Amelio

 

 

Il Comune punta al car sharing e molla l'opzione monopattini

Dopo le bici in Municipio si scommette sulle auto elettriche condivise: presentato a Roma un piano che prevede nuove aree di scambio con colonnine di ricarica

Car sharing sì, monopattini no. Il futuro della mobilità condivisa a Trieste, dopo il successo delle biciclette, potrebbe allargarsi anche ai mezzi a quattro ruote elettrici. A confermare la volontà del Comune è l'assessore a Urbanistica e Viabilità Luisa Polli: «Abbiamo partecipato a un bando nazionale del ministero dell'Ambiente presentando il progetto per la creazione del servizio di car sharing elettrico che prevede nel contempo l'installazione di nuove di aree di sosta con le colonnine di ricarica dedicate anche a chi possiede una vettura elettrica propria. È un servizio che ci piace e lo stiamo monitorando con grande attenzione, va però studiato e realizzato nel modo corretto e per questo, in una prima fase, sarà in via sperimentale». Il Comune aveva ricevuto a febbraio un finanziamento da 300 mila euro per la creazione di nuovi parcheggi intermodali con totem informativi e la possibilità di installare anche ulteriori stazioni del bikesharing. In questo senso Polli conferma che il bando a cui ha preso parte l'amministrazione Dipiazza per il futuro car sharing è relativo sempre al cosiddetto Pums, il Piano per la mobilità urbana sostenibile. I tempi però sono ancora incerti visto che queste procedure burocratiche, di solito, hanno uno sviluppo molto lungo, anche di anni, e anche a fronte di risorse aggiuntive, frutto delle manovre di bilancio, eventualmente intervenute in corso d'opera. Il car sharing è un servizio che esiste già in altre città italiane - come ad esempio Milano o Torino - e solitamente ha una tariffa base di 28 centesimi al minuto con la possibilità di acquistare pacchetti promozionali. L'utente prenota l'auto con il telefonino, la usa fino a quando ne ha bisogno e poi la può tranquillamente lasciare in un parcheggio regolare a disposizione di un altro utente. Esistono servizi simili con autovetture a benzina, che non sono però oggetto di incentivi statali ed europei. L'attenzione dell'amministrazione comunale è incentrata anche sulle colonnine di ricarica, che adesso sono presenti in 13 punti della provincia, da Sistiana a Domio. Il Comune, in collaborazione con il gruppo Hera e AcegasApsAmga, sta lavorando per creare dei nuovi parcheggi dedicati alle macchine elettriche in zone strategiche della città e negli impianti multipiano. «Si tratta di un servizio - spiega Polli - che servirà anche per i triestini che hanno un'autovettura che necessita di essere ricaricata». Se il car sharing potrebbe arrivare in tempi ragionevoli discorso diverso per quanto riguarda i monopattini. «Al momento c'è poca chiarezza sulle responsabilità individuali - spiega l'assessore - e questo ci frena. Il governo ha preso una decisione condivisibile dal punto di vista ambientale: serve però comprendere appieno le responsabilità del soggetto che lo guida in caso di incidente. Al momento quindi preferiamo attendere per questo tipo di servizio». Uno dei prossimi step sarà - come annunciato - spostare i posti auto delle Rive, oggi ricavati tra Capitaneria di Porto e Salone degli incanti, alla base del Molo IV: un passaggio che sarà completato già entro Esof2020 con la successiva creazione di un parcheggio contenitore multipiano, dove in futuro saranno presenti parcheggi modali di bike e car sharing.

Andrea Pierini

 

Udine intanto "scalda" il servizio con 10 eco-vetture

Si sono chiusi il 28 febbraio i termini del bando del Comune di Udine per la gestione di 10 autovetture elettriche dedicate al servizio di car sharing. Il contratto proposto nel capoluogo friulano ha un valore di 4,3 milioni di euro per una concessione di cinque anni riguardanti appunto il servizio delle macchine condivise e di 20 anni invece relativi alla gestione delle attuali colonne di ricarica e per l'installazione di nuove analoghe strutture. Il costo stimato del solo servizio di car sharing nel lustro è di 312 mila euro. Il Comune ha previsto, in questa partita, anche l'acquisto di pacchetti orari per quattromila euro l'anno.

(an.pi.)

 

 

DUINO AURISINA - Il Villaggio pianta 10 alberi per la lotta al clima che cambia

L'evento in programma domani nei pressi del parcheggio rappresentano lo strumento con cui il Comune ha deciso di aderire a "M'illumino di Meno"

DUINO AURISINA. Una decina di alberi da frutta e un ulivo saranno piantati domani pomeriggio, alle 15, al Villaggio del Pescatore. È questa la modalità scelta dal Comune di Duino Aurisina, di concerto con il locale Lions club, per partecipare all'edizione 2020 di "M'illumino di Meno", la Giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili lanciata, nel 2005, dalla trasmissione radiofonica "Caterpillar" e da Radio Due. L'appuntamento quest'anno è dedicato agli alberi, alle piante, al verde intorno a noi. L'invito di "Caterpillar" è infatti di piantare alberi, perché essi, nutrendosi di anidride carbonica, sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell'aumento dei gas serra nell'atmosfera e quindi dell'innalzamento delle temperature. Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l'erosione del suolo, regolano le temperature, sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Gli alberi, che saranno piantati nei pressi del parcheggio della frazione di Duino Aurisina, saranno "adottati" da alcune associazioni che hanno voluto condividere tale iniziativa come la Consulta Giovani, il Leo Club, le associazioni "Genitori Rilke" e "Timava MedjaVas Stivan", la società nautica "Laguna", la Polisportiva San Marco, il Gruppo speleologico Flondar, il Gruppo culturale Ajser 2000, il Circolo velico Duino e la Proloco. Ma altri enti hanno annunciato la loro partecipazione in futuro. Ulteriori alberi saranno poi piantati a ridosso del 22 marzo, Giornata mondiale dell'Acqua. «Nella prospettiva di un proseguimento delle attività di salvaguardia e tutela del nostro territorio - così il sindaco di Duino Aurisina Daniela Pallotta e l'assessore all'Ambiente Massimo Romita - iniziative come queste sono le benvenute».--U.Sa.

 

Aurisina e Monfalcone alleati contro A2A bis

Decisa l'attivazione di un'«azione congiunta» tra Comuni per contrastare il nuovo insediamento nell'area del Lisert

DUINO AURISINA. Attivare un'«azione congiunta» con il Comune di Monfalcone per evitare l'installazione, nell'area del Lisert, di un nuovo impianto industriale, quello della A2A. Sarà questa, nell'immediato futuro, la linea politica che l'amministrazione di Duino Aurisina porterà avanti. Lo ha annunciato il sindaco Daniela Pallotta nel corso della seduta congiunta della Commissione Ambiente, presieduta dalla consigliera Chiara Puntar (Forza Duino Aurisina) e della Commissione Capigruppo. «L'impianto che la A2A intende realizzare - ha spiegato Pallotta - è potenzialmente pericoloso per la salute dei cittadini e distante dal benessere ambientale che abbiamo a cuore». Lo scopo della convocazione era quello di «poter condividere la documentazione predisposta dall'assessore all'Ambiente Massimo Romita e da me - ha precisato Puntar - sul procedimento relativo all'Aia da parte della Energiefuture spa per la centrale termoelettrica A2A di Monfalcone». Gli stessi Romita e Puntar, assieme al consigliere Sergio Milos (Autonomia responsabile), avevano presenziato, qualche giorno fa, all'omonima commissione in Comune a Monfalcone. «Siamo perplessi in relazione al progetto - ha sottolineato Puntar - visto, fra l'altro, che il camino che vogliono realizzare sarà di 60 metri, mentre quello attuale ne ha oltre 150, e il nuovo metanodotto interferirà sul territorio in numerosi punti».Romita ha ricordato la costante volontà dell'amministrazione di Duino Aurisina nel porsi «dalla parte dell'ambiente, contrastando ogni forma di potenziale pericolosità per lo stesso». Durissima è stata la critica all'esecutivo formulata dal consigliere di opposizione, Vladimiro Mervic (Lista per il Golfo): «La presenza dei tre esponenti di questa maggioranza alla commissione di Monfalcone - ha osservato - ha garantito loro un facile approccio e un repentino ammantarsi di colore green, perché è stato sufficiente replicare le osservazioni che quel Comune ha presentato al ministero dell'Ambiente. Ecco perché - ha aggiunto Mervic - faccio molta fatica a credere alla svolta ambientalista di questa amministrazione, la cui azione in questo campo la valuto evanescente e impegnata nell'apparire e non nel fare». Lorenzo Celic (M5S) ha definito l'impianto «un cancro per l'ambiente», mentre Danilo Antoni, ospite per conto del gruppo "Salute e Ambiente", ha parlato del polo industriale del Lisert come di una «Krsko monfalconese». Puntar in chiusura ha annunciato che, accogliendo una proposta della A2A, sarà indetta una commissione con la partecipazione di esponenti di tale società.

Ugo Salvini

 

 

Cinque anni a "caccia" di ruderi e memorie alla scoperta di un tempo che non esiste più

Caserme, discoteche, alberghi e case fantasma: Triesteabbandonata festeggia il primo lustro con un libro e un contest che guarda al futuro

Compie cinque anni Triesteabbandonata, il progetto curato dai giornalisti Micol Brusaferro ed Emilio Ripari, insieme alla fotografa Giada Genzo, che ha la finalità di mappare edifici in disuso in tutta la provincia, raccontandone la storia nella speranza che tornino a nuova vita. In cantiere c'è anche un libro e il coinvolgimento di architetti triestini che lavorano in città e all'estero, per realizzare idee da sottoporre agli enti pubblici per la riqualificazione urbana in alcune aree in particolare. Tra i fabbricati toccati finora nel lungo giro, che ha visto anche alcune puntate in altre località della regione, figurano caserme, scuole, fabbriche, impianti sportivi e ricreativi, discoteche e alberghi. Con un denominatore comune: tutti sono stati chiusi e lasciati nel degrado. L'archivio raccolto nei cinque anni di lavoro è illustrato anche in un blog e in diverse occasioni il gruppo è stato contattato da privati, spesso da fuori città, interessati a conoscere le caratteristiche di un edificio, pensando a un suo riutilizzo.«Ma ci scrivono persone da tutta Italia - spiega Genzo -. Ad esempio militari che hanno fatto il servizio di leva a Trieste, in caserme che ormai sono fatiscenti, per ricordarci com'erano prima. C'è chi lavorava all'interno di stabilimenti ormai caduti in rovina, chi descrive l'attività che veniva svolta negli ambienti produttivi e ancora parecchi nostalgici che hanno aneddoti legati a spazi che da decenni hanno chiuso i battenti. Storie e testimonianze molto belle, che aiutano a scoprire o riscoprire siti spesso caduti nel dimenticatoio».Proprio attraverso queste segnalazioni, oltre alle ricerche storiche effettuate per ogni posto, è nata anche la proposta di un libro, che dovrebbe concretizzarsi nel 2020 e che ripercorrerà le vicissitudini di alcuni dei luoghi abbandonati più conosciuti a Trieste, tornando indietro nel tempo per spiegare la prima destinazione e il successivo declino. Una decina gli immobili scelti, per diverse motivazioni, che tuttora attendono un nuovo proprietario o che si trovano bloccati da anni tra aste, tentativi di vendita falliti o altri iter burocratici complessi. Intanto nei prossimi mesi Triesteabbandonata lancerà una sorta di contest, dedicato agli architetti: «Anche in base ai suggerimenti di alcuni professionisti impegnati a Trieste e in altri Paesi - prosegue Genzo - presenteremo nel dettaglio cinque edifici agli architetti che vorranno darci una mano a pensare a come si possano cambiare, immaginando qualcosa di diverso e utile per la città. Ciò che emergerà, verrà sottoposto al Comune o ad altri enti».I dettagli saranno annunciati sulla pagina Facebook, seguita da quasi 8mila utenti, dove sono pubblicate anche migliaia di foto scattate anno dopo anno. E nel cammino tra spazi vuoti, muri crollati e palazzine fantasma, non mancano le curiosità, oggetti strani immortalati qua e là, che nulla c'entrano con il luogo dove sono stati portati. Facciamo qualche esempio. Un paio di sci con attacchi è spuntato qualche anno fa nel magazzino di un cotonificio, mentre nella stanza di un'ex stazione ferroviaria, in parte crollata, sono stati reperiti cumuli di giocattoli, alcuni in perfetto stato. E ancora una bambola, datata, è stata lasciata sulla scrivania di un fabbricato dove si trovava una serie di uffici.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 4 marzo 2020

 

 

Trattativa sul post Ferriera verso la svolta Icop punta a rilevare alcune aree di Arvedi

La compagine impegnata nell'operazione Piattaforma logistica "irrompe" nella partita con il ministero delle Infrastrutture

Due nuovi attori, uno pubblico e uno privato, compaiono sulla scena dell'Accordo di programma per la Ferriera di Servola: sono il ministero delle Infrastrutture, che sarà tra i firmatari finali del testo, e la compagine Piattaforma logistica - Icop, che sta trattando con il Gruppo Arvedi l'acquisizione di parte dell'area su cui sorge lo stabilimento. Un'operazione, quest'ultima, ancora in via di definizione: dovesse andare in porto, farebbe della Icop un ulteriore firmatario dell'Accordo di programma. La riunione del tavolo per l'Adp si è svolta nel pomeriggio di ieri fra Trieste e Roma. In origine l'incontro doveva svolgersi nella capitale, ma le ribalderie del coronavirus hanno convinto le istituzioni a ricorrere alla teleconferenza. Vi hanno partecipato la Regione (con gli assessori al Lavoro Alessia Rosolen e all'Ambiente Fabio Scoccimarro), il Comune, l'Autorità portuale e il ministero dello Sviluppo economico con i loro rappresentanti. Il tavolo non si riuniva dallo scorso 22 dicembre: domenica sera Roma ha inviato agli interlocutori del Friuli Venezia Giulia una nuova bozza del documento che di fatto, spiegano fonti interne alle istituzioni, muta a fondo il contenuto dell'Adp.La bozza è arrivata a ridosso dell'incontro, impedendo alle istituzioni locali di approntare le osservazioni. Anche per questo la riunione è stata sospesa e riprenderà domani, in modo da dare il tempo a tutti gli attori di consultare la nuova versione del testo e mettere a punto le proposte. Commenta l'assessore Scoccimarro: «Non abbiamo potuto non sottolineare come in una fase così delicata si debba dare la possibilità a tutti i sottoscrittori di valutare con tempi idonei il testo». L'assessore Rosolen sintetizza come segue la nuova versione dell'Adp: «Il testo cambia in modo importante perché aumentano i soggetti che lo sottoscrivono, e quindi si suddividono gli impegni». In ogni caso il nuovo quadro, sottolinea con forza Rosolen, «non avrà conseguenze sugli accordi sindacali sottoscritti di recente per la cassa integrazione». Un punto fondamentale per la Regione, visto che quella firma ha garantito 24 mesi di cassa integrazione straordinaria per i 450 lavoratori di Acciaieria Arvedi Spa e per i 36 dipendenti di Siderurgica Triestina srl, nonché la messa in sicurezza dei 66 lavoratori assunti con contratto di somministrazione. «Gli accordi già presi sono vincolanti», aggiunge ancora l'assessore al Lavoro. Molti particolari della nuova versione del testo sono ancora riservati. Certo è che entra far parte della partita il ministero delle Infrastrutture, che va ad aggiungersi ai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico, da subito parte della trattativa. Il punto più rilevante, però, è la possibilità che anche Icop, la società che sta realizzando la Piattaforma logistica nel Porto nuovo di Trieste, diventi un firmatario dell'Accordo di programma. È un'ipotesi che la Regione accoglie positivamente, come spiega Scoccimarro: «Come ribadiamo da sempre, la volontà della Regione è garantire a Trieste uno sviluppo sostenibile di quell'area. L'ingresso di Piattaforma logistica - Icop è quel passo in più che delinea il futuro».La conferma definitiva in proposito è attesa per i prossimi giorni. In queste ore ferve infatti il confronto fra il Gruppo Arvedi - Siderurgica Triestina e Piattaforma logistica Srl - Icop Spa per limare i termini dell'accordo che porterebbe quest'ultima a estendersi su parte del sito della Ferriera. Lo stabilimento è contiguo all'area della Piattaforma logistica: da quanto risulta al momento, sarebbe al vaglio uno "scambio" di aree grazie al quale una parte della proprietà Arvedi finirebbe per entrare a far parte del Demanio, mentre degli spazi che sono di proprietà demaniale verrebbero sdemanializzate e acquisite dal privato. L'Autorità di sistema portuale del Mare adriatico orientale, che fa da supervisione e cabina di regia di tutto il processo, preferisce almeno per ora mantenere il riserbo sui termini del confronto. La materia è delicata, anche perché si tratta di stabilire a chi spetta l'onore e l'onere di provvedere alla bonifica e allo smantellamento dell'area a caldo della Ferriera: un lavoro da 30 milioni di euro, che dovrebbe anche impegnare per un anno una cinquantina di lavoratori attualmente nell'organico dello stabilimento. Non resta che attendere la riunione di domani per sapere nuovi particolari su contenuti e tempistica. Tanto più che nelle settimane scorse il ministro dello Sviluppo economico, il triestino Stefano Patuanelli, aveva dichiarato di voler chiudere il confronto entro l'8 marzo, fra pochi giorni.

Giovanni Tomasin

 

 

Lascia rifiuti in strada sotto a San Giusto - Multa da 600 euro - guardie ambientali

Una maxi multa dell'importo di 600 euro. Se l'è vista appioppare un cittadino sorpreso ad abbandonare vicino all'isola ecologica di via Guerrazzi, sotto San Giusto, rifiuti e materiali che, invece, avrebbero dovuto essere portati in discarica. L'autore del comportamento scorretto, peraltro, non è stato preso in flagrante, ma rintracciato in un secondo tempo grazie alla segnalazione di un altro cittadino e alla collaborazione di AcegasApsAmga. Sulle sue tracce si sono messe, subito dopo le prime indicazioni, le guardie ambientali del Comune. Gli operatori, pur sapendo che la speranza di trovare l'utente incivile fosse ridottissima, non si sono arresi. Una determinazione che ha dato loro ragione. In breve tempo infatti le ricerche hanno permesso di risalire al responsabile. Nei suoi confronti quindi è scattata la sanzione da 600 euro prevista dall'articolo 23 del Regolamento gestione rifiuti urbani e pulizia del territorio. Quanto ai rifiuti abbandonati, AcegasApsAmga ha subito provveduto a rimuoverli e a portarli in discarica. Nei giorni scorsi era stato "pizzicato" anche un altro cittadini decisamente poco rispettoso delle regole in vigore per quanto riguarda il corretto conferimento dei rifiuti e la raccolta differenziata. La persona in questione ha lasciato per terra per terra, in strada, accanto ai cassonetti delle immondizie, ben trenta casse di birra. Dentro c'erano circa 700 lattine. Una scena accaduta in largo Barriera sotto tra gli sguardi sbigottiti dei passanti. Anche perché pochi passi più avanti c'erano i contenitori dell'indifferenziata: pure quelli per la raccolta del vetro e dell'alluminio. L'uomo è stato notato da una pattuglia delle Guardie ambientali della Polizia locale e si è beccato una multa da 100 euro.

 

 

Pastini e sentieri pericolanti L'allarme degli agricoltori

A rischio i terreni terrazzati del ciglione carsico, soprattutto nella zona di Prosecco, dopo l'autunno molto piovoso. Gli addetti ai lavori reclamano fondi da Stato e Ue

TRIESTE. Muretti a secco e pastini franati, sentieri pieni di pietre sui quali non si può transitare, vigneti raggiungibili a fatica. È questo il quadro della situazione sul costone carsico, in particolare nella zona di Prosecco, quando mancano poche settimane all'arrivo della primavera. Un problema che mette per primi in difficoltà i proprietari dei vigneti, ma che più in generale riguarda l'intera popolazione, in quanto le passeggiate sul Carso nella bella stagione sono un passatempo molto diffuso ed è necessario garantire a tutti l'incolumità e la sicurezza. «Purtroppo l'autunno del 2019 - spiega Edy Bukavec, membro dell'esecutivo regionale dell'Associazione degli agricoltori - è stato particolarmente piovoso, di conseguenza il terreno è diventato friabile, andando a pesare più del consueto sui muretti e sui pastini, facendoli franare in molti casi. Laddove sono state utilizzate pietre in flysch, roccia a base di arenaria e perciò ruvida, la tenuta è stata maggiore - precisa - ma nei casi in cui i muretti e i pastini sono stati realizzati con pietre di calcare, più lisce, i danni sono stati superiori». Il problema è stato sollevato in varie occasioni anche da Erik Tence, persona molto attiva nell'ambito del mondo delle associazioni del Carso e proprietario di un pastino: «Nei pressi di via del Pucino - evidenzia - c'è una scala sulla quale incombono alcuni massi che potrebbero mettere veramente a rischio gli escursionisti. Ma questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare di situazioni di pericolo per quanti avranno l'intenzione di avventurarsi sui sentieri dell'altipiano». Del tema si sta occupando anche Maja Tenze, presidente della Circoscrizione Ovest: «Sto preparando una mozione - annuncia - che presenterò ai consiglieri della mia consulta nella prossima seduta, nella quale si sottolinea la gravità della situazione e in cui richiamo le competenti autorità alle responsabilità del caso. Il Carso è patrimonio di tutti - conclude - e va preservato nella sua integrità». Una soluzione la ipotizza lo stesso Bukavec: «Nel corso del 2020 - osserva - l'Ue dovrà iniziare a mettere mano al Piano di sviluppo rurale. Si tratta di un documento che viene rinnovato ogni sette anni e quello in essere andrà a scadenza proprio alla fine di quest'anno. Nel contesto di tale Piano che rientra nel più generale programma dell'Ue per l'agricoltura - prosegue l'esponente del direttivo regionale dell'Associazione degli agricoltori - esistono due tipi di contributi, quelli che vanno direttamente a favore degli operatori del settore e quelli che vanno invece ad alimentare i cosiddetti interventi non produttivi. Considerando che i muretti a secco del Carso sono stati dichiarati patrimonio dell'Umanità in quanto rappresentano una relazione armoniosa fra l'uomo e la natura - ricorda Bukavec - ecco che questa potrebbe diventare la premessa per chiedere di inserire il recupero dei pastini del costone carsico nel contesto dei finanziamenti del secondo tipo». Ma una delle ipotesi al vaglio è anche quella di far intervenire lo Stato, che recentemente ha adottato provvedimenti d'urgenza a favore di alcune zone della Liguria, dove si sono verificate frane. «La normativa in questi casi è favorevole per i proprietari dei terreni - conclude Bukavec - e si potrebbe chiederne l'estensione anche all'altipiano carsico».

Ugo Salvini

 

 

Piano del centro storico: primo "atto" a Muggia - la commissione congiunta domani

MUGGIA. Domani mattina nella sede municipale si riunirà la commissione consiliare congiunta in cui sarà presentato il Piano particolareggiato del centro storico di Muggia, dopo la cui pubblicazione sarà possibile presentare osservazioni a riguardo. Il centro di Muggia è un nucleo antico che rappresenta un unicum nel suo genere nel territorio triestino e all'interno del quale sono situati ovviamente gli edifici storici di maggior pregio architettonico della cittadina rivierasca, oggetto di un piano attuativo - progettato da Gianluca Ramo, Sara Malgaretto, Michele Miotello, Gianluca Malaspina e Fabio Saccon, diviso in due fasi e partito ad aprile dello scorso anno - che investe gli aspetti generali, gli interventi ammessi, le tipologie e gli elementi architettonici di tutto il centro storico, oltre che quelli cromatici (che ricadono a loro volta nel cosiddetto Piano colore).

Lu.Pu.

 

 

Sciacalli sull'isola: a Veglia allevatori di nuovo in allarme - a nuoto dalla terraferma

VEGLIA. Dopo gli orsi e i cinghiali, Veglia viene ora tormentata da un'altra specie alloctona, anch'essa giunta a nuoto sull'isola quarnerina: gli sciacalli. Diffusisi specialmente nei comuni di Bescanuova, Verbenico e Ponte, rappresentano una iattura per gli allevatori di ovini, gente messa a dura prova nelle ultime settimane da sanguinarie scorribande, nelle quali sono stati fatti a pezzi numerosi agnelli e anche qualche pecora. Lo Stato croato, per legge, risarcirà sicuramente gli allevatori, ma lo farà come da tradizione con notevole ritardo e scucendo somme non corrispondenti al reale valore degli animali sbranati da questa specie invasiva, che non teme ostacoli di sorta. Proprio per porre freno al fenomeno e dopo quanto avvenuto negli ultimi 20 anni con plantigradi e "porchi selvatici" (come a Veglia e altrove in Croazia si definiscono i cinghiali), a Bescanuova c'è stato un incontro di lavoro che ha riunito esponenti delle tre municipalità interessate, le preposte autorità della Contea quarnerino-montana e i rappresentanti delle società venatorie e degli allevatori locali. «Abbiamo convocato questa seduta - ha dichiarato il sindaco di Bescanuova, Toni Juranic - per fare il punto sulla situazione e individuare le prime soluzioni che dovrebbero contrastare l'invasione. Alcune greggi sono state decimate dall'inizio dell'anno, andando incontro allo stesso destino di centinaia di pecore e agnelli uccisi da metà degli anni'90 del secolo scorso da orsi e cinghiali. Grazie ad una mirata campagna di abbattimenti, le due specie alloctone sono praticamente scomparse dall'isola (l'ultimo orso è stato abbattuto nell'ottobre 2018), che invece adesso deve misurarsi con le conseguenze delle scorrerie di questo piccolo ma micidiale canide, presente non solo a Veglia ma anche in diverse altre isole dell'Adriatico, come Arbe, Pago, Curzola, Giuppana, Puntadura e anche la penisola dalmata di Sabbioncello». Juranic e i colleghi sindaci di Ponte e Verbenico, rispettivamente Marinko Zic e Dragan Zahija, si sono rivolti alle autorità di Zagabria, proponendo di cofinanziare l'acquisto di scanner termici e di droni, con cui dare la caccia agli sciacalli.

A. M.

 

 

Grandi motori di Wärtsilä alimentati a energia verde

La costituzione del consorzio SeaTech grazie ai fondi europei per elaborare in tre anni una nuova tecnologia che riduce del 30% i consumi di carburante

TRIESTE. I colossi industriale di motoristica e navalmeccanica da tempo studiano soluzioni "green" per le loro produzioni. Di recente Fincantieri con Cdp e Terna ha annunciato di voler sviluppare e realizzare su scala industriale impianti di produzione dell'energia dalle onde del mare. Un progetto partito da una tecnologia già testata dell'Eni, che ha installato nell'offshore di Ravenna questo sistema innovativo di generazione dell'energia dal moto ondoso. Ora anche il colosso dei motori finlandese Wärtsilä, insieme a un consorzio di altri sei partner industriali e accademici, grazie anche ai fondi europei, ha varato un progetto triennale per ridurre il consumo di carburante e sfruttare l'energia che deriva dalla forza delle onde del mare per alimentare la forza propulsiva delle navi. Da qui la costituzione del consorzio SeaTech che grazie al miglioramento delle tecnologie che alimentano i motori navali si propone di ridurre del 30% del consumo di carburante: «L'efficienza e la sostenibilità ambientale sono ormai una strada obbligata. La nostra missione è quella di garantire un futuro più redditizio per il settore marittimo grazie anche all'energia verde», ha chiarito in una nota del gruppo Jonas Åkerman, direttore del progetto di ricerca e sviluppo tecnologico, Wärtsilä Marine. La nuova tecnologia punta a generare un livello di potenza dei grandi motori della Wärtsilä in grado di raggiungere un'altissima efficienza di conversione energetica: «Tutto ciò -chiarisce la nota del gruppo- implica un controllo preciso del motore per ottenere radicali riduzioni dei livelli di emissione dei gas di scarico». Grazie alle energie rinnovabili si riesce a catturare l'energia delle onde. Wärtsilä punta a commercializzare questo tipo di innovazione sui mercati europei e asiatici a corto raggio entro il 2025. L'impatto ambientale diventa importante: alimentando con SeaTech il 10 percento delle navi europee per il trasporto marittimo a corto raggio, ogni anno si eliminerebbero 32, 5 milioni di tonnellate di CO2, l'equivalente delle emissioni di 200 mila auto. E -ipotizza il colosso finlandese dei motori- si potrebbero creare nuovi posti di lavoro indiretto nel settore della costruzione navale. I partner del progetto SeaTech sono Wärtsilä, Huygens Engineer BV dai Paesi Bassi, la società estone Liewenthal Electronics, Utkilen AS dalla Norvegia, la National Technical University di Atene, la UiT The Arctic University della Norvegia e la University of Southampton nel Regno Unito. Di recente, come abbiamo già riportato, il presidente e ad di Wartsila Italia, Andrea Bochicchio, ha annunciato che che dalla seconda metà del 2020 nello stabilimento di San Dorligo della Valle) sarà avviata la produzione dei Wartsila Modular Block. Si tratta di «un sistema avanzato e innovativo di moduli prefabbricati, configurabile e scalabile, facilmente trasportabile e installabile in sito, che permette la creazione di centrali per la produzione di energia sostenibile. Il sistema utilizza i motori a media velocità, altamente efficienti e competitivi, che grazie a flessibilità di combustibile ed eco-sostenibilità, possono essere integrabili in diversi sistemi di reti elettriche».

pcf

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 3 marzo 2020

 

 

Si rispetta l'ambiente riusando gli abiti

Trieste Senza Sprechi nasce dal desiderio di un gruppo di giovani triestini e non di rendere Trieste una città più sostenibile, in modo da ridurre gli sprechi e i rifiuti della città e dei suoi abitanti promuovendo pratiche di vita con un minor impatto sull'ambiente. Tra i vari temi trattati (plastica, riuso, riciclo, riduzione sprechi), il gruppo s'impegna nel sensibilizzare tutti i cittadini (a prescindere dall'età) anche verso i problemi ambientali causati dalla Fast Fashion, ossia quella moda a basso costo che utilizza materie prime di bassa qualità con tempistiche di confezione veloci e dannose per l'ambiente e che genera un'insostenibile quantità di rifiuti e un incredibile sperpero di materie prime, di energia per la produzione e costi per il trasporto. A tal proposito il Mercatino senza sprechi (o Swap in inglese) organizzato da Trieste Senza Sprechi con il Pag (Progetto Area giovani) in occasione del Natale e del Carnevale vuole essere un incontro rivolto a tutti per scambiare abbigliamento in un'ottica del riuso. Durante gli Swap si punta a spiegare che tipologia di capi d'abbigliamento offre il mercato attuale, come prendersi cura delle varie fibre tessili, fare durare un capo più a lungo e reinventare il proprio armadio e i propri vestiti inutilizzati.

 

 

Così salveremo le Pinna nobilis dal parassita che infesta il golfo

Messa a punto una App per raccogliere segnalazioni da parte dei subacquei che hanno avvistato nacchere di mare ancora vive

Le nacchere di mare (Pinna nobilis) il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, simili a cozze che possono raggiungere 1 metro di lunghezza, rischiano di scomparire. Decimate da un parassita, l'Haplosporidium pinnae, che dal 2016 ha colpito la popolazione di grandi molluschi dalla Spagna alla Grecia in tutto il Mediterraneo. Anche nel golfo di Trieste, da Muggia a Sistiana, il 70-80% degli individui è già morto, mentre nella riserva di Miramare la percentuale di mortalità appare leggermente più bassa. Tuttavia, i dati dei monitoraggi condotti nelle ultime settimane sono sempre più sconfortanti: dalla laguna di Grado e Marano a Muggia la percentuale di individui morti è in graduale aumento e il rischio che la Pinna nobilis scompaia dal golfo di Trieste si fa sempre più concreto. Il progetto #cirimettiamolepinne finanziato dalla French Facility for Global Environment e dalla Fondazione Principe Alberto II di Monaco e selezionato nell'ambito dei piccoli progetti di MedPan vuole davvero "rimettere" le pinne nel nostro golfo. Spiega Saul Ciriaco ricercatore e subacqueo dell'Amp: «Setacciando i fondali alla ricerca degli individui che hanno sviluppato una resistenza genetica al parassita killer che le sta decimando in tutto il Mediterraneo e con l'aiuto di una task-force scientifica che ci sta seguendo in queste azioni di studio e monitoraggio, gli individui sani potrebbero ricolonizzare il golfo grazie all'utilizzo di tecniche di ripopolamento sui fondali o utilizzando appositi stabulari».Continua Ciriaco: «La sua scomparsa sarebbe un duro colpo per la ricchezza specifica dei fondali del nostro golfo, le Pinna nobilis che si stagliano in verticale dal fondale, simulano molto bene ambienti come le rocce e contribuiscono ad aumentare nelle nostre zone, in cui prevalgono le sabbie e i fanghi, la quantità di fondali duri e grazie alle loro grandi dimensioni diventano il supporto ideale di spugne, briozoi, ascidie, alghe e molto altro» Monitorare l'intero golfo di Trieste alla ricerca dei sopravvissuti non è tuttavia pensabile per il solo staff di ricercatori dell'Area marina. Ecco perché la campagna #cirimettiamolepinne mira a coinvolgere chi il mare lo frequenta abitualmente, anche in questa stagione, e lo conosce palmo a palmo: i club subacquei, protagonisti della campagna di citizen science #sub4fan - da "fan mussel", pinna nobile in inglese - che sarà coordinata dall'Amp Miramare attraverso l'individuazione dei diversi transetti su cui operare, la formazione iniziale dei club per la metodologia di censimento da adottare e la gestione finale dei dati raccolti. Le segnalazioni potranno essere raccolte anche tramite la nuova app messa a disposizione dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale: l'avvistAPP (www. avvistapp. it). Grazie a questa applicazione gratuita, - che consente, a chiunque la scarichi sui propri smartphone, di registrare in tempo reale i propri avvistamenti di specie marine.

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 2 marzo 2020

 

 

Dipiazza chiede a Roma altri 50 milioni di euro per la sfida Porto vecchio

I fondi servirebbero a ristrutturare anche i varchi di largo Santos, l'ex locanda e gli hangar 19 e 20. Intanto si accelera sui traslochi all'interno del Magazzino 26

Il Comune ha chiesto altri 50 milioni di euro al ministero per le Attività e i beni culturali per la riqualificazione di Porto vecchio. L'occasione si è presentata dopo una visita, lo scorso novembre, di un dirigente del dicastero, che si è complimentato con il sindaco Roberto Dipiazza per la celerità con cui sono stati impiegati i primi finanziamenti ottenuti nel 2016. Si tratta dei 50 milioni di euro concessi all'epoca del primo mandato del ministro Dario Franceschini, che aveva stanziato 1 miliardo di euro per il Piano cultura e turismo destinato a diversi siti culturali italiani. A Trieste erano stati chiesti e ottenuti fondi anche per il restyling della viabilità e l'infrastrutturazione dell'antico scalo. Con il primo lotto da 5 milioni è stata interessata la parte che va dal Polo museale a viale Miramare: l'intervento più evidente è la rotatoria da 450 mila euro, che dovrebbe essere terminata entro una quindicina di giorni. Il secondo, da 9 milioni di euro, andrà in gara questa primavera con i lavori che partiranno in estate dopo Esof 2020, e riguarderà l'area che dal Magazzino 26 arriva fino ai varchi monumentali di largo Città di Santos. Ulteriori 33 milioni sono destinati al Museo del mare mentre 3 verranno impiegati per il restauro del pontone Ursus. «Non tutti gli enti beneficiari dello stanziamento di Franceschini sono stati capaci di impegnare i finanziamenti ricevuti, ci ha detto il Mibact in quell'occasione - osserva il primo cittadino -. In effetti in due anni e mezzo noi abbiamo fatto molte cose, tra cui la rotatoria e i sotto servizi, per non dire il Centro congressi che ha avuto altri finanziamenti. Dopo la visita, il dirigente mi aveva inviato un messaggio che diceva: "Egregio sindaco, volevo ringraziarla per la visita e farle le più sincere congratulazioni e i miei migliori auguri". Queste parole - confessa Dipiazza - mi hanno fatto prendere coraggio per avanzare una nuova proposta, chiedendo quindi al Mibact altri 50 milioni di euro». Con questa ulteriore boccata d'ossigeno gli uffici dell'ingegner Giulio Bernetti, direttore del dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità, rup dell'intero progetto e punto di riferimento in Municipio per la pianificazione sul Porto vecchio, vorrebbero ristrutturare i varchi d'entrata di largo Città di Santos, i magazzini 19 e 20, l'ex locanda e la rimessa delle locomotive, attuare un terzo lotto relativo a infrastrutture nonché realizzare un parco urbano lungo il tracciato principale dell'area. Tuttavia, Dipiazza non ha sensazioni positive sugli esiti della richiesta: «Non penso ci siano grandi speranze, ma è solo un problema politico. Purtroppo sappiamo che nella politica italiana non è che ti finanziano perché sei bravo...». In attesa comunque di un responso da parte del Mibact, il Comune continua a portare avanti i progetti in cui si è impegnato per la riqualificazione del Magazzino 26. Il primo inquilino che vi si insedierà a tempo indeterminato è l'Immaginario scientifico proprio per l'inaugurazione di Esof2020. «Il 9 aprile noi chiudiamo la nostra sede di Grignano - spiega la direttrice Serena Mizzan - per iniziare le operazioni che ci permetteranno di aprire i battenti nel Magazzino 26 il 26 giugno, intanto in versione ridotta, che poi amplieremo in tempi successivi. Proporremo contenuti e un allestimento completamente nuovi». Nella seconda metà dell'anno si aggiungeranno, come spiega l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi, altre esposizioni cosiddette "a vista" - con un allestimento provvisorio - che poi confluiranno nel grande "attrattore culturale transfrontaliero" che entro il 2025 accoglierà il Museo del mare, secondo il progetto dell'archistar spagnola Guillermo Vázquez Consuegra, il Museo di Storia naturale che verrà trasferito da via Cumano e un centro studi internazionale. Tra le esposizioni a vista, oltre alla Collezione del Lloyd, già visitabile, rientreranno i materiali del "vecchio" Museo del mare di Campo Marzio chiuso da aprile scorso. A fine 2020, poi, il Magazzino 26 accoglierà anche i circa duemila metri cubi di masserizie, tra mobili, attrezzi di lavoro e oggetti personali, che già lì furono collocati un tempo, appartenuti agli esuli istriani, fiumani e dalmati, ora al magazzino 18. In quest'ultimo hangar, specifica il direttore dell'Irci Piero Delbello, per le scolaresche, in particolare, continuano le visite almeno fino a maggio. 

Benedetta Moro

 

Rete in ferro anti intrusione, edifici vuoti e la linea blu che corre lungo le banchine

Viaggio all'interno dell'antico scalo fra i palazzi al momento non inclusi nella riqualificazione In un immobile otto alloggi per operatori della Capitaneria. Il presidio doganale sarà spostato

Che cos'è quel lungo reticolato in ferro, che si nota all'interno di Porto vecchio, lungo la bretella? No, non è la linea di demarcazione tra l'area demaniale, con il Punto franco, e quella diventata di proprietà del Comune nel 2017. È solo una rete di protezione installata per evitare che i frequentatori del sito si inoltrino fra i tanti magazzini vuoti e abbandonati, compreso il quartetto che fa capo a Greensisam. Una zona semi-deserta, dove comunque c'è gente che non solo lavora ma perfino vive. «La staccionata di ferro in realtà è stata realizzata da noi su richiesta del Comune - spiega il segretario dell'Autorità portuale Mario Sommariva -, come effetto anti-intrusione». La zona di sicurezza parte già all'altezza della postazione della Guardia di finanza che, con la vigilanza privata, sorveglia l'ingresso sotto il grande varco monumentale, di fronte alla stazione delle corriere. Bisogna avere il permesso per accedere perché si entra in area doganale. Un permesso di cui dispongono tante fasce di dipendenti pubblici, dagli impiegati dell'Autorità portuale e della Capitaneria di porto, a quelli dell'Agenzia delle Entrate. E poi quelli delle forze di polizia che sulle banchine hanno ormeggiati i propri mezzi nautici. Ma quindi la linea di demarcazione tra proprietà statale e comunale dov'è? È a ridosso del mare. Sulle piantine dei tecnici di Comune e Autorità portuale è segnata in colore blu e scorre lungo banchine e pontili. Banchine che, in alcuni casi, «sono in cattive condizioni - osserva Sommariva - mentre altre sono in fase di riqualificazione». C'è chi accede a quest'area solo per parcheggiare. E chi invece addirittura ci vive: si tratta di alcuni operatori della Capitaneria di porto. Abitano in una palazzina di otto appartamenti, fronte mare, un po' sgarrupata, in mezzo al nulla. Naturalmente c'è poi chi lavora. Sul molo III, ad esempio, all'hangar 5, diventato un deposito di Adriaterminal. Il terminalista genovese occupa anche la vicina banchina, l'unica che veramente esercita ancora attività portuale nell'antico scalo, in concessione fino al 2022. Si occupa di diverse merci, tra cui l'alluminio, di cui si vedono pile e pile ammassate in diversi punti. E quando scadrà la concessione? «Vedremo - spiega Sommariva -, l'opzione è quella di un terminal per le navi da crociera, ma vogliamo salvaguardare anche l'attività di Adriaterminal, si tratta di capire come e dove ricollocarla». Sul molo III c'è anche la sede del Nucleo sommozzatori dei Vigili del fuoco. Ecco che vicino, attraccati, ci sono i rimorchiatori della Tripmare, i mezzi nautici della Polizia, con i vicini uffici, e il Delfino verde che qui viene a "riposare". E anche le imbarcazioni di Crismani group, che si occupa di salvaguardia ambientale. Chiuso e dismesso sembra l'ufficio del Nucleo carabinieri Cites, che si occupava della tutela delle specie di fauna e flora protette, come sbarrato è l'edificio che una volta ospitava il quartier generale dell'Autorità portuale. Più in fondo, al magazzino 23, svetta la sede della Saipem, contractor a livello mondiale del settore della costruzione e manutenzione delle infrastrutture al servizio dell'industria oil&gas. E poi protagonista assoluto è l'Ursus ovviamente, in attesa di essere ristrutturato con 3 dei 50 milioni del Mibact. In quella che invece è già area comunale, ma al momento off limits, c'è anche il Magazzino 18, che ospita le masserizie degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Vi si accede solo accompagnati dall'Irci. Che prospettive per il fronte mare quando inizieranno a essere venduti i magazzini? Per tutti i soggetti che rientrano in area demaniale, dovrebbe essere l'Authority, una volta scadute le diverse concessioni, a occuparsi di trovare delle alternative in Porto nuovo. Il Consorzio Ursus, che gestirà il Porto vecchio (con i soggetti Comune, Regione e Autorità portuale), «ha l'impegno di utilizzare la parte a mare in modo coerente con gli usi urbani della parte retrostante - sottolinea Sommariva -, quindi sì ad attività di diporto e crociera, per esempio, per noi importanti». Un altro fondamentale cambiamento, una volta che si inizierà a riqualificare la zona, riguarderà la nuova delimitazione del Punto franco che, con il relativo presidio doganale, oggi adiacente a largo Città di Santos, verrà fatto arretrare verso Adriaterminal: «C'è già un progetto pronto, per ora il presidio rimane solo per un fatto di attenzione e di cura di quell'area», conclude Sommariva.

B.M.

 

 

Fareambiente «Discarica a cielo aperto nella zona del Silos»

FareAmbiente, su segnalazione di numerosi cittadini, ha verificato in un sopralluogo lo stato di degrado in cui versa la zona del Silos, diventato una vera discarica a cielo aperto, tra bottiglie, materassi e rifiuti. Sulla situazione è stato allertato il Comune attraverso gli assessori Giorgi e Lodi.

 

 

Il maltempo frena il cantiere per la rinascita di Acquario

Le forti piogge dello scorso novembre hanno provocato rallentamenti ai lavori Possibile lo slittamento della data dell'inaugurazione, prevista il primo agosto

MUGGIA. Rallentamenti significativi ai lavori di riqualificazione del terrapieno Acquario. È la stessa pagina Facebook "Acquario 2020", creata per seguire l'avanzamento del progetto di riqualificazione dell'area compresa tra punta Sottile e punta Olmi, a denunciare dei ritardi nel maxicantiere muggesano. I rallentamenti sulla tabella di marcia sono dovuti alle «piogge straordinarie concentratesi nel mese di novembre», che hanno causato danni sia alla costa muggesana che in altre zone del Nord. Dal 30 settembre dello scorso anno, l'accesso al terrapieno di Acquario, compresa la pista ciclopedonale e i parcheggi, è stato interdetto per l'avvio dei lavori di bonifica mediante la messa in sicurezza permanente del sito. Lavori che grazie alla pagina Fb Acquario 2020 possono essere seguiti con aggiornamenti piuttosto costanti. Secondo il cronoprogramma, l'inaugurazione al pubblico dell'area è prevista per il primo agosto di quest'anno. In seguito a questi rallentamenti, che non hanno comunque compromesso l'operatività del cantiere, la data di apertura sarà rispettata? «La data di ultimazione dei lavori dipende anche dalle soluzioni progettuali che verranno adottate per risolvere l'imprevisto che sta rallentando le attività. Non appena avremo informazioni più dettagliate vi aggiorneremo», si legge sulla pagina social.«Il maltempo che ha colpito il nostro territorio in quei giorni si è abbattuto in special modo sui locali e sulle abitazioni più vicini al mare, che hanno vissuto molteplici allagamenti, seppur di diversa entità» ha ricordato il sindaco Laura Marzi. «Muggia ha una serie di fragilità e dopo quelle giornate di fortissimo maltempo, possiamo, purtroppo, annoverare fra queste anche Acquario: essendo composto da terreno limoso e argilloso proveniente dal fondo marino, ha assorbito una grande quantità d'acqua che il tiepido sole invernale e la poca bora non sono riusciti ad asciugare adeguatamente», puntualizza il sindaco. Tecnicamente, ciò ha reso impossibili le lavorazioni di stabilizzazione del terreno, dovendo tener conto dei vincoli previsti per un'area sottoposta a bonifica ambientale.«Gli ingegneri e i tecnici hanno valutato diverse soluzioni tecniche per risolvere la problematica emersa, nel frattempo in cantiere sono in ripresa tutte le lavorazioni possibili nonostante l'imprevisto che si è verificato. Chiaramente - conclude Marzi - vedere rallentare un cantiere per il quale si è tanto lottato e che stava procedendo addirittura meglio di quanto sperato non può che lasciare fortemente amareggiati, ma restiamo fiduciosi: non ci siamo risparmiati per poter restituire il prima possibile questa parte di costa ai muggesani e continueremo a portare avanti il nostro impegno con tenacia, auspicando che anche il tempo ci sia più amico». 

Riccardo Tosques

 

 

Domani in aula a Duino Aurisina le perplessità sulla centrale A2A

La commissione Ambiente esporrà al Consiglio le sue osservazioni sul progetto di riconversione del sito di Monfalcone

DUINO AURISINA. Si svolgerà domani sera alle 18, nell'aula del consiglio comunale di Duino Aurisina, la seduta congiunta dei capigruppo e della commissione Ambiente sull'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) al progetto di riconversione del sito della centrale termoelettrica della A2A Energiefuture a Monfalcone.Per il Comune di Duino Aurisina l'argomento è di notevole interesse, in quanto in linea d'aria l'impianto sarebbe molto vicino al territorio governato dall'amministrazione Pallotta e infatti la preoccupazione in seno al consiglio è notevole. «Su input dell'assessore all'ambiente, Massimo Romita - spiega Chiara Puntar, presidente della Commissione Ambiente - ho convocato la seduta congiunta per poter dare il nostro apporto, con osservazioni puntuali, circa i due procedimenti della centrale A2A di Monfalcone i cui termini scadono mercoledì per il rinnovo dell'Aia e il 13 aprile per la Via. La Energiefuture spa - prosegue - intende realizzare un nuovo impianto a ciclo combinato alimentato a gas naturale, creando anche un nuovo metanodotto a servizio dello stesso. Abbiamo analizzato la documentazione reperibile sul sito del ministero dell'Ambiente e ci siamo subito allertati, in modo particolare in conseguenza degli aspetti legati al territorio e all'ambiente che non devono essere sottovalutati».Prosegue poi Puntar: «Innanzitutto il metanodotto dovrebbe passare anche nella zona del Parco comunale del Carso di Monfalcone, istituto nel 2016 con legge regionale e con precise finalità di tutela naturalistica, di valorizzazione del territorio e di piena fruizione ambientale. Il tracciato dell'impianto pare sia in contrasto con questi obiettivi. Un secondo punto di immediata attenzione corrisponde ai camini ora attivi. Proprio per evitare l'ennesima elevazione di camini - aggiunge - si richiede che, in via prioritaria, siano smantellati quelli non utilizzati. Questo per limitare il già terribile impatto visivo. Obiettivo della seduta sarà pertanto fornire ancora una volta un contributo agli organi decisori, ricordando come la difesa dell'ambiente o deve essere sempre in cima alle nostre priorità, anche perché il nostro territorio è già martoriato da corridoi tecnologici. Sia nel 2006, sia nel 2013 - conclude - il consiglio di Duino Aurisina si è espresso per la riconversione, seppur parziale, esprimendo dubbi e perplessità».

U. Sa.

 

Skopje sorpassa i Paesi vicini e vara il piano "carbon-free"

Tra i progetti la dismissione della centrale a lignite di Bitola, fra le più inquinanti dei Balcani, e la conversione di una miniera in mega-parco solare

BELGRADO. Smog, livelli d'allarme crescenti, gente costretta a circolare solo con la mascherina nei giorni peggiori - in generale d'inverno -, persone con problemi di salute sempre più gravi, morti precoci (circa 1.600 all'anno), un danno al Pil tra il 5 e l'8%, proteste. E alla fine qualcosa si muove, nei Balcani, una delle regioni d'Europa e del mondo maggiormente afflitte dal problema inquinamento, causato in particolare da un uso massiccio del carbone per produrre energia. Carbone che diventerà un nero ricordo almeno in Macedonia del nord, nel giro di un decennio o poco più. Lo prevede una storica decisione del governo di Skopje, che ha adottato nei giorni scorsi una nuova "Strategia energetica nazionale" che renderà l'ex repubblica jugoslava il primo Paese balcanico "carbon-free". La strategia, ha illustrato il gruppo BankWatch, contempla vari scenari, tra cui quello più ottimistico contempla un'uscita totale dal carbone già nel 2025. Quelli più realistici si riferiscono invece alla «dismissione della centrale a lignite di Bitola», una delle più inquinanti degli interi Balcani, al massimo entro il 2040, mentre anche Oslomej, un impianto più piccolo e già sottoutilizzato, dovrebbe andare in pensione già nei prossimi anni. Come sostituire il carbone, la materia prima più usata nell'intera regione per riscaldamento e per la produzione di elettricità? Con una mossa davvero "green". Skopje infatti - oltre che un potenziamento dell'idroelettrico - progetta soprattutto di convertire una grande miniera di lignite a cielo aperto, quella di Oslomej, in un mega-parco solare, con una capacità di 120 Mw. Una prima frazione del futuro parco è già in costruzione e dà lavoro a tanti operai del carbone, oggi "riciclati" nel comparto delle rinnovabili. Solo parole vuote e promesse irrealizzabili? Non sembra: Skopje fa veramente sul serio e la Macedonia del nord veramente «diventerà il primo Paese» dell'area «a trasformare miniere di carbone in parchi solari», ha confermato la Energy Community europea. Skopje «ha compreso che la fine del carbone è vicina e ha preso l'iniziativa per salvaguardare la salute della sua gente, dell'economia e del clima», ha commentato Kathrin Gutmann, di Europe Beyond Coal. La strategia che sarà scelta per il "phasing-out" dal carbone entro l'anno deve essere la più «rapida» possibile, ha aggiunto. Felice anche Nevena Smilevska, di Eko-svest, che ha parlato di passo «forte» fatto dal governo. Ma non c'è solo Skopje. Anche il vicino Montenegro mira a salire dal 60 al 100% di energie rinnovabili nel giro di pochi anni, ha già informato tempo fa Podgorica, che lo scorso autunno ha cancellato il controverso progetto di potenziamento della super-inquinante centrale a carbone di Pljevlja, spostando fondi ed energie su eolico e solare.

Stefano Giantin

 

 

 

 

Altra Economia - DOMENICA, 1 marzo 2020

 

 

La “scienza dei cittadini” per misurare la qualità dell’aria
UN ESEMPIO DI CITIZEN SCIENCE È LA LA RETE LUFTDATEN CHE IN EUROPEA CONTA 12MILA CENTRALINE (intervista al prof. Mario Mearelli)
Coinvolgere gli abitanti nei controlli creando una “rete della qualità dell’aria” dal basso è un modo per sensibilizzare le istituzioni e i media per un cambiamento urgente in materia di inquinamento. I casi di Trieste, Milano, Roma e Brescia.

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Elena Paparelli

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 1 marzo 2020

 

 

Scatta l'ordinanza salva-rane tra San Dorligo e Caresana

In questo periodo gli anfibi attraversano le stradine della zona per deporre le uova nelle pozze: gli automobilisti sono invitati a evitarle o per lo meno a stare attenti

SAN DORLIGO. Scatta l'avviso "salva rane e rospi" nella vallata del Breg. Come ogni anno, infatti, in questa stagione, con l'approssimarsi del periodo primaverile, nelle campagne  fra San Dorligo della Valle e Caresana, inizia la migrazione per decine di migliaia di rospi e rane che si dirigono verso gli stagni della zona per deporre le loro uova. Si tratta di un fenomeno che affonda le sue origini molto lontano nel tempo, perché la vallata fra San Dorligo della Valle e Caresana è sempre stata caratterizzata da un clima particolarmente favorevole alla riproduzione di questi anfibi: in varie specie di ranidi, infatti, gli adulti cacciano le loro prede soprattutto nella zona di transizione fra terra e acqua, muovendosi agilmente in entrambi gli ambienti. Le rane in particolare si recano in acqua soltanto per la riproduzione e depongono le uova in pozze temporanee. «Queste antiche rotte migratorie - si legge però in un comunicato diffuso dall'amministrazione comunale di San Dorligo della Valle - sono oramai interrotte e attraversate da strade asfaltate e il traffico automobilistico causa ogni anno vere e proprie stragi di questi animali considerati molto preziosi. La loro migrazione - prosegue la nota - è un segnale che alimenta ottimismo e speranza. Significa infatti che il territorio fra San Dorligo della Valle e Caresana mantiene intatto il suo valore naturale, che vi possono convivere uomini e animali e che le tradizionali pratiche agricole locali si integrano ancora bene con quella biodiversità oggi minacciata. Rane e rospi poi - si sottolinea nel documento - nutrendosi di insetti nocivi alle colture sono ottimi alleati dei contadini».«Invitiamo perciò gli automobilisti a scegliere, se possibile, strade alternative per i loro spostamenti - così l'invito del Comune - in modo da agevolare il lavoro di tutti i volontari che percorrono, soprattutto di sera, quelle stesse strade a piedi, per favorire il passaggio degli animali».Nel testo dell'amministrazione di San Dorligo della Valle si precisa anche che le migrazioni avvengono specialmente nelle prime ore dopo il crepuscolo, fra le 18 e le 22, soprattutto nelle serate umide e piovose. «Automobilisti disattenti - conclude la nota - possono schiacciare e distruggere, in pochi minuti, con il loro transito, anche numerose centinaia di esemplari. Per questo motivo invitiamo tutti coloro che dovranno raggiungere le zone indicate negli orari di maggiore affluenza di questi piccoli anfibi a prestare la massima attenzione possibile».Del tema si è sempre occupata anche l'Associazione di volontariato "Tutori stagni" del Friuli Venezia Giulia, per l'organizzazione delle attività di quanti si prestano ad aiutare la migrazione, presidiando i punti di attraversamento. L'invito a quanti vorranno partecipare è di indossare giubbotti che garantiscono la visibilità al buio e di dotarsi di torce. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.tutoristagni. it.

Ugo Salvini

 

 

Dentro i "buchi neri" di Trieste c'è uno spreco di risorse pubbliche - la lettera del giorno di Franco Rotelli

Nel corso dell'affollato incontro di venerdì 21, " I buchi neri e le strategie per lo sviluppo della città", organizzato da "Un'altra città" al Teatro Miela, l'architetto Roberto Dambrosi ha presentato, per conto dell'associazione, un efficace (dirompente?) dossier relativo agli spazi ed edifici pubblici in degrado o in abbandono che, nel loro insieme, superano superfici e cubature del Porto vecchio. Sul perché di tanti "buchi neri", Gianfranco Carbone era intervenuto il giorno precedente su "Il Piccolo" collegandoli al mancato sviluppo demografico ed economico della città. La sua tesi è che queste ultime condizioni determinano la carenza di interventi imprenditoriali privati e da qui i buchi neri che non potrebbero certamente essere "aggrediti" dal "pubblico" date le scarse risorse finanziarie di cui dispone. A me sembra che, le responsabilità della classe politica e delle amministrazioni pubbliche che si sono succedute siano invece del tutto prevalenti sia sulle cause che sulle possibili soluzioni. L'elenco dei fatti da citare sarebbe lunghissimo. Dallo spreco di risorse per allestire piazze orribili come Goldoni e Perugino a Dipiazza che dice: "quelle si trovano" , per immaginare la riconversione della caserma di Via Rossetti in polo scolastico per cinquemila studenti (! ) che moltiplicherebbe solo i "buchi neri" dove ora sorgono le scuole della città. Ma Carbone ricorderà benissimo che, per responsabilità tutte politiche, il progetto Polis, che avrebbe consentito di creare un centro direzionale a cui le Generali avrebbero conferito risorse e migliaia di posti di lavoro (finiti poi a Mogliano Veneto), venne a cadere per precise ed esclusive responsabilità politiche. Analoga politica ha poi messo a capo dell'Ente Porto per anni un professore di Anatomia e poi, a dire di tanti, una inadeguata Presidente. Per quanti decenni la classe politica non ha saputo scegliere sul destino di Porto vecchio! E oggi? Dal mio piccolo osservatorio del comprensorio di S. Giovanni vedo un edificio comunale (Ralli) perfettamente ristrutturato a spese milionarie sostenute dalla Regione e lasciato inutilizzato da anni. Vedo un altro in cui i lavori di restauro, finanziati, stanno durando da più di un decennio (istituto tecnico Ziga Zois). Ne vedo altri che hanno beneficiato di un ingente finanziamento a favore dell'Università e che continuano a non vedere l'avvio dei lavori. Ma perché tutto è fermo dove stava la sede della Polstrada a Roiano? Perché a seguito del fallimento della ditta che aveva acquistato l'area della Maddalena, il pubblico non poteva recuperare quell'area per un grande parco? Perché non si sarebbero trovate le risorse? O solo per ignavia? Quanto è costato l'infinito Magazzino 26 in Porto vecchio, per quanti anni inutilizzato? Perché la Stazione Marittima è praticamente inutilizzata per la funzione convegnistica che doveva svolgere? E perché il Molo Quarto è stato ristrutturato per essere lasciato vuoto? Quanto a Cattinara facciamoci auguri o scongiuri. I soldi c'erano tutti! Vogliamo continuare?

 

 

SEGNALAZIONI - Ambiente - "Un albero,un nato"

Leggo nell'edizione del 14 febbraio l'articolo intitolato "Pochi spazi per alberi, il tema sotto la lente" a firma di Luigi Putignano. Premetto che non finisco mai di stupirmi con quanto poco approfondimento, da parte di vari proponenti, si affrontino temi già discussi e ridiscussi nella nostra città. Nel mio passato di amministratore pubblico, ho sempre cercato di documentarmi e talvolta richiedevo dei più o meno corposi dossier sui temi da trattare, al fine di aumentare la conoscenza e la consapevolezza per prendere delle decisioni, che potevano anche non essere condivise nell'immediato, ma rientra nel ruolo dell'amministratore assumersi le responsabilità della realizzazione dei progetti e sottostare al giudizio dei posteri. Alla premessa mi riallaccio all'articolo citato, che richiama la legge dello Stato del gennaio 2013 che obbliga i Comuni superiori ai quindicimila abitanti a piantare un albero per ogni bambino nato, per far presente che già nel 1996, allora assessore nel Comune di Trieste, introdussi l'iniziativa di "un albero un nato", facendo riferimento ad una poco conosciuta legge dello Stato del 1992. Fino alla fine del mio mandato si piantarono alberi ad ogni nato nel Comune di Trieste, iscrivendo sul certificato del nuovo nato il luogo e l'essenza dell'albero messo a dimora. Tutto ciò lo si fece con non poca difficoltà nel trovare dei luoghi adatti alla piantumazione, infatti Trieste è molto antropizzata e se non fosse per l'area verde del "Boschetto", ci sarebbero ben pochi metri quadrati per abitante (oggi circa 22 mq/ab.) Undici anni dopo, nel 2007, in qualità di presidente della commissione legislativa della Regione Friuli Venezia Giulia, durante la discussione di una legge regionale in materia di risorse forestali, proposi un emendamento (art. 31 comma 2 lettera (e) della legge 9 dl 2007) che prevedesse l'obbligo da parte dei Comuni, di messa a dimora di un albero per ogni nato. La morale è che ad oggi questo obbligo viene rispettato solo da pochi Comuni della Regione; apparentemente può sembrare una piccola cosa, invece ha un grande significato pedagogico, oltre che accrescere la consapevolezza di quanto importanti siano gli alberi, non tanto per la terra, ma per l'uomo. Cordiali Saluti

Uberto Fortuna Drossi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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