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IL PICCOLO - DOMENICA, 5 febbraio 2012

 

 

Gruppo Lucchini verso lo “spezzatino”
 

Piombino, Servola, Lecco distingueranno i rispettivi destini. In settimana il Tribunale di Milano inizia l’esame del dossier
TRIESTE Verso vendite separate. Nel caso di questi esiti aziendali si utilizza sovente la metafora gastronomica dello “spezzatino”. E il sempre più probabile “spezzatino” marca-Lucchini si compone di quattro ingredienti, che saranno cucinati da Rotschild, incaricata di trovare acquirenti. Il primo ingrediente: Piombino, che con i suoi 2200 addetti è il più grande e il più difficile da digerire. Il secondo: la triestina Ferriera di Servola, una volta chiuso il faticoso accordo con Elettra (in settimana, se tutto va bene), potrebbe avere, con altri quattro anni garantiti dal Cip 6, più agevole mercato. Il terzo: il laminatoio di Lecco dovrebbe essere quello più rapidamente collocabile. Il quarto: il torinese Condove, con un’ottantina di dipendenti, presenta il quadro meno ansiogeno. In tutto, il gruppo Lucchini occupa circa 3 mila addetti, che diventano molti di più calcolando la vastità dell’indotto, soprattutto a Pombino. Tremila addetti come lo stabilimento “inox” di Terni, che, a proposito di grandi operazioni in atto nel settore a livello continentale, da qualche giorno è transitato dalla tedesca ThyssenKrupp alla finnica Outokumpu Di nomi siderurgici interessati a rilevare l’eredità russa della Severstal ne corrono molti, anche troppi: occorre censire quante sono le attenzioni autentiche e quanti sono invece i “depistaggi”. Tanto per cominciare, ritenendo quantomeno probabile che il gruppo Lucchini venga smembrato, occorre individuare i potenziali acquirenti dei singoli asset. Piombino, per intenderci, ha bisogno di un soggetto molto robusto: per i prodotti “lunghi” sfornati dalla cittadina toscana si era fatta avanti l’ucraina Metinvest, ma qualche osservatore ritiene che, qualora interpellato, il grande acciaiere italiano per definizione, Riva, potrebbe alzare le antenne. La Ferriera triestina avrebbe occorrenza di un interlocutore attratto dalla ghisa e dalle prospettive logistiche del sito, il cremonese Arvedi si era già candidato nel non lontano 2007, era già stata compiuta una “due diligence” poi l’affare sfumò: ma in questa fase l’imprenditore lombardo potrebbe essere nuovamente ingolosito dalla base alto-adriatica. Altri osservatori rilevano che l’indiana Jindal, con Sertubi, non è poi molto distante da Servola. Mentre, come si diceva, sembra più abbordabile la sorte di Lecco, che, con le sue 200 unità, rientrerebbe nelle mire e nelle possibilità della bresciana Feralpi (guidata dall’attuale presidente di Federacciai, Pasini) e delle Acciaierie Venete della famiglia Banzato. Adesso il destino Lucchini è in mano alle banche, come si evince dalla composizione del “cda” dove solo il vicepresidente Nicolas Vallorz e l’amministratore delegato Marcello Calcagni non sono espressione del “pool” di istituti creditori. A loro volta, le banche attendono l’omologa del piano di risanamento finanziario ex art. 182 bis della Legge fallimentare. Da metà della prossima settimana il giudice Roberto Fontana, del Tribunale milanese, prenderà possesso del fascicolo e assumerà le decisioni del caso: non è un dossier dappoco, il pool bancario creditore ha ristrutturato debiti per oltre 725 milioni, vedremo di quanto tempo avrà bisogno il magistrato per il “nulla osta” al piano. Piano che, opportuno da ricordarsi, “fotografa” la situazione Lucchini al 31 ottobre 2011: da allora sono trascorsi un po’ di giorni, durante i quali il gruppo siderurgico ha continuato a perdere nella piazzaforte di Piombino non meno di 15 milioni al mese. I delicati meccanismi finanziari, previsti dal piano architettato dalle banche coordinate da Imi, garantiscono l’equilibrio gestionale fino al 31 dicembre 2014: ma intanto si dovrà trovare un nuovo azionista, disposto a succedere ad Alexei Mordashov. Le previsioni 2012 sull’andamento siderurgico risentono dell’aleatorietà della situazione economica generale. Eurofer prevede calma nell’anno appena iniziato, mentre il 2013 dovrebbe essere contrassegnato da una nuova ripresa. In realtà anche per il 2011 i pronostici non erano entusiasmanti, poi lo stesso 2011 si è rivelato, perlomeno per una buona metà, un’annata brillante. Ma se osserviamo la struttura della produzione nazionale, notiamo una dinamica decisamente più vivace per i prodotti “piani” che per quelli “lunghi”, correlati a edilizia e costruzioni: quelli “lunghi”, fabbricati a Piombino.
Massimo Greco

 

Ferriera, fissato il vertice romano - SIDERURGIA - Riunione il 14 febbraio al ministero dello Sviluppo economico
 

Il futuro della Ferriera di Servola sarà al centro dell’incontro convocato per il prossimo 14 febbraio a Roma, nella sede del ministero per lo Sviluppo economico. A darne notizia è l'assessore regionale alla Programmazione economica, Sandra Savino, che ricorda come l’obiettivo della giunta in questa fase sia l'individuazione di un metodo e un percorso che consentano di mettere in sicurezza l'area dello stabilimento triestino, garantendo un futuro ai lavoratori e tutelare l'ambiente e la salute dei cittadini. Un obiettivo delienato chiaramente a fine dicembre nel corso di un incontro con i lavoratori promosso dalla stessa Regione, cui avevano partecipato anche Comune e Provincia. In quell'occasione l'amministrazione regionale aveva anche annunciato l'apertura di un ufficio operativo permanente dedicato al tema Ferriera. L'incontro convocato a Roma a metà febbraio rappresenta per Savino un'opportunità per inserire la riconversione dello stabilimento di Trieste all'interno di una discussione più ampia relativa al futuro dell'intero Gruppo industriale e più in generale della politica siderurgica italiana.
 

 

Ezit, analisi-bis di aree inquinate Dopo 8 anni il lavoro è da rifare
 

Mentre per aprile dev’essere pronto il progetto complessivo sul Sin, su 400 mila metri quadrati si fa “il test del rischio” previsto dalla legge. In parte da buttare gli studi del 2004 pagati dalla Regione
Un piccolo passo avanti in zona industriale sui terreni inquinati. La sorpresa negativa è che son passati tanti anni dalla prima parziale analisi dei terreni che oggi anche quell’unico lavoro completato è da rifare: nel frattempo sono cambiate le leggi. Parliamo della zona Noghere dove, su incarico della Regione, l’Ezit nel 2004 aveva «caratterizzato» una porzione minima del Sito inquinato nazionale, circa 400 mila metri quadrati sui 18 milioni totali, di cui 12 milioni in mare. Adesso (mentre sono in corso nuovi accordi col ministero per definire un più ristretto perimetro delle aree, e non si parla più di “danno ambientale”) l’Ezit ha deciso di completare il precedente processo con l’”analisi di rischio». E’ questa la procedura intanto intervenuta per legge. Su un terreno inquinato dove non si rilevano conseguenze negative per la salute, è possibile ugualmente insediare attività produttive o d’altro genere. «Allora avevamo anche analizzato le acque sotterranee di falda - racconta il direttore dell’Ezit Paolo De Alti -, ma oggi quelli risultano soldi buttati via. Da quando esiste “l’analisi di rischio” è obbligatorio studiare soprattutto la parte superficiale dei terreni». Dunque sprecare tempo procura anche spreco di denaro pubblico. Non solo. Nell’agosto 2010 (a 6 anni dai lavori) il ministero aveva validato le analisi Ezit-Arpa, e denunciato la presenza di diossina. Grande allarme? Sì, ma oggi è altrettanto evaporato per legge. La diossina non è sparita, «ma è cambiato il sistema di misurarla, i nostri dati non hanno più importanza - prosegue De Alti -, perché la quantità si calcola su campioni più grandi, perciò l’incidenza si diluisce...». L’Ezit fa e rifà queste analisi anche per una dozzina di imprese che negli ultimi due-tre anni si sono insediate nel perimetro del Sito inquinato. Pagando dunque sempre i terreni alla modestissima cifra di 18 euro al metro quadrato. «Per non frazionare il terreno e analizzarlo tutto - prosegue De Alti - abbiamo proposto a queste aziende di interessarci anche dei loro terreni, poi ci rifonderanno le spese». Il costo dell’operazione è comunque contenuto in «poche decine di migliaia di euro», già in cassa dal 2004. «Questo lavoro - afferma il presidente dell’Ezit Dario Bruni - esula dai nuovi accordi stretti con Regione e ministero sul Sito inquinato nazionale, secondo i quali per aprile dovremo presentare un progetto finale, con la speranza fondata che nel frattempo il ministero restringa il perimetro del Sito inquinato». È questa l’ipotesi messa in campo dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini assieme al suo collaboratore Antonio Gurrieri, già segretario dell’Autorità portuale triestina. «Un governo tecnico - ragiona Bruni - io credo avrà tempi molto più veloci perché è più libero di agire». Ma per larga parte del Sin va “inventata” una soluzione. Il decreto 152 sull’ambiente (quello che ha imposto l’analisi di rischio) ordina che il materiale inquinato «vada rimosso». «Ma se l’intera area è il risultato di una discarica pubblica - dice Bruni -, come si fa a spostare tutto un terrapieno inquinato? Pur fra norme molto rigide bisognerà trovare la soluzione tecnica, ma io confido che in questo 2012 vedremo delle novità».
Gabriella Ziani

 

Babele di situazioni: da censire le pratiche avviate da 65 aziende
 

Nuovi accordi col ministero e con la Regione per ripulire il Sito inquinato? C’è una tabella di marcia fissata, ma che cosa succede nei lunghi mesi in cui non si vede risultato? «Ci sono ben 65 aziende censite nel perimetro inquinato che in questi anni hanno avviato per proprio conto pratiche di analisi dei terreni, oppure già di bonifica, o che hanno fatto ricorso al Tar contro le precedenti norme ministeriali» dice Paolo De Alti, direttore dell’Ezit (in foto). Una babele da sondare, insomma. Ezit ha la delega ufficiale della Regione per occuparsi delle complesse procedure. «Quando presenteremo il progetto, e la Regione l’avrà approvato e inviato al ministero - conclude De Alti - sarà la Regione stessa a interpellare le aziende: vorranno delegare l’Ezit a fare i lavori di bonifica, risarcendo le spese, o li faranno in proprio?». Questo per l’inquinamento a terra, di quello vastissimo a mare «nulla si sa».

 

 

Rigassificatore, cinque domande a tutela dell’ interesse collettivo - L’INTERVENTO DI LUCIA SIROCCO e LINO SANTORO (Legambiente Trieste)

 

Compare sull’ultimo numero di Konrad un editoriale di Dario Predonzan sullo stato dell’arte del progettato rigassificatore di Zaule di Gas Natural e in particolare sul ruolo svolto finora dalle nostre istituzioni locali. È in corso la consultazione delle circoscrizioni affinché tali organi possano esprimersi sulla proposta di delibera comunale di opposizione al progetto definitivo di Gas Natural ed è imminente la convocazione della commissione comunale sesta. Meno male che tutte le norme europee insistono sull’obbligo da parte delle istituzioni di consultare tutti i portatori d’interesse su piani e progetti che presentino rilevanti impatti sul territorio. Non si può negare che il progetto di Gas Natural sia uno di questi. Ebbene: la nostra richiesta alla Regione - istituzione responsabile del coordinamento della Conferenza dei servizi, che ha il compito di autorizzare la realizzazione dell’impianto - di avere copia del Progetto definitivo, ha ricevuto una risposta negativa da parte del direttore del Servizio Energia, per motivi legati alla necessità di tutelare gli interessi intellettuali, industriali e commerciali della Società Gas Natural. Una versione incompleta del Progetto definitivo è arrivata al Comune di Muggia che l’ha consegnata al Tavolo tecnico rigassificatore Trieste e messa a disposizione delle associazioni. Quale istituzione l’ha consegnata incompleta a Muggia? con quale fine? Non possiamo dunque non sollevare alcune questioni e porre le relative domande a chi dovrebbe tutelare gli interessi della nostra collettività. Prima domanda alla Regione: come si può partecipare alla procedura di Valutazione ambientale strategica prevista (e sostenuta nella delibera comunale) per una variante sostanziale al Piano regolatore richiesta da Gas Natural per il progetto definitivo se la documentazione non viene resa pubblica, ancorché epurata della parte che possa essere considerata segreto industriale? La Regione ha verificato se le prescrizioni del decreto di compatibilità ambientale risultano soddisfatte nel progetto definitivo di Gas Natural? Seconda domanda a Gas Natural: la più volte espressa disponibilità nei confronti della cittadinanza per spiegare il progetto che fine ha fatto? Terza domanda al Comune di Trieste: perché la posizione di contrarietà del Comune di Trieste non si è estrinsecata in un ricorso al Tar ad adiuvandum nei confronti del decreto di compatibilità ambientale riguardante la Valutazione d’impatto ambientale del progetto di Gas Natural, affiancandosi così ai ricorsi presentati da WWF Italia, da Legambiente nazionale, da Greenaction, dai Comuni di Muggia e Dolina e dal governo sloveno? Quarta domanda sempre al Comune: perché nel testo della delibera comunale non viene sottolineato quanto espresso nell’emendamento alle direttive del nuovo piano regolatore in gestazione, proposto da Legambiente Trieste, presentato dal consigliere Andolina e fatto proprio dal Consiglio comunale di rifiuto di impianti pericolosi sul proprio territorio? Quinta domanda ancora al Comune: è stato sottolineato più volte da Legambiente all’assessore Laureni che solo un’azione di lobbying da parte del Comune di Trieste nei confronti di tutti gli altri enti e istituzioni che devono esprimersi sul progetto Gas Natural nell’ambito della Conferenza dei servizi – il voto deve essere unanime, altrimenti decide la Giunta Regionale- avrebbe dimostrato la reale volontà di battersi contro l’ipotesi di un rigassificatore on-shore a Zaule: come mai tale operazione, non si concretizza in alcun gesto reale? Questa Amministrazione ci crede o no? Comprendiamo bene quanto Gas Natural tenga al progetto: non c’è rischio d’impresa. Anche se non arrivasse una goccia di Gnl a Trieste, gli incentivi assicurati dall’Autorità dell’energia elettrica e del gas (spalmati sulle bollette dei consumi energetici dei cittadini) ammortizzerebbero comunque gli investimenti. Comprendiamo meno la Regione: vista la concorrenza internazionale non sarà semplice individuare il Paese che intende vendere il gas liquefatto, per cui è una scommessa contare sugli introiti dell’Iva: se non arriva gas niente Iva.
 

Gazprom taglia le forniture di gas In Italia meno 30%
 

Gazprom, il colosso russo del gas, ha ammesso ieri di non essere in grado di dare all’Europa le forniture supplementari richieste per far fronte all’emergenza maltempo. Snam Rete Gas registra dall’ingresso di Tarvisio un calo del 30% dei rifornimenti. Gazprom assicura che i volumi di gas previsti dai contratti vengono rispettati. Ma tuttavia, ha riconosciuto che, «per alcuni giorni» si sono dovute ridurre del 10% le forniture a causa dell’emergenza interna.
 

Veglia dichiara guerra ai siti industriali - Il sindaco: «Fanno i conti senza l’oste». La municipalità punta tutto sullo sviluppo del turismo
 

VEGLIA La “battaglia” sull’isola di Veglia è cominciata da tempo e vede da una parte i paladini dell’industrializzazione, e dall’altra coloro che si oppongono alla costruzione di un grande terminal contenitori, di un rigassificatore e del secondo ponte tra l’isola e la terraferma. Veglia è l’isola turisticamente più forte dell’Adriatico ma è anche un concentrato di industria pesante, avendo nella sua parte nordoccidentale la petrolchimica Dioki, il polo petroli e l’Oleodotto adriatico Janaf, situati a Castelmuschio (Omisalj). I piani statali e regionali prevedono per Veglia l’approntamento di uno scalo container a Castelmuschio e del ponte bis, con quest’ultimo che potrebbe essere percorso non solo da veicoli su gomma ma anche da treni. Sì, c’è l’intenzione di costruire il primo tratto ferroviario su un’isola dell’Adriatico, troncone che sarebbe allacciato alla futura ferrovia pianeggiante Fiume–Zagabria–Botovo (confine croato–ungherese). Fin qui i piani, le ambizioni, gli studi formulati a Zagabria e Fiume. Sono invece di tutt’altro avviso le massime autorità di Castelmuschio, comune piccolo se volete ma recalcitrante verso tutto ciò che inquina, sporca ed è antituristico. Nella recente seduta del consiglio comunale è stato approvato il Piano d’azione sullo sviluppo turistico di Castelmuschio. «Stanno facendo i conti senza l’oste quando parlano del nostro territorio – è quanto affermato dal sindaco Tomo Sparozic – adesso che il comune ha posto in essere tutta la documentazione necessaria, nulla ci può impedire di cominciare a realizzare i nostri progetti, per i quali sussiste anche il forte interesse degli investitori». Innanzitutto i piani prevedono per la zona Voz–Peschera, di circa 50 ettari, l’edificazione di un albergo con 500 posti letto, un marina con 100 ormeggi, spiagge, lungomare, un parco acquatico e ampio parcheggio. Sullo spiazzo nelle vicinanze dell’insenatura di Peschera dovrebbe sorgere un campeggio e diversi impianti sportivi. «Il campeggio potrà ospitare fino a 900 persone – così il primo cittadino – e inoltre abbiamo in piano di costruire in zona Jezera un campo da golf di 156 ettari, attorno al quale i nostri ospiti potrebbero dedicarsi all’equitazione, trekking e ciclismo. Non abbiamo dimenticato neanche i siti archeologici di Fulfinum e Mirine, che saranno ulteriormente valorizzati con visite turistiche guidate».
Andrea Marsanich

 

 

Centro naturalistico

 

Oggi il Centro didattico naturalistico di Basovizza del Servizio del Corpo forestale regionale (località Basovizza 224, telefono 0403773677 - cell. 3666867882) sarà aperto dalle 9 alle 17. Ingresso libero. All’interno esposizioni naturalistiche e materiale sensoriale per conoscere la natura, la storia e la cultura del Carso e le grandi tematiche naturalistiche mondiali. Alle 10.30 inaugurazione della mostra “Il Carso”, disegni in china di Claudio Gentile.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 4 febbraio 2012

 

 

Meno gas in arrivo dalla Russia, ma non è emergenza
 

ROMA Gas con il contagocce in Italia e in Europa per l’emergenza maltempo che ha messo in ginocchio tutto il vecchio continente e i Paesi dell’ex Urss. Le importazioni di metano dalla Russia sono crollate, con i flussi in ingresso a Tarvisio in calo di quasi un terzo. Dopo due giorni di contrazione, i dati aggiornati praticamente in tempo reale da Snam Rete Gas mostrano una diminuzione di circa il 30%, segnale di una netto ridimensionamento delle forniture di Gazprom. Di fronte alle temperature gelide che hanno investito la Russia, il gigante energetico ha preferito concentrare il gas a disposizione sul territorio russo. Con conseguenze evidenti in Europa. A risentire della diminuzione non è stata infatti solo l’Italia. Germania, Polonia, Austria, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Grecia sono state tutte colpite, dalla decisione di Mosca, tanto che la stessa Commissione europea è stata costretta a rassicurare in tutta fretta che, nonostante le difficoltà, l’Ue «non è in stato di emergenza». La Russia, ha precisato Bruxelles, «ha comunicato di aver bisogno di un surplus di gas a causa dell’ondata di gelo, aggiungendo che i contratti tra Gazprom e i paesi europei prevedono una certa flessibilità in casi come quello attuale». Dichiarazioni che però non sono piaciute ai diretti interessati: «Gazprom assicura il rispetto di tutti gli obblighi contrattuali con l’Europa», hanno replicato da Mosca, puntualizzando che sono i consumatori europei a richiedere «volumi di gas più elevati rispetto a quelli che siamo obbligati a fornire». Di allarme vero e proprio sembra comunque prematuro parlare anche se la Commissione ha voluto istituire un gruppo di coordinamento per monitorare attentamente e richiedere informazioni dettagliate sugli sviluppi della situazione. L’emergenza sembra scampata al momento anche in Italia, nonostante il 30% del fabbisogno di gas del nostro Paese sia coperto con le importazioni russe. Il Greenstream, il gasdotto che trasporta il metano dalle coste libiche a quelle siciliane, è stato infatti ripristinato dopo la guerra civile in Libia. Gli stoccaggi, secondo quanto emerso dall’ultima riunione di pochi giorni fa del Comitato emergenza gas sono pieni. Il ministero continua comunque a monitorare la situazione con attenzione.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 3 febbraio 2012

 

 

Il Consiglio approva la legge anti-Ferriera - In caso di sforamento dei limiti d’inquinamento sarà il Comune con l’Ass a disporre le sanzioni
 

TRIESTE Dopo un parto di dieci mesi, come ha ricordato il consigliere di Un’Altra Regione Alessia Rosolen, alla fine il Consiglio riesce ad archiviare la norma “urgente” per ridurre le emissioni di benzopirene nell’aria. È, in poche parole, la legge anti-Ferriera. La Regione si dota ora di uno strumento legislativo, figlio di due proposte di legge bipartisan (una di Pdl e Pd, l’altra di Rosolen) per contenere le emissioni a 1 nanogrammo per metro cubo d’aria. Un emendamento precisa che «il raggiungimento dei valori obiettivo deve essere conseguito nel più breve tempo possibile indicando che, in caso di superamento, è il Comune, sentita l'Azienda sanitaria, ad adottare misure urgenti anche con sanzioni e azioni limitative, e che il sindaco adotti ordinanze in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica». I commenti a caldo sono tutti triestini. «È una legge che risponde a precise esigenze di tutela della salute, anche drammatiche, dei cittadini ed in particolar modo dei residenti di Servola» – afferma il relatore di maggioranza Piero Tononi (Pdl) che assieme ai colleghi Maurizio Bucci, Piero Camber e Bruno Marini esprime soddisfazione per l’approvazione. Una norma che sta molto a cuore a Bucci, ex assessore all’Ambiente a Trieste: «Nel recente passato nell’area servolana sono stati registrati valori di sforamento che oggi non potranno essere più tollerati». Camber si appella invece al sindaco di Trieste Roberto Cosolini perché ora «si trovi una risposta ai problemi occupazionali». «Un passo avanti per la tutela della salute», riflette Sergio Lupieri (Pd), un tasto su cui insiste anche Rosolen: «Grazie ai miei emendamenti la legge ora ha una valenza, perché ha strumenti di controllo». La norma chiude una lunga giornata consiliare: l’aula in poche ore approva un ordine del giorno di Pdl, Udc, Lega e Pd che punta a ridurre la produzione di rifiuti «guardando sempre più alla raccolta differenziata, ma senza arrivare all'abbandono totale degli inceneritori». Il Consiglio ha respinto però l'ordine del giorno a firma Alessandro Corazza (Idv) che proponeva di non incenerire più rifiuti e abbandonare il loro utilizzo come combustibile nei cementifici. Amareggiato Pietro Colussi dei Cittadini che accusa il presidente Franz «di aver ha impedito, violando il regolamento consiliare, il voto in aula della petizione presentata da un migliaio di cittadini». Una mozione, invece, impegna ora la Regione a intervenire nei confronti del governo «affinché adegui le compartecipazioni sulle accise a seguito dell'incremento dei carburanti». L’assessore Savino, infine, rispondendo a un’interrogazione della Lega, è intervenuta su Mediocredito confermando che «gli organi sociali sono stati nominati a giugno 2011 e scadranno nella primavera 2014. In caso di incompatibilità - ha aggiunto – saranno rispettate le direttive del governo».

(g.s.)
 

 

Il rigassificatore utile soltanto per chi lo costruisce - LA LETTERA DEL GIORNO
 

Anche nei giorni scorsi «Il Piccolo» ha pubblicato un articolo nel quale si descrive come l’impianto di rigassificazione di Zaule dovrebbe venir costruito per evitare un impatto ambientale sconveniente. Si continua quindi a proporre la costruzione del rigassificatore ignorando colpevolmente la volontà della popolazione di Trieste, di Muggia, di Dolina e dei rispettivi comuni, nonchè delle istituzioni scientifiche, tutti contrari a tale impianto, non per questioni di principio ma con argomentazioni precise e mai confutate. Qualche giorno fa il «Corriere della sera» on-line ha pubblicato un articolo sulla disponibilità di gas in Italia che di seguito riassumo: il gasdotto proveniente dalla Russia è sfruttato al 68% nel 2011, il tubo algerino al 60%, quello libico al 20%, il tubo dall’Olanda al 50%. Ma ciò che più colpisce è che il rigassificatore di Panigaglia funziona al 40% (già da anni si va dicendo che manca la materia prima per alimentare i rigassificatori esistenti e contemporaneamente cala la richiesta di gas). Quindi, poichè già adesso gli impianti di rigassificazione sono obbligati a funzionare a regime ridotto (non solo in Italia) risulta evidente che non esiste alcuna necessità di nuovi impianti di rigassificazione e quindi (anche ignorando i problemi di sicurezza per la popolazione, il blocco dello sviluppo del porto, ecc.) la volontà di costruire l’impianto di Zaule deriva solo dalla possibilità di sfruttare la delibera del 2005 dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, art. 13, che assicura, a chi costruisce il rigassificatore, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, la copertura di una quota pari a quasi l’80% dei ricavi di riferimento per un periodo di 20 anni. Ciò significa che, per 20 anni, chi costruisce l’impianto, anche se lo ferma per mancanza di gas liquido o perché nessuno si serve della sua struttura, si prende lo stesso i soldi. Ed a pagare sarebbero i cittadini con la bolletta del gas. Aggiungo ancora che per quanto riguarda il rigassificatore di Porto Vigo (ubicato in mezzo al mare a circa 15 km dalla costa), ho letto una segnalazione su un periodico, dove si informava che la pagina on-line del «Corriere del Veneto» del 26 luglio riportava il seguente titolo, «schiuma vicino al rigassificatore(...)». La conseguente indagine appurava che l’inquinamento era conseguenza del raffreddamento del gas metano. Queste notizie, assieme alle valutazioni di esperti, tecnici, scienziati e studiosi, tutte mai smentite, non possono non far pensare che il voler costruire un rigassificatore a Zaule risponda solo alla logica del maggior profitto per pochi e danno per Trieste e per la sua popolazione.

Silvano Baldassi
 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 febbraio 2012

 

 

Il grido dei pendolari «Treni lenti e sporchi»
 

Messi all’indice il degrado degli scompartimenti e i troppi ritardi «Una volta non bastava un fiocco di neve per mandare tutto in tilt»
il problema del clima Spesso il riscaldamento funziona in un vagone sì e in uno no e bisogna per forza adattarsi alla situazione, anche se fa freddo
LE RICHIESTE DELL’ASSESSORE Chiederò a Trenitalia di provvedere a una manutenzione straordinaria dei mezzi, in attesa che vengano sostituiti
TRIESTE Alle 7 in punto del mattino la stazione di Trieste è un deserto in cui gli unici rumori provengono dagli sparuti avventori del bar e dalla bora che bussa sulle porte a vetri. Gli ultimi treni delle 6, carichi di pendolari, sono partiti da pochi minuti. Il prossimo convoglio utile per chi lavora parte alle 7.35 per Udine: prima c'è soltanto l'Intercity per Roma, e non conviene. I pendolari iniziano a comparire nella sala d'attesa dopo una ventina di minuti. Insonnoliti, guardano di sottecchi il tabellone delle partenze con il timore di trovarvi l'ennesimo ritardo. Facendo loro un po' di violenza gli si può chiedere cosa pensano della rete ferroviaria regionale, ma le risposte sono più o meno sempre le stesse: «Treni sporchi, freddi, spesso in ritardo». Piccole odissee quotidiane La signora Maria Graziella Rapisarda non prende il treno ogni giorno, ma almeno una volta a settimana lo usa per andare a Gorizia. Il problema principale, secondo lei, non sta tanto nella puntualità: «Prendo sempre il regionale delle 7.35 - dice - e devo dire che è abbastanza puntuale. Però i vagoni sono davvero molto sporchi». La signora Alida Fontana, invece, ogni mattina deve acchiappare un treno per raggiungere il posto di lavoro a Monfalcone. Il suo giudizio di veterana del pendolarismo è decisamente più "tranchant": «Cosa volete che dica, è un servizio che non funziona. C'è poca puntualità e i vagoni sono sempre lerci. Cose da straccioni». Alle sette del mattino in febbraio la gente non ha tanta voglia di parlare, ma i commenti stringati il più delle volte sono di questo tenore. C'è però anche chi ha voglia di entrare nei particolari. M.C. è una giovane donna e lavora nel settore della pubblica amministrazione, a Gorizia: «Il servizio è pessimo - racconta -. Il lunedì mattina è il giorno più tragico per i ritardi: qualche tempo fa i miei colleghi sono partiti alle sette e mezza e sono arrivati a Gorizia dopo le nove». Ma il momento peggiore della giornata è il ritorno: «La sera le condizioni dei treni fanno rabbrividire: sono sporchissimi e spesso il riscaldamento funziona un vagone sì e uno no. Abbiamo anche smesso di prendercela con il personale di Trenitalia, in fondo ne sono vittime anche loro». Ora M.C. guarda con inquietudine all'ondata di gelo che sta coprendo l'Italia: «Basta un po' di neve perché i disguidi esplodano - dice -. Io sono di Tolmezzo ma ho studiato all'università di Trieste: ero pendolare già allora, ma quella volta non bastava un fiocco di neve per mandare in tilt il sistema». A onor del vero, si trova anche chi apprezza il servizio. Noemi è una studentessa Erasmus, viene dalla Romania e usa il treno per raggiungere la Facoltà di architettura a Gorizia: «Il servizio dei treni mi sembra buono - commenta -. Tutto sommato sono puntuali e abbastanza puliti». Nel suo incontro di oggi con l'ad di Trenitalia Mauro Moretti l'assessore ai Trasporti Riccardo Riccardi si farà portavoce dei problemi del trasporto locale: «Il parco rotabile regionale è vetusto - spiega -, e la mancanza di manutenzione porta ad aumenti delle soppressioni come quello verificatosi a inizio gennaio. Chiederemo a Trenitalia di provvedere a una manutenzione straordinaria in attesa della sostituzione del parco rotabile». Anche perché, a dispetto delle stime di Trenitalia, il treno è un mezzo molto usato in Friuli Venezia Giulia. Secondo l'ultimo rapporto statistico della Regione il 36% degli abitanti si sposta su rotaia (al quarto posto in Italia): di questi il 47,6% trova soddisfacente la puntualità dei treni, il 62,2% la loro frequenza e il 74,2% la disponibilità di posti a sedere. «A seguito della strigliata di Riccardi a metà gennaio stiamo verificando se le promesse di Trenitalia di ripristinare il servizio standard, come da contratto di servizio, sono mantenute - afferma Marco Chiandoni del comitato spontaneo dei pendolari -. Per ora no, a quanto pare dai disservizi segnalati dal comitato pendolari alto Friuli sulla Udine-Tarvisio, ma anche sulla Udine-Trieste, linea sulla quale tra lunedì e martedì scorsi sono stati registrati ritardi consistenti dai 20 ai 70 minuti». Il comitato denuncia poi la chiusura dei bagni pubblici in alcune stazioni come Gemona, Tarvisio e l'eliminazione di tutti i posti a sedere della stazione centrale di Trieste: «Sospettiamo che sia una discutibile scelta "estetica" per l'arrivo di Moretti».
Giovanni Tomasin

 

Il Pdl in pressing per ripristinare il Trieste-Lecce

 

«Ripristinare il treno notturno Trieste – Lecce è possibile senza cambiare alcun orologio negli orari di Trenitalia e a costo zero». Un colpo di bacchetta magica o la scoperta dell’acqua calda? No, sembra, basta la semplice consultazione dell’orario ferroviario. Ad indicare la soluzione all’amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti oggi in vista a Trieste è il vicepresidente della Commissione regionale Trasporti, il pidiellino Maurizio Bucci. «Il collegamento, recentemente soppresso, era molto utilizzato dalle comunità di pugliesi, calabresi e lucani che in città sono oltre 15mila. Il servizio può essere facilmente ripristinato attraverso un treno che parta da Trieste alle 18.30, arrivi a Venezia alle 20.30 e riparta alle 20.55, dal binario tecnico (numero 7) già esistente e dedicato alle operazioni di cambio locomotore, per arrivare a Bologna dove è già previsto un treno per Lecce alle 23.05». «Tale ripristino del collegamento - aggiunge Bucci - può avvenire senza modificare alcun orario già in essere ed a costo zero attraverso l’eliminazione, se necessario come estremo sacrificio, di uno dei due treni serali Trieste – Roma via Mestre».

 

Moretti in Comune, mezzogiorno di fuoco - Ad attendere l’esponente delle Ferrovie Cosolini, Riccardi, la Monassi e altri referenti locali
 

TRIESTE Appuntamento in Municipio, con affaccio su piazza Unità. L’amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, arriverà oggi a Trieste nella tarda mattinata. L’incontro ufficiale, con all’ordine del giorno la questione dei collegamenti ferroviari con il Porto triestino, è in programma tra le 12 e le 12.30. Oltre all’atteso ospite e al padrone di casa, il sindaco Roberto Cosolini, vi parteciperanno l’assessore regionale a Infrastrutture e mobilità Riccardo Riccardi, e i delegati di Autorità portuale, Provincia di Trieste e della locale Camera di commercio. Dovrebbero essere i rispettivi presidenti, cioè nell’ordine Marina Monassi, Maria Teresa Bassa Poropat e Antonio Paoletti, ma usare il condizionale è d’obbligo considerato che non è escluso siano incaricati da loro stessi altri rappresentanti istituzionali. Dopo aver concordato a Roma con Moretti la visita triestina odierna, alla vigilia dell’appuntamento il primo cittadino Cosolini conferma il tema principale del vertice: «Il suo interesse è sul porto, su come rendere il sistema ferroviario più adeguato per la competitività dello scalo. Per molti anni non c’è stata grande interlocuzione da parte dell’amministrazione con le Ferrovie, o magari è mancata la volontà oppure la capacità di far sentire la propria voce come invece hanno fatto in altre città». Per questo, secondo il sindaco la riunione di oggi «segna un avvio e una ripresa del confronto con il massimo responsabile del sistema ferroviario italiano». Si parlerà dello «snodo di Campo Marzio e del miglioramento dei collegamenti alla rete ferroviaria». Ma altri temi andranno toccati, nelle intenzioni di Cosolini: «Cercherò di arrivare alla questione del trasporto passeggeri, e poi evidentemente c’è grande sensibilità sul tema del futuro del Museo ferroviario. Per il quale - annuncia senza sbottonarsi sui dettagli - farò una proposta che responsabilizzerebbe anche la comunità locale. Se Moretti la accoglierà, ci lavoreremo». Non mancherà, pare, un passaggio sulle panchine recentemente tolte dalla Stazione centrale di Trieste, decisione che ha indotto nei giorni scorsi proprio Cosolini a scrivere una lettera all’ad delle Ferrovie dello Stato. Il sindaco non nasconde che fra le “varie ed eventuali” potrebbe trovare spazio anche questo argomento di attualità, che abbraccia evidentemente la questione sociale visto che la Stazione dei treni diventa di notte, specie in inverno, ricovero per i senzatetto: «Sono problemi che comunque vanno risolti attraverso lo sforzo degli enti locali e del mondo del volontariato. D’altro canto - ribadisce Cosolini -, trattandosi di scelta temporanea, penso sarebbe stato meglio aspettare il periodo fra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, quand’è meno freddo».
Matteo Unterweger

 

La favola del Corridoio 5 e la realtà delle linee tagliate - Verso l’Est niente di nuovo
 

Dubbi di coerenza sulle scelte intraprese dai vertici di Trenitalia. «Se credono alla direttrice verso Oriente perché quella esistente è stata ridotta all’osso?»

Se c'è una cosa prevedibile in questo viaggio a Trieste del rottamatore Moretti, il capo delle Ferrovie italiane intenzionato a vendere stazione e binari dell'ex Transalpina, è che non verrà in treno. Il motivo ovvio: è uno che lavora sodo e non può perdere tempo. Venire su rotaia sarebbe un “beau geste” che oggettivamente non possiamo chiedergli stante la distanza della città “cara al cuore”. Resta il fatto che vederlo arrivare in aereo o automobile dà da pensare. Che fiducia possiamo avere – dirà la gente - di un servizio scartato persino dal suo massimo gestore? Noi ci limitiamo a dire che ci dispiace che egli non abbia fisicamente sperimentato la distanza che ci separa dal resto del Paese. Avrebbe compreso di più del Nordest. Ci sembra dunque corretto ricordargli gli orari che egli stesso ci infligge. Ci sono solo due possibilità per arrivare a Trieste senza aspettare un'ora a Mestre in una delle più allucinanti sale d'aspetto dell'universo ferroviario, e sono entrambe pomeridiane: una con partenza alle 15.45 e arrivo alle 21.20, e una con partenza alle 16.45 e arrivo alle 22.20 (Frecciarossa più Frecciabianca). Se si deve partire al mattino, allora ci si rassegni alle tradotte regionali da Mestre. I prezzi da pagare per il tandem fra i due treni "veloci" sono rispettivamente di 129,50 e 94 euro. Ma, paradossalmente, anche le altre combinazioni non si discostano molto da queste cifre: 120,50 euro per la prima e 86,95 per la seconda. L'unico diretto senza cambio a Mestre parte da Termini alle 15.36 e arriva a Trieste alle 23.58, dopo otto ore e 22 minuti di viaggio. Il bello è che le “frecce” tra Mestre e il capolinea ti fanno guadagnare poco o nulla rispetto ai regionali. Dieci minuti. La differenza la fanno solo le coincidenze, favorevoli per i treni solo nominalmente veloci e impossibili per i regionali. La politica Trenitalia gioca solo su quelle per simulare una velocità che non c'è e obbligarti, scegliendo, le “frecce”, a pagare di più per lo stesso servizio. E poi, parliamoci chiaro, venire a Trieste è rischioso. Gran parte dei bivi sono stati depotenziati con la parola d'ordine “rete snella” e lo stesso dicasi dei binari di sorpasso dislocati sulla rete, col risultato che, se due treni confluiscono o devono by-passarsi, la manovra diventa possibile solo nelle stazioni. Nei viaggi compiuti nell'ultimo anno ho contato circa sedici ore di ritardi dovuti all'implacabile rete snella, nella sola tratta tra Mestre e Trieste. Tutto hanno spolpato, incluse le panchine alla stazione d'arrivo. Per chi aspetta, che siano donne, anziani o bambini, nemmeno la dignità di un sedile. No, dottor Moretti, non venga a Trieste in treno. E poi, vivaddio, nevica, tutta la rete è sottozero, e qui non ci sono freccerosse che tengano. Lo si è visto nelle buriane degli altri inverni. I quadri elettrici vanno in tilt e il piano di adeguamento delle “scaldiglie” sugli scambi non è stato completato per il il blocco dei finanziamenti operato da Tremonti. Per quanto riguarda il materiale rotabile, non risulta che siano stati messi allo studio i provvedimenti per affrontare il blocco delle porte per ghiaccio su tutte le carrozze dotate della chiusura automatica, problema risolto solo dalle ferrovie del Nord. Per quanto riguarda il Friuli-Venezia Giulia, il piano neve è adeguatamente operante, ma dalle altre regioni arrivano notizie di lacune nella catena dei lavori, negli impianti, nella trazione, e nel lavoro delle imprese private che devono garantire il pronto intervento d'emergenza. Quindi per carità, stimato dottor Moretti, venga in aereo. So perfettamente l'obiezione che il nostro farà di fronte alle lamentele (i soliti triestini...) sulla marginalità di frontiera. Dirà: lasciatemi fare la direttrice veloce in direzione di Lubiana e Budapest, il cosiddetto Corridoio Cinque, ed ecco che Trieste sarà nuovamente vicina all'Italia e all'Europa. A questo rispondo con altre considerazioni. Se è vero che si crede nei collegamenti con l'Est, per quale motivo, nel frattempo, la linea esistente è stata ridotta all'osso? Perché per andare a Lubiana oggi devo imbarcarmi a Sesana? I traffici vanno là dove ci sono linee efficienti e direttrici attive (ragionare al contrario, come fa Trenitalia, sono capaci tutti), il rischio è che fra vent'anni, quando e se sarà messo in cantiere il Corridoio Cinque, saremo di fronte a un vettore già in agonia e ampiamente by-passato dalla Lubiana-Capodistria, che tapperà l'ultima via d'uscita autonoma per la locomotiva industriale del Nordest. Lo dico chiaro: non sopporto più Trenitalia, e affermandolo so di avere parecchie ragioni in più rispetto ad altre periferie del Paese. E aggiungo: detesto Trenitalia nella misura in cui adoro i treni. La detesto non solo per quello che infligge agli italiani e alle periferie del Paese, ma anche perché approfitta dell'amore che una bella fetta di connazionali nutre per la strada ferrata. Preferirò sempre un regionale strapieno e puzzolente al grande nulla delle autostrade, e, con me, molti altri la pensano a questo modo. Davanti all'odor di vernice di un locomotore mi commuovo. Il guaio è che Trenitalia lo sa benissimo, e si approfitta di noi romantici imbecilli.
PAOLO RUMIZ

 

L’Ande protesta: è un servizio per i cittadini - Presentato a Campo Marzio uno studio per il rilancio del trasporto su rotaia nel Friuli Venezia Giulia
 

TRIESTE «Trenitalia non può pensare soltanto al profitto, deve anche offrire un servizio al Paese e ai suoi cittadini». Partendo da questa considerazione l'Associazione nazionale donne elettrici di Trieste ha illustrato ieri la sua proposta all'ad Mauro Moretti per il rilancio del trasporto su rotaia in Friuli Venezia Giulia. Uno studio che l'Ande ha realizzato con l'aiuto di tecnici come il professor Giacomo Borruso, e presentato all'interno della Stazione di Campo Marzio che ospita il museo Ferroviario di Trieste: «Perché pensiamo che Trenitalia debba impedire la scomparsa del museo - ha spiegato la presidente Etta Carignani - ma anche perché è un luogo simbolico, adatto a lanciare il nostro appello per la rinascita delle ferrovie a Nordest». Secondo l'Ande la scelta europea di privilegiare il trasporto su rotaia per il suo minor impatto ambientale può rafforzare la regione: «Diventa centrale la posizione della portualità mediterranea e adriatica, più accessibile alle rotte per il Far East rispetto ai concorrenti del Nord Euro». Da qui la necessità di potenziare le infrastrutture regionali: «Recenti studi effettuati in funzione della realizzazione del Superporto regionale - spiega Carignani - hanno dimostrato che il potenziamento della capacità ferroviaria può essere realizzato senza la necessità di pesanti interventi finanziari». Secondo l'Ande l'elemento di forza per lo sviluppo dei traffici merci regionali è rappresentato dalla linea Pontebbana, «unica direttrice Nord-Sud in Italia che disponga di capacità inutilizzata», ma anche la direttrice Est-Ovest necessita di potenziamenti. Sul piano del trasporto dei passeggeri l'Ande sottolinea la necessità di azioni su tre livelli: collegamenti internazionali, nazionali e regionali. «Per la nostra regione è importante essere connessa ad Austria e Slovenia: in caso di assenza di una domanda sufficiente a collegamenti diretti, si potrebbe ricorrere a servizi combinati strada-rotaia». Dal punto di vista nazionale l'Ande insiste sull'importanza dei collegamenti con Roma: «Facendo proseguire da Padova, attraverso la cintura di Mestre, le Frecce provenienti da Roma si otterrebbe per la prima volta l'obiettivo di collegare la capitale con i capoluoghi del Nordest». Sul piano regionale l'Ande rilancia l'idea delle "Metropolitane regionali" per unire il nodo di Ronchi ai quattro capoluoghi del Friuli Venezia Giulia.

(g.tom.)
 

Le dismissioni di Rfi contrarie alla metropolitana leggera - L’INTERVENTO DI ALESSANDRO PUHALI
 

Il Progetto Adria A (Accessibilità e sviluppo per il rilancio dell’area dell’Adriatico interno), finanziato con oltre 3 milioni di euro nell’ambito del “Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia/Slovenia 2007 - 2013”, ha per obiettivo la realizzazione degli studi preliminari rivolti ad attivare, utilizzando infrastrutture ferroviarie italiane e slovene già esistenti e costruendo brevi tratte ancora mancanti, un servizio ferroviario integrato, la c.d. metropolitana leggera, tra l’area urbana di Gorizia-Sempeter-Nova Gorica e dell’entroterra sloveno (Sesana e Divaccia) e quelle di Capodistria, di Trieste e di Monfalcone con i loro porti, favorendo altresì i collegamenti con e tra gli aeroporti di Lubiana, Ronchi dei Legionari e Venezia. Per completare l’anello metropolitano transfrontaliero sono sufficienti marginali interventi sulla linea Gorizia-Nova Gorica-Vrtojba, l’elettrificazione della linea Nova Gorica-Sesana, la realizzazione della tratta Trieste-Capodistria di circa 6 km e degli interventi necessari a rendere idonea al traffico passeggeri (con possibilità di utilizzo per il trasporto urbano) la galleria di circonvallazione che sottopassa Trieste. Si tratta di lavori di non complessa realizzazione, dai costi relativamente contenuti (alcune decine di milioni di euro) e tempi di completamento ragionevoli (entro il 2020). Il Progetto Adria A, coordinato dal Segretariato esecutivo dell’Iniziativa Centro Europea e sostenuto da un numero impressionante di qualificati partner (istituzionali e del settore economico) italiani e sloveni, sta proseguendo il suo corso con successo. Dalla realizzazione del progetto ci si attende un sostanziale miglioramento della mobilità transfrontaliera e nelle aree interessate dal nuovo servizio metropolitano. L’ottimizzazione delle infrastrutture ferroviarie di confine appare inoltre idonea a supportare la ripresa del traffico passeggeri a media-lunga distanza con particolare rilievo per il comparto turistico. Non va poi dimenticato, anche se è argomento sul quale non esiste ancora condivisione tra i partner, che la rinnovata rete infrastrutturale potrebbe in futuro anche essere utilizzata per implementare il trasporto merci. Di Adria A però si sente parlare poco rispetto alla sua rilevanza. Ma oggi è tempo di accendere i riflettori su Adria A per diverse ragioni. Innanzitutto non credo di sbagliarmi definendo Adria A il più concreto progetto in tema di infrastrutture e di mobilità che interessi oggi la Regione Friuli Venezia Giulia. Adria A, però, è soprattutto un punto di svolta per la storia dei trasporti nella nostra Regione, potendo invertire il progressivo degrado del trasporto ferroviario ormai in atto da decenni e dimostrare l’utilità di un riequilibrio modale che garantisce una mobilità più efficiente e sostenibile sul piano economico ed ambientale. Sotto questo profilo il progetto non è solo di interesse per la parte giuliana della Regione, ma dovrebbe essere apprezzato e sostenuto anche in Friuli che, oltre a essere interessato al suo successo in una logica di interessenza regionale, ha molteplici situazioni a cui applicare la logica sottesa da Adria A ovvero la valorizzazione delle infrastrutture esistenti con innovative logiche di servizio. Per tutte cito l’asfittica linea Gemona - Sacile e la tratta dismessa (ma ancora esistente) Casarsa - Spilimbergo. E veniamo al punto dolente. A fronte del progredire di Adria A e della necessità di salvaguardare la rete ferroviaria esistente per consentire che si possano cogliere (anche da parte di vettori privati) le opportunità di un suo nuovo e profittevole utilizzo, si assiste da parte delle Ferrovie dello Stato, e in particolare ad opera di Rete Ferroviaria Italiana Spa (che peraltro sarebbe impegnata nella progettazione degli interventi infrastrutturali necessari per completare l’anello metropolitano), ad una progressiva dismissione delle infrastrutture esistenti. Da ultimo le allarmati notizie che circolano sul comprensorio ferroviario di Trieste Campo Marzio, che coinvolge anche le sorti dello splendido Museo Ferroviario, non possono che destare sconcerto posto che la futura metropolitana leggera, dovrebbe trovare spazi e opportunità di integrazione con il tessuto cittadino proprio in tale ambito infrastrutturale. Amministratori pubblici, forze politiche, esponenti del mondo economico, comunità civile devono mobilitarsi e fare quadrato attorno al Progetto Adria A e pretendere innanzitutto che si faccia chiarezza su quale ruolo intendono giocare le Ferrovie dello Stato, avendo ben presente che la posta in gioco è molto alta e consiste nella capacità di avere ancora voce nel decidere del proprio futuro.
 

 

RUBRICA CONSUMATORI  - DIFFERENZIATA LAVORO IN PIÙ MA NIENTE SCONTI
 

Sembrava che, con l’avvento dei contatori per i consumi dell’elettricità elettronici si sarebbe potuto finalmente avere una bolletta con i consumi reali: tanto consumo e tanto pago. Sono stati chiamati “contatori intelligenti” e avrebbero potuto permettere agli utenti di fare sonni tranquilli ma non è stato proprio così per cui, malgrado i contatori così detti intelligenti, sulle bollette che vengono recapitate, si continua a leggere conguaglio, conguaglio e, ancora conguaglio suscitando la protesta degli utenti. E le bollette elettriche con conguagli sono purtroppo frequenti. Lo ammette la stessa Autorità dell’energia elettrica. Conguaglio che può significare un rimborso se l’utente ha pagato troppo (e allora deve attendere) e un saldo “salato”, se sulla bolletta grava un pesante accumulo. In questo caso è concessa la rateizzazione che va ad appesantire una bolletta resa già pesante dalla somma dei servizi di vendita, dei servizi di rete, dal totale delle imposte il tutto maggiorato con aliquota Iva del 21%. Una lettura da cui è difficile venirne fuori per cui si paga e basta. Ma c’è una voce che incuriosisce particolarmente: il prezzo cioè del “dispacciamento”. Cos’è? Qualcuno si è preso la briga di chiedere lumi alla stessa Acegas e si è sentito rispondere: «Mai sentito nominare!» Comunque è l’attività di regolazione della filiera dell’energia elettrica, cioè generazione trasmissione e distribuzione. E anche ciò si paga: semplice, no? Confidiamo in una bolletta dalla lettura semplificata. Come pure confidiamo nella raccolta differenziata dei rifiuti che è stata tanto bene e con arguzia spiegata pochi giorni or sono. Confidiamo nella raccolta differenziata perché dai consigli per una raccolta efficace (accompagnata dall’ammonimento di sanzioni) si evince che dovremo caricarci di un ulteriore lavoro: sciacquare gli imballaggi di plastica, vetro o metallo; schiacciare bottiglie e flaconi di plastica; lavare bottiglie e vasetti di vetro - che dovrà essere integro - e privare, anche questi dei tappi; ridurre il volume degli imballaggi di carta e cartone; togliere gli involucri di cellophane. Per tutto questo lavoro che andrà a procurare maggiori introiti all’Acegas, ci verrà restituito qualche spicciolo?
LUISA NEMEZ

 

 

Un impianto alle Noghere per le centrali a biomasse
 

Servirà a produrre il “cippato” da bruciare anche nell’impianto vicino alla scuola elementare de Amicis utilizzando gli scarti del verde pubblico
 

MUGGIA Un nuovo impianto di compostaggio di materiale lignocellulosico da insediare nella Valle delle Noghere. Progetto ambizioso quello sottoscritto tra Comune di Muggia, Provincia, Ezit, Comune di San Dorligo della Valle e Regione. In un'area di oltre seimila metri quadrati sorgerà dunque un impianto in grado di trattare materiale proveniente da attività di manutenzione del verde pubblico e privato quali potature, legname, sfalci d’erba e foglie derivanti dall'attività di manutenzione delle aree verdi. «Il nostro obbiettivo è quello di produrre il materiale necessario per alimentare la centrale a biomasse che sorgerà vicino alla scuola elementare Edmondo De Amicis», ha spiegato l'assessore all'Ambiente di Muggia Fabio Longo. Le tempistiche previste per la realizzazione della struttura paiono comunque ancora lunghe, ci vorranno ben due anni. La decisione di creare un nuovo insediamento nella Valle delle Noghere, in un'area non molto distante dai laghetti ma al di fuori dalla zona di tutela ambientale, è giunta in seguito ad un incontro svoltosi in palazzo Galatti, a Trieste, al quale hanno partecipato a diverso titolo Comune di Muggia, Provincia, Regione, Ezit e Comune di San Dorligo della Valle. Attualmente l'area è di proprietà dell'Ente zona industriale di Trieste che dovrebbe affittare l'area al Comune di Muggia. La cifra che dovrà essere versata alle case dell'Ezit non è stata ancora definita. Da qui, grazie a dei fondi messi a disposizione della Regione (350 mila euro), sorgerà lo stabilimento dislocato su un'area di seimila metri quadrati. Nella struttura verranno trattati materiali lignocellulosici provenienti dall'intero territorio provinciale. Successivamente, in base ad un project financing, la struttura sarà affidata a privati mentre il Comune potrà usufruire gratuitamente del compostaggio necessario per produrre il materiale (ossia il cippato) utile ad alimentare la futura centrale a biomasse della scuola elementare De Amicis. «Si stima che il cippato necessario dovrà aggirarsi attorno alle 150 tonnellate all'anno, cifra che dovrebbe essere raggiunta senza grossi sforzi visto che il potenziale muggesano è di circa 300 tonnellate», ha specificato l'assessore Longo. Poche settimane fa il consigliere comunale del Pdl Christian Gretti aveva espresso delle perplessità sulla reale convenienza economica ed ecologica della centrale a biomasse della scuola De Amicis evidenziando come nell’ultimo Energy Report del Wwf del 2011 venissero chiaramente indicate le modalità per ottenere entro il 2050 il 100% dell’energia dalle fonti rinnovabili, sfruttando principalmente energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica, e che dunque l’uso di biocombustibili liquidi e biomasse solide fosse “relegato a pochi casi ed in mancanza d’altro”, a testimonianza del fatto che “le centrali a biomassa sono sicuramente meno inquinanti di quelle a gasolio ma allo stesso tempo, da studi scientifici, risulta che tali centrali hanno un impatto sulla salute per la produzione di polveri sottili, metalli pesanti, diossine, formaldeide, acroleina». Questa la replica dell'assessore Longo: «Partendo dal fatto che con questo sistema eviteremo che i rifiuti finiscano nell'inceneritore con le conseguenze che tutti noi conosciamo, posso assicurare che l'impianto sarà assolutamente moderno e realizzato con le migliori tecniche esistenti». Tutta la struttura avrà però un iter piuttosto lungo. Le basi sono state gettate ma prima di 24 mesi difficilmente la Valle delle Noghere potrà veder sorgere l'impianto.
Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 1 febbraio 2012

 

La differenziata gioca la carta dei cartoni - Duemila commercianti dovranno conferire gli imballaggi in 200 punti individuati sul territorio
 

Operazione cartoni. La raccolta differenziata, per quanto riguarda la carta (i cosiddetti rifiuti cellulosici), punta all’ingrosso. A partire dalla prossima settimana. circa 2mila negozianti riceveranno, a cura degli addetti di Esatto, uno specifico foglio informativo con relativa mappa sul servizio raccolta cartoni da imballaggio a Trieste. L’iniziativa è stato illustrata ieri nella sala giunta gli assessori all’Ambiente Umberto Laureni e al Commercio e Artigianato Elena Pellaschiar, nonché il direttore della Divisione Ambiente di AcegasAps Paolo Dal Maso. I servizio raccolta cartoni avverrà utilizzando 210 punti di raccolta (aree dedicate evidenziate a terra dalla scritta gialla Src, servizio raccolta cartoni) distribuiti lungo le 8 zone stabilite da AcegasAps sul territorio comunale, periferia compresa. In pratica negozianti e titolari di attività economiche (che non devono utilizzare i normali contenitori gialli per la carta riservata ai cittadini, pena sanzioni) saranno chiamati a conferire scatole, scatoloni e cartone in genere, piegati e sistemati sulle aree a terra contrassegnate dalla scritta gialla Src (Servizio Raccolta cartoni), nella gran parte dei casi nei pressi delle fermata dei bus. Il conferimento dovrà avvenire esclusivamente nei giorni di pertinenza (ognuna delle 8 zone avrà le sue modalità) e sempre tra le ore 19.30 e le 20, consentendo così ai mezzi di Acegas Aps di effettuare la raccolta con dei percorsi notturni. Solo l’Altipiano (Opicina Prosecco, Basovizza) avra solo un giorno di raccolta, il sabato. «E un piano sperimentale. Dobbiamo capire quali sono le reali esigenze. Correzioni sono sempre possibili» spiega Dal Maso.Tra le avvertenze, in caso di bora (proprio come in questi giorni), sarà richiesto di attendere un turno successivo, tenendo i cartoni all’interno del proprio negozio. Per quantitativi ingenti le attività economiche potranno comunque prenotare il ritiro a domicilio telefonando al numero 040.7793780. Negli spazi a terra “Src” non dovranno essere conferiti polistirolo, plastica, metalli, vetro e neppure giornali, libri, riviste, borsette, buste e sacchetti di carta che dovranno invece essere destinati nei cassonetti stradali di colore giallo, quelli per la raccolta della carta normale. «Si tratta – spiega l’assessore Laureni- di un ulteriore passo avanti sulla via della raccolta differenziata». In futuro, inoltre, non si escludono incentivi sotto forma di sconti sulla Tarsu per i commercianti più “ricicloni”. «Questo è un servizio in più nel rispetto delle regole – aggiunge l’assessore Pellaschiar -. Un modo per aiutare i commercianti e venire loro incontro». Ma non basta. «Sempre dalla prossima settimana - aggiunge Laureni- sarà operativo il numero telefonico verde ambiente 800955988 (con orario 8-17), che offrirà tutti i necessari chiarimenti su quesiti relativi alla raccolta differenziata». Il numero potrà essere utilizzato anche per eventuali segnalazioni di disservizi o trasgressioni sulle modalità di conferimento dei rifiuti urbani.
 

 

Trieste, ultimo binario Tagliata fuori dai treni e ora dalla stessa Italia
 

Lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano Una storia di ridimensionamenti, ritardi e dismissioni
LE CAUSE DEL DECLINO La frontiera c’entra poco, è stata la politica delle Ferrovie a smantellare una rete che fu gloriosa ed efficiente sotto l’Austria
LE LINEE di confine Proprio nel momento in cui Bruxelles finanzia le linee transfrontaliere qui da noi le smantellano e azzerano
Signor Presidente Napolitano, vorrei parlarle del “tappo” che le ferrovie italiane stanno mettendo alla locomotiva del Nord. E' un tema di cui non si parla perché i politici non vanno in treno, e forse non ci vanno nemmeno i gestori del servizio. I politici, i boiardi di Stato e i grandi dell'economia non sanno cosa significhi impiegare due ore e dieci tra Venezia e Trieste. Io, che sono triestino e ho speso infiniti giorni della mia vita su quei binari morti solo per restare attaccato al mio Paese, lo so benissimo. E ogni volta che salgo su quella tradotta mi dico: ma come, per avere la mia città l'Italia ha speso la vita di 600 mila ragazzi e ora la tiene a sé con un unico doppio binario percorso da treni di lentezza esasperante? Le diranno che la causa di questo è il confine infelice che circonda la città “cara al cuore”. Io dico di no. La causa è la politica di Trenitalia. Vede, Presidente, oltre quel doppio binario, non esiste più niente. Tutto il resto di quella che fu una rete gloriosa ed efficiente (in gran parte austriaca) è stato disattivato, smantellato, venduto. A quasi un secolo dalla Grande Guerra, ora che gran parte delle barriere sono cadute con i Paesi vicini e la città che fu porto di un impero si ritrova nuovamente al centro d'Europa, proprio ora assistiamo allibiti alla rottamazione di un patrimonio su cui costruire il futuro non solo di Trieste ma dell'intera economia del Nord, priva di vettori commerciali verso il Danubio. La rete che ancora collega l'Italia a quel retroterra, lo stesso che fece la fortuna della mia città, non solo non viene riattivato ma viene tolto dalla mappa ferroviaria d'Europa. Abbiamo appreso che il capo di Trenitalia Moretti verrà a Trieste per liberare la città dagli ultimi ferri “inutili” e dai suoi ostinati progetti di futuro. Ma è da anni che, con la parola d'ordine “rete snella” ci tolgono binari di precedenza, ci declassano fermate, ci riducono all'osso gli scali merci, ci degradano a raccordi industriali linee importanti transfrontaliere, ci svendono caselli e piccole stazioni, lasciando le altre alle ortiche. Non c'è stata misericordia. Persino la stupenda stazione di Miramare, quella dove Massimiliano d'Asburgo scendeva dal treno imperiale per raggiungere in carrozza il vicino castello sull'Adriatico, si è vista estirpare i binari di sorpasso indispensabili all'efficienza della linea. Oggi si vuole vendere anche la stazione di Campo Marzio, fino a ieri la porta dell'Istria e della Dalmazia, “gate” velocissimo per Vienna e la Baviera sulla direttrice cosiddetta “Transalpina”, e questo proprio nel momento in cui si delineano i progetti di riattivazione delle linee frontaliere, abbondantemente finanziati da Bruxelles. I rottamatori se ne fregano. Tolgono di mezzo tutto ciò che va oltre la nuda linea Trieste-Monfalcone. Persino al magnifico museo ferroviario, gestito da volontari senza l'ausilio di soldi pubblici, è stato intimato lo sfratto con l'imposizione unilaterale di un affitto scandaloso. Glielo dico perché Lei non è solo il tutore della memoria nazionale, ma anche del paesaggio italiano. Un ruolo-chiave che le è affidato dalla Costituzione. Ci pensi: un secolo fa con una sola coincidenza si andava a Praga, Cracovia e Stoccarda. Anche col fascismo molti collegamenti vitali rimasero, e ancora trent'anni fa, con la cortina di ferro di mezzo, sul Carso transitava il Simplon Orient Express diretto a Istanbul. Sui “wagon lit” negli anni Settanta potevi andare a Parigi, Genova, Roma, Budapest, Belgrado. Oggi si va solo a Udine e Venezia. Sugli orari ferroviari non c'è più altro. Per Trenitalia la Nazione finisce a Mestre. E la città, per avere la quale si sono spese 600 mila vite, è diventata binario morto. E' maledettamente facile, in questa situazione dire: “ridateci l'Austria”. Le nostalgie non mancano ed è bene che sappia che non sono nostalgie infondate. Prima della Grande Guerra, c'erano non una ma tre strade di ferro per l'Europa: una via Lubiana-Graz, una via Pontebba e una via Gorizia-Villach, linea che avvicinava la Germania di 250 chilometri. Oggi è rimasta solo la seconda. Alla chetichella, due mesi fa, è stato tolto il treno fra Trieste e Lubiana. La linea di Gorizia è chiusa dai tempi della guerra fredda, anche se i binari esistono ancora. Tutto è finito: niente per l'Ungheria, niente per Zagabria, niente per l'Istria, per Fiume e Dalmazia. Persino i treni storici si sono visti sbarrare la strada da e per la Slovenia a causa degli aumenti tariffari decisi da Trenitalia su questo confine. Trieste non è più al centro di niente. Ma il confronto più deprimente è quello che riguarda Vienna. Nel 1915 c'erano dodici treni al giorno nei due sensi, e tutti diretti. Oggi nessuno. Oggi per arrivare devi sottoporti a due cambi, a pagare tre diversi biglietti e percorrere una tratta in pullman tra Udine e Villach. Un viaggio così lento e umiliante che due mesi fa, per incontrare il borgomastro di Vienna, il sindaco di Trieste ha voluto sperimentarlo di persona, solo per sentire fino in fondo l'emarginazione della sua città. Trieste, ovvero “the meaning of nowhere”, come ha scritto l'inglese Jan Morris. Ma ripeto, non è solo questo il punto. Il grave è che, in silenzio, si inibisca il futuro di linee vitali per lo sviluppo della nazione. Trieste è una città civile, ordinata. Così civile e ordinata che non si è esitato a deprivarla a cuor leggero di ciò che era suo. In Italia funziona così, i tagli si fanno non là dove servono, ma là dove – per senso dello Stato – la gente è più obbediente. Così vincono i furbi, e quelli che scendono in piazza. Ma non è detto che questa remissività continui. Oggi la crisi può fare da detonatore di molti malumori. La gente ha perso la pazienza di fronte alle ingiustizie e alle ladrerie. Per questo è importante avere una sua risposta. Trieste interessa ancora all'Italia? E come si fa a parlare di politica estera se qui si tagliano le strade dell'Est e del Nord, vitali all'economia di tutto il Nord Italia? Come può un'unica azienda decidere del supremo interesse nazionale?

PAOLO RUMIZ

 

Moretti domani da Cosolini No Tav in piazza
 

Di sicuro c’è solo il mistero. Quello che circonda la visita di domani a Trieste dell’amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti. Nessun programma di massima, nessuna anticipazione, un solo punto fermo: la visita al sindaco Roberto Cosolini, che l’ha invitato direttamente per capire fino a dove possa arrivare l’emarginazione ferroviaria della città, di cui Moretti è stato indubbiamente uno dei protagonisti. In scaletta richieste di potenziamento dei servizi per il porto, una proposta di Cosolini di razionalizzazione delle linee passeggeri, il progetto di metropolitana leggera Adria A e ovviamente la ricerca di un accordo sul Museo Ferroviario. Singolare comunque che fino a ieri sera, come ha ammesso lo stesso Cosolini, non fosse ancora stato preparato uno straccio di programma sugli spostamenti di Moretti che, dopo il Municipio è atteso, a quanto è dato di sapere, da una serie di altri impegni istituzionali. Lo attendono anche quelli di OccupyTrieste, No Tav, comitato dei pendolari, con un presidio in piazza Unità a partire dalle 10, per contestare la linea ad alta velocità e il mancato potenziamento di quelle regionali. Una protesta che nel pomeriggio sarà seguita, a partire dalle 17 da un corteo itinerante che partirà da via delle Torri.

(f.b.)

 

Cosolini a Moretti: sbagliato rimuovere quelle panchine
 

Lettera del sindaco all’amministratore delegato di Ferrovie: meglio individuare uno spazio inutilizzato della stazione per farne un punto di assistenza ai bisognosi.

L’assessore famulari Emergenza freddo, approntati altri dieci posti letto
Domani l’amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato Mauro Moretti sarà a Trieste e potrà vedere di persona la stazione centrale dalla quale pochi giorni fa sono scomparse le panchine, rifugio notturno di senzatetto. Ma intanto il sindaco Roberto Cosolini - in attesa di discutere di Porto e collegamenti ferroviari - ha inviato a Moretti una lettera per dirgli che ritiene la rimozione delle sedute «una decisione inopportuna e intempestiva, considerata la stagione. In tutto il mondo - scrive Cosolini - le stazioni sono rifugio di persone in stato di emarginazione e senza casa. Sarebbe preferibile creare uno spazio idoneo, tra quelli non utilizzati, così da consentire assistenza a chi in stazione trova riparo, senza togliere le zone di servizio ai viaggiatori». Spiega il sindaco a proposito della missiva: «Non entro nel merito della decisione di Ferrovie, che so avere investito molto nel miglioramento dell’immagine delle stazioni italiane. Ne comprendo le ragioni, ma queste possono anche essere contemperate con altre esigenze. Incluse quelle dell’utenza», cioè dei viaggiatori rimasti essi stessi senza una panca dove sostare. Ma la lettera a Moretti, si scopre ora, non è che l’ultimo episodio di un dialogo intercorso già nei mesi scorsi con le Ferrovie. L’assessore comunale al Welfare Laura Famulari racconta di una riunione tenuta a fine novembre con i rappresentanti di Trenitalia, Centostazioni (società che gestisce commercialmente la struttura) e Polfer. «In quell’occasione - dice Famulari - ci fu rappresentato che la politica nazionale di Centostazioni era quella di chiudere la struttura nella fascia oraria tra l’ultimo treno della sera e il primo della mattina. Io chiesi poi per iscritto di attendere la fine della cattiva stagione», ma non ci fu risposta. Così come rimase lettera morta la proposta - avanzata da Famulari in quella riunione, e che ora ricompare nella lettera del sindaco a Moretti - di assegnare al Comune e alla rete di associazioni impegnate nell’assistenza ai senzatetto che gravitano attorno a piazza della Libertà uno degli spazi vuoti interni alla stazione. «Era un’ipotesi funzionale pensata per dar vita a un punto di coordinamento al quale le persone in difficoltà avrebbero potuto rivolgersi, e al contempo avrebbe potuto migliorare l’immagine della stazione» liberando gli spazi di passaggio dei viaggiatori dalla presenza di senzacasa. Tutto, si diceva, è rimasto sinora lettera morta. Ieri Ferrovie non ha inteso commentare la lettera di Cosolini, che l’altra sera peraltro si è recato con Famulari in stazione per verificare la situazione dei clochard. Intanto, in questi giorni di freddo eccezionale, il Comune ha predisposto da ieri sera dieci posti letto in più rispetto a quelli già esistenti (25 nel dormitorio della Comunità di San Martino al Campo, 15 nel centro diurno dello stesso edificio di via Udine, 20 allestiti temporaneamente in un locale in via Sant’Anastasio di proprietà della parrocchia Immacolato Cuore di Maria) approntando a foresteria d’emergenza un proprio appartamento in via San Lazzaro. Trenta posti letto in più rispetto allo scorso inverno, e una serie di interventi per i quali l’assessorato alle Politiche sociali ha stanziato 175mila euro.
Paola Bolis

 

LA LETTERA DEL GIORNO - Perché va salvato il museo ferroviario di Campo Marzio

 

Egregio Presidente della Regione, Egregio Sindaco di Trieste, mi consentano di rubar Loro due minuti per dire che il museo ferroviario di Campo Marzio a Trieste, custode di una sterminata collezione di rotabili, documenti, fotografie, testi e cimeli la cui raccolta ebbe inizio già nei primi anni '70, è un unicum irripetibile, sia perchè rispecchia la peculiarissima evoluzione storica e culturale del nostro territorio, ma soprattutto perchè è ospitato nei locali di una splendida stazione del 1906, ben conservata e già più volte restaurata: manca solo la tettoia dei binari, smontata per farne cannoni durante la seconda guerra mondiale. Quella stazione è di per sè il vero primo oggetto della raccolta del museo ferroviario di Campo Marzio, vera ed autentica testimone del passaggio di tutti quei vecchi treni sui propri binari, sia austriaci che italiani, vera ed autentica testimone del passaggio di tante persone diverse, e di epoche anch'esse così diverse fra loro; affascinante al punto da essere stata più volte scelta come set cinematografico e televisivo. Lo sapevate che anche una scena di Morte a Venezia è stata girata a Campo Marzio? Fuori da quella stazione ferroviaria la raccolta che in 40 anni e più è stata messa insieme con passione e tenacia dai "ferroamatori" di Trieste, di Gorizia, di Udine e di tante altre città del Friuli Venezia Giulia non avrebbe più senso. Vi prego perciò di difendere dalla speculazione e dall'ignoranza questa unica ed irripetibile testimonianza culturale della nostra Regione, insieme ai tanti che come me hanno visto questo museo crescere e diventare sempre più autorevole in Italia così come in altri Paesi dove le ferrovie han davvero miglior fortuna, antiche o moderne che siano. È una raccolta davvero unica a livello europeo che vede insieme rotabili austriaci e italiani, mezzi bellici su rotaia, la Pontebbana e il Semmering, la Parenzana e la ferrovia delle Rive, il tram di Opicina e quelli urbani di Trieste, spero davvero che anche Voi ci siate già stati almeno una volta. Proprio per l'unicità della propria raccolta il museo ferroviario di Campo Marzio ha tutte le carte in regola per diventare davvero uno dei veri simboli culturali di tutto il Friuli Venezia Giulia, uno dei tanti "unica" di Trieste che spinge molti a far turismo nella nostra Regione. Ancora più di oggi dunque il museo ferroviario di Campo Marzio potrà diventare uno degli strumenti di attrazione turistica e dunque una fonte di reddito continua e durevole, basterebbe forse volerla e saperla gestire, curare e potenziare con obbiettiva e convinta continuità. Presidente Tondo, Sindaco Cosolini, oggi il museo ferroviario, e soprattutto la stazione di Campo Marzio a Trieste, sono in serio pericolo (e non per la salsedine che da sempre si mangia gli intonaci della stazione, così come mangerà quelli delle future costruzioni progettate...). Spero di averVi convinti a difenderli, in nome dell'unicità storica e culturale delle nostre terre e delle nostre genti, delle terre e delle genti del Friuli Venezia Giulia. Grazie del Vostro tempo e per la cortese attenzione

Alfonso Taccione

 

 

Una doccia chimica sui serbatoi Siot per eliminare la puzza
 

Il presidente della società Ulrike Anders : «Nessun pericolo ma interverremo». Progetti allo studio con l’Università
SAN DORLIGO «Noi siamo già in regola rispetto ai parametri di legge italiani. Nuovi interventi per ridurre l’impatto ambientale del nostro stabilimento dunque non li faremo perchè la legge ce lo impone, ma perchè vogliamo operare intrattenendo buoni rapporti con tutti: istituzioni e cittadinanza». Ulrike Andres, presidente del gruppo europeo Tal e anche della Siot, di cui è pure amministratore delegato, non si sottrae al confronto, anzi. E cerca di smussare i toni della polemica. Non promette miracoli per dopodomani, ma conferma l’impegno della società. La puzza dei giorni scorsi è stato un episodio sporadico o la vetta dell’iceberg? Il fastidio esiste, lo sappiamo, anche se si verifica più raramente rispetto al passato, grazie al sistema di fiaccole per bruciare le esalazioni e le doppie guarnizioni ai tetti galleggianti dei tank. Che, sottolineo, sono fastidiose per l’odore di zolfo, ma assolutamente non pericolose. Però quando l’aria ristagna il fenomeno si ripete. Si ripete quando dobbiamo svuotare i serbatoi per la manutenzione: adesso stiamo studiando con gli esperti dell’Università di Trieste la possibilità di eliminare i miasmi spruzzando prodotti chimici sul mantello dei serbatoi. E questi prodotti non rischiano di essere un rimedio peggiore del male? Assolutamente no, sono prodotti idrosolubili assolutamente innocui, il laboratorio odorifico dell’ateneo di Udine ci dice che è un sistema efficace. Adesso dobbiamo testarlo. E se i test vanno bene a quando la possibilità di installare questo sistema brucia-odori? È prematuro fare tempi e cifre, dico solo che il nostro gruppo, che spende già 10 milioni di euro all’anno per il sistema di sicurezza del terminal di Trieste e dell’oleodotto, non avrà problemi a fare anche questo investimento, senza aiuti pubblici e anche se - come dicevo - la legge non ce lo imporrebbe. Il Golfo di Trieste è un bacino alquanto stretto, già la Siot alimenta un bel traffico. Riuscireste a convivere con altre nuove realtà come un rigassificatore o un terminal ro-ro sull’area dell’ex Aquila? Per quanto riguarda la scelta rigassificatore o terminal, dico che la mia società è assolutamente neutra. Non abbiamo alcun progetto per eventuali poli energetici petrolio-gas. Per quanto riguarda solo l’aspetto del traffico navale credo che la presenza di un terminal, come di un rigassificatore, sia assolutamente compatibile con la presenza delle nostre petroliere, che pure arrivano in misura di 420 all’anno. Confermate Trieste come vostro porto di riferimento in Adriatico? Trieste è il primo terminal petrolifero in Italia, secondo in Europa dopo Marsiglia: non vediamo motivo per andarcene da questa città e da questa regione. Le sirene di porti concorrenti, come Fiume o Capodistria, non vi attirano? Non abbiamo alcun interesse a lasciare Trieste, qui siamo molto radicati. E se potesse chiedere qualcosa alla presidente dell’Authority portuale ? Chiederei condizioni di operatività più stabili, anche se sono già buone.
Livio Missio

 

 

Mosca riduce l’export di gas L’Italia perde l’8 per cento - EFFETTO FREDDO
 

BELGRADO Gazprom, il colosso russo del gas, avrebbe deciso di ridurre le forniture di “oro blu” verso l’Europa, il suo più vasto mercato d’esportazione, a causa dell’ondata di gelo che sta investendo anche la Russia e per fronteggiare più facilmente la domanda interna in forte aumento. Lo ha rivelato nella tarda serata di ieri l’agenzia di stampa russa Interfax, che ha citato una fonte confidenziale che opera nel settore del gas. Le informazioni ricevute dall’agenzia moscovita, poi riprese anche dall’agenzia Reuters, svelano che l’export di gas del monopolista russo verso il Vecchio Continente sarebbe già stato ridotto durante la giornata di ieri. In particolare, l’8% della richiesta di gas da parte dell’Italia non sarebbe stata soddisfatta, mentre il flusso nel gasdotto Yamal-Europa – che dalla Siberia attraversa la Bielorussia e la Polonia per arrivare poi in Germania e da lì distribuire il gas in Europa – sarebbe stato inferiore addirittura del 10% rispetto alla media stagionale. Contattato sia da Reuters, sia dall’agenzia Bloomberg, il portavoce di Gazprom, Sergei Kupriyanov, non ha voluto commentare la notizia. Il gigante energetico nel 2011 ha esportato 150 miliardi di metri cubi di gas in Europa - in particolare verso Germania, Italia e Turchia - coprendo il 30% del fabbisogno europeo. Il gelo eccezionale che ha colpito anche Mosca ha fatto tuttavia impennare la domanda e il fabbisogno di energia per riscaldamento in tutto il Paese, mettendo in difficoltà – secondo Interfax – le capacità di rifornimento di Gazprom. Nell'ultima settimana, le temperature nella regione attorno alla capitale russa non sono salite oltre i -15 gradi durante il giorno, precipitando invece fino a quasi -30 durante la notte. E il meteo prevede gelo e neve anche nei prossimi 10 giorni. Dall’inizio dell’inverno russo, il bilancio delle vittime per assideramento è salito a 30 morti mentre un centinaio di persone che presentavano sintomi da congelamento sono state ricoverate nei giorni scorsi negli ospedali locali.

(s.g.)
 

 

 

 

COOPAMBIENTE.it - MARTEDI', 31 gennaio 2012

 

 

Una guida sulle detrazioni per il risparmio energetico

 

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato un pratico vademecum con tutti gli aggiornamenti su agevolazioni, spese detraibili e certificazioni
Per aiutare il cittadino a districarsi nel dedalo delle norme che regolano la materia, più volte modificate nel corso degli anni, l’Agenzia delle Entrate ha recentemente realizzato un’utile GUIDA su “Le agevolazioni fiscali per il risparmio energetico” scaricabile direttamente dal sito. Tutte le informazioni per sapere cosa e come detrarre e chi ne ha diritto. Per coloro che si apprestano a realizzare interventi di riqualificazione energetica della propria abitazione, il testo comprende anche un quadro sintetico dei principali adempimenti e un’appendice con allegati tecnici e copia della modulistica di riferimento.
Qualche anticipazione: la detrazione fiscale del 55% è stata prorogata al 31 dicembre 2012 ed estesa alle spese per interventi di sostituzione di scaldacqua tradizionali con quelli a pompa di calore dedicati alla produzione di acqua calda sanitaria; da gennaio 2013 le agevolazioni sul risparmio energetico saranno sostituite con la detrazione fiscale del 36% prevista per le spese di ristrutturazione edilizia che, dal 2012, non avrà più scadenza. Il tetto massimo sul quale calcolare la detrazione varia in funzione dell’intervento: 100mila euro per la riqualificazione energetica di edifici esistenti; 60mila per quelli sugli involucri degli edifici o per l’installazione di pannelli solari; 30mila per la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale.

 

 

LA REPUBBLICA - MARTEDI', 31 gennaio 2012

 

 

"Le elettriche aggravano lo smog senza rinnovabili"
 

E' di nuovo polemica: secondo l'Istituto per la ricerca ecologica Oeko-Institut il problema della produzione di energia l'immissione sul mercato di un milione di vetture entro il 2022 taglierebbe l'attuale livello di emissioni di CO2 del 6%, mentre con la diffusione di motori a benzina più efficienti la riduzione sarebbe pari al 25%

"Senza un deciso aumento dell'offerta di energia da fonti rinnovabili, le auto elettriche rallenterebbero la soluzione del problema dell'inquinamento ambientale invece di contribuire a risolverlo". E' il risultato di uno studio tedesco condotto dall'Istituto per la ricerca ecologica Oeko-Institut e reso noto dal quotidiano Tageszeitung in edicola oggi. E chi è già pronto a contestare questa teoria sappia che è stata confermata dallo scorso rapporto indipendente commissionato lo scorso anno congiuntamente da Greenpeace, Friends of the Earth Europe e Transport & Environment. Le organizzazioni ambientaliste denunciarono come l'auto elettrica "potrebbe addirittura far aumentare le emissioni di CO2, a meno che non sia alimenta a energia verde".
"Le automobili elettriche - ci ha spiegato Andrea Lepore, responsabile della campagna Clima di Greenpeace - sono un importante strumento per la transizione verso un modello di trasporto sostenibile ma il loro sviluppo deve essere accompagnato da un adeguato impegno per garantire la loro alimentazione con energie rinnovabili".
Secondo il rapporto, dal titolo "Energia verde per le auto elettriche", la normativa europea in materia di emissioni dalle automobili è inadatta perché il meccanismo dei "super crediti" consente ai produttori di usare la vendita di veicoli elettrici per compensare la continua produzione di automobili a elevate emissioni: per ogni auto elettrica venduta, i costruttori possono vendere oltre
tre veicoli ad alta emissione senza conteggiarli ai fini del calcolo delle emissioni di CO2. Un aumento del 10% nelle vendite di auto elettriche potrebbe portare in Europa a un aumento del 20% delle emissioni di CO2 nel settore automobilistico.
"Chiediamo - spiegano le organizzazioni ambientaliste - che i "super-crediti" siano eliminati nelle attuali e future normative sulle emissioni di CO2, a partire da quella, ora in discussione, per la regolamentazione delle emissioni dei furgoni. Inoltre, tutte le auto elettriche vendute sul mercato europeo dovranno essere dotate dei cosiddetti "contatori intelligenti", strumenti che consentono ai veicoli di essere in carica solo quando sono disponibili eccedenze di energia, per lo più da fonti rinnovabili".
Ma torniamo alla ricerca, commissionata dal ministero dell'Ambiente di Berlino, che ha rivelato come "l'immissione sul mercato di un milione di vetture entro il 2022 taglierebbe l'attuale livello di emissioni di CO2 del 6%, mentre con la diffusione di motori a benzina più efficienti la riduzione sarebbe pari al 25%".
Tutto dipende insomma da come si produce l'energia elettrica. Secondo uno studio Fiat - l'unico disponibile al momento, ad una vettura elettrica che circoli (sempre non alimentata da rinnovabili) andrebbe addebitata un'emissione di C02 pari a 60 g/km in Italia e 40 g/km in Francia o Germania, paesi che notoriamente producono energia in modo più pulito del nostro.
Insomma, a rendere poco 'verdi' le auto elettriche sarebbe l'alto consumo di corrente da fonti non rinnovabili. Il risparmio di emissioni per l'ambiente sarebbe effettivo solo se l'aumento nel consumo di energia elettrica fosse coperto da elettricità prodotta dalle rinnovabili. Non è un caso che la Smart, per il suo progetto di fortwo elettriche, prima ancora di cominciare a vendere le sue auto, abbia fatto in accordo con l'Enel per dimostrare che tutte le sue auto a noleggio sono ricaricate con rinnovabili.
Soluzione? Per il ministro dell'Ambiente tedesco, Norbert Roettgen, le auto elettriche devono potersi approvvigionare da energia rigenerativa: "Un semplice spostamento della produzione di CO2 dai tubi di scappamento alle centrali elettriche sarebbe un autoinganno", ha detto oggi a proposito della polemica.

VINCENZO BORGOMEO

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 31 gennaio 2012

 

 

Adriatico-Baltico al via il Corridoio

 

Il 15 marzo, con la prima partenza dal Porto di Trieste per quello tedesco di Rostock (via Wels), si inaugura il Corridoio Adriatico-Baltico, inserito tra le direttrici prioritarie dalla Commissione europea. Solo due giorni prima, il 13 marzo, prenderà il via il collegamento con Milano, ripristinato dopo le recenti difficoltà che avevano indotto Alpe Adria a sospenderlo. Questo e altri servizi sono stati presentati nei giorni scorsi all'Associazione degli spedizionieri triestini che sembrano avere accolto con particolare soddisfazione le novità. «Siamo molto contenti, si sentiva la mancanza di questi servizi. Il progetto, da parte nostra, è quello di collaborare con Alpe Adria, Tmt e altri vettori ferroviari con l’obiettivo di alimentare il traffico. Le situazione è decisamente cambiata, ho una visione estremamente positiva e spero di poterla mantenere». Sono parole di Guido Valenzin - operatore portuale a capo degli Spedizionieri triestini - all'indomani della presentazione del nuovo quadro di collegamenti proposti da Alpe Adria, ma anche da Trieste marine terminal, la società di gestione del Molo VII che ha appena avviato la collaborazione con Rail cargo Austria (Rca). Il collegamento con Rostock verrà gradualmente implementato, passando per una integrazione in una prima fase, mediante l’aggregazione di tre segmenti operativi Trieste-Villach, Villach-Wels e Wels-Rostock, oltre alla tratta in senso inverso. In un secondo momento ci sarà l’integrazione del primo e del secondo segmento (Trieste-Wels diretto), per poi completare lo sviluppo attraverso l’ulteriore unificazione del terzo segmento (Trieste-Rostock), raggiungendo così un tempo di percorrenza di circa 36 ore. Il nuovo network operato da Alpe Adria, dunque, comprende oggi collegamenti con Villaco e altre cinque città austriache, oltre ai possibili link internazionali. Due direttrici per la Germania del sud, un collegamento per Budapest e altre quattro destinazioni in Italia. Particolare interesse sembra aver destato tra gli operatori, inoltre, il ripristino del cosiddetto traffico convenzionale. Grazie agli accordi con Rca, infatti, gli operatori portuali avranno nuovamente la possibilità di “attaccare” vagoni merci ai treni spediti lungo le direttrici curate da Alpe Adria. In termini pratici questo significherà certezza sui tempi di percorrenza e costi ridotti. E in qualche caso il non doversi più rivolgere a Capodistria.

(r.c.)

 

«Salvate la stazione di Campo Marzio» - L’appello di Kocijancic e Andolina (Rifondazione) alla vigilia dell’incontro di Cosolini con Moretti
 

La tutela del Museo ferroviario di Campo Marzio, che rischia di chiudere i battenti, ma nel contempo la necessità di un adeguato sistema di collegamenti ferroviari per Trieste e per tutto il territorio regionale, penalizzati dalle recenti scelte di Trenitalia. E’ ruotato intorno a questi due temi l’intervento dei rappresentanti di Rifondazione Comunista Igor Kocijancic e Marino Andolina, che hanno così idealmente risposto all’appello lanciato dai volontari del Dopolavoro ferroviario. «Il Museo è un’istituzione unica nel suo genere in Italia – ha dichiarato Kocijancic – ed è a tutti gli effetti una stazione funzionante, che rimane però inutilizzata a causa della miopia dei vertici di Trenitalia». Chiaro il riferimento al fatto che la stazione di Campo Marzio rappresenta il terminale del progetto di ferrovia transfrontaliera, già parzialmente finanziato, e recentemente riproposto a Lubiana in sede Ince, che potrebbe costituire un rilancio del trasporto su rotaia di Trieste e Gorizia verso gli snodi cruciali della vicina Slovenia, permettendo adeguati collegamenti anche con l’aeroporto di Ronchi dei Legionari. Oltre a garantire un futuro alla struttura stessa del Museo, che conta su un’esposizione di circa duemila cimeli, e che adesso i volontari del Dopolavoro non riescono più a gestire economicamente, dopo essersi visti triplicare il canone di affitto dalle Ferrovie dello Stato. Sul fatto che Trieste ed il suo porto siano sempre più isolati dal resto d’Italia e d’Europa, Kocijancic e Andolina si sono soffermati sulle priorità da mettere in evidenza, in vista della prossima visita in regione dell’amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti, che si incontrerà con il sindaco Cosolini e con l’assessore regionale ai trasporti Riccardi. E cioè la creazione di nuove linee ferroviarie, senza fermate, dai capoluoghi provinciali verso Venezia, la risoluzione del problema dei disservizi patiti dai pendolari ed infine il vincolo dell’acquisto dei nuovi treni, per i quali sono già stati stanziati 16 milioni di euro. I rappresentanti della Federazione della Sinistra hanno altresì auspicato lo sforzo delle istituzioni locali per la risoluzione del problema del Museo, ed hanno annunciato un impegno nelle sedi opportune, che si tradurrà nella presentazione di due mozioni, rispettivamente in Consiglio Regionale e Comunale. «Non vorremmo buttare all’aria un lavoro di trent’anni, il nostro servizio conta su quasi 4.000 visitatori all’anno e ci piacerebbe continuare a farlo, naturalmente gratis come sempre - ha sostenuto, con una punta di ironia, Roberto Carollo responsabile dei volontari, al cui appello hanno già aderito personalità eccellenti, come l’astrofisica Margherita Hack – ma sarebbe ora di fare chiarezza, una volta per tutte, su quale sarà il futuro di questo edificio storico».
 

 

Sprechi di energia: in Comune un ufficio per utilizzarla meglio
 

A marzo il nuovo “sportello di risparmio” a sostegno dei cittadini e delle imprese. L’impiego di fonti alternative
L’ASSESSORE LAURENI L’obiettivo è anche quello di consumare e disperdere meno riducendo in città di oltre il 20% le emissioni di Co2
 Il nuovo Ufficio Risparmio energetico ed Energie alternative del Comune dovrebbe aprire i battenti all'inizio di marzo. Il suo ruolo sarà duplice: da un lato dovrà assistere le istituzioni cittadine nell'elaborare strategie e pratiche di risparmio energetico di ampio respiro. Dall'altro dovrà aiutare cittadini e imprese interessati a sprecare meno energia, o magari a produrne di nuova attraverso fonti alternative. L'Ufficio Risparmio energetico è il primo, palpabile, risultato delle "Linee guida in materia di tematiche energetiche ed ambientali" del Comune, promulgate attraverso la delibera giuntale n.12 del 19 gennaio e firmata dall'assessore all'ambiente Umberto Laureni assieme all'assessore all'edilizia e ai lavori pubblici Elena Marchigiani. «Queste linee guida segnano, assieme al piano regolatore, l'ingresso della giunta nella fase progettuale del suo mandato - ha spiegato Laureni -. L'obiettivo è produrre energia di tipo nuovo, consumarla meno e disperderla meno». Un compito semplice soltanto a parole. Anche per questo in calce al documento compare la firma dell'assessore all'edilizia: «Si richiede un'integrazione tra assessorati - ha detto Marchigiani - perché le linee guida hanno ricadute significative su opere pubbliche ed edilizia privata». L'obiettivo del Comune è superare gli obiettivi formali fissati per l'Ue al 2020, riducendo le emissioni di Co2 in città di oltre il 20%: «Attraverso la redazione e attuazione di un Piano di azione per l'energia sostenibile - si legge nel documento -, preceduto dalla redazione di un inventario base delle emissioni e dall'adesione da parte del Comune al Patto dei sindaci dell'Ue». Intenzioni lodevoli che vanno tradotte in pratica: «Puntiamo a mobilitare la società civile attraverso un vasto programma di sensibilizzazione - ha detto Marchigiani - e dare l'esempio: il regolamento edilizio verrà rivisitato e integrato per incentivare l'edilizia sostenibile». In questa prospettiva rientra l'idea di dotare venti edifici scolastici con impianti a energia rinnovabile - «Un cammino già avviato in cinque scuole» -, ma anche la valorizzazione degli spazi verdi: «Introdurremo molto verde in città, anche sui tetti», spiega Marchigiani. Per raggiungere questi e altri obiettivi il Comune si prefigge obiettivi a breve e medio termine. Tra i primi troviamo la già citata apertura dell'Ufficio Risparmio energetico così come la riduzione dei consumi pubblici, dall'illuminazione pubblica agli edifici dell'amministrazione comunale. A medio termine figurano invece interventi di ampio raggio sui consumi familiari, sulla grande distribuzione commerciale e sui trasporti. «Vogliamo che queste linee guida diventino l'occasione per dare applicazione pratica sul nostro territorio ai centri scientifici cittadini - ha affermato Laureni -, trasformando in realtà i tanto vagheggiati vantaggi che la qualifica di "città della scienza" dovrebbe portare a Trieste». Il Comune si rivolgerà agli enti di ricerca per analisi e studi di fattibilità su cogenerazione e reti di teleriscaldamento. «C'è tanto da fare - ha concluso Marchigiani - e in passato Trieste è rimasta ferma troppo a lungo».
Giovanni Tomasin

 

 

Il Comitato per il Golfo contro i miasmi Siot: «Chiudere il deposito»
 

Giorgio Jercog: «I contenitori del greggio vanno sostituiti» Il sindaco: «Importare petrolio a minor contenuto di zolfo»
SAN DORLIGO DELLA VALLE Sei giorni filati di nauseanti odori di natura idrocarburica. La popolazione che sollecita il Comune per avere riscontri sui dati della qualità dell'aria rilevati dalla centralina sita nella frazione di Mattonaia. Il Comune che a sua volta avverte la Siot delle lamentele ricevute. E poi? E poi non si è visto niente. Nulla di fatto. Gli odori smetteranno di infastidire gli occhi e la gola dei cittadini solo grazie all'arrivo della bora e dell'alta pressione. E, beffa delle beffe, i dati richiesti non saranno disponibili perché il personale preposto è... in malattia. Storie di ordinaria normalità a San Dorligo della Valle. Pochi giorni fa l'aria attorno allo stabilimento della Società italiana dell'oleodotto transalpino è tornata ad essere di nuovo irrespirabile. E il malcontento da parte della cittadinanza per i miasmi continua a serpeggiare. Sempre più rumoroso. Da Mattonaia, Francovec, Montedoro, Lacotisce, Dolina, Caresana, Zaule e Bagnoli oltre 150 persone si sono recate in municipio pochi giorni fa per ascoltare le risposte da parte della Siot per porre rimedio alla situazione dei fenomeni odorigeni che caratterizzano la vallata di San Dorligo. Le risposte non sono state convincenti. Anche il sindaco Fulvia Premolin ha ribadito il concetto: «Non entro nel merito della vostra azienda però pensate seriamente a cambiare il tipo di greggio perché i fastidi ci sono, e sono innegabili»”. E ora si sta aprendo la seria possibilità che parte della popolazione intraprenda una linea più dura e rigida. «I cittadini stanno continuando a subire gli effetti dei prodotti del greggio proveniente dal Caucaso con alte percentuali di zolfo e per quanto riguarda le richieste fatte nell'ultima petizione di un anno fa (vennero raccolte 647 firme, ndr) non ci risulta ancora nessuna risposta da parte delle istituzioni». Giorgio Jercog, coordinatore del Comitato per la salvaguardia del Golfo di Trieste, tra i primi firmatari della petizione antiodori, vuole fare chiarezza. Del resto il Comitato del quale fa parte si è fatto le ossa in anni di battaglie contro i vari tipi di inquinamento che ciclicamente affliggono questo ultimo lembo di Adriatico. «A parte l'inserimento di un sensore dei Cov da implementare nella centralina di Mattonaia con la prossima manutenzione e un possibile accordo con l'Arpa per la verifica dei dati dell'aria non si è fatto nulla». Quindi? «Riteniamo a questo punto difficile la strada del dialogo senza le dovute risposte ad una situazione oramai diventata insostenibile. Solo adesso dopo quasi un anno la Siot si è rivolta all'Università per definire uno studio per risolvere la questione che sarà di difficile attuazione senza gli opportuni investimenti tecnologici e sostituzione dei contenitori del greggio». Da qui il monito dell'esponente ambientalista: «Nel caso in cui in tempi brevi non si arrivi a dei percorsi condivisi su delle scelte serie al contenimento dello stato attuale degli odori sgradevoli, dovremo cambiare strategia e chiedere due interventi». In primis «la chiusura del deposito costiero di San Dorligo della Valle mantenendo al massimo dai 4 ai 6 serbatoi per il solo pompaggio del greggio verso la Baviera e Austria (con il ripristino degli stessi con tecnologie appropriate a contenere l'inquinamento) facendo sì che il deposito venga fatto direttamente da loro». E in seconda battuta «riprendere a discutere della costruzione dell'oleodotto Costanza-Trieste così da inviare direttamente il prodotto caucasico nei paesi sopracitati».
Riccardo Tosques

 

E in Comune c’è un uomo solo a gestire la centralina che rileva i dati
 

«Inutile nascondersi dietro a un dito: qui mancano le professionalità». Mitja Lovriha, responsabile del procedimento unico e uomo tuttofare del Comune di San Dorligo della Valle, mette le carte in tavola. E ammette: «Non nascondo che io mi trovo in difficoltà a gestire i dati della centralina di Mattonaia, non rientra nelle mie competenze, ma le risorse sono quelle che sono e personale esperto non ce n'è». Insomma: o così, o così. Lovriha è stato “formato” per gestire i dati da comunicare poi all'Arpa. Assieme ad un'altra dipendente comunale sono i custodi degli aggiornamenti quotidiani della qualità dell'aria del loro comune. Un ruolo assolutamente delicato ed importante. Purtroppo però l'organizzazione attuale del Comune pare avere ancora delle evidenti falle. La conferma arriva dal fatto che c'è un unico personal computer in tutto il municipio in grado di immagazzinare i dati. Dati che poi devono essere trasmessi da una dipendente comunale allo stesso Lovriha; che poi si occupa a sua volta della gestione del carico e della comunicazione di questo all'Arpa. «Siamo in una fase di rodaggio, ora però credo che riusciremo ad operare meglio perché stiamo valutando la predisposizione di altri pc nonché una convenzione con una ditta legata all'Università degli Studi di Trieste», annuncia il funzionario. Ma c'è un problema: i soldi. Lovriha mette le mani avanti: «Io farò un preventivo del costo, poi bisognerà vedere se ci saranno i fondi per affrontare questa spesa». Sentendo Lovriha la buona volontà del Comune pare proprio esserci. Però ora, di fronte ad un argomento come la salute dei cittadini, bisogna fare un ulteriore sforzo. Anche di tipo economico.

(ri.to.)
 

Odori cattivi? In Francia c’è lo “sniffer” di professione
 

TRIESTE La grande puzza si fa risentire. Nubi di gas maleodoranti invadono la città dalle diverse aree contermini. Tutti i rioni cittadini, non solo i più bassi, a fasi alterne, subiscono gli attacchi olfattivi. Illazioni sulle origini delle diverse puzze si sono sprecate. Sembrerebbe che non sia solo la Ferriera che “aromatizza”, negativamente, l'aria che i cittadini respirano. Infatti, nel tempo, ciclici fastidi sono causati anche dalle esalazioni gassose di idrocarburi provenienti dal mare derivanti dalle navi cisterna in rada nel golfo. Probabilmente, in questi casi, dovuti allo sfiato e conseguente fuoriuscita dai serbatoi di vapori inerti che le alte temperature dilatavano oltremodo. Ma non basta dire che si sente odore di ”uova marce”, probabilmente provocate dalle emissioni di piccole parti di acido solfidrico per poter sostenere che un tanfo ha origini industriali. Altro disagio sono le esalazioni che si espandono nella valle del Breg, per intenderci a ridosso dei grandi serbatoi presenti nel comune di San Dorligo della Valle. È da parecchio che i residenti lamentano miasmi insostenibili. Talvolta, anche il solo transito da quelle parti permette di verificarne il fastidio. La domanda rimane: ma da dove arriva il tanfo nauseante? Personale specializzato, munito di appositi sensori, ha girato il territorio in cerca, invano, della fonte. Le risposte risultano frammentarie... procedendo a “naso”. Forse si potrebbe capire l'origine delle mefitiche emissioni odorigene proprio usando dei “nasi”. Avete letto bene. Vi sono delle persone che per mestiere annusano i fetori del mondo industrializzato. Potremmo definire costoro, dei veri e propri lavoratori socialmente utili. Non è una bufala: nella Cina meridionale alcuni esperti ambientali sono stati addestrati per fiutare gli effluvi odorosi nei pressi degli stabilimenti industriali e classificare le diverse emissioni. Infatti, non sempre i gas sprigionati in atmosfera assumono un colore e quindi diventa difficile capirne l'origine. Anche in Francia, da diversi anni, l'attività di “sniffer” (cioè l'annusatore), è un'attività particolarmente utilizzata e ben remunerata, soprattutto nelle aree ad alta densità industriale. Al che, potremmo affermare a naso, che essa sia una professione... profumatamente remunerata!

Gianni Pistrini
 

 

Depuratore di Servola: proroga per due mesi - LETTERA DI TONDO
 

Pericolo scongiurato per il depuratore di Servola. Niente black out a partire da oggi, come previsto in mancanza di interventi ministeriali che autorizzassero la prosecuzione dello scarico a mare delle sostanze inquinanti. È stata sufficiente la lettera inviata dal presidente della Regione, Renzo Tondo, al Dipartimento della Protezione civile, come richiesto nei giorni scorsi dalla presidente della Provincia Bassa Poropat, perchè il competente dirigente di palazzo Galatti potesse prorogare per altri due mesi l’operatività dell’impianto. Adesso spetta al ministero analizzare la situazione e aderire alla richiesta della Provincia decretando, con un primo provvedimento, lo stato di emergenza, cui seguirebbe la nomina di un commissario per l’assunzione di atti in deroga alle leggi ordinarie, come appunto il via libera allo scarico del “tubone”. In caso contrario, se il ministero non ritenesse che sussistono le condizioni di emergenza, la proroga dell’impianto potrebbe essere fatta in regime ordinario. L’iter con la Regione è stato seguito in prima persona dall’assessore Vittorio Zollia, che ora, per altri sessanta giorni, può tirare un sospiro di sollievo.
 

 

Maledetto Photoshop abbruttisce la Ferriera - INTERVENTO DI LORENZO BATTISTA (Lista Civica Trieste 5 Stelle)
 

Da decenni la politica locale se ne interessa solo in campagna elettorale, generando aspettative sia nei servolani che nei lavoratori
Dopo aver appreso che i politici locali manifestavano la propria soddisfazione perché si era evitata la chiusura dello stabilimento siderurgico della Ferriera con il 1.o di febbraio, sarebbe ugualmente interessante sapere che cosa ne pensano i 200mila abitanti della città. Siamo contenti che un migliaio di lavoratori non abbiano perso il posto di lavoro o non vadano incontro alla cassa integrazione. Probabilmente molti cittadini dovranno aspettare e sperare per vedere la fine di un impianto industriale che, a causa delle condizioni meteorologiche avverse (comunicato Lucchini dd. 24/11/2011), sembra dare tanti problemi di inquinamento. Si sono impegnati anche i programmatori di Google Earth a far apparire questo gigante metallico arrugginito meno simpatico ed efficiente di quanto dica la proprietà: un’enorme macchia marrone appare nello specchio di mare antistante le banchine della Ferriera. Maledetto Photoshop! Il problema è che la politica locale da decenni si è sempre interessata alla questione solo in campagna elettorale, generando aspettative sia per gli abitanti, sia per i lavoratori. I governi che si sono succeduti hanno quindi rimandato la soluzione di volta in volta. Quand’è che finirà la situazione di emergenza? Mentre lasciamo che governo nazionale, Regione, Provincia, Comune fissino ulteriori incontri con Lucchini ed Elettra per capire il futuro della Ferriera, ci sono impianti, come la Montello Spa in provincia di Bergamo, che dal 1997 ha completato la riconversione da acciaieria a industria specializzata nel recupero di plastica e parti umide. L’impianto riceve e tratta per il riciclo 120mila ton/anno di imballaggi in plastica, 210.000 ton/anno di rifiuti a matrice organica, produce biogas e genera energia elettrica. Sono impiegati 200 posti di lavoro. Perché non mettere in agenda un simile progetto? Ci sono leggi nazionali ed europee che prevedono l’erogazione di contributi finalizzati alla riconversione di unità produttiva già esistenti. Qualcuno si è mai attivato in questa direzione? Le politiche miopi del passato non sono state in grado di considerare il rifiuto solido urbano una materia prima capace di dare ricchezza. La presenza dell’inceneritore nella nostra città ha fatto sì che la raccolta differenziata sia ferma al 20%. Un bellissimo servizio del programma Presa Diretta su Rai3 ci ha mostrato come a San Francisco (800 mila abitanti) la raccolta differenziata sia giunta al 78%, che l’obiettivo è rifiuti zero nel 2020 e che l’impianto di riciclo e compostaggio della città è un vero e proprio esempio di efficienza. Perché non iniziare seriamente a pensare di fare industria salvaguardando l’ambiente? Il 7 aprile 2008 Renzo Tondo, durante la sua campagna elettorale, pubblicava un video su youtube: “Chiaro e Tondo - cielo Limpido a Servola”. Diceva: “La salute dei cittadini viene prima di tutto; è chiaro che la Ferriera deve essere chiusa e convertita salvaguardando i posti di lavoro. Si può fare”. Ci auguriamo che alle regionali del 2013 i politici abbiano qualcosa di più concreto da proporre e che i cittadini abbiano fatto abbastanza esperienza.

 

 

LA LETTERA DEL GIORNO - Galleria di piazza Foraggi, meglio risparmiare 9 milioni
 

Nel programma dei lavori pubblici il Comune ha messo anche il rifacimento della galleria di piazza Foraggi, per la cifra di 9 milioni di euro. Ai soci di Triestebella piace una città bella e sarebbero felici di vedere una galleria chiara e luminosa al posto dell’attuale antro oscuro, ma, salvo che la galleria non sia in pericolo di crollo, non sarebbe meglio spendere i 9 milioni per lavori di più immediata utilità? La galleria funzionerebbe benissimo se non fosse per i semafori di piazza Foraggi e all’incrocio fra le vie Salata, dell’Istria e Baiamonti. C’è invero qualche disagio per le poche persone che transitano a piedi, dovuto alle venute d’acqua che producono fanghiglia in alcuni punti dei marciapiedi, ma basterebbe una pulizia più frequente. Questi nodi potrebbero essere molto velocizzati con delle rotatorie e bene sarebbe collocare rotatorie anche fra le vie Flavia e Valmaura, all’incrocio con via Caboto e così via. Quante rotatorie si potrebbero realizzare con 9 milioni? Se costassero come le due che faranno a Gorizia, ben 12. E quanto costerà ai cittadini in tempo perso e disagi la chiusura della galleria per la durata dei lavori? Ipotizziamo che per piazza Foraggi passino 36.000 veicoli in media al giorno, che, se i semafori della piazza fossero sostituiti da una rotatoria, ogni veicolo risparmierebbe mediamente 15 secondi, che il tempo di un viaggiatore valga mediamente 10 euro all’ora e che in ogni veicolo viaggino in media 1,5 persone. Si avrebbe un risparmio per i cittadini di oltre 800.000 euro all’anno, a cui va aggiunto il minor consumo di carburante per la sosta a motore acceso per 55.000 ore all’anno e il relativo minore inquinamento. Se si realizzassero 12 rotatorie in sostituzione di semafori in cui transitano 36.000 veicoli al giorno, i cittadini, con un investimento di 9 milioni, risparmierebbero tempo e denaro per oltre 9,6 milioni all’anno.

Roberto Barocchi - Associazione Triestebella
 

 

I colibrì a Miramare accumulano altri debiti - DOPO IL PAUROSO INCENDIO
 

Non viene pagata la farmacia che fornisce Medicine e latte. Due nuovi nati, sono 17
Che cosa succede ai colibrì di Miramare, dopo il pauroso incendio di parte delle serre? Per adesso, incolpevoli, stanno procurando ulteriori debiti. Uno dei farmacisti da cui Stefano Rimoli si fornisce (nelle funzioni di custode giudiziario degli animali per incarico della magistratura) ha un credito di oltre 1500 euro per farmaci e latte da neonati che servono per gli uccellini. «Nel passaggio tra questa gestione, che per i pagamenti chiama in causa il ministero dei Beni culturali, e quella precedente che faceva capo all’Università di Udine - dice il titolare della farmacia San Bortolo di viale Miramare - sono rimasti in sospeso altri 780 euro. Ormai ho perso le speranze di incassarlo». Dopo le complesse vicende giudiziarie, i fornitori ma anche i veterinari che collaborano devono compilare una bolla in funzione di preventivo, una volta approvata possono emettere fattura, e poi aspettare i soldi. «C’è stato qualche ritardo, ma è solo una questione di carte, lo scorso 11 gennaio c’è stato per questo un incontro col giudice, col 10 febbraio i pagamenti dovrebbero arrivare» ammette Rimoli dalla Germania, dove si trova per assistere all’insediamento dei 17 colibrì che ha venduto (per rifondere debiti) a un parco naturale di 26 ettari «tra Hannover e Brema, specializzato nella cura degli uccelli - racconta - e dove il 15 marzo i colibrì triestini verranno anche esposti al pubblico». Mentre le serre “bruciate” sono rimaste con la loro ferita, i 15 colibrì superstiti continuano a vivere e crescere, nel frattempo ne sono nati ancora due, quindi siamo a 17 esemplari. Ma l’incertezza qui è di casa. I 25 mila euro che la Direzione regionale aveva ottenuto dai Beni culturali sui fondi del lotto, agganciati alla somma di 1,2 milioni per il restauro di queste serre (una volta vuotate) e dei muraglioni, sono stati infatti già “girati” all’Università di Udine, a lungo consulente scientifico di Rimoli, e per un periodo incaricata della sopravvivenza dei colibrì. Le nuove spese adesso sono coperte oppure no? Inoltre i 600 mila euro che la Regione lo scorso dicembre ha destinato a Miramare, firmando un accordo di programma con la Direzione regionale dei beni culturali, sono sì destinati al recupero delle cosiddette “serre nuove” che dovrebbero diventare sede del Centro di riproduzione dei colibrì superstiti, ma a una condizione. Come è esplicitato nel testo, solo a condizione che il futuro centro dimostri struttura giuridica e capacità gestionale salda. Ci sono alcuni mesi per elaborare il piano. Altrimenti quei soldi potranno essere spesi per la riqualificazione di parco e castello, a prescindere dal “progetto colibrì”.

(g. z.)
 

 

Parovel: speculazione edilizia in PortoVecchio - Ha denunciato a Roma per truffa ai danni dello Stato numerosi rappresentanti istituzionali
 

Paolo Parovel, già consigliere comunale ed ex gestore di una importante libreria, ora direttore de “La voce di Trieste”, ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia per truffa aggravata ai danni dello Stato. Lo ha fatto come presidente dell’Associazione Libera informazione e ha richiamato l’attenzione dei magistrati su quella che lui chiama ”L'operazione speculativa edilizia e immobiliare Portocittà che si sarebbe sviluppata a danno Porto Franco internazionale di Trieste”. Sono emerse - a giudizio di Paolo Parovel che si definisce “giornalista investigativo” e non è nuovo a solitarie battaglie di principio - anche “connessioni con problemi antimafia e con le reti nazionali di manipolazione dei grandi appalti e della pubblica amministrazione”. Nel ponderoso fascicolo inviato alla magistratura romana per competenza territoriale, ma anche a un buon numero di quotidiani che finora hanno ignorato questa iniziativa, viene posto sotto la lente d’ingrandimento un presunto “tentativo doppiamente illecito di sottrarre con artifizi e raggiri allo Stato italiano, nonché ai legittimi utenti internazionali e nazionali ed alla comunità locale, il possesso indisponibile, l’esercizio economico produttivo, il lavoro ed i redditi attuali e potenziali dell’area portuale extradoganale attrezzata di 70 ettari del Porto Franco Nord di Trieste, o Punto Franco vecchio”. Scopo della presunta sottrazione - secondo il denunciante - è quello di utilizzare l’area per una speculazione edilizia ed immobiliare costiera privata, in violazione dei vincoli giuridici di destinazione esclusiva del sito alle attività di Porto Franco internazionale». L’iniziativa varrebbe oltre 1,5 miliardi di euro ed è, sempre secondo Parovel, “appoggiata localmente da una consociazione trasversale di esponenti politici ed istituzionali attraverso atti amministrativi e campagne di pressione politico - mediatica”. “Verrebbe ignorato e compresso il principio di legalità e le proteste e denunce dei cittadini”. La presunta ’cospirazione’, - secondo il presidente dell’Associazione libera Informazione - risulta strutturata in cinque fasi. “La prima - si legge sempre nell’esposto - è consistita nel ridurre, ostacolare e impedire per anni gli usi portuali del Porto vecchio. La seconda è consistita nel formare una serie di atti amministrativi per urbanizzare l'area senza tener conto del vincolo di destinazione a porto franco”. “La terza fase è consistita nell'assegnare l'urbanizzazione di gran parte dell'area in concessione, a un'apposita società privata di costruttori per 70 anni, con diritto a subconcessioni e senza le informazioni prefettizie antimafia. La quarta fase è consistita nell'utilizzare la concessione con pretesti cultural-ricreativi per chiedere ed ottenere dal prefetto - commissario del Governo la sospensione temporanea per sei mesi del regime di punto franco sull'area, con autorizzazione ad abbattere tratti della cinta doganale per aprirvi dei varchi stradali provvisori. La quinta fase è consistita nel rifiutare di richiudere tali varchi ottenendo una proroga della sospensione temporanea per un anno, pretendendo che venga poi resa definitiva. Nell’esposto-denuncia vengono indicati molti nomi su cui indagare; vanno da quelli di esponenti del Comune e della Regione, passando per l’Autorità portuale e finendo a ministri e dirigenti dello Stato.

c.e.
 

 

Tre progetti base per il parco dell’Ermada
 

Il Comune chiede alla Regione un milione e 600 mila euro per trasformare vecchi edifici in strutture turistico-culturali
DUINO AURISINA «Ammonta all’incirca ad un milione e 600 mila euro la domanda di contributo che presenteremo oggi alla Regione per alcuni dei progetti presentati in merito alle celebrazioni della Grande guerra». Lo annuncia il vicesindaco con delega alla cultura, Massimo Romita. Il finanziamento, per cui l’amministrazione comunale di Duino Aurisina farà appello alle casse regionali, riguarda i progetti relativi alla valorizzazione ed alla celebrazione della Grande guerra che celebrerà il suo primo centenario nel 2014 (iniziata il 28 luglio del 1914). «Si tratta di una prima tranche – spiega Romita - per tre progetti che, nell’immediato, presentavano la possibilità di realizzazione basandosi sulla riqualificazione di edifici già esistenti. Per altri progetti è stata presentata la domanda di contributo alla Regione direttamente dai soggetti interessati, senza l’intervento del Comune – continua - . Altri ancora, invece, necessitano di ulteriori studi di fattibilità o della disponibilità effettiva dei siti in cui si vorrebbe intervenire». Vediamo i perni di questa prima tranche di progetti. Ex scuola elementare di Ceroglie “Miroslav Vihar”: di concerto con la Comunella il Comune vorrebbe creare uno spazio “che offra l'opportunità a tutta la collettività di trasmettere alle nuove generazioni le tradizioni e le memorie storico-culturali”. Nello specifico si vorrebbe trasformare l’ex edificio scolastico, inserito all’interno dell’ipotetico parco tematico del Monte Ermada, in un infopoint, sala espositiva, aula didattica utilizzata dalla Comunella o dai gruppi di speleologici o visitatori. Oltre a ciò si vorrebbe recuperare anche la strada che collegava la frazione carsica alla cittadina di Brestovica (Slovenia), in uso fino ai primi del’900 nonché la riorganizzazione e tracciatura, con l’opportuna segnaletica, tutti i punti storici sia all’interno del paese che sul monte Ermada. Il costo totale dell’opera è prevista intorno ai 624mila euro di cui il 90 per cento dovrebbe venir coperto dai contributi regionali mente il restante 10 per cento sarebbe messo dai fondi proprio della Comunella. La scuola di Medeazza. Qui invece la comunella di Medeazza vorrebbe destinare una parte della struttura, quella al primo piano, ad ostello per una dozzina di persone. L’altra parte, al piano terra, invece potrebbe diventare una sala polifunzionale dove potranno esserci lezioni tematiche, un punto di riferimento in cui sarà possibile prenotare una guida per percorrere uno dei sentieri tematici sull'Ermada a cavallo, a piedi, o in bicicletta; dove si potrà iscriversi a corsi proposti su temi storici, naturalistici, o eno-gastonomici della zona. Il sottotetto, infine, verrebbe trasformato nella sede dell'associazione culturale di Medeazza e San Giovanni di Duino. Oltre alla riqualificazione della scuola si è pensato anche di offrire dei bus navetta che partirebbero dallo slargo in prossimità del Monumento ai Lupi di Toscana e la Chiesa di San Giovanni in Tuba, dove si immagina anche la costruzione di un infopoint con pannelli espositivi, fotografie e dati storici sulle attività circostanti. Anche qui, il finanziamento richiesto di 700mila euro vorrebbe essere coperto al 90 per cento da fondi regionali. Infine gli ex bagni comunali di Duino. Per l'intervento in questione ci si avvarrà della collaborazione della Jus Comunella di Aurisina Nabrezina con l’obbiettivo di riqualificare l'area esterna con la realizzazione di un parcheggio e di un’ area attrezzata, mentre quella interna potrebbe fungere da infopoint e da area espositiva Qui la spesa totale è prevista per 135mila euro.
Viviana Attard

 

 

 

 

GreenStyle.it - LUNEDI', 30 gennaio 2012

 

 

GIFI, APER e Legambiente: “Non toccate gli incentivi al fotovoltaico”
 

Non smette di far discutere l’articolo 65 del decreto liberalizzazioni, anche detto “Cresci Italia”, che cancella con 40 giorni d’anticipo gli incentivi al fotovoltaico a terra su suolo agricolo di potenza superiore a 1 MW. L’ultima reazione negativa è quella di Legambiente, che pur apprezzando il freno tirato ai parchi a terra di grandi dimensioni non gradisce affatto la retroattività dell’articolo 65. Come spiega l’associazione ambientalista:
Il governo ha fatto bene a intervenire sugli incentivi per il fotovoltaico a terra, perché il boom di progetti presentati al GSE rischia di mandare in tilt il sistema e di diventare un boomerang per il futuro delle rinnovabili. Non condividiamo però l’impianto dell’articolo, in primo luogo perché cancella il fotovoltaico a terra anche per le aziende agricole dove poteva rappresentare un’integrazione del reddito, poi perché l’incentivo proposto per gli impianti sulle serre è troppo generoso e rischia di diventare un volano per le speculazioni
Legambiente, poi, mette in luce quello che è abbastanza chiaro per tutti coloro che fanno agricoltura: la copertura fotovoltaica, per quanto limitata al 50% dalle recenti regole dettate dal GSE, è incompatibile con gran parte delle produzioni agricole:
In parole povere, vengono previsti incentivi per il fotovoltaico su serra molto più generosi di quelli previsti dal vigente conto energia per il fotovoltaico al suolo (e senza incappare nei limiti imposti dalla precedente normativa), con un limite di ombreggiatura altissimo (il 50%). Questa indicazione potrebbe dare il via libera a speculazioni per ottenere incentivi pari a quelli delle coperture integrate negli edifici, che sono molto più alti di quelli per i pannelli al suolo. Ovviamente sotto le serre ci sarebbe tanta ombra da permettere ben poche coltivazioni, ma tanto gli incentivi coprirebbero abbondantemente anche i costi della mancata produzione
Ma le critiche all’articolo 65 arrivano persino dal GIFI, il Gruppo imprese fotovoltaiche di Confindustria che l’anno scorso guidò la crociata contro il fotovoltaico sui campi in favore di quello sui tetti. Secondo Valerio Natalizia, presidente del GIFI
L’art.65 deve essere stralciato perché rappresenta per tutto il settore un’ulteriore grave minaccia in termini di investimenti già in essere, posti di lavoro, reputazione nei confronti degli investitori e delle banche, di stabilità normativa e certezza delle regole. Questo provvedimento ha già causato gravi danni agli operatori italiani bloccando in molti casi i cantieri in costruzione che traguardano la scadenza del 28 marzo prevista dalla precedente legislazione. Contestualmente allo stralcio dell’art. 65 si dovrà pertanto consentire di recuperare il tempo perduto
Ultime critiche, infine, da un’altra associazione di produttori di energia rinnovabile: l’APER. Pietro Pacchione, delegato dell’associazione per l’energia fotovoltaica, in un’intervista a Rinnovabili.it spiega che l’APER sta valutando azioni legali contro l’articolo 65:
Stiamo valutando se ci sono strade legali che possono essere perseguite immediatamente. C’è un circolo vizioso dove da una parte ci sono le banche che ovviamente si mettono in tutela e, dall’altra, ci sono gli imprenditori bloccati perché non ricevono più soldi dalle banche per finire l’impianto. I tempi sono strettissimi per recuperare questo errore e comunque si tratta di una situazione che porta a perdere gli incentivi
C’è poi chi comincia a mettere in dubbio la costituzionalità di tutto l’articolo 65. Su DailyE, notiziario tecnico sull’energia, Felice Lucia spiega che sono soprattutto due i punti a rischio: la retroattività del taglio agli incentivi, che annulla il diritto acquisito a ottenere l’incentivo, e l’imposizione dall’alto del nuovo incentivo sulle serre fotovoltaiche. Riguardo a quest’ultimo punto DailyE mette in luce che
l’incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici è disciplinata con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del mare, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e non con un decreto legge governativo, così come espresso dal D.lgs. 28/2011 (art. 24 comma 5 e art. 25 comma 10). Quindi soltanto un altro decreto ministeriale di concerto con le regioni poteva modificare gli incentivi e i relativi premi. L’energia è una materia concorrente e come tale dev’essere coinvolta la conferenza unificata
Con questo clima inizia a sembrare sempre più possibile che il famoso comma 4 dell’articolo 54 del decreto liberalizzazioni, che cancella immediatamente gli incentivi anche per i parchi fotovoltaici superiori al MW già costruiti ma non ancora entrati in esercizio, venga a sua volta eliminato o modificato in Parlamento o con un ulteriore decreto ministeriale. La telenovela degli incentivi al fotovoltaico potrebbe presto continuare con una nuova puntata.
Peppe Croce - Fonte: Legambiente | GIFI |Rinnovabili.it | DailyE
 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 30 gennaio 2012

 

 

Freddo da lupi, mercoledì forse la neve - Gli animali avvistati sul Cocusso pochi giorni fa. Il meteo: da domani le massime sfioreranno lo zero
 

Freddo da lupi sul Carso e anche in città, anzi gelo siberiano. La settimana che comincia oggi avrà queste caratteristiche. Ma mercoledì o giovedì potrebbe addirittura nevicare in città. Quella del “freddo da lupi”, non è certo una battuta. Dice Stefano Filacorda, ricercatore dell’Università di Udine, considerato uno dei massimi esperti a livello regionale dei lupi. «Qualche giorno fa sono stato contattato da un tecnico della Forestale slovena che mi ha segnalato la presenza di un branco sul monte Cocusso a pochi metri dal confine. Al momento non ho avuto alcun riscontro della segnalazione, ma ritengo possa essere credibile». La conferma indiretta arriva dalla Forestale. Dice un sottufficiale che chiede di non rivelare il suo nome: «Poche settimane fa ci sono pervenute alcune segnalazioni di un lupo nella zona del confine. Qualche giorno fa alcuni ciclisti hanno riferito di aver visto delle tracce di lupi. Ma è praticamente impossibile essere sicuri che si sia trattato proprio di questi animali». Al momento è un mistero. Perché l’unico elemento certo, a parte le segnalazioni, è il fatto che, come spiegano alla Forestale, «non ci sono stati nè danni, nè aggressioni riscontrate ad altri animali». Ma c’è un precedente di un mese fa dimostrato con un rilevatore satellitare “Gps”. È successo prima di Natale. Era stato “seguito” un animale “collarato” che a lungo ha vagato nella zona di Grozzana dopo essere giunto dal monte Cocusso. Nel corso del monitoraggio effettuato dagli esperti sloveni di «Slowolf» è emerso che il lupo aveva vagato per diversi giorni superando il confine italiano e arrivando proprio nei pressi dell’abitato. Poi, dopo alcuni giorni di sosta, ha proseguito verso nord rientrando in Slovenia e da lì arrivando fino in Carinzia. Attualmente si trova nel Salisburghese. E ora con l’arrivo del grande freddo, soprattutto nel Carso, il pericolo della presenza di lupi affamati rischia di diventare sempre più concreto. Il meteo, come detto, infatti non lascia ben sperare. «Da ieri (ndr, sabato) la temperatura si è progressivamente abbassata. E così continuerà per tutta la settimana. Da domani le massime sfioreranno lo zero», dice Arturo Puccillo, meteorologo dell’Osmer Arpa. Spiega: «Si tratta di aria polare proveniente dalla Gran Bretagna che alimenta una depressione profonda». Poi aggiunge: «Ma potrebbero anche aprirsi altri scenari che lasciano prevedere anche precipitazioni nevose a bassa quota e sulla costa. In questo caso, tra mercoledì e giovedì potrebbe anche arrivare la neve. Una massa di aria gelida di origine siberiana tenderà a interessare l’Europa centrale appunto già a partire da metà della settimana». Ieri intanto ha soffiato la Bora in modo sempre più intenso. La raffica massima ha sfiorato la velocità di 101 chilometri all’ora attorno, a mezzogiorno sul molo Fratelli Bandiera.
Corrado Barbacini

 

 

Un dozzina i film in gara per “Hells Bells Speleo Award” - MONTE ANALOGO
 

Due date, vetrina per sei nuove pellicole e per la speciale nicchia dedicata alla speleologia. “Alpi Giulie Cinema”, la rassegna cinematografica promossa dall’associazione Monte Analogo, riapre i battenti della edizione 2012, sempre al Miela. Il viaggio esplorativo tra temi, colori e cultura della montagna riparte il 16 febbraio, giornata dedicata alla seconda tornata di opere – film, corti, documentari – programmate sia al pomeriggio che nella fascia serale. Il fitto cartellone propone sei visioni in tutto, dalle 18, con le prime due pellicole della rassegna 2012: “The Pinnacle” e “Life Ascendig”. Il primo lavoro porta la firma del regista inglese Paul Diffley, prodotto nel 2010, documento legato alle ascensioni alpine compiute lo scorso secolo sul Ben Nevis nelle Isole Britanniche; una rilettura delle imprese, entrate tra i capitoli storici dell'alpinismo internazionale. “Life Ascending”, dello statunitense Stephen Grynberg, ripercorre invece le vicende emotive di Rued Beglinger, guida alpina che opera con la famiglia nella zona delle Selkirk Mountains, nella British Columbia: tra avventure, traumi, percorsi e conquiste. La sala del “Miela” si riaccende alle 21 del 16 febbraio per la seconda parte del cartellone di “Alpi Giulie Cinema”, con altre quattro visioni: “Patagonia Promise”, “The Prophet”, “Hallow caves” e “Bleed in Heel”. Rispettivamente una pellicola americana e le restanti di produzione britannica, tutte incentrate sulle trame più intense ed estreme, anche del sentimento, della montagna. La vera novità di quest'anno della rassegna cinematografica è la specialità della Speleologia, tema che a Trieste ha costituito pionierismo, cultura, storia. Un nuovo cartellone caratterizza la manifestazione, sempre a cura di “Monte Analogo” con la Commissione Grotte “Boegan” di Trieste, artefici di una sezione denominata Premio “Hells Bells Speleo Haward”, appuntamento inedito che quest'anno vivrà la sua giornata di gala il 23 febbraio al Miela, dalle 18 alle 23 circa, con il lungo carosello di opere dedicate alla storia, alle conquiste e alle svolte compiute dalla speleologia esplorativa in Italia e in campo internazionale. Una dozzina le opere in lizza nella prima edizione, provenienti dalla regione ma pure dalla Sardegna, Lombardia e Veneto, assieme a contributi prodotti nel Regno Unito, Albania, Filippine e Uzbèkistan. Non è tutto. “Alpi Giulie Cinema 2012” vive la sua tappa principe nella giornata di giovedì 1° marzo, nella sede dell'Antico Caffè San Marco (via Battisti 8, 20.30), data che propone l'assegnazione del premio “Scabiosa Trenta”, tributo ispirato al fiore immaginario concepito dal poeta delle Alpi Giulie, Julius Kugy. Il riconoscimento, secondo la consolidata tradizione del concorso, è indirizzato all'opera di un artista proveniente dal Friuli Venezia Giulia, Carinzia o Slovenia. Ulteriori informazioni sulla rassegna visitando il sito www.monteanalogo.net o telefonando alla segreteria di “Monte Analogo” allo 040-761683.

Francesco Cardella
 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 29 gennaio 2012

 

 

Differenziata: il business di vetro, plastica, metalli - RIFIUTI »DOVE VANNO A FINIRE
 

Dal Maso (AcegasAps): «Ma non è vero che tutto finisce nell’inceneritore» Le destinazioni? Da Ovaro a Marghera, da San Vito al Tagliamento fino in Emilia
Cosmetici, creme, alcol. Detersivi, insetticidi, tarmicidi, termometri. Olio da cucina. Specchi e foglie secche. Sono diventati tutti “rifiuti insoliti e ingombranti” o “pericolosi”. Vanno guardati con sospetto prima di essere buttati nella spazzatura. Vietatissimo. Bisogna metterli da parte. Portarseli con tempo, pazienza e lunghi tratti di strada (in macchina) nei soli quattro centri di raccolta della città, a Roiano, Opicina, Campo Marzio e San Giacomo, per di più in sacchetti trasparenti. Gli addetti devono poter verificare a occhio nudo il contenuto. Stanno arrivando a casa dei triestini le grandi buste Comune-AcegasAps con i dépliant sulla raccolta differenziata, che trasformerà anche le nostre case in un deposito di scarti. La lettera accompagnatoria firmata dal sindaco Roberto Cosolini e dalla presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat fa appello «al coinvolgimento attivo di tutti». Il vasetto della salsa va buttato nel contenitore “vetro”, in strada. Però prima gli togli il tappo. E lo lavi. Se getti un giornale fra la carta, prima gli togli il cellophane. E lo dirotti al settore plastica. E le bottiglie di plastica? Le schiacci una a una. Se no occupano troppo spazio. Ci aspetta insomma un sacco di lavoro. E in cambio? Niente, tranne la coscienza pulita anche quella. Il ciclo di raccolta-recupero muove molti soldi, ma i triestini non riceveranno premio. «L’unica certezza, che deriva però da una decisione solo politica, è che la Tarsu non aumenterà quest’anno - dice l’assessore all’Ambiente Umberto Laureni -, da noi è il cittadino a pagarne il 70% e le aziende pagano il 30%, a Padova avviene il contrario». E perché? Decisione politica. Ma dove va tutto questo materiale? A chi è venduto? Chi incassa? Chi guadagna? «Sfatiamo la leggenda metropolitana secondo cui “tutto si butta nell’inceneritore come prima” - dice l’ingegner Paolo Dal Maso, direttore della divisione Ambiente di AcegasAps -, ogni materiale ha la sua filiera». In cima a tutto c’è il Conai, Consorzio nazionale imballaggi, ente privato senza fini di lucro che ha 1 milione e 400 mila aziende iscritte e una convenzione con l’Anci, Associazione nazionale dei Comuni (e relative multiutility). Da questo dipendono 6 consorzi, per carta, alluminio, vetro, acciaio, legno, plastica. Il “primo utilizzatore” di ciascun materiale (industriale, importatore, commerciante) paga un “contributo ambiente” con il quale il lavoro di raccolta e smaltimento si finanzia, e con una fetta del quale le AcegasAps di turno si pagano anche il maggior lavoro di raccolta. Somma che viene scaricata sulle merci in vendita: cioé la paghiamo, pro quota, noi. Ma che strada fanno ora i rifiuti triestini? Carta: depositata alla piattaforma della ditta Calcina in zona industriale, è pressata, imballata e portata dal consorzio Comieco alla cartiera di Ovaro (non a quella di Duino perché qui si fa carta col legno). Plastica: va da Calcina e poi, resa “pura” dal consorzio relativo, è imballata e spedita a San Giorgio di Nogaro e San Vito al Tagliamento, centri di raccolta regionale. Dove è separata per composto chimico. Vetro e lattine, dopo la consueta sosta da Calcina, partono invece per Marghera, lì si separa vetro da alluminio e acciaio. Il primo, macinato, continua il viaggio verso l’Emilia, dove entra nei forni e torna bottiglia. Roba vecchia come nuova, che torna a essere venduta e comprata. Siamo saliti su questa macchina, ne siamo il motore.
Gabriella Ziani

 

Sorpresa, i vestiti buttati nel bidone giallo non finiscono alla Caritas
 

Siccome prima o poi si butta tutto, i dubbi su che fare delle infinite cose da cui siamo circondati, aiutati e afflitti saranno altrettanto infiniti. Ecco alcuni casi di immediata evidenza. FARMACI. Quelli scaduti, dove vanno? Non c’è scritto. Sorpresa: nelle immonidizie normali. Non sono “speciali” o “pericolosi”. La quantità casalinga è considerata minima. L’inceneritore brucia tutto. Se avessimo una discarica sarebbe diverso: i batteri se ne nutrirebbero, con effetti devastanti. PILE. Sono un rifiuto pericoloso, quelle esauste vanno negli appositi contenitori. Ma ci sono o no? Il Comune: «Dobbiamo aumentarne il numero». ABITI. Errore nel dépliant. I contenitori gialli per la raccolta di abiti e scarpe usati non sono della Caritas, i vestiti smessi non vanno dunque ai poveri. I cassonetti sono da tempo AcegasAps e cooperative. I vestiti, come il resto, sono riciclati altrove.
 

Multe salate ma bisogna essere colti in flagrante - Costi e CONTROLLI
 

Nel 2010, ultimo bilancio noto, il Conai nazionale (fondato nel 2006 con la legge Ronchi) ha raccolto oltre 64% dei materiali riciclabili circolanti in Italia, di questi il 74% è stato recuperato. Il Consorzio ha incassato dal riciclo rifiuti 619 milioni di euro, trattenendo per propria remunerazione 17 milioni e dando il resto ai sei Consorzi che trattano i materiali. I soldi girano in un circuito chiuso. «Adesso vogliamo discuterne con Acegas - assicura l’assessore all’Ambiente Umberto Laureni- , se loro stanno nei costi, si può abbassare la spesa per il cittadino?». «A Padova già nel 2003 il Comune è passato dalla tassa (Tarsu) alla tariffa (Tia), e così i privati pagano solo il 30% dello smaltimento - dice Paolo Dal Maso, capo della divisione Ambiente di AcegasAps - ma è decisione che spetta ai Comuni. Noi dal circuito di recupero ricaviamo quanto serve per aumentare il servizio. I camion sono gli stessi, le corse sono raddoppiate». Mistero, però: aumenta in peso la raccolta differenziata, e non cala quella indifferenziata. Abbiamo moltiplicato i nostri rifiuti, o c’è un’altra più sottile ragione? I dépliant informativi (su carta rigorosamente riciclata) riportano per ora solo le multe stabilite dal Regolamento comunale. Butti i rifiuti indifferenziati nella campana di vetro o carta? Da 75 a 450 euro (ridotto: 150). Butti nei cassonetti rifiuti pericolosi o ingombranti? Da 250 a 1500 euro (ridotto: 500). Se poi hai messo nel cassonetto comunale rifiuti portati da altrove, da 100 a 600. E perfino per “mancata chiusura del coperchio del contenitore stradale” da 25 a 150 euro, 50 con lo sconto. «Ma al momento - ammette Laureni -, bisogna che il vigile colga sul fatto la singola persona, altrimenti come associare colpa e colpevole?». Una multa un po’ di carta, insomma.

 

E il «tetrapak» diventa anche spettacolo - Una delle azioni di persuasione organizzate dal Comune. Coinvolti scuole e commercianti
 

Non è che l’inizio, altri dépliant seguiranno per mandarci a lezione sulle immondizie. Verranno coinvolte le scuole. Si organizzeranno spettacoli. Il primo è in cartellone, per ora senza maggiori dettagli, il 31 gennaio. Avrà per tema il tretapak, che non è un personaggio dei fumetti ma il contenitore di misteriosa natura in cui per esempio si vende il latte. Interrogati, potrete poi rispondere: «È carta». Della carta esiste anche una più strana versione, quella «accoppiata», che ha come sigla sulla confezione “ca”, e riguarda ad esempio contenitori cartacei con rivestimenti diversi. Che fare dell’ibrido? Bisogna trattarlo come carta. Molto più complesso (ma stavolta non spetta al cittadino risolvere in casa sua anche questa grana) quel che succede con un semplice vasetto di yogurt, dove l’ingegno umano è riuscito a mettere insieme plastica per il contenitore, alluminio per il coperchio, carta per l’involucro quando si tratta di multiconfezione. Durissimo esercizio sarà quello di buttare fra la plastica i mille sacchetti e contenitori sgocciolanti che ci troviamo in mano davanti ai fornelli, senza dimenticare la pena peggiore. Avete fritto le patatine? L’olio va raccolto a parte e per essere ortodossi andrebbe portato al centro di raccolta (come fanno i ristoranti). Chi ci riuscirà? Meno dubbi, ma più servizi, si preparano per i commercianti. Sempre il 31 gennaio è prevista la diffusione di notizie sui nuovi sistemi di raccolta degli imballaggi di cartone. Se ne occuperà il Comune assieme a Esatto: «Le isole “gialle” sui marciapiedi - avverte Laureni, l’assessore all’Ambiente - verranno aumentate di numero, e la raccolta sarà più frequente. Se il negoziante sa con esattezza a che ora c’è il prelievo, è facilitato a eseguire più puntualmente la rimozione». E questa è categoria agevolata, con imballaggi prelevati a domicilio. Invece ecco dove dobbiamo andare noi, e non solo col ferro da stiro, con tv e computer, sedie e vernici, trieline e diserbanti avanzati, ma anche con creme e pomate smesse, smalti per unghie e argentil andati a male. I centri di raccolta sono in via Valmartinaga 10 a Roiano, in Strada per Vienna 84/a a Opicina, in via Giulio Cesare 10 a Campo Marzio, in via Carbonara 3 a San Giacomo. Tutti sono aperti da lunedì a venerdì dalle 7 alle 19, tranne Campo Marzio che fa orario 6-18. La domenica invece è aperto il centro di San Giacomo, funziona dalle 8 alle 13.

(g. z.)
 

 

Coro di no al “rilancio” del rigassificatore - Lega: «Nulla di concreto nel progetto». Udc: «Molte le zone d’ombra». Grillini: «Una cosa da folli»
 

«Siamo decisamente contrari al rigassificatore di Zaule e ci sorprende che il Pdl proponga ancora questo progetto che in campagna elettorale ha escluso in modo netto». Massimiliano Fedriga della Lega Nord non ha dubbi e spedisce al mittente la proposta del Pdl regionale. Tondo, durante una riunione a Udine, ha tirato fuori dal cassetto il progetto di Gas Naturale. Anche in considerazione del quadro economico e occupazionale della città con le incertezze sul futuro della Ferriera e la situazione di sofferenza di alcuni comparti. «Che il Pdl lanci la sua proposta - aggiunge Fedriga - in considerazione della crisi che attanaglia Trieste non è cosa seria. I mille posti in pericolo alla Ferriera non si compensano certo con i 50 addetti che verrebbero impiegati nella costruzione e nella manutenzione dell’impianto. Ci vuole altro, e noi della Lega da molto tempo chiediamo un tavolo per ragionare su come riconvertire l’area della Ferriera e impiegare le forze lavoro proprio in questa ristrutturazione. Il progetto di Gas Natural non è chiaro. La società ad esempio non ha calcolato il rischio scismico e non ha presentato un vero e proprio tracciato. In definitiva non c’è nulla di concreto». Più possibilista l’Udc. «Il rigassificatore è un problema delicato e importante per Trieste - sottolinea Edoardo Sasco -; devono essere le istituzioni, Comune e Provincia in primo luogo, a verificare se il progetto è compatibile con la sicurezza dei cittadini e l’impatto ambientale. Il progetto, così come ci è stato presentato, presenta varie zone d’ombra che devono essere rimosse, come la movimentazione nel golfo dove è previsto in futuro un incremento dei traffici, l’impatto con fauna e flora marina e le infrastrutture a terra. Una volta verificate e risolte queste problematiche si coinvolga tutta la città. La Regione potrebbe avere un ruolo di regia. «Rimettere in gioco il rigassificatore di Zaule è cosa da folli». Il movimento 5 Stelle va giù duro con la proposta del centrodestra. «Il Pdl non ha un'idea per il futuro - affermano i “grillini” Paolo Menis e Stefano Patuanelli -, quindi rispolvera vecchi progetti che possono portare solo danni alla città. Il loro candidato sindaco, Roberto Antonione, si era espresso chiaramente contro il progetto di Gas Natural. E poi Bucci: un giorno parla di industria del turismo e l'altro di rigassificatore, qualcuno gli spieghi che le due cose sono incompatibili. Noi siamo sempre stati chiarissimi. Sì a industrie compatibili con la sicurezza e con l'ambiente, sì alla produzione diffusa di energie rinnovabili, sì a impianti di trattamento a freddo dei rifiuti. No a rigassificatori, centrali nucleari ed inceneritori. Per questo motivo, in Consiglio comunale, daremo un parere contrario al progetto del rigassificatore di Zaule».

(fe.vi.)

 

 

Piano regolatore, lezione di Legambiente - INCONTRO DIBATTITO
 

Un vademecum da offrire al cittadino per sapersi muovere nei complicati meandri del Piano regolatore. Per saperlo leggere in modo adeguato, districandosi tra sigle, numeri e riquadri. Ma soprattutto per prepararsi a prendere le opportune contromisure in caso di necessità. Sono stati questi i temi della lezione di avvicinamento e comprensione al Prg, tenuta nella sede di Legambiente dall’architetto Lucia Sirocco, vice presidente della sezione locale. Con la proiezione di una serie di diapositive e cercando di trasformare in linguaggio semplice tutta una serie di regole e varianti, Sirocco ha illustrato come evitare rischi ed errori, ma anche quali sono i diritti del cittadino su questa materia. «Molte persone non sono a conoscenza, che ogni cittadino ha degli strumenti a disposizione per intervenire direttamente sul Piano regolatore – ha spiegato Sirocco – e questo avviene con la possibilità di produrre delle osservazioni personali, sulle quali poi il Consiglio comunale ha l’obbligo di esprimersi». Per Legambiente i punti chiave sul fronte Prg sono l’opposizione ferrea a una cementificazione generalizzata della città, ma soprattutto una visione più elastica nel cosiddetto calcolo della capacità insediativa teorica. Il che tradotto significa creare proporzionalmente alla densità abitativa prevista, non solo edifici, ma anche un numero adeguato di servizi ai cittadini. Per Legambiente insomma avere una città vivibile non significa soltanto aumentare le zone residenziali, ma dotarle dei servizi primari come spazi verdi, parcheggi, ospedali, scuole e centri di aggregazione. Sul Prg in fase di elaborazione dall’attuale amministrazione comunale, l’architetto Sirocco preferisce non sbilanciarsi su giudizi affrettati, ma tiene a precisare che Legambiente, come già fatto in passato con le varianti 66 e 118, terrà gli occhi aperti.

(p.p.)

 

 

Tutti i segreti dell’acqua salata e delle tartarughe a Miramare - AREA MARINA PROTETTA
 

Acqua, mon amour. Anche per questo weekend le iniziative promosse da Wwf Miramare vedono un’adesione entusiasta da parte del pubblico e registrano un tutto esaurito. Ieri, nell’incontro “Dolce&salata” i partecipanti sono stati guidati ad una visita gratuita al comprensorio dell’acquedotto triestino, organizzata in collaborazione con Acegas Aps. Gli escursionisti si sono trovati “alla fonte”, alle risorgive del Timavo, per un’introduzione naturalistica. La visita è poi proseguita con tappa al Randaccio, con un excursus sulle curiosità legate alla rete idrica della città che ha spaziato dal panorama storico a quello mitologico e ancora a quello più prettamente tecnico. Oggi, alle 11, al castelletto di Miramare ancora l’acqua sarà il fulcro, ma si parla di quella salata e ad esplorarla saranno i più piccoli. I bambini tra i 5 e i 10 anni d’età parteciperanno infatti a “Il bestiario tattile”, laboratorio ludico per la scoperta della fauna marina. Ad animare l’evento, un simpatico abitante del mare che appassiona da sempre i giovanissimi, il delfino. I posti sono ancora disponibili, invece, per gli incontri della settimana che si apre domani nell’Area marina protetta di Miramare. Per chi ama il “microcosmo” marino sabato 4 febbraio Miramare organizza una “Passeggiata in zona di marea”, pensata per i grandi ma anche per le famiglie. Il percorso, che partirà alle 15 dal castelletto di Miramare, è dedicato alla riscoperta di ciò che il mare lascia dietro di sé sul bagnasciuga, quando si ritira. Pomodori di mare, patelle e tanti altri organismi che fanno della resistenza il loro punto di forza e che sono capaci di sopravvivere in ambienti “estremi” saranno i protagonisti di questa escursione. In caso di maltempo l’appuntamento verrà trasferito al centro visite. Le iniziative de “Il bestiario tattile” proseguono con domenica 5 febbraio, che sarà tutta dedicata alla scoperta del fascino della lentezza: i giovani esploratori potranno venire a contatto con delle tartarughe Caretta caretta. Dalle 11, sempre al Castelletto di Miramare, i bambini conosceranno da vicino questo rettile che può apparire buffo d’aspetto ma che, in realtà, è un perfetto nuotatore. Durante l’incontro ci sarà anche una sensibilizzazione riguardante il tema dell’inquinamento marino e dei rischi che questo comporta per l’animale. Il laboratorio si terrà anche in caso di maltempo. Sempre domenica 5 sarà l’occasione per fare una “Passeggiata in fondo al mare”: grandi e piccini potranno immergersi nei fondali della riserva marina di Miramare con una visita multi-sensoriale all’interno del centro visite. Con la guida di un biologo dello staff del Wwf, si andrà alla ricerca delle peculiarità dei diversi ospiti del mare. Dulcis in fundo, la vasca tattile: i visitatori potranno avere un’esperienza ravvicinata con organismi “speciali” come ricci di mare e stelle marine. Il centro visite sarà aperto oggi e poi tutte le domeniche di febbraio con orario dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 16.30, salvo gli orari in cui saranno attivati il Bestiario Tattile o visite guidate prenotate, nel qual caso la struttura sarà momentaneamente chiusa. A partire da febbraio, inoltre, ripartono le passeggiate e le escursioni in simbiosi con la natura, in preparazione alla primavera. Per informazioni e prenotazioni, è possibile contattare in orario d’ufficio il numero di telefono 040-224147 (interno 3) oppure scrivere all’indirizzo di posta elettronica giovanna@riservamarinamiramare.it.
 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 28 gennaio 2012

 

 

Rigassificatore, il Pdl riapre i giochi in Regione -
 

Tondo ai consiglieri: valutare le opportunità di lavoro dopo la crisi della Ferriera Ciriani: prendere una posizione, la giunta dovrà dare il parere in tempi brevi
Una parentesi di pochi minuti all’interno di una riunione durata quasi quattro ore. Sufficiente però a riaprire i giochi di un partita complessa e incerta, quella del rigassificatore di Zaule. Dal rapido confronto andato in scena l’altro a Udine durante la riunione del Pdl regionale, è emersa infatti una nuova apertura di credito verso il progetto di Gas Natural. Una linea, se non ancora del tutto favorevole all’ipotesi gnl in Zona industriale, almeno fortemente possibilista. Ben più possibilista di quanto n on fosse solo un paio d’anni fa. A determinare il cambio di rotta è stata la presa d’atto del mutato contesto economico e occupazionale della città. Le incertezze sul futuro della Ferriera con il rischio concreto che mille operai perdano il posto, lo stato di sofferenza in cui versano le casse comunali, la crisi che mette in ginocchio comparti come l’edilizia e l’artigianato, stanno spingendo i vertici del partito - Renzo Tondo e il suo vice Luca Ciriani in testa -, a guardare il rigassificatore da una prospettiva diversa: non più come male assoluto, bensì come potenziale opportunità. Una soluzione in grado prima di tutto di creare lavoro: sia nell’immediato (le stime parlano di 30-40 addetti da impiegare nella costruzione e nella manutenzione dell’impianto), sia in prospettiva. La presenza del terminal gnl infatti, è il ragionamento fatto durante dai pidiellini durante la riunione in terra friulana, potrebbe attrarre nuovi insediamenti industriali, interessati ai benefici prodotti dalla catena del freddo. Ecco quindi spiegata anche la frase pronunciata a Udine da Renzo Tondo, riferita da più un partecipante all’incontro: le difficoltà della Ferriera potrebbero spingere una parte della popolazione di Trieste ad accettare in questo momento l’ipotesi rigassificatore. Uno spunto a cui si è aggiunto anche l’invito fatto da Ciriani ai colleghi di partito a prendere rapidamente una posizione sul tema. I tempi infatti, ha evidenziato il vice di Tondo, stringono e il parere definitivo della Regione, che confida di conoscere al più presto anche l’opinione del ministro all’Ambiente Clini, dovrà obbligatoriamente arrivare entro i primi di maggio. Di qui la necessità di accelerare la riflessione e di inserirla, come detto, nel mutato quadro economico. «Il ragionamento fatto a Udine - commenta Maurizio Bucci - è in linea con quello esposto dal presidente degli Industriali Sergio Razeto. Il rigassificatore può produrre positive ricadute occupazionali. In più, a differenza della Ferriera, non inquina. Un aspetto che va comunicato efficacemente». Non si pensi però ad un verdetto già emesso: il dibattito è appena iniziato. «Il terminal sarà al centro di incontri specifici - si affretta a precisare Piero Tononi -. L’indicazione, per ora, è analizzarne ogni elemento senza abbandonarsi a chiusure, ma neanche ad entusiasmi, aprioristici». «Essenziale - osserva Piero Camber - sarà mettere sul piatto costi e benefici. Va chiarito cosa Gas Natural è disposta a dare alla città in termini di compartecipazione al gettito fiscale, royalties e investimenti». «La crisi in atto a Trieste è tale - osserva Bruno Marini - che anch’io, da sempre contrario al rigassificatore, oggi ho forti dubbi. Mi chiedo se sia moralmente accettabile da parte chi ha responsabilità politiche dire no ad un progetto che non risolverà tutti i problemi, ma almeno potrebbe diventare una valvola di sfogo».
Maddalena Rebecca

 

In primavera scadrà il termine dei 200 giorni

 

Duecento giorni. È il lasso di tempo concesso dalla legge alla Regione per esaminare il progetto definitivo del presentato da Gas Natural ed esprimere di conseguenza il proprio parere sull’infrastruttura prevista in Zona industriale (in foto). Un termine che scadrà tra fine aprile e inizio maggio visto che le integrazioni al progetto preliminare presentate dal colosso spagnolo sono arrivate negli uffici dell’Assessorato all’Ambiente lo scorso autunno. Nel giro di qualche mese, quindi, l’esecutivo Tondo dovrà espletare tutti i passaggi previsti dall’iter e raccogliere i pareri dei tanti soggetti coinvolti: dal Comune di Trieste alla Provincia; dall'Arpa all'Autorità portuale. Realtà, quest’ultima, che nell’era Monassi non ha ancora mai chiarito la propria posizione sull’ipotesi gnl.
 

 

La metro “senza confini” costa 25 milioni di euro - il progetto
 

L’Ince presenta a Lubiana un progetto di collegamento che metterebbe in rete Trieste e Gorizia con Capodistria, Sesana, Nova Gorica, Divaccia e il Veneto
TRIESTE Le Ferrovie in regione? A un binario morto. Ma proprio mentre il Grande Tagliatore di Trenitalia, l’ad Mauro Moretti, sta per arrivare nel Friuli Venezia Giulia, da tempo da lui trasformato nel Far East delle traversine, si scopre che esiste un progetto intelligente di metropolitana leggera. Lo ha realizzato quasi in sordina l’iniziativa centroeuropea (Ince), su precisa imbeccata della Regione e della Provincia di Trieste. Ed è addirittura transfrontaliero, nel senso che andrebbe a risolvere anche i problemi di una linea, quella tra il Fvg e la Slovenia, attualmente invischiata in tempi di percorrenza pre-asburgici e smembrata con precisione quasi chirurgica (vedi il treno per Budapest). Il lavoro è stato presentato l’altro giorno a Lubiana, e a vagliarne i contenuti c’erano anche esponenti dei tre aeroporti di Trieste, Venezia e Lubiana. Segno che un sistema di trasporti integrato è fondamentale per lo sviluppo dell’area. «Parliamoci chiaro - sottolinea Carlo Fortuna dell’Ince, uno dei realizzatori del lavoro - le Ferrovie non hanno investito un centesimo per infrastrutture in quest’area da quasi cento anni, nè lo fatto il Cipe. Basti dire che gli scambi della stazione di Campo Marzio, a Trieste, non esistono più da nessuna parte d’Italia da almeno 50 anni. Ci sono ferrovieri e addetti ai lavori che arrivano qui per fotografarli...». Fortuna ha le idee chiare sulla sua “creatura”. «I problemi sono prettamente di natura politico-istituzionale. Il primo: la Trieste-Capodistria, mai fatta accettare agli sloveni. L’assessore regionale Riccardi ha avuto il merito di riunire Regione Veneto e ministeri, riuscendo a sbloccare, da parte di Lubiana, almeno l’accettazione della linea passeggeri. Ma è stato comunque concordato con gli sloveni che nello studio globale entreranno anche le merci. L’importante è che la stazione di Trieste esca dallo scomodo ruolo di cul de sac, dove finisce tutto, e diventi uno snodo a tutti gli effetti». Il progetto, in effetti, prevede oltre a collegamenti veloci tra Divaca, Gorizia, Capodistria, Monfalcone, Nova Gorica, Sesana e Trieste, anche almeno tre stazioni urbane nel capoluogo regionale («Campo Marzio e un’area vicina alle “Torri d’Europa” sarebbero due di queste», anticipa Fortuna), oltre ovviamente ai rami destinati agli aeroporti. C’è un “ma” finale, legato alla posizione di Moretti. «Bisogna spezzare il suo circolo vizioso - commenta Fortuna - che parte dal sotto-investimento che porta meno passeggeri e dunque al taglio e al deterioramento dell’infrastruttura. Il Comune dovrebbe farsi carico, sbattendo anche il pugno sul tavolo, per avere selezionatissimi interventi per portare a Trieste almeno 25 milioni di euro per la centralizzazione tecnologica degli scambi (con un +40% possibile di traffici per il porto di Trieste), l’adeguamento della linea di cintura e l’allestimento delle stazioni metropolitane in prossimità di questa linea. «Ho visto il progetto e lo apprezzo - sottolinea il sindaco Cosolini. Non a caso vedò Fortuna prima di Moretti, atteso per il 2 febbraio...».
Furio Baldassi

 

SEGNALAZIONI - TRAFFICO Serve un piano generale

 

In relazione a quanto pubblicato in merito al piano urbano del traffico, diciamo subito che non è solo Corso Italia o via Mazzini, è qualcosa di più. È il piano urbano del traffico della città di Trieste. Da tempo abbiamo presentato all’Amministrazione comunale proposte concrete, spetta ora alla stessa predisporre l’iter che va dalla consultazione, alla decisione e attuazione del piano con tutti i passaggi dovuti. Sembra ora di essere sul binario giusto, ma attenzione alle deviazioni. E poi c’è una nuova realtà nel Paese in materia di trasporto pubblico locale e bene farebbe anche la nostra regione, per le competenze che ha, realizzare il piano regionale integrato dei trasporti senza attendere che cosa? Allora nelle città, a Trieste è urgente realizzare questo impianto e intanto realizzare dei correttivi, ad esempio la Linea 10 prolungata sulle Rive e la tanto attesa Linea 5 in Moreri alta a Roiano, come da richieste avanzate. Poi ci sono i piani partecipati del traffico nei rioni che devono collegarsi al quadro generale, in merito abbiamo già chiesto incontri con le circoscrizioni. La sveglia sembra esserci per tutti e le misure proposte dal decreto Monti - Salva Italia – in materia di trasporto pubblico locale vengono proposte integrazioni, una diversa organizzazione e soprattutto accorpamento di servizi pubblici. In questo quadro parlare di mobilità urbana sostenibile è la migliore ricetta da attuare garantendo finalmente ai pedoni, ai cittadini, ai diversamente abili, ai bambini di essere definitivamente i padroni della città. E tanto per intenderci in merito a Corso Italia e via Mazzini, per le soluzioni indicate e riportate al quadro generale del piano bisogna dire a quei comitati di “esercenti” che non sono solo loro a decidere, ma l’intera collettività. Ha ragione il consigliere Bucci nelle sollecitazioni per un piano urbano del traffico di tutta la città (prima che lo porti via la Croce Rossa, come è successo più volte) il piano urbano del traffico può essere attuato con il contributo di tutti. Non dimentichiamoci ancora che Trieste ha oltre il 70% dei marciapiedi occupati e il 90% delle fermate bus occupate impropriamente. Un contributo per aiutare a comprendere meglio quanto si intende realizzare per la nostra città.

Sergio Tremul

 

 

Antenne a Chiampore dal Comune stop a un secondo impianto
 

L’assessore Longo: la Conferenza dei servizi non ha ancora concluso i lavori. Intanto si cerca di localizzare nuovi siti idonei
MUGGIA Ennesimo stop del Comune di Muggia alle nuove antenne di Chiampore. Dopo l'ordinanza di pochi giorni fa contro la Dcp per imporre la sospensione dei lavori al traliccio sito a un centinaio di metri dalle abitazioni, l'amministrazione Nesladek ha deciso di fare il bis. Questa volta nel mirino dell'Ufficio Servizio Ambiente e Sviluppo energetico è finita una società triestina, la Finmedia srl. Neanche 48 ore fa è infatti partita una diffida verso l'azienda con sede in via Campo Marzio a non avviare ed eseguire i lavori per la modifica di un impianto tecnologico di radiotelecomunicazione sito su una particella del comune censuario di Valle San Bortolo, nella frazione di Chiampore. La mossa del Comune è dunque chiara: agire d'anticipo. La conferma arriva dall'assessore all'Ambiente di Muggia, Fabio Longo: «La diffida deve fungere da deterrente, ma se la Finmedia non ottempererà all'atto saremo pronti a parte con un'ordinanza». Un cambio di rotta inequivocabile. Ma d'altronde l'assessore Longo lo aveva promesso più volte, anche durante la campagna elettorale del maggio scorso: «Le antenne a Chiampore sono uno dei problemi prioritari da risolvere di questo comune». E così, dopo alcune settimane di studio, a partire dall'autunno scorso gli uffici comunali hanno iniziato a cambiare marcia dando voce alla petizione del Comitato contro le antenne di Chiampore che grazie al lavoro volontario di alcuni concittadini ha raccolto la sottoscrizione di quasi 350 residenti tra Muggia vecchia, Ligon, Fontanella, San Floriano e naturalmente Chiampore per dire basta ai tralicci calati dall'alto sopra le loro teste. A fare le spese del pugno duro del Comune è stata la Finmedia che ha in progetto una modifica ad un impianto già esistente. La motivazione? La Conferenza dei servizi non si è di fatto ancora conclusa. Convocata il 7 novembre scorso per l'esame dei progetti relativi all'installazione di nuove infrastrutture per impianti radiotelevisivi e/o modifica di impianti preesistenti, la Conferenza – che non ha visto la partecipazione, “nonostante l'invito esplicito”, da parte di Finmedia – ha registrato da parte dell'amministrazione comunale “perplessità e puntualizzazioni” su alcuni aspetti della vicenda “principalmente quello della salute legata all'inquinamento elettromagnetico”, ma anche nuove proposte di localizzazione per gli impianti, “in considerazione delle preoccupazioni manifestate dai residenti di Chiampore riuniti in un Comitato” contro le antenne. A tutt'oggi il procedimento inerente la Conferenza non è stato ancora concluso stante – come evidenzia il Comune - “la necessità di ultimare l'espletamento della complessa ponderazione comparativa degli interessi pubblici e privati coinvolti nella vicenda”, in particolare per quanto concerne “l'individuazione dell'esatta e più idonea localizzazione degli impianti, tenendo conto anche delle istanze promosse dalla popolazione residente”. La diffida alla Finmedia è stata trasmessa per competenza anche alla Polizia municipale di Muggia. «Il Comune si è mosso con un atto che deve fungere da deterrente – ha concluso l'assessore Longo – ora vedremo l'evolversi della situazione fermo restando che gli uffici stanno continuando a operare vigilando attentamente sulla vicenda».
Riccardo Tosques

 

 

“Caso Siot”: poche idee ma tante polemiche - L’opposizione critica la giunta, la maggioranza soddisfatta perchè «si è iniziato un confronto»
 

SAN DORLIGO DELLA VALLE L'assemblea pubblica indetta dall'amministrazione comunale di San Dorligo della Valle (in seguito ad una petizione apartitica sottoscritta da 511 cittadini) continua ad essere l'argomento del giorno sotto la Val Rosandra. I temi scottanti affrontati - Siot, Wärtsilä, autostrada e raccolta dei rifiuti – hanno destato diverse riflessioni da parte delle varie parti politiche. «Riteniamo che il metodo dell'ascolto e della trasparenza sia la strada corretta affinché una buona amministrazione affronti in maniera nuova e proficua tutte le questioni che la comunità rappresentata si trova ad affrontare», ha commentato il capogruppo del Pd Igor Cavarra. Per quanto riguarda le delicate questioni della convivenza fra i grossi apparati produttivi e le zone urbanizzate, spiega Cavarra «si è iniziato un confronto che sicuramente proseguirà: mettere d'accordo interessi spesso configgenti come salute, qualità della vita ed apparati economici, non è cosa né semplice né scontata, la presenza della direzione della Siot, nonché di quella della Wärtsilä, testimoniano che il problema esiste. Iniziare ad affrontarlo è nell'interesse di tutte le parti, in primis dell’amministrazione». Toni differenti quelli utilizzati dal capogruppo di Uniti nelle Tradizioni, Boris Gombac: «Dopo aver ascoltato per l'ennesima volta il solito ritornello che si sta facendo il massimo per eliminare le fonti di inquinamento odorigeno, acustico e atmosferico, nessun impegno è stato preso dall'amministrazione comunale nell'affrontare alle radici il problema dell'impatto odorigeno-atmosferico sulla salute degli abitanti e del depauperamento dei valori catastali degli immobili». Gombac ha poi definito “un comportamento a dir poco scorretto” quello dell'amministrazione comunale accusata di “non aver ritenuto opportuno comunicare la presenza dei vertici delle due aziende (Siot e Wärtsilä , ndr) all'incontro pubblico”. L'esponente dell'opposizione ha così evidenziato che «sarà compito nostro riportare nelle sedi istituzionali qual è il Consiglio comunale la concertazione per una soluzione definitiva sui problemi dati da Siot e Wärtsilä«. Stoccata poi all'assessore all'Ambiente Elisabetta Sormani definita “evanescente e trasformatasi per l'occasione in valletta addetta al microfono”. Pronta la replica della Sormani, esponente di Libertà civica: «Alla sottoscritta non è certo caduta la corona per aver reso un servigio alla realizzazione dell'incontro occupandosi del microfono, situazione verificatasi per problemi tecnici e mancanza di personale». Tornando ai temi dell'assemblea la Sormani ha definito “positivo” l'incontro stigmatizzando però come “non fosse certo necessario raccogliere 500 sottoscrizioni per indire un'assemblea pubblica: l'Amministrazione non si è mai tirata indietro per offrire risposte ai cittadini”. Da qui l'esortazione ai residenti “a contattare direttamente gli esponenti dei partiti di maggioranza per ogni eventuale informazione riguardo il Comune”. Così infine, con tono sarcastico, Roberto Drozina, capogruppo consiliare del Pdl-Udc: «Di una cosa abbiamo avuto nuova conferma, che le industrie, gli amministratori di strade a scorrimento veloce e di impianti di stoccaggio, insediati sul nostro territorio, nonostante i miasmi, i rumori, le nuvole di fumo di cui sono fonte, hanno sempre quale primario obiettivo, la tutela delle nostre sicurezza e salute!» Il capogruppo del Pdl-Udc ha poi evidenziato come vari rappresentanti della maggioranza «non si sono risparmiati in reprimende contro i promotori dell’ultima petizione».

(Ri. To.)

 

 

Denuncia di Greenaction all’Unione europea
 

Gli sviluppi di una denuncia all'Unione europea, presentata nello scorso luglio da Greenaction Transnational, per «evidenti violazioni delle normative sulla tutela dell'ambiente». Questo il tema al centro dell’incontro tenuto da Roberto Giurastante, presidente dell'associazione, che ha parlato di «copertura nel tempo, da parte di tutti gli enti locali e dei servizi di sicurezza, di comportamenti che ledono gravemente il territorio di Trieste». Giurastante, dopo aver ricordato che «la denuncia è tutt'ora all'esame della competente Commissione europea» e che «la procedura è lunga e complessa», ha affermato che «l'area che va dal Porto Nuovo fino a Muggia fa parte del gruppo di 56 zone riconosciute come inquinate a livello nazionale. La causa di tutto questo è che sia sull'altipiano carsico, sia sulla costa orientale della provincia di Trieste, sono state create nel tempo discariche per idrocarburi esausti o per altri materiali inquinanti. Esistono grotte coperte da sostanze bituminose. Questa progressiva opera di saccheggio del territorio - ha continuato Giurastante - è stata attuata per smaltire rifiuti speciali. Nella nostra denuncia sono analizzate le operazioni che hanno portato alla realizzazione delle grandi discariche nella nostra provincia. Si tratta - ha continuato - di rifiuti letali fatti sparire nelle profondità del Carso, nelle discariche sottomarine del golfo, nelle discariche costiere trasformate in zone di balneazione, sulla base di una sistematica operazione di devastazione ambientale del territorio e di contemporanea demolizione del porto». Per Giurastante nel tempo «è stata attuata una vera e propria aggressione, fatta di persecuzioni giudiziarie, intimidazioni, minacce, intercettazioni continuate, nei confronti degli ambientalisti che difendono la legalità internazionale, facendo emergere i fantasmi di un oscuro passato».

Ugo Salvini
 

 

COLAUTTI «In arrivo in Fvg nuovo piano energetico»

 

 Il Friuli Venezia Giulia si prepara alla stesura di un nuovo Piano energetico che recepirà una direttiva Ue che prevede per l'Italia l'obbligo di utilizzare, entro il 2020, almeno il 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili. Lo ha annunciato ieri a Udine il presidente della quarta Commissione Alessandro Colautti.

 

 

Lo speleovivarium dedicato alla memoria del fondatore Pichl - OGGI LA CERIMONIA
 

Oggi, alle 17.30, con l’apposizione di una targa in pietra carsica lo Speleovivarium di via Guido Reni 2/C sarà ufficialmente dedicato alla memoria di Erwin Pichl, padre fondatore della struttura museale, una delle poche in Europa espressamente dedicate alla flora e alla fauna delle grotte del Carso triestino e ai fenomeni del carsismo. Lo Speleovivarium è anche, e soprattutto, un laboratorio di bio-speleologia, finalizzato alla riproduzione in cattività del proteo, il piccolo animaletto anfibio che è l'unico vertebrato europeo che vive unicamente nelle grotte, e in particolare nelle grotte dell’area del Carso, tanto da essere il logo-simbolo della speleologia. Entrato nella speleologia negli anni ’60, giovanissimo, nella Sezione Geospeleologica della Società Adriatica di Scienze – divenuta negli anni ‘80 Società Adriatica di Speleologia – Erwin Pichl - scomparso il 28 dicembre 2010 - si è sempre interessato agli aspetti scientifici dell’esplorazione del sottosuolo, con un’attenzione particolare alla vita degli ambienti sotterranei. Per questo le sue osservazioni e i suoi studi si concentrarono presto sul Proteus anguinus Laurenti, con una una ventina di pubblicazioni (di cui sei espressamente dedicate al proteo), e nella realizzazione dello Speleovivarium, struttura museale didattica che gli è valsa nel 1992 l’attribuzione, da parte del Comitato Difesa Fenomeni Carsici, del Premio San Benedetto. Pichl fu, fra l’altro, tra i promotori del convegno sull’ecologia dei territori carsici svoltosi nell’isontino nel 1979. La sua passione per la biologia del sottosuolo lo portò a elaborare un progetto per un vivaio dedicato alla speleobiologia. La collocazione ideale venne trovata nel vecchio rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale di via Guido Reni. In quelle gallerie tutti i parametri fisici (temperatura, umidità, insonorizzazione) si presentavano sorprendentemente simili a quelli delle cavità naturali, e così pure la loro stabilità nell'arco dell'anno. Dopo lunghi e impegnativi lavori, il primo nucleo del museo venne aperto al pubblico nel gennaio 1990: nasceva così in forma ufficiale lo Speleovivarium. Guidati da Erwin Pichl i volontari della Società Adriatica di Speleologia ampliarono progressivamente l'area espositiva, e oggi questa struttura si presenta come una realtà museale unica nel suo genere, riconosciuta dalla Regione come Museo minore nel 1995.
 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - VENERDI', 27 gennaio 2012

 

 

Bulimia di cemento in Friuli Venezia Giulia.
 

Legambiente commenta un emendamento alla finanziaria regionale 2012 che usa strumentalmente la categoria di Comune turistico.
In questi giorni il primo caso a Castions di Strada, noto Comune a vocazione turistica, nel quale un campo di golf “giustifica” 200 mila metri cubi di complessi residenziali e relativo consumo di suolo.
Una crisi di bulimia di cemento ha evidentemente colto il Consiglio regionale durante l’approvazione della legge finanziaria per il 2012, la L.R. 18/2011.
La diagnosi, purtroppo postuma, è confermata dalla lettura di alcuni commi dell’articolo 6, “Interventi in materia di infrastrutture, territorio, edilizia e lavori pubblici”, che, fin dal titolo, evidenzia che stiamo parlando di una delle più costanti tentazioni “mangerecce” di tanti ceti politici, ancora convinti che ingrassare significhi stare bene, ed esibire uno status sociale superiore. Cioè – fuori di metafora – ancora convinti che cemento e asfalto sia la dieta che serve alla “crescita”…
L’emendamento è stato firmato da consiglieri fra i più autorevoli di questa Legislatura, Galasso e Colautti del PdL, votato dalla maggioranza con l’opposizione che vota contro senza farlo sapere, e prevede due tipologie per aggirare le norme urbanistiche vigenti.
La prima consiste nell’allargamento a fisarmonica della categoria dei “Comuni turistici”: se un Comune è “limitrofo”, ma basta essere anche solo “viciniori” – perché farsi condizionare dalla geografia! – a un Comune già classificato turistico basta chiedere di diventarlo e lo sarai. Questo influirà positivamente sull’individuazione di zone omogenee G, il che vuol dire insediamenti turistici.
Ma poniamo che un Comune abbia la sventura di non essere nemmeno “viciniore” a altro Comune turistico. Che fare per evitare che la storia, la geografia, l’economia e l’urbanistica spezzino per sempre ogni speranza di crescita per queste disgraziate comunità? Ecco la soluzione, semplice ed efficace: se “viene proposta la realizzazione di impianti turistici-ricettivi rispondenti agli standard nazionali, europei o internazionali di settore” da parte di qualche benemerito imprenditore, ecco che, anche i “Comuni aventi caratteristiche anche diverse da quelle proprie dei Comuni montani e costieri” possono chiedere di diventare Comuni turistici!
Perché tutto ciò? Qual è la famosa “ratio”, la logica, che la legge dovrebbe sempre avere? Non certo consumare suolo, né favorire speculazioni edilizie, ma semplicemente, da amministratori pubblici che sanno essere prima di tutto “buoni padri di famiglia”, per “l’incentivazione delle possibili entrate” di quei poveri Comuni che non sono ancora turistici e quindi non hanno sufficienti entrate in questi periodi sempre più neri.
Questa è la norma approvata, che sembra fatta su misura per progetti che da anni non riescono a trovare casa: un autodromo, tre o quattro campi da golf, qualche altra darsena. Ma soprattutto le annesse ville a schiera, centri congressi, e via cementando.
Il tutto in una Regione nella quale si vorrebbero fare due bretelle autostradali, terza corsia e TAV, raddoppiare Grado e fare un nuovo villaggio turistico in quota al Pramollo con uno in costruzione allo Zoncolan.
Se non è bulimia questa…
Ah, una cosa ancora: non mancherà la “valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente” in conformità alle direttive comunitarie. Se non altro per un motivo: del buon senso, delle leggi regionali e nazionali si può fare a meno, di quelle europee no, perché il rischio che la “crescita” non ci sia è – come sanno ormai tutti – solo colpa dell’Europa.
Legambiente FVG

 

 

ECOSPORTELLO.org - VENERDI', 27 gennaio 2012

 

 

Detrazione del 55% fino a fine anno. La Camera chiede la stabilizzazione

 

La Camera conferma le detrazioni del 55% fino a fine anno. Il disegno di legge di conversione del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” è passato con 495 voti favorevoli ed 88 contrari. Il Decreto proroga (art. 4) al 31 dicembre 2012 le detrazioni del 55% sulla riqualificazione energetica, mentre dal 1 gennaio 2013 alle detrazioni fiscali del 55% si applicherà pertanto lo stesso regime delle detrazioni sulle ristrutturazioni edilizie del 36%.
Intanto è approvata all’unanimità dalla Commissione Ambiente della Camera una risoluzione che impegna il Governo a dare stabilità alla detrazione del 55% per il miglioramento energetico degli edifici e ad estenderla agli interventi di consolidamento antisismico. La Risoluzione approvata unifica tre diverse risoluzioni presentate dai deputati Manuela Lanzarin, Ermete Realacci e Sergio Piffari. La proposta di quest’ultimo riguardava anche misure di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico.
Nel testo approvato si legge che le indagini condotte dall’ENEA e dal Cresme attestano che l’agevolazione fiscale del 55% ha rappresentato lo strumento più efficace e virtuoso in tema di sostenibilità ambientale, di sostegno del mercato dell’edilizia di qualità e di risparmio di emissioni di CO2. Al dicembre 2011, sono stati contabilizzati 1.400.000 interventi di efficientamento energetico degli edifici per 17 miliardi di euro complessivi di investimento, che ha interessato soprattutto piccole e medie imprese nell’edilizia e nell’indotto e che ha attivato ogni anno di oltre 50 mila posti di lavoro, dalle fonti rinnovabili alla domotica, dagli infissi ai materiali avanzati.
Il sottosegretario all’Ambiente, Tullio Fanelli, si è dichiarato favorevole alla stabilizzazione del bonus del 55%, ma ha espresso dubbi sulla proposta Piffari di adottare un programma pluriennale di riqualificazione energetica di tutta l’edilizia residenziale pubblica, ritenendo che non sempre l’intervento pubblico sia lo strumento più efficace per l’ammodernamento di tale patrimonio.
Ermete Realacci, responsabile per la green economy del PD, ha sottolineato in una nota la propria soddisfazione per l'approvazione della risoluzione sul 55% di cui è primo firmatario: "E' un segnale positivo quello che arriva dalla Commissione Ambiente della Camera con l'approvazione all'unanimità della risoluzione sul credito di imposta del 55% per le misure a favore dell'efficienza e del risparmio energetico in edilizia. Ora il Governo ne tenga conto”.
 

 

In Germania arriva l’auto-tram elettrico che si ricarica alle fermate

 

In più occasioni, vengono sottolineati gli ingenti investimenti intrapresi dalla Germania per i mezzi pubblici ecologici: per il 2012 sono stati già programmati sempre più autobus, auto elettriche, treni e tram elettrici.
Ora, in Germania, è stato presentato l’AutoTram, un prototipo di autobus elettrico che si ricarica ad ogni fermata che compie: si tratta di un “ibrido” tra un bus e un tram che viaggia su gomma ed è alimentato elettricamente grazie a speciali batterie che hanno la possibilità di essere ricaricate progressivamente ad ogni fermata del bus stesso.
Il progetto AutoTram è costato 34 milioni di euro al governo tedesco, il cui ammortamento arriverà grazie al risparmio energetico ottenuto dall’utilizzo di questo mez che sarà teoricamente ammortizzata in termini di risparmio energetico.
Il progetto AutoTram è frutto della partnership tra Fraunhofer Institute for Transportation e l’Infrastructure Systems IVI di Dresda. Obiettivo del progetto era di realizzare un mezzo comodo, flessibile e conveniente come un autobus, ma con zero emissioni di gas serra e zero inquinamento acustico.
Il problema dei cicli lunghi di ricarica della batteria è stato affrontato e “superato” dagli ingegneri tedeschi: la maggior parte delle vetture sono utilizzabili solo per poche ore al giorno, l’AutoTram deve esserlo per tutto il giorno, da qui la necessità di far sì che abbia tempi di ricarica bassissimi. Il mezzo non usa infatti le batterie al litio proprio perché hanno tempi lunghi di ricarica. L’AutoTram dispone anche di un serbatoio diesel attivabile nel caso la stazione di ricarica sia troppo lontana e la batteria necessiti di essere ancora ricaricata.
Secondo i progettisti, i costi di questo avveniristico AutoTram sarebbero dalle 30 alle 50 volte inferiori rispetto a una metropolitana, anche se è ancora molto più costoso rispetto a un autobus tradizionale.
 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 27 gennaio 2012

 

 

San Dorligo: la gente stufa di sentire miasmi e rumori
 

Affollata assemblea in Municipio con i responsabili delle industrie accusate Il sindaco Premolin: «Almeno cambiaste tipo di petrolio greggio»
SGONICO Una sala consigliare stracolma così mai da anni. Obbiettivo sostanzialmente centrato da parte di Res Publica Dolinae, l'associazione spontanea di cittadina di San Dorligo della Valle, promotrice attraverso oltre 500 sottoscrizioni della richiesta al Comune di un'assemblea con gli amministratori locali per discutere alcuni dei maggiori problemi del territorio. E a sorpresa, oltre alla Giunta Premolin e diversi consiglieri comunali, sia di maggioranza che d'opposizione, all'incontro pubblico hanno presenziato pure due alti funzionari delle due aziende messe sotto accusa dalla cittadinanza: da una parte la Siot, rea di emanare odori puzzolenti, dall'altra la Wärtsilä, criticata per la produzione di inquinamento acustico. A testimonianza di come i problemi denunciati (da anni) dai cittadini di San Dorligo siano reali. Con decine di persone costrette a rimanere fuori dall'aula - ma supportate dalla presenza degli autoparlanti - il primo argomento affrontato sono stati i fenomeni odorigeni, ossia "le spuze" come rimarcato dalla sala, prodotte dalla Società Italiana dell'Oleodotto Transalpino (Siot). Nevio Grillo, direttore delle operazioni dello stabilimento sito nella vallata di San Dorligo, ha rassicurato la platea evidenziando come i fenomeni odorigeni che provocano bruciori alla gola e agli occhi, che durante i mesi estivi costringono i residenti a tenere chiuse le finestre e che alimentano il fenomeno di disturbo del ciclo del sonno, in realtà, "non sono una minaccia per la salute". La platea ha confutato questa tesi evidenziando come, in realtà, vi siano delle statistiche epidemiologiche che parlano a sfavore degli “odori”, sfortunata concausa tra il petrolio greggio trattato e la situazione meteo esistente all'atto dello svuotamento dei serbatoi. E anche il sindaco Premolin ha lanciato una stoccatina al Grillo evidenziando come “un cambio di greggio (quello attuale proviene dal Caucaso ed ha alte percentuali di zolfo, ndr) potrebbe essere d'auspicio”. E dai polmoni passiamo alle orecchie. Un altro folto gruppo di cittadini, residenti nell'area di Bagnoli nuova, ma non solo, ha stigmatizzato i costanti fastidiosi rumori provenienti dalla Wärtsilä. Il fenomeno di inquinamento acustico nasce in pratica dalla fase di test dei grossi motori prodotti dallo stabilimento. Conseguenze per i residenti? Rumore costante 24 ore su 24 con annessi problemi di insonnia. La società, rappresentata in aula dal direttore del Delivery centre Trieste Giorgio Bobbio, si è difesa evidenziando come i rumori non siano a ciclo continuo. Da un cittadino l'invito al Bobbio a (non) dormire a casa sua per una verifica de facto sulla presenza continua dei rumori. Preoccupazione poi è stata espressa per le nuvole di fumo provenienti dallo stabilimento. Per il dirigente della Wärtsilä “tutto nella norma”. Quindi, in realtà, nulla di cui preoccuparsi. Temi trattati per ultimi, ma non per questo meno importanti, quelli riguardanti i rumori provenienti dalla superstrada e la raccolta porta a porta dei rifiuti. Sul continuo e incessante frastuono frammisto a sibili dei freni dei Tir sul tratto di autostrada tra le frazioni di San Giuseppe della Chiusa – Log e Bagnoli della Rosandra è stata ribadita la richiesta da parte dei cittadini di installare dei pannelli fonoassorbenti. Richiesta anche questa atavica. Dulcis in fundo la richiesta di maggior trasparenza sui prelievi dei bottini dei rifiuti, da applicare anche con dei riscontri verificabili su internet tramite apposita password, - argomento colto favorevolmente dal sindaco Premolin – e la possibilità di affidare l'attuale servizio delle bollette dei rifiuti gestito da Equitalia al Comune, richiesta almeno per ora bocciata dal primo cittadino per un semplice motivo. Manca il personale.

Riccardo Tosques
 

LA SIOT ANNUNCIA - L’Università studia nuovi sistemi per abbattere l’odore
 

SAN DORLIGO «Stiamo continuando ad investire in ricerca per proporre soluzioni concrete al disagio manifestato dalla popolazione di San Dorligo della Valle, ma tutti i controlli hanno sempre accertato che gli odori non comportano alcuna conseguenza per la salute». Ulrike Andres, general manager del Gruppo Tal e Presidente della Società Italiana per l'Oleodotto Transalpino conferma così la volontà dell'azienda di raccogliere le istanze della popolazione ribadendo, con azioni concrete. «Anche nel 2012 investiremo complessivamente 11,6 milioni di euro – prosegue Andres - nell'ammodernamento degli impianti per garantire sempre i migliori standard di sicurezza. Inoltre uno studio dell'Università di Trieste ci fornirà la risposta migliore all'abbattimento degli odori». Da un paio di giorni è in corso uno studio condotto dall'Università triestina attraverso un'analisi comparata dei sistemi di abbattimento degli odori in uso sul mercato, che dovrebbe portare in tempi brevi a determinare la soluzione migliore e più efficace. «In ogni caso tutte le analisi e ricerche finora condotte hanno dimostrato la non tossicità delle emissioni: i componenti esalati dal petrolio non sono catalogati dagli organismi sanitari come pericolosi, ma provocano esclusivamente disagi olfattivi», recita una nota della Siot. «Inoltre – conclude l'azienda - i monitoraggi continui dell'aria da parte dell'Arpa, attraverso la centralina che Siot si è resa disponibile a posizionare contribuendo alle spese, confermano dati rassicuranti. In nessun caso sono state evidenziate emissioni in grado di arrecare danni o addirittura problemi di natura sanitaria a carico di persone, animali o vegetazione».

(ri.to.)
 

 

Centrale, la A2A punta sul carbone per Monfalcone
 

Via il direttore Manzo, arriva da Civitavecchia un manager che ha guidato la riconversione dell’impianto dell’Enel
MONFALCONE Cambio di timone alla centrale termoelettrica A2a di Monfalcone e ipotesi di riconversione a “carbone pulito”. Dopo tre anni a capo di un impianto con tutte le sue complessità, oggetto di progressivi interventi per migliorare produttività e performance ambientale, l’ingegnere goriziano Luigi Manzo prepara la valigia con destinazione Mestre, dove opererà all’interno dell’unità di ingegneria di A2a, società dai cui è alle dipendenze dal 1999. Manca ancora l’imprimatur dell’ufficialità, ma al suo posto subentrerà, in qualità di nuovo direttore della centrale monfalconese, l’ingegnere Roberto Scottoni, 38 anni, genovese, sposato e padre di tre figli. Per lui si tratta del primo incarico in A2a, avendo finora lavorato nel gruppo Enel, dove si è messo in luce per l’intenso lavoro di repowering della centrale di Torrevaldaliga Nord, a Civitavecchia recentemente riconvertita proprio a “carbone pulito”. Competenze specifiche spendibili che potrebbero aver giustificato la decisione di A2a di attingere all’esterno nella ricerca di specifiche professionalità. Torna in ballo dunque la questione della riconversione, anche se il primo obiettivo che l’azienda affiderà a Scottoni sarà quello della dismissione entro marzo 2013, così come previsto dal protocollo Aia (Autorizzazione integrata ambientale) e pattuito col presidente della Provincia, Enrico Gherghetta, dei gruppi 3 e 4 alimentati a olio combustibile. Di qui l’apertura di una riflessione sui rimanenti due gruppi a carbone. A2a si mantiene abbottonata, sul tavolo è ancora tutto da delineare anche perché resta in piedi ancora il progetto Endesa sulla metanizzazione del 2004. Certamente la possibilità di valutare una riconversione dell’impianto a carbone di ultima generazione (cosiddetto ipercritico), con le relative opportunità di teleriscaldamento per la collettività, può certamente considerarsi esplorabile, una volta sondate anche le impressioni dell’amministrazione comunale e del territorio. La società potrebbe in futuro riprendere in mano l’analisi, tecnica e finanziaria, sulla fattibilità dello svecchiamento della centrale e della creazione di una rete di teleriscaldamento per la città. E in questo le competenze di Scottoni potrebbero calzare a pennello. Quanto all’ingegner Manzo, da tredici anni al servizio di A2a, l’azienda parla di normale avvicendamento(anche il precedente direttore era rimasto in carica tre anni). L’approdo all’unità d’ingegneria di Mestre rappresenta insomma un’ulteriore crescita professionale. Del resto, anche di recente, a seguito della truffa milionaria perpetrata ai danni della centrale ed emersa a novembre, i vertici societari avevano pubblicamente apprezzato la condotta di Manzo durante le indagini condotte dai carabinieri e avviate dalla Procura distrettuale antimafia di Trieste per venire a capo del traffico illecito di rifiuti. Le indagini sono ancora in corso: gli atti non risultano depositati. Quanto al comitato Enel, resta in attesa di poter incontrare al più presto la nuova direzione, cui sottoporrà le questioni ambientali e la richiesta di una maggiore attenzione, rispetto al 2011, nella gestione di sfiati e fuoriuscite di fumi, nonché di dismissione dei gruppi a olio combustibile e impiego del trasformatore principale del gruppo 1 per eliminare ogni sorta di ronzio. di Tiziana Carpinelli

 

 

LA LETTERA DEL GIORNO - La stazione di Opicina uccisa da una politica sbagliata
 

Le voci sulle possibilità della chiusura della stazione ferroviaria di Villa Opicina dove ho speso venti anni della mia vita di lavoro, sono molto preoccupanti. Il completamento dello scalo di Villa Opicina, con l’unificazione delle stazioni di Poggioreale del Carso e Poggioreale Campagna fu concluso nel 1963 con impressionanti lavori di sbancamento e l’investimento di un’enorme quantità di denaro. Tale realizzazione coincideva con l’istituzione della Regione a Statuto Speciale Friuli Venezia Giulia (gennaio 1963). A livello regionale i finanziamenti per la costruzione delle nuove infrastrutture ferroviarie arrivarono mediante due leggi speciali per Trieste, la 173/1955 che prevedeva lo stanziamento di 5.800 milioni di lire e la seconda, n° 298/1958 che stanziava complessivamente 45 miliardi per lavori di competenza del Ministero dei Trasporti e del Ministero dei Lavori Pubblici. In aggiunta alle due specifiche leggi, l’amministrazione delle Ferrovie dello Stato, particolarmente sensibile alle esigenze del Compartimento di Trieste riusciva, non senza gravi sacrifici di bilancio, a stanziare altri 15 miliardi da utilizzare per opere di potenziamento delle linee di afflusso dall’Italia centrale e settentrionale alla nostra Regione, ed all’acquisto di materiale rotabile. Tutto questo denaro pubblico, proveniente dalle tasse dei cittadini italiani, a 50 anni di distanza sta per diventare carta straccia grazie alla politica dissennata delle ferrovie italiane privatizzate. Ancora 30 anni fa a Villa Opicina c'erano 43 binari di cui 29 elettrificati, operavano 24 ore su 24 tre squadre di manovra con relativi locomotori diesel, coordinate da tre capistazione dirigenti movimento. Funzionava una biglietteria con deposito bagagli, esisteva un grande ufficio veicoli e lo schedario carri , e poi l’agenzia doganale, il centro tassazione, le gestioni merci riunite, senza contare il personale della sottostazione elettrica e del tronco lavori. Più di cento dipendenti per un impianto che lavorava molto intensamente, tanto che ai ferrovieri di Villa Opicina era stata concessa l’indennità di zona disagiata e quella di scalo ultraperiferico. A tutto quel personale ferroviario bisogna aggiungere gli ispettori doganali, gli agenti della Guardia di Finanza e quelli della Polizia Ferroviaria e di Frontiera. Era funzionante un bar nel fabbricato viaggiatori, ed era pure attiva la mensa aziendale accanto alla sede del Dopolavoro Ferroviario con annessi campi di bocce e pista di pattinaggio. Di tutto questo fervore di vita e di lavoro al giorno d’oggi non è rimasto quasi niente. Attualmente Villa Opicina conta meno di 30 dipendenti, ed il lavoro si svolge solo la mattina per 5 giorni la settimana. Durante tutto il resto del tempo la stazione rimane chiusa. E’ chiaro quindi che la battaglia per il trasporto delle merci nel nostro Paese è stata vinta dal vettore su gomma, grazie soprattutto alla politica suicida della società ferroviaria Cargo, e a meno di un radicale mutamento della politica dei trasporti, tutte le assicurazioni sul ruolo strategico delle ferrovie nella nostra regione che arrivano da parte di Trenitalia, RFI e Cargo, sono solo fumo negli occhi.

Gianni Ursini
 

 

 

 

VITA.it - GIOVEDI', 26 gennaio 2012

 

 

Servizio civile, via libera a 18mila giovani
 

Sospesi degli effetti della sentenza del 9 gennaio. Riccardi: «Siamo soddisfatti»

«Esprimo grande soddisfazione per la decisione della Corte di accettare la sospensione della revoca del bando per i volontari del 2012. È una decisione che consente ai giovani di partire per il loro servizio alla comunità nazionale e riporta serenità dopo giorni di comprensibile apprensione. Voglio fare i miei auguri di buon lavoro a tutti i ragazzi e ringrazio gli enti che li accoglieranno per il sostegno dato in queste settimane". È quanto afferma Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione e integrazione, a commento della notizia sulla pronuncia della Corte d'appello di Milano che ha di fatto sbloccato la partenza per 18 mila giovani che svolgeranno nel 2012 il servizio civile
La richiesta era arrivata da Asgi e Avvocati per niente, le associazioni che avevano seguito e vinto il ricorso al tribunale di Milano a favore del diritto degli immigrati a svolgere il servizio civile che ha portato al blocco degli avvii.
Scrivevano nell'appello «le associazioni ricorrenti ribadiscono l'invito al Governo italiano affinché – prendendo atto che secondo la decisione del Tribunale di Milano una lettura costituzionalmente corretta della norma consente già oggi l’accesso degli stranieri al servizio civile – voglia perciò introdurre, in occasione della emanazione di uno dei provvedimenti in calendario (ad es. il decreto legge sulle semplificazioni che sarà esaminato a breve dal Consiglio dei Ministri) una modifica dell’art. 3 del d.lgs. 77/2002 che, fugando ogni eventuale residuo dubbio, chiarisca definitivamente il diritto degli stranieri regolarmente soggiornanti a concorrere al servizio.
Le associazioni ricorrenti colgono l’occasione per ribadire che i disagi e le ansie vissute in questi giorni dai volontari già selezionati ed in procinto di essere assunti in servizio non possono essere addebitate alle associazioni ricorrenti che avevano proposto la sospensiva del bando già al momento della presentazione del ricorso, in ottobre, quando le selezioni non erano ancora state effettuate, mentre nel corso del procedimento la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in qualità di parte convenuta, non ha mai fatto cenno allo stato di avanzamento delle procedure di selezione, confidando esclusivamente nel rigetto del ricorso.
Le associazioni ricorrenti ringraziano in particolare tutti i giovani volontari del Servizio civile nazionale che hanno espresso in questi giorni solidarietà e apprezzamento per l’azione giudiziaria da noi promossa, dimostrando la loro adesione ai valori di uguaglianza, pari opportunità, solidarietà e inclusione sociale, che sono comuni alla nostra azione così come al loro impegno nel Servizio Civile Nazionale».
Via libera quindi alle 18 mila persone che, a causa della sentenza del Tribunale di Milano della scorsa settimana (leggi qui) sul ricorso intentato da un cittadino pachistano che vive in Italia, escluso dalla selezioni perché senza cittadinanza italiana, si sono trovate da un giorno all’altro al palo, senza la possibilità di iniziare il servizio presso l’ente di riferimento.
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 gennaio 2012

 

 

«La Lucchini dovrà investire i soldi di Elettra solo a Servola»
 

Superata l’emergenza, i sindacati della Ferriera continuano il pressing sulla proprietà.

Chiesto un incontro con l’amministratore delegato Calcagni per ottenere ulteriori garanzie
Il rischio imminente, quello della chiusura dello stabilimento al primo febbraio, è stato cancellato grazie all’intesa Lucchini-Elettra celebrata martedì in Regione. Ma il pressing continua. L’hanno ribadito ai lavoratori della Ferriera di Servola, ieri nel corso dell’assemblea convocata all’interno della fabbrica, i rappresentanti sindacali. In attesa di avere notizie, entro metà febbraio, sulla soluzione definitiva del contenzioso fra la Lucchini spa e la Elettra produzione srl, vogliono infatti altre risposte da proprietà e istituzioni. C’è in primo luogo la richiesta di garanzie sulla destinazione dei 12 milioni di euro che Elettra pagherà per la fornitura del gas di risulta prodotto dalla Ferriera dei mesi di dicembre, gennaio e febbraio. «È necessaria - spiega Umberto Salvaneschi (Fim-Cisl) - un’attenta verifica sul loro utilizzo. A questo proposito abbiamo inviato una lettera alla Lucchini chiedendo un incontro a Trieste con l’amministratore delegato (Marcello Calcagni, ndr), affinché quei soldi siano vincolati allo stabilimento di Servola». Per delle necessità ben precise: «Vanno impiegati per la manutenzione e messa in sicurezza degli impianti, in modo che questi fra l’altro abbiano il più basso impatto possibile a livello ambientale - prosegue Salvaneschi -. Inoltre c’è la questione del piano arrivo navi: quello che ci era stato presentato tenendo conto del rischio chiusura al primo febbraio arrivava alla prima decade del mese prossimo. A questo punto, però, con la produzione che continua, il piano va rivisitato tornando all’indirizzo ordinario degli arrivi e dell’acquisizione delle materie prime». Tutto questo quadro, peraltro, va incorniciato tenendo conto di un obiettivo ulteriore. L’utilizzo, così come descritto e auspicato dai sindacati, della liquidità in arrivo da Elettra potrà assicurare infatti «visibilità, importante in funzione dell’eventuale interesse da parte di imprenditori terzi a rilevare la Ferriera. In questo modo, troveranno impianti degni», conclude Salvaneschi. E proprio sul tema delle voci su possibili nuovi compratori la richiesta è «di fare chiarezza - mette in evidenza Franco Palman (Uilm) -. Poi la politica dovrà impegnarsi a non chiudere le porte a un’eventuale nuova realtà». Alle istituzioni i sindacati chiedono risposte immediate anche sul percorso che porterà all’accordo di programma «con cui si definiranno riconversione e strategia futura per l’area», aggiunge Palman. Che, sulla questione della liquidità da destinare alla Servola spa da parte del gruppo Lucchini, rileva un elemento in più: «Con questi soldi si potrà dare respiro anche ad alcune delle ditte dell’indotto». Il rappresentante della Uilm annuncia infine che «ai primi di febbraio saremo a Roma, al ministero dello Sviluppo economico e incontreremo la Lucchini per parlare degli stabilimenti di Trieste e di Piombino. È in programma infatti un tavolo nazionale con le segreterie provinciali dei sindacati». Nella prima metà di febbraio si terrà pure un nuovo incontro fra Lucchini, Elettra, Regione, Comune e Provincia: sul tavolo, stavolta, la soluzione definitiva del contenzioso fra le due aziende.
Matteo Unterweger

 

E il ministro Clini monitora la situazione a distanza
 

Interpretare il suo silenzio come un segnale di disinteresse, probabilmente, non sarebbe corretto. Perchè, assicurano i suoi più stretti collaboratori, Corrado Clini non solo monitora costantemente il caso Ferriera, ma lo segue, seppur a distanza, con grande attenzione. Il futuro dello stabilimento siderurgico di Servola, infatti, viene indicato dallo staff del ministro all’Ambiente, come una vicenda «che gli sta molto a cuore». Eppure, nonostante ne segua l’evoluzione, Clini non commenta. Non ora, almeno. Forse lo farà quando il quadro si sarà chiarito e le tensioni, se non proprio cancellate, almeno allentate. E quando arriveranno, le parole del ministro e presidente di Area Science Park, potranno far luce su diversi aspetti della vicenda, a partire dai contributi Cip6 che Elettra avrebbe continuato a percepire pur non pagando le forniture di gas alla Lucchini.
 

 

Stop alla petizione contro il ponte sul canale
 

«Richiesta irricevibile». Nella seduta di martedì scorso il Consiglio comunale ha esaminato la petizione proposta dal comitato di cittadini per chiedere all'amministrazione comunale per non procedere alla realizzazione della passerella sul canale di Ponterosso. Proposta poi bocciata dall’aula. «La maggioranza consiliare e l'assessore ai Lavori pubblici Marchigiani - commenta il consigliere del Pd Pietro Faraguna - hanno ribadito che la richiesta non era ricevibile, essendo l'opera già progettata, approvata, finanziata e aggiudicata nel corso della scorsa consiliatura. A tal proposito stupisce che durante il dibattito il centrodestra abbia accusato la maggioranza di non dare una risposta politica alla petizione, come se la politica potesse fare tutto, anche porre in essere atti illegittimi. Così non è, e semmai il problema di coesione e coerenza politica che ci è stato rivolto va rispedito al mittente, considerato che risulta che tutti i consiglieri di maggioranza hanno compattamente respinto la mozione, mentre nel gruppo del PdL (già orfano del suo candidato sindaco Antonione, passato al Gruppo misto) due consiglieri hanno appoggiato la petizione (ex assessori della giunta che volle il progetto) e altri quattro hanno votato contrari. Giunge perciò apprezzato il voto contrario (o di astensione) di tutti gli altri gruppi presenti in Consiglio che evidentemente - conclude Faraguna - hanno ritenuto che la legittimità degli atti, nonché la coerenza delle proprie posizioni, stiano al di sopra della spasmodica ricerca di consenso politico. Ricerca forse iniziata in vista delle prossime regionali».
 

 

Il servizio civile rischia lo stallo - Volontari bloccati dal ricorso di un pachistano. Menis: colpa delle discriminazioni
 

TRIESTE Servizio civile nel caos. 18 mila volontari di tutta Italia non sanno ancora se potranno offrire la propria collaborazione volontaria ad associazioni, enti e onlus. La data di inizio dei progetti era prevista per febbraio, sebbene alcune realtà si siano già attivate, ma tutto è ancora fermo. Lo stop è dovuto a un ricorso presentato da un cittadino pachistano che non ha potuto partecipare ai bandi: la legge italiana, infatti, prevede il requisito della cittadinanza italiana. Il caso tocca anche il Friuli Venezia Giulia. E’ il consigliere del Pd Paolo Menis, promotore nel 2007 della normativa regionale di settore, a mettere in evidenza la situazione e a denunciare l’inghippo: «È bastato che un cittadino pachistano, peraltro residente in Italia da tre lustri – spiega Menis – chiedesse di essere ammesso e la macchina burocratica si è inceppata, con il rischio di provocare danni sia sul piano della credibilità internazionale, sia su quello economico, a causa dei numerosi contributi legati al settore che sarebbero automaticamente congelati». E la cosa non finisce qui, anzi, viste le sue possibili ripercussioni. « Il rischio di perdere un anno di Servizio Civile è concreto – avverte il consigliere – ed è l’ennesima conferma che discriminare non paga, ma al contrario costa». Secondo Menis il Fvg potrebbe essere preso a modello di una possibile riforma: «Nella legge regionale di settore, la n° 11 del 2007, varata sotto l’allora giunta Illy – ricorda il consigliere – il centrosinistra aveva previsto la possibilità di svolgere il servizio civile anche per i cittadini stranieri. ma a cinque anni di distanza scopriamo che la legislazione nazionale deve ancora adeguarsi a quello che è ormai unanimemente riconosciuto come un principio cardine del diritto comunitario».

(g.s.)
 

 

A Gorizia la prima centrale a olii vegetali
 

GORIZIA Ci vorrà un mese. Poi, la prima centrale a oli vegetali realizzata a Gorizia entrerà in funzione. Produrrà 38 megawatt di energia elettrica (potrebbe alimentare 38mila condizionatori a esempio), contribuendo al fabbisogno energetico in provincia e regione. L’investimento è di 40 milioni di euro. Queste le caratteristiche dell’impianto realizzato nell’area del Consorzio di sviluppo industriale e artigianale (Csia) di Gorizia. Ne parla il promotore Giuseppe Fiannacca: non nasconde le difficoltà burocratiche incontrate in questi anni. Ingegner Fiannacca, a che punto siamo? La centrale è in fase di collaudo e conseguentemente di consegna al committente. È un concentrato di sistemi e tecnologie che intereagiscono senza interferenze e garantiscono affidabilità e sicurezza. Per le scelte tecniche avanzate che abbiamo fatto, se si girasse il mondo intero, in questa tipologia d’impianto non si potrebbe migliorare nulla, poichè è stata impiegata la migliore tecnologia disponibile. Entro fine febbraio l’intero impianto sarà in esercizio commerciale e contribuiremo con la nostra produzione agli impegni sottoscritti dal nostro Paese in merito ai trattati ambientali. Quali le ricadute occupazionali? L’organico sarà di 14 specialisti, in parte già in organico e in parte da individuare per il completamento dello stesso in prossimità dell’entrata in esercizio. Quale è l’esatta tipologia dell’impianto? È una centrale riconosciuta dal Gestore del sistema elettrico (Gse) alimentata da fonti rinnovabili poiché utilizza la biomassa liquida proveniente da semi oleoginosi di varia natura (palma, jatropha, girasole, colza, etc.) e quindi si tratta di una fonte che si rinnova, contrariamente a quanto avviene con le fonti fossili (petrolio, gas, carbone).

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 gennaio 2012

 

 

Ferriera, scongiurato lo stop - Elettra pagherà a Lucchini i primi 12 milioni del debito. A febbraio serve un accordo definitivo
 

Il rischio chiusura al primo febbraio è scongiurato. L’attività alla Ferriera di Servola prosegue. Un primo accordo fra Lucchini spa e Elettra produzione srl è infatti scaturito dal tavolo convocato ieri in Regione. I termini dell’intesa: da Elettra è arrivato l’impegno a saldare subito la fattura di dicembre e quelle in scadenza a gennaio e a febbraio per la fornitura, da parte dell’impianto siderurgico di Servola, del gas di risulta con cui la centrale di cogenerazione produce energia elettrica. Tre mensilità da 4 milioni di euro l’una: in tutto 12 milioni. La Servola spa, gruppo Lucchini, continuerà dunque a fornire regolarmente il gas. E nell’arco di un mese, entro la fine di febbraio, Lucchini spa ed Elettra produzioni srl si incontreranno di nuovo per arrivare a una definizione del contenzioso che le vede opposte. Con la Lucchini che pretende sia saldato il debito di 36 milioni di euro, posizione contestata da Elettra che sostiene di aver subìto dei danni alle turbine proprio a causa di una fornitura di gas prodotto dalla Ferriera. Il vertice fra le parti - Regione, Comune e Provincia - ha in ogni caso cancellato il pericolo immediato di improvvisa chiusura dello stabilimento causa mancanza di liquidità. Evento che avrebbe innescato un’immediata emergenza occupazionale e sociale in città con un migliaio di lavoratori, inclusi quelli di Sertubi e delle altre aziende dell’indotto, a ritrovarsi da un giorno all’altro senza lavoro. La Lucchini ha ricevuto garanzie, dunque, per il recupero di denaro, intanto 12 milioni. La produzione continua. E c’è un mese di tempo in più per arrivare a una soluzione della situazione. «Si continua a lavorare», hanno annunciato ieri, al termine del tavolo convocato in Regione, i delegati sindacali davanti ai lavoratori confluiti in piazza Unità dopo il corteo organizzato attraverso le vie cittadine. Centinaia di persone hanno atteso all’esterno del palazzo della Regione per un paio d’ore l’esito del confronto fra Lucchini, con l’ad Marcello Calcagni a capo della delegazione, Elettra, col presidente Luca Ramella a guidare la spedizione della sua azienda, i tre assessori regionali triestini Sandra Savino, Federica Seganti e Angela Brandi, il sindaco Roberto Cosolini e l’assessore comunale allo Sviluppo economico Fabio Omero, e il vicepresidente della Provincia Vittorio Zollia. Il primo a lasciare il palazzo è stato Omero: «La richiesta del sindaco di arrivare a un accordo fra Elettra e Lucchini è stata accettata da entrambe. L’effetto è che in primo luogo si evita l’immediata criticità e non si va alla chiusura il primo febbraio. Cosolini - conclude Omero - ha anche chiesto alla Lucchini un ulteriore incontro per capire le intenzioni della società sul futuro, perché su questo punto manca ancora una risposta chiara». Un nuovo tavolo fra i protagonisti del vertice sarà riconvocato entro la metà di febbraio, con il fine di risolvere definitivamente la querelle. «Oggi l’obiettivo - sono state, poco dopo, le parole del sindaco - era quello di scongiurare l’emergenza. Ora Elettra e Lucchini si reincontreranno». Dalle due aziende (i cui rappresentanti non hanno rilasciato dichiarazioni dopo il vertice) è giunto pure l’impegno a “congelare” le reciproche azioni giudiziarie. «È l’inizio di un percorso - evidenzia Savino -, in cui ci sono i discorsi su riconversione e sviluppo futuro dell’area. Ora non abbassiamo la guardia. Ci rivedremo tante volte quante sarà necessario». «In questo momento il blocco improvviso dell’attività della Ferriera avrebbe generato un problema sociale devastante - osserva Brandi -. Prima o poi si arriverà alla chiusura dell’impianto, ma un conto è che sia pilotata e programmata, un altro se improvvisa. C’è soddisfazione per aver scongiurato il pericolo». Mentre Seganti sottolinea: «Avremmo preferito arrivare prima a una soluzione, era da agosto che richiedevamo questo incontro. La Regione può fungere da facilitatore ma sono i due partner a doversi fare carico, con responsabilità, delle soluzioni tecniche». La soddisfazione dei sindacati confederali in una nota congiunta: «Quando le istituzioni locali, pur nella diversità di colore politico, vanno nella stessa direzione con l’obiettivo del mantenimento e del rilancio del sistema produttivo locale i risultati arrivano». Cgil, Cisl e Uil chiedono poi al presidente della Regione Tondo «di rispettare l’impegno di definire il protocollo per la gestione dell’accordo di programma entro la fine del mese di gennaio».
Matteo Unterweger

 

«Una legge speciale per la riconversione» - La chiede il Consiglio provinciale, il solo Pdl non vota la mozione. Solidarietà anche dal Municipio
 

Il Consiglio provinciale ha approvato l’altro giorno una mozione urgente con cui manifesta solidarietà «ai lavoratori» della Ferriera di Servola «e alle loro famiglie» e chiede un intervento del governo, in collaborazione con la Regione, affinché si trovi una «rapida soluzione alla possibilità di chiusura dello stabilimento nella prospettiva di una riconversione». Il testo, preparato dalla maggioranza, è stato integrato da un emendamento del consigliere d’opposizione Francesco Cervesi (Un’Altra Trieste), con cui si chiede a governo e Regione «una nuova legge speciale che individui un iter burocratico e amministrativo oltre che risorse per la riconversione dell’area». Il voto favorevole al documento finale è giunto da tutte le forze politiche, con la sola eccezione del gruppo del Pdl, uscito dall’aula prima della discussione. «La solidarietà ai lavoratori, dovuta e scontata, c’è - spiega il capogruppo pidiellino Claudio Grizon - ma la mozione è troppo generica, non dà indicazioni né un mandato preciso. Inoltre, con soli tre minuti a disposizione per intervenire in aula, non c’è stato modo di fare le precisazioni per noi necessarie. Per questo siamo usciti». Dal canto suo, Matteo Puppi del Pd esprime «apprezzamento per quei colleghi dell’opposizione che hanno deciso, diversamente da altri, di partecipare al dibattito in Consiglio». Mozione di solidarietà ai lavoratori, con richiesta di audizione del presidente della Regione Tondo davanti a tutta l’assise, approvata poi l’altra sera in Consiglio comunale con 37 “sì” su 37 votanti. Assenti alla seduta Marino Andolina (Fds), Mario Reali (Sel) e Roberto De Gioia (Lega Nord), ha invece abbandonato l’aula prima del voto Maurizio Bucci del Pdl. «Per dignità e coerenza ho deciso così - spiega Bucci -, per evitare di votare un documento che certamente non potrà risolvere i problemi dello stabilimento. Personalmente continuo a rimanere dalla parte dei residenti». Il consigliere pidiellino ricorda poi a Decarli (Trieste Cambia), che lo aveva attaccato: «Il Comune di Trieste con il suo assessore all’Ambiente rappresentato all’epoca dal sottoscritto, è stato il solo che nel 2007 ha espresso parere contrario al rilascio dell’Aia sulla Ferriera, unico vero atto amministrativo responsabile del lento declino dello stabilimento di Servola e dell’aggravarsi della situazione ambientale nel rione circostante». Così, infine, il coordinatore regionale di Sel Giulio Lauri: «Chiediamo a Tondo di avocare a sé il caso Ferriera, di mantenere aperto il tavolo di cui per quattro anni si è scordato e di iniziare un’opera di pressione sul governo, con l’aiuto dei parlamentari triestini che lo sostengono, del Pdl e del Pd».

(m.u.)
 

 

Smog, si torna verso la normalità Oggi centro riaperto alle auto
 

Laureni: limiti di Pm10 sforati anche ieri, ma le previsioni meteo danno il Borino in arrivo Pochi controlli, solo otto multe.

Martini: la gente ha dimostrato sensibilità ambientale
Da oggi nel centro cittadino si potrà circolare liberamente. «Ho disposto la revoca dell’ordinanza anche e soprattutto perché le condizioni meteo sono in costante miglioramento». L’annuncio - atteso da moltissimi - è dell’assessore comunale Umberto Laureni, che ieri ha deciso per lo sblocco del traffico dopo aver ricevuto le notizie dell’Arpa relative, appunto, alla situazione meteorologica in evoluzione. «Stiamo andando verso la pulizia dell’atmosfera e quindi non ha più senso parlare di blocchi del traffico», ha spiegato Laureni, aggiungendo tuttavia che anche ieri i limiti di Pm 10 sono stati abbondantemente superati in un paio di zone della città: «Ma si tratta di una situazione temporanea. Che già domani (oggi, ndr) verrà sicuramente superata». Da oggi dunque stop ai varchi fantasma all’ingresso della città e anche ai controlli nelle strade del centro da parte dei vigili urbani. Ma già ieri mattina quello che nei giorni scorsi - il divieto vigeva da sabato - era apparso un dispositivo definito da molti «a maglie larghe» è diventato di fatto ancora più aperto, ancora più libero. In pratica, fino alle 13 non sono stati effettuati controlli né verifiche sulle automobili da parte degli agenti della Municipale. Non c’era infatti per questo servizio nemmeno una pattuglia in giro. «Ci sono stati eventi non ordinari e il numero degli agenti a disposizione è sempre stato lo stesso», ha commentato il vicesindaco Fabiana Martini riferendosi ai problemi di viabilità connessi alla manifestazione degli operai della Ferriera che hanno impegnato i vigili disponibili. «La sensazione - ha aggiunto Martini - è stata che comunque tutto sommato la gente si sia comportata bene dimostrando una certa sensibilità ambientale ed evitando in questi ultimi tre giorni di usare la macchina». Nel pomeriggio l’attività di controllo in relazione all’ordinanza è rispesa. Ma, come si può facilmente immaginare, in modo molto blando. Di certo il traffico nel centro cittadino da sabato fino a ieri è risultato ridotto. Insomma sembrano essere stati pochissimi - rispetto alla normalità - gli automobilisti che si sono messi al volante alla guida dei propri veicoli, se non in regola. Da contare sulle dita di due mani anche le multe comminate nel periodo di blocco della circolazione. Sabato erano state appena 7, mentre lunedì si è arrivati a 22 verbali. Ieri pomeriggio sono state elevate 8 sanzioni su 40 controlli. Per oggi è atteso cielo azzurro, con tempo stabile e sole. Farà piuttosto freddo. E finalmente soffierà il Borino che spazzerà gli ultimi residui delle polveri sottili.
Corrado Barbacini

 

 

“Orti sociali” per condividere terra e saperi - PARTE IL PROGETTO
 

Piccoli terreni in gestione ai cittadini. E il Comune rivede il regolamento sugli spazi verdi
Riprendere il contatto con la terra, lontani dalla fretta del quotidiano, per riportare nelle città la sapienza contadina che ha scandito per secoli, al ritmo delle stagioni, la vita di ogni giorno. Nascono così anche a Trieste gli Orti sociali urbani con il progetto “Urbi et Horti”: piccoli campi da coltivare incastonati tra le case, nei rioni, per condividere l'arte, anche terapeutica, della coltura; per una gestione comune dei beni. Con il sostegno della Regione e il patrocinio del Comune, il progetto è stato realizzato da un gruppo di associazioni, alcune delle quali fanno parte della Rete di economia solidale, con capofila Bioest, Italia Nostra, il Comitato Danilo Dolci, l'Anglat (associazione per la mobilità dei disabili), l'Associazione italiana agricoltura biologica e le microaree dell'Azienda sanitaria. Obiettivo dell'iniziativa, che si concluderà tra un anno, è «progettare e attuare soluzioni di fruizione del territorio urbano con una logica di elevata sostenibilità sociale e ambientale, che va dalla produzione agricola biologica alla condivisione di spazi e beni comuni». Il primo orto sociale urbano sarà realizzato con la collaborazione di padre Antonio Santini della Comunità servi di Maria di Valmaura. «Non vogliamo creare solo degli orti urbani in cui coltivare la terra – ha spiegato Tiziana Cimolino di Bioest – ma anche utilizzare gli spazi cittadini per condividere saperi e conoscenze, e mettere in relazione le persone. Realizzeremo anche dei corsi di tecniche agricole». Il primo appuntamento per far conoscere il progetto è fissato l'8 febbraio alla Casa del giovane di San Sabba, con l'obiettivo di visitare poi tutti i rioni cittadini e raccogliere adesioni all'iniziativa. Nel frattempo anche il Comune, che partecipa a “Urbi et Horti”, ha in programma di rivedere il regolamento che assegna gli spazi verdi urbani di sua proprietà nell'ottica di individuare e ampliare le aree da assegnare agli orti sociali urbani. «Vogliamo stabilire regole chiare per la gestione dei beni di proprietà dell'ente», ha detto l'assessore Elena Marchigiani ieri in occasione della presentazione del progetto: «Sarà realizzata una mappatura delle aree da destinare a orti sociali urbani, poi apriremo i primi bandi di assegnazione per dare in concessione terreni di 40 o al massimo 60 metri quadrati a canoni “sociali”». Finora i terreni dati in locazione dal Comune si sviluppano su aree molto più ampie (400-500 metri quadrati) con affitti molto elevati, ha spiegato Marchigiani, «mentre vogliamo estendere questa opportunità a tutti: anziani, giovani, cooperative sociali, associazioni di volontariato, per stimolare i cittadini alla cura degli spazi verdi comuni, per una migliore qualità ambientale e di gestione del paesaggio».

Ivana Gherbaz
 

 

RIPRISTINATO IL “KAL” - Ritorna l’acqua nell’antico stagno carsico di Trebiciano
 

TREBICIANO Per opera volontaria dei membri della Comunella Jus di Trebiciano è stato appena completato l’intervento di risistemazione dell’antico stagno della frazione. Un impegno che prelude alla prossima sistemazione dell’area naturale a mini parco del paese, a vantaggio non solo della comunità ma pure dei forestieri, sempre numerosi. Tanti infatti sono gli escursionisti che a piedi o con le mountain bike passano accanto al rinnovati sito per raggiungere il non lontano sentiero n. 3 che si articola lungo tutta l’area di confine sino al Carso isontino. Il restauro del vecchio “kal”, come viene chiamato dai residenti di Trebiciano, ovvero stagno in sloveno, è stato avviato dopo un consulto effettuato dalla comunella con la Snam. Il gruppo, attivo nel settore del gas, aveva compromesso la permeabilità dello stagno circa una quarantina d’anni fa, per posizionarvi dei dispositivi di dispersione per le correnti galvaniche che avrebbero potuto creare dei problemi alle infrastrutture sotterranee del metanodotto. Così inutilizzato, l’alveo dello stagno, il più grande dell’intero Altopiano carsico, da secoli utilizzato per la raccolta d’acqua e l’abbeveraggio degli animali, è stato invaso da arbusti e infestanti e utilizzato pure impropriamente da ignoti che vi scaricavano ramaglie e altri rifiuti naturali. Nonostante l’impossibilità di poter usufruire dei contributi dei fondi comunitari Interreg Italia Slovenia nel progetto “1001” stagni, la Comunella di Trebiciano non si è persa d’animo e, assieme alla locale scuola elementare Pinko Tomazic che collabora con il Parco delle Grotte di San Canziano per un progetto di protezione delle zone umide carsiche, si è rimboccata le maniche per ripristinarlo. «Grazie all’interessamento del compianto Igor Maher che si interessava per la parte slovena del progetto per il recupero degli stagni – spiega il presidente la comunella David Malalan - siamo riusciti a ottenere gratuitamente 180 metri cubi d’argilla per realizzare il fondo dello stagno. In novembre infatti la Snam ha effettuato dei lavori di rinnovo nel sito spiegandoci che potevamo recuperarlo senza problemi». Oltre a aver collocato l’argilla, i volontari della comunella hanno posizionato attorno al kal una staccionata realizzata con tronchi di pino e un pannello che riporta ben 170 antichi toponimi. “Ora speriamo che il Comune possa aiutarci a realizzare un mini parco».

(Ma. Lo.)
 

 

Muggia, la battaglia delle antenne continua
 

Il comitato di Chiampore, dopo la prima vittoria, chiede lo spostamento dei vecchi tralicci. E ha già individuato tre siti
MUGGIA Santa Barbara, Bosco della Luna o pendici della Fortezza. Si giocherà probabilmente su questi tre siti la prossima partita dei tralicci di Muggia. sono queste le località infatti che il Comitato contro le antenne di Chiampore continua a sostenere con forza come idonei per ospitare i nuovi impianti di trasmissione. Dopo lo stop imposto dal Comune di Muggia alla Dcp di Povegliano per la costruzione di una nuova antenna alta 30 metri - come abbiamo riferito nell’edizione di ieri - il Comitato è tornato alla carica suggerendo nuovamente i siti migliori per gli ecomostri che da decenni sovrastano la sommità della frazione di Chiampore. In questi giorni a prendere piede sempre più pare essere la possibilità di collocare il traliccio nel Bosco della Lunga, un'area verde, lontano almeno 500 metri dalle case abitate, e quindi non pericoloso per l’emissione di onde elettromagnetiche. E perdipiù di proprietà del Comune. «Già all'epoca della giunta guidata da Roberto Dipiazza si era parlato di questa locazione che personalmente ritengo essere una scelta che al Comitato potrebbe andare bene», spiega Livio Postogna, uno dei referenti della petizione che ha visto la sottoscrizione di centinaia di residenti contro le antenne di Chiampore e frazioni limitrofe. In effetti la particella, sita su un terreno pianeggiante, è collocata lontano dalle abitazioni ed è dotata di una strada accessibile, elemento che costituirebbe un punto fondamentale anche nella scelta da parte dei proprietari delle antenne. Ma c'è un altro sito ancora più gettonato da parte del Comitato: l'area sopra le cave di Santa Barbara. «Secondo noi questa sede è l'ideale - spiega Claudio Poropat – in quanto lontano dalle case in un luogo che non darebbe davvero fastidio a nessuno». Qui pare sia già arrivato un nulla osta da parte della Soprintendenza e anche una nota radio privata triestina è in trattative per acquistare il terreno sul quale costruire il proprio traliccio. L'unica difficoltà logistica è data dalla mancanza di una strada d'accesso: problema comunque facilmente risolvibile. Così infine Poropat: «Ora attendiamo un incontro con l'assessore all'Ambiente Longo confidando naturalmente che l'amministrazione e gli uffici possano tenere sempre a mente i nostri suggerimenti, frutto di un'indagine sul territorio». Intanto il Comune sta attendendo un'eventuale contromossa da parte della Dcp, la società di Povegliano costretta da un'ordinanza a interrompere i lavori di costruzione di un traliccio tra Chiampore- San Floriano Ligon. In caso di mancata osservanza dell'ordinanza la Dcp potrà incorrere in una contravvenzione e su tale situazione dovrà vigilare, come espressamente scritto nel documento presentato dal Comune, la Polizia Municipale. La Dcp potrà però ricorrere al Tar in via giurisdizionale entro 60 giorni se non addirittura con un ricorso straordinario al Capo dello Stato entro 120 giorni dalla notificazione del provvedimento. Indubbiamente quella ottenuta dal Comitato è un primo significativo passo per far cessare del tutto la nascita di nuove strutture vicino alle proprie abitazioni. Una prima vittoria per i quasi 350 cittadini muggesani che tra Muggia vecchia, Ligon, Fontanella, San Floriano e naturalmente Chiampore hanno espresso chiaramente il loro intento a salvaguardare la loro salute esponendosi anche in prima fila attraverso la creazione di un organismo apartitico pensato dalla gente per la gente.
Riccardo Tosques

 

 

Una class-action contro i miasmi della Siot - La proposta viene dal capogruppo dei Verdi-Idv, Bibalo. Oggi un vertice col sindaco in Municipio
 

SAN DORLIGO «Il fenomeno di emissioni odorigene dei serbatoi Siot continua ad essere un ingiustificato motivo di degrado della vita degli abitanti limitrofi». Rossano Bibalo, capogruppo consiliare dei Verdi-Italia dei Valori di San Dorligo della Valle, ritorna così sui cattivi odori che già da parecchi anni, a fasi alterne, aleggiano attorno allo stabilimento industriale. Sulla questione una petizione di residenti con oltre 500 sottoscrizioni denunciò la situazione di disagio. L'esponente ecologista ha evidenziato come oggidì la giurisprudenza permetta ai cittadini e all'amministrazione comunale di avere nuovi strumenti per iniziare a muovere gli impedimenti. A iniziare dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo sui rifiuti di Napoli. «I giudici dell’Alta Corte introducono nero su bianco alcuni concetti che troppo spesso in Italia vengono calpestati, a volte anche per colpa dell’inefficienza delle amministrazioni pubbliche», spiega Bibalo. «Mi riferisco alla nuova nozione di “vittima ambientale” e al “diritto a vivere in un ambiente salubre. Proprio questi due concetti sono alla base della sentenza della Corte che ha accolto il ricorso presentato da 18 cittadini di Somma Vesuviana che si sono sentiti danneggiati nella loro vita personale di cittadini, uomini e donne che come tali hanno il diritto di vivere in un ambiente degno di essere vissuto». E ancora. Il Tar del Lazio si è pronunciato su un ricorso Codacons, sul fenomeno dell’arsenico nelle acque, condannando i Ministeri dell’Ambiente e della Salute a risarcire gli utenti riconoscendo l’intervenuto danno ambientale da degrado urbano quale danno alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute. «Cambiando gli attori, dal pubblico al privato, dall’arsenico alle emissioni, è chiaro che anche in questo caso ci sia la possibilità per richiamare la stessa Siot ad un ruolo risolutivo più efficace», spiega Bibalo. Da qui la proposta del capogruppo dei Verdi-Idv: «In assenza di passi concreti non resterà altra strada che quella di promuovere un comitato popolare per iniziare questa strada dei ricorsi, e delle possibili class-action, perché si è raggiunto e superato ogni possibile limite di sopportazione». Le emissioni odorigene saranno uno dei temi “caldi” che verranno affrontati durante l'incontro aperto al pubblico in programma oggi alle 18 in Municipio tra i residenti di San Dorligo e l'amministrazione Premolin.

(Ri. To.)
 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 24 gennaio 2012

 

 

Lo smog ancora oltre i limiti Il centro resta chiuso alle auto
 

L’assessore Laureni: rilevamenti molto pesanti nelle vie Carpineto e Tor Bandena Il comandante dei vigili Abbate: poche multe? Nessuna caccia all’uomo
Anche oggi il centro rimarrà chiuso per lo smog. Lo ha deciso l’assessore comunale all’Ambiente Umberto Laureni dopo aver visionato i dati delle centraline Arpa sulle concentrazioni di polveri sottili degli ultimi giorni. «Gli ultimi rilevamenti - ha detto - sono molto pesanti. Si è arrivati a 114 microgrammi di Co2 per metro cubo in via Carpineto e a 90 in via Tor Bandena a fronte di un limite massimo di 50 microgrammi. Per questo ho deciso di prolungare l’ordinanza attiva da già da tre giorni». E dunque anche per oggi il centro sarà off-limits dalle 9.30 alle 12 e dalle 16 alle 19, come prevede l’ordinanza del sindaco Cosolini. Ieri però, come del resto anche nei giorni scorsi, i blocchi sono stati praticamente virtuali. Traffico scarso, poche pattuglie della Municipale (in tutto una decina) e sicuramente anche una certa tolleranza. La prova è che, con una macchina «Euro 3», abbiamo girato tranquillamente per il centro passando sotto gli occhi delle pattuglie sia sulle Rive sia lungo via Coroneo e via Fabio Severo. Nessuno si è azzardato ad alzare la paletta e imporre l’alt. La spiegazione - bonariamente - la dà Luciano Momich, vicecomandante della Municipale. Dice: «Non è certo una caccia all’uomo». D’altra parte il volume di traffico per essere lunedì è stato decisamente scarso. Aggiunge poi il comandante Sergio Abbate: «A noi in fin dei conti interessa proprio che il traffico diminuisca». E la conferma indiretta sta nel numero dei controlli che sono stati effettuati dalle 11 pattuglie in servizio nel corso della giornata. Controlli che sono risultati in totale 127, e hanno portato a comminare 22 multe. Commenta Abbate: «Vuol dire che il 90 per cento era in regola». Sabato, primo giorno del blocco del traffico le pattuglie della Municipale avevano fermato 125 tra automobili e ciclomotori. E sette erano risultate non in regola con le disposizioni del sindaco. Da aggiungere poi che anche ieri si è ripetuto il solito assalto al centralino della sala operativa dei vigili urbani. Tutti a chiedere spiegazioni sulle sigle stampate sul libretto dell’auto. Giorgio Cappel, presidente dell’Aci, è categorico: «Sono provvedimenti sostanzialmente inutili che i sindaci sono costretti ad adottare perché previsti per legge. Ma non è limitando a singhiozzo la circolazione che si depura l’aria che viene inquinata da ben altre fonti. Prova ne sia che sembra non sia servito a nulla l’ancor vigente blocco, che si spera domani (oggi, ndr) venga tolto, ma unicamente grazie al sollevarsi del vento. I controlli non sono diffusi e severi, ma è anche giusto perché non tutti sono in grado di essere informati in tempo reale. Devo ricordare però l’ancora vigente ordinanza del compianto assessore Ondina Barduzzi che dal 1996 vieta, con molte deroghe, dal martedi al venerdi la circolazione in centro delle vetture non catalizzate. Quanti se ne ricordano?». Aggiunge poi l’assessore Umberto Laureni: «Sull’inquinamento incide in modo sensibile anche il riscaldamento domestico. Pertanto, viste le temperature tutt’altro che rigide di questi giorni, invito tutti i triestini a regolare al minimo gli impianti e se possibile a staccarli temporaneamente qualora la temperatura all’interno delle abitazioni o degli uffici - ha concluso - abbia già raggiunto i livelli necessari». Poi, confermando le proprie perplessità sui blocchi del traffico che comunque sono atti dovuti, aggiunge: «Non ci resta che aspettare il piano d’azione regionale. L’attuale sistema è poco utile in chiave preventiva». Il piano d’azione regionale, tra l’altro, dovrebbe anche tener conto delle previsioni meteo. E finalmente oggi pomeriggio dovrebbe arrivare il Borino spazza smog. Al mattino avremo nuvolosità variabile con foschie e possibili brevi rovesci. Dal pomeriggio miglioramento con cielo poco nuvoloso e Bora moderata, così almeno secondo il bollettino dell’Arpa.
Corrado Barbacini

 

Come si fa a sapere se un mezzo è Euro 4 o 5 - VADEMECUM
 

Come si fa a capire se la propria vettura è «Euro 4» oppure «Euro 5» e dunque può circolare nei giorni di blocco del traffico? Bisogna guardare attentamente la carta di circolazione e, dopo aver trovato la pagina con la dicitura la frase “Rispetta le direttive” trovare almeno una delle sigle alfanumeriche, che qui riportiamo: Euro 4: 98/69 CE B; 98/77 ce rif.98/69 ce b; 1999/96 ce b; 1999/102 ce b rif.98/69 ce b; 2001/1 ce rif.98/69 ce b; 2001/27 ce rif.99/96 ce riga b1; 2001/100 ce b; 2002/80 ce b; 2003/76 ce b Euro 5: 99/96 fase III; 2001/27 CE Rif. 1999/96 Riga B2 oppure Riga C; 2005/78 CE Rif 2005/55 CE Riga B2 oppure riga C. Ma senza dubbio una soluzione al quesito può darla in maniera indiretta la data di acquisto dell’auto stessa. I pratica se si tratta di una vettura comperata nuova negli ultimi tre, quattro anni - in genere - sarà una «Euro 4». Se è più recente è facile che sia una «Euro 5». Il problema sostanzialmente sussiste per le autovetture immatricolate almeno sei, sette anni fa. Allora le direttive antinquinamento erano quelle indicate nell’«Euro 3» e se poi la macchina è ancora più vecchia molto probabilmente è «Euro 2».

 

«Prima i parcheggi, poi nuove aree pedonali» - PIANO DEL TRAFFICO

 

Mozione di Ferrara (Lega Nord): il sindaco pensi innanzitutto a realizzare ulteriori stalli
Il sindaco «non autorizzi alcun tipo di nuova pedonalizzazione e/o modifica della viabilità cittadina che comporti la riduzione del numero dei parcheggi sino a quando non saranno realizzati nuovi stalli per motorini e nuovi parcheggi per le automobili e camper necessari alle esigenze dei cittadini residenti e non residenti nella nostra città». Lo chiede il consigliere comunale della Lega Nord Maurizio Ferrara in una mozione, intervenendo così in merito alla bozza di Piano del traffico. Ferrara esordisce ricordando come quella prospettata sia «l’ennesima ipotesi del “prossimo “ piano del traffico di Trieste, portata a conoscenza dei cittadini», come sempre accaduto - sottolinea - attraverso la stampa locale». L’esponente leghista annota però come siano «ben noti i tempi presumibilmente necessari all’approvazione e attuazione definitiva del medesimo provvedimento». Di qui l’invito al sindaco Cosolini: nessuna pedonalizzazione prima di avere realizzato nuovi parcheggi per auto e motorini.
 

 

LA LETTERA DEL GIORNO - Raccolta differenziata, ecco cosa conferire nei bidoni
 

A seguito dell’introduzione delle sanzioni relative alla differenziazione dei rifiuti, che giungono (almeno per noi triestini) dopo svariati anni dall’inizio della raccolta differenziata, iniziamo a scoprire (finalmente) cosa conferire e cosa no nei singoli bidoni. Mi sento di dover segnalare gli errori di base e qualche suggerimento per migliorare la raccolta differenziata... non si sa mai che qualche politico si svegli dal torpore e ne prenda spunto. Per iniziare, segnalerei gli errori fondamentali: Errore 1. A livello nazionale non siamo riusciti a concordare i colori della differenziata (es. se da noi il bidone di raccolta del vetro è verde, e quello della carta giallo, state pur certi che in altre città troverete colori differenti). Errore 2. I colori scelti (qui parlo per Trieste), sono quattro: giallo per la carta, grigio per secco non riciclabile, blu per vetro e lattine, azzurro per la plastica. Adesso mi domando: a che mente malata può essere venuto in mente di scegliere i colori blu e azzurro? forse era meglio scegliere il giallo, il verde, il blu ed il rosso, in modo che a colpo d'occhio, chiunque (compresi gli anziani ed i daltonici) ne sarebbe stato facilitato. Errore 3. I colori sopraccitati sono quelli delle tabelle appiccicate sui bidoni, e quindi la campana verde del vetro è identificata dal colore blu. Errore 4. La differenziata è raccolta in modo differente in ogni Comune, lo sa bene chi ha la seconda casa in montagna o al mare. Ad esempio a Trieste il polistirolo va assieme alla plastica, ma da altre parti non è così. Stesso discorso vale per esempio per i tetrapak che da noi sono raccolti assieme alla carta. Errore 5. Sempre parlando per Trieste, i medicinali scaduti vanno gettati nell'indifferenziata. In regione (a Spilimbergo) per chi non lo sapesse abbiamo un inceneritore che brucia rifiuti ospedalieri provenienti da tutta Italia, e noi ci concediamo il lusso di spedire i nostri medicinali nell'inceneritore di via Errera... Errore 6. I piatti ed i bicchieri di plastica vanno gettati nell'indifferenziata, solo perché i produttori non pagano la tassa al Conai . In realtà il motivo è che non sono considerati imballaggi. Infatti, secondo la legge, solo i produttori di imballaggi versano obbligatoriamente un contributo al Conai (Consorzio nazionale imballaggi) per lo smaltimento degli imballaggi dopo il loro uso, di conseguenza Conai ha accordi con l’associazione dei comuni (Anci) i quali ricevono un contributo per la plastica raccolta. I produttori di piatti, bicchieri e posate non sono assoggettati al pagamento di questo contributo perché non sono produttori di imballaggi. Piatti e bicchieri monouso non sono accettati al riciclo perché nessuno ha pagato per farlo. Quindi dobbiamo gettarli nell'indifferenziata, inquinando di più, solo perché al produttore non è stato chiesto il contributo Conai Ed ora le proposte. Proposta 1. Unificazione dei colori a livello nazionale, almeno per le quattro categorie principali. Proposta 2. Invece di rompere le scatole a noi consumatori per cercare di interpretare dove gettare un rifiuto, il problema andrebbe risolto a monte. Mi spiego: basterebbe obbligare ogni produttore a marchiare il suo prodotto con un simbolo (per esempio triangolo, quadrato, pentagono, eccetera) e riportare questi simboli sui bidoni di raccolta (naturalmente ogni bidone avrebbe più di un simbolo, anche differenziato da una città all'altra). Tornando al tetrapak, se questo avesse ad esempio il simbolo del quadrato, mi basterebbe gettarlo nel bidone che riporta tale simbolo (quindi per noi a Trieste in quello della carta). Il vantaggio sarebbe doppio, oltre a semplificarci la suddivisione riusciremmo a far differenziare anche ai bambini, agli stranieri (provate a mettervi nei panni dell’enorme numero di extracomunitari che vivono nelle nostre città o di un semplice turista), eccetera. Proposta 3. Andrebbe rivisto l'obbiettivo primario della differenziata "Inquinare meno, riciclando di più" e quindi andrebbero raccolti anche i piatti e bicchieri di plastica, i medicinali e tutto quello che per problemi di qualche refuso di legge è sfuggito sinora. E nonostante tutte queste imprecisioni e mancanze, le autorità comunali si permettono di dare a noi la multa se non chiudiamo bene il cassonetto. «Mancata chiusura del coperchio del contenitore stradale»: multa da un minimo di 25 euro a un massimo di 150 (50 euro il pagamento in misura ridotta entro i 60 giorni). È una delle 10 sanzioni in vigore dal primo gennaio previste dal «regolamento comunale in caso di trasgressione delle corrette modalità di conferimento dei rifiuti».

Euro Baret
 

 

Scontro sull’Arpa tra Ciriani e Mattassi «Risorse in arrivo»
 

L’assessore sconfessa il dirigente: «Non vi è alcun allarme Le sue affermazioni sono prive di fondamento e lesive»
GLI ARGOMENTI DELLA GIUNTA Non esiste proprio un ammanco di 500mila euro
TRIESTE L’Arpa a secco di risorse e obbligata a risparmiare anche sulle apparecchiature? «Affermazioni destituite di alcun fondamento e lesive dell’immagine dell’agenzia, che apprendo con sconcerto e considero inaccettabili». Già va giù pesante il vicepresidente della Regione e assessore all’Ambiente Luca Ciriani. A finire nel suo mirino è Giorgio Mattassi, direttore scientifico dell’Arpa, e quindi uno dei “suoi” dirigenti, colpevole, secondo l’assessore, di aver rilasciato dichiarazioni errate sullo stato dei finanziamenti erogati dalla Regione alla struttura per il 2012. «Insufficienti» e inferiori di 500mila euro rispetto al 2011, secondo Mattassi. «Sufficienti» e «in linea con quelli dello scorso anno», secondo Ciriani. Una guerra aperta e intestina, dunque, che si gioca sul filo delle cifre. Effettivamente, il fatto che, per l’esercizio 2012, mancassero all’appello 500mila euro, era già emerso in Consiglio durante la discussione sulla Finanziaria, sollevano più di qualche polemica. Gli stessi 500mila euro “fantasma” cui faceva riferimento Mattassi, imputando al taglio di risorse la mancata approvazione del bilancio di previsione 2012 entro il 31 dicembre scorso. Ma Luca Ciriani non ci sta e spara a raffica sul direttore: «Non vi è alcun allarme. Quanto affermato dal direttore riflette la sua personale opinione, non è aggiornato e non corrisponde a realtà, tanto che egli dovrebbe chiarire la propria posizione. Quale apporto alla struttura può dare un dirigente che autonomamente prende posizioni lesive dell’immagine dell’agenzia per la quale lavora?». «Non esiste - commenta Ciriani - alcun ammanco di 500mila euro al budget: la situazione economica di crisi ha indotto la Regione a scegliere una diversa linea di finanziamento, che coinvolge anche la direzione alla Salute, che parteciperà con un finanziamento di 400mila euro. L’approvazione del bilancio è stata ritardata in attesa della formalizzazione di questa ulteriore posta integrativa, ma senza ripercussioni sull’attività della struttura. Inoltre, il bilancio dell’Arpa risulta ampiamente in attivo e si è concordato di utilizzare parte dell’utile, superiore a 1 milione di euro, per reinvestire nell’Arpa stessa, acquisendo nuove attrezzature». Poi l’assessore affronta il nodo del laboratorio unico, che Mattassi aveva definito «in stallo», sempre per mancanza di risorse. Ciriani ammette che, per l’entità dell’investimento - 30 milioni di euro - nulla si è ancora concretizzato. Ma spiega che «il progetto è pronto. Abbiamo previsto il reperimento delle risorse attraverso il sistema del leasing in costruendo, in linea con i provvedimenti previsti dal Governo. Assieme all’assessore Savino stiamo valutando come armonizzare una simile uscita con gli attuali bilanci regionali. Ad abbassare i costi vi è anche la possibilità di dismettere parte del patrimonio immobiliare dell’Arpa».
Elisa Coloni

 

Moretton: noi li avevamo già avvisati
 

Il “caso” Arpa infiamma il Palazzo. In prima fila c’è il capogruppo Pd Gianfranco Moretton che attacca: «Noi avevamo lanciato già l’allarme denunciando che, con una fetta di risorse in meno, l’Arpa non sarebbe stata in grado di garantire gli stessi standard del 2011. Ma, con supponenza, ci è stato detto che i fondi sarebbero stati sufficienti». Di diverso avviso il capogruppo Pdl Daniele Galasso: «Apprendo adesso che esiste un “caso” Arpa. Infatti, durante l’approvazione della Finanziaria, non ricordo alcuna lamentela sullo stato di salute dell’agenzia. Prendo atto delle dichiarazioni del direttore e verificherò la situazione». Sul caso interviene anche Sel, con il coordinatore regionale Giulio Lauri: «I fondi per ambiente e salute non andrebbero tagliati, ma aumentati. Non si capisce se Tondo e la Lega intendano, come Formigoni in Lombardia, i controlli ambientali come lacci e lacciuoli per le imprese».

(el.col.)
 

 

Sta tornando a nuovo l’antica pineta di Gropada
 

GROPADA È ormai in fase di completamento l’intervento migliorativo predisposto dal Comune di Trieste in quella vasta porzione di antica pineta che non lontana dall’abitato di Gropada, a cavallo del confine sloveno, porta nell’area catastale di Trebiciano oltre il Monte dei Pini. La vasta estensione racchiude un bel tratto del sentiero Cai n. 3, lunga dorsale boschiva dell’Altipiano carsico (lunga oltre 50 km) che dal Carso triestino penetra sino a quello isontino. I lavori di manutenzione al tratto boschivo citato rientrano nel Piano di Sviluppo rurale finanziato con i fondi comunitari “Fesr”, e riguardano la pulizia del bosco, l’abbattimento delle piante secche e malate, il diradamento delle essenze esistenti. Le pinete vicine a Gropada e circostanti il sentiero n. 3 sono state avviate nella seconda parte del diciannovesimo secolo dalle maestranze asburgiche. L’Altipiano carsico a quei tempi era ridotto a una pietraia desertica, e il pino nero venne individuato quale pianta pioniera per tentare il rimboschimento della vasta zona calcarea. Un esperimento riuscito, stando ai fatti, che tuttavia appare solo una prima fase nel tentativo di ricreare lungo l’altipiano l’antico bosco di latifoglie composto prevalentemente da querce, carpini, ornielli eccetera. «I lavori di manutenzione boschiva in questa zona – spiega il presidente della circoscrizione di Altipiano Est Marco Milkovich – mirano proprio al ripristino del bosco carsico autoctono, tipicizzato proprio da roverelli, carpini e altre essenze. L’intervento delle maestranze si sta protraendo da circa un anno. Vi sono stati pure dei periodi di sosta anche perché questa parte del Carso, tutelata dalle norme comunitarie di “Natura 2000”, è stata rispettata per permettere la nidificazione di alcune specie di uccelli». Oltre al risanamento del bosco, sono stati anche ritoccati alcuni sentieri e altre aree. Si tratta di un ulteriore tassello per la rivalutazione di un’area naturale che risulta interessata da interventi manutentivi anche per la contigua parte slovena, dove da poco sono stati ripristinati alcuni storici sentieri in chiave escursionista e ippoturistica.

Maurizio Lozei
 

 

Elogio della sobrietà - CONFRONTO ALLA SALA BARONCINI
 

“Sobrietà e nuovi stili di vita” sala Baroncini via Trento 8 Info: tel. 340-6859654 kanzian.edoardo@libero.it
Oggi, alle 17.30, alla sala Baroncini delle Assicurazioni Generali, Edoardo Kanzian con l'associazione “Il pane e le rose”, promuove un convegno sul tema: “Sobrietà, beni comuni e nuovi stili di vita”, un progetto finanziato dalla Regione, mirato a docenti e studenti. Partecipano: Paolo Cacciari (giornalista, saggista, curatore del volume ”La società dei beni comuni”, Ferruccio Nilia (Rete di Economia Solidale – Fvg), Tiziana Cimolino (medico, ecologista Bioest), Anna Piccioni, (docente, associazione Libera dalle mafie), Alessio Chiarotti (sindacalista), Bruna Busdon (docente), Federico Creazzo (docente, curatore dell'antologia che sarà data in dono alle scuole). Interviene il coro giovanile “Casticoro-Katizbor” diretto da Carlo Tommasi. Uscire dalla crisi è la parola d'ordine, ma merita davvero salvare il sistema così com'è, fondato sulla tirannia del mercato e l'idolatria del denaro?
 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 23 gennaio 2012

 

 

Traffico, centro chiuso anche oggi - Ma arriva il Borino spazza-smog
 

Limitazioni previste dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19, i disagi potrebbero essere accentuati dallo sciopero nazionale dei taxisti.

Pochissime le multe, previsioni meteo favorevoli per domani

Brutte notizie dal Comune, belle dall’Osmer-Arpa, l’Agenzia regionale che si occupa tra l’altro delle variaziooni meteorologiche. Oggi il blocco del traffico nel centrocittà continuerà esattamente con le stesse modalità di ieri. Dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19 l’area centrale resterà chiusa al traffico privato di coloro che non possiedono una vettura Euro 4 o Euro 5, le meno inquinanti del parco circolante. Lo ha confermato ieri l’assessore all’ambiente Umberto Laureni. «Ci riuniremo nelle prossime ore per decidere sulle eventuali limitazioni per martedì. Per lunedì il blocco continuerà con le stesse modalità di domenica». Ma per domani, martedì, fin dal primo mattino le previsioni meteo dell’Osmer-Arpa annunciano l’entrata in scena del Borino che si rafforzerà leggermente col passare delle ore. Il vento assicurerà il ricambio veloce dell’aria stagnante da giorni e spazzerà via le polveri sottili e le altre “porcherie” prodotte dalla combustione. Motori d’auto, impianti di riscaldamento, ciminiere di fabbriche e - se fossero presenti massicciamente in porto - anche i fumaioli delle navi, ritenute a ragione, grazie ai loro diesel che bruciano olii pesanti, tra le principali fonti di inquinamento dell’aria. Le previsioni del tempo autorizzano a pensare che il Comune, con buona probabilità, non dovrebbe porre domani alcun vincolo al traffico automobilistico privato. Si ritorna alla normalità e alla congestione del traffico e delle vie respiratorie. Oggi però i disagi si manifesteranno con più virulenza di ieri anche perché gli uffici, le scuole e parte dei negozi riaprono i battenti. La virulenza del disagio sarà maggiore anche perché ieri nel pomeriggio, nonostante la certezza della chiusura del centrocittà nelle prossime ore, i tassisti hanno ribadito che sciopereranno dalle 7 del mattino alle 22. «Lo facciamo a malincuore, ma l’agitazione è proclamata a livello nazionale e non possiamo fare marcia all’indietro a causa dell’inquinamento. Non esistono deroghe» ha affermato Mauro De Tela, leader triestino della categoria. «Io sarei contento di lavorare, di offrire il servizio a chi ce lo chiede, ma la situazione in cui ci ha posto il Governo è molto difficile. Il nostro futuro è buio. Siamo comunque pronti ad aiutare in questi giorni di traffico limitato coloro che per le loro condizioni fisiche hanno necessità del nostro intervento. Ma lo sciopero resta, nonostante la chiusura del centro...» Ieri il traffico in città è stato quasi nullo. Se ne sono meravigliati persino i vigili urbani che sorvegliano attraverso le telecamere le principali vie cittadine. Poche, pochissime auto, quasi che abbia trovato ascolto tra i cittadini la riflessione proposta dal Comune sull’uso dei mezzi privati. Anche nei posti di controllo sull’eventuale mancato rispetto dell’ordinanza del sindaco che limita il traffico, i vigili hanno avuto poco da fare: nel pomeriggio erano presenti in via Giulia, sulle Rive e in piazza Foraggi, mentre sabato le pattuglie “fisse” erano state schierate in viale Miramare, in via Flavia e in via Alfonso Valerio, all’altezza dell’Università. Rarissime le infrazioni contestate: si contano sulle dita di una mano. Fin qui la fotografia di quanto è accaduto ieri e accadrà oggi a livello di limitazioni al traffico, condizionato come tutti hanno ben evidente, dalla situazione meteorologica. Domani soffierà, come dicevamo, un Borino moderato e secondo l’Osmer-Arpa, questo accadrà a Trieste anche mercoledì assicurando un ricambio completo dell’aria. Continuerà invece a latitare per tutta la settimana la pioggia; la temperatura ieri ha raggiunto sulla costa i 10 gradi mentre la minima non è scesa sotto gli 8. Assieme al Borino arriverà anche un po’ di freddo che porterà la situazione meteorologica a un livello più adeguato al mese di gennaio. Sul Carso il termometro scenderà sotto lo zero, al contrario di quanto accadrà in centro città.
Claudio Ernè

 

 

ARPA - L’Agenzia per l’ambiente alla paralisi
 

La Regione taglia 500mila euro e l’Arpa non riesce ad approvare il bilancio di previsione. Laboratorio unico in stallo
TRIESTE Acque agitate in casa Arpa Fvg. L’Agenzia regionale per l’ambiente ha chiuso il 2011 senza l’approvazione del bilancio di previsione: è la prima volta che accade dai tempi del commissariamento. Il motivo: la mancanza di fondi. Nella copertura assicurata dal bilancio regionale all’attività dell’agenzia nel 2012, infatti, mancano all’appello 500mila euro. «Ciò ha reso impossibile formulare il bilancio», commenta il direttore dell’Arpa Giorgio Mattassi, che lancia l’allarme: «Mancano risorse, persino per gli strumenti. Abbiamo raschiato il fondo e stiamo accumulando ritardi nelle procedure. Persino l’istituzione del laboratorio unico è in stallo». Una situazione tutt’altro che semplice, dunque, resa ancora più scivolosa dai tempi di crisi. Tra l’altro, a fine anno, l’Arpa era finita nel mirino del presidente Tondo, che non aveva nascosto la volontà di capire se e come ridurre i costi di una macchina pubblica complessa, composta da uffici e laboratori disseminati in tutti i capoluoghi di provincia, in cui lavorano 355 persone. L’Arpa è il braccio operativo della Regione sui temi di tutela e protezione dell’ambiente. Opera in maniera autonoma, ma seguendo gli indirizzi tracciati dalla Regione. Ed è proprio il governo regionale che ha dettato le linee di indirizzo per il 2012. «Ci siamo limitati ad approvare quelle - spiega Mattassi -. È stato licenziato un programma di attività corrispondente alle linee di indirizzo della giunta, in attesa di ricevere i 500mila euro mancanti. Nel 2011 è stato infatti garantito un finanziamento straordinario di 500mila euro per fronteggiare gli obblighi derivanti dalle normative in materia di acque e quello stanziamento non può venire a mancare nel 2012». L’obiettivo della giunta è proprio questo. Lo si legge anche nelle “Linee di indirizzo per la programmazione 2012-2014 dell’Arpa Fvg” approvato a fine 2011. Nella delibera si legge che «la manovra finanziaria regionale per il 2012 tiene conto della necessità di mantenere la misura del finanziamento corrente al livello complessivo del 2011, pari a 23.710.000 euro, ritenuto congruo a realizzare l’attività istituzionale dell’Arpa, dando attuazione alle priorità per il 2012 delle azioni strategiche. Si tratta di una delibera contraddittoria - spiega il direttore dell’Arpa Fvg - perché le Linee di indirizzo prevedono un’attività per un importo pari a quello del 2011, ma con 500mila euro in meno. Cosa che ha reso impossibile formulare un bilancio di previsione». Poi il direttore lancia l’allarme: «Siamo chiamati a rispondere a sempre più numerose incombenze, con richieste che provengono dall’economia, dagli enti pubblici e dalla magistratura. E stiamo accumulando ritardi sul versante dei processi autorizzativi con rischi per l’economia, in una situazione di evidente stagnazione. Se dovessero, come si spera, ripartire le richieste di nuovi insediamenti, non se se ce la faremmo...». Cattive notizie anche sul fronte del laboratorio unico, secondo la Regione strumento di massima razionalizzazione. «Purtroppo tutto si è fermato - afferma, amaro, Mattassi -. Non ci sono i soldi per costruire un laboratorio unico adeguato sul fronte della logistica e della strumentazione né ci sono i mezzi per tornare indietro ai quattro laboratori dipartimentali. In pratica, nonostante un presidio di coordinamento tra i laboratori provinciali, siamo in mezzo al guado e rischiamo di annegare». Questa la situazione attuale, già critica. Ma cosa succederebbe se la giunta decidesse di tagliare ancora? «In questi anni - continua il direttore dell’Arpa - sono stati avviate riforme radicali delle riorganizzazione interna, spostando 50 persone dal laboratorio al territorio. Sono stati accentrati i processi autorizzativi in materia di Via, Vas e Aia. Razionalizzazioni ulteriori sono sempre possibili, per esempio chiudendo almeno due laboratori e trasferendo il personale negli altri due, ma anche centralizzando ulteriormente tutte le pratiche relative ai pareri di supporto alle amministrazioni locali. Ma di una diminuzione della spesa non è opportuno parlare: significherebbe bloccare l’economia regionale».
Elisa Coloni

 

Un colosso per tutelare la salute - I compiti vanno dalla lotta all’inquinamento al monitoraggio delle acque
 

TRIESTE Quali sono i compiti dell’Arpa? Cosa fa e come si muove questa macchina pubblica complessa, il cui lavoro si riflette direttamente sulla qualità della nostra salute? Come si legge nelle Linee di indirizzo per il 2012-2014, le aree di azione prioritaria sono tre: tutela degli ecosistemi e difesa del suolo, ambiente e salute, uso sostenibile delle risorse naturali e gestione dei rifiuti. Per ognuna di queste aree vengono definiti obiettivi e procedure. Il fine ultimo dell’Arpa è quello di mantenere, sviluppare e potenziare le attività di tutela e di promozione della qualità degli ecosistemi naturali e degli ecosistemi antropizzati. Questi alcuni dei compiti e delle funzioni dell’Arpa. Sul fronte della tutela degli ecosistemi l’agenzia si occupa di proteggere l’ambiente marino, ma anche di recuperare i siti contaminati attraverso i percorsi di bonifica. In materia di ambiente e salute si va dalla ricerca di alghe tossiche al rilevamento della qualità dell’aria attraverso le centraline; dalla valutazione dell’inquinamento acustico alla raccolta dei dati sui livelli dei campi elettromagnetici. Per quanto riguarda l’uso sostenibile delle risorse naturali e la gestione dei rifiuti si snoda tra il monitoraggio delle acque e la gestione dei dati relativi ai sistemi fognari, la valutazione dello stato della qualità della raccolta differenziata e la validazione dei dati di tutti i rifiuti prodotti e trattati in regione. Per tutte queste attività, che vanno quindi dal monitoraggio ambientale al rilascio di pareri per le autorità giudiziarie, dalla verifica di dati al rilascio di concessioni e autorizzazioni varie, l’Arpa lavora fianco a fianco con altri soggetti pubblici.

(el.col.)
 

 

Sporca il mare, canale sotto tiro - AMBIENTE - Il “De Dottori” sarà sorvegliato speciale. Inquina il golfo di Panzano
 

MONFALCONE Primo veicolo dell'inquinamento del golfo di Panzano, il canale De Dottori sarà sorvegliato speciale nei prossimi mesi. L’amministrazione comunale ha prorogato l’incarico di indagine affidato all’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, nell’autunno del 2007, mettendo nel mirino appunto il canale di derivazione dall’Isonzo. La scelta è stata fatta a fronte degli esiti del lavoro di campionamento e verifica già svolto dall’Arpa per accertare le cause del ripetersi, anche nel giugno 2011, di episodi di inquinamento del mare antistante Marina Julia. A conclusione dell'ultimo piano di analisi Arpa ha confermato il persistere di una situazione di criticità, dovuta al rilevante apporto inquinante proveniente attraverso l'Isonzo dal Goriziano. Il fenomeno dipende dalla portata dell’Isonzo e di fatto scompare in particolari condizioni di magra. Stando allo studio dell’Arpa, il contributo inquinante proveniente dalla zona centro-occidentale della città interessa invece ancora in modo costante il corso d’acqua, il bacino di Panzano e, più in generale, il golfo di Panzano. Tutto questo avviene, nonostante poco più di due anni fa, Irisacqua abbia realizzato opere importanti di completamento della fognatura dell’area, un intervento che ha consentito a circa 3.500 persone di agganciarsi alla rete. La zona centro-ovest di Monfalcone è stata quindi interamente collegata, ma, ipotizza l'amministrazione comunale, ci potrebbe essere qualche abitazione i cui residenti sarebbero convinti di essere collegati, non essendolo ancora, invece.
Laura Blasich

 

 

Chiampore, il Comune blocca il cantiere per la nuova antenna
 

Il silenzio-assenso non sarebbe ancora scattato Soddisfatto il comitato: adessso spostare gli altri impianti
MUGGIA Pugno duro del Comune di Muggia contro le nuove antenne di Chiampore. L'amministrazione Nesladek ha imposto la sospensione dei lavori per la costruzione dell'impianto promosso dalla Dcp telecomunicazioni di Povegliano. Un'ordinanza firmata dal servizio Ambiente e sviluppo energetico del comune rivierasco, per molti versi inattesa, ma allo stesso tempo fortemente auspicata dai residenti, che aggiunge un pezzo importante alla trentennale vicenda delle antenne radiotelevisive della frazione muggesana. In costruzione in uno spazio verde lontano un centinaio di metri dalle abitazioni, sito tra Chiampore e San Floriano Ligon, il traliccio alto circa 30 metri era il frutto di una paradossale situazione di silenzio-assenso nata da una vecchia decisione della Conferenza dei servizi. Sulla carta l'infrastruttura aveva un unico pregio, come aveva evidenziato l'assessore all'Ambiente di Muggia, Fabio Longo: comportare l’abbattimento di altri tre tralicci, più piccoli (e quindi più insidiosi per la salute dei cittadini), siti vicini alle abitazioni, con conseguente cancellazione dell’80% degli sforamenti legati all’inquinamento elettromagnetico. Il Comitato contro le antenne di Chiampore aveva però chiaramente espresso la propria contrarietà a questo traliccio, costruito troppo vicino alle abitazioni. In base alle rimostranze dei cittadini il Comune ha inviato due diffide alla Dcp (a fine ottobre e a inizio novembre dell'anno appena passato), atti però disattesi dalla società trevigiana. Da qui l'ordinanza nella quale si è evidenziato come “la Dcp non può vantare alcuna autorizzazione o atto di assenso, con conseguente insussistenza dei presupposti volti a legittimare l'avvio dei lavori”, in quanto la Conferenza dei servizi non si è di fatto ancora conclusa. Ora bisogna capire come si comporterà la società di Povegliano che in caso di mancata osservanza dell'ordinanza potrà incorrere in una contravvenzione. Sulla situazione dovrà vigilare, come espressamente scritto nel documento presentato dal Comune, la Polizia municipale. La Dcp potrà però ricorrere al Tar in via giurisdizionale entro 60 giorni se non addirittura con un ricorso straordinario al Capo dello Stato entro 120 giorni dalla notificazione del provvedimento. Soddisfatto l'assessore all'Ambiente partecipata, Fabio Longo: «Ricordando che quest'antenna giungeva da un silenzio-assenso maturato da una decisione della Conferenza dei servizi alla quale io non potevo ancora far parte, posso dire che abbiamo seguito rigorosamente la Legge dando naturalmente ascolto alle richieste espresse in maniera chiara da parte dei nostri cittadini». Soddisfazione anche nel Comitato antiantenne di Chiampore che conta sull'appoggio di quasi 350 residenti tra Muggia vecchia, Ligon, Fontanella, San Floriano e naturalmente Chiampore. Un soggetto apolitico nato per tutelare la propria salute. Ma non solo. «Noi nasciamo per dare forza al Comune, perché così diamo forza a noi stessi. Però è finito il tempo delle chiacchiere e delle indecisioni, ora siamo giunti a un bivio: che il Comune decida se essere con i residenti di Chiampore o contro i residenti di Chiampore», dichiaravano i portavoce del Comitato. E il Comune sembra aver intrapreso una strada dalla quale, ora, difficilmente si potrà tornare indietro. «Il comitato antenne di Chiampore appoggia con soddisfazione la richiesta del Comune in merito al traliccio Dcp, il cui blocco, più volte richiesto, rappresenta la prima fase della necessaria delocalizzazione degli impianti che è richiesta da tutti i residenti. Collaboreremo, come in passato, con tutte le iniziative del Comune rivolte alla realizzazione di questo obiettivo.»
Riccardo Tosques

 

 

Acqua all’arsenico Ministeri condannati a risarcire gli utenti - LA SENTENZA
 

ROMA La multa non è da poco per i ministeri dell’Ambiente e della Salute. E, come se non bastasse, potrebbe aprire la strada ad altri ingenti risarcimenti. Arriva dal Tar del Lazio ed è di circa 200 mila euro. Cento euro a ciascuno dei 2mila utenti di molte regioni (Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia, Umbria) che, tramite il Codacons, si erano rivolti ai giudici amministrativi per lamentare la presenza di arsenico nell’acqua. È stato lo stesso Codacons ad annunciare la clamorosa sentenza di condanna e ad anticipare la predisposizione di un nuovo ricorso che, a detta dell’associazione di utenti e consumatori, potrebbe interessare un milione di persone. Secondo il Tar del Lazio, riferisce il Codacons, bere «acqua all’arsenico può produrre tumori a fegato, cistifellea e pelle, nonchè malattie cardiovascolari». Ma per il Codacons «la sentenza apre una strada di incredibile valore» in quanto stabilisce che «fornire servizi insufficienti o difettosi o inquinati determina la responsabilità della pubblica amministrazione per danno alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute. Ora questa strada sarà percorsa anche per chiedere i danni da inquinamento dell’aria e da degrado sia a Napoli sia a Roma e nelle altre grandi città in cui la vivibilità è fortemente pregiudicata dal degrado ambientale». Per Carlo Rienzi, presidente del Codacons, si «tratta di una vittoria importantissima perchè pone termine all’impunità di regioni e ministeri che, per non spendere i soldi stanziati o non sapendoli spendere, hanno tenuto la popolazione in condizioni di degrado e di rischio di avvelenamento da arsenico. Ora i singoli presidenti delle regioni e i singoli ministri dell’Ambiente e della Salute dovranno essere perseguiti dalla Corte dei Conti per rimborsare l’erario dei soldi che dovranno risarcire agli utenti». La prossima tappa, quindi, è il nuovo megaricorso in via di preparazione: «Si può già aderire - afferma il Codacons - seguendo le istruzioni sul sito www.codacons.it».
 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 22 gennaio 2012

 

 

Chiusura anti-smog virtuale 125 controlli, solo 7 multe - AMBIENTE »TRAFFICO DIMEZZATO
 

Nessuna transenna e solo dieci pattuglie a vigilare. La Municipale: non potevamo fare di più. Laureni: scelta obbligata senza intenti punitivi
La zona proibita è virtuale, senza varchi agli incroci d'accesso e con le pattuglie dei vigili presenti solo nei punti di maggior scorrimento. Off-limits sì ma pressoché inviolata in quanto il triestino, con spirito asburgico, vi si è sostanzialmente adeguato. Non prima però di aver tempestato di telefonate il centralino dei Municipale per protestare contro l’ordinanza del sindaco Cosolini, e aver chiesto ai vigili informazioni su dove e come circolare, ma anche sulle famigerate sigle “Euro” che nel libretto dell’auto appaiono con numeri e sequenze ai più incomprensibili. «E alora, poso pasar?». Da ieri mattina, alla sala operativa dei vigili, di telefonate simili ne sono arrivate più di mille. «Gente furiosa», racconta frastornato l’operatore: «Nessuno si capacitava del perché chiudere in un giorno di sole dopo aver lasciato circolare venerdì che invece pioveva». Lo stesso Cosolini ammette: «È stato un obbligo di legge e ho dovuto firmare». Spiega poi l’assessore Umberto Laureni: «È successo giovedì: lo sforamento ha riguardato la centralina di piazza Libertà e quella di via Carpineto. Sono stati rilevati più di 70 microgrammi di Co2 per metro cubo di aria. Non c’è stata scelta, abbiamo dovuto chiudere». Risultato: traffico dimezzato ovunque. Il deserto: così - anche perché era sabato - si presentava ieri pomeriggio il centro durante il primo blocco anti-smog dell'anno. Poche, pochissime le auto in circolazione. E quando c'erano viaggiavano il più delle volte con uno dei tanti permessi di deroga messi in bella vista al cruscotto, o con tre persone a bordo. Ma altrettanto pochi erano i vigili chiamati a un controllo a campione lungo le arterie “sensibili” all'interno della città vietata. In totale sono stati effettuati 125 controlli. Di questi 98 hanno riguardato automobili e 21 le moto. Alla fine sono state contestate sette multe da 155 euro ognuna. Meno che negli altri giorni. «Sono state impegnate dieci pattuglie», spiega Roberto Gazzea, ufficiale responsabile del reparto motorizzato della Municipale. Proprio poche se si pensa che ogni giorno di pattuglie ne escono almeno il doppio per i servizi di routine. Insomma quasi niente, se si considera l’estensione del perimetro da presidiare nel giorno del blocco. D’altra parte sarebbe stato praticamente impossibile “precettare” dall’oggi al domani decine e decine di agenti per sistemare varchi e transenne agli incroci. Dal suo ufficio Gazzea ha monitorato minuto per minuto la situazione del traffico praticamente inesistente. «Alcune pattuglie - spiega - hanno operato in viale Miramare, in via Flavia e in via Valerio, le altre hanno effettuato controlli a campione in centro. Non si poteva fare di più». Chiosa Laureni: «Non vogliamo e non abbiamo voluto penalizzare la gente, ma semmai chiedere una riflessione: per cortesia usate meno la macchina. È meglio per tutti».
Corrado Barbacini

 

Domani si decide sulla riapertura - L’ORDINANZA
 

E oggi si replica. Il centro cittadino resterà chiuso al traffico privato dalle 9.30 alle 12.30 e poi ancora nel pomeriggio, a partire dalle 16 e fino alle 19. Già venerdì sera l’assessore comunale all’Ambiente Umberto Laureni era stato chiaro: dell’eventuale revoca dell’ordinanza si riparlerà lunedì, domani cioè, alla luce dei dati registrati nel corso di questo weekend a traffico ridotto.
 

Corso come un’oasi pedonale Gli sloveni: «Nessun avviso» - COME HA REAGITO LA CITTÀ
 

Una commerciante: il flusso degli acquirenti è invariato anche perché ci sono numerose macchine che possono circolare malgrado il provvedimento
Ore 16.02. Ieri pomeriggio ad inaugurare la chiusura del centro cittadino al traffico è stata paradossalmente una vecchia Alfa 33 color verde militare che impassibile ha imboccato piazza Tommaseo per poi percorrere tutto Corso Italia. Le maglie dei controlli erano larghe e qualche furbetto ha oltrepassato la zona off-limits ma in linea di massima i triestini hanno rispettato il blocco del traffico predisposto dal Comune di Trieste. Allo scoccare dell’ orario oltre al quale non era possibile transitare in centro il viavai delle automobili si è immediatamente ridotto. A tal punto che ieri pomeriggio, malgrado il cuore della città registrasse un certo movimento di cittadini intenti a passeggiare, guardare le vetrine e fare shopping, in certi momenti Corso Italia sembrava essersi trasformato in una zona pedonale. Stessa sorte per via del Teatro Romano, Corso Saba o via Ghega. «Ci sono pochi segnali che confermano la chiusura del traffico – osserva Tullio Pittao mentre al volante attende al semaforo di via Roma – sinceramente vista la bella giornata di oggi leggermente ventilata pensavo l’avessero revocato». «Il movimento di clienti è invariato – conferma Sabina Zotti, responsabile di un negozio di abbigliamento per donna di Corso Italia – anche perché il blocco non è totale e parecchie macchine possono comunque circolare». Un po’ disorientati gli acquirenti che arrivano da oltreconfine. «Non sapevo che non si potesse girare in centro con la macchina – ammette Bogdan Knez, sloveno a bordo di una impolverata Renault 21 – mica leggo i vostri giornali prima di venire a Trieste. Comunque vedo che girano in tanti». Eppure nei tratti stradali d’entrata alla città le insegne luminose e cartelli segnalavano data e orari di chiusura. Un po’ più di movimento in via Carducci, via Battisti e via Coroneo. «Per noi più anziani queste sono le giornate più belle, - ammettono Loretta e Carlo Gruden, due coniugi che attendono l’autobus in piazza Goldoni - quelle dove la città è a nostra dimensione e senza troppo rumore. Gli autobus viaggiano più spediti, si attraversa la strada più facilmente e non c’è puzza di scarico delle automobili». Ridotto anche lo snervante traffico di scooter e moto.

Laura Tonero
 

IL SINDACO «Bus tra Corso e via Mazzini La soluzione che preferisco»
 

I commercianti di corso Italia e quelli di via Mazzini si scoprono concordi nel ritenere migliore la soluzione del “ring”, quella cioè che vede transitare i bus in discesa lungo via Mazzini e in risalita verso piazza Goldoni lungo il corso? Il sindaco Roberto Cosolini non lo nasconde: «È questa l’ipotesi che io preferisco». Ipotesi, detto per inciso, che fu l’ingegnere Roberto Camus, autore della prima bozza di piano del traffico, a prevedere già negli anni del primo mandato di Roberto Dipiazza in Municipio. Ma comunque, «se i commercianti assumono questa posizione ci aiutano a decidere. Quanto a Confcommercio - aggiunge il sindaco - sono d’accordo con il presidente Antonio Paoletti: non appena la bozza del piano sarà stata vagliata in giunta, i commercianti naturalmente saranno tra i primi a essere chiamati a discuterne, essendo tra l’altro i primi a essere coinvolti anche nella questione corso Italia-via Mazzini». Cosolini replica intanto a quanti, tra i consiglieri d’opposizione, accusano di non essere stati tenuti al corrente del documento: «Polemica inesistente e speciosa. Che della bozza di piano discuta la maggioranza (è accaduto in una recente riunione, ndr) non è affatto un vulnus al Consiglio comunale, bensì un passaggio preparatorio. Come ho già annunciato – chiude il sindaco - qualche ora prima di approvare la bozza in giunta, così come ho fatto per le direttive del Piano regolatore, presenterò il documento tanto ai capigruppo del Consiglio quanto alla commissione urbanistica».
 

 

«Bonifiche, ok i fondi Cipe ma va definita la mappa»
 

Bruni sullo stanziamento in arrivo: prima capire dove serve davvero intervenire Depuratore, 35 milioni. Zollia: un aiuto sulle tariffe che saranno meno gravate
Il presidente dell’Ezit: tra un mese e mezzo alla Regione i risultati delle analisi di rischio
L’assessore: per il nuovo impianto di Servola la copertura era già prevista
«Lo stanziamento dei 26 milioni di euro da parte del Cipe per le aree inquinate è senza dubbio un fatto positivo. Ma non dimentichiamo che la priorità è completare la mappa dei siti dove è necessario l’intervento». Dario Bruni, presidente dell’Ezit, chiarisce con un esempio la complessa vicenda del Sin, il sito inquinato di interesse nazionale: il medico prima visita il paziente e poi gli prescrive le medicine. Vale lo stesso per il ripristino ambientale: prima va fatta una “diagnosi” completa sull’area, quindi si indirizzeranno gli interventi dove sono necessari. «E a questo punto - precisa - non è detto che le risorse rimangano invariate, anzi, è probabile che si riducano». Ben venga la manifestazione concreta di interesse del Cipe, insomma, ma la chiave del ragionamento va rovesciata. Dice Bruni: finora si è lavorato su una “presunzione di inquinamento”, pensando che quanto più ampia fosse l’area incriminata, maggiori risorse arrivassero dallo Stato. Ora Ministero e Regione hanno cambiato atteggiamento. E si attende da Roma una “ri-perimetrazione”, secondo le aperture già manifestate dal ministro Corrado Clini, che permetta di consegnare alle aziende terreni vietati anche se privi di rischi concreti. «L’aggiornamento della normativa - aggiunge Bruni - ha recepito la griglia degli inquinanti però combinandola con l’analisi del rischio. In poche parole: dipende da che cosa uno ci vuol fare nell’area. Perchè il parcheggio del proprio camion dovrebbe essere impedito se il pericolo è inesistente?». Fondamentale è il tempo: per questo la Camera di commercio sta tenendo le fila del coordinamento tra gli enti, per presentarsi al Ministero come “sistema territorio” e centrare l’obiettivo di snellire le procedure. L’Ezit, intanto, sta lavorando al completamento del progetto di caratterizzazione su 250 ettari inquinati che ancora rimangono da valutare, dei 500 di sua competenza ricompresi nel Sin. Il piano dovrà essere integrato poi con l’analisi del rischio concreto delle aree. Tra un mese e mezzo i risultati verranno consegnati alla Regione. «Quando l’iter sarà concluso - anticipa Bruni – sarà possibile sapere quante risorse, dei 26 milioni, effettivamente servono e allora arriveranno i decreti di assegnazione. Fare ipotesi è inutile: prima va verificato dove impegnarle e se ce n’è l’esigenza». Dei 160 milioni di euro assegnati dal Cipe al Friuli Venezia Giulia la parte più consistente, 35 milioni, affronterà un’altra emergenza, il depuratore di Servola. Il nodo critico, però, non sono oggi i fondi quanto l’ordinanza urgente del Dipartimento di protezione civile per la nomina di un commissario che autorizzi la prosecuzione dello scarico a mare di sostanze inquinanti. «La copertura finanziaria del nuovo impianto - precisa l’assessore provinciale Vittorio Zollia - era già naturalmente prevista nel piano. Lo stanziamento del Cipe è un aiuto per le tariffe, che saranno gravate di meno, con maggiore tranquillità su questo fronte». Il 31 gennaio scade l’autorizzazione del “tubone”. Contatti ravvicinati, dunque, tra Provincia e Regione per scongiurarne il blocco, ottenendo dal presidente Tondo una lettera di richiesta alla Protezione civile per l’arrivo del commissario. «Questa lettera - è fiducioso Zollia - sarà sufficiente per consentirci una proroga di settanta giorni».
Arianna Boria

 

 

«Ferriera, tutti in piazza In ballo il futuro di Trieste»
 

I sindacati si appellano alla gente in vista dell’incontro di martedì in Prefettura «La politica da dieci anni usa il tema Servola, in Lucchini comandano le banche»
I rappresentanti dei lavoratori della Ferriera chiamano a raccolta la città in uno dei momenti più bui. Fra 10 giorni la fabbrica chiude se martedì in Prefettura non verrà annunciato uno sblocco dei soldi che servono per continuare la produzione. I sindacati saranno in piazza con le famiglie, chiedono ai triestini di fare altrettanto, ai negozi di abbassare tutte le saracinesche a mezzogiorno. «Se chiude la Ferriera Trieste muore, speriamo che anche Servola sia con noi nell’interesse della città: anche noi abbiamo sempre chiesto sicurezza per l’ambiente, è la Lucchini che non l’ha data». Alla conferenza stampa c’erano tutte le sigle, le Rsu e i segretari provinciali di categoria che in alcuni casi coincidono nel ruolo, ma anche i sindacati della Sertubi che altrettanto chiuderebbe senza la ghisa prodotta dalla Ferriera. «In Sicilia hanno riscoperto i forconi, noi riscopriremo le alabarde» ha detto un rappresentante dell’Ugl. Parlano in modo ultimativo i sindacalisti, contro la politica che «da 10 anni usa la Ferriera, e nulla ha fatto se non deciderne la chiusura già nel 2003», contro la Lucchini «che non esiste più, ora comandano le banche cui interessano i soldi e non il lavoro». Al Circolo Ferriera, a due passi dalle ciminiere, sono arrivati ieri anche alcuni consiglieri comunali di centrosinistra, poi Roberto Decarli dei Cittadini con Franco Bandelli di Un’altra Trieste ha annunciato una richiesta da presentare al sindaco: poter portare in piazza, martedì, il gonfalone della città. Ma soprattutto la perdita di produzione industriale i sindacati mettono sul piatto. Franco Palman (Uilm): «Ogni giorno facciamo da notai a crisi di aziende, Trieste si è sempre fatta paladina di assicurazioni e banche, nessuno si è impegnato sulla settore della produzione, ma adesso il gioco sulla Ferriera è finito, il tempo è scaduto, Trieste non ha futuro». La perdita di oltre 1000 posti di lavoro (con le aziende dell’indotto) fa tremare i polsi. Umberto Salvaneschi (Fim-Cisl): «Il prefetto deve farci sapere se si sbloccano i soldi che Lucchini ha intascato dalla vendita di Ascometal, 360 milioni, oppure quelli di Elettra che ha 50 milioni di debito». Anche il misterioso acquirente è stato evocato: «Se non restano accesi gli impianti, se non si garantiscono gli incentivi Cip6 per l’energia prodotta dai gas dell’altoforno, nessun imprenditore sano di mente prende questa fabbrica. I cittadini - ha aggiunto Salvaneschi - devono capire la gravità del momento, l’effetto-domino di altre chiusure di aziende avrebbe conseguenze drammatiche, e non più gestibili. Questo per Trieste è un banco di prova. O ci si salva o finisce il futuro». Per Stefano Borini, segretario Fiom-Cgil, «si prospetta il buio, Trieste corre il rischio di un arretramento economico che la porterà alla recessione, questa fabbrica è un bene collettivo, e le istituzioni devono prenderne la regia, serve un piano economico per la città interpellando tutte le categorie». Per Mario Pastore (Fialms-Cisal): «Politica latitante, e Lucchini qui ha sempre guadagnato e fatto i suoi interessi, senza mai ascoltare né la gente, né gli operai, né le istituzioni. ».
Gabriella Ziani

 

«Organico ai minimi, turni di 12 e 16 ore» - OPERAI E POLITICI
 

Lo smottamento della fabbrica è nel racconto degli operai, lo dicono anche ai politici presenti: «Se ne stanno andando molte professionalità, abbiamo il direttore del personale “a tempo”, due giorni alla settimana. L’organico è ai minimi, ci sono turni di 12 e 16 ore. Siamo a rischio». Roberto Decarli, consigliere dei Cittadini, parla con orgoglio: «Ho lavorato alla Ferriera per 32 anni, questa è una giusta causa e ci darà successo». Franco Bandelli (Un’altra Trieste) sfida la politica: «Ha sfruttato la guerra fra poveri, fa tenerezza il presidente Tondo che appena oggi ci spiega di aver mandato una lettera al ministro, questa è la politica del paracarro». Marco Toncelli (Pd) lavora in Fincantieri: «Porterò in piazza una delegazione». Marino Sossi (Sel): «La Ferriera è in “codice rosso” al Pronto soccorso, senza produzione si perde anche ogni forza di contrattazione». Cesare Cetin (Italia dei valori): «Saremo coi lavoratori martedì, il primo pensiero è per loro e per le famiglie: intollerabile questa incertezza, il gruppo Lucchini deve immediatamente sbloccare i soldi per la produzione, ma poi serve un serio progetto industriale per il riassorbimento della manodopera e la definitiva riconversione di un impianto obsoleto e inquinante che tanti danni ha causato ad ambiente e salute». I rappresentanti della Sertubi raccontano l’altra faccia del problema: «Se dal 1° febbraio non arriva più ghisa, saremo in cassa integrazione straordinaria per un anno, gli investimenti da 6 milioni sono stati già bloccati. Se si chiude, nessuno più pagherà i mutui». Sottolineato anche il fatto che Sertubi ha chiesto alla Regione agevolazioni sul prezzo dell’energia, ma non ha ancora ottenuto risposta.
 

 

«Un cambio culturale per la differenziata» - Lo chiede l’assessore Laureni: «Inaccettabile abbandonare elettrodomestici vicino ai cassonetti»
 

Un "cambio culturale". E’ questo ciò che serve in città per quanto concerne la raccolta differenziata. Lo ha affermato ieri l'assessore comunale Umberto Laureni, presentando una nuova campagna di informazione, attuata dall'amministrazione, «che riguarderà - ha sottolineato – l’intera popolazione, con un capillare processo di approfondimento che coinvolgerà tutti». Primo atto concreto, l'invio, a partire dai primi giorni della prossima settimana, a tutte le famiglie triestine, di una lettera del Comune «nella quale - ha precisato l'assessore - si spiegano le modalità di un giusto comportamento nella raccolta dei rifiuti». Al suo interno una sorta di vademecum per i cittadini, che illustra i comportamenti virtuosi da osservare per quanto concerne la raccolta dei rifiuti di qualsiasi tipo. Subito dopo questa prima lettera, ne seguirà un'altra «che riguarda specificamente il tetrapak, sostanza - ha evidenziato Laureni - che comporta spesso errori nella gestione dei rifiuti». Nel complesso, il Comune «è all’inizio di una vera e propria battaglia per migliorare la raccolta dei rifiuti a Trieste - ha ribadito l'assessore - che passerà attraverso un sempre più accentuato coinvolgimento delle scuole, perché è dalla sensibilizzazione dei giovani, che sono i cittadini di domani, che bisogna cominciare». Fondamentale anche l'informazione destinata ai commercianti e ai pubblici esercenti triestini: «Abbiamo registrato troppo spesso casi di negozianti ed esercenti - ha puntualizzato Laureni - che buttano i cartoni nei contenitori della carta o vicino a essi, senza neppure darsi la briga di disfarli, piegandoli, sprecando così molto spazio ed esaurendo troppo rapidamente la capacità dei cassonetti dedicati». Sotto questo profilo, Paolo Dal Maso, responsabile della raccolta rifiuti dell'Acega Aps, ha evidenziato che «i cassonetti per la carta sono riservati ai privati, i negozianti devono raccogliere i cartoni, piegarli e metterli negli appositi punti di raccolta nei giorni dedicati». Analizzata anche la oramai diffusa presenza di commercianti di lingua cinese «ai quali dovremo fornire - ha spiegato Laureni – una specifica informazione nella loro lingua». Paolo Dal Maso ha poi ricordato che «è assolutamente da evitare l'abbandono in strada, oggi purtroppo molto frequente, di oggetti come televisori, elettrodomestici, materassi, vicino ai cassonetti. Mettiamo a disposizione della cittadinanza ben quattro centri di raccolta - ha proseguito - con orari molti ampi di apertura. Esiste anche la possibilità di prenotare il ritiro a domicilio di questi oggetti - ha rammentato - perciò serve un atto di buona volontà da parte di tutti per migliorare la città sotto questo profilo. In realtà - ha concluso Dal Maso - tutto o quasi è recuperabile e riciclabile, perciò l'appello e' rivolto a tutti e speriamo che i triestini si confermino cittadini disciplinati e attenti». In vista anche la disponibilità di un numero di telefono: «che sarà a disposizione di chiunque abbia bisogno di informazioni - ha concluso Laureni - mentre stiamo predisponendo un servizio di raccolta dei rifiuti cosiddetti 'verdi' per chi ha un giardino».

Ugo Salvini
 

 

«Salvare il Ferroviario per rilanciare i traffici» - Il Pd in campo a sostegno della Stazione di Campo Marzio: «Non solo un museo, ma uno snodo chiave»
 

La stazione di Campo Marzio non è solo un museo: è il capolinea a Trieste della linea Transalpina e il naturale terminale per la metropolitana transfrontaliera. Ne sono convinti i volontari del Dopolavoro ferroviario che, per salvare il museo da loro gestito da decenni, a metà dicembre hanno lanciato un appello per salvarne gli spazi. Una battaglia contro l'isolamento di Trieste, che si trova a fare i conti non solo con la possibilità di vedere sparire uno dei luoghi storici della città, a cui hanno scelto di dare il proprio sostegno anche gli esponenti del Pd. Nel corso di un incontro organizzato ieri alla Stazione Rogers, infatti, alcuni rappresentanti del Partito democratico hanno infatti spiegato di aderire a quell’appello, vista la necessità «di rilanciare il traffico su rotaia a Trieste partendo anche dalla stazione di Campo Marzio». I democratici sono quindi al fianco dei volontari del Dopolavoro ferroviario per salvare i naturali collegamenti infrastrutturali che la città già possiede. Storia e sviluppo economico viaggiano sugli stessi binari. «Il futuro del museo - ha precisato Tarcisio Barbo dell'Assemblea regionale del Pd – sta in un ragionamento che non è distante da quello che vede Trieste coinvolta in un progetto più ampio di sviluppo economico. Questo perché l'area della stazione di Campo Marzio non ha solo una funzione storico-museale, ma è anche un nodo per i trasporti visto il suo collegamento con il porto e capolinea della linea ferroviaria Transalpina». Tra le ipotesi di rilancio rientra anche il progetto della metropolitana leggera transfrontaliera, un progetto che aveva già ottenuto nell'era Illy il via libera dalla Regione per il finanziamento e che ora potrebbe essere rispolverato, sottolinea Barbo, con l'obiettivo di «ottenere il rifinanziamento diventando quindi un progetto cantierabile da subito. Il museo in quest'ottica acquisterebbe una potenzialità diversa legata allo sviluppo dell'intera area». Spetta quindi alla Regione, la grande assente secondo i democratici, fare un passo avanti per cercare di sbloccare la situazione. «La Regione si è più volte dimenticata di Trieste – ha sottolineato l'assessore comunale Antonella Grim –. Ora invece bisogna utilizzare questi spazi che sono già cantierabili per rilanciare il trasporto su rotaia, valorizzando anche l'esistente, senza dimenticare che il museo ogni anno, con solo tre aperture settimanali, raggiunge i 4 mila visitatori». Non si tratta di spirito nostalgico, come indica il vicesegretario provinciale del Pd Pietro Faraguna, «perché il museo ferroviario è un'eccellenza nell'ottica di uno sviluppo futuro della ferrovia come mezzo di trasporto moderno, quando oggi arrivare a Trieste con i mezzi pubblici diventa quasi un miracolo. Questo perché la Regione per motivi elettorali ha preferito investire altrove penalizzando la nostra città». E visto che la stazione di Campo Marzio è anche il capolinea della Transalpina, per il vicepresidente della Provincia Igor Dolenc dovrebbe diventare, in vista del centenario dallo scoppio della Grande guerra, «un punto di partenza e di arrivo in un percorso di sviluppo del turismo culturale».

Ivana Gherbaz
 

 

La rivoluzione della lattuga comincia sul balcone di casa - VERDE SUL TETTO » NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE
 

Domani, al Knulp, la giornalista di “Panorama” Franca Roiatti presenta il suo libro sugli orti casalinghi che stanno sottraendo spazi urbani al degrado e al cemento
Gli uffici marketing delle industrie alimentari spendono a piene mani per campagne pubblicitarie all’insegna di genuinità e tradizione. A parole insomma, verdura, polli, frutta e uova planano nei carrelli del supermercato direttamente da fattorie gestite da nonni felici, gli ortaggi per il minestrone “casalingo” sono stati raccolti nottetempo in valli incontaminate, le uova deposte da galline in libertà nell’aia modello. Portare in tavola cibi biologici, coltivati con amore ma senza pesticidi o composti chimici, è invece possibile, salutare ed economicamente vantaggioso. Lo dimostrano le diverse formule di agricoltura sostenibile, un movimento alternativo a quella industriale, per ridisegnare e riappropriarsi del rapporto con gli alimenti, come racconta in “La rivoluzione della lattuga. Si può riscrivere l’economia del cibo?”, la giornalista di Panorama, Franca Roiatti, che presenterà domani alle 18.30 il libro edito da Egea, al Knulp in via Madonna del Mare 7/a. Come? Sia su larga scala, e quindi riconvertendo in “green” spazi urbani insospettabili sia in versione “casalinga”, con l’orto sul balcone di casa. «Potrebbe sembrare una moda passeggera: invece rispecchia una nuova consapevolezza, soprattutto nei giovani, della necessità di trovare strade alternative alla catena industriale per la produzione del cibo. Ma anche il desiderio di instaurare un rapporto più sano con i prodotti alimentari, che hanno perso molto dal punto di vista nutrizionale», spiega la giornalista di origine friulana, milanese d’adozione da alcuni anni. Una rivoluzione del gusto, ma anche dell’economia, che si può mettere in pratica in vario modo: con l’orto-balcone di casa, o nel giardino piantando patate e peperoni al posto delle ortensie. Seguendo insomma l’esempio della first lady Michelle che ha trasformato parte dell’austero garden della Casa Bianca in un paradiso vegetariano bio. Anche se l’orto veramente sovversivo gioca la carta dei grandi numeri. Come le fattorie sui tetti dei grattacieli di New York, le fattorie sociali nelle strade fantasma dei sobborghi di Detroit, i giardini biologici dell’Havana. Rimanendo nel Belpaese, invece, la voglia di frutta e verdura autoprodotta esercita il suo appeal soprattutto sulle giovani famiglie che coltivano spazi urbani inutilizzati. Ravanelli, pomodori e cavolfiori non sono però “guardare e non toccare”, poiché fanno parte del patrimonio della comunità e, quindi, si possono portare a casa. Se una volta i campi venivano lentamente accerchiati dai palazzi, oggi accade l’inverso. È il caso delle urban farms dalle dimensioni impensabili per spazi metropolitani, come la fattoria “Brooklyn Grange” sul tetto di un edificio industriale del Queens, circa 4mila metri quadri di filari di frutta e verdura, per coltivare l’orto ma anche lo spirito, godendosi il panorama dall’alto.

Patrizia Piccione
 

 

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO - SABATO, 21 gennaio 2012

 

“Limiti superati in molte città italiane” - Legambiente, rapporto “Mal’aria 2012”
 

Degli 82 capoluoghi di provincia esaminati, ben 55 hanno sforato le percentuali di inquinamento consentite. Il 12 per cento in più del 2010. Le città lombarde sono quelle in cui si respira peggio. Sotto accusa macchine e riscaldamenti
Maglia nera a Milano e alla Lombardia sulla qualità dell’aria. Il rapporto di Legambiente “Mal’aria 2012” non fa sconti e dà l’insufficienza in pagella a quasi tutte le città della regione più popolosa d’Italia. L’anno scorso ben otto capoluoghi lombardi (sui 12 totali) si sono posizionati tra i primi 16 posti della classifica nazionale: Monza, Brescia, Cremona, Mantova, Pavia, Bergamo e Lodi. E ovviamente il capoluogo superato a livello nazionale solo da Torino. La centralina di rilevamento istallata nella centralissima via Senato ha raggiunto ben 131 giorni di sforamento delle Pm10. Val la pena ricordare che la soglia massima consentita è di 35 giorni all’anno, superato questo limite si viene dichiarati “fuorilegge”.
Da metà classifica in poi troviamo anche Como con 76 giorni di sforamento, Varese a 69, Lecco a 64 e Sondrio con 44 giorni.
Non solo polveri sottili. Sette capoluoghi lombardi, infatti, si sono piazzati nei primi 10 posti anche tra le città che hanno registrato i peggiori valori medi di ozono. In leggero aumento, a livello nazionale, anche le città che hanno sforato i livelli di biossido di azoto.
Il quadro è desolante proprio a livello nazionale, prima ancora che a quello regionale. Secondo l’associazione del cigno, nel 2011 il 67 per cento dei capoluoghi di provincia non ha rispettato il limite consentito di superamenti, con un aumento del 12 per cento rispetto al 2010. Delle 82 città prese in esame ben 55 hanno esaurito i 35 superamenti all’anno consentiti.
“Il numero dei capoluoghi fuorilegge – si legge nel rapporto – è aumentato rispetto allo scorso anno (erano 47 su 86), ma quello che più preoccupa è l’entità del fenomeno e il numero impressionante di superamenti annuali del limite giornaliero di protezione della salute umana per molte di queste 55 città. Se per ipotesi le città potessero accumulare dei debiti di emissione, ovvero utilizzare in anticipo i 35 superamenti concessi ogni anno, Torino non potrebbe più andare oltre i 50 μg/m3 per almeno tre anni e mezzo, Milano e Verona per 2 anni e otto mesi, Alessandria e Monza per 2 anni e mezzo, altre 6 città per oltre due anni. Per non parlare poi delle preoccupanti variazioni da un anno all’altro. In alcune città lo smog ha tolto ai cittadini fino a due mesi di aria respirabile rispetto al 2010, come è successo a Cremona e Verona (terzo posto a livello nazionale) casualmente due città dell’area della Pianura Padana, che si conferma ancora una volta l’area più critica, un’area dove solo sei città si salvano dalle polveri fini”
Un po’ meglio invece la Capitale, dove nei primi due giorni di questa settimana sono tornate le targhe alterne: si è piazzata al trentatreesimo posto con “solo” 69 sforamenti sul Pm 10. Un dato comunque doppio rispetto al 2010 e che ha spinto gli attivisti a consegnare un cigno nero al Sindaco Alemanno.
I dati di Legambiente arrivano mentre nelle città italiane, Milano al primo posto, ci si prepara a tutta una nuova stagione di blocchi del traffico, targhe alterne, chiusure programmate. La Provincia milanese guidata dal Pdl Podestà proprio oggi ha annunciato che da lunedì 23 scatteranno le ordinanze con i provvedimenti antismog anche nei Comuni dell’hinterland. Mentre a Milano è da poco partita la nuova Area C, sostanzialmente promossa, per il momento, da Legambiente.
E se pare chiaro che gli inquinanti nelle città italiane non siano causati solo dalla automobili, per una bella fetta sono responsabili anche i riscaldamenti, dice l’associazione, meno macchine fanno comunque meglio ai polmoni. In attesa di quel Piano nazionale di risanamento della qualità dell’aria, che ancora si fa attendere nonostante le dichiarazioni del nuovo ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Federico Simonelli

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 21 gennaio 2012

 

 

Smog oltre i limiti, centro chiuso da oggi - AMBIENTE»L’ORDINANZA DEL SINDACO - la zona interdetta
 

Area off-limits alle auto dalle 16 alle 19, domani dalle 9.30 alle 12.30 e nel pomeriggio. Laureni: non si poteva aspettare
QUADRO DA MONITORARE L’assessore: valuteremo il da farsi lunedì alla luce dei dati relativi al fine settimana. Non ci sono margini per una retromarcia al volo
LE GIORNATE CONSIDERATE Valori sforati da giovedì scorso. La situazione si è ripetuta più volte da dicembre, ma stavolta niente Bora né pioggia a migliorarla
Centro città chiuso al traffico a partire da oggi pomeriggio, quando la limitazione scatterà dalle 16 per concludersi alle 19. Il provvedimento proseguirà domani, dalle 9.30 alle 12.30 e sempre fra le 16 e le 19. Per i giorni successivi, poi, si vedrà, sulla base dei dati sulla qualità dell’aria forniti dall’Arpa al Comune. Proprio i numeri registrati l’altro giorno dalle centraline di rilevamento cittadine hanno innescato, come impone la legge, l’ordinanza del sindaco Roberto Cosolini: giovedì, il 19 gennaio, la media giornaliera di Pm10 nell’aria ha oltrepassato infatti la quota-limite massima di 70 microgrammi per metrocubo sia nella stazione di piazza Libertà (il valore è stato di 84,4) sia in quella di via Carpineto (78,8). Troppo smog. Già il giorno precedente, il 18 gennaio, in piazza Libertà le Pm10 avevano sfondato la barriera dei 70, raggiungendo i 74 microgrammi per metrocubo. Quelle di piazza Libertà, via Carpineto e via Svevo sono le tre centraline-riferimento per il Comune. Il Piano di azione comunale (Pac) per il contenimento e prevenzione degli episodi acuti di inquinamento atmosferico prevede che il provvedimento di limitazione del traffico veicolare scatti «in caso di raggiungimento anche per un solo giorno, del valore medio giornaliero di 70 microg/mc per le polveri sottili (Pm10), riferito ad almeno due centraline di misurazione della qualità dell’aria non entrambe situate nel rione di Servola». Questo è successo giovedì in piazza Libertà e via Carpineto. Era comunque da inizio dicembre che l’allarme si ripresentava ciclicamente, sventato prima dalla pioggia, poi dalla Bora. Stavolta, il problema è rimasto, determinando l’ordinanza. Ieri, dunque, la firma del sindaco sull’atto, secondo le disposizioni del Pac. Così, niente mezzi - deroghe (di cui riferiamo qui a fianco) a parte - in circolazione nell’area compresa tra largo Roiano, le Rive, la Grande viabilità dallo svincolo di viale Campi Elisi a quello di Valmaura, la stessa via Valmaura, via dell’Istria, via Marenzi, strada di Fiume, strada di Cattinara, via Revoltella, via San Pasquale, viale al Cacciatore, via Giulia, via Cologna, via Valerio, strada nuova per Opicina e via Commerciale. Queste le principali arterie del perimetro viario che fa da confine percorribile alla zona off-limits (tutte le informazioni nel grafico qui sopra). Parte proprio dal dato di piazza Libertà, l’assessore comunale all’Ambiente Umberto Laureni, evidenziando come il suo posizionamento la renda «la più soggetta all’influenza del traffico». Nella riflessione, la conferma dell’urgenza di provvedere alla chiusura. Che durerà almeno sino a domani: «Riprenderemo in mano la situazione, a questo punto, lunedì - conferma Laureni - anche perché proprio quel giorno avremo i dati sulla qualità dell’aria del fine settimana. Non ci sono margini, dunque, per un’eventuale retromarcia al volo: non si poteva aspettare oltre». Saranno i vigili urbani a occuparsi dei controlli su automobilisti, motociclisti, scooteristi e così via per il rispetto dell’ordinanza. «Sarà una chiusura al traffico come tutte le altre - fa il punto il vicesindaco Fabiana Martini, che in giunta ha la delega alla Polizia locale -, con verifiche effettuate a campione». L’ultimo giorno in cui era stato attivato un provvedimento di questo tipo, di limitazione al traffico in centro città causa inquinamento, prima di quanto stabilito ieri? Il 12 marzo scorso, ancora nell’era-Dipiazza. Per i trasgressori, colti a violare le indicazioni del dispositivo emesso da Cosolini, è prevista una sanzione amministrativa da 155 a 624 euro. L’atto del sindaco include anche l’invito ai cittadini «a ridurre la temperatura degli ambienti riscaldati nonché il numero complessivo delle ore di accensione giornaliera dei propri impianti termici», e inoltre l’avviso alla Servola spa e alla Elettra produzione srl per «l’adozione delle misure di contenimento delle emissioni» dei rispettivi impianti. Cioè la Ferriera e la centrale di cogenerazione.
Matteo Unterweger

 

Tutte le deroghe Dai mezzi pubblici al “car pooling”
 

Capitolo deroghe. L’accesso alla zona soggetta a limitazioni di circolazione è consentita a veicoli a emissione zero e a quelli a metano o Gpl. Sulla Rete civica del Comune (www.retecivica.trieste.it), l’elenco degli altri mezzi “derogati” sulla base delle direttive europee legate alla categoria di inquinamento di appartenenza. Possono transitare anche i veicoli del trasporto pubblico (bus, taxi e autonoleggio con conducente), di servizio degli invalidi, quelli adibiti a compiti di sicurezza, e ancora con targa di riconoscimento C.C. o C.D. e con targhe “prova”, quelli usati da testate radiotv e stampa, da “ministri di culto” nell’esercizio delle loro funzioni, da medici e veterinari in visita domiciliare urgente così come da medici, infermieri e tecnici chiamati in servizio, auto per il trasporto di persone soggette a trattamenti (di particolare gravità) sanitari, riabilitativi programmati e/o continuativi, di persone con ridotta capacità deambulatoria o altre gravi patologie. Così pure per veicoli in uso agli addetti comunali all’assistenza domiciliare, mezzi diretti a revisioni programmate, veicoli partecipanti a cortei matrimoniali, mezzi di proprietà delle autoscuole in esercitazione o esame, quelli destinati al trasporto merci in attività, veicoli di lavoratori dipendenti o autonomi con autocertificazione dell’orario di lavoro, e infine veicoli con almeno 3 persone a bordo, conducente compreso, in analogia alla metodica “car pooling”.
 

Cosolini: niente tir sulle Rive, un piano contro le emergenze
 

Il sindaco: incontro con Authority e operatori per ridurre i tempi di attesa dei camion all’imbarco per la Turchia
SOLUZIONI DA ESAMINARE Samer: ampliare le aree di sosta a Fernetti, il treno per Salisburgo ad Aquilinia o in un’area delle Ferrovie in Campo Marzio
«In linea di principio, fatti salvi momenti straordinari, i tir non passeranno sulle Rive». E non andranno certo parcheggiati in Porto Vecchio, come accadde lo scorso anno in un picco di emergenza. Il sindaco Roberto Cosolini intende affrontare a breve, in una riunione da tenersi assieme all’Authority e alla Samer&Co. Shipping, il tema dei camion turchi che si imbarcano al terminal ro-ro di Riva Traiana. Le emergenze - nel gennaio 2011 l’apice con centinaia di tir in attesa fino alla piscina terapeutica e oltre, verso la Sacchetta; ma situazioni di disagio se ne erano avute anche nei mesi successivi - «non devono ripetersi». Tanto più in previsione della bella stagione, quando ai disagi sofferti dai camionisti - anche sotto il profilo igienico - si aggiungono quelli per la cittadinanza, con gli stabilimenti balneari della zona assediati dai camion. «Il Comune non può più porsi il problema del traffico e della viabilità cittadina». Da qui, appunto, la riunione da indire a breve: «Ho già parlato con la presidente dell’Authority Marina Monassi e con Enrico Samer, li ho trovati disponibili e intendo invitare all’incontro anche i vertici dell’Autoporto di Fernetti», afferma il sindaco. Obiettivo della riunione, dunque, «trovare una modalità di gestione della situazione che sia la migliore possibile in Riva Traiana, riducendo al massimo i tempi di sosta dei camion». Il tutto, precisa Cosolini, tenendo ben presente un obiettivo: «Non possiamo immaginare che Riva Traiana rimanga approdo di ro-ro. Serve una soluzione idonea per il tempo necessario - due o tre anni - ad arrivare a una sistemazione diversa e più strutturata», comunque lontana dal centro abitato. Due o tre anni? Secondo Enrico Samer, leader del gruppo che ha in concessione lo scalo di Riva Traiana fino al 2016, di anni per spostare l’ormeggio dei traghetti «ce ne vorranno cinque». Quanto alle soluzioni nel frattempo da individuare, Enrico Samer cita alcuni punti su cui poter lavorare, anche in previsione di traffici in aumento: entro il 2013 infatti si prevedono tre navi in più, oltre alle 14 già attive, in servizio sulle linee di collegamento con la Turchia. L’ampliamento delle aree di sosta a Fernetti è la soluzione più semplice, laddove esistono zone già attrezzate. Inoltre, aggiunge Samer, «l’Authority sta implementando il sistema informativo sull’arrivo dei camion, e anche l’armamento sta preparando un booking online con l’obiettivo di conoscere esattamente i numeri» degli automezzi in arrivo. Ma c’è anche un’altra ipotesi: «Si auspica che il treno Trieste-Salisburgo possa essere posizionato fuori dall’ambito portuale», in un’area di proprietà delle Ferrovie situata sempre nelle vicinanze della stazione di Campo Marzio: in questo modo nella zona, osserva Samer, potrebbe essere ospitato un maggiore numero di tir in attesa. L’alternativa potrebbe essere «spostare il treno sulla stazione di Aquilinia, che avrebbe spazi disponibili». Resta sul tappeto, si diceva, il nodo di un nuovo terminal ro-ro: c’è la prospettiva della piattaforma logistica cui si affianca quella del terminal progettato da Teseco nell’area ex Aquila. Già nelle scorse settimane Samer aveva detto di propendere per la prima opzione, «più semplice da realizzare» anche perché «all’ex Aquila occorre fare prima le bonifiche», aggiunge ora pur precisando che «per noi un terminal vale l’altro».
Paola Bolis

 

Negozianti: sì ai bus “divisi” fra Corso e via Mazzini
 

Commercianti concordi: meglio distribuire i mezzi pubblici su entrambe le arterie Paoletti: attendiamo di vedere la bozza del Piano del traffico per discuterne
Corso Italia e via Mazzini, per antonomasia il nodo chiave del futuro Piano del traffico, diventa dilemma nella nuova bozza del Comune. Sì al Corso completamente dedicato ai bus con via Mazzini pedonale da piazza Goldoni sino a all’incrocio con via Roma, oppure meglio la suddivisione dei mezzi pubblici fra le due arterie (in su da un lato, in senso opposto dall’altro)? Se la politica che guida il Municipio aspetta anche il confronto con le categorie, chi opera ogni giorno sul campo pare invece avere già la risposta in tasca. Senza contrapposizioni all’orizzonte. Forse non servirà allora sfogliare la margherita sudando freddo fino all’ultimo petalo per decidere, perché dai rappresentanti del comitato “Corso Italia per Trieste” e da quelli dell’aggregato di residenti e negozianti di via Mazzini giunge una risposta unica: meglio l’opzione fifty fifty. La condivisione opta per: autobus in su lungo corso Italia e in giù per via Mazzini. Implicito il favore alla limitazione del traffico ai soli mezzi pubblici. «Posto che per me la soluzione migliore sarebbe quella di chiudere da domani tutto il centro alla circolazione - esordisce Paola Gaggi, nel direttivo dell’Associazione commercianti al dettaglio e referente del gruppo di residenti e negozianti di via Mazzini -, l’ipotesi corso Italia con il doppio senso per gli autobus e la svolta finale in via Roma e da lì nell’ultimo tratto di via Mazzini verso le Rive, appesantirebbe il corso stesso. Inoltre sarebbe difficoltosa la svolta in via Mazzini, come già accade oggi per i bus in arrivo da via Roma. E poi, c’è pure la questione pericolo per l’attraversamento pedonale di via San Nicolò, dove passa sempre tanta gente. Insomma - prosegue Gaggi - l’ipotesi migliore almeno come prova iniziale è l’altra: i bus in un senso in corso Italia e nell’altro in via Mazzini. Dividerebbe il flusso e darebbe comunque sollievo a via Mazzini». Nell’altra parallela “protagonista”, stessa visione. «Per noi - spiega Simone Barich, titolare della Farmacia Al Corso e vicepresidente del comitato “Corso Italia per Trieste” - l’opzione migliore è quella di distribuire i mezzi pubblici tra il corso e via Mazzini, in un senso di marcia da una parte, in quello inverso dall’altra. Il che darebbe un po’ di equilibrio e forse abbasserebbe pure il rischio vibrazioni in via Mazzini. In questo modo, sommato l’allargamento dei marciapiedi, si manterrebbero vive entrambe le vie». Per Barich ci vuole nel contempo un «cambio di mentalità della gente, perché non siamo abituati a spostarci a piedi in un centro piccolo come il nostro». Dalla Confcommercio provinciale, infine, nessuna presa di posizione ufficiale. Come sentenzia il suo presidente Antonio Paoletti: «Non abbiamo ancora visto la bozza del Piano. Attendiamo di essere convocati per discuterne».
Matteo Unterweger

 

L’opposizione: ragionare sull’intero schema - La maggioranza: ok all’estensione delle aree pedonali, ora occorre confrontarsi con la città
 

I contenuti della nuova bozza del Piano del traffico, elaborata dal Comune, non sono passati inosservati nel mondo politico locale. «È ormai abitudine del sindaco Cosolini - ironizza Michele Lobianco, consigliere comunale d’opposizione con il Fli - dialogare con tutti i cosiddetti “portatori d’interesse” tranne che con il Consiglio comunale. Gli consiglierei, posto che sul nuovo Piano del traffico non vi è posizione pregiudiziale, di dialogare non solo con l’universo mondo ma anche con i consiglieri comunali, che apprendono indirettamente e da fonti non istituzionali le novità su un tema così importante». Per Maurizio Bucci del Pdl «il Piano del traffico non è solo via Carducci, Battisti o corso Italia, ma il suo buon funzionamento va visto nella realtà complessiva territoriale attuando i “piani rionali” che non necessitano di delibere consiliari ma solo quelle più snelle giuntali. Il nuovo Piano deve rivoluzionare la circolazione cittadina con lo scopo di regalare vivibilità ambientale e commerciale al centro storico di Trieste disincentivando l’utilizzo delle autovetture. E allora ampio plauso alla proposta di pedonalizzare via Mazzini e rivedere l’asse di corso Italia». Bucci ricorda anche: «Il novembre 2007 proponevo all’opinione pubblica il corso Italia con due corsie centrali, salita e discesa bus, e l’allargamento dei marciapiedi con la piantumazione di alberi e panchine rivolte verso i negozi, chiudendo completamente al traffico via Mazzini fino all’altezza di via Roma, proprio come oggi prospettato...». E aggiunge infine: «La proposta in alternativa dell’allargamento dei marciapiedi di via Mazzini a ridosso di una sola corsia bus, risulterebbe pericolosa per i passanti e inutile per i commercianti». Dal centrodestra alla maggioranza di centrosinistra. Con Paolo Bassi, capogruppo dell’Italia dei valori, che giudica «positivi l’ampliamento della zona pedonale e l’aumento di quelle ciclabili anche nelle zone dove passano i bus. Si amplia così la rete per potersi muovere in città. Per alcuni passaggi del Piano - rileva Bassi - è necessario un confronto con cittadini e negozianti. Comunque, posto che ogni novità prima di essere digerita ha bisogno di un periodo di test, la valutazione sui contenuti è positiva». Concorda in buona parte la “vendoliana” Daniela Gerin di Sinistra ecologia libertà: «Mi piace il concetto di avere prima presente il pedone, poi le aree ciclabili, il trasporto pubblico e infine la macchina. Invertendo la filosofia attuale, avremo così meno inquinamento in città. È uno dei principali obiettivi». Da Gerin giunge condivisione rispetto alle idee di nuove «isole pedonali nei rioni periferici e di un corso Italia con alberi e più ampio, il che agevolerebbe anche gli autisti dei bus. Ho un’unica perplessità sulle ciclabili - conclude -: al di là del delineare le strade, esistono dei punti in cui pedoni e ciclisti dovrebbero convivere. Mi chiedo se questo avvenga in altre città? Attraverso il confronto con associazioni e circoscrizioni, potrebbero arrivare gli spunti per risolvere la questione».

(m.u.)
 

Parcheggi disponibili nell’area ex Rogers - DURANTE I LAVORI SULLE RIVE
 

Qualche posto auto in più per ovviare ai disagi sulle Rive interessate dai lavori. Sarà ricavato nell’area della ex stazione Rogers. La riparazione delle tubazioni delle fognature nel tratto che va da piazza Venezia verso Campo Marzio, ha tolto ai cittadini l’uso di parecchi parcheggi che hanno fatto spazio al cantiere, della durata di almeno due mesi. Di qui le polemiche e le lamentele fioccate nei giorni scorsi. Per cercare di ovviare almeno in parte alla situazione, il sindaco Cosolini e l’assessore ai lavori pubblici Elena Marchigiani «hanno raggiunto un accordo con i titolari della concessione dell'area ex-distributore Rogers» che consentirà di liberare l’area stessa da utilizzare come parcheggio pubblico. A renderlo noto è il presidente della Quarta circoscrizione Luca Bressan. Il prossimo passaggio sarà l’acquisizione dell’area da parte del Comune. L'intento - sottolinea Marchigiani - è dare una risposta tempestiva alle richieste pervenute da parte di residenti ed esercenti, viste le difficoltà da affrontare «sia pure per un tempo limitato». Bressan in una nota sottolinea come la proposta formulata - quella di liberare appunto l’area della stazione Rogers - «sia stata accolta in tempi rapidi» da parte di sindaco e assessore. Il sopralluogo effettuato qualche giorno fa con alcuni consiglieri circoscrizionali infatti, aggiunge il presidente del parlamentino, «aveva evidenziato come principale disagio la perdita di posti auto durante il periodo di lavoro del cantiere: per questo ho proposto di calmierare la situazione di sofferenza». Intanto, la Circoscrizione ricorda che AcegasAps in accordo con il Comune ha completato ieri la distribuzione porta porta del materiale informativo in merito al cantiere e ai lavori da fare, nel quale viene spiegata la tempistica dell’intervento che si concluderà, come detto, in 60 giorni, fermi restando eventuali ritardi dovuti a maltempo o ad altri inconvenienti.
 

 

«No al nuovo ponte Puntiamo all’Unesco»
 

Il nuovo ponte sul canale di Ponterosso «potrebbe provocare un grave danno per la città»: lo sostiene Roberto Sasco, esponente Udc e membro del Comitato contro il ponte, ricordando come assieme a Italia Nostra stia «attivando le procedure per presentare la candidatura del sito del canale e della piazza Ponterosso nella Lista del patrimonio mondiale Unesco». Visto poi che «è stata presentata una proposta di delibera di iniziativa consiliare (primo firmatario il consigliere Pdl Paolo Rovis) per l’inserimento dell’area compresa fra piazza Unità, piazza della Borsa, piazza Verdi e gli edifici» della zona in questa lista, «si potrebbe valutare - insiste Sasco - la presentazione di una proposta complessiva con ampie possibilità di essere poi sostenuta dalla Commissione nazionale italiana per l’Unesco» . L’esponente Udc ricorda infine che «la città di Liverpool in passato dovette procedere alla demolizione di un ponte di recente fattura per poter avanzare alla procedura di inserimento in quanto il manufatto deturpava la prospettiva complessiva e non rispondeva pienamente ai requisiti richiesti».
 

 

Ferriera, Tondo a Passera: «Un tavolo nazionale»
 

Il governatore scrive al ministro: «Massima urgenza, in mille rischiano il posto» Consiglio comunale, allerta bipartisan. Sindacati: pochi soldi per le manutenzioni
Un tavolo nazionale sulla Ferriera di Trieste come quello già istituito per lo stabilimento Lucchini di Piombino. Lo chiede la Regione. Il baratro è imminente, è stata annunciata la chiusura della fabbrica per fine mese. La Ferriera si trova i rubinetti di denaro chiusi da due parti, perché Lucchini, gestita dalle banche, non paga neanche i fornitori, e la collegata multinazionale Elettra è in lite da sette mesi e non paga a Lucchini il gas di risulta fornito per produrre elettricità (ha raggiunto i 46 milioni di credito). Le aziende dell’indotto si sentono già morire. Ieri il presidente della Regione Renzo Tondo ha inviato una lettera al ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera: «Il rischio è che la produzione si fermi dal 1° febbraio, c’è il pericolo per quasi 1000 persone di perdere il lavoro, le chiedo con la massima urgenza di costituire un tavolo nazionale sul problema». L’acquirente segreto I sindacati, che avevano chiesto al prefetto la stessa cosa, un vertice con Passera, parlano di “disastro” e oggi terranno una conferenza stampa in Ferriera. Sono tuttavia al corrente del fatto che c’è da un paio di mesi sulla porta un nuovo acquirente per la fabbrica triestina, un’azienda italiana di cui nessuno fa il nome. La prossima riunione di martedì in Regione rischia di essere superata dalle nuove emergenze, annunciate l’altro giorno in Prefettura dall’amministratore della Lucchini, Marcello Calcagni. Forse un allarme per sbloccare la drammatica situazione, ma il rischio è più che concreto. Lettera aperta Reagisce il consiglio comunale senza eccezioni di colore politico. I 13 capigruppo, dal Pd al Pdl, reduci da due ore di incontro con una delegazione di lavoratori di Ferriera e Sertubi, hanno inviato a Tondo una lettera aperta, in cui sintetizzano i punti della situazione fallimentare complessiva, dato che il “cessate i fuochi” della Ferriera chiuderebbe a catena Sertubi prima di tutto, e poi aziende a cascata. I capigruppo chiedono «con estrema urgenza ed entro il 1° febbraio» che «tutto il consiglio comunale di Trieste» sia ricevuto dal governatore. L’accordo sfumato Elettra ha denunciato già nel luglio scorso la qualità del gas fornito per la produzione di energia elettrica, non corrispondente ai contratti firmati, non ha più pagato la fornitura. Un accordo tra i rispettivi legali sembrava pronto per dicembre. Tutti speravano almeno nel pagamento del mese in corso, un filo di ossigeno. Invece la firma è saltata. E una situazione porta a fondo l’altra, così come un’istituzione chiama a soccorso la prossima più alta in grado. La catena di sfiducia Conseguenze, dispetti e sfiducia a catena. «Non sappiamo - afferma infatti Franco Palman, segretario provinciale Uilm - se Elettra stia facendo un gioco per incassare immediatamente i contributi governativi del Cip6 e chiudere anticipatamente, anziché a scadenza nel 2015, il rapporto con la Ferriera, facendo chiudere così la Ferriera stessa, se così fosse è materia nazionale, non locale. Sappiamo poi per certo che la Lucchini i 360 milioni incassati dalla vendita della francese Ascometal non li usa per i fornitori, ma solo per banche e manutenzione e riavvio dei propri impianti. Per questo con lo sciopero abbiamo voluto bloccare la fornitura di coke, più Piombino lavora e più si tiene i soldi. In più quest’anno avremmo dovuto avere 5,2 milioni per le manutenzioni, l’amministratore delegato ci ha avvertito: saranno molti di meno». Ore decisive «Sono ore decisive, il contenzioso Lucchini-Elettra non può essere più importante del valore industriale e sociale della produzione - dice Stefano Borini, segretario provinciale Fiom-Cgil -, qualcuno assuma il controllo della situazione, il processo di reindustrializzazione del sito deve continuare, altrimenti è fallimento, con morte conseguente di tutti gli appalti».
Gabriella Ziani

 

L’indotto: non ci pagano da mesi - Cassa straordinaria in vista per la Sprea. Azeta: da Servola il 35% del fatturato
 

I grandi discutono, i piccoli con la Ferriera vedono la rovina. La ditta Sprea, pulizie navali e industriali, bonifiche e manutenzione impianti, 50 anni di vita, seconda generazione, a causa dei mancati pagamenti ha il fatturato dimezzato. Il titolare, Mario Pitteri: «La sola Ferriera ci porta 1 milione all’anno, siamo al 50%. Da mesi non veniamo pagati, arrivano solo piccoli acconti di 40, 50 mila euro alla volta. Da novembre ho dovuto fare cassa integrazione in deroga, a rotazione per 6 persone su 20, se la situazione precipita dal 1° febbraio si passa alla Cigs, anticamera di mobilità e licenziamento. Sarò costretto a chiudere, e a pensare che cosa fare anche di me stesso». Prosegue Pitteri, preparato al peggio: «Si sa che la Lucchini è in difficoltà, che Elettra non paga, ma la verità “vera” rimane per noi un segreto. Abbiamo attraversato già la crisi Fincantieri, dovendo calare il personale. Perderemo un parco-attrezzature molto forte. Adesso ormai è chiaro: a Trieste l’industria chiude del tutto, se ne va l’ultima fetta». «Per sapere qualcosa leggiamo i giornali, e i giornali chiedono informazioni a noi? Le istituzioni ci tengono all’oscuro di tutto - racconta Eric Renzi, titolare della Azeta, moderna azienda di carpenteria in zona industriale con 40 dipendenti, e committenti che vanno dall’Autorità portuale alla Wärtsilä, dalla Sertubi alla Pacorini e al Comune, oltre che alla Ferriera. «Se la Ferriera cessa in modo cruento, ci saranno 1200 famiglie in strada, neanche col fallimento c’è garanzia di essere pagati, e ci saranno dunque fallimenti a catena a Trieste. Ora incassiamo ogni 6 mesi - afferma -, ma senza alcuna certezza, e le banche (altro che “spread” e “Bund tedeschi”!) hanno aumentato di 3 volte i tassi, dal 2% di un anno fa al 7-10% di adesso, siamo strozzati. La Ferriera incide per noi al 35% del fatturato, che è di 3 milioni. E a causa delle banche siamo noi piccoli, usando il prestito agevolato regionale, a fare da banca alle aziende grandi. Può durare un po’, ma poi scoppia. Il bilancio è ancora buono, ma solo perché ci sono scritti dei crediti. E se poi non li incassiamo? Anche Wärtsilä ha ridotto drasticamente i contratti. La crisi comincia adesso. Lo sport di tutti è non pagare. E io gli ordinativi devo farli, oppure no?» . Renzi è sulle spine per il futuro che sia con o senza Ferriera: «Se chiude senza un progetto ci troviamo una bomba ecologica in piena città, dietro l’angolo abbiamo una nuova ex Aquila, 20 anni di inquinamento incontrollato, lo Stato non ha più soldi per bonifiche. Una chiusura improvvisa è un rischio tremendo. Il fallimento, prospettiva devastante».

(g. z.)
 

 

SEGNALAZIONI - Ambiente - La terra e l’uomo

 

Salvaguardia dell’ambiente: un impegno da perseguire Negli ultimi decenni il nostro pianeta ha continuato a subire un processo di degradazione ambientale difficilmente arrestabile, dovuto in massima parte alle attività umane. Da dove nasce il degrado ambientale? Questa terminologia così in voga negli ultimi anni contiene in realtà due elementi, spesso strettamente intrecciati nella realtà di ogni giorno. Da un lato si assiste all’alterazione degli equilibri naturali esistenti, provocati dalla produzione industriale o dal nostro stile di vita. Dall’altro lato, esiste il fenomeno, così esteso nel nostro tempo, di uso dissipatore delle risorse, che distrugge i beni naturali senza curarsi della loro rigenerazione. Il disboscamento, l’erosione della terra a causa di agricolture di rapina, il consumo e il mancato recupero delle acque, la pesca indiscriminata, il consumo gigantesco di carbone e petrolio - cioè di fonti di energia non rinnovabili - rappresentano tutte forme di impoverimento e di alterazione dell’ambiente Ma la nostra coscienza si sta svegliando ed è per questo motivo che elenco alcuni accorgimenti che ci permettono in prima persona di fare tantissimo per risollevare le sorti del nostro Pianeta. Ma come fare effettivamente per salvaguardare l’ambiente? Le possibilità sono molteplici: utilizzo di lampade a basso consumo energetico, riciclaggio dei vestiti sintetici, isolare porte e finestre, scelta del trasporto pubblico, tenere spenti gli elettrodomestici quando non utilizzati (può far risparmiare fino al 75% dell’energia della casa). Infine, come recitava il capo indiano “Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso”.

Luca Marsi Bruno Cavicchioli

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 20 gennaio 2012

 

 

Piano del traffico: bus in Corso Via Mazzini oasi pedonale
 

Al via l’iter del documento voluto dalla giunta per ridefinire l’assetto della circolazione in centro

Via Carducci diventa a doppio senso tra via Battisti e piazza Goldoni. Via Valdirivo si percorre in salita
Via Carducci trasformata in strada a doppio senso di marcia, nel tratto tra via Battisti e piazza Goldoni. Corso Italia riservato al passaggio dei mezzi pubblici in salita e in discesa, con via Mazzini quasi interamente pedonalizzata. E ancora via Valdirivo percorribile non più “dall’alto verso il basso” bensì da corso Cavour verso piazza Oberdan , e via Battisti aperta alle auto private solo in discesa. Sono alcune delle piccole rivoluzioni viarie immaginate dalla giunta Cosolini e inserite nella nuova bozza di Piano del traffico. Piano che, dopo una lunga sequenza di “stop and go” registrati durante la precedente amministrazione, pare ora aver imboccato una direzione definitiva. L’illustrazione L’atteso strumento urbanistico ha fatto il proprio “debutto” mercoledì scorso, nel corso di una riunione di maggioranza che ha permesso ai consiglieri di centrosinistra di conoscerne strategie e priorità. Le stesse che, a breve, verranno svelate anche ad associazioni, categorie e Circoscrizioni nell’ambito del confronto partecipato scelto per portare avanti il piano. Un confronto, tra l’altro, che potrà incidere parecchio sulle scelte finali: la bozza, infatti, non contiene diktat bensì semplici ipotesi di studio, suscettibili di correzioni di rotta. Corso Italia - via Mazzini Per lo scoglio più difficile da superare, il futuro di Corso Italia e via Mazzini, il documento elaborato dal mobility manager del Comune Giulio Bernetti non individua più un’unica soluzione, ma delinea due possibili scenari, ferma restando l’intenzione di chiudere entrambe le strade al passaggio di auto e motorini. La prima ipotesi prevede di destinare il corso interamente ai mezzi pubblici - che avrebbero a disposizione due corsie, una in salita, l’altra in discesa -, e di trasformare in isola pedonale tutta via Mazzini, fatta eccezione per il breve tratto finale. Qui, infatti, sfocerebbero i bus che, dopo aver percorso in discesa corso Italia, dovrebbero necessariamente girare a destra su via Roma per poi scendere verso il mare proprio lungo via Mazzini. La seconda soluzione, invece, immagina una destinazione “mista” bus+pedoni tanto per l’una quanto per l’altra strada: Corso Italia diventerebbe quindi un’unica grande corsia preferenziale percorribile solo in su, da piazza della Borsa verso piazza Goldoni, mentre via Mazzini, a sua volta off-limits per i mezzi privati, avrebbe la stessa finalità per il traffico bus diretto da piazza Goldoni verso le Rive. Via Carducci e Valdirivo Ancora più rivoluzionaria la soluzione messa a punto per via Carducci, destinata a tornare a doppio senso di marcia come in passato. L’idea della bozza è quella di “spezzare” l’arteria in due tronconi: in quello tra l’incrocio con via Battisti e piazza Oberdan saranno ricavate due corsie per i bus, una per ogni senso di marcia, e quattro carreggiate aperte alle auto, che potranno però soltanto scendere verso via Ghega. Nel tratto tra via Battisti e piazza Goldoni invece verranno create per le macchine 3 corsie a scendere e due a salire. Come ci si potrà immettere su queste ultime? Girando a sinistra se si proviene da via Battisti o, altra novità, girando a destra se si proviene da via Valdirivo. In quest’ultima strada infatti, il piano prevede l’inversione del senso di marcia: ad imboccare via Valdirivo, quindi, saranno le auto provenienti da viale Miramare e dirette in zona piazza Goldoni - gallerie, mentre chi vorrà raggiungere via Fabio Severo o via Giulia continuerà a transitare lungo via Milano. Via Battisti Accanto a tante novità, si trova pure qualche conferma. Via Battisti per esempio, come ipotizzato già in passato, cesserà di essere a doppio senso: le auto, che avranno a disposizione 3 corsie, potranno percorrerla esclusivamente in discesa. Verso l’alto avranno diritto d’accesso solo i bus, ai quali verrà riservata una corsia preferenziale.
di Maddalena Rebecca

 

Piste ciclabili a San Giovanni e in Barriera
 

Oltre a rendere più fluida la circolazione veicolare, il Piano del traffico dell’era Cosolini ha anche un altro esplicito obiettivo: disincentivare il più possibile gli spostamenti in auto, specie nel centro storico. Ecco allora l’insistenza sul versante mezzi pubblici. Ed ecco anche la scelta di premiare, un po’ più seriamente di quanto fatto finora, chi alla macchina preferisce la bici. Nella bozza sono quindi previste tre piste ciclabili. La prima, sbandierata ai quattro venti in passato ma mai veramente decollata, corre lungo le Rive . Le altre due, invece, si snodano lungo arterie fondamentali, via Battisti e viale D’Annunzio, per collegare il centro città ai rioni popolosi di San Giovanni e Barriera- Rozzol . Non si pensi però ad un semplice intervento di “maquillage” eseguito tracciando sul marciapiede una striscia bianca e disegnando la sagoma di un ciclista. Le piste immaginate dalla bozza dovranno essere “reali”: andranno realizzate, cioè, delle corsie apposite, fisicamente separate dalle carreggiate riservate ai mezzi a quattro ruote. L’obiettivo finale, poi, è di far sì che tutte le ciclabili presenti sul territorio triestino “dialoghino” tra di loro. Di qui l’idea di studiare dei raccordi con un’altra pista ciclopedonale già esistente: quella realizzata dalla Provincia che parte da via Orlandini.

(m.r.)
 

E le isole senza auto sbarcano in periferia - Previste zone interdette alle macchine tra largo Sonnino e via Settefontane, piazzale Gioberti e Opicina
 

Non solo auto e mezzi pubblici. L’ultima bozza del Piano del traffico dedica grandi attenzioni anche ad un’altra categoria di utenti: i pedoni. È infatti proprio per venire incontro alle loro esigenze che il documento, recependo un chiaro orientamento della giunta, individua nuove e più ampie zone interdette ad auto e moto. Aree a misura di anziani e mamme con bambini, quindi, che non verranno più create solo nel centro storico, ma compariranno anche nei rioni periferici. A Opicina, per esempio, si punta a chiudere al traffico la zona che, dallo slargo su cui affaccia anche la chiesa vecchia, conduce poi verso via di Prosecco. Mentre a San Giovanni - unico rione a non avere una vera e propria piazza -, si sta studiando la possibilità di vietare l’accesso alle auto in piazzale Gioberti, creando una rotatoria nella parte finale di via Raffaello Sanzio e spostando sempre su questa via (lato impianti sportivi) anche il capolinea dei mezzi in servizio sulla linea 6. Anche il rione di Barriera potrà avere al proprio interno un’autentica isola pedonale. Da ricavare dove? In largo Sonnino e nella parte finale di via Settefontane, quella cioè interessata negli ultimi tempi dalla presenza di cantieri stradali particolarmente invasivi. Ragionamenti simili la bozza di piano li fa peraltro per tutta la periferia cittadina. Una scelta valutata positivamente anche dalle forze politiche che sostengono la giunta e che hanno assistito l’altro giorno all’illustrazione del documento. «Uno degli slogan lanciati da Cosolini in campagna elettorale era “La periferia al centro” - osserva Mario Ravalico del Pd -. Questa attenzione alle pedonalizzazioni, quindi, dimostra che non ci si è dimenticati di quelle promesse». «È dal ’98 che sul Piano del traffico si sentono solo proclami - commenta Roberto Decarli, capogruppo di Trieste Cambia -. Ora finalmente si sta passando all’azione».

(m.r.)
 

 

«Ferriera, rischio chiusura a fine mese» - La minaccia di Calcagni della Lucchini.

 

La centrale termoelettrica non paga il gas da 10 mesi, in ballo mille posti - INDUSTRIA»EMERGENZA LAVORO

REAZIONE A CATENA Lo stop alla produzione bloccherebbe anche la fornitura di ghisa alla Sertubi Tutto l’indotto potrebbe paralizzarsi
TAVOLO DI CONFRONTO Incontro tra le due aziende promosso dal sindaco d’intesa con Savino e Seganti: «Una situazione pericolosissima, ricadute dirompenti»
La Ferriera di Servola si spegne il primo febbraio. E non per la mancanza di materie prime (situazione che aveva portato allo sciopero dei sindacati una settimana fa) ma per decisione della Lucchini Severstal, il gruppo che gestisce l’impianto siderurgico. Il necrologio è stato annunciato ieri mattina all’incontro in Prefettura chiesto dalle organizzazioni sindacali. Lo spettro peggiore, quello della chiusura, si è materializzato. «Se il Gruppo Lucchini non riuscirà a recuperare la liquidità necessaria, gli impianti della Ferriera di Servola si fermeranno dal primo febbraio. L’ha comunicato l’amministratore delegato dello stesso gruppo, Marcello Calcagni, in un incontro oggi in Prefettura con Rsu e rappresentanti di Cgil Cisl e Uil, al quale il prefetto ha fatto da mediatore». La nota dell’Ansa, diffusa dopo l’incontra nel Palazzo del Governo di piazza Unità, è diventata la posizione ufficiale dell’azienda. All’incontro al Palazzo del Governo, assente il prefetto Alessandro Giacchetti (in sua vece il viceprefetto Pietro Giardina) erano presenti anche Enrico Casciello, direttore stabilimento di Trieste e Aldo Scapellato, responsabile relazioni sindacali. Due i nodi che ostacolerebbero la Lucchini nel reperimento dei fondi necessari a proseguire la produzione. Il primo problema sarebbe legato alla scarsità di fondi a disposizione del colosso siderurgico per ottemperare al piano di asseveramento del debito omologato dal tribunale di Milano. Il secondo è la causa in corso fra l’azienda e la proprietà di Elettra, la centrale di cogenerazione che produce energia sfruttando i gas di risulta dell’impianto siderurgico, debitrice nei confronti della Lucchini di 46 milioni di euro. «Che non sono poche lire» precisano dall’azienda. L'emergenza attuale – che era stata anticipata qualche giorno fa dalla Lucchini alla Regione e al Comune di Trieste e ufficializzata ieri in Prefettura davanti alle organizzazioni sindacali – non è la liquidità del gruppo (che del resto ha appena incassato 352 milioni dalla vendita della controllata francese Ascometal) ma il fatto che l’Elettra che gestisce la centrale termoelettrica non paga la fornitura di gas da quasi dieci mesi per il contenzioso legato a una fornitura pessima che avrebbe creato danni alle turbine: la Lucchini ha un credito scaduto di 36 milioni di euro e un'altra decina di milioni in scadenza. Una bolletta mensile pari a circa 4 milioni di euro. L’amministratore delegato Calcagni avrebbe assicurato ieri mattina che il piano di ristrutturazione del gruppo prevede la continuità operativa e produttiva di Trieste, perlomeno fino al 31 dicembre 2015, ma se il problema con Elettra non venisse risolto entro fine mese la situazione diventerebbe insostenibile per Trieste e per l'intero Gruppo Lucchini Severstal che sarebbero costretti a bloccare la fornitura di gas dal primo febbraio, fermando di fatto la produzione dello stabilimento. E di conseguenza, a caduta, bloccando anche la fornitura di ghisa alla Sertubi. Un corto circuito che metterebbe a rischio il sistema industriale. Elettra, infatti, vive in regime di Cip6 (gli incentivi previsti per la produzione di energia in scadenza nel 2015) e vende l’energia prodotta allo Stato italiano. E il fatto che non paghi la fornitura di gas, mentre incassa regolarmente i soldi dallo Stato, risulta incomprensibile ai profani. Per questo serve un chiarimento a livello istituzionale. E così dovrebbe esserci il 24 gennaio alle 12 in Regione (presidenza della giunta regionale). Il sindaco Cosolini, d’intesa con gli assessori regionali Federica Seganti e Sandra Savino, ha promosso subito un tavolo di confronto tra Lucchini e Elettra per tentare di sciogliere il contenzioso. «Aldilà di aspetti commerciali - spiega Cosolini - le ricadute di questo contenzioso rischiano di essere dirompenti per la città. Una situazione pericolosissima». Mille posti di lavoro sono a rischio.
Fabio Dorigo

 

Il gruppo Elettra preferisce il silenzio

 

«Non abbiamo dichiarazioni da rilasciare». Il Gruppo Elettra non parla della vicenda Ferriera di Servola e dei 50milioni di euro di gas mai pagati. Bocche cucite. «I dirigenti sono fuori» dicono dalla direzione generale di Milano. Poi, contattati dalla segretaria, fanno sapere di non aver nulla da dire. Martedì, prossimo, dovrebbero essere presenti all’incontro in Regione con la Lucchini Severstal. Lo assicura il sindaco di Trieste Roberto Cosolini. Il gruppo Elettra opera attraverso due società, Elettra Produzione e Elettra Sviluppo. La prima possiede e gestisce due centrali a ciclo combinato, a Trieste (foto) e a Piombino, della potenza complessiva di 230Mw. Per produrre energia elettrica la centrale di Trieste, realizzato da Ansaldo Energia nel 2000 all’interno comprensorio di Servola, utilizza una miscela di gas naturale e di gas risultante dal processo siderurgico. Da sette anni il gruppo Elettra è proprietà del fondo inglese Hutton Collins, con sede a Londra, che l’acquisì quando l’allora amministratore delegato della Lucchini, Enrico Bondi, la cedette per ottenere liquidità necessaria a far fronte alla crisi all’ennesima crisi della Ferriera.
 

«Sciopero con le famiglie il 24 gennaio» - I sindacati: «Siamo alla resa dei conti». Razeto (Industriali): «Sarebbe un contraccolpo sull’occupazione»
 

«La situazione è sempre più drammatica. L’amministratore parla di rischio di chiusura. per noi ormai è una certezza. Non c’è più liquidità. La chiusura degli impianti a Trieste, a meno di miracoli, è sicura. Ma a rischio sono anche quelli di Piombino». Umberto Salvaneschi, segretario della Fim Cisl, vede nero dopo l’incontro in Prefettura di ieri. Il suo pessimismo è totale. Il sindacalista parla ormai di una possibilità remota che la Ferriera prosegua l’attività dopo il primo febbraio, data indicata dall’amministratore delegato Calcagni per il possibile blocco dell’impianto. E sembra volersi preparare al peggio. «Non parlo di rischi di chiusura, ma di certezza. Sono mesi che non si riesce a sbrogliare il contenzioso con Elettra» spiega il sindacalista della Cisl. «Non è possibile che una controversia fra due parti comprometta definitivamente un settore così importante per l’economia e l’occupazione di Trieste» aggiunge Stefano Borini, segretario della Fiom. La lotta comunque continua, Ieri, all’ora di pranzo, c’è stato una partecipata assemblea nello stabilimento di Servola. Sabato ci sarà domani una conferenza stampa. E per il 24 gennaio, giorno del fatidico tavolo di confronto messo in piedi dal sindaco Cosolini in Regione tra Lucchini ed Elettra, è stato proclamato uno sciopero di otto ore con un presidio costante dei lavoratori della Ferriera e della Sertubi ( l’altra azienda collegata che rischia di non sopravvivere usando la ghisa di Servola) negli stabilimenti e davanti al palazzo della Regione di piazza Unità dove si svolgerà il vertice. Assieme ai dipendenti stavolta ci saranno anche le famiglie. Una protesta allargata per rendere evidente il rischio di default sociale collegato alla vicenda industriale di Servola. «Si apre lo spettro della cassa integrazione per mille persone, quelle della Ferriera e delle aziende collegate alla siderurgia» aggiunge Borini. Sarebbe la per Trieste la Caporetto del lavoro e dell’industria. Questa volta anche gli industriali si schierano a fianco dei lavoratori. «Perdere mille posti di lavoro a Trieste è una prospettiva a cui non voglio nemmeno pensare» dichiaro Sergio Razeto, presidente di Confindustria Trieste. «Se mille famiglie triestine si trovassero senza la garanzia dello stipendio del capofamiglia - aggiunge Razeto - sarebbe un fatto di gravità estrema. Mi interesserò immediatamente della situazione».
 

 

«Il Piano del Porto deve essere in sintonia con il Prg della città»
 

Il Comune Invia le osservazioni all’Authority. Laureni: chiesto studio sull’inquinamento con l’aumento di traffci
IL CASO DEL WWF Predonzan: non abbiamo potuto esporre la nostra posizione perché la documentazione non ci è mai arrivata
Sono scaduti ieri i termini per la presentazione delle prime osservazioni al Piano regolatore del Porto. Viabilità, inquinamento atmosferico e “no” al rigassificatore tra gli appunti inviati dal Comune di Trieste all'Autorità portuale. Appare un giallo invece il coinvolgimento del Wwf; l'Authority dice di aver spedito i documenti, ma dall'associazione ribattono: “Mai visto niente”. È questo soltanto uno dei passaggi del complicato iter che porterà all'entrata in vigore di uno strumento urbanistico atteso “solo” da cinquant'anni, ma la prima tranche di osservazioni avrà un significato preciso sull'atteggiamento che gli enti intendono tenere nei confronti delle proposte dell'Authority. Il Piano regolatore - licenziato dal Comitato portuale nel 2010 - consentirà, dopo anni di chiacchiere, di presentare progetti e mettere in atto strategie sostituendole a parole e proclami. Fino a un paio di giorni fa, tuttavia, all'Autorità portuale non risultavano notazioni di alcun genere. A partire da ieri, la cassetta della posta di via Von Bruck si è sicuramente riempita almeno del plico fatto arrivare dal Comune di Trieste. «Abbiamo spedito – spiega l'assessore comunale all'Ambiente, Umberto Laureni – una serie di osservazioni, niente di coercitivo, piuttosto alcune proposte di miglioramento, soprattutto per sottolineare che ci deve essere coerenza tra lo strumento urbanistico del Comune e il Piano regolatore del Porto. Abbiamo anche ricordato che il Consiglio comunale si è espresso contro il rigassificatore di Zaule – conclude l'assessore Laureni – e abbiamo chiesto uno studio sull'inquinamento atmosferico, in previsione di un aumento del traffico. Sulle Rive, infine, è stata suggerita la possibilità di realizzare una pista ciclabile». Un primo commento al Piano regolatore del Porto avrebbe dovuto esprimerlo anche il Wwf, al quale l'Authority sostiene di aver inviato la documentazione. «Mai ricevuto niente – risponde però all’opposto Dario Predonzan, responsabile energia e trasporti del Wwf regionale –. O hanno sbagliato indirizzo o non hanno mandato niente». L'esponente dell'associazione ambientalista spera nell'esistenza di un “Rapporto ambientale” come parte integrante della normativa per la Valutazione ambientale strategica, nel quale dovrebbero essere contenute le alternative alle proposte dello stesso Piano regolatore portuale. «A questo punto spero che il materiale venga reso disponibile almeno per la seconda fase», chiude Predonzan. Conclusa questa fase e recepite le osservazioni, infatti, il Piano verrà pubblicato e potrà ricevere altre richieste di modifica, anche da parte di semplici cittadini, purché dimostrino di avere interesse a farlo.
Riccardo Coretti

 

«Attenti a non gravare sul traffico in città» - Citato anche il contrasto tra il no del Municipio al rigassificatore e le previsioni della Torre del Lloyd
 

Meno camion e più ferrovia; e collegamenti stradali al di fuori del centro abitato. Il tutto per evitare che le rosee previsioni di aumento dei traffici portuali possano di fatto intasare un sistema viario non in grado di sopportare traffico pesante oltre un certo limite. Ma anche la segnalazione di alcune “distrazioni” formali, di opinioni diverse sui collegamenti tra Porto vecchio e nuovo, e soprattutto l'evidenza del contrasto tra il Piano regolatore portuale e quanto espresso dal Consiglio comunale in merito alla rigassificatore di Zaule. Questo e altro ancora contiene la delibera di giunta, datata 16 gennaio 2012, con la quale il Comune risponde all'Autorità portuale in merito alla richiesta di osservazioni nell'iter di approvazione del Piano regolatore del porto. Il giudizio complessivo in questa fase di valutazione resta positivo; ma le osservazioni tecniche non sono di poco conto, in particolare quelle riferite ai collegamenti viari. Posto che lo strumento urbanistico prevede seri incrementi di traffico portuale (movimenti navi da 1600 nel 2007 a 2600 nell'ipotesi 2020; traffico merci da 46,1 a 59,7 milioni di tonnellate; il triplo del traffico stradale), il Comune ha voluto subito mettere i puntini sulle “i”. Anche perché le opere previste dall'Authority nel corso degli anni sono di vasta portata, e per comprenderlo basta citarne alcune: prolungamento del Molo Bersaglieri, Porto lido, interramento tra Molo V e Molo VI, raddoppio del Molo VII, realizzazione del Molo VIII, terminal ro-ro nell'area ex Aquila. Non solo critiche, anche consigli. Come quello di prevedere un collegamento del futuribile Molo VIII con lo svincolo della Grande viabilità in via Errera, per non gravare sul traffico tra via Svevo e Via Baiamonti. Sempre in considerazione degli aumenti di traffico portuale previsti, il Comune auspica un recupero del trasporto ferroviario rispetto a quello su gomma. Non viene condivisa poi l'affermazione contenuta nel Piano del porto secondo la quale il collegamento tra Porto vecchio e Porto nuovo sarà caricato da flussi portuali “trascurabili”. Secondo il Comune infatti i nuovi insediamenti di Porto vecchio andranno a gravare su Viale Miramare, le Rive e Passeggio Sant'Andrea. Problemi alla viabilità, sempre secondo le osservazioni della giunta Cosolini, potrebbero essere creati dal nuovo terminal traghetti nell'area ex Aquila, tanto che si consiglia di privilegiare l'accessibilità dalla Valle delle Noghere e poi verso il raccordo Lacotisce-Rabuiese, piuttosto che rischiare di intasare via Flavia. La delibera, inoltre, fa notare che il Consiglio comunale già nel luglio del 2006 ha espresso parere contrario al progetto per il rigassificatore di Zaule. Questo parere risulta oggi in contrasto con quanto previsto dal Piano regolatore del porto, che prevede la modifica della linea di costa e la possibilità di «costruzione di un impianto di degassificazione» nell'ambito dell'area ex Esso. Altre osservazioni, infine, riguardano il riferimento all'adeguamento del depuratore di Servola. «...Le prescrizioni di tale studio – scrive il Comune con riferimento ai documenti esaminati – non risultino di impedimento alla realizzazione del progetto».

(r.c.)
 

 

Ponte sul canale, ora nasce il comitato “pro” - IL COMUNE: NON FARLO COSTITUIREBBE DANNO ERARIALE
 

Provocazione dell’ingegner Simonati: le novità suscitano sempre raccolte di firme contro...
Chissà se rappresenta o meno la maggioranza dell’opinione pubblica. Nel caso lo fosse, sarebbe comunque una di quelle volte, poche per la verità, in cui la classica maggioranza silenziosa si spazientisce di starsene zitta. Dopo la raffica di “no” alla passerella sul canale di Ponterosso diluita ogni tanto da qualche “perché no” - una raffica corroborata negli ultimi giorni dall’audizione in commissione Lavori pubblici del Municipio da parte del Comitato “per la salvaguardia del canale di Ponterosso” guidato dall’ingegnere ed ex consigliere comunale Roberto Sasco, che aveva lanciato una raccolta di firme “contro” - ecco che nasce ora il comitato contro il “contro”, con tanto di raccolta di firme a supporto dell’opera. A costituirlo idealmente - attraverso il lancio di una raccolta di firme all’indirizzo e-mail pontenuovotrieste@libero.it «aperta a tutti quelli che vogliono dire sì al ponte e sì subito» - è un altro ingegnere triestino. Si chiama Ermanno Simonati e ha fatto parte della precedente Commissione per il paesaggio del Comune che - come osserva lui stesso - «pur giudicando che effettivamente il concorso internazionale di architettura sarebbe stato la via migliore per il progetto, ha reputato che la proposta degli uffici comunali fosse di minimo impatto, pulita, assorbibile dal contesto, certamente non un capolavoro ma altrettanto certamente nemmeno un abominio». Simonati non nasconde che la sua è una provocazione: «Non appena qui c’è qualcuno che propone qualcosa di nuovo, qualcun altro propone immediatamente una raccolta di firme contro. L’intervento più mirato è stato quello dell’architetto Podrecca, il ponte si fa se è funzionale alla città, se questo fa parte di un disegno urbanistico che tende a far rileggere in chiave pedonale la città storica. Perché gli ordini professionali non si sono fatti sentire? Dove sono i giovani professionisti a cui oggi sembra negata ogni possibilità espressiva?». Simonati vuole sia chiaro che la sua è un’iniziativa personale e che dietro non c’è ombra politica. Prova ne sia che il suo «amico di una vita e socio da sette anni» Stefano Patuanelli, ingegnere pure lui e consigliere comunale grillino, è dell’idea che il ponte sia «uno spreco di risorse pubbliche». Al punto che ha fatto richiesta agli uffici del Municipio, attraverso la commissione Lavori pubblici, di sapere quanto costerebbe tornare indietro, non fare il ponte, previsto ormai entro l’estate. Risposta: «Il riconoscimento di un indennizzo che spetta all’appaltatore quantificare», compresi «i cosiddetti contratti collaterali già sottoscritti con i professionisti esterni», sono «indennità» che «una volta quantificate costituiranno danno erariale, rispetto al quale la Corte dei Conti aprirà procedura di contestazione».

(pi.ra.)
 

 

SEGNALAZIONI - DIFFERENZIATA/1 Istruire il personale

 

Leggo spesso segnalazioni che invitano le autorità ad istruire correttamente i cittadini in merito alla raccolta differenziata se si vuole ottenere che questa avvenga nel modo migliore possibile. Oggi mi sono resa conto che è altresì necessario fornire adeguate conoscenze anche agli operatori addetti alla raccolta. L’altra mattina, con alcuni cartoni della pizza chiaramente usati (che essendo sporchi, come ci hanno insegnato, vanno messi nell’indifferenziata) mi recavo ai bidoni della spazzatura. Il camion dell’immondizia era all’opera e un paio di bottini grigi, col coperchio già aperto, attendevano di essere svuotati. Mi avvicinavo ad uno di questi e vi mettevo sopra detti cartoni. Mentre mi allontanavo, vedevo uno degli operatori che, sollecito, li prendeva e li gettava nel bidone della carta!

Mariavaleria De Filippi

 

SEGNALAZIONI - Differenziata/2 - Si lavora per gli altri

 

Che si debba fare la raccolta differenziata è fuori discussione: ci viene chiesto di farla e la faccio. Ma questa abitudine che stiamo prendendo quotidianamente alla fine ci fa porre la domanda: perché e soprattutto per chi la stiamo facendo? La risposta papale papale è perché l’ambiente e perché l’evitare gli sprechi ce lo richiedono di farla: parole nobili ma, parole vuote, emozionali del collettivo ma in sostanza prive di un riscontro per il cittadino al quale si chiede di lavorare gratis per permettere ad altri di guadagnare. Facile chiedere e facile sperare che la percentuale della raccolta cresca ma non è proprio così gradito farla da parte di chi è chiamato a farla sia per motivi di ordine pratico, di tempo, dei costi a carico del contribuente. Dividere con accortezza gli scarti dei consumi di casa comporta questa serie di procedure: le bottiglie dell’acqua vanno compattate e le eventuali etichette di carta, rimosse. Tutti gli altri contenitori in plastica diversa, quelli in vetro, di latta, ecc. vanno detersi per rimuovere il residuo del loro contenuto e spesso, se oleosi, grassi, con l’uso di acqua calda e detersivo per piatti. Gli astucci in cartone delle medicine, dei dentifrici, ecc. vanno gettati assieme alla carta dove di carta non sono solo i quotidiani ed eventuali allegati ma anche quella massa senza fine di materiale pubblicitario. I cartoni, qualora ce ne fossero, devono venire privati dei punti metallici e dei nastri adesivi, svuotati delle patatine o dei setti in polistirolo o altro che fanno parte dell’imballo. Poi, naturalmente, c’è la consueta rimozione della immondizia non riciclabile. Nel 2013, verremo, come già in atto in numerosissimi comuni, chiamati a separare l’organico del cui destino a seguito del riciclo ignoro ogni cosa non sapendo se lo si ritrova in qualcosa che usi o qualcosa che mangi, in pratica diventa sapone o pastone per gli animali o fertilizzante? Perché c’è tutto questo can can per l’organico? Quale business da relativi pochi scarti? Fatte tutte queste operazioni ci si rende conto che in un anno si è lavorato almeno sei ore in più rispetto al passato, che è stata consumata una caterva di sacchetti per separare le cose secondo la loro caratteristica, borse che i supermercati fanno pagare profumatamente anche se portano il loro marchio così pure li sponsorizzi gratis (ma questi sacchetti “bio” quanto ci mettono a degradarsi nell’acqua di mare o di lago che sia?) oppure impiegare i sacchetti a strappo. Alla fine si va all’isola ecologica, si fa per dire, con le immondizie attorno e quelle cose che andavano portate ai centri comunali di raccolta, con l’imboccatura ed i pannelli dei cassonetti per la carta massacrati da chi, contro ogni legge di fisica, si ostina ad immettere nella bocca volumi di cartone eccessivi sforzandone l’entrata. Alla fine della storia ciò che si è separato viene raccolto per il benessere economico di chi lo raccoglie, di chi lo smista, di chi lo ricicla. In pratica si è lavorato gratis e speso a favore di terzi che sono tra gli altri gli impianti di riciclaggio e ti ritrovi pure datore di lavoro di personale impiegatizio e maestranze di questi impianti. Al cittadino cosa rimane? Non gli vengono neppure forniti un tot di sacchetti, non si è neppure contemplato quale incentivo per il fine stesso di una buona raccolta differenziata di alcuni ritocchi della Tarsu riducendo man mano che la differenziata aumenta l’onere di questo tipo di tassa. Così non va per niente bene. Da noi, dato che comprando si paga tutto confezione compresa, sa solo di imposizione e di danno economico per il contribuente.

Roberto Steidler

 

 

Attività naturalistiche TAM

 

Questa sera con inizio alle 19, nella sede della Società alpina delle Giulie, in via Donota 2 (IV piano) Giorgina Michelini presenterà il nuovo programma annuale delle attività naturalistiche del gruppo Tutela Ambiente Montano. Di seguito, avrà luogo la premiazione del concorso fotografico indetto dal Tam sul tema “Il bosco”. Ingresso libero. Info: 040-630464.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 gennaio 2012

 

 

Rive, fognature da rifare due mesi di cantiere - LAVORI PUBBLICI» L’EMERGENZA
 

Tubi da riparare a 4 metri di profondità tra piazza Venezia e la stazione Rogers

Già avviati i lavori, il pericolo è l’alta marea che potrebbe invadere i pozzetti
Il guaio è già visibile perché un tratto di Rive è transennato. Si è aperto un cantiere Acegas che tra piazza Venezia e la Stazione Rogers dovrà riparare 370 metri di fognatura sul lato marciapiede. Le corsie di transito restano pe fortuna libere e percorribili. La tubazione, che si trova a 4 metri di profondità e dunque sotto il livello del mare, è gravemente fessurata e lascia entrare acqua salata che corre fino al depuratore di Servola, dove renderebbe inerte il futuro trattamento biologico delle acque. Inibisce l’azione dei batteri “mangiasporco”. Ma i buchi hanno già causato fuoriuscite, e dunque l’allarme dell’Azienda sanitaria. La legge del “se” «Se i lavori fossero stati fatti contestualmente alla riorganizzazione delle Rive, si sarebbero concentrati i disagi in un’unica fase - non manca di dire la nuova amministrazione comunale evocando le scelte dell’epoca Dipiazza -, ma così non è stato». Fine della constatazione, anche se Acegas spiega che nel 2004 (prima dei lavori sull’ultimo tratto di Rive, realizzati nel 2006) uno studio commissionato all’Università aveva messo in chiaro come la fognatura in quella zona fosse prossima a cedere. I tubi risalgono agli anni Trenta, sono di calcestruzzo, hanno un diametro superiore al metro, portano le acque sporche da Roiano fino a Servola, raccogliendo strada facendo dai collettori di ogni isolato. Due mesi e non di più Ieri Comune e Acegas in una conferenza stampa hanno illustrato nei dettagli l’operazione, soprattutto a uno scopo: spiegare che il sindaco Cosolini ha chiesto tempi certi, e cioé non più di due mesi di lavori. A metà marzo tutto dev’essere a posto come prima. L’Acegas è stata invitata a fornire materiale informativo a residenti ed esercenti, con numeri telefonici da chiamare in caso di necessità. Per l’assessore ai Lavori pubblici Elena Marchigiani «si sono contenuti al massimo i disagi, ma si perdono parcheggi, salvi invece tutti i percorsi pedonali». Rischi e pericoli A illustrare i dati tecnici, un ingegnere per parte: Enrico Altran della divisione acqua e gas di Acegas, e Giulio Bernetti del servizio comunale Traffico. «È un intervento che presenta notevoli rischi e pericoli - ha detto Altran -, la stagione invernale va bene per la minore attività su strada dei pubblici esercizi, ma coincide coi più forti picchi di alta marea, se i pozzetti saranno invasi dal mare per sicurezza i lavori si dovranno sospendere». Il metodo della calza Inizio e fine della tubatura rotta saranno chiusi da palloni d’aria. Il circuito delle acque sarà dirottato su un “by-pass” esterno, su strada. Che funzionerà grazie a 5 pompe elettriche. Per sanare la tubazione, “il metodo della calza”. Si introduce una guaina di poliestere impregnata di speciali resine, che viene fatta aderire alle pareti interne. Un getto di acqua calda scioglie le resine e rende la guaina una seconda pelle vetrosa. Meno lotti, meno tempo Due nuovi pozzetti palificati di ispezione verranno aperti per consentire agli operai di agire in sicurezza. Si capisce così che i “buchi” in terra saranno solo due, di 3 metri di larghezza e profondi 4. Impossibile, assicurano i tecnici, fare a lotti: «Meglio stringere i tempi, altrimenti ogni volta sarebbe da rifare il complesso lavoro di intercettazione e smaltimento dei flussi fognari». Domanda: «Pericolo puzza per il tubo esterno?». Risposta: «No, fa freddo, per fortuna».
Gabriella Ziani

 

Traffico rivoluzionato nelle vie Economo e Belpoggio
 

Riva Gulli e Riva Grumula, controviale impercorribile finché dura il cantiere Acegas. È stato anche istituito il divieto totale di sosta da piazza Venezia all’incrocio con via Lazzaretto vecchio. Vie dei Burlo, via degli Argento: divieto di sosta e anche di fermata (per consentire il carico e lo scarico a servizio degli esercizi commerciali). Queste vie, e via Belpoggio, restano a fondo cieco, da via Belpoggio per “uscire” in discesa bisogna svoltare per via Lazzaretto vecchio. Via Economo sarà raggiungibile solo facendo il giro completo dell’isolato di Campo Marzio, passando davanti al Mercato ortofrutticolo. Naturalmente, resta impedita la svolta verso piazza Venezia per chi, da Riva Nazario Sauro, è diretto verso Campo Marzio. Negozi, bar e ristoranti che dovessero avere necessità impreviste, avranno a disposizione il numero di un tecnico Acegas da contattare direttamente.
 

 

Ferriera, oggi l’ad di Lucchini in Prefettura - TAVOLO NEL PALAZZO DEL COMMISSARIATO DI GOVERNO
 

Sindacati scettici sul ruolo di Tondo e pronti a chiedere che sia Giacchetti a chiamare Roma
Il rebus Ferriera torna sul tavolo del Commissariato di Governo, nel palazzo di piazza Unità che sta in faccia a quello in cui lavora Renzo Tondo. Qui i sindacati oggi - ed è presumibile lo facciano proprio per denunciare quelli che ritengono essere i gravi ritardi nella gestione dell’emergenza da parte della Regione - chiederanno con ogni probabilità che sia la stessa Prefettura a fare da primo ponte istituzionale con lo Stato, attraverso un «accordo di garanzia», da firmare magari già la prossima settimana. Un patto in base al quale possa essere direttamente il Governo a far da garante a Lucchini (per cui si intensificano voci di vendita, si legga nelle pagine di attualità nazionale, ndr) in attesa che si risolva nell’immediato il problema-liquidità derivante sia dal blocco dei soldi su dismissioni e alienazioni presso il Tribunale di Milano, sia dal persistere del contenzioso con Elettra, che a sua volta non paga Lucchini. Ieri si è venuto a sapere che l’incontro previsto in origine proprio per ieri davanti a un delegato del prefetto Alessandro Giacchetti (fuori Trieste fino a settimana prossima) tra le rappresentanze sindacali (le Rsu e le segreterie di Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm e Failms) e quelle aziendali (a cominciare dal capo delle relazioni esterne di Lucchini Francesco Semino) è slittato ad oggi, alle 8.30. Il posticipo, a quanto è stato lasciato intendere, si doveva a questioni organizzative. Però ha consentito - chissà se di proposito o casualmente - la presenza al confronto, alla testa della delegazione aziendale, non più di Semino, bensì dell’amministratore delegato del Gruppo Lucchini Marcello Calcagni. Il suo arrivo a Trieste per oggi era stato già annunciato martedì in Ferriera dal direttore dello stabilimento Enrico Cascello, durante un incontro con le Rsu nel quale lo stesso responsabile della fabbrica di Servola aveva anche assicurato lo sbarco a stretto giro in banchina di minerali e fossili, per consentire l’operatività per una ventina di giorni degli impianti, messa oggi in dubbio da partite ridottissime di pellets. In origine però, come detto, in Prefettura ci sarebbe dovuto andare ieri Semino, mentre oggi Calcagni sarebbe dovuto venire in Ferriera. Invece ecco lo slittamento che casca a puntino. «Nell’incontro - spiega Stefano Borini dalla segreteria della Fiom - oltre a chiedere la ratifica di tali assicurazioni sullo sbarco di materiale chiederemo al vicario del prefetto Giacchetti un ulteriore incontro urgente non appena lo stesso prefetto rientrerà a Trieste, affinché egli possa esercitare una forte pressione su Roma per la firma di un accordo di garanzia, in cui il Governo si faccia garante in via temporanea della liquidità che Lucchini non ha, anche per evitare che gli impianti si fermino. Respingeremo ogni ipotesi prospettata al buio».

(pi.ra.)
 

 

Dossier Lucchini nel mirino di Tata e di Abramovich

 

Parte il risiko dei possibili compratori: dal gruppo indiano al magnate russo. Probabile la vendita dei singoli stabilimenti
TRIESTE E adesso bisogna trovare un compratore. O, forse, più compratori. Trovata l’intesa con le banche, in attesa che ai primi di febbraio il giudice Roberto Fontana del Tribunale fallimentare milanese riunisca il collegio per l’omologa dell’accordo, il gruppo Lucchini cerca un acquirente: non ha fretta assoluta, ha un paio di anni davanti per individuare uno o più soggetti ai quali cedere le realtà produttive e gli altri asset. Notizie di stampa accreditano l’interesse che a vario titolo un vasto campionario industriale russo-indiano avrebbe manifestato per il gruppo siderurgico guidato da Alexei Mordashov. Secondo “MF”, a studiare il dossier Lucchini sarebbero le russe “Novolipetsk Steel” di Vladimir Lisin, “Evraz” di Roman Abramovich, “Magnitogorsk Iron & Steel Works”, l’ucraina “Metinvest”, il colosso indiano “Tata Steel” partner Fiat nel subcontinente asiatico. Per venire a capo del pesante indebitamento ammontante a 1,17 miliardi, Mordashov aveva imboccato da tempo la strada delle alienazioni. Ha ceduto in particolare il 100% della controllata francese Ascometal a una società del fondo statunitense Apollo, operazione che ha consentito alla Lucchini di incassare 352 milioni, destinati in parte ad abbassare la massa debitoria e in parte a mantenere un’accettabile soglia di liquidità. Lo stabilimento Bfm di Bari, specializzato in lavorazioni per gli scambi ferroviari, è invece andato alla ceca Dt. Ma la vendita di Ascometal ha soprattutto sbloccato l’intervento delle banche creditrici (Bnp, Intesa SanPaolo, Unicredit, Ubi, Mediobanca), esposte per circa 770 milioni, che hanno accettato una moratoria sul debito al 31 dicembre 2017, avendo in pegno la totalità delle azioni societarie. Quindi, di fatto saranno le banche ad avere le maggiori responsabilità nel futuro della Lucchini. Adesso il gruppo si articola su quattro siti: Piombino, che è il più importante con 2200 dipendenti diretti, Trieste, dove la Ferriera di Servola ha circa 500 addetti, Lecco, dove il laminatoio lavora con 200 unità, Condove nel Torinese, con un’ottantina di maestranze. La struttura più difficile da collocare sul mercato è, per le dimensioni e per le criticità connesse, Piombino. Trieste potrebbe veder valorizzato l’incrocio di ghisa, gas, logistica, ma avverte l’indecisione sull’avvenire del sito. Dalla previsione di un compratore a quella di più compratori attirati dai singoli stabilimenti è un’ipotesi non ancora esplicitata, ma certo non improbabile. Anche perchè il polso del settore è di ardua decrittazione, le previsioni raccontano di un difficile primo trimestre, ma i segnali sono contrastanti e sarà opportuno aspettare febbraio prima di emettere verdetti. Il 2011 dell’acciaio, che era iniziato sotto buoni auspici spinto da un frizzante 2010, si è concluso all’insegna dell’incertezza: la crescita mondiale ha stazionato in autuunno attorno all’1%, dopo aver viaggiato durante l’anno tra il 6 e il 10%. In Europa una quindicina di altiforni sono stati fermati, i grandi produttori come ThyssenKrupp e ArcelorMittal meditano disinvestimenti nel Vecchio Continente. E contro il dumping cinese Eurofer è ricorsa alla Commissione Ue.
Massimo Greco

 

 

La stazione di Villa Opicina ora rischia la chiusura
 

L’ipotesi ha preso corpo dopo la soppressione del treno per Budapest ma Trenitalia nega. Via intanto i bagni e l’ufficio della Polfer
di Elena Placitelli Rischia di chiudere la stazione ferroviaria di Villa Opicina. Trenitalia nega, nonostante le voci di corridoio che sono cominciate a circolare. Al punto che i lavoratori hanno rotto i rapporti con i sindacalisti, perché da loro non si sentono più rappresentati. Sull'incertezza del loro futuro professionale, stanno cercando di fare luce da soli. In questi casi l'anonimato è d'obbligo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il treno per Budapest. La sua recente cancellazione è suonata come un campanello d'allarme, destando i sospetti che guardano a un futuro non troppo lontano. Il ragionamento è semplice: il treno Venezia–Budapest era l'ultimo convoglio viaggiatori che passava per Villa Opicina. Ora la stazione non serve più ai passeggeri, ma solo alle merci. Allora perché non chiuderla? I motivi che scongiurano tale ipotesi li spiega Trenitalia, facendo leva proprio sul traffico delle merci: «La stazione di Villa Opicina è un nodo nevralgico per l'elevato flusso di merci che non pone il problema di una sua chiusura. Si tratta dell'unica uscita verso Est dalla provincia di Trieste, una stazione che deve rimanere aperta anche per l'eventualità che un domani un'altra società decidesse di farvi transitare un altro treno internazionale». E ancora, l'azienda dice che una decisione del genere «equivarrebbe a chiudere le due linee ferroviarie che da Villa Opicina si snodano verso Bivio Aurisina–Venezia e verso Campo Marzio». Ma è proprio su questo punto che sorgono altre perplessità. Indiscrezioni dicono che a marzo dovrebbe chiudere la stazione di Aurisina. A quel punto, la “cintura” di 50 chilometri che collega Villa Opicina a Trieste centrale passando per Grignano lascerebbe viaggiare un convoglio merci senza alcun presidio “di controllo”, con eventuali ripercussioni sulla sicurezza del trasporto. Se tale ipotesi risultasse vera, la scelta di chiudere la stazione di Opicina diventerebbe meno remota. E, stando sempre alle indiscrezioni, altri presagi contribuirebbero a immaginare la chiusura della stazione. Il fatto che l'ufficio della Polfer stia traslocando non aiuta certo a immaginare una stazione “viva”, così come la decisione di chiudere a chiave i bagni, che dal primo gennaio è stata presa anche a Carnia, Cormons, Gemona, Tarvisio, Bosco Verde e San Giorgio di Nogaro. A Opicina si parla poi di una sempre più spinta concorrenza dei privati, che a poco a poco starebbero togliendo lavoro alla Cargo, la società di Fs che si occupa delle merci. Si aggiunga la riduzione di 16 binari (su 43) cui l'anno scorso è stato tolto il collegamento elettrico, col risultato che la capacità della stazione è calata del 50% arrivando ad ospitare al massimo 500 vagoni al giorno. Un dato preoccupante, se confrontato ai lontani anni Sessanta, quando la stazione di Villa Opicina ospitava insieme a quella di Prosecco 3mila treni al giorno, con super fatturati e un totale di 500 lavoratori impiegati.
 

 

Gretti (Pdl): «La centrale a biomassa conviene veramente?» - ENERGIA
 

MUGGIA Applicare delle verifiche sulla reale convenienza e l'effettiva gestione della centrale a biomassa. La struttura a servizio della scuola elementare “De Amicis” non convince affatto il consigliere comunale del Pdl Christian Gretti. Fortemente voluta dall'amministrazione Nesladek l'opera della potenzialità di 360 Kw che verrà costruita entro la fine dell'estate all'interno di un vano in cemento armato sito vicino all'istituto scolastico pare tutt'altro che conveniente. «Partendo dal fatto che nell’ultimo Energy Report del Wwf del 2011 vengono chiaramente indicate le modalità per ottenere entro il 2050 il 100% dell’energia dalle fonti rinnovabili, sfruttando principalmente energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica, e che dunque l’uso di biocombustibili liquidi e biomasse solide viene relegato a pochi casi ed in mancanza d’altro, le centrali a biomassa – spiega Gretti - sono sicuramente meno inquinanti di quelle a gasolio ma allo stesso tempo, da studi scientifici, risulta che tali centrali hanno un impatto sulla salute per la produzione di polveri sottili, metalli pesanti, diossine, formaldeide, acroleina». Da qui la richiesta da parte dell'ex esponente aennino sull'esistenza o meno dei dati progettuali che indichino le quantità che verranno prodotte. Tra gli altri punti dolenti c’è lo smaltimento delle ceneri residue della combustione poiché a Trieste non esistono discariche per lo smaltimento di tali rifiuti: inevitabile dunque il trasporto fuori Provincia. Dunque la convenienza economica viene meno? «A tutt'oggi i costi per la realizzazione di tali centrali risultano alti poiché sussistono una serie di spese, soprattutto a messa in regime dell’impianto, che gravano sul bilancio», conferma Gretti. Fra queste la manodopera per il funzionamento e soprattutto l’approvvigionamento del cippato che scarseggia nel territorio muggesano, tanto è vero che nello studio commissionato nel 2009 dal Comune di Muggia alla Ceta (Centro di ecologia teorica ed applicata) era stata evidenziata la possibile anti-economicità della struttura nel caso in cui non si reperisca il combustibile nelle vicinanze.

(ri.to.)

 

 

Notte dell’economia verde a Nordest
 

Per la prima volta in vetrina il 5 maggio le eccellenze produttive della sostenibilità ambientale di Veneto, Trentino e Fvg
PADOVA Tutte le eccellenze green della metropoli Nordest, in una notte. Il prossimo sabato 5 maggio la cosiddetta “terra dei miracoli” dimostrerà di avere tessuto una immensa rete della sostenibilità economica e sociale, unendo oltre 20 città nel primo appuntamento della Notte Verde. Sarà una lunga nottata nel segno della sostenibilità, che mette in connessione città e quartieri dell’area metropolitana tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Ideato da Nordesteuropa.it il progetto vede Il Piccolo come mediapartner. L’iniziativa, promossa insieme a Sette Green si inserisce nel contenitore della quinta edizione del Festival Città Impresa (dal 2 al 6 maggio). Presentata ieri nella sede del Comune di Padova dal direttore del Festival Filiberto Zovico assieme al vicesindaco Ivo Rossi e all’assessore all’Ambiente Alessandro Zan, la Notte Verde "sarà un esperimento di innovazione culturale –ha detto Filiberto Zovico- al quale hanno già espresso la loro adesione 20 realtà diverse tra città e territori". Da Padova, considerata ormai da tutti capitale green del Nordest e fra le città italiane al top in tema di eccellenze produttive e politiche di sostenibilità ambientale, a Venezia, Vicenza, Udine, Gorizia, sino a Schio, Unione dei Comuni del Camposampierese e Bassano, ma anche Pieve di Soligo, Valdagno, l’area del Miranese e la Riviera del Brenta: tutte in rete e pronte a mobilitarsi attorno a una delle principali leve di sviluppo economico e sociale, evidenziando quanto la Green Valley del Nordest sia "un luogo ad alta concentrazione di esperienze all’avanguardia in tema di sostenibilità, oltre che un laboratorio diffuso sul fronte imprenditoriale, culturale ed istituzionale", ha aggiunto Zovico. Molte le città che si accenderanno di verde: nelle piazze, negli impianti industriali, nei luoghi culturali del Nordest, sono attese 300.000 persone per dare vita alla più grande manifestazione europea nel suo genere. Dibattiti e workshop, presentazione di progetti e prodotti, performance artistiche ed esposizioni, esplorando le migliori esperienze sostenibili: tecnologie pulite ed energie alternative, mobilità e gestione dei rifiuti, bio-architettura e design. Ma saranno aperti anche gli esercizi commerciali e gli spazi culturali, che si coloreranno di verde per un’intera notte. In una dimensione spettacolare, che mette insieme informazione e sensibilizzazione, esperienza culturale e ludica, il progetto evidenzia la sinergia necessaria tra impresa e cultura, come tra settore pubblico e privato. Anche per condividere e raccontare un progetto diffuso: quello di una metropoli che aspirando al titolo di Capitale Europea della Cultura 2019, accoglie la sfida di creare un nuovo modello di sviluppo sostenibile. La speranza è che anche questa ricetta di opportunità "verdi" possa aiutare a far crescere l’economia e far uscire il Nordest dalla logica dei campanili.
Massimo Nardin

 

Anche Gorizia nel progetto insieme a Udine Il sindaco Romoli: nuova cultura di sviluppo
 

La maratona verde passerà anche per il Fvg. Due le tappe: Gorizia e Udine. Saranno loro le città green che ospiteranno iniziative ed eventi sul tema della sostenibilità ambientale. Il sindaco Ettore Romoli ha voluto far aderire Gorizia al progetto, che metterà a confronto esperienze diverse all’interno di una grande area comune, con «l’obiettivo di far crescere una nuova cultura che ci permetta di “riappropriarci” delle nostre città». Gorizia quindi risponderà all’appello di Nordesteuropa.it organizzando, in collaborazione con numerose realtà cittadine e con la vicina Slovenia, svariate iniziative. Ma il fine ultimo è lavorare sul lungo periodo. Su questo fronte l’amministrazione isontina non sta perdendo tempo: dall’ampliamento delle isole pedonali alla realizzazione, in collaborazione con l’Università di Trieste, del progetto E-cube (un parco per le energie rinnovabili), tanti sono i progetti già in cantiere. Anche Udine scalda i motori in vista della Notte verde. Il sindaco Furio Honsell spiega: «Stimo lavorando all’organizzazione della serata assieme all’associazione “Green Factor”, che si occupa anche della consegna dell’omonimo Premio. Verranno organizzate iniziative ludiche nelle piazze e incontri di tipo divulgativo, in collaborazione con l’Università. Quella della green economy è la vera sfida per le nostre città. Il Comune di Udine sta già facendo molto: dall’adozione del bilancio energetico alle politiche innovative in campo edilizio, fino alle energie rinnovabili».

(el.col.)
 

 

 

 

GreenStyle.it - MERCOLEDI', 18 gennaio 2012

 

 

Corrado Clini: via il fotovoltaico dai campi agricoli
 

“Pomodori e non pannelli” è questa la ricetta, almeno per le campagne, del Ministro Corrado Clini.
Non è la prima volta che il titolare del Ministero dell’Ambiente interviene su quelli che sono alcuni dei timori più diffusi nella società civile, quello di una campagna strappata alla coltivazione dal business delle rinnovabili in primis.
L’Italia, fino ad ora, ha ampiamente rinunciato all’idea di governare con ordine il boom delle nuove energie, lasciando che interi campi venissero invasi da pannelli fotovoltaici. In tempi di magra per l’agricoltura, i finanziamenti del Conto Energia sono sembrati sempre un’alternativa ghiotta per rendere produttivi i terreni. Ma la colpa di ciò è da attribuire proprio al lassismo delle istituzioni e alla mancanza di un chiaro Piano Energetico nazionale, più volte annunciato dall’ex Ministro per lo Sviluppo Romani, ma mai messo su carta.
Il Ministro Clini è allora entrato in maniera decisa sull’argomento:
Il piano energetico nazionale punterà soprattutto su un fotovoltaico dedicato al settore industriale ed edilizio. Basta utilizzare i terreni agricoli per gli impianti fotovoltaici, nei campi bisogna coltivare i pomodori.
Punto di vista condivisibile, a patto di dare una mano al settore agricolo per uscire dalla crisi in cui vessa. Una soluzione che dovrebbe però essere più ecocompatibile della riduzione delle accise per il gasolio richiesta dal movimento dei forconi.
Ad ogni modo, l’impegno di Clini sembra andare per il momento verso investimenti sulle rinnovabili più mirati, investendo meglio che in passato. Il non rinunciare ai campi vorrebbe dire rilanciare forme di fotovoltaico più compatibili con il nostro paesaggio. Si tratta di una sfida cruciale per il nostro Paese, ha confessato il Ministro:
Dobbiamo lavorare tutti insieme, governo e imprese per produrre un’energia a basso costo. Le rinnovabili devono essere accessibili a tutti. Bisogna investire su tecnologie flessibili, ricerca e sviluppo.
Nel nostro piccolo, auspichiamo soltanto che oltre ad un Piano Energetico Nazionale si affronti il problema agricolo nel nostro Paese.
Guido Grassadonio - Fonti: Corriere.it
 

 

Batterie auto elettriche: arrivano quelle litio-aria da IBM
 

L’autonomia limitata delle auto elettriche è uno dei limiti più importanti a una loro diffusione capillare sul mercato, quasi quanto la scarsità di colonnine per la ricarica in molti centri medio-piccoli di un po’ tutti i paesi europei. Ben consci di questo forte limite, i costruttori sono alla ricerca di soluzioni per migliorare le batterie attualmente utilizzate su questo tipo di veicoli e una possibile soluzione sembra arrivare dagli USA, precisamente da IBM.
Apparentemente, un’azienda attiva nel campo informatico non sembra direttamente collegata alla soluzione di un problema che riguarda i trasporti dell’immediato futuro, eppure, proprio da IBM arriva quello che è stato denominato “Battery 500 Project“, un progetto che punta a realizzare una tecnologia per le batterie delle auto elettriche rendendole capaci di garantire un’autonomia di 500 miglia, cioè l’equivalente di poco più di 800 chilometri.
I tecnici al lavoro su questo progetto hanno pensato a degli accumulatori al litio-aria al posto di quelli attuali al litio. L’idea alla base è quella di utilizzare il carbonio, il quale è capace di assorbire l’ossigeno contenuto nell’aria reagendo con gli ioni di litio, dando luogo a un processo che consente di immagazzinare corrente elettrica e di garantire una densità energetica fino a 1.000 volte superiore a quella delle attuali batterie.
Secondo quanto spiegato da IBM, il problema attuale su cui ancora si sta agendo è relativo all’instabilità chimica delle celle litio-aria, ma pare che un primo prototipo delle batterie al litio-aria possa essere costruito entro il 2013, per portare questo sistema sul mercato entro il 2020.
Giuseppe Cutrone - Fonte: Motori.it
 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 gennaio 2012

 

 

Sul Municipio torna l’ombra di Gas Natural - A breve il parere della giunta sul progetto definitivo. Ma prima il centrosinistra ne parlerà in un vertice
 

Siamo alla vigilia di un clamoroso ritorno di fiamma alimentato da Gas Natural? In politica tutto può essere, ma a palazzo per ora - sul voto che uscirà a brevissimo dalla giunta Cosolini sul progetto definitivo del rigassificatore di Zaule, benché diventato un pugno nell’occhio meno forte di prima, anche per quegli accorgimenti di natura paesaggistica contenuti nella relazione allegata - non si accettano neppure scommesse, tanto scontato pare rimanere l’esito del parere. In senso negativo, ovviamente. Improbabile insomma - posto che l’ultima parola non la si prenderà qui - che in Municipio il “no” storico all’impianto diventi “sì”, anche alla luce degli ammiccamenti sulle royalties finiti male ai tempi di Dipiazza, e anche alla luce delle prese di posizione contrarie all’opera (un “riparliamone” in effetti restava possibile solo se i termini del progetto, nel suo complesso, fossero cambiati radicalmente) ostentate in campagna elettorale dall’attuale sindaco. Un sindaco pur proveniente da un partito che, originariamente, non aveva disdegnato, al pari dell’allora An dell’allora sottosegretario di Governo Roberto Menia, la realizzazione dell’impianto. Ma è proprio ed esclusivamente per tale “ricordo” che in Municipio si sente dire possa restare aperto un pertugio, minimo, fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno disponibile. Il classico ritorno di fiamma, appunto, giusto per condire con un pizzico di suspense una partita sulla carta senza storia. Lunedì scorso, in giunta, l’assessore vendoliano all’Ambiente Umberto Laureni ha illustrato il progetto definitivo depositato da Gas Natural. La squadra di “governo” cittadino di Roberto Cosolini ha deciso di riaggiornarsi per esprimere il proprio parere. La seduta di giunta adatta per farlo potrebbe essere già quella di domani. Ma non è detto. Molto infatti dipenderà da quale piega prenderà il vertice di maggioranza che il centrosinistra triestino si era messo in agenda per oggi già da tempo, e su un altro argomento, cioè il Piano del traffico. Quello resta il tema numero uno della riunione del pomeriggio. «Se ci sarà il tempo, parleremo anche del rigassificatore, altrimenti lo faremo in un’altra occasione», si limita a dire Cosolini. Se oggi il progetto di Gas Natural non sarà toccato, quindi, si renderà necessario nei prossimi giorni un ulteriore confronto politico di maggioranza, e il passaggio di giunta ad hoc slitterà alla prossima settimana. Un passaggio che però, frena le retroletture il sindaco, non è che un «atto dovuto». Una liturgia burocratica, insomma, più che una grana politica, lascia intendere. Ci sono d’altronde da giudicare e verificare nero su bianco, e questo lo aggiunge Fabio Omero da assessore allo Sviluppo economico, le eventuali risposte di Gas Natural alle «prescrizioni». Chi ha fegato cominci a scommettere.

(pi.ra.)
 

 

La Regione minaccia Trenitalia «Basta disservizi. O vi cacciamo»
 

Riccardi convoca i vertici ferroviari del Friuli Venezia Giulia e, dopo la maxi-multa, rincara la dose: «Siamo pronti alla risoluzione del contratto». I pendolari: «Dal 1° gennaio già 19 cancellazioni»
TRIESTE Riccardo Riccardi manda l’ultimatum: o si cambia o si straccia il contratto. L’assessore ai Trasporti ieri pomeriggio ha chiamato a rapporto il responsabile di Trenitalia Fvg, Maria Giaconia. Al centro i pesanti disservizi cui sono sottoposti gli utenti in Friuli Venezia Giulia, tanto che Riccardi ha definito l’operato della società «inaccettabile e insostenibile». Una bocciatura senza mezzi termini che fa seguito alla sanzione di circa un milione di euro comminata dalla Regione nelle scorse settimane, e sempre per gli stessi motivi: cancellazioni e ritardi insopportabili. Disagi avvertiti soprattutto lungo i tratti Udine-Tarvisio, Udine-Trieste, Casarsa-Portogruaro. «Soppressioni che vanno ben al di là della ragionevolezza, stiamo andando oltre – insiste l’assessore – c’è gente che deve andare al lavoro, studenti che devono andare a lezione e non sanno se arriveranno a destinazione». Riccardi è conscio che la situazione è dovuta allo stato in cui si trovano i mezzi, spesso vecchi di 40 anni e sottoposti di continuo a manutenzione. E sa anche che il quadro non potrà cambiare fintanto che non entreranno in servizio i nuovi treni, attesi tra aprile e maggio, ricorda. L’assessore però non vuole più giustificazioni. Ne ha sentite già troppe e ora si passa ai fatti: «A fronte di un contatto in vigore – attacca l’esponente dell’esecutivo – Trenitalia deve garantire il servizio». Quindi, rivolgendosi al direttore Giaconia: «Se a febbraio perdureranno le soppressioni, non potremo far altro che passare alla risoluzione del contratto». Riccardi gela Trenitalia e non molla: «Deve garantirci il servizio concordato, altrimenti ci considereremo liberi di trovare un altro partner ferroviario e nel frattempo di “dirottare”, purtroppo, sulla gomma, sulle autolinee, un servizio indispensabile ai lavoratori e agli studenti». L’assessore ritorna a riflettere sul parco treni a disposizione della società, «alle prese con materiale ferroviario ormai vecchio e un’organizzazione del lavoro da ritarare, ma io e la giunta dobbiamo rispondere ai nostri cittadini, arrabbiati ed avviliti per un disservizio da tempo scadente – aggiunge – considerato anche che l’amministrazione corrisponde annualmente alla società una cifra superiore ai 30 milioni di euro. Ci vogliono anni per recuperare l’immobilismo della situazione ferroviaria» evidenzia Riccardi. In giornata qualche schiarita. Il direttore Giaconia, in una nota ufficiale, assicura che «di fronte a una situazione eccezionale, la direzione regionale di Trenitalia ha attivato una task force per ridurre l’indisponibilità dei mezzi, dovuta a interventi straordinari di manutenzione, già da lunedì prossimo ed essere a regime a fine mese». La società ha anche confermato che quattro nuovi treni “Vivalto” entreranno in servizio tra aprile e maggio. Riccardi però ha chiesto altre garanzie: «È indispensabile che la normalità di servizio, confermataci dai primi giorni di febbraio, sia certa anche in tutte le successive settimane, per non ritrovarci a breve a dover spiegare all’utenza ulteriori soppressioni, peraltro sino ad ora mai segnalate in tempo, sempre dell’ultimo minuto, quasi “a treno in corsa”». La giunta ha quindi convocato i vertici di Trenitalia per un prossimo incontro in Regione nell’ultima settimana di gennaio. Le rassicurazioni dell’azienda non soddisfano però il Comitato Pendolari Alto Friuli. «La riunione non ha portato buone notizie ai viaggiatori, sebbene Trenitalia abbia affermato che entro fine mese la situazione di disagio dovrebbe terminare. Noi – commenta il Comitato – nutriamo forti dubbi che il gestore sia in grado in meno di 2 settimane di interrompere il trend negativo di cancellazioni». Negli ultimi giorni, fa notare il gruppo, ci sono state ben 4 soppressioni solo lungo la Udine-Tarvisio: «La conta ormai della cancellazioni ammonta a 19 da inizio anno». Per i pendolari «non è solo una questione tecnica legata al noto problema del materiale rotabile, ma ci sono altri motivi che determinano questi continui disservizi, né si può sperare nei nuovi treni se non ci sarà personale sufficiente per farli correre». In serata l’Ugl trasporti, attraverso il segretario regionale Giovanni Falanga, smorza i toni a difesa dei ferrovieri: «Viene messo sotto accusa un insieme di persone che con difficoltà e mancanza di mezzi cerca comunque di fornire un servizio accettabile».
Gianpaolo Sarti

 

 

Acqua, cresce la protesta «Non aggirate il referendum»
 

ROMA Si allarga la mobilitazione a difesa del risultato del referendum sull’acqua. Il timore è che i provvedimenti sulle liberalizzazioni possano rimettere in discussione una materia sulla quale si sono già espressi milioni di elettori. Per questo Beppe Giulietti, portavoce art.21, e Vincenzo Vita, senatore Pd chiedono che il governo incontri subito il Forum per l’acqua pubblica. Di Pietro avverte che «l’Italia dei Valori difenderà dentro e fuori il Parlamento l’acqua pubblica. Non permetteremo a nessuno che la volontà dei cittadini espressa attraverso i referendum venga calpestata e le norme aggirate». Bonelli, dei Verdi invita a non violare la Costituzione e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo appoggia «integralmente» l’appello del comitato Acqua Bene Comune, a difesa del referendum del 12 e 13 giugno scorsi. «Oggi - si legge in un comunicato - l’acqua bene pubblico sta per tornare privata. Il Governo Monti intende approvare un decreto sulle strategie di »liberalizzazione«, che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, sconfessando l’esito dei Referendum del 12 e 13 giugno scorsi. Dobbiamo impedirglielo!»
 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 17 gennaio 2012

 

 

Seganti: «E se Jindal rilevasse l’impianto...» - LA REGIONE REPLICA A MONTESI (SERTUBI)
 

La Regione ribatte all’attacco arrivatole dall’amministratore delegato della Sertubi, Leonardo Montesi. «Qui si fanno solo riunioni in Regione dove si discute di aria fritta», aveva detto l’ad dell’azienda che produce tubazioni utilizzando la ghisa prodotta dalla Ferriera. E proprio allo stallo e all’incertezza per il futuro che sta vivendo lo stabilimento siderurgico di Servola, Montesi si era agganciato chiamando in causa la Regione. «Lui (Montesi, ndr) rappresenta un importante gruppo a livello internazionale del settore - sono le parole dell’assessore regionale alle Attività produttive, Federica Seganti -. Potrebbe essere questo stesso gruppo, dunque, a risolvere la situazione facendo un’offerta per l’acquisto dell’impianto di Servola». L’invito a rilevare la Ferriera ha evidentemente come destinatario il colosso indiano Jindal, che ha preso in affitto la Sertubi. «Probabilmente - aggiunge Seganti - l’integrazione a monte fra le due realtà sarebbe la soluzione di tutte le problematiche. Noi siamo qui a lavorare ogni giorno per creare le migliori condizioni possibili per far operare le aziende sul nostro territorio ma non possiamo sostituirci alle stesse aziende, agli azionisti». Sulla questione “tavoli”, nello specifico, l’assessore leghista della giunta Tondo sottolinea: «Al di là di quello organizzato a fine anno, la Regione e la sottoscritta hanno convocato più di qualche incontro con la Sertubi ma anche con la Lucchini, per un confronto ampio». Ieri, intanto, Montesi ha incontrato - come annunciato - il sindaco Roberto Cosolini. «Non è la prima volta che ci vediamo - premette il primo cittadino -, è già capitato con periodicità. Si è trattato di un momento utile per uno scambio di informazioni. Montesi mi ha ribadito infatti le motivazioni che l’hanno portato a una forte presa di posizione. Noi come Comune - prosegue Cosolini - stiamo portando avanti uno sforzo per disegnare un nuovo rapporto fra le istituzioni, impegnando sul tema Regione e governo. Così, abbiamo in programma un’iniziativa per vedere assieme alla Regione sia la Lucchini sia la Sertubi». Il sindaco sa che bisogna fare in fretta: «Si lavora in tempi stretti».

(m.u.)
 

 

Gli studenti per spostarsi chiedono più bus notturni
 

Presentato Unimob, uno studio sulla mobilità della popolazione dell’ateneo che equivale a un piano traffico. Il 70% va a lezione con mezzi pubblici
Studenti, docenti e dipendenti dell’Università sono circa 25 mila. Tutti si muovono: per arrivare, per spostarsi fra le 12 facoltà e le 17 sedi di cui si compone la mappa dell’ateneo. In un anno questa popolazione crea a Trieste 2,8 milioni di spostamenti solo di persone della provincia, più 214 mila di pendolari giornalieri e 5600 tragitti in entrata alla settimana di pendolari stanziali, che affittano una casa per studiare. Una fiumana, che nell’ora di punta mette in strada ben 14 mila dei 35 mila cittadini totali in transito. Tre stelle di merito agli universitari: per oltre il 70% nell’ultimo tratto che serve a raggiungere le rispettive aule usano i mezzi pubblici. O vanno a piedi. E tuttavia il popolo universitario, è stato calcolato, produce più di 6,5 tonnellate di anidride carbonica al giorno col solo tragitto di andata. Che cosa chiede questa città universitaria? Non tanto parcheggi, quanto durata del biglietto dell’autobus più breve e a prezzo più basso, un abbonamento agevolato collettivo, e soprattutto un servizio adatto alla vita giovane: più mezzi pubblici nelle ore serali (82%). Sono i sorprendenti risultati di “Unimob”, studio multidisciplinare condotto con questionari e analizzato con metodo scientifico che l’Università, con un progetto finanziato dal Fondo Trieste, dopo due anni ha concluso e i cui risultati intende portare, con proposte “pesanti”, a tutte le istituzioni, dal Comune alla Regione, da Trenitalia a Trieste trasporti. Ieri «Unimob», condotto dal “mobility manager” dell’ateneo, il professor Giovanni Longo del Dipartimento di Ingegneria civile e architettura, è stato presentato con tutti gli esiti, derivati non solo dai questionari (5500 risposte di cui 4000 complete), ma anche dall’analisi psicologica del problema strade, traffico, parcheggi, mezzi privati e pubblici. «Metteremo a disposizione delle istituzioni una vera potenza di fuoco - ha detto il rettore Francesco Peroni -, solo l’università ha tante competenze scientifiche per realizzare un’analisi così approfondita, i soldi pubblici vengono restituiti con gli interessi: se Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, noi offriamo la conoscenza a chi delibera, e mettiamo anche in evidenza la massa sociale e il peso economico dell’ateneo per Trieste». Il 60% degli studenti, si scopre, è pendolare. Su suolo cittadino, la metà raggiunge piazzale Europa con l’autobus, il 21% si muove solo a piedi, altrettanti con la macchina. La sede centrale è come una città: vi afferisce oltre la metà degli studenti totali, e il 62% del personale. All’indagine, ha ricordato Longo, hanno partecipato ingegneri civili e dell’informazione, architetti, docenti di Scienze economiche, aziendali, matematiche e statistiche, psicologi. E poiché l’87% ha fiducia nel cambiamento, e il 57% ritiene che «l’Università non fa abbastanza», con “Unimob” si promette una forte azione sui poteri decisionali. E anche su Trenitalia. «Noi dimostriamo coi numeri di essere una priorità - ha detto Peroni -, ci dimostrino loro di averne altre, renderemo tutto pubblico».
Gabriella Ziani

 

«Da adeguare anche l’orario dei treni» - IL DOSSIER
 

Il “dossier” prodotto dall’indagine “Unimob” stranamente non produce richieste di parcheggi, gli universitari non sono così ricchi da avere la disponibilità della macchina, usano i mezzi pubblici, anche se l’area di piazzale Europa è angosciosamente piena di auto in sosta. Le proposte sono state, dal direttore della ricerca, il “mobility manager” di ateneo Giovanni Longo, distinte in tre capitoli: a costo zero, a costo contenuto, a costo elevato. Fra le prime: coordinare gli orari dei treni con la linea bus 17, provvedere rastrelliere per bici in stazione e in Città vecchia (sedi umanistiche), diversificare gli orari di inizio lezione per evitare ingorghi, mettere monitor con le “info” sugli orari dei treni nelle sedi universitarie, creare aree di sosta per motocicli. A costo medio, si chiede il prolungamento della linea 19 tra via Carducci e piazzale Europa, biglietti del bus di minor durata e prezzo, oppure di durata maggiore a un’ora, ma con lo sconto. Il rappresentante del consiglio degli studenti, Matteo Fadel, ha parlato di una richiesta ufficiale inoltrata a Trieste trasporti per verificare la possibilità di un “abbonamento collettivo”. Si vorrebbero anche bus a chiamata notturni, una pista ciclabile sulle rive, la ripavimentazione delle zone di sosta in via Valerio col recupero di ben 200 posti macchina. Tra le cose “costose” ce n’è una originale: una scala mobile tra via Giulia e via Valerio. Innovazione che sposterebbe molti utenti universitari dalla linea 17 alla 9 e alla 6 che percorrono l’asse via Battisti-Giulia. E poi: una linea serale, pullman verso zone mal collegate con la ferrovia, pacchetti di abbonamenti gratuiti o agevolati per i mezzi pubblici, e (finalmente) anche il parcheggio interrato in piazzale Europa, promesso dal Comune e mai realizzato.
 

 

Pietro Faraguna (Pd)  «Ponte sul canale, ormai i giochi sono chiusi»
 

«Nel governo di una città esistono momenti per decidere, e altri momenti in cui si può solo eseguire». Così il consigliere comunale del Pd e presidente della IV Commissione interviene sul “caso” della passerella sul canale di Ponterosso, contro la cui realizzazione è stata anche presentata una petizione popolare. «Tale petizione - continua Faraguna - proseguirà il suo iter in aula, ma sta diventando chiaro che qualunque ripensamento sul progetto in questione finirebbe per creare dei gravi pasticci in termini di legittimità degli atti. La gara d'appalto per il ponte, infatti, è già stata aggiudicata a marzo, per cui qualunque marcia indietro sarebbe illegittima. Stupisce pertanto che la prima delle firme inserite nella petizione sia quella di un consigliere comunale di maggioranza dello scorso mandato (Roberto Sasco dell’Udc ndr), che forse nei precedenti cinque anni non si era accorto dell’elaborazione, dell’approvazione, del finanziamento e dell’aggiudicazione dell’opera. Erano quelli i momenti per approfondire la riflessione -conclude Faraguna -, non certo ora, con l'appalto aggiudicato e l'opera finanziata».
 

SEGNALAZIONI - COMUNE - Attori cambiati ma non il film

 

Insorge la destra per la super delega che il sindaco ha conferito all’assessore Elena Marchigiani. Effettivamente urbanistica e lavori pubblici saranno un bell’impegno per l’assessore in questione, tuttavia conto che esperienza e professionalità aiuteranno la stessa a far fronte brillantemente agli attacchi dell’opposizione. Ricordo poi, a chi oggi tanto si sdegna per questa doppia delega, che in passato i medesimi assessorati erano stati assegnati dal sindaco Dipiazza a Giorgio Rossi. Non posso però neppure fare a meno di richiamare alla memoria che in quell’occasione un importante consigliere del PD, oggi assessore nella giunta Cosolini, aveva più volte e con forza sottolineato “l’anomalia e l’inopportunità di conferire ad un'unica persona la delega a tali importanti assessorati”... Non aggiungo altro, se non l’amarezza di constatare che gli attori sono cambiati, ma il film che noi cittadini vediamo è lo stesso...

Lucia Sirocco

 

«Salvate il museo ferroviario» - Organizzata una petizione - NUMEROSE FIRME ILLUSTRI
 

All’iniziativa finora hanno aderito anche Paolo Rumiz, Claudio Boniciolli, Etta Carignani, Fulvio Camerini, Franco Gioseffi, Luigi Bianchi, Alessandro Puhali, Fulvio Gon
Una firma qui, prego. Una firma per salvare il Museo Ferroviario di Trieste Campo Marzio. Il 16 dicembre 2011 i volontari dell'Associazione dopolavoro ferroviario di Trieste, gestori del museo, hanno lanciato un appello per scongiurare l'ipotesi della chiusura della struttura (ventilata dallo stesso presidente del Dlf, Caludio Vianello). Che i cittadini nutrano affetto per l’edificio e ne riconoscano il valore dell’ è palese. “La transalpina ha il capolinea a Trieste Campo Marzio. Campo Marzio è il terminale della Metropolitana transfrontaliera” sottoscrivono i triestini. Odiernamente la petizione conta adesioni di personaggi eccellenti come Paolo Rumiz, Etta Carignani, Fulvio Gon, Claudio Boniciolli, Fulvio Camerini, Alessandro Puhali, Roberto Carollo, Leonardo Steffè, Franco Gioseffi e Luigi Bianchi. Il pericolo del contratto nazionale proposto da Patrimonio Dlf srl, contratto della durata di cinque anni che avrebbe decretato la morte della struttura, è stato temporaneamente evitato. Per quanto riguarda le condizioni circa l’affitto fissate dall’associazione romana, sono state formulate diverse soluzioni. La più accreditata, auspicata anche da Vianello, è la cessione della Stazione di Campo Marzio al Comune, in cambio di un’altra area di interesse per le Ferrovie Statali. Impensabile, invece, il trasferimento del museo all’interno del Porto Vecchio per diverse ragioni, tutte riconducibili al rapporto esistente tra la collezione e la Stazione. Uno spostamento del patrimonio rischierebbe di “fare di Campo Marzio un contenitore vuoto” sostiene il presidente del Dlf di Trieste. È necessario che il tutto mantenga il suo valore, se si tiene anche conto del fatto che quello triestino è l’unico museo ferroviario d’Italia. Nell’attesa della soluzione definitiva, che dovrà essere comunicata entro l’anno, il Dlf triestino ha avanzato una richiesta al Comune di un contributo pari a 25 mila euro, finalizzato al pagamento dell’affitto (corrispondente a circa 2 mila euro mensili). Nel frattempo il Comune mette a punto le richieste da presentare alle Ferrovie dello Stato. L’incontro con l’amministratore delegato delle FS e l’Autorità portuale è previsto per il 2 febbraio. È possibile aderire all’appello fino al 31 gennaio 2011 inviando la risposta a dlftrieste@dlf.it, al fax 040634363 oppure all’indirizzo SAT Sezione Appassionati Trasporti del Dopolavoro Ferroviario di Trieste via G. Cesare 1 - 34121 Trieste.
 

 

«Il centro di Basovizza deve essere ripristinato»
 

Ordine del giorno in Regione a difesa della struttura didattica della forestale Il consigliere Pdl Camber: «È fondamentale per la promozione turistica»
TRIESTE Ci sono delle fondate speranze che il Centro didattico naturalistico di Basovizza possa resuscitare sia di nome che di fatto. Dopo un autunno di sangue e lacrime nel quale cittadini, amministratori e tecnici si erano spesi per il mantenimento della struttura e dell’antica Stazione Forestale basovizzana, colpiti da un provvedimento di chiusura definitiva nell’ambito di un ristrutturazione del Corpo forestale voluta dall’ente regionale, il nuovo anno si apre con delle prospettive di ripristino del prestigioso polo scientifico/didattico forestale carsolino. In chiusura d’anno un gruppo di consiglieri regionali di ambo gli schieramenti (tra questi Moretton, Bucci, Marini, Sasco, Codega, Lupieri, Gabrovec, Kocjancinc), con primo firmatario il pidiellino Piero Camber, ha presentato al Consiglio Regionale un ordine del giorno che impegna la Giunta Regionale a ripristinare il modello organizzativo precedente la soppressione del Centro basovizzano avvenuta lo scorso primo novembre. L’intenzione di chiudere il Centro e poi quella di allontanare dopo circa 180 anni di presenza i forestali da Basovizza era stata manifestata dall’assessore leghista friulano Claudio Violino nell’ambito della citata riforma del Corpo forestale regionale. Un provvedimento che aveva innescato la protesta della politica e della società civile dell’intera provincia giuliana, trovando concordi gli esponenti di tutti gli schieramenti politici oltre a una cittadinanza preoccupata per la perdita di una importante risorsa culturale e turistica. Rabbia e costernazione erano culminate domenica 30 ottobre in una manifestazione che aveva portato a Basovizza oltre 2000 persone tra le quali il Sindaco Roberto Cosolini, il vicepresidente della Provincia Igor Dolenc e tante altre autorità politiche anche della comunità slovena. Blog su internet, e-mail e lettere di protesta erano inoltre state inoltrate agli uffici di Udine, Trieste, Roma e Bruxelles. A seguito delle proteste i previsti trasferimenti dei forestali di Basovizza verso altre sedi erano stati bloccati, ma dal 1° novembre gli uffici del Centro e della Stazione forestale venivano soppressi come struttura stabile della Regione e accorpati al Servizio del Corpo forestale regionale di Udine come “ufficio sito in Basovizza n. 224”. Le specifiche competenze del Centro sono state trasferite a una nuova struttura polivalente di Udine, e i forestali di Basovizza sono stati riassegnati all’ufficio con compiti di “attività divulgativa e didattica inerenti le materie di competenza del Corpo forestale regionale”. Questi i fatti burocratici. Nonostante ciò l’attività didattica del Centro basovizzano con le scuole e il pubblico si svolge ancora, anche se gli uffici hanno perso la loro autonomia, il coordinamento diretto e quindi la possibilità di rapportarsi direttamente con le varie entità che si rivolgono al Centro. Di fatto si tratta di un declassamento per la struttura e per il personale che vi presta servizio. Ma qualcosa si è mosso nell’ambito del consiglio regionale. «Abbiamo presentato un ordine del giorno che impegna la Giunta regionale a ripristinare in toto il modello organizzativo precedente la soppressione del Centro didattico naturalistico – conferma il consigliere Piero Camber - al fine di garantire la continuità e l’efficacia delle attività di alto livello, anche internazionale, fornito dal personale. I servizi forniti dal Centro sono stati inseriti in tutte le nuove proposte di turismo e di sviluppo socioeconomico del territorio provinciale – continua Camber. Inoltre, nell’ambito del progetto internazionale “Slow Tourism” curato dall’Università degli Studi di Trieste, il Centro didattico sarà presto presentato al mercato turistico asiatico. Poi bisognerà ragionare assieme alle altre realtà territoriali pubbliche e private triestine, isontine e d’oltre confine che si occupano di educazione, cultura e di ambiente per creare un sinergico pacchetto di offerte turistico - escursionistiche».

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 16 gennaio 2012

 

 

Sertubi: «Ferriera, un disastro ma in Regione solo tavoli inutili»
 

L’amministratore delegato Montesi: «Per noi ora incerta la fine della cassa a marzo. Le istituzioni avrebbero dovuto commissariare la Lucchini da anni: va chiesto all’azienda cosa voglia davvero fare
«È un disastro». A Trieste da pochi mesi per il gruppo indiano Jindal che ha preso in affitto l’azienda, già costretto a fare cassa integrazione per gli oltre 200 lavoratori, Leonardo Montesi, amministratore delegato di Sertubi (che produce tubazioni usando solo e direttamente la ghisa prodotta dalla Ferriera) di nuovo non ci sta. «Sono la voce fuori dal coro ma si dimostra che ho ragione», afferma a ridosso della nuova crisi denunciata dai sindacati, che avevano anche dichiarato tre giorni di sciopero per la paradossale situazione: Lucchini non rifornisce di metallo la fabbrica, si rischiano incidenti ai macchinari, e la chiusura di fatto della produzione. «Io sapevo di questo stato di cose da un mese e mezzo - protesta Montesi -, e come me certamente tutti gli altri. È un dramma, a marzo Sertubi, avendo esaurito le scorte, avrebbe potuto riprendere la produzione. Ma qui si fanno solo riunioni in Regione dove si discute di aria fritta, e intanto con la Lucchini siamo arrivati al “redde rationem”. La Regione, l’unica cosa che deve fare, è convocare l’azienda e chiederle che reali intenzioni ha. Che sia in crisi di liquidità è noto a tutti, dunque non compra le materie prime, l’altoforno di Piombino è spento, si capisce che lo stabilimento di Trieste non è per nulla strategico in questo quadro. Le istituzioni - prosegue Montesi - avrebbero dovuto commissariare la Lucchini già da molti anni, è questo che si fa con un’azienda insolvente. Invece si è finiti nel pasticcio globale». Uscita la proprietà russa di Mordashov, la Lucchini adesso è in mano alle banche. Montesi contesta che all’ultima riunione in Regione, dove si è concordato quel processo di dismissione e riqualificazione dell’area promesso da anni, non siano state invitate le aziende: «Solo sportelli e chiacchiere - denuncia apertamente -, il tavolo era immenso, ma mancava l’interlocutore». Questa crisi sopra la crisi, per l’amministratore delegato, «non era attesa». Al momento di rilevare Sertubi «il piano industriale di Lucchini era saldo fino a fine 2014, quella era la data, non si doveva permettere che la cosa fosse gestita in questo modo». I 200 operai fanno la «cassa» a rotazione, chi è in azienda s’impegna in manutenzioni, agli extracomunitari sono stati finanziati corsi di italiano. Se però, a catena, Ferriera e Sertubi non vengono nutrite di materia prima, la catena produttiva si spegnerà. «Proprio oggi incontro nuovamente Montesi - afferma il sindaco Roberto Cosolini -, approfondirò le sue argomentazioni, non posso che capire la preoccupazione e la rabbia sia dei sindacati e sia dell’impresa per le prospettive piuttosto difficili all’orizzonte, ma preferisco trovarmi d’accordo sulle due o tre cose che ci sono da fare piuttosto che rimpallare le responsabilità di quel che finora non è stato fatto. Io lavoro perché quel tavolo regionale sia uno strumento serio. Certo che la Regione deve convocare le aziende, e penso che certamente lo farà. Ho già nuovamente incontrato il presidente Tondo per discutere operativamente sulle cose che ci sono da fare alla luce degli impegni presi a quella riunione del 29 dicembre, e anche per questa emergenza». In quel “summit” era stato deciso di istituire in Regione un ufficio tecnico, che sulla base di uno specifico protocollo prepari un accordo di programma da portare al governo. Tra i capitoli, anche la riconversione dello stabilimento e dell’area industriale, in accordo con Autorità portuale e ministero dell’Ambiente. I sindacati si erano convinti del fatto che questa fosse finalmente una buona strada. Già allora Montesi però disse: «Siamo più preoccupati di prima, si vuol buttare fumo negli occhi della gente, i tempi per una soluzione mi sembrano lunghissimi»

Gabriella Ziani

 

 

Inquinamento e traffico Stop alle auto o sanzioni Ue - L’INTERVENTO DI FRANCESCO RAMELLA*
 

Sono già molte le amministrazioni che hanno preso provvedimenti di limitazione del traffico per sforamento dei limiti di concentrazione delle polveri. Misure che con il passare degli anni divengono via via più inefficienti. E che spesso trascurano il rapporto fra i benefici e i costi. Sarebbe invece opportuno definire limiti di concentrazione degli inquinanti diversificati per le varie zone d'Europa. Altrimenti non ci resta che pagare le sanzioni comminate dall'Unione. Oppure accettare che per alcuni mesi all'anno, il sistema produttivo del Nord Italia venga fermato. Nella prima settimana dello scorso dicembre, a Milano ha attuato due giorni di blocco totale del traffico, con annessa chiusura delle scuole. Provvedimenti analoghi, anche se meno drastici, sono stati adottati da altre amministrazioni locali dopo molti giorni di sforamento dei limiti di concentrazione delle polveri. Divieti di questo tipo hanno scarsa efficacia, sia perché nel breve periodo i livelli di concentrazione sono fortemente correlati alle condizioni atmosferiche, sia perché gli effetti più rilevanti sulla salute si manifestano nell’arco di molti anni. In tale ottica, il parametro più significativo è la concentrazione media annuale. Non esistono oggi provvedimenti realistici che possano modificare in misura significativa i livelli di inquinamento. Si contrappongono spesso misure “strutturali” a quelle “emergenziali”. In particolare, per quanto riguarda le emissioni da traffico, si punta soprattutto sul miglioramento qualitativo e quantitativo del trasporto collettivo. Raramente vengono però esplicitate le stime dei risultati che possono essere conseguiti. Di quanto si può ridurre la concentrazione media di polveri in un’area urbana con la realizzazione di una nuova linea di metropolitana? Ogni infrastruttura è un caso a sé, ma l’ordine di grandezza si può stimare analizzando il caso della metropolitana di Torino entrata in servizio nel 2006. La riduzione della mobilità individuale grazie alla nuova infrastruttura è risultata pari a circa 20mila spostamenti al giorno, equivalenti all’1 per cento del traffico complessivo di persone nell’area metropolitana. Considerato il contributo del traffico commerciale e quello delle altre sorgenti, la riduzione delle emissioni è inferiore allo 0,5 per cento; in termini di concentrazioni, la diminuzione è intorno agli 0,3 microgrammi. Più in generale, i provvedimenti volti a limitare la mobilità privata divengono con il passare degli anni via via più inefficienti. Consideriamo, ad esempio, le auto alimentate a gasolio: le emissioni unitarie dei più importanti inquinanti, ossidi di azoto (NOx) e particolato, erano pari rispettivamente a 5 e a 0,4 g/km per un veicolo commercializzato negli anni Settanta e sono state progressivamente ridotte fino a 0,18 e a 0,05 g/km per le auto a standard Euro 5 (figura 2); per gli ossidi di azoto è prevista un’ulteriore riduzione a 0,08 g/km con lo standard Euro 6. Ciò significa che una sola auto di quarant’anni fa emetteva più di cinquanta veicoli odierni. E, di conseguenza, per avere la stessa riduzione di emissioni che quarant’anni fa si otteneva con un’auto in meno sulla strada, oggi è necessario eliminarne dalla circolazione più di cinquanta. Come spesso succede in campo ambientale (ma accade lo stesso per le “grandi opere”), il rapporto fra i benefici e i costi di una misura viene trascurato. Dalla constatazione (corretta) che una riduzione dell’inquinamento è positiva se ne fa discendere illogicamente la conclusione che sia opportuno adottare qualsiasi provvedimento che vada in quella direzione. Portata alle estreme conseguenze, questa prospettiva imporrebbe di azzerare qualsiasi livello di mobilità. Ragionevolezza vorrebbe che la riduzione delle emissioni si arrestasse quando il costo marginale supera il beneficio. Sarebbe allora opportuno definire limiti di concentrazione degli inquinanti diversificati per le varie zone come già proponeva alcuni anni fa l’allora direttore generale e oggi ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. Senza una ridefinizione dei limiti, restano due alternative: i cittadini italiani pagano le sanzioni comminate dalla UE per l’infrazione di direttive accettate con leggerezza, magari atteggiandosi a “primi della classe”; oppure, per almeno due o tre mesi all’anno, il sistema produttivo del Nord Italia viene in larga misura fermato. Certo, se avessimo un record migliore nel rispetto delle regole europee (da quelle sul debito pubblico in giù) per le quali non possiamo accampare valide giustificazioni, forse avremmo qualche probabilità maggiore di vedere accolta la nostra richiesta in questo caso specifico. *da lavoce.info
 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 15 gennaio 2012

 

 

Via Cereria, dietrofront sul parcheggio - I residenti (1400 firme) vincono forse il round decisivo, ora la questione all’esame del Consiglio
 

Approderà in consiglio comunale il problema del giardino di via Cereria. La petizione sottoscritta da più di 1.400 persone che risiedono nel rione, con la quale si chiede di conservare la destinazione a giardino dell’area, andrà all’esame dell’aula e i consiglieri comunali saranno chiamati a esprimersi. In quel sito l’impresa Riccesi vorrebbe realizzare un parcheggio capace di 75 posti auto, in virtù di accordi con la precedente amministrazione. Da mesi però i residenti si oppongono a questa soluzione, peraltro dovuta da parte dell’amministrazione nei confronti della Riccesi, a titolo di compensazione per il blocco del cantiere che prevede la realizzazione di posti auto sotto il colle di san Giusto. Ieri mattina, in via Cereria, si è svolto un incontro alla presenza dell’assessore per i Lavori pubblici, Elena Marchigiani, con la partecipazione dei rappresentanti del Comitato di cittadini, che sostengono la destinazione a giardino e della Circoscrizione competente per territorio, in particolare del presidente, Luca Bressan. A dicembre, il Comitato e' stato ricevuto nella sede della Circoscrizione, dove il geologo Ruggero Galvani, scelto dai residenti, aveva spiegato i motivi della volontà dei cittadini di mantenere la destinazione a giardino. In tale sede, i residenti avevano chiesto al Comune di fissare una data per un sopralluogo, che si è svolto ieri. Nel corso dell’appuntamento, la Marchigiani ha confermato ai numerosi presenti la “volontà dell’amministrazione di valutare ipotesi alternative, per garantire alla Riccesi la possibilità di realizzare i parcheggi dovuti, conservando la destinazione a giardino dell’area di via Cereria”. La Marchigiani ha però evidenziato anche che “il Comune non ha disponibilità finanziarie per completare la sistemazione dello spazio di via Cereria”, che attualmente si presenta come un terreno incolto nel quale trovano rifugio i gatti del rione. “Cercheremo noi soluzioni adeguate – hanno promesso i componenti del Comitato – magari col contributo di qualche sponsor privato”. Alla sistemazione dell’area è interessata anche la vicinissima scuola elementare “Nazario Sauro”, “che così – hanno ricordato i residenti – avrebbe a disposizione uno spazio giochi per i bambini in primavera ed estate”. Il geologo Galvani ha sottolineato che “uno scavo finalizzato alla costruzione di un parcheggio altererebbe l’equilibrio dei terreni della zona”, mentre i residenti, pur prendendo atto della “buona volontà dell’assessore Marchigiani”, si sono dichiarati “pronti a lottare” pur di avere un giardino “che sarebbe l’unico della zona”. Il presidente della circoscrizione, Bressan, ha ribadito che “E’ importante che il Comune stia cercando un sito alternativo per la costruzione di un parcheggio, mentre i residenti vogliono individuare una modalità per rendere vivibile l'area e mantenere la destinazione a giardino”. “Se si arriverà a questa soluzione – hanno concluso i residenti – impediremo che, anche in futuro, qualcuno possa pensare di sfruttare a scopo di speculazione edilizia l’unico polmone verde rimasto nel nostro rione”.

Ugo Salvini
 

«Ponterosso Canale patrimonio dell’umanità»
 

Il Comitato per la difesa del canale di Ponterosso chiede al Comune di attivare la procedura per l’inserimento del canale di Ponterosso nel patrimonio dell’Unesco. Lo fa dopo l’audizione in Quarta commissione consiliare, da cui sembra emergere - si legge in una nota del Comitato e di Italia Nostra - «la determinazione a proseguire nel progetto di costruzione» della passerella pedonale. «Considerati il grande valore storico, culturale e paesaggistico di quest’area, e la perfetta rispondenza ai sei requisiti richiesti dall’Unesco per ottenere l’inserimento di un sito tra i beni patrimonio dell’Umanità», il Comitato rilancia con la richiesta precisando che Ita