Home chi e dove news agenda documenti rassegna stampa links

 

 

RASSEGNA STAMPA  luglio - dicembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 30 settembre 2017

 

 

Aria d’Italia la più sporca d’Europa - Ogni anno 91mila morti premature sono dovute all’inquinamento atmosferico

ROMA - Fra i grandi Paesi europei l'Italia è quello con l'aria più inquinata, quello che vanta il record delle morti per inquinamento atmosferico. È il quadro sconfortante tracciato dal rapporto «La sfida della qualità dell'aria nelle città italiane», presentato ieri a Roma al Senato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, think tank presieduto dall'ex ministro dell'Ambiente Edo Ronchi. L'Italia, si legge nel rapporto, ha circa 91mila morti premature all'anno per inquinamento atmosferico (dati 2013), contro 86mila della Germania, 54mila della Francia, 50mila del Regno Unito, 30mila della Spagna. Il nostro Paese ha una media di 1.500 morti premature all'anno per inquinamento per milione di abitanti, contro una media europea di 1.000. La Germania è a 1.100, Francia e Regno Unito a 800, la Spagna a 600. Dei 91mila morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2, 5, 21.040 per il disossido di azoto, 3.380 per l'ozono, le tre sostanze più pericolose. Per le PM2, 5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti all'anno per milione di abitanti, contro una media europea di 860. Le zone più inquinate sono la Pianura Padana (in particolare intorno a Milano e fra Venezia e Padova), poi Napoli, Taranto, l'area industriale di Priolo in Sicilia, il Frusinate, Roma. Il rapporto elenca le cause di questo record poco lusinghiero: troppe auto private in circolazione e troppo vecchie, trasporti pubblici insufficienti, scarsa diffusione di veicoli elettrici e ibridi, caldaie condominiali obsolete, uso eccessivo di legna e pellet (che producono polveri sottili e benzopirene). Il rapporto punta il dito anche contro un'agricoltura che produce troppa ammoniaca da concime e deiezioni animali (ammoniaca), e contro un'industria che ha ancora limiti di emissioni troppo bassi. In particolare, rileva il rapporto, il 35% delle PM10 di Milano viene proprio dalle coltivazioni. La ricerca della Fondazione offre un decalogo di cose da fare. In primo luogo una strategia nazionale che sostenga i Comuni, che devono farsi carico della qualità dell'aria, ma possono intervenire solo sul 40% delle fonti di inquinamento. Puntare sulla prevenzione e non sull'emergenza e considerare tutti gli inquinanti, non solo la Co2. Poi riduzione delle auto private, investimenti sul trasporto pubblico urbano, incentivi ai mezzi elettrici e ibridi, una vasta campagna di rinnovo degli impianti di riscaldamento, una riduzione dell'uso delle biomasse. Infine, introduzione in agricoltura delle tecniche già esistenti per ridurre le emissioni di ammoniaca e limiti più stringenti alle industrie.

 

Dosimetro in casa per misurare il radon - Arpa cerca volontari - L'Agenzia consegnerà gli strumenti alle famiglie interessate

Alte concentrazioni del gas naturale radioattivo in città e Fvg

Si chiama radon ed è un gas naturale radioattivo, la cui presenza in abitazioni e luoghi di lavoro richiede un attento monitoraggio e adeguate misure per scongiurare rischi per la salute, trattandosi di una sostanza classificata come cancerogena dall'Oms, che la considera la seconda causa di cancro ai polmoni dopo il fumo. Questo gas inodore e incolore, prodotto dal decadimento dell'uranio, sarà presto oggetto di rilevazioni in Friuli Venezia Giulia, grazie alla consegna a mille famiglie di un apposito dosimetro. L'iniziativa dell'Arpa sarà presentata a Trieste il 5 ottobre all'ex Opp, dove i volontari dovranno arrivare dopo essersi registrati sul sito della Regione. L'uranio è distribuito più o meno ovunque sulla crosta terrestre e il radon è perciò presente quasi dappertutto. Nel suolo le sue concentrazioni sono più elevate, mentre all'aperto il gas si diluisce rapidamente, ma negli ambienti chiusi il radon può raggiungere valori anche molto alti. Un problema di non poco conto in Fvg, dove l'Arpa segnala elevati livelli di radon indoor, con un valore medio pari a circa 100 Bq/m3 rispetto a una media italiana di 70 Bq/m3 e una europea di 40 Bq/m3. Per il direttore di Arpa, Luca Marchesi, «l'elevata concentrazione impone di intensificare controlli e prevenzione». Arpa ha già effettuato misure in oltre 3mila abitazioni e nelle 2mila strutture scolastiche regionali, pubbliche e private. Sono così stati risanati un centinaio di edifici. Chi si offrirà di ospitare un dosimetro in casa propria si renderà protagonista «di un progetto di "citizen science" - evidenzia l'assessore all'Ambiente Sara Vito - primo in questo campo in Italia. Un progetto ambizioso, con importanti ricadute sia per i cittadini, che potranno effettuare le misurazioni gratuitamente, sia per gli enti di controllo, che disporranno di nuovi dati sulla presenza del radon in Fvg». Il progetto, denominato "Radon, misure in 1000 famiglie" prevede l'organizzazione di un incontro informativo in ciascuna delle quattro città capoluogo e a Palmanova, nel corso dei quali saranno distribuiti gratuitamente i dosimetri per la misura passiva del radon in altrettante abitazioni private. Dopo sei mesi di esposizione, l'apparecchio dovrà essere riconsegnato all'Arpa per le analisi in laboratorio, al cui termine i risultati verranno comunicati alle famiglie, oltre a essere oggetto di presentazione pubblica.

Diego D'Amelio

 

 

Rigassificatore a Veglia - oltre 120 le imprese che mirano agli appalti
Impianto gnl: termini di scadenza dei bandi prorogati per agevolare la nascita di consorzi tra le aziende croate
FIUME - A meno di clamorose battute d'arresto, il rigassificatore off-shore piazzato nelle acque prospicienti la località di Castelmuschio (Omisalj), sull'isola di Veglia, entrerà in funzione tra due anni. Lo ha ribadito il direttore di Lng Croazia, Goran Francic, confermando che il bando internazionale per l'acquisizione della nave-rigassificatore (l'unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione) sarà prorogato rispetto al termine originariamente previsto per la giornata di ieri. Il termine ultimo sarà il 6 ottobre: una settimana in più per dare modo agli investitori croati di raggrupparsi in consorzi e reggere meglio l'urto della concorrenza straniera. Fino alla stessa data si potrà anche partecipare alla gara per la costruzione dell'ormeggio per il flottante e per le navi metaniere in arrivo e partenza dalle acque vegliote. «Finora a ritirare la documentazione attinente al concorso per la nave - ha sostenuto Francic - sono state una quarantina di imprese, di cui molte con sede all'estero. Altre 80 si sono fatte vive per l'approntamento del terminal di Castelmuschio, mentre una ventina di aziende si sono rivolte a Lng Croazia (che ha ottenuto la gestione del progetto, ndr) manifestando l'interesse per i futuri acquirenti del metano che dallo stato liquido tornerà a quello gassoso». L'impianto di Veglia ha un grosso vantaggio: la Commissione europea ha infatti accordato per la realizzazione del progetto sui 101,3 milioni di euro. Si tratta di un terzo del costo del progetto, il che lo renderà concorrenziale nei riguardi dei rigassificatori off-shore. «Grazie a questi 101 milioni a fondo perduto - ha aggiunto Francic - la Croazia potrà avere tariffe più convenienti. Del resto l'interesse palesato per la nostra nave-rigassificatore parla di un quantitativo doppio di quanto riuscirà a movimentare annualmente la nostra imbarcazione: la sua capacità sarà di 2,6 miliardi di metri cubi di gas all'anno ed è il limite massimo attribuito alla Croazia, le cui infrastrutture non possono assorbire più di quel quantitativo». Resta comunque ferma anche la prospettiva di realizzare un terminal metanifero anche sulla terraferma e sempre nella località isolana. Se non ci saranno intoppi, i lavori di costruzione in questo caso dovrebbero cominciare tra dieci anni.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 29 settembre 2017

 

 

Salute e lavoro - Malattie da amianto Oltre diecimila casi fra esposti e familiari
MONFALCONE«Il mesotelioma è un male incorruttibile». Il direttore del Crua, Paolo Barbina, ha fatto ieri riecheggiare il drammatico refrein alla VII Conferenza regionale amianto: continuano i nuovi casi frutto della lunga incubazione da esposizione professionali. Dal palco del Teatro comunale di Monfalcone è anche passato un concetto: iniziano a farsi avanti casi di malattia senza collegamento a un'esposizione professionale. Sono le esposizioni domestiche. Quanto è emerso ieri pomeriggio, primo momento della due giorni di lavori articolati in tre sessioni, è stata una panoramica molto approfondita, dall'evidente approccio scientifico. Si è partiti con la sessione dedicata agli aspetti sanitari e gli esperti hanno convenuto: il mesotelioma continua a colpire nel Friuli Venezia Giulia. Il numero dei casi rimane ancora elevato, a fronte di un trend che si mantiene comunque stabile. L'aggiornamento fornito dal presidente della Commissione regionale amianto, Fernando Della Ricca, la dice lunga sulla situazione circa gli iscritti al Registro regionale amianto. Con l'area della fascia costiera a recitare il ruolo di primato. Ad oggi le domande riconosciute sono 10.155, di cui 6.556 nell'Azienda integrata di Trieste, 2.999 nell'Aas Isontino Bassa Friulana, per scendere a 300 nell'Azienda integrata di Udine, quindi 162 nella Ass 3 collinare Alto Friuli, 138 nell'Ass 5 Friuli Occidentale. E ancora: gli esposti per motivi professionali sono 6.574, quelli domestici 1.562, ambientali 2.071 e 7, addirittura, quelli per qualche hobby praticato. Della Ricca ha argomentato che «sta emergendo una situazione alla quale dovremmo prestare massima attenzione da subito, evitando di creare allarmismi: abbiamo registrato alcuni casi di esposizione, e quindi di iscrizione al Registro, di persone relativamente giovani, che non avrebbero dovuto subire esposizioni di asbesto post 1992 (quando intervenne la normativa a bandire l'uso di amianto, ndr), e di figli di esposti che sono affetti da patologie amianto correlate. La causa riteniamo sia imputabile ai genitori contaminati, che attraverso i vestiti portavano le fibre a casa. Sono pochi e circoscritti casi, comunque sarà necessario approfondire il fenomeno», ha concluso. Resta comunque su tutto il grande problema amianto da esposizione lavorativa. Significativo è lo scenario Fvg nel panorama italiano. Lo ha rappresentato Corrado Negro, della Medicina del lavoro presso l'Università di Trieste, che gestisce il Centro operativo regionale (Cor) afferente al Registro nazionale dei casi di mesotelioma (ReNaM). In ambito nazionale le aree geografiche con maggiore concentrazione di mesotelioma sono il Friuli Venezia Giulia, assieme alla Liguria, per la costruzione, riparazione e demolizioni navali. C'è quindi la Lombardia (provincia di Pavia) e il Piemonte, con Casale Monferrato e comuni limitrofi, dove c'erano le industrie del cemento amianto. E ancora, i cantieri navali rappresentato la terza fonte di esposizione all'amianto in Italia. Il numero di esposizioni professionali definite nei casi di malattia per mesotelioma certo, probabile o possibile, segnalati al ReNaM per categoria economica, tra il 1993 e il 2012, è infatti di 999 casi nel settore navale. Al primo posto c'è l'industria metalmeccanica, con 1.243 casi, seguita dall'industria tessile, con 1.009 casi. I casi complessivi sono 15.014 tenendo conto di tutte le categorie economiche. Rimane confermato il rapporto territoriale del Fvg circa l'incidenza dei mesoteliomi. Negro lo ha spiegato con un'altra slide: negli ultimi quindici anni sono stati censiti 1.109 casi di mesotelioma («quasi tutti sono deceduti»). Il 75% sono appannaggio dell'area isontina e giuliana. Altro elemento: l'età media alla diagnosi del mesotelioma è di 70 anni, senza evidenti differenze di genere (70,2 anni nelle donne, 68,8 negli uomini). Negro ha poi proiettato sul maxischermo una "torta": su 36 casi di mesotelioma da esposizione domestica, il 61% riguarda le mogli degli ex esposti amianto. E il 25% riguarda i figli. Le madri rappresentano il 9% e i fratelli il 5%.Elementi che hanno fatto eco a quanto esposto dal direttore del Centro regionale di riferimento unico dell'amianto, Paolo Barbina. Che peraltro ha esordito spiegando: «Oggi dovrò visitare un paziente con sospetto mesotelioma. Un paziente giovane». Il quinto di quattro casi già passati alla sua attenzione, donne risultate affette da tumore pleurico o placche pleuriche tra i 48 e i 61 anni. Barbina, che ha snocciolato una lunga serie di cifre e percentuali in ordine all'attività del Crua, alla fine ha tirato le somme: «La sorveglianza sanitaria degli ex esposti amianto serve», sebbene, è stato comunque osservato, si nota una diminuzione di persone che afferiscono alle visite di controllo. Barbina su tutto ha posto l'accento sul piano sociale: «La sorveglianza sanitaria va fatta al fine di poter instaurare corretti interventi non solo sanitari, ma anche dal punto di vista sociale». Il medico ha evidenziato che «uno sforzo notevole dev'essere fatto per semplificare i percorsi burocratico amministrativi per il riconoscimento della patologia ai fini previdenziali e assicurativi». E ha concluso: «È necessario un riordino normativo che non lasci l'amianto isolato rispetto alle restanti esposizioni agli agenti cancerogeni». Barbina ha esplicitato il concetto: «Io non esco dal lavoro con il camice. Così dev'essere per tutte le categorie professionali», ha detto facendo riferimento alle fibre artificiali vetrose.

Laura Borsani

 

"Incubazione" più lunga delle altre patologie
Corrado Magnani, professore dell'Università del Piemonte orientale, ha sintetizzato tre aspetti. È assodata la relazione per esposizione all'amianto e il mesotelioma. Inoltre, tanto maggiore è l'esposizione all'amianto accumulata nell'esperienza di vita quanto maggiore è il rischio di mesotelioma maligno. Quindi l'aspetto circa la latenza tra l'inizio dell'esposizione e la comparsa della malattia che per i mesoteliomi, pur non conoscendone le effettive motivazioni, è molto più lunga rispetto ad altre patologie. Per il 50% dei casi si parla di una latenza tra i 30 e i 40 anni. Una latenza particolarmente lunga per la tipologia tumorale da esposizione lavorativa e ambientale. Inoltre, studi più recenti rafforzerebbero il concetto secondo il quale l'accumulo di esposizione all'amianto è un fattore che incrementa il rischio di malattia, non dovuto quindi solo ad una esposizione iniziale.

 

Ambientalisti: nella centrale di Fianona il "carbone insanguinato" della Colombia
L'associazione "Zelena Istra-Istria verde" sostiene di avere le prove secondo le quali la Croazia importerebbe "carbone insanguinato" dalla regione del Cesar in Colombia, il quale viene poi utilizzato dalle centrali termoelettriche a Porto Fianona. Le informazioni sono scaturite da una ricerca condotta a fine luglio dalla "Zelena Istra-Istria verde" in Colombia, nei dipartimenti di Cesar e Magdalena, dove vivono le comunità legate alla Croazia dalla catena di fornitura del carbone insanguinato, il cui tragitto dalla Colombia all'Europa è segnato da violazioni dei diritti umani, violenza e interessi economici delle multinazionali del settore estrattivo. La ricerca è stata eseguita con il sostegno dell'organizzazione catalana Observatorio de la Deuda en la Globalizacion e l'associazione colombiana Tierra Digna. È il prosieguo del lavoro dell'associazione istriana nell'ambito del quale era stato scoperto che a Porto Fianona viene utilizzato il carbone estratto nella regione La Guajira, dove lo sfruttamento del carbone è la causa principale della mancanza di acqua potabile e di una grande povertà e crisi umanitaria, come pure dello sfollamento forzato degli abitanti nativi. Sempre secondo i dati raccolti dall'associazione istriana, la maggior parte del carbone importato dalla Croazia nel periodo tra il 2004 e il 2017 proviene proprio dalla regione di Cesar.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 28 settembre 2017

 

 

Nasce a Duino Aurisina la Consulta del mare «Risorsa da valorizzare»

Istituzioni e associazioni chiamate a far parte della task-force Obiettivo: creare progetti e intercettare così i fondi europei

DUINO AURISINA - Valorizzare e promuovere tutte le attività legate al mare, dal turismo allo sport, dall'enogastronomia alla pesca. Questo l'obiettivo operativo della neocostituita "Consulta del mare", organismo creato dall'amministrazione guidata da Daniela Pallotta con una specifica delibera di giunta, che dovrà essere, negli intendimenti della giunta, «luogo di scambio di informazioni e proposte, di confronto e collaborazione con l'amministrazione per la definizione di programmi, indirizzi, proposte e iniziative». Un impegno notevole, visto che Duino Aurisina è una località che punta sullo sviluppo di tutto ciò che è legato al mare, per garantire una crescita economica del territorio. L'amministrazione sta pensando a una partecipazione allargata. Saranno invitati a entrare a far parte della compagine i rappresentanti di tutte le istituzioni pubbliche locali, dalla Regione alla Camera di commercio, dalla Capitaneria di porto agli ispettorati dell'agricoltura e delle foreste, dall'Ersa al Gal del Carso, per proseguire con i consorzi legati alla pesca, le associazioni nautiche che operano sul territorio e quelle che si occupano di immersioni, le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori. A presiedere la Consulta del mare sarà chiamato l'assessore per le Politiche del mare, Andrea Humar, ma sarà sempre invitato a partecipare anche il presidente della Commissione consiliare Ambiente. La Consulta sarà chiamata a riunirsi ogni due mesi. Il ragionamento fatto dalla giunta parte dal presupposto che esistono fondi strutturali di investimento europei, che operano grazie alla creazione del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp) per il periodo 2014-2020. Tali fondi si integrano a vicenda e mirano a promuovere una ripresa basata sulla crescita e l'occupazione in Europa. Fondamentale anche la considerazione, contenuta nella stessa delibera, che valuta il mare e il relativo indotto come «una delle principali risorse del territorio, perché riguarda la pesca, l'itticoltura, la nautica, la Riserva marina delle Falesie, la balneazione e la tutela delle biodiversità». Il Comune fra l'altro fa parte del Gruppo di azione costiera del Fvg, organismo istituito nel 2012 con lo scopo di implementare sul territorio regionale di riferimento un Piano di sviluppo locale a beneficio del settore della pesca e dell'acquacoltura, le cui attività sono finanziate dal Programma operativo del Fondo europeo per la pesca del Fvg. Uno degli obiettivi del Comune è anche quello di entrare a far parte della Consulta delle città del mare, organismo promosso dall'Anci per formare una rete di sindaci dei comuni costieri al fine di costruire una voce più efficace nel dibattito sul demanio marittimo. «Con la Consulta - così Humar - intendiamo dare risposte a tutte le esigenze della parte costiera del nostro territorio, affrontando problemi come quelli legati a Castelreggio, alle barriere di difesa del Villaggio del pescatore, al regolamento della Riserva delle Falesie".

Ugo Salvini

 

 

Salta il tavolo sulla Ferriera, l'ira dei sindacati - Rinviato il confronto con le parti sociali atteso per oggi a Roma. Le sigle: «Piano industriale necessario»
Doveva essere il giorno della verità, il giorno in cui - per lo meno nelle aspettative dei lavoratori della Ferriera e dei loro rappresentanti - la proprietà avrebbe dovuto finalmente scoprire le carte e delineare quel piano industriale chiesto dai sindacati già nell'incontro che si era tenuto a Trieste lo scorso 4 settembre - dopo lo sciopero dei dipendenti sui nodi premi e sicurezza - e che l'azienda aveva appunto rimandato alla discussione che si sarebbe dovuta tenere proprio oggi a Roma in occasione dell'annunciato tavolo al ministero dello Sviluppo economico sul futuro dello stabilimento. E invece quel tavolo, in agenda oggi, è stato rinviato «a data da destinarsi». A darne conferma sono stati ieri gli stessi sindacati, con un breve comunicato stampa in cui «le segreterie territoriali di Fim, Fiom e Uilm, unitamente alle Rsu della Ferriera, stigmatizzano con estremo disappunto il rinvio, a data da destinarsi, del tavolo ministeriale con le organizzazioni sindacali previsto per domani 28 settembre (oggi, ndr) presso il Mise di Roma». «Questo a maggior ragione - incalza la nota diffusa dalla "triplice" dei metalmeccanici con i delegati di fabbrica - considerando l'incontro svoltosi ieri (martedì, ndr) presso il ministero dell'Ambiente che ha visto coinvolti gli stessi soggetti che si sarebbero dovuti sedere al tavolo con le parti sociali». «Alla luce della fermata in corso prevista per le manutenzioni e perdurando ancora l'incertezza sul piano industriale del gruppo, riteniamo non più rinviabile il confronto il sede ministeriale», il monito di Fim, Fiom e Uilm con le Rsu. Proprio martedì Regione e Comune avevano dato notizia di aver preso parte a un incontro al Mise alla presenza tra gli altri dei funzionari del ministero dell'Ambiente e dei rappresentanti della proprietà, in testa il cavalier Giovanni Arvedi. Un confronto che ha ribadito come sia in atto un delicato dibattito tra l'azienda pronta al riavvio dell'altoforno dopo gli attuali lavori di manutenzione straordinaria, la Regione che subordina l'eventualità al rispetto delle prescrizioni dell'Aia e il Comune secondo cui l'area a caldo va a chiusa. Forse è anche per l'esito dell'incontro di martedì che il tavolo, in programma da tempo, oggi non ci sarà.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 27 settembre 2017

 

 

Verde pubblico: l'operazione - Dai parchi alle aiuole spartitraffico - Il Comune lancia il Piano alberi
Un piano di manutenzione straordinaria degli alberi del Comune di Trieste. Dai parchi alle alberature lungo le strade. L'amministrazione comunale ha stanziato 600mila euro per l'anno in corso, divisi in quattro progetti esecutivi approvati nei giorni scorsi. La cifra, presente nel programma triennale delle opere 2017-2019, è finanziata mediante l'alienazione di titoli (ovvero azioni Hera). Il cronoprogramma dei pagamenti prevede 270mila euro nel 2018 e gli altri 330mila nel 2019. L'esecuzione dei lavori varia tra i 180 e i 420 giorni a partire dalla data del verbale di consegna dei lavori. Ora che la giunta ha approvato i quattro progetti esecutivi possono partire le gare di appalto. Il primo intervento di manutenzione ordinaria, da 200mila euro, riguarda le alberature lungo strada del Friuli, strada di Fiume, strada Nuova per Opicina, via San Pantaleone e via Flava. Oltre a queste saranno interessati anche tutti i tratti di strada di competenza comunale presenti nelle frazioni dell'altipiano. «Come avvenuto anche in passato - si legge nella relazione tecnica - saranno eseguiti interventi anche lungo la viabilità minore, spesso interessata dalla presenza di alberi e arbusti spontanei, a volte infestanti, causa di numerose interferenze con la circolazione stradale e pedonale oltreché con la segnaletica stradale». La manutenzione del verde lungo i bordi delle strade risponde all'esigenza di garantire un adeguato livello di sicurezza. Sono previsti gli abbattimenti di piante morte, malate o pericolose per la circolazione.Il secondo intervento di manutenzione, da 150mila euro, riguarda i tre parchi cittadini: Villa Giulia, Farneto (circa 97 ettari) e il parco attrezzato lungo la Strada Vicentina. Si tratta di tre siti di elevato pregio paesaggistico e naturalistico. Una cospicua parte delle risorse sarà destinata alla manutenzione straordinaria dei viali e delle cunette di sgrondo, attraverso la ricostituzione delle pavimentazioni danneggiate dagli agenti meteorici (in asfalto o in cubetti di arenaria). Un'altra importante parte sarà destinata alla completa sostituzione delle staccionate in legno sul piazzale del Ferdinandeo e sul parcheggio di via Marchesetti, vecchie di circa 16 anni. Non mancheranno interventi di arboricoltura e di miglioramento selvicolturale, «con il preciso obiettivo di prevenire schianti o caduta di rami in corrispondenza della viabilità interna ed esterna dei parchi». Per il Farneto è prevista inoltre la riqualificazione della viabilità adiacente all'Orto Botanico (Bosco Biasoletto) e l'asfaltatura del tratto che dà su piazzale Vivoda. Nel parco di villa Giulia sarà prolungata per 81 metri (220 metri quadrati) la pavimentazione in arenaria già esistente nel tratto che interseca via Monte San Gabriele. Saranno inoltre collocate due bacheche informative in legno agli ingressi del parco di Villa Giulia, di via dei Baiardi e via dei Muratori. Altri 150mila euro sono stati poi messi a disposizione per il rinnovo del patrimonio arboreo. L'intervento - come si apprende dalla relazione tecnica - «risponde alla necessita di reintegrare un'importante quota dei soggetti arborei abbattuti mediante la messa a dimora di 205 nuovi soggetti, con il principale obiettivo di ottenere una ricomposizione degli ambienti urbani interessati». Una goccia, ma importante, nel mare del verde cittadino. Si apprende, infatti, che le alberature presenti lungo i viali e nei parchi sono costituite da oltre 122mila soggetti arborei di cui circa 15mila censiti. Ogni anno vengono abbattuti mediamente 90 alberi ai quali si aggiungono 40 abbattimenti di piante disseccate o rese instabili da eventi meteorici. Nel corso della stagione 2016/2017 sono stati messi a dimora 270 alberi (dal giardino di piazza Libertà alle Rive, da Barcola a viale Miramare). Così in attesa di sostituzione sono rimasti circa 500 alberi. I 205 previsti dal nuovo piano riguardano il giardino di Villa Engelmann, quello di Villa Cosulich, colle di San Giusto, giardino Sartorio, parco pubblico di Altura, via Flavia, Prosecco e le vie di Borgo San Sergio.Il quarto intervento, da 100mila euro, riguarda la manutenzione straordinaria delle alberature nelle aree ex Ezit, lungo i bordi stradali, all'interno delle isole spartitraffico, nonché al di sotto dei cavalcavia della grande viabilità. Nel piano è prevista la potatura di tutti gli alberi di via Caboto oltre alla devitalizzazione delle ceppaie presenti all'interno delle aiuole che invadono i marciapiedi e a volte persino la carreggiata. Diversi alberi, pericolosi per la viabilità, saranno abbattuti.

Fabio Dorigo

 

L'esperto - Nimis: «La minaccia più grande arriva dalle specie infestanti»
Alcuni hanno nomi stravaganti, come Broussonetia papyrifera o Cameraria ohridella, altri decisamente più banali, come cancro dell'olmo o ailanto, ma tutti hanno in comune una cosa: sono i principali nemici del verde pubblico a Trieste. Si tratta di funghi e virus che attaccano gli arbusti fino a farli morire, ma anche di alberi infestanti, difficilissimi da estirpare, al punto che, se tagliati alle radici, acquistano nuova forza e si moltiplicano. A tracciare il quadro delle principali criticità presenti sul nostro territorio è il professor Pierluigi Nimis, docente di botanica sistematica all'Università di Trieste: «Il Comune fa benissimo a intervenire sugli alberi malati e pericolanti, che rischiano di crollare al primo colpo di bora - afferma -. Uno dei problemi più grossi del nostro territorio e che a mio avviso andrebbe affrontato quanto prima, però, è quello delle specie invasive arboree e in particolare dell'ailanto. Si tratta di un albero infestante che ha la tendenza a crescere sui muri ed è il responsabile di tanti crolli, ma anche della rottura di marciapiedi e pavimentazioni. A Trieste è diffusissimo».Il famigerato ailanto è molto difficile da estirpare e la sua eliminazione comporta costi elevati. «Non basta tagliarne le radici, anzi, facendolo si ottiene l'effetto opposto - sottolinea Nimis -. Faccio un esempio: nell'ottobre del 2015 il Comune aveva tagliato una pianta di ailanto su un muro in via Pendice Scoglietto. Risultato: nella primavera successiva ne erano cresciute altre dieci e adesso c'è un vero e proprio bosco». Per Nimis la soluzione, seppur non semplice è una sola: «Serve un piano per l'eliminazione delle specie invasive nelle aree in cui possono produrre danni futuri. Bisogna più che altro prevenirne la crescita, in sostanza». Oltre all'ailanto, un'altra specie infestante che si è diffusa in città è la Broussonetia papyrifera, conosciuta anche come "gelso da carta". La sua eliminazione, in questo caso, risulterebbe meno difficoltosa rispetto a quella dell'ailanto. Alle piante infestanti si aggiungono poi le malattie che colpiscono ippocastani, olmi e platani nei nostri parchi: «Tutti gli alberi che crescono in un ambiente urbano sono soggetti a malattie - precisa Nimis -. A Trieste diversi ippocastani sono stati infestati da un lepidottero, la Cameraria: solo nell'area del "Castelletto" abbiamo dovuto abbatterne quattro. Fa bene quindi il Comune a individuare gli arbusti malati e intervenire prima che diventino pericolosi».

Elisa Lenarduzzi

 

"Adotta un'aiuola" al via - E Duino Aurisina scopre il verde a misura di tutti
Varato dal Consiglio comunale un progetto che dà la possibilità a cittadini e associazioni di prendersi cura degli spazi pubblici
DUINO AURISINA - Adottare un'aiuola, per abbellirla, tenerla pulita, trasformarla in un elemento di attrazione del territorio. A Duino Aurisina ora si può. Grazie a una delibera approvata all'unanimità dal Consiglio comunale, associazioni, comunelle e imprese potranno d'ora in poi avanzare richieste che vanno in tale direzione e diventare gestori di piccole aree verdi. Obiettivo dichiarato dell'amministrazione quello di «favorire la partecipazione della cittadinanza nel processo di cura del territorio - si legge nel testo della delibera - per migliorare la qualità del verde pubblico e per ottimizzare la manutenzione delle numerose piccole aree verdi presenti nel territorio, affidandone la cura ad associazioni, comunelle e imprese locali».«Si tratta di una svolta sotto tutti i punti di vista - commenta l'assessore Andrea Humar, presentatore della proposta in aula - perché la valorizzazione del territorio, in un Comune come il nostro, che vede nel turismo una delle sue principali risorse, è fondamentale e questo è un piccolo ma significativo passo sulla strada della compartecipazione della collettività alla gestione di un bene comune come possono essere le aiuole». Ma non basta. Nello spirito di un ampliamento del concetto di condivisione, nel testo è prevista la possibilità di estendere la convenzione anche alle aree verdi situate nei pressi dei monumenti e alle fontanelle. «Ne abbiamo almeno una quindicina - riprende Humar, titolare, fra le altre, delle deleghe per i servizi sul territorio, l'ambiente e i parchi, riferendosi proprio alle fontanelle - e sono quasi tutte ferme. Ne funziona solo qualcuna. Vogliamo che tornino tutte a zampillare perché anch'esse, se ben curate, contribuiscono ad abbellire il territorio, a renderlo più attrattivo, capace di calamitare l'attenzione e l'interesse dei turisti». Anche in questo caso, i destinatari della proposta dell'amministrazione sono associazioni, comunelle e imprese. La convenzione che questi soggetti andranno a stipulare con l'amministrazione, che resterà in ogni caso regista delle varie operazioni di manutenzione che si andranno a eseguire, avrà durata di un anno ma sarà di volta in volta rinnovabile e comprenderà anche la indispensabile copertura assicurativa, a garanzia di tutti i soggetti coinvolti. Per il Comune tutte le operazioni che rientreranno in questo contesto saranno gratuite: il soggetto che si impegnerà a curare aiuole, fontanelle o aree verdi, lo farà utilizzando mezzi e attrezzature proprie e non potrà chiedere alcun compenso all'amministrazione. Ovviamente i soggetti incaricati potranno interrompere in qualsiasi momento la loro opera, dandone comunicazione all'amministrazione con un preavviso di 15 giorni. Il Comune, da parte sua, avrà sempre facoltà di revocare l'autorizzazione concessa, in caso di mancato rispetto delle regole contenute nel testo della convenzione. Eventuali interventi di straordinaria manutenzione dovranno essere preventivamente concordati con l'amministrazione. Le aiuole e le fontanelle che diventeranno oggetto della convenzione saranno appositamente segnalate con cartelloni che saranno realizzati dai soggetti incaricati della manutenzione.

Ugo Salvini

 

Mais Ogm - Assolto Fidenato
PORDENONE - Il leader di Agricoltori Federati paladino del mais transgenico Giorgio Fidenato è stato assolto ieri a Pordenone dal Tribunale penale dall'accusa di aver violato il divieto di semina di mais Ogm nel 2014 nei suoi terreni di Fanna e Vivaro (Pordenone). «È l'epilogo normale di quanto ha stabilito la settimana scorsa la Corte di giustizia europea - ha commentato - era scontato che venissi prosciolto visto che la sentenza comunitaria è preminente su quella nazionale».

 

 

Dossier Ferriera a Roma - Resta il braccio di ferro sul futuro dell'altoforno - La Regione: «Aia da rispettare». Il Comune: «Va chiuso»
Proprietà pronta al riavvio alla fine dei lavori all'impianto
Siderurgica Triestina intende riprendere la piena produzione ma per Roberto Dipiazza la chiusura dell'area a caldo della Ferriera dev'essere definitiva, mentre la Regione aspetta la valutazione Aia. Intanto l'Arpa ha reso noto che è pronta la nuova bocca per l'altoforno dell'impianto di Servola. È quanto emerso ieri a Roma al Ministero dello Sviluppo economico, dove si sono incontrati rappresentanti del Ministero dell'Ambiente, la Regione, il Comune di Trieste, l'Autorità portuale e Siderurgica Triestina. La riunione era stata convocata dal responsabile dell'unità di gestione vertenze imprese in crisi Gianpietro Castano, allo scopo di verificare lo stato dei lavori di ampliamento del laminatoio e di inserimento di un impianto di decapaggio nell'area a freddo. Durante l'incontro Siderurgica Triestina ha ribadito la necessità di ottenere l'autorizzazione per il laminatoio in tempi brevi e parallelamente ha assicurato di essere in grado di riprendere la piena produzione al compimento dei lavori sull'altoforno. A tal proposito Giovanni Arvedi si è espresso garantendo la tutela della salute delle persone e dei territori: «Le azioni svolte fino a questo momento sono state importanti. Da parte nostra c'è l'impegno a rispettare la salute e l'ambiente grazie anche a nuove tecnologie». Roma nel 2015 aveva autorizzato con un decreto l'azienda siderurgica ad avviare dei lavori di ampliamento del capannone dove si svolge l'attività a freddo, i quali prevedono l'inserimento di un impianto di decapaggio. Il procedimento autorizzativo risulta tuttavia sospeso in attesa del parere della Regione. Quest'ultima si riserva di pronunciarsi sul tema al termine del processo di valutazione di impatto ambientale, al momento in corso. Ha dichiarato l'assessore all'Ambiente Sara Vito: «L'intervento sarà giudicato solo al termine della valutazione sull'impatto ambientale. Appare in ogni caso come un'ipotesi sostenibile e al contempo un'occasione di rafforzamento dell'occupazione». E ha aggiunto: «La ripartenza della piena produzione, una volta finiti i lavori sull'altoforno, sarà possibile solo dopo la verifica del rispetto delle prescrizioni previste dall'Autorizzazione integrata ambientale». Sull'area a caldo, Vito ha ricordato che «a seguito degli sforamenti rilevati nelle deposizioni di giugno è stata ordinata la limitazione della produzione. Ciò ha comportato un'anticipazione degli interventi di manutenzione dell'altoforno: interventi che erano già programmati in precedenza e che adesso sono in corso di effettuazione». Il sindaco Roberto Dipiazza dal canto suo ha ribadito la necessità di chiudere definitivamente l'area a caldo. Ha affermato: «Siamo chiaramente favorevoli ai posti di lavoro che l'ampliamento del laminatoio potrà creare ma non ne possiamo più dell'area a caldo, che non è un problema solo per Trieste ma anche per Muggia e Capodistria, come abbiamo potuto vedere dagli spolveramenti di quest'estate». Ha proseguito il sindaco: «Abbiamo ribadito la nostra massima disponibilità per lo sviluppo della linea a freddo dello stabilimento, ma anche la posizione della città relativamente alla necessità della chiusura dell'area a caldo, visti i problemi che provoca». Al summit romano erano presenti anche il direttore generale del Comune Santi Terranova, il capo di Gabinetto Vittorio Sgueglia Della Marra e il segretario generale dell'Autorità portuale Mario Sommariva. Nel frattempo l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente ha reso noto che la nuova bocca dell'altoforno è arrivata: «Sarà installata nei prossimi giorni - ha fatto sapere attraverso un comunicato -. Lo spegnimento dell'altoforno è preceduto da una fase preparatoria di diversi giorni. Questo spiega i rumori sentiti a Servola la notte tra 24 e 25 settembre: durante la transizione possono ancora verificarsi delle sovrappressioni con l'apertura delle valvole di sicurezza. Sempre il 25 settembre è stata interrotta l'alimentazione dell'aria calda»

Lilli Goriup

 

 

Muggia e Barcolana unite nel segno delle bici  - Presentata la pedalata da piazza Marconi a Punta Sottile in programma nella domenica della regata

MUGGIA - Un inedito connubio fra barche a vela e biciclette. Questa la formula, denominata "Barcolana in bici", che saluterà, nel giorno della Barcolana, l'ingresso ufficiale del Comune di Muggia nella compagine organizzativa della Regata d'Autunno. Nella mattinata della Barcolana, domenica 8 ottobre, tutti i cicloamatori che avranno dato la loro adesione alla manifestazione arriveranno a punta Sottile, al termine di un percorso che inizierà in piazza Marconi, a Muggia. Potranno così salutare dalla riva i partecipanti alla regata, impegnati in uno dei passaggi più spettacolari, cioè quello attorno alla boa situata proprio di fronte a punta Sottile. Obiettivo degli organizzatori, quello di accomunare, in un ideale abbraccio, gli appassionati di due discipline che hanno entrambe come caratteristica l'amore per la natura. Ma il programma della giornata comprenderà anche altri momenti: già alle 9.30, coloro che amano i percorsi più lunghi in bici, potranno presentarsi all'appuntamento fissato dalla Fiab "Trieste Ulisse" in piazzale Valmaura, da dove si pedalerà per arrivare in piazza Marconi, in tempo per aggregarsi al gruppo che partirà dal centro di Muggia diretto a Punta Sottile, scattando in esatta contemporanea con il colpo di cannone che segna, tradizionalmente, la partenza della Barcolana. In piazza Marconi, a rendere ancor più suggestiva la partenza dei ciclisti, ci saranno i rappresentanti del Carnevale di Muggia, che stanno preparando per quella giornata festose sorprese per tutti. All'arrivo a punta Sottile ci sarà Maxino, per un breve concerto. Nell'arco della mattinata sarà conferito il premio "Morbìn" al bambino, alla donna e all'uomo che avranno indovinato la maschera più divertente e adatta alla situazione, nello spirito più autentico del Carnevale muggesano. «Muggia era ed è un interlocutore naturale della Barcolana - ha detto in sede di presentazione dell'evento Mitja Gialuz, presidente della Società velica Barcola Grignano, organizzatrice della Barcolana - e questo nuovo arrivo permette alla nostra regata di allargare i propri orizzonti. Il nostro ringraziamento per questa novità va a Laura Marzi, sindaco di Muggia, a Dario Motz, presidente del Circolo della vela di Muggia e a tutti coloro che si adopereranno per la riuscita dell'evento. Abbiamo anche messo in palio una bicicletta - ha aggiunto - che andrà al primo muggesano classificato nella classe "crociera", per dare un segnale in vista delle prossime edizioni. Il fatto che si sia scelta la formula della pedalata non competitiva - ha concluso - rispecchia appieno lo spirito della Barcolana». Marzi ha sottolineato «l'importanza dell'iniziativa per la promozione del territorio muggesano». All'organizzazione della "Barcolana in bici" partecipano anche Bora.La e Circolo della Vela di Muggia.

 

 

INIZIATIVA DIDATTICA - La Grande Macchina del Mondo per capire lo sviluppo sostenibile

Dopo il successo delle prime due edizioni, torna La Grande Macchina del Mondo, il programma gratuito di iniziative didattiche del Gruppo Hera e promosso da AcegasApsAmga. La proposta educativa che abbraccia i temi legati alla sostenibilità, è rivolta a tutte le scuole di Trieste, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di primo grado. Dal 25 settembre, è possibile iscriversi fino a sabato 21 ottobre, compilando il modulo on-line all’indirizzo, sempre disponibile: www.gruppohera.it/scuole. Grazie a La Grande Macchina del Mondo gli insegnanti possono scegliere fra un catalogo di attività che spaziano su ambiente (recupero, riciclo, prevenzione della produzione del rifiuto), acqua ed energia: si tratta in tutto di 27 proposte, completamente gratuite per le scuole richiedenti. Una volta consultato il catalogo, disponibile sia on-line (area scuola del sito istituzionale www.acegasapsamga.it), che cartaceo presso la sede AcegasApsAmga, gli insegnanti potranno richiedere la partecipazione alle attività, iscrivendosi al link sopra indicato. La Grande Macchina del Mondo è realizzata in collaborazione con il Comune di Trieste e le cooperative sociali Atlantide e La Lumaca, oltre al WWF - Area Marina Protetta di Miramare che cura la parte didattica operativa nel territorio. Giunta alla sua 3° edizione, La Grande Macchina del Mondo, ha già dimostrato un ampio apprezzamento da parte degli insegnanti del territorio servito. Nella 2° edizione il progetto, nel solo Comune di Trieste, ha coinvolto circa 130 classi da oltre 30 scuole, per un totale di oltre 2.600 bambini sui 9.500 coinvolti in tutto il territorio servito da AcegasApsAmga. Il programma è frutto di un'ampia esplorazione effettuata dalla multiutility fra le maggiori e più quotate realtà nazionali operanti nel campo della didattica ambientale, si basa su un’offerta in grado di coinvolgere i bambini su temi strategici per il futuro del Pianeta.

 

 

 

 

BREVI - MARTEDI', 26 settembre 2017

 

 

Inquinamento delle acque e conseguenze sulla catena alimentare umana e sulle rotte marittime.
È il tema di un incontro organizzato dal Propeller Club di Trieste che si e' tenuto all’Hotel Greif Maria Theresia di Trieste con ill titolo “Un mare di plastica: inquinamento delle acque, conseguenze sulla catena alimentare umana e sulle rotte marittime”. I relatori hanno evidenziato che le conseguenze dell'inquinamento marino causato dalla plastica sono state recentemente riportate alla ribalta della cronaca quotidiana a seguito degli ultimi studi scientifici, che descrivono, di fatto, una catastrofe annunciata. Anche se il Mare Mediterraneo e l'Adriatico risultano tra i meno inquinati, la mappa della distribuzione delle microplastiche nelle acque del pianeta non lascia spazio a grossi dubbi sulla reale portata del fenomeno. Nel corso dell'incontro si e' accennato piu' volte alla questione delle “isole di plastica”, superfici di detriti estese quanto uno Stato europeo, tanto da essere note alle navi commerciali che talvolta deviano le proprie rotte per evitarle. Sono intervenuti: Maria Cristina Pedicchio, presidente dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'OGS, Roberto Gasparetto, direttore generale dell'AcegasApsAmga, Mario Carobolante, presidente del Collegio Capitani di Trieste e Carlo Franzosini della Riserva di Miramare.

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 26 settembre 2017

 

 

In partenza la bonifica nei giardini inquinati - Priorità al nuovo manto erboso fuori dalle scuole don Chalvien e Biagio Marin. La "carta" del fito-rimedio
Scatta tra qualche giorno, ai primi di ottobre, il piano di bonifica del Comune per risolvere una volta per tutte l'annoso problema dei giardini inquinati. Si comincia con le due scuole in cui sono state rinvenute tracce di contaminazioni superiori ai limiti di legge: la don Chalvien di via Svevo e la Biagio Marin di via Marco Praga. Qui, hanno confermato in conferenza stampa gli assessori ai Lavori pubblici Elisa Lodi e all'Ambiente Luisa Polli, i tecnici procederanno con lo "scotico" (l'asportazione) di 20 centimetri di terreno e la successiva sostituzione con altri 30. Un modo per ricreare un nuovo manto erboso. In questa prima fase, ha precisato Lodi, si provvederà anche alla posa di ghiaia e zolle nelle aree gioco del Tommasini di via Giulia, di piazzale Rosmini e della pineta Miniussi di Servola. Le aree verdi, hanno garantito i due assessori, saranno sottoposte a interventi di pulizia e manutenzione a cadenza quadrimestrale. «I lavori delle scuole - così Lodi e Polli - saranno svolti in massima sicurezza, evitando rischi di contaminazioni di poveri inquinate, e si concluderanno entro 100 giorni. Gli interventi di manutenzione avranno invece una durata annuale». L'iter prevede anche un secondo step: la semina di piante capaci di assorbire le sostanze tossiche del terreno. È il fito-rimedio, tecnica su cui il Comune punta molto. A questo proposito il Municipio ha avviato uno studio, anche in collaborazione con l'Università e l'Arpa. Il progetto dovrebbe concludersi già tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre, così da poter iniziare con le nuove piantumazioni nella prossima primavera. La soluzione del fito-rimedio è frutto della volontà espressa da commissioni e Consiglio comunale ed è stata approvata dal ministero della Sanità. «Il piano predisposto dall'amministrazione comunale in accordo con il tavolo tecnico regionale - ha rilevato Polli - è stato approvato dal ministero. Questo ci consente da una parte di partire con una pulizia immediata dei giardini della scuole e successivamente d'intervenire con il fito-rimedio nelle restanti parti verdi che sono state individuate. Tutto ciò rientra in uno stralcio del Piano regionale per l'inquinamento diffuso. Una volta effettuato il risanamento, attraverso il previsto monitoraggio che potrà contare sull'utilizzo di specifici deposimetri, sarà possibile anche verificare ed individuare le fonti inquinanti».

Gianpaolo Sarti

 

Giù le tasse a Muggia per chi si prende cura del verde pubblico
MUGGIA - L'area del monte Castellier, il castello di Muggia, il parcheggio della farmacia di Aquilinia, il campo di basket di Zindis, le aiuole di largo Caduti della libertà. Sono solo alcune delle zone che verranno curate da residenti e associazioni muggesane da ottobre a dicembre in cambio di uno sconto sulle tasse. In palio, da spalmare, ottomila euro. Il piano pulizie rientra nella cosiddetta "Cittadinanza attiva" promossa dal Comune. «La gestione dei beni comuni condivisa tra amministrazione e cittadini è tema di attualità in tutto il Paese: l'idea di un impegno civico costante si sta facendo strada anche nel nostro Comune e sono sicura che, oltre alle persone che hanno già aderito, ce ne sono molte altre pronte a dare una mano», racconta l'assessore Laura Litteri. Grazie a tanta buona volontà da ambo i lati, infatti, a Muggia non sono mancati esempi di collaborazioni riuscite. Ora, però, il Comune ha deciso di compiere un salto di qualità, sostenendo proposte progettuali di collaborazione di cittadini singoli e/o associati aventi ad oggetto "interventi complementari e sussidiari alle attività svolte dall'amministrazione comunale, volti a promuovere lo sviluppo della cittadinanza attiva, la cura del territorio e la tutela del decoro urbano". Le modalità per aderire? Semplici. Bisogna iscriversi all'albo della Cittadinanza attiva, descrivere brevemente quello che si intende fare e presentarlo agli uffici del Comune e poi sottoscrivere un Patto di collaborazione. Il Comune premierà il cittadino volonteroso con degli sconti sulle tasse locali. «Concretamente, il controvalore dei progetti sin qui definiti con la firma del Patto di collaborazione per il periodo ottobre-dicembre si attesta intorno agli ottomila euro», aggiunge Litteri. Tali esenzioni-riduzioni verranno applicate su imposte o canoni dovuti nell'anno successivo rispetto a quello in cui l'intervento viene realizzato, quindi nel 2018, e saranno determinate in ragione del valore economico e sociale del progetto proposto e definito nel Patto. Una volta conclusi gli interventi, quindi, gli interessati - attraverso un apposito modulo - ne daranno comunicazione al Comune che potrà procedere alle necessarie verifiche a seguito delle quali potranno essere riconosciute le detrazioni. Il Comune ha individuato per ora undici aree di intervento che possono costituire oggetto di presa in carico totale o parziale da parte dei cittadini. Ecco la mappa: Aquilinia (a fianco della farmacia), Montedoro (a fianco del market), spazio pubblico a Chiampore, via San Giovanni (i condomini a fianco della Coop), salita Muggia Vecchia, via Mazzini, incrocio tra via Frausin e via Matteotti, largo Caduti, giardino e area sotto il Castello, e infine l'area gioco della scuola di Zindis (parco Robinson). «Sono interventi prevalentemente di manutenzione e pulizia di aree verdi - conclude Litteri - con in alcuni casi l'abbellimento del verde, o interventi di pulizia e cura di spazi urbani, con opere di micromanutenzione quali ad esempio piccole riparazioni, pitturazioni, sistemazioni di panchine e pulizie della segnaletica».

Riccardo Tosques

 

 

PORTO VECCHIO - La firma sul rilancio - Il via dalla rotatoria -
Regione, Comune e Authority siglano l'intesa col ministero sui 50 milioni per l'antico scalo: polo museale, Icgeb e viabilità
Comincerà dalla realizzazione della rotatoria di viale Miramare il piano di riqualificazione del Porto vecchio, di cui è stato firmato ieri l'accordo operativo da 50 milioni da parte di Regione, Comune e Autorità portuale. Viene dunque messo nero su bianco l'impegno delle istituzioni locali, d'intesa con il ministero dei Beni culturali, ad attuare le prime misure previste dal Cipe nel 2016 per gli interventi legati alla creazione del polo museale, al trasferimento dell'Icgeb, alla sistemazione dell'Ursus e alle opere di viabilità e infrastrutturazione per il funzionamento dell'area. Le risorse sono state riconosciute dal governo con l'obiettivo di realizzare il Museo del mare nei 10mila metri quadrati dei magazzini 24 e 25, il cui restauro e successivo allestimento prevedono un costo complessivo di 23 milioni. La seconda parte del finanziamento - pari a 10 milioni - è destinata al trasferimento dell'International centre for genetic engineering and biotechnology al magazzino 26: la collocazione assorbirà 20mila metri quadrati su 35mila e la parte restante potrebbe essere occupata dall'Immaginario scientifico, di cui è allo studio il possibile trasloco. Le infrastrutture urbane (illuminazione e reti elettriche, idriche e fognarie) richiederanno 9 milioni e altri 5 saranno investiti sulla viabilità interna e sulla rotatoria da imboccare in viale Miramare. Gli ultimi 3 milioni sono assegnati al recupero dell'Ursus. Nel corso della stipula, la presidente Debora Serracchiani ha ribadito la sua intenzione di «sottoporre al Comune e all'Autorità portuale la proposta di costituire una società di scopo, che coinvolga anche le più importanti realtà economiche del territorio, per attrarre investimenti internazionali, idee e competenze per il recupero e il rilancio dell'intera area». Sarà questa società, nelle intenzioni delle istituzioni, a valutare le proposte che dovrebbero essere raccolte sulla base delle linee strategiche preparate da Ernst&Young, ma criticate ieri dal sindaco Roberto Dipiazza, secondo cui «è discutibile un piano costato 200mila euro e non tradotto in inglese».Dipiazza mostra comunque ottimismo: «È un momento molto importante per il presente e il futuro di Trieste, che non ha mai avuto il vento in poppa come ora. Lavoriamo tutti insieme, di comune accordo come non è mai successo». Gli uffici del Comune hanno approntato in estate la prima fase di progettazione, senza aspettare la firma dell'intesa. «In questo modo - spiega Dipiazza - già nel pomeriggio incontrerò il soprintendente del Fvg Corrado Azzollini, per affrontare il nodo della viabilità, a partire dalla rotonda a 500 metri dal ponte di ferro di Barcola». Al centro del confronto anche il parcheggio sul terrapieno, da destinare alle società nautiche. La progettazione esecutiva dovrà essere conclusa entro il 2019 e Dipiazza promette che «per il 2020 saremo pronti per l'arrivo degli scienziati di Esof». Il sindaco corre parecchio rispetto alle effettive possibilità di realizzazione, ma Serracchiani lo spalleggia: «Oggi apriamo il Porto vecchio e definiamo tempi e ruoli dei vari soggetti», tra cui quello della Regione che, in qualità di beneficiario del contributo, farà sostanzialmente da cassa, mentre Comune e Autorità portuale svolgeranno il ruolo di soggetti attuatori. Il presidente dello scalo, Zeno D'Agostino, ha rimarcato il valore dell'operazione: «Qualcuno diceva che i 50 milioni non c'erano e invece ci sono e ci saranno. Sono i primi 50 milioni necessari ed è chiaro che ne servono altri». Per la governatrice, «il lavoro da fare è molto e questo intervento riguarda solo un piccolo pezzo dell'area, ma cominciamo intanto a spendere i soldi che abbiamo ottenuto e intanto lavoriamo per attrarre nuove risorse». Per il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, «si tratta di un passo avanti importantissimo sul percorso che riguarda il futuro della nostra Trieste. Il governo ha investito molto sulla città e altre risorse potranno arrivare prossimamente, se sapremo dimostrare capacità di spendere presto e bene». Solo un elemento del piano divide Regione e Comune, con Dipiazza e Serracchiani lontani sul valore attribuito all'Ursus. La presidente ha puntualizzato che «l'unicità a livello europeo di Ursus verrà finalmente valorizzata, facendolo diventare un simbolo di Trieste, grazie a lavori che prevedono la musealizzazione della sala macchine e l'installazione sulla gru di un ascensore a scopo turistico». A suo tempo, il sindaco si era augurato l'affondamento dello storico pontone e anche ieri non ha risparmiato una frecciata: «La prima notte di bora taglierò gli ormeggi e lo lascerò libero di andare per l'Adriatico», ha scherzato, venendo subito rimbrottato altrettanto ironicamente da Serracchiani: «Ursus sarà guardato a vista».

Diego D'Amelio

 

Sèleco in Porto vecchio con 50 posti di lavoro - L'azienda produttrice di tv attratta dai vantaggi della zona franca di Trieste
Previsto a giorni il trasferimento in città anche della sede legale ora a Milano
Sèleco, lo storico marchio italiano produttore di elettrodomestici ed elettronica di consumo, trasferisce la sua sede legale e il suo stabilimento produttivo a Trieste. L'Autorità portuale ha appena rilasciato un'autorizzazione di anticipata occupazione del Magazzino 5 in Porto vecchio. È la prima azienda che opera in ambito non portuale a sbarcare a Trieste - prospettando una cinquantina di posti di lavoro -, attratta dall'accelerazione sul regime di zona franca. È l'inizio di un processo che il presidente dell'Autorità portuale dell'Adriatico Orientale, Zeno D'Agostino, aveva anticipato all'entrata in vigore del decreto che regolamenta le nuove free zone di Trieste. Allora infatti raccontò di una decina di investitori fortemente interessati alla zona extradoganale, aggiungendo che entro la fine dell'anno avremmo assistito ai primi insediamenti di nuove aziende che opereranno in regime di Punto franco anche per realizzare trasformazioni industriali. «L'anticipata occupazione è stata rilasciata per consentire alla Sèleco di iniziare immediatamente i lavori che permetteranno di mettere a norma quella struttura e di trasformarla nel loro stabilimento - precisa D'Agostino che non nasconde soddisfazione per la riuscita dell'operazione -, ora servono i tempi tecnici per sbrigare questioni amministrative e poi nell'arco di qualche settimana verrà rilasciata la concessione». A operare in attività non portuale in regime di zona franca c'è già anche Saipem, la società del gruppo Eni di carattere logistico-marino, titolare di una concessione decennale in forza della quale gestisce l'area su cui è operativo il capannone 23. Il magazzino 5 dove sbarcherà Sèleco è invece adiacente alla sede distaccata dei Vigili del fuoco in Punto franco vecchio, e vanta un'estensione di 6mila metri quadrati. Sèleco spa attualmente ha sede legale a Milano e strutture operative nel capoluogo lombardi e a Como. Ma il marchio di tv venne fondato nel 1965 a Pordenone. Nei mesi scorsi era stata annunciata la riapertura con rilancio proprio dello storico stabilimento produttivo di Pordenone. Un progetto che comunque non verrà abbandonato, precisano dell'azienda, anche se l'operazione Trieste ne farà inevitabilmente slittare i tempi. «Abbiamo deciso di ripartire proprio dal Fvg e da Trieste in particolare - spiega Aurelio Latella, consigliere di amministrazione delegato di Sèleco e di origini triestine - attratti certamente dal regime di Porto franco, ma anche dal fermento che si respira oggi in questa città che ha caratteristiche che incarnano il nostro progetto legato all'innovazione. Non si tratta però di un addio a Pordenone: la città si inserirà in un progetto più ampio». Entro una decina di giorni la sede legale verrà spostata a Trieste in uno studio professionale sulle Rive. «Siamo felicissimi per l'anticipata occupazione - dichiara Latella -, a breve partirà il progetto operativo per convertire il magazzino nello stabilimento in cui faremo progettazione, assemblaggio, stoccaggio e commercializzazione». Entro pochi mesi verranno aperti a Trieste gli uffici amministrativi della spa «mentre per l'inizio della produzione e l'entrata a regime dello stabilimento servirà più tempo ma meno di un anno», assicura. L'azienda avvierà anche nuove assunzioni. «A regime, nella prima fase, lavorerà una cinquantina di persone», valuta Latella. L'idea di spostare la sede a Trieste è nata di recente. «Ad agosto con esattezza - racconta il manager -, abbiamo colto che quell'area stava diventando il punto di massima energia del territorio, con opportunità incredibili, peculiarità uniche supportate anche da un grande sostegno delle istituzioni». Sèleco, nei mesi scorsi, ha affidato a dei professionisti triestini uno studio di valutazione sui vantaggi che l'azienda avrebbe tratto dall'operare in regime di zona extradoganale. Viste le prospettive, il cda ha deliberato per lo spostamento. «Devo sottolineare che le istituzioni, Autorità portuale e Comune, hanno dimostrato concretezza, competenza e rapidità: valori aggiunti per un'azienda che intende prendere una decisione così importante», aggiunge Latella. Il quale, in veste anche di imprenditore nell'ambito dell'innovazione e del design, anticipa che «Sèleco farà da apripista per altri progetti, ora allo studio, per quella zona». Il gruppo Sèleco, proprietario anche del marchio Magnadyne e produttore pure delle cuffie audio e radio Dab, ha da sempre una particolare sensibilità per lo sport. Oggi è sponsor della Lazio, del Napoli basket, della Pallanuoto Catania e con il marchio Magnadyne dell'Udinese e della Spal. Un aspetto che lascia intravedere la possibilità di veder comparire il logo Sèleco anche sulle maglie della Triestina calcio

Laura Tonero

 

 

«Recuperi saltuari» - Bocciato a San Dorligo il "porta a porta"
I residenti lamentano la scarsa frequenza del ritiro dei rifiuti - E alla fine c'è chi li carica in auto e cerca altrove un cassonetto
SAN DORLIGO DELLA VALLE - C'è malumore tra i residenti di San Dorligo della Valle per il nuovo sistema di raccolta differenziata introdotto dallo scorso 1° luglio: nel mirino, in particolare, il ritiro cadenzato dell'immondizia nei diversi giorni della settimana, prassi che costringe i residenti a tenere in casa, per giorni, i sacchetti pieni di rifiuti con tutti i problemi legati agli odori e alla presenza di insetti.«I passaggi degli addetti alla raccolta non sono frequenti e chi vive in appartamento, senza avere la possibilità di uno spazio all'esterno dove sistemare le immondizie, ha serie difficoltà: alcuni rifiuti puzzano» sostengono i residenti. «I sacchi appesi fuori dai cancelli per ore, poi, non sono certo uno spettacolo degno del nostro bel territorio. Senza contare che quando c'è Bora forte si spaccano» aggiungono. «Con un sistema così complesso c'è il rischio che i residenti si carichino i sacchi della spazzatura in automobile per gettarli nel primo bottino che incontrano sulla strada per Trieste» rincara la dose il consigliere comunale dell'opposizione Boris Gombac.La riorganizzazione della raccolta prevede che la A&T 2000, l'azienda incaricata del servizio, passi a raccogliere il secco, l'indifferenziata, che va posta nei sacchetti rosa, ogni mercoledì. Plastica e lattine vanno sistemati in sacchetti azzurri e vengono ritirati il giovedì. I sacchi vanno esposti entro le 7 del giorno di raccolta e vengono raccolti entro il pomeriggio. I residenti si sono dovuti dotare di diversi contenitori: quello del vetro viene svuotato il giovedì, ogni due settimane; quello dell'organico il martedì e il venerdì, mentre quello blu della carta ogni due settimane in giornate diverse a seconda della zona.«Noi viviamo in un condominio a Lacotisce - racconta Miriam, che nei giorni scorsi ha anche chiamato il Comune per sollecitare la sistemazione di isole ecologiche almeno in determinate zone - e non abbiamo parti comuni dove sistemare i contenitori. Di conseguenza tutti tengono le immondizie per giorni e giorni in casa con evidenti problemi di odori e insetti». «Chi ha dei bimbi è costretto a tenersi per giorni interi i pannolini nei sacchetti, idem chi, ad esempio, deve cambiare la lettiera al gatto: è evidente che andando verso Trieste o in Slovenia la tendenza è quella di liberarsi delle immondizie altrove, nel primo cassonetto che si trova».Nonostante le critiche, il sindaco Sandi Klun è convinto della strada intrapresa: «Serviranno dei mesi per abituarsi - ammette -, ma presto si inizieranno a vedere i risultati. Il rischio che qualcuno confluisca altrove le immondizie c'è - valuta -, ma siamo gente che ha rispetto del territorio: confido molto nella civiltà e nella serietà nei miei cittadini. Per rifiuti come i pannolini - precisa - è previsto che si possa usare un sacchetto verde, di materiale più grosso e coprente, con un passaggio extra il sabato». Klun spiega che il nuovo sistema è stato introdotto con la volontà di superare il 65% della raccolta differenziata (obiettivo imposto dalla legge già per il 2012) e di migliorare la qualità dei rifiuti raccolti per avviarli al recupero, ottenendo maggiori contributi dai consorzi della filiera Conai. «Il sistema attuale di raccolta è più serio di quello precedente - osserva -. Prima c'era troppa indifferenziata, con costi di smaltimento importanti da sostenere».

Laura Tonero

 

 

Capodistria-Divaccia - ok dal referendum - Il governo avvia l'iter
Nascerà la società 2TDK che gestirà il progetto del raddoppio e avrà una concessione di 45 anni sulla nuova infrastruttura
LUBIANA - Raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, scampato pericolo e ora il governo di Lubiana va avanti per la sua strada. Al referendum di domenica, infatti, hanno vinto i favorevoli alla legge che era stata varata dall'esecutivo per la realizzazione dell'importante infrastruttura che dovrebbe dare ossigeno al Porto di Capodistria e garantirne lo sviluppo commerciale. La consultazione popolare ha visto prevalere, come detto, i favorevoli alla legge con il 53,46% mentre ai contrari è andato il 46,54% pari a 161.562 voti. Per abolire la legge ne servivano comunque 342.706 ovvero il 20% degli aventi diritto al voto e dovevano essere ovviamente superiori a chi si è espresso a favore. I promotori del referendum però non si arrendono e preannunciano battaglia in sede di Corte costituzione e di Corte dei conti. I contrari, infatti, sostengono che il piano finanziario contenuto nella norma è assolutamente fumoso e privo delle necessarie coperture per realizzare l'opera i cui costi si aggirano su 2 miliardi.Il premier Miro Cerar ha affermato che «la scarsa affluenza alle urne (ha votato il 20,48% degli aventi diritto ndr.) ha dimostrato che gli elettori sono stanchi dei giochetti politici e che desiderano che il governo faccia il suo lavoro, proprio come abbiamo progettato di fare, senza ritornare al passato, ma puntare al futuro con la realizzazione del secondo binario» lungo la Capodistria-Divaccia. «È giunto il momento - ha ribadito ancora il premier - che realizziamo quest'opera per il bene di Luka Koper (la società che gestisce il porto di Capodistria ndr.), delle Ferrovie della Slovenia e dell'economia della verde Slovenia». «Così il nostro Paese - ha concluso - sarà concorrenziale e visibile sulla carta geografica mondiale dei trasporti». Alle parole del premier fanno eco quelle del ministro delle Infrastrutture Peter Gaspersic il quale ha promesso agli elettori, a nome anche dell'intero governo, che «con il progetto lavoreremo in modo ottimale e trasparente, collaboreremo nella sua realizzazione con le istituzioni europee, la Commissione Ue e la Banca europea per gli investimenti (Bei) perché alcune cattive esperienze del passato non abbiano a ripetersi». Da un punto di vista operativo con la conferma della validità della legge sul secondo binario sancita dal voto referendario inizierà il lavoro della società 2TDK (istituita proprio dalla norma in oggetto) che si occuperà della progettazione dell'infrastruttura, del suo finanziamento e ne diventerà concessionario per 45 anni. Nelle prossime settimane saranno aperte le buste relative alle offerte per la preparazione dei lavori lungo la traccia Capodistria-Divaccia, mentre il Parlamento sarà chiamato ad esprimersi sull'ingresso di capitale ungherese, pari a 200 milioni, nella società 2TDK, passo questo sul quale in passato i socialdemocratici (Sd) e il Partito dei pensionati (Desus), entrambi parte della coalizione di governo, hanno però espresso ad alta voce seri dubbi. Anche se il Parlamento dovesse bloccare l'ingresso di capitali stranieri nella 2TDK il processo per la realizzazione dell'infrastruttura proseguirebbe, ma con un aggravio di costi per i bilanci dello Stato a causa dei maggiori interessi che si dovranno pagare a fronte di un accresciuto importo del debito da accendere per pagare i lavori, la cui somma principale dovrebbe essere erogata dalla Bei. Lubiana conta molto anche sui fondi europei visto poi che l'attuale commissario Ue ai Trasporti è la slovena Violeta Bulc, il che non guasta.«L'Ungheria - ha detto il consigliere della società 2TDK Metod Dragonja - ovviamente si aspetta di avere dei vantaggi dalla sua partecipazione allo sviluppo del progetto e questi consistono sostanzialmente a un più facile accesso all'infrastruttura». Ed è proprio questa "contropartita" che viene osteggiata con forza dai lavoratori di Luka Koper che hanno fermamente nei giorni scorsi dichiarato la loro contrarietà alla legge, peraltro domenica confermata dal referendum.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 25 settembre 2017

 

 

Senza petrolio? - Si può - LE ENERGIE PULITE OFFRONO RENDIMENTI SEMPRE PIÚ AFFIDABILI
Le risorse di gas non bastano, i pozzi di petrolio vanno verso il prosciugamento, le vene di carbone si esauriscono. I combustibili fossili che garantiscono - al caro prezzo dell'inquinamento globale e dell'effetto serra - energia per riscaldare case, avviare automobili, far marciare industrie non avranno vita eterna. Le previsioni sono tutt'altro che rosee: secondo l'ultima Statistical Review of World Energy del British Petroleum le riserve mondiali di petrolio (gas e condensati compresi) ci consentiranno di arrivare fino al 2067. Di lì in poi, addio auto a benzina, diesel o gpl. A meno che i consumi non si riducano nei prossimi decenni. Ed, ciò che sta già accadendo. Per il Fondo monetario internazionale (Fmi) - che ha pubblicato nei mesi scorsi un dossier - la ragione va ricercata nello sviluppo di nuove tecnologie: più affidabili, pulite, sicure ed economiche. Così, gli analisti - per la prima volta - hanno iniziato a sbilanciarsi, a scrivere che stiamo già vivendo «nell'ultima età del petrolio». Ma anche in quella del carbone, ritenuto ormai troppo inquinante, costoso e quindi in forte recessione. Tra i combustibili fossili regge solo il metano, pulito e disponibile in quantità. Ma per gli esperti resta una soluzione "locale" che diventa investimento esoso quando c'è da creare reti tra nazioni e continenti. Con il nucleare ormai sorpassato - per costi, tecnologia e, soprattutto, sicurezza - potrebbero essere le rinnovabili il vero motore della Terra nel prossimo futuro. Molte nazioni si stanno già muovendo: in Inghilterra nel 2016 l'eolico ha superato il carbone, la Francia conta di diventare totalmente verde nel 2040, la Germania nel 2020 e l'accordo di Parigi ha vincolato 195 paesi (gli Usa si sono tirati indietro in un secondo momento) all'utilizzo di strategie che prevedano la produzione di energia pulita. Ma può davvero esistere un mondo che marcia al 100% grazie alla forza prodotta dal sole, dal vento, da fiumi, mari o biomasse? Nel decennio scorso quasi la totalità della comunità scientifica avrebbe scosso la testa, perché le capacità di "produzione" di queste fonti erano molto ridotte; oggi invece una fetta sempre più consistente di scienziati e ricercatori si dice possibilista e lavora su ricerche a supporto di questa tesi. L'ultima, in ordine di tempo ed importanza, risale all'inizio del 2017. È uno studio dell'equipe guidata da Mark Jacobson, professore di ingegneria civile alla Stanford University, dove sono stati analizzati 139 paesi (i produttori del 99% delle emissioni di anidride carbonica sulla Terra). Per ogni nazione è stata stilata una tabella di marcia che prevede la totale conversione alle rinnovabili con centrali già esistenti o realizzate ex novo (costi sostenibili). Se applicate, le tabelle di marcia porterebbero l'intero pianeta alla totale produzione di energia pulita entro il 2050.

Rino Bucci

 

Armaroli (Cnr): «Non abbiamo scelta il futuro è questo»
La transizione verso un "mondo pulito" già è iniziata. Nei prossimi anni serviranno coscienza e lungimiranza per arrivare alla copertura dell'intero fabbisogno energetico con le sole fonti rinnovabili. Di rischi, nuove sfide e conversione abbiamo parlato con Nicola Armaroli, 51 anni, dirigente di ricerca del Cnr, esperto in nuovi materiali per la conversione dell'energia solare. Ha pubblicato oltre 200 lavori e sette libri ed è direttore della rivista "Sapere". Professore, arriveremo a soddisfare il fabbisogno energetico mondiale con le sole fonti rinnovabili? «È tecnicamente possibile e non vi è alternativa. Il sole invia sulla Terra, in un'ora, l'energia che l'umanità consuma in un anno. È l'unico apporto che la Terra riceve dall'esterno ed è la soluzione definitiva. La transizione è già incominciata ma serviranno almeno 30 anni». Stiamo vivendo l'ultima era del petrolio? «Il petrolio vive una crisi profonda. Il prezzo resta basso per una guerra tra produttori, terrorizzati all'idea che il trasporto elettrico prenda piede. I giacimenti di petrolio "facile" si svuotano, quelli nuovi sono ormai tutti "non convenzionali" (ad esempio a grande profondità in mare) con costi economici e ambientali enormi. I margini di guadagno sono ormai irrisori: i distributori si trasformano in negozi o bar. È il segnale che un'epoca sta per finire». Quali sono le fonti rinnovabili più promettenti e utilizzate? «Quasi tutte le rinnovabili derivano dal sole: ad esempio vento, flussi fluviali e biomasse sono solari indirette. Al consumatore servono elettricità e combustibili. Sulla prima siamo a buon punto, le rinnovabili coprono già il 25% della domanda elettrica mondiale con eolico e fotovoltaico in grande crescita. Sui combustibili siamo più indietro: dovremo spostarci sull'elettrico, a partire dai trasporti». Quali paesi stanno spingendo di più sull'energia pulita? «Quasi tutti, inclusi i paesi produttori di petrolio. La Cina è leader mondiale: le rinnovabili battono da anni carbone e nucleare. Il ritorno di Trump al carbone è un bluff, gli Usa non potranno rinunciare alla supremazia tecnologica nei settori energetici innovativi. L'India annuncia un grande piano per la mobilità elettrica. In Italia abbiamo raggiunto ottimi risultati, ma da tre, quattro anni stiamo frenando». L'uso del metano può frenare la corsa alle rinnovabili? «La frenesia italiana sul metano frena le rinnovabili. La strategia energetica nazionale è imperniata sul gas, che è un combustibile fossile meno inquinante degli altri ma non immacolato. Il metano è un potente gas serra e le perdite di rete hanno minato la sua reputazione». Le rinnovabili sono una soluzione per i paesi in via di sviluppo? «Sì, per molte ragioni. I costi sono in forte calo e i flussi (sole, vento, acqua) sono ovunque. Le rinnovabili elettriche possono operare su piccola scala in regioni remote senza la necessità di grandi infrastrutture». Ci sono ostacoli alla transizione energetica? «Il flusso solare è sterminato, ma va convertito in energia utile: occorrono convertitori e accumulatori, e per fabbricarli servono risorse minerarie, che si ottengono scavando la crosta terrestre come per i combustibili fossili. Le risorse sono limitate e la transizione energetica avrà successo solo se sapremo realizzare un'economia circolare».

Rino Bucci

 

 

Presentazione - Il piano operativo sui giardini inquinati

In programma oggi alle 10.30 nella Sala giunta del Comune, la conferenza stampa di presentazione del piano d'intervento operativo per risolvere il problema dei giardini inquinati. Interverranno gli assessori Elisa Lodi e Luisa Polli.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 24 settembre 2017

 

 

Capodistria-Divaccia, Slovenia al voto - Gli elettori chiamati a confermare o bocciare la legge varata per gestire il raddoppio della strategica linea ferroviaria

LUBIANA - La Slovenia va oggi alle urne per decidere sul referendum abrogativo della legge varata dal governo e relativa alla realizzazione del secondo binario della ferrovia che collega Capodistria a Divaccia. Si tratta di un’opera di valore strategico con la quale si punta a rinvigorire l’asse di collegamento ferroviario da e verso l’unico porto del Paese, asse che, in base agli attuali andamenti dei traffici entro il 2019 rischia la saturazione, diventando così un vero e proprio “tappo” per l’incremento dei traffici nello scalo del Litorale. Potrà sembrare strano che tra l’opinione pubblica slovena si sia sentita la necessità di un referendum su un’opera di tale portata, ma sta di fatto che più che l’opera, il referendum vuole abrogare la legge ad hoc varata dall’esecutivo guidato dal premier Miro Cerar perché considerata, dai promotori del quesito referendario, assolutamente lacunosa per quanto concerne il reperimento dei finanziamenti necessari alla sua realizzazione e molto “fumosa” nella possibilità di ottenere l’iniezione di capitali stranieri, soprattutto relativamente a che cosa questi capitali riceverebbero in cambio. A votare per l’abolizione della norma saranno anche i lavoratori di Luka Koper, la società che gestisce il Porto di Capodistria, perché, a loro detta, il ministro delle Infrastrutture Peter Gašperšič ha ventilato la possibilità che ad eventuali investitori stranieri nell’opera (ungheresi su tutti) verrebbero concesse aree per la logistica che peraltro non sono parte della concessione di Luka Koper, ma proprietà del Porto. Il governo si difende sostenendo che la realizzazione del secondo binario, esaminando tutta la catena della logistica portuale e ferroviaria, creerebbe nuovi novemila posti di lavoro e sostiene l’assoluta necessità da parte dello scalo portuale di avere dei collegamenti ferroviari moderni e veloci con l’entroterra e verso l’Europa centrale. Per vincere i contrari alla legge sul secondo binario dovranno ottenere più di 342mila consensi pari al 20% degli aventi diritto al voto. È chiaro che la “partita” si giocherà tutta sull’astensionismo. Dovesse “cadere” la legge, il governo la seguirebbe a ruota. ©

Mauro Manzin

 

 

Plastica in mare - Esperti a confronto

Domani alle 18.30 all’Hotel Greif Maria Theresia il Propeller Club organizza un incontro dal titolo “Un Mare di plastica: inquinamento delle acque, conseguenze sulla catena alimentare umana e sulle rotte marittime”. Tra i relatori Maria Cristina Pedicchio e Paola DEl Negro dell’Ogg e Roberto Gasparetto di AcegasApsAmg.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 23 settembre 2017

 

 

I tralicci di Conconello approdano sul Belvedere - Dall'abitato le antenne sono state spostate sul sentiero panoramico del monte
Regione e Comune in coro: «La salute dei cittadini ha la priorità sull'ambiente»
TRIESTE - Tre nuovi tralicci alti circa 30 metri posti a ridosso di uno dei sentieri panoramici più suggestivi di tutto il territorio regionale. Sono gli "effetti collaterali" della delocalizzazione dei ripetitori di Conconello. La novità ha lasciato sconvolti gli escursionisti e i cicloamatori recatisi in questi giorni sul sentiero del Cai n. 1 nella zona del monte Belvedere. Proprio sull'altura che domina splendidamente il golfo di Trieste, non a caso è considerato (al pari della Napoleonica) il sentiero più bello sul Carso con vista mare, sono in fase di conclusione i lavori di costruzione dei nuovi manufatti. Anche se tutta l'area del cantiere è delimitata e inaccessibile, da fuori è facile scorgere quanto già costruito. Per ora sono stati innalzati dei muretti di pietra con tanto di reti metalliche a fungere da delimitazione dei tre tralicci già ben eretti e ampiamente visibili da lontano. Le panchine in legno, prima presenti sullo spiazzo utilizzato dalle famiglie in gita nei weekend, sono state spostate a pochi passi dalla discesa del ciglione carsico. Non solo. Durante i lavori, la rosa dei venti, il manufatto che maggiormente contraddistingue l'area, è stata utilizzata, come emerso da una testimonianza fotografica, come base su cui poggiare un pallet. "Dulcis in fundo", dal nulla sono spuntati tre nuovi tralicci. Il tutto in un territorio che vede già la presenza dei ripetitori di Rai Way, Mediaset e Telecom spa. In molti si chiedono com'è possibile che si sia deciso di erigere tre megastrutture metalliche su un'area così di pregio e apprezzata da tanti triestini e turisti del Carso. I manufatti sono stati collocati in un terreno di proprietà comunale, sito appunto sul monte Belvedere, in seguito al protocollo d'intesa sottoscritto nel 2014 tra Regione, Comune di Trieste e tre soggetti privati: Radio Punto Zero srl, Gestione postazioni Nordest srl (riconducibile a Radio Radicale) e Monte Barbaria srl. Il protocollo è stato formalizzato con l'obiettivo di delocalizzare i ripetitori presenti nel centro abitato di Conconello, frazione che per circa quarant'anni ha lottato per allontanare i tralicci costruiti sopra le proprie teste. Dopo lunghi anni di attesa, nell'ottobre scorso la governatrice Debora Serracchiani, firmataria nel 2014 del documento d'intesa sottoscritto anche dagli assessori all'Ambiente Sara Vito (Regione) e all'epoca Umberto Laureni (Comune), confermava la soddisfazione per quello che risultava essere un obiettivo raggiunto: «Le antenne stanno sparendo dal centro abitato di Conconello. Il protocollo, prevedendo di delocalizzare i tralicci in un'area lontana dalle case, sta funzionando. In questo modo, nell'interesse dei cittadini e della salute pubblica, gli impianti radioelettrici saranno gestiti in modo assolutamente conforme alla normativa e nel pieno rispetto dell'ambiente, scongiurando i rischi di un potenziale inquinamento elettromagnetico». La decisione di traslocare gli impianti verso il monte Belvedere aveva trovato d'accordo anche le tre società private. Filippo Busolini, fondatore di Radio Punto Zero, già all'indomani della sottoscrizione del protocollo del 2014 aveva espresso il suo consenso nell'abbandonare la vecchia location, previa fideiussione bancaria di 150mila euro a garanzia dell'esecuzione dei lavori. Il sì alla delocalizzazione era motivato dal fatto che sul monte Belvedere erano garantiti spazi più adeguati per evitare il "sovraffollamento" che nel sito precedente, soprattutto nei mesi estivi, dava origine a surriscaldamenti dei sistemi, responsabili di rotture e danni alle apparecchiature presenti. Tutti d'accordo, insomma. Ora però è arrivata la doccia fredda per escursionisti e amanti del Carso, con i tre tralicci realizzati nel punto più visibile e frequentato del monte. Ieri mattina l'assessore regionale all'Ambiente, Sara Vito, ha confermato la bontà dell'intervento: «Per noi la questione della salute dei residenti di Conconello era primaria. Dopo anni siamo riusciti ad affrontare e risolvere il problema delocalizzando i tralicci. Abbiamo dato una risposta forte alla preoccupazione dei residenti. Spiace se questi siano stati collocati lungo il sentiero, ma per noi la questione della salute veniva e verrà sempre prima di tutto». Sulla stessa linea la sua omologa comunale Luisa Polli: «La gestione del procedimento è stata seguita dalla Regione. Detto questo ritengo sia di primaria importanza la tutela della salute dei residenti di Conconello. Le antenne lì non sono un bello spettacolo? Tutti però vogliono vedere la televisione oppure avere la ricezione con il telefonino e comunque, ripeto ancora, la salute viene prima di tutto, anche prima dell'ambiente».

Riccardo Tosques

 

LE REAZIONI - Escursionisti sbigottiti ma residenti soddisfatti
TRIESTE «Il sentiero più bello del Carso rovinato da degli ecomostri». Umberto Pellarini Cosoli, capogruppo della commissione sentieri dell'associazione Cai XXX Ottobre nonché coideatore del sentiero n.1, non riesce a capacitarsi dell'installazione dei tre tralicci sul monte Belvedere: «A titolo personale giudico questo intervento una schifezza, una ulteriore ferita, vista la presenza di altri ripetitori in zona. E pensare che noi non posizioniamo nemmeno i cartelli segnaletici sulle cime proprio per non creare fastidi al paesaggio. E ora ci troviamo di fronte a questo scempio». Pellarini Cosoli, che una quindicina di anni fa assieme ad altri membri del Cai lavorò per unire i vari sentieri che oggi sono stati tutti collegati sotto il n.1, evidenzia con stupore la situazione dell'area: «Capisco perfettamente che i tralicci andavano spostati dal centro abitato poiché è in ballo una questione relativa alla salute dei cittadini, ma non ho davvero parole e mi chiedo come sia possibile che la paesaggistica possa aver dato il suo nulla osta ad utilizzare quella zona del monte Belvedere, proprio accanto a uno dei sentieri più belli che esistano nel nostro territorio». Nicola Bressi, naturalista triestino della Società italiana di Scienze naturali di Milano, fornisce invece le conseguenze dell'intervento da un punto di vista prettamente scientifico: secondo lo zoologo vi saranno delle ripercussioni per quanto riguarda sia la fauna che la flora. «Proprio su quelle pendici si era consolidata la presenza dell'algiroide, una splendida lucertola con la gola di colore azzurro, (simbolo della Riserva naturale delle Falesie di Duino, ndr) presente in Italia solamente nel Carso. Con tutti i movimenti dei veicoli a motore, il trambusto dei lavori iniziali e ancora di più di quelli successivi legati alla manutenzione, questa specie verrà soppiantata dalla classica lucertola muraiola. Ma anche a livello di flora le cose muteranno. Tutti questi cambiamenti comporteranno ad esempio la sparizione di specie di pregio per lasciare spazio a specie invasive come l'ailanto». Ma cosa ne pensano a Conconello? Dimitri Ferluga, presidente della Vaska skupnost Ferlugi, l'associazione culturale della frazione triestina, è soddisfatto: «Messi in quella posizione i tralicci non sono una bellezza, anzi, sono proprio brutti, ma è altrettanto vero che per me li avrebbero potuti mettere anche sulla torre Eiffel. Meglio che stiano sul Belvedere piuttosto che sopra le nostre case». Per quasi quarant'anni i residenti hanno dovuto convivere forzatamente con i tralicci: «L'iter burocratico per riuscire a toglierci questi mostri è stato pazzesco. Nessuno voleva averli sui propri terreni e quindi alla fine la vicenda si è risolta con una porzione di terreno comunale posta sul monte». Ferluga racconta poi della valenza storica che ha quell'area per la popolazione di Conconello: «Molte generazioni di paesani hanno trascorso tante ore in quella zona. Anch'io ricordo che quando ero piccolo, appena si poteva, si andava lì a giocare o a stare in compagnia. Purtroppo si è dovuto fare di necessità virtù». Adesso Ferluga confida che rapidamente i tralicci e le antenne installate su di essi, ancora presenti nel centro abitato, vengano rimossi: «Per ora hanno costruito dei nuovi tralicci, ma quelli vecchi sono ancora qui. Mi auguro che i lavori sul monte Belvedere si concludano il prima possibile e che finalmente tirino via i nostri tralicci e tutte le antenne attaccate».

(tosq.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 22 settembre 2017

 

 

Linea dura contro la sosta irregolare - Proposta la sospensione della patente a chi si ferma su stalli per disabili e aree bus
Per dare un taglio ai soprusi la Lega Nord, con il consigliere comunale Giuseppe Ghersinich, propone la sospensione della patente per quindici giorni a chi in modo recidivo posteggerà sugli stalli riservati ai disabili o sulle fermate dei bus. La mozione, presentata nei giorni scorsi in sesta Commissione, punta dunque a limitare una volta per tutte questo comportamento, piuttosto diffuso viste le numerose multe che ogni anno rimpinguano le casse comunali. In particolare la sospensione della patente andrà comminata a chi per due volte in un biennio verrà sanzionato. Anche nelle aree in cui si fermano i mezzi pubblici, «perché - spiega l'autore - quando una persona disabile deve salire su un autobus o scendere non può farlo, se non c'è spazio per la sosta. Questo l'ho pensato anche in seguito alle ripetute segnalazioni di cittadini e della consulta per i disabili». Si tratta in generale di «una sanzione accessoria già presente per chi non ha le cinture di sicurezza», aggiunge Ghersinich. Il Codice stradale e precisamente l'articolo 158 comma "g" prevedono costi salati per i contravventori: si va da 85 a 338 euro per gli automobilisti e dai 40 ai 164 per i motociclisti con due punti in meno sulla patente per entrambe le categorie. Ma non bastano evidentemente, perché non c'è l'auspicato calo di trasgressori. Il dato delle ammende resta fisso, non diminuisce dal 2013. Le multe erano state 679 nel 2013, passando a 685 nel 2014 e a 671 nel 2015. Per il 2016 il dato-base di oltre 600 è sempre presente. Ecco dunque che Ghersinich lancia una nuova linea dura, accolta all'unanimità dalla Commissione. «Abbiamo dato tutti il parere favorevole», ha sottolineato il presidente Salvatore Porro (Fdi), segnalando la presenza del vicesindaco Pierpaolo Roberti, del comandante della Polizia locale Sergio Abbate e dei consiglieri comunali Fabiana Martini (Pd), Maria Teresa Bassa Poropat (Insieme per Trieste), Guido Apollonio ed Everest Bertoli (Fi), Michele Claudio (Lega Nord) e Francesco Bettio (Lista Dipiazza). L'idea è piaciuta anche se ora richiede, come sottolineato ancora da Porro, uno studio di fattibilità e poi ovviamente la discussione in aula. Ma non solo. Perché per modificare il Codice stradale sarà poi il sindaco Roberto Dipiazza a dover scrivere alle Camere parlamentari una nota con tale richiesta. «Il Codice della strada è una legge nazionale - sottolinea Roberti -, bisogna integrarla con un intervento che non può fare direttamente il Comune di Trieste, perciò si richiede al sindaco di fare domanda di modifica al Parlamento in modo da provvedere alla sospensione della patente per i recidivi». Inoltre, prima che la mozione passi in aula, «bisognerà fare un piccolo emendamento tecnico perché il testo prevedeva questa azione su tutto l'articolo 158 - spiega Ghersinich -, ma abbiamo deciso di non prevedere la sospensione per la sosta in altre aree». Durante la stessa Commissione si è discusso anche della proposta di rendere gratuito il biglietto dell'autobus per i "nonni paletta" per andare da casa al posto di lavoro, poiché, spiega Porro, «per questo utile servizio queste persone ricevono cinque euro al giorno ma devono fare quattro viaggi fra andata e ritorno. Non sappiamo però ancora se ci sono i soldi necessari, e anche questa idea è stata votata all'unanimità». È inoltre stato richiesto da Bettio di proseguire l'iter per il ripristino del fregio alabardato sul cappello della Polizia locale.

Benedetta Moro

 

Patto FIAB-Polli - Ciclisti "tester" sulle corsie riservate ai bus e nuove piste
Un percorso di educazione alla mobilità, condiviso e a favore di tutte le categorie di utenti della strada; un nuovo studio, questa volta del Comune, di fattibilità di una via ciclabile da Trieste a Muggia dopo quello effettuato dalle associazioni di categoria; il via a una sperimentazione di alcuni mesi dell'apertura ai ciclisti di alcune corsie riservate ai bus. Sono questi i punti principali discussi e concordati durante un incontro, ieri, tra l'assessore comunale con delega alla Mobilità e traffico Luisa Polli, due dirigenti tecnici del Municipio, il presidente locale della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) e il suo coordinatore regionale Federico Zadnich. «Si tratta anzitutto - spiega l'assessore - di dare vita a un progetto condiviso di educazione ma anche e forse soprattutto di rieducazione e di sviluppo del senso civico generale di chi, a vario titolo, frequenta vie, piazze, marciapiedi e "zebre" a Trieste. Il metodo è di porre a sistema alcune iniziative già in corso, come le "lezioni" della Polizia locale nelle scuole, con altre da parte, a esempio, dei vari sodalizi come il Motoclub Trieste, e ancora di nuove». Il tutto, nelle intenzioni di Polli, per fare comprendere il concetto generale che «il tuo diritto finisce dove inizia il mio; la tua sicurezza deve essere anche la mia». Con un riguardo particolare agli adulti «poiché sembra a volte che vi sia anche sulle strade una sorta di analfabetismo di ritorno tra gli adulti, mentre bambini e ragazzini sono più permeabili alle sensibilizzazioni, se veicolate adeguatamente». Soddisfatti anche gli esponenti del mondo delle due ruote. «Tre i punti qualificanti concordati - afferma Zadnich -: il primo appunto l'educazione al reciproco rispetto tra le categorie di utenti. A proposito, come Fiab organizzeremo un grande evento il prossimo giugno. Poi, dopo avere presentato il nostro, seguiremo il progetto comunale per la pista Trieste-Muggia. Tra le due opzioni, quella attraverso via Flavia e l'altra impiegando via Caboto, siamo favorevoli alla prima, che permetterebbe di collegare Borgo San Sergio». Infine la Fiab metterà a disposizione i ciclisti-tester sulle corsie bus in via D'Azeglio, piazza Ospedale e via Tarabocchia.

(p.p.g.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 21 settembre 2017

 

 

Interrogazione al senato - Battista incalza il governo «Ispettori per la Ferriera»

Il senatore di Articolo 1 - Mdp Lorenzo Battista ha depositato un'interrogazione ai ministri della Salute e dell'Ambiente «sulla situazione allarmante circa i livelli di inquinamento presenti nello stabilimento di Servola» e sulla necessità di un'adozione del «principio di precauzione» a tutela della salute dei cittadini. Battista chiede di sapere «se i ministri siano consapevoli degli attuali livelli di inquinamento e se il ministro della Salute in particolare non intenda assumere iniziative volte a tutelare la salute dei cittadini della zona, che continuano ad essere investiti da una forma di inquinamento particolarmente grave e insidiosa, dato che le particelle di diametro pari o inferiore a 2,5 micropn (Pm 2,5) vengono classificate cancerogene di classe 1 da parte dello Iarc, ente dell'Organizzazione mondiale della sanità». Battista si domanda «se lo stesso ministero non ritenga di dover disporre un'ispezione presso la Asl di Trieste per verificare se nella stesura del parere di merito siano state assunte tutte le cautele e le responsabilità di fronte ad un caso tanto grave di inquinamento e di messa a repentaglio della salute pubblica».

 

 

AAA sub e volontari cercasi: sabato si puliscono i fondali
Tutti "armati" di maschere, boccaglio e bombole per una nuova pulizia dei fondali. Si intitola "Lascia il mare come vorresti trovarlo", l'operazione di bonifica subacquea in programma sabato 23 settembre, dalle 9 alle 13 circa, a cura del Circolo Ghisleri, in collaborazione con il Circolo sommozzatori Trieste ed il Circolo "Sacheta". Seconda edizione questa, nuovamente ambientata nelle zone di Riva Ottaviano Augusto. La missione dichiarata è semplice quanto intensa: ripulire quanto più possibile una zona dei fondali delle Rive, puntando su un buon numero di volontari dotati di brevetti da sub da impiegare in veste di "spazzini" marittimi per un giorno, alla caccia soprattutto di materiali inquinanti, come batterie, e contenitori di liquidi o gas. Partecipare alle operazioni in mare è relativamente semplice. Basta presentarsi sul posto attorno alle 8.30 muniti del brevetto da sub, della attrezzatura necessaria e della copia del certificato medico di abilitazione (anche non agonistica). L'adesione è gratuita. E per chi volesse dare una mano senza fare un bagno? Il tema è fattibile, in quanto l'evento richiede volontari da impegnare anche a terra, nella logistica o supportando i subacquei in diverse funzioni. Alla manifestazione hanno aderito inoltre i nuclei sommozzatori della Guardia di Finanza e dei Pompieri volontari. Alla fine dei lavori non mancherà l'assalto alla merenda sul campo. Per informazioni e adesioni, è attivo il numero 3356919561 e l'indirizzo maurizio.haligogna@gmail. com.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 20 settembre 2017

 

 

Rifiuti sulle spiagge - Al lavoro gli attivisti di "Greenpeace" - Situazione critica dopo le eccezionali sciroccate - decine di volontari mobilitati per la pulizia lungo le coste
SPALATO - La presenza della plastica rende sempre più difficile la situazione sulle spiagge croate, a causa di tonnellate di rifiuti che appaiono soprattutto durante le eccezionali sciroccate di fine estate e in autunno: è accaduto anche nei giorni scorsi, quando la costa è stata flagellata da scirocco e forte moto ondoso che hanno movimentato un ingente quantitativo di immondizie partito non solo dal Paese ma anche da Montenegro e Albania. Per questo è scattata una massiccia mobilitazione da parte di decine di volontari croati di Greenpeace, che nella Giornata internazionale della pulizia delle spiagge e dei fondali hanno ripulito la spiaggia Grabova, nel Parco nazionale dell'isola di Meleda (Mljet in croato), in Dalmazia, portando via decine e decine di sacchi di materiale aiutati da attivisti del Movimento per le isole della Croazia: non solo plastica ma anche tanti altri tipi di rifiuti. Lavoro uguale di pulizia è stato svolto dagli ambientalisti in contemporanea sulle spiagge delle isole di Pago, Solta e Brazza, così come a Spalato.Da Greenpeace è partito anche un appello: «Purtroppo - ha detto Mihaela Bogeljic, responsabile della campagna croata - aziende e cittadini lasciano parecchio a desiderare in fatto di coscienza ecologica, purtroppo la situazione è sempre grave malgrado il lavoro che portiamo avanti da anni». Per l'occasione sulla spiaggia di Meleda è apparsa anche una simbolica sirena, personificata da Suncana Paro Vidolin, a lanciare un appello affinché «l'Adriatico non si trasformi in uno stagno senza vita».Maja Jurisic, a capo del Movimento per le isole della Croazia, ha detto che in questo momento sono circa 1.455 le tonnellate di rifiuti di plastica che stanno galleggiando nel Mediterraneo, e in buona parte si trovano proprio nell'Adriatico. Jurisic ha ricordato il caso limite di alcuni anni fa, «quando una delle più belle spiagge adriatiche, quella di Sakarun sull'Isola Lunga, divenne irriconoscibile a causa dell'immondizia arrivata da meridione. Ci vollero settimane per rimetterla a posto».

Andrea Marsanich

 

 

Mercatini, escursioni e fattorie aperte a tutti - Domenica terza edizione di "Draga in festa"
Domenica torna per il terzo anno "Draga in Festa", evento promozionale a ingresso libero sull'agricoltura sostenibile, l'alimentazione e l'ambiente. Promossa e organizzata dall'associazione Bioest, la manifestazione si articolerà dalle 10 alle 18 in collaborazione con le realtà associative del territorio e con l'amministrazione comunale di San Dorligo. Si apriranno le porte di fattorie e case private, coinvolgendo gli ospiti in attività ed escursioni finalizzate alla conoscenzadi flora e fauna. Lo spirito dell'iniziativa è quello della convivialità e della condivisione, arricchite da un'attività ludica e informativa curata appunto dalle associazioni del territorio e con il contributo dei volontari Arci Servizio civile. Per tutta la giornata ci saranno banchetti informativi e promozionali e sarà allestito un mercatino di attività artigianali legate al territorio. Previsti incontri culturali, un'esposizione fotografica e, per i bimbi, attività ludiche (nella foto un incontro sul mangiare sano a Draga nel 2016).

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 19 settembre 2017

 

 

Diselgate, in Italia 1.250 morti - le emissioni "taroccate" hanno provocato migliaia di vittime

ROMA - Il surplus di emissioni dei veicoli diesel, rispetto a quanto dichiarato dalle case automobilistiche, ha causato in Italia 1.250 morti all'anno. A quantificare le conseguenze del Dieselgate sono l'Istituto meteorologico norvegese e l'istituto internazionale Liasa, in uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters da cui emerge che il nostro Paese è il più colpito di tutta l'Europa. Stando agli esperti, sono 425mila le morti annue riconducibili all'inquinamento dell'aria nei 28 Paesi dell'Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel e, di questi, 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori. In base allo studio, l'Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili generate dai veicoli diesel: 2.810 all'anno, di cui 1.250 legate al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. Seguono la Germania, con 960 decessi annui correlati agli ossidi di azoto in eccesso, e la Francia con 680. Dal lato opposto della classifica ci sono Norvegia, Finlandia e Cipro. Il triste primato della Penisola «riflette la situazione molto negativa dell'inquinamento specie nel Nord Italia, densamente popolato», spiega l'autore della ricerca, Jan Eiof Jonson dell'Istituto norvegese di meteorologia. Sempre secondo lo studio, se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri: 7.500 all'anno in Europa e a 1.920 in Italia.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 18 settembre 2017

 

 

Dal comico al politico - Tutti pazzi per i viaggi in sella alle due ruote
I vantaggi degli spostamenti in bici raccontati da ciclisti "vip" in occasione della Settimana Ue della mobilità sostenibile
È iniziata sabato la Settimana europea della mobilità sostenibile, un'occasione che ogni anno punta a promuovere l'uso delle bici e a sensibilizzare sui vantaggi degli spostamenti "green". Tanti i "testimonial" triestini della causa. Come Diego Manna, editore, scrittore, amante dei lunghi viaggi a pedali e tra gli organizzatori dell'evento sportivo Rampigada Santa. E come Antonio Parisi, anima degli eventi di Jotassassina. «Utilizzo sempre la bici, in estate ed inverno - racconta Parisi - sia di giorno sia di notte, per girare e muovermi anche tra i locali. È un mezzo comodo e il mio modello di bici rispecchia molto il mio carattere: vintage americano ed eccentrico». «La bici fa parte della mia quotidianità - dice Stefano Ceiner, speaker internazionale con base a Trieste - e la uso per percorrere i numerosi sentieri immersi nel Carso e anche per spostarmi in città, quando posso». Anche nel mondo politico la bici piace. «A dieci anni mi sono trasferito a Trieste e la prima cosa che ho portato con me è stata la bici - ricorda l'assessore ale Welfare Grilli - la trovo un mezzo meraviglioso e molto pratico. La uso costantemente per lavoro. Ci sono cose da migliorare, a partire dalla diffusione degli stalli, e piste ciclabili realizzate con criterio e capaci di assicurare collegamenti sicuri. Come giunta ci stiamo lavorando». «Nel 2017 ho totalizzato oltre 7.500 chilometri - sottolinea l'assessore al Personale Michele Lobianco - amo raggiungere e percorrere le strade d'Istria e quelle dell'altopiano, il piacere della libertà è unico. Per quanto riguarda la città, con la riqualificazione del Porto Vecchio ci sarà un itinerario ciclabile che, unito a quello delle Rive, darà una bella risposta agli utenti della bici». «La uso quotidianamente per spostarmi in città - dice anche la capogruppo del Pd Fabiana Martini - ma anche nel tempo libero e durante le vacanze. Con la famiglia ho fatto alcune bellissime ciclovacanze e il prossimo obiettivo è la Parigi-Londra. Cosa migliorare a Trieste? Mancano stalli, piste ciclabili, ma soprattutto una cultura degli spostamenti dolci». In molti usano la bici anche per lunghi viaggi, come il gruppo di amici "Ciclomonones", famosi per i tour goliardici su due ruote, come quello impegnativo da Trieste al Montenegro, o come il team rosa di "Fata la xe", che ha pedalato da Salisburgo al capoluogo giuliano. Si muove in bici in città anche l'attore e scrittore Alessandro Mizzi. Divertente poi il racconto di Maxino, che tra una canzone e l'altra confessa la passione recente per i pedali. «Mi tornava in mente "ciclicamente" - scherza - ed ogni volta mi scontravo con una dura realtà: vivo a Muggia, e per raggiungere casa devo fare una salita ripidissima. Avrei piuttosto fatto una raccolta firme per uno skilift. Poi un giorno, durante un appuntamento con Diego Manna, lo vedo arrivare a bordo di una bici elettrica. Ho pensato "Lui che va in giro per l' Europa pedalando, che ci fa su un "motorino?" E invece ho scoperto che tanto motorino sta cosa non è, mi sono lanciato e ne ho presa una, ora riesco a fare la famosa salita mortale di casa mia senza bisogno della rianimazione del 118. La uso molto, sia per portare in giro i bimbi, sia per fare la spesa. Non posso ancora andare a suonare con la bici perché la tastiera e l'impianto in spalla mi pesano ancora un po' troppo. Ma ci lavorerò. Magari - conclude il vulcanico cantante - bici elettrica e "precoliza", con muscolatura da incredibile Hulk e via, verso nuovi orizzonti».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 17 settembre 2017

 

 

La "fame" senza fine di stalli per motorini -
Pedonalizzazioni e cantieri come quelli in via Carducci e Santa Caterina hanno eliminato centinaia di posteggi. Il Comune: «Correremo ai ripari»
A Trieste aumenta costantemente il numero di motocicli - passati nel giro di cinque anni da 40mila a poco più di 48mila -, e gli stalli non bastano più. Anche perchè, tra cantieri che aprono in continuazione e pedonalizzazioni sempre più estese nel centro, i posteggi riservati alle due ruote si sono ridotti in maniera significativa. I numeri non riescono cioè a soddisfare la "fame" di parcheggi che rende la vita sempre più difficili al popolo degli scooteristi. Ad aver "mangiato", di recente, storici spazi dedicati in precedenza ai motocicli sono state due interventi di grande impatto: l'avvio della ristrutturazione dell'ex sede della Ras in piazza della Repubblica e il consolidamento delle volte sotterranee di via Carducci messe a rischio dal passaggio dei torrenti Chiave e Settefontane. La prima operazione, finalizzata a trasformare il prestigioso edificio in un lussuoso albergo targato Hilton, ha portato alla sparizione del posteggio ricavato nell'adiacente via Santa Caterina, vera e propria valvola di sfogo per il parcheggio dei mezzi a due ruote in centro storico. Il secondo cantiere invece, destinato peraltro a durare più del previsto a causa della precaria stabilità delle coperture, ha di fatto spazzato via tutti gli stalli a destra della carreggiata lungo via Carducci in direzione piazza Oberdan. E ci sono poi i progetti per la creazione delle isole pedonali. Come quella, "temuta" appunto da molti centauri, di via XXX ottobre, strada che ha di recente subito pure un altro "scippo": l'eliminazione del parcheggio che fino a qualche anno fa rispondeva all'esigenza di spazi in una parte della città dove la richiesta è grande. Perdite importanti, insomma, per una città che, secondo una recente classifica basata sui numeri forniti dal ministero dei Trasporti, conta la concentrazione di motocicli in rapporto alla popolazione più alta di tutto il Nordest, e l'ottava in Italia. «Siamo consapevoli di quanto nutrito sia a Trieste il parco motorini - commenta il vicesindaco Pierpaolo Roberti -. E sappiamo bene anche quanto sia forte l'esigenza di spazi. Ricordo però che anche per le auto mancano posti e non è facile cambiare radicalmente lo stato delle cose. La necessità di creare nuovi stalli è sentita e come amministrazione abbiamo già provveduto in tal senso a migliorare le cose. Abbiamo pianificato la creazione di 300 parcheggi per motorini quest'anno: cento sono già stati realizzati, per esempio in via Imbriani o in via Carducci, prima di svoltare su via Battisti. Altri duecento saranno ricavati nei prossimi mesi. Andranno in parte a soddisfare sicuramente il bisogno di soste, anche se sappiamo che di motorini ce ne sono davvero tanti, ma al momento nel centro cittadino abbiamo fatto il possibile, compatibilmente anche con i cantieri in atto». Dopo le 8 del mattino, a detta di chi si reca nel centro per lavoro, è impossibile trovare uno spazio. C'è chi racconta di girare anche venti minuti ogni giorno, prima di riuscire a parcheggiare, altri ammettono senza mezzi termini di cercare soluzioni "fantasiose" per creare uno spazio anche dove non c'è, altri ancora lasciano il motociclo in aree dove non si potrebbe comunque stazionare, ma che vengono ormai utilizzate abitualmente da tutti. Oltre alle vie più centrali, disagi vengono segnalati anche in piazza Oberdan e nelle vie vicine, dove a chi lavora nei tanti uffici presenti, si aggiungono gli studenti del vicino liceo Dante-Carducci, che possono contare su una parte pedonale sotto i portici, dove la sosta è lecita, ma di fatto non è sufficiente, con la conseguenza che i motorini invadono anche il marciapiede. Stessa situazione attorno a piazza Hortis, con la "guerra" tra studenti del Nautico e lavoratori della zona. Zona in cui, complice anche la pedonalizzazione di Cavana e via Torino, gli stalli da tempo non bastano più. Risultato? Sosta selvaggia in via san Michele, che spesso ostacola la circolazione delle quattro ruote. Le eccezioni però non mancano. In alcune zone, ad esempio piazzale Straulino (di fatto non troppo lontano dal cuore della città), o lo spiazzo dietro alla Tripcovich, risultano però spesso vuoti o semivuoti, a conferma del fatto che chi si muove in motorino punta a lasciarlo proprio davanti all'ufficio. Triestini amanti delle due ruote, quindi, ma pure parecchio pigri.

Micol Brusaferro

 

 

Dal forno alla lavatrice - Spunta vicino a Opicina l'ennesima discarica - I volontari di Sos Carso in azione dopo una segnalazione Fb
L'altipiano restituisce un'altra zona verde invasa dai rifiuti
OPICINA - Elettrodomestici, ferraglia varia, bidoni, secchi, vetroresina, vetri e chi più ne ha più ne metta. Questo il prodotto dell'inciviltà che purtroppo continua a regnare impunita sul Carso triestino, in questo caso a Opicina. Durante la prima uscita ecologica di settembre del gruppo di volontari Sos Carso, nella dolina sotto il monte Gurca, in zona Campo, vicino a via dei Volpi, è stato infatti rinvenuto un po' di tutto. Il "censimento" ce lo racconta Cristian Bencich, portavoce dei volontari triestini: «Nella prima giornata abbiamo raccolto un'infinità di ferri vecchi, antenne tv, metri e metri di cavi d'antenna, ma anche due frigoriferi, un boiler, un forno, una lavatrice, due bidoni di ferro, plastiche, vetri, vetroresina e sedici sacchi di immondizie varie». Tutto il materiale raccolto è stato accatastato dai volontari vicino alla prima strada utile per poter collocare un cassone per l'asporto. «Data la notevole mole di immondizie in questo lavoro, a turno, saremo impegnati noi di Sos Carso ed un gruppo di residenti della zona che parteciperanno in maniera attiva alla pulizia del sito - prosegue Bencich - quindi, meteo permettendo, contiamo di ripulire il tutto entro un mesetto, facendo turnazioni di un paio di orette a settimana». Attuato in base ad una segnalazione giunta alla pagina Facebook del gruppo, il lavoro di "repulisti" della dolina adiacente al bosco Burgstaller-Bidischini ha dunque riportato alla luce una discarica risalente, secondo i volontari, addirittura agli anni Cinquanta. Una dolina che tuttora viene utilizzata da gente incivile come discarica a cielo aperto.«Ci è stato riferito che questa discarica è già stata segnalata, più volte, alle istituzioni, ma evidentemente con scarsi o anche nulli risultati purtroppo. A questo punto è stato deciso di mettere in programma anche questo lavoro, confidando nell'aiuto di altri volontari e residenti», conclude Bencich. Quest'estate Sos Carso era salita alla ribalta soprattutto per la riqualificazione della vedetta Scipio Slataper. In due giorni di lavoro volontario una decina di persone aveva di fatto rimesso a nuovo il manufatto collocato sulla vetta del monte San Primo a 278 metri di quota sul livello del mare, in località Santa Croce, nel Comune di Trieste. La parte più evidente aveva interessato la totale cancellazione delle scritte vergate con lo spray sulle pareti bianche della struttura. Di forte impatto anche la riqualificazione della rosa dei venti con i punti cardinali, i nomi dei venti e tutte le varie località indicate, da Muggia a Capodistria, da Barbana ad Aquileia. Un grosso lavoro, come sempre volontario. Ma il gruppo Sos Carso è molto attivo soprattutto per quanto riguarda la raccolta di rifiuti abbandonati in tutto l'arco dell'altipiano carsico triestino, da Medeazza fino a Lazzaretto. «La situazione complessiva in Carso è piuttosto preoccupante - conclude Bencich - e noi, da volontari, facciamo il nostro, ma ci vorrebbe anche un intervento da parte delle istituzioni»

Riccardo Tosques

 

FAREAMBIENTE - «Abbandono di ingombranti a livelli critici - Più sorveglianza da parte delle istituzioni»
La situazione riguardante l'«abbandono dei rifiuti ingombranti a Trieste nonostante le azioni intraprese dall'azienda incaricata e dal Comune», resta «molto critica». Tra centri urbani e periferie verdi il leitmotiv non cambia. Parola del coordinatore di FareAmbiente Giorgio Cecco, che annota come continuino «costantemente le segnalazioni dei cittadini alla nostra associazione, confermate dai rilievi in loco dei volontari. Dal monitoraggio effettuato negli ultimi mesi si evidenzia che ciò avviene in particolare nelle zone periferiche e del semicentro in prossimità dei cassonetti». La richiesta agli «enti preposti» è di «un maggior impegno per incrementare sorveglianza e informazione».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 16 settembre 2017

 

 

PORTIS MEETING - Trieste progetta il super ufficio per la mobilità sostenibile
Sono tre gli obiettivi principali emersi a conclusione della tre giorni di "Trieste Portis Meeting", l'iniziativa europea che dopo Anversa ha toccato Trieste con la finalità di programmare e sperimentare soluzioni innovative di mobilità urbana sostenibile. Primo step da raggiungere è l'avvio di uno studio sulla mobilità attraverso l'elaborazione del Piano di mobilità sostenibile, poi lo sviluppo di applicazioni e programmi informatici per creare un'unica piattaforma fruibile da tutti i cittadini, per informazioni condivise in tema viabilità, aree perdonali o parcheggi, e infine la creazione di un ufficio unico di multigovernance, dove far confluire tutti i soggetti che in città si occupano di trasporti. Sul fronte delle novità tecnologiche saranno studiate, è stato precisato, anche idee in grado di raggiungere e coinvolgere gli anziani, che costituiscono un'ampia fetta della popolazione triestina. A trarre un bilancio dei vari incontri è stata ieri l'assessore comunale a Città e territorio Luisa Polli, insieme ai rappresentanti di altre città interessate dal progetto e dall'Ambassador di Trieste Portis, l'attore Lino Guanciale, che proprio in Porto vecchio ha girato una fiction. Il tema affrontato a Trieste è stato quello della comunicazione tecnologica, delle connessioni alle aree portuali e alla città, per fornire maggiori informazioni possibili per un utilizzo ragionato su come muoversi in modo "green" e coordinato, incentivando, ad esempio, l'utilizzo delle bici elettriche. Il progetto europeo "Civitas Portis" si concluderà entro il 2020. «Un'ulteriore sfida - ha rimarcato Polli - nel trovare soluzioni concrete sulla mobilità sostenibile quando la città sarà sede dell'Esof 2020, quale capitale europea della scienza, con quartier generale in Porto vecchio. Da qui la scelta in qualità di Ambassador di Lino Guanciale, interprete della fiction "La porta rossa", che ha contribuito a portare alla ribalta l'immagine di Trieste». Ieri mattina, sempre nell'ambito del progetto, oltre 400 studenti delle scuole medie sono stati guidati alla scoperta degli spazi del Porto vecchio.

di Micol Brusaferro

 

 

Gas Natural, avanzano i cinesi - Verso la stretta finale per la cessione degli asset italiani
MILANO - Stretta finale sulla cessione degli asset italiani di Gas Natural, che potrebbe realizzare un incasso vicino a 1 miliardo e una consistente plusvalenza in capo al bilancio della controllante spagnola (il valore di carico complessivo di tutte queste attività sfiora 450 milioni). A fare gola ai potenziali acquirenti, secondo Radiocor Plus, sono principalmente due asset: il quasi mezzo milione di clienti elettricità e gas e la distribuzione gas con circa 7.300 chilometri di rete e 460mila punti di riconsegna. Il termine per la presentazione delle offerte, che verranno raccolte dall'advisor Rothschild, è il 22 settembre. In realtà, negli ultimi giorni sembra prendere sempre maggiore consistenza l'ipotesi di un'offerta per tutto il pacchetto da parte del fondo cinese Shanghai DaZhong, che sul dossier è assistito da Macquarie: fonti accreditate parlano di un «reale interesse» per gli asset di Gas Natural e in generale per il Paese Italia. Per quanto riguarda invece i singoli asset, sui clienti (459mila residenziali e 19mila imprese), che fanno capo a Gas Natural Vendita Italia (iscritta nel bilancio 2016 della holding Gas Natural Fenosa International Sa per 56,9 milioni) si annuncia una lotta serrata tra due big come Edison ed Engie con A2A più defilata: sul mercato si ipotizzano offerte che potrebbero oscillare tra 200 e 250 milioni di euro. Sulla distribuzione gas, che fa capo a Nedgia spa e nel bilancio spagnolo vale 381 milioni, si prospetta un testa a testa tra Italgas e 2i Rete Gas. Per quanto riguarda gli altri asset, cioè il progetto per il rigassificatore di Trieste, la holding servizi e la fornitura gas ventennale che dovrà arrivare dall'Azerbaijan grazie al futuro Tap, gli esperti stimano un valore molto ridotto (pochi milioni) visto che si tratta di due progetti sulla carta. È plausibile, tuttavia, che nel caso di uno spezzatino Gas Natural chiederà ai vari acquirenti di rilevare anche questi asset.

 

 

Campo di mais devastato dalle nutrie - La denuncia del proprietario di un terreno vicino all'Ospo: «Sono un problema ma niente crudeltà. Vanno sterilizzate»
MUGGIA - «Mi complimento con il comitato "salva nutrie" di MujaVega per le 629 firme raccolte per salvare degli animali non autoctoni: peccato che non abbiano pensato di "salvare" anche gli agricoltori dal danno provocato da questi animali». Danilo Savron, ex consigliere comunale muggesano della Slovenska skupnost, descrive i danni provocati dalle nutrie, testimonianza che, di fatto, rappresenta il primo episodio "ufficiale" avvenuto nel territorio rivierasco protocollato al Comune. «Ho un appezzamento di 3mila metri quadrati vicino al rio Ospo, completamente recintato, sul quale semino varie colture: tra queste anche del mais, su circa metà del terreno, che è stato completamente distrutto dalle nutrie» racconta Savron. A conferma di quanto affermato ci sono le immagini dei campi quasi completamente sradicati. Savron ha dunque ricordato le parole dell'assessore alla Polizia locale di Muggia, Stefano Decolle, che aveva evidenziato come non erano mai state registrate ufficialmente denunce da parte dei muggesani per danni a coltivazioni private provocati dai castorini. «Ho invitato la prima cittadina Laura Marzi a recarsi personalmente sul posto per verificare il danno prodotto da questi animali. Purtroppo a causa di altri impegni non ha potuto fare il sopralluogo. Direi che le immagini parlino da sole», tuona Savron. A quanto ammonta il danno procurato? «Grazie alle nutrie non sono riuscito a salvare nemmeno la semenza del mais autoctona, vecchia più di cent'anni». Sulla vicenda è intervenuta l'assessore all'Ambiente, Laura Litteri: «Questa testimonianza ancora di più conferma il mio pensiero sulle nutrie. Questi animali, non autoctoni ma importati, costituiscono un problema in quanto si riproducono senza avere nemici naturali e quindi la loro crescita va controllata, evitando però inutili crudeltà. Sono favorevole dunque alla loro sterilizzazione». Intanto la petizione popolare dell'associazione animalista MujaVeg è arrivata sulla scrivania del presidente del Consiglio regionale Franco Iacop. Cristian Bacci, responsabile di MujaVeg, rimarca la convinzione di trovare una soluzione non cruenta nei confronti dei castorini: «In base all'attuale legge regionale di fatto è concesso l'uso di armi da sparo oppure di trappole e successivo abbattimento dell'animale mediante narcotici o armi. Noi siamo favorevoli a metodi ecologici non cruenti, che vanno quindi utilizzati in via prioritaria». In evidenza, ancora una volta, la linea guida per il controllo della nutrie dell'Ispra, che prevede uno studio per individuare e testare sistemi per ridurre le capacità riproduttive delle nutrie riducendo la fertilità degli animali. Ed è proprio notizia di questi giorni che una cucciolata di nutrie è stata individuata lungo gli argini del rio Ospo, forse l'ultima, a Muggia, prima dell'intervento della Regione.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 15 settembre 2017

 

 

Siderurgica Triestina: «Nessuno sversamento in mare dalla Ferriera»
Siderurgica Triestina replica al Comune scrivendo di voler fare chiarezza riguardo notizie ritenute «strumentali». L'azienda - riporta una nota - «ha sempre comunicato agli enti ed al Commissario straordinario per l'area della Ferriera i lavori svolti e da svolgere». Ciò premesso - prosegue il comunicato - «non esistono sversamenti a mare». La società «ha avviato ogni processo per migliorare i requisiti dello stabilimento, e di conseguenza della qualità della vita dei cittadini nel circondario, dal giorno dell'insediamento del gruppo». Nel 2015 nel 2016, e tuttora 2017, lo stabilimento «ha mantenuto attivo il proprio sistema di emungimento e trattamento delle acque di falda mediante uno specifico impianto appositamente realizzato che prevede disoleazione, filtrazione e assorbimento su carboni attivi con riutilizzo delle acque nel processo produttivo senza alcuno scarico in mare. L'attività di emungimento e la progressiva pavimentazione e coperture - prosegue - «ha visto diminuire drasticamente il numero dei piezometri contaminati (da 19 a 2) toccando minimamente l'area interessata, sensibilmente ridotta rispetto all'area di contaminazione iniziale». Questa area interessata è una fascia in corrispondenza del piezometro PZ2 e chiamato "Hot Spot", per il quale l'azienda ha «effettuato una asportazione di diverse decine di mc di terreno contaminato, definito puntualmente l'area di contaminazione, effettuato una intensa campagna di monitoraggio, realizzato puntualmente la barriera idraulica così come autorizzata». Gli unici scarichi a mare - argomenta l'azienda - sono quelli autorizzati e previsti dall'Aia del gennaio 2016. «Tali scarichi vengono campionati con frequenza trimensile e non evidenziano alcun valore superiore ai limiti autorizzati e previsti dalla normativa vigente per gli scarichi in acque superficiali». Con riguardo alla tempistica Siderurgica Triestina risponde al Comune che in questi giorni sono in corso le prove di emungimento così come definite dal progetto approvato nella conferenza dei servizi del 19 ottobre 2016. «Si prevede l'avvio dell'emungimento a breve al termine delle prove che forniranno gli ultimi elementi progettuali». Sempre in tema Ferriera, interviene l'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito. «La fermata dell'altoforno comunicata dall'azienda giunge dopo i provvedimenti con i quali la Regione, a seguito del peggioramento dei valori rilevati dai deposimetri dell'Arpa, aveva ordinato l'immediata limitazione della produzione», ha dichiarato l'esponente della giunta Serracchiani, in seguito all'avvio delle operazioni di fermata per manutenzione straordinaria dell'impianto siderurgico. «Va sottolineata ancora una volta - prosegue Vito - la costante attenzione che la Regione, avvalendosi anche del supporto tecnico di Arpa Fvg, rivolge all'impianto servolano».

 

 

Nasce il Geoparco del Carso - Cabina di regia alla Regione - Firmato il protocollo d'intesa con dodici Comuni dei territori triestino e isontino
Collaborazione con cinque Municipi sloveni. Tra gli obiettivi le ricadute turistiche
TRIESTE - Geoparco del Carso atto primo. Con la firma posta ieri dall'assessore regionale per l'Ambiente, Sara Vito, in calce al Protocollo d'intesa per l'istituzione di un geoparco sul territorio del Carso classico italiano, che vede tra i sottoscrittori i Comuni di Doberdò del Lago, Duino Aurisina, Fogliano Redipuglia, Monfalcone, Monrupino, Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Dorligo della Valle - Dolina, San Pier d'Isonzo, Savogna d'Isonzo, Sgonico e Trieste, prende corpo una delle più importanti iniziative a favore dello sviluppo di quell'immenso patrimonio paesaggistico, storico e culturale che vive e pulsa a cavallo del confine fra Italia e Slovenia. «Con questa firma - ha detto Sara Vito - gli enti locali danno mandato alla Regione di redigere la proposta dell'Atto di istituzione del geoparco regionale, che delineerà, in modo dettagliato, i confini dell'area interessata, gli orientamenti di sviluppo e di tutela locale, oltre che gli aspetti finanziari della gestione». Sul piano tecnico, un geoparco è un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare e una strategia di sviluppo sostenibile in tal senso. I vantaggi per il territorio di averne uno sono la possibilità di una valorizzazione senza vincoli, il riconoscimento dell'eccellenza, il potenziale rappresentato dello sviluppo di un turismo sostenibile, il notevole aumento delle possibilità di fruire di fondi comunitari. Attualmente, in Europa esistono 64 territori appartenenti alla rete mondiale dei geoparchi, dieci di essi sono in Italia. Quello del Carso classico avrà una caratteristica che lo renderà unico in tale contesto: sarà il solo a essere transfrontaliero. «La prospettiva prefigurata nel Protocollo è di ampiezza internazionale - ha confermato a questo proposito Vito -, all'articolo 6 è prevista la partnership della Regione per il geoparco transfrontaliero con il Comune di Sesana, rappresentante dei cinque Municipi della parte di Carso slovena. L'obiettivo - ha spiegato ancora l'assessore - è poi di entrare in futuro nella rete mondiale dei geoparchi, sotto il patrocinio dell'Unesco. Si tratta perciò di un percorso - ha precisato - che vede il territorio unito per far conoscere al mondo il nostro Carso classico, oltre che per valorizzare l'ambiente e generare ricadute positive in termini di sviluppo sostenibile, realizzando al contempo un grande progetto di educazione ambientale rivolto ai più giovani. Un passaggio fondamentale per arrivare al Protocollo di oggi - ha concluso l'assessore - è stata l'adozione della legge regionale 15 del 2016, finalizzata a valorizzare le geodiversità, il patrimonio geologico e speleologico e le aree carsiche». Luisa Polli, assessore all'Ambiente del Comune di Trieste, ha detto che «questa sarà anche l'occasione per valorizzare patrimoni che le giovani generazioni magari non conoscono, come il Carso classico». Sandy Klun, sindaco di San Dorligo della Valle, ha evidenziato «l'importanza della collaborazione con i Comuni sloveni, in particolare con quello di Sesana». Massimo Romita, assessore a Duino Aurisina, ha ricordato che «il Protocollo è il miglior viatico in vista del 2021, che sarà l'anno del Carsismo, per il quale ci prepareremo nella maniera più adeguata». Monica Hrovatin, sindaco di Sgonico, ha definito la nascita del Geoparco «il migliore strumento per aumentare il potenziale dell'iniziativa transfrontaliera»

Ugo Salvini

 

 

«Biodigestore, il progetto resiste» - L'assessore Litteri: «Vogliamo l'impianto di raccolta dei rifiuti organici a Muggia»
MUGGIA - «È nelle nostre intenzioni realizzare un biodigestore a Muggia cercando di coinvolgere anche i comuni limitrofi della Slovenia». L'assessore all'Ambiente Laura Litteri torna con forza sulla questione dell'impianto di raccolta dei rifiuti organici, progetto voluto dall'amministrazione Nesladek che sembrava essersi arenato con la nuova giunta Marzi. Litteri - ricordando come si fosse già occupata del problema ben prima della nomina ad assessore, elaborando all'interno di un gruppo di lavoro del Pd una proposta di raccolta porta a porta nella quale era stato inserito il trattamento dell'umido in un impianto di biodigestione - ha confermato così le intenzioni: «Fin dal giorno seguente all'insediamento della giunta Marzi ci siamo impegnati a portare avanti il progetto dell'impianto di trattamento dell'umido. Ad oggi abbiamo avuto tre incontri con la Nre, la società proponente la costruzione dell'impianto. È quindi assolutamente falso sostenere che il progetto non rientri più negli interessi dell'amministrazione». Evidenziando come la Net, la società friulana che si occuperà della raccolta dei rifiuti porta a porta a Muggia, diventerà effettivamente proprietaria dei rifiuti stessi, Litteri spiega il perché del momento di stallo sulla realizzazione della struttura, che porterebbe a Muggia decina di posti di lavoro: «L'unico motivo che al momento sta bloccando il progetto è che portare le frazioni di verde e umido al biodigestore, alle condizioni proposte, costerebbe di più. Saremmo ben felici di conferire l'umido in un impianto vicino alla nostra città, anche per seguire quelle che sono le indicazioni regionali in materia di smaltimento dei rifiuti, ma ciò, nell'interesse dei cittadini, non può essere più costoso di quanto stiamo pagando adesso». Comune, Net e Nre stanno dunque andando avanti: «Siamo in continuo contatto, sperando magari si possa arrivare ad una soluzione più amplia, coinvolgendo anche i comuni limitrofi della Slovenia nel conferimento dei rifiuti organici al futuro biodigestore». Poi la replica al consigliere Roberta Tarlao (Meio Muja), che aveva fortemente criticato l'operato dell'assessore Pd chiedendone le dimissioni. Così Litteri: «È falso che il costo dell'attuale servizio di smaltimento della Net risulti più caro di 29 euro a tonnellata rispetto a quello proposto dalla Nre. Anzi, pur considerando il trasporto, il costo proposto risulta comunque più elevato. Le cifre riportate dalla consigliera Tarlao non sono attuali e se si fosse presa la briga di andare ad informarsi negli uffici competenti, come sarebbe suo dovere di consigliere, prima di chiedere le mie dimissioni, le sarebbe stata spiegata, numeri alla mano, la situazione attuale».

Riccardo Tosques

 

 

Muggia - Politiche sulla mobilità - M5S attacca la giunta

Secondo il consigliere Emanuele Romano (M5S) «il Comune di Muggia non deve aderire alla Settimana europea della mobilità». Una provocazione che Romano collega alle scelte fatte dalla giunta, quali «le restrizioni alla circolazione delle bici in centro, la creazione di nuovi parcheggi e l'assenza di poste di bilancio dedicate alla mobilità sostenibile».

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 14 settembre 2017

 

 

OGM E SENTENZA CORTE DI GIUSTIZIA. SERENA PELLEGRINO (SI) : POLEMICHE INUTILI, HO PIU’ PAURA DELLE CONSEGUENZE DEL CETA SULLA SICUREZZA DELL’AGRICOLTURA E PER LA TUTELA DELLE ECCELLENZE AGROALIMENTARI ITALIANI.
LE QUESTIONI POSTE DALLA CORTE NON RIGUARDANO I DIVIETI OGM VIGENTI MA EVENTUALI PROVVEDIMENTI DI EMERGENZA NEGLI STATI MEMBRI.
"Sono molto più preoccupata delle conseguenze prodotte dall’approvazione del CETA sulla sicurezza e sulla qualità dei prodotti agro alimentari italiani che dalla sentenza della Corte di giustizia europea sulla faccenda Fidenato e mais OGM in Friuli, variamente e strumentalmente lanciata come una crisi al saldo sistema OGM FREE italiano. La crisi non esiste e abbiamo gli strumenti per continuare il buon lavoro già iniziato per vietare sementi OGM dai nostri campi e pure dalle nostre tavole.
Lo afferma la parlamentare Serena Pellegrino ( Sinistra Italiana) vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati.
“Il divieto alla coltivazione in Italia delle varietà di mais OGM autorizzate in UE e’ vigente e rintracciabile in maniera inequivocabile nelle norme italiane e nella serie di specifici atti indirizzati e accolti dall’Unione Europea.
La sentenza della Corte di giustizia europea si riferisce ad un procedimento penale collegato alla violazione del divieto a coltivare mais OGM MON 810 stabilito dal decreto interministeriale del 2013 e risponde ad una questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Udine.”
“Più specificatamente interviene sulle misure assunte da uno Stato membro, relative a divieti OGM assunti in condizione di emergenza e sulla base del principio di precauzione, sul comportamento che il giudice nazionale debba tenere quando sia chiamato a valutare la legittimità di tali misure, e sul fatto che la Commissione europea non è tenuta ad adottare misure di emergenza qualora uno Stato membro la informi ufficialmente sulla la necessità di adottare tali misure se non sia manifesto che il prodotto oggetto della misura, può presentare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente.
Dal 2016 è vigente il DECRETO LEGISLATIVO 14 novembre 2016, n. 227, attuativo della direttiva (UE) 2015/412, che concerne la possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati (OGM) sul loro territorio.
L’Italia dunque ha definito le procedure per limitare o vietare la coltivazione di tutti gli organismi geneticamente modificati sul territorio nazionale. Sulla base di queste norme il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e il Ministro della salute, dopo il parere positivo della Conferenza Stato-Regioni, ha trasmesso alla Commissione europea le richieste di esclusione dall’ambito geografico delle domande di autorizzazione già concesse o in via di concessione per sei mais geneticamente modificati, che sono state tutte accettate."
Conclude Pellegrino: "Quindi il problema non è discutere le modalità dell’emergenza e per di più con riferimento ad un contesto normativo, italiano e comunitario, completamente evoluto sulla spinta dei cittadini europei No OGM .
Quello che intendiamo conoscere, quanto prima, è a che punto siano le procedure per stabilire divieti di coltivazione di sementi ogm di altre specie vegetali coltivate nelle campagne italiane."
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 14 settembre 2017

 

 

L'Europa gela l'Italia «Non può impedire le coltivazioni ogm» - Il verdetto

Secondo i giudici , qualora non sia accertato un pericolo per la salute umana, degli animali o per l’ambiente, gli stati UE non possono dire stop
TRIESTE - La Corte di giustizia europea bacchetta l'Italia sugli ogm, partendo da un caso "Made in Friuli Venezia Giulia". Tanto i coltivatori italiani quanto il governo e la Regione Fvg, però, assicurano che la coltivazione di piante geneticamente modificate è vietata e tale resterà. La sentenza, emessa ieri, parte dalla vicenda di Giorgio Fidenato, l'agricoltore che nel 2014 piantò mais ogm e fu perseguito penalmente per aver violato un decreto interministeriale che ne vietava la coltivazione. I giuristi europei hanno stabilito che, qualora non sia accertato che un prodotto geneticamente modificato possa comportare un grave rischio per la salute umana, degli animali o per l'ambiente, né la Commissione né gli Stati membri hanno la facoltà di adottare misure di emergenza quali il divieto della coltivazione, come fece l'Italia nel 2013. Quel decreto, afferma in sostanza la Corte, non era legittimo perché il "principio di precauzione" deve basarsi sulla certezza dell'esistenza del rischio, altrimenti non permette di eludere o di modificare le disposizioni previste per gli alimenti geneticamente modificati. Ma la posizione della Corte non convince tutti. In seguito a una direttiva approvata nel 2015, infatti, i Paesi membri possono vietare la semina di Ogm anche se autorizzata a livello Ue: l'Italia è tra i 17 Stati membri che hanno scelto questa possibilità. Lo ricorda la Coldiretti, il cui presidente Roberto Moncalvo aggiunge: «Per l'Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell'omologazione e il grande nemico del "Made in Italy"». La sigla sottolinea poi che «quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) si oppongono oggi al biotech nei campi che in Italia è giustamente vietato in forma strutturale dalla nuova normativa». Sulla stessa linea anche il presidente regionale dell'associazione, Dario Ermacora. E pure la Regione Fvg. L'assessore alle politiche agricole Cristiano Shaurli dichiara: «In Italia le coltivazioni Ogm sono e restano vietate. Le battaglie individuali e attualmente anacronistiche sono argomenti che non possono riguardare gli interessi generali di una regione. La sentenza della Corte di giustizia europea, riguardante il singolo caso - che tra l'altro aveva risvolti di tipo penale - dell'agricoltore friulano, fa riferimento a norme abbondantemente superate dalla legislazione vigente». L'assessore ricorda ancora che l'Italia è fra i Paesi che «hanno richiesto e ottenuto l'esclusione dal loro territorio della coltivazione di sei varietà di mais, fra cui il Mon810». Le battaglie giudiziarie compiute dall'agricoltore Fidenato, conclude Shaurli, «si rivelano ora anacronistiche poiché fanno riferimento ad uno scenario che in questo momento è totalmente diverso. In Italia la coltivazione di mais Ogm è vietata. Finché questo orientamento non cambierà, nessuno potrà piantare mais transgenico in Friuli Venezia Giulia». Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia coglie la palla al balzo per tracciare un quadro a tinte fosche del futuro italiano, «schiavo delle multinazionali»: «Sulla base di questa sentenza i consumatori saranno ridotti a vere e proprie cavie, sulle quali sperimentare se gli Ogm fanno male o no. Per contrastare tale pericolosa assurdità mi auguro nasca un vasto movimento di popolo, composto da tutti coloro che hanno a cuore il valore della biodiversità e delle produzioni agricole tipiche». Incalza ancora Zaia: «Un grave assist alle multinazionali in un quadro generale nel quale il mondo scientifico è spaccato in due, tra chi valuta non pericolosi i prodotti geneticamente modificati e chi invece ne asserisce la rischiosità. Gravissimo è il danno che ne riceveranno l'Italia e il Veneto, rispettivamente con quattromilacinquecento e 350 prodotti tipici di alta qualità, che rischiano di essere spazzati via». Il presidente del Veneto auspica dunque un movimento di popolo, dicendo che «questa è l'Europa che non ci piace». L'attacco di Zaia non piace al ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, che spiega: «Il governatore Zaia dovrebbe sapere che non potranno essere coltivati Ogm in Italia. Grazie al lavoro fatto dal 2014 siamo riusciti ad ottenere nuove norme europee che consentono legittimamente agli Stati di vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati. Cosa che l'Italia ha già fatto. È un risultato importante a tutela del nostro patrimonio unico di biodiversità». Sul tema intervengono anche i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Agricoltura di Camera e Senato: «Con questa sentenza viene calpestato il principio di precauzione, uno degli strumenti pilastro in difesa dell'ambiente e della salute dei Paesi membri e baluardo della normativa Ue contro i trattati di libero scambio come Ceta e Ttip». Spiegano ancora i parlamentari che «dal punto di vista operativo e legislativo non cambia nulla» per le ragioni sopra espresse, ma che la sentenza «ha dimostrato come sia pericoloso affidarsi al solo principio di precauzione, che per l'Unione europea è un concetto troppo labile, come abbiamo da sempre segnalato nelle nostre mozioni, interrogazioni e risoluzioni sul tema». Canta vittoria, per le stesse ragioni, l'associazione Luca Coscioni, di cui Fidenato è un iscritto. Scrive la Coscioni in un comunicato: «La decisione della Corte del Lussemburgo sull'atto di disobbedienza civile di Fidenato solleva l'enorme problema politico generale della necessità di porre al centro delle decisioni normative e politiche le evidenze scientifiche». Da adesso in poi, spiega, «non basterà invocare il "principio di precauzione" per proibire, ci vorranno delle evidenze scientifiche. Una decisione potenzialmente rivoluzionaria».

Giovanni Tomasin

 

«La battaglia continua - Ora mi risarciscano» l'intervista
TRIESTE - Si definisce un anarco-capitalista, «perché nessuno deve poter aggredire le persone per impossessarsi della proprietà altrui, nemmeno lo Stato quando esige il pagamento delle tasse». La sentenza della Corte di giustizia europea l'ha decretato vincitore di una battaglia, «ma non dell'intera guerra». Per questo Giorgio Fidenato, l'agricoltore friulano che nel 2014 e nel 2015 aveva deliberatamente seminato granoturco con il Dna modificato nella sua azienda di Vivaro, non arretra di un millimetro e rilancia: «Domani (oggi, ndr) comunicherò in una conferenza stampa, a Colloredo di Montalbano, come mi comporterò da qui in avanti». Fidenato, si aspettava questa sentenza?Ero moderatamente ottimista. A febbraio ero stato chiamato a Bruxelles, assieme al mio avvocato (Francesco Longo del Foro di Pordenone, ndr), per prendere parte a un dibattimento e già allora le cose sembravano poter prendere una piega positiva, dal momento che era emerso nettamente che alla base dei procedimenti penali a mio carico c'erano delle motivazioni politiche e non di carattere scientifico. Adesso cosa cambia? La mia posizione viene notevolmente alleggerita, ma in questo Paese rimangono vietate le coltivazioni Ogm. Bruxelles ha dichiarato illegittimo il decreto ministeriale del 2013, ma nel frattempo nel 2015 è stata approvata una direttiva che permette ai Paesi membri di vietare la semina Ogm anche quando questa è autorizzata a livello di Unione europea.Quale sentimento prevale in lei dopo questo pronunciamento?Non ho nessuno spirito di rivalsa. Il concetto di vendetta non mi appartiene. Mi dispiace solamente che i soldi dei contribuenti vengano buttati via in questa maniera. Lo sa quanto è costata alla collettività questa battaglia? No, me lo dica... Solo per sequestrarmi il granoturco, nel 2014, sono intervenute nella mia azienda un centinaio di persone, fra carabinieri, guardie forestali e finanzieri. Per bruciarlo nell'inceneritore di Trieste, poi, hanno buttato via seimila euro. Adesso cosa farà?Non mi sbilancio prima della conferenza stampa. Dico solo che non posso tollerare l'ignoranza e l'arroganza delle persone che vogliono prevaricare a tutti i costi. Questi atteggiamenti mi spingono ad andare avanti. In ballo ci potrebbe anche essere una richiesta di risarcimento?Certamente sì. Lo Stato deve pagare per quanto ho subito. Ci rimetterà nuovamente la collettività?Purtroppo sì, anche se è giunto il momento che i politici che firmano delle leggi che sono palesemente contrarie ai trattati europei si assumano la propria responsabilità civile, come accade a qualsiasi cittadino quando sbaglia. Per cosa sente di dover essere risarcito?I danni materiali sono poca cosa: si tratta sostanzialmente del mais andato distrutto. I danni morali sono stati quelli più pesanti, dal momento che mi hanno dipinto come uno sciagurato che non rispetta le leggi. Si sente il simbolo di una battaglia?Magari lo fossi. Magari gli agricoltori seguissero il mio esempio. In tanti mi appoggiano, ma hanno ancora paura. Eppure la libertà non viene regalata, bisogna conquistarsela. Lo sosteneva anche Gandhi: quando un provvedimento è iniquo, non va rispettato. Parla già come un capopopolo... Non ho questa ambizione, non voglio imporre la mia visione agli altri e non penso di salvare l'umanità. Deve essere il consumatore a decidere se comprare o no un mio prodotto. Io devo poterlo coltivare liberamente e dopo spetta al mercato promuoverlo o bocciarlo: alla faccia di certi totalitarismi. A cosa allude? Ai politici, quelli del Movimento 5 Stelle e quelli della Lega Nord. Io sono per delegittimare la politica che vuole imporre le proprie decisioni ai cittadini, togliendo loro la libertà. Suona un po' come un elogio all'anarchia... L'anarchia non è assenza di regole, ma è l'assenza di un padrone.

Luca Saviano

 

I CONSUMATORI - «La ricerca deve dare risposte»
TRIESTE - L'opinione di Barbara Puschiasis, presidente regionale della Federconsumatori, è articolata e chiede di non essere ingabbiata in una categoria schierata a favore o contro gli ogm. «Il discorso è complesso - spiega - e non si può liquidare con un semplice sì o no. Per noi sono prioritari la salute dei consumatori, l'ambiente che li circonda e la qualità di ciò che finisce sulle loro tavole». Spetta alla ricerca scientifica «dare delle risposte chiare sui possibili danni derivanti dagli ogm». L'Europa, a differenza degli Usa, utilizza il principio della precauzione. «Se un prodotto può essere potenzialmente pericoloso - rileva Puschiasis - non viene messo in circolazione. Credo che questo principio rimanga validissimo ed è la stessa sentenza della Corte di giustizia europea ad affermarlo».

(lu.sa.)

 

IL PRODUTTORE - «Tuteliamo le varietà locali»
TRIESTE - «In Italia abbiamo un patrimonio di biodiversità che ci invidia tutto il mondo. Pensiamo a recuperare, a tutelare e a valorizzare le varietà locali che, al contrario degli ogm, rappresentano il futuro e sono migliori dal punto di vista nutrizionale». Luigi Faleschini da quasi trent'anni produce a Pontebba ortofrutta biologica. La sua posizione, per cultura e vocazione professionale, è contraria a quella del collega Giorgio Fidenato. «Le colture locali - spiega - hanno già sviluppato nei secoli la loro resistenza e infatti si adattano molto bene al territorio di origine. Non è necessario avventurarsi nel campo delle modificazioni genetiche, anzi, può essere pericoloso. Vanno inoltre tutelati gli agricoltori che potrebbero venire danneggiati dai pollini ogm».

(lu.sa.)

 

LO SCIENZIATO - «Una vittoria del buonsenso»
TRIESTE - «Quella della Corte europea è una sentenza che dà ragione al buonsenso». Mauro Giacca, direttore generale dell'Icgeb, si schiera dalla parte degli ogm. «I presunti pericoli derivanti dal loro consumo - le sue parole - sono stati smentiti dal passare del tempo. Miliardi di pasti composti da prodotti ogm finiscono sulle tavole delle persone ogni anno e in tutto il mondo, eppure non è mai stato evidenziato scientificamente alcun problema per la salute di chi li consuma». Per Giacca il ricorso alle coltivazioni ogm rappresenta «l'unica soluzione sostenibile per sfamare un pianeta che ha una popolazione di oltre sette miliardi di persone». «Il dibattito sugli ogm in atto in Europa - conclude - fa ridere in America, Asia e Africa. Per la salute non c'è discussione: gli ogm non fanno male».

(lu.sa.)

 

La grande distribuzione - «Multinazionali da limitare»
TRIESTE - Fabio Bosco, titolare assieme al fratello dell'omonimo gruppo che si occupa della grande distribuzione alimentare, ha una visione pragmatica rispetto alla questione ogm. «Non sono contrario tout court - spiega -. Gli ogm permettono di sfamare milioni di persone, dal momento che si sono rivelati resistenti, ad esempio, alle condizioni climatiche avverse delle zone desertiche». A Bosco non piace, però, che il controllo delle manipolazioni genetiche rimanga nelle mani delle multinazionali. «Sono loro a disporre dei brevetti degli ogm - continua - ed è così che si rischia di perdere la tipicità di alcuni prodotti. Se in Italia si ritenesse utile lo sviluppo di un determinato ogm, mi piacerebbe che lo studio e il brevetto venissero portati a termine direttamente nel nostro Paese».

(lu.sa.)

 

L'ATTIVISTA - «Conseguenze alimentari»
TRIESTE - Luca Tornatore, attivista e ricercatore, è contrario agli ogm. «Si deve adottare un minimo principio della precauzione, per quanto riguarda l'impatto degli ogm sulla salute - le sue parole -. L'onere della prova spetta a chi sceglie di attivare una determinata produzione per business. Non lo devono dimostrare i consumatori con il proprio corpo». Secondo Tornatore la questione ogm rischia di trasformarsi in una sorta di privatizzazione alimentare. «Ridurre la varietà a una o due specie - spiega - può avere delle conseguenze dal punto di vista ecologico e alimentare». L'attivista triestino chiama in causa l'Onu, «che ha riconosciuto come gli ogm non abbiano un livello di produttività maggiore rispetto ad altre tecnologie di produzione no ogm. Allora a cosa servono?».

(lu.sa.)

 

L'ASSOCIAZIONE - «Ok contro la fame nel mondo»
TRIESTE - «Il nostro no agli ogm è dettato da opportunità economiche e culturali. Non è un pregiudizio nei confronti della scienza». Edi Bukavec, segretario dell'Assoagricoltori Fvg, contestualizza geograficamente il dibattito. «Non siamo favorevoli alla loro introduzione - spiega - perché preferiamo che venga valorizzata la biodiversità di questo territorio e la qualità dei suoi prodotti. Stiamo dalla parte del Terrano e della Vitovska». Bukavec ci tiene però a precisare che «la ricerca scientifica deve andare avanti», soprattutto se questa riesce a contrastare la piaga della fame nel mondo. «Siamo favorevoli - afferma - se la manipolazione genetica consente, ad esempio, di ottenere un frumento resistente alle condizioni climatiche avverse, così da sfamare le popolazioni povere».

(lu.sa.)

 

Ambiente - Patto Regione-sindaci per il Geoparco del Carso

Oggi nel palazzo della Regione alle 11 l'assessore regionale ad Ambiente ed Energia Sara Vito e i sindaci di Trieste, Monfalcone, Doberdò del Lago, Duino Aurisina, Fogliano, Redipuglia, Monrupino, Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Dorligo, San Pier d'Isonzo, Savogna e Sgonico sottoscriveranno il protocollo d'intesa per l'istituzione di un Geoparco sul territorio del Carso.

 

 

La noce di mare mette in allarme la pesca - Giunta in Adriatico si nutre di uova e larve di pesci. La nave dell'Ogs in missione per studiarla
TRIESTE - Non presentano cellule urticanti come le meduse, sono innocue a contatto con l'epidermide. Ma le cosiddette noci di mare, che sempre più stanno invadendo l'Adriatico (conosciute anche come comb jelly o sea walnut), hanno un impatto negativo sull'ecosistema e sul comparto ittico. Lo spiega uno studio pubblicato dal Journal of Sea Research da un team scientifico internazionale di cui fanno parte alcuni ricercatori dell'Istituto nazionale di Oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste. Per studiare ulteriormente questi organismi gelatinosi salperà oggi da Trieste la nave da ricerca Ogs Explora per una spedizione scientifica nell'Alto Adriatico sino a domenica. Le noci di mare «sono animali marini planctonici carnivori, quasi trasparenti eluminescenti», spiega Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Ogs: «Originaria delle coste atlantiche americane, la specie è comparsa per la prima volta in Europa nel Mar Nero a inizio anni '80, trasportata dalle navi tramite le acque di zavorra. Ed è poi proliferata tanto da creare gravi danni al settore della pesca in quanto vorace predatore di zooplancton, uova e piccole larve di pesci, soprattutto di acciuga».Nel golfo di Trieste è stata segnalata per la prima volta nel 2005, ma solo nell'estate 2016 si è verificata una vera esplosione demografica, con presenze massicce nella laguna di Marano e Grado, lungo il litorale ovest dell'Istria e tutte le coste adriatiche italiane, fino a Pescara. Le noci di mare in pratica possono alterare lo sviluppo della catena alimentare, perché sottraggono cibo a molti pesci, come acciughe e sardine, e ne predano uova e larve. Ossia, «il principale impatto di questi organismi riguarda la loro capacità di competere per l'alimentazione con specie ittiche di interesse commerciale (soprattutto acciughe e sardine), nonché di predare i primi stadi di sviluppo (uova e larve) di questi stessi pesci e le larve di molluschi bivalvi come vongole e mitili». Sono adattabili in tutti gli ambienti a qualsiasi latitudine e a diversa salinità e per di più sono ermafroditi caratterizzati da un'impressionante capacità riproduttiva: un individuo può produrre migliaia di uova al giorno. Inoltre, così Del Negro, «questi organismi sono dannosi per alcuni sistemi di pesca peculiari delle lagune altoadriatiche in quanto ostacolano l'operatività degli attrezzi per occlusione meccanica»: essendo gelatinosi si attaccano alle reti con la conseguente impossibilità di proseguire le attività di pesca. «Se la noce di mare dovesse continuare a proliferare in maniera così massiva potrebbe essere compromessa la situazione di tutto il comparto ittico, dalla pesca alla molluschi coltura», sottolinea Del Negro ricordando che «nel Mar Nero hanno provocato un crollo della pesca realmente vertiginoso».

 

Tossina oltre i limiti nei molluschi di Duino - Divieto temporaneo di raccolta dell'Asuits - l'ordinanza
La fine dell'estate porta con sé il consueto ritorno delle restrizioni temporanee riguardanti la raccolta e la distribuzione, ai fini dell'immissione sul mercato alimentare, dei molluschi provenienti da alcuni degli allevamenti di mitili. Al momento a essere interdetta è la possibilità dell'«immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalla zona "Ts 10 Zona A - Duino" fino a quando non risultino ripristinate le condizioni di idoneità biologica», si legge in un'ordinanza dell'Azienda sanitaria integrata dei giorni scorsi. Il motivo è l'eccedenza di una tossina, l'acido okadaico, rispetto ai limiti di legge. L'ordinanza resterà in vigore fino a quando i nuovi controlli non dimostreranno il rientro nella soglia di tali valori.

 

 

Stop a tempo per l'altoforno della Ferriera - Da lunedì la manutenzione straordinaria sollecitata dalla Regione. Dipiazza: «Che senso ha investire se l'impianto chiuderà?»
L'altoforno della Ferriera di Servola si ferma. Da lunedì prossimo 18 settembre, comunica Acciaieria Arvedi, partirà infatti la manutenzione straordinaria conseguenza della diffida della Regione mirata al rientro dell'attività dello stabilimento entro i parametri determinati al momento del rilascio dell'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale. All'avvertimento di fine giugno, con cui l'amministrazione regionale imponeva ad Arvedi di ridurre le produzione per il rientro delle polveri nei valori obiettivo previsti dal decreto, era seguito a metà agosto un nuovo invito della direzione Ambiente della stessa amministrazione regionale ad adottare ulteriori misure. Nonostante la limitazione della marcia degli impianti di cokeria e altoforno, scrivevano gli uffici regionali citando una nota dell'Arpa relativa al mese di luglio, i valori obiettivo erano stati infatti ancora superati. La stessa Arpa indicava, tra le ulteriori azioni possibili per ridurre efficacemente le emissioni di polveri, la fermata della produzione dell'altoforno in modo tale da anticipare quella già programmata per la sostituzione della bocca di carico. La risposta di Arvedi è la notizia dell'avvio «di operazioni di preparazione e fermata dell'altoforno della Ferriera» definite non ordinarie, ma appunto straordinarie. Uno stop presumibilmente di qualche settimana, ma il gruppo non comunica la durata dell'intervento. Quanto alla Regione, l'informativa è affidata a un comunicato tecnico che riassume le informazioni arrivate da Arvedi che contengono pure i risultati delle determinazioni ponderali delle deposizioni di agosto, in base ai quali risulta che anche lo scorso mese è stato superato il valore obiettivo fissato dall'Aia, pur in maniera minore rispetto a luglio. Un superamento confermato anche dall'Arpa, che ha però rilevato valori lievemente inferiori a quelli registrati dalla società. Nel periodo di chiusura dell'altoforno, fa sapere ancora la Regione stando a quanto scritto da Arvedi, «la marcia della cokeria» sarà ridotta al minimo tecnico per la salvaguardia e il mantenimento in sicurezza dell'impianto. Per le stesse attività di manutenzione verrà sospesa l'attività della centrale elettrica dal 2 al 16 ottobre e ciò comporterà l'accensione della torcia di emergenza per la combustione del gas eventualmente in eccesso. Inoltre, dal 30 settembre al 16 ottobre, sempre per l'esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria, verrà fermato l'impianto di agglomerazione. E infine, essendo stati rilevati valori nuovamente superiori all'obiettivo fissato dall'Aia, fino al fermo dell'altoforno continuerà la riduzione della produzione. Il tentativo di rientrare nei paletti dell'Aia è dunque esplicito e ben definito. Ma Roberto Dipiazza, nei giorni in cui il Comune ha svelato le sue più recenti contestazioni, quelle sul presunto inquinamento in mare della Ferriera, non condivide per nulla. Non per ragioni tecniche, ma di "filosofia": «Non è questo il modo per risolvere la questione». Secondo il sindaco, «si continua ad aggiungere errore a errore. In una situazione ormai insostenibile, con il ministero in campo per salvare le acque, in una città in cui l'area a caldo è evidentemente incompatibile, che senso ha fare altri investimenti? Che senso ha gettare denari al vento quando tutti sappiamo che, se non sarà quest'anno sarà il prossimo, Arvedi, quell'impianto, lo chiuderà?». Dipiazza assicura quindi che continuerà «la battaglia personale per consentire a Trieste il legittimo sviluppo in totale sicurezza». Il sindaco aveva in passato ipotizzato soluzioni di lavoro alternative per gli addetti della Ferriera. Stavolta si concentra sul nodo sanitario: «Non possiamo continuare a scambiare posti di lavoro con la salute di un'intera città, anzi, di un intero territorio. Sarebbe gravissimo mettere in ginocchio Trieste, Muggia e Capodistria per 300, 400 posti di lavoro».

Marco Ballico

 

 

Hestambiente a caccia di sorgenti d'acqua - Domani un sopralluogo in via Errera. Si cercano nuovi canali per "rifornire" il termovalorizzatore
Il gruppo Hera è veramente una grande multiutility, perché, ai tradizionali quattro settori in cui organizza le proprie attività, ha aggiunto la rabdomanzia. La controllata Hestambiente ha chiesto un paio di mesi fa alla Regione l'autorizzazione a cercare acque sotterranee in via Errera 11, indirizzo che coincide con lo stabilimento del termovalorizzatore. La pratica è seguita dal "servizio gestione risorse idriche" con sede a Gorizia. Domani - aggiunge una breve nota regionale ripresa dall'Albo Pretorio comunale - avverrà un sopralluogo al quale «potrà intervenire chiunque vi abbia interesse», con appuntamento alle 10 davanti all'inceneritore. Ma perché il termovalorizzatore triestino è "assetato"? Lo spiega il direttore della produzione di Herambiente Paolo Cecchin, ingegnere fiorentino 55enne, con precedenti lavorativi nell'Ansaldo, nella Knorr Bremse, nella Falck. «L'impianto - dice il manager - è un importante consumatore di acqua e la risorsa idrica è fornita dalla rete di AcegasApsAmga». Cioè, sgorga dai pozzi di prelievo vicini all'Isonzo e scorre lungo le tubature dell'utility triestino-padovano-isontino-udinese. «Si tratta di un percorso - riassume Cecchin - lungo e costoso, quindi, in una logica di risparmio energetico, cerchiamo di individuare fonti alternative di approvvigionamento». I volumi idrici "bevuti" dal termovalorizzatore sono cospicui: parliamo - calcola Cecchin - di 60mila metri cubi al mese, oltre 700mila all'anno. Quantità che classificano l'impianto di via Errera ai primissimi posti dell'utenza triestina, superato solo dalla Ferriera. Il manager si mantiene molto prudente su quello che si potrà trovare nel sottosuolo di via Errera: «Abbiamo commissionato uno studio in base al quale scaveremo un pozzo di prova. Al momento non siamo in grado di stimare quantità e qualità dell'acqua, è un test tutto da costruire. Quella che serve al funzionamento del termovalorizzatore è risorsa idrica non salina». Fonti aziendali ritengono che 700mila metri cubi di acqua possano rappresentare il consumo di un aggregato urbano da 3mila abitanti. La storia dei termovalorizzatori triestini comincia nel 1972 con l'inceneritore di Giarizzole, che servirà la città fino al 1999. Poi la stagione di via Errera, prima con due linee di incenerimento da 204 tonnellate cadauna di rifiuti bruciati al dì. Errera 2 divenne rapidamente Errera 3, con l'aggiunta di un'ulteriore linea dotata della stessa potenzialità produttiva. Tra la primavera e l'estate del 2015, a distanza di tre anni da quando Hera aveva acquisito AcegasApsAmga, la capogruppo decise di trasferire i termovalorizzatori di Trieste e di Padova in un'apposita società, Hestambiente: una srl, con un capitale sociale di un milione e 10mila euro, partecipata al 70% da Herambiente e al 30% da AcegasApsAmga. Insomma, si tratta di un asset Hera al 100%.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 13 settembre 2017

 

 

«Acque di falda inquinate, il ministero sta con il Comune»
Il Comune chiama il ministero dell'Ambiente sostenendo che la Ferriera inquina il mare, e il ministero risponde chiamando Siderurgica triestina, cui viene chiesto di prendere provvedimenti per evitare proprio la diffusione di inquinanti in mare. Il "giro" di chiamate lo svela lo stesso Comune, cui per il momento la proprietà dello stabilimento di Servola non replica frontalmente ma si limita a osservare che «nelle dichiarazioni del sindaco» vi sono »approssimazioni». «In base a quanto evidenziato da Arpa lo scorso 31 luglio - si legge nella nota del Comune - abbiamo chiesto ad inizio settembre al ministero di valutare l'opportunità di adottare un provvedimento specifico per eliminare da parte della Ferriera 'immissione in mare delle acque di falda contaminate. Nella nota Arpa, infatti, si evidenziava come le analisi delle acque di falda in determinati pozzetti vicini al mare mostrano una pesante presenza dei cancerogeni benzene e benzo(a)pirene, accanto a naftalene ed altri idrocarburi. Siamo soddisfatti perché il ministero ha prontamente risposto chiedendo alla proprietà di procedere immediatamente a interrompere lo sversamento a mare», con «immediata attivazione dell'emungimento della barriera idraulica e ogni ulteriore misura di prevenzione necessaria ad impedire la diffusione dell'inquinamento». «Abbiamo illustrato anche - così Roberto Dipiazza - che l'attuale pianificazione delle analisi ridotta a trimestrale con l'Aia rilasciata nel 2016, con l'Aia del 2008 la rilevazione era mensile, non permette di riscontrare miglioramenti statisticamente significativi» e che il Comune «a fronte di queste allarmanti evidenze ha già presentato alla Regione la richiesta formale di riesame dell'Aia... rigettata dalla stessa Regione».«Nelle dichiarazioni del sindaco - si limitano a commentare dall'ufficio stampa di Siderurgica triestina - cogliamo alcune approssimazioni che ci riserviamo di approfondire nelle prossime ore». Eventuali repliche, quindi, arriveranno solo dopo una fase di approfondimento.

 

 

Un supercentro di ricerca dedicato all'energia - Inaugurata dall'ateneo la nuova struttura interdipartimentale che riunisce sette aree disciplinari
Dopo la Summer school intitolata al chimico triestino Giacomo Ciamician, che si sta svolgendo in questi giorni e che contempla tematiche sull'energia, e da quest'anno ambiente e trasporti, all'Università è stato battezzato ieri il Centro di ricerca interdipartimentale sulle stesse materie, anch'esso dedicato all'insigne scienziato, pioniere dell'energia solare. Ben sette aree disciplinari (Ingegneria e architettura, Scienze chimiche e farmaceutiche, Scienze economiche, aziendali, matematiche e statistiche, Scienze giuridiche, del linguaggio, dell'interpretazione e della traduzione, Scienze della vita, Matematica e geoscienze e Scienze politiche) all'interno di questo incubatore di idee, che ha sede per il momento nel dipartimento afferente al suo direttore, Giorgio Sulligoi, docente di Sistemi elettrici per l'energia all'interno di Ingegneria e architettura.Il centro si propone dunque di fare da punto focale tra la ricerca e il trasferimento delle conoscenze dall'ateneo al sistema industriale-scientifico del nostro territorio, ma non solo, secondo un approccio multidisciplinare. «C'è stato un processo che ha portato alla costituzione del centro - spiega Sulligoi - caratterizzato da competenze che intercettano quella ingegneristica, quella economica, e un domani auspicabilmente anche quella inerente alla medicina del lavoro, perché non c'è sul territorio regionale una struttura simile. In Italia esistono altri centri, come a Padova, con cui abbiamo intenzione di collaborare». L'adesione dei diversi ricercatori è legata ai progetti sui quali il team di studio lavorerà, che possono essere frutto di bandi o accordi quadro con istituzioni, o legati direttamente ad aziende o consorzi di imprese.«Questo centro consentirà anche di avviare interlocuzioni con grandi istituzioni quale ad esempio la Banca mondiale - specifica Sulligoi -, soggetti che è difficile interagiscano con il singolo ricercatore e invece necessitano di consultazioni verticali, dal chimico allo specialista di linee elettriche, all'economista». In questo modo il sistema non solo potrà fornire una consulenza completa, ad esempio nell'uso delle energie rinnovabili, dell'inserimento di progetti sul territorio o per l'impatto di questi sull'ambiente, ma «porterà anche benefici all'università stessa, sul modo di fare ricerca». E ciò rivolgendosi sia in ambito nazionale sia internazionale, e diventando un soggetto che può fornire la propria conoscenza coniugata a strategie regionali. «Ci poniamo così - conclude il professore - anche per raccogliere finanziamenti pubblici e privati e per entrare nei processi decisionali territoriali. In altre realtà l'università è nei grandi processi di urbanizzazione o industrializzazione: perché il sistema locale della scienza non può contribuire alle soluzioni?».

(b.m.)

 

 

Piu' di 600 firme per salvare le nutrie sull'Ospo - Consegnata in Regione la petizione di MujaVeg contro la legge che permette l'abbattimento violento.

MUGGIA - Esattamente 629 firme per salvare le nutrie del Friuli Venezia Giulia. Questo il risultato della petizione popolare "Salva Nutrie" consegnata al presidente del Consiglio della Regione Franco Iacop. La raccolta firme, partita dall'associazione animalista MujaVeg, chiede a chiare lettere la modifica delle disposizioni inserite nella Legge regionale n. 20 del 9 giugno scorso con cui la giunta Serracchiani ha previsto, entro l'anno, l'avvio del progetto di eradicazione delle nutrie attraverso abbattimento violento o eutanasia. La legge regionale "Misure per il contenimento finalizzato all'eradicazione della nutria (myocastor ciypus)" viene considerata dagli animalisti «dispensatrice di una morte cruenta per migliaia di nutrie sul territorio regionale». Di più, «cozza con la legge nazionale dell'11 febbraio n. 157, che prevede un controllo della specie praticato di norma mediante l'utilizzo di metodi ecologici su parere dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica (oggi Ispra)». E solo «qualora l'Istituto verifichi l'inefficacia dei predetti metodi, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento». Come metodi ecologici si intendono pratiche non cruenti, «da utilizzare in via prioritaria». Metodi indicati nelle linea guida per il controllo della nutrie dell'Ispra. In questo senso si è «paradossalmente» mossa anche la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha deciso di finanziare uno studio per individuare e testare sistemi per ridurre le capacità riproduttive delle nutrie. «Mi chiedo che senso abbia fare uno studio per ridurre la fertilità degli animali e contemporaneamente ordinare la fucilazione e la camera a gas di tutte le nutrie - incalza Cristian Bacci, responsabile di MujaVeg e primo firmatario della petizione -. E che fine faranno i cuccioli che rimarranno rifugiati nelle tane ad aspettare che la mamma torni per allattarli?». In base all'attuale legge regionale di fatto è concesso "l'uso di armi da sparo oppure trappolaggio e successivo abbattimento con metodo eutanasico dell'animale mediante narcotici, armi ad aria compressa o armi comuni da sparo". Solo come terza opzione vengono annoverati metodi e strumenti messi a disposizione dalla comunità scientifica. «La petizione firmata da 629 cittadini della regione - ancora Bacci - prevede di utilizzare in esclusiva questi metodi e non quelli che prevedono la morte per mano umana. Ora la palla passa alla Regione dove la proposta sarà discussa nella Commissione competente». Non è un caso che la petizione sia partita da Muggia, terra ricca di "castorini" che hanno colonizzato gli argini del rio Ospo. Una colonia che però «non ha mai fatto danni a coltivazioni private o ad altri soggetti», come ha ribadito spesso l'assessore alla polizia locale di Muggia, Stefano Decolle.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

 

La Voce.info - MARTEDI', 12 settembre 2017

 

 

ENERGIA E AMBIENTE - Ricette anti-Co2: acqua, vento e sole non bastano

Uno studio spiega come si potrebbe arrivare nel 2050 a un sistema energetico mondiale basato solo su acqua, vento e sole. È uno scenario estremo, forse tecnicamente irrealizzabile. Soprattutto, non considera gli enormi costi di una simile soluzione. - leggi l'articolo su La Voce.info
Solo vento, acqua e sole
Mentre l’Italia lottava strenuamente contro il caldo agostano, la rivista Joule pubblicava un lavoro dal titolo “100% Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”, realizzato da Mark Z. Jacobson con molti altri co-autori.
L’articolo propone una tesi molto suggestiva: la possibilità (e la desiderabilità) di una transizione (entro il 2050) dell’intero sistema energetico mondiale verso una soluzione che consideri unicamente “wind, water and sunlight”, ovvero vento, acqua e sole. Si tratta di una versione assai spinta dei tanti scenari di de-carbonizzazione che sono stati prodotti negli ultimi anni da diverse istituzioni. Ne mostra un aspetto peculiare, ed esplicitamente non prende in considerazione alcuni elementi spesso contenuti negli scenari ad alta de-carbonizzazione, come il settore nucleare, le biomasse, il confinamento geologico della CO2. L’articolo considera 139 paesi, ovvero quelli per i quali esistono statistiche rese disponibili dall’Agenzia internazionale dell’energia. Va aggiunto che i paesi in questione rappresentano il 99 per cento delle emissioni di CO2.
L’articolo – relativamente breve (14 pagine) – è accompagnato da un’appendice di oltre 150 pagine che presenta con maggiore dettaglio gli scenari proposti.
Lo studio è nato e si è sviluppato nell’Università di Stanford, cui appartengono 24 dei 27 citati ricercatori. Il lavoro – che in forme diverse circola da tempo – gira intorno alla figura di Mark Z. Jacobson, primo fra gli autori, l’unico non in ordine alfabetico e che gode di una certa notorietà, almeno negli Stati Uniti. Fra le sue apparizioni televisive, si ricorda un’intervista con David Letterman nel 2013 proprio su questo tema, ma limitato solo agli Stati Uniti e non al mondo nel suo complesso.
Il confronto con i dati Weo
Per cercare di valutare lo studio, seppur sommariamente, può essere utile confrontarlo con i dati contenuti dell’ultimo World Energy Outlook (Weo) pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia nel 2016. Le due pubblicazioni usano dati espressi in unità di misura diverse – in termini energetici (Mtoe) per il Weo, in termini di potenza elettrica installata (GW) nel lavoro di Jacobson – che sono stati quindi uniformati per poterli confrontare. In più, il traguardo del Weo è il 2040, mentre lo studio Jacobson si spinge fino al 2050. Per ragioni di spazio ci limitiamo a considerare alcune macro tendenze (grafico 1).
Gli scenari tendenziali (che non mostriamo) sono sostanzialmente coincidenti per i due modelli. La principale differenza è tuttavia legata allo scenario alternativo. Nel caso Weo, anche quello più stringente (450 Scenario) vede un minimo incremento dell’offerta di energia al 2040, mentre nel caso Jacobson c’è invece una leggera riduzione della domanda totale di energia al 2050.
Se ci riferiamo solo al valore strettamente numerico, gli scenari non appaiono drasticamente differenti. Certo, al 2040 ci sono 2000 GW di differenza, ma mancano ancora dieci anni e la distanza potrebbe ridursi.
Il confronto è diverso se pensiamo che i risultati Jacobson sono ottenuti senza l’utilizzo di alcuni ingredienti presenti invece in abbondanza nella soluzione Weo che, nello scenario a massima de-carbonizzazione, prevede tra l’altro nucleare, biomasse, Ccs e tecnologie simili.
Stiamo guardando due torte apparentemente uguali, solo che quella di Jacobson non usa né uova, né farina. Si potrebbe avere qualche perplessità ad assaggiarla.
È quello che probabilmente ha pensato un gruppo di scienziati che a giugno hanno pubblicato per la prestigiosa Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) uno studio in cui demoliscono il modello progenitore di quello che stiamo esaminando e che si limitava agli Stati Uniti e non a 139 paesi. Basti ricordare, in sintesi, che i paragrafi sono sobriamente intitolati “errori nell’analisi”, “errori nel modello”, “assunzioni implausibili” e così via: evidentemente, non hanno gradito la torta.
I costi
Probabilmente la soluzione proposta da Jacobson non è tecnicamente realizzabile. Certamente è troppo costosa e dunque non raggiungibile per ragioni economiche, politiche e sociali. Per quanto riguarda l’aspetto economico, ci sono altre soluzioni, sempre a impatto ambientale pressoché nullo, che molto probabilmente sono più convenienti e soprattutto più sicure rispetto a quelle proposte.
Si pensi, tanto per fare un esempio, al tema dei trasporti marittimi e soprattutto aerei: per passare all’elettrico integrale bisognerebbe, in poco più di trenta anni, rivoluzionare completamente il concetto stesso di trasporto, cambiando completamente le flotte e tutta l’infrastruttura di supporto. Si può probabilmente fare, ma a quale prezzo? Considerando che aerei e navi hanno una vita utile abbastanza lunga e che le tecnologie richiedono ancora almeno un decennio per lo sviluppo, si tratterebbe – entro il 2050 – di sostituire aerei e soprattutto navi ancora nuovi (i cui investimenti non sarebbero ammortizzati) a favore di mezzi a propulsione elettrica. Questa rivoluzione non sembra dietro l’angolo.

Alessandro Lanza

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 12 settembre 2017

 

 

Da Barcis a San Daniele al mare - Mille chilometri solo per le bici - Tre milioni spendibili nel triennio per rendere la regione a misura di cicloturista

Serviranno sia a realizzare nuovi tracciati che a potenziare quelli già costruiti
TRIESTE - La Regione scommette sulla ciclabilità e nel triennio 2017-2019, come indicato nell'assestamento di bilancio, prevede finanziamenti per oltre tre milioni di euro, mirati a interventi che porteranno alla realizzazione di nuove piste ciclabili e/o alla sistemazione di quelle esistenti. Una volontà di puntare sulla mobilità ecosostenibile alla luce dei tanti cittadini che in tutto il Friuli Venezia Giulia si muovono sempre più con la bici e del numero crescente di cicloturisti. Nuovi percorsi L'opera più consistente, in termini di costi, sarà il completamento dell'itinerario definito Fvg3, parallelo al tracciato ferroviario, con la costruzione della pista ciclabile nei comuni di Pinzano, Meduno, Cavasso, Montereale e Maniago, per complessivi 300mila euro, ai quali se ne aggiungeranno altrettanti per l'anello tra Maniago, Frisanco, Pala, Barzana, Andreis, Barcis e Montereale. Ammonta a 250mila euro un altro progetto tra i più onerosi, il percorso ciclopedonale Loch-Supizza, all'ex confine di Stato, la prosecuzione del percorso Bimobis. Segue, con 200mila euro di esborso, la realizzazione delle piste ciclabili interne che collegheranno le ciclabili Alpe Adria e Bimobis, e ancora, per lo stesso importo, la ciclovia Alpe Adria nel Comune di Pontebba. Tre le novità previste poi la pista ciclabile Basiliano-San Marco lungo la ex provinciale SP10, il percorso cicloturistico sul fiume Varmo, la nuova viabilità ciclabile Tolmezzo-Amaro, con il completamento della rete carnica, la viabilità ciclopedonale tra Moruzzo, Fagagna, Rive d'Arcano e San Daniele del Friuli. La pista ciclopedonale sopra l'argine del Tagliamento e il collegamento ciclabile tra Udine e Campoformido: le tempistiche per ogni singola novità non sono ancora state rese note, ma secondo il programma saranno completate o comunque avviate entro il 2019. La mappa La Regione Friuli Venezia Giulia sta realizzando la "Rete delle ciclovie di interesse regionale (ReCIR)", un sistema di ciclovie collegato anche con i tracciati dei paesi confinanti. I percorsi si possono visionare al link www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/infrastrutture-lavori-pubblici/infrastrutture-logistica-trasporti/ciclovie/. La ReCIR si compone di dieci ciclovie, per un totale di oltre di mille chilometri, dei quali 450 chilometri sono già stati realizzati e comprendono la ciclovia Alpe Adria, quella del mare Adriatico, la pedemontana e del Collio, quella della pianura e del Natisone, le ciclovie dell'Isonzo, del Tagliamento e del Livenza, quella della montagna carnica, quella della bassa pianura pordenonese e la Noncello-mare.Gli investimenti Oltre ai tracciati specifici indicati, 50mila euro vengono destinati in generale a potenziare i collegamenti tra siti archeologici e naturalistici della regione, ulteriori 100mila per la predisposizione di un programma comprensoriale di interventi su viabilità ciclabile e i sentieri. Altri 40mila figurano per la "riqualificazione dei parchi e delle zone naturalistiche dei Comuni dell'Unione Sile e Meduna, Parco di Torrate, Parco delle Dote, Laghi di Cesena, Parco Cornia, Borgo medioevale di Panigai e i relativi percorsi ciclopedonali di collegamento". Attenzione puntata anche ai ciclisti di montagna, con 3.500 euro mirati a creare e segnalare percorsi in quota per mountain bike. «Per la realizzazione dei tratti di "pista ciclabile-ciclopedonale" della ReCIR - viene sottolineato dalla Regione - si predilige l'utilizzazione dei tracciati ferroviari dismessi, delle stradine arginali, delle carrarecce di campagna e delle piste forestali». Le criticità Fiab Ulisse, che da anni si occupa di ciclabilità, sollecita la Regione su un intervento in particolare, per cui manca ancora l'ultimo tassello. Si tratta della pista ciclabile del Carso, da Monfalcone a Draga Sant'Elia. «Nell'aprile di quest'anno è stata inviata una lettera all'assessore Santoro alla quale non è seguita nessuna risposta. Si tratta di una novità già prevista nel 2009 con un finanziamento di due milioni e 900mila euro - ricorda Federico Zadnich, coordinatore regionale Fiab Fvg - ma poi tutto si è arenato e non è mai stato avviato il progetto esecutivo. Su questo noi avevamo raccolto 1.300 firme. Riassumendo, la Provincia ha realizzato il progetto esecutivo ma poi si è fermata, non ha fatto il bando per la realizzazione e nel frattempo è stata sciolta. Da un anno tutto è passato nelle mani della Regione che però non ha fatto il bando, quindi i 2,9 milioni di euro e il progetto sono in stand by. Questi ritardi danneggiano l'economia cicloturistica della provincia di Trieste». La tratta viene definita importante da Fiab Ulisse, che aveva indicato in un comunicato già un paio di anni fa, come fondamentale, «eseguire con priorità il lotto Monfalcone-Sistiana in modo da dare continuità alla ciclabile Grado-Monfalcone e consentire ai cicloturisti diretti a Trieste di percorre l'itinerario del Carso o in alternativa la più spettacolare strada costiera come stanno già facendo tutti i tour operator che operano nella nostra provincia». E se per alcuni collegamenti si attende ancora una risposta, per altri Fiab Ulisse annuncia una novità che vedrà la luce il prossimo anno. «Nel 2018 - spiega Zadnich - lanceremo la nuova ciclabile Ciclovia Aida, che attraverserà l'Italia, partirà proprio da Trieste per raggiungere Susa e toccherà la principali città del nord, un affascinante itinerario per chi viaggia in bici alla scoperta delle bellezze del nostro Paese».

Micol Brusaferro

 

LE SCELTE - «Più sicurezza per i cittadini»
«Investire sulle ciclabili significa investire non solo sul nuovo turismo, ma sulla sicurezza dei cittadini, che devono essere messi nelle condizioni di poter scegliere quale sia il mezzo di trasporto per loro più giusto e di poterlo utilizzare appunto in sicurezza». Così l'assessore regionale alle Infrastrutture e Territorio Mariagrazia Santoro, che sta seguendo in prima linea tutto ciò che riguarda la mobilità sostenibile e lo sviluppo della Rete delle ciclovie di interesse regionale. «Abbiamo una congiuntura favorevole - sottolinea - in cui le ciclabili delle province sono passate sotto la regia della Regione che, con il Piano paesaggistico, ha mappato l'esistente per fare un programma di investimenti che completano la rete. Contemporaneamente nelle intese per lo sviluppo delle Uti il finanziamento della progettualità per un nuovo sistema ciclistico è predominante».

( mi.b.)

 

LE RICHIESTE - «Trieste e Muggia da collegare»
Tra le priorità di Fiab Ulisse su Trieste c'è la ciclabile che colleghi la città capoluogo a Muggia, proposta presentata alcune settimane e messa a disposizione dei due Comuni. «Realizzabile in tempi rapidi e con risorse contenute - così Fiab coordinata in regione da Federico Zadnich (foto) - è una concreta possibilità che è stata elaborata in uno studio di fattibilità, che mette a disposizione di chi amministra». Un percorso di otto chilometri - insistono da Fiab - che collegherebbe la galleria di Montebello s Muggia con un itinerario ciclabile continuo, riconoscibile, veloce e sicuro, attraverso rioni molto popolati e senza particolari pendenze, dove sono presenti attività commerciali ed industriali. Un'infrastruttura che si trova lungo l'itinerario cicloturistico EuroVelo8 Cadice-Atene e che farebbe arrivare la ciclovia Parenzana fino al centro di Trieste.

( mi.b.)

 

Muggia "sfida" Roma - Torna in vigore l'ordinanza antibici
La giunta Marzi riabilita il provvedimento sospeso dal ministero - «In settimana spediremo le motivazioni della nostra scelta»
MUGGIA - «Abbiamo ripristinato l'ordinanza sospesa dal ministero: entro la settimana invieremo a Roma le motivazioni scritte sul perché della nostra decisione». Laura Marzi, sindaco di Muggia, non ci sta. Nella riunione di giunta svoltasi ieri pomeriggio l'amministrazione comunale ha deciso di proseguire per la propria strada per quanto concerne la cosiddetta "ordinanza antibici". Il documento che dallo scorso giugno regolamenta la viabilità del centro storico inserendo, tra i tanti punti, anche l'obbligo di spingere le biciclette a mano in tre zone del centro - corso Puccini, via Dante e piazza Marconi - era stato fortemente contestato dalla sezione muggesana di Fiab Ulisse, l'associazione di ciclisti presente sul territorio provinciale. Tramite l'ufficio legale dell'associazione lo scorso luglio tre cittadini muggesani, Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani, avevano presentato un ricorso al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti contro l'ordinanza sindacale di Muggia. Risultato? Il ministero ha inviato al Comune una nota con la sospensione del documento. Una sospensiva senza tempistiche precise, e con la possibilità da parte del Comune di appellarsi a motivi di sicurezza per un eventuale ripristino. Cosa che è puntualmente accaduta. «Quello del Ministero è stato un atto dovuto dinanzi ad un ricorso, ma non vi è presente alcun pronunciamento. Concretamente non c'è stata nessuna bocciatura, motivo per cui è stata data possibilità al Comune di ripristinare l'ordinanza, in caso di urgenza, fornendo delle controdeduzioni», racconta il sindaco Marzi. Da ieri, dunque, la giunta ha in effetti deciso di ripristinare l'obbligo di condurre la bici a spinta, un obbligo che per quest'anno sarà in vigore ancora sino al termine della "stagione estiva", ossia sino al 30 settembre, in determinati orari: dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 20. I cartelli stradali, pertanto, non sono stati né tolti, né coperti. Anzi, sono pienamente in vigore. Ma perché il Comune ha deciso di proseguire con la sua ordinanza? «Semplice, perché per motivi di sicurezza i provvedimenti presi sono necessari. Negli ultimi anni, in particolar modo durante la stagione estiva, il numero di turisti è aumentato considerevolmente. Ed è aumentato anche il numero di velocipedi che soprattutto in piazza Marconi e nelle vie limitrofe, ossia corso Puccini e via Dante, tendono a sfrecciare troppo velocemente facendo slalom tra le persone», racconta sempre il sindaco Marzi.Il primo cittadino cerca poi di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla viabilità ciclabile: «Nessuno, ripeto, nessuno, ha obbligato i ciclisti a prendere per forza la galleria come invece viene ancora sostenuto da più parti. Da ben prima della nostra ordinanza l'entrata dei ciclisti avveniva, spesso, contromano, nonostante vi fosse, e vi sia tuttora, un cartello che obbliga i ciclisti a scendere e a spingere a mano per qualche decina metri le proprie biciclette».Marzi, ribadendo l'importanza dell'ordinanza per quanto riguarda il pugno duro contro gli autoveicoli nell'area pedonale all'interno del centro storico di Muggia, spiega pure i prossimi passi del Comune: «Siamo venuti incontro alle esigenze e alle richieste pervenuteci nei mesi scorsi da parte di alcuni ciclisti, tanto è vero che abbiamo ampiamente limitato il raggio di divieto di pedalata per le biciclette, una misura, ricordiamolo, adottata per motivi di sicurezza. Il ricorso proposto dai tre cittadini mi ha lasciato davvero perplessa, ma la decisione presa dalla giunta è quella di mantenere i provvedimenti. Entro la settimana forniremo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti le motivazioni della nostra scelta».

Riccardo Tosques

 

 

I permessi per le Falesie delegati ai circoli - L'amministrazione di Duino Aurisina cede il rilascio delle autorizzazioni per i diportisti: iter più snello
DUINO AURISINA - Saranno le società nautiche del territorio di Duino Aurisina, su delega dell'amministrazione comunale, a rilasciare, nel 2018, le autorizzazioni ai diportisti per poter entrare nello specchio d'acqua della Riserva marina delle Falesie. Questo radicale cambiamento nel Regolamento, che disciplina l'accesso a quel tratto di mare, è stato programmato in questi giorni dalla giunta guidata dal sindaco Daniela Pallotta, dopo una serie di incontri che hanno visto l'assessore comunale Andrea Humar verificare la disponibilità dei responsabili delle numerose realtà nautiche di Duino Aurisina. Lo specchio d'acqua della Riserva è diviso in tre zone: la A, interdetta a qualsiasi ingresso, la B, alla quale finora si accedeva solo se in possesso di un permesso finora concesso dal Comune, su richiesta degli interessati, e la C, destinata alla sola didattica. «Il permesso per entrare nella zona B - spiega Humar - era sì gratuito, ma per ottenerlo era necessario fare due domande su carta bollata, per una spesa complessiva di 32 euro. Inoltre bisognava presentare una serie di documenti. Insomma, una gratuità relativa e un appesantimento burocratico che hanno scoraggiato gli interessati - aggiunge Humar - al punto da originare una caduta verticale delle domande di accesso. Dopo i colloqui con le società nautiche locali, siamo giunti alla conclusione di delegare a loro, con il consenso della Federazione competente, la Fipsas, e ovviamente sulla base di un preciso Regolamento - precisa - il rilascio dei permessi. Queste scelta - sottolinea Humar - dovrebbe rendere molto più veloce l'operazione di rilascio. Confermeremo la gratuità dell'accesso. Se dovessimo optare per una diversa scelta, facendo pagare una piccolo prezzo d'ingresso - conclude l'assessore - lo faremo solo per destinare l'intero ricavato alle Scuole vela per i ragazzi».A insistere per una più libera fruizione della zona B della Riserva delle Falesie erano stati pochi giorni fa anche i Cittadini per il golfo, preoccupati per la progressiva crescita delle zone interdette al diporto. Nello stesso programma che riguarda la zona B, sono previsti progetti anche per la A e la C. Per quanto concerne la prima, che resterà comunque interdetta, di concerto con le associazioni dei pescatori si procederà con un'azione che Humar ha definito di «ripopolamento delle colonie di seppie e calamari». Infine, per la C, la giunta sta programmando un piano che coinvolga ancora una volta le società nautiche, stavolta assieme alla Riserva di Miramare, per portare sul posto le scolaresche, nell'ambito di corsi di educazione ambientale. «Vogliamo che la Riserva marina delle Falesie - è la chiosa di Humar - torni a essere un bene fruibile da parte della collettività, pur nel rispetto della sua originaria destinazione».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 11 settembre 2017

 

 

Riciclaggio dell'umido - L'ipotesi impianto in stand-by a Muggia - Nessuna notizia sul progetto ideato dalla giunta Nesladek
Tarlao (Mejo Muja) attacca l'assessore Litteri: «Si dimetta»
MUGGIA - Che fine ha fatto il progetto del biodigestore per lo smaltimento dei rifiuti organici, ossia la centrale di riciclaggio promossa dall'amministrazione Nesladek che avrebbe potuto prendere vita in zona Ezit? Da quanto è emerso in un recente scambio di comunicazioni istituzionali tra il consigliere comunale Roberta Tarlao (Meio Muja) e l'assessore all'Ambiente Laura Litteri (quota Pd), il progetto pare non rientrare più negli interessi dell'amministrazione Marzi. L'iter - È il 3 giugno del 2015 quando la costituenda Rti tra Gesin Coop e Nre research srl presenta al protocollo del Comune di Muggia un progetto per l'impianto della digestione anaerobica della cosiddetta Forsu (Frazione organica del rifiuto solido urbano), conosciuta anche come "umido" con produzione di energie rinnovabili nel territorio comunale. Un progetto realizzato interamente con fondi privati, che oltre a non gravare sulla finanza pubblica avrebbe avuto il pregio di far risparmiare al Comune circa 20-22 euro a tonnellata di rifiuti conferita. Un mese dopo, l'amministrazione comunale, retta allora dal sindaco Nerio Nesladek, con una delibera giuntale dichiara il preliminare interesse alla realizzazione di un impianto per il trattamento della frazione organica dei rifiuti solidi urbani, evidenziando peraltro «il notevole abbattimento dei costi di trasporto oggi sostenuti per l'invio a trattamento della suddetta frazione che incidono pesantemente sul costo di smaltimento».Il dispositivo della delibera indirizza gli uffici competenti a predisporre gli atti necessari alla stipula di una convenzione tra il Comune, la Rti e Net per definire le modalità di conferimento e i relativi costi. Il 28 luglio dello scorso anno, il nuovo sindaco Laura Marzi ribadisce nelle linee di mandato, poi votate dal Consiglio comunale, che «ci si spenderà per facilitare la realizzazione di un biodigestore» per gli stessi motivi enunciati dalla precedente giunta Nesladek. L'interrogazione - E si arriva al 19 luglio scorso: visto il posticipo dell'inizio della raccolta differenziata dei rifiuti, il capogruppo consigliare di Meio Muja, Roberta Tarlao, ha presentato un'interrogazione alla giunta Marzi per capire a che punto era arrivato l'iter per la realizzazione della struttura. «Sono imbarazzata dalla risposta dell'assessore all'Ambiente Litteri, perché ha scritto una serie di falsità inaudite» tuona Tarlao. «La prima? Che ci sarebbero maggiori costi, dimenticandosi però di sommare il costo del trasporto dell'attuale servizio che quindi risulta più caro di 29 euro a tonnellata» continua. Altra incongruenza segnalata da Tarlao, le tempistiche della delibera della Giunta, che secondo Litteri sarebbe stata realizzata prima dell'adesione a Net, dimenticandosi in realtà come nella delibera stessa si citi testualmente il parere favorevole di Net all'impianto. L'assessore all'Ambiente ha poi evidenziato come il futuro del biodigestore sia incerto in quanto il Comune non ha dei terreni a disposizione: anche qui, per Tarlao, si tratterebbe di uno scivolone, dal momento che la Rti ha messo a chiare lettere l'intenzione di acquistare di propria tasca un terreno da Ezit, senza che vi siano spese da parte del Comune. Anche a seguito dei ritardi nell'avvio della raccolta dei rifiuti "porta a porta" - posticipata al 2018, rispetto all'anno in corso, come preannunciato da Litteri in Commissione -, Tarlao ha chiesto «dinanzi alle falsità scritte nella risposta all'interrogazione» che l'assessore si dimetta. L'incontroPer ora dal Comune è trapelato che a brevissimo vi sarà un incontro con Net. E che tra gli argomenti all'ordine del giorno vi sarà anche la centrale di riciclaggio.

Riccardo Tosques

 

 

Legambiente: 7 milioni di italiani a rischio - Secondi i dati del Cnr dal 2010 al 2016 oltre 145 persone hanno perso la vita a causa di inondazioni
ROMA - Ci sono 7 milioni di italiani che ogni giorno vivono in aree a rischio frane e alluvioni, esposte a bombe d'acqua proprio come quella che si è abbattuta su Livorno. Che l'Italia debba fare i conti con la fragilità del suolo (per l'88%) lo dice Legambiente che in uno dei suoi report mette per esempio in evidenza come il 77% delle abitazioni siano costruite in zone "rosse" e nel 31% dei casi vi si trovano interi quartieri, tenendo presente che ci sono anche il 51% degli impianti industriali e spesso sono nelle zone potenzialmente franose sono presenti scuole o ospedali.«È una tragedia annunciata, quella di Livorno - racconta la presidente di Legambiente Rossella Muroni - ci sono 7 milioni di persone che vivono in aree a rischio e le nostre città sono sempre più esposte ai cambiamenti climatici. Gli amministratori dovrebbero dare più risposte, a cominciare da quelle che ci vengono chieste dalla Comunità europea. È necessario un nuovo approccio. Bisogna per esempio partire subito con i piani di adattamento. E smetterla di intubare torrenti e alzare argini; serve anche una corretta pianificazione degli spazi verdi». Dal 2010 a maggio di quest'anno, viene messo in evidenza nel dossier, sono 126 i Comuni italiani dove si sono registrati impatti rilevanti con 242 fenomeni meteo che hanno provocato danni al territorio e causato impatti diretti e indiretti sulla salute dei cittadini. In particolare ci sono stati 52 casi di allagamenti da piogge intense, 98 casi di danni alle infrastrutture da piogge intense con 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane. Inoltre c'è da pagare il tributo in termini vite umane e di feriti: dal 2010 al 2016 - secondo il Cnr - sono oltre 145 le persone morte a causa di inondazioni e oltre 40mila quelle evacuate (dati Cnr). «Sembra assurdo doverne riparlare ogni volta che accade una disgrazia ma purtroppo ancora oggi manca una seria politica di riduzione del rischio - osserva ancora Muroni - nonostante si sia cominciato a destinare risorse per far partire interventi prioritari di messa in sicurezza, l'avvio di una politica di prevenzione complessiva stenta a decollare». Secondo la presidente di Legambiente questi temi «devono diventare centrali nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio, insieme con quello della prevenzione».

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 10 settembre 2017

 

 

Fondi bis per le biciclette elettriche - Dalla Regione altri 65mila euro. Contributo massimo di 200 euro
TRIESTE - Altri 65mila euro per sostenere l'acquisto di biciclette elettriche. Li ha stanziati a luglio la Regione, sommando i nuovi fondi ai 185mila euro già messi a bilancio a giugno. Dal 19 luglio, quando è stato riaperto il canale contributivo, a oggi sono state presentate alle Camere di commercio del Friuli Venezia Giulia 482 nuove domande per la concessione di incentivi all'acquisto di bici a pedalata assistita. Nel dettaglio, 224 domande sono state presentate all'ente camerale di Udine, 134 a quello di Trieste, 104 alla Cciaa di Pordenone e 20 a Gorizia. Il contributo è concesso per un importo pari al 30% del prezzo d'acquisto, fino a un massimo di 200 euro.Il dato emerge da una delibera della giunta regionale, con cui si è stabilito il riparto dei nuovi fondi tra le quattro Camere preposte alla gestione delle pratiche. La suddivisione è stata operata seguendo i criteri del regolamento di attuazione, la cui recente modifica ha previsto che il 70% del fondo sia distribuito sulla base al numero di residenti in ciascuna provincia, mentre il restante 30% tenga in considerazione la quantità di abitanti nei comuni appartenenti alle zone altimetriche di montagna e collina. Di conseguenza, Trieste ha ricevuto 18mila euro, Gorizia 7mila, Udine 26mila e Pordenone 14mila. Il sostegno all'acquisto di biciclette elettriche è previsto da una legge regionale del 2014, in un'ottica di tutela dell'ambiente e di sviluppo economico ecocompatibile. La norma stabilisce che la Regione, al fine di promuovere lo sviluppo di nuove strategie per un trasporto sostenibile e il miglioramento della vivibilità e fruibilità delle aree urbane, agevoli l'acquisto di questo tipo di mezzi dotati di un motore ausiliario elettrico con potenza nominale continua massima di 0,25 kW, la cui alimentazione è progressivamente ridotta e infine interrotta quando si raggiungono i 25 km all'ora.

 

Il ministero boccia lo stop alle bici nel centro di Muggia - Roma accoglie il ricorso di tre cittadini: «Va sospesa l'ordinanza su corso Puccini, via Dante e piazza Marconi»
MUGGIA - Il Comune di Muggia deve ripristinare la possibilità di andare in bicicletta nelle zone del centro storico dichiarate off limits. Colpo di scena nel braccio di ferro tra amministrazione comunale e ciclisti sulla cosiddetta "ordinanza antibici" emanata lo scorso giugno dalla giunta Marzi. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha infatti espresso il proprio parere avverso al Comune accogliendo il ricorso avanzato da tre cittadini muggesani, Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani. Lo scorso 18 luglio i tre residenti, grazie anche alla consulenza tecnica dell'Ufficio legale della Fiab, hanno infatti fatto ricorso al Ministero evidenziando la carenza di motivazioni nel divieto posto ai velocipedi di attraversare il centro storico, che viene invece permesso nelle aree pedonali dall'articolo 3 del Codice della strada. «Il Codice consente ai Comuni la possibilità di disporre "ulteriori restrizioni" solo in presenza di "particolari situazioni" che non sono state definite dal Comune di Muggia il quale, invece, in maniera del tutto illogica consente nell'ordinanza ai taxi e ai mezzi di scarico merci il transito nell'area pedonale» avevano evidenziato Bacci, Maggiore e Canciani. Nel ricorso era poi sottolineato come l'ordinanza sia in contrasto con il Piano regolatore generale vigente e con il finanziamento regionale appena ottenuto per il collegamento ciclabile dall'attracco del Delfino Verde al Rio Ospo che proprio per il centro storico dovrebbe passare. Preoccupazione massima dei ricorrenti infine per la questione sicurezza: «L'ordinanza obbliga di fatto i ciclisti a percorrere la stretta galleria a senso unico». Le motivazioni dei ricorrenti sono state accolte ma con parziale riserva da parte del Ministero. Il dirigente tecnico ingegner Mazziotta ha infatti rimarcato come sia necessario che il Comune di Muggia faccia pervenire «con corte sollecitudine» una serie di controdeduzioni al ricorso con esauriente relazione per ogni singolo motivo del ricorso stesso. In attesa del sopralluogo che dovrà essere compiuto dal Provveditorato interregionale con tanto di «esauriente relazione» da inviare al Ministero, da Roma è stato intimata al Comune la sospensione dell'ordinanza «salvo che ricorrano motivi d'urgenza», poiché in tale caso il Comune potrà deliberare un'esecuzione provvisoria dell'ordinanza con provvedimento da inviare al Ministero stesso. Sbalordita della novità il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Sono stupita davvero, perché dinanzi a tutti i tentativi di mediazione avvenuti con Ulisse Fiab e con altri ciclisti ci troviamo di fronte ancora tutto questo ostracismo sfociato in un ricorso al Ministero». Marzi, comunque, appare serena: «La sospensiva del Ministero è un atto dovuto dinanzi a un ricorso. Indubbiamente ora l'ordinanza è congelata ma valuteremo a brevissimo cosa fare. E visto che il Ministero ha messo a chiare a lettere che in caso di urgenza il Comune può ripristinare l'ordinanza non escludo che sia questa la via che perseguiremo». Per ora, dunque, i cartelli che evidenziano l'obbligo di condurre la bici a spinta durante la stagione estiva (1 giugno-30 settembre) esclusivamente in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi e peraltro solo in determinati orari (9.30-12.30 e 16-20) verranno per ora né rimossi né oscurati. Una battaglia, quella sulla piena libertà di movimento delle biciclette in tutto il centro storico, che dunque non ha avuto ancora un vero esito definitivo. Un (altro) ricorso contro l'ordinanza sulla regolamentazione della viabilità del centro storico era stata la scintilla decisiva che ha fatto scoppiare la deflagrazione nel rapporto tra il sindaco Marzi e il consigliere comunale del Pd Marco Finocchiaro. Questi, infatti, aveva espresso contrarietà al divieto di pedalata in alcune aree del centro storico. Ma se quel ricorso sembra essere finito nel nulla, quello proposto dai tre cittadini Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani pare davvero aver fatto centro. La prossima mossa spetta al Comune: entro mercoledì la telenovela potrebbe vivere l'ennesimo colpo di scena.

Riccardo Tosques

 

 

A Trieste oltre 200 geologi per un piano "salva ghiacci" - La comunità internazionale di esperti si riunisce in una cinque giorni targata Ogs
Obiettivo la definizione di linee guida da consegnare ai grandi decisori mondiali
TRIESTE - Le calotte polari ci dicono che un aumento di anidride carbonica e di temperatura così accelerato non si era ancora mai verificato nel passato, o perlomeno, negli ultimi 800mila anni. Oramai la comunità scientifica concorda sul fatto che a premere l'acceleratore sul riscaldamento globale sia l'uomo. Come sta rispondendo la calotta antartica, principale riserva di ghiacci del nostro pianeta, al cambiamento climatico e come potrebbe reagire ad un ulteriore aumento delle temperature e di CO2 nell'atmosfera? E quindi, quanto velocemente potrebbe innalzarsi globalmente il livello del mare? La comunità antartica internazionale, con oltre 200 esperti, si riunisce alla Stazione marittima di Trieste da oggi al 15 settembre per delineare le priorità e linee d'azione future nell'ambito della conferenza Past Antarctic Ice Sheet Dynamics (Pais), organizzata dall'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale - Ogs, in collaborazione con l'Antarctic Research Center dell'Università di Wellington (Nuova Zelanda) e con il supporto dello Scar (Scientific Committee for Antarctic Research) e di altre istituzioni internazionali. L'obiettivo principale è fornire indicazioni più accurate possibili all'Ipcc (Intergovernamental Panel of Climate Change) per poter fare previsioni sul futuro climatico del nostro pianeta nell'ottica di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5-2°C, come sottoscritto dall'accordo di Parigi (COP21 Conference of Parties), firmato da 195 nazioni, tra cui non compaiono gli Stati Uniti. Spiega Laura De Santis, geofisica dell'Ogs, veterana delle spedizioni scientifiche in Antartide, all'attivo ben cinque missioni di cui l'ultima sulla nave Ogs Explora, per il Programma nazionale delle ricerche in Antartide, si è conclusa a marzo 2017: «Si tratta di un'importante occasione per presentare e discutere i più recenti risultati delle analisi e misure condotte in Antartide. Il fine è, integrando tali dati con le simulazioni numeriche, comprendere la relazione tra riscaldamento climatico, circolazione oceanica e stabilità della calotta antartica per cercare di capire come il nostro pianeta stia reagendo al cambiamento climatico». Al termine del convegno, sarà preparato un documento a cura degli scienziati con le linee guida destinate ai decisori politici mondiali. Rileva De Santis: «Stiamo assistendo ad un assottigliamento dei ghiacci abbastanza veloce in alcune zone dell'Antartide, non tutte per fortuna, solo quelle dove la calotta appoggia sul fondo del mare, più sensibili al riscaldamento dell'oceano. Però - prosegue la ricercatrice - se tutte queste aree a un certo punto rimanessero scoperte di ghiaccio, anche la parte terrestre più resistente e stabile, potrebbe diventare più vulnerabile perché non avrebbe la protezione della cintura dei ghiacci e, anche questa, sarebbe sottoposta a un processo di assottigliamento». L'Antartide è un luogo privilegiato per studiare i cambiamenti climatici, quest'area svolge un ruolo di primo piano nella regolazione del clima in quanto le masse d'acqua fredda che si formano qui sono i motori principali della circolazione oceanica terrestre. Entrambi i poli, Artico e Antartide, risentono di più del riscaldamento della temperatura e del cambiamento climatico, in altre parole sono più sensibili. Se infatti alle medie latitudini la temperatura aumenta di 1-2°C, alle alte latitudini cresce anche di 4-5°C, ciò è particolarmente drammatico per le aree polari perché qui si trovano i ghiacci. Lo scioglimento dell'enorme volume di ghiacci che si trova nelle aree continentali, soprattutto dell'Antartide, comporterebbe un aumento del livello del mare di diversi metri. «Quindi - commenta la ricercatrice - andare lì, è il modo migliore per poter prevedere i cambiamenti futuri anche grazie ai sedimenti del fondale marino, praticamente degli archivi paleoclimatici, che ci dicono cosa è successo in passato in condizioni climatiche più calde rispetto a quelle attuali». La Nave Ogs Explora ha effettuato l'ultima campagna di ricerca in Antartide da gennaio a marzo 2017 navigando il Mare di Ross, una ampia baia dell'Antartide, riepiloga De Santis: «Posto che serviranno almeno due anni per elaborare i dati scientifici, abbiamo delle scoperte importanti nel cassetto, di sicuro impatto. Proprio per la mancanza di ghiaccio (è stato un anno particolarmente caldo in Antartide anche per un fenomeno ciclico denominato El Niño, ndr) abbiamo navigato in zone del Mare di Ross mai raggiunte da nessuno e abbiamo acquisito dati importanti e unici che ci permetteranno di aggiungere un tassello al grande puzzle della calotta che attualmente è conosciuta solo in piccola parte».

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 9 settembre 2017

 

 

Esperti a confronto per collegare la città al Porto vecchio - Si parte dai 2,8 milioni dell'Ue per la mobilità sostenibile

Dal 13 al 15 settembre se ne parla al Trieste Portis meeting
L'Unione europea ha stanziato 2,8 milioni di euro per ripensare gli spazi portuali e urbani di Trieste in direzione della mobilità sostenibile. Il finanziamento, che si inserisce all'interno del più ampio progetto Civitas Portis, sarà in larga parte investito nella riqualificazione del Porto vecchio. Dati e obiettivi sono stati riferiti ieri durante una conferenza stampa indetta dall'assessore all'Urbanistica e ambiente, Luisa Polli. Gli appuntamenti iniziano già la prossima settimana, con il Trieste Portis meeting: il 15 settembre l'attore Lino Guanciale, "ambasciatore" di Trieste Portis, sarà l'ospite d'eccezione del Porto vecchio. Un nuovo paradigma. Un vero e proprio «cambiamento culturale» è l'obiettivo che Polli si prefigge di realizzare grazie a Civitas Portis. Partner del Comune nel progetto sono l'Autorità portuale dell'Adriatico orientale, l'Area science park, la Trieste Trasporti e l'Università di Trieste. «La nozione di "traffico" è superata - ha detto l'assessore -. Redigeremo un Piano urbano di mobilità sostenibile: concetto in grado di rendere conto non solo delle automobili ma anche dei ciclisti, dei pedoni e delle persone con disabilità». La sfida, ha continuato Polli, sarà «integrare il Porto vecchio nel Piano urbano».Le altre misure annunciate sono: la creazione di una piattaforma informatica dei trasporti per fornire informazioni in tempo reale; la nascita di un ufficio tecnico "multigovernance" per lo sviluppo del Porto vecchio; la promozione della "soft-mobilità"; lo sviluppo di un sistema integrato di gestione dei parcheggi a pagamento; il monitoraggio delle merci e la regolamentazione degli accessi alle aree portuali. Tali misure saranno volte al «miglioramento dell'accessibilità alla zona costiera» e allo «sviluppo del mercato crocieristico con opzioni di mobilità urbana sostenibile per i turisti». Il progetto - Collegare i centri urbani ai loro porti, nel segno della mobilità sostenibile. Ecco in sintesi lo scopo del progetto europeo "Civitas portis", che nei prossimi quattro anni coinvolgerà sei realtà portuali internazionali per un totale di 33 partenariati: Trieste in Italia, Aberdeen in Inghilterra, Costanza in Romania, Klaipeda in Lituania e Anversa (coordinatrice dell'iniziativa) in Belgio fungeranno da "città-laboratorio". A queste si aggiunge Ningbo, porto affacciato sul mar Cinese orientale. Con il sostegno dell'Unione europea, le città coinvolte collaboreranno allo scopo di «implementare misure innovative e sostenibili per migliorare l'accesso a città e porto». L'iniziativa si concluderà nel 2020 e inizierà a concretizzarsi, nel capoluogo giuliano, già a partire dalla prossima settimana. Dal 13 al 15 settembre si svolgerà infatti il Trieste Portis meeting, una tre giorni cui parteciperanno sia esperti europei che normali cittadini e alunni delle scuole. La tre giorni - Le prime due giornate saranno riservate al personale tecnico, mentre venerdì 15 settembre gli appuntamenti per le scuole e per il pubblico concluderanno in bellezza la rassegna. "Data management", "governance" e "decision making" sono alcuni dei temi che saranno trattati al Savoia Excelsior Palace durante le sessioni di lavoro a porte chiuse, stando al programma. L'agenda del giorno 15, ambientata nella Centrale idrodinamica del Porto vecchio, è invece pensata per tutti: alle 9 visita guidata per gli studenti delle scuole medie; alle 15 premiazioni del concorso "Oggi mi muovo così, domani..." cui hanno partecipato i bambini dei ricreatori comunali; alle 16 reading di Nati per leggere, rivolto alle famiglie con bimbi dai 3 ai 6 anni. Alle 17, infine, l'ospite d'onore sarà Lino Guanciale. Il testimonial di Trieste Portis è l'attore protagonista de "La porta rossa", la serie ambientata nel capoluogo giuliano che ha esordito in televisione a febbraio. La mattina due eventi si svolgeranno anche nel palazzo del Comune: political meeting alle 9 e, alle 12, la conferenza stampa

Lilli Goriup

 

 

COMUNE - Doppia mossa a tutela dello stagno di Contovello
TRIESTE - Buone notizie per la comunità di Contovello e per coloro che si impegnano per la tutela e la valorizzazione dei beni ambientali. A seguito di un sopralluogo effettuato dal sindaco, è stato deciso di attivare nuove strategie per salvare l'antico stagno del paese. Attraverso la captazione delle acque piovane e la predisposizione di un attacco alla rete idrica si cercherà finalmente di tutelare un sito unico nel suo genere. Assieme all'area di Percedol e a quella di Trebiciano, il laghetto di Contovello è uno dei più grandi della provincia. Da tempo lo stagno giace in grave degrado, in perenne bisogno d'acqua, perché privato dalle sue vene sotterranee, in qualche modo deviate da alcuni vicini interventi edilizi. A complicare la situazione la perenne maleducazione e ignoranza di ignoti che, di continuo, hanno messo a repentaglio la vita delle creature autoctone di questo delicato ecosistema, immettendovi pesci rossi, tartarughe e vegetali estranei e inadatti. Accanto agli allarmi e le segnalazioni periodicamente lanciati dalla circoscrizione di Altipiano Ovest e dei naturalisti e tutori degli stagni, è recente l'intervento dalla presidente della Comunella di Trebiciano Katja Kralj per la salvezza del laghetto di quella località e di tutti quelli carsici, a forte rischio per le mutate condizioni ambientali e per gli evidenti cambiamenti climatici. Assieme alla presidente del primo parlamentino Maja Tenze, al rappresentante di AcegasApsAmga Federico Trevisan, il sindaco ha effettuato, come detto, un sopralluogo sul posto. «L'obiettivo - ha spiegato il sindaco - è ridare vita e dignità a questo antico stagno, rivitalizzando nel contempo l'intera area. L'intervento prevede la realizzazione di alcune griglie sugli assi principali che portano verso lo stagno, in maniera da captare e canalizzare le acque piovane. Inoltre verrà predisposto un attacco alla rete idrica. Vi potrà accedere solo personale tecnico nei periodi in cui siccità e calore metteranno a dura prova l'esistenza del bacino».

Maurizio Lozei

 

 

CLIMA IMPAZZITO - SI DEVE AGIRE
Cataclismi meteorologici in Florida e nei paradisi caraibici. In Usa nemmeno il tempo di riprendersi dallo sfacelo di Harvey ed è l'ora di correre ai ripari da Irma. Continua l'allerta nella sponda opposta dell'Atlantico, con situazioni apocalittiche. Nell'isola di Barbuda distrutto il 90 per cento degli edifici. Antille devastate. A Miami milioni di persone prese dalla disperazione e dalla paura sono in fuga verso nord. Anche il ciclone Josè al largo delle coste del Venezuela cresce d'intensità raggiungendo categoria 3. È in via di formazione una quarta perturbazione nel mare del Messico, Katia. Pur non essendoci una correlazione diretta tra cambiamento climatico e formazione degli uragani, esiste una incidenza sul potenziamento dell'intensità degli eventi, dovuta all'aumento di temperature e umidità. Se volgiamo il nostro sguardo a Est, purtroppo, il colore dei cieli non cambia. La catastrofe climatica incombe sull'Asia, dove durante l'estate per le piogge monsoniche migliaia di persone hanno perso la vita. Frane, crolli di edifici e ponti, inondazioni tra le peggiori mai viste nel secolo, provocando milioni di sfollati in intere aree. Scorriamo le notizie di questi ultimi mesi. In Cina, 7 luglio: le pesanti piogge che si sono abbattute nella provincia dello Hunan, ininterrottamente dal 22 giugno, hanno causato il peggior disastro naturale della zona negli ultimi 60 anni. Il 56 per cento dell'intera popolazione della contea ha subito danni ingenti. Le perturbazioni colpiscono il Giappone, 10 luglio: il governo di Tokyo ha dispiegato migliaia di uomini per far fronte all'emergenza. Poche ore dopo a molti chilometri di distanza, a New Delhi 11 luglio: un'ondata di maltempo ha colpito l'India nord-orientale causando la morte di almeno 24 persone. Le perturbazioni non risparmiano il Vietnam. Hanoi, 6 agosto: il comitato centrale per i disastri naturali ha reso noto che a causa del maltempo si registrano danni a strade, coltivazioni e impianti di irrigazione. Circa cinquemila persone tra soldati, agenti di polizia e volontari sono impegnati nelle ricerche dei dispersi. Pochi giorni fa, montagne del Nepal, 30 agosto 2017: «Le piogge di quest'anno sono state al di fuori delle nostre aspettative, non ci siamo preparati in modo adeguato. Siamo consapevoli delle sofferenze e del dolore delle persone colpite ma stiamo facendo il possibile per aiutarli» ha dichiarato un portavoce del governo di Katmandu durante la fase di soccorso alla popolazione. E mentre Harvey e poi Irma si infrangevano sulle coste degli Usa e i monsoni sbattevano sull'Asia, anche in Italia ci siamo trovati a fare i conti con un'altra crisi climatica. Colpiti da una siccità senza precedenti. Nell'estate di Lucifero il calo delle precipitazioni è stato imponente: -47,4% rispetto alla media. Raggiungendo punte estreme dell'80%, in meno. Un'aridità che si stima abbia provocato danni per oltre due miliardi di euro. Con molte regioni che hanno chiesto al governo lo stato di calamità naturale. Occorreranno mesi di pioggia per riportare il suolo italiano in condizioni normali e ricostituire le riserve di acqua persa negli ultimi otto mesi. In Medioriente manca acqua nei fiumi. Evapora il Mar Caspio, ad un ritmo tale che la parte settentrionale del più grande lago salato al mondo potrebbe sparire prima della fine del secolo. Mentre, proiezioni dell'Onu lanciano l'allarme per l'innalzamento del livello del mare di un metro nei prossimi decenni. Erosione della costa, desertificazione degli ambienti mediterranei, dissesto idrogeologico in ambienti a clima piovoso, sono tutti effetti del cambiamento climatico globale. È in corso una "tropicalizzazione del clima", e se non verranno prese misure per frenare il surriscaldamento climatico l'effetto sarà devastante, arrivando a interessare due persone su tre solo in Europa. In uno scenario che si prospetta drammatico. Per mettere in sicurezza il pianeta occorrono risorse e cooperazione, rispetto per l'ambiente e ricerca, applicare gli accordi internazionali, come Cop21. Muoviamoci

ALFREDO DE GIROLAMO

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 8 settembre 2017

 

 

Arrivano i pannelli solari sopra l'ex Pescheria - Affidato per 370mila euro l'appalto per l'installazione di una sottile guaina fotovoltaica a impatto zero
Si sblocca finalmente uno degli appalti "impossibili" del Comune di Trieste. L'ex Pescheria, il Salone degli incanti, si appresta ad essere coperta da una guaina fotovoltaica. Un progetto di sostenibilità energetica, finanziato con quasi 500 mila euro di fondi Pisus, che risale a sei anni fa ma che è finito bloccato prima dal famigerato Patto di stabilità e poi dalle modifiche del Codice sugli appalti. Ora, finalmente, si è arrivati all'aggiudicazione dell'appalto per la cifra complessiva di 370mila euro alla C.P. Costruzioni di Trieste che dovrà installare la guaina fotovoltaica sul tetto dell'ex Pescheria in 150 giorni. Il progetto, per capirsi, era stato approvato dalla giunta di Roberto Cosolini a metà novembre del 2011. L'intervento prevede l'installazione di una guaina fotovoltaica scura e non riflettente sulla copertura dell'ex Pescheria. Un'opera a impatto visivo pressoché nullo e dalla resa garantita anche nei giorni di cielo coperto. Il progetto era stato inserito tra le richieste di cofinanziamento in Regione dall'amministrazione cittadina nella cornice dei Pisus (ovvero i Piani integrati di sviluppo urbano sostenibile) attraverso i quali vengono veicolati una serie di fondi comunitari per «incrementare la qualità dell'ambiente urbano». Il progetto risulta finanziato al 77% dalla Regione (il restante 23% spetta al Comune). L'obiettivo è «l'installazione sulla copertura rifinita attualmente con guaina ardesiata» di «un sistema impermeabile fotovoltaico con caratteristiche innovative a film sottile a tripla giunzione». Una tecnologia, questa, grazie alla quale le componenti blu, verde e rossa «dello spettro della luce solare» possono essere assorbite proprio «in modo frazionato dai differenti strati presenti». Così «le celle producono energia anche con irraggiamento solare indiretto, con luce diffusa e con bassi livelli di insolazione». Il sistema insomma funziona «con qualsiasi condizione atmosferica». Ma c'è di più: la guaina - si legge nel prospetto tecnico - è talmente sottile (e pure removibile) da risultare praticamente invisibile. L'opera è stata progettata dall'Ufficio tecnico del servizio Lavori pubblici del Comune e porta la firma dell'architetto Carlo Nicotra. A lavoro terminate il Salone degli incanti diventerà un modello dal punto di vista del consumo energetico a emissione zero di Co2.

(fa.do.)

 

 

I cittadini di Zindis ripuliscono il loro rione - Adulti e bambini insieme hanno "lavorato" tra il parco Robinson e il campo giochi vicino all'istituto Zamola
MUGGIA - Quasi una risposta a tono, come a voler sottolineare che l'inciviltà non l'avrà mai vinta. Nel giorno in cui Muggia si risvegliava con l'ennesimo sfregio al suo patrimonio pubblico - i danneggiamenti compiuti da ignoti agli arredi della Biblioteca comunale - una quarantina di cittadini residenti a Zindis hanno deciso di tirarsi su le maniche e iniziare a ripulire parte del rione. Dal parco Robinson e dal vicino campo giochi a fianco della scuola Zamola è andata in onda martedì scorso una nuova edizione di "Pulizia partecipata", il tradizionale appuntamento che vede coinvolti, in collaborazione con il Servizio Ambiente del Comune di Muggia, la Microarea di Zindis con la Cooperativa sociale La Collina, i volontari del Cai, i bambini del Ricremattina e gli stessi abitanti di Zindis. Il lavoro si è concentrato vicino alla scuola. Muniti di cesoie, rastrelli e sacchi neri i bambini del Ricremattina, con i volontari del Cai-Sag di Muggia, hanno sistemato l'area verde del parco giochi e, dopo aver spazzato e rastrellato il campo, si sono divertiti a riempire di foglie secche i sacchi portati dagli adulti. Il tutto mentre altri volontari del Cai, con gli operai comunali, terminavano la pulitura di vistose scritte che negli ultimi giorni erano comparse a imbrattare alcune porte della scuola. La mattinata di lavoro in compagnia si è conclusa degnamente con un lauto rinfresco nella Microarea di Zindis realizzato dagli abitanti del rione e con la preziosa collaborazione del Gruppo Orto sociale Zindis. «Imbrattamenti, resti di merenda o "semplici" mozziconi nelle caditoie sono gesti ugualmente deplorevoli perché tutti vanno a danneggiare la cosa pubblica», così il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Non esistono gesti incivili più o meno innocui, e chi "degrada" dovrebbe tenere a mente che in realtà "viene degradato" dal suo stesso agire. Prendersi cura insieme di un luogo pubblico è il modo più efficace per riappropriarsene. Bisogna cambiare la prospettiva della percezione del bene comune. Fare parte di una comunità vuol dire in qualche modo impegnarsi un po' per renderla migliore. Lo si può fare in tanti modi e ognuno è libero di scegliere quello più confacente ai propri interessi, al proprio tempo e alle proprie passioni, senza mai dimenticare però che Muggia siamo noi e, in un modo o nell'altro, siamo noi a fare la differenza».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 7 settembre 2017

 

 

Alloggi e posti auto in Borgo Teresiano
Lo spostamento della zona di carico e scarico, la ridefinizione degli attraversamenti pedonali e poi la viabilità del tratto che da via Torrebianca porta verso via Machiavelli. Luisa Polli, assessore comunale all'Urbanistica, nell'illustrare nei dettagli la modifica al piano del traffico contenuta nella delibera di giunta dello scorso giugno a supporto del progetto di pedonalizzazione e pavimentazione di via XXX Ottobre, sottolinea come nell'adottare le modifiche si sia tenuto conto delle esigenze di commercianti, residenti, ciclisti e automobilisti. Il tratto che non verrà completamente pedonalizzato ma che godrà di una soluzione identica a quella proposta in via Trento, con il marciapiedi più ampio, sarà quello tra le vie di Torrebianca e Machiavelli. Una decisione pesa anche a fronte di un nuovo progetto immobiliare che a breve vedrà partire un nuovo cantiere in via Machiavelli dove, al civico 19, la Borgo Teresiano srl realizzerà 15 unità abitative e 20 posti macchina. «L'operazione di pavimentazione di via XXX Ottobre - ha spiegato Polli - toglie rispetto alla situazione attuale al massimo sette posti macchina, ovvero quelli nel tratto tra via di Torrebianca e via Machiavelli sul lato opposto agli uffici di Equitalia». I parcheggi sul lato dell'agenzia di riscossione resteranno. «Il resto della via era già in zona Ztl o pedonale - aggiunge - la soluzione adottata consentirà ad un maggior numero di pubblici esercizi di disporre di un dehors». All'incrocio con le vie Milano e Valdirivo verranno sistemati dei semafori e le strisce pedonali ridisegnate nella parte centrale dell'attraversamento, così come è stato fatto in via San Nicolò, anche per rendere più fluido l'attraversamento dei ciclisti. Nei mesi scorsi l'amministrazione comunale ha incontrato tutti gli esercenti di via XXX Ottobre che da anni si battevano per la completa pedonalizzazione e la pavimentazione di quella strada. «In questi giorni stanno ricevendo le lettere da parte del Comune che indica loro nel dettaglio quando devono ritirare i loro dehors, - spiega Elisa Lodi, assessore comunale ai Lavori Pubblici - tavolini, sedie ed espositori dovranno essere rimossi man mano che il cantiere proseguirà lungo la via». Il cantiere da 800 mila euro partirà il prossimo 11 settembre. Cinque i lotti nei quali è stato suddiviso l'intervento. Il primo riguarderà il tratto che dal via del Lavatoio si estende fino a via Milano. Il secondo partirà dopo il 9 ottobre, dopo la Barcolana, e riguarderà la parte che da via Milano arriva fino in via Valdirivo. «Con l'inizio del secondo lotto - precisa Polli - avverrà anche l'istituzione della nuova area di carico e scarico, concordata con i commercianti, e che sarà in via Mercadante».La terza fase dei lavori partirà a novembre e si concluderà agli inizi di febbraio e coinvolgerà la parte che da via Valdirivo arriva in via Torrebianca. Da gennaio a metà marzo sarà la volta del tratto finale della via che da via Machiavelli arriva in piazza Sant'Antonio. L'ultima fase dei lavori inizierà a marzo e si concluderà tra maggio e giugno 2018 e interesserà il tratto che da via Torrebianca raggiunge via Machiavelli.

Laura Tonero

 

 

C'è il "porta a porta" - Tassa sui rifiuti più salata a Muggia - Rincari sulla Tari fino al 30% in vista dell'avvio del servizio

Il Comune: «Bisogna coprire i costi per i nuovi contenitori»
MUGGIA - Aumenti sulla bolletta dei rifiuti. Questa la spiacevole sorpresa che nelle ultime settimane sta coinvolgendo i cittadini residenti a Muggia. L'incremento della Tari, ovviamente, non è passato inosservato. Anche perché i rincari hanno sfiorato in alcuni case anche il 30%. L'avvio della raccolta "porta a porta", inizialmente preannunciato entro l'inizio di autunno, è stato posticipato ai primi mesi del 2018, come ha spiegato di recente l'assessore all'Ambiente Laura Litteri.Il nuovo servizio, affidato alla partecipata Net, prevede dei corsi di formazione ad hoc nelle scuole muggesane che dovrebbero partire proprio con l'inizio del nuovo anno scolastico. Ai cittadini, invece, verrà consegnato del materiale informativo sulla nuova modalità di raccolta, ma soprattutto, a fine anno, verranno forniti alle famiglie, ai condomini e alle attività commerciali i nuovi bidoncini per differenziare l'immondizia e applicare concretamente la raccolta "porta a porta". E proprio i costi per l'acquisto di questi raccoglitori si sono ripercossi sulla bolletta come racconta l'assessore al Bilancio e ai Tributi di Muggia Mirna Viola: «Il prevedere l'ammortamento già da questo anno, al di là dei tempi di distribuzione dei raccoglitori, è servito a contenere l'aumento di imposta per gli anni successivi. Ovvio che distribuendo in un numero d'anni maggiore la spesa, l'incidenza dell'aumento annuo nelle tasche dei cittadini è minore». Per legge la Tari deve coprire per intero i costi del servizio di gestione dei rifiuti. «Un servizio che quest'anno prevede la raccolta dei rifiuti anche nel nuovo tratto di costa messo a disposizione alla collettività e l'intensificazione della raccolta in alcune località del territorio», puntualizza Viola. Un'estensione quantitativa di raccolta, quindi, che, di contro, «deve rispondere ad una riduzione del numero di coloro sui quali incide la distribuzione dei costi». Gli uffici comunali, in collaborazione con Insiel, hanno fatto poi delle nuove verifiche per avere esattamente la stima dei nuclei familiari presenti a Muggia nell'anno in corso: «È stata registrata una diminuzione rispetto alle statistiche precedenti. È sceso, cioè, il numero degli utenti sui quali, per legge, vanno distribuiti i costi del servizio. Anche questo dato - puntualizza Viola - ha ovviamente inciso sulla distribuzione dei costi per utenza domestica e non». L'altro elemento da tenere in considerazione, poi, è il rapporto quota fissa/variabile. Come evidenziato dai calcoli che si possono verificare nel Regolamento per l'applicazione dell'imposta unica comunale Iuc, pubblicato sul sito del Comune, la Tari è composta da una quota fissa (che si riferisce alla superficie) e da una variabile (che fa riferimento al numero di persone).«Il quadro economico del costo dei servizi, in base alle nuove modalità di raccolta e smaltimento, costituito secondo le norme di legge, viene a gravare maggiormente sulle voci che incidono sulla quota fissa che attiene all'ampiezza dei locali», spiega l'assessore. Non solo. «Il costo del servizio è suddiviso per il 62% sulle utenze domestiche e per il 38% su quelle non domestiche. Dai dati in possesso dell'Ufficio Tributi - conclude Viola - la Tari è rimasta comunque pari a quella del 2014 e diminuirà negli anni, man mano che si arriverà alla soglia di differenziata prevista dall'Ue».

Riccardo Tosques

 

 

Dai boschi di Piscianzi a Roiano - Il tour notturno del baby cinghiale
È sceso giù dai boschi di Piscianzi per una capatina in centro, magari alla ricerca di cibo o semplicemente per curiosità, vista la sua giovane età. L'incursione notturna di un cinghiale solitario nel rione di Roiano, a pochissime centinaia di metri in linea d'aria dalla stazione centrale dei treni, complice la tecnologia di oggi, non è riuscita proprio a passare inosservata. Il video, che in poche ore ha fatto il giro del web, immortala l'animale vicino alla chiesa dei Santi Ermacora e Fortunato Martiri, raggiunta probabilmente da via Sara Davis o da via dei Moreri. Dopo un rapido giretto attorno alla piazza il cinghiale ha poi svoltato a destra verso via Barbariga percorrendola tutta, prima sul marciapiede e poi lungo il centro della carreggiata. Una volta giunto all'incrocio con via Udine il video si è interrotto bruscamente, lasciando spazio all'immaginazione su quale possa essere stato il proseguimento della movimentata serata del robusto mammifero. Dalle immagini filmate si evince che l'esemplare protagonista della passeggiata cittadina è un maschio dell'età di poco inferiore all'anno, del peso di circa 40 chili, quasi sicuramente un giovane in dispersione, ossia in fase di allontanamento dalla famiglia. Vista la discreta confidenza con il tessuto urbano e la relativa tranquillità con cui si comportava nonostante la presenza delle persone durante la realizzazione del filmato, il giovane suino selvatico potrebbe essere un esemplare già «pasturato», ossia abituato ad essere nutrito appositamente dall'uomo. «Ho visto il video, e c'è poco da stupirsi: i cinghiali oramai sono più presenti in periferia che in Carso. Il prossimo step, molto probabilmente, sarà il centro cittadino», racconta Nicola Bressi, esperto naturalista triestino del Museo Civico di Storia di Naturale. La presenza di questi mammiferi è oramai capillare su tutto l'arco suburbano che va da Barcola a Longera. Tanti e in crescita, oramai, i casi eclatanti che hanno fatto "letteratura" a Trieste. Nel novembre del 2008 un cinghialotto di circa un anno si calò dal bosco del Farneto piombando in centro città e giungendo piazza Volontari Giuliani dopo aver percorso un tratto del viale XX Settembre. Solo dopo un inseguimento lungo e complesso, vista la sua agilità, una squadra di vigili del fuoco riuscì a immobilizzare il cucciolo. Nell'ottobre del 2015 un cinghiale scappò da un allevamento girovagando per il rione di Borgo San Sergio. Nella sua fuga "visitò" l'edicola di via Curiel, davanti al capolinea della 21, e fece poi razzia all'osteria "La Scaletta", dove venne poi sedato dalla Polizia ambientale dell'allora Provincia. Più recentemente un cinghiale di 60 chilogrammi, invece, venne ritrovato morto nelle acque davanti a bagno ferroviario. Quest'anno poi diversi maiali selvatici sono stati immortalati in strada del Friuli, sino al Faro della Vittoria, e in via Cumano, nella zona di Montebello. Una presenza sempre più massiccia che ha costretto a turni di superlavoro gli uomini del Corpo forestale. In sei mesi nelle zone urbane e suburbane (non in Carso, dunque) gli interventi effettuati sono stati circa una settantina. Interventi finalizzati peraltro non a contenere la specie, ma a garantire il ripristino della pubblica sicurezza. Le aree più gettonate dagli ungulati? Longera, Piscianzi, Melara, la zona dell'Università centrale e Cologna. Proprio qui, di recente, vennero sorpresi sei esemplari, tutti vispi e in piena salute, che passeggiavano allegramente nel giardino dell'istituto comprensivo Commerciale, a pochi passi quindi dalle porte delle aule dei piccoli alunni. Insomma, il tour a Roiano del cinghialotto star del we è solo l'ultima "prodezza" di una specie ormai sempre più abituata, anche a causa dei comportamenti umani, a lasciare i boschi dell'altipiano e a camminare sui marciapiedi dei rioni periferici, in cerca del cibo che molti umani lasciano a loro disposizione in maniera sconsiderata.

Riccardo Tosques

 

Quegli incroci con i maiali selvatici - Le scelte fatte per evitare l'estinzione hanno prodotto una specie molto resistente
«Verso la fine dell'Ottocento i cinghiali erano quasi estinti nelle nostre zone. Esistevano solo delle colonie nella parte orientale della Slovenia, in Toscana e in Sardegna. Per reintrodurre questa specie sono stati fatti diversi incroci con cinghiali provenienti da ceppi diversi, fattore che ha reso quella triestina una specie molto, molto resistente». Il naturalista Nicola Bressi non ha dubbi. Studi scientifici parlano di un vero e proprio dna modificato nei cinghiali triestini in seguito all'incrocio con i maiali selvatici provenienti dall'allora Jugoslavia centrale, già di per se stessi mescolati con cinghiali dell'Europa centro-orientale (Germania e Cecoslovacchia i paesi più gettonati). E poi c'è la storia più recente, quella degli anni Novanta, in cui vagonate di cinghiali arrivarono sull'altipiano carsico dal Centro Italia. I suini vennero rinchiusi inizialmente in un'area agricola adiacente alla cava Faccanoni, gestita prima dalla Sicat e poi dalla Fintour. L'uomo di riferimento era sempre uno però, Quirino Cardarelli, ex ufficiale dei corazzieri divenuto successivamente manager. La leggenda narra addirittura che quegli animali vennero regalati al Cardarelli niente meno che da un ex presidente della Repubblica: Giuseppe Saragat. In seguito ad un misterioso "incidente" (non si sa se voluto o meno), una trentina di cinghiali riuscì a scappare insediandosi liberamente nel Carso. «Quegli animali erano stati peraltro ibridati con i normali maiali: non a caso, normalmente, sono dicembre e gennaio i momenti migliori per gli accoppiamenti, mentre i nostri cinghiali sono praticamente sempre attivi, proprio per l'incrocio fatto con i maiali», aggiunge Bressi. Ma i cinghiali hanno vita facile nelle nostre zone anche per altri motivi. In primis questi mammiferi non hanno quasi più degli antagonisti naturali. Lupi e linci sono specie rare se non rarissime nelle nostre zone. Di fatto l'unico predatore del cinghiale è proprio l'essere umano. E nonostante vi siano sanzioni che vanno dai 516 ai 2mila 65 euro con possibile arresto dai 2 ai 6 mesi per chi viene trovato a dar da mangiare a questi mammiferi, nelle nostre zone, grazie all'uomo, questi animali trovano agevolmente da mangiare. «Alcuni esemplari si recano con più o meno facilità nei campi e negli orti non protetti, altri invece vengono addirittura sfamati direttamente da persone che non hanno capito che questo comportamento è da evitare assolutamente», puntualizza Bressi. L'ultima considerazione del naturalista riguarda il ruolo dei contadini: «Una volta c'era molta più fame di oggi. Chi abitava in Carso, se vedeva un cinghiale, non esitava a sparare per avere della carne da mettere sotto i denti. Ora le usanze sono cambiate». Loro, gli ungulati, ringraziano.

(r.t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 6 settembre 2017

 

 

Settimana europea della mobilità orfana del Comune - Il municipio non conferma il sostegno. Ciclisti rammaricati - Polli: «Appoggiamo il contemporaneo progetto Portis»
Le associazioni del settore stanno comunque organizzando degli eventi: sabato apre il Rampigada Santa Village all’Obelisco

Il Comune di Trieste non aderirà alla Settimana europea della Mobilità sostenibile, in programma dal 16 settembre, con rammarico degli appassionati delle due ruote in città, pronti comunque a dar vita a diverse iniziative. Di risposta l’assessore comunale all’Ambiente Luisa Polli spiega che l’amministrazione ha scelto di valorizzare un altro evento, sempre a carattere europeo, che sarà presentato in una conferenza stampa venerdì. A Trieste la Settimana europea della Mobilità sostenibile si aprirà comunque sabato 16 settembre all’Obelisco, dalle 12, con il Rampigada Santa Village, stand dedicati appunto alla mobilità sostenibile con letture, presentazioni e musica, e domenica 17 settembre con la vera e propria Rampigada Santa, corsa o salita in bici su Scala Santa. Una festa per promuovere l’uso della bici in modo divertente, cui parteciperà il campione Simone Temperato, che completerà la salita su una ruota sola. «Al di là dell’ovvio rammarico per la non partecipazione del Comune alla Settimana europea della Mobilità – commenta Diego Manna, tra i promotori della Rampigada Santa e da sempre sostenitore dell’utilizzo delle bici in città – penso che arrivare a una mobilità sostenibile – precisa – rappresenta il futuro ed è un obiettivo condiviso da tutte le forze politiche, tanto che nel suo programma l’attuale sindaco Roberto Dipiazza ha dichiarato di voler arrivare nel medio termine a una bici ogni nove auto sulle strade di Trieste. La Settimana europea della Mobilità serve a ricordarci questo, e il suo messaggio è rivolto a tutti i cittadini d’Europa, prima che alle amministrazioni». Ma com’era organizzata a Trieste nelle annate precedenti la Settimana europea? «Il Comune promuoveva una riunione tra tutte le realtà che mettevano in campo iniziative a due ruote – ricorda Manna – per una sorta di coordinamento, mirato proprio a creare una serie di appuntamenti per i cittadini. Questa volta non c’è stato, anche se la rampigada può contare sul patrocinio dell’attuale amministrazione, ma nulla più. Dal Comune è evidente un disinteresse nei confronti delle bici, questa mancata partecipazione lo dimostra nuovamente, oltre a decisioni che negli ultimi tempi mostrano una certa avversità nei confronti dei ciclisti». Niente calendario con appuntamenti in bicicletta sostenuto dal Comune quindi, che spiega di aver scelto di promuovere un altro evento. «Si tratta del progetto Portis – annuncia Polli – in programma proprio quella settimana, a cui va dato spazio perché non avrà cadenza annuale, sarà un appuntamento speciale del 2017. Lo spiegheremo venerdì in una conferenza stampa. Aderire a entrambe le iniziative era impossibile, ma siamo aperti al dialogo con tutte le associazioni e le realtà che comunque si attiveranno sul fronte delle biciclette. Siamo d’accordo su tutti i principi da loro veicolati e ci piace anche la Rampigada Santa come evento e il grande movimento che crea. Ma per quest’anno – ribadisce – la nostra adesione ufficiale non può andare alla Settimana europea della Mobilità sostenibile». Manna, infine, approfitta per lanciare comunque un messaggio a tutti i cittadini: «Mi piacerebbe che i triestini rispondessero all’appello di questa settimana provando per sette giorni a usare meno l’auto e a spostarsi di più a piedi, in bici o col bus».

Micol Brusaferro

 

Il divieto alle bici va in Consiglio - Il leghista Lippolis non ritira la mozione in commissione. Forza Italia contraria
La mozione sui velocipedi del leghista Antonio Lippolis resta in pista e finirà per fare un giro in Consiglio comunale. Due ore e un quarto di discussione in VI Commissione non sono bastati a disinnescare il possibile divieto alle biciclette di transitare (se non a mano) nelle zone pedonali. «Solo fumo. Due ore e un quarto di fumo e fumo per una questione per la quale basta un po' di buon senso», spiega Salvatore Porro, presidente della Commissione con un passato da ciclista nelle file dell'associazione "Pedale triestino". Ovvero sarebbe sufficiente rispettare il Codice della strada che invita i ciclisti a scendere dal velocipede quando le zone pedonali sono troppo affollate. «Che nessuno si illuda che io ritiri la mozione - ribadisce Lippolis -. In Commissione si è svolta una lunga discussione sulla mia mozione sulle biciclette. Ho ribadito che il problema dei ciclisti maleducati e strafottenti esiste e che dovremo risolverlo. Il vicesindaco Roberti e l'assessore Polli ci stanno lavorando sopra e anche alcuni consiglieri si sono detti pronti, con le proposte alternative, a fare in modo che si vada nella direzione da me auspicata». L'opposizione, con il Pd in prima fila, ha già presentato una "contro mozione". La maggioranza però è tutt'altro che compatta sull'iniziativa leghista. Mentre la Lega frena, Forza Italia pedala. Gli azzurri Piero Camber (capogruppo), Michele Babuber e Alberto Polacco hanno ribadito ieri «la contrarietà alla proibizione» ricordando di avere presentato una mozione per «dotare la Polizia locale di migliori e più moderni mezzi e strumenti per il presidio del territorio, tra cui i monopattini elettrici del tipo di quelli che vengono noleggiati anche ai turisti». E quindi? «Prima di adottare ulteriori divieti risulterebbe quindi auspicabile l'implementazione delle reti ciclabili e il proficuo impiego degli agenti in bicicletta. Richiedere educazione è molto più da amministratori pubblici che il semplice proibire». I tre consiglieri azzurri inoltre avevano recentemente portato all'attenzione dell'amministrazione la proposta (condivisa anche con la Fiab) approvata all'unanimità in Consiglio comunale, per la realizzazione di una nuova pista ciclabile in Porto vecchio, nel tratto tra la sede della Svbg e il centro cittadino.

(fa.do.)

 

 

La Federcaccia "spara" sulla riforma Panontin - Previsti più poteri al Comitato faunistico rappresentato anche dagli ambientalisti
Le doppiette però non ci stanno. Intanto Confagricoltura dà l'ok ma la Lav tuona
TRIESTE - La proposta dell'assessore regionale alla Caccia, Paolo Panontin, per una nuova governance dell'attività venatoria, divide due dei principali portatori di interesse, Federcaccia e Confagricoltura, e scatena le ire della Lav Fvg. La Federcaccia regionale assume una posizione contraria, mentre la Confagricoltura del Friuli Venezia Giulia, anche a nome della altre associazioni agricole, si dice favorevole alle modifiche ipotizzate da Panontin. La proposta è stata avanzata dall'assessore in un convegno a Pozzuolo del Friuli, organizzato proprio dalla Federcaccia con la partecipazione di tutti le principali categorie coinvolte, al quale ha preso parte anche la presidente della Regione Debora Serracchiani. La questione prende le mosse da una sentenza con cui la Corte costituzionale ha cassato, nel 2009, parte dell'articolo 19 della legge regionale sulla caccia varata nel 2008, articolo che ometteva negli organi dell'Associazione unica dei cacciatori la presenza dei rappresentanti degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali. «Da allora - rileva Paolo Viezzi, presidente regionale della Federcaccia - tutto è rimasto fermo in Regione». Oltre a dare risposta della sentenza della Corte costituzionale, la proposta dell'assessore prevede di «ampliare le funzioni del Comitato faunistico regionale, nel quale sono rappresentati tutti i portatori di interesse, in modo che possa svolgere un effettivo ruolo di governance». Secondo Panontin il Comitato faunistico, presieduto dallo stesso assessore regionale alla Caccia, sarebbe costituito da 16 componenti (rispetto ai 15 attuali): cinque i rappresentanti delle associazioni venatorie riconosciute; cinque quelli delle organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative; tre i rappresentanti delle associazioni di protezione ambientale, e tre quelli degli enti locali. Viezzi sostiene che la soluzione proposta da Panontin «non è percorribile», sia per motivi giuridici sia di merito. «Sul piano giuridico - spiega il presidente - il Comitato faunistico è un organo consultivo e di natura pubblicistica, che opera con provvedimenti amministrativi, mentre l'Associazione unica dei cacciatori è un organismo privato che coordina altri organismi privati, che sono le riserve». Quanto al merito, sempre secondi Viezzi, «il criterio per individuare i componenti del mondo venatorio sono diversi da quelli per scegliere i rappresentanti degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali. Una differenza - rincara - che mostra la volontà dell'assessore di controllare le nomine che potrebbe fare il mondo venatorio. E questo è inaccettabile». Viezzi ricorda comunque che Panontin «si è detto disponibile a rivedere la proposta e a discuterne le modifiche», e ribadisce che Federcaccia è decisa a modificare le cose: «Partiamo da qui - afferma - per non restare qui».La proposta dell'assessore incontra invece il favore della Confagricoltura regionale, il cui presidente Giorgio Colutta, al convegno ha preso la parola a nome anche di tutte le altre associazioni agricole.«Siamo favorevoli - spiega Colutta - per due motivi. Innanzitutto Panontin ha proposto di attribuire al Comitato faunistico nuove funzioni operative in termini di gestione dell'attività venatoria. Il Comitato diverrebbe così il braccio operativo della Regione». Il secondo ordine di motivi sta nella riduzione del numero dei distretti venatori, che passerebbero da 15 a 4, e all'ingresso di ciascun distretto delle rappresentanze degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali, «distretti che ora vedono presenti solo i rappresentanti dei cacciatori». Una dura presa di posizione arriva infine dalla Lega antivivisezionista. «Nel Comitato faunistico si creerebbe un evidente e antidemocratico sbilanciamento in favore dei cacciatori - dichiara Guido Iemmi, responsabile istituzionale Lav Fvg -. Oltre ad essere fortemente sbilanciato in favore dei cacciatori, il Comitato faunistico appare anche gravemente antidemocratico. A livello regionale, infatti, i cacciatori rappresentano un'esigua minoranza, attorno all'1%, rispetto ai contrari alla caccia, che da sempre sono l'80% dei cittadini. La Regione - aggiunge - si appresta a violare ancora una volta le norme nazionali in materia di tutela della fauna selvatica».

Giuseppe Palladini

 

 

In secca le sorgenti del fiume Po - Niente acqua dal Monviso per il caldo: «È la seconda volta in 50 anni»
CUNEO - Neppure una goccia d'acqua alle sorgenti del Po, ai piedi del Monviso. Al Pian del Re, a 2.020 metri di altitudine, dove nasce il fiume più lungo d'Italia, tra le rocce sotto la targa "Qui nasce il Po" la vena si è completamente esaurita. Solo pietre asciutte. Non è la prima volta che succede, e poco più a valle il fiume si rianima, grazie ad altre fonti, ma è comunque un evento rarissimo. Sul "Re di pietra", come viene chiamato il Monviso, da anni non ci sono più ghiacciai e due mesi senza piogge hanno estinto anche i nevai lasciati da una primavera generosa. Aldo Perotti, gestore del rifugio "Albergo Pian del Re", conosce questi luoghi meglio di chiunque altro. La sua famiglia gestisce la locanda da oltre un secolo. «Nel corso della mia vita - racconta - avrò visto la sorgente del Po all'asciutto due o tre volte. Nell'ultimo mezzo secolo forse questa è la seconda volta che accade. Sopra il Pian del Re non c'è più un briciolo di neve, ed evidentemente le falde si sono abbassate». Per trovare l'acqua basta percorrere scendere qualche centinaio di metri. I piccoli rivoli che scendono dai laghi Fiorenza e Superiore alimentano il letto del Po e già pochi chilometri a valle, a Pian della Regina, è un torrente rigoglioso. «Decine di anni fa - racconta ancora Perotti - mio nonno provò a versare alcune sostanze coloranti nei laghi che si trovano a monte del Pian del Re, per capire da dove provenisse l'acqua della sorgente del Po. E scoprì che non arriva dai laghi, ma da una falda sotterranea alimentata in profondità, chissà dove sotto il Monviso. È acqua pura, cristallina, che sgorga in questo punto probabilmente da migliaia di anni». Quest'anno il caldo anomalo di maggio e giugno ha sciolto rapidamente gli accumuli di neve. L'estate ha fatto il resto. Praticamente - continua Perotti - non piove da due mesi. Lo zero termico è oltre i 4.000 metri. Le riserve di acqua e i ghiacci sotto le morene si sono sciolti e abbassati». Più a valle l'acqua c'è, perché il fiume è fatto di falde sotterranee che trasportano in pianura grandi quantità d'acqua, alimentando le risorgive, ma simbolicamente quella sorgente senza nemmeno una goccia d'acqua rappresenta il simbolo di un'estate senza pioggia che verrà ricordata a lungo, anche qui dove l'acqua non è mai mancata. In questo angolo di provincia di Cuneo, nel pianoro a quota 2.020 dove si narra sia transitato anche Annibale con il suo esercito di 30mila uomini e 40 elefanti, probabilmente è stata scritta un'altra pagina della storia sui cambiamenti climatici.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 5 settembre 2017

 

 

Tensione sindacati-Arvedi in attesa del tavolo a Roma - L'azienda apre sulla sicurezza ma di piano industriale si parla solo al ministero il 28
Confermato il pacchetto di scioperi in mano alle Rsu dopo l'incontro di ieri a Servola
Resta sul tavolo il pacchetto di 16 ore di sciopero ancora in mano ai sindacati per la Ferriera di Servola, dopo che ieri pomeriggio si è tenuto un incontro con l'azienda che le sigle concordano nel definire «meramente interlocutorio». Il faccia a faccia è avvenuto dopo che, venerdì scorso, i lavoratori dell'impianto avevano incrociato le braccia, consumando le prime otto ore del pacchetto di scioperi. I sindacalisti rilevano che ieri, al netto di un'apertura sul tema sicurezza, Siderurgica triestina ha rimandato la discussione sul piano industriale al 28 settembre (data dell'incontro al Ministero dello Sviluppo economico) e ha chiuso sul tema dei premi. Spiega Franco Palman della Uilm: «Le ore di sciopero proclamate dalle Rsu restano attive per diversi motivi. L'azienda si è detta disponibile a ragionare di sicurezza, ma quali siano le misure concrete che intendono adottare, e quale sia la velocità con cui dovrebbero tradursi in pratica, sono cose tutte da verificare».Per il sindacalista, però, il punto dolente è il futuro dell'area a caldo: «È una situazione imbarazzante. Durante il nostro ultimo incontro, quest'estate, avevano annunciato degli investimenti che ai nostri occhi sono di manutenzione ordinaria. Manca ancora uno sguardo più ampio sul futuro, sul piano industriale. Loro sono disposti a discuterne solo il 28 settembre a Roma, ma a nostro avviso è una risposta insufficiente». Infine, conclude l'esponente della Uilm, «anche l'aspetto dei premi deve essere sottoposto a un controllo più profondo». Interviene quindi Umberto Salvaneschi della Fim Cisl: «Questa riunione era assolutamente interlocutoria, non ha sciolto i problemi ma ha delineato un programma di ulteriori incontri per affrontarli. Questo però non ci permette di ritirare il pacchetto di ore di sciopero». Prosegue Salvaneschi: «Per Siderurgica triestina la sede opportuna per discutere di piano industriale è il ministero. Se è così noi ci presenteremo a quel tavolo chiedendo che vi partecipi il massimo rappresentante dell'azienda, e che illustri quali sono le prospettive dello stabilimento». Il sindacalista Fim Cisl chiede anche un maggiore crisma di ufficialità sul piano di investimenti annunciato nei mesi scorsi: «Chiediamo che venga ufficializzato con carta intestata, perché a noi l'hanno presentato in carta semplice. Riteniamo invece bisogni dare ufficialità alla cosa».Marco Relli per la Fiom Cgil pone l'accento sulla concordia dei sindacati: «Siamo unanimi sull'esito di questo incontro», dice. Gli unici potenziali risultati, secondo l'esponente Fiom, sono quelli ottenuti in ambito sicurezza: «Hanno accettato di aprire un tavolo che discuta tutte le necessità della Ferriera nel dettaglio. E hanno accettato anche la richiesta di individuare un Rls di sito». Ovvero un responsabile dei lavoratori per la sicurezza che abbia la facoltà di intervenire non soltanto sui dipendenti diretti di Siderurgica triestina, ma anche su chi lavora nelle ditte in appalto. L'obiettivo, precisa Relli, «è scongiurare situazioni come quella tragicamente conclusasi alla Wartsila qualche mese fa». Relli commenta anche la posizione dell'azienda sul tema dei premi: «Loro ribadiscono che la linea resta la stessa, rivendicando il premio di risultato. A nostro giudizio questo sistema divide le squadre, la cui unità è fondamentale in siderurgia». Anche la Fiom, infine, torna sul tema del piano industriale: «Di fronte all'ennesima domanda sul piano da parte dei sindacati, hanno demandato ancora una volta la questione a Roma. Si limitano a ribadire l'annuncio dei quattro milioni da investire in due anni - prosegue Relli - ma per noi sono insufficienti per garantire il futuro dell'area a caldo. Ci sembra un argomento che può essere discusso anche a livello locale, senza dover per forza trattarlo solo a Roma. Anche perché il contesto attuale di Trieste, penso allo sviluppo portuale, è essenziale per il destino dello stabilimento». Siderurgica triestina, contattata nel pomeriggio, non ha voluto commentare per il momento gli esiti dell'incontro di ieri con i sindacati.

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 4 settembre 2017

 

 

«Rotonda sull'Ospo, Parenzana poco sicura» - Crescono le lamentele di autisti e ciclisti sulla pericolosità del punto interessato dai lavori per la rotatoria
MUGGIA - Il tratto della Parenzana in prossimità delle foci del rio Ospo è pericoloso. Le lamentele stanno giungendo sempre più numerose all'amministrazione comunale, in particolar modo a causa del maxicantiere che sta interessando la zona. Sotto il controllo della Regione, infatti, stanno proseguendo i lavori per la rotatoria nel tratto conclusivo dell'Ospo. La tabella di marcia sembra non aver ricevuto intoppi come conferma l'assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani: «Siamo sempre in contatto con i tecnici regionali e le ultime notizie confermano che la rotatoria dovrebbe essere conclusa entro il 2017, con qualche intervento extra che potrebbe slittare ai primissimi mesi del 2018». In attesa che il manufatto venga concluso, la viabilità sull'arteria rimane decisamente critica. Non solo per gli automobilisti costretti a porre molta attenzione lungo il percorso, compreso l'incrocio con strada per Farnei, ma in particolar modo per i ciclisti. Nell'area, infatti, sorge l'imbocco d'accesso alla Parenzana, diventata decisamente meno sicura rispetto a prima. «Siamo consapevoli della questione e confermo che la problematica esiste - spiega Bussani - motivo per cui già a marzo ci siamo incontrati con l'assessore alle Infrastrutture della Regione Mariagrazia Santoro evidenziandole le criticità giunteci sia dai nostri concittadini che quelle fatteci pervenire dai cicloturisti». Da qui sono partite alcune richieste per poter superare il problema con la realizzazione di qualche opera. La prima proposta è stata quella di creare una passerella ad hoc da collegare al ponte sull'Ospo per determinare in tale modo un passaggio sicuro per i ciclisti. L'idea, però, non è andata a buon fine: «Purtroppo, per problemi di sicurezza legati all'accertamento della verifica statica della tenuta del ponte stesso, la proposta, a mio modo di vedere e a quello di tanti altri valida, è stata cassata». Bussani allora ha rispolverato il progetto provinciale del secondo lotto che avrebbe come obbiettivo principale quello di allargare il ponte: «Rifacendo il ponte si potrebbe creare un percorso sicuro per i ciclisti collegando il loro percorso alla Parenzana». Almeno per ora questo progetto, però, rimarrà nel cassetto: la cifra prevista di due milioni, a cui si potrebbero aggiungere ulteriori oneri per la bonifica della zona, è stata giudicata attualmente non affrontabile. La terza e ultima proposta riguarda la realizzazione di una passerella parallela ma distaccata dal ponte attuale, dedicata al passaggio delle biciclette. Anche in questo caso l'idea pare rimarrà tale essendoci costi importanti in ballo. Bussani, comunque, non demorde: «I progetti ci sono e anche la volontà. Ora cercheremo di capire se magari attraverso l'Uti e la sinergia con i comuni di Trieste e San Dorligo vi sia la possibilità di creare un collegamento alternativo bypassando quindi la problematica». In attesa di capire la soluzione l'auspicio è che i lavori per la rotatoria possano effettivamente terminare entro l'anno.

(ri. to.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 3 settembre 2017

 

 

I fondali non tengono l'acqua - «I laghetti carsici muoiono» - I terreni poco compatti e la carenza di piogge stanno facendo scomparire gli stagni
Il più a rischio ora è quello di Trebiciano: l'appello della Comunella alle istituzioni
TRIESTE - È un disperato Sos quello che arriva dalla comunità di Trebiciano: «Dateci una mano, date una mano a tutte quelle realtà locali che gestiscono e cercano di salvare quei preziosi laghetti e stagni carsici che stanno dissecando». L'appello è di Katja Kralj, presidente della locale Comunella, ed è rivolto agli enti e alle amministrazioni locali e regionale. C'è di mezzo, infatti, la conservazione degli antichi e rari specchi d'acqua presenti sul Carso, nel caso specifico quello di Trebiciano, che, assieme a tanti altri, rischia appunto di scomparire sia per l'andamento climatico, rotto estemporaneamente dalle piogge di questo week-end, che soprattutto per una serie di problemi tecnici. Di fronte ad altri problemi di forte attualità che interessano la società, la preoccupazione per la salvezza di questi stagni sembrerebbe eccessiva. Ma è necessario rendersi conto di come queste rare conche, quasi tutte realizzate artificialmente per trattenere la preziosa acqua altrimenti inghiottita dalla fessurata superficie carsica, siano testimonianza di quella lotta per la sopravvivenza che nei secoli i residenti hanno ingaggiato con un territorio difficile eppure tanto amato. È di questi ultimi anni la messa a punto di un progetto finanziato con fondi comunitari per il mantenimento, a cavallo dei confini, di un "Museo dell'Acqua diffuso" che rientra nel programma di cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia. Il progetto, che ha coinvolto amministrazioni e istituzioni secondo strategie condivise e risulta finanziato per oltre tre milioni, ha avuto come obiettivo la valorizzazione del ciclo dell'acqua e il territorio carsico nelle aree a Est dell'Altipiano e ha previsto il recupero di storici manufatti come l'antica cisterna "Ciganka" di Gropada, la valorizzazione di aree e percorsi e la posa in opera di opportuna segnaletica. «Definire terribile questa stagione estiva è poco - afferma la presidente - ma il nostro vecchio kal (che sta per stagno in lingua slovena, ndr) sta morendo non solo per la tremenda siccità ma anche perché il fondo non riesce a trattenere l'acqua». La questione è nota e interessa con modalità diverse tutti i vecchi stagni carsici. Di fronte alla quasi totale permeabilità del Carso, alcune conche deputate a raccogliere l'acqua piovana riuscivano a mantenere il proprio livello grazie di un fondo reso compatto dall'argilla. Ed erano gli stessi animali con i propri zoccoli a compattare quasi quotidianamente il letto degli stagni. «Oggi purtroppo non ci sono più mucche e buoi a garantire questo servizio - riprende Kralj - con il risultato che il fondo degli stagni non riesce a trattenere l'acqua. Circa una decina d'anni fa avevamo cercato di ripristinarlo, finanziando in proprio il deposito di nuova argilla e il suo compattamento. Purtroppo il recupero non è riuscito a dovere e oggi il kal, complici pure le scarse precipitazioni degli ultimi anni, risulta completamente secco. Qui ci vuole un nuovo intervento e noi non siamo in grado di provvedervi. È per questa ragione che chiediamo alle istituzioni di aiutare le nostre comunità a salvare questi reperti del passato, le memorie di un passato rurale che rischiano di essere cancellate per sempre, con interventi risolutivi». «Con Percedol e Contovello, il laghetto di Trebiciano è storicamente tra i più importanti e grandi del Carso», spiega Nicola Bressi del Museo di Storia naturale: «Attorno alla fine degli anni '60, si era asciugato a causa di un pilone dell'Enel posizionato all'interno. Per ripristinarlo, venne consultato anche il sottoscritto che, a scanso d'equivoci, ribadisce quello che aveva suggerito. Visto che ormai il fondo non può essere più ricompattato dagli zoccoli del bestiame, consiglio la posa in opera di un telo artificiale in materia plastica impermeabilizzante come è già stato fatto in altri siti. Dobbiamo prendere coscienza che i tempi sono cambiati e che dunque sono necessari nuovi espedienti. Pastorelli e vacche sono rari e comunque confinati in zone ben determinate. E dunque la soluzione prevede l'utilizzo di questi materiali, se vogliamo veramente salvare questi stagni».

Maurizio Lozei

 

 

Mobilità elettrica - vale 800mila unità lavorative
La mobilità elettrica in Italia potrebbe attivare un fatturato fino a un massimo di 300 miliardi da qui al 2030, con 823.000 occupati e 160.000 imprese, considerando la filiera allargata. A stimare il potenziale dell'"e-mobility" e le opportunità sul sistema Paese è uno studio realizzato da The European House Ambrosetti e Enel, presentato a Cernobbio, con il gruppo elettrico che si dichiara pronto ad investire «da 100 a 300 milioni di euro nei prossimi tre anni», in favore di un numero di colonnine di ricarica per le auto elettriche che varia «tra 7.000 e 12.000 unità», come ha spiegato l'ad Francesco Starace (Foto). A livello mondiale, tra il 2005 e il 2016, il numero di autoveicoli a motore elettrico e ibridi elettrici plug-in è cresciuto ad un tasso medio annuo del 94% in termini di stock (superando i 2 milioni di unità nel 2016) e del 72% in termini di nuove immatricolazioni. Anche l'Italia è coinvolta nella «e-mobility revolution»: sebbene la strada verso la transizione elettrica del Paese sia ancora molto lunga - evidenzia lo studio - le immatricolazioni di auto elettriche sono cresciute ad un tasso medio annuo composto del 41% dal 2005 al 2016. La crescita è stata significativa anche per il parco auto, con 9.820 autoveicoli circolanti nel 2016 (+60% rispetto all'anno precedente). «Per cavalcare con successo la e-mobility revolution - viene evidenziato nel Rapporto -, l'Italia deve innanzitutto sviluppare una visione di medio-lungo termine, come fatto dai principali Paesi e adottare delle politiche nazionali volte a sostenere la domanda, la filiera industriale (incentivando soprattutto la ricerca) e la rete infrastrutturale di ricarica».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 2 settembre 2017

 

 

Boom di vendite per le bici elettriche - Numeri raddoppiati in Friuli Venezia Giulia grazie agli incentivi regionali. Tra gli sportivi spopola la versione mountain bike
TRIESTE - Senza dubbio gli incentivi regionali stimolano l'acquisto. Ma, aiutini a parte, le bici elettriche hanno conquistato nell'ultimo anno, e in particolare durante i primi mesi del 2017, una fetta importante di italiani e residenti della regione. Si parla di un aumento già per l'anno scorso del 121,3% in Italia, che vuol dire una vendita di 124.400 pezzi contro i 56.200 del 2015, e di crescite superiori al 50% in Fvg. Si contraggono invece i dati della bicicletta tradizionale. Lo dice il settore dedicato alle due ruote di Confindustria, l'Associazione nazionale ciclo motociclo accessori (Ancma), che racconta come che è il Nord Est a trainare il settore e dunque a pedalare di più con il motore nel velivolo. Il Triveneto assieme all'Emilia-Romagna arriva a un 35% di ciclisti motorizzati, seguito dal Nord Ovest, che pratica per il 25% e dove il 18% è solo della Lombardia. Il resto della penisola invece si accontenta di un 45% di velocipedi a pedalata assistita, la percentuale più alta che comprende però il numero maggiore di regioni. È anche il secondo parametro, quello relativo all'import, che spiega nel 2016 la crescita delle Pedelec (Pedal electric cycle), il termine che indica appunto i veicoli che rispettano la normativa europea di non superare i 25 chilometri all'ora, i 250w di potenza e la possibilità di scegliere il livello di assistenza. Nel quarto trimestre del 2016 infatti l'Italia ha importato 40.800 mezzi di questo tipo, quasi uguale a quello dei primi nove mesi del 2015 pari a 60mila, diventando poi alla fine 108.800. «Segno - sottolinea Confindustria Ancma - che si è venduto parecchio nel 2016, ma che molto di quanto importato nel 2016 sarà venduto nel 2017». In linea generale ogni aspetto di questo mercato è aumentato. Esempi: la produzione made in Italy di 23.500 bici e le 8mila esportazioni. Il che vuol dire anche un'importante uscita di progettualità e brevetti dalle aziende del Bel Paese. Ma veniamo al Nord Est e in particolare al Friuli Venezia Giulia. Qui, come nel resto d'Italia, il prodotto più apprezzato è la mountain bike elettrica. Trieste, Gorizia e Pordenone hanno gli stessi clienti con i medesimi gusti. Fa eccezione un po' Udine, dove fa da padrone il modello city trekking. L'identikit degli acquirenti corrisponde agli over 40. Pochi i giovani invece che si affacciano a questo mezzo di trasporto innovativo. Ma la domanda che salta subito alla testa è: perché acquistare una bicicletta sportiva con il motore, se chi la utilizza dovrebbe usarla proprio per un'attività fisica? Bisogna mettere da parte per un attimo gli stereotipi. «Con questo tipo di bici si fa comunque fatica - commenta Michele Scaramuzza, responsabile di Sportler a Pordenone -, magari può essere d'aiuto per gli escursionisti che vogliono fare un percorso lungo, ma non sono allenati». Il target comprende anche mogli che così possono seguire i mariti su strade tortuose della montagna e della collina, anziani che riprendono un'attività fisica proprio grazie alle due ruote elettriche. «La E-mountain bike - aggiunge Loris Marin, responsabile di Sportler Trieste - può avere un doppio uso rispetto alla city bike elettrica, perché basta togliere i parafanghi e cambia la versione». I molteplici negozi del settore sparsi nelle quattro province raccontano di aumenti delle vendite, soprattutto quando ci sono gli incentivi. Si parla di una crescita che va dal 15% al 70% in diversi casi. Tra gli shop, Mathitech Bike Center, in viale Miramare, e Ones Ebike in via Torrebianca. Quest'ultimo negozio, aperto a maggio 2016, è specializzato in city-bike elettriche. «Quest'anno in due mesi - raccontano Bernardo Zerqueni e Giovanni Romich, titolare dell'attività - abbiamo già venduto le bici che l'anno scorso abbiamo distribuito in sei mesi e tra l'altro siamo il negozio che in Italia ha venduto il numero maggiore di queste tipo di due ruote. Quest'estate abbiamo organizzato di nuovo inoltre "Aloha", un aperitivo mobile, che abbiamo fatto a tappe in tre diversi momenti. Oggi è l'ultimo incontro, che si terrà al bar Buffet Borsa a Trieste dalle 19 alle 2, dove le bici si potranno provare fino alle 23. Il nostro obiettivo ora è sdoganare il fatto che questo mezzo sia solo per anziani, mentre è uno sostituto dello scooter con cui eviti i costi tra assicurazione e benzina e poi non inquina».Il motivo di un interesse sempre più crescente verso questo ciclo è dato sia dall'estetica, che rende questi veicoli sempre più simili a delle biciclette tradizionali, sia dalle dimensioni sempre più ridotte di motori e batteria e dalla loro integrazione con i telai. E poi va a 25 chilometri all'ora, ottima per gli spostamenti nel traffico.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 1 settembre 2017

 

 

L'acqua del Carso in mappa per imparare a proteggerla

Il Dipartimento di Matematica e Geoscienze in accordo con la Regione identifichera' le aree sede di acquiferi per creare un data base completo e omogeneo del territorio.

Tre quarti della superficie del nostro pianeta sono occupati dall'acqua che, evidenzia l'ultimo rapporto Unesco "Acqua per la gente, acqua per la vita", è costituita per il 97% da oceani e soltanto per il 2,5% è acqua dolce. Di questa, il 68,9% è contenuta nei ghiacciai e nelle nevi perenni, il 30,8% nelle falde sotterranee e solo il rimanente 0,3% si trova in laghi e fiumi. È evidente perciò il motivo per cui negli ultimi tre decenni la legislazione ambientale mondiale si è focalizzata sulla tutela degli elementi d'acqua dolce, prendendo in considerazione la scarsità idrica. Va in questa direzione anche l'accordo attuativo di collaborazione con l'Università di Trieste approvato dalla giunta regionale una decina di giorni fa, che prevede che l'Ateneo giuliano, attraverso il Dipartimento di Matematica e Geoscienze, si occupi di individuare e perimetrare le aree carsiche e le relative zone d'infiltrazione delle acque. L'accordo attuativo, parte di una convenzione quadro tra Università e Regione per progetti di comune interesse istituzionale in ambito ambientale ed energetico, stanzia intanto 32 mila euro per un anno di lavori.«Lo scopo di quest'iniziativa - spiega Francesco Princivalle, direttore vicario del Dipartimento di Matematica e Geoscienze - sarà quello d'individuare e studiare gli acquiferi carsici dai quali attingiamo l'acqua, per poi mettere in campo ragionamenti strategici sulla loro tutela e sugli utilizzi futuri». «Anche nel nostro territorio - spiega Chiara Calligaris, una dei quattro ricercatori del gruppo che si farà carico del progetto, coordinato dal professor Luca Zini - la maggior parte delle risorse idriche che già sfruttiamo è racchiusa nel sottosuolo: la città di Trieste è servita dalle acque della pianura isontina, ma non dimentichiamo che il 20% delle acque che scorrono nelle tubature del nostro acquedotto arrivano dall'acquifero carsico».«In questa prima fase - prosegue Calligaris - andremo a identificare in tutto il territorio regionale le aree carsiche, in rocce carbonatiche, fratturate e carsificate, sede di acquiferi di ottima qualità. L'idea è di avviare un percorso che ci permetta poi di pensare a una loro protezione. Si tratta infatti di aree molto vulnerabili, in cui l'acqua si infiltra attraverso le fratture e i condotti ad una velocità elevata, lo spessore del suolo è relativamente esiguo e inferiore rispetto a quello degli acquiferi di pianura e pertanto la vulnerabilità è maggiore». Studi di questo tipo iniziarono con il professor Franco Cucchi una trentina d'anni fa: da ultimo, nel 2015 si è concluso il progetto Interreg HYDROKARST. Realizzato dai ricercatori dell'Ateneo giuliano insieme ai colleghi sloveni, il progetto ha permesso di monitorare in maniera quantitativa e qualitativa le acque dell'acquifero carsico del Reka-Timavo nell'ottica di una gestione transfrontaliera congiunta. «In questo piccolo fazzoletto di territorio abbiamo due fiumi importanti, il Timavo e l'Isonzo, che insieme alle acque d'infiltrazione dovute alla pioggia vanno a ricaricare i nostri acquiferi», dice Calligaris. Ma non esiste a oggi una mappatura completa e una banca dati omogenea degli acquiferi carsici a livello regionale. «Per la creazione di un grande database georeferenziato regionale opereremo incrociando i dati già in nostro possesso attraverso carte geologiche, foto aeree e rilievi LIDAR, che combineremo con rilievi sul posto per la validazione dei dati», spiega la ricercatrice. Sarà quindi tracciata una mappatura dettagliata dei siti carsici, con dati di tipo geologico, geomorfologico e idrogeologico. Il database prevede inoltre l'inserimento delle sorgenti carsiche, così come l'individuazione dei punti di ricarica degli acquiferi. Questo lavoro, ha dichiarato l'assessore all'ambiente Sara Vito, servirà alla Regione per «disporre di un quadro conoscitivo il più ampio e circostanziato possibile sul quale basare le proprie attività istituzionali, in particolare quelle autorizzative»

Giulia Basso

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 31 agosto 2017

 

 

Mare - Nessuna cubomedusa in golfo

Ad oggi non sono state avvistate cubomeduse nelle aree balneabili di Trieste. Lo ha reso noto l'Arpa, dopo il recente avvistamento in aree non balneabili a Grado di alcuni esemplari questo tipo di medusa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 30 agosto 2017

 

 

Servola - Nuovo spolveramento dalla Ferriera
Nuovo episodio di spolveramento nella giornata di lunedì dalla Ferriera di Servola. Ormai l'ennesimo di quest'estate: in corrispondenza di pressoché tutti i temporali con vento molto forte della stagione dallo stabilimento si è levata una nube scura di polveri. Il "neverin" di lunedì non è stato da meno, e ancora una volta il fenomeno è stato ripreso e documentato dai comitati per la difesa ambientale del quartiere, che denunciano il fenomeno. Il Comitato 5 Dicembre ha condiviso un video in cui si rileva come questi fenomeni ora siano frequentissimi, mentre un tempo erano molto rari. L'azienda comunica: «La gestione Arvedi è operativa ormai dal 2015, eppure è successo solo quest'anno. Le cause sono da cercarsi nelle condizioni meteo straordinarie».

 

 

«Riserva delle falesie, Comitato da ampliare»  - La proposta dei Cittadini per il golfo alla giunta di Duino Aurisina.  - «In questo modo si valorizza l’area»

DUINO AURISINA - Integrare il Comitato tecnico incaricato della gestione della Riserva delle falesie inserendo tre nuovi soggetti: uno in rappresentanza delle società nautiche operanti nella zona, un esponente della proprietà (la Baiaholiday), e uno individuato dai cittadini. Questa la proposta presentata dai Cittadini per il golfo all'assessore comunale Andrea Humar, titolare anche della delega che riguarda l'area delle falesie. Nel corso dell'incontro Danilo Antoni e Vladimir Mervic, portavoce del movimento dei Cittadini per il golfo, hanno evidenziato «la necessità di implementare il Comitato con la presenza di nuove voci, portatrici degli interessi delle categorie coinvolte e di un'analisi critica di alcune norme presenti nel regolamento che disciplina l'attività alle falesie. Non vogliamo incidere sulla qualità dei valori della Riserva - hanno precisato - ma crediamo che, pur nel rispetto del regolamento e del piano di conservazione e sviluppo, le nostre proposte potrebbero migliorare la fruizione della zona marina che attualmente, con la sola delimitazione di boe che non svolgono la loro funzione e il rilascio di permessi stagionali per lo stazionamento, non è inclusa in maniera adeguata nella rete turistico-ambientale dell'Alto Adriatico».«Per la zona a terra - hanno proseguito Antoni e Mervic - c'è la necessità di coinvolgere la proprietà, oltre che gli altri enti pubblici, in progetti di miglioramento e di gestione d'intesa con la cittadinanza e gli utilizzatori dell'area, per portare la Riserva delle falesie - hanno precisato - al livello di fruizione turistico-naturalistica migliore di quanto già presente nelle Riserve limitrofe e in ambito europeo. L'immagine e la promozione, la fruizione guidata del mare, la gestione della pineta e del fondale e la ricreazione devono ricevere un adeguato sostegno. Si potrebbe anche pensare - hanno concluso - alla creazione di un soggetto ad hoc per la gestione della Riserva». Humar, a nome dell'amministrazione comunale, ha confermato «la disponibilità a tenere conto delle esigenze di tutti i cittadini, partendo dalla conoscenza delle realtà attuale, nella prospettiva di individuare gli elementi indispensabili per dare vita, da subito, a un proficuo lavoro comune che coinvolga soprattutto i residenti».

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 29 agosto 2017

 

 

Due balenottere avvistate al largo di Lussinpiccolo - Lunghe tra i 15 e i 17 metri erano in buone condizioni
Osservate dagli scienziati. Riemergevano ogni 15 minuti
FIUME - Nel mare a tre miglia a ovest di Lussino sono stati avvistati due grandi esemplari di balenottera comune, nome scientifico Balaenoptera physalus della famiglia Balaenopteridae. La notizia è stata diffusa dall'Istituto per le ricerche e la tutela del mare Plavi svijet (Mondo azzurro) con sede a Lussingrande. La loro lunghezza è stata stimata sui 17-18 metri e nella classifica degli animali più grandi al mondo tale specie occupa la seconda posizione. Gli studiosi del centro le hanno osservate dal loro battello a debita distanza per circa due, arrivando alla conclusione che erano in buona forma. Gli animali si spostavano verso sud alla velocità media di 3-4 nodi e riemergevano ogni 10-15 minuti per mantenersi in superficie circa un minuto. Durante l'osservazione gli studiosi hanno preso appunti sul loro comportamento, le hanno fotografate e prelevato dal mare campioni della loro pelle sgusciata per le analisi genetiche in laboratorio. Uno dei animali presentava ferite cicatrizzate sul dorso provocate dall'elica di qualche natante a conferma che le balene purtroppo spesso vengono investite dalle imbarcazioni e questa è una delle principali cause della loro morte. Anche se l'Adriatico non è un bacino marino nel quale tale specie si presenta in grande numero, singoli esemplari 2-3 al massimo, vengono puntualmente avvistati ogni anno. I dati fin qui raccolti indicano che tale specie fa la sua comparsa nell'Adriatico per lo più alla fine della primavera e dell'estate e gli avvistamenti più frequenti avvengono nelle acque dell'isola di Pelagosa e della Fossa di Pomo nell'Adriatico centrosettentrionale. In Croazia tali cetacei sono rigorosamente protetti dalla legge e gli studiosi dell'istituto per le ricerche marine sottolineano che hanno indole pacifica e assolutamente innocui per l'uomo qualora non vengono avvicinati e molestati. Considerato che le balene sono una specie minacciata l'istituto stesso invita i cittadini che le avvistassero a mandargli eventuali fotografie o riprese video che saranno sicuramente preziose ai fini della maggior comprensione della loro vita nel Mare Adriatico. La balenottera comune è di colore grigio-marrone con il ventre bianco, molto elegante e d'aspetto molto signorile, anche nei movimenti. Sono balene di notevoli dimensioni che raggiungono i 23 m di lunghezza con un peso stimato di 70.000 kg risultando il più grande cetaceo al mondo dopo la balenottera azzurra. Sicuramente la caratteristica più insolita della balenottera comune è la colorazione asimmetrica della mascella inferiore , che è di colore bianco o giallo crema sul lato destro mentre sul lato sinistro è di colore scuro. Questa colorazione asimmetrica si estende fino ai fanoni e alla lingua e sembra che questa diversa colorazione sia di aiuto nella cattura delle prede in circostanze di particolari tecniche di caccia. Hanno la testa a forma di V, piatta nella parte superiore, che presenta una sorta di cresta che va dallo sfiatatoio alla punta del rostro o mascella superiore. Sono dotate di una serie di scanalature (circa 85) che vanno dalla gola all'ombelico che servono alla balenottera comune per espandere la gola per contenere più cibo. La pinna dorsale alta circa 60 cm è molto incurvata e molto spostata caudalmente, le pinne pettorali sono piccole e affusolate e la pinna caudale è robusta, dotata di muscoli possenti che gli consentono di raggiungere la velocità di 37 chilometri orari. Può scendere a una profondità di 250 metri e rimanere immersa mediamente per 15 minuti.

Gabriele Sala

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 28 agosto 2017

 

 

Comune - urbanistica - Il restyling del centro storico parte da tetti, park e pianterreni
Il Centro storico viene diviso in 13 "scene urbane", 4 "tessuti insediativi", 207 isolati. L'esame dei singoli edifici si scompone in tre elementi: involucro esterno, sistema interno dei corpi di fabbrica, spazi esterni. Le priorità di intervento sono 6: coperture e sottotetti, parcheggi, trasformazione dei basamenti, archeologia, spazi e verde pubblici, incentivi per conservare/trasformare/riqualificare gli stabili. Il Piano particolareggiato del Centro storico (Ppcs), frutto del sedime alluvionale prodotto dalle amministrazioni succedutesi negli ultimi dieci anni, viene estratto dallo scaffale delle rimembranze: l'assessore all'Urbanistica, la leghista Luisa Polli, è intenzionata a portarlo all'attenzione del Consiglio comunale all'inizio del 2018, «in tempo - dice - per consentire a proprietari, professionisti e aziende di aprire i primi cantieri già in estate». A fine ottobre la Polli, insieme ai dirigenti Ave Furlan e Giulio Bernetti, condurrà una verifica del lavoro fin qui svolto insieme agli ordini professionali, «con i quali - sottolinea - abbiamo operato in un clima di stretta collaborazione». Poi, una volta sistemati gli ultimi dettagli, il viaggio verso l'Aula. «Smuovere il Ppcs - prosegue l'assessore - significa riguadagnare il tempo perduto, consentendo l'attivazione di quegli incentivi edili ed energetici che fanno girare risorsa e creano occupazione». «Il Ppcs diventa uno strumento utile anche per l'industria turistica, perchè permette il recupero di fabbricati destinabili all'ospitalità». Gli estensori hanno consultato una ventina di contributi pianificatori, tra piccoli e grandi centri: Vienna, Cagliari, Oristano, Mondovì, Pistoia, Ragusa, Modena... La novità di maggiore rilievo è l'individuazione di 13 scene urbane, definite negli indirizzi del Ppcs "quinte architettoniche ... risultato dell'interazione tra spazio pubblico e patrimonio edilizio». Le Rive, Cavana, l'asse di via Carducci, i tre borghi imperiali (Teresiano, Giuseppino, Franceschino) costituiscono la struttura fondante attorno alla quale si è organizzato il Centro. Proprio dalla specificità della "scena urbana" il Piano parte per dare ordine e razionalità alle operazioni di recupero edilizio, puntando su due chiavi di lettura, che interpretano le parti alte e basse degli edifici. In alto, promuovendo «veri e propri progetti unitari» nel riutilizzo dei tetti e dei sottotetti (pendenze, coperture, abbaini, lucernai, "vasche"), nella previsione addirittura di una "Carta": perchè l'immagine aerea - si rileva nella sintesi del Piano - suggerisce «un'immagine frammentata» del Centro. Il modello proviene da alcune grandi città europee, prima fra tutte Vienna, che hanno ripensato le volumetrie dei tetti. Ma la stessa Trieste presenta esempi virtuosi, a cominciare dalla terrazza del museo Revoltella progettata da Carlo Scarpa. Poi riflettori sulla parte bassa degli stabili, dove la trasformabilità dei piani-terra diventa un fattore di rivitalizzazione economica, attraverso l'insediamento di attività commerciali e artigianali, da stimolare con agevolazioni e incentivi mirati. Un tema delicato, vista ampiezza e ricchezza del sottosuolo triestino, riguarda l'approccio con l'archeologia. Anche su questo fronte il Piano propone la redazione di una "Carta" che perimetri i complessi messi in luce o riconosciuti da campagne di indagine, le aree di accertata consistenza, la concentrazione di materiali, le zone a medio/alto potenziale archeologico. Lo sforzo di conoscenza e di "codificazione", cui s'ispira il Ppcs, si estrinseca inoltre nel rapporto con gli spazi pubblici e con il verde, cui sarà dedicato un "Atlante" che indicherà il contenuto coerente di ogni scena urbana in materia di arredo urbano, dehors, pavimentazione. La sintesi del Ppcs si chiude con l'analisi della "premialità" offerta a seguito degli interventi di riqualificazione: proposta diversificata a seconda si tratti di energia, di eliminazione di «elementi incongrui», di corti interne, di progetto unitario del tetto. Crediti edilizi mediante aumento delle cubature concedibili, defiscalizzazioni, deroghe, semplificazioni sono gli strumenti per invogliare gli investimenti.

Massimo Greco

 

L'iter delle quattro modifiche al Prg - la variante
Entro l'anno Luisa Polli vuole chiudere l'iter della variante al Piano regolatore, messa in moto con la delibera 264 dello scorso giugno. «In autunno avremo il primo step, abbiamo già raccolto le istanze, non credo sia necessario tornare in Regione, quindi spero in un esito abbastanza rapido». Aspetti normativi, disciplina dei pastini, ricognizione degli errori, ricorsi davanti al Tar: ecco le linee guida della variante al Prg, messo a punto dalla giunta Cosolini ed entrato in vigore il 5 maggio dello scorso anno. L'esecutivo Dipiazza aveva affrontato il tema-variante già in aprile, quando si era espresso favorevolmente a proposito dell'adozione di alcuni correttivi rispetto allo strumento urbanistico varato un anno fa. Ecco sinteticamente i quattro punti che costituiranno il nocciolo duro della variante. Riguardo gli aspetti normativi, l'attenzione si concentrerà in particolare sugli incentivi per la riqualificazione energetica, alfine di renderli coerenti con altri strumenti di pianificazione e con la vigente normativa. Alcune «discrasie interpretative» infestano, stando ancora alla delibera, recupero e valorizzazione dei pastini, urge approfondire quanto emerso in sede applicativa. Terza esigenza, rilevata dall'atto giuntale, è la necessità di emendare errori materiali, incongruenze, refusi grafici e testuali nei quali gli uffici si sono imbattuti operando sul documento urbanistico. Il quarto punto è quello politicamente più caldo: si tratta dei ricorsi presentati da privati cittadini contro il Prg, ricorsi poi accolti dal Tar. «Andranno apportate - precisa la delibera - le necessarie modifiche azzonative» in quanto l'annullamento di alcune destinazioni urbanistiche ha di fatto cancellato la copertura pianificatoria dei siti interessati.

 

«Complimenti, è il lavoro nostro» - L'ironia dell'ex esponente di giunta Marchigiani. «Perché tenerlo fermo un anno?»
«Complimenti per la saggezza dimostrata. Mi sembra di capire che il Piano del Centro storico (Ppcs), portato avanti dall'attuale amministrazione comunale, sia quello preparato durante la giunta precedente, con la collaborazione dell'architetto Adriano Venudo». C'è un filo di ironia, per la verità neanche troppo celata, nel commento che Elena Marchigiani, predecessore di Luisa Polli all'Urbanistica, dedica alla riapertura del dossier Ppcs. «Mi congratulo - riattacca l'ex collaboratrice di Roberto Cosolini - che il Piano venga ripreso parola per parola, così come era stato concordato con gli ordini professionali. Peccato aver aspettato un anno prima di riaccendere la procedura su un documento la cui validità viene sostanzialmente confermata». E la Marchigiani rievoca a mente quelli che ritiene essere i passaggi più innovativi e caratterizzanti del lavoro dedicato al Centro storico triestino. Il concetto di "scena urbana", con lo stretto rapporto tra edifici e spazi aperti. Gli "attacchi" al cielo e a terra per quanto riguarda qualità e tipologia degli interventi su tetti e basamenti degli stabili. Il «costante» dialogo con gli ordini professionali interessati alla pianificazione territoriale.«Finalmente - prosegue l'architetto - la nuova giunta dà a Cesare quello che è di Cesare. Cosa che non sempre accade: come nel caso della recente inaugurazione del rifacimento di piazza Hortis, in occasione della quale il ruolo dei precedenti amministratori è stato dimenticato. Sia io che Andrea Dapretto (ex assessore ai Lavori Pubblici, ndr) ci siamo impegnati per risorse e progetto».«Ma l'attuale governo cittadino - continua Elena Marchigiani - ha ancora molto lavoro da fare in ambito pianificatorio, a cominciare dal regolamento dei crediti volumetrici, uno strumento importante nella riqualificazione degli edifici». Nella parte introduttiva della sintesi finale, i redattori del Ppcs ricordano come nella fase ricognitiva siano stati analizzati oltre 20 piani particolareggiati, per confrontarli con i Ppcs triestini messi a punto nel 2006 e nel 2009. E la pianificazione triestina sembra uscire in modo lusinghiero dalla comparazione, in quanto «(i piani) sono fra i pochi a possedere una vera e propria struttura semantica in grado di costruire "un linguaggio"». «Un solido apparato normativo, pianificatorio e progettuale - riprende la sintesi - dotato di un elevato livello di "autonomia"». Insomma, la buona qualità del lavoro svolto nel 2006 e 2009 è una valida base per il pianificatore del 2017, chiamato comunque ad aggiornare quel "telaio" con le innovazioni normative, con i nuovi strumenti pianificatori adottati dal Comune, con l'evoluzione economico-sociale del territorio urbano.

magr

 

Premi a chi posteggia nei grandi contenitori - Tariffe "calmierate", navette e agevolazioni per lo shopping - Il Municipio si confronta con Esatto, Silos, Saba e San Giusto
Nella redazione del Piano particolareggiato del Centro storico (Ppcs) c'è un aspetto che preme al sindaco Roberto Dipiazza. Aspetto sul quale il primo cittadino ha assegnato una chiara direttiva all'assessore Luisa Polli: eliminare quanto possibile il parcheggio automobilistico dalle superfici stradali, puntando a concentrare le soste soprattutto nei grandi contenitori, adesso sotto-utilizzati.«Il 30-40% degli stalli nei parking resta sguarnito - riprende la Polli - dobbiamo trovare la maniera di renderli attraenti». Per questo il Comune sta mettendo a punto una politica di incentivazione delle grandi autorimesse mezze vuote: tanto per cominciare, l'assessore ha mandato una lettera ai gestori (Esatto, Park San Giusto, Saba, Silos) invitandoli a uno sforzo coordinato per accrescere l'utenza. Alcuni spunti al vaglio, spesso già sperimentati in altre realtà urbane, riguardano le tariffe "calmierate" per i residenti e il servizio di navetta tra i parcheggi (come Silos e Foro Ulpiano) e le zone centrali. Un'idea più fresca prefigura il coinvolgimento dei commercianti, per promuovere la combinazione sosta/shopping: il cliente del parking, munito del regolamentare ticket, otterrà facilitazioni nell'acquisto di merci nei negozi del Centro. La questione-parcheggi viene genericamente recepita negli indirizzi del Ppcs. «Individuare grandi autorimesse, come nel caso del Park San Giusto - riporta il documento comunale - oppure intervenire attraverso l'individuazione di piccole "sacche" diffuse nel centro della città o, infine, prevedere una configurazione integrata di queste due tipologie»: insomma, un "1X2" che, per accontentare Dipiazza, abbisognerà di soluzioni più solide e meglio circostanziate. In tema di parcheggi privati, il Ppcs chiede inoltre che vengano definite le modalità di realizzazione, scegliendo tra sventramento interno di interi edifici o interventi puntuali sui basamenti. Il modello, cui ispirarsi, sembra essere quello del Park San Giusto, dove sono stati tutti venduti i 420 posti (170 stalli e 250 box) non a rotazione. Indicativamente la cifra richiesta per un posto auto si è aggirata attorno ai 43mila euro, mentre per un box a 52 mila. Nei primi tre livelli della struttura inaugurata nell'ottobre 2015 trovano posto i box e i posti macchina destinati al mercato privato. Ai due livelli inferiori ci sono invece i 312 stalli a rotazione (8 riservati a persone con disabilità) per la sosta pubblica a pagamento. Il cambiamento dell'assetto azionario di Park San Giusto, con l'assunzione della maggioranza da parte del colosso belga Interparking, ha determinato alcune novità a livello tariffario, scattate dall'inizio del mese. Dopo che a marzo è già stata adottata la nuova tariffa oraria, passata da 1,50 a 1,60 euro, il costo dell'abbonamento mensile è salito da 150 a 160 euro diventando però nominale e con keycard. Ricordiamo che la formazione del Ppcs è formalmente ripartita con un cosiddetto "verde" di giunta, approvato dall'esecutivo Dipiazza lo scorso 27 aprile su proposta dell'assessore Polli. Tra gli indirizzi progettuali fondanti sono esplicitate «le strategie per l'incremento della dotazione dei parcheggi».

magr

 

 

Il peso dell'inquinamento nella vita dei bebè - Lo analizzerà l'ospedale infantile di Trieste grazie al sostegno garantito da ministero e Regione
TRIESTE - La giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha dato il via libera all'accordo con il quale l'Istituto materno infantile Burlo Garofolo di Trieste potrà realizzare, grazie a un contributo di quasi 450mila euro ricevuto da parte del ministero della Salute, un progetto che ha l'obiettivo di studiare le esposizioni ambientali nei primi mille giorni di vita, proponendo piani di intervento nei contesti di forte inquinamento. «La proposta dell'ospedale triestino - ha spiegato l'assessore regionale alla Salute, Maria Sandra Telesca -, è entrata nel novero di progetti ritenuti finanziabili dal Ccm, il Centro nazionale per la prevenzione del controllo delle malattie che è l'organismo di coordinamento tra il ministero della Salute e le Regioni per le attività di gestione delle emergenze sanitarie». Il Centro elabora ogni anno un programma di interventi e per l'anno 2017 ha identificato tre ambiti sui quali focalizzare l'attenzione: le patologie trasmissibili, le patologie non trasmissibili e le azioni di sistema. L'iter di valutazione dei progetti si è concluso a luglio, con il comitato scientifico che, dopo un'attenta valutazione, ha assegnato un voto finale a ciascuna delle 43 iniziative. Sono risultate finanziabili nove proposte e, tra queste, il quinto posto è stato conquistato dallo studio del Burlo Garofolo denominato "Coorti di nuovi nati, esposizioni ambientali e promozione della salute nei primi 1000 giorni di vita: integrazione dei dati di esposizione con dati molecolari ed epigenetici". Le linee di intervento del Ccm, che rappresentano una priorità del Governo, sono coerenti con le disposizioni del Piano nazionale della prevenzione e con i recenti Piani nazionali approvati e coordinati dal ministero della Salute-Direzione generale della Prevenzione sanitaria, sono rilevanti per la sanità pubblica e presentano elementi, procedure e azioni la cui evidenzia di efficacia fa prevedere un impatto misurabile. Della disponibilità economica per il 2017, pari a 7.509.242 euro, salvo accantonamenti, il 50 per cento è stato ripartito a favore delle linee progettuali e il restante 50 per cento è stato destinato alle cosiddette azioni centrali.

(lu.sa.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 27 agosto 2017

 

 

La maggioranza si spacca sulle aree off limits alle bici - Niet di Forza Italia: «Sbagliato vietare». E la Fiab raccoglie 700 firme in poche ore
Il vicesindaco dà man forte a Lippolis: «Il problema esiste. Bisogna intervenire»
I velocipedi dividono la maggioranza. La mozione del leghista Antonio Lippolis (che vorrebbe vietare le biciclette nelle aree pedonali in barba al Codice della strada) non è stata neppure discussa (è attesa per martedì 5 settembre alle 9 in VI Commissione) che ha già sollevato un polverone politico e una petizione preventiva online (oltre 700 firme raccolte in poche ore). Persino il proponente appare meno convinto dell'iniziale posizione proibizionista e vira su un atteggiamento volterriano. «Si è accesa una bella discussione sul problema dei ciclisti maleducati e strafottenti - dichiara Lippolis -. Un problema da risolvere tutti insieme, con il vicesindaco, con gli altri consiglieri e con le associazioni. Non c'è da parte mia la volontà di andare avanti con le mie posizioni a testa bassa. La libertà dei ciclisti finisce dove inizia la libertà dei pedoni». Il vicesindaco Pierpaolo Roberti, che con Lippolis condivide lo stesso credo leghista, però non si tira indietro e cita l'esempio di Muggia che ha vietato le bici: «La mozione del consigliere Lippolis che mira a vietare la circolazione delle biciclette nelle aree pedonali affronta un problema reale e sentito. Ora non so se lo fa nel modo corretto e se questa sia la soluzione, ma senz'altro qualcosa bisogna fare. Sempre più spesso arrivano segnalazioni di pedoni che hanno evitato d'un soffio l'investimento da parte di qualche incivile e anche il consigliere Piero Camber solo un mese fa aveva posto l'attenzione sulla pericolosità delle biciclette che transitano sul marciapiedi a Barcola». In realtà il citato Camber, capogruppo di Forza Italia, si schiera al fianco dei velocipedi: «Non c'è dubbio che vi siano persone che utilizzano la bicicletta in maniera a dir poco disinvolta, per non dire fastidiosa, all'interno delle aree pedonali. Ma non è pensabile che tutti debbano pagare per colpa di pochi fessi. Forza Italia vede quindi con estremo favore l'utilizzo dei velocipedi, soprattutto quando questi suppliscano ad automobili e motorini. Ed è compito di un saggio amministratore non vietare ma educare, anche sanzionando, ad un uso corretto». Il consigliere forzista Michele Babuder arriva persino a postare la foto di lui in sella alla bicicletta in piazza Unità dichiarando il suo totale disaccordo con la Lega firmando la petizione della Fiab Ulisse: «Scusate ma io non sono d'accordo. Sarebbe come chiudere le strade perché alcuni automobilisti non rispettano il codice della strada». La petizione di Fiab Ulisse che dichiara un "no" preventivo alla mozione mieti parecchi consensi anche tra i politici. «Le diffuse aree pedonali di Trieste sono, per il momento, gli unici spazi dove si può pedalare in sicurezza vista la quasi totale assenza di piste ciclabili - si legge nel testo della raccolta firme -. L'approvazione della mozione sarebbe un colpo durissimo alla ciclabilità e al suo sviluppo e avrebbe forti ricadute negative anche sul cicloturismo in questi anni in forte espansione». L'opposizione è compatta contro il provvedimento. «A Trieste in media viene investita una persona ogni due giorni. Credo che la quasi totalità degli investimenti siano causati da automobili e motoveicoli. Mai mi sognerei di vietare la circolazione di veicoli a motore per diminuire il numero degli incidenti e degli investimenti. Per la Lega Nord locale il pericolo maggiore sono invece i ciclisti nelle zone pedonali e quindi pensa bene non di sanzionare gli indisciplinati ma di vietare a tutti la circolazione», denuncia Paolo Menis del M5S. «Colpirne 100, 1000 per educarne 1 o 10: potrebbe essere questo lo slogan della mozione anti-bici presentata dal consigliere Lippolis - dichiara Fabiana Martini, capogruppo del Pd -. Anziché pensare a delle azioni di sensibilizzazione della cittadinanza relativamente a un modo rispettoso di stare sulla strada anche per chi sceglie le due ruote o dare indirizzo alla Polizia locale di prestare particolare attenzione ai ciclisti maleducati, la maggioranza di centro destra vorrebbe vietare a chi pedala l'accesso nelle zone pedonali, nonostante sia previsto dal Codice della Strada e nonostante le poche piste ciclabili presenti (alcune, come quella di via Giulia, stoppate dall'amministrazione Dipiazza). Questa iniziativa - conclude la dem - è l'ennesima dimostrazione della schizofrenia di questa giunta».«Da una parte si promuove l'uso delle bici, dall'altra si cerca di ostacolarle. La mano destra non sa quello che fa la sinistra», sottolinea il consigliere socialista Roberto de Gioia a proposito dell'amministrazione. Ma c'entra l'ideologia? «Crede che le auto siano di destra e le bici di sinistra? - si infervora Lippolis -. Non è un problema ideologico è solo un problema da risolvere».

Fabio Dorigo

 

Sondaggio sul web, in testa i contrari - oltre 800 voti
L'offensiva anti-bici non scalda solo gli animi dei politici, ma divide anche i triestini. Nel pomeriggio di ieri, sul sito del Piccolo, abbiamo lanciato un sondaggio per chiedere ai nostri lettori se fossero favorevoli o contrari allo stop delle bici nelle aree pedonali di Trieste. Il resto recita, testualmente: "Una mozione presentata dalla Lega Nord intende impegnare il sindaco a emettere un'ordinanza che vieti la circolazione dei velocipedi (bici, ma anche monopattini) nelle zone pedonali. Ok al transito solo se le due ruote sono accompagnate a mano. E la proposta (che verrà discussa il 5 settembre nella VI Commissione consiliare) ha fatto scattare la rivolta dei fan delle due ruote e del web. E voi siete favorevoli o contrari allo stop?"In poche ore, il sondaggio ha raggiunto quota 843 voti (alle 21.23). In netto vantaggio, al momento, i lettori contrari all'eventuale "bando" dei velocipedi dalle aree pedonali, opzione scelta da 506 lettori contro i 327 che invece si sono detti a favore. Non manca qualche indeciso: 10 persone ha infatti cliccato sull'opzione "Non so". Intanto prosegue anche il secondo sondaggio attivo sul nostro sito e dedicato a uno dei temi più "caldi" del momento, quello delle possibili soluzioni per proteggere i centri storici da eventuali attacchi terroristici. Soluzioni allo studio anche a Trieste, città che si prepara a vivere tra poche settimane l'evento clou dell'anno, la Barcolana. In questo caso, i lettori sono chiamati a votare online esprimendo la propria preferenza tra sei opzioni proposte: alberi come proposto da Stefano Boeri, fioriere con base in cemento, barriere fisse con paletti a scomparsa, blocchi fissi in cemento, transenne, new jersey cioè blocchi rimovibili in plastica o nessuna barriera. Nella serata di ieri, in testa alle preferenze dei 1430 triestini che avevano votato fino alle 21.23, figuravano ancora gli alberi, scelti da 582 lettori. Medaglia d'argento alle fioriere (votate da 405 lettori), mentre sul gradino più basso del podio si piazzavano le barriere fisse con paletti a scomparsa con 195 voti.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 26 agosto 2017

 

 

L'offensiva padana antibici innesca la rivolta dei ciclisti - Bufera sulla proposta del leghista Lippolis di bandire le due ruote dalle zone pedonali
Fiab Ulisse: «Inaccettabile». Ma Polli sposa l'iniziativa: «Stop alla maleducazione»
Trieste non è una città per "velocipedi". Questo tipo di mezzi rischia di finire fuorilegge. Una mozione presentata dal consigliere della Lega Nord Antonio Lippolis, in arrivo per il 5 settembre all'esame della IV Commissione, vorrebbe impegnare il sindaco «ad emettere un'ordinanza che vieti la circolazione di velocipedi nelle zone pedonali e ne consenta il transito solo se accompagnati a mano». Non solo le biciclette quindi. Il codice della strada considera come velocipedi anche i risciò, le biciclette a quattro ruote (quelle in uso nelle località turistiche marine), i monopattini, i carri leggeri a tre ruote montati sul retrotreno di una bicicletta. «In pratica, se qualcuno mi accompagna tenendomi per mano, posso pedalare» interpreta malizioso l'ex assessore Paolo Rovis. In realtà la mozione di Lippolis ha cominciato a far discutere prima ancora di essere presa in considerazione. «Si propone di "vietare la circolazione delle bici nelle aree pedonali", come invece concesso dall'articolo 3 del Codice della strada, senza dare alcuna motivazione» attacca Federico Zadnich dell'Associazione Fiab Trieste Ulisse. Il Codice della strada, infatti, definisce l'area pedonale come «zona interdetta alla circolazione dei veicoli, salvo quelli in servizio di emergenza, i velocipedi e i veicoli al servizio di persone con limitate o impedite capacità motorie, nonché eventuali deroghe per i veicoli ad emissioni zero aventi ingombro e velocità tali da poter essere assimilati ai velocipedi». E quindi? «Le diffuse aree pedonali di Trieste sono, per il momento, gli unici spazi dove si può pedalare in sicurezza vista la quasi totale assenza di piste ciclabili - spiega Zadnich -. L'approvazione della mozione sarebbe un colpo durissimo alla ciclabilità e al suo sviluppo e avrebbe forti ricadute negative anche sul cicloturismo in questi anni in forte espansione. Come già scritto è il Codice della Strada a consentire la circolazione dei velocipedi nelle aree pedonali, prevedendo in situazioni di forte presenza di pedoni di scendere dalla bicicletta e quindi basta solo applicarlo». Tra l'altro, fa presente l'associazione di cicloturisti e ciclisti urbani, le linee programmatiche del sindaco Dipiazza prevedevano come obiettivo a medio termine «un 10% in più di mobilità ciclabile». Un provvedimento simile è stato adottato dalla giunta di Muggia che, dopo le numerose proteste, ha però ridimensionato il divieto, prevedendolo solo all'interno di tre calli del centro storico. Per il momento la giunta Dipiazza non accoglie in modo integrale l'iniziativa di Lippolis. «La mozione, più che porre un divieto, vuole essere uno stimolo per migliorare i comportamenti. Pone un problema reale. Ci sono ciclisti educati e ciclisti maleducati. Vedo spesso turisti che scendono dalla bici e la portano a mano e altri ciclisti che invece sfrecciano a 50 all'ora per piazza della Borsa e Cavana. Ormai è diventato un problema di sicurezza», spiega l'assessore Luisa Polli che milita nello stesso partito di Lippolis. L'idea è quella di provvedere, magari, con dei divieti nelle aree più affollate di persone. «Carlo Grilli come farai a girare in bicicletta in centro adesso che la Lega vuole vietare l'utilizzo nelle zone pedonali?», domanda provocatoriamente il capogruppo M5S all'assessore ai Servizi sociali, che si reca al lavoro in via Mazzini in bicicletta. Lippolis, intanto, abbozza e respinge l'etichetta di politico antibici. «Certe zone pedonali sono sempre più piene di turisti, di cittadini e di bambini e sempre più ciclisti sfrecciano a tutta velocità facendo slalom tra i pedoni - spiega il consigliere leghista -. Non sono mica contro le biciclette! La bici è un mezzo meraviglioso ma... la mia libertà finisce dove inizia la tua! Anche i pedoni vanno tutelati. Bisogna fare qualcosa». Cominciando a vietare i velocipedi nelle zone pedonali. E via pedalare

di Fabio Dorigo

 

 

I nostri politici si impegnino di più contro il rigassificatore - La lettera del giorno di Silvano Baldassi
Qualche giorno fa "Il Piccolo" ci ha informati che la Croazia ha deciso di situare il rigassificatore di Veglia in mare aperto, come quelli, in Italia, di Porto Viro, di Livorno e di Porto Recanati (per ora sospeso). Evidentemente anche la Croazia ritiene opportuno tutelare la sicurezza delle popolazioni, le attività economiche di terraferma e l'ambiente. Per quanto riguarda Trieste, lo stato italiano va invece controcorrente, in quanto pretende di imporci un rigassificatore a Zaule, sulla terraferma, al centro di un'area densamente popolata e, soprattutto, scavalcando e ignorando le norme di sicurezza e le precauzioni adottate, oltre che in Italia per gli impianti sopra menzionati, anche in tutto il reso del mondo. Ne è la prova che la pratica sta procedendo con l'approvazione dei vari ministeri competenti. É perciò impossibile contraddire coloro che vanno dicendo che lo stato italiano vuole condannare la nostra popolazione a vivere in perenne pericolo, che vuole bloccare definitivamente lo sviluppo del nostro porto e l'economia della città, e vuole pure inquinare il nostro mare. Quindi, se il progetto di Gas Natural non viene definitivamente, ed entro breve tempo, bocciato ufficialmente, svaniscono tutte le speranze di valorizzare il porto e i relativi punti franchi. Ritengo inoltre che i nostri amministratori e parlamentari, non debbano limitarsi a ricorrere al Tar e a dichiarare la loro contrarietà, menzionando solo i danni economici che ne deriverebbero all'attività portuale, ma debbano anche, con forza e soprattutto senza paura, denunciare apertamente che questa scelta (del governo) va contro Trieste, la sua economia, la sicurezza dei cittadini e la salute del nostro mare, e imputare a chi ha dato il benestare all'impianto di aver colpevolmente ignorato i rilievi fatti, da oltre vent'anni, da scienziati, professori, tecnici, esperti, sull'assoluta incompatibilità dell'impianto con le caratteristiche del sito e sulle tante incongruenze rilevate nel progetto stesso (come ben descritto nella delibera del Consiglio comunale di Trieste nel 2012).

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 25 agosto 2017

 

 

La Regione si accolla parte delle bonifiche nei terreni inquinati - Ok dalla Conferenza dei servizi al ministero dell'Ambiente
Prevista la "pulizia" di 75 ettari su 500 al Canale navigabile
Settantacinque ettari su un totale di 500: una sorta di grande "U" che segue il percorso delle tre sponde attorno al Canale navigabile. Con 23 aziende interessate. Così una parte del Sin (Sito di interesse nazionale) diverrà Sir. Dove l'enne di "nazionale" lascia il posto all'erre di "regionale". Il gioco di parole annuncia - o meglio conferma - un'importante novità nello stagnante paesaggio delle bonifiche triestine, in quanto il Governo ha accettato che la Regione Fvg possa prendersi direttamente in capo la gestione delle procedure in una rilevante porzione del Sito. Lo ha fatto ieri mattina nel quadro della Conferenza dei servizi convocata sull'argomento dal ministero dell'Ambiente, partecipata anche mediante la videoconferenza allestita nella sede della direzione regionale competente. Insomma, dopo oltre 14 anni dalla perimetrazione descritta da un decreto del ministero dell'Ambiente risalente al febbraio 2003, un nuovo decreto dello stesso dicastero provvederà a ridefinire i confini del Sito inquinato, stabilendo cosa sarà di competenza regionale e cosa resterà di attribuzione governativa. L'auspicio dell'assessore Sara Vito è che il provvedimento ministeriale venga approntato in autunno, in modo tale che la Regione riesca a subentrare entro la fine dell'anno. Già in giugno la Regione Fvg aveva preso l'iniziativa politica e amministrativa dell'operazione con una dichiarazione della stessa Vito, sollecitata anche dal fatto che la medesima Regione aveva avocato a sè i compiti anticamente svolti dal liquidando Ezit. Per sbloccare un imbarazzante impasse che comprime volontà e opportunità espansive delle imprese, rallentate da un incredibile groviglio di passaggi burocratici, la giunta regionale ha imboccato l'impegnativa strada di farsi "sportello", accorciando parzialmente - perchè non tutto il Sito è coinvolto - le distanze tra le aziende e Roma. Finchè una delibera giuntale, votata lo scorso 17 luglio su proposta della Vito, metteva en forme la volontà politica: Trieste chiedeva a Roma di sostituirsi al ministero dell'Ambiente nella gestione delle pratiche bonificatorie riguardanti una zona circoscritta del Sin, quella che avvolge il Canale navigabile, dove sono insediate alcune importanti realtà produttive triestine (Sim, Frigomar, Autamarocchi, Redaelli, alcuni terminal portuali tra cui quello che era gestito da Italcementi e che dovrebbe passare, Tar permettendo, a Wärtsilä). Anche l'ex Ezit è interessato perchè titolare di terreni per 25 mila metri quadrati, concentrati nel grande piazzale alla radice del Canale. Alla Conferenza dei servizi hanno partecipato, oltre ai due riferimenti istituzionali, Inail, Autorità portuale, Ezit, Arpa, Comune di Muggia, Soprintendenza. Presenti anche rappresentanti delle imprese coinvolte. L'esito della Conferenza ha evidentemente soddisfatto Sara Vito: «Non faremo sconti nell'istruire le pratiche, ma se non altro le aziende, che operano attorno al Canale, risparmieranno un passaggio. Per la Regione è una "prima" e valuteremo come organizzarci per affrontare questo impegno».

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 24 agosto 2017

 

 

L'amianto ora colpisce i figli degli operai - L'emergenza
MONFALCONE - Il "male da amianto" sta intaccando una nuova frontiera generazionale. I figli degli ex lavoratori esposti alla fibra minerale. Si apre un nuovo capitolo, tutto ancora da studiare e approfondire. Bambini, dunque, oggi cinquantenni e sessantenni, che con l'eternit non avevano mai avuto a che fare. Ma che, semplicemente, giocavano assieme ai loro papà. Segnali importanti, forse, danno la misura di come il subdolo e tragico fenomeno dell'amianto non conosca ancora "confini" e induca a confermare quanto lo stesso dottor Claudio Bianchi aveva temuto, prospettando che questa "maledetta" iperbole sia lontana dalla sua fase discendente, quantomeno oltre quel 2020 a cui si erano comunque affidate le speranze.Il "salto generazionale" è emerso per la prima volta quest'anno. Lo confermano le visite di controllo eseguite al Centro regionale unico dell'amianto aperto il primo giugno 2013 all'ospedale San Polo di Monfalcone. Quattro i casi rilevati. Si tratta di donne. Due alle quali è stato diagnosticato il mesotelioma, una di 58 anni, l'altra solo 48. A una 51enne e a una 61enne sono state invece riscontrate placche pleuriche.«È un dato significativo - ha spiegato il direttore del Crua, dottor Paolo Barbina - che apre un fronte finora insondato. Per la prima volta, infatti, quest'anno abbiamo constatato la presenza di due casi di mesotelioma e altri due di placche pleuriche in persone effettivamente giovani. Malattie non professionali, avendo riscontrato piuttosto esposizioni nell'ambiente familiare. Si va a indagare approfonditamente la storia del paziente, procedendo per esclusione. Sono indicatori preoccupanti, considerato che le malattie legate all'amianto si stanno estendendo ad una nuova generazione». Sempre quest'anno sono stati registrati altri 4 casi di mesotelioma, in donne che lavavano quotidianamente le tute di lavoro dei propri mariti. Quanto agli ex lavoratori esposti, nel primo semestre 2017 sono stati rilevati al Crua 91 nuovi casi. Di questi, 47 riguardano la presenza di placche pleuriche, un paziente affetto da asbestosi, 15 casi di mesoteliomi e 23 di carcinoma polmonare. Quindi 2 casi relativi al carcinoma alla laringe e 3 di carcinoma al colon retto. I casi invece di pazienti già visitati e soggetti ai controlli risultano complessivamente 90, di cui 80 relativi a placche pleuriche, 4 ad asbestosi, un mesotelioma, 2 tumori polmonari e 3 carcinomi alla laringe. Purtroppo i malati di tumore non tornano al controllo.Il primo approccio alla visita al Crua di pazienti ai quali è stata diagnosticata la sospetta presenza di placche pleuriche consegna frequentemente gli stessi scenari. Pazienti che davanti a Barbina esordiscono: «Dottore ho l'amianto». Si sentono ormai "segnati", destinati alla malattia mortale. Le placche pleuriche come anticamera del tumore, il mesotelioma di fatto, ritenuto dai pazienti un'automatica evoluzione della malattia. Anche per questo accade che la paura derivante dalla consapevolezza di essere affetti dalle placche pleuriche frena i pazienti, indotti a rinunciare alla visita presso il Centro. Ma Barbina è stato molto chiaro: «Le placche pleuriche non rappresentano una lesione precancerosa, pertanto non si trasformano in una forma tumorale. Possono essere adeguatamente trattate. Attualmente sono disponibili ottime strumentazioni e terapie per migliorare la condizione del paziente, in particolare in merito alle difficoltà di carattere respiratorio. Le persone non si devono spaventare, non è stato scientificamente dimostrato il rapporto tra le placche e il tumore che, comunque, qualora comparisse costituisce una patologia distinta e parallela». Per questo Barbina invita le persone a rivolgersi al Crua e a intraprendere il percorso previsto, affidandosi al Centro e agli esperti. Sotto il profilo dell'attività svolta, il Crua esegue il 75% dei controlli in Friuli Venezia Giulia. Segno che su tutto ha assunto il ruolo di "sentinella dell'amianto", un riferimento diventato funzionale. Il Crua mantiene inoltre i rapporti con specialisti medici aziendali per la gestione "multidisciplinare" dei pazienti che richiedono appropriati riferimenti sanitari ai fini delle cure. Il Centro rappresenta infine la "piattaforma" documentale, elaborando e assemblando sia la storia clinica dei pazienti, sia gli atti necessari ad accompagnare gli utenti lungo l'iter di riconoscimento delle malattie asbesto correlate, comprendendo anche gli aspetti assistenziali, previdenziali, fino alle procedure delle esenzioni dal ticket e alla refertazione della malattia.

Laura Borsani

 

Boom di richieste d'aiuto - Oltre cento in un anno
Il punto sanitario inaugurato nell'estate 2016 continua a ricevere nuovi utenti - Il responsabile: «Questo andamento sta a significare che il problema resta»
TRIESTE - Più di cento contatti in meno di un anno di attività. Questo il lusinghiero bilancio del lavoro fatto dallo Sportello informativo sull'amianto, inaugurato nell'estate del 2016 al primo piano dell'ospedale Maggiore. Voluto dall'Associazione europea rischi amianto (Eara) e realizzato in collaborazione con l'Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste (Asuits) e con il sindacato Ali-Confsal, l'obiettivo del punto informativo è proprio quello di «dare assistenza a quanti non conoscono pienamente le normative in materia e magari abbisognano di consigli e indirizzi - aveva spiegato nel corso della cerimonia di inaugurazione Paolo Tomatis, presidente dell'Eara di Trieste - e in questa direzione va e andrà sempre il nostro impegno, perché sono troppe le famiglie che, a causa dell'amianto, hanno visto la loro vita stravolta». «Ebbene, a distanza di una decina di mesi - ha precisato in sede di bilancio Renato Milazzi, uno dei responsabili dell'Info point del Maggiore - siamo molto soddisfatti del lavoro portato a termine. Il fatto che un centinaio di famiglie si siano rivolte al nostro sportello - ha aggiunto - sta a significare che il problema è purtroppo ancora molto vivo, che ci sono migliaia di persone, nel nostro territorio, che non hanno trovato risposte ai loro interrogativi e noi cerchiamo di colmare questa lacuna». In sede di bilancio sono intervenute anche l'avvocato Emanuela Rosanò, esperta in materia di risarcimenti per danni causati dall'esposizione all'amianto, e Silvia Malandrin, esponente della Gestione crediti pubblici, prima società in Italia nella gestione del recupero crediti contro la Pubblica amministrazione. «Vogliamo innanzitutto precisare - ha detto quest'ultima - che non chiediamo somme in anticipo e per fondo spese a chi si rivolge allo sportello e alla "Gcp"e che misuriamo il nostro compenso, stabilendo una percentuale che sarà dovuta solo in caso di effettivo recupero del credito. Inoltre - ha proseguito Malandrin - cerchiamo di diminuire il più possibile i tempi di recupero del credito». A Trieste il tema dell'amianto è molto sentito. Pochi giorni fa era stato il segretario provinciale della Cgil, Michele Piga, a chiedere la riapertura dei termini per la presentazione delle domande, inizialmente fissato per il 16 settembre, per poter beneficiare delle agevolazioni contributive previste per coloro che sono stati esposti all'amianto nell'ambito della loro attività lavorativa. Trieste, com'è noto, presenta purtroppo un tasso di mortalità più elevato rispetto alla grande maggioranza dei Comuni italiani. Per questo motivo, la Cgil ha chiesto di aprire una finestra temporale, per favorire quei lavoratori esposti per almeno dieci anni che, in base alla legge, possono chiedere altri cinque anni di riconoscimento contributivo. I numeri sono chiari: dal 2010 al 2016 a Trieste si sono ammalate 686 persone, in un contesto di crescita di patologie. Fra gli obiettivi dello Sportello del Maggiore, c'è anche l'organizzazione di corsi per le giovani generazioni, per far loro conoscere il rischio amianto. «Il problema dell'amianto è molto grave soprattutto in Slovenia e in Croazia - è stato ribadito nel corso dell'incontro al Maggiore - dove le opere di bonifica non sono sempre eseguite alla perfezione». Milazzi ha ricordato che «l'apertura dello sportello deriva dalla richiesta di tante persone che non hanno un punto di riferimento. Intendiamo dare assistenza per l'iscrizione al registro esposti amianto - ha proseguito - per quanto concerne le norme di legge in materia e per le visite mediche. Il problema dell'amianto - ha continuato - i medici di base non lo possono risolvere da soli. Qui inoltre possiamo avvalerci anche della collaborazione dei colleghi di Monfalcone. Abbiamo anche partecipato - ha evidenziato Milazzi - alla stesura di "Abclean", manuale utile per difendersi dall'amianto». Rosanò ha reso noto che «l'aspetto giuridico del risarcimento danni per esposizione amianto è piuttosto complesso, per questo ci proponiamo per affiancare le famiglie delle persone che hanno subito danni, per guidarle cioè nella maniera corretta, in modo che possano avere ciò che è loro diritto ricevere». Lo sportello del Maggiore è aperto dalle 9 alle 12 nei primi due martedì di ogni mese (tel. 040. 3992262 o 040 2602203)

Ugo Salvini

 

 

Grado, la sabbia avanza e crea lagune - Le correnti spingono il grande banco in direzione della spiaggia principale. Si sta formando anche un piccolo specchio d'acqua
GRADO - Perché non consolidarla e trasformarla in una piccola oasi offrendo uno scenario diverso e unico ai frequentatori del litorale di Grado? Parliamo dello specchio di mare, per ora abbastanza limitato, a ridosso della spiaggia, che di fatto s'è trasformato in una sorta di piccola laguna (qualcuno l'ha già battezzata proprio così, "Piccola Laguna") formatasi tra il tratto libero della spiaggia nelle vicinanze della zona del bosco, davanti a quella che avrebbe dovuto o dovrebbe diventare la Grado3. In un primo tempo qualcuno aveva ipotizzato la realizzazione di piscine in mare, indubbiamente poteva anche andar bene, ma modificare ora ciò che si è formato e che è già frequentato da diversi volatili, a molti pare impensabile. Si tratta di un'area che s'è formata a seguito dello spostamento del banco sabbioso della Mula di Muggia il quale dall'area originale si sta muovendo in direzione della spiaggia principale. Ma si tratta anche anche del contestuale spostamento del cosiddetto "baroso", cioè di quell'area pressoché di impronta lagunare che si estendeva dalla foce del Primero fino al limite con Punta Barbacale. Certo è che i turisti si fermano oggi a guardare con ammirazione quanto da un anno all'altro si è venuto a creare e come si sta estendendo con la vegetazione sempre più folta e alta. I più affascinati sono i bambini, rapiti dagli uccelli, gabbiani, garzette, aironi che si fermano in quella zona. Vista dal mare è indubbiamente ancor più suggestiva.Il fenomeno di questi spostamenti è stato studiato in tutti i dettagli già 30 anni fa dal professor Antonio Brambati. Tuttavia, tranne per quanto è stato fatto davanti alla spiaggia di Pineta, lo studioso è stato forse preso un po' sottogamba. Anche perché gli interventi proposti sarebbero costati parecchio. È tuttavia una questione di indubbia rilevanza, tanto che anche la Protezione civile ne sta seguendo l'evoluzione. Tutto era iniziato per caso nel 2008, subito dopo il devastante tornado quando la Protezione civile eseguì un sorvolo con l'elicottero per verificare la situazione. Giuliano Felluga allora ebbe l'idea di effettuare un monitoraggio all'anno per verificare gli spostamenti, cosa che avviene normalmente durante il mese di settembre. Ad ogni modo ora pare proprio che non ci sia più tempo, che non si possa più aspettare. «È un fenomeno che noi abbiamo evidenziato già da tempo - afferma il presidente della Git, Alessandro Lovato -; oggi non ci tocca ma interessa altre componenti economiche di Grado e non possiamo essere sordi al richiamo di altri colleghi». La Git, dice Lovato, ha evidenziato la problematica al Comune e alla Regione. Sono pure stati fatti alcuni incontri, ma per il momento non è stato deciso nulla. «Se non viene eseguito qualche intervento - aggiunte Lovato - nei prossimi anni il problema toccherà anche noi; fino a qualche anno fa c'era il timore che si verificasse, ma si faceva riferimento sempre a decenni; ora invece è questione di anni». Per la Git non è, dunque, un tema sconosciuto tanto che stanno monitorando il fenomeno continuamente, anche con l'utilizzo del drone. È un problema davvero di grande respiro che, però, è soggetto a scuole di pensiero anche diverse. C'è la teoria del professor Brambati e di altri esperti i quali sono dell'idea di aggredire il fenomeno, mentre ci sono coloro che sostengono come che la natura debba andare avanti con il suo corso proponendo di studiare invece come si possono rendere fruibili gli spazi che si stanno formando.

Antonio Boemo

 

Spostamento a Ovest anche di 15 metri l'anno - il professor Ruggero Marocco
Lo spostamento della Mula di Muggia verso ovest è anche di 10-15 metri all'anno, specialmente la parte verso il mare, mentre i dossi di sabbia si spostano ancora più velocemente e arrivano direttamente in spiaggia. Lo precisa Ruggero Marocco, già professore di geologia dell'Università di Trieste ed ex vice presidente della Git, che continua a studiare il fenomeno trattato quando era docente all'ateneo triestino. «È un problema molto serio - dice Marocco - e va assolutamente affrontato. È una questione che vede coinvolti tutti, dal Ministero, alla Regione, al Comune...». Una questione davvero seria che Ruggero Marocco ha avuto modo di spiegare anche in tivù, a Linea Blu. Su cosa sia necessario fare, Marocco parte innanzitutto col dire che è necessario tornare a monitorare scientificamente il fenomeno perché i dati di allora potrebbero, anzi sicuramente lo sono, essere diversi. Oggi, rispetto ad allora, l'intervento si complica (anche sotto l'aspetto economico): «Se va avanti così il processo di spostamento, magari nei secoli, Grado sarà sormontata dalla Mula di Muggia». Altre soluzioni rispetto a quanto proposto tanti anni fa al momento non ci sono, se non quella per i bagnanti dei campeggi con la proposta di creare delle passerelle fino alla Mula di Muggia dove la sabbia è bellissima, creando magari anche delle piscine di fronte alle stesse strutture. Parliamo infine della "Piccola Laguna" o meglio del "baroso" che si è creato e pare si stia espandendo ancora. «Si potrebbe anche modificare questa area ma con interventi paurosi in termine di onerosità. Penso invece che lasciarla com'è sarebbe la cosa migliore: è un ambiente naturale perché trasformarlo? Meglio sfruttarlo per la bellezza che rappresenta».

(an.bo.)

 

Un fenomeno previsto già 30 anni fa - Lo studioso antonio Brambati

Lo "Studio sedimentologico e marittimo-costiero dei litorali del Friuli-Venezia Giulia" redatto una trentina di anni fa (è stato presentato ufficialmente nel giugno del 1987) dal professor Antonio Brambati per conto del servizio idraulica, direzione regionale Lavori pubblici della Regione, è indubbiamente lo studio più approfondito e completo che sia stato eseguito. Si tratta, però, come detto, di tanto tempo fa. Lo studio partiva dal Tagliamento per arrivare fino a Duino-Aurisina, compresi quindi i Lidi di Staranzano e Marina Julia. «Lo studio - dice Brambati - già allora prevedeva ciò che è successo e sta accadendo con l'insabbiamento di tutta la zona con una vera e propria emigrazione verso ovest». La conseguenza è stata anche lo spostamento del "baroso" che stazionava dalla foce del Primero fino al limite di Punta Barbacale a Pineta e, come s'è visto, si è già "trasferito" verso Grado ma, precisa Brambati, potrebbe proseguire ancora. Sul futuro, o meglio su quelle che potrebbero essere le soluzioni per il futuro, l'esperto dice innanzitutto che è necessario capire cosa si vuol fare delle spiagge. Comunque è un fenomeno che va indubbiamente anticipato prima che si accentui maggiormente. «Dobbiamo anticipare ciò che la natura sta già facendo - afferma infatti Brambati - e per quel che concerne le spiagge dobbiamo pensare a uno spostamento della linea di riva verso il mare». Nello studio di Brambati la soluzione per la spiaggia principale, oggi gestita dalla Git, ipotizzava la creazione di una nuova spiaggia ancorata alla Mula di Muggia, un arenile che avrebbe avuto un'ampiezza indicativa attorno ai 110 metri con una superficie di circa 26 ettari. In sintesi un raddoppio dell'attuale (quello di 30 anni fa e oggi ancor più ridotto) arenile.

(an.bo.)

 

Nuovi e futuri scenari - Gazzette, aironi e gabbiani hanno già trovato il loro habitat

GRADO - Garzette, aironi e gli immancabili gabbiani hanno già trovato un consono habitat, almeno per delle soste provvisorie, nella "Piccola Laguna". Ce ne sono anche altri, pur con meno frequenza si son visti in quell'area che sta diventando di particolare interesse, con i bagnanti a fermarsi per scattare fotografie. Passata la stagione turistica è probabile, data la vicinanza dell'oasi della Valle Cavanata e anche della laguna, che in questo "baroso" in costante espansione giungano altri uccelli. Potrebbero arrivare anche dei cigni che ormai sono decisamente molto numerosi e si trovano un po' dovunque in laguna, ma l'attuale profondità dei piccoli spazi d'acqua appare una grande limitazione. Se poi approdassero i fenicotteri rosa in spiaggia, quest'area assumerebbe un valore promozionale importante, da coltivare e incentivare. Magari, come hanno suggerito gli esperti riferendosi ad alcune valli da pesca della laguna, portando saltuariamente da mangiare per questi uccelli. Certo, c'è da vedere come si espanderà l'area e che sviluppi di vegetazione avrà questa nuova zona lagunare. Come pure l'evoluzione che ci sarà quanto alle maree.«Naturalmente - dice Fabio Perco, direttore della Stazione biologica dell'isola della Cona - sono per mantenere quest'area naturale e penso che i turisti ne possano godere. Poter osservare gli uccelli così da vicino non accade spesso». Sulla possibilità circa l'arrivo nell'area anche altri uccelli, Perco osserva che è molto probabile la presenza di limicoli, cioè di piccoli trampolieri. Non crede, almeno al momento, nella presenza di quelli di grandi dimensioni ma nemmeno lo esclude, dipende ovviamente da che sviluppi avrà l'area. «Tra i limicoli - aggiunge l'esperto - penso al chiurlo e soprattutto ai piovanelli che sono molto numerosi».

(an.bo.)

 

 

Ok all'accordo fra Regione e Università per la mappatura delle sorgenti in Carso
La giunta regionale, su proposta dell'assessore all'Ambiente, Sara Vito, ha approvato l'accordo attuativo con l'Università di Trieste per l'individuazione e la perimetrazione delle aree carsiche e delle relative zone di infiltrazione delle sorgenti d'acqua. Il documento, per la cui attuazione sono stati stanziati 32mila euro, «prevede - ha evidenziato Vito - che i ricercatori del dipartimento di Matematica e Geoscienze dell'ateneo giuliano, i quali sono già impegnati in questo tipo di attività e quindi dispongono delle tecnologie adatte, elaborino una metodologia per individuare e perimetrare le aree carsiche attraverso raccolta, sintesi ed omogeneizzazione di dati preesistenti ma anche attraverso nuove rilevazioni». Sarà quindi tracciata una mappatura dettagliata dei siti carsici con dati di tipo geologico, geomorfologico, idrogeologico, ambientale e paesaggistico che consentirà anche la caratterizzazione delle sorgenti e la definizione del loro grado di vulnerabilità.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 23 agosto 2017

 

 

Guerra del rumore fra Comune e Arvedi - Il Municipio chiede a ministero e Ispra verifiche sui rilievi acustici firmati dalla proprietà della Ferriera
Il Comune contesta il documento sull'impatto acustico della Ferriera, prodotto dalla proprietà attraverso appositi rilievi fonometrici. E per ottenere valutazioni più approfondite sul documento stesso coinvolge il ministero dell'Ambiente e l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Il sindaco Dipiazza ha infatti inviato una lettera ai due enti, chiedendo di fare "le opportune valutazioni su elementi anomali e sommari relativi al documento presentato, che fa riferimento all'Aia centrale termoelettrica dell'Acciaieria Arvedi". «Abbiamo evidenziato - spiega Dipiazza - l'assenza di una verifica dei livelli acustici differenziali generati dalla centrale. Ciò non consente ai valutatori di comprendere i reali valori acustici emessi dall'impianto e quindi di verificare la conformità o meno ai limiti previsti dalla normativa». Il sindaco precisa poi di aver messo in evidenza che «i rilievi sono stati eseguiti a livello del piano stradale invece che presso gli appartamenti e a quote determinate, che l'amministrazione aveva evidenziato nella conferenza dei servizi», tenuto conto delle schermature e riflessioni che si generano in determinati punti. Dipiazza osserva inoltre che la giustificazione addotta - "non è stato possibile accedere all'interno dei predetti stabili" non è plausibile e rileva che «la corretta verifica è fondamentale perché i rilievi eseguiti a quota strada non possono essere rappresentativi dei reali valori acustici nelle abitazioni». Nella sua lettera il sindaco fa poi notare al ministero e all'Ispra che «i valori acustici notturni rilevati in tutti i punti sono superiori ai limiti zonali e quindi fuori norma» e sottolinea che «il professionista della proprietà dello stabilimento non fornisce elementi giustificativi proprio perché non sono stati eseguiti i rilievi acustici differenziali. Il professionista, inoltre, dichiara che "il superamento dei limiti assoluti è imputabile esclusivamente al traffico veicolare nei pressi delle stazioni di misura"».«È paradossale - conclude Dipiazza - come non si tenga conto della sorgente emissiva predominante che è lo stabilimento, e non certamente il traffico veicolare, soprattutto nelle ore notturne». Pronta la replica della proprietà, attraverso il suo portavoce, il quale spiega che, come già anticipato nel documento inviato al ministero, la misurazione differenziale del rumore non è stata possibile in quanto avrebbe richiesto la fermata di tutti gli impianti. La misurazione verrà comunque effettuata a fine settembre, quando sarà fermata l'area a caldo per alcuni interventi di manutenzione straordinaria. Quanto alla richiesta di effettuare le misurazione ai piani alti degli edifici, l'azienda precisa poi di non avere i permessi per accedere alle abitazioni private. E aggiunge che le prescrizioni del ministero per i rilievi fonometrici non obbligano a farli ai piani alti, ma li ritengono solo preferibili.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 22 agosto 2017

 

 

Allarme all'Aquario per la moria di pesci -
Una trentina di esemplari morti in agosto. Troppo calda l'acqua presa in mare che viene riversata nelle vasche. Il Comune: subito interventi da 300mila euro
Un'incredibile moria di pesci si è verificata all'Aquario marino di Trieste in questo torrido agosto. Almeno una trentina degli esemplari più anziani (tra orate, branzini, saraghi e spigole) non è sopravvissuta al brodo marino in cui si è trasformata l'acqua (che ha raggiunto anche i 32 gradi) pescata nel Bacino di San Giusto nella prime due settimane di agosto. Una situazione anomala che ha creato problemi anche alle specie tropicali. Un'emergenza che non si è risolta neppure dopo l'abbassamento della temperatura regalato dalla Bora del fine settimana. «Sono morti anche alcuni pesci appena reinseriti. Stiamo tentando di refrigerare manualmente alcune vasche. Ma non è facile», spiegano gli addetti. È lo stesso problema che ha costretto il vicino Eataly a inizio mese a svuotare i frigoriferi visto che l'impianto di raffreddamento usa l'acqua di mare. La verità è che l'Aquario Marino è da rifare da cima a fondo. Realizzato nel 1933 all'interno dell'ex Pescheria centrale, preleva l'acqua dal mare alla base del molo Pescheria (circa 60 metri cubi al giorno). L'acqua di mare, mediante un sistema di pompaggio, viene spinta nella torre dell'orologio a circa 10 metri di altezza in una grande vasca di decantazione. Da qui, per caduta, l'acqua viene erogata alle 25 vasche dell'acquario. Un tempo veniva anche utilizzata per mantenere il pesce fresco sui banchi in pietra della Pescheria. D'inverno, invece, viene opportunamente scaldata per le vasche dell'acquario.«Il Bacino di San Giusto da cui noi peschiamo l'acqua è diventato una brodaglia praticamente. Colpa anche dei cambiamenti climatici. La presenza di molte barche ha poi peggiorato la qualità dell'acqua. Bisogna assolutamente pescare l'acqua fuori dal Bacino di San Giusto che è diventato una specie di palude calda», spiega Nicola Bressi, curatore dei civici musei scientifici di Trieste. E l'acqua più è calda meno contiene ossigeno e più sviluppa batteri risultando letale per i pesci. Così, dopo la strage di questo agosto, si è deciso di correre ai ripari. «Abbiamo messo a disposizione 300mila euro per un primo lotto di lavori: per pescare l'acqua più al largo e per rifare completamente alcune vasche (a partire da quella inutilizzata dei pinguini, ndr). Poi il prossimo anno troveremo altrettanti soldi. Il nostro Aquario è unico: fa un sacco di visitatori, ma ha una struttura alquanto vetusta. È venuto il momento di metterci mano - assicura l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi -. È l'ultimo degli acquari storici sopravvissuto e va ripristinato. In un paio d'anni lo mettiamo a posto». Va anche detto, a beneficio degli animalisti, che l'Aquario di Trieste compra i pesci direttamente dai pescatori. «Li paghiamo il doppio del prezzo di mercato e così li salviamo da una morte sicura», aggiunge Bressi. Se poi muoiono nell'Aquario per il gran caldo dell'acqua marina, si tratta pur sempre di morte naturale. «Il nostro è l'unico acquario totalmente pubblico rimasto in Italia. I pochi acquari pubblici sono tutti dati in gestione ai privati - aggiunge Bressi -. Ed è il più antico in Italia e forse in Europa rimasto identico a come è stato fatto nel 1933. Uno dei pochi che utilizza l'acqua marina. È una specie di piccola fetta di mare interna. Da un certo punto di vista è perfettamente compatibile con il Parco del Mare alla Lanterna». L'ultimo e unico intervento all'Aquario risale al 1993 quando vennero sistemate le piastrelle e rafforzate le vasche. I segni del tempo ci sono tutti. Ieri mattina diverse vasche risultavano vuote e con la scritta "in manutenzione". Chiuse per lutto. Assenti la sarpa salpa e l'occhiata. Dal 27 ottobre scorso il biglietto di ingresso è stato abbassato a 3 euro (1 euro il ridotto) «a causa dei lavori di pulizia e riallestimento di alcune vasche al piano dei pesci» (nessun problema, invece, al rettilario del primo piano). Su Tripadvisor non mancano le critiche pesanti. «Assurdo pagare per vedere poco più di una pescheria». «Troppo piccolo». «Pessimo. Più serpenti che pesci». Resta il fatto che pur bistrattato l'Aquario Marino resta il sito museale che fa più visitatori a Trieste ed è in continua crescita (più 37% nel primo quadrimestre di quest'anno). Nel 2014 ha totalizzato 53.176 visitatori, migliore performance del decennio 2005-20014. Ieri mattina c'era una trentina di persone. La dimostrazione che l'Aquario di Trieste (con la "q") non passa mai di moda

Fabio Dorigo

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 21 agosto 2017

 

 

La minacciosa invasione delle "Noci di mare" - Simili a piccole meduse non sono urticanti ma possono spaventare i bagnanti
È allarme in Istria perché rappresentano un pericolo per l'ecosistema
POLA - Potrebbero sembrare delle piccole meduse ma non lo sono, non sono urticanti quindi nessuna insidia per i bagnanti, ma rappresentano una vera minaccia per l'ecosistema del Mare Adriatico e per la pesca. Stiamo parlando dei Ctenofori, noti comunemente come Noci di mare, una specie che popola che le nostre acque dall'anno scorso quando avevano impensierito non poco i bagnanti. Si chiamano anche Colloblasti poichè su di essi si appiccicano tutti gli organismi di cui si nutrono. La Voce del Popolo ha sentito su quella che rischia di trasformarsi in una vera emergenza Paolo Paliaga, ricercatore presso il Centro oceanografico Rudjer Boskovic di Rovigno: i ctenofori sono una specie molto invasiva che non si nota in superfice ma vive di preferenza in profondità dove si rifugiano quando il mare è molto agitato: «Temono molto il maltempo -chiarisce Paliaga- perchè non hanno molto sviluppata la capacità di muoversi non solo in senso orizzontale ma anche verticale, per calarsi in profondità».La specie arrivata nell'Adriatico settentrionale si chiama Mnemiopsis leidyi, inclusa nell'elenco delle cento specie invasive più dannose al mondo: «Sono una specie in grado di danneggiare l'ecosistema del mare -spiega Paolo Paliaga- perchè si nutrono di organismi molto piccoli, mangiano anche larve e uova di piccoli pesci. In 24 ore divorano tutte le sostanze nutrienti contenute in 100 litri d'acqua e consumano da una a quattro volte il proprio peso corporeo nell'arco di una giornata. A lungo andare il mare potrebbe trasformarsi in una specie di gelatina e per tutta una serie di effetti si moltiplicherebbero anche le mucillagini». Come combattere le noci di mare? Paolo Paliaga propone il trattamento delle acque di zavorra prima di venir scaricate in mare e questo secondo lui, è il primo passo che le istituzioni e i governi dovrebbero intraprendere poichè in quest'area operano tre grandi porti: Fiume, Capodistria e Trieste. «Un altro intervento -spiega Paliaga- sarebbe l'introduzione nelle nostre acque di una nuova specie la Beroe ovata che si nutre appunto di Ctenofori». Lo studioso sollecita la collaborazione con gli scienziati della Russia e dell'Ucraina che hanno già grande esperienza in questo tipo di lotta. Il Centro rovignese comunque continuerà a monitorare fino alla fine dell'autunno per acquisire maggiori conoscenze sull'entità del fenomeno. Al momento la presenza delle Noci di mare è di un esemplare su ogni 10 metri cubi d'acqua.

p.r.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - DOMENICA, 20 agosto 2017

 

 

Legambiente: con ARPA piena sintonia. Se non c’è alcun problema, perché allora l’intervento sulla Roggia San Giusto?
Non sappiamo più in quale lingua parlare, è esasperante questa polemica di metà agosto su presunte difformità di approccio al monitoraggio delle acque costiere tra Legambiente ed ARPA, tant’è che la collaborazione ed il reciproco riconoscimento di attendibilità tra i due organismi è collaudato e confermato.
Come sa benissimo chiunque conosce un minimo il problema e non è in malafede, è del tutto possibile che i dati di prelievi effettuati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro risultino anche molto diversi (come nei fatti è accaduto ).
Questo dipende da vari fattori: piovosità, stagionalità, gioco delle correnti…
Altrimenti, perché, come ricorda oggi sul Piccolo, l’attuale Presidente di Irisacqua, tanto affannarsi per completare l’allacciamento alla rete fognaria degli scarichi che sversano direttamente nella Roggia S. Giusto e quindi nel Golfo di Panzano? Perché spendere ben cinque milioni di euro per un intervento così oneroso e complesso, se questo è ritenuto ininfluente per avere la garanzia che, non solo Goletta Verde, ma prima o poi magari anche Arpa, in uno dei suoi periodici monitoraggi, non trovino dei dati fuori norma?
Goletta Verde, come ripetuto in mille occasioni, non dà patenti di balneazione e non intende sostituirsi ad ARPA. Da trent’anni però, continua a segnalare situazioni puntuali di criticità che hanno contribuito in modo determinante a sollevare il problema della depurazione delle acque in Italia ed a fungere da stimolo alle amministrazioni per affrontarlo concretamente.
La segnalazione di un’analisi fuori norma a luglio, riscontrata da Goletta verde, dovrebbe essere presa proprio in tal senso, senza isterie e senza sottovalutazioni, con il comune obiettivo di risolvere definitivamente il problema. Se poi si preferisce alimentare sterili polemiche…
Legambiente - circolo “Ignazio Zanutto” Monfalcone
 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 20 agosto 2017

 

 

Svolta "veneta" per l'ex Maddalena - Lavori verso la ripresa a settembre - Immobili»il cantiere nel limbo
L'immobilismo in cui da anni è sprofondato il cantiere dell'ex Maddalena sembra avere le settimane contate. Un noto imprenditore veneto, conosciuto a Trieste per aver già promosso con successo alcune operazioni di carattere immobiliare, sembra intenzionato a intervenire al posto degli attuali soci per portare finalmente a termine l'intervento. Un cartello apposto di recente sul cancello principale che consente l'accesso all'area, con su scritto "Non parcheggiare dal 12 giugno per smontaggio ponteggi", aveva ridestato l'attenzione dei residenti, a lungo indispettiti per il degrado in cui da troppo tempo versa l'intera zona. Dopo l'improvvisa uscita di scena del gruppo francese Carrefour, nell'agosto del 2013, anche i soci di Generalgiulia 2, che nel 2006 avevano acquistato il comprensorio dall'Azienda sanitaria, sono entrati in crisi, bloccando di fatto l'intera operazione. «Quel cantiere non è più di competenza nostra - spiega Donato Riccesi, uno dei quattro soci di Generalgiulia 2 -. Da due anni c'è un liquidatore ed esiste una trattativa in stato avanzato con un acquirente». L'ingegner Alberto Modugno, nei panni del liquidatore, non smentisce, anzi, è pronto a rilanciare, anche se con toni prudenti: «Siamo vicini a una svolta - conferma -. La situazione è però molto articolata. Ci sono molti soggetti coinvolti e non vorrei che sorgessero delle difficoltà, anche perché di mezzo c'è il Tribunale». È lo stesso Modugno, poi, a gettare un po' di luce sulla vicenda attraverso una nota nella quale specifica che «l'avvocato Enrico Bran, che assiste Generalgiulia 2, sta definendo con i consulenti dell'imprenditore (il potenziale acquirente, ndr) i termini di un'operazione che la società confida di portare a buon fine nel mese di settembre, presentando al Tribunale di Trieste un piano di salvataggio che contemplerà la prosecuzione dell'intervento immobiliare grazie alla finanza portata dal nuovo imprenditore». Altre informazioni non trapelano. Nomi non se ne fanno. C'è da sperare che si tratti della tipica riservatezza che precede la conclusione di un grande affare, anche perché le persone che abitano o lavorano nelle vicinanze del cantiere iniziano a dare segnali di insofferenza. Le recinzioni, infatti, non riescono a fermare i ratti che quotidianamente percorrono via dell'Istria e che, evidentemente, nel cantiere trovano un riparo sicuro. «Non si tratta di decoro - spiega un'anziana signora che chiede di rimanere nell'anonimato -, ma di semplici norme di igiene». L'avvio del cantiere doveva rappresentare il primo passo verso la riqualificazione di un'area che, come denunciano i residenti, appare più periferica di quanto non lo sia realmente. L'assenza di servizi, il trasferimento dell'ospedale Burlo Garofolo all'orizzonte, il continuo viavai di richiedenti asilo: sono questi i punti principali sui quali convergono le lamentele di chi abita e frequenta questa zona. A questi aspetti si è aggiunta negli ultimi anni la grana dell'ex Maddalena, che dai più viene ormai interpretata come una promessa non mantenuta. Alcune falle nel cantiere, al di fuori di ogni metafora, sono state riparate. La recinzione che delimita l'area, a differenza del passato, appare oggi in buono stato e non consente un facile accesso. Le gru erano già state rimosse all'inizio dell'anno, dopo che una giornata particolarmente ventosa aveva costretto i Vigili del fuoco a chiudere precauzionalmente un tratto di via dell'Istria e a evacuare le sedi dell'Enaip, del Ciofs e dell'asilo delle suore dell'Oma. Il lago di acqua che fino a qualche mese fa aveva trasformato il fondo del cantiere in una piscina a cielo aperto, tanto da far concorrenza agli altri poli natatori cittadini, è scomparso, dopo che è stato riattivato il corretto funzionamento dei sistemi di deflusso dell'acqua. Il silenzio nel quale è ripiombato il cantiere, però, potrebbe venire squarciato nuovamente dai camion e dalle ruspe, nel giro di poco tempo, grazie a un imprenditore veneto che sembra intenzionato a far rivivere il comprensorio dell'ex Maddalena.

Luca Saviano

 

 

 

 

LA VOCE DEL POPOLO - SABATO, 19 agosto 2017

 

 

Noci di mare: una minaccia per l’Adriatico settentrionale
ROVIGNO - In questi giorni sono sempre più numerosi i turisti che manifestano il proprio scontento per la presenza nel mare, in prossimità delle spiagge, di piccoli animali trasparenti che spesso vengono erroneamente scambiati per meduse. Si tratta invece di Ctenofori, noti comunemente anche come Noci di mare, una specie che popola le nostre acque dall’anno scorso, quando avevano creato altrettanto turbamento tra i bagnanti nei mesi estivi.
Nessun pericolo per l’uomo
Il loro nome equivale a “portatori di pettini”, una definizione dovuta alle ciglia che utilizzano per il movimento e che assomigliano a 8 file di pettini. Non rappresentano un pericolo per l’uomo, perché a differenza delle meduse non hanno cellule urticanti, bensì adesive. “Si chiamano colloblasti e su di essi si appiccicano tutti gli organismi di cui si nutrono, utilizzando i due lobi posizionati vicino alla bocca, con i quali essi attirano l’acqua”, precisa Paolo Paliaga, ricercatore del Centro di ricerche marine di Rovigno dell’Istituto “Ruđer Bošković”, che sin dalla loro comparsa, l’anno scorso, studia e osserva il comportamento e la diffusione nell’Adriatico settentrionale, di questa specie altamente invasiva.
Impressionante capacità rigenerativa
“Tali ciglia, favoriscono inoltre un movimento sia orizzontale che verticale, cosa che li rende gli unici animali in natura con questo tipo di locomozione”, ci spiega Paliaga. In questo modo, per proteggersi dalla forza dalle onde, che li potrebbe distruggere, si spostano in profondità. Quindi, anche se non sono sempre visibili in superficie, sono eccome presenti in profondità, dove se ne possono incontrare a centinaia. “Sono esseri molto fragili che verrebbero distrutti dal maltempo, ma è appunto grazie a questa loro capacità di spostarsi verticalmente in profondità e proteggersi dalle onde che riescono a salvarsi e sopravvivere. Inoltre, hanno una grandissima capacità rigenerativa”.
Grave pericolo per l’ecosistema
La specie avvistata sulle nostre coste è la Mnemiopsis leidyi, inserita nell’elenco delle cento specie invasive, più dannose al mondo. Negli anni Ottanta la sua presenza era stata notata nel Mar Nero e quello è stato il primo caso in cui la Mnemiopsis leidyi aveva causato gravi danni, rendendo molto fragile l’ecosistema del mare, dove aveva continuato la sua crescita, a scapito degli zooplancton di cui si nutre. “Si tratta di organismi molto piccoli di cui si nutrono anche i pesci. Mangiano anche larve e uova di piccoli pesci. In 24 ore riescono a divorare tutti i nutrienti presenti in 100 litri d’acqua e consumano da una a quattro volte il proprio peso corporeo in un giorno”, avverte Paliaga.
Dopo il Mar Nero, ci sono stati altri due casi a oggi, dove l’ecosistema di un mare è stato reso estremamente fragile da questi organismi: il Mar d’Azov e il Mar Caspio, che hanno subito un grave deterioramento ambientale, dovuto al calo della diversità delle specie ittiche. Due casi meno gravi sono stati invece registrati nel Mar Egeo e nel Mar Baltico. “Il primo è un mare molto aperto e ciò non ha permesso loro di raggiungere una densità elevata, mentre il Mar Baltico è povero di nutrienti e di zooplancton”.
Forte presenza nell’Alto Adriatico
Nel 2005 erano stati avvistati nel Golfo di Trieste, dopodiché sono spariti, fino all’anno scorso, quando sono stati avvistati nuovamente anche nelle acque dell’Istria occidentale. “Nel nostro mare esiste anche una specie di Ctenofori autoctoni, chiamata Leucothea Multicornis, non pericolosa per l’ambiente, più grande ed estremamente fragile”.
Rispetto all’anno scorso, il loro numero è significativamente aumentato. Per tale motivo, abbiamo chiesto al dott. Paliaga di spiegarci come riescano a riprodursi così velocemente. “Sono esseri ermafroditi che possono autofecondarsi dando vita a 200-400 uova al giorno”. E questi sono soltanto i dati osservati nelle acque di Rovigno. “A Pirano, ad esempio, producono anche fino a 10mila uova al giorno”. Una situazione allarmante che ha colpito per ora soltanto l’Adriatico settentrionale. “Nel Golfo di Fiume non sono state avvistate e nemmeno in Dalmazia, tranne che nella parte occidentale delle isole di Sansego e Lussino, dove però è pocala presenza di organismi di cui si nutrono e quindi anche la loro presenza è di conseguenza, scarsa”.
Le acque di zavorra
Trattandosi di una specie proveniente dall’Atlantico, rimane aperta la domanda sul come sia riuscita ad ambientarsi in queste zone. “È impossibile che abbiano attraversato il tragitto fino a qui, perché laddove il mare si fa povero di nutrienti non riescono a sopravvivere. Attualmente stiamo operando analisi del DNA di questi Ctenofori, per comprendere le loro origini”. Secondo le teorie avanzate dal “Ruđer Bošković”, questi organismi sono arrivati con le acque di zavorra delle navi, di cui in questo territorio vengono scaricate annualmente circa 10 milioni di tonnellate.
“Le acque di zavorra andrebbero trattate, piuttosto che semplicemente scaricate nel mare. Le autorità dovrebbero rafforzare i controlli in questo senso per evitare che nel nostro mare vengano trasportate anche altre specie invasive. Questo è il primo passo che i governi dovrebbero intraprendere perché in questa zona operano tre grandi porti: Fiume, Capodistria e Trieste”.
Pericolo per pesca ed ecoturismo
Nonostante non urtichino la pelle dei bagnanti, rappresentano comunque un grave problema per il nostro mare. “La loro presenza potrebbe danneggiare a lungo termine l’ecosistema del Mare Adriatico. L’Alto Adriatico è invece il mare più produttivo di tutto il Mediterraneo, con un ecosistema unico e molto importante”, lamenta l’esperto, aggiungendo che il Centro di ricerche marine continuerà a monitorare la situazione fino a fine autunno e che, per ora, la maggior parte delle conoscenze è ancora basata sulla letteratura scientifica e altri casi registrati, ma se la situazione dovesse peggiorare, bisognerà intervenire.
Tali danni potrebbero riflettersi anche sul settore turistico perché, a lungo termine, la forte presenza di Ctenofori potrebbe trasformare il mare in una gelatina. Inoltre, senza gli zooplancton a nutrirsi dei fitoplancton, diventerebbero eccessive anche le mucillagini, che sono il prodotto delle sostanze polisaccaridiche rilasciate dai fitoplancton.
Come combatterle ?

L’intervento, spiega Paliaga, consisterebbe nell’introdurre nelle nostre acque una nuova specie, la Beroe Ovata che, per puro caso, era comparsa nel Mar Nero, riducendo dell’80 per cento il numero di Ctenofori di cui essa, appunto, si nutre. “Cercando di catturarli con le reti si andrebbero a danneggiare anche altre specie e quindi non possiamo considerarla una soluzione possibile”, puntualizza, spiegando pure che non si deve attendere troppo e che andrebbero operate al più presto analisi in collaborazione con gli scienziati della Russia e dell’Ucraina, che hanno già avuto esperienze nel combattere le pericolose invasioni di questa specie. Attualmente, la loro presenza in queste zone è di una frequenza di un esemplare su ogni 10m3 di acqua di mare.

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 19 agosto 2017

 

 

AMBIENTE - Ozono oltre i limiti anche oggi

Ancora oggi si verificherà nel territorio comunale di Trieste il superamento della soglia di attenzione (120 microgr/mc) di ozono atmosferico. Il Comune invita pertanto la cittadinanza, in particolare le fasce più sensibili della popolazione (bambini, anziani, chi svolge intensa attività fisica all'aperto, oltre ai soggetti a rischio: asmatici e persone con patologie polmonari e cardiologiche) ad adottare adeguate precauzioni limitando l'esposizione all'ozono atmosferico.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 18 agosto 2017

 

 

Il rigassificatore di Veglia sarà un impianto off shore - Già partite le trivellazioni che proseguiranno fino al 25 settembre
Sorgerà nella baia di Sepen al largo di Castelmuschio. Lavori previsti nel 2018
VEGLIA - Il rigassificatore di Veglia si farà, ma non sarà operativo sulla terraferma bensì in mare. L'altro ieri sono cominciate nell'insenatura Sepen, a poca distanza da Castelmuschio (Omisalj in croato), le prospezioni del sottosuolo marino quale fase preliminare per il collocamento dell'impianto offshore, fortemente voluto dallo Stato croato e dai suoi Paesi alleati. Le ricerche proseguiranno fino al 25 settembre, eseguite dall'azienda croata Geokon. «Le trivellazioni sono necessarie per capire cosa abbiamo sotto il mare - ha dichiarato Goran Francic, direttore dell'impresa LNG Croazia, a cui è stato affidato il progetto - prospezioni erano state effettuate diversi anni fa, ma poi il governo croato ha virato verso il terminal offshore e sono state necessarie ulteriori ricerche. L'insenatura Sepen è stata scelta per ospitare l'impianto in quanto garantisce condizioni favorevoli sotto vari aspetti. L'incognita è rappresentata dal sottosuolo e dobbiamo accertare che non ci siano caverne o zone instabili, che potrebbero mettere a rischio il progetto. Nell'insenatura saranno posizionati il relativo scalo e la nave FSRU quale rigassificatore galleggiante». All'LNG Croazia hanno confermato che il terminal metanifero offshore avrà una capacità di movimentazione annua di circa 2 miliardi e mezzo di metri cubi di gas. Verrà a costare chiavi in mano sui 360 milioni di euro, di cui 103 milioni arriveranno a fondo perduto dall'Unione europea, che ha voluto sostenere finanziariamente questo progetto ritenuto molto importante per la Croazia e anche per gli Stati Uniti. Questi ultimi vogliono esportare gas in Europa, sottraendola parzialmente dall'influenza russa in questo comparto. Se tutto filerà liscio nei preparativi e nei concorsi, nel maggio 2018 potrebbe essere rilasciata la licenza edile. Subito dopo potrà essere dato il via ai lavori di approntamento del rigassificatore che - stando alle ottimistiche previsioni di LNG Croazia - potrebbe entrare in funzione nel 2019. Secondo gli esperti, sarà difficile portare a termine il progetto in due anni, anche perché non è stato ancora deciso se la nave rigassificatore sarà costruita ex novo oppure si provvederà all'acquisto di un'unità di seconda mano. Inoltre si dovranno individuare gli acquirenti di metano, naturalmente sul mercato internazionale, poiché i consumi in Croazia non sono bastevoli a rendere conveniente il rigassificatore isolano. Restando in tema, la presidente della Repubblica, Kolinda Grabar Kitarovic, ha esposto al premier australiano Malcolm Turnbull la lista di 150 progetti croati pronti ad essere sostenuti da finanziamenti d'oltreconfine.

Andrea Marsanich

 

 

FINO A domani - Scatta in città l'allarme ozono.

Il Comune di Trieste informa che fino a domani si verificherà nel territorio comunale di Trieste il superamento della soglia di attenzione (120 microgr/mc) di ozono atmosferico, con una prevista punta di 180 microgr/mc nella giornata di oggi. Si invita pertanto la cittadinanza, in particolare le fasce più sensibili della popolazione (bambini, anziani, chi svolge intensa attività fisica all'aperto, oltre ai soggetti a rischio: asmatici e persone con patologie polmonari e cardiologiche) ad adottare adeguate precauzioni (indicate nella nota dell'Azienda Sanitaria, reperibile integralmente anche nella pagina Ambiente del sito del Comune di Trieste) limitando l'esposizione all'ozono atmosferico.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 17 agosto 2017

 

 

Guizzi e acrobazie - Lo show di sei delfini in mezzo al golfo - Avvistati verso Grado dagli attivisti dell'associazione DelTa
Sono una presenza stanziale «ma attenti a non stressarli»
Sei pinne dorsali hanno tagliato le acque del golfo, dando il via a uno spettacolo che è durato poco più di cinque minuti. Ad avvistare i cetacei, identificati come esemplari di Tursiops truncatus, sono stati alcuni componenti dell'associazione triestina DelTa - Delfini e tartarughe in Alto Adriatico, saliti a bordo del Delfino Verde proprio per una breve campagna di monitoraggio delle acque lungo la tratta Trieste-Grado. I taccuini degli ambientalisti sono rimasti chiusi fino a quando l'imbarcazione non è arrivata a una distanza di circa tre miglia marine dall'Isola d'Oro, all'altezza della boa meteo-oceanografica "Mambo 3". È in quella posizione che il cannocchiale di Tommaso De Lorenzi, vicepresidente dell'associazione, ha intercettato i tursiopi. «Sono saltati fuori dall'acqua all'improvviso - spiega De Lorenzi - e hanno continuato a nuotare senza intercettare la barca sulla quale ci trovavamo a bordo». L'avvistamento dei delfini nel golfo di Trieste è un'eventualità tutt'altro che rara. La loro presenza è stanziale, specie nelle acque slovene, come da diversi anni segnalano i ricercatori dell'associazione Morigenos di Pirano, che ne hanno monitorati e registrati oltre 200 esemplari.«Siamo rimasti in contatto visivo per circa sette minuti - continua De Lorenzi -, ammirando le loro evoluzioni. Abbiamo individuato anche un esemplare giovane, mentre la colorazione chiara della pinna dorsale di uno dei sei tursiopi ci fa supporre di aver intercettato un delfino noto, ovvero già inserito nei nostri data base. Ne avremo la conferma solo dopo aver analizzato attentamente le fotografie che abbiamo scattato». Il loro riconoscimento, infatti, viene di norma effettuato attraverso la fotosegnalazione, che tiene conto delle cicatrici o di altri segni distintivi presenti sulla pinna dorsale dell'animale avvistato. La specie tursiope è presente in tutti i mari del mondo ed è la stessa che, suo malgrado, si adatta alla cattività e alla vita nei delfinari.Le acque del golfo di Trieste, nonostante la loro scarsa profondità, sono state elette a definitiva residenza da questi cetacei eleganti e curiosi. Si nutrono di pesce azzurro, crostacei e molluschi, anche se vengono definiti «opportunisti», in quanto non è raro vederli al seguito dei pescherecci per intercettare il pescato fuoriuscito dalle reti. Sono degli ottimi bioindicatori di alcuni aspetti ambientali e la loro presenza sta a indicare che il nostro mare è sostanzialmente sano, anche se è importante non abbassare la guardia per quanto riguarda la loro tutela. La pressione sugli ambienti marini è infatti in aumento, a causa di un'eccessiva attività di pesca, di un forte incremento dei trasporti marittimi e, soprattutto, di un inquinamento sempre più invasivo.«L'inquinamento, anche quello sonoro, è una condizione che non favorisce la presenza e l'adattamento dei delfini», avverte però De Lorenzo. I delfini vanno quindi coccolati e tenuti in considerazione come un'importante risorsa del golfo. «La probabilità di avvistare un delfino - sottolineano gli attivisti dell'associazione DelTa - è direttamente proporzionale alle ore che vengono dedicate all'attenta osservazione del mare. Ci vuole pazienza: a volte è sufficiente una piccola distrazione per lasciarsi sfuggire un esemplare che in lontananza affiora dall'acqua». Una volta avvistato un delfino, però, è necessario rispettare alcune semplici regole comportamentali, onde evitare che l'incontro generi nell'animale una condizione di stress.«È importante rimanere paralleli alla loro rotta e non cercare di intercettarla - mette in guardia De Lorenzi - . Non bisogna avvicinarsi, se vogliono saranno loro a farlo. Una volta a terra, poi, è utile avvisare la Capitaneria di Porto e le realtà come la nostra o come Morigenos che si occupano di monitorare e registrare questi splendidi animali»

Luca Saviano

 

 

Tartaruga morta portata a riva a Santa Croce - La carcassa segnalata prima nelle acque della Riserva di Miramare e poi al porticciolo della frazione
L'avvistamento di una tartaruga nel Golfo di Trieste questa volta non è stata un'occasione di festa. L'animale, infatti, è stato ritrovato privo di vita nelle acque antistanti il porticciolo di Santa Croce, all'altezza della Tenda Rossa. Gli avvistamenti, in realtà, sono stati due. Il primo risale a lunedì, quando un passante, Olive Roy Bouila Massinsa, ha notato una tartaruga ormai morta nelle acque della Riserva marina di Miramare, poco lontano dal castello asburgico. Il giorno successivo, a Ferragosto, è toccato al giornalista Nicolò Giraldi imbattersi nel povero animale a Santa Croce. È probabile che la sfortunata protagonista dei due avvistamenti sia in realtà la stessa tartaruga, trasportata nel giro di ventiquattro ore dalla corrente marina. Non è stato possibile risalire alle cause della morte dell'animale. La Capitaneria di Porto, che è stata avvisata dell'accaduto, non ha escluso le cause naturali. La carcassa della testuggine, un esemplare apparentemente adulto, è stato restituito dal mare in stato di avanzata decomposizione. A riportarla a riva sono stati alcuni bagnanti, che in buona fede l'hanno adagiata sul bagnasciuga. In questa maniera, però, hanno costretto la Capitaneria di Porto a intervenire per rimuovere la carcassa dell'animale, in ottemperanza agli accordi che prevedono l'intervento solamente in caso di spiaggiamento. Il golfo di Trieste, fanno sapere dalla Riserva marina di Miramare, è considerato una zona di alimentazione per i giovani esemplari che trovano nelle acque basse dei suoi fondali il cibo di cui si nutrono: vegetali marini, crostacei, molluschi, piccoli pesci e meduse che afferrano con le mascelle prive di denti ma munite di becco tagliente. La riproduzione, invece, avviene lungo le spiagge di alcune isole greche da dove i piccoli, usciti dalle uova deposte in buche scavate nella sabbia, intraprendono il viaggio verso il golfo di Trieste. I maggiori pericoli alla loro sopravvivenza sono legati direttamente alle attività umane quali la pesca, con la cattura accidentale, e il diporto, con la collisione con scafi ed eliche di barche a motore. L'Area marina protetta di Miramare ha attivato ormai da anni un centro di recupero dove le tartarughe ferite vengono curate e riabilitate per essere poi riportate nel loro habitat marino.

(lu.sa.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 16 agosto 2017

 

 

Trieste, il giallo della tartaruga morta - Due avvistamenti in mare nella giornata di Ferragosto: prima a Miramare, poi a Santa Croce

Una tartaruga morta nel mare di Trieste. Ed è giallo sulle ragioni del decesso. Secondo la capitaneria di Porto di Trieste l'animale potrebbe essere morto per cause naturali, oppure ancora potrebbe essere stato ferito in maniera fatale da un'imbarcazione. Ad ogni modo l'avvistamento a Trieste ha incuriosito non poco i bagnanti nella giornata di Ferragosto. Le segnalazioni sono state due, ed è probabile che possa trattarsi dello stesso esemplare trascinato dalla corrente. Il primo avvistamento è avvenuto ieri nelle acque vicine al Castello di Miramare. Il secondo è avvenuto oggi, martedì 15 agosto, al porticciolo di Santa Croce in Costiera, all'altezza della Tenda Rossa. In entrambi i casi la carcassa dell'animale ha destato la curiosità dei bagnanti, che hanno segnalato al Piccolo l'episodio.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 15 agosto 2017

 

 

Polveri a Servola, la Regione incalza Arvedi - Monito al gruppo dopo gli sforamenti in luglio. «Servono misure ulteriori per rispettare i limiti dell'Aia»
Dopo la "diagnosi", eseguita nei giorni scorsi dagli esperti dell'Arpa, arriva ora l'indicazione della "terapia", firmata dall'amministrazione regionale. La direzione regionale Ambiente del Friuli Venezia Giulia ha inviato infatti all'Acciaieria Arvedi Spa una lettera contenente la disposizione di adottare ulteriori misure per il raggiungimento dei valori obiettivo fissati dall'Aia rilasciata per l'attività della Ferriera. La lettera della Regione richiama la nota diramata dall'Arpa regionale pochi giorni fa, precisamente l'11 agosto, con l'indicazione dei dati dei deposimetri relativi al mese di luglio 2017. Dati, come noto, tutt'altro che incoraggianti. Le rilevazioni dei tecnici, infatti, hanno evidenziato come, nonostante la limitazione della marcia degli impianti di cokeria ed altoforno dell'impianto di Servola imposti con il decreto regionale di diffida 1998/2017, le concentrazioni di polveri e agenti inquinanti nell'aria ha superato ancora una volta i valori obiettivo stabiliti dal decreto Aia 96/2016. Di lì la scelta dell'amministrazione regionale di richiamare la proprietà dello stabilimento siderurgico al rispetto degli impegni adottati. Nel dettaglio, si legge in una nota diramata dal Palazzo, «riscontrato che la misura della riduzione della produzione di ghisa e coke adottata a partire dal primo luglio 2017 non risulta sufficiente a rispettare i detti valori obiettivo, la Regione ricorda che la stessa Autorizzazione integrata ambientale prevede la riduzione della produzione come misura minima e ipotizza quindi un incremento delle misure da adottare fino al raggiungimento del rispetto del valore indicato».In fine l'avvertimento ancora più diretto e inequivocabile. «Alla luce dei dati acquisiti e in adempimento della normativa vigente - prosegue il comunicato -, la Regione Friuli Venezia Giulia ha disposto che l'Acciaieria Arvedi Spa adotti nei tempi tecnici necessari e comunque senza ritardo tutte le misure necessarie ad ottenere il rispetto dei valori obiettivo e ne dia contestuale comunicazione all'amministrazione regionale e all'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, anche al fine di valutare la idoneità e la sufficienza delle misure adottate».

 

 

Chiazza sospetta in mare - Rivolta social contro la nave
La partenza di una nave da crociera evoca vacanze, viaggi lungo coste lontane, cene e ambienti lussuosi a bordo dove trascorrere piacevoli ore in relax e armonia. Forse sono questi i pensieri che accomunano le persone che, nell'udire i famosi tre colpi di sirena che indicano la partenza di una grande nave, come una sorta di saluto alla città, si fermano e in tanti volgono lo sguardo verso il mare. Uno sguardo e un sorriso, però, che sul viso di molti spettatori presenti alla partenza della Costa Luminosa, domenica scorsa intorno alle 13, si è pian piano affievolito vista l'imponente chiazza di colore scuro sull'acqua in prossimità della grande nave.In tanti, osservando stupiti la cospicua macchia di colore scuro sull'azzurro del mare, hanno immediatamente riversato sui social tutta la loro rabbia attraverso foto e post di indignazione per quella che in un primo momento è stato da moltissimi ritenuto uno sversamento in mare da parte della nave, subito dopo aver levato gli ormeggi. Com'è possibile immaginare, il presunto "insulto" al mare da parte di un colosso che può contare più di 4000 persone a bordo, tra equipaggio e passeggeri, è stato accolto malamente dagli internauti che hanno letto i primi post di indignazione, senza assistere e verificare in prima persona quanto accaduto alla partenza della crociera, e in breve tempo quindi una valanga di condivisioni si è diffusa sul web cittadino attribuendo, forse con troppa faciloneria, le cause della macchia incriminata alla nave in partenza.Chiaro il commento del comandante della Capitaneria di porto di Trieste, il capitano di fregata Giulio Giraud, che ha escluso categoricamente uno sversamento dalla nave in partenza o da altre navi ormeggiate nel porto di Trieste. «Ho assistito personalmente alla partenza e posso escludere con ogni forma di dubbio qualunque genere di sversamento da parte della Costa. Negli ultimi giorni, il vento girato da sud ha trasportato residui di legno, alghe e spazzatura di vario genere proveniente dall'Adriatico settentrionale fino a Trieste. C'era un po' di tutto: residui di legnetti, rifiuti e schiuma. Purtroppo è un fatto consueto e legato a quando gira il vento dal versante sud, ed è inevitabile che arrivino in porto questi residui».A detta degli esperti, a trarre in inganno le persone che hanno adocchiato la chiazza in mare attribuendola a uno sversamento, potrebbero essere state le potenti eliche della nave in manovra di partenza che, agitando l'acqua, hanno smosso i residui presenti appena sotto la superficie formando la macchia incriminata.

Enrico Ferri

 

Barche "espulse" dall'Isonzo - A Duino scoppia la protesta - Proposto il divieto di pesca e navigazione nell'area della foce e dell'isola della Cona
La replica dei Cittadini per il golfo: «È una delle poche zone di pace per i diportisti»
DUINO AURISINA - «Giù le mani dalle acque del golfo». Diventa sempre più aspro il conflitto fra i residenti di Duino Aurisina e le autorità istituzionali competenti per disciplinare le attività nel tratto di mare vicino alla costa. Dopo i contrasti, mai risolti, fra il Comitato dei Cittadini per il golfo e la precedente giunta comunale di Duino Aurisina a causa delle restrizioni nell'utilizzo della parte di mare sotto le falesie, ecco che - alla vigilia di Ferragosto - arriva una nuova scintilla ad alimentare il fuoco della polemica. È di questi giorni la proposta avanzata dal Comitato tecnico-scientifico che sovrintende l'area delle foci dell'Isonzo e dell'isola della Cona, emanazione diretta della Regione, che riguarda la Zona speciale di conservazione (Zsc) e che prevede il divieto di navigazione, di pesca e di pratica dell'attività diportistica nello specchio d'acqua prospiciente le foci dell'Isonzo. Certo, prima di arrivare all'approvazione definitiva, sarà necessario completare l'iter burocratico previsto, ma il solo annuncio ha scatenato l'immediata protesta dei Cittadini per il golfo. «Abbiamo appreso della proposta di creare un'area di interdizione totale nell'area dell'isola della Cona - scrive Danilo Antoni, portavoce dei Cittadini per il golfo -, tradizionale punto di riferimento del mondo diportistico locale. Dopo l'ennesima informazione su provvedimenti, progetti e iniziative che incidono drasticamente sulla vita del golfo di Trieste e sulle sue coste - aggiunge -, dopo l'ennesima informazione che arriva al pubblico nel periodo tra metà luglio e metà agosto, il nostro gruppo di lavoro, che segue le proposte di pianificazione e di progettazione delle aree connesse all'ambito acqueo e costiero del golfo - continua Antoni -, constata che il processo di verifica tecnico-politica ha di nuovo dimostrato gravi lacune procedurali che impediscono la partecipazione diretta e costruttiva a molti soggetti coinvolti nell'attuale fruizione diretta o indiretta delle aree costiere della Riserva naturale regionale della foce dell'Isonzo-Isola della Cona».«Per esse - insiste l'esponente dei Cittadini per il golfo - si propone un diverso sistema di fruizione, che contempla la totale interdizione su un'area che, fino a oggi, risultava essere ormai una delle poche zone di pace per i diportisti locali. A nostro avviso - conclude il portavoce dei Cittadini per il golfo - il provvedimento, proposto nella fase finale dell'iter della variante al Piano di conservazione e sviluppo della Riserva, non è confortato da opportuni studi e non è prodotto in sintonia con quanto stabilito per questi casi dall'Agenda 21, che prevede il sistematico coinvolgimento degli abitanti, dei fruitori e dei proprietari nelle decisioni di carattere gestionale e programmatiche che riguardano il territorio».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 14 agosto 2017

 

 

«Era recidiva e pericolosa» - Uccisa un'orsa in Trentino - La Forestale abbatte "KJ2" che aveva aggredito escursionisti in due occasioni
Il governatore: prima la sicurezza delle persone. Dura protesta degli animalisti

TRENTO - Alla fine è stata abbattuta. L'orsa KJ2 era ricercata ufficialmente dal 22 luglio scorso, dopo avere ferito abbastanza seriamente un uomo che passeggiava assieme al suo cane in un bosco nella zona dei laghi di Lamar, in Trentino. Il plantigrado è stato abbattuto da agenti del corpo forestale della provincia autonoma di Trento, che hanno agito in esecuzione di un'ordinanza del governatore Ugo Rossi, emessa per la sicurezza delle persone. L'orsa era accusata di avere ferito un altro escursionista, attaccato mentre stava compiendo un'escursione nella zona di Cadine nel 2015. L'abbattimento ha causato naturalmente molti commenti polemici da parte di protezionisti ed animalisti, ma a sostenere la necessità di questa misura estrema è intervenuto in maniera decisa, a cose fatte, il governatore Rossi: «Siamo qui a commentare l'abbattimento di un orso, ma se quest'esemplare avesse avuto un altro incontro, magari con un bambino e ci fosse stato un altro ferito o qualcosa di più grave, saremmo qui a fare altri commenti». «È chiaro - ha aggiunto Rossi - che in un periodo come questo, sotto Ferragosto ed in un'area popolata e fra quantità di turisti e di residenti, tutte le regole scientifiche e giuridiche indicano che ciò che è stato fatto era un'assoluta necessità». «In tutto il mondo - ha detto ancora Rossi - quando il pericolo sale oltre una certa soglia si procede all'abbattimento per garantire la sicurezza delle persone». Rossi ha assicurato che non abbandonerà il progetto Life Ursus che aveva reintrodotto l'orso in Trentino. «L'iniziativa, però, dovrà essere modificata: all'inizio - ha spiegato - si pensava che gli animali avrebbero popolato un'area più vasta, mentre oggi si dimostra il contrario. Nel frattempo - ha concluso il governatore - occorre usare la scienza, la coscienza ed il buonsenso per gestire gli esemplari più pericolosi». La vicenda ricorda da vicino un caso analogo, accaduto appena tre anni fa: allora a farne le spese fu Daniza, un esemplare di plantigrado morto dopo l'intervento delle guardie forestali. Allora però, l'animale morì non perché doveva essere abbattuto, ma per le complicazioni insorte mentre i guardacaccia tentavano di narcotizzarla con un apposito liquido. La sostanza, però, ebbe un effetto più potente del dovuto e così Daniza morì. Le spiegazioni del governatore, però, non convincono animalisti e ambientalisti «Questa uccisione non era necessaria, l'orsa è stata se stessa» è la reazione furibonda. Alle proteste si uniscono anche i Verdi che vogliono denunciare il presidente Ugo Rossi ma c'è anche chi propone un boicottaggio di prodotti tipici trentini. «Invocheremo chiarezza in tutte le sedi, politiche e giudiziarie, e non cesseremo di farlo finché non sapremo tutto quello che c'è da sapere», questo il commento dell'ex ministro Michela Vittoria Brambilla nonché presidente del Movimento animalista. «Ci aspettiamo che si faccia piena luce sulla vicenda consapevoli che il nostro Paese è più povero, non solo perché è stato abbattuto un esemplare di orso bruno alpino, ma perché in Trentino non siamo stati capaci di mettere in atto una strategia per la coesistenza con gli animali selvatici nonostante le nostre esperienze di conservazione della natura siano tra le più importanti in ambito europeo» dice Stefano Ciafani, direttore nazionale Legambiente, È dura anche la reazione del Wwf: «Se le autorità competenti non lavorano per eliminare le cause che portano ad episodi spiacevoli, a farne le spese saranno sempre gli orsi; non è accettabile. Valuteremo come procedere sul piano legale». Luana Zanella, esponente Verde, valuta una denuncia del presidente Rossi, «visto che si è constatato che l'animale era ricercato solo per aver risposto all'aggressione di un uomo con il suo cane».

Paola Targa

 

Parla l’etologo «Meglio soluzioni meno cruente»

Sugli orsi, e in generale per la coesistenza tra specie umana e animali selvatici come anche i lupi, «va definito con urgenza un protocollo per soluzioni meno cruente. L'uccisione di un esemplare è l'extrema ratio, l'ultima possibile linea d'azione per un esemplare già catturato che può essere perciò narcotizzato e portato in aree e situazioni di sicurezza per l'uomo». A chiedere con urgenza un protocollo di intervento sull'esempio di quelli in vigore all'estero, in Canada e negli Usa in particolare, è l'etologo Enrico Alleva, membro dell'Accademia dei Lincei e presidente della Federazione Italiana di Scienze della Natura e dell'Ambiente. Nel caso specifico, ha osservato, «ci vuole tempo per accertare la pericolosità del singolo soggetto e va detto che le dimensioni del territorio trentino non sono paragonabili con quelle delle grandi riserve Usa. Spesso poi ci sono orsi che hanno preso troppa dimestichezza perché per procacciare il cibo usano la scorciatoia di seguire i rifiuti e avvicinarsi pericolosamente ai centri abitati. In tal caso si pone con urgenza la gestione della coesistenza, per salvaguardare la sicurezza della popolazione e dei turisti che possono frequentare l'area. Ma di solito, sia negli Usa che in Canada, una volta catturato da personale formato ad hoc, l'orso viene addormentato e trasferito in aree controllate di un Parco e riserva ambientale. Inoltre la fase più impegnativa - ha sottolineato Alleva - è la cattura, utile alla individuazione genetica e all'apposizione del radiocollare. In Trentino l'orsa in questione era già stata catturata e radiocollarata, va ben compreso perché si è arrivati alla soluzione del problema più cruenta. Cerchiamo di definire presto - è l'appello di Alleva - un protocollo d'azione che individui esperti del comportamento degli ursidi e si dia priorità alla cattura degli orsi segnalati senza metterli in pericolo di vita. Se si ha la fortuna di vivere in un territorio che contempla questo campione di biodiversità - ha concluso - è fondamentale pianificare la cattura in modo da non mettere in pericolo cittadinanza, forestali e plantigradi».

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 13 agosto 2017

 

 

Mare inquinato, M5S in pressing - Romano sui dati di Goletta Verde: «A Muggia sistema di scarico da adeguare»
MUGGIA - «Puntuale come ogni anno ritorna il problema dell'inquinamento del mare: siamo stufi, la soluzione è mettere mano seriamente alla rete di scarico e depurazione ed adeguarla al ventunesimo secolo». Questo il commento del consigliere comunale del MoVimento 5 Stelle di Muggia Emanuele Romano ai dati forniti da Goletta Verde, che hanno rilevato una situazione di forte inquinamento sulla base dei prelievi effettuati anche nel canale di via Battisti a Muggia. «È uno dei punti del nostro programma: la scusa del Comune è che non ci sono soldi. Bisogna trovarli, ci sono i fondi europei, nazionali e regionali con cui finanziare una seria opera di riqualificazione. Vogliamo una Muggia vivibile per i residenti e accogliente per i turisti e non si può prescindere dalle qualità delle acque della costa», insiste il consigliere pentastellato. Romano va poi all'attacco anche sul Piano economico finanziario rifiuti: «Il Consiglio comunale ha approvato, con il voto favorevole di tutte le forze politiche tranne il M5S, Obiettivo comune e Mejo Muia, il Piano economico finanziario rifiuti 2017 basato su un fantomatico sistema porta a porta che prevede aumenti di costi del 10%. Come previsto il sistema slitta al 2018. Intanto i cittadini pagano una tariffa a metro quadro con aumenti che arrivano a superare il 30% e non godono di servizi adeguati». «Si poteva evitare questo aumento - aggiunge Romano - confermando per il 2017 il vecchio sistema e prevedendo l'avvio del nuovo contestualmente a una nuova tariffa basata sul principio "più crei rifiuti più paghi" - rimarca -. Lo abbiamo proposto sia all'assessore Litteri, sia in Commissione e infine durante due sedute del Consiglio. Purtroppo quando si vuol mettere la bandierina in fretta e furia, chiudendo il dialogo con le opposizioni e le associazioni, alla fine sono sempre i cittadini a dover sopportare l'aumento dei costi. Durante la discussione per l'approvazione del Pef - ricorda il consigliere del M5S - abbiamo fatto notare che il totale sembrava fosse stato costruito per dare un margine del 10% rispetto l'anno precedente, senza dettagli di costo che permettessero di valutare la struttura operativa del nuovo servizio».

 

 

SEGNALAZIONI - Inquinamento - Valori elevati delle polveri sottili

La sera di domenica 6 agosto l'ennesima nuvola di polveri (la sesta in pochi giorni), sollevata dal forte vento, si è alzata dalla Ferriera per depositarsi nell'intorno. Più che giustificata, quindi, l'esasperazione di chi vive nelle aree circostanti, densamente popolate. Aree che vanno ben al di là del rione di Servola. Oltre alle polveri sedimentabili, comunque inquinanti, protagoniste delle nuvole suddette, nei giorni scorsi si sono alzati di molto anche i valori delle polveri sottili pm10 e pm2,5, responsabili di gravi danni alla salute, come attestano da molti anni i rapporti dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Agenzia europea dell'ambiente. Tra martedì 1 e sabato 5 agosto, per esempio, il limite di legge pari ad una media giornaliera di 50 microgrammi per metro cubo di pm10 è stato superato quattro volte nella centralina di via S. Lorenzo in Selva (55 ?g/mc il 1.o agosto, 57 giovedì 3, 70 venerdì 4 e 61 sabato 5) e il 4 agosto anche in quella di via del Ponticello (58 ?g/mc). I superamenti del limite di 50 ?g/mc in via S. Lorenzo in Selva sono già 32 nel 2017 (la legge ne ammette non più di 35 nel corso dell'anno). Il che forse spiega perché l'Aia rilasciata nel 2015 dalla regione alla Ferriera abbia elevato tale limite - per la sola centralina di via S. Lorenzo in Selva - da 50 a 70 ?g/mc, sicché i non pochi abitanti delle aree circostanti si trovano a respirare "legalmente" un'aria ben peggiore di quanto prescritto per legge. Oltre a ciò, bisogna tener conto anche dei valori di pm2,5, polveri ultrafini che penetrano in profondità negli alveoli polmonari trasportandovi sostanze cancerogene di ogni genere. Non esistono, in Italia, limiti di legge per questo inquinante, ma la Direttiva europea n. 50 del 2008 prescrive un limite annuo di 20 ?g/mc (da raggiungere entro il 1 gennaio 2020), il doppio dei 10 ?g/mc consigliati dall'Oms. Le centraline che a Trieste le misurano (in piazzale Rosmini, via Ponticello e via Pitacco, non in via S. Lorenzo in Selva...), registrano quasi ogni giorno valori ben superiori a quelli consigliati, mentre l'Eea calcola in 59.500 all'anno le morti premature attribuibili in Italia agli elevati livelli di pm2,5. Come si vede, valori elevati di polveri sottili nell'aria non sono prerogativa dei soli mesi invernali, quando i difensori delle industrie puntano il dito contro le caldaie domestiche, ma sono frequenti anche d'estate, sommandosi a valori elevati di ozono (altissimi da settimane anche a Trieste), e alle nuvole di polveri sollevate dal vento. Mancano invece adeguati avvertimenti alla popolazione e alle categorie più deboli (anziani, cardiopatici, bambini) nelle giornate critiche e soprattutto interventi risolutivi nei confronti di chi inquina.

Dario Predonzan

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 12 agosto 2017

 

 

Ambiente - La lente di Goletta Verde sul Fvg - Bocciate Muggia e Marina Julia

Tre degli otto punti analizzati non passano l’esame. Fra questi c’è anche la foce del fiume Stella -  «Fortemente inquinati» il canale di via Battisti nel comune rivierasco e la spiaggia di via delle Giarrette. La fotografia dei mari in Italia secondo Goletta Verde
TRIESTE - Tre su otto. È questo il bilancio del monitoraggio svolto dall'equipe tecnica di Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente, dal quale è emerso come in ben tre punti, degli otto monitorati in Friuli Venezia Giulia, vengano superati i limiti di inquinamento previsti dalla legge. A finire sotto la lente d'ingrandimento dell'associazione ambientalista sono state le acque di Muggia, Trieste, Duino Aurisina, Monfalcone, Grado, Precenicco e Lignano Sabbiadoro. Se il mare che bagna la spiaggia libera di via delle Giarrette, a Marina Julia, è risultato "inquinato", la foce del fiume Stella, a Precenicco, e il canale di via Battisti, a Muggia, sono stati classificati con la dicitura "fortemente inquinati", presentando cariche batteriche evidentemente molto elevate. I prelievi e le analisi sono stati eseguiti dal laboratorio mobile di Legambiente il 4 e il 5 agosto scorsi. Sono stati indagati i parametri microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli) e sono stati considerati come "inquinati" i risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) e "fortemente inquinati" quelli che superano di più del doppio tali valori. La cattiva depurazione delle acque sembra essere alla base dell'inquinamento che è stato riscontrato nel corso dei campionamenti, dal momento che in Italia circa il 25% delle acque di fognatura viene scaricato in mare, nei laghi e nei fiumi senza essere depurato, nonostante siano passati oltre dieci anni dal termine ultimo che l'Unione europea ci aveva imposto per mettere a norma i sistemi fognari e depurativi. Ritardi che si ripercuotono anche sulle tasche dei cittadini, visto che le inadempienze dell'Italia nell'attuazione della direttiva comunitaria hanno portato a procedure di infrazione, in alcuni casi seguite da condanne che si sono tramutate in multe salatissime. In totale sono stati quattro i punti campionati in provincia di Trieste (canale di via Battisti a Muggia, lungomare Fratelli Bandiera, Barcola e Sistiana Castelreggio), due in provincia di Gorizia (Marina Julia e Grado, all'incrocio tra viale del Sole e via Svevo) e altrettanti in provincia di Udine (foce del fiume Stella a Precenicco e Lignano Sabbiadoro, sul lungomare Trieste all'incrocio con via Gorizia). Legambiente, oltre ai tre punti risultati inquinati, ha messo in evidenza anche la scarsità di informazioni che vengono messe a disposizione dei bagnanti. La cartellonistica sulle spiagge del Friuli Venezia Giulia, infatti, è risultata per lo più inesistente, nonostante dal 2014 sia diventata obbligatoria per tutti i comuni costieri. «Purtroppo in nessuno degli otto punti campionati - spiega Katiuscia Eroe, portavoce di Goletta Verde - i nostri tecnici hanno avvistato i cartelli informativi previsti dalla normativa, che hanno la funzione di divulgare al pubblico la classe di qualità del mare (in base alla media dei prelievi degli ultimi 4 anni), i dati delle ultime analisi e le eventuali criticità della spiaggia stessa. Anche quelli di divieto di balneazione sono completamente assenti. Inoltre in alcuni punti giudicati critici è stata registrata la presenza di bagnanti, soprattutto bambini, proprio nei pressi dei punti che sono stati presi in esame». Un altro tema forte affrontato in questa campagna di Goletta Verde è stata la presenza di rifiuti sulle spiagge italiane. Il 10% dei rifiuti spiaggiati proviene dagli scarichi dei nostri bagni. Il 9% di questi rifiuti è costituito da bastoncini per la pulizia delle orecchie che vengono impropriamente buttati nel wc.«Nella nostra regione - dichiara Gloria Catto per Legambiente Fvg - tra aprile e maggio i volontari hanno monitorato la spiaggia di Canovella degli Zoppoli, nel Comune di Duino Aurisina, nell'ambito dell'indagine sul beach litter. È stato sconcertante riscontrare la presenza, su un'area di 1200 metri quadri, di 665 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia, fra i quali diversi scarti delle attività di pesca».

Luca Saviano

 

MUGGIA - Il sindaco Marzi vuole indagare sugli «sversamenti nel Fugnan»
Il nome di Muggia compare nella lista dei cattivi e la cosa non può fare piacere a una cittadina che da anni si propone anche in chiave turistica. La sindaca Laura Marzi non si scompone più di tanto e prova a dare una lettura diversa da quella proposta da Legambiente, che punta il dito contro la cattiva depurazione che affligge tantissime aree del Paese. «Non so a quando facciano riferimento queste analisi - le sue parole -, ma credo che quei valori siano determinati dai fenomeni di pioggia e dagli sversamenti delle acque grigie nel torrente Fugnan». Da qualche parte qualcuno sversa impunemente, secondo la prima cittadina di Muggia. «Potrebbero essere sversamenti fatti anche oltreconfine - spiega -. Cercheremo di capirlo, anche se rimango perplessa sul fatto che queste analisi vengano svolte in una zona che comunque non è balneabile».

(lu.sa.)

 

Lo scorso anno 4.400 tonnellate di oli esausti raccolte e trattate - il Consorzio
Anche quest'anno il Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati è main partner della campagna estiva di Legambiente. L'olio usato - che si recupera alla fine del ciclo di vita dei lubrificanti nei macchinari industriali, ma anche nelle automobili, nelle barche e nei mezzi agricoli - è un rifiuto pericoloso per la salute e per l'ambiente: 4 chili di olio usato, il cambio di un'auto, se versati in acqua inquinano una superficie grande come sei piscine olimpiche. Ma l'olio usato è anche un'importante risorsa perché può essere rigenerato tornando a nuova vita. Nel Fvg nel 2016 il Consorzio ha raccolto 4.440 tonnellate di oli usati. L'operato del Consorzio non solo evita una potenziale dispersione nell'ambiente di un rifiuto pericoloso, ma lo trasforma in una preziosa risorsa per l'economia.

(lu.sa.)

 

A Monfalcone si grida al complotto - Dati inattesi dopo quelli positivi dell'Arpa. «Siamo in crescita, diamo fastidio»
MONFALCONE - Per anni perseguitata da una scarsa qualità delle acque, Marina Julia, la spiaggia ormai non più solo dei monfalconesi, pensava di aver archiviato del tutto i suoi problemi di inquinamento. A sancirlo, dal 2014 a oggi, era stata anche la Goletta Verde di Legambiente, il cui ultimo verdetto si scontra in ogni caso con i dati dei rilevamenti di routine che sono stati eseguiti dall'Arpa Fvg a partire dal mese di aprile. La bocciatura ricevuta da Legambiente non è stata quindi per nulla digerita a Monfalcone, dove, in sostanza, non si esita a gridare al complotto. Per il litorale monfalconese, complice un meteo perfetto, l'estate 2017 ha segnato una vera e propria invasione di bagnanti, con migliaia di presenze (tra le 15 e le 20 mila nei fine settimana) dal territorio circostante, ma anche dalla vicina Slovenia, dalla Bassa friulana e dalla provincia di Trieste. La spiaggia di Monfalcone ha dalla sua parcheggi gratuiti posizionati a distanze accettabili dalla battigia, fondali sabbiosi e servizi crescenti, come pure la pulizia. In spiaggia quest'anno i frequentatori hanno trovato non solo i lettini e gli ombrelloni degli stabilimenti balneari, i bar e i "fritolini" , ma anche il campo da beach volley realizzato dal Comune, che ha pure disciplinato la pratica del kite surf. Già perché quando soffia la bora il mare si riempie di tavole e il cielo di vele colorate, attirando appassionati non solo dalla Slovenia ma anche dall'Austria. «È tanto strano pensare che iniziamo a dare fastidio a qualcuno?»,, si chiede l'assessore al Patrimonio e ai Servizi interni Paolo Venni, genovese trapiantato a Monfalcone per lavoro, che a Marina Julia ci vive. «Il dato del monitoraggio condotto da Legambiente - aggiunge Venni - è in controtendenza rispetto al controllo effettuato dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente nel corso di tutta la stagione. Sembra quindi ci sia un accanimento nei confronti della nostra spiaggia per il cui rilancio ci stiamo impegnando assieme ad altri soggetti». Vedi il nuovo gestore del Marina Julia camping village, affacciato sul mare monfalconese. Il network Club del Sole ha investito in questi ultimi mesi tre milioni per adeguare il villaggio, classificato quattro stelle, ai nuovi standard della domanda turistica ed ha già programma di investire altri due milioni per un ulteriore restyling da qui alla prossima stagione balneare (mentre l'attuale sta segnando un più 30% di presenze nel villaggio). «Sono ormai diversi anni che il Comune di Monfalcone sta lavorando con Irisacqua, il gestore del ciclo delle acque - ricorda l'assessore Venni - per adeguare la rete fognaria ed eliminare le criticità che esistevano. Rimane solo un ultimo problema da risolvere: quello della roggia San Giusto, in cui si riversano ancora degli scarichi e che sbocca nel bacino di Panzano, ma ci stiamo lavorando». Anche l'Associazione Marina Julia, da anni impegnata nel rilancio della località monfalconese e della spiaggia, anche attraverso il Summer festival che si concluderà la sera di Ferragosto, non ci sta. «I valori rilevati dall'Arpa sono sempre stati sotto i limiti, anche abbondantemente quest'anno - sottolinea Roberto Bidoli, componente del direttivo dell'associazione -. Allora chi sbaglia? Non lo so, ma viene da pensare male, anche perché forse Marina Julia inizia a dare fastidio con la sua capacità di attrarre tante persone». Solo il campionamento effettuato il 10 luglio ha rilevato un innalzamento della presenza di Escherichia coli (164 unità formanti colonia per 100 millilitri d'acqua contro un limite di 500) e di Enterococchi intestinali (42 contro un limite di 200 per 100 millilitri d'acqua). Non rimane che vedere l'esito del nuovo controllo di routine che l'Arpa dovrebbe avere effettuato proprio in questi giorni.

Laura Blasich

 

La maglia nera a quattro regioni - la fotografia
TRIESTE - Lungo le coste italiane ci sono "ben 38 malati cronici" di inquinamento, concentrati nel Lazio (8), in Calabria (7), in Campania e Sicilia (5 ciascuna): sono foci di fiumi, torrenti, canali o punti vicino a scarichi di depuratori che da almeno cinque anni riversano in mare batteri (enterococchi intestinali, Escherichia coli). Dopo «tanti appelli inascoltati e lanciati alle amministrazioni e agli enti competenti», Legambiente li ha segnalati alle Capitanerie di Porto presentando undici esposti - nelle varie regioni in cui sono stati riscontrati questi punti in cui la depurazione è carente - per inquinamento ambientale, reato previsto dal codice penale. "Malati cronici" a parte, il 40% dei campioni di acqua prelevati quest'anno alle foci di fiumi, torrenti, canali, fiumare, fossi o nei pressi di scarichi lungo i 7.412 chilometri di costa italiana da Goletta Verde di Legambiente è risultato inquinato, con cariche batteriche elevate. Cioè, su 260 punti esaminati 105 hanno mostrato batteri «oltre i limiti di legge», soprattutto per scarichi fognari non depurati. Presentando i risultati della Campagna 2017, al termine del viaggio del veliero compiuto dall'8 giugno all'8 agosto scorsi per verificare lo stato di qualità del mare e delle coste, il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti ha spiegato che 86 dei 105 campioni di acqua con cariche batteriche elevate, sono risultati «fortemente inquinati» (cioè con valori oltre il doppio di quelli previsti dalla legge sulle acque di balneazione) e 19 «inquinati» (oltre i limiti). I punti di prelievo con scarsa depurazione «si confermano i nemici numero uno del nostro mare»; solo il 13% dei campioni è stato prelevato vicino a spiagge affollate. La situazione migliore in assoluto è stata riscontrata in Sardegna e in Puglia. Nell'alto Adriatico - dove la siccità ha ridotto la portata dei fiumi e quindi dei detriti che si riversano in mare - hanno mostrato una buona performance Emilia Romagna e Veneto. L'Italia è agli ultimi posti in Europa per i problemi legati alla depurazione, rileva Legambiente ricordando che «abbiamo già due condanne e una terza procedura d'infrazione» per irregolarità, concentrate per il 60% in Sicilia, Calabria e Campania. Monitorando 135 spiagge, Legambiente ha trovato circa settemila cotton fioc su 46 lidi ma «anche assorbenti, blister, salviette, colpa della cattiva abitudine di buttarli nel wc» e poi di «scarichi non depurati che finiscono in mare» (Abruzzo, Sicilia, Campania e Lazio hanno mostrato criticità). Scarsa, infine, la presenza di cartelli di divieto di balneazione. La depurazione non in regola «è il peggior nemico del turismo. Sono circa dieci milioni gli italiani che ancora non hanno un adeguato servizio di depurazione e l'11% ne è ancora sprovvisto» osserva Utilitalia (la federazione delle imprese di acqua, ambiente e energia) avvertendo che sul trattamento delle acque reflue e sulla depurazione bisogna «investire» anziché «pagare» quegli stessi soldi in sanzioni comunitarie. «Molte delle aree "bacchettate" dall'Ue sono rinomate località turistiche del nostro Paese», aggiunge la federazione che al legame tra l'acqua e il turismo dedicherà una sessione del Festival dell'Acqua, in programma a Bari dall'8 all'11 ottobre prossimi. Tornando alle denunce di Legambiente, queste fanno leva sulla legge 68/2015, che inserisce i reati ambientali appunto nel codice penale e che in questi due anni di applicazione ha già consentito di sequestrare depuratori malfunzionanti, fermare l'inquinamento causato da attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, intervenire su situazioni di inquinamento pregresso o per fermare attività illegali di vario genere. I parametri indagati sono microbiologici e i tecnici di Goletta Verde hanno considerato come inquinati i risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (decreto legislativo 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo del 2010) e fortemente inquinati - come già specificato - quelli che superano di più del doppio tali valori.

 

L'Unione europea chiede il conto all'Italia
La cattiva depurazione affligge purtroppo tantissime zone dell'Italia, nonostante siano passati oltre dieci anni dal termine ultimo che l'Unione europea aveva imposto al Paese per mettere a norma i sistemi fognari e depurativi. Le inadempienze dell'Italia nell'attuazione della direttiva comunitaria hanno portato a procedure di infrazione e anche ad alcune multe molto elevate. L'Italia, infatti, è soggetta a tre procedure di infrazione emanate dalla Commissione Europea nel 2004, nel 2009 e infine nel 2014; le prime due delle quali sono già sfociate in condanna. Per la procedura di infrazione 2004/2034 la sanzione prevista è pari a 62,7 milioni di euro, una tantum a cui si aggiungono 347mila euro per ogni giorno (facendo un rapido calcolo sono 61 milioni di euro a semestre) sino a quando non saranno sanate le irregolarità individuate.

(lu.sa.)

 

 

«La Ferriera anticipi lo stop all'altoforno» - L'Arpa, dati alla mano, chiede una fermata per limitare gli sforamenti. La proprietà: «Tutto risolto con i lavori di settembre»
Siderurgica triestina dovrebbe anticipare lo stop dell'altoforno per fermare gli sforamenti delle emissioni di polveri dall'impianto. È quanto consiglia Arpa al termine di una nota trasmessa ieri alla proprietà e alla Regione, con i risultati delle misure delle polveri rilevate nel mese di luglio nei deposimetri di Servola. Il rapporto evidenzia il mancato rispetto degli obiettivi di polverosità stabiliti nell'autorizzazione Aia in tre diverse postazioni di rilevamento. Nel frattempo il Comune fa sapere di aver ricevuto la lettera di Asuits in cui parla di un «problema per la salute della popolazione», ancorché non «immediato». Dal canto suo l'azienda fa sapere che «con i lavori di manutenzione straordinaria di settembre tutti questi problemi saranno risolti» e che si stanno «mettendo in campo misure per fermare anche il fenomeno degli spolveramenti delle ultime settimane». Partiamo però dalla nota di Arpa. Si legge: «Le misure messe in atto dal gestore, in attuazione della diffida della Regione dello scorso mese di giugno, non sono state dunque finora sufficienti a rispettare i valori obiettivo di polverosità». Ad avviso dell'Arpa, la principale causa del mancato rispetto dei valori obiettivo è il progressivo deterioramento della bocca di carico dell'altoforno. L'agenzia evidenzia pertanto «la necessità che il gestore individui ed attui, oltre alle azioni previste espressamente nell'Aia, ulteriori azioni in grado di ridurre le emissioni». Tra queste Arpa cita anche «la fermata della produzione dell'altoforno anticipando quella già programmata per la sostituzione della bocca di carico». Per l'assessore regionale all'Ambiente, Sara Vito, la richiesta «conferma l'efficacia del sistema dei controlli messo in campo dall'agenzia in attuazione dell'Aia». Osserva ancora Vito: «Il sistema di controlli permette di intercettare efficacemente e tempestivamente le criticità gestionali ed impiantistiche del complesso impianto siderurgico». L'altra novità di ieri viene invece dal Comune e dall'Azienda sanitaria. In un comunicato stampa il vicesindaco Pierpaolo Roberti fa sapere di aver ricevuto la lettera dell'azienda in cui, spiega, si conferma «un costante aumento delle deposizioni di polveri nell'area in esame nel primo semestre 2017, polveri contenenti idrocarburi aromatici policiclici». Questi ultimi sono sostanze potenzialmente cancerogene che, dice la lettera dell'azienda, «comportano un problema di salute per la popolazione espresso in incremento del rischio espositivo». In un altro passaggio, però, l'Azienda sanitaria aggiunge: «La rilevanza del fenomeno, pur non comportando immediati pericoli per la salute, impone un suo costante e approfondito monitoraggio». Commenta il vicesindaco: «Questa posizione rende pertanto impossibile l'emissione di un'ordinanza sindacale di fermo attività, ma conferma la bontà dell'azione promossa dal Comune di Trieste. Infatti, se lo strumento dell'ordinanza non può essere utilizzato in quanto mancanti gli elementi di urgenza, rimarca una criticità che deve essere affrontata seguendo un'altra via». Roberti chiede quindi alla Regione di annullare l'Aia, come fa anche il Comitato 5 Dicembre: «Questo parere sanitario conferma che l'Aia non ha risolto il problema. Se ne deduce che non è efficace nei confronti della popolazione ed è il motivo per cui andrebbe annullata: perché c'è un problema di salute pubblica acclarato e l'Aia non lo risolve. Ci auguriamo che la Regione l'annulli e che nel frattempo, come suggeriamo da mesi, il Comune di Trieste provveda a dotarsi di un supporto legale forte ed esterno al fine di ribattere prontamente a pareri a nostro avviso discutibili».

Giovanni Tomasin

 

 

Crolla la produzione di miele - Il caldo record spiazza le api - Perdite superiori al 50%. Operatori in ginocchio. Sollecitato l'aiuto della Regione

Negli alveari manca ormai il nettare necessario ad alimentare gli sciami di insetti - La primavera incerta, lo stress nei favi e la richiesta di indennizzi - Le tappe - Il freddo e le piogge di aprile e maggio, seguite dalle temperature bollenti e dell'assenza di piogge di questa estate, hanno impedito ai fiori di svilupparsi. E i fiori si sono rivelati privi di nettare. L'assenza di nettare ha impedito alle operaie di alimentarsi in maniera adeguata compromettendone il "lavoro" all'interno del favo al punto che viene ora alimentata l'ape regina per stimolare l'intera covata. Di fronte a queste condizioni proibitive, gli apicoltori fanno appello alla Regione, chiedendo la presa d’atto di quello che viene considerato un autentico stato di calamità e sollecitando l’erogazione di indennizzi.
TRIESTE«In trent'anni e più che esercito il mestiere di apicoltore non mi è mai capitato di vivere un'annata negativa come questa. E la cosa che più preoccupa è che arriva dopo altre quattro stagioni consecutive tutt'altro che positive». Parola di Fausto Settimi, uno dei produttori di miele più blasonati e preparati del comprensorio triestino. Come nel resto d'Italia, anche sul Carso triestino e sulle colline che circondano il centro storico gli apicoltori sono in ginocchio. L'annata 2017 verrà ricordata tra le più negative per le quantità prodotte, soprattutto per quella calura insopportabile che sta mettendo a dura prova la sopravvivenza negli alveari delle piccole operaie. «Le api sono delle autentiche sentinelle dello stato di salute dell'ambiente. La loro sofferenza è un chiaro indice di quei cambiamenti climatici che stanno avvenendo a grande velocità. C'è di che preoccuparsi - prosegue Settimi -, anche perché sono proprio le api a fecondare quei fiori che ci danno i frutti. Pochi se ne rendono conto ma, se muore l'ape, muore la nostra agricoltura. Il nostro mondo». C'è poco da stare allegri insomma: da tutte le parti del Bel Paese giungono brutte notizie sulla produzione mellifera. Complice una primavera dal tempo altalenante, le prime fioriture sono state poco frequentate dalle api. Al freddo e alle piogge di aprile e maggio ha fatto seguito un'estate bollente e siccitosa che ha impedito ai fiori di svilupparsi. E la piaga degli incendi ha fatto poi il resto. «Qui da noi la primavera prometteva bene - riprende Settimi -. Le fioriture erano superbe, gli alberi di robinia (acacia) grondavano di fiori profumati. Purtroppo due fattori hanno condizionato la produzione di uno dei mieli più richiesti: la fioritura anticipata delle acacie ha colto impreparate le api. Le successive piogge e il freddo hanno poi provocato un fenomeno che ci ha colto di sorpresa: i fiori erano privi di nettare». «Un fatto davvero strano - interviene Vilma Carboni, produttrice di Grozzana - che ha azzerato quasi completamente quella che è la nostra principale produzione, per l'appunto il miele d'acacia». «Abbiamo successivamente rialzato il capo con la produzione del miele di tiglio - sostiene il produttore carsolino Alessandro Podobnik -, ma le terribile calure di questa parte d'estate hanno progressivamente seccato i fiori compromettendo le altre produzioni. Ora siamo nelle condizioni di dover nutrire l'ape regina per stimolare la covata». Il poco miele presente negli alveari serve sempre di più a quelle api che, attraverso il proprio volo, cercano di disperdere la poca acqua che, con fatica, portano nell'alveare. Un impegno gravoso per tentare di mantenere all'interno della propria casa un clima vivibile. Per fare questo hanno bisogno di quelle scorte del miele che, oltre a rappresentare il carburante necessario al mantenimento attuale dell'arnia, serviranno a superare un inverno di cui ancora non si può conoscere l'entità del freddo. «Di fronte alla magra annata precedente, quella attuale presenterà delle perdite oltre il 50 per cento, con punte fino all'80% del prodotto. Se in tempi brevissimi non caleranno le temperature e non pioverà - spiega Ales Pernarcic, presidente del Consorzio Apicoltori triestini che conta un centinaio di produttori - dovremmo assolutamente alimentare le api». «Per evitare quanto successo nel 2003 - afferma Fausto Settimi - consiglio a tutti i colleghi di predisporre per tempo le scorte. So che alcuni di noi pensano di rifarsi con il frutto di una delle ultime fioriture, l'edera, ma non è possibile affidarsi a una speranza. Da parte mia ho già notato come in alcuni miei alveari le api non abbiano più del nettare con cui nutrirsi. Il passo successivo, se non si provvede, è che mancando il cibo le piccole operaie inizino a nutrirsi con le proprie larve, segnando così la fine di tutto l'alveare. Provvedere alle scorte comporta l'accollamento di notevoli spese - continua Settimi -. Ritengo che la Regione debba prendere atto di quello che ormai è un vero e proprio stato di calamità e aiutarci con degli indennizzi».

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 11 agosto 2017

 

 

L'operazione Microsoft apre il rilancio del ghetto - Il via al maxicantiere di Teorema foriero di disagi per chi abita e lavora in zona
Confronto esercenti-Comune per farne un'occasione di ripresa commerciale
Con il recente avvio del cantiere che trasformerà i civici 1 e 2 di piazza della Borsa nel quartier generale di Teorema, partner italiano di Microsoft specializzato in "innovation technology", ha preso il via, di fatto, anche il piano di restyling e rilancio del antico ghetto ebraico. Da mesi è iniziato un confronto tra esercenti della zona e amministrazione comunale per individuare le iniziative da adottare per limitare i disagi e i danni derivanti dai lavori di recupero e trasformazione del grande stabile tra piazza della Borsa e via delle Beccherie. Contemporaneamente, chi gestisce le attività commerciali del ghetto ha messo sul piatto una serie di richieste per ridare slancio a quell'area. Nuova cartellonistica, panchine, fioriere, possibilità per i rigattieri di esporre le merci e una più puntuale pulizia dell'area sono le esigenze di chi lavora e vive in quell'angolo di Trieste. Per anni il ghetto ebraico ha rappresentato a livello embrionale la zona di riferimento di quella che oggi è la cosiddetta movida triestina. Proprio lì sono nate le prime proteste dei residenti esasperati dall'assembramento di avventori fino a tarda notte. «Ma ora la movida ha preso altre direzioni - riscontra Stefano Lonza, titolare del locale Genuino e portavoce degli esercenti del ghetto - e questa zona sta scoprendo una nuova vocazione commerciale diurna, serale e soprattutto turistica». Da queste premesse nasce l'esigenza di un abbellimento di quelle stradine a due passi da piazza dell'Unità. Così una trentina di esercenti, a inizio estate, proprio in vista dell'avvio del cantiere da quattro milioni che interesserà a lungo il palazzo di proprietà della Fondazione Ananian, davanti alla preoccupazione per il conseguente montaggio di pedane e impalcature con polvere e rumore, hanno preso carta e penna e hanno scritto una lunga lettera indirizzata alla giunta Dipiazza. «Consapevoli dell'importanza della ristrutturazione di stabili parzialmente abbandonati in un'ottica comune di ripristino del patrimonio immobiliare - si legge nella missiva - è innegabile che nei prossimi 18, 24 mesi noi esercenti assisteremo ad un calo del fatturato del 30, 40 % causa la deviazione del passaggio pedonale che limiterà il flusso dei visitatori». E questo per il fatto che l'ingresso di via delle Beccherie già ora è bloccato in parte dalle impalcature utili al cantiere. A fronte di un ovvio disagio gli esercenti non si sono dati per vinti e, alle lamentele, hanno affiancato una serie di richieste per l'abbellimento del ghetto. Il loro piano di rilancio della zona è stato racconto dal consigliere comunale Michele Babuder che assieme ad altri colleghi di Fi, Piero Camber e Alberto Polacco, ha presentato una mozione in merito agli interventi utili a quell'area, approvata all'unanimità dal Consiglio comunale. «Abbiamo chiesto il nulla osta per esporre in concomitanza con gli accessi al ghetto delle targhe che indichino la zona, magari raccontandone anche la storia», spiega Lonza. «Vorremmo - aggiunge - che venga consentito ad antiquari e rigattieri di esporre in strada la loro mercanzia, ricreando quell'atmosfera tanto amata soprattutto dai turisti». «Stiamo dialogando inoltre con l'amministrazione per arredare il ghetto con fioriere e panchine creando così piacevoli angoli di sosta - spiegano gli esercenti - aumentando però anche i cestini per la raccolta della spazzatura».L'assessore Lorenzo Giorgi, che si è già confrontato con i commercianti del ghetto, ha avviato un dialogo con la Soprintendenza per ottenere intanto il via libera per il posizionamento della cartellonistica e ha organizzato per questi giorni un incontro tra le realtà coinvolte. Nell'immediato, per far fronte ai disagi del cantiere, gli esercenti hanno invece chiesto una riduzione della tassa di occupazione del suolo pubblico per i pubblici esercizi che gravitano in quella zona, un controllo severo delle emissioni acustiche derivanti dai lavori, il lavaggio delle strade coinvolte dal passaggio di mezzi edili, l'obbligo di disinfestazione dello stabile di via delle Beccherie 3, dove trovano riparo colombi, topi e insetti ,e l'abbellimento delle impalcature magari con immagini di come verrà trasformato quel palazzo dopo la ristrutturazione.

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 10 agosto 2017

 

 

Ferriera - Dipiazza: «Arvedi protetto dall'Aia»

Il sindaco Roberto Dipiazza replica alle dichiarazioni dell'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito in merito alla diffida inviata dal Comune di Trieste con cui si chiede l'annullamento dell'Aia della Ferriera. «La grottesca e banale risposta dell'assessore potrebbe essere un invitante assist per facili battute, ma non mi interessa il ping pong istituzionale: mi preme, piuttosto, arrivare alla chiusura dell'area a caldo della Ferriera. La Vito farebbe bene a spiegare ai cittadini che l'Aia che la Regione ha concesso alla Ferriera è uno scudo normativo che permette alla proprietà dello stabilimento siderurgico di operare al di sopra e al di fuori della normale normativa in materia ambientale».

 

 

San Dorligo, via al tavolo anti odori molesti - Insediato il nuovo organismo composto da Municipio, Arpa, Asuits, Regione e Comune di Muggia
SAN DORLIGO DELLA VALLE - Inizia a San Dorligo della Valle la battaglia contro gli odori molesti. Dopo mesi di attesa, caratterizzati dalle proteste di centinaia di residenti, in particolare di coloro che vivono nei pressi dei serbatoi della Siot e dello stabilimento della Wärtsilä, si è insediato il tavolo tecnico che l'amministrazione comunale guidata dal sindaco Sandy Klun ha proposto di instaurare con la collaborazione dell'Arpa. L'istituzione del tavolo è la prima risposta concreta alla raccolta di firme promossa dai residenti. Klun, fin dall'inizio del mandato, ha istituito numerose commissioni consiliari con il coordinamento dell'assessore Franco Crevatin; fra esse anche quella che si occupa dell'ambiente, di cui è presidente Roberto Potocco (Pd). L'organo consiliare si è occupato del fenomeno delle molestie olfattive. Con l'apporto dei suoi componenti e la collaborazione di un nutrito gruppo di cittadini ha effettuato una raccolta dati per sei mesi, che ha ulteriormente evidenziato la vasta diffusione del fenomeno, giudicato insopportabile da molti residenti. Alla prima seduta hanno partecipato, oltre al sindaco Klun e ai componenti la commissione, esponenti dell'Arpa regionale e della sezione provinciale, del Dipartimento di prevenzione dell'Azienda sanitaria, dell'assessorato all'Ambiente di Muggia e della Regione. Questo primo appuntamento ha avuto quale tema principale l'indirizzo e le tematiche di carattere tecnico originate dalla carente legislazione relativa alle emissioni odorigene. «Il nostro Comune - ha ricordato Potocco - annovera nel suo territorio una meraviglia della natura, la riserva della Val Rosandra, ma al contempo ospita anche la più alta concentrazione di siti industriali della provincia. Come tavolo tecnico - ha aggiunto - porremo la massima attenzione al compromesso, oggi inevitabile, tra lavoro, salute e ambiente. Alle prossime riunioni - ha concluso - saranno invitati anche i responsabili delle realtà industriali del territorio e i rappresentanti dei cittadini». Sull'argomento va registrata un'interrogazione del consigliere regionale dell'Unione slovena, Igor Gabrovec: «A 50 anni dalla realizzazione del terminale petrolifero della Siot - ha scritto - gli abitanti del territorio comunale di San Dorligo della Valle Dolina continuano a dover pagare un prezzo troppo alto in termini ambientali, di salute e di vita quotidiana. Chiedo alla Regione - ha aggiunto - se sia in possesso di dati scientifici e aggiornati riguardanti l'impianto della Siot e cosa intende fare per tutelare i cittadini».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 9 agosto 2017

 

 

Il Comune diffida la Regione sulla Ferriera - Dipiazza firma la lettera: «Aia fuorilegge, va annullata». L'assessore Vito: «Mossa che crea solo caos»
Il Comune diffida la Regione, reclamandole l'annullamento dell'Aia - l'Autorizzazione integrata ambientale, che è appunto di competenza della Regione - rilasciata alla Ferriera. L'atto di diffida, firmato dal sindaco Roberto Dipiazza, oltre agli uffici competenti, è stato trasmesso ieri alla presidente Debora Serracchiani e all'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito. Nella lettera, in sostanza, il Comune diffida la Regione, nella persona della sua presidente, di annullare per l'appunto l'Aia della Ferriera «per il difetto sostanziale - così si legge in un comunicato diffuso nel pomeriggio di ieri dal Municipio - del mancato recepimento del parere obbligatorio del sindaco, come previsto dal Testo Unico, delle leggi sanitarie». «In subordine», aggiunge il comunicato, il Comune chiede «il riesame dell'Aia sia al fine di dare applicazione al principio di precauzione per prevenire i rischi per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l'ambiente, facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali interessi su quelli economici, sia al fine di acquisire i pareri dei soggetti firmatari gli accordi di programma, al fine della modifica dei termini contenuti nei medesimi ed integralmente richiamati nell'Aia», e tra questi soggetti firmatari pure i «competenti ministeri». Secca la replica della Regione, per bocca dell'assessore Vito: «Va ricordato che la massima autorità sanitaria è il sindaco, il quale potrebbe adottare, se ritiene ne ricorrano i presupposti, i provvedimenti di sua competenza. Viene da chiedersi perché tali provvedimenti, ad esempio ordinanze urgenti, non siano stati adottati, preferendo invece diffidare la Regione a farlo al posto suo». «È poi del tutto irricevibile - insiste Vito - l'insinuazione del Comune che un soggetto istituzionale come la Regione abbia potuto dare prevalenza agli interessi economici su quelli connessi alla protezione di salute e ambiente. Innumerevoli e tangibili iniziative dimostrano che mai è mancata l'attenzione primaria della Regione verso la salute di lavoratori e cittadini, e verso l'ambiente. E se occorressero prove ulteriori, basterebbe ricordare che a seguito dello scrupoloso rispetto delle norme ambientali posto in atto dalla Regione, che ha imposto un rallentamento della produzione, questa istituzione ha subito un ricorso avanti il Tar, mosso dall'Acciaieria Arvedi. Questo atteggiamento purtroppo non giova alla causa di far funzionare al meglio gli strumenti che abbiamo a disposizione, ma contribuisce solo a creare un clima confuso, in cui allo stesso tempo vengono illusi quanti vogliono che l'area a caldo della Ferriera sia chiusa e si sconcertano anche quanti sono convinti che possa continuare a produrre in modo sostenibile». «La diffida contiene degli elementi di natura tecnica che saranno esaminati dagli uffici - chiosa Vito - con l'usuale attenzione ed equilibrio».

 

 

Il porta a porta a Muggia slitta al 2018 - L'iter burocratico posticipa lo start da ottobre a inizio anno. Le lezioni a scuola, invece, partiranno subito
MUGGIA - Quando partirà effettivamente a Muggia il servizio della raccolta dei rifiuti porta a porta? E che fine ha fatto la campagna di informazione per i cittadini che avrebbe dovuto coinvolgere in primis gli studenti rivieraschi? Dopo diversi mesi di silenzio su uno degli argomenti più caldi dell'agenda politica della giunta Marzi, tema che toccherà estremamente da vicino i residenti di Muggia rivoluzionandone la vita quotidiana, è arrivata la conferma che il servizio slitterà rispetto al cronoprogramma preannunciato dalla giunta Marzi nello scorso aprile.«Il bando per l'acquisto dei bidoni e per l'affidamento del servizio è partito: i tempi previsti sono quelli di tutti i bandi di gara europei, che prevedono al massimo sei mesi, dunque con l'inizio del nuovo anno Muggia si affaccerà concretamente a questo nuovo tipo di raccolta», racconta l'assessore all'Ambiente Laura Litteri. Da autunno - il mese indicato originariamente in commissione era stato quello di ottobre - si è passati dunque ai primi mesi del 2018. Per quanto riguarda invece la formazione degli studenti muggesani, prevista per l'anno scolastico già terminato senza alcuna azione concreta, l'assessore Litteri rassicura: «Col nuovo anno scolastico avrà inizio, previo accordo organizzativo con le scuole, la campagna informativa proprio a partire dagli istituti scolastici. A seguire, poi, organizzeremo gli incontri con i cittadini». Litteri ha anche preannunciato riduzioni in vista: «Il nuovo servizio porta a porta vedrà una riduzione del costo di trattamento dei rifiuti, in quanto aumenteranno le percentuali delle frazioni che non hanno costi di smaltimento, come la carta, la plastica ed il vetro, mentre diminuirà la percentuale di rifiuto solido urbano il cui smaltimento costa 130 euro a tonnellata. Naturalmente, più bravi saranno i cittadini a differenziare, più si ridurranno tali costi». Ricordando come lo smaltimento dei rifiuti sia un servizio che viene finanziato con i soldi della Tari, «quindi in modo diretto, con il denaro dei cittadini», l'assessore fa presente che con il cambiamento del servizio cambierà, ovviamente, anche il suo costo: «Sia perché nel nuovo appalto stipulato con Net è previsto un notevole incremento nella frequenza di pulizia delle strade, sia perché la raccolta porta a porta richiede maggior manodopera oltre ovviamente al necessario acquisto di appositi bidoncini che verranno consegnati agli utenti». Un incremento che risponde, pertanto, a diversi fattori: «L'amministrazione comunale ha rivolto la massima attenzione non solo alle nuove dinamiche di raccolta ma anche, e soprattutto, alle tariffe in modo da incidere il meno possibile sulle tasche dei cittadini. In tal senso, per esempio, si colloca la scelta di spalmare in un arco di otto anni il costo per l'acquisto dei contenitori, scelta volta a ridurre al minimo gli aumenti della Tari».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 8 agosto 2017

 

 

Servola - Nuvola rossa dalla Ferriera a causa del maltempo
La fumata rossastra che domenica sera, attorno alle 20, è uscita da uno dei camini della centrale era composta da polveri del processo di agglomerazione, sfuggita in atmosfera a causa del malfunzionamento dei filtri. Lo fa sapere la Siderurgica triestina il giorno dopo l'incidente. Il problema ha interessato infatti la cappa di aspirazione dell'agglomerato, laddove si fondono assieme le polveri più sottili del coke prodotto dalla cokeria. A causa di una mancanza di corrente i filtri hanno smesso di funzionare e il prodotto è uscito dal camino senza che gli abbattitori li trattenessero. La causa è stata appunto un calo di corrente causato dall'imminente temporale: tutto l'impianto lavora ad alta tensione, quindi è sufficiente che ci sia un problema sulla linea in Carnia perché si possano ingenerare effetti simili. In risposta, il Comitato 5 Dicembre è andato ieri pomeriggio davanti al Comune per incontrare il sindaco Roberto Dipiazza e il vicesindaco Pierpaolo Roberti, che dicono essere imminenti iniziative per arrivare alla chiusura dell'area a caldo. «Pubblicheremo presto i video dell'incontro», scrive il Comitato sulla sua pagina. Interviene nel frattempo anche il consigliere regionale M5S Andrea Ussai: «Insieme ai cittadini di Trieste e dei comuni limitrofi chiediamo ad Acciaieria Arvedi e alla giunta Serracchiani come intendano fare fronte subito a queste problematiche destinate a ripetersi costantemente ogni volta che il maltempo tornerà a interessare la nostra città». E ancora: «Non è più sufficiente che la Regione prosegua con la sola emissione di diffide e richieste di rispetto di tempistiche precise per la conclusione dei lavori. Alla luce degli spolveramenti sempre più frequenti e che non possono certo essere più definiti episodici, ricordiamo che la normativa nazionale prevede che si possano prendere misure ben più drastiche».

(g.tom.)

 

 

Colossi verdi sotto tutela in Fvg - Nascono i fondi di salvaguardia
La Regione è la prima in Italia ad aver varato un regolamento per interventi ad hoc su alberi ultrasecolari alti anche trenta metri e su arbusti più piccoli ma "storici"
TRIESTE - Il gigantesco platano del giardino pubblico Muzio de Tommasini a Trieste, il larice di Malga Lussari con i suoi cinque secoli di storia, il tiglio tricentenario che signoreggia a Rutte piccolo di Tarvisio, il tasso che accoglie i visitatori nel parco di Villa Manin a Passariano. Sono alcuni dei più famosi alberi monumentali del Friuli Venezia Giulia: anziani colossi della vegetazione, che vedranno la Regione impegnarsi economicamente per garantirne cura, mantenimento e valorizzazione. Il Fvg è primo in Italia a dotarsi di un regolamento che prevede contributi da cinquecento a cinquemila euro per i cosiddetti grandi arbusti, che necessitano di attenzioni particolari come ogni vegliardo che si rispetti. Con la differenza che, in paragone al ciclo di vita di un essere umano, qui si parla di secoli trascorsi a immobile guardia del territorio e di dimensioni che possono superare quelle di un palazzo di dieci piani. Niente di simile alla vertigine causata dalle sequoie americane o dai baobab africani, ma si tratta ad ogni modo di veri giganti verdi. È il caso della quercia visibile presso il bivio di Fossalon, lungo la strada provinciale Monfalcone-Grado, alta trenta metri e con una circonferenza di oltre quattro. Più alto e leggermente più magro è il pioppo nero piantato chissà quanto tempo fa nel parco Policreti, a Castel d'Aviano, con un'altezza di 36 metri. Un vero colosso si trova poi a Foro Boario, dove sorge un platano da 35 metri e più di 5 di circonferenza. Ma i record del Fvg si registrano a Villa Zorze Rossetti (Latisana), Villa Beni Rustici (Precenicco) e Camporosso: rispettivamente un olmo da 36 metri e ben sette di circonferenza, un tiglio alto 42 metri e con un giro vita da cinque, un faggio di 40 metri d'altezza e 5,3 di circonferenza. Giganti sì, ma soprattutto antichi e dunque bisognosi delle mani più accorte per continuare il proprio ciclo di vita di stagione in stagione. Alcuni non contano tanto per dimensioni ma per le vicende storiche cui sono legati. Come la magnolia piantata nel 1863 a Gorizia dagli irredentisti italiani: un arbusto sempreverde che in terra austriaca faceva sbocciare fiori bianchi e nascere frutti rossi, riproducendo così i colori della bandiera italiana, senza possibilità di censure imperiali. E, ancora, il pino che si trova nei pressi delle scuderie del parco di Miramare, basso ma dal tronco e dalla chioma imponenti, muto spettatore delle passeggiate romantiche di Massimiliano e Carlotta, così come del frettoloso andirivieni degli ufficiali angloamericani, che fecero del castello il proprio quartier generale. La delibera regionale prevede ora un contributo spese per gli interventi di potatura e di cura delle radici, consolidamenti, trattamenti della chioma, valutazioni sulla stabilità della pianta e sulla presenza di malattie. Prevenire è meglio che curare e la norma stabilisce anche il sostegno a miglioramenti del contesto ambientale che circonda l'albero, con interventi biologici sulle condizioni del suolo, installazione di sistemi parafulmine, posa di steccati e recinzioni, costruzione di pavimenti sollevati e areati che permettano di girare attorno all'albero evitando il compattamento del terreno. Non mancano la pulizia del sottobosco e la rimozione di piante infestanti. Il provvedimento punta infine alla valorizzazione a fini turistici e dunque ammette il supporto per iniziative di divulgazione. «Il Fvg - spiega l'assessore alle Infrastrutture Mariagrazia Santoro - è la prima Regione in Italia, insieme alla Sardegna, ad aver schedato gli alberi monumentali, operazione propedeutica alla salvaguardia di questo importante patrimonio naturale che, per le sue caratteristiche, assume anche valore storico e culturale. Riconosciamo un interesse pubblico legato alla loro salvaguardia e siamo la prima Regione in Italia che ha previsto degli appositi finanziamenti: alla base della nostra scelta c'è il fatto che abbiamo riconosciuto nell'operazione un importante riscontro sia di tipo naturalistico ambientale, sia turistico». Gli arbusti secolari richiamano infatti un numero crescente di appassionati e su internet non sono pochi i siti che raccolgono immagini e storie di questi alberi, che diventano simbolo di continuità per le comunità che si sono sviluppate negli anni attorno a essi. Questione di ecologia dunque, ma anche di memoria dei luoghi. La domanda di finanziamento va presentata entro trenta giorni dal proprietario del fondo in cui si trova l'albero monumentale. Il contributo è comunque strutturale e sarà possibile richiederlo entro il 31 gennaio di ogni anno. Il tetto dei cinquemila euro vale per gli interventi di potatura, cura delle ferite e delle radici, consolidamenti e trattamenti della chioma, mentre per il miglioramento del contesto ambientale non si potranno superare i duemila euro. Per le altre iniziative, il valore massimo sarà pari a cinquecento euro.

Diego D'Amelio

 

 

«Una guerra dietro i rifiuti bruciati» - L'ambientalista Ganapini: «Troppi incidenti si verificano negli impianti di deposito»
ROMA - L'hanno chiamata disattenzione, guasto al circuito elettrico, autocombustione. In realtà è una vera e propria guerra, divampata negli ultimi tre anni da nord a sud: in Italia 130 impianti di trattamento, stoccaggio o deposito dei rifiuti hanno preso misteriosamente fuoco, mandando in fumo insieme ai macchinari anche un intero comparto industriale. «Abbiamo perso tre milioni di tonnellate di capacità di riciclaggio: praticamente, ci siamo tagliati da soli una gamba», commenta Walter Ganapini, riconosciuta autorità in materia: se ne occupa dalla metà degli anni Settanta, quando chi parlava di rinnovabili o di economia circolare sembrava un marziano. Da tecnico, ha collaborato con amministrazioni di destra e di sinistra, risolvendo anche emergenze notevoli; questa è una delle più dure, e un tecnico può solo lanciare l'allarme. Il 27 luglio 2014 ad Albairate, nell'hinterland milanese, va a fuoco l'impianto destinato a trattare i rifiuti organici dell'Expo. Che inizierà 9 mesi dopo. «Le fiamme divampano in tre punti diversi, l'autocombustione è impossibile perché il compost non brucia da solo e perché la temperatura nel capannone non supera mai i 60 gradi. Ma mentre si indaga sulle cause, c'è un'emergenza da risolvere: bisogna cambiare destinazione dei rifiuti in fretta, perché all'Expo non manca molto, e naturalmente aumenta il costo in bilancio. È un segnale poderoso, una dichiarazione di guerra. Tre anni dopo, purtroppo, la trincea è dappertutto». Chi combatte contro chi? «Le possibilità per i rifiuti sono due: si recuperano oppure vanno in discarica. Alla comunità conviene recuperarne il più possibile, perché il rifiuto riciclato è una risorsa. I proprietari di discariche, invece, hanno l'interesse contrario, perché rischiano di restare senza lavoro. E se gli impianti di riciclaggio bruciano, la scelta è una sola: mandare ogni cosa in discarica, anche i rifiuti recuperabili. Non lo dico io, ma il magistrato Roberto Pennisi, della direzione nazionale antimafia: bruciare è la migliore scorciatoia, quando vuoi guadagnare di più». Non stanno bruciando solo gli impianti, ma anche i rifiuti riciclabili. «E questo è un altro problema. Dopo aver incassato gli incentivi pubblici per il riciclo, si è scoperto che molti imprenditori, anziché recuperare i rifiuti plastici, li spedivano in Cina. Ora che Pechino ha bloccato il flusso illegale, li bruciano. Se sei tra l'altro assicurato contro gli incendi, non ti viene la tentazione di far dare fuoco a tutto da qualcuno, mentre magari passi le vacanze a Cortina? Nessuno mi toglie dalla testa che anche i recenti fuochi sul Vesuvio siano serviti a occultare pratiche illegali. Del resto, basta guardare i posti e collegarli alle discariche, e ripensare a quando i tedeschi smisero di prendere le presunte ecoballe perché radioattive». Se è una guerra, lo Stato come si sta difendendo? «In alcune regioni, i carabinieri forestali stanno lavorando seriamente. Le forze dell'ordine sanno bene che il nodo da sciogliere è al livello superiore: ogni impianto che va in crisi, libera spazio per i traffici di altra natura, non gestiti dallo Stato ma delle mafie. E così, tanto per fare un esempio, bisogna capire quali siano gli interessi dei grandi clan in tutte le regioni del nord, perché la mano della criminalità organizzata in questa guerra dei rifiuti è una costante».

Andrea Sarubbi

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 7 agosto 2017

 

 

Unimpresa: «Mezzo milione di immobili in dissesto» - LA RICERCA
ROMA - In Italia ci sono quasi mezzo milione di immobili in dissesto, che risultano parzialmente o totalmente inutilizzabili. Si tratta per l'esattezza di 452.410 costruzioni classificate, secondo i parametri catastali, come degradate. A rivelarlo è Unimpresa, secondo la quale il rapporto rispetto agli edifici "sani", che in totale risultano essere 62.861.919, è pari allo 0,72%. Sono dieci le province più a rischio: la maggior parte sono situate nel Sud del Paese, anche se spiccano alcune realtà del Nord Ovest. In tutto il resto del Paese si contano 345.848 costruzioni degradate e 58.393.439 edifici "sani", con un rapporto medio dunque pari allo 0,58%.«Al di là delle preoccupazioni sul versante della sicurezza, l'area che abbiamo fotografato, ovvero degli immobili catastalmente rovinati, rappresenta una possibile fonte di sviluppo dell'economia, per il settore dell'edilizia e per tutto l'indotto, dall'arredamento agli accessori», commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. «Bisogna insistere anche per quanto riguarda la valorizzazione di alcuni beni sul fronte artistico e culturale, con tutto quello che se ne può trarre anche per il turismo», aggiunge ancora Ferrara. Secondo l'analisi condotta da Unimpresa, basata su dati della Corte dei conti e dell'Agenzia delle Entrate aggiornati al 2015, le 10 province con il maggior numero di immobili degradati sono: Frosinone (28.596 degradati e 410.813 «sani», con un rapporto pari al 6,96%); Cosenza (1,90%); Cuneo (1,38%); Benevento (4,22%); Foggia (1,47%); Aosta (2,88%); Siracusa (1,87%); Piacenza (1,36%); Verbanio Cusio Ossola (1,99%); Vibo Valentia (2,74%).

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 6 agosto 2017

 

 

Bonifiche in area ex Ezit, la Regione accelera - Via libera della giunta all'analisi del rischio per liberare spazi a disposizione delle realtà produttive
Nuovo deciso passo avanti verso il riuso delle aree dell'ex Ente zona industriale di Trieste. La giunta del Friuli Venezia Giulia, su proposta dell'assessore regionale all'Ambiente ed energia Sara Vito, ha approvato la delibera per l'adozione del documento di analisi di rischio relativo ad alcune aree di proprietà già dell'Ezit ed aree alienate dallo stesso ente industriale a privati, localizzate nell'area della Valle delle Noghere e del Rio Ospo in territorio del Comune di Muggia. Il documento verrà trasmesso nei prossimi giorni al ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare per la Conferenza dei servizi e l'approvazione finale prevista dalla legge, che permetterà di rendere usufruibili alle imprese quelle zone nelle quali la modellizzazione di analisi di rischio o la caratterizzazione ambientale abbiano evidenziato il rispetto dei limiti stabiliti dalla normativa, mentre per le restanti aree sono state individuate le modalità con cui intervenire ai fini della bonifica. Su questi lotti industriali delle Valli delle Noghere e del Rio Ospo, la Regione, attraverso la direzione Ambiente, aveva iniziato a procedere con l'analisi del rischio all'inizio di quest'anno. Come ha sottolineato l'assessore Vito, questo atto della giunta è la prova della determinazione con la quale la Regione ha seguito l'iter per la soluzione di un problema che «attanaglia da molti anni le possibilità di crescita di questo territorio». «In attesa della Conferenza dei servizi al ministero - ha affermato l'esponente dell'esecutivo Serracchiani -, nella quale verrà affrontato il tema delle bonifiche alla luce del documento della Regione sulle analisi di rischio, l'obiettivo del riuso concreto di una significativa parte dell'area Ezit ha segnato un altro avanzamento a beneficio di quelli che sono i potenziali benefici a favore dello sviluppo economico». «Infine - ha concluso l'assessore regionale Vito -, per le altre aree, quelle che necessitano di un minimo intervento di bonifica e quelle che invece hanno bisogno di un'azione più importante, il percorso dei lavori è stato tracciato individuando le opere necessarie e i relativi costi».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 5 agosto 2017

 

 

Raccolta differenziata a quota 40 per cento - Prosegue il trend virtuoso grazie alle campagne su umido e rifiuti ingombranti di AcegasApsAmga
Migliora sensibilmente la raccolta differenziata dei triestini che, dopo il trend in costante crescita registrato a partire dall'inizio del 2017, si è ora assestata a quota 40%. Un risultato importante, sottolinea AcegasApsAmga, frutto dell'impegno congiunto da parte di cittadini, multiutility e Comune. Due in particolare nel corso del 2017 le iniziative ritenute determinanti nell'ottica dell'incremento della raccolta differenziata. La prima è stata la nuova campagna anti-abbandono ingombranti, reclamizzata dall'immagine di un divano logoro sul marciapiede di una via notturna e la frase "non abbandonarli in mezzo a una strada". «È interessante notare come già dall'inizio del 2017, a solo un mese di distanza dall'inizio della campagna, si sia assistito ad un incremento dei conferimenti di rifiuti ingombranti nei centri di raccolta - si legge in una nota di AcegasApsAmga -: da gennaio a febbraio l'aumento è infatti stato del 14% e addirittura di circa il 50% da gennaio a marzo. Nei mesi successivi il dato si è assestato rimanendo fisso sopra le 200 tonnellate di ingombranti conferiti. Un altro importante fattore che ha permesso di superare la soglia del 40% di raccolta differenziata è risultato essere il rifiuto umido organico domestico che nel mese di maggio ha superato per la prima volta le 500 tonnellate. «Si tratta di una quantità mai raggiunta a Trieste dall'introduzione della raccolta differenziata per questo tipo di rifiuto per il quale AcegasApsAmga e Comune hanno realizzato molteplici iniziative per incentivare i triestini a conferirlo correttamente - prosegue il comunicato dell'ex municipalizzata -. In particolare, a cavallo dei mesi di aprile e maggio, AcegasApsAmga e Comune hanno realizzato una campagna di sensibilizzazione dedicata proprio al rifiuto umido domestico dal titolo "L'Umido che fa la differenza" durante la quale sono stati distribuiti più di 6 mila cestini per la raccolta domestica, un dato che evidenzia l'impegno dei triestini al conferimento corretto del rifiuto umido-organico». Sempre nell'ambito del rifiuto umido, anche gli sfalci e le ramaglie hanno visto un incremento di circa il 100% dei conferimenti rispetto allo stesso periodo del 2016, anche grazie al posizionamento in città di quasi 100 nuovi cassonetti per la raccolta stradale di sfalci e ramaglie derivanti dalle potature dei giardini domestici. Il buon andamento della raccolta differenziata della frazione organica risulta di particolare rilievo anche in vista del fatto che AcegasApsAmga ha avviato a recupero il 96,2% di quanto raccolto per produrre compost ed energia elettrica rinnovabile, come rendicontato dal report "Sulle Tracce dei Rifiuti".

 

 

Il Comune "mappa" gli incidenti - È via Crispi la regina dei sinistri - sicurezza stradale»il dossier
Ci sono 61 sfumature di pericolo stradale che consigliano autisti, pedoni, ciclisti, motociclisti e viandanti a vario titolo a un supplemento di prudenza. I 61 "warning" sono stati individuati dallo studio, che fa riferimento al quinquennio 2012-16, intitolato "Analisi sull'incidentalità degli assi viari". Il lavoro, che è stato condotto dal servizio comunale diretto dall'ingegner Giulio Bernetti, consentirà all'assessorato all'Urbanistica di varare nei prossimi mesi un Piano della sicurezza stradale. I 61 punti critici sono emersi al termine di un'analisi che è stata effettuata intrecciando un voluminoso reperto documentario che spazia dai verbali delle diverse polizie fino alle segnalazioni giunte dalle circoscrizioni. Si tratta di un lavoro che ha portato a dei risultati che hanno stupito gli stessi tecnici che lo hanno elaborato. Gli esiti sono in effetti sorprendenti. Avanti col primo quiz: qual è la via triestina con il più elevato tasso di incidentalità? Via Crispi. Difficile da indovinare, difficile anche pensare che lo stretto senso unico, che s'inerpica da via Carducci fino al Politeama Rossetti, sia un costante agguato alla sicurezza stradale. E come si evince la pericolosità della via dedicata allo statista siciliano? Lo staff di Bernetti ha sommato il numero di incidenti accaduti nel quinquennio (56) e lo ha messo in relazione con il traffico giornaliero medio (tgm). I 56 incidenti di via Crispi, in soldoni, "pesano" molto più dei 416 sinistri che nel quinquennio preso in considerazione si sono verificati in viale Miramare, strada che si è posizionata al quarto posto di questa speciale graduatoria. Questo perché il transito veicolare che interessa l'arteria che collega la stazione ferroviaria al castello asburgico, con 28.200 transiti giornalieri, è notevolmente più intenso rispetto al traffico che impegna via Crispi (2.500 transiti al dì). Dal rapporto stilato da Bernetti emerge quindi che via Crispi manifesta un'alta incidentalità alimentata dai numerosi incroci (via del Toro, via Nordio, via Timeus, via Paduina, via Brunner, via Gatteri, via Rossetti) e il rischio medio così calcolato suggerisce il punteggio di 1,23 (numero di incidenti ogni 100mila transiti): il più elevato tra le vie triestine monitorate. Tenendo conto che non vi è per forza un nesso tra l'intensità del traffico e la "patologia" incidentale, trova spiegazione la composizione del poco lusinghiero podio che, al secondo e terzo posto nella graduatoria "warning", vede rispettivamente via Cadorna e via Settefontane. Via Cadorna vanta una percorrenza veicolare piuttosto contenuta (3210/giorno) e un numero di incidenti che nel quinquennio in analisi ha raggiunto quota 63, con un rischio medio di 1,08. Ragionamento analogo per via Settefontane: 3370 "tgm" con 59 incidenti e un rischio medio che dà come parametro lo 0,96. Cadorna e Settefontane attraversano numerosi incroci: alle precedenze l'attenzione talvolta scema e le conseguenze - soprattutto se ci sono in ballo le due ruote - possono essere anche gravi. La top ten delle strade da affrontare con discernimento, dopo il già annunciato quarto posto di viale Miramare, prosegue con il quinto posto di via Valmaura, seguita da via Rossetti, da via San Francesco, da via Parini, da via Conti e da via Revoltella. Il dossier, dunque, raccoglie un'ampia casistica nell'area tra via Carducci, Barriera Vecchia e via Rossetti. Ma quali sono le vie meno afflitte da problemi legati alla sicurezza stradale? La capolista positiva, ovvero l'ultima nella graduatoria di pericolosità, è via Ghega, caratterizzata da un altissimo numero di passaggi (23650) ma, per fortuna, da pochi sinistri (46 in cinque anni). Più o meno per le stesse ragioni, sono percorribili (o attraversabili) con minore affanno riva Sauro, Rotonda del boschetto, via Battisti, San Giacomo, strada per Basovizza, strada nuova per Opicina, riva Ottaviano Augusto, viale dell'Ippodromo e corso Italia.«Questa graduatoria, che ci permetterà di stilare per la prima volta un Piano della sicurezza stradale per questo territorio, non è ancora operativa - spiega l'assessore Luisa Polli - . Condivideremo l'elenco con l'intero Consiglio comunale al rientro dalle ferie, prima di licenziarlo in giunta. Dopodichè individueremo gli interventi necessari per rendere maggiormente sicure le vie interessate. Per fare questo cercheremo di effettuare un'analisi qualitativa della situazione, cercando di capire, anche attraverso i verbali delle forse di polizia che sono intervenute in seguito ai sinistri, quali sono i motivi ricorrenti che causano tali incidenti». Nel frattempo alcuni interventi sul fronte della sicurezza stradale, richiesti con insistenza negli anni precedenti dai parlamentini rionali, sono già diventati esecutivi e sono ormai prossimi alle necessarie gare d'appalto: si tratta di attraversamenti, con annesse isole pedonali, che verranno predisposti in via Locchi, via Flavia e viale Miramare, in punti dove in passato si sono verificati degli investimenti.

Massimo Greco e Luca Saviano

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 4 agosto 2017

 

 

In treno a Fiume e Pola, bello e impossibile quanto a costi - La lettera del giorno di Fulvio Zonta
Periodicamente compare la proposta di nuovi treni viaggiatori su stazioni a noi care: ecco proposte per Fiume e Pola. Proviamo ad esaminare la fattibilità di tali treni. Prima soffermiamoci un attimo sulle regole. Con le nuove normative europee dal 1999 è caduto l'obbligo al trasporto ovvero quando bisognava trasportare tutto/tutti ovunque. Vige la convenienza economica che assieme alla richiesta di trasporto spinge un'impresa ferroviaria ad aprire un servizio. Il traffico locale è pesantemente penalizzato dai costi e tiene lontani i vettori. In Europa nessuno campa con i treni locali, servono alle volte per acquisire asset più appetibili. Ai tempi di Moretti i dati erano questi : Redditività trasporto locale ferroviario in Italia :0.12 cent/km/passeggero, su gomma 0,18 , in Europa 0,22 in Gran Bretagna 0.24 più la locomotiva. Moretti che si trovò una pesante eredità sosteneva di poter dare una buona offerta se la redditività su gomma fosse stata pagata come quella su strada. Dunque i vettori storici si tengono bene alla larga dal trasporto locale, le Regioni sovvenzionano una parte del costo del biglietto o acquistano materiale rotabile, alla fine generalmente alle gare compare solo Trenitalia. Vi ricordate i proclami di Montezemolo quando diceva che con Ntv sarebbe arrivato in Fvg ? Cinque anni dopo i suoi proclami avete visto qualche treno Ntv in regione ?Acquistare un treno Trieste Fiume o Pola vuol dire accedere con un pool di imprese alla conferenza oraria internazionale e richiedere le tracce, garantirne l'effettuazione per un numero congruo di giornate , sopportarne i costi da ammortizzare tra quanti viaggiatori ? Tra HZ (Ferrovie Croate), SZ (Ferrovie Slovene) e Trenitalia a chi gioverebbe il business ?Via ferrovia Trieste Pola sono 171km (+41% rispetto alla strada), Fiume km 127 (+67%) . In realtà il percorso orario via ferro è molto più lungo per le formalità ai transiti . Anche usando moderne motrici a trazione termica non andremmo lontano. Ultimo, ma non da meno, è necessario dotare le locomotive di un costosissimo sistema di sicurezza per poter viaggiare sui 31 km della Villa Opicina Trieste. Da non dimenticare la concorrenza di bus low cost che con efficacia svolgono il servizio. Quanto dovrebbe costare il biglietto ? Chi metterebbe la differenza tra il prezzo appetibile e i costi?

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 3 agosto 2017

 

 

Serracchiani al console sloveno - «La Regione è contraria al rigassificatore»

Non cambia la posizione della Regione Friuli Venezia Giulia rispetto al progetto di costruire un rigassificatore nel Golfo di Trieste. La decisa contrarietà dell'amministrazione regionale - riferisce la giunta regionale con una nota - è stata ribadita oggi, nel capoluogo giuliano, dalla presidente Debora Serracchiani durante l'incontro conoscitivo con il nuovo console generale della Repubblica di Slovenia a Trieste, Vojko Volk. Il punto di vista della Regione, ha spiegato Serracchiani, è motivato soprattutto dalle prospettive di sviluppo del Porto di Trieste, le cui attività non sono compatibili con la presenza in mare di un'infrastruttura di tale rilievo. Dal console è quindi giunto l'apprezzamento per l'orientamento della Regione che rende ancora più forte l'intesa tra la Slovenia e il Friuli Venezia Giulia. Volk ha infatti evidenziato come Lubiana tenga molto alla cooperazione transfrontaliera. «Veniamo da una collaborazione molto stretta - ha detto Serracchiani - che ci ha permesso di far ripartire le attività del Comitato congiunto tra la nostra regione e la vicina Repubblica».

 

 

«Il Parco del mare scommessa incerta per attrarre turisti» I dubbi degli esperti del “think tank” dell’ex sindaco Cosolini

Il principale problema sarebbe costituito dalla quantità minima di visitatori necessari per ottenere una redditivita' - Promossa invece la prospettiva del Centro congressuale

Dubbi sul Parco del mare, una visione ottimistica per il Centro congressi. Sono le due posizioni emerse dalla presentazione delle relazioni dell'incontro "L'impatto degli attrattori turistici: i casi Acquario e Centro congressi", organizzata nel luglio scorso dall'associazione Luoghi comuni, animata dall'ex sindaco e presidente Roberto Cosolini. All'incontro, di fronte a un pubblico di circa 150, intervennero oltre a Cosolini, il vicepresidente regionale Sergio Bolzonello e i ricercatori Vittorio Torbianelli e Gianfranco Depinguente.Le relazioni dei due tecnici sono state presentate ieri in un incontro al caffè San Marco e saranno disponibili da oggi sulla pagina Fb dell'associazione. Dice Cosolini: «Il nostro non è un "no" al Parco del Mare. Sottolineiamo dei nodi da sciogliere, anche se in questa città chi lo fa viene spesso fatto passare per chi non vuol fare le cose. Che poi non si realizzano proprio perché sono state affrontate con semplificazioni e unanimismi di facciata».Depinguente nel suo testo prende in analisi, criticandolo, il piano finanziario dell'acquario, e qualifica come improbabile l'afflusso da 800mila visitatori l'anno necessario alla sostenibilità del progetto. In ogni caso, spiega, la redditività della struttura non sarebbe tale da renderla attraente. Queste le sue conclusioni: «Il progetto nel suo insieme sembra presentare forti elementi di difficoltà che non lasciano prevedere una redditività appetibile per gli investitori. Sembra piuttosto un'opera pubblica alla ricerca di un gestore del servizio da svolgere». Un'opera pubblica, aggiunge, «che dovrebbe farsi carico delle perdite, permettendo invece al gestore utili non disprezzabili. Posto che le proprietà saranno diverse tra società di gestione e società di realizzazione, in pratica si ipotizza un utile per il privato investitore e una perdita per gli enti pubblici coinvolti. Il principale problema è costituito dalla quantità minima di visitatori necessari per ottenere una redditività. Infatti, con meno di 800mila visitatori, la gestione produrrebbe perdite. L'iniziativa è dunque a forte rischio di insuccesso». Nella sua relazione Torbianelli rileva come esistano modelli molto diversi di acquari in giro per il mondo, citando ad esempio l'esperienza di successo di un piccolo acquario giapponese dedicato alle meduse. Il tecnico rileva la necessità di «analisi costi-benefici integrate svolte da terzi secondo le prassi per gli investimenti pubblici e privati». La relazione di Torbianelli prende poi in analisi l'andamento positivo del mercato congressuale. Commenta Cosolini: «Il progetto del Centro congressi, visto anche il blocco del progetto Silos, merita in questa fase uno sforzo da parte delle istituzioni per costruire rapidamente le condizioni di una sua fattibilità». Quanto al Parco, il presidente di Luoghi comuni chiede di ragionare sulle «incognite economiche» della gestione e sulla posizione fra Porto Lido e Portovecchio: «Nel vecchio scalo sorgeranno Immaginario scientifico e Museo del Mare, teniamone conto». Questa la chiosa: «L'idea dell'acquario è del 2004. Dovrebbe aprire nel 2022 e pareggiare in vent'anni. Forse è meglio uscire da un impianto tradizionale che in questo tempo potrebbe rivelarsi obsoleto. La "sostenibilità etica" e le nuove tecnologie potrebbero portarci a fare qualcosa di veramente nuovo».

Giovanni Tomasin

 

 

I comitati smobilitano: «Mollati dal Comune» - Presidio anti Ferriera finito tra le polemiche. Dipiazza: «Procediamo verso la chiusura dell'area a caldo»
La rabbia e l'orgoglio. La rabbia: si sentono letteralmente presi in giro dal sindaco Roberto Dipiazza. Traditi dalle sue promesse. L'orgoglio: la lotta continuerà in altre forme, magari con una mega manifestazione sullo stile di quelle già viste a Trieste, con migliaia di cittadini in strada. Come annunciato, il popolo anti-Ferriera ieri ha concluso l'esperienza del presidio permanente, prima allestito in piazza Unità e poi in via delle Torri, per ben 43 giorni. Ma l'ascia di guerra, per la chiusura dell'area a caldo, è tutt'altro che sotterrata. Comitato 5 dicembre, No-smog e Fareambiente, dunque, non mollano. Le tre associazioni hanno preparato un dossier di 82 pagine che racchiude quanto il Comune ha messo o non messo in campo per fronteggiare l'annosa questione dell'inquinamento dello stabilimento. Ma cos'è accaduto nei rapporti con la giunta, fino a poco tempo fa idilliaci? «Siamo al punto zero», ha sintetizzato Alda Sancin di No-Smog. Andrea Rodriguez del Comitato 5 dicembre, parlando dal tendone di via delle Torri a fianco di Barbara Belluzzo, ha chiarito: «Il nostro presidio è nato da un accordo pubblico preso con il Comune durante l'assemblea del 24 maggio, secondo cui il Comune avrebbe dovuto far uscire un "atto forte" e noi l'avremmo supportato per fare in modo che la Regione accettasse di annullare l'Aia o di revisionarla. E portasse, durante questa revisione, la produzione ai minimi possibili».«Visto che questo atto non arrivava mai - si legge nel dossier - abbiamo deciso di partire lo stesso per smuovere l'immobilismo di tutti, Comune compreso». Nel corso dei 43 giorni si è visto di tutto, tra cui la diffida della Regione e i cinque spolveramenti. La giunta, di fronte a tutto ciò, «ha cominciato a prendere le distanze dalla protesta. Si è allontanata, fino a mollarci». Sono vari i quesiti sollevati. «Come mai - ha scandito Rodriguez - il Municipio non ha mai chiesto un supporto legale e medico esterno? Qual è la strategia del Comune? Non abbiamo mai ricevuto una risposta chiara. Forse non esiste». Dipiazza ha ribattuto: «L'azione del Comune è sempre incisiva e puntuale. Procediamo con gli atti per arrivare alla chiusura dell'area a caldo che non è compatibile con la salute dei cittadini e lavoratori. Le azioni messe in atto hanno già prodotto effetti importanti. Si procede con gli atti per la tutela della salute di cittadini e lavoratori».

Gianpaolo Sarti

 

 

I grillini lanciano le città verdi in Fvg - Proposta di legge: incentivi per alberi e innesto di piante su edifici
TRIESTE - Città con più alberi e dotate di edifici innovativi, con tetti e pareti ricoperti di vegetazione. Il Movimento 5 Stelle chiede di rendere maggiormente vivibili i contesti urbani del Friuli Venezia Giulia e l'aumento del verde non è considerato stavolta solo questione estetica o di aggregazione, ma anche cardine dell'azione di resistenza a riscaldamento globale e inquinamento. Una proposta di legge regionale, che i pentastellati hanno depositato e presentato ieri, prevede allora incentivi per l'impianto di nuovi alberi e per l'innesto di piante sulle superfici degli edifici nuovi o da ristrutturare. I grillini sognano in pratica di fare come a Liuzhou, nell'inquinata Cina, dove sta sorgendo un nucleo urbano nella forma di una vera e propria città-foresta, progettata dall'architetto italiano Stefano Boeri. Il piano è avveniristico e prevede che uffici, case, alberghi, ospedali e scuole siano interamente ricoperti di alberi e piante. Un'area verde popolata da 30mila abitanti, i cui edifici saranno capaci di assorbire Co2 e polveri sottili, producendo in cambio nuovo ossigeno. Facciate verdi non mancano peraltro a Berlino e Torino, per non dire di Madrid, dove il Comune ha piantato sul tetto di alcuni autobus pubblici.Il M5s non ha mire così rivoluzionarie ma tenta la politica green dei piccoli passi, lanciando un ponte verso il centrosinistra, invitato da Elena Bianchi a recepire la proposta, «perché sono evidenti le sintonie con il Piano paesaggistico regionale presentato poche settimane fa dalla giunta Serracchiani. Spesso rielaborano le nostre idee negando ogni attinenza: speriamo facciano così anche stavolta». Ilaria Dal Zovo evidenzia a sua volta che le piante «forniscono numerosi servizi ecosistemici, quali il controllo delle acque superficiali, la conservazione della biodiversità, la regolazione del microclima, la mitigazione del calore e il miglioramento della qualità dell'aria». La riflessione parte dalla considerazione che in città la temperatura è mediamente 4 gradi più alta del circondario e che le piante, trattenendo acqua e rilasciando umidità, possono diventare strumento di regolazione. Non manca il riferimento al «fitorimedio che potrebbe eliminare l'inquinamento dai terreni, come dimostra il caso dei giardini di Trieste», evidenzia Dal Zovo.Ai finanziamenti per l'impianto di alberi e la creazione di tetti e facciate green, la proposta somma l'organizzazione di corsi per amministratori e tecnici, incentrati sul rafforzamento delle aree verdi, degli spazi aperti, delle piste ciclabili, delle pedonalizzazioni e degli orti urbani. Di particolare rilevanza, da questo punto di vista, sarebbe pure l'impiego di un indice di qualità ambientale, già in uso a Bologna e Bolzano, denominato "Riduzione dell'impatto edilizio", con cui si potrebbe certificare la qualità della costruzione, valutando anzitutto il ruolo delle metodologie "green" eventualmente impiegate.

Diego D'Amelio

 

«La Regione paghi i danni dei cinghiali» Gli agricoltori triestini battono cassa con una lettera all'assessore Panontin: «Risarcimenti totali o dovremo lasciare i campi»
TRIESTE - L'Associazione Agricoltori chiede alla Regione di rifondere in toto i danni provocati alle colture dalla selvaggina. E lo fa con una lettera aperta, rivolta all'assessore regionale alla caccia e risorse ittiche, Paolo Panontin, in cui viene dettagliatamente descritta la delicata situazione in cui versano gli agricoltori triestini. «La selvaggina sta da tempo provocando seri danni a pascoli, colture e orti triestini - spiegano dall'associazione - e con il clima bollente di questi giorni dobbiamo prepararci all'incursione di uccelli, caprioli e cinghiali che, a causa della siccità, hanno già iniziato a cercare sollievo nelle vigne e in altri poderi». «Questa situazione si protrae ormai da una quindicina d'anni - si legge nel documento - con gli animali selvatici che incrementano di anno in anni le proprie incursioni sino alle porte del centro cittadino».«In alcuni punti del costone carsico e sulle colline che circondano il capoluogo - spiega il segretario regionale dell'associazione, Edi Bukavec - i cinghiali distruggono muretti a secco e recinzioni per ristorarsi sui terrazzamenti. È una situazione insostenibile, anche perché molte persone stanno meditando di abbandonare campi e vigneti per l'ingente ammontare dei danni provocati». Danni che, secondo l'associazione, la Regione indennizza con uno strumento, il "de minimis", che liquida l'agricoltore che ha subito delle incursioni per un importo non superiore ai 15mila euro in tre anni. Questo significa, per esempio, che se un viticoltore subisce perdite per 20mila euro, 5000 non potranno essere rifusi.«Il criterio è ingiusto - afferma il presidente dell'Associazione Agricoltori Fran Fabec - e deve essere rivisto. In seconda battuta chiediamo alla Regione di provvedere anche a una gestione oculata della selvaggina. Non chiediamo contributi e non vogliamo assistenzialismo - continua Fabec -, ma vogliamo che l'amministrazione responsabilizzi in modo incisivo i cacciatori, cioè coloro che devono mettere in pratica la gestione faunistica delle nostre aree naturali». Sta su questo versante, secondo l'associazione, il punto dolente della situazione odierna nelle campagne, con le riserve di caccia incapaci di rispettare i piani di abbattimento programmati. Senza dei puntuali prelievi venatori - secondo la Kmecka - si favorisce l'aumento della popolazione di cinghiali e caprioli che, inevitabilmente, insidiano colture e pascoli per poter sopravvivere. Agli ungulati si deve aggiungere ancora l'impatto esercitato su frutta e uva dai volatili, ora sempre più in difficoltà per le forti calure. «Per tutte queste ragioni - puntualizza Franc Fabec - chiediamo delle pronte risposte in merito alla gestione della selvaggina. Chiediamo attenzione pure al Prefetto e ai sindaci delle nostre comunità: così non è possibile continuare».

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 2 agosto 2017

 

 

«Parchi minerali coperti in quattro anni» - Annuncio del gruppo Arvedi alla Conferenza dei servizi. Il Comune: «Troppi». Il retroscena della guerra a colpi di lettere
Siderurgica triestina ha presentato ieri in conferenza dei servizi il piano per la copertura dei parchi minerali, che dovrebbero venire completati non prima di quattro anni. È il nuovo capitolo della partita che nelle ultime settimane ha visto un botta e risposta a suon di lettere tra azienda, Comune e Regione, mentre dallo stabilimento si sono alzate più volte nubi nere a oscurare il golfo. La copertura dei parchi minerali dovrebbe servire a impedire proprio questo fenomeno. Il progetto che la proprietà ha illustrato ieri a tutti i soggetti che hanno partecipato al procedimento di rilascio dell'Aia (oltre alla Regione, il Comune, l'Azienda sanitaria, l'Arpa e i vigili del fuoco) è stato presentato nei primi giorni di luglio, a seguito di diffida notificata il 7 marzo dalla Regione, dopo che un primo testo era stato ritenuto non idoneo. L'azienda ha spiegato che il progetto prevede due fasi di realizzazione: una prima fase (stimata in circa due anni) necessaria per l'elaborazione dei successivi livelli di progettazione e per l'ottenimento delle autorizzazioni; e una seconda fase (stimata sempre in due anni) per l'esecuzione delle opere. L'intervento prevede la realizzazione di due capannoni alti circa 40 metri e lunghi circa 280 metri. Il costo previsto è di oltre 28 milioni di euro. Tutti i presenti alla conferenza hanno chiesto chiarimenti e precisazioni. A settembre si terrà un'ulteriore incontro in cui tutti gli attori si esprimeranno sul progetto. Il Comune sospende il giudizio fino a quella data, anche se fa sapere di non ritenere accettabile il cronoprogramma presentato dall'azienda, ovvero l'idea che debba passare un quadriennio intero prima della conclusione dei lavori. I tecnici comunali hanno rivolto due domande a Siderurgica triestina. Per prima cosa hanno chiesto all'azienda come mai ha presentato ora un progetto di copertura, se mesi fa ciò non era considerato fattibile. La seconda domanda verteva su cosa intende fare il gruppo Arvedi per evitare nuovi spolveramenti in questi teorici quattro anni. Una richiesta a cui i rappresentanti della proprietà hanno risposto che si confronteranno con Arpa per identificare una posizione. Risposta che il Comune non considera soddisfacente. A tal proposito la Regione ricorda che, nel provvedimento di diffida del marzo scorso, «aveva anche esplicitamente disposto che nelle more della realizzazione la società adotti ulteriori ed efficaci misure di mitigazione dello spolveramento utili per il contenimento delle emissioni diffuse». A settembre i membri della Conferenza dovranno dire se il progetta risponde alle richieste dell'Aia. In caso di esito favorevole la proprietà potrà avviare l'iter autorizzativo, che prevede il coinvolgimento anche della Soprintendenza, dell'Agenzia delle Dogane e dei ministeri competenti. Nel frattempo la presidente della Regione Debora Serracchiani annuncia, dopo un incontro con la sindaca di Muggia Laura Marzi, che i monitoraggi sull'impatto della Ferriera verranno estesi anche alla cittadina istriana. Gli scambi fra i protagonisti della vicenda proseguono ormai da settimane. Risale al 10 luglio scorso una lettera, resa pubblica solo negli ultimi giorni, con cui il direttore dello stabilimento scrive a Serracchiani e al sindaco che la riduzione di produttività imposta dalla diffida «comporta un aggravio economico non sostenibile». L'azienda concludeva la lettera dicendo di ritenere «necessario e urgente» sapere «quanto prima come procedere in termini risolutivi di quanto imposto dalla diffida al fine di consentire una tempestiva comunicazione ufficiale alle organizzazioni sindacali». Al tempo stesso l'azienda presentava ai sindacati un prospetto biennale di interventi sull'area a caldo. Un documento ritenuto insufficiente dalle sigle. La missiva a Regione e Comune, dicono fonti d'azienda, non ha ricevuta risposta diretta. In compenso il Comune ha inviato una lettera (anch'essa resa pubblica da poco) in cui scrive alla Regione e per conoscenza a ministero e Presidente della Repubblica. «L'azienda prospetta palesemente un ricatto occupazionale per non ottemperare ad un requisito necessario ma, forse, non sufficiente alla tutela della salute pubblica». Chiede quindi l'avvio di un'azione legale per inadempienza contrattuale, la sospensione dei finanziamenti pubblici all'azienda, la «verifica delle garanzie fidejussorie prestate per una eventuale azione di bonifica» degli impolveramenti. Il confronto continua.

Giovanni Tomasin

 

Il "5 dicembre" rompe con Dipiazza - Si chiude oggi il presidio con la presentazione di un dossier critico verso la giunta
Il comitato 5 Dicembre annuncerà oggi in conferenza stampa la fine del suo presidio, proseguito per oltre un mese e mezzo nel centro città. E lo farà con un dossier di 80 pagine in cui riassume i rapporti comitato-Comune-Regione-Ferriera dell'ultimo anno. Si tratta di un documento molto critico nei confronti della giunta. Il comitato ricorda che il presidio nasceva da un accordo con l'ente: «Il Comune avrebbe fatto uscire un atto forte e noi l'avremmo supportato con la piazza in modo da fare in modo che la Regione accettasse di annullare l'Aia». Visto che questo atto non arrivava mai, prosegue il testo «abbiamo deciso di partire lo stesso per smuovere l'immobilismo di tutti, Comune compreso. In 43 giorni è successo di tutto: diffida della Regione, 5 spolveramenti con mostruose nubi di polvere, la lettera "segreta" del direttore di stabilimento». Dal canto suo, dice il comitato, il Comune «ha cominciato gradualmente a prendere le distanze dalla protesta. Più abbiamo chiesto la sua presenza, più si è allontanato fino a "mollarci" definitivamente, arrivando a non nominare neppure il presidio nell'ultimo consiglio comunale». Il comitato decide quindi di chiudere l'esperienza del presidio, rivendicando «l'accelerazione» impressa alla vicenda Ferriera e pubblicando il rapporto su quanto avvenuto negli ultimi 14 mesi: «È un documento completo ed esaustivo di ogni minima azione fatta e non fatta dal Comune con il quale abbiamo collaborato e che ora deve non solo a noi ma alla città intera un chiarimento parimenti completo ed esaustivo di tutte le già citate questioni irrisolte. Usciamo vincitori da 43 giorni che sono stati un'esperienza unica di lotta e di crescita e che ci faranno arrivare più determinati e forti che mai ad un autunno che si preannuncia caldissimo».

(g.tom.)

 

 

Nasce la rete bici degli operatori del Carso - Itinerari e pacchetti a misura di cicloturisti
È nata la rete bici degli operatori di Carso, Breg e Muggia, sviluppata con l'aiuto del Gal Carso. Si tratta di un primo passo di un progetto più ampio che, entro il 2020, punta ad aumentare la qualità dei servizi offerti a turisti e residenti, investire su almeno 50 bici elettriche a disposizione dei turisti, nonché a promuovere sul mercato europeo tour e pacchetti turistici organizzati dal tessuto economico locale. Concretamente ora i sette operatori della nuova rete bici del territorio iniziano, con il Gal, a pubblicizzare gli attuali punti bici costituiti dagli stessi operatori, una serie di itinerari "chiave" del territorio, le guide turistiche in bici a disposizione. Per questa attività di promozione saranno distribuiti flyer in tutte le strutture turistiche di campagna e città. Sarà attivata una prima campagna web e sui social media. Da settembre, partirà invece il lavoro per un nuovo sviluppo della rete bici con in calendario, tra le altre cose, la presenza a due fiere specializzate in Germania e in Austria.

 

 

Riattivare la ferrovia Trieste-Pola e Trieste-Fiume - La lettera del giorno di Paolo Radivo
Raggiungere Pola e Fiume via treno dall'Italia (e viceversa) è in pratica impossibile. Infatti, dopo la dissoluzione della Jugoslavia furono inopinatamente soppresse le tratte ferroviarie Trieste-Pola e Trieste-Fiume, non più ripristinate dopo l'ingresso della Slovenia (2004) e della Croazia (2013) nell'Ue. Appena nel dicembre 2013 venne riavviata la tratta Pola-Lubiana e dal dicembre 2015 la Opicina-Lubiana, anch'esse in precedenza cancellate. Così oggi per raggiungere dall'Italia Pola o Fiume bisogna prendere il treno, assai poco frequente, da Opicina (non da Trieste!) per Lubiana e poi la coincidenza, perdendo una quantità di tempo spropositata. Dunque una soluzione impraticabile. Meglio lasciar perdere e puntare sul pullman, se non si può o vuole usare l'auto. Si stava meglio quando si stava peggio. Infatti, cessata la Jugoslavia, l'adeguamento di Slovenia e Croazia agli standard politici europei ha corrisposto a un allontanamento tra Croazia e Italia (oltre che tra Slovenia e Italia) sul piano dei trasporti ferroviari, sia passeggeri sia merci. Un assurdo. Eppure le ottocentesche linee Trieste-Pola e Trieste-Fiume esistono ancora, sebbene risultino lente in quanto tortuose e perlopiù a binario unico e/o non elettrificate. Ma si potrebbe ammodernare e riattivare entrambe ricorrendo anche ai fondi Ue per progetti transfrontalieri tra Croazia, Slovenia e Italia. Così si ridurrebbe un po' il congestionamento ai valichi sloveno-croati istro-quarnerini, come pure il volume complessivo di traffico sulle strade specie in estate e nei fine settimana, nonché l'impatto ambientale. Inoltre s'intensificherebbero rapporti e scambi tra questi territori limitrofi, specie in vista dell'ingresso della Croazia nell'Area Schengen. Benefici anche per le località minori attraversate dalle due linee ferroviarie. Dunque un vantaggio non trascurabile per i pendolari, oltre che una valida alternativa per i turisti più ecologici. Perché non pensarci seriamente, invece d'insistere sull'impattante trasporto su gomma?

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 1 agosto 2017

 

 

Arvedi: «Venti assunzioni al laminatoio di Servola» L’azienda rassicura i sindacati durante l’incontro al ministero dello Sviluppo Conferenza dei servizi a breve.

Ieri a Roma il tavolo sulle prospettive occupazionali dello stabilimento industriale chiesto dai rappresentanti dei lavoratori - Il Municipio insiste sulla chiusura dell’area a caldo

Una ventina di nuovi addetti per il laminatoio di Siderurgica Triestina. Le attrezzature sono già arrivate nel comprensorio della Ferriera di Servola e ora si attende la Conferenza dei servizi per mettere a punto il progetto. Lo si è appreso ieri a Roma dove, su richiesta delle organizzazioni sindacali, si è tenuto, presso il ministero dello Sviluppo economico (Mise), un incontro con all’ordine del giorno proprio le prospettive dello stabilimento siderurgico della Ferriera di Servola. L’incontro - come si è saputo in serata quando è stato diffuso un lungo comunicato da parte della Regione - era finalizzato a comprendere le intenzioni della proprietà anche a seguito di due lettere in cui Siderurgica Triestina lamentava la riduzione di produzione imposta dalla Regione per ridurre le emissioni dell'area a caldo e un rallentamento del via libera all’ampliamento del laminatoio a freddo. Secondo i sindacati in entrambe le lettere veniva messo in discussione il futuro dell'impianto, con evidenti ricadute occupazionali. All'incontro romano hanno preso parte Giampiero Castano per il Mise, rappresentanti nazionali e locali dei sindacati, l'assessore regionale Paolo Panontin, il segretario generale del Comune di Trieste Santi Terranova e Francesco Rosato per Siderurgica Triestina. Il confronto di ieri fa seguito a quello di fine giugno tra gli stessi sindacati e la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, nel corso del quale a Siderurgica triestina era stata sollecitata la presentazione di un piano industriale dettagliato, che renda possibile una valutazione approfondita rispetto agli impegni presi per tener fede alle previsioni dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), specie per quel che riguarda la riduzione delle emissioni in atmosfera e dei rumori. In proposito, nell'incontro di ieri al Mise, Siderurgica Triestina ha ricordato che finora a Servola sono stati investiti 137 milioni di euro finalizzati ad ammodernare l'impianto e a rilanciarne l’attività. Sottolineando come la limitazione della produzione si traduca in un danno economico per il bilancio aziendale e in una difficoltà a programmare l’approvvigionamento delle materie prime, Siderurgica ha confermato che si stanno attuando e saranno completati entro settembre alcuni previsti interventi manutentivi sull'altoforno, che prossimamente sarà anche interessato come è noto da un breve blocco della produzione. Confermati anche altri interventi, previsti nel biennio 2018-2019, sempre nell'area a caldo, per quattro milioni di euro. C’è poi, invece, il nuovo progetto. Per quanto riguarda il laminatoio, l'azienda ha reso noto che le attrezzature sono ormai arrivate e si attende la convocazione della Conferenza dei Servizi per avviare un'opera in grado di dare occupazione a oltre una ventina di nuovi addetti. Se il direttore generale del Comune di Trieste Terranova ha annunciato il parere positivo all’ampliamento, pur ricordando che il Comune di Trieste ritiene che la chiusura dell'area a caldo vada nell’interesse della salute dei cittadini, secondo l’assessore Panontin, «in tutta questa vicenda la Regione ha mantenuto una posizione lineare e sempre coerente». Per Panontin infatti la Regione «fin dall'inizio ha definito come imprescindibile il rispetto delle regole imposte dall’Aia alla proprietà, nel prioritario interesse di tutela della salute dei cittadini e della salvaguardia dei livelli occupazionali e, parallelamente, attraverso la direzione dell’Ambiente ha diffidato la proprietà a ridurre la produzione quando, in presenza di sforamenti puntualmente rilevati dal monitoraggio continuo effettuato dall'Arpa, quelle regole non sono state rispettate». Meno lineare secondo l'assessore regionale - si legge nella lunga nota diffusa nella serata di ieri dall’amministrazione Serracchiani - la posizione del Comune di Trieste che, ha sottolineato Panontin, «nonostante le dichiarazioni sulla chiusura dell’area a caldo, poi è tenuto, come tutti, al rispetto delle regole e delle norme condivise». «Continuano naturalmente i controlli», la chiosa del rappresentante della giunta Serracchiani, il quale ha ricordato anche il recente accordo con l’Istituto superiore di sanità per analizzare lo stato di salute della popolazione residente nell’area. Riscontrando che sono in corso alcuni procedimenti, anche amministrativi, che riguardano il laminatoio e la copertura richiesta dei parchi minerali, il rappresentante del Mise ha assicurato che anche il ministero monitorerà attentamente la situazione e ha riconvocato l’odierno tavolo per il 28 settembre.

 

Nasce a Muggia l'alleanza bipartisan sull'ambiente
MUGGIA - «È davvero inconcepibile che nel 21esimo secolo l'incolumità di un intero territorio si trovi sotto scacco, come in una roulette russa, dalle polveri ed emissioni di uno stabilimento come quello della Ferriera di Servola». I consiglieri comunali muggesani Stefano Norbedo, Andrea Mariucci, Giulia Demarchi (Forza Muggia-Dpm), Nicola Delconte (Fratelli d'Italia) e Giulio Ferluga (Lega Nord) hanno commentato le ripercussioni delle polveri a Muggia «che non si possono più definire occasionali ma hanno assunto una frequenza inammissibile». Gli esponenti dell'opposizione hanno commentato le parole del sindaco Laura Marzi: «Se intenderà portare avanti un'azione concreta volta alla tutela della salute dei cittadini, potrà sicuramente contare sulla nostra collaborazione». E sul futuro dei lavoratori della Ferriera? Il centrodestra non ha dubbi: «Al tavolo tecnico indetto dal sindaco non dovrà mai venire meno l'attenzione verso di loro. Siamo certi che la loro ricollocazione, dovuta alla chiusura dell'area a caldo, sia praticabile anche alla luce delle nuove opportunità offerte dallo sblocco del porto».

(tosq.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 31 luglio 2017

 

 

Mare - I predatori del Golfo non demordono - Fuorilegge mezza tonnellata di pesce
TRIESTE - Un po' per ignoranza, un po' per spirito "d'avventura". D'altronde, una bella orata da portare a casa la sera, da servire con il contorno di patate, a chi non fa gola? La pesca subacquea "fai da te", a pochi metri dalle spiagge o, peggio, nelle zone marine protette, è un fenomeno tutt'altro che sconosciuto, nel Golfo di Trieste, da Muggia fino a Monfalcone. E capita pure che il pescato non sempre finisca nel forno di casa, ma vada dritto nei ristoranti o nelle pescherie. Ignoranza e voglia "d'avventura", insomma, ma a volte pure disonestà. Il caso del turista tedesco sorpreso pochi giorni fa dai bagnanti nello specchio d'acqua della Riserva di Miramare a Trieste, armato di fucile, ha alzato i livelli di allarme. Ma non è l'unico esempio di "predatore del mare". Tra il 2016 e questa prima parte del 2017 la Capitaneria di porto ha pizzicato trentacinque furbetti della domenica. A cominciare dall'anno scorso, quando in almeno tre circostanze i militari hanno sorpreso altrettanti sub alla ricerca di prelibatezze in acque vietate. Lo facevano nel tratto riservato alla balneazione, cioè all'interno dei 500 metri dalla battigia. Per tutti è scattata una sanzione di duemila euro, oltre al sequestro dell'attrezzatura. «Il motivo per cui vengono commessi questi illeciti - spiegano dalla Capitaneria di porto il capitano di vascello Ugo Foghini della Capitaneria e il capitano di fregata Marco Parascandolo, capo di servizio Polizia marittima - può derivare anche dalla mancata conoscenza delle norme. Questo capita soprattutto ai turisti stranieri o provenienti da altre regioni». Per lo stesso illecito, in un'area protetta come appunto Miramare, cioè tutto il perimetro delimitato della boe gialle che va dal porticciolo di Grignano fino al moletto che confina con lo stabilimento di Sticco, parte anche la denuncia all'autorità giudiziaria. Ammontano a trentadue, invece, le violazioni alle norme su pesca professionale e commercializzazione del pescato, compreso il "novellame". Qui, codice alla mano, c'è un po' di tutto: oltre alle zone vietate, rientrano pure le multe per l'utilizzo di attrezzi non consentiti, o la vendita nelle pescherie, nei locali, o addirittura attraverso il mercato ittico. Dove si pesca? Soprattutto a Barcola o nei pressi delle scogliere di Grignano e Santa Croce. O in porto: Siot, Molo Settimo, Ausonia, o nei paraggi della stessa Capitaneria. Branzini, orate, dentici, saraghi o vongole, in abbondanza e di qualità, nei punti più riparati. Come gli anfratti o, come avvenuto con il sub tedesco, le aree protette. O, ancora, nei dintorni degli allevamenti di mitili, da cui i pesci sono attratti.«Tutto ciò può finire in diversi canali - commenta Guido Doz, rappresentante dell'Associazione generale cooperative italiane pescatori - ma stiamo comunque parlando di un fenomeno che in passato era più importante, ma che ora grazie ai controlli è meno vistoso». C'è poco da scherzare: le sanzioni possono variare dai mille ai 75mila euro a seconda della quantità, con il rischio persino di chiusura dell'attività per le pescherie. Gli illeciti si scoprono con i controlli, tanto delle autorità militari quanto di quelle sanitarie, ormai piuttosto rigidi in termini di etichettature e tracciabilità. Circostanze, per quanto esistenti, che tendono tuttavia a calare, a sentire la Federazione italiana pubblici esercizi. «Sono finiti i tempi degli acquisti sottobanco: se c'è qualche pescatore abusivo che vende direttamente ai ristoranti parliamo di casi isolati», afferma in effetti il presidente provinciale della Fipe Bruno Vesnaver. «L'obbligo della tracciabilità del prodotto e le esigenze di sicurezza dello stesso esercente indirizzano il 99% dei gestori a rivolgersi solo a pescherie e grossisti». Anche la Capitaneria è convinta di trovarsi di fronte a situazioni comunque marginali. «Il Golfo di Trieste è una zona tendenzialmente tranquilla, anche se le infrazioni non mancano di certo. E c'è un controllo "sociale" molto elevato, come testimoniato da quanto accaduto davanti a Sticco l'altro giorno: i triestini sono i primi a segnalare situazioni particolari», annotano i due graduati della Capitaneria stessa. Tirando le somme, tra il 2016 e questa prima parte d'estate, le pattuglie hanno sequestrato una ventina di attrezzi da pesca e ben 442 chili di pescato privo della regolare etichettatura, oltre a un'imbarcazione. A cui si aggiungono i 258 chili di ricci di mare, scoperti recentemente, e ulteriori 665 chili di tonno messi in vendita ma non tracciabili. Tra le ipotesi di reato, sebbene non riscontrate a Trieste, figura pure l'asportazione di pezzi di fondale. La pesca dei datteri, ad esempio, è considerata a tutti gli effetti un danno ambientale. Ma i controlli in mare sono ben più estesi e non si limitano al pescato: investono pure i casi di occupazione abusiva del litorale. Una decina, in tutto, i reati contestati a questo proposito. La zona, come noto, è demaniale e non manca chi si rifà la scaletta per l'accesso al mare o il moletto. Anche una semplice passerella fai da te, non accompagnata dalle autorizzazioni previste, si configura come illecito, con tanto di denuncia all'autorità giudiziaria.

Gianpaolo Sarti e Pietro Comelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 30 luglio 2017

 

 

M5S denuncia i bluff di Dipiazza sulla Ferriera - Menis: «Non interviene nemmeno dopo gli spolveramenti». Le Rsu: «L'azienda rispetti l'ambiente»
«Il sindaco ha dimostrato che non intende intervenire con urgenza, nemmeno dopo gli spolveramenti degli ultimi tempi», dice Paolo Menis. Il gruppo del consiglio comunale del M5S, affiancato dal consigliere regionale Andrea Ussai, ha rivendicato ieri in conferenza stampa il contenuto della mozione urgente sulla Ferriera approvata da tutto il consiglio, eccezion fatta per l'astensione del Pd. Il capogruppo Menis ha dichiarato: «Dopo fatti tanti eclatanti e non più "episodici" ci aspettavamo il pugno di ferro e un'ordinanza sindacale. Invece Dipiazza si è limitato a elencare le lettere inviate ad altri enti perché facciano loro qualcosa». Tanto più, ha aggiunto, che «il decreto sul Porto franco apre nuove possibilità di sviluppo logistico per la proprietà» e quindi altre possibili riflessioni sul futuro dell'area a caldo. Ussai ha ricordato di aver presentato in consiglio regionale una mozione per la revisione dell'Aia. Ha dichiarato la consigliere Elena Danielis: «L'ordinanza del sindaco chiedeva ad Arvedi una relazione asseverata sull'impianto, ma quella pervenuta al Comune non lo è. Chiediamo lo stop all'area a caldo fino al suo arrivo». Così invece Cristina Bertoni: «Chiediamo anche l'intervento sui parchi minerali: non è possibile che la città sia invasa da nubi che portano sostanze cancerogene. È necessario inoltre un tavolo con tutte le istituzioni per il problema occupazionale». Ha concluso Gianrossano Giannini: «Abbiamo visitato di recente un impianto siderurgico di Linz, in Austria, per dimensioni analogo a quello triestino. Lì città e fabbrica convivono perché molti anni fa è stato avviato un processo di dialogo e confronto. Noi chiediamo la chiusura dell'area a caldo perché le condizioni per una svolta simile qui non ci sono più: gli investimenti andavano fatti molto prima e soprattutto manca l'atteggiamento. All'azienda interessa solo l'aspetto economico, non la salute né l'ambiente». Sul tema arriva anche un comunicato unitario delle Rsu della fabbrica: «Gli ultimi episodi non sono giustificabili. Chiediamo alla proprietà di mettere in campo tutte possibili contromisure per far in modo che non si verifichino più tali situazioni, e che si inizino immediatamente i lavori di contenimento del materiale a parco».

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 29 luglio 2017

 

 

Area a caldo e polveri - Botta e risposta in aula sul futuro di Servola - Dipiazza rivendica la linea dura nei confronti della Ferriera
M5S: «Nessuna azione concreta». Il Pd: «Un grande bluff»
Una lunga lista delle azioni compiute nei confronti della Ferriera dall'inizio del mandato: è il rosario sgranato dal sindaco Roberto Dipiazza ieri mattina in Consiglio comunale, convocato dall'assemblea a presentare il lavoro fatto per la chiusura dell'area a caldo. Un elenco concluso, durante il dibattito con il capogruppo M5S Paolo Menis, da un monito dipiazziano: «Durante ogni mio mandato mi sono ritrovato a combattere questa battaglia. E visto che a settembre avremo un incontro importante credo che arriveremo a un obiettivo», ha detto il sindaco. Un annuncio sibillino, che però potrebbe alludere all'imminente apertura di un tavolo di confronto a cui siedano, come minimo, azienda, Regione e Comune. L'affiorare di una presa di un tentativo di contatto in corso in queste settimane.In aula Dipiazza ha elencato tutti gli atti compiuti dal 2016 a oggi: «In questi mesi, grazie a questa nostra azione di controllo, verifica e informazione molte cose sono mutate e quel muro iniziale che copre la realtà delle cose si sta via via sfaldando». Le diffide presentate dalla Regione negli ultimi tempi «sono dello stesso tenore di quelle da noi già richieste ma che all'epoca vennero rigettate. Le inottemperanze agli accordi che noi da tempo segnaliamo ora sono oggetto di diffida da parte della Regione». Dipiazza ha poi ricordato che solo la Regione può modificare l'Aia: «La nostra azione è rivolta anche affinché questo avvenga». Ha concluso: «A Trieste il gruppo Arvedi è il benvenuto e troverà la nostra disponibilità nello sviluppare, e le condizioni in questo momento ed in prospettiva a Trieste ci sono, un'attività industriale che non minacci la salute dei cittadini e dei lavoratori come sta accadendo ora con l'area a caldo». Ha commentato Menis: «Dopo un anno devo prendere anno che c'è un'assenza di azioni concrete. Non c'è stata nessuna comunicazione di atti in corso o che saranno fatti in futuro. Gli episodi degli ultimi giorni costituivano una base per una possibile ordinanza sindacale». Il consiglio ha poi approvato (con qualche astensione) una mozione del M5S in cui si chiede che «ove ci siano i presupposti di legge» (come imposto da un emendamento targato centrodestra), il sindaco emetta una ordinanza sindacale che sospenda l'attività dell'area a caldo e la messa in sicurezza del parco minerali, oltre a fare pressione sulla Regione. Così la segretaria regionale e consigliera del Pd Antonella Grim: «Sulla Ferriera Dipiazza e la sua maggioranza stanno facendo uno scomposto teatrino: vogliano far credere di aver realizzato qualcosa e mantenuto le promesse. In realtà non hanno fatto niente». Secondo Grim «Dipiazza millanta sforzi che non ha fatto: è tutta fuffa. Siamo addirittura arrivati alla farsa di discutere atti che non hanno alcuna valenza giuridica, giusto per fare spettacolo e simulare un po' di impegno. Sulla Ferriera è invece necessario essere seri. Se il sindaco vuole esercitare veramente il suo ruolo, faccia ciò che gli compete, cioè costruire un dialogo corretto e autorevole con la proprietà, cosa che sinora, tra video e chiacchiere, non ha mai fatto». Infine: «Dipiazza si ricordi che è sindaco di tutti: degli abitanti di Servola come dei lavoratori dello stabilimento. La smetta di dire che l'area a caldo si potrebbe chiudere con la bacchetta magica, che i lavoratori potrebbero fare gli impiegati in Comune dal giorno dopo, che tutto sarebbe a posto con un colpo di spugna. Questa città ha bisogno di serietà»

Giovanni Tomasin

 

 

Piano straordinario per i torrenti - Interventi di manutenzione e pulizia in sette corsi d'acqua dal Rio Corgnoleto agli affluenti del Farneto
Un piano da centocinquantamila euro per la manutenzione straordinaria e la pulizia dei torrenti e ruscelli scoperti di Trieste da attuarsi tra il 2018 e 2019. L'amministrazione comunale ha dato il via libera a metà luglio a una serie di lavori al fine garantire il regolare deflusso delle acque in questi corsi d'acqua diventati "ricettacolo di ogni sorta di immondizie". Nella maggioranza dei casi si tratta della pulizia degli alvei e della manutenzione delle sponde. Se infatti la pulizia dei torrenti coperti spetta alla società concessionaria del servizio di manutenzione e gestione della fognatura (ovvero AcegasApsAmga), la cura di quelli scoperti spetta al Comune, come pure i manufatti di captazione delle acque piovane che non sono direttamente allacciati alla rete fognaria e che non vengono indirizzati agli impianti di depurazione.«Le precipitazioni - spiega nella delibera l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi - causano il periodico riempimento degli alvei con una grossa quantità di inerti accompagnati spesso da legnami che, andando a riempire le briglie e i salti posti lungo gli alvei, possono creare situazioni di pericoli». Inoltre, ci sono alcuni manufatti come muri e briglie, posti a delimitazione dei torrenti, che risultano pericolanti o addirittura crollati. In molti casi, inoltre, l'acqua piovana non riesce ad affluire ai torrenti a causa di strade e muri creando pozze e pericoli di smottamento. L'importo dei lavori previsto di 150mila euro sarà finanziato tramite l'alienazione di titoli Hera. Il cronoprogramma dei pagamenti prevede la spesa di centomila euro nel 2018 e di cinquantamila euro nel 2019: la durata dei lavori è prevista in 365 giorni consecutivi, inclusi eventuali fermi causati dal maltempo. Il piano di manutenzione straordinaria e pulizia dei torrenti è inserito infatti nel programma triennale delle opere 2017-2019. Sono sette gli interventi previsti nel progetto esecutivo elaborato a maggio: Clivo Artemisio, Rio Corgnoleto, affluenti torrente Farneto, via Pertsch, Strada del Friuli, via Righetti e via Lavareto.  Nel caso del Clivo Artemisio si prevede la pulizia dell'alveo di Rio San Cilino per una lunghezza di trecento metri. Nel caso di Rio Corgnoleto è prevista la pulizia dell'ultimo tratto (trenta metri) oltre allo svuotamento della vasca in corrispondenza dell'ultima briglia. È in programma inoltre la pulizia dell'alveo degli affluenti di sinistra del torrente Farneto all'interno del Boschetto del Cacciatore. In questa occasione saranno risistemati anche alcuni manufatti murari che insistono sul corso d'acqua. In via Pertsch sarà pulito il torrente che incrocia Strada del Friuli per una lunghezza presunta di 350 metri. In via Righetti saranno puliti due tratti dell'alveo del torrente per 300 e 230 metri. Sarà pulito anche l'alveo del torrente Lavareto (200 metri) in corrispondenza con l'omonima via.

Fabio Dorigo

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 28 luglio 2017

 

 

Vertice romano sull'inquinamento a Servola - Riunione operativa con gli esperti dell'Istituto superiore di Sanità. Oggi Consiglio comunale ad hoc
Una riunione di carattere tecnico-scientifico per individuare le linee guida su cui elaborare sintesi scientifiche certe e mirate rispetto alle problematiche sanitarie e ambientali legate alla presenza della Ferriera di Servola. A parteciparvi gli esperti dell'Istituto superiore della Sanità, i vertici della Direzione regionale Salute, dell'AsuiTs e dell'Arpa. L'appuntamento romano, concordato lo scorso 9 giugno a Trieste nel primo incontro della cabina di regia su "Incidenza dei rischi ambientali sullo stato di salute della popolazione residente", rientra nel percorso di approfondimento scientifico voluto dalla presidente Debora Serracchiani, che vede coinvolto l'Istituto quale competente massimo in materia a livello nazionale. Nella prima parte della riunione sono stati esaminati le indagini epidemiologiche effettuate dal 1995 ad oggi sulla presenza di correlazioni tra le concentrazioni di inquinanti e le fonti di inquinamento presenti a Trieste e lo stato di salute della popolazione con particolare attenzione all'abitato di Servola; le attività di biomonitoraggio intraprese a partire dal 2007 dall'allora Azienda sanitaria per misurare le concentrazioni urinarie del marcatore di stress ossidativo cellulare 1idrossipirene tra i lavoratori della cokeria; la procedura di rinnovo dell'Aia della Ferriera e gli interventi impiantistici innovativi effettuati nell'ambito della stessa. Su questi temi gli esperti dell'Iss hanno richiesto alcune delucidazioni circa l'evoluzione nel tempo delle sorgenti inquinanti che insistono sull'area della Ferriera e la possibilità di implementare le indagini epidemiologiche effettuate in passato. Nella seconda parte dell'incontro sono stati individuate le caratteristiche di una messa a sistema che riguardi tutte le informazioni disponibili. È stato chiarito che bisogna definire l'area in esame, la popolazione target, i dati ambientali e sanitari disponibili, il profilo sanitario della popolazione interessata e gli inquinanti di interesse sanitario primario in grado di causare nel breve e nel lungo periodo effetti sulla salute della popolazione esposta. L'obiettivo è raccogliere e trasmettere le informazioni agli esperti dell'Istituto entro l'estate, in modo da poter organizzare entro la metà di ottobre un secondo incontro romano. E sempre di Ferriera si parlerà oggi in Consiglio comunale nel corso di una seduta straordinaria in programma a partire dalle 8.30.

 

 

Volpe affamata salvata a Padriciano - Barcollava nei pressi dell'Area di ricerca. Il veterinario dell'Enpa: «Si sta riprendendo, è vivace»
TRIESTE - Barcollava, disidratata e denutrita in pieno giorno nei pressi dell'Area di ricerca di Padriciano la volpe recuperata dall'Enpa di Trieste. Ricevuta la segnalazione da parte di una donna che si era accorta dell'incedere incerto del canide, il medico veterinario volontario Marco Lapia non ha trovato subito la volpe. Dopo qualche ricerca però, l'animale selvatico è stato individuato in non buone condizioni, come segnalato. Da qui la cattura con la rete e il trasporto nella sede di via Carlo De Marchesetti. «Si tratta di un esemplare giovane di due anni circa, si tratta di una femmina. Era molto magra e parecchio assetata. Comunque ha superato la prima notte mangiando in autonomia e il giorno dopo ha dato notevoli segnali di vivacità. Tutti segnali che fanno ben sperare per un pronto recupero dell'animale», racconta la presidente della sezione triestina dell'Enpa Patrizia Bufo. Verosimilmente il canide, che ora si trova in un ricovero chiuso (un intervento di prassi quando si tratta di volpi), rimarrà nella struttura dell'associazione animalista per circa un mesetto. Poi, se tutto andrà bene, avverrà il reinserimento nel suo habitat naturale. Nei primi sei mesi del 2017 l'Enpa ha svolto oltre duemila interventi nei confronti della fauna selvatica, domestica ed esotica in difficoltà. Quello di Padriciano è però solamente il terzo caso inerente la volpe: il primo intervento è stato registrato quest'inverno, era il 3 gennaio infatti. Decisamente curiosa la dinamica dell'accaduto. Una donna di Rupingrande aveva infatti segnalato che si era ritrovata una volpe nel giardino. L'animale, intrufolatosi furtivamente nella proprietà privata, ero stato scoperto ma nonostante i tentativi della donna non aveva alcuna intenzione di andarsene. «Si trattava di un maschio, in buone condizioni. Quando abbiamo cercato, per ben tre volte, di catturarlo con una trappola per poi liberarlo successivamente, l'esemplare è sempre riuscito a farla franca», racconta Bufo. E difatti il "caso" della volpe in casa si è risolto da sé: ovvero, con la decisione dell'animale di allontanarsi autonomamente dall'abitazione per tornare nel bosco da cui era arrivato. Il secondo intervento dell'Enpa risale invece alla sera del 19 marzo scorso. In quel caso un esemplare maschio era stato individuato in non buone condizioni lungo strada principale che attraversa l'abitato di Pese. «In quel caso l'intervento di recupero dell'animale era stato effettuato dal presidente regionale dell'Enpa Gianfranco Urso», puntualizza Bufo. Anche in questo caso l'animale era stato immediatamente portato in sede, curato e successivamente liberato nel suo habitat. La stessa sorte che, a meno di impreviste complicazioni, toccherà a questa giovane volpe di Padriciano.

Riccardo Tosques

 

L'airone e il germano tornano nel Rio Ospo - Di nuovo sani e liberi a tempo di record
Nel primo pomeriggio di ieri un airone cenerino e un germano reale sono stati liberati dai volontari triestini dell'Enpa in zona Rio Ospo, a Muggia. L'airone era stato recuperato dal medico veterinario Marco Lapia sei giorni or sono in seguito a una segnalazione giunta da una donna che aveva visto il volatile in chiara difficoltà lungo il corso d'acqua muggesano. Debilitato, l'airone è stato curato nella struttura di via Carlo De Marchesetti e in tempi record è tornato in libertà. Sorte simile per l'esemplare di germano reale femmina in cura dal primo luglio: l'anatide, recuperato dal responsabile regionale dell'Enpa Gianfranco Urso, giaceva in condizioni critiche proprio nel Rio Ospo. Il germano e l'airone cenerino sono dunque ritornati nel loro habitat naturale, quel Rio Ospo che nell'agosto dello scorso anno aveva destato grande preoccupazione per una moria di anatidi senza precedenti causata da un'infezione di botulino C poi arginatasi naturalmente.

(tosq.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 27 luglio 2017

 

 

Nubi scure da Servola - Muggia alza la guardia - Il sindaco Marzi chiede un incontro urgente a Serracchiani «Le polveri disperse non sono più un fenomeno sporadico»
MUGGIA - «Come sindaco non posso, nel modo più assoluto, ignorare quelli che non sono più sporadici fenomeni di dispersione delle polveri provenienti dai cumuli minerari della Ferriera di Servola che interessano il territorio del nostro Comune». Perentoria presa di posizione del sindaco di Muggia Laura Marzi sullo stabilimento industriale triestino da cui, in seguito alle condizioni meteo di forte vento degli ultimi giorni, si sono sollevate delle dense nubi che si sono riversate anche su parte del territorio muggesano, sito a circa un chilometro in linea d'aria da Servola. Marzi ha chiesto dunque «un incontro urgente» alla presidente della Regione Serracchiani per poter esprimere la propria preoccupazione «che è quella di tutti i cittadini muggesani che io rappresento». Parallelamente, Marzi ha evidenziato come non ci possa non essere una preoccupazione «per quanto riguarda l'occupazione e per quello che è il futuro di tutte le attività industriali del nostro territorio, che rappresentano un fattore determinante per la ripresa dell'economia». Ripresa che per Marzi «non può non comprendere anche la Ferriera». Pochi giorni fa la maggioranza di centrosinistra del consiglio comunale aveva detto "no" ai campionamenti dello strato superficiale del suolo nei giardini comunali muggesani per individuare eventuali inquinanti, bocciando la mozione firmata da Emanuele Romano (M5S). La richiesta del consigliere era stata avanzata in seguito alla relazione della qualità dell'aria 2016 redatta dall'Arpa in cui si era attestata una concentrazione media annua del materiale particolato sottile (Pm10) di 23 mg/metro cubo con 21 superamenti annui del limite giornaliero. A ciò si erano aggiunte "diverse segnalazioni di polveri e odori molesti". Sotto la lente d'ingrandimento, in particolare, gli effetti provocati proprio dalla Ferriera. La mozione sull'inquinamento a Muggia ha ricevuto l'appoggio solo da parte dell'opposizione. «Come promesso in consiglio - spiega Marzi - chiederemo che sia convocato rapidamente un tavolo congiunto con Arpa, Azienda sanitaria, Regione, Comuni di Trieste e San Dorligo e i rappresentanti di Arvedi, per poter fare la nostra parte nel sollecitare una soluzione che risolva il problema delle polveri provenienti dalla Ferriera. Su quel tavolo - conclude Marzi - si analizzeranno gli esiti dei monitoraggi». L'ultimo appello il sindaco di Muggia l'ha riservato ai propri concittadini: segnalare quanto riscontrabile sul territorio muggesano poiché tutti i dati raccolti verranno trasmessi all'Arpa.

Riccardo Tosques

 

 

Sosta selvaggia, arriva il vigile elettronico - Alla polizia locale altri tre apparecchi per stanare chi non paga assicurazioni e revisioni. Uno multerà all'istante le doppie file
Vita dura per i furbetti alla guida. A Trieste arriva un sistema capace di identificare in tempo reale chi non è a posto con l'assicurazione e la revisione di auto e scooter. Di più. Il meccanismo permette di "pizzicare" anche i mezzi in divieto e in doppia fila. La multa viene recapitata direttamente a casa. Il sistema, dopo una breve sperimentazione, sarà a regime da agosto. È stato il vicesindaco Pierpaolo Roberti a consegnare al corpo di Polizia locale i modernissimi Targa system: marchingegni simili a una telecamera in grado di verificare sul momento la regolarità dei veicoli, tanto quelli parcheggiati quanto quelli in movimento. I vigili erano già stati equipaggiati con due strumenti analoghi, solo che ora possono contare su altri tre nuovi modelli. Uno di questi, come hanno spiegato in conferenza stampa il vicesindaco Roberti, il vicecomandante Walter Milocchi e il direttore di servizio Paolo Jerman, è uno speciale Targa system 4.0 mobile + soste che rileva anche le soste selvagge. Non solo. La tecnologia dà la possibilità di accertare rapidamente eventuali veicoli rubati e sottoposti a fermi amministrativi o soggetti ad altre infrazioni al codice della strada. Il funzionamento è tutto sommato abbastanza semplice: la pattuglia non deve far altro che posizionare l'aggeggio a bordo dell'auto di servizio e azionarlo. Il Gps riesce così a immortalare le targhe dei mezzi e a identificarli attraverso le banche dati nazionali. Gli agenti, inoltre, hanno a disposizione un tablet per la gestione della strumentazione mobile e le varie funzionalità. Se il meccanismo si accorge di una vettura non regolare, fotografa la targa provvedendo poi al successivo inoltro della relativa contravvenzione. Questo per quanto riguarda i divieti di sosta, le doppie file o il parcheggio negli stalli riservati. Per le assicurazioni e le revisioni scattano ulteriori accertamenti sulla documentazione del proprietario del veicolo. «Come già detto nel caso degli autovelox - ha voluto precisare Roberti presentando la strumentazione - il nostro obiettivo non è quello di fare cassa o di infierire con l'inasprimento di sanzioni sui cittadini automobilisti, ma vogliamo prima prevenire e poi colpire tutti quei fenomeni che creano disagi e pericoli. Vogliamo che non ci siano più macchine senza assicurazione o revisione, che costituiscono i casi più pericolosi e che per questo vanno tolte dalla circolazione. Questo - ha insistito il leghista, che in giunta detiene la delega alla Sicurezza - è un fenomeno a cui vogliamo dare battaglia. Da questo punto di vista vige la tolleranza zero. Ciò che prima si faceva con molti agenti, ora lo facciamo con questo meccanismo. Ma intendiamo anche e soprattutto migliorare la vivibilità della città - ha aggiunto - andando a colpire chi sosta in doppia fila provocando rallentamenti e ingorghi alla circolazione, chi si mette in prossimità delle strisce pedonali e alle fermate dei bus. O, ancora, davanti ai cassonetti non permettendo così il regolare asporto dei rifiuti da parte di AcegasAps». A questo proposito è stato citato un recente rapporto da cui emerge che a giugno non sono stati svuotati ben 34 contenitori proprio a causa dei veicoli posteggiati irregolarmente. Le zone maggiormente sotto controllo, in cui i vigili hanno riscontrato problemi particolarmente accentuati di sosta selvaggia, sono soprattutto le vie Battisti, Giulia, del Teatro Romano, San Spiridione, Donota, Fabio Severo, Coroneo, riva Grumula e largo Barriera. Dopo un breve periodo di sperimentazione di circa una settimana, il Targa system 4.0 mobile + soste entrerà in funzione a tutti gli effetti. Di qui l'appello agli automobilisti, tanto del vicesindaco quanto del vicecomandante della Polizia locale, a non sostare in doppia fila per evitare spiacevoli sorprese. Il valore dei nuovi dispositivi ammonta a circa 7mila euro l'uno. L'investimento del Comune di Trieste è stato portato a termine grazie ai contributi della Regione

Gianpaolo Sarti

 

COMUNE E FIAB - Ok alle corsie per le biciclette nella galleria di Montebello
Incontro, ieri, tra il sindaco Dipiazza, il vicesindaco Roberti e la Fiab Trieste Ulisse rappresentata dal presidente Mastropasqua e dal consigliere Kosic. Sono stati affrontati numerosi temi relativi alla ciclabilità nella nostra città, con particolare focus sullo sviluppo del cicloturismo e sulla sicurezza. È stato affrontato anche il tema delle nuove rotatorie: Fiab ha fatto presente che costituiscono un serio pericolo per i ciclisti se non vengono adottati degli accorgimenti (ad esempio, un anello ciclabile) per agevolare il passaggio delle biciclette. Il sindaco si è impegnato perché nella progettazione vengano adottati i dovuti accorgimenti tecnici. Poi si è discusso della ciclabile Trieste-Muggia, che rientra nel progetto europeo di ciclabili internazionali Eurovelo e pertanto costituisce un'importante infrastruttura per lo sviluppo del cicloturismo in città che attualmente vede circa 20.000 cicloturisti (dato 2015) pernottare a Trieste per poi dirigersi verso sud. Qui Dipiazza ha dichiarato che chiederà un approfondimento ai tecnici del Comune per valutare meglio la fattibilità dell'opera. E dal momento che il naturale prolungamento di questo percorso in direzione del centro città è costituito dalla galleria di piazza Foraggi (che sarà presto oggetto di un importante intervento di risistemazione), il primo cittadino si è impegnato a far realizzare all'interno della galleria due ciclabili monodirezionali laterali esterne alla sede stradale, per consentire il collegamento ciclabile tra via dell'Istria e piazza Foraggi. Infine, per quanto riguarda Porto vecchio, il sindaco ha confermato l'impegno a realizzare una pista ciclabile le cui caratteristiche saranno meglio definite in fase di progettazione. Fiab, da parte sua, ha ribadito la necessità di un percorso ciclabile in sede propria.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MERCOLEDI', 26 luglio 2017

 

 

Raccolta differenziata: i consigli del CIC per l’estate

Gestire correttamente i rifiuti attraverso la raccolta differenziata. Questa la chiave per città più pulite e luoghi turistici più accoglienti e curati secondo il CIC, Consorzio Italiano Compostatori, che ne su 25esimo anno di attività presenta un decalogo per ottimizzare il recupero della frazione organica e utilizzare al meglio il compost da essa ricavato.

Molti i fattori che durante l’estate possono danneggiare sia la raccolta differenziata che nello specifico quella dell’umido. Tra questi uno dei nemici principali è proprio il tipico caldo estivo, come sottolineato da Massimo Centemero, direttore del CIC: "durante la stagione calda occorre prestare ancora maggior attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti, dato che le temperature elevate possono provocare alcune criticità, come i cattivi odori".
L’Italia sta lavorando molto bene per sviluppare una filiera virtuosa del recupero del rifiuto organico e i cittadini stanno dimostrando sempre più attenzione nei confronti del tema della raccolta differenziata: nel 2015 sono state raccolte 4 milioni di tonnellate di umido, pari a circa 66 kg per abitante per anno, e oltre 2 milioni di tonnellate di verde, pari a ca. 34 kg/ab/a.
Proprio per consentire una più efficace raccolta e un miglior utilizzo del compost il CIC ha reso noto un suo decalogo per un corretto recupero della frazione organica:
Utilizzare il sacco giusto. Sembra scontato, ma una delle criticità possibili in caso di compostaggio è proprio un’errata scelta del sacchetto, che deve essere realizzato in materiale biodegradabile e compostabile (certificato a NORMA UNI EN 13432 in carta o in bioplastica). Riconoscerlo è semplice, basterà verificare che vi sia apposta la sigla dello standard europeo UNI EN 13432:2002 e il marchio di un ente come il CIC stesso. Da evitare assolutamente le buste di plastica tradizionale.
Contenitore aerato e traforato per la raccolta della frazione umida, così da evitare i cattivi odori in casa. Così facendo si favorirà l’eliminazione dell’umidità e degli odori, mentre si eviterà che i rifiuti fermentino e che si creino liquidi all’interno del sacchetto compostabile.
Al momento di buttare l’umido andranno prese alcune accortezze, come il non pressare i rifiuti, sgocciolarli e ridurre in pezzi quelli più voluminosi.
All’interno della frazione umida andranno conferiti scarti alimentari, i resti del cibo secco degli animali domestici, i fiori appassiti e tappi di sughero. Da evitare con attenzione l’inserimento di vetro, metallo, plastica, lattine oltre a scarti di legname trattato o verniciato.
Cosa si ottiene grazie all’organico può essere di grande importanza, sottolinea il CIC. Innanzitutto può dare vita al compost, un fertilizzante naturale in grado di contribuire a un circolo virtuoso per il nutrimento della terra. Altra prospettiva per la frazione umida è quella di essere impiegata nella produzione di biocarburanti.
Un altro punto del decalogo CIC riguarda il come usare il compost. Tra i possibili impieghi la concimazione di fondo dell’orto, per la quale il Consorzio indica un dosaggio di 2/3 kg a mq, segnalando che è inoltre necessario distribuire il compost sul terreno e interrarlo con una vanga nei primi 10-15 cm. Può essere impiegato anche come fertilizzante per piantare alberi e arbusti nonché per la pacciamatura: l’obiettivo è quello di ostacolare la comparsa delle erbe infestanti e mantenere una migliore umidità del terreno.
Bisogna inoltre cercare di produrre meno rifiuti, prestando attenzione alla conservazione del cibo e tenendo frutta e verdura in luoghi freschi e riparati dal sole.
Non solo una migliore conservazione degli alimenti, ma anche un loro più efficiente utilizzo in fase di preparazione dei cibi. Prima di gettare gli avanzi occorre chiedersi se possono ancora tornare utili, ad esempio per una macedonia di frutta o un’insalata ricca. Se i pomodori dovessero iniziare a presentare delle “rughe” potranno essere seccati in forno, oppure al sole, cosparsi di olio ed erbe e poi conservati poi in un barattolo coperti di olio.
Prestare attenzione alle modalità di raccolta e tenersi informati sulle specifiche relative alla gestione entro il proprio Comune di residenza o villeggiatura. Se necessario contattare l’agenzia di igiene urbana locale o il municipio per conoscere orari e giorni di raccolta delle varie frazioni.
Marchi di certificazione CIC, frutto di un programma di verifica volontaria della qualità del compost, realizzato dal Consorzio Italiano Compostatori. Da qui sono scaturiti due marchi: uno per il compost e l’altro per i manufatti compostabili; l’obiettivo è quello di rendere identificabili i prodotti che rispondono a requisiti di qualità fissati per un’impronta ecologica più leggera e sicura.

Claudio Schirru

 

 

La salute degli oceani e dei suoi pesci

Inquinamento, cambiamenti climatici, contaminazione delle acque: sono tante le minacce che aggravano le condizioni ambientali degli oceani. A giocare un ruolo fondamentale sono anche i metodi di pesca e di cattura intensivi, che mettono a repentaglio l’equilibrio dell’habitat marino e delle specie animali e vegetali che lo popolano.Ma perché il benessere degli oceani riveste un ruolo tanto importante per la vita umana? Proviamo a rispondere a questa domanda e a fornire qualche dato in più sullo stato di salute delle acque.

L’importanza di salvaguardare la salute ambientale degli oceani e della fauna marina
Gli oceani stanno vivendo un momento critico. Uno dei problemi più diffusi riguarda l’approvvigionamento eccessivo e sconsiderato delle risorse ittiche, spesso svolto secondo tecniche che superano di gran lunga i limiti della sostenibilità ambientale. Il risultato è un’alterazione dell’equilibrio della biodiversità marina, oltre che una progressiva estinzione delle specie già a rischio. Un cenno a parte è poi da riservarsi all’integrità dei fondali marini, messa a repentaglio dalla pesca in profondità e da altre operazioni di perforazione e scavo. Queste, aumentando i detriti in sospensione, contribuiscono ad alterare l’ambiente che permette a numerose specie di vivere, svilupparsi e riprodursi.
Come risposta al sovrasfruttamento dell’habitat marino in ogni sua forma di approvvigionamento, esiste oggi un’alternativa: la pesca sostenibile e certificata. Per essere dichiarata tale, l’attività di pesca deve essere svolta nel pieno rispetto della produttività e della biodiversità degli ambienti marini, secondo un approccio ecosistemico e, soprattutto, a lungo termine.
La salute ambientale del Mediterraneo
Il mar Mediterraneo rappresenta appena l’1% degli oceani di tutto il mondo. Eppure, è tra le acque più ricche e navigate in assoluto. Vi si affacciano ben diciannove nazioni, ospita più di 10.000 specie marine (tra le quali, diverse in via di estinzione), ed è fonte di cibo, lavoro e svago per milioni di persone. Trattandosi di un bacino semichiuso, richiede oltre 100 anni perché le sue masse d’acqua vengano pulite e rinnovate. Tradotto in altre parole: non si riprende così facilmente, né così rapidamente, da danni, inquinamento e sfruttamento ai quali è sottoposto.
Fulcro vitale di sostentamento e reddito, il Mediterraneo è, ad oggi, sempre più impoverito. Organismi ufficiali, come l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), hanno portato alla luce un dato allarmante: oltre il 65% di tutti gli stock ittici del Mediterraneo è da considerarsi a rischio. Per tale ragione, gli esperti sostengono che fino al 50% delle sue acque dovrebbero essere “off limits” per qualsiasi tipo di attività distruttiva, pesca compresa. Alla minaccia della pesca intensiva e incontrollata, si aggiungono altri interventi di natura umana, come l’acquacoltura, l’allevamento del tonno rosso o l’uso di reti di cattura inadatte, che rischiano di intrappolare e danneggiare anche altre specie non bersaglio.
La situazione del Mediterraneo appare drammatica, ma, fortunatamente, possiamo fare molto per migliorare il suo stato di salute. Ad esempio, possiamo scegliere di evitare di inquinarlo, soprattutto riducendo al minimo l’uso di imballaggi in plastica, e assicurarci che i prodotti ittici che finiscono sulla nostra tavola provengano esclusivamente da pesca certificata, ossia realizzata con metodi responsabili e sostenibili.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 26 luglio 2017

 

 

Restyling bis alla baia di Sistiana tra loft di lusso e marina per yacht - Territorio»il progetto
Riqualificazione della baia di Sistiana atto secondo. Con il decollo di Portopiccolo ormai consolidato - è stato venduto oltre il 70% degli oltre 450 appartamenti, in gran parte a stranieri - si apre il nuovo capitolo dell'intervento che fa capo al gruppo friulano Rizzani de Eccher, che a suo tempo ha rilevato le quote di maggioranza del complesso, e di alcune aree nella baia di Sistiana, dal Fondo Rilke. Il prossimo atteso intervento riguarda l'ex albergo austroungarico, in decadenza da decenni, la cui rinascita inizierà a breve. «Puntiamo a partire entro fine anno», spiega Claudio de Eccher, chief strategist e azionista, assieme al fratello Marco, del colosso delle costruzioni. Il gruppo de Eccher sta lavorando con il gruppo Marriott International, uno dei colossi mondiali dell'hotellerie (controlla anche Starwood Hotels&Resort, alla quale è affiliato il Falisia Resort di Portopiccolo) per un progetto «molto rispettoso dell'architettura e che allo stesso tempo valorizzi al massimo lo storico edificio». Il vincolo posto diversi anni fa sul più che centenario albergo prevede del resto un recupero integrale degli esterni, con minimi interventi nella parte posteriore. Si tratta di un intervento che richiederà due anni per essere portato a termine, con una spesa di alcune decine di milioni, e che comprende, a servizio dell'hotel, una darsena - prevista dal piano regolatore nel tratto fra la sede della Pietas Julia e il molo della baia - per una decina di yacht fino a 60 metri di lunghezza. «Sarà un albergo con appartamenti di lusso - precisa de Eccher -. Il lavoro che stiamo sviluppando con il gruppo Marriott punta più in generale a sviluppare le attività nella baia, mantenendone il carattere giovane e pieno di vita, un clima del tutto diverso da quello più tranquillo di Portopiccolo. Lasceremo quindi una parte importante della baia - aggiunge - per i tanti utenti abituali, elevandone comunque un po' il livello. Crediamo molto nelle potenzialità di questo territorio e di questo mare. Puntiamo ad andare avanti assieme ai vari operatori, privati e pubblici, per dare vita a un indotto economico importante».In questo discorso di sviluppo sia riguardo a Portopiccolo sia alla baia c'è però un problema importante legato alla viabilità, la connessione fra la strada che sale dalla baia e la regionale 14. Gli "stop" in quell'incrocio costituiscono un ostacolo non da poco per chi, soprattutto nelle giornate festive, deve uscire dalla baia. «Prima o poi - rimarca Claudio de Eccher - in quel punto andrà fatta una rotatoria. Le code che si formano in certe giornate, lunghe anche tre chilometri, sono una vergogna». Nella baia di Sistiana, è noto, sono presenti "da sempre" diversi altri attori: quattro società nautiche - Pietas Julia, Sistiana '89, Diporto Nautico Sistiana e Cupa -, che gestiscono diversi pontili in concessione nella parte est dello specchio acqueo, e la famiglia Fari, proprietaria della vasta area ovest della baia, con i noti locali Caravella e Cantera, e che, sempre attraverso la società Srs, opera anche con il Coiba e, in subconcessione dal Comune, gestisce la spiaggia e i servizi di ristorazione a Castelreggio.«Per il momento e a medio termine - dichiara Sergio Fari - non abbiamo in programma interventi nella nostra area. Vogliamo prima vedere come si sviluppano le cose». Va comunque detto che il progetto d'ambito A8, composto da numerosi lotti e approvato da diverso tempo, prevede nell'area della Caravella la ristrutturazione degli edifici esistenti, con un possibile loro ampliamento, e anche la costruzione di nuovi (non più alti di due piani) ma sempre con destinazione turistico-ricettiva/pubblici esercizi. Sempre nell'area della Caravella, a poca distanza dal costone roccioso sopra il quale corre il sentiero Rilke, funziona però da anni l'impianto di depurazione, proprietà del Comune, che in un'ottica di sviluppo e riqualificazione della baia andrà chiaramente trasferito. Un'operazione non da poco, sia a livello finanziario sia costruttivo, che dovrebbe prevedere il trasferimento dell'impianto o la sua eliminazione con il contestuale allacciamento della rete fognaria a quella di Trieste, dove si sta completando l'ampliamento del depuratore di Servola.

Giuseppe Palladini

 

Lo stallo senza fine di Castelreggio e l'incognita delle società nautiche
Quando inizierà la ristrutturazione dell'ex albergo austroungarico (durata due anni) che ne sarà dell'area a terra occupata dalla società Cupa, adiacente all'ex albergo e dove sono custodite le imbarcazioni degli atleti e della scuola vela? Posto che l'area stessa è proprietà della Rizzani de Eccher, non sarà difficile trovare uno spazio alternativo. Fra le possibilità c'è il complesso di Castelreggio, dove si sarebbero già dovute realizzare le sedi della stessa Cupa e di altre due società nautiche. Ma del complesso sono agibili solo la spiaggia e alcuni servizi. L'edificio principale è "off limits" da diversi anni. E i costi per ristrutturare l'area non sono certo contenuti. Con la precedente amministrazione, la gara per la concessione è andata deserta. Adesso la giunta guidata da Daniela Pallotta, insediatasi da poco più di un mese, è intenzionata a riprendere in mano la situazione. «Il progetto è da ritarare - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Lorenzo Pipan - in base al bilancio di previsione che redigeremo nei prossimi mesi, verificando la disponibilità dei fondi».«È un peccato che non si possa sviluppare Castelreggio - osserva de Eccher - perchè le società nautiche hanno diritto ad avere una sede. È un problema che va risolto nell'interesse di tutti. Con le società siamo del resto in ottimi rapporti, abbiamo organizzato numerosi eventi assieme, e con esse vogliamo contribuire alla diffusione della vela in questo territorio e in questo mare di cui siamo innamorati e che ha potenzialità enormi». Lo sblocco della situazione potrebbe arrivare a settembre, quando la Regione dovrebbe approvare il nuovo Pud (Piano di utilizzo del Demanio). «A seguito di questo nuovo piano - precisa l'assessore Pipan - si potrà predisporre un nuovo bando di gara per Castelreggio, e anche vedere se è possibile ottenere una proroga della concessione, essendo già trascorsi sette anni dei venti previsti dalla concessione attuale».Che l'area sia in concessione al Comune non piace però a tutti. La soluzione, si dice, starebbe nel "passaggio" dell'amministrazione da concessionario a ente concedente. Un po' come avviene per il porto di Trieste dove un ente, l'Authority, dà in concessione le aree demaniali e i terminal agli operatori privati. Quel che è certo è che nel nuovo bando si dovrà ridurre l'ambito dell'intervento. Attualmente per rimettere a posto il complesso sembra servano almeno due milioni. Una cifra di cui il Comune non dispone, e che nessun imprenditore privato è disposto a investire senza elementi concreti che permettano di valutare la sostenibilità dell'intervento. «Una soluzione però va trovata - assicura Pipan -. Studieremo anche come inserire le società nautiche visto che parte dell'area è già destinata a loro. Entro la prossima estate qualcosa andrà fatto».

(g.p.)

 

Carso più sicuro dopo il restyling da un milione - Finiti i lavori su un chilometro e mezzo di ciglione - In arrivo 300mila euro per ulteriori 300 metri
TRIESTE - "Gli eroi del Carso". Definizione epica, quasi ancestrale, che rimanda a miti di altri tempi. Quei miti, in realtà, sono uomini moderni in carne ed ossa: sono i viticoltori ed in generale gli agricoltori che operano nelle aspre terre dell'altipiano carsico. Cristiano Shaurli, assessore regionale alle Risorse agricole, friulano doc, nell'affrontare il ciglione carsico sotto Prosecco, non ha potuto che definire eroico l'arduo lavoro svolto di chi ha deciso di dedicarsi alla cura della terra del Carso. La nobile sentenza è arrivata in occasione della visita effettuata nella tarda mattinata di ieri alla presenza di politici e tecnici per monitorare lo stato dei lavori effettuati da parte del Consorzio di bonifica della pianura isontina e dal Servizio gestione territorio montano della Regione. Lavori che, nel loro primo lotto, hanno totalmente ridato la possibilità ai viticoltori locali di operare in sicurezza lungo un percorso di circa 1400 metri, una strada che dalla parte alta di Prosecco conduce verso il mare, portando alle località di Contovello, a Est, e Santa Croce, verso Ovest. I finanziamenti messi sul piatto da parte della giunta Serracchiani per riqualificare i muretti di contenimento e allargare la strada sono stati di 500mila euro, che sommati ad un altro finanziamento risalente a circa dieci anni fa pari ad altri 500 mila euro, hanno fatto salire a circa un milione di euro il costo dell'operazione. Nella lenta marcia partita sotto un sole cocente dal monumento ai caduti della guerra di Liberazione di Prosecco, diversi volti noti hanno camminato in discesa lungo il sentiero principale. I consiglieri regionali Igor Gabrovec (Unione slovena) e Stefano Ukmar (Pd), assieme al sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, hanno passeggiato fianco a fianco nel verde Carso triestino, costeggiando il monastero di San Cipriano abitato dalle suore benedettine, addentrandosi sino ad arrivare alle vigne del viticoltore Sandi Skerk, forse il nome più noto dei diversi agricoltori presenti in zona. La vista aperta sul golfo di Trieste si è focalizzata ben presto sulla bellezza asburgica del Castello di Miramare. E anche i tecnici friulani presenti in loco non hanno potuto che rimanere estasiati dinanzi a cotanta bellezza triestina. A spiegare i lavori intrapresi dalla Regione è stato il direttore tecnico del Consorzio di bonifica della pianura isontina Daniele Luis: «Abbiamo messo in sicurezza un chilometro e 400 metri di strada, risistemando i muri di pietra crollati, allargando la carreggiata di un metro rispetto alla misura precedente (dai due metri preesistenti si è arrivati ai tre metri attuali, ndr), e posando la condotta dell'impianto Acegas per garantire la possibilità di irrigazione dei terreni circostanti. Inoltre operando sull'area abbiamo creato delle vere e proprie piste tagliafuoco che delimitano la parte boschiva alta dalla zona della sottostante ferrovia, oltre a creare delle piazzole adibite allo scambio dei mezzi agricoli».I lavori, iniziati nel novembre del 2016 e conclusisi poche settimane or sono, fanno parte di un primo lotto. «Da settembre a marzo proseguiremo nei lavori per altri 300 metri circa, grazie ad un assestamento di bilancio della Regione pari a circa 300mila euro, continuando ad allargare la strada e rimettendo a posto i muretti a secco», ha aggiunto Luis. L'obbiettivo dichiarato è di arrivare il prima possibile a raggiungere il collegamento con la frazione di Santa Croce e magari, come auspicato da Gabrovec, «a collegare tutte le zone del ciglione carsico da Est a Ovest attraverso un lavoro che sulla carta dovrebbe necessitare di un finanziamento pari a qualche decina di milioni di euro da reperire negli anni tramite fondi statali ed europei». Nella lenta risalita verso il punto d'incontro iniziale del sopralluogo è stato quindi messo in luce il lavoro svolto dal Servizio gestione territorio montano che si appresta per il terzo anno consecutivo a riqualificare la sentieristica che attraversa i boschi del Carso. Un plauso finale al lavoro svolto è arrivato da Dipiazza: «Complimenti davvero a tutti, perché dopo circa vent'anni sono stati ripuliti i torrenti che scendevano a valle creando disagi sino a Grignano e a Miramare, ma soprattutto ora i nostri viticoltori hanno a disposizione un'area per operare al meglio in grande sicurezza».

Riccardo Tosques

 

 

Ferriera - Torna con il "neverin" la nube su Servola
Con il "neverin" è tornata ieri sopra la Ferriera la nube scura già segnalata negli ultimi giorni proprio in concomitanza con il maltempo legato al vento forte. Il fenomeno è stato fotografato da diversi servolani, che hanno poi pubblicato le immagini sui social.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 25 luglio 2017

 

 

Doppio sollevamento di polveri dalla Ferriera
«Alla luce dell'intensificarsi della frequenza dei fenomeni di sollevamento di polveri dai parchi minerari fossili della Ferriera, appare sempre più urgente la realizzazione della loro copertura, unica soluzione per evitare il ripetersi di questi eventi». Lo ha rilevato in una nota la direzione regionale Ambiente, d'intesa con Arpa Fvg, dopo che ieri mattina, tra le 9 e le 10, si è verificato un sollevamento di polvere, causato da raffiche di vento intorno ai 70 km/h provenienti da Nord-Ovest, che hanno disperso il minerale sollevato nella zona sudorientale di Trieste. Un secondo sollevamento di polveri è avvenuto nel pomeriggio con l'arrivo a Trieste del "neverin" (a destra nella foto di Silvia del Bene). Sul caso è intervenuto anche il sindaco Roberto Dipiazza, che ha sottolineato come «sussistano gli elementi dal Testo Unico Ambientale con cui la Regione può procedere alla sospensione o revoca dell'Aia» e ha chiesto formalmente alla Regione come intenda procedere in tal senso.

 

 

Carso, maggiori controlli contro le discariche abusive - La lettera del giorno di Roberto Zorzut
Due giorni di tambureggiante informazione, su Il Piccolo, saranno bastati a far aprile gli occhi ai responsabili che dovrebbero controllare la pulizia sul nostro Carso, dove ormai le discariche a cielo aperto sono diventate una triste realtà? Questa è la speranza di tutti, dico speranza perché, come vanno ora le cose, non si può pretendere di più. Ci sono i "volontari per Trieste pulita" che si ritrovano con il passaparola su face book, bisognerebbe fare loro un monumento per quello che fanno. Questi volontari dedicano il loro tempo libero a fare un po' di pulizia sul nostro Carso, ma questo viene fatto dopo che il danno è stato consumato. Bisogna prevenire. Di chi questo compito? Il Corpo forestale, passato ora sotto l'Arma dei carabinieri, dovrebbe prendersi questa responsabilità. Disincentivare queste malsane abitudini di persone maleducate nei confronti dell'ambiente, dovrebbe essere la loro priorità. Non si può prendersela solo contro coloro che mettono delle reti per difendersi dai danni di caprioli e cinghiali e farle rimuovere, dopo dei loro "controlli capillari", ma lo stare sempre all'erta su tutto quello che succede e che fa male all'ambiente dovrebbe essere un loro lavoro di routine. Almeno, dove si può, ed i posti sono parecchi, dovrebbero mettere delle sbarre, così almeno i piccoli camioncini non avrebbero la possibilità di avvicinarsi troppo a delle discariche improvvisate dove ora scaricano calcinacci e tanto altro. Questo si può fare, ve lo dice uno che il Carso lo conosce parecchio. Ad ogni modo non siamo noi che dobbiamo suggerire loro un piano per combattere queste discariche abusive, ma la fantasia non basta e così, da subito, ci vorrebbe una loro presenza più costante ed il farsi vedere spesso, oltre alle sbarre, potrebbe essere un buon deterrente per mantenere la pulizia.

 

 

L'attesa è finita: apre il parco di Aquilinia - Venerdì l'inaugurazione dopo oltre un anno di stallo. Tredicimila metri quadrati con sentieri illuminati e giochi per bambini
MUGGIA - Il Parco urbano di Aquilinia è pronto per essere aperto al pubblico. Dopo oltre un anno di attesa, finalmente il nodo sull'utilizzo dell'area boschiva è stato sciolto. Il Comune di Muggia ha annunciato che lo spazio consegnato dalla Teseco verrà ufficialmente inaugurato venerdì 28 luglio alle 17.Collocato di fronte alla scuola primaria "Ada Loreti" e vicino all'ex caserma della Guardia di Finanza, il parco è stato realizzato dalla Teseco grazie a un finanziamento di 190mila euro che sono serviti per riqualificare tutta la zona. L'area, complessivamente, ha una superficie di 13mila mq e comprende lo spazio tra il muro di cinta dell'ex raffineria Aquila e via di Zaule, dalla sommità di via di Stramare fino a via Flavia di Stramare, includendo anche i vecchi campi da tennis e le scalette d'accesso all'area dalla strada. La situazione di stallo dell'area risaliva al 2016. A causa del maltempo di allora l'inaugurazione era stata posticipata al 6 giugno dello scorso anno. Una struttura completamente messa a nuovo con la realizzazione di sentieri dotati di illuminazione notturna, richiesti dall'amministrazione comunale anche per percorrere le arterie nel bosco in maggior sicurezza, e un nuovo parco giochi per i più piccoli. Nell'intervento Teseco aveva anche messo in sicurezza la viabilità sia dalla via di Zaule che dalla sottostante galleria. Come detto, però, la struttura è rimasta "bloccata" tanto da finire sull'agenda politica. Più volte Roberta Vlahov, consigliere comunale di Obiettivo comune per Muggia, aveva chiesto delucidazioni sull'apertura della struttura. In un'interrogazione la questione era finita in Consiglio comunale in seguito all'interessamento dei tre partiti del centrodestra. Nel testo, con capofirmatario Andrea Mariucci (Forza Muggia-Dpm) e sottoscritto anche dai consiglieri Stefano Norbedo e Giulia Demarchi (Forza Muggia-Dpm), Giulio Ferluga (Lega Nord) e Nicola Delconte (Fratelli d'Italia), si chiedeva come mai l'area, ancora interdetta al pubblico e contornata dal recinto di cantiere, fosse comunque abbondantemente illuminata. Nel marzo scorso il sindaco Laura Marzi, assumendosi la responsabilità dei ritardi, aveva evidenziato come la mancanza di un guardrail di sicurezza stesse ritardando l'apertura effettiva del parco. Per risolvere la questione era stata stornata una parte del denaro destinato alla realizzazione di 40 parcheggi, che forse verranno realizzati successivamente. Finalmente, nella giornata di ieri l'annuncio che venerdì il Parco urbano di Aquilinia verrà inaugurato: «Doverose verifiche sulla sicurezza fatte dai nostri uffici e lungaggini burocratiche dovute alla cessione del bene hanno ritardato la consegna di un ettaro di verde pubblico - ha commentato il sindaco -. Un ritardo che nulla toglie comunque alla soddisfazione di dare ai residenti una nuova area ricreativa e di svago».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 24 luglio 2017

 

Il rifugio dell'Enpa amplia i recinti esterni - Via libera al progetto grazie al finanziamento disposto dalla Regione. Necessari lavori per 83mila euro
Potrà contare sul prezioso sostegno della Regione l'Ente protezione animali (Enpa) di Trieste, per l'ampliamento della zona esterna alla struttura di via Marchesetti, destinata a ospitare animali selvatici di taglia medio-grande, per offrire cure e primo soccorso. Un emendamento presentato in aula dal consigliere regionale del Pd, Franco Codega, ha fatto seguito alla visita alla struttura della governatrice, Debora Serracchiani, e ha così confermato il finanziamento finalizzato alla realizzazione dei necessari recinti esterni per animali. La richiesta di sostegno giunta alla Regione dall'Enpa è nata dal problema, segnalato dagli stessi volontari (che attualmente sono 25), dell'esiguità degli spazi, incapaci di accogliere un sempre maggior numero di "ospiti". Una vera emergenza per la struttura di via Marchesetti che offre un servizio prezioso al territorio triestino. Il progetto di ristrutturazione è ambizioso e stima in circa 83mila euro la somma necessaria a trasformare l'attuale spazio esterno del canile in un'area di ricovero di oltre 24mila metri quadri di spazi recintati in equilibrio tra aree boschive e aree libere, idonee alla riabilitazione di animali selvatici. Con l'aiuto finanziario della Regione, quindi, verrà finalmente realizzato il sogno della squadra di volontari e professionisti, guidata dalla presidente Patrizia Bufo, che quotidianamente si dedica alla cura di tanti amici a quattro o due zampe. Un servizio, quello garantito dalla "famiglia" dell'Enpa, che i triestini, da sempre grandi amanti degli animali, dimostrano di apprezzare molto. La prova si è avuta in occasione dell'ultima edizione di "Rifugi aperti" alla struttura di via Marchesetti, presa d'assalto da più di mille visitatori. Adulti e bambini hanno letteralmente preso d'assalto la struttura, sfidando anche il caldo opprimente pur di trascorrere qualche ora in quella specie di oasi verde a due passi dal centro cittadino. Un'esperienza entusiasmante specie per i visitatori più piccoli che, accompagnati dai volontari, hanno potuto girovagare tra recinti e gabbiette, familiarizzando con animali diversi, dai cerbiatti ai conigli passando per pennuti colorati, e scattando foto ricordo di quella giornata da dimenticare.

Alexandra Del Bianco

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 23 luglio 2017

 

 

Sub con la fiocina nella Riserva - Turista tedesco bloccato al "moletto" dalla Guardia costiera dopo l'allarme lanciato dai bagnanti
Insolito e decisamente pericoloso. Per fortuna non è usuale che un turista di nazionalità tedesca, che non ha visto o ha ignorato l'apposita segnaletica, si immerga durante un sabato pomeriggio estivo nelle acque della Riserva di Miramare o nell'area immediatamente attigua, con l'accompagnamento di un fucile subacqueo. Però ieri pomeriggio il fattaccio è accaduto: erano le 18.30, quando i bagnanti del moletto (anticamente soprannominato della "tetta rossa"), che segna l'inizio della Riserva marina di Miramare ed è confinante con lo stabilimento balneare "Sticco", hanno avvistato l'inquietante "visitor" e hanno allora celermente allertato la Guardia costiera, giunta sul posto. Nella serata di ieri l'intervento era ancora in corso, in quanto il confronto con l'incursore germanico non appariva agevole sotto il profilo linguistico. In particolare, i militari hanno dovuto rilevare se il Nettuno nordico abbia contenuto l'immersione con il suo equipaggiamento senza oltrepassare il limes con la Riserva o se invece il confine acqueo sia stato valicato. Nel primo caso - specificano fonti della Guardia costiera - il turista tedesco, di cui non è stata diffusa altra informazione anagrafica, rischia una pesante sanzione di 2000 euro, perchè comunque pescava entro i 500 metri di distanza dalla riva e l'idea, che avesse potuto sparare una fiocinata nelle acque antistanti "Sticco" non è certo rassicurante .Ma gli andrà molto peggio se la Guardia costiera avrà accertato l'ingresso nelle acque protette della Riserva: perchè la fattispecie porta dritto dritto nel perimetro penale, trattandosi di reati contro l'ambiente.«Ci sono cartelli plurilingue lungo l'intero limite della riserva, per cui un comportamento di questo tipo è inescusabile, quand'anche non ci fosse un'intenzione dolosa», commenta Maurizio Spoto, direttore della Riserva di Miramare per conto di Wwf Italia. «Se uno vuol vedere i pesci, indossa maschera e pinne, non gira con un fucile subacqueo». «Il forte sviluppo turistico di questi ultimi anni - continua il direttore - ha portato a Barcola molti visitatori di lingua tedesca. E può capitare di "intercettare" qualche turista che a bordo di una canoa entra nella zona protetta. Per questo, soprattutto nel fine settimana, cerchiamo di intensificare l'attività di controllo». «Tra i nostri migliori collaboratori, sia dalla parte di Grignano che da quella di "Sticco" - aggiunge Spoto - ci sono certamente gli stessi bagnanti, che ormai conoscono le regole con le quali si protegge la Riserva. Spesso sono proprio loro a svolgere il primo livello di informazione e, caso mai, di intervento. Come nella situazione verificatasi con l'incauto pescatore. E mi fa piacere la pronta risposta della Guardia costiera, significa che il mare è monitorato». Per i triestini, infatti, la Riserva non è certo una novità: l'area protetta è stata istituita con decreto il 12 novembre 1986 e ha quindi alle spalle un curriculum operativo che data oltre trent'anni fa.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 luglio 2017

 

 

Arvedi svela il suo piano - I timori dei sindacati - Sigle dure sul piano della Ferriera: «Solo manutenzione. Ora un tavolo a Roma»
Nel frattempo l'altoforno chiuderà a fine mese e poi due settimane a settembre
«Il piano di investimenti 2018-2019 presentatoci da Siderurgica triestina non è una garanzia sul futuro dell'area a caldo, tutt'al più sono lavori di mantenimento». I sindacati triestini prendono una posizione ferma nei confronti della proprietà della Ferriera, che due giorni fa ha presentato in un incontro con le sigle gli interventi previsti per il prossimo biennio. Un foglio che i rappresentanti dei lavoratori ricevono con «preoccupazione» e «imbarazzo», chiedendo che la vicenda torni al tavolo del Mise, a Roma, in maniera da garantire una prospettiva pluriennale allo stabilimento. Critiche a cui l'azienda preferisce non replicare, comunicando invece che l'altoforno chiuderà «nel rispetto della diffida della Regione» dal 28 luglio al 1 agosto. Altri 15 giorni di chiusura arriveranno nella seconda metà di settembre, «nel rispetto dei lavori che l'Aia richiedeva entro tre anni».La presa di posizione delle sigle, invece, è stata comunicata in una conferenza stampa congiunta a cui hanno partecipato Franco Palman (Uilm), Umberto Salvaneschi (Fim), Marco Relli (Fiom), Christian Prella (Failms), Antonio Rodà (Uil), Thomas Trost (Fiom). Per l'azienda l'incontro fra dirigenti e sindacati «era volto a rassicurare i lavoratori sulla volontà di investire e mantenere aperta l'area a caldo». All'incontro erano presenti il direttore dello stabilimento, il responsabile del personale del Gruppo Arvedi e quello locale: hanno dato ai sindacati un elenco degli interventi da fare sull'area a caldo nel prossimo biennio, senza investimenti scritti o firme. I sindacati non si sono sentiti affatto rassicurati, dicono. Così Palman: «In questi tre anni, dalla concessione dell'Aia, le Rsu hanno dato tempo all'imprenditore per capire lo stabilimento e dare delle risposte». Ancora oggi però «l'incertezza rimane»: «Il piano 2018-2019 che ci hanno presentato è un passo piccolo, insufficiente a dare garanzie di continuità ai lavoratori». Oggi, ha aggiunto, «abbiamo il sospetto che l'imprenditore e la politica abbiano già dei programmi, e non vorremmo che un domani arrivi l'annuncio della chiusura dell'area a caldo, senza un piano per garantire l'occupazione». La richiesta è quindi l'apertura di un tavolo al ministero: «Lì chiederemo un piano industriale vero. Dopo tre anni ci sentiamo al punto di partenza, solo più stanchi». Nel suo intervento Salvaneschi si è rivolto al Comune: «Il sindaco dice che può assumere trecento persone in Comune: allora ne prenda trenta per dare un segnale concreto. Perché se noi provochiamo del fumo, lui lo vende». Per l'esponente Fim «la pressione politica per la chiusura dà un alibi all'azienda per non investire». Relli della Fiom ha osservato come la situazione attuale presenti «un disgregamento della compagine politica che aveva avviato l'operazione» e al contempo «un ritardo dell'imprenditore, cui contribuiscono anche questioni nazionali come Taranto». Nel piano presentato, secondo Relli, mancano alcuni punti fondamentali: «Non vedo ad esempio ancora la copertura dei parchi, intervento imprescindibile che costituirebbe un impegno economico serio da parte del gruppo». Per Prella «ad oggi non ci sono certezze che il progetto a lunga scadenza non ceda in pochissimo tempo. Abbiamo dichiarazioni di intenti ma non garanzie». Così Prella: «Da un paio di mesi l'azienda non prende nessun tipo di posizione. Prendiamo atto del documento ma per noi non è sufficiente, perché i documenti si lasciano scrivere mentre contano i fatti». E ancora: «L'azienda smentisce i nostri timori ma al contempo dice che non può dirci nulla sul piano industriale. Serve riportare la questione al ministero» Conclude Trost della Fiom: «Da anni le Rsu tengono un livello basso per non esasperare. Qui però c'è gente che lavora duro ogni giorno, gente che spesso ha situazioni difficili in famiglia. E non so quanto a lungo potremo ancora tenere basso quel livello».

Giovanni Tomasin

 

Il presidio del Comitato compie un mese - In piazza ormai dal 20 giugno: «Siamo lì da 30 giorni senza che le istituzioni abbiano dato risposte»
Compie un mese di vita il presidio permanente del Comitato 5 Dicembre per la chiusura dell'area a caldo. Un mese, dal 20 giugno a questi giorni, in cui il gazebo è stato presidiato 24 ore su 24, dando incarnazione concreta, fisica, al malessere di Servola nel pieno centro città. Il comitato ha scelto di comunicare esclusivamente attraverso i social media. Sul profilo di una dei suoi rappresentanti, Barbara Belluzzo, ci sono le considerazioni sulla ricorrenza: «Non è propriamente qualcosa di cui andar fieri. Sono passati 30 giorni e noi siamo ancora lì senza che le istituzioni ad oggi abbiano saputo risolvere la nostra richiesta di conciliare la salute, il lavoro e il diritto all'impresa». Il presidio, prosegue, «rappresenta l'apice di una protesta che parte tanto tempo fa e che colpevolmente la politica ha manipolato, contando probabilmente sull'effetto della rana nell'acqua calda». Un tentativo che secondo Belluzzo «non è andato a buon fine perché tante persone hanno mantenuta alta l'attenzione sul tema e, stanche e sfiduciate dai tempi della politica, hanno intrapreso una battaglia sul campo che, oltre ad aver portato a risultati concreti, ha anche un significato simbolico».In questo mese di presenza in piazza il Comitato rivendica di essersi confrontato praticamente con tutti: «Vescovo, presidente Serracchiani, funzionari regionali, parlamentari, prefetto, consiglieri comunali e regionali, lavoratori e sindacalisti della Ferriera». Confronti serrati che secondo Belluzzo consentiranno di porre una data di chiusura per l'area a caldo. Sulla pagina ufficiale del Comitato ci si interroga invece sull'annuncio di stop temporaneo dell'altoforno da parte di Siderurgica triestina: «È una sorta di segnale di protesta? O è una cosa tipo: "Guarda, non bevo nulla martedì, mercoledì, giovedì così poi venerdì se mi fermano ubriaco in macchina facendo la media rientro nei valori!"?». Questo il commento definitivo su queste giornate convulse: «Molto difficile capirci qualcosa a parte una cosa: che è vergognoso che la politica e i sindacati permettano all'imprenditore di continuare a essere così misterioso riguardo alle sue intenzioni sul destino dell'area a caldo. Ogni giorno che passa fanno una figura pessima».

(g.tom.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 21 luglio 2017

 

 

Via libera alla ciclabile Muggia-Parenzana - Approvato in Regione il finanziamento da 75mila euro per collegare il porticciolo al rio Ospo: l'allacciamento pronto in un anno
MUGGIA - Una pista ciclabile dal porticciolo di Muggia sino al rio Ospo per collegarsi alla Parenzana. Questo il nuovo progetto finanziato nell'assestamento del Bilancio regionale grazie all'emendamento presentato da alcuni consiglieri di maggioranza. Il capogruppo consiliare di Sel Giulio Lauri, capofirmatario dell'iniziativa, esulta: «Al Comune di Muggia arriveranno 75mila euro per potenziare una realtà locale che sta credendo con grandi risultati nel turismo ecosostenibile». I lavori di realizzazione del percorso ciclabile interesseranno circa un chilometro del tratto che andrà dall'approdo del Delfino Verde sino al collegamento con l'inizio della Parenzana, sul rio Ospo. «È un intervento in cui crediamo molto visto che Muggia è tra le principali mete del cicloturismo. Inoltre stiamo parlando di un'area altamente strategica dove l'Eurovelo (la rete ciclistica europea, ndr) trova un incrocio tra l'itinerario n. 8, la cosiddetta linea Est-Ovest che collega la Spagna con la Grecia, e l'itinerario n. 9, ossia la Nord-Sud che collega la Polonia con l'Istria croata». Insomma, un passaggio molto importante, quello del collegamento tra il porticciolo muggesano e la Parenzana, in attesa di vedere alla luce il tanto atteso tratto tra Muggia e Trieste. «Sappiamo che una pista ciclabile che colleghi le due realtà è fondamentale. Adesso non è ancora in previsione un lavoro di tale portata, ma si farà» conferma Lauri. Appresa la notizia, il sindaco di Muggia Laura Marzi non ha potuto che esternare la propria soddisfazione: «Quello finanziato dalla Regione è un tassello importantissimo per incrementare ulteriormente il nostro interesse verso la mobilità sostenibile. Di fatto si andrà a completare un discorso di appeal turistico che a Muggia sta toccando numeri importantissimi. Basti pensare che lo scorso anno i passaggi nel nostro territorio sono stati ben 15mila». Ringraziando dunque il «consigliere Lauri e chi ha creduto in questo progetto votandolo in Consiglio regionale», il sindaco Marzi ha poi colto la sfida del futuro collegamento tra Trieste e Muggia: «Il discorso è indubbiamente complesso poiché non è solo il Comune di Muggia a essere coinvolto. Detto questo posso dire che abbiamo in corso un ragionamento sull'area di via Flavia, in cui sono coinvolte anche le amministrazioni di Trieste e San Dorligo della Valle». Per Marzi la chiave di volta per l'aumento delle piste ciclabili sul territorio sarà l'Uti, che ha in previsione degli interventi legati al turismo slow. Tornando al tratto molo-Parenzana il finanziamento di 75mila euro dovrà essere impegnato dal Comune di Muggia entro la fine dell'anno. «Gli uffici si stanno già muovendo - conclude Marzi - e a breve il Comune farà l'impegno di spesa. Successivamente si affronterà il progetto. Diciamo che entro l'inizio della prossima estate il nuovo collegamento sarà pronto».

Riccardo Tosques

 

«Nuove indagini sanitarie a Servola» - Lettera di Dipiazza all'Asuits: «Allarmanti gli ultimi dati dell'Arpa sulle polveri»
Comune in pressing sull'Azienda sanitaria per far luce sugli sforamenti nei livelli di polveri nell'aria respirata dagli abitanti di Servola. Ad annunciare la nuova "offensiva" è stato ieri lo stesso sindaco Roberto Dipiazza, che ha inviato alle autorità sanitarie una lettera specifica sul caso. «A seguito degli ultimi dati forniti dall'Agenzia regionale della protezione per l'ambiente - afferma il primo cittadino - relativamente ai deposimetri nei punti di rilevamento collocati nello stabilimento nella Portineria operai, e nell'abitato di Servola in via Ponticello, la situazione è alquanto allarmante. Abbiamo, infatti, immediatamente inviato all'Azienda sanitaria cittadina la documentazione chiedendo un parere sanitario al fine di adottare le misure più opportune per la tutela della salute dei cittadini e dei lavoratori». L'obiettivo del Comune, chiarisce ancora il sindaco, è capire se esistano reali e nuovi pericoli per la salute dei residenti. «Dagli ultimi dati che ci sono stati forniti dall' Arpa, relativi al mese di giugno, la quantità di polvere sedimentata nei citati deposimetri evidenzia superamenti tra il 130% ed il 150% dei valori massimi consentiti dall'Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr) per la Ferriera. Con questa richiesta di parere urgente - conclude Dipiazza - chiediamo all'organo competente, appunto l'AsuiTs, di accertare sul piano sanitario se tali sforamenti costituiscono una situazione di pericolo o di danno per la salute».

 

 

Scienze della vita - Pier Luigi Nimis: «Sulle Carniche alla scoperta della flora tipica»

La flora delle Alpi Carniche meridionali è talmente interessante, con le sue 1300 specie di piante, che la quarantina e oltre di ragazzi che faranno il loro viaggio d'istruzione nel Centro Studi di Botanica Alpina a 1400 metri d'altezza, sul passo del Pura, non potranno che restare estasiati. Perché ormai da 40 anni è negli usi e nei costumi del dipartimento di Scienze della vita condurre in quest'area i propri studenti, e in particolare ora quelli della triennale di Scienze ambientali e Biologia, e della specialistica di Ecologia dei cambiamenti globali, accompagnati in due turni, dal 30 luglio al 12 agosto, dal professore Pier Luigi Nimis, che insegna Botanica sistematica. Potranno passeggiare, come già fatto dai loro predecessori e come spiegato nella guida apposita realizzata da Nimis, Andrea Moro e Stefano Martellos, i prati aridi sui ghiaioni del versante meridionale del monte Nauleni, i substrati calcarei e silicei e tanti altri luoghi ameni. Il tutto finanziato dall'Università di Trieste. Come funziona, professor Nimis?«Ciascun gruppo fa cinque giorni di full immersion nella natura con escursioni, dove si raccolgono le piante e si guarda l'ambiente. Poi si va nel laboratorio, che si trova proprio accanto alla baita da 23 posti letto dove alloggiamo, fornito di tutti gli strumenti adatti per scoprire le specie. C'è anche Internet. È un modo diverso e utilissimo affinché i ragazzi socializzino tra loro e con i docenti». Com'è nata l'iniziativa? «È già da 40 anni che la Comunità montana della Carnia mette a disposizione per Units questi due edifici vicini e attrezzati di tutto. Pure io da studente c'ero stato. Il laboratorio è stato costruito dopo, perché la Comunità vedeva che ogni anno venivano un sacco di persone, è un modo anche per incentivare il turismo naturalistico». Non siete gli unici che sfruttano l'area...«No, tra glia altri, da quattro anni, vengono anche gli allievi dell'Università di Manchester, che usano il laboratorio ma dormono per due settimane nel rifugio vicino, il Tita Piaz, perché sono in 40 persone alla volta». Avete anche realizzato un'applicazione e delle guide sulla flora di questa zona?«Sì, oltre alle guide cartacee, siamo stati i primi in Europa a creare delle applicazioni per cellulari utilizzabili anche senza Internet, disponibili in 16 lingue».

Benedetta Moro

 

 

Ricercatori ed enti pubblici - "Eugenio Rosmann" e “Populus alba”: due premi per la salvaguardia dell’ambiente

L'associazione ambientalista "Eugenio Rosmann" di Monfalcone avvia la prima edizione di due premi "ambientali", l'uno rivolto agli studenti neolaureati e ai ricercatori universitari, l'altro alle pubbliche amministrazioni, entrambi resi possibili dal sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia. Per quanto riguarda i giovani studiosi si può partecipare al concorso attraverso tesi, elaborati o ricerche universitarie volti alla tutela dell'ambiente e dei suoi contenuti naturalistici e alla manutenzione e gestione del territorio. L'ambito del concorso verte sul valore naturalistico nel contesto territoriale. Può aderirvi chi ha conseguito un titolo di laurea nel periodo dal primo aprile al 30 maggio di quest'anno in materie scientifiche naturalistiche e ambientali. In palio ci sono 1000 euro per il primo classificato e 500 per il secondo finalista. Per le pubbliche amministrazioni invece è stato organizzato il premio "Populus alba" ovvero il Pioppo bianco. "L'associazione invita - spiega il presidente Claudio Siniscalchi (foto) - le amministrazioni territoriali a fornire una testimonianza delle azioni ritenute meritevoli di menzione in campo ambientale. Info ambientalistimonfalcone.it.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 20 luglio 2017

 

 

La Regione fa ricorso contro il gasdotto - Impugnato davanti al Tar del Lazio il decreto sulla compatibilità ambientale del collegamento Trieste-Grado-Villesse
TRIESTE - Debora Serracchiani, un mese fa, aveva annunciato l'impugnazione. Con lei, sulla stessa linea, l'assessore all'Ambiente Sara Vito. E ieri, nessuna sorpresa, la Regione ha eseguito, riconfermando la sua assoluta contrarietà al rigassificatore di Zaule e al metanodotto, due opere considerate un tutt'uno. Sul tavolo del Tar del Lazio arriva stavolta il ricorso contro il decreto con il quale il ministero dell'Ambiente, di concerto con il dicastero per i Beni e le attività culturali, lo scorso 12 giugno aveva stabilito la compatibilità ambientale del progetto di un metanodotto Trieste- Grado-Villesse, così come presentato da Snam Rete Gas. La posizione del Friuli Venezia Giulia non è mai mutata. E, dato che le due opere (la seconda è il rigassificatore di Zaule) sono sulla carta funzionalmente interconnesse, la Regione ribadisce con la via giudiziaria il suo secco altolà anche al metanodotto.«Come a suo tempo ci siamo opposti al rigassificatore - riassume Serracchiani -, chiedendo proprio al Tar del Lazio l'annullamento del decreto di compatibilità dell'opera per ragioni di sicurezza della navigazione, e in quanto ostacolo oggettivo alle prospettive di sviluppo del porto di Trieste, altrettanto adesso, fatti gli opportuni approfondimenti tecnici, abbiamo formalmente impugnato il decreto sul metanodotto». La vicenda, ricorda ancora la presidente, inizia nel 2004, quando Gas Natural avvia la procedura per l'autorizzazione alla costruzione di un impianto di rigassificazione che, «inspiegabilmente e illegittimamente - sottolinea Serracchiani - si è di fatto conclusa con un via libera ministeriale, contro il quale la Regione ha presentato il suo primo ricorso al Tar nell'aprile 2015». Nell'attesa del pronunciamento dei giudici amministrativi, all'interno del Piano energetico regionale il Friuli Venezia Giulia ha riconfermato la volontà di non autorizzare la realizzazione sul proprio territorio del rigassificatore «in quanto progetto sovradimensionato e in contrasto con il previsto incremento del traffico portuale, peraltro sancito dalla recente firma del decreto di porto franco, elemento epocale che ne accresce ulteriormente le potenzialità». Nulla di nuovo per il governo e in particolare per il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, ripetutamente informato attraverso incontri e lettere. E nulla di nuovo nemmeno con l'atteso atto di ieri, in risposta al giudizio favorevole di compatibilità ambientale di giugno, un passaggio che ha invece sorpreso la Regione vista la precedente combinazione di pareri sfavorevoli: della stessa amministrazione regionale, dell'Autorità portuale (che nell'aprile 2016 ha approvato il nuovo piano regolatore evidenziando precise interferenze e incompatibilità), della quasi totalità dei Comuni interessati, a cominciare da Trieste. Nel ricorso, fa sapere la Regione, partendo dal presupposto che il metanodotto va considerato parte integrante di un'opera principale «che non s'ha da fare», viene anche contestata la mancata valutazione congiunta dei due progetti, che avrebbe consentito di accertare il complessivo impatto sull'ambiente. Oltre al Tar, il dossier è stato notificato anche agli enti pubblici interessati (tra questi anche al Comune di Trieste) per l'adozione di eventuali iniziative giudiziarie per la tutela degli interessi dei quali sono portatori, che potrebbero risultare compromessi dalla realizzazione del rigassificatore di Zaule e delle opere ad esso connesse. In ogni caso, conclude Serracchiani, «l'auspicio è che questa partita si chiuda definitivamente a breve, facendo calare il sipario su due opere che nessuno vuole».

Marco Ballico

 

No del Tar al terminal Teseco all'ex Aquila - Secondo i giudici l'azienda non ha esperienza nella gestione portuale e non è stata data sufficiente pubblicità al bando
MUGGIA - Il Tar del Friuli Venezia Giulia affonda il terminal traghetti Teseco all'ex Aquila, che prevedeva un investimento di 90 milioni. I giudici amministrativi hanno dichiarato nulla la concessione di 60 anni alla società pisana, formalizzata dall'Authority il 23 settembre 2014 dopo che il Comitato portuale l'aveva approvata il 26 luglio 2013, tutto sotto la presidenza di Marina Monassi. Zeno D'Agostino aveva già "congelato" il progetto da commissario del porto nel novembre 2015, allorché in una manifestazione pubblica aveva affermato: «Non posso permettere che si costruisca un terminal per poi farlo restare vuoto. Se non vi è la presenza di un operatore logistico, un progetto non può essere avviato». Ed è questo uno dei motivi che ha indotto il Tar a imporre lo stop, accogliendo il ricorso avanzato dalla società Seastock che, immediatamente a monte delle banchine, intendeva realizzare un deposito di Gpl, obiettivo poi decaduto. «È noto - rilevano i giudici - che Teseco è società specializzata nelle attività di recupero e trattamento dei rifiuti speciali e nelle attività di bonifica dei siti inquinati, ed è priva di specifica esperienza nella gestione di terminali portuali, di trasporti marittimi e di ogni altra operazione o servizio portuale». Si specifica anche che effettivamente «la società ha, sin dall'origine, manifestato l'intenzione di affidare a terzi, senza peraltro indicarne il nominativo, l'esercizio delle operazioni e dei servizi portuali in questione». Di conseguenza, si legge nella sentenza, «è evidente che non pare che alcun soggetto possa essere stato effettivamente sottoposto e avere positivamente superato la verifica in ordine alla rispondenza ai requisiti di legge». Tutto ciò a prescindere dalla grave situazione di crisi in cui si trova la stessa Teseco, che ha messo in cassa integrazione straordinaria per un anno 174 lavoratori fra amministrativi e operai specializzati.«Stiamo ora valutando come procedere assieme al nostro ufficio legale - specifica oggi D'Agostino, presidente dell'Adsp dell'Adriatico orientale - poiché quello era un project-financing. Il piano regolatore non vincola l'area a un terminal traghetti, ma ad attività logistico-portuali in senso ampio, siamo però in contatto anche con il commissario liquidatore di Teseco». La situazione di stallo pare comunque al termine e il pallino del gioco torna in mano all'Authority, con la conseguenza che l'area potrà ora venire effettivamente messa sul mercato degli operatori dello shipping, magari cinesi ma non solo. Motivo fondamentale dello stop alla concessione è però un altro, perché in realtà il Tar ha inchiodato il terminal Teseco sul punto in cui l'Unione europea, al contrario, aveva dato il via libera archiviando la procedura di preinfrazione, ovvero la mancanza di sufficiente pubblicità data al bando per la concessione. Archiviazione che aveva riguardato anche i casi delle concessioni per 60 anni a Trieste marine terminal per il Molo settimo e per 50 anni alla Siot per il terminal petrolifero, che però ora non rischiano essendo comunque scaduti i termini per ipotetici ricorsi.«Il Collegio è dell'avviso - si legge ancora - che, avuto riguardo alla durata della concessione (60 anni), all'estensione dell'area richiesta, alle opere previste, all'attività in progetto e alla possibilità di sfruttamento economico pressoché in regime di monopolio che deriva a favore del concessionario, che colà è autorizzato a realizzare ed esercire un terminal ro-ro e multipurpose, la forma di pubblicità in concreto osservata dall'Autorità Portuale (ovvero la mera pubblicazione all'albo pretorio on line del Comune di Muggia dell'istanza di concessione demaniale avanzata da Teseco nell'anno 2011, senza, peraltro, peritarsi di fornire pubblicità a tutte le successive integrazioni progettuali apportate alla medesima) non possa ritenersi idonea ad assolvere, nel caso specifico, né all'incombente posto dall'art. 18, comma 1, l. 84/1994, né, tanto meno, costituire adempimento sufficiente al fine di assicurare il rispetto di basilari principi nazionali e comunitari di trasparenza, pubblicità, imparzialità e proporzionalità».

Silvio Maranzana

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 19 luglio 2017

 

 

Mazzoncini: Ferrovie pronte a investire sul porto di Trieste -
L'ad: «Lo scalo sta crescendo più di tutti. Stiamo lavorando con il ministero per individuare gli interventi sul retroporto»
TRIESTE - Il porto di Trieste, insieme a quello di Genova, è lo scalo nazionale che registra il maggior livello di crescita. Allora, allo scopo di assecondare questo sviluppo, «stiamo lavorando con il ministero per individuare tutti gli investimenti nel retroporto necessari a garantire il deflusso delle merci verso Ovest e verso Nord». Parola di Renato Mazzoncini, amministratore delegato delle Fs, che ieri era a Trieste per l'avvio della riqualificazione della stazione di Campo Marzio. Il manager ha posto l'accento sul lavoro, impostato insieme al ministro Delrio, per rafforzare l'intermodalità binario-banchina. «Gli investimenti complessivi nel Friuli Venezia Giulia - ha osservato ancora Mazzoncini a margine dell'iniziativa triestina - sono diverse centinaia di milioni di euro». «Abbiamo un investimento - ha sottolineato - di 1,8 milioni per la velocizzazione della linea per Venezia, che consentirà di scendere a un'ora e cinque minuti». Anche la Regione Fvg annuncia un paio di mosse sulla scacchiera amministrativa, mosse tese ad agevolare opere pubbliche e avvio di attività economiche nel contesto portuale. Il cosiddetto "piano di armamento" - annuncia l'assessore Sara Vito - non avrà occorrenza di Valutazione di impatto ambientale (Via) se, prima dell'avvio del cantiere e durante la realizzazione dei lavori, verranno rispettate «precise prescrizioni per la tutela dell'ambiente». Si tratta - precisa una nota della Regione in merito al piano portuale - di «un esteso intervento di manutenzione straordinaria e ristrutturazione», mirato a potenziare la movimentazione dei moli V-VI-VII e a migliorare le connessioni con le infrastrutture ferroviarie. La decisione della giunta regionale, puntualizza l'assessore Vito, è stata presa per sveltire i tempi del cantiere. Le prescrizioni, per dribblare il Via, riguardano la cosiddetta "invarianza idrica" per compensare le aree di nuova impermeabilizzazione, la riduzione di emissioni in atmosfera mediante combustibili di nuova generazione ed energie rinnovabili, un piano di monitoraggio concordato con Arpa, l'abbattimento del rumore. La Regione promuove inoltre sia l'elettrificazione delle banchine che del movimento ferroviario (parzialmente). Ancora: allestimento di barriere mobili anti-polvere, nebulizzazione di acqua sulle aree di passaggio, utilizzo di mezzi pesanti "telonati" per il trasporto di materiali, lavaggio periodico della viabilità esterna al grande cantiere portuale.In questo scambio di cortesie l'Autorità portuale conferisce un ringraziamento per la proposta di esclusione dal Sin (Sito di interesse nazionale) delle aree a ridosso del Canale industriale triestino. L'idea della Regione Fvg, sottoposta al ministero dell'Ambiente, riguarda la possibilità che sia la stessa amministrazione regionale a gestire le procedure in questa specifica zona. Questo consentirebbe una più rapida gestione delle pratiche. Alla soddisfazione di Zeno D'Agostino - si ricordi che l'Ap sarà il perno del "nuovo Ezit" - si accompagna analogo sentimento del direttore dell'Area Science Park, Stefano Casaleggi, interessato a realizzare un "industrial innovation hub" che valorizzi la collaborazione tra ricerca, logistica, settori hi-tech, attraendo a Trieste investimenti industriali.

Massimo Greco

 

Il patto di Campo Marzio fa rinascere la stazione - Firmato il protocollo fra governo, Fs, Regione e Comune. Arrivano 4 milioni
Moretti rilancia e annuncia anche la copertura dei binari con altri investimenti
«Sarà una bellissima piazza coperta. Rifaremo anche il tetto a volta della Stazione di Campo Marzio. Costerà un paio di milioni di euro a spanne. La copertura metallica è stata data alla patria come l'oro. Ora potremmo richiederla indietro». Mauro Moretti, presidente della Fondazione Fs, non si limita ai contenuti del protocollo d'intesa parlando con il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, la governatrice Debora Serracchiani e il sindaco Roberto Dipiazza. La monumentale tettoia liberty a copertura dei binari manca dal 1942, quando fu demolita e il materiale utilizzato per l'industria bellica. Nel progetto di restauro completo di Campo Marzio, per il quale si parla di 18 milioni di euro, c'è anche la storica copertura dei binari. Moretti, confortato dal direttore Luigi Cantamessa, è l'unico a dare i numeri. «Questo di oggi è solo il primo passo. Servono 18 milioni e ora ne abbiamo solo sei» attacca l'ex ad delle Ferrovie dello Stato. «Ne abbiamo solo 4» viene corretto. «Motivo in più per trovare gli altri e fare il resto», attacca rivolto al suo successore alle Ferrovie (Renato Mazzoncini) al ministro, alla governatrice e al sindaco. I quattro milioni del protocollo d'intesa (2 milioni del Mibact, 1,5 delle Ferrovie dello Stato e 500mila euro della Regione) serviranno solo per salvaguardare l'ala su via Giulio Cesare dove è collocato il Museo ferroviario di Campo Marzio, che da ieri chiude nella speranza di riaprire in formato ridotto in primavera, e integralmente tra un anno. E nella futura gestione della Fondazione Fs ci saranno anche i volontari del Dopolavoro Ferroviario di Trieste, che per 43 anni hanno gestito il museo aperto ufficialmente nel 1984 e che ieri, dopo l'esclusione dagli inviti, sono stati omaggiati di encomi e ringraziamenti da parte di tutti. Oliviero Brugiati, presidente dell'Associazione nazionale Dlf, ha parlato pur non essendo presente nella scaletta degli interventi, ricordando come chi ora la prende in gestione qualche anno aveva messo in vendita la stazione di Trieste Campo Marzio. «Noi siamo riusciti a scongiurare questo pericolo e ora siamo felici che la Fondazione Fs la prenda in gestione», ricorda senza voler rovinare la «giornata storica» (parola di Serracchiani) o gli amarcord dei presenti. «Il Museo di Campo Marzio è straordinario. A differenza di Pietrarsa di Napoli è una vera stazione. E si può fare un giro su un treno storico. Un caso più unico che caro. Ho visitato questo museo nel 1994, quando accompagnai mia moglie a sostenere un esame di dottorato a Trieste. Dopo 25 anni sono qui a firmare per far ripartire il museo. Non ci posso credere», spiega l'ad di Ferrovie Mazzoncini che parla di "Rinascimento ferroviario".«Questo è il frutto di un lavoro prezioso con Ferrovie dello Stato e la Fondazione Fs grazie al quale il Friuli Venezia Giulia, a distanza di quattro anni, può essere considerata una regione che ha recuperato i ritardi del passato non solo sul trasporto delle merci e dei passeggeri ma anche su quelle tratte storiche che intercettano l'interesse e il gradimento di molti turisti», spiega la governatrice. «È la prima parte di recupero di questo luogo straordinario, con locomotive e treni di un'importanza assoluta, che conservano la memoria non soltanto di Trieste ma dell'Italia - insiste il ministro Franceschini -. È un grande progetto di riqualificazione urbana - prosegue anche con la possibilità di collegare la vecchia stazione di Campo Marzio con la stazione e il parco di Miramare. Veramente una grande sfida. Immagino cosa può voler dire per il turismo scolastico, per i viaggiatori da tutto il mondo visitare questo luogo di memoria unico».L'immaginazione non manca al sindaco Dipiazza: «Trieste dimostra di avere il vento in poppa. Questa Stazione ferroviaria diventerà veramente un museo molto interessante e probabilmente molto visitato, in un'area molto suggestiva e di valore per la nostra città, vicina a dove sorgerà il Parco del mare e che sarà interessata dallo spostamento del Mercato ortofrutticolo all'ingrosso dove sorgerà una Spa. Sto pensando di chiudere via Giulio Cesare al traffico e fare la viabilità sotterranea». Un programma che si aggiunge al compito affidato dal protocollo al Comune di Trieste, ovvero la rimozione delle "scovazze" dall'area di Campo Marzio

Fabio Dorigo

 

I big "battezzano" la linea storica - Le rotaie che collegano Trieste al Carso ripercorse con un convoglio d'epoca
Il primo di una lunga serie di percorsi con treni d'epoca alla scoperta di quei tratti ferroviari che circondano Trieste ma generalmente non sono aperti al traffico passeggeri. Così ieri mattina, prima della firma del protocollo per il restauro del Museo ferroviario di Campo Marzio fra Mibact, Regione, Ferrovie dello Stato, Fondazione Fs e Comune di Trieste, c'è stato un tour ferroviario inedito, con carrozze d'epoca, partendo dalla stazione di Miramare, quasi una prova generale di quel percorso che sarà operativo in tempi non ancora definiti. La giornata triestina del ministro dei Beni e della attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha avuto inizio con una passeggiata nel parco di Miramare per verificare i lavori di sistemazione della vasta area verde, da tempo in degrado. Ad accompagnarlo la governatrice Debora Serracchiani, il sindaco Roberto Dipiazza, l'amministratore delegato di Fs Renato Mazzoncini e il presidente della Fondazione Fs Mauro Moretti. Dopo aver "risalito" il parco, gli ospiti si sono diretti verso via Beirut, dove un convoglio storico di Fondazione Fs li attendeva nell'ottocentesca stazioncina di Miramare. Da lì il convoglio ha percorso tratte ferroviarie poco note concludendo il suo percorso al Museo ferroviario.Il treno ha iniziato il tragitto in direzione di Bivio di Aurisina e di Prosecco, per poi fermarsi a Villa Opicina, ricalcando quindi il percorso della vecchia Ferrovia Meridionale. Durante il percorso Luigi Cantamessa, direttore della Fondazione Fs, che da oggi gestirà il polo museale di Campo Marzio, ha intrattenuto i presenti con spiegazioni storico- tecniche sulla linea. Una volta giunto a Villa Opicina, il convoglio storico, trainato da locomotori diesel, ha cambiato direzione di marcia per iniziare la discesa verso Campo Marzio, attraverso la storica Transalpina, appena riaperta al traffico dopo nove mesi di lavori e una spesa pari a tre milioni di euro, sostenuta da Rfi. L'intervento ha riguardato la messa in sicurezza delle gallerie, il rifacimento di alcuni tratti dei binari, la sistemazione dei muri di contenimento e lo sfalcio della vegetazione. Durante il tragitto il convoglio ha sostato nei punti più suggestivi e panoramici, come il viadotto in prossimità di San Cilino, ad alcuni chilometri dall'arrivo alla stazione di Campo Marzio. Ciò che rende unica questa infrastruttura è il fatto che si tratta di una stazione allacciata alla rete ferroviaria in esercizio - oltre ad essere stata capolinea meridionale della Ferrovia Transalpina, nota anche come il secondo collegamento ferroviario di Trieste, inaugurata nel 1906 - con annesso un museo tematico. Quindi il suo futuro, una volta terminati i lavori di restauro, avrà una doppia valenza: da un lato sarà museo e dall'altro punto di arrivo e di partenza per treni storici. «Campo Marzio è speciale - ha rilevato Renato Mazzoncini, ad di Ferrovie dello stato - perché è arrivo e destinazione di una linea storica. Da qui i visitatori potranno viaggiare su treni storici e anche visitare il museo pagando un unico biglietto». Il futuro della stazione è dunque delineato, e in questa ottica l'antico "valico di Monrupino" sarà mantenuto in esercizio e potenziato. Sempre in tema di treni storici, Fondazione Fs intende incentivare anche un'altra linea ai scopi turistici, la pedemontana Gemona-Sacile.

Andrea Di Matteo

 

Primi cantieri entro un mese - La sfida coinvolge Miramare

Si punta in chiave turistica sul collegamento via rotaia attraverso Opicina e Rozzol - E verrà realizzato un percorso pedonale tra la stazione di Massimiliano e il Castello
Campo Marzio e Miramare. Un unico polo museale e turistico unito dalle rotaie. Ieri è stato compiuto il primo passo che vale 4 milioni di euro su un percorso che richiede almeno 18 milioni di euro. Ieri, attorno alle 13.20, al Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio è stato sottoscritto il Protocollo attuativo che dà il via al progetto di restauro e di conservazione della prima parte del Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio al suo riutilizzo come polo museale e turistico. Le firme sono quelle del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo Dario Franceschini, della presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, del sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, dell'ad delle Ferrovie dello Stato Italiane, Renato Mazzoncini, e del presidente della Fondazione Fs Mauro Moretti. «Il protocollo - si legge all'articolo 2 - ha come fine la conservazione, la riqualificazione e la valorizzazione dei beni facenti parte del sito denominato "Complesso museale di Trieste Campo Marzio" quale iniziativa qualificante per lo sviluppo turistico della Regione e della città di Trieste». Non solo museo, insomma. L'inizio dei lavori? Non se ne parla del protocollo. Ma potrebbero partire entro 30 giorni. Il piano di recupero predisposto dalla Fondazione Fs prevede, in una prima fase, il restauro dell'area aperta al pubblico dove sarà esposta la collezione di cimeli ferroviari italiani e dell'ex impero austroungarico.Il Museo ferroviario, inaugurato nel 1984, resterà chiuso fino al termine dei lavori, previsti per un anno circa, e dopo il restauro sarà gestito dalla Fondazione con il supporto dei volontari del Dopolavoro ferroviario di Trieste. Non si esclude una riapertura parziale del museo la prossima primavera.Il contributo economico del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo è di due milioni di euro, quello della Regione mezzo milione, quello del Gruppo Fs, proprietario dell'immobile, un milione e mezzo. Quattro milioni in tutto per partire. Il progetto però non c'è ancora. L'incarico per la progettazione esecutiva e l'esecuzione dei lavori è stato affidato a Rete ferroviaria italiana (Rfi).«Le parti si impegnano - si legge all'articolo 3 del protocollo - ad avviare nel breve termine un progetto di generale restauro del sito di Campo Marzio, in analogia con il "modello Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa" sperimentato da Fondazione Fs, al fine di renderlo un polo "dinamico" e punto di partenza di itinerari turistici nel Friuli Venezia Giulia». A differenza di Pietrarsa, museo realizzato all'interno di un'ex officina, Campo Marzio funzionerà come stazione ferroviaria. Si potrà visitare il museo, ma anche prendere un treno. Nel protocollo c'è, infatti, l'impegno a «valorizzare il suggestivo itinerario "Trieste Campo Marzio-Villa Opicina-Bivio d'Aurisina-Castello di Miramare-Trieste Centrale" attraverso la circolazione di treni storici e turistici».E non solo. Il Museo ferroviario di Trieste, un caso unico in Europa, ha sede nell'ex stazione terminale dell'antica linea austroungarica Trieste-Vienna. Ed è ancora raccordato alla rete ferroviaria in esercizio. Per questo il museo può essere stazione di origine per viaggi con treni d'epoca all'interno della regione o verso l'Austria e la Slovenia, tramite l'antico valico di Monrupino che sarà mantenuto in esercizio e potenziato per questi scopi. La firma di ieri, infatti, è stata preceduta da una visita al parco e al castello di Miramare e dal viaggio inaugurale sul treno con carrozze d'epoca dalla stazione di Miramare a Villa Opicina e sull'antica ferrovia di Rozzol, ripristinata da Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo Fs Italiane), con arrivo a Trieste Campo Marzio, un percorso di oltre 30 chilometri. Nel protocollo c'è pure un impegno che riguarda Miramare. Non per niente ieri era presente anche la nuova direttrice Andreina Contessa. «Le parti si impegnano - si legge - a valorizzare la fermata di Miramare (la stazione di Massimiliano d'Asburgo, ndr), sviluppando un nuovo collegamento pedonale con il parco e il museo del Castello di Miramare». Il Comune di Trieste, infine, dovrà «farsi carico della manutenzione delle aree verdi e della raccolta dei rifiuti nell'area del Museo Ferroviario di Trieste Campo Marzio». Tutti invece si dovranno impegnare a reperire risorse private e pubbliche, compresi eventuali fondi europei, per il completamento dell'opera. All'appello mancano 14 milioni di euro.

(fa.do.)

 

Mozione in Consiglio a difesa della collezione
Non era stato neppure firmato il protocollo per restauro della Stazione di Campo Marzio che in Comune era già stata depositata una mozione urgente. La firmano i consiglieri di Forza Italia Piero Camber, Alberto Polacco e Michele Babuder. A preoccupare è la futura gestione del museo e il destino della collezione. La mozione vuole impegnare «il sindaco, gli assessori competenti unitamente ai loro uffici, a farsi parte attiva presso la Regione Friuli Venezia Giulia nonchè Fondazione FS Italiane affinché l'Associazione Dopolavoro Ferroviario non venga esclusa dalla gestione del Museo ferroviario di Campo Marzio e a verificare a chi competa la vigilanza sulle collezioni ivi contenute, e per l'effetto a chi spetti la relativa responsabilità», nonchè a «vigilare affinché le collezioni ivi presenti non vengano smembrate, neppure temporaneamente, rappresentando le stesse uno dei principali richiami turistici di Trieste».

 

 

Regione in pressing su Arvedi per l’altoforno - Chiesta una relazione «nei tempi tecnici strettamente necessari» sui lavori di rifacimento dell’impianto

«I lavori di rifacimento della bocca di carica dell’altoforno sono indispensabili e improrogabili”. Ad affermarlo, in una lettera inviata all’Acciaieria Arvedi spa, è la direzione centrale Ambiente della Regione, che, attraverso questo documento, ha sollecitato l’azienda a inviare, «nei tempi tecnici strettamente necessari, una relazione sui lavori di rifacimento della bocca dell’altoforno dello stabilimento siderurgico triestino e il relativo cronoprogramma». In proposito va detto che si tratta di lavori di ordinaria manutenzione, già programmati per l’autunno, che comportano la fermata dell’impianto per alcune settimane. Tornando alla lettera inviata ad Arvedi, in essa la Regione precisa che i dati dei deposimetri relativi al mese di giugno 2017 «confermano la bontà del decreto regionale1998/2017 di diffida ad adempiere alla prescrizione di cui alla lettera C, punto 8, parte A - Condizioni preliminari dell'allegato B al decreto Aia 96/2016». Nello specifico, spiega l’amministrazione regionale, la diffida si concentrava sul fatto che, qualora dovesse risultare superato anche solo uno degli obiettivi di qualità relativi alle polveri fissati nel punto 8.A (obiettivi di monitoraggio della qualità dell'aria a San Lorenzo in Selva) oppure 8.B (obiettivi di monitoraggio qualità dell'aria in altre stazioni), l'azienda dovrà rispettare almeno le seguenti prescrizioni con effetto immediato: 1) contenere in 290 il numero massimo di colate mensili; 2) limitare la marcia dell'altoforno entro le 34mila tonnellate mensili e di pari passo la produzione di coke non dovrà essere maggiore di quella funzionale alla produzione di ghisa. «Riteniamo pertanto - si legge nella nota inviata ad Acciaieria Arvedi dalla Regione - che vada mantenuta la limitazione della marcia degli impianti di cokeria ed altoforno nei termini indicati nel succitato provvedimento di diffida, e che i lavori di rifacimento della bocca di carica dell’altoforno siano indispensabili e improrogabili». La riduzione della produzione di ghisa è già stata comunica alla Regione da Siderurgica triestina nei primi giorni di questo mese, rispondendo così alla diffida con cui a fine giugno l’ente regionale ha intimato alla proprietà di diminuire la produzione affinchè le polveri rientrino nei valori previsti dall’Aia.

 

 

La Regione multa il Comune «Ma è tutta colpa di Acegas»

Municipio e multiutility sanzionate per una violazione al depuratore di Basovizza - L'amministrazione Dipiazza non ci sta e va al Tar: «Responsabilità solo del gestore»
La Regione Fvg ha fatto pervenire una multa al Comune di Trieste e all'AcegasApsAmga in materia ambientale, avendo rilevato una violazione circa lo scarico del depuratore di Basovizza, avendo ritenuto l'ente e la società solidamente responsabili. Ma il Comune scuote energicamente il capo e non ci sta: ricorre al Tar contro l'atto regionale, in quanto, come proprietario dell'impianto, non si ritiene "colpevole" del superamento dei valori-limite di emissione segnalati a Basovizza. Perchè la responsabilità - sostiene la delibera 309 approvata dalla giunta comunale nella seduta del 10 luglio - è invece da attribuirsi interamente ad AcegasApsAmga, per la ragione che essa gestisce il depuratore di Basovizza sulla base di una concessione trentennale. Concessione - chiarisce la delibera votata all'unanimità (assenti gli assessori Lobianco e Giorgi) - che affida all'azienda manutenzione ordinaria e straordinaria dell'impianto «assumendosi tutti gli oneri della gestione». Quindi - argomenta ancora piccata la delibera preparata dall'avvocatura diretta da Maria Serena Giraldi - al Comune non può essere ascritta alcuna mancanza «nè tantomeno può essere sanzionato per omissioni e violazioni dell'ente gestore». Di conseguenza il Municipio propone ricorso contro l'ordinanza-ingiunzione n. 18/17 notificata dalla Regione. Detta notifica, avvenuta lo scorso 22 giugno, riguarda un verbale di accertamento e contestazione risalente al 14 settembre del 2012, ovvero a circa cinque anni fa (Cosolini consule). Saranno gli stessi legali comunali a patrocinare l'interesse dell'amministrazione avanti al Tar. Colpisce l'importo tutto sommato modesto dell'ingiunzione: si tratta di 3079 euro, che andrebbero spartiti con AcegasApsAmga. Evidentemente non è in gioco la somma, ma il principio: il Comune non vuole creare precedenti ed essere coinvolto in situazioni giuridicamente critiche che dipenderebbero solo dal gestore.La delibera fa sommario riferimento al fatto che «al Comune è stato ingiunto il pagamento unicamente in quanto proprietario dell'impianto, ritenendo che non si sia attivato con la dovuta tempestività al fine di assicurare i limiti tabellari di legge». Insomma, la Regione imputa al Comune un'omissione di intervento. Ma il Comune replica: non c'entriamo, avrebbe dovuto pensarci la concessionaria AcegasApsAmga, che è presieduta da Giovanni Borgna ed è diretta "sul campo" da Roberto Gasparetto. L'impianto di Basovizza partecipa, insieme alle strutture di Zaule, Servola e Barcola (ormai depotenziato), al sistema di depurazione triestino. Secondo una scheda di AcegasApsAmga, è costituito da "linea acque" (grigliatura fine, ossidazione biologica, sedimentazione finale, disinfezione, scarico nel sottosuolo) e "linea fanghi" (ricircolo, pompaggio, smaltimento mediante trasferimento a Zaule con autobotte). Il ricorso deliberato dalla giunta segna la terza occasione che nel giro di pochi mesi palesa qualche sintomo di malumore del Comune nei confronti dell'utility (controllata da Hera, a sua volta partecipata al 4,6% dallo stesso municipio triestino). Tra i precedenti ricordiamo gli arretrati del termovalorizzatore circa gli utenti non triestini; rammentiamo le contestate sanzioni per la scarsa pulizia di strade e aiuole.

Massimo Greco

 

Prosecco spinge per il ritorno al "vuoto a rendere"
PROSECCO - In tema di riciclaggio e di misure ecocompatibili, arriva dalla Prima circoscrizione l'invito all'amministrazione comunale di dotarsi del sistema "Pfand" da tempo utilizzato in Germania e, nelle sue diverse versioni, in altrettante nazioni del Nord Europa. La proposta è del consigliere Simon Rozac, adottata all'unanimità dal parlamentino, e si rifà a un sistema tanto semplice quanto efficace, che già da qualche anno viene praticato dalle nazioni più sensibili ai problemi ecologici. L'iniziativa di far restituire ai cittadini bottiglie di vetro e di plastica direttamente ai negozianti quali "vuoti a rendere", peraltro, era di norma sino a qualche decade fa anche nei nostri negozi.Il sistema "Pfand" perfeziona quell'indirizzo con qualche piccolo ma fondamentale accorgimento. Lo stato tedesco ha disposto un prezzo aggiuntivo per l'acquisto di bottiglie in pet (plastica), vetro e alluminio. L'acquirente può recuperarlo restituendo il vuoto direttamente al commerciante oppure depositandolo in appositi contenitori automatici che rilasciano uno scontrino per riavere il surplus. Questo processo innesca un comportamento virtuoso che, oltre a sensibilizzare la comunità sulla possibilità di riutilizzo dei contenitori, costringe l'industria al riciclaggio. Con il sistema "Pfand" si frena l'eccessivo consumismo che caratterizza le nostra società e si razionalizza il processo produttivo della plastica, costoso e inquinante. Lo "Pfand" ha raccolto da subito l'interesse a l'adesione dei cittadini tedeschi, obbligando le industrie locali a adattarsi al nuovo sistema. Nel documento inviato al Comune, il Consiglio di Altipiano Ovest chiede la messa a punto di un programma analogo, disponendo sperimentalmente i contenitori per la raccolta, non solo presso gli esercizi di vendita ma pure vicino alle scuole, incentivando così le nuove generazioni al senso civico e al decoro. Il nuovo sistema potrebbe inoltre stimolare una comunità, come quella triestina, che secondo l'Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale è ultima in regione per la raccolta differenziata con una quota del 35,29%.

Maurizio Lozei

 

 

A fuoco in una settimana quel che brucia in un anno - Lo rivela un rapporto della Commissione europea. Mattarella: «Azioni criminali»
Maremma: fiamme vicine alle case. A Napoli 20 persone bloccate in un'oasi Wwf
ROMA - Incendi nel Cosentino, nel Cilento, nell'oasi Wwf degli Astroni a Napoli, nel Casertano, sul litorale romano, in Maremma, nel Pisano, nel Pistoiese, in Liguria e nel Pavese. Non c'è solo il Vesuvio: le fiamme risalgono lo Stivale da Sud a Nord, lo divorano, sospinte dai cambiamenti climatici e dal clima siccitoso, innescate da piromani e criminali. Il monte Reixia, tra Genova e Arenzano brucia da quattro giorni: in un primo momento il fuoco sembrava domato, ma nel pomeriggio di lunedì ha ripreso forza e vigore. Drammatica la situazione in Maremma dove le fiamme lambiscono le case del borgo di Pietratonda. Bruciano rifiuti e sterpaglie, parchi nazionali e animali. Brucia tutto il Paese. Qualche numero per dare la misura del fenomeno: secondo la Commissione europea in Italia nella settimana dall'8 al 15 luglio 2015 sono andati in fumo 27.167 ettari, più dei circa 27mila stimati da Legambiente nel rapporto "Ecomafia" che riguarda lo scorso anno. Nella prima metà di luglio sono quasi 35mila gli ettari di terreno divorati dalle fiamme, sugli oltre 52mila censiti dall'inizio del 2017. Alle 18 di ieri i Vigili del fuoco erano intervenuti 1.220 volte. Maglia nera è la Campania con 260 interventi, seguita a ruota dal Lazio con 210, dalla Toscana con 150, dalla Puglia con 130 e dalla Calabria con 125. Al Sud sono al lavoro circa 3mila pompieri.Oltre ai numeri, però, c'è un patrimonio di qualità che rischia di andar perso. Da giorni ormai il Wwf cerca di richiamare l'attenzione sull'oasi degli Astroni, alle porte di Napoli, altro fronte aperto oltre quello del vulcano più famoso d'Italia. Qui le fiamme divampano da una settimana, ormai. È iniziato tutto dalla parte più alta dove la macchia mediterranea e una lecceta sono state ridotte in cenere. L'incendio ora è alle porte della riserva, e si avvicina alla parte del cratere, la più pregiata. Ma quello che spaventa di più è il destino di «una ventina di persone, compreso il personale Wwf, circondante dalle fiamme». La presidente dell'associazione, Donatella Bianchi, ha lanciato ieri l'ennesimo appello: «Da giorni siamo preoccupati per il rogo e chiediamo mezzi adeguati per spegnere un incendio sviluppatosi in un luogo dalle caratteristiche geomorfologiche molto difficili. Ora la priorità è mettere in salvo le persone». I primi esseri viventi colpiti dall'emergenza, però, sono habitat naturali e animali. Per questo la Lipu, in una manifestazione, è arrivata a chiedere «provvedimenti di posticipo dell'apertura della caccia per dare sollievo alla fauna duramente provata», tanto dalla scomparsa dei boschi, quanto dall'incombere della siccità. Gli amministratori in prima linea invocano aiuti. A cominciare dal governatore della Toscana, Enrico Rossi, che spiega che la regione «non può fare da sola perché occorre che ci sia un intervento ed una programmazione di carattere nazionale. Lo dico denunciando una situazione grave destinata a ripetersi perché i cambiamenti climatici ci sono». Il consiglio comunale di Napoli ha osservato un minuto di silenzio «per la devastazione causata dagli incendi in Campania e non solo». «La morte del Vesuvio per me equivale a un omicidio», ha spiegato il sindaco Luigi De Magistris. Dalla Valtellina è intervenuto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che richiama l'attenzione sul lato giudiziario della tragedia. «Gli incendi - ha detto - sono spesso il risultato di azioni di criminali, da punire con forte determinazione e grande severità». Il capo dello Stato ha anche ricordato il lavoro dei «tanti servitori dello Stato che si stanno adoperando, con grande abnegazione e sacrificio per contrastare il fuoco appiccato da sciagurati». Per l'incendio della pineta di Castelfusano a Roma, dove secondo Legambiente sono bruciati ettari per l'equivalente di «65 campi da calcio» e che ha condizionato anche ieri la viabilità, la procura di Roma ha aperto un'indagine con l'ipotesi d'incendio doloso. In manette un 22enne di Busto Arsizio, per cui si chiederà presto la convalida dell'arresto. Gli investigatori sono alla ricerca di eventuali complici, dalle «mani inesperte» da quanto apprende l'Ansa da fonti vicine all'inchiesta.

Andrea Scutellà

 

Due roghi su tre appiccati con dolo - Il dossier dei Verdi: «Dal 2010 è stata distrutta un’area grande come il Molise»

ROMA - Quest'anno le fiamme hanno già bruciato decine di migliaia di ettari e causato danni per 900 milioni di euro. Cifra che arriva a 9 miliardi di euro se si prendono in considerazione i 447mila ettari bruciati dal 2010 a oggi. Per avere un'idea è come se fosse andata in fumo l'intera superficie del Molise. I dati, messi insieme in un dossier dei Verdi "Le mani sporche degli incendi", raccontano anche che «in questo scorcio d'estate le Regioni maggiormente colpite sono state la Sicilia con 18.613 ettari» andati a fuoco, «la Calabria con 10.829, la Campania con 5.858, la Puglia con 2.744 e il Lazio con 2.699». Secondo il dossier dei Verdi dal primo gennaio al 17 luglio «sono arrivate al Centro operativo aereo unificato del Dipartimento della Protezione civile ben 930 richieste di aiuto da parte delle Regioni». Gli incendi, in base alle statistiche della Guardia Forestale degli anni passati, «sono per la stragrande maggioranza causati dalla mano dell'uomo». Complessivamente, con riferimento al periodo 2000-2015, per il 60,4% sono stati appiccati per mano volontaria, il 9,7% involontariamente, il 2,5% per mano dubbia e solo l'1,2% per cause naturali; il rimanente 26,3% rimane non classificabile. Per il reato di incendio boschivo, nello stesso periodo, sono state segnalate all'Autorità giudiziaria 5.684 persone, di cui 181 tratte in arresto in flagranza di reato o sottoposte a misure di custodia cautelare. Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, fa presente come della «mancanza dei boschi ormai persi nei roghi ci accorgeremo alle prime piogge in autunno, quando i terreni non avranno più il sostegno della vegetazione», e si tornerà a parlare di dissesto idrogeologico. Ma Bonelli non risparmia critiche a una parte della riforma Madia, quella che ha portato la Forestale a essere inglobata in altri corpi di polizia. Ricorda, in proposito, sia la presentazione di un esposto in cui si parla di grave negligenza «per esempio per il mancato uso degli elicotteri anti-incendio» dell'ex Corpo Forestale «sia di depauperamento del patrimonio professionale» accumulato proprio dalla Forestale. La Coldiretti, invece, ci informa sui danni materiali degli incendi: «Ci vorranno almeno 15 anni per ricostruire i boschi andati a fuoco con danni all'ambiente, all'economia, al lavoro e al turismo. Per ogni ettaro di macchia mediterranea andato in fumo sono morti in media 400 animali tra mammiferi, uccelli e rettili».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 18 luglio 2017

 

 

«Chi vigilerà sul Museo ferroviario?» - L'amarezza del Dlf escluso dopo 43 anni: «Chiusura inspiegabile senza un cantiere»
«È stato convenuto di scegliere tale data come giorno di chiusura del museo per permettere l'inizio dei lavori. Tale data coinciderà anche con il termine della gestione del museo da parte dall'Associazione dopolavoro ferroviario di Trieste. Ringrazio il Dlf per avere negli anni sostenuto l'attività del museo e avere curato la preservazione della sua importante collezione». La data è quella di oggi, 18 luglio, giorno del protocollo tra le istituzioni per il restauro della Stazione di Trieste Campo Marzio. A firmare la lettera, indirizzata a Oliviero Brugiati, presidente dell'Associazione nazionale Dlf, è Luigi Cantamessa, direttore della Fondazione Fs. Il Dlf ha appreso così due giorni fa di essere stato estromesso dopo 43 anni di onorato servizio dal museo che aveva fondato nel 1974. «Non si sa chi d'ora in poi vigilerà sulla collezione, e sul suo patrimonio, che è pure vincolata dalla Soprintendenza. Non capisce perché si debba chiudere il 18 luglio il museo nel mezzo della stagione turistica senza che ci sia un cantiere che apre. Un museo che fa seimila visitatori all'anno con tre giorni di apertura alla settimana» spiega Claudio Vianello, presidente del Dlf, il cui nome non risulta neppure tra gli inviti ufficiali della cerimonia odierna. «Non vogliamo fare polemiche. Abbiamo donato la collezione valutata un milione di euro alla Fondazione senza chiedere un centesimo. Solo che la donazione non è stata ancora formalizzata che noi siamo già stati estromessi». Il rischio concreto inoltre - secondo Vianello - è che la collezione di oltre quattromila pezzi finisca in dei container per cinque anni e magari prenda la via del museo ferroviario nazionale di Pietrarsa a Napoli. Senza ritorno.

(fa.do.)

 

 

A scuola con l'Ogs in aiuto al mare - A Trieste la Summer school insegna ad affrontare le sfide climatiche e ambientali
Durerà ancora fino a domani, dopo più di una settimana di approfondimenti di ogni tipo: Trieste ospita la Summer school dedicata a favorire lo sviluppo economico sostenibile e la crescita blu responsabile nell'area del Mediterraneo e del Mar Nero in linea con la strategia dell'Unione Europea chiamata "Blue Growth Initiative". È l'Ogs che organizza questa iniziativa di alta formazione, in materia di geofisica e scienze del mare, nell'ambito delle attività che gestisce, su incarico del Miur, in occasione della presidenza italiana del Dialogo 5+5, il forum geopolitico istituito per rafforzare la cooperazione in aree di interesse comune fra i paesi del bacino occidentale del Mediterraneo. «La Summer school è in linea con la Blue Growth Initiative, che riconosce nei mari e negli oceani un motore per la crescita economica e sociale del continente - spiega Maria Cristina Pedicchio, presidente dell'ente -, e vuole formare una nuova generazione di scienziati capaci di affrontare le nuove sfide climatiche, economiche e ambientali». Sono tantissimi i temi toccati in questi giorni da più di 40 studenti tra ricercatori, scienziati e manager di istituzioni, università e centri di ricerca, che hanno dai 25 ai 40 anni e che provengono da Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Malta, Montenegro, Palestina, Portogallo, Romania, Serbia, Spagna, Tunisia, Turchia e Ucraina. «Fin dalla prima giornata abbiamo parlato di diplomazia della scienza, poi abbiamo spaziato dai sistemi osservativi, cioè come raccogliere i dati sempre off-shore, con una tecnologia evoluta - spiega Mounir Ghribi, direttore della Summer School e responsabile delle attività di cooperazione internazionale dell'Ogs -, alla condivisione degli stessi». Ma non ci sono solo lezioni in classe, perché la Summer school ha previsto anche uscite didattiche a Grado-Marano, con tanto di visita culturale, e sulla nave Ogs Explora, al momento ferma nel porto di Trieste. Si è poi passati alla giornata dedicata alla geofisica e all'esplorazione dei fondali marini correlata da alcuni case-study. Per concludere con l'analisi dei vari tipi di inquinamento che possono disturbare l'ecosistema marino, da quello acustico a quello della plastica. «L'obiettivo principale di questa settimana - aggiunge Pedicchio - è quello di incrementare le capacità professionali e la qualità della ricerca per lo studio e la salvaguardia dell'ambiente marino e la gestione integrata delle aree costiere. Tenendo conto che l'economia blu è anche al centro del Dialogo 5+5». Quest'ultima iniziativa euro-mediterranea, come precisa Ghribi, mira a rafforzare la cooperazione nell'ambito di scienza e tecnologia, innovazione e alta formazione, tra Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta, Algeria, Tunisia, Marocco, Libia, Mauritania e l'Unione per il Mediterraneo (UfM). Nella serie di azioni in tale direzione l'Ogs organizza anche un master universitario internazionale, un programma dedicato alla mobilità internazionale e l'accesso alle infrastrutture di ricerca. La Summer school, sponsorizzata dal Miur, è organizzata da Ogs in collaborazione con l'Ictp, Twas, l'Università di Trieste, la Sissa e l'Iniziativa Centro Europea. Quest'ultima sovvenziona alcune borse di studio. La scuola gode inoltre del patrocinio della Regione Fvg.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 17 luglio 2017

 

 

Polo intermodale a ritmo serrato - Il cantiere procede a tutta velocità. Il secondo lotto al traguardo in febbraio
RONCHI DEI LEGIONARI - Era il 1988. Allora il polo intermodale dei trasporti di Ronchi dei Legionari veniva inserito nel piano regionale dei trasporti. Sono trascorsi 29 anni e solo il 23 gennaio scorso l'area di 20mila metri quadrati compresa tra l'aeroporto regionale e la linea ferroviaria Trieste-Venezia, ha ospitato la cerimonia per la posa della prima pietra di questa importantissima struttura. Dove, da quasi sei mesi, si lavora senza sosta. Un cantiere che procede a ritmo spedito, sia per quel che riguarda il primo, sia per quel che riguarda il secondo lotto dei lavori che, secondo cronoprogramma, dovranno concludersi entro il febbraio del 2018. La situazione che si evince dando un'occhiata al cantiere è quella di un'opera pubblica che procede a ritmo spedito. Il parcheggio multipiano, capace di contenere fino a 500 automobili, è ormai stato completato e, nelle prossime settimane, si procederà alla realizzazione dell'impianto elettrico e dei sottofondi. Anche il parcheggio a raso, quello che potrà ospitare mille vetture, è a buon punto, mentre si lavora anche sul fronte della realizzazione della stazione delle autocorriere e della fermata ferroviaria che, se tutto andrà con i ritmo che è stato tenuto sino ad oggi, potrà aprire a marzo del prossimo anno. Il cantiere, poi, si è spostato anche all'interno del "Trieste Airport" dove è iniziata la costruzione delle opere che serviranno all'approdo della passerella che, dallo scalo stesso, porterà sino al polo intermodale. Una struttura che, vale la pena ricordarlo, potrà servire anche all'utenza locale. Si pensa ad una serie di piste ciclabili. Ed è per questo motivo che l'amministrazione comunale di Ronchi dei Legionari ha appena avanzato alla Regione una richiesta di finanziamento di 247mila euro. Il collegamento alle banchine ferroviarie si concretizzerà nella realizzazione di una ciclabile di circa 520 metri, con larghezza di 3, mentre l'attraversamento denominato si attuerà nella revisione strutturale dell'attraversamento e la definizione del tratto ciclabile esistente. Una conquista per chi desidera utilizzare la bicicletta e potrà avere a disposizione collegamenti bus e ferroviari in un unico, importante sito. Il polo intermodale dei trasporti, dopo anni ed anni di tentennamenti, sta diventando realtà. Da sei mesi a questa parte la ditta che si è aggiudicata l'appalto, suddiviso in due lotti funzionali, tutti finanziati, da 10, 3 d 6, 9 milioni di euro, vale a dire la ronchese "Ici Coop", di strada ne ha fatta parecchia. I lavori procedono speditamente ed i tempi, stando proprio al massiccio impiego di forze lavoro, saranno sicuramente rispettati. Il progetto che si sta completando a tappe forzate comprende una nuova fermata ferroviaria che sarà conforme alla specifiche tecniche per l'interoperabilità ferroviaria concernenti persone a ridotta mobilità ed una nuova autostazione con 16 stalli in linea per gli autobus, una superficie pedonale di 2800 metri quadrati ed una sala d'aspetto climatizzata, ma anche un parcheggio multipiano con una capacità di 500 posti auto. Accanto ad esso un parcheggio a raso, della capacità complessiva di 1000 posti auto, di cui 320 dedicati agli utenti con abbonamento al trasporto pubblici locale e ferroviario, ovvero pendolari, a tariffa agevolata e, ancora, un collegamento pedonale tra l'aerostazione e le strutture del polo con una passerella sopraelevata, lunga 425 metri, accessibile con ascensori, scale mobili e scale di sicurezza, con tappeti mobili per facilitare la percorrenza.

(lu.pe.)

 

Parte il restauro del Museo ferroviario - Domani il ministro Franceschini, la governatrice Serracchiani e l'ad delle Fs Mazzoncini firmeranno l'avvio del cantiere
Non è un addio, bensì un arrivederci per il tempo strettamente necessario al rifacimento del look. Ora ci siamo: il Museo Ferroviario di Campo Marzio chiude ufficialmente l'accesso al pubblico per iniziare i tanto sospirati lavori di ristrutturazione indispensabili non solo per riportare l'edificio ai fasti di un tempo, ma soprattutto per evitare le copiose infiltrazioni d'acqua che negli ultimi tempi hanno intaccato il lato che si affaccia su via Giulio Cesare. La firma per l'avvio del cantiere del Museo Ferroviario è prevista domani, martedì 18, con una cerimonia ufficiale riservata alla stampa e agli addetti ai lavori, fra il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Mibact) rappresentato dal ministro Dario Franceschini, la presidente Debora Serracchiani per la Regione Friuli Venezia Giulia, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, Renato Mazzoncini amministratore delegato di Fs e Mauro Moretti presidente di Fondazione Fs. Per l'occasione arriverà in città un convoglio storico della Fondazione Fs che trasporterà le autorità e gli invitati da Trieste Centrale a Miramare, per poi proseguire verso bivio Aurisina, Villa Opicina e raggiungere lo scalo di Campo Marzio attraverso la Transalpina, i cui lavori di messa in sicurezza si stanno completando. Quasi un buon auspicio affinché questa linea possa venir percorsa non solo da convogli storici, ma anche da quelli merci in arrivo ed uscita dallo scalo portuale visto l'aumento consistente di traffico portuale registrato negli ultimi mesi. Non sono ancora noti tutti i dettagli dell'intervento di recupero di Trieste Campo Marzio, ma sicuramente si procederà a lotti ed il primo riguarda proprio la zona che ospita l'area museale, di cui probabilmente sarà aumentata la parte a disposizione del pubblico con nuove sale tematiche. Dunque una svolta significativa per la vecchia stazione di Campo Marzio, inaugurata il 19 luglio 1906 come capolinea sud della linea Transalpina (Wocheiner Bahn o Bohinjska Proga), nota anche come "il secondo collegamento ferroviario" fra il porto degli Asburgo e Vienna: una strada ferrata realizzata proprio per collegare in modo veloce e diretto la città con il centro Europa, evitando così di utilizzare i servizi più costosi e lenti della "ferrovia Meridionale" (l'attuale stazione centrale di Piazza Libertà). Un edificio, quello che ospita il Museo Ferroviario, costruito tutto su un terreno da riporto sottratto al mare mediante un'operazione di interramento: infatti sul lato opposto della stessa via si può scorgere l'antica banchina frangi flutti, oggi utilizzata come basamento del muretto su cui poggia la cancellata del mercato ortofrutticolo. Con l'avvio dell'intervento di recupero dell'immobile, cambierà anche la conduzione del Museo: infatti la gestione, fino ad oggi curata dall'Associazione DopoLavoro Ferroviario di Trieste grazie ai soci volontari della Sat (Sezione Appassionati Trasporti), da mercoledì 19 luglio passerà sotto la amministrazione diretta della Fondazione Fs. Una lunga storia quella del Museo Ferroviario, iniziata nel 1974 per volontà di alcuni soci del locale Dlf che avevano iniziato a raccogliere vecchi cimeli e concretizzatasi successivamente nell'allestimento di una collezione permanente di foto, oggettistica, cimeli e rotabili proprio con l'apertura del museo stesso l'8 marzo 1984 alla presenza dell'allora ministro dei trasporti Claudio Signorile. «Per noi volontari di questa struttura - afferma Roberto Carollo, responsabile del Museo - questo avvenimento segna il riconoscimento ufficiale da parte delle Ferrovie e finalmente il nostro sogno diventa realtà. Una felicità non solo mia, ma di tutti i volontari che hanno a cuore questo luogo». Claudio Vianello, presidente dell'Associazione DopoLavoro Ferroviario di Trieste che fino ad oggi ha gestito l'immobile di Campo Marzio, è soddisfatto solo parzialmente: «Ritengo che la firma del protocollo - sostiene Vianello - sia positivo e rappresenta l'obiettivo che questa associazione ha perseguito per tanti anni: resto altresì perplesso rispetto alla chiusura del Museo al pubblico, visto che la donazione di tutto il patrimonio non è ancora stata siglata davanti ad un notaio. Con la chiusura del Museo non capisco come si possa osservare il vincolo posto da parte dalla Soprintendenza».

Andrea Di Matteo

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 16 luglio 2017

 

 

Da Sistiana a Muggia - le nove spiagge al top - Il Piccolo ha analizzato, grazie a un team di esperti, i principali lidi triestini
Tuffi al sicuro dall'inquinamento ma il concime per la vita sommersa latita - Le spiagge monitorate dal Piccolo
TRIESTE - Bagni tranquilli per tutti nel nostro mare in questa calda estate. Da Punta Sottile a Sistiana passando per Barcola e Grignano le acque del Golfo di Trieste sono pulite, anzi pulitissime. Pure troppo, al punto che se da un lato non si può parlare di inquinamento, dall'altro l'eccessiva depurazione delle acque urbane rischia di mandare in tilt la catena trofica per lo scarso apporto di nutrienti. Ma se mettiamo insieme i vari parametri come temperatura, salinità, ossigenazione e trasparenza scopriamo che la palma dell'acqua più adatta ai bagni la troviamo nella zona di Muggia, a Punta Sottile, là dove le correnti marine di questo scorcio di Adriatico mescolano l'acqua e la "puliscono". Virgolette d'obbligo, perché in senso strettamente biologico trasparenza e ricchezza dell'acqua non vanno sempre d'accordo. Ma tant'è, il mare che lambisce le nostre coste gode di discreta salute, non è inquinato da idrocarburi o altre componenti chimiche, e non soffre per la scarsa quantità di rifiuti urbani e non, che, soprattutto con le piene dei fiumi comunque si riversano con regolarità nelle sue acque. Ha però, questo mare, le sue sofferenze, le sue febbri, malesseri dovuti in gran parte - ma non solo - alla presenza e alle azioni dell'uomo. Tanto per fare un esempio, l'enorme e anomala quantità di meduse a spasso per il Golfo è un fenomeno ancora da capire ma che di certo sconta, da queste parti, un qualche inghippo nel fragile e complesso ecosistema marino. Sono questi, e altri ancora, i risultati di un'indagine che Il Piccolo ha effettuato con gli esperti tecnici e biologi marini della Cooperativa Shoreline, un team che, fra l'altro, svolge parte della sua attività nella Riserva marina di Miramare dove, per conto del Wwf e del ministero dell'Ambiente, gestisce ed organizza alcuni servizi e attività all'interno dell'area protetta. E se è vero che l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, monitora costantemente la salute del Golfo tramite numerose stazioni di campionamento e pubblica un esaustivo bollettino mensile on-line che fornisce indicazioni, in modo semplice ed immediato, sulle caratteristiche fisico-chimiche e biologiche dell'ambiente marino, è anche vero che non tutti gli angoli del Golfo sono coperti dai monitoraggi. Perciò con i professionisti della Shoreline siamo andati a effettuare alcuni campionamenti per implementare i valori acquisiti e per vedere come sta il mare in prossimità dei più frequentati luoghi di balneazione, tra stabilimenti balneari e segmenti di costa libera.Con Carlo Franzosini, presidente della Cooperativa Shoreline, Saul Ciriaco, vicepresidente, Marco Segarich e Lisa Faresi, a bordo di una motobarca appositamente attrezzata abbiamo, monitorato nove punti: Punta Sottile, Ausonia, Bagno Ferroviario, Barcola Pineta, Bagno Sticco - Miramare, Grignano uno e due, Canovella de' Zoppoli, Portopiccolo e Sistiana Caravella. Durante i sondaggi è stata utilizzata sia una sonda Ctd multiparametrica per raccogliere i dati relativi a temperatura, salinità e ossigeno con profilo in profondità, sia il disco di Secchi per misurare la trasparenza dell'acqua. In più sono stati effettuati monitoraggi con transetti lineari per la macrofauna planctonica per un tratto di mare lungo nove chilometri per sei metri di larghezza.«Nel complesso il nostro mare sta bene - dice Franzosini - anche se registriamo uno squilibrio negli apporti di nutrienti delle acque che sta portando, per esempio, alla sparizione delle praterie di fanerogame». «Paradossalmente - continua Franzosini - in buona parte questo è dovuto agli impianti di depurazione, sempre più avanzati, per cui eliminano dall'acqua degli scarichi azoti e fosfati che sono il concime base per la vita marina; le mucillagini, ad esempio, fioriscono proprio per lo squilibrio che c'è tra azoto e fosforo, e sono indicatori di stress per il mare. L'acqua troppo depurata rischia di trasformare il mare in una piscina nella quale non vive più niente». Anche fenomeni come le schiume che appaiono sottocosta specie quando venti e correnti rimescolano acque calde possono dipendere da disfunzioni trofiche di questo tipo.E poi c'è il mistero meduse. Nel transetto monitorato in navigazione oltre ad alcuni esemplari di salpe (tunicati coloniali) sono stati conteggiati ben 888 esemplari di Rhizostoma pulmo, il polmone o botta di mare, «una quantità importante», nota Ciriaco. Sul perché di tale diffusione sono in corso ricerche a livello europeo (in Italia i fondi per questo tipo di ricerca sono insufficienti), «ma di certo - aggiunge Ciriaco - influiscono una serie di concause che vanno dall'innalzamento delle temperature fino alla diminuzione dei predatori delle meduse a causa della pesca, che squilibrano la delicata rete trofica del nostro mare». Durante il nostro viaggio lungo le coste del Golfo le sorprese non sono mancate. A dispetto dell'acqua limpida e pulita, a Punta Sottile, a una profondità di sedici metri, la sonda rivela una percentuale di ossigeno pari a 66,375%. Un dato che rivela quanto lì l'acqua sia vicina all'anossia, cioè alla mancanza di ossigeno, che rischia di soffocare la vita sul fondo. Percentuale di poco più alta al Ferroviario, ma sempre pericolosa, ancora a sedici metri di profondità, mentre al contrario la palma del fondale più ossigenato spetta a Sistiana, con una percentuale di ossigeno sul fondo pari al 103,525%. «Dipende dalla stratificazione termica e salina - spiega Ciriaco - tipica del Golfo di Trieste in estate». Altra sorpresa, gli alieni. Davanti al Ferroviario ecco flottare alcuni esemplari di Mnemiopsis leidyi, nota anche come noce di mare. È uno ctenoforo, una specie di parente delle meduse, che qui non dovrebbe stare. La noce di mare, spiega Faresi, «è originaria dell'Atlantico Occidentale, qui nel Golfo la specie è stata segnalata per la prima volta nel 2005, ma solo durante l'anno scorso si è verificata una vera e propria esplosione demografica», che a quanto pare non accenna a diminuire. Arrivata nei nostri mari, come altre specie aliene, probabilmente portata dalle acque di sentina della navi. «La noce di mare - aggiunge Faresi - è un problema perché mangia le larve del pesce azzurro e si riproduce molto velocemente spesso intasando anche le reti dei pescatori». All'altezza di Sistiana scendiamo in acqua con maschera e pinne per dare un'occhiata da vicino ai fondali. Una bella sorpresa, a ridosso di Portopiccolo, sono i cavallucci marini che qua e là fanno la loro apparizione, mentre in zona Caravella spuntano dal fondo come tante statuine moderniste le Pinne nobilis, o sture, i più grandi bivalvi del Mediterraneo, una specie oggi protetta che ha fatto la sua ricomparsa nel Golfo di Trieste dopo una lunga assenza dovuta a chissà cosa. In quanto alle immondizie, sul fondo del nostro mare non mancano aree dove la concentrazione di rifiuti è piuttosto evidente, come a ridosso delle "pedocere", gli allevamenti di cozze. Ma si tratta di solito di corpi morti, vecchi ancoraggi, nasse e materiali di risulta dell'attività di pesca che presto la vita del mare ingloba e ricopre, con la capacità che ha di curare da sé i propri malanni. Sempre che l'uomo non ci metta del suo.

Pietro Spirito

 

A Punta Sottile la palma della trasparenza

Stilare una classifica del “bagno più bello” lungo la costiera triestina non è semplice e può apparire fuorviante, considerati i molti fattori che entrano in gioco quando si parla di buona qualità delle acque marine. Perciò volendo in linea puramente indicativa provare a dare un voto alle acque del mare si può prendere uno solo degli indicatori, quello della trasparenza. È un dato che viene misurato tramite un apparecchio apparentemente semplice, il disco di Secchi. Lo strumento fu inventato nel lontano 1865 da Padre Angelo Secchi, che lo utilizzò per la prima volta durante una crociera nel Mediterraneo. È un disco circolare di vari diametri, di solito 20, 30 centimetri, bianco o a quadranti bianchi e neri, che si immerge legato a una fune metrata finché non si riesce più a vedere. Così, come si vede nella tabella del grafico che riporta in metri la profondità in cui il disco “scompare”, la palma dell’acqua più limpida va a Punta Sottile mentre lo specchio di mare meno trasparente è risultato quello di fronte all’Ausonia.

 

I tecnici e i biologi della Shoreline da anni al servizio della natura - i professionisti della ricerca

La Cooperativa Shoreline è nata nel 1988 dall'iniziativa di un gruppo di professionisti del settore della biologia ed ecologia marina e costiera. La Shoreline è stata, fin dalla costituzione, il riferimento del Wwf-Italia per le problematiche marine a livello nazionale, operando nella gestione delle aree protette costiere del Wwf. La cooperativa svolge parte della sua attività presso la Riserva marina di Miramare. Formatasi con una grossa esperienza, tuttora in corso, di gestione "creativa" e di alta qualità per contenuti scientifici, professionali, organizzativi e gestionali, Shoreline si è sviluppata con servizi innovativi che continuano ad integrare ed ampliare il potenziale professionale della cooperativa. Nel 1996 si è insediata all'Area Science Park di Trieste, aprendovi il Laboratorio per la ricerca sulla qualità dell'ambiente marino e costiero (CeRQuAM). Toccando diverse tematiche scientifiche e rivolgendosi a diversi target di mercato, la Shoreline adotta come strategia la suddivisione in settori gestiti autonomamente ma comunicanti tra di loro. Le aree di attività vanno da ricerche in mare e acquacoltura alla consulenza per le aree protette marino-costiere, fino alle ricerche nell'ambito delle innovazioni e dei supporti legislativi nella pesca a fini divulgativi e formativi e alle attività di monitoraggio in aree naturali protette.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 15 luglio 2017

 

 

L’Authority padrona del porto franco - Sottoscritto dal ministro Padoan il decreto annunciato a Trieste da Del Rio

Alla torre del Lloyd la gestione integrale e la definizione di piani e strategie

TRIESTE - Habemus decreto del porto franco. Il testo annunciato a fine giugno nel palazzo della Regione in piazza Unità ha concluso il suo iter amministrativo ed è uscito dal labirinto burocratico romano: è stato firmato dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e approderà in breve sulla Gazzetta ufficiale. A una prima lettura, il decreto sembra rispondere adeguatamente all'annuncio fatto dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, dalla presidente Fvg Debora Serracchiani e dal presidente dell'Autorità portuale di sistema dell'Alto Adriatico Zeno D'Agostino: l'amministrazione del porto franco viene affidata interamente all'Autorità, che potrà autorizzare «la produzione di beni e servizi, anche a carattere industriale». Commenta Serracchiani: «Il presente e il futuro dello scalo portuale di Trieste passano per la sua unicità, che oggi è definitivamente confermata». La presidente sottolinea come si tratti di un passaggio fondamentale per tutta la regione, e aggiunge: «Il Porto di Trieste è veramente libero di rinascere a nuova vita» e il decreto «concretizza la possibilità di assistere all'insediamento di nuove aziende della manifattura industriale, della trasformazione delle merci e della logistica, le quali potranno godere dei vantaggi di un sistema doganale unico in Europa che consente la lavorazione dei prodotti nelle aree extra doganali». Serracchiani rimarca inoltre che l'opportunità «è fondamentale per rafforzare il ruolo del capoluogo del Fvg quale porta d'Oriente e snodo della nuova Via della Seta che collega l'estremo oriente con i mercati europei». In quest'ottica, secondo la presidente, è strategico che la Regione «continui lo sviluppo della rete di collegamento intermodale avviato in questi ultimi anni».Il presidente D'Agostino è altrettanto soddisfatto: «Vengono accentrati diversi poteri che consentiranno di costruire su misura il porto del futuro». Una caratteristica che rende Trieste appetibile per investitori e operatori logistici: «Il dinamismo operativo che il decreto ci consente si può trovare soltanto qui - dice D'Agostino -. Da quando c'è stata la notizia si sono palesati molti tanti potenziali investitori». Nei giorni scorsi Serracchiani ha rivelato che alla porta dell'Autorità non hanno bussato soltanto i cinesi, ma anche russi e americani: «E potremmo aggiungere austriaci, ucraini, iraniani - dice D'Agostino -. Sono molti i soggetti interessati ai punti franchi».Ora tra gli operatori portuali tanti si chiedono quali saranno gli effetti del decreto nella pratica. Poiché un conto è il testo così com'è scritto, ma l'espressione del suo potenziale può riservare sorprese o delusioni. Gli addetti ai lavori si interrogano sull'effetto che il testo avrà sui controlli doganali: «Da un lato le Dogane non avranno più l'intervento di tipo economico - dice il presidente dell'Ap - e quindi non potranno più effettuare le riscossioni. Dall'altro resta valida la funzione di conoscenza e controllo di quello che accade all'interno del porto».Quanto al testo, dice nero su bianco che «il porto franco di Trieste è amministrato dall'Autorità di sistema portuale». Ciò comporta la gestione delle aree di demanio marittimo, ma anche di tutte quelle legate funzionalmente e logisticamente alle attività portuali: è la nuova ottica delle Autorità di sistema. L'Ap triestina può autorizzare e limitare «la manipolazione delle merci», ma anche «la produzione di beni e servizi, anche a carattere industriale». È un passaggio fondamentale per le rivendicazioni fatte in queste settimane. Anche in questo caso, è richiesta l'intesa con l'Agenzia delle dogane. Il testo prosegue elencando tutti gli aspetti della vita portuale ricondotti all'Ap, inclusa la promozione e la formazione professionale. Molto spazio è dedicato al traffico su rotaia: «Al fine di promuovere lo sviluppo dei servizi ferroviari nel porto franco, tenuto conto del principio di libertà di transito, il presidente garantisce la libertà di accesso a tutti i vettori ferroviari. A tal fine potrà avvalersi dell'utilizzo di società strumentali, anche attraverso l'assunzione di partecipazioni societarie, ai sensi della disciplina vigente, finalizzate alla promozione di collegamenti logistici e intermodali funzionali allo sviluppo del sistema portuale». La parte successiva del testo stabilisce la pianificazione strategica del porto franco, condotta dall'Ap attraverso l'elaborazione di piani appositi. Il decreto attribuisce poi alla stessa Autorità portuale le autorizzazioni relative al transito degli automezzi e stabilisce che non ci saranno nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ora non resta che attendere gli effetti nella pratica

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 14 luglio 2017

 

 

Blitz dei vigili negli orti di Borgo San Sergio
Blitz all'interno degli orti urbani per il ripristino della legalità. A seguito di diverse segnalazioni pervenute al Comune e riguardanti persone che abusivamente occuperebbero alcuni lotti degli orti urbani siti nella zona cosiddetta de "Le Piane", a Borgo San Sergio, tra l'altro recando anche vari disagi ai locatari regolari e rivolgendo persino minacce e millantando presunti titoli e diritti quali "futuri locatori", l'amministrazione comunale, nella persona dell'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, è intervenuta ieri svolgendo innanzitutto un ampio sopralluogo nella zona, con una serie di puntuali verifiche, lotto per lotto, operando quindi immediatamente con degli interventi tecnici adeguati a riportare la situazione alla regolarità e al ripristino di una veste legale. A tal fine, l'assessore Giorgi, che ha documentato il blitz con una diretta Facebook, è stato accompagnato nell'"operazione" dalla Polizia locale e dai funzionari dell'ufficio gestione patrimonio immobiliare. Il risultato? Alla fine sono state rimosse le chiusure abusivamente collocate (circa una decina di catene e lucchetti) e apposti i lucchetti e le chiusure "regolari" del Comune, affiggendo infine i cartelli dell'amministrazione chiaramente indicanti la proprietà del Comune e lo stato di "lotto libero" (cioè ancora non assegnato). «Si è trattato di un'azione necessaria di fronte a una situazione che era da reputarsi grave, anche per l'asserita sussistenza di minacce e abusi verso gli assegnatari regolari - racconta Giorgi -. E a maggior ragione grave in quanto trattasi di beni pubblici e, com'è nello spirito di questi orti urbani, di significativa valenza sociale».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 13 luglio 2017

 

 

La Fiom: «Alla Ferriera non faremo la fine di Piombino»
«Non faremo la fine dei 2150 lavoratori di Piombino che una volta dismessa la loro area a caldo, nonostante mille promesse, ora si trovano senza lavoro». Lo sottolinea in una nota il comitato degli iscritti della Fiom Cgil delle Acciaierie Arvedi Trieste congiuntamente alla Rsu Fiom. L'assemblea dell'altro giorno ha portato la Fiom a valutare negativamente la limitazione della produzione causata dall'ingiunzione istituzionale. «Nel contesto - scrivono - evidenziamo anche la risposta dell'azienda fornita a Regione e Comune che aggrava ancora di più la già difficile gestione sociale con probabili ricadute occupazionali, tuttavia consideriamo che detta decisione sia conseguenza della mancata chiarezza da parte dell'azienda sulla definizione del piano industriale almeno nel breve-medio periodo». Di qui la richiesta di un tavolo «dove impegnare le istituzioni, l'azienda e le parti sociali, per definire congiuntamente la strategia di continuità, nel pieno rispetto dell'accordo di programma e dell'Aia rilasciata». La Fiom, « nel pieno rispetto delle opinioni diverse», invita anche l piccolo gruppo di manifestanti in piazza Unità a togliere lo striscione "Area a caldo = Morte", considerandolo «gravemente lesivo della dignità dei lavoratori che anche adesso stanno operando nell'area a caldo dello stabilimento». «Non accetteremo qualsiasi ipotesi di soluzione che preveda la perdita di un solo posto di lavoro», concludono. In un'altra nota invece Andrea Ussai, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle chiede alla presidente Serracchiani «di promuovere urgentemente la chiusura progressiva dell'area a caldo dell'impianto» e «di tutelare gli attuali livelli occupazionali della Ferriera nel processo di riconversione industriale, sfruttando le prospettive di sviluppo relative al porto di Trieste createsi recentemente con la firma dei decreti attuativi del Porto franco».

 

 

La legge bis antibici spacca il Pd a Muggia - La fronda spinge per una retromarcia prima della posa dei nuovi cartelli. Decolle: «Il problema è politico e non più tecnico»
MUGGIA - La regolamentazione della viabilità all'interno del centro storico di Muggia continua a scaldare senza sosta gli animi del Partito democratico rivierasco. L'ordinanza 57 del 2017 della Polizia locale muggesana sottoscritta pochi giorni fa, ma che entrerà in vigore una volta apposta l'apposita cartellonistica, ossia entro il mese di luglio, non va proprio giù al consigliere di maggioranza Marco Finocchiaro. L'ex assessore ai Lavori pubblici, che guida la fronda interna, punta il dito contro l'ordinanza che impone il divieto di transito per i velocipedi (esclusi quelli condotti da minori di 10 anni) in alcune arterie del centro, ossia corso Puccini, via Dante (nel tratto compreso tra il civico 1 e piazzetta Santa Lucia), calle Carducci e piazza Marconi. Il provvedimento sarà attivo ogni anno dal primo giugno al 30 settembre, nelle fasce orarie 9.30-12.30 e 16-24 (e non 16-20 come annunciato in precedenza), ma "in ogni caso in presenza di manifestazioni". Nelle aree interdette i velocipedi potranno essere esclusivamente spinti a mano. I trasgressori saranno puniti secondo il Codice della strada con sanzioni che andranno da un minimo di 41 ad un massimo di 168 euro. «Ribadisco la mia contrarietà in quanto la condivisione delle aree pedonali da parte dei ciclisti è già prevista dal Codice della strada ed impone anche la conduzione a mano in determinati situazioni a prescindere dalla stagionalità e dagli orari», racconta Finocchiaro. Secondo l'esponente dem sarebbe bastato «ribadire sotto il cartello dell'area pedonale queste norme per la condivisione della mobilità lenta senza porre in contrapposizione pedoni e ciclisti». Finocchiaro critica anche la decisione della giunta Marzi di apporre un divieto di sorpasso nella galleria di via Roma per tutelare i ciclisti: «A parte che nell'ordinanza non compare, lo ritengo un provvedimento del tutto insufficiente». Per Finocchiaro infatti sarebbe meglio «istituire una zona 30 strutturale su lungomare Venezia, via Roma e via Battisti, dotata di adeguata segnaletica verticale e orizzontale con corsie riservate, rallentatori di velocità, passaggi pedonali rialzati o altro. Solo così si sarebbe garantita una alternativa sicura all'attraversamento del centro storico delle bici e si sarebbe potuta adottare l'ordinanza restrittiva». La richiesta sottintesa, insomma, è di un'eventuale retromarcia prima che arrivi l'apposita segnaletica. Sulle parole di Finocchiaro l'assessore alla Polizia locale Stefano Decolle è perentorio: «A questo punto quello formulato da Finocchiaro non è più un problema di carattere tecnico ma è un problema di natura politica a cui sarebbe opportuno fornire una risposta da parte del segretario del Pd». Ed ecco quindi che Francesco Bussani, vicesindaco e segretario del Circolo del Pd muggesano, cerca di smorzare i toni: «Qualche settimana fa il Comune ha incontrato i rappresentanti di Ulisse Fiab decidendo assieme di intraprendere un percorso condiviso per l'intero territorio di Muggia che partirà con l'arrivo dell'autunno per trovare le soluzioni ai problemi dei ciclisti».Tutto confermato invece per i divieti alle auto. Nell'area vigerà il divieto di transito e sosta con rimozione forzata per tutti i veicoli a motore, con alcuni distinguo. I mezzi di privati residenti in centro storico con garanzia di rimessaggio in garage o cortili, mezzi di privati per scarico merci e mezzi di trasporto merci per le attività commerciali, operanti all'interno dell'area, potranno accedere dalle 6 alle 9. 30 e da novembre ad aprile anche dalle 19 alle 20. Potranno essere utilizzati esclusivamente mezzi fino a 35 quintali di massa, al massimo per 30 minuti e con velocità non superiore ai 10 chilometri all'ora. Potranno inoltre accedere al centro storico i mezzi di accompagnamento di funerali, matrimoni e unioni civili. Consentito anche il transito di mezzi a servizio delle manifestazioni autorizzate e delle persone disabili e per assistenza domiciliare, ma anche di taxi, mezzi di soccorso e per la consegna di combustibili. Il percorso a traffico limitato riguarderà via Dante (accesso da via Battisti), piazza Santa Lucia, la parte discendente di via Verdi e passo Marcuzzi.

Riccardo Tosques

 

 

Ambiente - Maxi crollo in Antartide - Nasce iceberg gigante
ROMA - Con una superficie di 5.800 chilometri quadrati, estesa quanto il Lazio, l'iceberg appena nato in Antartide era annunciato da tempo. Da molti anni la piattaforma di ghiaccio Larsen C era osservata da tanti gruppi di ricerca in tutto il mondo. È l'ultima di tre piattaforme che si trovano nella penisola antartica, indicate con le lettere A, B e C: la prima si è staccata nel 1995, la seconda è collassata nel 2002 e dalla Larsen C è nato il nuovo iceberg, chiamato A68. A dare la notizia è stato il progetto Midas, coordinato dall'università britannica di Swansea, che da anni è impegnato nello studio di questa grande piattaforma di ghiaccio. «Il distacco di questo iceberg è un segnale significativo di un processo avviato anni fa e continua a fare della piattaforma Larsen un vero e proprio sorvegliato speciale», osserva Massimo Frezzotti, glaciologo dell'Enea e presidente del Comitato glaciologico italiano. Da mesi le immagini dei satelliti controllavano la spaccatura che era lì da tempo e che solo nel gennaio 2016 aveva ripreso ad allungarsi progressivamente e in modo sempre più rapido. «Fino al 5 luglio la piattaforma era ancora attaccata per 5 chilometri, ma nell'ultima settimana - ha osservato Frezzotti - era stata registrata un'accelerazione». La fenditura appare ormai un taglio netto nelle immagini inviate a Terra dal satellite Sentinel 1, del programma Copernicus promosso da Commissione Europea e Agenzia Spaziale Europea (Esa), e da quelle del satellite Aqua della Nasa. Per Frezzotti questo distacco «di per sé non è un evento catastrofico, ma è il segnale significativo di un processo che si è avviato da tempo e bisognerà vedere l'andamento della situazione nei prossimi anni». Il distacco che è avvenuto finora corrisponde infatti a circa il 10% dell'intera piattaforma di ghiaccio, della quale restano ancora integri circa 50.000 chilometri quadrati. «Adesso - ha concluso Frezzotti - è molto importante continuare a monitorare il comportamento di questa piattaforma nei prossimi anni per capire se il processo di frammentazione si è arrestato o meno». Non si può ancora dire con certezza se il distacco dell'iceberg dalla piattaforma di Larsen C sia una conseguenza dei cambiamenti climatici, ma per l'associazione ambientalista Greenpeace è un segnale da non sottovalutare. Lo rileva in una nota Paul Johnston, capo della Science Unit di Greenpeace International. «Lo scioglimento dei ghiacci in Antartide - osserva Johnston - è stato sempre riconosciuto come un ammonimento a tutto il pianeta sui pericoli dei cambiamenti climatici. Il collasso di questa calotta di ghiaccio, il terzo registrato in questa regione negli ultimi anni, è verosimilmente un altro segnale dell'impatto globale del clima che cambia».

 

 

 

 

VoceArancio.it - MERCOLEDI', 12 luglio 2017

 

 

BANDIERA BLU 2017: ECCO LE 5 SPIAGGE ITALIANE PIÙ BELLE
È tempo di pensare alle vacanze: dalla Liguria alla Sicilia, ecco le 5 spiagge Bandiera Blu 2017 più rispettose dell’ambiente
Le vacanze estive si avvicinano: abbiamo già parlato dei consigli per risparmiare sui voli dell’estate, ma trovare la meta più adatta alle proprie esigenze non è facile, specialmente quando si tratta di spiagge. Una soluzione? Consultare l’elenco delle spiagge certificate Bandiera Blu del 2017 dalla FEE, la Fondazione per l’Educazione Ambientale con sede in Danimarca, che tiene conto di molti parametri, tra cui i seguenti, fondamentali per quanto riguarda l’ambiente:
Devono essere affisse informazioni sulla qualità delle acque di balneazione
Devono essere affisse informazioni relative a ecosistemi e a fenomeni ambientali rilevanti a livello locale
La spiaggia deve rispettare pienamente gli standard e i requisiti di analisi relativamente alla qualità delle acque di balneazione
Nessuno scarico di acque reflue (urbane o industriali) deve interessare l’area della spiaggia
La spiaggia deve rispettare i requisiti di Bandiera Blu per alcuni parametri fisici e chimici
La spiaggia deve essere pulita
Vegetazione algale o detriti naturali dovrebbero essere lasciati sulla spiaggia
Sulla spiaggia devono essere disponibili cestini per i rifiuti in numero adeguato che devono essere regolarmente mantenuti in ordine
Sulla spiaggia devono essere disponibili contenitori per la raccolta differenziata
L’accesso in spiaggia di cani e di altri animali domestici deve essere strettamente controllato.
Da nord a sud l’Italia è ricca di fantastiche località di mare: quali sono le 5 spiagge Bandiera Blu del 2017 più belle?
LIGURIA: LEVANTO, SPIAGGIA EST “LA PIETRA”
Levanto è un piccolo paesino della Liguria che si erge in una valle ricca di ulivi e pini. La maggior parte delle spiagge si concentrano nella zona sud. La composizione delle spiaggia “La Pietra” è di sabbia e pietre, naturalmente presenti in questo versante e la qualità delle acque è tra le migliori della Liguria, perfetta per chi ama rilassarsi immerso nella natura.
SARDEGNA: CAPRERA RELITTO
L’isola di Caprera fa parte dell’arcipelago de La Maddalena e annovera numerose spiagge in stile “caraibico”. La spiaggia del Relitto è famosa, oltre che per la sua sabbia bianca e sottile, per la presenza sulla riva di uno scheletro di una nave antica fatta arenare dopo un incendio scoppiato a bordo. Fare il bagno in questa spiaggia è un’esperienza suggestiva per il mare trasparente dal fondale sabbioso e per la vegetazione ricca di macchia mediterranea incontaminata.
ABRUZZO: FOSSACESIA
Fossacesia è un Comune in provincia di Chieti, apprezzata località balneare della Costa dei Trabocchi, bandiera blu dal 2004. Le spiagge di Fossacesia sono celebri per l’eterogeneità che contraddistingue la loro natura. In questa località i cani possono accedere alla spiaggia e, per il rispetto dell’ambiente e degli animali, l’amministrazione comunale sta lavorando per individuare e attrezzare un’area appositamente dedicata.
CALABRIA: ROCCELLA JONICA
Il comune rivierasco della Locride è ormai un habitué della Bandiera Blu con la sua spiaggia di finissima sabbia bianca che si affaccia su un mare cristallino ed incontaminato. Nella località calabra ci sono diversi stabilimenti balneari, ma, la parte di spiaggia libera e gratuita è pulita e ben attrezzata con docce e quanto serve per le esigenze dei bagnanti.
SICILIA: MARINA DI RAGUSA
Le spiagge di Marina di Ragusa si sviluppano lungo 50 km di costa, da Pozzallo fino a Scoglitti. In questo litorale si trovano alcune delle più belle spiagge dell’Italia: dalle quelle attrezzate delle località balneari più “in”, alle cale nascoste vicino a storici villaggi di pescatori. Tra le numerose spiagge, quella della Riserva Foce dell’Irminio è una spiaggia tranquilla, quasi vergine e ideale per rilassarsi godendo di un panorama mozzafiato.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 12 luglio 2017

 

 

La schiuma sorprende i bagnanti in Costiera - Singolare fenomeno temporaneo al porticciolo della Tenda Rossa. Non è escluso che la causa sia un'alga
Sono giornate torride in cui ognuno s'ingegna per tentare di attutire gli effetti della canicola che continua a non dar tregua. Niente di meglio di un bel tuffo tra le onde per rinfrescarsi e difendersi dal solleone. Ma se spiaggia e mare non sono nelle migliori condizioni, la frustrazione aumenta. Per chi ieri si è recato di primo mattino al porticciolo della Tenda Rossa, una delle spiagge più gettonate della Costiera, c'era di che rimanere perplessi. In diverse parti della battigia, rappresa tra gli scogli, appariva una non ben identificata vaporosa schiuma, simile a quella che le nostre nonne usavano per fare il bucato. Anche se il mare era agitato, non si giustificavano i numerosi depositi della spuma rappresa. Inquinamento dovuto a degli scarichi non filtrati? Residui di qualche lavaggio effettuato in alto mare? Difficile dare una risposta. Trascurando la causa inquinamento, è plausibile pensare che il fenomeno possa essere attribuito a cause naturali, per esempio alla presenza in superficie di alghe o fanerogame che possono produrre torbidità o schiume saponose. Rimane il fatto che più di una persona, piuttosto perplessa di fronte alle spume rapprese, ha preferito abbandonare la spiaggia e riaffrontare la vertiginosa scalinata che riporta alla strada costiera. Episodi che comunque possono essere accomunati a un degrado, purtroppo evidente, di molti accessi al mare della Costiera triestina. È ormai normale incappare in tratti di spiaggia dove rifiuti di ogni genere rendono davvero poco gradevole la balneazione, rappresentando per i turisti un brutto biglietto da visita per il capoluogo regionale. Una situazione alla quale basterebbe davvero poco per porre rimedio, ovvero una presa di coscienza di tutta l'utenza nell'impegnarsi per l'asporto dei propri rifiuti nelle sedi consone. Diverso invece il discorso che riguarda la qualità e la salvaguardia del mare. Sul fronte delle verifiche e dei monitoraggi va segnalato il lavoro dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpa), che segnala per le spiagge regionali una qualità dell'acqua pressoché eccellente. L'Arpa predispone con periodicità mensile un monitoraggio delle acque in 52 siti delle coste regionali, da Lignano Sabbiadoro a Muggia. Sono trenta i punti monitorati in provincia. Per saperne di più basta andare sul sito www.arpa.fvg.it e cliccare la voce acqua e balneazione.

Maurizio Lozei

 

 

La fototrappola "cattura" l'orsetto nei boschi del Carso - Il sistema ha registrato il passaggio tra Medeazza e Jamiano

L'esemplare, del peso di 80-90 kg, sarebbe di passaggio
«Negli anni ho fotografato cinghiali, caprioli, tassi, faine, volpi e pure sciacalli dorati. Ma quando ho visto l'orso ho strabuzzato gli occhi: quasi stentavo a crederci». Dalla Spagna, dove è attualmente in ferie, il cacciatore Maurizio Zulian racconta lo strepitoso fototrappolaggio effettuato alcuni giorni fa fa nei boschi del Carso, in una zona sita vicino all'oleodotto, a pochi passi dalla Slovenia, tra le frazioni di Medeazza (Duino Aurisina) e Jamiano (Doberdò del Lago). Un esemplare d'orso bruno, di poco più di due anni, quasi sicuramente maschio e del peso non di molto inferiore ai 100 chilogrammi, è stato immortalato dalla macchina fotografica notturna del 61enne di Jamiano. Immagini inequivocabili che attestano una volta di più la presenza del plantigrado nelle nostre aree. Pur non essendoci (ancora?) dei nuclei stanziali, le incursioni degli orsi nell'altipiano carsico, così come in altre zone del Friuli Venezia Giulia, sono oramai sempre più frequenti. «Potrei stimare che da circa vent'anni gli orsi attraversano la nostra regione, che è una vera e propria zona di passaggio soprattutto da parte dei maschi che vanno in cerca delle femmine» racconta il naturalista triestino Nicola Bressi.Il passaggio è duplice: da Ovest (Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto) gli orsi attraversano il Friuli Venezia Giulia in cerca di femmine che poi trovano in Slovenia. Più raramente, invece, i maschi sloveni si addentrano nel nostro territorio per poi spostarsi a Ovest verso le altre regioni italiane della fascia alpina. Vedere delle tracce inerenti il passaggio degli orsi, dunque, è cosa sì rara, ma non rarissima. È infatti emerso che pochi mesi fa un esemplare di orso è stato avvistato di giorno da parte di tre donne durante una passeggiata su un sentiero che collega Slivia ad Aurisina. La testimonianza è stata successivamente avvalorata dal Corpo Forestale regionale che ha individuato le fatte, ossia gli escrementi dell'animale, che hanno confermato il fatto che l'animale avvistato fosse proprio un orso.Nel maggio dell'anno scorso, invece, l'ex cacciatore di San Lorenzo (San Dorligo della Valle), David Fonda, che assieme alla madre Grosdana Gasperut stava percorrendo l'arteria stradale che collega San Lorenzo a Draga in direzione Pesek, fu protagonista di un avvistamento in pieno giorno: un orsetto di circa 50 chilogrammi toccato, senza conseguenze, dall'automobile che precedeva la coppia, era subito corso nei boschi facendo perdere le proprie traccia. Diverse poi le incursioni di orsi sloveni provenienti dal monte Cocusso, quasi sempre attratti dal miele prodotto a Grozzana.Memorabile il racconto di Virginio Abrami, gestore assieme alla moglie Vilma dell'Azienda agricola di apicoltura, che, convinto di trovarsi davanti a un grosso cinghiale, vide il plantigrado alzarsi su due zampe prima di scappare nuovamente nel bosco. Mediaticamente parlando, invece, il caso più eclatante è quello registrato nella primavera del 2015, quando le telecamere di sorveglianza del centro commerciale Ikea immortalarono un orso di circa 150 chilogrammi nel parcheggio del Tiare Shopping. In quell'occasione emerse che il plantigrado in questione era Madi, esemplare noto ai ricercatori dell'Università di Udine che nel maggio del 2013 lo avevano dotato di collare satellitare.Contattato dal Piccolo, il professore dell'Università di Udine Stefano Filacorda, tra i massimi esperti nazionali di orsi, racconta quello che potrebbe essere l'identikit dell'esemplare immortalato da Zulian tra Jamiano e Medeazza: «Dalle foto possiamo ipotizzare si tratti un cucciolo di 2 anni e mezzo, del peso di 80-90 chilogrammi. Quasi sicuramente si tratta di un orso in fase di dispersione dalla madre, ossia quel momento in cui il cucciolo viene allontanato dalla femmina essendo in corso la stagione degli amori». Filacorda tende ad escludere l'eventualità che il cucciolo fotografato possa essere una femmina, il che avrebbe significato la possibilità di porre virtualmente le basi per un nucleo fisso sul Carso giuliano: «È difficile dirlo con certezza, ma lo escluderei. Anche dopo essermi confrontato con i colleghi sloveni confermo che non risultano essere presenti femmine sul nostro Carso. Le più vicine si trovano invece nella Selva di Tarnova e sul monte Nevoso». Insomma, citando Franco Battiato, gli orsi, in Friuli Venezia Giulia, continuano ad essere almeno per ora... solo di passaggio.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 luglio 2017

 

 

I bastioni veneziani di Zara e Sebenico patrimonio Unesco

Il "titolo" con Palmanova, Bergamo e Peschiera del Garda nel progetto congiunto di Italia, Croazia e Montenegro
ZARA - La conferma è arrivata dal vertice di Cracovia, in Polonia: anche i bastioni difensivi di Zara e la fortezza di San Nicola, situata in mare di fronte a Sebenico, sono stati inseriti nella Lista del patrimonio mondiale dell'Unesco. Lo ha deciso la competente commissione che ha preso in esame la proposta arrivata congiuntamente da Italia, Croazia e Montenegro di porre sotto tutela dell'Unesco le Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: "Stato di Terra - Stato di mare occidentale", un progetto guidato dalla città di Bergamo e che per un migliaio di chilometri si estende per il territorio italiano, croato e montenegrino. Le Mura Venete premiate, edificate dalla Serenissima dopo la scoperta della polvere da sparo e quale baluardo contro i vari nemici, in primis i turchi, possono essere visitate e ammirate in diverse zone e precisamente a Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda, a Zara e Sebenico in Dalmazia (Croazia) e a Cattaro in Montenegro. Va ricordato che le mura difensive di Zara, per una lunghezza complessiva di ben 3 chilometri, furono approntate dalla Repubblica di Venezia nel XVI secolo. Cingono - solenni e orgogliose - il nucleo storico zaratino, ossia la famosa penisola, per proteggerla (queste le intenzioni di cinque secoli fa) dagli attacchi delle forze turche che all'epoca stavano dominando nei Balcani. Ancora oggi piacciono per la loro imponenza, dando l'impressione di essere inconquistabili.Il discorso è valido anche per il forte di San Nicola, altra monumentale opera veneziana, edificata dalla Serenissima nel XVI secolo proprio all'imboccatura del canale di Sant'Antonio. Il motivo? Le paure, i pericoli che derivavano dall'avanzata dei turchi. La fortezza era stata approntata su progetto dell'ingegnere militare italiano, Michele Sanmicheli. È stata restaurata nell'ultimo biennio e dopo decenni di quasi totale abbandono. Nel corso dei lavori, è stata rispettata alla lettera l'antica struttura, senza interventi che potessero danneggiare la possente costruzione, una delle più belle in acque adriatiche. Va aggiunto che una ventina d'anni fa la polizia sebenzana fu costretta ad usare le maniera forti contro i cosiddetti datoleri, i raccoglitori abusivi di datteri di mare. Gli scavi a San Nicola per estrarre i molluschi avevano assunto dimensioni tale da mettere a rischio la statica dell'antica costruzione, uno dei simboli della presenza veneziana lungo le coste orientali dell'Adriatico. Per la Croazia è arrivato un altro importante riconoscimento: a far parte del Patrimonio mondiale dell'Unesco sono anche gli antichi faggeti dislocati nei parchi nazionali del Velebit (Alpi Bebie) settentrionale e della Paklenica. A Cracovia, dieci Paesi europei (Croazia, Italia, Austria, Slovenia, Belgio, Spagna, Bulgaria, Albania, Romania e Ucraina) hanno firmato l'allargamento del sito comprendente le antiche faggete dei Carpazi e di altre regioni del Vecchio Continente.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 10 luglio 2017

 

 

La Fortezza di Palmanova è patrimonio dell'umanità - La decisione ieri a Cracovia, la scelta per le opere di difesa veneziane
Alla fine Palmanova ce l'ha fatta. La città stellata è entrata nel novero dei siti patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco. Il verdetto è arrivato ieri mattina durante il summit del Comitato Unesco a Cracovia. Il progetto che ha portato la Fortezza all'ambito riconoscimento ha carattere di transnazionalità. Infatti «Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: Stato da Terra-Stato da Mar occidentale» ha visto la compartecipazione alla cordata delle opere di difesa presenti, con Palmanova, a Bergamo e Peschiera del Garda per l'Italia, a Zara e Sebenico per la Croazia, a Cattaro per il Montenegro. È questo l'ennesimo sito italiano entrato a far parte del Patrimonio mondiale Unesco, assieme a dieci antiche faggete italiane per una superficie complessiva di 2.127 ettari. La candidatura è il risultato di un certosino e complesso lavoro di équipe coordinato a livello centrale dal MiBact. Ma ripercorriamo la lunga strada che ha portato questo progetto transnazionale a far parte dei beni mondiali Unesco. Bergamo, capofila del progetto, ha iniziato nel 2008 il percorso di costruzione della candidatura all'Unesco World Heritage List. Nel 2011 Palmanova ha ottenuto l'inclusione della città Fortezza nella candidatura per la parte italiana, dopo che la visita della commissione ministeriale aveva sancito la valenza storico architettonica delle fortificazioni, supportata anche da un accurato dossier scientifico. Tra il 2011 e il 2013 è stata definita l'inclusione anche dei siti di Zara, Sebenico e Cattaro, oltre a Peschiera del Garda, già presente fin dall'inizio. Nel corso del 2013, si sono tenute a Palmanova alcune giornate di studio sulle fortificazioni e, nell'anno successivo, è stato organizzato un convegno internazionale "L'architettura militare di Venezia in terraferma e in Adriatico, tra XVI e XVII secolo". Un momento di confronto tra esperti internazionali del settore, una raccolta organica e articolata di tutte le ricerche svolte sul patrimonio fortificato della Serenissima, un studio volto a valorizzare le importanti testimonianze storiche, per salvaguardarle e ricercarne nuove destinazioni in un'ottica di riuso. L'iter, complesso e articolato, ha richiesto numerosi passaggi, dossier, valutazioni, sopralluoghi, visite nei paesi partner, incontri al Ministero e nel comune capofila. Nel febbraio 2014 la candidatura rientra nella Tentative list. L'anno successivo, a Bergamo, il sindaco di Palmanova Francesco Martines, assieme alla presidente della Regione Debora Serracchiani, firmano il protocollo nazionale a sostegno della candidatura Unesco che nel gennaio 2016 è stata definitivamente approvata e sostenuta come unica proposta italiana. A settembre la visita ispettiva. Nel 2017 il parere positivo da parte di Icomos, organismo dell'Unesco che, di fatto, ha spalancato le porte per il successo in terra polacca. Le Opere di difesa veneziane tra il XV e XVII secolo Stato da Terra-Stato da Mar occidentale, sono costituite da sei componenti fortificate situate in Italia, Croazia e Montenegro, che formano un sistema esteso per oltre mille chilometri tra la Regione Lombardia, in Italia, e la costa orientale adriatica. La serie nel suo complesso rappresenta una significativa rappresentazione tipologica delle fortificazioni costruite dalla Serenissima tra il XVI e il XVII secolo, un periodo molto importante nella lunga storia della Repubblica di Venezia. Al valore storico-architettonico del sito, contribuisce fortemente il contesto paesaggistico in cui si inseriscono le sei componenti, ciascuna in grado di offrire notevoli suggestioni visive. Per quanto riguarda specificatamente Palmanova, unico esempio di città di fondazione ancora intatta nella propria forma di stella a nove punte, è uno dei più importanti modelli di architettura militare in età moderna. Una struttura fortificata organizzata su tre cerchie difensive e un tessuto urbano disposto su assi radiali. L'accesso alla città è consentito dalle tre monumentali porte: Aquileia, un tempo chiamata Marittima, Udine e Cividale. Fu fondata dalla Serenissima Repubblica di Venezia con l'intento di contrastare le mire espansionistiche degli Asburgo d'Austria e le scorrerie dei Turchi. Il 7 ottobre 1593 venne posta la prima pietra della Fortezza. Furono costruite due linee difensive con bastioni e rivellini e al loro interno si realizzò l'impianto urbanistico della città. Una terza cinta fortificata fu aggiunta in epoca napoleonica. Con decreto del Presidente della Repubblica nel 1960 Palmanova è stata proclamata Monumento Nazionale. Negli ultimi anni è in atto una politica di riconversione da città militare a città di interesse storico culturale come elemento portante di nuovo sviluppo turistico e dei servizi. La caratteristica più importante della Fortezza, oltre chiaramente alla sua particolare geometria a pianta stellata, è la cinta bastionata, determinante ai fini della candidatura Unesco. Infatti, al valore del sito, contribuisce fortemente il contesto paesaggistico in cui si inseriscono le componenti dei bastioni realizzati con una funzione tattica nell'ambito del sistema complessivo.

ALFREDO MORETTI

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 9 luglio 2017

 

IL SENATORE Russo sfida il Pd «Dia un segnale di chiarezza sulla Ferriera»

«Se è una colpa essere stato l’unico esponente del centrosinistra ad accettare un confronto con cittadini che da settimane sono in piazza giorno e notte per manifestare il loro disagio allora sì, ammetto di essere colpevole. Ho affrontato una piazza arrabbiata e l’ho fatto senza cercare scorciatoie, difendendo il lavoro che il centrosinistra ha fatto negli ultimi anni sulla Ferriera». Lo afferma, in una nota, il senatore del Pd Francesco Russo in merito alla sua partecipazione all’incontro organizzato dai Comitati che si battono per la chiusura dell’area a caldo della Ferriera di Servola. «Al presidio del Comitato 5 Dicembre - aggiunge Russo - sono andato soprattutto per parlare di futuro. Non ho fatto facili promesse e a differenza di altri parlamentari non ho firmato petizioni e non ho promesso la chiusura dell’area a caldo in qualche settimana. Ho proposto, invece, un percorso concreto che partendo dallo sviluppo del porto e dalla riqualificazione di Porto vecchio crei le condizioni per arrivare in tempi certi alla chiusura dell’area a caldo. Che non lasci al loro destino i lavoratori (solo in Porto - ci dicono gli operatori - nei prossimi due anni, grazie anche al punto franco verranno creati fino a 1000 posti di lavoro) né un sito capace anche da abbandonato di essere una bomba ecologica». «Per questa posizione la governatrice Serracchiani mi dà del “Pierino” - aggiunge Russo - eppure le cose che ho detto sono quelle che il centrosinistra (lei compresa) ripete da sempre. E allora a Debora Serracchiani dico ben venga una verifica romana, se necessario. Prima però sarò io a proporre una verifica locale: durante la direzione regionale di giovedì presenterò un ordine del giorno per chiedere al Pd del Friuli Venezia Giulia di chiarire qual è la linea di azione sul sito di Servola».

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - SABATO, 8 luglio 2017

 

 

#NoRifiutinelWC, un piccolo gesto per salvare il mare e le spiagge - Legambiente chiede la messa al bando dei cotton fioc in plastica

Con Goletta Verde prende il via la nuova campagna di Legambiente, sviluppata da Ogilvy Change, per stimolare il cambiamento dei cittadini ed arginare un problema di portata globale come il marine litter - Ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti finiscono dritti nei mari e negli oceani del mondo e di questi una percentuale tra l’80% e il 90% di questi rifiuti è plastica. In 46 spiagge monitorate trovati quasi 7mila cotton fioc, in pratica due ogni passo tra la sabbia Nel Lazio, presso la spiaggia di Levante a Terracina, conteggiati ben tre cotton fioc ogni metro. Legambiente chiede la messa al bando dei cotton fioc in plastica. Scopri la campagna su www.norifiutinelwc.it Qui il video della campagna: https://goo.gl/caY1sD

Qual è la distanza tra il nostro wc e il mare? Molto più che breve di quello che si immagina. Il 10% dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane proviene, infatti, dagli scarichi dei nostri bagni. Rifiuti buttati nel wc che raggiungono il mare, anche a causa di sistemi di depurazione inefficienti, minacciando la fauna marina. Il 9% di questi rifiuti spiaggiati è costituito da bastoncini per la pulizia delle orecchie che vengono buttati nei Wc. In sole 46 spiagge lungo la penisola sono stati trovati quasi 7mila cotton fioc (monitorate da Legambiente tra il 2016 e il 2017 con l’indagine Beach Litter), in pratica due bastoncini per le orecchie ogni passo tra la sabbia. Il problema, purtroppo, non sono solo i cotton fioc. Sulle nostre spiagge c’è di tutto: blister, tamponi e assorbenti, medicazioni, deodoranti per wc, contenitori per le lenti a contato. Nel Lazio, ad esempio, presso la spiaggia di Levante a Terracina, i volontari di Legambiente hanno contato tre cotton fioc ogni metro durante l’indagine Beach litter 2017. E lo scorso anno furono migliaia i bastoncini cotonati trovati a Fiumicino, sulla spiaggia di Coccia di Morto. Tutti rifiuti buttati nel WC e che hanno raggiunto mare e spiagge, anche a causa di sistemi di depurazione inefficienti. Prevenire è possibile e anche molto semplice: basterebbe usare il cestino. Nasce per questo la campagna #NoRifiutinelWC, sviluppata da Legambiente e Ogilvy Change, la unit di Ogilvy & Mather che applica gli studi scientifici di economia comportamentale, psicologia cognitiva e psicologia sociale nella realizzazione di interventi finalizzati a orientare positivamente i comportamenti e le decisioni delle persone. Lo scopo della nuova campagna sociale è stimolare il cambiamento spontaneo e permanente di abitudini in un piccolo gesto quotidiano che, tuttavia, può contribuire ad arginare un problema di portata globale come il marine litter: si calcola, infatti, che ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti finiscono dritti nei mari e negli oceani del mondo e di questi una percentuale tra l’80% e il 90% di questi rifiuti è plastica. Il lancio della campagna è avvenuto in occasione del viaggio della Goletta Verde, la storica imbarcazione di Legambiente che da oltre 30 anni per monitorare le qualità delle acque marine e la presenza di rifiuti in mare, ma anche per denunciare le illegalità ambientali, l’inquinamento, la scarsa e inefficiente depurazione dei reflui, le trivellazioni di petrolio, le speculazioni edilizie e la cattiva gestione delle coste italiane. “Il problema del marine litter sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti come ha dimostrato anche la Conferenza mondiale sugli Oceani organizzata dall’Onu lo scorso mese a cui abbiamo partecipato portando la nostra esperienza – dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente. La quasi totalità dei rifiuti, in una percentuale che oscilla tra l’80% e il 90%, è composta da plastica, che persiste nell’ambiente per centinaia di anni e accumula sostanze tossiche. Si tratta di rifiuti che creano problemi economici, ambientali e alla fauna marina, ma possono anche finire sulle nostre tavole visto che le microplastiche (generate anche dalla frammentazione dei rifiuti più grandi), vengono facilmente ingerite dai pesci. Se poi i sistemi di depurazione non ci sono o sono inefficienti, come denunciamo da anni con Goletta Verde, tutto quello che buttiamo nel WC finisce in mare. Possiamo e dobbiamo invertire questo trend e per farlo bastano anche piccoli gesti come scegliere prodotti meno inquinanti, prevenire i rifiuti, differenziarli al meglio per riciclarli, ma anche evitare di usare i nostri WC come se fossero cestini della spazzatura. Per far fronte all’invasione di bastoncini – conclude Ciafani - bisogna affrontare il problema anche dal punto di vista normativo, mettendo al bando i bastoncini per le orecchie non compostabili, sull’esempio di quanto l’Italia ha fatto con il bando ai sacchetti di plastica e in linea con la messa al bando dei cotton fioc voluta dalla Francia a partire dal 2020”. Il nostro Paese era già intervenuto legislativamente su questo aspetto. Infatti I bastoncini per la pulizia delle orecchie non biodegradabili erano stati banditi dall’art. 19 della legge 93/2001. Salvo essere poi riabilitati, in seguito ad una sentenza della Corte di giustizia europea del 2005 per motivazioni tecnico-normative. Siamo però convinti che oggi, alla luce dell’esperienza del bando sui sacchetti di plastica non compostabili vigente in Italia, e ora esteso anche in diversi Paesi europei e del Mediterraneo, e la maggiore conoscenza del problema ambientale causato dalla dispersione dei cotton fioc, specialmente nell’ambiente marino e costiero, non sia più rinviabile una disposizione normativa che tenga insieme la messa al bando dei cotton fioc di plastica non compostabili e al tempo stesso promuova l’obbligo di una migliore e più chiara informazione sullo smaltimento dei prodotti ad uso sanitario da apporre sulle confezioni stesse. “Tutti sanno che gettare rifiuti nel Wc è sbagliato, ma in tanti ancora lo fanno perché si tratta di un comportamento così radicato nella routine di molti italiani da essere diventato purtroppo automatico, istintivo e quindi molto difficile da cambiare – spiega Guerino Delfino, Chairman & Chief Executive Officer, Ogilvy & Mather –. La campagna #NoRifiutinelWC si pone l’obiettivo di indurre piccoli comportamenti virtuosi e automatici nella quotidianità delle persone. Questo grazie all’approccio che Ogilvy Change ha nell’ideazione dei suoi progetti di comunicazione: l’utilizzo delle tecniche di Nudging e degli Economical Behaviour porta a soluzioni che non hanno soltanto l’intenzione di comunicare un concetto, ma soprattutto di stimolare un’azione, o meglio, una reazione”. La campagna viaggerà anche sui canali social di Legambiente e Goletta Verde, con video, pillole informative, consigli e immagini delle conseguenze dei nostri comportamenti errati. Un ruolo fondamentale sarà quello degli stessi cittadini che potranno partecipare utilizzando l’hashtag #NoRifiutinelWC, postando foto di rifiuti trovati in spiaggia e in mare, ma comportamenti virtuosi assunti per risolvere il problema. Il viaggio di Goletta Verde quest’anno diventa ancor più prezioso e importante dopo la conferenza mondiale degli Oceani all’Onu dove Legambiente ha presentando un focus sul Mediterraneo. Da anni Legambiente sta, infatti, studiando grazie ai suoi volontari questo problema (www.legambiente.it/marinelitter): monitorando centinaia di spiagge e chilometri di mare per comprendere meglio la fonte dei rifiuti marini; facendo analisi sulla riciclabilità delle plastiche disperse in mare e in spiaggia; indagando la presenza di microplastiche nei mari e nei laghi italiani. Una grande esperienza di citizen science riconosciuta a livello mondiale. Scopri la campagna sul sito: www.norifiutinelwc.it

Ufficio Stampa Goletta Verde/Legambiente: Luigi Colombo – 347. 4126421 - golettaverde@legambiente.it

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 8 luglio 2017

 

 

La governatrice solleva il "caso Russo" - Il blitz sulla Ferriera con Fedriga e Battista finisce a Roma. Il senatore: «Ho difeso il centrosinistra»
TRIESTE - Francesco Russo si presenta in piazza Unità, proprio sotto il palazzo della giunta, assieme a Massimiliano Fedriga, destra, e Lorenzo Battista, sinistra. Parla di Ferriera e lo fa in mezzo ai comitati che chiedono la chiusura dell'area a caldo. «Un intervento a difesa della linea del centrosinistra», assicura lui. Ma Debora Serracchiani non condivide, non con quei compagni di viaggio, non in una fase delicata del processo di riqualificazione dell'area. E, a quanto risulta, apre il caso a Roma. Non è la prima volta che la presidente non approva l'autonomia del senatore triestino. Ma stavolta, dopo il blitz trasversale di lunedì scorso, il malumore è forte. Perché la convinzione di Serracchiani è che Russo non si dovesse infilare in una manifestazione di contestazione dell'operato della Regione e del Pd sulla Ferriera. Una questione su cui lei stessa, oltre che nel ruolo istituzionale e politico, è impegnata pure da commissario. Una competenza su più fronti che le ha consentito di ribadire in un'intervista al Piccolo che la Regione «ha fatto con rigore quello che doveva fare», che «la Ferriera deve rispettare i limiti di legge ed essere in grado di coesistere con la città» e che se l'area a caldo inquina, «occorrerà avviare un percorso che porti alla sua chiusura». Venuta a conoscenza di Russo fianco a fianco con il leghista Fedriga e lo scissionista Battista, oltre che con il sindaco Dipiazza e l'assessore Polli, Serracchiani non ha digerito. E, ricordata la posizione del Pd sulla Ferriera, avrebbe chiesto chiarimenti ai piani alti del partito sull'iniziativa di Russo, il "pierino" che già in passato aveva spiazzato i dem con l'accelerazione sulla città metropolitana e forzando le primarie a Trieste quando la ricandidatura di Roberto Cosolini sembrava cosa fatta. Senza dimenticare il pressing per un ricambio della segretaria regionale, Antonella Grim in testa, e pure nei confronti della presidente, sollecitata a più riprese a sciogliere le riserve in vista delle regionali 2018.«Serracchiani se l'è presa? Non mi risulta e, se anche fosse così, non me l'ha comunque detto - commenta Russo -. Quel che è certo è che lunedì sono andato in piazza a difendere quanto fatto dal centrosinistra, strappando qualche consenso che fino al giorno prima non avevamo». Nessuna facile promessa, assicura il senatore, «tanto che non ho firmato, contrariamente a Fedriga e Battista, la petizione di No Smog in cui si chiede alla Regione di avviare le procedure di chiusura dell'area a caldo. Ho semplicemente ripetuto quanto diciamo da sempre: il destino dei lavoratori e la salute dei cittadini non vanno contrapposti, si deve puntare in tempi certi a una riconversione sostenibile del sito di Servola. Alla chiusura, non in pochi giorni, ci si potrà arrivare partendo dallo sviluppo del porto, dalla riqualificazione di Porto vecchio e dalla città metropolitana».

(m.b.)

 

 

Il Pd contro lo stop alla ciclabile di via Giulia - La reazione dei consiglieri di opposizione. «Il progetto approvato dalla giunta precedente era sicuro»
«Ciccio no xe per barca e Dipiazza no xe per bici». I consiglieri comunali del Pd scelgono l'ironia dialettale per manifestare tutto il loro disappunto nei confronti della decisione della giunta Dipiazza di affondare il progetto della pista ciclabile di via Giulia ideato dall'amministrazione Cosolini, (progetto che l'assessore Polli non ha esitato a definire «allucinante»), preferendo investire il finanziamento nella realizzazione di una rotonda in piazza Volontari Giuliani e alcuni passaggi pedonali. Il Partito democratico, però, non ci sta e punta il dito contro questa e altre decisioni dell'attuale amministrazione in tema di mobilità, ricordando «la tanto sbandierata adesione del sindaco al Patto per la ciclabilità sottoscritto durante la campagna elettorale, una delle tante promesse non mantenute». Per quanto riguarda le dichiarazioni dell'assessore Luisa Polli sul progetto che portava la firma di Elena Marchigiani e Andrea Dapretto, i democratici mettono i puntini sulle "i" con una serie di precisazioni: «Innanzitutto la rotonda di piazza volontari Giuliani era già prevista nel progetto del 2015 - scrivono -; la corsia bus al centro di via Giulia (peraltro lascito della precedente amministrazione Dipiazza) era già stata eliminata e la pista ciclabile prevista non era insicura, trattandosi di percorso protetto e in sede propria progettato dagli uffici comunali dopo un confronto con i tecnici regionali. E infine gli attraversamenti pedonali protetti erano già stati previsti». Questa la conclusione alla quale sono giunti i consiglieri Pd: «Si butta via un progetto di percorso ciclabile che avrebbe permesso di ridurre il ricorso alle auto usando meglio il parcheggio del Giulia come scambiatore; si dirottano i fondi al rifacimento di marciapiedi, solitamente oggetto di manutenzione ordinaria; si rinuncia a un ulteriore passo verso una mobilità più sostenibile, scelta che non solo accontenta le persone che vorrebbero poter usare la bicicletta, ma consente anche di ridurre l'inquinamento». Lo stop alla ciclabile in via Giulia non trova d'accordo nemmeno l'associazione ciclisti urbani Fiab Ulisse , che si è dichiarata «sorpresa dello stop imposto dal sindaco».

 

 

L'Ungheria punta a ottenere il gas russo - L'intesa sulla fornitura siglata fra Budapest e Gazprom fa risorgere il vecchio progetto South Stream
BELGRADO - A Varsavia, riuniti intorno al presidente Trump, i Paesi dell'Est hanno discusso su come arginare l'influenza politica ed economica di Mosca, magari accettando il gas americano. Ma se ben si osserva, il fronte è già spaccato sul nascere. Spaccato a causa di un progetto che potrebbe riportare indietro le lancette al 2014, facendo salire di nuovo la tensione tra Ue, Usa e Russia. Il progetto è quello del defunto gasdotto South Stream, sponsorizzato da Mosca e riposto nel cassetto tre anni fa a causa delle pressioni di Bruxelles e della bufera provocata dalla crisi in Ucraina. Nel cassetto, ma non archiviato definitivamente, a quanto sembra. Lo confermano in particolare, dopo le voci circolate a giugno, le mosse dell'Ungheria e del colosso energetico russo Gazprom, che mercoledì hanno firmato a Mosca un'intesa sulle forniture di gas russo. Intesa, ha specificato il ministro degli Esteri magiaro, Peter Szijjarto, che immagina la costruzione di «una nuova rotta di trasporto per il gas naturale verso l'Ungheria». Rotta che dovrebbe arrivare da sud, via Balcani, ripercorrendo a grandi linee il percorso del controverso South Stream. Secondo Szijjarto «lo scenario più realistico» è quello di pensare infatti a un «collegamento» col futuro Turkish Stream, il gasdotto sponsorizzato da Mosca per portare gas via Mar Nero fino in Turchia, attraverso Bulgaria e Serbia. Il gasdotto «potrebbe cominciare ad essere operativo a fine 2019, portando» in Ungheria «fino a 8 miliardi di metri cubi di gas naturale».Il perché della scelta radicale di Budapest? Szijjarto lo ha messo nero su bianco, in una nota. L'Ungheria, come gli altri Paesi della regione, vuole avere sicurezza sul fronte delle forniture di energia e gas. E altre possibilità di rifornimento sono per ora solo chimere: come il gas che dovrebbe arrivare in Ungheria dalla Romania; e soprattutto «il terminal di gas liquido naturale» in Croazia, «non ancora in costruzione». Da qui l'idea di "resuscitare" South Stream sotto altro nome. Idea che sembra piacere anche nella vicina Serbia. Lo suggeriscono dichiarazioni del presidente serbo, Aleksandar Vucic, che ha confermato che anche Belgrado - e la Bulgaria - hanno interesse a un collegamento con Turkish Stream, «opportunità notevole di sviluppo». Che è in discussione sia con il Ceo di Gazprom, Alexey Miller, sia col premier bulgaro, Borisov.

Stefano Giantin

 

Carso - Legambiente e la notte sulla città
Alla scoperta della bellezza dei paesaggi attorno a Trieste. Un'escursione nei dintorni del paese di Banne illuminati dalla luna, per scoprire insieme a Legambiente la natura di notte in una passeggiata suggestiva ed emozionante. Partenza - alle 21.30 - dall'abitato storico di Banne e, passando attraverso il bosco della tenuta Burgstaller/Bidischini, saliremo sul ciglione carsico ad ammirare il luminoso panorama sulla città di Trieste, per inoltrarci tra gli spazi aperti della landa carsica, dove con un po' di fortuna potrete sentire il canto di qualche rapace notturno. Ritrovo nel parcheggio di fronte alla caserma (abbandonata) di Banne. Durata circa 3 ore, il percorso è facile. Meglio indossare abbigliamento sportivo con giacca a vento e scarpe comode. È obbligatorio portare con sé una torcia. Per prenotare: chiamare o scrivere un sms al 3333487130.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 7 luglio 2017

 

 

Stop alla pista ciclabile lungo via Giulia - L'amministrazione Dipiazza modifica il progetto cosoliniano. Niente corsia per le bici, ok a rotonda e percorsi pedonali
«Sarebbe stata pericolosissima, bloccata giusto in tempo». Roberto Dipiazza era intervenuto il 14 ottobre scorso sul progetto della pista ciclabile di via Giulia che arrivava dopo il pasticcio di quella di Campo Elisi. E ora la giunta comunale ha messo definitivamente una pietra sopra al progetto dell'amministrazione precedente che portava la firma degli assessori Elena Marchigiani e Andrea Dapretto. La pista ciclabile di via Giulia non si farà. Al suo posto una rotonda (piazza Volontari Giuliani) e alcuni passaggi pedonali. Una delibera del 26 giugno scorso ha riconvertito l'intervento "itinerario ciclabile tra piazza Volontari Giuliani e via delle Torri" in uno nuovo denominato "interventi per la sicurezza dell'utenza debole in via Giulia, Piazza Volontari Giuliani e aree limitrofe" mettendo in sicurezza il finanziamento da 353mila euro già ottenuto dal ministero dell'Ambiente (programmi Pisus) per la mobilità sostenibile, spostandolo appunto dai ciclisti ai pedoni. Ora si punta decisamente a promuovere la mobilità pedonale, alla faccia del programma elettorale che l'amministrazione si era data. «Siamo tornati al progetto originario. Quella che si limitava alla rotonda di piazza Volontari Giuliani prevedendo la sistemazione dei marciapiedi e dei percorsi pedonali», spiega l'assessore Luisa Polli. Il piano, che prevede un costo complessivo pari a mezzo milione di euro, faceva parte inizialmente del progetto di bike sharing (Triestinbike) che puntava alla realizzazione di un itinerario ciclabile lungo l'asse di collegamento del rione di San Giovanni con le Rive. «In base agli indirizzi della nuova amministrazione e alle esigenze emerse dal territorio - si legge nella delibera - si è reso necessario modificare alcuni elementi di tale ultimo intervento con delle previsioni di intervento che contemplano comunque la realizzazione di una rotatoria stradale in piazza Volontari Giuliani (con relativo collegamento pedonale con l'adiacente viale XX Settembre), oltre ad alcuni interventi lungo l'asse di via Giulia e vie limitrofe, rivolti prevalentemente alla mobilità pedonale». L'intenzione è quella di risolvere alcune criticità rilevate dal Piano del traffico lungo l'asse di via Giulia in merito ad attraversamenti pedonali rischiosi. Per questo si è deciso di realizzare un itinerario pedonale lungo l'asse di via Giulia, nel tratto compreso tra via Battisti e piazza Volontari Giuliani, di collegamento tra le aree cittadine più centrali e il rione di San Giovanni, corredato di attraversamenti pedonali protetti, eliminazione delle barriere architettoniche, accesso sicuro ai diversi edifici scolastici presenti in zona attraverso lo sviluppo di futuri "pedibus". «Abbiamo cancellato le variazione allucinanti introdotte dalla giunta precedente. Era stata previsto persino il bus che passava in mezzo alle due corsie del traffico. Era stata prevista una pista ciclabile che passava davanti all'uscita dei mezzi della guardia di Finanza - aggiunge Polli -. Noi abbiamo preferito dare il massimo di attenzione ai pedoni in una via ad alto scorrimento com'è via Giulia dove ci sono diverse scuole». I lavori dovrebbero partire subito dopo il via libera alla rimodulazione dell'intervento. «Passiamo subito le carte all'assessorato ai Lavori pubblici e poi si potrà partire con la gara», assicura l'assessore a Urbanistica e Ambiente.Una scelta che non trova d'accordo l'associazione ciclisti urbani Fiab Trieste Ulisse che si è dichiarata subito sorpresa «dello stop che il sindaco ha imposto alla ciclabile di via Giulia». «Il progetto - hanno dichiarato i ciclisti della Fiab Ulisse - prevede oltre alla ciclabile due percorsi pedibus, cinque attraversamenti pedonali protetti e nuove alberature. La ciclabile di via Giulia è parte di uno dei tre assi portanti della futura rete ciclabile triestina: il Pi Greco. Il tratto di via Giulia assieme a viale XX Settembre, via Imbriani e via Mazzini: è il primo di questi tre assi nel quale i ciclisti urbani potrebbero pedalare con sufficiente sicurezza».

Fabio Dorigo

 

 

acegasapsamga - A maggio raccolta record per l'umido 500 tonnellate
Maggio record per i cosiddetti rifiuti organici, ovvero per la raccolta dell'umido organizzata da AcegasApsAmga nelle strade triestine con appositi contenitori. E' la stessa utility a comunicare il buon risultato conseguito attraverso questa nuova tipologia di differenziata: 500 tonnellate è la quota, mai raggiunta in precedenza, che AcegasApsAmga ha rendicontato nel mese di maggio. Potrebbe avere giocato un ruolo importante la campagna pubblicitaria lanciata dal Comune e dall'azienda, proprio tra aprile e maggio, intitolata significativamente «L'Umido che fa la differenza». Campagna svoltasi in 14 tappe itineranti tra supermercati e mercati rionali diffusi in tutto il territorio urbano: un messaggio che aveva raggiunto alcune migliaia di residenti.A contribuire nell'incremento del rifiuto umido domestico è statil raddoppio della raccolta stradale di sfalci e ramaglie, in presumibile correlazione con i nuovi 100 cassonetti posizionati da AcegasApsAmga nel maggio dello scorso anno: i risultati ottenuti evidenziano, non a caso, che le 520 tonnellate raccolte nei primi cinque mesi del 2016 sono diventate 1060 tonnellate nel periodo gennaio-maggio del 2017, registrando così un aumento pari al 103%.All'azienda preme sottolineare quantità e qualità della raccolta: infatti «i nuovi contenitori per sfalci e ramaglie sono stati posizionati per permettere ai cittadini di conferire questo rifiuto separatamente dai rifiuti umidi domestici che, invece, vanno conferiti nei contenitori con coperchio marrone». «Nel conferire i rifiuti differenziati - insiste un comunicato diffuso ieri mattina dalla controllata del gruppo Hera - oltre alla quantità è fondamentale prestare attenzione anche alla qualità, che significa conferire rifiuti non contaminati da altri materiali, come per esempio la plastica». «Nel caso delle potature e scarti di giardino - conclude la nota - la qualità triestina risulta particolarmente alta, permettendo in questo modo di mandare a recupero quasi il 100% di quanto conferito».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 6 luglio 2017

 

 

Parchi minerari da coprire - Maxi investimenti di Arvedi - Lavori da decine di milioni per la realizzazione del progetto chiesto dalla Regione
Sul calo della produzione: «Siamo nei limiti Aia». Il Comitato 5 dicembre contesta
Siderurgica triestina annuncia interventi da «alcune decine di milioni» per la copertura dei parchi minerari della Ferriera di Servola. La rivelazione ha un peso particolare dopo l'episodio dello scorso 26 giugno, quando una nube scura si è sollevata dallo stabilimento oscurando la baia di Muggia. Un episodio che l'azienda attribuisce a un colpo di vento eccezionalmente forte, ma che ha riacceso l'attenzione proprio sul tema delle coperture. Siderurgica triestina rivela molti particolari del progetto di copertura in un comunicato emesso ieri, il giorno dopo l'invio alla Regione della comunicazione sulla riduzione della produzione di ghisa e del nuovo progetto. Due misure che l'ente pubblico aveva richiesto alla proprietà attraverso due distinte diffide nei mesi scorsi. L'azienda informa di aver mandato il progetto di copertura dei "parchi materie prime" alla Regione, al Comune di Trieste, ad Arpa, ai vigili del fuoco e all'Azienda sanitaria, come richiesto dalla diffida regionale del marzo scorso. «Si tratta di due aree ben distinte - recita il comunicato -, ciascuna di circa 25mila metri quadrati dedicate rispettivamente allo stoccaggio del minerale di ferro e del carbon fossile». Siderurgica triestina prosegue dando alcune informazioni sul materiale inviato agli enti pubblici: «La voluminosa documentazione presentata comprende numerose tavole grafiche, l'iter autorizzativo, il crono programma relativo alla progettazione esecutiva e all'ottenimento dei permessi, nonché il preventivo di massima, che allo stato attuale si può stimare di alcune decine di milioni». In particolare, aggiunge, «l'esecuzione delle opere prevede bonifiche, fondazioni, strutture portanti, tamponature, coperture e impianti tecnologici a servizio delle due aree coperte». Le soluzioni progettuali proposte, le tempistiche e l'iter autorizzativo saranno sottoposti alla valutazione e all'approvazione degli enti partecipanti alla Conferenza dei servizi, con eventuali prescrizioni. L'azienda ricorda poi che il decreto regionale, in attesa della realizzazione del progetto di copertura dei parchi, prevede degli interventi alternativi. Scrive l'ufficio stampa: «In accordo con Arpa Fvg è in fase di attuazione la nuova modalità operativa di irrorazione e filmatura dei materiali in fase di stoccaggio per la gestione del parco fossile e del parco minerali al fine di evitare spolveramenti».Nello stesso comunicato Siderurgica triestina ci tiene a sottolineare che intende ottemperare alle prescrizioni della Direzione regionale all'Ambiente in merito alla riduzione della produzione nell'area a caldo: l'azienda «conferma, come già anticipato la scorsa settimana, che i rilievi da parte dei tecnici sul monitoraggio in modalità di autocontrollo del deposimetro, nel mese di giugno hanno registrato una sensibile riduzione della polverosità».Il comunicato aggiunge «che gli interventi effettuati durante la fermata di manutenzione programmata di lunedì 3 luglio sull'altoforno, comporteranno il mantenimento di questi livelli entro i limiti imposti dall'Autorizzazione integrata ambientale».Da parte sua il Comitato 5 Dicembre reagisce con scetticismo all'annuncio del giorno precedente, con cui l'azienda faceva sapere di aver inoltrato i progetti. Sulla sua pagina Fb il comitato che chiede la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento riporta le immagini del verbale di un incontro fra l'azienda e gli enti pubblici tenutosi nel gennaio di quest'anno, in cui Siderurgica triestina diceva di ritenere «non fattibile» la copertura dei parchi minerali dello stabilimento. Fra gennaio e oggi, però, è intervenuta la diffida della Regione. Il comitato chiede la convocazione di un incontro fra Giovanni Arvedi, il sindaco Roberto Dipiazza, e la presidente Debora Serracchiani, annunciando ulteriori presidi pur di ottenerlo.

Giovanni Tomasin

 

Partiti e sindacati - Area a caldo -  È polemica fra Russo e Belci
La Ferriera è la causa scatenante di uno scambio via Facebook tra il senatore dem Francesco Russo e l'esponente di Mdp Franco Belci. Mentre sullo stesso tema interviene anche la Cgil. Scrive Russo: «Caro Belci, in queste settimane di presidio in Piazza Unità credo di essere stato l'unico a difendere il lavoro svolto dal centrosinistra negli ultimi 5 anni: a differenza del tuo compagno di partito Lorenzo Battista (e di Fedriga), peraltro, non ho firmato la petizione proposta da No Smog. Perché quella sì, era demagogia». Scrive poi: «A differenza del passato, però, ho proposto un percorso concreto basato sull'equazione: sviluppo Porto + riqualificazione Porto vecchio + città metropolitana = chiusura area a caldo. Non è un iter che si concluderà in pochi giorni. Ma è una strada seria, praticabile». L'ex sindacalista ha risposto: «Caro Russo, non ho fatto altro che citare la tua posizione e non ho fatto, con te, alcuna polemica. Ho polemizzato invece con Battista, la cui posizione non condivido, e con il livello regionale di Mdp perché è da due mesi che chiedo una discussione sul tema che è stata sempre rimandata». Quanto alle linee guida di Russo, aggiunge: «Oggi i lavoratori dell'area a caldo hanno la certezza del posto di lavoro. Il percorso da te proposto è sicuramente praticabile, tranne, conosci la mia opinione, che per l'araba fenice della città metropolitana. Ma, come dici, è un percorso che ha tempi non definibili. Perciò, se non hai idee migliori per garantire l'occupazione, riparliamone quando le iniziative da te citate creeranno 300 posti di lavoro». Nel frattempo il segretario regionale Cgil Villiam Pezzetta e il provinciale Michele Piga scrivono: «Invitiamo tutti i soggetti coinvolti a proseguire sulla strada intrapresa, sia sul versante dei controlli, indispensabili per tutelare la salute e la qualità della vita dei cittadini, sia su quello degli investimenti per limitare l'impatto ambientale dello stabilimento, in linea con quanto previsto in sede di Aia e di accordo di programma. Investimenti che, a fianco di quelli necessari a sostegno del piano industriale atteso dai sindacati, rappresentano una precisa responsabilità del gruppo Arvedi».

(g.tom.)

 

 

Rimosse da aprile 23 bici "fuorilegge" - Due interventi a settimana dall'entrata in vigore delle misure sul decoro urbano
Chissà se avrà telefonato subito alla Polizia locale per chiedere se qualcuno aveva rubato la sua bicicletta. Comunque sia, il proprietario dell'unica bici che è stata reclamata dopo essere stata rimossa dalle forze dell'ordine perché d'intralcio dall'entrata in vigore del nuovo Regolamento, che vieta di parcheggiarle a casaccio, è anche l'unico che è stato per il momento multato con 100 euro (il minimo è 50, il massimo 300). Gli altri 22 velocipedi levati di mezzo da aprile in base al nuovo diktat del Comune (articolo 6, comma 4) invece sono finiti allo smaltimento rifiuti. Secondo il Comune, che li ha tolti dalle strade come promesso, erano comunque "vecchie carcasse" monche di ruote, manubri o sellini. In primis una decina in via Gioia, ma anche in via Galilei e in via Cassa di Risparmio. Una media di prelievo dunque, compreso il sequestro, di quasi due bici alla settimana. È scappata probabilmente alla mannaia invece - per motivi pratici, la mancanza di cesoie a portata di mano - una bici posizionata davanti a una panchina in zona Cavana, che impediva letteralmente l'altro ieri sera la possibilità di sedersi. «Questo ciclista viola il decoro ma soprattutto crea intralcio» hanno spiegato il vicesindaco Pierpaolo Roberti e il comandante della Polizia locale Sergio Abbate durante la commissione Trasparenza convocata ieri mattina dal consigliere comunale Roberto De Gioia (Verdi Psi) «per fare chiarezza e trovare il giusto equilibrio tra ciclisti in aumento e amministrazione». Intralcio e mancanza di decoro sono concetti però entrambi affidati alla discrezione di chi accerta l'infrazione. Dice il regolamento: no a biciclette agganciate a monumenti e barriere di protezione, a semafori, colonne e altri manufatti prospicienti gli immobili di rilevante valore architettonico, la bici parcheggiata "non deve arrecare intralcio o pericolo alla circolazione pedonale e veicolare", "non deve limitare gli accessi alle entrate dei negozi, a case, passi carrai, nonché la fruizione del marciapiedi".In ogni caso un po' di morbidezza pare adesso trasparire dall'amministrazione nei confronti delle bici che non sono parcheggiate negli appositi (ma carenti) stalli. «Diciamo che se non disturbano, le lasciamo», commenta Abbate. Sotto osservazione comunque, hanno fatto sapere ieri, ci sono ben 13 biciclette nella zona di via Giulia, quelli che, secondo il comma 2 dell'articolo 6, restano ininterrottamente per 60 giorni dopo l'accertamento effettuato dagli agenti o da altro personale incaricato al controllo. In tal caso scatta la rimozione. Ma come fanno a essere sicuri gli agenti che queste bici stiano ferme proprio senza staccarsi un attimo dal palo per due mesi? «Attraverso dei registri, uno per distretto - risponde Abbate -, segniamo le bici e le fotografiamo e vediamo così nel tempo se sono sempre lì. Ovviamente ci accorgiamo se qualcuno le ha spostate e poi rimesse nello stesso posto: a quel punto non sono più sotto osservazione». Le perlustrazioni avvengono in concomitanza con dei giri che hanno un altro scopo, sottolinea il vicesindaco. Su questo punto l'ex assessore alle Politiche sociali Laura Famulari (Pd) puntualizza: «La norma ci sta, è evidente che non si possano occupare stalli e spazi per 60 giorni, però mi sembra, considerato l'impegno della Polizia locale su tanti fronti ed essendo questa anche sotto organico, che tutto ciò crei un aggravio all'attività». Se Roberti in primis però si propone di cacciare i ciclisti a suo dire incivili, «senza accanirsi», ammette pure la «necessità di implementare gli stalli». Sono 194 in tutta la città, come sottolineato da Ulisse-Fiab, l'associazione degli amanti delle due ruote, rappresentata ieri da Giorgio Kosic, contro 3500 biciclette in circolazione, in base a un sondaggio di Swg. Per questo il forzista Piero Camber ha proposto un ordine del giorno sul bilancio per l'aumento di parcheggi per bici, magari anche grazie a «una sponsorizzazione degli esercenti vicini alle aree dove verranno installati».

Benedetta Moro

 

 

Ogs capofila nella lotta all'anidride carbonica - L'Istituto giuliano nella rete dei laboratori europei che dovranno "stoccare" nel sottosuolo la CO2
Ridurre le emissioni di gas a effetto serra per ridurre il riscaldamento globale. Per raggiungere questo obiettivo, la Comunità europea punta anche a confinare sotto la superficie terrestre o marittima la CO2. Per questo ha promosso la nascita di una rete di laboratori di eccellenza in materia di cattura e stoccaggio nel sottosuolo dell'anidride carbonica. Si tratta dell'European Carbon Dioxide Capture and Storage Laboratory Infrastructure (Eccsel) ed è un'infrastruttura di ricerca europea che riunisce laboratori di diversi Paesi impegnati nella messa a punto e nello studio di tecnologie all'avanguardia per poter catturare e immagazzinare in modo controllato la CO2 in formazioni geologiche profonde e contribuire così ad abbassare le emissioni industriali e combattere il cambiamento climatico. L'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste è stato nominato dal Miur referente e nodo nazionale del network e oggi ospita l'Info Day (nella sede di Borgo Grotta Gigante) per presentare i laboratori di ricerca messi a disposizione dal nostro Paese alla comunità scientifica internazionale per raggiungere questo importante traguardo. «Come nodo italiano, coordineremo l'accesso ai laboratori di Eccsel che si trovano sul territorio nazionale, promuoveremo l'inserimento di nuovi laboratori nel consorzio e le iniziative di formazione per i ricercatori» spiega Michela Vellico, tecnologa dell'Ogs e responsabile del nodo nazionale Eccsel. «Il confinamento geologico dell'anidride carbonica è riconosciuto in Italia e nel mondo, anche a livello politico, quale tecnologia da cui non si può prescindere se si vuole raggiungere l'obiettivo del contenimento dell'aumento di temperatura al 2050 entro i 2 C°» commenta Maria Cristina Pedicchio, presidente di Ogs. «Complessivamente - conclude Vellico - sono 5 le infrastrutture che Ogs mette a disposizione di Eccsel utili al monitoraggio dei siti di confinamento della CO2: oltre ai laboratori di Latera (in provincia di Viterbo, verrà inaugurato nel corso dell'estate) e Panarea, ci sono il Biomarine Lab di Trieste, il nostro aeromobile equipaggiato con strumenti per il telerilevamento, e il DeepLab Sea Floor Lander, uno strumento che consente di acquisire in continuo dati oceanografici a livello del fondale marino».

 

Specie esotiche e incendi minacciano la landa carsica - L’allarme dell’esperto Poldini: «Bisogna intervenire subito - La biodiversità del territorio è seriamente in pericolo»

Tra le soluzioni suggerite dal professore il rilancio della cosiddetta agricoltura multifunzionale e del terreno a pascolo.

È allarme per la progressiva scomparsa della landa carsica. Nel corso dell’ultimo secolo, sul Carso si è assistito a una perdita del patrimonio vegetale pari al 7,40%, con una relativa diminuzione della biodiversità a causa dell’aggressione di specie esotiche, con conseguenti danni all’agricoltura, mentre le lande - le cosiddette “gmajne” - si sono ridotte a meno del 9% della superficie totale del territorio. Il preoccupante fenomeno è stato segnalato da Livio Poldini, già docente di ecologia vegetale dell’Università di Trieste, nel corso della conferenza “Biodiversità: l’importanza della programmazione delle attività agricole per le differenti aree carsiche nel rispetto di una preventiva ed attenta analisi del territorio”, svoltasi nei giorni scorsi nella sala convegni della Banca del credito cooperativo del Carso di Opicina, all’interno della manifestazione “Infiorata di Opcina” promossa dall’associazione per la Difesa di Opicina. «La penetrazione di specie non autoctone, che costituiscono la seconda principale minaccia alla biodiversità, si è attestata oggi all’8,4%: si tratta – ha spiegato Poldini – di specie in alcuni casi pericolose e allergeniche, che portano a un’invasione nell’agricoltura con conseguente necessità di ricorrere ai pesticidi, con tutto quanto ne consegue. Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi – ha aggiunto lo studioso – si è assistito a una pericolosa e costante perdita dell’habitat naturale per le specie autoctone e a una preoccupante contrazione delle lande carsiche». La soluzione risiederebbe a suo avviso nello sviluppo dell’asse silvo-pastorale, reintroducendo l’agricoltura e sviluppando pascolo e bosco. Poldini ha ricordato a riguardo la presenza di un piano specifico, redatto dallo stesso relatore ancora nel lontano 1984 e tuttora giacente. Tre le linee guida indicate: la conservazione della biodiversità, la diminuzione del rischio incendi e lo sviluppo degli impollinatori. «Pianificando la reintroduzione del terreno a pascolo e incentivando il ricorso a un’agricoltura multifunzionale, il residuo di landa carsica potrebbe essere riportato al 20%». Anche il problema degli incendi boschivi si potrebbe arginare attraverso «l’abbattimento di alberi come i pini, che appaiono attualmente per il 30-40% intaccati dai parassiti, incrementando la presenza di alberi d’alto fusto, che restituirebbero anche complessità strutturale ai boschi. Un’azione che porterebbe pure a una positiva ricaduta in termini turistici». «Il patrimonio naturale – ha concluso Poldini – rappresenta l’unica vera risorsa di una comunità e costituisce la base economica del territorio. È pertanto un bene insostituibile che va quindi salvaguardato: senza l’attuazione di una serie di misure atte a prevenire un ulteriore depauperamento di questi bene collettivi, parlare di sviluppo sostenibile appare come un semplice slogan privo di significati».

Gianfranco Terzoli

 

 

Referendum a settembre sulla Capodistria-Divaccia
LUBIANA - Dopo un acceso dibattito in Parlamento la Slovenia ha deciso per il suo "election day". Il prossimo 24 settembre, infatti, gli elettori si recheranno alle urne sia per scegliere il nuovo presidente della Repubblica, sia per esprimere il proprio parere in merito al referendum abrogativo della legge sul raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. L'assemblea parlamentare di Lubiana ha ieri dato luce verde a tale disposizione con 50 voti a favore e 18 contrari. Non è stata una decisione facile, e ai deputati poco importava, dal tenore del dibattito in aula durato quasi cinque ore che, raggruppando le due chiamate alle urne, si sarebbe determinato un gran bel risparmio alle casse dello Stato. Da rilevare, al di là del dibattito in aula, che il Comune di Capodistria che, in prima istanza, si era schierato a favore del referendum abrogativo ha poi fatto marcia indietro quando il governo di Lubiana ha deciso di puntare non a un raddoppio della linea esistente ma a una vera e propria nuova tratta ferroviaria a doppio binario tra Capodistria e Divaccia. Linea ferroviaria che, ricordiamo, diventa assolutamente strategica per lo sviluppo dei traffici del Porto di Capodistria, unico scalo marittimo della Slovenia. Anche la commissione competente della Camera di Stato aveva indicato il 24 settembre come data per lo svolgimento del referendum, data peraltro non avversata neppure dal ministro delle Infrastrutture, Peter Gaspersic, il quale aveva dichiarato di rispettare la volontà popolare di porre la questione della ferrovia tra Capodistria-Divaccia al parere del corpo elettorale sloveno. Ovviamente i promotori del referendum hanno puntato tutto proprio sull'election day. In questo modo sperano, ovviamente, di poter contare su un'affluenza decisamente maggiore alle urne rispetto a quella cui avrebbero potuto contare se il voto referendario si fosse svolto in un'altra data. Insomma, chi voterà per il presidente della Repubblica sarà più "invogliato" a esprimere il proprio parere anche sulla legge ad hoc che l'esecutivo di Lubiana ha varato per la realizzazione della tanto agognata ferrovia veloce tra Divaccia e Capodistria. Da rilevare che le opposizioni in Parlamento che hanno votato contro l'election day avevano proposto quali dati indicative per lo svolgimento del referendum il 5 o il 12 di novembre. In base alla nuova legge sulle consultazioni popolari la legge sul raddoppio della Capodistria-Divaccia sarà abrogata se i "no" supereranno quota 340mila (prima bastava la maggioranza semplice di coloro i quali si fossero recati alle urne). Il referendum non contesta la realizzazione dell'infrastruttura, ma l'impianto legislativo, definito arruffato e privo di coperture finanziarie, proposto dal governo.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 5 luglio 2017

 

 

La Ferriera riduce la produzione di ghisa - Adottate le misure anti inquinamento contenute nella diffida della Regione. Pronto il piano di copertura dei parchi minerari
La Ferriera di Servola comunica di aver ridotto la produzione di ghisa dell'impianto e pure di aver approntato il progetto di copertura dei parchi minerari. Lo fa sapere la Regione Friuli Venezia Giulia, che ieri ha ricevuto appunto comunicazione ufficiale da parte di Siderurgica triestina. In questo modo la proprietà fa sapere di aver adempito alle richieste che l'amministrazione le ha rivolto negli ultimi mesi. Il tetto sulla ghisa è la risposta del privato alla diffida con cui, una settimana fa, l'ente regionale ha intimato alla proprietà di ridurre la produzione, affinché le polveri rientrassero nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2016.L'azienda ha inviato una nota all'amministrazione regionale con la quale assicura di aver ridotto la marcia dell'altoforno entro il limite prescritto di 34mila tonnellate mensili di ghisa, con la contestuale limitazione a 290 colate al mese. È stata ridotta di conseguenza anche la produzione della cokeria, che è stata limitata al fabbisogno di coke strettamente funzionale alla produzione dell'altoforno, fa sapere Siderurgica triestina. L'azienda ha inoltre presentato alla Regione il progetto di fattibilità tecnica ed economica della copertura dei parchi minerari dell'impianto: una mossa compiuta in ottemperanza alla diffida in merito che la Regione ha inviato al gruppo Arvedi nel marzo scorso. La realizzazione della copertura rientra tra le migliorie all'impianto previste dall'accordo di programma quadro e dall'autorizzazione integrata ambientale. La diffida per la riduzione della produzione della settimana scorsa aveva fatto discutere. Serracchiani aveva dichiarato in proposito, a margine di un incontro con i sindacati: «Il rispetto delle regole è un aspetto imprescindibile. Ed è proprio per questo che l'amministrazione regionale, con atto del direttore centrale dell'Ambiente, ha diffidato le acciaierie Arvedi a ridurre la produzione affinché le polveri rientrino nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale del 2016». Appena ricevuta la nota, Siderurgica triestina aveva fatto sapere di star effettuando «la valutazione dei profili tecnici e legali di tale prescrizione, con riserva di comunicare le azioni da intraprendere nel corso dei prossimi giorni». L'argomento, mai scomparso dall'attenzione dei triestini, ha visto nei giorni scorsi diverse prese di posizione. Il senatore del Partito democratico Francesco Russo si è schierato per la chiusura dell'area a caldo. Anche il parlamentare di Articolo 1 Lorenzo Battista (ex Movimento 5 Stelle) ha deciso di schierarsi per la «chiusura della Ferriera», che definisce «un obiettivo che deve unire la politica, movimenti e cittadini». La presa di posizione non è stata gradita dal portavoce di Mdp Franco Belci (vedi box a parte). Entrambi i parlamentari hanno partecipato, assieme al sindaco Roberto Dipiazza e al capogruppo alla Camera del Carroccio Massimiliano Fedriga, a un dibattito che si è svolto davanti al presidio che il Comitato 5 dicembre sta tenendo ormai da giorni in piazza Unità. In quell'occasione Dipiazza aveva affermato: «Sto aspettando l'appuntamento con Arvedi - ha affermato il primo cittadino - e ciò che vedo è che la politica adesso è tutta insieme e sta finalmente emergendo la verità: la ghisa non è il futuro. Ci sono altre opportunità, a cominciare dal Porto, per cui basta con l'area a caldo. E bisogna smetterla di dire che gli operai perderanno il lavoro. L'area a caldo era già ferma nel 2012-2013, poi qualcuno ha voluto portare Arvedi e questi sono i risultati. Anche Serracchiani se ne sta rendendo conto, perché non si può continuare a dire che va tutto bene quando sui davanzali dei cittadini di Servola si trova quello che si trova».

Giovanni Tomasin

 

Posizioni diverse in Mdp sull'area a caldo - E Belci si dissocia dalle parole di Battista
«Il profumo di elezioni sollecita protagonismi, editi e inediti, sul destino della Ferriera». L'ex segretario della Cgil Fvg Franco Belci, esponente di Mdp, si dissocia dalla presa di posizione del parlamentare del suo partito (ex M5S) Lorenzo Battista: «Dopo il misunderstanding tra vescovo e proprietà sulla chiusura dell'area caldo, i due senatori del centrosinistra, Russo e Battista, hanno ribadito la richiesta. Nella situazione di liquidità dei partiti, ognuno si sente legittimato a dire la propria: che però tale rimane». In casa Mdp non si è mai affrontato il tema, aggiunge, «nonostante le mie sollecitazioni ad assumere a livello regionale una posizione condivisa». Per Belci «la strada non può essere quella della demagogia, ma quella del rispetto integrale dell'accordo di programma». Intervengono anche il segretario regionale Cgil Viliam Pezzetta e il provinciale Michele Piga: «Su Servola è il momento delle scelte responsabili, non della demagogia. Il rischio: strumentalizzazioni politiche ed elettoralistiche».

 

 

Le discariche abusive minacciano il Carso - Viaggio nei boschi invasi dai rifiuti che i volontari puntano a ripulire
L'inciviltà colpisce persino il cimitero di Aurisina e il torrente di Moccò
Sulla strada che porta a "Cava Pietra Scoria", una laterale della Provinciale 11, in zona San Dorligo, non passano solo gli addetti ai lavori. L'accesso, in teoria, è vietato agli esterni, ma chiunque può entrarvi visto che, per il momento, non c'è l'ombra di possibili ostacoli. Incombono cartelli di presunte telecamere presenti nella zona, che non fanno però paura agli imperterriti dell'abbandono abusivo di immondizie che lasciano oggetti ingombranti nell'area verde adiacente: il terreno che costeggia la salita è pieno di rifiuti.La boscaglia e l'accesso stesso sono della Comunella di San Giuseppe della Chiusa, frazione del Comune di San Dorligo della Valle. Sotto invece ci sono le case di proprietà di residenti che si vedono arrivare giù un profluvio di masserizie. "Scivolano", fino ad arrivare appunto alla soglia delle abitazioni che si affacciano sulla stessa Provinciale 11, detriti di ogni tipo: monitor di computer, televisori, batterie, copertoni, mobili, cucine, termosifoni, piastrelle, videoregistratori, ferrame. A corredo, sull'altro lato, vestiti e scarpe. È al vaglio del proprietario della Cava l'ipotesi di mettere una sbarra, «che però di giorno resterebbe aperta», commenta Marino Scoria, «certo potrà essere un deterrente di notte e nei giorni festivi, ma il problema rimane: è la maleducazione». Questa "location" comunque è uno dei tanti punti che ormai a Trieste e nei comuni limitrofi sono diventati delle discariche a cielo aperto. Il Piccolo ha provato a fare una mappa delle principali aree di scarico abusivo. I luoghi privilegiati di coloro che decidono di riversare i rifiuti (urbani, inerti, ingombranti e non, contenitori di rifiuti tossici e infiammabili, residui industriali), e che possono essere privati cittadini o imprese, sono tanti, troppi. Le mete hanno una caratteristica comune: sono nascoste e preferibilmente leggermente pendenti, in modo che con i camioncini adatti, dalla parte posteriore, si possa buttare giù enormi quantità che poi la natura con il suo verde nasconde. Il gruppo dei "Volontari per Trieste pulita", che ha una pagina Fb, ha più volte operato in quella zona, vicino a San Giuseppe, così come in molte altre, con tanto di funi, per riuscire a raccogliere di tutto e di più. Ma ha in mente di attivarsi per un'altra parte che viene presa di mira dall'inciviltà, come riferisce Angelo Sorci, uno dei fondatori del team, sempre nelle vicinanze, questa volta a Moccò, altra frazione di San Dorligo. Il letto del torrente che attraversa la valle è invaso da frigoriferi, copertoni, cassette di plastica, rifiuti edili, reti di materasso, pezzi di eternit, grondaie, portiere di auto, secchi di ferro, tinozze in plastica, tubi, ante di dispense, infissi, lastre di metallo. Molte cose che il terreno si è quasi mangiato, segno che sono lì anche da molto tempo, arrugginite. Pure qui lo spazio per raggiungere il posto in auto c'è. La signora Susi li ha visti con i suoi occhi gli "scaricatori abusivi". Ha una campagna e, durante una delle rituali passeggiate con il cane, si è vista quasi investire da numerosi copertoni di auto, lanciati questa volta dalla strada. In un'altra occasione ha beccato una donna mentre trasbordava dei sacchi neri dalla sua auto sul fiumiciattolo. Le discariche abusive sono comunque davvero tanti, e in particolare sull'altipiano, ma non solo. A partire da quelle denunciate da Sorci & Co. nel bosco del Farneto, dove sembra ci sia un bivacco permanente attorniato di rifiuti. Ma anche quelle individuate da altri gruppi come "Sos Carso" e il "Raggruppamento di escursionisti speleologici triestini". Tutte persone che spesso organizzano campagne di pulizia, a cui partecipano associazioni come FareAmbiente, la stessa AcegasApsAmga, le varie forze di polizia competenti e altri triestini che hanno a cuore l'ambiente. Ulteriori punti critici sono segnalati anche da Christian Bencich di "Sos Carso". Tra i più noti l'area boschiva in zona Statale 58 tra Opicina e Fernetti, la Dolina dei Druidi sempre a Fernetti, il Bunker di Opicina, il Quadrivio e, ancora, le vicinanze delle foibe di Monrupino e Basovizza e del laghetto di Percedol, oltre che l'ex discarica di Trebiciano, forse la più vasta. Ma si può scendere anche tra Contovello e via Commerciale fino all'altro capo della città, via Salata, in zona via dell'Istria, per proseguire in via Pietraferrata e risalire poi verso il confine di San Servolo. E ci si può pure addentrare in alcuni sentieri a lato della Cottur. Ad Aurisina, infine, sono presenti scarichi illegali nel cimitero, accanto al deposito comunale, sul lato ferrovia, nei paraggi dell'ex campeggio Europa.

Benedetta Moro

 

Nel 2016 smaltite 88mila tonnellate - E quest'anno siamo già a oltre 58mila
Il trend di abbandono dei rifiuti ingombranti dal 2015 al 2016 è risultato in aumento, fanno sapere da AcegasApsAmga. Relativamente al 2017 il dato è riferito al solo primo semestre, una stima sarà quindi possibile a fine anno. «Quanto emerge dalla media mensile è che, nonostante gli abbandoni siano in aumento - rileva l'azienda - , la curva di crescita di tale tendenza appare in rallentamento, anche grazie ai diversi servizi e iniziative messe in atto da AcegasApsAmga per contrastare questo fenomeno». Ovvero: la campagna contro l'abbandono dei rifiuti ingombranti veicolata dall'inizio dell'anno sulle pensiline degli autobus, nel corso del mese di gennaio, e tramite la personalizzazione di circa trenta automezzi dei servizi ambientali che sono stati "vestiti" con la nuova campagna, e inoltre attraverso i Sabati ecologici, iniziativa itinerante realizzata in collaborazione con il Comune, attivata dal 2014. In queste occasioni i cittadini sono invitati nelle varie zone della città in cui si sono presenti gli operatori di AcegasApsAmga a portare tutti i rifiuti che ritengono ingombranti. Durante questa prima metà dell'anno sono state così raccolte 58.363,5 tonnellate di materiali (di cui 34.490 di ingombranti). Nel 2016 si è arrivati a 87.929,59 tonnellate, mentre nel 2015 si era raggiunta quota 80.016,6. «Un'operazione - sottolinea l'azienda - che ha avuto un grandissimo successo».

(b.m.)

 

Il Comune prepara il centro raccolta h24 - Prevista una quinta area ecologica a Rozzol Melara in aggiunta alle quattro esistenti e al servizio gratis a domicilio
La polizia locale e le guardie ambientali vigilano sui furbetti. Ma, evidentemente, non è mai troppo. E poi c'è il Comune, anzitutto, che spende, prelevando dalle casse della collettività, in media 500mila euro ogni anno - un extra rispetto a quanto entra dalla normale tassa sui rifiuti - per la raccolta da parte di AcegasApsAmga degli ingombranti abbandonati. Lasciati, dall'inciviltà galoppante, vicino ai cassonetti o nelle aree aperte del territorio triestino. Eppure, a disposizione della cittadinanza, proprio a Trieste ci sono ben quattro punti di raccolta gratuiti, a cui si aggiunge il servizio di ritiro a domicilio del gruppo Hera, eseguito da Quarciambiente, di materiale ingombrante fino a un volume di un metro cubo per volta (non è poco), attivabile semplicemente telefonando al call center: in un paio di minuti si concorda una data e nel giro di tre, quattro giorni il problema è risolto direttamente a domicilio. In previsione poi, come annuncia l'assessore all'Ambiente Luisa Polli, l'amministrazione cittadina prevede anche la realizzazione di un'ulteriore centro di raccolta, questa volta "h24", nell'area di Rozzol. I dettagli saranno definiti di concerto con Acegas. In ogni caso - vuoi perché viene ignorato questo sistema, vuoi perché di mezzo ci sono altri soggetti come imprese che lavorano in nero o che non possono o non vogliono affrontare i costi di smaltimento dei rifiuti di determinati quantitativi attraverso le ditte specializzate - sta di fatto che per questi motivi l'altipiano (ma non solo) è incessantemente colmo di rifiuti. «La logica giuridica si differenzia tra rifiuti urbani e quelli derivanti da attività industriale, commerciale e artigianale», spiega Fabrizio Pertot di Pertot ecologia e servizi, azienda specializzata che interviene anche per raccolta, trasporto, smaltimento e recupero di rifiuti urbani, speciali e ospedalieri, pericolosi e non, sia allo stato solido che liquido, che quindi non si possono conferire normalmente nelle sedi convenzionali dell'AcegasApsAmga. Chiunque debba smaltire come impresa degli scarti speciali che superano le misure consentite gratuitamente, è obbligato a presentare un formulario di identificazione. Ed è qui che casca l'asino: secondo quanto riportano i cittadini volontari che si adoperano per ripulire la città dalle montagne di detriti all'assessore all'Ambiente Luisa Polli. «Sono le ditte le maggiori responsabili di queste discariche, che non facendo interventi regolari non possono fare le bolle di smaltimento rifiuti e quindi riversano tutto abusivamente in giro per la città. Ma insieme a loro ci sono anche dei privati cittadini che fanno questo per mancanza di cultura ambientale», specifica Polli. Per disincentivare tutti questi comportamenti, vengono eseguiti appostamenti e svolte indagini contro chi commette queste azioni, che possono diventare reati. Sono 97 le multe effettuate nel 2016 dalle forze dell'ordine, escluse quelle a rilevanza penale. Dall'ambito amministrativo si passa al reato «quando vengono abbandonati rifiuti pericolosi, specialmente come i residui di demolizione e materiale edile. Normalmente viene fatta un'indagine - spiega il vicesindaco Pierpaolo Roberti - e poi il Nucleo di polizia giudiziaria stabilisce se si tratta di reato oppure no. Se tutti seguissero le norme di buon senso risparmieremmo tutti». Anche perché le stesse ammende partono dai 50 euro e arrivano anche e oltre i 500.

(b.m.)

 

A Ponziana la pulizia si fa a ritmo di musica - Alla festa itinerante del rione gli abitanti hanno tirato a lucido le strade assieme alla Banda Berimbau
C'è stato chi si è affacciato incuriosito alle finestre di casa, come accade per le grandi manifestazioni di piazza. E in effetti non erano in pochi gli abitanti che nelle settimane scorse hanno ripulito le strade del loro rione, durante la festa itinerante di Ponziana. Un esempio particolarmente originale, poiché si è trattato di una pulizia inusitata: a dettare il passo di marcia sono stati i percussionisti della Banda Berimbau, mentre un nutrito gruppetto di persone che vivono nella zona, armato di guanti di lattice e sacchetti di plastica, ha raccolto le immondizie abbandonate negli spazi pubblici del loro quartiere. Perché Ponziana è proprio un quartiere: anziani e ragazzine che si scattavano una foto con il cellulare mentre improvvisavano un passo di danza al ritmo dei tamburi; singoli individui e intere famiglie, con tanto di bambini appresso, anch'essi impegnati nell'operazione di cura del bene comune. C'erano un po' tutti. C'era pure la signora Silvana, che si faceva portare a spasso da Natz. Lui spingeva la sedia a rotelle di lei, che gli chiedeva, tra il serio e il faceto, in dialetto triestino: «Quanti passi ci sono da qui al Pakistan?». Erano tutti parte del quartiere. Sono partiti dalla sede della Microarea di via Lorenzetti per poi percorrere a ritroso quest'ultima e quindi le principali strade dei dintorni: via Zorutti, via Battera, via Orlandini. Lungo il loro cammino hanno tirato su da terra cartacce, mozziconi di sigaretta e quant'altro vi fosse depositato. In testa alla festosa processione c'erano gli artisti della Banda Berimbau, la più importante formazione musicale specializzata in percussioni brasiliane del panorama nazionale, con sede proprio a Trieste. «Da queste parti capita di rado che qualcuno si affacci alla finestra - hanno detto gli organizzatori -. Ecco perché è fondamentale la presenza della banda: cattura l'attenzione della gente, costringendola a interessarsi a quel che succede fuori. Il nostro scopo è sensibilizzare sui temi dell'ambiente e del suo rispetto: del senso civico, in poche parole». L'iniziativa è stata organizzata dalla Microarea di Ponziana, da Asuits, Comune e Ater, assieme alla cooperativa La quercia, all'associazione Avi e all'Ics - Ufficio rifugiati onlus.

Lilli Goriup

 

 

MUGGIA - Ciclisti contro la seconda ordinanza antibici
«L'ordinanza del Comune di Muggia che prevede la chiusura di corso Puccini, via Dante e piazza Marconi alle bici nei mesi estivi in ampie fasce orarie non va giù alla Fiab Trieste Ulisse, che esprime forte disappunto. «Nelle scorse settimane - scrive la Fiab - avevamo dato ampia disponibilità per affrontare il problema della convivenza tra pedoni e ciclisti», per «lavorare per accrescere nei cittadini la conoscenza del Codice della strada e il senso civico. Purtroppo la giunta Marzi ha scelto una strada che costituisce un freno allo sviluppo della mobilità ciclistica e potrebbe dimostrarsi un ostacolo allo sviluppo del cicloturismo. Siamo inoltre preoccupati per la scelta di concentrare nelle fasce orarie di chiusura del centro il traffico ciclistico e automobilistico nella lunga, stretta e non rettilinea galleria, perché sono le ore di maggior rientro dal mare. Pur prevedendo l'ordinanza una nuova segnaletica col divieto di sorpasso delle auto nei confronti delle bici, immaginare un adolescente, ce ne saranno tanti, che torna pedalando dal mare, tallonato nel tunnel da un automobilista frettoloso e indisciplinato, ce ne sono troppi, configura rischi ben più drammatici di quelli che l'ordinanza intendeva affrontare. Speriamo che il confronto possa riprendere a breve».

 

CONSIGLIO COMUNALE - In commissione il regolamento sulle bici
La Commissione comunale per la Trasparenza, presieduta dal consigliere Roberto De Gioia (Verdi-Psi), è convocata per questa mattina alle 10.30 nella sala del Consiglio comunale. All'ordine del giorno dei lavori c'è l'articolo 6 del Regolamento di Polizia urbana, che si riferisce all'abbandono ed aggancio di velocipedi. Alla seduta è stato invitato anche il vicesindaco Pierpaolo Roberti, per relazionare appunto sul testo in esame e per rispondere alle domande dei consiglieri. Secondo il regolamento della Polizia locale, approvato nei mesi scorsi, gli agenti possono tagliare le catene e aprire i lucchetti di tutte le biciclette agganciate a un palo, a un semaforo, a una ringhiera o a qualsiasi appiglio che non sia una rastrelliera regolare per bici. A fine maggio, proprio il numero due della giunta Dipiazza aveva osservato sul tema: «Finora sono state rimosse nove carcasse di biciclette - aveva fatto sapere il vicesindaco - mentre tante altre, anche se non abbiamo il numero preciso, sono state prelevate perché in posizioni non regolari, ma sono funzionanti e quindi vengono tenute in deposito. Quelle considerate al pari di rifiuti saranno smaltite, quelle in buono stato sono ferme, in attesa che il proprietario venga a reclamare il proprio mezzo, che potrà riavere dopo aver pagato la sanzione, da 30 euro se procurava intralcio fino a 100 se era abbandonato».

 

 

Fincantieri e Ge Power verso le crociere "green"
Siglato un accordo con il colosso americano: si punta allo sviluppo congiunto di una soluzione hi tech che riduca al minimo le emissioni di impianti e motori
MILANO - Fincantieri scalda i motori per il futuro delle crociere "verdi". Questo almeno è il senso dell'accordo siglato ieri tra il gruppo triestino e il colosso americano Ge Power per lo sviluppo congiunto di un sistema di controllo delle emissioni in campo marittimo. In pratica le due multinazionali, già unite da un memorandum of understanding firmato lo scorso autunno, inizieranno a lavorare assieme per portare a bordo delle navi da crociera la tecnologia Shipboard Pollutant Removal System. Si tratta di una soluzione hitech per ridurre al minimo le emissioni inquinanti come gli ossidi di zolfo e il particolato, prodotti dagli impianti energetici e dai motori delle imbarcazioni, e che va incontro alle nuove direttive Marpol (maritime pollution) che diventeranno effettive a partire dal 2020.Nel cantiere di progettazione saranno coinvolti i tecnici e gli ingegneri del centro di Trieste e quelli di Genova. E in una seconda fase, quella produttiva, per le nuove navi e per il refitting di quelle più vecchie, tutti gli stabilimenti del gruppo. A margine dell'intesa, l'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono ha sottolineato come l'accordo sia «unico nel suo genere: mai prima d'ora un costruttore navale aveva stretto una partnership per l'abbattimento delle emissioni con un produttore di sistemi tra i leader mondiali nei settori in cui opera».Il nuovo prodotto, che servirà al controllo dei livelli di emissioni di SOx (ossidi di zolfo) e particolato, sarà sviluppato per le navi da crociera, con la possibilità di essere installato sulle unità che usano combustibile tradizionale, e consentirà agli armatori di raggiungere più alti standard di compatibilità ambientale riducendo i costi operativi delle navi. Non solo. L'accordo prevede infatti la commercializzazione sul mercato dello Shipboard Pollutant Removal, quindi anche per altri operatori. «Questa strategia - ha aggiunto Bono - ha come cardine la ricerca e l'innovazione ai massimi livelli. E ci consentirà di alzare ulteriormente l'asticella tecnologica a vantaggio del mercato crocieristico, in un ambito, come quello della riduzione dell'impatto ambientale, così determinante per i nostri clienti».A livello operativo, Fincantieri definirà i requisiti tecnici per progettare un sistema di controllo delle emissioni navali, che permetterà lo sviluppo di un prodotto competitivo nella prospettiva di una sua successiva commercializzazione. Ge Power, che vanta un'ampia offerta nel settore delle applicazioni per il trattamento di tutti i principali fattori inquinanti in campo energetico e industriale, definirà le caratteristiche necessarie per il sistema al fine di garantire i livelli di performance richiesti. «Questo accordo rafforza ulteriormente la relazione di lungo termine tra Ge e Fincantieri, e siamo orgogliosi di sviluppare un progetto così innovativo con uno dei maggiori costruttori navali al mondo», ha commentato Sandro De Poli, presidente e Ceo di Ge Italia. «Shipboard Prs sarà il risultato dell'esperienza nel settore navale di Fincantieri e quella fortemente specifica di Ge nelle tecnologie per la riduzione delle emissioni inquinanti in molteplici campi, come ad esempio quello della generazione elettrica e della siderurgia».

Christian Benna

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 4 luglio 2017

 

 

Tre parlamentari in piazza per lo stop dell'area a caldo - Mini delegazione bipartisan con il sindaco al presidio dei comitati anti Ferriera
Fedriga (Lega), Russo (Pd) e Battista (Mdp): «Serve una data certa per la chiusura»
La chiusura dell'area a caldo della Ferriera mette d'accordo i parlamentari triestini. Una parte, almeno, però stavolta bipartisan. L'appello per lo stop all'impianto dello stabilimento - con la pretesa di una data certa da stabilire nell'incontro tra la presidente Debora Serracchiani, il proprietario Giovanni Arvedi e il sindaco Roberto Dipiazza - è stato ripetuto ieri mattina in piazza Unità sotto il palazzo della giunta regionale davanti al tendone del presidio permanente organizzato da Comitato 5 dicembre, No Smog e FareAmbiente.Il sostegno alla battaglia è arrivato dal capogruppo alla Camera della Lega Massimiliano Fedriga, dal senatore Pd Francesco Russo e dal senatore di Articolo 1 - Mdp Lorenzo Battista, presenti insieme a Dipiazza e all'assessore Luisa Polli. Una cinquantina i cittadini che hanno ascoltato gli interventi degli onorevoli. Ma è stato il sindaco a dare il là: «Sto aspettando l'appuntamento con Arvedi - ha affermato il primo cittadino - e ciò che vedo è che la politica adesso è tutta insieme e sta finalmente emergendo la verità: la ghisa non è il futuro. Ci sono altre opportunità, a cominciare dal Porto, per cui basta con l'area a caldo. E bisogna smetterla di dire che gli operai perderanno il lavoro. L'area a caldo era già ferma nel 2012-2013, poi qualcuno ha voluto portare Arvedi e questi sono i risultati. Anche Serracchiani se ne sta rendendo conto, perché non si può continuare a dire che va tutto bene quando sui davanzali dei cittadini di Servola si trova quello che si trova». Fedriga ha ammesso le responsabilità della politica, tanto della destra quanto della sinistra. «E io, per quanto mi sia dato da fare, da questa responsabilità non mi tolgo - ha scandito il leghista - e, anzi ,vi chiedo scusa. Ci mettiamo umilmente a disposizione vostra», ha aggiunto rivolgendosi ai cittadini. «Adesso vogliamo che dall'incontro tra Arvedi e la Regione si decida una data sicura in cui si chiuderà l'area a caldo». Russo (Pd) ha annuito: «Servono tempi certi e su questo oggi registriamo l'unità di gran parte della politica. Ma questi tempi certi dipendono dallo sblocco di tutte le potenzialità che il capoluogo ha. Mi riferisco ai decreti attuativi dei punti franchi, al rilancio di Porto vecchio e della Città metropolitana, aggiungo io, che è la cornice per lo sviluppo di Trieste. Se tutto ciò parte insieme, sarà più facile concordare con Arvedi la data finale per la riconversione dell'area a caldo». Queste le condizioni dettate ieri, con cui peraltro il senatore dem ha motivato il rifiuto di sottoscrivere la petizione proposta da No Smog (ma non condivisa con il Comitato 5 dicembre). Un documento con cui si chiede alla Regione di mettere in atto le procedure per la chiusura e che Fedriga e Battista hanno firmato. «Se l'obiettivo è lo stop dell'area a caldo - ha rilevato il senatore di Articolo 1 - Mdp - non mi faccio alcun problema a mettere il mio nome».

Gianpaolo Sarti

 

 

Sciacallo dorato investito sul Carso - Una femmina adulta è stata trovata morta a Basovizza da un'automobilista sul bordo di una strada
Gli investimenti di animali selvatici sul Carso triestino, soprattutto in estate, sono praticamente all'ordine del giorno. Se purtroppo ricci, caprioli, volpi, tassi e "mustelidi" vari (in primis le faine) sono vittime più o meno abituali degli incidenti mortali provocati dalle automobili, l'investimento occorso l'altro giorno a Basovizza è stato decisamente più singolare. Una femmina adulta di sciacallo dorato, dell'età di circa tre anni, è stata infatti trovata morta al lato di una strada. L'allarme è stato dato da un ciclista che ha allertato anche l'ex direttore del Museo civico di Storia naturale di Trieste Nicola Bressi. «All'inizio non pensavo potesse essere davvero uno sciacallo dorato, invece la segnalazione giuntaci era corretta. Un investimento davvero sfortunato visto che la presenza di questo "canide" non è poi così copiosa sul nostro territorio, soprattutto se rapportata ad altre specie di fauna selvatica, soprattutto le volpi se pensiamo proprio ai "canidi"», racconta Bressi. In base ai dati forniti dal naturalista triestino, dati emersi in seguito a diverse indagini compiute da molti esperti del settore, sono complessivamente cinque i branchi di sciacalli dorati presenti sul Carso, di cui tre nell'altipiano triestino. Ogni famiglia ha circa cinque esemplari. I conti della presenza di questo animale a Trieste sono presto fatti: meno di una ventina di esemplari. «I primi "Canis aureus" arrivarono in Italia dai Balcani negli anni Ottanta del secolo scorso e sul Carso sono presenti ininterrottamente da quasi 30 anni - racconta Bressi -. Attualmente gli studi condotti dai musei di Storia naturale e dalle università della regione e della Slovenia attestano anche la presenza alcuni branchi sul Carso sloveno». A volte identificato erroneamente come un "temibile predatore", lo sciacallo dorato - oltre a nutrirsi di carogne, rifiuti, animali malati e moribondi - può arrivare a predare animali delle dimensioni di un cucciolo di capriolo o di pecora. «In realtà più frequentemente preda roditori come ratti e nutrie - puntualizza Bressi - ma la vera caratteristica di questo animale è che è certamente il più onnivoro tra i "canidi" europei, gradendo frutta, bacche e persino verdura». Tra le caratteristiche comportamentali di questa specie spicca infine l'assenza di aggressività nei confronti dell'uomo: «Non vi è alcun dato, neppure aneddotico, di sciacalli che abbiano aggredito persone. Mai, in nessuna parte del mondo, dove convivono da millenni con l'uomo dal Nord Africa all'India». Quanto narrato qualche giorno fa a San Michele del Carso, con la presunta aggressione di uno sciacallo ai danni di pollame locale, non convince affatto diversi naturalisti tra cui lo stesso Bressi: «È stato detto che l'esemplare ha predato le galline lasciate razzolare all'aperto, ma lo sciacallo non è affatto bravo a intrufolarsi nei pollai come fanno volpi e faine. Nel Triveneto, negli ultimi anni ben due sciacalli sono stati ritrovati feriti proprio perché cercavano di passare una recinzione. In realtà io e altri colleghi non siamo convinti che sia stato uno sciacallo dorato a provocare questi danni, si potrebbe invece ipotizzare la presenza di un cane randagio, ad esempio il lupo cecoslovacco, anche lui dotato di un manto grigio».

Riccardo Tosques

 

SAN DORLIGO - «Patto anti odori non sufficiente - Servono più controlli»
SAN DORLIGO DELLA VALLE - Le rassicurazioni del sindaco Sandy Klun e dell'assessore Franco Crevatin «non ci bastano, anzi rilanciamo la richiesta di effettuare monitoraggi molto più frequenti e puntuali, utilizzando per esempio i nasi elettronici». È forte la replica di Giorgio Jercog, del Comitato Salvaguardia del golfo, alle dichiarazioni fatte dai due esponenti dell'esecutivo di San Dorligo della Valle, in relazione alle problematiche dell'inquinamento atmosferico che sarebbe prodotto dalla presenza della Siot nel territorio comunale. «Il petrolio greggio - spiega Jercog - contiene diversi punti percentuali in peso di composti solforati. Essi non solo hanno un odore sgradevole - precisa - ma sono anche dannosi per l'ambiente e corrosivi, per questo devono essere in gran parte rimossi nel processo di raffinazione. Siamo anche in attesa - aggiunge - che l'azienda paghi il dovuto delle tasse comunali riguardo le immondizie. Per le segnalazioni poi, in occasione dei fenomeni più acuti di presenza di cattivi odori nella vicinanza delle case - continua Jercog - sarebbe da adottare il sistema Usma da telefonino, che avvisa contemporaneamente Comune, Arpa e Siot». Il Comune ha recentemente annunciato di voler allestire un tavolo tecnico sulle "molestie olfattive", che si riunirà nella seconda metà di questo mese, alla presenza di Arpa, Direzione ambiente ed energia della Regione, Azienda sanitaria integrata, Autorità portuale e Comune di Muggia. «Subito dopo - ha contestualmente precisato Crevatin - incontreremo Siot e Wartsila». «Tutto inutile - evidenzia Jercog - se prima non si adottano le necessarie misure per verificare origini dell'inquinamento e possibili conseguenze sulla salute dalla popolazione. Chiediamo invece all'amministrazione - conclude l'esponente del Comitato per la salvaguardia del golfo - di chiedere all'Asuits l'analisi sulla salute della popolazione e quella dell'impatto su terreni e orti esposti attorno alla struttura, come da interrogazione regionale a suo tempo presentata».

(u.sa.)

 

Circolo Fotografico - Quando l'ambiente viene violato
Fotografie che diventano spunto per un dibattito dedicato all'ambiente. Questo il contenuto dell'appuntamento di stasera (inizio alle 19) al Circolo fotografico triestino di via Zovenzoni 4, intitolato "L'ambiente violato". Saranno visionate e commentate circa 90 immagini presentate da 22 fotoamatori che, con punti di vista diversi, attraverso le immagini hanno indicato molteplici aspetti delle violazioni che l'uomo ha provocato e provoca sull'ambiente nel quale vive. Lo scopo della serata è di discutere di fotografia intesa come fonte di documentazione. Il reciproco confronto servirà a evidenziare la ricchezza degli impegni di pensiero individuali, rafforzando il senso della comunità, inteso come luogo di dialogo. È dunque auspicabile che anche la ricerca fotografica possa dare un contributo utile per renderci più attenti e responsabili.

 

 

Inquinamento - Acque "super" a Fiume per 17 siti sui 24 analizzati
FIUME - Non avrà il "marchio" di centro balneare come ad esempio Lussinpiccolo, Lesina, Macarsca e tante altre località, ma Fiume vanta comunque spiagge le cui acque di mare sono batteriologicamente sane. L'ultimo campionamento eseguito dagli esperti dell'Istituto regionale per la Salute pubblica ha evidenziato un'alta qualità in 17 spiagge, mentre nelle altre quattro i risultati sono stati considerati non più che soddisfacenti. Niente voto massimo per gli stabilimenti Cantrida est (ex bagno Riviera e dintorni), Cantrida ovest, Grcevo e Villa Nora, a Costabella. Si tratta di siti nei quali i controlli sfornano esiti tradizionalmente non eccellenti, anche se i valori in questo caso sono stati migliori di quelli registrati l'anno scorso. Beninteso, non si tratta di zone in cui la balneazione è proibita, ma di aree in cui la situazione è accettabile ma non ideale. Si può fare una nuotata anche a Cantrida, Grcevo e Villa Nora senza alcun rischio - è stato precisato dagli esperti - mentre i problemi maggiori riguardano la porzione orientale di Cantrida, soprattutto in presenza di piogge copiose. In una Fiume dove l'industria pesante è praticamente scomparsa, sono state due le spiagge a ottenere il prestigioso riconoscimento della Bandiera blu: sono quelle di Kostanj e la Baia dell'amore (Ploce in croato), a Costabella. Quest'anno per gli interventi di miglioria negli stabilimenti balneari fiumani sono stati stanziati dalle casse comunali circa 5 milioni di kune, pari a 676 mila euro.

(a.m.)

 

 

È ancora lunga la sfida al business delle Ecomafie - Il rapporto 2017 di Legambiente conferma l'efficacia della penalizzazione di questi reati
Oggi chi inquina, finalmente, inizia a pagare. In Italia, a circa due anni dall'inserimento dei delitti ambientali nel codice penale, qualcosa inizia a cambiare. I risultati resi noti dal Rapporto Ecomafie 2017 di Legambiente testimoniano come sia stato efficace inserire questa norma nell'impianto legislativo italiano, vista l'inversione di tendenza dei numeri in tutti i settori. Il dato complessivo legato agli illeciti ambientali (dati 2016) continua a scendere, passando da 27.745 a 25.889, il 7% in meno, un numero importante anche in virtù del fatto che è maggiore all'ultimo registrato: nel 2015, rispetto al 2014, gli illeciti scesero del 5,3%. Scende inoltre vertiginosamente il fatturato globale delle ecomafie, che dai 19,1 miliardi di euro del 2015 passa a 13 miliardi, con una riduzione del 32%, quando l'anno precedente era stata del 15%. Dati molto incoraggianti anche quelli in crescita: aumentano arresti (225 contro i 188 del 2015), denunce (28.818 contro 24.623) e sequestri (7.277 contro 7.055). La situazione, tuttavia, resta allarmante, e bisogna ancora fare molto perché l'Italia, dal punto di vista ambientale, si possa considerare davvero un Paese "normale". La criminalità organizzata è sempre ben radicata, e persiste nel considerare gli illeciti ambientali quale occasione di business e profitto, e non è un caso che, pur calando del 4% - dal 48% al 44% - le regioni dove si concentrano quasi la metà degli ecoreati italiani sono Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, ovvero le stesse quattro del 2015 ma con la regione siciliana e quella pugliese che hanno scavalcato quella calabrese nell'infelice classifica. A livello provinciale invece, la classifica vede in testa sempre aree del Sud: Napoli (1.361 reati), Salerno (963) e Cosenza (816) occupano rispettivamente primo, secondo e quarto posto della classifica, che vede al terzo l'area metropolitana di Roma (820). Spesso i reati ambientali sono legati alla corruzione - Lazio e Lombardia in testa, con 49 e 44 inchieste di rilievo negli ultimi sei anni, sono le regioni più colpite - altro segnale che indica il forte radicamento della malavita a livello territoriale, e la necessità per le ecomafie di stabilire rapporti di corruzione con la classe politica e amministrativa locale. Un esempio sono i dati legati al ciclo illegale del cemento e quelli sull'abusivismo edilizio, anch'essi in calo (-10% gli illeciti sul ciclo illegale del cemento, mille in meno, 17.000 contro 18.000, gli immobili abusivi costruiti) ma che nonostante l'inversione di tendenza, rimangono una grande preoccupazione per un Paese ad alto rischio idrogeologico. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha specificato come «sicurezza ambientale, protezione dell'ambiente e lotta alla corruzione in materia ambientale sono sfide politiche enormi». Ma la lotta alle ecomafie passa anche per una maggiore selezione dei comportamenti da perseguire penalmente.A fronte di una reale criminalità organizzata, esiste in Italia un fenomeno di "reati di carta" frutto della complessità e disomogeneità normativa, di interpretazioni difformi delle leggi. Occorre, quindi, una grande operazione di semplificazione legislativa tesa a consentire agli operatori "sani" di agire e fare impresa in modo serio e tranquillo, evitando di ingolfare uffici di polizia e tribunali di procedure non legate a veri e propri reati da associazione criminale. Occorre investire in campagne di informazione e sensibilizzazione della popolazione e sulle agenzie regionali di protezione ambientale. Siamo sulla buona strada, ma la sfida ancora non è vinta.

ALFREDO DE GIROLAMO

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 3 luglio 2017

 

 

Monfalcone - Perdita di gas da una cisterna - Treni in tilt e binari evacuati
MONFALCONE - Rischio esplosione alla stazione ferroviaria di Monfalcone. Un convoglio merci-cisterna, in transito nella città dei cantieri, ieri pomeriggio, è stato sottoposto ai dovuti interventi di messa in sicurezza, dopo la perdita di gas argon. È subito scattato l'allarme e contestualmente la mobilitazione delle forze dell'ordine e dei vigili del fuoco. Evacuata la stazione ferroviaria, che è stata chiusa. Un vero e proprio black-out lungo le linee ferroviarie Trieste-Venezia e Udine-Venezia, desertificate per almeno due ore e mezza. Niente treni, tutto rigorosamente bloccato per evidenti motivi di sicurezza. Tutto è scaturito verso le 17.10 e le misure di emergenza hanno monopolizzato la stazione, al fine di scongiurare qualsivoglia incidente. Quello di ieri è stato un pomeriggio in crescendo, con i passeggeri trovatisi davanti allo sbarramento degli ingressi della stazione ferroviaria, tra sorpresa, interrogativi e, via via l'incalzare di richieste di chiarimenti e spiegazioni. Un'atmosfera che, per certi versi, ha rimandato al ricordo del terribile disastro ferroviario di Viareggio.Il convoglio 41853 di Rtc-Rail Traction Company, proveniente da Tarvisio e diretto verso Campo Marzio, a Trieste, una volta giunto a Monfalcone è stato "blindato" per consentire la necessaria messa in sicurezza, seguita dal ripristino del traffico ferroviario che è ripreso su entrambi i binari verso le 19.42, con la riapertura della stazione. Sono da chiarire le esatte cause dell'evento, tuttavia, secondo quanto è stato ipotizzato, il problema avrebbe riguardato la perdita di gas argon a causa di una valvola "difettosa" nell'ultimo vagone del convoglio Rtc. Una situazione indubbiamente critica per i rischi sottesi all'evento. Sul posto hanno fatto quadrato i vigili del fuoco che hanno lavorato a lungo per "disinnescare" ogni pericolo procedendo con gli interventi e la verifica delle cause. Accertamenti che restano al vaglio. Assieme agli uomini della Polfer anche le forze dell'ordine. A un certo punto, alcuni agenti sono usciti dalla stazione e hanno "transennato" l'edificio con il nastro rosso-blu. Una sorta di "sequestro" che dava la misura della delicatezza della situazione. I passeggeri che nel frattempo affollavano l'area esterna, non senza un certo disorientamento, quando non anche il forte malumore di fronte all'assenza di informazioni, si sono avvicinati agli agenti incalzandoli di domande per capire cosa stesse accadendo e che destino sarebbe loro spettato, ormai da quasi tre ore in balia dell'incertezza e delle preoccupazioni sul da farsi. Una donna straniera, diretta a Cervignano dove l'aspettava la ripresa del lavoro, continuava a chiedersi come sarebbe uscita dall'impasse. «Ero a Trieste con amici, in giornata libera. Alla stazione i treni non partivano, così ho preso una corriera. Pensavo che a Monfalcone i treni viaggiassero, invece, mi trovo qui, senza neppure il cellulare per avvertire del ritardo». C'era chi a tratti alzava la voce: «Chi deve darci spiegazioni? Cosa sta succedendo? Cosa dobbiamo fare, sono ormai quasi tre ore che aspettiamo». Una donna ha osservato: «Possibile che non ci sia personale addetto a fornire le informazioni?». C'è stato anche chi chiedeva lumi circa il rimborso del biglietto. C'era chi s'è seduto sul marciapiede in paziente attesa, chi invece ne approfittava per lavorare sul pc appoggiato alla valigia.Da Rfi, intanto, si ricercavano le soluzioni alternative. Prima i bus sostitutivi, un'impresa trovarne di disponibili. Meglio puntare sulla riapertura quantomeno di un binario, per iniziare a riavviare il transito dei treni bloccati e poter garantire le prime partenze e fermate. Ritardi che si accumulavano, fino a due ore. La situazione s'è sbloccata quando il convoglio è stato spostato in un binario esterno secondario. Di lì a poco è sopraggiunto il segnale "verde", con buona pace dei passeggeri. Verso le 19.30 sono stati riattivati tutti i binari con la riapertura della stazione ferroviaria. L'altoparlante emetteva i "bollettini" dei ritardi. Il regionale veloce 2215 delle 19.23 proveniente da Venezia e diretto a Trieste viaggia con 60 minuti di ritardo; il regionale veloce 1017 proveniente da Trieste e diretto a Venezia ritarda di 55 minuti. Sessantacinque minuti di ritardo accumulati per il Frecciarossa Trieste-Milano. Una sequela di avvisi mentre nel frattempo la stazione riacquistava la normalità e i treni avevano iniziato a riprendere il loro percorso, pur al "rallentatore" considerato che la velocità non poteva superare i 30 chilometri orari.

Laura Borsani

 

 

Si restringe la zona proibita alle bici - Varata a Muggia l'ordinanza della discordia: off limits solo corso Puccini, via Dante e piazza Marconi
MUGGIA - Bici a spinta obbligatoria in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi, solamente in determinati orari e periodi dell'anno. Questo il compromesso ufficializzato dal Comune di Muggia per chiudere una volta per tutte la partita sulla cosiddetta "ordinanza antibiciclette". Il documento, che in realtà regolamenta la viabilità all'interno del centro storico vincolando fortemente l'accesso degli autoveicoli, è oramai ufficiale. L'annuncio arriva dal sindaco Laura Marzi: «Abbiamo rimodulato il testo originale alla luce di quanto emerso nell'ultimo mese, fatto di incontri e discussioni con cittadini e associazioni di ciclisti. Da amministratori avevamo il dovere di dare una risposta alle tante segnalazioni pervenuteci, soprattutto dai residenti del centro storico». A spinta Non si potrà dunque più pedalare in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi. Il divieto sarà operativo esclusivamente nella "stagione estiva", ossia dal primo giugno al 30 settembre. Vi saranno anche degli orari precisi in cui il divieto sarà applicato, ossia dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 20. Il divieto sarà inoltre applicato in concomitanza di manifestazioni in piazza Marconi. Rispetto al testo iniziale, dunque, è stata abolita l'idea di ampliare un'area prettamente pedonale all'interno del centro storico individuata in vie, calli e piazze ricadenti all'interno dell'antica cinta muraria e specificatamente racchiusa nelle vie Roma, Naccari, Manzoni e Sauro e in salita alle Mura. «Tutte le altre zone del centro storico al di fuori di corso Puccini, via Dante e piazza Marconi potranno essere regolarmente percorse con la bicicletta», puntualizza l'assessore alla Polizia locale Stefano Decolle. I trasgressori saranno puniti secondo il Codice della strada con sanzioni che andranno da un minimo di 41 ad un massimo di 168 euro. L'alternativa Una novità è stata proposta dalla giunta Marzi fondamentalmente per ovviare all'assenza di un percorso alternativo per i ciclisti provenienti da strada per Lazzaretto. Ribadendo il concetto che non si può entrare nel centro storico attraverso l'arco della cinta muraria del Mandracchio, essendo l'arteria a senso unico (anche se in verità i ciclisti che vanno contromano continuano a trasgredire il divieto), si creerà un percorso lungo calle Bacchiocco e piazzetta Galilei. Il percorso poi permetterà di costeggiare il Duomo permettendo di raggiungere successivamente piazzale Caliterna. In galleria Una nuova importante disposizione pro ciclisti è stata invece inserita per quanto riguarda il discorso sicurezza dei velocipedi. La giunta Marzi ha infatti deciso di installare il divieto di sorpasso all'interno della galleria. «Ci è stato evidenziato che spesso i ciclisti, posizionandosi a lato della carreggiata, venivano superati dalle automobili creando così una situazione carente in fatto di sicurezza per gli stessi ciclisti. D'ora in poi gli automobilisti dovranno pazientare lasciando ai ciclisti la possibilità di stare al centro della carreggiata», racconta Marzi. L'ordinanza entrerà ufficialmente in vigore non appena sarà pronta la cartellonistica. Questioni di giorni, insomma.

Riccardo Tosques

 

 

Troppi turisti a Plitvice - Il Wwf lancia l'allarme
Additati lo sfruttamento eccessivo dell'acqua e le decine di concessioni edilizie rilasciate in pochi anni: «Zagabria intervenga per evitare la distruzione del sito»
ZAGABRIA - Dopo l'Unesco, anche il Wwf lancia l'allarme Plitvice. Secondo la celebre organizzazione internazionale per la conservazione di natura, habitat e specie in pericolo, il parco croato di Plitvice è oggi minacciato dall'eccessiva attività dell'uomo. E il governo di Zagabria dovrebbe prendere delle misure prima che sia troppo tardi. Iscritto al patrimonio mondiale dell'Unesco già nel 1979, il complesso di laghi di Plitvice è una delle destinazioni turistiche più note della Croazia, e attira ogni anno oltre un milione di visitatori. Ma proprio la fama del sito e il suo utilizzo eccessivo da parte degli operatori turistici locali ne sta ora mettendo in pericolo la salvaguardia. «Una serie di decisioni male informate hanno sottoposto la più preziosa perla naturale della Croazia a un rischio senza precedenti», ha detto Irma Popovic Dujmovic del Wwf-Adria, avvertendo che «non possiamo rischiare di perdere l'icona croata della natura protetta e i moltissimi posti di lavoro, dai quali dipendono peraltro intere comunità locali».Le «decisioni male informate» citate dal Wwf riguardano diversi ambiti, a cominciare dall'«uso eccessivo dell'acqua», che secondo l'organizzazione ambientalista ha lasciato la grande cascata di Plitvice «con appena il 40 per cento della sua capacità massima di acqua». Ma un altro segnale chiaro dello sfruttamento del parco è rappresentato dal numero di permessi di permessi di costruzione accordati dal governo nell'area. «Negli ultimi anni - prosegue il Wwf - il ministero dell'Edilizia ha autorizzato la costruzione di 25 nuovi appartamenti, bed&breakfast e ristoranti». Cantieri che portano ogni giorno nella zona protetta decine di camion, in prospettiva di un numero sempre maggiore di visitatori.«A partire dal 2010 - nota il Wwf nel suo comunicato - il numero di soggiorni nell'area di Plitvice è aumentato di 12 volte arrivando a 39mila», rendendo necessaria una maggiore disponibilità di posti letto in una zona altrimenti poco attrezzata e storicamente priva di grandi strutture alberghiere. «Se un'azione urgente non viene intrapresa il Parco di Plitvice potrebbe essere iscritto nella Lista Wwf del patrimonio mondiale in pericolo», ammonisce il Wwf stesso, facendo eco a un avvertimento lanciato tempo fa dall'Unesco e dallo stesso direttore del parco. Lo scorso settembre infatti il direttore del parco nazionale Andelko Novosel aveva detto ai giornalisti del quotidiano Vecernji List di aver ricevuto «un messaggio chiaro» da parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, scienza e cultura (Unesco): «Se non proteggiamo il parco, lo toglieranno dalla lista dei Patrimoni naturali dell'umanità», aveva riferito Novosel, aggiungendo che «è da un po' di tempo che ci battiamo contro un numero eccessivo di turisti».Negli ultimi dieci anni il successo del complesso di laghi è stato sorprendente: dai 300mila visitatori dei primi anni Duemila si è passati agli attuali 1,3 milioni di ingressi, con picchi quotidiani di 15mila turisti contro gli 8mila imposti come tetto massimo dall'Unesco per salvaguardare al meglio il parco.Dopo il cartellino giallo ricevuto dall'Unesco (non solo per Plitvice ma anche per Dubrovnik, anch'essa sommersa dai turisti), tocca ora al Wwf invitare «il ministero dell'Edilizia croato a iniziare a lavorare con urgenza con il ministero della Protezione ambientale al fine di evitare la distruzione dei laghi di Plitvice». Coinvolgendo inoltre le comunità locali, prosegue il Wwf, si potrà «proteggere la bellezza e la biodiversità di Plitvice, promuovendo anche uno sviluppo sociale ed economico per tutti».

Giovanni Vale

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 2 luglio 2017

 

 

«Non sparate alle nutrie» - Muggia apripista in Fvg - Parte dalla cittadina rivierasca la petizione regionale contro la nuova legge
MujaVeg reclama il contenimento della specie solo con metodi non violenti
MUGGIA - No all'abbattimento violento, sì al contenimento tramite metodi ecologici. Parte da Muggia la petizione per far correggere il tiro alla giunta Serracchiani le disposizioni inserite nella legge regionale 20 del 9 giugno scorso che prevede l'eradicazione delle nutrie anche attraverso l'abbattimento.La storia Originaria della Patagonia, la nutria è un roditore introdotto nello scorso secolo in molti paesi sia nel Nord America che in Europa. I primi allevamenti commerciali per la produzione di pellicce sorsero in Italia (in Piemonte) alla fine degli anni Venti per giungere qualche decennio dopo anche a Muggia e in altre zone del Fvg. «La diffusione di questa attività si deve sia all'interesse commerciale della pelliccia, che, soprattutto nei primi anni, era abbastanza elevato, sia alla facilità con cui le nutrie potevano essere allevate: in seguito l'allevamento si rivelò pratica via via sempre meno remunerativa e venne gradualmente abbandonato», si legge nelle "Linee guida per il controllo della nutria", il testo scritto con il patrocinio del ministero dell'Ambiente dall'Istituto nazionale per la fauna selvatica "A. Ghigi". Iniziarono così a verificarsi le prime immissioni, quasi sempre volontarie, di nutrie in natura. Queste immissioni hanno consentito la formazione di nuclei naturalizzati in grado di autosostenersi come le nutrie muggesane del Rio Ospo, diventate un vero e proprio fenomeno popolar-mediatico grazie alla massiccia presenza dei roditori in zona Rabuiese.Le caratteristiche Ma quali sono le caratteristiche delle nutrie? Questi roditori ingeriscono da 700 a 1.500 grammi di materia vegetale al giorno. Una quantità che corrisponde circa al 25% del proprio peso corporeo. Gli alimenti più utilizzati sono piante acquatiche, radici, foglie, tuberi e rizomi. La nutria raggiunge la maturità sessuale in età molto precoce: già a 6 mesi i maschi sono in grado di riprodursi. Le femmine possono riprodursi in media 2,7 volte all'anno. Alla nascita il numero medio di neonati è pari a cinque. La legge «Il provvedimento di eradicazione delle nutrie nel Fvg con metodi selettivi intende tutelare le produzioni zoo-agro-forestali, l'idrografia e le opere idrauliche». Così Diego Moretti (Pd), relatore di maggioranza della legge in questione, ha spiegato la decisione della Regione di sterminare i roditori, compresi quelli presenti nel Rio Ospo. Per l'assessore regionale allla Caccia Paolo Panontin quella delle nutrie è una specie «invasiva, non originaria e dannosa». La giunta Serracchiani ha così votato una legge per applicare un Piano triennale di contenimento del costo di 60mila euro. Tra i metodi di soppressione impiegabili, "armi comuni da sparo" oppure "trappolaggio e successivo abbattimento con metodo eutanasico dell'animale mediante narcotici, armi ad aria compressa o armi comuni da sparo".La petizione «Per affrontare la questione nutrie la Regione ha completamente snobbato i possibili metodi ecologici contenuti nella legge 157 dell'11 febbraio 1992 proposti dall'Istituto nazionale per la fauna selvatica». Così Cristian Bacci, responsabile dell'associazione MujaVeg, racconta il perché della nascita della petizione popolare nella quale si chiede espressamente che le nutrie non soffrano durante la fase di eradicazione operata dalla Regione. Tra i metodi suggeriti quello invocato anche da altre associazioni ambientaliste: la sterilizzazione. In attesa di capire gli esiti dello studio dell'Università di Udine per individuare e testare sistemi che riducano le capacità riproduttive delle nutrie, studio finanziato proprio dalla Regione con uno stanziamento di 80mila euro, in cui si dovrebbero sperimentare dei prodotti sintetici che, aggiunti ad alimenti appetibili o sostanze naturalmente presenti nei vegetali siano in grado di contenere la specie, la raccolta firme è partita. La petizione, scaricabile sul sito www.mujaveg.it, potrà essere firmata o consegnata a Muggia (alla Gelateria Easy in riva de Amicis e alla Farmacia alla Marina in piazzale Foschiatti) oppure a Trieste (al Giardino Tergesteo e al Serra Hub in via Economo) entro il 30 agosto. Dopodiché le firme verranno consegnate alla Quarta commissione del Consiglio regionale. Intanto l'assessore alla Protezione civile Stefano Decolle conferma la non sussistenza del problema nutrie a livello muggesano: «Non so in regione, ma qui non abbiamo mai ricevuto segnalazioni di danni causati dalle nutrie». Resta ora da capire se e quando anche i roditori del Rio Ospo rientreranno nel piano di abbattimento

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 1 luglio 2017

 

 

BARCOLA - Park sul terrapieno, scatta la bonifica - Iniziato lo sfalcio del verde per la creazione di 500 posti auto. Dipiazza: «Il progetto per l'opera partirà entro fine anno»
Primo atto per il futuro parcheggio di Barcola. In questi giorni il Comune ha iniziato lo sfalcio dell'erba e degli arbusti che infestano la zona del terrapieno, dove il sindaco Roberto Dipiazza intende realizzare almeno cinquecento posti auto. Uno spazio che nelle previsioni sarà utilizzato soprattutto dalle società veliche che hanno sede nei paraggi e che necessitano di spazio per i propri mezzi, come pulmini e carrelli, per le trasferte delle regate e le varie competizioni. Un'esigenza si era manifestata già anni fa, ma che non aveva mai trovato risposte concrete da parte dell'Autorità portuale. Che, come noto, gestiva quelle aree demaniali. La conferma dell'avvio dei lavori è arrivata proprio ieri, pubblicamente, dalle parole del sindaco Dipiazza durante la presentazione della 49.ma edizione della Barcolana. «Abbiamo cominciato a togliere un po' di erba e arbusti», ha detto. E in effetti, come si può constatare da viale Miramare, gli interventi sono partiti. Nei mesi scorsi era stato proprio il primo cittadino ad andare sul posto, accompagnato dall'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, dai tecnici del Municipio e da un gruppo di delegati dei circoli, per un sopralluogo sull'area del terrapieno, entrata di recente nella disponibilità del Comune come gran parte del Porto vecchio. Dipiazza ha incaricato il suo staff a preparare un progetto vero e proprio. Il parcheggio sorgerà nell'area attualmente occupata dalla boscaglia spontanea, che negli anni si è fatta sempre più fitta, come si può scorgere per l'appunto transitando sempre lungo viale Miramare. Lo spazio che si potrà ricavare consentirà di creare posti auto per centinaia di persone. Cinquecento i posteggi stimati, in linea con quando stabilito dalle previsioni di legge.«Abbiamo iniziato lo sfalcio dell'erba - ha commentato Dipiazza - e questo è un modo per poter anche visionare la zona. Ma siamo pronti pure con il progetto per l'opera, che bisogna far partire entro il 30 di dicembre». L'assessore all'Urbanistica Luisa Polli conferma: «Abbiamo pensato di mettere le mani il prima possibile sulle zone di cui si può già usufruire - afferma l'esponente della giunta - anche perché ricordiamo che quel punto non è nella parte classificata inquinata». Il parcheggio, nello specifico, sarà realizzato nel sedime ferroviario. Dopo la pulizia del verde, si passerà al posizionamento di un "geo-tessuto", cioè una superficie isolante di tipo protettivo e contenitivo che farà da base al fondo.«Sopra metteremo della ghiaia - annuncia Polli - e in particolare una tipologia che consente di muoversi agilmente». Il posteggio, che nasce per le società nautiche ma potrà essere usato da tutti i cittadini, non verrà recintato. «Non c'è una concessione - ricorda l'assessore - perché non è previsto un utilizzo esclusivo. Ma è ovvio che ci andranno prevalentemente i soci delle società veliche o, ancora, chi fa canottaggio, gare, o chi ha bisogno di un punto di appoggio per usufruire dei servizi rivieraschi. Credo che difficilmente i triestini lo impiegheranno per andare a prendersi il gelato a Barcola. Comunque il tessuto che andremo a posizionare - sottolinea Polli - farà sì che il via vai della automobili non faccia disperdere la ghiaia».

Gianpaolo Sarti

 

 

ALTIPIANO EST - Trebiciano reclama le barriere antirumore
TRIESTE - Un'adeguata protezione antirumore lungo il tratto della Grande viabilità adiacente la frazione di Trebiciano. Lo richiede l'intero paese, in particolare le famiglie che da tempo risiedono nelle vicinanze dell'autostrada, sottoposte quotidianamente al frastuono provocato dal traffico. Sulla questione torna per l'ennesima volta la Circoscrizione Altipiano Est che sottolinea come questo disagio sussista da oltre vent'anni, ovvero da quando è stato costruito il collegamento autostradale nei pressi di Trebiciano. «Nonostante la comunità li chieda da sempre - osserva il presidente del parlamentino Marko De Luisa - mancano del tutto i dissuasori e le barriere antirumore. Sul tema la comunità ha presentato all'Anas, e per conoscenza alla precedente amministrazione comunale e alla prefettura, una petizione con allegata una raccolta di firme. Un'azione che tuttavia non ha sortito alcun effetto». I consiglieri sottolineano come già nella progettazione iniziale della Grande viabilità si sarebbe dovuto provvedere a tutte le infrastrutture necessarie. «Comunque sia - aggiunge il presidente - non è possibile che i residenti di Trebiciano debbano continuare a sopportare un inquinamento acustico che inficia sia la qualità di vita che la loro salute. Per questo abbiamo inviato al sindaco e agli assessori un documento con il quale chiediamo di attivarsi nei confronti dell'Anas, affinché si provveda una volta per tutte a realizzare l'adeguata protezione antirumore». Sempre dalla Seconda circoscrizione si chiede, con una mozione, di creare nell'area di Trebiciano conosciuta come "Rouna" una nuova isola ecologica. In questo modo, come da tempo reclamano i residenti, sarebbe possibile togliere i cassonetti per la raccolta dei rifiuti e della differenziata dalla piazza principale del borgo. Il provvedimento consentirebbe finalmente di riqualificare e valorizzare la piazza, con la sua chiesa, la canonica, la scuola materna e il monumento ai caduti nella lotta per la Liberazione.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

RASSEGNE STAMPA precedenti