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RASSEGNA STAMPA  luglio - dicembre 2017

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 31 luglio 2017

 

 

Mare - I predatori del Golfo non demordono - Fuorilegge mezza tonnellata di pesce
TRIESTE - Un po' per ignoranza, un po' per spirito "d'avventura". D'altronde, una bella orata da portare a casa la sera, da servire con il contorno di patate, a chi non fa gola? La pesca subacquea "fai da te", a pochi metri dalle spiagge o, peggio, nelle zone marine protette, è un fenomeno tutt'altro che sconosciuto, nel Golfo di Trieste, da Muggia fino a Monfalcone. E capita pure che il pescato non sempre finisca nel forno di casa, ma vada dritto nei ristoranti o nelle pescherie. Ignoranza e voglia "d'avventura", insomma, ma a volte pure disonestà. Il caso del turista tedesco sorpreso pochi giorni fa dai bagnanti nello specchio d'acqua della Riserva di Miramare a Trieste, armato di fucile, ha alzato i livelli di allarme. Ma non è l'unico esempio di "predatore del mare". Tra il 2016 e questa prima parte del 2017 la Capitaneria di porto ha pizzicato trentacinque furbetti della domenica. A cominciare dall'anno scorso, quando in almeno tre circostanze i militari hanno sorpreso altrettanti sub alla ricerca di prelibatezze in acque vietate. Lo facevano nel tratto riservato alla balneazione, cioè all'interno dei 500 metri dalla battigia. Per tutti è scattata una sanzione di duemila euro, oltre al sequestro dell'attrezzatura. «Il motivo per cui vengono commessi questi illeciti - spiegano dalla Capitaneria di porto il capitano di vascello Ugo Foghini della Capitaneria e il capitano di fregata Marco Parascandolo, capo di servizio Polizia marittima - può derivare anche dalla mancata conoscenza delle norme. Questo capita soprattutto ai turisti stranieri o provenienti da altre regioni». Per lo stesso illecito, in un'area protetta come appunto Miramare, cioè tutto il perimetro delimitato della boe gialle che va dal porticciolo di Grignano fino al moletto che confina con lo stabilimento di Sticco, parte anche la denuncia all'autorità giudiziaria. Ammontano a trentadue, invece, le violazioni alle norme su pesca professionale e commercializzazione del pescato, compreso il "novellame". Qui, codice alla mano, c'è un po' di tutto: oltre alle zone vietate, rientrano pure le multe per l'utilizzo di attrezzi non consentiti, o la vendita nelle pescherie, nei locali, o addirittura attraverso il mercato ittico. Dove si pesca? Soprattutto a Barcola o nei pressi delle scogliere di Grignano e Santa Croce. O in porto: Siot, Molo Settimo, Ausonia, o nei paraggi della stessa Capitaneria. Branzini, orate, dentici, saraghi o vongole, in abbondanza e di qualità, nei punti più riparati. Come gli anfratti o, come avvenuto con il sub tedesco, le aree protette. O, ancora, nei dintorni degli allevamenti di mitili, da cui i pesci sono attratti.«Tutto ciò può finire in diversi canali - commenta Guido Doz, rappresentante dell'Associazione generale cooperative italiane pescatori - ma stiamo comunque parlando di un fenomeno che in passato era più importante, ma che ora grazie ai controlli è meno vistoso». C'è poco da scherzare: le sanzioni possono variare dai mille ai 75mila euro a seconda della quantità, con il rischio persino di chiusura dell'attività per le pescherie. Gli illeciti si scoprono con i controlli, tanto delle autorità militari quanto di quelle sanitarie, ormai piuttosto rigidi in termini di etichettature e tracciabilità. Circostanze, per quanto esistenti, che tendono tuttavia a calare, a sentire la Federazione italiana pubblici esercizi. «Sono finiti i tempi degli acquisti sottobanco: se c'è qualche pescatore abusivo che vende direttamente ai ristoranti parliamo di casi isolati», afferma in effetti il presidente provinciale della Fipe Bruno Vesnaver. «L'obbligo della tracciabilità del prodotto e le esigenze di sicurezza dello stesso esercente indirizzano il 99% dei gestori a rivolgersi solo a pescherie e grossisti». Anche la Capitaneria è convinta di trovarsi di fronte a situazioni comunque marginali. «Il Golfo di Trieste è una zona tendenzialmente tranquilla, anche se le infrazioni non mancano di certo. E c'è un controllo "sociale" molto elevato, come testimoniato da quanto accaduto davanti a Sticco l'altro giorno: i triestini sono i primi a segnalare situazioni particolari», annotano i due graduati della Capitaneria stessa. Tirando le somme, tra il 2016 e questa prima parte d'estate, le pattuglie hanno sequestrato una ventina di attrezzi da pesca e ben 442 chili di pescato privo della regolare etichettatura, oltre a un'imbarcazione. A cui si aggiungono i 258 chili di ricci di mare, scoperti recentemente, e ulteriori 665 chili di tonno messi in vendita ma non tracciabili. Tra le ipotesi di reato, sebbene non riscontrate a Trieste, figura pure l'asportazione di pezzi di fondale. La pesca dei datteri, ad esempio, è considerata a tutti gli effetti un danno ambientale. Ma i controlli in mare sono ben più estesi e non si limitano al pescato: investono pure i casi di occupazione abusiva del litorale. Una decina, in tutto, i reati contestati a questo proposito. La zona, come noto, è demaniale e non manca chi si rifà la scaletta per l'accesso al mare o il moletto. Anche una semplice passerella fai da te, non accompagnata dalle autorizzazioni previste, si configura come illecito, con tanto di denuncia all'autorità giudiziaria.

Gianpaolo Sarti e Pietro Comelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 30 luglio 2017

 

 

M5S denuncia i bluff di Dipiazza sulla Ferriera - Menis: «Non interviene nemmeno dopo gli spolveramenti». Le Rsu: «L'azienda rispetti l'ambiente»
«Il sindaco ha dimostrato che non intende intervenire con urgenza, nemmeno dopo gli spolveramenti degli ultimi tempi», dice Paolo Menis. Il gruppo del consiglio comunale del M5S, affiancato dal consigliere regionale Andrea Ussai, ha rivendicato ieri in conferenza stampa il contenuto della mozione urgente sulla Ferriera approvata da tutto il consiglio, eccezion fatta per l'astensione del Pd. Il capogruppo Menis ha dichiarato: «Dopo fatti tanti eclatanti e non più "episodici" ci aspettavamo il pugno di ferro e un'ordinanza sindacale. Invece Dipiazza si è limitato a elencare le lettere inviate ad altri enti perché facciano loro qualcosa». Tanto più, ha aggiunto, che «il decreto sul Porto franco apre nuove possibilità di sviluppo logistico per la proprietà» e quindi altre possibili riflessioni sul futuro dell'area a caldo. Ussai ha ricordato di aver presentato in consiglio regionale una mozione per la revisione dell'Aia. Ha dichiarato la consigliere Elena Danielis: «L'ordinanza del sindaco chiedeva ad Arvedi una relazione asseverata sull'impianto, ma quella pervenuta al Comune non lo è. Chiediamo lo stop all'area a caldo fino al suo arrivo». Così invece Cristina Bertoni: «Chiediamo anche l'intervento sui parchi minerali: non è possibile che la città sia invasa da nubi che portano sostanze cancerogene. È necessario inoltre un tavolo con tutte le istituzioni per il problema occupazionale». Ha concluso Gianrossano Giannini: «Abbiamo visitato di recente un impianto siderurgico di Linz, in Austria, per dimensioni analogo a quello triestino. Lì città e fabbrica convivono perché molti anni fa è stato avviato un processo di dialogo e confronto. Noi chiediamo la chiusura dell'area a caldo perché le condizioni per una svolta simile qui non ci sono più: gli investimenti andavano fatti molto prima e soprattutto manca l'atteggiamento. All'azienda interessa solo l'aspetto economico, non la salute né l'ambiente». Sul tema arriva anche un comunicato unitario delle Rsu della fabbrica: «Gli ultimi episodi non sono giustificabili. Chiediamo alla proprietà di mettere in campo tutte possibili contromisure per far in modo che non si verifichino più tali situazioni, e che si inizino immediatamente i lavori di contenimento del materiale a parco».

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 29 luglio 2017

 

 

Area a caldo e polveri - Botta e risposta in aula sul futuro di Servola - Dipiazza rivendica la linea dura nei confronti della Ferriera
M5S: «Nessuna azione concreta». Il Pd: «Un grande bluff»
Una lunga lista delle azioni compiute nei confronti della Ferriera dall'inizio del mandato: è il rosario sgranato dal sindaco Roberto Dipiazza ieri mattina in Consiglio comunale, convocato dall'assemblea a presentare il lavoro fatto per la chiusura dell'area a caldo. Un elenco concluso, durante il dibattito con il capogruppo M5S Paolo Menis, da un monito dipiazziano: «Durante ogni mio mandato mi sono ritrovato a combattere questa battaglia. E visto che a settembre avremo un incontro importante credo che arriveremo a un obiettivo», ha detto il sindaco. Un annuncio sibillino, che però potrebbe alludere all'imminente apertura di un tavolo di confronto a cui siedano, come minimo, azienda, Regione e Comune. L'affiorare di una presa di un tentativo di contatto in corso in queste settimane.In aula Dipiazza ha elencato tutti gli atti compiuti dal 2016 a oggi: «In questi mesi, grazie a questa nostra azione di controllo, verifica e informazione molte cose sono mutate e quel muro iniziale che copre la realtà delle cose si sta via via sfaldando». Le diffide presentate dalla Regione negli ultimi tempi «sono dello stesso tenore di quelle da noi già richieste ma che all'epoca vennero rigettate. Le inottemperanze agli accordi che noi da tempo segnaliamo ora sono oggetto di diffida da parte della Regione». Dipiazza ha poi ricordato che solo la Regione può modificare l'Aia: «La nostra azione è rivolta anche affinché questo avvenga». Ha concluso: «A Trieste il gruppo Arvedi è il benvenuto e troverà la nostra disponibilità nello sviluppare, e le condizioni in questo momento ed in prospettiva a Trieste ci sono, un'attività industriale che non minacci la salute dei cittadini e dei lavoratori come sta accadendo ora con l'area a caldo». Ha commentato Menis: «Dopo un anno devo prendere anno che c'è un'assenza di azioni concrete. Non c'è stata nessuna comunicazione di atti in corso o che saranno fatti in futuro. Gli episodi degli ultimi giorni costituivano una base per una possibile ordinanza sindacale». Il consiglio ha poi approvato (con qualche astensione) una mozione del M5S in cui si chiede che «ove ci siano i presupposti di legge» (come imposto da un emendamento targato centrodestra), il sindaco emetta una ordinanza sindacale che sospenda l'attività dell'area a caldo e la messa in sicurezza del parco minerali, oltre a fare pressione sulla Regione. Così la segretaria regionale e consigliera del Pd Antonella Grim: «Sulla Ferriera Dipiazza e la sua maggioranza stanno facendo uno scomposto teatrino: vogliano far credere di aver realizzato qualcosa e mantenuto le promesse. In realtà non hanno fatto niente». Secondo Grim «Dipiazza millanta sforzi che non ha fatto: è tutta fuffa. Siamo addirittura arrivati alla farsa di discutere atti che non hanno alcuna valenza giuridica, giusto per fare spettacolo e simulare un po' di impegno. Sulla Ferriera è invece necessario essere seri. Se il sindaco vuole esercitare veramente il suo ruolo, faccia ciò che gli compete, cioè costruire un dialogo corretto e autorevole con la proprietà, cosa che sinora, tra video e chiacchiere, non ha mai fatto». Infine: «Dipiazza si ricordi che è sindaco di tutti: degli abitanti di Servola come dei lavoratori dello stabilimento. La smetta di dire che l'area a caldo si potrebbe chiudere con la bacchetta magica, che i lavoratori potrebbero fare gli impiegati in Comune dal giorno dopo, che tutto sarebbe a posto con un colpo di spugna. Questa città ha bisogno di serietà»

Giovanni Tomasin

 

 

Piano straordinario per i torrenti - Interventi di manutenzione e pulizia in sette corsi d'acqua dal Rio Corgnoleto agli affluenti del Farneto
Un piano da centocinquantamila euro per la manutenzione straordinaria e la pulizia dei torrenti e ruscelli scoperti di Trieste da attuarsi tra il 2018 e 2019. L'amministrazione comunale ha dato il via libera a metà luglio a una serie di lavori al fine garantire il regolare deflusso delle acque in questi corsi d'acqua diventati "ricettacolo di ogni sorta di immondizie". Nella maggioranza dei casi si tratta della pulizia degli alvei e della manutenzione delle sponde. Se infatti la pulizia dei torrenti coperti spetta alla società concessionaria del servizio di manutenzione e gestione della fognatura (ovvero AcegasApsAmga), la cura di quelli scoperti spetta al Comune, come pure i manufatti di captazione delle acque piovane che non sono direttamente allacciati alla rete fognaria e che non vengono indirizzati agli impianti di depurazione.«Le precipitazioni - spiega nella delibera l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi - causano il periodico riempimento degli alvei con una grossa quantità di inerti accompagnati spesso da legnami che, andando a riempire le briglie e i salti posti lungo gli alvei, possono creare situazioni di pericoli». Inoltre, ci sono alcuni manufatti come muri e briglie, posti a delimitazione dei torrenti, che risultano pericolanti o addirittura crollati. In molti casi, inoltre, l'acqua piovana non riesce ad affluire ai torrenti a causa di strade e muri creando pozze e pericoli di smottamento. L'importo dei lavori previsto di 150mila euro sarà finanziato tramite l'alienazione di titoli Hera. Il cronoprogramma dei pagamenti prevede la spesa di centomila euro nel 2018 e di cinquantamila euro nel 2019: la durata dei lavori è prevista in 365 giorni consecutivi, inclusi eventuali fermi causati dal maltempo. Il piano di manutenzione straordinaria e pulizia dei torrenti è inserito infatti nel programma triennale delle opere 2017-2019. Sono sette gli interventi previsti nel progetto esecutivo elaborato a maggio: Clivo Artemisio, Rio Corgnoleto, affluenti torrente Farneto, via Pertsch, Strada del Friuli, via Righetti e via Lavareto.  Nel caso del Clivo Artemisio si prevede la pulizia dell'alveo di Rio San Cilino per una lunghezza di trecento metri. Nel caso di Rio Corgnoleto è prevista la pulizia dell'ultimo tratto (trenta metri) oltre allo svuotamento della vasca in corrispondenza dell'ultima briglia. È in programma inoltre la pulizia dell'alveo degli affluenti di sinistra del torrente Farneto all'interno del Boschetto del Cacciatore. In questa occasione saranno risistemati anche alcuni manufatti murari che insistono sul corso d'acqua. In via Pertsch sarà pulito il torrente che incrocia Strada del Friuli per una lunghezza presunta di 350 metri. In via Righetti saranno puliti due tratti dell'alveo del torrente per 300 e 230 metri. Sarà pulito anche l'alveo del torrente Lavareto (200 metri) in corrispondenza con l'omonima via.

Fabio Dorigo

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 28 luglio 2017

 

 

Vertice romano sull'inquinamento a Servola - Riunione operativa con gli esperti dell'Istituto superiore di Sanità. Oggi Consiglio comunale ad hoc
Una riunione di carattere tecnico-scientifico per individuare le linee guida su cui elaborare sintesi scientifiche certe e mirate rispetto alle problematiche sanitarie e ambientali legate alla presenza della Ferriera di Servola. A parteciparvi gli esperti dell'Istituto superiore della Sanità, i vertici della Direzione regionale Salute, dell'AsuiTs e dell'Arpa. L'appuntamento romano, concordato lo scorso 9 giugno a Trieste nel primo incontro della cabina di regia su "Incidenza dei rischi ambientali sullo stato di salute della popolazione residente", rientra nel percorso di approfondimento scientifico voluto dalla presidente Debora Serracchiani, che vede coinvolto l'Istituto quale competente massimo in materia a livello nazionale. Nella prima parte della riunione sono stati esaminati le indagini epidemiologiche effettuate dal 1995 ad oggi sulla presenza di correlazioni tra le concentrazioni di inquinanti e le fonti di inquinamento presenti a Trieste e lo stato di salute della popolazione con particolare attenzione all'abitato di Servola; le attività di biomonitoraggio intraprese a partire dal 2007 dall'allora Azienda sanitaria per misurare le concentrazioni urinarie del marcatore di stress ossidativo cellulare 1idrossipirene tra i lavoratori della cokeria; la procedura di rinnovo dell'Aia della Ferriera e gli interventi impiantistici innovativi effettuati nell'ambito della stessa. Su questi temi gli esperti dell'Iss hanno richiesto alcune delucidazioni circa l'evoluzione nel tempo delle sorgenti inquinanti che insistono sull'area della Ferriera e la possibilità di implementare le indagini epidemiologiche effettuate in passato. Nella seconda parte dell'incontro sono stati individuate le caratteristiche di una messa a sistema che riguardi tutte le informazioni disponibili. È stato chiarito che bisogna definire l'area in esame, la popolazione target, i dati ambientali e sanitari disponibili, il profilo sanitario della popolazione interessata e gli inquinanti di interesse sanitario primario in grado di causare nel breve e nel lungo periodo effetti sulla salute della popolazione esposta. L'obiettivo è raccogliere e trasmettere le informazioni agli esperti dell'Istituto entro l'estate, in modo da poter organizzare entro la metà di ottobre un secondo incontro romano. E sempre di Ferriera si parlerà oggi in Consiglio comunale nel corso di una seduta straordinaria in programma a partire dalle 8.30.

 

 

Volpe affamata salvata a Padriciano - Barcollava nei pressi dell'Area di ricerca. Il veterinario dell'Enpa: «Si sta riprendendo, è vivace»
TRIESTE - Barcollava, disidratata e denutrita in pieno giorno nei pressi dell'Area di ricerca di Padriciano la volpe recuperata dall'Enpa di Trieste. Ricevuta la segnalazione da parte di una donna che si era accorta dell'incedere incerto del canide, il medico veterinario volontario Marco Lapia non ha trovato subito la volpe. Dopo qualche ricerca però, l'animale selvatico è stato individuato in non buone condizioni, come segnalato. Da qui la cattura con la rete e il trasporto nella sede di via Carlo De Marchesetti. «Si tratta di un esemplare giovane di due anni circa, si tratta di una femmina. Era molto magra e parecchio assetata. Comunque ha superato la prima notte mangiando in autonomia e il giorno dopo ha dato notevoli segnali di vivacità. Tutti segnali che fanno ben sperare per un pronto recupero dell'animale», racconta la presidente della sezione triestina dell'Enpa Patrizia Bufo. Verosimilmente il canide, che ora si trova in un ricovero chiuso (un intervento di prassi quando si tratta di volpi), rimarrà nella struttura dell'associazione animalista per circa un mesetto. Poi, se tutto andrà bene, avverrà il reinserimento nel suo habitat naturale. Nei primi sei mesi del 2017 l'Enpa ha svolto oltre duemila interventi nei confronti della fauna selvatica, domestica ed esotica in difficoltà. Quello di Padriciano è però solamente il terzo caso inerente la volpe: il primo intervento è stato registrato quest'inverno, era il 3 gennaio infatti. Decisamente curiosa la dinamica dell'accaduto. Una donna di Rupingrande aveva infatti segnalato che si era ritrovata una volpe nel giardino. L'animale, intrufolatosi furtivamente nella proprietà privata, ero stato scoperto ma nonostante i tentativi della donna non aveva alcuna intenzione di andarsene. «Si trattava di un maschio, in buone condizioni. Quando abbiamo cercato, per ben tre volte, di catturarlo con una trappola per poi liberarlo successivamente, l'esemplare è sempre riuscito a farla franca», racconta Bufo. E difatti il "caso" della volpe in casa si è risolto da sé: ovvero, con la decisione dell'animale di allontanarsi autonomamente dall'abitazione per tornare nel bosco da cui era arrivato. Il secondo intervento dell'Enpa risale invece alla sera del 19 marzo scorso. In quel caso un esemplare maschio era stato individuato in non buone condizioni lungo strada principale che attraversa l'abitato di Pese. «In quel caso l'intervento di recupero dell'animale era stato effettuato dal presidente regionale dell'Enpa Gianfranco Urso», puntualizza Bufo. Anche in questo caso l'animale era stato immediatamente portato in sede, curato e successivamente liberato nel suo habitat. La stessa sorte che, a meno di impreviste complicazioni, toccherà a questa giovane volpe di Padriciano.

Riccardo Tosques

 

L'airone e il germano tornano nel Rio Ospo - Di nuovo sani e liberi a tempo di record
Nel primo pomeriggio di ieri un airone cenerino e un germano reale sono stati liberati dai volontari triestini dell'Enpa in zona Rio Ospo, a Muggia. L'airone era stato recuperato dal medico veterinario Marco Lapia sei giorni or sono in seguito a una segnalazione giunta da una donna che aveva visto il volatile in chiara difficoltà lungo il corso d'acqua muggesano. Debilitato, l'airone è stato curato nella struttura di via Carlo De Marchesetti e in tempi record è tornato in libertà. Sorte simile per l'esemplare di germano reale femmina in cura dal primo luglio: l'anatide, recuperato dal responsabile regionale dell'Enpa Gianfranco Urso, giaceva in condizioni critiche proprio nel Rio Ospo. Il germano e l'airone cenerino sono dunque ritornati nel loro habitat naturale, quel Rio Ospo che nell'agosto dello scorso anno aveva destato grande preoccupazione per una moria di anatidi senza precedenti causata da un'infezione di botulino C poi arginatasi naturalmente.

(tosq.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 27 luglio 2017

 

 

Nubi scure da Servola - Muggia alza la guardia - Il sindaco Marzi chiede un incontro urgente a Serracchiani «Le polveri disperse non sono più un fenomeno sporadico»
MUGGIA - «Come sindaco non posso, nel modo più assoluto, ignorare quelli che non sono più sporadici fenomeni di dispersione delle polveri provenienti dai cumuli minerari della Ferriera di Servola che interessano il territorio del nostro Comune». Perentoria presa di posizione del sindaco di Muggia Laura Marzi sullo stabilimento industriale triestino da cui, in seguito alle condizioni meteo di forte vento degli ultimi giorni, si sono sollevate delle dense nubi che si sono riversate anche su parte del territorio muggesano, sito a circa un chilometro in linea d'aria da Servola. Marzi ha chiesto dunque «un incontro urgente» alla presidente della Regione Serracchiani per poter esprimere la propria preoccupazione «che è quella di tutti i cittadini muggesani che io rappresento». Parallelamente, Marzi ha evidenziato come non ci possa non essere una preoccupazione «per quanto riguarda l'occupazione e per quello che è il futuro di tutte le attività industriali del nostro territorio, che rappresentano un fattore determinante per la ripresa dell'economia». Ripresa che per Marzi «non può non comprendere anche la Ferriera». Pochi giorni fa la maggioranza di centrosinistra del consiglio comunale aveva detto "no" ai campionamenti dello strato superficiale del suolo nei giardini comunali muggesani per individuare eventuali inquinanti, bocciando la mozione firmata da Emanuele Romano (M5S). La richiesta del consigliere era stata avanzata in seguito alla relazione della qualità dell'aria 2016 redatta dall'Arpa in cui si era attestata una concentrazione media annua del materiale particolato sottile (Pm10) di 23 mg/metro cubo con 21 superamenti annui del limite giornaliero. A ciò si erano aggiunte "diverse segnalazioni di polveri e odori molesti". Sotto la lente d'ingrandimento, in particolare, gli effetti provocati proprio dalla Ferriera. La mozione sull'inquinamento a Muggia ha ricevuto l'appoggio solo da parte dell'opposizione. «Come promesso in consiglio - spiega Marzi - chiederemo che sia convocato rapidamente un tavolo congiunto con Arpa, Azienda sanitaria, Regione, Comuni di Trieste e San Dorligo e i rappresentanti di Arvedi, per poter fare la nostra parte nel sollecitare una soluzione che risolva il problema delle polveri provenienti dalla Ferriera. Su quel tavolo - conclude Marzi - si analizzeranno gli esiti dei monitoraggi». L'ultimo appello il sindaco di Muggia l'ha riservato ai propri concittadini: segnalare quanto riscontrabile sul territorio muggesano poiché tutti i dati raccolti verranno trasmessi all'Arpa.

Riccardo Tosques

 

 

Sosta selvaggia, arriva il vigile elettronico - Alla polizia locale altri tre apparecchi per stanare chi non paga assicurazioni e revisioni. Uno multerà all'istante le doppie file
Vita dura per i furbetti alla guida. A Trieste arriva un sistema capace di identificare in tempo reale chi non è a posto con l'assicurazione e la revisione di auto e scooter. Di più. Il meccanismo permette di "pizzicare" anche i mezzi in divieto e in doppia fila. La multa viene recapitata direttamente a casa. Il sistema, dopo una breve sperimentazione, sarà a regime da agosto. È stato il vicesindaco Pierpaolo Roberti a consegnare al corpo di Polizia locale i modernissimi Targa system: marchingegni simili a una telecamera in grado di verificare sul momento la regolarità dei veicoli, tanto quelli parcheggiati quanto quelli in movimento. I vigili erano già stati equipaggiati con due strumenti analoghi, solo che ora possono contare su altri tre nuovi modelli. Uno di questi, come hanno spiegato in conferenza stampa il vicesindaco Roberti, il vicecomandante Walter Milocchi e il direttore di servizio Paolo Jerman, è uno speciale Targa system 4.0 mobile + soste che rileva anche le soste selvagge. Non solo. La tecnologia dà la possibilità di accertare rapidamente eventuali veicoli rubati e sottoposti a fermi amministrativi o soggetti ad altre infrazioni al codice della strada. Il funzionamento è tutto sommato abbastanza semplice: la pattuglia non deve far altro che posizionare l'aggeggio a bordo dell'auto di servizio e azionarlo. Il Gps riesce così a immortalare le targhe dei mezzi e a identificarli attraverso le banche dati nazionali. Gli agenti, inoltre, hanno a disposizione un tablet per la gestione della strumentazione mobile e le varie funzionalità. Se il meccanismo si accorge di una vettura non regolare, fotografa la targa provvedendo poi al successivo inoltro della relativa contravvenzione. Questo per quanto riguarda i divieti di sosta, le doppie file o il parcheggio negli stalli riservati. Per le assicurazioni e le revisioni scattano ulteriori accertamenti sulla documentazione del proprietario del veicolo. «Come già detto nel caso degli autovelox - ha voluto precisare Roberti presentando la strumentazione - il nostro obiettivo non è quello di fare cassa o di infierire con l'inasprimento di sanzioni sui cittadini automobilisti, ma vogliamo prima prevenire e poi colpire tutti quei fenomeni che creano disagi e pericoli. Vogliamo che non ci siano più macchine senza assicurazione o revisione, che costituiscono i casi più pericolosi e che per questo vanno tolte dalla circolazione. Questo - ha insistito il leghista, che in giunta detiene la delega alla Sicurezza - è un fenomeno a cui vogliamo dare battaglia. Da questo punto di vista vige la tolleranza zero. Ciò che prima si faceva con molti agenti, ora lo facciamo con questo meccanismo. Ma intendiamo anche e soprattutto migliorare la vivibilità della città - ha aggiunto - andando a colpire chi sosta in doppia fila provocando rallentamenti e ingorghi alla circolazione, chi si mette in prossimità delle strisce pedonali e alle fermate dei bus. O, ancora, davanti ai cassonetti non permettendo così il regolare asporto dei rifiuti da parte di AcegasAps». A questo proposito è stato citato un recente rapporto da cui emerge che a giugno non sono stati svuotati ben 34 contenitori proprio a causa dei veicoli posteggiati irregolarmente. Le zone maggiormente sotto controllo, in cui i vigili hanno riscontrato problemi particolarmente accentuati di sosta selvaggia, sono soprattutto le vie Battisti, Giulia, del Teatro Romano, San Spiridione, Donota, Fabio Severo, Coroneo, riva Grumula e largo Barriera. Dopo un breve periodo di sperimentazione di circa una settimana, il Targa system 4.0 mobile + soste entrerà in funzione a tutti gli effetti. Di qui l'appello agli automobilisti, tanto del vicesindaco quanto del vicecomandante della Polizia locale, a non sostare in doppia fila per evitare spiacevoli sorprese. Il valore dei nuovi dispositivi ammonta a circa 7mila euro l'uno. L'investimento del Comune di Trieste è stato portato a termine grazie ai contributi della Regione

Gianpaolo Sarti

 

COMUNE E FIAB - Ok alle corsie per le biciclette nella galleria di Montebello
Incontro, ieri, tra il sindaco Dipiazza, il vicesindaco Roberti e la Fiab Trieste Ulisse rappresentata dal presidente Mastropasqua e dal consigliere Kosic. Sono stati affrontati numerosi temi relativi alla ciclabilità nella nostra città, con particolare focus sullo sviluppo del cicloturismo e sulla sicurezza. È stato affrontato anche il tema delle nuove rotatorie: Fiab ha fatto presente che costituiscono un serio pericolo per i ciclisti se non vengono adottati degli accorgimenti (ad esempio, un anello ciclabile) per agevolare il passaggio delle biciclette. Il sindaco si è impegnato perché nella progettazione vengano adottati i dovuti accorgimenti tecnici. Poi si è discusso della ciclabile Trieste-Muggia, che rientra nel progetto europeo di ciclabili internazionali Eurovelo e pertanto costituisce un'importante infrastruttura per lo sviluppo del cicloturismo in città che attualmente vede circa 20.000 cicloturisti (dato 2015) pernottare a Trieste per poi dirigersi verso sud. Qui Dipiazza ha dichiarato che chiederà un approfondimento ai tecnici del Comune per valutare meglio la fattibilità dell'opera. E dal momento che il naturale prolungamento di questo percorso in direzione del centro città è costituito dalla galleria di piazza Foraggi (che sarà presto oggetto di un importante intervento di risistemazione), il primo cittadino si è impegnato a far realizzare all'interno della galleria due ciclabili monodirezionali laterali esterne alla sede stradale, per consentire il collegamento ciclabile tra via dell'Istria e piazza Foraggi. Infine, per quanto riguarda Porto vecchio, il sindaco ha confermato l'impegno a realizzare una pista ciclabile le cui caratteristiche saranno meglio definite in fase di progettazione. Fiab, da parte sua, ha ribadito la necessità di un percorso ciclabile in sede propria.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MERCOLEDI', 26 luglio 2017

 

 

Raccolta differenziata: i consigli del CIC per l’estate

Gestire correttamente i rifiuti attraverso la raccolta differenziata. Questa la chiave per città più pulite e luoghi turistici più accoglienti e curati secondo il CIC, Consorzio Italiano Compostatori, che ne su 25esimo anno di attività presenta un decalogo per ottimizzare il recupero della frazione organica e utilizzare al meglio il compost da essa ricavato.

Molti i fattori che durante l’estate possono danneggiare sia la raccolta differenziata che nello specifico quella dell’umido. Tra questi uno dei nemici principali è proprio il tipico caldo estivo, come sottolineato da Massimo Centemero, direttore del CIC: "durante la stagione calda occorre prestare ancora maggior attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti, dato che le temperature elevate possono provocare alcune criticità, come i cattivi odori".
L’Italia sta lavorando molto bene per sviluppare una filiera virtuosa del recupero del rifiuto organico e i cittadini stanno dimostrando sempre più attenzione nei confronti del tema della raccolta differenziata: nel 2015 sono state raccolte 4 milioni di tonnellate di umido, pari a circa 66 kg per abitante per anno, e oltre 2 milioni di tonnellate di verde, pari a ca. 34 kg/ab/a.
Proprio per consentire una più efficace raccolta e un miglior utilizzo del compost il CIC ha reso noto un suo decalogo per un corretto recupero della frazione organica:
Utilizzare il sacco giusto. Sembra scontato, ma una delle criticità possibili in caso di compostaggio è proprio un’errata scelta del sacchetto, che deve essere realizzato in materiale biodegradabile e compostabile (certificato a NORMA UNI EN 13432 in carta o in bioplastica). Riconoscerlo è semplice, basterà verificare che vi sia apposta la sigla dello standard europeo UNI EN 13432:2002 e il marchio di un ente come il CIC stesso. Da evitare assolutamente le buste di plastica tradizionale.
Contenitore aerato e traforato per la raccolta della frazione umida, così da evitare i cattivi odori in casa. Così facendo si favorirà l’eliminazione dell’umidità e degli odori, mentre si eviterà che i rifiuti fermentino e che si creino liquidi all’interno del sacchetto compostabile.
Al momento di buttare l’umido andranno prese alcune accortezze, come il non pressare i rifiuti, sgocciolarli e ridurre in pezzi quelli più voluminosi.
All’interno della frazione umida andranno conferiti scarti alimentari, i resti del cibo secco degli animali domestici, i fiori appassiti e tappi di sughero. Da evitare con attenzione l’inserimento di vetro, metallo, plastica, lattine oltre a scarti di legname trattato o verniciato.
Cosa si ottiene grazie all’organico può essere di grande importanza, sottolinea il CIC. Innanzitutto può dare vita al compost, un fertilizzante naturale in grado di contribuire a un circolo virtuoso per il nutrimento della terra. Altra prospettiva per la frazione umida è quella di essere impiegata nella produzione di biocarburanti.
Un altro punto del decalogo CIC riguarda il come usare il compost. Tra i possibili impieghi la concimazione di fondo dell’orto, per la quale il Consorzio indica un dosaggio di 2/3 kg a mq, segnalando che è inoltre necessario distribuire il compost sul terreno e interrarlo con una vanga nei primi 10-15 cm. Può essere impiegato anche come fertilizzante per piantare alberi e arbusti nonché per la pacciamatura: l’obiettivo è quello di ostacolare la comparsa delle erbe infestanti e mantenere una migliore umidità del terreno.
Bisogna inoltre cercare di produrre meno rifiuti, prestando attenzione alla conservazione del cibo e tenendo frutta e verdura in luoghi freschi e riparati dal sole.
Non solo una migliore conservazione degli alimenti, ma anche un loro più efficiente utilizzo in fase di preparazione dei cibi. Prima di gettare gli avanzi occorre chiedersi se possono ancora tornare utili, ad esempio per una macedonia di frutta o un’insalata ricca. Se i pomodori dovessero iniziare a presentare delle “rughe” potranno essere seccati in forno, oppure al sole, cosparsi di olio ed erbe e poi conservati poi in un barattolo coperti di olio.
Prestare attenzione alle modalità di raccolta e tenersi informati sulle specifiche relative alla gestione entro il proprio Comune di residenza o villeggiatura. Se necessario contattare l’agenzia di igiene urbana locale o il municipio per conoscere orari e giorni di raccolta delle varie frazioni.
Marchi di certificazione CIC, frutto di un programma di verifica volontaria della qualità del compost, realizzato dal Consorzio Italiano Compostatori. Da qui sono scaturiti due marchi: uno per il compost e l’altro per i manufatti compostabili; l’obiettivo è quello di rendere identificabili i prodotti che rispondono a requisiti di qualità fissati per un’impronta ecologica più leggera e sicura.

Claudio Schirru

 

 

La salute degli oceani e dei suoi pesci

Inquinamento, cambiamenti climatici, contaminazione delle acque: sono tante le minacce che aggravano le condizioni ambientali degli oceani. A giocare un ruolo fondamentale sono anche i metodi di pesca e di cattura intensivi, che mettono a repentaglio l’equilibrio dell’habitat marino e delle specie animali e vegetali che lo popolano.Ma perché il benessere degli oceani riveste un ruolo tanto importante per la vita umana? Proviamo a rispondere a questa domanda e a fornire qualche dato in più sullo stato di salute delle acque.

L’importanza di salvaguardare la salute ambientale degli oceani e della fauna marina
Gli oceani stanno vivendo un momento critico. Uno dei problemi più diffusi riguarda l’approvvigionamento eccessivo e sconsiderato delle risorse ittiche, spesso svolto secondo tecniche che superano di gran lunga i limiti della sostenibilità ambientale. Il risultato è un’alterazione dell’equilibrio della biodiversità marina, oltre che una progressiva estinzione delle specie già a rischio. Un cenno a parte è poi da riservarsi all’integrità dei fondali marini, messa a repentaglio dalla pesca in profondità e da altre operazioni di perforazione e scavo. Queste, aumentando i detriti in sospensione, contribuiscono ad alterare l’ambiente che permette a numerose specie di vivere, svilupparsi e riprodursi.
Come risposta al sovrasfruttamento dell’habitat marino in ogni sua forma di approvvigionamento, esiste oggi un’alternativa: la pesca sostenibile e certificata. Per essere dichiarata tale, l’attività di pesca deve essere svolta nel pieno rispetto della produttività e della biodiversità degli ambienti marini, secondo un approccio ecosistemico e, soprattutto, a lungo termine.
La salute ambientale del Mediterraneo
Il mar Mediterraneo rappresenta appena l’1% degli oceani di tutto il mondo. Eppure, è tra le acque più ricche e navigate in assoluto. Vi si affacciano ben diciannove nazioni, ospita più di 10.000 specie marine (tra le quali, diverse in via di estinzione), ed è fonte di cibo, lavoro e svago per milioni di persone. Trattandosi di un bacino semichiuso, richiede oltre 100 anni perché le sue masse d’acqua vengano pulite e rinnovate. Tradotto in altre parole: non si riprende così facilmente, né così rapidamente, da danni, inquinamento e sfruttamento ai quali è sottoposto.
Fulcro vitale di sostentamento e reddito, il Mediterraneo è, ad oggi, sempre più impoverito. Organismi ufficiali, come l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), hanno portato alla luce un dato allarmante: oltre il 65% di tutti gli stock ittici del Mediterraneo è da considerarsi a rischio. Per tale ragione, gli esperti sostengono che fino al 50% delle sue acque dovrebbero essere “off limits” per qualsiasi tipo di attività distruttiva, pesca compresa. Alla minaccia della pesca intensiva e incontrollata, si aggiungono altri interventi di natura umana, come l’acquacoltura, l’allevamento del tonno rosso o l’uso di reti di cattura inadatte, che rischiano di intrappolare e danneggiare anche altre specie non bersaglio.
La situazione del Mediterraneo appare drammatica, ma, fortunatamente, possiamo fare molto per migliorare il suo stato di salute. Ad esempio, possiamo scegliere di evitare di inquinarlo, soprattutto riducendo al minimo l’uso di imballaggi in plastica, e assicurarci che i prodotti ittici che finiscono sulla nostra tavola provengano esclusivamente da pesca certificata, ossia realizzata con metodi responsabili e sostenibili.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 26 luglio 2017

 

 

Restyling bis alla baia di Sistiana tra loft di lusso e marina per yacht - Territorio»il progetto
Riqualificazione della baia di Sistiana atto secondo. Con il decollo di Portopiccolo ormai consolidato - è stato venduto oltre il 70% degli oltre 450 appartamenti, in gran parte a stranieri - si apre il nuovo capitolo dell'intervento che fa capo al gruppo friulano Rizzani de Eccher, che a suo tempo ha rilevato le quote di maggioranza del complesso, e di alcune aree nella baia di Sistiana, dal Fondo Rilke. Il prossimo atteso intervento riguarda l'ex albergo austroungarico, in decadenza da decenni, la cui rinascita inizierà a breve. «Puntiamo a partire entro fine anno», spiega Claudio de Eccher, chief strategist e azionista, assieme al fratello Marco, del colosso delle costruzioni. Il gruppo de Eccher sta lavorando con il gruppo Marriott International, uno dei colossi mondiali dell'hotellerie (controlla anche Starwood Hotels&Resort, alla quale è affiliato il Falisia Resort di Portopiccolo) per un progetto «molto rispettoso dell'architettura e che allo stesso tempo valorizzi al massimo lo storico edificio». Il vincolo posto diversi anni fa sul più che centenario albergo prevede del resto un recupero integrale degli esterni, con minimi interventi nella parte posteriore. Si tratta di un intervento che richiederà due anni per essere portato a termine, con una spesa di alcune decine di milioni, e che comprende, a servizio dell'hotel, una darsena - prevista dal piano regolatore nel tratto fra la sede della Pietas Julia e il molo della baia - per una decina di yacht fino a 60 metri di lunghezza. «Sarà un albergo con appartamenti di lusso - precisa de Eccher -. Il lavoro che stiamo sviluppando con il gruppo Marriott punta più in generale a sviluppare le attività nella baia, mantenendone il carattere giovane e pieno di vita, un clima del tutto diverso da quello più tranquillo di Portopiccolo. Lasceremo quindi una parte importante della baia - aggiunge - per i tanti utenti abituali, elevandone comunque un po' il livello. Crediamo molto nelle potenzialità di questo territorio e di questo mare. Puntiamo ad andare avanti assieme ai vari operatori, privati e pubblici, per dare vita a un indotto economico importante».In questo discorso di sviluppo sia riguardo a Portopiccolo sia alla baia c'è però un problema importante legato alla viabilità, la connessione fra la strada che sale dalla baia e la regionale 14. Gli "stop" in quell'incrocio costituiscono un ostacolo non da poco per chi, soprattutto nelle giornate festive, deve uscire dalla baia. «Prima o poi - rimarca Claudio de Eccher - in quel punto andrà fatta una rotatoria. Le code che si formano in certe giornate, lunghe anche tre chilometri, sono una vergogna». Nella baia di Sistiana, è noto, sono presenti "da sempre" diversi altri attori: quattro società nautiche - Pietas Julia, Sistiana '89, Diporto Nautico Sistiana e Cupa -, che gestiscono diversi pontili in concessione nella parte est dello specchio acqueo, e la famiglia Fari, proprietaria della vasta area ovest della baia, con i noti locali Caravella e Cantera, e che, sempre attraverso la società Srs, opera anche con il Coiba e, in subconcessione dal Comune, gestisce la spiaggia e i servizi di ristorazione a Castelreggio.«Per il momento e a medio termine - dichiara Sergio Fari - non abbiamo in programma interventi nella nostra area. Vogliamo prima vedere come si sviluppano le cose». Va comunque detto che il progetto d'ambito A8, composto da numerosi lotti e approvato da diverso tempo, prevede nell'area della Caravella la ristrutturazione degli edifici esistenti, con un possibile loro ampliamento, e anche la costruzione di nuovi (non più alti di due piani) ma sempre con destinazione turistico-ricettiva/pubblici esercizi. Sempre nell'area della Caravella, a poca distanza dal costone roccioso sopra il quale corre il sentiero Rilke, funziona però da anni l'impianto di depurazione, proprietà del Comune, che in un'ottica di sviluppo e riqualificazione della baia andrà chiaramente trasferito. Un'operazione non da poco, sia a livello finanziario sia costruttivo, che dovrebbe prevedere il trasferimento dell'impianto o la sua eliminazione con il contestuale allacciamento della rete fognaria a quella di Trieste, dove si sta completando l'ampliamento del depuratore di Servola.

Giuseppe Palladini

 

Lo stallo senza fine di Castelreggio e l'incognita delle società nautiche
Quando inizierà la ristrutturazione dell'ex albergo austroungarico (durata due anni) che ne sarà dell'area a terra occupata dalla società Cupa, adiacente all'ex albergo e dove sono custodite le imbarcazioni degli atleti e della scuola vela? Posto che l'area stessa è proprietà della Rizzani de Eccher, non sarà difficile trovare uno spazio alternativo. Fra le possibilità c'è il complesso di Castelreggio, dove si sarebbero già dovute realizzare le sedi della stessa Cupa e di altre due società nautiche. Ma del complesso sono agibili solo la spiaggia e alcuni servizi. L'edificio principale è "off limits" da diversi anni. E i costi per ristrutturare l'area non sono certo contenuti. Con la precedente amministrazione, la gara per la concessione è andata deserta. Adesso la giunta guidata da Daniela Pallotta, insediatasi da poco più di un mese, è intenzionata a riprendere in mano la situazione. «Il progetto è da ritarare - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Lorenzo Pipan - in base al bilancio di previsione che redigeremo nei prossimi mesi, verificando la disponibilità dei fondi».«È un peccato che non si possa sviluppare Castelreggio - osserva de Eccher - perchè le società nautiche hanno diritto ad avere una sede. È un problema che va risolto nell'interesse di tutti. Con le società siamo del resto in ottimi rapporti, abbiamo organizzato numerosi eventi assieme, e con esse vogliamo contribuire alla diffusione della vela in questo territorio e in questo mare di cui siamo innamorati e che ha potenzialità enormi». Lo sblocco della situazione potrebbe arrivare a settembre, quando la Regione dovrebbe approvare il nuovo Pud (Piano di utilizzo del Demanio). «A seguito di questo nuovo piano - precisa l'assessore Pipan - si potrà predisporre un nuovo bando di gara per Castelreggio, e anche vedere se è possibile ottenere una proroga della concessione, essendo già trascorsi sette anni dei venti previsti dalla concessione attuale».Che l'area sia in concessione al Comune non piace però a tutti. La soluzione, si dice, starebbe nel "passaggio" dell'amministrazione da concessionario a ente concedente. Un po' come avviene per il porto di Trieste dove un ente, l'Authority, dà in concessione le aree demaniali e i terminal agli operatori privati. Quel che è certo è che nel nuovo bando si dovrà ridurre l'ambito dell'intervento. Attualmente per rimettere a posto il complesso sembra servano almeno due milioni. Una cifra di cui il Comune non dispone, e che nessun imprenditore privato è disposto a investire senza elementi concreti che permettano di valutare la sostenibilità dell'intervento. «Una soluzione però va trovata - assicura Pipan -. Studieremo anche come inserire le società nautiche visto che parte dell'area è già destinata a loro. Entro la prossima estate qualcosa andrà fatto».

(g.p.)

 

Carso più sicuro dopo il restyling da un milione - Finiti i lavori su un chilometro e mezzo di ciglione - In arrivo 300mila euro per ulteriori 300 metri
TRIESTE - "Gli eroi del Carso". Definizione epica, quasi ancestrale, che rimanda a miti di altri tempi. Quei miti, in realtà, sono uomini moderni in carne ed ossa: sono i viticoltori ed in generale gli agricoltori che operano nelle aspre terre dell'altipiano carsico. Cristiano Shaurli, assessore regionale alle Risorse agricole, friulano doc, nell'affrontare il ciglione carsico sotto Prosecco, non ha potuto che definire eroico l'arduo lavoro svolto di chi ha deciso di dedicarsi alla cura della terra del Carso. La nobile sentenza è arrivata in occasione della visita effettuata nella tarda mattinata di ieri alla presenza di politici e tecnici per monitorare lo stato dei lavori effettuati da parte del Consorzio di bonifica della pianura isontina e dal Servizio gestione territorio montano della Regione. Lavori che, nel loro primo lotto, hanno totalmente ridato la possibilità ai viticoltori locali di operare in sicurezza lungo un percorso di circa 1400 metri, una strada che dalla parte alta di Prosecco conduce verso il mare, portando alle località di Contovello, a Est, e Santa Croce, verso Ovest. I finanziamenti messi sul piatto da parte della giunta Serracchiani per riqualificare i muretti di contenimento e allargare la strada sono stati di 500mila euro, che sommati ad un altro finanziamento risalente a circa dieci anni fa pari ad altri 500 mila euro, hanno fatto salire a circa un milione di euro il costo dell'operazione. Nella lenta marcia partita sotto un sole cocente dal monumento ai caduti della guerra di Liberazione di Prosecco, diversi volti noti hanno camminato in discesa lungo il sentiero principale. I consiglieri regionali Igor Gabrovec (Unione slovena) e Stefano Ukmar (Pd), assieme al sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, hanno passeggiato fianco a fianco nel verde Carso triestino, costeggiando il monastero di San Cipriano abitato dalle suore benedettine, addentrandosi sino ad arrivare alle vigne del viticoltore Sandi Skerk, forse il nome più noto dei diversi agricoltori presenti in zona. La vista aperta sul golfo di Trieste si è focalizzata ben presto sulla bellezza asburgica del Castello di Miramare. E anche i tecnici friulani presenti in loco non hanno potuto che rimanere estasiati dinanzi a cotanta bellezza triestina. A spiegare i lavori intrapresi dalla Regione è stato il direttore tecnico del Consorzio di bonifica della pianura isontina Daniele Luis: «Abbiamo messo in sicurezza un chilometro e 400 metri di strada, risistemando i muri di pietra crollati, allargando la carreggiata di un metro rispetto alla misura precedente (dai due metri preesistenti si è arrivati ai tre metri attuali, ndr), e posando la condotta dell'impianto Acegas per garantire la possibilità di irrigazione dei terreni circostanti. Inoltre operando sull'area abbiamo creato delle vere e proprie piste tagliafuoco che delimitano la parte boschiva alta dalla zona della sottostante ferrovia, oltre a creare delle piazzole adibite allo scambio dei mezzi agricoli».I lavori, iniziati nel novembre del 2016 e conclusisi poche settimane or sono, fanno parte di un primo lotto. «Da settembre a marzo proseguiremo nei lavori per altri 300 metri circa, grazie ad un assestamento di bilancio della Regione pari a circa 300mila euro, continuando ad allargare la strada e rimettendo a posto i muretti a secco», ha aggiunto Luis. L'obbiettivo dichiarato è di arrivare il prima possibile a raggiungere il collegamento con la frazione di Santa Croce e magari, come auspicato da Gabrovec, «a collegare tutte le zone del ciglione carsico da Est a Ovest attraverso un lavoro che sulla carta dovrebbe necessitare di un finanziamento pari a qualche decina di milioni di euro da reperire negli anni tramite fondi statali ed europei». Nella lenta risalita verso il punto d'incontro iniziale del sopralluogo è stato quindi messo in luce il lavoro svolto dal Servizio gestione territorio montano che si appresta per il terzo anno consecutivo a riqualificare la sentieristica che attraversa i boschi del Carso. Un plauso finale al lavoro svolto è arrivato da Dipiazza: «Complimenti davvero a tutti, perché dopo circa vent'anni sono stati ripuliti i torrenti che scendevano a valle creando disagi sino a Grignano e a Miramare, ma soprattutto ora i nostri viticoltori hanno a disposizione un'area per operare al meglio in grande sicurezza».

Riccardo Tosques

 

 

Ferriera - Torna con il "neverin" la nube su Servola
Con il "neverin" è tornata ieri sopra la Ferriera la nube scura già segnalata negli ultimi giorni proprio in concomitanza con il maltempo legato al vento forte. Il fenomeno è stato fotografato da diversi servolani, che hanno poi pubblicato le immagini sui social.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 25 luglio 2017

 

 

Doppio sollevamento di polveri dalla Ferriera
«Alla luce dell'intensificarsi della frequenza dei fenomeni di sollevamento di polveri dai parchi minerari fossili della Ferriera, appare sempre più urgente la realizzazione della loro copertura, unica soluzione per evitare il ripetersi di questi eventi». Lo ha rilevato in una nota la direzione regionale Ambiente, d'intesa con Arpa Fvg, dopo che ieri mattina, tra le 9 e le 10, si è verificato un sollevamento di polvere, causato da raffiche di vento intorno ai 70 km/h provenienti da Nord-Ovest, che hanno disperso il minerale sollevato nella zona sudorientale di Trieste. Un secondo sollevamento di polveri è avvenuto nel pomeriggio con l'arrivo a Trieste del "neverin" (a destra nella foto di Silvia del Bene). Sul caso è intervenuto anche il sindaco Roberto Dipiazza, che ha sottolineato come «sussistano gli elementi dal Testo Unico Ambientale con cui la Regione può procedere alla sospensione o revoca dell'Aia» e ha chiesto formalmente alla Regione come intenda procedere in tal senso.

 

 

Carso, maggiori controlli contro le discariche abusive - La lettera del giorno di Roberto Zorzut
Due giorni di tambureggiante informazione, su Il Piccolo, saranno bastati a far aprile gli occhi ai responsabili che dovrebbero controllare la pulizia sul nostro Carso, dove ormai le discariche a cielo aperto sono diventate una triste realtà? Questa è la speranza di tutti, dico speranza perché, come vanno ora le cose, non si può pretendere di più. Ci sono i "volontari per Trieste pulita" che si ritrovano con il passaparola su face book, bisognerebbe fare loro un monumento per quello che fanno. Questi volontari dedicano il loro tempo libero a fare un po' di pulizia sul nostro Carso, ma questo viene fatto dopo che il danno è stato consumato. Bisogna prevenire. Di chi questo compito? Il Corpo forestale, passato ora sotto l'Arma dei carabinieri, dovrebbe prendersi questa responsabilità. Disincentivare queste malsane abitudini di persone maleducate nei confronti dell'ambiente, dovrebbe essere la loro priorità. Non si può prendersela solo contro coloro che mettono delle reti per difendersi dai danni di caprioli e cinghiali e farle rimuovere, dopo dei loro "controlli capillari", ma lo stare sempre all'erta su tutto quello che succede e che fa male all'ambiente dovrebbe essere un loro lavoro di routine. Almeno, dove si può, ed i posti sono parecchi, dovrebbero mettere delle sbarre, così almeno i piccoli camioncini non avrebbero la possibilità di avvicinarsi troppo a delle discariche improvvisate dove ora scaricano calcinacci e tanto altro. Questo si può fare, ve lo dice uno che il Carso lo conosce parecchio. Ad ogni modo non siamo noi che dobbiamo suggerire loro un piano per combattere queste discariche abusive, ma la fantasia non basta e così, da subito, ci vorrebbe una loro presenza più costante ed il farsi vedere spesso, oltre alle sbarre, potrebbe essere un buon deterrente per mantenere la pulizia.

 

 

L'attesa è finita: apre il parco di Aquilinia - Venerdì l'inaugurazione dopo oltre un anno di stallo. Tredicimila metri quadrati con sentieri illuminati e giochi per bambini
MUGGIA - Il Parco urbano di Aquilinia è pronto per essere aperto al pubblico. Dopo oltre un anno di attesa, finalmente il nodo sull'utilizzo dell'area boschiva è stato sciolto. Il Comune di Muggia ha annunciato che lo spazio consegnato dalla Teseco verrà ufficialmente inaugurato venerdì 28 luglio alle 17.Collocato di fronte alla scuola primaria "Ada Loreti" e vicino all'ex caserma della Guardia di Finanza, il parco è stato realizzato dalla Teseco grazie a un finanziamento di 190mila euro che sono serviti per riqualificare tutta la zona. L'area, complessivamente, ha una superficie di 13mila mq e comprende lo spazio tra il muro di cinta dell'ex raffineria Aquila e via di Zaule, dalla sommità di via di Stramare fino a via Flavia di Stramare, includendo anche i vecchi campi da tennis e le scalette d'accesso all'area dalla strada. La situazione di stallo dell'area risaliva al 2016. A causa del maltempo di allora l'inaugurazione era stata posticipata al 6 giugno dello scorso anno. Una struttura completamente messa a nuovo con la realizzazione di sentieri dotati di illuminazione notturna, richiesti dall'amministrazione comunale anche per percorrere le arterie nel bosco in maggior sicurezza, e un nuovo parco giochi per i più piccoli. Nell'intervento Teseco aveva anche messo in sicurezza la viabilità sia dalla via di Zaule che dalla sottostante galleria. Come detto, però, la struttura è rimasta "bloccata" tanto da finire sull'agenda politica. Più volte Roberta Vlahov, consigliere comunale di Obiettivo comune per Muggia, aveva chiesto delucidazioni sull'apertura della struttura. In un'interrogazione la questione era finita in Consiglio comunale in seguito all'interessamento dei tre partiti del centrodestra. Nel testo, con capofirmatario Andrea Mariucci (Forza Muggia-Dpm) e sottoscritto anche dai consiglieri Stefano Norbedo e Giulia Demarchi (Forza Muggia-Dpm), Giulio Ferluga (Lega Nord) e Nicola Delconte (Fratelli d'Italia), si chiedeva come mai l'area, ancora interdetta al pubblico e contornata dal recinto di cantiere, fosse comunque abbondantemente illuminata. Nel marzo scorso il sindaco Laura Marzi, assumendosi la responsabilità dei ritardi, aveva evidenziato come la mancanza di un guardrail di sicurezza stesse ritardando l'apertura effettiva del parco. Per risolvere la questione era stata stornata una parte del denaro destinato alla realizzazione di 40 parcheggi, che forse verranno realizzati successivamente. Finalmente, nella giornata di ieri l'annuncio che venerdì il Parco urbano di Aquilinia verrà inaugurato: «Doverose verifiche sulla sicurezza fatte dai nostri uffici e lungaggini burocratiche dovute alla cessione del bene hanno ritardato la consegna di un ettaro di verde pubblico - ha commentato il sindaco -. Un ritardo che nulla toglie comunque alla soddisfazione di dare ai residenti una nuova area ricreativa e di svago».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 24 luglio 2017

 

Il rifugio dell'Enpa amplia i recinti esterni - Via libera al progetto grazie al finanziamento disposto dalla Regione. Necessari lavori per 83mila euro
Potrà contare sul prezioso sostegno della Regione l'Ente protezione animali (Enpa) di Trieste, per l'ampliamento della zona esterna alla struttura di via Marchesetti, destinata a ospitare animali selvatici di taglia medio-grande, per offrire cure e primo soccorso. Un emendamento presentato in aula dal consigliere regionale del Pd, Franco Codega, ha fatto seguito alla visita alla struttura della governatrice, Debora Serracchiani, e ha così confermato il finanziamento finalizzato alla realizzazione dei necessari recinti esterni per animali. La richiesta di sostegno giunta alla Regione dall'Enpa è nata dal problema, segnalato dagli stessi volontari (che attualmente sono 25), dell'esiguità degli spazi, incapaci di accogliere un sempre maggior numero di "ospiti". Una vera emergenza per la struttura di via Marchesetti che offre un servizio prezioso al territorio triestino. Il progetto di ristrutturazione è ambizioso e stima in circa 83mila euro la somma necessaria a trasformare l'attuale spazio esterno del canile in un'area di ricovero di oltre 24mila metri quadri di spazi recintati in equilibrio tra aree boschive e aree libere, idonee alla riabilitazione di animali selvatici. Con l'aiuto finanziario della Regione, quindi, verrà finalmente realizzato il sogno della squadra di volontari e professionisti, guidata dalla presidente Patrizia Bufo, che quotidianamente si dedica alla cura di tanti amici a quattro o due zampe. Un servizio, quello garantito dalla "famiglia" dell'Enpa, che i triestini, da sempre grandi amanti degli animali, dimostrano di apprezzare molto. La prova si è avuta in occasione dell'ultima edizione di "Rifugi aperti" alla struttura di via Marchesetti, presa d'assalto da più di mille visitatori. Adulti e bambini hanno letteralmente preso d'assalto la struttura, sfidando anche il caldo opprimente pur di trascorrere qualche ora in quella specie di oasi verde a due passi dal centro cittadino. Un'esperienza entusiasmante specie per i visitatori più piccoli che, accompagnati dai volontari, hanno potuto girovagare tra recinti e gabbiette, familiarizzando con animali diversi, dai cerbiatti ai conigli passando per pennuti colorati, e scattando foto ricordo di quella giornata da dimenticare.

Alexandra Del Bianco

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 23 luglio 2017

 

 

Sub con la fiocina nella Riserva - Turista tedesco bloccato al "moletto" dalla Guardia costiera dopo l'allarme lanciato dai bagnanti
Insolito e decisamente pericoloso. Per fortuna non è usuale che un turista di nazionalità tedesca, che non ha visto o ha ignorato l'apposita segnaletica, si immerga durante un sabato pomeriggio estivo nelle acque della Riserva di Miramare o nell'area immediatamente attigua, con l'accompagnamento di un fucile subacqueo. Però ieri pomeriggio il fattaccio è accaduto: erano le 18.30, quando i bagnanti del moletto (anticamente soprannominato della "tetta rossa"), che segna l'inizio della Riserva marina di Miramare ed è confinante con lo stabilimento balneare "Sticco", hanno avvistato l'inquietante "visitor" e hanno allora celermente allertato la Guardia costiera, giunta sul posto. Nella serata di ieri l'intervento era ancora in corso, in quanto il confronto con l'incursore germanico non appariva agevole sotto il profilo linguistico. In particolare, i militari hanno dovuto rilevare se il Nettuno nordico abbia contenuto l'immersione con il suo equipaggiamento senza oltrepassare il limes con la Riserva o se invece il confine acqueo sia stato valicato. Nel primo caso - specificano fonti della Guardia costiera - il turista tedesco, di cui non è stata diffusa altra informazione anagrafica, rischia una pesante sanzione di 2000 euro, perchè comunque pescava entro i 500 metri di distanza dalla riva e l'idea, che avesse potuto sparare una fiocinata nelle acque antistanti "Sticco" non è certo rassicurante .Ma gli andrà molto peggio se la Guardia costiera avrà accertato l'ingresso nelle acque protette della Riserva: perchè la fattispecie porta dritto dritto nel perimetro penale, trattandosi di reati contro l'ambiente.«Ci sono cartelli plurilingue lungo l'intero limite della riserva, per cui un comportamento di questo tipo è inescusabile, quand'anche non ci fosse un'intenzione dolosa», commenta Maurizio Spoto, direttore della Riserva di Miramare per conto di Wwf Italia. «Se uno vuol vedere i pesci, indossa maschera e pinne, non gira con un fucile subacqueo». «Il forte sviluppo turistico di questi ultimi anni - continua il direttore - ha portato a Barcola molti visitatori di lingua tedesca. E può capitare di "intercettare" qualche turista che a bordo di una canoa entra nella zona protetta. Per questo, soprattutto nel fine settimana, cerchiamo di intensificare l'attività di controllo». «Tra i nostri migliori collaboratori, sia dalla parte di Grignano che da quella di "Sticco" - aggiunge Spoto - ci sono certamente gli stessi bagnanti, che ormai conoscono le regole con le quali si protegge la Riserva. Spesso sono proprio loro a svolgere il primo livello di informazione e, caso mai, di intervento. Come nella situazione verificatasi con l'incauto pescatore. E mi fa piacere la pronta risposta della Guardia costiera, significa che il mare è monitorato». Per i triestini, infatti, la Riserva non è certo una novità: l'area protetta è stata istituita con decreto il 12 novembre 1986 e ha quindi alle spalle un curriculum operativo che data oltre trent'anni fa.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 luglio 2017

 

 

Arvedi svela il suo piano - I timori dei sindacati - Sigle dure sul piano della Ferriera: «Solo manutenzione. Ora un tavolo a Roma»
Nel frattempo l'altoforno chiuderà a fine mese e poi due settimane a settembre
«Il piano di investimenti 2018-2019 presentatoci da Siderurgica triestina non è una garanzia sul futuro dell'area a caldo, tutt'al più sono lavori di mantenimento». I sindacati triestini prendono una posizione ferma nei confronti della proprietà della Ferriera, che due giorni fa ha presentato in un incontro con le sigle gli interventi previsti per il prossimo biennio. Un foglio che i rappresentanti dei lavoratori ricevono con «preoccupazione» e «imbarazzo», chiedendo che la vicenda torni al tavolo del Mise, a Roma, in maniera da garantire una prospettiva pluriennale allo stabilimento. Critiche a cui l'azienda preferisce non replicare, comunicando invece che l'altoforno chiuderà «nel rispetto della diffida della Regione» dal 28 luglio al 1 agosto. Altri 15 giorni di chiusura arriveranno nella seconda metà di settembre, «nel rispetto dei lavori che l'Aia richiedeva entro tre anni».La presa di posizione delle sigle, invece, è stata comunicata in una conferenza stampa congiunta a cui hanno partecipato Franco Palman (Uilm), Umberto Salvaneschi (Fim), Marco Relli (Fiom), Christian Prella (Failms), Antonio Rodà (Uil), Thomas Trost (Fiom). Per l'azienda l'incontro fra dirigenti e sindacati «era volto a rassicurare i lavoratori sulla volontà di investire e mantenere aperta l'area a caldo». All'incontro erano presenti il direttore dello stabilimento, il responsabile del personale del Gruppo Arvedi e quello locale: hanno dato ai sindacati un elenco degli interventi da fare sull'area a caldo nel prossimo biennio, senza investimenti scritti o firme. I sindacati non si sono sentiti affatto rassicurati, dicono. Così Palman: «In questi tre anni, dalla concessione dell'Aia, le Rsu hanno dato tempo all'imprenditore per capire lo stabilimento e dare delle risposte». Ancora oggi però «l'incertezza rimane»: «Il piano 2018-2019 che ci hanno presentato è un passo piccolo, insufficiente a dare garanzie di continuità ai lavoratori». Oggi, ha aggiunto, «abbiamo il sospetto che l'imprenditore e la politica abbiano già dei programmi, e non vorremmo che un domani arrivi l'annuncio della chiusura dell'area a caldo, senza un piano per garantire l'occupazione». La richiesta è quindi l'apertura di un tavolo al ministero: «Lì chiederemo un piano industriale vero. Dopo tre anni ci sentiamo al punto di partenza, solo più stanchi». Nel suo intervento Salvaneschi si è rivolto al Comune: «Il sindaco dice che può assumere trecento persone in Comune: allora ne prenda trenta per dare un segnale concreto. Perché se noi provochiamo del fumo, lui lo vende». Per l'esponente Fim «la pressione politica per la chiusura dà un alibi all'azienda per non investire». Relli della Fiom ha osservato come la situazione attuale presenti «un disgregamento della compagine politica che aveva avviato l'operazione» e al contempo «un ritardo dell'imprenditore, cui contribuiscono anche questioni nazionali come Taranto». Nel piano presentato, secondo Relli, mancano alcuni punti fondamentali: «Non vedo ad esempio ancora la copertura dei parchi, intervento imprescindibile che costituirebbe un impegno economico serio da parte del gruppo». Per Prella «ad oggi non ci sono certezze che il progetto a lunga scadenza non ceda in pochissimo tempo. Abbiamo dichiarazioni di intenti ma non garanzie». Così Prella: «Da un paio di mesi l'azienda non prende nessun tipo di posizione. Prendiamo atto del documento ma per noi non è sufficiente, perché i documenti si lasciano scrivere mentre contano i fatti». E ancora: «L'azienda smentisce i nostri timori ma al contempo dice che non può dirci nulla sul piano industriale. Serve riportare la questione al ministero» Conclude Trost della Fiom: «Da anni le Rsu tengono un livello basso per non esasperare. Qui però c'è gente che lavora duro ogni giorno, gente che spesso ha situazioni difficili in famiglia. E non so quanto a lungo potremo ancora tenere basso quel livello».

Giovanni Tomasin

 

Il presidio del Comitato compie un mese - In piazza ormai dal 20 giugno: «Siamo lì da 30 giorni senza che le istituzioni abbiano dato risposte»
Compie un mese di vita il presidio permanente del Comitato 5 Dicembre per la chiusura dell'area a caldo. Un mese, dal 20 giugno a questi giorni, in cui il gazebo è stato presidiato 24 ore su 24, dando incarnazione concreta, fisica, al malessere di Servola nel pieno centro città. Il comitato ha scelto di comunicare esclusivamente attraverso i social media. Sul profilo di una dei suoi rappresentanti, Barbara Belluzzo, ci sono le considerazioni sulla ricorrenza: «Non è propriamente qualcosa di cui andar fieri. Sono passati 30 giorni e noi siamo ancora lì senza che le istituzioni ad oggi abbiano saputo risolvere la nostra richiesta di conciliare la salute, il lavoro e il diritto all'impresa». Il presidio, prosegue, «rappresenta l'apice di una protesta che parte tanto tempo fa e che colpevolmente la politica ha manipolato, contando probabilmente sull'effetto della rana nell'acqua calda». Un tentativo che secondo Belluzzo «non è andato a buon fine perché tante persone hanno mantenuta alta l'attenzione sul tema e, stanche e sfiduciate dai tempi della politica, hanno intrapreso una battaglia sul campo che, oltre ad aver portato a risultati concreti, ha anche un significato simbolico».In questo mese di presenza in piazza il Comitato rivendica di essersi confrontato praticamente con tutti: «Vescovo, presidente Serracchiani, funzionari regionali, parlamentari, prefetto, consiglieri comunali e regionali, lavoratori e sindacalisti della Ferriera». Confronti serrati che secondo Belluzzo consentiranno di porre una data di chiusura per l'area a caldo. Sulla pagina ufficiale del Comitato ci si interroga invece sull'annuncio di stop temporaneo dell'altoforno da parte di Siderurgica triestina: «È una sorta di segnale di protesta? O è una cosa tipo: "Guarda, non bevo nulla martedì, mercoledì, giovedì così poi venerdì se mi fermano ubriaco in macchina facendo la media rientro nei valori!"?». Questo il commento definitivo su queste giornate convulse: «Molto difficile capirci qualcosa a parte una cosa: che è vergognoso che la politica e i sindacati permettano all'imprenditore di continuare a essere così misterioso riguardo alle sue intenzioni sul destino dell'area a caldo. Ogni giorno che passa fanno una figura pessima».

(g.tom.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 21 luglio 2017

 

 

Via libera alla ciclabile Muggia-Parenzana - Approvato in Regione il finanziamento da 75mila euro per collegare il porticciolo al rio Ospo: l'allacciamento pronto in un anno
MUGGIA - Una pista ciclabile dal porticciolo di Muggia sino al rio Ospo per collegarsi alla Parenzana. Questo il nuovo progetto finanziato nell'assestamento del Bilancio regionale grazie all'emendamento presentato da alcuni consiglieri di maggioranza. Il capogruppo consiliare di Sel Giulio Lauri, capofirmatario dell'iniziativa, esulta: «Al Comune di Muggia arriveranno 75mila euro per potenziare una realtà locale che sta credendo con grandi risultati nel turismo ecosostenibile». I lavori di realizzazione del percorso ciclabile interesseranno circa un chilometro del tratto che andrà dall'approdo del Delfino Verde sino al collegamento con l'inizio della Parenzana, sul rio Ospo. «È un intervento in cui crediamo molto visto che Muggia è tra le principali mete del cicloturismo. Inoltre stiamo parlando di un'area altamente strategica dove l'Eurovelo (la rete ciclistica europea, ndr) trova un incrocio tra l'itinerario n. 8, la cosiddetta linea Est-Ovest che collega la Spagna con la Grecia, e l'itinerario n. 9, ossia la Nord-Sud che collega la Polonia con l'Istria croata». Insomma, un passaggio molto importante, quello del collegamento tra il porticciolo muggesano e la Parenzana, in attesa di vedere alla luce il tanto atteso tratto tra Muggia e Trieste. «Sappiamo che una pista ciclabile che colleghi le due realtà è fondamentale. Adesso non è ancora in previsione un lavoro di tale portata, ma si farà» conferma Lauri. Appresa la notizia, il sindaco di Muggia Laura Marzi non ha potuto che esternare la propria soddisfazione: «Quello finanziato dalla Regione è un tassello importantissimo per incrementare ulteriormente il nostro interesse verso la mobilità sostenibile. Di fatto si andrà a completare un discorso di appeal turistico che a Muggia sta toccando numeri importantissimi. Basti pensare che lo scorso anno i passaggi nel nostro territorio sono stati ben 15mila». Ringraziando dunque il «consigliere Lauri e chi ha creduto in questo progetto votandolo in Consiglio regionale», il sindaco Marzi ha poi colto la sfida del futuro collegamento tra Trieste e Muggia: «Il discorso è indubbiamente complesso poiché non è solo il Comune di Muggia a essere coinvolto. Detto questo posso dire che abbiamo in corso un ragionamento sull'area di via Flavia, in cui sono coinvolte anche le amministrazioni di Trieste e San Dorligo della Valle». Per Marzi la chiave di volta per l'aumento delle piste ciclabili sul territorio sarà l'Uti, che ha in previsione degli interventi legati al turismo slow. Tornando al tratto molo-Parenzana il finanziamento di 75mila euro dovrà essere impegnato dal Comune di Muggia entro la fine dell'anno. «Gli uffici si stanno già muovendo - conclude Marzi - e a breve il Comune farà l'impegno di spesa. Successivamente si affronterà il progetto. Diciamo che entro l'inizio della prossima estate il nuovo collegamento sarà pronto».

Riccardo Tosques

 

«Nuove indagini sanitarie a Servola» - Lettera di Dipiazza all'Asuits: «Allarmanti gli ultimi dati dell'Arpa sulle polveri»
Comune in pressing sull'Azienda sanitaria per far luce sugli sforamenti nei livelli di polveri nell'aria respirata dagli abitanti di Servola. Ad annunciare la nuova "offensiva" è stato ieri lo stesso sindaco Roberto Dipiazza, che ha inviato alle autorità sanitarie una lettera specifica sul caso. «A seguito degli ultimi dati forniti dall'Agenzia regionale della protezione per l'ambiente - afferma il primo cittadino - relativamente ai deposimetri nei punti di rilevamento collocati nello stabilimento nella Portineria operai, e nell'abitato di Servola in via Ponticello, la situazione è alquanto allarmante. Abbiamo, infatti, immediatamente inviato all'Azienda sanitaria cittadina la documentazione chiedendo un parere sanitario al fine di adottare le misure più opportune per la tutela della salute dei cittadini e dei lavoratori». L'obiettivo del Comune, chiarisce ancora il sindaco, è capire se esistano reali e nuovi pericoli per la salute dei residenti. «Dagli ultimi dati che ci sono stati forniti dall' Arpa, relativi al mese di giugno, la quantità di polvere sedimentata nei citati deposimetri evidenzia superamenti tra il 130% ed il 150% dei valori massimi consentiti dall'Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr) per la Ferriera. Con questa richiesta di parere urgente - conclude Dipiazza - chiediamo all'organo competente, appunto l'AsuiTs, di accertare sul piano sanitario se tali sforamenti costituiscono una situazione di pericolo o di danno per la salute».

 

 

Scienze della vita - Pier Luigi Nimis: «Sulle Carniche alla scoperta della flora tipica»

La flora delle Alpi Carniche meridionali è talmente interessante, con le sue 1300 specie di piante, che la quarantina e oltre di ragazzi che faranno il loro viaggio d'istruzione nel Centro Studi di Botanica Alpina a 1400 metri d'altezza, sul passo del Pura, non potranno che restare estasiati. Perché ormai da 40 anni è negli usi e nei costumi del dipartimento di Scienze della vita condurre in quest'area i propri studenti, e in particolare ora quelli della triennale di Scienze ambientali e Biologia, e della specialistica di Ecologia dei cambiamenti globali, accompagnati in due turni, dal 30 luglio al 12 agosto, dal professore Pier Luigi Nimis, che insegna Botanica sistematica. Potranno passeggiare, come già fatto dai loro predecessori e come spiegato nella guida apposita realizzata da Nimis, Andrea Moro e Stefano Martellos, i prati aridi sui ghiaioni del versante meridionale del monte Nauleni, i substrati calcarei e silicei e tanti altri luoghi ameni. Il tutto finanziato dall'Università di Trieste. Come funziona, professor Nimis?«Ciascun gruppo fa cinque giorni di full immersion nella natura con escursioni, dove si raccolgono le piante e si guarda l'ambiente. Poi si va nel laboratorio, che si trova proprio accanto alla baita da 23 posti letto dove alloggiamo, fornito di tutti gli strumenti adatti per scoprire le specie. C'è anche Internet. È un modo diverso e utilissimo affinché i ragazzi socializzino tra loro e con i docenti». Com'è nata l'iniziativa? «È già da 40 anni che la Comunità montana della Carnia mette a disposizione per Units questi due edifici vicini e attrezzati di tutto. Pure io da studente c'ero stato. Il laboratorio è stato costruito dopo, perché la Comunità vedeva che ogni anno venivano un sacco di persone, è un modo anche per incentivare il turismo naturalistico». Non siete gli unici che sfruttano l'area...«No, tra glia altri, da quattro anni, vengono anche gli allievi dell'Università di Manchester, che usano il laboratorio ma dormono per due settimane nel rifugio vicino, il Tita Piaz, perché sono in 40 persone alla volta». Avete anche realizzato un'applicazione e delle guide sulla flora di questa zona?«Sì, oltre alle guide cartacee, siamo stati i primi in Europa a creare delle applicazioni per cellulari utilizzabili anche senza Internet, disponibili in 16 lingue».

Benedetta Moro

 

 

Ricercatori ed enti pubblici - "Eugenio Rosmann" e “Populus alba”: due premi per la salvaguardia dell’ambiente

L'associazione ambientalista "Eugenio Rosmann" di Monfalcone avvia la prima edizione di due premi "ambientali", l'uno rivolto agli studenti neolaureati e ai ricercatori universitari, l'altro alle pubbliche amministrazioni, entrambi resi possibili dal sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia. Per quanto riguarda i giovani studiosi si può partecipare al concorso attraverso tesi, elaborati o ricerche universitarie volti alla tutela dell'ambiente e dei suoi contenuti naturalistici e alla manutenzione e gestione del territorio. L'ambito del concorso verte sul valore naturalistico nel contesto territoriale. Può aderirvi chi ha conseguito un titolo di laurea nel periodo dal primo aprile al 30 maggio di quest'anno in materie scientifiche naturalistiche e ambientali. In palio ci sono 1000 euro per il primo classificato e 500 per il secondo finalista. Per le pubbliche amministrazioni invece è stato organizzato il premio "Populus alba" ovvero il Pioppo bianco. "L'associazione invita - spiega il presidente Claudio Siniscalchi (foto) - le amministrazioni territoriali a fornire una testimonianza delle azioni ritenute meritevoli di menzione in campo ambientale. Info ambientalistimonfalcone.it.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 20 luglio 2017

 

 

La Regione fa ricorso contro il gasdotto - Impugnato davanti al Tar del Lazio il decreto sulla compatibilità ambientale del collegamento Trieste-Grado-Villesse
TRIESTE - Debora Serracchiani, un mese fa, aveva annunciato l'impugnazione. Con lei, sulla stessa linea, l'assessore all'Ambiente Sara Vito. E ieri, nessuna sorpresa, la Regione ha eseguito, riconfermando la sua assoluta contrarietà al rigassificatore di Zaule e al metanodotto, due opere considerate un tutt'uno. Sul tavolo del Tar del Lazio arriva stavolta il ricorso contro il decreto con il quale il ministero dell'Ambiente, di concerto con il dicastero per i Beni e le attività culturali, lo scorso 12 giugno aveva stabilito la compatibilità ambientale del progetto di un metanodotto Trieste- Grado-Villesse, così come presentato da Snam Rete Gas. La posizione del Friuli Venezia Giulia non è mai mutata. E, dato che le due opere (la seconda è il rigassificatore di Zaule) sono sulla carta funzionalmente interconnesse, la Regione ribadisce con la via giudiziaria il suo secco altolà anche al metanodotto.«Come a suo tempo ci siamo opposti al rigassificatore - riassume Serracchiani -, chiedendo proprio al Tar del Lazio l'annullamento del decreto di compatibilità dell'opera per ragioni di sicurezza della navigazione, e in quanto ostacolo oggettivo alle prospettive di sviluppo del porto di Trieste, altrettanto adesso, fatti gli opportuni approfondimenti tecnici, abbiamo formalmente impugnato il decreto sul metanodotto». La vicenda, ricorda ancora la presidente, inizia nel 2004, quando Gas Natural avvia la procedura per l'autorizzazione alla costruzione di un impianto di rigassificazione che, «inspiegabilmente e illegittimamente - sottolinea Serracchiani - si è di fatto conclusa con un via libera ministeriale, contro il quale la Regione ha presentato il suo primo ricorso al Tar nell'aprile 2015». Nell'attesa del pronunciamento dei giudici amministrativi, all'interno del Piano energetico regionale il Friuli Venezia Giulia ha riconfermato la volontà di non autorizzare la realizzazione sul proprio territorio del rigassificatore «in quanto progetto sovradimensionato e in contrasto con il previsto incremento del traffico portuale, peraltro sancito dalla recente firma del decreto di porto franco, elemento epocale che ne accresce ulteriormente le potenzialità». Nulla di nuovo per il governo e in particolare per il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, ripetutamente informato attraverso incontri e lettere. E nulla di nuovo nemmeno con l'atteso atto di ieri, in risposta al giudizio favorevole di compatibilità ambientale di giugno, un passaggio che ha invece sorpreso la Regione vista la precedente combinazione di pareri sfavorevoli: della stessa amministrazione regionale, dell'Autorità portuale (che nell'aprile 2016 ha approvato il nuovo piano regolatore evidenziando precise interferenze e incompatibilità), della quasi totalità dei Comuni interessati, a cominciare da Trieste. Nel ricorso, fa sapere la Regione, partendo dal presupposto che il metanodotto va considerato parte integrante di un'opera principale «che non s'ha da fare», viene anche contestata la mancata valutazione congiunta dei due progetti, che avrebbe consentito di accertare il complessivo impatto sull'ambiente. Oltre al Tar, il dossier è stato notificato anche agli enti pubblici interessati (tra questi anche al Comune di Trieste) per l'adozione di eventuali iniziative giudiziarie per la tutela degli interessi dei quali sono portatori, che potrebbero risultare compromessi dalla realizzazione del rigassificatore di Zaule e delle opere ad esso connesse. In ogni caso, conclude Serracchiani, «l'auspicio è che questa partita si chiuda definitivamente a breve, facendo calare il sipario su due opere che nessuno vuole».

Marco Ballico

 

No del Tar al terminal Teseco all'ex Aquila - Secondo i giudici l'azienda non ha esperienza nella gestione portuale e non è stata data sufficiente pubblicità al bando
MUGGIA - Il Tar del Friuli Venezia Giulia affonda il terminal traghetti Teseco all'ex Aquila, che prevedeva un investimento di 90 milioni. I giudici amministrativi hanno dichiarato nulla la concessione di 60 anni alla società pisana, formalizzata dall'Authority il 23 settembre 2014 dopo che il Comitato portuale l'aveva approvata il 26 luglio 2013, tutto sotto la presidenza di Marina Monassi. Zeno D'Agostino aveva già "congelato" il progetto da commissario del porto nel novembre 2015, allorché in una manifestazione pubblica aveva affermato: «Non posso permettere che si costruisca un terminal per poi farlo restare vuoto. Se non vi è la presenza di un operatore logistico, un progetto non può essere avviato». Ed è questo uno dei motivi che ha indotto il Tar a imporre lo stop, accogliendo il ricorso avanzato dalla società Seastock che, immediatamente a monte delle banchine, intendeva realizzare un deposito di Gpl, obiettivo poi decaduto. «È noto - rilevano i giudici - che Teseco è società specializzata nelle attività di recupero e trattamento dei rifiuti speciali e nelle attività di bonifica dei siti inquinati, ed è priva di specifica esperienza nella gestione di terminali portuali, di trasporti marittimi e di ogni altra operazione o servizio portuale». Si specifica anche che effettivamente «la società ha, sin dall'origine, manifestato l'intenzione di affidare a terzi, senza peraltro indicarne il nominativo, l'esercizio delle operazioni e dei servizi portuali in questione». Di conseguenza, si legge nella sentenza, «è evidente che non pare che alcun soggetto possa essere stato effettivamente sottoposto e avere positivamente superato la verifica in ordine alla rispondenza ai requisiti di legge». Tutto ciò a prescindere dalla grave situazione di crisi in cui si trova la stessa Teseco, che ha messo in cassa integrazione straordinaria per un anno 174 lavoratori fra amministrativi e operai specializzati.«Stiamo ora valutando come procedere assieme al nostro ufficio legale - specifica oggi D'Agostino, presidente dell'Adsp dell'Adriatico orientale - poiché quello era un project-financing. Il piano regolatore non vincola l'area a un terminal traghetti, ma ad attività logistico-portuali in senso ampio, siamo però in contatto anche con il commissario liquidatore di Teseco». La situazione di stallo pare comunque al termine e il pallino del gioco torna in mano all'Authority, con la conseguenza che l'area potrà ora venire effettivamente messa sul mercato degli operatori dello shipping, magari cinesi ma non solo. Motivo fondamentale dello stop alla concessione è però un altro, perché in realtà il Tar ha inchiodato il terminal Teseco sul punto in cui l'Unione europea, al contrario, aveva dato il via libera archiviando la procedura di preinfrazione, ovvero la mancanza di sufficiente pubblicità data al bando per la concessione. Archiviazione che aveva riguardato anche i casi delle concessioni per 60 anni a Trieste marine terminal per il Molo settimo e per 50 anni alla Siot per il terminal petrolifero, che però ora non rischiano essendo comunque scaduti i termini per ipotetici ricorsi.«Il Collegio è dell'avviso - si legge ancora - che, avuto riguardo alla durata della concessione (60 anni), all'estensione dell'area richiesta, alle opere previste, all'attività in progetto e alla possibilità di sfruttamento economico pressoché in regime di monopolio che deriva a favore del concessionario, che colà è autorizzato a realizzare ed esercire un terminal ro-ro e multipurpose, la forma di pubblicità in concreto osservata dall'Autorità Portuale (ovvero la mera pubblicazione all'albo pretorio on line del Comune di Muggia dell'istanza di concessione demaniale avanzata da Teseco nell'anno 2011, senza, peraltro, peritarsi di fornire pubblicità a tutte le successive integrazioni progettuali apportate alla medesima) non possa ritenersi idonea ad assolvere, nel caso specifico, né all'incombente posto dall'art. 18, comma 1, l. 84/1994, né, tanto meno, costituire adempimento sufficiente al fine di assicurare il rispetto di basilari principi nazionali e comunitari di trasparenza, pubblicità, imparzialità e proporzionalità».

Silvio Maranzana

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 19 luglio 2017

 

 

Mazzoncini: Ferrovie pronte a investire sul porto di Trieste -
L'ad: «Lo scalo sta crescendo più di tutti. Stiamo lavorando con il ministero per individuare gli interventi sul retroporto»
TRIESTE - Il porto di Trieste, insieme a quello di Genova, è lo scalo nazionale che registra il maggior livello di crescita. Allora, allo scopo di assecondare questo sviluppo, «stiamo lavorando con il ministero per individuare tutti gli investimenti nel retroporto necessari a garantire il deflusso delle merci verso Ovest e verso Nord». Parola di Renato Mazzoncini, amministratore delegato delle Fs, che ieri era a Trieste per l'avvio della riqualificazione della stazione di Campo Marzio. Il manager ha posto l'accento sul lavoro, impostato insieme al ministro Delrio, per rafforzare l'intermodalità binario-banchina. «Gli investimenti complessivi nel Friuli Venezia Giulia - ha osservato ancora Mazzoncini a margine dell'iniziativa triestina - sono diverse centinaia di milioni di euro». «Abbiamo un investimento - ha sottolineato - di 1,8 milioni per la velocizzazione della linea per Venezia, che consentirà di scendere a un'ora e cinque minuti». Anche la Regione Fvg annuncia un paio di mosse sulla scacchiera amministrativa, mosse tese ad agevolare opere pubbliche e avvio di attività economiche nel contesto portuale. Il cosiddetto "piano di armamento" - annuncia l'assessore Sara Vito - non avrà occorrenza di Valutazione di impatto ambientale (Via) se, prima dell'avvio del cantiere e durante la realizzazione dei lavori, verranno rispettate «precise prescrizioni per la tutela dell'ambiente». Si tratta - precisa una nota della Regione in merito al piano portuale - di «un esteso intervento di manutenzione straordinaria e ristrutturazione», mirato a potenziare la movimentazione dei moli V-VI-VII e a migliorare le connessioni con le infrastrutture ferroviarie. La decisione della giunta regionale, puntualizza l'assessore Vito, è stata presa per sveltire i tempi del cantiere. Le prescrizioni, per dribblare il Via, riguardano la cosiddetta "invarianza idrica" per compensare le aree di nuova impermeabilizzazione, la riduzione di emissioni in atmosfera mediante combustibili di nuova generazione ed energie rinnovabili, un piano di monitoraggio concordato con Arpa, l'abbattimento del rumore. La Regione promuove inoltre sia l'elettrificazione delle banchine che del movimento ferroviario (parzialmente). Ancora: allestimento di barriere mobili anti-polvere, nebulizzazione di acqua sulle aree di passaggio, utilizzo di mezzi pesanti "telonati" per il trasporto di materiali, lavaggio periodico della viabilità esterna al grande cantiere portuale.In questo scambio di cortesie l'Autorità portuale conferisce un ringraziamento per la proposta di esclusione dal Sin (Sito di interesse nazionale) delle aree a ridosso del Canale industriale triestino. L'idea della Regione Fvg, sottoposta al ministero dell'Ambiente, riguarda la possibilità che sia la stessa amministrazione regionale a gestire le procedure in questa specifica zona. Questo consentirebbe una più rapida gestione delle pratiche. Alla soddisfazione di Zeno D'Agostino - si ricordi che l'Ap sarà il perno del "nuovo Ezit" - si accompagna analogo sentimento del direttore dell'Area Science Park, Stefano Casaleggi, interessato a realizzare un "industrial innovation hub" che valorizzi la collaborazione tra ricerca, logistica, settori hi-tech, attraendo a Trieste investimenti industriali.

Massimo Greco

 

Il patto di Campo Marzio fa rinascere la stazione - Firmato il protocollo fra governo, Fs, Regione e Comune. Arrivano 4 milioni
Moretti rilancia e annuncia anche la copertura dei binari con altri investimenti
«Sarà una bellissima piazza coperta. Rifaremo anche il tetto a volta della Stazione di Campo Marzio. Costerà un paio di milioni di euro a spanne. La copertura metallica è stata data alla patria come l'oro. Ora potremmo richiederla indietro». Mauro Moretti, presidente della Fondazione Fs, non si limita ai contenuti del protocollo d'intesa parlando con il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, la governatrice Debora Serracchiani e il sindaco Roberto Dipiazza. La monumentale tettoia liberty a copertura dei binari manca dal 1942, quando fu demolita e il materiale utilizzato per l'industria bellica. Nel progetto di restauro completo di Campo Marzio, per il quale si parla di 18 milioni di euro, c'è anche la storica copertura dei binari. Moretti, confortato dal direttore Luigi Cantamessa, è l'unico a dare i numeri. «Questo di oggi è solo il primo passo. Servono 18 milioni e ora ne abbiamo solo sei» attacca l'ex ad delle Ferrovie dello Stato. «Ne abbiamo solo 4» viene corretto. «Motivo in più per trovare gli altri e fare il resto», attacca rivolto al suo successore alle Ferrovie (Renato Mazzoncini) al ministro, alla governatrice e al sindaco. I quattro milioni del protocollo d'intesa (2 milioni del Mibact, 1,5 delle Ferrovie dello Stato e 500mila euro della Regione) serviranno solo per salvaguardare l'ala su via Giulio Cesare dove è collocato il Museo ferroviario di Campo Marzio, che da ieri chiude nella speranza di riaprire in formato ridotto in primavera, e integralmente tra un anno. E nella futura gestione della Fondazione Fs ci saranno anche i volontari del Dopolavoro Ferroviario di Trieste, che per 43 anni hanno gestito il museo aperto ufficialmente nel 1984 e che ieri, dopo l'esclusione dagli inviti, sono stati omaggiati di encomi e ringraziamenti da parte di tutti. Oliviero Brugiati, presidente dell'Associazione nazionale Dlf, ha parlato pur non essendo presente nella scaletta degli interventi, ricordando come chi ora la prende in gestione qualche anno aveva messo in vendita la stazione di Trieste Campo Marzio. «Noi siamo riusciti a scongiurare questo pericolo e ora siamo felici che la Fondazione Fs la prenda in gestione», ricorda senza voler rovinare la «giornata storica» (parola di Serracchiani) o gli amarcord dei presenti. «Il Museo di Campo Marzio è straordinario. A differenza di Pietrarsa di Napoli è una vera stazione. E si può fare un giro su un treno storico. Un caso più unico che caro. Ho visitato questo museo nel 1994, quando accompagnai mia moglie a sostenere un esame di dottorato a Trieste. Dopo 25 anni sono qui a firmare per far ripartire il museo. Non ci posso credere», spiega l'ad di Ferrovie Mazzoncini che parla di "Rinascimento ferroviario".«Questo è il frutto di un lavoro prezioso con Ferrovie dello Stato e la Fondazione Fs grazie al quale il Friuli Venezia Giulia, a distanza di quattro anni, può essere considerata una regione che ha recuperato i ritardi del passato non solo sul trasporto delle merci e dei passeggeri ma anche su quelle tratte storiche che intercettano l'interesse e il gradimento di molti turisti», spiega la governatrice. «È la prima parte di recupero di questo luogo straordinario, con locomotive e treni di un'importanza assoluta, che conservano la memoria non soltanto di Trieste ma dell'Italia - insiste il ministro Franceschini -. È un grande progetto di riqualificazione urbana - prosegue anche con la possibilità di collegare la vecchia stazione di Campo Marzio con la stazione e il parco di Miramare. Veramente una grande sfida. Immagino cosa può voler dire per il turismo scolastico, per i viaggiatori da tutto il mondo visitare questo luogo di memoria unico».L'immaginazione non manca al sindaco Dipiazza: «Trieste dimostra di avere il vento in poppa. Questa Stazione ferroviaria diventerà veramente un museo molto interessante e probabilmente molto visitato, in un'area molto suggestiva e di valore per la nostra città, vicina a dove sorgerà il Parco del mare e che sarà interessata dallo spostamento del Mercato ortofrutticolo all'ingrosso dove sorgerà una Spa. Sto pensando di chiudere via Giulio Cesare al traffico e fare la viabilità sotterranea». Un programma che si aggiunge al compito affidato dal protocollo al Comune di Trieste, ovvero la rimozione delle "scovazze" dall'area di Campo Marzio

Fabio Dorigo

 

I big "battezzano" la linea storica - Le rotaie che collegano Trieste al Carso ripercorse con un convoglio d'epoca
Il primo di una lunga serie di percorsi con treni d'epoca alla scoperta di quei tratti ferroviari che circondano Trieste ma generalmente non sono aperti al traffico passeggeri. Così ieri mattina, prima della firma del protocollo per il restauro del Museo ferroviario di Campo Marzio fra Mibact, Regione, Ferrovie dello Stato, Fondazione Fs e Comune di Trieste, c'è stato un tour ferroviario inedito, con carrozze d'epoca, partendo dalla stazione di Miramare, quasi una prova generale di quel percorso che sarà operativo in tempi non ancora definiti. La giornata triestina del ministro dei Beni e della attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha avuto inizio con una passeggiata nel parco di Miramare per verificare i lavori di sistemazione della vasta area verde, da tempo in degrado. Ad accompagnarlo la governatrice Debora Serracchiani, il sindaco Roberto Dipiazza, l'amministratore delegato di Fs Renato Mazzoncini e il presidente della Fondazione Fs Mauro Moretti. Dopo aver "risalito" il parco, gli ospiti si sono diretti verso via Beirut, dove un convoglio storico di Fondazione Fs li attendeva nell'ottocentesca stazioncina di Miramare. Da lì il convoglio ha percorso tratte ferroviarie poco note concludendo il suo percorso al Museo ferroviario.Il treno ha iniziato il tragitto in direzione di Bivio di Aurisina e di Prosecco, per poi fermarsi a Villa Opicina, ricalcando quindi il percorso della vecchia Ferrovia Meridionale. Durante il percorso Luigi Cantamessa, direttore della Fondazione Fs, che da oggi gestirà il polo museale di Campo Marzio, ha intrattenuto i presenti con spiegazioni storico- tecniche sulla linea. Una volta giunto a Villa Opicina, il convoglio storico, trainato da locomotori diesel, ha cambiato direzione di marcia per iniziare la discesa verso Campo Marzio, attraverso la storica Transalpina, appena riaperta al traffico dopo nove mesi di lavori e una spesa pari a tre milioni di euro, sostenuta da Rfi. L'intervento ha riguardato la messa in sicurezza delle gallerie, il rifacimento di alcuni tratti dei binari, la sistemazione dei muri di contenimento e lo sfalcio della vegetazione. Durante il tragitto il convoglio ha sostato nei punti più suggestivi e panoramici, come il viadotto in prossimità di San Cilino, ad alcuni chilometri dall'arrivo alla stazione di Campo Marzio. Ciò che rende unica questa infrastruttura è il fatto che si tratta di una stazione allacciata alla rete ferroviaria in esercizio - oltre ad essere stata capolinea meridionale della Ferrovia Transalpina, nota anche come il secondo collegamento ferroviario di Trieste, inaugurata nel 1906 - con annesso un museo tematico. Quindi il suo futuro, una volta terminati i lavori di restauro, avrà una doppia valenza: da un lato sarà museo e dall'altro punto di arrivo e di partenza per treni storici. «Campo Marzio è speciale - ha rilevato Renato Mazzoncini, ad di Ferrovie dello stato - perché è arrivo e destinazione di una linea storica. Da qui i visitatori potranno viaggiare su treni storici e anche visitare il museo pagando un unico biglietto». Il futuro della stazione è dunque delineato, e in questa ottica l'antico "valico di Monrupino" sarà mantenuto in esercizio e potenziato. Sempre in tema di treni storici, Fondazione Fs intende incentivare anche un'altra linea ai scopi turistici, la pedemontana Gemona-Sacile.

Andrea Di Matteo

 

Primi cantieri entro un mese - La sfida coinvolge Miramare

Si punta in chiave turistica sul collegamento via rotaia attraverso Opicina e Rozzol - E verrà realizzato un percorso pedonale tra la stazione di Massimiliano e il Castello
Campo Marzio e Miramare. Un unico polo museale e turistico unito dalle rotaie. Ieri è stato compiuto il primo passo che vale 4 milioni di euro su un percorso che richiede almeno 18 milioni di euro. Ieri, attorno alle 13.20, al Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio è stato sottoscritto il Protocollo attuativo che dà il via al progetto di restauro e di conservazione della prima parte del Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio al suo riutilizzo come polo museale e turistico. Le firme sono quelle del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo Dario Franceschini, della presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, del sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, dell'ad delle Ferrovie dello Stato Italiane, Renato Mazzoncini, e del presidente della Fondazione Fs Mauro Moretti. «Il protocollo - si legge all'articolo 2 - ha come fine la conservazione, la riqualificazione e la valorizzazione dei beni facenti parte del sito denominato "Complesso museale di Trieste Campo Marzio" quale iniziativa qualificante per lo sviluppo turistico della Regione e della città di Trieste». Non solo museo, insomma. L'inizio dei lavori? Non se ne parla del protocollo. Ma potrebbero partire entro 30 giorni. Il piano di recupero predisposto dalla Fondazione Fs prevede, in una prima fase, il restauro dell'area aperta al pubblico dove sarà esposta la collezione di cimeli ferroviari italiani e dell'ex impero austroungarico.Il Museo ferroviario, inaugurato nel 1984, resterà chiuso fino al termine dei lavori, previsti per un anno circa, e dopo il restauro sarà gestito dalla Fondazione con il supporto dei volontari del Dopolavoro ferroviario di Trieste. Non si esclude una riapertura parziale del museo la prossima primavera.Il contributo economico del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo è di due milioni di euro, quello della Regione mezzo milione, quello del Gruppo Fs, proprietario dell'immobile, un milione e mezzo. Quattro milioni in tutto per partire. Il progetto però non c'è ancora. L'incarico per la progettazione esecutiva e l'esecuzione dei lavori è stato affidato a Rete ferroviaria italiana (Rfi).«Le parti si impegnano - si legge all'articolo 3 del protocollo - ad avviare nel breve termine un progetto di generale restauro del sito di Campo Marzio, in analogia con il "modello Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa" sperimentato da Fondazione Fs, al fine di renderlo un polo "dinamico" e punto di partenza di itinerari turistici nel Friuli Venezia Giulia». A differenza di Pietrarsa, museo realizzato all'interno di un'ex officina, Campo Marzio funzionerà come stazione ferroviaria. Si potrà visitare il museo, ma anche prendere un treno. Nel protocollo c'è, infatti, l'impegno a «valorizzare il suggestivo itinerario "Trieste Campo Marzio-Villa Opicina-Bivio d'Aurisina-Castello di Miramare-Trieste Centrale" attraverso la circolazione di treni storici e turistici».E non solo. Il Museo ferroviario di Trieste, un caso unico in Europa, ha sede nell'ex stazione terminale dell'antica linea austroungarica Trieste-Vienna. Ed è ancora raccordato alla rete ferroviaria in esercizio. Per questo il museo può essere stazione di origine per viaggi con treni d'epoca all'interno della regione o verso l'Austria e la Slovenia, tramite l'antico valico di Monrupino che sarà mantenuto in esercizio e potenziato per questi scopi. La firma di ieri, infatti, è stata preceduta da una visita al parco e al castello di Miramare e dal viaggio inaugurale sul treno con carrozze d'epoca dalla stazione di Miramare a Villa Opicina e sull'antica ferrovia di Rozzol, ripristinata da Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo Fs Italiane), con arrivo a Trieste Campo Marzio, un percorso di oltre 30 chilometri. Nel protocollo c'è pure un impegno che riguarda Miramare. Non per niente ieri era presente anche la nuova direttrice Andreina Contessa. «Le parti si impegnano - si legge - a valorizzare la fermata di Miramare (la stazione di Massimiliano d'Asburgo, ndr), sviluppando un nuovo collegamento pedonale con il parco e il museo del Castello di Miramare». Il Comune di Trieste, infine, dovrà «farsi carico della manutenzione delle aree verdi e della raccolta dei rifiuti nell'area del Museo Ferroviario di Trieste Campo Marzio». Tutti invece si dovranno impegnare a reperire risorse private e pubbliche, compresi eventuali fondi europei, per il completamento dell'opera. All'appello mancano 14 milioni di euro.

(fa.do.)

 

Mozione in Consiglio a difesa della collezione
Non era stato neppure firmato il protocollo per restauro della Stazione di Campo Marzio che in Comune era già stata depositata una mozione urgente. La firmano i consiglieri di Forza Italia Piero Camber, Alberto Polacco e Michele Babuder. A preoccupare è la futura gestione del museo e il destino della collezione. La mozione vuole impegnare «il sindaco, gli assessori competenti unitamente ai loro uffici, a farsi parte attiva presso la Regione Friuli Venezia Giulia nonchè Fondazione FS Italiane affinché l'Associazione Dopolavoro Ferroviario non venga esclusa dalla gestione del Museo ferroviario di Campo Marzio e a verificare a chi competa la vigilanza sulle collezioni ivi contenute, e per l'effetto a chi spetti la relativa responsabilità», nonchè a «vigilare affinché le collezioni ivi presenti non vengano smembrate, neppure temporaneamente, rappresentando le stesse uno dei principali richiami turistici di Trieste».

 

 

Regione in pressing su Arvedi per l’altoforno - Chiesta una relazione «nei tempi tecnici strettamente necessari» sui lavori di rifacimento dell’impianto

«I lavori di rifacimento della bocca di carica dell’altoforno sono indispensabili e improrogabili”. Ad affermarlo, in una lettera inviata all’Acciaieria Arvedi spa, è la direzione centrale Ambiente della Regione, che, attraverso questo documento, ha sollecitato l’azienda a inviare, «nei tempi tecnici strettamente necessari, una relazione sui lavori di rifacimento della bocca dell’altoforno dello stabilimento siderurgico triestino e il relativo cronoprogramma». In proposito va detto che si tratta di lavori di ordinaria manutenzione, già programmati per l’autunno, che comportano la fermata dell’impianto per alcune settimane. Tornando alla lettera inviata ad Arvedi, in essa la Regione precisa che i dati dei deposimetri relativi al mese di giugno 2017 «confermano la bontà del decreto regionale1998/2017 di diffida ad adempiere alla prescrizione di cui alla lettera C, punto 8, parte A - Condizioni preliminari dell'allegato B al decreto Aia 96/2016». Nello specifico, spiega l’amministrazione regionale, la diffida si concentrava sul fatto che, qualora dovesse risultare superato anche solo uno degli obiettivi di qualità relativi alle polveri fissati nel punto 8.A (obiettivi di monitoraggio della qualità dell'aria a San Lorenzo in Selva) oppure 8.B (obiettivi di monitoraggio qualità dell'aria in altre stazioni), l'azienda dovrà rispettare almeno le seguenti prescrizioni con effetto immediato: 1) contenere in 290 il numero massimo di colate mensili; 2) limitare la marcia dell'altoforno entro le 34mila tonnellate mensili e di pari passo la produzione di coke non dovrà essere maggiore di quella funzionale alla produzione di ghisa. «Riteniamo pertanto - si legge nella nota inviata ad Acciaieria Arvedi dalla Regione - che vada mantenuta la limitazione della marcia degli impianti di cokeria ed altoforno nei termini indicati nel succitato provvedimento di diffida, e che i lavori di rifacimento della bocca di carica dell’altoforno siano indispensabili e improrogabili». La riduzione della produzione di ghisa è già stata comunica alla Regione da Siderurgica triestina nei primi giorni di questo mese, rispondendo così alla diffida con cui a fine giugno l’ente regionale ha intimato alla proprietà di diminuire la produzione affinchè le polveri rientrino nei valori previsti dall’Aia.

 

 

La Regione multa il Comune «Ma è tutta colpa di Acegas»

Municipio e multiutility sanzionate per una violazione al depuratore di Basovizza - L'amministrazione Dipiazza non ci sta e va al Tar: «Responsabilità solo del gestore»
La Regione Fvg ha fatto pervenire una multa al Comune di Trieste e all'AcegasApsAmga in materia ambientale, avendo rilevato una violazione circa lo scarico del depuratore di Basovizza, avendo ritenuto l'ente e la società solidamente responsabili. Ma il Comune scuote energicamente il capo e non ci sta: ricorre al Tar contro l'atto regionale, in quanto, come proprietario dell'impianto, non si ritiene "colpevole" del superamento dei valori-limite di emissione segnalati a Basovizza. Perchè la responsabilità - sostiene la delibera 309 approvata dalla giunta comunale nella seduta del 10 luglio - è invece da attribuirsi interamente ad AcegasApsAmga, per la ragione che essa gestisce il depuratore di Basovizza sulla base di una concessione trentennale. Concessione - chiarisce la delibera votata all'unanimità (assenti gli assessori Lobianco e Giorgi) - che affida all'azienda manutenzione ordinaria e straordinaria dell'impianto «assumendosi tutti gli oneri della gestione». Quindi - argomenta ancora piccata la delibera preparata dall'avvocatura diretta da Maria Serena Giraldi - al Comune non può essere ascritta alcuna mancanza «nè tantomeno può essere sanzionato per omissioni e violazioni dell'ente gestore». Di conseguenza il Municipio propone ricorso contro l'ordinanza-ingiunzione n. 18/17 notificata dalla Regione. Detta notifica, avvenuta lo scorso 22 giugno, riguarda un verbale di accertamento e contestazione risalente al 14 settembre del 2012, ovvero a circa cinque anni fa (Cosolini consule). Saranno gli stessi legali comunali a patrocinare l'interesse dell'amministrazione avanti al Tar. Colpisce l'importo tutto sommato modesto dell'ingiunzione: si tratta di 3079 euro, che andrebbero spartiti con AcegasApsAmga. Evidentemente non è in gioco la somma, ma il principio: il Comune non vuole creare precedenti ed essere coinvolto in situazioni giuridicamente critiche che dipenderebbero solo dal gestore.La delibera fa sommario riferimento al fatto che «al Comune è stato ingiunto il pagamento unicamente in quanto proprietario dell'impianto, ritenendo che non si sia attivato con la dovuta tempestività al fine di assicurare i limiti tabellari di legge». Insomma, la Regione imputa al Comune un'omissione di intervento. Ma il Comune replica: non c'entriamo, avrebbe dovuto pensarci la concessionaria AcegasApsAmga, che è presieduta da Giovanni Borgna ed è diretta "sul campo" da Roberto Gasparetto. L'impianto di Basovizza partecipa, insieme alle strutture di Zaule, Servola e Barcola (ormai depotenziato), al sistema di depurazione triestino. Secondo una scheda di AcegasApsAmga, è costituito da "linea acque" (grigliatura fine, ossidazione biologica, sedimentazione finale, disinfezione, scarico nel sottosuolo) e "linea fanghi" (ricircolo, pompaggio, smaltimento mediante trasferimento a Zaule con autobotte). Il ricorso deliberato dalla giunta segna la terza occasione che nel giro di pochi mesi palesa qualche sintomo di malumore del Comune nei confronti dell'utility (controllata da Hera, a sua volta partecipata al 4,6% dallo stesso municipio triestino). Tra i precedenti ricordiamo gli arretrati del termovalorizzatore circa gli utenti non triestini; rammentiamo le contestate sanzioni per la scarsa pulizia di strade e aiuole.

Massimo Greco

 

Prosecco spinge per il ritorno al "vuoto a rendere"
PROSECCO - In tema di riciclaggio e di misure ecocompatibili, arriva dalla Prima circoscrizione l'invito all'amministrazione comunale di dotarsi del sistema "Pfand" da tempo utilizzato in Germania e, nelle sue diverse versioni, in altrettante nazioni del Nord Europa. La proposta è del consigliere Simon Rozac, adottata all'unanimità dal parlamentino, e si rifà a un sistema tanto semplice quanto efficace, che già da qualche anno viene praticato dalle nazioni più sensibili ai problemi ecologici. L'iniziativa di far restituire ai cittadini bottiglie di vetro e di plastica direttamente ai negozianti quali "vuoti a rendere", peraltro, era di norma sino a qualche decade fa anche nei nostri negozi.Il sistema "Pfand" perfeziona quell'indirizzo con qualche piccolo ma fondamentale accorgimento. Lo stato tedesco ha disposto un prezzo aggiuntivo per l'acquisto di bottiglie in pet (plastica), vetro e alluminio. L'acquirente può recuperarlo restituendo il vuoto direttamente al commerciante oppure depositandolo in appositi contenitori automatici che rilasciano uno scontrino per riavere il surplus. Questo processo innesca un comportamento virtuoso che, oltre a sensibilizzare la comunità sulla possibilità di riutilizzo dei contenitori, costringe l'industria al riciclaggio. Con il sistema "Pfand" si frena l'eccessivo consumismo che caratterizza le nostra società e si razionalizza il processo produttivo della plastica, costoso e inquinante. Lo "Pfand" ha raccolto da subito l'interesse a l'adesione dei cittadini tedeschi, obbligando le industrie locali a adattarsi al nuovo sistema. Nel documento inviato al Comune, il Consiglio di Altipiano Ovest chiede la messa a punto di un programma analogo, disponendo sperimentalmente i contenitori per la raccolta, non solo presso gli esercizi di vendita ma pure vicino alle scuole, incentivando così le nuove generazioni al senso civico e al decoro. Il nuovo sistema potrebbe inoltre stimolare una comunità, come quella triestina, che secondo l'Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale è ultima in regione per la raccolta differenziata con una quota del 35,29%.

Maurizio Lozei

 

 

A fuoco in una settimana quel che brucia in un anno - Lo rivela un rapporto della Commissione europea. Mattarella: «Azioni criminali»
Maremma: fiamme vicine alle case. A Napoli 20 persone bloccate in un'oasi Wwf
ROMA - Incendi nel Cosentino, nel Cilento, nell'oasi Wwf degli Astroni a Napoli, nel Casertano, sul litorale romano, in Maremma, nel Pisano, nel Pistoiese, in Liguria e nel Pavese. Non c'è solo il Vesuvio: le fiamme risalgono lo Stivale da Sud a Nord, lo divorano, sospinte dai cambiamenti climatici e dal clima siccitoso, innescate da piromani e criminali. Il monte Reixia, tra Genova e Arenzano brucia da quattro giorni: in un primo momento il fuoco sembrava domato, ma nel pomeriggio di lunedì ha ripreso forza e vigore. Drammatica la situazione in Maremma dove le fiamme lambiscono le case del borgo di Pietratonda. Bruciano rifiuti e sterpaglie, parchi nazionali e animali. Brucia tutto il Paese. Qualche numero per dare la misura del fenomeno: secondo la Commissione europea in Italia nella settimana dall'8 al 15 luglio 2015 sono andati in fumo 27.167 ettari, più dei circa 27mila stimati da Legambiente nel rapporto "Ecomafia" che riguarda lo scorso anno. Nella prima metà di luglio sono quasi 35mila gli ettari di terreno divorati dalle fiamme, sugli oltre 52mila censiti dall'inizio del 2017. Alle 18 di ieri i Vigili del fuoco erano intervenuti 1.220 volte. Maglia nera è la Campania con 260 interventi, seguita a ruota dal Lazio con 210, dalla Toscana con 150, dalla Puglia con 130 e dalla Calabria con 125. Al Sud sono al lavoro circa 3mila pompieri.Oltre ai numeri, però, c'è un patrimonio di qualità che rischia di andar perso. Da giorni ormai il Wwf cerca di richiamare l'attenzione sull'oasi degli Astroni, alle porte di Napoli, altro fronte aperto oltre quello del vulcano più famoso d'Italia. Qui le fiamme divampano da una settimana, ormai. È iniziato tutto dalla parte più alta dove la macchia mediterranea e una lecceta sono state ridotte in cenere. L'incendio ora è alle porte della riserva, e si avvicina alla parte del cratere, la più pregiata. Ma quello che spaventa di più è il destino di «una ventina di persone, compreso il personale Wwf, circondante dalle fiamme». La presidente dell'associazione, Donatella Bianchi, ha lanciato ieri l'ennesimo appello: «Da giorni siamo preoccupati per il rogo e chiediamo mezzi adeguati per spegnere un incendio sviluppatosi in un luogo dalle caratteristiche geomorfologiche molto difficili. Ora la priorità è mettere in salvo le persone». I primi esseri viventi colpiti dall'emergenza, però, sono habitat naturali e animali. Per questo la Lipu, in una manifestazione, è arrivata a chiedere «provvedimenti di posticipo dell'apertura della caccia per dare sollievo alla fauna duramente provata», tanto dalla scomparsa dei boschi, quanto dall'incombere della siccità. Gli amministratori in prima linea invocano aiuti. A cominciare dal governatore della Toscana, Enrico Rossi, che spiega che la regione «non può fare da sola perché occorre che ci sia un intervento ed una programmazione di carattere nazionale. Lo dico denunciando una situazione grave destinata a ripetersi perché i cambiamenti climatici ci sono». Il consiglio comunale di Napoli ha osservato un minuto di silenzio «per la devastazione causata dagli incendi in Campania e non solo». «La morte del Vesuvio per me equivale a un omicidio», ha spiegato il sindaco Luigi De Magistris. Dalla Valtellina è intervenuto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che richiama l'attenzione sul lato giudiziario della tragedia. «Gli incendi - ha detto - sono spesso il risultato di azioni di criminali, da punire con forte determinazione e grande severità». Il capo dello Stato ha anche ricordato il lavoro dei «tanti servitori dello Stato che si stanno adoperando, con grande abnegazione e sacrificio per contrastare il fuoco appiccato da sciagurati». Per l'incendio della pineta di Castelfusano a Roma, dove secondo Legambiente sono bruciati ettari per l'equivalente di «65 campi da calcio» e che ha condizionato anche ieri la viabilità, la procura di Roma ha aperto un'indagine con l'ipotesi d'incendio doloso. In manette un 22enne di Busto Arsizio, per cui si chiederà presto la convalida dell'arresto. Gli investigatori sono alla ricerca di eventuali complici, dalle «mani inesperte» da quanto apprende l'Ansa da fonti vicine all'inchiesta.

Andrea Scutellà

 

Due roghi su tre appiccati con dolo - Il dossier dei Verdi: «Dal 2010 è stata distrutta un’area grande come il Molise»

ROMA - Quest'anno le fiamme hanno già bruciato decine di migliaia di ettari e causato danni per 900 milioni di euro. Cifra che arriva a 9 miliardi di euro se si prendono in considerazione i 447mila ettari bruciati dal 2010 a oggi. Per avere un'idea è come se fosse andata in fumo l'intera superficie del Molise. I dati, messi insieme in un dossier dei Verdi "Le mani sporche degli incendi", raccontano anche che «in questo scorcio d'estate le Regioni maggiormente colpite sono state la Sicilia con 18.613 ettari» andati a fuoco, «la Calabria con 10.829, la Campania con 5.858, la Puglia con 2.744 e il Lazio con 2.699». Secondo il dossier dei Verdi dal primo gennaio al 17 luglio «sono arrivate al Centro operativo aereo unificato del Dipartimento della Protezione civile ben 930 richieste di aiuto da parte delle Regioni». Gli incendi, in base alle statistiche della Guardia Forestale degli anni passati, «sono per la stragrande maggioranza causati dalla mano dell'uomo». Complessivamente, con riferimento al periodo 2000-2015, per il 60,4% sono stati appiccati per mano volontaria, il 9,7% involontariamente, il 2,5% per mano dubbia e solo l'1,2% per cause naturali; il rimanente 26,3% rimane non classificabile. Per il reato di incendio boschivo, nello stesso periodo, sono state segnalate all'Autorità giudiziaria 5.684 persone, di cui 181 tratte in arresto in flagranza di reato o sottoposte a misure di custodia cautelare. Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, fa presente come della «mancanza dei boschi ormai persi nei roghi ci accorgeremo alle prime piogge in autunno, quando i terreni non avranno più il sostegno della vegetazione», e si tornerà a parlare di dissesto idrogeologico. Ma Bonelli non risparmia critiche a una parte della riforma Madia, quella che ha portato la Forestale a essere inglobata in altri corpi di polizia. Ricorda, in proposito, sia la presentazione di un esposto in cui si parla di grave negligenza «per esempio per il mancato uso degli elicotteri anti-incendio» dell'ex Corpo Forestale «sia di depauperamento del patrimonio professionale» accumulato proprio dalla Forestale. La Coldiretti, invece, ci informa sui danni materiali degli incendi: «Ci vorranno almeno 15 anni per ricostruire i boschi andati a fuoco con danni all'ambiente, all'economia, al lavoro e al turismo. Per ogni ettaro di macchia mediterranea andato in fumo sono morti in media 400 animali tra mammiferi, uccelli e rettili».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 18 luglio 2017

 

 

«Chi vigilerà sul Museo ferroviario?» - L'amarezza del Dlf escluso dopo 43 anni: «Chiusura inspiegabile senza un cantiere»
«È stato convenuto di scegliere tale data come giorno di chiusura del museo per permettere l'inizio dei lavori. Tale data coinciderà anche con il termine della gestione del museo da parte dall'Associazione dopolavoro ferroviario di Trieste. Ringrazio il Dlf per avere negli anni sostenuto l'attività del museo e avere curato la preservazione della sua importante collezione». La data è quella di oggi, 18 luglio, giorno del protocollo tra le istituzioni per il restauro della Stazione di Trieste Campo Marzio. A firmare la lettera, indirizzata a Oliviero Brugiati, presidente dell'Associazione nazionale Dlf, è Luigi Cantamessa, direttore della Fondazione Fs. Il Dlf ha appreso così due giorni fa di essere stato estromesso dopo 43 anni di onorato servizio dal museo che aveva fondato nel 1974. «Non si sa chi d'ora in poi vigilerà sulla collezione, e sul suo patrimonio, che è pure vincolata dalla Soprintendenza. Non capisce perché si debba chiudere il 18 luglio il museo nel mezzo della stagione turistica senza che ci sia un cantiere che apre. Un museo che fa seimila visitatori all'anno con tre giorni di apertura alla settimana» spiega Claudio Vianello, presidente del Dlf, il cui nome non risulta neppure tra gli inviti ufficiali della cerimonia odierna. «Non vogliamo fare polemiche. Abbiamo donato la collezione valutata un milione di euro alla Fondazione senza chiedere un centesimo. Solo che la donazione non è stata ancora formalizzata che noi siamo già stati estromessi». Il rischio concreto inoltre - secondo Vianello - è che la collezione di oltre quattromila pezzi finisca in dei container per cinque anni e magari prenda la via del museo ferroviario nazionale di Pietrarsa a Napoli. Senza ritorno.

(fa.do.)

 

 

A scuola con l'Ogs in aiuto al mare - A Trieste la Summer school insegna ad affrontare le sfide climatiche e ambientali
Durerà ancora fino a domani, dopo più di una settimana di approfondimenti di ogni tipo: Trieste ospita la Summer school dedicata a favorire lo sviluppo economico sostenibile e la crescita blu responsabile nell'area del Mediterraneo e del Mar Nero in linea con la strategia dell'Unione Europea chiamata "Blue Growth Initiative". È l'Ogs che organizza questa iniziativa di alta formazione, in materia di geofisica e scienze del mare, nell'ambito delle attività che gestisce, su incarico del Miur, in occasione della presidenza italiana del Dialogo 5+5, il forum geopolitico istituito per rafforzare la cooperazione in aree di interesse comune fra i paesi del bacino occidentale del Mediterraneo. «La Summer school è in linea con la Blue Growth Initiative, che riconosce nei mari e negli oceani un motore per la crescita economica e sociale del continente - spiega Maria Cristina Pedicchio, presidente dell'ente -, e vuole formare una nuova generazione di scienziati capaci di affrontare le nuove sfide climatiche, economiche e ambientali». Sono tantissimi i temi toccati in questi giorni da più di 40 studenti tra ricercatori, scienziati e manager di istituzioni, università e centri di ricerca, che hanno dai 25 ai 40 anni e che provengono da Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Malta, Montenegro, Palestina, Portogallo, Romania, Serbia, Spagna, Tunisia, Turchia e Ucraina. «Fin dalla prima giornata abbiamo parlato di diplomazia della scienza, poi abbiamo spaziato dai sistemi osservativi, cioè come raccogliere i dati sempre off-shore, con una tecnologia evoluta - spiega Mounir Ghribi, direttore della Summer School e responsabile delle attività di cooperazione internazionale dell'Ogs -, alla condivisione degli stessi». Ma non ci sono solo lezioni in classe, perché la Summer school ha previsto anche uscite didattiche a Grado-Marano, con tanto di visita culturale, e sulla nave Ogs Explora, al momento ferma nel porto di Trieste. Si è poi passati alla giornata dedicata alla geofisica e all'esplorazione dei fondali marini correlata da alcuni case-study. Per concludere con l'analisi dei vari tipi di inquinamento che possono disturbare l'ecosistema marino, da quello acustico a quello della plastica. «L'obiettivo principale di questa settimana - aggiunge Pedicchio - è quello di incrementare le capacità professionali e la qualità della ricerca per lo studio e la salvaguardia dell'ambiente marino e la gestione integrata delle aree costiere. Tenendo conto che l'economia blu è anche al centro del Dialogo 5+5». Quest'ultima iniziativa euro-mediterranea, come precisa Ghribi, mira a rafforzare la cooperazione nell'ambito di scienza e tecnologia, innovazione e alta formazione, tra Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta, Algeria, Tunisia, Marocco, Libia, Mauritania e l'Unione per il Mediterraneo (UfM). Nella serie di azioni in tale direzione l'Ogs organizza anche un master universitario internazionale, un programma dedicato alla mobilità internazionale e l'accesso alle infrastrutture di ricerca. La Summer school, sponsorizzata dal Miur, è organizzata da Ogs in collaborazione con l'Ictp, Twas, l'Università di Trieste, la Sissa e l'Iniziativa Centro Europea. Quest'ultima sovvenziona alcune borse di studio. La scuola gode inoltre del patrocinio della Regione Fvg.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 17 luglio 2017

 

 

Polo intermodale a ritmo serrato - Il cantiere procede a tutta velocità. Il secondo lotto al traguardo in febbraio
RONCHI DEI LEGIONARI - Era il 1988. Allora il polo intermodale dei trasporti di Ronchi dei Legionari veniva inserito nel piano regionale dei trasporti. Sono trascorsi 29 anni e solo il 23 gennaio scorso l'area di 20mila metri quadrati compresa tra l'aeroporto regionale e la linea ferroviaria Trieste-Venezia, ha ospitato la cerimonia per la posa della prima pietra di questa importantissima struttura. Dove, da quasi sei mesi, si lavora senza sosta. Un cantiere che procede a ritmo spedito, sia per quel che riguarda il primo, sia per quel che riguarda il secondo lotto dei lavori che, secondo cronoprogramma, dovranno concludersi entro il febbraio del 2018. La situazione che si evince dando un'occhiata al cantiere è quella di un'opera pubblica che procede a ritmo spedito. Il parcheggio multipiano, capace di contenere fino a 500 automobili, è ormai stato completato e, nelle prossime settimane, si procederà alla realizzazione dell'impianto elettrico e dei sottofondi. Anche il parcheggio a raso, quello che potrà ospitare mille vetture, è a buon punto, mentre si lavora anche sul fronte della realizzazione della stazione delle autocorriere e della fermata ferroviaria che, se tutto andrà con i ritmo che è stato tenuto sino ad oggi, potrà aprire a marzo del prossimo anno. Il cantiere, poi, si è spostato anche all'interno del "Trieste Airport" dove è iniziata la costruzione delle opere che serviranno all'approdo della passerella che, dallo scalo stesso, porterà sino al polo intermodale. Una struttura che, vale la pena ricordarlo, potrà servire anche all'utenza locale. Si pensa ad una serie di piste ciclabili. Ed è per questo motivo che l'amministrazione comunale di Ronchi dei Legionari ha appena avanzato alla Regione una richiesta di finanziamento di 247mila euro. Il collegamento alle banchine ferroviarie si concretizzerà nella realizzazione di una ciclabile di circa 520 metri, con larghezza di 3, mentre l'attraversamento denominato si attuerà nella revisione strutturale dell'attraversamento e la definizione del tratto ciclabile esistente. Una conquista per chi desidera utilizzare la bicicletta e potrà avere a disposizione collegamenti bus e ferroviari in un unico, importante sito. Il polo intermodale dei trasporti, dopo anni ed anni di tentennamenti, sta diventando realtà. Da sei mesi a questa parte la ditta che si è aggiudicata l'appalto, suddiviso in due lotti funzionali, tutti finanziati, da 10, 3 d 6, 9 milioni di euro, vale a dire la ronchese "Ici Coop", di strada ne ha fatta parecchia. I lavori procedono speditamente ed i tempi, stando proprio al massiccio impiego di forze lavoro, saranno sicuramente rispettati. Il progetto che si sta completando a tappe forzate comprende una nuova fermata ferroviaria che sarà conforme alla specifiche tecniche per l'interoperabilità ferroviaria concernenti persone a ridotta mobilità ed una nuova autostazione con 16 stalli in linea per gli autobus, una superficie pedonale di 2800 metri quadrati ed una sala d'aspetto climatizzata, ma anche un parcheggio multipiano con una capacità di 500 posti auto. Accanto ad esso un parcheggio a raso, della capacità complessiva di 1000 posti auto, di cui 320 dedicati agli utenti con abbonamento al trasporto pubblici locale e ferroviario, ovvero pendolari, a tariffa agevolata e, ancora, un collegamento pedonale tra l'aerostazione e le strutture del polo con una passerella sopraelevata, lunga 425 metri, accessibile con ascensori, scale mobili e scale di sicurezza, con tappeti mobili per facilitare la percorrenza.

(lu.pe.)

 

Parte il restauro del Museo ferroviario - Domani il ministro Franceschini, la governatrice Serracchiani e l'ad delle Fs Mazzoncini firmeranno l'avvio del cantiere
Non è un addio, bensì un arrivederci per il tempo strettamente necessario al rifacimento del look. Ora ci siamo: il Museo Ferroviario di Campo Marzio chiude ufficialmente l'accesso al pubblico per iniziare i tanto sospirati lavori di ristrutturazione indispensabili non solo per riportare l'edificio ai fasti di un tempo, ma soprattutto per evitare le copiose infiltrazioni d'acqua che negli ultimi tempi hanno intaccato il lato che si affaccia su via Giulio Cesare. La firma per l'avvio del cantiere del Museo Ferroviario è prevista domani, martedì 18, con una cerimonia ufficiale riservata alla stampa e agli addetti ai lavori, fra il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Mibact) rappresentato dal ministro Dario Franceschini, la presidente Debora Serracchiani per la Regione Friuli Venezia Giulia, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, Renato Mazzoncini amministratore delegato di Fs e Mauro Moretti presidente di Fondazione Fs. Per l'occasione arriverà in città un convoglio storico della Fondazione Fs che trasporterà le autorità e gli invitati da Trieste Centrale a Miramare, per poi proseguire verso bivio Aurisina, Villa Opicina e raggiungere lo scalo di Campo Marzio attraverso la Transalpina, i cui lavori di messa in sicurezza si stanno completando. Quasi un buon auspicio affinché questa linea possa venir percorsa non solo da convogli storici, ma anche da quelli merci in arrivo ed uscita dallo scalo portuale visto l'aumento consistente di traffico portuale registrato negli ultimi mesi. Non sono ancora noti tutti i dettagli dell'intervento di recupero di Trieste Campo Marzio, ma sicuramente si procederà a lotti ed il primo riguarda proprio la zona che ospita l'area museale, di cui probabilmente sarà aumentata la parte a disposizione del pubblico con nuove sale tematiche. Dunque una svolta significativa per la vecchia stazione di Campo Marzio, inaugurata il 19 luglio 1906 come capolinea sud della linea Transalpina (Wocheiner Bahn o Bohinjska Proga), nota anche come "il secondo collegamento ferroviario" fra il porto degli Asburgo e Vienna: una strada ferrata realizzata proprio per collegare in modo veloce e diretto la città con il centro Europa, evitando così di utilizzare i servizi più costosi e lenti della "ferrovia Meridionale" (l'attuale stazione centrale di Piazza Libertà). Un edificio, quello che ospita il Museo Ferroviario, costruito tutto su un terreno da riporto sottratto al mare mediante un'operazione di interramento: infatti sul lato opposto della stessa via si può scorgere l'antica banchina frangi flutti, oggi utilizzata come basamento del muretto su cui poggia la cancellata del mercato ortofrutticolo. Con l'avvio dell'intervento di recupero dell'immobile, cambierà anche la conduzione del Museo: infatti la gestione, fino ad oggi curata dall'Associazione DopoLavoro Ferroviario di Trieste grazie ai soci volontari della Sat (Sezione Appassionati Trasporti), da mercoledì 19 luglio passerà sotto la amministrazione diretta della Fondazione Fs. Una lunga storia quella del Museo Ferroviario, iniziata nel 1974 per volontà di alcuni soci del locale Dlf che avevano iniziato a raccogliere vecchi cimeli e concretizzatasi successivamente nell'allestimento di una collezione permanente di foto, oggettistica, cimeli e rotabili proprio con l'apertura del museo stesso l'8 marzo 1984 alla presenza dell'allora ministro dei trasporti Claudio Signorile. «Per noi volontari di questa struttura - afferma Roberto Carollo, responsabile del Museo - questo avvenimento segna il riconoscimento ufficiale da parte delle Ferrovie e finalmente il nostro sogno diventa realtà. Una felicità non solo mia, ma di tutti i volontari che hanno a cuore questo luogo». Claudio Vianello, presidente dell'Associazione DopoLavoro Ferroviario di Trieste che fino ad oggi ha gestito l'immobile di Campo Marzio, è soddisfatto solo parzialmente: «Ritengo che la firma del protocollo - sostiene Vianello - sia positivo e rappresenta l'obiettivo che questa associazione ha perseguito per tanti anni: resto altresì perplesso rispetto alla chiusura del Museo al pubblico, visto che la donazione di tutto il patrimonio non è ancora stata siglata davanti ad un notaio. Con la chiusura del Museo non capisco come si possa osservare il vincolo posto da parte dalla Soprintendenza».

Andrea Di Matteo

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 16 luglio 2017

 

 

Da Sistiana a Muggia - le nove spiagge al top - Il Piccolo ha analizzato, grazie a un team di esperti, i principali lidi triestini
Tuffi al sicuro dall'inquinamento ma il concime per la vita sommersa latita - Le spiagge monitorate dal Piccolo
TRIESTE - Bagni tranquilli per tutti nel nostro mare in questa calda estate. Da Punta Sottile a Sistiana passando per Barcola e Grignano le acque del Golfo di Trieste sono pulite, anzi pulitissime. Pure troppo, al punto che se da un lato non si può parlare di inquinamento, dall'altro l'eccessiva depurazione delle acque urbane rischia di mandare in tilt la catena trofica per lo scarso apporto di nutrienti. Ma se mettiamo insieme i vari parametri come temperatura, salinità, ossigenazione e trasparenza scopriamo che la palma dell'acqua più adatta ai bagni la troviamo nella zona di Muggia, a Punta Sottile, là dove le correnti marine di questo scorcio di Adriatico mescolano l'acqua e la "puliscono". Virgolette d'obbligo, perché in senso strettamente biologico trasparenza e ricchezza dell'acqua non vanno sempre d'accordo. Ma tant'è, il mare che lambisce le nostre coste gode di discreta salute, non è inquinato da idrocarburi o altre componenti chimiche, e non soffre per la scarsa quantità di rifiuti urbani e non, che, soprattutto con le piene dei fiumi comunque si riversano con regolarità nelle sue acque. Ha però, questo mare, le sue sofferenze, le sue febbri, malesseri dovuti in gran parte - ma non solo - alla presenza e alle azioni dell'uomo. Tanto per fare un esempio, l'enorme e anomala quantità di meduse a spasso per il Golfo è un fenomeno ancora da capire ma che di certo sconta, da queste parti, un qualche inghippo nel fragile e complesso ecosistema marino. Sono questi, e altri ancora, i risultati di un'indagine che Il Piccolo ha effettuato con gli esperti tecnici e biologi marini della Cooperativa Shoreline, un team che, fra l'altro, svolge parte della sua attività nella Riserva marina di Miramare dove, per conto del Wwf e del ministero dell'Ambiente, gestisce ed organizza alcuni servizi e attività all'interno dell'area protetta. E se è vero che l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, monitora costantemente la salute del Golfo tramite numerose stazioni di campionamento e pubblica un esaustivo bollettino mensile on-line che fornisce indicazioni, in modo semplice ed immediato, sulle caratteristiche fisico-chimiche e biologiche dell'ambiente marino, è anche vero che non tutti gli angoli del Golfo sono coperti dai monitoraggi. Perciò con i professionisti della Shoreline siamo andati a effettuare alcuni campionamenti per implementare i valori acquisiti e per vedere come sta il mare in prossimità dei più frequentati luoghi di balneazione, tra stabilimenti balneari e segmenti di costa libera.Con Carlo Franzosini, presidente della Cooperativa Shoreline, Saul Ciriaco, vicepresidente, Marco Segarich e Lisa Faresi, a bordo di una motobarca appositamente attrezzata abbiamo, monitorato nove punti: Punta Sottile, Ausonia, Bagno Ferroviario, Barcola Pineta, Bagno Sticco - Miramare, Grignano uno e due, Canovella de' Zoppoli, Portopiccolo e Sistiana Caravella. Durante i sondaggi è stata utilizzata sia una sonda Ctd multiparametrica per raccogliere i dati relativi a temperatura, salinità e ossigeno con profilo in profondità, sia il disco di Secchi per misurare la trasparenza dell'acqua. In più sono stati effettuati monitoraggi con transetti lineari per la macrofauna planctonica per un tratto di mare lungo nove chilometri per sei metri di larghezza.«Nel complesso il nostro mare sta bene - dice Franzosini - anche se registriamo uno squilibrio negli apporti di nutrienti delle acque che sta portando, per esempio, alla sparizione delle praterie di fanerogame». «Paradossalmente - continua Franzosini - in buona parte questo è dovuto agli impianti di depurazione, sempre più avanzati, per cui eliminano dall'acqua degli scarichi azoti e fosfati che sono il concime base per la vita marina; le mucillagini, ad esempio, fioriscono proprio per lo squilibrio che c'è tra azoto e fosforo, e sono indicatori di stress per il mare. L'acqua troppo depurata rischia di trasformare il mare in una piscina nella quale non vive più niente». Anche fenomeni come le schiume che appaiono sottocosta specie quando venti e correnti rimescolano acque calde possono dipendere da disfunzioni trofiche di questo tipo.E poi c'è il mistero meduse. Nel transetto monitorato in navigazione oltre ad alcuni esemplari di salpe (tunicati coloniali) sono stati conteggiati ben 888 esemplari di Rhizostoma pulmo, il polmone o botta di mare, «una quantità importante», nota Ciriaco. Sul perché di tale diffusione sono in corso ricerche a livello europeo (in Italia i fondi per questo tipo di ricerca sono insufficienti), «ma di certo - aggiunge Ciriaco - influiscono una serie di concause che vanno dall'innalzamento delle temperature fino alla diminuzione dei predatori delle meduse a causa della pesca, che squilibrano la delicata rete trofica del nostro mare». Durante il nostro viaggio lungo le coste del Golfo le sorprese non sono mancate. A dispetto dell'acqua limpida e pulita, a Punta Sottile, a una profondità di sedici metri, la sonda rivela una percentuale di ossigeno pari a 66,375%. Un dato che rivela quanto lì l'acqua sia vicina all'anossia, cioè alla mancanza di ossigeno, che rischia di soffocare la vita sul fondo. Percentuale di poco più alta al Ferroviario, ma sempre pericolosa, ancora a sedici metri di profondità, mentre al contrario la palma del fondale più ossigenato spetta a Sistiana, con una percentuale di ossigeno sul fondo pari al 103,525%. «Dipende dalla stratificazione termica e salina - spiega Ciriaco - tipica del Golfo di Trieste in estate». Altra sorpresa, gli alieni. Davanti al Ferroviario ecco flottare alcuni esemplari di Mnemiopsis leidyi, nota anche come noce di mare. È uno ctenoforo, una specie di parente delle meduse, che qui non dovrebbe stare. La noce di mare, spiega Faresi, «è originaria dell'Atlantico Occidentale, qui nel Golfo la specie è stata segnalata per la prima volta nel 2005, ma solo durante l'anno scorso si è verificata una vera e propria esplosione demografica», che a quanto pare non accenna a diminuire. Arrivata nei nostri mari, come altre specie aliene, probabilmente portata dalle acque di sentina della navi. «La noce di mare - aggiunge Faresi - è un problema perché mangia le larve del pesce azzurro e si riproduce molto velocemente spesso intasando anche le reti dei pescatori». All'altezza di Sistiana scendiamo in acqua con maschera e pinne per dare un'occhiata da vicino ai fondali. Una bella sorpresa, a ridosso di Portopiccolo, sono i cavallucci marini che qua e là fanno la loro apparizione, mentre in zona Caravella spuntano dal fondo come tante statuine moderniste le Pinne nobilis, o sture, i più grandi bivalvi del Mediterraneo, una specie oggi protetta che ha fatto la sua ricomparsa nel Golfo di Trieste dopo una lunga assenza dovuta a chissà cosa. In quanto alle immondizie, sul fondo del nostro mare non mancano aree dove la concentrazione di rifiuti è piuttosto evidente, come a ridosso delle "pedocere", gli allevamenti di cozze. Ma si tratta di solito di corpi morti, vecchi ancoraggi, nasse e materiali di risulta dell'attività di pesca che presto la vita del mare ingloba e ricopre, con la capacità che ha di curare da sé i propri malanni. Sempre che l'uomo non ci metta del suo.

Pietro Spirito

 

A Punta Sottile la palma della trasparenza

Stilare una classifica del “bagno più bello” lungo la costiera triestina non è semplice e può apparire fuorviante, considerati i molti fattori che entrano in gioco quando si parla di buona qualità delle acque marine. Perciò volendo in linea puramente indicativa provare a dare un voto alle acque del mare si può prendere uno solo degli indicatori, quello della trasparenza. È un dato che viene misurato tramite un apparecchio apparentemente semplice, il disco di Secchi. Lo strumento fu inventato nel lontano 1865 da Padre Angelo Secchi, che lo utilizzò per la prima volta durante una crociera nel Mediterraneo. È un disco circolare di vari diametri, di solito 20, 30 centimetri, bianco o a quadranti bianchi e neri, che si immerge legato a una fune metrata finché non si riesce più a vedere. Così, come si vede nella tabella del grafico che riporta in metri la profondità in cui il disco “scompare”, la palma dell’acqua più limpida va a Punta Sottile mentre lo specchio di mare meno trasparente è risultato quello di fronte all’Ausonia.

 

I tecnici e i biologi della Shoreline da anni al servizio della natura - i professionisti della ricerca

La Cooperativa Shoreline è nata nel 1988 dall'iniziativa di un gruppo di professionisti del settore della biologia ed ecologia marina e costiera. La Shoreline è stata, fin dalla costituzione, il riferimento del Wwf-Italia per le problematiche marine a livello nazionale, operando nella gestione delle aree protette costiere del Wwf. La cooperativa svolge parte della sua attività presso la Riserva marina di Miramare. Formatasi con una grossa esperienza, tuttora in corso, di gestione "creativa" e di alta qualità per contenuti scientifici, professionali, organizzativi e gestionali, Shoreline si è sviluppata con servizi innovativi che continuano ad integrare ed ampliare il potenziale professionale della cooperativa. Nel 1996 si è insediata all'Area Science Park di Trieste, aprendovi il Laboratorio per la ricerca sulla qualità dell'ambiente marino e costiero (CeRQuAM). Toccando diverse tematiche scientifiche e rivolgendosi a diversi target di mercato, la Shoreline adotta come strategia la suddivisione in settori gestiti autonomamente ma comunicanti tra di loro. Le aree di attività vanno da ricerche in mare e acquacoltura alla consulenza per le aree protette marino-costiere, fino alle ricerche nell'ambito delle innovazioni e dei supporti legislativi nella pesca a fini divulgativi e formativi e alle attività di monitoraggio in aree naturali protette.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 15 luglio 2017

 

 

L’Authority padrona del porto franco - Sottoscritto dal ministro Padoan il decreto annunciato a Trieste da Del Rio

Alla torre del Lloyd la gestione integrale e la definizione di piani e strategie

TRIESTE - Habemus decreto del porto franco. Il testo annunciato a fine giugno nel palazzo della Regione in piazza Unità ha concluso il suo iter amministrativo ed è uscito dal labirinto burocratico romano: è stato firmato dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e approderà in breve sulla Gazzetta ufficiale. A una prima lettura, il decreto sembra rispondere adeguatamente all'annuncio fatto dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, dalla presidente Fvg Debora Serracchiani e dal presidente dell'Autorità portuale di sistema dell'Alto Adriatico Zeno D'Agostino: l'amministrazione del porto franco viene affidata interamente all'Autorità, che potrà autorizzare «la produzione di beni e servizi, anche a carattere industriale». Commenta Serracchiani: «Il presente e il futuro dello scalo portuale di Trieste passano per la sua unicità, che oggi è definitivamente confermata». La presidente sottolinea come si tratti di un passaggio fondamentale per tutta la regione, e aggiunge: «Il Porto di Trieste è veramente libero di rinascere a nuova vita» e il decreto «concretizza la possibilità di assistere all'insediamento di nuove aziende della manifattura industriale, della trasformazione delle merci e della logistica, le quali potranno godere dei vantaggi di un sistema doganale unico in Europa che consente la lavorazione dei prodotti nelle aree extra doganali». Serracchiani rimarca inoltre che l'opportunità «è fondamentale per rafforzare il ruolo del capoluogo del Fvg quale porta d'Oriente e snodo della nuova Via della Seta che collega l'estremo oriente con i mercati europei». In quest'ottica, secondo la presidente, è strategico che la Regione «continui lo sviluppo della rete di collegamento intermodale avviato in questi ultimi anni».Il presidente D'Agostino è altrettanto soddisfatto: «Vengono accentrati diversi poteri che consentiranno di costruire su misura il porto del futuro». Una caratteristica che rende Trieste appetibile per investitori e operatori logistici: «Il dinamismo operativo che il decreto ci consente si può trovare soltanto qui - dice D'Agostino -. Da quando c'è stata la notizia si sono palesati molti tanti potenziali investitori». Nei giorni scorsi Serracchiani ha rivelato che alla porta dell'Autorità non hanno bussato soltanto i cinesi, ma anche russi e americani: «E potremmo aggiungere austriaci, ucraini, iraniani - dice D'Agostino -. Sono molti i soggetti interessati ai punti franchi».Ora tra gli operatori portuali tanti si chiedono quali saranno gli effetti del decreto nella pratica. Poiché un conto è il testo così com'è scritto, ma l'espressione del suo potenziale può riservare sorprese o delusioni. Gli addetti ai lavori si interrogano sull'effetto che il testo avrà sui controlli doganali: «Da un lato le Dogane non avranno più l'intervento di tipo economico - dice il presidente dell'Ap - e quindi non potranno più effettuare le riscossioni. Dall'altro resta valida la funzione di conoscenza e controllo di quello che accade all'interno del porto».Quanto al testo, dice nero su bianco che «il porto franco di Trieste è amministrato dall'Autorità di sistema portuale». Ciò comporta la gestione delle aree di demanio marittimo, ma anche di tutte quelle legate funzionalmente e logisticamente alle attività portuali: è la nuova ottica delle Autorità di sistema. L'Ap triestina può autorizzare e limitare «la manipolazione delle merci», ma anche «la produzione di beni e servizi, anche a carattere industriale». È un passaggio fondamentale per le rivendicazioni fatte in queste settimane. Anche in questo caso, è richiesta l'intesa con l'Agenzia delle dogane. Il testo prosegue elencando tutti gli aspetti della vita portuale ricondotti all'Ap, inclusa la promozione e la formazione professionale. Molto spazio è dedicato al traffico su rotaia: «Al fine di promuovere lo sviluppo dei servizi ferroviari nel porto franco, tenuto conto del principio di libertà di transito, il presidente garantisce la libertà di accesso a tutti i vettori ferroviari. A tal fine potrà avvalersi dell'utilizzo di società strumentali, anche attraverso l'assunzione di partecipazioni societarie, ai sensi della disciplina vigente, finalizzate alla promozione di collegamenti logistici e intermodali funzionali allo sviluppo del sistema portuale». La parte successiva del testo stabilisce la pianificazione strategica del porto franco, condotta dall'Ap attraverso l'elaborazione di piani appositi. Il decreto attribuisce poi alla stessa Autorità portuale le autorizzazioni relative al transito degli automezzi e stabilisce che non ci saranno nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ora non resta che attendere gli effetti nella pratica

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 14 luglio 2017

 

 

Blitz dei vigili negli orti di Borgo San Sergio
Blitz all'interno degli orti urbani per il ripristino della legalità. A seguito di diverse segnalazioni pervenute al Comune e riguardanti persone che abusivamente occuperebbero alcuni lotti degli orti urbani siti nella zona cosiddetta de "Le Piane", a Borgo San Sergio, tra l'altro recando anche vari disagi ai locatari regolari e rivolgendo persino minacce e millantando presunti titoli e diritti quali "futuri locatori", l'amministrazione comunale, nella persona dell'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, è intervenuta ieri svolgendo innanzitutto un ampio sopralluogo nella zona, con una serie di puntuali verifiche, lotto per lotto, operando quindi immediatamente con degli interventi tecnici adeguati a riportare la situazione alla regolarità e al ripristino di una veste legale. A tal fine, l'assessore Giorgi, che ha documentato il blitz con una diretta Facebook, è stato accompagnato nell'"operazione" dalla Polizia locale e dai funzionari dell'ufficio gestione patrimonio immobiliare. Il risultato? Alla fine sono state rimosse le chiusure abusivamente collocate (circa una decina di catene e lucchetti) e apposti i lucchetti e le chiusure "regolari" del Comune, affiggendo infine i cartelli dell'amministrazione chiaramente indicanti la proprietà del Comune e lo stato di "lotto libero" (cioè ancora non assegnato). «Si è trattato di un'azione necessaria di fronte a una situazione che era da reputarsi grave, anche per l'asserita sussistenza di minacce e abusi verso gli assegnatari regolari - racconta Giorgi -. E a maggior ragione grave in quanto trattasi di beni pubblici e, com'è nello spirito di questi orti urbani, di significativa valenza sociale».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 13 luglio 2017

 

 

La Fiom: «Alla Ferriera non faremo la fine di Piombino»
«Non faremo la fine dei 2150 lavoratori di Piombino che una volta dismessa la loro area a caldo, nonostante mille promesse, ora si trovano senza lavoro». Lo sottolinea in una nota il comitato degli iscritti della Fiom Cgil delle Acciaierie Arvedi Trieste congiuntamente alla Rsu Fiom. L'assemblea dell'altro giorno ha portato la Fiom a valutare negativamente la limitazione della produzione causata dall'ingiunzione istituzionale. «Nel contesto - scrivono - evidenziamo anche la risposta dell'azienda fornita a Regione e Comune che aggrava ancora di più la già difficile gestione sociale con probabili ricadute occupazionali, tuttavia consideriamo che detta decisione sia conseguenza della mancata chiarezza da parte dell'azienda sulla definizione del piano industriale almeno nel breve-medio periodo». Di qui la richiesta di un tavolo «dove impegnare le istituzioni, l'azienda e le parti sociali, per definire congiuntamente la strategia di continuità, nel pieno rispetto dell'accordo di programma e dell'Aia rilasciata». La Fiom, « nel pieno rispetto delle opinioni diverse», invita anche l piccolo gruppo di manifestanti in piazza Unità a togliere lo striscione "Area a caldo = Morte", considerandolo «gravemente lesivo della dignità dei lavoratori che anche adesso stanno operando nell'area a caldo dello stabilimento». «Non accetteremo qualsiasi ipotesi di soluzione che preveda la perdita di un solo posto di lavoro», concludono. In un'altra nota invece Andrea Ussai, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle chiede alla presidente Serracchiani «di promuovere urgentemente la chiusura progressiva dell'area a caldo dell'impianto» e «di tutelare gli attuali livelli occupazionali della Ferriera nel processo di riconversione industriale, sfruttando le prospettive di sviluppo relative al porto di Trieste createsi recentemente con la firma dei decreti attuativi del Porto franco».

 

 

La legge bis antibici spacca il Pd a Muggia - La fronda spinge per una retromarcia prima della posa dei nuovi cartelli. Decolle: «Il problema è politico e non più tecnico»
MUGGIA - La regolamentazione della viabilità all'interno del centro storico di Muggia continua a scaldare senza sosta gli animi del Partito democratico rivierasco. L'ordinanza 57 del 2017 della Polizia locale muggesana sottoscritta pochi giorni fa, ma che entrerà in vigore una volta apposta l'apposita cartellonistica, ossia entro il mese di luglio, non va proprio giù al consigliere di maggioranza Marco Finocchiaro. L'ex assessore ai Lavori pubblici, che guida la fronda interna, punta il dito contro l'ordinanza che impone il divieto di transito per i velocipedi (esclusi quelli condotti da minori di 10 anni) in alcune arterie del centro, ossia corso Puccini, via Dante (nel tratto compreso tra il civico 1 e piazzetta Santa Lucia), calle Carducci e piazza Marconi. Il provvedimento sarà attivo ogni anno dal primo giugno al 30 settembre, nelle fasce orarie 9.30-12.30 e 16-24 (e non 16-20 come annunciato in precedenza), ma "in ogni caso in presenza di manifestazioni". Nelle aree interdette i velocipedi potranno essere esclusivamente spinti a mano. I trasgressori saranno puniti secondo il Codice della strada con sanzioni che andranno da un minimo di 41 ad un massimo di 168 euro. «Ribadisco la mia contrarietà in quanto la condivisione delle aree pedonali da parte dei ciclisti è già prevista dal Codice della strada ed impone anche la conduzione a mano in determinati situazioni a prescindere dalla stagionalità e dagli orari», racconta Finocchiaro. Secondo l'esponente dem sarebbe bastato «ribadire sotto il cartello dell'area pedonale queste norme per la condivisione della mobilità lenta senza porre in contrapposizione pedoni e ciclisti». Finocchiaro critica anche la decisione della giunta Marzi di apporre un divieto di sorpasso nella galleria di via Roma per tutelare i ciclisti: «A parte che nell'ordinanza non compare, lo ritengo un provvedimento del tutto insufficiente». Per Finocchiaro infatti sarebbe meglio «istituire una zona 30 strutturale su lungomare Venezia, via Roma e via Battisti, dotata di adeguata segnaletica verticale e orizzontale con corsie riservate, rallentatori di velocità, passaggi pedonali rialzati o altro. Solo così si sarebbe garantita una alternativa sicura all'attraversamento del centro storico delle bici e si sarebbe potuta adottare l'ordinanza restrittiva». La richiesta sottintesa, insomma, è di un'eventuale retromarcia prima che arrivi l'apposita segnaletica. Sulle parole di Finocchiaro l'assessore alla Polizia locale Stefano Decolle è perentorio: «A questo punto quello formulato da Finocchiaro non è più un problema di carattere tecnico ma è un problema di natura politica a cui sarebbe opportuno fornire una risposta da parte del segretario del Pd». Ed ecco quindi che Francesco Bussani, vicesindaco e segretario del Circolo del Pd muggesano, cerca di smorzare i toni: «Qualche settimana fa il Comune ha incontrato i rappresentanti di Ulisse Fiab decidendo assieme di intraprendere un percorso condiviso per l'intero territorio di Muggia che partirà con l'arrivo dell'autunno per trovare le soluzioni ai problemi dei ciclisti».Tutto confermato invece per i divieti alle auto. Nell'area vigerà il divieto di transito e sosta con rimozione forzata per tutti i veicoli a motore, con alcuni distinguo. I mezzi di privati residenti in centro storico con garanzia di rimessaggio in garage o cortili, mezzi di privati per scarico merci e mezzi di trasporto merci per le attività commerciali, operanti all'interno dell'area, potranno accedere dalle 6 alle 9. 30 e da novembre ad aprile anche dalle 19 alle 20. Potranno essere utilizzati esclusivamente mezzi fino a 35 quintali di massa, al massimo per 30 minuti e con velocità non superiore ai 10 chilometri all'ora. Potranno inoltre accedere al centro storico i mezzi di accompagnamento di funerali, matrimoni e unioni civili. Consentito anche il transito di mezzi a servizio delle manifestazioni autorizzate e delle persone disabili e per assistenza domiciliare, ma anche di taxi, mezzi di soccorso e per la consegna di combustibili. Il percorso a traffico limitato riguarderà via Dante (accesso da via Battisti), piazza Santa Lucia, la parte discendente di via Verdi e passo Marcuzzi.

Riccardo Tosques

 

 

Ambiente - Maxi crollo in Antartide - Nasce iceberg gigante
ROMA - Con una superficie di 5.800 chilometri quadrati, estesa quanto il Lazio, l'iceberg appena nato in Antartide era annunciato da tempo. Da molti anni la piattaforma di ghiaccio Larsen C era osservata da tanti gruppi di ricerca in tutto il mondo. È l'ultima di tre piattaforme che si trovano nella penisola antartica, indicate con le lettere A, B e C: la prima si è staccata nel 1995, la seconda è collassata nel 2002 e dalla Larsen C è nato il nuovo iceberg, chiamato A68. A dare la notizia è stato il progetto Midas, coordinato dall'università britannica di Swansea, che da anni è impegnato nello studio di questa grande piattaforma di ghiaccio. «Il distacco di questo iceberg è un segnale significativo di un processo avviato anni fa e continua a fare della piattaforma Larsen un vero e proprio sorvegliato speciale», osserva Massimo Frezzotti, glaciologo dell'Enea e presidente del Comitato glaciologico italiano. Da mesi le immagini dei satelliti controllavano la spaccatura che era lì da tempo e che solo nel gennaio 2016 aveva ripreso ad allungarsi progressivamente e in modo sempre più rapido. «Fino al 5 luglio la piattaforma era ancora attaccata per 5 chilometri, ma nell'ultima settimana - ha osservato Frezzotti - era stata registrata un'accelerazione». La fenditura appare ormai un taglio netto nelle immagini inviate a Terra dal satellite Sentinel 1, del programma Copernicus promosso da Commissione Europea e Agenzia Spaziale Europea (Esa), e da quelle del satellite Aqua della Nasa. Per Frezzotti questo distacco «di per sé non è un evento catastrofico, ma è il segnale significativo di un processo che si è avviato da tempo e bisognerà vedere l'andamento della situazione nei prossimi anni». Il distacco che è avvenuto finora corrisponde infatti a circa il 10% dell'intera piattaforma di ghiaccio, della quale restano ancora integri circa 50.000 chilometri quadrati. «Adesso - ha concluso Frezzotti - è molto importante continuare a monitorare il comportamento di questa piattaforma nei prossimi anni per capire se il processo di frammentazione si è arrestato o meno». Non si può ancora dire con certezza se il distacco dell'iceberg dalla piattaforma di Larsen C sia una conseguenza dei cambiamenti climatici, ma per l'associazione ambientalista Greenpeace è un segnale da non sottovalutare. Lo rileva in una nota Paul Johnston, capo della Science Unit di Greenpeace International. «Lo scioglimento dei ghiacci in Antartide - osserva Johnston - è stato sempre riconosciuto come un ammonimento a tutto il pianeta sui pericoli dei cambiamenti climatici. Il collasso di questa calotta di ghiaccio, il terzo registrato in questa regione negli ultimi anni, è verosimilmente un altro segnale dell'impatto globale del clima che cambia».

 

 

 

 

VoceArancio.it - MERCOLEDI', 12 luglio 2017

 

 

BANDIERA BLU 2017: ECCO LE 5 SPIAGGE ITALIANE PIÙ BELLE
È tempo di pensare alle vacanze: dalla Liguria alla Sicilia, ecco le 5 spiagge Bandiera Blu 2017 più rispettose dell’ambiente
Le vacanze estive si avvicinano: abbiamo già parlato dei consigli per risparmiare sui voli dell’estate, ma trovare la meta più adatta alle proprie esigenze non è facile, specialmente quando si tratta di spiagge. Una soluzione? Consultare l’elenco delle spiagge certificate Bandiera Blu del 2017 dalla FEE, la Fondazione per l’Educazione Ambientale con sede in Danimarca, che tiene conto di molti parametri, tra cui i seguenti, fondamentali per quanto riguarda l’ambiente:
Devono essere affisse informazioni sulla qualità delle acque di balneazione
Devono essere affisse informazioni relative a ecosistemi e a fenomeni ambientali rilevanti a livello locale
La spiaggia deve rispettare pienamente gli standard e i requisiti di analisi relativamente alla qualità delle acque di balneazione
Nessuno scarico di acque reflue (urbane o industriali) deve interessare l’area della spiaggia
La spiaggia deve rispettare i requisiti di Bandiera Blu per alcuni parametri fisici e chimici
La spiaggia deve essere pulita
Vegetazione algale o detriti naturali dovrebbero essere lasciati sulla spiaggia
Sulla spiaggia devono essere disponibili cestini per i rifiuti in numero adeguato che devono essere regolarmente mantenuti in ordine
Sulla spiaggia devono essere disponibili contenitori per la raccolta differenziata
L’accesso in spiaggia di cani e di altri animali domestici deve essere strettamente controllato.
Da nord a sud l’Italia è ricca di fantastiche località di mare: quali sono le 5 spiagge Bandiera Blu del 2017 più belle?
LIGURIA: LEVANTO, SPIAGGIA EST “LA PIETRA”
Levanto è un piccolo paesino della Liguria che si erge in una valle ricca di ulivi e pini. La maggior parte delle spiagge si concentrano nella zona sud. La composizione delle spiaggia “La Pietra” è di sabbia e pietre, naturalmente presenti in questo versante e la qualità delle acque è tra le migliori della Liguria, perfetta per chi ama rilassarsi immerso nella natura.
SARDEGNA: CAPRERA RELITTO
L’isola di Caprera fa parte dell’arcipelago de La Maddalena e annovera numerose spiagge in stile “caraibico”. La spiaggia del Relitto è famosa, oltre che per la sua sabbia bianca e sottile, per la presenza sulla riva di uno scheletro di una nave antica fatta arenare dopo un incendio scoppiato a bordo. Fare il bagno in questa spiaggia è un’esperienza suggestiva per il mare trasparente dal fondale sabbioso e per la vegetazione ricca di macchia mediterranea incontaminata.
ABRUZZO: FOSSACESIA
Fossacesia è un Comune in provincia di Chieti, apprezzata località balneare della Costa dei Trabocchi, bandiera blu dal 2004. Le spiagge di Fossacesia sono celebri per l’eterogeneità che contraddistingue la loro natura. In questa località i cani possono accedere alla spiaggia e, per il rispetto dell’ambiente e degli animali, l’amministrazione comunale sta lavorando per individuare e attrezzare un’area appositamente dedicata.
CALABRIA: ROCCELLA JONICA
Il comune rivierasco della Locride è ormai un habitué della Bandiera Blu con la sua spiaggia di finissima sabbia bianca che si affaccia su un mare cristallino ed incontaminato. Nella località calabra ci sono diversi stabilimenti balneari, ma, la parte di spiaggia libera e gratuita è pulita e ben attrezzata con docce e quanto serve per le esigenze dei bagnanti.
SICILIA: MARINA DI RAGUSA
Le spiagge di Marina di Ragusa si sviluppano lungo 50 km di costa, da Pozzallo fino a Scoglitti. In questo litorale si trovano alcune delle più belle spiagge dell’Italia: dalle quelle attrezzate delle località balneari più “in”, alle cale nascoste vicino a storici villaggi di pescatori. Tra le numerose spiagge, quella della Riserva Foce dell’Irminio è una spiaggia tranquilla, quasi vergine e ideale per rilassarsi godendo di un panorama mozzafiato.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 12 luglio 2017

 

 

La schiuma sorprende i bagnanti in Costiera - Singolare fenomeno temporaneo al porticciolo della Tenda Rossa. Non è escluso che la causa sia un'alga
Sono giornate torride in cui ognuno s'ingegna per tentare di attutire gli effetti della canicola che continua a non dar tregua. Niente di meglio di un bel tuffo tra le onde per rinfrescarsi e difendersi dal solleone. Ma se spiaggia e mare non sono nelle migliori condizioni, la frustrazione aumenta. Per chi ieri si è recato di primo mattino al porticciolo della Tenda Rossa, una delle spiagge più gettonate della Costiera, c'era di che rimanere perplessi. In diverse parti della battigia, rappresa tra gli scogli, appariva una non ben identificata vaporosa schiuma, simile a quella che le nostre nonne usavano per fare il bucato. Anche se il mare era agitato, non si giustificavano i numerosi depositi della spuma rappresa. Inquinamento dovuto a degli scarichi non filtrati? Residui di qualche lavaggio effettuato in alto mare? Difficile dare una risposta. Trascurando la causa inquinamento, è plausibile pensare che il fenomeno possa essere attribuito a cause naturali, per esempio alla presenza in superficie di alghe o fanerogame che possono produrre torbidità o schiume saponose. Rimane il fatto che più di una persona, piuttosto perplessa di fronte alle spume rapprese, ha preferito abbandonare la spiaggia e riaffrontare la vertiginosa scalinata che riporta alla strada costiera. Episodi che comunque possono essere accomunati a un degrado, purtroppo evidente, di molti accessi al mare della Costiera triestina. È ormai normale incappare in tratti di spiaggia dove rifiuti di ogni genere rendono davvero poco gradevole la balneazione, rappresentando per i turisti un brutto biglietto da visita per il capoluogo regionale. Una situazione alla quale basterebbe davvero poco per porre rimedio, ovvero una presa di coscienza di tutta l'utenza nell'impegnarsi per l'asporto dei propri rifiuti nelle sedi consone. Diverso invece il discorso che riguarda la qualità e la salvaguardia del mare. Sul fronte delle verifiche e dei monitoraggi va segnalato il lavoro dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpa), che segnala per le spiagge regionali una qualità dell'acqua pressoché eccellente. L'Arpa predispone con periodicità mensile un monitoraggio delle acque in 52 siti delle coste regionali, da Lignano Sabbiadoro a Muggia. Sono trenta i punti monitorati in provincia. Per saperne di più basta andare sul sito www.arpa.fvg.it e cliccare la voce acqua e balneazione.

Maurizio Lozei

 

 

La fototrappola "cattura" l'orsetto nei boschi del Carso - Il sistema ha registrato il passaggio tra Medeazza e Jamiano

L'esemplare, del peso di 80-90 kg, sarebbe di passaggio
«Negli anni ho fotografato cinghiali, caprioli, tassi, faine, volpi e pure sciacalli dorati. Ma quando ho visto l'orso ho strabuzzato gli occhi: quasi stentavo a crederci». Dalla Spagna, dove è attualmente in ferie, il cacciatore Maurizio Zulian racconta lo strepitoso fototrappolaggio effettuato alcuni giorni fa fa nei boschi del Carso, in una zona sita vicino all'oleodotto, a pochi passi dalla Slovenia, tra le frazioni di Medeazza (Duino Aurisina) e Jamiano (Doberdò del Lago). Un esemplare d'orso bruno, di poco più di due anni, quasi sicuramente maschio e del peso non di molto inferiore ai 100 chilogrammi, è stato immortalato dalla macchina fotografica notturna del 61enne di Jamiano. Immagini inequivocabili che attestano una volta di più la presenza del plantigrado nelle nostre aree. Pur non essendoci (ancora?) dei nuclei stanziali, le incursioni degli orsi nell'altipiano carsico, così come in altre zone del Friuli Venezia Giulia, sono oramai sempre più frequenti. «Potrei stimare che da circa vent'anni gli orsi attraversano la nostra regione, che è una vera e propria zona di passaggio soprattutto da parte dei maschi che vanno in cerca delle femmine» racconta il naturalista triestino Nicola Bressi.Il passaggio è duplice: da Ovest (Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto) gli orsi attraversano il Friuli Venezia Giulia in cerca di femmine che poi trovano in Slovenia. Più raramente, invece, i maschi sloveni si addentrano nel nostro territorio per poi spostarsi a Ovest verso le altre regioni italiane della fascia alpina. Vedere delle tracce inerenti il passaggio degli orsi, dunque, è cosa sì rara, ma non rarissima. È infatti emerso che pochi mesi fa un esemplare di orso è stato avvistato di giorno da parte di tre donne durante una passeggiata su un sentiero che collega Slivia ad Aurisina. La testimonianza è stata successivamente avvalorata dal Corpo Forestale regionale che ha individuato le fatte, ossia gli escrementi dell'animale, che hanno confermato il fatto che l'animale avvistato fosse proprio un orso.Nel maggio dell'anno scorso, invece, l'ex cacciatore di San Lorenzo (San Dorligo della Valle), David Fonda, che assieme alla madre Grosdana Gasperut stava percorrendo l'arteria stradale che collega San Lorenzo a Draga in direzione Pesek, fu protagonista di un avvistamento in pieno giorno: un orsetto di circa 50 chilogrammi toccato, senza conseguenze, dall'automobile che precedeva la coppia, era subito corso nei boschi facendo perdere le proprie traccia. Diverse poi le incursioni di orsi sloveni provenienti dal monte Cocusso, quasi sempre attratti dal miele prodotto a Grozzana.Memorabile il racconto di Virginio Abrami, gestore assieme alla moglie Vilma dell'Azienda agricola di apicoltura, che, convinto di trovarsi davanti a un grosso cinghiale, vide il plantigrado alzarsi su due zampe prima di scappare nuovamente nel bosco. Mediaticamente parlando, invece, il caso più eclatante è quello registrato nella primavera del 2015, quando le telecamere di sorveglianza del centro commerciale Ikea immortalarono un orso di circa 150 chilogrammi nel parcheggio del Tiare Shopping. In quell'occasione emerse che il plantigrado in questione era Madi, esemplare noto ai ricercatori dell'Università di Udine che nel maggio del 2013 lo avevano dotato di collare satellitare.Contattato dal Piccolo, il professore dell'Università di Udine Stefano Filacorda, tra i massimi esperti nazionali di orsi, racconta quello che potrebbe essere l'identikit dell'esemplare immortalato da Zulian tra Jamiano e Medeazza: «Dalle foto possiamo ipotizzare si tratti un cucciolo di 2 anni e mezzo, del peso di 80-90 chilogrammi. Quasi sicuramente si tratta di un orso in fase di dispersione dalla madre, ossia quel momento in cui il cucciolo viene allontanato dalla femmina essendo in corso la stagione degli amori». Filacorda tende ad escludere l'eventualità che il cucciolo fotografato possa essere una femmina, il che avrebbe significato la possibilità di porre virtualmente le basi per un nucleo fisso sul Carso giuliano: «È difficile dirlo con certezza, ma lo escluderei. Anche dopo essermi confrontato con i colleghi sloveni confermo che non risultano essere presenti femmine sul nostro Carso. Le più vicine si trovano invece nella Selva di Tarnova e sul monte Nevoso». Insomma, citando Franco Battiato, gli orsi, in Friuli Venezia Giulia, continuano ad essere almeno per ora... solo di passaggio.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 luglio 2017

 

 

I bastioni veneziani di Zara e Sebenico patrimonio Unesco

Il "titolo" con Palmanova, Bergamo e Peschiera del Garda nel progetto congiunto di Italia, Croazia e Montenegro
ZARA - La conferma è arrivata dal vertice di Cracovia, in Polonia: anche i bastioni difensivi di Zara e la fortezza di San Nicola, situata in mare di fronte a Sebenico, sono stati inseriti nella Lista del patrimonio mondiale dell'Unesco. Lo ha deciso la competente commissione che ha preso in esame la proposta arrivata congiuntamente da Italia, Croazia e Montenegro di porre sotto tutela dell'Unesco le Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: "Stato di Terra - Stato di mare occidentale", un progetto guidato dalla città di Bergamo e che per un migliaio di chilometri si estende per il territorio italiano, croato e montenegrino. Le Mura Venete premiate, edificate dalla Serenissima dopo la scoperta della polvere da sparo e quale baluardo contro i vari nemici, in primis i turchi, possono essere visitate e ammirate in diverse zone e precisamente a Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda, a Zara e Sebenico in Dalmazia (Croazia) e a Cattaro in Montenegro. Va ricordato che le mura difensive di Zara, per una lunghezza complessiva di ben 3 chilometri, furono approntate dalla Repubblica di Venezia nel XVI secolo. Cingono - solenni e orgogliose - il nucleo storico zaratino, ossia la famosa penisola, per proteggerla (queste le intenzioni di cinque secoli fa) dagli attacchi delle forze turche che all'epoca stavano dominando nei Balcani. Ancora oggi piacciono per la loro imponenza, dando l'impressione di essere inconquistabili.Il discorso è valido anche per il forte di San Nicola, altra monumentale opera veneziana, edificata dalla Serenissima nel XVI secolo proprio all'imboccatura del canale di Sant'Antonio. Il motivo? Le paure, i pericoli che derivavano dall'avanzata dei turchi. La fortezza era stata approntata su progetto dell'ingegnere militare italiano, Michele Sanmicheli. È stata restaurata nell'ultimo biennio e dopo decenni di quasi totale abbandono. Nel corso dei lavori, è stata rispettata alla lettera l'antica struttura, senza interventi che potessero danneggiare la possente costruzione, una delle più belle in acque adriatiche. Va aggiunto che una ventina d'anni fa la polizia sebenzana fu costretta ad usare le maniera forti contro i cosiddetti datoleri, i raccoglitori abusivi di datteri di mare. Gli scavi a San Nicola per estrarre i molluschi avevano assunto dimensioni tale da mettere a rischio la statica dell'antica costruzione, uno dei simboli della presenza veneziana lungo le coste orientali dell'Adriatico. Per la Croazia è arrivato un altro importante riconoscimento: a far parte del Patrimonio mondiale dell'Unesco sono anche gli antichi faggeti dislocati nei parchi nazionali del Velebit (Alpi Bebie) settentrionale e della Paklenica. A Cracovia, dieci Paesi europei (Croazia, Italia, Austria, Slovenia, Belgio, Spagna, Bulgaria, Albania, Romania e Ucraina) hanno firmato l'allargamento del sito comprendente le antiche faggete dei Carpazi e di altre regioni del Vecchio Continente.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 10 luglio 2017

 

 

La Fortezza di Palmanova è patrimonio dell'umanità - La decisione ieri a Cracovia, la scelta per le opere di difesa veneziane
Alla fine Palmanova ce l'ha fatta. La città stellata è entrata nel novero dei siti patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco. Il verdetto è arrivato ieri mattina durante il summit del Comitato Unesco a Cracovia. Il progetto che ha portato la Fortezza all'ambito riconoscimento ha carattere di transnazionalità. Infatti «Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: Stato da Terra-Stato da Mar occidentale» ha visto la compartecipazione alla cordata delle opere di difesa presenti, con Palmanova, a Bergamo e Peschiera del Garda per l'Italia, a Zara e Sebenico per la Croazia, a Cattaro per il Montenegro. È questo l'ennesimo sito italiano entrato a far parte del Patrimonio mondiale Unesco, assieme a dieci antiche faggete italiane per una superficie complessiva di 2.127 ettari. La candidatura è il risultato di un certosino e complesso lavoro di équipe coordinato a livello centrale dal MiBact. Ma ripercorriamo la lunga strada che ha portato questo progetto transnazionale a far parte dei beni mondiali Unesco. Bergamo, capofila del progetto, ha iniziato nel 2008 il percorso di costruzione della candidatura all'Unesco World Heritage List. Nel 2011 Palmanova ha ottenuto l'inclusione della città Fortezza nella candidatura per la parte italiana, dopo che la visita della commissione ministeriale aveva sancito la valenza storico architettonica delle fortificazioni, supportata anche da un accurato dossier scientifico. Tra il 2011 e il 2013 è stata definita l'inclusione anche dei siti di Zara, Sebenico e Cattaro, oltre a Peschiera del Garda, già presente fin dall'inizio. Nel corso del 2013, si sono tenute a Palmanova alcune giornate di studio sulle fortificazioni e, nell'anno successivo, è stato organizzato un convegno internazionale "L'architettura militare di Venezia in terraferma e in Adriatico, tra XVI e XVII secolo". Un momento di confronto tra esperti internazionali del settore, una raccolta organica e articolata di tutte le ricerche svolte sul patrimonio fortificato della Serenissima, un studio volto a valorizzare le importanti testimonianze storiche, per salvaguardarle e ricercarne nuove destinazioni in un'ottica di riuso. L'iter, complesso e articolato, ha richiesto numerosi passaggi, dossier, valutazioni, sopralluoghi, visite nei paesi partner, incontri al Ministero e nel comune capofila. Nel febbraio 2014 la candidatura rientra nella Tentative list. L'anno successivo, a Bergamo, il sindaco di Palmanova Francesco Martines, assieme alla presidente della Regione Debora Serracchiani, firmano il protocollo nazionale a sostegno della candidatura Unesco che nel gennaio 2016 è stata definitivamente approvata e sostenuta come unica proposta italiana. A settembre la visita ispettiva. Nel 2017 il parere positivo da parte di Icomos, organismo dell'Unesco che, di fatto, ha spalancato le porte per il successo in terra polacca. Le Opere di difesa veneziane tra il XV e XVII secolo Stato da Terra-Stato da Mar occidentale, sono costituite da sei componenti fortificate situate in Italia, Croazia e Montenegro, che formano un sistema esteso per oltre mille chilometri tra la Regione Lombardia, in Italia, e la costa orientale adriatica. La serie nel suo complesso rappresenta una significativa rappresentazione tipologica delle fortificazioni costruite dalla Serenissima tra il XVI e il XVII secolo, un periodo molto importante nella lunga storia della Repubblica di Venezia. Al valore storico-architettonico del sito, contribuisce fortemente il contesto paesaggistico in cui si inseriscono le sei componenti, ciascuna in grado di offrire notevoli suggestioni visive. Per quanto riguarda specificatamente Palmanova, unico esempio di città di fondazione ancora intatta nella propria forma di stella a nove punte, è uno dei più importanti modelli di architettura militare in età moderna. Una struttura fortificata organizzata su tre cerchie difensive e un tessuto urbano disposto su assi radiali. L'accesso alla città è consentito dalle tre monumentali porte: Aquileia, un tempo chiamata Marittima, Udine e Cividale. Fu fondata dalla Serenissima Repubblica di Venezia con l'intento di contrastare le mire espansionistiche degli Asburgo d'Austria e le scorrerie dei Turchi. Il 7 ottobre 1593 venne posta la prima pietra della Fortezza. Furono costruite due linee difensive con bastioni e rivellini e al loro interno si realizzò l'impianto urbanistico della città. Una terza cinta fortificata fu aggiunta in epoca napoleonica. Con decreto del Presidente della Repubblica nel 1960 Palmanova è stata proclamata Monumento Nazionale. Negli ultimi anni è in atto una politica di riconversione da città militare a città di interesse storico culturale come elemento portante di nuovo sviluppo turistico e dei servizi. La caratteristica più importante della Fortezza, oltre chiaramente alla sua particolare geometria a pianta stellata, è la cinta bastionata, determinante ai fini della candidatura Unesco. Infatti, al valore del sito, contribuisce fortemente il contesto paesaggistico in cui si inseriscono le componenti dei bastioni realizzati con una funzione tattica nell'ambito del sistema complessivo.

ALFREDO MORETTI

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 9 luglio 2017

 

IL SENATORE Russo sfida il Pd «Dia un segnale di chiarezza sulla Ferriera»

«Se è una colpa essere stato l’unico esponente del centrosinistra ad accettare un confronto con cittadini che da settimane sono in piazza giorno e notte per manifestare il loro disagio allora sì, ammetto di essere colpevole. Ho affrontato una piazza arrabbiata e l’ho fatto senza cercare scorciatoie, difendendo il lavoro che il centrosinistra ha fatto negli ultimi anni sulla Ferriera». Lo afferma, in una nota, il senatore del Pd Francesco Russo in merito alla sua partecipazione all’incontro organizzato dai Comitati che si battono per la chiusura dell’area a caldo della Ferriera di Servola. «Al presidio del Comitato 5 Dicembre - aggiunge Russo - sono andato soprattutto per parlare di futuro. Non ho fatto facili promesse e a differenza di altri parlamentari non ho firmato petizioni e non ho promesso la chiusura dell’area a caldo in qualche settimana. Ho proposto, invece, un percorso concreto che partendo dallo sviluppo del porto e dalla riqualificazione di Porto vecchio crei le condizioni per arrivare in tempi certi alla chiusura dell’area a caldo. Che non lasci al loro destino i lavoratori (solo in Porto - ci dicono gli operatori - nei prossimi due anni, grazie anche al punto franco verranno creati fino a 1000 posti di lavoro) né un sito capace anche da abbandonato di essere una bomba ecologica». «Per questa posizione la governatrice Serracchiani mi dà del “Pierino” - aggiunge Russo - eppure le cose che ho detto sono quelle che il centrosinistra (lei compresa) ripete da sempre. E allora a Debora Serracchiani dico ben venga una verifica romana, se necessario. Prima però sarò io a proporre una verifica locale: durante la direzione regionale di giovedì presenterò un ordine del giorno per chiedere al Pd del Friuli Venezia Giulia di chiarire qual è la linea di azione sul sito di Servola».

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - SABATO, 8 luglio 2017

 

 

#NoRifiutinelWC, un piccolo gesto per salvare il mare e le spiagge - Legambiente chiede la messa al bando dei cotton fioc in plastica

Con Goletta Verde prende il via la nuova campagna di Legambiente, sviluppata da Ogilvy Change, per stimolare il cambiamento dei cittadini ed arginare un problema di portata globale come il marine litter - Ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti finiscono dritti nei mari e negli oceani del mondo e di questi una percentuale tra l’80% e il 90% di questi rifiuti è plastica. In 46 spiagge monitorate trovati quasi 7mila cotton fioc, in pratica due ogni passo tra la sabbia Nel Lazio, presso la spiaggia di Levante a Terracina, conteggiati ben tre cotton fioc ogni metro. Legambiente chiede la messa al bando dei cotton fioc in plastica. Scopri la campagna su www.norifiutinelwc.it Qui il video della campagna: https://goo.gl/caY1sD

Qual è la distanza tra il nostro wc e il mare? Molto più che breve di quello che si immagina. Il 10% dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane proviene, infatti, dagli scarichi dei nostri bagni. Rifiuti buttati nel wc che raggiungono il mare, anche a causa di sistemi di depurazione inefficienti, minacciando la fauna marina. Il 9% di questi rifiuti spiaggiati è costituito da bastoncini per la pulizia delle orecchie che vengono buttati nei Wc. In sole 46 spiagge lungo la penisola sono stati trovati quasi 7mila cotton fioc (monitorate da Legambiente tra il 2016 e il 2017 con l’indagine Beach Litter), in pratica due bastoncini per le orecchie ogni passo tra la sabbia. Il problema, purtroppo, non sono solo i cotton fioc. Sulle nostre spiagge c’è di tutto: blister, tamponi e assorbenti, medicazioni, deodoranti per wc, contenitori per le lenti a contato. Nel Lazio, ad esempio, presso la spiaggia di Levante a Terracina, i volontari di Legambiente hanno contato tre cotton fioc ogni metro durante l’indagine Beach litter 2017. E lo scorso anno furono migliaia i bastoncini cotonati trovati a Fiumicino, sulla spiaggia di Coccia di Morto. Tutti rifiuti buttati nel WC e che hanno raggiunto mare e spiagge, anche a causa di sistemi di depurazione inefficienti. Prevenire è possibile e anche molto semplice: basterebbe usare il cestino. Nasce per questo la campagna #NoRifiutinelWC, sviluppata da Legambiente e Ogilvy Change, la unit di Ogilvy & Mather che applica gli studi scientifici di economia comportamentale, psicologia cognitiva e psicologia sociale nella realizzazione di interventi finalizzati a orientare positivamente i comportamenti e le decisioni delle persone. Lo scopo della nuova campagna sociale è stimolare il cambiamento spontaneo e permanente di abitudini in un piccolo gesto quotidiano che, tuttavia, può contribuire ad arginare un problema di portata globale come il marine litter: si calcola, infatti, che ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti finiscono dritti nei mari e negli oceani del mondo e di questi una percentuale tra l’80% e il 90% di questi rifiuti è plastica. Il lancio della campagna è avvenuto in occasione del viaggio della Goletta Verde, la storica imbarcazione di Legambiente che da oltre 30 anni per monitorare le qualità delle acque marine e la presenza di rifiuti in mare, ma anche per denunciare le illegalità ambientali, l’inquinamento, la scarsa e inefficiente depurazione dei reflui, le trivellazioni di petrolio, le speculazioni edilizie e la cattiva gestione delle coste italiane. “Il problema del marine litter sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti come ha dimostrato anche la Conferenza mondiale sugli Oceani organizzata dall’Onu lo scorso mese a cui abbiamo partecipato portando la nostra esperienza – dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente. La quasi totalità dei rifiuti, in una percentuale che oscilla tra l’80% e il 90%, è composta da plastica, che persiste nell’ambiente per centinaia di anni e accumula sostanze tossiche. Si tratta di rifiuti che creano problemi economici, ambientali e alla fauna marina, ma possono anche finire sulle nostre tavole visto che le microplastiche (generate anche dalla frammentazione dei rifiuti più grandi), vengono facilmente ingerite dai pesci. Se poi i sistemi di depurazione non ci sono o sono inefficienti, come denunciamo da anni con Goletta Verde, tutto quello che buttiamo nel WC finisce in mare. Possiamo e dobbiamo invertire questo trend e per farlo bastano anche piccoli gesti come scegliere prodotti meno inquinanti, prevenire i rifiuti, differenziarli al meglio per riciclarli, ma anche evitare di usare i nostri WC come se fossero cestini della spazzatura. Per far fronte all’invasione di bastoncini – conclude Ciafani - bisogna affrontare il problema anche dal punto di vista normativo, mettendo al bando i bastoncini per le orecchie non compostabili, sull’esempio di quanto l’Italia ha fatto con il bando ai sacchetti di plastica e in linea con la messa al bando dei cotton fioc voluta dalla Francia a partire dal 2020”. Il nostro Paese era già intervenuto legislativamente su questo aspetto. Infatti I bastoncini per la pulizia delle orecchie non biodegradabili erano stati banditi dall’art. 19 della legge 93/2001. Salvo essere poi riabilitati, in seguito ad una sentenza della Corte di giustizia europea del 2005 per motivazioni tecnico-normative. Siamo però convinti che oggi, alla luce dell’esperienza del bando sui sacchetti di plastica non compostabili vigente in Italia, e ora esteso anche in diversi Paesi europei e del Mediterraneo, e la maggiore conoscenza del problema ambientale causato dalla dispersione dei cotton fioc, specialmente nell’ambiente marino e costiero, non sia più rinviabile una disposizione normativa che tenga insieme la messa al bando dei cotton fioc di plastica non compostabili e al tempo stesso promuova l’obbligo di una migliore e più chiara informazione sullo smaltimento dei prodotti ad uso sanitario da apporre sulle confezioni stesse. “Tutti sanno che gettare rifiuti nel Wc è sbagliato, ma in tanti ancora lo fanno perché si tratta di un comportamento così radicato nella routine di molti italiani da essere diventato purtroppo automatico, istintivo e quindi molto difficile da cambiare – spiega Guerino Delfino, Chairman & Chief Executive Officer, Ogilvy & Mather –. La campagna #NoRifiutinelWC si pone l’obiettivo di indurre piccoli comportamenti virtuosi e automatici nella quotidianità delle persone. Questo grazie all’approccio che Ogilvy Change ha nell’ideazione dei suoi progetti di comunicazione: l’utilizzo delle tecniche di Nudging e degli Economical Behaviour porta a soluzioni che non hanno soltanto l’intenzione di comunicare un concetto, ma soprattutto di stimolare un’azione, o meglio, una reazione”. La campagna viaggerà anche sui canali social di Legambiente e Goletta Verde, con video, pillole informative, consigli e immagini delle conseguenze dei nostri comportamenti errati. Un ruolo fondamentale sarà quello degli stessi cittadini che potranno partecipare utilizzando l’hashtag #NoRifiutinelWC, postando foto di rifiuti trovati in spiaggia e in mare, ma comportamenti virtuosi assunti per risolvere il problema. Il viaggio di Goletta Verde quest’anno diventa ancor più prezioso e importante dopo la conferenza mondiale degli Oceani all’Onu dove Legambiente ha presentando un focus sul Mediterraneo. Da anni Legambiente sta, infatti, studiando grazie ai suoi volontari questo problema (www.legambiente.it/marinelitter): monitorando centinaia di spiagge e chilometri di mare per comprendere meglio la fonte dei rifiuti marini; facendo analisi sulla riciclabilità delle plastiche disperse in mare e in spiaggia; indagando la presenza di microplastiche nei mari e nei laghi italiani. Una grande esperienza di citizen science riconosciuta a livello mondiale. Scopri la campagna sul sito: www.norifiutinelwc.it

Ufficio Stampa Goletta Verde/Legambiente: Luigi Colombo – 347. 4126421 - golettaverde@legambiente.it

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 8 luglio 2017

 

 

La governatrice solleva il "caso Russo" - Il blitz sulla Ferriera con Fedriga e Battista finisce a Roma. Il senatore: «Ho difeso il centrosinistra»
TRIESTE - Francesco Russo si presenta in piazza Unità, proprio sotto il palazzo della giunta, assieme a Massimiliano Fedriga, destra, e Lorenzo Battista, sinistra. Parla di Ferriera e lo fa in mezzo ai comitati che chiedono la chiusura dell'area a caldo. «Un intervento a difesa della linea del centrosinistra», assicura lui. Ma Debora Serracchiani non condivide, non con quei compagni di viaggio, non in una fase delicata del processo di riqualificazione dell'area. E, a quanto risulta, apre il caso a Roma. Non è la prima volta che la presidente non approva l'autonomia del senatore triestino. Ma stavolta, dopo il blitz trasversale di lunedì scorso, il malumore è forte. Perché la convinzione di Serracchiani è che Russo non si dovesse infilare in una manifestazione di contestazione dell'operato della Regione e del Pd sulla Ferriera. Una questione su cui lei stessa, oltre che nel ruolo istituzionale e politico, è impegnata pure da commissario. Una competenza su più fronti che le ha consentito di ribadire in un'intervista al Piccolo che la Regione «ha fatto con rigore quello che doveva fare», che «la Ferriera deve rispettare i limiti di legge ed essere in grado di coesistere con la città» e che se l'area a caldo inquina, «occorrerà avviare un percorso che porti alla sua chiusura». Venuta a conoscenza di Russo fianco a fianco con il leghista Fedriga e lo scissionista Battista, oltre che con il sindaco Dipiazza e l'assessore Polli, Serracchiani non ha digerito. E, ricordata la posizione del Pd sulla Ferriera, avrebbe chiesto chiarimenti ai piani alti del partito sull'iniziativa di Russo, il "pierino" che già in passato aveva spiazzato i dem con l'accelerazione sulla città metropolitana e forzando le primarie a Trieste quando la ricandidatura di Roberto Cosolini sembrava cosa fatta. Senza dimenticare il pressing per un ricambio della segretaria regionale, Antonella Grim in testa, e pure nei confronti della presidente, sollecitata a più riprese a sciogliere le riserve in vista delle regionali 2018.«Serracchiani se l'è presa? Non mi risulta e, se anche fosse così, non me l'ha comunque detto - commenta Russo -. Quel che è certo è che lunedì sono andato in piazza a difendere quanto fatto dal centrosinistra, strappando qualche consenso che fino al giorno prima non avevamo». Nessuna facile promessa, assicura il senatore, «tanto che non ho firmato, contrariamente a Fedriga e Battista, la petizione di No Smog in cui si chiede alla Regione di avviare le procedure di chiusura dell'area a caldo. Ho semplicemente ripetuto quanto diciamo da sempre: il destino dei lavoratori e la salute dei cittadini non vanno contrapposti, si deve puntare in tempi certi a una riconversione sostenibile del sito di Servola. Alla chiusura, non in pochi giorni, ci si potrà arrivare partendo dallo sviluppo del porto, dalla riqualificazione di Porto vecchio e dalla città metropolitana».

(m.b.)

 

 

Il Pd contro lo stop alla ciclabile di via Giulia - La reazione dei consiglieri di opposizione. «Il progetto approvato dalla giunta precedente era sicuro»
«Ciccio no xe per barca e Dipiazza no xe per bici». I consiglieri comunali del Pd scelgono l'ironia dialettale per manifestare tutto il loro disappunto nei confronti della decisione della giunta Dipiazza di affondare il progetto della pista ciclabile di via Giulia ideato dall'amministrazione Cosolini, (progetto che l'assessore Polli non ha esitato a definire «allucinante»), preferendo investire il finanziamento nella realizzazione di una rotonda in piazza Volontari Giuliani e alcuni passaggi pedonali. Il Partito democratico, però, non ci sta e punta il dito contro questa e altre decisioni dell'attuale amministrazione in tema di mobilità, ricordando «la tanto sbandierata adesione del sindaco al Patto per la ciclabilità sottoscritto durante la campagna elettorale, una delle tante promesse non mantenute». Per quanto riguarda le dichiarazioni dell'assessore Luisa Polli sul progetto che portava la firma di Elena Marchigiani e Andrea Dapretto, i democratici mettono i puntini sulle "i" con una serie di precisazioni: «Innanzitutto la rotonda di piazza volontari Giuliani era già prevista nel progetto del 2015 - scrivono -; la corsia bus al centro di via Giulia (peraltro lascito della precedente amministrazione Dipiazza) era già stata eliminata e la pista ciclabile prevista non era insicura, trattandosi di percorso protetto e in sede propria progettato dagli uffici comunali dopo un confronto con i tecnici regionali. E infine gli attraversamenti pedonali protetti erano già stati previsti». Questa la conclusione alla quale sono giunti i consiglieri Pd: «Si butta via un progetto di percorso ciclabile che avrebbe permesso di ridurre il ricorso alle auto usando meglio il parcheggio del Giulia come scambiatore; si dirottano i fondi al rifacimento di marciapiedi, solitamente oggetto di manutenzione ordinaria; si rinuncia a un ulteriore passo verso una mobilità più sostenibile, scelta che non solo accontenta le persone che vorrebbero poter usare la bicicletta, ma consente anche di ridurre l'inquinamento». Lo stop alla ciclabile in via Giulia non trova d'accordo nemmeno l'associazione ciclisti urbani Fiab Ulisse , che si è dichiarata «sorpresa dello stop imposto dal sindaco».

 

 

L'Ungheria punta a ottenere il gas russo - L'intesa sulla fornitura siglata fra Budapest e Gazprom fa risorgere il vecchio progetto South Stream
BELGRADO - A Varsavia, riuniti intorno al presidente Trump, i Paesi dell'Est hanno discusso su come arginare l'influenza politica ed economica di Mosca, magari accettando il gas americano. Ma se ben si osserva, il fronte è già spaccato sul nascere. Spaccato a causa di un progetto che potrebbe riportare indietro le lancette al 2014, facendo salire di nuovo la tensione tra Ue, Usa e Russia. Il progetto è quello del defunto gasdotto South Stream, sponsorizzato da Mosca e riposto nel cassetto tre anni fa a causa delle pressioni di Bruxelles e della bufera provocata dalla crisi in Ucraina. Nel cassetto, ma non archiviato definitivamente, a quanto sembra. Lo confermano in particolare, dopo le voci circolate a giugno, le mosse dell'Ungheria e del colosso energetico russo Gazprom, che mercoledì hanno firmato a Mosca un'intesa sulle forniture di gas russo. Intesa, ha specificato il ministro degli Esteri magiaro, Peter Szijjarto, che immagina la costruzione di «una nuova rotta di trasporto per il gas naturale verso l'Ungheria». Rotta che dovrebbe arrivare da sud, via Balcani, ripercorrendo a grandi linee il percorso del controverso South Stream. Secondo Szijjarto «lo scenario più realistico» è quello di pensare infatti a un «collegamento» col futuro Turkish Stream, il gasdotto sponsorizzato da Mosca per portare gas via Mar Nero fino in Turchia, attraverso Bulgaria e Serbia. Il gasdotto «potrebbe cominciare ad essere operativo a fine 2019, portando» in Ungheria «fino a 8 miliardi di metri cubi di gas naturale».Il perché della scelta radicale di Budapest? Szijjarto lo ha messo nero su bianco, in una nota. L'Ungheria, come gli altri Paesi della regione, vuole avere sicurezza sul fronte delle forniture di energia e gas. E altre possibilità di rifornimento sono per ora solo chimere: come il gas che dovrebbe arrivare in Ungheria dalla Romania; e soprattutto «il terminal di gas liquido naturale» in Croazia, «non ancora in costruzione». Da qui l'idea di "resuscitare" South Stream sotto altro nome. Idea che sembra piacere anche nella vicina Serbia. Lo suggeriscono dichiarazioni del presidente serbo, Aleksandar Vucic, che ha confermato che anche Belgrado - e la Bulgaria - hanno interesse a un collegamento con Turkish Stream, «opportunità notevole di sviluppo». Che è in discussione sia con il Ceo di Gazprom, Alexey Miller, sia col premier bulgaro, Borisov.

Stefano Giantin

 

Carso - Legambiente e la notte sulla città
Alla scoperta della bellezza dei paesaggi attorno a Trieste. Un'escursione nei dintorni del paese di Banne illuminati dalla luna, per scoprire insieme a Legambiente la natura di notte in una passeggiata suggestiva ed emozionante. Partenza - alle 21.30 - dall'abitato storico di Banne e, passando attraverso il bosco della tenuta Burgstaller/Bidischini, saliremo sul ciglione carsico ad ammirare il luminoso panorama sulla città di Trieste, per inoltrarci tra gli spazi aperti della landa carsica, dove con un po' di fortuna potrete sentire il canto di qualche rapace notturno. Ritrovo nel parcheggio di fronte alla caserma (abbandonata) di Banne. Durata circa 3 ore, il percorso è facile. Meglio indossare abbigliamento sportivo con giacca a vento e scarpe comode. È obbligatorio portare con sé una torcia. Per prenotare: chiamare o scrivere un sms al 3333487130.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 7 luglio 2017

 

 

Stop alla pista ciclabile lungo via Giulia - L'amministrazione Dipiazza modifica il progetto cosoliniano. Niente corsia per le bici, ok a rotonda e percorsi pedonali
«Sarebbe stata pericolosissima, bloccata giusto in tempo». Roberto Dipiazza era intervenuto il 14 ottobre scorso sul progetto della pista ciclabile di via Giulia che arrivava dopo il pasticcio di quella di Campo Elisi. E ora la giunta comunale ha messo definitivamente una pietra sopra al progetto dell'amministrazione precedente che portava la firma degli assessori Elena Marchigiani e Andrea Dapretto. La pista ciclabile di via Giulia non si farà. Al suo posto una rotonda (piazza Volontari Giuliani) e alcuni passaggi pedonali. Una delibera del 26 giugno scorso ha riconvertito l'intervento "itinerario ciclabile tra piazza Volontari Giuliani e via delle Torri" in uno nuovo denominato "interventi per la sicurezza dell'utenza debole in via Giulia, Piazza Volontari Giuliani e aree limitrofe" mettendo in sicurezza il finanziamento da 353mila euro già ottenuto dal ministero dell'Ambiente (programmi Pisus) per la mobilità sostenibile, spostandolo appunto dai ciclisti ai pedoni. Ora si punta decisamente a promuovere la mobilità pedonale, alla faccia del programma elettorale che l'amministrazione si era data. «Siamo tornati al progetto originario. Quella che si limitava alla rotonda di piazza Volontari Giuliani prevedendo la sistemazione dei marciapiedi e dei percorsi pedonali», spiega l'assessore Luisa Polli. Il piano, che prevede un costo complessivo pari a mezzo milione di euro, faceva parte inizialmente del progetto di bike sharing (Triestinbike) che puntava alla realizzazione di un itinerario ciclabile lungo l'asse di collegamento del rione di San Giovanni con le Rive. «In base agli indirizzi della nuova amministrazione e alle esigenze emerse dal territorio - si legge nella delibera - si è reso necessario modificare alcuni elementi di tale ultimo intervento con delle previsioni di intervento che contemplano comunque la realizzazione di una rotatoria stradale in piazza Volontari Giuliani (con relativo collegamento pedonale con l'adiacente viale XX Settembre), oltre ad alcuni interventi lungo l'asse di via Giulia e vie limitrofe, rivolti prevalentemente alla mobilità pedonale». L'intenzione è quella di risolvere alcune criticità rilevate dal Piano del traffico lungo l'asse di via Giulia in merito ad attraversamenti pedonali rischiosi. Per questo si è deciso di realizzare un itinerario pedonale lungo l'asse di via Giulia, nel tratto compreso tra via Battisti e piazza Volontari Giuliani, di collegamento tra le aree cittadine più centrali e il rione di San Giovanni, corredato di attraversamenti pedonali protetti, eliminazione delle barriere architettoniche, accesso sicuro ai diversi edifici scolastici presenti in zona attraverso lo sviluppo di futuri "pedibus". «Abbiamo cancellato le variazione allucinanti introdotte dalla giunta precedente. Era stata previsto persino il bus che passava in mezzo alle due corsie del traffico. Era stata prevista una pista ciclabile che passava davanti all'uscita dei mezzi della guardia di Finanza - aggiunge Polli -. Noi abbiamo preferito dare il massimo di attenzione ai pedoni in una via ad alto scorrimento com'è via Giulia dove ci sono diverse scuole». I lavori dovrebbero partire subito dopo il via libera alla rimodulazione dell'intervento. «Passiamo subito le carte all'assessorato ai Lavori pubblici e poi si potrà partire con la gara», assicura l'assessore a Urbanistica e Ambiente.Una scelta che non trova d'accordo l'associazione ciclisti urbani Fiab Trieste Ulisse che si è dichiarata subito sorpresa «dello stop che il sindaco ha imposto alla ciclabile di via Giulia». «Il progetto - hanno dichiarato i ciclisti della Fiab Ulisse - prevede oltre alla ciclabile due percorsi pedibus, cinque attraversamenti pedonali protetti e nuove alberature. La ciclabile di via Giulia è parte di uno dei tre assi portanti della futura rete ciclabile triestina: il Pi Greco. Il tratto di via Giulia assieme a viale XX Settembre, via Imbriani e via Mazzini: è il primo di questi tre assi nel quale i ciclisti urbani potrebbero pedalare con sufficiente sicurezza».

Fabio Dorigo

 

 

acegasapsamga - A maggio raccolta record per l'umido 500 tonnellate
Maggio record per i cosiddetti rifiuti organici, ovvero per la raccolta dell'umido organizzata da AcegasApsAmga nelle strade triestine con appositi contenitori. E' la stessa utility a comunicare il buon risultato conseguito attraverso questa nuova tipologia di differenziata: 500 tonnellate è la quota, mai raggiunta in precedenza, che AcegasApsAmga ha rendicontato nel mese di maggio. Potrebbe avere giocato un ruolo importante la campagna pubblicitaria lanciata dal Comune e dall'azienda, proprio tra aprile e maggio, intitolata significativamente «L'Umido che fa la differenza». Campagna svoltasi in 14 tappe itineranti tra supermercati e mercati rionali diffusi in tutto il territorio urbano: un messaggio che aveva raggiunto alcune migliaia di residenti.A contribuire nell'incremento del rifiuto umido domestico è statil raddoppio della raccolta stradale di sfalci e ramaglie, in presumibile correlazione con i nuovi 100 cassonetti posizionati da AcegasApsAmga nel maggio dello scorso anno: i risultati ottenuti evidenziano, non a caso, che le 520 tonnellate raccolte nei primi cinque mesi del 2016 sono diventate 1060 tonnellate nel periodo gennaio-maggio del 2017, registrando così un aumento pari al 103%.All'azienda preme sottolineare quantità e qualità della raccolta: infatti «i nuovi contenitori per sfalci e ramaglie sono stati posizionati per permettere ai cittadini di conferire questo rifiuto separatamente dai rifiuti umidi domestici che, invece, vanno conferiti nei contenitori con coperchio marrone». «Nel conferire i rifiuti differenziati - insiste un comunicato diffuso ieri mattina dalla controllata del gruppo Hera - oltre alla quantità è fondamentale prestare attenzione anche alla qualità, che significa conferire rifiuti non contaminati da altri materiali, come per esempio la plastica». «Nel caso delle potature e scarti di giardino - conclude la nota - la qualità triestina risulta particolarmente alta, permettendo in questo modo di mandare a recupero quasi il 100% di quanto conferito».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 6 luglio 2017

 

 

Parchi minerari da coprire - Maxi investimenti di Arvedi - Lavori da decine di milioni per la realizzazione del progetto chiesto dalla Regione
Sul calo della produzione: «Siamo nei limiti Aia». Il Comitato 5 dicembre contesta
Siderurgica triestina annuncia interventi da «alcune decine di milioni» per la copertura dei parchi minerari della Ferriera di Servola. La rivelazione ha un peso particolare dopo l'episodio dello scorso 26 giugno, quando una nube scura si è sollevata dallo stabilimento oscurando la baia di Muggia. Un episodio che l'azienda attribuisce a un colpo di vento eccezionalmente forte, ma che ha riacceso l'attenzione proprio sul tema delle coperture. Siderurgica triestina rivela molti particolari del progetto di copertura in un comunicato emesso ieri, il giorno dopo l'invio alla Regione della comunicazione sulla riduzione della produzione di ghisa e del nuovo progetto. Due misure che l'ente pubblico aveva richiesto alla proprietà attraverso due distinte diffide nei mesi scorsi. L'azienda informa di aver mandato il progetto di copertura dei "parchi materie prime" alla Regione, al Comune di Trieste, ad Arpa, ai vigili del fuoco e all'Azienda sanitaria, come richiesto dalla diffida regionale del marzo scorso. «Si tratta di due aree ben distinte - recita il comunicato -, ciascuna di circa 25mila metri quadrati dedicate rispettivamente allo stoccaggio del minerale di ferro e del carbon fossile». Siderurgica triestina prosegue dando alcune informazioni sul materiale inviato agli enti pubblici: «La voluminosa documentazione presentata comprende numerose tavole grafiche, l'iter autorizzativo, il crono programma relativo alla progettazione esecutiva e all'ottenimento dei permessi, nonché il preventivo di massima, che allo stato attuale si può stimare di alcune decine di milioni». In particolare, aggiunge, «l'esecuzione delle opere prevede bonifiche, fondazioni, strutture portanti, tamponature, coperture e impianti tecnologici a servizio delle due aree coperte». Le soluzioni progettuali proposte, le tempistiche e l'iter autorizzativo saranno sottoposti alla valutazione e all'approvazione degli enti partecipanti alla Conferenza dei servizi, con eventuali prescrizioni. L'azienda ricorda poi che il decreto regionale, in attesa della realizzazione del progetto di copertura dei parchi, prevede degli interventi alternativi. Scrive l'ufficio stampa: «In accordo con Arpa Fvg è in fase di attuazione la nuova modalità operativa di irrorazione e filmatura dei materiali in fase di stoccaggio per la gestione del parco fossile e del parco minerali al fine di evitare spolveramenti».Nello stesso comunicato Siderurgica triestina ci tiene a sottolineare che intende ottemperare alle prescrizioni della Direzione regionale all'Ambiente in merito alla riduzione della produzione nell'area a caldo: l'azienda «conferma, come già anticipato la scorsa settimana, che i rilievi da parte dei tecnici sul monitoraggio in modalità di autocontrollo del deposimetro, nel mese di giugno hanno registrato una sensibile riduzione della polverosità».Il comunicato aggiunge «che gli interventi effettuati durante la fermata di manutenzione programmata di lunedì 3 luglio sull'altoforno, comporteranno il mantenimento di questi livelli entro i limiti imposti dall'Autorizzazione integrata ambientale».Da parte sua il Comitato 5 Dicembre reagisce con scetticismo all'annuncio del giorno precedente, con cui l'azienda faceva sapere di aver inoltrato i progetti. Sulla sua pagina Fb il comitato che chiede la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento riporta le immagini del verbale di un incontro fra l'azienda e gli enti pubblici tenutosi nel gennaio di quest'anno, in cui Siderurgica triestina diceva di ritenere «non fattibile» la copertura dei parchi minerali dello stabilimento. Fra gennaio e oggi, però, è intervenuta la diffida della Regione. Il comitato chiede la convocazione di un incontro fra Giovanni Arvedi, il sindaco Roberto Dipiazza, e la presidente Debora Serracchiani, annunciando ulteriori presidi pur di ottenerlo.

Giovanni Tomasin

 

Partiti e sindacati - Area a caldo -  È polemica fra Russo e Belci
La Ferriera è la causa scatenante di uno scambio via Facebook tra il senatore dem Francesco Russo e l'esponente di Mdp Franco Belci. Mentre sullo stesso tema interviene anche la Cgil. Scrive Russo: «Caro Belci, in queste settimane di presidio in Piazza Unità credo di essere stato l'unico a difendere il lavoro svolto dal centrosinistra negli ultimi 5 anni: a differenza del tuo compagno di partito Lorenzo Battista (e di Fedriga), peraltro, non ho firmato la petizione proposta da No Smog. Perché quella sì, era demagogia». Scrive poi: «A differenza del passato, però, ho proposto un percorso concreto basato sull'equazione: sviluppo Porto + riqualificazione Porto vecchio + città metropolitana = chiusura area a caldo. Non è un iter che si concluderà in pochi giorni. Ma è una strada seria, praticabile». L'ex sindacalista ha risposto: «Caro Russo, non ho fatto altro che citare la tua posizione e non ho fatto, con te, alcuna polemica. Ho polemizzato invece con Battista, la cui posizione non condivido, e con il livello regionale di Mdp perché è da due mesi che chiedo una discussione sul tema che è stata sempre rimandata». Quanto alle linee guida di Russo, aggiunge: «Oggi i lavoratori dell'area a caldo hanno la certezza del posto di lavoro. Il percorso da te proposto è sicuramente praticabile, tranne, conosci la mia opinione, che per l'araba fenice della città metropolitana. Ma, come dici, è un percorso che ha tempi non definibili. Perciò, se non hai idee migliori per garantire l'occupazione, riparliamone quando le iniziative da te citate creeranno 300 posti di lavoro». Nel frattempo il segretario regionale Cgil Villiam Pezzetta e il provinciale Michele Piga scrivono: «Invitiamo tutti i soggetti coinvolti a proseguire sulla strada intrapresa, sia sul versante dei controlli, indispensabili per tutelare la salute e la qualità della vita dei cittadini, sia su quello degli investimenti per limitare l'impatto ambientale dello stabilimento, in linea con quanto previsto in sede di Aia e di accordo di programma. Investimenti che, a fianco di quelli necessari a sostegno del piano industriale atteso dai sindacati, rappresentano una precisa responsabilità del gruppo Arvedi».

(g.tom.)

 

 

Rimosse da aprile 23 bici "fuorilegge" - Due interventi a settimana dall'entrata in vigore delle misure sul decoro urbano
Chissà se avrà telefonato subito alla Polizia locale per chiedere se qualcuno aveva rubato la sua bicicletta. Comunque sia, il proprietario dell'unica bici che è stata reclamata dopo essere stata rimossa dalle forze dell'ordine perché d'intralcio dall'entrata in vigore del nuovo Regolamento, che vieta di parcheggiarle a casaccio, è anche l'unico che è stato per il momento multato con 100 euro (il minimo è 50, il massimo 300). Gli altri 22 velocipedi levati di mezzo da aprile in base al nuovo diktat del Comune (articolo 6, comma 4) invece sono finiti allo smaltimento rifiuti. Secondo il Comune, che li ha tolti dalle strade come promesso, erano comunque "vecchie carcasse" monche di ruote, manubri o sellini. In primis una decina in via Gioia, ma anche in via Galilei e in via Cassa di Risparmio. Una media di prelievo dunque, compreso il sequestro, di quasi due bici alla settimana. È scappata probabilmente alla mannaia invece - per motivi pratici, la mancanza di cesoie a portata di mano - una bici posizionata davanti a una panchina in zona Cavana, che impediva letteralmente l'altro ieri sera la possibilità di sedersi. «Questo ciclista viola il decoro ma soprattutto crea intralcio» hanno spiegato il vicesindaco Pierpaolo Roberti e il comandante della Polizia locale Sergio Abbate durante la commissione Trasparenza convocata ieri mattina dal consigliere comunale Roberto De Gioia (Verdi Psi) «per fare chiarezza e trovare il giusto equilibrio tra ciclisti in aumento e amministrazione». Intralcio e mancanza di decoro sono concetti però entrambi affidati alla discrezione di chi accerta l'infrazione. Dice il regolamento: no a biciclette agganciate a monumenti e barriere di protezione, a semafori, colonne e altri manufatti prospicienti gli immobili di rilevante valore architettonico, la bici parcheggiata "non deve arrecare intralcio o pericolo alla circolazione pedonale e veicolare", "non deve limitare gli accessi alle entrate dei negozi, a case, passi carrai, nonché la fruizione del marciapiedi".In ogni caso un po' di morbidezza pare adesso trasparire dall'amministrazione nei confronti delle bici che non sono parcheggiate negli appositi (ma carenti) stalli. «Diciamo che se non disturbano, le lasciamo», commenta Abbate. Sotto osservazione comunque, hanno fatto sapere ieri, ci sono ben 13 biciclette nella zona di via Giulia, quelli che, secondo il comma 2 dell'articolo 6, restano ininterrottamente per 60 giorni dopo l'accertamento effettuato dagli agenti o da altro personale incaricato al controllo. In tal caso scatta la rimozione. Ma come fanno a essere sicuri gli agenti che queste bici stiano ferme proprio senza staccarsi un attimo dal palo per due mesi? «Attraverso dei registri, uno per distretto - risponde Abbate -, segniamo le bici e le fotografiamo e vediamo così nel tempo se sono sempre lì. Ovviamente ci accorgiamo se qualcuno le ha spostate e poi rimesse nello stesso posto: a quel punto non sono più sotto osservazione». Le perlustrazioni avvengono in concomitanza con dei giri che hanno un altro scopo, sottolinea il vicesindaco. Su questo punto l'ex assessore alle Politiche sociali Laura Famulari (Pd) puntualizza: «La norma ci sta, è evidente che non si possano occupare stalli e spazi per 60 giorni, però mi sembra, considerato l'impegno della Polizia locale su tanti fronti ed essendo questa anche sotto organico, che tutto ciò crei un aggravio all'attività». Se Roberti in primis però si propone di cacciare i ciclisti a suo dire incivili, «senza accanirsi», ammette pure la «necessità di implementare gli stalli». Sono 194 in tutta la città, come sottolineato da Ulisse-Fiab, l'associazione degli amanti delle due ruote, rappresentata ieri da Giorgio Kosic, contro 3500 biciclette in circolazione, in base a un sondaggio di Swg. Per questo il forzista Piero Camber ha proposto un ordine del giorno sul bilancio per l'aumento di parcheggi per bici, magari anche grazie a «una sponsorizzazione degli esercenti vicini alle aree dove verranno installati».

Benedetta Moro

 

 

Ogs capofila nella lotta all'anidride carbonica - L'Istituto giuliano nella rete dei laboratori europei che dovranno "stoccare" nel sottosuolo la CO2
Ridurre le emissioni di gas a effetto serra per ridurre il riscaldamento globale. Per raggiungere questo obiettivo, la Comunità europea punta anche a confinare sotto la superficie terrestre o marittima la CO2. Per questo ha promosso la nascita di una rete di laboratori di eccellenza in materia di cattura e stoccaggio nel sottosuolo dell'anidride carbonica. Si tratta dell'European Carbon Dioxide Capture and Storage Laboratory Infrastructure (Eccsel) ed è un'infrastruttura di ricerca europea che riunisce laboratori di diversi Paesi impegnati nella messa a punto e nello studio di tecnologie all'avanguardia per poter catturare e immagazzinare in modo controllato la CO2 in formazioni geologiche profonde e contribuire così ad abbassare le emissioni industriali e combattere il cambiamento climatico. L'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste è stato nominato dal Miur referente e nodo nazionale del network e oggi ospita l'Info Day (nella sede di Borgo Grotta Gigante) per presentare i laboratori di ricerca messi a disposizione dal nostro Paese alla comunità scientifica internazionale per raggiungere questo importante traguardo. «Come nodo italiano, coordineremo l'accesso ai laboratori di Eccsel che si trovano sul territorio nazionale, promuoveremo l'inserimento di nuovi laboratori nel consorzio e le iniziative di formazione per i ricercatori» spiega Michela Vellico, tecnologa dell'Ogs e responsabile del nodo nazionale Eccsel. «Il confinamento geologico dell'anidride carbonica è riconosciuto in Italia e nel mondo, anche a livello politico, quale tecnologia da cui non si può prescindere se si vuole raggiungere l'obiettivo del contenimento dell'aumento di temperatura al 2050 entro i 2 C°» commenta Maria Cristina Pedicchio, presidente di Ogs. «Complessivamente - conclude Vellico - sono 5 le infrastrutture che Ogs mette a disposizione di Eccsel utili al monitoraggio dei siti di confinamento della CO2: oltre ai laboratori di Latera (in provincia di Viterbo, verrà inaugurato nel corso dell'estate) e Panarea, ci sono il Biomarine Lab di Trieste, il nostro aeromobile equipaggiato con strumenti per il telerilevamento, e il DeepLab Sea Floor Lander, uno strumento che consente di acquisire in continuo dati oceanografici a livello del fondale marino».

 

Specie esotiche e incendi minacciano la landa carsica - L’allarme dell’esperto Poldini: «Bisogna intervenire subito - La biodiversità del territorio è seriamente in pericolo»

Tra le soluzioni suggerite dal professore il rilancio della cosiddetta agricoltura multifunzionale e del terreno a pascolo.

È allarme per la progressiva scomparsa della landa carsica. Nel corso dell’ultimo secolo, sul Carso si è assistito a una perdita del patrimonio vegetale pari al 7,40%, con una relativa diminuzione della biodiversità a causa dell’aggressione di specie esotiche, con conseguenti danni all’agricoltura, mentre le lande - le cosiddette “gmajne” - si sono ridotte a meno del 9% della superficie totale del territorio. Il preoccupante fenomeno è stato segnalato da Livio Poldini, già docente di ecologia vegetale dell’Università di Trieste, nel corso della conferenza “Biodiversità: l’importanza della programmazione delle attività agricole per le differenti aree carsiche nel rispetto di una preventiva ed attenta analisi del territorio”, svoltasi nei giorni scorsi nella sala convegni della Banca del credito cooperativo del Carso di Opicina, all’interno della manifestazione “Infiorata di Opcina” promossa dall’associazione per la Difesa di Opicina. «La penetrazione di specie non autoctone, che costituiscono la seconda principale minaccia alla biodiversità, si è attestata oggi all’8,4%: si tratta – ha spiegato Poldini – di specie in alcuni casi pericolose e allergeniche, che portano a un’invasione nell’agricoltura con conseguente necessità di ricorrere ai pesticidi, con tutto quanto ne consegue. Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi – ha aggiunto lo studioso – si è assistito a una pericolosa e costante perdita dell’habitat naturale per le specie autoctone e a una preoccupante contrazione delle lande carsiche». La soluzione risiederebbe a suo avviso nello sviluppo dell’asse silvo-pastorale, reintroducendo l’agricoltura e sviluppando pascolo e bosco. Poldini ha ricordato a riguardo la presenza di un piano specifico, redatto dallo stesso relatore ancora nel lontano 1984 e tuttora giacente. Tre le linee guida indicate: la conservazione della biodiversità, la diminuzione del rischio incendi e lo sviluppo degli impollinatori. «Pianificando la reintroduzione del terreno a pascolo e incentivando il ricorso a un’agricoltura multifunzionale, il residuo di landa carsica potrebbe essere riportato al 20%». Anche il problema degli incendi boschivi si potrebbe arginare attraverso «l’abbattimento di alberi come i pini, che appaiono attualmente per il 30-40% intaccati dai parassiti, incrementando la presenza di alberi d’alto fusto, che restituirebbero anche complessità strutturale ai boschi. Un’azione che porterebbe pure a una positiva ricaduta in termini turistici». «Il patrimonio naturale – ha concluso Poldini – rappresenta l’unica vera risorsa di una comunità e costituisce la base economica del territorio. È pertanto un bene insostituibile che va quindi salvaguardato: senza l’attuazione di una serie di misure atte a prevenire un ulteriore depauperamento di questi bene collettivi, parlare di sviluppo sostenibile appare come un semplice slogan privo di significati».

Gianfranco Terzoli

 

 

Referendum a settembre sulla Capodistria-Divaccia
LUBIANA - Dopo un acceso dibattito in Parlamento la Slovenia ha deciso per il suo "election day". Il prossimo 24 settembre, infatti, gli elettori si recheranno alle urne sia per scegliere il nuovo presidente della Repubblica, sia per esprimere il proprio parere in merito al referendum abrogativo della legge sul raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. L'assemblea parlamentare di Lubiana ha ieri dato luce verde a tale disposizione con 50 voti a favore e 18 contrari. Non è stata una decisione facile, e ai deputati poco importava, dal tenore del dibattito in aula durato quasi cinque ore che, raggruppando le due chiamate alle urne, si sarebbe determinato un gran bel risparmio alle casse dello Stato. Da rilevare, al di là del dibattito in aula, che il Comune di Capodistria che, in prima istanza, si era schierato a favore del referendum abrogativo ha poi fatto marcia indietro quando il governo di Lubiana ha deciso di puntare non a un raddoppio della linea esistente ma a una vera e propria nuova tratta ferroviaria a doppio binario tra Capodistria e Divaccia. Linea ferroviaria che, ricordiamo, diventa assolutamente strategica per lo sviluppo dei traffici del Porto di Capodistria, unico scalo marittimo della Slovenia. Anche la commissione competente della Camera di Stato aveva indicato il 24 settembre come data per lo svolgimento del referendum, data peraltro non avversata neppure dal ministro delle Infrastrutture, Peter Gaspersic, il quale aveva dichiarato di rispettare la volontà popolare di porre la questione della ferrovia tra Capodistria-Divaccia al parere del corpo elettorale sloveno. Ovviamente i promotori del referendum hanno puntato tutto proprio sull'election day. In questo modo sperano, ovviamente, di poter contare su un'affluenza decisamente maggiore alle urne rispetto a quella cui avrebbero potuto contare se il voto referendario si fosse svolto in un'altra data. Insomma, chi voterà per il presidente della Repubblica sarà più "invogliato" a esprimere il proprio parere anche sulla legge ad hoc che l'esecutivo di Lubiana ha varato per la realizzazione della tanto agognata ferrovia veloce tra Divaccia e Capodistria. Da rilevare che le opposizioni in Parlamento che hanno votato contro l'election day avevano proposto quali dati indicative per lo svolgimento del referendum il 5 o il 12 di novembre. In base alla nuova legge sulle consultazioni popolari la legge sul raddoppio della Capodistria-Divaccia sarà abrogata se i "no" supereranno quota 340mila (prima bastava la maggioranza semplice di coloro i quali si fossero recati alle urne). Il referendum non contesta la realizzazione dell'infrastruttura, ma l'impianto legislativo, definito arruffato e privo di coperture finanziarie, proposto dal governo.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 5 luglio 2017

 

 

La Ferriera riduce la produzione di ghisa - Adottate le misure anti inquinamento contenute nella diffida della Regione. Pronto il piano di copertura dei parchi minerari
La Ferriera di Servola comunica di aver ridotto la produzione di ghisa dell'impianto e pure di aver approntato il progetto di copertura dei parchi minerari. Lo fa sapere la Regione Friuli Venezia Giulia, che ieri ha ricevuto appunto comunicazione ufficiale da parte di Siderurgica triestina. In questo modo la proprietà fa sapere di aver adempito alle richieste che l'amministrazione le ha rivolto negli ultimi mesi. Il tetto sulla ghisa è la risposta del privato alla diffida con cui, una settimana fa, l'ente regionale ha intimato alla proprietà di ridurre la produzione, affinché le polveri rientrassero nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2016.L'azienda ha inviato una nota all'amministrazione regionale con la quale assicura di aver ridotto la marcia dell'altoforno entro il limite prescritto di 34mila tonnellate mensili di ghisa, con la contestuale limitazione a 290 colate al mese. È stata ridotta di conseguenza anche la produzione della cokeria, che è stata limitata al fabbisogno di coke strettamente funzionale alla produzione dell'altoforno, fa sapere Siderurgica triestina. L'azienda ha inoltre presentato alla Regione il progetto di fattibilità tecnica ed economica della copertura dei parchi minerari dell'impianto: una mossa compiuta in ottemperanza alla diffida in merito che la Regione ha inviato al gruppo Arvedi nel marzo scorso. La realizzazione della copertura rientra tra le migliorie all'impianto previste dall'accordo di programma quadro e dall'autorizzazione integrata ambientale. La diffida per la riduzione della produzione della settimana scorsa aveva fatto discutere. Serracchiani aveva dichiarato in proposito, a margine di un incontro con i sindacati: «Il rispetto delle regole è un aspetto imprescindibile. Ed è proprio per questo che l'amministrazione regionale, con atto del direttore centrale dell'Ambiente, ha diffidato le acciaierie Arvedi a ridurre la produzione affinché le polveri rientrino nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale del 2016». Appena ricevuta la nota, Siderurgica triestina aveva fatto sapere di star effettuando «la valutazione dei profili tecnici e legali di tale prescrizione, con riserva di comunicare le azioni da intraprendere nel corso dei prossimi giorni». L'argomento, mai scomparso dall'attenzione dei triestini, ha visto nei giorni scorsi diverse prese di posizione. Il senatore del Partito democratico Francesco Russo si è schierato per la chiusura dell'area a caldo. Anche il parlamentare di Articolo 1 Lorenzo Battista (ex Movimento 5 Stelle) ha deciso di schierarsi per la «chiusura della Ferriera», che definisce «un obiettivo che deve unire la politica, movimenti e cittadini». La presa di posizione non è stata gradita dal portavoce di Mdp Franco Belci (vedi box a parte). Entrambi i parlamentari hanno partecipato, assieme al sindaco Roberto Dipiazza e al capogruppo alla Camera del Carroccio Massimiliano Fedriga, a un dibattito che si è svolto davanti al presidio che il Comitato 5 dicembre sta tenendo ormai da giorni in piazza Unità. In quell'occasione Dipiazza aveva affermato: «Sto aspettando l'appuntamento con Arvedi - ha affermato il primo cittadino - e ciò che vedo è che la politica adesso è tutta insieme e sta finalmente emergendo la verità: la ghisa non è il futuro. Ci sono altre opportunità, a cominciare dal Porto, per cui basta con l'area a caldo. E bisogna smetterla di dire che gli operai perderanno il lavoro. L'area a caldo era già ferma nel 2012-2013, poi qualcuno ha voluto portare Arvedi e questi sono i risultati. Anche Serracchiani se ne sta rendendo conto, perché non si può continuare a dire che va tutto bene quando sui davanzali dei cittadini di Servola si trova quello che si trova».

Giovanni Tomasin

 

Posizioni diverse in Mdp sull'area a caldo - E Belci si dissocia dalle parole di Battista
«Il profumo di elezioni sollecita protagonismi, editi e inediti, sul destino della Ferriera». L'ex segretario della Cgil Fvg Franco Belci, esponente di Mdp, si dissocia dalla presa di posizione del parlamentare del suo partito (ex M5S) Lorenzo Battista: «Dopo il misunderstanding tra vescovo e proprietà sulla chiusura dell'area caldo, i due senatori del centrosinistra, Russo e Battista, hanno ribadito la richiesta. Nella situazione di liquidità dei partiti, ognuno si sente legittimato a dire la propria: che però tale rimane». In casa Mdp non si è mai affrontato il tema, aggiunge, «nonostante le mie sollecitazioni ad assumere a livello regionale una posizione condivisa». Per Belci «la strada non può essere quella della demagogia, ma quella del rispetto integrale dell'accordo di programma». Intervengono anche il segretario regionale Cgil Viliam Pezzetta e il provinciale Michele Piga: «Su Servola è il momento delle scelte responsabili, non della demagogia. Il rischio: strumentalizzazioni politiche ed elettoralistiche».

 

 

Le discariche abusive minacciano il Carso - Viaggio nei boschi invasi dai rifiuti che i volontari puntano a ripulire
L'inciviltà colpisce persino il cimitero di Aurisina e il torrente di Moccò
Sulla strada che porta a "Cava Pietra Scoria", una laterale della Provinciale 11, in zona San Dorligo, non passano solo gli addetti ai lavori. L'accesso, in teoria, è vietato agli esterni, ma chiunque può entrarvi visto che, per il momento, non c'è l'ombra di possibili ostacoli. Incombono cartelli di presunte telecamere presenti nella zona, che non fanno però paura agli imperterriti dell'abbandono abusivo di immondizie che lasciano oggetti ingombranti nell'area verde adiacente: il terreno che costeggia la salita è pieno di rifiuti.La boscaglia e l'accesso stesso sono della Comunella di San Giuseppe della Chiusa, frazione del Comune di San Dorligo della Valle. Sotto invece ci sono le case di proprietà di residenti che si vedono arrivare giù un profluvio di masserizie. "Scivolano", fino ad arrivare appunto alla soglia delle abitazioni che si affacciano sulla stessa Provinciale 11, detriti di ogni tipo: monitor di computer, televisori, batterie, copertoni, mobili, cucine, termosifoni, piastrelle, videoregistratori, ferrame. A corredo, sull'altro lato, vestiti e scarpe. È al vaglio del proprietario della Cava l'ipotesi di mettere una sbarra, «che però di giorno resterebbe aperta», commenta Marino Scoria, «certo potrà essere un deterrente di notte e nei giorni festivi, ma il problema rimane: è la maleducazione». Questa "location" comunque è uno dei tanti punti che ormai a Trieste e nei comuni limitrofi sono diventati delle discariche a cielo aperto. Il Piccolo ha provato a fare una mappa delle principali aree di scarico abusivo. I luoghi privilegiati di coloro che decidono di riversare i rifiuti (urbani, inerti, ingombranti e non, contenitori di rifiuti tossici e infiammabili, residui industriali), e che possono essere privati cittadini o imprese, sono tanti, troppi. Le mete hanno una caratteristica comune: sono nascoste e preferibilmente leggermente pendenti, in modo che con i camioncini adatti, dalla parte posteriore, si possa buttare giù enormi quantità che poi la natura con il suo verde nasconde. Il gruppo dei "Volontari per Trieste pulita", che ha una pagina Fb, ha più volte operato in quella zona, vicino a San Giuseppe, così come in molte altre, con tanto di funi, per riuscire a raccogliere di tutto e di più. Ma ha in mente di attivarsi per un'altra parte che viene presa di mira dall'inciviltà, come riferisce Angelo Sorci, uno dei fondatori del team, sempre nelle vicinanze, questa volta a Moccò, altra frazione di San Dorligo. Il letto del torrente che attraversa la valle è invaso da frigoriferi, copertoni, cassette di plastica, rifiuti edili, reti di materasso, pezzi di eternit, grondaie, portiere di auto, secchi di ferro, tinozze in plastica, tubi, ante di dispense, infissi, lastre di metallo. Molte cose che il terreno si è quasi mangiato, segno che sono lì anche da molto tempo, arrugginite. Pure qui lo spazio per raggiungere il posto in auto c'è. La signora Susi li ha visti con i suoi occhi gli "scaricatori abusivi". Ha una campagna e, durante una delle rituali passeggiate con il cane, si è vista quasi investire da numerosi copertoni di auto, lanciati questa volta dalla strada. In un'altra occasione ha beccato una donna mentre trasbordava dei sacchi neri dalla sua auto sul fiumiciattolo. Le discariche abusive sono comunque davvero tanti, e in particolare sull'altipiano, ma non solo. A partire da quelle denunciate da Sorci & Co. nel bosco del Farneto, dove sembra ci sia un bivacco permanente attorniato di rifiuti. Ma anche quelle individuate da altri gruppi come "Sos Carso" e il "Raggruppamento di escursionisti speleologici triestini". Tutte persone che spesso organizzano campagne di pulizia, a cui partecipano associazioni come FareAmbiente, la stessa AcegasApsAmga, le varie forze di polizia competenti e altri triestini che hanno a cuore l'ambiente. Ulteriori punti critici sono segnalati anche da Christian Bencich di "Sos Carso". Tra i più noti l'area boschiva in zona Statale 58 tra Opicina e Fernetti, la Dolina dei Druidi sempre a Fernetti, il Bunker di Opicina, il Quadrivio e, ancora, le vicinanze delle foibe di Monrupino e Basovizza e del laghetto di Percedol, oltre che l'ex discarica di Trebiciano, forse la più vasta. Ma si può scendere anche tra Contovello e via Commerciale fino all'altro capo della città, via Salata, in zona via dell'Istria, per proseguire in via Pietraferrata e risalire poi verso il confine di San Servolo. E ci si può pure addentrare in alcuni sentieri a lato della Cottur. Ad Aurisina, infine, sono presenti scarichi illegali nel cimitero, accanto al deposito comunale, sul lato ferrovia, nei paraggi dell'ex campeggio Europa.

Benedetta Moro

 

Nel 2016 smaltite 88mila tonnellate - E quest'anno siamo già a oltre 58mila
Il trend di abbandono dei rifiuti ingombranti dal 2015 al 2016 è risultato in aumento, fanno sapere da AcegasApsAmga. Relativamente al 2017 il dato è riferito al solo primo semestre, una stima sarà quindi possibile a fine anno. «Quanto emerge dalla media mensile è che, nonostante gli abbandoni siano in aumento - rileva l'azienda - , la curva di crescita di tale tendenza appare in rallentamento, anche grazie ai diversi servizi e iniziative messe in atto da AcegasApsAmga per contrastare questo fenomeno». Ovvero: la campagna contro l'abbandono dei rifiuti ingombranti veicolata dall'inizio dell'anno sulle pensiline degli autobus, nel corso del mese di gennaio, e tramite la personalizzazione di circa trenta automezzi dei servizi ambientali che sono stati "vestiti" con la nuova campagna, e inoltre attraverso i Sabati ecologici, iniziativa itinerante realizzata in collaborazione con il Comune, attivata dal 2014. In queste occasioni i cittadini sono invitati nelle varie zone della città in cui si sono presenti gli operatori di AcegasApsAmga a portare tutti i rifiuti che ritengono ingombranti. Durante questa prima metà dell'anno sono state così raccolte 58.363,5 tonnellate di materiali (di cui 34.490 di ingombranti). Nel 2016 si è arrivati a 87.929,59 tonnellate, mentre nel 2015 si era raggiunta quota 80.016,6. «Un'operazione - sottolinea l'azienda - che ha avuto un grandissimo successo».

(b.m.)

 

Il Comune prepara il centro raccolta h24 - Prevista una quinta area ecologica a Rozzol Melara in aggiunta alle quattro esistenti e al servizio gratis a domicilio
La polizia locale e le guardie ambientali vigilano sui furbetti. Ma, evidentemente, non è mai troppo. E poi c'è il Comune, anzitutto, che spende, prelevando dalle casse della collettività, in media 500mila euro ogni anno - un extra rispetto a quanto entra dalla normale tassa sui rifiuti - per la raccolta da parte di AcegasApsAmga degli ingombranti abbandonati. Lasciati, dall'inciviltà galoppante, vicino ai cassonetti o nelle aree aperte del territorio triestino. Eppure, a disposizione della cittadinanza, proprio a Trieste ci sono ben quattro punti di raccolta gratuiti, a cui si aggiunge il servizio di ritiro a domicilio del gruppo Hera, eseguito da Quarciambiente, di materiale ingombrante fino a un volume di un metro cubo per volta (non è poco), attivabile semplicemente telefonando al call center: in un paio di minuti si concorda una data e nel giro di tre, quattro giorni il problema è risolto direttamente a domicilio. In previsione poi, come annuncia l'assessore all'Ambiente Luisa Polli, l'amministrazione cittadina prevede anche la realizzazione di un'ulteriore centro di raccolta, questa volta "h24", nell'area di Rozzol. I dettagli saranno definiti di concerto con Acegas. In ogni caso - vuoi perché viene ignorato questo sistema, vuoi perché di mezzo ci sono altri soggetti come imprese che lavorano in nero o che non possono o non vogliono affrontare i costi di smaltimento dei rifiuti di determinati quantitativi attraverso le ditte specializzate - sta di fatto che per questi motivi l'altipiano (ma non solo) è incessantemente colmo di rifiuti. «La logica giuridica si differenzia tra rifiuti urbani e quelli derivanti da attività industriale, commerciale e artigianale», spiega Fabrizio Pertot di Pertot ecologia e servizi, azienda specializzata che interviene anche per raccolta, trasporto, smaltimento e recupero di rifiuti urbani, speciali e ospedalieri, pericolosi e non, sia allo stato solido che liquido, che quindi non si possono conferire normalmente nelle sedi convenzionali dell'AcegasApsAmga. Chiunque debba smaltire come impresa degli scarti speciali che superano le misure consentite gratuitamente, è obbligato a presentare un formulario di identificazione. Ed è qui che casca l'asino: secondo quanto riportano i cittadini volontari che si adoperano per ripulire la città dalle montagne di detriti all'assessore all'Ambiente Luisa Polli. «Sono le ditte le maggiori responsabili di queste discariche, che non facendo interventi regolari non possono fare le bolle di smaltimento rifiuti e quindi riversano tutto abusivamente in giro per la città. Ma insieme a loro ci sono anche dei privati cittadini che fanno questo per mancanza di cultura ambientale», specifica Polli. Per disincentivare tutti questi comportamenti, vengono eseguiti appostamenti e svolte indagini contro chi commette queste azioni, che possono diventare reati. Sono 97 le multe effettuate nel 2016 dalle forze dell'ordine, escluse quelle a rilevanza penale. Dall'ambito amministrativo si passa al reato «quando vengono abbandonati rifiuti pericolosi, specialmente come i residui di demolizione e materiale edile. Normalmente viene fatta un'indagine - spiega il vicesindaco Pierpaolo Roberti - e poi il Nucleo di polizia giudiziaria stabilisce se si tratta di reato oppure no. Se tutti seguissero le norme di buon senso risparmieremmo tutti». Anche perché le stesse ammende partono dai 50 euro e arrivano anche e oltre i 500.

(b.m.)

 

A Ponziana la pulizia si fa a ritmo di musica - Alla festa itinerante del rione gli abitanti hanno tirato a lucido le strade assieme alla Banda Berimbau
C'è stato chi si è affacciato incuriosito alle finestre di casa, come accade per le grandi manifestazioni di piazza. E in effetti non erano in pochi gli abitanti che nelle settimane scorse hanno ripulito le strade del loro rione, durante la festa itinerante di Ponziana. Un esempio particolarmente originale, poiché si è trattato di una pulizia inusitata: a dettare il passo di marcia sono stati i percussionisti della Banda Berimbau, mentre un nutrito gruppetto di persone che vivono nella zona, armato di guanti di lattice e sacchetti di plastica, ha raccolto le immondizie abbandonate negli spazi pubblici del loro quartiere. Perché Ponziana è proprio un quartiere: anziani e ragazzine che si scattavano una foto con il cellulare mentre improvvisavano un passo di danza al ritmo dei tamburi; singoli individui e intere famiglie, con tanto di bambini appresso, anch'essi impegnati nell'operazione di cura del bene comune. C'erano un po' tutti. C'era pure la signora Silvana, che si faceva portare a spasso da Natz. Lui spingeva la sedia a rotelle di lei, che gli chiedeva, tra il serio e il faceto, in dialetto triestino: «Quanti passi ci sono da qui al Pakistan?». Erano tutti parte del quartiere. Sono partiti dalla sede della Microarea di via Lorenzetti per poi percorrere a ritroso quest'ultima e quindi le principali strade dei dintorni: via Zorutti, via Battera, via Orlandini. Lungo il loro cammino hanno tirato su da terra cartacce, mozziconi di sigaretta e quant'altro vi fosse depositato. In testa alla festosa processione c'erano gli artisti della Banda Berimbau, la più importante formazione musicale specializzata in percussioni brasiliane del panorama nazionale, con sede proprio a Trieste. «Da queste parti capita di rado che qualcuno si affacci alla finestra - hanno detto gli organizzatori -. Ecco perché è fondamentale la presenza della banda: cattura l'attenzione della gente, costringendola a interessarsi a quel che succede fuori. Il nostro scopo è sensibilizzare sui temi dell'ambiente e del suo rispetto: del senso civico, in poche parole». L'iniziativa è stata organizzata dalla Microarea di Ponziana, da Asuits, Comune e Ater, assieme alla cooperativa La quercia, all'associazione Avi e all'Ics - Ufficio rifugiati onlus.

Lilli Goriup

 

 

MUGGIA - Ciclisti contro la seconda ordinanza antibici
«L'ordinanza del Comune di Muggia che prevede la chiusura di corso Puccini, via Dante e piazza Marconi alle bici nei mesi estivi in ampie fasce orarie non va giù alla Fiab Trieste Ulisse, che esprime forte disappunto. «Nelle scorse settimane - scrive la Fiab - avevamo dato ampia disponibilità per affrontare il problema della convivenza tra pedoni e ciclisti», per «lavorare per accrescere nei cittadini la conoscenza del Codice della strada e il senso civico. Purtroppo la giunta Marzi ha scelto una strada che costituisce un freno allo sviluppo della mobilità ciclistica e potrebbe dimostrarsi un ostacolo allo sviluppo del cicloturismo. Siamo inoltre preoccupati per la scelta di concentrare nelle fasce orarie di chiusura del centro il traffico ciclistico e automobilistico nella lunga, stretta e non rettilinea galleria, perché sono le ore di maggior rientro dal mare. Pur prevedendo l'ordinanza una nuova segnaletica col divieto di sorpasso delle auto nei confronti delle bici, immaginare un adolescente, ce ne saranno tanti, che torna pedalando dal mare, tallonato nel tunnel da un automobilista frettoloso e indisciplinato, ce ne sono troppi, configura rischi ben più drammatici di quelli che l'ordinanza intendeva affrontare. Speriamo che il confronto possa riprendere a breve».

 

CONSIGLIO COMUNALE - In commissione il regolamento sulle bici
La Commissione comunale per la Trasparenza, presieduta dal consigliere Roberto De Gioia (Verdi-Psi), è convocata per questa mattina alle 10.30 nella sala del Consiglio comunale. All'ordine del giorno dei lavori c'è l'articolo 6 del Regolamento di Polizia urbana, che si riferisce all'abbandono ed aggancio di velocipedi. Alla seduta è stato invitato anche il vicesindaco Pierpaolo Roberti, per relazionare appunto sul testo in esame e per rispondere alle domande dei consiglieri. Secondo il regolamento della Polizia locale, approvato nei mesi scorsi, gli agenti possono tagliare le catene e aprire i lucchetti di tutte le biciclette agganciate a un palo, a un semaforo, a una ringhiera o a qualsiasi appiglio che non sia una rastrelliera regolare per bici. A fine maggio, proprio il numero due della giunta Dipiazza aveva osservato sul tema: «Finora sono state rimosse nove carcasse di biciclette - aveva fatto sapere il vicesindaco - mentre tante altre, anche se non abbiamo il numero preciso, sono state prelevate perché in posizioni non regolari, ma sono funzionanti e quindi vengono tenute in deposito. Quelle considerate al pari di rifiuti saranno smaltite, quelle in buono stato sono ferme, in attesa che il proprietario venga a reclamare il proprio mezzo, che potrà riavere dopo aver pagato la sanzione, da 30 euro se procurava intralcio fino a 100 se era abbandonato».

 

 

Fincantieri e Ge Power verso le crociere "green"
Siglato un accordo con il colosso americano: si punta allo sviluppo congiunto di una soluzione hi tech che riduca al minimo le emissioni di impianti e motori
MILANO - Fincantieri scalda i motori per il futuro delle crociere "verdi". Questo almeno è il senso dell'accordo siglato ieri tra il gruppo triestino e il colosso americano Ge Power per lo sviluppo congiunto di un sistema di controllo delle emissioni in campo marittimo. In pratica le due multinazionali, già unite da un memorandum of understanding firmato lo scorso autunno, inizieranno a lavorare assieme per portare a bordo delle navi da crociera la tecnologia Shipboard Pollutant Removal System. Si tratta di una soluzione hitech per ridurre al minimo le emissioni inquinanti come gli ossidi di zolfo e il particolato, prodotti dagli impianti energetici e dai motori delle imbarcazioni, e che va incontro alle nuove direttive Marpol (maritime pollution) che diventeranno effettive a partire dal 2020.Nel cantiere di progettazione saranno coinvolti i tecnici e gli ingegneri del centro di Trieste e quelli di Genova. E in una seconda fase, quella produttiva, per le nuove navi e per il refitting di quelle più vecchie, tutti gli stabilimenti del gruppo. A margine dell'intesa, l'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono ha sottolineato come l'accordo sia «unico nel suo genere: mai prima d'ora un costruttore navale aveva stretto una partnership per l'abbattimento delle emissioni con un produttore di sistemi tra i leader mondiali nei settori in cui opera».Il nuovo prodotto, che servirà al controllo dei livelli di emissioni di SOx (ossidi di zolfo) e particolato, sarà sviluppato per le navi da crociera, con la possibilità di essere installato sulle unità che usano combustibile tradizionale, e consentirà agli armatori di raggiungere più alti standard di compatibilità ambientale riducendo i costi operativi delle navi. Non solo. L'accordo prevede infatti la commercializzazione sul mercato dello Shipboard Pollutant Removal, quindi anche per altri operatori. «Questa strategia - ha aggiunto Bono - ha come cardine la ricerca e l'innovazione ai massimi livelli. E ci consentirà di alzare ulteriormente l'asticella tecnologica a vantaggio del mercato crocieristico, in un ambito, come quello della riduzione dell'impatto ambientale, così determinante per i nostri clienti».A livello operativo, Fincantieri definirà i requisiti tecnici per progettare un sistema di controllo delle emissioni navali, che permetterà lo sviluppo di un prodotto competitivo nella prospettiva di una sua successiva commercializzazione. Ge Power, che vanta un'ampia offerta nel settore delle applicazioni per il trattamento di tutti i principali fattori inquinanti in campo energetico e industriale, definirà le caratteristiche necessarie per il sistema al fine di garantire i livelli di performance richiesti. «Questo accordo rafforza ulteriormente la relazione di lungo termine tra Ge e Fincantieri, e siamo orgogliosi di sviluppare un progetto così innovativo con uno dei maggiori costruttori navali al mondo», ha commentato Sandro De Poli, presidente e Ceo di Ge Italia. «Shipboard Prs sarà il risultato dell'esperienza nel settore navale di Fincantieri e quella fortemente specifica di Ge nelle tecnologie per la riduzione delle emissioni inquinanti in molteplici campi, come ad esempio quello della generazione elettrica e della siderurgia».

Christian Benna

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 4 luglio 2017

 

 

Tre parlamentari in piazza per lo stop dell'area a caldo - Mini delegazione bipartisan con il sindaco al presidio dei comitati anti Ferriera
Fedriga (Lega), Russo (Pd) e Battista (Mdp): «Serve una data certa per la chiusura»
La chiusura dell'area a caldo della Ferriera mette d'accordo i parlamentari triestini. Una parte, almeno, però stavolta bipartisan. L'appello per lo stop all'impianto dello stabilimento - con la pretesa di una data certa da stabilire nell'incontro tra la presidente Debora Serracchiani, il proprietario Giovanni Arvedi e il sindaco Roberto Dipiazza - è stato ripetuto ieri mattina in piazza Unità sotto il palazzo della giunta regionale davanti al tendone del presidio permanente organizzato da Comitato 5 dicembre, No Smog e FareAmbiente.Il sostegno alla battaglia è arrivato dal capogruppo alla Camera della Lega Massimiliano Fedriga, dal senatore Pd Francesco Russo e dal senatore di Articolo 1 - Mdp Lorenzo Battista, presenti insieme a Dipiazza e all'assessore Luisa Polli. Una cinquantina i cittadini che hanno ascoltato gli interventi degli onorevoli. Ma è stato il sindaco a dare il là: «Sto aspettando l'appuntamento con Arvedi - ha affermato il primo cittadino - e ciò che vedo è che la politica adesso è tutta insieme e sta finalmente emergendo la verità: la ghisa non è il futuro. Ci sono altre opportunità, a cominciare dal Porto, per cui basta con l'area a caldo. E bisogna smetterla di dire che gli operai perderanno il lavoro. L'area a caldo era già ferma nel 2012-2013, poi qualcuno ha voluto portare Arvedi e questi sono i risultati. Anche Serracchiani se ne sta rendendo conto, perché non si può continuare a dire che va tutto bene quando sui davanzali dei cittadini di Servola si trova quello che si trova». Fedriga ha ammesso le responsabilità della politica, tanto della destra quanto della sinistra. «E io, per quanto mi sia dato da fare, da questa responsabilità non mi tolgo - ha scandito il leghista - e, anzi ,vi chiedo scusa. Ci mettiamo umilmente a disposizione vostra», ha aggiunto rivolgendosi ai cittadini. «Adesso vogliamo che dall'incontro tra Arvedi e la Regione si decida una data sicura in cui si chiuderà l'area a caldo». Russo (Pd) ha annuito: «Servono tempi certi e su questo oggi registriamo l'unità di gran parte della politica. Ma questi tempi certi dipendono dallo sblocco di tutte le potenzialità che il capoluogo ha. Mi riferisco ai decreti attuativi dei punti franchi, al rilancio di Porto vecchio e della Città metropolitana, aggiungo io, che è la cornice per lo sviluppo di Trieste. Se tutto ciò parte insieme, sarà più facile concordare con Arvedi la data finale per la riconversione dell'area a caldo». Queste le condizioni dettate ieri, con cui peraltro il senatore dem ha motivato il rifiuto di sottoscrivere la petizione proposta da No Smog (ma non condivisa con il Comitato 5 dicembre). Un documento con cui si chiede alla Regione di mettere in atto le procedure per la chiusura e che Fedriga e Battista hanno firmato. «Se l'obiettivo è lo stop dell'area a caldo - ha rilevato il senatore di Articolo 1 - Mdp - non mi faccio alcun problema a mettere il mio nome».

Gianpaolo Sarti

 

 

Sciacallo dorato investito sul Carso - Una femmina adulta è stata trovata morta a Basovizza da un'automobilista sul bordo di una strada
Gli investimenti di animali selvatici sul Carso triestino, soprattutto in estate, sono praticamente all'ordine del giorno. Se purtroppo ricci, caprioli, volpi, tassi e "mustelidi" vari (in primis le faine) sono vittime più o meno abituali degli incidenti mortali provocati dalle automobili, l'investimento occorso l'altro giorno a Basovizza è stato decisamente più singolare. Una femmina adulta di sciacallo dorato, dell'età di circa tre anni, è stata infatti trovata morta al lato di una strada. L'allarme è stato dato da un ciclista che ha allertato anche l'ex direttore del Museo civico di Storia naturale di Trieste Nicola Bressi. «All'inizio non pensavo potesse essere davvero uno sciacallo dorato, invece la segnalazione giuntaci era corretta. Un investimento davvero sfortunato visto che la presenza di questo "canide" non è poi così copiosa sul nostro territorio, soprattutto se rapportata ad altre specie di fauna selvatica, soprattutto le volpi se pensiamo proprio ai "canidi"», racconta Bressi. In base ai dati forniti dal naturalista triestino, dati emersi in seguito a diverse indagini compiute da molti esperti del settore, sono complessivamente cinque i branchi di sciacalli dorati presenti sul Carso, di cui tre nell'altipiano triestino. Ogni famiglia ha circa cinque esemplari. I conti della presenza di questo animale a Trieste sono presto fatti: meno di una ventina di esemplari. «I primi "Canis aureus" arrivarono in Italia dai Balcani negli anni Ottanta del secolo scorso e sul Carso sono presenti ininterrottamente da quasi 30 anni - racconta Bressi -. Attualmente gli studi condotti dai musei di Storia naturale e dalle università della regione e della Slovenia attestano anche la presenza alcuni branchi sul Carso sloveno». A volte identificato erroneamente come un "temibile predatore", lo sciacallo dorato - oltre a nutrirsi di carogne, rifiuti, animali malati e moribondi - può arrivare a predare animali delle dimensioni di un cucciolo di capriolo o di pecora. «In realtà più frequentemente preda roditori come ratti e nutrie - puntualizza Bressi - ma la vera caratteristica di questo animale è che è certamente il più onnivoro tra i "canidi" europei, gradendo frutta, bacche e persino verdura». Tra le caratteristiche comportamentali di questa specie spicca infine l'assenza di aggressività nei confronti dell'uomo: «Non vi è alcun dato, neppure aneddotico, di sciacalli che abbiano aggredito persone. Mai, in nessuna parte del mondo, dove convivono da millenni con l'uomo dal Nord Africa all'India». Quanto narrato qualche giorno fa a San Michele del Carso, con la presunta aggressione di uno sciacallo ai danni di pollame locale, non convince affatto diversi naturalisti tra cui lo stesso Bressi: «È stato detto che l'esemplare ha predato le galline lasciate razzolare all'aperto, ma lo sciacallo non è affatto bravo a intrufolarsi nei pollai come fanno volpi e faine. Nel Triveneto, negli ultimi anni ben due sciacalli sono stati ritrovati feriti proprio perché cercavano di passare una recinzione. In realtà io e altri colleghi non siamo convinti che sia stato uno sciacallo dorato a provocare questi danni, si potrebbe invece ipotizzare la presenza di un cane randagio, ad esempio il lupo cecoslovacco, anche lui dotato di un manto grigio».

Riccardo Tosques

 

SAN DORLIGO - «Patto anti odori non sufficiente - Servono più controlli»
SAN DORLIGO DELLA VALLE - Le rassicurazioni del sindaco Sandy Klun e dell'assessore Franco Crevatin «non ci bastano, anzi rilanciamo la richiesta di effettuare monitoraggi molto più frequenti e puntuali, utilizzando per esempio i nasi elettronici». È forte la replica di Giorgio Jercog, del Comitato Salvaguardia del golfo, alle dichiarazioni fatte dai due esponenti dell'esecutivo di San Dorligo della Valle, in relazione alle problematiche dell'inquinamento atmosferico che sarebbe prodotto dalla presenza della Siot nel territorio comunale. «Il petrolio greggio - spiega Jercog - contiene diversi punti percentuali in peso di composti solforati. Essi non solo hanno un odore sgradevole - precisa - ma sono anche dannosi per l'ambiente e corrosivi, per questo devono essere in gran parte rimossi nel processo di raffinazione. Siamo anche in attesa - aggiunge - che l'azienda paghi il dovuto delle tasse comunali riguardo le immondizie. Per le segnalazioni poi, in occasione dei fenomeni più acuti di presenza di cattivi odori nella vicinanza delle case - continua Jercog - sarebbe da adottare il sistema Usma da telefonino, che avvisa contemporaneamente Comune, Arpa e Siot». Il Comune ha recentemente annunciato di voler allestire un tavolo tecnico sulle "molestie olfattive", che si riunirà nella seconda metà di questo mese, alla presenza di Arpa, Direzione ambiente ed energia della Regione, Azienda sanitaria integrata, Autorità portuale e Comune di Muggia. «Subito dopo - ha contestualmente precisato Crevatin - incontreremo Siot e Wartsila». «Tutto inutile - evidenzia Jercog - se prima non si adottano le necessarie misure per verificare origini dell'inquinamento e possibili conseguenze sulla salute dalla popolazione. Chiediamo invece all'amministrazione - conclude l'esponente del Comitato per la salvaguardia del golfo - di chiedere all'Asuits l'analisi sulla salute della popolazione e quella dell'impatto su terreni e orti esposti attorno alla struttura, come da interrogazione regionale a suo tempo presentata».

(u.sa.)

 

Circolo Fotografico - Quando l'ambiente viene violato
Fotografie che diventano spunto per un dibattito dedicato all'ambiente. Questo il contenuto dell'appuntamento di stasera (inizio alle 19) al Circolo fotografico triestino di via Zovenzoni 4, intitolato "L'ambiente violato". Saranno visionate e commentate circa 90 immagini presentate da 22 fotoamatori che, con punti di vista diversi, attraverso le immagini hanno indicato molteplici aspetti delle violazioni che l'uomo ha provocato e provoca sull'ambiente nel quale vive. Lo scopo della serata è di discutere di fotografia intesa come fonte di documentazione. Il reciproco confronto servirà a evidenziare la ricchezza degli impegni di pensiero individuali, rafforzando il senso della comunità, inteso come luogo di dialogo. È dunque auspicabile che anche la ricerca fotografica possa dare un contributo utile per renderci più attenti e responsabili.

 

 

Inquinamento - Acque "super" a Fiume per 17 siti sui 24 analizzati
FIUME - Non avrà il "marchio" di centro balneare come ad esempio Lussinpiccolo, Lesina, Macarsca e tante altre località, ma Fiume vanta comunque spiagge le cui acque di mare sono batteriologicamente sane. L'ultimo campionamento eseguito dagli esperti dell'Istituto regionale per la Salute pubblica ha evidenziato un'alta qualità in 17 spiagge, mentre nelle altre quattro i risultati sono stati considerati non più che soddisfacenti. Niente voto massimo per gli stabilimenti Cantrida est (ex bagno Riviera e dintorni), Cantrida ovest, Grcevo e Villa Nora, a Costabella. Si tratta di siti nei quali i controlli sfornano esiti tradizionalmente non eccellenti, anche se i valori in questo caso sono stati migliori di quelli registrati l'anno scorso. Beninteso, non si tratta di zone in cui la balneazione è proibita, ma di aree in cui la situazione è accettabile ma non ideale. Si può fare una nuotata anche a Cantrida, Grcevo e Villa Nora senza alcun rischio - è stato precisato dagli esperti - mentre i problemi maggiori riguardano la porzione orientale di Cantrida, soprattutto in presenza di piogge copiose. In una Fiume dove l'industria pesante è praticamente scomparsa, sono state due le spiagge a ottenere il prestigioso riconoscimento della Bandiera blu: sono quelle di Kostanj e la Baia dell'amore (Ploce in croato), a Costabella. Quest'anno per gli interventi di miglioria negli stabilimenti balneari fiumani sono stati stanziati dalle casse comunali circa 5 milioni di kune, pari a 676 mila euro.

(a.m.)

 

 

È ancora lunga la sfida al business delle Ecomafie - Il rapporto 2017 di Legambiente conferma l'efficacia della penalizzazione di questi reati
Oggi chi inquina, finalmente, inizia a pagare. In Italia, a circa due anni dall'inserimento dei delitti ambientali nel codice penale, qualcosa inizia a cambiare. I risultati resi noti dal Rapporto Ecomafie 2017 di Legambiente testimoniano come sia stato efficace inserire questa norma nell'impianto legislativo italiano, vista l'inversione di tendenza dei numeri in tutti i settori. Il dato complessivo legato agli illeciti ambientali (dati 2016) continua a scendere, passando da 27.745 a 25.889, il 7% in meno, un numero importante anche in virtù del fatto che è maggiore all'ultimo registrato: nel 2015, rispetto al 2014, gli illeciti scesero del 5,3%. Scende inoltre vertiginosamente il fatturato globale delle ecomafie, che dai 19,1 miliardi di euro del 2015 passa a 13 miliardi, con una riduzione del 32%, quando l'anno precedente era stata del 15%. Dati molto incoraggianti anche quelli in crescita: aumentano arresti (225 contro i 188 del 2015), denunce (28.818 contro 24.623) e sequestri (7.277 contro 7.055). La situazione, tuttavia, resta allarmante, e bisogna ancora fare molto perché l'Italia, dal punto di vista ambientale, si possa considerare davvero un Paese "normale". La criminalità organizzata è sempre ben radicata, e persiste nel considerare gli illeciti ambientali quale occasione di business e profitto, e non è un caso che, pur calando del 4% - dal 48% al 44% - le regioni dove si concentrano quasi la metà degli ecoreati italiani sono Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, ovvero le stesse quattro del 2015 ma con la regione siciliana e quella pugliese che hanno scavalcato quella calabrese nell'infelice classifica. A livello provinciale invece, la classifica vede in testa sempre aree del Sud: Napoli (1.361 reati), Salerno (963) e Cosenza (816) occupano rispettivamente primo, secondo e quarto posto della classifica, che vede al terzo l'area metropolitana di Roma (820). Spesso i reati ambientali sono legati alla corruzione - Lazio e Lombardia in testa, con 49 e 44 inchieste di rilievo negli ultimi sei anni, sono le regioni più colpite - altro segnale che indica il forte radicamento della malavita a livello territoriale, e la necessità per le ecomafie di stabilire rapporti di corruzione con la classe politica e amministrativa locale. Un esempio sono i dati legati al ciclo illegale del cemento e quelli sull'abusivismo edilizio, anch'essi in calo (-10% gli illeciti sul ciclo illegale del cemento, mille in meno, 17.000 contro 18.000, gli immobili abusivi costruiti) ma che nonostante l'inversione di tendenza, rimangono una grande preoccupazione per un Paese ad alto rischio idrogeologico. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha specificato come «sicurezza ambientale, protezione dell'ambiente e lotta alla corruzione in materia ambientale sono sfide politiche enormi». Ma la lotta alle ecomafie passa anche per una maggiore selezione dei comportamenti da perseguire penalmente.A fronte di una reale criminalità organizzata, esiste in Italia un fenomeno di "reati di carta" frutto della complessità e disomogeneità normativa, di interpretazioni difformi delle leggi. Occorre, quindi, una grande operazione di semplificazione legislativa tesa a consentire agli operatori "sani" di agire e fare impresa in modo serio e tranquillo, evitando di ingolfare uffici di polizia e tribunali di procedure non legate a veri e propri reati da associazione criminale. Occorre investire in campagne di informazione e sensibilizzazione della popolazione e sulle agenzie regionali di protezione ambientale. Siamo sulla buona strada, ma la sfida ancora non è vinta.

ALFREDO DE GIROLAMO

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 3 luglio 2017

 

 

Monfalcone - Perdita di gas da una cisterna - Treni in tilt e binari evacuati
MONFALCONE - Rischio esplosione alla stazione ferroviaria di Monfalcone. Un convoglio merci-cisterna, in transito nella città dei cantieri, ieri pomeriggio, è stato sottoposto ai dovuti interventi di messa in sicurezza, dopo la perdita di gas argon. È subito scattato l'allarme e contestualmente la mobilitazione delle forze dell'ordine e dei vigili del fuoco. Evacuata la stazione ferroviaria, che è stata chiusa. Un vero e proprio black-out lungo le linee ferroviarie Trieste-Venezia e Udine-Venezia, desertificate per almeno due ore e mezza. Niente treni, tutto rigorosamente bloccato per evidenti motivi di sicurezza. Tutto è scaturito verso le 17.10 e le misure di emergenza hanno monopolizzato la stazione, al fine di scongiurare qualsivoglia incidente. Quello di ieri è stato un pomeriggio in crescendo, con i passeggeri trovatisi davanti allo sbarramento degli ingressi della stazione ferroviaria, tra sorpresa, interrogativi e, via via l'incalzare di richieste di chiarimenti e spiegazioni. Un'atmosfera che, per certi versi, ha rimandato al ricordo del terribile disastro ferroviario di Viareggio.Il convoglio 41853 di Rtc-Rail Traction Company, proveniente da Tarvisio e diretto verso Campo Marzio, a Trieste, una volta giunto a Monfalcone è stato "blindato" per consentire la necessaria messa in sicurezza, seguita dal ripristino del traffico ferroviario che è ripreso su entrambi i binari verso le 19.42, con la riapertura della stazione. Sono da chiarire le esatte cause dell'evento, tuttavia, secondo quanto è stato ipotizzato, il problema avrebbe riguardato la perdita di gas argon a causa di una valvola "difettosa" nell'ultimo vagone del convoglio Rtc. Una situazione indubbiamente critica per i rischi sottesi all'evento. Sul posto hanno fatto quadrato i vigili del fuoco che hanno lavorato a lungo per "disinnescare" ogni pericolo procedendo con gli interventi e la verifica delle cause. Accertamenti che restano al vaglio. Assieme agli uomini della Polfer anche le forze dell'ordine. A un certo punto, alcuni agenti sono usciti dalla stazione e hanno "transennato" l'edificio con il nastro rosso-blu. Una sorta di "sequestro" che dava la misura della delicatezza della situazione. I passeggeri che nel frattempo affollavano l'area esterna, non senza un certo disorientamento, quando non anche il forte malumore di fronte all'assenza di informazioni, si sono avvicinati agli agenti incalzandoli di domande per capire cosa stesse accadendo e che destino sarebbe loro spettato, ormai da quasi tre ore in balia dell'incertezza e delle preoccupazioni sul da farsi. Una donna straniera, diretta a Cervignano dove l'aspettava la ripresa del lavoro, continuava a chiedersi come sarebbe uscita dall'impasse. «Ero a Trieste con amici, in giornata libera. Alla stazione i treni non partivano, così ho preso una corriera. Pensavo che a Monfalcone i treni viaggiassero, invece, mi trovo qui, senza neppure il cellulare per avvertire del ritardo». C'era chi a tratti alzava la voce: «Chi deve darci spiegazioni? Cosa sta succedendo? Cosa dobbiamo fare, sono ormai quasi tre ore che aspettiamo». Una donna ha osservato: «Possibile che non ci sia personale addetto a fornire le informazioni?». C'è stato anche chi chiedeva lumi circa il rimborso del biglietto. C'era chi s'è seduto sul marciapiede in paziente attesa, chi invece ne approfittava per lavorare sul pc appoggiato alla valigia.Da Rfi, intanto, si ricercavano le soluzioni alternative. Prima i bus sostitutivi, un'impresa trovarne di disponibili. Meglio puntare sulla riapertura quantomeno di un binario, per iniziare a riavviare il transito dei treni bloccati e poter garantire le prime partenze e fermate. Ritardi che si accumulavano, fino a due ore. La situazione s'è sbloccata quando il convoglio è stato spostato in un binario esterno secondario. Di lì a poco è sopraggiunto il segnale "verde", con buona pace dei passeggeri. Verso le 19.30 sono stati riattivati tutti i binari con la riapertura della stazione ferroviaria. L'altoparlante emetteva i "bollettini" dei ritardi. Il regionale veloce 2215 delle 19.23 proveniente da Venezia e diretto a Trieste viaggia con 60 minuti di ritardo; il regionale veloce 1017 proveniente da Trieste e diretto a Venezia ritarda di 55 minuti. Sessantacinque minuti di ritardo accumulati per il Frecciarossa Trieste-Milano. Una sequela di avvisi mentre nel frattempo la stazione riacquistava la normalità e i treni avevano iniziato a riprendere il loro percorso, pur al "rallentatore" considerato che la velocità non poteva superare i 30 chilometri orari.

Laura Borsani

 

 

Si restringe la zona proibita alle bici - Varata a Muggia l'ordinanza della discordia: off limits solo corso Puccini, via Dante e piazza Marconi
MUGGIA - Bici a spinta obbligatoria in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi, solamente in determinati orari e periodi dell'anno. Questo il compromesso ufficializzato dal Comune di Muggia per chiudere una volta per tutte la partita sulla cosiddetta "ordinanza antibiciclette". Il documento, che in realtà regolamenta la viabilità all'interno del centro storico vincolando fortemente l'accesso degli autoveicoli, è oramai ufficiale. L'annuncio arriva dal sindaco Laura Marzi: «Abbiamo rimodulato il testo originale alla luce di quanto emerso nell'ultimo mese, fatto di incontri e discussioni con cittadini e associazioni di ciclisti. Da amministratori avevamo il dovere di dare una risposta alle tante segnalazioni pervenuteci, soprattutto dai residenti del centro storico». A spinta Non si potrà dunque più pedalare in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi. Il divieto sarà operativo esclusivamente nella "stagione estiva", ossia dal primo giugno al 30 settembre. Vi saranno anche degli orari precisi in cui il divieto sarà applicato, ossia dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 20. Il divieto sarà inoltre applicato in concomitanza di manifestazioni in piazza Marconi. Rispetto al testo iniziale, dunque, è stata abolita l'idea di ampliare un'area prettamente pedonale all'interno del centro storico individuata in vie, calli e piazze ricadenti all'interno dell'antica cinta muraria e specificatamente racchiusa nelle vie Roma, Naccari, Manzoni e Sauro e in salita alle Mura. «Tutte le altre zone del centro storico al di fuori di corso Puccini, via Dante e piazza Marconi potranno essere regolarmente percorse con la bicicletta», puntualizza l'assessore alla Polizia locale Stefano Decolle. I trasgressori saranno puniti secondo il Codice della strada con sanzioni che andranno da un minimo di 41 ad un massimo di 168 euro. L'alternativa Una novità è stata proposta dalla giunta Marzi fondamentalmente per ovviare all'assenza di un percorso alternativo per i ciclisti provenienti da strada per Lazzaretto. Ribadendo il concetto che non si può entrare nel centro storico attraverso l'arco della cinta muraria del Mandracchio, essendo l'arteria a senso unico (anche se in verità i ciclisti che vanno contromano continuano a trasgredire il divieto), si creerà un percorso lungo calle Bacchiocco e piazzetta Galilei. Il percorso poi permetterà di costeggiare il Duomo permettendo di raggiungere successivamente piazzale Caliterna. In galleria Una nuova importante disposizione pro ciclisti è stata invece inserita per quanto riguarda il discorso sicurezza dei velocipedi. La giunta Marzi ha infatti deciso di installare il divieto di sorpasso all'interno della galleria. «Ci è stato evidenziato che spesso i ciclisti, posizionandosi a lato della carreggiata, venivano superati dalle automobili creando così una situazione carente in fatto di sicurezza per gli stessi ciclisti. D'ora in poi gli automobilisti dovranno pazientare lasciando ai ciclisti la possibilità di stare al centro della carreggiata», racconta Marzi. L'ordinanza entrerà ufficialmente in vigore non appena sarà pronta la cartellonistica. Questioni di giorni, insomma.

Riccardo Tosques

 

 

Troppi turisti a Plitvice - Il Wwf lancia l'allarme
Additati lo sfruttamento eccessivo dell'acqua e le decine di concessioni edilizie rilasciate in pochi anni: «Zagabria intervenga per evitare la distruzione del sito»
ZAGABRIA - Dopo l'Unesco, anche il Wwf lancia l'allarme Plitvice. Secondo la celebre organizzazione internazionale per la conservazione di natura, habitat e specie in pericolo, il parco croato di Plitvice è oggi minacciato dall'eccessiva attività dell'uomo. E il governo di Zagabria dovrebbe prendere delle misure prima che sia troppo tardi. Iscritto al patrimonio mondiale dell'Unesco già nel 1979, il complesso di laghi di Plitvice è una delle destinazioni turistiche più note della Croazia, e attira ogni anno oltre un milione di visitatori. Ma proprio la fama del sito e il suo utilizzo eccessivo da parte degli operatori turistici locali ne sta ora mettendo in pericolo la salvaguardia. «Una serie di decisioni male informate hanno sottoposto la più preziosa perla naturale della Croazia a un rischio senza precedenti», ha detto Irma Popovic Dujmovic del Wwf-Adria, avvertendo che «non possiamo rischiare di perdere l'icona croata della natura protetta e i moltissimi posti di lavoro, dai quali dipendono peraltro intere comunità locali».Le «decisioni male informate» citate dal Wwf riguardano diversi ambiti, a cominciare dall'«uso eccessivo dell'acqua», che secondo l'organizzazione ambientalista ha lasciato la grande cascata di Plitvice «con appena il 40 per cento della sua capacità massima di acqua». Ma un altro segnale chiaro dello sfruttamento del parco è rappresentato dal numero di permessi di permessi di costruzione accordati dal governo nell'area. «Negli ultimi anni - prosegue il Wwf - il ministero dell'Edilizia ha autorizzato la costruzione di 25 nuovi appartamenti, bed&breakfast e ristoranti». Cantieri che portano ogni giorno nella zona protetta decine di camion, in prospettiva di un numero sempre maggiore di visitatori.«A partire dal 2010 - nota il Wwf nel suo comunicato - il numero di soggiorni nell'area di Plitvice è aumentato di 12 volte arrivando a 39mila», rendendo necessaria una maggiore disponibilità di posti letto in una zona altrimenti poco attrezzata e storicamente priva di grandi strutture alberghiere. «Se un'azione urgente non viene intrapresa il Parco di Plitvice potrebbe essere iscritto nella Lista Wwf del patrimonio mondiale in pericolo», ammonisce il Wwf stesso, facendo eco a un avvertimento lanciato tempo fa dall'Unesco e dallo stesso direttore del parco. Lo scorso settembre infatti il direttore del parco nazionale Andelko Novosel aveva detto ai giornalisti del quotidiano Vecernji List di aver ricevuto «un messaggio chiaro» da parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, scienza e cultura (Unesco): «Se non proteggiamo il parco, lo toglieranno dalla lista dei Patrimoni naturali dell'umanità», aveva riferito Novosel, aggiungendo che «è da un po' di tempo che ci battiamo contro un numero eccessivo di turisti».Negli ultimi dieci anni il successo del complesso di laghi è stato sorprendente: dai 300mila visitatori dei primi anni Duemila si è passati agli attuali 1,3 milioni di ingressi, con picchi quotidiani di 15mila turisti contro gli 8mila imposti come tetto massimo dall'Unesco per salvaguardare al meglio il parco.Dopo il cartellino giallo ricevuto dall'Unesco (non solo per Plitvice ma anche per Dubrovnik, anch'essa sommersa dai turisti), tocca ora al Wwf invitare «il ministero dell'Edilizia croato a iniziare a lavorare con urgenza con il ministero della Protezione ambientale al fine di evitare la distruzione dei laghi di Plitvice». Coinvolgendo inoltre le comunità locali, prosegue il Wwf, si potrà «proteggere la bellezza e la biodiversità di Plitvice, promuovendo anche uno sviluppo sociale ed economico per tutti».

Giovanni Vale

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 2 luglio 2017

 

 

«Non sparate alle nutrie» - Muggia apripista in Fvg - Parte dalla cittadina rivierasca la petizione regionale contro la nuova legge
MujaVeg reclama il contenimento della specie solo con metodi non violenti
MUGGIA - No all'abbattimento violento, sì al contenimento tramite metodi ecologici. Parte da Muggia la petizione per far correggere il tiro alla giunta Serracchiani le disposizioni inserite nella legge regionale 20 del 9 giugno scorso che prevede l'eradicazione delle nutrie anche attraverso l'abbattimento.La storia Originaria della Patagonia, la nutria è un roditore introdotto nello scorso secolo in molti paesi sia nel Nord America che in Europa. I primi allevamenti commerciali per la produzione di pellicce sorsero in Italia (in Piemonte) alla fine degli anni Venti per giungere qualche decennio dopo anche a Muggia e in altre zone del Fvg. «La diffusione di questa attività si deve sia all'interesse commerciale della pelliccia, che, soprattutto nei primi anni, era abbastanza elevato, sia alla facilità con cui le nutrie potevano essere allevate: in seguito l'allevamento si rivelò pratica via via sempre meno remunerativa e venne gradualmente abbandonato», si legge nelle "Linee guida per il controllo della nutria", il testo scritto con il patrocinio del ministero dell'Ambiente dall'Istituto nazionale per la fauna selvatica "A. Ghigi". Iniziarono così a verificarsi le prime immissioni, quasi sempre volontarie, di nutrie in natura. Queste immissioni hanno consentito la formazione di nuclei naturalizzati in grado di autosostenersi come le nutrie muggesane del Rio Ospo, diventate un vero e proprio fenomeno popolar-mediatico grazie alla massiccia presenza dei roditori in zona Rabuiese.Le caratteristiche Ma quali sono le caratteristiche delle nutrie? Questi roditori ingeriscono da 700 a 1.500 grammi di materia vegetale al giorno. Una quantità che corrisponde circa al 25% del proprio peso corporeo. Gli alimenti più utilizzati sono piante acquatiche, radici, foglie, tuberi e rizomi. La nutria raggiunge la maturità sessuale in età molto precoce: già a 6 mesi i maschi sono in grado di riprodursi. Le femmine possono riprodursi in media 2,7 volte all'anno. Alla nascita il numero medio di neonati è pari a cinque. La legge «Il provvedimento di eradicazione delle nutrie nel Fvg con metodi selettivi intende tutelare le produzioni zoo-agro-forestali, l'idrografia e le opere idrauliche». Così Diego Moretti (Pd), relatore di maggioranza della legge in questione, ha spiegato la decisione della Regione di sterminare i roditori, compresi quelli presenti nel Rio Ospo. Per l'assessore regionale allla Caccia Paolo Panontin quella delle nutrie è una specie «invasiva, non originaria e dannosa». La giunta Serracchiani ha così votato una legge per applicare un Piano triennale di contenimento del costo di 60mila euro. Tra i metodi di soppressione impiegabili, "armi comuni da sparo" oppure "trappolaggio e successivo abbattimento con metodo eutanasico dell'animale mediante narcotici, armi ad aria compressa o armi comuni da sparo".La petizione «Per affrontare la questione nutrie la Regione ha completamente snobbato i possibili metodi ecologici contenuti nella legge 157 dell'11 febbraio 1992 proposti dall'Istituto nazionale per la fauna selvatica». Così Cristian Bacci, responsabile dell'associazione MujaVeg, racconta il perché della nascita della petizione popolare nella quale si chiede espressamente che le nutrie non soffrano durante la fase di eradicazione operata dalla Regione. Tra i metodi suggeriti quello invocato anche da altre associazioni ambientaliste: la sterilizzazione. In attesa di capire gli esiti dello studio dell'Università di Udine per individuare e testare sistemi che riducano le capacità riproduttive delle nutrie, studio finanziato proprio dalla Regione con uno stanziamento di 80mila euro, in cui si dovrebbero sperimentare dei prodotti sintetici che, aggiunti ad alimenti appetibili o sostanze naturalmente presenti nei vegetali siano in grado di contenere la specie, la raccolta firme è partita. La petizione, scaricabile sul sito www.mujaveg.it, potrà essere firmata o consegnata a Muggia (alla Gelateria Easy in riva de Amicis e alla Farmacia alla Marina in piazzale Foschiatti) oppure a Trieste (al Giardino Tergesteo e al Serra Hub in via Economo) entro il 30 agosto. Dopodiché le firme verranno consegnate alla Quarta commissione del Consiglio regionale. Intanto l'assessore alla Protezione civile Stefano Decolle conferma la non sussistenza del problema nutrie a livello muggesano: «Non so in regione, ma qui non abbiamo mai ricevuto segnalazioni di danni causati dalle nutrie». Resta ora da capire se e quando anche i roditori del Rio Ospo rientreranno nel piano di abbattimento

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 1 luglio 2017

 

 

BARCOLA - Park sul terrapieno, scatta la bonifica - Iniziato lo sfalcio del verde per la creazione di 500 posti auto. Dipiazza: «Il progetto per l'opera partirà entro fine anno»
Primo atto per il futuro parcheggio di Barcola. In questi giorni il Comune ha iniziato lo sfalcio dell'erba e degli arbusti che infestano la zona del terrapieno, dove il sindaco Roberto Dipiazza intende realizzare almeno cinquecento posti auto. Uno spazio che nelle previsioni sarà utilizzato soprattutto dalle società veliche che hanno sede nei paraggi e che necessitano di spazio per i propri mezzi, come pulmini e carrelli, per le trasferte delle regate e le varie competizioni. Un'esigenza si era manifestata già anni fa, ma che non aveva mai trovato risposte concrete da parte dell'Autorità portuale. Che, come noto, gestiva quelle aree demaniali. La conferma dell'avvio dei lavori è arrivata proprio ieri, pubblicamente, dalle parole del sindaco Dipiazza durante la presentazione della 49.ma edizione della Barcolana. «Abbiamo cominciato a togliere un po' di erba e arbusti», ha detto. E in effetti, come si può constatare da viale Miramare, gli interventi sono partiti. Nei mesi scorsi era stato proprio il primo cittadino ad andare sul posto, accompagnato dall'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, dai tecnici del Municipio e da un gruppo di delegati dei circoli, per un sopralluogo sull'area del terrapieno, entrata di recente nella disponibilità del Comune come gran parte del Porto vecchio. Dipiazza ha incaricato il suo staff a preparare un progetto vero e proprio. Il parcheggio sorgerà nell'area attualmente occupata dalla boscaglia spontanea, che negli anni si è fatta sempre più fitta, come si può scorgere per l'appunto transitando sempre lungo viale Miramare. Lo spazio che si potrà ricavare consentirà di creare posti auto per centinaia di persone. Cinquecento i posteggi stimati, in linea con quando stabilito dalle previsioni di legge.«Abbiamo iniziato lo sfalcio dell'erba - ha commentato Dipiazza - e questo è un modo per poter anche visionare la zona. Ma siamo pronti pure con il progetto per l'opera, che bisogna far partire entro il 30 di dicembre». L'assessore all'Urbanistica Luisa Polli conferma: «Abbiamo pensato di mettere le mani il prima possibile sulle zone di cui si può già usufruire - afferma l'esponente della giunta - anche perché ricordiamo che quel punto non è nella parte classificata inquinata». Il parcheggio, nello specifico, sarà realizzato nel sedime ferroviario. Dopo la pulizia del verde, si passerà al posizionamento di un "geo-tessuto", cioè una superficie isolante di tipo protettivo e contenitivo che farà da base al fondo.«Sopra metteremo della ghiaia - annuncia Polli - e in particolare una tipologia che consente di muoversi agilmente». Il posteggio, che nasce per le società nautiche ma potrà essere usato da tutti i cittadini, non verrà recintato. «Non c'è una concessione - ricorda l'assessore - perché non è previsto un utilizzo esclusivo. Ma è ovvio che ci andranno prevalentemente i soci delle società veliche o, ancora, chi fa canottaggio, gare, o chi ha bisogno di un punto di appoggio per usufruire dei servizi rivieraschi. Credo che difficilmente i triestini lo impiegheranno per andare a prendersi il gelato a Barcola. Comunque il tessuto che andremo a posizionare - sottolinea Polli - farà sì che il via vai della automobili non faccia disperdere la ghiaia».

Gianpaolo Sarti

 

 

ALTIPIANO EST - Trebiciano reclama le barriere antirumore
TRIESTE - Un'adeguata protezione antirumore lungo il tratto della Grande viabilità adiacente la frazione di Trebiciano. Lo richiede l'intero paese, in particolare le famiglie che da tempo risiedono nelle vicinanze dell'autostrada, sottoposte quotidianamente al frastuono provocato dal traffico. Sulla questione torna per l'ennesima volta la Circoscrizione Altipiano Est che sottolinea come questo disagio sussista da oltre vent'anni, ovvero da quando è stato costruito il collegamento autostradale nei pressi di Trebiciano. «Nonostante la comunità li chieda da sempre - osserva il presidente del parlamentino Marko De Luisa - mancano del tutto i dissuasori e le barriere antirumore. Sul tema la comunità ha presentato all'Anas, e per conoscenza alla precedente amministrazione comunale e alla prefettura, una petizione con allegata una raccolta di firme. Un'azione che tuttavia non ha sortito alcun effetto». I consiglieri sottolineano come già nella progettazione iniziale della Grande viabilità si sarebbe dovuto provvedere a tutte le infrastrutture necessarie. «Comunque sia - aggiunge il presidente - non è possibile che i residenti di Trebiciano debbano continuare a sopportare un inquinamento acustico che inficia sia la qualità di vita che la loro salute. Per questo abbiamo inviato al sindaco e agli assessori un documento con il quale chiediamo di attivarsi nei confronti dell'Anas, affinché si provveda una volta per tutte a realizzare l'adeguata protezione antirumore». Sempre dalla Seconda circoscrizione si chiede, con una mozione, di creare nell'area di Trebiciano conosciuta come "Rouna" una nuova isola ecologica. In questo modo, come da tempo reclamano i residenti, sarebbe possibile togliere i cassonetti per la raccolta dei rifiuti e della differenziata dalla piazza principale del borgo. Il provvedimento consentirebbe finalmente di riqualificare e valorizzare la piazza, con la sua chiesa, la canonica, la scuola materna e il monumento ai caduti nella lotta per la Liberazione.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

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