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RASSEGNA STAMPA  luglio - dicembre 2017

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 30 novembre 2017

 

 

SEGNALAZIONI - SERVOLA - Gli odori del depuratore

Il giorno 23 mi trovavo a transitare col bus 8 verso le 19 diretto a Servola vicino ai depuratori dei liquami, in pochi secondi l'aria nel bus è diventata insostenibile (almeno per me) al punto di dovermi tappare il naso col fazzoletto causa l'odore di prodotti chimici adoperati. Ciò che mi ha lasciato a dir poco sconcertato è il fatto che per la gente che c'era sul bus (scesa poi quasi tutta in via Pitacco di fronte alla Ferriera) era come se niente fosse, respirava normalmente. Ora io capisco la mia forte sensibilità al problema odori specie quelli non naturali, ma non vedere nessuno che si lamentasse o si tappasse il naso mi ha fatto capire quanto quella povera gente sia straintossicata dalla Ferriera che dal depuratore. Inviterei qualche esponente politico o sanitario a provare l'aria che ho respirato io, si renderanno conto che i soldi che si spenderanno in futuro per cercare di guarire almeno in parte migliaia di concittadini saranno talmente tanti da costruire un'altra Ferriera ex novo con annesso depuratore dei liquami.

Silvio Stagni

 

 

SEGNALAZIONI - FERRIERA - Il superamento dell'area a caldo

Ritengo indispensabile, completare il mio pensiero riguardo quanto già espresso sui destini dei lavoratori della ferriera. Animato da buone intenzioni, da molti anni il sindaco Dipiazza si batte per la chiusura almeno della cosiddetta "area a caldo". Ma l'eco-mostro è un malato grave, che non si può curare con l'aspirina o un po' di antibiotico, ma bensì va accompagnato verso una dolce morte. Il gruppo Arvedi, oltre a un eccellente capitale umano, possiede un grande tesoro, che consiste nella concessione pluriennale di un'imponente area demaniale, posta a fronte mare, e dotata di moli per l'attracco di navi Una tale concessione, è di sicuro goloso interesse per un gran numero di imprenditori, con i quali Arvedi potrebbe associarsi per iniziare una nuova avventura non inquinante, portando ovviamente con sé un gran numero dei dipendenti attuali, una volta riqualificati. In questo lasso di tempo, dovrebbero intervenire degli ammortizzatori sociali a sostegno del reddito, mentre dovrebbe iniziare la dismissione delle infrastrutture, procedendo alla contestuale bonifica del terreno. Lavoro certamente lungo e complesso, al quale però, buona parte delle maestranze attuali potrebbe partecipare.

Vladimiro Marella

 

M5S - Conferenza-dibattito sulla Ferriera

 "L'area a caldo della Ferriera non è il futuro di Trieste": è questo il titolo della conferenza-dibattito sull'impianto siderurgico di Servola che si terrà sabato 2 dicembre, dalle 8.45, al cinema Ariston in via Romolo Gessi 14. L'iniziativa verrà presentata alla stampa oggi, alle 13, negli uffici del Gruppo del M5S in Consiglio regionale (piazza Oberdan 6, terzo piano), dai consiglieri regionali del M5s e quelli comunali di Trieste e Muggia.

 

 

La campagna "Spreco Zero" festeggia il vignettista e super testimonial Altan
C'è molta Trieste e molto Fvg nei premi "Vivere a spreco zero" consegnati a Bologna martedì pomeriggio: li promuove Last Minute Market, fondato dall'agroeconomista triestino Andrea Segrè, nell'ambito della campagna Spreco Zero, e i testimonial degli ultimi anni sono stati Susanna Tamaro, Paolo Rumiz e infine, per questa edizione, il cartoonist Francesco Tullio Altan, attivo ad Aquileia, che dal 2010 illustra con le sue vignette le iniziative promosse in chiave antispreco fra Bologna, l'Italia e l'Europa. Le prime due edizioni del Premio si erano svolta proprio a Trieste, nell'ambito di Next, poi la manifestazione ha fatto tappa due anni a Padova e quest'anno a Bologna. Altan ieri ha annunciato che devolverà integralmente il gettone del premio (800 euro) per il sostegno a una borsa di studio dell'Università di Udine finalizzata al sostegno di una tesi per strategie di comunicazione dell'impegno contro lo spreco alimentare, nell'ambito del progetto nazionale "Reduce".

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 29 novembre 2017

 

 

Muggia "allunga" la pista ciclabile fino alla Parenzana - Via libera ai lavori per la nuova tratta tra il porto e il rio Ospo - Posta ad hoc dalla Regione. Cantiere operativo in primavera
MUGGIA - Nuovo importante passo avanti per la realizzazione dell'itinerario ciclabile di collegamento tra il porto di Muggia e la ciclovia Parenzana Eurovelo 8. La giunta Marzi ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economico dell'intervento che è stato finanziato grazie ad una posta ad hoc inserita nell'assestamento di bilancio regionale. Fondamentale a tale proposito l'emendamento presentato da alcuni consiglieri di maggioranza, con l'esponente di Sel Giulio Lauri primo firmatario. Il cantiere che verrà aperto entro la prossima primavera interesserà circa un chilometro del percorso che, dall'approdo del Delfino Verde, arriva fino al collegamento con l'inizio della Parenzana accanto al rio Ospo. Costo dell'operazione? Circa 75mila euro stanziati appunto dalla Regione con un chiaro obiettivo: potenziare ulteriormente il turismo ecosostenibile. La conferma arriva dal sindaco di Muggia Laura Marzi: «Nel ringraziare la Regione non possiamo non constatare e ribadire che il finanziamento giunto dall'amministrazione Serracchiani costituisce di fatto un prezioso tassello per quel quadro che è la mobilità sostenibile in cui la nostra amministrazione crede fermamente». Marzi ha poi parlato di vero e proprio «appeal turistico» offerto dalle due ruote, mezzi ecologici per eccellenza. La conferma arriva dal numero di cicloturisti che, nel 2016, hanno toccato quota 15 mila presenze. Muggia, insomma, pare essersi guadagnata un posto di primo piano tra le località inserite nei circuiti del cicloturismo regionale e non solo. Il potenziamento del collegamento con il centro storico rivierasco è un'ulteriore conferma dell'importanza dell'Eurovelo, ossia la rete ciclistica europea, che proprio in queste terre trova un incrocio tra l'itinerario numero 8, la cosiddetta linea Est-Ovest che collega la Spagna con la Grecia e l'itinerario numero 9, ossia la Nord-Sud, che collega la Polonia con l'Istria croata. In termini più generali si evidenzia ancora una volta l'importanza del turismo slow a Muggia. Sono passati infatti poco più di sei mesi da quando la presidente della Regione Debora Serracchiani ha inaugurato assieme a Laura Marzi il primo tratto della pista ciclabile sul lungomare tra porto San Rocco e il confine con la Slovenia, nel lembo più meridionale del territorio regionale. Nello specifico, con la somma di circa un milione di euro, sono stati realizzati 600 metri tra punta Olmi e il molo a "T".A questo tratto, che scorre lungo la Strada provinciale n.14, è già in progetto un ulteriore allungamento di circa un chilometro. Tornando al tratto porto di Muggia-Parenzana, l'itinerario ha ottenuto ora l'ok da parte della giunta Marzi per il proprio progetto di fattibilità tecnico-economico. Accertato l'impegno di spesa da parte del Comune, pari a circa 75 mila euro (di cui 56 mila euro a base di gara), i lavori partiranno entro pochissimi mesi. L'obiettivo dichiarato dal sindaco Laura Marzi è chiaro: entro l'inizio della prossima estate il nuovo collegamento tra la ciclovia Parenzana Eurovelo 8 e il porto di Muggia sarà pronto.

Riccardo Tosques

 

 

Il ritorno alla terra di nonni e bambini con Orto in condotta
MUGGIA - Stagionalità, sementi, didattica all'aperto: sono alcune delle parole chiave del progetto "Orto in condotta", frutto della convenzione tra Comune di Muggia, istituto comprensivo "Lucio" e Slow Food. «Si tratta di uno strumento utile per l'educazione ambientale, alimentare e del gusto e si può ben integrare con le attività realizzate in questo ambito, a partire da quelle legate al miglioramento del servizio mensa», racconta l'assessore alle Politiche sociali Luca Gandini. A fronte di una spesa complessiva di 6 mila euro, il progetto, rivolto alle scuole muggesane con lingua d'insegnamento italiano, prevede, la creazione dell'Orto in condotta, un luogo dedito alla coltivazione di alcuni prodotti. Due gli indicatori essenziali che l'orto dovrà rispettare: la coltivazione dovrà seguire processi produttivi ecologici e le varietà coltivate dovranno prevedere ortaggi del territorio, scelti in particolare tra quelli catalogati nell'Arca del Gusto e nel progetto dei Presìdi Slow Food. Tra gli obiettivi, ovviamente, anche favorire tra gli alunni la conoscenza dei prodotti coltivati, mettendo a disposizione, ove possibile, cucina e personale della mensa, locali e attrezzature del refettorio per la degustazione dei piatti realizzati con i prodotti in questione, secondo quanto previsto dalla normativa vigente. Anche in questa progettualità acquisisce dunque un ruolo significativo il rapporto intergenerazionale, da anni al centro di diverse iniziative portate avanti dal Comune di Muggia. In questo caso, in collaborazione con Slow Food e l'Ic "Giovanni Lucio", sarà valorizzata la figura del "nonno-ortolano" che, in qualità di esperto volontario, si occuperà della gestione ordinaria dell'orto e si renderà disponibile almeno un giorno a settimana, nelle ore e nei modi concordati con gli insegnanti, per le attività in aula e in giardino. «Non solo i nonni, ma anche i genitori e l'intera comunità, insieme a studenti e insegnanti, saranno gli attori del progetto, andando a costituire la cosiddetta comunità dell'apprendimento per la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi legati alla cultura del cibo e alla salvaguardia dell'ambiente», ha specificato Gandini. Il progetto prevede, infatti, anche l'elaborazione di una didattica e un programma pluridisciplinare per l'educazione alimentare collegata all'Orto in condotta e in tal senso è prevista pure l'organizzazione di un corso di aggiornamento, rivolto agli insegnanti, inerente l'educazione ambientale, alimentare, sensoriale e del gusto, gestione dell'orto e progettazione didattica delle attività in aula e all'aperto. «L'obiettivo è quello di sviluppare nei bambini, negli insegnanti e nelle famiglie una sensibilità verso una corretta alimentazione, un approccio rispettoso all'ambiente, basandosi in modo significativo sull'attivazione di una rete di comunità», ha aggiunto Gandini. Le scuole saranno peraltro anche inserite nella rete degli orti scolastici Slow Food, favorendo gli scambi nazionali e internazionali di esperienze. In questa fase organizzativa rimane ora l'individuazione dell'area destinata ad ospitare il progetto e le classi coinvolte in modo da poter iniziare i lavori ad inizio 2018.

(r.t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 28 novembre 2017

 

 

Studio, sport e teatri - Trieste al sesto posto per qualità della vita - Quattro posizioni scalate in un anno e primato Fvg - Le note dolenti: i reati, la sicurezza e la demografia
A Trieste si vive bene per tanti motivi. Perché è la prima città per numero di start up e perché si fa tanta attività fisica. La cultura la fa da padrona, con un buon background di studio per gli over 25. Buone novelle giungono dunque, poiché il capoluogo giuliano si piazza al sesto posto della classifica sulla Qualità della vita curata dal Sole 24 Ore, che misura il benessere economico e sociale delle 110 province italiane. Non mancano però le note dolenti che emergono dalle graduatorie specifiche su giustizia e sicurezza e sul divario percentuale fra popolazione anziana e giovanissimi. Tuttavia ItaliaOggi domenica collocava Trieste in tutt'altra posizione, al 70° posto, spiazzando un po' gli amanti delle statistiche e mettendo contro destra e sinistra triestine. Litigi a parte, Trieste guadagna quattro posti rispetto al 2016 e si avvicina con celerità al podio, che per ora è occupato da Belluno, Aosta e Sondrio. Seguono Bolzano e Trento. Una sfilza di località tutte al Nord (per vedere la prima provincia del Sud e Isole bisogna scendere fino al 52° posto di Oristano), in cui al nono e decimo posto si inseriscono altre due province del Fvg: Gorizia e Udine. Pordenone invece resta al 13°. L'analisi è articolata in sei macro aree, a loro volta formate da 42 indicatori. Vediamo dove Trieste riesce a dare il meglio di sé. Primato innanzitutto per quanto riguarda l'indice di sportività. Così come, spostandoci di area, Trieste è al top per numero di start up innovative, che sono 45 ogni mille società di capitale. Per parlare di cultura, i teatri sono pieni zeppi di spettacoli: 132 ogni 100mila abitanti. E la spesa media pro capite dei turisti stranieri è pari a 1.730 euro: ottimo risultato se si pensa che a Crotone è di 60 euro circa. Nel settore ambiente e servizi il punteggio vola alle stelle (secondo posto) grazie alla spesa sociale pro capite degli enti locali per minori, disabili e anziani equivalente a 113 euro. Reggio Calabria, ad esempio, ne concede solo 4,6. Gli internauti possono dormire sonni tranquilli perché il 70% della popolazione è coperto dalla banda larga che galoppa a 30 megabyte. Bene anche per la presenza di sportelli Atm e Pos attivi, che sono 49 ogni mille abitanti. Non a caso, spostandoci nel girone della ricchezza e dei consumi, sono pingui i depositi bancari dei triestini, con una media mensile di 33.520 euro (terzo posto), il che spinge a spendere anche online (11.a piazza con 46 ordini all'anno per 100 abitanti). Exploit sul saldo migratorio interno (3,6 persone per mille abitanti), così come sul numero medio di anni di studio, 12, per la popolazione over 25. Non passano tanto tempo in tribunale i triestini perché solo il 5% delle cause totali pendenti supera i tre anni. Nel campo della giustizia comunque non gira buona aria. I dati sono molto sconfortanti per rapine (87° posto con 39 ogni 100mila abitanti), truffe e frodi informatiche (ultimo posto con 399 ogni 100mila abitanti), scippi e borseggi (469 ogni 100mila abitanti). Ancora furti in abitazioni (469 ogni 100mila abitanti) e di autovetture (293 ogni 100mila abitanti). Non bene nemmeno il reparto demografia e società. Scontate forse alcune etichette: 6,4% è il tasso di natalità per mille abitanti (vince Bolzano con il 10,4%) e 110.a piazza in base all'indice di vecchiaia, a causa del rapporto tra gli over 64 e la fascia d'età 0-14 anni. I tanti dati positivi diventano motivo di vanto dell'amministrazione di turno o bersagli se si parla della controparte. «Anche se mi fa piacere la classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita - afferma il sindaco Roberto Dipiazza, che sottolinea i molti interventi avviati fino a oggi - quello che mi interessa è lavorare per i triestini, solo questo è importante». Segue il concetto il vicesindaco Pierpaolo Roberti, tenendo conto anche della classifica di ItaliaOggi: «Di lavoro da fare ce n'è ancora tantissimo e quel settantesimo posto deve essere uno stimolo a fare ancora di più e meglio». Frecciate al primo cittadino dal Pd: «Quando governavamo noi - affermano Antonella Grim, consigliere comunale e segretaria regionale dem, e Giancarlo Ressani, segretario provinciale -, Dipiazza ripeteva che Trieste era il regno del degrado e dell'insicurezza. Per farlo, si serviva spesso di classifiche come queste, che, lo sappiamo, non sono affatto dogmi. Davanti allo scenario schizofrenico proposto dalle due graduatorie, vorremmo sapere cosa ne pensa il sindaco: le userebbe ancora come metro di giudizio? Cosa direbbe del fatto che i giornali bocciano la città sul fronte della sicurezza nell'ultimo anno? Non era questo uno dei suoi cavalli di battaglia?».

Benedetta Moro

 

 

AcegasApsAmga - Il Rifiutologo "scaricato" 1800 volte

Sono passati 2 anni dal lancio, sui territori serviti da AcegasApsAmga, della app per smartphone e tablet sui servizi ambientali: il Rifiutologo. Dal 2015 sono stati oltre 10.200 i download effettuati, di cui 1.800 a Trieste.

 

 

Glifosato, l'Ue rinnova l'utilizzo - Il controverso erbicida potrà essere usato per altri cinque anni. Contrarie Roma e Parigi
BRUXELLES - Alla fine, i Paesi dell'Unione Europea hanno votato per rinnovare per cinque anni l'autorizzazione del controverso erbicida glifosato. A favore si sono espressi diciotto paesi, nove i contrari e un astenuto. L'Italia è tra quelli che hanno votato contro. «Adottiamo già disciplinari produttivi che limitano l'uso a soglie inferiori del 25% rispetto a quelle definite in Europa al fine di portare il nostro Paese all'utilizzo zero del glifosato entro il 2020», ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato di aver chiesto al suo governo di «assumere le disposizioni necessarie affinché l'uso del glifosato venga vietato in Francia non appena verranno trovate delle alternative, al più tardi tra tre anni». A spostare gli equilibri è stato il voto positivo della Germania. Rispetto alla riunione del 9 novembre scorso, in cui i Paesi non erano riusciti a trovare un accordo, si sono espresse a favore anche Romania, Bulgaria e Polonia, che in precedenza si erano astenute. Con Francia e Italia si sono invece opposti Belgio, Grecia, Ungheria, Lussemburgo, Lettonia, Cipro e Malta. Astenuto il Portogallo. Oltre a rinnovare la licenza dell'erbicida, la decisione ribadisce le misure di salvaguardia e le raccomandazioni già approvate dall'Ue nel 2016, come il divieto di prodotti contenenti miscele di glifosato e poe-tallowamine, l'obbligo di ridurre al minimo l'utilizzo dell'erbicida in aree come parchi e giardini pubblici, campi sportivi e aree ricreative, e le limitazioni agli usi in fase di pre-raccolta. Soddisfatto il commissario Ue alla salute Vytenis Andriukaitis. «Il voto di oggi - afferma - dimostra che siamo in grado di condividere la responsabilità collettiva nel processo decisionale». Gli Stati membri «hanno fatto orecchie da mercante alla richiesta del Parlamento europeo di eliminare gradualmente il glifosato», attacca il gruppo dei socialisti dell'Eurocamera. È stata una «decisione scellerata che non tiene conto di accreditati studi scientifici sulla potenziale dannosità del pesticida» attacca Marco Zullo (M5S). All'opposto altri gruppi politici, come i conservatori dell'Ecr, per i quali il voto è stato «una vittoria della scienza su chi semina paure». Con il rinnovo della licenza la Commissione europea e molti governi hanno «tradito la fiducia dei cittadini», sostiene la direttrice delle politiche alimentari di Greenpeace Europa Franziska Achterberg.

 

Panchine da pic-nic ai laghetti delle Noghere - Il Comune di Muggia vince il concorso a premi di Bricocenter. Bussani: «Valorizzata tutta l'area»
MUGGIA - «Grazie a questo progetto i laghetti delle Noghere offriranno ora ben cinque panchine da pic-nic site miratamente nei punti più suggestivi dell'area e a disposizione di tutti coloro che vorranno godersi ancor più un ambiente che sembra esistere al di là dello spazio e del tempo». Francesco Bussani, vicesindaco di Muggia, annuncia l'arricchimento di arredi urbani posti nel biotopo muggesano. L'installazione delle panchine è stato possibile grazie al progetto "Pic-Nic ai Laghetti" presentato dal Comune di Muggia al Concorso a premi promosso da Bricocenter Italia srl denominato "Insieme per il nostro quartiere". «Un concorso destinato a progettualità mirate al quartiere della città in cui si risiede e nelle cui vicinanze sia presente un punto vendita Bricocenter, che per regolamento dovevano rispondere a requisiti di utilità sociale e dovevano essere realizzabili con piccoli lavori di fai da te come riparazione, manutenzione e abbellimento», ha puntualizzato Dario Formigoni, direttore del punto vendita muggesano. Muggia, con il suo progetto del pic-nic, si è aggiudicato il premio. «Non possiamo che ringraziare per questa preziosa opportunità Bricocenter, che ancora una volta ha offerto un servizio alla comunità», ha commentato l'assessore Bussani, ricordando anche la preziosa collaborazione avvenuta in occasione della vendita di piantine il cui ricavato era andato all'accoglienza degli studenti dell'Istituto comprensivo del Tronto e Val Fluvione durante il Carnevale estivo. I laghetti delle Noghere rappresentano una realtà storico-geomorfologica di particolare interesse nell'ecosistema della valle delle Noghere, presentandosi come uno splendido esempio di naturalizzazione di un'area antropizzata a scopi industriali in un passato recente. Formatisi dopo gli anni Settanta - quando chiuse la fornace e venne abbandonata la cava d'argilla presente lungo il corso del vicino rio Ospo - i laghetti delle Noghere sono un insieme di otto laghetti, profondi al massimo 7 metri, che offrono ospitalità a anatre, aironi e cormorani minori durante le migrazioni, ma anche ad anfibi e rettili. Ad essi si affiancano pesci di acqua dolce e tartarughe europee e della Florida. «Quell'area è suggestiva dal punto di vista paesaggistico - conclude Bussani - offrendo ai visitatori un ambiente selvaggio e lussureggiante».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 27 novembre 2017

 

 

Qualità della vita ok a Nordest - Trieste e Gorizia fuori top ten - vedi l'indagine di Italia Oggi
ROMA - È Bolzano la provincia italiana dove si vive meglio, seguita da Trento. Nella top-ten - dove c'è molto Nordest - figurano Pordenone e Udine con Belluno, Vicenza e Treviso; ma Gorizia e Trieste si piazzano parecchio più in giù. Trapani il fanalino di coda. La classifica di ItaliaOggi per qualità della vita dà anche in forte risalita Roma, dall'88.o gradino del 2016 al 67.o attuale. L'indagine, pubblicata integralmente sul quotidiano oggi in edicola, è stata curata dal Dipartimento di statistiche economiche dell'Università La Sapienza di Roma col supporto di Cattolica Assicurazioni. Gli indicatori considerati sono: affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero, tenore di vita. Quanto al Fvg, tutte le province perdono posizioni: Pordenone si piazza nona (era quarta), Udine decima (era settima), Gorizia scende dall'11.o al 30.o posto, Trieste chiude al 70.o (rispetto al 51.o del 2016). Il capoluogo regionale resta ottavo (primo in Fvg) per il sistema salute, dove Gorizia è al 40.o; e avanza di una posizione, al 5.o, nel settore affari e lavoro, seguita da Udine 15.a, Pordenone 22.a e Gorizia 54.a. Sul fronte criminalità, se Udine si porta dal 5.o al 2.o posto Trieste scende dal 99.o al 101, e Gorizia dall'8.o al 45.o. Al 31.o posto il capoluogo isontino sul fronte dell'ambiente, dove invece Trieste chiude la classifica regionale all'87.o posto.

 

 

Convegno -  «Esposti all'amianto - Ricerca prioritaria»
Spazio e fiducia alla ricerca, ma ancora più valore agli aspetti psicologici e alla forza d'animo. Due i temi, o meglio, gli appelli al centro del quinto convegno a cura dell'Aea - Associazione esposti amianto del Fvg, svoltosi nell'Auditorium del Molo IV nell'ambito delle iniziative per il ventennale della fondazione della sede sociale di Trieste attualmente diretta da Aurelio Pischianz. I lavori, introdotti dalla giornalista Silvia Stern e moderati dal direttore della Chirurgia toracica dell'Asuits, Maurizio Cortale, e da Paola De Micheli della Medicina del Lavoro - hanno (ri)posto l'accento sulle conseguenze medico-legali dell'esposizione all'amianto in campo lavorativo, ma spostando l'attenzione dai numeri alle prospettive e dalle statistiche alle soluzioni. Un quadro che si è avvalso del contributo di Stefan Schoeftner, docente all'Università di Trieste (Scienze della Vita) e portavoce di PreCanMed, progetto di ricerca di frontiera e medicina di precisione nel Fvg e nel Tirolo, finanziato dall'Unione Europea. L'innovativo progetto di ricerca si basa sullo studio dei profili molecolari delle forme tumorali più diffuse (colon, mammella e polmoni) sul territorio, dando così vita a una sorta di banca-dati genomici dei pazienti in grado, potenzialmente, di aprire nuove strade in chiave di terapie personalizzate. «L'esposizione all'amianto in ambienti lavorativi può rappresentare un duplicatore, anzi un moltiplicatore - ha precisato Schoeftner -, specie per quanto riguarda le problematiche ai polmoni» .La ricerca ha bisogno di tempo, ma tuttavia i pazienti chiedono ancora altro tempo. Ed è qui che si racchiude il secondo nocciolo della questione, un tema non sempre conciliabile con le frontiere della scienza. Il convegno dell'Aea ha dunque dato respiro anche all'importanza dell'impatto psicologico e alle modalità con cui insistere e resistere, specie nel caso di "convivenza" con il mesotelioma, il killer reclutato dall'amianto. «La cultura della ricerca fa parte dei nostri obiettivi sin dal 2000 - ha ricordato Aurelio Pischianz, presidente dell'Aea Fvg -, ma attualmente tutte le cure disponibili sono soltanto palliative. Serve allora migliorare il "modus vivendi" e saper dire: d'accordo, ho un male ma devo e voglio affrontarlo. In qualsiasi maniera». Magari anche raccontandolo. Sì, perché la sfida si gioca anche lontano dagli ambulatori, coniugando memoria, lacrime e speranza. Vedi il libro di Santina Pasutto Persich, "Amianto - Oggi va un po' meglio...", opera a offerta libera edita dall'Aea.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 26 novembre 2017

 

 

Allarme incendio al termovalorizzatore - Pompieri ieri mattina in via Errera. Fiamme causate da un guasto elettrico in una cabina. Stop all'impianto, oggi la ripresa
Incendio, ieri mattina, al termovalorizzatore di via Errera in zona industriale. L'impianto, gestito da Hestambiente srl, società del Gruppo Hera, ha subìto un problema tecnico a un condensatore di una delle cabine elettriche. L'incidente, che si è verificato attorno alle 7, ha fatto scattare immediatamente gli allarmi e le procedure di emergenza. Non risulta alcun ferito. Le fiamme sono state domate dai vigili del fuoco alle 7 e 40: i pompieri sono intervenuti sul posto con due mezzi di soccorso. Il danno è comunque circoscritto ai quadri elettrici della cabina e non ha interessato la spazzatura depositata. Ma per ragioni di sicurezza tutte e tre le linee si sono bloccate. Dovrebbero ripartire già questa mattina, anche perché il guasto è stato riparato ieri pomeriggio dal personale della società. Ciascuna linea è formata da un forno e una caldaia, oltre che da un sistema di trattamento dei fumi di combustione. Che, per effetto dell'incendio, è andato progressivamente esaurendosi per poi spegnersi del tutto. Il fumo avvistato nella zona da parte dei cittadini è stato causato dal vapore acqueo proveniente dalle caldaie. Una dinamica, spiegano ancora dalla società, determinata dal blocco del sistema. Il fumo sprigionato dall'incendio, invece, si è alzato soltanto nei minuti in cui è avvenuto l'incidente. I danni comunque non appaiono troppo gravi. Anche se, come detto, si attendono precisazioni dagli accertamenti.Il termovalorizzatore di Trieste è in buona sostanza un impianto di smaltimento dei rifiuti che segue un processo di combustione ad alta temperatura. Il calore sviluppato da questo processo viene riutilizzato per produrre energia. Sono vari gli step di cui si compone il meccanismo di termovalorizzazione: in buona sostanza, la ricezione e lo stoccaggio dei rifiuti, la combustione e la generazione di vapore. Complessi anche i processi di depurazione fumi, che seguono alcuni passaggi precisi: l'abbattimento degli ossidi di azoto, il trattamento dei gas acidi, l'iniezione di carbone attivo per l'abbattimento dei microinquinanti e dei metalli pesanti; e, ancora, il riscaldamento dei fumi attraverso una temperatura di 120°C per mezzo di uno scambiatore ad hoc. L'ultimo intervento riguarda la "cogenerazione di energia elettrica e termica": l'impianto, tecnicamente, è dotato di un'unica turbina a vapore a servizio delle tre linee, accoppiata ad un alternatore destinato alla produzione di energia elettrica. La potenza elettrica lorda generata teorica è di 14,9 megavatt. Le tre linee di incenerimento, va detto, funzionano indipendentemente l'una dall'altra in modo da garantire il processo di incenerimento anche in caso di stop di una di queste.

Gianpaolo Sarti

 

 

A Trieste la festa del volontariato - Ambiente, arte, sport e società tutti presenti a "Voci in piazza"
Gli attori del volontariato locale scendono in campo per dare vita a una giornata di sensibilizzazione, colore e condivisione. Succede oggi, all'interno di "Voci in piazza", manifestazione a cura dell'associazione culturale Naica in programma in piazza Hortis dalle 11 alle 20.Edizione numero 3, copione nel complesso consolidato. "Voci in piazza" rappresenta infatti una fiera del volontariato, iniziativa che punta a dare spazio e respiro a sigle ambientaliste, animaliste, sociali, ma anche a gruppi impegnati nello sport e nell'arte. Insomma, una piccola "Woodstock" del volontariato, quello possibilmente non all'insegna del fai da te, dove poter entrare in contatto diretto con la gente e far conoscere temi, obiettivi, sviluppi e prospettive. La terza edizione di "Voci in piazza" pone dunque l'accento sull'importanza dell'informazione ma non disdegna altri risvolti, ancor più concreti e di impatto. In primo piano infatti anche le raccolte fondi ma pure la propaganda della cucina vegana, con degustazioni (salate, dolci e senza glutine), proiezioni di documentari e punti informativi sui percorsi del veganesimo. La manifestazione si tinge di caratteri a carattere new age con vetrine riservate ai canali delle tecniche energetiche e al Reiki, ma non scorda anche la solidarietà nei confronti degli animali, riservando degli stand in grado di fornire informazioni sul tema delle adozioni e alcune linee guida sulla cura di cani, pappagalli e conigli. Con il Natale oramai alle porte, la manifestazione accoglie al suo interno anche altri richiami tipici del momento, come il mercatino, con spazio all'usato, alla bigiotteria, all'uncinetto, all'artigianato e alle varie possibili idee regalo. Non è tutto. Il villaggio del volontariato apre anche ai bimbi (con il gioco a premi Big Memory) e alle forme di creatività alternativa, tra tatuaggi e acconciature di trecce. Ulteriori informazioni su www.naica.it.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 25 novembre 2017

 

 

I 120 anni dalla nascita dell'altoforno che divide - La prima colata nell'impianto di Servola nel novembre 1897
La fabbrica era pronta da un anno, ma è il 24 novembre 1897 che la Ferriera di Servola vide scorrere la sua prima colata. Era l'inizio di una lunga storia, fatta di lavoro, sicurezze, fatica, dolore e proteste, che prosegue ancora oggi. Nel momento in cui suonava la prima sirena della fabbrica, buona parte dell'Europa era ancora parte degli Imperi centrali, Trieste era lo sbocco al mare dell'Austria Ungheria, lo zar aveva ancora vent'anni di regno innanzi a sé. Oggi il mondo è mutato: l'Europa è unita non sotto una corona ma nel segno di Bruxelles, il porto sta tornando vitale per il Centro Europa dopo un ciclo durato cent'anni, Trieste ha cambiato volto, ma la Ferriera di Servola è sempre lì, affacciata sul golfo. Non è più la stessa di centoventi anni fa, ma continua a fare il suo mestiere. Con tutto ciò che esso comporta in termini di occupazione e ambiente, due aspetti ineliminabili, che a volte la politica ha messo in contrapposizione. Chi tesse le lodi dell'effetto sull'occupazione è sicuramente Osvaldo Bianchini, quasi 79 anni, ex dipendente dell'impianto: «Prima di me ci ha lavorato mio padre, per 35 anni, ricorda. Poi ci sono entrato anch'io, dopo aver studiato al Nautico». Furono proprio quegli studi marinareschi che gli valsero il soprannome di "capitano" presso i suoi colleghi: «Con gli anni sono diventato prima capoturno e poi caporeparto. Quand'ero capoturno in fonderia ho visto quanto duro fosse il lavoro degli operai, ma anche quanta solidarietà ci fosse». Bianchini ricorda un lavoratore di Belluno «che aveva lavorato vent'anni in cava e poi era arrivato in fonderia»: «Lui aveva quasi sessant'anni e io trenta. A volte montava il turno di notte e non arrivava del tutto lucido. Chiedevo ai suoi colleghi cosa dovessi farne e loro rispondevano "lascialo tranquillo, il suo lavoro lo facciamo noi"». Secondo Bianchini quel mondo fa parte anche del futuro: «Si parla di chiudere l'area a caldo, ma io spero che la amplino. Arvedi ha le competenze per farlo in modo moderno e porterebbe molti posti di lavoro».Il segretario di Fiom Marco Relli la vede così: «C'è un articolo del 1918 del Corriere della Sera, in cui si parla di Roma e si dice che non è una città industriale, a differenza di "Milano, Torino, Trieste"». Era l'effetto della politica industriale austriaca: «La ferriera era parte di una filiera a quei tempi. Poi è stata marginalizzata come Trieste, ma comunque oggi resta l'unico impianto oltre a Taranto a circuito integrale, dove arriva minerale ed esce metallo». L'unica possibilità per il futuro, aggiunge, «è modernizzare radicalmente gli impianti, che ora sono quelli degli anni Sessanta». Alda Sancin del comitato No Smog, tra le anime storiche dell'opposizione all'area a caldo, commenta: «Centoventi anni spiegano molto. L'impianto è nato per fare "quattro secchi" di ghisa e lentamente si è allargato. Mentre nel frattempo lo faceva anche l'antichissimo abitato di Servola». Prosegue: «Nella mia infanzia l'impatto era diverso. C'era un po' di polvere, puzza di zolfo, ma niente di paragonabile agli effetti della produzione di oggi. Una volta i ragazzi passavano sotto alla ferrovia e andavano al "bagno della Ferriera". Oggi è inimmaginabile». Conclude: «Una cokeria a cento metri dalle case nel 2018 è impensabile, l'impianto continua a operare come una volta: il sistema altoforno-cokeria è un'idea dell'Ottocento. Anche nei paesi in via di sviluppo si è capito che la ghisa si può fare diversamente. Ma nella città della scienza, la scienza si ferma ai Campi Elisi». Aggiunge Giorgio Cecco di FareAmbiente: «In tanti a Trieste hanno vissuto di Ferriera. Mio padre ci lavorava dagli anni Sessanta». Ora, però, il mondo è cambiato: «I lavoratori non sono più 1400, e penso che quelli rimasti meriterebbero un'alternativa di lavoro più salubre. Anche perché l'area a caldo, ormai, necessiterebbe di investimenti troppo ingenti. Meglio sarebbe puntare sul laminatoio e sugli sviluppi portuali. Sarebbe bello fare una lotta unitaria, lavoratori e cittadini, per uno sviluppo sostenibile».

Giovanni Tomasin

 

GLI ULTIMI ACCADIMENTI - La petizione nel lungo dibattito su occupazione e ambiente
A centoventi anni di distanza dall'accensione dell'altoforno, lo stabilimento di Servola non è più soltanto luogo di magnifiche sorti e progressive dell'industria moderna, ma simbolo del dibattito sulla compatibilità fra un certo tipo di produzione, salvaguardia dell'occupazione e difesa dell'ambiente e della salute. Di questi giorni la petizione con cui gli operai della fabbrica hanno chiesto rispetto, decidendo di rompere il silenzio «perché esasperati dalla continua e gratuita violenza verbale», di cui si sentono vittime da quando imperversano le proteste sulla chiusura dell'area a caldo. «Ci sentiamo presi di mira per un lavoro che viene portato avanti onestamente», spiega una promotrice della raccolta di firme, che domanda di cessare gli attacchi da parte dei comitati e dello stesso sindaco. «Chiediamo e ci appelliamo a tutti coloro che, con buona volontà, vogliono costruire un percorso condiviso e rispettoso nei nostri confronti, per migliorare l'ambiente e la salute - così il documento firmato dai lavoratori - di confrontarsi con noi nelle iniziative che promuoveremo senza urla, senza ostilità, offese o preconcetti». L'iniziativa ha provocato la reazione del Comitato 5 dicembre che, pur premettendo che «il dialogo tra noi cittadini e gli operai sia fondamentale», ha parlato di «protesta a nostro avviso completamente pretestuosa e infondata di certi operai» e di «un'operazione mediatica scorrettissima dell'ufficio stampa della proprietà». Il Comitato No Smog ha a sua volta manifestato comprensione per la condizione di disagio dei siderurgici, invitandoli a non vedere gli attivisti anti Ferriera come nemici: «Siamo disposti anche noi al dialogo, ma se fino ad adesso non c'è stato è perché i lavoratori hanno lanciato fuoco contro noi residenti di Servola».

(d.d.a.)

 

 

Nella battaglia per i rifiuti soccombe AcegasAps
L'utility triestina ha perso il primo round davanti al Tar, accolto il ricorso della romagnola Ciclat che era stata esclusa da un appalto da 9,3 milioni
Nella battaglia per aggiudicarsi spazzamento e raccolta dei rifiuti solidi nell'area urbana triestina, la romagnola Ciclat, in associazione temporanea d'impresa(ati) con l'altra romagnola Formula Ambiente, ha vinto il primo round con l'appaltante AcegasApsAmga. Una gara da 9,3 milioni, bandita nella scorsa primavera, dalla quale la coppia romagnola era stata esclusa nella fase di pre-qualifica dei candidati. AcegasApsamga, che preferisce parlare il meno possibile della vicenda, conferma comunque per le vie ufficiose che di recente il Tar del Friuli Venezia Giulia ha dato ragione alla ricorrente. L'utility triestina-padovana-udinese non demorde e impugnerà l'avversa sentenza davanti al Consiglio di Stato. L'azienda del gruppo Hera, prefigurando i lunghi tempi della decisione giudiziale, ha congelato il verdetto della gara, prorogando gli attuali gestori del servizio - Italspurghi e cooperativa Sole - fino al 30 aprile 2018. Sempre in modo ufficioso, sembrano chiarirsi anche le ragioni dell'impugnazione del bando e della conseguente sconfitta di AcegasApsAmga in sede Tar. Alla base vi sarebbe il riferimento, nel testo del bando, al contratto nazionale cosiddetto Fise, che regola i rapporti tra le utilities e i lavoratori. Ciclat è una società cooperativa, che probabilmente applica contratti alternativi/diversi da quelli Fise. Questo avrebbe motivato l'esclusione di Ciclat e dell'alleata Formula Ambiente dalla gara. Allora il giudice potrebbe aver eccepito la scelta di AcegasApsAmga in una duplice direzione: perchè restringe l'ambito concorrenziale e perchè l'adozione di un contratto di lavoro dal costo meno impegnativo rende meno onerosa la spesa per l'effettuazione del servizio. Un automatismo: costa meno l'appalto, si riduce l'incidenza sulla tariffa. Quindi si alleggerisce la Tari. Alla fine, inserendo la ricorrente Ciclat, la gara avrebbe un più elevato livello di competizione con l'eventualità di costi minori a vantaggio dell'utenza finale. Cioè, la bolletta del cittadino. Per intendersi: il costo orario per addetto con contratto Fise si aggira attorno ai 23-24 euro, il costo di una tipologia contrattuale differente scende a 17-18 euro. Il servizio di spazzamento e raccolta rifiuti richiede il lavoro di una sessantina di unità. Tra gli operatori triestini questa linea interpretativa ha suscitato attenzione. Perchè la vicenda di AcegasApsAmga, seguita in questo contenzioso dalla capogruppo Hera, potrebbe diventare un classico caso di scuola, applicabile in altre procedure di gara. A questo punto la società triestina attenderà il responso di Palazzo Spada, ma intanto dovrà valutare il punto di caduta: consentire ai ricorrenti romagnoli di partecipare alla lizza già bandita o azzerare l'iter e riformulare il testo? Se il Consiglio di Stato confermerà l'indirizzo del Tar Fvg, le altre aziende in gara potrebbero ritenere che le loro offerte, modulate sul contratto Fise, diverrebbero meno competitive. Che fare? Ciclat è una realtà importante del settore, che fattura poco meno di 150 milioni di euro. Ha sede a Ravenna ma opera in gran parte del territorio nazionale. Sua partner nell'inedita operazione Trieste era la vicina Formula Ambiente di Cesena. Interessante notare che sui siti è apparsa recentemente la notizia secondo cui Ciclat è disponibile a eventuali collaborazioni con Hera per affrontare l'imminente maxi-gara, per un servizio della durata di quindici anni, mirato alla raccolta rifiuti in provincia di Ravenna e nel territorio cesenate. E'stato lo stesso amministratore delegato di Ciclat Ambiente, Cesare Bagnari, a prospettare questa eventualità. Avversari a Trieste e alleati in Romagna? Tornando alla gara triestina, il valore ammonta a 9,3 milioni di euro e si organizza su due lotti, che coprono le Circoscrizioni 3°, 4°, 5°, 7°. Il periodo è piuttosto compresso, in quanto la durata è di due anni, allungabile di un terzo. Non è ammesso il subappalto e sono richiesti mezzi con determinati requisiti. E'stata invece aggiudicata la gara che riguarda l'Altopiano, dove ha prevalso la cooperativa sociale Querciambiente insieme a Germano e Basaglia

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 24 novembre 2017

 

 

Pressing del M5S - «Uno studio ambientale sull'area di punta Olmi»
MUGGIA - Assegnare in tempi rapidi lo studio sulla tutela idrogeologica e delle specie viventi locali site nell'area tra punta Olmi e punta Sottile. Emanuele Romano, capogruppo consigliare del Movimento 5 Stelle, rispolvera un tema ambientale affrontato nell'ultimo mandato della precedente amministrazione comunale retta dall'allora sindaco Nerio Nesladek. «Nel 2014 il Comune di Muggia aveva pubblicato un avviso per una consulenza sulle aree in questione, a cui risposero due professionisti in grado di soddisfare tutti i requisiti richiesti. E nel 2015 il Consiglio comunale aveva impegnato l'amministrazione a commissionare uno studio ad hoc. Nonostante tutte queste premesse, però lo studio non venne mai affidato», tuona Romano. Il grillino ha lamentato poi la scarsa trasparenza da parte del Comune. «La delibera in oggetto, la numero 55 del 2015, non è consultabile nella sezione "Trasparenza" del sito del Comune. Gli uffici da noi interpellati - spiega il consigliere del M5S - hanno risposto che la presente ricerca di mercato non avrebbe configurato avviso di gara né proposta contrattuale, non avrebbe altresì comportato l'instaurarsi di posizione giuridiche o il sorgere di obblighi negoziali». Romano dunque entra nel vivo della questione: «I motivi per cui volevamo consultare lo studio erano legati alla volontà di approfondire i temi della tutela idrogeologica e delle specie viventi locali. Se la ricerca non configurava obblighi negoziali, quale impegno scaturisce dalla delibera 55? E se si vuole tener fede al principio dell'efficienza ed economicità dell'azione amministrativa è sbagliato sprecare il lavoro fatto in inutili ricerche di mercato. Così come è sbagliato - aggiunge Romano - sbandierare in Consiglio improbabili accessi a fondi europei: se non ci sono gli studi e i progetti, queste risorse economiche europee difficilmente arriveranno a Muggia». Pronta la replica del sindaco di Muggia Laura Marzi presente anche nella scorsa amministrazione comunale: «L'area tra punta Olmi e punta Sottile è ben tutelata dal Piano regolatore generale del Comune di Muggia, riconosciuto come un documento innovativo proprio anche in virtù del fatto che ha recepito e tutelato gli aspetti paesaggistico-ambientali del territorio» . Ricordando come all'interno del Prgc sia stato inserito «un Rapporto ambientale in cui vengono analizzati nello specifico gli aspetti relativi all'ambiente muggesano» e che nelle Norme tecniche di attuazione si trovino «anche le direttive per la salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio», Marzi ha puntualizzato come «la ricerca di mercato non presupponeva nessun obbligo per l'Amministrazione precedente, che, ponderata attentamente la situazione ha valutato di non proseguire l'iter per il Sito di interesse comunitario, il cosiddetto Sic».

Riccardo Tosques

 

 

Italia Nostra Trieste festeggia 55 anni

Domani Italia Nostra celebrerà il 55°anniversario della fondazione della sezione di Trieste. Per festeggiare, domani i soci visiteranno la mostra sul Liberty e il parco di Miramare e la mostra Biennale Internazionale Donna al Magazzino 26. Qui, alle 16, si terrà la celebrazione del 55° anniversario alla presenza di Rodolfo Corrias di Italia Nostra nazionale.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 23 novembre 2017

 

 

Piantati fiori e arbusti nella Giornata dell'albero
Da piazza Hortis a Ponziana, è stata una Giornata degli alberi ricca di appuntamenti per Elisa Lodi e Angela Brandi, assessori rispettivamente ai Lavori pubblici e all'Educazione. Sono state coinvolte le circoscrizioni e le scuole comunali, mentre le associazioni "Tra fiori e piante" e "Trieste bella" hanno contribuito alla realizzazione di alcune iniziative. Un doppio evento mattutino si è svolto nel giardino di piazza Hortis, di recente riqualificato dal Comune. Le scuole della quarta circoscrizione hanno piantato alcuni bulbi da fiore nel parco, mentre i volontari delle due associazioni hanno appeso dei cartellini identificatori su alcuni alberi, con tanto di nome comune, nome scientifico e area di diffusione di ogni specie. Prima di presenziare alla cerimonia in piazza Hortis, Lodi e Brandi sono state all'asilo nido comunale Piccoli passi, dove è stato piantato un Biancospino. Più tardi altri esemplari dello stesso albero sono stati messi a dimora nell'area verde in prossimità della rotonda del Boschetto, nonché a Basovizza e a Ponziana, nella scuola dell'infanzia Stella marina. Entro domani altri Biancospini saranno piantati a Gretta, nella primaria Saba, nel giardino di Altura "Falcone e Borsellino" e vicino al laghetto di Contovello. «Per omaggiare simbolicamente i bambini nati quest'anno, di entrambi i sessi, abbiamo donato due alberi a ognuna delle sette circoscrizioni - ha spiegato Lodi -, circoscrizioni che sono state così incluse per la prima volta nella Giornata degli alberi. E a tal proposito invito i cittadini a visitare il sito verdepubblico.comune.trieste.it». «Quest'anno abbiamo coinvolto soprattutto le scuole, per sensibilizzare i più piccoli al concetto di albero come corpo, come vita - ha aggiunto Brandi -. Ricordo, tra gli altri, il progetto "Orto condotta", ovviamente coltivato dagli studenti, per ribadire la nostra attenzione al tema dell'ecologia». La Giornata nazionale degli alberi è stata riconosciuta dalla legge italiana nel 2013 e costituisce un'occasione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'importanza del patrimonio arboreo e boschivo.

(l.g.)

 

 

Tre "new entry" sulle rive del laghetto di Contovello
TRIESTE - Il Comune si prepara a piantare tre piccoli alberi, due biancospini e un tiglio, nell'area verde vicina all'antico stagno di Contovello. La breve cerimonia avrà corso domani alle 9.30 e si inserisce nelle iniziative della Giornata nazionale degli alberi. «La messa a dimora delle tre "new entry" - spiega la presidente della circoscrizione di Altipiano Ovest Maja Tenze - rappresenta un valore aggiunto e un primo passo decisivo nel percorso complessivo di rivalutazione di uno degli angoli più rappresentativi e pittoreschi del Carso. Accanto ai due biancospini voluti dal Comune, abbiamo aggiunto anche un tiglio, simbolo della comunità slovena. Un primo piccolo intervento sulla strada della riqualificazione di uno stagno e di un'area che rappresentano un valore non solo per la comunità locale, ma anche per coloro che qui giungono per percorrere uno dei sentieri più belli di tutta la provincia». Dal laghetto di Contovello infatti parte quel sentiero "Natura" che, attraversando i boschi del costone carsico, raggiunge l'entrata a monte del Parco di Miramare. Da diversi anni il primo parlamentino, incalzato dalla comunità di Contovello, chiedeva la salvaguardia dello stagno devastato dall'incuria e, in particolare, privato di quell'acqua che è la sua parte essenziale. Causa calure estive e prosciugamento delle vene d'acqua durante la realizzazione di alcuni complessi edilizi, il vecchio "kal"(stagno in sloveno) era ormai ridotto ai minimi termini. A completare il degrado, l'immissione di piante e animali del tutto inadeguati a uno stagno carsolino. Sul finire dell'estate, finalmente, la presa di coscienza del Comune e la decisione della giunta di ridare dignità e decoro all'area naturalistica. L'intervento di recupero consiste nella realizzazione di alcune griglie di captazione delle acque piovane e, opera fondamentale, di una presa d'attacco alla rete idrica territoriale, accessibile ai tecnici nei periodi di forte siccità, al fine di recuperare l'acqua utile a rivitalizzare lo stagno.

(m.l.)

 

 

Premiato il volontariato di TriesteAltruista - La onlus entra a far parte del circuito nazionale la "Mappa dell'Italia che dona". È l'unica in regione
"TriesteAltruista", l'organizzazione triestina di volontariato senza fini di lucro e indipendente, fondata nel 2012 da soggetti privati e che oggi conta più di mille aderenti, è entrata a far parte, unico soggetto dell'intero Friuli Venezia Giulia, della "Mappa dell'Italia che dona". Un importante riconoscimento per il gruppo che ha, come obiettivo istituzionale, quello di creare, in collaborazione con le onlus, gli enti pubblici e le aziende, significative opportunità di volontariato, che siano flessibili e da svolgere in gruppo, adatte anche a chi ha poco tempo e non può garantire continuità. L'ingresso dell'associazione triestina nel novero nazionale è avvenuta nell'ambito della "Giornata del dono", tenutasi a Milano, nel corso della quale privati, istituzioni, associazioni di volontariato sono stati chiamati a proporre iniziative per sensibilizzare la cultura del dono. «TriesteAltruista ha ottenuto l'ammissione alla Mappa - ha spiegato nel dettaglio Gennaro Andino Castellano, uno dei fondatori dell'associazione - in virtù della presentazione del corso di formazione per capi progetto dal titolo "Donatori del proprio tempo e artefici del cambiamento"». «Il dono è diventato un patrimonio della Repubblica - ha detto il presidente dell'Istituto italiano della donazione, Edoardo Patriarca - e la Giornata istituita dal Parlamento due anni fa è servita a liberare energie e idee che stanno migliorando l'Italia». Le scuole e i giovani sono stati i protagonisti del Giorno del Dono 2017: 10mila studenti di 64 istituti scolastici sono stati coinvolti. Quasi 150 invece le amministrazioni comunali che hanno partecipato alla campagna, raddoppiate rispetto al 2016, con iniziative o adesioni morali. Oltre 250 gli enti del terzo settore che hanno dato il loro contributo con iniziative o adesioni e circa 20 le imprese che hanno voluto celebrare il Giorno del Dono. «Insieme a MilanoAltruista e Romaltruista - ha precisato Castellano - siamo affiliati come membri alla rete HandsOn, una no profit di origine statunitense, presente in 250 città americane e in 16 paesi del mondo. In questo modo - conclude il co-fondatore di TriesteAltruista - avremo sempre maggiori opportunità di contatto e interazione con vari soggetti e potremo ampliare il nostro raggio d'azione».

Ugo Salvini

 

 

I fondali raccontano la storia dell'Adriatico - Relitti e opere d'arte - Il 17 dicembre sbarcherà al Salone degli Incanti una curata esposizione sull'archeologia subacquea
Il nostro mare Adriatico è come uno scrigno, custode di storie millenarie che aspettano soltanto d'essere riportate in superficie. «Ci sono più relitti sul fondo del mare rispetto alle navi che lo solcano», diceva lo scrittore e saggista croato bosniaco Predrag Matvejevic, grande cantore delle civiltà del Mediterraneo e degli incroci tra i popoli che s'affacciavano sulle sue acque. E'ispirata proprio alle sue parole e alla sua concezione del Mediterraneo come "mare che unisce" la straordinaria mostra che aprirà i battenti il 17 dicembre al Salone degli Incanti, trasformandolo per cinque mesi in un grande mare, in cui il pubblico potrà idealmente immergersi per scoprire un'infinità di storie che per lungo tempo, a volte secoli, a volte millenni, sono rimaste celate sotto le acque. Storie di pace e di guerra, di scambi e traffici commerciali, di incroci di genti e di merci, perfino storie di pirati. A raccontarle sarà la mostra "Nel mare dell'intimità - L'archeologia subacquea racconta l'Adriatico", che per la prima volta, con un'esposizione di 2000 metri quadri, offrirà al pubblico in una visione d'insieme relitti, opere d'arte e oggetti della vita quotidiana, merci destinate alla vendita e attrezzature di bordo letteralmente ripescate dai fondali del nostro mare. Saranno circa un migliaio i reperti in mostra, ciascuno con la propria storia, provenienti dai numerosi giacimenti sommersi e prestati per l'occasione da musei italiani, croati, sloveni e montenegrini. A collaborare a questa mostra, che è organizzata dal Servizio di catalogazione, formazione e ricerca dell'Erpac (Ente Regionale per il Patrimonio Culturale Fvg e dall'assessorato alla Cultura del Comune di Trieste), sono infatti oltre 60 istituzioni culturali italiane e internazionali, tra le quali la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e il Polo Museale regionale, con il coinvolgimento di 50 studiosi e una fortissima presenza di reperti provenienti dalla Croazia, che grazie anche a un accordo bilaterale fra i due Ministeri della Cultura ha messo a disposizione quasi la metà dei pezzi in esposizione, provenienti da 17 diversi musei. Come simbolo dell'esposizione è stato scelto proprio un reperto croato: l'Apoxyomenos o "Atleta di Lussino", antica opera scultorea greca in bronzo, databile tra il I e il II secolo dopo Cristo, di cui a Trieste verrà esposta una copia perfetta. L'ex Pescheria di Trieste, grazie all'allestimento curato dall'architetto Giovanni Panizon, si trasformerà in un paesaggio d'acqua, un fondale sommerso che permetterà di leggere in maniera più esaustiva l'intensità degli scambi culturali e dei traffici commerciali, la specificità della costruzione navale antica, la ricchezza delle infrastrutture e il dinamismo dei paesaggi costieri, le storie degli uomini che hanno attraversato questo mare intimo. Ad accogliere il visitatore all'ingresso della mostra sarà un'installazione che simula la forma e le correnti dell'Adriatico, permettendo una visione simultanea di ben 22 diversi modelli d'imbarcazioni che nel corso dei secoli hanno solcato il nostro mare. Lasciatosi alle spalle il mare, il pubblico raggiungerà uno spazio espositivo che riproduce in negativo lo scafo di una nave antica, nel quale saranno posizionati i reperti archeologici marini. Saranno dieci le sezioni della mostra, ciascuna corrispondente a un tema: Lo spazio Adriatico, I porti e gli approdi, Le navi, Le merci, Gli uomini, I lavori del mare, La guerra sul mare, Il mare e il sacro, L'Adriatico delle migrazioni e La ricerca sotto il mare."Nel mare dell'intimità" si pone l'ambizioso obiettivo di raccontare la storia dell'Adriatico dall'antichità ai nostri giorni con gli occhi dell'archeologia subacquea. «E' una disciplina poco nota al grande pubblico, che non gode della giusta attenzione - afferma la curatrice della mostra, l'archeologa Rita Auriemma, direttrice del Servizio catalogazione, formazione e ricerca dell'Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia -. Con questa mostra vogliamo far capire alla gente cosa significa fare archeologia subacquea e spiegare il valore di una ricerca in gran parte sommersa e sotterranea che annoda legami antichissimi». L'esposizione è frutto di un intenso e coordinato lavoro di ricerca, reso possibile dai contatti e dalle relazioni tra ricercatori dei diversi Paesi che s'affacciano sull'Adriatico. E lungi dal rappresentare un punto d'arrivo, mira piuttosto a incoraggiare una riflessione legata alla tutela e alla ricerca dei beni sommersi e a fornire un contributo in tal senso, offrendosi come trampolino di lancio per nuove ricerche e progetti. E' questo il caso, per esempio, della Iulia Felix, imbarcazione romana del III secolo ritrovata nel 1987 a 16 metri di profondità sui fondali marini al largo di Grado. L'imbarcazione, lunga 18 e larga 5-6 metri, è stata rinvenuta intatta con il suo carico di 560 anfore. In mostra a Trieste ci sarà la riproduzione della sezione trasversale della nave di Grado, che è stata progettata dagli archeologi e dal maestro d'ascia Gilberto Penzo, che hanno studiato lo scafo e il carico di questo relitto. Questa preziosa ricostruzione a grandezza reale finita la mostra costituirà il primo nucleo espositivo del Museo archeologico di Grado. Nella sezione saranno stivate le anfore originali del carico, che contenevano prodotti alimentari, principalmente pesce e conserve ittiche, e una riproduzione della botte che racchiudeva i frammenti di vasellame vitreo trasportati per essere rifusi, un sistema di riciclaggio già praticato nell'antichità perché più economico rispetto alla produzione di vetro ex novo. Trasportava sempre vetro, ma anche collane, candelabri, lampadari, campane di bronzo, lingotti di piombo, coloranti, bicchieri di cristallo e rotoli di seta preziosa la Gagliana Grossa, o relitto di Gnalic, una galea di mercato affondata in Croazia nel 1583 con un carico di lusso ed estremamente variegato, che spedito da Venezia avrebbe dovuto arrivare via mare al sultano ottomano Murad III. A quel tempo tra la Serenissima e l'Impero Ottomano era guerra aperta, ma nonostante le ostilità le due potenze continuavano a intrattenere rapporti commerciali. La nave, del peso di circa 720 tonnellate, fu fatta costruire a Venezia da Lazzaro Mocenigo, Benedetto da Lezze e Piero Basadonna e venne varata nel 1569. Caduta nelle mani degli Ottomani nel luglio del 1571 presso l'isola di Saseno (Albania), trascorse i successivi dieci anni al loro servizio, prima di venire acquistata, nel 1581 a Costantinopoli, dalla famiglia Gagliano. Per questa ragione, all'epoca del naufragio, la nave portava il nome di Gagliana Grossa.A bloccarne la traversata e farla finire sul fondo del mare, a sud di Zara, fu una tempesta, facilitata dall'eccesso di carico. Ma i resti di questo naufragio, custoditi nei fondali marini e riportati alla luce dagli archeologi subacquei nel corso di diverse campagne condotte dal 1967 ai giorni nostri, oggi costituiscono una sorta di finestra sulla storia degli anni successivi alla Battaglia di Lepanto, che nel 1571 fermò il dominio turco nel Mediterraneo. Il carico della nave era composto da materiale eterogeneo di produzione artigianale, con molte merci di uso comune e con una particolare abbondanza di materiale vitreo, per un totale di più di 5500 oggetti. Una variegata selezione di questi reperti sarà esposta al Salone degli Incanti. Ogni pezzo in mostra racconterà una storia: per approfondirle una a una è stato realizzato un accurato catalogo

GIULIA BASSO

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 22 novembre 2017

 

 

Ciclabile del Carso - Fiab Ulisse in pressing sulla Regione
TRIESTE - Fiab Trieste torna sul progetto della Ciclabile del Carso e sollecita nuovamente la Regione, con l'intento di smuovere la situazione, ferma ormai da tempo. «Il progetto della Ciclabile del Carso che prevede un itinerario di 35 chilometri da Draga Sant'Elia a Monfalcone - riepiloga Federico Zadnich di Fiab Trieste Ulisse - ha ormai quasi dieci anni. L'ormai soppressa Provincia di Trieste nel 2009 ha avuto un finanziamento di due milioni e 900mila euro per realizzarla. Nel 2009 erano stati fatti un progetto di massima ed una Conferenza dei servizi. Poi tutto si era arenato». Due anni fa Fiab aveva raccolto pure 1.300 firme e ottenuto dalla Provincia la promessa di un sostegno, una strada che sembrava in discesa e che allora aveva portato alla stesura del documento esecutivo. Poi più nulla. Da gennaio 2017 la competenza è passata alla Regione e il sodalizio triestino, che promuove la mobilità sostenibile, è tornato alla carica. «Nel recente incontro tra l'assessore regionale alle Infrastrutture Mariagrazia Santoro e una delegazione del Coordinamento regionale Fiab - prosegue Zadnich - è stato chiesto un aggiornamento sull'iter. Il Rup (Responsabile unico del progetto, ndr) ha detto che prima di passare al bando per i due lotti della Ciclabile, uno da Draga a Sistiana e l'altro da Sistiana al canale di Moschenizza, ci sono tre passi procedurali da superare: rifare documentazioni predisposte nel passato e nel frattempo "scadute", realizzare un piano particellare e in seguito avviare accordi con i proprietari dei terreni attraversati dalla Ciclabile o gli espropri». Nell'incontro Fiab ha chiesto all'assessore Santoro che, per ridurre i tempi, si parta contemporaneamente con tutti i due lotti nella realizzazione di questi passaggi e non in sequenza, come attualmente ipotizzato. Fiab aveva già sollecitato la Regione ad accelerare le procedure alcuni mesi fa, quando l'ente aveva annunciato la chiara volontà di scommettere sugli spostamenti "green" sul territorio, con un assestamento di bilancio che, nel triennio 2017-2019, prevede finanziamenti per oltre tre milioni di euro mirati a interventi per la creazione di nuove piste ciclabili o la sistemazione di quelle esistenti. «In definitiva la strada per pedalare sulla Ciclabile del Carso è ancora lunga - conclude Zadnich - ma Fiab Trieste auspica che la Regione e i suoi tecnici possano nel minore tempo possibile concludere i necessari passaggi procedurali e il bando. Una ciclabile da Draga Sant'Elia a Monfalcone promuoverebbe stili di vita sani tra i triestini e sarebbe un'importantissima infrastruttura per il cicloturismo, un settore in forte espansione che potrebbe essere sempre di più un'opportunità di sviluppo economico sostenibile per Trieste e il Carso».

Micol Brusaferro

 

 

Le Falesie di Duino riaprono le loro porte grazie a un patto a tre - Al vaglio del Consiglio l'intesa tra Comune, Wwf e club nautici per rendere accessibile l'area con progetti didattici e turistici
DUINO AURISINA - Le Falesie di Duino tornano a disposizione della collettività, in particolare degli studenti e delle scolaresche, dei turisti e dei diportisti, nell'ambito di un nuovo progetto di valorizzazione del territorio predisposto dal Comune di Duino Aurisina. Va in questa direzione il Protocollo d'intesa che l'amministrazione guidata dal sindaco Daniela Pallotta si appresta a sottoscrivere avendo come partner l'Area marina protetta di Miramare da un lato e le società nautiche locali dall'altro. Il testo sarà sottoposto stamani al vaglio del Consiglio comunale, dopo aver già superato, qualche giorno fa, l'esame in sede di Commissione Ambiente. «Abbiamo varato un programma di educazione ambientale destinato ai giovani e ai giovanissimi - spiega l'assessore Andrea Humar - che prevede una stretta collaborazione con i tecnici e gli esperti del Wwf, i quali condurranno le scolaresche nella Riserva marina delle Falesie, per utilizzare quello straordinario paesaggio a scopo didattico. Ma non abbiamo dimenticato i diportisti - aggiunge Humar - e per favorirli intendiamo alleggerire l'iter burocratico che garantisce il diritto a entrare nella Riserva marina delle Falesie, in virtù di uno specifico permesso. A questo scopo - precisa l'esponente della giunta Pallotta - abbiamo già contattato la Regione. L'obiettivo è di coinvolgere le società nautiche del territorio, affinché possano essere loro a consegnare direttamente i permessi, sulla base di una delega del Comune, peraltro senza dover sopportare il costo dei bolli, come avviene attualmente». Le scelte della giunta vanno nella direzione di un generale utilizzo delle aree a mare: «Nel piano della valorizzazione - dice Chiara Puntar, presidente della Commissione consiliare che ha la competenza sull'Ambiente - sono comprese anche l'area risorgiva del Timavo e la Costa dei Barbari, perché intendiamo segnare una svolta rispetto alle politiche del passato, tornando a dare alle zone indicate un preciso ruolo nell'ambito dello sviluppo turistico, della didattica nelle scuole, nello sport. Le società nautiche del territorio - prosegue Puntar - saranno invitate a creare una rete didattico-turistica, in cui uno specifico compito di divulgazione scientifica sarà riservato ai tecnici del Wwf che operano nel contesto della Riserva marina di Miramare. Siamo al cospetto - ribadisce - di una vera e propria rivoluzione nella modalità di utilizzo della Riserva delle Falesie, oltre che delle risorgive del Timavo e della Costa dei Barbari». Nel corso della recente campagna elettorale, da molte voci si erano alzate le richieste di una sostanziale riapertura di tali siti al pubblico utilizzo. «Vogliamo dare una risposta a tali istanze - riprende Puntar - pur prestando la massima attenzione alla tutela dell'ambiente e del territorio. Determinati divieti per quanto concerne l'avvicinamento alla costa da parte dei diportisti rimarranno - continua la presidente della Commissione Ambiente - perché come amministrazione intendiamo assicurare la conservazione del bellissimo patrimonio paesaggistico del nostro Comune».«Tuttavia - conclude - è anche giusto che la popolazione residente e i turisti possano godere e beneficiare delle bellezze del nostro territorio, trovando il giusto equilibrio fra le diverse esigenze».

Ugo Salvini

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MARTEDI', 21 novembre 2017

 

 

Nube radioattiva: Russia ammette, livelli 986 volte oltre la norma

Il servizio meteorologico russo ha confermato i livelli record di Rutenio-106 nella nube radioattiva che si è diffusa in Europa. Sebbene il governo russo abbia più volte smentito le responsabili riguardo l’incidente, il meteo Rosgidromet ha confermato la presenza dell’isotopo radioattivo in diverse zone del Paese e in particolare Tatarstan e nel sud della Russia. L’Europa sarebbe stata attraversata dal fenomeno tra il 27 settembre e il 13 ottobre 2017 mentre dal 29 settembre avrebbe raggiunto, sostiene il quotidiano britannico The Guardian: “Tutti i Paesi europei, a partire dall’Italia e poi verso il Nord Europa”. Allarme nube radioattiva scattato il 9 novembre 2017 e diffuso dall’Istituto per la Sicurezza nucleare francese, che aveva rilevato la presenza anomala di Rutenio-106 e individuato la fonte della contaminazione in un punto situato tra il Volga e gli Urali. Se allora le autorità russe hanno negato ogni coinvolgimento, ora sembrano verificarsi le prime parziali aperture. In particolare sembra che il valore 986 superiore al normale sia stato registrato ad Argayash, villaggio nella regione di Chelyabinsk. A circa 30 km da lì si trova inoltre il sito di Mayak, luogo simbolo per il disastro nucleare verificatosi nel 1957 e tutt’ora utilizzato quale impianto di riprocessamento del combustibile esaurito. Greenpeace ha chiesto in via formale al Rosatom l’apertura di un’inchiesta e la pubblicazione di tutti i dati disponibili. Sulla questione è infine intervenuto anche Jan Van De Putte, Greenpeace Belgio, che ha chiarito la sua opinione in merito alle possibili cause che hanno portato alla diffusione della nube radioattiva: È pericoloso a livello locale, diciamo nella zona intorno a Mayak, ma la radioattività viene diluita enormemente attraverso distanze così vaste, e questo naturalmente riduce molto i rischi qui in Europa occidentale. Il rutenio 106 è usato per lo più nel settore medico, nella cura del cancro, e una delle ipotesi è che potrebbe trattarsi di un macchinario fuso in un’unità di riciclo del metallo, per esempio. Questo è uno dei percorsi possibili per una fuga così imponente di rutenio.

Claudio Schirru

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 21 novembre 2017

 

 

Piazza Libertà e Montebello - Entro il mese il via alle gare - Nello spazio davanti alla Stazione cantiere aperto a metà del prossimo anno
Slitta al 2019 la riqualificazione della galleria tra piazza Foraggi e via Salata
Due dei più lenti cantieri della recente storia amministrativa triestina stanno per mettersi in moto allo scadere del 2017. Riflettori puntati su Piazza Libertà e su Galleria Montebello, entrambe bisognose - a diverso titolo - di energici lifting. Partiranno prima i lavori di riqualificazione in Piazza Libertà, l'ampio spazio che si estende davanti alla Stazione Centrale. Il Comune bandirà la gara internazionale nelle prossime settimane, perchè AcegasApsAmga ha recapitato i progetti relativi ai cosiddetti sotto-servizi (allacciamento delle reti). Quindi il quadro degli interventi da svolgere è completato: la tempistica, ipotizzata dai Lavori Pubblici municipali, prevede l'avvio effettivo dei lavori prima dell'estate 2018 da concludersi nel giro di un anno alla metà del 2019, con uno slittamento di circa sei mesi rispetto all'annuncio risalente allo scorso marzo. L'operazione, che sarà seguita in qualità di "rup" da Enrico Cortese, è finanziata da oltre 4 milioni di euro, provenienti soprattutto da antiche poste del governo centrale (2,3 milioni) e della Regione (1,5 milioni). La notizia è emersa ieri mattina, a margine del dibattito in II e IV commissione consiliare coordinato dai presidenti Cason (Lista Dipiazza) e Babuder (FI), dedicato a una sessantina di modifiche del Piano triennale delle opere contenute nella variazione di bilancio che andrà probabilmente in aula la prossima settimana. I principali interventi sono stati illustrati dall'assessore Elisa Lodi e dal direttore dei Lavori pubblici Enrico Conte. Proprio sulla riqualificazione di piazza Libertà, nel 2017 viene applicato un avanzo vincolato di oltre 1,8 milioni di euro. La "cosmesi" di piazza Libertà danza sui tavoli comunali da 13 anni: il progetto, presentato a marzo, prospetta alcune innovazioni che riguarderanno l'inizio di viale Miramare, l'utilizzo di via Ghega, l'ampliamento dei marciapiedi, lo spostamento delle fermate dei bus. Sempre a margine della commissione, un secondo annuncio ha riguardato la galleria Montebello, che collega piazza Foraggi a via Salata, un'infrastruttura fondamentale nella comunicazione tra il centro cittadino e la periferia meridionale. Anche in questo caso decollerà entro fine mese una gara per l'affidamento della progettazione: sarà un incarico decisamente corposo per un valore di circa 800 mila euro, che riguarderà un cantiere da 13 milioni, forse il più impegnativo tra quelli gestiti dal Comune. E anche in questo caso sarà inevitabile uno slittamento: l'avvio dei lavori si sposterà verso il 2019. Una storia infinita quella della galleria, che necessita da anni di un intervento che le pesanti ripercussioni sul traffico urbano, gli "spazi finanziari" imposti dalla legge di stabilità, gli adeguamenti procedurali e progettuali hanno continuamente costretto/consigliato di procrastinare. Si pensi che il primo progetto era stato messo a punto nella primavera 2015. Così il dossier è rimbalzato dal Dipiazza 2° a Cosolini e da Cosolini al Dipiazza 3°. Adesso siamo alla stretta, perlomeno progettuale, che dovrà tenere conto di un fattore determinante: Dipiazza, per evitare ricadute difficilmente governabili sulla circolazione di auto e di bus (altrimenti dirottati su via dell'Istria, su via Baiamonti, sulla Grande Viabilità), ha preteso che i lavori all'interno della galleria si svolgano su una corsia e che il tunnel non venga chiuso. Non solo: in occasione di un incontro con l'associazione ciclisti Fiab, lo stesso sindaco ha assicurato che la galleria sarà dotata di due corsie per le biciclette. Infine, tra i principali interventi su cui la giunta chiede via libera al consiglio, c'è il completamento della ristrutturazione riguardante l'ex istituto Carli in via del Teatro romano: in particolare, saranno risistemate le soffitte, che accoglieranno la sede delle rappresentanze sindacali. Spesa di 700 mila euro.

Massimo Greco

 

IL PIANO - Priorità per Porto vecchio tra recinzione e parcheggi
Cimitero, Porto vecchio, parcheggi, cultura, turismo, sport: la delibera, che apporta una sessantina di modifiche al Piano triennale delle opere e che è stata discussa ieri mattina da due commissioni riunite (la II e la IV), sembra proprio un provvedimento omnibus, che affronta antichi fascicoli e nuove richieste formulate dal sindaco, dalla giunta, dalla maggioranza. Tra le nuove opere, su esplicita sollecitazione di Dipiazza, c'è l'acquisto del nuovo forno crematorio da inserire nel cimitero di Sant'Anna: il costo presunto, riportato nell'apposita casella dell'allegato, parla di 600 mila euro, in gran parte finanziato dall'avanzo vincolato.Il progressivo passaggio degli asset di Porto vecchio dall'Autorità al Comune consiglia il nuovo proprietario a disporre una serie di interventi manutentivi sui beni ricevuti o in via di recezione. Si comincia dal refitting dedicato alla lunga recinzione che in viale Miramare perimetra l'area ex portuale. Anche questo è un cavallo di battaglia del sindaco, che nel recente passato aveva suscitato polemiche perchè aveva ipotizzato il coinvolgimento lavorativo di rifugiati e richiedenti asilo ospitati a Trieste. Ma la manutenzione straordinaria, che costerà circa 78 mila euro, necessita di un preventivo vaglio della Soprintendenza e di aziende specializzate nell'esecuzione di opere relative ai beni culturali. Al termine del Porto vecchio il sindaco ha voluto che fosse realizzato un parcheggio sul terrapieno di Barcola: anche questa è una new entry, sulla quale il Comune investirà 530 mila euro, drenati attraverso un finanziamento dell'Uti, l'avanzo vincolato, la vendita di titoli. In tema di viabilità un finanziamento di 150 mila euro consentirà la manutenzione straordinaria di Pontebianco e Ponteverde, le strutture che sulle Rive scavalcano il Canal Grande dalla parte del mare. Alcuni significativi interventi sono programmati tra cultura e turismo. A cominciare dalla ristrutturazione e ampliamento dell'Aquario, il primo lotto viene integrato con quasi 300 mila euro, cosicchè il ripristino del contenitore avrà a disposizione quasi 600 mila euro ed evidenzia una prioritaria rilevanza nella programmazione comunale. Recentemente si erano levate proteste tra i visitatori per le precarie condizioni in cui versa la struttura. A supporto dell'offerta culturale - ma non solo - il finanziamento, che serviva a incrementare la segnaletica turistica, viene invece dimezzato a 100 mila euro. In ambito sportivo è lo stadio Rocco a ricevere rinforzi con un nuovo stanziamento pari a 340 mila euro per la ristrutturazione, riqualificazione e adeguamenti normativi. sarà lo stesso direttore dei Lavori Pubblici, Conte, a fungere da responsabile del procedimento. Un'altra iniezione di risorse, pari a 260 mila euro, rafforza l'intervento sulla copertura della piscina Bianchi. A dire il vero qualche impianto ci rimette: è il caso del vecchio stadio Ferrini a Ponziana, che vede l'originaria dotazione di 450 mila euro scendere a 100 mila euro. Infine, gli uffici hanno raschiato un po' di soldi per un lotto di 107 mila euro destinato ai serramenti delle scuole, un tema assai popolare per sicurezza e igiene degli edifici. Piazza Hortis avrà una nuova recinzione con 90 mila euro.

magr

 

 

Il verde pubblico è ancora poco - Meglio al Nord ma la percentuale resta bassa. Serve manutenzione
ROMA Il verde pubblico, un tempo semplice indice della qualità urbanistica degli spazi costruiti, oggi rappresenta un indicatore dello sviluppo urbano sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. È ormai ampiamente condivisa la consapevolezza che la presenza di spazi verdi aperti può migliorare la salute e contribuire alla qualità della vita, tutelando l'ecosistema urbano, mitigando i rischi dei cambiamenti climatici e dell'inquinamento e contribuendo alla sicurezza alimentare e idrica: rendendo le nostre città più resilienti. Non a caso la Nuova Agenda Urbana dell'Onu al 2030 inserisce tra gli indicatori chiave per il futuro delle città sostenibili la presenza di spazi verdi, e la Commissione Europea ha lanciato il tema delle infrastrutture verdi. Simbolo del nostro verde sono gli alberi, ai quali dal 2013 ormai è dedicata una Giornata Nazionale, fissata per ogni 21 novembre. Gli alberi sono ricchezza, salute e spesa sociale, agricoltura, industria del legno, turismo ambientale, ma anche storia e identità. A giudicare dal rapporto sulla qualità urbana di Ispra - l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del ministero dell'Ambiente - per fotografare la situazione, c'è ancora molto da fare, in quanto nei 116 Comuni capoluogo presi in considerazione, in ben otto su dieci il verde pubblico non incide per più del 5%, con particolare riferimento alle città del sud e delle isole. Tra le città infatti con poca disponibilità pro capite di aree verdi e basso valore anche nella percentuale generale di verde, troviamo L'Aquila, Barletta, Crotone, Enna, Foggia, Isernia, Lecce, Olbia, Siracusa, Taranto e Trani, oltre però anche ad alcuni capoluoghi con alta densità cementizia nel nord, come Genova, Imperia e Savona. Spiccano con alta densità di verde urbano Gorizia, Pordenone, Sondrio e Trento al Nord, Matera e Potenza al Sud. Le città "più verdi" sono quelle con più alti valori nelle aree protette: Messina, Venezia e Cagliari. Da segnalare naturalmente che alcune grandi città come Milano, Torino e Roma registrano una discreta percentuale di verde sulla superficie comunale pur venendo certificati valori di disponibilità pro capite medio-bassi in relazione alla popolosità, con la Capitale che risulta essere la città con la maggiore estensione di aree naturali protette (il 30,5%, quasi 400 milioni di metri quadrati), grazie alla presenza di polmoni verdi come Villa Borghese e Villa Pamphili. Dalla sua istituzione la Giornata Nazionale degli Alberi ha riscontrato interesse da parte dei Comuni: l'84,5% delle città la celebrano piantando nuovi alberi; il 58,6% ha dato il via a campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per far crescere la cultura del verde, mentre il 24% ha previsto percorsi formativi per addetti alla manutenzione del verde. Un dato, quest'ultimo, la cui crescita è fondamentale, dal momento che la qualità delle nostre aree verdi non può prescindere dall'efficienza della manutenzione e dall'attenzione dei Comuni verso quelle professioni qualificate a mantenere il nostro ambiente ben tenuto.

Alfredo De Girolamo

 

 

Le sfide di Bolzonello tra Ferriera e alleati - il tour in FVG
TRIESTE - Sergio Bolzonello chiude il mini tour regionale auspicando un'alternativa all'area a caldo della Ferriera, nel corso dell'ultimo incontro con gli iscritti al Partito democratico tenutosi ieri a Trieste. Alla fine di un serrato discorso di autopresentazione della propria candidatura alla guida della Regione, il vicepresidente e assessore alle Attività produttive si è smarcato in parte dalla linea della giunta Serracchiani, spiegando di ritenere «fondamentale la difesa dei lavoratori», ma aggiungendo che «le alternative all'area a caldo potrebbero essere messe a disposizione di un ragionamento: oggi questa alternativa non c'è e serve un piano per riconvertire l'area alla funzione logistica. Si può ragionare con l'imprenditore, senza demonizzare l'area a caldo ma pensando anche a scenari diversi, senza blaterare come ha fatto qualcuno». E la stoccata al sindaco Roberto Dipiazza è chiara. Bolzonello parla per quaranta minuti. Si alza in piedi dopo la presentazione del segretario provinciale Giancarlo Ressani e impugna lo stesso foglio di appunti che aveva in mano all'assemblea regionale in cui ha annunciato l'intenzione di candidarsi alla guida di un'alleanza di centrosinistra. Quel foglio è diventato una coperta di Linus e al centro vi campeggia la parola «unità» da cui l'ex sindaco di Pordenone fa partire tre frecce. «Unità del partito, della coalizione e dei territori del Friuli Venezia Giulia». Per Bolzonello l'unità dell'alleanza deve superare «la scissione dell'atomo della sinistra: non sottovaluto le cause della difficoltà di rapporti col Pd, ma abbiamo il dovere di arrivare fino all'ultimo minuto per trovare unità su valori e programmi». Seguono l'appello ad approvare lo ius soli e l'applauso del centinaio di presenti. L'unità è pure quella dei territori, con la sottolineatura che «il Fvg è la più grande piattaforma logistica d'Italia, con un porto che va da Trieste a San Giorgio, un porto franco che darà sviluppo a tutta la regione e i tre interporti di Cervignano, Udine e Pordenone. A Trieste abbiamo investito sul porto e sui cluster della nautica e dello smart health, ma ricordo anche che due anni fa la Wärtsilä sembrava se ne andasse e invece ne abbiamo ottenuto il rilancio, così come abbiamo garantito l'80% di rimborso ai risparmiatori Coop». Vista l'assenza di candidature alternative, l'assemblea del 27 indicherà Bolzonello come la scelta del Pd, dandogli mandato di costruire programma e coalizione. Il vicepresidente ricorda allora che «la comunità cui appartengo non è solo il Pd ma quella che si fonda sui diritti della persona e che non lascia indietro nessuno: dobbiamo camminare tutti assieme e non avere paura del domani, come diceva un noto filosofo che si chiama Bob Marley». Per farlo, Bolzonello propone di «rimettere al centro i fondamentali come scuola e lavoro: solo così si rimette al centro l'individuo». Poi la conferma dell'intenzione di chiedere a Roma le competenze sulla scuola, come in Trentino. Bolzonello sa che la campagna elettorale si giocherà su sanità, Uti e profughi. Ed è sulle Unioni territoriali che ricerca la discontinuità: «Dalle Uti non si torna indietro ma dobbiamo dare risposte agli amministratori dopo aver corso troppo. Qualcosa faremo già in finanziaria». Il vicepresidente tiene invece il punto sui migranti: «Servono accoglienza diffusa, regole precise e integrazione attraverso il lavoro. Bene l'azione di Minniti».La chiusura dell'incontro vede Bolzonello chiamare vicino a sé Roberto Cosolini, secondo cui «Sergio è in campo per vincere e noi dobbiamo essere in campo con lui». Il candidato in pectore parla di «amicizia e grande stima» per l'ex sindaco: un potenziale assessore è già stato scelto.

(d.d.a.)

 

 

Festa dell’albero alle 15.30, in piazza Hortis.

Riconoscimento degli alberi monumentali della piazza in 8 mosse attraverso una app per tablet e smartphone presentata da Pierluigi Nimis (Università di Trieste) e letture sotto l’albero a cura dell’associazione L’una e l’altra”.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 20 novembre 2017

 

 

Fondi bis per la bonifica di Acquario - In arrivo dalla Regione 400mila euro per il terrapieno di Muggia. Si punta ad aprire parcheggi e accesso al mare entro l'estate
MUGGIA - «Entro l'inizio della prossima estate garantiremo i parcheggi e l'accesso al mare per i bagnanti di Acquario». Francesco Bussani, assessore ai Lavori pubblici di Muggia, strappa la promessa ai propri concittadini dopo la notizia ufficiale di un nuovo finanziamento per la riqualificazione del terrapieno. La Regione ha infatti deliberato uno stanziamento al Comune di Muggia, attraverso l'Uti Giuliana, pari a 400 mila euro da utilizzare per i lavori di bonifica del sito inquinato di Acquario. Una somma fondamentale per portare a termine il cantiere avviato da qualche mese. Attualmente il terrapieno è interessato dalla messa in sicurezza permanente del primo lotto. L'area interessata si riferisce ai 900 metri che formano la passeggiata a mare prospiciente la scogliera. Ma non solo. Sono in fase di allestimento anche due aree parcheggio per un totale di quasi 100 stalli: uno all'inizio e l'altro alla fine del terrapieno. La spesa complessiva del primo lotto di lavori si aggirava attorno al milione di euro: con il finanziamento giunto dalla Regione la chiusura del cantiere sarà garantita al 100%, con possibilità anche che parte dell'avanzo venga utilizzato per il secondo più impegnativo lotto che dovrà interessare il terrapieno vero e proprio. «Il cantiere sta procedendo bene e sicuramente il finanziamento giunto tramite le Uti è il primo tassello necessario per chiudere tutta la questione Acquario», puntualizza Bussani. Gli interventi sul terrapieno, a lungo interdetto a causa di complesse vicende giudiziarie legate all'inquinamento dell'area, sono stati sbloccati dopo 13 anni di attesa a metà del 2015 quando la Conferenza di servizi regionale ha approvato il progetto definitivo per la sua messa in sicurezza e bonifica. Gli attuali cantieri sono la prosecuzione del recupero del lungomare muggesano iniziato lo scorso marzo con i lavori di riqualificazione del tratto costiero tra Porto San Rocco e Punta Olmi. Già realizzato anche il primo tratto della pista ciclabile sul lungomare tra Porto San Rocco e l'ex confine. Nello specifico sono stati interessati 600 metri tra Punta Olmi e il Molo T, per la cui realizzazione è stato speso un milione di euro. «A questo tratto, che scorre lungo la Strada provinciale 14, si sta aggiungendo ora un ulteriore segmento di circa un chilometro con altri interventi di supporto all'offerta turistica, in particolare la creazione di un'area parcheggio con un centinaio di posti auto suddivisa in due zone che renderà fruibile la prima parte di Acquario», precisa Bussani. Per quanto riguarda invece il secondo e più cospicuo lotto relativo al "cuore" del terrapieno, si attende conferma dei cospicui finanziamenti che la Regione dovrebbe assegnare all'Uti Giuliana (si parla di circa 2 milioni di euro) da cui il Comune dovrebbe poter attingere la somma necessaria per chiudere uno dei capitoli più difficili della storia amministrativa rivierasca.

Riccardo Tosques

 

 

Scontro sulla Ferriera, il Pd invoca buon senso - L'appello di Codega: «Comitati e istituzioni diano prova di responsabilità». Domani dibattito a Muggia
«L'appello degli operai della Ferriera ha evidenziato in maniera palese una conduzione poco responsabile della problematica relativa all'impianto di Servola. Gli operai e le loro famiglie ne pagano lo scotto più pesante e fanno bene a denunciarlo». A intervenire nel dibattito innescato dalla petizione lanciata dai lavoratori è il consigliere regionale del Partito democratico Franco Codega. «Serve più responsabilità - aggiunge l'esponente democratico - da parte di gruppi e associazioni che continuano a denunciare stati e livelli gravi di inquinamento che non vengono poi suffragati dagli studi e dalle rilevazioni degli enti preposti (come lo studio del 2014 dell'Osservatorio ambiente e salute e i dati del "Focus Ferriera" dell'Arpa). Denunce che poi vengono opportunamente strumentalizzate da forze politiche per averne un ritorno meramente elettorale. La conseguenza - spiega Codega - è di rendere insopportabile il rapporto tra i residenti del quartiere e le maestranze dello stabilimento, con il giusto risentimento delle stesse». Di qui l'appello al buon senso e alla prudenza da parte di tutti gli attori coinvolti, prima di tutto quelli che ricoprono ruoli istituzionali. «Ci vuole responsabilità da parte delle istituzioni, in primis dalla Regione, che hanno il compito di monitorare il rispetto dell'Aia da parte della Siderurgica Triestina - continua Codega - . E dobbiamo dire che questa è stata finora opportunamente esercitata attraverso i monitoraggi, le prescrizioni e le diffide messe in campo. Di fronte a due beni preziosi quale la salute dei cittadini e il lavoro per centinaia di operai, è evidente la necessità di mantenere un fermo equilibrio e una forte responsabilità, affinchè ambedue i valori vengano salvaguardati. E tale responsabilità va misurata con la verifica delle cose fatte e non alzando polveroni emotivi». Del caso Ferriera, e della difficoltà di far convivere diritto al lavoro e diritto alla salute, si parlerà anche a Muggia nel corso di un incontro in programma domani alle 17.30 in Sala Millo. Insieme al sindaco Laura Marzi e all'assessore all'Ambiente Laura Litteri, interverranno Luca Marchesi, direttore generale Arpa Fvg, Franco Sturzi, direttore tecnico scientifico dell'Arpa e Fulvio Stel di Sos Qualità dell'aria.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 19 novembre 2017

 

 

È spaccatura a Servola sull'appello degli operai - Comitati dei cittadini critici dopo la richiesta dei lavoratori di abbassare i toni
Apertura dalle istituzioni. Martedì tavolo con le sigle sindacali al ministero
Dopo tanto tempo i lavoratori della Ferriera si sono esposti attraverso una petizione. Per chiedere da una parte rispetto e dall'altra un'apertura a un dialogo disteso con le associazioni in campo e tutta la comunità. Le risposte all'appello non si sono fatte attendere. Ma hanno avuto tenori diversi fra loro. Istituzioni solidali nei confronti degli operai, dalla Regione al Comune. Così come FareAmbiente. Il Comitato 5 dicembre invece non ha appoggiato la proposta, lanciando una controffensiva. Più placida la risposta di No Smog. «Se avessimo visto degli insulti sul web agli operai, li avremmo condannati - esordisce Barbara Belluzzo del Comitato 5 dicembre -. Se esistono, vorremmo vedere gli screenshot: altrimenti per noi questa degli insulti è una bufala creata ad arte per dividere cittadini e operai». Sembra dunque che il gruppo non abbia evidenza del fatto che nel corso degli anni i dipendenti di Arvedi siano stati «dileggiati», come afferma invece la promotrice della petizione, Erika Bozieglau, la moglie di uno delle centinaia di lavoratori della Ferriera. Il Comitato ammette sì che «il dialogo tra noi cittadini e gli operai sia fondamentale» ma rileva come in questo caso si tratti di «una protesta a nostro avviso completamente pretestuosa e infondata di certi operai» e «un'operazione mediatica scorrettissima dell'ufficio stampa della proprietà». Comprensione da "No Smog" che chiede ai lavoratori anche di fare un passo in avanti verso i problemi che affliggono i residenti di Servola: «Capiamo che quel posto di lavoro sia la loro fonte di reddito e che si trovino in una condizione di forte disagio a ricoprire il loro ruolo - spiega la presidente Alda Sancin -, ma il tasso di inquinamento a cui noi e loro stessi siamo sottoposti lo dice l'Organizzazione mondiale della sanità che è cancerogeno». Se poi un dialogo vero e proprio non ci sia stato sin qui, la colpa per Sancin è soprattutto dei lavoratori. «Non ci devono vedere come nemici - spiega -, siamo disposti anche noi al dialogo, ma se fino ad adesso non c'è stato è perché loro hanno lanciato fuoco contro noi residenti di Servola». Il possibile terreno comune di confronto tra loro, per Sancin, comunque riguarda «le istituzioni in primis e l'azione di bonifica dell'area». Dal versante istituzionale ha fatto sentire la propria vicinanza agli operai la presidente della Regione Debora Serracchiani. «Quando ci guardiamo in faccia e pensiamo alle singole famiglie di ogni lavoratore della Ferriera - ha affermato -, a ogni storia che è nascosta o banalizzata dietro uno slogan, diventa più difficile nascondere sentimenti e preoccupazioni». Ha sottolineato come «la petizione dei lavoratori della Ferriera di Servola sia una forte richiesta di ascolto e di attenzione da parte di tutti. Le letture a senso unico non sono un'opzione accettabile». Serracchiani ha inoltre chiamato in causa le stesse istituzioni: «Le tensioni sullo sviluppo industriale di Trieste esistono da tanto tempo e accendono gli animi, ma - ha affermato la presidente - il compito delle istituzioni è evitare che il confronto anche serrato travalichi nella mancanza di rispetto verso le persone e verso il loro lavoro. Le emozioni - ha concluso - e le inquietudini delle persone in carne e ossa che ogni giorno entrano nello stabilimento chiedono, anzi impongono rispetto. L'estremizzazione dello scontro sulla Ferriera si è sviluppata sulle teste di queste centinaia di persone, alle quali è stata riservata la parte di scomodi e sacrificabili comprimari. Non è giusto». Dalla parte dei lavoratori anche il sindaco Roberto Dipiazza, non senza qualche riserva nei confronti dell'impianto: «Nella mia vita ho solo creato posti di lavoro e non li ho distrutti, però ricordiamoci sempre il tema ambientale. Sono 21 anni, dal '96, che mi dicono che il prossimo anno migliorerà l'area a caldo - ha spiegato -. Rispetto dunque non solo i lavoratori ma anche la loro salute oltre a quella dei cittadini, le problematiche della Ferriera riguardano proprio loro». Si allontana da qualsiasi accusa di possibile scherno verso i dipendenti: «Io non li ho mai dileggiati, credo che questo sia opera di qualche cretino che li vessa attraverso Facebook. Condivido la posizione dei lavoratori che non devono essere colpevolizzati, è l'azienda che obiettivamente deve chiudere l'area a caldo. Per questo ho chiesto alla Regione più volte un tavolo sul lavoro. E martedì saremo a Roma al Mise con i sindacati». A intervenire anche Giorgio Cecco, coordinatore regionale di FareAmbiente: «Serve un fronte comune per la tutela della salute e della qualità del lavoro, certo non polemiche e prese di posizione che alla fine penalizzano proprio i più deboli ed esposti, quindi in primis gli operai e gli abitanti». Condivide la strada del dialogo tra le parti Salvatore Porro (FdI), il presidente della VI commissione consiliare del Comune a cui verrà consegnata la petizione. L'azienda del gruppo Arvedi, contattata, ha preferito non intervenire

Benedetta Moro

 

Il popolo della fabbrica tra rabbia e disillusione - I firmatari della lettera invocano rispetto: «Persino i nostri figli vengono offesi»
Ma in molti hanno perso le speranze: «Le cose non cambiano, lavoriamo e basta»
«Stiamo lavorando, non facciamo male a nessuno. Per protestare ci sono altri canali e quello giusto non è sicuramente offendere la dignità e il lavoro delle famiglie delle persone che vengono qui mattina, pomeriggio e notte, sabati e domeniche compresi. Non ne vale la pena, chi fa così dimostra un'innata ignoranza». La pensa così Diego Rapisarda, una delle tante voci che si alza dalla Ferriera per dire basta alle ingiurie e alle offese che girano sul web. Offese rivolte ai lavoratori della Siderurgica Triestina anche semplicemente quando dicono «lavoro in Ferriera». Per questo hanno deciso in molti di aderire alla petizione lanciata da Erika Bozieglau, la moglie di uno dei tanti operai della Ferriera, pronta assieme ad altri familiari a sostenere i lavoratori dello stabilimento servolano. Ma non tutti sono d'accordo. O meglio, non tutti credono nella possibilità che la gente smetta di lanciare offese. E molti non ripongono alcuna fiducia in un dialogo che, a parer loro, per troppo tempo non ha portato ad alcun miglioramento per l'impianto. «Io sono di una ditta esterna - afferma Massimiliano Coslovich -, ma tanto tutti siamo visti male all'esterno. È facile dare la colpa sempre alla ditta e ai lavoratori, in realtà è tutta politica. È vero che la Ferriera inquina, ma come tutti gli stabilimenti e noi veniamo per prendere il nostro pezzo quotidiano di pane, grazie a Dio c'è lavoro». Sul dialogo però non è d'accordo: «Il sistema non cambierà». «Io invece penso che il dialogo sia costruttivo - dice un altro operaio -. A patto che si parli del futuro di questo posto e che si smetta di fare campagna elettorale su questo posto». Ha fiducia in un'apertura dei dipendenti verso la cittadinanza e le istituzioni Roberto Decarli, ex operaio a Servola ed ex consigliere comunale (Trieste cambia), che ha anche aiutato i promotori della petizione. «I lavoratori sono pronti a parlare di Ferriera senza urla e toni accesi, senza espressioni come quelle del sindaco Dipiazza che definisce lo stabilimento "un cancro". Si può parlare di tutto, di inquinamento, di lavoro, ma senza offendere nessuno, perché chi ha sofferto e pagato questa situazione sono i dipendenti che hanno vissuto in un continuo limbo tra striscioni "No Ferriera" e il sindaco che ogni due per tre intimava la chiusura. Sono 20 anni che sfrutta politicamente la Ferriera. L'area a caldo - continua Decarli - per me dovrebbe andare avanti viste le misure che sta prendendo Arvedi, è la prima volta che si vedono interventi di riqualificazione di questo tipo. Ormai - conclude - le persone, anche dei comitati, che vogliono chiudere la Ferriera sono quelle che sono in cerca di una poltrona». Le invettive lanciate contro gli operai pare comunque esistano davvero. Le mostra da Facebook sul cellulare un lavoratore, che ha firmato la petizione ma preferisce rimanere nell'anonimato. "Devi morir", scrive un utente. Qualcuno su social riporta il numero della sede della Siderurgica Triestina. E poi: "Telefonemoghe in massa in continuo rompendoghe i coioni come lori li rompi a noi. Guera aperta". Eppure, sottolinea l'operaio, «al 90 per cento dei dipendenti piace questo lavoro, qui vengono in continuazione persone a consegnare il proprio curriculum». «Ci dicono che portiamo la morte», aggiunge un altro. A qualcuno non interessa nemmeno sentire parlare dell'appello: «Penso solo a lavorare». Oppure: «È inutile perdersi in queste cose, ci sono problemi più grandi». E ancora: «Non m'interessa quello che dicono le persone».Fulvio Gorza è convinto invece che «la petizione debba seguire il suo corso. È da anni che pensavamo di fare un'iniziativa di questo tipo, non possiamo fare baruffa ogni volta che ci muoviamo. I nostri figli - aggiunge - vanno a scuola, i professori dicono loro che noi uccidiamo tutti e che moriremo. Non è bello ed è ora di dire basta. Speriamo che smetta di bombardare anche Dipiazza, soprattutto durante le elezioni perché poi la gente pensa che sia colpa nostra. Ma non sono d'accordo di aprire al dialogo, non ci siamo mai riusciti finora». Pensa alle famiglie che non c'entrano nulla anche Stefano Plet. Ha firmato la petizione pure Rocky Leo: «Chiediamo un dialogo più aperto anche per gli operai, abbiamo scritto la petizione anche per dire ai cittadini che non siamo contro di loro». Gli fa eco Giovanni Degrassi, che aggiunge: «C'è un clima di malessere perché ci sentiamo bersagliati, anche senza nessuna colpa. Facciamo il lavoro il meglio possibile e siamo visti come untori».

(b.m.)

 

 

Il doppio "flop" dei terreni in vendita di Rio Martesin - L'asta è andata deserta due volte davanti un notaio romano - Chiesti 1,4 milioni. I progetti bloccati dal Consiglio di Stato
Il titolo è sufficientemente anodino: "vendita all'asta terreno edificabile in Trieste". Segue un corposo elenco di particelle catastali, poi le due giornate scelte per l'asta ovvero martedì 31 ottobre in prima battuta e martedì 14 novembre nel caso il primo tentativo fosse andato deserto. Appuntamento sempre alle ore 15. La vendita senza incanto, previa presentazione di buste chiuse possibile fino al giorno prima, era nell'agenda del notaio Giacomo Laurora, che ha il suo studio in piazza Bologna 2, tra la stazione Tiburtina e la Nomentana, non lontano da villa Torlonia. Il primo prezzo era fissato a 1 milione 600 mila euro, il secondo si abbassava a 1 milione 400 mila euro, in entrambi i casi erano possibili rilanci a 10 mila euro al colpo. Deposito cauzionale di 50 mila euro. Ma nessuno ha portato buste chiuse al notaio Laurora per acquistare i terreni che si estendono a partire dal rio Martesin in direzione di Scala Santa. E il professionista romano non sa se ci sarà una terza volta, se il venditore saggerà ancora il mercato o cambierà strategia. Il dato, che può interessare la platea triestina, è che, dopo dieci anni di scontri giudiziari e politici, l'area verde tra Roiano e Gretta, dove a un certo punto era prevista la realizzazione di 7 palazzine e 109 appartamenti, è andata all'asta e finora nessun operatore l'ha voluta comprare. In apparenza si potrebbe arguire che Gestione italiana appartamenti (gia srl) e Airone 85, le due società romane intenzionate a varare la vasta operazione immobiliare nella stretta valle del rio Martesin, abbiano gettato la spugna.Sul "caso Rio Martesin", dopo le serrate polemiche del Dipiazza 2° e della prima parte dell'era cosoliniana, era caduto la pesante cortina del silenzio. I rimandi degli archivi redazionali si fermano addirittura al 2014. Ma la vicenda ebbe inizio perlomeno nel 2007, allorquando la Gia srl acquistò il dibattuto terreno dall'impresa di costruzioni Perco snc. L'area ricadeva in zona denominata B4 della variante 66 del Piano regolatore , entrata in vigore nel 1997, Illy imperante.Le prime avvisaglie della guerra si ebbero proprio a partire dal 2007, quando i residenti raccolsero 300 firme per protestare contro la paventata cementificazione della valletta, formata dalle acque del torrente Martesin. Ci si arriva in auto da via Cormons, dove conviene parcheggiare e proseguire a piedi. Una verde plaga non molto conosciuta di Trieste, nonostante sorga a pochi passi da via Giusti e da Strada del Friuli. Ma lo scontro vero e proprio si accese nel 2009 in occasione della presentazione dei progetti elaborati da Gia e Airone 85, che - come abbiamo visto - prevedevano la costruzione di 109 appartamenti. A tale fine il 13 luglio 2009 il Comune di Trieste rilasciava tre permessi per la realizzazione di 109 appartamenti, collegati alla viabilità maggiore da centinaia di metri di asfalto. Tre permessi distinti per tre progetti distinti, così da restare sotto la quota di 10 mila metri cubi, sopra la quale sarebbe invece scattata la Valutazione di impatto ambientale. Ma la somma dei tre dà 11.300 mc.I residenti non accettarono e impugnarono, patrocinati dall'avvocato Gianfranco Carbone, i permessi avanti il Tribunale amministrativo del Friuli Venezia Giulia, che però respinse l'istanza. Tre cittadini, abitanti in zona, non si rassegnarono e andarono al Consiglio di Stato: Dario Ferluga, Luciana Comin, Giorgio Bragagnolo. Palazzo Spada diede loro ragione e annullò i permessi a costruire rilasciati dal Comune: non solo, la sentenza, depositata l'antivigilia di Natale del 2010, dispose che i pastini della valletta non fossero toccati. Inoltre Gia e Airone 85 avrebbero dovuto ripristinare la situazione antecedente ad alcuni lavori già eseguiti. Non era comunque finita perchè nella primavera del 2011 i costruttori chiesero al Municipio 4 milioni di risarcimento. E nel 2012 un nuovo progetto - dieci edifici a un solo piano - planava sui tavoli comunali: la Soprintendenza rispose no. Terzo tentativo nel 2014, con pollice verso della III circoscrizione.

Massimo Greco

 

 

COP23 A BONN - Passi avanti sul clima ma strada in salita

Alcuni passi avanti ma ancora tanta strada da fare per onorare gli impegni presi a Parigi due anni fa. Potrebbero essere sintetizzati così i risultati della Conferenza sul clima che si è tenuta a Bonn (Coop 23) e che si è chiusa ieri dopo una maratona notturna di negoziati sui dettagli tecnici dell'applicazione dell'Accordo di Parigi. Sono state, infatti, definite le procedure per arrivare alla revisione degli impegni degli Stati per il taglio delle emissioni di gas serra. Questi impegni, presi a Parigi due anni fa, sono insufficienti per raggiungere l'obiettivo dell'Accordo stesso (mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi, meglio se 1,5) e vanno aggiornati. L'aggiornamento dei target nazionali di decarbonizzazione dovrà permettere all'Accordo di Parigi, quando entrerà in vigore nel 2020, di raggiungere almeno il suo obiettivo minimo. Il premier delle Fiji, Frank Bainimarama, che ha presieduto la conferenza, si è detto soddisfatto per la messa a punto delle regole per l'applicazione dell'accordo di Parigi e del percorso per i paesi per aumentare i loro obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra. Il presidente nel documento finale ha istituto un tavolo di discussione che partirà nel gennaio del 2018 per definire gli aggiornamenti dei target nazionali in vista della Cop24. Ma resta aperta la spinosa questione del fondo - non ancora istituito - per aiutare i paesi poveri a combattere il "global warming".

 

 

Amanti della bicicletta a colazione - Mattinata nel segno delle due ruote in Cavana. Spazio per lo scambio di accessori
Chi va in bicicletta e sceglie la mobilità sostenibile va premiato. Questo il pensiero della Fiab che ieri in Cavana ha dato vita alla seconda edizione di "Bike Breakfast" offrendo bevande calde a chi si è presentato con il proprio mezzo a due ruote. «La bicicletta "funziona" in tante situazioni diverse - ha sottolineato Federico Zadnich della Fiab -: per il benessere quotidiano, se si vuole stare meglio, per gli spostamenti urbani, veloce e non inquina, anche per togliere congestione dalle nostre strade urbane, e perché dieci biciclette occupano lo spazio di un'auto. Anche per questa edizione autunnale del Bike Breakfast, l'idea è quella di creare un momento di incontro e scambio di informazioni sui temi della mobilità sostenibile tra chi è disposto a muoversi in città lasciando a casa la macchina, scegliendo uno stile di vita più leggero e più amico della terra». A chi si è fermato quindi nel punto allestito con uno stand, è stata offerta la colazione. La mattinata è proseguita anche con altri appuntamenti. È stato spiegato come attrezzare una bici per un cicloviaggio, sono stati forniti consigli su come scegliere la bici giusta, mettendo a confronto le differenti caratteristiche di quelle da montagna, da città e le innovative ebike. Spazio poi alle foto di una cicloesperienza a New York, ai trucchi da mettere in campo per ripartire dopo una foratura, in più durante tutta la mattinata è stato predisposto uno spazio del dono e dello scambio di accessori e ricambi per la bicicletta. «Bike Breakfast - ricorda ancora Zadnich - nasce dall'incontro di due associazioni impegnate in città su temi diversi ma complementari, unite dall'urgenza di invertire la rotta dello sviluppo incontrollato per garantire un futuro al nostro pianeta: Fiab Trieste Ulisse, associazione di cicloturisti e ciclisti urbani, e Senza Confini Brez Meja, associazione che promuove il commercio equo e solidale, il consumo critico e le pratiche per uno stile di vita amico dell'ambiente».

Micol Brusaferro

 

 

Come tutelare chi ci dà la vita - Cinque giorni di incontri per dare ossigeno agli alberi
Educazione ambientale, simbolo di appartenenza e fonte di aggregazione e creatività. Sono i valori che provano a dare forza alla celebrazione della Giornata degli alberi, ricorrenza su scala nazionale accolta anche a Trieste, a cura del Comune (assessorati all'Educazione e ai Lavori pubblici) e delle varie circoscrizioni, nell'ambito di una programmazione disegnata da domani al 24 novembre. Laboratori e incontri e soprattutto molto spazio alle buone pratiche, formula con cui poter coinvolgere sul campo le scolaresche della provincia, dagli asili agli istituti superiori. Si parte domani entrando nell'Istituto d'arte Nordio teatro nel pomeriggio, dalle 15 alle 17, a cura del Comune di Trieste, Area Lavori pubblici, di un incontro riservato agli studenti delle classi quarte e quinte dell'indirizzo architettonico, incontro disegnato da tre segmenti tematici: "Alla scoperta della foresta urbana di Trieste", con il docente Pierluigi Nimis, "La tutela del verde urbano e il verde ornamentale nella progettazione urbanistico-edilizia" (Francesco Panepinto, Servizio Spazi aperti) e "Cambiamenti climatici e ambiente urbano, multifunzionalità del verde ornamentale" spunto affidato al docente universitario Giovanni Bacaro.È nella giornata di martedì che vanno in scena le iniziative più significative, più coinvolgenti sul piano del significato autentico della festa dell'albero. Seminare, accudire, curare. La simbologia dell'albero va insomma nutrita, spunto destinato a concretizzarsi con la messa a dimora di bulbi in varie sedi scolastiche cittadine, dall'asilo Piccoli passi di via Frescobaldi (alle 9.30), in piazza Hortis (10.30), nell'area verde di strada di Guardiella/viale al Cacciatore (alle 11.30) e alla scuola dell'infanzia Stella Marina di Ponziana, qui con la cerimonia fissata alle 14.30. La "semina" proseguirà il 22 e il 24 novembre, coinvolgendo la IV e la V circoscrizione, da Basovizza a Gretta, toccando Altura e il laghetto di Contovello.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 18 novembre 2017

 

 

Gli operai della Ferriera alzano la voce - Raccolte 236 firme contro gli «insulti quotidiani a lavoratori e famiglie. Serve un dialogo rispettoso». La petizione al Comune

Sono rimasti quasi sempre sullo sfondo di una battaglia, quella per la chiusura dell’area a caldo della Ferriera di Servola, che ha visto il coinvolgimento di migliaia di triestini e che, di fatto, ha spostato gli equilibri delle ultime elezioni amministrative. Hanno deciso di rompere il silenzio, «perché esasperati dalla continua e gratuita violenza verbale» di cui si sono sentiti vittime, attraverso una petizione popolare che verrà presentata martedì prossimo nel corso della seduta della Sesta commissione consiliare. Sono i lavoratori dello stabilimento siderurgico di Servola che, sostenuti dalle rispettive famiglie, hanno scelto di uscire allo scoperto e di rivolgersi direttamente «all’assise più rappresentativa della città». La petizione, che in poco tempo ha raccolto 236 firme, è stata proposta da Erika Bozieglau, la moglie di uno delle centinaia di lavoratori della Ferriera. «Ci sentiamo presi di mira per un lavoro che viene portato avanti onestamente – le parole della signora –. Siamo stanchi di leggere sui social le minacce e le parole pesanti che vengono rivolte ai lavoratori e alle loro famiglie». Quello rappresentato dai firmatari del documento è uno scatto d’orgoglio che si è reso necessario dal momento che «veniamo quotidianamente e vergognosamente dileggiati e offesi da pseudo associazioni e singoli cittadini, financo dallo stesso sindaco, attraverso dichiarazioni stampa, messaggi in rete e manifesti». Le persone che hanno confermato la propria adesione alla petizione hanno così voluto rivendicare «tutta la dignità che è stata forgiata dal nostro duro lavoro», un sentimento «che ci appartiene come lavoratori ma anche come cittadini». «Ci rifiutiamo – si legge nel documento – di fare il gioco di certi politici e di quelle associazioni che alimentano con violenza, finora verbale, la contrapposizione fra lavoratori e cittadini. Abbiamo ricevuto e stiamo ricevendo minacce e offese, ma di questo si occuperà la magistratura». Il confine del confronto civile sembra essere stato ampiamente superato soprattutto sulle pagine dei social, dove non è difficile imbattersi in dei cani sciolti che abbaiano senza alcun ritegno la propria rabbia. Va dato atto agli organizzatori delle proteste, infatti, di aver sempre cercato di evitare la contrapposizione con i lavoratori dello stabilimento servolano. «Chiediamo e ci appelliamo a tutti coloro che, con buona volontà, vogliono costruire un percorso condiviso e rispettoso nei nostri confronti, per migliorare l’ambiente e la salute – così il documento firmato dai lavoratori –, di confrontarsi con noi nelle iniziative che promuoveremo senza urla, senza ostilità, offese o preconcetti. Con la stessa dignità e determinazione che manifestiamo con questa petizione, lavoreremo per salvaguardare sempre di più l’ambiente e il lavoro in questa città». L’apertura al dialogo viene confermata dalla stessa ispiratrice dell’appello: «Rispettiamo chi difende l’ambiente e le proprie convinzioni – sostiene Bozieglau –, a patto che il medesimo sentimento sia reciproco». I lavoratori, insomma, si sono stufati di venir additati da più parti come degli «assassini», diventando puntualmente «l’oggetto di ogni campagna elettorale». «Noi vogliamo lavorare in tranquillità – puntualizzano i firmatari della petizione –, senza che i nostri figli temano per la nostra salute. Siamo gente tenace e abituata a un lavoro che sappiamo duro, ma esigiamo che le nostre famiglie non vengano toccate o terrorizzate ed è per questo che, stanchi di questa inaccettabile situazione, vogliamo farci sentire in modo forte e chiaro». Una posizione, quella rivendicata dai lavoratori, che chiama in causa la politica, «nonostante l’ostilità dimostrata in passato da alcuni consiglieri comunali». «Auspichiamo il sostegno da parte del Consiglio comunale – la loro conclusione –. Se ciò non sarà possibile, avremo comunque portato alla pubblica attenzione lo stato d’animo nostro e delle nostre famiglie».

Luca Saviano

 

Uil in pressing su sicurezza e buste paga - L’appello del sindacato alle istituzioni per ottenere risposte. «Pronti a coinvolgere pure la Prefettura»

Pronti a rivolgersi alla Prefettura, pur di ottenere ascolto. I rappresentanti sindacali della Uilm chiederanno a breve un incontro con la massima autorità istituzionale del territorio «per evidenziare l’inaccettabile silenzio della proprietà della Ferriera su una serie di problemi che stiamo sottolineando - ha spiegato ieri il segretario provinciale della sigla, Antonio Rodà - e alle quali il gruppo Arvedi non sembra intenzionato a dare risposte». Non più tardi dello scorso settembre, la Uil aveva indetto uno sciopero per manifestare «il disagio derivante dall’atteggiamento della proprietà». «E ora siamo costretti a tornare in prima linea - ha ribadito ieri Rodà - perché Siderurgica Triestina non sembra avere a cuore un argomento fondamentale come quello della sicurezza, pur essendo consapevole delle necessità dei lavoratori. L’azienda ci aveva garantito che sarebbe stato dato uno specifico incarico a una società specializzata per definire le varie problematiche legate alla sicurezza. Ma fino a oggi - ha aggiunto il segretario provinciale - pur in presenza di nostre frequenti sollecitazioni, nulla ci è stato detto su questo fronte. Abbiamo poi più volte ricordato ai nostri dirigenti che c’è forte bisogno, in vari reparti, di nuove attrezzature. In sede locale ci viene detto che si agirà di conseguenza - prosegue Rodà - poi nulla accade sul piano concreto». Sul tavolo anche problematiche di natura economica: «Ci è stato comunicato - riprende il sindacalista della Uilm - che i premi di produzione saranno ridotti, si parla di circa 65 euro a trimestre, in conseguenza del calo di produzione originato dal recente provvedimento della Regione, che ha limitato a 34 tonnellate al mese la quantità di ghisa che può uscire dall’altoforno. Ma i lavoratori - ha protestato Rodà - non hanno alcuna responsabilità in questo campo». Per il segretario provinciale della Uilm «da tutte queste premesse, l’unica conclusione che possiamo trarre - ha osservato - è che evidentemente non c’è la volontà di avere relazioni con le rappresentanze dei lavoratori. Assistiamo a una continua logica di rimando. Come Uilm - ha concluso - riteniamo doveroso a questo punto rendere noto all’opinione pubblica quale sia la situazione nella quale ci ritroviamo. Se necessario, andremo in Prefettura». Uno scorcio dello stabilimento di Servola

(u.s.)

 

 

In carcere la banda dei datteri di mare - La Corte suprema croata conferma le pene detentive. I sei condannati dovranno risarcire lo Stato con 357 mila euro
FIUME - È stato un chiaro e duro segnale all'indirizzo di chi raccoglie e vende datteri di mare, mollusco tutelato in Croazia da leggi molto rigorose e che prevedono anche il carcere. La Corte suprema croata ha dato ragione al Tribunale regionale di Fiume che nel dicembre 2016 aveva condannato a pene detentive un gruppo di sei persone residenti in Istria, ritenute colpevoli di pesca e vendita di datteri di mare, conosciuti anche con il nome di "datoli". I sei erano ricorsi in appello ma la Corte suprema ha confermato i verdetti, i più severi in Croazia da quando il dattero di mare, ormai un quarto di secolo fa, è stato inserito nella lista delle specie protette. Per avere raccolto nell'estate 2015 almeno 539 chili del proibitissimo mollusco bivalve, pesca avvenuta nelle acque dei dintorni di Pola e nel Canale di Leme, Cedomil Bozic, 64 anni di Umago, è stato condannato a 4 anni e mezzo di reclusione, con identica sentenza per Drazen Curcevic, 45 anni di Pola. Jordan Ambrozic, 49 anni di Sissano, è stato condannato a 3 anni, mentre 2 anni sono toccati al 70enne Milorad Marinkovic di Valbandon. Per il 53enne Serco Ivinic di Valbandon e Branislav Mihajlik di Pola è stata confermata la condanna a un anno di carcere, con la condizionale di 4 anni. L'atto d'accusa era stato sollevato inizialmente contro altre tre persone che però hanno patteggiato la pena, ammettendo tutti gli addebiti. La 57enne Ksenija Makovac di Umago, Mirko Kresic, 54 anni di Buie e Veselin Anastasijevski, 48 anni di Umago, si sono visti infliggere 12 mesi di carcere, pena trasformata in lavori socialmente utili, sempre della durata di un anno. Durante il processo erano stati ascoltati in qualità di testi. Non è tutto. Oltre alla reclusione, i sei istriani dovranno rimborsare allo Stato croato i danni causati all'ambiente e quelli relativi alla vendita: sono 2,7 milioni di kune, pari a circa 357 mila euro. La somma deriva dal computo stabilito dalla legge in materia, secondo cui per ogni chilogrammo di dattero raccolto e messo in commercio si pagano 5mila kune, pari a 660 euro.La polizia istriana e l'Uskok hanno ricostruito quanto avvenuto tra giugno e settembre di due anni fa: Bozic doveva organizzare il trasporto e la vendita dei datteri in Slovenia, per la precisione a Capodistria e Portorose, dove venivano acquistati a 30 euro al chilo. Curcevic era invece incaricato di organizzare la pesca proibita e aveva in Ambrozic il proprio braccio destro. Questi aveva ingaggiato tre persone, Marinkovic, Ivinic e Mihajlik, che agivano come detto nel Canale di Leme, nelle vicinanze di Rovigno, e lungo le coste del Polese. Quanto agli affari in Slovenia, Bozic operava da solo o con Makovac, a Kresic e Anastasijevski. L'unico aspetto positivo per i sei condannati è che non dovranno versare al bilancio statale - a differenza del verdetto emanato dal tribunale fiumano - i 14.400 euro di profitti realizzati con la vendita abusiva

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 17 novembre 2017

 

 

Il nuovo patto contro il rigassificatore - Il Comune di Muggia impugna il timbro di Roma sul metanodotto con Regione e Ancarano. Si accoderà pure San Dorligo
MUGGIA - Nuova crociata ambientale in arrivo per il Comune di Muggia. L'amministrazione Marzi ha annunciato pubblicamente ieri di aver presentato ricorso al Tar del Lazio contro il ministero dell'Ambiente per esprimere il proprio no al progetto del metanodotto Trieste-Grado-Villesse proposto dalla Società Snam Rete Gas Spa, considerato un vero e proprio progetto "costola" del nuovo terminale Gnl. Al fianco del Comune di Muggia, con ricorsi paralleli ed individuali, si sono schierati contro il metanodotto sia la Regione che il vicino Comune di Ancarano. E se San Dorligo della Valle sta preparando gli ultimi incartamenti per prendere parte a questa battaglia ambientale, il grande silenzioso assente, per ora, pare essere il Comune di Trieste. Trentadue pagine, riempite grazie all'alacre lavoro dell'avvocatura civica del Comune muggesano formato dagli avvocati Walter Coren e Antonella Gerin, sono l'ossatura del ricorso che si prefigge punto per punto il progetto proposto da Snam Rete Gas. La problematica più eclatante si evidenzia dalle mappe allegate al ricorso, in cui si ricorda come il braccio di mare coinvolto sia già interessato da un notevole traffico navale - soprattutto a servizio delle strutture del Porto, sulla costa settentrionale - ed è soprattutto limitrofo a zone costiere densamente abitate. Come già denunciato nei precedenti tre ricorsi contro il rigassificatore, il Comune rivierasco ha rimarcato appunto la presenza di numerosi impianti industriali presenti nell'area, anche a rischio di incidente rilevante, quali ad esempio i depositi costieri di carburante nell'area dell'ex raffineria Aquila, i diversi impianti attivi in Zona industriale, tra cui il termovalorizzatore, a ridosso del Canale navigabile, i pontili per l'attracco delle navi petroliere con gli allacci alle condutture dell'oleodotto transalpino gestito dalla Siot, nonché la Ferriera. Inoltre - sostiene il ricorso - il progetto del metanodotto andrebbe a cozzare direttamente con il Piano regolatore del Porto che contempla l'ulteriore sviluppo delle attività mediante la realizzazione di nuove infrastrutture quali l'estensione del molo VII, la realizzazione del nuovo molo VIII e i lavori di realizzazione del Terminal ro-ro all'ex Aquila. Insomma: un'area già destinata ad un considerevole incremento dei transiti, specie delle navi porta-container. Ma è la questione della sicurezza nei confronti della cittadinanza che mette maggiormente sotto accusa il progetto. «Le tubazioni del metanodotto risultano molto a ridosso della costa muggesana: stiamo parlando di una distanza di soli 75 metri dal molo Cristoforo Colombo e quindi dal nostro centro storico», stigmatizza il sindaco di Muggia Laura Marzi. Non secondaria sarebbe poi la presenza di navi gasiere lunghe 200 metri e larghe 50 che dovrebbero necessariamente transitare attraverso la parte più stretta del Vallone di Muggia - tra i pontili della Siot e lo stesso molo Colombo - ovvero in un tratto di 630 metri. «Una distanza peraltro già quasi coperta come spazio di manovra dalle navi petroliere che vengono ormeggiate ai pontili del Terminal olii e che non tiene conto del futuro traffico di navi del Terminal ro-ro», tuona ancora Marzi. L'assessore all'Ambiente Laura Litteri ricorda poi le problematiche legate ai fondali «risaputamente inquinati, che se smossi dunque provocherebbero delle gravi conseguenze», fermo restando che «il futuro dello sviluppo energetico non può essere riconducibile ad un metanodotto ma alle energie rinnovabili». Marzi evidenzia infine la filosofia portante del ricorso contro il ministero dell'Ambiente: «La sicurezza della popolazione ed il rispetto per l'ambiente sono per noi preponderanti rispetto ai benefici che si ipotizzano derivare dalla realizzazione di un metanodotto e di un rigassificatore»

Riccardo Tosques

 

E adesso manca solo il ricorso del capoluogo - Capigruppo già in pressing su Dipiazza
«Tutti i capigruppo del Consiglio comunale di Trieste hanno firmato una mozione urgente che impegna il sindaco Dipiazza a presentare ricorso contro il Decreto ministeriale con cui è stata disposta la compatibilità ambientale del progetto del metanodotto presentato da Società Snam Rete Gas spa». Piero Camber, capogruppo Fi, rassicura che il capoluogo farà la sua parte nella battaglia contro il metanodotto. Nell'ultima seduta del Consiglio un testo a firma Pd, per effetto anche dell'input del sindaco di Muggia Marzi (foto), è stato sottoposto all'attenzione dei capigruppo, che senza distinguo hanno deciso di sottoscrivere all'unanimità la richiesta di intervento di Dipiazza contro il progetto di Snam Rete Gas. «Il documento non è stato votato subito, durante l'ultima riunione del Consiglio, esclusivamente per motivi di tempo», rassicura Camber. Insomma: dopo Muggia, Ancarano, Regione e San Dorligo , anche Trieste è pronta a sottoscrivere un ricorso contro il metanodotto.

(tosq.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 16 novembre 2017

 

 

FERRIERA - Esposto bis di Battista alla Procura
Il senatore triestino Lorenzo Battista, eletto nel M5s poi passato al gruppo Articolo 1-Mdp, ha presentato un nuovo esposto alla Procura della Repubblica triestina «per conoscere quali attività siano state svolte da Siderurgica Triestina (o da Acciaierie Arvedi9 per la preventiva messa in sicurezza dei suoli e per la bonifica ambientale dell'area, nonchè per sapere se le procedure attuate rispondano alle novità in materia ambientale introdotte dalla legge 68/2015 in materia di ecoreati». Battista fa riferimento - prosegue la nota - «alle attività previste dall'accordo di programma, con precise indicazioni di spesa» in particolare per i 25 milioni di euro destinate alle preliminari operazioni di bonifica ambientale e risanamento dei suoli. L'azienda - scrive ancora il parlamentare - si è impegnata ad attivare interventi di prevenzione «presentando progetti per la messa in sicurezza dei suoli e acque di falda». Battista chiede inoltre che le istituzioni competenti si attivino per velocizzare le coperture dei parchi minerali.

 

 

Il governo spinge i trasporti su rotaia: traffici quadruplicati - Il bilancio del ministro Delrio: «La cura del ferro funziona»
Il ruolo strategico dei porti del Nord Adriatico con Trieste
ROMA - Ad un anno esatto, il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio, ritorna a Pietrarsa per tracciare un bilancio della cura del ferro. Un 2017 «molto intenso» che registra «un incremento del trasporto merci su ferro» e un'azione del Governo efficace che ha consentito di mettere incentivi ulteriori per il rinnovo dei carri ferroviari e finanziare completamente i corridoi merci. Delrio è intervenuto al forum al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Portici (Napoli) dove i rappresentanti dei diversi settori hanno fatto il punto sui risultati della cura del ferro che il Governo sta implementando. Numeri importanti: 80 miliardi di fatturato sui corridoi logistici, incremento del traffico a 49,23 milioni di treni chilometro; crescita del traffico ferroviario merci quadrupla rispetto a quella del Pil (dal 2014 al 2017 +8,9% contro un +2% del prodotto). Plaude anche l'ad di Rete Ferroviaria Italiana, Maurizio Gentile: «il traffico merci su ferro continua ad aumentare. Dal minimo di 43 milioni di treni chilometro siamo già risaliti nel 2016 ai 47. Ora siamo quasi a fine novembre e il 2017 si va attestando intorno a 49,23 milioni di treni chilometro». A fronte dei risultati raggiunti, vi è ancora strada da percorrere: «Siamo in Europa il fanalino di coda con una quota modale del ferro sul trasporto terrestre del 13%, anche se le imprese private del settore stanno conquistando notevoli quote» dice Guido Gazzola, presidente di Assofer «Per il futuro dobbiamo aumentare tale quota in modo sensibile attraverso molte azioni da sviluppare quali l'efficientamento del materiale rotabile, oltre a sostenere le industrie che investono sul trasporto su ferro». Per Ennio Cascetta, alla guida di Ram, la società per le autostrade del mare: «Dal 2014 al 2017 il traffico ferroviario merci è cresciuto del +8,9%, quattro volte più del Pil, che è cresciuto del 2%». «Necessario è integrarsi con l'industria» afferma Nereo Marcucci, presidente di Confetra. «Confetra e Confindustria devono essere player nazionali in un mercato europeo». Al tavolo di discussione hanno offerto i loro contributi anche Stefan Pan, vice presidente di Confindustria, Marco Gosso ad di Mercitalia Logistics, Zeno D'Agostino, presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Orientale, Giancarlo Laguzzi, presidente FerCargo. «Stiamo vedendo per la prima volta, che tutti i porti del Nord Adriatico hanno una crescita importante dal punto di vista dei traffici. Il primo elemento da analizzare è questo: c'è un corridoio marittimo Adriatico al servizio dei traffici internazionali, che sta diventando un corridoio di riferimento», ha sottolineato D'Agostino. Trieste ha appena assunto la presidenza del Napa, associazione dei porti del Nord Adriatico,

 

 

Merkel, ambiente a rischio - Appello
BONN - La comunità internazionale deve lavorare con «serietà», «fiducia» e «affidabilità» per l'attuazione dell'accordo di Parigi sul cambiamento climatico, perchè il riscaldamento globale riguarda il «destino del pianeta e nessuno può o deve ignorarlo». Così la cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è rivolta ai rappresentanti di oltre 200 paesi e ai capi di stato e di governo riuniti alla Cop23, la conferenza sui cambiamenti climatici, che si è aperta oggi a Bonn. Merkel ha riconosciuto che la Germania dipende ancora molto dal carbone ma ha aggiunto che le energie rinnovabili sono «un pilastro fondamentale» nel mix energetico tedesco. La Ue è cosciente delle sue responsabilità nella lotta contro il surriscaldamento globale e ogni stato membro deve «dare il suo contributo», ha aggiunto.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MERCOLEDI', 15 novembre 2017

 

 

Ambiente a rischio, allarme scienziati: situazione quasi irreversibile

La comunità scientifica della Union of Concerned Scientists ha lanciato un avvertimento preoccupante per quanto riguarda l’ambiente: la crescita esponenziale dell’umanità, il cambiamento climatico, la deforestazione e la riduzione della biodiversità stanno mettendo a dura prova la salute del nostro Pianeta. Già nel 1992 era stato redatto il World Scientists’ Warning to Humanity, un documento in cui si metteva in guardia dall’impatto troppo invasivo dell’uomo sull’ambiente, e oggi la situazione è notevolmente peggiorata.

William J. Ripple, uno dei 15000 ricercatori che fa parte della Union of Concerned Scientists, professore della Università dell’Oregon, e altri 1500 scienziati hanno deciso di fare il punto della situazione aggiornando il documento del 1992. Ciò che è emerso è preoccupante: l’umanità non ha adottato in questi anni le misure necessarie per salvaguardare la nostra biosfera che, a oggi, è in tremendo pericolo. Le problematiche ambientali emerse 25 anni fa come l’estinzione di specie animali rare, la distruzione della biodiversità e l’inquinamento non sono state risolte, anzi: sono peggiorate. Secondo i ricercatori stiamo andando verso una situazione quasi irreversibile. L’acqua potabile presente sul nostro Pianeta è ridotta del 26%, le zone cosiddette morte degli oceani sono aumentate del 75%, abbiamo perso quasi 300 milioni di ettari di foresta, l’emissione di anidride carbonica è aumentata e le temperature sono anch’esse in crescita. Cresce inoltre il numero della popolazione umana del 35% anche se le risorse per il sostentamento diminuiscono e il 29% di animali presenti sul nostro pianeta è sparito negli ultimi anni. A chi attacca i ricercatori definendoli “allarmisti”, gli scienziati rispondono spiegando che questi sono dati concreti e oggettivi, nati da studi reali che dimostrano come l’uomo stia vivendo una vita insostenibile. A questo si aggiunge così l’immediata necessità di aprire un nuovo dibattito sulle questioni ambientali, prima che sia davvero troppo tardi.
Selena

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 15 novembre 2017

 

 

Negozi, ristoranti e wellness - Nuovo volto chic per la Fiera
Al posto del cadente comprensorio di oggi sorgerà entro il 2021 un moderno centro su due piani di colore bianco con 6400 metri quadrati di verde più 800 posti auto
Nel 2021 - se la sequenza di iter amministrativo, cantiere, allestimento si sarà dimostrata virtuosa - al posto dell'attuale cadente ex Fiera sarà sorto un complesso su due piani di quasi 20 mila metri quadrati, di colore bianco e «dalla forma morbida e dinamica», arricchito da uno spazio verde pubblico pensile di 6400 metri quadrati, che avrà l'ingresso principale in via Rossetti e sarà raggiungibile anche da piazzale De Gasperi attraverso una rampa. La vecchia Fiera sarà completamente demolita e l'edificio, che prenderà il suo posto, ospiterà esercizi commerciali, attività artigianali, ristoranti, un centro wellness. In programma 800 posti auto. Non sono invece previsti appartamenti. Il gruppo austriaco Mid Gmbh di Klagenfurt, mediante la filiale altoatesina, sarà costruttore e poi gestore del compendio. I lavori dureranno  complessivamente tre anni e poggeranno su un investimento di circa 65 milioni di euro. La realizzazione assorbirà l'impegno di 300 lavoratori, mentre si stimano oltre 500 assunzioni permanenti all'interno del futuro "recinto" imprenditoriale.Il progetto, presentato ieri mattina in Municipio alla presenza dell'amministratore di Mid Walter Mosser e del sindaco Roberto Dipiazza, non limita i suoi effetti alla pur ampia superficie dell'ex area espositiva, ma coinvolge anche la viabilità esterna con particolare riferimento alla parte finale di via Domenico Rossetti, per la quale si pensa di tornare all'antico doppio senso. L'architetto Francesco Morena, allievo di Aldo Rossi, impegnato in passato nell'ex Pescheria e nel polo logistico Pacorini, recentemente attivo in Cina e in Arabia Saudita, progettista della sede della Popolare Cividale, definisce questo intervento di riqualificazione urbana «delicato», perchè implica una notevole opera di scavo svolta in una zona a elevata densità abitativa. Non ci sarà bisogno di autorizzazioni della Soprintendenza, ma sarà necessario stendere uno studio di impatto ambientale. Saranno divelti 108.905 metri cubi di strutture edilizie, con un volume di scavo pari a quasi 90 mila metri cubi: stoccare terra e inerti è uno dei problemi maggiori da affrontare e fa parte dell'agenda messa a punto dal sindaco e dagli investitori, riunitisi subito dopo la presentazione tenutasi in Salotto Azzurro. Come soluzione Dipiazza ha pensato alle disponibilità di Cava Faccanoni. Alla presentazione erano presenti, a sottolineare la rilevanza dell'operazione per il settore edile del territorio, due esponenti dell'Ance, il presidente regionale Andrea Comar e e il presidente di Pordenone-Trieste Donato Riccesi. Comar, direttamente coinvolto nella realizzazione con la sua azienda, ha insistito sull'importante ricaduta che il progetto eserciterà sull'indotto edile giuliano. Professionisti, tecnici, aziende, maestranze saranno proposte dal territorio. Al ridisegno di questa parte della città Dipiazza crede molto. Innanzitutto perchè riscrive e rivitalizza l'area ormai fatiscente dell'ex Fiera. Poi perchè ritiene il progetto «attrattivo»: «Non è vero - attacca il sindaco, mettendo le mani avanti rispetto alle possibili critiche - che avrà ripercussioni negative sulle attività commerciali esistenti, anzi sarà un magnete di nuove iniziative imprenditoriali. Non mi è parso, visitando le strade prossime all'ex Fiera, di aver notato tutto questo fervore: via del Ghirlandaio è piena di serrande abbassate». Ma spera che il grande poligono ex fieristico tra via Rossetti, via Revoltella, via Sette Fontane, piazzale De Gasperi sappia trainare la qualità sociale complessiva di un rione un po' sulle ginocchia. Pensa a rimettere in sesto piazzale De Gasperi «uno spazio urbano non all'altezza di quanto stiamo facendo a Trieste». Auspica che anche il vicino asse di via Costantino Cumano, in passato zona ad alta intensità castrense, possa trovare una nuova e più vivace identità, tale da abbracciare le sedi museali allestite nell'ex caserma "Duca delle Puglie", come il museo di Storia Naturale e come il museo Diego de Henriquez.

Massimo Greco

 

La scommessa da 60 milioni dell'avvocato di Klagenfurt
«Trieste è una delle città più belle della Penisola, era una città dell'impero asburgico, non è lontana dalla nostra sede aziendale di Klagenfurt. Crediamo che sia una realtà dove vi sia ancora molto da recuperare rispetto ad altre parti d'Italia. Abbiamo visto che era stata bandita un'asta per la cessione della Fiera e abbiamo deciso di parteciparvi. L'Italia non è famosa per la rapidità delle procedure burocratiche, ma noi siamo fiduciosi della collaborazione da parte delle istituzioni triestine». Walter Mosser, fondatore del gruppo carinziano Mid che costruirà e gestirà il futuro dell'ex comprensorio fieristico, ha voluto illustrare in prima persona le ragioni dell'investimento a Trieste. Lo ha fatto in modo asciutto, ricordando di aver in cantiere altre iniziative imprenditoriali nel nostro Paese. Era accompagnato dal rappresentante di Mid Immobiliare srl, la controllata italiana del gruppo con sede a Bolzano, Armin Harnatschek. Sessantotto anni, Mosser è nato a Villaco e si è laureato in legge nell'Università di Graz. Inizialmente ha svolto l'attività forense a Klagenfurt, poi alla fine degli anni '80 - informa il sito di Mid - ha cominciato a sviluppare il suo primo progetto immobiliare e nel 1995 ha fondato la holding, dove sono concentrate le sue attività. In un arco temporale quasi trentennale ha realizzato oltre 70 immobili tra centri commerciali e parcheggi, operando nell'area centro-europea (Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia). Per un totale di investimenti - riporta la brochure diffusa ieri mattina nel corso della presentazione in Salotto Azzurro - di oltre 1,2 miliardi di euro. Così sono sorti l'Europark di Budapest; i Qlandia sloveni a Nova Gorica, a Novo Mesto, a Kranj, a Maribor; i Qlandia croati a Zagabria. La realizzazione più vicina a Trieste è dunque Nova Gorica, «frequentata da molti italiani - dice Mosser - ma non comparabile con quanto vogliamo fare a Trieste, perchè di dimensioni minori». Sul dossier c'è il dichiarato impegno di Dipiazza, il quale ha garantito la sollecitudine dei passaggi autorizzativi.Il mandato all'architetto Francesco Morena attiene alla costruzione di un edificio «ad alta efficienza energetica, impiegando materiali riciclabili ed ecologicamente compatibili e tecnologie come il fotovoltaico e la geotermia». L'avventura triestina di Mosser ha avuto inizio in aprile, quando la sua offerta di 13 milioni 318,44 euro aveva migliorato di un paio di milioni la base d'asta comunale per l'acquisto dell'ex Fiera. Già in quell'occasione l'imprenditore carinziano, annunciando l'intenzione di investire oltre 60 milioni nell'operazione immobiliare del comprensorio di Montebello, aveva evidenziato il vantaggio competitivo geografico di Trieste con «un'ottima posizione sul confine con la Slovenia». Ad aiutare in modo decisivo la riuscita della vendita, concorse il nuovo Piano regolatore, che consentì di inserire nuove possibilità di intervento. Le innovazioni urbanistiche consentirono anche una sensibile lievitazione del valore immobiliare dell'area, che salì dagli originari 7 a oltre 10 milioni. La cifra al metro quadrato - aveva riferito l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi - era stata stimata dagli uffici comunali a 2119 euro al metro quadrato. Il rogito, che trasferiva la proprietà alla Mid Immobiliare, era stato firmato a Trieste in settembre avanti il notaio Ruan.

magr

 

 

A "lezione" di differenziata per rispettare l'ambiente - nelle scuole di Duino Aurisina, Sgonico e Monrupino
DUINO AURISINA Trasmettere ai bambini la cultura della tutela ambientale, insegnando loro le basi di una intelligente e oculata gestione dei rifiuti. Questo l'obiettivo dell'iniziativa promossa dalla Isontina ambiente, la Srl che, da qualche mese, gestisce la raccolta delle immondizie nei territori dei Comuni di Duino Aurisina, Sgonico e Monrupino. Per l'intero anno scolastico in corso, saranno organizzati percorsi di avvicinamento alle diverse tematiche ambientali, proponendo ai più piccoli attività da vivere in prima persona. Tre i filoni sui quali si articolerà il programma: visite, eventi e concorsi, lezioni in aula. Ogni sezione sarà modulata in base all'età dei partecipanti, che potranno beneficiare di questa novità a titolo del tutto gratuito. Per coloro che vanno dai 6 ai 13 anni saranno allestite visite all'impianto di compostaggio di Moraro, dove sarà possibile assistere a quel processo che riesce a trasformare i rifiuti dell'umido in sostanze utili per l'uomo. Al termine della visita, della durata di un'ora, ai ragazzi sarà consegnato un campione di compost da utilizzare a casa. Sempre a Moraro sarà possibile visitare l'impianto di selezione e riciclaggio, dove si potrà spiegare come sono suddivise le varie tipologie di rifiuti prima di trattarli. Un momento di gioco e divertimento abbinato all'apprendimento sarà la "Festa dello scambio", nel corso della quale tutti i partecipanti porteranno uno o più oggetti, altrimenti destinati al cestino, per scambiarli con altri. «Lo scopo - spiegano dall'Isontina ambiente - è di educare diffondendo la cultura del riuso e del riciclo, in luogo dell'abitudine al consumo». Il materiale, formato principalmente da capi d'abbigliamento e accessori, giocattoli, complementi d'arredo, dovrà essere preventivamente portato dai bambini e dai ragazzi nelle scuole di competenza, dove gli addetti della Isontina ambiente andranno a catalogarli, attribuendo a ciascuno elemento un punteggio in stelline, in base alla qualità delle condizioni generali. Al termine della festa, sarà compilata una classifica; chi ne avrà accumulate di più riceverà un riconoscimento. Ma il progetto della Isontina ambiente prevede anche lezioni per imparare a differenziare i rifiuti utilizzando i contenitori corretti, per capire il funzionamento del porta a porta, quali errori devono essere evitati per essere considerati buoni cittadini, sotto il profilo della gestione del tema rifiuti. Al termine dell'anno scolastico sarà effettuato un test e ai bambini che lo supereranno sarà consegnato un diploma. "È questa un'iniziativa che apprezziamo molto - ha commentato Daniela Pallotta, sindaco di Duino Aurisina - perché è da piccoli che bisogna assimilare questo tipo di cultura".

Ugo Salvini

 

 

«Stop al rigassificatore nel golfo del Quarnero» - Ancora una bocciatura da parte della Regione : «Troppi rischi per l'ambiente
Lo Stato croato prima risani l'area dell'ex impianto petrolchimico Dina»
FIUME - Ancora una bocciatura della Regione quarnerino-montana nei riguardi del rigassificatore offshore che dovrebbe venire dislocato nelle acque di fronte alla località vegliota di Castelmuschio (Omisalj), nel golfo del Quarnero. Dopo il "no" opposto dal comune di Castelmuschio, è stato il governatore della regione fiumana, Zlatko Komadina, ad esporre in conferenza stampa la propria contrarietà al progetto che ha già l'appoggio delle autorità statali croate. «La contea - ha detto Komadina - sostiene la municipalità di Castelmuschio, specie la sua richiesta che, se rigassificatore galleggiante deve essere, lo Stato croato provveda a risanare l'area del vicino ex impianto petrolchimico della Dina, dove sono depositate decine di tonnellate di sostanze tossiche. Non possiamo avventurarci in nuovi rischi ambientali senza avere risolto quelli vecchi. In riva al Quarnero siamo consci del fabbisogno energetico della Croazia, ma contemporaneamente Zagabria deve essere sensibile nei riguardi di Castelmuschio e della nostra contea». A prendere la parola è stata anche Koraljka Vahtar Jurkovic, assessore regionale all'Ambiente e membro della commissione incaricata di studiare lo studio d'impatto ambientale del terminal metanifero. «La decisione finale riguardante lo studio d'impatto ambientale spetterà all'assemblea regionale, che si esprimerà in merito nella sua sessione del 23 novembre. Il documento viene sottoposto a pubblico dibattito e personalmente posso dire che non ha la mia approvazione. Non rispetta quattro presupposti e cioè valori adeguati di impatto ambientale, ecologia, economia, energia ed estetica». Per Vahtar Jurkovic, il rigassificatore avrà un impatto negativo sull'ambiente marino, dalla clorazione agli scavi del fondale, per tacere delle emissioni e dai rumori prodotti 24 ore su 24. Inoltre sarà la più grande costruzione visibile nel golfo fiumano, pari ad un grattacielo di 17 piani. Considerato poi che l' impianto offshore è sempre accompagnato da una nave da carico, generalmente lunga sui 300 metri, allora si possono capire le preoccupazioni degli ambientalisti. «La struttura galleggiante - ha aggiunto Vahtar Jurkovic - influenzerà maggiormente l'ambiente rispetto ad un rigassificatore incassato sulla terraferma, il cui impatto risulterebbe di gran lunga più sopportabile». Ha infine invitato gli interessati a prendere parte al comizio pubblico che si terrà oggi a Castelmuschio, dedicato al progetto dell' impianto Lng.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

GREENSYTLE.it - MARTEDI', 14 novembre 2017

 

 

Nube radioattiva sull’Europa: la sorgente tra Russia e Kazakhistan - radioattivita' anche in Friuli

Sarebbero state individuate delle tracce di radioattività, in seguito all’espansione di una nube radioattiva, nell’atmosfera nel periodo compreso tra il 27 settembre e il 13 ottobre. L’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese avrebbe individuato delle tracce di rutenio-106 nell’atmosfera di tutta l’Europa e in Italia.

Secondo i dati forniti dall’ente francese i livelli raggiunti dal materiale radioattivo non avrebbero conseguenze né sull’ambiente né sulla salute. Si sa che la sorgente della nube radioattiva dovrebbe trovarsi in Russia o in Kazakhistan. In Italia l’ISPRA ha attivato la sua rete di monitoraggio della radioattività. Insieme alla Protezione Civile la situazione è stata tenuta sotto controllo e i valori di rutenio-106 non hanno destato particolare allarme. In varie Regioni è stata riscontrata la presenza di materiali radioattivi nell’aria, in particolare in Friuli, in Lombardia, in Piemonte, in Emilia Romagna e in Toscana.
L’emissione della nube radioattiva sarebbe avvenuta nell’ultima settimana di settembre. Tutto sarebbe derivato da un presumibile incidente, anche se non ci sono informazioni certe al riguardo. Nessun Paese ha diramato un allarme per fughe radioattive. Secondo l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese, non ci sarebbero nemmeno pericoli per la sicurezza alimentare, a partire da prodotti importati dalla zona in cui avrebbe avuto origine la nube radioattiva. Viene raccomandato di effettuare dei controlli a campione per escludere ogni rischio di eventuale contaminazione.
Gli esperti tengono in considerazione diverse ipotesi. Il rutenio-106 può trovarsi in centri per il trattamento di tumori e nella sede di agenzie spaziali. Viene utilizzato in medicina e nei satelliti artificiali, per cui si presume anche che tutto potrebbe aver avuto origine dalla ricaduta a terra di un vecchio satellite. Gli esperti ritengono che non potrebbe essersi trattato di un incidente che ha coinvolto direttamente una centrale nucleare, perché altrimenti nell’atmosfera sarebbero state individuate anche altre sostanze radioattive.
Gianluca Rini

 

 

COMUNICATO STAMPA - MARTEDI', 14 novembre 2017

 

 

Trieste: Piazzale Rosmini, M5S Quarta Circoscrizione: "La situazione è intollerabile. Non c'è stato ancora alcun intervento sui terreni e nessuna messa in sicurezza"
Poche settimane dopo la nostra elezione, il 13 giugno del 2016, avevamo presentato in Quarta Circoscrizione una mozione con la quale avevamo messo in evidenza la situazione di piazzale Rosmini, impegnando il sindaco Dipiazza e la sua giunta ad attivarsi per capire la causa dell'inquinamento di quell'area, a informare i cittadini sui tempi di bonifica e su quelli di riapertura e a trovare nuovi spazi ricreativi sicuri per i cittadini. Lo scorso 29 agosto, inoltre, abbiamo depositato anche una interrogazione rivolta al presidente della Quarta Circoscrizione. Attraverso questo atto pubblico abbiamo voluto esortare il presidente a interpellare il sindaco Dipiazza e gli assessori competenti per ottenere informazioni finalmente chiare sulle modalità di bonifica (fitorimedio) e sui tempi di esecuzione, per chiedere l'applicazione di tutte le soluzioni possibili per la messa in sicurezza immediata di piazzale Rosmini, per pretendere una seria politica di abbattimento degli inquinanti diffusi e per salvaguardare le attività che gravitano attorno al giardino. Le risposte non sono mai arrivate. Anzi, ad oggi il giardino di piazzale Rosmini appare abbandonato a se stesso. Non c'è stato alcun intervento sul terreno e nessuna messa in sicurezza; i cartelli che indicavano i pericoli e i comportamenti da tenere sono consunti e rotti, mentre le barriere sono state divelte e abbandonate nei cespugli. Il giardino con tutto il suo carico di composti tossici, caratterizzati da una forte presenza di cloro, diossine e furani, giace nel silenzio autunnale, ospitando bambini e famiglie su tutta la sua superficie. Ci chiediamo come una situazione così grave possa essere ancora tollerata. Tutta la città continua a registrare zone pesantemente inquinate e sono giornaliere le proteste da parte sia dei singoli cittadini che delle associazioni in genere che chiedono a gran voce delle soluzioni. La zona industriale, la valle delle Noghere, Servola, il terrapieno di Barcola, le grotte del Carso, il centro cittadino, i giardini, tutti in qualche modo sono stati colpiti. Crediamo sempre che la priorità debba essere la salute, in ogni circostanza, per questo il monitoraggio delle misure di sicurezza deve essere costante, l'informazione capillare e le soluzioni rapide e durature nel tempo. Per questi motivi chiediamo ancora una volta al sindaco e ai suoi assessori di iniziare una politica seria che combatta l'inquinamento in tutta la città e in tutti quei poli di aggregazione che poi sono anche il valore aggiunto di benessere, sicurezza ed economia dei vari rioni cittadini.
Gianluca Pischianz, Dania Bianco e Adriana Panzera - consiglieri circoscrizionali del MoVimento 5 Stelle - Quarta circoscrizione Comune di Trieste
 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 14 novembre 2017

 

 

Il tecnico del clima dell'Ictp - Giuliani individua le applicazioni tecnologiche più valide per la ricerca
Laureato in Fisica a Roma, Graziano Giuliani lavora all'Ictp dal 2010. Alle spalle ha un'ottima esperienza perché, oltre allo studio, per diversi anni ha lavorato anche per un'azienda internazionale che produceva software per l'agenzia spaziale europea. «Dopo questo periodo però sono voluto tornare alla ricerca», dice. Quindi si trasferisce prima all'Aquila, poi al Cnn di Firenze e infine approda a Trieste, all'Ictp. Il team di cui fa parte ha propositi formativi: «Il mio ruolo è piuttosto tecnico, mi occupo dello sviluppo del modello climatologico a scala regionale. Un lavoro in precedenza affrontato da Filippo Giorgi negli anni '80». Nello specifico il ruolo di Graziani va ad assolvere esigenze di applicazione tecnologica: «La ricerca è abituata ad usufruire strumenti sempre più raffinati, più veloci, richiede delle competenze», ma solo i ricercatori che si sono formati negli ultimi cinque, sei anni hanno avuto accesso a un percorso formativo in tal senso: «Per cui la mia figura, che ha spaziato anche nel campo industriale, ha acquisito queste pratiche che permettono ai ricercatori di affrontare tecnicamente la loro ricerca». Competenze che hanno a che fare con la formazione: «Individuare cioè il modo migliore con cui un nuovo oggetto tecnologico può essere utilizzato ai fini dello studio». Graziano Giuliani fa parte anche del comitato scientifico del Master in Hight Performance Computing dell'Ictp e della Sissa, un progetto che offre un percorso formativo oltre la laurea specialistica: «Serve sia agli studenti che vogliono utilizzare strumenti ad alta prestazione, sia alle aziende». Al di fuori della sua attività Giuliano Graziani si dedica alla famiglia: «Il figlio più piccolo mi impegna molto, suona il piano e gioca a rugby. Spesso sono io ad accompagnarlo sia al Conservatorio che agli allenamenti, anzi ormai naturalmente sono diventato un tifoso della squadra di rugby di Trieste. E poi c'è la lettura, mi appassiona molto, soprattutto i libri di storia».

Mary B. Tolusso

 

 

 

 

GREENSTYLE.it  - LUNEDI', 13 novembre 2017

 

 

Rifiuti marini: riciclo beach litter possibile, le novità da Ecomondo

Sono perlopiù cotton fioc, oggetti e imballaggi sanitari, frammenti plastici, tappi e cannucce tra i rifiuti marini più presenti. A denunciarlo sono i risultati delle indagini sul “Beach litter” presentate a Ecomondo 2017 e promosse dall’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo in collaborazione con Legambiente ed ENEA.

Nel documento viene inoltre evidenziato quanto in molti spesso non sanno, ovvero che tali materiali potrebbero essere avviati al riciclo con ripercussioni positive sia economiche che ambientali. La presentazione del rapporto ha rappresentato un punto d’incontro tra istituti di ricerca, associazioni e imprese sulla “caratterizzazione del beach litter presente sulle spiagge”, così da poter poi sviluppare un piano di riciclo per questi materiali. Necessario inoltre individuare modalità efficaci di sensibilizzazione rivolte a consumatori e imprese, affinché prestino maggiore attenzione alla gestione quotidiana dei rifiuti. Fondamentale sradicare cattive abitudini come il gettare i cotton fioc nel water o richiamare a una più sostenibile gestione dei pellet di plastica per la pre-produzione industriale. Sulla base dei campionamenti effettuati dai tecnici di Goletta Verde, iniziativa operata da Legambiente, i ricercatori hanno evidenziato come la percentuale di plastica rinvenuta nel “beach litter” sia superiore al 90% in entrambi i punti di prelievo del litorale tirrenico (la spiaggia di Coccia di Morto in Provincia di Roma e la spiaggia della Feniglia in Provincia di Grosseto). Come riportato nello studio i campioni raccolti rispecchiano le “specificità delle due spiagge”, che hanno caratteristiche differenti per: tipologia; flusso di bagnanti; vicinanza ad insediamenti urbani/industriali; facilità di accesso. Polipropilene (PP) e Polietilene (PE) i polimeri plastici maggiormente presenti, che insieme costituiscono rispettivamente il 79% (Coccia di morto) e il 66% del totale (Feniglia). Come ha dichiarato Angelo Bonsignori, presidente IPPR e direttore generale Federazione Gomma-Plastica: «Lo studio rappresenta solo il primo passo per affrontare il problema del beach litter. Abbiamo recentemente costituito il “Tavolo permanente per il riciclo di qualità” per analizzare, anche attraverso il coinvolgimento delle aziende di riciclo, la concreta fattibilità di recupero dei materiali presenti sulle nostre spiagge.» Specialmente per quella frazione degradata o composta da diversi polimeri che non possono tornare tal quali nelle rispettive filiere. Intendiamo inoltre promuovere una prima campagna di raccolta del beach litter in alcuni Comuni costieri in accordo con le Amministrazioni e studiare la realizzazione di un impianto pilota per il riciclo di questi materiali. A margine della presentazione è intervenuto anche Loris Pietrelli, ricercatore ENEA, che ha dichiarato: «Quelli che erano i punti di forza delle plastiche, leggerezza, durabilità e costi contenuti oggi rappresentano il limite di questi materiali che permangono nell’ambiente per decenni prima che si degradino. Comunque è importante ricordare che non si può demonizzare la plastica, perché con questo termine si identificano centinaia di materiali polimerici, con caratteristiche molto diverse, di cui non possiamo più fare a meno.» Il risultato principale di questa prima ricerca riguarda la composizione dei materiali raccolti. La netta prevalenza di materiali termoplastici quali polietilene e polipropilene, facilita il recupero ed il riutilizzo del materiale spiaggiato. È necessario inoltre ricordare che le plastiche arrivano da terra e quindi sono il risultato di una cattiva gestione dei rifiuti solidi urbani. Ad esempio, l’enorme quantità di cotton fioc rinvenuta lungo le spiagge rappresenta un “caso” emblematico soprattutto se si pensa che nei primi anni del 2000 la commercializzazione dei bastoncelli non biodegradabili era vietata. Un invito a prendere in sempre maggiore considerazione il problema del beach litter arriva da Stefano Ciafani, direttore generale Legambiente, che sottolinea l’importanza assoluta di una corretta sensibilizzazione al riguardo: «Questo studio rappresenta una prima importante collaborazione tra istituti di ricerca, associazioni e imprese per affrontare il problema del marine litter. Un fenomeno che sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti come ha dimostrato anche la Conferenza mondiale sugli Oceani organizzata dall’ONU a cui abbiamo partecipato, raccontando la nostra esperienza di monitoraggi scientifici considerata come una delle esperienze più avanzate al mondo della citizen science.» Purtroppo la cattiva gestione dei rifiuti e l’abbandono consapevole restano le principali cause del fenomeno. Al tempo stesso i dati evidenziano come buona parte di questi rifiuti potrebbero essere riciclati. I risultati, sebbene preliminari, mostrano dati incoraggianti circa la qualità del blend ottenuto mescolando i rifiuti spiaggiati. Una novità assoluta che dimostra come sia fondamentale sia prevenire il problema attuando campagne di sensibilizzazione, sia lavorando sull’innovazione di processo e di prodotto e sull’avvio di una filiera virtuosa del riciclo.

Claudio Schirru

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 13 novembre 2017

 

 

A San Dorligo nasce il contest per i sacchi di rifiuti anti bora

Comune e A&T lanciano una gara rivolta alle scuole con l'obiettivo di scovare il modo per evitare che i contenitori del porta a porta volino per strada in caso di vento forte
SAN DORLIGO DELLA VALLE - L'appello è: fate ricorso alla fantasia. Questa la richiesta che Comune di San Dorligo della Valle e A&T Servizi ambientali - l'azienda che, dallo scorso primo luglio, gestisce la raccolta rifiuti nel territorio amministrato dalla giunta guidata dal sindaco Sandy Klun - hanno formulato agli alunni delle quarte e quinte delle scuole elementari e a quelli delle medie del territorio. L'obiettivo? Invitare i bambini e i ragazzi a individuare una soluzione che permetta di evitare che, quando soffia forte la bora a San Dorligo della Valle, i sacchetti delle immondizie pronti alla raccolta differenziata porta a porta, appesi a cancelli, reti divisorie, muri, attraverso gli appositi ganci forniti dalla stessa A&T Servizi ambientali, prendano il volo. Il premio per le due soluzioni che un'apposita commissione giudicherà essere le più meritevoli consisterà in una visita al Museo della bora di via Belpoggio 9. Ma non basta. Gli alunni delle due classi migliori vedranno i loro progetti, di cui sarà valutata non solo la funzionalità ma anche l'ingegnosità e la simpatia, proposti sul sito internet della A&T Servizi ambientali. «E speriamo - dicono dall'azienda che si occupa della raccolta rifiuti a San Dorligo - che siano anche progetti facilmente praticabili. In tal caso non esiteremmo a utilizzarli». Da una decina di anni sul territorio è attiva la raccolta porta a porta, attraverso l'uso di contenitori assegnati a ciascun utente. Nel tempo, i cittadini hanno spontaneamente adottato soluzioni che prevedono l'utilizzo di ganci, catene o altro, per evitare la dispersione dei contenitori, quando si alza la bora. Ecco allora nascere l'iniziativa comune dell'amministrazione e dell'azienda, che va a stimolare i cittadini più piccoli, tradizionalmente dotati di grande fantasia e inventiva, per coinvolgerli in un compito che ha uno scopo molto serio ma che a scuola può diventare un gioco divertente e istruttivo.Il Comune di San Dorligo è formato da un notevole numero di frazioni, sparse su un territorio che va dalla piana di Bagnoli alle colline di San Giuseppe della Chiusa. Un paesaggio vario, nel quale i residenti hanno costruito seguendo diversi criteri; ecco che i partecipanti al concorso potranno veramente esercitare la fantasia, cercando soluzioni che potranno essere applicate in base alla situazione locale.Il regolamento prevede che le classi documentino sistemi efficaci, intelligenti, originali, curiosi e simpatici «per gestire la raccolta rifiuti attraverso bidoni o sacchetti nelle giornate di bora. I lavori potranno essere presentati fino al 28 febbraio 2018 e inviati, corredati di foto, video, informazioni e tutto ciò che permette di valutare la proposta nel suo insieme, alla mail scuole@aet2000.it. Per poter avere tutte le indicazioni utili per poter partecipare a questa gara di fantasia si può scrivere alla stessa e mail utile per la presentazione dei lavori o telefonare allo 0432 691062.

Ugo Salvini

 

 

L'APOCALISSE CLIMATICA
Le polveri sottili? Sotto il tappeto. Hanno fatto un giro di valzer nei caffè quando infuriava la siccità che in questo 2017 è stata più lunga del solito. Poi ha piovuto, pioggia acidissima, oltre tutto, perché attraversava un'atmosfera gonfia di veleni, e del respiro che ci uccide non parlerà più nessuno fino al prossimo allarme. Un proverbio orientale dice che il saggio indica la Luna, lo sciocco guarda il dito. La differenza è notevole. Come quella tra chi considera i cambiamenti climatici una sventura di là da venire e chi ribatte che abbiamo già il cappio al collo. Ad esempio il rapporto Ispra pubblicato dal National Geographic. Inverni più caldi in Italia di 2,15 gradi, in media, rispetto agli ultimi trent'anni. Più caldo e meno acqua dove c'è sempre stata. E quali sono le reazioni? Trump se ne frega, smarcando l'America che dovrebbe avere un ruolo-guida. La Cina, dove The Donald si trova in questi giorni, l'argomento non viene sfiorato: il combinato disposto comunismo-consumismo impone di produrre a testa bassa turandosi il naso. L'Europa organizza summit, ultimo il Cop23 a Bonn, portando a casa briciole. Intanto anche i negazionisti ormai si convincono che il pericolo c'è. Un'ottobrata anomala ha armato la mano di piromani vigliacchi. Roghi dolosi hanno stuprato le meraviglie del Creato in Val di Susa e nelle Prealpi lombarde. Cacciatori assatanati si appostavano in attesa che animali di pregio uscissero allo scoperto dai boschi in fiamme, per dire di che cosa è capace l'homo sapiens. I giornali hanno pubblicato le foto del sole malato sopra le cappe di smog a Milano e a Torino. Ci dovrebbero finire i volti di straordinari imbecilli che sguazzano nella tragedia di una foresta annientata e di una fauna in fuga. Numeri: la concentrazione di anidride carbonica nella quale siamo immersi è pari al 145 per cento rispetto al 1750, il livello più elevato degli ultimi 800mila anni. Lo ha sentenziato il Wmo, massima organizzazione meteorologica mondiale. Il confronto tra epoche tanto distanti svela che il passaggio dai 790 milioni di abitanti sulla Terra prima del boom industriale e i 7,5 miliardi di oggi ha avuto il suo peso, è chiaro. Ma ci dice anche un'altra cosa: i problemi attribuibili alla crescita si affrontano, il nuovo mondo non lo sa fare. Nel sermone di Ognissanti il nuovo arcivescovo di Milano monsignor Delpini si è chiesto fino a quando l'umanità evoluta continuerà a farsi del male. Papa Francesco nell'enciclica "Laudato sì" aveva scritto: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli.. Molto facilmente l'interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l'informazione per non vedere colpiti i propri progetti». Eccolo il più grande dilemma dei nostri giorni: maneggiamo l'arma delle potenti tecnologie, ma non sappiamo calmierare regole di vita che prospettano l'Apocalisse climatica. Scienza e politica si scoprono in antitesi. Considerando la colpevole inerzia degli Stati, alcuni studiosi propongono di raffreddare la Terra con uno scudo di nubi artificiali e di scaricare massicce dosi di ferro nel mare per rigenerare plancton. Soluzioni fantasiose a parte, è ferma la convinzione che la partita dei cambiamenti climatici sia ancora una questione di umana ragionevolezza e di decisionale fermezza. Le energie alternative sono state individuate. La situazione di Sorella Terra non è buona. Nemmeno delle sue creature. Si vive di più perché abbiamo la possibilità di arginare malattie. Sicuri che una sorta di nemesi storica non colpirà le generazioni future a causa delle intemperanze di quelle passate? Due immagini drammatiche sono finite sui social negli ultimi anni. La prima: nove orsi polari che si fracassano sulle rocce, traditi dal loro amico naturale, il ghiaccio sciolto lassù in cima al mondo. La seconda: trenta balene spiaggiate in Norvegia perché hanno ingoiato sacchetti di plastica, perdendo l'orientamento. Le avevano scambiate per calamari. La stessa cosa che sta accadendo all'umanità.

GIANNI SPARTÀ

 

 

Arci Servizio civile in Slovenia e Croazia volontari in arrivo all’Unione italiana

Prenderà il via oggi, dopo due mesi di formazione a Trieste, l'attività all'estero di quattro volontari dell’Arci Servizio civile nell'ambito del progetto “Culture di Confine”. Due volontari provenienti da Bari e da Trento e due in arrivo da Ferrara e Torino prenderanno servizio negli uffici dell’Unione Italiana, il massimo organo rappresentativo della Comunità nazionale italiana in Slovenia e Croazia, nelle sedi di Capodistria e Fiume (foto). Ad annunciarlo è Arci Servizio civile Fvg. Attraverso scuole, istituzioni e associazioni di promozione, diffusione e mantenimento della cultura e della lingua italiana nell’area, il progetto intende contribuire allo sviluppo ulteriore dell’integrazione della minoranza italiana in Istria e Quarnero, incrementando le opportunità di scambio fra le diverse comunità, anche attraverso la diffusione della cultura della comunità italiana. Arci Servizio Civile, associazione di promozione sociale, è la più grande associazione di scopo italiana dedicata esclusivamente al servizio civile.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 12 novembre 2017

 

 

La Sala Tripcovich? È venuto il momento di demolirla
Abbiamo letto sul Piccolo del degrado della sala Tripcovich, realizzata in deroga al piano regolatore vigente nel 1992, stravolgendo la stazione delle corriere progettata da Umberto Nordio, edificio che era dignitoso ma non eccelso. La sala doveva essere provvisoria in attesa del restauro del teatro Verdi e per legge la deroga al piano regolatore doveva valere per un anno prorogabile al massimo di altri due. La provvisorietà della sala comportò la mancanza di camerini, ricavati in degli orrendi container sul retro, ora per fortuna eliminati e dalla mancanza di un impianto di condizionamento e di un bar. L'associazione Triestebella ritiene, come propose anche l'architetto Mario Botta, che tale brutto edificio debba essere demolito perché non corrisponde più per niente all'originale stazione. La sua demolizione consentirebbe di realizzare una bella unità di spazio nella piazza, aggiungendo al giardino il sedime della sala. Oltre ad avere così un'area verde di maggior respiro, Trieste offrirebbe a chi vi arriva una più degna accoglienza. Per unificare il giardino sarebbe bene anche eliminare i tratti che lo attraversano di via Flavio Gioia e corso Cavour, come era previsto nel progetto dell'architetto Zagari vincitore del concorso del 2002 per la sistemazione delle Rive. La piazza potrebbe diventare una grande rotatoria eliminando i semafori e snellendo il consistente traffico.

Roberto Barocchi - architetto Associazione Triestebella

 

 

Il porto fluviale di Belgrado che mina l'oasi naturalistica

Ambientalisti in lotta contro il nuovo progetto per il quale la Serbia punta ai capitali cinesi: nell'area di 900 ettari vivono numerose specie protette
BELGRADO - Il progresso e lo sviluppo economico hanno il loro prezzo. A Belgrado potrebbero costare la distruzione di una zona dove da sempre decine di specie di uccelli vivono o sostano durante le migrazioni. È Beljarica, un'area verde sulle sponde del Danubio, a venti minuti d'auto dal centro della metropoli: terre umide battezzate dagli ambientalisti "l'Amazzonia di Belgrado", per i loro canali interni e la vegetazione che cresce rigogliosa, natura incontaminata. Proprio lì, secondo i piani delle autorità locali, dovrà sorgere un nuovo grande porto fluviale, molto probabilmente con capitali cinesi, un'altra tessera del megaprogetto "One Belt One Road", la Nuova via della seta. E l'Amazzonia in miniatura sarebbe a rischio di completa devastazione. La denuncia circola da tempo nel Paese ed è stata canalizzata in una petizione online promossa dalla Lega serba per l'azione ornitologica - che dal 2010 si batte per proteggere l'area - allarmata dalla possibile cancellazione di una riserva di gran pregio. Petizione in cui si ricorda che Belgrado ha quello «che altre capitali non hanno, un'oasi inalterata a un passo dal centro della città». Oasi che dà rifugio ai pesci di fiume per i quali Beljarica è «un importante luogo per la riproduzione», a circa «60 specie di mammiferi e 137 di uccelli, di cui 109 protette a livello nazionale», conferma al Piccolo l'ecologo e ornitologo Dragan Simic. Specie come linci, nutrie, cinghiali, sciacalli dorati, coppie di aquile dalla coda bianca, il "re della nebbia", fra gli esemplari più maestosi della specie in Europa. Al riparo ma ancora per poco, secondo i promotori della sottoscrizione che chiedono che l'area sia dichiarata zona protetta. E che non vi sia costruito, come annunciato già nell'agosto dell'anno scorso - così si legge nel testo della petizione - «il nuovo porto di Belgrado», un'operazione che potrebbe portare alla «completa distruzione» di un'area che «da secoli salva Belgrado dalle inondazioni» del Danubio, giacché rappresenta un'area di sfogo per le acque.Il porto, con migliaia di metri cubi di cemento e asfalto, coprirà quasi «tutti i 900 ettari» di Beljarica, hanno denunciato gli ecologisti chiedendo ai belgradesi di reagire così come fecero i viennesi che nel 1984 scesero in piazza contro la costruzione della centrale idroelettrica Hainburg sul Danubio. Ai tempi, furono 353mila quelli che firmarono una petizione simile a quella lanciata in Serbia, che però, almeno per ora, non ha raggiunto le 10mila sottoscrizioni, anche se le firme sono in crescita nell'ultimo periodo. E potrebbero aumentare nei prossimi mesi, quando ci sarà maggiore chiarezza sul destino di Beljarica, già in passato indicata dai media locali come area di sviluppo del nuovo porto. Indicazioni che tutto andrà in questa direzione sono contenute in una mappa del Consiglio urbanistico della città di Belgrado, che segna in giallo il perimetro di Beljarica come area edificabile, in rosso le nuove arterie stradali e ferroviarie. La zona è a un tiro di schioppo dalla superstrada e dal ponte "cinese" Mihajlo Pupin, aperto tre anni fa, lungo 1.482 metri, finanziato da un prestito della EximBank cinese di 226 milioni di dollari che ha coperto l'85% del costo totale dell'opera. E Pechino sarà con alta probabilità coinvolta anche nel nuovo progetto del porto, conferma la "Strategia per lo sviluppo 2021" approvata dalla municipalità di Belgrado, dove si legge che le fonti di finanziamento dell'opera, almeno 350 milioni di euro, saranno oggetto di «negoziati tra la Repubblica di Serbia» e quella Popolare cinese. L'opera non a caso è voluta vicino al ponte Pupin, dove dovrebbe sorgere anche il grande parco industriale promesso a maggio dal sindaco di Belgrado, Sinisa Mali, col coinvolgimento sempre della Cina, parco in cui dovrebbero insediarsi decine di aziende cinesi. Gli interventi potrebbero distruggere Beljarica «definitivamente», aggiunge Simic precisando che «non ci sono informazioni ufficiali su contratti firmati», ma bisogna chiedersi «se serve un porto da 900 ettari, in parte serbo, in parte cinese». Soprattutto in una piccola ma preziosa "Amazonija".

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 11 novembre 2017

 

 

Intervento - Il ritorno prepotente sulla scena del rigassificatore di Zaule
Segnali inquietanti nella baia di Zaule. Addio al RoRo in area ex Aquila, dopo la cacciata della Teseco; si vocifera di futuri ampliamenti ai depositi petroliferi; in via Errera si pensa ad un'ipotesi di costruzione di un impianto per la produzione di gas dal trattamento di rifiuti e, ciò che più preoccupa, il ritorno in pista del rigassificatore della Gas Natural, dopo l'approvazione del gasdotto marino della Snam del 12 giugno 2017.A proposito del rigassificatore le preoccupazioni sono giustificate anche dal fatto che nell'analisi di impatto della regolamentazione (A.I.R.), collegata al decreto attuativo del Porto Franco, tra gli " Obiettivi a medio e lungo periodo" elencati, a pagina 4 punto C/2, viene imposto di monitorare l'incremento del traffico LNG con cadenza biennale (traffico di LNG è legato al rigassificatore). A tutto ciò possiamo aggiungere che nella conferenza stampa indetta a conclusione dei lavori della sessione plenaria del Comitato dei ministri di Italia e Slovenia (copresieduta dall'onorevole Angelino Alfano) il ministro sloveno Erjavec ha ribadito che la Slovenia è contraria al rigassificatore di Zaule. Da ciò si deduce che durante l'incontro se ne sia parlato e che sia stato il nostro ministro a riesumare l'argomento. Quindi, mentre in tutto il mondo i siti indicati per l'ubicazione di questi impianti vengono scelti in funzione della tutela delle popolazioni, delle attività economiche e dell'ambiente, per quanto riguarda Trieste, si va invece controcorrente, in quanto si pretende di imporre un rigassificatore a Zaule, sulla terraferma, al centro di un'area densamente popolata e, soprattutto, scavalcando e ignorando le norme di sicurezza e le precauzioni adottate, oltre che in Italia per gli impianti già esistenti (Porto Viro e Livorno), anche in tutto il resto del mondo. Sembra proprio che lo Stato italiano voglia condannare la nostra popolazione a vivere in perenne pericolo, bloccare definitivamente lo sviluppo del nostro porto e l'economia della città e rendere il nostro mare tossico e infruibile. Martedì 31 ottobre si è svolto un incontro al quale ha partecipato il Comitato con l'assessore regionale all'ambiente Vito, per conoscere lo stato dell'arte del progetto e quali interventi, a breve termine, la Regione intenda attuare, anche in vista dell'imminente presentazione del Piano energetico nazionale .Le risposte sono state vaghe e indefinite per cui, visto anche che le conferenze dei servizi al Mise rischiano di effettuarsi in piena campagna elettorale, riteniamo opportuno ribadire la nostra posizione e cioè:Amministratori e parlamentari della nostra Regione devono denunciare apertamente, senza paura e con forza che questa scelta (del governo) va contro Trieste, la sua economia, la sicurezza dei cittadini e la salute del nostro mare ed imputare a chi ha dato il benestare all'impianto, di aver colpevolmente ignorato i rilievi fatti, da oltre dieci anni, da scienziati, professori, tecnici, esperti, sull'assoluta incompatibilità dell'impianto con le caratteristiche del sito e sulle tante incongruenze rilevate nel progetto stesso (come ben descritto nella delibera del consiglio comunale di Trieste del 2012). Restare silenti, limitarsi a dichiarare periodicamente la propria contrarietà menzionando solamente l'incompatibilità con le attività del porto e attendere le decisioni del Tar, sono scelte assolutamente infruttuose.

Giorgio Jercog - Comitato per la salvaguardia del Golfo di Trieste

 

 

In treno all'aeroporto dal 19 marzo - Settanta convogli giornalieri alla fermata del polo intermodale. Nuovo sportello UniPoste. E arriva anche Flixbus
TRIESTE - La data è stata fissata. Approderà il 19 marzo prossimo il primo treno alla fermata ferroviaria che si sta realizzando al polo intermodale dei trasporti di Ronchi dei Legionari. E, da allora, saranno ben 70 i convogli giornalieri che viaggeranno nelle due direzioni, quella di Trieste e di Venezia, compresi quelli ad alta velocità che, verosimilmente, dovranno far ripensare tutto il sistema di fermate lungo la linea. L'annuncio è stato dato ieri, in occasione della visita che la presidente della giunta regionale, Debora Serracchiani, ha compiuto al vasto cantiere che, dal gennaio scorso, interessa l'area tra lo scalo aereo e la linea ferroviaria. Serracchiani, assieme al presidente ed al direttore generale di Trieste Airport, Antonio Marano e Marco Consalvo ed al sindaco di Ronchi dei Legionari, Livio Vecchiet, ha anche inaugurato la nuova filiale di UniPoste, società privata che ha aperto il suo nuovo sportello. Trieste Airport, che chiuderà il 2017 con oltre 800mila passeggeri, guarda anche al futuro ed annuncia, dall'estate prossima, nuovi collegamenti per la Germania, Francoforte in primis. Il polo intermodale sta diventando una realtà e Ronchi dei Legionari sarà il primo aeroporto in Italia a disporre, in un così ristretto spazio, di tutti i sistemi di trasporto integrati tra loro. Al terminal autobus, capace di ospitare ben 17 stalli di sosta, arriverà anche la low cost Flixbus che, qui, farà una sosta lungo la linea Nizza-Pola. «In questi mesi abbiamo corso, ci siamo presi un impegno che sta andando in modo spedito - ha detto Serracchiani - e di questo non posso che ringraziare tutti coloro che sono impegnati in questo vasto cantiere. Il polo è un ponte per il futuro, un'opera che serve al territorio e che, sono sicura, potrà attrarre altri utili investimenti». L'importo complessivo delle opere in appalto alla Ici Coop ed alle ditte ad essa collegate è di 13,6 milioni di euro e ad oggi sono stati eseguiti lavori per un totale di 3.880.000 euro per quanto riguarda il primo lotto, ultimato al 57%, e di 1.500.000 euro per il secondo lotto, completato al 23%. Entro marzo, come detto, dovrà essere tutto finito e Trieste Airport guarda proprio al completamento dei lavori come una tappa importante per il rilancio dei collegamenti e per la crescita dei passeggeri. Le strutture in cemento armato del parcheggio multipiano sono già state ultimate ed è in corso la realizzazione degli impianti, mentre nei parcheggi a raso verranno a breve completati gli stalli in cemento drenante e l'impianto di illuminazione. Per quanto riguarda la passerella sono in corso di montaggio le strutture verso la fermata ferroviaria, mentre il varo del ponte sulla linea è previsto per la seconda metà di dicembre. Per quanto riguarda l'autostazione degli autobus, è stata completata la torre di collegamento verticale con la passerella e sono in fase di realizzazione la sala d'aspetto, i locali tecnici e i servizi. Lo scalo ronchese, infine, inizia ad essere attrattivo anche per l'insediamento di nuove attività commerciali. Ieri, alla presenza del suo presidente, Francesco Paduano, ha aperto il suo sportello, aperto dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18.30, UniPoste. Si tratta di un operatore postale privato che propone servizi di pagamento, servizi di finanziamento ed assicurativi, ma anche servizi turistici, telefonici e prodotti informatici. L'azienda possiede una rete commerciale articolata su due canali, quello diretto e la rete di franchising, con 21 punti vendita. UniPoste punta ad una decisa crescita con un fatturato previsionale per il 2018 pari a 7,4 milioni di euro.

Luca Perrino

 

«Trieste e Capodistria da record per i treni intermodali» - Forum di Alpe Adria Business International
TRIESTE - «Il numero dei treni intermodali che fanno settimanalmente i porti di Trieste (200) e Capodistria (120) supera quello dei treni operati da Rotterdam (250)». Lo ha detto il presidente dell'Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Zeno D'Agostino, intervenendo al Sdgz Alpe Adria Business forum, alla Stazione Marittima di Trieste, la cui sessione conclusiva si è focalizzata su un confronto tra i due vicini scali di Trieste e di Capodistria (Slovenia), e le opportunità di sviluppo che possono apportare alla regione Alpe Adria. Due porti in competizione, ma che collaborano su molti fronti. D'Agostino ha più volte rimarcato il ruolo importante che può svolgere il Napa, associazione porti Nord Adriatico, anche alla luce del recente rientro del porto dell'Emilia Romagna nell'associazione che vede tra i membri anche Trieste, Capodistria, Venezia e Fiume (Croazia) e che ha visto proprio il passaggio del semestre di presidenza da Capodistria a Trieste. «Il Ruolo del Napa - ha puntualizzato D'Agostino - diventa strategico anche alla luce dei dati statistici che stiamo raccogliendo nel 2017. Stiamo vedendo per la prima volta, che tutti i porti del Nord Adriatico hanno una crescita importante dal punto di vista dei traffici. Il primo elemento da analizzare è questo: il corridoio marittimo Adriatico è sempre più centrale nei traffici internazionali».«In uno scenario in cui i volumi di traffico del porto di Trieste, assieme a quelli degli altri scali dell'Alto Adriatico, registrano una forte crescita, la sfida, strutturata dal lavoro compiuto in questi ultimi anni dalla Regione, è quella di sviluppare le aree retroportuali del Friuli Venezia Giulia estendendone l'attività alla Carinzia, alla Slovenia e alla Croazia»: così l'assessore regionale alle Attività produttive, Sergio Bolzonello.

 

 

Tassa rifiuti “gonfiata” in molti Comuni - L’applicazione su garage, soffitte e cantine fa lievitare le bollette. A scovare l’errore un deputato M5S

ROMA - Molti Comuni hanno moltiplicato illegittimamente la tassa sui rifiuti, la Tari. Hanno applicato più volte su un singolo immobile, applicandola anche su garage, soffitte e cantine, la quota variabile che caratterizza questo tributo. Risultato: il balzello è così stato complessivamente gonfiato, in alcuni casi fino a raddoppiare. Il problema non è di poco conto, visto che riguarda molti Comuni, alcuni anche grandissimi. Un primo check alle delibere l’ha fatto il Sole24Ore scoprendo che a “inciampare” sono state anche grandi realtà: Milano e Genova, Napoli e Catanzaro, Cagliari e Ancona, Rimini e Siracusa, prescindendo dal colore politico. Il merito di aver strappato a livello parlamentare il velo su questo “errore”, dando così l’avvio a una campagna di rimborsi che potrebbe valere anche molti milioni, va comunque al deputato M5S, il pugliese Giuseppe L’Abbate. Il suo commercialista gli aveva segnalato l’anomalia commessa nel Comune dove risiede, Polignano a Mare. Lui ha quindi chiesto chiarimenti con una interrogazione alla quale il ministero dell’Economia in Commissione Finanze ha dato una risposta chiarissima nel senso e nelle conseguenze. «La parte variabile della tariffa – ha spiegato il sottosegretario Pierpaolo Baretta – va computata solo una volta considerando l’intera superficie dell’utenza composta sia dalla parte abitativa che dalle pertinenze situate nello stesso comune». L’esempio portato dall’interrogazione era quello di un appartamento di 100 metri, con un garage di 30 metri e una cantina di 20 metri. In concreto il Comune aveva applicato i 2 euro della quota fissa sui 100 metri e sul 50% della superficie di garage e cantina. Ma poi aveva applicato su ogni singolo cespite catastale i 141 euro della quota variabile, che così veniva moltiplicata per tre. Risultato: una stangata di 673 euro contro i 391 che, in base al chiarimento del ministero dell’Economia, dovranno essere pagati. «Siamo partiti dal confronto dal basso e dalla verifica di quanto riferito dai cittadini – afferma L’Abbate – Ci danno degli incompetenti, ma poi siamo noi, con lo studio e l’approfondimento, a risolvere gravi problemi a livello nazionale causati dalle altre forze politiche». Ora si apre la strada per i rimborsi. I Comuni interessati potrebbero essere moltissimi, vista l’incertezza normativa oramai dissolta. Per comprendere se si è pagato di più bisognerà prendere i bollettini di pagamento che riportano anche i calcoli della tariffa applicata sulle singole unità immobiliari e sulle pertinenze: quest’ultime non devono contenere la quota variabile. Se questa invece è riportata si può richiedere il rimborso. C’è tempo fino a 5 anni e il Comune può compensare il dovuto sulle bollette future o restituire il maggior importo pagato in 180 giorni. «Meglio tardi che mai», commenta L’Abbate. «Pensare – aggiunge – che l’interrogazione l’avevo presentata nel 2016 e che la risposta è arrivata un anno dopo. L’errore si sarebbe potuto correggere prima».

 

 

A Rovigno fondi Ue per l'ambiente - Da Bruxelles 21 milioni: col nuovo sistema di depurazione le acque reflue riutilizzate per l'irrigazione
ROVIGNO - Una volta ultimato il sistema di raccolta, smaltimento e depurazione delle acque reflue, Rovigno sarà la seconda città nel Paese - dopo Parenzo - ad avere risolto il problema in maniera integrale. Le acque depurate ottenute saranno cioè riutilizzate per l'irrigazione delle aree verdi: operazione che porterà rilevanti risparmi sulla bolletta, visto che ora invece per l'irrigazione si attinge dalla rete idrica pubblica. Il progetto - sicuramente uno dei più importanti sul fronte degli interventi infrastrutturali di Rovigno - è stato presentato nel palazzo municipale dal sindaco Marko Paliaga assieme al direttore dell'azienda municipalizzata "Epurazione acquee" Ognjen Pulic. Il valore complessivo dell'operazione è di 30 milioni di euro, 21 dei quali ottenuti dal Fondo di coesione dell'Unione europea. Quest'ultimo, istituito nel 1994, fornisce finanziamenti per progetti nel settore dell'ambiente e delle reti transeuropee, mentre dal 2007 le risorse possono essere utilizzate anche per progetti in settori connessi allo sviluppo sostenibile, fra cui l'efficienza energetica e le energie rinnovabili. Per quel che riguarda Rovigno l'obiettivo è quello della rimozione dei contaminanti dalle acque reflue di origine urbana e industriale, così da renderle compatibili con l'ambiente al momento del loro sversamento nei punti prescelti senza che vengano a crearsi dei danni all'ecosistema. Va ricordato che la costruzione dei primi impianti del progetto è iniziata 11 anni fa: ora però si punta ad accelerare per portare a termine l'intera operazione entro la fine del 2019, quando al sistema saranno allacciati tutti gli abitanti e le aziende di Rovigno e di Villa di Rovigno. Si tratta di un totale di 63mila utenze, comprese le centinaia di migliaia di villeggianti che d'estate soggiornano sul territorio. In questo momento i cantieri sono concentrati tutti nella zona di Villa di Rovigno, dove sono in corso di posa 1.100 metri di tubature. A partire da febbraio si lavorerà invece nella zona dell'ospedale di Rovigno e del rione di Borik, dove verranno deposti 24 chilometri di tubature che consentiranno 700 nuovi allacciamenti. I lavori verranno interrotti nel corso della stagione estiva, per poi riprendere nell'autunno del 2018. Giù entro questo mese intanto verrà risanato il collettore di 2,5 chilometri che collega il rione di Lamanova al nuovo depuratore di Cuvi attraversando la zona di Valbruna. La posa del collettore costiero tra il Gandusio e il porto è invece programmata per l'anno prossimo.Il progetto comprende anche la costruzione di sette stazioni di pompaggio. A lavori ultimati - dunque tra circa due anni - saranno eliminati anche i cattivi odori che a volte serpeggiano tra le vie e le piazze di Rovigno. L'appalto del cantiere è stato affidato all'azienda edile Krk di Veglia. La città di Rovigno - è stato detto in sede di presentazione - sta dunque compiendo un passo importante nel miglioramento della qualità della vita dei suoi abitanti e dei villeggianti, grazie soprattutto al Fondo di coesione europeo che ha creduto nella validità del progetto.

(p.r.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 10 novembre 2017

 

 

FERRIERA - Miani e Servola respira ricevuti in Regione

«Un incontro costruttivo, a seguito del quale sono stati presi alcuni impegni basati sulla collaborazione e la comunicazione relativamente alle problematiche di carattere ambientale afferenti all’attività della Ferriera». Questo - come riporta una nota della Regione - il concetto espresso dall’assessore all’Ambiente Sara Vito che ha incontrato ieri, con i vertici della Direzione centrale Ambiente e dell’Arpa, i presidenti del Circolo Miani e del Comitato Servola respira, Maurizio Fogar e Romano Pezzetta. Dopo l’incontro Vito ha dato mandato agli uffici «di approfondire i temi che saranno segnalati da Miani e Servola respira nell’ottica di un confronto puntuale e trasparente con il territorio». Oggi invece al Circolo della Stampa di Corso Italia, Legambiente organizza un incontro pubblico su «La siderurgia in Italia e il caso Ferriera».

 

 

Bonifiche, al via due appalti per 1,4 milioni - Aggiudicate le gare per l’analisi di terreni e acque e per il progetto contro l’inquinamento delle falde

Un nuovo passo in avanti nel lungo iter burocratico riguardante le bonifiche all’interno del cosiddetto Sin, il Sito di interesse nazionale della Zona industriale di Trieste, “affare” che attualmente ricade tra le competenze della presidente della Regione Debora Serracchiani in veste di commissario straordinario per l’attuazione dell’accordo di programma per l’area della Ferriera di Servola. Invitalia, braccio operativo del ministero dello Sviluppo economico che funge da stazione appaltante, ha completato infatti - informa una nota della Regione stessa - le procedure di affidamento per due gare d’appalto. Alla prima, che ha come obiettivo l’analisi dei terreni e delle acque per valutarne il livello di inquinamento, hanno partecipato 13 operatori economici e, tecnicamente, si riferisce all’affidamento dei servizi di esecuzione della campagna di indagini geognostiche e idrogeologiche. La prima procedura ha determinato alla fine l’aggiudicazione ad un Rti, un Raggruppamento temporaneo d’imprese, formato da Theolab Spa, Geosyntech Srl, Geoalpina Srl e Lgt Laboratorio Geotecnico, per un importo di 363.177,70 euro più Iva (di cui 36.347,71 euro per oneri della sicurezza non soggetti a ribasso) per un ribasso pari al 60,02%. La seconda gara riguarda invece la progettazione per la realizzazione di un barrieramento finalizzato a impedire il deflusso di eventuali falde acquifere inquinate e per la costruzione di un apposito impianto di trattamento delle acque. Nel dettaglio, alla fase di selezione del secondo bando hanno partecipato 12 operatori economici e il contratto riguarda l’affidamento dei servizi di progettazione definitiva, rilievo plano-altimetrico e progettazione esecutiva proprio delle opere di messa in sicurezza della falda. In questo caso l'aggiudicazione è andata ad un Rti costituito da Studio Altieri Spa, Sqs Servizi Qualità e Sicurezza Srl, Progettando Srl, Arcomai Snc e studio geologico Andrea Borgia, per un importo complessivo di 904.032,94 euro Iva esclusa (di cui 4.241,58 euro per oneri della sicurezza non soggetti a ribasso) per un ribasso finale risultato pari al 31,23%. Lo stanziamento totale per la realizzazione delle opere di bonifica del Sin tra analisi, progettazioni e lavori - ricorda ancora la nota della Regione - ammonta a 41,5 milioni di euro.

 

Ancora tutti divisi sul glifosato L’accordo non c’è

È stallo in Europa sul glifosato. I Paesi Ue, per l’ennesima volta, non sono riusciti o a esprimere una maggioranza qualificata pro o contro il rinnovo per 5 anni della licenza per l’erbicida, accusato di avere effetti nocivi anche gravi sulla salute umana. L’ultima occasione sarà il comitato d’appello, che la Commissione potrebbe convocare il 27 o 28 novembre. Senza un’indicazione chiara l’Esecutivo potrebbe decidere di adottare la sua proposta senza l’avallo degli Stati. Dopo i giorni scorsi, in cui le diplomazie si erano mosse alla ricerca di compromessi e alleanze, nel voto di ieri si sono riproposte le divisioni che scandiscono la vicenda glifosato ormai da quasi due anni: 14 paesi hanno votato a favore, 9, tra cui l’Italia, contro e 5 si sono astenuti. Rispetto al sondaggio sul rinnovo a 10 anni condotto dalla Commissione a fine ottobre, due paesi (Romania e Bulgaria) hanno cambiato posizione da favorevoli ad astenuti, perché considerano troppo breve una licenza di 5 anni. Francia e Italia hanno votato no (con Belgio, Grecia, Malta, Ungheria, Cipro, Lussemburgo e Austria).

 

 

Sono i polmoni bis del pianeta - Alghe "star" al superconvegno - Oggi e domani a Trieste il più importante meeting scientifico sulla materia
«Grazie a loro possiamo conoscere la salute dei mari. E qui le monitoriamo dal 1986»
TRIESTE - Quando si parla del più grande polmone verde del mondo il pensiero va immediatamente alla foresta amazzonica. Eppure c'è un altro importantissimo polmone verde, fondamentale per contribuire all'abbattimento dell'anidride carbonica in atmosfera. È costituito dalle praterie di alghe presenti nei nostri mari: a livello mondiale, infatti, a produrre il 50% dell'ossigeno del pianeta grazie alla fotosintesi clorofilliana sono proprio le alghe e, soprattutto, le microalghe. Che sono organismi molto piccoli, delle dimensioni di alcuni micron, ma molto numerosi e ad alta efficienza: sono la base della catena alimentare del mare e uno strumento essenziale a disposizione dei ricercatori per tenere monitorata la qualità dell'ecosistema marino in relazione ai cambiamenti climatici. Sempre di più, inoltre, si sta studiando il loro impiego come fonti rinnovabili di energia e come materie prime nei settori della farmaceutica, della cosmesi, della nutraceutica e dell'alimentazione. Si occuperà proprio di questi temi la Riunione scientifica annuale del Gruppo di algologia della Società botanica italiana, il più importante convegno a livello nazionale dedicato allo studio sulle alghe, in programma oggi e domani nella Sala Maggiore della Camera di Commercio. Quest'anno il convegno, organizzato dall'Ogs, dalle università di Trieste e di Udine e dal Wwf - Area Marina Protetta di Miramare, con il patrocinio del Comune e della Regione, vedrà la partecipazione di circa 100 esperti di algologia nazionali e internazionali e sarà l'occasione per analizzare lo stato dell'arte della ricerca e le nuove metodologie per lo studio delle alghe. Ne abbiamo approfittato per fare il punto con gli esperti sulla salute del nostro Golfo, che viene continuamente monitorata proprio attraverso il controllo delle modificazioni della comunità micro e macroalgale.«L'aumento della temperatura delle acque è il primo dei fattori che influenzano la struttura della comunità algale - spiega Marina Cabrini, ricercatrice dell'Ogs e coordinatrice del Comitato organizzatore del convegno -: il monitoraggio a lungo termine delle alghe presenti nel nostro Golfo ci dice molto sugli effetti dei cambiamenti climatici. A Trieste siamo fortunati, perché, grazie all'istituzione a Miramare della prima Area marina protetta d'Italia, siamo la città che dispone della più lunga serie temporale di dati: è dal 1986 che, ogni mese, raccogliamo dati su alghe e microalghe presenti in loco». I cambiamenti climatici, sottolinea la ricercatrice, hanno un impatto consistente sull'ecosistema marino, di cui le alghe rappresentano un tassello fondamentale. «Con una maggiore quantità di anidride carbonica, che dall'aria si "scioglie" nell'acqua, si ha il fenomeno dell'acidificazione degli oceani, ovvero un abbassamento del ph dell'acqua che favorisce alcune specie di alghe e ne danneggia altre. Ciò si riflette nella combinazione della comunità fitoplanctonica marina, portando a uno squilibrio dell'ecosistema e a una diminuzione della biodiversità», spiega la ricercatrice. Tra le diverse tipologie di microalghe presenti nel nostro Golfo, ve ne sono alcune di potenzialmente tossiche, anche se la principale criticità per il nostro mare in questo momento non è rappresentata dalle alghe: «C'è un problema più grosso, legato alla presenza importante dall'estate scorsa di piccoli organismi gelatinosi, le noci di mare (Mnemiopsis leidyi), che non sono urticanti come le meduse, ma hanno un impatto negativo sull'ecosistema - spiega Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Ogs -. Sono organismi "alieni" arrivati fin qui con le acque di sentina delle navi, carnivori ed estremamente voraci: mangiano plancton ma anche uova e larve di pesce e a lungo andare potrebbero causare una diminuzione del pesce azzurro presente nel nostro mare. Nutrendosi anche dei predatori delle alghe, inoltre, potrebbero paradossalmente favorirne uno sviluppo massivo». Quanto alle alghe tossiche, invece, nel nostro Golfo ce ne sono due, di specie sotto osservazione: una è la Dinophysis, che produce una tossina che si accumula nei mitili, divoratori di questa microalga, che se mangiati possono causare all'uomo problemi gastrointestinali. «La presenza di questa microalga è limitata ad alcuni periodi dell'anno - racconta Del Negro - ma nel tempo ha messo in ginocchio la miticoltura, perché obbliga a sospendere la raccolta e la commercializzazione dei mitili per mesi».L'altra microalga sotto osservazione è la Ostreopsis Ovata, che produce una tossina che nell'uomo può causare problemi respiratori. Ma non c'è da allarmarsi, perché finora non ha mai raggiunto concentrazioni tali da rappresentare un rischio per la salute pubblica.

Giulia Basso

 

Osservatorio sull’economia del mare - Progetto della Regione con fondi Ue per la creazione di un polo tecnico-professionale

TRIESTE - Analizzare le nuove esigenze delle imprese dell’economia del mare per impostare percorsi di orientamento, formazione e apprendistato capaci di proiettare i giovani lavoratori nella transizione epocale dell’industria 4.0. Con questo obiettivo la Regione Friuli Venezia Giulia darà vita all’Osservatorio sui fabbisogni del comparto, creato grazie a un finanziamento europeo di 300mila euro e inserito nel Polo tecnico-professionale dell’economia del mare del Fvg, che interessa oggi cantieristica, nautica da diporto, produzioni offshore, trasporti marittimi e logistica. All’iniziativa parteciperanno Maritime technology cluster, Associazione piccole e medie industrie, Ires Fvg e Confindustria. Come spiegato dall’assessore al Lavoro, Loredana Panariti, «l’iniziativa ha l’obiettivo di rilevare e analizzare le necessità formative e occupazionali delle imprese di questa filiera, strategica per lo sviluppo del territorio». L’osservatorio lavorerà con i soggetti pubblici e privati interessati allo sviluppo di percorsi di formazione che possano preparare a mestieri che oggi esistono solo a livello teorico e che la rivoluzione produttiva in atto renderà invece indispensabili. Saranno coinvolte scuole, enti di formazione e imprese, di cui si analizzeranno fatturati, competenze richieste e disponibilità a ospitare esperienze di alternanza scuola-lavoro. «Lo scopo è la riprogettazione della formazione», ha concluso Panariti. In Fvg si rafforza dunque la creazione di un sistema di istruzione e formazione ad alta specializzazione professionale e tecnologica in un'ottica di rete che intensifichi i rapporti tra sistema di formazione e realtà produttive, aumentando la possibilità degli studenti di trovare un lavoro adatto al proprio profilo. L’indagine riguarderà anche le imprese che partecipano indirettamente all’economia del mare, come ad esempio le aziende friulane dell’impiantistica e degli allestimenti. Verranno inoltre realizzate azioni di orientamento per favorire la conoscenza delle filiere produttive e delle professioni del comparto, l’alternanza scuola lavoro, la certificazione delle competenze, nonché la revisione e integrazione dell'offerta scolastica e formativa.

(d.d.a.)

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 9 novembre 2017

 

 

CAMBIAMENTO CLIMATICO E ATTIVAZIONE SOCIALE. SERENA PELLEGRINO (SINISTRA ITALIANA): PARTE IN ITALIA, IN CONTEMPORANEA A COP 23, #CLIMATECHANGINME.
I CITTADINI DEVONO ESSERE COINVOLTI NELLA LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA POLITICA DEVE PUNTARE AL CUORE DEL PROBLEMA, CIOE' IL FALLIMENTARE SISTEMA FONDATO SUL BUSINESS E NON SULLA VERA ECONOMIA, NORMA DELLA CASA COMUNE. CONFERENZA STAMPA A MONTECITORIO CON ASSOCIAZIONE “A SUD”.
“Di fronte alla crisi dell’impegno e della coerenza in materia ambientale dei partiti storici e mentre subiamo la crescente pressione del cambiamento climatico, i corpi intermedi ed il loro impegno si rivelano importantissimi, né è prova il fatto che le associazioni ambientaliste danno molto fastidio, devono compiere tra mille ostacoli un lavoro enorme per diffondere le notizie mentre la grande stampa, collegata come sappiamo solo ad alcuni nomi e cognomi, non fa passare le informazioni. In particolare, l’apparato mediatico ufficiale non dice che il parlamento ha una committenza, cioè il popolo, ed il Governo ne ha un’altra, cioè il potere economico e le lobbies, e che quanto più un governo è forte tanto più è oggetto di concrete interferenze da parte delle multinazionali. Destabilizzare l’ architettura istituzionale, affermando in maniera demagogica che le relative articolazioni e livelli di rappresentanza sono brutti e cattivi, è un regalo inestimabile a chi governa il mercato globale, quello che gestisce il business in rotta di collisione con la norma della casa comune, cioè la reale economia del pianeta, fondata sulle leggi ecosistemiche. La lotta al cambiamento climatico non può prescindere da queste consapevolezze.”
L’ha dichiarato la parlamentare Serena Pellegrino presentando oggi in conferenza stampa alla Camera dei Deputati, assieme all’on Mirko Busto ( M5S), in contemporanea all’analoga iniziativa di COP23 a Bonn, la campagna internazionale #ClimateChangingMe, promossa in Italia dall'Associazione A Sud che ha realizzato anche l’istant-book intitolato "Trova le Differenze. L'Italia tra il dire e il fare nella lotta ai cambiamenti climatici", disponibile on line. “Lo scopo di azioni come queste, definite oggi di attivazione sociale, che abbiamo convintamente voluto promuovere dalla sede parlamentare, è pienamente condivisibile ed è enorme l’urgenza di realizzarle. Il tema del cambiamento climatico è lontano dalle persone , è percepito come troppo tecnico, materia da scienziati: invece bisogna rendere tutti consapevoli di quanto la crisi climatica sia purtroppo assolutamente democratica e coinvolga senza sconti ogni essere vivente sul pianeta, dobbiamo far riflettere sull’esperienza diretta che ognuno di noi quotidianamente affronta per gestire le conseguenze del cambiamento climatico, e soprattutto renderci individualmente partecipi sia delle azioni e dei progetti a contrasto dei diversi fenomeni, sia dei processi decisionali che devono risalire fino al cuore del problema, cioè la trasformazione del modello economico che è la causa principale della crisi del pianeta.“

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 9 novembre 2017

 

 

Via libera al laminatoio bis della Ferriera - La Regione dà l'ok al piano per l'impianto di decapaggio. Il comitato 5 Dicembre: «Prima bisogna chiudere l'area a caldo»

La Regione da il via libera al progetto per l'impianto di decapaggio della Ferriera di Servola. La struttura rientra nel disegno di ampliamento del laminatoio, quindi della parte a freddo dell'impianto, presentato da Siderurgica triestina e ora al vaglio delle istituzioni. La scelta della Regione suscita la riprovazione del comitato 5 Dicembre, che stigmatizza la scelta di dare il via libera «prima di aver garantito la chiusura dell'area a caldo». La Commissione regionale tecnico consultiva di valutazione di impatto ambientale si è riunita ieri a Trieste, fa sapere la Regione, e «ha espresso parere favorevole con due prescrizioni». Lo screening di Via (valutazione di impatto ambientale) è stato avviato in relazione alla collocazione urbana della ferriera dopo che Siderurgica Triestina aveva presentato istanza al ministero dell'Ambiente per ampliare il capannone dove si svolge l'attività a freddo e inserirvi un impianto di decapaggio. Il decapaggio è un'operazione effettuata attraverso degli agenti chimici, che abradono la parte superficiale del metallo, rendendola porosa e quindi adatta ad essere ricoperta con un altro metallo. Il direttore generale della direzione regionale Ambiente ed Energia ha firmato ieri il decreto con il quale il parere favorevole viene trasmesso al ministero dell'Ambiente. La Commissione ha verificato che «non sussistono problemi di impatto», afferma la Regione, «ma ha comunque indicato prescrizioni per il rumore e per gli scarichi»: «L'impatto acustico dell'impianto di decapaggio dovrà essere verificato al termine del piano di risanamento del rumore già previsto per l'insediamento industriale, così da verificare che la sua incidenza sia contenuta. Anche gli scarichi di cloruri, secondo prescrizione, andranno monitorati». Aggiunge ancora l'ente regionale: «Alla Commissione non sono pervenute indicazioni dal Comune di Trieste in merito agli interventi oggetto della riunione di ieri». L'azienda prende atto della notizia e attende l'invio ufficiale del documento prima di commentare la scelta della Regione. Commenta il comitato 5 Dicembre: «Assurdo che la Regione autorizzi nuove parti d'impianto prima di aver verificato che i lavori fatti sull'area a caldo portino a migliorie sostanziali». E ancora: «Il Comune continua ad essere nei fatti assente disattendendo tutte le promesse fatte, a dimostrazione del suo allineamento con la linea della Serracchiani». Conclude il comitato: «L'ampliamento del laminatoio avrebbe dovuto essere autorizzato dopo aver fissato la data di chiusura dell'area a caldo. Ricordiamo infine che la costruzione del capannone è oggetto di indagine da parte della magistratura».

Giovanni Tomasin

 

La Lista Dipiazza replica all’opposizione «Il Pd permette alla fabbrica di inquinare»

La Lista Dipiazza replica al centrosinistra sul tema Ferriera, dopo che il Pd aveva attaccato i «bluff» del sindaco: «I consiglieri del Pd hanno perso un'altra occasiona buone per tacere. Probabilmente l'ultima batosta elettorale siciliana, in ordine di tempo, ha annebbiato la mente facendo scordare loro che sono gli unici protagonisti del problema Ferriera e facendoli cadere nel qualunquismo». Lo si legge in un comunicato firmato dal capogruppo Vincenzo Rescigno. «Il Pd ormai privo di contenuti oltre a scadere nel dileggio, con il più becero del qualunquismo e con la spocchia di sempre, cavalca la giusta insofferenza e rabbia dei cittadini verso la Ferriera che, è bene ricordarlo, il Pd ha deciso di portare avanti dopo che nel 2012 era stata decisa da tutti la chiusura. Non contenti di questo il Pd ha sottoscritto accordi di programma e rilasciato un'Aia allo stabilimento che permette alla Ferriera di agire al di fuori della normale normativa ambientale, intossicando la qualità di vita dei cittadini».

 

 

Tesoretto da un milione per Porto vecchio - Passerà dalla Prefettura al Comune. Russo: «Va usato per creare la società di scopo». Ma Dipiazza pensa al futuro di Esof
Rispunta un tesoretto da un milione di euro per il Porto vecchio. Attualmente è in mano alla Prefettura e finirà nelle casse del Comune: i particolari verranno discussi in un incontro che si terrà domani in piazza Unità fra i due enti. I soldi sono quelli che il senatore dem Francesco Russo recuperò tempo addietro nelle pieghe di una finanziaria. Come verranno impiegati? Lo stesso Russo predilige l'idea che vadano a costituire la base per la società incaricata di gestire il recupero dell'antica area portuale. Secondo il sindaco Roberto Dipiazza, però, «la costituzione della società non è fonte di preoccupazione» e sarà meglio impiegare il milione per porre le basi del progetto di Trieste Capitale europea della Scienza - Esof 2020. È un aspetto, quest'ultimo, su cui il Comune si sta mobilitando proprio in questi giorni, con un'indagine preliminare di mercato da completare entro l'anno: l'obiettivo è trovare un partner interessato a partecipare al progetto di edificazione del centro congressi necessario a ospitare l'evento, e che sia interessato poi a gestirlo nella fase post-Esof. Commenta il sindaco Dipiazza: «Non mi preoccupa dover finanziare la società. Se possibile, preferiremmo traslocare questo milione alla Capitale europea della Scienza. Si tratta di un progetto da dieci milioni, per cui anche qualsiasi contributo è il benvenuto». Dipiazza si riferisce all'idea, già presentata nei mesi scorsi, di realizzare un doppio centro congressi nei magazzini prossimi alla centrale idrodinamica: «L'evento della Città della Scienza è importante ma è necessario che resti qualcosa per la città anche dopo. Secondo noi il centro congressi potrebbe rispondere a questa esigenza e il milione farebbe comodo. Il nostro piano A è ampio, se poi non sarà possibile realizzarlo abbiamo già pronto un piano B». I soldi verranno affidati al Comune ed è all'ente locale che spetterà decidere che farne di preciso, purché resti in ambito di Porto vecchio. Il senatore Russo, però, è l'uomo che i soldi li ha raggranellati: «Vengono dalla legge di bilancio di due anni fa, furono destinati con un decreto apposito. L'intento con cui sono stati destinati è la creazione della start up della società pubblica di gestione del Porto vecchio». L'indicazione di gestire l'operazione attraverso uno strumento del genere, prosegue il parlamentare, provenne a suo tempo dal presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone: «Ottimizza la possibilità di gestione con strumenti manageriali più raffinati - dice Russo -, ed evita al Comune di essere travolto da una partita che è politica ma anche molto tecnica». L'ipotesi a cui si sta lavorando, dice Russo, è «una società molto snella, con un manager di grande esperienza internazionale, che avrà l'opportunità di raccontare l'area in giro per il mondo e costruire il bando in modo da renderlo potabile alle forme di interesse che si sono manifestate». L'idea, conclude, «è andare un po' a copiare quel che hanno fatto le zone di rigenerazione urbana simili alla nostra in altri paesi».

Giovanni Tomasin

 

 

Natura - "Salviamo le nutrie", incontro a Muggia
Domani pomeriggio alle 18.30, al Caffè teatro Verdi di Muggia, incontro sul tema delle nutrie. L'incontro ha come scopo quello di far conoscere questo animale, i motivi per cui si trova qui, le sue abitudini, le sue peculiarità e il perché si è trovato sotto le luci della ribalta a causa di una legge che prevede, se venisse approvata, la sua completa eradicazione tramite metodi cruenti. Il programma della serata prevede - alle 18.30 - la proiezione del documentario "The invasion, a coypumentary" della Silos production. Alle 19.30 seguirà l' introduzione del biologo Sergio Dolce sul territorio del Rio Ospo e dei laghetti delle Noghere. Si proseguirà con l'intervento del biologo Samuele Venturini, che negli ultimi anni si è occupato dello studio delle nutrie e delle possibili soluzioni alternative all'abbattimento. Già in altre zone, come Torino e Perugia, si è deciso di intervenire in maniera non violenta, e di controllare le colonie di animali presenti sul territorio. In particolare, nella zona del rio Ospo, da anni vive una colonia di nutrie, che non si è mai diffusa più di tanto, e salvo rari casi (mai veramente accertati), non ha mai arrecato danni a argini o a colture contigue. La serata è organizzata in collaborazione con l'Associazione vegetariani e vegani di Muggia. Ingresso libero e aperto a tutti.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 8 novembre 2017

 

 

Il gruppo Pd attacca i bluff di Dipiazza sulla Ferriera
«Tutti stanno scaricando il sindaco Dipiazza perché si sono accorti di quanto noi avevamo detto sin dall'inizio: le sue erano false promesse, un bluff giocato sulla pelle dei lavoratori, degli abitanti di Servola e dei triestini». È l'affondo sferrato dai consiglieri comunali del Partito democratico di Trieste, all'indomani della dura presa di distanza ufficializzata dal Comitato 5 dicembre nei confronti di Roberto Dipiazza, accusato dal gruppo di cittadini No Ferriera di aver fatto disatteso completamente gli annunci fatti in periodo elettorale. «Un punto, questo, che ci differenzia nettamente dall'attuale giunta - proseguono gli eletti dem -. Noi, durante l'amministrazione Cosolini, abbiamo governato in modo serio e responsabile, senza mai vendere fumo alla gente: forse lo abbiamo pagato in termini elettorali?». Il problema, proseguono gli esponenti della forza dell'opposizione, è l'atavica tendenza a strumentalizzare lo stabilimento siderurgico di Servola. «Purtroppo la Ferriera è stata sfruttata come merce elettorale troppe volte nella storia della nostra città - prosegue il gruppo Pd -. Il sindaco Dipiazza lo ha fatto tante volte, promettendo risultati irraggiungibili. Molti cittadini componenti dei comitati gli hanno creduto. Ora comprendiamo - continuano i consiglieri comunali - che il tradimento di un finto alleato bruci. Lo stesso Comitato oggi dice che sarebbe stato meglio avere a che fare con un avversario schietto piuttosto che con un falso amico». Un assist vero e proprio, quello del Comitato, che l'opposizione sfrutta quindi a pieno. «Non ci stancheremo mai di ribadirlo - concludono i consiglieri democratici: sulla Ferriera serve un progetto serio che coniughi salute, ambiente e lavoro. Noi lo abbiamo cercato e voluto con forza, senza illudere le persone. Dobbiamo contenere l'impatto ambientale e garantire che tutti gli standard siano scrupolosamente rispettati, ma allo stesso tempo è indispensabile mantenere i livelli occupazionali. Trieste non può permettersi un sindaco che fa il finto tonto».

 

 

Nuova rete fognaria a Noghere e Crociata - Lavori per otto mesi - Via all'estensione degli impianti oggi in uso a San Dorligo - Opera da 1,2 milioni. Disagi ridotti allo stretto necessario
SAN DORLIGO DELLA VALLE - Partirà entro questo mese il cantiere dell'AcegasApsAmga che porterà, entro la prossima estate, all'estensione della rete fognaria di San Dorligo della Valle, fino a comprendere anche le zone di Noghere e Crociata. I reflui potranno così confluire al depuratore di Zaule, permettendo la dismissione di quello di Prebenico, con un deciso miglioramento degli standard ambientali. L'allacciamento sarà obbligatorio per le utenze interessate da quest'intervento. Le abitazioni ubicate in prossimità della condotta fognaria sono in tutto una trentina. I lavori, che comporteranno un investimento complessivo di circa un milione e 200mila euro, sono inseriti nel più ampio contesto del nuovo progetto generale di razionalizzazione del sistema fognario a servizio del comprensorio comunale di San Dorligo della Valle.Il progetto permetterà di completare il collegamento tra questo sistema e quello triestino, che fa riferimento al depuratore di Zaule. «Tale passaggio risulta fondamentale - spiega un comunicato dell'AcegasApsAmga - perché permetterà di mandare in pensione il piccolo depuratore di Prebenico che, pur essendo a norma, in termini di trattamento presenta concrete difficoltà gestionali. Si tratta di un'opportunità di riqualificazione urbana - continua il testo - che è uno degli obiettivi del progetto di realizzazione di una nuova condotta fognaria». Il progetto è stato presentato alla cittadinanza nel corso di una pubblica assemblea, svoltasi a Caresana: partirà dalla località Noghere e proseguirà lungo la strada provinciale 13 in direzione di Crociata. L'AcegasApsAmga e l'amministrazione comunale di San Dorligo lavoreranno d'intesa per programmare un cantiere capace di garantire il miglior scorrimento possibile del traffico. Si stima che gli interventi di allaccio delle abitazioni alla fognatura avverranno a Noghere entro il mese di giugno, mentre a Crociata il cantiere si chiuderà il mese successivo. Eventuali variazioni nelle tempistiche saranno condivise con l'amministrazione e comunicate alla popolazione residente. Entrando nel dettaglio, in corrispondenza di ogni civico coinvolto, l'AcegasApsAmga realizzerà il cosiddetto "pozzetto d'ispezione", un punto di consegna, sul limite della proprietà privata, a cui dovranno allacciarsi gli impianti privati delle abitazioni. Per la realizzazione di tale allacciamento non sarà richiesto alcun onere ai cittadini. Una volta realizzato il pozzetto d'ispezione, ogni utenza dovrà invece provvedere all'esecuzione degli eventuali interventi impiantistici ed edili sull'area privata necessari per adeguare lo scarico, deviandolo fino al pozzetto realizzato al confine della proprietà. Una volta terminati i lavori e prima dell'attivazione dell'allacciamento, i cittadini dovranno richiedere alla stessa AcegasApsAmga il rilascio del nulla osta allo scarico, per il quale sarà richiesto il pagamento di 113 euro. Le opere saranno realizzate sotto terra, quindi non incideranno sull'aspetto paesaggistico. I lavori saranno inoltre realizzati prevalentemente su area stradale. Non si prevedono inquinamenti e disagi e anche le limitazioni al traffico saranno ridotte all'essenziale.

Ugo Salvini

 

 

Venezia dice stop alle grandi navi - Basta passaggi davanti a San Marco, approdi a Marghera
VENEZIA - Basta "inchini" dei giganti del mare davanti a San Marco. Le grandi navi da crociera dovranno dire addio al passaggio scenografico di fronte al centro storico di Venezia, e ripiegare su un approdo meno glamour a Marghera. Lo ha deciso a Roma il "Comitatone" interministeriale per Venezia, dopo 6 anni di discussioni. L'annuncio è giunto dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio. Nell'arco di 3-4 anni - ha spiegato - andranno a Marghera tutte le navi oltre le 55mila tonnellate di stazza. Dopo le rotte alternative bocciate nel tempo, la soluzione presa dal Governo, e condivisa da Comune e Regione Veneto, è quella proposta dall'Autorità Portuale: le grandi navi non entreranno più dalla bocca di Porto del Lido passando in bacino san Marco e nel canale della Giudecca, ma lo faranno dalla bocca di Porto di Malamocco e, lungo il canale dei Petroli, si fermeranno a Marghera. Per il sottosegretario Baretta è «un punto di equilibrio tra tutela ambientale, sviluppo territoriale e attività imprenditoriale». Le navi extra-lusso, di categoria più piccola e "green" continueranno a arrivare alla Marittima. L'indirizzo del Comitatone è bocciato da ambientalisti e movimento "No Grandi navi-laguna bene comune" come la «peggiore soluzione possibile».

 

Il mare restituisce 100 anni dopo i segreti della corazzata "Wien"
Archeologi subacquei riporteranno in superficie i resti della nave austroungarica affondata il 10 dicembre 1917 da due motoscafi italiani nella baia di Muggia
TRIESTE - Un pezzo di storia di Trieste si prepara a riemergere dal mare, sotto la superficie dell'acqua del canale navigabile. Nei prossimi giorni verranno riportati a galla alcuni dei resti della nave da battaglia della classe Monarch della Marina militare dell'impero austroungarico, la corazzata Wien, affondata nella notte del 10 dicembre 1917, mentre si trovava nella baia di Muggia. A quasi un secolo di distanza, quindi, si riapre un capitolo che nel tempo è stato oggetto di interesse da parte di storici, archeologi e semplici curiosi. Dagli anni '50 il relitto è stato più volte oggetto di spedizioni organizzate per prelevare ciò che era rimasto. Poi per lungo tempo è stato dimenticato e lasciato nell'oblio dell'acqua torbida dove lentamente si è deteriorata. Qualche anno fa è stato individuato nuovamente il punto esatto dove è rimasta adagiata, ormai quasi sepolta dal fango, con l'idea di conservare ancora qualche frammento, a testimonianza di un episodio che ha segnato la storia della città. A breve quindi si procederà con il "salvataggio" di alcuni elementi, che poi faranno parte di un'ampia mostra, in programma a dicembre. L'operazione di recupero si svolgerà nei prossimi giorni nello specchio d'acqua antistante Muggia, e sarà condotta dall'archeologa subacquea Rita Auriemma, direttore del Servizio catalogazione, formazione e ricerca dell'Erpac-Ente regionale per il Patrimonio culturale della Regione Friuli Venezia Giulia, sotto la direzione scientifica della di Paola Ventura, funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia e grazie alla collaborazione del nucleo Sommozzatori del Corpo dei vigili del fuoco e della Capitaneria di Porto di Trieste. La nave da battaglia era stata varata nel 1895 e classificata come unità da difesa costiera. Nell'agosto del 1917, assieme alla gemella Budapest, era stata assegnata a Trieste. Il 6 novembre aveva attaccato la batteria costiera italiana di Cortellazzo, alle foci del Piave, azione che aveva convinto i comandi italiani a neutralizzare definitivamente sia il Wien sia il Budapest. Il compito era stato quindi affidato al sottotenente di vascello Luigi Rizzo, che la sera del 10 dicembre era partito al comando di due motoscafi Mas, il Mas 9 e il Mas 13, con l'obiettivo di colpire le due navi austriache, ancorate nel Vallone di Muggia e di eliminarle. Durante la notte, superata la diga ed elusa la sorveglianza armata, era riuscito a oltrepassare il varco e attaccare nell'oscurità le navi alla fonda, con due siluri lanciati contro il Wien e altrettanti contro il Budapest. Solo i primi colpi erano andati a segno e la corazzata Wien affondò in appena cinque minuti, portando con sè 33 uomini d'equipaggio, mentre i naufraghi sopravvissuti con difficoltà avevano guadagnato la riva nuotando nel buio. Sono molti i triestini a ricordare quel naufragio, in particolare i parenti di chi all'epoca era a bordo, si è salvato e ha poi ha tramandato i racconti di un disastro improvviso. Nel 1925 sono stati recuperati dal relitto lo sperone di prua e il frammento della poppa con il nome della corazzata, il primo è stato regalato a D'Annunzio per il suo Vittoriale, mentre l'altro si trova oggi al Museo Storico navale di Venezia. Nel decennale dell'azione, nel 1927, lo stesso Luigi Rizzo indossò lo scafandro da palombaro e scese sul relitto della nave che aveva affondato. La demolizione della corazzata è proseguita poi nel tempo a fasi alterne, con l'impiego dei palombari fino ai primi anni '50. Oggi gli ultimi resti rimangono sui fondali, a circa 20 metri di profondità, dove si preparano a essere riportati sulla terra ferma, prima delle operazioni di pulizia e sistemazione, per esporli al pubblico. L'intervento infatti mira alla valorizzazione di un patrimonio storico definito di grande valore, e i frammenti erratici che verranno recuperati saranno restaurati e faranno parte della mostra "Nel mare dell'intimità. L'archeologia subacquea racconta la storia dell'Adriatico", che sarà allestita al Salone degli Incanti dal 17 dicembre al 1 maggio 2018, organizzata dall'Erpac-Servizio di catalogazione, formazione e ricerca e dal Comune di Trieste, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia, il Polo museale del Friuli Venezia Giulia, e oltre sessanta partner italiani e internazionali. La mostra gode del patrocinio del Mibact, dei ministeri della Cultura e del Turismo croati, del ministero della Cultura Sloveno e di Promoturismo Fvg (www.nelmaredellintimita.it).

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 7 novembre 2017

 

 

Rottura definitiva tra i No Ferriera e Dipiazza - Attacco frontale del Comitato 5 dicembre: «Si è rivelato un falso alleato che non mantiene la parola»
«Sulla Ferriera, Dipiazza non racconta la verità e quindi non può incontrare i cittadini per un confronto pubblico». Il Comitato 5 dicembre prende ufficialmente le distanze dal sindaco, considerato inadempiente rispetto agli impegni presi in passato. «Cosolini si confrontò con la cittadinanza sul destino di Servola - osservano in una nota i portavoce del comitato -. Dipiazza ora non può farlo perché sta tradendo completamente la promessa fatta agli suoi elettori di intraprendere subito tutte le azioni necessarie per far chiudere l'area a caldo della Ferriera. Purtroppo, dopo aver annunciato nei primi mesi successivi alla sua elezione l'avvio di azioni politiche e legali nei confronti dell'azienda, il sindaco ha sospeso ogni iniziativa, a dimostrazione del fatto che si trattava di impegni di facciata privi della reale volontà di inchiodare alle proprie responsabilità Arvedi e la Regione».«Dipiazza si tiene stretta la delega alla Ferriera - prosegue il Comitato -. E lo fa perché la sua reale intenzione è tenere tutto fermo. Vuole fare in modo che le migliaia di cittadini scese in piazza finiscano per demoralizzarsi, smettendo di tenere alta l'attenzione sul tema Ferriera». Di qui la pesante accusa di immobilismo mossa nei confronti dell'amministrazione comunale. «Dipiazza - continua il 5 dicembre - detesta dover rendere conto alla città di quello che fa: un atteggiamento che si vede anche su altre questioni come il tram o i richiedenti asilo. Anche il tavolo con noi e le altre associazioni si è rivelato una mossa di facciata. All'inizio Dipiazza credeva che avrebbe potuto raccontarci quello che voleva ma quando ha capito che noi cittadini non potevamo essere controllati ma, al contrario, volevamo vederci chiaro e controllare che il Comune agisse, ha cominciato a tagliarci fuori». Inevitabile, a questo punto, il "divorzio" dalla giunta municipale. «Noi continueremo ad auto-organizzarci tra cittadini, prendendo ogni distanza possibile da un sindaco che, viste le tante promesse non mantenute, dovrebbe dimettersi. Cosa che però, non essendo una persona di parola, di certo non farà. Spera di far calare il silenzio sulla Ferriera e poi, con calma quando il problema si risolverà fisiologicamente o per merito di altri, tenterò di attribuirsi meriti inesistenti. Cosolini fu un avversario dichiarato - conclude la nota. Dipiazza un falso alleato, il che è peggio».

 

 

Onu, il 2017 sarà l'anno più caldo di sempre - L'allarme alla conferenza di Berlino: «Ma dopo l'uscita degli Usa gli accordi di Parigi non sono a rischio»
ROMA - Il 2017 sarà molto probabilmente uno dei tre anni più caldi di sempre. Il dato, emerso da uno studio dell'Organizzazione metereologica mondiale, fa da monito all'apertura dei lavori della conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima a Bonn. E la responsabile del segretariato dell'Onu Patricia Espinosa ha spronato presenti e non: «Adesso dobbiamo agire». L'accordo di Parigi va mantenuto e rispettato, ha aggiunto Frank Bainimarama, premier delle isole Fiji, che presiedono il vertice, ospitato solo tecnicamente dalla Germania. Il summit è ritenuto in effetti decisivo per puntellare l'accordo di Parigi e procedere verso i regolamenti per attuarlo, dopo la clamorosa decisione di Washington di uscirne. Il temuto «effetto domino», però, non c'è stato: Usa e Siria sono gli unici paesi delle Nazioni unite a essersi chiamate fuori dall'intesa. E anche sugli Stati Uniti la speranza di un ripensamento rispetto al passo indietro non è affatto sepolta: tecnicamente, come è noto, non potranno uscirne prima del 2020, c'è tempo, e tante cose possono ancora accadere, ha affermato la ministra tedesca dell'Ambiente, Barbara Hendricks. La Germania intanto, attraverso la delegata del governo Merkel, ha annunciato di voler stanziare altri 50 milioni di euro per le isole a rischio: ne aveva già destinati 190 al fondo concepito per questa emergenza. E da Berlino arriva anche la volontà di diminuire le emissioni del 40% rispetto al 1990, entro il 2020. Mentre circa 25 mila persone, provenienti da 195 Paesi del mondo, prendono parte al cosiddetto Cop23 (23/ima Conferenza delle parti) nella ex capitale, a Berlino l'allarme sul clima crea un chiaro rimbombo sulle trattative in corso fra Unione Liberali e Verdi per formare un eventuale governo dai colori Giamaica. L'Fdp ha sempre detto di riconoscersi negli obiettivi di Parigi, ma pur volendo rispettare gli obiettivi posti per il 2030 e quelli per il 2050, vorrebbe rallentare le politiche per gli obiettivi del 2020. I Verdi, dall'altro lato, non demordono: «Il clima va tutelato, altrimenti i colloqui termineranno velocemente», ha ribattuto la Verde Simone Peter. Ma anche Angela Merkel ha a cuore le politiche sul clima: è stata lei a evitare contagi, al G20 di Amburgo, isolando gli Usa sulla scelta di Parigi.

 

 

SLOWFOOD.it - MARTEDI', 7 novembre 2017

 

 

«Un miliardo di rifugiati climatici entro il 2050»

«Il cambiamento climatico è già una realtà, purtroppo. Possiamo ancora – se ci daremo da fare molto velocemente – limitare i danni, ma gli effetti del riscaldamento globale sono già visibilissimi. Basti pensare, guardando a casa nostra, all’alternarsi di siccità e bombe d’acqua; lo vediamo – e lo vedremo sempre più spesso – nel boom dei fenomeni migratori legati al cambiamento climatico o ai suoi effetti»

Resta alta l’attenzione dei media per le conseguenze del clima che cambia. Per fortuna a parlarne siamo in buona compagnia come dimostra questo articolo a cura di Roberto Giovannini uscito ieri su La Stampa. Vogliamo riprenderlo perché pone l’accento su una delle conseguenze forse più sottovalutate, o comunque volutamente ignorate da chi condanna e chiude ai flussi migratori senza se e senza ma per il proprio tornaconto politico. Purtroppo tra i danni causati dalla scelta occidentale di un modello che tende alla crescita infinita senza nessuna riflessione sulle conseguenze, c’è anche il dramma di chi è costretto ad abbandonare casa proprio a causa dei gravi disastri causati dal riscaldamento globale. «Tra gennaio e settembre del 2017, si legge in un rapporto di Oxfam International, ben 15 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case per fuggire un evento meteo estremo: di questi, in 14 milioni provenivano da Paesi a basso reddito. Tra il 2008 e il 2016, in media, i rifugiati climatici sono stati 21,8 milioni l’anno. Tra i Paesi più colpiti il Bangladesh, l’India e il Nepal, che lo scorso agosto hanno subìto rovinose inondazioni, che hanno colpito 43 milioni di persone e prodotto oltre 1200 vittime. Ma anche le piccole isole del Pacifico, con i cicloni Pape e Winston del 2015, che nelle Isole Fiji hanno messo in fuga 55 mila persone, e ridotto del 20% il prodotto interno lordo nazionale. » scrive Giovannini che tra le sue fonti cita il rapporto di Lancet Countdown che parla di un miliardo di rifugiati climatici entro il 2050 e il documento con cui il ministero della Salute italiano ha preparato il G7 dei ministri della Salute che si è aperto il 5 novembre a Milano. «Ci sono alternative a questo futuro così inquietante?» si chiede Giovannini che risponde mettendo in evidenza le risposte della scienza (leggi qui l’articolo completo), sì rispondiamo anche noi se tutti ci mettiamo d’impegno nel nostro quotidiano – riducendo gli sprechi inanzitutto, consumando meno carne, scegliendo produzioni artigianali e privilegiando varietà locali – e se lavoriamo per avviare e rafforzare quelle economie resilienti che da sempre Slow Food sostiene. Ecco come ci stiamo impegnando nella lotta al cambiamento climatico, aiutaci anche tu, dona ora.
Roberto Giovannini, «Un miliardo di rifugiati climatici entro il 2050», La Stampa del 6 novembre 2017

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 6 novembre 2017

 

 

ROMANIA - L'antica foresta tutelata dall'Unesco sparita nel nulla - La "mafia dei boschi" ha tagliato e prelevato alberi di valore radendo al suolo un'area protetta di più di cinquanta ettari
LE ZONE GREEN - Le riserve occupano il 5% del Paese - Le aree protette della Romania occupano 1.234.710 ettari pari al 5,18% del territorio. Sono distinte in parchi nazionali e naturali, riserve scientifiche e naturali, monumenti naturali, riserve della biosfera e siti Ramsar - LA FAUNA - Lupi, orsi, falchi sacri e grandi rapaci - La natura della Romania è una delle più incontaminate d'Europa. Nelle sue foreste domina la vita selvatica: lupi, linci, orsi, cervi, volpi, cinghiali e camosci, ma anche molti uccelli come falchi sacri e grandi rapaci - IL PARCO - Canyon mozzafiato e faggi storici - Il parco di Semenic Cheile Carasului, nei Carpazi meridionali, ospita una delle faggete più belle d'Europa. Punto privilegiato di partenza per gli escursionisti che vogliono raggiungere le gole di Carasului è il paese di Semenic

BELGRADO - Immaginate un celebre e imponente parco nazionale, creato in una delle aree montuose più affascinanti e delicate del Paese, nei Carpazi meridionali, area protetta fin dal 1982. Ora figuratevi una delle cime dei monti del parco, coperta da una fitta foresta di alti e antichi faggi. Poi, chiudete gli occhi, riapriteli e un bosco assai vasto, di almeno cinquanta ettari, non c'è più. Scomparso nel nulla. Sembra impossibile, ma è quanto accaduto in Romania, nel parco nazionale Semenic-Cheile Carasului, nella parte occidentale del Paese, non lontano dal Danubio e dalla frontiera con la Serbia. A denunciare il caso è stato un video postato di recente su YouTube, girato con un drone, che mostra un'ampia porzione del parco completamente spoglia, rasata a zero. Video che ha raggiunto diffusione nazionale, creando scandalo, dopo essere stato ripreso dalla Tv Digi24, che ha dato ampio risalto al caso. Ricordando che Semenic è un vero gioiello, custode di una delle più grandi foreste vergini di faggio in Europa, quasi 5mila ettari inclusi nella lista dei patrimoni dell'Unesco solo la scorsa estate. Ma cosa è successo, a Semenic? Quello che da decenni avviene in tutto il Paese, in parchi naturali e non: disboscamento selvaggio da parte di ignoti. Arrivati nel parco con seghe elettriche e camion, tagliano e portano via alberi di grande valore. Disboscamento che, nel caso di Semenic, ha spinto il governo romeno a promettere azioni rapide e rigorose per affrontare il grave problema, facilitato anche dall'inazione delle autorità preposte alla salvaguardia del territorio. Manca infatti ancora, ha denunciato Digi24, «un piano per limitare il taglio degli alberi» nel parco. Concorda Corneliu Sturza, attivista del gruppo ecologico Gea Nera, sottolineando che «abbiamo chiesto al ministero» dell'Ambiente di fare i conti con la questione «ben tredici anni fa». Qualche colpa ce l'avrebbe anche l'amministrazione della zona protetta, che non avrebbe «mai trasmesso il piano di management» al ministero, hanno scritto i media locali citando il dicastero dell'Ambiente di Bucarest. Denunce corroborate in televisione dalla Guardia forestale di Timisoara, che ha confermato di non poter far nulla in assenza di un piano di management del parco, limitandosi a «mettere a dimora» nuove piante per colmare i grandi vuoti causati dalla deforestazione. E il problema della «mafia dei boschi», così l'hanno definita alcuni media di Bucarest, è tutt'altro che inedito, come attestano le denunce estive di gruppi ambientalisti. Che proprio a Semenic avevano individuato altri "buchi" causati dall'azione barbarica dell'uomo. Disboscamento selvaggio che non è circoscritto a Semenic, tutt'altro. È invece un problema nazionale. E molto serio, come confermato dal presidente Klaus Iohannis, che l'anno scorso - dopo che a migliaia erano scesi in piazza in segno di protesta - ha firmato una legge che dichiara «minaccia alla sicurezza nazionale» il disboscamento illegale, mentre Ong e associazioni in passato hanno chiesto persino una «moratoria» totale al disboscamento, incluso quello legale. Disboscamento che mette a rischio anche le comunità montane, sempre più a rischio di frane e alluvioni per la scomparsa del patrimonio boschivo. Fenomeno gravissimo, per la Romania - Paese che conserva il 65% delle foreste vergini in Europa - che dal 2000 al 2012 ha perso «tre ettari di foreste all'ora», ha denunciato Greenpeace in uno studio qualche anno fa, sottolineando che il 49% delle «superfici de-forestate» era localizzato in aree protette. Sempre Greenpeace, ha ricordato di recente il portale Balkan Insight, ha rivelato che sono «quasi diecimila i casi di disboscamento illegale» scoperti solo l'anno scorso, con un danno per lo Stato di circa nove milioni di euro. E di cinque miliardi di euro dalla caduta del regime di Ceausescu a oggi, secondo il gruppo Agent Green. Oltre ad almeno una preziosissima foresta, nel cuore di Semenic.

Stefano Giantin

 

 

Parco delle Incoronate: piano Ue da 6,5 milioni - UN VASTO PROGETTO DI FRUIZIONE TURISTICA E CULTURALE
SEBENICO - L'Unione europea apre il portafoglio per il varo di programmi che miglioreranno l'offerta del Parco nazionale delle Incoronate, in Dalmazia, destinazione che ogni anno ospita migliaia di diportisti italiani, specie del Nordest del Paese. Il governo croato ha infatti deciso l' assegnazione di 49 milioni di kune (circa 6 milioni e mezzo di euro) a fondo perduto, di cui ben l'85 per cento arriverà dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale e il restante 15 dai comuni di Stretto (Tisno) e Murter - Incoronate. Queste municipalità hanno voluto assumere il ruolo di partner del parco nazionale per il progetto intitolato Rediviva Kurnata: promozione della fruizione sostenibile dell'eredità naturale nel Parco nazionale delle Incoronate. Il direttore del parco, Josip Zanze, ha fatto sapere che entro il 2021 questa istituzione potrà contare su tre nuovi centri, strutture grazie alle quali i visitatori potranno sia ammirare le bellezze paesaggistiche di questo angolo di paradiso adriatico, sia conoscere i ristoranti e i negozi di souvenir del parco. A Betina, sull'isola di Murter, verrà aperto lo «Scrigno del tesoro», nell'omonimo capoluogo dell'isola sarà a disposizione la «Coronata», mentre sulla principale isola dell'arcipelago, Incoronata, gli ospiti potranno fruire della «Casa del mare incoronato». «Grazie a questo progetto, che ci permetterà di aprire 20 nuovi posti di lavoro - ha rilevato Zanze - potremo non solo migliorare l' infrastruttura del parco ma anche garantire una maggiore sicurezza ai visitatori. Inoltre Rediviva Kurnata ci consentirà di controllare con maggiore efficienza l' entrata e uscita dei vacanzieri, migliorando il sistema di pagamento dei biglietti. Offriremo insomma servizi più qualitativi, a tutto vantaggio dei diportisti». L'ex caserma militare presente sull'Incoronata sarà trasformata nella Casa del mare incoronato. Ci sarà una mostra permanente sugli aspetti specifici della vita degli isolani in questo splendido arcipelago. La struttura disporrà inoltre di bar, servizi igienico-sanitari e una rivendita di souvenir delle Incoronate. Lo Scrigno del tesoro a Betina rappresenterà la soluzione ideale per coloro che vogliono scoprire e ammirare flora e fauna terrestre e marina di questa manciata di isole e scogli, 89 per la precisione. a.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 5 novembre 2017

 

 

Il "gigantismo navale" mette fuori gioco l'Adriatico - La lettera del giorno di Ladi Minin - Isanav (Istituto per lo studio delle attività navalmeccanIche)
Qualche giorno fa si è insediata a Venezia la cabina di regia tecnico-politica per la portualità del Nord Adriatico, con il dichiarato intendimento di far collaborare i porti di Ravenna, Venezia e Trieste e creare le condizioni logistiche per intercettare, in particolare, i traffici mercantili con la Cina e inserirsi così in quella grande strategia finanziaria-industriale, funzionale all'espansionismo economico cinese, sintetizzabile nella cosiddetta "nuova Via della Seta". Ammirevole iniziativa, che però non prende sufficientemente in considerazione l'ennesima esplosione del gigantismo navale, insito nelle leggi del capitale, che portano anche alla concentrazione delle grandi società del trasporto marittimo. Nelle condizioni attuali, il problema vero ed escluso anche dal recente riordino della portualità italiana è che i porti italiani sono fuori gioco, essendo inadeguati a ricevere e gestire queste navi e questi volumi di container. Nel prossimo futuro è prevedibile che le ultra-mega portacontainer da 14-18mila teu verranno spostate sulle rotte Asia-Usa ed Europa-Usa e sulle rotte con il Far East s'affacceranno quelle di portata nominale superiore ai 20mila teu. Nella discussione effettuata a Venezia si ricomincia parlare con timidezza dell'isola offshore, chiamandola mini offshore, prevedendo le attrezzature portuali adeguate e l'esclusione di quella parte riguardante le rinfuse liquide, che bene verrebbero a Trieste a colmare il suo già importante ruolo in questo ambito. A buon intenditore poche altre parole.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 4 novembre 2017

 

 

Elettrodotto Udine-Redipuglia - Arriva l'ok del Tar
Il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso presentato da alcuni Comuni friulani contro l'elettrodotto Udine Ovest-Redipuglia, la nuova linea di Terna a 380 kilovolt, lunga 40 chilometri, in esercizio dallo scorso 29 settembre. «La sentenza conferma la correttezza dell'iter amministrativo che ha consentito l'avvio dell'opera», ha commentato il presidente di Confindustria Udine, Matteo Tonon, esprimendo «la soddisfazione degli industriali friulani» e ricordando che «sono occorsi 14 anni per giungere a questo risultato, che ha consentito un'opera indispensabile per la sicurezza di approvvigionamento di energia elettrica in Regione». Tonon annota che «Confindustria Udine, oltre a partecipare al confronto che si è svolto con il territorio, ha ritenuto che l'obiettivo fosse assicurare al territorio le necessarie opportunità di sviluppo, insieme a condizioni di effettiva sostenibilità a vantaggio sia delle famiglie che potranno fruire di energia meno cara che delle imprese, che potranno contare sull'efficientamento di rete». Terna fa sapere che proseguono i lavori preliminari alla demolizione di 110 km di vecchie linee: «Trenta Comuni della Bassa friulana e zone limitrofe vedranno smantellati circa 400 tralicci di vecchie linee, con sollievo anche di 680 edifici oggi a 100 metri dalle linee che saranno demolite. E 367 ettari di territorio saranno liberati dalla servitù di elettrodotto».

 

 

Legambiente - Incontro su Siderurgia e Ferriera

Il Circolo Verdeazzurro Legambiente di Trieste organizza un incontro pubblico sul tema "La siderurgia in Italia e il caso Ferriera di Trieste" venerdì 10 novembre alle 17 al Circolo della Stampa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 3 novembre 2017

 

 

Un piano antischianto per 78 grandi alberi - Intervento da 135mila euro del Comune «a tutela della pubblica incolumità»
Dalle querce ai platani su strade e dentro i parchi. Scattano le manutenzioni - gli alberi a rischio "schianto" nel comune di Trieste
Sono 78 gli alberi di Trieste su 122mila soggetti arborei (di cui circa 15mila censiti) che hanno più di un metro di diametro e che sono considerati - proprio così - "a rischio schianto". Le loro altezze variano tra i 9,5 e i 36 metri: si va dall'ippocastano della chiesa di Basovizza al platano di via del Follatoio passando ovviamente per le grandi piante dei vari parchi e giardini storici. Sono le cosiddette alberature in classe C, ovvero gli alberi "a rischio di schianto" con diametro superiore a un metro. L'amministrazione comunale, su proposta dell'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, ha di recente approvato un progetto esecutivo da 135mila euro (sui 150mila inizialmente previsti) di manutenzione straordinaria delle grandi alberature per l'anno in corso. Il lavoro, inserito nel programma triennale delle opere 2017-2019, è interamente finanziato con avanzo economico. «Il progetto - si legge espressamente nella delibera - risponde alla necessità, nell'ambito della generale gestione delle alberature presenti lungo i viali cittadini, nei parchi e nei giardini pubblici, di provvedere anche alla preminente esigenza di tutela della pubblica incolumità di persone e cose».Sono 280 i giorni di lavori previsti. Il cronoprogramma dei pagamenti per l'operazione prevede: 100mila euro nel 2018 e 35.554 nel 2019. A firmare il progetto esecutivo è il dottore forestale Francesco Panepinto assieme al perito agrario Renato Ravara. «Il progetto - si fa sapere - prevede di eseguire la manutenzione straordinaria degli alberi in classe C di propensione al cedimento di cui al protocollo della Società italiana di arboricoltura (rischio moderato di schianto) i cui diametri abbiano valori uguali o superiori a 100 centimetri misurati a 130 centimetri dal suolo». In questo modo si è arrivati a censire 78 esemplari con queste caratteristiche presenti sul territorio del Comune di Trieste. Di questi quattro sono stati dichiarati "monumentali". Si tratta dei due platani che stanno nel Giardino pubblico "Muzio de Tommasini" e che hanno un diametro superiore ai 160 centimetri (il record assoluto per Trieste), della Zelkova carpinifolia (originaria del Caucaso) del parco di Villa Sartorio (111 centimetri di diametro e 22 metri di altezza) e del pino di Aleppo di Villa Revoltella (110 centimetri di diametro e 20 metri di altezza). Ma non sono i soli a vantare un elevato "pregio ornamentale e storico culturale" e una fragilità soprattutto legata al castello, che richiede una potatura di selezione, e alle condizioni fitosanitarie. Un approccio, in ogni caso, improntato alla "tutela e alla conservazione". «Una decina di soggetti arborei presenti all'interno del Giardino Muzio de Tommasini, di età ormai prossime ai 160 anni, è stata messa in sicurezza mediante ancoraggi statici o dinamici che necessitano di essere revisionati e sostituiti essendo trascorsi gli anni di efficienza statica dei tiranti», si annota nel progetto. Fra i controlli previsti ci sono anche le prove di trazione mediante l'utilizzo di tensiometri e inclinometri per testare la capacità di ancoraggio della zolla radicale nonché la resistenza alla bora. Questi test saranno eseguiti soprattutto per gli ippocastani di piazza Libertà e di via Domenico Rossetti, tenuto conto degli schianti per ribaltamento avvenuti negli anni passati. Nel febbraio del 2015, per esempio, un ippocastano sotto l'effetto della bora era schiantato al suolo in piazza Libertà proprio per il ribaltamento della zolla radicale. Tra le piante di grandi dimensioni interessanti ci sono i bagolari di piazza Hortis, piazza della Cattedrale, via dei Capitelli, il tiglio selvatico del giardino pubblico, l'olmo siberiano di viale Raffaele Sanzio, i cedri dell'Atlante di Villa Revoltella, la sofora del Giappone del giardino "Wegner Engelmann", gli olmi montani del ricreatorio Pitteri. Se avanzeranno delle risorse, si fa sapere, l'indagine e gli interventi saranno estesi anche agli alberi con diametro inferiore a un metro di diametro presenti nel Giardino de Tommasini, in piazza Libertà, via Rossetti e nel Parco di Villa Revoltella. Ogni anno, comunque, vengono monitorati mediamente 4mila alberi dal punto di vista sia statico che sanitario. Alla fine dell'intervento dovrebbero restare in piedi solo grandi alberi a prova "di schianto". Nella speranza di non dover perdere per strada nessuna delle 78 piante attualmente censite.

Fabio Dorigo

 

 

Una petizione per la sicurezza dei pedoni - Sinistra per Trieste chiede al Comune di proteggere gli attraversamenti sulle strisce. Raccolta di firme

Garantire i pedoni che attraversano sulle strisce, «perché recentemente è iniziato quello che sembra essere un vero e proprio tiro al bersaglio». Assicurare i lavoratori sulla conservazione dei loro diritti e della retribuzione, anche in presenza di appalti al ribasso. “Sinistra per Trieste”, associazione «che non ha obiettivi elettorali», recentemente costituitasi «per la conservazione dei valori della vera sinistra», entra nel concreto della vita quotidiana. «La politica non è fatta solo di enunciazioni teoriche – ha spiegato ieri uno dei fondatori dell’associazione, Marino Sossi, rivolgendosi a una platea all’interno della quale si sono notati fra gli altri il senatore Francesco Russo e Gianfranco Carbone, per molti anni protagonista della scena politica triestina e regionale – perciò iniziamo con una raccolta di firme in calce a una petizione con la quale chiederemo al Comune di adottare tutte quelle misure che possano rendere meno pericoloso, per i pedoni, l’attraversamento delle strade in presenza delle strisce pedonali. Puntiamo alle 200 firme – ha aggiunto – con l’auspicio di essere ascoltati. Per quanto concerne gli appalti – ha proseguito Sossi – chiediamo che i contratti deboli non diventino strumento di sfruttamento. Non si possono tagliare le ore a piacimento del datore di lavoro. Proporremo perciò l’intervento della Commissione Trasparenza del Comune. Vogliamo la “clausola sociale” – ha precisato il portavoce di Sinistra per Trieste – che prevede la conservazione del trattamento precedente, anche in presenza del cambiamento del vincitore dell’appalto. Ma verificheremo anche se il Comune si è tarato sul nuovo Codice degli appalti, il quale prevede che si affidino direttamente alcuni servizi a soggetti noti, ovviamente rispettando determinate regole». Sossi ha poi accennato alle nuove iniziative già in cantiere: «Nelle prossime settimane – ha annunciato – parleremo anche degli orari dei bus notturni e dell’inquinamento dei pubblici giardini». A breve “Sinistra per Trieste” si presenterà ai triestini, allestendo banchetti in vari punti del centro, dove saranno illustrate le varie campagne in atto, anche per dare avvio alla stagione dei tesseramenti. «Vogliamo difendere soprattutto i più deboli – ha concluso Sossi – sempre più spesso costretti a vivere sotto la soglia della dignità».

Ugo Salvini

 

 

FIUME - Un orso  a caccia di cibo nel pieno centro di Crikvenica - Nella notte
FIUME - La serata di Halloween non ha portato solo le streghe a Crikvenica. Nella notte tra martedì e mercoledì la località turistica a sud-est di Fiume ha avuto un ospite inatteso: un orso che, noncurante di auto e passanti, ha percorso le vie del centro, quasi sicuramente alla ricerca di cibo. Il plantigrado, un esemplare adulto, ha approfittato del buio per calarsi nella città rivierasca, trotterellando dapprima lungo la centrale via Ante Starcevic e quindi nelle strade circostanti, fino ad arrivare a non più di un centinaio di metri dal palazzo comunale e dal commissariato di polizia. L'animale ha fatto scappare impaurite alcune persone che si trovavano nei paraggi, ma fortunatamente non è accaduto nulla di grave. Come ribadito dagli esperti, gli orsi sono particolarmente attivi in queste settimane, impegnati nella ricerca di cibo prima del letargo invernale. Forse proprio per questo l'orso è arrivato fino all'abitato. E si è poi mostrato in tutta la sua stazza anche in riva al mare, percorrendo il cosiddetto Molo Nero di Crikvenica. Anche in quel caso, fatta eccezione per la paura rimediata da alcune persone, non si è avuto il minimo incidente. Ricordiamo che una ventina di giorni fa, sempre a Crikvenica, un cinghiale era entrato nel cortile di un asilo d'infanzia, prima di venire abbattuto da alcuni cacciatori del posto. L'entroterra di Crikvenica pullula di orsi e cinghiali, ma mai finora questi animali selvatici si erano avventurati in pieno centro. Quasi superfluo aggiungere che gli abitanti sono molto preoccupati e chiedono l'aiuto delle autorità. Va ricordato infine che da Crikvenica e dintorni non sono stati pochi i plantigradi che negli ultimi vent'anni hanno raggiunto a nuoto l'isola di Veglia, facendo stragi di pecore e agnelli.

(a.m.)

 

 

FEDERACCIAI - Gozzi: la siderurgia Made in Italy cresce del 2%
ROMA - L'acciaio italiano sta vivendo «un momento buono», essendo un settore «ciclico, legato all'andamento della congiuntura». È l'analisi del presidente di Federacciai Antonio Gozzi, secondo il quale le acciaierie italiane producono «il secondo acciaio europeo per quantità e per qualità» e si preparano a chiudere l'anno con «una crescita del 2%». Un risultato che le pone «un pò più in alto della congiuntura nazionale», come evidenziano anche i conti trimestrali di Tenaris, con ricavi in crescita del 32% a 1,3 miliardi di dollari (1,11 mld di euro) ed un utile netto salito del 515% a 95 milioni di dollari (81,63 mln euro, RPT). Numeri che dimostrano come l'acciaio «continua ad essere un settore vitale - indica Gozzi - nel quale sono successe cose importanti». Tra queste l'orientamento dei produttori su «acciai di qualità». Quello italiano - spiega il numero uno di Federacciai - «strutturalmente lo è, grazie anche alle miniacciaierie (mini-mill), con forno elettrico e laminatoio attaccato», che sono una «invenzione italiana» e che consentono di «mettere insieme il massimo di efficienza e di qualità della produzione». Una realtà diversa ma complementare a quella del megaimpianto dell'Ilva di Taranto.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 novembre 2017

 

 

LEGAMBIENTE - Dibattito pubblico sulla Ferriera

Il Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste invita a un incontro pubblico sulla siderurgia in Italia e il caso Ferriera. L'iniziativa si terrà venerdì 10 novembre 2017 presso il Circolo della Stampa di Trieste, Corso Italia 13, alle ore 17. Interverranno nella discussione Maria Maranò, della segreteria nazionale di Legambiente, Lino Santoro, chimico ambientale (Legambiente Trieste), Mario Mearelli, ecologo (Legambiente Trieste). Modera il dibattito il presidente del circolo verdeazzurro, Andrea Wehrenfennig.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 1 novembre 2017

 

 

Serracchiani rinsalda l'asse a sinistra - Dibattito a Trieste con gli ex Sel. «Prima dei nomi va messo a fuoco il programma»
TRIESTE - Debora Serracchiani ancora non si pronuncia sul suo probabile passaggio a Roma, né sulla tenzone per la candidatura alle prossime regionali. La presidente Fvg ha dialogato ieri al Caffè San Marco di Trieste con l'esponente di Territorio e Società Giulio Lauri sulla possibile alleanza alle consultazioni del 2018. Si è trattato dell'evento di esordio per la formazione che farà del sindaco di Udine Furio Honsell il suo portabandiera, e la vocazione al patto con il Partito democratico è stata evidente. Se per la sinistra sedevano in sala esponenti come l'assessore Loredana Panariti e il consigliere regionale Alessio Gratton, per il Pd c'erano la segretaria regionale Antonella Grim, il segretario provinciale Giancarlo Ressani, il consigliere Franco Rotelli e altri. La presidente ha delineato l'identità della futura coalizione: «Nella nostra visione c'è il Pd a fare da perno, c'è un centro civico o moderato, e c'è una sinistra di governo. Non mi riconoscerei in una sinistra di opposizione, che si limita a dire come si dovrebbe fare invece di mettersi alla prova. Il tema che dobbiamo porre è quello dell'identità della sinistra, perché abbiamo perso di vista la cultura che la identifica in Italia e in Friuli Venezia Giulia». Quanto al candidato, sia Lauri che Serracchiani hanno sottolineato l'urgenza di confrontarsi prima sui programmi. Ha detto Lauri: «Vorrei che ci dividessimo, se proprio ci dobbiamo dividere, su temi forti come sanità e trasporti, piuttosto che sui nomi. Se invece troveremo un punto di accordo sul programma, ragioneremo di candidati». La presidente ha assunto la medesima posizione, senza fare riferimento al proprio futuro politico: «Prima del nome dobbiamo sistemare il programma». Serracchiani ha poi rivendicato l'identità «di centrosinistra» della sua giunta e del suo operato: «Siamo stati i primi in Italia a introdurre la misura attiva di sostegno al reddito. Quando siamo arrivati gli utenti dei servizi sociali erano circa 5mila, dopo l'introduzione della misura sono saliti a 30mila. Il che significa che abbiamo risposto a una domanda reale». La presidente ha proseguito: «Non abbiamo mai tagliato, anzi abbiamo implementato, i fondi sociali. Abbiamo introdotto l'housing sociale, che da una risposta a chi è troppo "ricco" per l'Ater e troppo "povero" per comprare una casa. Abbiamo abbattuto le rette dei nidi». Serracchiani ha poi iscritto tra le politiche di sinistra «anche gli sforzi per la crescita»: «La terza corsia, il porto, l'edilizia scolastica. Da lungo tempo questa regione non vedeva politiche del genere». Lauri ha ripreso i concetti: «Sinistra è fare qualcosa che serva ai settori deboli della popolazione. Il sostegno al reddito è stato preso a spunto da altre Regioni e anche a livello nazionale». L'esponente di Territorio e Società ha poi osservato: «Per l'ambiente è stato fatto molto, oggi ad esempio non si parla più di rigassificatore a Trieste, ma si può e si deve fare di più». Quanto alle riforme, secondo il consigliere di Sel «anche per motivi di contesto, si è privilegiato la determinazione rispetto all'ascolto del territorio. Probabilmente abbiamo commesso l'errore di non confrontarci a sufficienza sui mondi in cui le riforme andavano a impattare». Ancora Lauri: «Franco Belci ci chiedeva di impostare il confronto sul tema della legge elettorale. Noi però dobbiamo confrontarci su quello che possiamo fare in questa regione, e non su Renzi, D'Alema». Serracchiani ha poi elencato alcuni punti da definire nel futuro programma: «Il sostegno al reddito dovrà essere strutturale, va consolidata la riforma della sanità, bisogna ottenere una maggiore autonomia della Regione in ambito scolastico». Il dibattito si è concluso con una contestazione del Comitato 5 Dicembre sulla Ferriera di Servola.

Giovanni Tomasin

 

 

Orzo, riso e frumento entrano in classe - Dedicata ai cereali la nuova edizione del progetto "Orto in condotta" voluto da Comune e Slow food
Coltivare un orto per vederlo crescere e prosperare, seguire l'evoluzione dei cicli naturali, capire al meglio il cibo che si porta in tavola e conoscerne i valori nutrizionali. Questo l'obiettivo del progetto "Orto in condotta - L'educazione alimentare nelle scuole triestine", il cui nuovo protocollo è stato presentato ieri dall'assessore all'Istruzione Angela Brandi, e da Andrea Gobet, responsabile per l'educazione nell'ambito della Condotta locale di Slow Food. Il Comune e Slow Food già da tempo collaborano per portare nelle scuole e nei ricreatori la cultura del gusto e di una giusta alimentazione. «In città - ha detto Brandi - sono da tempo operativi circa sessanta di orti. Questo nuovo protocollo rappresenta l'evoluzione di ciò che già esiste e che riteniamo sia di massima importanza per la formazione dei nostri giovani. Come amministrazione abbiamo stanziato 8mila euro, da distribuire in questo anno scolastico e nel prossimo - ha precisato l'assessore - vale a dire il doppio della dotazione dello scorso anno, perché crediamo nel progetto e intendiamo coinvolgere sempre di più anche gli insegnanti». Ogni anno viene scelto un tema specifico: quello attuale è dedicato ai cereali, nel 2016 era stato l'olio d'oliva. «Il tema è vasto - ha osservato Gobet - perché si va dalla valorizzazione della natura, alla riduzione degli sprechi, al gusto della corretta alimentazione. Operare per esperienza diretta - ha continuato - significa avvicinare i giovani all'argomento. I bambini diventano così soggetti attivi. Entrare nelle scuole e nei ricreatori è un passaggio fondamentale. La prossima settimana - ha ricordato il responsabile per l'educazione della Condotta triestina di Slow Food - è in programma la Festa nazionale dell'Orto in condotta, mentre a fine anno avremo il tradizionale Mercatino. Saranno tutte occasioni di approfondimento su argomenti che, in particolare nel mondo di oggi - ha concluso - sono fondamentali per una corretta crescita culturale dei nostri bambini e dei nostri giovani». Il Comune, in base al Protocollo, mette a disposizione del progetto i terreni per la realizzazione degli orti e l'acqua per l'irrigazione, nonché alcune attrezzature. In alcuni casi, si individua anche il "nonno ortolano", un volontario competente in materia, che si rende disponibile per affiancare i più piccoli nella gestione dell'orto.

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 31 ottobre 2017

 

 

«Ferriera a ritmi ridotti finchè le emissioni non saranno nei limiti» - La governatrice vede i sindacati e rinnova i termini della diffida - Sollecitata la conclusione dell’iter per ampliare il laminatoio

«All’azienda abbiamo ribadito che la diffida a ridurre la produzione rimane in vigore finché non sarà accertata l'efficacia degli interventi sull'altoforno». Debora Serracchiani ripete che Siderurgica Triestina dovrà lavorare a ritmo ridotto finché non saranno risolti i problemi di emissione emersi negli ultimi tempi. La presidente è intervenuta ieri all'incontro fra azienda, sindacati, enti locali, Arpa e Autorità portuale, dove ha parlato anche delle coperture dei parchi minerari, indicando «con forza la necessità di procedere prontamente con tutte le azioni necessarie per metterli in sicurezza». I progetti dell'impresa verranno ora resi oggetto di istruttoria da parte del ministero dell'Ambiente, come prescritto dall'Aia. Il vertice, convocato da Serracchiani in quanto commissaria per l'Area di crisi di Trieste, è stato richiesto dalle confederazioni di Cgil, Cisl e Uil per approfondire le prospettive industriali, occupazionali e ambientali complessive della zona industriale triestina, verificando inoltre lo stato d'attuazione dell'accordo di programma sulla Ferriera. I sindacati hanno ottenuto che il problema sia affrontato in futuro nell'ambito di un ragionamento più ampio sull'industria triestina e per questo motivo l'incontro è servito anche a scandagliare le manifestazioni di interesse riguardanti il comprensorio dell'ex Ezit e dell'ex Arsenale. Serracchiani ha inoltre ricordato che «per il rilancio occupazionale ci sono i 27 milioni messi in campo per l'Area di crisi industriale complessa di Trieste». In una nota congiunta, Cgil, Cisl e Uil spiegano che «si è chiesto un punto di confronto periodico che metta assieme rappresentanza sindacale, rappresentanza datoriale, istituzioni e imprese dell'area per un confronto su progetti e dati oggettivi per stemperare conflitti sociali e per la discussione su altre progettualità future». Ma ciò che più conta è che stavolta i rappresentanti dei lavoratori ritengono che «il confronto e la messa a disposizione dei dati richiesti sono stati molto soddisfacenti». Il dialogo continuerà a metà dicembre, con un secondo incontro per aggiornare la discussione sui molti punti all'ordine del giorno, fra cui anche la verifica dell'attuazione dell'accordo con l'Istituto superiore di sanità per l'analisi dello stato di salute della popolazione residente nella zona. Se Dipiazza ha ribadito la necessità di giungere alla graduale chiusura dell'area a caldo, Serracchiani chiesto di velocizzare il più possibile l'iter per l'ampliamento del laminatoio, in quanto l'ultimo progetto presentato dall'azienda non rientrava nell'Accordo di programma. Sulla chiusura dell'area a caldo, la presidente ha evidenziato la necessità di rimanere nell'iter dell'Aia, ricordando che l'eventualità comporterebbe «lasciare in strada dall'oggi al domani quasi 500 famiglie», in una prospettiva di difficoltà di ricollocazione occupazionale. Sul nodo ambientale, Serracchiani ha richiamato infine la diffida e la sospensione delle attività dell'altoforno, rilevando come ogni volta in cui si siano registrati degli sforamenti ai limiti fissati dall'Aia la Regione sia sempre intervenuta. La presidente ha poi rimarcato come, da parte dell'azienda, siano state effettuate delle opere migliorative «che si possono toccare con mano: affermare il contrario sarebbe una rappresentazione incoerente della realtà».

Diego D'Amelio

 

 

Ecosistema, le città del Fvg si scoprono più "verdi" - Legambiente pone i quattro capoluoghi nella parte alta della classifica
Pordenone e Udine fanno da traino. Trieste fa il balzo in avanti più rilevante - La classifica dell'ecosostenibilita'
TRIESTE - Legambiente promuove le prestazioni ambientali del Friuli Venezia Giulia, anche se è la sola Pordenone a mantenere il passo delle prime città italiane in classifica entrando nella top ten. Lo studio, che ha visto la collaborazione fra l'associazione ambientalista, l'istituto di ricerca Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore (che lo ha pubblicato ieri), ha messo sotto la lente d'ingrandimento 104 capoluoghi di provincia, tenendo conto di 16 indicatori all'interno di cinque diverse macroaree: aria, acqua, rifiuti, mobilità ed energia. L'indagine, che ha esaminato i dati del 2016 e ha portato alla redazione del 24esimo Rapporto ecosistema urbano, fotografa un territorio che sta provando ad accreditarsi fra le regioni virtuose in Italia anche dal punto di vista ambientale. I numeri raccontano di un generale passo in avanti, se si tiene conto che, rispetto al rapporto stilato nel 2016, Pordenone è passata dall'11.o al quinto posto, Udine dal 29.o al 12.o e Trieste - che resta comunque ultima in Fvg - dal 64.o al 39.o posto assoluto. Solo a Gorizia è andata peggio rispetto ai 12 mesi precedenti: è scivolata dalla 12.a posizione del 2016 alla 25.a del 2017. La classifica stilata da Legambiente, che ha visto Mantova, Trento, Bolzano e Parma occupare le prime quattro posizioni, e Viterbo, Brindisi ed Enna tenere alto il fanalino di coda della graduatoria, ha permesso un'analisi qualitativa dei dati di ogni singola città presa in esame.

La qualità dell'aria

Il biossido di azoto fa registrare una media regionale inferiore a quella del 2014 (al di sotto della media di tutti i capoluoghi, pari a 29,1 microgrammi per metro cubo), dato fortemente influenzato dal risultato di Trieste e in parte di Pordenone. Nessuna città supera il limite di legge, fissato a 40 microgrammi per metro cubo. La media regionale del Pm10, dopo l'incremento del 2015, è diminuita in tutte le città capoluogo. Gorizia e Trieste - dove la riduzione del particolato in 13 anni si deve in parte all'eliminazione del parco macchine più vecchio - registrano livelli pari al valore obiettivo per la salute (20 microgrammi per metro cubo) indicato dall'Organizzazione mondiale della sanità. La concentrazione di ozono, invece, mediamente non supera la soglia di protezione della salute umana, anche se si discosta il valore di Udine, forse determinato dal forte soleggiamento dei mesi estivi.

I consumi idrici

Calano in tutti i capoluoghi di provincia del Fvg. La media regionale, pur abbassandosi, resta però superiore (+4,8%) al valore medio italiano (152,7 litri al giorno pro capite). La dispersione della rete, ovvero la differenza tra l'acqua immessa e quella consumata, rimane invariata rispetto al 2015. Pordenone conferma il valore di eccellenza, rientrando tra le sei città virtuose d'Italia, con perdite inferiori al 15%. Trieste, invece, vede aumentare la sua percentuale oltre il 47%.

I rifiuti urbani

La produzione pro capite di rifiuti urbani ritorna a crescere in tutti i capoluoghi regionali, portando la media regionale oltre i 501 chilogrammi per abitante ogni anno. I dati di Arpa confermano questa tendenza. Cresce, e in questo caso è un dato positivo, anche la percentuale di raccolta differenziata, con Pordenone - al primo posto in Italia - che supera la soglia dell'80%, Gorizia e Udine che superano l'obiettivo del 65% e con Trieste che fa un passo avanti ma che non riesce a raggiungere ancora il 40%.

Trasporto pubblico e motorizzazione

Gli indicatori in questo caso presentano valori stazionari, con l'eccezione di Trieste che, con 308 viaggi per abitante ogni anno, cresce del 2,8%. Il capoluogo giuliano si classifica fra i più virtuosi in Italia anche quanto alle auto circolanti, con 52 mezzi ogni 100 abitanti.

La ciclomobilità

Cresce l'estensione dei percorsi ciclabili (+2,6%) ma non cresce il numero delle persone che si spostano in bicicletta, mentre risulta in leggerissimo aumento l'estensione media delle isole pedonali.

Rinnovabili e spazi verdi

Aumenta la diffusione (+4,25%) del solare termico e fotovoltaico installato in regione sulle strutture pubbliche. Lo studio di quest'anno, inoltre, introduce per la prima volta un indicatore che misura la disponibilità di alberi di proprietà pubblica ogni cento abitanti. Pordenone registra una disponibilità di 28,84 alberi, Gorizia di 26,13 e Udine di 24,12, a fronte di una media nazionale che si assesta sui 18 alberi ogni cento abitanti. Il dato di Trieste non è disponibile.

Luca Saviano

 

 

Allarme Onu: record di CO2 in atmosfera

L'anidride carbonica, il principale gas serra, prodotto dalle attività dell'uomo e responsabile del riscaldamento del pianeta, ha registrato una impennata record nel 2016. La maggiore negli ultimi trent'anni. Colpa del Nino, il periodico riscaldamento dell'Oceano Pacifico. Ma anche delle emissioni umane, soprattutto da energia e trasporti: 36 miliardi di tonnellate all'anno. A lanciare l'allarme è l'Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), agenzia con sede a Ginevra. L'anno scorso la concentrazione di CO2 nell'atmosfera è passata dalle 400 parti per milione del 2015 a 403,3. Un aumento annuo di 3,3 parti per milione, il doppio dell'aumento medio annuale degli ultimi 10 anni. Una concentrazione che non si verificava da 800mila anni. «È il maggiore incremento che abbiamo osservato nei 30 anni dalla nostra attività», ha detto Oksana Tarasova, responsabile del programma globale di controllo dell'atmosfera terrestre in seno al Wmo. «Il precedente risale al 1997-1998 e fu di 2,7 parti per milione, contro i 3,3 tra il 2015 e 2016. Senza dimenticare che si tratta anche di un balzo del 50% sulla media dell'ultimo decennio». La causa immediata di questa impennata è il Nino del 2015-2016, fenomeno naturale di riscaldamento del Pacifico meridionale. Nel complesso, i paesi interessati da questo fenomeno l'anno scorso hanno emesso 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 in più rispetto al 2011. Questa massa di gas di origine naturale si è andata a sommare ai 36 miliardi di tonnellate prodotte dalle attività umane. Di qui l'impennata della concentrazione, nonostante le emissioni di CO2 di origine umana non crescano da un paio d'anni. Foreste e oceani non riescono a smaltire l'enorme massa di gas che si accumula nell'atmosfera. Il risultato è l'effetto serra.

 

 

Torna a salire il Pil, rifiuti in aumento - Cresce la produzione di spazzatura: la mappa della differenziata. I dati dell'Ispra
ROMA - La produzione di rifiuti urbani torna a salire dopo anni di declino. In Italia è +2,0%. Questo si evince dal rapporto annuale redatto dall'Ispra (l'Istituto superiore per la prevenzione e ricerca ambientale del Ministero dell'Ambiente). Nel 2016 siamo tornati sopra la soglia "psicologica" dei 30 milioni di tonnellate. Il 2015 ci aveva fatto sperare in un disaccoppiamento fra dati del Pil e dei consumi (in ripresa) e dati dei rifiuti urbani (in calo). Nel 2016 cresce l'economia e tornano a aumentare i rifiuti. Ancora forti i differenziali regionali: la prima in classifica per produzione procapite, l'Emilia Romagna, con 653 kg ad abitante all'anno, quasi il doppio dell'ultima in classifica, la Basilicata, con 354. La raccolta differenziata è sopra il 50% del totale dei rifiuti come media nazionale. Al nord la percentuale è del 64,2% (migliore organizzazione e diffusione storica delle raccolte domiciliari), al centro al 48,6% e il sud è al 37,6%. Tassi di raccolta differenziata molto elevati restano tipici di comuni medio piccoli, in tutta Italia. Nelle grandi città è oggettivamente più difficile fare la differenziata, come conferma lo studio europeo sulle capitali, tutte con valori molto bassi. Col crescere delle raccolte differenziate aumenta il valore complessivo degli scarti non avviati a riciclaggio, pari a 2,5 milioni di tonnellate secondo Fise/Unire. Anche se la differenziata arrivasse al 70% avremo sempre circa il 15% di scarti da avviare a recupero energetico o in discarica. Ormai il riciclaggio è il principale destino dei rifiuti seguito dal conferimento in discarica dove finisce il 25% degli scarti, quasi interamente trattati prima di essere interrati. Il flusso in discarica è diminuito del 5% sul 2015, è nella media europea a 28%, ma è elevato: nei Paesi nord europei il valore è 1,5%. Il recupero di energia è attestato al 20%, "bruciati" 5,4 milioni di tonnellate di spazzatura, con una riduzione del 3,2% rispetto al 2015. Ridurre la discarica e aumentare riciclaggio e recupero di energia restano le priorità di un Paese che comunque sta facendo passi avanti. L'esportazione di rifiuti riguarda 433.000 tonnellate di rifiuti urbani; ne importiamo 208.000. Il costo ad abitante della gestione dei rifiuti urbani è salito "solo" dello 0,6% sul 2015, attestandosi su un valore medio di 218 euro ad abitante all'anno, circa 500 euro per famiglia media. La Tari copre ormai oltre il 98% dei costi del servizio (84% nel 2001). In 15 anni si è ridotto il sussidio pubblico dalla fiscalità e questo ha contribuito a spingere in alto le tasse locali, insieme all'aumento assoluto dei costi di gestione. L'Italia è entrata nella direzione dell'economia circolare, con due terzi del territorio che presenta performance d'eccellenza paragonabili al nord Europa. Il Rapporto Ispra ci dice che non esiste una strategia "rifiuti zero", che non scompaiono ma possono essere riciclati e avviati a recupero energetico, riducendo la discarica, ma sapendo che non si può riciclare tutto e serve un mix ragionevole di riciclaggio e incenerimento.

(a.d.g.)

 

La "guerra" dei rifiuti in centro e periferia finisce davanti al Tar - Impugnata da due realtà romagnole la gara da 9,3 milioni - AcegasApsAmga congela la procedura in attesa di verdetto
Un ricorso al Tar del Friuli Venezia Giulia "congela" l'appalto per lo spazzamento e per la raccolta dei rifiuti solidi nell'area urbana triestina: AcegasApsAmga ha quindi preferito, in regime di autotutela, prorogare fino al 30 aprile del prossimo anno gli attuali gestori del servizio, che sono Italspurghi e la coop Sole. Una gara di consistente rilevanza, sia per i 9,3 milioni in palio che per l'attenzione con cui l'utente/cittadino/contribuente guarda alla qualità ambientale. AcegasApsAmga aveva lanciato due bandi nella scorsa primavera, uno dedicato alla pulizia dell'area urbana e l'altro alla pulizia della periferia: gare differenti per topografia, caratteristiche operative, curricula aziendali, portata finanziaria. Infatti il bando "periferico" ammontava a 3,6 milioni di euro. Comunque un bell'impegno per l'utility, che appaltava complessivamente 13 milioni di attività ecoambientale a cinque anni di distanza dalla precedente gara svoltasi nel 2012. I termini per la presentazione delle offerte da parte delle imprese interessate scadevano in maggio, in estate le lettere di invito alle ditte, l'aggiudicazione era programmata tra settembre e ottobre. Diversi gli appalti, diversi gli esiti. Il forese (Circoscrizioni 1-2-6, zona Altipiano) non sembra aver sortito problemi per l'aggiudicazione: ha vinto il raggruppamento temporaneo di imprese (Rti) formato dalla capogruppo Querciambiente soc.coop., la coop Germano, la coop Franco Basaglia. Una gara riservata a operatori economici e a coop sociali il cui scopo principale «sia l'integrazione sociale professionale delle persone con disabilità o svantaggiate». Ha prevalso il gestore uscente, che quindi non avrà particolari problemi a proseguire nel lavoro già domani, giornata di Ognissanti. Per 3,6 milioni e per un biennio - rinnovabile per un ulteriore anno a discrezione di AcegasApsAmga - spazzamento manuale e meccanizzato, "porta a porta" della biomassa, ingombranti a domicilio, imballaggi di cartone, raccolta pile. Il discorso cambia con l'altra gara, quella che riguarda il Centro e l'immediata periferia cittadina. AcegasApsAmga non ha inteso fornire dettagli sui protagonisti della vicenda giudiziaria amministrativa. E'possibile una ricostruzione ufficiosa sulla base di informazioni raccolte negli ambienti imprenditoriali triestini: la gara sarebbe stata impugnata da un'associazione temporanea di imprese (ati) costituita da due importanti realtà romagnole, il gruppo Ciclat, con quartier generale a Ravenna, e il consorzio di coop sociali Formula Ambiente, basato a Cesena. Da quanto è dato sapere, entrambe sarebbero all'esordio in gare di tipo ecoambientale a Trieste. La questione, su cui si è bloccata l'aggiudicazione, riguarderebbe la quota riservata alla cooperazione sociale. L'ati romagnola sarebbe stata infatti esclusa nella fase di pre-qualifica dei "candidati" alla gara. E allora la decisione di adire alla giustizia amministrativa: a tale notizia AcegasApsAmga non ha proceduto all'apertura delle buste, che è stata così congelata in attesa della pronuncia da parte del Tar Fvg. Pronuncia che pare fissata per venerdì 10 novembre. Ciclat è presente su un'ampia porzione del territorio nazionale: Piemonte, Emilia, Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia, Sardegna. Prudenza ha consigliato all'utility di concedere un'ampia proroga agli attuali gestori, che lavoreranno - come abbiamo premesso - fino alla fine dell'aprile 2018. AcegasApsAmga si è comunque tenuta la possibilità di recedere anticipatamente nel momento in cui dovesse maturare l'esito della gara temporaneamente sospesa. Sei mesi di proroga non sono certo pochi, ma è probabile che siano scattate ragioni di opportunità operativa: si va verso la stagione fredda con possibili precipitazioni (anche nevose), si veleggia verso il periodo di fine anno con tutto il lavoro che ne consegue, un eventuale cambio del gestore in corsa rischierebbe di ripercuotersi sulla qualità e sull'efficienza del servizio in una stagione sovente rognosa. La gara da 9,3 milioni si articola in due lotti. Il primo riguarda le Circoscrizioni 3° e 4°, il secondo coinvolge le Circoscrizioni 5° e 7°. Il bando richiede lo spazzamento manuale e meccanizzato del Centro e della periferia, raccolta "rsu", servizi accessori. Anche in questo caso il periodo è di 24 mesi, con la possibilità di un rinnovo annuale. Per entrambi i bandi l'aggiudicazione vede premiare il criterio di qualità, che ottiene 70 punti, rispetto a quello del prezzo (30).

Massimo Greco

 

Bagarre in aula sui rifiuti di San Dorligo - Scontro opposizione-giunta sul nuove gestore del servizio. Assemblea pubblica bis all'orizzonte
SAN DORLIGO DELLA VALLE - Toni accesi ieri mattina nel corso della seduta del Consiglio comunale di San Dorligo della Valle. A tenere banco, ancora una volta, il tema della raccolta delle immondizie sul territorio, da qualche mese competenza della "A & T 2000", spa che opera col sistema cosiddetto "in house", subentrata alla Italspurghi. Protagonisti di un confronto verbale, a tratti molto concitato, il sindaco, Sandy Klun, e il consigliere comunale, Boris Gombac, capogruppo di "Uniti nelle tradizioni", i cui rappresentanti siedono sui banchi dell'opposizione. Quest'ultimo ha presentato una mozione, firmata anche dall'altro consigliere di "Uniti nelle tradizioni", Massimiliano Dazzi, citando la recente assemblea convocata dal suo movimento per discutere dell'argomento rifiuti, per chiedere «l'abolizione del sistema dei 'sacchetti appesi', una più articolata distribuzione dei raccoglitori per il verde, l'eliminazione dei sacchetti di carta per l'umido».Il capogruppo, dopo aver definito "inadeguata" l'impresa incaricata del servizio e aver criticato «la gestione della movimentazione dei mezzi destinati alla raccolta delle immondizie», ha concluso pesantemente: «Questa maggioranza puzza come le immondizie sparse sul territorio».Klun ha replicato con forza: «Abbiamo operato ascoltando le richieste di tutti e stiamo provvedendo, cercando di soddisfare tutte le esigenze. Sul discorso del verde - ha aggiunto il sindaco - si sta ragionando, e ricordo che la "A & T 2000" ha grande esperienza, infatti sono moltissimi i cittadini soddisfatti". Danilo Slokar (Lega Nord) e Roberto Drozina (lista Territorio e Ambiente) hanno proposto a Gombac di ritirare la mozione e passare la palla alla competente commissione consiliare. Il capogruppo di "Uniti nelle tradizioni" non ha accettato, ma ha voluto andare al voto, che ha avuto esito netto: mozione bocciata da un secco "no", con l'unica ovvia eccezione del voto favorevole dello stesso Gombac. A breve però i cittadini di San Dorligo della Valle Dolina avranno la possibilità di esprimersi direttamente nei confronti del sindaco, della giunta e dei consiglieri, in quanto dovrebbe essere convocata una nuova pubblica assemblea, nel corso della quale si parlerà del tema della raccolta delle immondizie.

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 30 ottobre 2017

 

 

Nasce il centro hitech anti-disastri petroliferi - Ultimata la ristrutturazione del Magazzino 23, da giovedì piena operatività
Nel polo per la robotica subacquea di Saipem-Sonsub anche un'Academy
Con la fine dei lavori di ristrutturazione del Magazzino 23, scatta giovedì 2 novembre l'operatività del Polo mondiale per la robotica subacquea che Saipem-Sonsub ha insediato in Porto vecchio nell'area dell'Adriaterminal. Un'operazione che quello che è uno dei più importanti contractor a livello mondiale del settore della costruzione e manutenzione delle infrastrutture al servizio dell'industria oil&gas con una operatività nei cinque continenti, ha voluto fare a Trieste e che negli ultimi mesi ha avuto uno sviluppo inatteso. Tale da far diventare il porto del capoluogo del Friuli Venezia Giulia l'hub internazionale per le operazioni di emergenza in tutto il pianeta, il playground dove saranno testate le attrezzature per le lavorazioni sottomarine più avanzate tecnologicamente, robot e droni in testa, e la sede dell'Academy dove verranno formati gli ingegneri e i tecnici che si specializzeranno nelle nuove professioni di questo settore ancora semisconosciute. «Abbiamo scelto Trieste per una serie di motivi - spiega l'ingegner Massimo Fontolan, vicepresidente di Sonsub, società innovativa interamente controllata da Saipem -: per la situazione logistica data da una banchina con fondali importanti e acqua chiara dove possono attraccare grandi imbarcazioni e dove possiamo effettuare i nostri test, per la presenza in quest'area di un supply chain adeguato, cioè un indotto di forniture e servizi indispensabili per la nostra catena di distribuzione e soprattutto per la possibilità di operare in regime di Punto franco. Tutte le nostre attività infatti si svolgono off shore e qui sono libere dall'aspetto doganale, mentre ad esempio a Marghera (dove Saipem ha una sede con 150 tecnici, ndr) per tutte le attrezzature che riportavamo a terra dovevamo sempre fare la procedura di importazione temporanea in Italia. Qui invece possono entrare e uscire liberamente e questo per noi è strategico. Ecco perché il nostro equipment lo abbiamo portato qui, ma dagli ultimi due anni (il primo sbarco è del 2010, ndr) non ci limitiamo ad attività di puro stoccaggio. Ora abbiamo restaurato completamente il Magazzino 23 (la cifra, non ufficiale, parla di un investimento di 3 milioni solo per questo, ndr) e vi abbiamo già insediato anche i nostri uffici. Ma probabilmente a breve dovremo espanderci ancora, faremo una serie di nuove assunzioni, sposteremo qui alcune attività che facciamo a Marghera». A Trieste saranno però assemblati anche i robot sottomarini. «Li costruivamo a Houston - confessa Fontolan -, abbiamo chiuso a Houston (la città del petrolio, ndr) e aperto a Trieste». Tutto questo ricorda anche ciò che sta avvenendo con Sèleco che grazie al Punto franco si sta trasferendo a Trieste. Ma l'operazione Saipem ancor meglio si inserisce nella filosofia di riconversione del Porto vecchio. «Noi non spostiamo grandi quantitativi di merce - spiega Fontolan - non è il nostro mestiere, né qui sarebbe possibile sviluppare un moderno terminal, ma attiriamo cervelli, sviluppiamo nuove tecnologie, prepariamo le professioni del futuro e Trieste lo ha capito meglio di altre città. Creeremo importanti interazioni con gli istituti tecnici, le università, le realtà scientifiche locali. Ospiti della nostra sede vi sono già ora tecnici inglesi, irlandesi, americani, norvegesi e di Singapore che vengono qui a istruirsi. Con l'Academy transiteranno ogni anno a Trieste decine e decine di professionisti e cresceranno le ricadute sul territorio (già ora si parla di una trentina di milioni all'anno, ndr)». Il primo elemento di svolta che ha fatto di Trieste una base di rilievo mondiale è stato l'Offset installation system (Ois), una gigantesca attrezzatura colorata in giallo ancora per qualche giorno visibile anche dalle Rive che è il carrier, cioè il "portatore" di un tappo in grado di chiudere, comandandolo da un chilometro di distanza, un pozzo petrolifero subacqueo a cui siano saltate tutte le valvole di sicurezza e impedire così la fuoriuscita di olio e gas in mare aperto. Di tappi esistenti in giro per il mondo ce ne sono quattro, ma l'unico "portatore" esistente sul pianeta è questo di Trieste. «Saipem - ribadisce Fontolan - ha vinto la gara per la sua realizzazione bandita dalle otto principali compagnie petrolifere al mondo».

Silvio Maranzana

 

L'azione a 4mila metri di profondità - Nel 2002 l'intervento per l'incidente della Prestige al largo delle coste spagnole
E un ulteriore salto di qualità è pronto per la base di Trieste nel campo dell'oil&gas. «Il nostro cliente - spiega ancora Massimo Fontolan, vicepresidente di Sonsub - ora non sarà più soltanto il gruppo delle prime otto società petrolifere del mondo che ci hanno commissionato la realizzazione dell'Ois, ma il consorzio che comprende tutte le società petrolifere. Stiamo trattando con loro infatti per portare a Trieste, il Centro per qualsiasi tipo di intervento nell'area del Mediterraneo. Qui infatti c'è già l'hub internazionale per le operazioni di emergenza in mare e tra le nostre credenziali possiamo vantare anche l'intervento fatto sulla petroliera Prestige». La Prestige era una petroliera monoscafo tipo Aframax che, affondando al largo delle coste spagnole il 19 novembre 2002 con un carico di 77mila tonnellate di petrolio, provocò un'immensa marea nera che colpì la vasta zona compresa tra il nord del Portogallo fino alle Landes, in Francia, causando un notevole impatto ambientale alla costa galiziana. L'intervento di Saipem consentì l'estrazione del combustibile dalla Prestige mediante un sistema di botti, detto anche "estrazione per gravità". Che consiste nel perforare lo scafo aprendo un foro di 70 centimetri di diametro per installare un sistema a doppia valvola che regoli l'uscita. Si aggancia una botte di alluminio marino che si riempie di combustibile (fino a 300 m³) per portarlo fino a 40 metri dalla superficie e trasferire il combustibile a una nave attraverso un tubo. Il costo stimato dell'operazione fu di 99,3 milioni di euro, ma un anno dopo il disastro, le spiagge galiziane contavano più bandiere azzurre di sempre. «Abbiamo operato con i nostri robot a quattromila metri di profondità», sottolinea Fontolan. Chiaro che a quelle profondità non possono scendere gli uomini, ma l'ingegner Giacomo Pellicioli ci tiene a sottolineare che «in Saipem gli infortuni non esistono perché viene prestata massima attenzione alla sicurezza e anche durante i sei mesi di lavori nel Magazzino 23, eseguiti da una ditta esterna, nessuno si è fatto nemmeno un graffio». Un grave disastro è invece alla base dell'iniziativa che ha indotto le compagnie petrolifere a bandire la gara per il famoso porta-tappo. È stato quello della piattaforma Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum, con uno sversamento massiccio di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo a oltre 1.500 metri di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, con milioni di barili di petrolio sulle acque di fronte a Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre al fatto che la frazione più pesante del petrolio ha formato grossi ammassi sul fondale marino. In seguito all'esplosione, 115 dei 126 uomini a bordo sono riusciti a mettersi in salvo (17 feriti), mentre 11 sono morti. Nonostante gli sforzi dei soccorritori per spegnere l'incendio, è risultato impossibile domare le fiamme e il 22 aprile 2010 la struttura della Deepwater Horizon è collassata, mentre una seconda esplosione ne ha causato l'affondamento. La tragica vicenda è narrata anche in un film di successo, "Deepwater, inferno sull'oceano". Con l'Offset installation system di Trieste, il disastro sarebbe stato fortemente ridotto.

(s.m.)

 

Il drone sottomarino che abbatterà i costi - Hydrone verrà assemblato, testato e lanciato a Trieste - Fontolan: «Rivoluzionerà le manutenzioni e le estrazioni»
C'è un nuovo avveniristico gioiello tecnologico di Saipem-Sonsub che a Trieste verrà assemblato, testato e lanciato: si chiama Hydrone ed è un drone marino unico al mondo, pilotato a distanza senza cavi cioè via wi-fi e in grado di arrivare dove l'uomo non può, non su pianeti sconosciuti, ma sott'acqua, se non ventimila leghe sotto i mari, certamente migliaia di metri sotto, per operare sulle condotte degli impianti di petrolio e gas. «Stiamo sviluppando Hydrone - spiega Massimo Fontolan, vicepresidente di Sonsub -, stiamo costruendo il prototipo, a Trieste lo rifiniremo e utilizzeremo quest'area come playground dove saranno anche realizzati simulacri per mimare le operazioni che poi faremo in tutto il mondo». I macchinari sono attualmente in fase di costruzione nella sede di Marghera che recentemente, per la prima volta, ha aperto le porte ai rappresentanti dei media. Il drone acquatico dotato di bracci meccanici è stato pensato anche per ridurre i costi e rendere autonoma la manutenzione degli impianti. Non ci sarà infatti più bisogno di una nave di supporto, come accade invece ora con il robot Innovator 2.0, attualmente in uso per la costruzione dei condotti e che è vincolato a un cavo lungo oltre sette chilometri, con costi molto elevati. «Hydrone è il primo esemplare al mondo di questa tipologia - ha ribadito Fontolan -, darà origine a una famiglia di modelli che limiteranno l'intervento umano e abbatteranno i costi per estrarre petrolio». L'azienda punta a rivoluzionare il modo stesso di estrazione per rendere conveniente lo sfruttamento dei giacimenti anche se il prezzo scende. Il futuro a lungo termine prevede lo spostamento di tutto il processo: dalla trivellazione al trattamento delle sostanze, sul fondo del mare. La tecnologia "Springs", sviluppata in collaborazione con i giganti francesi Total e Veolia, va in questa direzione e permette di trattare e pompare l'acqua marina per l'estrazione del petrolio attraverso filtri posti sul fondale, senza doverla trasportare da impianti sulla terraferma. Saipem ora punta a seguire tutte le fasi degli impianti sottomarini, dalla posa delle tubature alla manutenzione. E i piloti dei droni sottomarini si formeranno in Porto vecchio. «Chi saranno? Quali competenze dovranno possedere? Lo stiamo appena valutando - rivela il vicepresidente di Sonsub -, a formarli sarà l'Academy di Trieste». Ma in attesa di Hydrone che dovrebbe esordire operativamente nel 2019, Saipem-Sonsub utilizza Innovator 2.0, robot che dal Texas hanno trovato casa a Trieste. «Sono veicoli a controllo remoto di ultima generazione - aggiunge Fontolan -, sono stati testati a Trieste. Ne abbiamo una cinquantina, ma per fortuna oggi qui non se ne vede nemmeno uno, sono tutti a lavorare in giro per il mondo. Noi costruiamo infrastrutture sul fondo del mare, teste di pozzo, recuperiamo olio e gas, lo trattiamo e lo portiamo a terra. Loro, guidati a distanza, da una nave, fanno anche i montatori e gli installatori. Stanno operando in Africa, nel golfo del Messico, nel mare del Nord, nel Sud-Est asiatico e in altri siti ancora». Va rimarcato che nel 2017 Saipem ha raddoppiato il budget per la tecnologia passando da 30 a 60 milioni di euro fidando sul fatto che proporre soluzioni innovative ai committenti dell'oil and gas rappresenti uno degli elementi su cui scommettere per assicurarsi un vantaggio competitivo nel mercato. Non a caso, oltre alla mole di investimenti già messa in pista, dal 2012 al 2016, per lo sviluppo di nuove tecnologie (163 milioni, di cui 73 solo in innovazione pura), Saipem può vantare 36 nuovi brevetti solamente nel 2016 (l'anno scorso che peraltro è risultato essere quello più prolifico nella storia societaria), oltre ai 2308 già registrati nel corso del tempo, e 176 tecnologie proprietarie, distribuite tra raffinazione, petrolchimico e Snamprogetti.

(s.m.)

 

 

Albania, un maxi resort nell'area naturale protetta
Venti Ong, fra cui il Wwf, criticano il progetto destinato a sorgere in una laguna fra le più grandi del Mediterraneo. Ma la popolazione spera nei nuovi posti di lavoro
BELGRADO - I Balcani, terre ancora poco battute, nascondono gioielli più o meno sconosciuti. Il lago di Ohrid, Scutari, Kopacki Rit, il "deserto" di Deliblatska Pescara. Ma ci sono anche perle quasi ignote. E forse anche per questo più a rischio. Una di queste è una laguna fra le più grandi del Mediterraneo, dimora di decine di tipi di uccelli e pesci, 90 specie minacciate, 40 a rischio estinzione. È Karavasta, in Albania: parco nazionale da una decina d'anni, habitat perfetto per l'ormai raro pellicano crespo. Ma Karavasta è anche altro. Come Scutari, è l'obiettivo di grandi progetti immobiliari che potrebbero deturpare uno dei più preziosi ecosistemi d'Europa. La denuncia, non nuova, è stata rilanciata in questi giorni da Reporter, portale albanese braccio del Balkan Investigative Reporting Network e dal Courrier des Balkans (Cdb). Entrambi i media hanno messo il dito nella possibile futura piaga, un investimento che può mettere a rischio Karavasta: guardato con favore dalla popolazione locale che spera in posti di lavoro e sviluppo, ma visto come fumo negli occhi dagli ecologisti. L'investimento, ancora allo stato embrionale, è quello previsto per la costruzione di un grande villaggio turistico, il "Divjaka Resort": un'idea della Mabetex, colosso che fa capo al tycoon Behgjet Pacolli, attuale ministro degli Esteri kosovaro. Il progetto, se realizzato, «permetterà agli ospiti di apprezzare uno fra i più incantevoli panorami della riserva» in un villaggio che rispetterà «la qualità ambientale», promette la Mabetex dal suo sito.Il villaggio, hanno svelato gli ambientalisti, sarà composto da 370 ville e 2.400 appartamenti in edifici che si affacceranno sulla laguna, alti fino a venti piani, hotel, strade di accesso, e sulla costa un lungo frangiflutti. Secondo alcune organizzazioni locali, tra cui EcoAlbania, il resort potrebbe ospitare contemporaneamente fino a 18.000 ospiti al giorno, più del doppio degli abitanti della vicina cittadina di Divjake. Valore del possibile investimento - il maggiore di questo genere nel Paese - 1,5 miliardi di euro. L'ipotesi resort non è piaciuta a molti ambientalisti locali e soprattutto alla Mediterranean Wetlands Alliance, un network di una ventina di Ong - tra cui il Wwf - che nei mesi scorsi ha criticato in una lettera aperta indirizzata al premier Rama i piani di sviluppo. Divjaka-Karavasta è una delle più «importanti zone umide nel bacino del Mediterraneo, rappresenta un sito-chiave» per flora e fauna ed è «popolato ogni anno da milioni di uccelli che vi sostano durante la migrazione», oltre che sito importante per l'economia locale, in crescita grazie al turismo responsabile. Sito che potrebbe essere messo a rischio dal mega-resort, un progetto «estremamente negativo e inaccettabile». Ma a che punto è il progetto? «Persone dell'azienda ci hanno informato che stanno ancora lavorando al project design e hanno già sottoposto uno studio strategico preliminare di impatto ambientale al ministero dell'Ambiente», spiega al Piccolo Taulant Bino, presidente della Società ornitologica albanese. A ministero e premier invece «noi abbiamo chiesto» invece «di fermare il progetto. Non sappiamo» cosa accadrà, «quando ci rivolgiamo al ministero ci rispondono che nessuna decisione è stata presa, ma in ogni caso noi riteniamo che il progetto sia distruttivo». Non tutti sono così pessimisti. Una prima versione originale del progetto era «molto ambiziosa e pericolosa per l'ambiente», ma ora «hanno rivisto il progetto», assicura Jamarber Malltezi, professore di Agricoltura all'Università di Tirana. «Se il modello rivisitato e corretto sarà attuato, potrebbe portare a uno sviluppo sostenibile. Come ambientalisti abbiamo espresso le nostre preoccupazioni un anno e mezzo fa, su un piano che prevedeva la trasformazione in terreni edificabili della "core area" del parco. Ora hanno cambiato atteggiamento. Se il nuovo progetto sarà applicato e se le autorità monitoreranno» il tutto, allora potrà essere «un progetto di successo». E monitoraggio, soprattutto in questo caso, è la parola-chiave per salvare Karavasta

Stefano Giantin

 

 

«Così Banca Etica aiuta le startup triestine» - Enrico Trevisiol: «Non finanziamo solo il terzo settore. L'accordo con l'Area di ricerca è un esempio»
MILANO«Il territorio di Trieste è ricco di idee imprenditoriali innovative che si combinano bene con i nostri valori. Sarà un percorso di crescita condiviso». Enrico Trevisiol, direttore di Banca Etica a Trieste (attiva dal 2011), spiega così l'accordo con Innovation Factory, l'incubatore certificato di Area Science Park, per sostenere lo sviluppo delle startup. Un'iniziativa che conferma l'approccio particolare di questo istituto di credito, che senza rinunciare all'obiettivo di generare profitti - il primo semestre si è chiuso con un utile netto di 2,2 milioni di euro, impieghi per 770 milioni, raccolta diretta a 1,32 miliardi e indiretta a 584 milioni - guarda anche all'impatto sociale delle sue scelte strategiche. «Una startup può nascere - ha detto Fabrizio Rovatti, direttore di Innovation Factory - in modi diversi: da un'intuizione, un colpo di genio o in risposta a una reale esigenza. Ma per svilupparsi e crescere ha bisogno di supporto e sostegno. Supporto significa aiuto nella realizzazione di un percorso di avvicinamento al mercato che include tutti gli aspetti del progetto imprenditoriale. Sostegno, invece, significa avere a disposizione, quando necessario, strumenti finanziari idonei e personalizzati, fondamentali per la crescita. In questo Banca Etica è di certo uno dei partner ideali per le nostre startup». Trevisiol, come nasce l'accordo con Innovation Factory? I nostri programmi di microcredito e microfinanza sono imperniati sulla ricerca di partner locali, con una grande conoscenza dei rispettivi territori. Nell'Area Science Park di Trieste c'è un ecosistema in grado di cogliere le esperienze di gemmazione di imprese con grande taglio di innovazione e al tempo stesso in linea con il nostro modo di fare banca, cioè a sostegno di una nuova economia. Cosa intende? Tradizionalmente abbiamo sempre finanziato il terzo settore. Ora spostiamo l'asse verso l'economia di impatto sociale. Come funziona l'accordo? Finanzieremo le startup, cioè aziende costituite da non più di cinque anni e con massimo cinque dipendenti. Oltre ad associazioni con partita iva aventi le medesime caratteristiche e imprese in via di costituzione. I settori che vogliamo sostenere vanno dall'agricoltura biologica all'utilizzo di tecnologie inclusive, ai servizi sanitari di prossimità. Il credito può arrivare fino a 25mile e riguardare iniziative come acquisto di beni e servizi strumentali all'attività di business, retribuzione di nuovi lavoratori e frequenza dei corsi di formazione. Chi segnala le aziende da sostenere? Il processo può partire dalla nostra banca, così come da Innovation Factory. Dopo di che si fa un esame congiunto e la collaborazione prosegue anche dopo l'eventuale concessione del finanziamento per un monitoraggio continuo. Come le dicevo, puntiamo su percorsi condivisi con i territori per sviluppare una nuova economia.

Luigi Dell'Olio

 

 

LA RUBRICA NOI E L'AUTO - MEZZI ELETTRICI PER FAR RESPIRARE LE NOSTRE CITTÀ
Le recenti notizie sul blocco del traffico per inquinamento in alcune città dell'Italia del nord, mi hanno paradossalmente fatto ritornare più giovane. Mi sono, infatti, tornate in mente le così dette "targhe alterne", regolamentate da un decreto legislativo dell'ormai lontano aprile 1999, che consentivano la circolazione "alternativamente" un giorno ai veicoli con targa pari e il giorno successivo a quelli con targa dispari. Il provvedimento scattava all'indomani della segnalazione, da parte delle apposite centraline urbane, del superamento dei limiti previsti, per esempio, dell'anidride carbonica e delle particelle Pm 10.Evidentemente non ci sono stati in questi anni progressi risolutivi che abbiano definitivamente cambiato la situazione di inquinamento. Nel caso vengano prossimamente presi provvedimenti che vietino la circolazione di veicoli appartenenti, per esempio, alla categoria euro inferiore o uguale alla 5, ricordo che detta categoria è indicata sulla carta di circolazione sotto la voce V. 9, del riquadro 2. Peccato che tale sigla non sia riportata con chiarezza, ma c'è solo l'indicazione della normativa europea di riferimento, che va appena ricercata. Per dare un consiglio pratico a chi non è avvezzo a cercare i dati su internet, ricordo che i tutti i veicoli immatricolati dopo il 1° gennaio 2011 sono euro 5 e quelli immatricolati dal 1° settembre 2015 sono euro 6. Sempre sul tema inquinamento da motori, dal 1°gennaio 2019 non potranno più circolare i veicoli euro 0, che sono tutti quelli immatricolati prima del 1° gennaio 1993. Contrariamente a quello che si credeva in un primo momento, con grande spavento dei relativi proprietari, e cioè che il provvedimento riguardasse in generale tutti i veicoli, la prescrizione si riferisce solamente agli autobus ed ai veicoli con più di 8 posti, escluso il conducente. Il pensiero non può che andare alla necessità che si diffondano più rapidamente possibile i veicoli elettrici che, a questo punto, sono gli unici che potranno risolvere il problema inquinamento, pur essendo validi anche i veicoli ibridi. Ma ci vorrà ancora tanto tempo e tanta buona volontà da parte di tutti, istituzioni e privati.

Giorgio Cappel

 

L'ANALISI:  IL FUTURO SENZA BENZINA - Una scelta obbligata: cambiare o morire

L’INDUSTRIA DELL’AUTO SCHIERATA IN MODO COMPATTO LE PRIME MOSSE IN CINA, IL LUNGO ADDIO AL PETROLIO

E insieme crescono i livelli di anidride carbonica e delle polveri sottili, responsabili in parte di un inquinamento non più sostenibile. Una situazione che ormai viene affrontata a livello globale con politiche ambientali che dovrebbero contrastare questa deriva. A tutto questo si è aggiunto lo scandalo delle emissioni, noto come Dieselgate, scoppiato due anni fa proprio negli Stati Uniti d'America. Il caso delle emissioni truccate, però, ha avuto indubbiamente un lato positivo proprio per l'ambiente, visto che ha portato un'enorme accelerazione della mobilità a zero emissioni. Una rincorsa verso l'auto elettrica che finalmente ha coinvolto un po' tutti i grandi costruttori, a cominciare proprio dai colossi tedeschi che da subito hanno capito che bisognava dare una svolta all'automobile. In altre parole che andava cambiata oppure sarebbe stata destinata a sparire. E così eccoci davanti a nuovi scenari, francamente impensabili appena qualche anno fa. Con l'intera industria automobilistica schierata in formazione compatta per rivedere il sistema della mobilità. Una sfida gigantesca che vede coinvolti tutti e che sta partendo proprio dal più grande mercato del mondo, la Cina. Il paese della grande muraglia è di gran lunga la più grande piazza del mondo con i suoi 24 milioni di auto vendute ogni anno ed è qui, infatti, che i principali analisti del settore prevedono una crescita costante delle auto elettriche. A cominciare da AlixPartners, società globale di consulenza aziendale, secondo cui la corsa verso le "zero emissioni" sta finalmente prendendo velocità proprio grazie alla Cina con Europa e Nord America ancora non in grado di tenere il passo. Qualche numero per farsi un'idea più precisa: nel secondo trimestre del 2017, in Cina sono stati venduti veicoli per un'autonomia elettrica totale di 22,5 milioni di chilometri, mentre in Europa lo stesso dato si è attestato a poco più della metà, circa 12,6 milioni di chilometri, con l'Italia sedicesima in questa speciale graduatoria con 0,20 milioni di chilometri venduti. Entro il 2030, i veicoli elettrici e ibridi rappresenteranno oltre il 40% delle vendite di veicoli in Europa con la Cina, però, saldamente in testa nella classifica mondiale delle vendite. Insomma, la scossa è davvero arrivata. E nello stesso tempo è iniziato il lungo addio al diesel prima e alla benzina poi. Complici anche gli amministratori delle grandi città che hanno già pronti piani di azione progressiva per togliere le auto a carburante fossile prima dai centri storici e poi dall'intero territorio cittadino. I sindaci di Londra, Parigi, Berlino e altri ancora hanno già fatto le loro ordinanze, preso decisioni che difficilmente saranno modificabili. Ci vorranno ancora anni, forse non pochi, ma il processo è ormai partito. Anche perché dalle parte delle case automobilistiche c'è proprio questa consapevolezza e nei loro piani industriali cominciano a comparire progetti davvero innovativi. Dalla Volvo alla Mercedes, dalla Volkswagen alla Toyota sono tutti convinti che l'elettrificazione cambierà finalmente la faccia all'automobile. Le ridarà la dignità perduta in questi anni riposizionandola nelle città e ripulendola da quella "brutta immagine" di oggetto inquinante che negli ultimi anni ne stava decretando la fine. Per ricominciare, dunque, ci vorrà una vera rivoluzione. D'altronde per l'auto non c'era altra scelta: cambiare o morire.

VALERIO BERRUTI

 

La grande fuga dal petrolio - Energia elettrica e idrogeno i carburanti del futuro
IN MOSTRA PROTOTIPI LEGATI AL FUTURO PROSSIMO E A QUELLO REMOTO - BATTERIE, GUIDA AUTONOMA E CONNETTIVITÀ LE PAROLE D'ORDINE
Elettrico, connettività e guida autonoma saranno i grandi temi del Salone di Tokyo che ha appena aperto i battenti. Rispetto alle rassegne europee, Ginevra a marzo e Francoforte a settembre, l'indirizzo generale non cambia, ma protagonista è quasi esclusivamente la nutrita squadra dei costruttori nipponici, con un comune denominatore: la mobilità sostenibile in vista delle prossime Olimpiadi 2020 a Tokyo. L'auto del futuro secondo Toyota sarà a idrogeno perché, rispetto all'elettrico, permette un pieno in pochi minuti, come un modello benzina o diesel, ma assicura fino a 1.000 chilometri di autonomia. Il concept fuel-cell Fine-Comfort Ride (linea di carburante a basso consumo) anticipa un crossover di lusso dal design molto scolpito a coda tronca, che rappresenta un'evoluzione dell'attuale C-Hr ma può ospitare fino a sei passeggeri. In più, grazie alla guida autonoma, la configurazione degli interni diventa a salotto. In casa Lexus tengono a mantenere il segreto sino alla vigilia, ma pare essere pronta al debutto un'evoluzione del grande Suv Rx con tre file di sedili, mentre la variante di serie del crossover compatto Ux probabilmente slitterà a Ginevra 2018. E poi dovrebbe esserci un'ammiraglia fuel-cell, un dispositivo elettrochimico che combina idrogeno e ossigeno mediante un catalizzatore. Due prototipi per mostrare il futuro prossimo e il futuro remoto di Mazda. Il primo, vicino alla produzione dovrebbe anticipare la futura generazione della Mazda3 prevista per il 2018-2019. La prossima Mazda3 sarà anche il primo modello a impiegare una nuova architettura per le compatte e la nuova generazione di motori benzina Skyactive-X ad accensione comandata, che combina bassi consumi ed emissioni ridotte di un diesel pur bruciando benzina. Con un secondo modello di ricerca la casa di Hiroshima mostra l'evoluzione del linguaggio stilistico Kodo-design, lanciato per la prima volta nel 2012. Si tratta di una berlina-coupé dalle linee sensuali, esaltate da un lungo cofano che si innesta con il corpo centrale della vettura e chiude su una coda corta. A Tokyo sono protagoniste le visioni futuristiche di Suv e crossover come il piccolo e-Survivor della Suzuki, un off-road in taglia extrasmall, due posti secchi, trazione integrale hi-tech e motore elettrico indipendente per ciascuna ruota. Questo prototipo dovrebbe prefigurare i tratti della nuova Jimny attesa per il 2018. Dalla Mitsubishi un Suv-coupé, battezzato E-Evolution Concept, un concentrato di innovazione tecnologica e intelligenza artificiale che sarà anche l'apripista del futuro linguaggio stilistico della casa recentemente entrata a far parte dell'alleanza Renault-Nissan. Con l'Ev Concept, una quasi vettura di serie, la Honda aveva prefigurato al salone di Francoforte i contenuti dell'utilitaria elettrica prevista per il 2019, basata su una nuova piattaforma destinata a modelli a batteria in diversi segmenti. Alla rassegna nipponica è arrivata una piccola Honda elettrica: la Concept Sports Ev dalla silhouette compatta con linee dinamiche e sportive, tratteggiate da un lunotto avvolgente che appoggia su una coda tronca, evocativo della S600 degli anni Sessanta. Con la sorella Ev Concept oltre al telaio, la sportiva condivide anche i gruppi ottici posteriori quadrati. Non sembrano esserci legami tra il modello Ev che la Honda lancerà in Cina il prossimo anno e questi prototipi, e che genereranno delle gamme di prodotti per il Giappone e l'Europa. Sempre in tema di compatte sportive elettriche, a Tokyo la Nissan svelerà un concept che prefigura un'eventuale variante Nismo della seconda generazione della Leaf. La casa giapponese ha infatti deciso di investigare se l'idea di una compatta sportiva sia applicabile anche alle auto elettriche, immaginando una sorta di Ev Gti. Il secondo concept Nissan dovrebbe essere il tanto atteso crossover a batteria, per il momento presentato come contenitore di una strategia di "mobilità intelligente" che unisce elettrificazione con guida autonoma e connettività, ma destinato a entrare presto in produzione.

MARGHERITA SCURSATONE

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 29 ottobre 2017

 

 

Roghi in Piemonte, inquinamento record
TORINO - Una giornata senza vento ha consentito di fermare o rallentare il fronte degli incendi in Piemonte. Dal Canavese alle valli del Cuneese, la situazione è migliorata, ma l'allerta resta massima, ha ammonito il presidente della Regione, Sergio Chiamparino. Oggi, infatti, è previsto che torni a soffiare il vento, con raffiche - annuncia Arpa - «forti o molto forti» dalle Alpi Cozie alle Lepontine, una vasta regione che comprende anche le vallate devastate dai roghi di questa settimana. Il vento foenh potrebbe arrivare fino alle pianure. Continuerà quindi la battaglia contro roghi che hanno distrutto già migliaia di ettari di pascoli e foreste, minacciando aree di grande pregio ambientale, come il parco nazionale del Gran Paradiso, a rischio per le fiamme che si sono propagate a Locana in Valle Orco, e alla più vasta cembreta d'Europa, il bosco dell'Alevè, nel Saluzzese. Mentre si combatte l'emergenza, partono anche le indagini dei carabinieri forestali: a fare scoppiare i roghi potrebbe esserci stata anche la mano degli incendiari. Ma è rientrato l'allarme per i due sospetti inneschi trovati nei boschi di Cumiana (Torino): erano probabilmente solo mucchi di legna preparati per fare un barbecue, peraltro vietato dal 10 ottobre in Piemonte, quando è stato dichiarato lo stato di massima pericolosità per gli incendi boschivi. E mentre gli incendi continuano a interessare anche i boschi del Varesotto, il Lombardia, a Torino la concentrazione di polveri sottili nell'aria è arrivata a livelli mai raggiunti, 354 microgrammi al metro cubo: 7 volte superiore ai limiti di legge.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 28 ottobre 2017

 

 

In fiamme 2mila ettari di boschi - Piemonte, il governatore Chiamparino chiede lo stato di emergenza
TORINO - Incendi senza tregua in Piemonte. La giornata di ieri è stata forse la peggiore, con la Valle di Susa in piena emergenza, intere frazioni evacuate e un allarme, poi rientrato, per una squadra di Vigili del fuoco accerchiata dalle fiamme. I roghi restano estesi anche in altre vallate della provincia di Torino, in particolare nel Canavese, in Valchiusella, e nel Cuneese. Alimentati dal vento, che ha soffiato fino a 137 km all'ora in alta quota, e favoriti dalla gravissima siccità, gli incendi hanno già distrutto oltre 2mila ettari di pinete, boschi e pascoli. Il fronte complessivo è esteso su 120 chilometri e la giunta regionale, presieduta da Sergio Chiamparino, ha formalizzato al governo la richiesta dello stato di emergenza. «L'allerta resterà massima anche la prossima settimana», ha spiegato Chiamparino. In Piemonte ieri hanno operato oltre 2.000 volontari, carabinieri forestali e vigili del fuoco. In azione 5 Canadair dei Vigili del fuoco, un elicottero e 50 squadre a terra. Oltre al fuoco, a spaventare è il denso fumo spinto dal vento a fondovalle: a Torino la concentrazione di polveri sottili ha sfiorato i 200 microgrammi al metro cubo, quattro volte oltre la soglia massima consentita. La fuliggine si è depositata in tutti i quartieri.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 27 ottobre 2017

 

 

La Regione mette fretta ad Arvedi sui "parchi" - Dipiazza minaccia cause
Si acuiscono i contrasti sugli spolveramenti e la copertura dei parchi minerali della Ferriera di Servola. La Conferenza dei servizi ha stabilito che il progetto di fattibilità del Gruppo Arvedi per la copertura delle aree a parco passerà al vaglio del ministero dell'Ambiente, ma la Regione Fvg impone all'azienda, in attesa della realizzazione, la presentazione entro 90 giorni di un piano d'intervento per contenere gli spolveramenti. Una situazione che non trova però l'approvazione del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, che annuncia il ricorso alle vie legali: «Non si può pensare di coprire i parchi minerali nel 2022». È quanto emerso ieri dalla terza seduta della Conferenza (della quale fanno parte Regione, Comune, Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste, Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente e Vigili del fuoco). Fa sapere la Regione: «La Conferenza, dopo aver valutato il progetto Arvedi, ha considerato come adempiute le prescrizioni imposte dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), rimarcando però con vigore che i tempi per la progettazione e la realizzazione dell'intervento devono essere considerevolmente ridotti rispetto a quelli previsti dal cronoprogramma dell'azienda siderurgica». Nello specifico la Conferenza ha richiesto che il termine per la consegna degli elaborati definitivi del progetto venga fissato in 60 giorni rispetto ai 140 proposti da Arvedi e per gli elaborati esecutivi in 40 giorni contro i 130 previsti dalla proprietà dell'impianto. Il progetto, del valore stimato di 38 milioni di euro, prevede la realizzazione di due capannoni alti circa 40 metri e lunghi circa 280 metri, per progettare i quali e ottenere le autorizzazioni alla costruzione Arvedi stima un periodo di circa due anni, che si aggiungono ai due anni circa necessari alla realizzazione dell'opera. Intervenendo sul tema, l'assessore regionale all'Ambiente, Sara Vito, ha evidenziato che le migliorie apportate all'impianto «devono garantire una riduzione delle immissioni nell'atmosfera, ma è necessario intervenire rapidamente per evitare il ripetersi degli spolveramenti. Il progetto di copertura dei parchi, sul quale dovrà esprimersi il ministero, rappresenta una soluzione, ma la sua realizzazione richiederà tempi lunghi, quindi la Regione vuole che l'azienda individui e attui azioni concrete per risolvere il problema fino a che la struttura non sarà operativa».Commenta invece Dipiazza in un video su Fb: «Per l'ennesima volta il progetto sulla copertura dei parchi minerali appare come una presa per i fondelli da parte della proprietà a tutti noi in quanto il progetto di copertura parchi prevede la sua realizzazione nel 2022. Oltre ad aver diffidato la proprietà a seguire le tempistiche che abbiamo dettato capaci di ridurre di oltre la metà i tempi di progettazione, abbiamo anche chiesto di intervenire immediatamente per l'eliminazione degli episodi di spolveramento. In Conferenza dei servizi ho anche comunicato che il Comune di Trieste ha individuato l'avvocato che ci affiancherà nell'azione che stiamo portando avanti a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini».

(g.tom.)

 

 

INCONTRO A PARENZO - Collaborazione transfrontaliera tra Italia e Croazia sulla pesca

TRIESTE - La nuova collaborazione transfrontaliera tra regioni italiane dell'Alto Adriatico (Fvg, Veneto ed Emilia Romagna) e quelle croate è stata al centro dell'incontro tenuto a Parenzo (Croazia) alla fiera internazionale della pesca Crofish 2017 cui hanno partecipato anche l'assessore regionale Fvg alle Risorse ittiche, Paolo Panontin, il ministro dell'Agricoltura della Croazia, Tomislav Tolusic, e il presidente della Regione Istriana, Valter Flego. A margine Panontin ha evidenziato che «l'Adriatico si differenzia notevolmente dagli altri mari europei: è importante che, attraverso margini di flessibilità della normativa Ue, la gestione delle risorse e attività di pesca sia coordinata tra marinerie contigue e regioni transfrontaliere». Il rafforzamento della collaborazione transfrontaliera potrebbe consolidarsi in un tavolo tecnico istituzionale allargato a marinerie e esperti per soluzioni di tutela e incremento risorse ittiche. Tra i temi pure l'ipotesi di un nuovo programma strategico per la tutela delle risorse marine.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 ottobre 2017

 

 

Ambiente -  La Regione mantiene le limitazioni alla Ferriera
Il gruppo Arvedi chiede alla Regione di revocare i limiti produttivi della Ferriera ma l'assessore all'Ambiente Sara Vito, replicando a un'interrogazione del consigliere grillino Andrea Ussai, risponde che la revoca potrà avvenire solo quando i valori saranno certificati e verificati dall'Arpa. La Vito ha ricostruito in sintesi la vicenda, partendo dal decreto di diffida 1998/2017, ricordando che le colate mensili non possono superare quota 290, che la marcia dell'altoforno deve restare entro le 34 mila tonnellate mensili, che la produzione di coke deve limitarsi alla stretta funzionalità della ghisa. E ha comunicato che sono state autorizzate «un numero maggiore di colate di minor durata» così da ottenere un miglioramento delle prestazioni ambientali dell'impianto. Lo scorso 13 ottobre Acciaieria Arvedi ha domandato la revoca della diffida, in quanto gli interventi realizzati in Ferriera - a cominciare dalla bocca da forno dell'altoforno - fanno ritenere che il rispetto dei valori sia immediatamente conseguibile. Quindi, il provvedimento limitativo non avrebbe più ragione di essere. Ma, come abbiamo visto, Sara Vito ha detto di non accontentarsi dell'annuncio, vuole avere certezza che gli interventi effettuati garantiscano il rispetto dei valori stabiliti dall'Aia. Per cui prima i controlli validati, poi l'eventuale superamento delle limitazioni produttive. Ussai ha commentato criticamente la risposta dell'esponente giuntale regionale. Contestando soprattutto la concessione di un numero maggiore di colate «in modo arbitrario e unilaterale ... Una decisione che calpesta i parametri previsti dall'Aia ... attraverso una Conferenza dei servizi». Il giudizio complessivo resta severo: «La giunta Serracchiani - scrive Ussai - continua a temporeggiare e a essere succube del gruppo Arvedi». Il consigliere del M5s chiede che venga definito un nuovo accordo di programma, tale da integrare l'area servolana con lo sviluppo portuale, così da superare la produzione "a caldo".

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 ottobre 2017

 

 

«Dalla green economy 3 milioni di posti»
La green economy ha già creato quasi 3 milioni di posto di lavoro green (2.972.000), ossia occupati che applicano competenze 'verdi'. Una cifra che corrisponde al 13,1% dell'occupazione complessiva nazionale, destinata a salire ancora entro dicembre. È quanto emerge dal rapporto GreenItaly 2017, ottavo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere. Nello specifico dall'economia verde arriveranno quest'anno 320 mila green jobs e considerando anche le assunzioni per le quali sono richieste competenze green si aggiungono altri 863 mila occupati. Insieme all'occupazione, la green economy crea anche ricchezza: i quasi 3 milioni di green jobs italiani contribuiscono infatti alla formazione di 195,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 13,1% del totale complessivo.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 24 ottobre 2017

 

 

Ttp "allunga" le corse fino alla Marittima - L'ad Napp punta ad una sinergia con il settore crocieristico «I passeggeri dalle Rive potrebbero salire subito in Carso»
«Il tram è una piccola chicca a cui i triestini sono legatissimi e che si presta anche a una funzione turistica, ma il capolinea di piazza Oberdan è stato pensato 100 anni fa, in una zona che non è affatto turistica. Ecco perché un'idea interessante, secondo me, potrebbe essere collocare il capolinea stesso sulle Rive». Nel giro di proposte che in questi giorni arrivano dai triestini che stanno firmando le petizioni su carta e web per rivedere il tram "in moto" verso Opicina, c'è anche quella di Franco Napp come amministratore delegato di Ttp, la Trieste Terminal Passeggeri Spa. Un'idea, la sua, pensata nel momento della firma pro-trenovia, che l'ad di Ttp sigla per la seconda volta. La prima era stata nel 2014 in scia a un'iniziativa indetta dal Piccolo, dopo che il tram era stato fermo per oltre un anno. «Il Delfino verde al Molo quarto raccoglieva una presenza di passeggeri minore rispetto a quando è stato poi spostato sul molo Audace, con direzione Grado. Il capolinea per i visitatori è legato alla visibilità, non solo alla sua conoscenza», afferma Napp. Perché non pensare a qualcosa di più per sfruttare al meglio questo patrimonio, dunque? È quanto si chiede Napp, che aggiunge: « Ai triestini piacerebbe di sicuro, il progetto. Tutto è da verificare, ovviamente, non sono un tecnico ferroviario, ma sarebbe auspicabile che il tram transitasse sul lungomare, come accadeva con i tram urbani di un tempo. Questo mezzo deve essere visto anche in ottica turistica - sostiene Napp - pur mantenendo la fruibilità per i residenti, perché è un ottimo mezzo di trasporto». Il concetto di base sarebbe quello di far passare comunque la 2 per piazza Oberdan e farla arrivare a Opicina, sfruttando le vie interne, magari via Milano o via Valdirivo, dove, secondo Napp, «visto che la frequenza di passaggio del tram è abbastanza ridotta rispetto ai bus, non congestionerebbe il traffico». Sarebbe da rivedere poi, almeno in parte, pure la geografia dei parcheggi frontemare, gestiti proprio da Ttp. «Bisogna capire la fattibilità, i costi, i finanziamenti, dovrebbero aprire un tavolo il Comune e Trieste Trasporti, però credo che avendo noi a Trieste i massimi esperti del settore, che possono giudicare se sia o meno possibile la realizzazione, perché non provare. La rete tranviaria triestina è importante e ci sono tante città che hanno rivisto il trasporto su rotaia, quindi perché non valorizzare di più quello che già abbiamo?». L'ipotesi - ritiene sempre l'ad di Ttp - potrebbe interessare le compagnie di navi, che «farebbero un accordo con chi gestisce la trenovia - spiega - garantendo un numero sicuro di passeggeri che, una volta sbarcati, salirebbero direttamente a bordo del tram, per esempio su una corsa in partenza alle 9.30 dalle Rive e alle 12 da Opicina». «La compagnia compra i biglietti e li rivende ai suoi croceristi. La vendita integrata di biglietti si assiste di frequente nel mondo dei trasporti». E per non intasare il viavai di residenti, Napp propone anche un'altra soluzione: rendere fruibile ai turisti le vetture in orari non di punta. «Si potrebbe fare ricorso a più vetture, recuperandole un po' in giro per il mondo», suggerisce ancora l'ad di Ttp: «Quello su rotaia è un modo di viaggiare pulito, rispettoso dell'ambiente».

Benedetta Moro

 

 

Discarica record scoperta a Opicina - Recuperati a Pian del Grisa 152 copertoni abbandonati. A Banne spunta un proiettile della Grande Guerra
OPICINA - Oltre 150 copertoni di auto e camion recuperati in un'unica zona del Carso. È probabilmente una discarica da guinness dei primati quella che è stata smantellata dall'associazione ambientalista Sos Carso in un solo, intensissimo pomeriggio. "Armata" di guanti di lavoro, sacchi neri, un furgoncino e tantissima energia, una quindicina di volontari triestini ha ripulito infatti un'area verde in zona Pian del Grisa, vicino a Opicina. Un lavoraccio che ha riportato alla normalità una zona boschiva in cui si era accumulato, appunto, un qualcosa come 152 gomme gettate vergognosamente in una dolina. Come se non bastasse, nella stessa area, sono stati recuperati altri quattro manufatti - due frigoriferi, una lavatrice e un boiler - oltre ad una decina di sacchi neri riempiti con materiali in plastica e vetro. La giornata dei volontari di Sos Carso era iniziata in un'altra località del Carso triestino, più esattamente a Banne. Qui, all'interno di un bosco adiacente il sentiero Cai numero 2, sono state recuperate "solamente" 13 gomme di camion, assieme a ferraglia varia e materiale sparso in plastica e vetro, per un totale di una quindicina di sacchi neri. E proprio a Banne uno dei volontari si è ritrovato tra le mani un'incredibile sorpresa: un piccolo ordigno bellico risalente alla Prima guerra mondiale. Come emerso successivamente Fabio Mergiani, membro del Gest (il Gruppo escursionisti triestini), è incappato in un proiettile di cannone da 75 mm inesploso, a pochi metri dalla rete di recinzione dell'autostrada. Prontamente sono state chiamate le forze dell'ordine per recuperare l'oggetto. In poco tempo sono arrivate sul posto tre volanti che hanno messo al sicuro il reperto portandolo via in una speciale valigia. Una scoperta particolare, che ha vivacizzato le discussioni del pranzo dei volontari che dopo un buon piatto di gnocchi caldi, si sono spostati a Pian del Grisa, dove è stato effettuato il repulisti da record con oltre 150 gomme. «Ne abbiamo fatte diverse, di uscite ecologiche nel nostro amato Carso, ma questa giornata è stata davvero epica per noi: raccogliere 165 copertoni di auto e camion oltre ad una trentina di sacchi neri di spazzatura è stato un risultato davvero notevole, che al tempo stesso fa riflettere sulla mancanza di senso civico da parte di alcune persone», racconta Cristian Bencich, portavoce e cofondatore di Sos Carso. Intanto la pagina Fb dell'associazione, apartitica e apolitica, ha raggiunto grazie al suo encomiabile lavoro oltre 600 like in pochi mesi dalla sua nascita. «Noi come volontari possiamo fare tanto ma chiaramente non tutto - spiega Bencich - e per questo quando qualcuno va a passeggiare in Carso può sempre riempire almeno un sacchetto. Certo, noi possiamo riempire un bidone o anche due, ma per quanto riguarda i problemi grossi, vedi le ex discariche, onestamente confidiamo che in un prossimo futuro chi di competenza possa iniziare a fare qualcosa per rimediare». Il lavoro di Sos Carso rimane assolutamente volontario. Anche se le donazioni di guanti da lavoro e sacchi neri sono sempre ben accetti. «Entro l'anno vorremmo fare almeno ancora un'operazione di pulizia. Abbiamo in mente alcune zone che ci sono state segnalate da alcuni cittadini - conclude Bencich - e una di queste è quella di Fernetti, sul sentiero vicino all'autoporto».

Riccardo Tosques

 

È polemica a San Dorligo sulla nuova raccolta rifiuti - DOPO l'assemblea promossa dall'opposizione
SAN DORLIGO - «Sacchetti che si rompono», una «cattiva distribuzione dei raccoglitori sul territorio», e ancora «scarsa considerazione per le richieste della popolazione». Le acque sono sempre più agitate a San Dorligo della Valle sul tema della raccolta rifiuti. In risposta alla conferenza stampa tenuta dal sindaco, Sandy Klun, la scorsa settimana, nel corso della quale, assieme ai tecnici della "A & T 2000", la società "in house" che da luglio si occupa del servizio, il sindaco stesso aveva parlato di «dati confortanti nella raccolta rifiuti», va registrata la polemica presa di posizione del gruppo "Uniti nelle tradizioni" che in Consiglio comunale siede all'opposizione. I due rappresentanti del movimento, il capogruppo Boris Gombac e il consigliere Massimiliano Dazzi, hanno promosso e coordinato una pubblica assemblea che ha visto una folta partecipazione di cittadini, arrabbiati per la qualità del servizio, che hanno definito «scarsa», mentre Gombac e Dazzi hanno classificato «deliranti le parole con le quali Klun si è magnificato del proprio operato, vantando incredibili performance, basate solamente su previsioni». «Le lamentele della popolazione - così Gombac e Dazzi - dicono di un andamento della raccolta rifiuti molto peggiorato col nuovo gestore». I presenti hanno bocciato il sistema dei sacchetti appesi, preoccupati per «le conseguenze igieniche, di decoro e di degrado ambientale che tale soluzione comporta». L'assemblea si è espressa per il ritorno ai bidoncini colorati, nei quali inserire i sacchetti per le case unifamiliari, mentre per i condomini sono state proposte «isole ecologiche riservate, con raccoglitori da 1100 litri con chiavi in cui conferire i sacchetti». «Urgente» è stato definito il problema della raccolta del verde vegetale proveniente dallo sfalcio. «Sono tanti i nostri concittadini anziani - hanno ricordato Gombac e Dazzi - e non tutti automuniti. La richiesta, forte e rimarcata, è di dotare tutte le frazioni di appositi cassonetti per la raccolta del verde». Ribadita poi la necessità di «utilizzare sacchetti in plastica biodegradabile» e di «rimodulare la frequenza della raccolta, in modo che plastica e lattine siano prelevate settimanalmente».

Ugo Salvini

 

 

«Il rilancio passa dal recupero delle Noghere» - Il neosegretario del Pd di Muggia Micor: «Turismo, welfare e lavoro i primi temi da affrontare»
MUGGIA - Vigile urbano classe 1979, padre di due bambini, da sempre legato al centrosinistra. Il consigliere comunale Massimiliano Micor è il nuovo segretario del circolo muggesano del Pd. Micor, qual è lo stato di salute del circolo? Il circolo è il motivo per cui questo partito può essere il punto di riferimento per i muggesani che credono in determinati valori. I circoli sono la parte sana del partito, che purtroppo a livello dirigenziale si è chiuso in se stesso isolandosi dai militanti. Nel 2016 il Pd ha ottenuto a Muggia 1066 voti, oltre 750 in meno rispetto al 2011. Vede continuità tra l'operato di Nesladek e quello di Marzi?Gli scenari nei quali la Giunta attuale sta operando sono profondamente diversi rispetto al passato. Chi ci ha preceduto ha posato dei mattoni importanti per la costruzione della Muggia futura: adesso quest'opera deve essere terminata, visto che il progetto finale è condiviso. Ci sono prospettive di dialogo con l'opposizione? Abbiamo dimostrato che su alcuni temi possiamo convergere, tutti vogliamo il bene comune. Difficilmente però potremo trovarci in accordo quando si parla di unioni civili, Ius soli e diritto all'accoglienza. Tema sicurezza. Aumentare le videocamere è la soluzione? Spesso la percezione non corrisponde alla realtà, comunque credo che l'installazione di telecamere non sia la panacea di tutti i mali. A questa si deve affiancare un lavoro capillare di controllo del territorio. Alto Adriatico. Quale il futuro del piazzale? Per ora è una risorsa sprecata. Vista la posizione in cui sorge e visti i probabili futuri interventi su quell'arteria potrebbe diventare un'area polifunzionale. La sua opinione sul nuovo regolamento dei velocipedi in centro storico? Sono sempre stato scettico al riguardo, ma credo anche sia controproducente ridurre tutto il dibattito all'ordinanza in sé. Penso si debba calibrare le stessa in previsione di uno sviluppo del trasporto su bici fondamentale sia in ottica turistica sia di trasporto pulito. Sul fronte rifiuti dal 2018 partirà il "porta a porta". I muggesani sono pronti? Più si differenzia più si ricicla, più si ricicla più i rifiuti possono diventare una risorsa. Per raggiungere determinate percentuali di differenziazione si è scelta questa strada, la più coraggiosa. Inizialmente ci saranno delle criticità, ma la qualità dell'informazione sarà decisiva. I prossimi tre macro-temi che intende promuovere a livello politico-amministrativo? Turismo: bisogna terminare i lavori sulla costa e completare un percorso ciclabile che arrivi a Ospo. Sociale: difesa delle classi più deboli, pietra miliare della nostra politica. Lavoro: recupero dei terreni ex Ezit nella valle delle Noghere per mettere in moto un'opportunità di sviluppo.

(r.t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 23 ottobre 2017

 

 

Nasce a San Dorligo una mail speciale per il "caso odori"
La Seconda commissione del Consiglio comunale di San Dorligo competente in materia di ambiente, che ha promosso il tavolo tecnico sulla "questione odori" riconducibili alla vicinanza degli insediamenti industriali e portuali alle case, ha istituito un indirizzo di posta elettronica «dedicato ai cittadini, al quale indirizzare segnalazioni riguardanti criticità di carattere ambientale pertinenti al territorio comunale di San Dorligo Della Valle - Dolina». Lo rende noto con un comunicato Roberto Potocco , consigliere comunale in quota Pd e presidente della stessa Seconda commissione Ambiente del Comune di San Dorligo, che prossimamente - in scia ai primi confronti riservati ad addetti ai lavori, istituzioni e rappresentanti delle aziende insediate sul territorio - convocherà una nuova riunione del tavolo tecnico sulla "questione odori" aperta però, in questo caso, alla cittadinanza.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 22 ottobre 2017

 

 

«Il vertice dell'Ente porto non ci informò sull'amianto» - La testimonianza dell'ex sindacalista e dipendente dell'Eapt Giuliano Veronese
Il collega: «Nessuna prescrizione». Il tecnico Laureni: «L'amministrazione sapeva»
La testimonianza di Giuliano Veronese, già sindacalista della Cisl poi di Unionquadri e funzionario dell'Ente autonomo del porto (Eapt), si è rivelata molto importante nel giudizio civile che ha determinato la decisione sul risarcimento per le morti causate dall'amianto. «Da parte della direzione portuale - racconta Veronese, entrato giovanissimo in porto nel 1961 quando aveva 19 anni - non c'è mai stata alcuna prescrizione che avvertisse i lavoratori riguardo la pericolosità dell'amianto e che indicasse le misure da assumere perlomeno per limitare il pericolo». Nella prima metà degli anni Settanta Veronese era pesatore negli hangar di calata nel Porto nuovo, dove veniva sbarcato l'amianto: «Era imballato in sacchi di carta, sacchi che venivano sbarcati con le gru e successivamente spostati a mano dentro i magazzini. Spesso i sacchi si aprivano, quindi il contatto o l'aspirazione dell'asbesto erano altamente probabili». «Abbiamo saputo che il vertice portuale era a conoscenza di questi livelli di pericolosità e abbiamo saputo di lettere che furono scritte alle associazioni imprenditoriali - riprende Veronese - ma queste informazioni non raggiunsero mai i lavoratori». Una ricostruzione che coincide con i nitidi ricordi di Guido Ingrao, anch'egli "quadro" dell'amministrazione portuale, con una lunga gavetta sulle banchine. Classe 1946, prime esperienze con ditte di spedizione, poi l'assunzione all'Eapt dove è rimasto fino al 1998 «quando consegnai le chiavi del Molo VII agli olandesi di Ect». Anche Ingrao era pesatore negli anni '70: «Mi pare che gli sbarchi di amianto riguardassero gli hangar 51, 53, 62, 63. Probabilmente alcuni di questi sono stati abbattuti. Sacchi di carta vulnerabili, "nuvole" di polvere quando avveniva lo sbarco mediante gru fisse, che a loro volta montavano strutture in asbesto ... In giro per i magazzini si potevano trovare partite residue di minerale». E Ingrao conferma: «Nessuna prescrizione, nessuno sapeva. Perlomeno noi lavoratori non sapevamo. Non ricordo alcun controllo medico specifico». Poi il giovane pesatore salì di grado e venne assegnato ai traffici specializzati, dove ebbe la responsabilità operativa del terminal container: «Ma lì non c'erano problemi di amianto». Quando Veronese accenna a una lettera spedita dall'Eapt alle associazioni d'impresa, fa riferimento a un documento la cui copia è in possesso di Umberto Laureni, già manager dell'Asl e assessore all'Ambiente nella giunta Cosolini. La missiva risaliva al febbraio 1978 ed era firmata dall'allora direttore dell'Ufficio del lavoro portuale, Lorenzo Colautti: rappresentava il frutto di una serie di riunioni e di scritti susseguitisi nell'autunno 1977. L'oggetto della lettera, diretta ad armatori-agenti marittimi-spedizionieri-industriali, era inequivocabile: "Manipolazione dell'amianto nel porto di Trieste". La Compagnia portuale aveva chiesto all'Eapt quali misure di sicurezza adottare «stante la ravvisata pericolosità» della merce trattata. La «soluzione ottimale», secondo Colautti, consisteva in un imballaggio consono: o palettizzazione con ricopertura plastica oppure impiego del container. In questa maniera - scriveva Colautti - si sarebbero tutelati i lavoratori e si sarebbe evitato l'inquinamento dell'aria circostante.In realtà Colautti recepiva una prescrizione contenuta nella relazione del 7 dicembre 1977 preparata dal Servizio medicina del lavoro, che all'epoca era ancora una struttura amministrativa comunale. Struttura di cui faceva parte il neo-assunto ingegnere Umberto Laureni. «Non si può dire che l'amministrazione portuale non sapesse - rammenta Laureni - perché i problemi posti dalla manipolazione dell'amianto erano numerosi, dalle modalità meteo al vestiario, dalle raccomandazioni di non fumare all'igiene personale. Chi doveva sapere sapeva, perché noi avevamo provveduto ad avvisare».

Massimo Greco

 

 

Mobilità sostenibile energeticamente

Domani alle 10.45, all’Università in Sala Cammarata (piazzale Europa 1), verrà dato il via ai lavori del progetto Muse “Collaborazione transfrontaliera per la mobilità universitaria sostenibile energeticamente efficiente”.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 21 ottobre 2017

 

 

Amianto killer in banchina - In arrivo altre due sentenze - In ballo richieste per un milione dopo i 645mila euro riconosciuti nel ricorso pilota
L'Autorità portuale rischia altri due maxirisarcimenti per decessi da amianto nell'arco di un paio di mesi. Il caso di Gino Gruber, l'ex dipendente della Compagnia portuale Terra morto nel 2015 per mesotelioma, non è l'unico: l'Authority, in questi giorni condannata in primo grado dal giudice del lavoro del Tribunale di Trieste a pagare 645mila euro, potrebbe presto incappare, dunque, in una doppia sentenza milionaria, attesa tra novembre e dicembre. I fascicoli in mano ai magistrati riguardano, in particolare, due ex operatori in sevizio all'allora Ente porto: assunti tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, andati in pensione attorno al '90 e morti recentemente proprio a causa della continua esposizione al pericoloso materiale, avvenuta sulle banchine dello scalo durante le operazioni di scarico dei sacchi. In quell'epoca il traffico navale, per questo tipo di merce, abbondava: a Trieste, tra gli anni Sessanta e Novanta, erano approdate circa 600mila tonnellate di amianto. Quando le gru imbragavano la merce, una parte andava distrutta: i sacchi erano di carta. La polvere, così, si liberava nell'aria, depositandosi nei magazzini e sul resto degli stoccaggi. E veniva respirata, inevitabilmente, con rischi devastanti per l'organismo: d'altronde ogni grammo di amianto, come emerso nei processi, conteneva ben 10 milioni di fibre. E i portuali, ignari, lavoravano senza alcuna misura di sicurezza. Le altre due famiglie che hanno ingaggiato la loro battaglia contro l'Authority sono difese dall'avvocato Fulvio Vida, analogamente ai parenti di Gruber. Il legale è da anni uno specialista in questo genere di controversie. Se l'esito processuale dovesse concludersi a favore delle parti lese, l'Autorità portuale si troverebbe a saldare una cifra attorno al milione di euro. Circa 500mila euro per una delle due vittime, e 500mila per l'altra. Due casi, questi, che rientrano nelle tragiche statistiche sui decessi da amianto. L'ultimo report di giugno, che ha tenuto conto sia della provincia di Trieste che di quella di Gorizia, parlava di 273 vittime certificate. 196 nell'Isontino e 77 nel capoluogo giuliano. Ma ulteriori accertamenti ancora in corso su altre persone scomparse potrebbero far schizzare il dato a quota 380. Numero destinato a gonfiarsi ulteriormente, stando ai timori degli esperti, visto che l'incubazione della patologia ha un periodo trentennale. Non a caso i decessi avvenuti in tempi più recenti riguardano operatori che avevano svolto la propria attività professionale, per l'appunto, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Novanta. Si stima peraltro che in quell'epoca sarebbero stati almeno duemila i portuali impiegati nelle operazioni di carico e scarico dalle navi e dai treni. Ora la sentenza sulla vicenda di Gino Gruber crea di fatto un precedente giudiziario di non poco conto: per Trieste si è trattato del primo maxirisarcimento per un lavoratore di una compagnia portuale. Il provvedimento del Tribunale ha infatti accertato la responsabilità diretta sulla salute delle persone dell'allora Ente porto. La compagnia non era una società esterna, ma incarnata nelle struttura logistica. Forniva manodopera in quantità per il lavoro sulle banchine. Nessuno dei manovali sapeva a cosa andava incontro. E chi sapeva, ai piani alti, non ha fatto nulla.

Gianpaolo Sarti

 

L'intervista - «Negli uffici dell'Ente non se ne parlava mai»
Ha vissuto con l'incubo dell'amianto per tutta la vita. Prima con la morte del padre, un ex artigiano specializzato negli impianti sanitari e di riscaldamento. Poi, più o meno consapevolmente, con il suo impiego in porto tra gli anni Settanta e Novanta. Gianmarco Misigoi, 65 anni, non era solo un gruista, a diretto contratto con chi si occupava delle operazioni di carico e scarico merci sulle banchine, ma ha fatto carriera anche come funzionario. «In amministrazione, in quegli anni, non ho mai sentito parlare di amianto», afferma. «Io, almeno, non ne ho avuto la percezione. Anche se il pericolo era ormai noto. I giornali ne scrivevano». Esattamente in quale periodo ha lavorato per l'Ente porto?Io sono stato assunto nel 1977. Ho lavorato come gruista fino al 1982, in quel periodo mi sono trovato diverse volte nelle banchine dove si sbarcava l'amianto. Successivamente ho fatto la carriera amministrativa. Come funzionario mi sono occupato dei contenziosi e del piano regolatore, mai di questioni connesse all'amianto. Cosa ricorda di quando faceva il gruista?Ricordo innanzitutto che un anno dopo la mia assunzione è morto mio padre, a 49 anni. Aveva un tumore al polmone. Una cosa fulminante, se n'è andato in tre mesi. Era un artigiano, un libero professionista specializzato negli impianti sanitari e di riscaldamento. Maneggiava amianto: perché le isolazioni dei tubi, specialmente nei locali caldaia, contenevano quel materiale. I medici dicevano che la causa della morte poteva essere l'esposizione all'amianto. «Ma come?», mi sono detto io, «è roba che maneggiamo in porto». Come veniva maneggiato?Era in sacchi di carta che si rompevano spesso durante le operazioni di scarico con le gru. La polvere andava dappertutto come nebbia. Io che lavoravo a 15-20 metri di altezza vedevo bene tutto. Nessun portuale era dotato di misure di sicurezza. Ma lei che poi ha fatto il funzionario, sa forse se negli ambienti amministrativi si discuteva del problema?La pericolosità era nota, anche perché iniziavano i primi casi e si leggeva di cosa succedeva sui giornali. Ma non ho avuto la percezione che negli uffici dell'Ente porto se ne discutesse seriamente. Si è mai occupato della sua salute?Certo, faccio periodicamente delle radiologie. Finora non mi è stata riscontrata alcuna placca.

(g.s.)

 

Gli ex portuali fra ricordi e ansia - «Fibre ovunque se soffiava bora»
Pende come "una spada di Damocle", che potrebbe scendere da un momento all'altro. «Certo, non ci pensi ogni venti minuti, soprattutto se non hai sintomi, altrimenti non vivi più, ma comunque è inevitabile che ti venga in mente». Va così la vita di Rosario Gallitelli, 59 anni. Ha lavorato per l'Ente porto dal 1979 al 2010, e qualche anno prima in una cooperativa, presente anche come sindacalista. La paura che il tempo trascorso a contatto con l'amianto gli possa provocare un mesotelioma, sì, ce l'ha anche lui. Non fa distinzione tra chi era direttamente al servizio dell'Ente porto e chi invece faceva parte delle varie Cooperative portuali, dove - in quest'ultimo caso - i soci lavoratori erano impiegati sull'imbarco o allo sbarco e maneggiavano l'asbesto. Anche se i primi non toccavano direttamente con mano l'amianto, incorrevano nel rischio di inalarlo lo stesso. «Bora, la movimentazione in generale...in qualche modo vi si veniva a contatto - spiega Gallitelli -. Un sacco rotto da 25 chili ad esempio, in mezzo al piazzale: con un po' di bora il materiale volava dappertutto, si sono trovate tracce di asbesto nei magazzini dopo dieci anni. Chi era nelle Compagnie era più esposto, ma lo erano anche i commessi, i gruisti, i pesatori, questi ultimi ad esempio contavano i sacchi ed erano sotto la virata, bastava l'inalazione delle fibre di amianto, che coinvolgevano tutto il porto. Gli operatori della Compagnia prendevano in mano i sacchi - conclude -, magari gli altri erano a due metri da loro. Soci e lavoratori dell'ente erano tutti sulla "stessa barca", per usare un eufemismo». Lui ha fatto il gruista e poi il polivalente, un operativo, «ero comunque coinvolto». Di persone perite per amianto, tra amici e colleghi, personalmente Gallitelli ne ha conosciute una decina, soprattutto della Compagnia ma anche dell'Ente. Il decennio '70-'80 è il periodo in cui c'è stato il maggior numero di scarichi, sottolineano alcuni, che hanno visto imbarchi e sbarchi quotidiani di questo composto. «Ho ancora le agendine dove mi segnavo su che nave e in che giorno lavoravo, e la materia che sbarcavamo o imbarcavamo, perché c'erano tariffe diverse e serviva per controllare se era stato rispettato il compito», ricorda un altro lavoratore impiegato nella Compagnia, Luciano del Rosso, 70 anni, in porto dal settembre del '70 al maggio del '94. «Sulle pagine di questo diario quindi - continua - ho anche scritto tante volte "asbesto", così come tanti altri miei coetanei. Ci sono le prove». Motivo per cui «tanti colleghi sono morti o comunque sono affetti da mesotelioma - aggiunge Gallitelli -, ma non è una novità, perché lo sappiamo che l'amianto arrivava alla rinfusa, non c'era alcuna protezione, ora l'unico elemento di novità è che c'è un risarcimento. Finora abbiamo avuto sentenze che riconoscono l'esposizione dei portuali per tutti coloro che sono andati in pensione dopo il '92. Ciò però rappresenta un elemento di questo contenzioso, perché si cerca di far valere questo diritto anche per chi è stato esposto prima del '92». Del Rosso apparteneva alla sezione di bordo, «preparavamo i sacchi». Motivo per cui si è iscritto subito al registro esposti all'amianto, quando è nata l'iniziativa attorno al 2005. «Noi tutti eravamo soggetti all'amianto. Ricordo le nuvole che uscivano dai contenitori quando si rompevano. Oggi i miei colleghi e io sappiamo di questo stillicidio, per non dire morìa, che forse è una parola davvero brutta». L'iscrizione comporta visite periodiche che però, avverte del Rosso, avvengono molto di rado, «perché per chiamare tutte le persone, c'è molto tempo d'attesa, io ho aspettato cinque anni tra una visita e l'altra, per fortuna sono risultato sempre negativo». Nonostante questo «si vive un po' con l'ansia». Tanto che «dei miei colleghi - racconta - non hanno nemmeno risposto al richiamo dell'Azienda sanitaria, invece secondo me bisogna prendere coraggio e fare i controlli sempre più spesso». Gli esami consistono nei raggi e nella spirometria. «La cosa positiva è che con questo tesserino ricevuto dopo l'iscrizione abbiamo l'esenzione dei costi dei raggi per determinate aree del corpo, ma questi esami normali non vanno così in profondità come le altre due prove». Del Rosso, ricorda, per fortuna si faceva la doccia al lavoro, ma «portavo la tuta a casa per lavarla, così anche mia moglie ha fatto comunque degli esami, sempre negativi». Se nei primi tempi non si faceva nulla, dopo aver compreso la gravità dell'esposizione all'amianto, «si lavorava con un certa tutela, con mascherine bianche. Ci davano da bere anche del latte, dicevano che faceva bene...».

Benedetta Moro

 

San Dorligo - Odori oltre i limiti di legge - Il tavolo si apre ai cittadini
SAN DORLIGO DELLA VALLE - È ben oltre i limiti di legge, in misura superiore al 2%, l'inquinamento da odore nel territorio comunale di San Dorligo della Valle. È questo il preoccupante dato emerso nel corso della prima riunione ufficiale sul "caso odori" in scia al tavolo tecnico organizzato dal Comune guidato dal sindaco Sandy Klun e promosso dalla Commissione consiliare per l'Ambiente, presieduta da Roberto Potocco. All'invito dell'amministrazione hanno aderito, fra gli altri, Alessio Tilli, direttore generale della Tal Oil Siot, Andrea Soldan, manager della Wärtsilä, Eric Marcone, dirigente dell'Autorità portuale, Maria Grazia Fornasiero, responsabile del Dipartimento di Trieste dell'Arpa, Lucio Petronio, dell'Azienda sanitaria universitaria integrata, nonché numerosi consiglieri comunali. «Un consesso ampio e qualificato - ha spiegato Potocco - perché il problema è grave, sussiste da tempo, da più di dieci anni per essere precisi, e, davanti alle proteste della cittadinanza, è ferma intenzione dell'amministrazione fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità per contenere e ridurre il fenomeno». Il dato dell'inquinamento da odore è stato definito dai rappresentanti dell'Arpa che, nei primi mesi di quest'anno, ha effettuato le rilevazioni, coinvolgendo i residenti. Esiste dunque un disagio olfattivo conclamato a San Dorligo della Valle «perché, seguendo le linee guida predisposte dalla regione Lombardia - ha spiegato Alessandra Pillon dell'Arpa - e adottate in tutta Italia, il limite del parametro che lo configura è fissato al 2% e in questo Comune siamo ben al di sopra». Luciano Agapito, dirigente della Regione, ha ribadito a questo proposito che «anche in Friuli Venezia Giulia vigono le regole applicate dalla Regione Lombardia». Le sorgenti della "molestia" sono molto probabilmente individuabili nell'ambito delle attività produttive delle aziende che operano nel territorio. A conferma della generale situazione di disagio per le persone residenti, Lilli ha confermato che «il problema dei disturbi olfattivi è recepito anche all'interno della Siot da parte dei dipendenti», ricordando che negli ultimi 10 anni, comunque, l'azienda «ha investito più di un milione e 600mila euro per la mitigazione degli odori, affidando anche uno specifico studio alla locale Università». Il direttore della Siot ha infine precisato che «talvolta le segnalazioni riguardano emissioni che non provengono dalla Siot» stessa. Un altro tema toccato è stato quello che riguarda la qualità del greggio trattato dalla Siot, ma su questo Lilli ha sottolineato che «l'azienda non ha possibilità di scegliere il greggio». Soldan ha invece osservato che «l'impatto della Wärtsilä sull'ambiente, per quanto concerne gli odori, è trascurabile». Potocco, a fine seduta, ha annunciato che «a breve sarà nuovamente convocato il tavolo tecnico, stavolta alla presenza dei cittadini, che così potranno dire la loro».

 

 

 

 

LA REPUBBLICA.it - VENERDI', 20 ottobre 2017

 

 

Nove milioni di morti l'anno: l'inquinamento uccide 15 volte più delle guerre

Un sesto dei decessi mondiali causati dallo smog: tre volte più dell’effetto combinato di Aids, tubercolosi e malaria e 15 volte più di tutti conflitti armati e delle altre forme di violenza. I numeri vengono dal rapporto della Lancet Commission on Pollution & Health - L'inquinamento atmosferico causa mezzo milione di morti l'anno in Europa

ROMA - L'inquinamento è diventato la più grave minaccia per la salute. Nel 2015 ha causato 9 milioni di morti, un sesto del totale. E' tre volte più dell'effetto combinato di Aids, tubercolosi e malaria; 15 volte più di tutte le guerre e delle altre forme di violenza. I numeri vengono dal rapporto preparato dalla Lancet Commission on Pollution & Health firmato dalla Global Alliance on Health and Pollution e dell'Icahn School of Medicine del Monte Sinai (New York). Un prezzo molto alto non solo in termini di vite umane, ma anche dal punto di vista economico: le malattie legate all'inquinamento nei Paesi a reddito medio e basso si traducono in una riduzione annua del Pil che può arrivare al 2% e nei Paesi a reddito alto in un aggravio della spesa sanitaria dell'1,7%. Mentre le perdite di benessere derivanti dall'inquinamento sono stimate in 4,6 trilioni di dollari all'anno: il 6,2% della produzione economica mondiale. Tra i principali responsabili di questo quadro sanitario, anche per il legame sempre più stretto tra inquinamento e cambiamento climatico, figurano i combustibili fossili: il loro uso, sommato alla combustione della biomassa nei paesi a basso reddito, produce l'85% del particolato e una quota rilevante di altri inquinanti atmosferici. A fronte di questi dati allarmanti ci sono i vantaggi registrati grazie alle leggi di salvaguardia ambientale. I miglioramenti della qualità dell'aria negli Stati Uniti - testimonia lo studio - non solo hanno ridotto i decessi da malattie cardiovascolari e respiratorie, ma hanno anche prodotto 30 dollari di benefici per ogni dollaro investito dal 1970. In assenza di interventi efficaci, al 2050 l'aggravarsi del caos climatico sommato alla progressiva urbanizzazione provocherà però un aumento del 50% dell'inquinamento. "Possiamo evitarlo perché ci sono strategie ben testate e a basso costo che permettono di mantenere l'inquinamento sotto controllo: dobbiamo smettere di avvelenare noi stessi", commenta il copresidente della Commissione, Richard Fuller. "In particolare bisogna regolamentare l'uso di alcune sostanze chimiche particolarmente dannose, come i metalli pesanti e i distruttori endocrini che danneggiano l'apparato riproduttivo e il sistema neurologico. Purtroppo in Europa i progressi in questo campo vengono rallentati dall'azione delle lobby dei settori industriali coinvolti", aggiunge Roberto Bertollini, l'unico italiano presente nella Commissione.

ANTONIO CIANCIULLO

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 20 ottobre 2017

 

 

Amianto killer in Porto - Primo maxirisarcimento - Authority condannata a versare 645mila euro ai familiari di un operaio
L'uomo morì di mesotelioma dopo aver lavorato per 32 anni per una coop
L'Autorità portuale di Trieste è stata condannata a sborsare 645 mila euro per risarcire la famiglia di una vittima di amianto: Gino Gruber, nato nel '44 e morto nel 2015 a 71 anni per mesotelioma. Lo ha stabilito il Giudice del lavoro del Tribunale di Trieste, che ha pronunciato una sentenza storica, destinata a fare giurisprudenza. Per la prima volta nel capoluogo giuliano e la seconda in Italia (l'unico precedente riguarda Venezia), viene accertata infatti la responsabilità dell'allora Ente porto su un ex dipendente di una compagnia portuale. Finora era accaduto soltanto per chi in passato era stato al servizio diretto dell'Authority. Stando alle stime, il caso potrebbe fare ora da apripista per almeno un centinaio di vicende analoghe, vale a dire persone colpite dalla stessa patologia. E per chissà quante altre in futuro. L'incubazione, come noto, ha un periodo di almeno trent'anni. Infatti il caso su cui si è appena espresso in primo grado il Tribunale di Trieste risale a parecchio tempo fa, tra il '60 e il '92, quando Gruber era socio-lavoratore della Compagnia portuale Terra, una cooperativa che forniva allo scalo manodopera in appalto. Circostanza vietata dalle norme del codice di navigazione, ma su cui vigeva una deroga. Lui, come circa altri 2mila colleghi ignari della pericolosità dell'amianto, si occupava dello scarico del materiale delle navi provenienti dal Sudafrica. Dagli anni Sessanta fino al '92 a Trieste sono approdate 600 mila tonnellate di amianto, usato soprattutto come isolamento nell'edilizia e nella cantieristica. Ogni grammo contiene 10 milioni di fibre. Tutto veniva maneggiato senza protezione alcuna. Niente maschere, niente tute speciali. Il materiale di solito era contenuto in sacchi di carta da 25 kg ciascuno che si rompevano frequentemente. D'altronde il trasporto dalle imbarcazioni alle banchine avveniva con le gru che imbragavano la merce a piramide, per poi essere smistata a bordo dei treni o negli hangar. I racconti su cosa succedeva durante le operazioni hanno nutrito una folta letteratura giudiziaria: la polvere che fuoriusciva dagli imballaggi luccicava nell'aria, come neve a Natale. La respiravano tutti. L'inquinamento si riversava su qualsiasi altro prodotto accatastato nei magazzini. La polvere si puliva con la scopa, gli abiti con una spruzzata di aria compressa. Le fibre giravano ovunque. Ma l'amianto non era considerato pericoloso dai tabellari Inail, anche se una lettera del 6 febbraio del '78 (protocollo 1238) firmata dall'allora direttore dell'ufficio del lavoro portuale, Lorenzo Colautti, avvisava l'Associazione industriali, l'Unione spedizionieri internazionali, l'Unione agenti marittimi, l'Associazione armatori, la Camera di commercio e l'Ufficio di sanità marittima, della «ravvisata pericolosità che la manipolazione di detta merce poteva rappresentare». Visto che, si legge oggi nel testo, «le fibre possono determinare, per inalazione, gravissime malattie polmonari individuabili, oltre che nell'asbestosi, nei tumori e soprattutto nei mesoteliomi della pleura». La lettera del direttore suggeriva quindi l'uso di imballi adeguati, con la copertura di plastica e l'impiego di container. Ma i lavoratori delle compagnie erano stati adeguatamente informati? E le misure di sicurezza? Nulle. I rischi, come visto, sono già noti quella volta. Ma ai portuali viene fatto bere il latte. Gino Gruber inizia ad ammalarsi nel 2013, per un'attività in cui è stato impegnato fino a una ventina d'anni prima. Muore nel 2015. Agli eredi legittimi, cioè la moglie vedova, le due figlie e le due nipoti, la magistratura ha riconosciuto un risarcimento di 645.090,99 euro. Gli altri ex dipendenti non si sono finora fatti avanti per chiedere giustizia perché la società, negli anni, è andata in liquidazione. Contro chi potevano rivalersi? Ma adesso la sentenza ha sparigliato le carte: grazie anche alla testimonianza di un ex dirigente della Cisl, Giuliano Veronese, il Tribunale ha accertato la responsabilità passiva dell'Ente porto (attuale Autorità portuale) per malattia professionale e morte di un socio lavoratore di una compagnia. «Il pronunciamento - osserva l'avvocato della famiglia, Fulvio Vida - è basilare perché tutela le legittime aspettative dei partenti della persona deceduta». Il provvedimento potrebbe innescare effetti a catena.

Gianpaolo Sarti

 

 

A San Dorligo "vola" la differenziata - Balzo del 10% dopo l'introduzione del nuovo sistema di raccolta porta a porta
SAN DORLIGO - Un aumento del 10% nella differenziata passata, da luglio a settembre, dal 57 al 67%, soglia superiore a quella minima prevista per legge, fissata a 65. Un drastico calo nella produzione di rifiuti non riciclabili, quelli destinati all'inceneritore, passati da una media di 135 kg all'anno per abitante a 63. Un risultato quest'ultimo che permetterà di sottrarre, ogni anno, circa 420 tonnellate di rifiuti allo smaltimento. Sono confortanti i dati relativi al servizio di raccolta rifiuti a San Dorligo, riferiti dal sindaco Sandy Klun, che ha voluto tracciare un primo bilancio, dopo l'introduzione, da luglio, del nuovo sistema di raccolta "porta a porta controllato", promosso dalla società pubblica partecipata "A & T 2000 spa". «Avevamo già un buona gestione della raccolta rifiuti nel nostro territorio - ha commentato Klun - ma dopo l'arrivo della "A & T 2000 spa", le performance sono ulteriormente migliorate. Siamo stati i primi, nell'ambito della nostra provincia a utilizzare il sistema del "porta a porta!, che si sta rivelando molto efficace. Colgo l'occasione - ha sottolineato - per confermare che non trascuriamo chi protesta utilizzando il numero verde e che ascoltiamo tutti, perché anche le critiche possono contribuire a perfezionare ulteriormente il servizio. È migliorata anche la raccolta in occasione delle sagre paesane - ha continuato Klun - che nel nostro Comune sono piuttosto frequenti. Ritengo fondamentale la collaborazione della popolazione, che ha correttamente recepito le nuove regole, dopo le iniziali perplessità, causate dalle novità». Nel corso dell'incontro i rappresentanti della "A & T 2000 spa" hanno anche fatto osservare che ci sono stati evidenti miglioramenti nel dettaglio della differenziata. «Le analisi effettuate sugli imballaggi in plastica e sulle lattine indicano uno scarto del 14,1 per cento, il che significa che, su cento chili di rifiuti di questa tipologia, l'85,9 per cento è immediatamente riciclabile. Lo scarto scende all'1 per cento nell'organico umido mentre nel vetro si scende ulteriormente addirittura a meno dell'1 per cento».

(u.s.)

 

 

Rigassificatore a Veglia, nuovi dubbi - Opposizione della Regione croata a un impianto offshore. Il governatore: «Progetto stravolto, danno per il turismo»
FIUME - Sempre più lastricata di problemi la strada che porta al rigassificatore offshore di Castelmuschio (Omisalj), nell'isola quarnerina di Veglia. Ad appoggiare il "no" all'impianto galleggiante da parte della municipalità di Castelmuschio è stata anche la Regione del Quarnero e Gorski kotar. Nella recente seduta del suo parlamentino è stata ribadita la contrarietà al terminal offshore, giacché si tratterebbe di un progetto completamente diverso rispetto al piano iniziale. «Si è sempre parlato di rigassificatore sulla terraferma, nei pressi della località di Castelmuschio - ha osservato il governatore Zlatko Komadina - un impianto per così dire "incassato", che non avrebbe costituito un pugno all'occhio della popolazione locale e dei numerosi turisti che vengono a trascorrere le vacanze sull'isola di Veglia. Invece da Zagabria è arrivata mesi fa la notizia che si è deciso di dare la precedenza al rigassificatore in mare, una nave gigante lunga 300 metri, larga 100 e alta come un grattacielo di 17 piani. Un mostro, mi si consenta il termine, anche molto rumoroso e turisticamente non accettabile. Per tacere della questione del raffreddamento delle acque di mare, trattamento necessario al funzionamento dell'impianto». Stando a Komadina ci sono anche altri aspetti che alla Contea litoraneo-montana non piacciono affatto. La sede dell'impresa che dirigerà l'impianto, infatti, sarà dislocata a Zagabria e non invece a Fiume o in seconda battuta a Veglia città. E dunque «ci sentiamo ingannati perché le entrate relative alle tasse sui ricavi e sulle entrate finiranno nelle casse comunali zagabresi, mentre noi ci terremo i rischi ambientali. Non vogliamo - ha aggiunto Komadina - si ripeta il caso del Gorski kotar, con questa regione attraversata da centinaia di chilometri di gasdotto e altre tubature di proprietà ma senza alcun guadagno degno di nota. Anzi, il Gorski kotar si vede puntualmente obbligato a chiedere l'elemosina a Zagabria per andare avanti. La stessa sorte è stata riservata al Quarnero che però non ci sta». Anche il vice governatore della Regione, Marko Boras Mandic, è stato chiaro: «Noi non ci opponiamo al progetto di partenza, quel rigassificatore sulla terraferma che garantirebbe l'avvio di centinaia di posti di lavoro ed entrate non indifferenti per le autonomie locali. Il terminal offshore è invece poca cosa per Castelmuschio e la sua contea, in pratica poche migliaia di euro all'anno e una decina di occupati in più. Appoggiamo insomma le istanze del comune di Castelmuschio e le riteniamo giuste. Zagabria non può ignorare la nostra opposizione». A reagire è stata l'azienda statale Lng Croazia, alla quale è stata affidata la realizzazione del rigassificatore galleggiante, da posizionare nelle acque poco al largo di Castelmuschio. In un comunicato si spiega che l'interesse dei fruitori d'oltreconfine per l'impianto sulla terraferma è scarso e per questo motivo è stato deciso di puntare sull'offshore. «Sarà in funzione dal 2019 al 2029, mentre tre anni prima - così nel comunicato - partirà la costruzione del rigassificatore in mare, da attivare nel 2029». Intanto però i vertici del comune di Castelmuschio hanno ribadito ufficialmente l'opposizione al progetto bis. Anzi, la sindaca Mirela Ahmetovic ha fatto sapere che la municipalità è pronta a pagare dal suo bilancio affinché lo Stato croato rinunci alla mega-nave.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 ottobre 2017

 

 

Sottopassi nel degrado -  Piano da 200mila euro per rimetterli in sesto

Manutenzione straordinaria fra Barcola, Sant’Anna e Valmaura - Quello della stazione rientrerà nel restyling di piazza Libertà

Trieste non è una città di sottopassi. Quelli esistenti si contano sulle dita di una mano. Tuttavia versano quasi tutti in condizioni pietose. Di un piano di manutenzione straordinaria si era parlato a lungo durante la giunta di Roberto Cosolini con l'assessore Andrea Dapretto. Ma non se ne è fatto nulla per il famigerato Patto di stabilità. Ora, a oltre un anno dall'insediamento della terza giunta Dipiazza, è stato approvato un accordo quadro per la manutenzione straordinaria dei sottopassaggi pedonali per un ammontare di spesa pari a 200mila euro. Nella lista ci sono i sottopassi di via Dell'Istria (zona cimitero di Sant'Anna), di via Miani e via Mafalda di Savoia (zona PalaTrieste) e di Barcola (piazzale 11 Settembre). Non c'è il sottopasso più famoso e più usato, quello della Stazione centrale, che, molto probabilmente, sarà compreso nei previsti lavori di riordino di piazza Libertà (in agenda nel 2018 con una spesa complessiva di quattro milioni di euro). L'iniziativa è prevista nel programma triennale delle opere pubbliche 2017-2016. Il cronoprogramma dei pagamenti per l'opera prevede due rate: 100mila euro nel 2018 e 100mila nel 2019. È previsto l'affidamento in appalto a un'unica impresa per 365 giorni di lavoro continuativi. L'intervento di manutenzione sui tre sottopassi, si legge nella delibera, si pone l'obiettivo «di renderli sicuri e accessibili a tutti i cittadini» oltre a eliminare lo stato di degrado in cui versano da anni. Quasi tutti i sottopassaggi stradali sono deturpati da graffiti. Verrà effettuata l'idropulizia delle parti lapidee, con la rimozione dei graffiti e il trattamento delle superfici con vernici "antiscritte" (sperando che siano efficaci). La manutenzione straordinaria contempla inoltre il rifacimento della pavimentazione, inclusi i gradini delle scale, il risanamento degli intonaci con tinteggiatura finale, la realizzazione, la sostituzione e la riparazione di cancelli, parapetti, inferriate, serramenti in ferro o alluminio. Saranno rifatti contestualmente gli impianti elettrici e gli impianti di illuminazione e di emergenza per la sicurezza, con le relative telecamere. È previsto anche il rifacimento delle opere di fognatura con revisione o sostituzione delle tubature con espurgo dei pozzetti per evitare problemi di allagamento. Il sottopasso di Barcola, in viale Miramare, è soggetto spesso ad allagamenti. Un problema causato anche dalle pompe, pur sostituite alcuni anni fa, che spesso si bloccano per la presenza di acqua marina. Quello di Barcola è il sottopasso che versa nelle peggiori condizioni. Più volte è stato segnalato all'amministrazione dalla Terza Circoscrizione. Dei tre, il sottopassaggio pedonale più frequentato è quello di via dell'Istria che collega la fermata dell'autobus al cimitero di Sant'Anna. Non si contano le segnalazioni sulle scale sdrucciolevoli e sulle barriere architettoniche che lo rendono inaccessibile ai disabili. A inizio anno è stata anche presentata una mozione da parte del Movimento 5 Stelle che impegnava il presidente della Settima circoscrizione «ad attivarsi presso l'assessore competente affinché il sottopassaggio sia reso sicuro ed accessibile a tutta la popolazione». Nel piano di manutenzione straordinaria non si fa cenno però alle barriere architettoniche.

Fabio Dorigo

 

A Longera rispunta il parcheggio dimenticato - Approvato dall'amministrazione il progetto esecutivo per 11 posti con un investimento da 50mila euro
A volte ritornano. Nel fiume carsico delle opere pubbliche è rispuntato il parcheggio di Longera. Stava nel piano triennale delle opere del 2010 (seconda giunta di Roberto Dipiazza) come una delle priorità rionali chiesta e ottenuta dalla Sesta circoscrizione (San Giovanni e Chiadino-Rozzol). Poi è scomparso fino e riemergere nel piano triennale 2014-2016 messo a punto dall'amministrazione Cosolini. E il 20 settembre scorso la terza giunta Dipiazza ha approvato il progetto definitivo ed esecutivo del parcheggio, con una spesa complessiva pari a 50 mila euro. Sarà realizzato a monte dell'abitato di Longera di Sopra poco oltre l'attraversamento del torrente Farneto con accesso da una stradina poderale di collegamento con la via Marchesetti. Non sarà necessario procedere ad alcun esproprio visto che l'area di intervento è di proprietà del Comune di Trieste. «Si prevedono di realizzare 11 stalli per autoveicoli a pettine di cui uno per guidatori con disabilità», si legge nel progetto. I lavori prevedono lo sbancamento dell'area adiacente alla stradina di collegamento tra Longera e via Marchesetti per circa un metro con riprofilatura del versante a monte del parcheggio che sarà risistemato a verde con la «piantumazione di specie arbustive di media taglia e ornamentali» quali il biancospino e cotinus coggirya ("sommacco") come espressamente richiesto dalla Commissione paesaggistica. Non c'è stato bisogno di una relazione idrogeologica. Le acque di pioggia verranno smaltite come avviene oggi, scivolando liberamente per l'intera area lasciata a verde e finendo nell'alveo del vicino torrente Farneto. L'intervento, infatti, non prevede la realizzazione di alcuna struttura di sostegno e neppure la realizzazione di reti di smaltimento delle acque piovane. Dopo l'approvazione del progetto esecutivo si potrà partire con la procedura di gara alla quale saranno invitate almeno 10 imprese. Il contratto stabilisce il termine di 90 giorni per l'ultimazione dei lavori. Il cronoprogramma dei pagamenti prevede la liquidazione dei 50mila euro entro quest'anno essendo l'opera inserita nel piano triennale opere 2014-2016. E così, dopo sette anni di attesa, Longera potrà avere un suo parcheggio pubblico.

(fa.do.)

 

Piano Paesaggistico - Forum architetti Fvg

L'Ordine degli Architetti ha avviato ieri il suo forum sul Piano paesaggistico regionale: ha coinvolto i 2.500 architetti del Fvg per l'avvio di gruppi di lavoro per produrre documenti di osservazioni.

 

 

FERRIERA - Citazione ad aprile per Siderurgica Triestina
La Procura di Trieste ha citato in giudizio, per l’ 11 aprile, responsabili e dirigenti di Siderurgica Triestina.

Fra le persone citate in giudizio - riferisce il senatore Lorenzo Battista (Articolo 1 - Mdp) - ci sono Giovanni Arvedi, Francesco Rosato, Andrea Landini, Umberto Fachinetti e Daniele Agapito. Le ipotesi di reato - rende noto Battista che ha presentato un'interrogazione pubblicata ieri sul sito del Senato - riguardano violazioni edilizie e ambientali in relazione alla realizzazione di un capannone per il nuovo laminatoio. L’Ufficio stampa di Siderurgica Triestina comunica che «l’evento citato fa riferimento unicamente alla tempistica di avvio delle opere preliminari e preparatorie riferite alla costruzione del laminatoio, per il quale sono state ottenute tutte le previste autorizzazioni. L’oggetto della contestazione è pertanto limitato e circoscritto e concerne esclusivamente i tempi di inizio delle opere propedeutiche alla costruzione del capannone. Per questo si è comunque provveduto all’opportuna regolarizzazione. È una fase che viene vissuta con assoluta serenità».

 

 

La rivolta contro i soffiatori «Alzano polveri e rifiuti» - I cittadini lamentano l'uso disinvolto dello strumento per la pulizia delle strade
Sotto accusa anche il rumore eccessivo e la mancata raccolta dei cumuli di foglie
Scatta a Trieste la rivolta contro i "soffiatori". I cittadini criticano lo strumento utilizzato dagli addetti alla pulizia delle strade che, a loro parere, non farebbe altro che sollevare nuvoloni di robaccia: polvere, sabbia, foglie e altri rifiuti. «L'uso disinvolto di questo mezzo di spazzamento - sostengono - deve essere proibito. Fa rumore e, soprattutto, alza nuvole di polveri creando grossi problemi a chi passa lì accanto e non solo». L'utilizzo dei soffiatori è previsto nell'appalto con il quale AcegasApsAmga assegna a Italspughi, cooperativa Sole e Quercia Ambiente la pulizia delle strade cittadine. Questo strumento che spinge con un forte getto d'aria fogliame, mozziconi di sigarette, cartacce, deiezioni canine e polvere viene utilizzato in molte zone della città e ha il vantaggio di riuscire a effettuare un'efficace pulizia anche sotto le automobili, raggiungendo punti che difficilmente una scopa riuscirebbe a ripulire. I cumuli di rifiuti spinti in un unico punto dai soffiatori vengono poi raccolti al passaggio dei mezzi aspiratori. I cittadini segnalano però l'utilizzo non sempre corretto di questi strumenti da parte di alcuni operatori, che con il loro "soffio" investirebbero i passanti o spingerebbero le foglie nelle caditoie. Altri denunciano cumuli di foglie che non sarebbero mai stati raccolti dall'aspiratore. «Non è giusto generalizzare - sostiene Luisa Polli, assessore all'Ambiente -, ma è ovvio che sta al singolo operatore lavorare con professionalità, onestà e sensibilità». Nelle vie più strette, dove i mezzi di aspirazione non passano facilmente, gli operatori continuano a utilizzare le scope. Alle proposte dei cittadini di bagnare il terreno prima dell'utilizzo del "diabolico" soffiatore o di usare degli aspiratori che raccolgono e non spingono i rifiuti e le polveri, l'assessore replica: «Se le foglie sono bagnate il soffiatore non riesce a fare il suo lavoro - spiega -, mentre gli aspiratori non risolvono il problema delle polveri, perché escono comunque dal sacco che contiene il raccolto. La classica "ramazza" - aggiunge - alza comunque polveri, richiede più tempo e di conseguenza i costi aumentano». Quasi un anno fa Polli aveva accolto una mozione del Movimento 5 Stelle dove si evidenziava il problema dell'utilizzo dei soffiatori a Servola, Valmaura e Chiarbola e si chiedeva all'amministrazione di passare dal sistema di pulizia con i soffiatori a quello del lavaggio stradale. Da alcune settimane Polli ha dato indicazioni di sospendere l'utilizzo dei soffiatori a Servola. «Non è provato che sollevando polvere i soffiatori provochino problemi alla salute, ma ho ritenuto doveroso raccogliere il disagio di chi abita a Servola, dove è conclamato sussista un grado di inquinamento da polveri superiore al resto della città, e far sospendere l'uso di questi strumenti in quella zona» specifica Polli. Italspurghi che ha in appalto la pulizia delle strade di Servola ha avviato ora l'utilizzo delle spazzatrici ad acqua con un operatore a terra che interviene dove il mezzo meccanico non arriva. Pulire le strade con questo metodo richiede più tempo. Il lavaggio stradale prevede una modifica al Pef che necessita dell'approvazione del Consiglio comunale. «Auspico un parere favorevole trasversale per dare risposte a questa gente - dichiara Polli -. In generale comunque si stanno valutando nuove modalità e tecnologie di pulizia delle strade».

Laura Tonero

 

Sale la differenziata - Duino Aurisina nel club dei virtuosi
La raccolta diversificata cresce in un anno dal 33% al 43% «Isole ecologiche meglio posizionate e cittadini più attenti»
DUINO AURISINA - Migliora la raccolta differenziata (la media mensile passa dal 33, 22% del 2016 al 43. 38% registrata quest'anno da gennaio ad agosto compreso). Cala il totale dei rifiuti prodotti (la media dei primi sette mesi del 2016 era di 515 tonnellate, quella dello stesso periodo di quest'anno è di 506). Duino Aurisina sta diventando un Comune virtuoso per quanto concerne la raccolta rifiuti. È questo l'esito della prima verifica sull'intero territorio compiuta da Isontina ambiente, la srl con sede a Ronchi dei Legionari che, dal febbraio dello scorso anno, gestisce lo smaltimento rifiuti nel Comune oggi guidato dal sindaco Daniela Pallotta. «I dati sono confortanti sotto tutti i profili - spiega Andrea Humar, l'assessore comunale titolare, fra le varie competenze, di quelle che riguardano i servizi sul territorio e l'ambiente - perché entrambi gli indicatori principali, cioè quelli che riguardano l'aumento della differenziata e il peso complessivo dei rifiuti prodotti, evidenziano un comportamento più attento e puntuale da parte dei residenti». Indubbiamente ci mette del suo anche Isontina ambiente: «Una migliore distribuzione nel territorio delle isole ecologiche - riprende Humar - sta favorendo un atteggiamento più responsabile da parte della popolazione». Che ha tutto da guadagnare fra l'altro da questa situazione, perché a fine anno, quando si farà il bilancio dei costi del servizio di asporto rifiuti, se i dati dell'intero 2017 confermeranno quanto reso noto ora, si potrà eventualmente pensare a una riduzione delle tariffe.«È molto presto per ipotizzare un taglio dei costi - sottolinea Humar - ma di certo a fine anno faremo una considerazione generale su questo servizio e valuteremo il da farsi». La normativa in materia oggi è molto chiara: i comuni devono pareggiare, a livello di bilancio, il servizio di raccolta rifiuti, nel senso che, dato un determinato costo complessivo, lo stesso va ripartito fra tutti i contribuenti. Ulteriore elemento di soddisfazione per il Comune il netto calo dei rifiuti abbandonati dai cosiddetti "depositanti in transito", quasi sempre imprese edili provenienti da altri comuni e dalla Slovenia, che trovano comodo abbandonare il risultato di lavori di demolizione nei pressi dei cassonetti del territorio di Duino Aurisina. Raffrontando il periodo che va da febbraio ad agosto del 2016 con lo stesso del 2017, si arriva alla conclusione che le tonnellate di rifiuti derivanti da lavori edili si sono ridotte di più di una decina di tonnellate: da 193, 7 a 183. «Questo è il risultato di una migliore disposizione delle isole ecologiche - precisa Humar - perché abbiamo tolto i cassonetti dalle strade principali, cioè quelle a maggior transito».In un panorama positivo, rimane un punto su cui la giunta dovrà invece lavorare con particolare attenzione, quello che riguarda il sensibile aumento dei rifiuti dell'indifferenziata nel periodo estivo. Quest'anno si è passati dalle 272, 8 tonnellate di giugno alle 298, 6 di luglio per arrivare alle 301, 8 di agosto. «Si tratta di un fenomeno legato alla presenza dei turisti - continua Humar - che non possono conoscere, alla pari dei residenti, la dislocazione delle isole ecologiche e quindi dei raccoglitori per la differenziata. Per la prossima estate - prosegue l'assessore - provvederemo a renderle più visibili».La prossima settimana intanto inizierà la distribuzione sul territorio, in particolare a Malchina, Medeazza e Visogliano, dei raccoglitori per il verde.

Ugo Salvini

 

LA PRESENTAZIONE - Oggi i dati degli ultimi tre mesi a San Dorligo alla luce del nuovo sistema di smaltimento
Saranno resi noti stamani, nel corso di una conferenza che inizierà alle 12, nella sala del Consiglio comunale di San Dorligo della Valle, i dati sui risultati ottenuti sul territorio, con il nuovo sistema di raccolta differenziata, negli ultimi tre mesi. Saranno inoltre analizzate la situazione attuale e le possibilità di ulteriore miglioramento. Alla presentazione dei nuovi dati parteciperanno pubblici amministratori e gestori del servizio. A San Dorligo della Valle, per la cronaca, nelle ultime settimane si erano registrate proteste da parte di alcuni residenti che avevano denunciato disservizi nella raccolta rifiuti.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 ottobre 2017

 

 

Il Carso che domina Barcola si rifà il look con 1,7 milioni

Il Comune stanzia una maxiposta con ex fondi provinciali per la messa in sicurezza e il recupero di 150 ettari da destinare a viti e olivi e per nuovi itinerari turistici
Centocinquanta ettari di pastini da ripristinare entro la fine del 2019 sul costone carsico, per consentire la coltivazione di vigneti e uliveti. Epicentro di questa operazione di riqualificazione paesaggistica i dintorni di Contovello.Il Consorzio di Bonifica "Pianura Isontina" ha ottenuto un milione e 742.966,37 euro, che originariamente erano stati assegnati alla Provincia di Trieste dalla Regione Fvg e dal Fondo Trieste, per l'ampliamento di una strada campestre e per il riassetto dei muri "a secco" che delimitano i terreni terrazzati. Verranno inoltre realizzate vasche in grado di contenere l'acqua piovana a scopo irriguo, collegate con la rete idrica gestita da AcegasApsAmga. «Una volta erano zone dove si arrivava con l'asino e la carriola - commenta il presidente del Consorzio Enzo Lorenzon - adesso bisogna infrastrutturarle per permettere un utilizzo economico adeguato». Sviluppo agricolo, recupero e valorizzazione di aree rurali abbandonate o semi-abbandonate, reintroduzione di coltivazioni «compatibili con evidenze naturalistiche di rilevanza sovraregionale» sono gli obiettivi del finanziamento ricevuto, come documentato dal Consorzio nel progetto presentato al Comune lo scorso 8 giugno dal titolo "Infrastrutturazione del costone carsico triestino 1°lotto". Per entrare in azione, il Consorzio isontino ha però preventiva occorrenza di una variante al Piano regolatore generale del Comune triestino, in quanto dovrà effettuare alcune espropriazioni. A tale riguardo la giunta, su proposta dell'assessore Luisa Polli, ha approvato una delibera che accende la procedura di adozione della variante, che sarà esaminata dal Consiglio comunale. Un iter che l'amministratrice leghista delegata alla Pianificazione territoriale conta di chiudere prima di Natale. Poi il Consorzio provvederà, come stazione appaltante, all'affidamento dei lavori, con l'obiettivo di consegnare al territorio triestino una Contovello doppiamente attrattiva, per l'investimento agricolo-produttivo e per il turismo carsico. Senza contare - ricorda la Polli - gli aspetti correlati alla tutela dell'ambiente. Un'operazione che interessa lo stesso Dipiazza, come sindaco e come responsabile dell'agricoltura per l'Uti giuliana: tant'è che il primo cittadino, insieme alla Polli, ha recentemente svolto un sopralluogo a Contovello. Poi l'assessore rammenta un altro argomento che rende importante il recupero di quella zona carsica: è il tema enologico legato alla Glera, in quanto un aumento della disponibilità di vigneto faciliterebbe l'ottenimento di quote produttive. Paesaggio, suolo, economia sono tre fattori - a giudizio della Polli - che meritano da parte del Consiglio, quando tratterà la variante, una linea di attenzione propositiva. Variante - ricorda la delibera 488 - che non è sottoposta a valutazione ambientale strategica e sulla quale i competenti uffici della Regioni Fvg hanno statuito che il progetto «non necessita di valutazione d'incidenza appropriata e può essere eseguito». Fu la Provincia di Trieste, con una delibera del giugno 2015, a delegare il Consorzio alla progettazione e all'esecuzione delle opere. Peccato che la Provincia non esista più nel momento in cui un'operazione importante come questa è in pista di decollo. Il finanziamento ha una storia lunga e tormentata - come si ricordava alcuni mesi fa - , avendo mosso i primi passi ai tempi della giunta regionale guidata da Riccardo Illy, quando assessore alle Risorse agricole era Enzo Marsilio. Dopo lunghi anni di "sonno", i fondi sono stati destati e destinati: la grande parte proviene dalla Regione Fvg (750 mila euro) e dal Fondo Trieste (440 mila euro). Da tempo il Consorzio della Pianura Isontina guarda con interesse al territorio triestino, come sottolinea il presidente Enzo Lorenzon, con una lunga milizia al volante dell'organismo di bonifica. Il Consorzio è già stato impegnato in un importante lavoro nel bacino di Montedoro, tra Muggia e San Dorligo.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 17 ottobre 2017

 

 

Idee vincenti per evitare lo spreco d'acqua - Ai progetti di due studenti del Deledda-Fabiani i premi assegnati dall'evento nazionale "Water-Hack"
Cento studenti di tredici scuole italiane si sono incontrati e sfidati all'Istituto per ciechi di Milano, durante l'evento "Water-Hack", la prima maratona dedicata interamente al tema dell'acqua e della sua sostenibilità. Tra i cento giovani alunni, "armati" di idee e creatività, anche sei studenti dell'Its "Deledda-Fabiani" di Trieste, che hanno partecipato appunto all'importante iniziativa, promossa dal Miur per la scuola italiana. Un evento, che si è svolto in concomitanza con il forum internazionale "Rules of water, Rules for live". E tra tra i vincitori finali dell'hackaton figurano proprio due studenti del"Deledda-Fabiani: Emil Mastromauro, per il progetto "Link Sink", ha vinto grazie alla su originale "creatura": un rubinetto intelligente che, grazie a un sistema di flussometri, monitora e aiuta a ridurre gli sprechi quotidiani dell'acqua grazie a un'applicazione per smartphone che informa costantemente l'utente. Premiato anche un altro triestino, Giacomo Baldassi, che con il suo gruppo "Goccia a Goccia" ha trionfato con l'ambizioso progetto che ha l'obiettivo di mettere a confronto giovani tra i 18 e i 25 anni di Paesi in via di sviluppo e dei Paesi europei sui temi della gestione dell'acqua. C'è dunque grande soddisfazione per la vittoria dei due studenti triestini, ai quali sono stati assegnati due prestigiosi premi: il gruppo di Emil svolgerà un progetto di ricerca su biologia e zoologia marina in collaborazione con l'Università di Milano Bicocca presso il loro centro di ricerca alle Maldive; mentre il gruppo di Giacomo rappresenterà l'Italia dei giovani a una conferenza mondiale che si terrà dal 18 al 23 marzo nientemeno che a Brasilia. «È stata una lunga maratona progettuale - sottolinea entusiasta la docente Maria Zappalà - un evento importante per la centralità del tema affrontato, ovvero la salvaguardia delle risorse idriche. Quello che ci tengo maggiormente a sottolineare è però l'impegno degli studenti che si sono impegnati nella ricerca delle migliori soluzioni per affrontare il tema del risparmio dell'acqua: questo potrà servire sicuramente da modello per altri studenti e i giovani in generale». Perché, ricordano dalla scuola, è ai giovani che è affidato il futuro, e non solo quello dell'acqua.

Alexandra Del Bianco

 

 

AIDDA - Serracchiani parla di treni e ripresa

Sarà dedicata al tema "I treni della ripresa. Infrastrutture materiali e immateriali per competere in Europa" la conviviale dell'Aidda in programma oggi alle 19 all'hotel Riviera. Interverrà Debora Serracchiani

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 16 ottobre 2017

 

 

Ambiente - Convegno Ogs sui rischi naturali

"Pianificazione territoriale, prevenzione dei rischi naturali e strumenti per la tutela dell'ambiente" è il titolo di un convegno organizzato oggi alla Camera di commercio dall'Ogs. Inizia alle 8.30 e finisce alle 17.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 15 ottobre 2017

 

 

Il domino della siderurgia Made in Italy - Gli scenari dall'Ilva alla ex Lucchini di Piombino. Intanto in Fvg l'export dei grandi gruppi (da Danieli a Pittini) è in ripresa
MILANO - Ultimo braccio di ferro per la siderurgia nazionale. Nel giro di qualche mese, e comunque entro il primo semestre 2018, dovrebbero concludersi le tutte vicende societarie, giudiziarie e ambientali, che hanno paralizzato a lungo l'acciaio Made in Italy. Stiamo parlando dell'Ilva di Taranto, ora alle prese con un piano industriale che riduce di un terzo la forza lavoro e impone sacrifici contrattuali a tutti i dipendenti e il "niet" da parte di governo e sindacati; la ex Lucchini di Piombino che dovrebbe essere rilevata, dopo un inconcludente interregno degli algerini di Issad Rebrab, dalla cordata che puntava all'Ilva (Arvedi e gli indiani di Jindal), e infine l'attesa rinascita dell'ex Alcoa ora nell'orbita degli svizzeri di Sider Alloys.Tutte vicende spinose e complicate, su cui non mancheranno le sorprese e i colpi di scena, ma che dopo anni di palude si avviano al rush finale. Intanto che è si va ricomponendo il mosaico dei siti produttivi, e non sarà un processo indolore, soprattutto sul fronte occupazionale, la siderurgia nazionale prosegue la sua lenta ma costante ripresa. Nei primi sette mesi dell'anno la produzione è aumentata dell'1,7%, pari a 14,4 milioni di tonnellate. Diminuiscono le importazioni e cresce l'export, che fa un passo in avanti dell'1,7%. A trainare il lavoro degli altoforni è la congiuntura positiva dell'industria italiana. L'acciaio infatti è un ottimo indicatore del ciclo economico: automotive, elettrodomestici, metalmeccanica sono i suoi più grandi consumatori. Un trend che si riflette anche sul Nordest e sulla vocazione internazionale del territorio. Basti pensare al balzo dell'export (+8,8%) segnalato, nel secondo trimestre dell'anno, da Confindustria Udine che vede il grande exploit della siderurgia locale, quella del gruppo Danieli e di Pittini di Osoppo, in aumento del 48%. Tant'è che a piccoli passi l'Italia torna nella top ten globale dei paesi produttivi d'acciaio, al decimo posto scalzando l'Ucraina ancora in trincea per le tensioni politiche all'interno del paese. Sarà comunque difficile per l'Italia mantenere questa posizione in graduatoria, perché gli altri paesi concorrenti crescono in modo molto più spedito, basti pensare all'Iran (+15%) e a Taiwan (+7%). La battaglia sui grandi volumi con le economie asiatiche è persa da tempo. l continente asiatico cuba oggi il 69% della produzione mondiale, contro il 10% dell' Europa. Perciò appare ormai segnata la strada di un acciaio delle specialità, e peraltro intrapresa da aziende italiane come il gruppo Danieli di Buttrio nella produzione di impianti siderurgici ad alto tasso tecnologico. In proposito la società friulana ha ospitato un summit internazionale nella prima settimana di ottobre il Dim-Danieli Innovaction Meeting, forum dei leader mondiali dell'acciaio nel quale ogni quattro anni si analizzano lo stato di salute e le dinamiche globali della siderurgia. Quest'anno il forum Danieli ha puntato le antenne su innovazione, tecnologie e competitività nel mercato dell'acciaio da qui al 2035, con particolare riferimento alle conseguenze delle politiche protezionistiche doganali e all'attuale situazione di "new normal periodo", cioè di "calma piatta" per quanto riguarda la richiesta di nuovi impianti siderurgici. La Pittini di Osoppo, a un anno dalla scomparsa del signore delle Ferriere, Andrea Pittini, deve confrontarsi con una mega multa da 43 milioni comminata dall'Antitrust per presunta concorrenza sleale. Una sanzione che, se confermata, metterebbe a dura prova il cammino di ripresa dell'industria siderurgica del territorio. C'è poi il tema ambientale che allunga le sue ombre su tutto il comparto dalle vicende Ilva fino alla Ferriera di Servola del gruppo Arvedi, e che potrà essere sanato solo con investimenti in tecnologie avanzate e sostenibili.

Christian Benna

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 14 ottobre 2017

 

 

La svolta verde di Lubiana: stop alle auto inquinanti
La stretta del governo: dal 2030 in vigore nuove regole per le immatricolazioni per abbattere le emissioni nocive. Via libera alla diffusione delle auto elettriche
BELGRADO - Basta auto inquinanti a diesel e a benzina. Sì a quelle elettriche e ibride plugin, è quello il futuro. Futuro prossimo che non è solo quello di Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Norvegia, ma anche della vicina Slovenia. Che sta imboccando una strada sempre più 'verde' per il proprio sviluppo. Slovenia dove il governo ha annunciato giovedì la futura introduzione di nuove regole per l'immatricolazione di nuove automobili. «Dal 2030, non permetteremo la registrazione di macchine tradizionali», ha confermato Bojan Zlender, numero uno dell'ufficio ministeriale che si occupa delle politiche dei trasporti. Maggiori dettagli sono stati resi noti dall'agenzia di stampa slovena Sta, che ha specificato che lo stop alle vendite nel 2030 riguarderà auto diesel o a benzina «che producano più di 50 grammi di Co2 al chilometro». Già dal 2025, le auto dovranno inoltre avere una impronta inferiore ai 100g/km, come prescrivono gli obiettivi Ue. Non si tratta dunque di un «divieto totale», sul modello francese o britannico, ma che potrebbe avere conseguenze simili. Al momento, «solo veicoli elettrici e gli ibridi elettrici plug-in» (Phev), ricaricabili senza uso di motore a combustione, rispettano questo limite, ha ricordato infatti la Sta. Se nei prossimi anni nuove tecnologie abbatteranno le emissioni delle auto tradizionali, anche queste potranno continuare a essere registrate. In caso contrario - scenario più probabile - chi vorrà acquistare auto nuove dal 2030 dovrà puntare necessariamente su veicoli elettrici o Phev. È proprio a questo che mira Lubiana, ossia di «far salire al 17 per cento la quota» di auto verdi nel Paese, oggi un minuscolo 0,1% del parco macchine, già entro il 2030 e poi esponenzialmente negli anni successivi. Parliamo di grandi numeri, in una nazione che ha uno dei più alti tassi di motorizzazione in Europa. In Slovenia, sono infatti 523 le auto in circolazione ogni 1.000 abitanti. E se la quota del 17% sarà raggiunta, fra un decennio o poco più saranno già 200mila le auto elettriche o Phev. Auto che avranno bisogno di più colonnine di rifornimento di quelle oggi attive. Per questo, Lubiana ha pianificato di aumentarle dalle attuali 227 fino a 22.300 nel 2030. Tutte misure, quelle "anti-combustibili fossili", che sono contenute nella bozza della «Strategia per lo sviluppo 2030», adottata giovedì dal governo, che include anche altri punti importanti, come la riduzione del rapporto debito/Pil sotto il 60%. La strategia sarà sottoposta a un dibattito pubblico fino a novembre, per essere perfezionata, e poi messa in pratica. Ma la rotta è segnata. Rotta che non è troppo ambiziosa perché non copia «ad esempio il modello olandese, dove le emissioni ammesse» nel 2030 saranno «zero e non 50», spiega a Il Piccolo Ignac Zavrsnik, presidente dell'Associazione slovena per la mobilità elettrica (Dems). «Non è la stessa storia che in Norvegia o in Olanda, ma è un cambiamento», un passo avanti significativo che «ripercorre quelli dei Paesi più sviluppati». È un «passo nella direzione giusta», gli fa eco Greenpeace Slovenia. «Ma dobbiamo prestare attenzione da dove questi veicoli ricaveranno energia. Se essa arriverà dal carbone o dal nucleare - continua Greenpeace - diminuiamo solo un problema e ne prolunghiamo un altro. E l'elettrificazione deve andare a braccetto con «lo sviluppo delle rinnovabili».

Stefano Giasntin

 

 

Tonno da 150 kg spiaggiato a Muggia - La carcassa dell'esemplare di "pinna blu" è diventata una macabra attrazione aspettando la rimozione
MUGGIA - Quasi due metri di lunghezza per circa 150 chilogrammi di peso: l'enorme carcassa di un tonno rosso si è spiaggiata sul tratto del litorale posto poco prima del comprensorio che ospita la base logistica militare di Muggia. Il massiccio scombride, che da mercoledì giace senza vita sulla spiaggetta di sabbia, per ora non ha trovato alcuna autorità disposta a spostarlo, finendo col diventare una macabra attrazione. Non solo. Come emerso da una testimonianza fotografica, al momento del suo recupero in acqua avvenuto con una corda, il tonno aveva ancora la pinna, che successivamente è stata asportata da ignoti, forse come "trofeo". Tutta la vicenda fa veramente riflettere tenendo conto anche del fatto che questo pesce pelagico, il cui stato di conservazione è peraltro fortemente minacciato, è considerato estremamente pregiato. Il Paese che dall'Italia importa maggiormente il tonno rosso - detto anche pinna blu, e da non confondere con il pinna gialla che troviamo nelle classiche scatolette - è il Giappone, che lo utilizza in particolar modo per il sushi. Basti ricordare l'eclatante asta avvenuta a inizio anno a un mercato ittico nipponico che ha fatto il giro dei mass media mondiali. Al Tsukiji, il mercato del pesce di Tokyo, un esemplare di 212 kg è stato venduto per 74,2 milioni di yen, equivalenti a qualcosa come 560mila euro: 2860 euro al kg. «L'avessero raccolto subito e trattato a dovere, il tonno ritrovato sulla spiaggia della strada per Lazzaretto avrebbe potuto davvero sfamare tantissime persone», racconta basito il naturalista triestino Nicola Bressi. Invece così non è stato e la carcassa del pesce è praticamente andata in putrefazione. Anni fa, pare che di simili casistiche se ne occupasse la ditta Crismani. Ora invece la situazione è stata risolta con un intervento piuttosto impetuoso da parte dell'assessore alla Polizia locale Stefano Decolle: «Questa mattina (ieri, nd) non appena saputo che la carcassa era ancora lì, ho fatto una rapida verifica con i miei funzionari per trovare una soluzione. Entro la settimana una ditta proveniente da un altro comune della regione provvederà alla rimozione dell'animale morto». Ignoti, per ora, i costi dell'operazione.Lo spiaggiamento di un tonno di queste dimensioni è una cosa piuttosto rara come spiega lo zoologo Bressi: «Credo sia la prima volta che il corpo intero di un tonno venga rinvenuto su una spiaggia della nostra provincia. In diverse occasioni questo pesce è stato avvistato sul bagnasciuga, ma sempre smembrato». Al momento del suo ripescaggio il pesce era privo di testa, molto probabilmente perché mozzata dall'elica di un motoscafo. L'ultima considerazione su questa vicenda riguarda la minaccia di estinzione del tonno rosso. La sua presenza a Trieste non è certo eccezionale, ma negli ultimi anni si è fatta rara. Grazie ai fermo pesca decretati dall'Iccat, questo animale, praticamente estinto nel golfo di Trieste dopo la mattanza del 1954 che provocò la cattura di circa 800 tonni e la conseguente chiusura delle tonnare triestine, sta tornando pian piano a ripopolare le nostre acque

Riccardo Tosques

 

 

Passeggiata guidata nel Bosco Farneto a 200 anni dall'apertura del primo sentiero
Il Comune di Trieste e il Corpo Forestale regionale organizzano quest'oggi una camminata guidata nel Bosco Farneto per ricordare i 200 anni dall'apertura del suo primo sentiero escursionistico. Lo storico sentiero era stato aperto nel 1817 dal negoziante Ignazio Czeike con l'intento di collegare la città alla vetta del Cacciatore, allora sede del tiro al bersaglio. Tutta la cittadinanza fu invitata a partecipare alla passeggiata inaugurale e per l'occasione venne creato uno spiazzo per il gioco dei birilli e costruiti alcuni tavoli. Tutti sono invitati a partecipare alla passeggiata odierna, che inizierà alle 10 dal Ferdinandeo. La camminata toccherà il parco del Bosco Biasoletto e il Civico Orto Botanico dove si concluderà attorno alle 12 con l'organizzazione di un momento musicale nell'ambito della concomitante manifestazione "Come fogli(e) al vento".L'escursione è gratuita, ci si iscrive sul posto. In caso di maltempo la passeggiata verrà sospesa.

(m.l.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 13 ottobre 2017

 

 

Voce della Luna, a rischio l'estate 2018 - Decade dopo un anno di impasse la causa al Tar che bloccava il restyling. In bilico a questo punto anche la prossima stagione
Oltre al danno, la beffa. La società Bar Punta Faro srl di Lignano, che aveva presentato ricorso al Tar dopo essere arrivata seconda nella gara per l'assegnazione delle concessioni demaniali per la gestione dell'ex Voce della Luna, ad un giorno dall'udienza decisiva ha sventolato bandiera bianca e si è ritirata. Facendo perdere oltre un anno all'aggiudicataria Gmt sas e a tutta la città di Trieste, che attende da tempo di veder rinascere quella struttura, ridotta oggi a un cumulo di macerie. Da oggi la Gmt potrà serenamente lavorare per ottenere i permessi e avviare l'apertura del cantiere. Ma lo "scherzetto" giocato dai concorrenti ha fatto slittare di oltre un anno l'apertura della nuova Terrazza a Mare (così la struttura viene chiamata nel progetto vincente dello studio Metroarea degli architetti Tazio di Pretoro e Giulio Paladini), mettendo a rischio anche la prossima stagione balneare. Se tutto filasse liscio si potrebbe godere nuovamente del nuovo locale a fine estate 2018. Saranno i gestori a decidere se varrà la pena aprire comunque, quando la stagione balneare starà per tramontare, o se attendere la primavera del 2019. Quello che è certo è che tra pochi mesi, passeggiando a Barcola, si inizieranno a vedere i primi lavori destinati a trasformare quel che resta della Voce della Luna in quello che diventerà uno dei punti di riferimento barcolani di triestini e turisti. «Il 10 ottobre ovvero il giorno prima dell'udienza - specifica Elena Marchesi, legale della Gmt - hanno proposto una compensazione delle spese legali a fronte del deposito, da parte loro, della cessata materia de contendere». Quelli di Bar Punta Faro, da quanto si è saputo, avevano maturato da tempo la consapevolezza che il progetto vincente potesse avere una marcia in più. Nel corso del giudizio, infatti, era emerso come la proposta di Gmt avesse già ricevuto il parere favorevole da tutti gli uffici tecnici coinvolti, risultando pienamente conforme, mentre quella di Bar Punta Faro evidenziava incrementi volumetrici non conformi al Piano regolatore vigente. Nell'atto depositato al Tar nell'ottobre del 2016, Bar Punta Faro chiedeva in via principale che il Tribunale annullasse «previa adozione di ogni idonea misura cautelare, ivi compresa la sospensione degli effetti, tutti i provvedimenti impugnati» e che, conseguentemente, condannasse «l'amministrazione regionale ad aggiudicare la gara in questione alla ricorrente». In via subordinata la società friulana, che a Lignano gestisce un importante stabilimento, chiedeva che il Tar condannasse la Regione al risarcimento dei danni. Il Tar invece, in fase di procedimento cautelare, non ha trovato fondamenti per la sospensione d'urgenza dell'aggiudicazione in attesa del giudizio di merito conclusivo. L'intenzione di ostacolare la nascita della nuova Terrazza a Mar,e gli imprenditori friulani l'avevano manifestata già pochi minuti dopo l'esito della gara, annunciando il ricorso. Poi la sorpresa: a data fissata, 24 ore prima dell'ultima udienza, Bar Punta Faro ha ammainato le vele. «Si sono mossi con evidente scopo ostruzionistico - valuta l'avvocato di Gmt - e hanno bloccato la rinascita di uno dei biglietti da visita di Trieste».

Laura Tonero

 

AL POLO DI GORIZIA -  La tesi di laurea di tre neo architetti triestini per la riqualificazione del Gasometro di Broletto

Il gasometro del Broletto, vecchio e degradato? Ci pensano a ridargli dignità una ragazza, Beatrice Finocchiaro, e due ragazzi, Matej Dornik e Simone Huez. Freschi di laureati in Architettura all'Università di Trieste (sede di Gorizia), hanno realizzato come tesi (relatore Dimitri Waltritsch) un progetto per la riqualificazione dell'area, da via Caduti sul lavoro a via dei Lavoratori, che percorre tutta via d'Alviano. Perché avete scelto questa zona?Perché si presenta come un involucro vuoto, degradato e con una copertura - tutta in eternit- da smaltire, un raro esempio di archeologia industriale, non ancora valorizzato. Attorno a esso un'area industriale e di retroporto - con la sede di Trieste Trasporti e i magazzini dell'AcegasApsAmga - al confine con la città densamente abitata dei quartieri di San Giacomo e Chiarbola e sulla importante direttrice della mobilità San Vito-Servola, il tutto separato da un dislivello e da un muro di diversi metri. Il tutto è estremamente centrale nel contesto urbano della città, forse addirittura troppo per le funzioni che svolge attualmente.In che cosa consiste il vostro progetto?La nostra proposta è di un grande spazio pubblico a diversi livelli che va a ridisegnare la percorrenza ciclabile e pedonale esistente, potenziando quest'ultima attraverso un interscambio bus-auto-bici per renderla un efficace punto di collegamento con la esistente "Giordano Cottur". Le nuove volumetrie, composte da quattro nuovi edifici e dallo stesso Gasometro, andranno ad ospitare il nuovo polo universitario/scientifico della città, contenendo un incubatore per aziende, due edifici adibiti ad università, una casa dello studente. E cosa diventa l'interno del gasometro?Da edificio destinato a servire la città accumulando gas per l'illuminazione, vorremmo diventasse una biblioteca/auditorium. Viene ripresa la forma a cerchio, divisa in 14 spicchi. I diversi piani vanno a conformarsi seguendo questo disegno, collegato poi da una grande scala a spirale centrale, elemento caratterizzante del progetto. Quale sarebbe il concetto di fondo? Restituire questo frammento degradato di città alla città stessa, come inoltre già previsto dal piano regolatore. La soluzione individuata va a trasformare il dislivello in punto focale del progetto, rendendolo, tramite l'utilizzo di ampie gradinate che ne permettono la graduale discesa, uno spazio pubblico di lavoro/studio collettivo.

Benedetta Moro

 

 

Oggi in programma un convegno sull’energia con esperti di fama internazionale

Oggi dalle 14.30 alle 17.30, presso l'università di Trieste, (aula Magna edificio H3, Via Alfonso Valerio, 12/2 a Trieste), si terrà il primo convegno del Centro Interdipartimentale 'Giacomo Ciamician'. L'importante evento, che raccoglie a Trieste specialisti dell'energia di assoluta fama nazionale ed internazionale, si svolgerà nel pomeriggio secondo il seguente programma: indirizzi di saluto da parte di Giorgio Sulligoi collaboratore del Rettore dell’ università di Trieste e Coordinatore del Centro Interdipartimentale 'Giacomo Ciamician' su Energia, Ambiente, Trasporti e da parte di Stefano Casaleggi, direttore Generale di Area Science Park. Introduce Andrea Crismani, università degli Studi di Trieste. I temi trattati: la cooperazione tra i gestori di rete e di mercato (Alberto Pototschnig, direttore Acer - Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell'energia); I fabbisogni di energia per il sistema portuale (Mario Sommariva, segretario generale, Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale.;La tutela del consumatore e l’integrazione dei mercati (Sara Tommasi, Università del Salento); Interconnessione delle reti elettriche di Italia e Slovenia in ottica merchant line Massimo Carratù, direzione Energia Elettrica AcegasApsAmga Spa.

 

 

Giovani - #MaiDireMai in assemblea
Si terrà alle 17.30, nella sede di via Fabio Severo 31, l'assemblea dell'Associazione giovanile #MaiDireMai. #MaiDireMai nasce nel 2015 dall'esperienza di partecipazione attiva all'interno di Arci-Servizio civile formata dall'insieme di giovani operanti attualmente in progetti di servizio civile, giovani che hanno svolto attività in qualità di ex obiettori o ex volontari, che hanno fatto un loro percorso collaborando attivamente in varie iniziative. Dalla sua costituzione l'associazione organizza iniziative che vedono impegnati i giovani su temi quali la cooperazione, l'associazionismo, la pace, la solidarietà.

 

 

Alliance Française - L'emergenza clima in fotografia
Dodici immagini delle 44 vincitrici di un concorso fotografico internazionale sul cambiamento climatico saranno le protagoniste della mostra "Clima, stato di emergenza" che l'Alliance Française di piazza Sant'Antonio Nuovo 2 ha portato in città. L'esposizione è figlia di un'iniziativa della Fondation Alliance Française di Parigi nel 2015, in occasione del summit mondiale sul cambiamento climatico. I fotografi sono stati invitati a illustrare questioni e problemi relativi al clima e alle sue evoluzioni, di tracciare un ritratto dei suoi effetti sulla vita della gente e sulle soluzioni pubbliche e private, che nel proprio paese, vengono intraprese o anche solo immaginate per contrastare gli effetti negativi di queste evoluzioni. 105 Alliances Drançaises di 43 Paesi diversi hanno partecipato. La mostra verrà inaugurata alle 18; interverranno Furio Finocchiaro, ricercatore e docente al Dipartimento di matematica e geoscienze dell'Università di Trieste, e Alessandro Giadrossi, presidente del Wwf Trieste. Seguirà aperitivo. Ingresso libero.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 12 ottobre 2017

 

 

RUTENIO IN VENETO E NORD ITALIA. SERENA PELLEGRINO ( SI): PROBLEMA RISCONTRATO ANCHE IN ALTRI PAESI EUROPEI

COSA SIA SUCCESSO NON LO SA NEMMENO L’AIEA. IL MINISTERO DELL’AMBIENTE RASSICURA SU ASSENZA RISCHI SANITARI E SU PROGRESSIVA DIMINUZIONE CONCENTRAZIONI.
Roma, 12 ottobre 2017. Le tracce del radionuclide Ru-106 registrate dalle stazioni di controllo della radioattività in aria delle sedi di Verona, Vicenza e Belluno non sono soltanto un fenomeno locale . Il Ministero dell’Ambiente ha oggi ammesso che oltre alla contaminazione registrata in Veneto, e precedentemente in Lombardia, segnalazioni sono giunte da altre regioni del Nord Italia. Inoltre, il problema e le relative preoccupazioni riguardano anche altri Stati europei, dove sono state effettuate analoghe registrazioni di rutenio in atmosfera, e c’è chi fra questi, in particolare la Francia, ipotizza che l’origine della radioattività segnalata in Europa si trovi in una regione a sud degli Urali. Al momento né Ministero dell’Ambiente né Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sanno dire di più su cosa sia effettivamente accaduto e abbia determinato l’anomalia radiometrica. Lo dichiara la parlamentare Serena Pellegrino ( Sinistra Italiana) vicepresidente della commissione Ambiente che ha sollecitato un chiarimento sulle cause della presenza del radionuclide. In risposta all’interrogazione, è stato esplicitamente escluso il collegamento con incidenti in centrali nucleari , è stato evidenziato il dato della progressiva diminuzione delle concentrazioni nelle aree sotto controllo ed è stato infine assicurato il costante controllo dell’ISPRA che pubblica aggiornamenti periodici sulla problematica nel proprio sito web.

Serena Pellegrino

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 12 ottobre 2017

 

 

I pescatori croati: «Mare sempre più povero» - La categoria punta il dito contro dilettanti e sportivi. Zagabria annuncia un inasprimento dei controlli
FIUME - La pressione alieutica nel versante croato dell'Adriatico è diventata insostenibile: troppi i pescatori, a impoverire di anno in anno le risorse ittiche di un mare ormai allo stremo. È quanto ribadito a Porto Albona (Rabaz), in Istria, durante la riunione nazionale dei pescatori che ha visto i partecipanti lanciare non solo un grido d'allarme, ma anche chiedere misure concrete per migliorare una situazione a loro dire disperata. Fra le proposte è stata lanciata dunque quella di ridurre l'Iva sul pescato e di consentire ai pescatori professionisti di beneficiare di condizioni migliori per arrivare alla pensione. Dito puntato poi anche contro i pescatori sportivi e dilettanti, ritenuti tra i maggiori responsabili del depauperamento ittico. Il viceministro croato dell'Agricoltura con delega per la Pesca, Ante Misura, ha annunciato che d'ora in poi i controlli per questi ultimi saranno molto più rigorosi: «Queste due categorie dovranno contrassegnare i pesci catturati per impedirne la vendita. E per chi non si metterà in regola ci saranno ammende severe. Il ministero - ha aggiunto Misura - è impegnato nella tutela del nostro mare, ma ci sono sempre singoli pescatori professionisti che chiedono agevolazioni». A prestare ascolto al pescatore dalmata Igor Kralj di Bestonio (Baska Voda), più del 50% dei pescatori dilettanti opererebbe in modo abusivo: «Insenature e lunghissimi tratti costieri sono chiusi da reti e palamiti e disseminati da miriadi di nasse. Il livello critico di prelievo è stato superato da tempo, ma non succede niente e siamo vicini al punto di non ritorno». Gli ha fatto eco Mate Oberan, presidente della sezione Pesca alla Camera d'Economia croata: «Dobbiamo pescare di meno, rinunciare in parte o totalmente all'attività. Non so comunque se potrà bastare per risollevare le sorti dell'Adriatico». Anche Sanja Matic Skoko, biologa dell'Istituto oceanografico di Spalato, ha parlato di situazione catastrofica, che può essere migliorata solo con un'azione comune. Intanto però i dati degli ultimi anni sui pescati in Croazia sembrano non dare ragione a chi si lamenta per la continua riduzione delle biomasse di pesci, molluschi e crostacei. Lo scorso anno i professionisti croati hanno catturato 85mila tonnellate di pesce, con un aumento dello 0,9% sul 2015: il dominio come sempre è spettato alle sardelle con 54mila tonnellate (+7,6% annuo). Nel 2015 il pescato complessivo tra specie selvatiche e d'allevamento aveva toccato le 84 mila tonnellate, nel 2012 le 70mila e nel 2010 le 52mila tonnellate. Va detto che da anni nel Paese si operano più volte all'anno i fermi biologici su varie specie. Queste restrizioni hanno portato dei benefici al pesce azzurro, che viene pescato in quantità maggiori rispetto a una decina di anni fa.

(a.m.)

 

 

Rigassificatore a Veglia - Castelmuschio si ribella
Il Comune: nessuna contrarietà alla struttura ma nel progetto vanno previsti vantaggi economici per la popolazione. Pronto lo studio di impatto ambientale
FIUME - Il progetto del rigassificatore offshore a Veglia ha vissuto in questi giorni un'accelerazione con la chiusura del bando internazionale per l'acquisizione della nave-rigassificatore (l'unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione). Ma i responsabili del Comune interessato, quello di Castelmuschio (Omisalj in lingua croata), non ci stanno: si dicono delusi dagli effettivi benefici che la municipalità e la Regione quarnerina ricaveranno dal progettato terminal. A fare da portavoce al malcontento è stato il rappresentante di Castelmuschio nella Commissione per la valutazione dell'impatto ambientale. Zlatko Klobas, l'unico a votare contro la Proposta dello Studio di impatto ambientale del terminal, a nome del proprio Comune ha affermato infatti che Castelmuschio e i suoi abitanti non hanno avuto sino a questo momento la risposta che si aspettavano in merito alla domanda che ritengono basilare: quale sarà, per la località isolana e per il Quarnero, la convenienza che deriverà dalla presenza del rigassificatore galleggiante? Nel precisare che la municipalità vegliota non è contraria all'impianto, Klobas ha però aggiunto che non c'è alcun documento nel quale emergano dei dati precisi su questa tematica. «Sì, qualche piccolo incasso per noi arriverà, risulteranno occupate una decina di persone, ma nulla di più», ha detto Klobas rilevando che «in presenza di simili strutture, le comunità locali traggono ovunque vantaggi, magari sotto forma di gas a prezzo più basso per utenze private e industriali, o di investimenti atti a migliorare le condizioni di vita della popolazione. In questo caso non si vede invece niente». Dati alla mano, secondo gli atti disponibili al momento il Comune di Castelmuschio dal proprio campeggio potrà incassare introiti 15 volte superiori rispetto a quanto arriverà dal rigassificatore: «Invitiamo pertanto le autorità competenti - ha concluso il rappresentante della municipalità - a fare una riflessione per evitare che ciò accada. In caso contrario ci sentiremmo ingannati, con tutte le conseguenze possibili». Il documento definitivo dello studio di impatto ambientale sarà pronto entro un massimo di sette giorni e diverrà poi oggetto di dibattito pubblico. Sarà una fase molto delicata, nella quale emergerà sicuramente il malumore degli abitanti per la presenza di un impianto non certo adatto per lo sviluppo del turismo, oltre che - allo stato - non remunerativo per il Comune. Intanto Lng Croazia, l'azienda pubblica che gestisce il progetto, ha fatto sapere che al bando internazionale per l'acquisizione della nave-rigassificatore e delle relative infrastrutture si sono fatte avanti 27 imprese.Il contratto sarà firmato agli inizi del 2018, l'ultimazione del terminal è prevista entro il 2019: è questa infatti la condizione da rispettare per ottenere i 103 milioni di euro a fondo perduto promessi dall'Unione europea (su un costo progettuale complessivo di 360 milioni). Il terminal dovrebbe essere operativo negli ultimi mesi del 2020. La capacità di movimentazione della struttura sarà di 2,5 miliardi di metri cubi di gas all'anno.

Andrea Marsanich

 

 

Un eco-questionario per "sconfiggere" l'anidride carbonica
Dal 16 al 30 ottobre i triestini sono invitati a compilare un questionario online sul tema dei consumi energetici e della cosiddetta sostenibilità, che sarà reperibile al link "Ambiente. Comune. Trieste. it/Paes-Patto Sindaci". Trenta minuti di tempo per la scienza, dal momento che l'indagine rientra nel Piano di azione per l'energia sostenibile. L'ha annunciato ieri l'assessore comunale all'Ambiente Luisa Polli assieme all'assessore alla Comunicazione Serena Tonel. Ha spiegato Polli: «Il questionario servirà a fornire dati utili per capire come abbattere le emissioni di anidride carbonica. Abbatteremo il 20% delle emissioni entro il 2020 e raggiungeremo il 30% entro il 2030». Le ha fatto eco Tonel: «Fondamentale alla riuscita sarà la partecipazione dei cittadini, che è mia responsabilità sensibilizzare alla cittadinanza attiva. In vista di Esof 2020 Trieste deve dimostrare di essere all'avanguardia anche in tema di sostenibilità». L'iniziativa è promossa dal Comune di Trieste assieme a numerosi partner: Area Science Park, Regione, Università, Trieste Trasporti, Autorità portuale, Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste, Ater e AcegasApsAmga.

(l.g.)

 

 

Il "riciclo creativo" per rispettare la natura di scena al Centro visite della Val Rosandra
Nel pomeriggio di sabato prossimo, a partire dalle 15, al Centro visite della Val Rosandra - al civico 507 di Bagnoli della Rosandra - si terrà un laboratorio didattico, naturalmente a sfondo ecologico, finalizzato a far scoprire ai bambini l'arte del cosiddetto"riciclo creativo". Con gli addetti del Centro i piccoli partecipanti potranno così scoprire «come dare nuova vita - si legge in una nota di presentazione dell'appuntamento - ad alcuni materiali semplici, come i tappi di plastica delle bottiglie, che spesso vengono gettati dopo il loro utilizzo». I bambini realizzeranno a questo proposito «dei simpatici gadget naturalistici, da portare a casa, prendendo nel contempo consapevolezza dell'importanza del riciclo e della riduzione dei rifiuti». La partecipazione al laboratorio ludico didattico è gratuita. La durata prevista è di 90 minuti.

 

 

Natura in città - Con il Wwf caccia alle specie aliene - Oggi alla Canottieri Adria la presentazione del “safari urbano” di domenica

Tutti scienziati per un giorno, alla scoperta della "Natura in Città", avvistando e segnalando, a partire da una caccia al tesoro nei parchi cittadini in programma domenica con partenza alle 10 dal Pontile Istria, specie animali e vegetali "aliene" tramite una app sviluppata a Trieste dal Dipartimento di Scienze della vita dell'Università. Anche il capoluogo giuliano aderisce all'evento nazionale di Wwf Italia in collaborazione con il progetto Csmon-Life "Urban Nature" che vede i cittadini diventare "cittadini scienziati". Un incontro introduttivo con tre "pillole" di biodiversità aperto a tutti si terrà oggi alle 17.30 alla Società Canottieri Adria. Stefano Martellos di Csmon-Life in "Citizen science" illustrerà come si può aiutare la ricerca scientifica. «In "Città bestiali: ma chi glielo fa fare ad abitare in città?" e "Ma la libellula vale la zanzara? Gestire la biodiversità urbana" analizzeremo in modo discorsivo e coinvolgente - anticipa il naturalista e zoologo Nicola Bressi - il perché tanti animali vivono in città e come: in città gli animali vivono secondo natura, ma in un ambiente che naturale non è. È un po' come i giocatori che devono abituarsi ai campi sintetici: le regole sono le stesse, ma i match si affrontano su terreni diversi. L'uomo sempre più dovrà condividere l'ambiente urbano con gli animali. La soluzione? Aumentare le biodiversità: più spazio daremo alle specie "positive", più ne toglieremo a quelle "negative"». «Attraverso il biomonitoraggio e grazie alle nuove tecnologie - conclude il presidente di Wwf Trieste, Alessandro Giadrossi - tutti i cittadini diventano potenziali segnalatori». Iscrizioni: wwftrieste@gmail.com).

(g.t.)

 

 

Incontro col mugnaio Tuzzi

Al padiglione I - PArco di S. Giovanni (ex Opp) alle 18 incontro con Enrico Tuzzi mugnaio con un'esperienza di cinque generazioni per parlare di farina, e di economia solidale. Tiziana Cimolino introdurrà sul tema delle filiere di economia solidale nel nostro territorio.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 11 ottobre 2017

 

 

Torrenti da risanare, sbloccati 200mila euro - Cresce il livello di attenzione sui corsi d'acqua. Lo stanziamento era fermo dal 2012, ora è stato riattivato
Il Municipio ha alzato il livello di attenzione sulla manutenzione dei corsi d'acqua scoperti, che scorrono nel territorio comunale. Lo dimostra l'aver rispolverato il seguente iter amministrativo: c'era una volta una vecchia deliberazione giuntale, risalente alla stagione cosoliniana, che stanziava 200 mila euro per il primo lotto del risanamento dei torrenti scoperti. Era l'atto 445 del settembre 2012. Tra il 2015 e il 2016 una serie di operazioni contabili hanno fatto sì che quei quattrini non andassero in cavalleria e potessero essere utilizzati alla bisogna. E così il Documento unico di programmazione, varato a fine giugno, ha riconsiderato l'esecuzione dell'opera. Dal punto di vista finanziario, i lavori si avvalgono di due mutui contratti con Unicredit. Nella macchina comunale la vicenda è seguita da Enrico Cortese, dirigente del servizio spazi aperti-verde pubblico-strade. Gli elaborati progettuali sono stati aggiornati, anche perché intanto è entrato in vigore il nuovo codice degli appalti (d.lgs. 50/16). Il criterio di aggiudicazione scelto da Cortese è il minor prezzo mediante ribasso sull'importo posto a base di gara. L'impresa avrà a disposizione 180 giorni per completare i lavori. AcegasApsAmga e il Comune - lo ha ricordato recentemente il dirigente dell'utility Maria Mazzurco - sono in procinto di impostare uno studio sull'intero bacino idrografico dell'area comunale. Un lavoro che manca all'apparato tecnico-documentario del territorio e adesso viene considerato importante. Soprattutto alla luce di quanto è successo a Livorno, dove lo straripamento di corsi d'acqua secondari, in seguito a un violento nubifragio, hanno determinato la morte di otto persone. Lo spunto per una ricognizione dettagliata del contesto idrografico triestino è stato dato dalla prossima apertura del cantiere in via Carducci, che dovrà provvedere a risistemare la volta in arenaria sotto la quale passa il torrente Chiave, formato all'altezza del Portico di Chiozza dalla confluenza dei torrenti Farneto e Settefontane. Gli effetti delle acque piovane sono stati tra le cause dei gravi danni subiti dalla copertura del torrente. Cogliendo l'occasione di questo intervento, utility e amministrazione comunale mapperanno la situazione idrica a monte della città.

 

I giochi nel torrente Settefontane in via della Tesa alta - LA LETTERA DEL GIORNO di Livio Damini
Vorrei correggere parzialmente le interessanti informazioni sul torrente "Chiave" fornite dal signor Dino Cafagna e pubblicate con il titolo "Via Carducci, è sbagliato chiamare quel torrente Chiave" nella benemerita rubrica delle Segnalazioni su "Il Piccolo" del 5 ottobre scorso. Forse tratto in errore dal nome della via omonima, il Cafagna scrive: "il torrente Settefontane (o Klutz), proveniente da Cattinara (scorre sotto la via Settefontane e la via Carducci)...". Ciò non corrisponde alla realtà. Detto torrente scorre invece sotto la via della Tesa (foto) ovvero ciò che rimane di questa una volta importante arteria, che iniziava dallo slargo che ora si chiama largo Sonnino e, seguendo a zig-zag la linea della valle, saliva sino all'attuale piazza Foraggi. Il torrente scendeva sì, da Cattinara, ma seguiva il percorso naturale del fondo valle dell'attuale viale Ippodromo e quindi, via della Tesa. Un'anziana signora, ora non più con noi, che fu bambina all'inizio del secolo scorso, mi raccontava che con gli amichetti, giocava nel torrente Settefontane allora non ancora coperto, nella parte alta di via della Tesa.Tra la fine degli Anni '60 e i '70 del 1900, improvvise e copiose precipitazioni piovose fecero nascere impetuosi torrenti che, scorrendo da viale Ippodromo si infilavano nel loro "letto" naturale di via della Tesa provocando un allagamento di quasi un metro di altezza nella parte finale della strada, fino al Largo Mioni. Ancora oggi, malgrado i provvidenziali lavori operati dal Comune di Trieste (in quell'occasione vidi di persona il torrentello, venuto alla luce a causa dei lavori), con l'apertura di capaci "bocche di lupo" che, se non ostruite da terriccio e foglie trasportate dall'acqua, riducono la presenza del torrente in superficie, repentini fenomeni meteorici possono provocare l'accumularsi dell'acqua a valle della via. Un tanto per dimostrare che il torrente Settefontane scorreva lungo quella linea valliva che poi divenne la via della Tesa. L'attuale viale d'Annunzio costruito a metà degli Anni '30 (come viale Sonnino) segue un percorso innaturale ai fini del deflusso delle acque piovane e non viene mai allagato come succede invece in via della Tesa.

 

 

Nuovi treni regionali - Trenitalia presenta a Bologna i convogli del trasporto locale
BOLOGNA - È partito da Bologna, in piazza Maggiore, il road show di Trenitalia per far conoscere ai cittadini e ai pendolari i nuovi convogli della flotta regionale destinati, dal 2019, a rivoluzionare positivamente il trasporto locale. La prima regione dove arriveranno i nuovi treni pendolari sarà proprio l'Emilia Romagna (nei piani non c'è il Friuli Venezia Giulia, confermano fonti di Trenitalia): si tratta complessivamente di 86 convogli di cui 39 doppio piano pensato per un'alta frequentazione) e 47 mono piano per una media frequentazione. A livello nazionale, le nuove flotte dei treni regionali, 300 Rock prodotti da Hitachi Rail Italy e 150 Pop prodotti da Alstom, compongono la maxi fornitura da 450 nuovi convogli della commessa da oltre 4 miliardi di euro complessivi. «La musica sta cambiando - ha spiegato l'amministratore delegato di Fs Italiane, Renato Mazzoncini parlando dal palco allestito in piazza - sostituiremo nei prossimi anni il 50% della flotta regionale di tutta Italia. Il 20% l'abbiamo già sostituito negli ultimi due anni, quindi, ci troveremo con una flotta che sarà sicuramente la migliore d'Europa».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 10 ottobre 2017

 

 

Amianto a Fiume - Si punta alla mappa dei siti a rischio - La stima del Comune: tetti in eternit per mille tonnellate
L'assessore allo Sviluppo: «No alle discariche abusive»
FIUME - Nonostante le operazioni di bonifica effettuate negli ultimi anni, i tetti in amianto a Fiume restano numerosi. Stando all'assessore municipale allo Sviluppo, urbanistica ed ecologia, Srdan Skunca, si stima che nel capoluogo del Quarnero vi siano ancora circa mille tonnellate di tetti in eternit, quantitativo ritenuto estremamente pericoloso per questa città di 130 mila abitanti. «Siamo consci che la situazione è tutt'altro che ideale - ha rilevato l'assessore - il materiale di amianto va progressivamente rimosso, smaltito correttamente e messo in condizioni di non nuocere. L'amministrazione comunale ha emanato tempo fa la delibera relativa all'obbligo per i cittadini di denunciare la presenza di tetti in amianto, specificandone il luogo in cui si trovano e la quantità». L'obiettivo dell'amministrazione è quello di arrivare a una sorta di mappatura dei siti pericolosi, aumentando nel frattempo la consapevolezza della popolazione in merito alla necessità di rimozione dei tetti in amianto. L'assessore ha lanciato anche un altro allarme: «Purtroppo - ha detto Skunca - la rimozione di questi tetti e la sostituzione con tegole sta avvenendo in modo non coordinato, disorganizzato, con il materiale che viene portato via da aziende o singoli non autorizzati. Durante operazioni di pulizia dell'ambiente, che a Fiume avvengono da decenni, si trovano spesso discariche abusive, piene di rifiuti di asbesto. I cittadini devono capire che gettando questi materiali nell'ambiente si rendono responsabili di un comportamento molto pericoloso. Sottoposti agli agenti atmosferici, questi rifiuti tendono a decomporsi, con l'amianto che va a disperdersi nell'ambiente. È a rischio per la salute dell'uomo anche la sistemazione provvisoria del materiale di amianto negli scoperti delle abitazioni». L'assessore della giunta di Vojko Obersnel ha rilevato come nel 2014 siano state raccolte 49 tonnellate di materiale edile a rischio; l'anno successivo si è arrivati a 81 tonnellate, mentre nel 2016 gli organismi comunali ne hanno raccolte 31. A detta dell'assessore, i differenti quantitativi raccolti negli ultimi tre anni indicano che il sistema non è ancora bene oliato, denuncia lacune e va migliorato per poter eliminare negli anni a venire le circa mille tonnellate di tetti in eternit ancora presenti a Fiume.

Andrea Marsanich

 

Legambiente - Opuscolo sui giardini inquinati

Oggi dalle 15 alle 17 nel Giardino pubblico di via Giulia i volontari di Legambiente distribuiranno ai cittadini l'opuscolo "Inquinamento dei giardini pubblici: cosa c'è da sapere".

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 9 ottobre 2017

 

 

A Duino la maglia nera degli incidenti stradali - I dati provinciali Aci. Il 76% dei casi più gravi fuori dagli abitati - Gli incidenti nella provincia di Trieste
TRIESTE - Sono le strade killer della provincia. Parliamo delle arterie lontane dai centri abitati, cioè le provinciali, le regionali, i tratti della grande viabilità. Sono loro a meritare questo triste primato, in base all'analisi degli incidenti verificatisi nel corso del 2016 fatta dalla delegazione di Trieste dell'Aci e dalla quale emerge anche che, fra i comuni della provincia, è quello di Duino Aurisina a vestire la maglia nera con un numero di schianti stradali molto più alto degli altri (al netto del dato sul territorio comunale di Trieste): 44 contro i 12 di San Dorligo della Valle, i 10 di Muggia, i 5 di Sgonico e i 3 di Monrupino. Dallo studio risulta che, nell'ambito dei 952 incidenti sotto la lente, il maggior tasso di gravità, pari al 46,51 per cento, è da attribuire a quelli che si sono verificati sui tratti autostradali, il 30% a quelli capitati nelle strade provinciali, regionali e statali. Conferma i risultati di questa analisi anche il tasso di mortalità, che arriva al 76,92% sui tratti autostradali del territorio provinciale. Se si entra poi nel dettaglio degli incidenti mortali, nove in tutto nel 2016, con un aumento rispetto al 2015 quando ce n'erano stati sette, emerge un altro elemento importante: sette dei nove si sono verificati nelle strade che circondano il territorio comunale di Trieste, poi uno a Duino Aurisina e uno a Muggia. Questa dunque l'ombra scura che si proietta sui dati diffusi dalla locale sezione dell'Aci. Dai quali emerge anche un altro fattore molto preoccupante: il 33,22 per cento degli incidenti vede, fra le "presunte circostanze", in sostanza le probabili cause, il mancato rispetto dei segnali stradali. Segue, nel 19,52% dei casi, l'alta velocità, e nel 14, 38% la guida distratta. Tre motivi omogenei che stanno a indicare che, quando ci sediamo al volante, la nostra attenzione è troppo spesso assorbita da tutto fuorché da ciò che dovrebbe contare di più, cioè il rispetto delle regole del Codice della strada. Telefonini, utilizzati per parlare o peggio per scrivere o leggere messaggi, navigatori, magari la necessità di accendere una sigaretta, cercandola nelle tasche, sono troppo spesso causa di disattenzioni che possono diventare fatali. Quello relativo alla distrazione o comunque a un atteggiamento troppo disinvolto quando si impugna il volante, è un fattore che trova conferma anche dall'analisi delle cause degli incidenti mortali: nel 42,86 per cento delle situazioni, a provocarli, sulle strade della provincia, è stato il mancato rispetto dei segnali, nel 28,57% la guida distratta, nel 14,29%, con sinistra omogeneità, sia l'eccessiva velocità sia la marcia contromano. Ulteriore elemento da valutare un altro dato reso noto dall'Aci: quando negli incidenti sono coinvolti pedoni, in più di due terzi dei casi, precisamente nel 67,66 per cento delle situazioni, gli stessi non hanno alcuna responsabilità. Ciò sta a significare che, per quanto sempre più spesso si notino, anche da parte di chi va a piedi, comportamenti non troppo corretti, la maggiore responsabilità ricade più di due volte su tre su chi sta alla guida. «Devo formulare un pubblico appello alla prudenza - dice Maura Lenhardt, direttore della sezione di Trieste dell'Aci - perché dai dati si evidenzia un progressivo peggioramento nell'atteggiamento delle persone quando si apprestano a guidare un mezzo, sia esso un'automobile, uno scooter, una motocicletta, un camion. Sono troppi oggi - aggiunge - i fattori che ci possono sottrarre all'attenzione che andrebbe invece prestata alla guida. I telefonini sono senz'altro da indicare come principale causa di distrazione - precisa la responsabile della sezione di Trieste dell'Aci - perché basta osservare gli automobilisti per notare quanto spesso abbiano all'orecchio un cellulare». Eppure esistono molti correttivi che, per pochi euro, metterebbero tutti in uno stato di maggiore sicurezza: se non si vuole spendere per un apparecchio di viva voce, è sufficiente acquistare, per una cifra relativamente modesta, un auricolare e indossarlo. Per sensibilizzare tutti a una maggiore attenzione sulle strade, nei giorni della Barcolana, l'Aci di Trieste è stata presente con uno stand, dove sono stati distribuiti opuscoli sul tema.

Ugo Salvini

 

TRASPORTI - Prenotazione dei taxi via app  Sistema attivo su 227 vetture
Il taxi a portata di clic. I triestini hanno iniziato in questi giorni a prendere dimestichezza con l'applicazione "It Taxi", il nuovo sistema di prenotazione dei taxi che fa risparmiare agli utenti tempo e denaro. Il progetto, unico in regione e costato 40mila euro, ha dotato di nuova tecnologia le 227 vetture della cooperativa Radio Taxi e di un nuovo potente sistema di smistamento delle chiamate la sede centrale. La app mette direttamente in contatto il cliente con il taxi a lui più vicino, senza dover comporre lo 040-307730 e tenendo conto non solo della distanza ma anche della percorrenza delle singole vie, offrendo così la soluzione più vantaggiosa per l'utente. «Un servizio che dà lustro alla nostra città e che nasce dalla lungimiranza di Radio Taxi», ha sottolineato l'assessore comunale allo Sviluppo economico, Maurizio Bucci, illustrando la novità della app. «Si tratta di un'iniziativa realizzata in autonomia dalla cooperativa - ha evidenziato - che va di pari passo con l'intenzione di questa amministrazione di rinnovare il sistema dei servizi al pubblico». «Per i grandi utenti come alberghi o società - spiega Davide Secoli, presidente Radio Taxi - è disponibile anche una specifica pagina web che facilita ulteriormente il loro lavoro. Per i clienti convenzionati - aggiunge - presto verrà introdotto un sistema di pagamento attraverso voucher elettronici gestito direttamente dall'applicazione». Applicazione che affianca il classico sistema di chiamata al centralino ed è disponibile anche in tedesco e inglese. «L'impennata turistica impone a chi offre servizi di modernizzarsi - ha osservato Enrico Eva, segretario di Confartigianato -, il turista è ingordo di tecnologia ed è giusto dare risposte concrete a queste esigenze». «Il sistema di "It Taxi" è semplice e intuitivo - ha spiegato Antonio Chersi, vicepresidente di Radio Taxi -, cliccando sull'app l'utente viene geolocalizzato e sullo schermo una mappa indica via e numero civico. Dopo aver dato conferma dell'indirizzo, selezionando la sezione "preferenze" è possibile scegliere una serie di opzioni e a quel punto si invia la richiesta». Una notifica avvisa il cliente del numero del taxi in arrivo e del tempo di attesa.

(l.t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 8 ottobre 2017

 

 

Operazione restyling del Porto vecchio al traguardo in 6 anni -
L'accordo prevede la consegna dei lavori entro la fine del 2023 - Nessun intervento di recupero per Magazzino 23 e "Locanda"
«La riqualificazione dell'area del Porto vecchio di Trieste è un obiettivo di rilievo nazionale». È la premessa all'accordo operativo tra Ministero ai Beni culturali, Regione Fvg, Comune e Porto di Trieste, per la partecipazione al Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) del Cipe all'interno del ciclo di programmazione 2014-2020 del Piano stralcio Cultura e Turismo. Un miliardo di euro destinato alla realizzazione di 33 interventi fra cui anche quello da 50 milioni per il Porto vecchio di Trieste approvato dal Cipe il 1° maggio 2016. «È la prima volta - si legge nella relazione introduttiva - che si affronta organicamente tutta la problematica e la prima volta che si dispone di risorse consistenti in grado di consentire il completamento funzionale di una parte dell'area». L'accordo operativo è stato firmato lo scorso 25 settembre nel palazzo della Regione da Dario Franceschini, Debora Serracchiani, Roberto Dipiazza e Zeno D'Agostino. Il 28 settembre è stato approvato dalla giunta comunale. Il protocollo d'intesa è stato invece sottoscritto il 28 maggio 2016 in Porto vecchio alla presenza dell'allora premier Matteo Renzi. Ora, dopo la pubblicazione sull'albo pretorio dell'accordo operativo, si possono scoprire i dettagli dell'operazione 50 milioni (molti inediti). «La stessa natura del Fondo Sviluppo e Coesione - si legge nella relazione - impone che l'ingente, anche se non esaustivo investimento, sia finalizzato a opere che producono impatti positivi sin dal loro completamento». Per questo motivo dai 50 milioni sono state escluse le opere di infrastrutturazione urbana non strettamente funzionali e connesse all'intervento come le bonifiche ambientali o lavori "di messa in sicurezza o di solo restauro". «Di conseguenza - si fa sapere - si escludono dal finanziamento le bonifiche dei torrente Chiave e Rio Martesin che impegnerebbero rispettivamente 11,5 e 4,5 milioni (16 milioni in totale)». L'obiettivo è stato fin dall'inizio di «concentrare gli interventi in un'area limitata dell'enorme compendio (60 ettari)» inglobando le ristrutturazioni già completate dell'ex Centrale idrodinamica, dell'ex Sottostazione elettrica e, parzialmente, del Magazzino 26. «Gli interventi previsti - si informa - assieme alle ristrutturazioni già completate, vengono a formare un importantissimo attrattore culturale in edifici di grande pregio architettonico adiacenti tra loro con un viabilità adeguata e con la sistemazione di una passeggiata a mare». Il fronte mare, tuttavia, non fa parte della sdemanializzazione e resta sotto l'Autorità portuale. Si comincerà dalla realizzazione della rotatoria di viale Miramare, dall'infrastrutturazione di questa porzione di Porto vecchio, dalla realizzazione del Museo del mare (nei Magazzini 24 e 25), dal trasferimento dell'Icgeb al Magazzino 26, dalla sistemazione dell'Ursus. Tra il protocollo di intesa del 2016 e l'accordo operativo del 2017 sono stati rivisti alcuni importi dei vari interventi. L'Ursus, per esempio, ha perso due milioni e mezzo (dei 5,5 inizialmente previsti) a favore soprattutto della viabilità (5 milioni). Il Museo del Mare è stato privato di due milioni (da 25 da 23) e pure del Magazzino 23 (inizialmente coinvolto). Il trasferimento dell'Icgeb al Magazzino 26 avverrà con due milioni in meno (da 12 a 10). È inoltre scomparso dall'orizzonte il restauro della vecchia "Locanda" - già protagonista in passato di set cinematografici - per il quale erano stati messi in conto 800mila euro.I 50 milioni non arriveranno tutti in una volta, ma in sei anni con le cifre importanti negli ultimi quattro: 1 milione di euro nel 2017, 2,5 milioni nel 2018, 11 milioni nel 2019, 11 milioni nel 2020, 11 milioni nel 2021 e 13,5 milioni nel 2022. I primi due anni, infatti, saranno dedicati alla progettazione. A incassare i fondi Cipe sarà la Regione. «Il soggetto attuatore degli interventi dovrà inviare alla Regione entro un anno dalla stipula dell'accordo (28 settembre 2018) il progetto di fattibilità tecnica e il cronoprogramma relativo». Le procedure di gara per l'appalto dei lavori devono essere avviate entro il 31 marzo 2019 e il termine di ultimazione degli stessi è stabilito al 31 dicembre 2023. Poco o nulla, insomma, sarà pronto per Esof 2020, Trieste capitale della scienza, che si terrà proprio in quell'area di Porto vecchio. Sarà sempre la Regione ad effettuare il "monitoraggio" dell'intervento. Qui l'accordo operativo riesce a inventarsi un calendario tutto suo. Al comma 4 dell'articolo 9 si legge: «Le relazioni sono inviate entro il 31 marzo e il 31 novembre di ogni anno a cominciare dalla prima scadenza successiva alla firma dell'accordo». "Trenta dì conta novembre con april...".

Fabio Dorigo

 

Museo del mare europeo da diecimila metri quadri - Contenitore culturale nei Magazzini 24 e 25. Costo degli adeguamenti 23 milioni
L'Icgeb va nel 26 ma i fondi sono meno della metà necessaria all’intero trasloco

La viabilità prima di tutto. Si comincerà con la realizzazione della rotatoria di viale Miramare ha fatto sapere Roberto Dipiazza all'atto della firma dell'accordo operativo da 50 milioni. Il sindaco è riuscito a ritagliarsi 5 milioni di euro per le strade in Porto vecchio limando gli altri interventi previsti. «La soluzione proposta per la viabilità carrabile interna al Porto vecchio - si legge nella relazione - prevede la realizzazione di un accesso da viale Miramare all'altezza del varco attualmente esistente, con la previsione di una rotatoria stradale». Oltre alle corsie di marcia ci sarà «la presenza di corsie ciclabili». Ma non basta. «La costruzione della nuova sede stradale - si fa presente - dovrà prevedere la rimozione degli elementi lapidei (lastre di arenaria, masegni) al fine di consentire un loro recupero e riutilizzo». Nessuna pietà, invece, per i binari ferroviari. «Nel caso non fosse possibile procedere con il lievo del fasciame di rotaie, dovrà essere individuata una soluzione tecnica che consenta il loro ricoprimento al fine di potere realizzare la pavimentazione stradale». La bretella, infatti, dovrebbe passare dietro la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica e quindi sopra i binari utilizzati dal Tramway. Si stima di poter fare tutto in 42 mesi. Le infrastrutture urbane (illuminazione e reti elettriche, idriche e fognarie) richiederanno 9 milioni. «L'area, in ragione della sua destinazione d'uso fino alla sdemanializzazione, risulta priva dei servizi minimi fondamentali e indispensabili». Un milione e 700mila euro saranno assorbiti dalla rete elettrica. Le opere idriche, invece, dovrebbero assorbire circa 700mila euro. Due milioni e 400mila euro sono previsti invece per la realizzazione della rete fognaria e di drenaggio urbano (acque bianche). Un milione e 300mila euro sono destinati agli impianti di illuminazione pubblica. Già scelti i lampioni. «I corpi illuminanti - si legge - saranno di tipo decorativo a pastorale "tipo Trieste"». Quelli, per capirsi, che fanno impazzire il sindaco Dipiazza. Per la rete del gas si prevede di spendere 705mila euro. Per i servizi tecnologici (rete internet) è previsto un investimento da 210mila euro. I tempi previsti sono di 42 mesi. Il Museo del mare in Porto vecchio, che ingloberà l'attuale Museo di Campo Marzio, avrà come sede i Magazzini 24 e 25, entrambi in pietra e acciaio, su tre piani, interamente da ristrutturare, con complessivi 10mila metri quadrati utilizzabili. Con le collezioni pubbliche (come quella del Lloyd Triestino) e private sarà possibile allestire - si legge nella relazione - «un importante nuovo grande museo del mare di livello europeo». Il progetto scientifico del museo è ancora però tutto da scrivere: 3,5 dei 23 milioni sono dedicati ai lavori di arredo ed allestimento. Il progetto assorbe quasi la metà dei 50 milioni stanziati dal Cipe (23 milioni) e prevede la sua realizzazione in 6 anni. La scelta dei Magazzini 24 e 25 (inizialmente c'era anche il 23) è stata determinata anche dal fatto che sono adiacenti al 26 e che sono affacciati sul mare (il bacino del Molo Zero) per il quale già si prevede «un successivo sviluppo di un'attività espositiva esterna sulle banchine od addirittura sullo specchio acqueo». Si parla da anni del possibile approdo a Trieste dell'incrociatore Vittorio Veneto e del sommergibile Fecia di Cossato. L'Icgeb (Centro internazionale per l'ingegneria genetica e le biotecnologie) troverà sede nel Magazzino 26, edificio realizzato nel 1870 che si sviluppa su 4 piani, 35mila metri quadrati di superficie, uno dei più grandi del Porto vecchio, completamento restaurato negli esterni e parzialmente negli interni (nel 2011 ha ospitato la Biennale diffusa di Sgarbi). L'Icgeb, diretto da Mauro Giacca, è attualmente collocato in Carso, all'interno dell'Area di ricerca di Padriciano. L'attuale giunta comunale avrebbe fatto volentieri a meno della sua presenza in Porto vecchio (a inizio mandato l'assessore Rossi aveva fatto trapelare un suo depennamento da parte del governo). Sono stati il ministero e la Regione a imporlo. L'Icgeb assorbirà circa 20mila metri quadrati e 10 dei 50 milioni (all'inizio erano 12) per l'adeguamento architettonico e impiantistico. Al piano terra dovrebbero essere realizzati la reception, una zona mostre, il ristorante e bar, oltre a depositi e magazzini. Ai piani primo e secondo troveranno posto i laboratori, uffici per ricercatori, la serra, la zona produzione farmaci, lo stabulario e spazi per le start-up. Al piano terzo saranno realizzati gli uffici della direzione e dell'amministrazione, una meeting room da 250 posti, una seminar room da 90 posti e laboratori didattici. Il costo complessivo per il restauro del Magazzino 26 per ospitare l'Icgeb è pari a 26 milioni: «Le risorse a disposizione (10 milioni) non consentono la realizzazione dell'intero intervento, ma rendono necessaria l'individuazione di due lotti funzionali. Il primo che consente l'attivazione dei laboratori e quindi il trasferimento dell'attività di ricerca vera e propria nell'area di Porto vecchio con la possibilità di utilizzare i locali già ristrutturati nel corpo iniziale del Magazzino 26 in accordo il Comune di Trieste». Nel Magazzino 26 dovrebbe trovare sede anche l'Immaginario scientifico che sta a Grignano e che detiene un contributo di 400mila euro dal Miur per il trasloco.

(fa. do.)

 

Ferstoria si appella alle Ferrovie: «Non si seppelliscano i binari cancellando il trenino»
Addio trenino in Porto vecchio. Una striscia d'asfalto seppellirà le rotaie. «Dove ora è esposta la Locotender a vapore Gr 880 e dove fino a qualche tempo fa correva il Tramway verrà edificata l'ennesima strada. Questo significa la fine del trasporto su rotaia in Porto vecchio» sentenziano i volontari di Ferstoria che si rivolgono al direttore di Fondazione Fs Luigi Francesco Cantamessa per scongiurare lo scempio ferroviario: «Può aiutarci a salvare questo collegamento con Trieste Centrale dalla cementificazione che il sindaco vuole fare eliminando le rotaie coprendole con asfalto e creando al suo posto una strada per altro già esistente qualche metro più in là?». Il progetto Tramway Porto vecchio Trieste sarebbe dovuto ripartire per la Barcolana e invece è rimasto fermo. L'intenzione di fare passare la bretella dietro la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica seppellisce i binari e di conseguenza il Tramway Pvt, quello che, ai tempi dell'ex sindaco Cosolini, sarebbe dovuto arrivare "quasi" a Barcola. Con il risultato di eliminare «l'unico collegamento ferroviario tra il Porto vecchio e la rete ferroviaria italiana, mettendo una pietra sopra al progetto di trasporto passeggeri via treno per il futuro terminal crociere di Adria Terminal».

(fa.do.)

 

Ascensore panoramico sull'Ursus - Tre milioni destinati allo storico pontone, gigante scelto come simbolo dell'area
Si dovrà accontentare di 3 milioni (erano 5 e mezzo quelli promessi inizialmente). L'Ursus, il pontone galleggiante varato nel 1914 e completato nel 1933, è destinato a diventare il simbolo del Porto vecchio. Era candidato anche a diventare la mascotte del Parco del Mare al molo Fratelli Bandiera. Sopravvissuta a un conflitto mondiale e messa a dura prova dalle raffiche di Bora, la gru è rimasta un chiodo fisso del piano Cipe da 50 milioni di euro. L'Ursus è rimasto operativo fino al 1994, poi fu abbandonato sino al 2004, quando la Fincantieri spa, ultima proprietaria, decise di non demolirlo, ma di donarlo alla Guardia Costiera ausiliaria. Nel luglio 2011 la Direzione regionale per i beni culturali decreta il pontone galleggiante Ursus di "interesse culturale" «quale importante testimonianza di archeologia industriale ed elemento rilevante del porto e della città di Trieste». Con un braccio a torre rotante su ralla di altezza di 75 metri con capacità di sollevamento di 150 tonnellate, l'Ursus è stato per molto tempo il pontone più potente. Inoltre è l'unico mezzo del genere interamente progettato e costruito in Italia. Nel 1975 l'Ursus venne sottoposto a importanti lavori con la sostituzione dei motori installati nel 1925 (uno dei quali è ancora visibile al Museo del mare di Trieste). Un gigante buono dell'archeologia industriale che qualcuno (il consigliere leghista Antonio Lippolis) considera un "obbrobrio" (e i soldi stanziati «buttati nel cesso») e che qualcun altro (Roberto Dipiazza) vorrebbe rottamare. «La prima notte di Bora taglierò gli ormeggi e lo lascerò libero di andare per l'Adriatico», ha dichiarato scherzando il primo cittadino il giorno della firma dell'accordo operativo. Le opere per l'Ursus riguardano il completo carenaggio, la messa in sicurezza dello scafo, la musealizzazione della sala macchine, di parte degli alloggi e delle aree comuni, il refitting della gru e l'installazione di un ascensore a scopo turistico (il pontone è alto 75 metri). «L'obiettivo principale del recupero del pontone gru - si legge nella relazione - è quello di poter rendere fruibile al pubblico il mezzo stesso, garantendone la sicurezza e il mantenimento dello stesso, portando a conoscenza le tecniche di costruzione» di inizio del secolo scorso. Inizialmente il costo stimato era pari a 5,5 milioni poi ridotto a 3. Si prevedono 38 mesi per il completamento dei lavori tra progettazione ed esecuzione. Poi l'Ursus, rimesso a nuovo, si offrirà anche come ascensore per il cielo.

(fa.do.)

 

 

Contovello reclama il "Pedibus" - La circoscrizione Ovest chiede al Comune l'attivazione del servizio per le scuole
PROSECCO - Arriva dalla circoscrizione di Altipiano Ovest al Comune l'invito a attivare nelle scuole primarie di Contovello, Prosecco e Santa Croce il "Pedibus", l'originale sistema di spostamento a piedi in modo organizzato per i bimbi in età scolare. Inventato e proposto dall'ambientalista David Engwicht nel 1992 in Australia, il Pedibus, ovvero Piedibus o Walking bus che dir si voglia, è stato apprezzato e riproposto in tante nazioni per la sua semplicità. Recarsi a scuola muovendosi a piedi guidati e accompagnati da insegnanti e genitori è innanzitutto un utile sistema volto a socializzare e a conoscere l'ambiente circostante. Inoltre il Pedibus tenta una prima risposta ai problemi di sedentarietà e obesità che sembrano ogni giorno di più avvilire i più giovani, catturati drammaticamente da televisori e telefonini e costretti, loro malgrado, a rimanere attaccati agli schermi per ore e ore senza muoversi. Se a questa situazione va a sommarsi un'alimentazione dove il fast food è per molti tragica pratica quotidiana, va da sé che pure piccoli stratagemmi come il Pedibus possano fare la differenza per una promozione di abitudine salutari attraverso l'esercizio fisico. Secondo il consigliere Simon Rozac (Lega Nord) che ha proposto al resto del consiglio la mozione rivolta all'attivazione del servizio, i costi sarebbero inesistenti visto che l'organizzazione del servizio ricade sul Comune, sulle associazione dei genitori e suo volontari. Dalla pratica del Pedibus gli scolari trarrebbero autostima e attitudine al dialogo, oltre a garantirsi migliori livelli di attenzione. Senza dimenticare che pure il traffico veicolare risulterebbe ridotto nei pressi delle scuole con grande beneficio per l'ambiente. «Il Consiglio circoscrizionale ha sposato all'unanimità la proposta del Pedibus per le nostre scuole - aggiunge la presidente del parlamentino Maja Tenze - un indirizzo che dà continuità a quanto già promosso dalla precedente giunta comunale, per un servizio che risulta già attivo in diverse scuole comunali. Per tutte queste ragioni chiediamo pertanto agli organi competenti del Comune di recepire questa proposta e di realizzare il Pedibus nelle scuole della prima circoscrizione».

(ma.lo.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 7 ottobre 2017

 

 

Il piano franco-indiano per l'Ilva: 4mila tagli - Il gruppo ArcelorMittal pronto a fare 10mila assunzioni: dura la reazione dei sindacati
ROMA - Parte in salita la vertenza sull'Ilva, acquisita dalla cordata Am InvestCo, controllata dal gruppo franco-indiano ArcelorMittal, in seguito al fallimento controllato del gruppo siderurgico italiano un tempo di proprietà della famiglia Riva. Ieri - a tre giorni dall'apertura del tavolo al Mise - i sindacati hanno ricevuto da Am InvestCo e dai commissari straordinari dell'Ilva la comunicazione richiesta dalla legge per la cessione del ramo d'azienda dove deve essere indicato il futuro dei dipendenti e le loro nuove condizioni giuridiche ed economiche. Anche se i numeri degli esuberi (4.000 circa) e di quelli che saranno assunti da Am InvestCo (10.000 in tutto, ma ci sono anche i 70 dipendenti delle due controllate francesi Socova e Tillet) erano già noti, la reazione dei sindacati è stata immediata, concorde e furibonda. A Cornegliano la Fiom minaccia di occupare la fabbrica e a Taranto ci si prepara alla mobilitazione. Mentre il viceministro Teresa Bellanova, che seguirà il Tavolo, calma gli animi: «La trattativa deve ancora cominciare». Per la Fiom, ArcelorMittal si è dimostrata «arrogante e inaffidabile». Il segretario generale Fiom Francesca Re Davide e Rosario Rappa bollano la comunicazione come «una provocazione» alla quale si può rispondere solo con «una forte azione conflittuale di tutte le lavoratrici e i lavoratori». Per Marco Bentivogli leader della Fim-Cisl, la trattativa «parte col piede sbagliato» e se non ci saranno passi indietro «la mobilitazione generale diventerà inevitabile». Rocco Palombella, segretario generale dei siderurgici della Uil, definisce «inaccettabili» le condizioni poste da Am InvestCo. I più arrabbiati sono i genovesi di Cornegliano dove i tagli previsti sono addirittura 600 su 1500. «Non possiamo permettere questo schiaffo alla città» attacca Armando Palombo della Rsu Fiom preannunciando «l'occupazione della fabbrica». Stessa rabbia da parte della Fiom genovese: «Una lettera vergognosa che cancella fra l'altro due leggi dello Stato: quella che prevede che in una cessione di ramo d'azienda passino automaticamente anche i dipendenti e una legge che si chiama accordo di programma e che dice che a Genova i livello occupazionali e i salari non si possono toccare» attacca il segretario della Fiom genovese Bruno Manganaro A far saltare in piedi i sindacati non sono stati solo i numeri (che potranno essere discussi al tavolo), ma soprattutto le condizioni che dovranno essere accettate dai lavoratori che passeranno alle dipendenze di Am InvestCo. Innanzitutto perderanno le garanzia dell'art.18 perché saranno riassunti con il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act, inoltre non ci sarà alcuna «continuità rispetto al rapporto di lavoro» precedente «neanche in relazione al trattamento economico e all'anzianità». Da quest'ultimo punto di vista Am InvestCo di dice a valutare «alcuni ulteriori elementi di natura retributiva riferibili ad elementi costituenti l'attuale retribuzione». Toccherà quindi ai sindacati trattare per riuscire a mantenere i livelli retributivi. Nel frattempo, dall'Antitrust europea si fa sapere, con un provvedimento, che l'operazione Ilva può «rientrare nell'ambito di applicazione del regolamento sulle concentrazioni».

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - VENERDI', 6 ottobre 2017

 

 

Rinnovabili, IEA: in crescita fino al 2022, boom del fotovoltaico

Fotovoltaico in forte crescita tra le fonti energetiche e boom delle rinnovabili a livello globale nel 2016. Questo lo scenario delineato nel nuovo rapporto diffuso dalla IEA (International Energy Agency) e intitolato “Renewables 2017″, nel quale l’agenzia avrebbe corretto il tiro sulla stima delle fonti pulite dopo le polemiche divampate negli scorsi mesi in merito alla sottostima in cui sarebbero incorse per anni le rinnovabili.

Secondo le nuove stime IEA il fotovoltaico correrebbe più forte del carbone e di ogni altra fonte energetica, contando su 74 GW di nuova potenza installata nel 2016 (+50% rispetto al 2015) su un totale globale di 165 GW per quanto riguarda le fonti rinnovabili. Una prospettiva che avrebbe spinto il direttore dell’International Energy Agency, Fatih Birol, ad affermare che ci apprestiamo ad assistere alla “nascita di una nuova era del fotovoltaico”, destinata a proseguire nella sua corsa fino al 2022.

In funzione delle nuove stime elaborate dalla IEA lo scenario relativo al periodo 2017-2022 vedrà la comparsa di nuova potenza elettrica per un ammontare di 920 GW. Come prevedibile il fotovoltaico reciterà la parte del leone con 438 GW negli anni indicati, per una capacità complessiva al termine dell’arco temporale di 740 GW.
Prendendo in considerazione uno scenario particolarmente positivo per le fonti rinnovabili la quota raggiunta da quest’ultime potrebbe addirittura sforare i 1000 GW di nuova potenza elettrica al termine del 2022. Venendo ai numeri sulla produzione energetica IEA conferma la forte crescita attesa dal comparto “Green Energy” stimando intorno agli 8 mila TWh il suo contributo tra cinque anni. Più del gas naturale e vicinissimo al carbone (circa 10 mila TWh). La quota verde nel mix totale salirà dal 24 al 30%: in prima fila l’idroelettrico, seguito nell’ordine da eolico, fotovoltaico e bioenergie. Più lenta invece la crescita delle rinnovabili termiche, destinate alla produzione di acqua calda sanitaria, al riscaldamento, e ai processi industriali. La percentuale del contributo assicurato salirà secondo IEA appena del 2%, passando dal 9 del 2015 all’11% del 2022, senza quindi riuscire a impensierire in maniera netta le fonti fossili. Sarà praticamente congelato il quadro della quota energie pulite nel settore trasporti su strada in ottica 2022, ferme al 4,5% del mix, con i biocarburanti al 90% del totale e i veicoli elettrici ancora indietro nelle vendite.

Claudio Schirru

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 6 ottobre 2017

 

 

Il Centro visite del Wwf pronto alle ex Scuderie già all'inizio del 2018 - Sciolto il nodo degli ultimi 100mila euro necessari per l'opera
Diventerà un museo interattivo con molte specie "simulate"
Il cantiere è ancora in fieri ma la data o per lo meno il periodo di apertura del Centro visite dell'Area marina protetta di Miramare nell'ala destra delle ex Scuderie è ufficiale: sarà a inizio del 2018. La ditta che sta portando avanti i lavori di restauro, la Cramer Giovanni & Figli, sta lavorando a tutta birra affinché tutto sia pronto in tempo. Un investimento di 450mila euro per l'adeguamento funzionale, edile e di allestimento, dove il contributo più consistente proviene dal ministero dell'Ambiente, pari a 350mila euro, a cui si aggiungono 50mila euro di investimenti privati del Wwf, soggetto gestore della Riserva, e 50mila euro della Fondazione CRTrieste. Fondi, questi, che hanno dunque riempito il buco di 100mila euro che mancavano ancora all'appello nella scorsa primavera. «Erano in corso di erogazione all'epoca», specifica il direttore Maurizio Spoto. Tra le novità, il biglietto a pagamento per supportare le spese di gestione della struttura. L'esposizione non ricalcherà più il modello del Centro visite precedente nel Gartenhaus, il Castelletto del parco asburgico di Miramare. I due piani e mezzo, per un totale di 300 metri quadrati, dati in concessione per dieci anni dalla Soprintendenza Fvg a Wwf Italia, ospiteranno un museo interattivo all'insegna dell'etica, senza ricorrere dunque per forza alle specie animali vive. Un laboratorio didattico, una biblioteca, percorsi tematici di approfondimento sull'alimentazione, la riproduzione e così via, rivolti a piccoli e grandi con tante sorprese - assicura Sara Famiani della Riserva - seguono il concetto dell'allestimento ecosostenibile. Saranno rappresentate le circa 100 specie che costituiscono la biodiversità dell'Area marina di Miramare e quindi del Nord Adriatico. Meduse, pesci luna, verdesche e tanti altri vertebrati e invertebrati volteggeranno in queste stanze, realizzati però con materiale sintetico. Il progetto degli spazi interni di questo museo interattivo sfrutterà diorami, tecnologie 3D e multimediali ed è realizzato dalla Wild'Art di Roma, che ha lavorato anche per l'Acquario di Genova e il Museo civico di zoologia di Roma. Al piano terra, dove si troverà anche il laboratorio didattico per le attività educative, fatto apposta per mostrare dal vivo ai bambini analisi in diretta, ad esempio del plancton, verrà installato un percorso fisso che, inserito nella parte sinistra, «simulerà il fondale protetto marino roccioso - spiega Spoto -, fangoso e sabbioso, con i dorami, con tutta una serie di cassetti che si apriranno per mostrare alcune scoperte». Ci saranno quindi «modelli da toccare a partire da un ambiente di marea, con tanto di marangoni dal ciuffo». Per chi non lo sapesse, sono gli uccelli che salutano i visitatori dalla spiaggia dell'Area, non appena si solca il cancello del parco. E poi ci saranno gli animali di scogliere, come i pesci che caratterizzano la colonna d'acqua. Spunteranno le piante acquatiche come le fanerogame marine. In mezzo un pannello a forma di onda che ospiterà tutte le tipologie dell'ambiente pelagico, e in fondo le "touch tank", delle vasche tattili dove si potranno toccare con mano stelle marine, ricci, alghe e oloturie, in rappresentanza dell'ambiente di mare e della zona rocciosa, che non rischiano di essere danneggiate con il contatto umano. Questa sarà l'unica sezione "viva". Al primo piano, oltre a una saletta dedicata alle proiezioni e una biblioteca per la consultazione di libri per grandi e piccini, e un teatrino di marionette, sarà costruito un allestimento il cui obiettivo sarà di sensibilizzare il pubblico, con progetti che cambieranno periodicamente, sugli impatti ambientali a carico della biodiversità. Si partirà con le plastiche nel mare. Emblematico e a effetto il soffitto pieno di modelli di pesci e organismi mescolati a lattine e rifiuti. «Nel mare ci sono dei grandi vortici, dove le correnti hanno bassa intensità, con enormi quantità di plastiche di tutti i tipi: lenze, bottiglie, sacchetti e quant'altro - spiega Spoto -. Si frammentano anche in particelle, le "microlitter", confuse ad esempio dai gamberetti con il plancton. Rientrano quindi nel ciclo alimentare marino, arrivando fino a noi, e contengono varie sostanze chimiche che hanno effetto sulla salute, come gli ftalati, con cui la plastica viene mantenuta morbida. Le stesse tartarughe ingeriscono sacchetti, pensando invece siano meduse, rischiando così di soffocarsi. In questa sala ci sarà dunque la simulazione del vortice tra organismi e rifiuti».

Benedetta Moro

 

 

L'Enpa si prepara a curare anche la fauna goriziana
Alla soglia dei 20 anni di attività lo storico Centro di recupero per la fauna selvatica di Terranova, in comune di San Canzian d'Isonzo, potrebbe chiudere. E traslocare all'Enpa di Trieste. Un'eventualità concreta. La Provincia di Gorizia, che istituì il servizio a San Canzian riconoscendo la passione e la competenza di Damiano Baradel e della sua famiglia, non c'è più e il bando del Servizio Caccia e risorse ittiche della Regione ha di fatto puntato sul massimo ribasso del prezzo - 50mila euro per il territorio isontino - per la gestione del servizio nel 2018. Il criterio ha messo in difficoltà Baradel, che, non essendo un'associazione e non potendo contare su altre entrate (dal 5 per mille o donazioni), non è riuscito a scendere sotto la soglia di quanto percepito prima dalla Provincia e per il 2017 dalla Regione. C'è quindi la concreta possibilità che tale servizio venga rilevato dall'Enpa di Trieste, realtà che già gestisce, anche dal 2000, un suo Centro per il recupero della fauna selvatica e che ha deciso di presentare un'offerta anche per la provincia di Gorizia. L'ufficialità ancora non c'è, anche se l'aggiudicazione dovrebbe essere cosa fatta proprio in questi giorni, in base appunto al criterio del prezzo più basso. «Trovo davvero difficile comprendere come non si siano valutati anche altri aspetti, visto che stiamo parlando del benessere di animali, selvatici e che si trovano in una situazione di fragilità - afferma Baradel, profondamente scosso -. Non si sono presi in considerazione gli spazi e le strutture a disposizione, l'attività realizzata, il tasso di liberazione in natura degli esemplari recuperati, per noi superiore al 70%, la presenza di collaborazioni scientifiche con università o enti di ricerca». Nei primi nove mesi del 2017 il Centro di Terranova ha preso in carico oltre duemila animali. Tanti, pur senza avvicinarsi al record assoluto del 2015: 5.700, tra fauna selvatica ed esotica, di cui Baradel si occupa dal 2014 su incarico della Regione, unico in tutto il Friuli Venezia Giulia. «In quel caso il bando ha invece previsto dei criteri di qualità, ma un sostegno limitato all'acquisto di cibo e per le strutture», sottolinea Baradel, secondo cui l'eventuale perdita della cura della fauna selvatica inciderà anche sulla possibilità di occuparsi di quella esotica o degli animali affidatigli dalle forze dell'ordine in seguito a sequestri. In totale al momento nel centro è accolto un migliaio di esemplari di fauna selvatica. Gli animali che non si riusciranno a reintrodurre in natura entro il 31 dicembre con il primo gennaio potrebbero prendere per l'appunto la strada di Trieste, dalla cui realtà arriva la conferma della partecipazione alla procedura negoziata e il fatto che non ci sia ancora un esito ufficiale alla gara. «Abbiamo deciso di partecipare - spiega la presidente dell'Enpa Trieste, Patrizia Buffo - perché la Regione dava questa possibilità, le aree delle due ex Province sono tutto sommato contenute, e poi perché abbiamo alle spalle una lunga esperienza e un lungo accreditamento come Centro di recupero della fauna selvatica. Abbiamo inoltre le strutture adeguate: 80mila metri quadrati di superficie in parte boscata, voliere, recinti, un ambulatorio veterinario. Crediamo, insomma, di essere qualificati per effettuare questo tipo di recupero». All'Enpa, come rileva la presidente, si recuperano circa 1.500 animali selvatici all'anno. Compresi quelli d'affezione, si parla di quasi 39mila esemplari tra 2010 e 2017. A lasciare perplessa anche la presidente triestina dell'Enpa e non solo Baradel è la decisione della Regione di procedere all'affidamento per un solo anno. «Comprendo che però si tratta di un momento di transizione, vista la presa di consegna delle competenze dalla Provincia - afferma Buffo -. Pensando al benessere degli animali, spero si arrivi all'affidamento per più anni». Interpellato, l'assessore regionale alle Autonomie locali e caccia Paolo Panontin si riserva dal canto suo un approfondimento sul tema.

Laura Blasich

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 5 ottobre 2017

 

 

Rutenio nell'aria, niente rischi - L'Arpa precisa : piccole quantità. Nessuna conseguenza per la salute
TRIESTE - Il Centro regionale per la Radioprotezione (Arpa) ha rilevato negli ultimi giorni anche in Friuli Venezia Giulia, analogamente ad altri Paesi europei e al Nord Italia, piccoli quantitativi di Rutenio 106 (Ru 106) nei monitoraggi dell'atmosfera. Si tratta di modeste entità che non stanno allarmando le istituzioni competenti: «Il valore più alto misurato era di duecento volte al di sotto della soglia di attenzione - spiega Concettina Giovani, responsabile del Crr - cioè il tetto entro cui si comincia a parlare di elementi radioattivi. Siamo quindi veramente molto lontani da qualsiasi possibile problema». Generalmente il Rutenio 106 è un prodotto di fissione nucleare; tuttavia, in questo caso, non sono stati ravvisati altri prodotti di fissione tipici degli incidenti a impianti nucleari. «Questo lo possiamo escludere perché abbiamo trovato soltanto il Rutenio - aggiunge Giovani - ciò significa che probabilmente si è verificata una fuoriuscita da uno stabilimento industriale che produce l'elemento per l'utilizzo in campo medico, come la radioterapia. Parliamo dell'Est Europa, forse in Russia. Con la circolazione dell'aria, che nei giorni scorsi veniva da Est, siamo stati investiti anche noi».«Le quantità rilevate - ribadisce l'Arpa - sono molto modeste e non rappresentano pericolo alcuno per la popolazione e per l'ambiente. Tuttavia, l'Arpa ha intensificato i campionamenti e le analisi del particolato atmosferico, in coordinamento con Ispra e con gli altri laboratori territoriali». I risultati saranno comunicati non appena disponibili. Il Crr, si legge ancora nella nota Arpa, aveva riscontrato le tracce di Ru 106 in un campione di particolato atmosferico del 2 ottobre, riferito a un prelievo avvenuto a partire dal 29 settembre. La presenza dell'elemento ha reso necessario intensificare le misurazioni successive. Sono state quindi effettuati ulteriori rilievi tra il 2 e il 4 ottobre. La presenza di piccole quantità del radionuclide è stata confermata da vari laboratori in Italia, in Repubblica Ceca, Austria, Svezia, Polonia e Svizzera.

Gianpaolo Sarti

 

Incontro sul Radon a San Giovanni - Progetto al via

Iniziano oggi gli incontri su "Radon, misure in mille famiglie" di Arpa e Regione. Il primo incontro si terrà alle 17.30 al Teatro Basaglia di via Weiss 13. Ai partecipanti verrà consegnato gratis un "dosimetro" per misurare il gas.

 

 

L'ex Alto Adriatico svela una discarica - Pezzi d'armadio, sedie e pure una barca nella parte del piazzale finora nascosta dai carri. Decolle: «Potremmo chiudere l'area»
MUGGIA - Pezzi di armadio, uno stendibiancheria, un divano. Ma anche mensole, cuscini, valigie, sedie e, dulcis in fundo, una barca. Il contenuto della minidiscarica a cielo aperto rinvenuta nel piazzale ex Alto Adriatico ha quasi dell'incredibile. Quasi perché, purtroppo, l'escalation di gesti di inciviltà sono oramai all'ordine del giorno anche nella cittadina rivierasca. Ma come è possibile che questa discarica sia stata "scoperta" solamente ora, essendo collocata in una delle aree che fungono da biglietto da visita di Muggia? A raccontarlo è Mario Vascotto, presidente dell'Associazione delle compagnie del Carnevale di Muggia: «Ignoti hanno approfittato del fatto che durante l'estate parte del materiale dei nostri carri era stato lasciato nel piazzale durante i lavori di rifacimento dei portoni di accesso del magazzino comunale che ospita le compagnie». E proprio al momento di spostare gli attrezzi delle compagnie sono emersi tutti i lasciti operati da persone senza un minimo di rispetto né per l'ambiente né per il decoro pubblico. «Nella stessa area, circa un mese fa, dei ladri erano penetrati nella zona recintata del piazzale rubando il motore, la centralina, la pompa e l'impianto elettrico dell'ascensore utilizzato dalla compagnia dei Mandrioi per allestire la parte meccanica dei carri allegorici», ricorda Vascotto. Un furto del valore di circa 1000 euro. Se l'amarezza da parte del presidente del Carnevale dinanzi a quell'episodio era stata tanta, ora vige lo stupore nel constatare come l'area sia diventata una discarica. «Non appena ho saputo della cosa mi sono subito attivato: è ovvio che i lasciti presenti nell'area non appartengono alle compagnie, ciononostante ho incaricato una ditta di pulire l'area a nostre spese. Il tutto per il costo di 500 euro», racconta Vascotto. Il caso dell'ex Alto Adriatico è solo l'ultimo di una lunga serie. Dai vandalismi compiuti nella nuovissima Biblioteca comunale, al danneggiamento delle sedie sotto i portici del Municipio. Dai furti di piante da giardini pubblici ed orti privati ai rifiuti ingombranti lasciati ad Aquilinia ed in altre frazioni. Senza dimenticare il doppio blitz dei ladri ai danni del palazzetto dello sport di Aquilinia, sino al più clamoroso caso del parapetto in acciaio "asportato" lo scorso anno dal nuovo tratto della costiera. Da anni buona fetta dell'opposizione chiede a gran voce l'installazione di un maggior numero di videocamere di sorveglianza da dislocare in diverse aree della cittadina. La capogruppo di Meio Muja Roberta Tarlao avanza ancora un'altra proposta: «Per me il piazzale dovrebbe essere aperto e chiuso dagli agenti della polizia locale per evitare che le persone si intrufolino di notte». L'assessore Stefano Decolle non nasconde il proprio disappunto: «Come sempre accade assieme al presidente Vascotto è stata trovata una soluzione ad un problema che peraltro era stato provocato solo in minima parte dalle compagnie. Detto ciò posso dire che il piazzale ex Alto Adriatico è un'area che da troppo tempo sta dando dei problemi. Sarà mia cura dunque affrontare al più presto la questione con la Giunta e non escludo che parte dell'area possa essere chiusa al pubblico».

Riccardo Tosques

 

 

SEGNALAZIONI - Trenovia - Il futuroè una linea lunga

Sulle tormentate vicende relative al tram di Opicina, Coped-Camminatrieste ritiene opportuno proporre alcune considerazioni. Dopo il grave incidente verificatosi oltre un anno fa, e dopo che le venture sinistrate sono state rimesse in ordine, giunge notizia che il tram non potrà riprendere il suo percorso in conseguenza di altri inconvenienti, anche gravi, presenti sul tracciato (binari, impianti, componenti elettriche, ecc.).Viene quindi da porsi la domanda se i precedenti lavori siano stati condotti in modo adeguato e completo o no.È inutile nascondere che il danno, per la cittadinanza e in termini di visibilità turistica sia molto grave, anche in presenza della concomitante regata Barcolana. Il tram di Opicina è una delle principali attrattive turistiche della città, tant'è vero che era stato proposto di inserirlo tra i beni riconosciuti dall'Unesco. Semmai la linea dovrebbe essere prolungata fino alle Rive dal Porto vecchio (e Barcola) fino a Campo Marzio (Museo ferroviario), come più volte ribadito da Camminatrieste, nel corso della sua ultraventicinquennale attività.

Carlo Genzo, direttivo Coped-CamminaTrieste

 

 

 

 

MilanoFinanza - MERCOLEDI', 4 ottobre 2017

 

 

Gas Natural, ok a offerte Edison e 2i Rete Gas
Ieri a Madrid si è tenuto un cda del gruppo iberico che avrebbe deliberato di chiudere le trattative per la vendita dei suoi asset italiani con Edison (rileverà i clienti italiani di Gas Natural) e 2i Rete Gas (acquisirà il trasporto gas e la holding che si occupa di servizi). Sarebbe rimasta a mani vuote Italgas

Gli asset italiani di Gas Natural sono stati venduti. Ieri, secondo quanto risulta a Radiocor, a Madrid si è tenuto un consiglio di amministrazione del gruppo iberico che avrebbe deliberato di chiudere le trattative con Edison  e 2i Rete Gas. Sarebbe rimasta a mani vuote Italgas , mentre il fondo cinese Shanghai DaZhong che puntava all'intera azienda si era già ritirato dalla gara. L'obiettivo è arrivare alla firma già settimana prossima. Infatti nei prossimi giorni andranno limati alcuni dettagli per poi chiudere la cessione definitivamente entro fine anno.
L'operazione farà arrivare nelle casse di Gas Natural quasi 1 miliardo di euro con una plusvalenza superiore a 400 milioni di euro. Nello specifico, Edison  dovrebbe rilevare i clienti italiani di Gas Natural, 20.000 imprese e 460.000 clienti residenziali localizzati soprattutto nel Sud Italia, dopo avere superato la concorrenza di Engie  Italia, e il contratto gas a lungo termine che transiterà sul Tap proveniente dall'Azerbaijan.
Per quanto riguarda, invece, il trasporto gas (7300 km per 4600 punti di riconsegna e una Rab fra 500 e 600 milioni di euro) 2i Rete Gas l'avrebbe spuntata su Italgas . La controllata di F2i e partecipata da Ardian rileverà anche la holding italiana di Gas Natural che si occupa di servizi. In questo modo il riassetto delle attività italiane del gruppo spagnolo non avrà alcuna ricaduta occupazionale. Invece, a quanto pare è rimasto invenduto il progetto di Gas Natural per il rigassificatore di Trieste, un'infrastruttura ancora sulla carta.

Mentre alla borsa di Madrid Gas Natural segna un -2,06% a 18,04 euro, a Piazza Affari l'azione Edison  nella versione risparmio scende dello 0,43% a 0,926 euro e Italgas  dell'1,36% a quota 4,656 euro.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 4 ottobre 2017

 

 

«Comune attento alle criticità del pedibus»
«L'amministrazione comunale è particolarmente attenta alla sicurezza dei percorsi pedonali e ai possibili interventi per favorire la mobilità pedonale», scrive in una nota l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli, in risposta ai genitori che protestano in questi giorni per la mancata presa in carico delle criticità del progetto Pedibus di Rozzol. «È stata fatta la proposta di intervenire lungo il "pedibus" di Rozzol con particolare riferimento ad alcuni tratti particolarmente delicati». «In questo contesto - aggiunge - tuttavia, per tener conto delle esigenze di viabilità anche di chi è costretto a utilizzare l'autovettura per recarsi al lavoro al mattino, le possibilità sono parzialmente diverse da quanto richiesto dalla scuola nel corso di un sopralluogo e, in particolare, risulta perseguibile solo la chiusura della via Lucano». «Tale soluzione - conclude - è stata criticata da parte di alcuni soggetti coinvolti. Ritenendo la scuola il primo interlocutore, in quanto quotidianamente coinvolta nel progetto del "pedibus", cercheremo un incontro per avere un avallo dalla scuola circa la soluzione proposta, prima di intervenire».

 

 

Un cervo adulto avvistato di notte tra le case a Barcola - Due casi nelle zone verdi sotto strada del Friuli - «Non è pericoloso ma meglio non avvicinarsi» - vedi foto
Cervi a Barcola. Due incredibili avvistamenti sono stati fatti in questo ultimo periodo nella parte alta del rione, al confine con strada del Friuli. In entrambi i casi (è stato pure immortalato con una "fototrappola" notturna) si è trattato quasi sicuramente dello stesso esemplare, ossia di un maschio di oltre 100 chilogrammi, alto poco meno di due metri. «Confermo che gravitano nelle aree verdi adiacenti a Barcola, ma recentemente sono stati visti anche affacciarsi sul golfo nella zona del costone carsico di Santa Croce: può sembrare strano, ma in realtà il cervo non è un animale esclusivamente di montagna come tutti sono soliti pensare», racconta il naturalista triestino Nicola Bressi. I cervidi triestini provengono dai vicini boschi della Slovenia. Negli ultimi vent'anni, gradualmente, alcuni di loro - circa una cinquantina di esemplari - hanno deciso di rimanere in modo stanziale in alcune aree del Carso triestino. Tre sono i nuclei riproduttivi registrati ufficialmente. Il gruppo più numeroso risiede nella riserva naturale del monte Lanaro, a Sgonico, al confine con il Comune di Monrupino, in una dorsale molto ampia che sostanzialmente va dall'ex valico di confine di Comeno (Duino Aurisina) sino appunto alla zona del Lanaro. Una ventina di capi circa si trova invece nell'area più a nord-ovest di Duino Aurisina, ossia vicino al monte Ermada, in una fascia che copre anche il Goriziano andando dalla frazione di Ceroglie (Duino Aurisina) sino a Doberdò del Lago (Gorizia). Un nucleo minore che conta meno di dieci esemplari staziona invece a nord-est della nostra provincia, ossia attorno al monte Cocusso, in un'area tra Basovizza, Grozzana e Pese, a ridosso dunque dell'ex valico di Stato di Kosina. «Ma dobbiamo entrare nell'ordine delle idee che i cervi si spostano, soprattutto di notte. E pure di molto. Per questo si possono trovare in diverse zone del Carso e della periferia, come Barcola, Contovello, Prosecco, ma anche Muggia», racconta Bressi. Nei territori della cittadina rivierasca alcuni cervi sono stati avvistati in zona Noghere e Vignano. Soprattutto i maschi possono essere individui "erratici", che quindi sono soliti a girovagare ovunque ci sia un bosco tranquillo. I cervi, per la loro imponente mole, possono costituire un problema in caso di investimento stradale. Oltre al clamoroso incidente di 19 anni or sono, quando sulla strada statale tra Opicina e l'ex valico di Fernetti un frontale tra uno sfortunato automobilista e un cervo provocò gravi conseguenze al conducente - e al mammifero, il cui palco di corna è custodito al Museo civico di Storia naturale di via dei Tominz - si hanno notizie di investimenti a Monrupino, Opicina e Trebiciano. Anche a Gabrovizza, quest'estate, un esemplare adulto di femmina per poco non è stato investito da un'automobilista. «Per loro natura i cervi sono animali timidi e quindi per niente pericolosi per l'uomo: al di là dei possibili incontri sulle strade mentre si è al volante, sicuramente un maschio in amore può essere "intontito" e mentre bramisce può essere imprevedibile, quindi meglio non avvicinarsi troppo», spiega Bressi. Un'ultima analisi sulla presenza di questi grandi artiodattili: vista la loro mole, il possibile aumento dei cervi significherebbe di contrasto sempre meno spazio per i caprioli e per i cinghiali. Dato che potrebbe essere d'interesse soprattutto per gli agricoltori anche se anche i cervi, come caprioli e cinghiali, non disdegnano di far visita ai campi coltivati.

Riccardo Tosques

 

Legambiente - Un ebook sui giardini inquinati

Dalle 15 alle 17 in piazzale Rosmini Legambiente distribuisce ai cittadini l'ebook "Inquinamento dei giardini pubblici: cosa c'è da sapere", gratis scaricandolo dal sito dell'associazione.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 3 ottobre 2017

 

 

LA POLEMICA - «Soldi per le bonifiche solo alle grandi aziende»
La piccola impresa non ci sta e oggi alle 15, in occasione della riunione organizzata dalla Regione in sala Predonzani per spiegare come adire ai 15 milioni di Invitalia (ministero dello Sviluppo Economico) per le bonifiche nell'area di "crisi complessa", è intenzionata a far sentire la propria voce. La ragione è semplice: per candidarsi al riparto dei 15 milioni bisogna presentare programmi di investimento con spese ammissibili non inferiori a 1,5 milioni. Lo prevede al punto C la circolare 127402 data 28 settembre e firmata dal direttore ministeriale per gli incentivi alle imprese Carlo Sappino. Allora Dario Bruni, presidente di Confartigianato Trieste, solleva la questione: perchè con un barrage così elevato, nessuna azienda artigianale o "pmi" potrà permettersi di concorrere alla contribuzione Invitalia che finanzia interventi di carattere produttivo/ambientali. D'altronde la stessa griglia di valutazione, riportata all'allegato 3 della circolare-Sappino, riporta criteri e punteggi basati sull'incremento occupazionale, in termini impensabili per un'impresa di piccole dimensioni: fino a un massimo di 100 punti per chi genera oltre 89 posti di lavoro. Chiaro che non c'è biada per imprese il cui fatturato medio annuo non arriva a un milione di euro. Per attenuare il gap delle chance, Bruni propone due «canali contributivi», per cui 10 milioni su 15 verrebbero attribuiti a progetti con importi non inferiori a 1,5 milioni. Mentre 5 milioni - un terzo di quanto messo in palio da Invitalia - andrebbero a finanziare iniziative con un budget non inferiore a 300 mila euro, meglio abbordabili dalla piccola impresa. «Le pmi - scrive Bruni in un a nota - sono il volano per la riqualificazione industriale dell'area di crisi triestina e avrebbero così la possibilità di partecipare al bando». Confartigianato, cui sono iscritti la maggioranza degli operatori nel Sito di interesse nazionale (Sin), è sicura di rappresentare umori/malumori molto diffusi tra le imprese. L'area di "crisi complessa" - rammenta il punto B della circolare ministeriale - comprende l'ex Ezit in liquidazione, insieme alle aree demaniali in concessione a Siderurgica Triestina (Ferriera) con esclusione della piattaforma logistica, cui s'aggiunge l'area "ex Arsenale". Le domande debbono pervenire a Invitalia dalle ore12 del 31 ottobre alle ore 12 del 30 novembre. Entro 30 giorni dal termine di presentazione Invitalia formulerà la graduatoria di ammissione alla valutazione istruttoria. I 15 milioni partecipano al cosiddetto Prri (Piano di riconversione e riqualificazione industriale) dell'area di crisi industriale complessa triestina. Il provvedimento venne varato con il decreto legge 83 del giugno 2012 ma è divenuto realtà finanziariamente tangibile con l'Accordo di programma firmato lo scorso 27 luglio tra i ministeri dello Sviluppo Economico, del Lavoro, dell'Ambiente, dei Trasporti insieme alla Regione Fvg, al Comune triestino, all'Autorità portuale, a Invitalia. Le finalità, ricordate nella parte iniziale della circolare firmata dal direttore generale Sappino, riguardano il rilancio delle attività industriali, la salvaguardia dei livelli occupazionali, il sostegno dei programmi di investimento e sviluppo imprenditoriale nell'area di crisi. Per le 15 di oggi, in piazza Unità, la Regione ha convocato un'ampia platea di soggetti associativi e creditizi per la gestione della risorsa. Si vedrà se ci saranno i margini per la mediazione auspicata nella proposta-Bruni.

magr

 

Legambiente - Opuscolo sui giardini inquinati

Oggi dalle 15 alle 17 in piazzale Rosmini i volontari di Legambiente distribuiranno l'opuscolo "Inquinamento dei giardini pubblici: cosa c'è da sapere". Il martedi' successivo i volontari saranno al Giardino Pubblico.

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 2 ottobre 2017

 

 

In arrivo 15 milioni per le bonifiche nei terreni ex Ezit - Pubblicato il bando per accedere ai fondi stanziati dal Mise
Serracchiani: «Area di crisi industriale verso il rilancio»
Con un anno di ritardo, che non è certo poco, ma alla fine sono arrivati. Quindici milioni per le bonifiche: Invitalia, braccio operativo del ministero dello Sviluppo Economico Mise), li mette finalmente a disposizione per gli imprenditori che intendano operare sul recupero ambientale nell'area di crisi industriale "complessa" triestina. Si chiude, con fatica, il cerchio tracciato dall'Accordo di programma firmato a Roma alla fine del gennaio 2014. Una nota del Mise, diffusa l'altro giorno, informa che si è attivata la procedura di finanziamento che permetterà agli interessati di inoltrare le domande nel periodo compreso tra il 31 ottobre e il 30 novembre. Il comunicato ministeriale fornisce ulteriori indicazioni: le domande saranno ammissibili se riguarderanno progetti produttivo-ambientali con impegni non inferiori a 1,5 milioni di euro; debbono comportare un incremento degli addetti che lavorano nell'unità aziendale oggetto dell'investimento. Le agevolazioni - qui il testo si fa un po' confuso - si concretizzano nel contributo in conto impianti, nell'eventuale contributo diretto alla spesa, nel finanziamento agevolato. Invitalia imposterà poi un iter istruttorio che implicherà la verifica dei requisiti, la definizione di una graduatoria, la valutazione delle domande «sulla base di specifici criteri di merito».La Regione, ente partner nell'area di crisi "complessa" di cui è commissario la stessa presidente Debora Serracchiani, ha prontamente convocato un amplissimo tavolo tecnico-informativo per domani alle 15 in sala Predonzani, al pianterreno della sede in piazza Unità. Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, Ezit, Confidi, Friulia, Mediocredito, istituti bancari: un vasto abbraccio associativo e creditizio per gestire al meglio una delle più ricche operazioni di supporto al territorio condotto con risorse pubbliche. «Con la pubblicazione dell'avviso pubblico del Mise entra nel vivo il progetto di riconversione e riqualificazione industriale dell'area di crisi industriale complessa di Trieste avviato grazie all'Accordo di programma del 2014 e all'atto aggiuntivo del 2017 - ha commentato Serracchiani -: questi 15 milioni di euro, che si aggiungono alle risorse messe in campo grazie alla legge regionale Rilancimpresa, permetteranno di rafforzare il tessuto produttivo locale attraverso la realizzazione di iniziative imprenditoriali e l'attrazione di nuovi investimenti».Si accennava alla chiusura del cerchio e al ritardo con cui i 15 milioni stanno entrando in circolazione. In realtà l'operazione avrebbe dovuto decollare in rapida sintonia con i 10,7 milioni di euro (poi cresciuti di altri 2 milioni) stanziati nella primavera di un anno fa dalla Regione Fvg e gestiti dalla Camera di commercio triestina. Invitalia e Regione si erano divise il compito: i quattrini regionali avrebbero privilegiato gli investimenti industriali, mentre la risorsa governativa avrebbe sostenuto le attività di carattere ambientale. Sembrava addirittura che si riuscisse a organizzare uno "sportello" unico per sveltire le procedure e agevolare le domande delle imprese. Quindi, il volume finanziario complessivo dell'aiuto pubblico destinato all'area critica triestina, tra centro & periferia, sfiora i 28 milioni. Poi le cose si sono allungate. Affinchè il dispositivo Invitalia decollasse, è stato necessario redigere, come abbiamo visto, un accordo di programma. Pareva che si riuscisse a definirlo già nell'estate del 2016 (come ricordava un articolo del luglio 2016), invece i tempi sono slittati considerevolmente. Comunque, adesso i soldi ci sono. La riunione, chiamata martedì prossimo dalla Regione, servirà per chiarire i meccanismi di richiesta e di erogazione. Nella primavera 2016 le domande, pervenute alla Camera di commercio, furono molto numerose, tanto da raggiungere i 60 milioni, sei volte in più dello stanziamento. Le piccole aziende, insediate a Trieste, fecero la parte del leone.

Massimo Greco

 

 

Al via la petizione per il Parco navale sommerso nel nostro golfo
Il varo di una campagna popolare, l'appoggio della giunta comunale e di alcuni "testimonial" di peso, ma soprattutto l'aspirazione di un supporto anche da parte del ministero dell'Ambiente. Parte da qui la nuova mobilitazione a sostegno del l "Parco Navale di Trieste", il progetto ideato e lanciato dall'Associazione Sommersa Diving a metà del 2010 che punta a trasformare il golfo di Trieste nella prima area in Italia in grado di ospitare operazioni di Scuttling, ovvero l'affondamento "controllato" di navi in disarmo ai fini del ripopolamento della flora e fauna marittima. Benefici per l'ambiente naturale, incentivo dei canali turistici e conseguenti nuove fonti di occupazione. Queste le "credenziali" che la Sommersa Diving fa mette sul piatto da anni per strutturare il progetto, tanto in eventi fuori dalla provincia come la fiera Eudi di Bologna, quanto in appuntamenti triestini di peso come MareNordest, la manifestazione specialistica di primavera giunta al suo sesto anno di vita. A schierarsi a sostegno del progetto anche politici come il parlamentare leghista Massimiliano Fedriga, a cui si deve un'interrogazione alla Camera sull'argomento, presentata a maggio.Il piano di promozione per il Parco Navale intanto prosegue. Dopo la mozione comunale presentata lo scorso agosto dal gruppo consiliare della Lega, si accende in questi giorni anche una campagna popolare a suon di firme (Bignami Sub in Piazza Libertà 6). Lo scopo? Coinvolgere la cittadinanza, perfezionare l'informazione tecnica e approdare poi alla corte del Ministero dell'Ambiente: «Questa raccolta firme è nata per rafforzare il progetto su vari fronti - ha ribadito Roberto Bolelli, tra gli ideatori del Parco Navale a Trieste - crediamo sia una idea da spiegare intanto al meglio alla cittadinanza, illustrandone i molti benefici e le importanti possibili ricadute sul territorio. Il vice sindaco Roberti ci crede ed ha abbracciato la causa - ha aggiunto - e con questo ulteriore passo delle firme intendiamo tornare a farci sentire in campo nazionale, auspicando proprio un incontro con il ministro dell'Ambiente, da fare possibilmente al più presto».

(fr.ca)

 

 

Roma boccia il ricorso "pro bici" - Respinto dal ministero il reclamo del dem Finocchiaro contro il divieto di pedalare in centro a Muggia
MUGGIA - Il ministero ha bocciato il ricorso proposto dal consigliere Pd Marco Finocchiaro contro l'ordinanza antibici del Comune di Muggia. Il verdetto è arrivato attraverso una lettera spedita dallo stesso ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti al Municipio rivierasco. L'ordinanza dirigenziale del 18 luglio scorso, con cui la Giunta Marzi ha decretato le nuove regole per la viabilità all'interno del centro storico, era stata impugnata dal consigliere comunale di maggioranza Finocchiaro, ex assessore ai Lavori pubblici. Il nodo della discordia, per l'esponente dem, era la limitazione alle bici, o meglio l'obbligo di spingere a mano i velocipedi, anche se solo in alcuni periodi dell'anno e in alcune zone del centro (corso Puccini, via Dante e piazza Marconi). Il ricorso di Finocchiaro è stato giudicato «inammissibile» da Roma. Il dirigente tecnico del ministero Francesco Mazziotta ha evidenziato come il consigliere Pd «non presenta una posizione giuridica qualificata tale da legittimarla ad esperire il gravame di cui trattasi». Inoltre il provvedimento impugnato - cioè l'ordinanza sindacale - «non è immediatamente lesivo della propria sfera giuridica». Per il ministero «la legittimazione ad agire per la tutela dello "ius ad officium" presuppone che vi sia una lesione diretta, concreta ed attuale delle proprie prerogative, che non sembra ricorrere nella fattispecie in questione». Insomma: il consigliere Pd non può ricorrere contro un atto generico dell'amministrazione a meno che questo non abbia dei risvolti personali. Curiosità. Il ricorso proposto da Finocchiaro è stato giudicato «peraltro irregolare sotto il profilo fiscale, non essendo stata assolta l'imposta di bollo, così come previsto dal Decreto ministeriale del 20 agosto 1982». Per quanto riguarda invece il braccio di ferro con il ministero in seguito al ricorso presentato da tre cittadini muggesani - Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani - e parzialmente accolto dal ministero, il Comune ha fornito a Roma i documenti necessari per avvalorare la necessità di una regolamentazione della presenza delle biciclette in alcune zone del centro storico. Rimane comunque un dato di fatto: che l'ordinanza non è più in vigore dal 30 settembre, essendo terminata la stagione estiva, e che i divieti scatteranno nuovamente a partire dal primo giugno del 2018. Ma il tema delle biciclette è di forte attualità a Muggia anche in un altro contesto. Sono infatti ben diciassette i velocipedi che giacciono nei magazzini comunali dallo scorso anno. Nove di questi sono stati rimossi dagli appositi portabiciclette lo scorso 24 febbraio trovandosi in divieto di sosta in seguito alla cosiddetta "ordinanza Carnevale". Le biciclette sono state rimosse da largo Amulia, piazza Repubblica, calle Bacchiocco e piazza Galilei. Per i proprietari si prospetta, come previsto dal Codice della strada, una sanzione pari a 41 euro (riducibile del 30% soltanto se pagata entro cinque giorni). Per ora una sola persona si è presentata all'ufficio del Comando della Polizia locale muggesana per pagare la sanzione e riavere indietro la propria bicicletta. Gli altri velocipedi rimangono in attesa.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 1 ottobre 2017

 

 

La delibera -  Fondi regionali per il controllo la competitività della mitilicoltura
TRIESTE - Seicentomila euro per migliorare il controllo e aumentare di conseguenza anche la competitività della mitilicoltura di concerto, come già si è iniziato a fare qui, con gli stessi addetti ai lavori. Li stanzia la Regione per l'acquacoltura del Fvg e l'intervento interessa di riflesso anche il mare triestino. La giunta regionale ha infatti deliberato di dare attuazione alla misura "Sicurezza alimentare molluschi bivalvi" nell'ambito del Gac, il Gruppo di azione costiera. Le risorse finanziarie ammontano come detto a circa 600 mila euro. È prevista, così una nota della Regione, «l'adozione di un avviso pubblico per la selezione di un soggetto attuatore di un progetto pluriennale delle attività di autotutela degli operatori, relative alla sorveglianza periodica delle zone di raccolta, produzione e stabulazione dei molluschi bivalvi vivi, sull'arco costiero del Fvg». L'obiettivo è «garantire il maggior livello di sicurezza dei prodotti, mediante misure costanti di controllo e prevenzione unitamente ad azioni coordinate e condivise dagli operatori per la promozione dei prodotti, e per rafforzare la competitività delle imprese».

 

 

Dolina - San Dorligo - "Draga in festa" ci riprova
Sarà riproposta oggi la terza edizione di "Draga in festa", evento a ingresso libero dedicato all'agricoltura sostenibile, all'alimentazione, all'ambiente, in programma a Draga Sant'Elia e allestito in collaborazione con il Comune di San Dorligo. Promossa da Bioest e da Arci Servizio civile, la manifestazione si sarebbe dovuta svolgere domenica scorsa, ma il maltempo ne ha causato il rinvio a oggi. Dalle 10 alle 18 si apriranno le porte delle fattorie e delle case private, coinvolgendo gli ospiti in attività ed escursioni finalizzate alla conoscenza della fauna e della flora. Per i bambini sono previste attività ludiche.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 30 settembre 2017

 

 

Aria d’Italia la più sporca d’Europa - Ogni anno 91mila morti premature sono dovute all’inquinamento atmosferico

ROMA - Fra i grandi Paesi europei l'Italia è quello con l'aria più inquinata, quello che vanta il record delle morti per inquinamento atmosferico. È il quadro sconfortante tracciato dal rapporto «La sfida della qualità dell'aria nelle città italiane», presentato ieri a Roma al Senato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, think tank presieduto dall'ex ministro dell'Ambiente Edo Ronchi. L'Italia, si legge nel rapporto, ha circa 91mila morti premature all'anno per inquinamento atmosferico (dati 2013), contro 86mila della Germania, 54mila della Francia, 50mila del Regno Unito, 30mila della Spagna. Il nostro Paese ha una media di 1.500 morti premature all'anno per inquinamento per milione di abitanti, contro una media europea di 1.000. La Germania è a 1.100, Francia e Regno Unito a 800, la Spagna a 600. Dei 91mila morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2, 5, 21.040 per il disossido di azoto, 3.380 per l'ozono, le tre sostanze più pericolose. Per le PM2, 5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti all'anno per milione di abitanti, contro una media europea di 860. Le zone più inquinate sono la Pianura Padana (in particolare intorno a Milano e fra Venezia e Padova), poi Napoli, Taranto, l'area industriale di Priolo in Sicilia, il Frusinate, Roma. Il rapporto elenca le cause di questo record poco lusinghiero: troppe auto private in circolazione e troppo vecchie, trasporti pubblici insufficienti, scarsa diffusione di veicoli elettrici e ibridi, caldaie condominiali obsolete, uso eccessivo di legna e pellet (che producono polveri sottili e benzopirene). Il rapporto punta il dito anche contro un'agricoltura che produce troppa ammoniaca da concime e deiezioni animali (ammoniaca), e contro un'industria che ha ancora limiti di emissioni troppo bassi. In particolare, rileva il rapporto, il 35% delle PM10 di Milano viene proprio dalle coltivazioni. La ricerca della Fondazione offre un decalogo di cose da fare. In primo luogo una strategia nazionale che sostenga i Comuni, che devono farsi carico della qualità dell'aria, ma possono intervenire solo sul 40% delle fonti di inquinamento. Puntare sulla prevenzione e non sull'emergenza e considerare tutti gli inquinanti, non solo la Co2. Poi riduzione delle auto private, investimenti sul trasporto pubblico urbano, incentivi ai mezzi elettrici e ibridi, una vasta campagna di rinnovo degli impianti di riscaldamento, una riduzione dell'uso delle biomasse. Infine, introduzione in agricoltura delle tecniche già esistenti per ridurre le emissioni di ammoniaca e limiti più stringenti alle industrie.

 

Dosimetro in casa per misurare il radon - Arpa cerca volontari - L'Agenzia consegnerà gli strumenti alle famiglie interessate

Alte concentrazioni del gas naturale radioattivo in città e Fvg

Si chiama radon ed è un gas naturale radioattivo, la cui presenza in abitazioni e luoghi di lavoro richiede un attento monitoraggio e adeguate misure per scongiurare rischi per la salute, trattandosi di una sostanza classificata come cancerogena dall'Oms, che la considera la seconda causa di cancro ai polmoni dopo il fumo. Questo gas inodore e incolore, prodotto dal decadimento dell'uranio, sarà presto oggetto di rilevazioni in Friuli Venezia Giulia, grazie alla consegna a mille famiglie di un apposito dosimetro. L'iniziativa dell'Arpa sarà presentata a Trieste il 5 ottobre all'ex Opp, dove i volontari dovranno arrivare dopo essersi registrati sul sito della Regione. L'uranio è distribuito più o meno ovunque sulla crosta terrestre e il radon è perciò presente quasi dappertutto. Nel suolo le sue concentrazioni sono più elevate, mentre all'aperto il gas si diluisce rapidamente, ma negli ambienti chiusi il radon può raggiungere valori anche molto alti. Un problema di non poco conto in Fvg, dove l'Arpa segnala elevati livelli di radon indoor, con un valore medio pari a circa 100 Bq/m3 rispetto a una media italiana di 70 Bq/m3 e una europea di 40 Bq/m3. Per il direttore di Arpa, Luca Marchesi, «l'elevata concentrazione impone di intensificare controlli e prevenzione». Arpa ha già effettuato misure in oltre 3mila abitazioni e nelle 2mila strutture scolastiche regionali, pubbliche e private. Sono così stati risanati un centinaio di edifici. Chi si offrirà di ospitare un dosimetro in casa propria si renderà protagonista «di un progetto di "citizen science" - evidenzia l'assessore all'Ambiente Sara Vito - primo in questo campo in Italia. Un progetto ambizioso, con importanti ricadute sia per i cittadini, che potranno effettuare le misurazioni gratuitamente, sia per gli enti di controllo, che disporranno di nuovi dati sulla presenza del radon in Fvg». Il progetto, denominato "Radon, misure in 1000 famiglie" prevede l'organizzazione di un incontro informativo in ciascuna delle quattro città capoluogo e a Palmanova, nel corso dei quali saranno distribuiti gratuitamente i dosimetri per la misura passiva del radon in altrettante abitazioni private. Dopo sei mesi di esposizione, l'apparecchio dovrà essere riconsegnato all'Arpa per le analisi in laboratorio, al cui termine i risultati verranno comunicati alle famiglie, oltre a essere oggetto di presentazione pubblica.

Diego D'Amelio

 

 

Rigassificatore a Veglia - oltre 120 le imprese che mirano agli appalti
Impianto gnl: termini di scadenza dei bandi prorogati per agevolare la nascita di consorzi tra le aziende croate
FIUME - A meno di clamorose battute d'arresto, il rigassificatore off-shore piazzato nelle acque prospicienti la località di Castelmuschio (Omisalj), sull'isola di Veglia, entrerà in funzione tra due anni. Lo ha ribadito il direttore di Lng Croazia, Goran Francic, confermando che il bando internazionale per l'acquisizione della nave-rigassificatore (l'unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione) sarà prorogato rispetto al termine originariamente previsto per la giornata di ieri. Il termine ultimo sarà il 6 ottobre: una settimana in più per dare modo agli investitori croati di raggrupparsi in consorzi e reggere meglio l'urto della concorrenza straniera. Fino alla stessa data si potrà anche partecipare alla gara per la costruzione dell'ormeggio per il flottante e per le navi metaniere in arrivo e partenza dalle acque vegliote. «Finora a ritirare la documentazione attinente al concorso per la nave - ha sostenuto Francic - sono state una quarantina di imprese, di cui molte con sede all'estero. Altre 80 si sono fatte vive per l'approntamento del terminal di Castelmuschio, mentre una ventina di aziende si sono rivolte a Lng Croazia (che ha ottenuto la gestione del progetto, ndr) manifestando l'interesse per i futuri acquirenti del metano che dallo stato liquido tornerà a quello gassoso». L'impianto di Veglia ha un grosso vantaggio: la Commissione europea ha infatti accordato per la realizzazione del progetto sui 101,3 milioni di euro. Si tratta di un terzo del costo del progetto, il che lo renderà concorrenziale nei riguardi dei rigassificatori off-shore. «Grazie a questi 101 milioni a fondo perduto - ha aggiunto Francic - la Croazia potrà avere tariffe più convenienti. Del resto l'interesse palesato per la nostra nave-rigassificatore parla di un quantitativo doppio di quanto riuscirà a movimentare annualmente la nostra imbarcazione: la sua capacità sarà di 2,6 miliardi di metri cubi di gas all'anno ed è il limite massimo attribuito alla Croazia, le cui infrastrutture non possono assorbire più di quel quantitativo». Resta comunque ferma anche la prospettiva di realizzare un terminal metanifero anche sulla terraferma e sempre nella località isolana. Se non ci saranno intoppi, i lavori di costruzione in questo caso dovrebbero cominciare tra dieci anni.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 29 settembre 2017

 

 

Salute e lavoro - Malattie da amianto Oltre diecimila casi fra esposti e familiari
MONFALCONE«Il mesotelioma è un male incorruttibile». Il direttore del Crua, Paolo Barbina, ha fatto ieri riecheggiare il drammatico refrein alla VII Conferenza regionale amianto: continuano i nuovi casi frutto della lunga incubazione da esposizione professionali. Dal palco del Teatro comunale di Monfalcone è anche passato un concetto: iniziano a farsi avanti casi di malattia senza collegamento a un'esposizione professionale. Sono le esposizioni domestiche. Quanto è emerso ieri pomeriggio, primo momento della due giorni di lavori articolati in tre sessioni, è stata una panoramica molto approfondita, dall'evidente approccio scientifico. Si è partiti con la sessione dedicata agli aspetti sanitari e gli esperti hanno convenuto: il mesotelioma continua a colpire nel Friuli Venezia Giulia. Il numero dei casi rimane ancora elevato, a fronte di un trend che si mantiene comunque stabile. L'aggiornamento fornito dal presidente della Commissione regionale amianto, Fernando Della Ricca, la dice lunga sulla situazione circa gli iscritti al Registro regionale amianto. Con l'area della fascia costiera a recitare il ruolo di primato. Ad oggi le domande riconosciute sono 10.155, di cui 6.556 nell'Azienda integrata di Trieste, 2.999 nell'Aas Isontino Bassa Friulana, per scendere a 300 nell'Azienda integrata di Udine, quindi 162 nella Ass 3 collinare Alto Friuli, 138 nell'Ass 5 Friuli Occidentale. E ancora: gli esposti per motivi professionali sono 6.574, quelli domestici 1.562, ambientali 2.071 e 7, addirittura, quelli per qualche hobby praticato. Della Ricca ha argomentato che «sta emergendo una situazione alla quale dovremmo prestare massima attenzione da subito, evitando di creare allarmismi: abbiamo registrato alcuni casi di esposizione, e quindi di iscrizione al Registro, di persone relativamente giovani, che non avrebbero dovuto subire esposizioni di asbesto post 1992 (quando intervenne la normativa a bandire l'uso di amianto, ndr), e di figli di esposti che sono affetti da patologie amianto correlate. La causa riteniamo sia imputabile ai genitori contaminati, che attraverso i vestiti portavano le fibre a casa. Sono pochi e circoscritti casi, comunque sarà necessario approfondire il fenomeno», ha concluso. Resta comunque su tutto il grande problema amianto da esposizione lavorativa. Significativo è lo scenario Fvg nel panorama italiano. Lo ha rappresentato Corrado Negro, della Medicina del lavoro presso l'Università di Trieste, che gestisce il Centro operativo regionale (Cor) afferente al Registro nazionale dei casi di mesotelioma (ReNaM). In ambito nazionale le aree geografiche con maggiore concentrazione di mesotelioma sono il Friuli Venezia Giulia, assieme alla Liguria, per la costruzione, riparazione e demolizioni navali. C'è quindi la Lombardia (provincia di Pavia) e il Piemonte, con Casale Monferrato e comuni limitrofi, dove c'erano le industrie del cemento amianto. E ancora, i cantieri navali rappresentato la terza fonte di esposizione all'amianto in Italia. Il numero di esposizioni professionali definite nei casi di malattia per mesotelioma certo, probabile o possibile, segnalati al ReNaM per categoria economica, tra il 1993 e il 2012, è infatti di 999 casi nel settore navale. Al primo posto c'è l'industria metalmeccanica, con 1.243 casi, seguita dall'industria tessile, con 1.009 casi. I casi complessivi sono 15.014 tenendo conto di tutte le categorie economiche. Rimane confermato il rapporto territoriale del Fvg circa l'incidenza dei mesoteliomi. Negro lo ha spiegato con un'altra slide: negli ultimi quindici anni sono stati censiti 1.109 casi di mesotelioma («quasi tutti sono deceduti»). Il 75% sono appannaggio dell'area isontina e giuliana. Altro elemento: l'età media alla diagnosi del mesotelioma è di 70 anni, senza evidenti differenze di genere (70,2 anni nelle donne, 68,8 negli uomini). Negro ha poi proiettato sul maxischermo una "torta": su 36 casi di mesotelioma da esposizione domestica, il 61% riguarda le mogli degli ex esposti amianto. E il 25% riguarda i figli. Le madri rappresentano il 9% e i fratelli il 5%.Elementi che hanno fatto eco a quanto esposto dal direttore del Centro regionale di riferimento unico dell'amianto, Paolo Barbina. Che peraltro ha esordito spiegando: «Oggi dovrò visitare un paziente con sospetto mesotelioma. Un paziente giovane». Il quinto di quattro casi già passati alla sua attenzione, donne risultate affette da tumore pleurico o placche pleuriche tra i 48 e i 61 anni. Barbina, che ha snocciolato una lunga serie di cifre e percentuali in ordine all'attività del Crua, alla fine ha tirato le somme: «La sorveglianza sanitaria degli ex esposti amianto serve», sebbene, è stato comunque osservato, si nota una diminuzione di persone che afferiscono alle visite di controllo. Barbina su tutto ha posto l'accento sul piano sociale: «La sorveglianza sanitaria va fatta al fine di poter instaurare corretti interventi non solo sanitari, ma anche dal punto di vista sociale». Il medico ha evidenziato che «uno sforzo notevole dev'essere fatto per semplificare i percorsi burocratico amministrativi per il riconoscimento della patologia ai fini previdenziali e assicurativi». E ha concluso: «È necessario un riordino normativo che non lasci l'amianto isolato rispetto alle restanti esposizioni agli agenti cancerogeni». Barbina ha esplicitato il concetto: «Io non esco dal lavoro con il camice. Così dev'essere per tutte le categorie professionali», ha detto facendo riferimento alle fibre artificiali vetrose.

Laura Borsani

 

"Incubazione" più lunga delle altre patologie
Corrado Magnani, professore dell'Università del Piemonte orientale, ha sintetizzato tre aspetti. È assodata la relazione per esposizione all'amianto e il mesotelioma. Inoltre, tanto maggiore è l'esposizione all'amianto accumulata nell'esperienza di vita quanto maggiore è il rischio di mesotelioma maligno. Quindi l'aspetto circa la latenza tra l'inizio dell'esposizione e la comparsa della malattia che per i mesoteliomi, pur non conoscendone le effettive motivazioni, è molto più lunga rispetto ad altre patologie. Per il 50% dei casi si parla di una latenza tra i 30 e i 40 anni. Una latenza particolarmente lunga per la tipologia tumorale da esposizione lavorativa e ambientale. Inoltre, studi più recenti rafforzerebbero il concetto secondo il quale l'accumulo di esposizione all'amianto è un fattore che incrementa il rischio di malattia, non dovuto quindi solo ad una esposizione iniziale.

 

Ambientalisti: nella centrale di Fianona il "carbone insanguinato" della Colombia
L'associazione "Zelena Istra-Istria verde" sostiene di avere le prove secondo le quali la Croazia importerebbe "carbone insanguinato" dalla regione del Cesar in Colombia, il quale viene poi utilizzato dalle centrali termoelettriche a Porto Fianona. Le informazioni sono scaturite da una ricerca condotta a fine luglio dalla "Zelena Istra-Istria verde" in Colombia, nei dipartimenti di Cesar e Magdalena, dove vivono le comunità legate alla Croazia dalla catena di fornitura del carbone insanguinato, il cui tragitto dalla Colombia all'Europa è segnato da violazioni dei diritti umani, violenza e interessi economici delle multinazionali del settore estrattivo. La ricerca è stata eseguita con il sostegno dell'organizzazione catalana Observatorio de la Deuda en la Globalizacion e l'associazione colombiana Tierra Digna. È il prosieguo del lavoro dell'associazione istriana nell'ambito del quale era stato scoperto che a Porto Fianona viene utilizzato il carbone estratto nella regione La Guajira, dove lo sfruttamento del carbone è la causa principale della mancanza di acqua potabile e di una grande povertà e crisi umanitaria, come pure dello sfollamento forzato degli abitanti nativi. Sempre secondo i dati raccolti dall'associazione istriana, la maggior parte del carbone importato dalla Croazia nel periodo tra il 2004 e il 2017 proviene proprio dalla regione di Cesar.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 28 settembre 2017

 

 

Nasce a Duino Aurisina la Consulta del mare «Risorsa da valorizzare»

Istituzioni e associazioni chiamate a far parte della task-force Obiettivo: creare progetti e intercettare così i fondi europei

DUINO AURISINA - Valorizzare e promuovere tutte le attività legate al mare, dal turismo allo sport, dall'enogastronomia alla pesca. Questo l'obiettivo operativo della neocostituita "Consulta del mare", organismo creato dall'amministrazione guidata da Daniela Pallotta con una specifica delibera di giunta, che dovrà essere, negli intendimenti della giunta, «luogo di scambio di informazioni e proposte, di confronto e collaborazione con l'amministrazione per la definizione di programmi, indirizzi, proposte e iniziative». Un impegno notevole, visto che Duino Aurisina è una località che punta sullo sviluppo di tutto ciò che è legato al mare, per garantire una crescita economica del territorio. L'amministrazione sta pensando a una partecipazione allargata. Saranno invitati a entrare a far parte della compagine i rappresentanti di tutte le istituzioni pubbliche locali, dalla Regione alla Camera di commercio, dalla Capitaneria di porto agli ispettorati dell'agricoltura e delle foreste, dall'Ersa al Gal del Carso, per proseguire con i consorzi legati alla pesca, le associazioni nautiche che operano sul territorio e quelle che si occupano di immersioni, le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori. A presiedere la Consulta del mare sarà chiamato l'assessore per le Politiche del mare, Andrea Humar, ma sarà sempre invitato a partecipare anche il presidente della Commissione consiliare Ambiente. La Consulta sarà chiamata a riunirsi ogni due mesi. Il ragionamento fatto dalla giunta parte dal presupposto che esistono fondi strutturali di investimento europei, che operano grazie alla creazione del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp) per il periodo 2014-2020. Tali fondi si integrano a vicenda e mirano a promuovere una ripresa basata sulla crescita e l'occupazione in Europa. Fondamentale anche la considerazione, contenuta nella stessa delibera, che valuta il mare e il relativo indotto come «una delle principali risorse del territorio, perché riguarda la pesca, l'itticoltura, la nautica, la Riserva marina delle Falesie, la balneazione e la tutela delle biodiversità». Il Comune fra l'altro fa parte del Gruppo di azione costiera del Fvg, organismo istituito nel 2012 con lo scopo di implementare sul territorio regionale di riferimento un Piano di sviluppo locale a beneficio del settore della pesca e dell'acquacoltura, le cui attività sono finanziate dal Programma operativo del Fondo europeo per la pesca del Fvg. Uno degli obiettivi del Comune è anche quello di entrare a far parte della Consulta delle città del mare, organismo promosso dall'Anci per formare una rete di sindaci dei comuni costieri al fine di costruire una voce più efficace nel dibattito sul demanio marittimo. «Con la Consulta - così Humar - intendiamo dare risposte a tutte le esigenze della parte costiera del nostro territorio, affrontando problemi come quelli legati a Castelreggio, alle barriere di difesa del Villaggio del pescatore, al regolamento della Riserva delle Falesie".

Ugo Salvini

 

 

Salta il tavolo sulla Ferriera, l'ira dei sindacati - Rinviato il confronto con le parti sociali atteso per oggi a Roma. Le sigle: «Piano industriale necessario»
Doveva essere il giorno della verità, il giorno in cui - per lo meno nelle aspettative dei lavoratori della Ferriera e dei loro rappresentanti - la proprietà avrebbe dovuto finalmente scoprire le carte e delineare quel piano industriale chiesto dai sindacati già nell'incontro che si era tenuto a Trieste lo scorso 4 settembre - dopo lo sciopero dei dipendenti sui nodi premi e sicurezza - e che l'azienda aveva appunto rimandato alla discussione che si sarebbe dovuta tenere proprio oggi a Roma in occasione dell'annunciato tavolo al ministero dello Sviluppo economico sul futuro dello stabilimento. E invece quel tavolo, in agenda oggi, è stato rinviato «a data da destinarsi». A darne conferma sono stati ieri gli stessi sindacati, con un breve comunicato stampa in cui «le segreterie territoriali di Fim, Fiom e Uilm, unitamente alle Rsu della Ferriera, stigmatizzano con estremo disappunto il rinvio, a data da destinarsi, del tavolo ministeriale con le organizzazioni sindacali previsto per domani 28 settembre (oggi, ndr) presso il Mise di Roma». «Questo a maggior ragione - incalza la nota diffusa dalla "triplice" dei metalmeccanici con i delegati di fabbrica - considerando l'incontro svoltosi ieri (martedì, ndr) presso il ministero dell'Ambiente che ha visto coinvolti gli stessi soggetti che si sarebbero dovuti sedere al tavolo con le parti sociali». «Alla luce della fermata in corso prevista per le manutenzioni e perdurando ancora l'incertezza sul piano industriale del gruppo, riteniamo non più rinviabile il confronto il sede ministeriale», il monito di Fim, Fiom e Uilm con le Rsu. Proprio martedì Regione e Comune avevano dato notizia di aver preso parte a un incontro al Mise alla presenza tra gli altri dei funzionari del ministero dell'Ambiente e dei rappresentanti della proprietà, in testa il cavalier Giovanni Arvedi. Un confronto che ha ribadito come sia in atto un delicato dibattito tra l'azienda pronta al riavvio dell'altoforno dopo gli attuali lavori di manutenzione straordinaria, la Regione che subordina l'eventualità al rispetto delle prescrizioni dell'Aia e il Comune secondo cui l'area a caldo va a chiusa. Forse è anche per l'esito dell'incontro di martedì che il tavolo, in programma da tempo, oggi non ci sarà.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 27 settembre 2017

 

 

Verde pubblico: l'operazione - Dai parchi alle aiuole spartitraffico - Il Comune lancia il Piano alberi
Un piano di manutenzione straordinaria degli alberi del Comune di Trieste. Dai parchi alle alberature lungo le strade. L'amministrazione comunale ha stanziato 600mila euro per l'anno in corso, divisi in quattro progetti esecutivi approvati nei giorni scorsi. La cifra, presente nel programma triennale delle opere 2017-2019, è finanziata mediante l'alienazione di titoli (ovvero azioni Hera). Il cronoprogramma dei pagamenti prevede 270mila euro nel 2018 e gli altri 330mila nel 2019. L'esecuzione dei lavori varia tra i 180 e i 420 giorni a partire dalla data del verbale di consegna dei lavori. Ora che la giunta ha approvato i quattro progetti esecutivi possono partire le gare di appalto. Il primo intervento di manutenzione ordinaria, da 200mila euro, riguarda le alberature lungo strada del Friuli, strada di Fiume, strada Nuova per Opicina, via San Pantaleone e via Flava. Oltre a queste saranno interessati anche tutti i tratti di strada di competenza comunale presenti nelle frazioni dell'altipiano. «Come avvenuto anche in passato - si legge nella relazione tecnica - saranno eseguiti interventi anche lungo la viabilità minore, spesso interessata dalla presenza di alberi e arbusti spontanei, a volte infestanti, causa di numerose interferenze con la circolazione stradale e pedonale oltreché con la segnaletica stradale». La manutenzione del verde lungo i bordi delle strade risponde all'esigenza di garantire un adeguato livello di sicurezza. Sono previsti gli abbattimenti di piante morte, malate o pericolose per la circolazione.Il secondo intervento di manutenzione, da 150mila euro, riguarda i tre parchi cittadini: Villa Giulia, Farneto (circa 97 ettari) e il parco attrezzato lungo la Strada Vicentina. Si tratta di tre siti di elevato pregio paesaggistico e naturalistico. Una cospicua parte delle risorse sarà destinata alla manutenzione straordinaria dei viali e delle cunette di sgrondo, attraverso la ricostituzione delle pavimentazioni danneggiate dagli agenti meteorici (in asfalto o in cubetti di arenaria). Un'altra importante parte sarà destinata alla completa sostituzione delle staccionate in legno sul piazzale del Ferdinandeo e sul parcheggio di via Marchesetti, vecchie di circa 16 anni. Non mancheranno interventi di arboricoltura e di miglioramento selvicolturale, «con il preciso obiettivo di prevenire schianti o caduta di rami in corrispondenza della viabilità interna ed esterna dei parchi». Per il Farneto è prevista inoltre la riqualificazione della viabilità adiacente all'Orto Botanico (Bosco Biasoletto) e l'asfaltatura del tratto che dà su piazzale Vivoda. Nel parco di villa Giulia sarà prolungata per 81 metri (220 metri quadrati) la pavimentazione in arenaria già esistente nel tratto che interseca via Monte San Gabriele. Saranno inoltre collocate due bacheche informative in legno agli ingressi del parco di Villa Giulia, di via dei Baiardi e via dei Muratori. Altri 150mila euro sono stati poi messi a disposizione per il rinnovo del patrimonio arboreo. L'intervento - come si apprende dalla relazione tecnica - «risponde alla necessita di reintegrare un'importante quota dei soggetti arborei abbattuti mediante la messa a dimora di 205 nuovi soggetti, con il principale obiettivo di ottenere una ricomposizione degli ambienti urbani interessati». Una goccia, ma importante, nel mare del verde cittadino. Si apprende, infatti, che le alberature presenti lungo i viali e nei parchi sono costituite da oltre 122mila soggetti arborei di cui circa 15mila censiti. Ogni anno vengono abbattuti mediamente 90 alberi ai quali si aggiungono 40 abbattimenti di piante disseccate o rese instabili da eventi meteorici. Nel corso della stagione 2016/2017 sono stati messi a dimora 270 alberi (dal giardino di piazza Libertà alle Rive, da Barcola a viale Miramare). Così in attesa di sostituzione sono rimasti circa 500 alberi. I 205 previsti dal nuovo piano riguardano il giardino di Villa Engelmann, quello di Villa Cosulich, colle di San Giusto, giardino Sartorio, parco pubblico di Altura, via Flavia, Prosecco e le vie di Borgo San Sergio.Il quarto intervento, da 100mila euro, riguarda la manutenzione straordinaria delle alberature nelle aree ex Ezit, lungo i bordi stradali, all'interno delle isole spartitraffico, nonché al di sotto dei cavalcavia della grande viabilità. Nel piano è prevista la potatura di tutti gli alberi di via Caboto oltre alla devitalizzazione delle ceppaie presenti all'interno delle aiuole che invadono i marciapiedi e a volte persino la carreggiata. Diversi alberi, pericolosi per la viabilità, saranno abbattuti.

Fabio Dorigo

 

L'esperto - Nimis: «La minaccia più grande arriva dalle specie infestanti»
Alcuni hanno nomi stravaganti, come Broussonetia papyrifera o Cameraria ohridella, altri decisamente più banali, come cancro dell'olmo o ailanto, ma tutti hanno in comune una cosa: sono i principali nemici del verde pubblico a Trieste. Si tratta di funghi e virus che attaccano gli arbusti fino a farli morire, ma anche di alberi infestanti, difficilissimi da estirpare, al punto che, se tagliati alle radici, acquistano nuova forza e si moltiplicano. A tracciare il quadro delle principali criticità presenti sul nostro territorio è il professor Pierluigi Nimis, docente di botanica sistematica all'Università di Trieste: «Il Comune fa benissimo a intervenire sugli alberi malati e pericolanti, che rischiano di crollare al primo colpo di bora - afferma -. Uno dei problemi più grossi del nostro territorio e che a mio avviso andrebbe affrontato quanto prima, però, è quello delle specie invasive arboree e in particolare dell'ailanto. Si tratta di un albero infestante che ha la tendenza a crescere sui muri ed è il responsabile di tanti crolli, ma anche della rottura di marciapiedi e pavimentazioni. A Trieste è diffusissimo».Il famigerato ailanto è molto difficile da estirpare e la sua eliminazione comporta costi elevati. «Non basta tagliarne le radici, anzi, facendolo si ottiene l'effetto opposto - sottolinea Nimis -. Faccio un esempio: nell'ottobre del 2015 il Comune aveva tagliato una pianta di ailanto su un muro in via Pendice Scoglietto. Risultato: nella primavera successiva ne erano cresciute altre dieci e adesso c'è un vero e proprio bosco». Per Nimis la soluzione, seppur non semplice è una sola: «Serve un piano per l'eliminazione delle specie invasive nelle aree in cui possono produrre danni futuri. Bisogna più che altro prevenirne la crescita, in sostanza». Oltre all'ailanto, un'altra specie infestante che si è diffusa in città è la Broussonetia papyrifera, conosciuta anche come "gelso da carta". La sua eliminazione, in questo caso, risulterebbe meno difficoltosa rispetto a quella dell'ailanto. Alle piante infestanti si aggiungono poi le malattie che colpiscono ippocastani, olmi e platani nei nostri parchi: «Tutti gli alberi che crescono in un ambiente urbano sono soggetti a malattie - precisa Nimis -. A Trieste diversi ippocastani sono stati infestati da un lepidottero, la Cameraria: solo nell'area del "Castelletto" abbiamo dovuto abbatterne quattro. Fa bene quindi il Comune a individuare gli arbusti malati e intervenire prima che diventino pericolosi».

Elisa Lenarduzzi

 

"Adotta un'aiuola" al via - E Duino Aurisina scopre il verde a misura di tutti
Varato dal Consiglio comunale un progetto che dà la possibilità a cittadini e associazioni di prendersi cura degli spazi pubblici
DUINO AURISINA - Adottare un'aiuola, per abbellirla, tenerla pulita, trasformarla in un elemento di attrazione del territorio. A Duino Aurisina ora si può. Grazie a una delibera approvata all'unanimità dal Consiglio comunale, associazioni, comunelle e imprese potranno d'ora in poi avanzare richieste che vanno in tale direzione e diventare gestori di piccole aree verdi. Obiettivo dichiarato dell'amministrazione quello di «favorire la partecipazione della cittadinanza nel processo di cura del territorio - si legge nel testo della delibera - per migliorare la qualità del verde pubblico e per ottimizzare la manutenzione delle numerose piccole aree verdi presenti nel territorio, affidandone la cura ad associazioni, comunelle e imprese locali».«Si tratta di una svolta sotto tutti i punti di vista - commenta l'assessore Andrea Humar, presentatore della proposta in aula - perché la valorizzazione del territorio, in un Comune come il nostro, che vede nel turismo una delle sue principali risorse, è fondamentale e questo è un piccolo ma significativo passo sulla strada della compartecipazione della collettività alla gestione di un bene comune come possono essere le aiuole». Ma non basta. Nello spirito di un ampliamento del concetto di condivisione, nel testo è prevista la possibilità di estendere la convenzione anche alle aree verdi situate nei pressi dei monumenti e alle fontanelle. «Ne abbiamo almeno una quindicina - riprende Humar, titolare, fra le altre, delle deleghe per i servizi sul territorio, l'ambiente e i parchi, riferendosi proprio alle fontanelle - e sono quasi tutte ferme. Ne funziona solo qualcuna. Vogliamo che tornino tutte a zampillare perché anch'esse, se ben curate, contribuiscono ad abbellire il territorio, a renderlo più attrattivo, capace di calamitare l'attenzione e l'interesse dei turisti». Anche in questo caso, i destinatari della proposta dell'amministrazione sono associazioni, comunelle e imprese. La convenzione che questi soggetti andranno a stipulare con l'amministrazione, che resterà in ogni caso regista delle varie operazioni di manutenzione che si andranno a eseguire, avrà durata di un anno ma sarà di volta in volta rinnovabile e comprenderà anche la indispensabile copertura assicurativa, a garanzia di tutti i soggetti coinvolti. Per il Comune tutte le operazioni che rientreranno in questo contesto saranno gratuite: il soggetto che si impegnerà a curare aiuole, fontanelle o aree verdi, lo farà utilizzando mezzi e attrezzature proprie e non potrà chiedere alcun compenso all'amministrazione. Ovviamente i soggetti incaricati potranno interrompere in qualsiasi momento la loro opera, dandone comunicazione all'amministrazione con un preavviso di 15 giorni. Il Comune, da parte sua, avrà sempre facoltà di revocare l'autorizzazione concessa, in caso di mancato rispetto delle regole contenute nel testo della convenzione. Eventuali interventi di straordinaria manutenzione dovranno essere preventivamente concordati con l'amministrazione. Le aiuole e le fontanelle che diventeranno oggetto della convenzione saranno appositamente segnalate con cartelloni che saranno realizzati dai soggetti incaricati della manutenzione.

Ugo Salvini

 

Mais Ogm - Assolto Fidenato
PORDENONE - Il leader di Agricoltori Federati paladino del mais transgenico Giorgio Fidenato è stato assolto ieri a Pordenone dal Tribunale penale dall'accusa di aver violato il divieto di semina di mais Ogm nel 2014 nei suoi terreni di Fanna e Vivaro (Pordenone). «È l'epilogo normale di quanto ha stabilito la settimana scorsa la Corte di giustizia europea - ha commentato - era scontato che venissi prosciolto visto che la sentenza comunitaria è preminente su quella nazionale».

 

 

Dossier Ferriera a Roma - Resta il braccio di ferro sul futuro dell'altoforno - La Regione: «Aia da rispettare». Il Comune: «Va chiuso»
Proprietà pronta al riavvio alla fine dei lavori all'impianto
Siderurgica Triestina intende riprendere la piena produzione ma per Roberto Dipiazza la chiusura dell'area a caldo della Ferriera dev'essere definitiva, mentre la Regione aspetta la valutazione Aia. Intanto l'Arpa ha reso noto che è pronta la nuova bocca per l'altoforno dell'impianto di Servola. È quanto emerso ieri a Roma al Ministero dello Sviluppo economico, dove si sono incontrati rappresentanti del Ministero dell'Ambiente, la Regione, il Comune di Trieste, l'Autorità portuale e Siderurgica Triestina. La riunione era stata convocata dal responsabile dell'unità di gestione vertenze imprese in crisi Gianpietro Castano, allo scopo di verificare lo stato dei lavori di ampliamento del laminatoio e di inserimento di un impianto di decapaggio nell'area a freddo. Durante l'incontro Siderurgica Triestina ha ribadito la necessità di ottenere l'autorizzazione per il laminatoio in tempi brevi e parallelamente ha assicurato di essere in grado di riprendere la piena produzione al compimento dei lavori sull'altoforno. A tal proposito Giovanni Arvedi si è espresso garantendo la tutela della salute delle persone e dei territori: «Le azioni svolte fino a questo momento sono state importanti. Da parte nostra c'è l'impegno a rispettare la salute e l'ambiente grazie anche a nuove tecnologie». Roma nel 2015 aveva autorizzato con un decreto l'azienda siderurgica ad avviare dei lavori di ampliamento del capannone dove si svolge l'attività a freddo, i quali prevedono l'inserimento di un impianto di decapaggio. Il procedimento autorizzativo risulta tuttavia sospeso in attesa del parere della Regione. Quest'ultima si riserva di pronunciarsi sul tema al termine del processo di valutazione di impatto ambientale, al momento in corso. Ha dichiarato l'assessore all'Ambiente Sara Vito: «L'intervento sarà giudicato solo al termine della valutazione sull'impatto ambientale. Appare in ogni caso come un'ipotesi sostenibile e al contempo un'occasione di rafforzamento dell'occupazione». E ha aggiunto: «La ripartenza della piena produzione, una volta finiti i lavori sull'altoforno, sarà possibile solo dopo la verifica del rispetto delle prescrizioni previste dall'Autorizzazione integrata ambientale». Sull'area a caldo, Vito ha ricordato che «a seguito degli sforamenti rilevati nelle deposizioni di giugno è stata ordinata la limitazione della produzione. Ciò ha comportato un'anticipazione degli interventi di manutenzione dell'altoforno: interventi che erano già programmati in precedenza e che adesso sono in corso di effettuazione». Il sindaco Roberto Dipiazza dal canto suo ha ribadito la necessità di chiudere definitivamente l'area a caldo. Ha affermato: «Siamo chiaramente favorevoli ai posti di lavoro che l'ampliamento del laminatoio potrà creare ma non ne possiamo più dell'area a caldo, che non è un problema solo per Trieste ma anche per Muggia e Capodistria, come abbiamo potuto vedere dagli spolveramenti di quest'estate». Ha proseguito il sindaco: «Abbiamo ribadito la nostra massima disponibilità per lo sviluppo della linea a freddo dello stabilimento, ma anche la posizione della città relativamente alla necessità della chiusura dell'area a caldo, visti i problemi che provoca». Al summit romano erano presenti anche il direttore generale del Comune Santi Terranova, il capo di Gabinetto Vittorio Sgueglia Della Marra e il segretario generale dell'Autorità portuale Mario Sommariva. Nel frattempo l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente ha reso noto che la nuova bocca dell'altoforno è arrivata: «Sarà installata nei prossimi giorni - ha fatto sapere attraverso un comunicato -. Lo spegnimento dell'altoforno è preceduto da una fase preparatoria di diversi giorni. Questo spiega i rumori sentiti a Servola la notte tra 24 e 25 settembre: durante la transizione possono ancora verificarsi delle sovrappressioni con l'apertura delle valvole di sicurezza. Sempre il 25 settembre è stata interrotta l'alimentazione dell'aria calda»

Lilli Goriup

 

 

Muggia e Barcolana unite nel segno delle bici  - Presentata la pedalata da piazza Marconi a Punta Sottile in programma nella domenica della regata

MUGGIA - Un inedito connubio fra barche a vela e biciclette. Questa la formula, denominata "Barcolana in bici", che saluterà, nel giorno della Barcolana, l'ingresso ufficiale del Comune di Muggia nella compagine organizzativa della Regata d'Autunno. Nella mattinata della Barcolana, domenica 8 ottobre, tutti i cicloamatori che avranno dato la loro adesione alla manifestazione arriveranno a punta Sottile, al termine di un percorso che inizierà in piazza Marconi, a Muggia. Potranno così salutare dalla riva i partecipanti alla regata, impegnati in uno dei passaggi più spettacolari, cioè quello attorno alla boa situata proprio di fronte a punta Sottile. Obiettivo degli organizzatori, quello di accomunare, in un ideale abbraccio, gli appassionati di due discipline che hanno entrambe come caratteristica l'amore per la natura. Ma il programma della giornata comprenderà anche altri momenti: già alle 9.30, coloro che amano i percorsi più lunghi in bici, potranno presentarsi all'appuntamento fissato dalla Fiab "Trieste Ulisse" in piazzale Valmaura, da dove si pedalerà per arrivare in piazza Marconi, in tempo per aggregarsi al gruppo che partirà dal centro di Muggia diretto a Punta Sottile, scattando in esatta contemporanea con il colpo di cannone che segna, tradizionalmente, la partenza della Barcolana. In piazza Marconi, a rendere ancor più suggestiva la partenza dei ciclisti, ci saranno i rappresentanti del Carnevale di Muggia, che stanno preparando per quella giornata festose sorprese per tutti. All'arrivo a punta Sottile ci sarà Maxino, per un breve concerto. Nell'arco della mattinata sarà conferito il premio "Morbìn" al bambino, alla donna e all'uomo che avranno indovinato la maschera più divertente e adatta alla situazione, nello spirito più autentico del Carnevale muggesano. «Muggia era ed è un interlocutore naturale della Barcolana - ha detto in sede di presentazione dell'evento Mitja Gialuz, presidente della Società velica Barcola Grignano, organizzatrice della Barcolana - e questo nuovo arrivo permette alla nostra regata di allargare i propri orizzonti. Il nostro ringraziamento per questa novità va a Laura Marzi, sindaco di Muggia, a Dario Motz, presidente del Circolo della vela di Muggia e a tutti coloro che si adopereranno per la riuscita dell'evento. Abbiamo anche messo in palio una bicicletta - ha aggiunto - che andrà al primo muggesano classificato nella classe "crociera", per dare un segnale in vista delle prossime edizioni. Il fatto che si sia scelta la formula della pedalata non competitiva - ha concluso - rispecchia appieno lo spirito della Barcolana». Marzi ha sottolineato «l'importanza dell'iniziativa per la promozione del territorio muggesano». All'organizzazione della "Barcolana in bici" partecipano anche Bora.La e Circolo della Vela di Muggia.

 

 

INIZIATIVA DIDATTICA - La Grande Macchina del Mondo per capire lo sviluppo sostenibile

Dopo il successo delle prime due edizioni, torna La Grande Macchina del Mondo, il programma gratuito di iniziative didattiche del Gruppo Hera e promosso da AcegasApsAmga. La proposta educativa che abbraccia i temi legati alla sostenibilità, è rivolta a tutte le scuole di Trieste, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di primo grado. Dal 25 settembre, è possibile iscriversi fino a sabato 21 ottobre, compilando il modulo on-line all’indirizzo, sempre disponibile: www.gruppohera.it/scuole. Grazie a La Grande Macchina del Mondo gli insegnanti possono scegliere fra un catalogo di attività che spaziano su ambiente (recupero, riciclo, prevenzione della produzione del rifiuto), acqua ed energia: si tratta in tutto di 27 proposte, completamente gratuite per le scuole richiedenti. Una volta consultato il catalogo, disponibile sia on-line (area scuola del sito istituzionale www.acegasapsamga.it), che cartaceo presso la sede AcegasApsAmga, gli insegnanti potranno richiedere la partecipazione alle attività, iscrivendosi al link sopra indicato. La Grande Macchina del Mondo è realizzata in collaborazione con il Comune di Trieste e le cooperative sociali Atlantide e La Lumaca, oltre al WWF - Area Marina Protetta di Miramare che cura la parte didattica operativa nel territorio. Giunta alla sua 3° edizione, La Grande Macchina del Mondo, ha già dimostrato un ampio apprezzamento da parte degli insegnanti del territorio servito. Nella 2° edizione il progetto, nel solo Comune di Trieste, ha coinvolto circa 130 classi da oltre 30 scuole, per un totale di oltre 2.600 bambini sui 9.500 coinvolti in tutto il territorio servito da AcegasApsAmga. Il programma è frutto di un'ampia esplorazione effettuata dalla multiutility fra le maggiori e più quotate realtà nazionali operanti nel campo della didattica ambientale, si basa su un’offerta in grado di coinvolgere i bambini su temi strategici per il futuro del Pianeta.

 

 

 

 

BREVI - MARTEDI', 26 settembre 2017

 

 

Inquinamento delle acque e conseguenze sulla catena alimentare umana e sulle rotte marittime.
È il tema di un incontro organizzato dal Propeller Club di Trieste che si e' tenuto all’Hotel Greif Maria Theresia di Trieste con ill titolo “Un mare di plastica: inquinamento delle acque, conseguenze sulla catena alimentare umana e sulle rotte marittime”. I relatori hanno evidenziato che le conseguenze dell'inquinamento marino causato dalla plastica sono state recentemente riportate alla ribalta della cronaca quotidiana a seguito degli ultimi studi scientifici, che descrivono, di fatto, una catastrofe annunciata. Anche se il Mare Mediterraneo e l'Adriatico risultano tra i meno inquinati, la mappa della distribuzione delle microplastiche nelle acque del pianeta non lascia spazio a grossi dubbi sulla reale portata del fenomeno. Nel corso dell'incontro si e' accennato piu' volte alla questione delle “isole di plastica”, superfici di detriti estese quanto uno Stato europeo, tanto da essere note alle navi commerciali che talvolta deviano le proprie rotte per evitarle. Sono intervenuti: Maria Cristina Pedicchio, presidente dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'OGS, Roberto Gasparetto, direttore generale dell'AcegasApsAmga, Mario Carobolante, presidente del Collegio Capitani di Trieste e Carlo Franzosini della Riserva di Miramare.

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 26 settembre 2017

 

 

In partenza la bonifica nei giardini inquinati - Priorità al nuovo manto erboso fuori dalle scuole don Chalvien e Biagio Marin. La "carta" del fito-rimedio
Scatta tra qualche giorno, ai primi di ottobre, il piano di bonifica del Comune per risolvere una volta per tutte l'annoso problema dei giardini inquinati. Si comincia con le due scuole in cui sono state rinvenute tracce di contaminazioni superiori ai limiti di legge: la don Chalvien di via Svevo e la Biagio Marin di via Marco Praga. Qui, hanno confermato in conferenza stampa gli assessori ai Lavori pubblici Elisa Lodi e all'Ambiente Luisa Polli, i tecnici procederanno con lo "scotico" (l'asportazione) di 20 centimetri di terreno e la successiva sostituzione con altri 30. Un modo per ricreare un nuovo manto erboso. In questa prima fase, ha precisato Lodi, si provvederà anche alla posa di ghiaia e zolle nelle aree gioco del Tommasini di via Giulia, di piazzale Rosmini e della pineta Miniussi di Servola. Le aree verdi, hanno garantito i due assessori, saranno sottoposte a interventi di pulizia e manutenzione a cadenza quadrimestrale. «I lavori delle scuole - così Lodi e Polli - saranno svolti in massima sicurezza, evitando rischi di contaminazioni di poveri inquinate, e si concluderanno entro 100 giorni. Gli interventi di manutenzione avranno invece una durata annuale». L'iter prevede anche un secondo step: la semina di piante capaci di assorbire le sostanze tossiche del terreno. È il fito-rimedio, tecnica su cui il Comune punta molto. A questo proposito il Municipio ha avviato uno studio, anche in collaborazione con l'Università e l'Arpa. Il progetto dovrebbe concludersi già tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre, così da poter iniziare con le nuove piantumazioni nella prossima primavera. La soluzione del fito-rimedio è frutto della volontà espressa da commissioni e Consiglio comunale ed è stata approvata dal ministero della Sanità. «Il piano predisposto dall'amministrazione comunale in accordo con il tavolo tecnico regionale - ha rilevato Polli - è stato approvato dal ministero. Questo ci consente da una parte di partire con una pulizia immediata dei giardini della scuole e successivamente d'intervenire con il fito-rimedio nelle restanti parti verdi che sono state individuate. Tutto ciò rientra in uno stralcio del Piano regionale per l'inquinamento diffuso. Una volta effettuato il risanamento, attraverso il previsto monitoraggio che potrà contare sull'utilizzo di specifici deposimetri, sarà possibile anche verificare ed individuare le fonti inquinanti».

Gianpaolo Sarti

 

Giù le tasse a Muggia per chi si prende cura del verde pubblico
MUGGIA - L'area del monte Castellier, il castello di Muggia, il parcheggio della farmacia di Aquilinia, il campo di basket di Zindis, le aiuole di largo Caduti della libertà. Sono solo alcune delle zone che verranno curate da residenti e associazioni muggesane da ottobre a dicembre in cambio di uno sconto sulle tasse. In palio, da spalmare, ottomila euro. Il piano pulizie rientra nella cosiddetta "Cittadinanza attiva" promossa dal Comune. «La gestione dei beni comuni condivisa tra amministrazione e cittadini è tema di attualità in tutto il Paese: l'idea di un impegno civico costante si sta facendo strada anche nel nostro Comune e sono sicura che, oltre alle persone che hanno già aderito, ce ne sono molte altre pronte a dare una mano», racconta l'assessore Laura Litteri. Grazie a tanta buona volontà da ambo i lati, infatti, a Muggia non sono mancati esempi di collaborazioni riuscite. Ora, però, il Comune ha deciso di compiere un salto di qualità, sostenendo proposte progettuali di collaborazione di cittadini singoli e/o associati aventi ad oggetto "interventi complementari e sussidiari alle attività svolte dall'amministrazione comunale, volti a promuovere lo sviluppo della cittadinanza attiva, la cura del territorio e la tutela del decoro urbano". Le modalità per aderire? Semplici. Bisogna iscriversi all'albo della Cittadinanza attiva, descrivere brevemente quello che si intende fare e presentarlo agli uffici del Comune e poi sottoscrivere un Patto di collaborazione. Il Comune premierà il cittadino volonteroso con degli sconti sulle tasse locali. «Concretamente, il controvalore dei progetti sin qui definiti con la firma del Patto di collaborazione per il periodo ottobre-dicembre si attesta intorno agli ottomila euro», aggiunge Litteri. Tali esenzioni-riduzioni verranno applicate su imposte o canoni dovuti nell'anno successivo rispetto a quello in cui l'intervento viene realizzato, quindi nel 2018, e saranno determinate in ragione del valore economico e sociale del progetto proposto e definito nel Patto. Una volta conclusi gli interventi, quindi, gli interessati - attraverso un apposito modulo - ne daranno comunicazione al Comune che potrà procedere alle necessarie verifiche a seguito delle quali potranno essere riconosciute le detrazioni. Il Comune ha individuato per ora undici aree di intervento che possono costituire oggetto di presa in carico totale o parziale da parte dei cittadini. Ecco la mappa: Aquilinia (a fianco della farmacia), Montedoro (a fianco del market), spazio pubblico a Chiampore, via San Giovanni (i condomini a fianco della Coop), salita Muggia Vecchia, via Mazzini, incrocio tra via Frausin e via Matteotti, largo Caduti, giardino e area sotto il Castello, e infine l'area gioco della scuola di Zindis (parco Robinson). «Sono interventi prevalentemente di manutenzione e pulizia di aree verdi - conclude Litteri - con in alcuni casi l'abbellimento del verde, o interventi di pulizia e cura di spazi urbani, con opere di micromanutenzione quali ad esempio piccole riparazioni, pitturazioni, sistemazioni di panchine e pulizie della segnaletica».

Riccardo Tosques

 

 

PORTO VECCHIO - La firma sul rilancio - Il via dalla rotatoria -
Regione, Comune e Authority siglano l'intesa col ministero sui 50 milioni per l'antico scalo: polo museale, Icgeb e viabilità
Comincerà dalla realizzazione della rotatoria di viale Miramare il piano di riqualificazione del Porto vecchio, di cui è stato firmato ieri l'accordo operativo da 50 milioni da parte di Regione, Comune e Autorità portuale. Viene dunque messo nero su bianco l'impegno delle istituzioni locali, d'intesa con il ministero dei Beni culturali, ad attuare le prime misure previste dal Cipe nel 2016 per gli interventi legati alla creazione del polo museale, al trasferimento dell'Icgeb, alla sistemazione dell'Ursus e alle opere di viabilità e infrastrutturazione per il funzionamento dell'area. Le risorse sono state riconosciute dal governo con l'obiettivo di realizzare il Museo del mare nei 10mila metri quadrati dei magazzini 24 e 25, il cui restauro e successivo allestimento prevedono un costo complessivo di 23 milioni. La seconda parte del finanziamento - pari a 10 milioni - è destinata al trasferimento dell'International centre for genetic engineering and biotechnology al magazzino 26: la collocazione assorbirà 20mila metri quadrati su 35mila e la parte restante potrebbe essere occupata dall'Immaginario scientifico, di cui è allo studio il possibile trasloco. Le infrastrutture urbane (illuminazione e reti elettriche, idriche e fognarie) richiederanno 9 milioni e altri 5 saranno investiti sulla viabilità interna e sulla rotatoria da imboccare in viale Miramare. Gli ultimi 3 milioni sono assegnati al recupero dell'Ursus. Nel corso della stipula, la presidente Debora Serracchiani ha ribadito la sua intenzione di «sottoporre al Comune e all'Autorità portuale la proposta di costituire una società di scopo, che coinvolga anche le più importanti realtà economiche del territorio, per attrarre investimenti internazionali, idee e competenze per il recupero e il rilancio dell'intera area». Sarà questa società, nelle intenzioni delle istituzioni, a valutare le proposte che dovrebbero essere raccolte sulla base delle linee strategiche preparate da Ernst&Young, ma criticate ieri dal sindaco Roberto Dipiazza, secondo cui «è discutibile un piano costato 200mila euro e non tradotto in inglese».Dipiazza mostra comunque ottimismo: «È un momento molto importante per il presente e il futuro di Trieste, che non ha mai avuto il vento in poppa come ora. Lavoriamo tutti insieme, di comune accordo come non è mai successo». Gli uffici del Comune hanno approntato in estate la prima fase di progettazione, senza aspettare la firma dell'intesa. «In questo modo - spiega Dipiazza - già nel pomeriggio incontrerò il soprintendente del Fvg Corrado Azzollini, per affrontare il nodo della viabilità, a partire dalla rotonda a 500 metri dal ponte di ferro di Barcola». Al centro del confronto anche il parcheggio sul terrapieno, da destinare alle società nautiche. La progettazione esecutiva dovrà essere conclusa entro il 2019 e Dipiazza promette che «per il 2020 saremo pronti per l'arrivo degli scienziati di Esof». Il sindaco corre parecchio rispetto alle effettive possibilità di realizzazione, ma Serracchiani lo spalleggia: «Oggi apriamo il Porto vecchio e definiamo tempi e ruoli dei vari soggetti», tra cui quello della Regione che, in qualità di beneficiario del contributo, farà sostanzialmente da cassa, mentre Comune e Autorità portuale svolgeranno il ruolo di soggetti attuatori. Il presidente dello scalo, Zeno D'Agostino, ha rimarcato il valore dell'operazione: «Qualcuno diceva che i 50 milioni non c'erano e invece ci sono e ci saranno. Sono i primi 50 milioni necessari ed è chiaro che ne servono altri». Per la governatrice, «il lavoro da fare è molto e questo intervento riguarda solo un piccolo pezzo dell'area, ma cominciamo intanto a spendere i soldi che abbiamo ottenuto e intanto lavoriamo per attrarre nuove risorse». Per il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, «si tratta di un passo avanti importantissimo sul percorso che riguarda il futuro della nostra Trieste. Il governo ha investito molto sulla città e altre risorse potranno arrivare prossimamente, se sapremo dimostrare capacità di spendere presto e bene». Solo un elemento del piano divide Regione e Comune, con Dipiazza e Serracchiani lontani sul valore attribuito all'Ursus. La presidente ha puntualizzato che «l'unicità a livello europeo di Ursus verrà finalmente valorizzata, facendolo diventare un simbolo di Trieste, grazie a lavori che prevedono la musealizzazione della sala macchine e l'installazione sulla gru di un ascensore a scopo turistico». A suo tempo, il sindaco si era augurato l'affondamento dello storico pontone e anche ieri non ha risparmiato una frecciata: «La prima notte di bora taglierò gli ormeggi e lo lascerò libero di andare per l'Adriatico», ha scherzato, venendo subito rimbrottato altrettanto ironicamente da Serracchiani: «Ursus sarà guardato a vista».

Diego D'Amelio

 

Sèleco in Porto vecchio con 50 posti di lavoro - L'azienda produttrice di tv attratta dai vantaggi della zona franca di Trieste
Previsto a giorni il trasferimento in città anche della sede legale ora a Milano
Sèleco, lo storico marchio italiano produttore di elettrodomestici ed elettronica di consumo, trasferisce la sua sede legale e il suo stabilimento produttivo a Trieste. L'Autorità portuale ha appena rilasciato un'autorizzazione di anticipata occupazione del Magazzino 5 in Porto vecchio. È la prima azienda che opera in ambito non portuale a sbarcare a Trieste - prospettando una cinquantina di posti di lavoro -, attratta dall'accelerazione sul regime di zona franca. È l'inizio di un processo che il presidente dell'Autorità portuale dell'Adriatico Orientale, Zeno D'Agostino, aveva anticipato all'entrata in vigore del decreto che regolamenta le nuove free zone di Trieste. Allora infatti raccontò di una decina di investitori fortemente interessati alla zona extradoganale, aggiungendo che entro la fine dell'anno avremmo assistito ai primi insediamenti di nuove aziende che opereranno in regime di Punto franco anche per realizzare trasformazioni industriali. «L'anticipata occupazione è stata rilasciata per consentire alla Sèleco di iniziare immediatamente i lavori che permetteranno di mettere a norma quella struttura e di trasformarla nel loro stabilimento - precisa D'Agostino che non nasconde soddisfazione per la riuscita dell'operazione -, ora servono i tempi tecnici per sbrigare questioni amministrative e poi nell'arco di qualche settimana verrà rilasciata la concessione». A operare in attività non portuale in regime di zona franca c'è già anche Saipem, la società del gruppo Eni di carattere logistico-marino, titolare di una concessione decennale in forza della quale gestisce l'area su cui è operativo il capannone 23. Il magazzino 5 dove sbarcherà Sèleco è invece adiacente alla sede distaccata dei Vigili del fuoco in Punto franco vecchio, e vanta un'estensione di 6mila metri quadrati. Sèleco spa attualmente ha sede legale a Milano e strutture operative nel capoluogo lombardi e a Como. Ma il marchio di tv venne fondato nel 1965 a Pordenone. Nei mesi scorsi era stata annunciata la riapertura con rilancio proprio dello storico stabilimento produttivo di Pordenone. Un progetto che comunque non verrà abbandonato, precisano dell'azienda, anche se l'operazione Trieste ne farà inevitabilmente slittare i tempi. «Abbiamo deciso di ripartire proprio dal Fvg e da Trieste in particolare - spiega Aurelio Latella, consigliere di amministrazione delegato di Sèleco e di origini triestine - attratti certamente dal regime di Porto franco, ma anche dal fermento che si respira oggi in questa città che ha caratteristiche che incarnano il nostro progetto legato all'innovazione. Non si tratta però di un addio a Pordenone: la città si inserirà in un progetto più ampio». Entro una decina di giorni la sede legale verrà spostata a Trieste in uno studio professionale sulle Rive. «Siamo felicissimi per l'anticipata occupazione - dichiara Latella -, a breve partirà il progetto operativo per convertire il magazzino nello stabilimento in cui faremo progettazione, assemblaggio, stoccaggio e commercializzazione». Entro pochi mesi verranno aperti a Trieste gli uffici amministrativi della spa «mentre per l'inizio della produzione e l'entrata a regime dello stabilimento servirà più tempo ma meno di un anno», assicura. L'azienda avvierà anche nuove assunzioni. «A regime, nella prima fase, lavorerà una cinquantina di persone», valuta Latella. L'idea di spostare la sede a Trieste è nata di recente. «Ad agosto con esattezza - racconta il manager -, abbiamo colto che quell'area stava diventando il punto di massima energia del territorio, con opportunità incredibili, peculiarità uniche supportate anche da un grande sostegno delle istituzioni». Sèleco, nei mesi scorsi, ha affidato a dei professionisti triestini uno studio di valutazione sui vantaggi che l'azienda avrebbe tratto dall'operare in regime di zona extradoganale. Viste le prospettive, il cda ha deliberato per lo spostamento. «Devo sottolineare che le istituzioni, Autorità portuale e Comune, hanno dimostrato concretezza, competenza e rapidità: valori aggiunti per un'azienda che intende prendere una decisione così importante», aggiunge Latella. Il quale, in veste anche di imprenditore nell'ambito dell'innovazione e del design, anticipa che «Sèleco farà da apripista per altri progetti, ora allo studio, per quella zona». Il gruppo Sèleco, proprietario anche del marchio Magnadyne e produttore pure delle cuffie audio e radio Dab, ha da sempre una particolare sensibilità per lo sport. Oggi è sponsor della Lazio, del Napoli basket, della Pallanuoto Catania e con il marchio Magnadyne dell'Udinese e della Spal. Un aspetto che lascia intravedere la possibilità di veder comparire il logo Sèleco anche sulle maglie della Triestina calcio

Laura Tonero

 

 

«Recuperi saltuari» - Bocciato a San Dorligo il "porta a porta"
I residenti lamentano la scarsa frequenza del ritiro dei rifiuti - E alla fine c'è chi li carica in auto e cerca altrove un cassonetto
SAN DORLIGO DELLA VALLE - C'è malumore tra i residenti di San Dorligo della Valle per il nuovo sistema di raccolta differenziata introdotto dallo scorso 1° luglio: nel mirino, in particolare, il ritiro cadenzato dell'immondizia nei diversi giorni della settimana, prassi che costringe i residenti a tenere in casa, per giorni, i sacchetti pieni di rifiuti con tutti i problemi legati agli odori e alla presenza di insetti.«I passaggi degli addetti alla raccolta non sono frequenti e chi vive in appartamento, senza avere la possibilità di uno spazio all'esterno dove sistemare le immondizie, ha serie difficoltà: alcuni rifiuti puzzano» sostengono i residenti. «I sacchi appesi fuori dai cancelli per ore, poi, non sono certo uno spettacolo degno del nostro bel territorio. Senza contare che quando c'è Bora forte si spaccano» aggiungono. «Con un sistema così complesso c'è il rischio che i residenti si carichino i sacchi della spazzatura in automobile per gettarli nel primo bottino che incontrano sulla strada per Trieste» rincara la dose il consigliere comunale dell'opposizione Boris Gombac.La riorganizzazione della raccolta prevede che la A&T 2000, l'azienda incaricata del servizio, passi a raccogliere il secco, l'indifferenziata, che va posta nei sacchetti rosa, ogni mercoledì. Plastica e lattine vanno sistemati in sacchetti azzurri e vengono ritirati il giovedì. I sacchi vanno esposti entro le 7 del giorno di raccolta e vengono raccolti entro il pomeriggio. I residenti si sono dovuti dotare di diversi contenitori: quello del vetro viene svuotato il giovedì, ogni due settimane; quello dell'organico il martedì e il venerdì, mentre quello blu della carta ogni due settimane in giornate diverse a seconda della zona.«Noi viviamo in un condominio a Lacotisce - racconta Miriam, che nei giorni scorsi ha anche chiamato il Comune per sollecitare la sistemazione di isole ecologiche almeno in determinate zone - e non abbiamo parti comuni dove sistemare i contenitori. Di conseguenza tutti tengono le immondizie per giorni e giorni in casa con evidenti problemi di odori e insetti». «Chi ha dei bimbi è costretto a tenersi per giorni interi i pannolini nei sacchetti, idem chi, ad esempio, deve cambiare la lettiera al gatto: è evidente che andando verso Trieste o in Slovenia la tendenza è quella di liberarsi delle immondizie altrove, nel primo cassonetto che si trova».Nonostante le critiche, il sindaco Sandi Klun è convinto della strada intrapresa: «Serviranno dei mesi per abituarsi - ammette -, ma presto si inizieranno a vedere i risultati. Il rischio che qualcuno confluisca altrove le immondizie c'è - valuta -, ma siamo gente che ha rispetto del territorio: confido molto nella civiltà e nella serietà nei miei cittadini. Per rifiuti come i pannolini - precisa - è previsto che si possa usare un sacchetto verde, di materiale più grosso e coprente, con un passaggio extra il sabato». Klun spiega che il nuovo sistema è stato introdotto con la volontà di superare il 65% della raccolta differenziata (obiettivo imposto dalla legge già per il 2012) e di migliorare la qualità dei rifiuti raccolti per avviarli al recupero, ottenendo maggiori contributi dai consorzi della filiera Conai. «Il sistema attuale di raccolta è più serio di quello precedente - osserva -. Prima c'era troppa indifferenziata, con costi di smaltimento importanti da sostenere».

Laura Tonero

 

 

Capodistria-Divaccia - ok dal referendum - Il governo avvia l'iter
Nascerà la società 2TDK che gestirà il progetto del raddoppio e avrà una concessione di 45 anni sulla nuova infrastruttura
LUBIANA - Raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, scampato pericolo e ora il governo di Lubiana va avanti per la sua strada. Al referendum di domenica, infatti, hanno vinto i favorevoli alla legge che era stata varata dall'esecutivo per la realizzazione dell'importante infrastruttura che dovrebbe dare ossigeno al Porto di Capodistria e garantirne lo sviluppo commerciale. La consultazione popolare ha visto prevalere, come detto, i favorevoli alla legge con il 53,46% mentre ai contrari è andato il 46,54% pari a 161.562 voti. Per abolire la legge ne servivano comunque 342.706 ovvero il 20% degli aventi diritto al voto e dovevano essere ovviamente superiori a chi si è espresso a favore. I promotori del referendum però non si arrendono e preannunciano battaglia in sede di Corte costituzione e di Corte dei conti. I contrari, infatti, sostengono che il piano finanziario contenuto nella norma è assolutamente fumoso e privo delle necessarie coperture per realizzare l'opera i cui costi si aggirano su 2 miliardi.Il premier Miro Cerar ha affermato che «la scarsa affluenza alle urne (ha votato il 20,48% degli aventi diritto ndr.) ha dimostrato che gli elettori sono stanchi dei giochetti politici e che desiderano che il governo faccia il suo lavoro, proprio come abbiamo progettato di fare, senza ritornare al passato, ma puntare al futuro con la realizzazione del secondo binario» lungo la Capodistria-Divaccia. «È giunto il momento - ha ribadito ancora il premier - che realizziamo quest'opera per il bene di Luka Koper (la società che gestisce il porto di Capodistria ndr.), delle Ferrovie della Slovenia e dell'economia della verde Slovenia». «Così il nostro Paese - ha concluso - sarà concorrenziale e visibile sulla carta geografica mondiale dei trasporti». Alle parole del premier fanno eco quelle del ministro delle Infrastrutture Peter Gaspersic il quale ha promesso agli elettori, a nome anche dell'intero governo, che «con il progetto lavoreremo in modo ottimale e trasparente, collaboreremo nella sua realizzazione con le istituzioni europee, la Commissione Ue e la Banca europea per gli investimenti (Bei) perché alcune cattive esperienze del passato non abbiano a ripetersi». Da un punto di vista operativo con la conferma della validità della legge sul secondo binario sancita dal voto referendario inizierà il lavoro della società 2TDK (istituita proprio dalla norma in oggetto) che si occuperà della progettazione dell'infrastruttura, del suo finanziamento e ne diventerà concessionario per 45 anni. Nelle prossime settimane saranno aperte le buste relative alle offerte per la preparazione dei lavori lungo la traccia Capodistria-Divaccia, mentre il Parlamento sarà chiamato ad esprimersi sull'ingresso di capitale ungherese, pari a 200 milioni, nella società 2TDK, passo questo sul quale in passato i socialdemocratici (Sd) e il Partito dei pensionati (Desus), entrambi parte della coalizione di governo, hanno però espresso ad alta voce seri dubbi. Anche se il Parlamento dovesse bloccare l'ingresso di capitali stranieri nella 2TDK il processo per la realizzazione dell'infrastruttura proseguirebbe, ma con un aggravio di costi per i bilanci dello Stato a causa dei maggiori interessi che si dovranno pagare a fronte di un accresciuto importo del debito da accendere per pagare i lavori, la cui somma principale dovrebbe essere erogata dalla Bei. Lubiana conta molto anche sui fondi europei visto poi che l'attuale commissario Ue ai Trasporti è la slovena Violeta Bulc, il che non guasta.«L'Ungheria - ha detto il consigliere della società 2TDK Metod Dragonja - ovviamente si aspetta di avere dei vantaggi dalla sua partecipazione allo sviluppo del progetto e questi consistono sostanzialmente a un più facile accesso all'infrastruttura». Ed è proprio questa "contropartita" che viene osteggiata con forza dai lavoratori di Luka Koper che hanno fermamente nei giorni scorsi dichiarato la loro contrarietà alla legge, peraltro domenica confermata dal referendum.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 25 settembre 2017

 

 

Senza petrolio? - Si può - LE ENERGIE PULITE OFFRONO RENDIMENTI SEMPRE PIÚ AFFIDABILI
Le risorse di gas non bastano, i pozzi di petrolio vanno verso il prosciugamento, le vene di carbone si esauriscono. I combustibili fossili che garantiscono - al caro prezzo dell'inquinamento globale e dell'effetto serra - energia per riscaldare case, avviare automobili, far marciare industrie non avranno vita eterna. Le previsioni sono tutt'altro che rosee: secondo l'ultima Statistical Review of World Energy del British Petroleum le riserve mondiali di petrolio (gas e condensati compresi) ci consentiranno di arrivare fino al 2067. Di lì in poi, addio auto a benzina, diesel o gpl. A meno che i consumi non si riducano nei prossimi decenni. Ed, ciò che sta già accadendo. Per il Fondo monetario internazionale (Fmi) - che ha pubblicato nei mesi scorsi un dossier - la ragione va ricercata nello sviluppo di nuove tecnologie: più affidabili, pulite, sicure ed economiche. Così, gli analisti - per la prima volta - hanno iniziato a sbilanciarsi, a scrivere che stiamo già vivendo «nell'ultima età del petrolio». Ma anche in quella del carbone, ritenuto ormai troppo inquinante, costoso e quindi in forte recessione. Tra i combustibili fossili regge solo il metano, pulito e disponibile in quantità. Ma per gli esperti resta una soluzione "locale" che diventa investimento esoso quando c'è da creare reti tra nazioni e continenti. Con il nucleare ormai sorpassato - per costi, tecnologia e, soprattutto, sicurezza - potrebbero essere le rinnovabili il vero motore della Terra nel prossimo futuro. Molte nazioni si stanno già muovendo: in Inghilterra nel 2016 l'eolico ha superato il carbone, la Francia conta di diventare totalmente verde nel 2040, la Germania nel 2020 e l'accordo di Parigi ha vincolato 195 paesi (gli Usa si sono tirati indietro in un secondo momento) all'utilizzo di strategie che prevedano la produzione di energia pulita. Ma può davvero esistere un mondo che marcia al 100% grazie alla forza prodotta dal sole, dal vento, da fiumi, mari o biomasse? Nel decennio scorso quasi la totalità della comunità scientifica avrebbe scosso la testa, perché le capacità di "produzione" di queste fonti erano molto ridotte; oggi invece una fetta sempre più consistente di scienziati e ricercatori si dice possibilista e lavora su ricerche a supporto di questa tesi. L'ultima, in ordine di tempo ed importanza, risale all'inizio del 2017. È uno studio dell'equipe guidata da Mark Jacobson, professore di ingegneria civile alla Stanford University, dove sono stati analizzati 139 paesi (i produttori del 99% delle emissioni di anidride carbonica sulla Terra). Per ogni nazione è stata stilata una tabella di marcia che prevede la totale conversione alle rinnovabili con centrali già esistenti o realizzate ex novo (costi sostenibili). Se applicate, le tabelle di marcia porterebbero l'intero pianeta alla totale produzione di energia pulita entro il 2050.

Rino Bucci

 

Armaroli (Cnr): «Non abbiamo scelta il futuro è questo»
La transizione verso un "mondo pulito" già è iniziata. Nei prossimi anni serviranno coscienza e lungimiranza per arrivare alla copertura dell'intero fabbisogno energetico con le sole fonti rinnovabili. Di rischi, nuove sfide e conversione abbiamo parlato con Nicola Armaroli, 51 anni, dirigente di ricerca del Cnr, esperto in nuovi materiali per la conversione dell'energia solare. Ha pubblicato oltre 200 lavori e sette libri ed è direttore della rivista "Sapere". Professore, arriveremo a soddisfare il fabbisogno energetico mondiale con le sole fonti rinnovabili? «È tecnicamente possibile e non vi è alternativa. Il sole invia sulla Terra, in un'ora, l'energia che l'umanità consuma in un anno. È l'unico apporto che la Terra riceve dall'esterno ed è la soluzione definitiva. La transizione è già incominciata ma serviranno almeno 30 anni». Stiamo vivendo l'ultima era del petrolio? «Il petrolio vive una crisi profonda. Il prezzo resta basso per una guerra tra produttori, terrorizzati all'idea che il trasporto elettrico prenda piede. I giacimenti di petrolio "facile" si svuotano, quelli nuovi sono ormai tutti "non convenzionali" (ad esempio a grande profondità in mare) con costi economici e ambientali enormi. I margini di guadagno sono ormai irrisori: i distributori si trasformano in negozi o bar. È il segnale che un'epoca sta per finire». Quali sono le fonti rinnovabili più promettenti e utilizzate? «Quasi tutte le rinnovabili derivano dal sole: ad esempio vento, flussi fluviali e biomasse sono solari indirette. Al consumatore servono elettricità e combustibili. Sulla prima siamo a buon punto, le rinnovabili coprono già il 25% della domanda elettrica mondiale con eolico e fotovoltaico in grande crescita. Sui combustibili siamo più indietro: dovremo spostarci sull'elettrico, a partire dai trasporti». Quali paesi stanno spingendo di più sull'energia pulita? «Quasi tutti, inclusi i paesi produttori di petrolio. La Cina è leader mondiale: le rinnovabili battono da anni carbone e nucleare. Il ritorno di Trump al carbone è un bluff, gli Usa non potranno rinunciare alla supremazia tecnologica nei settori energetici innovativi. L'India annuncia un grande piano per la mobilità elettrica. In Italia abbiamo raggiunto ottimi risultati, ma da tre, quattro anni stiamo frenando». L'uso del metano può frenare la corsa alle rinnovabili? «La frenesia italiana sul metano frena le rinnovabili. La strategia energetica nazionale è imperniata sul gas, che è un combustibile fossile meno inquinante degli altri ma non immacolato. Il metano è un potente gas serra e le perdite di rete hanno minato la sua reputazione». Le rinnovabili sono una soluzione per i paesi in via di sviluppo? «Sì, per molte ragioni. I costi sono in forte calo e i flussi (sole, vento, acqua) sono ovunque. Le rinnovabili elettriche possono operare su piccola scala in regioni remote senza la necessità di grandi infrastrutture». Ci sono ostacoli alla transizione energetica? «Il flusso solare è sterminato, ma va convertito in energia utile: occorrono convertitori e accumulatori, e per fabbricarli servono risorse minerarie, che si ottengono scavando la crosta terrestre come per i combustibili fossili. Le risorse sono limitate e la transizione energetica avrà successo solo se sapremo realizzare un'economia circolare».

Rino Bucci

 

 

Presentazione - Il piano operativo sui giardini inquinati

In programma oggi alle 10.30 nella Sala giunta del Comune, la conferenza stampa di presentazione del piano d'intervento operativo per risolvere il problema dei giardini inquinati. Interverranno gli assessori Elisa Lodi e Luisa Polli.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 24 settembre 2017

 

 

Capodistria-Divaccia, Slovenia al voto - Gli elettori chiamati a confermare o bocciare la legge varata per gestire il raddoppio della strategica linea ferroviaria

LUBIANA - La Slovenia va oggi alle urne per decidere sul referendum abrogativo della legge varata dal governo e relativa alla realizzazione del secondo binario della ferrovia che collega Capodistria a Divaccia. Si tratta di un’opera di valore strategico con la quale si punta a rinvigorire l’asse di collegamento ferroviario da e verso l’unico porto del Paese, asse che, in base agli attuali andamenti dei traffici entro il 2019 rischia la saturazione, diventando così un vero e proprio “tappo” per l’incremento dei traffici nello scalo del Litorale. Potrà sembrare strano che tra l’opinione pubblica slovena si sia sentita la necessità di un referendum su un’opera di tale portata, ma sta di fatto che più che l’opera, il referendum vuole abrogare la legge ad hoc varata dall’esecutivo guidato dal premier Miro Cerar perché considerata, dai promotori del quesito referendario, assolutamente lacunosa per quanto concerne il reperimento dei finanziamenti necessari alla sua realizzazione e molto “fumosa” nella possibilità di ottenere l’iniezione di capitali stranieri, soprattutto relativamente a che cosa questi capitali riceverebbero in cambio. A votare per l’abolizione della norma saranno anche i lavoratori di Luka Koper, la società che gestisce il Porto di Capodistria, perché, a loro detta, il ministro delle Infrastrutture Peter Gašperšič ha ventilato la possibilità che ad eventuali investitori stranieri nell’opera (ungheresi su tutti) verrebbero concesse aree per la logistica che peraltro non sono parte della concessione di Luka Koper, ma proprietà del Porto. Il governo si difende sostenendo che la realizzazione del secondo binario, esaminando tutta la catena della logistica portuale e ferroviaria, creerebbe nuovi novemila posti di lavoro e sostiene l’assoluta necessità da parte dello scalo portuale di avere dei collegamenti ferroviari moderni e veloci con l’entroterra e verso l’Europa centrale. Per vincere i contrari alla legge sul secondo binario dovranno ottenere più di 342mila consensi pari al 20% degli aventi diritto al voto. È chiaro che la “partita” si giocherà tutta sull’astensionismo. Dovesse “cadere” la legge, il governo la seguirebbe a ruota. ©

Mauro Manzin

 

 

Plastica in mare - Esperti a confronto

Domani alle 18.30 all’Hotel Greif Maria Theresia il Propeller Club organizza un incontro dal titolo “Un Mare di plastica: inquinamento delle acque, conseguenze sulla catena alimentare umana e sulle rotte marittime”. Tra i relatori Maria Cristina Pedicchio e Paola DEl Negro dell’Ogg e Roberto Gasparetto di AcegasApsAmg.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 23 settembre 2017

 

 

I tralicci di Conconello approdano sul Belvedere - Dall'abitato le antenne sono state spostate sul sentiero panoramico del monte
Regione e Comune in coro: «La salute dei cittadini ha la priorità sull'ambiente»
TRIESTE - Tre nuovi tralicci alti circa 30 metri posti a ridosso di uno dei sentieri panoramici più suggestivi di tutto il territorio regionale. Sono gli "effetti collaterali" della delocalizzazione dei ripetitori di Conconello. La novità ha lasciato sconvolti gli escursionisti e i cicloamatori recatisi in questi giorni sul sentiero del Cai n. 1 nella zona del monte Belvedere. Proprio sull'altura che domina splendidamente il golfo di Trieste, non a caso è considerato (al pari della Napoleonica) il sentiero più bello sul Carso con vista mare, sono in fase di conclusione i lavori di costruzione dei nuovi manufatti. Anche se tutta l'area del cantiere è delimitata e inaccessibile, da fuori è facile scorgere quanto già costruito. Per ora sono stati innalzati dei muretti di pietra con tanto di reti metalliche a fungere da delimitazione dei tre tralicci già ben eretti e ampiamente visibili da lontano. Le panchine in legno, prima presenti sullo spiazzo utilizzato dalle famiglie in gita nei weekend, sono state spostate a pochi passi dalla discesa del ciglione carsico. Non solo. Durante i lavori, la rosa dei venti, il manufatto che maggiormente contraddistingue l'area, è stata utilizzata, come emerso da una testimonianza fotografica, come base su cui poggiare un pallet. "Dulcis in fundo", dal nulla sono spuntati tre nuovi tralicci. Il tutto in un territorio che vede già la presenza dei ripetitori di Rai Way, Mediaset e Telecom spa. In molti si chiedono com'è possibile che si sia deciso di erigere tre megastrutture metalliche su un'area così di pregio e apprezzata da tanti triestini e turisti del Carso. I manufatti sono stati collocati in un terreno di proprietà comunale, sito appunto sul monte Belvedere, in seguito al protocollo d'intesa sottoscritto nel 2014 tra Regione, Comune di Trieste e tre soggetti privati: Radio Punto Zero srl, Gestione postazioni Nordest srl (riconducibile a Radio Radicale) e Monte Barbaria srl. Il protocollo è stato formalizzato con l'obiettivo di delocalizzare i ripetitori presenti nel centro abitato di Conconello, frazione che per circa quarant'anni ha lottato per allontanare i tralicci costruiti sopra le proprie teste. Dopo lunghi anni di attesa, nell'ottobre scorso la governatrice Debora Serracchiani, firmataria nel 2014 del documento d'intesa sottoscritto anche dagli assessori all'Ambiente Sara Vito (Regione) e all'epoca Umberto Laureni (Comune), confermava la soddisfazione per quello che risultava essere un obiettivo raggiunto: «Le antenne stanno sparendo dal centro abitato di Conconello. Il protocollo, prevedendo di delocalizzare i tralicci in un'area lontana dalle case, sta funzionando. In questo modo, nell'interesse dei cittadini e della salute pubblica, gli impianti radioelettrici saranno gestiti in modo assolutamente conforme alla normativa e nel pieno rispetto dell'ambiente, scongiurando i rischi di un potenziale inquinamento elettromagnetico». La decisione di traslocare gli impianti verso il monte Belvedere aveva trovato d'accordo anche le tre società private. Filippo Busolini, fondatore di Radio Punto Zero, già all'indomani della sottoscrizione del protocollo del 2014 aveva espresso il suo consenso nell'abbandonare la vecchia location, previa fideiussione bancaria di 150mila euro a garanzia dell'esecuzione dei lavori. Il sì alla delocalizzazione era motivato dal fatto che sul monte Belvedere erano garantiti spazi più adeguati per evitare il "sovraffollamento" che nel sito precedente, soprattutto nei mesi estivi, dava origine a surriscaldamenti dei sistemi, responsabili di rotture e danni alle apparecchiature presenti. Tutti d'accordo, insomma. Ora però è arrivata la doccia fredda per escursionisti e amanti del Carso, con i tre tralicci realizzati nel punto più visibile e frequentato del monte. Ieri mattina l'assessore regionale all'Ambiente, Sara Vito, ha confermato la bontà dell'intervento: «Per noi la questione della salute dei residenti di Conconello era primaria. Dopo anni siamo riusciti ad affrontare e risolvere il problema delocalizzando i tralicci. Abbiamo dato una risposta forte alla preoccupazione dei residenti. Spiace se questi siano stati collocati lungo il sentiero, ma per noi la questione della salute veniva e verrà sempre prima di tutto». Sulla stessa linea la sua omologa comunale Luisa Polli: «La gestione del procedimento è stata seguita dalla Regione. Detto questo ritengo sia di primaria importanza la tutela della salute dei residenti di Conconello. Le antenne lì non sono un bello spettacolo? Tutti però vogliono vedere la televisione oppure avere la ricezione con il telefonino e comunque, ripeto ancora, la salute viene prima di tutto, anche prima dell'ambiente».

Riccardo Tosques

 

LE REAZIONI - Escursionisti sbigottiti ma residenti soddisfatti
TRIESTE «Il sentiero più bello del Carso rovinato da degli ecomostri». Umberto Pellarini Cosoli, capogruppo della commissione sentieri dell'associazione Cai XXX Ottobre nonché coideatore del sentiero n.1, non riesce a capacitarsi dell'installazione dei tre tralicci sul monte Belvedere: «A titolo personale giudico questo intervento una schifezza, una ulteriore ferita, vista la presenza di altri ripetitori in zona. E pensare che noi non posizioniamo nemmeno i cartelli segnaletici sulle cime proprio per non creare fastidi al paesaggio. E ora ci troviamo di fronte a questo scempio». Pellarini Cosoli, che una quindicina di anni fa assieme ad altri membri del Cai lavorò per unire i vari sentieri che oggi sono stati tutti collegati sotto il n.1, evidenzia con stupore la situazione dell'area: «Capisco perfettamente che i tralicci andavano spostati dal centro abitato poiché è in ballo una questione relativa alla salute dei cittadini, ma non ho davvero parole e mi chiedo come sia possibile che la paesaggistica possa aver dato il suo nulla osta ad utilizzare quella zona del monte Belvedere, proprio accanto a uno dei sentieri più belli che esistano nel nostro territorio». Nicola Bressi, naturalista triestino della Società italiana di Scienze naturali di Milano, fornisce invece le conseguenze dell'intervento da un punto di vista prettamente scientifico: secondo lo zoologo vi saranno delle ripercussioni per quanto riguarda sia la fauna che la flora. «Proprio su quelle pendici si era consolidata la presenza dell'algiroide, una splendida lucertola con la gola di colore azzurro, (simbolo della Riserva naturale delle Falesie di Duino, ndr) presente in Italia solamente nel Carso. Con tutti i movimenti dei veicoli a motore, il trambusto dei lavori iniziali e ancora di più di quelli successivi legati alla manutenzione, questa specie verrà soppiantata dalla classica lucertola muraiola. Ma anche a livello di flora le cose muteranno. Tutti questi cambiamenti comporteranno ad esempio la sparizione di specie di pregio per lasciare spazio a specie invasive come l'ailanto». Ma cosa ne pensano a Conconello? Dimitri Ferluga, presidente della Vaska skupnost Ferlugi, l'associazione culturale della frazione triestina, è soddisfatto: «Messi in quella posizione i tralicci non sono una bellezza, anzi, sono proprio brutti, ma è altrettanto vero che per me li avrebbero potuti mettere anche sulla torre Eiffel. Meglio che stiano sul Belvedere piuttosto che sopra le nostre case». Per quasi quarant'anni i residenti hanno dovuto convivere forzatamente con i tralicci: «L'iter burocratico per riuscire a toglierci questi mostri è stato pazzesco. Nessuno voleva averli sui propri terreni e quindi alla fine la vicenda si è risolta con una porzione di terreno comunale posta sul monte». Ferluga racconta poi della valenza storica che ha quell'area per la popolazione di Conconello: «Molte generazioni di paesani hanno trascorso tante ore in quella zona. Anch'io ricordo che quando ero piccolo, appena si poteva, si andava lì a giocare o a stare in compagnia. Purtroppo si è dovuto fare di necessità virtù». Adesso Ferluga confida che rapidamente i tralicci e le antenne installate su di essi, ancora presenti nel centro abitato, vengano rimossi: «Per ora hanno costruito dei nuovi tralicci, ma quelli vecchi sono ancora qui. Mi auguro che i lavori sul monte Belvedere si concludano il prima possibile e che finalmente tirino via i nostri tralicci e tutte le antenne attaccate».

(tosq.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 22 settembre 2017

 

 

Linea dura contro la sosta irregolare - Proposta la sospensione della patente a chi si ferma su stalli per disabili e aree bus
Per dare un taglio ai soprusi la Lega Nord, con il consigliere comunale Giuseppe Ghersinich, propone la sospensione della patente per quindici giorni a chi in modo recidivo posteggerà sugli stalli riservati ai disabili o sulle fermate dei bus. La mozione, presentata nei giorni scorsi in sesta Commissione, punta dunque a limitare una volta per tutte questo comportamento, piuttosto diffuso viste le numerose multe che ogni anno rimpinguano le casse comunali. In particolare la sospensione della patente andrà comminata a chi per due volte in un biennio verrà sanzionato. Anche nelle aree in cui si fermano i mezzi pubblici, «perché - spiega l'autore - quando una persona disabile deve salire su un autobus o scendere non può farlo, se non c'è spazio per la sosta. Questo l'ho pensato anche in seguito alle ripetute segnalazioni di cittadini e della consulta per i disabili». Si tratta in generale di «una sanzione accessoria già presente per chi non ha le cinture di sicurezza», aggiunge Ghersinich. Il Codice stradale e precisamente l'articolo 158 comma "g" prevedono costi salati per i contravventori: si va da 85 a 338 euro per gli automobilisti e dai 40 ai 164 per i motociclisti con due punti in meno sulla patente per entrambe le categorie. Ma non bastano evidentemente, perché non c'è l'auspicato calo di trasgressori. Il dato delle ammende resta fisso, non diminuisce dal 2013. Le multe erano state 679 nel 2013, passando a 685 nel 2014 e a 671 nel 2015. Per il 2016 il dato-base di oltre 600 è sempre presente. Ecco dunque che Ghersinich lancia una nuova linea dura, accolta all'unanimità dalla Commissione. «Abbiamo dato tutti il parere favorevole», ha sottolineato il presidente Salvatore Porro (Fdi), segnalando la presenza del vicesindaco Pierpaolo Roberti, del comandante della Polizia locale Sergio Abbate e dei consiglieri comunali Fabiana Martini (Pd), Maria Teresa Bassa Poropat (Insieme per Trieste), Guido Apollonio ed Everest Bertoli (Fi), Michele Claudio (Lega Nord) e Francesco Bettio (Lista Dipiazza). L'idea è piaciuta anche se ora richiede, come sottolineato ancora da Porro, uno studio di fattibilità e poi ovviamente la discussione in aula. Ma non solo. Perché per modificare il Codice stradale sarà poi il sindaco Roberto Dipiazza a dover scrivere alle Camere parlamentari una nota con tale richiesta. «Il Codice della strada è una legge nazionale - sottolinea Roberti -, bisogna integrarla con un intervento che non può fare direttamente il Comune di Trieste, perciò si richiede al sindaco di fare domanda di modifica al Parlamento in modo da provvedere alla sospensione della patente per i recidivi». Inoltre, prima che la mozione passi in aula, «bisognerà fare un piccolo emendamento tecnico perché il testo prevedeva questa azione su tutto l'articolo 158 - spiega Ghersinich -, ma abbiamo deciso di non prevedere la sospensione per la sosta in altre aree». Durante la stessa Commissione si è discusso anche della proposta di rendere gratuito il biglietto dell'autobus per i "nonni paletta" per andare da casa al posto di lavoro, poiché, spiega Porro, «per questo utile servizio queste persone ricevono cinque euro al giorno ma devono fare quattro viaggi fra andata e ritorno. Non sappiamo però ancora se ci sono i soldi necessari, e anche questa idea è stata votata all'unanimità». È inoltre stato richiesto da Bettio di proseguire l'iter per il ripristino del fregio alabardato sul cappello della Polizia locale.

Benedetta Moro

 

Patto FIAB-Polli - Ciclisti "tester" sulle corsie riservate ai bus e nuove piste
Un percorso di educazione alla mobilità, condiviso e a favore di tutte le categorie di utenti della strada; un nuovo studio, questa volta del Comune, di fattibilità di una via ciclabile da Trieste a Muggia dopo quello effettuato dalle associazioni di categoria; il via a una sperimentazione di alcuni mesi dell'apertura ai ciclisti di alcune corsie riservate ai bus. Sono questi i punti principali discussi e concordati durante un incontro, ieri, tra l'assessore comunale con delega alla Mobilità e traffico Luisa Polli, due dirigenti tecnici del Municipio, il presidente locale della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) e il suo coordinatore regionale Federico Zadnich. «Si tratta anzitutto - spiega l'assessore - di dare vita a un progetto condiviso di educazione ma anche e forse soprattutto di rieducazione e di sviluppo del senso civico generale di chi, a vario titolo, frequenta vie, piazze, marciapiedi e "zebre" a Trieste. Il metodo è di porre a sistema alcune iniziative già in corso, come le "lezioni" della Polizia locale nelle scuole, con altre da parte, a esempio, dei vari sodalizi come il Motoclub Trieste, e ancora di nuove». Il tutto, nelle intenzioni di Polli, per fare comprendere il concetto generale che «il tuo diritto finisce dove inizia il mio; la tua sicurezza deve essere anche la mia». Con un riguardo particolare agli adulti «poiché sembra a volte che vi sia anche sulle strade una sorta di analfabetismo di ritorno tra gli adulti, mentre bambini e ragazzini sono più permeabili alle sensibilizzazioni, se veicolate adeguatamente». Soddisfatti anche gli esponenti del mondo delle due ruote. «Tre i punti qualificanti concordati - afferma Zadnich -: il primo appunto l'educazione al reciproco rispetto tra le categorie di utenti. A proposito, come Fiab organizzeremo un grande evento il prossimo giugno. Poi, dopo avere presentato il nostro, seguiremo il progetto comunale per la pista Trieste-Muggia. Tra le due opzioni, quella attraverso via Flavia e l'altra impiegando via Caboto, siamo favorevoli alla prima, che permetterebbe di collegare Borgo San Sergio». Infine la Fiab metterà a disposizione i ciclisti-tester sulle corsie bus in via D'Azeglio, piazza Ospedale e via Tarabocchia.

(p.p.g.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 21 settembre 2017

 

 

Interrogazione al senato - Battista incalza il governo «Ispettori per la Ferriera»

Il senatore di Articolo 1 - Mdp Lorenzo Battista ha depositato un'interrogazione ai ministri della Salute e dell'Ambiente «sulla situazione allarmante circa i livelli di inquinamento presenti nello stabilimento di Servola» e sulla necessità di un'adozione del «principio di precauzione» a tutela della salute dei cittadini. Battista chiede di sapere «se i ministri siano consapevoli degli attuali livelli di inquinamento e se il ministro della Salute in particolare non intenda assumere iniziative volte a tutelare la salute dei cittadini della zona, che continuano ad essere investiti da una forma di inquinamento particolarmente grave e insidiosa, dato che le particelle di diametro pari o inferiore a 2,5 micropn (Pm 2,5) vengono classificate cancerogene di classe 1 da parte dello Iarc, ente dell'Organizzazione mondiale della sanità». Battista si domanda «se lo stesso ministero non ritenga di dover disporre un'ispezione presso la Asl di Trieste per verificare se nella stesura del parere di merito siano state assunte tutte le cautele e le responsabilità di fronte ad un caso tanto grave di inquinamento e di messa a repentaglio della salute pubblica».

 

 

AAA sub e volontari cercasi: sabato si puliscono i fondali
Tutti "armati" di maschere, boccaglio e bombole per una nuova pulizia dei fondali. Si intitola "Lascia il mare come vorresti trovarlo", l'operazione di bonifica subacquea in programma sabato 23 settembre, dalle 9 alle 13 circa, a cura del Circolo Ghisleri, in collaborazione con il Circolo sommozzatori Trieste ed il Circolo "Sacheta". Seconda edizione questa, nuovamente ambientata nelle zone di Riva Ottaviano Augusto. La missione dichiarata è semplice quanto intensa: ripulire quanto più possibile una zona dei fondali delle Rive, puntando su un buon numero di volontari dotati di brevetti da sub da impiegare in veste di "spazzini" marittimi per un giorno, alla caccia soprattutto di materiali inquinanti, come batterie, e contenitori di liquidi o gas. Partecipare alle operazioni in mare è relativamente semplice. Basta presentarsi sul posto attorno alle 8.30 muniti del brevetto da sub, della attrezzatura necessaria e della copia del certificato medico di abilitazione (anche non agonistica). L'adesione è gratuita. E per chi volesse dare una mano senza fare un bagno? Il tema è fattibile, in quanto l'evento richiede volontari da impegnare anche a terra, nella logistica o supportando i subacquei in diverse funzioni. Alla manifestazione hanno aderito inoltre i nuclei sommozzatori della Guardia di Finanza e dei Pompieri volontari. Alla fine dei lavori non mancherà l'assalto alla merenda sul campo. Per informazioni e adesioni, è attivo il numero 3356919561 e l'indirizzo maurizio.haligogna@gmail. com.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 20 settembre 2017

 

 

Rifiuti sulle spiagge - Al lavoro gli attivisti di "Greenpeace" - Situazione critica dopo le eccezionali sciroccate - decine di volontari mobilitati per la pulizia lungo le coste
SPALATO - La presenza della plastica rende sempre più difficile la situazione sulle spiagge croate, a causa di tonnellate di rifiuti che appaiono soprattutto durante le eccezionali sciroccate di fine estate e in autunno: è accaduto anche nei giorni scorsi, quando la costa è stata flagellata da scirocco e forte moto ondoso che hanno movimentato un ingente quantitativo di immondizie partito non solo dal Paese ma anche da Montenegro e Albania. Per questo è scattata una massiccia mobilitazione da parte di decine di volontari croati di Greenpeace, che nella Giornata internazionale della pulizia delle spiagge e dei fondali hanno ripulito la spiaggia Grabova, nel Parco nazionale dell'isola di Meleda (Mljet in croato), in Dalmazia, portando via decine e decine di sacchi di materiale aiutati da attivisti del Movimento per le isole della Croazia: non solo plastica ma anche tanti altri tipi di rifiuti. Lavoro uguale di pulizia è stato svolto dagli ambientalisti in contemporanea sulle spiagge delle isole di Pago, Solta e Brazza, così come a Spalato.Da Greenpeace è partito anche un appello: «Purtroppo - ha detto Mihaela Bogeljic, responsabile della campagna croata - aziende e cittadini lasciano parecchio a desiderare in fatto di coscienza ecologica, purtroppo la situazione è sempre grave malgrado il lavoro che portiamo avanti da anni». Per l'occasione sulla spiaggia di Meleda è apparsa anche una simbolica sirena, personificata da Suncana Paro Vidolin, a lanciare un appello affinché «l'Adriatico non si trasformi in uno stagno senza vita».Maja Jurisic, a capo del Movimento per le isole della Croazia, ha detto che in questo momento sono circa 1.455 le tonnellate di rifiuti di plastica che stanno galleggiando nel Mediterraneo, e in buona parte si trovano proprio nell'Adriatico. Jurisic ha ricordato il caso limite di alcuni anni fa, «quando una delle più belle spiagge adriatiche, quella di Sakarun sull'Isola Lunga, divenne irriconoscibile a causa dell'immondizia arrivata da meridione. Ci vollero settimane per rimetterla a posto».

Andrea Marsanich

 

 

Mercatini, escursioni e fattorie aperte a tutti - Domenica terza edizione di "Draga in festa"
Domenica torna per il terzo anno "Draga in Festa", evento promozionale a ingresso libero sull'agricoltura sostenibile, l'alimentazione e l'ambiente. Promossa e organizzata dall'associazione Bioest, la manifestazione si articolerà dalle 10 alle 18 in collaborazione con le realtà associative del territorio e con l'amministrazione comunale di San Dorligo. Si apriranno le porte di fattorie e case private, coinvolgendo gli ospiti in attività ed escursioni finalizzate alla conoscenzadi flora e fauna. Lo spirito dell'iniziativa è quello della convivialità e della condivisione, arricchite da un'attività ludica e informativa curata appunto dalle associazioni del territorio e con il contributo dei volontari Arci Servizio civile. Per tutta la giornata ci saranno banchetti informativi e promozionali e sarà allestito un mercatino di attività artigianali legate al territorio. Previsti incontri culturali, un'esposizione fotografica e, per i bimbi, attività ludiche (nella foto un incontro sul mangiare sano a Draga nel 2016).

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 19 settembre 2017

 

 

Diselgate, in Italia 1.250 morti - le emissioni "taroccate" hanno provocato migliaia di vittime

ROMA - Il surplus di emissioni dei veicoli diesel, rispetto a quanto dichiarato dalle case automobilistiche, ha causato in Italia 1.250 morti all'anno. A quantificare le conseguenze del Dieselgate sono l'Istituto meteorologico norvegese e l'istituto internazionale Liasa, in uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters da cui emerge che il nostro Paese è il più colpito di tutta l'Europa. Stando agli esperti, sono 425mila le morti annue riconducibili all'inquinamento dell'aria nei 28 Paesi dell'Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel e, di questi, 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori. In base allo studio, l'Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili generate dai veicoli diesel: 2.810 all'anno, di cui 1.250 legate al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. Seguono la Germania, con 960 decessi annui correlati agli ossidi di azoto in eccesso, e la Francia con 680. Dal lato opposto della classifica ci sono Norvegia, Finlandia e Cipro. Il triste primato della Penisola «riflette la situazione molto negativa dell'inquinamento specie nel Nord Italia, densamente popolato», spiega l'autore della ricerca, Jan Eiof Jonson dell'Istituto norvegese di meteorologia. Sempre secondo lo studio, se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri: 7.500 all'anno in Europa e a 1.920 in Italia.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 18 settembre 2017

 

 

Dal comico al politico - Tutti pazzi per i viaggi in sella alle due ruote
I vantaggi degli spostamenti in bici raccontati da ciclisti "vip" in occasione della Settimana Ue della mobilità sostenibile
È iniziata sabato la Settimana europea della mobilità sostenibile, un'occasione che ogni anno punta a promuovere l'uso delle bici e a sensibilizzare sui vantaggi degli spostamenti "green". Tanti i "testimonial" triestini della causa. Come Diego Manna, editore, scrittore, amante dei lunghi viaggi a pedali e tra gli organizzatori dell'evento sportivo Rampigada Santa. E come Antonio Parisi, anima degli eventi di Jotassassina. «Utilizzo sempre la bici, in estate ed inverno - racconta Parisi - sia di giorno sia di notte, per girare e muovermi anche tra i locali. È un mezzo comodo e il mio modello di bici rispecchia molto il mio carattere: vintage americano ed eccentrico». «La bici fa parte della mia quotidianità - dice Stefano Ceiner, speaker internazionale con base a Trieste - e la uso per percorrere i numerosi sentieri immersi nel Carso e anche per spostarmi in città, quando posso». Anche nel mondo politico la bici piace. «A dieci anni mi sono trasferito a Trieste e la prima cosa che ho portato con me è stata la bici - ricorda l'assessore ale Welfare Grilli - la trovo un mezzo meraviglioso e molto pratico. La uso costantemente per lavoro. Ci sono cose da migliorare, a partire dalla diffusione degli stalli, e piste ciclabili realizzate con criterio e capaci di assicurare collegamenti sicuri. Come giunta ci stiamo lavorando». «Nel 2017 ho totalizzato oltre 7.500 chilometri - sottolinea l'assessore al Personale Michele Lobianco - amo raggiungere e percorrere le strade d'Istria e quelle dell'altopiano, il piacere della libertà è unico. Per quanto riguarda la città, con la riqualificazione del Porto Vecchio ci sarà un itinerario ciclabile che, unito a quello delle Rive, darà una bella risposta agli utenti della bici». «La uso quotidianamente per spostarmi in città - dice anche la capogruppo del Pd Fabiana Martini - ma anche nel tempo libero e durante le vacanze. Con la famiglia ho fatto alcune bellissime ciclovacanze e il prossimo obiettivo è la Parigi-Londra. Cosa migliorare a Trieste? Mancano stalli, piste ciclabili, ma soprattutto una cultura degli spostamenti dolci». In molti usano la bici anche per lunghi viaggi, come il gruppo di amici "Ciclomonones", famosi per i tour goliardici su due ruote, come quello impegnativo da Trieste al Montenegro, o come il team rosa di "Fata la xe", che ha pedalato da Salisburgo al capoluogo giuliano. Si muove in bici in città anche l'attore e scrittore Alessandro Mizzi. Divertente poi il racconto di Maxino, che tra una canzone e l'altra confessa la passione recente per i pedali. «Mi tornava in mente "ciclicamente" - scherza - ed ogni volta mi scontravo con una dura realtà: vivo a Muggia, e per raggiungere casa devo fare una salita ripidissima. Avrei piuttosto fatto una raccolta firme per uno skilift. Poi un giorno, durante un appuntamento con Diego Manna, lo vedo arrivare a bordo di una bici elettrica. Ho pensato "Lui che va in giro per l' Europa pedalando, che ci fa su un "motorino?" E invece ho scoperto che tanto motorino sta cosa non è, mi sono lanciato e ne ho presa una, ora riesco a fare la famosa salita mortale di casa mia senza bisogno della rianimazione del 118. La uso molto, sia per portare in giro i bimbi, sia per fare la spesa. Non posso ancora andare a suonare con la bici perché la tastiera e l'impianto in spalla mi pesano ancora un po' troppo. Ma ci lavorerò. Magari - conclude il vulcanico cantante - bici elettrica e "precoliza", con muscolatura da incredibile Hulk e via, verso nuovi orizzonti».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 17 settembre 2017

 

 

La "fame" senza fine di stalli per motorini -
Pedonalizzazioni e cantieri come quelli in via Carducci e Santa Caterina hanno eliminato centinaia di posteggi. Il Comune: «Correremo ai ripari»
A Trieste aumenta costantemente il numero di motocicli - passati nel giro di cinque anni da 40mila a poco più di 48mila -, e gli stalli non bastano più. Anche perchè, tra cantieri che aprono in continuazione e pedonalizzazioni sempre più estese nel centro, i posteggi riservati alle due ruote si sono ridotti in maniera significativa. I numeri non riescono cioè a soddisfare la "fame" di parcheggi che rende la vita sempre più difficili al popolo degli scooteristi. Ad aver "mangiato", di recente, storici spazi dedicati in precedenza ai motocicli sono state due interventi di grande impatto: l'avvio della ristrutturazione dell'ex sede della Ras in piazza della Repubblica e il consolidamento delle volte sotterranee di via Carducci messe a rischio dal passaggio dei torrenti Chiave e Settefontane. La prima operazione, finalizzata a trasformare il prestigioso edificio in un lussuoso albergo targato Hilton, ha portato alla sparizione del posteggio ricavato nell'adiacente via Santa Caterina, vera e propria valvola di sfogo per il parcheggio dei mezzi a due ruote in centro storico. Il secondo cantiere invece, destinato peraltro a durare più del previsto a causa della precaria stabilità delle coperture, ha di fatto spazzato via tutti gli stalli a destra della carreggiata lungo via Carducci in direzione piazza Oberdan. E ci sono poi i progetti per la creazione delle isole pedonali. Come quella, "temuta" appunto da molti centauri, di via XXX ottobre, strada che ha di recente subito pure un altro "scippo": l'eliminazione del parcheggio che fino a qualche anno fa rispondeva all'esigenza di spazi in una parte della città dove la richiesta è grande. Perdite importanti, insomma, per una città che, secondo una recente classifica basata sui numeri forniti dal ministero dei Trasporti, conta la concentrazione di motocicli in rapporto alla popolazione più alta di tutto il Nordest, e l'ottava in Italia. «Siamo consapevoli di quanto nutrito sia a Trieste il parco motorini - commenta il vicesindaco Pierpaolo Roberti -. E sappiamo bene anche quanto sia forte l'esigenza di spazi. Ricordo però che anche per le auto mancano posti e non è facile cambiare radicalmente lo stato delle cose. La necessità di creare nuovi stalli è sentita e come amministrazione abbiamo già provveduto in tal senso a migliorare le cose. Abbiamo pianificato la creazione di 300 parcheggi per motorini quest'anno: cento sono già stati realizzati, per esempio in via Imbriani o in via Carducci, prima di svoltare su via Battisti. Altri duecento saranno ricavati nei prossimi mesi. Andranno in parte a soddisfare sicuramente il bisogno di soste, anche se sappiamo che di motorini ce ne sono davvero tanti, ma al momento nel centro cittadino abbiamo fatto il possibile, compatibilmente anche con i cantieri in atto». Dopo le 8 del mattino, a detta di chi si reca nel centro per lavoro, è impossibile trovare uno spazio. C'è chi racconta di girare anche venti minuti ogni giorno, prima di riuscire a parcheggiare, altri ammettono senza mezzi termini di cercare soluzioni "fantasiose" per creare uno spazio anche dove non c'è, altri ancora lasciano il motociclo in aree dove non si potrebbe comunque stazionare, ma che vengono ormai utilizzate abitualmente da tutti. Oltre alle vie più centrali, disagi vengono segnalati anche in piazza Oberdan e nelle vie vicine, dove a chi lavora nei tanti uffici presenti, si aggiungono gli studenti del vicino liceo Dante-Carducci, che possono contare su una parte pedonale sotto i portici, dove la sosta è lecita, ma di fatto non è sufficiente, con la conseguenza che i motorini invadono anche il marciapiede. Stessa situazione attorno a piazza Hortis, con la "guerra" tra studenti del Nautico e lavoratori della zona. Zona in cui, complice anche la pedonalizzazione di Cavana e via Torino, gli stalli da tempo non bastano più. Risultato? Sosta selvaggia in via san Michele, che spesso ostacola la circolazione delle quattro ruote. Le eccezioni però non mancano. In alcune zone, ad esempio piazzale Straulino (di fatto non troppo lontano dal cuore della città), o lo spiazzo dietro alla Tripcovich, risultano però spesso vuoti o semivuoti, a conferma del fatto che chi si muove in motorino punta a lasciarlo proprio davanti all'ufficio. Triestini amanti delle due ruote, quindi, ma pure parecchio pigri.

Micol Brusaferro

 

 

Dal forno alla lavatrice - Spunta vicino a Opicina l'ennesima discarica - I volontari di Sos Carso in azione dopo una segnalazione Fb
L'altipiano restituisce un'altra zona verde invasa dai rifiuti
OPICINA - Elettrodomestici, ferraglia varia, bidoni, secchi, vetroresina, vetri e chi più ne ha più ne metta. Questo il prodotto dell'inciviltà che purtroppo continua a regnare impunita sul Carso triestino, in questo caso a Opicina. Durante la prima uscita ecologica di settembre del gruppo di volontari Sos Carso, nella dolina sotto il monte Gurca, in zona Campo, vicino a via dei Volpi, è stato infatti rinvenuto un po' di tutto. Il "censimento" ce lo racconta Cristian Bencich, portavoce dei volontari triestini: «Nella prima giornata abbiamo raccolto un'infinità di ferri vecchi, antenne tv, metri e metri di cavi d'antenna, ma anche due frigoriferi, un boiler, un forno, una lavatrice, due bidoni di ferro, plastiche, vetri, vetroresina e sedici sacchi di immondizie varie». Tutto il materiale raccolto è stato accatastato dai volontari vicino alla prima strada utile per poter collocare un cassone per l'asporto. «Data la notevole mole di immondizie in questo lavoro, a turno, saremo impegnati noi di Sos Carso ed un gruppo di residenti della zona che parteciperanno in maniera attiva alla pulizia del sito - prosegue Bencich - quindi, meteo permettendo, contiamo di ripulire il tutto entro un mesetto, facendo turnazioni di un paio di orette a settimana». Attuato in base ad una segnalazione giunta alla pagina Facebook del gruppo, il lavoro di "repulisti" della dolina adiacente al bosco Burgstaller-Bidischini ha dunque riportato alla luce una discarica risalente, secondo i volontari, addirittura agli anni Cinquanta. Una dolina che tuttora viene utilizzata da gente incivile come discarica a cielo aperto.«Ci è stato riferito che questa discarica è già stata segnalata, più volte, alle istituzioni, ma evidentemente con scarsi o anche nulli risultati purtroppo. A questo punto è stato deciso di mettere in programma anche questo lavoro, confidando nell'aiuto di altri volontari e residenti», conclude Bencich. Quest'estate Sos Carso era salita alla ribalta soprattutto per la riqualificazione della vedetta Scipio Slataper. In due giorni di lavoro volontario una decina di persone aveva di fatto rimesso a nuovo il manufatto collocato sulla vetta del monte San Primo a 278 metri di quota sul livello del mare, in località Santa Croce, nel Comune di Trieste. La parte più evidente aveva interessato la totale cancellazione delle scritte vergate con lo spray sulle pareti bianche della struttura. Di forte impatto anche la riqualificazione della rosa dei venti con i punti cardinali, i nomi dei venti e tutte le varie località indicate, da Muggia a Capodistria, da Barbana ad Aquileia. Un grosso lavoro, come sempre volontario. Ma il gruppo Sos Carso è molto attivo soprattutto per quanto riguarda la raccolta di rifiuti abbandonati in tutto l'arco dell'altipiano carsico triestino, da Medeazza fino a Lazzaretto. «La situazione complessiva in Carso è piuttosto preoccupante - conclude Bencich - e noi, da volontari, facciamo il nostro, ma ci vorrebbe anche un intervento da parte delle istituzioni»

Riccardo Tosques

 

FAREAMBIENTE - «Abbandono di ingombranti a livelli critici - Più sorveglianza da parte delle istituzioni»
La situazione riguardante l'«abbandono dei rifiuti ingombranti a Trieste nonostante le azioni intraprese dall'azienda incaricata e dal Comune», resta «molto critica». Tra centri urbani e periferie verdi il leitmotiv non cambia. Parola del coordinatore di FareAmbiente Giorgio Cecco, che annota come continuino «costantemente le segnalazioni dei cittadini alla nostra associazione, confermate dai rilievi in loco dei volontari. Dal monitoraggio effettuato negli ultimi mesi si evidenzia che ciò avviene in particolare nelle zone periferiche e del semicentro in prossimità dei cassonetti». La richiesta agli «enti preposti» è di «un maggior impegno per incrementare sorveglianza e informazione».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 16 settembre 2017

 

 

PORTIS MEETING - Trieste progetta il super ufficio per la mobilità sostenibile
Sono tre gli obiettivi principali emersi a conclusione della tre giorni di "Trieste Portis Meeting", l'iniziativa europea che dopo Anversa ha toccato Trieste con la finalità di programmare e sperimentare soluzioni innovative di mobilità urbana sostenibile. Primo step da raggiungere è l'avvio di uno studio sulla mobilità attraverso l'elaborazione del Piano di mobilità sostenibile, poi lo sviluppo di applicazioni e programmi informatici per creare un'unica piattaforma fruibile da tutti i cittadini, per informazioni condivise in tema viabilità, aree perdonali o parcheggi, e infine la creazione di un ufficio unico di multigovernance, dove far confluire tutti i soggetti che in città si occupano di trasporti. Sul fronte delle novità tecnologiche saranno studiate, è stato precisato, anche idee in grado di raggiungere e coinvolgere gli anziani, che costituiscono un'ampia fetta della popolazione triestina. A trarre un bilancio dei vari incontri è stata ieri l'assessore comunale a Città e territorio Luisa Polli, insieme ai rappresentanti di altre città interessate dal progetto e dall'Ambassador di Trieste Portis, l'attore Lino Guanciale, che proprio in Porto vecchio ha girato una fiction. Il tema affrontato a Trieste è stato quello della comunicazione tecnologica, delle connessioni alle aree portuali e alla città, per fornire maggiori informazioni possibili per un utilizzo ragionato su come muoversi in modo "green" e coordinato, incentivando, ad esempio, l'utilizzo delle bici elettriche. Il progetto europeo "Civitas Portis" si concluderà entro il 2020. «Un'ulteriore sfida - ha rimarcato Polli - nel trovare soluzioni concrete sulla mobilità sostenibile quando la città sarà sede dell'Esof 2020, quale capitale europea della scienza, con quartier generale in Porto vecchio. Da qui la scelta in qualità di Ambassador di Lino Guanciale, interprete della fiction "La porta rossa", che ha contribuito a portare alla ribalta l'immagine di Trieste». Ieri mattina, sempre nell'ambito del progetto, oltre 400 studenti delle scuole medie sono stati guidati alla scoperta degli spazi del Porto vecchio.

di Micol Brusaferro

 

 

Gas Natural, avanzano i cinesi - Verso la stretta finale per la cessione degli asset italiani
MILANO - Stretta finale sulla cessione degli asset italiani di Gas Natural, che potrebbe realizzare un incasso vicino a 1 miliardo e una consistente plusvalenza in capo al bilancio della controllante spagnola (il valore di carico complessivo di tutte queste attività sfiora 450 milioni). A fare gola ai potenziali acquirenti, secondo Radiocor Plus, sono principalmente due asset: il quasi mezzo milione di clienti elettricità e gas e la distribuzione gas con circa 7.300 chilometri di rete e 460mila punti di riconsegna. Il termine per la presentazione delle offerte, che verranno raccolte dall'advisor Rothschild, è il 22 settembre. In realtà, negli ultimi giorni sembra prendere sempre maggiore consistenza l'ipotesi di un'offerta per tutto il pacchetto da parte del fondo cinese Shanghai DaZhong, che sul dossier è assistito da Macquarie: fonti accreditate parlano di un «reale interesse» per gli asset di Gas Natural e in generale per il Paese Italia. Per quanto riguarda invece i singoli asset, sui clienti (459mila residenziali e 19mila imprese), che fanno capo a Gas Natural Vendita Italia (iscritta nel bilancio 2016 della holding Gas Natural Fenosa International Sa per 56,9 milioni) si annuncia una lotta serrata tra due big come Edison ed Engie con A2A più defilata: sul mercato si ipotizzano offerte che potrebbero oscillare tra 200 e 250 milioni di euro. Sulla distribuzione gas, che fa capo a Nedgia spa e nel bilancio spagnolo vale 381 milioni, si prospetta un testa a testa tra Italgas e 2i Rete Gas. Per quanto riguarda gli altri asset, cioè il progetto per il rigassificatore di Trieste, la holding servizi e la fornitura gas ventennale che dovrà arrivare dall'Azerbaijan grazie al futuro Tap, gli esperti stimano un valore molto ridotto (pochi milioni) visto che si tratta di due progetti sulla carta. È plausibile, tuttavia, che nel caso di uno spezzatino Gas Natural chiederà ai vari acquirenti di rilevare anche questi asset.

 

 

Campo di mais devastato dalle nutrie - La denuncia del proprietario di un terreno vicino all'Ospo: «Sono un problema ma niente crudeltà. Vanno sterilizzate»
MUGGIA - «Mi complimento con il comitato "salva nutrie" di MujaVega per le 629 firme raccolte per salvare degli animali non autoctoni: peccato che non abbiano pensato di "salvare" anche gli agricoltori dal danno provocato da questi animali». Danilo Savron, ex consigliere comunale muggesano della Slovenska skupnost, descrive i danni provocati dalle nutrie, testimonianza che, di fatto, rappresenta il primo episodio "ufficiale" avvenuto nel territorio rivierasco protocollato al Comune. «Ho un appezzamento di 3mila metri quadrati vicino al rio Ospo, completamente recintato, sul quale semino varie colture: tra queste anche del mais, su circa metà del terreno, che è stato completamente distrutto dalle nutrie» racconta Savron. A conferma di quanto affermato ci sono le immagini dei campi quasi completamente sradicati. Savron ha dunque ricordato le parole dell'assessore alla Polizia locale di Muggia, Stefano Decolle, che aveva evidenziato come non erano mai state registrate ufficialmente denunce da parte dei muggesani per danni a coltivazioni private provocati dai castorini. «Ho invitato la prima cittadina Laura Marzi a recarsi personalmente sul posto per verificare il danno prodotto da questi animali. Purtroppo a causa di altri impegni non ha potuto fare il sopralluogo. Direi che le immagini parlino da sole», tuona Savron. A quanto ammonta il danno procurato? «Grazie alle nutrie non sono riuscito a salvare nemmeno la semenza del mais autoctona, vecchia più di cent'anni». Sulla vicenda è intervenuta l'assessore all'Ambiente, Laura Litteri: «Questa testimonianza ancora di più conferma il mio pensiero sulle nutrie. Questi animali, non autoctoni ma importati, costituiscono un problema in quanto si riproducono senza avere nemici naturali e quindi la loro crescita va controllata, evitando però inutili crudeltà. Sono favorevole dunque alla loro sterilizzazione». Intanto la petizione popolare dell'associazione animalista MujaVeg è arrivata sulla scrivania del presidente del Consiglio regionale Franco Iacop. Cristian Bacci, responsabile di MujaVeg, rimarca la convinzione di trovare una soluzione non cruenta nei confronti dei castorini: «In base all'attuale legge regionale di fatto è concesso l'uso di armi da sparo oppure di trappole e successivo abbattimento dell'animale mediante narcotici o armi. Noi siamo favorevoli a metodi ecologici non cruenti, che vanno quindi utilizzati in via prioritaria». In evidenza, ancora una volta, la linea guida per il controllo della nutrie dell'Ispra, che prevede uno studio per individuare e testare sistemi per ridurre le capacità riproduttive delle nutrie riducendo la fertilità degli animali. Ed è proprio notizia di questi giorni che una cucciolata di nutrie è stata individuata lungo gli argini del rio Ospo, forse l'ultima, a Muggia, prima dell'intervento della Regione.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 15 settembre 2017

 

 

Siderurgica Triestina: «Nessuno sversamento in mare dalla Ferriera»
Siderurgica Triestina replica al Comune scrivendo di voler fare chiarezza riguardo notizie ritenute «strumentali». L'azienda - riporta una nota - «ha sempre comunicato agli enti ed al Commissario straordinario per l'area della Ferriera i lavori svolti e da svolgere». Ciò premesso - prosegue il comunicato - «non esistono sversamenti a mare». La società «ha avviato ogni processo per migliorare i requisiti dello stabilimento, e di conseguenza della qualità della vita dei cittadini nel circondario, dal giorno dell'insediamento del gruppo». Nel 2015 nel 2016, e tuttora 2017, lo stabilimento «ha mantenuto attivo il proprio sistema di emungimento e trattamento delle acque di falda mediante uno specifico impianto appositamente realizzato che prevede disoleazione, filtrazione e assorbimento su carboni attivi con riutilizzo delle acque nel processo produttivo senza alcuno scarico in mare. L'attività di emungimento e la progressiva pavimentazione e coperture - prosegue - «ha visto diminuire drasticamente il numero dei piezometri contaminati (da 19 a 2) toccando minimamente l'area interessata, sensibilmente ridotta rispetto all'area di contaminazione iniziale». Questa area interessata è una fascia in corrispondenza del piezometro PZ2 e chiamato "Hot Spot", per il quale l'azienda ha «effettuato una asportazione di diverse decine di mc di terreno contaminato, definito puntualmente l'area di contaminazione, effettuato una intensa campagna di monitoraggio, realizzato puntualmente la barriera idraulica così come autorizzata». Gli unici scarichi a mare - argomenta l'azienda - sono quelli autorizzati e previsti dall'Aia del gennaio 2016. «Tali scarichi vengono campionati con frequenza trimensile e non evidenziano alcun valore superiore ai limiti autorizzati e previsti dalla normativa vigente per gli scarichi in acque superficiali». Con riguardo alla tempistica Siderurgica Triestina risponde al Comune che in questi giorni sono in corso le prove di emungimento così come definite dal progetto approvato nella conferenza dei servizi del 19 ottobre 2016. «Si prevede l'avvio dell'emungimento a breve al termine delle prove che forniranno gli ultimi elementi progettuali». Sempre in tema Ferriera, interviene l'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito. «La fermata dell'altoforno comunicata dall'azienda giunge dopo i provvedimenti con i quali la Regione, a seguito del peggioramento dei valori rilevati dai deposimetri dell'Arpa, aveva ordinato l'immediata limitazione della produzione», ha dichiarato l'esponente della giunta Serracchiani, in seguito all'avvio delle operazioni di fermata per manutenzione straordinaria dell'impianto siderurgico. «Va sottolineata ancora una volta - prosegue Vito - la costante attenzione che la Regione, avvalendosi anche del supporto tecnico di Arpa Fvg, rivolge all'impianto servolano».

 

 

Nasce il Geoparco del Carso - Cabina di regia alla Regione - Firmato il protocollo d'intesa con dodici Comuni dei territori triestino e isontino
Collaborazione con cinque Municipi sloveni. Tra gli obiettivi le ricadute turistiche
TRIESTE - Geoparco del Carso atto primo. Con la firma posta ieri dall'assessore regionale per l'Ambiente, Sara Vito, in calce al Protocollo d'intesa per l'istituzione di un geoparco sul territorio del Carso classico italiano, che vede tra i sottoscrittori i Comuni di Doberdò del Lago, Duino Aurisina, Fogliano Redipuglia, Monfalcone, Monrupino, Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Dorligo della Valle - Dolina, San Pier d'Isonzo, Savogna d'Isonzo, Sgonico e Trieste, prende corpo una delle più importanti iniziative a favore dello sviluppo di quell'immenso patrimonio paesaggistico, storico e culturale che vive e pulsa a cavallo del confine fra Italia e Slovenia. «Con questa firma - ha detto Sara Vito - gli enti locali danno mandato alla Regione di redigere la proposta dell'Atto di istituzione del geoparco regionale, che delineerà, in modo dettagliato, i confini dell'area interessata, gli orientamenti di sviluppo e di tutela locale, oltre che gli aspetti finanziari della gestione». Sul piano tecnico, un geoparco è un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare e una strategia di sviluppo sostenibile in tal senso. I vantaggi per il territorio di averne uno sono la possibilità di una valorizzazione senza vincoli, il riconoscimento dell'eccellenza, il potenziale rappresentato dello sviluppo di un turismo sostenibile, il notevole aumento delle possibilità di fruire di fondi comunitari. Attualmente, in Europa esistono 64 territori appartenenti alla rete mondiale dei geoparchi, dieci di essi sono in Italia. Quello del Carso classico avrà una caratteristica che lo renderà unico in tale contesto: sarà il solo a essere transfrontaliero. «La prospettiva prefigurata nel Protocollo è di ampiezza internazionale - ha confermato a questo proposito Vito -, all'articolo 6 è prevista la partnership della Regione per il geoparco transfrontaliero con il Comune di Sesana, rappresentante dei cinque Municipi della parte di Carso slovena. L'obiettivo - ha spiegato ancora l'assessore - è poi di entrare in futuro nella rete mondiale dei geoparchi, sotto il patrocinio dell'Unesco. Si tratta perciò di un percorso - ha precisato - che vede il territorio unito per far conoscere al mondo il nostro Carso classico, oltre che per valorizzare l'ambiente e generare ricadute positive in termini di sviluppo sostenibile, realizzando al contempo un grande progetto di educazione ambientale rivolto ai più giovani. Un passaggio fondamentale per arrivare al Protocollo di oggi - ha concluso l'assessore - è stata l'adozione della legge regionale 15 del 2016, finalizzata a valorizzare le geodiversità, il patrimonio geologico e speleologico e le aree carsiche». Luisa Polli, assessore all'Ambiente del Comune di Trieste, ha detto che «questa sarà anche l'occasione per valorizzare patrimoni che le giovani generazioni magari non conoscono, come il Carso classico». Sandy Klun, sindaco di San Dorligo della Valle, ha evidenziato «l'importanza della collaborazione con i Comuni sloveni, in particolare con quello di Sesana». Massimo Romita, assessore a Duino Aurisina, ha ricordato che «il Protocollo è il miglior viatico in vista del 2021, che sarà l'anno del Carsismo, per il quale ci prepareremo nella maniera più adeguata». Monica Hrovatin, sindaco di Sgonico, ha definito la nascita del Geoparco «il migliore strumento per aumentare il potenziale dell'iniziativa transfrontaliera»

Ugo Salvini

 

 

«Biodigestore, il progetto resiste» - L'assessore Litteri: «Vogliamo l'impianto di raccolta dei rifiuti organici a Muggia»
MUGGIA - «È nelle nostre intenzioni realizzare un biodigestore a Muggia cercando di coinvolgere anche i comuni limitrofi della Slovenia». L'assessore all'Ambiente Laura Litteri torna con forza sulla questione dell'impianto di raccolta dei rifiuti organici, progetto voluto dall'amministrazione Nesladek che sembrava essersi arenato con la nuova giunta Marzi. Litteri - ricordando come si fosse già occupata del problema ben prima della nomina ad assessore, elaborando all'interno di un gruppo di lavoro del Pd una proposta di raccolta porta a porta nella quale era stato inserito il trattamento dell'umido in un impianto di biodigestione - ha confermato così le intenzioni: «Fin dal giorno seguente all'insediamento della giunta Marzi ci siamo impegnati a portare avanti il progetto dell'impianto di trattamento dell'umido. Ad oggi abbiamo avuto tre incontri con la Nre, la società proponente la costruzione dell'impianto. È quindi assolutamente falso sostenere che il progetto non rientri più negli interessi dell'amministrazione». Evidenziando come la Net, la società friulana che si occuperà della raccolta dei rifiuti porta a porta a Muggia, diventerà effettivamente proprietaria dei rifiuti stessi, Litteri spiega il perché del momento di stallo sulla realizzazione della struttura, che porterebbe a Muggia decina di posti di lavoro: «L'unico motivo che al momento sta bloccando il progetto è che portare le frazioni di verde e umido al biodigestore, alle condizioni proposte, costerebbe di più. Saremmo ben felici di conferire l'umido in un impianto vicino alla nostra città, anche per seguire quelle che sono le indicazioni regionali in materia di smaltimento dei rifiuti, ma ciò, nell'interesse dei cittadini, non può essere più costoso di quanto stiamo pagando adesso». Comune, Net e Nre stanno dunque andando avanti: «Siamo in continuo contatto, sperando magari si possa arrivare ad una soluzione più amplia, coinvolgendo anche i comuni limitrofi della Slovenia nel conferimento dei rifiuti organici al futuro biodigestore». Poi la replica al consigliere Roberta Tarlao (Meio Muja), che aveva fortemente criticato l'operato dell'assessore Pd chiedendone le dimissioni. Così Litteri: «È falso che il costo dell'attuale servizio di smaltimento della Net risulti più caro di 29 euro a tonnellata rispetto a quello proposto dalla Nre. Anzi, pur considerando il trasporto, il costo proposto risulta comunque più elevato. Le cifre riportate dalla consigliera Tarlao non sono attuali e se si fosse presa la briga di andare ad informarsi negli uffici competenti, come sarebbe suo dovere di consigliere, prima di chiedere le mie dimissioni, le sarebbe stata spiegata, numeri alla mano, la situazione attuale».

Riccardo Tosques

 

 

Muggia - Politiche sulla mobilità - M5S attacca la giunta

Secondo il consigliere Emanuele Romano (M5S) «il Comune di Muggia non deve aderire alla Settimana europea della mobilità». Una provocazione che Romano collega alle scelte fatte dalla giunta, quali «le restrizioni alla circolazione delle bici in centro, la creazione di nuovi parcheggi e l'assenza di poste di bilancio dedicate alla mobilità sostenibile».

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 14 settembre 2017

 

 

OGM E SENTENZA CORTE DI GIUSTIZIA. SERENA PELLEGRINO (SI) : POLEMICHE INUTILI, HO PIU’ PAURA DELLE CONSEGUENZE DEL CETA SULLA SICUREZZA DELL’AGRICOLTURA E PER LA TUTELA DELLE ECCELLENZE AGROALIMENTARI ITALIANI.
LE QUESTIONI POSTE DALLA CORTE NON RIGUARDANO I DIVIETI OGM VIGENTI MA EVENTUALI PROVVEDIMENTI DI EMERGENZA NEGLI STATI MEMBRI.
"Sono molto più preoccupata delle conseguenze prodotte dall’approvazione del CETA sulla sicurezza e sulla qualità dei prodotti agro alimentari italiani che dalla sentenza della Corte di giustizia europea sulla faccenda Fidenato e mais OGM in Friuli, variamente e strumentalmente lanciata come una crisi al saldo sistema OGM FREE italiano. La crisi non esiste e abbiamo gli strumenti per continuare il buon lavoro già iniziato per vietare sementi OGM dai nostri campi e pure dalle nostre tavole.
Lo afferma la parlamentare Serena Pellegrino ( Sinistra Italiana) vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati.
“Il divieto alla coltivazione in Italia delle varietà di mais OGM autorizzate in UE e’ vigente e rintracciabile in maniera inequivocabile nelle norme italiane e nella serie di specifici atti indirizzati e accolti dall’Unione Europea.
La sentenza della Corte di giustizia europea si riferisce ad un procedimento penale collegato alla violazione del divieto a coltivare mais OGM MON 810 stabilito dal decreto interministeriale del 2013 e risponde ad una questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Udine.”
“Più specificatamente interviene sulle misure assunte da uno Stato membro, relative a divieti OGM assunti in condizione di emergenza e sulla base del principio di precauzione, sul comportamento che il giudice nazionale debba tenere quando sia chiamato a valutare la legittimità di tali misure, e sul fatto che la Commissione europea non è tenuta ad adottare misure di emergenza qualora uno Stato membro la informi ufficialmente sulla la necessità di adottare tali misure se non sia manifesto che il prodotto oggetto della misura, può presentare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente.
Dal 2016 è vigente il DECRETO LEGISLATIVO 14 novembre 2016, n. 227, attuativo della direttiva (UE) 2015/412, che concerne la possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati (OGM) sul loro territorio.
L’Italia dunque ha definito le procedure per limitare o vietare la coltivazione di tutti gli organismi geneticamente modificati sul territorio nazionale. Sulla base di queste norme il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e il Ministro della salute, dopo il parere positivo della Conferenza Stato-Regioni, ha trasmesso alla Commissione europea le richieste di esclusione dall’ambito geografico delle domande di autorizzazione già concesse o in via di concessione per sei mais geneticamente modificati, che sono state tutte accettate."
Conclude Pellegrino: "Quindi il problema non è discutere le modalità dell’emergenza e per di più con riferimento ad un contesto normativo, italiano e comunitario, completamente evoluto sulla spinta dei cittadini europei No OGM .
Quello che intendiamo conoscere, quanto prima, è a che punto siano le procedure per stabilire divieti di coltivazione di sementi ogm di altre specie vegetali coltivate nelle campagne italiane."
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 14 settembre 2017

 

 

L'Europa gela l'Italia «Non può impedire le coltivazioni ogm» - Il verdetto

Secondo i giudici , qualora non sia accertato un pericolo per la salute umana, degli animali o per l’ambiente, gli stati UE non possono dire stop
TRIESTE - La Corte di giustizia europea bacchetta l'Italia sugli ogm, partendo da un caso "Made in Friuli Venezia Giulia". Tanto i coltivatori italiani quanto il governo e la Regione Fvg, però, assicurano che la coltivazione di piante geneticamente modificate è vietata e tale resterà. La sentenza, emessa ieri, parte dalla vicenda di Giorgio Fidenato, l'agricoltore che nel 2014 piantò mais ogm e fu perseguito penalmente per aver violato un decreto interministeriale che ne vietava la coltivazione. I giuristi europei hanno stabilito che, qualora non sia accertato che un prodotto geneticamente modificato possa comportare un grave rischio per la salute umana, degli animali o per l'ambiente, né la Commissione né gli Stati membri hanno la facoltà di adottare misure di emergenza quali il divieto della coltivazione, come fece l'Italia nel 2013. Quel decreto, afferma in sostanza la Corte, non era legittimo perché il "principio di precauzione" deve basarsi sulla certezza dell'esistenza del rischio, altrimenti non permette di eludere o di modificare le disposizioni previste per gli alimenti geneticamente modificati. Ma la posizione della Corte non convince tutti. In seguito a una direttiva approvata nel 2015, infatti, i Paesi membri possono vietare la semina di Ogm anche se autorizzata a livello Ue: l'Italia è tra i 17 Stati membri che hanno scelto questa possibilità. Lo ricorda la Coldiretti, il cui presidente Roberto Moncalvo aggiunge: «Per l'Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell'omologazione e il grande nemico del "Made in Italy"». La sigla sottolinea poi che «quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) si oppongono oggi al biotech nei campi che in Italia è giustamente vietato in forma strutturale dalla nuova normativa». Sulla stessa linea anche il presidente regionale dell'associazione, Dario Ermacora. E pure la Regione Fvg. L'assessore alle politiche agricole Cristiano Shaurli dichiara: «In Italia le coltivazioni Ogm sono e restano vietate. Le battaglie individuali e attualmente anacronistiche sono argomenti che non possono riguardare gli interessi generali di una regione. La sentenza della Corte di giustizia europea, riguardante il singolo caso - che tra l'altro aveva risvolti di tipo penale - dell'agricoltore friulano, fa riferimento a norme abbondantemente superate dalla legislazione vigente». L'assessore ricorda ancora che l'Italia è fra i Paesi che «hanno richiesto e ottenuto l'esclusione dal loro territorio della coltivazione di sei varietà di mais, fra cui il Mon810». Le battaglie giudiziarie compiute dall'agricoltore Fidenato, conclude Shaurli, «si rivelano ora anacronistiche poiché fanno riferimento ad uno scenario che in questo momento è totalmente diverso. In Italia la coltivazione di mais Ogm è vietata. Finché questo orientamento non cambierà, nessuno potrà piantare mais transgenico in Friuli Venezia Giulia». Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia coglie la palla al balzo per tracciare un quadro a tinte fosche del futuro italiano, «schiavo delle multinazionali»: «Sulla base di questa sentenza i consumatori saranno ridotti a vere e proprie cavie, sulle quali sperimentare se gli Ogm fanno male o no. Per contrastare tale pericolosa assurdità mi auguro nasca un vasto movimento di popolo, composto da tutti coloro che hanno a cuore il valore della biodiversità e delle produzioni agricole tipiche». Incalza ancora Zaia: «Un grave assist alle multinazionali in un quadro generale nel quale il mondo scientifico è spaccato in due, tra chi valuta non pericolosi i prodotti geneticamente modificati e chi invece ne asserisce la rischiosità. Gravissimo è il danno che ne riceveranno l'Italia e il Veneto, rispettivamente con quattromilacinquecento e 350 prodotti tipici di alta qualità, che rischiano di essere spazzati via». Il presidente del Veneto auspica dunque un movimento di popolo, dicendo che «questa è l'Europa che non ci piace». L'attacco di Zaia non piace al ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, che spiega: «Il governatore Zaia dovrebbe sapere che non potranno essere coltivati Ogm in Italia. Grazie al lavoro fatto dal 2014 siamo riusciti ad ottenere nuove norme europee che consentono legittimamente agli Stati di vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati. Cosa che l'Italia ha già fatto. È un risultato importante a tutela del nostro patrimonio unico di biodiversità». Sul tema intervengono anche i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Agricoltura di Camera e Senato: «Con questa sentenza viene calpestato il principio di precauzione, uno degli strumenti pilastro in difesa dell'ambiente e della salute dei Paesi membri e baluardo della normativa Ue contro i trattati di libero scambio come Ceta e Ttip». Spiegano ancora i parlamentari che «dal punto di vista operativo e legislativo non cambia nulla» per le ragioni sopra espresse, ma che la sentenza «ha dimostrato come sia pericoloso affidarsi al solo principio di precauzione, che per l'Unione europea è un concetto troppo labile, come abbiamo da sempre segnalato nelle nostre mozioni, interrogazioni e risoluzioni sul tema». Canta vittoria, per le stesse ragioni, l'associazione Luca Coscioni, di cui Fidenato è un iscritto. Scrive la Coscioni in un comunicato: «La decisione della Corte del Lussemburgo sull'atto di disobbedienza civile di Fidenato solleva l'enorme problema politico generale della necessità di porre al centro delle decisioni normative e politiche le evidenze scientifiche». Da adesso in poi, spiega, «non basterà invocare il "principio di precauzione" per proibire, ci vorranno delle evidenze scientifiche. Una decisione potenzialmente rivoluzionaria».

Giovanni Tomasin

 

«La battaglia continua - Ora mi risarciscano» l'intervista
TRIESTE - Si definisce un anarco-capitalista, «perché nessuno deve poter aggredire le persone per impossessarsi della proprietà altrui, nemmeno lo Stato quando esige il pagamento delle tasse». La sentenza della Corte di giustizia europea l'ha decretato vincitore di una battaglia, «ma non dell'intera guerra». Per questo Giorgio Fidenato, l'agricoltore friulano che nel 2014 e nel 2015 aveva deliberatamente seminato granoturco con il Dna modificato nella sua azienda di Vivaro, non arretra di un millimetro e rilancia: «Domani (oggi, ndr) comunicherò in una conferenza stampa, a Colloredo di Montalbano, come mi comporterò da qui in avanti». Fidenato, si aspettava questa sentenza?Ero moderatamente ottimista. A febbraio ero stato chiamato a Bruxelles, assieme al mio avvocato (Francesco Longo del Foro di Pordenone, ndr), per prendere parte a un dibattimento e già allora le cose sembravano poter prendere una piega positiva, dal momento che era emerso nettamente che alla base dei procedimenti penali a mio carico c'erano delle motivazioni politiche e non di carattere scientifico. Adesso cosa cambia? La mia posizione viene notevolmente alleggerita, ma in questo Paese rimangono vietate le coltivazioni Ogm. Bruxelles ha dichiarato illegittimo il decreto ministeriale del 2013, ma nel frattempo nel 2015 è stata approvata una direttiva che permette ai Paesi membri di vietare la semina Ogm anche quando questa è autorizzata a livello di Unione europea.Quale sentimento prevale in lei dopo questo pronunciamento?Non ho nessuno spirito di rivalsa. Il concetto di vendetta non mi appartiene. Mi dispiace solamente che i soldi dei contribuenti vengano buttati via in questa maniera. Lo sa quanto è costata alla collettività questa battaglia? No, me lo dica... Solo per sequestrarmi il granoturco, nel 2014, sono intervenute nella mia azienda un centinaio di persone, fra carabinieri, guardie forestali e finanzieri. Per bruciarlo nell'inceneritore di Trieste, poi, hanno buttato via seimila euro. Adesso cosa farà?Non mi sbilancio prima della conferenza stampa. Dico solo che non posso tollerare l'ignoranza e l'arroganza delle persone che vogliono prevaricare a tutti i costi. Questi atteggiamenti mi spingono ad andare avanti. In ballo ci potrebbe anche essere una richiesta di risarcimento?Certamente sì. Lo Stato deve pagare per quanto ho subito. Ci rimetterà nuovamente la collettività?Purtroppo sì, anche se è giunto il momento che i politici che firmano delle leggi che sono palesemente contrarie ai trattati europei si assumano la propria responsabilità civile, come accade a qualsiasi cittadino quando sbaglia. Per cosa sente di dover essere risarcito?I danni materiali sono poca cosa: si tratta sostanzialmente del mais andato distrutto. I danni morali sono stati quelli più pesanti, dal momento che mi hanno dipinto come uno sciagurato che non rispetta le leggi. Si sente il simbolo di una battaglia?Magari lo fossi. Magari gli agricoltori seguissero il mio esempio. In tanti mi appoggiano, ma hanno ancora paura. Eppure la libertà non viene regalata, bisogna conquistarsela. Lo sosteneva anche Gandhi: quando un provvedimento è iniquo, non va rispettato. Parla già come un capopopolo... Non ho questa ambizione, non voglio imporre la mia visione agli altri e non penso di salvare l'umanità. Deve essere il consumatore a decidere se comprare o no un mio prodotto. Io devo poterlo coltivare liberamente e dopo spetta al mercato promuoverlo o bocciarlo: alla faccia di certi totalitarismi. A cosa allude? Ai politici, quelli del Movimento 5 Stelle e quelli della Lega Nord. Io sono per delegittimare la politica che vuole imporre le proprie decisioni ai cittadini, togliendo loro la libertà. Suona un po' come un elogio all'anarchia... L'anarchia non è assenza di regole, ma è l'assenza di un padrone.

Luca Saviano

 

I CONSUMATORI - «La ricerca deve dare risposte»
TRIESTE - L'opinione di Barbara Puschiasis, presidente regionale della Federconsumatori, è articolata e chiede di non essere ingabbiata in una categoria schierata a favore o contro gli ogm. «Il discorso è complesso - spiega - e non si può liquidare con un semplice sì o no. Per noi sono prioritari la salute dei consumatori, l'ambiente che li circonda e la qualità di ciò che finisce sulle loro tavole». Spetta alla ricerca scientifica «dare delle risposte chiare sui possibili danni derivanti dagli ogm». L'Europa, a differenza degli Usa, utilizza il principio della precauzione. «Se un prodotto può essere potenzialmente pericoloso - rileva Puschiasis - non viene messo in circolazione. Credo che questo principio rimanga validissimo ed è la stessa sentenza della Corte di giustizia europea ad affermarlo».

(lu.sa.)

 

IL PRODUTTORE - «Tuteliamo le varietà locali»
TRIESTE - «In Italia abbiamo un patrimonio di biodiversità che ci invidia tutto il mondo. Pensiamo a recuperare, a tutelare e a valorizzare le varietà locali che, al contrario degli ogm, rappresentano il futuro e sono migliori dal punto di vista nutrizionale». Luigi Faleschini da quasi trent'anni produce a Pontebba ortofrutta biologica. La sua posizione, per cultura e vocazione professionale, è contraria a quella del collega Giorgio Fidenato. «Le colture locali - spiega - hanno già sviluppato nei secoli la loro resistenza e infatti si adattano molto bene al territorio di origine. Non è necessario avventurarsi nel campo delle modificazioni genetiche, anzi, può essere pericoloso. Vanno inoltre tutelati gli agricoltori che potrebbero venire danneggiati dai pollini ogm».

(lu.sa.)

 

LO SCIENZIATO - «Una vittoria del buonsenso»
TRIESTE - «Quella della Corte europea è una sentenza che dà ragione al buonsenso». Mauro Giacca, direttore generale dell'Icgeb, si schiera dalla parte degli ogm. «I presunti pericoli derivanti dal loro consumo - le sue parole - sono stati smentiti dal passare del tempo. Miliardi di pasti composti da prodotti ogm finiscono sulle tavole delle persone ogni anno e in tutto il mondo, eppure non è mai stato evidenziato scientificamente alcun problema per la salute di chi li consuma». Per Giacca il ricorso alle coltivazioni ogm rappresenta «l'unica soluzione sostenibile per sfamare un pianeta che ha una popolazione di oltre sette miliardi di persone». «Il dibattito sugli ogm in atto in Europa - conclude - fa ridere in America, Asia e Africa. Per la salute non c'è discussione: gli ogm non fanno male».

(lu.sa.)

 

La grande distribuzione - «Multinazionali da limitare»
TRIESTE - Fabio Bosco, titolare assieme al fratello dell'omonimo gruppo che si occupa della grande distribuzione alimentare, ha una visione pragmatica rispetto alla questione ogm. «Non sono contrario tout court - spiega -. Gli ogm permettono di sfamare milioni di persone, dal momento che si sono rivelati resistenti, ad esempio, alle condizioni climatiche avverse delle zone desertiche». A Bosco non piace, però, che il controllo delle manipolazioni genetiche rimanga nelle mani delle multinazionali. «Sono loro a disporre dei brevetti degli ogm - continua - ed è così che si rischia di perdere la tipicità di alcuni prodotti. Se in Italia si ritenesse utile lo sviluppo di un determinato ogm, mi piacerebbe che lo studio e il brevetto venissero portati a termine direttamente nel nostro Paese».

(lu.sa.)

 

L'ATTIVISTA - «Conseguenze alimentari»
TRIESTE - Luca Tornatore, attivista e ricercatore, è contrario agli ogm. «Si deve adottare un minimo principio della precauzione, per quanto riguarda l'impatto degli ogm sulla salute - le sue parole -. L'onere della prova spetta a chi sceglie di attivare una determinata produzione per business. Non lo devono dimostrare i consumatori con il proprio corpo». Secondo Tornatore la questione ogm rischia di trasformarsi in una sorta di privatizzazione alimentare. «Ridurre la varietà a una o due specie - spiega - può avere delle conseguenze dal punto di vista ecologico e alimentare». L'attivista triestino chiama in causa l'Onu, «che ha riconosciuto come gli ogm non abbiano un livello di produttività maggiore rispetto ad altre tecnologie di produzione no ogm. Allora a cosa servono?».

(lu.sa.)

 

L'ASSOCIAZIONE - «Ok contro la fame nel mondo»
TRIESTE - «Il nostro no agli ogm è dettato da opportunità economiche e culturali. Non è un pregiudizio nei confronti della scienza». Edi Bukavec, segretario dell'Assoagricoltori Fvg, contestualizza geograficamente il dibattito. «Non siamo favorevoli alla loro introduzione - spiega - perché preferiamo che venga valorizzata la biodiversità di questo territorio e la qualità dei suoi prodotti. Stiamo dalla parte del Terrano e della Vitovska». Bukavec ci tiene però a precisare che «la ricerca scientifica deve andare avanti», soprattutto se questa riesce a contrastare la piaga della fame nel mondo. «Siamo favorevoli - afferma - se la manipolazione genetica consente, ad esempio, di ottenere un frumento resistente alle condizioni climatiche avverse, così da sfamare le popolazioni povere».

(lu.sa.)

 

Ambiente - Patto Regione-sindaci per il Geoparco del Carso

Oggi nel palazzo della Regione alle 11 l'assessore regionale ad Ambiente ed Energia Sara Vito e i sindaci di Trieste, Monfalcone, Doberdò del Lago, Duino Aurisina, Fogliano, Redipuglia, Monrupino, Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Dorligo, San Pier d'Isonzo, Savogna e Sgonico sottoscriveranno il protocollo d'intesa per l'istituzione di un Geoparco sul territorio del Carso.

 

 

La noce di mare mette in allarme la pesca - Giunta in Adriatico si nutre di uova e larve di pesci. La nave dell'Ogs in missione per studiarla
TRIESTE - Non presentano cellule urticanti come le meduse, sono innocue a contatto con l'epidermide. Ma le cosiddette noci di mare, che sempre più stanno invadendo l'Adriatico (conosciute anche come comb jelly o sea walnut), hanno un impatto negativo sull'ecosistema e sul comparto ittico. Lo spiega uno studio pubblicato dal Journal of Sea Research da un team scientifico internazionale di cui fanno parte alcuni ricercatori dell'Istituto nazionale di Oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste. Per studiare ulteriormente questi organismi gelatinosi salperà oggi da Trieste la nave da ricerca Ogs Explora per una spedizione scientifica nell'Alto Adriatico sino a domenica. Le noci di mare «sono animali marini planctonici carnivori, quasi trasparenti eluminescenti», spiega Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Ogs: «Originaria delle coste atlantiche americane, la specie è comparsa per la prima volta in Europa nel Mar Nero a inizio anni '80, trasportata dalle navi tramite le acque di zavorra. Ed è poi proliferata tanto da creare gravi danni al settore della pesca in quanto vorace predatore di zooplancton, uova e piccole larve di pesci, soprattutto di acciuga».Nel golfo di Trieste è stata segnalata per la prima volta nel 2005, ma solo nell'estate 2016 si è verificata una vera esplosione demografica, con presenze massicce nella laguna di Marano e Grado, lungo il litorale ovest dell'Istria e tutte le coste adriatiche italiane, fino a Pescara. Le noci di mare in pratica possono alterare lo sviluppo della catena alimentare, perché sottraggono cibo a molti pesci, come acciughe e sardine, e ne predano uova e larve. Ossia, «il principale impatto di questi organismi riguarda la loro capacità di competere per l'alimentazione con specie ittiche di interesse commerciale (soprattutto acciughe e sardine), nonché di predare i primi stadi di sviluppo (uova e larve) di questi stessi pesci e le larve di molluschi bivalvi come vongole e mitili». Sono adattabili in tutti gli ambienti a qualsiasi latitudine e a diversa salinità e per di più sono ermafroditi caratterizzati da un'impressionante capacità riproduttiva: un individuo può produrre migliaia di uova al giorno. Inoltre, così Del Negro, «questi organismi sono dannosi per alcuni sistemi di pesca peculiari delle lagune altoadriatiche in quanto ostacolano l'operatività degli attrezzi per occlusione meccanica»: essendo gelatinosi si attaccano alle reti con la conseguente impossibilità di proseguire le attività di pesca. «Se la noce di mare dovesse continuare a proliferare in maniera così massiva potrebbe essere compromessa la situazione di tutto il comparto ittico, dalla pesca alla molluschi coltura», sottolinea Del Negro ricordando che «nel Mar Nero hanno provocato un crollo della pesca realmente vertiginoso».

 

Tossina oltre i limiti nei molluschi di Duino - Divieto temporaneo di raccolta dell'Asuits - l'ordinanza
La fine dell'estate porta con sé il consueto ritorno delle restrizioni temporanee riguardanti la raccolta e la distribuzione, ai fini dell'immissione sul mercato alimentare, dei molluschi provenienti da alcuni degli allevamenti di mitili. Al momento a essere interdetta è la possibilità dell'«immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalla zona "Ts 10 Zona A - Duino" fino a quando non risultino ripristinate le condizioni di idoneità biologica», si legge in un'ordinanza dell'Azienda sanitaria integrata dei giorni scorsi. Il motivo è l'eccedenza di una tossina, l'acido okadaico, rispetto ai limiti di legge. L'ordinanza resterà in vigore fino a quando i nuovi controlli non dimostreranno il rientro nella soglia di tali valori.

 

 

Stop a tempo per l'altoforno della Ferriera - Da lunedì la manutenzione straordinaria sollecitata dalla Regione. Dipiazza: «Che senso ha investire se l'impianto chiuderà?»
L'altoforno della Ferriera di Servola si ferma. Da lunedì prossimo 18 settembre, comunica Acciaieria Arvedi, partirà infatti la manutenzione straordinaria conseguenza della diffida della Regione mirata al rientro dell'attività dello stabilimento entro i parametri determinati al momento del rilascio dell'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale. All'avvertimento di fine giugno, con cui l'amministrazione regionale imponeva ad Arvedi di ridurre le produzione per il rientro delle polveri nei valori obiettivo previsti dal decreto, era seguito a metà agosto un nuovo invito della direzione Ambiente della stessa amministrazione regionale ad adottare ulteriori misure. Nonostante la limitazione della marcia degli impianti di cokeria e altoforno, scrivevano gli uffici regionali citando una nota dell'Arpa relativa al mese di luglio, i valori obiettivo erano stati infatti ancora superati. La stessa Arpa indicava, tra le ulteriori azioni possibili per ridurre efficacemente le emissioni di polveri, la fermata della produzione dell'altoforno in modo tale da anticipare quella già programmata per la sostituzione della bocca di carico. La risposta di Arvedi è la notizia dell'avvio «di operazioni di preparazione e fermata dell'altoforno della Ferriera» definite non ordinarie, ma appunto straordinarie. Uno stop presumibilmente di qualche settimana, ma il gruppo non comunica la durata dell'intervento. Quanto alla Regione, l'informativa è affidata a un comunicato tecnico che riassume le informazioni arrivate da Arvedi che contengono pure i risultati delle determinazioni ponderali delle deposizioni di agosto, in base ai quali risulta che anche lo scorso mese è stato superato il valore obiettivo fissato dall'Aia, pur in maniera minore rispetto a luglio. Un superamento confermato anche dall'Arpa, che ha però rilevato valori lievemente inferiori a quelli registrati dalla società. Nel periodo di chiusura dell'altoforno, fa sapere ancora la Regione stando a quanto scritto da Arvedi, «la marcia della cokeria» sarà ridotta al minimo tecnico per la salvaguardia e il mantenimento in sicurezza dell'impianto. Per le stesse attività di manutenzione verrà sospesa l'attività della centrale elettrica dal 2 al 16 ottobre e ciò comporterà l'accensione della torcia di emergenza per la combustione del gas eventualmente in eccesso. Inoltre, dal 30 settembre al 16 ottobre, sempre per l'esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria, verrà fermato l'impianto di agglomerazione. E infine, essendo stati rilevati valori nuovamente superiori all'obiettivo fissato dall'Aia, fino al fermo dell'altoforno continuerà la riduzione della produzione. Il tentativo di rientrare nei paletti dell'Aia è dunque esplicito e ben definito. Ma Roberto Dipiazza, nei giorni in cui il Comune ha svelato le sue più recenti contestazioni, quelle sul presunto inquinamento in mare della Ferriera, non condivide per nulla. Non per ragioni tecniche, ma di "filosofia": «Non è questo il modo per risolvere la questione». Secondo il sindaco, «si continua ad aggiungere errore a errore. In una situazione ormai insostenibile, con il ministero in campo per salvare le acque, in una città in cui l'area a caldo è evidentemente incompatibile, che senso ha fare altri investimenti? Che senso ha gettare denari al vento quando tutti sappiamo che, se non sarà quest'anno sarà il prossimo, Arvedi, quell'impianto, lo chiuderà?». Dipiazza assicura quindi che continuerà «la battaglia personale per consentire a Trieste il legittimo sviluppo in totale sicurezza». Il sindaco aveva in passato ipotizzato soluzioni di lavoro alternative per gli addetti della Ferriera. Stavolta si concentra sul nodo sanitario: «Non possiamo continuare a scambiare posti di lavoro con la salute di un'intera città, anzi, di un intero territorio. Sarebbe gravissimo mettere in ginocchio Trieste, Muggia e Capodistria per 300, 400 posti di lavoro».

Marco Ballico

 

 

Hestambiente a caccia di sorgenti d'acqua - Domani un sopralluogo in via Errera. Si cercano nuovi canali per "rifornire" il termovalorizzatore
Il gruppo Hera è veramente una grande multiutility, perché, ai tradizionali quattro settori in cui organizza le proprie attività, ha aggiunto la rabdomanzia. La controllata Hestambiente ha chiesto un paio di mesi fa alla Regione l'autorizzazione a cercare acque sotterranee in via Errera 11, indirizzo che coincide con lo stabilimento del termovalorizzatore. La pratica è seguita dal "servizio gestione risorse idriche" con sede a Gorizia. Domani - aggiunge una breve nota regionale ripresa dall'Albo Pretorio comunale - avverrà un sopralluogo al quale «potrà intervenire chiunque vi abbia interesse», con appuntamento alle 10 davanti all'inceneritore. Ma perché il termovalorizzatore triestino è "assetato"? Lo spiega il direttore della produzione di Herambiente Paolo Cecchin, ingegnere fiorentino 55enne, con precedenti lavorativi nell'Ansaldo, nella Knorr Bremse, nella Falck. «L'impianto - dice il manager - è un importante consumatore di acqua e la risorsa idrica è fornita dalla rete di AcegasApsAmga». Cioè, sgorga dai pozzi di prelievo vicini all'Isonzo e scorre lungo le tubature dell'utility triestino-padovano-isontino-udinese. «Si tratta di un percorso - riassume Cecchin - lungo e costoso, quindi, in una logica di risparmio energetico, cerchiamo di individuare fonti alternative di approvvigionamento». I volumi idrici "bevuti" dal termovalorizzatore sono cospicui: parliamo - calcola Cecchin - di 60mila metri cubi al mese, oltre 700mila all'anno. Quantità che classificano l'impianto di via Errera ai primissimi posti dell'utenza triestina, superato solo dalla Ferriera. Il manager si mantiene molto prudente su quello che si potrà trovare nel sottosuolo di via Errera: «Abbiamo commissionato uno studio in base al quale scaveremo un pozzo di prova. Al momento non siamo in grado di stimare quantità e qualità dell'acqua, è un test tutto da costruire. Quella che serve al funzionamento del termovalorizzatore è risorsa idrica non salina». Fonti aziendali ritengono che 700mila metri cubi di acqua possano rappresentare il consumo di un aggregato urbano da 3mila abitanti. La storia dei termovalorizzatori triestini comincia nel 1972 con l'inceneritore di Giarizzole, che servirà la città fino al 1999. Poi la stagione di via Errera, prima con due linee di incenerimento da 204 tonnellate cadauna di rifiuti bruciati al dì. Errera 2 divenne rapidamente Errera 3, con l'aggiunta di un'ulteriore linea dotata della stessa potenzialità produttiva. Tra la primavera e l'estate del 2015, a distanza di tre anni da quando Hera aveva acquisito AcegasApsAmga, la capogruppo decise di trasferire i termovalorizzatori di Trieste e di Padova in un'apposita società, Hestambiente: una srl, con un capitale sociale di un milione e 10mila euro, partecipata al 70% da Herambiente e al 30% da AcegasApsAmga. Insomma, si tratta di un asset Hera al 100%.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 13 settembre 2017

 

 

«Acque di falda inquinate, il ministero sta con il Comune»
Il Comune chiama il ministero dell'Ambiente sostenendo che la Ferriera inquina il mare, e il ministero risponde chiamando Siderurgica triestina, cui viene chiesto di prendere provvedimenti per evitare proprio la diffusione di inquinanti in mare. Il "giro" di chiamate lo svela lo stesso Comune, cui per il momento la proprietà dello stabilimento di Servola non replica frontalmente ma si limita a osservare che «nelle dichiarazioni del sindaco» vi sono »approssimazioni». «In base a quanto evidenziato da Arpa lo scorso 31 luglio - si legge nella nota del Comune - abbiamo chiesto ad inizio settembre al ministero di valutare l'opportunità di adottare un provvedimento specifico per eliminare da parte della Ferriera 'immissione in mare delle acque di falda contaminate. Nella nota Arpa, infatti, si evidenziava come le analisi delle acque di falda in determinati pozzetti vicini al mare mostrano una pesante presenza dei cancerogeni benzene e benzo(a)pirene, accanto a naftalene ed altri idrocarburi. Siamo soddisfatti perché il ministero ha prontamente risposto chiedendo alla proprietà di procedere immediatamente a interrompere lo sversamento a mare», con «immediata attivazione dell'emungimento della barriera idraulica e ogni ulteriore misura di prevenzione necessaria ad impedire la diffusione dell'inquinamento». «Abbiamo illustrato anche - così Roberto Dipiazza - che l'attuale pianificazione delle analisi ridotta a trimestrale con l'Aia rilasciata nel 2016, con l'Aia del 2008 la rilevazione era mensile, non permette di riscontrare miglioramenti statisticamente significativi» e che il Comune «a fronte di queste allarmanti evidenze ha già presentato alla Regione la richiesta formale di riesame dell'Aia... rigettata dalla stessa Regione».«Nelle dichiarazioni del sindaco - si limitano a commentare dall'ufficio stampa di Siderurgica triestina - cogliamo alcune approssimazioni che ci riserviamo di approfondire nelle prossime ore». Eventuali repliche, quindi, arriveranno solo dopo una fase di approfondimento.

 

 

Un supercentro di ricerca dedicato all'energia - Inaugurata dall'ateneo la nuova struttura interdipartimentale che riunisce sette aree disciplinari
Dopo la Summer school intitolata al chimico triestino Giacomo Ciamician, che si sta svolgendo in questi giorni e che contempla tematiche sull'energia, e da quest'anno ambiente e trasporti, all'Università è stato battezzato ieri il Centro di ricerca interdipartimentale sulle stesse materie, anch'esso dedicato all'insigne scienziato, pioniere dell'energia solare. Ben sette aree disciplinari (Ingegneria e architettura, Scienze chimiche e farmaceutiche, Scienze economiche, aziendali, matematiche e statistiche, Scienze giuridiche, del linguaggio, dell'interpretazione e della traduzione, Scienze della vita, Matematica e geoscienze e Scienze politiche) all'interno di questo incubatore di idee, che ha sede per il momento nel dipartimento afferente al suo direttore, Giorgio Sulligoi, docente di Sistemi elettrici per l'energia all'interno di Ingegneria e architettura.Il centro si propone dunque di fare da punto focale tra la ricerca e il trasferimento delle conoscenze dall'ateneo al sistema industriale-scientifico del nostro territorio, ma non solo, secondo un approccio multidisciplinare. «C'è stato un processo che ha portato alla costituzione del centro - spiega Sulligoi - caratterizzato da competenze che intercettano quella ingegneristica, quella economica, e un domani auspicabilmente anche quella inerente alla medicina del lavoro, perché non c'è sul territorio regionale una struttura simile. In Italia esistono altri centri, come a Padova, con cui abbiamo intenzione di collaborare». L'adesione dei diversi ricercatori è legata ai progetti sui quali il team di studio lavorerà, che possono essere frutto di bandi o accordi quadro con istituzioni, o legati direttamente ad aziende o consorzi di imprese.«Questo centro consentirà anche di avviare interlocuzioni con grandi istituzioni quale ad esempio la Banca mondiale - specifica Sulligoi -, soggetti che è difficile interagiscano con il singolo ricercatore e invece necessitano di consultazioni verticali, dal chimico allo specialista di linee elettriche, all'economista». In questo modo il sistema non solo potrà fornire una consulenza completa, ad esempio nell'uso delle energie rinnovabili, dell'inserimento di progetti sul territorio o per l'impatto di questi sull'ambiente, ma «porterà anche benefici all'università stessa, sul modo di fare ricerca». E ciò rivolgendosi sia in ambito nazionale sia internazionale, e diventando un soggetto che può fornire la propria conoscenza coniugata a strategie regionali. «Ci poniamo così - conclude il professore - anche per raccogliere finanziamenti pubblici e privati e per entrare nei processi decisionali territoriali. In altre realtà l'università è nei grandi processi di urbanizzazione o industrializzazione: perché il sistema locale della scienza non può contribuire alle soluzioni?».

(b.m.)

 

 

Piu' di 600 firme per salvare le nutrie sull'Ospo - Consegnata in Regione la petizione di MujaVeg contro la legge che permette l'abbattimento violento.

MUGGIA - Esattamente 629 firme per salvare le nutrie del Friuli Venezia Giulia. Questo il risultato della petizione popolare "Salva Nutrie" consegnata al presidente del Consiglio della Regione Franco Iacop. La raccolta firme, partita dall'associazione animalista MujaVeg, chiede a chiare lettere la modifica delle disposizioni inserite nella Legge regionale n. 20 del 9 giugno scorso con cui la giunta Serracchiani ha previsto, entro l'anno, l'avvio del progetto di eradicazione delle nutrie attraverso abbattimento violento o eutanasia. La legge regionale "Misure per il contenimento finalizzato all'eradicazione della nutria (myocastor ciypus)" viene considerata dagli animalisti «dispensatrice di una morte cruenta per migliaia di nutrie sul territorio regionale». Di più, «cozza con la legge nazionale dell'11 febbraio n. 157, che prevede un controllo della specie praticato di norma mediante l'utilizzo di metodi ecologici su parere dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica (oggi Ispra)». E solo «qualora l'Istituto verifichi l'inefficacia dei predetti metodi, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento». Come metodi ecologici si intendono pratiche non cruenti, «da utilizzare in via prioritaria». Metodi indicati nelle linea guida per il controllo della nutrie dell'Ispra. In questo senso si è «paradossalmente» mossa anche la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha deciso di finanziare uno studio per individuare e testare sistemi per ridurre le capacità riproduttive delle nutrie. «Mi chiedo che senso abbia fare uno studio per ridurre la fertilità degli animali e contemporaneamente ordinare la fucilazione e la camera a gas di tutte le nutrie - incalza Cristian Bacci, responsabile di MujaVeg e primo firmatario della petizione -. E che fine faranno i cuccioli che rimarranno rifugiati nelle tane ad aspettare che la mamma torni per allattarli?». In base all'attuale legge regionale di fatto è concesso "l'uso di armi da sparo oppure trappolaggio e successivo abbattimento con metodo eutanasico dell'animale mediante narcotici, armi ad aria compressa o armi comuni da sparo". Solo come terza opzione vengono annoverati metodi e strumenti messi a disposizione dalla comunità scientifica. «La petizione firmata da 629 cittadini della regione - ancora Bacci - prevede di utilizzare in esclusiva questi metodi e non quelli che prevedono la morte per mano umana. Ora la palla passa alla Regione dove la proposta sarà discussa nella Commissione competente». Non è un caso che la petizione sia partita da Muggia, terra ricca di "castorini" che hanno colonizzato gli argini del rio Ospo. Una colonia che però «non ha mai fatto danni a coltivazioni private o ad altri soggetti», come ha ribadito spesso l'assessore alla polizia locale di Muggia, Stefano Decolle.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

 

La Voce.info - MARTEDI', 12 settembre 2017

 

 

ENERGIA E AMBIENTE - Ricette anti-Co2: acqua, vento e sole non bastano

Uno studio spiega come si potrebbe arrivare nel 2050 a un sistema energetico mondiale basato solo su acqua, vento e sole. È uno scenario estremo, forse tecnicamente irrealizzabile. Soprattutto, non considera gli enormi costi di una simile soluzione. - leggi l'articolo su La Voce.info
Solo vento, acqua e sole
Mentre l’Italia lottava strenuamente contro il caldo agostano, la rivista Joule pubblicava un lavoro dal titolo “100% Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”, realizzato da Mark Z. Jacobson con molti altri co-autori.
L’articolo propone una tesi molto suggestiva: la possibilità (e la desiderabilità) di una transizione (entro il 2050) dell’intero sistema energetico mondiale verso una soluzione che consideri unicamente “wind, water and sunlight”, ovvero vento, acqua e sole. Si tratta di una versione assai spinta dei tanti scenari di de-carbonizzazione che sono stati prodotti negli ultimi anni da diverse istituzioni. Ne mostra un aspetto peculiare, ed esplicitamente non prende in considerazione alcuni elementi spesso contenuti negli scenari ad alta de-carbonizzazione, come il settore nucleare, le biomasse, il confinamento geologico della CO2. L’articolo considera 139 paesi, ovvero quelli per i quali esistono statistiche rese disponibili dall’Agenzia internazionale dell’energia. Va aggiunto che i paesi in questione rappresentano il 99 per cento delle emissioni di CO2.
L’articolo – relativamente breve (14 pagine) – è accompagnato da un’appendice di oltre 150 pagine che presenta con maggiore dettaglio gli scenari proposti.
Lo studio è nato e si è sviluppato nell’Università di Stanford, cui appartengono 24 dei 27 citati ricercatori. Il lavoro – che in forme diverse circola da tempo – gira intorno alla figura di Mark Z. Jacobson, primo fra gli autori, l’unico non in ordine alfabetico e che gode di una certa notorietà, almeno negli Stati Uniti. Fra le sue apparizioni televisive, si ricorda un’intervista con David Letterman nel 2013 proprio su questo tema, ma limitato solo agli Stati Uniti e non al mondo nel suo complesso.
Il confronto con i dati Weo
Per cercare di valutare lo studio, seppur sommariamente, può essere utile confrontarlo con i dati contenuti dell’ultimo World Energy Outlook (Weo) pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia nel 2016. Le due pubblicazioni usano dati espressi in unità di misura diverse – in termini energetici (Mtoe) per il Weo, in termini di potenza elettrica installata (GW) nel lavoro di Jacobson – che sono stati quindi uniformati per poterli confrontare. In più, il traguardo del Weo è il 2040, mentre lo studio Jacobson si spinge fino al 2050. Per ragioni di spazio ci limitiamo a considerare alcune macro tendenze (grafico 1).
Gli scenari tendenziali (che non mostriamo) sono sostanzialmente coincidenti per i due modelli. La principale differenza è tuttavia legata allo scenario alternativo. Nel caso Weo, anche quello più stringente (450 Scenario) vede un minimo incremento dell’offerta di energia al 2040, mentre nel caso Jacobson c’è invece una leggera riduzione della domanda totale di energia al 2050.
Se ci riferiamo solo al valore strettamente numerico, gli scenari non appaiono drasticamente differenti. Certo, al 2040 ci sono 2000 GW di differenza, ma mancano ancora dieci anni e la distanza potrebbe ridursi.
Il confronto è diverso se pensiamo che i risultati Jacobson sono ottenuti senza l’utilizzo di alcuni ingredienti presenti invece in abbondanza nella soluzione Weo che, nello scenario a massima de-carbonizzazione, prevede tra l’altro nucleare, biomasse, Ccs e tecnologie simili.
Stiamo guardando due torte apparentemente uguali, solo che quella di Jacobson non usa né uova, né farina. Si potrebbe avere qualche perplessità ad assaggiarla.
È quello che probabilmente ha pensato un gruppo di scienziati che a giugno hanno pubblicato per la prestigiosa Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) uno studio in cui demoliscono il modello progenitore di quello che stiamo esaminando e che si limitava agli Stati Uniti e non a 139 paesi. Basti ricordare, in sintesi, che i paragrafi sono sobriamente intitolati “errori nell’analisi”, “errori nel modello”, “assunzioni implausibili” e così via: evidentemente, non hanno gradito la torta.
I costi
Probabilmente la soluzione proposta da Jacobson non è tecnicamente realizzabile. Certamente è troppo costosa e dunque non raggiungibile per ragioni economiche, politiche e sociali. Per quanto riguarda l’aspetto economico, ci sono altre soluzioni, sempre a impatto ambientale pressoché nullo, che molto probabilmente sono più convenienti e soprattutto più sicure rispetto a quelle proposte.
Si pensi, tanto per fare un esempio, al tema dei trasporti marittimi e soprattutto aerei: per passare all’elettrico integrale bisognerebbe, in poco più di trenta anni, rivoluzionare completamente il concetto stesso di trasporto, cambiando completamente le flotte e tutta l’infrastruttura di supporto. Si può probabilmente fare, ma a quale prezzo? Considerando che aerei e navi hanno una vita utile abbastanza lunga e che le tecnologie richiedono ancora almeno un decennio per lo sviluppo, si tratterebbe – entro il 2050 – di sostituire aerei e soprattutto navi ancora nuovi (i cui investimenti non sarebbero ammortizzati) a favore di mezzi a propulsione elettrica. Questa rivoluzione non sembra dietro l’angolo.

Alessandro Lanza

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 12 settembre 2017

 

 

Da Barcis a San Daniele al mare - Mille chilometri solo per le bici - Tre milioni spendibili nel triennio per rendere la regione a misura di cicloturista

Serviranno sia a realizzare nuovi tracciati che a potenziare quelli già costruiti
TRIESTE - La Regione scommette sulla ciclabilità e nel triennio 2017-2019, come indicato nell'assestamento di bilancio, prevede finanziamenti per oltre tre milioni di euro, mirati a interventi che porteranno alla realizzazione di nuove piste ciclabili e/o alla sistemazione di quelle esistenti. Una volontà di puntare sulla mobilità ecosostenibile alla luce dei tanti cittadini che in tutto il Friuli Venezia Giulia si muovono sempre più con la bici e del numero crescente di cicloturisti. Nuovi percorsi L'opera più consistente, in termini di costi, sarà il completamento dell'itinerario definito Fvg3, parallelo al tracciato ferroviario, con la costruzione della pista ciclabile nei comuni di Pinzano, Meduno, Cavasso, Montereale e Maniago, per complessivi 300mila euro, ai quali se ne aggiungeranno altrettanti per l'anello tra Maniago, Frisanco, Pala, Barzana, Andreis, Barcis e Montereale. Ammonta a 250mila euro un altro progetto tra i più onerosi, il percorso ciclopedonale Loch-Supizza, all'ex confine di Stato, la prosecuzione del percorso Bimobis. Segue, con 200mila euro di esborso, la realizzazione delle piste ciclabili interne che collegheranno le ciclabili Alpe Adria e Bimobis, e ancora, per lo stesso importo, la ciclovia Alpe Adria nel Comune di Pontebba. Tre le novità previste poi la pista ciclabile Basiliano-San Marco lungo la ex provinciale SP10, il percorso cicloturistico sul fiume Varmo, la nuova viabilità ciclabile Tolmezzo-Amaro, con il completamento della rete carnica, la viabilità ciclopedonale tra Moruzzo, Fagagna, Rive d'Arcano e San Daniele del Friuli. La pista ciclopedonale sopra l'argine del Tagliamento e il collegamento ciclabile tra Udine e Campoformido: le tempistiche per ogni singola novità non sono ancora state rese note, ma secondo il programma saranno completate o comunque avviate entro il 2019. La mappa La Regione Friuli Venezia Giulia sta realizzando la "Rete delle ciclovie di interesse regionale (ReCIR)", un sistema di ciclovie collegato anche con i tracciati dei paesi confinanti. I percorsi si possono visionare al link www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/infrastrutture-lavori-pubblici/infrastrutture-logistica-trasporti/ciclovie/. La ReCIR si compone di dieci ciclovie, per un totale di oltre di mille chilometri, dei quali 450 chilometri sono già stati realizzati e comprendono la ciclovia Alpe Adria, quella del mare Adriatico, la pedemontana e del Collio, quella della pianura e del Natisone, le ciclovie dell'Isonzo, del Tagliamento e del Livenza, quella della montagna carnica, quella della bassa pianura pordenonese e la Noncello-mare.Gli investimenti Oltre ai tracciati specifici indicati, 50mila euro vengono destinati in generale a potenziare i collegamenti tra siti archeologici e naturalistici della regione, ulteriori 100mila per la predisposizione di un programma comprensoriale di interventi su viabilità ciclabile e i sentieri. Altri 40mila figurano per la "riqualificazione dei parchi e delle zone naturalistiche dei Comuni dell'Unione Sile e Meduna, Parco di Torrate, Parco delle Dote, Laghi di Cesena, Parco Cornia, Borgo medioevale di Panigai e i relativi percorsi ciclopedonali di collegamento". Attenzione puntata anche ai ciclisti di montagna, con 3.500 euro mirati a creare e segnalare percorsi in quota per mountain bike. «Per la realizzazione dei tratti di "pista ciclabile-ciclopedonale" della ReCIR - viene sottolineato dalla Regione - si predilige l'utilizzazione dei tracciati ferroviari dismessi, delle stradine arginali, delle carrarecce di campagna e delle piste forestali». Le criticità Fiab Ulisse, che da anni si occupa di ciclabilità, sollecita la Regione su un intervento in particolare, per cui manca ancora l'ultimo tassello. Si tratta della pista ciclabile del Carso, da Monfalcone a Draga Sant'Elia. «Nell'aprile di quest'anno è stata inviata una lettera all'assessore Santoro alla quale non è seguita nessuna risposta. Si tratta di una novità già prevista nel 2009 con un finanziamento di due milioni e 900mila euro - ricorda Federico Zadnich, coordinatore regionale Fiab Fvg - ma poi tutto si è arenato e non è mai stato avviato il progetto esecutivo. Su questo noi avevamo raccolto 1.300 firme. Riassumendo, la Provincia ha realizzato il progetto esecutivo ma poi si è fermata, non ha fatto il bando per la realizzazione e nel frattempo è stata sciolta. Da un anno tutto è passato nelle mani della Regione che però non ha fatto il bando, quindi i 2,9 milioni di euro e il progetto sono in stand by. Questi ritardi danneggiano l'economia cicloturistica della provincia di Trieste». La tratta viene definita importante da Fiab Ulisse, che aveva indicato in un comunicato già un paio di anni fa, come fondamentale, «eseguire con priorità il lotto Monfalcone-Sistiana in modo da dare continuità alla ciclabile Grado-Monfalcone e consentire ai cicloturisti diretti a Trieste di percorre l'itinerario del Carso o in alternativa la più spettacolare strada costiera come stanno già facendo tutti i tour operator che operano nella nostra provincia». E se per alcuni collegamenti si attende ancora una risposta, per altri Fiab Ulisse annuncia una novità che vedrà la luce il prossimo anno. «Nel 2018 - spiega Zadnich - lanceremo la nuova ciclabile Ciclovia Aida, che attraverserà l'Italia, partirà proprio da Trieste per raggiungere Susa e toccherà la principali città del nord, un affascinante itinerario per chi viaggia in bici alla scoperta delle bellezze del nostro Paese».

Micol Brusaferro

 

LE SCELTE - «Più sicurezza per i cittadini»
«Investire sulle ciclabili significa investire non solo sul nuovo turismo, ma sulla sicurezza dei cittadini, che devono essere messi nelle condizioni di poter scegliere quale sia il mezzo di trasporto per loro più giusto e di poterlo utilizzare appunto in sicurezza». Così l'assessore regionale alle Infrastrutture e Territorio Mariagrazia Santoro, che sta seguendo in prima linea tutto ciò che riguarda la mobilità sostenibile e lo sviluppo della Rete delle ciclovie di interesse regionale. «Abbiamo una congiuntura favorevole - sottolinea - in cui le ciclabili delle province sono passate sotto la regia della Regione che, con il Piano paesaggistico, ha mappato l'esistente per fare un programma di investimenti che completano la rete. Contemporaneamente nelle intese per lo sviluppo delle Uti il finanziamento della progettualità per un nuovo sistema ciclistico è predominante».

( mi.b.)

 

LE RICHIESTE - «Trieste e Muggia da collegare»
Tra le priorità di Fiab Ulisse su Trieste c'è la ciclabile che colleghi la città capoluogo a Muggia, proposta presentata alcune settimane e messa a disposizione dei due Comuni. «Realizzabile in tempi rapidi e con risorse contenute - così Fiab coordinata in regione da Federico Zadnich (foto) - è una concreta possibilità che è stata elaborata in uno studio di fattibilità, che mette a disposizione di chi amministra». Un percorso di otto chilometri - insistono da Fiab - che collegherebbe la galleria di Montebello s Muggia con un itinerario ciclabile continuo, riconoscibile, veloce e sicuro, attraverso rioni molto popolati e senza particolari pendenze, dove sono presenti attività commerciali ed industriali. Un'infrastruttura che si trova lungo l'itinerario cicloturistico EuroVelo8 Cadice-Atene e che farebbe arrivare la ciclovia Parenzana fino al centro di Trieste.

( mi.b.)

 

Muggia "sfida" Roma - Torna in vigore l'ordinanza antibici
La giunta Marzi riabilita il provvedimento sospeso dal ministero - «In settimana spediremo le motivazioni della nostra scelta»
MUGGIA - «Abbiamo ripristinato l'ordinanza sospesa dal ministero: entro la settimana invieremo a Roma le motivazioni scritte sul perché della nostra decisione». Laura Marzi, sindaco di Muggia, non ci sta. Nella riunione di giunta svoltasi ieri pomeriggio l'amministrazione comunale ha deciso di proseguire per la propria strada per quanto concerne la cosiddetta "ordinanza antibici". Il documento che dallo scorso giugno regolamenta la viabilità del centro storico inserendo, tra i tanti punti, anche l'obbligo di spingere le biciclette a mano in tre zone del centro - corso Puccini, via Dante e piazza Marconi - era stato fortemente contestato dalla sezione muggesana di Fiab Ulisse, l'associazione di ciclisti presente sul territorio provinciale. Tramite l'ufficio legale dell'associazione lo scorso luglio tre cittadini muggesani, Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani, avevano presentato un ricorso al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti contro l'ordinanza sindacale di Muggia. Risultato? Il ministero ha inviato al Comune una nota con la sospensione del documento. Una sospensiva senza tempistiche precise, e con la possibilità da parte del Comune di appellarsi a motivi di sicurezza per un eventuale ripristino. Cosa che è puntualmente accaduta. «Quello del Ministero è stato un atto dovuto dinanzi ad un ricorso, ma non vi è presente alcun pronunciamento. Concretamente non c'è stata nessuna bocciatura, motivo per cui è stata data possibilità al Comune di ripristinare l'ordinanza, in caso di urgenza, fornendo delle controdeduzioni», racconta il sindaco Marzi. Da ieri, dunque, la giunta ha in effetti deciso di ripristinare l'obbligo di condurre la bici a spinta, un obbligo che per quest'anno sarà in vigore ancora sino al termine della "stagione estiva", ossia sino al 30 settembre, in determinati orari: dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 20. I cartelli stradali, pertanto, non sono stati né tolti, né coperti. Anzi, sono pienamente in vigore. Ma perché il Comune ha deciso di proseguire con la sua ordinanza? «Semplice, perché per motivi di sicurezza i provvedimenti presi sono necessari. Negli ultimi anni, in particolar modo durante la stagione estiva, il numero di turisti è aumentato considerevolmente. Ed è aumentato anche il numero di velocipedi che soprattutto in piazza Marconi e nelle vie limitrofe, ossia corso Puccini e via Dante, tendono a sfrecciare troppo velocemente facendo slalom tra le persone», racconta sempre il sindaco Marzi.Il primo cittadino cerca poi di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla viabilità ciclabile: «Nessuno, ripeto, nessuno, ha obbligato i ciclisti a prendere per forza la galleria come invece viene ancora sostenuto da più parti. Da ben prima della nostra ordinanza l'entrata dei ciclisti avveniva, spesso, contromano, nonostante vi fosse, e vi sia tuttora, un cartello che obbliga i ciclisti a scendere e a spingere a mano per qualche decina metri le proprie biciclette».Marzi, ribadendo l'importanza dell'ordinanza per quanto riguarda il pugno duro contro gli autoveicoli nell'area pedonale all'interno del centro storico di Muggia, spiega pure i prossimi passi del Comune: «Siamo venuti incontro alle esigenze e alle richieste pervenuteci nei mesi scorsi da parte di alcuni ciclisti, tanto è vero che abbiamo ampiamente limitato il raggio di divieto di pedalata per le biciclette, una misura, ricordiamolo, adottata per motivi di sicurezza. Il ricorso proposto dai tre cittadini mi ha lasciato davvero perplessa, ma la decisione presa dalla giunta è quella di mantenere i provvedimenti. Entro la settimana forniremo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti le motivazioni della nostra scelta».

Riccardo Tosques

 

 

I permessi per le Falesie delegati ai circoli - L'amministrazione di Duino Aurisina cede il rilascio delle autorizzazioni per i diportisti: iter più snello
DUINO AURISINA - Saranno le società nautiche del territorio di Duino Aurisina, su delega dell'amministrazione comunale, a rilasciare, nel 2018, le autorizzazioni ai diportisti per poter entrare nello specchio d'acqua della Riserva marina delle Falesie. Questo radicale cambiamento nel Regolamento, che disciplina l'accesso a quel tratto di mare, è stato programmato in questi giorni dalla giunta guidata dal sindaco Daniela Pallotta, dopo una serie di incontri che hanno visto l'assessore comunale Andrea Humar verificare la disponibilità dei responsabili delle numerose realtà nautiche di Duino Aurisina. Lo specchio d'acqua della Riserva è diviso in tre zone: la A, interdetta a qualsiasi ingresso, la B, alla quale finora si accedeva solo se in possesso di un permesso finora concesso dal Comune, su richiesta degli interessati, e la C, destinata alla sola didattica. «Il permesso per entrare nella zona B - spiega Humar - era sì gratuito, ma per ottenerlo era necessario fare due domande su carta bollata, per una spesa complessiva di 32 euro. Inoltre bisognava presentare una serie di documenti. Insomma, una gratuità relativa e un appesantimento burocratico che hanno scoraggiato gli interessati - aggiunge Humar - al punto da originare una caduta verticale delle domande di accesso. Dopo i colloqui con le società nautiche locali, siamo giunti alla conclusione di delegare a loro, con il consenso della Federazione competente, la Fipsas, e ovviamente sulla base di un preciso Regolamento - precisa - il rilascio dei permessi. Queste scelta - sottolinea Humar - dovrebbe rendere molto più veloce l'operazione di rilascio. Confermeremo la gratuità dell'accesso. Se dovessimo optare per una diversa scelta, facendo pagare una piccolo prezzo d'ingresso - conclude l'assessore - lo faremo solo per destinare l'intero ricavato alle Scuole vela per i ragazzi».A insistere per una più libera fruizione della zona B della Riserva delle Falesie erano stati pochi giorni fa anche i Cittadini per il golfo, preoccupati per la progressiva crescita delle zone interdette al diporto. Nello stesso programma che riguarda la zona B, sono previsti progetti anche per la A e la C. Per quanto concerne la prima, che resterà comunque interdetta, di concerto con le associazioni dei pescatori si procederà con un'azione che Humar ha definito di «ripopolamento delle colonie di seppie e calamari». Infine, per la C, la giunta sta programmando un piano che coinvolga ancora una volta le società nautiche, stavolta assieme alla Riserva di Miramare, per portare sul posto le scolaresche, nell'ambito di corsi di educazione ambientale. «Vogliamo che la Riserva marina delle Falesie - è la chiosa di Humar - torni a essere un bene fruibile da parte della collettività, pur nel rispetto della sua originaria destinazione».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 11 settembre 2017

 

 

Riciclaggio dell'umido - L'ipotesi impianto in stand-by a Muggia - Nessuna notizia sul progetto ideato dalla giunta Nesladek
Tarlao (Mejo Muja) attacca l'assessore Litteri: «Si dimetta»
MUGGIA - Che fine ha fatto il progetto del biodigestore per lo smaltimento dei rifiuti organici, ossia la centrale di riciclaggio promossa dall'amministrazione Nesladek che avrebbe potuto prendere vita in zona Ezit? Da quanto è emerso in un recente scambio di comunicazioni istituzionali tra il consigliere comunale Roberta Tarlao (Meio Muja) e l'assessore all'Ambiente Laura Litteri (quota Pd), il progetto pare non rientrare più negli interessi dell'amministrazione Marzi. L'iter - È il 3 giugno del 2015 quando la costituenda Rti tra Gesin Coop e Nre research srl presenta al protocollo del Comune di Muggia un progetto per l'impianto della digestione anaerobica della cosiddetta Forsu (Frazione organica del rifiuto solido urbano), conosciuta anche come "umido" con produzione di energie rinnovabili nel territorio comunale. Un progetto realizzato interamente con fondi privati, che oltre a non gravare sulla finanza pubblica avrebbe avuto il pregio di far risparmiare al Comune circa 20-22 euro a tonnellata di rifiuti conferita. Un mese dopo, l'amministrazione comunale, retta allora dal sindaco Nerio Nesladek, con una delibera giuntale dichiara il preliminare interesse alla realizzazione di un impianto per il trattamento della frazione organica dei rifiuti solidi urbani, evidenziando peraltro «il notevole abbattimento dei costi di trasporto oggi sostenuti per l'invio a trattamento della suddetta frazione che incidono pesantemente sul costo di smaltimento».Il dispositivo della delibera indirizza gli uffici competenti a predisporre gli atti necessari alla stipula di una convenzione tra il Comune, la Rti e Net per definire le modalità di conferimento e i relativi costi. Il 28 luglio dello scorso anno, il nuovo sindaco Laura Marzi ribadisce nelle linee di mandato, poi votate dal Consiglio comunale, che «ci si spenderà per facilitare la realizzazione di un biodigestore» per gli stessi motivi enunciati dalla precedente giunta Nesladek. L'interrogazione - E si arriva al 19 luglio scorso: visto il posticipo dell'inizio della raccolta differenziata dei rifiuti, il capogruppo consigliare di Meio Muja, Roberta Tarlao, ha presentato un'interrogazione alla giunta Marzi per capire a che punto era arrivato l'iter per la realizzazione della struttura. «Sono imbarazzata dalla risposta dell'assessore all'Ambiente Litteri, perché ha scritto una serie di falsità inaudite» tuona Tarlao. «La prima? Che ci sarebbero maggiori costi, dimenticandosi però di sommare il costo del trasporto dell'attuale servizio che quindi risulta più caro di 29 euro a tonnellata» continua. Altra incongruenza segnalata da Tarlao, le tempistiche della delibera della Giunta, che secondo Litteri sarebbe stata realizzata prima dell'adesione a Net, dimenticandosi in realtà come nella delibera stessa si citi testualmente il parere favorevole di Net all'impianto. L'assessore all'Ambiente ha poi evidenziato come il futuro del biodigestore sia incerto in quanto il Comune non ha dei terreni a disposizione: anche qui, per Tarlao, si tratterebbe di uno scivolone, dal momento che la Rti ha messo a chiare lettere l'intenzione di acquistare di propria tasca un terreno da Ezit, senza che vi siano spese da parte del Comune. Anche a seguito dei ritardi nell'avvio della raccolta dei rifiuti "porta a porta" - posticipata al 2018, rispetto all'anno in corso, come preannunciato da Litteri in Commissione -, Tarlao ha chiesto «dinanzi alle falsità scritte nella risposta all'interrogazione» che l'assessore si dimetta. L'incontroPer ora dal Comune è trapelato che a brevissimo vi sarà un incontro con Net. E che tra gli argomenti all'ordine del giorno vi sarà anche la centrale di riciclaggio.

Riccardo Tosques

 

 

Legambiente: 7 milioni di italiani a rischio - Secondi i dati del Cnr dal 2010 al 2016 oltre 145 persone hanno perso la vita a causa di inondazioni
ROMA - Ci sono 7 milioni di italiani che ogni giorno vivono in aree a rischio frane e alluvioni, esposte a bombe d'acqua proprio come quella che si è abbattuta su Livorno. Che l'Italia debba fare i conti con la fragilità del suolo (per l'88%) lo dice Legambiente che in uno dei suoi report mette per esempio in evidenza come il 77% delle abitazioni siano costruite in zone "rosse" e nel 31% dei casi vi si trovano interi quartieri, tenendo presente che ci sono anche il 51% degli impianti industriali e spesso sono nelle zone potenzialmente franose sono presenti scuole o ospedali.«È una tragedia annunciata, quella di Livorno - racconta la presidente di Legambiente Rossella Muroni - ci sono 7 milioni di persone che vivono in aree a rischio e le nostre città sono sempre più esposte ai cambiamenti climatici. Gli amministratori dovrebbero dare più risposte, a cominciare da quelle che ci vengono chieste dalla Comunità europea. È necessario un nuovo approccio. Bisogna per esempio partire subito con i piani di adattamento. E smetterla di intubare torrenti e alzare argini; serve anche una corretta pianificazione degli spazi verdi». Dal 2010 a maggio di quest'anno, viene messo in evidenza nel dossier, sono 126 i Comuni italiani dove si sono registrati impatti rilevanti con 242 fenomeni meteo che hanno provocato danni al territorio e causato impatti diretti e indiretti sulla salute dei cittadini. In particolare ci sono stati 52 casi di allagamenti da piogge intense, 98 casi di danni alle infrastrutture da piogge intense con 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane. Inoltre c'è da pagare il tributo in termini vite umane e di feriti: dal 2010 al 2016 - secondo il Cnr - sono oltre 145 le persone morte a causa di inondazioni e oltre 40mila quelle evacuate (dati Cnr). «Sembra assurdo doverne riparlare ogni volta che accade una disgrazia ma purtroppo ancora oggi manca una seria politica di riduzione del rischio - osserva ancora Muroni - nonostante si sia cominciato a destinare risorse per far partire interventi prioritari di messa in sicurezza, l'avvio di una politica di prevenzione complessiva stenta a decollare». Secondo la presidente di Legambiente questi temi «devono diventare centrali nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio, insieme con quello della prevenzione».

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 10 settembre 2017

 

 

Fondi bis per le biciclette elettriche - Dalla Regione altri 65mila euro. Contributo massimo di 200 euro
TRIESTE - Altri 65mila euro per sostenere l'acquisto di biciclette elettriche. Li ha stanziati a luglio la Regione, sommando i nuovi fondi ai 185mila euro già messi a bilancio a giugno. Dal 19 luglio, quando è stato riaperto il canale contributivo, a oggi sono state presentate alle Camere di commercio del Friuli Venezia Giulia 482 nuove domande per la concessione di incentivi all'acquisto di bici a pedalata assistita. Nel dettaglio, 224 domande sono state presentate all'ente camerale di Udine, 134 a quello di Trieste, 104 alla Cciaa di Pordenone e 20 a Gorizia. Il contributo è concesso per un importo pari al 30% del prezzo d'acquisto, fino a un massimo di 200 euro.Il dato emerge da una delibera della giunta regionale, con cui si è stabilito il riparto dei nuovi fondi tra le quattro Camere preposte alla gestione delle pratiche. La suddivisione è stata operata seguendo i criteri del regolamento di attuazione, la cui recente modifica ha previsto che il 70% del fondo sia distribuito sulla base al numero di residenti in ciascuna provincia, mentre il restante 30% tenga in considerazione la quantità di abitanti nei comuni appartenenti alle zone altimetriche di montagna e collina. Di conseguenza, Trieste ha ricevuto 18mila euro, Gorizia 7mila, Udine 26mila e Pordenone 14mila. Il sostegno all'acquisto di biciclette elettriche è previsto da una legge regionale del 2014, in un'ottica di tutela dell'ambiente e di sviluppo economico ecocompatibile. La norma stabilisce che la Regione, al fine di promuovere lo sviluppo di nuove strategie per un trasporto sostenibile e il miglioramento della vivibilità e fruibilità delle aree urbane, agevoli l'acquisto di questo tipo di mezzi dotati di un motore ausiliario elettrico con potenza nominale continua massima di 0,25 kW, la cui alimentazione è progressivamente ridotta e infine interrotta quando si raggiungono i 25 km all'ora.

 

Il ministero boccia lo stop alle bici nel centro di Muggia - Roma accoglie il ricorso di tre cittadini: «Va sospesa l'ordinanza su corso Puccini, via Dante e piazza Marconi»
MUGGIA - Il Comune di Muggia deve ripristinare la possibilità di andare in bicicletta nelle zone del centro storico dichiarate off limits. Colpo di scena nel braccio di ferro tra amministrazione comunale e ciclisti sulla cosiddetta "ordinanza antibici" emanata lo scorso giugno dalla giunta Marzi. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha infatti espresso il proprio parere avverso al Comune accogliendo il ricorso avanzato da tre cittadini muggesani, Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani. Lo scorso 18 luglio i tre residenti, grazie anche alla consulenza tecnica dell'Ufficio legale della Fiab, hanno infatti fatto ricorso al Ministero evidenziando la carenza di motivazioni nel divieto posto ai velocipedi di attraversare il centro storico, che viene invece permesso nelle aree pedonali dall'articolo 3 del Codice della strada. «Il Codice consente ai Comuni la possibilità di disporre "ulteriori restrizioni" solo in presenza di "particolari situazioni" che non sono state definite dal Comune di Muggia il quale, invece, in maniera del tutto illogica consente nell'ordinanza ai taxi e ai mezzi di scarico merci il transito nell'area pedonale» avevano evidenziato Bacci, Maggiore e Canciani. Nel ricorso era poi sottolineato come l'ordinanza sia in contrasto con il Piano regolatore generale vigente e con il finanziamento regionale appena ottenuto per il collegamento ciclabile dall'attracco del Delfino Verde al Rio Ospo che proprio per il centro storico dovrebbe passare. Preoccupazione massima dei ricorrenti infine per la questione sicurezza: «L'ordinanza obbliga di fatto i ciclisti a percorrere la stretta galleria a senso unico». Le motivazioni dei ricorrenti sono state accolte ma con parziale riserva da parte del Ministero. Il dirigente tecnico ingegner Mazziotta ha infatti rimarcato come sia necessario che il Comune di Muggia faccia pervenire «con corte sollecitudine» una serie di controdeduzioni al ricorso con esauriente relazione per ogni singolo motivo del ricorso stesso. In attesa del sopralluogo che dovrà essere compiuto dal Provveditorato interregionale con tanto di «esauriente relazione» da inviare al Ministero, da Roma è stato intimata al Comune la sospensione dell'ordinanza «salvo che ricorrano motivi d'urgenza», poiché in tale caso il Comune potrà deliberare un'esecuzione provvisoria dell'ordinanza con provvedimento da inviare al Ministero stesso. Sbalordita della novità il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Sono stupita davvero, perché dinanzi a tutti i tentativi di mediazione avvenuti con Ulisse Fiab e con altri ciclisti ci troviamo di fronte ancora tutto questo ostracismo sfociato in un ricorso al Ministero». Marzi, comunque, appare serena: «La sospensiva del Ministero è un atto dovuto dinanzi a un ricorso. Indubbiamente ora l'ordinanza è congelata ma valuteremo a brevissimo cosa fare. E visto che il Ministero ha messo a chiare a lettere che in caso di urgenza il Comune può ripristinare l'ordinanza non escludo che sia questa la via che perseguiremo». Per ora, dunque, i cartelli che evidenziano l'obbligo di condurre la bici a spinta durante la stagione estiva (1 giugno-30 settembre) esclusivamente in corso Puccini, via Dante e piazza Marconi e peraltro solo in determinati orari (9.30-12.30 e 16-20) verranno per ora né rimossi né oscurati. Una battaglia, quella sulla piena libertà di movimento delle biciclette in tutto il centro storico, che dunque non ha avuto ancora un vero esito definitivo. Un (altro) ricorso contro l'ordinanza sulla regolamentazione della viabilità del centro storico era stata la scintilla decisiva che ha fatto scoppiare la deflagrazione nel rapporto tra il sindaco Marzi e il consigliere comunale del Pd Marco Finocchiaro. Questi, infatti, aveva espresso contrarietà al divieto di pedalata in alcune aree del centro storico. Ma se quel ricorso sembra essere finito nel nulla, quello proposto dai tre cittadini Christian Bacci, Gaetano Maggiore e Carlo Canciani pare davvero aver fatto centro. La prossima mossa spetta al Comune: entro mercoledì la telenovela potrebbe vivere l'ennesimo colpo di scena.

Riccardo Tosques

 

 

A Trieste oltre 200 geologi per un piano "salva ghiacci" - La comunità internazionale di esperti si riunisce in una cinque giorni targata Ogs
Obiettivo la definizione di linee guida da consegnare ai grandi decisori mondiali
TRIESTE - Le calotte polari ci dicono che un aumento di anidride carbonica e di temperatura così accelerato non si era ancora mai verificato nel passato, o perlomeno, negli ultimi 800mila anni. Oramai la comunità scientifica concorda sul fatto che a premere l'acceleratore sul riscaldamento globale sia l'uomo. Come sta rispondendo la calotta antartica, principale riserva di ghiacci del nostro pianeta, al cambiamento climatico e come potrebbe reagire ad un ulteriore aumento delle temperature e di CO2 nell'atmosfera? E quindi, quanto velocemente potrebbe innalzarsi globalmente il livello del mare? La comunità antartica internazionale, con oltre 200 esperti, si riunisce alla Stazione marittima di Trieste da oggi al 15 settembre per delineare le priorità e linee d'azione future nell'ambito della conferenza Past Antarctic Ice Sheet Dynamics (Pais), organizzata dall'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale - Ogs, in collaborazione con l'Antarctic Research Center dell'Università di Wellington (Nuova Zelanda) e con il supporto dello Scar (Scientific Committee for Antarctic Research) e di altre istituzioni internazionali. L'obiettivo principale è fornire indicazioni più accurate possibili all'Ipcc (Intergovernamental Panel of Climate Change) per poter fare previsioni sul futuro climatico del nostro pianeta nell'ottica di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5-2°C, come sottoscritto dall'accordo di Parigi (COP21 Conference of Parties), firmato da 195 nazioni, tra cui non compaiono gli Stati Uniti. Spiega Laura De Santis, geofisica dell'Ogs, veterana delle spedizioni scientifiche in Antartide, all'attivo ben cinque missioni di cui l'ultima sulla nave Ogs Explora, per il Programma nazionale delle ricerche in Antartide, si è conclusa a marzo 2017: «Si tratta di un'importante occasione per presentare e discutere i più recenti risultati delle analisi e misure condotte in Antartide. Il fine è, integrando tali dati con le simulazioni numeriche, comprendere la relazione tra riscaldamento climatico, circolazione oceanica e stabilità della calotta antartica per cercare di capire come il nostro pianeta stia reagendo al cambiamento climatico». Al termine del convegno, sarà preparato un documento a cura degli scienziati con le linee guida destinate ai decisori politici mondiali. Rileva De Santis: «Stiamo assistendo ad un assottigliamento dei ghiacci abbastanza veloce in alcune zone dell'Antartide, non tutte per fortuna, solo quelle dove la calotta appoggia sul fondo del mare, più sensibili al riscaldamento dell'oceano. Però - prosegue la ricercatrice - se tutte queste aree a un certo punto rimanessero scoperte di ghiaccio, anche la parte terrestre più resistente e stabile, potrebbe diventare più vulnerabile perché non avrebbe la protezione della cintura dei ghiacci e, anche questa, sarebbe sottoposta a un processo di assottigliamento». L'Antartide è un luogo privilegiato per studiare i cambiamenti climatici, quest'area svolge un ruolo di primo piano nella regolazione del clima in quanto le masse d'acqua fredda che si formano qui sono i motori principali della circolazione oceanica terrestre. Entrambi i poli, Artico e Antartide, risentono di più del riscaldamento della temperatura e del cambiamento climatico, in altre parole sono più sensibili. Se infatti alle medie latitudini la temperatura aumenta di 1-2°C, alle alte latitudini cresce anche di 4-5°C, ciò è particolarmente drammatico per le aree polari perché qui si trovano i ghiacci. Lo scioglimento dell'enorme volume di ghiacci che si trova nelle aree continentali, soprattutto dell'Antartide, comporterebbe un aumento del livello del mare di diversi metri. «Quindi - commenta la ricercatrice - andare lì, è il modo migliore per poter prevedere i cambiamenti futuri anche grazie ai sedimenti del fondale marino, praticamente degli archivi paleoclimatici, che ci dicono cosa è successo in passato in condizioni climatiche più calde rispetto a quelle attuali». La Nave Ogs Explora ha effettuato l'ultima campagna di ricerca in Antartide da gennaio a marzo 2017 navigando il Mare di Ross, una ampia baia dell'Antartide, riepiloga De Santis: «Posto che serviranno almeno due anni per elaborare i dati scientifici, abbiamo delle scoperte importanti nel cassetto, di sicuro impatto. Proprio per la mancanza di ghiaccio (è stato un anno particolarmente caldo in Antartide anche per un fenomeno ciclico denominato El Niño, ndr) abbiamo navigato in zone del Mare di Ross mai raggiunte da nessuno e abbiamo acquisito dati importanti e unici che ci permetteranno di aggiungere un tassello al grande puzzle della calotta che attualmente è conosciuta solo in piccola parte».

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 9 settembre 2017

 

 

Esperti a confronto per collegare la città al Porto vecchio - Si parte dai 2,8 milioni dell'Ue per la mobilità sostenibile

Dal 13 al 15 settembre se ne parla al Trieste Portis meeting
L'Unione europea ha stanziato 2,8 milioni di euro per ripensare gli spazi portuali e urbani di Trieste in direzione della mobilità sostenibile. Il finanziamento, che si inserisce all'interno del più ampio progetto Civitas Portis, sarà in larga parte investito nella riqualificazione del Porto vecchio. Dati e obiettivi sono stati riferiti ieri durante una conferenza stampa indetta dall'assessore all'Urbanistica e ambiente, Luisa Polli. Gli appuntamenti iniziano già la prossima settimana, con il Trieste Portis meeting: il 15 settembre l'attore Lino Guanciale, "ambasciatore" di Trieste Portis, sarà l'ospite d'eccezione del Porto vecchio. Un nuovo paradigma. Un vero e proprio «cambiamento culturale» è l'obiettivo che Polli si prefigge di realizzare grazie a Civitas Portis. Partner del Comune nel progetto sono l'Autorità portuale dell'Adriatico orientale, l'Area science park, la Trieste Trasporti e l'Università di Trieste. «La nozione di "traffico" è superata - ha detto l'assessore -. Redigeremo un Piano urbano di mobilità sostenibile: concetto in grado di rendere conto non solo delle automobili ma anche dei ciclisti, dei pedoni e delle persone con disabilità». La sfida, ha continuato Polli, sarà «integrare il Porto vecchio nel Piano urbano».Le altre misure annunciate sono: la creazione di una piattaforma informatica dei trasporti per fornire informazioni in tempo reale; la nascita di un ufficio tecnico "multigovernance" per lo sviluppo del Porto vecchio; la promozione della "soft-mobilità"; lo sviluppo di un sistema integrato di gestione dei parcheggi a pagamento; il monitoraggio delle merci e la regolamentazione degli accessi alle aree portuali. Tali misure saranno volte al «miglioramento dell'accessibilità alla zona costiera» e allo «sviluppo del mercato crocieristico con opzioni di mobilità urbana sostenibile per i turisti». Il progetto - Collegare i centri urbani ai loro porti, nel segno della mobilità sostenibile. Ecco in sintesi lo scopo del progetto europeo "Civitas portis", che nei prossimi quattro anni coinvolgerà sei realtà portuali internazionali per un totale di 33 partenariati: Trieste in Italia, Aberdeen in Inghilterra, Costanza in Romania, Klaipeda in Lituania e Anversa (coordinatrice dell'iniziativa) in Belgio fungeranno da "città-laboratorio". A queste si aggiunge Ningbo, porto affacciato sul mar Cinese orientale. Con il sostegno dell'Unione europea, le città coinvolte collaboreranno allo scopo di «implementare misure innovative e sostenibili per migliorare l'accesso a città e porto». L'iniziativa si concluderà nel 2020 e inizierà a concretizzarsi, nel capoluogo giuliano, già a partire dalla prossima settimana. Dal 13 al 15 settembre si svolgerà infatti il Trieste Portis meeting, una tre giorni cui parteciperanno sia esperti europei che normali cittadini e alunni delle scuole. La tre giorni - Le prime due giornate saranno riservate al personale tecnico, mentre venerdì 15 settembre gli appuntamenti per le scuole e per il pubblico concluderanno in bellezza la rassegna. "Data management", "governance" e "decision making" sono alcuni dei temi che saranno trattati al Savoia Excelsior Palace durante le sessioni di lavoro a porte chiuse, stando al programma. L'agenda del giorno 15, ambientata nella Centrale idrodinamica del Porto vecchio, è invece pensata per tutti: alle 9 visita guidata per gli studenti delle scuole medie; alle 15 premiazioni del concorso "Oggi mi muovo così, domani..." cui hanno partecipato i bambini dei ricreatori comunali; alle 16 reading di Nati per leggere, rivolto alle famiglie con bimbi dai 3 ai 6 anni. Alle 17, infine, l'ospite d'onore sarà Lino Guanciale. Il testimonial di Trieste Portis è l'attore protagonista de "La porta rossa", la serie ambientata nel capoluogo giuliano che ha esordito in televisione a febbraio. La mattina due eventi si svolgeranno anche nel palazzo del Comune: political meeting alle 9 e, alle 12, la conferenza stampa

Lilli Goriup

 

 

COMUNE - Doppia mossa a tutela dello stagno di Contovello
TRIESTE - Buone notizie per la comunità di Contovello e per coloro che si impegnano per la tutela e la valorizzazione dei beni ambientali. A seguito di un sopralluogo effettuato dal sindaco, è stato deciso di attivare nuove strategie per salvare l'antico stagno del paese. Attraverso la captazione delle acque piovane e la predisposizione di un attacco alla rete idrica si cercherà finalmente di tutelare un sito unico nel suo genere. Assieme all'area di Percedol e a quella di Trebiciano, il laghetto di Contovello è uno dei più grandi della provincia. Da tempo lo stagno giace in grave degrado, in perenne bisogno d'acqua, perché privato dalle sue vene sotterranee, in qualche modo deviate da alcuni vicini interventi edilizi. A complicare la situazione la perenne maleducazione e ignoranza di ignoti che, di continuo, hanno messo a repentaglio la vita delle creature autoctone di questo delicato ecosistema, immettendovi pesci rossi, tartarughe e vegetali estranei e inadatti. Accanto agli allarmi e le segnalazioni periodicamente lanciati dalla circoscrizione di Altipiano Ovest e dei naturalisti e tutori degli stagni, è recente l'intervento dalla presidente della Comunella di Trebiciano Katja Kralj per la salvezza del laghetto di quella località e di tutti quelli carsici, a forte rischio per le mutate condizioni ambientali e per gli evidenti cambiamenti climatici. Assieme alla presidente del primo parlamentino Maja Tenze, al rappresentante di AcegasApsAmga Federico Trevisan, il sindaco ha effettuato, come detto, un sopralluogo sul posto. «L'obiettivo - ha spiegato il sindaco - è ridare vita e dignità a questo antico stagno, rivitalizzando nel contempo l'intera area. L'intervento prevede la realizzazione di alcune griglie sugli assi principali che portano verso lo stagno, in maniera da captare e canalizzare le acque piovane. Inoltre verrà predisposto un attacco alla rete idrica. Vi potrà accedere solo personale tecnico nei periodi in cui siccità e calore metteranno a dura prova l'esistenza del bacino».

Maurizio Lozei

 

 

CLIMA IMPAZZITO - SI DEVE AGIRE
Cataclismi meteorologici in Florida e nei paradisi caraibici. In Usa nemmeno il tempo di riprendersi dallo sfacelo di Harvey ed è l'ora di correre ai ripari da Irma. Continua l'allerta nella sponda opposta dell'Atlantico, con situazioni apocalittiche. Nell'isola di Barbuda distrutto il 90 per cento degli edifici. Antille devastate. A Miami milioni di persone prese dalla disperazione e dalla paura sono in fuga verso nord. Anche il ciclone Josè al largo delle coste del Venezuela cresce d'intensità raggiungendo categoria 3. È in via di formazione una quarta perturbazione nel mare del Messico, Katia. Pur non essendoci una correlazione diretta tra cambiamento climatico e formazione degli uragani, esiste una incidenza sul potenziamento dell'intensità degli eventi, dovuta all'aumento di temperature e umidità. Se volgiamo il nostro sguardo a Est, purtroppo, il colore dei cieli non cambia. La catastrofe climatica incombe sull'Asia, dove durante l'estate per le piogge monsoniche migliaia di persone hanno perso la vita. Frane, crolli di edifici e ponti, inondazioni tra le peggiori mai viste nel secolo, provocando milioni di sfollati in intere aree. Scorriamo le notizie di questi ultimi mesi. In Cina, 7 luglio: le pesanti piogge che si sono abbattute nella provincia dello Hunan, ininterrottamente dal 22 giugno, hanno causato il peggior disastro naturale della zona negli ultimi 60 anni. Il 56 per cento dell'intera popolazione della contea ha subito danni ingenti. Le perturbazioni colpiscono il Giappone, 10 luglio: il governo di Tokyo ha dispiegato migliaia di uomini per far fronte all'emergenza. Poche ore dopo a molti chilometri di distanza, a New Delhi 11 luglio: un'ondata di maltempo ha colpito l'India nord-orientale causando la morte di almeno 24 persone. Le perturbazioni non risparmiano il Vietnam. Hanoi, 6 agosto: il comitato centrale per i disastri naturali ha reso noto che a causa del maltempo si registrano danni a strade, coltivazioni e impianti di irrigazione. Circa cinquemila persone tra soldati, agenti di polizia e volontari sono impegnati nelle ricerche dei dispersi. Pochi giorni fa, montagne del Nepal, 30 agosto 2017: «Le piogge di quest'anno sono state al di fuori delle nostre aspettative, non ci siamo preparati in modo adeguato. Siamo consapevoli delle sofferenze e del dolore delle persone colpite ma stiamo facendo il possibile per aiutarli» ha dichiarato un portavoce del governo di Katmandu durante la fase di soccorso alla popolazione. E mentre Harvey e poi Irma si infrangevano sulle coste degli Usa e i monsoni sbattevano sull'Asia, anche in Italia ci siamo trovati a fare i conti con un'altra crisi climatica. Colpiti da una siccità senza precedenti. Nell'estate di Lucifero il calo delle precipitazioni è stato imponente: -47,4% rispetto alla media. Raggiungendo punte estreme dell'80%, in meno. Un'aridità che si stima abbia provocato danni per oltre due miliardi di euro. Con molte regioni che hanno chiesto al governo lo stato di calamità naturale. Occorreranno mesi di pioggia per riportare il suolo italiano in condizioni normali e ricostituire le riserve di acqua persa negli ultimi otto mesi. In Medioriente manca acqua nei fiumi. Evapora il Mar Caspio, ad un ritmo tale che la parte settentrionale del più grande lago salato al mondo potrebbe sparire prima della fine del secolo. Mentre, proiezioni dell'Onu lanciano l'allarme per l'innalzamento del livello del mare di un metro nei prossimi decenni. Erosione della costa, desertificazione degli ambienti mediterranei, dissesto idrogeologico in ambienti a clima piovoso, sono tutti effetti del cambiamento climatico globale. È in corso una "tropicalizzazione del clima", e se non verranno prese misure per frenare il surriscaldamento climatico l'effetto sarà devastante, arrivando a interessare due persone su tre solo in Europa. In uno scenario che si prospetta drammatico. Per mettere in sicurezza il pianeta occorrono risorse e cooperazione, rispetto per l'ambiente e ricerca, applicare gli accordi internazionali, come Cop21. Muoviamoci

ALFREDO DE GIROLAMO

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 8 settembre 2017

 

 

Arrivano i pannelli solari sopra l'ex Pescheria - Affidato per 370mila euro l'appalto per l'installazione di una sottile guaina fotovoltaica a impatto zero
Si sblocca finalmente uno degli appalti "impossibili" del Comune di Trieste. L'ex Pescheria, il Salone degli incanti, si appresta ad essere coperta da una guaina fotovoltaica. Un progetto di sostenibilità energetica, finanziato con quasi 500 mila euro di fondi Pisus, che risale a sei anni fa ma che è finito bloccato prima dal famigerato Patto di stabilità e poi dalle modifiche del Codice sugli appalti. Ora, finalmente, si è arrivati all'aggiudicazione dell'appalto per la cifra complessiva di 370mila euro alla C.P. Costruzioni di Trieste che dovrà installare la guaina fotovoltaica sul tetto dell'ex Pescheria in 150 giorni. Il progetto, per capirsi, era stato approvato dalla giunta di Roberto Cosolini a metà novembre del 2011. L'intervento prevede l'installazione di una guaina fotovoltaica scura e non riflettente sulla copertura dell'ex Pescheria. Un'opera a impatto visivo pressoché nullo e dalla resa garantita anche nei giorni di cielo coperto. Il progetto era stato inserito tra le richieste di cofinanziamento in Regione dall'amministrazione cittadina nella cornice dei Pisus (ovvero i Piani integrati di sviluppo urbano sostenibile) attraverso i quali vengono veicolati una serie di fondi comunitari per «incrementare la qualità dell'ambiente urbano». Il progetto risulta finanziato al 77% dalla Regione (il restante 23% spetta al Comune). L'obiettivo è «l'installazione sulla copertura rifinita attualmente con guaina ardesiata» di «un sistema impermeabile fotovoltaico con caratteristiche innovative a film sottile a tripla giunzione». Una tecnologia, questa, grazie alla quale le componenti blu, verde e rossa «dello spettro della luce solare» possono essere assorbite proprio «in modo frazionato dai differenti strati presenti». Così «le celle producono energia anche con irraggiamento solare indiretto, con luce diffusa e con bassi livelli di insolazione». Il sistema insomma funziona «con qualsiasi condizione atmosferica». Ma c'è di più: la guaina - si legge nel prospetto tecnico - è talmente sottile (e pure removibile) da risultare praticamente invisibile. L'opera è stata progettata dall'Ufficio tecnico del servizio Lavori pubblici del Comune e porta la firma dell'architetto Carlo Nicotra. A lavoro terminate il Salone degli incanti diventerà un modello dal punto di vista del consumo energetico a emissione zero di Co2.

(fa.do.)

 

 

I cittadini di Zindis ripuliscono il loro rione - Adulti e bambini insieme hanno "lavorato" tra il parco Robinson e il campo giochi vicino all'istituto Zamola
MUGGIA - Quasi una risposta a tono, come a voler sottolineare che l'inciviltà non l'avrà mai vinta. Nel giorno in cui Muggia si risvegliava con l'ennesimo sfregio al suo patrimonio pubblico - i danneggiamenti compiuti da ignoti agli arredi della Biblioteca comunale - una quarantina di cittadini residenti a Zindis hanno deciso di tirarsi su le maniche e iniziare a ripulire parte del rione. Dal parco Robinson e dal vicino campo giochi a fianco della scuola Zamola è andata in onda martedì scorso una nuova edizione di "Pulizia partecipata", il tradizionale appuntamento che vede coinvolti, in collaborazione con il Servizio Ambiente del Comune di Muggia, la Microarea di Zindis con la Cooperativa sociale La Collina, i volontari del Cai, i bambini del Ricremattina e gli stessi abitanti di Zindis. Il lavoro si è concentrato vicino alla scuola. Muniti di cesoie, rastrelli e sacchi neri i bambini del Ricremattina, con i volontari del Cai-Sag di Muggia, hanno sistemato l'area verde del parco giochi e, dopo aver spazzato e rastrellato il campo, si sono divertiti a riempire di foglie secche i sacchi portati dagli adulti. Il tutto mentre altri volontari del Cai, con gli operai comunali, terminavano la pulitura di vistose scritte che negli ultimi giorni erano comparse a imbrattare alcune porte della scuola. La mattinata di lavoro in compagnia si è conclusa degnamente con un lauto rinfresco nella Microarea di Zindis realizzato dagli abitanti del rione e con la preziosa collaborazione del Gruppo Orto sociale Zindis. «Imbrattamenti, resti di merenda o "semplici" mozziconi nelle caditoie sono gesti ugualmente deplorevoli perché tutti vanno a danneggiare la cosa pubblica», così il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Non esistono gesti incivili più o meno innocui, e chi "degrada" dovrebbe tenere a mente che in realtà "viene degradato" dal suo stesso agire. Prendersi cura insieme di un luogo pubblico è il modo più efficace per riappropriarsene. Bisogna cambiare la prospettiva della percezione del bene comune. Fare parte di una comunità vuol dire in qualche modo impegnarsi un po' per renderla migliore. Lo si può fare in tanti modi e ognuno è libero di scegliere quello più confacente ai propri interessi, al proprio tempo e alle proprie passioni, senza mai dimenticare però che Muggia siamo noi e, in un modo o nell'altro, siamo noi a fare la differenza».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 7 settembre 2017

 

 

Alloggi e posti auto in Borgo Teresiano
Lo spostamento della zona di carico e scarico, la ridefinizione degli attraversamenti pedonali e poi la viabilità del tratto che da via Torrebianca porta verso via Machiavelli. Luisa Polli, assessore comunale all'Urbanistica, nell'illustrare nei dettagli la modifica al piano del traffico contenuta nella delibera di giunta dello scorso giugno a supporto del progetto di pedonalizzazione e pavimentazione di via XXX Ottobre, sottolinea come nell'adottare le modifiche si sia tenuto conto delle esigenze di commercianti, residenti, ciclisti e automobilisti. Il tratto che non verrà completamente pedonalizzato ma che godrà di una soluzione identica a quella proposta in via Trento, con il marciapiedi più ampio, sarà quello tra le vie di Torrebianca e Machiavelli. Una decisione pesa anche a fronte di un nuovo progetto immobiliare che a breve vedrà partire un nuovo cantiere in via Machiavelli dove, al civico 19, la Borgo Teresiano srl realizzerà 15 unità abitative e 20 posti macchina. «L'operazione di pavimentazione di via XXX Ottobre - ha spiegato Polli - toglie rispetto alla situazione attuale al massimo sette posti macchina, ovvero quelli nel tratto tra via di Torrebianca e via Machiavelli sul lato opposto agli uffici di Equitalia». I parcheggi sul lato dell'agenzia di riscossione resteranno. «Il resto della via era già in zona Ztl o pedonale - aggiunge - la soluzione adottata consentirà ad un maggior numero di pubblici esercizi di disporre di un dehors». All'incrocio con le vie Milano e Valdirivo verranno sistemati dei semafori e le strisce pedonali ridisegnate nella parte centrale dell'attraversamento, così come è stato fatto in via San Nicolò, anche per rendere più fluido l'attraversamento dei ciclisti. Nei mesi scorsi l'amministrazione comunale ha incontrato tutti gli esercenti di via XXX Ottobre che da anni si battevano per la completa pedonalizzazione e la pavimentazione di quella strada. «In questi giorni stanno ricevendo le lettere da parte del Comune che indica loro nel dettaglio quando devono ritirare i loro dehors, - spiega Elisa Lodi, assessore comunale ai Lavori Pubblici - tavolini, sedie ed espositori dovranno essere rimossi man mano che il cantiere proseguirà lungo la via». Il cantiere da 800 mila euro partirà il prossimo 11 settembre. Cinque i lotti nei quali è stato suddiviso l'intervento. Il primo riguarderà il tratto che dal via del Lavatoio si estende fino a via Milano. Il secondo partirà dopo il 9 ottobre, dopo la Barcolana, e riguarderà la parte che da via Milano arriva fino in via Valdirivo. «Con l'inizio del secondo lotto - precisa Polli - avverrà anche l'istituzione della nuova area di carico e scarico, concordata con i commercianti, e che sarà in via Mercadante».La terza fase dei lavori partirà a novembre e si concluderà agli inizi di febbraio e coinvolgerà la parte che da via Valdirivo arriva in via Torrebianca. Da gennaio a metà marzo sarà la volta del tratto finale della via che da via Machiavelli arriva in piazza Sant'Antonio. L'ultima fase dei lavori inizierà a marzo e si concluderà tra maggio e giugno 2018 e interesserà il tratto che da via Torrebianca raggiunge via Machiavelli.

Laura Tonero

 

 

C'è il "porta a porta" - Tassa sui rifiuti più salata a Muggia - Rincari sulla Tari fino al 30% in vista dell'avvio del servizio

Il Comune: «Bisogna coprire i costi per i nuovi contenitori»
MUGGIA - Aumenti sulla bolletta dei rifiuti. Questa la spiacevole sorpresa che nelle ultime settimane sta coinvolgendo i cittadini residenti a Muggia. L'incremento della Tari, ovviamente, non è passato inosservato. Anche perché i rincari hanno sfiorato in alcuni case anche il 30%. L'avvio della raccolta "porta a porta", inizialmente preannunciato entro l'inizio di autunno, è stato posticipato ai primi mesi del 2018, come ha spiegato di recente l'assessore all'Ambiente Laura Litteri.Il nuovo servizio, affidato alla partecipata Net, prevede dei corsi di formazione ad hoc nelle scuole muggesane che dovrebbero partire proprio con l'inizio del nuovo anno scolastico. Ai cittadini, invece, verrà consegnato del materiale informativo sulla nuova modalità di raccolta, ma soprattutto, a fine anno, verranno forniti alle famiglie, ai condomini e alle attività commerciali i nuovi bidoncini per differenziare l'immondizia e applicare concretamente la raccolta "porta a porta". E proprio i costi per l'acquisto di questi raccoglitori si sono ripercossi sulla bolletta come racconta l'assessore al Bilancio e ai Tributi di Muggia Mirna Viola: «Il prevedere l'ammortamento già da questo anno, al di là dei tempi di distribuzione dei raccoglitori, è servito a contenere l'aumento di imposta per gli anni successivi. Ovvio che distribuendo in un numero d'anni maggiore la spesa, l'incidenza dell'aumento annuo nelle tasche dei cittadini è minore». Per legge la Tari deve coprire per intero i costi del servizio di gestione dei rifiuti. «Un servizio che quest'anno prevede la raccolta dei rifiuti anche nel nuovo tratto di costa messo a disposizione alla collettività e l'intensificazione della raccolta in alcune località del territorio», puntualizza Viola. Un'estensione quantitativa di raccolta, quindi, che, di contro, «deve rispondere ad una riduzione del numero di coloro sui quali incide la distribuzione dei costi». Gli uffici comunali, in collaborazione con Insiel, hanno fatto poi delle nuove verifiche per avere esattamente la stima dei nuclei familiari presenti a Muggia nell'anno in corso: «È stata registrata una diminuzione rispetto alle statistiche precedenti. È sceso, cioè, il numero degli utenti sui quali, per legge, vanno distribuiti i costi del servizio. Anche questo dato - puntualizza Viola - ha ovviamente inciso sulla distribuzione dei costi per utenza domestica e non». L'altro elemento da tenere in considerazione, poi, è il rapporto quota fissa/variabile. Come evidenziato dai calcoli che si possono verificare nel Regolamento per l'applicazione dell'imposta unica comunale Iuc, pubblicato sul sito del Comune, la Tari è composta da una quota fissa (che si riferisce alla superficie) e da una variabile (che fa riferimento al numero di persone).«Il quadro economico del costo dei servizi, in base alle nuove modalità di raccolta e smaltimento, costituito secondo le norme di legge, viene a gravare maggiormente sulle voci che incidono sulla quota fissa che attiene all'ampiezza dei locali», spiega l'assessore. Non solo. «Il costo del servizio è suddiviso per il 62% sulle utenze domestiche e per il 38% su quelle non domestiche. Dai dati in possesso dell'Ufficio Tributi - conclude Viola - la Tari è rimasta comunque pari a quella del 2014 e diminuirà negli anni, man mano che si arriverà alla soglia di differenziata prevista dall'Ue».

Riccardo Tosques

 

 

Dai boschi di Piscianzi a Roiano - Il tour notturno del baby cinghiale
È sceso giù dai boschi di Piscianzi per una capatina in centro, magari alla ricerca di cibo o semplicemente per curiosità, vista la sua giovane età. L'incursione notturna di un cinghiale solitario nel rione di Roiano, a pochissime centinaia di metri in linea d'aria dalla stazione centrale dei treni, complice la tecnologia di oggi, non è riuscita proprio a passare inosservata. Il video, che in poche ore ha fatto il giro del web, immortala l'animale vicino alla chiesa dei Santi Ermacora e Fortunato Martiri, raggiunta probabilmente da via Sara Davis o da via dei Moreri. Dopo un rapido giretto attorno alla piazza il cinghiale ha poi svoltato a destra verso via Barbariga percorrendola tutta, prima sul marciapiede e poi lungo il centro della carreggiata. Una volta giunto all'incrocio con via Udine il video si è interrotto bruscamente, lasciando spazio all'immaginazione su quale possa essere stato il proseguimento della movimentata serata del robusto mammifero. Dalle immagini filmate si evince che l'esemplare protagonista della passeggiata cittadina è un maschio dell'età di poco inferiore all'anno, del peso di circa 40 chili, quasi sicuramente un giovane in dispersione, ossia in fase di allontanamento dalla famiglia. Vista la discreta confidenza con il tessuto urbano e la relativa tranquillità con cui si comportava nonostante la presenza delle persone durante la realizzazione del filmato, il giovane suino selvatico potrebbe essere un esemplare già «pasturato», ossia abituato ad essere nutrito appositamente dall'uomo. «Ho visto il video, e c'è poco da stupirsi: i cinghiali oramai sono più presenti in periferia che in Carso. Il prossimo step, molto probabilmente, sarà il centro cittadino», racconta Nicola Bressi, esperto naturalista triestino del Museo Civico di Storia di Naturale. La presenza di questi mammiferi è oramai capillare su tutto l'arco suburbano che va da Barcola a Longera. Tanti e in crescita, oramai, i casi eclatanti che hanno fatto "letteratura" a Trieste. Nel novembre del 2008 un cinghialotto di circa un anno si calò dal bosco del Farneto piombando in centro città e giungendo piazza Volontari Giuliani dopo aver percorso un tratto del viale XX Settembre. Solo dopo un inseguimento lungo e complesso, vista la sua agilità, una squadra di vigili del fuoco riuscì a immobilizzare il cucciolo. Nell'ottobre del 2015 un cinghiale scappò da un allevamento girovagando per il rione di Borgo San Sergio. Nella sua fuga "visitò" l'edicola di via Curiel, davanti al capolinea della 21, e fece poi razzia all'osteria "La Scaletta", dove venne poi sedato dalla Polizia ambientale dell'allora Provincia. Più recentemente un cinghiale di 60 chilogrammi, invece, venne ritrovato morto nelle acque davanti a bagno ferroviario. Quest'anno poi diversi maiali selvatici sono stati immortalati in strada del Friuli, sino al Faro della Vittoria, e in via Cumano, nella zona di Montebello. Una presenza sempre più massiccia che ha costretto a turni di superlavoro gli uomini del Corpo forestale. In sei mesi nelle zone urbane e suburbane (non in Carso, dunque) gli interventi effettuati sono stati circa una settantina. Interventi finalizzati peraltro non a contenere la specie, ma a garantire il ripristino della pubblica sicurezza. Le aree più gettonate dagli ungulati? Longera, Piscianzi, Melara, la zona dell'Università centrale e Cologna. Proprio qui, di recente, vennero sorpresi sei esemplari, tutti vispi e in piena salute, che passeggiavano allegramente nel giardino dell'istituto comprensivo Commerciale, a pochi passi quindi dalle porte delle aule dei piccoli alunni. Insomma, il tour a Roiano del cinghialotto star del we è solo l'ultima "prodezza" di una specie ormai sempre più abituata, anche a causa dei comportamenti umani, a lasciare i boschi dell'altipiano e a camminare sui marciapiedi dei rioni periferici, in cerca del cibo che molti umani lasciano a loro disposizione in maniera sconsiderata.

Riccardo Tosques

 

Quegli incroci con i maiali selvatici - Le scelte fatte per evitare l'estinzione hanno prodotto una specie molto resistente
«Verso la fine dell'Ottocento i cinghiali erano quasi estinti nelle nostre zone. Esistevano solo delle colonie nella parte orientale della Slovenia, in Toscana e in Sardegna. Per reintrodurre questa specie sono stati fatti diversi incroci con cinghiali provenienti da ceppi diversi, fattore che ha reso quella triestina una specie molto, molto resistente». Il naturalista Nicola Bressi non ha dubbi. Studi scientifici parlano di un vero e proprio dna modificato nei cinghiali triestini in seguito all'incrocio con i maiali selvatici provenienti dall'allora Jugoslavia centrale, già di per se stessi mescolati con cinghiali dell'Europa centro-orientale (Germania e Cecoslovacchia i paesi più gettonati). E poi c'è la storia più recente, quella degli anni Novanta, in cui vagonate di cinghiali arrivarono sull'altipiano carsico dal Centro Italia. I suini vennero rinchiusi inizialmente in un'area agricola adiacente alla cava Faccanoni, gestita prima dalla Sicat e poi dalla Fintour. L'uomo di riferimento era sempre uno però, Quirino Cardarelli, ex ufficiale dei corazzieri divenuto successivamente manager. La leggenda narra addirittura che quegli animali vennero regalati al Cardarelli niente meno che da un ex presidente della Repubblica: Giuseppe Saragat. In seguito ad un misterioso "incidente" (non si sa se voluto o meno), una trentina di cinghiali riuscì a scappare insediandosi liberamente nel Carso. «Quegli animali erano stati peraltro ibridati con i normali maiali: non a caso, normalmente, sono dicembre e gennaio i momenti migliori per gli accoppiamenti, mentre i nostri cinghiali sono praticamente sempre attivi, proprio per l'incrocio fatto con i maiali», aggiunge Bressi. Ma i cinghiali hanno vita facile nelle nostre zone anche per altri motivi. In primis questi mammiferi non hanno quasi più degli antagonisti naturali. Lupi e linci sono specie rare se non rarissime nelle nostre zone. Di fatto l'unico predatore del cinghiale è proprio l'essere umano. E nonostante vi siano sanzioni che vanno dai 516 ai 2mila 65 euro con possibile arresto dai 2 ai 6 mesi per chi viene trovato a dar da mangiare a questi mammiferi, nelle nostre zone, grazie all'uomo, questi animali trovano agevolmente da mangiare. «Alcuni esemplari si recano con più o meno facilità nei campi e negli orti non protetti, altri invece vengono addirittura sfamati direttamente da persone che non hanno capito che questo comportamento è da evitare assolutamente», puntualizza Bressi. L'ultima considerazione del naturalista riguarda il ruolo dei contadini: «Una volta c'era molta più fame di oggi. Chi abitava in Carso, se vedeva un cinghiale, non esitava a sparare per avere della carne da mettere sotto i denti. Ora le usanze sono cambiate». Loro, gli ungulati, ringraziano.

(r.t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 6 settembre 2017

 

 

Settimana europea della mobilità orfana del Comune - Il municipio non conferma il sostegno. Ciclisti rammaricati - Polli: «Appoggiamo il contemporaneo progetto Portis»
Le associazioni del settore stanno comunque organizzando degli eventi: sabato apre il Rampigada Santa Village all’Obelisco

Il Comune di Trieste non aderirà alla Settimana europea della Mobilità sostenibile, in programma dal 16 settembre, con rammarico degli appassionati delle due ruote in città, pronti comunque a dar vita a diverse iniziative. Di risposta l’assessore comunale all’Ambiente Luisa Polli spiega che l’amministrazione ha scelto di valorizzare un altro evento, sempre a carattere europeo, che sarà presentato in una conferenza stampa venerdì. A Trieste la Settimana europea della Mobilità sostenibile si aprirà comunque sabato 16 settembre all’Obelisco, dalle 12, con il Rampigada Santa Village, stand dedicati appunto alla mobilità sostenibile con letture, presentazioni e musica, e domenica 17 settembre con la vera e propria Rampigada Santa, corsa o salita in bici su Scala Santa. Una festa per promuovere l’uso della bici in modo divertente, cui parteciperà il campione Simone Temperato, che completerà la salita su una ruota sola. «Al di là dell’ovvio rammarico per la non partecipazione del Comune alla Settimana europea della Mobilità – commenta Diego Manna, tra i promotori della Rampigada Santa e da sempre sostenitore dell’utilizzo delle bici in città – penso che arrivare a una mobilità sostenibile – precisa – rappresenta il futuro ed è un obiettivo condiviso da tutte le forze politiche, tanto che nel suo programma l’attuale sindaco Roberto Dipiazza ha dichiarato di voler arrivare nel medio termine a una bici ogni nove auto sulle strade di Trieste. La Settimana europea della Mobilità serve a ricordarci questo, e il suo messaggio è rivolto a tutti i cittadini d’Europa, prima che alle amministrazioni». Ma com’era organizzata a Trieste nelle annate precedenti la Settimana europea? «Il Comune promuoveva una riunione tra tutte le realtà che mettevano in campo iniziative a due ruote – ricorda Manna – per una sorta di coordinamento, mirato proprio a creare una serie di appuntamenti per i cittadini. Questa volta non c’è stato, anche se la rampigada può contare sul patrocinio dell’attuale amministrazione, ma nulla più. Dal Comune è evidente un disinteresse nei confronti delle bici, questa mancata partecipazione lo dimostra nuovamente, oltre a decisioni che negli ultimi tempi mostrano una certa avversità nei confronti dei ciclisti». Niente calendario con appuntamenti in bicicletta sostenuto dal Comune quindi, che spiega di aver scelto di promuovere un altro evento. «Si tratta del progetto Portis – annuncia Polli – in programma proprio quella settimana, a cui va dato spazio perché non avrà cadenza annuale, sarà un appuntamento speciale del 2017. Lo spiegheremo venerdì in una conferenza stampa. Aderire a entrambe le iniziative era impossibile, ma siamo aperti al dialogo con tutte le associazioni e le realtà che comunque si attiveranno sul fronte delle biciclette. Siamo d’accordo su tutti i principi da loro veicolati e ci piace anche la Rampigada Santa come evento e il grande movimento che crea. Ma per quest’anno – ribadisce – la nostra adesione ufficiale non può andare alla Settimana europea della Mobilità sostenibile». Manna, infine, approfitta per lanciare comunque un messaggio a tutti i cittadini: «Mi piacerebbe che i triestini rispondessero all’appello di questa settimana provando per sette giorni a usare meno l’auto e a spostarsi di più a piedi, in bici o col bus».

Micol Brusaferro

 

Il divieto alle bici va in Consiglio - Il leghista Lippolis non ritira la mozione in commissione. Forza Italia contraria
La mozione sui velocipedi del leghista Antonio Lippolis resta in pista e finirà per fare un giro in Consiglio comunale. Due ore e un quarto di discussione in VI Commissione non sono bastati a disinnescare il possibile divieto alle biciclette di transitare (se non a mano) nelle zone pedonali. «Solo fumo. Due ore e un quarto di fumo e fumo per una questione per la quale basta un po' di buon senso», spiega Salvatore Porro, presidente della Commissione con un passato da ciclista nelle file dell'associazione "Pedale triestino". Ovvero sarebbe sufficiente rispettare il Codice della strada che invita i ciclisti a scendere dal velocipede quando le zone pedonali sono troppo affollate. «Che nessuno si illuda che io ritiri la mozione - ribadisce Lippolis -. In Commissione si è svolta una lunga discussione sulla mia mozione sulle biciclette. Ho ribadito che il problema dei ciclisti maleducati e strafottenti esiste e che dovremo risolverlo. Il vicesindaco Roberti e l'assessore Polli ci stanno lavorando sopra e anche alcuni consiglieri si sono detti pronti, con le proposte alternative, a fare in modo che si vada nella direzione da me auspicata». L'opposizione, con il Pd in prima fila, ha già presentato una "contro mozione". La maggioranza però è tutt'altro che compatta sull'iniziativa leghista. Mentre la Lega frena, Forza Italia pedala. Gli azzurri Piero Camber (capogruppo), Michele Babuber e Alberto Polacco hanno ribadito ieri «la contrarietà alla proibizione» ricordando di avere presentato una mozione per «dotare la Polizia locale di migliori e più moderni mezzi e strumenti per il presidio del territorio, tra cui i monopattini elettrici del tipo di quelli che vengono noleggiati anche ai turisti». E quindi? «Prima di adottare ulteriori divieti risulterebbe quindi auspicabile l'implementazione delle reti ciclabili e il proficuo impiego degli agenti in bicicletta. Richiedere educazione è molto più da amministratori pubblici che il semplice proibire». I tre consiglieri azzurri inoltre avevano recentemente portato all'attenzione dell'amministrazione la proposta (condivisa anche con la Fiab) approvata all'unanimità in Consiglio comunale, per la realizzazione di una nuova pista ciclabile in Porto vecchio, nel tratto tra la sede della Svbg e il centro cittadino.

(fa.do.)

 

 

La Federcaccia "spara" sulla riforma Panontin - Previsti più poteri al Comitato faunistico rappresentato anche dagli ambientalisti
Le doppiette però non ci stanno. Intanto Confagricoltura dà l'ok ma la Lav tuona
TRIESTE - La proposta dell'assessore regionale alla Caccia, Paolo Panontin, per una nuova governance dell'attività venatoria, divide due dei principali portatori di interesse, Federcaccia e Confagricoltura, e scatena le ire della Lav Fvg. La Federcaccia regionale assume una posizione contraria, mentre la Confagricoltura del Friuli Venezia Giulia, anche a nome della altre associazioni agricole, si dice favorevole alle modifiche ipotizzate da Panontin. La proposta è stata avanzata dall'assessore in un convegno a Pozzuolo del Friuli, organizzato proprio dalla Federcaccia con la partecipazione di tutti le principali categorie coinvolte, al quale ha preso parte anche la presidente della Regione Debora Serracchiani. La questione prende le mosse da una sentenza con cui la Corte costituzionale ha cassato, nel 2009, parte dell'articolo 19 della legge regionale sulla caccia varata nel 2008, articolo che ometteva negli organi dell'Associazione unica dei cacciatori la presenza dei rappresentanti degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali. «Da allora - rileva Paolo Viezzi, presidente regionale della Federcaccia - tutto è rimasto fermo in Regione». Oltre a dare risposta della sentenza della Corte costituzionale, la proposta dell'assessore prevede di «ampliare le funzioni del Comitato faunistico regionale, nel quale sono rappresentati tutti i portatori di interesse, in modo che possa svolgere un effettivo ruolo di governance». Secondo Panontin il Comitato faunistico, presieduto dallo stesso assessore regionale alla Caccia, sarebbe costituito da 16 componenti (rispetto ai 15 attuali): cinque i rappresentanti delle associazioni venatorie riconosciute; cinque quelli delle organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative; tre i rappresentanti delle associazioni di protezione ambientale, e tre quelli degli enti locali. Viezzi sostiene che la soluzione proposta da Panontin «non è percorribile», sia per motivi giuridici sia di merito. «Sul piano giuridico - spiega il presidente - il Comitato faunistico è un organo consultivo e di natura pubblicistica, che opera con provvedimenti amministrativi, mentre l'Associazione unica dei cacciatori è un organismo privato che coordina altri organismi privati, che sono le riserve». Quanto al merito, sempre secondi Viezzi, «il criterio per individuare i componenti del mondo venatorio sono diversi da quelli per scegliere i rappresentanti degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali. Una differenza - rincara - che mostra la volontà dell'assessore di controllare le nomine che potrebbe fare il mondo venatorio. E questo è inaccettabile». Viezzi ricorda comunque che Panontin «si è detto disponibile a rivedere la proposta e a discuterne le modifiche», e ribadisce che Federcaccia è decisa a modificare le cose: «Partiamo da qui - afferma - per non restare qui».La proposta dell'assessore incontra invece il favore della Confagricoltura regionale, il cui presidente Giorgio Colutta, al convegno ha preso la parola a nome anche di tutte le altre associazioni agricole.«Siamo favorevoli - spiega Colutta - per due motivi. Innanzitutto Panontin ha proposto di attribuire al Comitato faunistico nuove funzioni operative in termini di gestione dell'attività venatoria. Il Comitato diverrebbe così il braccio operativo della Regione». Il secondo ordine di motivi sta nella riduzione del numero dei distretti venatori, che passerebbero da 15 a 4, e all'ingresso di ciascun distretto delle rappresentanze degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali, «distretti che ora vedono presenti solo i rappresentanti dei cacciatori». Una dura presa di posizione arriva infine dalla Lega antivivisezionista. «Nel Comitato faunistico si creerebbe un evidente e antidemocratico sbilanciamento in favore dei cacciatori - dichiara Guido Iemmi, responsabile istituzionale Lav Fvg -. Oltre ad essere fortemente sbilanciato in favore dei cacciatori, il Comitato faunistico appare anche gravemente antidemocratico. A livello regionale, infatti, i cacciatori rappresentano un'esigua minoranza, attorno all'1%, rispetto ai contrari alla caccia, che da sempre sono l'80% dei cittadini. La Regione - aggiunge - si appresta a violare ancora una volta le norme nazionali in materia di tutela della fauna selvatica».

Giuseppe Palladini

 

 

In secca le sorgenti del fiume Po - Niente acqua dal Monviso per il caldo: «È la seconda volta in 50 anni»
CUNEO - Neppure una goccia d'acqua alle sorgenti del Po, ai piedi del Monviso. Al Pian del Re, a 2.020 metri di altitudine, dove nasce il fiume più lungo d'Italia, tra le rocce sotto la targa "Qui nasce il Po" la vena si è completamente esaurita. Solo pietre asciutte. Non è la prima volta che succede, e poco più a valle il fiume si rianima, grazie ad altre fonti, ma è comunque un evento rarissimo. Sul "Re di pietra", come viene chiamato il Monviso, da anni non ci sono più ghiacciai e due mesi senza piogge hanno estinto anche i nevai lasciati da una primavera generosa. Aldo Perotti, gestore del rifugio "Albergo Pian del Re", conosce questi luoghi meglio di chiunque altro. La sua famiglia gestisce la locanda da oltre un secolo. «Nel corso della mia vita - racconta - avrò visto la sorgente del Po all'asciutto due o tre volte. Nell'ultimo mezzo secolo forse questa è la seconda volta che accade. Sopra il Pian del Re non c'è più un briciolo di neve, ed evidentemente le falde si sono abbassate». Per trovare l'acqua basta percorrere scendere qualche centinaio di metri. I piccoli rivoli che scendono dai laghi Fiorenza e Superiore alimentano il letto del Po e già pochi chilometri a valle, a Pian della Regina, è un torrente rigoglioso. «Decine di anni fa - racconta ancora Perotti - mio nonno provò a versare alcune sostanze coloranti nei laghi che si trovano a monte del Pian del Re, per capire da dove provenisse l'acqua della sorgente del Po. E scoprì che non arriva dai laghi, ma da una falda sotterranea alimentata in profondità, chissà dove sotto il Monviso. È acqua pura, cristallina, che sgorga in questo punto probabilmente da migliaia di anni». Quest'anno il caldo anomalo di maggio e giugno ha sciolto rapidamente gli accumuli di neve. L'estate ha fatto il resto. Praticamente - continua Perotti - non piove da due mesi. Lo zero termico è oltre i 4.000 metri. Le riserve di acqua e i ghiacci sotto le morene si sono sciolti e abbassati». Più a valle l'acqua c'è, perché il fiume è fatto di falde sotterranee che trasportano in pianura grandi quantità d'acqua, alimentando le risorgive, ma simbolicamente quella sorgente senza nemmeno una goccia d'acqua rappresenta il simbolo di un'estate senza pioggia che verrà ricordata a lungo, anche qui dove l'acqua non è mai mancata. In questo angolo di provincia di Cuneo, nel pianoro a quota 2.020 dove si narra sia transitato anche Annibale con il suo esercito di 30mila uomini e 40 elefanti, probabilmente è stata scritta un'altra pagina della storia sui cambiamenti climatici.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 5 settembre 2017

 

 

Tensione sindacati-Arvedi in attesa del tavolo a Roma - L'azienda apre sulla sicurezza ma di piano industriale si parla solo al ministero il 28
Confermato il pacchetto di scioperi in mano alle Rsu dopo l'incontro di ieri a Servola
Resta sul tavolo il pacchetto di 16 ore di sciopero ancora in mano ai sindacati per la Ferriera di Servola, dopo che ieri pomeriggio si è tenuto un incontro con l'azienda che le sigle concordano nel definire «meramente interlocutorio». Il faccia a faccia è avvenuto dopo che, venerdì scorso, i lavoratori dell'impianto avevano incrociato le braccia, consumando le prime otto ore del pacchetto di scioperi. I sindacalisti rilevano che ieri, al netto di un'apertura sul tema sicurezza, Siderurgica triestina ha rimandato la discussione sul piano industriale al 28 settembre (data dell'incontro al Ministero dello Sviluppo economico) e ha chiuso sul tema dei premi. Spiega Franco Palman della Uilm: «Le ore di sciopero proclamate dalle Rsu restano attive per diversi motivi. L'azienda si è detta disponibile a ragionare di sicurezza, ma quali siano le misure concrete che intendono adottare, e quale sia la velocità con cui dovrebbero tradursi in pratica, sono cose tutte da verificare».Per il sindacalista, però, il punto dolente è il futuro dell'area a caldo: «È una situazione imbarazzante. Durante il nostro ultimo incontro, quest'estate, avevano annunciato degli investimenti che ai nostri occhi sono di manutenzione ordinaria. Manca ancora uno sguardo più ampio sul futuro, sul piano industriale. Loro sono disposti a discuterne solo il 28 settembre a Roma, ma a nostro avviso è una risposta insufficiente». Infine, conclude l'esponente della Uilm, «anche l'aspetto dei premi deve essere sottoposto a un controllo più profondo». Interviene quindi Umberto Salvaneschi della Fim Cisl: «Questa riunione era assolutamente interlocutoria, non ha sciolto i problemi ma ha delineato un programma di ulteriori incontri per affrontarli. Questo però non ci permette di ritirare il pacchetto di ore di sciopero». Prosegue Salvaneschi: «Per Siderurgica triestina la sede opportuna per discutere di piano industriale è il ministero. Se è così noi ci presenteremo a quel tavolo chiedendo che vi partecipi il massimo rappresentante dell'azienda, e che illustri quali sono le prospettive dello stabilimento». Il sindacalista Fim Cisl chiede anche un maggiore crisma di ufficialità sul piano di investimenti annunciato nei mesi scorsi: «Chiediamo che venga ufficializzato con carta intestata, perché a noi l'hanno presentato in carta semplice. Riteniamo invece bisogni dare ufficialità alla cosa».Marco Relli per la Fiom Cgil pone l'accento sulla concordia dei sindacati: «Siamo unanimi sull'esito di questo incontro», dice. Gli unici potenziali risultati, secondo l'esponente Fiom, sono quelli ottenuti in ambito sicurezza: «Hanno accettato di aprire un tavolo che discuta tutte le necessità della Ferriera nel dettaglio. E hanno accettato anche la richiesta di individuare un Rls di sito». Ovvero un responsabile dei lavoratori per la sicurezza che abbia la facoltà di intervenire non soltanto sui dipendenti diretti di Siderurgica triestina, ma anche su chi lavora nelle ditte in appalto. L'obiettivo, precisa Relli, «è scongiurare situazioni come quella tragicamente conclusasi alla Wartsila qualche mese fa». Relli commenta anche la posizione dell'azienda sul tema dei premi: «Loro ribadiscono che la linea resta la stessa, rivendicando il premio di risultato. A nostro giudizio questo sistema divide le squadre, la cui unità è fondamentale in siderurgia». Anche la Fiom, infine, torna sul tema del piano industriale: «Di fronte all'ennesima domanda sul piano da parte dei sindacati, hanno demandato ancora una volta la questione a Roma. Si limitano a ribadire l'annuncio dei quattro milioni da investire in due anni - prosegue Relli - ma per noi sono insufficienti per garantire il futuro dell'area a caldo. Ci sembra un argomento che può essere discusso anche a livello locale, senza dover per forza trattarlo solo a Roma. Anche perché il contesto attuale di Trieste, penso allo sviluppo portuale, è essenziale per il destino dello stabilimento». Siderurgica triestina, contattata nel pomeriggio, non ha voluto commentare per il momento gli esiti dell'incontro di ieri con i sindacati.

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 4 settembre 2017

 

 

«Rotonda sull'Ospo, Parenzana poco sicura» - Crescono le lamentele di autisti e ciclisti sulla pericolosità del punto interessato dai lavori per la rotatoria
MUGGIA - Il tratto della Parenzana in prossimità delle foci del rio Ospo è pericoloso. Le lamentele stanno giungendo sempre più numerose all'amministrazione comunale, in particolar modo a causa del maxicantiere che sta interessando la zona. Sotto il controllo della Regione, infatti, stanno proseguendo i lavori per la rotatoria nel tratto conclusivo dell'Ospo. La tabella di marcia sembra non aver ricevuto intoppi come conferma l'assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani: «Siamo sempre in contatto con i tecnici regionali e le ultime notizie confermano che la rotatoria dovrebbe essere conclusa entro il 2017, con qualche intervento extra che potrebbe slittare ai primissimi mesi del 2018». In attesa che il manufatto venga concluso, la viabilità sull'arteria rimane decisamente critica. Non solo per gli automobilisti costretti a porre molta attenzione lungo il percorso, compreso l'incrocio con strada per Farnei, ma in particolar modo per i ciclisti. Nell'area, infatti, sorge l'imbocco d'accesso alla Parenzana, diventata decisamente meno sicura rispetto a prima. «Siamo consapevoli della questione e confermo che la problematica esiste - spiega Bussani - motivo per cui già a marzo ci siamo incontrati con l'assessore alle Infrastrutture della Regione Mariagrazia Santoro evidenziandole le criticità giunteci sia dai nostri concittadini che quelle fatteci pervenire dai cicloturisti». Da qui sono partite alcune richieste per poter superare il problema con la realizzazione di qualche opera. La prima proposta è stata quella di creare una passerella ad hoc da collegare al ponte sull'Ospo per determinare in tale modo un passaggio sicuro per i ciclisti. L'idea, però, non è andata a buon fine: «Purtroppo, per problemi di sicurezza legati all'accertamento della verifica statica della tenuta del ponte stesso, la proposta, a mio modo di vedere e a quello di tanti altri valida, è stata cassata». Bussani allora ha rispolverato il progetto provinciale del secondo lotto che avrebbe come obbiettivo principale quello di allargare il ponte: «Rifacendo il ponte si potrebbe creare un percorso sicuro per i ciclisti collegando il loro percorso alla Parenzana». Almeno per ora questo progetto, però, rimarrà nel cassetto: la cifra prevista di due milioni, a cui si potrebbero aggiungere ulteriori oneri per la bonifica della zona, è stata giudicata attualmente non affrontabile. La terza e ultima proposta riguarda la realizzazione di una passerella parallela ma distaccata dal ponte attuale, dedicata al passaggio delle biciclette. Anche in questo caso l'idea pare rimarrà tale essendoci costi importanti in ballo. Bussani, comunque, non demorde: «I progetti ci sono e anche la volontà. Ora cercheremo di capire se magari attraverso l'Uti e la sinergia con i comuni di Trieste e San Dorligo vi sia la possibilità di creare un collegamento alternativo bypassando quindi la problematica». In attesa di capire la soluzione l'auspicio è che i lavori per la rotatoria possano effettivamente terminare entro l'anno.

(ri. to.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 3 settembre 2017

 

 

I fondali non tengono l'acqua - «I laghetti carsici muoiono» - I terreni poco compatti e la carenza di piogge stanno facendo scomparire gli stagni
Il più a rischio ora è quello di Trebiciano: l'appello della Comunella alle istituzioni
TRIESTE - È un disperato Sos quello che arriva dalla comunità di Trebiciano: «Dateci una mano, date una mano a tutte quelle realtà locali che gestiscono e cercano di salvare quei preziosi laghetti e stagni carsici che stanno dissecando». L'appello è di Katja Kralj, presidente della locale Comunella, ed è rivolto agli enti e alle amministrazioni locali e regionale. C'è di mezzo, infatti, la conservazione degli antichi e rari specchi d'acqua presenti sul Carso, nel caso specifico quello di Trebiciano, che, assieme a tanti altri, rischia appunto di scomparire sia per l'andamento climatico, rotto estemporaneamente dalle piogge di questo week-end, che soprattutto per una serie di problemi tecnici. Di fronte ad altri problemi di forte attualità che interessano la società, la preoccupazione per la salvezza di questi stagni sembrerebbe eccessiva. Ma è necessario rendersi conto di come queste rare conche, quasi tutte realizzate artificialmente per trattenere la preziosa acqua altrimenti inghiottita dalla fessurata superficie carsica, siano testimonianza di quella lotta per la sopravvivenza che nei secoli i residenti hanno ingaggiato con un territorio difficile eppure tanto amato. È di questi ultimi anni la messa a punto di un progetto finanziato con fondi comunitari per il mantenimento, a cavallo dei confini, di un "Museo dell'Acqua diffuso" che rientra nel programma di cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia. Il progetto, che ha coinvolto amministrazioni e istituzioni secondo strategie condivise e risulta finanziato per oltre tre milioni, ha avuto come obiettivo la valorizzazione del ciclo dell'acqua e il territorio carsico nelle aree a Est dell'Altipiano e ha previsto il recupero di storici manufatti come l'antica cisterna "Ciganka" di Gropada, la valorizzazione di aree e percorsi e la posa in opera di opportuna segnaletica. «Definire terribile questa stagione estiva è poco - afferma la presidente - ma il nostro vecchio kal (che sta per stagno in lingua slovena, ndr) sta morendo non solo per la tremenda siccità ma anche perché il fondo non riesce a trattenere l'acqua». La questione è nota e interessa con modalità diverse tutti i vecchi stagni carsici. Di fronte alla quasi totale permeabilità del Carso, alcune conche deputate a raccogliere l'acqua piovana riuscivano a mantenere il proprio livello grazie di un fondo reso compatto dall'argilla. Ed erano gli stessi animali con i propri zoccoli a compattare quasi quotidianamente il letto degli stagni. «Oggi purtroppo non ci sono più mucche e buoi a garantire questo servizio - riprende Kralj - con il risultato che il fondo degli stagni non riesce a trattenere l'acqua. Circa una decina d'anni fa avevamo cercato di ripristinarlo, finanziando in proprio il deposito di nuova argilla e il suo compattamento. Purtroppo il recupero non è riuscito a dovere e oggi il kal, complici pure le scarse precipitazioni degli ultimi anni, risulta completamente secco. Qui ci vuole un nuovo intervento e noi non siamo in grado di provvedervi. È per questa ragione che chiediamo alle istituzioni di aiutare le nostre comunità a salvare questi reperti del passato, le memorie di un passato rurale che rischiano di essere cancellate per sempre, con interventi risolutivi». «Con Percedol e Contovello, il laghetto di Trebiciano è storicamente tra i più importanti e grandi del Carso», spiega Nicola Bressi del Museo di Storia naturale: «Attorno alla fine degli anni '60, si era asciugato a causa di un pilone dell'Enel posizionato all'interno. Per ripristinarlo, venne consultato anche il sottoscritto che, a scanso d'equivoci, ribadisce quello che aveva suggerito. Visto che ormai il fondo non può essere più ricompattato dagli zoccoli del bestiame, consiglio la posa in opera di un telo artificiale in materia plastica impermeabilizzante come è già stato fatto in altri siti. Dobbiamo prendere coscienza che i tempi sono cambiati e che dunque sono necessari nuovi espedienti. Pastorelli e vacche sono rari e comunque confinati in zone ben determinate. E dunque la soluzione prevede l'utilizzo di questi materiali, se vogliamo veramente salvare questi stagni».

Maurizio Lozei

 

 

Mobilità elettrica - vale 800mila unità lavorative
La mobilità elettrica in Italia potrebbe attivare un fatturato fino a un massimo di 300 miliardi da qui al 2030, con 823.000 occupati e 160.000 imprese, considerando la filiera allargata. A stimare il potenziale dell'"e-mobility" e le opportunità sul sistema Paese è uno studio realizzato da The European House Ambrosetti e Enel, presentato a Cernobbio, con il gruppo elettrico che si dichiara pronto ad investire «da 100 a 300 milioni di euro nei prossimi tre anni», in favore di un numero di colonnine di ricarica per le auto elettriche che varia «tra 7.000 e 12.000 unità», come ha spiegato l'ad Francesco Starace (Foto). A livello mondiale, tra il 2005 e il 2016, il numero di autoveicoli a motore elettrico e ibridi elettrici plug-in è cresciuto ad un tasso medio annuo del 94% in termini di stock (superando i 2 milioni di unità nel 2016) e del 72% in termini di nuove immatricolazioni. Anche l'Italia è coinvolta nella «e-mobility revolution»: sebbene la strada verso la transizione elettrica del Paese sia ancora molto lunga - evidenzia lo studio - le immatricolazioni di auto elettriche sono cresciute ad un tasso medio annuo composto del 41% dal 2005 al 2016. La crescita è stata significativa anche per il parco auto, con 9.820 autoveicoli circolanti nel 2016 (+60% rispetto all'anno precedente). «Per cavalcare con successo la e-mobility revolution - viene evidenziato nel Rapporto -, l'Italia deve innanzitutto sviluppare una visione di medio-lungo termine, come fatto dai principali Paesi e adottare delle politiche nazionali volte a sostenere la domanda, la filiera industriale (incentivando soprattutto la ricerca) e la rete infrastrutturale di ricarica».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 2 settembre 2017

 

 

Boom di vendite per le bici elettriche - Numeri raddoppiati in Friuli Venezia Giulia grazie agli incentivi regionali. Tra gli sportivi spopola la versione mountain bike
TRIESTE - Senza dubbio gli incentivi regionali stimolano l'acquisto. Ma, aiutini a parte, le bici elettriche hanno conquistato nell'ultimo anno, e in particolare durante i primi mesi del 2017, una fetta importante di italiani e residenti della regione. Si parla di un aumento già per l'anno scorso del 121,3% in Italia, che vuol dire una vendita di 124.400 pezzi contro i 56.200 del 2015, e di crescite superiori al 50% in Fvg. Si contraggono invece i dati della bicicletta tradizionale. Lo dice il settore dedicato alle due ruote di Confindustria, l'Associazione nazionale ciclo motociclo accessori (Ancma), che racconta come che è il Nord Est a trainare il settore e dunque a pedalare di più con il motore nel velivolo. Il Triveneto assieme all'Emilia-Romagna arriva a un 35% di ciclisti motorizzati, seguito dal Nord Ovest, che pratica per il 25% e dove il 18% è solo della Lombardia. Il resto della penisola invece si accontenta di un 45% di velocipedi a pedalata assistita, la percentuale più alta che comprende però il numero maggiore di regioni. È anche il secondo parametro, quello relativo all'import, che spiega nel 2016 la crescita delle Pedelec (Pedal electric cycle), il termine che indica appunto i veicoli che rispettano la normativa europea di non superare i 25 chilometri all'ora, i 250w di potenza e la possibilità di scegliere il livello di assistenza. Nel quarto trimestre del 2016 infatti l'Italia ha importato 40.800 mezzi di questo tipo, quasi uguale a quello dei primi nove mesi del 2015 pari a 60mila, diventando poi alla fine 108.800. «Segno - sottolinea Confindustria Ancma - che si è venduto parecchio nel 2016, ma che molto di quanto importato nel 2016 sarà venduto nel 2017». In linea generale ogni aspetto di questo mercato è aumentato. Esempi: la produzione made in Italy di 23.500 bici e le 8mila esportazioni. Il che vuol dire anche un'importante uscita di progettualità e brevetti dalle aziende del Bel Paese. Ma veniamo al Nord Est e in particolare al Friuli Venezia Giulia. Qui, come nel resto d'Italia, il prodotto più apprezzato è la mountain bike elettrica. Trieste, Gorizia e Pordenone hanno gli stessi clienti con i medesimi gusti. Fa eccezione un po' Udine, dove fa da padrone il modello city trekking. L'identikit degli acquirenti corrisponde agli over 40. Pochi i giovani invece che si affacciano a questo mezzo di trasporto innovativo. Ma la domanda che salta subito alla testa è: perché acquistare una bicicletta sportiva con il motore, se chi la utilizza dovrebbe usarla proprio per un'attività fisica? Bisogna mettere da parte per un attimo gli stereotipi. «Con questo tipo di bici si fa comunque fatica - commenta Michele Scaramuzza, responsabile di Sportler a Pordenone -, magari può essere d'aiuto per gli escursionisti che vogliono fare un percorso lungo, ma non sono allenati». Il target comprende anche mogli che così possono seguire i mariti su strade tortuose della montagna e della collina, anziani che riprendono un'attività fisica proprio grazie alle due ruote elettriche. «La E-mountain bike - aggiunge Loris Marin, responsabile di Sportler Trieste - può avere un doppio uso rispetto alla city bike elettrica, perché basta togliere i parafanghi e cambia la versione». I molteplici negozi del settore sparsi nelle quattro province raccontano di aumenti delle vendite, soprattutto quando ci sono gli incentivi. Si parla di una crescita che va dal 15% al 70% in diversi casi. Tra gli shop, Mathitech Bike Center, in viale Miramare, e Ones Ebike in via Torrebianca. Quest'ultimo negozio, aperto a maggio 2016, è specializzato in city-bike elettriche. «Quest'anno in due mesi - raccontano Bernardo Zerqueni e Giovanni Romich, titolare dell'attività - abbiamo già venduto le bici che l'anno scorso abbiamo distribuito in sei mesi e tra l'altro siamo il negozio che in Italia ha venduto il numero maggiore di queste tipo di due ruote. Quest'estate abbiamo organizzato di nuovo inoltre "Aloha", un aperitivo mobile, che abbiamo fatto a tappe in tre diversi momenti. Oggi è l'ultimo incontro, che si terrà al bar Buffet Borsa a Trieste dalle 19 alle 2, dove le bici si potranno provare fino alle 23. Il nostro obiettivo ora è sdoganare il fatto che questo mezzo sia solo per anziani, mentre è uno sostituto dello scooter con cui eviti i costi tra assicurazione e benzina e poi non inquina».Il motivo di un interesse sempre più crescente verso questo ciclo è dato sia dall'estetica, che rende questi veicoli sempre più simili a delle biciclette tradizionali, sia dalle dimensioni sempre più ridotte di motori e batteria e dalla loro integrazione con i telai. E poi va a 25 chilometri all'ora, ottima per gli spostamenti nel traffico.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 1 settembre 2017

 

 

L'acqua del Carso in mappa per imparare a proteggerla

Il Dipartimento di Matematica e Geoscienze in accordo con la Regione identifichera' le aree sede di acquiferi per creare un data base completo e omogeneo del territorio.

Tre quarti della superficie del nostro pianeta sono occupati dall'acqua che, evidenzia l'ultimo rapporto Unesco "Acqua per la gente, acqua per la vita", è costituita per il 97% da oceani e soltanto per il 2,5% è acqua dolce. Di questa, il 68,9% è contenuta nei ghiacciai e nelle nevi perenni, il 30,8% nelle falde sotterranee e solo il rimanente 0,3% si trova in laghi e fiumi. È evidente perciò il motivo per cui negli ultimi tre decenni la legislazione ambientale mondiale si è focalizzata sulla tutela degli elementi d'acqua dolce, prendendo in considerazione la scarsità idrica. Va in questa direzione anche l'accordo attuativo di collaborazione con l'Università di Trieste approvato dalla giunta regionale una decina di giorni fa, che prevede che l'Ateneo giuliano, attraverso il Dipartimento di Matematica e Geoscienze, si occupi di individuare e perimetrare le aree carsiche e le relative zone d'infiltrazione delle acque. L'accordo attuativo, parte di una convenzione quadro tra Università e Regione per progetti di comune interesse istituzionale in ambito ambientale ed energetico, stanzia intanto 32 mila euro per un anno di lavori.«Lo scopo di quest'iniziativa - spiega Francesco Princivalle, direttore vicario del Dipartimento di Matematica e Geoscienze - sarà quello d'individuare e studiare gli acquiferi carsici dai quali attingiamo l'acqua, per poi mettere in campo ragionamenti strategici sulla loro tutela e sugli utilizzi futuri». «Anche nel nostro territorio - spiega Chiara Calligaris, una dei quattro ricercatori del gruppo che si farà carico del progetto, coordinato dal professor Luca Zini - la maggior parte delle risorse idriche che già sfruttiamo è racchiusa nel sottosuolo: la città di Trieste è servita dalle acque della pianura isontina, ma non dimentichiamo che il 20% delle acque che scorrono nelle tubature del nostro acquedotto arrivano dall'acquifero carsico».«In questa prima fase - prosegue Calligaris - andremo a identificare in tutto il territorio regionale le aree carsiche, in rocce carbonatiche, fratturate e carsificate, sede di acquiferi di ottima qualità. L'idea è di avviare un percorso che ci permetta poi di pensare a una loro protezione. Si tratta infatti di aree molto vulnerabili, in cui l'acqua si infiltra attraverso le fratture e i condotti ad una velocità elevata, lo spessore del suolo è relativamente esiguo e inferiore rispetto a quello degli acquiferi di pianura e pertanto la vulnerabilità è maggiore». Studi di questo tipo iniziarono con il professor Franco Cucchi una trentina d'anni fa: da ultimo, nel 2015 si è concluso il progetto Interreg HYDROKARST. Realizzato dai ricercatori dell'Ateneo giuliano insieme ai colleghi sloveni, il progetto ha permesso di monitorare in maniera quantitativa e qualitativa le acque dell'acquifero carsico del Reka-Timavo nell'ottica di una gestione transfrontaliera congiunta. «In questo piccolo fazzoletto di territorio abbiamo due fiumi importanti, il Timavo e l'Isonzo, che insieme alle acque d'infiltrazione dovute alla pioggia vanno a ricaricare i nostri acquiferi», dice Calligaris. Ma non esiste a oggi una mappatura completa e una banca dati omogenea degli acquiferi carsici a livello regionale. «Per la creazione di un grande database georeferenziato regionale opereremo incrociando i dati già in nostro possesso attraverso carte geologiche, foto aeree e rilievi LIDAR, che combineremo con rilievi sul posto per la validazione dei dati», spiega la ricercatrice. Sarà quindi tracciata una mappatura dettagliata dei siti carsici, con dati di tipo geologico, geomorfologico e idrogeologico. Il database prevede inoltre l'inserimento delle sorgenti carsiche, così come l'individuazione dei punti di ricarica degli acquiferi. Questo lavoro, ha dichiarato l'assessore all'ambiente Sara Vito, servirà alla Regione per «disporre di un quadro conoscitivo il più ampio e circostanziato possibile sul quale basare le proprie attività istituzionali, in particolare quelle autorizzative»

Giulia Basso

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 31 agosto 2017

 

 

Mare - Nessuna cubomedusa in golfo

Ad oggi non sono state avvistate cubomeduse nelle aree balneabili di Trieste. Lo ha reso noto l'Arpa, dopo il recente avvistamento in aree non balneabili a Grado di alcuni esemplari questo tipo di medusa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 30 agosto 2017

 

 

Servola - Nuovo spolveramento dalla Ferriera
Nuovo episodio di spolveramento nella giornata di lunedì dalla Ferriera di Servola. Ormai l'ennesimo di quest'estate: in corrispondenza di pressoché tutti i temporali con vento molto forte della stagione dallo stabilimento si è levata una nube scura di polveri. Il "neverin" di lunedì non è stato da meno, e ancora una volta il fenomeno è stato ripreso e documentato dai comitati per la difesa ambientale del quartiere, che denunciano il fenomeno. Il Comitato 5 Dicembre ha condiviso un video in cui si rileva come questi fenomeni ora siano frequentissimi, mentre un tempo erano molto rari. L'azienda comunica: «La gestione Arvedi è operativa ormai dal 2015, eppure è successo solo quest'anno. Le cause sono da cercarsi nelle condizioni meteo straordinarie».

 

 

«Riserva delle falesie, Comitato da ampliare»  - La proposta dei Cittadini per il golfo alla giunta di Duino Aurisina.  - «In questo modo si valorizza l’area»

DUINO AURISINA - Integrare il Comitato tecnico incaricato della gestione della Riserva delle falesie inserendo tre nuovi soggetti: uno in rappresentanza delle società nautiche operanti nella zona, un esponente della proprietà (la Baiaholiday), e uno individuato dai cittadini. Questa la proposta presentata dai Cittadini per il golfo all'assessore comunale Andrea Humar, titolare anche della delega che riguarda l'area delle falesie. Nel corso dell'incontro Danilo Antoni e Vladimir Mervic, portavoce del movimento dei Cittadini per il golfo, hanno evidenziato «la necessità di implementare il Comitato con la presenza di nuove voci, portatrici degli interessi delle categorie coinvolte e di un'analisi critica di alcune norme presenti nel regolamento che disciplina l'attività alle falesie. Non vogliamo incidere sulla qualità dei valori della Riserva - hanno precisato - ma crediamo che, pur nel rispetto del regolamento e del piano di conservazione e sviluppo, le nostre proposte potrebbero migliorare la fruizione della zona marina che attualmente, con la sola delimitazione di boe che non svolgono la loro funzione e il rilascio di permessi stagionali per lo stazionamento, non è inclusa in maniera adeguata nella rete turistico-ambientale dell'Alto Adriatico».«Per la zona a terra - hanno proseguito Antoni e Mervic - c'è la necessità di coinvolgere la proprietà, oltre che gli altri enti pubblici, in progetti di miglioramento e di gestione d'intesa con la cittadinanza e gli utilizzatori dell'area, per portare la Riserva delle falesie - hanno precisato - al livello di fruizione turistico-naturalistica migliore di quanto già presente nelle Riserve limitrofe e in ambito europeo. L'immagine e la promozione, la fruizione guidata del mare, la gestione della pineta e del fondale e la ricreazione devono ricevere un adeguato sostegno. Si potrebbe anche pensare - hanno concluso - alla creazione di un soggetto ad hoc per la gestione della Riserva». Humar, a nome dell'amministrazione comunale, ha confermato «la disponibilità a tenere conto delle esigenze di tutti i cittadini, partendo dalla conoscenza delle realtà attuale, nella prospettiva di individuare gli elementi indispensabili per dare vita, da subito, a un proficuo lavoro comune che coinvolga soprattutto i residenti».

(u.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 29 agosto 2017

 

 

Due balenottere avvistate al largo di Lussinpiccolo - Lunghe tra i 15 e i 17 metri erano in buone condizioni
Osservate dagli scienziati. Riemergevano ogni 15 minuti
FIUME - Nel mare a tre miglia a ovest di Lussino sono stati avvistati due grandi esemplari di balenottera comune, nome scientifico Balaenoptera physalus della famiglia Balaenopteridae. La notizia è stata diffusa dall'Istituto per le ricerche e la tutela del mare Plavi svijet (Mondo azzurro) con sede a Lussingrande. La loro lunghezza è stata stimata sui 17-18 metri e nella classifica degli animali più grandi al mondo tale specie occupa la seconda posizione. Gli studiosi del centro le hanno osservate dal loro battello a debita distanza per circa due, arrivando alla conclusione che erano in buona forma. Gli animali si spostavano verso sud alla velocità media di 3-4 nodi e riemergevano ogni 10-15 minuti per mantenersi in superficie circa un minuto. Durante l'osservazione gli studiosi hanno preso appunti sul loro comportamento, le hanno fotografate e prelevato dal mare campioni della loro pelle sgusciata per le analisi genetiche in laboratorio. Uno dei animali presentava ferite cicatrizzate sul dorso provocate dall'elica di qualche natante a conferma che le balene purtroppo spesso vengono investite dalle imbarcazioni e questa è una delle principali cause della loro morte. Anche se l'Adriatico non è un bacino marino nel quale tale specie si presenta in grande numero, singoli esemplari 2-3 al massimo, vengono puntualmente avvistati ogni anno. I dati fin qui raccolti indicano che tale specie fa la sua comparsa nell'Adriatico per lo più alla fine della primavera e dell'estate e gli avvistamenti più frequenti avvengono nelle acque dell'isola di Pelagosa e della Fossa di Pomo nell'Adriatico centrosettentrionale. In Croazia tali cetacei sono rigorosamente protetti dalla legge e gli studiosi dell'istituto per le ricerche marine sottolineano che hanno indole pacifica e assolutamente innocui per l'uomo qualora non vengono avvicinati e molestati. Considerato che le balene sono una specie minacciata l'istituto stesso invita i cittadini che le avvistassero a mandargli eventuali fotografie o riprese video che saranno sicuramente preziose ai fini della maggior comprensione della loro vita nel Mare Adriatico. La balenottera comune è di colore grigio-marrone con il ventre bianco, molto elegante e d'aspetto molto signorile, anche nei movimenti. Sono balene di notevoli dimensioni che raggiungono i 23 m di lunghezza con un peso stimato di 70.000 kg risultando il più grande cetaceo al mondo dopo la balenottera azzurra. Sicuramente la caratteristica più insolita della balenottera comune è la colorazione asimmetrica della mascella inferiore , che è di colore bianco o giallo crema sul lato destro mentre sul lato sinistro è di colore scuro. Questa colorazione asimmetrica si estende fino ai fanoni e alla lingua e sembra che questa diversa colorazione sia di aiuto nella cattura delle prede in circostanze di particolari tecniche di caccia. Hanno la testa a forma di V, piatta nella parte superiore, che presenta una sorta di cresta che va dallo sfiatatoio alla punta del rostro o mascella superiore. Sono dotate di una serie di scanalature (circa 85) che vanno dalla gola all'ombelico che servono alla balenottera comune per espandere la gola per contenere più cibo. La pinna dorsale alta circa 60 cm è molto incurvata e molto spostata caudalmente, le pinne pettorali sono piccole e affusolate e la pinna caudale è robusta, dotata di muscoli possenti che gli consentono di raggiungere la velocità di 37 chilometri orari. Può scendere a una profondità di 250 metri e rimanere immersa mediamente per 15 minuti.

Gabriele Sala

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 28 agosto 2017

 

 

Comune - urbanistica - Il restyling del centro storico parte da tetti, park e pianterreni
Il Centro storico viene diviso in 13 "scene urbane", 4 "tessuti insediativi", 207 isolati. L'esame dei singoli edifici si scompone in tre elementi: involucro esterno, sistema interno dei corpi di fabbrica, spazi esterni. Le priorità di intervento sono 6: coperture e sottotetti, parcheggi, trasformazione dei basamenti, archeologia, spazi e verde pubblici, incentivi per conservare/trasformare/riqualificare gli stabili. Il Piano particolareggiato del Centro storico (Ppcs), frutto del sedime alluvionale prodotto dalle amministrazioni succedutesi negli ultimi dieci anni, viene estratto dallo scaffale delle rimembranze: l'assessore all'Urbanistica, la leghista Luisa Polli, è intenzionata a portarlo all'attenzione del Consiglio comunale all'inizio del 2018, «in tempo - dice - per consentire a proprietari, professionisti e aziende di aprire i primi cantieri già in estate». A fine ottobre la Polli, insieme ai dirigenti Ave Furlan e Giulio Bernetti, condurrà una verifica del lavoro fin qui svolto insieme agli ordini professionali, «con i quali - sottolinea - abbiamo operato in un clima di stretta collaborazione». Poi, una volta sistemati gli ultimi dettagli, il viaggio verso l'Aula. «Smuovere il Ppcs - prosegue l'assessore - significa riguadagnare il tempo perduto, consentendo l'attivazione di quegli incentivi edili ed energetici che fanno girare risorsa e creano occupazione». «Il Ppcs diventa uno strumento utile anche per l'industria turistica, perchè permette il recupero di fabbricati destinabili all'ospitalità». Gli estensori hanno consultato una ventina di contributi pianificatori, tra piccoli e grandi centri: Vienna, Cagliari, Oristano, Mondovì, Pistoia, Ragusa, Modena... La novità di maggiore rilievo è l'individuazione di 13 scene urbane, definite negli indirizzi del Ppcs "quinte architettoniche ... risultato dell'interazione tra spazio pubblico e patrimonio edilizio». Le Rive, Cavana, l'asse di via Carducci, i tre borghi imperiali (Teresiano, Giuseppino, Franceschino) costituiscono la struttura fondante attorno alla quale si è organizzato il Centro. Proprio dalla specificità della "scena urbana" il Piano parte per dare ordine e razionalità alle operazioni di recupero edilizio, puntando su due chiavi di lettura, che interpretano le parti alte e basse degli edifici. In alto, promuovendo «veri e propri progetti unitari» nel riutilizzo dei tetti e dei sottotetti (pendenze, coperture, abbaini, lucernai, "vasche"), nella previsione addirittura di una "Carta": perchè l'immagine aerea - si rileva nella sintesi del Piano - suggerisce «un'immagine frammentata» del Centro. Il modello proviene da alcune grandi città europee, prima fra tutte Vienna, che hanno ripensato le volumetrie dei tetti. Ma la stessa Trieste presenta esempi virtuosi, a cominciare dalla terrazza del museo Revoltella progettata da Carlo Scarpa. Poi riflettori sulla parte bassa degli stabili, dove la trasformabilità dei piani-terra diventa un fattore di rivitalizzazione economica, attraverso l'insediamento di attività commerciali e artigianali, da stimolare con agevolazioni e incentivi mirati. Un tema delicato, vista ampiezza e ricchezza del sottosuolo triestino, riguarda l'approccio con l'archeologia. Anche su questo fronte il Piano propone la redazione di una "Carta" che perimetri i complessi messi in luce o riconosciuti da campagne di indagine, le aree di accertata consistenza, la concentrazione di materiali, le zone a medio/alto potenziale archeologico. Lo sforzo di conoscenza e di "codificazione", cui s'ispira il Ppcs, si estrinseca inoltre nel rapporto con gli spazi pubblici e con il verde, cui sarà dedicato un "Atlante" che indicherà il contenuto coerente di ogni scena urbana in materia di arredo urbano, dehors, pavimentazione. La sintesi del Ppcs si chiude con l'analisi della "premialità" offerta a seguito degli interventi di riqualificazione: proposta diversificata a seconda si tratti di energia, di eliminazione di «elementi incongrui», di corti interne, di progetto unitario del tetto. Crediti edilizi mediante aumento delle cubature concedibili, defiscalizzazioni, deroghe, semplificazioni sono gli strumenti per invogliare gli investimenti.

Massimo Greco

 

L'iter delle quattro modifiche al Prg - la variante
Entro l'anno Luisa Polli vuole chiudere l'iter della variante al Piano regolatore, messa in moto con la delibera 264 dello scorso giugno. «In autunno avremo il primo step, abbiamo già raccolto le istanze, non credo sia necessario tornare in Regione, quindi spero in un esito abbastanza rapido». Aspetti normativi, disciplina dei pastini, ricognizione degli errori, ricorsi davanti al Tar: ecco le linee guida della variante al Prg, messo a punto dalla giunta Cosolini ed entrato in vigore il 5 maggio dello scorso anno. L'esecutivo Dipiazza aveva affrontato il tema-variante già in aprile, quando si era espresso favorevolmente a proposito dell'adozione di alcuni correttivi rispetto allo strumento urbanistico varato un anno fa. Ecco sinteticamente i quattro punti che costituiranno il nocciolo duro della variante. Riguardo gli aspetti normativi, l'attenzione si concentrerà in particolare sugli incentivi per la riqualificazione energetica, alfine di renderli coerenti con altri strumenti di pianificazione e con la vigente normativa. Alcune «discrasie interpretative» infestano, stando ancora alla delibera, recupero e valorizzazione dei pastini, urge approfondire quanto emerso in sede applicativa. Terza esigenza, rilevata dall'atto giuntale, è la necessità di emendare errori materiali, incongruenze, refusi grafici e testuali nei quali gli uffici si sono imbattuti operando sul documento urbanistico. Il quarto punto è quello politicamente più caldo: si tratta dei ricorsi presentati da privati cittadini contro il Prg, ricorsi poi accolti dal Tar. «Andranno apportate - precisa la delibera - le necessarie modifiche azzonative» in quanto l'annullamento di alcune destinazioni urbanistiche ha di fatto cancellato la copertura pianificatoria dei siti interessati.

 

«Complimenti, è il lavoro nostro» - L'ironia dell'ex esponente di giunta Marchigiani. «Perché tenerlo fermo un anno?»
«Complimenti per la saggezza dimostrata. Mi sembra di capire che il Piano del Centro storico (Ppcs), portato avanti dall'attuale amministrazione comunale, sia quello preparato durante la giunta precedente, con la collaborazione dell'architetto Adriano Venudo». C'è un filo di ironia, per la verità neanche troppo celata, nel commento che Elena Marchigiani, predecessore di Luisa Polli all'Urbanistica, dedica alla riapertura del dossier Ppcs. «Mi congratulo - riattacca l'ex collaboratrice di Roberto Cosolini - che il Piano venga ripreso parola per parola, così come era stato concordato con gli ordini professionali. Peccato aver aspettato un anno prima di riaccendere la procedura su un documento la cui validità viene sostanzialmente confermata». E la Marchigiani rievoca a mente quelli che ritiene essere i passaggi più innovativi e caratterizzanti del lavoro dedicato al Centro storico triestino. Il concetto di "scena urbana", con lo stretto rapporto tra edifici e spazi aperti. Gli "attacchi" al cielo e a terra per quanto riguarda qualità e tipologia degli interventi su tetti e basamenti degli stabili. Il «costante» dialogo con gli ordini professionali interessati alla pianificazione territoriale.«Finalmente - prosegue l'architetto - la nuova giunta dà a Cesare quello che è di Cesare. Cosa che non sempre accade: come nel caso della recente inaugurazione del rifacimento di piazza Hortis, in occasione della quale il ruolo dei precedenti amministratori è stato dimenticato. Sia io che Andrea Dapretto (ex assessore ai Lavori Pubblici, ndr) ci siamo impegnati per risorse e progetto».«Ma l'attuale governo cittadino - continua Elena Marchigiani - ha ancora molto lavoro da fare in ambito pianificatorio, a cominciare dal regolamento dei crediti volumetrici, uno strumento importante nella riqualificazione degli edifici». Nella parte introduttiva della sintesi finale, i redattori del Ppcs ricordano come nella fase ricognitiva siano stati analizzati oltre 20 piani particolareggiati, per confrontarli con i Ppcs triestini messi a punto nel 2006 e nel 2009. E la pianificazione triestina sembra uscire in modo lusinghiero dalla comparazione, in quanto «(i piani) sono fra i pochi a possedere una vera e propria struttura semantica in grado di costruire "un linguaggio"». «Un solido apparato normativo, pianificatorio e progettuale - riprende la sintesi - dotato di un elevato livello di "autonomia"». Insomma, la buona qualità del lavoro svolto nel 2006 e 2009 è una valida base per il pianificatore del 2017, chiamato comunque ad aggiornare quel "telaio" con le innovazioni normative, con i nuovi strumenti pianificatori adottati dal Comune, con l'evoluzione economico-sociale del territorio urbano.

magr

 

Premi a chi posteggia nei grandi contenitori - Tariffe "calmierate", navette e agevolazioni per lo shopping - Il Municipio si confronta con Esatto, Silos, Saba e San Giusto
Nella redazione del Piano particolareggiato del Centro storico (Ppcs) c'è un aspetto che preme al sindaco Roberto Dipiazza. Aspetto sul quale il primo cittadino ha assegnato una chiara direttiva all'assessore Luisa Polli: eliminare quanto possibile il parcheggio automobilistico dalle superfici stradali, puntando a concentrare le soste soprattutto nei grandi contenitori, adesso sotto-utilizzati.«Il 30-40% degli stalli nei parking resta sguarnito - riprende la Polli - dobbiamo trovare la maniera di renderli attraenti». Per questo il Comune sta mettendo a punto una politica di incentivazione delle grandi autorimesse mezze vuote: tanto per cominciare, l'assessore ha mandato una lettera ai gestori (Esatto, Park San Giusto, Saba, Silos) invitandoli a uno sforzo coordinato per accrescere l'utenza. Alcuni spunti al vaglio, spesso già sperimentati in altre realtà urbane, riguardano le tariffe "calmierate" per i residenti e il servizio di navetta tra i parcheggi (come Silos e Foro Ulpiano) e le zone centrali. Un'idea più fresca prefigura il coinvolgimento dei commercianti, per promuovere la combinazione sosta/shopping: il cliente del parking, munito del regolamentare ticket, otterrà facilitazioni nell'acquisto di merci nei negozi del Centro. La questione-parcheggi viene genericamente recepita negli indirizzi del Ppcs. «Individuare grandi autorimesse, come nel caso del Park San Giusto - riporta il documento comunale - oppure intervenire attraverso l'individuazione di piccole "sacche" diffuse nel centro della città o, infine, prevedere una configurazione integrata di queste due tipologie»: insomma, un "1X2" che, per accontentare Dipiazza, abbisognerà di soluzioni più solide e meglio circostanziate. In tema di parcheggi privati, il Ppcs chiede inoltre che vengano definite le modalità di realizzazione, scegliendo tra sventramento interno di interi edifici o interventi puntuali sui basamenti. Il modello, cui ispirarsi, sembra essere quello del Park San Giusto, dove sono stati tutti venduti i 420 posti (170 stalli e 250 box) non a rotazione. Indicativamente la cifra richiesta per un posto auto si è aggirata attorno ai 43mila euro, mentre per un box a 52 mila. Nei primi tre livelli della struttura inaugurata nell'ottobre 2015 trovano posto i box e i posti macchina destinati al mercato privato. Ai due livelli inferiori ci sono invece i 312 stalli a rotazione (8 riservati a persone con disabilità) per la sosta pubblica a pagamento. Il cambiamento dell'assetto azionario di Park San Giusto, con l'assunzione della maggioranza da parte del colosso belga Interparking, ha determinato alcune novità a livello tariffario, scattate dall'inizio del mese. Dopo che a marzo è già stata adottata la nuova tariffa oraria, passata da 1,50 a 1,60 euro, il costo dell'abbonamento mensile è salito da 150 a 160 euro diventando però nominale e con keycard. Ricordiamo che la formazione del Ppcs è formalmente ripartita con un cosiddetto "verde" di giunta, approvato dall'esecutivo Dipiazza lo scorso 27 aprile su proposta dell'assessore Polli. Tra gli indirizzi progettuali fondanti sono esplicitate «le strategie per l'incremento della dotazione dei parcheggi».

magr

 

 

Il peso dell'inquinamento nella vita dei bebè - Lo analizzerà l'ospedale infantile di Trieste grazie al sostegno garantito da ministero e Regione
TRIESTE - La giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha dato il via libera all'accordo con il quale l'Istituto materno infantile Burlo Garofolo di Trieste potrà realizzare, grazie a un contributo di quasi 450mila euro ricevuto da parte del ministero della Salute, un progetto che ha l'obiettivo di studiare le esposizioni ambientali nei primi mille giorni di vita, proponendo piani di intervento nei contesti di forte inquinamento. «La proposta dell'ospedale triestino - ha spiegato l'assessore regionale alla Salute, Maria Sandra Telesca -, è entrata nel novero di progetti ritenuti finanziabili dal Ccm, il Centro nazionale per la prevenzione del controllo delle malattie che è l'organismo di coordinamento tra il ministero della Salute e le Regioni per le attività di gestione delle emergenze sanitarie». Il Centro elabora ogni anno un programma di interventi e per l'anno 2017 ha identificato tre ambiti sui quali focalizzare l'attenzione: le patologie trasmissibili, le patologie non trasmissibili e le azioni di sistema. L'iter di valutazione dei progetti si è concluso a luglio, con il comitato scientifico che, dopo un'attenta valutazione, ha assegnato un voto finale a ciascuna delle 43 iniziative. Sono risultate finanziabili nove proposte e, tra queste, il quinto posto è stato conquistato dallo studio del Burlo Garofolo denominato "Coorti di nuovi nati, esposizioni ambientali e promozione della salute nei primi 1000 giorni di vita: integrazione dei dati di esposizione con dati molecolari ed epigenetici". Le linee di intervento del Ccm, che rappresentano una priorità del Governo, sono coerenti con le disposizioni del Piano nazionale della prevenzione e con i recenti Piani nazionali approvati e coordinati dal ministero della Salute-Direzione generale della Prevenzione sanitaria, sono rilevanti per la sanità pubblica e presentano elementi, procedure e azioni la cui evidenzia di efficacia fa prevedere un impatto misurabile. Della disponibilità economica per il 2017, pari a 7.509.242 euro, salvo accantonamenti, il 50 per cento è stato ripartito a favore delle linee progettuali e il restante 50 per cento è stato destinato alle cosiddette azioni centrali.

(lu.sa.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 27 agosto 2017

 

 

La maggioranza si spacca sulle aree off limits alle bici - Niet di Forza Italia: «Sbagliato vietare». E la Fiab raccoglie 700 firme in poche ore
Il vicesindaco dà man forte a Lippolis: «Il problema esiste. Bisogna intervenire»
I velocipedi dividono la maggioranza. La mozione del leghista Antonio Lippolis (che vorrebbe vietare le biciclette nelle aree pedonali in barba al Codice della strada) non è stata neppure discussa (è attesa per martedì 5 settembre alle 9 in VI Commissione) che ha già sollevato un polverone politico e una petizione preventiva online (oltre 700 firme raccolte in poche ore). Persino il proponente appare meno convinto dell'iniziale posizione proibizionista e vira su un atteggiamento volterriano. «Si è accesa una bella discussione sul problema dei ciclisti maleducati e strafottenti - dichiara Lippolis -. Un problema da risolvere tutti insieme, con il vicesindaco, con gli altri consiglieri e con le associazioni. Non c'è da parte mia la volontà di andare avanti con le mie posizioni a testa bassa. La libertà dei ciclisti finisce dove inizia la libertà dei pedoni». Il vicesindaco Pierpaolo Roberti, che con Lippolis condivide lo stesso credo leghista, però non si tira indietro e cita l'esempio di Muggia che ha vietato le bici: «La mozione del consigliere Lippolis che mira a vietare la circolazione delle biciclette nelle aree pedonali affronta un problema reale e sentito. Ora non so se lo fa nel modo corretto e se questa sia la soluzione, ma senz'altro qualcosa bisogna fare. Sempre più spesso arrivano segnalazioni di pedoni che hanno evitato d'un soffio l'investimento da parte di qualche incivile e anche il consigliere Piero Camber solo un mese fa aveva posto l'attenzione sulla pericolosità delle biciclette che transitano sul marciapiedi a Barcola». In realtà il citato Camber, capogruppo di Forza Italia, si schiera al fianco dei velocipedi: «Non c'è dubbio che vi siano persone che utilizzano la bicicletta in maniera a dir poco disinvolta, per non dire fastidiosa, all'interno delle aree pedonali. Ma non è pensabile che tutti debbano pagare per colpa di pochi fessi. Forza Italia vede quindi con estremo favore l'utilizzo dei velocipedi, soprattutto quando questi suppliscano ad automobili e motorini. Ed è compito di un saggio amministratore non vietare ma educare, anche sanzionando, ad un uso corretto». Il consigliere forzista Michele Babuder arriva persino a postare la foto di lui in sella alla bicicletta in piazza Unità dichiarando il suo totale disaccordo con la Lega firmando la petizione della Fiab Ulisse: «Scusate ma io non sono d'accordo. Sarebbe come chiudere le strade perché alcuni automobilisti non rispettano il codice della strada». La petizione di Fiab Ulisse che dichiara un "no" preventivo alla mozione mieti parecchi consensi anche tra i politici. «Le diffuse aree pedonali di Trieste sono, per il momento, gli unici spazi dove si può pedalare in sicurezza vista la quasi totale assenza di piste ciclabili - si legge nel testo della raccolta firme -. L'approvazione della mozione sarebbe un colpo durissimo alla ciclabilità e al suo sviluppo e avrebbe forti ricadute negative anche sul cicloturismo in questi anni in forte espansione». L'opposizione è compatta contro il provvedimento. «A Trieste in media viene investita una persona ogni due giorni. Credo che la quasi totalità degli investimenti siano causati da automobili e motoveicoli. Mai mi sognerei di vietare la circolazione di veicoli a motore per diminuire il numero degli incidenti e degli investimenti. Per la Lega Nord locale il pericolo maggiore sono invece i ciclisti nelle zone pedonali e quindi pensa bene non di sanzionare gli indisciplinati ma di vietare a tutti la circolazione», denuncia Paolo Menis del M5S. «Colpirne 100, 1000 per educarne 1 o 10: potrebbe essere questo lo slogan della mozione anti-bici presentata dal consigliere Lippolis - dichiara Fabiana Martini, capogruppo del Pd -. Anziché pensare a delle azioni di sensibilizzazione della cittadinanza relativamente a un modo rispettoso di stare sulla strada anche per chi sceglie le due ruote o dare indirizzo alla Polizia locale di prestare particolare attenzione ai ciclisti maleducati, la maggioranza di centro destra vorrebbe vietare a chi pedala l'accesso nelle zone pedonali, nonostante sia previsto dal Codice della Strada e nonostante le poche piste ciclabili presenti (alcune, come quella di via Giulia, stoppate dall'amministrazione Dipiazza). Questa iniziativa - conclude la dem - è l'ennesima dimostrazione della schizofrenia di questa giunta».«Da una parte si promuove l'uso delle bici, dall'altra si cerca di ostacolarle. La mano destra non sa quello che fa la sinistra», sottolinea il consigliere socialista Roberto de Gioia a proposito dell'amministrazione. Ma c'entra l'ideologia? «Crede che le auto siano di destra e le bici di sinistra? - si infervora Lippolis -. Non è un problema ideologico è solo un problema da risolvere».

Fabio Dorigo

 

Sondaggio sul web, in testa i contrari - oltre 800 voti
L'offensiva anti-bici non scalda solo gli animi dei politici, ma divide anche i triestini. Nel pomeriggio di ieri, sul sito del Piccolo, abbiamo lanciato un sondaggio per chiedere ai nostri lettori se fossero favorevoli o contrari allo stop delle bici nelle aree pedonali di Trieste. Il resto recita, testualmente: "Una mozione presentata dalla Lega Nord intende impegnare il sindaco a emettere un'ordinanza che vieti la circolazione dei velocipedi (bici, ma anche monopattini) nelle zone pedonali. Ok al transito solo se le due ruote sono accompagnate a mano. E la proposta (che verrà discussa il 5 settembre nella VI Commissione consiliare) ha fatto scattare la rivolta dei fan delle due ruote e del web. E voi siete favorevoli o contrari allo stop?"In poche ore, il sondaggio ha raggiunto quota 843 voti (alle 21.23). In netto vantaggio, al momento, i lettori contrari all'eventuale "bando" dei velocipedi dalle aree pedonali, opzione scelta da 506 lettori contro i 327 che invece si sono detti a favore. Non manca qualche indeciso: 10 persone ha infatti cliccato sull'opzione "Non so". Intanto prosegue anche il secondo sondaggio attivo sul nostro sito e dedicato a uno dei temi più "caldi" del momento, quello delle possibili soluzioni per proteggere i centri storici da eventuali attacchi terroristici. Soluzioni allo studio anche a Trieste, città che si prepara a vivere tra poche settimane l'evento clou dell'anno, la Barcolana. In questo caso, i lettori sono chiamati a votare online esprimendo la propria preferenza tra sei opzioni proposte: alberi come proposto da Stefano Boeri, fioriere con base in cemento, barriere fisse con paletti a scomparsa, blocchi fissi in cemento, transenne, new jersey cioè blocchi rimovibili in plastica o nessuna barriera. Nella serata di ieri, in testa alle preferenze dei 1430 triestini che avevano votato fino alle 21.23, figuravano ancora gli alberi, scelti da 582 lettori. Medaglia d'argento alle fioriere (votate da 405 lettori), mentre sul gradino più basso del podio si piazzavano le barriere fisse con paletti a scomparsa con 195 voti.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 26 agosto 2017

 

 

L'offensiva padana antibici innesca la rivolta dei ciclisti - Bufera sulla proposta del leghista Lippolis di bandire le due ruote dalle zone pedonali
Fiab Ulisse: «Inaccettabile». Ma Polli sposa l'iniziativa: «Stop alla maleducazione»
Trieste non è una città per "velocipedi". Questo tipo di mezzi rischia di finire fuorilegge. Una mozione presentata dal consigliere della Lega Nord Antonio Lippolis, in arrivo per il 5 settembre all'esame della IV Commissione, vorrebbe impegnare il sindaco «ad emettere un'ordinanza che vieti la circolazione di velocipedi nelle zone pedonali e ne consenta il transito solo se accompagnati a mano». Non solo le biciclette quindi. Il codice della strada considera come velocipedi anche i risciò, le biciclette a quattro ruote (quelle in uso nelle località turistiche marine), i monopattini, i carri leggeri a tre ruote montati sul retrotreno di una bicicletta. «In pratica, se qualcuno mi accompagna tenendomi per mano, posso pedalare» interpreta malizioso l'ex assessore Paolo Rovis. In realtà la mozione di Lippolis ha cominciato a far discutere prima ancora di essere presa in considerazione. «Si propone di "vietare la circolazione delle bici nelle aree pedonali", come invece concesso dall'articolo 3 del Codice della strada, senza dare alcuna motivazione» attacca Federico Zadnich dell'Associazione Fiab Trieste Ulisse. Il Codice della strada, infatti, definisce l'area pedonale come «zona interdetta alla circolazione dei veicoli, salvo quelli in servizio di emergenza, i velocipedi e i veicoli al servizio di persone con limitate o impedite capacità motorie, nonché eventuali deroghe per i veicoli ad emissioni zero aventi ingombro e velocità tali da poter essere assimilati ai velocipedi». E quindi? «Le diffuse aree pedonali di Trieste sono, per il momento, gli unici spazi dove si può pedalare in sicurezza vista la quasi totale assenza di piste ciclabili - spiega Zadnich -. L'approvazione della mozione sarebbe un colpo durissimo alla ciclabilità e al suo sviluppo e avrebbe forti ricadute negative anche sul cicloturismo in questi anni in forte espansione. Come già scritto è il Codice della Strada a consentire la circolazione dei velocipedi nelle aree pedonali, prevedendo in situazioni di forte presenza di pedoni di scendere dalla bicicletta e quindi basta solo applicarlo». Tra l'altro, fa presente l'associazione di cicloturisti e ciclisti urbani, le linee programmatiche del sindaco Dipiazza prevedevano come obiettivo a medio termine «un 10% in più di mobilità ciclabile». Un provvedimento simile è stato adottato dalla giunta di Muggia che, dopo le numerose proteste, ha però ridimensionato il divieto, prevedendolo solo all'interno di tre calli del centro storico. Per il momento la giunta Dipiazza non accoglie in modo integrale l'iniziativa di Lippolis. «La mozione, più che porre un divieto, vuole essere uno stimolo per migliorare i comportamenti. Pone un problema reale. Ci sono ciclisti educati e ciclisti maleducati. Vedo spesso turisti che scendono dalla bici e la portano a mano e altri ciclisti che invece sfrecciano a 50 all'ora per piazza della Borsa e Cavana. Ormai è diventato un problema di sicurezza», spiega l'assessore Luisa Polli che milita nello stesso partito di Lippolis. L'idea è quella di provvedere, magari, con dei divieti nelle aree più affollate di persone. «Carlo Grilli come farai a girare in bicicletta in centro adesso che la Lega vuole vietare l'utilizzo nelle zone pedonali?», domanda provocatoriamente il capogruppo M5S all'assessore ai Servizi sociali, che si reca al lavoro in via Mazzini in bicicletta. Lippolis, intanto, abbozza e respinge l'etichetta di politico antibici. «Certe zone pedonali sono sempre più piene di turisti, di cittadini e di bambini e sempre più ciclisti sfrecciano a tutta velocità facendo slalom tra i pedoni - spiega il consigliere leghista -. Non sono mica contro le biciclette! La bici è un mezzo meraviglioso ma... la mia libertà finisce dove inizia la tua! Anche i pedoni vanno tutelati. Bisogna fare qualcosa». Cominciando a vietare i velocipedi nelle zone pedonali. E via pedalare

di Fabio Dorigo

 

 

I nostri politici si impegnino di più contro il rigassificatore - La lettera del giorno di Silvano Baldassi
Qualche giorno fa "Il Piccolo" ci ha informati che la Croazia ha deciso di situare il rigassificatore di Veglia in mare aperto, come quelli, in Italia, di Porto Viro, di Livorno e di Porto Recanati (per ora sospeso). Evidentemente anche la Croazia ritiene opportuno tutelare la sicurezza delle popolazioni, le attività economiche di terraferma e l'ambiente. Per quanto riguarda Trieste, lo stato italiano va invece controcorrente, in quanto pretende di imporci un rigassificatore a Zaule, sulla terraferma, al centro di un'area densamente popolata e, soprattutto, scavalcando e ignorando le norme di sicurezza e le precauzioni adottate, oltre che in Italia per gli impianti sopra menzionati, anche in tutto il reso del mondo. Ne è la prova che la pratica sta procedendo con l'approvazione dei vari ministeri competenti. É perciò impossibile contraddire coloro che vanno dicendo che lo stato italiano vuole condannare la nostra popolazione a vivere in perenne pericolo, che vuole bloccare definitivamente lo sviluppo del nostro porto e l'economia della città, e vuole pure inquinare il nostro mare. Quindi, se il progetto di Gas Natural non viene definitivamente, ed entro breve tempo, bocciato ufficialmente, svaniscono tutte le speranze di valorizzare il porto e i relativi punti franchi. Ritengo inoltre che i nostri amministratori e parlamentari, non debbano limitarsi a ricorrere al Tar e a dichiarare la loro contrarietà, menzionando solo i danni economici che ne deriverebbero all'attività portuale, ma debbano anche, con forza e soprattutto senza paura, denunciare apertamente che questa scelta (del governo) va contro Trieste, la sua economia, la sicurezza dei cittadini e la salute del nostro mare, e imputare a chi ha dato il benestare all'impianto di aver colpevolmente ignorato i rilievi fatti, da oltre vent'anni, da scienziati, professori, tecnici, esperti, sull'assoluta incompatibilità dell'impianto con le caratteristiche del sito e sulle tante incongruenze rilevate nel progetto stesso (come ben descritto nella delibera del Consiglio comunale di Trieste nel 2012).

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 25 agosto 2017