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RASSEGNA STAMPA  gennaio - giugno 2017

 

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 30 giugno 2017

 

 

Il "patto" di San Dorligo contro gli odori molesti

Il Comune volta pagina in tema ambientale e vara un tavolo tecnico con Arpa, Regione, Azienda sanitaria, Porto e Municipio di Muggia. Si parte a metà luglio
SAN DORLIGO DELLA VALLE - Il Comune di San Dorligo delle Valle volta pagina sul fronte dell'ambiente e vara iniziative che coinvolgono in modo concreto istituzioni, aziende e cittadini. L'amministrazione guidata dal sindaco Sandy Klun sta dando vita a un tavolo tecnico sulle "molestie olfattive" (i forti odori che si manifestano spesso nel territorio), che si riunirà per la prima volta nella seconda metà di luglio e al quale siederanno l'Arpa, la Direzione ambiente e energia della Regione, l'Azienda sanitaria integrata, l'Autorità portuale e il Comune di Muggia. Subito dopo, come ha spiegato l'assessore all'Ambiente e territorio Franco Crevatin, nella conferenza stampa indetta ieri in Municipio assieme alla Seconda commissione, sono previsti incontri con Siot e Wärtsilä. E successivamente altre riunioni saranno programmate con i cittadini. Parallelamente il tavolo tecnico inizierà a lavorare, per cui «fra settembre e ottobre - ha precisato Crevatin - avremo una fotografia concreta della situazione dell'ambiente nel nostro comune». Un comune la cui superficie è occupata per un terzo da attività industriali e artigianali, e che, come ha ricordato il sindaco Sandy Klun, «ospita le due più grandi aziende della provincia, Siot e Wärtsilä». Il nodo principale è costituito, come detto, dalle "molestie olfattive", un tempo limitate a singole zone ma che ora si manifestano in tutto il territorio comunale. «Alla fine dello scorso anno - ha spiegato l'assessore - abbiamo distribuito una scheda a una quarantina di persone, che hanno riportato per sei mesi i dati degli eventi molesti, aiutando così il Comune e in particolare la Seconda commissione. E a fine aprile - ha proseguito - abbiamo discusso con l'Arpa i metodi di rilevazione. In questi sei mesi la gente ha fortemente collaborato, e spero continui a farlo anche quando ci incontreremo con le aziende, Siot e Wärtsilä in primis». Un metodo di lavoro, quello che coinvolge i cittadini, i cui risultati saranno appunto al centro dei confronti con le aziende, per individuare procedure che permettano di determinare con certezza l'origine dei fenomeni e di ridurne l'impatto sugli abitanti ma anche sulle colture.«Siot ha comunicato a suo tempo - ha rilevato ancora Crevatin - che sta investendo molto per ridurre gli effetti olfattivi, ma ciò finora non ha dato risultati. E visto che è qui da 50 anni sarà il caso che attui delle modifiche, introducendo qualche sistema per eliminare il problema. Pensiamo che la tecnologia possa risolvere queste questioni, assieme alla buona volontà e alle risorse che non mancano». La Seconda commissione si occupa dei problemi ambientali già da tre anni, e nel suo ambito, come ha sottolineato il presidente Roberto Potocco (Pd), fra i componenti c'è «una condivisione totale e trasversale sull'importanza della salute dei cittadini». Potocco ha anche osservato che «si è sopportato molto in termini di molestie olfattive, con conseguenze anche sull'impossibilità di vendere le abitazioni». E riguardo ai dati raccolti dai cittadini, attraverso schede "zonizzate", ha spiegato che verranno incrociati con quelli che d'ora in avanti saranno annotati su altre schede indicate dall'Arpa.«Non ci sono prove scientifiche che gli odori vengano dal parco serbatoi della Siot - ha ancora affermato Potocco - ma si tratta di odori di idrocarburi, per cui non possono venire da altre parti. Su sei dei 32 serbatoi Siot ha installato dei nebulizzatori, ma gli effetti sono tutti da capire». Il problema di fondo, secondo il presidente della commissione, è che «in Siot non si è notata la responsabilità sociale d'impresa. Qualche momento critico - ha aggiunto - si è vissuto anche con Wärtsilä. Il tavolo tecnico dovrà individuare i modi di convivenza con queste aziende, coniugando le loro esigenze con quelle degli abitanti». Fra i problemi sul tavolo, anche il del rumore prodotto dal traffico della Grande viabilità. «Stiamo lavorando - ha spiegato Potocco - perchè l'Anas metta in pratica le decennali promesse sull'installazione delle barriere fonoassorbenti e sostituisca i giunti ormai usurati».

Giuseppe Palladini

 

 

La proprietà della Ferriera esamina la diffida regionale
«Acciaierie Arvedi, stabilimento di Trieste, conferma di aver ricevuto giovedì 29 giugno (ieri, ndr) la diffida da parte della Direzione Ambiente della Regione recante la limitazione alla produzione. È in corso la valutazione dei profili tecnici e legali di tale prescrizione, con riserva di comunicare le azioni da intraprendere nel corso dei prossimi giorni». Così la proprietà della Ferriera di Servola è intervenuta ieri con una nota ufficiale dopo l'atto formale inviato dalla Regione alle Acciaierie Arvedi stesse e finalizzato a mettere fine agli sforamenti nei livelli delle polveri e a far rientrare le emissioni «nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2016». Sempre nella giornata di ieri, il sindaco Roberto Dipiazza ha osservato: «Già a inizio anno questa amministrazione comunale aveva diffidato la proprietà a non sforare i limiti di produzione imposti. Diffida che fu stroncata dalla Regione, che ora chiede la stessa cosa. Attendo quanto prima - ha continuato - di incontrare il Cavalier Arvedi con la presidente Serracchiani per poter sviluppare insieme un'industria pulita. La zona dove esiste l'area a caldo potrà essere riqualificata a fini di portualità, d'intesa con l'Autorità portuale». Intanto, in piazza Unità, prosegue il presidio avviato dieci giorni or sono dal Comitato 5 dicembre proprio davanti al palazzo della Regione. Un'iniziativa che «resterà permanente fino a quando verrà chiusa l'area a caldo», avevano specificato da subito gli organizzatori.

 

 

Navigazione a batteria - Wärtsilä spinge la propulsione ibrida - Concepito nello stabilimento triestino il primo modulo completamente integrato per ridurre le emissioni
TRIESTE - I primi due esemplari sono già stati venduti alla maggiore compagnia di rimorchiatori del Mediterraneo, la genovese "Rimorchiatori riuniti", e permetteranno all'imbarcazione su cui saranno montati di muoversi nelle acque del porto prevalentemente a batteria. Così funzionerà il nuovo modulo ibrido Wärtsilä HY, concepito dal Marine engineering team dello stabilimento triestino della multinazionale. Puntando sullo sviluppo della tecnologia green, Wärtsilä ora annuncia dunque l'immissione sul mercato del modulo ibrido HY, che la società presenta come «innovazione assoluta nel settore della propulsione navale». Certamente già esistono applicazioni che vedono motori marini addizionati di batterie, ma ora per la prima volta - come spiega Matteo Natali, manager Technical Sales di Wärtsilä - un sistema ibrido integrato viene offerto sul mercato come modulo "chiavi in mano". Di cosa si tratta? In sostanza il collaudatissimo motore 26, già da tempo costruito negli spazi triestini di Wärtsilä, viene modificato e ottimizzato dal team ingegneristico che affianca la parte elettrica - proveniente dagli stabilimenti norvegesi che hanno lavorato insieme ai tecnici triestini - per combinare insieme motori, sistema di stoccaggio dell'energia ed elettronica di potenza da fare interagire sinergicamente. I vantaggi del nuovo sistema, come si legge in una nota di Wärtsilä, «comprendono la riduzione del consumo di carburante e delle emissioni, per un miglioramento complessivo delle prestazioni dell'imbarcazione; in particolare, la modalità Green permetterà un azzeramento delle emissioni». Non ci sono cifre sull'entità della riduzione di emissioni: cambiano notevolmente, si fa sapere dall'azienda, a seconda delle potenze in gioco, dell'utilizzo delle batterie e del profilo operativo della nave. Di certo c'è invece che il sistema integrato di gestione dell'energia può essere ottimizzato anche durante la vita della nave, secondo le esigenze di operatività.Il modulo HY ha già ottenuto un certificato di approvazione dal Lloyd's Register, mentre è in attesa di brevetto una nuova procedura automatizzata che permetterà di «eliminare le emissioni di fumi a ogni livello di carica e in qualsiasi modalità operativa». Wärtsilä sottolinea inoltre come la riduzione dei tempi di operatività dei motori permetterà di «diradare gli interventi di manutenzione». Il nuovo prodotto dunque, sostiene Giulio Tirelli, direttore di Marine Engineering Wärtsilä Solutions, «apre la strada a una nuova era della cantieristica navale, impensabile fino a poco tempo fa». Wärtsilä HY verrà presentato in versioni ad hoc per ciascuna categoria di navi. Le prime versioni disponibili saranno dedicate appunto a rimorchiatori e traghetti di medie dimensioni; in un secondo momento è prevista invece l'applicazione del modulo anche su imbarcazioni di dimensioni maggiori.

 

Da oggi obbligatorio il conta-calore per i termosifoni
ROMA - Scade oggi il termine per installare nei condomini i contatori per misurare e regolare l'effettivo consumo di calore nelle case. Il termine era già stato prorogato di sei mesi, ma adesso scattano le sanzioni. Questo prevede la legge approvata nel 2014 e poi modificata nel 2016. Ma nell'applicazione pratica ci sarà ragionevolezza. I controlli che faranno scattare le sanzioni, interverranno quasi certamente dopo l'estate. Se i lavori sono già stati deliberati, se sono iniziati, e se alla fine l'impianto sarà pronto e funzionante per l'inizio della stagione invernale, i condomini riusciranno molto probabilmente ad evitare le sanzioni. Sanzioni che tra l'altro navigano fra i 500 e i 2.500 euro «per ciascuna unità immobiliare». Ma non tutti i condomini sono tenuti a mettere i contabilizzatori. Tutto dipende dall'effettivo vantaggio che si può ottenere installandoli, deve trattarsi di un vantaggio economico tenuto conto dei costi di installazione e il risparmio del costo energetico spalmato su qualche anno. Nei condomini dove è stato installato il termovalorizzatore ora la divisione delle spese energetiche sarà a consumo. La prassi prevede che il primo anno il consumo venga diviso per millesimi. Dal secondo anno parte la divisione a consumo vera e propria.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 29 giugno 2017

 

 

«Arvedi riduca la produzione in Ferriera» - Diffida della Regione dopo gli sforamenti nei valori delle polveri registrati dall'Arpa. L'azienda studia le contromosse
L'aveva annunciato poche settimane fa, dopo l'ultimo richiamo formale da parte dell'Arpa. E ieri è passata all'azione. La Regione ha intimato alle acciaierie Arvedi di ridurre la produzione all'interno della Ferriera. Una mossa ritenuta essenziale per mettere fine agli sforamenti nei livelli di polveri e far rientrare le emissioni «nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2016». L'ultimatum è stato lanciato attraverso una diffida, con effetto immediato, firmata dal direttore centrale dell'Ambiente. Un provvedimento che ha colto evidentemente di sorpresa l'azienda, che sceglie al momento di non rilasciare commenti nel merito. «Siderurgica Triestina attende la citata diffida che non è ancora pervenuta - ha fatto sapere in serata l'ufficio stampa - e si riserva di valutarne i contenuti sul piano tecnico e legale». L'atto della Regione fa seguito al report inviato nei giorni scorsi dall'Arpa sugli esiti del monitoraggio dei parametri di stato e pressione per la qualità dell'aria a Servola. «Dall'analisi - riferisce in una nota la Regione - emergerebbe infatti che il valore di polverosità rilevato a maggio nella stazione di via Ponticello sarebbe pari a 336 microgrammi per metro quadro; questo dato farebbe scattare la procedura di riduzione della marcia dell'impianto, in quanto il valore obiettivo di polverosità su base mensile in quella postazione risulterebbe pari al 134 per cento del tetto prefissato». Nella diffida la Regione chiede alle acciaierie di adottare le misure previste dal decreto Aia del 2016 al fine del rispetto del valore obiettivo. Le iniziative da intraprendere consistono nel contenimento delle colate mensili in un numero massimo di 290, la limitazione della marcia dell'altoforno entro le 34 mila tonnellate nell'arco dei 30 giorni e la limitazione della produzione di coke a quelle strettamente funzionali alla produzione di ghisa. «La società Acciaierie Arvedi deve comunicare alla Direzione centrale Ambiente della Regione, al Comune di Trieste, ad Arpa Fvg, all'AsuiTs ed al Comando provinciale dei vigili del Fuoco entro cinque giorni dalla data del provvedimento, la limitazione della marcia degli impianti di cokeria ed altoforno. La riduzione dell'attività - si legge nell'atto - avrà effetto fino a quanto la Regione avrà formalmente accertato il rispetto del valore obiettivo imposto dal decreto Aia del 2016. Ciò avverrà attraverso l'analisi dei parametri rilevati in autocontrollo dall'Azienda e quelli registrati da Arpa nel processo di validazione».Ma il pressing sferrato dall'amministrazione regionale nei confronti del gruppo Arvedi non finisce qui. Sempre ieri la governatrice Debora Serracchiani, al termine di un confronto con i sindacati sulle attuali prospettive dello stabilimento, ha esortato l'azienda a presentare al più presto il piano industriale per la Ferriera di Servola. «Anche in qualità di commissario straordinario per l'attuazione degli interventi della crisi industriale complessa di Trieste - chiarisce ancora la nota della Regione - la presidente Serracchiani ritiene fondamentale la stesura del business plan. Sulla base di tale documento è infatti possibile fare una valutazione concreta sugli impegni che la proprietà dello stabilimento ha preso riguardo agli interventi ambientali. Il rispetto delle regole è secondo la presidente della Regione un aspetto imprescindibile. Ed è proprio per questo - ha informato Serracchiani - che l'amministrazione regionale, con atto del direttore centrale dell'Ambiente, ha diffidato le acciaierie Arvedi a ridurre la produzione affinchè le polveri rientrino nei valori obiettivo previsti dal decreto di autorizzazione integrata ambientale del 2016».

(red.cr.)

 

 

Cresce l'allarme pedoni - Un investito ogni 48 ore - I dati del Centro di monitoraggio Fvg. Viale Miramare l'arteria più pericolosa
In generale oltre due episodi al giorno. Aumentano anche quelli con ciclisti - GLI INCIDENTI A TRIESTE
Aumentano a Trieste e provincia gli incidenti stradali che coinvolgono i soggetti più a rischio di gravi lesioni, ovvero i pedoni e i ciclisti. Lo si evince dai numeri messi a disposizione dal centro di monitoraggio della sicurezza stradale della Regione (Crmss) che in una banca dati raccoglie tutte le segnalazioni delle forze dell'ordine e delle polizie municipali. A livello provinciale, infatti, la Polizia locale di Trieste (il corpo che effettua il maggior numero di rilievi rispetto a Carabinieri e Stradale) ha indicato 621 incidenti con lesioni ai soggetti coinvolti nel 2013; 657 nel 2014; 827 nel 2015 e - in calo - 769 per l'anno scorso, il 2016. Il totale, considerando anche Carabinieri e Polstrada, è di 928. Quanto al numero di pedoni coinvolti in sinistri con morti o feriti (dato questo a valenza Istat), è passato da 151 nel 2015 a 179 nel 2016. Come a dire: nello scorso anno si è viaggiato con la media di più di due incidenti stradali al giorno nel territorio giuliano. Un pedone ogni due giorni viene coinvolto. Le conseguenze variano: dalle più tragiche, come nel caso di Giulia Buttazzoni, uccisa mentre attraversava sulle strisce in via de Marchesetti, fino al colpo di frusta. Che si parli del totale degli schianti o del dato parziale sugli investimenti pedonali, un risultato non cambia: la strada più pericolosa di tutta la provincia era e rimane viale Miramare. L'infausto podio delle arterie da incubo per chi procede a piedi include via Giulia (9 incidenti nel 2016) e via dell'Istria, mentre la seconda e terza strada più pericolose nel complesso sono via Flavia (33 sinistri), il primo tratto della Trieste-Opicina e via Carducci, con 21 incidenti ciascuna. Il mancato rispetto della segnaletica semaforica da parte dei pedoni e l'utilizzo dei telefonini (unito all'ebbrezza alcolica) sono le cause principali contro cui punta il dito l'ex presidente dell'Aci triestina Giorgio Cappel, che oggi si occupa della ricostruzione dei sinistri. «L'altro giorno ho impiegato circa un quarto d'ora del mio tempo per sbirciare, in prossimità di un incrocio semaforizzato, il comportamento dei pedoni», segnalava sul Piccolo ad aprile. «Su circa 200 passanti, una cinquantina, uomini, donne, vecchi e bambini, erano al telefonino. Ben dieci hanno attraversato la strada senza guardare il semaforo ed esattamente 4 sono transitati con il rosso, creando imbarazzo ai conducenti che passavano con il verde. Che ognuno di noi faccia un esame di coscienza». Sulle nostre arterie di traffico nel solo 2016 si sono persi 259 anni di vita sana in seguito a tragici schianti. Si tratta di un calcolo provvisorio di Crmss in collaborazione con Insiel e la direzione centrale Sanità basato sul sistema dei Disability Adjusted Life Year (Daly). Il metodo, raccomandato dall'organizzazione mondiale della sanità, combina in una sola misura gli anni di vita persi a causa di una morte precoce rispetto alla speranza di vita e gli anni di vita vissuti con disabilità. Ben 98 se ne sono persi in un solo istante, quando un trentaquattrenne, al volante in stato di ebbrezza, ha imboccato la Gvt contromano uccidendo Luca Sussich e Valentina Gherlanz. Era la notte tra il 19 e il 20 giugno (ne riferiamo anche in basso). Tutti questi dati sono disponibili sia sul sito Aris, l'archivio regionale incidenti stradali, sia su quello del Piccolo, dove è possibile consultare una mappa interattiva che mostra a colpo d'occhio le strade più pericolose sia per i pedoni che, per esempio, per le biciclette. A proposito, dal 2015 al 2016 gli incidenti che hanno coinvolto e ferito dei ciclisti sono passati da 32 a 42. Anch'essi in aumento, dunque. I responsabili del centro regionale di monitoraggio della sicurezza stradale evidenziano come sia importante lavorare non solo con i dati relativi agli incidenti con lesioni, ma anche con quelli che indicano i danni ai soli mezzi. «Incrociando i risultati si possono infatti comporre mappe di rischio stradale più complete». Fondamentale, sempre a detta del Crmss, sarebbe uniformare i metodi di rilevazione di Carabinieri, Stradale (che operano su strade extraurbane e in quelle urbane tra le 2 e le 7 del mattino) e Polizia locale. «Il volume del traffico va limitato tramite il potenziamento del trasporto pubblico», commenta Sergio Tremul, fondatore di Camminatrieste. «Non ci sembra che l'amministrazione locale si stia impegnando come richiesto. Serve un cambio di mentalità per la viabilità e il traffico consultando anche studenti, lavoratori e utenti che sono la parte più interessata».

Lillo Montalto Monella

 

«Servono luci e dossi davanti alle "zebre"» - «La gente vede il rettilineo e si lascia andare correndo» - Esercenti e residenti di viale Miramare chiedono interventi
«Basterebbe un dosso». Il sistema salva-vita a tutela di chi cerca di attraversare le strisce pedonali sarebbe a portata di mano, secondo Daniela del bar Condor che, di fronte al suo locale, in viale Miramare - la strada più pericolosa secondo il centro di monitoraggio della sicurezza stradale della Regione - assiste spesso a incidenti. Sinistri che avvengono per diversi motivi, a suo avviso. In primis, osserva, «a causa della doppia corsia, può essere ad esempio che ai pedoni venga data la precedenza da chi si dirige verso Miramare - spiega - mentre i mezzi che procedono in direzione città non li lascino passare e così restano in mezzo alla strada in balia dei veicoli». E poi c'è il fatto degli scooter che, sorpassando le auto che giustamente danno la precedenza alle persone a piedi, frenano di colpo e cadono. «Ma essendo in torto questi ultimi, tirano su la moto e continuano il percorso senza fiatare». Dal suo bancone però Daniela fa notare anche quanto sia «inutile quella specie di slargo» che da viale Miramare poi dovrebbe far procedere le auto verso scala al Belvedere: «Molti entrano in questa specie di seconda via per reimmettersi su viale Miramare, andando così contro senso». Ecco che dunque propone di chiudere la seconda uscita, quella che porta su via Boccaccio. Per Massimo Ziberna, dell'autoscuola Accademia di guida, che sta proprio sull'insenatura di viale Miramare vicina al bar Condor, la questione riguarda «una situazione di traffico particolare, che si accentua durante la stagione balneare». In realtà la via non ha grandi caratteristiche che inducono alla pericolosità, semplicemente «è che la gente vede il rettilineo e si lascia andare, correndo». D'accordo con Ziberna anche Marina Tuta, residente nella parte di viale Miramare vicino alla pineta di Barcola. «I mezzi vanno troppo veloci, non rispettano le strisce pedonali e si creano incidenti, la gente pensa già di essere in autostrada - afferma -. Bisognerebbe mettere dei lampeggianti sulle zebre, perché di notte la visibilità è scarsa e quindi capita che non si vedano. Noi l'avevamo chiesto al sindaco precedente, ma ancora nessuno l'ha fatto».Di parere completamente opposto invece è Alessia Ziberna, la quale rimane solo colpita dal traffico che c'è in viale Miramare: «Non mi sembra ci siano grossi problemi». Della stessa opinione Mattia Fusi, da poco trasferitosi a Trieste da Firenze: «Nella mia città d'origine ci sono incidenti quotidiani, qui invece mi sembra che non ci sia assolutamente caos, anzi, io mi sento molto sicuro». Tanto sicuro che non si fa nessun problema a percorrere il tragitto da Barcola a Trieste e viceversa a piedi, attraversando «senza particolare difficoltà le strisce e attendendo i semafori verdi».

Benedetta Moro

 

L'allarme degli abitanti di Gretta - Riunione alla Microarea sul tema dell'alta velocità dei veicoli anche in zona scuole
Emergenza sicurezza stradale a Gretta. Se ne è discusso nella sede della Microarea in via dei Toffani. L'incontro è stato promosso dagli operatori dell'AsuiTs. L'obiettivo? Trovare una soluzione ai problemi legati all'eccesso di velocità degli automobilisti in transito su strada del Friuli e salita di Gretta. Hanno partecipato all'assemblea, oltre alla referente del progetto Microaree a Gretta Michela Degrassi, la consigliera comunale del Pd Fabiana Martini, il consigliere di circoscrizione in quota Fi Gianluca Papallo e Selenia Bortelli, presidente del comitato dei genitori dell'Ic Roiano - Gretta. La situazione - stando a quanto emerso - sta peggiorando nell'ultimo periodo. Da inizio anno, infatti, si sono verificati due incidenti che hanno coinvolto due giovani studenti: il primo a gennaio e il secondo a maggio. In circostanze simili, diversi anni fa, una donna ha perso la vita. Questi episodi hanno stimolato le preoccupazioni delle famiglie di Gretta, che a marzo si sono rivolte con una lettera al Comune. Segnalazione firmata da 234 genitori a cui il sindaco Roberto Dipiazza ha risposto assicurando l'impegno della giunta sul tema. «Ho paura solo al pensiero che i miei figli possano attraversare la strada non accompagnati per andare a scuola o a fare sport - racconta Bortelli -. Gli automobilisti sfrecciano a velocità altissime ignorando sistematicamente le strisce pedonali, la segnaletica verticale è assente e l'illuminazione scarsa». Quali le soluzioni? La situazione di disagio mette d'accordo le diverse parti politiche, come testimonia l'intervento di Papallo: «A gennaio, dopo l'incidente, ho presentato una mozione urgente alla quale è seguito un sopralluogo dell'assessore Luisa Polli, del direttore del Servizio Mobilità e Traffico del Comune Giulio Bernetti e del consigliere comunale Everest Bertoli. È importante che i rappresentanti di tutti i partiti, dalla maggioranza all'opposizione, collaborino». Una proposta arriva da Martini, firmataria di un emendamento al bilancio comunale che prevede l'acquisto di colonnine porta autovelox per un investimento di 40mila euro: «Sarebbe il primo passo per affrontare il problema e promuovere la sicurezza stradale». Così invece Degrassi: «Abbiamo deciso di convocare questo tavolo di coordinamento, per segnalare all'amministrazione e all'opinione pubblica i disagi e i pericoli che gli abitanti di Gretta vivono quotidianamente».

(l.a.)

 

 

Lo sciacallo dorato riappare sul Carso e fa strage di galline - Devastato l'allevamento del tredicenne Alex «Voleva attaccare anche la nonna»
GRADISCA - Lo sciacallo dorato ricompare sul Carso. E fa razzie. L'allarme viene da San Michele del Carso, dove in un paio di giorni si sono registrate ben due blitz notturni del temibile predatore. Nella prima circostanza il canide ha preso di mira il pollaio di un'abitazione sita nel centro abitato, facendo una vera e propria strage di polli, galline ed oche: ben dodici le vittime della razzia. Qualche giorno dopo l'amara sorpresa in un'altra zona di San Michele: in un'abitazione circondata dalla boscaglia sono state ritrovate le carcasse di due polli. Nel primo caso un testimone oculare, pensando all'assalto di una volpe, ha invece riconosciuto con chiarezza le tipiche fattezze del predatore dal pelo grigio. La ricomparsa dello sciacallo dorato è anche la storia di Alex Devetak, 13 anni, nato e cresciuto proprio a San Michele. E' lui ad avere visto devastato il proprio piccolo allevamento cui teneva molto. Un ragazzo dalle molte passioni, prima fra tutte quella per gli animali. Fin da piccolo ne ha sempre avuti e se ne è sempre occupato con amore e dedizione. Alex ha una gran passione per i polli ornamentali e grazie all'aiuto dei nonni ha potuto costruirsi il suo primo pollaio dove poter ospitare i suoi nuovi amici. Iscritto nella sezione Junior dell'AFA, Associazione Friulana Avicoltori, Alex ha deciso di intraprendere l'hobby dell'allevatore amatoriale di polli spinto dalla sua grande sensibilità e passione nel voler custodire razze avicole che altrimenti rischierebbero di scomparire. Cosi grazie alla sua associazione Alex ha potuto iniziare l'allevamento di alcuni capi di polli e la sua scelta si è rivolta ad una razza italiana al 100 per cento: la Livorno, accudita con passione e competenza anche vista la giovane età. La passione di Alex ha vissuto pero' un brusco risveglio. Qualche mattina fa la nonna di Alex si è alzata presto e come suo solito verso le cinque di mattina si è recata nel pollaio a portare un po' di verdura e ad aprire le porte per permettere alle gallinelle di pascolare nel giardino. All'improvviso una furia appare nel giardino e inizia a scagliarsi sulle povere bestiole. «Era uno sciacallo, il manto grigio era inconfondibile», ha assicurato ai familiari. Ad una ad una la belva ha iniziato a lacerare le gallinelle indifese. Versi strazianti. «Quello che ci chiediamo - si domandano gli esponenti dell'associazione Afa - è come faccia un simile animale ad essersi spinto nel mezzo di una zona abitata, con il sole che sorge e un essere umano presente. La belva ha provato ad attaccare anche la nonna. Lo sciacallo è un pericolo anche per gli uomini, Forestale e cacciatori dovrebbero fare qualcosa per limitare almeno che questi esemplari arrivino sino a un centro abitato». Quando Alex giunge nel pollaio trova solo carcasse fredde, senza vita. Le sue amiche, i pulcini che aveva visto crescere e a cui si era dedicato con tutto se stesso ora erano li davanti a lui, morte. «Possiamo stare sicuri? Chi ci dice che non tornerà a fare razzia in altre case? - incalza l'Afa, associazione con sede a Udine -. Chi ci assicura che i nostri animali ma soprattutto i nostri bambini siano al sicuro? Cosa possiamo fare di fronte a questi predatori? Dove sono gli enti predisposti a gestire tali situazioni?». La presenza dello sciacallo dorato in Friuli Venezia Giulia è ormai consolidata. La specie occupa le nicchie lasciate libere dal lupo o dalla volpe. In Regione le prime segnalazioni risalgono alla metà degli anni Ottanta. Nel 1997 due individui sono stati fotografati a Doberdò del Lago e i monitoraggi condotti dall'Università di Udine hanno evidenziato che i branchi del Carso goriziano sono gli unici a registrare una permanenza costante in una determinata area.

Luigi Murciano

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 28 giugno 2017

 

 

Portualità - Il governo fa decollare il Punto franco di Trieste
TRIESTE - A quasi trecento anni dalla sua proclamazione, avvenuta nel 1719 con la patente di Carlo VI, il Porto franco di Trieste è stato resuscitato con un decreto del governo che il ministro di Infrastrutture Graziano Delrio ha firmato ieri davanti ai triestini nel salone di rappresentanza della Regione che non a caso evidentemente sorge in quello che fu il Palazzo del Lloyd Triestino. Un decreto che più di qualcuno, tra i presenti, ha definito di portata epocale. Grazie al decreto attuativo che norma il regime speciale - e che porta la firma anche del ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan -, vengono prima di tutto messe nero su bianco tutte le agevolazioni derivanti dell'extraterritorialità doganale con la libertà di accesso e di stoccaggio illimitato delle merci, il pagamento differito e la riduzione delle tasse (tutta materia che finora era rimessa alla libera interpretazione dei vari funzionari doganali). Inoltre, con un ampliamento di opportunità che per Trieste potrebbe rappresentare un nuovo 1719 (fino ad allora la città era un villaggio di pescatori), si prevede l'estensione delle agevolazioni anche al settore della trasformazione industriale delle merci stesse. Caso unico in modo così accentuato a livello europeo, che potrebbe vedere nel giro di qualche anno l'insediamento di decine di nuove aziende internazionali nelle aree ex Ezit e sul Canale navigabile. Nel decreto sono espliciti i richiami all'Allegato VIII del Trattato Internazionale di pace del 1947, al memorandum di Londra del 1954, ai decreti del commissario del Governo del 1955 e del 1959 che testimoniano da parte governativa la vocazione internazionale dello scalo giuliano, come singolo caso particolare nel panorama del nostro Paese. Ma, come ha sottolineato lo stesso presidente dell'Autorità di sistema portuale dell'Adriatico orientale Zeno D'Agostino, dal momento in cui l'Italia è rientrata a governare questo territorio, cioè dal 1954, non c'era una norma che fornisse chiarezza giuridico amministrativa per l'applicazione di queste prerogative. «Si va a sanare una lacuna normativa che dal punto di vista gestionale era aperta da più di 60 anni - ha specificato D'Agostino - stabilendo che sia l'Authority a organizzare, gestire e promuovere i Punti franchi del Porto franco di Trieste. L'emendamento Russo che permette lo spostamento dal Porto vecchio unito a questi nuovi poteri - ha aggiunto - ci dà una capacità organizzativa di un sistema logistico-industriale che ora rappresenta un unicum a livello continentale. E avere un'area con queste caratteristiche non a Dubai o a Tangeri ma all'interno dell'Europa, fornisce a Trieste opportunità immense a livello mondiale. E infatti - ha svelato il presidente dell'Authority - abbiamo già manifestazioni di interesse sia a livello immobiliare che industriale per milioni di metri quadrati». Tra i contenuti salienti del decreto, l'attribuzione all'Authority del potere di modificare l'area dei Punti franchi. È la novità più importante che attualizza i principi contenuti nell'Allegato VIII del Trattato di pace: prevede infatti che la valutazione spetti al presidente del porto, quale soggetto istituzionalmente deputato alla gestione dei Punti franchi. L'Autorità avrà anche il potere di autorizzare le attività di manipolazione e trasformazione industriale delle merci nei Punti franchi, fornendo assistenza agli investitori. «Quando hanno sentito parlare di Punti franchi, gli occhi a mandorla hanno incominciato a brillare». Più o meno così D'Agostino aveva sintetizzato i risultati dell'ultima missione in Cina e già qualche settimana fa funzionari dell'ambasciata di Pechino in Italia si erano recati in visita allo scalo triestino subito dopo che le massime autorità cinesi avevano ribadito al premier Paolo Gentiloni l'interesse per il porto di Trieste. Alla domanda su cosa il governo stia facendo per fare di Trieste, assieme a Genova il principale gate italiano della nuova Via della seta, il ministro Delrio ha risposto così: «Stiamo aumentando gli investimenti nel porto, nei raccordi ferroviari e nella digitalizzazione delle Dogane e abbiamo completato un adempimento cruciale come questo del regolamento del Punto franco: sono elementi determinanti che faranno correre Trieste». All'inizio dell'incontro una raggiante Debora Serracchiani aveva ricordato come siano 77 i milioni di risorse pubbliche messi a disposizione negli ultimi anni a favore della componente ferroviaria del porto. «Tutta l'Italia sta imparando da Trieste come si possano togliere migliaia di Tir dalle strade - aveva chiosato Delrio - Ora questo porto deve seguire fino in fondo la propria vocazione internazionale». Soddisfattissimi i molti operatori portuali intervenuti ieri tra cui Stefano Visintin e Alessandro De Pol, presidenti rispettivamente di spedizionieri e agenti marittimi, e in particolare Enrico Samer, Francesco Parisi e Fabrizio Zerbini protagonisti di forti finanziamenti privati sui Moli V, VI e VII, i primi due con colossi turchi e il terzo con la società di Pierluigi Maneschi assieme a Msc. Presenti anche alcuni lavoratori accompagnati dal sindacalista Renato Kneipp.

Silvio Maranzana

 

«Una svolta epocale che cambierà la città» - Serracchiani sottolinea le ricadute in termini di attrattività e lavoro. Dipiazza: «Giornata storica. Mi sono emozionato»
TRIESTE «Una svolta epocale che segna un momento storico per il porto di Trieste». Così Debora Serracchiani ha definito il regolamento sui Punti franchi reso operativo ieri. «La firma del decreto - ha continuato la presidente - significa la possibilità di poter fare manifattura industriale, trasformazione delle merci e logistica in un sistema doganale unico in Europa. Lo sblocco di una situazione di stallo che attendeva una soluzione operativa da sessant'anni». Quanto allo scalo, Serracchiani ha ricordato che «da due anni si sta già sviluppando con 250 posti in più, ma adesso avrà un'ulteriore impennata che può tradursi in tanti posti di lavoro». Anche a detta del sindaco Roberto Dipiazza, questo «è un momento storico per la città e porterà interesse, lavoro e sviluppo per Trieste perché credo che oggi siamo l'unico scalo d'Europa Porto Franco. Mi sono emozionato - ha proseguito - perché ho capito l'importanza della giornata. I triestini forse non lo ricordano, ma il Porto franco era fermo da 20-30 anni. Ora il decreto attuativo lo sblocca, con grandi opportunità di lavoro e crescita. Dopo l'approvazione del Piano regolatore e la sdemanializzazione di Porto vecchio arriva la firma da parte del ministro Delrio del decreto attuativo per i Punti franchi. In meno di quattro anni assieme a Zeno D'Agostino e a Mario Sommariva - ha concluso il sindaco - si può davvero sostenere senza peccare di enfasi eccessiva che abbiamo cambiato il futuro della portualità triestina». Così il senatore democratico Francesco Russo, raggiunto a Roma dalla decisione del ministro dei Trasporti. «Ricordo che il giorno della sdemanializzazione in tanti ci avevano attaccato sostenendo che stavamo togliendo a Trieste la possibilità di usare le potenzialità della zona franca. In realtà spostando i Punti franchi lì dove sono funzionali e rendendoli finalmente operativi abbiamo creato le condizioni perché succeda esattamente il contrario. Finalmente. Questo ulteriore strumento mette Trieste e il Fvg - ha concluso il senatore dem - in grado di giocare con ancora più chance le proprie carte sullo scacchiere della logistica internazionale in particolare alla luce delle opportunità aperte dalla nuova Via della seta. Alla politica il compito di continuare unitariamente il lavoro fin qui svolto». Anche il presidente dei deputati del Pd, Ettore Rosato, ha voluto sottolineare «il lavoro di grande spessore fatto da Delrio, Serracchiani e D'Agostino per una rivoluzione nel porto di Trieste finora sempre promessa, ma mai attuata». «È una giornata straordinaria - ha affermato -. I risultati non tarderanno ad arrivare sia in termini di nuovi insediamenti sia di creazione di posti di lavoro. Siamo di fronte a un decreto che cambierà radicalmente in positivo la stessa essenza del nostro porto, ma anche dell'intera città». Sulla stessa riga la segretaria dem Antonella Grim: «Governo, Regione e Autorità portuale mettono la firma su un momento di svolta per la nostra città. Un percorso di grande successo in cui il Pd, a tutti i suoi livelli istituzionali, in questi anni ha contribuito in modo insostituibile. Ne siamo fieri». «Sono contento - ha aggiunto il senatore dem Lodovico Sonego - il decreto è un passo avanti per Trieste e per la regione e contribuirà ad arricchire lo spettro delle attività che si possono svolgere con profitto nello scalo ma anche a spingere lo sviluppo dell'intera attività retroportuale». Soddisfatti anche gli esponenti M5S. «Una grandissima notizia per la città e il frutto dell'ottimo lavoro svolto dal presidente D'Agostino - afferma il capogruppo in Comune Paolo Menis -. Si tratta di un atto che chiediamo fin dal 2012 con mozioni a tutti i livelli istituzionali. Purtroppo a quell'epoca il Pd non aveva minimamente compreso l'importanza di questo strumento, preso dalla follia di togliere il punto franco dall'area del Porto vecchio. Ora per fortuna si pone in parte rimedio all'ottusità del centro sinistra».

(s.m.)

 

I sindacati invocano dialogo e progettualità

Con la firma del ministro Delrio al Decreto attuativo del porto franco di Trieste «si pone fine a una vicenda decennale e si definiscono finalmente le potenzialità del porto e più in generale vengono indicate le straordinarie opportunità, che questo provvedimento arrecherà a tutta l'economia triestina». Lo affermano in una nota la Cgil e la Filt triestine. Definendo il Decreto attuativo «il giusto riconoscimento a una città e al suo porto, del ruolo internazionale, che per anni era stato a loro negato», i Cgil e Filt ritengono «fondamentale che le parti sociali, le amministrazioni e le istituzioni, individuino un luogo di confronto, che potrebbe essere l'ex Ezit, nel quale realizzare quel punto di discussione che può e deve mettere assieme progettualità, innovazione e la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori, in funzione delle realtà esistenti, ma soprattutto per i nuovi insediamenti». Di «risultato storico» parlano anche le Usb provinciali, assegnandone il merito all'impegno dei «lavoratori del Porto franco internazionale»

 

 

FERRIERA - L'ISPEZIONE dell'ARPA - «Nube nera a Servola - Colpa del vento forte»
La polvere che si è alzata domenica mattina attorno alla Ferriera, creando un nuovo allarme tra i residenti di Servola, è stata causata da un colpo di vento molto intenso, vento che ha raggiunto la velocità di 100 all'ora nel giro di appena tre minuti. È l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, l'Arpa, che lunedì ha effettuato un sopralluogo all'interno dello stabilimento, a renderlo noto. La nube color nero-violetto si è sollevata dai parchi minerali della fabbrica, come già appurato. Un evento che si è verificato nonostante l'azienda abbia certificato che erano state attivate le contromisure preposte: «La direzione di Siderurgica Triestina - afferma l'Arpa in un comunicato - ha esibito ai tecnici dell'Agenzia evidenze dalle quali risulta che domenica erano attivi i sistemi di bagnatura della superficie dei parchi minerali con sostanze filmogene». Si tratta, nello specifico, di una pellicola applicata sui cumuli. Per la direzione dello stabilimento, viene spiegato nella nota, il sollevamento della polvere è stato un caso «particolarmente gravoso e localizzato», provocato appunto dal colpo di vento. L'Arpa segnala che tutte le stazioni meteo installate nel territorio provinciale (Molo Bandiera, Cattinara e Muggia) hanno registrato tra le 11 e le 12 di domenica raffiche massime fino a 16 metri al secondo (circa 60 chilometri orari), associate al passaggio di un forte temporale. Mentre, localmente, la velocità del vento ha toccato valori superiori. Nel corso del sopralluogo, la direzione di Siderurgica ha riferito all'Agenzia che è stato ultimato l'impianto di bagnatura attraverso l'aggregante del carbone, da impiegare durante la fase di scarico dalle navi. Tale sistema permetterà di trattare in modo opportuno l'intera massa del cumulo e non solo la superficie come avviene al momento. Un modo per evitare proprio fatti analoghi a quelli di domenica. «L'attivazione di questo nuovo impianto - aggiunge l'Arpa - avverrà per la prima volta in occasione del prossimo scarico di carbone, previsto intorno all'8 luglio». Ma il monitoraggio sullo stabilimento va avanti: nei prossimi giorni, annuncia il comunicato, l'Arpa proseguirà la verifica del sistema di bagnatura della superficie dei parchi minerali; inoltre, l'Agenzia sarà presente durante la prossima operazione di scarico del carbone dalla nave per accertare la funzionalità del nuovo impianto aggregante. Continua, nel frattempo, il presidio permanente in piazza Unità anti-Ferriera organizzato dal Comitato 5 dicembre con la partecipazione di No Smog e FareAmbiente.

Gianpaolo Sarti

 

 

Via Cavana - Niente più auto nell'ultimo tratto - La parte in cui svoltano ora i bus della 24 diventerà pedonale - Via Venezian sarà percorribile in un unico senso di marcia
Un ultimo tassello per completare l'isola pedonale della lunga via Cavana. È allo studio degli uffici del servizio Mobilità e traffico infatti una novità che non resta che attuare, già inserita com'è nel piano del traffico vigente. Novità che interesserà quel lembo di strada dove svolta il bus 24 risalendo via Felice Venezian. Da lì via Madonna del Mare diventerà percorribile solo a piedi fino a via del Bastione. Una mossa che mancava e che l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli punta ora a realizzare per completare l'itinerario vietato alle auto che, da via Trento, arriva fino a piazza Venezia. Il nuovo percorso del bus - Non si sa ancora quale giro alternativo faranno i bus in servizio sulla linea 24. Il nuovo percorso, infatti, andrà deciso insieme ad altri attori. «Dobbiamo confrontarci con Trieste Trasporti e la Regione, che ora detiene alcune competenze prima in capo alla Provincia - spiega Polli -. Probabilmente il bus potrebbe fare lo stesso giro della 30 (che dalle Rive svolta poi in via San Giorgio, ndr), ma sono solo ipotesi». Proprio per questo la realizzazione del progetto non ha ancora un data, perché bisogna attendere l'esito del confronto. Come cambia la viabilità San Michele, che poi prosegue diventando via Felice Venezian, resterà percorribile dai veicoli a quattro e due ruote. Le auto potranno andare in un unico senso di marcia (dall'alto verso il basso). Chi vorrà risalire potrà farlo solo girando a sinistra in via del Bastione e non più svoltando a sinistra alla fine di via Venezian all'incrocio con via Cavana perchè quel tratto verrà appunto pedonalizzato. Su via Felice Venezian, che diventerà così più spaziosa, ci sarà la possibilità di inserire stalli per i motorini, per le auto dei disabili e per lo carico-scarico. I mezzi che ora sbucano da via Diaz, non avranno più la possibilità di girare verso via Felice Venezian, ma solo di proseguire dritto. Rimarrà intatto l'attraversamento pedonale su via Cavana. I residenti - Chi abita in via Madonna del mare, dovrà muoversi sfruttando le direttrici via della Valle - via San Michele, e via San Michele via del Bastione. Sempre gli abitanti di via Madonna del Mare dovranno rinunciare invece agli stalli per i motorini nel tratto iniziale che, come detto, diventerà isola pedonale e quindi off-limits a tutti i veicoli, scooter compresi. ue in via Madonna del Mare. Il piano pedonalizzazioni - La giunta comunale ha approvato in questi giorni la delibera che permette di inserire nuovi semafori su via Valdirivo e via Milano agli incroci con via XXX Ottobre che, da piazza Oberdan a via Torre Bianca, sta per diventare pedonalizzata e ciclabile. «Valorizziamo l'esistente e rendiamo più fruibile questa parte della città per tutti gli esercenti che vorranno mettere poi dei dehors davanti ai propri locali - spiega l'assessore -. Abbiamo concordato con le diverse attività alcuni spostamenti degli stalli per il carico/scarico e per i parcheggi per portatori di handicap». Resta invece zona a traffico limitato la parte che va da via Torre Bianca a via Machiavelli, fruibile solo per l'area parcheggio, che coinvolge la Guardia di Finanza e chi è alla ricerca di un posteggio blu e deve accedere ai garage sotterranei. «Ma non è detto che - conclude Polli - in un futuro, con nuovi contenitori in questa cambi anche questo pezzo».

(b.m.)

 

 

Chiampore si libera dalla maxi antenna - Il Consiglio di Stato sconfessa il Tar e dichiara abusivo il traliccio Finmedia. Demolizione più probabile rispetto a una multa
MUGGIA «Un grande risultato che conferma la bontà del nostro agire». Laura Marzi, finalmente, può cantare vittoria: la partita sull'enorme traliccio di Finmedia srl è stata vinta. Con una sentenza un po' a sorpresa il Consiglio di Stato di Roma ha ribaltato completamente la sentenza di primo grado fornita dal Tar Fvg di Trieste a proposito del titolo abilitativo di Finmedia per la realizzazione appunto di un impianto di diffusione di segnali radiotelevisivi a Chiampore. A tutti gli effetti, visto che non ci potranno più essere ricorsi, il traliccio Finmedia alto circa 30 metri è stato dichiarato abusivo. Una sentenza che quindi rende valido il ricorso in appello amministrativo promosso dal Comune di Muggia contro la sentenza del Tar del 13 agosto 2015 e che sancisce la perdita di efficacia immediata del titolo autorizzatorio della società. «Non è stata una scelta semplice ma, con la stessa grande motivazione e determinazione che da sempre ha contraddistinto il nostro impegno in questo campo, abbiamo ricorso in appello dinanzi al Consiglio di Stato per cercare di bloccare l'antenna di Finmedia a Chiampore», ricorda Marzi. «È sempre grazie alla determinazione e al duro impegno, infatti, che in questi anni siamo riusciti a conseguire importanti risultati quali l'abbattimento degli abusivi, con relativo valore aggiunto dell'ottimizzazione degli impianti esistenti e del miglioramento del territorio anche sul piano paesaggistico, nonché la riduzione dell'inquinamento, testimoniata dagli ottimi dati emersi dalla misurazione Arpa: in quest'ottica non potevamo lasciare alcuna strada intentata, neppure e soprattutto dopo la sentenza del Tar Fvg», aggiunge il primo cittadino muggesano. Proprio il Tar aveva disposto l'annullamento dell'ordinanza comunale che interrompeva i lavori per la realizzazione di un nuovo traliccio per telecomunicazioni in località Chiampore. L'ordinanza, datata 7 febbraio 2015, era stata infatti annullata assieme a tutti gli atti connessi con condanna del Comune di Muggia al pagamento delle spese di lite. Non potendo l'Avvocatura civica, nella sua composizione, garantire lo svolgimento del patrocinio dinanzi alle magistrature superiori, il Comune di Muggia aveva registrato la necessità di affidare l'incarico di difesa e rappresentanza in giudizio ad un legale esterno, individuato nell'avvocato Sandro Amorosino del Foro di Roma. L'attesa per la pronuncia del Consiglio di Stato è stata piuttosto lunga, ma, a un anno dall'udienza pubblica del 28 giugno 2016, non si è dimostrata vana per il Comune. Soddisfazione viene espressa anche dall'assessore all'Ambiente Laura Litteri: «Ci sono due motivi per essere particolarmente contenti per questa vittoria. Da un lato una ulteriore e inappellabile dimostrazione della correttezza della linea seguita in questi anni dal Comune nel processo di risanamento dall'inquinamento elettromagnetico a Chiampore. Dall'altro la riaffermazione del principio di superiorità dell'interesse collettivo, ossia i cittadini rappresentati dal Comune, sopra interessi puramente economici: la caparbietà con la quale la società voleva costruire una nuova antenna derivava semplicemente dalla incapacità di accordarsi per questioni economiche con chi, a pochi metri, stava erigendo un altro impianto». Litteri annuncia i passi futuri: «Nei prossimi giorni, assieme ai tecnici e alla nostra Avvocatura, valuteremo se, in virtù di questa sentenza, potremo accelerare anche la seconda fase della nostra azione a Chiampore: risolto il prioritario problema dell'inquinamento, infatti, ora si può pensare anche ad un risanamento paesaggistico». Ed è proprio questo il nodo più importante da sciogliere ora: che fine farà quel traliccio? Non prima della fine di luglio il Comune dovrà decidere quali sanzioni applicare e se conservare o meno il manufatto. Ma la sensazione e che si andrà verso l'abbattimento.

Riccardo Tosques

 

 

Il gas prima fonte di energia in Italia
Lo scorso anno, mentre il costo per le forniture petrolifere è sceso ai minimi di sempre, per la prima volta nella storia in Italia il gas ha superato il petrolio diventando la prima fonte di energia. A tirare le fila dei consumi energetici e più in generale della situazione della filiera lo scorso anno è stata l'Unione Petrolifera che, nel corso dell'assemblea annuale, è tornata anche a lanciare l'allarme contro l'illegalità nella distribuzione di carburanti. Illegalità che si è tradotta per le casse dello Stato in un mancato introito di circa 2 miliardi sotto forma di evasione di Iva ed accise. In un appuntamento incentrato quest'anno sul tema della transizione verso uno scenario 'low carbon', il presidente dell'Up Claudio Spinaci, riconfermato oggi per 4 anni, ha assicurato l'impegno dei petrolieri «a guidare un percorso sostenibile a livello ambientale, industriale e sociale». E in tale ottica ha suggerito l'importanza di rinnovare il parco auto italiano, tra i più obsoleti in Europa. Se si pensasse infatti al ricambio di 2 milioni di veicoli all'anno di quei 17 milioni tutt'oggi in circolazione e che risalgono a prima del 2005 (ovvero il 45% dei 37 milioni totali), ha spiegato, potremmo contare su una riduzione delle emissioni di CO2 del 37% al 2030.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 27 giugno 2017

 

 

Da Barcola a Cattinara - Semafori verso l'addio - Scatta la fase due della "rivoluzione rotatorie" pianificata dal Comune
Debutto entro fine anno a Valmaura nel piazzale sopra via Baiamonti
Scatta il secondo round della "rivoluzione rotatorie". Dopo via Flavia, la trasformazione destinata a cambiare le abitudini di automobilisti e motociclisti toccherà a breve via Baiamonti, via Caboto, Cattinara e viale Miramare-Porto Vecchio. È lo stesso sindaco Roberto Dipiazza ad anticipare il piano: «Siamo pronti a togliere i semafori», annuncia. Il primo cittadino fa riferimento innanzitutto alla zona dell'ingresso sud di Trieste, dunque il versante Valmaura, che il Comune vorrebbe rendere più scorrevole anche in vista dei lavori per la ristrutturazione della galleria Montebello, attesi nel 2018. Ma se per via Caboto-piazzale Cagni per il momento c'è solo un'indicazione di massima ancora in fase di studio, per via Baiamonti presto si passerà allo step progettuale. Lo conferma l'assessore con delega all'Urbanistica Luisa Polli: «È vero, ci stiamo già muovendo. Noi in città abbiamo sostanzialmente due porte principali, quella di viale Miramare per una direzione, e l'altra su via Flavia per chi proviene dalla parte opposta. Sicuramente - sottolinea l'assessore - gli snodi fondamentali su cui interverremo sono quelli elencati dal sindaco». Ma cosa succederà esattamente in via Baiamonti, incrocio di fondamentale importanza tanto per chi va verso la periferia, tanto per chi deve raggiungere il centro? Un punto, tra l'altro, che notoriamente conduce anche a Servola e, per i mezzi che arrivano dal cimitero di Sant'Anna, in via dell'Istria. Lì, insomma, si aprono ben quattro direzioni. Il piano è chiaro: via tutti i semafori, sia quelli in corrispondenza dell'uscita della galleria che quelli che si trovano nella parte opposta e sul lato di via Baiamonti. E poi spazio a una nuova grande rotatoria.Il progetto, che sarà pronto entro fine 2017, prevede naturalmente anche una rivisitazione dei passaggi pedonali dell'intero perimetro. Nelle scorse settimane i tecnici del Comuni sono andati a verificare diversi aspetti del futuro assetto viario, a cominciare dal numero di macchine che transitano nelle fasce orarie della giornata. «Riteniamo che l'introduzione della rotatoria in via Flavia abbia avuto un impatto sul traffico delle zone successive - spiega Polli - soprattutto su via Baiamonti che rappresenta il primo grosso incrocio cruciale, visto che il semaforo di Valmaura all'altezza del Grezar è sicuramente meno critico. Questo è il nostro indirizzo politico, ora spetta gli uffici entrare nel merito della fattibilità tecnica stabilendo le modalità possibili. Non è facile perché ci sono diversi flussi di marcia, quindi bisogna capire con quale sequenza realizzare le precedenze in modo da non creare ripercussioni sul traffico, in considerazione del fatto che il prossimo anno prenderanno il via i cantieri per la galleria di piazza Foraggi. Ma il sindaco ha già incontrato i miei uffici, il ragionamento è in corso». Soluzioni analoghe saranno attuate prossimamente anche in altre zone della città. A partire dalla futura rotonda che troverà spazio in corrispondenza dall'entrata di viale Miramare in Porto Vecchio, già ampiamente annunciata dalla giunta comunale: il provvedimento, in fase di progettazione, attende ancora i fondi ministeriali per l'apertura dei lavori. «Sono i famosi 50 milioni di euro - ricorda Polli - lì si prevede una bretella di collegamento verso le Rive e una passeggiata con la ciclabile, da allacciare a quella di Barcola». Mobilità da rivoluzionare pure a Cattinara, all'altezza del supermercato "Zazzeron": «Al posto di quell'incrocio invertito - evidenzia l'assessore - andremo a metterci una nuova rotatoria. Anche perché lì il traffico è effettivamente aumentato e sono già avvenuti molti incidenti». Dopo l'approvazione del bilancio, partirà pure la gara d'appalto per assegnare l'intervento. I cantieri, secondo la tabella di marcia della giunta, dovrebbero cominciare nei prossimi mesi, non oltre il 2017.

Gianpaolo Sarti

 

E il ring resta in un cassetto chiuso - Dipiazza rinvia l'anello per le auto attorno a un centro per pedoni e bus elettrici
Il "ring" del Piano del traffico è rimandato a data da destinarsi: con molta probabilità in questo terzo mandato del sindaco Roberto Dipiazza non si farà, come ha dichiarato proprio il primo cittadino nell'intervista al Piccolo della scorsa settimana. Nei prossimi quattro anni, dunque, non verranno attuate altre maxipedonalizzazioni del centro. E non si darà certamente corso al "ring", appunto, che prevede un percorso per le automobili che va da San Vito alla galleria di piazza Goldoni, a via Carducci, piazza Libertà e, quindi, alle Rive. Il centro, nell'ambito di questo disegno, sarebbe riservato agli autobus elettrici. La giunta si è data, piuttosto, altre priorità: un progetto per la sicurezza e per migliorare la mobilità cittadina. «Il Piano del traffico - osserva l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli - è ormai storia. Dopo due anni è carta straccia: ora è scaduto. C'è una previsione di massima, ma non è cogente. Adesso ci concentriamo soprattutto sulla sicurezza degli attraversamenti pedonali e sui limitatori di velocità. Alcune strade, in particolare, verranno declassificate come "residenziali", in modo da poter installare i dissuasori. Questo non riguarda le vie di scorrimento, ma soprattutto le viuzze rionali dove gli automobilisti corrono troppo. Ci focalizzeremo, ad esempio, su Borgo San Sergio e Opicina con alcune sperimentazioni poi estendibili in altri punti cittadini».Di pari passo la giunta si dedicherà a una stesura del Piano della mobilità: «Rientra parzialmente nel progetto Portis - ricorda Polli - che riguarda da una parte la viabilità del Porto vecchio, del Porto nuovo e delle Rive, ma anche le vie di scorrimento del centro. Si inizierà con qualche intervento di pedonalizzazione simile a quello di via XXX ottobre, dunque procederemo a piccoli passi perché abbiamo visto che i cittadini si abituano più facilmente se le modifiche sono graduali. Anche perché solo così si riesce a valutare l'impatto sul traffico e pure sui pedoni. Serve una visione d'insieme». A proposito di progetto Portis, va ricordato che se ne parla dal marzo 2016. L'acronimo sta per Port-cities Integrating Sustainability ed è opera di un consorzio formato da cinque città portuali europee - Aberdeen, Anversa, Costanza, Klaipeda e, per l'appunto, Trieste - che si era aggiudicato ben 16,7 milioni di euro da parte dell'Unione Europea nell'ambito di Horizon 2020. Da questi fondi, ecco i due milioni e 779mila euro che sono andati proprio a Trieste per l'elaborazione di proposte innovative e a misura d'uomo volte a rafforzare l'integrazione tra la città e il suo porto. E l'opposizione in Comune? Non aspetta in silenzio. Già due mesi fa l'ex assessore Elena Marchigiani aveva contestato quelle che a suo dire sono le non scelte in materia dell'attuale giunta. «Se il nostro Piano del traffico non va bene, allora ne facciano un altro. Cosa fanno al posto di ciò che buttano via?». Più che il "ring" a bruciare è stata la possibilità, cassata, di una via Mazzini "free", che era stata molto discussa con i commercianti e la cittadinanza.«Dopo due anni di confronto pubblico - aveva sottolineato la docente universitaria, esperta di Urbanistica - ci vuole una bella responsabilità a bloccare tutto. La città ha bisogno di interventi sulla mobilità, innanzitutto per l'inquinamento e la salute» . E ancora: «La pedonalizzazione di via Mazzini andava di pari passo agli interventi su Corso Italia, dove sarebbero stati dirottati i bus e tolte le auto. Era tutto un disegno complessivo. Ma questa amministrazione non ha in mente un progetto d'insieme, non se ne sta proprio occupando. Non fanno e non faranno nulla. Una giunta non può concentrarsi solo sui regolamenti di polizia e sulla pulitura delle caditoie, dovrebbe avere iniziative di grande respiro. Anche perché l'idea di allontanare le automobili dal centro è applicata ovunque».

(g.s.)

 

Raffica di posteggi per moto e scooter - In arrivo 230 nuovi stalli riservati solamente alle due ruote - Via Battisti, Carducci e San Spiridione tra le zone interessate
Da via Battisti a via Carducci, passando per via Imbriani, via San Spiridione e via Molino a Vento, ma anche Campi Elisi, Valmaura e Ponziana. La giunta Dipiazza, su iniziativa dell'assessore all'Urbanistica Luisa Polli, cala un altro asso: un'ordinanza comunale per aggiungere nel centro cittadino nuovi posteggi per i motorini e posti auto per i disabili. Sono 230 in tutto. Un provvedimento atteso, vista la penuria di stalli che spesso rende la vita difficile agli scooteristi. L'intenzione, precisa il documento del municipio, è «soddisfare l'aumentata domanda di sosta di ciclomotori e motocicli». Nelle scorse settimane gli uffici preposti hanno concluso le verifiche sulle zone in cui andrà predisposta la segnaletica, in modo da non gravare sulla circolazione veicolare. I parcheggi troveranno spazio in via Battisti, sul lato dei civici dispari, in particolare sul marciapiede all'intersezione con via Polonio e via Gatteri. E poi in via Carducci, sul lato dei civici pari, nel tratto tra il semaforo di via Crispi e via Battisti; in via Commerciale, sul lato dei civici dispari, nel tratto compreso tra il civico 27B e il 29; in via Imbriani. L'elenco dell'ordinanza continua con via d'Isella, in Ponziana, tra via Orlandini e via Ucekar; via del Molino a Vento nei pressi del civico 158 e via dei Salici all'altezza del civico 4. Tornando nuovamente verso il centro, nuovi posteggi pure in via Slataper, tra piazza dell'Ospitale e via del Toro. Nella lista figura pure via San Spiridione, sul lato dei civici dispari, nel tratto compreso tra via Genova e piazza Sant'Antonio. Altri posteggi, inoltre, pure in viale dei Campi Elisi, sul lato dei civici pari, all'altezza del civico 58 e in via De Amicis in corrispondenza del civico 9C, tra il palo luce e il varco di accesso all'area privata. Per la parte più periferica sono previsti posti in piazza Foraggi, tra l'uscita del distributore di benzina e l'immissione di via Signorelli; piazzale Valmaura, immediatamente prima dell'attraversamento pedonale posizionato in corrispondenza dell'accesso carrabile della parrocchia della Beata Vergine Addolorata. L'ordinanza prosegue annunciando per i prossimi giorni la rimozione dei segnali stradali in contrasto con le nuove dsiposizioni e il posizionamento della segnaletica stradale che definirà l'esatta collocazione degli stalli. I posteggi di via Carducci, all'altezza dei lavori sul torrente Chiave, saranno invece spostati provvisoriamente tra via Carducci e via Crispi, in modo da poter allargare il cantiere e garantire lo spazio sufficiente per le corsie di scorrimento.

(g.s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 26 giugno 2017

 

 

Opere pubbliche -» gli interventi - Via XXX Ottobre diventa pedonale - E Campagna Prandi torna alla città
Pisus agli sgoccioli. Gli eurofondi per i Piani integrati di sviluppo urbano sostenibile delle aree urbane sbloccati nel 2015 con la giunta Cosolini, che l'amministrazione Dipiazza dovrà rendicontare entro il 2019, stanno per essere esauriti, in particolare per la parte dedicata alla riqualificazione urbana. Ovvero uno dei tre filoni di finanziamento concesso al Comune di Trieste, arrivato secondo dopo Tarvisio nella graduatoria degli enti del Fvg. Ciò vuol dire che i principali lavori dei progetti volti ad aumentare la qualità urbana e migliorare l'accessibilità all'area del centro storico dal punto di vista della mobilità sostenibile - questo uno dei tre indirizzi - sono finalmente partiti e, a parte il rinnovo del piano terra di palazzo Biserini, verranno terminati entro il 2017. Avviati non senza lunghi intralci dovuti a ricorsi di qua e di là da parte di enti e imprese. Quasi sei milioni dei totali 8,5 sono stati sfruttati per dare vita alla pedonalizzazione di via XXX Ottobre, al tetto del Salone degli Incanti con una guaina fotovoltaica, a Campagna Prandi con la riapertura degli spazi e a una rivitalizzazione di piazza Hortis. Una preziosa iniezione di fondi derivanti per 5,654milioni dall'adesione al Piano di azione e coesione della Ue (Pac), per 2,7 dal Comune e per 144mila euro dall'ente camerale. Ecco gli interventi. Sono in dirittura d'arrivo i cantieri che riconsegneranno alla città al massimo entro settembre Campagna Prandi (198mila euro) e piazza Hortis (200mila euro). Nel primo caso si apre finalmente il sentiero tra il giardino di via San Michele a via Tor San Lorenzo, area acquistata dal conte Giacomo Prandi a fine '700, dove aveva costruito la sua villa, un edificio padronale circondato da un parco, la prima vera casa importante della strada, dove è stata realizzata anche una grotta artificiale. L'intervento prevede un disboscamento dell'appezzamento di terra che è diventato nel tempo una specie di foresta. Vi si potrà accedere da una nuova entrata del parco accanto o appunto da via Tor San Lorenzo. Resterà chiuso invece l'antico portone che dà su via San Michele. Le risorse economiche però sono troppo esigue per riuscire a fornire tanti ornamenti come panchine e altro, sottolinea il direttore dei lavori Carmelo Trovato. Ma l'assessore ai Lavori Pubblici Elisa Lodi non esclude in futuro per terminare l'arredamento di questo piccolo polmone verde nuove iniezioni di liquidità da parte del Comune. «Per il momento non vengono nemmeno tolte le barriere architettoniche - spiega Trovato - perché l'eliminazione della pendenza non lo permetteva». Quanto al giardino tra l'istituto Nautico e palazzo Biserini verrà riqualificata l'area verde e quella dei giochi (il risultato è già visibile in parte ora) con attrazioni nuove di zecca (anche inclusive, grazie al contributo della Fondazione CRTrieste), pavimentazione antitrauma, fontanelle, illuminazione a led, rivestimento di ghiaia compatta adatta anche al passaggio delle sedie a rotelle e uno spazio con lastricato in legno. C'è pure un po' di High-line newyorkese in centro storico, perché le panchine saranno quelle continue come appunto nella zona completamente restaurata nella Grande Mela. È passata sotto l'incudine del ricorso al Tar (intrapreso dall'impresa seconda classificata nella gara, che contestava l'applicazione del codice appalti da parte del Comune), ma ce l'ha fatta: la pedonalizzazione di via XXX Ottobre, stile via Trento, che con 900mila euro vedrà trasformato in particolare il tratto dall'agenzia viaggi fino a piazza Oberdan, lasciandola parte precedente accessibile alle auto solo per il parcheggio, diventando una zona a traffico limitato. La gara è stata espletata, l'amministrazione deve accordarsi con gli esercenti della via per pianificare l'inizio lavori (in teoria partendo da piazza Oberdan), che dovrebbe cominciare nelle prossime settimane. E infine in questi giorni dovrebbero essere aperte le buste per il montaggio della guaina fotovoltaica dell'energivoro Salone degli Incanti, che ha subìto un ritardo nell'installazione a causa dell'istanza di precontenzioso presentata dall'Associazione imprenditoriale degli edili e dei costruttori, respinta dall'Agenzia anti-corruzione, sull'obbligo per le imprese edili di avere i cosiddetti "criteri ambientali minimi". Saranno 150 i giorni di lavoro per un'ex Pescheria al passo con i tempi.

di Benedetta Moro

 

L'associazione Andandes «Pronti a gestire il nuovo parco»
L'Associazione Andandes, tramite la sua portavoce Laura Flores, che ha preso in mano la gestione del giardino di via San Michele nel 1999, ci tiene a parlare del futuro del parco stesso collegato al rinascente parco di Campagna Prandi. «Vorremo poter continuare lo stesso progetto culturale ed educativo avviato in questo giardino anche in Campagna Prandi in sinergia con il Comune - spiega Flores - ma, quando parlo di noi, intendo anche tutti i cittadini e vicini che abitano in questa zona, vogliamo sentirci partecipi di questa nuova opportunità e per questo ci rendiamo disponibili alla collaborazione per la gestione di Campagna Prandi, che senza un giusto controllo, potrebbe finire nel degrado, come sarebbe finito questo spazio se non ci fosse stato qualcuno che ogni giorno si occupasse di supervisionare l'area». Per questo Flores pensa a un progetto per Campagna Prandi «a cui collabori tutta la giunta, dall'assessore all'Urbanistica a quello al Turismo, dall'assessore al Sociale a quello al Verde pubblico. In modo da creare qualcosa di strutturato».

 

Cupola in vetro, bar e shop nell'ex Biblioteca civica - Conto alla rovescia per i lavori di riqualificazione da due milioni dell'edificio
Nella corte interna laboratori per ragazzi, eventi culturali e spazi espositivi
Piazza Hortis rivivrà anche per merito di una "sorella agorà" che accoglierà i visitatori di palazzo Biserini e li metterà direttamente in comunicazione con gli spazi all'aperto. Il piano terra, ex sede della Biblioteca civica, sta infatti per rivedere la luce sempre grazie ai fondi Pisus. Offrirà nuovi spazi che affiancheranno l'attuale emeroteca e proporrà una nuova copertura in vetro stile Galleria del Tergesteo o, azzardando, stile Louvre. La nuova versione dell'edificio, che ha ospitato per anni il Museo di storia naturale oggi in via dei Tominz, prevede la realizzazione di una sala polifunzionale in grado di accogliere un laboratorio per ragazzi, eventi e manifestazioni socio-culturali nonché, parzialmente, uno spazio espositivo per temporary shop. Inoltre contempla la creazione di un'emeroteca per ragazzi con attiguo archivio a scaffale aperto. Il progetto vale due milioni e mezzo di euro, la parte più consistente del Piano di sviluppo urbano sostenibile, e in realtà parte già nel 2004 con il "progetto preliminare per la ristrutturazione con il recupero architettonico e funzionale" del palazzo, sempre a firma della prima giunta Dipiazza, che oggi si ritrova ad approvare il progetto esecutivo. L'anno e mezzo di lavori previsti darà particolare importanza alla creazione di un percorso interno con uno spazio di aggregazione mediante il restauro dell'atrio principale, dell'accesso da via SS. Martiri, della corte interna chiusa da anni (con la sua copertura) e alla realizzazione di un bar interno. Il lucernaio sarà in acciaio, alluminio e vetro a quattro falde, parzialmente apribile. «È finalizzata - viene specificato nella relazione tecnica - a rendere la corte interna maggiormente fruibile destinandola a "zona viva" dove organizzare eventi legati alle attività bibliotecarie o semplicemente come punto di comunicazione e aggiornamento verso l'esterno delle attività svolte dall'istituto. Il fruitore potrà così, attraversando l'edificio, prendere cognizione attraverso la corte delle attività svolte e dei servizi proposti all'utenza, nonché delle attività ludico-culturali collaterali». I cantieri partiranno a breve, non appena si sarà conclusa la gara, ulteriormente posticipata a causa di un'istanza di precontenzioso presentata dall'Ance Fvg all'Anac, che l'ha rifiutata, verso la stazione appaltante (ovvero il Municipio) perché richiedeva alle aziende partecipanti di documentare certificazioni ambientali Emas e ISO14001 oppure «prove di misure equivalenti». Il bando non era piaciuto all'associazione dei costruttori triestini in quanto a loro dire avrebbe rischiato di tagliare fuori gran parte delle imprese locali prive di quel tipo di requisito. Non è ancora arrivato invece il momento di restaurare tutti gli altri piani dell'edificio. Al momento i fondi non ci sono.

(b.m.)

 

 

Nuvola nera in Ferriera, allarme a Servola - L'azienda: «Solo una dispersione di polveri causata dal vento. A giorni il progetto sui parchi minerari». Oggi ispezione dell'Arpa
Ancora una fumata dalla Ferriera di Servola, anche se questa volta gli impianti dell'area a caldo non c'entrano. È successo ieri mattina poco prima di mezzogiorno. Improvvisamente, come in analoghe recenti occasioni, dallo stabilimento industriale si è levata una fitta nube di color nero-violetto che in pochi minuti ha saturato la zona circostante di una caligine piuttosto corposa, anche per la concomitante presenza di un vento sostenuto che, secondo le ricostruzioni dell'azienda, è stato di fatto il responsabile dell'incidente. Alla fine la nuvola si è dissolta in circa mezz'ora. Ma sono state numerosissime le segnalazioni dei lettori pervenute alla redazione del Piccolo, mentre sul web la notizia si diffondeva in tempo reale. Non risultano, invece, chiamate ai vigili del fuoco o altre forze dell'ordine. L'Agenzia regionale per la protezione dell'Ambiente (Arpa) ha immediatamente fatto sapere che oggi effettuerà un'ispezione per verificare le cause della dispersione delle polveri. «Andrà verificato - ha fatto sapere l'agenzia - se la cosiddetta "filmatura" dei cumuli di polveri sia stata effettuata o no e, nel caso sia stata effettuata, se la specifica tipologia dell'intervento sia adeguata a evitare il ripetersi di simili fenomeni. Va rilevata peraltro l'alta attendibilità delle previsioni meteorologiche, secondo cui ci sarebbe stato maltempo con vento forte». Proprio il vento forte, come detto, è stato l'elemento scatenante chiamato in causa nel pomeriggio dall'azienda. «Non si è trattato di una fumata nera - ha fatto sapere nel pomeriggio Siderurgica Triestina attraverso l'ufficio stampa - ma di uno spolveramento. In altre parole una grande quantità di polvere si è sollevata dal deposito in modo improvviso e inaspettato, visto che il clima è cambiato letteralmente da un momento all'altro, ed è "volata" via». Situazioni del genere si erano già verificate in passato ma, proprio per evitarle, l'azienda aveva messo in atto tutta una serie di accorgimenti, operativi anche ieri. «In quel momento - si legge nella nota - nello stabilimento erano attivati tutti i presidi ambientali di bagnatura per rendere le polveri compatte e non volatili ma l'improvvisa ondata di vento le ha fatte sollevare egualmente». Cosa non ha funzionato, allora? Da cosa è dipesa questa fuoriuscita sgradita? Si parla al riguardo di una sorta di "groppo" di vento, una sorta di "neverin", ben noto ai velisti, che in pochi istanti riesce letteralmente a innescare una sorta di mini-bufera e a mettere a rischio la stessa navigazione, figurarsi un deposito di polveri giacenti. Siderurgica Triestina comunque, prosegue l'ufficio stampa, è decisa ad affrontare ogni tipo di evenienza, adottando gli interventi strutturali più idonei. E in quest'ottica l'azienda ha voluto anche ricordare che «l'atteso progetto di copertura dei parchi minerali, nato proprio per evitare problemi come quelli verificatisi ieri, verrà presentato alla Conferenza dei servizi per il rinnovo dell'Aia della Regione entro i primi di luglio».

(f.b.)

 

Esponenti di Forza Italia "in tour" nel rione per illustrare le strategie del Municipio
Un incontro con i cittadini di Servola sulle azioni intraprese dal Comune in relazione all'attività della Ferriera. Protagonisti il capogruppo di Forza Italia in Municipio, Piero Camber, e il suo vice Alberto Polacco. Nel corso del confronto i due esponenti della maggioranza hanno ricordato prima di tutto l'ordinanza del novembre 2016 con la quale il sindaco ha intimato alla proprietà di limitare la produzione di ghisa. «A quell'ordinanza - spiega Camber - sono seguite poi svariate richieste ad AsuiTs e Arpa in tema di rischi per la salute dei servolani, la recente diffida alla proprietà sulla copertura dei parchi e, da ultimo, l'ordinanza con la quale si è chiesta la verifica di staticità e funzionalità di parte dell'impianto. Fatti e non parole quindi - conclude Camber in risposta a chi, come i Cinquestelle, hanno accusato la maggioranza di inattività su questo tema - a dimostrazione che il Comune sta da solo portando avanti una battaglia sulla quale la Regione non può continuare a far finta di niente».

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 25 giugno 2017

 

 

Quintali di rifiuti dal fondale di Barcola - Successo dell'operazione pulizia voluta da tre club nautici. Emersi motori marini, pneumatici e persino un frigorifero
Una sessantina di pneumatici, una mezza dozzina di motori fuoribordo - roba da 100-150 kg, mica motorini - sporcizia assortita. Persino una bottiglie di spumante ancora sigillata (e qui, non essendo il primo caso, bisognerà incominciare a investigare su chi compone questo club di spreconi...). Tutto emerso dal fondale marino e frutto di anni di incuria e scarso senso civico. Le società nautiche che hanno le proprie basi logistiche e concessioni dei posti barca nel porticciolo di Barcola hanno dato vita ieri, sotto l'inclemente calura, a una pulizia radicale dello specchio acqueo. L'iniziativa si deve alle Società Velica di Barcola e Grignano, Amici del Bunker e Sirena, che sono riusciti a coinvolgere Italspurghi, il Comune e AcegasApsAmga. E a suscitare l'interesse dello stesso governatore del Fvg, Debora Serracchiani, presente ieri ai lavori di pulizia. Dalle 8 alle 18 una quindicina di subacquei istruttori Cmas titolari di centri immersione in varie zone d'Italia coordinati dal vicepresidente degli Amici del Bunker Franco Macinelli, hanno percorso in lungo e in largo il fondale individuando i pezzi da rimuovere. Fondamentale, in tal senso si è rivelata la presenza dei mezzi dell'Italspurghi, perchè solo avvalendosi di appositi palloni da sollevamento è stato possibile far emergere dal fondo del porto certi rifiuti ingombranti e molto pesanti. Tra gli altri hanno rivisto la luce anche un frigorifero, e varie batterie di automobile. Non sono mancati neanche i residui, diciamo così, stratificati, relativi ai relitti di piccole imbarcazioni che hanno pagato pegno alle mareggiate degli ultimi anni. L'iniziativa vuole essere - hanno spiegato in una nota i presidenti dei tre circoli sportivi - anche una sensibilizzazione nei confronti delle persone che vivono il porticciolo a mantenerlo pulito, a salvaguardia dell'ambiente e del mare in particolare. «Sono stato colpito - racconta Mitja Gialuz della Svbg - dal fatto che per la prima volta i bagnanti non si sono lamentati e, anzi, in certi casi hanno anche aiutato. Segno che la consapevolezza sull'ambiente sta crescendo». Dopo che le immondizie sono state smaltite da Italspurghi e Acegas Aps non è mancato un momento di convivialità, che si ripeterà oggi, con il Sirena a fornire il vino e la Svbg i prosciutti. Oggi toccherà agli Amici del Bunker fornire il pesce, per un pranzo all'insegna della collaborazione e della tutela del territorio«Una bella iniziativa - conferma Mitja Gialuz - che ha visto coinvolti anche i soci degli Amici del mare, che dal 1 gennaio scorso sono confluiti nella Svbg. Una vera festa del porticciolo oltre che un'operazione di sensibilizzazione che mi sembra decisamente andata a buon fine».

(f.b.).

 

 

Strade e aiuole sporche - Maxi multa per l'Acegas - Sanzioni da 170mila euro inflitte dal Comune per carenze nei servizi di pulizia
Le irregolarità più numerose in Piazzale della Risiera, via Lorenzetti e via Rigutti
La somma fa circa 170 mila euro. A tanto ammonta la maxi sanzione per le inadempienze contrattuali che gli uffici del Comune hanno rilevato, controllando l'igiene urbana gestita da AcegasApsAmga tra il 2014 e il 2016. Diserbamenti marciapiedi e cigli stradali, spazzamento strade, riparazione contenitori: le pratiche erano andate un po' a rilento, poi l'accelerazione data nell'ultimo bimestre, con otto determine sfornate dal servizio ambiente&energia, ha consentito di chiudere il dossier e di presentare il conto all'utility, controllata dal gruppo Hera, di cui il Comune è azionista con il 4,6%. La "regina" delle penali applicate dal Comune riguarda i 144.277,80 euro appioppati alla voce "diserbamento marciapiedi e cigli stradali" sul 2015: il testo della determina 1320/2017 - si tratta di formulazioni standard reiterate negli altri atti con la sola differenza della tipologia di servizio - evidenzia la «mancata attuazione delle prestazioni contrattualmente previste» mirate a eliminare «arbusti ingombranti, sterpaglia o erbacce». Alle contestazioni espresse dal servizio comunale ambiente&energia, afferente all'Area città-territorio e alla delega assessorile della leghista Luisa Polli, AcegasApsAmga «non ha fornito ... delle motivazioni esaustive dei fatti», «pertanto l'ufficio non le ha ritenute sufficienti a rendere ingiustificate le applicazioni delle penali».In allegato l'elenco dei 35 siti che, a giudizio del Comune, sono stati ignorati o scarsamente curati dall'utility. Si tratta in genere di zone periferiche o semi-periferiche, a nord come a sud della città, da Gretta a Campanelle, dal Centro di fisica a Valmaura, da San Giacomo a Servola. Vediamo allora una campionatura delle strade "inquisite": via Beirut, via Venzone, via Carmelitani, via Dell'Acqua, via Costalunga, via Pigafetta, via Caboto, via Vigneti, via Soncini, via Davis, via del Veltro ... Ma ci sono anche zone più centrali, come via Leghissa e via Risorta. Le più "multate" risultano piazzale Risiera, via Colleoni-Lorenzetti, via Rigutti-Pollaiolo, con oltre 10 mila euro di penalità cadauna.In genere - spiegano dagli uffici del Municipio - le verifiche comunali avvengono in seguito a segnalazioni dei residenti. Poi parte una particolare procedura, che vede una sorta di contraddittorio tra Comune e AcegasApsAmga, a base di contestazioni e di repliche. Con le otto determine dovrebbe essersi esaurita l'integrazione delle istruttorie, relative alle annate 2014-16: a firmarle la "posizione organizzativa", che segue il contratto di igiene urbana, Alberto Rigo. La volontà dell'amministrazione - precisano dagli uffici - non è quella di "punire" l'azienda affidataria, ma è piuttosto quella di rendere più efficace lo svolgimento del servizio, sul quale l'attenzione del cittadino-utente tende a essere piuttosto occhiuta. D'altronde, come si è potuto constatare quando a marzo il Consiglio comunale ha discusso il Piano economico-finanziario della gestione ambientale, il complessivo, che AcegasApsAmga fattura al Municipio triestino, ammonta a quasi 30 milioni di euro. In particolare, il totale del servizio "a corpo" supera i 22 milioni di euro. Sono cifre importanti. Tra le novità programmate nel 2017 c'è la sperimentazione del progetto "pulizie radicali", che è già stato rodato in due luoghi urbani, a Servola e Valmaura.

Massimo Greco

 

 

Porto vecchio dreaming fa il salto - L'evento, nato per raccogliere spunti e idee, cambia pelle e diventa associazione
"Porto vecchio Dreaming" da evento diventa associazione. Nel maggio scorso il Rotary Club Trieste, in collaborazione con Il Piccolo e con il patrocinio dell'Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico orientale, aveva raccolto una dozzina di progetti elaborati dalla cittadinanza sul tema del Porto vecchio: questi erano stati poi presentati nel corso di una conferenza alla centrale idrodinamica. Nel corso dell'ultima conviviale del Rotary Club la presidente Cristina Pedicchio e Pierpaolo Ferrante, ideatore dell'iniziativa, hanno annunciato la nascita di un'associazione che avrà lo scopo di proseguire nello spirito dell'evento. Il nome resta quello, "Porto vecchio Dreaming": «È un nome nato sulle note dei Mamas and Papas - ha spiegato Ferrante -. Da quando il Comune è diventato proprietario del Porto vecchio, abbiamo pensato fosse il momento di sognare il futuro, ma partendo dal basso». Per questo è stata ideata un'iniziativa che desse la parola ai cittadini: «Il successo è stato straordinario. Oltre dieci proposte di altissimo livello, presentate in cinque minuti ciascuna dai gruppi di cittadini. Le autorità hanno potuto discutere gli spunti della popolazione». L'associazione opererà per promuovere lo sviluppo del Porto vecchio anche attraverso momenti di divulgazione, incontro e studio. L'adesione è gratuita, e agirà sulla base di contributi volontari, di associazioni, istituzioni. «Il desiderio - ha concluso Ferrante - è di fare qualcosa di positivo per la città». Sempre in "casa Rotary" va registrata una seconda iniziativa: la presentazione della guida dedicata all'ex Ospedale militare, prezioso tassello del patrimonio storico della città, recentemente tornato al pieno splendore dopo una lunga opera di restauro. Il complesso è stato costruito tra il 1863 e il 1866 su progetto del maggiore Romano Roszner, comandante del Genio militare Austriaco, sulle pendici del colle che fiancheggia via Fabio Severo. La guida dedicata a quel complesso si inserisce nella serie di volumi dedicati ai musei e ai monumenti che, da oltre 27 anni, il Club realizza per valorizzare i luoghi della città.

 

 

Ciclisti in pressing per far decollare la Trieste-Muggia
TRIESTE - Una ciclabile tra Trieste e Muggia, con un'ipotesi di realizzazione in tre anni e un costo di poche decine di migliaia di euro, una soluzione a vantaggio dei triestini che si muovono in bici, che favorirebbe anche i percorsi cicloturistici del territorio. A presentare il progetto della pista tra la galleria di Montebello e il centro di Muggia, con un itinerario ciclabile continuo, veloce e sicuro, è stata la Fiab di Trieste che, in una conferenza stampa, ha illustrato i dettagli del piano. Prossimo passo sollecitare i due comuni, per valutare la possibilità di avviare concretamente i lavori. «Investire sul cicloturismo vuol dire creare sviluppo economico - ha esordio Luca Mastropasqua, presidente Fiab - con ricadute importanti, come dimostrano esempi di altre città, in Italia e in Europa, che hanno puntato su percorsi per le biciclette. E ovviamente costituisce anche un supporto per chi ha scelto in città la mobilità sostenibile». A spiegare i dettagli dell'opera Federico Zadnich, coordinatore regionale Fiab Fvg. «È una ciclabile di otto chilometri, che necessita di risorse contenute, poche decine di migliaia di euro, da impiegare principalmente nella segnaletica orizzontale e nella creazione di un cordolo di protezione. Uno dei punti di forza è rappresentato dal fatto che parliamo di un'infrastruttura leggera, che attraverserebbe rioni molto popolati e senza particolari pendenze, dove sono presenti attività commerciali e industriali. Una ciclabile che potrebbe quindi dare un'importate spinta all'uso della bici come mezzo di mobilità quotidiana. Un altro punto di forza - prosegue - è che si trova lungo l'itinerario cicloturistico EuroVelo8 Cadice-Atene e che farebbe arrivare la ciclovia Parenzana fino al centro di Trieste». E sull'aspetto turistico è stato posta particolare attenzione, visto che sono già una decina i tour operator che propongono pacchetti di viaggi in bici includendo proprio il capoluogo giuliano. «Sono ventimila i cicloturisti passati nel 2015 da Trieste a Muggia, numeri che potrebbero crescere ancora di più grazie alla realizzazione della ciclabile - prosegue Zadnich - e si tratta di un intervento poco invasivo». Attraverso foto e rendering, Fiab ha mostrato il progetto, che prevede la realizzazione in alcuni tratti con corsie per bici in entrambe le direzioni, in altri spazi con misure di sicurezza nuove, da adottare anche a tutela dei pedoni. «Ora Fiab mette a disposizione questa proposta ai Comuni di Trieste e Muggia e chiede che si apra un tavolo tecnico per vedere se è possibile avviare nei prossimi mesi un percorso che porti alla stesura di un progetto esecutivo da presentare alla Regione per recuperare i finanziamenti per realizzare l'opera. Se tutti gli attori in gioco lavoreranno in modo concreto - concludono da Fiab - fra 36 mesi si potrebbe già pedalare sul percorso».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL SOLE 24ORE - SABATO, 24 giugno 2017

 

 

Dopo 15 anni la Toscana dice no al rigassificatore di Rosignano

Dopo mesi di riflessione, arriva il verdetto: la Regione Toscana dice no al rigassificatore di Rosignano, sulla costa toscana a sud di Livorno, proposto nel 2002 da Edison con Bp e gruppo chimico Solvay e “risorto” un anno e mezzo fa, quando Edison ha presentato una revisione al progetto. Ora la Giunta regionale mette la parola “fine” sull’investimento da 650 milioni di euro: con una delibera di pochi giorni fa, promossa dal presidente Enrico Rossi, ha espresso all’unanimità parere negativo sulla realizzazione del progetto ritenendo «non opportuno l’incremento che produrrebbe sull’attuale livello delle pressioni sulle matrici ambientali dell’area».
La Regione si è dunque allineata alla volontà del sindaco del Comune di Rosignano Marittimo, Alessandro Franchi, contrario alla revisione del progetto del rigassificatore per i possibili rischi sull’ambiente che, a suo avviso, avrebbero richiesto un nuovo studio di impatto ambientale. Contrari al rigassificatore anche alcuni comitati locali appoggiati da Movimento 5 Stelle e Sì-Toscana a sinistra. La nuova versione del progetto Edison prevedeva un terminale di stoccaggio del gas naturale liquido con una capacità di 8 miliardi di metri cubi l’anno, localizzato nella parte sud del complesso industriale Solvay, e un allungamento del pontile per l’attracco non solo di navi metaniere, ma anche di bettoline. La prospettiva di Edison era infatti quella di rispondere alla futura domanda di gas per le grandi navi a gasolio, che avranno lo stop dall’Europa, e i camion ad alta percorrenza. Rosignano, secondo il gruppo energetico, sarebbe stata una location ideale per la vicinanza con i porti di Piombino, Livorno e Genova, e avrebbe potuto essere un hub dell’approvvigionamento navale e terrestre del Gnl. Secondo Edison, inoltre, questo progetto si sarebbe integrato perfettamente con lo stabilimento Solvay che produce soda, rispondendo alle esigenze di gas manifestate da tempo dal gruppo chimico, e avrebbe avuto le potenzialità per attrarre nuove attività industriali.
La partita sul rigassificatore di Rosignano è iniziata 15 anni fa: proposto nel 2002, bocciato dalle istituzioni locali, è stato modificato nel 2005 e ha ottenuto la valutazione d’impatto ambientale (Via) con prescrizioni nel 2010; fino alla modifica del dicembre 2015, quando Edison ha presentato una “revisione alla variante progetto Rosignano”. La Regione Toscana, che dieci anni fa aveva bocciato il progetto con la motivazione (anche) di aver già autorizzato il rigassificatore offshore al largo di Livorno (oggi in funzione), si è mantenuta cauta per mesi, annunciando che avrebbe espresso una valutazione dopo l’esame della nuova versione. La decisione, scontata per molti, è il no definitivo.

Silvia Pieraccini

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 24 giugno 2017

 

 

Scatta la variante al Piano regolatore in chiave antiricorsi - La giunta Dipiazza corre ai ripari e avvia l’iter per rivedere lo strumento urbanistico entrato in vigore nel maggio 2016

Aspetti normativi, disciplina dei pastini, ricognizione degli errori, ricorsi davanti al Tar: parte la macchina amministrativa che dovrà predisporre la variante al Piano regolatore comunale, messo a punto dalla giunta Cosolini ed entrato in vigore il 5 maggio dello scorso anno. L'esecutivo Dipiazza aveva affrontato il tema-variante già in aprile, quando si era espresso favorevolmente a proposito dell'adozione di alcuni correttivi rispetto allo strumento urbanistico varato un anno fa. Nella riunione di giunta di qualche giorno fa l'assessore Luisa Polli, titolare dell'Urbanistica, ha stretto sull'argomento, portando una delibera che definisce le linee di indirizzo su cui dovrà cimentarsi l'Area territorio&ambiente. Il provvedimento non anticipa spese e non prevede tempistica, demandando ad atti futuri la definizione di un gruppo di lavoro interdisciplinare interno al Municipio, al quale probabilmente si affiancheranno esperti esterni in materia ambientale. Il testo della delibera tratta assai sinteticamente i quattro punti che costituiranno il nocciolo duro della variante. Riguardo gli "aspetti normativi", l'attenzione si concentrerà in particolare sugli incentivi per la riqualificazione energetica, alfine di renderli coerenti con altri strumenti di pianificazione e con la vigente normativa. Alcune «discrasie interpretative» infestano, stando ancora alla delibera, recupero e valorizzazione dei pastini, urge approfondire quanto emerso in sede applicativa. Terza esigenza, rilevata dall'atto giuntale, è la necessità di emendare errori materiali, incongruenze, refusi grafici e testuali nei quali gli uffici si sono imbattuti operando sul documento urbanistico. Sul quarto punto niente di più facile che si riaccenda una polemica già vista tre mesi fa: si tratta dei ricorsi presentati da privati cittadini contro il Piano regolatore generale, ricorsi poi accolti dal Tar. «Andranno apportate - precisa la delibera - le necessarie modifiche azzonative» in quanto l'annullamento di alcune destinazioni urbanistiche ha di fatto cancellato la copertura pianificatoria dei siti interessati. Quando in marzo la Polli sollevò questa questione, fece presente che un certo numero di ricorsi avanti al giudice amministrativo sul "piano Marchigiani" aveva visto il Comune soccombente. Secondo l'assessore, ce n'erano venti pendenti e quattro erano già stati persi. Alcuni avevano oggettiva rilevanza rispetto all'impianto pianificatorio, altri toccavano ambiti più circoscritti. Ma i ricorsi persi dal Municipio creavano - a giudizio dell'assessore - zone "bianche" che paralizzavano l'attività urbanistica. Secondo l'assessore, i molti emendamenti accolti durante la discussione in Consiglio comunale, avevano finito con lo squilibrare l'assetto pianificatorio. Questi rilievi erano stati immediatamente contestati dall'ex primo cittadino Roberto Cosolini e dalla diretta interessata, l'ex assessore Elena Marchigiani. Venti ricorsi per un Piano regolatore approvato a diciotto anni da quello precedente - avevano replicato - sono davvero molto pochi. E dei venti ne erano stati discussi 12, con 9 vittorie comunali e tre sconfitte. Non quattro dunque, a detta di Marchigiani, come invece riteneva l'assessore Polli.

Massimo Greco

 

 

Italia nella morsa dell'afa - nove città da "bollino rosso" - È allarme per l'agricoltura - La grande sete
ROMA - L'acqua non basta più. Alla vigilia di un weekend infuocato, con nove città contrassegnate dal "bollino rosso" (oggi Bologna, Bolzano, Brescia, Perugia e Torino, domenica Ancona, Campobasso, Firenze, Perugia e Pescara) a causa di una ondata di caldo che comporta il massimo livello di rischio per la salute, il ministro dell'Ambiente Gianluca Galletti, ammette che «l'emergenza sta diventando la normalità» e che per questo «sono necessari nuovi invasi in cui raccogliere l'acqua piovana. «Dei 300 miliardi di metri cubi d'acqua che in Italia cadono ogni anno, riusciamo a captarne solo l'11 per cento. È troppo poco». Un piano per le infrastrutture da 7 miliardi è stato già consegnato ai consorzi di bonifica - dice Erasmo D'Angelis, coordinatore di "Italia sicura", struttura di Palazzo Chigi per la lotta al dissesto idrogeologico - bisogna accelerare». Ma le piogge dimezzate a causa dei cambiamenti climatici e il drastico innalzamento delle temperature sono un campanello di un allarme finora sottovalutato. Per questo Galletti, ieri a Piacenza per un vertice, invita a «usare l'acqua con la massima prudenza e a non sprecarne nemmeno una goccia». E con Roma in difficoltà a causa dell'abbassamento del livello del lago di Bracciano, sottolinea: «Penso per esempio che chiudere per qualche giorno i 2500 "nasoni" (fontanelle) di Roma sarebbe un bel segnale». Per il ministro dell'Agricoltura Maurizio Martina, «serve un cambio di mentalità per organizzare nuovi strumenti di gestione di un bene fondamentale come l'acqua». La prima risposta del governo a un allarme drammatico soprattutto nelle zone di Parma e Piacenza, è stata la dichiarazione dello stato di emergenza siccità e lo stanziamento di 8.650.000 euro per le due province a secco. Ma in prima linea ci sono le Regioni. Per correre ai ripari l' Emilia Romagna ha raggiunto ieri un accordo con la Liguria per il rilascio di 4 milioni di metri cubi d'acqua per uso agricolo dalla diga del Brugneto, il più grande lago ligure. È stata stabilita poi una deroga al "minimo vitale" per assicurare l'acqua ai 35mila abitanti della val d'Arda, mentre proseguirà la consegna di acqua con autobotti e la ricerca di pozzi. «Staremo vicini alla popolazione» ha assicurato il governatore Stefano Bonaccini. Ma la siccità sta assetando tutta l'Italia, da nord a sud. Il Po soffre: il livello idrometrico del fiume è più basso di oltre un metro e mezzo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un dramma, perché dal bacino del Po dipende il 35% della produzione agricola nazionale. Nel Cuneese, là dove lascia le montagne per dirigersi verso la pianura, il grande fiume è ridotto a un rivolo di 13 centimetri sopra lo zero idrometrico, dopo che giovedì era sceso fino a 8 centimetri. Nella provincia, secondo la Coldiretti, il 40% del foraggio e il 25-30% di grano sono persi.In Sardegna la grave situazione dell'agricoltura, determinata da siccità e prezzi «troppo bassi» ha provocato la rivolta degli agricoltori che ieri hanno manifestato portando in strada nel centro dell'isola e sulla "Carlo Felice" pick up e trattori, che hanno provocato disagi lungo la statale 131: «Servono almeno 40 milioni di euro per lenire le perdite causate dalla siccità» ha detto il presidente della Coldiretti sarda, Battista Cualbu. Il presidente della Toscana Enrico Rossi ha chiesto al governo la dichiarazione di stato di emergenza nazionale: in regione la situazione è «drammatica» in agricoltura, soprattutto nella fascia meridionale, in Maremma e sulle coste. Secondo la Coldiretti la produzione di cereali è crollata del 40%, ortaggi e frutta del 50%. Tra le prime misure annunciate da Rossi, 25 nuovi pozzi entro poche settimane. Sotto scacco anche la Campania, dove il governatore Vincenzo De Luca ha lanciato un appello a risparmiare l'acqua. A Benevento il sindaco Clemente Mastella ha emerso un'ordinanza per limitare l'uso di acqua potabile, consentito solo a scopo alimentare o igienico-sanitario. A Salerno è stata ridotta la portata in uscita dai serbatoi dalle 23 alle 6 del mattino. Rubinetti a secco di notte anche in alcuni quartieri di Pozzuoli. Permane l'emergenza anche in Irpinia, un'area tradizionalmente ricca d'acqua, dove proseguono gli interventi per riparare i guasti ad adduttrici principali che hanno lasciato per giorni i rubinetti a secco e dove l'esasperazione ha provocato anche un tentativo di aggressione verso un operaio. Danni «all'intera produzione agricola» in Calabria soprattutto nel Crotonese, e in Puglia, con temperature fino a 40 gradi nel Foggiano, e dove gli agricoltori invocano «l'irrigazione di soccorso». Si stanno svuotando anche gli invasi siciliani, scesi a meno 16% rispetto al giugno 2016 e con un deficit d'acqua in mezza regione pari al 50% a causa dell'assenza di piogge: una situazione «più grave della grande siccità del 2002».

Maria Rosa Tomasello

 

Da ottobre le piogge si sono dimezzate - I meteorologi: «Crollo rispetto alla media degli ultimi 30 anni, è colpa dei cambiamenti climatici»
ROMA Sono i cambiamenti climatici i responsabili della siccità e delle temperature elevate che in alcuni mesi hanno "prosciugato" la penisola, colpendo principalmente il Centro Italia, le regioni tirreniche e la pianura padana. Ma sono anche i responsabili delle alluvioni e delle piogge brevi ma intense che si registrano non solo in Italia. Lo sostengono gli esperti del Consorzio Lamma del Cnr, che si dicono preoccupati per le scarse piogge e nevicate registrate dallo scorso autunno (in alcuni mesi, dicembre, marzo e aprile, si è avuta una flessione dell'80-90% rispetto alla media). «Il 50% di piogge in meno da ottobre a luglio rispetto alla media degli ultimi 30 anni, ma anche rispetto alla stagione 2015-2016 che si è allineata alla media, è un dato significativo - spiega il meteorologo Tommaso Torrigiani - perché non si tratta di un solo mese. Quello che si può dire è che l'estremizzazione dei fenomeni come questi è uno degli effetti dei cambiamenti climatici». Dall'autunno del 2016, ricorda Ramona Magno, ricercatrice del Consorzio, «le piogge in tutto il territorio italiano sono state molto inferiori alla media. È anche caduta poca neve sulle Alpi, e non c'è stato quindi l'accumulo che avrebbe potuto rimpinguare i corsi d'acqua, come l'Adige e il Po, che ora stanno attraversando un periodo di crisi». Per il fiume più importante d'Italia, sottolinea Magno, la siccità "ha colpito" già ad aprile maggio, e si è manifestata con l'ingresso nel corso d'acqua di un cuneo salino del mare che potenzialmente può provocare danni all'agricoltura. Settore che è stato la principale vittima delle scarse precipitazioni, con danni in particolare agli allevamenti e alle coltivazioni». La portata del fiume, inoltre, è scesa del 65% rispetto alla media dello stesso periodo e il minimo del Po, appena 13 cm di acqua, è stato registrato a 30 km dalla sua sorgente. «La siccità - aggiunge la ricercatrice - è un fenomeno ciclico, ma negli ultimi anni si sta verificando sempre più spesso e in maniera intensa in base a un'analisi che stiamo elaborando a partire dal secolo scorso fino al 2014. Le prime conclusioni di queste analisi concordano con gli ultimi report internazionali, che hanno individuato un legame con i cambiamenti climatici non solo della siccità, ma anche di fenomeni come le alluvioni, frequenti nel Nord Europa, e delle piogge - rare ma più intense - del bacino del Mediterraneo».

 

La situazione - Allerta per le coltivazioni in Fvg - Ma per ora l'Isonzo regge
GORIZIA - Per ora nel Goriziano c'è solo apprensione. L'Isonzo regge, e per Trieste le condizioni dei pozzi di San Pier d'Isonzo non destano preoccupazione. Insomma, per l'agricoltura fra Trieste e Isontino non è scattato l'allarme rosso. Certo la siccità, dice il presidente di Coldiretti Fvg Dario Ermacora, è «inusuale» per il periodo: «Di solito ce l'aspettiamo per fine luglio, inizio agosto». L'assenza di acqua è critica soprattutto per l'agricoltura della pedemontana friulana: «Le stime dei danni non possiamo ancora farle, in un certo senso siamo all'inizio del problema, dipende dalle fasi vegetative. Le piante ora in fioritura, come qualche mais, possono avere danni significativi. Altre coltivazioni ancora non soffrono». La preoccupazione è per le riserve: «Quest'anno ha piovuto poco e non ce ne sono. Contiamo che il meteo cambi e arrivino un po' di temporali. Ci preoccupa vedere a fine giugno un quadro climatico che di norma si presenta un mese più tardi». Ma conclude Ermacora, «non ci sono particolari contromisure da prendere, almeno per ora». Mentre Confagricoltura Fvg sottolinea come occorra «attivare iniziative che permettano di affrontare l'emergenza idrica a partire da un coordinamento di tutti i soggetti coinvolti», per l'Isontino fa il punto il presidente del Consorzio di Bonifica, Enzo Lorenzon. «Oggi la situazione è di relativa tranquillità. È un momento di massima irrigazione e ci vuole tanta acqua». Perciò «nei prossimi giorni contatteremo i gestori della diga slovena di Salcano: chiederemo loro di garantire un certo rilascio d'acqua se non dovessero esserci precipitazioni abbondanti. Non vogliamo brutte sorprese». Peraltro, sono stati a dir poco provvidenziali i finanziamenti del Fondo Gorizia che hanno permesso di trasformare il sistema di irrigazione da scorrimento a pioggia. «Questo ci consente di risparmiare il 50% dell'acqua», rammenta Lorenzon. Un bel risultato. «Le concessioni per "innovazione del sistema irriguo" dal 1979 al 2015 ammontano a 25.300.477 euro», fa sapere la Camera di commercio. Il dato è riferito a concessioni per la totalità delle iniziative di trasformazione delle pratiche irrigue. Nel 2016 sono stati concessi ulteriori 750.000 euro: 630.000 per opere irrigue zona collinare Collio (1° intervento), 120.000 euro per opere irrigue a Gorizia. E nel 2017 concessi 60.000 euro per il completamento di impianti irrigui nel Comune di Cormons. Lorenzon ammette che però «un po' di apprensione c'è»: in passato egli condusse una lunga battaglia per la realizzazione di una diga o uno sbarramento sull'Isonzo nella zona di Piedimonte «È di vitale importanza la costruzione di una traversa di rifasamento: non chiamiamola diga, è un invaso capace di garantire un flusso costante minino di 25 metri cubi al secondo. Tale quantitativo metterebbe al riparo dalle conseguenze della siccità». Ma troppi ostacoli: «Nel 2007 c'era già l'accordo con la Camera di commercio e con la Regione per la realizzazione dello sbarramento ma qualche saggio si mise di traverso e non se ne fece nulla». Si concretizzerà, invece, un altro progetto: l'acqua delle idrovore, anziché finire in mare, verrà riutilizzata per l'irrigazione. Intanto il ministero della Sanità, per l'emergenza caldo, affibbia a Trieste un bollino arancione per oggi. L'agenzia Arpa prevede però qualche temporale per il fine settimana e, soprattutto, la possibilità che a metà della settimana prossima la siccità venga interrotta da un periodo di piogge. Una possibilità concreta: domani e dopodomani sono previsti temporali un po' su tutta la regione. Domani in particolare i fenomeni temporaleschi investiranno tutto il territorio portando a un leggero calo delle temperature, anche se sulla costa l'afa potrebbe resistere. La vera svolta dovrebbe arrivare a metà della prossima settimana: secondo i metereologi del Fvg la fase siccitosa dovrebbe rompersi e dovrebbe iniziarne una più piovosa. Anche se, precisano, è ancora presto per avere certezza della tendenza. A Trieste, AcegasAps assicura che al momento la situazione idrica è sotto controllo. Le condizioni dei pozzi di San Pier d'Isonzo sono monitorate ogni settimana e non destano preoccupazione. Il tema, annota l'azienda, è molto presidiato ed è oggetto di frequenti riunioni fra i tecnici. In ogni caso l'indicazione è quella di fare buon uso della risorsa idrica, tanto che sul sito dell'azienda è stato pubblicato un decalogo del buon consumatore.

Francesco Faine - Giovanni Tomasin

 

Reti colabrodo, Roma perde il 44% - Pressione diminuita di notte. Lago di Bracciano giù di 1,4 metri
ROMA - Per il momento a Roma non è emergenza siccità, si parla di media criticità. Certo è che non piove e, stando alle previsioni, non pioverà chissà per quanto. Il lago di Bracciano, riserva idrica di Roma, si abbassa pericolosamente ogni giorno di più e, dopo l'ordinanza del sindaco Virginia Raggi che invita i cittadini a non sprecare l'acqua, ieri è stata la Regione Lazio a chiedere una verifica per accertare il corretto utilizzo dei fondi pubblici destinati a ridurre le perdite idriche. Per il momento, a Roma, solo di notte viene diminuita la pressione dell'acqua. Il campanello d'allarme non è dettato però solo dalla siccità, ma anche dalla vetustà delle condutture idriche, «molto vecchie, risalenti a 30-50 anni fa, come ha spiegato il "Blue book" di Utilitalia (la Federazione che riunisce i gestori dell'acqua), e a causa di rotture o di allacci abusivi perde il 40% dell'acqua», ricorda Acea. Secondo Utilitalia a Roma l'acqua pubblica è tra le più economiche d'Europa costa 1, 65 euro per mille litri, circa 34 euro all'anno per abitante, ma ne servirebbero 80 per avere una rete più efficiente. Intanto il livello del lago di Bracciano quest'anno è di 1 metro e 40 centimetri sotto la sua soglia. Lo scorso anno era a meno 70 centimetri, quindi è sceso del doppio. «Il prelievo che sta effettuando Acea in questi primi sei mesi dell'anno ha inciso per una minima parte, 18 centimetri», spiega Acea. Secondo Legambiente Lazio «l'assenza di eventi meteorici ha causato, oltre al minor apporto di acqua nel lago, la riduzione estrema di portata dalle due fonti principali di approvvigionamento idrico di Roma, l'acquedotto del Peschiera da Rieti e dell'Acqua Marcia dai Simbruini. Dopo tale crollo di portata, il gestore del servizio aveva iniziato una fortissima captazione del lago di Bracciano, pari anche a 2. 500 litri al secondo, a vantaggio di Roma» dove, sottolinea l'associazione, c'è una dispersione idrica del 44, 4% (Rieti al 58%, Latina al 67%, Frosinone al 75, 4%), con «il consumo idrico nella capitale alle stelle con 165 litri per abitante». La Regione Lazio vuole vederci chiaro e ha attivato una verifica per «conoscere l'ammontare degli investimenti sostenuti nel biennio 2015-16, di quelli in corso e programmati per il biennio 2016/17 relativamente ai Piani di recupero delle perdite» di acqua. «I cittadini del Lazio non possono subire il danno delle perdite di acqua: siano adducibili ad acquedotti non correttamente manutenuti o ai "nasoni" di Roma, che continuano a sversare senza alcun criterio di risparmio». I "nasoni" per il momento non sono a rischio chiusura erogazione, anche perché, spiega Acea «la loro funzione è quella di riequilibrare la pressione nella città, considerato che Roma non è una città piana».

 

 

OGGI A MUGGIA - Gran festa al parco Rio Ospo sulla mobilità sostenibile
Oggi a Muggia oggi si fa festa per promuovere una cultura "verde" e la conoscenza delle novità nel settore della mobilità sostenibile. Dalle 11 al parco pubblico Rio Ospo si terrà la "Festa d'estate", una giornata di divertimento, meditazione e benessere, fotografia, sport e danza, organizzata per promuovere una mobilità sostenibile e offrire la possibilità di acquistare prodotti a chilometro zero. La manifestazione sarà infatti dedicata alla mobilità sostenibile con l'esposizione di vetture ibride di una nota concessionaria e veicoli elettrici (bici a pedalata assistita, monopattini, mini quad e buggy). L'evento, promosso da Querciambiente, offrirà anche l'occasione per inaugurare il rinnovato parco giochi e presentare il programma degli eventi che si svolgeranno all'interno del parco nel corso dell'estate.Nel pomeriggio, si terrà poi - a cura di mc59.com in collaborazione con l'associazione culturale Centofoto - il "Green Shooting Day" aperto gratuitamente alla partecipazione di fotografi e fotoamatori che desiderano conoscere e immortalare le novità nel settore della mobilità sostenibile.Ad aprire la giornata di festa sarà l'inaugurazione, alle 11, del nuovo parco giochi per i bambini, a cui seguiranno il saluto delle autorità e la presentazione degli eventi in calendario nel parco Rio Ospo per tutta la stagione estiva. Dalle 10 sarà attivo un mercatino di prodotti locali per incentivare la cucina con prodotti del territorio e a chilometro zero. Sempre nel pomeriggio ci sarà spazio anche per alcune attività e discipline olistiche: dalle 17 "Massaggi e benessere" con l'associazione culturale e sportiva Metamorfosys e dalle 18 "Meditare per riavvicinarsi a se stessi, meditare per essere felici", un'ora per potenziare la percezione di benessere assieme alla dottoressa Irene Del Gaudio. A concludere la serata lo spettacolo di flamenco e non solo a cura dell'associazione "Il Ventaglio". A intrattenere musicalmente gli ospiti del parco, situato all'ingresso della cittadina istroveneta, "Cippo and Friends", una voce, una chitarra.

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 23 giugno 2017

 

 

Emergenza acqua in Italia - A secco Parma e Piacenza - Il governo stanzia 8.6 milioni per l'allerta. Preoccupano i livelli di Po e Adige
Bacini idrici in crisi: anche Toscana e Sardegna chiedono lo stato di calamità
ROMA - L'estate italiana inizia nella morsa della siccità e del caldo. A Parma e Piacenza il governo dichiara lo stato d'emergenza nazionale «in conseguenza della crisi idrica in atto». Un fenomeno che inizia nell'autunno 2016, ma oggi è «aggravato dalle elevate temperature estive e dai rilevanti afflussi turistici che hanno determinato un considerevole aumento delle esigenze idropotabili». I campi agricoli sono a secco, i pomodori rischiano di non arrivare a maturazione ed è difficile garantire fonti per abbeverare gli animali. Ma in alcune zone tra le due province emiliane, c'è bisogno delle autobotti messe a disposizione dal governo - insieme a 8 milioni e 600mila euro per fronteggiare l'emergenza - anche per garantire l'acqua potabile. D'altronde il calo delle precipitazioni è arrivato al 50% rispetto alla media, mentre la falda acquifera è agli sgoccioli: è al di sotto di 1,26 metri. Se Parma e Piacenza piangono, Firenze e Cagliari non ridono. In Toscana il presidente della Regione Enrico Rossi ha firmato la dichiarazione di stato d'emergenza il 16 giugno, alla vigilia della giornata mondiale delle Nazioni Unite contro la Desertificazione e la Siccità. Preoccupano l'Autorità idrica toscana i bacini della Lunigiana. I terreni aridi, poi, rischiano di favorire gli incendi: il 20 giugno i vigili del fuoco sono intervenuti 72 volte in Maremma. Sulla stessa scia, la Sardegna ha chiesto al ministro Martina la dichiarazione dello stato d'emergenza. Scrive il ministero dell'Ambiente in una nota che nella regione dei Quattro mori «l'anno in corso si presenta» come «il più siccitoso dall'inizio delle osservazioni nel 1922. I tre mesi di marzo-aprile-maggio fanno registrare deficit intorno al 70% in tutte le aree, con punte prossime al 90% per Gallura e Flumendosa». Il ministero parla di siccità propriamente detta solo per «i bacini idrografici padano e delle Alpi orientali, nonché il lago di Bracciano nel Lazio e la Sardegna». In Piemonte il Po è calato del 65% rispetto al valore mensile storico. Pavia Acque, in una nota, parla di «una siccità senza precedenti» nei comuni dell'alto Oltrepo. In Veneto il presidente Zaia ha firmato la terza ordinanza che certifica lo stato di crisi idrica. Qui a preoccupare è lo stato del fiume Adige, mentre in Friuli Venezia Giulia si monitora il Tagliamento. A Roma la sindaca Virginia Raggi ha chiesto di «limitare l'uso superfluo di acqua». D'altronde gli sprechi vengono da lontano, come l'Istat ha certificato qualche settimana fa: la rete idrica italiana è un colabrodo, gli acquedotti perdono in media il 40% dell'acqua - con punte del 68% a Potenza - e servirebbero 5 miliardi di euro per rimetterli a posto. Nel frattempo un anticiclone africano sta facendo schizzare i termostati italiani: per oggi le massime potranno arrivare ai 38 gradi al Nord, 37 al Centro e 35 al Sud. Solo domenica nelle zone settentrionali le prime infiltrazioni di aria fresca potranno garantire un inizio di settimana con temperature più miti. Ma la situazione peggiorerà al Sud e nelle Isole.

Andrea Scutellà

 

Agricoltura, danni per un miliardo - Le anomalie climatiche del 2017 hanno messo in ginocchio le produzioni
ROMA - Le anomalie climatiche della prima parte del 2017 hanno già provocato alle coltivazioni e agli allevamenti danni per quasi un miliardo di euro. Tracciata dalla Coldiretti, la situazione Regione per Regione. In Emilia in sofferenza tutte le colture dal pomodoro ai cereali, ma anche gli ortaggi. In Lombardia stessa situazione: il caldo sta provocando un taglio fino al 20 per cento della produzione di latte. In Sardegna l'assenza di piogge sta condizionando tutti i settori agricoli, con perdite nella produzione di oltre il 40 per cento e gli agricoltori della Coldiretti sul piede di guerra. In Veneto si parla di poche settimane di autonomia e la vendemmia si prevede anticipata di almeno una settimana. In Toscana scarseggiano anche i foraggi per il bestiame e crolla la produzione di miele. In Umbria i girasoli e il granoturco stanno seccando. Nel Lazio ampie aree in difficoltà, con la produzione di frumento che risulta stentata, con pesante contrazione dei raccolti e perdita di qualità e con il rischio, senza interventi immediati, di perdere del tutto ortaggi, frutta, cereali, pomodori. L'assenza di piogge sta condizionando tutta la produzione agricola regionale, con perdite finora stimate fino al 40 per cento. Per fare fronte alla sofferenza idrica in alcuni comuni - a cominciare da Roma - la Regione Lazio ha autorizzato un maggiore prelievo idrico alle sorgenti Pertuso. In Campania nel Cilento, nell'Alento e nella piana del Sele ci sono problemi per gli ortaggi e la frutta, ma anche per la mozzarella di bufala perché la mancanza di acqua mette in crisi anche gli allevamenti e i caseifici. In Puglia perdite di produzione, aumento dei costi per le risemine, ulteriori lavorazioni, acquisti di nuove piantine e sementi sono gli effetti della siccità con gravi danni al granaio d'Italia nelle province di Foggia e Bari, dove si riscontra una perdita del 50% della produzione. In Sicilia la siccità è una realtà concreta, con gli invasi a secco e la necessità di anticipare l'inizio della stagione irrigua negli agrumeti. In Umbria e nelle Marche terremotate si registra una produzione di fieno insufficiente con pascoli e prati asciutti. È crollato del 15 per cento il raccolto di grano - per effetto congiunto del maltempo e della riduzione dei terreni seminati dopo le scosse - mentre la produzione di latte è calata del 20 per cento anche per stress, decessi e chiusura delle stalle. Una situazione che a quasi un anno dal sisma è ancora di piena emergenza tanto che per consentire la normale esecuzione dei lavori estivi nelle campagne terremotate, la Coldiretti ha annunciato anche la consegna di gasolio gratuito, per oltre mezzo milione di litri, a 800 aziende delle aree colpite. Se non bastasse, a quasi dieci mesi dalla prima scossa sono ancora sfollati quasi la metà degli animali sopravvissuti che non possono ancora essere ospitati nelle stalle provvisorie che sono state realizzate e rese operative al 55per cento del fabbisogno. La mappa della Coldiretti prosegue con il Friuli la regione ha decretato lo stato di sofferenza idrica per garantire l'acqua alla media Pianura friulana per circa 26.000 ettari di coltivazioni mentre in Piemonte è stato dichiarato lo stato massima pericolosità incendi.

 

 

"Next" ritorna a settembre e punta gli occhi sul mare
Dal 21 al 23 novembre la nuova edizione del Festival della scienza a Trieste con una serie di incontri e una mostra sull'eccellenza dell'industria navale
A partire dal prossimo autunno Trieste per un anno si concentrerà sempre più su una delle sue risorse naturali più preziose, destinata a esserlo sempre di più in futuro. Trieste Next, il festival della scienza in calendario dal 21 al 23 settembre, aprirà le danze svelando il tema: si tratta del mare, che farà da minimo comune denominatore in relazione a ricerca scientifica, innovazione tecnologia e imprenditoria. Temi che verranno approfonditi a giugno 2018, con il ritorno a Trieste, dopo 30 anni, del più importante convegno internazionale dedicato alle tecnologie marittime organizzato su suolo italiano, l'International Conference on Ships and Maritime Research - Nav. A cavallo tra i due eventi, il primo organizzato dall'Università in collaborazione con Comune e Venezie Post, il secondo da Atena (Associazione italiana di tecnica navale) con l'Università, Mare Fvg e molti altri enti, istituzioni e partner, saranno organizzati anche una serie d'incontri e un'esposizione destinati a cittadinanza e turisti dedicati alle eccellenze dell'industria navale presenti sul nostro territorio. Che conta un porto industriale, un'azienda leader nella cantieristica come Fincantieri, Wärtsilä per i motori, e la massima densità di studi tecnici d'ingegneria navale d'Italia. Oltre a un sistema formativo di tutto rispetto: l'istituto Nautico, l'Accademia del Mare, i corsi di laurea d'Ingegneria navale, l'Ogs. Ne abbiamo parlato con il professor Vittorio Bucci, ricercatore di Costruzioni e Impianti Navali e Marini dell'ateneo giuliano e segretario della sezione del Friuli Venezia Giulia di Atena, associazione che riunisce la maggior parte degli ingegneri navali d'Italia. «Ospitare il Nav a Trieste è per noi un grande piacere e un grande risultato, che ci sta mettendo alla prova perché le forze a disposizione sono esigue. D'altra parte si tratta di un'occasione unica per accendere i riflettori sulla qualità della nostra didattica e della nostra ricerca, che quest'anno si è particolarmente distinta, consentendoci di vincere ben 13 progetti regionali Por Fesr, un progetto del Ministero dei Trasporti e il progetto europeo Assess in collaborazione con Ogs». Ingegneria Navale, ricorda Bucci, è uno dei corsi di laurea più antichi di Units: è stato infatti il primo ad essere istituito nella facoltà d'Ingegneria nel 1942 e ha continuato a operare incessantemente fino ad oggi. In questi ultimi anni però, a causa di molti pensionamenti e della mancanza di turnover, ha potuto contare su un numero di docenti in costante diminuzione: dal 2011 a oggi gli studenti sono duplicati, mentre i docenti si sono quasi dimezzati, da 12 a 7. «Oggi abbiamo un'ottantina di matricole e una quarantina di studenti al secondo e al terzo anno. Alla magistrale contiamo 40 studenti all'anno provenienti da tutt'Italia», racconta Bucci, che non nasconde le difficoltà legate alla carenza d'organico. Con l'elezione l'anno scorso del nuovo coordinatore dei corsi di studio in Ingegneria Navale, professor Alberto Marinò, oggi si sta cercando di rilanciare e far conoscere questo percorso di studi.«Abbiamo stretto rapporti con Fincantieri, Wärtsilä, Montecarlo Yacht e molti altri studi di progettazione presenti sul territorio - spiega Bucci -, che oltre ad ospitare i nostri studenti in tirocinio o per la tesi di laurea ci aiutano anche con borse di studio e con docenze nelle materie professionalizzanti». Entro settembre il corso di studi potrà inoltre contare, grazie a Fincantieri e a Intergraph, su un nuovo laboratorio informatico. Per rimanere al passo con le innovazioni di settore e i nuovi regolamenti in materia di costruzioni navali sono stati introdotti nuovi insegnamenti quali Navi Speciali, Progettazione per la sicurezza delle navi ed Organizzazione della produzione navale, e due percorsi di specializzazione post laurea: il master nato dal progetto Assess, sui temi di Safety and Security navale, e il master in Blue Growth, promosso da Ogs sui temi dell'economia del mare.

Giulia Basso

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 22 giugno 2017

 

 

PROVVEDIMENTI ANTI SICCITA’ IN FVG. SERENA PELLEGRINO: URGENTE ATTUARE POLITICHE AGRICOLE COERENTI CON LE CONSEGUENZE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO.

AGRICOLTURA E AMBIENTE, SORELLE PER L'ECOSISTEMA, SORELLASTRE PER LE ISTITUZIONI.
“La scelta politica di dimezzare per 15 giorni il deflusso minimo vitale del Tagliamento dall’impianto di Ospedaletto, disposto con decreto della Presidenza della Regione Friuli Venezia Giulia, si dimostrerà molto pesante per l’ecosistema fluviale, già sottoposto al fortissimo stress idrico causato dalle anomalie climatiche.
Senza voler sminuire la gravità dell’emergenza affrontata con questo provvedimento, si deve tuttavia osservare che ancora una volta si manifesta, in Regione come nel resto del Paese, l’incomunicabilità tra le politiche del settore agricolo e quelle a protezione delle risorse idriche, nell’ambito di un’unica programmazione che prenda atto del cambiamento climatico e dei suoi impatti sul territorio e sull’ambiente.”
Lo dichiara la parlamentare Serena Pellegrino ( Sinistra Italiana – Possibile) vicepresidente della Commissione ambiente alla Camera dei deputati.
“ Sulla carta, e con riferimento alle indicazioni europee, sta scritta a chiare lettere la necessità di una comune gestione che renda compatibili le necessità dell’irrigazione e della fornitura d’acqua al settore zootecnico con la salvaguardia dei corpi idrici superficiali e sotterranei. Gli strumenti, per affrontare le criticità che di stagione in stagione si fanno più pesanti da affrontare, sono disponibili : basta leggersi gli Elementi per una Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.
Troviamo scritto, tra le mille altre indicazioni, questo : L’introduzione di pratiche per migliorare la gestione efficiente dell’acqua e del suolo al fine di evitare ripercussioni sulle produzioni delle colture agricole è un’azione identificata come prioritaria, insieme alla sostituzione delle colture o varietà in relazione alle caratteristiche ambientali specifiche dei siti e riduzione di cultivar che necessitano di enorme richiesta idrica , tra le quali il mais.”
Conclude Pellegrino: "Si continua a ignorare che servono con urgenza politiche agronomiche sostenibili, che ci sono coltivazioni esageratamente idro- esigenti che vanno sostituite con altre più adattabili, suoli degradati che richiedono misure importanti di miglioramento, gestioni delle aree fluviali che vanno completamente reimpostate.
Dei singoli temi si discute su tavoli rigorosamente separati, mettendosi le medaglie scegliendo gli interlocutori e mai riunendo tutti i portatori di interesse attorno all’unica questione, cioè che siamo diventati, per causa nostra, estremamente vulnerabili.”
http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/clima/snacc_2014_elementi.pdf
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 22 giugno 2017

 

 

Siderurgia - «Malinteso» tra Arvedi e vescovo sul futuro della Ferriera di Servola
Un «malinteso» sulla Ferriera di Servola, come si scopre in serata, manda in fibrillazione i palazzi del potere. Protagonisti Debora Serracchiani, autrice di una lettera scritta a Giovanni Arvedi per avere chiarimenti in merito ad una sua presunta disponibilità a chiudere l'area a caldo. Giampaolo Crepaldi, il primo a mettere in giro la notizia del possibile dietrofront del Cavaliere, e infine lo stesso patron del gruppo a capo dello stabilimento di Servola che, in serata, con un comunicato, nega di aver mai parlato di possibili chiusure, bollando il tutto come uno «spiacevole malinteso». E chiudendo il caso. Il primo atto della "pièce", segnata appunto da una serie di note scritte e contatti telefonici, è andato in scena ieri mattina con l'annuncio dell'invio della lettera firmata da Serracchiani e indirizzata ad Arvedi. La presidente ha chiesto di vedere l'industriale «in tempi brevi» per chiarire il destino dello stabilimento. Un'iniziativa assunta dalla governatrice dopo il faccia a faccia avuto alla presenza di Roberto Dipiazza con gruppi ambientalisti e anti Ferriera (Fare Ambiente, Comitato 5 dicembre e No smog). I comitati, come noto riuniti in presidio in piazza Unità per sollecitare lo stop della produzione, hanno riferito a Serracchiani quanto detto loro dall'arcivescovo, vale a dire la disponibilità dell'imprenditore a chiudere l'area a caldo. Una versione ribadita anche ieri pomeriggio dal vicario Ettore Malnati che, a domanda precisa, ha risposto così: «L'arcivescovo ha sentito quello che ha poi riferito ai comitati». Di lì la scelta di Serracchiani di vederci chiaro. «La presidente - chiarisce la Regione in una nota - ha evidenziato la necessità di un chiarimento in merito alla volontà dell'industriale, espressa all'arcivescovo di Trieste, secondo quanto riportato dai comitati, di procedere alla chiusura dell'area a caldo dello stabilimento». Anche perché, afferma la governatrice, «al di là dei dati asettici, rimane un disagio umano che, nel mio ruolo istituzionale, non ho mai voluto trascurare e, anzi, rappresenta uno dei miei pensieri costanti». «Prendo atto di quanto mi è stato detto - continua Serracchiani - e lo ritengo molto importante, perché ci preoccupiamo della salute dei cittadini, quindi intendo vedere Arvedi per capire quali siano le sue intenzioni». Una questione «molto delicata» che «non può essere trattata semplicemente chiedendo l'annullamento dell'autorizzazione integrata ambientale (Aia) che contiene prescrizioni precise. Se queste vengono rispettate le istituzioni si muovono all'interno della legalità. Ma ciò non significa che non siamo attenti ai problemi che anche oggi ci sono stati presentati e che quotidianamente cerchiamo di monitorare e risolvere». Serracchiani ha comunque spiegato di essere «consapevole che un insediamento industriale di quel tipo è assolutamente impattante all'interno della città e sappiamo tutti che senza l'arrivo dell'imprenditore sarebbe rimasto una cloaca a cielo aperto». Di fronte al pressing della governatrice, la reazione di Siderurgica Triestina non si è fatta attendere. In una nota diramata all'ora di cena la società «rileva con stupore come si sia generato uno spiacevole malinteso sulla presunta disponibilità di procedere alla chiusura. Si ribadisce quanto affermato in ogni circostanza: è intenzione di questa azienda produrre ghisa fino a quando sarà possibile, nel rispetto di tutte le normative ambientali e con tutti gli interventi impiantistici già programmati per i prossimi mesi». Caso chiuso, insomma, ma non per tutti. «Lo ripeto: l'arcivescovo - ha ribadito don Malnati - ha detto ai comitato esattamente quello che ha sentito nell'inconto di sabato. Arvedi ora cambia versione? Vorrà dire che è giunto il momento di mettere le carte in tavola».

(g.s.)

 

«Assurdità sugli operai di Servola» - «Portarli in Comune? Costerebbero dodici milioni di stipendi»
Non l'ha presa con entusiasmo, per usare un eufemismo. Ma delle tante esternazioni che il suo successore Roberto Dipiazza ha affidato al giornale («trionfalismi che nascono solo da progetti fatti da noi, tra l'altro...»), ce n'è una che Roberto Cosolini giudica particolarmente campata in aria: la possibilità di riassorbire in Comune i 350 e passa lavoratori della Ferriera. «È una cosa - debutta l'ex sindaco - che non sta né in cielo né in terra. Non si può dire a quella gente che perderà il lavoro ma andrà in Comune. Ma hanno fatto almeno due calcoli? Parliamo di 12 milioni solo di stipendi! E per giustificarli bisognerebbe dare milioni e milioni di appalti in più, ipotesi che è ovviamente irrealizzabile. No, quella battuta la poteva proprio evitare. Avesse detto, che so, che gli interessa la salute collettiva e quindi avrebbe fatto di tutto, compreso affrontare il problema occupazione, l'avrei capito, ma quella sortita era proprio assurda».È polemica, intanto, anche sul cosiddetto "presidio permanente" allestito davanti al Comune. Giovanni Barbo, consigliere del Pd scrive su Facebook: «Prendiamo atto del fatto che questa giunta ha deciso di concedere l'uso di piazza Unità anche per manifestazioni politiche. La delibera che regolamenta l'uso dello spazio dice che la piazza può essere concessa per manifestazioni di alto carattere istituzionale e per grandi eventi culturali, oppure per eventi significativi (saggi di società sportive, partenze e arrivi di gara, manifestazioni) di breve durata: ora, dubito che un presidio che si autodefinisce "ad oltranza" rientri in queste categorie...».

(f.b.)

 

 

MUGGIA - Viaggiare Slow contro il no alle biciclette in centro storico
Aumentano le voci contrarie all'ordinanza di chiusura al passaggio delle bici nel centro storico di Muggia preannunciata dalla giunta comunale a fine maggio e poi "congelata". Alla contrarietà espressa da Fiab Muggia Ulisse a inizio giugno si è aggiunta l'associazione Viaggiare Slow, nonché «molti cittadini e diversi esercizi commerciali del centro storico, in quanto «il provvedimento annunciato potrebbe essere un freno sia alla mobilità ciclistica urbana che al cicloturismo, entrambi in forte crescita negli ultimi anni a Muggia. Fiab Muggia Ulisse e Viaggiare Slow, come si legge in una nota, «sono preoccupati per i problemi di sicurezza che questo provvedimento, se attuato, porterà. Con la chiusura del centro i ciclisti saranno tenuti ad utilizzare la stretta e lunga galleria per attraversare la città arrivando dal lungomare». Inoltre «se l'ordinanza verrà attuata avrà anche un effetto negativo sull'economia cittadina. Muggia ha, nel 2016, visto passare più di 11mila cicloturisti. È la bellezza del centro Storico a trainare questa invasione pacifica e redditizia. Nessuno di questi viaggiatori si mette in viaggio da sprovveduto. In rete le notizie viaggiano velocemente. Da indesiderati è un gioco saltare la sosta a Muggia per dirigersi direttamente a Capodistria e Isola che li accolgono a braccia aperte. Di questo sono consapevoli diversi esercizi commerciali del centro storico che per questo hanno manifestato la contrarietà al provvedimento». Fiab Muggia Ulisse e Viaggiare Slow ritengono che «se vi sono problemi di convivenza tra pedoni e ciclisti generati da alcuni maleducati si debba su questi agire applicando le regole già scritte nel Codice della strada (i ciclisti debbono procedere a una velocità tale da evitare situazioni di pericolo per i pedoni), e non togliere a tutti la possibilità di attraversare il centro storico in bici». Le associazioni sostengono, inoltre, che «si dovrebbe sopratutto agire sulla leva della comunicazione e dell'educazione per costruire una positiva convivenza tra tutti gli utenti del centro storico e si dichiarano disponibili a collaborare con il Comune su questo aspetto».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 21 giugno 2017

 

 

FERRIERA - «In piazza fino allo stop dell'area a caldo»
La Ferriera può vivere senza area a caldo. Gli operai non devono perdere il lavoro. Le soluzioni ci sono. E vanno trovate subito. Con queste motivazioni il Comitato 5 dicembre, armato di gazebo e borse di sopravvivenza, ha dato il via alle 18 di ieri in piazza Unità, di fronte al palazzo della Regione, al presidio "h24" che «resterà permanente fino a quando verrà chiusa l'area a caldo». Mentre ci si conta (dodici le persone presenti sul posto alle 18, destinate a crescere via via), qualcuno appoggia gli striscioni a terra, e altri ancora cominciano a montare il primo di due gazebo bianchi. Un esponente del comitato, Fabio Predonzan, spiega: «Resteremo qua fino a quando non verrà annullata l'Aia, che ha innalzato il limite di pm10 da 50 ng/m³ a 70, nonostante la Comunità europea raccomandi di non sforare la soglia di 35. Questo fa sì che la gente di Servola debba vivere prigioniera nelle proprie case». Al suo fianco Alberto Kostoris del Nimdv: «Non possiamo più aspettare». Le donne in piazza lamentano un grave peggioramento negli ultimi anni. Fra queste, Lara Poiani («adesso l'aria è diventata irrespirabile») e Marilena Era («di notte si sente un rumore assordante che non permette di dormire; ci si sente male, gli occhi lacrimano e la gola brucia»). E ieri è intervenuto anche il Pd, per voce della segretaria regionale Antonella Grim: «Basta sfruttare la Ferriera come arma politica». Le fa eco la segretaria di Trieste, Adele Pino: «Abbiamo lavorato recuperando risorse per un giusto equilibrio fra tutela del lavoro e della salute, quell'impegno va portato avanti».

(el.pl.)

 

 

La Regione punta a una fetta di bonifiche - Alla Conferenza dei servizi sarà chiesto al ministero di riperimetrare il Sito inquinato per gestire l'iter sul Canale navigabile
Due colpi di scena potrebbero forse scuotere il lungo sonno in cui sono cadute le bonifiche relative al Sito di interesse nazionale (Sin). A muovere le pedine sullo scacchiere nazionale, sulla base di una indicazione giuntale, è la Regione, che aveva avocato a sè la materia ambientale dopo il commissariamento dell'Ezit risalente al novembre 2015. Sara Vito, assessore all'Ambiente, è stata incaricata di ridefinire con il governo il perimetro dell'area inquinata e di modificare l'accordo di programma, firmato nel 2012 tra ministero dell'Ambiente ed Ezit, allo scopo di sveltire le procedure che proprietari e gestori debbono affrontare nell'ambito del Sin. Gli obiettivi sono ambiziosi, sia nei contenuti che nei tempi, perchè Sara Vito spera di farcela entro la fine dell'anno (anche perchè a seguire ci saranno le elezioni regionali). «Cercheremo di intervenire a vantaggio dei piccoli-medi operatori - commenta l'assessore - e a breve censiremo le aziende interessate con una delibera giuntale». «Il percorso prevede una conferenza di servizi, convocato dal ministero dell'Ambiente, le cui conclusioni saranno recepite da un apposito decreto - completa la narrazione - non dovrebbero essere previste modifiche di carattere normativo, a livello nazionale e regionale». Appare evidente che la duplice operazione, per concretizzarsi, richiede una forte reciprocità politica tra centro e periferia. Comunque Sara Vito preannuncia che contatterà urgentemente anche Confindustria e Confartigianato, le principali associazioni imprenditoriali coinvolte nel tema bonifiche, per aggiornarli sulle modalità dell'improvviso risveglio. Dunque, le parole d'ordine sono "riperimetrare" e "decentrare". Nel primo caso la Regione chiede al ministero dell'Ambiente competenza diretta sulla bonifica dell'area di un'ottantina di ettari che s'affaccia sul Canale navigabile di Zaule. Scelta non casuale, valutata insieme all'Autorità portuale, che, in procinto di essere la maggiore azionista del nascente consorzio "nuovo Ezit", è interessata a rendere fruibili i terreni prossimi alle banchine. Anche Area Science Park è stata coinvolta dalla Regione, come interlocutrice negli investimenti maggiormente innovativi. «Non cambierà l'iter - precisa la Vito - ma la gestione locale della bonifica consentirà di ridurre i tempi del procedimento». Passiamo al secondo atto: la modifica dell'Accordo di programma consentirebbe alla Regione di agire in via sostitutiva nelle aree non contaminate dalla mano pubblica e di recuperare poi le spese anticipate. In questa maniera verrebbero superate le criticità inevitabilmente legate alla stipula di centinaia di convenzioni con gli operatori economici interessati. Un'ultima buona notizia riguarda una ventina di ettari ex Ezit tra Noghere e Rio Ospo, dove la Regione - ricorda Sara Vito - ha svolto una serie di "analisi del rischio": ebbene questi venti ettari attendono solo il suggello della conferenza dei servizi ministeriale per affrancarsi dalle procedure di bonifica. E diventare così utilizzabili sotto il profilo produttivo.

Massimo Greco

 

 

Patto anti Tir con la Slovenia - Basovizza libera dai camion - Perfezionato lo stop transfrontaliero ai mezzi pesanti lungo l'ex valico di Pese
L'obbligo dell'autostrada tra i due stati alleggerirà pure il traffico al bivio ad H
TRIESTE - Divieto transfrontaliero di passaggio dei Tir lungo l'ex valico di Pese. A nove mesi dalla promessa di voler intervenire sull'oramai insostenibile traffico dei mezzi pesanti lungo la regionale 14, l'arteria principale che collega Basovizza a Hrpelje e Kozina, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza - che assieme al primo cittadino di San Dorligo Sandy Klun aveva promosso il "boicottaggio" dei Tir lungo il percorso italiano - ha annunciato di aver raggiunto l'obbiettivo comune con la Slovenia. «Ringrazio Sasa Likavec Svetelsek, sindaco di Herpelje-Kozina, e Mauro Ricci dell'Anas, oltre al sindaco Klun, perché insieme abbiamo finalmente vietato il transito dei Tir sul valico di Pese in entrambe le direzioni. È stato molto difficile, ma abbiamo risolto insieme un problema veramente serio: prima o dopo avremmo davvero rischiato di avere un incidente mortale», ha spiegato Dipiazza. Il primo cittadino triestino ha evidenziato le conseguenze positive dello stop imposto ai mezzi pesanti: «Non vedremo più le file di Tir e verrà garantita la tutela dei cittadini di Basovizza e più in generale dell'altipiano, ma anche quella dei contadini che non potevano più uscire con i loro trattori». La questione dei Tir era stata affrontata nel settembre scorso con la richiesta formulata all'Anas da parte dei comuni di Trieste e San Dorligo di interdire il traffico ai mezzi pesanti superiori a 7,5 tonnellate sull'ex statale 14. Successivamente Dipiazza e Klun avevano incontrato anche il sindaco d'oltreconfine Svetelsek appunto, per concordare un'azione comune e risolvere il problema alla radice. Anche il Comune di Hrpelje-Kozina aveva di fatto evidenziato lo stesso problema di sicurezza riscontrato sul territorio italiano, lamentando addirittura passaggi di oltre 1.500 Tir al giorno in determinati periodi dell'anno. Dal primo giugno, grazie all'apporto dell'Anas, è stato imposto il primo stop lungo l'arteria stradale italiana tra il bivio ad H e Basovizza. Da domenica scorsa è scattato anche lo stop in Slovenia, un risultato raggiunto anche grazie all'intervento diretto del ministero dei Trasporti della vicina Repubblica sollecitato dal sindaco Svetelsek. I cartelli apposti nei rispettivi territori a ridosso dell'ex valico indicano che potranno transitare solo i frontisti, ossia chi, munito di bolla di accompagnamento, dovrà effettivamente scaricare la merce a Basovizza. Per tutti gli altri camion dalle 7,5 tonnellate in su l'obbligo di imboccare l'autostrada. «I Tir provenienti dalla Slovenia, per evitare di pagare pochi euro di autostrada, non possono mettere a rischio la vita delle persone passando nel tratto tra Basovizza e il bivio ad H», aveva evidenziato il sindaco Dipiazza. Ora non resterà che fare i dovuti controlli per evitare che i soliti furbetti bypassino le nuovi disposizioni. Con questo provvedimento, dunque, i mezzi pesanti sono stati messi al bando anche nell'altipiano orientale dopo che già nell'altipiano Ovest della provincia triestina, ossia nel Comune di Duino Aurisina, era stato posto il veto di transitare lungo diversi tratti non autostradali tra cui l'ex valico di frontiera di (Comeno). Non si registrano infine problemi di Tir lungo il confine tra Monrupino e Vogliano e lungo gli ex valichi di frontiera muggesani, come conferma il sindaco di Muggia Laura Marzi: «Fortunatamente non abbiamo di questi problemi, i Tir qui sono soliti imboccare l'autostrada lungo il valico di Rabuiese».

Riccardo Tosques

 

CICLISTI - La Fiab ora studia la Trieste-Muggia
Questo sabato la Fiab Trieste Ulisse presenterà una proposta per realizzare un "Collegamento ciclabile Trieste-Muggia".Gli incontri si terranno uno a Trieste alle 10.30 al Caffè Tommaseo in piazza Nicolò Tommaseo, 4/C e l'altro a Muggia alle ore 12.15 in piazzale G.Galilei n.4 al bar Molto Ghiaggio.Negli incontri verranno esposte le soluzioni tecniche per realizzare l'itinerario e verranno illustrate le ricadute positive che un'infrastruttura di questo tipo potrebbe portare sia alla mobilità che all'economia cicloturistica, fenomeno in crescita continua anche nella nostra area provinciale.

 

 

Ridotta la portata del Tagliamento per l'allarme siccità - Piogge scarse da otto mesi, la Regione emana un decreto per garantire l'irrigazione delle coltivazioni

Dalle proiezioni alle tipologie climatiche future nella nostra regione
TRIESTE - I meteorologi prevedono a livello nazionale un'ondata di caldo africano in ascesa nei prossimi giorni. E intanto piove troppo poco. Anche in Friuli Venezia Giulia. E non da oggi: nella nostra regione le precipitazioni sono scarse da otto mesi. E hanno causato una siccità perdurante che ha portato con sé una «forte riduzione del flusso del Tagliamento», dal quale fra l'altro dipende l'irrigazione di circa 26mila ettari di coltivazioni nella media Pianura friulana. Così la Regione interviene riducendo la portata del fiume, o meglio del suo deflusso minimo vitale (Dmv). La presidente del Fvg Debora Serracchiani ha firmato ieri un decreto che sancisce lo «stato di sofferenza idrica» e autorizza alla riduzione del Dmv per 15 giorni. Il provvedimento si basa sui dati della direzione centrale Ambiente, dai quali si evidenzia un deficit idrico generalizzato che si riflette sulle acque superficiali e sotterranee del Fvg. I numeri parlano chiaro: a maggio e giugno la pioggia è caduta con valori ben al di sotto della media del periodo. Nel bacino montano del Tagliamento le precipitazioni sono state il 54% del valore medio mensile, mentre in pianura sono oscillate fra il 65% e il 72%. E anche il mese in corso si preannuncia particolarmente arido, «in particolare nella fascia montana dove ha piovuto fra il 25 e il 36% dell'usuale».Sul Tagliamento ci sono difficoltà in corrispondenza della sezione di Ospedaletto, dove è ubicata la derivazione del Consorzio di bonifica Pianura friulana. La portata naturale del fiume non basta a garantire contemporaneamente il deflusso minimo e l'approvvigionamento del Consorzio, che fornisce l'acqua alla media Pianura friulana, appunto, per circa 26.000 ettari di coltivazioni. Di qui la decisione di dimezzare la portata del Tagliamento dall'impianto di Ospedaletto da 8 a 4 metri cubi al secondo. Il tutto - precisa la Regione - per evitare una mancanza d'acqua che «avrebbe pesanti ricadute per le coltivazioni con conseguenze economiche sull'intero comparto agricolo del Fvg». Il provvedimento naturalmente potrà essere modificato o sospeso in caso di piogge che modificassero la situazione. Tenendo presente che «la scarsità di precipitazioni e l'esiguo contributo dello scioglimento delle nevi causeranno un'ulteriore diminuzione della portata del Tagliamento».Il decreto firmato da Serracchiani segue di poco quelli presi da altre regioni: già l'Emilia Romagna e la Toscana avevano dichiarato lo stato di emergenza regionale per la crisi idrica, mentre la Sardegna è giunta a chiedere al governo lo stato di calamità naturale. La governatrice del Fvg ha emanato il decreto nel giorno in cui a Trieste, nel palazzo della giunta regionale, studiosi ed esperti del settore si sono riuniti in un seminario tecnico-scientifico dedicato ai cambiamenti climatici in atto, come in tutto il mondo, anche nella nostra regione. Anche il Fvg nel suo piccolo vuole attrezzarsi per fronteggiare, come ha ricordato l'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito, «gli impatti dovuti a questi mutamenti epocali». L'obiettivo è quello di presentare entro fine anno un primo rapporto sulle conoscenze in base al quale impostare «strategie di adattamento» e indicare alla popolazione «buone pratiche» da mettere in atto. Punto di partenza è uno studio affidato a inizio anno dalla Regione all'Agenzia regionale per l'ambiente, l'Arpa, mirato ad aggiornare le conoscenze sul fenomeno a livello regionale e individuare i settori economici e sociali sui quali gli impatti previsti nei diversi scenari futuri potranno essere più rilevanti. Un lavoro per il quale l'Arpa ha messo in piedi una serie di collaborazioni con gli Atenei di Trieste e Udine, gli Istituti di ricerca del territorio - dall'Ictp, all'Ogs al Cnr-Ismar e la direzione centrale Ambiente. Ieri è stato fatto un primo punto analizzando in via preliminare i risultati e individuando alcune linee progettuali da seguire. Ma sono stati anche forniti alcuni dati e ipotetici scenari che potrebbero delineare fra il 2070 e il 2100 un territorio decisamente diverso da quello che conosciamo oggi. Un territorio dove a Tarvisio si potrebbe coltivare la vite e dove a Grado e Lignano prospererebbero carrubi e fichi d'india. La costa del Fvg come il Sud, insomma. Per capirlo basta uno sguardo al grafico qui accanto, frutto di uno studio dell'Arpa Fvg sulla base di modelli climatici rielaborati dall'Ictp: si vede un avanzare delle zone fitoclimatiche più calde (la più calda è il Lauretum) a scapito di quelle proprie di climi più freddi, come appunto il Picetum (che prende il nome dall'abete rosso). In sostanza: aumento delle zone calde in cui sono presenti specie botaniche di tipo mediterraneo come l'olivo e l'arancio, e diminuzione spiccata delle zone a foresta di gimnosperme. Fra il 2070 e il 2100 la zona del Lauretum caldo - termine scientifico per definire le aree più calde del territorio nazionale - che oggi non è presente in Fvg, potrebbe coprire il 5% del territorio. Scenari ipotetici, naturalmente. Intanto Filippo Giorgi, responsabile del gruppo di Fisica della Terra all'Ictp, ha prodotto le proiezioni climatiche stagionali del Fvg per i periodi 2021-50 e 2071-2100 rispetto al trentennio 1976-2005, da cui si evince l'andamento già riscontrato negli ultimi decenni: gli scenari futuri indicano un aumento delle piogge invernali e un calo delle piogge estive, mentre quanto alle temperature sono previste in aumento le ondate di calore. Proiezioni che fanno il paio con i grafici presentati dal direttore dell'Arpa-Osmer Stefano Micheletti: aumento di temperatura e variazione del regime delle piogge in atto. Fra i prossimi passi ci sarà, ha ricordato il direttore generale di Arpa Luca Marchesi, l'elaborazione delle proiezioni climatiche future: indici da cui valutare gli impatti dei cambiamenti sotto i vari profili, da quello fisico a quello economico. E prendere, appunto, le contromisure.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 20 giugno 2017

 

 

La Ferriera torna in scena in piazza Unità - Ieri la protesta del Circolo Miani. Da oggi comitati in presidio no stop contro l'area a caldo
"Ferriera 365 giorni. Dipiazza dimettiti". "Ferriera: inizio presidio permanente". Ieri pomeriggio, alle 18, si è svolta la manifestazione di "No Ferriera" organizzata dal Circolo Miani. Oggi, alle 18, inizia il presidio ad oltranza per la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico di Servola promosso dal Comitato 5 Dicembre. Stesso luogo (piazza Unità d'Italia), stesso argomento (Ferriera di Servola), motivazioni opposte. La manifestazione del Circolo Miani chiede a gran voce le dimissioni di Dipiazza («Ha fallito, vada a casa»), quella del 5 Dicembre vuole sostenere il sindaco nella battaglia per la chiusura dell'area a caldo. L'iniziativa di ieri, capeggiata da Maurizio Fogar, ha visto la partecipazione di 12 persone (una ventina gli uditori) e si è tenuta a un anno esatto dall'insediamento del sindaco, ricordando anche la questione dei "100 giorni". Una mezz'ora di comizio di Fogar nell'indifferenza generale con l'esibizione di uno striscione con la richiesta imperativa delle dimissioni. «C'è perfetta continuità tra Cosolini e il sindaco Dipiazza. Due professionisti dello scaricabarile», sintetizza Fogar. Oggi invece saranno i comitati cittadini a piantare letteralmente le tende in piazza Unità. «Non si può più aspettare. Portiamo nel cuore della città la rabbia e la sofferenza che non solo Servola ma anche Muggia e Trieste vivono sulla loro pelle ogni giorno» spiega il Comitato 5 Dicembre sulla sua pagina Facebook. Così da questa sera in piazza Unità, di fronte ai palazzi di Regione, Comune e Prefettura ci sarà un presidio permanente per chiedere che venga trovata immediatamente una soluzione al problema Ferriera. «La soluzione c'è. L'area a caldo - spiega il comitato - non è compatibile con la città. Si deve chiudere e si può chiudere senza perdere posti di lavoro perché l'intera area dello stabilimento è enorme e offre possibilità alternative pulite e sane per operai e cittadini». Il presidio non ha scadenza. «Non è un corteo di un paio d'ore: è ad oltranza. Chi vuole risolvere la situazione - esorta il comitato - doni un po' del suo tempo. Occorre esserci, essere presenti fisicamente per presidiare 24 ore su 24. È una sfida enorme. Campeggio senza interruzioni». La protesta ha già trovato l'adesione del gruppo "Nimdvm". «Un protesta pacifica ma ferma, civile ma dura, propositiva ma intransigente - spiega l'avvocato Alberto Kostoris -. Perché è inutile girarci attorno: l'area a caldo deve e può chiudere».

 

 

Clima, la febbre aumenta -  Allarme per i colpi di calore - Entro il 2100 i tre quarti della popolazione del pianeta correranno rischi mortali
Il Consiglio Ue: «Accordi di Parigi non rinegoziabili». Dal G20 pressioni su Trump
BRUXELLES - L'accordo di Parigi sul clima «non si rinegozia, si applica». Così il commissario Ue Miguel Arias Canete ha aperto il dibattito tra i ministri dell'ambiente dei Ventotto sulla decisione degli Stati Uniti di sfilarsi dal trattato di Parigi per rinegoziarlo da capo. Eppure, la strada per arrivare a modalità di applicazione condivise tra i paesi Ue sembra essere ancora lunga. Tanto più mentre gli scenari futuri si fanno sempre più cupi. Tre persone su quattro (74%), nel mondo, saranno esposte a ondate di calore potenzialmente letali entro il 2100, se le emissioni di CO2 continueranno a crescere al tasso attuale alimentando il riscaldamento globale. L'allarme arriva da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Climate Change. Stando agli esperti, capitanati dall'università hawaiana di Manoa, attualmente il 30% della popolazione mondiale è esposto a ondate di calore letali per almeno 20 giorni l'anno. Se le emissioni di carbonio saranno ridotte in modo drastico, in futuro l'esposizione riguarderà comunque una persona su due (48%). «Per le ondate di calore, le nostre opzioni ora vanno da avverse a terribili», afferma Camilo Mora, autore dello studio. Le ondate di calore hanno già dato prova del loro potere di morte. Eclatante fu quella che colpì l'Europa nel 2003 facendo 70mila vittime. Quanto agli accordi di Parigi, sulla scelta degli Usa, ieri mattina, si sono espressi sia i ministri degli Esteri che quelli dell'Ambiente. Il Consiglio esteri ha adottato conclusioni inequivocabili, in cui ci «si rammarica profondamente della decisione unilaterale dell'amministrazione statunitense» e si «ribadisce che l'accordo di Parigi è idoneo allo scopo e non può essere rinegoziato». Contenuti ripresi successivamente dal dibattito tra i ministri dell'Ambiente sullo stesso tema. Il ministro Gian Luca Galletti ha ribadito la necessità del dialogo con Washington. In linea con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che nelle stesse ore a Pesaro diceva di voler «rinnovare la pressione sul presidente Usa a rivedere la sua posizione sull'accordo di Parigi sul clima», in occasione del prossimo G20, tra 15 giorni.Uniti su Trump, i Ventotto sono ancora divisi sugli impegni concreti. Una «mancanza di progressi» che «è in contrasto con le dichiarazioni sull'impegno inequivocabile dell'Ue per l'accordo di Parigi», sintetizza Caroline Westblom del Climante Action Network. Nel dibattito pubblico sul pacchetto "non Ets", che include un regolamento per la ripartizione tra i paesi dello sforzo di riduzione delle emissioni di gas serra nei settori agricoltura, edilizia e trasporti e un altro sul ruolo del suolo e della silvicoltura, sono riemerse le divisioni degli ultimi mesi. E anche la gestione delle foreste, su cui i paesi dotati di grandi patrimoni boschivi vogliono continuare ad avere mano libera, resta «questione critica che va risolta», come riconosciuto nella conferenza stampa finale. Secondo José Herrera, presidente maltese di turno del Consiglio, i paesi sapranno «trovare un accordo prima della fine dell'anno». La Cop 23 di Bonn è a novembre e il prossimo consiglio Ambiente, a ottobre, ha il sapore di un'ultima chiamata per l'Europa che reclama la leadership mondiale sul clima

 

 

L'INSIDIA DEGLI "ALIENI" PORTATI DALLE NAVI - La minaccia meno controllabile per il mare è l'arrivo di organismi da altri habitat
Più forti delle specie autoctone, le soppiantano decimando le popolazioni di pesci
Uno specchio delicato e prezioso. Il mare dell'Alto Adriatico non è blu e trasparente come quello della Sardegna o della Croazia, ma contrariamente a quello che si pensa comunemente è un mare pulito, perché le leggi ambientali degli ultimi anni hanno prodotti i loro effetti, e ricco dal punto di vista biologico e naturalistico. Vanta anche alcuni paradisi dal punto di vista naturalistico e biologico come le "Tegnùe" ancora non sufficientemente conosciute e valorizzate. I pericoli, per lo specchio d'acqua che si affaccia davanti alle coste del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, vengono piuttosto dalla globalizzazione, dalle grandi navi che girano il mondo e scaricano acque raccolte chi sa dove, immettendo "specie aliene" che potrebbero produrre danni irreversibili all'ecosistema. L'Alto Mare Adriatico è la parte della pianura padana finita sommersa quando, dopo il Pleistocene, il livello del mare si è innalzato a causa dello scioglimento dei ghiacci. Questo gli dà una conformazione particolare che rende l'ambiente marino costiero estremamente sensibile: c'è una bassa profondità, una circolazione un po' difficile, talvolta rallentata in termini di correnti, e i fiumi convogliano a mare scarichi di provenienza agricola, civile e industriale. Equilibrio delicato - Se a questo aggiungiamo il traffico marittimo, la pesca, e turismo che insistono sulla fascia costiera possiamo capire quanto l'equilibrio sia delicato. È un recettore definito dalla normativa «area sensibile». Sensibile all'eutrofizzazione, cioè all'ingresso dei nutrienti tramite il sistema fluviale o, in misura minore, fognario. Su questo habitat delicato, le politiche ambientali imposte soprattutto dall'Europa negli ultimi anni, hanno dato i loro frutti. Il dato più immediatamente visibile è quello della balneabilità delle spiagge: «Nella classificazione condivisa a livello europeo, in una scala di quattro valori (scarso, sufficiente, buono, eccellente), il mare del Veneto su 95 punti di rilevazione ha 5 punti buoni e 90 eccellenti», spiega Paolo Parati, responsabile dell'Osservatorio Acque Marine e Lagunari dell'Arpav, l'Agenzia di prevenzione e protezione ambientale del Veneto. Ma il miglioramento delle condizioni di salute dell'Alto Adriatico è stato generale, non solo davanti alle spiagge, e questo grazie alle azioni di prevenzione e di tutela attuate a monte. «Seguendo le varie normative ambientali, si è agito sugli scarichi civili, sul collegamento dei reflui urbani e sulle emissioni di origine agricola (inquinamento diffuso) e questo ha fatto sì che il mare ne beneficiasse», dice Parati. Gli sforzi sono stati indirizzati a ridurre al massimo l'immissione di nutrienti, sia di origine civile, sia di origine agricola (in particolare azoto e fosforo).«Se osserviamo il nostro mare a due miglia dalla costa, nelle aree più a Nord abbiamo anche 10 metri di trasparenza: se il mare fosse eutrofico, l'abnorme sviluppo di microalghe limiterebbe molto la visione", commenta Parati. Barriera corallina Il Veneto ha anche la sua "barriera corallina" che si eleva dal fondale sabbioso a una profondità di circa 20 metri. I pescatori hanno chiamato queste formazioni rocciose con nome dialettale "tegnùe", perché trattengono le loro reti. Paradiso dei sub per la grande varietà delle forme di vita che le popolano, tutelate dal 2002 come "Zona di Tutela Biologica" dove è vietata la pesca, l'origine di questo habitat è stato recentemente oggetto di uno studio dell'Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr) a cui ha partecipato anche l'Università di Padova che ne ha rivoluzionato la teoria sull'origine: le "tegnùe" si sarebbero sviluppate lungo le strutture morfologiche allungate e sinuose attribuite ad antichi canali fluviali, presenti nella pianura, durante l'ultimo periodo glaciale, circa 20 mila anni fa. Gli organismi alieni - È a rischio questo delicato ecosistema per l'interazione umana? Anni fa si parlava dell'inquinamento come causa del fenomeno delle mucillagini che provocò gravi danni per il turismo e la pesca tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90. Studi successivi hanno chiarito che la mucillagine è un fenomeno naturale, una sostanza di origine vegetale che in presenza di particolari situazioni ambientali dà luogo ad aggregati vischiosi o gelatinosi. Ma non ha nulla ha a che fare con l'inquinamento. La preoccupazione per interazione umana sull'ecosistema marino dell'Alto Adriatico è legata invece alla globalizzazione. «Il giro sempre più massivo», spiega Parati, «di grandi navi che caricano le acque di zavorra da un capo del globo e le scaricano con i loro microorganismi in altre parti del mondo crea dei grossi problemi. Alcuni organismi che vengono importati in questo modo, che noi chiamiamo "specie aliene" possono creare dei danni irreversibili, perché quando una specie viene introdotta poi diventa molto difficilmente controllabile». Nell'Alto Adriatico, ad esempio, desta preoccupazione la presenza di un organismo noto col nome scientifico di Mnemiopsis leidyi, simile ad una piccola medusa. Originaria dell'Atlantico, introdotta nel Mar Nero tramite acque di zavorra delle petroliere negli anni '80, dove grazie all'abbondanza di cibo e alla scarsità di competitori e predatori ha iniziato a produrre grandi aggregazioni che, alimentandosi soprattutto di uova e larve di pesce, nel giro di pochi anni ha decimato gli stock ittici. È arrivata anche nell'Alto Adriatico e bisogna tenerla sotto controllo, sapendo che però ben poco si può fare per l'eradicazione di specie più competitive di quelle autoctone una volta che si sono insediate. Estrazioni di metano - Altra preoccupazione desta la ripresa delle estrazioni di metano. Nell'Alto Adriatico la pratica iniziata negli anni Cinquanta, subì una battuta di arresto dopo un incidente nel 1994 ed è ferma dal 2008 quando il Governo decise affidare ad una commissione tecnica l'analisi di una possibile connessione tra estrazione di gas in mare e subsidenza a Venezia. Grande preoccupazione ha però suscitato nel Polesine la notizia che la società Po Valley Operation ha avviato una procedura di valutazione di impatto ambientale per estrarre gas metano da un giacimento a 12,58 miglia dalle coste polesane (che quindi non soggiace alle legge che vieta le estrazioni entro le 12 miglia). Secondo i tecnici, l'estrazione non sarà impattante per le coste venete e la subsidenza sarà circoscritta alle immediate vicinanze del giacimento. Ma le popolazioni locali non sono per nulla tranquille e il caso è stato affrontato anche dal Consiglio regionale veneto.

SILVIA GIRALUCCI

 

 

 

 

 

CON - mensile COOP - LUNEDI', 19 giugno 2017

 

 

Siccità, causa di fame e migrazioni di massa - Oggi alle isole Tuvalu, domani a chi tocca ?
La grave siccità che ha colpito la Siria prima del 2011 è stata tra le cause della guerra civile che tuttora divampa in medio oriente: la pessima politica agricola del governo siriano aveva reso estremamente vulnerabile la produzione agroalimentare e l’anomala carenza idrica ha costretto milioni di piccoli produttori a una migrazione interna verso le città, sfociata poi negli scontri di popolo e nella crisi bellica. I cambiamenti climatici non potranno che peggiorare situazioni di questo genere: la siccità sta ora infierendo nel Corno d’Africa e nello Yemen, esacerbando tensioni di regioni già instabili.
C’è poi il più lento ma non per questo meno importante problema dell’aumento del livello marino: ghiacciai in fusione e dilatazione termica delle acque stanno già facendo salire gli oceani di circa tre millimetri all’anno e attualmente gli atolli corallini del Pacifico come le isole Carteret, Tuvalu e Salomon vedono già i primi provvedimenti di evacuazione delle comunità più minacciate dalle acque. Per ora si tratta di poche migliaia di persone, ma come faremo quando saranno scacciati i milioni di abitanti del Bangladesh, del delta del Nilo, della Florida? Per non parlare di Venezia e Rovigo! Scenari che non sono fantascienza ma rientrano nelle proiezioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per questo secolo, al termine del quale, a seconda delle politiche di riduzione o meno delle emissioni, i mari potranno aumentare tra mezzo metro e un metro. E poi il colpo di grazia lo danno pure uragani e alluvioni, con le loro distruzioni dei raccolti e degli abitati, dalle quali spesso è difficile risollevarsi e si preferisce dunque fuggire.
Nonostante queste evidenze, lo status di profugo climatico o ambientale non è ancora riconosciuto, anche se il World Economic Forum colloca i cambiamenti climatici e le migrazioni di massa ai primi posti tra i rischi globali nel suo Global Risk Report 2016. Da qui all’esplosione dei conflitti tra diverse regioni del mondo il passo è purtroppo breve come dimostra l’insofferenza per il dramma dei migranti nel Mediterraneo, o tra Messico e Usa: e si tratta di numeri per ora molto più piccoli di quelli attesi in futuro!
Il documentario americano “The age of consequences” di Jared P. Scott dipinge proprio questa crescente inquietudine ormai entrata prepotentemente nelle discussioni di strategia militare al Pentagono. La mitigazione dei cambiamenti climatici diviene dunque sempre più urgente, al fine di contenere l’aumento della temperatura atmosferica e del livello dei mari entro livelli socialmente accettabili, ma è chiaro che ciò non basterà, e lo sforzo di adattamento alle nuove condizioni, nonché i meccanismi di aiuto e solidarietà internazionale, saranno fondamentali per prevenire gli attriti in un mondo che a metà secolo sarà popolato da oltre nove miliardi di individui. Lo scrittore Bruno Arpaia ha immaginato un’Italia desertificata tra non molti decenni, dove una miserabile colonna di profughi climatici da Napoli cerca di raggiungere la salvifica frescura della Scandinavia: è il romanzo “Qualcosa là fuori”, lo si etichetta come “climate fiction” ma è più realistico di quanto si pensi.
Luca Mercalli

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 19 giugno 2017

 

 

Le dieci tartarughe ritornate in libertà
POLA - Un folto pubblico composto anche da villeggianti è accorso sulla spiaggia sotto il popolare faro di Verudella per assistere alla rimessa in mare di una decina di tartarughe dopo aver trascorso un lungo periodo di cura e di convalescenza presso l'apposito Centro per la cura e la riabilitazione che sorge nei pressi della vicina fortezza austroungarica.

Dopo una breve introduzione sull'attività del centro stesso fondato nel 2006, le tartarughe sono state presentate e rimesse in mare una ad una. Quasi tutte erano state soccorse in diversi punti dell'Adriatico causa ipotermia o assideramento in seguito al forte freddo dell'inverno scorso.Va ricordato che questi animali tutelati dalla legge, non sono in grado di emigrare al sud in cerca di mari più caldi per cui spesso vengono stroncati dal freddo e trascinati dalle onde sulle spiagge dove fanno una brutta fine. Shiggy-Lola (lunghezza della corazza 26 cm e peso di 2,5 kg) era stata trovata nel dicembre del 2016 con la pinna posteriore danneggiata nel mare vicino a Lussinpiccolo. Marko-Beni con la corazza di 58,5 cm e peso di 22,2 kg era stato rinvenuto nello zaratino nel gennaio scorso e subito portato a Pola. Lo stesso mese è stato soccorso Miro con la corazza di 64 cm e peso di 28,8 kg, anche lui è stato trovato presso Zara in condizioni di semiassideramento. Patricija accolta nel centro lo stesso giorno di Miro, presenta la corazza di 65 cm e 33 kg di peso. Nelle stesse condizioni e nello stesso mare era stata trovata Brankica, giunta anche lei a Pola lo scorso gennaio. La sua corazza è lunga 68 centimetri per il peso di 38 chilogrammi. La tartaruga più grande è Giovanni con la corazza di ben 73,5 cm e il peso di 48 chilogrammi. Era stato trovato in preda al forte freddo verso la fine di gennaio vicino a Sebenico cosi come Raslinka della corazza di 62,8 cm e peso di 29 chilogrammi. La tartaruga più piccola è Luce arrivata a Pola alla fine di febbraio. La sua corazza è di soli 26,5 di lunghezza e il peso di poco più di 2 kg. Era stata trovata nel mare di Novi Vinodolski con diverse contusioni superficiali segno che era stata per lungo tempo in balia delle onde per ipotermia.Tina (corazza di 60,5 cm e peso di 27 kg) era stata soccorsa l' aprile scorso a Lesina per aver ingoiato della plastica. L'ultima arrivata nel centro è Issa (corazza di 72 cm e peso di 43 kg ),soccorsa nel maggio scorso vicino a Lissa con i sintomi di assideramento. Nel centro per la cura e la riabilitazione delle tartarughe di Verudella esiste la cosiddetta stanza delle piscine dove vengono curate, e subito accanto troviamo l'aula didattica del centro dove sono custodite le fotografie la relativa documentazione di tutte le tartarughe finora salvate, da 10 a 15 all'anno. Le tartarughe che finiscono in cura a parte l'ipotermia, presentano ferite dovute soprattutto all' urto con le imbarcazioni o perché finiscono impigliate nelle reti dei pescatori che le raccolgono facendo quindi intervenire gli attivisti di Verudella. Qualche esemplare viene trovato sofferente di disturbi naturali, come quelli gastrointestinali.

(p.r.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 18 giugno 2017

 

 

Il vescovo visita la Ferriera «Basta con i toni esasperati» - Crepaldi ha incontrato Arvedi, sindacati, lavoratori e poi in parrocchia i comitati
«Serve tornare a un dialogo sereno fra le parti. I problemi possono essere risolti»
Ha invocato il ritorno a un dialogo «sereno, fecondo e pacato, al di fuori degli interessi politici», l'arcivescovo Giampaolo Crepaldi, ieri in Ferriera. Perché, ne è certo, «il clima attorno a questa straordinaria realtà produttiva è esasperato e non trovo le ragioni di questi toni». È stata una lunga mattinata quella del presule in fabbrica. A tratti leggera, con il sorriso, come quando ha scherzosamente scambiato il suo zucchetto con l'elmetto di un operaio. Il vescovo sta compiendo una visita pastorale nella parrocchia di Servola e non ha voluto tralasciare lo stabilimento di Siderurgica Triestina. Tanto più in questo periodo in cui lo scontro tra proprietà, il Comune e il fronte delle associazioni anti-Ferriera, non dà segnali di distensione. Crepaldi si è intrattenuto con il cavalier Giovanni Arvedi, ha parlato con i sindacati, ha stretto mani, è salito sugli impianti e, subito dopo in parrocchia, ha incontrato pure i comitati. Ma prima ha impartito la benedizione. Lo ha fatto nell'enorme capannone del laminatoio in una veloce cerimonia davanti a un gruppo di dipendenti con le loro famiglie e lo stesso Arvedi. Parole non di circostanza, è apparso subito evidente, né le sue né quelle dei presenti. «La Chiesa triestina non è fuori dai cancelli, la sentiamo vicina», ha detto a nome dei colleghi il responsabile della produzione del laminatoio, Manuel Antonaz, offrendo in dono al vescovo un crocefisso in ghisa. «Lo metterò sul mio tavolo - ha risposto Crepaldi - e state sicuri che sì, la Chiesa è dentro a questi cancelli. Io ogni giorno vi ricordo nella mia preghiera. Molti problemi - ha osservato ancora - possono essere risolti nel rispetto della salute e del lavoro. Io mi impegno fortemente su questa strada». Il presule, accompagnato dal parroco di Servola, don Carlo Gamberoni, e da don Andrea Mosca, è stato accolto nello stabilimento da Arvedi. «La dignità dell'uomo, non come essere antropomorfo, ma come persona - ha suggerito il numero uno del gruppo durante il colloquio - sta prima di tutto nel lavoro». Crepaldi ha offerto all'imprenditore la propria intercessione «affinché si smorzino i toni accesi e il clima fra gli interlocutori ritorni sereno», rende noto un comunicato di Siderurgica Triestina. Di qui il messaggio, rivolto alla popolazione e alla classe politica. «Il vescovo auspica un clima di dialogo sereno, fecondo e pacato - ha ripetuto Crepaldi - perché è in questa maniera che si può combinare insieme due esigenze che oggi sembrano in conflitto: la salvaguardia del diritto al lavoro e la salvaguardia della salute. Arvedi lo crede fermamente. Certo, miracoli neanche lui li fa e neanche io. Però piano piano si può costruire qualcosa di buono». «Vedo - ha rilevato - soprattutto dal fronte sindacale una maturità che mi ha molto colpito. Purtroppo il clima è esasperato, questo è il punto. Non so chi abbia interesse a esasperarlo. Però credo, lo dico come vescovo e come Chiesa, che la strada del dialogo dinnanzi a problemi seri e oggettivi sia l'unica». Concetti sottolineati, poco prima, proprio dinnanzi ai sindacati. «Dietro di voi ci sono famiglie, figli, c'è la vita. I processi avviati in Ferriera sono importanti, c'è stato un cambiamento. La Ferriera ha la mia fiducia». I rappresentanti di Uilm, Fiom-Cgil, Failms, Fim-Cisl, hanno espresso soddisfazione per il ruolo che la Diocesi intende giocare nel ricostruire il ponte del dialogo tra le diverse parti. «Il vescovo può sensibilizzare la città sul diritto al lavoro e alla salute - ha suggerito Franco Palman (Uilm) -, può far capire alla popolazione che le due cose sono sulla stessa strada».

Gianpaolo Sarti

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 17 giugno 2017

 

 

Rigassificatore - «Il Fvg si batterà contro l'ok al metanodotto»
Il no dell'amministrazione Fvg al rigassificatore di Zaule non è in discussione, così come al metanodotto. Lo ribadisce Debora Serracchiani in merito al progetto Trieste-Grado-Villesse, per il quale il Ministero dell'ambiente ha stabilito con un decreto la compatibilità ambientale. Decreto, fa sapere la presidente della Regione, che verrà impugnato. Le motivazioni (verranno portate in Conferenza dei servizi) sono anzitutto tecniche: «Il porto di Trieste sta vivendo una fase di sviluppo e grazie alla presenza della Siot è anche il maggior scalo europeo per gli idrocarburi, con l'ovvia presenza di numerose petroliere. Le navi gasiere sarebbero quindi ostative al traffico navale all'interno del Golfo, dove sono peraltro già presenti importanti insediamenti industriali». Ma Serracchiani sottolinea anche l'urgenza di «ascoltare la voce del territorio: i cittadini sono contrari e anche Slovenia e Croazia si sono già espresse in questo senso».

(m.b.)

 

 

Piste ciclabili invase dagli ostacoli - Cantieri, siepi e auto parcheggiate - mobilità: il caso
Mancata manutenzione, ostacoli o interruzioni, automobilisti indisciplinati e progetti mai decollati. Mentre il Comune di Trieste dichiara guerra alle bici in sosta, con multe e rimozioni per i mezzi abbandonati o ancorati ai pali di zone pedonali, molti ciclisti chiedono a sindaco e giunta di pensare a rendere sicuri e fruibili i percorsi, prima ancora delle sanzioni. Le piste ciclabili della città presentano diverse criticità, portate all'attenzione da chi abitualmente si muove con la propria due ruote, confermate da Fiab Trieste Ulisse, associazione punto di riferimento per tanti appassionati. La più problematica è la ciclabile di Barcola, compromessa anche da un cantiere dimenticato e dal verde incolto. C'è poi quella di campo Marzio, quotidianamente bloccata da mezzi in sosta vietata, stessa cosa per il breve tratto ciclabile nella zona del Sincrotrone. Manca un collegamento tra Rive e Barcola, auspicato da molti in Porto vecchio, così come quello tra viale XX settembre e via Imbriani e tra piazza Perugino e piazza Goldoni, questi ultimi due annunciati ma ancora fermi. Partendo da Barcola verso Miramare, tratto particolarmente amato d'estate, ci si trova subito davanti a un cantiere, all'altezza del Cedas, che blocca il passaggio, fermo almeno da un anno per un muro pericolante. Superate le transenne, da lì in poi le siepi in alcuni punti coprono interamente la corsia delle bici, mentre più avanti, in corrispondenza dei locali con tavoli, il ciclista deve tornare sulla carreggiata delle auto. Nei weekend poi non si contano auto e scooter parcheggiati in sosta selvaggia lungo tutto l'asse. «Dalla stazione dei treni al bivio sono sei chilometri, in realtà ci sono solo tratti non lineari e tutti monodirezionali - spiega Federico Zadnich, coordinatore regionale di Fiab -, bisognerebbe dare una continuità alla pista, che attualmente si riduce a una serie di tronconi, servirebbe poi togliere i parcheggi davanti alla Marinella, dove i ciclisti devono deviare perché il locale giustamente ha il servizio dei tavoli esterni, e ancora manca un'attenta manutenzione». Spaventa la Fiab poi la nuova rotonda prevista all'ingresso nord del Porto vecchio. «Sono soluzioni che riducono l'incidentalità per le auto ma sono molto pericolose per le bici. Il Comune ci ha detto che non intende realizzare l'anello ciclabile». Anche la pista di Campo Marzio, pur in condizioni migliori, presenta alcune problematiche. «Il percorso, sebbene costruito rispettando le norme tecniche, ha punti critici - prosegue Zadnich -: manca il passaggio dietro la rampa autostradale di fronte la piscina Bianchi e pure quella di connessione alla ciclabile Cottur. Ci sono poi gli automobilisti che ogni giorno parcheggiano l'auto proprio sulla ciclabile, soprattutto nel piazzale davanti alla Bianchi, una maleducazione che riscontriamo davvero quotidianamente, qui si dovrebbero sanzionare auto e scooter». Sosta selvaggia anche sul tratto di ciclabile in prossimità del Sincrotrone, scambiato soprattutto nei weekend come parcheggio per auto. Un altro punto dolente per i ciclisti sono le Rive, un marciapiede ciclopedonale che secondo la Fiab è la peggior soluzione tecnica per chi si muove sia camminando sia pedalando. Se la passa meglio la ciclabile Cottur, ma secondo molti manca una pulizia attenta e una valorizzazione della struttura di inizio percorso, al momento chiusa e semi abbandonata. «Attendiamo poi due novità promesse dal sindaco Roberto Dipiazza in campagna elettorale - conclude Zadnich -: il collegamento tra viale XX settembre e via Imbriani, molto importante per i tanti che transitano proprio sul viale, e l'utilizzo dell'asse dei bus anche per le bici tra piazza Perugino e piazza Goldoni. Per adesso non si muove nulla, siamo fiduciosi che la giunta attuale possa ascoltare le nostre richieste».

Micol Brusaferro

 

Il progetto che guarda a Muggia - L'idea
Sabato 24 giugno la Fiab Trieste Ulisse presenta la proposta di un nuovo collegamento ciclabile Trieste-Muggia con partenza da piazza Foraggi. L' idea sarà illustrata alle 10.30 al Caffè Tommaseo in piazza Nicolò Tommaseo da Luca Mastropasqua, presidente Fiab Trieste Ulisse, che parlerà delle opportunità e dell'importanza della realizzazione di un nuovo percorso ciclabile, e da Federico Zadnich (foto), coordinatore regionale Fiab Fvg, che esporrà le soluzioni tecniche dell'itinerario. L'incontro si sposterà poi alle 12.15 a Muggia, sotto il portico del municipio, dove ai due relatori si aggiungerà anche Jacopo Rothenaisler, responsabile Fiab Muggia Ulisse. Nei due appuntamenti, aperti al pubblico, verranno spiegati sia i dettagli del progetto sia le ricadute positive che l'infrastruttura potrebbe portare alla mobilità e all'economia. In riferimento a Muggia, la sezione locale di Fiab Ulisse recentemente ha espresso contrarietà all'annunciata ordinanza di chiusura del centro storico alle biciclette, ricordando che la cittadina nel 2016 ha visto passare più di 11mila cicloturisti.

(mi.b.)

 

«Ragioniamo sul Porto vecchio» - L'assessore Polli: «Interventi in programma». Marchigiani attacca la giunta
La Fiab ricorda le politiche positive avviate durante la passata amministrazione, in particolare la pista di campo Marzio, la corsia ciclabile in via Mazzini e la creazione di un centinaio di stalli per i mezzi. Attende invece le promesse fatte dalla giunta Dipiazza in tema di ciclabili. Sull'argomento botta e risposta tra l'ex assessore alla Pianificazione Urbana Elena Marchigiani e l'assessore all'Urbanistica in carica Luisa Polli. «Non capisco - spiega Marchigiani - l'atteggiamento ideologico attuale, e non vedo grande attenzione nei confronti della mobilità sostenibile. Noi siamo stati mossi dalla consapevolezza che c'era una forte esigenza sul territorio. Muoversi in bici fa bene alla salute ma è anche una soluzione utile a fronte dei livelli di inquinamento, per i quali incidono sì molti fattori, e sicuramente lo smog è uno di questi, oltre al fatto che diminuisce il numero di persone che utilizza l'auto. La nostra attenzione ai ciclisti è passata anche attraverso il piano del traffico e un progetto su via Giulia ormai dimenticato. Mi auguro che ci sia una maggior sensibilità, che si guardi al reale benessere dei cittadini e di Trieste e che si continui un percorso virtuoso iniziato». Sui problemi segnalati da Fiab e su alcuni progetti previsti in futuro risponde l'assessore Polli. «Per esempio - dice - per nuovi percorsi richiesti in Porto vecchio è un impegno già inserito nel programma elettorale, andrà discusso con i vari partner responsabili della zona, non dimentichiamo che in parte è ancora area portuale, con camion che transitano. Ricordo poi che a settembre si terrà un convegno, che arriva dopo un anno di lavoro, proprio sulla mobilità sostenibile, per avviare un dialogo con tutti i soggetti coinvolti nel trasporto cittadino e non solo, per dare il via a quel progetto di smart city dal quale potranno partire interventi anche sul fronte delle ciclabili. Un percorso che si è aperto con Portis e che è appena all'inizio». L'assessore si riferisce al finanziamento di oltre 2 milioni di euro ottenuto dal Comune di Trieste nell'ambito di Horizon 2020, che l'Unione europea ha creato per promuovere attività di ricerca e innovazione volte a migliorare il potenziale economico e industriale dei Paesi. Il Comune aveva partecipato in qualità di partner, all'interno di un consorzio che aveva presentato la proposta denominata Portis (Port-cities Integrating Sustainability), per una migliore integrazione tra ambiente urbano e porto per una crescita più coordinata e sostenibile. «Ci sono quindi molte cose ancora da fare - prosegue Polli - senza dimenticare che i costi per realizzare le piste ciclabili sono elevati e va creato il giusto clima di collaborazione, valutando studi compatibili con le caratteristiche della nostra città. A breve incontreremo anche la Fiab, sarà poi necessario creare le giuste sinergie con altre associazioni e stiamo valutando anche nuovi percorsi ciclabili turistici sul Carso».

(mi.b.)

 

LE STORIE - «Tutti i giorni  pedalo fra le pecche  andando a lavorare»
Stefano Cozzini utilizza ogni giorno la bicicletta per andare al lavoro: percorso sulle Rive e poi prosegue verso Barcola fino a Miramare, per recarsi negli uffici degli istituti scientifici che hanno sede a Grignano. Un tragitto caratterizzato da varie problematiche, con le quali si confronta da tempo. «Muovermi con la bici è un'abitudine quotidiana da quando mi sono trasferito a Trieste nel 1999 - racconta -, credo sia comodo e semplice, tutto l'anno». Come risponde a chi dice che "Trieste non è per bici"? «Si sente spesso, per la conformazione di alcune vie, ma non credo sia così, è una città sicuramente adatta anche alla bicicletta, lo dimostrano i tanti che la usano. In più molti hanno adottato la pedalata assistita, un aiuto che negli ultimi anni è stato scelto da un numero sempre crescente di persone, quindi affrontare anche le strade più impervie non costituisce un problema. Personalmente mi capita di raggiungere la Sissa in via Bonomea, con la salita impegnativa, senza grande difficoltà e così è anche per altri». Come migliorare, dunque, la vita di chi pedala? «Certo non chiedo una ciclabile per quella via ripida - puntualizza - ma almeno per Barcola, molto frequentata e con tante pecche, dovrebbe esserci più attenzione. Al momento è una ciclabile monodirezionale, solo in uscita dalla città, in più non è a norma in vari punti ed è piena di interruzioni, per rientrare devo per forza utilizzare la strada, affiancandomi agli altri veicoli. Sarebbe opportuno creare anche il senso inverso, di rientro verso il centro, sfruttando magari il Porto vecchio, valorizzando in tal senso un'area molto amata da chi va in bici». E Stefano sottolinea anche la percezione di una crescente passione per il mezzo ecologico in città. «In generale ho notato che negli ultimi sei, sette anni, a Trieste l'uso della bicicletta è aumentato tanto, c'è un'esigenza di ciclabilità sempre più sentita e di pari passo è cresciuta anche la domanda di stalli, che sono davvero pochi. Aggiungo - conclude Cozzini - che dovrebbe migliorare anche l'educazione di ciclisti e automobilisti, in egual modo, per rendere Trieste, in particolare il centro, più fruibile per entrambe le categorie, nel rispetto reciproco».

(mi.b.)

 

«Non mi sento sicura  se giro in centro città  - Poche corsie ad hoc»
«Vado in bici soprattutto per gite o per andare al mare d'estate, mi piacerebbe muovermi anche in città, ma con i percorsi attuali non mi fido, è pericoloso». Ilaria Ericani è una sportiva che nel tempo libero sale in sella e si gode lunghi giri in relax, ma che vorrebbe poter scegliere la bici sempre, anche negli spostamenti di ogni giorno. «Preferisco optare per la ciclabile che parte da San Giacomo, perché protetta e lontana dal traffico, così mi sento sicura. D'estate mi spingo fino a Barcola, per andare al mare, ma utilizzando esclusivamente la pista con partenza dalla stazione dei treni, che andrebbe sicuramente migliorata. Le poche volte che vado in centro spesso passo sul tratto ciclabile di via Trento, anche se breve, purtroppo molte persone non sanno che possono transitarci anche le biciclette e ti ritrovi in mezzo a chi cammina, oltre ad auto e furgoni in sosta sul marciapiede, tutti fattori che creano inevitabili disagi. Ultimamente - prosegue - c'è anche un cantiere, che non aiuta, perché costringe i pedoni a spostarsi proprio dove passiamo noi. Insomma non è il massimo». Ma il centro cittadino non è comunque una soluzione che sceglie spesso. «Ammetto che ho paura, bisogna fare continua attenzione alle automobili, finisce che non ti godi la pedalata, ma sei concentrata sui pericoli che corri e a quel punto meglio rinunciare. Devo dire che anche i pedoni molte volte non prestano attenzione alle bici, anche in questo caso si rischia. Ci sono poi alcune carenze evidenti, d'estate sono in molti ad andare a Barcola e mancano i parcheggi, io mi dirigo in particolare a Miramare e lì non ci sono proprio stalli». Anche Ilaria Ericani, proprio come Stefano Cozzini (si veda l'articolo qui a fianco), ha notato a Trieste un movimento crescente di amanti della biciclette negli ultimi anni, un trend in cui sono comprese molte famiglie. «Vedo tanti genitori, anche con bambini piccoli, che finiscono per impegnare la strada visto che mancano tracciati dedicati. Credo che le ciclabili a Trieste siano poche e alcune da implementare, sono convinta che se ci fossero percorsi cittadini più completi in tanti, io per prima - conclude -, si sposterebbero in bicicletta abitualmente».

(mi.b.)

 

 

La Ferriera ribatte ad Arpa «Nessuno sforamento» - Siderurgica Triestina: «Valori delle polveri diminuiti rispetto ai dati di maggio»
Oggi il vescovo Crepaldi visiterà lo stabilimento incontrando Arvedi e sindacati
L'altolà dell'Arpa e del ministero dell'Ambiente sulle polveri sottili e sul rumore della Ferriera non resta inascoltato. È Siderurgica Triestina, sotto la lente di ingrandimento del fronte istituzionale, a reagire. Non ci sta, la Ferriera, a continuare a passare da incorreggibile "babau", si legge in un comunicato della società. «Non si è verificato alcuno sforamento». L'impresa, dunque, ribalta la presa di posizione della Regione, che nei giorni scorsi aveva comunicato quanto chiesto dall'Arpa: una riduzione della produzione, in modo da contenere le emissioni. «I dati rilevati dalla rete dei deposimetri installati in prossimità dello stabilimento indicano che nell'ultimo mese si è verificato un deposito di polveri superiore a quello dei mesi precedenti nell'area prospiciente l'altoforno», ammoniva l'Agenzia ambientale. Era stata la stessa Arpa, ancora, a segnalare l'insufficienza degli interventi di Siderurgica Triestina per la mitigazione del rumore. Di qui il decreto del ministero dell'Ambiente per l'avvio di una procedura di revisione dell'Aia con l'obiettivo di migliorare l'impatto acustico. La società non ci sta. Innanzitutto ricorda che dall'arrivo del cavalier Arvedi ha investito 137 milioni di euro per le bonifiche dei terreni e gli interventi impiantistici, oltre ad aver eliminato «il mostruoso cumulo storico di rifiuti». L'azienda assicura inoltre che «è in atto uno stretto e costante monitoraggio interno». E porta i numeri: «Già nella prima settimana di giugno - avverte la nota - il valore del deposimetro "Palazzina Qualità" ha evidenziato una diminuzione di circa il 20% rispetto al dato di maggio. La completa disponibilità della Siderurgica Triestina nella prosecuzione dell'impegno ambientale - viene puntualizzato - si esplicita sia nel comunicare mensilmente in autocontrollo i dati di monitoraggio interno nel rispetto totale dei severi limiti imposti, in particolare secondo il deposimetro che è posizionato nello stesso stabilimento, sia nel costante rispetto dei valori di inquinanti entro i limiti previsti dalla legge». Risultati, prosegue il comunicato, «che saranno garantiti anche in futuro». L'Arpa, rincara la società, «non ha imposto alcuna frenata, poiché non si è verificato nessuno sforamento, piuttosto ha reso pubblico quanto già noto all'azienda, indicando un approccio di verifica tecnica alla marcia dell'altoforno». Ma anche l'Aia a cui si fa riferimento, «non è quella della Siderurgica Triestina - ribatte l'impresa - bensì quella Elettra. Hanno preso tutti un granchio: l'Aia di cui si parla - precisa la nota - non è quella dello stabilimento di competenza regionale, bensì quella della centrale elettrica, ereditata dalla precedente proprietà e su cui era già stato presentato un piano di valutazione acustica che la commissione ministeriale aveva approvato in marzo. È accaduto che il decreto del ministero abbia recepito la richiesta del Comune di fare ulteriori due misure in punti dei quali l'azienda aveva già tenuto conto in precedenza». La Ferriera ritorna al centro dell'attenzione proprio oggi: il vescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi si recherà nella fabbrica nell'ambito di una visita pastorale alla parrocchia di Servola. L'arcivescovo incontrerà anche Giovanni Arvedi e i rappresentanti sindacali. Alla fine della mattinata, presso il laminatoio, il presule si raccoglierà in preghiera con i lavoratori.

Gianpaolo Sarti

 

Circolo Miani - Una manifestazione per chiedere a Dipiazza di dimettersi
«Mi dispiace dire a un mio personale amico, qual è il sindaco Roberto Dipiazza, di andarsene, ma nessuno lo ha costretto a promettere il 19 giugno del 2016 che in 100 giorni avrebbe chiuso l'area a caldo». E così Maurizio Fogar con il suo Circolo Miani, di cui è a capo dagli anni '90, ha organizzato di fronte al Municipio la manifestazione "Ferriera 365 giorni Dipiazza dimettiti" per lunedì - il 19 giugno - alle 18, esattamente un anno dopo la promessa firmata dal primo cittadino durante la campagna elettorale.«In cento giorni era impossibile chiuderla - continua Fogar -, ma se volesse davvero farlo, basterebbero 21 giorni : come sindaco, riveste anche l'incarico di autorità sanitaria locale, che gli permette di emanare ordinanze non appellabili. Così ha fatto il sindaco di Piombino per la Lucchini. Tutte le mosse di Dipiazza durante questi 365 giorni sono state sbagliate, a partire dalla richiesta di revisione dell'Aia inviata alla Regione anzichè all'ufficio che l'ha rilasciata. Fare speculazione politica sulla pelle dei cittadini - conclude - è orribile».

(b.m.)

 

 

Si riaccende a Muggia la guerra delle nutrie - I grillini contestano la legge tesa a eliminarle e le rilanciano come attrazione turistica di rio Ospo. Decolle: «Dov’erano finora?»

Gli animalisti e l’assessore - Punti di vista diversi tra le associazioni e la delegata all’Ambiente Litteri ma è concorde l’auspicio che si utilizzino metodi non cruenti

MUGGIA «Il turismo didattico delle nutrie può essere un punto di forza per creare indotto a Muggia: mi chiedo perché l’amministrazione comunale rimanga in silenzio sulla decisione di eliminare questi animali, anche sul rio Ospo». Emanuele Romano, capogruppo del M5S, alza la voce sulla delicata tematica nutrie. I roditori sono finiti nel mirino della Regione che ha stilato una proposta di legge atta ad eradicare e contenere questa specie. «La proposta di legge impone su tutta la regione la stessa misura senza distinguere le zone dove la nutria fa danni da quelle dove potrebbe convivere in armonia, se non addirittura rappresentare una risorsa come prospettato a Muggia dallo stesso assessore Stefano Decolle», stigmatizza Romano. Per l’esponente grillino le nutrie del rio Ospo potrebbero essere inserite nell’ampio contesto del cosiddetto slow tourism, il turismo sostenibile, su cui Muggia ha deciso di puntare. «Mi chiedo dove sia finita la condivisibile idea del Nutria Day muggesano, e perché non vi sia una presa di posizione contro la proposta di legge regionale», aggiunge Romano. Pronta la replica di Decolle: «Quella sulle nutrie era una boutade, una provocazione. Mi chiedo invece perché Romano, all’epoca, non abbia espresso il suo interessamento per la proposta». Sulla questione nutrie sono intervenute anche l’Associazione MujaVeg, l’Associazione culturale Naica, la Leal Lega Antivivisezionista e la Lav: «Bocciamo senza esitazione la proposta di legge sull’eradicazione delle nutrie, da diversi punti di vista. Eticamente, siamo contrari ad uccidere animali la cui unica colpa è esser nati nel posto sbagliato per colpa di alcuni allevatori che, chiusi gli allevamenti per pellicce, hanno abbandonato al loro destino centinaia di nutrie. Riteniamo inoltre che il contenimento della nutria vada gestito con metodi non letali, come la sterilizzazione». Secondo l’assessore all’Ambiente Laura Litteri «il proliferare incontrollato delle nutrie costituisce un problema. Hanno un tasso di riproduzione piuttosto elevato e si espandono rapidamente e sul nostro territorio non hanno nemici naturali che ne controllino la crescita. Sono sicuramente dannose per l’agricoltura e per gli argini dei fiumi, in quanto scavano grosse gallerie, ma anche per l’avifauna in quanto distruggono i nidi e predano le uova». Ricordando come da un punto di vista strettamente faunistico la legge 116 del 2014 ha escluso le nutrie dalla fauna selvatica e le ha classificate alla stregua di talpe, ratti, topi, Litteri stigmatizza il fatto che «per lo squilibrio creatosi all’interno del nostro ambiente naturale sia responsabile l’essere umano che ha importato questi animali, ma è necessario porre un freno a questa crescita incontrollata, anche per non danneggiare altre specie autoctone». E in attesa del piano triennale che la Regione dovrà approvare entro 90 giorni dall’entrata in vigore delle “Misure per il contenimento finalizzato all’eradicazione delle nutrie” , piano nel quale saranno indicate le modalità di coinvolgimento dei Comuni, Litteri auspica, in accordo con gli ambientalisti, «che gli interventi siano prevalentemente di tipo non cruento, come ad esempio la sterilizzazione». Insomma per le nutrie del rio Ospo, diventate vere e proprie superstar quest’anno, con centinaia di visitatori soprattutto nella zona di Rabuiese, si preannunciano tempi davvero difficili.

Riccardo Tosques

 

 

L'Italia a secco ora conta i danni - Piove la metà, laghi e fiumi ai minimi. Stato di emergenza in Toscana. Necessario ridurre gli sprechi
L'Italia ha sete. Una frase ormai ricorrente, utilizzata troppe volte negli ultimi anni, ma che di fatto è una triste realtà. Le riserve idriche del Paese, è proprio il caso di dirlo, sono agli sgoccioli, con conseguenze terribili per l'agricoltura, l'allevamento e anche semplicemente per l'uso domestico. L'approvvigionamento, in alcuni comuni dove la crisi è più acuta, è garantito dalle autobotti o con interventi di emergenza da parte dei gestori del servizio idrico (e siamo solo a giugno). Una vera e propria emergenza frutto dei continui e imprevedibili cambiamenti climatici: qualche giorno fa almeno 150 persone sono morte nelle alluvioni che hanno colpito il Bangladesh. L'aumento vertiginoso della temperatura, con le massime che in Italia sono in continua crescita rispetto alle naturali medie del periodo, è al centro del problema. Ogni anno che passa gli inverni che ci lasciamo alle spalle non sono poi così rigidi come una volta. Si conferma anche in Italia la tendenza al surriscaldamento dopo che il 2015 si era posizionato come l'anno più bollente della storia. Un trend ormai perenne visto che gli anni più caldi dal 1880 a oggi sono stati il 2016, 2014, 2012, 2007, 2002 e il 2001. Ad allarmare è il livello di laghi e fiumi. Non piove e non nevica a sufficienza, laghi, fiumi e invasi artificiali sono ai minimi. Ecco, quindi, lo stato di emergenza nazionale. Perché di questo si tratta: l'Emilia-Romagna ha nei giorni scorsi avviato l'iter; mentre la Toscana, dopo gli ultimi rilevamenti dell'Autorità Idrica, proprio in queste ore ha dichiarato lo stato di emergenza idrica e idropotabile. In alcune aree d'Italia, infatti, la situazione è drammatica. In Emilia-Romagna, secondo l'Anbi (Associazione Nazionale dei Consorzi di bonifica), la criticità è evidente, è piovuto fino al 50% meno di quanto non fosse atteso, e il deficit idrico, a seconda delle zone, si attesta tra il 20% e il 40%. Addirittura a Piacenza, essendo ai minimi le dighe di Mignano e Molato (rispettivamente al 29% e 18% della loro capacità), le istituzioni locali hanno sollecitato gli agricoltori a rivedere i loro programmi di semina e trapianti, compensando alcune zone del comprensorio che altrimenti potrebbero restare a secco. Parlando poi della Toscana, la primavera che si avvia a conclusione è la più secca della storia da 56 anni a questa parte e, secondo l'Agenzia meteorologica regionale, è piovuto quasi il 20% in meno rispetto alla media stagionale. Desta evidente apprensione il Veneto, in quello che storicamente è uno degli acquiferi più ricchi d'Europa, dall'inizio dell'anno non è piovuto praticamente mai. A marzo, sempre stando all'Anbi, è piovuto il 66% in meno rispetto alla media, Adige e Piave in alcuni tratti hanno una portata ridotta anche del 60%. Questa situazione sta portando gravi danni alle colture di grano e orzo, che non possono beneficiare neppure dell'apporto idrico della neve dal momento che di nevicate, quest'anno, nemmeno l'ombra. Dunque, in modo molto consistente il caldo sta influendo su coltivazioni e allevamenti, anche se occorre segnalare come la siccità record di questi mesi colpisca anche l'industria idroelettrica. I consumi sono spinti al massimo, le centrali vedono la propria produzione di kilowatt/ora di energia drasticamente frenata e così le fonti rinnovabili sono in calo, per soddisfare la domanda di energia elettrica del Paese si ricorre maggiormente alle centrali termoelettriche e a quelle a metano, con costi sempre più alti. L'emergenza, insomma, è a 360 gradi, e richiama tutti a un intervento compatto, non solo oggi nella Giornata Mondiale contro la Desertificazione e la Siccità delle Nazioni Unite ma sempre, anche se, purtroppo, di fronte a eventi climatici estremi come questi le soluzioni non sono semplici. La strategia mondiale della "resilienza" ci dice che bisogna ridurre le emissioni climalteranti e aumentare la capacità di assorbimento dell'anidride carbonica da parte della biomassa, incentivando l'efficienza energetica e l'uso di fonti rinnovabili. Nel frattempo non possiamo ignorare questa realtà, bensì adattarci ad essa. In materia di siccità significa usare in modo razionale l'acqua, riducendo gli sprechi (in agricoltura, nell'industria e nei consumi umani di tutti i giorni) e continuare ad investire per ridurre le perdite di rete, fare invasi, desalinizzatori e serbatoi. Occorrono investimenti rilevanti, che vanno fatti - all'interno di un piano nazionale per la sicurezza degli approvvigionamenti - prima che il rubinetto sia vuoto.

ALFREDO DE GIROLAMO

 

Il Sud rischia di diventare deserto - L'allarme del Wwf nella Giornata Onu per la lotta alle catastrofi
ROMA -- Desertificazione e siccità, denuncia Agire, rete di 19 Ong impegnate soprattutto in Africa, sono «le nuove catastrofi naturali a bassa intensità e di lunga durata» e «stanno stravolgendo gli assetti sociali e economici di intere regioni del mondo, causando gravissime perdite in vite umane». E l'Italia non è risparmiata dall'assenza di acqua: circa un quinto del territorio è ritenuto a rischio desertificazione e la siccità che sta prosciugando numerosi bacini idrici «rende necessaria e urgente una reazione operativa», denuncia il Wwf in vista della Giornata Mondiale contro la Desertificazione e la siccità indetta dall'Onu per oggi, 17 giugno. È il Sud Italia il più minacciato di desertificazione (Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia), ricorda il Wwf, ma il fenomeno coinvolge anche Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Abruzzo. Secondo gli scenari del cambiamento climatico realizzati in particolare dal Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici, entro fine secolo si stimano incrementi di temperature tra 3 e 6 gradi con riduzione delle precipitazioni, soprattutto nei periodi estivi. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici predisposto da numerosi specialisti coordinati dal ministero dell'Ambiente e in via di approvazione definitiva non potrà non andare in questa direzione, afferma l'associazione che lancia l'Sos per le Oasi Wwf dove i livelli delle acque delle aree umide stanno calando e ci sono aree già secche. Le falde si sono abbassate in più luoghi. La vegetazione di alcune aree è già in stress idrico avanzato e si stanno comunque monitorando le condizioni per prevenire incendi o danni alla fauna. Agire richiama lo studio «Atlas of the Human Planet 2017: Global Exposure to Natural Hazards» (Atlante del Pianeta umano 2017: esposizione globale ai rischi naturali) del Joint research Centre della Commissione Europea, secondo cui «l'esposizione globale ai rischi di catastrofi naturali è raddoppiato tra il 1975 e il 2015, soprattutto a causa di urbanizzazione, crescita della popolazione e sviluppo socio-economico. Nel mondo una persona su tre è esposta a terremoti, un numero che è quasi raddoppiato negli ultimi 40 anni. Circa un miliardo di persone in 155 paesi sono esposti a inondazioni e 414 milioni vivono nei pressi di uno dei 220 vulcani più pericolosi». Vincenzo Giovine, vicepresidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, afferma: «La situazione è allarmante ed è destinata a peggiorare. Anche la catena alimentare costituisce il vero problema, troppo spesso sottovalutato e trascurato».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 16 giugno 2017

 

 

Si riapre la battaglia sul rigassificatore - Ok ministeriale dopo nove anni al metanodotto collegato all'impianto. La Regione impugna subito l'atto e ribadisce il suo no
La partita sul rigassificatore di Zaule sembra non voler finire mai dopo che il ministero dell'Ambiente, di concerto con il ministero dei Beni culturali, ha emesso un decreto con il quale ha stabilito la compatibilità ambientale del progetto della società Snam rete Gas spa che punta alla realizzazione del relativo metanodotto tra Trieste, Grado e Villesse. Il parere ministeriale, giunto al termine di un iter durato nove anni, dovrebbe anticipare l'atto finale di una vicenda che vede il Comune e la Regione schierati sul fronte del no. «Siamo arrivati al dunque - sottolinea il parlamentare triestino del Gruppo misto Aris Prodani - se consideriamo che la Conferenza dei servizi decisoria per l'approvazione del rigassificatore non poteva essere convocata proprio perché mancava l'ok definitivo al metanodotto. Ho appena depositato una specifica interrogazione per conoscere le tempistiche con le quali il Mise convocherà tutti i soggetti interessati». Solo a quel punto potranno venire ratificate le posizioni di Comune e Regione, che fino a questo momento - con gli altri enti territoriali - si sono detti appunto contrari all'opera. Il decreto ministeriale che ha stabilito la compatibilità ambientale del metanodotto ha immediatamente scatenato le reazioni politiche, in particolare del Movimento 5 Stelle, che ha presentato un'interpellanza urgente alla giunta Serracchiani. «La Regione deve dire immediatamente se intenda agire, anche in sede giudiziaria, contro questo provvedimento - attaccano i consiglieri M5S Ilaria Dal Zovo e Andrea Ussai -. Bisogna far sapere ai cittadini quali azioni saranno adottate nei confronti sia del ministero competente che di ogni Conferenza dei servizi che verrà indetta, per scongiurare la realizzazione del metanodotto e di tutte le opere ad esso collegate». Non si è fatta attendere la risposta dell'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito, la quale ha ribadito la posizione della Regione: «Il nostro era ed è un no secco al Rigassificatore di Zaule - le sue parole - e altrettanto vale per l'ipotesi di realizzare un metanodotto tra Trieste, Grado e Villesse. È ovvio che le due opere sarebbero funzionalmente interconnesse e dunque senza il rigassificatore non ha senso pensare di costruire un metanodotto. La decisione di impugnare il decreto ministeriale sul metanodotto è già presa e a questo fine già per domani (oggi, ndr) - continua Vito - è convocato un vertice tecnico presso la direzione dell'Ambiente». Non rimane che attendere che il Mise convochi la Conferenza dei servizi, «momento conclusivo e risolutivo di questa partita - conclude Vito - nel corso del quale la Regione ribadirà il proprio no, chiudendo ogni ipotesi rispetto a un'opera che nessuno vuole». Intanto l'Arpa ha comunicato che i forti odori di idrocarburi rilevati sabato scorso nella zona prospiciente l'area portuale di Trieste sono molto probabilmente riconducibili a degli sfiati di alcune petroliere alla fonda e non alla Ferriera di Servola, come da alcuni ipotizzato.

Luca Saviano

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 15 giugno 2017

 

 

L'Arpa impone la frenata alla Ferriera - «Sforamento sulle polveri, abbassate la produzione». Il ministero dell'Ambiente modifica l'Aia sull'impatto acustico
Due cartellini gialli alla Ferriera di Servola. Uno estratto dall'Arpa, l'altro dal ministero dell'Ambiente. Sotto accusa polveri e rumore. Cominciamo dalla nota della Regione Fvg, con cui si comunica che Arpa ha chiesto di ridurre la produzione, per tenere sotto controllo il fenomeno delle polveri. «I dati rilevati dalla rete dei deposimetri installati in prossimità della Ferriera di Servola indicano - è scritto - che nell'ultimo mese si è verificato un deposito di polveri superiore a quello dei mesi precedenti nell'area prospiciente l'altoforno». L'Agenzia per la protezione dell'ambiente chiarisce inoltre di aver inviato «una lettera di avviso ad Acciaieria Arvedi-Siderurgica Triestina con precise indicazioni sul rispetto degli indicatori previsti dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), e sulla necessità che vengano assunte iniziative». I valori rilevati in maggio nella stazione di Palazzina Qualità sono pari a 486 microgrammi/metrocubo/giorno (limite obiettivo di 500 microgrammi/metrocubo/giorno), mentre in via Ponticello sono stati raggiunti i 245 microgrammi/metrocubo/giorno, contro un limite obiettivo Aia di 250. Arpa ritiene che, tenuto conto del limite obiettivo per la polverosità valutata su base mensile e degli andamenti delle deposizioni dei mesi precedenti, in aumento a partire da gennaio 2017, sussistono i presupposti affinché l'azienda si attivi autonomamente per ridurre la produzione dell'impianto in attuazione dell'Aia. Per Arpa l'aumento delle polveri è correlabile al deterioramento della bocca di carico dell'altoforno, la cui sostituzione è programmata per l'inizio di settembre. L'Agenzia, come al solito, ha trasmesso i dati all'autorità giudiziaria. Ma non basta. Oltre alle polveri persiste la questione rumore. Come segnalato da Arpa e rilevato dalla Regione nella Conferenza dei Servizi, gli interventi effettuati da Siderurgica Triestina per la mitigazione del rumore non sono stati sufficienti, quindi il ministero dell'Ambiente ha emanato un decreto che avvia una procedura di revisione dell'Aia intesa a migliorare l'impatto acustico. Questo atto, che mantiene valide tutte le altre prescrizioni del vigente decreto di Aia, conferma - evidenzia un secondo comunicato della Regione - «l'efficacia della natura "aperta" e in continuo aggiornamento dell'autorizzazione stessa, che è a tutela della salute dei cittadini in quanto caratterizzata da verifiche continue di dati puntuali e che consente di modificare e rivedere le prescrizioni qualora si presentino condizioni che lo richiedano». Il ministero ha emanato un decreto di riesame dell'Aia per l'esercizio dell'acciaieria Arvedi, con cui si chiede alla proprietà di effettuare ed inviare all'autorità competente e all'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) la valutazione dell'impatto acustico, eseguendo almeno due ulteriori rilievi, preventivamente sottoposti all'attenzione di Ispra, in diurno e in notturno. L'azienda, contattata, si è riservata di dare una risposta sui due temi a breve.

 

 

SALUTE E LAVORO»L'ALLARME - Le 380 vittime dell'amianto in regione
La drammatica statistica riguarda soltanto le morti verificate e in via di certificazione soprattutto a Trieste e Monfalcone
TRIESTE - Nelle province di Trieste e di Gorizia i morti certificati a causa dell'amianto sono finora 273. Per esattezza, sono 196 nel Goriziano e 77 nel territorio triestino. Già, finora: perchè la prossima attivazione di un quarto procedimento giudiziario sul tema da parte della magistratura isontina vedrà probabilmente aggiungersi una sessantina di "parti offese". Non è finita: la Ferriera di Servola ha mietuto altre 40 vittime, sulle quali i giudici aspettano da un team di specialisti un'ulteriore verifica per accertare il nesso causale tra esposizioni alle sostanze e tumori mortali. La tragica statistica, sommando tutti i fattori qui elencati (compresi quelli in via di definitivo accertamento), indica che nella Venezia Giulia, una delle aree più colpite d'Italia insieme a quella genovese, la falce dell'amianto ha ucciso ufficialmente circa 380 persone. I grandi produttori di morte sono stati ormai individuati, in sede scientifica come in quella processuale: sono soprattutto le costruzioni navalmeccaniche (a Monfalcone e dintorni) e la portualità (a Trieste) a sedere sul banco degli imputati. Un bilancio complessivo sul dossier amianto sarà stilato nell'odierno pomeriggio a Trieste, nell'ambito di un seminario "open" organizzato dal circolo "Che Guevara" e patrocinato dal Comune, che si terrà nell'auditorium dell'ex Pescheria a partire dalle ore 17. I relatori, coordinati dal presidente del circolo Riccardo Devescovi, si sono divisi i compiti a seconda delle competenze. L'ex procuratore generale presso la Corte d'appello triestina Beniamino Deidda puntualizzerà genesi e svolgimento delle indagini relative al processo goriziano sulla Fincantieri di Monfalcone. A Umberto Laureni, già componente del pool tecnico di Gorizia, spetterà approfondire gli aspetti del lavoro peritale. Valentino Patussi, responsabile del dipartimento prevenzione dell'Azienda sanitaria universitaria triestina, si soffermerà sull'accertamento delle malattie professionali nei contesti processuali del capoluogo regionale. Aprirà i lavori l'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito, che farà il punto su obiettivi e risultati del "piano amianto", gestito dalla stessa Regione Fvg.Le cifre, riportate all'inizio, sono state anticipate da Laureni, già dirigente dell'Ass e assessore comunale nella giunta Cosolini. Cifre che emergono nella loro ufficialità processuale, ma dietro le quali con ogni probabilità si celano numeri molto più ampi, perchè l'osservazione della casistica si concentra nel ventennio 1996-2015. A tale proposito è lo stesso Laureni a citare un recente articolo di Pietro G. Barbieri e da Anna B. Somigliana apparso sulla "Medicina del lavoro": gli autori ipotizzano, alla luce delle patologie evidenziate tra i lavoratori Fincantieri prima del 1996, che mesoteliomi e tumori polmonari sfiorino il migliaio di casi. Nelle aule giudiziarie il dossier amianto ha registrato un'energica accelerazione dal giugno 2008, quando la Procura triestina aveva avocato una serie di procedimenti penali pendenti presso la collega goriziana. Venne avviata un'indagine per verificare se sussistesse un rapporto causa-effetto tra le malattie (tumore polmonare e mesotelioma della pleura) e l'esposizione all'amianto all'interno del cantiere navale monfalconese. Il pool di esperti, incaricati della consulenza tecnica, consegnò il suo lavoro nell'autunno 2008: da allora è trascorso quasi un decennio dedicato a rendere giustizia a vittime e familiari.

Massimo Greco

 

 

Capodistria si fa "green" - Stop alle auto in centro - Dal 2025 l'area storica sarà pedonale o percorribile solo con veicoli elettrici
Saranno costruiti parcheggi e sarà sviluppata una rete di percorsi ciclabili
LUBIANA - Entro il 2025 il centro storico di Capodistria sarà chiuso al traffico veicolare. Lo prevede il nuovo piano della viabilità urbana approvato dal Consiglio comunale e si basa sullo studio effettuato dalla società slovena Harpha Sea sovvenzionato dal governo e dai fondi di coesione dell'Unione europea. Capodistria, dunque, si riscopre un'anima verde e ambientalista. Sfruttando la collocazione geopolitica del capoluogo del Litorale saranno avviate le costruzioni di nuove piste ciclabili che collegheranno tutti i piccoli centri dell'entroterra a Capodistria. La quale, peraltro, sarà circondata da una sorta di semi anello dove scorrerà il traffico veicolare e dei bus. Lungo le principali vie di accesso alla città saranno collocati dei noleggi per biciclette o di automobili elettriche per poter accedere così al centro storico. Nella nuova "geografia" della viabilità sono previsti anche parcheggi periferici da dove successivamente raggiungere il centro sempre a bordo di bus navetta, bicicletta oppure veicolo elettrico. Saranno quindi elaborati dei veri e propri corridoi di traffico a ridosso del centro storico e saranno attivati dei percorsi opportunamente attrezzati (pista ciclabile, noleggio biciclette o auto elettriche) per agevolare il flusso delle persone.La prima parte di tale progetto sta già lentamente prendendo forma nel tratto della vecchia strada statale, ora chiusa al traffico) che unisce Zusterna a Isola. Disco verde, inoltre, è stato dato anche al progetto di costruire in quest'area un mega ascensore che dalla costa sale sulle pendici del Monte San Marco. Ascensore che potrebbe essere utilizzato dai cittadini che abitano a ridosso di Semedella per "scendere" sul litorale e poi qui muoversi con le biciclette a noleggio o con le auto elettriche.«La chiusura alle auto del centro storico di Capodistria - spiega alle Primorske Novice Aljosa Zerjal della società Harpha Sea - determinerà un miglioramento della qualità dell'aria, ma appare chiaro che prima di rendere le vie centrali off-limits per i veicoli a motore dovremo costruire i parcheggi necessari per le auto stesse. E questo non si fa in quattro e quattr'otto, comunque lo stiamo progettando». Così come st sta pensando di introdurre a Capodistria, soprattutto per il collegamento con Zusterna, una linea via mare (tipo il traghetto che opera tra Trieste e Muggia) offrendo così un'ulteriore mezzo di trasporto soprattutto per i pendolari che dalla periferia si spostano in centro per motivi di lavoro ma anche per sbrigare commissioni, visitare uffici pubblici o, più semplicemente, per fare shopping.

Mauro Manzin

 

 

Asia primo produttore di energia verde - L'indagine
ROMA - Nel 2016 è andato in scena il sorpasso dell'Asia sull'Occidente nel campo delle energie rinnovabili: la Cina ha superato gli Usa diventando il Paese con la maggiore produzione di elettricità da fonti verdi, mentre l'Asia Pacifica ha tolto a Europa ed Eurasia lo scettro di regione con la produzione green più alta. A delineare il quadro è il 66mo rapporto annuale di Bp sull'energia mondiale, da cui emerge un mercato in transizione, con le fonti pulite in crescita che compensano il calo nel settore altamente inquinante del carbone. In base al report, diffuso alla vigilia della Giornata mondiale del vento che ricorre il 15 giugno, anche nel 2016 le rinnovabili sono state la fonte energetica con la crescita maggiore, pari a un +12% escluso l'idroelettrico. A spingere è la Cina, seguita da Usa, Giappone, India e Brasile. Oltre la metà dell'incremento è arrivato dall'eolico, (+15,6% su base annua, pari a 131 terawattora), mentre un terzo della crescita è stato apportato dal fotovoltaico (+29,6%, 77 terawattora). Nonostante l'andamento positivo, le rinnovabili rappresentano ancora solo l'8% della generazione elettrica mondiale complessiva. In diverse realtà, tuttavia, le energie green fanno la differenza: in Danimarca forniscono il 59% dell'elettricità, in Germania il 26%, in Spagna il 25% e il 23% in Italia e Regno Unito. Sul fronte delle fonti fossili, il consumo mondiale di carbone è sceso per il secondo anno consecutivo facendo segnare un -1,7%. A trainare gli Usa (-8,8%) e la Cina (-1,6%). Flessione ancora più marcata per la produzione di carbone, con un calo record del 6,2%. Il traino è sempre di Usa (-19%) e Cina (-7,9%). Il consumo globale di petrolio è aumentato dell'1,6%; quello di gas naturale dell'1,5%.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 14 giugno 2017

 

 

Arrivano al Silos i posteggi "rapidi" gratis

Accordo tra Comune e Saba: da domani i primi venti minuti non si pagheranno. Scende da 16 a 10 euro la tariffa giornaliera
Era ed è tuttora uno dei parcheggi più grandi e più sottoutilizzati in città. Per la posizione, considerata decentrata sia dai triestini che dai turisti alle prese con una visita veloce della città, e anche per una tariffa oraria (1.50 euro) che rende impossibili le soste veloci e salate quelle a lunga permanenza. Da domani, 15 giugno, però, la musica cambia, al Silos. Con l'arrivo dell'estate, infatti, sarà introdotta per la prima volta la possibilità di parcheggiare gratuitamente per 20 minuti. Quelli, cioè, generalmente necessari a triestini e foresti per accompagnare qualcuno alla vicina stazione ferroviaria. Di più: contestualmente verrà applicata la nuova tariffa giornaliera ridotta per turisti e residenti, frutto allo stesso tempo della necessità espressa dalle società che gestiscono le crociere, e segnatamente dalla Costa, e da quella di razionalizzare le soste nell'area della stazione centrale. L'annuncio arriva da un particolarmente soddisfatto assessore comunale al Turismo, Maurizio Bucci, nell'occasione spalleggiato dai referenti di Saba Italia, gestore del parking, Claudio Borghetto, responsabile per il Nordest e dalla coordinatrice Rafaella Vuch. Vediamo dunque questi sconti. La nuova tariffa giornaliera da 16 euro scende a 10 euro, e consentirà, come ha annotato l'assessore, a chi deve lasciare la macchina perchè si imbarca su una qualche dreamboat di godere di un parcheggio vicino e, soprattutto coperto, rispetto all'attuale soluzione del Molo IV. «Abbiamo operato questa scelta - racconta - per favorire un servizio soprattutto turistico nel parcheggio del Silos, uno dei principali e strategici contenitori nel centro della città. E abbiamo voluto delle opportunità economiche calmierate, con prezzi inferiori rispetto ai normali parcheggi coperti, ottenuti grazie agli ottimi rapporti instaurati con la società Saba Italia». «Ci siamo mossi - ha spiegato dal canto suo Borghetto - per soddisfare due tipologie. Da un lato la necessità di chi magari accompagna dei parenti alla stazione ed è costretto a lasciare l'auto in seconda fila per la mancanza di posti macchina, Silos escluso, in zona. Dall'altro fornire un'opportunità di parcheggio a lungo termine per chi si imbarca sulle navi. In tal senso abbiamo ridotto a 10 euro la tariffa giornaliera, dato che vale per tutti, mentre a partire dal secondo giorno se ne pagheranno solamente nove, cifre che ci sembrano più che ragionevoli».«Era una scelta doverosa - ha spiegato Bucci - per venire incontro a tutti, anche se confesso che ho ancora una certa nostalgia per il servizio di car-valet, da me stesso lanciato, che permetteva di lasciare l'auto direttamente sotto bordo, ma pazienza». Una soluzione che sta esattamente nell'ottica di un maggior servizio a chi parte è già in divenire, comunque. «Un ulteriore obiettivo dell'amministrazione comunale, sempre nell'ottica di promozione turistica e anche in questo caso per espressa richiesta della Costa Crociere, in accordo con Trieste Trasporti - ha aggiunto Bucci - sarà affiancare agli spazi per la sosta un servizio di bus-navetta che faciliti la connessione alla Marittima. E non è finita. «Nel piano turistico che andremo a varare - ha rilevato ancora l'assessore - è prevista anche una necessaria revisione della cartellonistica per fornire precise indicazioni ai turisti che vengono a visitare la nostra città muovendosi con l'automobile per individuare i parcheggi disponibili». A proposito di parcheggi, potrebbe tornare d'attualità anche la navetta con quello comunale di via Carli, «esperimento che lo scorso Natale ci ha dato delle soddisfazioni», assicura Bucci, mentre resta in sospeso la kafkiana vicenda dell'ascensore di Park San Giusto e la possibilità di aprirlo ai turisti. «I condomini remano contro - sottolinea Bucci - ma esiste un accordo preciso firmato anche da loro... Forse troveremo una via di mezzo, con l'ascensore verso San Giusto aperto solo in salita, magari avvalendosi di una gettoniera...».

Furio Baldassi

 

 

Parte il patto Regione-Roma per Servola - Vertici dell'Istituto superiore di sanità in città per il monitoraggio. Dipiazza contro i rumori notturni
È entrato nella fase operativa l'accordo che la presidente della Regione, Debora Serracchiani, ha sottoscritto in aprile con il presidente dell'Istituto superiore di Sanità (Iss), Gualtiero Ricciardi, finalizzato a elaborare un programma congiunto di ricerca, con l'obiettivo di valutare le eventuali conseguenze sullo stato di salute dei cittadini a causa di esposizioni ad inquinanti di varia natura, in particolari aree soggette a maggiore pressione ambientale. Fuor dal burocratese, un'altra pagina in cui la vicenda Ferriera occupa una posizione importante. A Trieste infatti si è riunita per la prima volta la cabina di regia, incaricata di fornire gli indirizzi operativi per la realizzazione del programma che, come previsto, riguarderà appunto, nella fase iniziale, l'impatto sulla popolazione residente legato alla presenza dell'impianto siderurgico nel rione di Servola. All'incontro erano presenti tutti i soggetti coinvolti (rappresentanti di Regione, Arpa, Sistema sanitario regionale e Iss, con il direttore generale Angelo Lino Del Favero e la responsabile scientifica del programma nonché direttore del Dipartimento ambiente e salute, Eugenia Dogliotti). Durante questo primo confronto Azienda sanitaria triestina e Arpa Fvg hanno illustrato le iniziative già realizzate e quelle in corso per il monitoraggio degli effetti sulla popolazione e sui lavoratori legati alla presenza del sito industriale. Ulteriori approfondimenti tecnico-scientifici proseguiranno già nelle prossime settimane a Roma, con esperti della sezione di ricerca ambientale dell'Istituto. A breve, dunque, da questi confronti tecnici, che permettono un proficuo scambio di buone pratiche adottate a livello nazionale ed internazionale, emergerà la proposta per uno specifico programma di monitoraggio e controllo sulla Ferriera, coordinato e supervisionato dall'Iss, che sarà realizzato e curato in stretta collaborazione tra tutti gli enti di competenza. A seguito di questa prima fase saranno definiti successivi programmi riguardanti altri siti sensibili o fonti inquinanti o inquinate, che hanno rilevanti impatti sulla salute della popolazione potenzialmente esposta, esempio tipico quello di molte aree e giardini pubblici. Sull'argomento si segnala anche una nota su Facebook del sindaco Dipiazza. «La notte scorsa dallo stabilimento della Ferriera - scrive - oltre ai già fastidiosi e costanti rumori, sono stati fatti dei lavori a notte fonda che hanno creato un ulteriore disagio ai residenti di Servola. Questo non è accettabile. Abbiamo allertato la polizia locale che continuerà a vigilare. Intanto il ministero dell'Ambiente ha accolto la nostra richiesta ed ha intimato che entro trenta giorni vengano fatte due valutazioni fonometriche sia diurne che notturne che poi dovranno essere valutate da Ispra». «A tutela dei cittadini - conclude - stiamo portando avanti una intensa attività di controllo e pressione, i risultati stanno arrivando e sono convinto che vinceremo questa battaglia».

 

 

Il trasloco delle maxicozze nell'oasi marina di Brioni
Duecento esemplari minacciati dai futuri marina di Santa Caterina e Monumenti vengono staccati dai fondali polesani e portati in battello nell'arcipelago protetto
POLA - Le Pinne nobilis di Pola hanno già le... valigie pronte. Sono più o meno duecento e stanno traslocando armi e bagagli nell'oasi di Brioni. Non è uno scherzo ma una misura di tutela ambientale che, sotto l'egida del progetto europeo Merces sul restauro dei sistemi degradati dei mari, vede per una volta alleati i biologi e gli investitori. Il punto di partenza della storia è la costruzione di due centri nautici all'interno del bacino portuale di Pola e più esattamente a Monumenti e Santa Carina. C'è un problema, però: l'avanzare delle ruspe, le colate di cemento e i cantieri minacciano gli abitanti del mare. Ma, mentre i pesci possono arrangiarsi e cercarsi un nuovo habitat, le Pinne nobilis sono in gravissimo pericolo: i più grandi bivalvi del Mediterraneo, possono raggiungere il metro di lunghezza e sono chiamati comunemente nacchere, pinne comuni, cozze penne o stura, vivono infatti fissati con una parte della propria conchiglia triangolare nella sabbia o nella roccia. E quindi non possono muoversi. Ma le Pinne nobilis, specie minacciata dalla raccolta per il collezionismo, sono fortunatamente tutelate. E quindi, nell'attesa dell'avvio dei lavori per i centri nautici, i biologi hanno potuto "pretenderne" la salvaguardia. «Lo studio d'impatto ambientale sui progetti dei marina - spiega la biologa Tatjana Bakran-Petricioli che insegna alla facoltà di Scienze naturali e Matematica di Zagabria - ha confermato che nel mare di Monumenti e Santa Caterina ci sono numerose Pinne nobilis a rischio sopravvivenza. Due le alternative: l'eliminazione, che impone però all'investitore Kermas Istra di pagare un risarcimento, oppure il trasferimento. Ci siamo accordati con la stessa società e, con grande soddisfazione di noi biologi, si sta procedendo al "trasloco"». La futura destinazione è invidiabile: due baie nell'oasi naturale del Parco nazionale di Brioni dove le Pinne nobilis polesane troveranno diverse "sorelle". Il trasferimento è già iniziato e non è banale: «Il fondale marino di Santa Caterina - spiega ancora la biologa - è piuttosto roccioso per cui è molto complicato staccare i bivalvi visto che bisogna asportare anche un po' di sedimento circostante. Ma i sub della società Loligo, armati di tanta pazienza, stanno facendo un ottimo lavoro». Una volta "liberate" le Pinne nobilis vengono rapidamente spostate dalla barca dei sub al battello diretto a Brioni che ha a bordo una grande tinozza piena di acqua di mare. I bivalvi trapiantati nell'arcipelago caro a Tito continueranno a essere oggetto di studio in particolar modo in riferimento alla loro condivisione dell'ambiente con le erbe marine. «Si aiutano a vicenda - conclude la biologa - e quindi sarà interessante vedere se l'erba marina aumenterà la sua estensione con l'arrivo dei nuovi "abitanti"».

(p.r.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 13 giugno 2017

 

 

Stretta a Staranzano sulla differenziata
Finita la fase sperimentale, gli operatori non raccoglieranno i rifiuti sbagliati e metteranno su sacchi e cesti il bollino rosso
STARANZANO - Giro di vite per la raccolta differenziata a Staranzano. Dal 15 giugno in poi, basta con i rifiuti esposti nelle modalità non corrette con il contenuto non conforme, con il sacco o contenitore non conforme a quelli distribuiti dall'azienda multiservizi e nella giornata di esposizione sbagliata. Gli operatori li lasceranno sul posto. Sui sacchi o sui mastelli di carta e umido, sarà apposto oltre al bollino rosso, un volantino di invito a ritirare quanto lasciato per terra correggendone il contenuto (o il contenitore), in vista della successiva giornata utile alla loro esposizione e recupero. È una sorta di ultimatum quello annunciato da Isontina Ambiente dopo la fase sperimentale della nuova differenziata cominciata ufficialmente il primo di aprile, poiché a distanza di due mesi dall'avvio della distribuzione, sono ormai poche decine i cittadini che non hanno ancora ricevuto il nuovo kit per la raccolta dei rifiuti. Semplice distrazione o poca sensibilità per la nuova raccolta differenziata? Un quesito che si sono posti l'amministrazione comunale di Staranzano e Isontina Ambiente. Ma i ritardatari che non fossero ancora in regola con le proprie dotazioni, potranno ritirare il calendario della raccolta 2017, il mastello della carta e la fornitura annuale di sacchetti per la plastica e le lattine e per l'umido rivolgendosi, all'ufficio tecnico del comunale aperto al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12.30 e di pomeriggio anche il lunedì e il mercoledì dalle 17 alle 18.«La consegna del kit pressoché ultimata- spiega Isontina Ambiente - consentirà a tutti gli utenti di effettuare correttamente le operazioni quotidiane di separazione e di raccolta dei rifiuti e di migliorare ulteriormente la quantità e la qualità del materiale destinato al riciclo nel rispetto delle giornate di asporto. Sia il Comune che Isontina Ambiente - afferma - rimangono comunque a disposizione per fornire ai cittadini tutte le informazioni necessarie volte a migliorare la differenziazione domestica e a ridurre le situazioni di conferimento non conformi». Gli utenti possono avere ulteriori informazioni anche tramite i canali a disposizione quali il sito internet o l'app di Isontina Ambiente, il numero verde di Isa (800. 844. 344) e il sito istituzionale del Comune. Il nuovo sistema illustrato in un incontro pubblico a metà marzo, è stato avviato nell'ottica di diminuire i costi a vantaggio dei cittadini dal direttore generale dell'azienda, Giuliano Sponton, anche se alcuni avevano espresso perplessità su un vero risparmio sulla bolletta dei rifiuti, poiché eventuali benefici si potranno vedere solo nel 2018. Un concetto che aveva ribadito anche dall'assessore Erika Boscarol nell'ambito del dibattito pubblico, sostenendo che nel 2017 col nuovo sistema, i nove mesi in meno di giri di raccolta differenziata, avrebbero portato il risparmio annuo della spesa stimabile attorno ai 35-40 mila euro tutto a vantaggio dei cittadini e che i mastelli e i sacchetti erano intanto forniti gratuitamente dalla ditta Sangalli incaricata della raccolta e smaltimento come miglioria del servizio e senza essere imputati al Comune e neanche ai cittadini. Per quanto riguarda i risultati della differenziata nel 2016, Staranzano è stato uno dei Comuni più ricicloni della provincia di Gorizia avendo raggiunto quota 76%. Pur non avendo ancora a disposizione gli ultimi dati, il trend nei continua sempre sullo stesso livello. Isontina Ambiente sostiene che il dato si può ancora migliorare in quanto ci sono tutte le premesse della buona volontà delle famiglie a collaborare seguendo questa direzione.

Ciro Vitiello

 

 

Ospiti del Cara "spazzini" sulle rive dell'Isonzo
Si è svolta a Gradisca la tradizionale iniziativa di Legambiente che ha visto in azione assieme ai volontari diversi richiedenti asilo in un progetto di inclusione sociale
GRADISCA - Una cinquantina di sacchi di rifiuti asportati, una quarantina di richiedenti asilo - ospiti del Cara - coinvolti. E un riuscito momento di educazione civica e relazione. È positivo il bilancio, ma soprattutto il messaggio sociale che viene dalla tappa gradiscana di "Puliamo il Mondo", iniziativa congiunta di Legambiente, amministrazione comunale, coop Minerva e Isontina Ambiente che nella giornata di sabato si è dimostrata come negli auspici molto di più che una semplice operazione di pulizia dai rifiuti abbandonati. A essere interessate, le zone da tempo al centro delle segnalazioni dei gradiscani, esasperati, e ancor di più esasperati sono i residenti dei borghi Basiol e Trevisan per tanti comportamenti non certo e non sempre ineccepibili da parte degli ospiti della struttura governativa (ma non solo). Suddivisi in gruppi, i migranti si sono dati un bel da fare, fianco a fianco nel riempire sacchi e sacchi, soprattutto di plastica, lattine e bottiglie di vetro. Raggiunto a piedi il sentiero che porta al ponte ferroviario sull'Isonzo della mai realizzata tratta Cormons-Redipuglia, i volontari si sono spinti all'interno della vegetazione e hanno raccolto i rifiuti che, qua è là, hanno trovato. In gran parte plastica: bottiglie e sacchetti, ma anche imballaggi per alimenti, lattine e bottiglie di vetro.Alla fine della mattinata sul camion del Comune si potevano contare una cinquantina di sacchi pieni di rifiuti. «L'impressione - spiega Michele Tonzar del circolo monfalconese "Ignazio Zanutto" di Legambiente - è che, in paragone alle edizioni precedenti di "Puliamo il Mondo", effettuate sui medesimi luoghi, i rifiuti trovati e raccolti siano stati decisamente di meno». Hanno voluto dare il buon esempio, partecipando all'iniziativa, il sindaco di Gradisca Linda Tomasinsig, l'assessore al Welfare, Francesca Colombi e il consigliere comunale Stefano Aschi. Durante le operazioni di pulizia si sono potuti creare momenti di dialogo tra i volontari e i ragazzi, in gran parte provenienti da Pakistan e Afghanistan, ma anche da Paesi africani. «Ascoltare le loro storie non può lasciare indifferenti e la necessità di far prevalere i principi dell'accoglienza e della solidarietà, accantonando gli istinti di egoismo ed esclusione» commenta Tonzar. A Gradisca sono molti i progetti d' integrazione - ma noi preferiamo chiamarli di inclusione sociale - che tentano in tutti i modi di coinvolgere gli ospiti del Cara cercando di insegnare rispetto delle regole, educazione civica e ambientale che invece tante volte mancano nei bivacchi in riva all'Isonzo. Un vero e proprio «modello Gradisca» che per ampiezza di proposte non ha molti eguali in Italia.

Luigi Murciano

 

 

A lezione di avvistamenti a bordo del bus del mare - Una volta la settimana con gli esperti a "caccia" di delfini e tartarughe marine
Riparte con novità la collaborazione tra Apt e DelTa nel viaggio Trieste-Grado
GRADO - Non solo una suggestiva traversata via mare da Trieste a Grado a bordo del Delfino Verde, ma anche un'esperienza unica, assieme agli esperti, di avvistamento di delfini e tartarughe con la possibilità di partecipare a bordo a piccole lezioni per apprendere la filosofia e le tecniche di conservazione delle specie marine. Si tratta dell'ampliamento dell'iniziativa che ha debuttato lo scorso anno con successo, che sarà proposta anche nel corso di questa stagione estiva e con alcune novità. Anche per questa stagione estiva, dunque, continua e si amplia la collaborazione fra Azienda Provinciale Trasporti (Apt) che è titolare della linea marittima che si svolge con l'utilizzo del Delfino Verde e l'Associazione DelTa (Delfini e Tartarughe dell'Alto Adriatico). Come lo scorso anno biologi marini e studenti universitari, una volta alla settimana, saranno a bordo della linea marittima Grado-Trieste per osservare il mare e ricavare i dati di presenza di cetacei e tartarughe nel golfo. E sarà pure l'occasione per monitorare anche la presenza di rifiuti e pure verificare l'intensità del traffico marittimo. Due aspetti quest'ultimi che sono i principali pericoli per le specie marine che possono soffocare inghiottendo rifiuti scambiati per prede o rimanere feriti in scontri accidentali con le imbarcazioni. Durante le uscite di tecnici ed esperti saranno pertanto coinvolti i passeggeri a bordo per un'opera di sensibilizzazione sull'argomento ma anche l'equipaggio dello stesso Delfino Verde. Quest'anno, poi, oltre al monitoraggio settimanale che proseguirà durante tutta l'estate, l'intervento a bordo sarà dedicato anche al progetto denominato N2K (specie Natura 2000), che ha come obiettivo lo svolgimento di azioni a sostegno della formazione di cittadini responsabili e sensibilizzati sul tema della conservazione delle specie marine minacciate. E tra queste, è precisato, sono comprese anche quelle della rete Natura 2000, principale strumento della politica dell'Ue per la conservazione della biodiversità. Tra l'altro il progetto ha ottenuto il contributo regionale 2016-2017 per il finanziamento a progetti speciali da parte della direzione centrale lavoro, formazione, istruzione, pari opportunità, politiche giovanili, ricerca e università e coinvolge diversi Istituti scolastici di Trieste e della provincia di Gorizia, anche nell'ambito del programma "alternanza scuola lavoro". E saranno proprio alcuni studenti assieme ai responsabili dell'Azienda Provinciale Trasporti e di quelli dell'associazione Delta a illustrate con maggiori dettagli il progetto nel corso di una conferenza stampa in programma oggi alle 123 a bordo del Delfino Verde ormeggiato lungo il Molo Bersaglieri a Trieste. Intanto per quanto concerne il regolare traffico passeggeri i primi dati indicativi parlano di un leggero aumento rispetto la scorsa stagione, in particolar modo con partenza da Trieste. Evidentemente ci sono tanti triestini che preferiscono lasciare la macchina a casa, farsi una bella traversata, trascorrere una giornata al mare a Grado e poi far rientro a casa. Senza problemi di traffico e senza consumare carburante e anche, da non valutare, senza problemi di andare in cerca di parcheggio. Tra l'altro molti di queste persone viaggiano con la bicicletta al seguito tanto che, come abbiamo già annunciato, per il prossimo anno ci sarà un nuovo Delfino Verde con una capienza bici notevolmente più ampia. Per dire del traffico a bordo del Delfino verde sulla rotta Trieste-Grado e ritorno (ci sono tre corse giornaliere) in una giornata festiva come quella di due giorni fa sono stati movimentati circa 500 passeggeri.

Antonio Boemo

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 12 giugno 2017

 

 

Uranio impoverito in Serbia - Cause contro i Paesi Nato

Un team di avvocati vuole portare in tribunale una ventina di Stati per i missili sganciati sulla Jugoslavia di Milosevic: «Ogni anno 33mila nuovi casi di cancro»
BELGRADO - Un team di avvocati, sguinzagliato nei tribunali di mezza Europa e oltre, con l'obiettivo di portare sul banco degli imputati le autorità dei Paesi Nato. Il crimine da dimostrare: quello di aver bombardato la Jugoslavia di Milosevic anche con missili all'uranio impoverito, con pesanti ricadute a distanza di decenni sulla salute della popolazione. È questo il temerario programma di un gruppo di avvocati serbi che, affiancati da colleghi di altre nazioni europee, intenteranno in futuro una serie di cause contro i membri dell'Alleanza. A confermarlo è stato Srdjan Aleksic, avvocato nella città serba di Nis, anima dell'iniziativa. Parlando nei giorni scorsi con il braccio serbo dell'agenzia russa Sputnik, Aleksic ha spiegato che il team è in via di formazione e si avvarrà del lavoro di oncologi e tossicologi locali per documentare davanti agli organi giudicanti i devastanti effetti dell'uranio. Ha poi specificato di voler «portare in giudizio in tribunali nazionali» e non davanti alla Corte internazionale di giustizia una ventina di membri Nato «che hanno partecipato all'aggressione contro la Jugoslavia». In quella guerra, gli aerei Nato «hanno sganciato tra le 10 e le 15 tonnellate di uranio impoverito», ha aggiunto. E i risultati sarebbero visibili anche oggi, con «33mila nuovi casi di cancro ogni anno» in Serbia. Aleksic ha inoltre rivelato la strategia dell'operazione, che ha avuto amplissima eco in un Paese dove i bombardamenti sono una ferita aperta: quella di basare la linea dell'accusa sui risarcimenti concessi a «45 soldati italiani» che avevano operato in Kosovo, in aree dove erano piovuti nel 1999 proiettili in uso alle forze Nato. «Le nostre cause si fonderanno su questo», sulle sentenze italiane, ha confermato l'avvocato. Rimane da vedere come si svilupperà ora l'operazione, ma qualche dubbio è lecito, come suggerito alla stessa Sputnik per bocca dell'esperto russo Mikhail Ioffe, che ha parlato sì di idea «percorribile», sottolineando però anche l'esistenza di vari ostacoli giuridici «di difficile superamento». Molto duro invece il commento di Domenico Leggiero, presidente dell'Osservatorio Militare, organizzazione italiana che da anni si batte a fianco dei soldati vittime dell'uranio. «A me sembra un'operazione di pura speculazione, anche pericolosa per i militari», una «strumentalizzazione di tipo politico, non c'è nulla di serio», commenta Leggiero con Il Piccolo. «L'avvocato Tartaglia», dell'Osservatorio Militare è «l'"autore" delle sentenze», menzionate dall'avvocato serbo, «abbiamo fatto sostanzialmente nascere il caso uranio nel mondo - continua Leggiero - e né Tartaglia né l'Osservatorio Militare sono stati interpellati». Leggiero puntualizza anche sui numeri forniti da Aleksic, su quei 45 militari risarciti. Non sono corretti, sono molti di più, spiega.Il mancato approccio con l'Italia deriva solo dal fatto di non avere avuto a disposizione contatti con gli avvocati che si sono occupati dei casi, si giustifica però Aleksic. Che conferma poi che i suoi piani sono seri, perché il fine delle future cause è quello di «aiutare i cittadini malati a causa dell'uranio», in una Serbia «dove la situazione è allarmante» per l'aumento e la diffusione dei casi di tumore. La strategia, ribadisce il legale, è quella di promuovere cause «nei tribunali» nazionali dei Paesi Nato che «hanno partecipato» alla guerra del 1999. E di cittadini che vogliono farsi aiutare da Aleksic ce ne sarebbero già molti. «A Subotica abbiamo la gente di un'intera via che si è ammalata di cancro, non è possibile che non ci sia una relazione con i bombardamenti Nato», aggiunge l'avvocato. «Noi non abbiamo nulla contro la Nato, né odiamo quei Paesi, ma riteniamo che ci siamo ammalati» per quelle bombe. E «chiediamo che si curino» i malati, «un mese di cure costa fino a tremila euro, costi insostenibili qui. E chi ha provocato questi danni deve sapere che ci sono conseguenze, anche se questo è il Paese più potente al mondo. Vogliamo giustizia».

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 11 giugno 2017

 

 

Ciclisti a piedi nel centro di Muggia - I residenti a favore dell'ordinanza
MUGGIA - No ai ciclisti in sella per le calli muggesane. I residenti del centro storico, che da tempo chiedono maggior tutela anche dai "furbetti" con le automobili, plaudono all'ordinanza sindacale (per ora congelata) che impone ai ciclisti di condurre a piedi le proprie bici all'interno dell'area che rientra nelle mura muggesane. Durante l'incontro pubblico organizzato dall'amministrazione Marzi nella sala "Millo" è stato affrontato il delicato tema dei ciclisti nel centro storico. Se da un lato i residenti del centro hanno evidenziato la necessità di regolamentare la situazione a causa di troppi ciclisti che fanno slalom tra i pedoni anche a velocità sostenuta, dall'altra i filociclisti, pur continuando a perorare le cause dei velocipedi pronunciandosi scettici sulla disposizione proposta dalla giunta che definisce i parametri per l'accesso delle biciclette in centro, hanno allo stesso tempo teso una mano all'amministrazione per cercare di trovare una soluzione più condivisa. «Sapevamo che i residenti del centro storico fossero d'accordo con noi, anche perché da loro sono partite le tante segnalazioni che ci hanno indotto a muoverci per regolamentare la viabilità del centro stesso. All'incontro abbiamo ascoltato tutti. Ora a brevissimo riprenderemo in mano il documento e sicuramente entro il mese di giugno prepareremo una volta per tutte l'ordinanza che poi entrerà ufficialmente in vigore», racconta l'assessore alla Polizia locale Stefano Decolle. Il quale ha evidenziato poi come l'altra grande parte dell'ordinanza sulla viabilità in centro storico inerente le limitazioni alle automobili abbia invece ricevuto pressoché un'adesione totale. «Purtroppo ci si è concentrati solamente sulla parte delle biciclette, ma nel documento redatto dalla giunta vogliamo mettere mano anche alla regolamentazione delle automobili, imponendo una serie di limitazioni necessarie per garantire la massima sicurezza sia ai residenti che a tutti i pedoni che frequentano il centro», aggiunge Decolle. Per ora, dunque, l'ordinanza rimane ancora bloccata. La sensazione è che molto per cambiare la decisione di far condurre a mano le biciclette nella zona del centro storico, ossia nell'area racchiusa fra le vie Roma, Naccari, Manzoni, Sauro e in salita alle Mura (l'unica deroga concessa quella agli under 10, esclusi dal divieto di pedalare in centro), non si potrà fare. «Qualcuno ha ipotizzato di creare una pista ciclabile ad hoc nella zona del centro: vista la conformazione del nostro territorio e gli spazi esistenti mi pare che la proposta sia piuttosto difficile da accettare e mettere in pratica», conclude Decolle. La giunta, quindi, avrà una ventina di giorni ora per chiudere il cerchio e cercare una via di mezzo che possa soddisfare un po' tutti. Sulla carta però le posizioni dei pro e dei contro l'utilizzo delle bici in centro a Muggia rimangono difficilmente conciliabili. Da vedere se il sindaco Laura Marzi, che ha fatto della mediazione uno dei suoi cavalli di battaglia, riuscirà anche questa volta a trovare una soluzione condivisa.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 10 giugno 2017

 

 

I ritardi in cima ai reclami di chi viaggia sull'autobus - Una media di due segnalazioni al giorno alla Trieste Trasporti: 777 nel 2016
Anche le informazioni di servizio nel mirino. La linea 6 al top per lamentele
Di cosa si lamenteranno mai gli utenti del trasporto pubblico se non del mancato passaggio dei mezzi in orario? Ebbene, anche qui da noi non si fa eccezione. Fra i reclami ricevuti da Trieste Trasporti nel 2016, una media di due al giorno per un totale di 777, il più gettonato riguarda proprio il più classico dei problemi: il ritardo. L'assenza o l'intempestività delle comunicazioni in caso di interruzioni di servizio è la seconda criticità segnalata dagli utenti e tallona l'imprecisione oraria con ridotto margine. Sul gradino più basso del podio delle lamentele locali si piazza, a sorpresa ma con distacco, il mancato rispetto della fermata da parte degli autisti, indicato dal 17.2% degli utenti come la terza questione più annosa che l'azienda - di proprietà pubblica per il 60% - dovrebbe affrontare. La buona notizia per la società, che dal 2001 gestisce il servizio di trasporto pubblico locale, è che mentre cresce il numero di passeggeri (67.2 milioni nel 2016, +3% rispetto all'anno precedente), il numero dei contatti della clientela è in costante diminuzione dal 2014. Di pari passo ai contatti è calato l'anno scorso anche il numero dei reclami (-6.8%). Inutile dire che il punto più caldo della rete, non solo per la sua particolare funzione, è quello della linea 6 diretta a Barcola che da domani, con l'entrata in vigore dell'orario estivo, verrà raddoppiata con le vetture della 36. Analizzando i reclami ricevuti dall'Urp, «il vero tema che è emerge è quello della necessità di dare la più precisa stima possibile del tempo di passaggio dei mezzi», commenta il direttore di esercizio Roberto Gerin. La questione reclami è un po' come quella della classifica del Sole 24 Ore che vedeva Trieste all'84° posto in Italia in fatto di ordine pubblico. «Come ebbe a dire l'allora questore Padulano, in città siamo soliti segnalare di tutto», continua Gerin. «Non esiste un termine di paragone delle lamentele con le altre aziende trasporti dell'operatore Arriva (che detiene il restante 40% di Tt, ndr), ma esiste sulla capillarità di servizio. E per le città di fascia intermedia, in questo campo, siamo al top in Italia». Quelle nove persone che nel 2016 hanno contattato l'ufficio relazioni esterne di Trieste Trasporti per lettera, come una volta, o quell'unico individuo che invece ha preferito il fax, concorderebbero nell'auspicare una comunicazione più tempestiva in caso di lavori stradali, incidenti, maltempo o blocchi alla circolazione. «Il contatto con il Comune e la polizia locale è diretto e funziona», riflette Ingrid Zorn, responsabile Urp e Relazioni Esterne per Tt. Ufficio in cui lavorano due addetti fissi al numero verde e due per quanto riguarda la comunicazione. «Stiamo valutando l'apertura di nuovi canali, senza essere ridondanti». Facebook, a tale proposito, potrebbe essere uno degli indiziati. Sul fronte operativo sono in previsione invece altre 150 "paline elettroniche" che non andranno a coprire tutte le 1400 fermate, ma potranno offrire più tempestività informativa soprattutto per le fasce di utenti meno "digitalizzate", ovvero quelle che non sono attive su Twitter, non consultano il sito dell'azienda o l'app gratuita. «La mancanza di corse serali è un'altra grande lamentela», puntualizza Zorn. «Stiamo attendendo l'esito della gara, l'affidamento e l'avvio del nuovo servizio». Per il momento, tuttavia, Gerin esclude modifiche alla frequenza dei bus al chiaror di luna. Quanto alle altre lamentele, come il mancato accosto al marciapiede del mezzo (4.5% dei reclami), Tt ricorda che tutte le fermate ad eccezione del capolinea sono a richiesta: niente braccia alzate, niente fermata. Pesa, come evidenziato sia da Gerin che da Zorn, la poca disponibilità di corsie riservate agli autobus. «Da anni c'è una unità di riserva in piazza Oberdan per evitare disservizi e lunghe attese in caso di problemi», aggiunge il dirigente. «Ogni giorno teniamo 15-20 mezzi di riserva su un totale di 271 dell'intero parco motorizzato». Un'altra "piaga" per il trasporto pubblico locale riguarda i danneggiamenti e gli atti vandalici ai danni delle emettitrici automatiche, il cui malfunzionamento è all'ottavo posto dei cahiers de doléances triestini. L'azienda segnala che solo nel 2016 sono stati 7.690 gli interventi di manutenzione (sia straordinaria che ordinaria) per le 73 macchinette automatiche: una media di 21 interventi al giorno. A breve inizierà l'installazione in città di dispositivi di nuova generazione, più resistenti e con tecnologia touch. Insomma, se del passaggio puntuale del bus non v'è certezza, assicurata è la risposta di Tt ad ogni lamentela. «Cerchiamo di evadere il 100% dei reclami», dice l'azienda.

Lillo Montalto Monella

 

Il trenino torna di moda - E ora punta verso Barcola - Il Tramway di nuovo in moto per il summit degli armatori dei rimorchiatori
Percorso già allungato di 300 metri ma si lavora per raggiungere i club nautici
Non si smette mai di giocare coi trenini. L'amministrazione comunale attuale, dopo aver soppresso il servizio attivato dalla precedente giunta in Porto vecchio, ha cambiato idea. Il Tramway Porto Vecchio Trieste è ripartito. L'altro giorno ha effettuato una corsa regolare in occasione del "summit" internazionale degli armatori dei rimorchiatori. Alcune corse "clandestine" erano state effettuate durante la presentazione nell'illustrazione del piano strategico di Ernst&Young per Porto vecchio. Del resto il Tramway Tpv rischia di diventare un servizio essenziale ora che un'ordinanza comunale vieta il transito sulla bretella fra Largo Santos e Magazzino 26. L'occasione è stata offerta dalla cena di benvenuto offerta ai partecipanti al 54.mo incontro internazionale dell'Associazione europea degli armatori dei rimorchiatori (Eta, European Tugowners Association). Un evento internazionale ospitato per la prima volta a Trieste. Gli oltre 150 operatori portuali, alloggiati per la gran parte all'Hotel Savoia Excelsior Palace, hanno preso alle 19.30 di mercoledì il trenino all'inizio del Molo IV per arrivare al Magazzino 26. Il rientro è avvenuto intorno alla mezzanotte. «Il Tramway Tpv trasporterà gli ospiti del convegno europeo degli armatori di rimorchiatori dal Molo 4 alla centrale idrodinamica per la cena di gala! Ancora una volta il Tramway Tpv dimostra la sua utilità e praticità. Grazie al lavoro di pulizia e diserbo fatto dall'Autorità portuale assieme a noi», hanno fatto sapere i volontari di Ferstoria che non si sono mai rassegnati al taglio del trenino. L'idea di utilizzarlo per il "summit" dei rimorchiatori è arrivata dalla stessa amministrazione comunale che dal primo gennaio ha la titolarità sull'area di Porto Vecchio a seguito della sdemanializzazione. «È stato un successo - racconta Alberto Cattaruzza, amministratore delegato di Tripmare -. L'intenzione era quella di far conoscere a questi imprenditori le potenzialità e opportunità di Porto vecchio. Tutti sono rimasti allibiti di fronte a tutti questi metri cubi di bellezza sprecata. Non è escluso che tra questi armatori ci possano essere dei possibili investitori». Un'azione di marketing territoriale fatta usando il trenino. Prima della cena di benvenuto gli armatori dei rimorchiatori (in rappresentanza dell'intero armamento europeo, oltre 800 imbarcazioni) hanno visitato anche la vicina Centrale idrodinamica. «Erano tutti entusiasti di questo mezzo di trasporto utilizzato per attraversare il Porto vecchio», spiegano i volontari di Ferstoria. Il trenino, insomma, si è rimesso in moto. Il percorso si è addirittura allungato di 300 metri: ora arriva fino alla bretella d'ingresso di viale Miramare. E in futuro potrebbe arrivare in 10 minuti "quasi" a Barcola dove ci sono le società nautiche. L'obiettivo è arrivare proprio a Barcola. «Per il prolungamento stiamo lavorando assieme al Comune. Abbiamo iniziato e si continuerà nei prossimi mesi a pulire il binario fino a Barcola. Chissà che per la prossima Barcolana non si riesca ad arrivare a Barcola? Noi come sempre ci impegneremo al massimo», fanno sapere ancora i volontari di Ferstoria. Tra persone comodamente sedute e in piedi il Tramway Tpv può portare circa 300 passeggeri a corsa. La collaborazione con l'attuale amministrazione è ormai totale. L'interlocutore principale è l'assessore Giorgio Rossi che ha messo al lavoro sul progetto del trenino il direttore del Servizio mobilità e traffico Giulio Bernetti. Il Comune ora è in possesso delle storiche mappe ferroviarie di Porto Vecchio. Su questo fronte si sta spendendo anche l'assessore all'Ambiente Luisa Polli. E pure il sindaco Roberto Dipiazza sembra essere ricreduto sul trenino di Cosolini. L'unico ostinatamente contrario resta l'assessore al Turismo Maurizio Bucci: non ne vuole proprio sapere del trenino (preferisce gli idrovolanti). A sostenere il progetto c'è l'Autorità portuale che ci ha messo la faccia (il logo) sul trenino. E pure l'associazione Italia Nostra che da sempre chiede un collegamento certo per il polo museale del Porto vecchio. «Ci sono richieste anche dall'estero per il trenino», aggiungono i volontari di Ferstoria. Il prossimo appuntamento è per metà luglio quando si aprirà alla Centrale idrodinamica la mostra sui 160 anni della ferrovia Vienna-Trieste, indicata anche come Ferrovia meridionale (Südbahn). Nell'occasione si potrebbe avviare un servizio regolare del trenino. Magari con una locomotiva a vapore funzionante. Un'operazione in cui verrà coinvolto il Museo ferroviario di Campo Marzio e la Fondazione Fs. La locomotiva sarà proprio una di quelle che un tempo faceva servizio in Porto vecchio.

Fabio Dorigo

 

 

Il laghetto da fiaba torna all'antico - Via al restyling dello stagno di Contovello amato da Massimiliano e Carlotta: in arrivo 100mila litri d'acqua
TRIESTE - Lo storico stagno di Contovello torna a splendere. Dopo anni di incuria e abbandono il Comune di Trieste è riuscito a riportarlo alla luce, con tanto di canneto e ninfee. Rischiava di sparire, divorato dalla vegetazione. Ma adesso è davvero un angolino di paradiso, non c'è che dire. Ieri è andato in scena il sopralluogo dell'assessore all'Ambiente Luisa Polli e del vicesindaco Pierpaolo Roberti che ha la delega alla Protezione civile, il corpo che si sta occupando materialmente di riempire d'acqua il piccolo laghetto con le autobotti. Ci vorranno 100mila litri, quindi una ventina di camion in tutto, per raggiungere nell'arco di qualche settimana il livello d'un tempo. Le operazioni sono in corso proprio da ieri. La giunta Dipiazza è intervenuta grazie alla spinta della circoscrizione competente, la Prima, presieduta da Maja Tenze (Pd). Anche lei, ieri, era presente a Contovello per accompagnare i due assessori comunali e constatare personalmente la riuscita dell'opera. La situazione si è sbloccata in questi giorni: è stato sufficiente pulire la zona e tagliare erba e arbusti, compresa l'area giochi, per far riaffiorare lo stagno. Ridando così un altro volto al posto. Le cisterne della Protezione civile faranno il resto. Comprensibile la soddisfazione di Polli, Roberti e Tenze. «Nel corso degli anni, a causa dell'urbanizzazione, è stato bloccato il flusso naturale della falda - spiega Polli - e dei torrenti sottostanti. Nel fondo è stata poi messa l'argilla che ha fatto da tappo». «Per non parlare dei pesci rossi, delle carpe e delle tartarughe portate qui dalla gente, che hanno alterato l'habitat naturale», puntualizza Roberti. La mozione è stata sostenuta dall'intera circoscrizione, come ricorda Tenze. «Avevamo di fronte un problema ambientale che si trascinava da tempo - osserva la presidente - anche perché l'anno scorso abbiamo dovuto fronteggiare un'estate secca che ha inciso negativamente. Il laghetto era in grande sofferenza e poteva veramente scomparire». Per la conservazione dell'area la giunta Dipiazza intende ora coinvolgere la Regione. «La tutela della biodiversità - sottolinea ancora l'assessore Polli - non è una competenza comunale. Anche perché da qui si prende il sentiero che porta a Miramare, un percorso che fa parte della Rete Natura 2000. Faccio notare che la Regione Fvg è già intervenuta con progetti ad hoc in altri punti del territorio in cui l'ambiente è stato alterato. L'obiettivo è restituire al sito la sua originalità naturalistica». Il secondo step, oltre al riempimento del laghetto, è chiaro: spostare pesci rossi, carpe e tartarughe altrove. «L'idea è portarli nel parco di Miramare, in accordo con la Soprintendenza», anticipa Polli. «Dobbiamo occuparci al meglio di questo luogo che è bellissimo - insiste Tenze - anche perché dobbiamo pensare che qui, proprio da Miramare, venivano a passeggiare Massimiliano e Carlotta». Salivano a piedi lungo il sentiero e si inerpicavano fin qui, a Contovello, per raggiungere la chiesetta.

Gianpaolo Sarti

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 9 giugno 2017

 

 

"Treno+bici" nei weekend - NUOVO ORARIO
Il nuovo orario di Trenitalia, in vigore da domenica, aumenta l'offerta verso le mete turistiche. Il treno diventa anche la soluzione più comoda per raggiungere le località di villeggiatura, i parchi naturalistici, le città d'arte. Saranno raggiungibili tutte le mete turistiche regionali: Trieste, Udine, Cervignano e le spiagge di Grado, Latisana con le spiagge di Lignano e Bibione, ma anche Venzone, Gemona, Carnia, Tarvisio. Per gli amanti della bici, fino a sabato 21 ottobre, sono attivi nei weekend i nuovi collegamenti treno+bici per raggiungere la ciclovia Alpe Adria. Ventidue treni ogni fine settimana collegano Trieste, Udine, Carnia e Tarvisio alle principali località di interscambio con la ciclovia, tra cui Gemona, Venzone, Pontebba e Ugovizza. Inoltre la promozione "Weekend Fvg", il sabato e la domenica, consente di acquistare biglietti di corsa semplice scontati del 20%

 

MUGGIA - Faccia a faccia sul centro proibito alle bici
«Siamo pronti ad ascoltare proposte che possano essere utili a migliorare la situazione attuale del centro storico». Stefano Decolle, assessore alla Polizia locale, annuncia così l'incontro pubblico in programma oggi alle 18.30 nella sala Millo intitolato "Vivere il centro storico". Il tema caldo dell'appuntamento a cui presenzieranno anche il sindaco di Muggia Laura Marzi e l'assessore all'Urbanistica Francesco Bussani sarà la nuova ordinanza (attualmente congelata dalla Giunta) sul divieto di circolazione in bicicletta nel centro storico. «Insieme, alla ricerca di un equilibrio tra residenti, lavoratori e turisti, nella consapevolezza che il centro storico, oltre al cuore della comunità, rappresenta un asse fondamentale per lo sviluppo della città, abbiamo organizzato un appuntamento per dare voce a chi il centro storico lo vive, per suggerire soluzioni possibili in modo da raccogliere idee e sintetizzare proposte che aiutino anche il centro della città a vivere e crescere», racconta il vicesindaco Bussani. Ma intanto sul web, dopo il clamore suscitato dall'ordinanza, sono stati pubblicati alcuni video di protesta. Un gesto definito di "disobbedienza civile" in cui un paio di ciclisti, con telecamerina sul caschetto, si sono autoripresi mentre circolavano a bordo del loro bici attraversando le calli e piazza Marconi.

(ri.to.)

 

Ripulito il sentiero Baca rubra al Farneto
La bellezza, le peculiarità e la salvaguardia della natura apprese adottando un sentiero. "Baca rubra", ovvero bacca rossa, dal pungitopo abbondante in zona, è il nuovo nome di un vecchio sentiero del bosco Farneto che, preso a cuore dalla scuola media Codermatz e dai suoi alunni, da una "traccia" dismessa è diventato un percorso sicuro, a disposizione della città. Il Baca rubra vedrà oggi la sua inaugurazione ufficiale: dopo una presentazione alle 9.30 nella sede della VI Circoscrizione (Rotonda del Boschetto 6), il ritrovo per il taglio del nastro del sentiero escursionistico è al suo imbocco, alle 10.20. «La Circoscrizione - sottolinea la presidente Alessandra Richetti - ha condiviso gli obiettivi del progetto: l'attenzione per il verde pubblico, la scelta di sollecitare il senso di responsabilità verso il bene comune». «Sarà la scuola Codermatz - spiega l'ideatrice e referente del progetto, la docente Nadia Milievich - a occuparsi della manutenzione e del monitoraggio della zona». I ragazzi hanno realizzato cartelli e pannelli informativi per rendere agevole alla cittadinanza la fruibilità del Baca rubra.

(an. pe.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 8 giugno 2017

 

 

Dipiazza strizza l'occhio ai "runners" - Sulla viabilità di Porto vecchio il sindaco assicura a chi corre che non sarà multato
Nessun problema e nessuna multa. Ai cittadini, e in particolare ai "runners", allarmati per la nuova ordinanza che limita l'accesso al Porto vecchio, il sindaco Roberto Dipiazza ha lanciato ieri, attraverso il suo profilo Facebook, un messaggio tranquillizzante. «Tutti potere entrare, e continuare a correre», ha sottolineato il primo cittadino, aggiungendo che queste ordinanze sono atti formali, che i dirigenti devono predisporre stante «la pericolosità dell'area, che comunque esiste». Dipiazza ha rassicurato i frequentatori del Porto vecchio che nessuno verrà multato se percorrerà la bretella fra Largo città di Santos e il Magazzino 26, invitando anzi la cittadinanza a frequentare il Porto vecchio e chi già vi si reca per ragioni sportive a proseguire nell'utilizzo del tratto di strada in questione. Non solo. In relazione alla seconda ordinanza (quella che regolamenta la circolazione fra l'ingresso/uscita su viale Miramare e il Magazzino 26) il sindaco rivendica di avere aperto quell'area al traffico, e al pubblico in generale, considerato che il precedente provvedimento (un'ordinanza del marzo 2016, firmata congiuntamente dall'allora sindaco Cosolini e dall'allora commissario dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino) vietava la circolazione sull'intera bretella, da Largo città di Santos a viale Miramare. Al di la del messaggio volto a tranquillizzare i frequentatori del Porto vecchio, e in particolare del primo tratto della bretella, sta di fatto che il provvedimento porta la firma del sindaco Dipiazza, e stabilisce il "divieto di circolazione (accesso, transito e sosta) per tutti i veicoli e per i pedoni", con una serie limitata di eccezioni. E le richieste di autorizzazione per accedere alla zona, da parte di categorie non comprese fra quelle "ammesse", dovranno essere valutate dal sindaco. L'ordinanza stabilisce inoltre che i veicoli in sosta abusiva saranno rimossi d'autorità, in quanto intralcio e pericolo per la circolazione. I funzionari con compiti di polizia stradale sono poi obbligati a far rispettare il provvedimento, procedendo nei riguardi dei trasgressori.

 

 

Rigassificatore a Capodistria - allarme del sindaco Popovic - Secondo il primo cittadino Petrol e Luka Koper stanno stilando un piano segreto
Ma gli interessati smentiscono. Impianto vietato da una direttiva del Parlamento
LUBIANA - I rigassificatori tornano d'attualità. Bocciato quello di Trieste, sta avanzando invece quello di Veglia in località Castelmuschio in Croazia. E a Capodistria, nel corso dell'ultima seduta allargata del Consiglio comunale, il sindaco Boris Popovic ha affermato che Petrol (azienda petrolifera slovena) e Luka Koper (la società che gestisce il Porto di Capodistria) stanno segretamente progettando la realizzazione di un rigassificatore. «Stanno parlando di un rigassificatore a nostra insaputa - ha ribadito come riportato dalle Primorske Novice - e il piano territoriale nazionale lo permetterebbe».Il sindaco però è stato immediatamente smentito da Petrol. «La Società Petrol non sta progettando alcun rigassificatore», si legge in una nota. Società che alle spalle dell'area portuale capodistriana ha i suoi depositi di nafta e non si occupa di gas. «In tutti i nostri progetti - prosegue Petrol - collaboriamo con le varie autorità locali della Slovenia e, quindi, anche con il Comune di Capodistria». Ergo, se ci fosse un progetto di rigassificatore l'amministrazione municipale del capoluogo del Litorale ne sarebbe stata informata. Altrettanto secca la smentita di Luka Koper. «Il piano territoriale nazionale - si legge in un documento - non prevede impianti di rigassificazione nell'area portuale, quindi qualsiasi speculazione in merito è assolutamente infondata». Il sindaco, peraltro, non ha risposto alle domande in merito al fantomatico progetto rivoltogli dai media locali. Quindi la domanda che ci si pone è: perché il primo cittadino ha lanciato pubblicamente una simile "bomba" in pasto all'opinione pubblica, quella stessa che anni fa si era mobilitata contro il rigassificatore di Zaule a Trieste? Già nel 2010 il Parlamento sloveno aveva vietato la realizzazione di rigassificatori lungo le coste dell'Adriatico. E tali impianti non sono previsti neppure nel Piano territoriale per il Porto di Capodistria varato nel 2011. Divieti che, in un'ottica futura però, mettono in difficoltà la gestione dello scalo in quanto entro il 2025 una direttiva europea impone l'esistenza di depositi di gas (a cui è equiparato il rigassificatore) in tutti i porti commerciali per rifornire le navi che vi attraccano.Ma la "offensiva" di Popovic non si ferma qui. Il sindaco infatti è riuscito a far approvare all'unanimità dei presenti in Consiglio comunale anche l'appoggio all'iniziativa nazionale referendaria nei confronti della legge approvata dal Parlamento per la realizzazione del secondo binario sulla tratta Capodistria-Divaccia. E anche qui non mancano le polemiche in quanto lo stesso primo cittadino e i suoi funzionari vengono accusati di lavorare in prima persona per la raccolta delle fire necessarie a indire la consultazione popolare. Fino ad oggi ne sono state raccolte complessivamente 17.200 e non sono sufficienti. Popovic e i suoi collaboratori rimandano le accuse al mittente sottolineando che non c'è alcun impegno dei dipendenti pubblici a favore di iniziative di privati. Politicamente, comunque precisano, la posizione espressa dal Consiglio comunale su un'infrastruttura che lo riguarda direttamente è assolutamente lecita.Sta di fatto che Popovic con il suo endorsement al referendum si è ritrovato politicamente molto vicino al Partito democratico (Sds) dell'ex premier Janez Jansa (attualmente all'opposizione ma in gran spolvero per quanto riguarda le intenzioni di voto) che ufficialmente ha "sposato" l'idea del referendum. Fonti vicine al sindaco non vedono all'orizzonte nuove alleanze politiche ma parlano di una convergenza di vedute visto che, precisano, «il ministro delle Infrastrutture non ascolta le motivazioni del Comune di Capodistria»

Mauro Manzin

 

 

 

Giornata degli oceani - All'Ogs e in città eventi per tutti
Oggi è la Giornata mondiale degli oceani che vuole incoraggiare scelte sostenibili per fronteggiare l'inquinamento. L'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale per l'occasione promuove - insieme a Wwwf-Area marina protetta di Miramare - un ricco programma per le scuole e il pubblico di tutte le età, nella sede di via Beirut 2. Ma ecco il programma: la mattina, gli eventi del World Oceans Day sono dedicati alle scuole. Il pomeriggio, dalle 15 alle 17, il percorso è aperto a tutti e si articola in laboratori e incontri con gli scienziati. Antonio Terlizzi (Università di Trieste) parlerà di forme emergenti di inquinamento e sfruttamento delle risorse in mare; Silvia Ceramicola (Ogs) illustrerà le pericolosità naturali dei fondali dei nostri mari; Cosimo Solidoro (Ogs) spiegherà come si fanno previsioni, proiezioni e valutazioni sullo stato dei sistemi marini; Fabio Raicich (Cnr-Ismar) mostrerà il livello marino nell'Adriatico in un secolo e mezzo di osservazioni. E Maurizio Spoto (Amp; nella foto) racconterà la storia e le attività della prima Area marina protetta italiana, quella di Miramare. Sarà possibile inoltre ammirare le mostre "Le trezze del golfo di Trieste" e "Marine litter". Per prenotare le attività pomeridiane: info@riservamarinamiramare.it e 040-224147 (orario ufficio). Infine, alle 18.30, il Salone degli incanti ospita la proiezione del documentario "I segreti del golfo di Trieste" di Pietro Spirito e Luigi Zannini, introdotta da Maria Cristina Pedicchio.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 7 giugno 2017

 

 

Bretella in Porto vecchio - Scatta la rivoluzione - Chiuso al transito da oggi il tratto da Largo Santos al passaggio a livello
Accesso consentito solo da viale Miramare fino all'area del Magazzino 26
Circolazione rivoluzionata sulla bretella interna al Porto vecchio. Oggi e venerdì scattano due ordinanze che cambiano le "abitudini" di tutte le persone che, per diversi motivi, percorrono la bretella da più di qualche anno. Esattamente dal 2011, quando quel tratto di strada fu aperto per consentire l'accesso dei visitatori alla Biennale diffusa, allestita al Magazzino 26. Da oggi, dunque, la bretella viene divisa in due. Un primo tratto, da largo Città di Santos al Magazzino 20 (adiacente al 26), sul quale un'ordinanza del sindaco Roberto Dipiazza vieta la circolazione, intesa come accesso, transito e sosta. Nel secondo tratto della bretella, dal retro del Magazzino 26 all'entrata/uscita in viale Miramare, la circolazione sarà invece regolamentata da un'ordinanza del "mobility manager" Giulio Bernetti, che entrerà in vigore venerdì, trascorsi i 15 giorni dall'affissione all'albo pretorio (e dall'inserimento nel sito Rete civica). Ma andiamo con ordine. Ciclisti, podisti, pedoni e conducenti di qualsiasi mezzo, da domani non potranno più percorrere o sostare lungo la strada che dal varco di Largo Città di Santos conduce all'area del Polo museale (Magazzino 26, Centrale idrodinamica e Sottostazione elettrica). Il limite dell'area interdetta è fissato all'altezza del Magazzino 20, subito dopo l'attraversamento dei binari, da dove si accede al piazzale retrostante il Magazzino 26. In seguito al passaggio di proprietà di gran parte del Porto vecchio dall'Autorità portuale al Comune, alcuni mesi fa, la bretella è divenuta una strada di competenza comunale. Ma siccome ha le caratteristiche di un'area portuale, per ragioni di sicurezza l'amministrazione comunale ha preso una serie di provvedimenti per la circolazione e la sosta, che si sostanziano nelle due ordinanze già ricordate. Di conseguenza, chi non rispetterà i nuovi divieti potrà essere multato come avviene su qualsiasi altra strada cittadina. Non solo multe, poi, ma anche rimozioni (d'autorità) sono previste per i veicoli che verranno trovati in sosta abusiva lungo la bretella o che dovessero essere posteggiati al di fuori dei tracciati nelle zone destinate al parcheggio. Il provvedimento del sindaco prevede comunque una serie di eccezioni, che riguardano veicoli e personale dei mezzi di soccorso, i mezzi delle amministrazioni e delle autorità, i veicoli operativi delle aziende di servizio pubblico (per precisi interventi di pubblica utilità), i mezzi che hanno uno specifico permesso degli uffici comunali (manutenzioni edilizie, traslochi o allestimento di mostre), e da ultimo i veicoli e il personale della Tertrans srl, società concessionaria dell'Autorità portuale. Tutti i veicoli "ammessi" non potranno poi superare il limite dei 30 chilometri orari. Altri tipi di richieste per accedere o sostare nella zone vietata saranno valutate dal sindaco, e saranno comunque a carattere temporaneo. E veniamo al secondo provvedimento, che regolamenta circolazione e sosta nella seconda parte delle bretella - dal Magazzino 26 a viale Miramare, inclusa l'area della Centrale idrodinamica e della Sottostazione elettrica - e che, come detto, entra in vigore venerdì. Nel tratto compreso fra i varchi di ingresso/uscita in viale Miramare e il Magazzino 20 (a fianco del "26"), questa seconda ordinanza fissa il limite di velocità a 30 chilometri orari e stabilisce l'installazione di dissuasori e "rallentatori ottici" in diversi punti fra l'area antistante la Centrale idrodinamica e l'ingresso/uscita su viale Miramare. In termini di circolazione, i veicoli che escono dal Porto vecchio e si immettono su viale Miramare debbono dare la precedenza e girare a destra, in direzione del centro città. Sui tratti di strada che circondano il Magazzino 26 viene poi istituito il senso unico, con senso di marcia antiorario. Il provvedimento prevede anche la creazione di quattro aree di parcheggio per le auto: una sul lato posteriore del Magazzino 26; una seconda nello spazio fra la Centrale idrodinamica, la Sottostazione elettrica e il Magazzino 27; un'altra nello slargo fra il Magazzino 27 e il Magazzino 25; l'ultima sul tratto fra il Magazzino 27 e il Magazzino 28 (il collegamento verso viale Miramare). Sono poi previsti sette posti auto (in diversi punti) riservati ai portatori di handicap. Un'area di parcheggio riservata alle moto verrà invece creata lungo il lato Est del Magazzino 26. Anche nell'area della bretella aperta al traffico i veicoli in sosta abusiva o parcheggiati all'esterno dei tracciati, saranno rimossi.

Giuseppe Palladini

 

E all'ingresso dello scalo spuntano due voragini -
Il crollo delle volte del torrente Chiave che scorre nel sottosuolo ha provocato l'apertura di maxi buchi da cui fuoriescono acque sporche e maleodoranti
Due voragini capaci di inghiottire un furgone si sono aperte all'ingresso dell'antico scalo, pochi metri dopo il monumentale varco doganale di Largo Santos. Il responsabile è il torrente Chiave, lo stesso che sta costringendo l'amministrazione a lavori straordinari (e costosi, almeno un milione di euro) in via Carducci. Le volte in pietra della galleria del torrente rischiano di crollare per una lunghezza di 160 metri. In Porto vecchio le volte sono già collassate, almeno in due punti, interrompendo una linea di vecchi binari e lasciando intravedere delle acque non proprio limpide. Al momento, per evitare incidenti, l'area è stata recintata. A denunciarlo per primo è stato il blog di informazione indipendente "Rinascita Triestina" che ha postato la foto dei crateri. Il Comune, insomma, ha ricevuto in dote un Porto vecchio coi buchi. Dal primo gennaio infatti, come noto, l'area è sdemanializzata e quindi è di proprietà dell'amministrazione municipale. Il Chiave, o torrente Grande, è formato dall'unione di due torrenti, il Settefontane e il Farneto, riceve più a valle le acque del rio Romagna e del rio Scorcola. Raccoglie le acque di un bacino di 1.560 ettari. Il torrente, all'altezza di piazza Dalmazia, ospita un impianto che separa le acque scure da quelle chiare indirizzando le prime, attraverso un sistema idraulico a pompe, verso il depuratore di Servola e le altre verso il mare. Il Chiave sfocia infatti tra il Molo III e il Molo IV in Porto vecchio, nell'area in concessione alla Greensisam di Pierluigi Maneschi. Il problema è che la separazione delle acque non pare così efficace all'olfatto: le due voragini in Porto vecchio si presentano come una fogna a cielo aperto. I miasmi maleodoranti, con la brezza marina serale, arrivano fino alla stazione. Ne sono testimoni i finanzieri e le guardie giurate che quotidianamente presidiano l'ingresso in Porto vecchio. E ne ha fatto esperienza, probabilmente, anche la governatrice Debora Serracchiani durante la visita pochi giorni fa al pontone galleggiante Ursus, ormeggiato alla foce del Chiave. Le acque riversate in mare hanno tutta l'aria di liquami. Chi pagherà la bonifica e il ripristino della galleria del torrente Chiave in Porto vecchio? A seguito della sdemanializzazione gli oneri spettano al Municipio. «È una cosa che riguarda il Comune. La proprietà è loro. Noi per il momento abbiamo ancora la giurisdizione, ma la proprietà è comunale» spiega Mario Sommariva, segretario dell'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale. Dovrà essere il Comune quindi a mettere mano al portafogli per il Chiave, che allunga il suo conto dopo via Carducci. Il problema è che i soldi non ci sono. I 9 milioni, ritagliati dai 50 milioni stanziati dal governo con finalità culturali, non bastano neppure per infrastrutturare l'area attorno alla Centrale idrodinamica. E al momento mancano persino le risorse per mettere in sicurezza il varco aperto nel 2011 in occasione della Biennale diffusa di Vittorio Sgarbi. Del resto l'urbanizzazione primaria di tutta l'area di Porto vecchio viene stimata in almeno 300 milioni. Solo per la bonifica del Chiave si parla di 11 milioni e mezzo (4,5 milioni, invece, per il Rio Martesin). Il torrente, del resto, è un problema atavico del Porto vecchio. Attorno alla sua bonifica si è consumato un contenzioso che ha bloccato per più di 10 anni la concessione novantennale di Greensisam. «Prima opera che partirà a breve - scriveva il Piccolo il 9 agosto 2002, riportando i contenuti della convenzione siglata tra Comune e Autorità portuale - sarà la bonifica del torrente Chiave che scorre nel sottosuolo e che sfocia tra il Molo III e Molo IV. Il corso d'acqua che in passato si riversava nel canale di Ponterosso raccoglie gli scarichi meteorici e acque nere di mezza città. Da qui l'urgenza di intervenire con l'apporto dell'Acegas». Un'urgenza rimasta tale cinque anni dopo. «Il torrente Chiave ha anche inquinato tutto lo specchio d'acqua prospiciente - spiegò nel 2008 Pierluigi Maneschi, presidente di Italia Marittima -. Già oltre un anno fa abbiamo mandato alle autorità la richiesta di provvedere alla bonifica, ma com'era prevedibile non si è mossa una foglia: Comune e Autorità portuale non si mettono d'accordo su chi debba fare il lavoro». Secondo il segretario generale dell'Authority l'onere dei lavori spettava al Comune. Ma il sindaco di allora, sempre Roberto Dipiazza, non era d'accordo: «Siamo nell'ambito dei cosiddetti sottoservizi che comprendono condutture e fognature e dovrebbe essere la stessa Evergreen a realizzarli come oneri di urbanizzazione anche perché ha ottenuto in concessione cinque magazzini per novant'anni in cambio di un canone veramente modesto». L'assessore Maurizio Bucci propose un altra versione: «In base a una nuova norma di legge è la Regione competente in materia di torrenti per cui spetterà alla Regione intervenire anche in questo caso». Così nessuno fece nulla. Oggi non ci sono dubbi. Grazie all'emendamento del senatore Francesco Russo, in odore di sigillo trecentesco, è il Comune titolare di onori e oneri (oltre che odori) sull'area di Porto vecchio

Fabio Dorigo

 

 

Corsa a cinque per gestire l'Urban center - Partita da 5,2 milioni. Tra le candidature arrivate in Comune quella della cordata trainata da Tbs Group e Area di ricerca
La "pentafiche". Cinque le manifestazioni di interesse pervenute alla mezzanotte dello scorso lunedì al direttore dei Lavori Pubblici comunali, Enrico Conte: è il risultato della consultazione preliminare di mercato, lanciata dal Municipio per censire i possibili candidati a realizzare e a gestire la "casa delle start-up" in corso Cavour 2/2. Attività formativa, promozione, laboratorio: una sorta di vetrina, intitolata "Urban center", dedicata all'innovazione nel campo della salute. Il Comune ha ottenuto 5,2 milioni, tra fondi europei e regionali, per sistemare all'uopo un edificio ricevuto dall'Autorità portuale, nel quadro dell'operazione Porto Vecchio, e situato in corso Cavour. Come da premessa, cinque le risposte - senza alcun vincolo - all'invito comunale. La prima è una cordata composta da Tbs Group, Riccesi holding, studio Pierpaolo Ferrante, Facau (Giancarlo Cappellari), Biovalley Investment (Diego Bravar), fondazione Pietro Pittini. La seconda proposta è stata presentata dall'Area di ricerca. La terza dall'associazione culturale Laby, presieduta da Gabriella Marra. La quarta a cura dell'architetto Agata Lacava, che aveva partecipato al concorso di idee per riqualificare piazza Sant'Antonio. Alla quinta hanno provveduto le associazioni "Progettiamo Trieste", con la firma di Alessandro Tronchin, e "Agire", con l'autografo di Domenico Maiello. Gli uffici comunali procederanno all'istruttoria amministrativa e, possibilmente entro la fine del corrente mese, Conte vorrebbe presentare alla giunta il percorso da seguire, dai bandi al cronoprogramma. C'è un primo termine da rispettare: impiegare 200 mila euro entro il 31 dicembre 2018. Da un primissimo sguardo alla griglia degli interessati, balza all'occhio il possibile "derby" pubblico/privato tra la cordata Tbs e l'Area di ricerca. Da quanto è dato sapere, la squadra Tbs avrebbe prospettato un'operazione "double face": in prima istanza un intervento edile per sistemare l'edificio di corso Cavour, sul quale sarebbero disponibili 1,3 milioni provenienti dal Bic (vecchio finanziamento del Fondo Trieste) e una analoga cifra investita dalla cordata. In totale 2,6 milioni. Una volta compiuta la riqualificazione, entrerebbe in azione, per gestire contenitore&contenuto, un'associazione temporanea di scopo formata da Rete BioHighTech, Cbm, Confindustria, Camera di commercio, Fit, Itis, Mib, Ance. Uno sconfinato assortimento tra pubblico e privato, ricerca e industria, assistenza e costruttori. Pare che in un primo tempo fosse della partita anche il Bic, che però in extremis si sarebbe sfilato. Per comprendere appieno l'operato del Comune, occorre ricordare che il finanziamento euro-regionale presenta un problema, cioè non copre le spese di carattere edile e la programmazione triennale municipale non contempla investimenti in corso Cavour 2/2. Per non trovarsi nella paradossale situazione di rinunciare a 5,2 milioni di risorse pubbliche, gli uffici comunali hanno pensato a un "project financing" che coinvolga realtà private. Entro giugno la giunta si esprimerà sull'iter da seguire.

Massimo Greco

 

 

Sfalcio straordinario da parte del Comune - Il Giardino pubblico chiuso due giorni
Niente passeggiate nel verde e niente sosta "strategica" anti-caldo sulle panchine del Giardino pubblico "Muzio de Tommasini". Almeno per due giorni. Il perché è presto detto: il Comune di Trieste infatti, come riporta una nota diffusa nella giornata di ieri, informa che oggi, a partire dalle 8, partirà l'intervento di sfalcio straordinario. I lavori in via Giulia si protrarranno probabilmente fino a domani: il giardino sarà di conseguenza chiuso al pubblico nei due giorni previsti per i lavori. Ad ogni modo, l'intervento sarà segnalato anche attraverso opportuni cartelli posti sui cancelli di entrata dello stesso giardino. Il Giardino pubblico di via Giulia sarà peraltro interessato, probabilmente a settembre - come altre aree verdi cittadine -, dalla sistemazione in loco del fitorimedio con le "super piante" capaci di assorbire le sostanze inquinanti.

 

 

La partita del gas -  Mosca rilancia il South Stream - Dialogo avviato con Serbia e Ungheria - Lo snodo resta però la posizione bulgara
BELGRADO - Ha messo l'una contro l'altra Bruxelles e Mosca, per anni. Ha infiammato gli animi nei Balcani. Ed è finito ingloriosamente, cancellato nel 2014, su pressione dell'Ue. Ma come un'araba fenice, il defunto progetto del gasdotto South Stream potrebbe risorgere dalle sue ceneri. È quanto suggeriscono alcune mosse a sorpresa di Ungheria, Serbia e Russia, che appaiono intenzionate a rilanciare l'idea del metanodotto tanto inviso all'Unione europea. Mosse come incontri d'altissimo livello che si sono tenuti nei giorni scorsi a San Pietroburgo, in Russia. Al tavolo delle discussioni, leader del calibro di Peter Szijjarto, ministro degli Esteri d'Ungheria, il suo omologo serbo e premier ad interim, Ivica Dacic, quello russo, Sergei Lavrov. E soprattutto il potente numero uno di Gazprom, Alexei Miller.Riunioni e vertici che, ha rivelato l'agenzia di stampa ungherese Mti, avevano un solo obiettivo: resuscitare il progetto South Stream. «Serbia, Russia e Ungheria stanno riannodando il dialogo per la costruzione di un gasdotto che rifletta in parte» il percorso originario di South Stream, ha informato l'agenzia riportando dichiarazioni di Szijjarto. Szijjarto stesso ha confermato che Budapest ha tutto la convenienza alla «costruzione rapida di un altro gasdotto» in sostituzione di South Stream, d'«interesse fondamentale» per l'Ungheria perché contribuirebbe alla diversificazione delle fonti di energia. E l'Ungheria contatterà quanto prima la Commissione europea, oltre alle autorità della Bulgaria - perno fondamentale per l'eventuale realizzazione dell'opera - per discutere i prossimi passi. Unione europea che non «può scovare argomenti realistici contro questo gasdotto», ha arringato Szijjarto. E resuscitarlo sarebbe anche nell'interesse della Russia, che è pronta a far partire in fretta i lavori, anche perché tutte le joint venture con compagnie nazionali in Serbia, in Ungheria e oltre, sono ancora attive. E Mosca, ha ricordato Szijjarto, ha già iniziato a collocare, a inizio maggio, le tubazioni sui fondali del Mar Nero per il gasdotto Turkish Stream che convoglierà gas russo verso la Turchia. E da lì, questa l'idea di fondo del "mini South Stream", potrebbe biforcarsi un ramo settentrionale, attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria. Una boutade pre-estiva? Non proprio. Che ci sia una speciale attenzione per l'idea è stato confermato anche dalla Tv pubblica serba, che ha precisato che al momento «non ci sono conferme ufficiali», ma che nei corridoi del potere «si sta discutendo» concretamente con la Russia di «riportare in gioco South Stream». Tv che ha riportato anche le parole di Vojislav Vuletic, rappresentante dell'Associazione serba per il gas, che ha sottolineato che «si tratta di una buona notizia», soprattutto se «nel 2019 dovessero interrompersi le forniture via Ucraina». Conferme che qualcosa si stia muovendo sono arrivate infine da una delle "voci" del Cremlino, l'agenzia Sputnik, che ha riportato dichiarazioni del numero due di Gazprom, Alexander Medvedev, che ha ricordato che anche la Bulgaria «ha tutto pronto per iniziare la costruzione» del gasdotto, progetto bloccato solo «su pressione esterna». E basterebbe poco, a Sofia, per unirsi al nuovo treno chiamato "South Stream 2". Che sembra sul punto di partire.

Stefano Giantin

 

Navalprogetti - Il viaggio del gas dentro ai container L’Europa crede all’idea nata in Carso

Un container per trasportare il gas: in prima mondiale. In genere si pensa che nei 20/40 teu viaggino elettrodomestici, mobili, alimentari, macchinari ... Invece Navalprogetti, uno studio di engineering fondato nel 1975 da Nicolò Luchetta a Opicina, vuol fare del container una modalità di trasporto che supporta l’approvvigionamento energetico dell’Unione europea. E a Bruxelles hanno creduto al progetto GasVessel preparato in via dei Papaveri 21 da una équipe di 15 ingegneri con un lavoro durato oltre quattro anni. Al punto che l’europrogramma Horizon 2020 lo ha premiato con 14,5 punti su 15, ma soprattutto lo ha lautamente finanziato con circa 12 milioni di euro. Il presidente della società è Loris Cok, ingegnere navale, 75 anni fatti in aprile, già direttore del Cantiere Alto Adriatico a Muggia. Innanzitutto spiega l’obiettivo del progetto, presentato nel settembre dello scorso anno: trasportare per mare e per terra gas naturale allo stato gassoso all’interno di appositi contenitori, dai quali, senza la previa liquefazione e senza la successiva rigassificazione, la materia prima, tramite impianti situati in aree sicure (marine o terrestri), verrà infine iniettata nella rete dei metanodotti. In Italia esiste un impianto, che a Fiumicino richiama questo modulo operativo. I vantaggi, a giudizio di Loris Cok, sono ambientali e industriali, in quanto il procedimento containerizzato “salta” - come abbiamo visto - liquefazione e rigassificazione. Il container così progettato presenterà una duplice dimensione, a seconda che viaggi in mare o in treno/camion/chiatta: nel primo caso avrà un diametro di 2-3 metri e una lunghezza di 20-30 metri; nella seconda opzione 2 metri di diametro e 11 metri di lunghezza. Il prototipo sarà approntato tra due anni e mezzo, alla fine del 2019. L’operazione parte dal Carso ma implica vaste ramificazioni territoriali e internazionali, che avranno oggi all’hotel Riviera formale suggello con la firma del rappresentante Ue e dei numerosi compagni di viaggio. Vediamo la rassegna. In regione Cenergy ed Esteco operano nell’Area di ricerca, la BM Plus lavora a Buttrio e sarà la realizzatrice materiale del prototipo. La Slovenia “conferisce” Cngv; Cipro partecipa con Cyprus Hydrocarbon co.; per l’Ucraina interviene Vtg; la Norvegia è presente con Sintef Marintek; dal Belgio arriva Pno Innovation. La Germania ci mette la filiale tedesca del colosso statunitense Dow Chemical e Hanseatic Lloyd Schiffahrt. Fin dall’inizio partner di Navalprogetti è stato il registro navale “American bureau of shipping” (Abs), considerato una delle grandi firme mondiali della classificazione navale: sarà questo organismo a certificare la buona riuscita finale di GasVessel, al quale ci accinge a lavorare un battaglione di 740 ricercatori.

magr

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 6 giugno 2017

 

 

Le polveri sottili e l'ozono i nemici dell'aria in regione - Nel rapporto dell'Arpa per il 2016 i due inquinanti sono le uniche criticità
Il benzo(a)pirene sempre sotto i limiti ma "osservato speciale" in Friuli - La qualita' dell'aria nel 2016 in Friuli Venezia Giulia
TRIESTE - Nella regione la qualità dell'aria è mediamente buona. Quasi tutti i principali indicatori mostrano valori al di sotto dei limiti di legge, e le uniche criticità riguardano le polveri sottili, nella zona attorno a Pordenone, e l'ozono, soprattutto nella pianura. Questo il quadro relativo al 2016, illustrato ieri dall'assessore regionale all'Ambiente, Sara Vito, e dai vertici dell'Arpa, nella conferenza stampa con cui ogni anno si tirano le somme delle rilevazioni sul territorio regionale. Da questi rilievi emerge appunto che i livelli di diversi inquinanti sono ampiamente al di sotto dei limiti di legge. È il caso del benzene, per il quale la concentrazione media annua in tutta la regione è rimasta molto al di sotto del limite (5 microgrammi per metro cubo), e del biossido di azoto, le cui concentrazioni medie annue risultano in lenta e costante diminuzione, sempre sotto al "tetto" previsto alle norme (40 microgrammi per metro cubo). Prossime al limite analitico di rilevabilità e molto inferiori al limite, poi, le concentrazioni del biossido di zolfo. E anche quelle dei cosiddetti "metalli normati" (arsenico, nichel, cadmio e piombo) sono risultate molto al di sotto del limite in tutte le postazioni tenute sotto controllo dall'Arpa. Infine, il monossido di carbonio mostra livelli molto bassi e "tali da renderne difficoltosa la rilevazione". Fra questi inquinanti solo il benzo(a)pirene, originato da combustioni inefficienti, benché non si siano rilevati superamenti del limite di legge (media annua di 1 nanogrammo per metro cubo), lo scorso anno, in diverse stazioni della pianura friulana, ha raggiunto valori prossimi alla soglia limite, e in particolare 0,8 nanogrammi a Udine e 0,7 a Pordenone. «Continuiamo a monitorarlo - ha spiegato Fulvio Stel, responsabile dell'Arpa per la qualità dell'aria - perchè ci sono segnali che questo inquinante possa aumentare nei prossimi anni». Le criticità, come detto, sono rappresentate dalle polveri sottili e dall'ozono. Quanto alle Pm10, il limite dei 35 superamenti annui della concentrazione media giornaliera (50 microgrammi/metro cubo) è stato rilevato a Porcia (36 sforamenti) e a Brugnera (55 superamenti). Le cause, hanno spiegato i tecnici, sono da indagare: potrebbero essere locali (bassa ventilazione e quindi ristagno) o legate alla vicinanza con la pianura veneta. In ogni caso si tratta di dati legati alla variabilità delle condizioni meteo. Dati decisamente inferiori, sempre con riguardo agli sforamenti annui delle Pm10, nel resto della regione. Quanto alla situazione nei quattro capoluoghi di provincia, a Pordenone si sono rilevati 28 superamenti rispetto ai 35 fissati come limite annuo, a Udine e Gorizia gli sforamenti sono stati 15, mentre a Trieste se ne sono rilevati 10. Nell'area di Trieste, inoltre, è stato sottolineato che dal 2014 al 2016 si sono registrati dati inferiori ai limiti di legge. Rispondendo a una precisa domanda, i tecnici dell'Arpa hanno precisato che nell'area della Ferriera le polveri sottili e gli altri inquinanti sono «tenuti costantemente sotto controllo, così da poter intervenire in tempo reale, e la situazione, in tutte le stazioni di rilevamento, è molto migliorata rispetto a cinque anni fa, con valori inferiori anche di sette volte». In particolare i valori di benzo(a)pirene sono risultati inferiori ai limiti , con il massimo rilevato dalla stazione di via San Lorenzo in Selva (Rfi). Sul sito Internet dell'Arpa, alla voce "focus Ferriera", è disponibile il quadro dettagliato. Sempre in relazione alle Pm10, nel 2016 la concentrazione media annuale è stata inferiore al limite (40 microgrammi/metro cubo) in tutta la regione, e lo stesso è avvenuto, ancora lo scorso anno, con riguardo alle polveri più sottili (Pm 2.5), le cui concentrazioni sono risultate inferiori anche al valore obiettivo che dovrebbe entrare in vigore dopo il 2020. Quanto all'ozono, tipico inquinate del periodo estivo, che si forma per una reazione chimica favorita dai raggi del sole, è risultato diffuso in quasi tutta la pianura friulana, da Pordenone a Gemona, con 25 sforamenti dei limiti medi giornalieri nei territori della regione al di sotto dei 500-700 metri.«Il rapporto sulla qualità dell'aria per il 2016 - ha commentato l'assessore Sara Vito - conferma gli andamenti noti ormai da tempo, e cioè che in Friuli Venezia Giulia la qualità dell'aria è sostanzialmente buona, sebbene con la presenza di alcune criticità determinate prevalentemente da fattori climatici e geografici. L'inquinamento - ha aggiunto l'assessore - va comunque affrontato a livello sovraregionale, ed è per questo che la Regione ha aderito al progetto prepAIR, che riunisce 18 partner nazionali e internazionali, fra cui tutte le regioni del bacino padano e anche la Slovenia, che sarà presentato fra pochi giorni a Bologna».

Giuseppe Palladini

 

PORTO E AMBIENTE - Certificazione di qualità al sistema dell'Authority
Dopo l'approvazione del piano regolatore portuale che ha visto integrati, primo caso italiano, i due procedimenti di Via e di Vas, lo scalo triestino fa ancora da apripista in materia ambientale. È infatti la prima Autorità di sistema portuale italiana a ottenere la conferma e l'estensione della certificazione del proprio sistema di gestione integrato, ai sensi dell'ultima revisione degli standard 9001 e 14001. «Nel 2016 abbiamo puntato molto sul miglioramento e l'integrazione dei sistemi di gestione per la qualità e l'ambiente - dice il presidente dell'Authority Zeno D'Agostino -. Quest'ultimo step nella certificazione non rappresenta la mera acquisizione della correttezza delle procedure, ma un vero e proprio punto di riferimento per il processo di riorganizzazione che l'ente sta perseguendo». In particolare, la certificazione di qualità è stata estesa anche alla Direzione demanio e alla Direzione attività portuali. Inoltre, il Sistema qualità è stato integrato con il Sistema di gestione ambientale ed entrambi sono stati adeguati agli standard revisionati nel 2015. Il tutto, come sottolinea D'Agostino, con il fine di «aumentare la sicurezza e la tutela dell'ambiente all'interno del porto». Un secondo versante sul quale l'Authority giuliana si sta impegnando attiene alla recente revisione legislativa in materia portuale: nel contesto della riforma, è stabilito che la gestione del demanio marittimo debba avvenire esclusivamente tramite il Sistema Informativo Demanio marittimo (Sid). Il Sistema è nato per fornire supporto non solo alle pubbliche amministrazioni interessate alla gestione e alla tutela dei beni demaniali marittimi ma anche ai cittadini che intendono fruirne, rende disponibili online le banche dati che consentono la conoscenza dello stato d'uso del Demanio marittimo, insieme con procedure automatizzate. Il Sid prevede sostanzialmente l'utilizzo da parte dei concessionari di modelli di domanda normalizzati per tutte le fattispecie (rilascio di nuova concessione demaniale marittima, rinnovo della concessione, variazioni nel contenuto della concessione, subingresso ecc.). Tutte le istruzioni al link www.porto.trieste.it/ita/modulistica/concessioni-demaniali.

 

 

Tanti auguri per il futuro dei mari - Giovedì l'Ogs e il Wwf celebrano la giornata mondiale degli oceani con documentari e incontri
È dedicato alla salvaguardia del cuore blu del pianeta la giornata mondiale degli oceani che si celebra l'8 giugno. L'Ogs per l'occasione promuove insieme a Wwf Area marina protetta di Miramare un ricco programma di incontri gratuiti per le scuole e il pubblico di tutte le età nella sede di via Beirut 2, in collaborazione con Università di Trieste, Scienza Under 18 isontina, Ismar-Cnr e Comune, nell'ambito del progetto TemaRisk Fvg finanziato dalla Regione. E nel pomeriggio, alle 18.30 al Salone degli Incanti, ci sarà anche la proiezione del documentario "I segreti del golfo" di Pietro Spirito e Luigi Zannini prodotto dalla sede regionale della Rai, introdotta da Maria Cristina Pedicchio, presidente di Ogs. «Un documentario - commenta Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Ogs - che ci accompagna a scoprire i segreti nascosti nei fondali del Golfo di Trieste, dai relitti di navi affondate nel corso delle guerre mondiali evidenziati grazie alle tecnologie di rilievo di Ogs, agli affioramenti rocciosi naturali che rappresentano le "barriere coralline" dell'Adriatico settentrionale». La rilevanza di questa manifestazione la racconta Pedicchio: «Per noi è molto importante promuovere un dialogo attivo con i cittadini. E in questa occasione abbiamo fatto squadra con altri istituti per favorire la Ocean Literacy: far capire come il mare influenza la nostra esistenza e come noi influenziamo l'esistenza del mare, partendo dal principio che l'oceano è grande, ma le sue risorse sono limitate». A organizzare la kermesse appunto anche il Wwf. «Il futuro di mari e oceani si basa su un corretto e sostenibile uso delle risorse marine e sulla creazione di una rete di aree marine protette che possa assicurare in maniera duratura la conservazione di habitat e specie. L'Amp di Miramare, gestita dal Wwf - spiega il direttore Maurizio Spoto - opera da oltre trent'anni in questo senso. A breve un nuovo ecomuseo sulla biodiversità marina adriatica nelle Scuderie di Miramare rafforzerà il ruolo educativo dell'Amp». Dalle 9 alle 13 il programma del World Oceans Day prevede per le scuole un percorso in sei tappe. Dalle analisi dei rifiuti spiaggiati, ai laboratori dedicati, alle microplastiche che dalle creme di bellezza finiscono in mare. E poi dallo studio dei sedimenti e dei fondali con la modellazione 3D, alla simulazione dell'ambiente marino. La mattinata è scandita da quattro chiacchiere con i ricercatori e i referenti dell'Accademia nautica di Trieste.Dalle 15 alle 17 il percorso è aperto a tutti e si articola in laboratori e incontri con gli scienziati. Antonio Terlizzi parlerà di forme emergenti di inquinamento e sfruttamento delle risorse in mare. Silvia Ceramicola illustrerà le pericolosità naturali dei fondali dei nostri mari. Cosimo Solidoro spiegherà come si fanno previsioni, proiezioni e valutazioni sullo stato dei sistemi marini. Fabio Raicich mostrerà il livello marino nell'Adriatico in un secolo e mezzo di osservazioni. Spoto racconterà la storia e le attività della prima Area marina protetta italiana, quella di Miramare. Visitabili pure le mostre: "Le trezze del Golfo di Trieste" sulla biodiversità dei fondali del Golfo triestino e "Marine litter" sull'inquinamento. Per prenotare le attività pomeridiane: info@riservamarinamiramare.it e 040 224147 (orario ufficio), oppure https://goo.gl/WjsJmb

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 5 giugno 2017

 

 

Cala il sipario su Bioest tra musica e cibi veg - Bilancio positivo per la Fiera dei prodotti naturali e delle associazioni ambientaliste a San Giovanni
Bilancio positivo per Bioest 2017, la tradizionale Fiera dei prodotti naturali e delle associazioni ambientaliste, culturali e del volontariato allestita al Parco di San Giovanni a Trieste con ingresso libero. Un folto pubblico ha assistito agli eventi inseriti nel ricco cartellone della due giorni. La manifestazione, promossa dall'Associazione Bioest - Gruppo ecologista naturista di Trieste in collaborazione con il Comune e giunta alla XXIV edizione, aveva per tema la "Terra". Particolarmente ampia è stata la presenza delle associazioni per le quali Bioest da sempre rappresenta un'attesa vetrina e offre una preziosa opportunità per informare, discutere e presentare progetti. Sono state due intense giornate per conoscere, provare, condividere e divertirsi tra degustazioni, risparmio etico, biocosmesi, benessere, salute, mostre, spettacoli, musica e animazione per bambini e adulti. Andate letteralmente a ruba le corone di fiori che tradizionalmente si preparavano per la festa di San Giovanni, e hanno riscosso grande apprezzamento gli Show Cooking Vegani con degustazioni. Massiccia la presenza delle famiglie, che hanno potuto vivere al meglio gli spazi del parco e le animazioni per i bambini, durante le quali i genitori hanno avuto modo di poter visitare gli stand e frequentare le molteplici attività proposte per tutto l'arco della due giorni. Applauditi i concerti di Agrakal, Tiresia's Folk Bunch, Adriano Doronzo (accompagnato da Maxino e Franco Toro) e del Coro "Le putele dell'ARIS" e le esibizioni di Danze Greche e africane, di percussioni tradizionali africane e i corsi di campane tibetane.Grande partecipazione per le lezioni gratuite di Hatha Yoga, Taichi Chuan Chen, Yoga, Campane, Pilates,Tai Chi, Karate e Difesa Personale, Massaggio Thailandese, Verci Yoga Posturale Dinamico,Taiso, Kundalini Yoga, N.I.A. e Danza del Ventre. Molto interesse ha suscitato la serie di incontri dedicate alle neomamme e a tutto quello che ruota attorno al ciclo della vita e della nascita con la trasmissione dei saperi e delle conoscenze di chi ha già vissuto questa esperienza a chi si apprestava ad affrontare per la prima volta questa fase della vita. Un successo l'iniziativa offerta alle mamme che hanno potuto lasciare "posteggiati" e custoditi i loro passeggini e provare a utilizzare le fasce da braccio per poter passeggiare comodamente all'interno della fiera.

 

 

Ambiente - La Regione illustra il report sull'aria

Oggi alle 12.30 nella sede della Regione, in piazza dell'Unità d'Italia 1 a Trieste, l'assessore regionale all'Ambiente ed energia, Sara Vito illustrerà la Relazione sulla qualità dell'aria in Friuli Venezia Giulia nel 2016.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 4 giugno 2017

 

 

Riscaldamento globale «Esiti catastrofici se non si interverrà» - Giorgi (Ictp): avanti così e la Terra cambierà totalmente - Il costo necessario a limitare il fenomeno è sostenibile
«La temperatura del pianeta è aumentata di circa un grado nell’ultimo secolo, a una velocità che non ha precedenti negli ultimi 11.500 anni.

TRIESTE«Il riscaldamento globale è un fenomeno reale. Il costo necessario a limitarlo è sostenibile, e se non lo facciamo potrebbe avere conseguenze catastrofiche. È una questione di volontà politica». Così il fisico dell'Ictp di Trieste Filippo Giorgi, membro dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) che nel 2007 vinse un Nobel assieme ad Al Gore, sintetizza la questione del "climate change" tornata di prepotente attualità dopo che il presidente Donald Trump ha annunciato l'uscita degli Usa dall'Accordo di Parigi sul clima. Non fa nomi, Giorgi, ma il pensiero è chiaro: conseguenze catastrofiche, appunto, se non si limiterà il riscaldamento globale.Lo scienziato ne ha parlato nella relazione tenuta davanti ai soci del Rotary Club Trieste presieduto da Maria Cristina Pedicchio. Partendo dall'illustrare le dinamiche che, con l'aumento dei gas serra, hanno innescato il fenomeno del riscaldamento. Questi gas in atmosfera, fra cui anidride carbonica e metano, spiega Giorgi, assorbono la radiazione emessa dalla superficie terrestre e la riemettono, riscaldando tanto la superficie quanto l'atmosfera. «Se non ci fossero i gas serra la temperatura del pianeta sarebbe di circa 30 gradi più bassa». L'inizio dell'Antropocene, ossia l'era in cui l'uomo influisce sul clima terrestre, ha portato però a un aumento dei gas serra che tramite una complessa rete di fenomeni sta innalzando la temperatura globale: «Ora siamo alla fine di un periodo interglaciale, quindi dovremmo stare andando nel corso delle prossime decine di migliaia verso la prossima glaciazione». E invece «la temperatura della terra è aumentata di circa un grado negli ultimi cento anni». È uno sbalzo che normalmente il pianeta affronta su una scala di 10mila anni, non di un secolo: «Una velocità che non ha precedenti nell'Olocene, ovvero negli ultimi 11.500 anni». E possiamo dire con un grado di certezza molto elevato, «circa il 95%», che questa situazione è dovuta all'intervento dell'uomo, e in buona parte all'uso dei combustibili fossili. Il riscaldamento globale porta, fra molti altri effetti, a un innalzamento del livello del mare, a eventi catastrofici sempre più frequenti e a uno scioglimento di ghiacci continentali e marini. Ora, spiega Giorgi, si aprono due scenari: rispettare quanto prospettato dagli accordi di Parigi, ovvero fermare a 2 gradi il riscaldamento rispetto ai valori pre-industriali (cioè circa un grado rispetto a quelli attuali), accedendo a uno scenario difficile ma gestibile. «Oppure adottare una linea "business as usual", ovvero andare avanti come se nulla stesse accadendo. Se continuiamo così fra qualche centinaio di anni il mare sarà 10-12 metri più alto, le circolazioni oceaniche molto diverse, e gli eventi meteorologici più estremi. L'ambiente della terra sarà completamente diverso da quello che abbiamo oggi, con una temperatura di 4 o 5 gradi più alta». Si tratta sostanzialmente di un clima simile a quello dei tempi dei dinosauri: «Tutto il carbonio di allora, che era stato preso dalla biosfera diventando poi petrolio e carbone, noi lo stiamo rimettendo in atmosfera» attraverso l'uso di combustibili fossili. Adottare una politica di forte contenimento delle emissioni avrebbe un costo iniziale che andrebbe a diminuire nel tempo, mentre il non farlo porterebbe costi sempre più vertiginosi per contenere le conseguenze del riscaldamento. «In ogni caso, il Pil impiegato di qui al 2050 per contenere le emissioni verrebbe recuperato in un anno e mezzo, due. Mi pare un prezzo sostenibile»

Gabriele Sala

 

LA SCHEDA - Da Sulmona al Premio Nobel

«Il PIL impiegato da qui al 2050 per contenere le emissioni verrebbe recuperato nel giro di qualche decina di mesi»

Nato a Sulmona nel 1959, Filippo Giorgi dalla fine degli anni Novanta opera all'Ictp, Centro internazionale di fisica teorica, di Trieste, dove è direttore della sezione di Fisica della Terra. Si è laureato in fisica nel 1982 all'Università dell'Aquila per poi ottenere il PhD nell'86 alla School of Geophysical Sciences del Georgia Institute of Technology di Atlanta negli Stati Uniti. Dopo avere lavorato come ricercatore al National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, si è spostato a Trieste. Dal 2002 al 2008 ha fatto parte, unico scienziato italiano, dell'organo esecutivo (Bureau) del Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), organizzazione vincitrice del Premio Nobel per la pace 2007 insieme ad Al Gore. Ha contribuito alla stesura di tutti e cinque i rapporti dell'Ipcc sui cambiamenti climatici e i loro impatti.

 

 

Congelata a Muggia l'ordinanza antibici - Le polemiche frenano il divieto di pedalare in centro storico. «Dobbiamo discuterne con le parti in causa»
MUGGIA«In accordo con il sindaco abbiamo deciso di sospendere momentaneamente la pubblicazione dell'ordinanza sulle biciclette». Non è ancora un passo indietro, lascia intendere l'assessore Stefano Decolle, piuttosto un momento di riflessione, che ha indotto la giunta Marzi a congelare la tanto discussa ordinanza sul traffico dei velocipedi in centro storico a Muggia. A destare tanto clamore tra i ciclisti ma anche a livello politico - vedi lo "strappo" effettuato dal consigliere comunale Pd Marco Finocchiaro - è stata la decisione di far condurre a mano le biciclette nella zona del centro storico, ossia nell'area racchiusa nelle vie Roma, Naccari, Manzoni, Sauro e in salita alle Mura. L'unica deroga concessa quella agli under 10, esclusi dal divieto di pedalare in centro. L'ordinanza - votata e approvata dalla giunta, ma non ancora entrata in vigore non essendo pronta la cartellonistica adeguata - è stata fortemente contestata.«Invece di punire chi non rispetta queste regole togliendo a tutti la possibilità di attraversare il centro storico in bici, si corre il rischio di disincentivare l'uso di questo mezzo sostenibile che migliora il traffico, l'ambiente e la salute», aveva spiegato in una nota la sezione Fiab Ulisse Muggia, associazione di cicloturisti e ciclisti urbani. Il sodalizio aveva espresso forte preoccupazione soprattutto per dei possibili problemi di sicurezza legati a questo provvedimento, nello specifico pensando agli studenti della scuola media «che da Zindis vanno o potrebbero andare a scuola in bicicletta», oppure «ai numerosissimi bagnanti adolescenti che sempre in maggior numero usano la bicicletta. Con la chiusura del centro saranno obbligati ad utilizzare la stretta e lunga galleria per attraversare la città arrivando dal lungomare. Da questo punto di vista il pericolo l'ordinanza non lo previene ma lo crea». Sul piatto anche il discorso di un possibile effetto boomerang per quanto riguarda il turismo. Fiab Ulisse ha ricordato che lo scorso anno a Muggia sono passati undicimila cicloturisti, molti dei quali arrivati con il Delfino Verde: «È la bellezza del centro storico - ha specificato l'associazione - a trainare questa invasione pacifica e redditizia». A contestare fortemente l'ordinanza anche il consigliere Finocchiaro, portabandiera nella precedente amministrazione Nesladek della mobilità sostenibile, il quale vede in questa disposizione addirittura «una dichiarazione di guerra» ai ciclisti. «Probabilmente valuteremo di togliere le restrizioni sulle biciclette», ha spiegato ieri il sindaco Laura Marzi. Decolle, padrino del documento, conferma: «Per ora abbiamo congelato il documento in attesa di avere un confronto con le parti in causa». Convincere dunque i ciclisti a percorrere duecento metri a piedi, o giù di lì, accompagnando la propria bicicletta prima di risalire in sella e continuare a pedalare. Questa la nuova ardua sfida degli amministratori muggesani.

Riccardo Tosques

 

 

"COSTITUZIONE E PACE" - L'associazionismo in pressing per la rinascita della Val Rosandra
In occasione della "Festa della Costituzione per una Repubblica di Pace", giunta a Trieste alla settima edizione e realizzata quest'anno da Comitato Pace Dolci, Cgil, Comitato Difesa Costituzione, Legambiente, il Ponte e diverse altre associazioni, oggi al Bioest alle 16, nel parco ex Opp, avrà luogo un incontro pubblico centrato sul ripristino ambientale del Sito protetto di rilevanza europea della Val Rosandra. Il primo invitato all'iniziativa è il Comune di San Dorligo, che governa la Riserva naturale e dal quale gli organizzatori si attendono «una decisione positiva per l'avvio dell'agognato Piano di recupero della "foresta a galleria" nel Sito protetto di rilevanza europea, che dà lustro alla preziosa Val Rosandra». L'incontro sarà aperto dalla proiezione di video e foto prima e dopo il contestato intervento eseguito dalla Protezione civile regionale nel 2012.

 

Ambiente - Pronto il report della Regione sulla qualità dell'aria

Domani alle 12.30 nella sede della Regione in piazza Unità, l'assessore all'Ambiente Sara Vito presenterà la Relazione sulla qualità dell'aria in Fvg nel 2016. Il documento contiene una sintesi commentata delle rilevazioni effettuate dalla rete di stazioni di monitoraggio gestita dall'Arpa. Oltre ai dati relativi al 2016 per i principali inquinanti (PM10,PM2.5, biossido di azoto, ozono, monossido di carbonio, biossido di zolfo, benzene, benzo(a)pirene e metalli), il documento contiene anche i confronti con le rilevazioni degli anni precedenti.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 3 giugno 2017

 

 

Al parco di San Giovanni apre Bioest - il programma
Scatta oggi alle 10, al parco di San Giovanni, Bioest, annuale fiera del biologico e dei prodotti naturali promossa da associazione Bioest-Gruppo ecologista naturista di Trieste in collaborazione con il Comune e aperta dalle 9 alle 21 con ingresso libero. Quest'anno l'evento sarà dedicato alla "Terra" e vedrà la presenza di oltre 150 espositori da Italia, Austria e Balcani. Saranno due intense giornate per conoscere, provare, condividere grazie alla presenza di oltre 50 associazioni. Per tutta la giornata, dalle 10.30 alle 18, sia oggi che domani, nello Spazio Energia Vitale (a fianco della palazzina M) si potranno provare gratuitamente Hatha Yoga, Taichi Chuan Chen, yoga, campane, Pilates. Oggi e domani alle 10 visita in apiario, alle 11 Birdwatching e alle 15 passeggiata alla scoperta degli oleoliti. Solo oggi alle 10, incontro di orticoltura. Alle 14.30 danza del ventre, alle 15 racconti ad alta voce, alle 15.30 conferenza su "Rivoluzione umana a chilometri zero" con Sabrina Gregori e Ornella Serafini. Alle 17 Arci presenterà i suoi progetti di servizio civile e alle 18 si illustreranno le opportunità di mobilità nel settore ambientale del Servizio Volontario Europeo. Alle 17, racconti sull'erba per bambini e concerto del coro Le putele dell'Aris. Alle 18 esibizione di danze greche e incontro sull'ipnosi regressiva. Alle 19 percussioni africane con Mamaya e alle 19.30 concerto degli Agrakal. Al padiglione "I" dalle 11 in poi si parlerà infine di nascita e parto naturale.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 2 giugno 2017

 

 

Parte la sfida "Urban Center" sulle Rive - Dal Bic al Comune 1,2 milioni dell'ex Fondo Trieste necessari al restyling del palazzo che ospiterà l'europrogetto delle startup
Via libera alla ristrutturazione dell'edificio all'ingresso del Porto vecchio dove si insedierà il nuovo incubatore d'imprese operanti nel settore del bio o dell'high tech. Un passo in avanti decisivo per l'utilizzo dei 4,5 milioni di fondi europei che, tramite la Regione, sono finite nelle disponibilità del Comune.Il progetto europeo "Por Fesr", da cui sono stati ricavati i fondi, già prevedeva di insediare aziende e istituti di ricerca nel palazzo semiabbandonato di corso Cavour 2/2. Ma non contemplava che le risorse potessero venire utilizzate per coprire le spese edili. Così il Comune, per quanto avesse già individuato la sede del nuovo "Urban Center"nell'immobile afferente al Porto vecchio, non era ancora riuscito a risolvere il nodo sulla sua ristrutturazione. E ieri finalmente il coniglio è stato tratto dal cilindro. La novità è stata annunciata dall'assessore ai Progetti europei e allo sviluppo economico, Maurizio Bucci: «Il Bic di Trieste ha ceduto all'amministrazione comunale un finanziamento di 1,3 milioni di euro che aveva ottenuto dal Fondo Trieste e che giaceva inutilizzato. Grazie alla Prefettura, siamo riusciti a trovare un accordo con l'Autorità Portuale che ci permetterà di usare quel finanziamento per recuperare l'edificio senza intaccare il bilancio comunale di difficile quadratura». Che il Bic potesse essere disponibile a fare questo passo era già nell'aria, ma ora il grande interrogativo ha finalmente trovato una risposta. Bisognerà comunque attendere fino alla fine del 2018 per vedere investiti i primi 200mila euro. «La scadenza dell'utilizzo della prima tranche, inizialmente prevista entro il 2017, è slittata in corsa», spiega Bucci, assicurando comunque che «entro il 2023 l'intero progetto dovrà essere finito».Il prossimo passaggio avverrà lunedì alle 14 al Mib, dove il Comune ha convocato 110 aziende che potrebbero essere interessate a insediarsi nell'Urban Center. «L'invito è rivolto alle imprese operanti nei settori della salute, del benessere, del bio-medicale, dell'innovazione e dell'alta tecnologia. La Regione ha infatti individuato questi come principali che impegnano le imprese che si occupano di ricerca a Trieste», aggiunge il direttore dell'Area Sviluppo e innovazione del Comune, Lorenzo Bandelli. A queste ditte si possono affiancare start up e neo- aziende operanti negli stessi settori («il coinvolgimento di queste ultime è una novità contemplata dalle modifiche in corsa») verrà chiesto di partecipare a un bando con un progetto valido per insediarsi. La creazione di nuovi posti di lavoro sarà il requisito fondamentale per vincere la selezione. In palio tre dei 4,5 milioni, che saranno assegnate direttamente a loro. Il Comune deve ancora capire se, come pare, deciderà di premiare un minor numero di aziende che assicurino un maggior numero di posti di lavoro. Per l'allestimento degli strumenti informatici verranno invece usati 700mila euro dei 4,5 milioni, e i restanti 800mila andranno al privato che si incaricherà della gestione del Centro. Per individuare quest'ultimo soggetto «dotato di professionalità di altissimo livello», verrà indetta quanto prima una gara d'appalto. «Non si escludono altre forme di selezione previste dal Codice degli appalti e una partnership pubblico-privata» sottolinea il responsabile unico del procedimento, Enrico Conte.Ai 4,5 milioni di fondi si aggiungerà infine 1,2 milione di euro di derivazione europea, ottenuto dalla Regione mediante il progetto "Par".

Elena Placitelli

 

 

L'ittico in Porto vecchio sempre fermo al palo - Sopralluogo della terza commissione

«Siamo arrivati alla soluzione del molo Zero che sarà un regalo che faremo ai pescatori e ai pescivendoli. Spenderemo pochissimi euro e tra un anno in questo periodo potremo già essere dall'altra parte. Sarà il primo insediamento produttivo per la riqualificazione del Porto vecchio: mettete lo spumante in frigo». Così parlava il sindaco Roberto Dipiazza il 15 luglio 2016 a proposito del mercato ittico che era stato appena chiuso dai Nas. Ieri, 10 mesi e mezzo dopo, la Terza commissione consiliare, presieduta da Francesco di Paola Panteca, si è data appuntamento davanti alla Centrale idrodinamica, proprio difronte al molo Zero, per fare il "punto nave" sul progetto. «A che punto siamo?» domanda Everest Bertoli (Forza Italia) che ha chiesto il sopralluogo assieme ad altri consiglieri. Al punto di partenza. Il mercato ittico continua a vivere dal 1999 in uno stato di precarietà all'ex Gaslini (Scalo legnami) in virtù di una proroga concessa dall'Autorità portuale. Lo spostamento in 400 giorni, sbandierato dal sindaco, va derubricato. Non c'è nessun cantiere aperto al molo Zero e nessun trasloco imminente. Siamo all'anno zero. «Noi eravamo pronti a settembre con un primo progetto. Siamo stati bloccati dal segretario generale visto che sull'area non c'è ancora chiarezza su come saranno utilizzati i 50 milioni stanziati dal governo per fare un polo museale e scientifico», spiega l'assessore Lorenzo Giorgi.Ad affondare il mercato ittico al molo Zero è stato per primo l'incrociatore Vittorio Veneto che dovrebbe finire in Porto vecchio la sua carriera come cimelio del nuovo museo del mare. Un progetto sostenuto soprattutto dalla presidente della Regione Debora Serracchiani. «Se arriva l'incrociatore non può attraccare neanche una barchetta» spiega Giorgi. Si attende quindi una chiarezza da Roma anche sul progetto della Fincantieri che vorrebbe sistemare tra i moli Zero e Primo un porto per megayacht. Per il mercato ittico l'amministrazione aveva messo inizialmente gli occhi sul Magazzino 28 che vanta una superficie coperta di 2.994 metri quadrati. «Un po' troppo grande», spiega l'assessore. E così ora l'attenzione si è spostata sul vicino capannone, contrassegnato dal numero 30, che non è sotto tutela e quindi teoricamente può anche venir abbattuto e ricostruito ex novo, magari a due piani, per comprendere anche il Fish market, con qualche ristorante, che piace al sindaco. Costo? Si parla di quattro milioni di euro che potrebbero essere dimezzati in regime di project financing. Il Comune, infatti, non ci pensa proprio a gestire in proprio il mercato ittico (come pure, in futuro, quello ortofrutticolo). Ma è tutto da definire. L'unica nota positiva è la compatibilità del mercato ittico con l'Allegato VIII del Trattato di pace (a differenza del polo museale) assicurata dal leghista Paolo Polidori. Trieste potrebbe invadere i mercati con il pesce franco. «In virtù del Pescato VIII» sottolinea il collega Antonio Lippolis.

(fa.do.)

 

Bici nell'antico scalo, alleanza Fi-Fiab - La mozione sulla ciclabile interna per evitare viale Miramare trova concordi i ciclisti
Nuova ciclabile in arrivo in Porto vecchio? Possibile. Ieri mattina, alla riunione della Quarta Commissione del Comune di Trieste, se ne è parlato. In discussione c'era la mozione per la "Realizzazione di un tratto ciclabile in Porto Vecchio" presentata dai consiglieri comunali di Forza Italia Michele Babuder, Piero Camber e Alberto Polacco. La proposta dei consigliere della maggioranza, sostenuta anche all'associazione Fiab Ulisse, prevede di creare una ciclabile nell'ingresso nord del Porto Vecchio da via del Boveto fino all'attuale ingresso di viale Miramare. Nella mozione si ipotizza di realizzare questo percorso ciclabile riqualificando il già presente sedime ghiaioso parallelo ai binari dismessi della rete ferroviaria di Porto vecchio. Babuder, primo firmatario della mozione, sottolinea che «l'attuale pista ciclabile di viale Miramare è vetusta e disastrata» e che «occorre creare un nuovo tragitto sicuro da e verso la città». Niente di meglio che, insomma, utilizzare l'area di Porto vecchio. Fiab Trieste Ulisse condivide e sostiene questa proposta che se realizzata renderebbe più sicuri gli spostamenti in bicicletta da Trieste a Barcola, un percorso molto utilizzato in particolare d'estate da adulti, famiglie e ragazzi. L'associazione di ciclisti urbani si augura che ci sia un consenso ampio in Consiglio comunale e una veloce presa in carico da parte della giunta comunale per realizzare questa auspicata nuova infrastruttura ciclistica. Il tratto in questione è lungo quasi un chilometro è sarebbe l'ideale inizio di un percorso ciclabile sicuro e di qualità che vada a collegare Barcola con le Rive passando attraverso il Porto Vecchio. Questa realizzazione sarebbe inoltre in linea con gli impegni presi dal sindaco Roberto Dipiazza che sottoscrivendo il documento "Trieste, il futuro va in bici" si è impegnato a «prevedere nella riqualificazione del Porto Vecchio due piste ciclabili monodirezionali (continue, riconoscibili, veloci e sicure) che attraversino tutta l'area dal piazza Duca degli Abruzzi a Barcola». Nel programma del sindaco, inoltre, esiste l'obiettivo di arrivare nel medio termine di arrivare a una bici ogni dieci automobili a Trieste.

 

Muggia off limits, ciclisti in rivolta - La Fiab Ulisse chiede un incontro al sindaco Marzi. «Un freno anche al turismo»
L'ordinanza di chiusura del centro storico di Muggia, annunciata dal Comune, non va giù alla sezione locale di Fiab Ulisse, l'associazione di cicloturisti e ciclisti urbani, che esprime in una nota "forte contrarietà al provvedimento". "Sarebbe un freno sia alla mobilità urbana che al cicloturismo, entrambi in forte crescita negli ultimi anni a Muggia", spiegano dalla Fiab. "Sorprende poi che si proponga questo provvedimento restrittivo nonostante non sia mai registrato un incidente: per contrastare eventuali eccessi di singoli basterebbe applicare il codice della strada che prevede che i ciclisti debbano procedere a una velocità tale da evitare situazioni di pericolo per i pedoni. Invece di punire chi non rispetta queste regole, togliendo a tutti la possibilità di attraversare il centro storico in bici si corre il rischio di disincentivare l'uso di questo mezzo sostenibile". Inoltre, la Fiab è "preoccupata per i problemi di sicurezza: pensiamo ai ragazzi delle medie che da Zindis vanno o potrebbero andare a scuola in bici, o ai bagnanti. Con la chiusura del centro saranno obbligati a utilizzare la galleria per attraversare la città arrivando dal lungomare". Ma non basta: perché c'è anche il risvolto turistico "Muggia nel 2016 ha visto passare più di 11mila cicloturisti. In rete le notizie viaggiano velocemente: è un gioco saltare la sosta a Muggia per dirigersi a Capodistria e Isola". Quindi, Fiab Muggia Ulisse chiede su questo tema "un confronto con il sindaco Marzi per trovare delle soluzioni equilibrate che da una parte stimolino una giusta convivenza pedoni-ciclisti e dall'altra non siano da freno alla mobilità ciclistica e al cicloturismo".

 

 

EVENTI: Domani e domenica - Dai mercatini agli spettacoli - La natura è di casa a Bioest  - Per due giorni al parco di San Giovanni la fiera delle associazioni ambientaliste

Focus sulla maternità e sull’importanza dell’alimentazione a chilometro zero

Dedicata alla Terra e ai temi che parlano di maternità e ruolo delle famiglie. Si basa su queste tracce la 24° edizione di Bioest, la fiera delle associazioni ambientaliste in programma domani e domenica al parco di San Giovanni, manifestazione a cura dell'associazione Bioest Gruppo ecologista naturista di Trieste in collaborazione con il Comune di Trieste. Mercato, conferenze concerti, laboratori e vetrine di progetti in chiave di volontariato o di turismo sostenibile. Bioest anche quest'anno resta fedele ai suoi temi classici, cucinati in abbondante salsa new age nell'arco di una due giorni a ingresso libero (sabato dalle 9 alle 21, domenica dalle 9 alle 20) e che all'interno dell'ex Opp trova teatro in cinque aree distinte: Prato, Chiesa, Villas, Glicine e Rosa. L'aspetto più significativo di quest'anno, almeno sulla carta, risiede nel focus sul concetto di maternità, sulla (ri)scoperta dei valori che accompagnano la gestazione e il parto, un tema che proverà a coinvolgere bimbi, famiglie e soprattutto le stesse mamme, aspiranti o consolidate nel ruolo, grazie a una serie di appuntamenti programmati al Padiglione I del parco di San Giovanni.Tra le tappe in cartellone che riguardano il selfie ideale con la cicogna, il primo giorno della manifestazione propone "Il parto naturale" (alle 11), la "Ginnastica intima" (alle 13.30), "Yoga in gravidanza" (alle 14.30), il "Massaggio tra genitori e figli" (15.30), "La respirazione consapevole" (16.30), "Proiezione: il ragionevole dubbio" (18.30) e "Il potere sessuale della nascita" (20.30).L'altro spunto principe della 24esima edizione di Bioest si lega ai criteri dell'alimentazione a chilometro zero, altro spunto vitale ma qui trattato nelle accezioni del vegetarianesimo e del culto vegan, le scelte che da tempo caratterizzano le fonti di ristorazione presenti all'interno nella manifestazione. L'intero calendario appare nutrito da molteplici appuntamenti sparsi sui vari fronti della concezione etico-ambientalista, spaziando quindi nella cosmesi, nel risparmio energetico, nel rapporto con la natura, nei possibili sviluppi del turismo sostenibile e del volontariato, anche in forma di servizio civile targato Arci.La musica e la danza provano a ritagliarsi uno spazio portando alla ribalta la danza del ventre, il coro Le putele dell'Aris, le danze greche, le percussioni e le danze tradizionali africane, la Mediterranean Music, il folk e un concerto a cura di Adriano Doronzo. E nella parata non potevano poi mancare vari stili di yoga, Tai Chi, arti marziali, Pilates e campane tibetane. Ulteriori informazioni sulla manifestazione e il programma dettagliato viaggiano sul sito www.bioest.org o si raccolgono scrivendo a info@bioest.org o telefonando ai numeri 3287908116 e 3205738445.

Francesco Cardella

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 1 giugno 2017

 

 

MOVIMENTO CINQUE STELLE TRIESTE: Siderurgica Triestina è in ritardo sui lavori previsti dall'AIA, uno per tutti la copertura del parco minerali.

Vanno prese misure immediate per mettere la proprietà di fronte alle proprie responsabilità
I recenti problemi sorti sugli impianti della Ferriera, con particolare riferimento alle esplosioni verificatesi il 18 aprile, sollevano interrogativi importanti sull'opportunità di mantenere attiva l'area a caldo. Il sindaco Dipiazza ha opportunamente emesso un'ordinanza sindacale nei giorni immediatamente successivi l'incidente, alla quale però Siderurgica Triestina non ha dato seguito, ponendosi in posizione di inottemperanza a un atto ufficiale del Comune di Trieste.
Dipiazza e l'assessore Polli si sono ritrovati, insieme a Siderurgica Triestina, Arpa Fvg, Capitaneria di Porto, Invitalia e struttura commissariale (che fa capo alla presidente Debora Serracchiani) qualche giorno fa negli uffici del Ministero dell'Ambiente.
Lunedì sera in Consiglio comunale l'assessore Polli ha riportato che all'incontro il Ministero ha sollecitato la conclusione degli interventi di messa in sicurezza previsti dall'Accordo di Programma del 21/11/2014, pena il rinvio della conferenza dei servizi che dovrebbe approvare la variante al progetto definitivo del laminatoio, richiesta da Siderurgica Triestina a marzo di quest'anno. Apparentemente, senza l'approvazione della variante il laminatoio a freddo non potrà essere completato. Se in un certo senso il laminatoio a freddo dovrebbe sostituire l'area a caldo per mantenere la redditività dell'impianto, questa decisione sembra presa apposta per mantenere l'area a caldo in servizio.
L'assessore ha inoltre dichiarato che il Comune di Trieste ha richiesto l'elenco delle prescrizioni assolte da Siderurgica Triestina che sono 91 su 115 e la scadenza prevista sarebbe quella di trenta mesi ovvero il 1/5/2018.
"L'assessore dimentica che Siderurgica Triestina è già in ritardo sui lavori previsti dall'AIA, uno per tutti la copertura del parco minerali, prevista "solamente" per fine 2015 e a tutt'oggi ancora un miraggio - spiega la portavoce M5S, Cristina Bertoni -. Come dire, continuano a menare il can per l'AIA... intanto i giorni, le settimane e i mesi passano, e la Ferriera continua a emettere diossine e polveri".
"Mentre alcuni soggetti come Confindustria operano difese d'ufficio di fronte a situazioni non sostenibili - continua la portavoce pentastellata - come esplosioni e continue fumate di colori sgargianti, che certo piaceranno agli esteti dell'inquinamento ma che preoccupano non poco gli abitanti della città, il M5S Trieste, da sempre sostenitore della chiusura dell'area a caldo, ritiene che la situazione sia insostenibile e che occorra prendere misure immediate per mettere la proprietà di Siderurgica Triestina di fronte alle proprie responsabilità".
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 1 giugno 2017

 

 

«Il progetto Spurg funzionava bene. E la giunta lo taglia»
«Tra le tante cose buone tagliate dalla giunta Dipiazza ora c'è anche il progetto Spurg (Spazi urbani in gioco): un successo che durava da diciassette anni e che l'assessore Angela Brandi butta al macero. Ci chiediamo se di mezzo non ci sia la questione dei giardini inquinati. A Trieste ci sono spazi verdi aperti: perché non usare quelli?». Lo affermano i consiglieri del Partito democratico di Trieste Giovanni Barbo e Antonella Grim, commentando la decisione dell'amministrazione comunale di cancellare il progetto Spazi urbani in gioco. Secondo i due esponenti democratici «parliamo di una delle iniziative estive di maggior successo a Trieste, che ha saputo creare aggregazione tra bambini e ragazzi negli spazi verdi della nostra città». Non si capisce dunque la scelta della nuova amministrazione. «È un progetto che è stato apprezzato e portato avanti da amministrazioni di colore diverso proprio in virtù della sua bontà e funzionalità. Lo scorso anno- aggiungono Grim e Barbo - come giunta Cosolini avevamo deciso di estendere il progetto: non più solo un'esperienza estiva, ma prolungata nel corso dell'intero anno, coinvolgendo i comitati dei genitori». Dall'estensione alla scomparsa. «Ora l'assessore Brandi lo cancella. Tra le curiose motivazioni ci sarebbe anche il fatto che si tratta di un'idea "vecchia". Ci chiediamo da quando - osservano i consiglieri dem - un progetto si elimina in quanto longevo. Al contrario, un'esperienza di successo andrebbe valorizzata e ulteriormente innovata. Spurg andrebbe portato avanti, continuando a coinvolgere ragazzi, famiglie e le tante associazioni che in questi anni si sono distinte per l'ottimo lavoro svolto». Eppure neppure un anno fa l'assessore Brandi, appena entrata in carica, si era espressa in tutt'altro modo: «Si tratta di un progetto storico, nato 15 anni fa e che è stato inserito tra le buone pratiche dell'Osservatorio nazionale della famiglia» dichiarò nel 1uglio 2016.

 

 

Il 18 luglio la firma del ministro FRANCESCHINI - Il rilancio del Museo ferroviario passa dal valico di Monrupino
Da Campo Marzio a Miramare. E in Slovenia e Austria attraverso il valico ferroviario di Monrupino. Save the date. Il prossimo 18 luglio verrà sottoscritto, alla presenza del ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini, il protocollo per l'avvio dei lavori finalizzati al ripristino della stazione museo di Campo Marzio di Trieste che sarà collegata al Castello di Miramare, ripercorrendo la vecchia ferrovia di Rozzol, che verrà completamente riattivata. È questo uno dei punti affrontati ieri a Trieste nell'incontro che la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ha avuto con il presidente della Fondazione Fs, Mauro Moretti, davanti al sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza. Presente all'incontro il direttore della Fondazione Fs Luigi Francesco Cantamessa che il giorno prima aveva anticipato l'accordo ai volontari del Museo ferroviario di Campo Marzio. Si tratta di un'opera dal valore complessivo di 18 milioni di euro, la cui prima fase dei lavori di recupero e restauro comporta una spesa di quattro milioni.«L'obiettivo - spiega Moretti - sulla scorta di quanto la Fondazione ha fatto in altre parti d'Italia è creare un percorso capace di attrarre un importante flusso turistico di qualità proveniente da tutta Europa valorizzando dei siti che prima erano inutilizzati». E il «Friuli Venezia Giulia - sottolinea Cantamessa- è la seconda regione in Italia per investimenti nel turismo sostenibile su rotaia». Tra le novità ci sarà la riattivazione dell'antico valico di Monrupino, da dove si entrava ai tempi della Jugoslavia quando non era ancora attivo il transito di Villa Opicina. «Questo consentirà - spiega Serracchiani - di far arrivare treni turistici dalla Slovenia e dall'Austria». Il fine di questo processo articolato e concreto è quello di offrire un prodotto turistico importante, che può diventare un concreto volano economico per Trieste e la regione.  Soddisfazione infine per la road map tracciata, che vede nel 18 luglio la prossima tappa, è stata espressa da Dipiazza, il quale ha previsto nell'area della stazione di Campo Marzio un'area di forte attrattività turistica in vista della realizzazione del Parco del Mare vicino alla Lanterna e dello spostamento del mercato ortofrutticolo con la realizzazione di future strutture alberghiere dotate di Spa.Il piano di recupero predisposto dalla Fondazione Fs prevede, in una prima fase, il restauro dell'area aperta al pubblico - lungo via Giulio Cesare - dove sarà esposta la collezione di cimeli ferroviari fra cui alcuni pezzi unici sia italiani che dell'ex impero austroungarico. Il restauro sarà finanziato grazie al contributo economico del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (due milioni), della Regione Fvg (750mila euro) e del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, proprietario dell'immobile (un milione). Il Museo ferroviario di Campo Marzio, che sarà gestito dopo il restauro dalla Fondazione Fs, ha sede nella ex stazione terminale dell'antica linea austroungarica Trieste-Vienna. La collezione dei treni storici contenuta nel Museo, ancora raccordato alla rete ferroviaria in esercizio, è unica nel suo genere e il sito può essere stazione di origine per viaggi con treni d'epoca all'interno della Regione o verso l'Austria e la Slovenia, tramite appunto l'antico valico di Monrupino.

(fa.do.)

 

 

Trump verso la rottura dell'intesa - Il rischio: 3 miliardi di tonnellate di Co2 in più ogni anno
Secondo gli esperti di varie università e think tank, l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi aggiungerebbe 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (Co2) all'anno alle emissioni globali, aumentando la temperatura della Terra da 0, 1 a 0, 3 gradi per la fine del secolo. L'Accordo di Parigi impegna i paesi firmatari a contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi dai livelli pre-industriali, se possibile entro 1, 5 gradi. Già oggi le temperature medie sono 1 grado sopra i livelli pre-industriali, un cambiamento avvenuto in massima parte negli ultimi decenni. Con l'Accordo i 195 stati firmatari hanno preso impegni di riduzione delle emissioni. Ma per gli esperti, questi impegni sono insufficienti a garantire l'obiettivo dei 2 gradi e dovrebbero essere aggiornati. Lasciare l'intesa non sarebbe facile per gli Usa, causa i vincoli internazionali, e comporterebbe defatiganti battaglie diplomatiche, in stile Brexit. Le opzioni di uscita sono almeno tre. I paesi firmatari dell'Accordo non possono uscire prima di tre anni, e la procedura di uscita dura un altro anno. Trump non potrebbe sbarazzarsi dei vincoli di Parigi prima del 2020, a meno di violare il diritto internazionale. Una scorciatoia sarebbe quella di abbandonare del tutto la Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, l'Unfcc, che Trump ha aspramente criticato in passato. La terza opzione sarebbe che Washington pretendesse di rinegoziare i suoi obiettivi di taglio delle emissioni, avviando una guerra diplomatica di logoramento.

 

Legambiente - In Italia alluvioni e ondate di calore per 126 Comuni
ROMA - I cambiamenti climatici minacciano il Pianeta. Gli impatti sono evidenti soprattutto sulle città, dove vive il maggior numero di persone. In Italia per esempio negli ultimi sette anni, dal 2010 ad oggi, sono stati 126 i Comuni italiani in cui si sono verificati "effetti" per via dei 242 fenomeni meteorologici estremi, provocando danni all'ambiente e sulla salute dei cittadini. Il bilancio è stato messo a punto da Legambiente in un report che offre una mappa degli impatti dei cambiamenti climatici (alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore). Legambiente - che ha lanciato anche l'osservatorio on-line'cittaclima. it'- fa presente che sono proprio le città a pagare di più con 98 casi di danni alle infrastrutture, 56 giorni di stop di autobus e metro (tra cui 19 a Roma, 15 a Milano, 10 a Genova), 55 giorni di blackout elettrici (il più lungo a gennaio 2017, in una settimana oltre 150 mila case senza luce e riscaldamento per le forti nevicate in Abruzzo). Ma, soprattutto con oltre 145 vittime e oltre 40 mila persone evacuate. Dal report emerge che ci sono stati 8 casi di danni al patrimonio storico, 44 casi di eventi tra frane causate da piogge intense e trombe d'aria, 40 eventi causati da esondazioni fluviali. Tra le grandi città, Roma negli ultimi setti anni ha registrato 17 episodi di allagamento intenso. Tra le regioni più colpite da alluvioni e trombe d'aria, la Sicilia con più di 25 eventi. A questo bisogna sommare la fragilità del suolo italiano, dove si registra «un elevato rischio idrogeologico» in 7. 145 Comuni (l'88%) e «oltre 7 milioni di italiani» esposti. Dal 2013 al 2016 sono state colpite 18 Regioni da 102 alluvioni o frane, sono stati aperti 56 stati di emergenza; dal censimento dei danni si stima che il fabbisogno per fronteggiare l'emergenza emerge è di 7, 6 miliardi di euro. Da considerare anche le ondate di calore: nel 2015 hanno causato 2. 754 morti tra gli over 65 in 21 città italiane. Per esempio, a Roma è stato stimato un incremento della mortalità pari a più 34% nel 2015. Per il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini «le città non possono essere più lasciate sole. Cambia il clima e devono cambiare le politiche e bisogna approvare il Piano nazionale di adattamento».

 

In FVG -  Arriva l’ok alla caccia alle nutrie Il consiglio regionale approva le norme mirate a limitare i roditori

TRIESTE - Nutrie, soccorso alpino, vaccini, sistema idrico, uso del velo islamico e welfare. È un consiglio regionale tuttologo, quello riunitosi ieri per l'approvazione di tre leggi e la discussione di altrettante mozioni. - Nutrie La giornata comincia con l'ok trasversale (contrario solo il M5S) alle norme mirate all'eradicazione dei roditori che si stanno diffondendo in modo incontrollato anche in Friuli Venezia Giulia, provocando danni alle coltivazioni e agli argini dei corsi d'acqua. La legge prevede un piano triennale per la limitazione del fenomeno, che includerà forme di controllo delle nascite ma soprattutto un'estensione dei limiti per la caccia di questi animali. Se per Diego Moretti (Pd) «si risponde a una reale emergenza», Mara Piccin (Fi) parla di «testo coraggioso, non ideologicamente antianimalista ma necessario per evitare i danni». Secondo Ilaria Dal Zovo (M5S) «serve invece una gestione attraverso metodi non letali». L'assessore Panontin spiega tuttavia che «le norme pianificatorie già in atto hanno mostrato scarsa efficacia». Soccorso alpino Via libera unanime alla legge che razionalizza il Soccorso alpino regionale, inserendolo nel sistema sanitario dell'emergenza e urgenza, sia per quanto attiene gli indirizzi strategici, sia dal punto di vista operativo e finanziario. La novità di maggiore impatto per l'utenza sta nella scelta di prevedere una compartecipazione della spesa, qualora chi chiede l'aiuto dell'elicottero non abbia bisogno di ricevere soccorso medico. A sostenere parzialmente i costi dell'elisoccorso, anche in caso di infortunio, saranno infine i praticanti degli sport estremi. Grazie alla proposta di Luca Ciriani (Fdi), la legge prevede inoltre la possibilità di noleggio di trasmettitori gps da parte degli escursionisti, che consentano l'individuazione della posizione in assenza di segnale telefonico. Un emendamento della giunta assegna infine 120mila euro all'anno ai Comuni che vogliano attrezzare campi sportivi e altre strutture per le attività di elisoccorso.Vaccini Votata all'unanimità anche la mozione del Pd sulla promozione della cultura vaccinale, che evidenzia la necessità di una sensibilizzazione che porti la popolazione a vaccinarsi per convinzione, al di là degli obblighi di legge. Il testo invita a realizzare campagne informative e a rafforzare il ruolo informativo di medici di famiglia e pediatri. Secondo l'assessore Maria Sandra Telesca, «non sempre è necessaria la coercizione: giusto recuperare una capacità di dialogo con con le famiglie».Il resto della giornata Il consiglio ha inoltre approvato la modifica di alcuni aspetti tecnici per consentire l'avvio definitivo dell'Autorità unica per i servizi idrici e rifiuti (Ausir), rimandando invece la discussione sulla mozione con cui Barbara Zilli (Ln) chiedeva il divieto dell'uso del velo islamico in scuole, ospedali, mezzi pubblici e uffici. Approvata infine solo la parte della mozione di Cristian Sergo (M5S) in cui si domanda che la misura di sostegno al reddito sia tarata così da essere erogata anche ai possessori di prima casa che non percepiscano un reddito e siano dunque senza liquidità.

Diego D'Amelio

 

 

Knulp - "ColOURs", docufilm sui profughi
Creare un'occasione per riflettere sull'accoglienza dei richiedenti asilo sul territorio: è questo l'obiettivo della proiezione, alle 18.30 al Knulp, del documentario "ColOURs" realizzato da Elisa Cozzarini per Legambiente lo scorso autunno a Gradisca d'Isonzo. In questa cittadina di circa 6.500 abitanti, come è noto, da anni è presente un Cara, centro di accoglienza che ospita attualmente circa 500 persone. Chi sono i richiedenti asilo ospiti del Cara? Come passano le loro giornate? Il documentario cerca di rispondere a queste domande. L'appuntamento è organizzato dal circolo Verdeazzurro di Trieste. Sarà presente l'autrice, che dialogherà con Erika Cei, fotografa. Interverrà Stefano Mantovani, presidente di Cooperativa Noncello, storica realtà della provincia di Pordenone che si occupa di inserimento socio-lavorativo e di accoglienza dei richiedenti asilo. L'ingresso è libero fino a esaurimento posti.

 

 

Comitato Danilo Dolci - Letture e riflessioni in piazza Cavana.

Il richiamo forte alla Costituzione, le immagini figurate di Ro Marcenaro degli articoli della Carta, musiche e riflessioni, letture animate. Saranno questo gli ingredienti dell'incontro in programma oggi alle 17.30 in piazza Cavana promosso in occasione della Festa delle repubblica dal Comitato per la pace Danilo Dolci. L'incontro terminerà con un concerto giovanile dei Bencazzadadiscoparty2.

oggi
Repubblica, la Festa con il Comitato Dolci
Il Comitato pace Danilo Dolci organizza oggi la festa della Repubblica. Il programma: alle 17.30, in Cavana, introduzione da parte di Michele Piga (Cgil); alle 17.45 presentazione "La Costituzione secondo Ro Marcenaro"; alle 18 performance "Io sono possibile" realizzata da Oltre quella sedia; alle 18.15 letture animate sulla Costituzione con Teatrobàndus; alle 18.45 spettacolo "Esercizi di Costituzione" con i Teatranti da diporto (allievi del Nautico-Galvani); alle 19.20 letture animate sulla Costituzione con Il Ponte; alle 19.20 presentazione di immagini, filmati "Il sacco della Val Rosandra" a cura di Legambiente; alle 19.50 Conversazione sulle politiche di pace e di accoglienza a cura del Comitato Danilo Dolci.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 31 maggio 2017

 

 

Museo ferroviario, restyling da settembre - Il direttore della Fondazione Fs scopre le carte. A breve la firma dell'accordo rifare facciata e interni. Caccia ad altri 15 milioni
La svolta c'è davvero. E ha due date: luglio, innanzitutto, per la firma di un accordo con cui dare il via ufficiale ai lavori, e settembre per aprire i cantieri veri e propri. Ieri mattina il brioso direttore di Fondazione Fs, Luigi Cantamessa, ha scoperto le carte sul futuro del Museo Ferroviario. La riqualificazione interesserà sia la facciata che gli interni per 4 milioni di euro.

I soldi ci sono. Ma l'intenzione è andare avanti e trasformare anche la parte dei binari in qualcosa che va a metà tra il vecchio e il nuovo. Il vecchio: ripristinare la struttura di un tempo installando una copertura architettonica simile alla stazione di Milano, così come esisteva ai tempi dell'impero austroungarico. Il futuro: fare in modo che la stessa area sia utilizzabile, a mo' di piazzale, per eventi e mostre. «Qui verrà una cosa spettacolare - ha detto il funzionario durante una riunione con i responsabili del museo - però serve un cambio di mentalità».L'accordo La Fondazione Fs si sta muovendo per portare a Trieste, già a luglio, i vertici delle Ferrovie dello Stato e il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. L'intenzione è di organizzare un incontro con la presidente della Regione Debora Serracchiani e il sindaco Roberto Dipiazza per firmare l'accordo che darà origine all'avvio dei cantieri. «Stiamo lavorando con la Sovrintendenza, che è un attore principale per il nulla osta», avverte Cantamessa.L'ala museale «Questo museo tornerà com'era una volta, cioè un'antica ferrovia austroungarica», ha anticipato il dirigente della Fondazione Fs. Si parla di «restauro conservativo» dell'esistente, ma con l'aggiunta di «tecnologia a basso impatto» in chiave moderna, ha precisato il manager, per favorire le visite dei turisti e delle scolaresche. L'inizio degli interventi è programmato per settembre o comunque non più tardi di ottobre. Andranno rifatte le facciate che danno su via Giulio Cesare, tetti, muri, serramenti, impianti elettrici, riscaldamento e infissi. È previsto il ripristino delle parti in legno originario mantenendo il mobilio d'epoca. Costo dell'opera? 4 milioni di euro: 2 sono ministeriali, uno lo mette la Fondazione Fs e circa 750 la Regione. Non si escludono anche risorse comunali. In ogni caso, l'intervento parte a settembre e si protrae per circa dieci-dodici mesi.La volta esterna Un tempo la stazione di Campo Marzio era dotata di una grande volta esterna sul lato dei binari, smantellata durante la guerra. L'intenzione è ripristinarla costruendo una struttura in ferro e vetro simile a quella di Milano centrale, ricalcando i disegni dell'epoca. «Andremo a ristabilire qualcosa di meraviglioso che servirà a proteggere i treni dal degrado ma, soprattutto, ricreare all'esterno una piazza al coperto», ha evidenziato il manager. «Immagino uno spazio esteso sui quattro binari, di cui uno a disposizione per il collegamento Campo Marzio-Miramare, da usare per concerti e meeting. I treni vanno e vengono per l'utilizzo turistico, ma l'area è ottima per gli eventi - ha annunciato il direttore - perché quando le carrozze storiche sono ferme, non fai altro che spostarle e mettere sul pavimento delle tavole tra un marciapiede e l'altro, così realizzi il piazzale». La stima dei lavori, considerando anche questa parte dell'intervento per cui esiste già un progetto e una perizia, raggiunge complessivamente i 20 milioni di euro.«Come Fondazione, grazie all'interlocuzione del ministro Franceschini, della presidente Serracchiani e delle Ferrovie - ha puntualizzato Cantamessa - abbiamo trovato i primi 4 milioni e possiamo iniziare, questo mi pare già un dato importante che ci permette di aprire i cantieri per il museo a settembre. Per il resto vanno trovati altri 10-15 milioni, ma mi pare che l'intenzione ci sia. Anche perché su questa città ormai, a cominciare dal porto e dal Porto vecchio, c'è un'attenzione nazionale e internazionale che non vedo altrove»

Gianpaolo Sarti

 

In carrozza da Campo Marzio a Miramare - Viaggio inaugurale in estate con Franceschini. In futuro corse ogni weekend. E si pensa al biglietto unico
Il taglio del nastro per la ristrutturazione del museo dell'ex stazione di Campo Marzio è atteso dunque a luglio con i vertici di Ferrovie, ministero dei Beni culturali, Regione e Comune. Sarà anche l'occasione per un viaggio inaugurale con un treno storico, del 1920, che arriverà appositamente da Milano per percorrere la vecchia linea Campo Marzio-Miramare. Il tratto diventerà pienamente funzionante per i triestini, e naturalmente per i turisti, non appena si concluderanno i lavori. L'intenzione, in futuro, è impiegare le carrozze d'epoca ogni fine settimana per ricreare una sorta di "rondò" che seguirà questo percorso: Campo Marzio-Rozzol-Villa Opicina-Bivio di Aurisina-Stazione di Miramare con accesso pedonale al castello. Si pensa a un biglietto unico museo-treno-parco. «La potenzialità è enorme, perché le carrozze transiteranno su un itinerario meraviglioso lungo i binari ottocenteschi di Trieste con vista sul golfo», ha osservato il direttore della Fondazione Fs Luigi Cantamessa. «I costoni delle gallerie sono già in sicurezza - ha spiegato il funzionario - quindi a luglio potremo simulare questa partenza. Così il museo sarà una cosa unica in Europa, perché non sarà né statico né polveroso, ma una realtà dinamica. Va detto che questa struttura rappresenterà la storia delle ferrovie nel compartimento di Trieste ma anche il secondo museo nazionale delle Fs. Il primo è a Pietrarsa a Napoli». La tappa della Campo Marzio-Miramare, fino a Opicina, percorre l'unico tratto italiano della vecchia ferrovia Transalpina. «Cioè il collegamento tra il porto di Trieste e il centro dell'impero austroungarico - precisa Roberto Carollo, responsabile del museo ferroviario - quindi si parte da Campo Marzio per transitare lungo la linea Rozzol-Guardiella. È un tracciato forse poco conosciuto ai più, ma è una ferrovia che abbiamo in città e passa nella zona di San Giacomo e poi risale, appunto, verso Rozzol dietro l'ippodromo e poi va a Guardiella. Ha degli scorci bellissimi, come il viadotto che si trova nei pressi di via San Cilino, oltre l'università. Così si arriva a Opicina, dove si inverte la marcia per tornare a Trieste centrale facendo tappa ad Aurisina e Miramare». Il museo di Campo Marzio conserva carrozze, macchinari, cimeli, targhe, archivi e ricostruzioni modellistiche. La struttura è gestita da un gruppo di appassionati e studiosi associati al Dopolavoro ferroviario.

(g.s.)

 

In piazza Libertà “lifting” ai servizi igienici

Non c'è solo Campo Marzio. Perché sono in programma dei lavori anche alla stazione ferroviaria di piazza Libertà. Nella prima settimana di giugno, infatti, inizieranno gli interventi di ristrutturazione completa dei servizi igienici che si trovano all'interno della struttura di piazza Libertà. Lo annuncia Centostazioni, la società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane. L'intervento, rende noto un comunicato stampa, è destinato a protrarsi grosso modo per tre mesi, stando al progetto. Per consentire l'intera riqualificazione degli ambienti, per tutta la durata del cantiere saranno installati tre bagni provvisori all'esterno del fabbricato viaggiatori, lato via Flavio Gioia. Un'apposita segnaletica, precisa la nota, ne indicherà la direzione. I box wc temporanei, in particolare, saranno naturalmente distinti per uomini, donne e disabili. Nello stesso periodo sarà sospeso il pagamento del servizio, deciso soltanto alcuni mesi fa. L'investimento dei lavori ammonta complessivamente a centosettantaduemila euro.

(g. s.)

 

 

Il rilancio di Porto vecchio in cinque mosse Ernst & Young svela lo studio finale. Previste aree tematiche dedicate a intrattenimento, nautica, servizi, ricerca e congressi

Dicembre 2017: piano definitivo per il recupero del Porto vecchio. Inizio 2018: avvio degli interventi di sviluppo. Annus Domini 2029: Trieste è una città diversa, con un centro storico raddoppiato sul mare. È l'orizzonte da sogno tratteggiato dai manager della società Ernst & Young ieri sera alla centrale idrodinamica, dove hanno presentato il risultato dello studio commissionato dal Comune nel 2016. In platea sedavano rappresentanti di Comune, Regione, Soprintendenza, Camera di commercio, enti scientifici. Nei prossimi mesi si vedrà che possibilità avranno questi auspici di tramutarsi in fatti. Ad esporre i contenuti dello studio c'erano il partner di E&Y Andrea Bassanino e il senior manager Pietro Sepe. Il piano prevede la divisione del Porto vecchio in cinque aree: quella “leisure e intrattenimento” è la più estesa per E&Y è fondamentale per la «rigenerazione dell'intera area». Questo spazio dovrebbe estendersi dal terrapieno di Barcola fino a lambire la Centrale idrodinamica. Il secondo è l'ambito nautico, più focalizzato e improntato al potenziamento del traffico passeggeri. E&Y lo colloca all'ingresso del Porto, vicino al centro. Segue verso nord un'area multi servizi, volta ad essere fruibile h24. Il quarto ambito è “ricerca e formazione”, destinato a valorizzare il carattere di Trieste come città scientifica, compresa tra il multi servizi e l'ultimo ambito, quello congressuale, che si collocherebbe nella zona del magazzino 26 e della centrale idrodinamica. L'idea è sviluppare il tutto in tre fasi parzialmente sovrapposte: un avviamento 2018-2022, una fase intermedia 2022-2024 circa, il consolidamento fino al 2029. La società ha proposto anche una linea di lavoro per i cinque ambiti sulle tre fasi, e anche Sepe ha sottolineato come tutti gli ambiti vadano realizzati in parziale simultaneità: «Il recupero del Porto vecchio non deve essere un cantiere decennale chiuso. Bisogna partire da subito con le cose immediatamente fruibili dalla popolazione, ma poi avviare anche gli altri interventi». Bassanino ha sottolineato come la determinazione e la certezza del risultato siano fondamentali per attrarre gli investitori: «È importante che nelle prime fasi di sviluppo del progetto si dia l'idea di rispettare i tempi. Bisogna dare l'impressione agli investitori internazionali che è chiara l'evoluzione del percorso e che le cose si fanno veramente». La serata è stata aperta da un intervento dell'ex sindaco Roberto Cosolini: «Ringrazio il sindaco Roberto Dipiazza per l'invito. Dallo studio ci aspettiamo un apporto indispensabile per costruire un masterplan strategico. Anche perché questo intervento è inedito nella storia delle rigenerazioni urbane: di solito si recuperano aree portuali più piccole in città molto più grandi». Il sindaco Dipiazza ha dichiarato che negli ultimi mesi il Porto vecchio di Trieste ha attratto le attenzioni di potenziali investitori austriaci, americani, russi, tedeschi: «Arrivano richieste di interessamento per tutto l’antico scalo, neanche per singole parti». Sullo sviluppo dell'area «dovremo inserire un minimo di residenzialità, attorno al 10%, in maniera da mantenere viva la zona anche la sera». L'assessore regionale alla Cultura Fvg Gianni Torrenti ha dichiarato: «Dobbiamo dare il segnale che questa volta lo sviluppo del Porto vecchio di Trieste si farà. Troppi anni sono passati dai primi progetti, lo scetticismo è cresciuto e noi dobbiamo combatterlo». Le risorse «non sono molte» ma la cooperazione tra tutti gli enti coinvolti «dà finalmente l'idea che forse non possiamo più sottrarci». L'assessore comunale al Bilancio Giorgio Rossi ha parlato di «forte condivisione di obiettivi e strategie» e illustrato quanto il Comune sta facendo per infrastrutturare l'area. Al termine della presentazione, l'assessore al Demanio Lorenzo Giorgi ha commentato: «È uno studio di base che va implementato. Ciò che dobbiamo capire è chi sono gli imprenditori che devono investire. Serve qualcosa di più». Critico l'assessore al Turismo Maurizio Bucci: «Manca un elemento fondamentale: il mare. Bisogna creare un fulcro, ad esempio una stazione marittima, che con effetto domino consenta lo sviluppo di tutta l'area».

Giovanni Tomasin

 

 

Rigassificatore a Veglia - l'Ue stanzia 102 milioni - L'opera sarà conclusa nel 2019. Già disponibili i tre quarti dei finanziamenti
A regime l'impianto potrà lavorare 6 miliardi di metri cubi di metano all'anno
ZAGABRIA - Nei Balcani si sta combattendo una guerra strategica per la distribuzione delle risorse energetiche. Se Trieste ha rinunciato al rigassificatore a Zaule, la Croazia sta procedendo speditamente sulla realizzazione del medesimo impianto sull'isola di Veglia. Un'infrastruttura che bene si inserisce nel risiko energetico che si sta giocando nella regione tra la Russia di Vladimir Putin e gli Stati Uniti di Donald Trump.E nella vicenda si inserisce anche l'Unione europea che proprio per il rigassificatore di Veglia ha concesso al governo di Zagabria finanziamenti pari a 102 milioni di euro. L'obiettivo di Bruxelles è quello di uscire dalla servitù del monopolio russo nel metano. Della realizzazione del progetto si sta interessando anche il Qatar che, assieme all'Algeria sarebbe uno dei principali Paesi fornitori di gas.Ma c'è di più. L'Ue ha garantito, come scrive il Sole 24 ore, altri 40,5 milioni di euro per finanziare la realizzazione del progetto croato-sloveno del miglioramento del trasporto dell'energia elettrica inalta tensione denominato Sincro Grid. Ricordiamo che nei mesi scorsi la Commissione Ue ha approvato 18 progetti energetici per un totale di 444 milioni finanziati dal fondo europeo Connecting Europe Facility.Ma la Croazia non si ferma al rigassificatore di Veglia. Zagabria sta studiando, infatti, la realizzazione di un gasdotto per collegarsi al tratto balcanico del metanodotto Tap, opera fortemente contestata in Puglia. Il progetto prevede una condotta lunga 500 chilometri per un costo stimato di 620 milioni di euro che si allaccerà al Tap in Albania per poi portare il gas fino a Spalato.Nel intricato quadro si inserisce, come detto, anche la politica degli Usa la quale ha praticamente posto il veto alla Croazia di vendere le proprie quote della raffineria Ina di Fiume al colosso del gas russo Rosnyeft. Ma il Cremlino non sta certo a guardare e, dopo aver firmato l'accordo con la Turchia per la realizzazione della cosiddetta Turkish Stream che giungerà fino alla porzione europea del Paese di Erdogan, sta già trattando con i governi di Atene e Sofia per prolungare il tracciato del gasdotto verso Nordovest. L'ulteriore mossa sarà quella di far giungere il progetto nel cuore dei Balcani. L'impianto a Castelmuschio (Omislaj) di Veglia potrà rigassificare 6 miliardi di metri cubi di metano all'anno ed è stato progettato dalla Lng Hrvatska. Molti, come detto, gli investitori internazionali interessati all'impianto che ha avuto una forte accelerazione quando l'Italia ha abbandonato il progetto di Trieste. L'opera dovrebbe essere conclusa nel 2019 e, finora, ha già ricevuto quasi i due terzi dei finanziamenti necessari stimati in 363 milioni di euro.Le prospettive di utilizzo dei grandi impianti di rigassificazione sono molto ampie, per esempio per alimentare i motori delle grandi navi o flotte di camion. Proprio in quest'ottica il rigassificatore di Veglia potrebbe assumere un ruolo importante anche negli sviluppi della cosiddetta nuova Via della seta patrocinata dalla Cina e che vede i porti dell'Alto Adriatico in prima fila nell'imponente idea di Pechino di sviluppo dei traffici dal proprio Paese verso l'Unione europea.Quella della nuova mobilità e dell'energia, viste le sinergie che possono essere messe in atto proprio tra generazione elettrica, reti metanifere e grandi trasporti, dunque, è una carta vincente, per rispettare i vincoli ambientali dettati dall'Unione europea da qui al 2030

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 30 maggio 2017

 

 

Museo ferroviario a un passo dalla svolta - Oggi il sopralluogo del direttore di Fondazione Fs Cantamessa. Attesa per l’avvio dei primi lavori di restauro da 3,5 milioni
Il “super museo ferroviario” di Campo Marzio a Trieste? «Stiamo per metterci mano. Sarebbe il perfetto contraltare adriatico del polo di Napoli. E anch’io ho un sogno: collegare le due città con un treno notturno che dia accesso gratuito a entrambi i musei». Il sogno è di Luigi Cantamessa, rivelato a fine marzo a Paolo Rumiz alla vigilia del restauro del museo ferroviario di Pietrarsa, alle porte di Napoli. Oggi il giovane direttore della Fondazione Fs sarà a Trieste quasi in incognito a rivelare se il suo sogno può diventare realtà. È atteso attorno a mezzogiorno a Campo Marzio. «Siamo stati allertati - spiega Roberto Carollo, responsabile del museo gestito dai volontari di Ferstoria -. Non sappiamo però cosa verrà a dirci». L’attesa, dopo gli annunci di fine anno, è grande. Come le aspettative. Non ci sono conferme, però, di incontri con le istituzioni interessate: Comune e Regione. A fine dicembre erano stata annunciate le risorse già disponibili (3,5 milioni) per dare il via a un primo lotto di interventi sulla Stazione di Campo Marzio, che ospita il museo ferroviario, riguardante il restauro della facciata di via Giulio Cesare, il rifacimento del tetto dell'area espositiva e il ripristino dei vetusti impianti e serramenti della zona aperta al pubblico. Soldi scovati grazie alla collaborazione fra ministero dei Beni culturali, Fondazione Fs e Regione. Dalla legge di stabilità regionale arrivano 500mila euro. La parte più cospicua la mettono il Mibact (2 milioni) e la Fondazione Fs (1 milione), nata nel 2013 per preservare il patrimonio storico delle Ferrovie italiane. La situazione si era sbloccata dopo un incontro fra Cantamessa e la presidente della Regione Debora Serracchiani per individuare il percorso per avviare i lavori sulla stazione asburgica della Transalpina. Il restauro complessivo della struttura, dei binari e della vecchia volta in metallo (attualmente scoperta) richiederebbe 12 milioni. «Per questo primo lotto manca ancora mezzo milione: il Comune è un player fondamentale e speriamo possa fare la sua parte», disse nell’occasione Cantamessa, parlando di «un progetto ambizioso di stazione museo, da cui possano partire treni turistici sull'anello che unisce Campo Marzio, Opicina, Aurisina, Miramare e Stazione centrale». La Fondazione avrebbe consegnato a metà gennaio il progetto alla Soprintendenza: «Si tratta di interventi conservativi, basati sui progetti ottocenteschi, senza intromissione di elementi moderni», spiegò l’ingegnere Cantamessa. L’intenzione era di «partire in primavera e restituire in un anno il primo lotto alla bellezza originaria. Poi serviranno risorse per le successive due fasi. Ci vogliono finanziamenti importanti che speriamo arrivino anche da fondi europei: vedrete questa stazione della Sübahn come non l'avete mai vista». Un sogno che è anche una promessa.

Fabio Dorigo

 

La “desertificazione” ferroviaria con l’Istria e con Fiume - La lettera del giorno di Luigi Bianchi

Il rilancio di un sogno che viene da molto lontano. Livio Dorigo continua a pensare al futuro della “Ciceria” con un preciso disegno che sposa ecologia ed economia, per la rivitalizzazione di quello che resta “unico e autentico spartiacque di civiltà, tra mondo mediterraneo e Danubio”, secondo il pensiero di Paolo Rumiz. Ma anche il sogno di Dorigo, come quello di Rumiz, si scontra con la dura realtà delle comunicazioni ferroviarie dell’Istria. Con la caduta dei confini e con la divisione della Jugoslavia, la continuità della rotaia europea è stata compromessa, in contrasto con l’esigenza del coordinamento e dell’integrazione dei trasporti, che è alla base della mobilità sostenibile a misura di pedone e della logistica di livello europeo. Oggi non esiste un collegamento ferroviario tra Trieste e Pola, così come tra Fiume e Trieste. Tre porti che, secondo Romano Prodi, dovrebbero promuovere il sistema portuale dell’Alto Adriatico con Venezia e Ravenna. La “cura del ferro” di Zeno D’Agostino, che ha portato il porto di Trieste a un importante sviluppo delle relazioni ferroviarie europee, non può trovare applicazione in Istria, con evidenti ricadute negative sul traffico merci e sul servizio viaggiatori. Non mancano gli studi, numerosi sono i convegni ma la dura realtà è la desertificazione della rotaia istriana che incide pesantemente sull’economia e sul turismo. Un barlume di speranza per un’inversione di tendenza sul piano infrastrutturale si apre con il comunicato del gruppo FS sulla lettera di intenti, firmata a Zagabria per la cooperazione tra reti ai fini del Corridoio merci mediterraneo: Rete Ferroviaria Italiana ha pianificato interventi di potenziamento infrastrutturale che consentiranno un significativo miglioramento del trasporto merci nel breve-medio periodo. Preoccupante è invece il silenzio di Trenitalia riguardo alla ripresa di un’azione commerciale con Slovenia e Croazia, sia per le merci che per i viaggiatori, possibile con le attuali infrastrutture ferroviarie. Se non si sfruttano prontamente le opportunità si compromette lo sviluppo dei traffici, cargo e passeggeri, che non possono aspettare la realizzazione delle opere. I dirottamenti sono senza ritorno, in mancanza di una seria iniziativa commerciale. Che cosa impedisce di realizzare subito un Minuetto, ma anche una Littorina, Trieste-Pola e Trieste-Fiume ? FS-Trenitalia dovrebbe decidersi a convocare una conferenza dei servizi con le Ferrovie slovene e croate per la rivitalizzazione del servizio passeggeri con l’Istria, nel quadro della rivisitazione, o meglio della ricostruzione delle relazioni ferroviarie ai transiti orientali, trascurati proprio con la caduta dei confini. Abbandonare tale iniziativa significa arrendersi al “tutto gomma” e rinunciare alla “cura del ferro” che è alla base del coordinamento e dell’integrazione dei trasporti, vitale non solo per l’Istria.

 

 

L’olio delle fritture domestiche trova “casa” - In arrivo i primi contenitori specifici per lo smaltimento. Funziona la raccolta dei lubrificanti industriali
Saranno quattro, in corrispondenza dei centri di raccolta delle immondizie già attivi in città, i punti in cui sarà possibile, a breve, smaltire gli oli derivanti da fritture domestiche. L’ha annunciato ieri l'assessore comunale Luisa Polli, a margine dell'appuntamento allestito dal Consorzio obbligatorio degli oli usati (Coou) che ha organizzato, in piazza del Ponterosso, l'ultima tappa del tour nazionale "CircOLIamo - Campagna educativa itinerante". «Sarà sufficiente raccogliere fra le mura di casa, in un contenitore che potrà essere di qualsiasi tipo, l'olio che rimane al termine di una frittura. Raggiunta una quantità significativa, ogni cittadino potrà utilizzare gratuitamente questo servizio, il cui risultato in termini di salvaguardia ambientale è evidente» ha esordito Polli. «Per abitudine infatti - ha continuato l'assessore con delega all’Ambiente - si scaricano gli oli esausti delle cucine nel wc di casa, ma questo comportamento implica gravi conseguenze nell'equilibrio ambientale, perché quell'olio finisce, pressoché integro, in mare». «Ecco perché - conclude - invitiamo fin d'ora i triestini e tutti i residenti a portare l'olio esausto nei centri di raccolta, non appena avremo predisposti i necessari contenitori, che saranno facilmente identificabili da apposite scritte». Si tratta di una novità assoluta per la città, che ieri è stata portata a esempio positivo nell'ambito della campagna nazionale che punta a stimolare gli operatori economici a smaltire correttamente gli oli lubrificanti usati. «Sono state oltre 1.185 le tonnellate di oli lubrificanti usati raccolte sul territorio provinciale nel 2016 su un totale di 3.995 recuperate nell'intero Friuli Venezia Giulia. Nell'ambito della campagna “CircOLIamo”» ha aggiunto Paolo Tomasi, presidente del Consorzio. «In due anni abbiamo percorso circa 19mila km, toccando gran parte del capoluoghi provinciali del Paese, coinvolgendo circa 10mila studenti, principali destinatari del messaggio che intendiamo lanciare» ha concluso. Nel 2016 il Coou, che coordina 74 aziende private di raccolta e gestisce quattro impianti di rigenerazione distribuiti sul territorio nazionale, ha raccolto complessivamente 177mila tonnellate di olio lubrificante usato «un risultato - ha chiosato Tomasi - molto vicino al 100% del potenziale raccoglibile».

Ugo Salvini

 

 

Bici proibite in centro, scintille tra Pd e giunta - Il consigliere Finocchiaro: «Testo inutile e non condiviso». L’assessore Decolle: «No alle lobby nel partito»
MUGGIA «Né il Circolo del Partito democratico né la maggioranza sapevano di questa iniziativa che è una dichiarazione di guerra alle biciclette». L’ordinanza contro i ciclisti in cento storico adottata dalla giunta Marzi (sarà possibile solo muoversi accompagnando a mano la bici) ha suscitato subito delle aspre polemiche. Non tanto da parte dei partiti di opposizione, bensì dalla maggioranza stessa. Ad ergersi a paladino dei mezzi a due ruote è il consigliere comunale nonché ex assessore ai Lavori pubblici Marco Finocchiaro: «Bastava far rispettare le regole esistenti senza far passare questa dichiarazione di guerra alle biciclette. Non condivido né il metodo né il contenuto di questa iniziativa di cui il Circolo Pd e i consiglieri di maggioranza non erano a conoscenza». Secondo l’esponente del Pd «il nostro Codice della strada e la nostra pianificazione contengono già tutti gli strumenti per una condivisione delle strade ed anche delle aree pedonali senza dotarsi di questa ulteriore limitazione che ritengo fuori luogo». Finocchiaro cita nello specifico l’articolo 182, comma 4, del Codice della strada, inerente la circolazione dei velocipedi: «I ciclisti devono condurre il veicolo a mano quando, per le condizioni della circolazione, siano di intralcio o di pericolo per i pedoni. In tal caso sono assimilati ai pedoni e devono usare la comune diligenza e la comune prudenza». Il consigliere dem mette poi sul piatto anche la parte seconda della Circolare della Pcm del 31 marzo 1993, numero 432: «Nel caso in cui la circolazione ciclistica sia consentita in promiscuo con i pedoni, i ciclisti debbono procedere a una velocità tale da evitare situazioni di pericolo con velocità generalmente non superiore ai 10 orari». Pronta la replica dell’assessore alla polizia locale Stefano Decolle (del Pd anche lui), padrino dell'ordinanza contestata: «L’ordinanza è stata valutata dalla giunta ed è passata nel luogo istituzionalmente più adatto. Da un punto di vista politico mi rende perplesso che venga vista solo questa parte del documento e non la forte regolamentazione che verrà finalmente applicata al traffico veicolare del centro storico». Decolle, che evidenzia ancora come «i documenti esistenti non bastavano», auspica «vivamente che il Pd non si divida per lobby, in questo caso i ciclisti che difendono i ciclisti, perché un partito politico è ben altra qualcosa». A cercare di chiudere la querelle è il vicesindaco Francesco Bussani, nonché segretario del Circolo Pd muggesano: «Confermo che la tematica non è stata discussa all’interno del Circolo. Difendo l’ordinanza perché, pur essendo la nostra amministrazione a favore delle piste ciclabili e della mobilità sostenibile, la situazione nel centro storico andava regolamentata in difesa delle categorie più deboli quali bambini e anziani. Certo, sarebbe anche sempre auspicabile condividere le tematiche con il Circolo, soprattutto se queste possono avere degli effetti impattanti sulla vita dei nostri cittadini».

(tosq.)

 

 

Eni e Fincantieri insieme per il gas naturale - Intesa di collaborazione per ricerca e sviluppo di sistemi energetici a partire dalla filiera del gnl
MILANO Fincantieri va a tutto gas. E punta fare sistema anche con i big nazionali dell'industria. All'indomani della firma ufficiale per l'acquisizione di Stx France, che creerà l'Airbus dei mari della crocieristica, il gruppo navalmeccanico triestino ha sottoscritto un accordo con Eni per la ricerca e lo sviluppo di sistemi energetici a gas naturale. Un'intesa che a prima vista dovrebbe interessare solo gli addetti ai lavori. Ma non è così. Intanto perché due campioni nazionali, tra le ultime industrie di rilievo del sistema paese, provano a mettere a fattor comune competenze e tecnologie. E poi perché il gas naturale liquefatto sembra configurarsi come il sistema di alimentazione del futuro del trasporto via mare (e non solo) perché permette di ridurre il volume specifico del gas di 600 volte e consente così lo stoccaggio a costi molto competitivi. Eni e Fincantieri non si sbilanciano su progetti futuri. Ma non nascondono l'ambizione di lanciare una collaborazione ad ampio raggio lungo tutta la catena di trasporto di gas naturale e Gnl. Le due aziende lavoreranno assieme per mettere a punto progetti relativi a piattaforme galleggianti per produzione offshore e la valutazione di progetti energetici a ridotto impatto ambientale. Ma questo è solo un primo passo. Nonostante "l'antipatia" dei connazionali per il Gnl, o meglio quella dei decisori politici per i rigassificatori, l'Italia comincia a dotarsi di una rete di distributori a gnl. Oggi nel paese ce ne sono una decina e servono soprattutto ai grandi tir che con un pieno di Gnl possono percorrere anche 900 km. Fincantieri non è a digiuno di Gnl. Nel 2015 il gruppo guidato da Giuseppe Bono ha messo in mare un traghetto alimentato a Gnl Gauthier, realizzato negli stabilimenti di Castellamare di Stabia e destinato alla società di trasporti marittima del Québec. Dal quartier generale di Trieste, la società spiega che l'accordo con Eni non prevede - almeno per ora - lo sviluppo di tecnologie destinate al mercato del trasporto passeggeri. L’intesa mira innanzitutto a ricerca e sviluppo di sistemi energetici che potranno essere usati in tutta la filiera. Quanto a Eni, l'accordo s’inquadra nella strategia del Cane a Sei Zampe che prevede un forte impegno sul fronte del climate change, dello sviluppo sostenibile e del sostegno all'uso del gas per trasporto. Infine, va ricordato che le maggiori compagnie di crociere, come Costa e Msc, hanno già ordinato alcune navi alimentate a Lng. Una Msc sarà sviluppata dai cantieri francesi ex Stx, ora Fincantieri.

Christian Benna

 

 

AMBIENTE - LA TRATTATIVA - Il G7 continua con la scienza - A Trieste summit sui mari - Esperti da tutto il mondo a confronto per lanciare l’offensiva anti inquinamento

Obiettivo spingere i grandi della Terra a farsi carico della salute di golfi e oceani

TRIESTE Il G7, che si è appena concluso a Taormina, in realtà continua, anche sui temi della scienza. E passa pure per Trieste, dove da oggi al primo giugno si terrà l'evento satellite “Progettazione condivisa di un sistema efficiente e sostenibile per l'osservazione dei mari costieri nei Paesi in via di sviluppo”, legato all'iniziativa più ampia “Il futuro dei mari e degli oceani” e in preparazione al G7 Scienza di Torino in settembre. A parteciparvi 15 esperti provenienti dagli Stati membri del G7 ed emergenti. I lavori si svolgeranno nella sede del Centro internazionale di fisica teorica a Grignano e saranno coordinati dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) e dal britannico National Oceanography Centre. Il meeting ha l’obiettivo di contribuire all'agenda del summit annuale dei ministri, quest'anno capitanato e ospitato dall'Italia, evidenziando il ruolo essenziale dello studio dei mari regionali per contribuire a “fotografare” lo stato di salute dell’oceano globale. Sarà dunque discussa l'importanza del fatto che in molte aree deve essere accelerato il potenziamento delle competenze e delle tecnologie oceanografiche e la loro connessione con le esigenze di conoscenza richieste dagli sviluppi dell'economia blu. «La salute degli oceani - puntualizza Maria Cristina Pedicchio, presidente dell'Ogs - è considerata cruciale anche per lo sviluppo economico e il suo monitoraggio è un prerequisito fondamentale per promuovere la salvaguardia e l'uso responsabile delle risorse marine e, in generale, uno sviluppo sostenibile, anche attraverso la creazione di nuove professionalità in campo marino e marittimo». Tutto il sistema di check-up dei mari è strettamente correlato ad un altro tema che verrà affrontato: quello dell'inquinamento. Lo scopo delle piattaforme automatiche che misurano il mare costiero, e dell'intervento umano tramite raccolta di campioni e studio di inquinanti e contaminanti, è proprio quello di dare un'allerta tempestiva delle condizioni delle acque. E dunque prevenire e intervenire. «L'Italia - spiega il ricercatore di Ogs Alessandro Crise, incaricato di co-dirigere il gruppo - ha fatto pressione in particolare affinché si parlasse di mari regionali e coste. Il G7 è formato da Paesi che geograficamente hanno di fronte un oceano. L’Italia è l'unica con una situazione diversa, abbiamo il Mediterraneo, che ha una priorità per motivi scientifici, socio-economici e politici e la scienza ha un ruolo importante anche come motore di Science diplomacy: il fatto di avere rapporti con Paesi indipendentemente dal loro status politico è importante per mantenere vivi i contatti con una comunità ampia, anche perché il mare non ha confini e così nemmeno la scienza». Nel corso dell'incontro verranno esaminate e approfondite le buone pratiche adottate nelle attuali reti di analisi costiera e le iniziative in corso. Verranno inoltre valutati i problemi e le esigenze specifiche dei sistemi di osservazione regionale per il controllo continuo marino e costiero, soprattutto per quanto riguarda i Paesi emergenti, per individuare i requisiti minimi, gli strumenti e le infrastrutture adeguate. Ma non occorre andare lontano, perché anche nella costa Est e Ovest dell'Area adriatico-ionica «ci sarebbe la necessità di partire con azioni sulla stessa linea di quelle che approfondiremo a livello globale, perché ci siamo resi conto in un recente incontro, che anche in questa zona la conoscenza è tutt'altro che uniforme, il monitoraggio non è sufficientemente esteso e inoltre c'è una frammentazione di iniziative e programmi». Cosa emergerà da questo convegno? «Il nostro obiettivo ora è che nel comunicato congiunto al G7 Scienza di Torino - spiega Crise -, si ribadisca una volta di più che è indispensabile continuare a progredire nella conoscenza del mare e nella necessità di mantenere reti di indagine multidisciplinare che coprano tutto il globo, dal mare aperto fino alle regioni costiere, perché il mare è uno, un'importante sorgente di vita e di biodiversità, che raccoglie anche importantissimi interessi economici, che via via si sviluppano e non si può avere uno sfruttamento sostenibile delle risorse marine, che non sono infinite, senza un’adeguata conoscenza e monitoraggio». Al termine dei lavori di Trieste verrà prodotto un documento di sintesi «semplice e breve, in modo da essere compreso dai politici» annuncia Crise, per sottolineare la necessità di fare crescere le competenze per l'osservazione e il monitoraggio degli oceani anche nei Paesi che non sono avvantaggiati, per i quali l’economia blu gioca un ruolo chiave. Il documento verrà infine integrato con le azioni previste dall'iniziativa G7 “Il futuro dei mari e degli oceani”

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 29 maggio 2017

 

 

Canovella torna pulita con i rifugiati - Spiaggia liberata da un “mare” di rifiuti grazie alla campagna di Legambiente
DUINO AURISINA-  In seguito al monitoraggio “Beach litter” di Legambiente a fine aprile su 62 spiagge italiane, è stata trovata una media di 670 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia. L’84% degli oggetti trovati è di plastica e il 64% dei rifiuti spiaggiati proviene da oggetti usa e getta. Su www.legambiente.it/marinelitter si può vedere la mappa interattiva dei rifiuti e le foto: rifiuti di ogni forma, genere, dimensione e colore, compresi blister di medicinali, aghi da insulina, assorbenti e preservativi, frutto della cattiva gestione a monte e dell’abbandono consapevole, continuano infatti ad invadere le spiagge italiane e quelle del resto del Mediterraneo, e Canovella de’ Zoppoli non fa eccezione, tanto che la spiaggia triestina è stata fra le protagoniste della tradizionale campagna di sensibilizzazione di Legambiente denominata “Spiagge e fondali puliti” per smuovere le coscienze e incoraggiare una corretta gestione dei rifiuti e una partecipazione attiva tesa al rispetto della natura e del mare. Sabato, con il contributo di Sammontana, i volontari di Legambiente Trieste, con l’aiuto di Trieste Altruista e dei richiedenti asilo assistiti dall’Ics, hanno così raccolto numerosi sacchi di rifiuti spiaggiati o abbandonati proprio lungo la spiaggia di Canovella, scelta grazie a 670 like sui social. Il risultato finale è di ben 665 rifiuti, per il 93% di plastica: soprattutto pezzi di reti per la coltivazione dei mitili (43%), frammenti di plastica e polistirolo (21%), tappi e coperchi (6%), bottiglie e contenitori di plastica (4%).

(vedi l'articolo)

 

“L’Armata degli scarti viventi”: ragazzi, ecco il secondo indizio del concorso - il contest
“L’Armata degli scarti viventi” è il contest di ShorTs International Film Festival in collaborazione con “Il Piccolo” e AcegasApsAmga dedicato ai ragazzi che vogliono passare due giornate a divertirsi, imparando a riutilizzare quello che ogni giorno scartiamo e farne un film. Il contest è dedicato ai ragazzi dai dieci ai quattordici anni, ma verranno accolte anche proposte fantasiose, divertenti e realizzabili anche se i proponenti saranno più piccoli o più grandi. Il laboratorio di animazione sarà tenuto dal regista Francesco Filippi alla Mediateca (in via Roma 19, a Trieste) sabato 1 e domenica 2 luglio dalle 10 alle 18 e sarà a numero chiuso. Potranno essere accolti al massimo quindici ragazzi. Che cosa bisogna fare per iscriversi? Raccogli tutti gli indizi che trovi qui accanto fino a domenica 4 giugno: sono gli spunti per liberare la tua fantasia. Per candidare la tua creatura e te stesso per il laboratorio pratico con Francesco Filippi bisogna registrarsi alla pagina dedicata sul sito www.maremetraggio.com e compilare il form relativo. Alla fine del laboratorio tutti i personaggi creati verranno animati con la tecnica della stop motion dando vita a un cortometraggio di animazione inventato dai ragazzi, che verrà presentato al pubblico la sera di domenica 2 luglio in piazza Verdi assieme ai ragazzi e al regista Francesco Filippi.

 

 

Muggia dichiara fuorilegge le bici nel centro storico - Arriva l’obbligo di portare a mano i velocipedi all’interno delle cinta murarie
L’unica deroga sarà per i bambini sotto i dieci anni. Multe fino a 168 euro
MUGGIA - Divieto di circolazione in bicicletta e nuove limitazioni per gli autoveicoli. Sono le principali novità adottate dall’amministrazione comunale di Muggia che, a pochi giorni dall’inizio dell’estate, ha approvato un’ordinanza con molti provvedimenti in materia di viabilità che interesseranno il centro storico. Perentorio l’assessore al Turismo e alla Polizia locale Stefano Decolle: «Basta sfrecciare a 30 all’ora per le calli». La novità più eclatante riguarda i velocipedi. Istituendo di fatto un’area pedonale nel centro storico, individuata in vie, calli e piazze ricadenti all’interno dell’antica cinta muraria e specificatamente racchiusa nelle vie Roma, Naccari, Manzoni e Sauro e in salita alle Mura, il Comune ha deciso che le biciclette dovranno essere rigorosamente condotte a mano. L’unica deroga sarà per i bambini, per l’esattezza per i minori di 10 anni. «Non abbiamo mai registrato un incidente conclamato, ma da diverso tempo stiamo ricevendo tante lamentele da parte dei muggesani per i ciclisti che sfrecciano nel centro storico», racconta Decolle. Tra le giornate più critiche il sabato mattina, ma anche il giovedì, giorno di mercato. «Non nascondo che soprattutto in estate i turisti siano più disciplinati dei muggesani in bicicletta - aggiunge Decolle - quindi abbiamo deciso di produrre delle regole chiare e certe». I trasgressori saranno puniti secondo il Codice della strada con sanzioni che andranno da un minimo di 41 ad un massimo di 168 euro. Nell’area pedonale all’interno del centro storico si è deciso di utilizzare il pugno duro anche con gli autoveicoli. Nell’area vigerà il divieto di transito e sosta con rimozione forzata per tutte le categorie di veicoli a motore, ma con alcuni distinguo. I mezzi di privati residenti nel centro storico con garanzia di rimessaggio in garage o cortili, quelli privati per scarico merci (traslochi, lavori edili vincolati ai permessi rilasciati dagli uffici competenti) e i mezzi di trasporto merci per le attività commerciali operanti all’interno dell’area potranno accedere dalle 6 alle 9.30 e nei mesi da novembre ad aprile anche dalle 19 alle 20. Potranno essere utilizzati esclusivamente mezzi fino a 35 quintali di massa, con un tempo massimo consentito di 30 minuti (l’esposizione dell’ora di arrivo sarà obbligatoria) e transito a velocità non superiore ai 10 orari. Potranno inoltre accedere al centro storico i mezzi di accompagnamento di funerali, matrimoni e unioni civili, ciascuno per un totale massimo di tre auto. Consentito anche il transito di mezzi a servizio delle manifestazioni autorizzate, delle persone disabili o adibiti al trasporto delle stesse, per visite ed assistenza domiciliare, ma anche di taxi, mezzi di soccorso ed emergenza e infine di mezzi utilizzati da imprese aventi quale attività specifica la consegna a domicilio di bombole di gas o altri combustibili. Il percorso a traffico limitato riguarderà via Dante (accesso da via Battisti), piazza Santa Lucia, la parte discendente di via Verdi e passo Marcuzzi. Ma quando saranno attive le nuove disposizioni? «L’ordinanza entrerà in vigore contestualmente alla posa della segnaletica - spiega Decolle - quindi ci sarà tutto il tempo per abituarsi a queste nuove regole che abbiamo deciso di adottare in seguito ai consigli ricevuti in questi anni da parte dei cittadini muggesani». A conti fatti, dunque, entro l’inizio dell’estate sarà vietato pedalare in bicicletta in centro.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 28 maggio 2017

 

 

Le due ruote - Bici rimosse La Fiab chiede un confronto col Municipio
«In questi giorni la polizia municipale sta tagliando i lucchetti delle catene e rimuovendo bici parcheggiate. Ma il nuovo regolamento è applicato correttamente?». Se lo chiede Federico Zadnich della Fiab-Ulisse. «I vigili stanno portando via anche le bici parcheggiate in aree pedonali, non abbandonate e che non intralciano», fa notare il rappresentante dell’associazione che domanda un confronto con il vicesindaco Pierpaolo Roberti e con il comandante della polizia locale Sergio Abbate. «Il tono usato nel comunicato di Fiab-Ulisse mi ha lasciato stupefatto ed amareggiato - replica il comandante dei vigili urbani -, insinua il sospetto che la polizia locale agisca arbitrariamente e non sulla base delle leggi. Sia perciò chiaro - conclude Abbate - che la polizia locale agisce sempre secondo la legge. Se poi qualcuno dovesse ritenere di aver subito un torto, potrà utilizzare tutti quegli strumenti di difesa che sempre la legge mette a disposizione di chiunque». Sul caso interviene anche il Movimento 5 Stelle Trieste: «Il centrodestra in Circoscrizione ha più volte bocciato la nostra mozione finalizzata alla realizzazione di nuove rastrelliere a San Giovanni, Chiadino e Rozzol vicino a scuole, uffici postali, palestre, luoghi di culto e di aggregazione», rilevano i consiglieri M5S della Sesta Alessandra Richetti, Emanuela Segulin e Stefano Fonda. «Critichiamo duramente l’ipocrisia del centrodestra - aggiungono - che a parole incentiva lo sviluppo della mobilità sostenibile ma nei fatti la ostacola in tutti i modi».

(g.s.)

 

Biciclette fuori legge? Allora serve par condicio con le auto - LA LETTERA DEL GIORNO di Sandra Zoglia

Leggo a pagina 26 de Il Piccolo di oggi (26 Maggio) che il Comune avrebbe dichiarato guerra alle biciclette “fuori legge”, anche alla luce delle numerose segnalazioni pervenute dalla cittadinanza. La domanda sorge spontanea: le segnalazioni di auto in perenne sosta vietata sono forse di meno? Eppure direi che le contravvenzioni sono numerose ed abbastanza evidenti, di certo non solo tra i pedoni. Faccio un breve riepilogo di quanto segnalato più e più volte alla Polizia locale, evidentemente senza grande successo. Premetto che le zone che segnalo sono solo le poche in cui mi trovo a transitare abitualmente, ma va da sé che il campione è abbastanza rappresentativo. Per esempio le auto sostano ormai costantemente ed in tutta tranquillità in via Ghega (di fronte alla nota gelateria), spesso parcheggiate direttamente a pettine e sul marciapiede. In questa maniera causano rallentamenti pesanti del traffico, che in quella zona come sappiamo è particolarmente intenso e che si trova così costretto sulle restanti due corsie. Sostano inoltre indisturbate all'inizio di via Udine, in via de Rittmeyer, lungo tutta via Roma (spesso e volentieri sugli slarghi riservati agli autobus), in via del Mercato Vecchio, in corso Italia, in via San Spiridione, in corso Saba (ormai ridotto da anni ad un’unica angusta corsia), in via Oriani e in piazza Garibaldi (anche in questo caso in comoda sosta davanti ai bar). E ancora: di fronte al Mercato Coperto, in via Coroneo e così via. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Eppure nonostante le ripetute segnalazioni non ho mai visto pattuglie applicare multe, nemmeno quando fisicamente in zona. Come mai? Viene da chiedersi per quale motivo i cittadini dovrebbero osservare le regole, dal momento che chi non le rispetta non viene punito e anzi, gode tutto sommato di maggiori diritti. Dalla gestione del traffico si passa facilmente a più ampie considerazioni sulla società. Il senso civico è da considerarsi un limite? Lo chiedo perché se per esempio il diritto individuale di gustare un gelato o di bere comodamente un aperitivo senza cercare un parcheggio regolare è garantito più del diritto della collettività di avere un traffico cittadino scorrevole e sostenibile, allora è necessario davvero rivedere il nostro “contratto sociale”. Sarò disposta a tollerare il pugno di ferro nei confronti delle biciclette solo quando lo stesso trattamento verrà riservato anche alle automobili ed a tutto il resto, perché solo allora avrò la certezza che si punisce la contravvenzione – qualunque essa sia - e non l’obiettivo di comodo, che tra l’altro in questo caso mi pare veramente il male minore.

 

Il nuovo viale Miramare non supera il test - Sotto accusa i restringimenti di carreggiata istituiti per consentire la svolta in Porto vecchio e la segnaletica poco chiara
il pericolo tamponamenti - Molti automobilisti all’altezza della bretella che porta al Magazzino 26, rallentano e frenano di colpo con il rischio di creare incidenti
Segnaletica poco chiara e fuorviante e modifiche alle corsie che creano rallentamenti e tratti pericolosi per i pedoni. La nuova viabilità della bretella in ingresso e uscita tra viale Miramare e il Porto vecchio non registra consensi tra i triestini. A lamentarsi automobilisti, scooteristi e pure i tanti ciclisti che attraversano la zona. I loro sfoghi hanno iniziato a riversarsi sempre più copiosi sul web nei giorni scorsi. Ma cos'è cambiato nell’arco delle ultime settimane? La corsia di sorpasso, che si apre dopo aver superato il cavalcavia del ponte ferroviario, è diventata una carreggiata per consentire la svolta a sinistra in prossimità dell'imbocco dell’antico scalo. E anche la corsia opposta, percorsa da chi è diretto in centro città, si restringe subito dopo lo slargo che consente di svoltare verso il Porto vecchio all'interno. Novità, come detto, poco apprezzate dagli habituè. Per rendersene conto basta fare un salto in zona. Nel tardo pomeriggio di sabato chi rientra in auto da Barcola verso il centro, in prossimità della segnaletica gialla provvisoria, rallenta e alle volte si ferma per controllare come mai la corsia si sia ristretta. Più di qualcuno poi finisce per sconfinare nella carreggiata che ospita ora il senso opposto di marcia, per poi ritornare frettolosamente a destra ed evitare di trovarsi di fatto contromano. Sul marciapiede che costeggia la vecchia ferrovia intanto camminano gruppetti di ragazzini, anche loro di rientro dal mare, che si trovano ad attraversare senza protezioni. «Sia andando sia tornando, il marciapiede si interrompe - spiega una ragazza indicando il tratto incriminato -. Non ci sono le strisce pedonali per proseguire e qui molte auto sfrecciano. In più, se per caso volessimo svoltare all'interno del porto, lo spazio pedonale non ci sarebbe comunque: si finisce nello sterrato, tra le erbacce». Qualcuno prova ad attraversare raggiungendo di corsa l'area spartitraffico in mezzo alle corsie, con il rischio di essere travolto. Alcuni ciclisti, che arrivano dal Porto vecchio invece, segnalano un’altra perplessità. «Volendo dirigersi verso Barcola - dicono - non è possibile alcuna svolta a sinistra su viale Miramare, ed è anche impossibile, vista la mancanza di attraversamenti pedonali, raggiungere la pista ciclabile di fronte». E le bici nel tratto sono davvero tante, tra triestini, gruppi di giovani e turisti di passaggio. Stessa considerazione espressa da alcuni centauri. Camminando poi tra blocchi spartitraffico caduti a terra e paletti abbandonati nel verde, a preoccupare è anche la mancata precedenza dei veicoli che arrivano da viale Miramare verso Porto vecchio. «Forse sarebbe meglio aggiungere un segnale di “stop” - spiega proprio uno dei pochi automobilisti al volante che rispetta la segnaletica orizzontale -, perché non ci si aspetta che possano arrivare altre auto da sinistra». Tra l’altro, a qualche metro di distanza, c’è gettato a terra proprio un grande cartello di “stop”, che fosse destinato a quello? L’ultimo dettaglio segnalato dai cittadini riguarda il cartello posizionato sempre in ingresso da viale Miramare verso le strutture del porto, con un chiaro “divieto di transito ed accesso veicolare e pedonale”. Sotto una scritta piccola cita varie eccezioni alla limitazione, compresa una per «i visitatori degli edifici museali». Peccato che siano in molti a scegliere la scorciatoia eludendo l'avvertimento, peraltro difficile da leggere per chi guida. C’è poi un altro aspetto. Stando alle intenzioni del Comune, la rivoluzione nell'asse di scorrimento sarebbe mirata proprio a favorire la fruibilità del Magazzino 26, della Sottostazione Elettrica e della Centrale Idrodinamica tanto ai cittadini quanto ai turisti, che sul web però segnalano lo stato di degrado in cui versa proprio il tratto che conduce ai tre gli edifici, tra cespugli che nascondono rifiuti, ancora pezzi di vecchia segnaletica dimenticati e pure una bicicletta rotta, forse rubata e abbandonata da qualcuno sul ciglio della strada.

Micol Brusaferro

 

 

Razeto: «Prematuro prendere posizione sulla Ferriera»
«Il gruppo Arvedi, con l’acquisizione dello stabilimento di Servola nel 2014, ha posto fine a un periodo di incertezze sul destino dello stesso, dei suoi lavoratori e di quelli dell’indotto. Parallelamente a quelli di voler proseguire e ampliare l’attività industriale e l’occupazione, il gruppo ha preso una serie di impegni concreti per il ripristino manutentivo degli impianti e l’adeguamento dei presidi ambientali, con l’obiettivo di una drastica riduzione delle emissioni. Tali impegni sono parti vincolanti di un Accordo di programma, sottoscritto con le istituzioni nazionali e del territorio, che prevede il rispetto di parametri stringenti imposti dalla nuova Aia e di un timing prestabilito». Lo afferma il presidente di Confindustria Venezia Giulia, Sergio Razeto, sulla questione Ferriera. «Dalle rilevazioni fatte dagli enti preposti al controllo, tra cui l’Arpa - prosegue Razeto -, emerge che gli interventi in attuazione stanno già portando dei miglioramenti visibili, pur essendo accaduti alcuni episodi di malfunzionamento con le emissioni che i cittadini hanno visto e lamentato. Dato che la sostenibilità ambientale e la salute sono due aspetti fondamentali da tutelare, l’associazione valuta positivamente che nei confronti dell’impianto e del percorso di messa in sicurezza e prevenzione, vi sia un costante monitoraggio da parte di tutte le istituzioni del territorio. Confindustria rileva nuovamente - conclude Razeto - che bisogna attendere il termine del percorso di ammodernamenti programmati per poter avere il nuovo quadro complessivo e dati oggettivi sulla riduzione degli inquinanti da giudicare. Se il processo, una volta completato, non dovesse portare a quanto previsto, il progetto andrà riconsiderato, come peraltro l’industriale ha già previsto di fare. Prendere posizioni ora è prematuro e potrebbe portare a decisioni in grado di pregiudicare il percorso di assunzioni che è iniziato e ha già portato all’incremento del numero di dipendenti».

 

 

L’Armata degli scarti viventi prende vita grazie ai ragazzi -

ShorTs Film Festival pensa ai più giovani: da oggi, ogni giorno, sul nostro giornale gli indizi per inventare un personaggio... dai rifiuti. Che poi diventerà un corto

Cosa succederebbe se i rifiuti che cestiniamo ogni giorno d’improvviso riprendessero vita? Parte da questa suggestione una nuova iniziativa dedicata ai ragazzi targata ShorTs International Film Festival, che nel titolo fa il verso ai film cult di George Romero e Sam Raimi. Si chiama “L’armata degli scarti viventi contest. Laboratorio di costruzione e animazione di fantastiche creature con i rifiuti” e Il Piccolo ha deciso di sostenerlo come partner per il suo valore educativo e didattico. A realizzarlo è il regista Francesco Filippi, che ShorTs ha il piacere di ospitare nuovamente a Trieste per questo originale progetto, realizzato grazie al sostegno di AcegasApsAmga. Con questa iniziativa, dunque, gli scarti “risorgeranno”, perché i ragazzi sono chiamati a scatenare la propria creatività e inventare un personaggio dai rifiuti. Nel corso del laboratorio poi i personaggi inventati verranno animati con la tecnica della stop motion, dando vita a un cortometraggio di animazione che verrà presentato al pubblico il 2 luglio, in piazza Verdi. “L’Armata degli scarti viventi”, spiegano da ShorTs, è un contest dedicato ai ragazzi dai 10 ai 14 anni, ma verranno accolte proposte fantasiose, divertenti e realizzabili anche se i proponenti saranno più piccoli o più grandi. Il laboratorio con Francesco Filippi si terrà alla Mediateca l’1 e il 2 luglio dalle 10 alle 18 e sarà a numero chiuso (max 15 ragazzi). Che cosa bisogna fare per iscriversi? Da oggi al 4 giugno verranno pubblicati quotidianamente su Il Piccolo gli indizi per la creazione del proprio personaggio: vanno raccolti e sulla base degli spunti forniti i ragazzi potranno liberare la propria fantasia. Per candidare la propria “creatura” bisognerà registrarsi su www.maremetraggio.com e compilare il form relativo.

Giulia Basso

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - SABATO, 27 maggio 2017

 

 

Spiagge e Fondali Puliti - Clean up the Med di Legambiente : oltre 300 azioni di pulizia dal 26 al 28 maggio in tutta Italia e nel Mediterraneo, e anche in Friuli Venezia Giulia.

Oltre trenta volontari hanno raccolto rifIuti di ogni genere sulla spiaggia di Canovella de' Zoppoli (Comune di Duino Aurisina).
In seguito al monitoraggio “Beach Litter” svolto da Legambiente a fine aprile su 62 spiagge italiane, è stata trovata una media di 670 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. L’84% degli oggetti trovati è di plastica e il 64% dei rifiuti spiaggiati proviene da oggetti usa e getta. A Canovella sono stati censiti ben 665 rifiuti, per il 93% di plastica: soprattutto pezzi di reti per la coltivazione dei mitili (43%), frammenti di plastica e polistirolo (21%), tappi e coperchi (6%), bottiglie e contenitori di plastica (4%).
Su www.legambiente.it/marinelitter la mappa interattiva dei rifiuti e le foto.
Rifiuti di ogni forma, genere, dimensione e colore, frutto della cattiva gestione a monte e dell’abbandono consapevole, continuano ad invadere le spiagge italiane e quelle del resto del Mediterraneo: come buste, reti per la coltivazioni di mitili, tappi e scatole di latta, mozziconi di sigaretta, bottiglie e flaconi, cotton fioc; per non parlare di quelli che si trovano in mezzo al mare come le microplastiche o quelli che si depositano sul fondale; tutti mettono in serio pericolo la biodiversità.
Quali sono le cause di questa situazione? Le principali sono: la cattiva gestione dei rifiuti urbani (49%), pesca e acquacoltura (14%) e mancata depurazione (7%). La scorretta gestione dei rifiuti a monte, le attività turistiche e ricreative, l'abbandono consapevole sono responsabili della metà dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane. A far la parte da leone tra gli oggetti trovati sulle spiagge monitorate ci sono gli imballaggi (un rifiuto su tre). Le attività produttive (pesca e acquacoltura) sono invece responsabili di una media di 95 oggetti ogni 100 metri di spiaggia, tra cui calze da coltivazione di mitili, cassette e cime.
L’inefficienza dei sistemi depurativi si ripercuote anche sulla presenza dei rifiuti sulle spiagge, responsabile della presenza del 7% del beach litter come bastoncini cotonati, blister di medicinali, contenitori delle lenti a contatto, piccoli aghi da insulina, assorbenti e altri oggetti di questo tipo. Per prevenire, sensibilizzare e informare le amministrazioni e cittadini, incoraggiando una corretta gestione dei rifiuti e una partecipazione attiva, Legambiente organizza la campagna Spiagge e fondali puliti, che coinvolge migliaia di volontari che ogni anno raccolgono dati scientifici sul beach litter e si attivano per ripulire le spiagge
Sabato 27 maggio, oltre 30 volontari di Legambiente Trieste, con l'aiuto di Trieste Altruista e dei richiedenti asilo organizzati dall'ICS, hanno raccolto numerosi sacchi di rifiuti spiaggiati o abbandonati lungo la spiaggia di Canovella de'Zoppoli, in comune di Duino Aurisina. La giornata di pulizia e volontariato si è svolta con il contributo di Sammontana. La spiaggia di Canovella è stata scelta grazie a 670 like degli utenti sui social network.
 

 

IL PICCOLO - SABATO, 27 maggio 2017

 

Scontro Regione-Comune dopo il vertice sulla Ferriera
Dura nota dell’ente guidato da Serracchiani: «Non corrispondono al vero le parole dell’assessore Polli sulla posizione della struttura commissariale»
Botta e risposta a distanza tra Regione e Comune all’indomani della riunione ministeriale sulla Ferriera. «Non sono da considerare rispondenti al vero le dichiarazioni rilasciate dall’assessore comunale all’Ambiente, Luisa Polli, secondo cui nel corso dell’incontro con il ministero dell’Ambiente la struttura del Commissario per la Ferriera di Servola (che fa capo alla presidente Serracchiani, ndr) si sarebbe espressa negativamente rispetto agli adempimenti ambientali posti in essere da Siderurgica triestina», sottolinea la Regione a chiarimento delle parole espresse dall’assessore in un video pubblicato sulla pagina Facebook del sindaco Roberto Dipiazza. Il post era stato diffuso poco dopo che lo stesso dicastero aveva deciso di frenare provvisoriamente l’ampliamento del laminatoio all’interno dello stabilimento a causa di un ritardo della società, rilevato dal governo, «nell’attuazione delle misure che interessano il trattamento delle acque di falda». Ma la questione ora si è spostata su quanto riferito dalla giunta comunale al termine dell’incontro. «Ricordando che tutte le dichiarazioni sono state registrate e verranno riportate nel verbale redatto dal ministero - annota la Regione - va evidenziato che l’unico intervento della struttura commissariale è stato volto a precisare che, relativamente alle acque di falda, quanto posto in essere dalla parte pubblica non fa venir meno in alcun modo la necessità che anche Siderurgica adempia a quanto di propria competenza, come stabilito nell’Accordo di programma». Il comunicato, infine, invita il Comune «a diffondere notizie corrette e aderenti ai fatti, soprattutto quando attribuisce dichiarazioni a strutture della Regione. La distorsione o l’invenzione radicale da parte del Comune di dichiarazioni rese in sedi ufficiali contrasta gravemente con lo spirito di collaborazione istituzionale più volte invocato dall’amministrazione regionale». Sulla vicenda delle acque di falda è intervenuta pure Siderurgica Triestina. «Al momento, con i soggetti istituzionali preposti, si stanno effettuando le misure dirette sul terreno - scrive la società -, operazione che richiede un tempo tecnico necessario ai rilevamenti, intaccando inevitabilmente il cronoprogramma. A oggi sono state smaltite ben 45 tonnellate di materiale dell’area bonificata risalente al primo dopoguerra. Altro impegno portato a termine - fa sapere l’impresa - è lo smaltimento del cumulo storico di rifiuti da 12mila tonnellate che dilavavano e percolavano nel mare e nel sottosuolo e giaceva da tempo immemore sull’area demaniale, impattante anche sotto l’aspetto paesaggistico. Per quanto attiene alla richiesta di “Variante al progetto di reindustrializzazione”, vale a dire l’ingrandimento del laminatoio, Siderurgica Triestina aveva già trasmesso in data 17 marzo il piano che prevede l’ampliamento di circa 800 mq del capannone destinato a ricevere i nuovi impianti di decapaggio; con tali impianti lo stabilimento di Trieste sarà in grado di lavorare anche rotoli di acciaio grezzi ampliando in questo modo la sua gamma di prodotti e incrementando i volumi produttivi dell’area a freddo. Da notare - conclude il comunicato - che in quest’area già lavorano circa cento nuove risorse e con questo ampliamento si prevede l’assunzione di ulteriori 25/30 persone».

Gianpaolo Sarti

 

Vito: «Dai giardini di veleni nasce uno strumento anti inquinamento»
Prenderanno il via a breve i primi interventi del Comune di Trieste, finanziati dalla Regione, per fronteggiare l’inquinamento diffuso accertato nei giardini del capoluogo. I lavori, che costituiscono uno stralcio del piano di gestione in corso di predisposizione dal Tavolo tecnico (di cui fanno parte Regione, Comune, Arpa Fvg e Asuits), riguardano gli spazi verdi delle scuole Don Chalvien di via Svevo e Biagio Marin di via Praga, a Servola. Il Tavolo tecnico ha poi esaminato il protocollo operativo per l’elaborazione di piani di gestione per l'inquinamento diffuso, che potranno diventare uno strumento operativo per affrontare analoghe situazioni. Il Friuli Venezia Giulia sarà, quindi, la prima Regione in Italia a disporre di un protocollo operativo in tal senso. «Dal problema dei giardini inquinati di Trieste - ha commentato l’assessore regionale all'Ambiente, Sara Vito - ricaviamo ora un modello più avanzato per la lotta all'inquinamento diffuso».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 26 maggio 2017

 

 

Il Ministero dell'Ambiente stoppa il laminatoio della Ferriera

Negata l'autorizzazione alle opere di ampliamento "fino a quando non saranno inviate da parte dell'azienda le relazioni afferenti gli interventi da compiersi sulle acque di falda".

Scontro Comune-Regione sui potenziali rischi di ordine pubblico nel rione - Al tavolo per fare il punto sull’Accordo di programma presenti le istituzioni, la proprietà della fabbrica , l’Arpa e Invitalia

TRIESTE  Stop provvisorio all'ampliamento del laminatoio della Ferriera di Servola. Il Ministero dell'Ambiente ha infatti negato l'autorizzazione alle opere "fino a quando non saranno inviate da parte dell'azienda le relazioni afferenti gli interventi da compiersi sulle acque di falda".
E' quanto è emerso nella riunione che si è tenuta giovedì 25 maggio a Roma, un incontro convocato dal Ministero per valutare lo stato di attuazione delle misure di prevenzione ambientale adottate da Siderurgica Triestina nell'area della Ferriera di Servola e per vagliare la richiesta di variante al progetto già approvato con decreto interministeriale, con la quale l'azienda richiedeva, per l'appunto, di essere autorizzata ad effettuare nuovi interventi sul capannone del laminatoio.
Alla riunione hanno partecipato il Comune di Trieste, la Regione, l'Arpa e la Capitaneria di Porto, oltre alla struttura commissariale per l'attuazione dell'accordo quadro sulla Ferriera e la società Invitalia. "Nella riunione - riferisce la Giunta regionale in una nota - Siderurgica Triestina ha dato conto di quanto è stato effettuato, evidenziando come larghissima parte degli interventi previsti sia dall'Accordo di Programma che dall'AIA siano già stati realizzati, alcuni saranno realizzati a breve e comunque entro i termini previsti, mentre solo determinati interventi specifici scontano delle difficoltà contingenti che sono in corso di risoluzione. In quest'ultimo caso - riferisce sempre la Giunta regionale - il riferimento è in particolare al rinvenimento di un deposito interrato risalente al primo dopoguerra, per la rimozione del quale sono state predisposte una serie di attività preliminari costantemente validate dall'Arpa".
Il Ministero ha comunque rilevato un ritardo da parte di Siderurgica Triestina nell'attuazione delle misure che interessano il trattamento delle acque di falda, invitando l'azienda a fornire maggiori dettagli tecnici delle attività effettuate in occasione della presentazione dei report periodici. Relativamente all'autorizzazione all'effettuazione di varianti al capannone del laminatoio, nonostante l'azienda abbia fatto presente come gli interventi richiesti si svolgerebbero in aree non interessate da attività di ripristino ambientale, il Ministero ha sottolineato come queste opere non possano essere autorizzate fino a quando non saranno inviate le relazioni sugli interventi da compiersi sulle acque di falda.
Il sindaco Roberto Dipiazza, presente assieme all'assessore comunale all'Ambiente Luisa Polli ha riferito in un video postato sulla sua pagina Facebook di aver sottolineato che i mesi estivi "saranno drammatici" per i residenti del rione di Servola, ventilando anche il rischio che tali criticità portino "a problemi di ordine pubblico".
A questo proposito, la Regione - riferisce sempre la Giunta regionale - "al termine della riunione ha espresso rammarico per i termini con cui, in un ambito evidentemente improprio e con modalità improvvisate, è stata sollevata una questione delicata come quella dell'ordine pubblico. È convinzione della Regione che tutte le Istituzioni debbano lavorare assieme per prevenire ed evitare qualsiasi disagio della popolazione. A Trieste ogni legittima manifestazione, anche di dissenso, si svolge usualmente con grande civiltà, per cui evocare problemi di ordine pubblico non pare congruo, e forse neppure opportuno da parte del sindaco del capoluogo".

 

 

La soddisfazione social dell’assessore Polli «Così metteremo alle corde l’azienda»

Il nodo Ferriera, come noto, è seguito direttamente dal sindaco Roberto Dipiazza. Ma al tavolo istituzionale di ieri al ministero, a conferma della delicatezza dell’intera partita, era presente anche l’assessore all’Ambiente Luisa Polli. Pure lei è intervenuta con un video postato su Facebook, in coda alle dichiarazioni del primo cittadino. «Efficacia ed efficienza, questo è stato chiesto per l’adeguamento dell’impianto», ha affermato l’esponente della giunta. Per poi rimarcare i concetti espressi dal sindaco sulla piega che ieri ha assunto la questione. «L’evolversi della situazione è stata delineata come negativa dalla Capitaneria di Porto e dalla struttura del Commissario (che fa capo alla presidente della Regione Debora Serracchiani, ndr). E allora oggi noi Comune abbiamo chiesto che Arvedi presenti nel più breve tempo possibile una scheda dettagliata su tutte le 115 attività che deve svolgere per l’Aia e per l’Accordo di programma. Grazie a questa scheda - ha osservato ancora l’assessore all’Ambiente nel suo intervento pubblico sul web - noi vedremo e potremo dimostrare ciò che non è stato fatto. Ma nel contempo non dimentichiamo che l’impegno chiesto dal sindaco nell'incontro con i cittadini porterà all’emanazione di un’ordinanza per mettere alle strette Arvedi» affinché faccia «ciò che deve essere fatto».

(g.s.)

 

«A rischio l’ordine pubblico» - È polemica Comune-Regione

Dipiazza parla di «mesi drammatici» in vista dei presidi del Comitato 5 dicembre - La replica: «Trieste è civile. Evocare problemi di questo tipo non è opportuno»

Sulla vicenda Ferriera i toni del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza continuano a rimanere duri. Il primo cittadino, nel suo video online di ieri, stavolta ha ventilato «problemi di ordine pubblico». La Regione ha reagito immediatamente. Risultato: una polemica a distanza. Dipiazza ha evocato possibili problemi in riferimento al Comitato 5 dicembre, il gruppo di cittadini che si batte per la chiusura dell’area a caldo, regista delle grandi manifestazioni di piazza anti Ferriera prima delle elezioni dello scorso giugno. Quel gruppo, in una recente assemblea, ha infatti promesso di organizzare «presidi permanenti» per ottenere il proprio risultato e ha annunciato come prima cosa un picchetto permanente davanti al palazzo della Regione in piazza Unità. «Giugno, luglio e agosto saranno dei mesi drammatici, avremo problemi di ordine pubblico», ha scandito nel video su Facebook Dipiazza. «L’ho detto in maniera molto chiara», ha precisato poi riferendosi alla riunione con i rappresentanti ministeriali e quelli di Siderurgica Triestina a Roma. «Spero che questi si rendano conto - ha insistito il primo cittadino - che ora è inutile dire “abbiamo fatto protocolli col ministero”... eccetera... sono tutte cose che non servono a nulla. Cosa diciamo ai cittadini di Servola? In questo momento il ministero ha impegnato veramente in maniera molto forte Siderurgica Triestina, o Arvedi, come volete chiamarla, perché devono fare quello che non hanno fatto fino ad adesso». Il passaggio sull’ordine pubblico non è sfuggito alla Regione che ha deciso di rispondere nella nota diffusa nel pomeriggio. «Il Comune, rappresentato dal sindaco Roberto Dipiazza e dall’assessore all’Ambiente Luisa Polli, ha ricordato la criticità della situazione per i residenti del rione di Servola, in vista anche della stagione estiva alle porte», è la premessa del comunicato dell’amministrazione Serracchiani. «Il sindaco ha inoltre prospettato il rischio che tali criticità portino a generare problemi di ordine pubblico. La Regione ha ribadito come la questione relativa alla qualità della vita nel quartiere di Servola sia di preminente interesse per l’amministrazione regionale ed ha evidenziato come qualsiasi decisione non possa prescindere dall’acquisizione di dati obiettivi. In tale ottica - viene suggerito nel testo della Regione stessa - si colloca l’accordo stipulato recentemente con l’Istituto superiore di sanità per la valutazione degli impatti sulla popolazione derivanti dall’attività industriale, che verrà svolta prioritariamente sugli abitanti di Servola. Il ministero, nel concludere i lavori del tavolo, ha auspicato una rapida risoluzione da parte di Siderurgica Triestina delle criticità emerse al fine di poter proseguire nell’intervento di reindustrializzazione dell’area». Una lunga premessa che serve alla Regione per esprimere tutto il proprio «rammarico per i termini con cui, in un ambito evidentemente improprio e con modalità improvvisate, è stata sollevata una questione delicata come quella dell’ordine pubblico. È convinzione della Regione - conclude la nota della giunta regionale - che tutte le istituzioni debbano lavorare assieme per prevenire ed evitare qualsiasi disagio della popolazione. A Trieste ogni legittima manifestazione, anche di dissenso, si svolge usualmente con grande civiltà, per cui evocare problemi di ordine pubblico non pare congruo - è la chiosa - e forse neppure opportuno da parte del sindaco del capoluogo».

(g.s.)

 

«La città non può fare a meno dell’industria» - Convegno al Centro Veritas sul futuro economico della città. Gli altri pilastri: porto, ricerca e turismo

La crescita consistente del porto e del turismo non basta: il futuro economico di Trieste non può prescindere dall’industria. È il dato concorde uscito dal convegno organizzato ieri sera dal Centro Veritas e condotto dal suo direttore Luciano Larivera. Fin dall’inizio ha incanalato il dibattito su questa strada il segretario dell’Autorità di sistema portuale Mario Sommariva, che dopo aver identificato in industria, porto, ricerca e turismo i quattro pilastri della città, stavolta ha acceso un piccolo faro su quello che è uno dei pochissimi dati in negativo dello scalo: le rinfuse solide. «Calano - ha spiegato - perché sono in calo i trasporti alla banchina della Ferriera. Ma i grandi territori non possono vivere senza industria. La prima scommessa della città in questo settore è coniugare l’industria con forti investimenti migliorativi sul fronte ambientale. È questo che si sta facendo, eppure la Ferriera ha di fronte una politica di forte ostilità e non ci si rende conto che uno scenario diverso ci metterebbe di fronte a un’altra Aquila». «Nuove lavorazioni industriali - ha sottolineato Stefano Visintin, presidente dell’Associazione degli spedizionieri del porto - potranno avvenire in aree di Punto franco anche distanti dal mare, appunto in zona industriale. Il nostro regime di aree franche ci consente già le agevolazioni doganali, dobbiamo puntare ora su quelle fiscali: nessuna regione può averne diritto più del Friuli Venezia Giulia che confina con Slovenia e Austria, dove la tassazione estremamente più bassa che in Italia». Ma altre imprese possono trovare spazio anche in Porto vecchio, nella fattispecie quelle più innovative. Lo ha rilevato Diego Bravar, vicepresidente Confindustria Fvg. «Lo stesso traffico delle merci potrà essere incrementato - ha spiegato - grazie allo sviluppo delle tecnologie favorito da imprese innovative. Trieste è già ben attrezzata, ma manca l’ultimo miglio - ha ammonito - quello dove ricercatori e imprenditori si mettono assieme e procedono uniti». Si può chiudere il cerchio, secondo Bravar, costituendo un comitato che si impegni a far diventare Trieste capitale europea della scienza 2020. «C’è qualcosa che non va se a Trieste l’industria porta solo il 9% del Pil» ha chiuso gli interventi Paolo Deganutti, collaboratore di Limes dai cui articoli ha preso spunto l’incontro. E sottolineando come sia finita l’epoca in cui parlare di Porto franco a Trieste era ritenuto sconveniente, ha affermato che «la stessa Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) che la governatrice Serracchiani vedrebbe bene in Porto vecchio è una sorta di riedizione dell’offshore di cui si parlava negli anni Novanta». Ha infine sintetizzato la ricetta per il definitivo rilancio di Trieste: «portualità, collegamenti ferroviari, Punto franco per insediare industrie 4.0, no tax area, Autorità di sistema portuale nel ruolo di catalizzatore e regolatore del territorio, turismo congressuale e culturale».

Silvio Maranzana

 

 

Bici “fuori legge”, segnalazioni a raffica - Il vicesindaco Roberti: «Sulle soste vietate nuovi controlli con un apposito furgone». Ogni giorno manciate di lamentele

Il Comune dichiara guerra alle biciclette abbandonate o semplicemente non parcheggiate negli stalli regolari. Fioccano le rimozioni e soprattutto le segnalazioni dei cittadini, alle quali seguono gli interventi dei vigili. Lamentele così numerose che sono in programma a breve nuovi controlli in tutta la città. Secondo il nuovo regolamento della Polizia locale, approvato recentemente, gli agenti possono tagliare le catene e aprire i lucchetti di tutte le biciclette agganciate a un palo, a un semaforo, a una ringhiera o a qualsiasi appiglio che non sia una rastrelliera regolare per bici. «Finora sono state rimosse nove carcasse di biciclette - fa sapere il vicesindaco Pierpaolo Roberti - mentre tante altre, anche se non abbiamo il numero preciso, sono state prelevate perché in posizioni non regolari, ma sono funzionanti e quindi vengono tenute in deposito. Quelle considerate al pari di rifiuti saranno smaltite, quelle in buono stato sono ferme, in attesa che il proprietario venga a reclamare il proprio mezzo, che potrà riavere dopo aver pagato la sanzione, da 30 euro se procurava intralcio fino a 100 se era abbandonato». Tutti gli interventi derivano da segnalazioni, ripetute quasi quotidianamente, da parte dei cittadini arrabbiati. «Registriamo davvero tantissime lamentele e quindi poi bisogna provvedere. Le bici lasciate sui pali o dimenticate creano problemi di decoro urbano o danno fastidio a chi deve passare. In più spesso vengono razziate, distrutte. Nelle prossime due settimane effettueremo nuovi controlli, con un furgone, per rimuovere ulteriori mezzi». Rabbia dei cittadini verso i catorci, ma anche verso chi lascia la bici su marciapiedi o aree pedonali. Alcuni, dopo aver visto svanire il proprio mezzo, hanno pensato fosse stato rubato. Poi l’amara sorpresa. Alla persona non arriva alcuna notifica, il proprietario saprà della sanzione soltanto quando andrà a richiedere la propria bici alla Polizia locale. E il fastidio dei cittadini nei confronti del fenomeno si dimostra anche attraverso ammonimenti fai da te. «Ho visto in via Diaz un cartello sistemato su una bici - ricorda Roberti - che indicava come creasse disturbo a un ingresso vicino». «Ho ricevuto un avvertimento - racconta una persona - sulla mia bici in via Udine, scritto da qualcuno a penna, che intimava di spostarla velocemente, altrimenti sarebbero stati chiamati gli agenti. Sono d’accordo con l’idea di fare pulizia e ordine, ma a patto che venga consentito ai ciclisti di trovare un numero adeguato di stalli in città, che al momento non ci sono». I posti per bici sono in totale 195, a fronte di circa 3500 ciclisti, secondo un recente sondaggio della Fiab. Troppo pochi stalli quindi per accontentare chi vuole lasciare il proprio mezzo in sosta consentita. Anche su questo fronte risponde Roberti: «Ci sono poche rastrelliere ma spesso sono libere, come ad esempio in largo Granatieri. Sono d’accordo che dovremo aumentarle e lo faremo, ma è altrettanto vero che se so di non trovare posto per l’auto in corso Italia non ci vado, così dovrebbe accadere per i ciclisti. La sosta selvaggia non è giustificabile per nessun mezzo». E passeggiando in Cavana tra bici attaccate un po’ ovunque, i ciclisti difendono la categoria. «Prima di colpire questo settore - dice Marco Svevo - bisognerebbe punire la “malasosta” di auto ovunque. In più mancano stalli, spesso in zone nevralgiche, come la stazione dei treni o il centro città». «Cerco di lasciarla meno possibile fuori, perché ne rubano tante - racconta Davide Carlin - ma gli spazi per appoggiarle regolarmente non ci sono. Inutile il pugno di ferro se le strutture mancano». D’accordo con i provvedimenti Gianluca Divo, rivenditore di bici proprio in zona: «In Cavana le vedi sistemate ovunque, compresi i rottami. Creano difficoltà ai pedoni - commenta -. Certe volte sembra una giungla, un po’ di disciplina ci sta». E sull’argomento interviene anche Diego Manna, scrittore, editore, ma soprattutto tra i più grandi sostenitori a Trieste della mobilità a due ruote. «Penso che l’utilizzo della bicicletta a Trieste sia in crescita esponenziale. Non ci si accorge che tutto ciò va a vantaggio anche di chi è costretto a utilizzare l’auto, perché più persone scelgono la bici, meno auto ci sono in giro e quindi le strade sono meno trafficate e più scorrevoli. La campagna “anti degrado” contro le bici parcheggiate sui pali ha generato e giustificato un clima di fastidio verso le biciclette. Speriamo corrano ai ripari stemperando il clima».

Micol Brusaferro

 

BOTTA E RISPOSTA «Sanzionata con 600 euro» - Ma i vigili: «Sono solo 100»

Bicicletta sparita e 600 euro da versare per riaverla. Non si tratta di un riscatto, ma di un episodio accaduto a una ciclista triestina. Nel suo caso la multa salata è dovuta al fatto che la bici, rimossa in Cavana, è stata segnalata come “abbandonata”. Peccato che la ragazza si serva quotidianamente del mezzo che, pur non essendo nuovissimo, di certo non era inutilizzato. Dalla Polizia locale però smentiscono che l’importo sia così elevato. «La parcheggio da sei anni nello stesso punto, non ha mai dato fastidio a nessuno, finchè qualche giorno fa è sparita. Ho telefonato alla Polizia locale - racconta la proprietaria - che mi ha detto come la mia bicicletta fosse stata rimossa, su segnalazione di un cittadino, e che la cifra da sborsare, causa “stato di abbandono”, era appunto di 600 euro. È assurdo perché non è vecchia o malmessa. La bici in sé vale poco, forse 50 euro, c’è poi il valore del lucchetto che ovviamente è stato tranciato e distrutto. A questo punto sono curiosa di leggere il verbale». La ragazza andrà a ritirarlo lunedì, ma intanto alla Polizia locale i conti non tornano. «Crediamo ci sia stato un fraintendimento - dicono dagli uffici - di sicuro la multa è di soli 100 euro». La proprietaria della bici invece è certa di aver sentito bene proprio i 600 euro. «Ho chiesto più volte di ripetermi la cifra perché mi sembrava impossibile e mi è stato confermato sempre lo stesso importo. In più - sottolinea - non mi spiego il considerare la mia bici in stato di abbandono come specificato dagli stessi uffici della Polizia locale. È in condizioni buone, funzionante, si vede chiaramente. Capivo una sanzione perché era appoggiata a un paletto, ma non accetto la multa come mezzo abbandonato».

(mi.b.)

 

 

Pulizia dei fondali “vietata” a Muggia - La Capitaneria non dà il via libera all’intervento programmato dai sub per domenica nella spiaggia di porto San Rocco

L’associazione SCUBA TORTUGA: «Siamo sconcertati. Volevamo rendere più sicura un’area molto frequentata in estate»

MUGGIA «Avremmo voluto pulire gratuitamente i fondali della spiaggia di porto San Rocco ma la Capitaneria di Porto ci ha negato l’autorizzazione». È sconcertato e dispiaciuto Luciano Agapito, rappresentante della Scuba Tortuga, l’associazione sportiva subacquea muggesana che si era prodigata per organizzare, domenica, un maxi-evento di pulizia marina: «Avremmo avuto in acqua un centinaio di subacquei tutti mossi dal desiderio di contribuire al miglioramento dell’area, ma l'autorizzazione alle operazioni di pulizia dei fondali della spiaggia di porto San Rocco ci è stata negata». Il diniego è arrivato «a voce», adducendo «motivi di sicurezza». L’area in questione è interdetta alla balneazione dal lontano 2005 in seguito a una ordinanza, firmata dall’allora comandante Paolo Castellani, in cui si evidenziava che nello specchio acqueo antistante il tratto di litorale prospiciente la zona verde e il parcheggio pubblico di porto San Rocco risultavano essere presenti «alcuni residui in ferro sommersi affioranti dal fondale del mare» per la cui presenza si rendeva necessario interdire alla balneazione lo specchio acqueo antistante la predetta area. Da dodici anni, non essendo stata eseguita alcuna bonifica dei residui, l’area è ufficialmente off-limits, ma in realtà i bagnanti continuano a usufruire della zona, rischiando quindi di incappare in una sanzione che va dai 100 ai 1000 euro ai sensi dell’articolo 1164 del Codice della Navigazione. Recentemente la presenza di materiale ferroso è riemersa con forza, essendo da tempo visibile uno spuntone di ferro affiorante dal mare soprattutto nelle giornate di bassa marea. Motivo per il quale è stato chiesto l’intervento dei sub e in particolare dell’associazione Scuba Tortuga. Marco Pacini, amministratore dei condomini che compongono borgo San Rocco, è quasi basito dinanzi alla notizia del diniego da parte della Capitaneria di concedere una deroga alla vecchia ordinanza che stabilisce appunto il divieto di balneazione nello specchio di mare incriminato: «Mi pare di dover assistere a una classica vicenda all’italiana. Noi ci siamo attivati con il Comune per cercare di mettere in sicurezza questa parte di costa. In dodici anni nessuno ha fatto niente. Ora che abbiamo trovato delle persone competenti non si può intervenire? Mi pare una cosa ridicola. A questo punto attendiamo che sia la Capitaneria a operarsi per risolvere la questione per mettere una volta per tutte in sicurezza l’area». Una bonifica necessaria per mettere in sicurezza e al contempo per avviare l’iter di balneabilità dell’area. «Sui fondali della spiaggia di Porto San Rocco, oggetto del diniego, avevamo pensato di fare la nostra parte di cittadini, di difendere, preservare e tutelare il bene comune - racconta ancora Luciano Agapito -. Sappiamo che, nonostante il divieto, la spiaggia è molto frequentata e si fa il bagno abitualmente. La verifica dello stato dei fondali e la pulizia degli stessi ci è sembrato un doveroso tributo che la nostra associazione deve al territorio che la ospita. Evidentemente non siamo riusciti a far capire la nostra iniziativa - conclude Agapito -, motivo per cui chiederemo a breve un incontro con i vertici della Capitaneria di Porto per vedere se è possibile, con le adeguate garanzie sulla sicurezza del sito e di chi vi opera, riproporre la manifestazione».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 maggio 2017

 

 

La lettera di “difesa” di Agapito sulla Ferriera spedita dai grillini a Procura e Anticorruzione
I grillini hanno inviato alla Procura di Trieste e all’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone la lettera alla Direzione centrale ambiente ed energia della Regione con cui Luciano Agapito, direttore del Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico, «ha cercato di spiegare perché non si trovasse in una situazione di conflitto di interesse quando, il 27 gennaio 2016, firmò il Decreto 96/Amb di riesame con valenza di rinnovo dell’Aia della Ferriera, nonostante il fatto che, ad aprile 2015, il figlio dello stesso direttore autorizzante, Daniele Agapito, avesse già ricevuto da Siderurgica Triestina il primo di una serie di incarichi di progettazione e direzione lavori». Lo annuncia la consigliera regionale Eleonora Frattolin: «A nostro avviso, contrariamente a quanto sostenuto dalla giunta Serracchiani, la lettera dell’ingegner Agapito non fa che confermare una situazione di potenziale conflitto di interesse. Un fatto gravissimo che getta un’ombra sul procedimento di rinnovo dell’Aia».

 

 

Duino Aurisina - I grillini lanciano il progetto “Rifiuti zero”
DUINO AURISINA - Il candidato sindaco di Duino Aurisina del Movimento 5 Stelle, Lorenzo Celic, lancia il progetto “Rifiuti zero”. «Si tratta di un processo strategico in dieci punti di elevato senso civico - spiega Celic -. È un impegno che il Comune deve attuare ai fini della tutela ambientale, fornendo al cittadino gli strumenti necessari per la corretta gestione del processo di riciclaggio del rifiuto». Per il candidato sindaco, «vanno introdotti i compattatori di bottiglie in plastica, vetro e lattine nei principali centri di distribuzione alimentare. Inoltre si può prevedere che l’apertura dei bottini/compattatori sia attivata con una tessera personale del cittadino che permetterà poi al Comune di applicare ulteriori riduzioni sulla tassa rifiuti».

 

 

ARCHEOLOGIA A GRADO - “Pescata” l’ancora di una grande nave romana
Nelle reti del peschereccio Alex un ceppo in piombo del peso di 180 chili: «Era quattro miglia al largo a venti metri di profondità»
Sbarcata in banchina - Non è la prima volta che succede, ma il recupero è l’ennesima testimonianza della presenza di importanti reperti sul fondo del golfo
GRADO Una grande àncora di epoca romana – dovrebbe risalire al periodo fra il I e il III secondo dopo Cristo (è necessario verificare se ci sono iscrizioni o segni per una datazione più precisa) - appartenuta a una nave di lunghezza ipotizzabile fra i 25 e i 40 metri è stata trovata al largo di Grado ieri mattina. L’ha pescata l’equipaggio del motopeschereccio “Alex” del capobarca Rudy Bassetti. Oltre ai canestrelli e alle sogliole, racconta il capobarca, con l’ultima pescata della giornata, l’equipaggio dell’“Alex”, dotato dei ramponi per la pesca sul fondo, ha issato a bordo anche un’antica àncora in piombo di epoca romana. L’àncora, integra, pesa ben 180 chilogrammi ed è lunga oltre un metro e mezzo, quindi quasi sicuramente facente parte delle allora pur scarne dotazioni di bordo di uno scafo di grandi dimensioni. Lunghezza e portata che fanno ben capire come la nave fosse diretta proprio al porto di Grado. Ieri mattina l’equipaggio del motopeschereccio l’ha sbarcata e portata al mercato ittico di riva Dandolo accanto alla zona dove si effettua la pesatura e la vendita all’asta mattutina del pesce. Con un carrello-muletto è entrato in mercato il pescato; con un altro il prezioso reperto. Nonostante non si tratti del primo ritrovamento del genere, il recupero ha incuriosito notevolmente. Tutti gli altri pescatori che stavano portando il ricavato della loro fatica al mercato ittico si sono soffermati ad ammirare il reperto e a commentare. Ma anche, all’esterno, le numerose persone che giornalmente di buonora - ieri c’era anche qualche turista austriaco - si recano a osservare le operazioni di scarico del pescato, hanno assistito al trasporto di questa pesca davvero speciale. Tra cassette di seppie, cefali, sogliole, canestrelli e tanto altro ancora che transitavano lungo il molo, c’era, infatti, questa àncora. Un’altra àncora simile a questa (ma non integra) che pesava 155 chili l’aveva portata a terra nel 2004 lo stesso capobarca del motopeschereccio ”Alex”, Rudy Bassetti. Con lui ieri a bordo c’erano Paolo Zuppelli, Paolo Agosto, Davide Camuffo e Davide Pizzignacco. «La “pesca” dell’àncora di ieri mattina verso le 6.50 - dice Rudy Bassetti - è avvenuta a circa quattro miglia e mezzo al largo di Grado a una profondità di una ventina di metri». Altri pescatori, imbarcati sul peschereccio “Màmola”, che sulla loro barca ormeggiata nelle vicinanze del mercato ittico, stavano finendo di pulire le reti, hanno ricordato che molti anni fa c’era stata la concomitanza di tre pescherecci che nella stessa giornata avevano portato a terra, una ciascuno, delle ancore di epoca romana. Ciò per dire che i fondali dinnanzi a Grado sono ricchi di relitti e reperti di ogni genere. Uno di questi, la nave oneraria Iulia Felix risalente a un periodo fra fine I e inizi II secolo dopo Cristo secolo è stata recuperata totalmente, sia come scafo (è in mille pezzi depositati al costruendo museo di archeologia subacquea di Grado, contrassegnati e distinti che vanno riassemblati). Dalla Iulia Felix, ritrovata ancora nel lontano 1987, ben trenta anni fa, sono stati recuperati anche tutti i reperti. C’è poi la più grande “Grado 2” (è più antica della Iulia Felix; risale, infatti – la datazione è stata fatta basandosi sull’epoca delle anfore trovate a bordo – tra fine II e inizio I secolo ma avanti Cristo) il cui scafo pare destinato a rimanere stabilmente sotto il fondale. Di questo secondo ritrovamento è già stato recuperato una parte del carico. Tanto altro ne rimane, però, da recuperare ma tutto è fermo. Anche perché è necessario capire dove saranno depositati i reperti che diventano sempre più numerosi ma che nessuno, tranne i vari responsabili e operatori direttamente interessati, può vedere. C’è inoltre da ricordare che come certezza esiste pure la segnalazione della presenza di una terza nave romana individuata lo scorso anno ma sarebbe di epoca decisamente più recente, ma quasi certamente, l’àncora trovata ieri porterà a scoprire che c’è anche la “Grado 4”. @anboemo

Antonio Boemo

 

Occhi puntati sul Museo nazionale mai aperto - Rita Auriemma: «Non è detto che ci sia un relitto». Caburlotto: «Pronti a inaugurare entro il 2018»
GRADO Il reperto rimerso al largo di Grado è certamente un ceppo d’ancora in piombo di tipo fisso con perno nella scatola. Da una prima valutazione delle immagini disponibili Rita Auriemma, archeologa subacquea e direttore del Servizio catalogazione, formazione e ricerca dell’Erpac, ritiene che possa provenire da una nave romana di medio tonnellaggio di almeno 25 metri di lunghezza. «Le ancore romane - spiega l’esperta che ha seguito le dieci campagne di scavo e recupero dello scafo e carico della Julia Felix, imbarcazione del II secolo d.C. affondata al largo dell’Isola del Sole - erano composte da un fusto verticale in legno e da marre lignee diagonali che avevano il compito di agganciare il fondale. Il ceppo in piombo pesante serviva ad affondare e depositare l’ancora sul fondo». Il ritrovamento non implica necessariamente la presenza di un relitto. «Queste ancore venivano perdute per vari motivi - prosegue l’esperta -: se la nave doveva allontanarsi in fretta dal tratto di mare i marinai decidevano di tagliare la cima”. Lo stesso accadeva in caso l’ancora fosse incagliata sul fondo a profondità tale da rendere impossibile il recupero. Al momento non è stato ancora stabilito dove il reperto verrà conservato, decisione che spetta alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Fvg, titolare del manufatto. Certo una possibile collocazione potrebbe essere nel Museo nazionale dell'archeologia subacquea, da anni in attesa di essere aperto al pubblico. «Entro l’autunno - spiega Luca Caburlotto, direttore del Polo museale Fvg, potremmo aprire una prima parte dell’edificio, per organizzarvi appuntamenti di presentazione dei contenuti scientifici del Museo. Con l’Erpac e il comune di Grado abbiamo firmato un accordo e entro giugno dovremmo avere la certezza della disponibilità di un finanziamento di oltre 300mila euro da parte del Ministero per i Beni culturali». L’Erpac ha messo a disposizione due esperti per la catalogazione dei reperti della Julia Felix che saranno esposti nella mostra in programma da dicembre alla primavera 2018 a Trieste all’ex Pescheria dal titolo “Nel mare dell’intimità”. Alla chiusura dell’esposizione triestina i reperti ritorneranno sull’Isola d’oro.

Margherita Reguitti

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 24 maggio 2017

 

 

Giardini inquinati - Scattano le bonifiche - Si parte dalla scuola dell’infanzia di via Svevo e dalla Biagio Marin di Servola
Negli altri siti verranno utilizzate le “super piante”. Appalto da 350mila euro
Tra un mese partono i lavori per bonificare due dei sette giardini inquinati. Quello che sembrava un bubbone irrisolvibile, scoperto quasi per caso nella primavera dell’anno scorso dall’ex giunta Cosolini, ora ha un progetto, dei soldi e una data segnata sul calendario. Gli interventi cominciano negli spazi verdi delle due scuole dove sono state rinvenute le contaminazioni, il “don Chalvien” di via Svevo e la “Biagio Marin” di via Praga a Servola. L’operazione prenderà il via non appena si concluderà l’anno scolastico, dunque prima dell’estate. Fatto questo, si passerà al fitorimedio: le “super piante” capaci di assorbire i veleni. Verranno seminate in tutte le altre superfici in cui sono state trovate le sostanze cancerogene, a cominciare dal “de Tommasini” di via Giulia. È di ieri pomeriggio la riunione dei dirigenti comunali con i tecnici dell’Arpa che ha stabilito gli ultimi dettagli di uno dei due appalti. Il piano L’Istituto superiore di sanità, come conferma l’assessore all’Ambiente Luisa Polli, ha approvato il progetto preparato da Comune, Regione, Arpa, AsuiTs e Provincia. È il tavolo tecnico sorto per risolvere il problema dell’inquinamento riscontrato un anno fa su sette dei dodici giardini che erano stati presi a campione dall’ex giunta Cosolini per accertare l’impatto della Ferriera sul suolo. Si tratta di piazzale Rosmini, del Miniussi di Servola e del “de Tommasini” di via Giulia, il polmone verde della città. E, ancora, di due scuole dell’infanzia ed elementari che si trovano a Servola: il “don Chalvien” di via Svevo e la “Biagio Marin” di via Praga. Sempre nello stesso rione, compaiono pure i cortili della chiesa San Lorenzo e dell’Associazione amici del presepio in via dei Giardini. In queste aree verdi l’anno scorso sono spuntate contaminazioni elevate di benzopirene, benzoantracene e benzofluorantene e altre sostanze potenzialmente cancerogene. Ottenuto il via libera dell’Istituto superiore di sanità, il tavolo tecnico darà mandato al Comune di avviare i lavori. Il municipio intende procedere con un doppio appalto per un totale di 350mila euro: uno per le scuole, dove andrà risanato il terreno, e l’altro per il resto dei giardini. Lì, come detto, andranno seminate le piante in grado di assorbire le sostanze. Le scuole Si comincia con i giardini della “don Chalvien” di via Svevo e della “Biagio Marin” di via Praga, considerati i più sensibili perché ci giocano i bambini. Sarà indispensabile rimuovere le zolle avvelenate sostituendole con terra pulita. Sono 15-20 centimetri di profondità da rimpiazzare. I lavori partiranno non appena si concluderà l’anno scolastico, quindi a metà giugno. Il Comune, fa sapere il direttore dei Lavori pubblici Enrico Conte, conta di chiudere il tutto entro la fine di agosto, cioè prima che i bambini ritornino a scuola. Il fitorimedio Il fitorimedio, vale a dire la semina delle piante speciali, sarà adottato in tutti gli altri siti non appena concluse le operazioni nelle due scuole: in piazzale Rosmini, al Miniussi di Servola e al “de Tommasini” di via Giulia, oltre che nei cortili della chiesa San Lorenzo e dell’Associazione amici del presepio in via dei Giardini. Si tratta di una sperimentazione alla quale ha collaborato anche l’Università. Ma per il Giardino pubblico di via Giulia si prevede anche la piantumazione di un manto erboso nei punti maggiormente utilizzati dai bimbi, cioè le aree gioco. «La finalità - ricorda Conte - è impedire il contatto con il terreno inquinato, come indicato dall’Istituto superiore di sanità». Il monitoraggio Non finisce qui. L’Istituto superiore di sanità, l’AsuiTs e l’Arpa hanno chiesto al Comune di Trieste un piano di monitoraggio delle aree interessate dai lavori. Non basterà dunque bonificare o punteggiare il suolo di piante speciali, ma sarà necessario anche accertare se nelle superfici trattate il terreno continui a subire contaminazioni o meno. Inquinamento che, come per il Giardino pubblico di via Giulia, potrebbe essere causato dal traffico. O dalla Ferriera, come nel caso dei punti più vicini allo stabilimento. Saranno installati, a questo proposito, alcuni “deposimetri”, strumenti in grado di intercettare eventuali alterazioni del terreno

di Gianpaolo Sarti

 

IN CENTRO - Il più tossico di tutti è quello di via Giulia
Il più tossico di tutti è il Giardino pubblico di via Giulia, il “de Tommasini”. Si trova praticamente in pieno centro, e quindi evidentemente è il più esposto all’inquinamento. Certamente a quello del traffico. Il benzopirene, è stato accertato dall’Arpa, lì è presente con una media di 2,8 milligrammi per chilogrammo di sostanza secca quando le normative indicano una soglia limite di 0,1. È quasi trenta volte tanto rispetto a quanto stabilito dalla legge. Per fare un altro esempio, piazzale Rosmini è a 0,84 milligrammi per chilogrammo. Non appena scoperte le contaminazioni, dunque l’anno scorso, l’inquinamento del terreno è stato segnalato in tutte le aree interessate con una serie di cartelli che ne vietano l’accesso. I giardini sono utilizzabili, ma non le aree verdi. I veleni rintracciati nel suolo potrebbero comunque essere dovuti a varie cause: sversamenti di idrocarburi, traffico veicolare, riscaldamento domestico, attività industriale e portuale.

(g .s.)

 

Erba altissima in piazzale Rosmini - I residenti protestano. Al via una raccolta firme per sollecitare sfalcio e pulizia
Manca poco per l’avvio della bonifica di alcuni giardini inquinati. Ma intanto gli spazi verdi di piazzale Rosmini e del Giardino pubblico cadono in un inesorabile e inevitabile declino. L’erba è talmente alta a San Vito - dove sta per partire una raccolta firme - che i bambini, scorrazzando tra un gioco e l’altro, non si vedono nemmeno più. «Sarà più o meno alta 60 centimetri - osserva Fulvia Ada Rossi, residente del rione -, il giardino attualmente è in completo stato di abbandono. Anche se inquinato, le persone lo frequentano lo stesso. Solo all’inizio, quando erano state posizionate le transenne, c’era stato un momento di “panico” e per i primi 20 giorni nessuno ci andava più. Adesso in particolare, con il caldo, la gente vuole stare fuori». Tanto che nei giorni scorsi, il giardino era affollatissimo, fa sapere Rossi. Dalle mamme o nonni con bambino, al padrone con il proprio cane, alla badante assieme all’anziano. «I parapetti posizionati diversi mesi fa, quelli vicino alla centralina, che è stata presa d’assalto dai writer, sono completamente coperti dall’erba» aggiunge. I cespugli interni e sul perimetro del parco «non vengono potati, non hanno più né una forma né una misura, sono diventati dei muri verdi altissimi». Per fortuna però qualcosa viene fatto: «Con regolarità vengono svuotati i cestini e vengono soffiate le foglie». Visto il degrado in cui versa l’area, Rossi assieme ad altri residenti lunedì ha incominciato a pensare di realizzare una raccolta firme affinché venga falciato il prato e sia manutenuta la zona. A queste richieste si aggiunge anche l’esigenza che «il giardino non venga bonificato proprio quest’estate». «Se nei prossimi mesi dovessero chiudere questa parte di San Vito per fare i lavori - afferma Rossi -, penso che sarebbe un altro colpo per gli abitanti di piazzale Rosmini, perché vorrebbe dire privarli del verde. Piuttosto in autunno, già a settembre, quando insomma va via il caldo». L’ultima volta che l’erba è stata tagliata? «Forse prima del posizionamento della centralina - che aveva creato molte polemiche a causa della collocazione interna al giardino non voluta dai residenti -, un modo secondo me per darci il boccone amaro addolcito». A sollecitare un intervento del Comune affinchè si curi di quel piccolo appezzamento di terra verde ci sono anche Sindi Svik e Manuel Icardi. «È necessaria una ripulita del giardino, così come dei giochi per i bambini tutti pieni di scritte» dice Sindi. «Io sono sempre una buona esca per le zecche - aggiunge Manuel -, spero di non prenderle visto che l’erba è altissima». «Ormai una fetta di clienti l’abbiamo persa - si lamenta Marilena Lofino, titolare del Bar Rosmini -. Ci sono i topi e ora il Comune tarda, come l’anno scorso, a darmi la concessione stagionale, già pagata, per mettere i tavolini dall’altra parte della strada, vicino al giardino. Sia io che altri esercenti - conclude - siamo stufi, dobbiamo sempre inventarci qualsiasi cosa per avere clienti, ma così a un certo punto ci passa la voglia di lavorare». Dall’altra parte della città Barbara Napolitano del bar “L’angolo del pane” in via Marconi ripensa invece al mese in cui il Giardino pubblico è rimasto chiuso a causa del taglio di alcuni alberi. «Il mio locale ne ha risentito perché la gente non passando più per il giardino, faceva il giro e non veniva qui. Per fortuna d’estate, anche se il giardino ora non è messo proprio in ottime condizioni, ho comunque una clientela frequente. Il parco ha bisogno di una rapida bonifica».

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 23 maggio 2017

 

 

Bretella di Porto vecchio chiusa al traffico - Fra 15 giorni scatta il provvedimento del Comune nel tratto da Largo Santos fino al magazzino 20
Pedoni, ciclisti, podisti, ma anche i conducenti di qualsiasi altro mezzo sono avvisati: fra due settimane non potranno più percorrere o sostare lungo la bretella interna al Porto vecchio, nel tratto dai varchi di Largo Santos fino al magazzino 20, situato a poca distanza dal magazzino 26, nei pressi dell’attraversamento dei binari. L’accesso al magazzino 26 e agli altri edifici In seguito al trasferimento al Comune della proprietà di gran parte delle aree del Porto vecchio, l’intera bretella, da Largo Santos a viale Miramare, è divenuta una strada di competenza comunale. Ma avendo le caratteristiche di un’area portuale, per motivi di sicurezza il Comune ha preso una serie di provvedimenti relativi alla circolazione e alla sosta. Da qui l’ordinanza emessa ieri (e resa nota attraverso l’Albo pretorio, anche sul sito Rete civica) che, nel tratto ricordato, istituisce il divieto di circolazione (accesso, transito e sosta) per tutti i veicoli e per i pedoni. Va da sè che chi violerà tale divieto potrà essere multato dalla Polizia municipale, come avviene su qualsiasi altra strada urbana. A fronte del divieto, l’ordinanza firmata dal sindaco prevede una serie di eccezioni, che nella fattispecie riguardano veicoli e personale dei mezzi di soccorso, quelli delle amministrazioni e delle autorità, i veicoli operativi delle aziende di servizi pubblici (per ben precisi interventi di pubblica utilità), i mezzi dotati di uno specifico permesso rilasciato dagli uffici comunali (manutenzioni edilizie, traslochi, allestimento di mostre), e infine veicoli e personale della Tertrans srl, società già concessionaria dell’Autorità portuale. L’ordinanza specifica poi che altre richieste di accesso o sosta nella zona, non comprese in quelle citate e comunque a carattere temporaneo, saranno valutate dal sindaco. Mano pesante anche in relazione alla sosta. Il provvedimento stabilisce che eventuali veicoli in sosta abusiva lungo la viabilità interna del Porto vecchio, ma anche quelli posteggiati all’esterno dei tracciati predisposti nella zone di parcheggio, poichè costituiranno motivo di pericolo e intralcio per la circolazione saranno rimossi d’autorità (in base all’articolo 159 del Codice della strada). Infine, su tutte le strade all’interno del Porto vecchio viene istituito il limite di 30 chilometri orari per tutti i veicoli.

(gi.pa.)

 

 

Il Friuli Venezia Giulia dichiara guerra alle nutrie “invadenti” - Già pronte due leggi (una della giunta, l’altra di Piccin) per tutelare l’agricoltura e la sicurezza dei corsi d’acqua
TRIESTE - Debellare l’invasione delle nutrie. È con questo obiettivo che l’assessore Paolo Panontin e la consigliera Mara Piccin (Fi) hanno depositato due testi di legge, distinti ma pressoché identici, che si propongono di eradicare la presenza dei grossi roditori che proliferano da tempo in numerose zone del Friuli Venezia Giulia, arrecando danni alle coltivazioni e impattando in modo negativo sulla sicurezza dei corsi d’acqua, come avviene d’altronde in tutta la Pianura padana. Si tratta di un roditore simile a un grosso castoro, originario del Sud America e introdotto in Italia a inizio Novecento per la realizzazione di pellicce a basso costo. Quando il settore è andato in crisi negli anni Ottanta, gli allevatori hanno liberato le nutrie, invece che sopprimerle come previsto dalla legge, evitando così di sostenere ulteriori spese. Ciò ne ha determinato la diffusione negli ambienti favorevoli e l’impatto negativo su colture e nidiate di uccelli acquatici, ma anche su argini minori, canali e sponde di fossati, perché la nutria scava gallerie nel sottosuolo e crea rischi per la sicurezza idrogeologica. Le nutrie sono considerate dagli agricoltori un vero flagello e la loro eliminazione contrappone da anni fautori degli abbattimenti e animalisti. Come ha spiegato Panontin, «il disegno di legge della giunta predispone uno strumento efficace per il controllo e l’eradicazione di questa specie: vareremo un piano triennale, conforme ai dettati dell’Ispra, coordinando i soggetti preposti all’attuazione del piano, guardie volontarie, guardiaparchi, addetti alla vigilanza idraulica e cacciatori, coordinando i cacciatori attraverso la Forestale e prevedendo anche forme non cruente di prevenzione della riproduzione». Sovrapponibile la proposta Piccin, che prevede a sua volta un piano triennale e la possibilità di cacciare la nutria «in ogni periodo dell’anno, su tutto il territorio regionale», senza limitazioni quantitative. La Quarta commissione si riunirà oggi stesso per cercare di giungere a un testo condiviso, da portare in aula a giugno. Se centrosinistra e centrodestra sono concordi, il Movimento 5 Stelle chiede di adottare strade diverse. Ilaria Dal Zovo teme «un buco nell’acqua e danni all’ecosistema: il problema non si risolve con l’uso delle armi e creando un regolamento di caccia più permissivo, che permetterà di entrare nei parchi protetti e sparare in ogni periodo dell’anno e in luoghi solitamente vietati. I piani di abbattimento sono crudeli e non hanno dato risultati in passato, ma anzi aumentano la fertilità della specie. Investiamo in programmi di sterilizzazione e riequilibrio ambientale». A favore del provvedimento si schierano gli operatori economici come Confagricoltura, secondo cui «l’eradicazione è una necessità: la nutria si sta accrescendo in modo abnorme. Se gli animalisti protestano, trovino una soluzione per i nostri mancati redditi». Coldiretti Fvg condivide e chiede di «riflettere anche sul contenimento di cinghiali, corvidi e cervidi». Favorevole anche l’Associazione vallicoltori di Grado e Marano, impegnata nell’allevamento di pesce, per la quale «si tratta di un discorso di sicurezza idraulica contro animali che creano situazioni di crisi». Gli esperti dell'Università di Udine ritengono sia però più saggio lavorare al contenimento delle nascite, anche tenendo conto di una certa repulsone dell’opinione pubblica agli abbattimenti di massa. Netta contrarietà viene invece dalla Lav, secondo cui «non esistono dati che dimostrino l’emergenza e tantomeno le nutrie sono portatrici di malattie pericolose. Inoltre gli abbattimenti indiscriminati otterranno l'effetto di indurre la specie a moltiplicarsi ed estenderanno la caccia 24 ore su 24 anche fuori dalla stagione venatoria, facendo girare persone armate e dando copertura alle attività di bracconaggio. Servono metodi non letali, come dicono i regolamenti Ue: altrimenti parliamo di una strage e non di prevenzione. Si cominci proibendo la caccia alla volpe, predatrice della nutria».

Diego D’Amelio

 

 

VALORI ACUSTICI - Ferriera, Dipiazza incalza la Regione

«È opportuno che la Regione acquisisca i pareri dell’Arpa e dell’Azienda sanitaria e verifichi in contraddittorio i valori acustici indicati dalla Ferriera di Trieste». Lo chiede in una nota il sindaco Roberto Dipiazza.

 

 

Caccia aperta ai rifiuti nel mare - L’Ogs guida il progetto per la realizzazione di una banca dati mondiale sull’inquinamento
Si è concluso da pochi giorni all’Ictp di Trieste il meeting sul progetto EMODnet Chemistry, (European Marine Observation and Data Network), un’iniziativa a lungo termine della Commissione Europea, Direzione Generale per gli Affari marittimi e la Pesca (Dg Mare) che costituisce uno dei pilastri della strategia Marine Knowledge 2020. Nato nel 2009 e coordinato dalla ricercatrice della Sezione di Oceanografia dell’Ogs Alessandra Giorgetti, durante gli incontri della scorsa settimana, a cui hanno partecipato partner provenienti da 25 diversi Paesi, è stata avviata la terza fase del progetto che, in particolare, si focalizzerà sui rifiuti marini e porterà alla realizzazione di una banca dati europea per la gestione delle informazioni sulle scorie spiaggiate e in mare. E inoltre gli studiosi si focalizzeranno sul «monitoraggio di tutti i mari europei – spiega Giorgetti – e appunto raccoglieremo le informazioni sui rifiuti marini: a Trieste abbiamo coordinato l’approccio con cui faremo questa raccolta. Esistono già dei database, il nostro ruolo sarà quello di integrare le informazioni, condividendo le best practice tra il Nord e il Sud Europa». Finora sono stati riuniti oltre 10 milioni di dati sullo stato di salute dei nostri mari proprio nell’ambito del progetto EMODnet Chemistry. «I valori aggiunti di questo progetto – specifica Giorgetti – riguardano l’armonizzazione delle informazioni e dei parametri misurati in relazione alle caratteristiche chimiche dei mari, come i nutrienti, gli inquinanti di origine antropica e i rifiuti marini sulle spiagge, sul fondo del mare o galleggianti, e le microplastiche. Componente essenziale nel processo di integrazione è anche la validazione delle informazioni, effettuata applicando procedure condivise pure a livello europeo, mettendo quindi assieme dati provenienti da diversi paesi ed evidenziando eventuali inconsistenze, come errori nelle unità di misura. I risultati del progetto vengono poi forniti agli organi decisori, che possono far riferimento ad esempio alla Commissione europea oppure al programma delle Nazioni Unite per la protezione dell'ambiente marino e lo sviluppo sostenibile delle zone costiere del Mediterraneo (Unep/ Map), responsabile per la definizione delle politiche ambientali e la relativa gestione». »La valutazione dello stato dei mari, di competenza dei diversi Ministeri dell’Ambiente - aggiunge Marina Lipizer, ricercatrice dell’Ogs -, è fondamentale poiché dallo stato di salute dell’ambiente dipendono le azioni e le politiche di riduzione degli impatti, come per esempio la riduzione o la tassazione dell’uso dei sacchetti di plastica, o l’aumento dei sistemi di depurazione». In pratica, gli enti coinvolti portano avanti un’azione di science diplomacy favorendo la cooperazione tra paesi Ue e non-Ue (Russia, Ucraina, Georgia, Turchia), per la salvaguardia dell’ambiente marino. «Monitorare lo stato di salute degli ecosistemi marini – afferma la presidente Maria Cristina Pedicchio - è una priorità per Ogs, nella convinzione che la salvaguardia dell’ambiente sia uno step fondamentale per perseguire gli obiettivi della cosiddetta Blue Economy: uno sviluppo intelligente e sostenibile attraverso un uso responsabile delle risorse marine e la cooperazione tra i paesi Mediterranei, grazie allo strumento della science diplomacy».

Benedetta Moro

 

 

Quelle vite controcorrente sul Piave - al Caffe' San Marco

Oggi alle 18, il circolo triestino di Legambiente organizza la presentazione del libro “Acqua guerriera. Vite controcorrente sul Piave” (Ediciclo editore), al San Marco. Con l’autrice, Elisa Cozzarini, dialogherà la fotografa Erika Cei. L’interesse nasce dal fatto che quello che dovrebbe essere il corso d’acqua più caro all’Italia racchiude oggi tutti i problemi ambientali di cui soffrono i fiumi italiani, dall’eccessivo sfruttamento idroelettrico nel suo tratto alpino, al prelievo indiscriminato di ghiaia nel medio corso e alla risalita del cuneo salino dal mare. Il Piave è il fiume guerriero per eccellenza. Il suo mormorio difese l’Italia dallo straniero, nella Grande Guerra. Eppure per la gente, in Veneto, è rimasto femminile: è l’acqua che ha plasmato la terra, le persone, la cultura. Cosa resta oggi di quel fiume abbondante, a tratti spaventoso? Questo libro è un viaggio alla ricerca dell’anima del Piave e della terra che attraversa, ferita da un benessere capace di travolgere ogni cosa. Traccia il ritratto dei suoi eroi contemporanei, gli arditi dell’ambiente, i devoti al territorio e al paesaggio, persone normali che si mettono controcorrente, perché tutta la bellezza non sia inghiottita dal cemento e dall’immondizia. Per capire il fiume devi uscire dall’auto, avvicinarti, scenderlo in canoa. Così puoi renderti conto di chi sono i mostri contro cui lottano oggi i guerrieri del Piave.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 22 maggio 2017

 

 

Rivoluzione delle tariffe scontate nei parcheggi comunali al coperto - IL PIANO»sosta a pagamento - il PIANO TARIFFE per la sosta nei contenitori comunali
Le tariffe dei parcheggi “in struttura” del Comune sono state appena modificate con un sistema di sconti che mira a incentivare soprattutto la sosta negli stalli a rotazione. Nel corso dell’ultimo anno, Esatto ha effettuato delle verifiche volte a misurare il coefficiente medio di occupazione (cmo) dei singoli parcheggi. E nel rapporto stilato al termine delle ispezioni è emerso che i parcheggi con tariffe solo in abbonamento, come ad esempio quelli di via del Rivo o di via Tor San Piero, tendono alla piena occupazione, mentre le strutture con maggiore capienza, San Giovanni e Sant’Andrea, che dispongono di posti anche a rotazione, presentano un coefficiente inferiore al 40%. «Il Comune, rilevati questi aspetti, ha deciso, dove necessario, di intervenire con un sistema di sconti, di promozioni e una tariffa flat che ne incentivi l’utilizzo - spiega l’assessore comunale con delega alla Gestione del patrimonio, Lorenzo Giorgi - ma che soprattutto stimoli gli automobilisti a parcheggiare in zone più periferiche utilizzando poi l’efficiente sistema di trasporto pubblico locale per raggiungere il centro città». Il Comune ha stabilito così di introdurre una tariffa oraria fissa di 1 euro, con una promozione attiva fino al raggiungimento di un cmo del 75%, che prevede un abbattimento del 50% della tariffa stessa per le prime tre ore di sosta. Dunque, se prima di queste novità per un’ora si pagavano 60 centesimi, ora se ne pagheranno 50 nonostante appunto l’introduzione della tariffa di base di 1 euro. «La soluzione flat - specifica Giorgi - prevede inoltre che dopo la quinta ora la tariffa venga bloccata fino al raggiungimento dell’ottava ora». Quindi, se prima per 8 ore bisognava pagare 6,50 euro ora se ne sborseranno solo 3,50. Il nuovo piano tariffario prevede inoltre per i parcheggi di San Giovanni e Sant’Andrea l’introduzione di un prezzo vincolato di 6 euro per soste fino a 12 ore (il tariffario precedente prevedeva 10,50 euro) e di 10 euro per soste fino a 24 ore. Ma fino al raggiungimento di un coefficiente medio di occupazione del 75% è prevista un’ulteriore riduzione del 20% della tariffa. «Abbiamo deciso di rendere particolarmente vantaggioso restare più ore - valuta Giorgi - visto che chi parcheggia in quelle strutture non centrali prevede il più delle volte di spostarsi in centro e riprendere l’automobile dopo diverso tempo». A differenza dei parcheggi nel cuore di Trieste utilizzati da molti anche per poco tempo, magari per meno di un’ora. Il Comune ha individuato tre zone tariffarie: una ad altissima richiesta di parcheggi, un’altra ad alta richiesta e una terza zona a media richiesta di parcheggi. L’aggiornamento tariffario prevede di uniformare e semplificare i piani tariffari degli abbonamenti nelle strutture sistemate in zone definite ad alta richiesta ovvero Sant’Andrea, via del Rivo, via Tor San Piero, Park Salem, quello a Cologna e Park Querce. In questi parcheggi per un abbonamento annuale da 24 ore si pagheranno 936,50 euro. Un risparmio, ad esempio, per chi prima a Sant’Andrea pagava mille euro. Sempre per 24 ore l’abbonamento semestrale costerà 500 euro (in via del Rivo che conta 72 stalli costava 468,25 euro) e 93,50 se mensile (a Sant’Andrea la tariffa precedente era di 99 euro). Per alcuni park c’è un ritocco al ribasso, per altri al rialzo. Per i parcheggi sistemati in zone definite ad altissima richiesta di parcheggi, l’abbonamento è stato ritoccato al rialzo solo per la tariffa semestrale passando da 572,50 euro a 612,50. Invariato invece il costo degli abbonamenti mensili e annuali. L’amministrazione comunale nel caso di cmo inferiore al 70%, prevede anche di stipulare convenzioni, a tempo determinato, sugli abbonamenti con un abbattimento del costo fino al 20% da 10 a 20 posti, del 30% da 21 a 40 posti e fino al 50% per oltre 40 posti. Le tariffe di abbonamento per i posti riservati alle moto prevedono una riduzione del 50% rispetto a quelle per le automobili. In caso di cmo inferiore al 60%, è prevista anche una differenziazione delle tariffe introducendone una diurna-feriale e una notturna-festiva. Va considerato che il Comune di Trieste (che prevede l’acquisizione di ulteriori parcheggi “in struttura” tra i quali quelli in largo Niccolini, di via Flavia e di via dei Leo) continuerà a monitorare il coefficiente medio di occupazione di tutte le sue strutture adibite a park, intervenendo con l’introduzione della specifica riduzione delle tariffe quando l’occupazione dei posti dovesse essere inferiore ai limiti stabiliti.

Laura Tonero

 

Il trenino pronto a ripartire sulle rotaie di Porto vecchio - L’annuncio degli assessori Rossi e Polli: «Allo studio l’utilizzo dei binari storici»
Tramway Tpv: «Tornerà per la mostra sui 160 anni della Ferrovia Meridionale»
«I binari li lasciamo là sotto perché se qualcuno - nei prossimi anni - vorrà divertirsi con i trenini, su e giù, lo potrà fare. Lasciamo questa opportunità». Il sindaco Roberto Dipiazza, annunciando il 12 maggio - alla trasmissione “Ring” di Telequattro - i mille posti auto sul terrapieno di Barcola (poi diventati 500, la metà), sembrava avere seppellito una volta per tutte il trenino di Porto vecchio. «Porto 50 camion di ghiaia e faccio un mega parcheggio». E invece, una settimana dopo, sempre in tv, due assessori della sua giunta, Giorgio Rossi e Luisa Polli, si rimettono a giocare con il trenino riesumando i binari del vecchio scalo per la gioia del gruppo Tramway Porto vecchio Trieste che non si è mai rassegnato al fermo ferroviario deciso dalla giunta Dipiazza un anno fa, appena insediata. A riaprire la pratica per prima è l’assessore all’Ambiente Luisa Polli, che annuncia: «Con l’Autorità portuale abbiamo già pensato a come sarà la viabilità di attraversamento in Porto vecchio: strada, pista ciclabile e rotaie». Rotaie? In soccorso arriva Rossi che vuole evitare che il dibattito si riduca - parole sue - «alla questione del trenino sì, trenino no». «Una ventina di giorni fa ho avuto un incontro con il Museo Ferroviario che è in possesso della planimetria della rete ferroviaria in Porto vecchio. Credo che la nuova dorsale di collegamento interna ne debba tener conto. Non va trascurata una serie di parti e componenti della rete ferroviaria che certamente verranno mantenute sia per la loro realtà storica sia per un utilizzo parziale. Non credo che alla fine si debbano scartare queste cose». La collega Polli si spinge oltre: «Abbiamo allo studio con l’Autorità portuale la passeggiata a mare e la pista ciclabile. Lì accanto passa una linea di rotaie che potrebbero essere utilizzate per un tram tipo quello di Opicina a emissioni zero. Come assessore all’Ambiente devo puntare a dare un godimento a impatto zero». Parole colte subito con favore da Tramway Porto vecchio Trieste: «Alla fine i progetti intelligenti emergono naturalmente. Va dato atto al sindaco Roberto Dipiazza che aveva promesso, durante la conferenza stampa dell’11 novembre 2016, la collaborazione dei suoi uffici al progetto Tramway Tpv, di avere portato avanti questa idea assieme all’assessore Giorgio Rossi, affidando all’ingegner Giulio Bernetti il compito di interfacciarsi con Ferstoria, il Museo Ferroviario e Italia Nostra per il mantenimento e lo sviluppo dei binari utili a tale progetto di trasporto. Prossimamente inviteremo il sindaco Dipiazza e gli assessori Rossi e Polli a salire sul Tramway Tpv e verificare praticamente la validità del servizio nato proprio da un’idea condivisa tra il Comune di Trieste e l’Autorità portuale». Il trenino, infatti, è pronto a ripartire. «Ferstoria assieme al Comune di Trieste e all’Autorità portuale organizzerà, all’interno della Centrale idrodinamica, una mostra dedicata ai 160 anni della Ferrovia Meridionale-Südbahn, dove - oltre alle raccolte fotografiche e di materiali relativi - verrà esposta una locomotiva a vapore funzionante e il Tramway Tpv effettuerà il servizio di collegamento con il centro di Trieste». La giunta Dipiazza è pronta a divertirsi con i trenini. «Ricordiamo che il Tramway Tpv in appena otto weekend e durante la settimana della Barcolana aveva trasportato circa 12.000 persone. Per arrivare a Barcola è tutto pronto e basterà realizzare l’attraversamento stradale dei binari sulla bretella di accesso al Porto vecchio» aggiungono i promotori, ripescando il progetto dell’allungamento della linea ferroviaria in funzione balneare messo a punto dall’ex sindaco Roberto Cosolini. «Leggo con piacere che il sindaco Dipiazza annuncia un parcheggio per auto sul terrapieno di Barcola - fa sapere Cosolini -. È una buona idea: se collegato con mezzi pubblici alla città (ad esempio, il treno già esistente e i bus) potrebbe essere un’ottima soluzione per i visitatori della nostra città. Ed è anche bene che faccia proprie le buone idee che più di un anno fa la precedente amministrazione aveva avuto e che dopo la sua elezione gli aveva trasmesso». Con i trenini non si finisce mai di giocare

Fabio Dorigo

 

 

Nel “bottino” finale di MareNordest cellulari e un Cabernet - La pulizia dei fondali e le simulazioni dei cani da salvataggio chiudono la kermesse.

Riemersi 30 telefonini e 300 bottiglie - la manifestazione
La bellezza dei cani da salvataggio e i volontari subacquei che, nell’operazione di tutela e pulizia dei fondali, scoprono persino un cimitero marino di cellulari davanti a piazza Unità. Si chiude in crescendo “Mare Nordest 2017 - I mestieri e i misteri del mare”, la manifestazione di Trieste sommersa diving, organizzata in collaborazione con il Comune di Trieste, con il sostegno di AcegasApsAmga, Trieste Trasporti, Bignami Sub, Fondazione benefica Foreman Casali e Samer&Co.Shipping e con “Il Piccolo” come media partner. L’ultima giornata si consuma in gran parte all’aperto e vede il tratto compreso tra molo Audace e Scala reale ospitare gli appuntamenti più popolari della tre giorni che si propone di (ri)lanciare Trieste come “capitale” della cultura europea del mare. Dopo le prime giornate all’insegna di conferenze, cerimonie e laboratori, il mare “vero” conquista tutti i riflettori: quattordici associazioni e un centinaio di volontari - trenta di supporto a terra - danno vita alla terza edizione di “Operazione Clean Water”, coordinata da Adriano Lugnani e Roberto Lugnani, con il supporto dello staff dell’Area marina protetta di Miramare, del battello ecologico Spazzamari, dell’AcegasApsAmga. Collabora la III A del liceo Oberdan accompagnata dalla docente Claudia Giacomazzi. L’obiettivo di “Clean Water” è pulire i fondali raccogliendo i rifiuti e sensibilizzando i cittadini. La missione riesce e si chiude con un “bottino” per certi versi strabiliante (in negativo): i volontari recuperano una trentina di telefoni cellulari caduti davanti a piazza Unità. Così come riportano in superficie un monopattino, una cinquantina di lattine, una quarantina di bicchieri e trecento bottiglie sempre di vetro. Non basta. Gli “angeli del mare” fanno riemergere una bicicletta, una decina di sacchi di nylon, esche per calamari e seppie, una ventina di metri di tessuto per tende, un paio di ringhiere zincate e l’immancabile batteria. Il “trofeo” più originale? Se lo scorso anno fu un ordigno bellico, quest’anno stravince una bottiglia integra, mai stappata, di vino rosso individuata dal sub Enrico Torlo, un veterano della sigla Cst. Se smarrita o lanciata è impossibile saperlo. Ma poco importa: il recupero si tramuta in un brindisi. Uno dei tanti che sigillano la chiusura dei lavori di “Mare Nordest”. Per la cronaca la bottiglia “salvata” è un Cabernet. Forse il primo al mondo a poter vantare una conservazione speciale all’«acqua pazza». La “Clean Water” prevede anche una serie di graduatorie, quasi un pretesto per animare la cerimonia finale, premiando il gruppo più numeroso (i 24 veneti della Calypso), il sub più anziano (Maurizio Bettoncelli di 62 anni) e quello più giovane (Riccardo Vianello di 14 anni entrambi del clan di Marghera). Riconoscimenti anche per i Pompieri volontari Trieste e per la Scuola cani salvataggio Fvg. Già, i cani da salvataggio. Belli, docili, forti e utili. A dimostrarlo le simulazioni di ieri con l’ausilio di un gommone e di una moto d’acqua. Il sipario sulla sesta edizione di “Mare Nordest” cala nel teatro probabilmente più idoneo, il molo IV, dove è marcata la partecipazione delle scuole. «Uniti si può crescere e migliorare - commenta Roberto Bolelli della Sommersa Diving - . Stiamo già pensando all’allestimento del 2018 con l’obiettivo di creare qualcosa di ancor più coinvolgente per la città e la cultura marittima».

Francesco Cardella

 

 

Muggia - Opposizione spaccata sulla raccolta dei rifiuti
L’ultima riunione del consiglio comunale ha confermato in modo inequivocabile la spaccatura dell’opposizione. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mozione sui rifiuti portata avanti da Movimento 5 Stelle (Emanuele Romano) e dalle liste civiche Obiettivo comune per Muggia (Roberta Vlahov) e Meio Muja (Roberta Tarlao). «La nostra richiesta di trasparenza e di premialità per i cittadini più bravi nel differenziare la raccolta dei rifiuti è stata bocciata non solo dal centrosinistra, ma anche dal centrodestra», ha spiegato Tarlao. La capogruppo di Meio Muja è stata protagonista assieme al consigliere di Forza Muggia-Dpm Andrea Mariucci di un acceso dibattito in aula. Alla fine tutte le forze del centrodestra - con i forzisti si sono schierati Lega Nord e Fratelli d’Italia - hanno imbeccato Tarlao, Vlahov e il grillino Romano per un modo di fare opposizione all’amministrazione Marzi che non sta piacendo, pur condividendo l’essenza dell’ultima mozione sui rifiuti: «Siamo fermamente convinti che introdurre premialità e puntualità nelle tariffazioni sia la strada giusta per introdurre il nuovo metodo di raccolta differenziata - spiega il centrodestra - ma non ci piacciono i toni, di mera supponenza e inesistente condivisione, con cui il Movimento 5 Stelle e le liste civiche hanno portato avanti temi così importanti. La voglia di protagonismo ha prevalso sul senso di responsabilità». Responsabilità che - secondo Forza Muggia, Lega e Fdi - è stata «dimostrata nei fatti, con il voto di astensione sul nuovo piano di raccolta immondizie, mentre 5 Stelle e liste civiche hanno preferito votare contro». I partiti di centrodestra hanno poi fatto un attacco diretto alla Tarlao: zNon si riesce proprio a capire come certi consiglieri cerchino sempre lo scontro a prescindere; quello a cui abbiamo assistito in aula è stato un episodio esemplificativo di cattiva politica, volta unicamente a suscitare un polverone anziché a risolvere i problemi dei muggesani». Che la spaccatura sia avvenuta e che sia difficilmente sanabile lo si evince anche dalle parole di replica utilizzate da Roberta Vlahov, capogruppo di Obiettivo comune per Muggia: «Se per il centrodestra fare cattiva politica significa dare la possibilità ai cittadini muggesani di risparmiare sulla bolletta oppure chiedere trasparenza all’amministrazione comunale allora sì, posso dire che noi siamo orgogliosi di fare questo tipo di “cattiva” politica». A mettere definitivamente una pietra sopra l’unità dell’opposizione ci ha pensato Roberta Tarlao: «Il centrodestra avrebbe potuto condividere la nostra mozione utile a premiare i cittadini. Neanche il centrosinistra lo ha voluto fare. Ne prendiamo atto e aggiungo che sono e siamo fieri di non essere come loro».

Riccardo Tosques

 

 

La Svizzera dice addio al nucleare - Il piano del governo approvato con una maggioranza del 58,2%
MILANO Con una maggioranza del 58,2%, gli svizzeri hanno approvato ieri in un referendum il graduale abbandono dell'energia nucleare e una politica di sviluppo delle energie rinnovabili. Una svolta energetica «storica», secondo molti commentatori, voluta dal governo e dalla maggioranza del parlamento, ma contestata dal partito di destra dell'Unione democratica di centro (Udc) che aveva promosso il referendum contro la nuova legge. Da Ginevra a Zurigo e al Ticino, in tutti i 26 cantoni della Confederazione tranne quattro gli elettori si sono schierati in favore della nuova legge sull'energia approvando un primo pacchetto di misure alla base della “Strategia energetica 2050” promossa dal governo. La quota più alta di sì è stata registrata nei cantoni di Vaud (73,5%) e Ginevra (72,6%). Tra i cantoni contrari, rilevante è la bocciatura di Argovia (51,8% di no) che ospita impianti atomici. La legge approvata prevede un netto incremento dell'efficienza energetica, una chiara riduzione dei consumi, un rafforzamento dell'energia idroelettrica, nonché un aumento della quota di energia da fonti rinnovabili, quali sole e vento. Si voltano gradualmente le spalle all'atomo, con la chiusura degli impianti esistenti al termine del loro ciclo di vita e con il divieto di costruire nuove centrali. La sfida è importante. La quota di energia elettrica di origine nucleare rispetto alla produzione complessiva svizzera è di circa il 39% e proviene e dalle 5 centrali entrate in funzione tra il 1969 e il 1984. Il governo elvetico aveva cominciato a lavorare all’addio al nucleare dopo l’incidente nucleare di Fukushima, nel 2011. É allora che governo e il parlamento decisero di gettare le basi di una nuova politica energetica per rinunciare al nucleare. Soddisfatta per l'esito della votazione, la presidente della Confederazione e ministro dell'Ambiente Doris Leuthard, in prima linea nella campagna per il Sì. Con il voto odierno «si apre una nuova pagina della nostra storia energetica», si è rallegrata. Scontata e unanime anche la soddisfazione degli ambientalisti: «La Svizzera è finalmente entrata nel 21esimo secolo», secondo la deputata dei Verdi Adèle Thorens. Per Greenpeace, si tratta di «una vittoria storica». Delusione è stata invece espressa dal partito Udc, primo partito del Paese e grande sconfitto del voto odierno. A suo avviso, la nuova legge minaccia l'approvvigionamento energetico e rischia di costare cara agli svizzeri. La partecipazione al voto è stata del 42%. In Svizzera ci sono cinque centrali nucleari, che saranno disattivate entro 20 e 30 anni.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 21 maggio 2017

 

 

La “tassa di disturbo” porta 770 mila euro nelle casse del Comune

Spuntano gli arretrati del servizio di termovalorizzazione reso ad enti e privati non triestini: risorse subito a bilancio
Tra denaro già incassato e denaro da riscuotere gli uffici comunali dell’Ambiente calcolano una somma che fa circa 770 mila euro. E che fa contenta l’assessore leghista Luisa Polli, la quale ha potuto conferire queste risorse nel redigendo bilancio 2017, nelle sospirate voci di entrata. Questi 770 mila euro - spiega la Polli - sono spettanze che derivano al Comune dalla cosiddetta “tassa di disturbo ecologico”: poichè il territorio municipale ospita un impianto di smaltimento di rifiuti provenienti anche da altre zone, ha diritto a un risarcimento per il disagio subìto. Lo prevede un Decreto del presidente della giunta regionale, lo 0502 per esattezza, risalente all’ottobre 1991, quando a capo del governo giulio-friulano sedeva il democristiano Adriano Biasutti: si trattava del regolamento esecutivo della legge 30/1987. In base a quel provvedimento, il Comune triestino ha diritto a 2,54 euro/tonnellata per i rifiuti urbani e a 3,82 euro/tonnellata per i rifiuti speciali “non pericolosi”. Il termovalorizzatore attualmente funzionante, più noto come inceneritore, è situato in via Errera ed è gestito dalla srl Hestambiente posseduta al 100% dal gruppo Hera, attraverso le due controllate Herambiente (70%) e AcegasApsAmga (30%). Ma, fino al luglio 2015, il termovalorizzatore di Trieste (e quello di Padova) erano in mano della sola AcegasApsAmga. Queste spiegazioni preliminari, soprattutto per quanto riguarda l’avvicendamento gestionale, sono indispensabili onde comprendere perchè - a giudizio dell’assessore Polli e della struttura amministrativa - il Comune era rimasto indietro nelle riscossioni o, a seconda dei punti di vista, Hestambiente (o altra realtà del gruppo Hera) aveva rallentato la dazione. Al punto che una nota comunale datata 4 aprile presentava il conto degli insoluti, dal 2014 al 2016. Più precisamente gli uffici dell’Ambiente chiedevano sul 2014 l’integrazione del primo semestre e il saldo del secondo semestre per un totale di 255 mila euro; sul 2015 il pagamento del secondo semestre per un importo di 190 mila euro; sul 2016 l’intera tassa annuale per un ammontare di circa 335 mila euro. Una somma che, come anticipato, andava ad aggirarsi attorno a 770 mila euro. Nel giro di un paio di settimane il gestore ha parzialmente riscontrato la sollecitazione comunale: il procedimento di riscossione non è ancora concluso per quanto riguarda il 2014, mentre lo scorso 21 aprile la bolletta 16145 ha “onorato” quanto dovuto nel 2015 e nel 2016. Quindi, fisicamente, nelle casse municipali sono finora affluiti circa 525 mila euro rispetto al totale preteso di 770 mila euro. «Nessuna intenzione polemica contro la precedente amministrazione - vuole accuratamente chiarire Luisa Polli - ed è inutile rincorrere le responsabilità di questi “incagli”. E’invece importante evidenziare che queste risorse sono state finalmente recuperate e inserite nel bilancio 2017, ridando linearità e chiarezza al rapporto tra il Comune e il gestore dell’impianto».

Massimo Greco

 

 

Mare Nordest celebra sua maestà lo squalo - Studenti rapiti dall’intervento della biologa Andreotti impegnata in Sud Africa. Spazio anche ai nodi dell’inquinamento
Ha imparato a conoscerli, amarli, a difenderli dall’uomo. Da dieci anni esatti lo studio degli squali bianchi è la missione di vita di Sara Andreotti, biologa marina pordenonese laureatasi a Trieste e ora impegnata in Sud Africa, all’Università di Stellenbosch, in progetti di ricerca targati Shark Diving Unlimited. Ieri è stata lei la “stella” della seconda giornata dei lavori al Molo IV di Mare Nordest, il convegno a cura della Trieste Sommersa Diving, tre giorni dedicati ai “Mestieri e Misteri del Mare”. Il mestiere di Sara Andreotti è lo studio dello squalo bianco, sì, proprio la specie predatrice per eccellenza, la più temuta ma a quanto pare la più incompresa e vittima di letture distorte tra cinematografia e romanzi. Il compito di Sara, sin dal 2007, è invece la tutela e la comprensione, uno studio che comporta poco laboratorio e molta attività sul campo e a stretto contatto con “cavie” che oscillano dai quattro ai sei metri di lunghezza per una mole tra i mille e 1700 chili. La vetrina di Mare Nordest ha messo in luce gli ultimi riflessi della ricerca in Sud Africa, partendo da alcune cifre emblematiche, l’ultimo censimento della specie: «Sono sempre di meno, tra i 300 e i 500 esemplari, quindi pochi, molto pochi. I motivi? Il bracconaggio, l’inquinamento, l’eccesso di pesca e soprattutto le conseguenze delle reti anti-squalo, per altro legali, che si trovano nella zona, delle trappole tuttavia mortali per lo squalo». Ed è qui che verte l’attuale studio di Sara e del suo team, la creazione di una barriera efficace ma non letale (Sharksafe Barrier) costituita da magneti incastonati tra il kelp, un tipo di alga che ben si adatta al camuffamento. Insomma, lo squalo è come il lupo e non va demonizzato, bensì compreso: «È vero, anche perché quando attacca è colpa dell'uomo. Bisognerebbe capire il suo linguaggio e ricordarci che mentre noi lo studiamo, lui fa altrettanto con noi. Io lo faccio da dieci anni e nuotare con lui è diventato un puro onore». Intenso il resto del cartellone di ieri, vedi la platea di studenti rapita dall’intervento di Nicolò Carmineo e dal collegamento in video con Bruno Dumontet, due pionieri nel campo del monitoraggio dell’inquinamento da plastica. Oggi giornata di chiusura, sulla pulizia dei fondali in programma dopo le 9 davanti a Piazza Unità e sulle esibizioni dei cani di salvataggio alle 11.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 20 maggio 2017

 

 

Un relitto-laboratorio affondato nelle acque della Riserva marina - Mare Nordest riaccende i riflettori sull’ipotesi Parco navale
Già avviati i contatti con Marina e alcuni arsenali italiani - il costo iniziale dell’operazione si aggirerebbe sul milione di euro tra spese per il traino del mezzo da affondare e interventi di bonifica
Valorizzare l'ambiente del golfo di Trieste, incentivare la ricerca scientifica e creare un’attrazione in grado di portare ancora più turisti in città. Sono gli obiettivi del progetto “Parco navale di Trieste”, idea targata Associazione Trieste Sommersa Diving e riemersa a chiare lettere, e con qualche ulteriore sviluppo, nel corso della prima giornata di “Mare Nordest - I Mestieri e i Misteri del Mare”, la manifestazione ospitata nei saloni del Molo IV, una tre giorni interamente dedicata alla cultura del mare a cura della stessa Trieste Sommersa Diving, allestita con il sostegno di AcegasAps Amga, Trieste Trasporti, Fondazione "Casali", Bignami Sub e Samer&Co.Shipping. Una cornice ideale, appunto, per rilanciare un progetto che, di recente, è stato protagonista anche alla Eudi di Bologna, la maggiore manifestazione espositiva in campo europeo dedicata al mondo della subacquea. I promotori del progetto puntano a realizzare a Trieste un’operazione di scutling, ovvero l'affondamento volontario di navi e relitti ai fini di un ripopolamento della flora e della fauna marittima. Come location del Parco navale la Trieste Sommersa Diving ipotizza una fascia di mare di circa 50mila metri quadrati posta ai margini della “zona B” della Riserva naturale marina di Miramare, un tratto peraltro individuato dopo una serie di incontri con la Capitaneria di porto e la stessa Riserva. Un’area che soddisfa due criteri essenziali in progetti come questi: la «tutela di area protetta» e «l’impatto zero per la navigazione». Il secondo tassello del progetto ha già coinvolto la Marina Militare e alcuni arsenali, nel dettaglio Taranto, Augusta e La Spezia, interessati a fornire la materia prima, ovvero le navi destinate all'affondamento volontario e su cui (previa bonifica) andrebbero create le condizioni necessarie per riuscire a creare il “rifugio” ideale per fauna e flora della zona. Sulla carta, assicurano gli ideatori, il progetto rappresenterebbe un’attrazione turistica importante vista la forte presenza di appassionati di immersioni subacquee nel Nordest. E potrebbe rivelarsi anche uno straordinario scenario per la ricerca in campo biologico marino. Impianti simili attualmente se ne contano in Australia, Nuova Zelanda, Cuba, Maldive, Canada, Malta, Canarie e Stati Uniti. I costi iniziali? In conto bisogna mettere il traino dei relitti, le operazioni di bonifica e gli ulteriori lavori previsti dagli arsenali di competenza, partendo quindi da non meno di un milione di euro. Delle modalità dello “scuttling” e dei suoi possibili sviluppi si parlerà oggi a Mare Nordest in Molo IV alle 18.30, con gli interventi a cura del Contrammiraglio Francesco Chionna e della biologa marina Sara Andreotti. Intanto si fa già avanti uno “sponsor politico”, Massimiliano Fedriga. Il capogruppo leghista alla Camera ha infatti presentato un’interrogazione ad hoc al ministero dell'Ambiente: «Il progetto Parco navale si inquadra nell'ottica di sviluppo e rivalutazione dei fondali marini - ha sottolineato il parlamentare - e, oltre a rappresentare un unicum in Italia, avrebbe conseguenze positive per l'ambito turistico, quello scientifico e naturalistico, e con ricadute sulla piccola pesca costiera». La prima giornata di lavori a Mare Nordest ha offerto però anche altri spunti, legati soprattutto ai mestieri del mare, accompagnati in questo caso dal sigillo dell'eccellenza. Possono sicuramente essere annoverati tra i “fuori classe” del mare i due triestini saliti in cattedra per l’occasione: lo yacht designer Alberto Mancini e il comandante Dino Sagani, il primo presente in auditorium davanti a una folla di centinaia di studenti, il secondo collegato in video dalle rotte verso Genova a bordo della Majestic Princess (in sala c’erano i genitori). Un progettista di successo e un capitano che ha bruciato le tappe di una carriera favolosa al comando di navi. Due percorsi diversi, è vero, ma anche due storie che alal fine trasmettono messaggi e insegnamenti quasi analoghi, rivolti prima di tutto al pubblico dei più giovani: «Studiate, formatevi e abbiate coraggio. Sempre».

Francesco Cardella

 

L’invasione della meduse «Crescita inarrestabile» - La direttrice dell’Ogs Del Negro: «Spariti i predatori. A rischio le risorse ittiche»
Ma una soluzione ci sarebbe: basterebbe mangiarle come in Cina e Giappone
Un mare di meduse nel Golfo di Trieste. Come le rondini a primavera sono tornate in città le “bote marine”. E in grande quantità. In anticipo di quasi un mese rispetto lo scorso anno. Una vera invasione delle acque cittadine tanto da essere diventate un’attrazione turistica. Fotografate e filmate come delle star lungo le Rive. Uno spettacolo. Scientificamente si chiamano Rhizostoma Pulmo (polmone di mare). Hanno un cappello che può raggiungere i 60 centimetri di diametro, sono poco urticanti (ma gli effetti collaterali sono soggettivi). Di certo non invitano alla balneazione. I loro spostamenti sono ciclici. Il fattore il clima ha un suo peso: con le temperature più calde solitamente si ritirano verso le acque più profonde permettendo l’avvio della stagione dei bagni. Non c’entra il buono stato di salute delle acque. Questo è un trito luogo comune. «Lo si diceva una volta. È una leggenda» spiega Paola Del Negro, direttrice della sezione Oceanografia dell'Ogs. Un problema comunque per l’ecosistema. Il segnale di un equilibrio alterato da anni di pesca forsennata. Il problema è che da qualche anno a questa parte, il loro numero è in continua crescita. Da Muggia a Sistiana proliferano questi organismi gelatinosi. Alle classiche "bote marine", cioè le Rhizostoma Pulmo, grandi ma innocue, si sono aggiunte l'Aurelia aurita (non urticante), che presenta sull'ombrello una sorta di quadrifoglio, la Chrysaora Hysoscella (marrone, a spicchi e dai lunghi tentacoli, questa sì lievemente urticante). «È impossibile stabilire se il numero delle meduse è maggiore a quello dello scorso anno - spiega Del Negro -. È da un po di anni che si registra un aumento generalizzato di questi organismi gelatinosi in tutto il Mediterraneo. Quest’anno è massiccia la presenza di Rhizostoma Pulmo. La crescita è dovuta a una serie di concause: dall'innalzamento delle temperature fino alla diminuzione dei predatori delle meduse a causa della pesca». A rischio, insomma, ci sono i fragili equilibri dell'ecosistema marino. «Più meduse ci sono, più plancton mangiano e meno ne resta per pesci, molluschi e mitili. Inoltre mangiano e uova e larve di pesci. Le meduse sono dei predatori. Il depauperamento della risorse marine è già stato segnalato. Anche perché le meduse ci sono anche quando non le vediamo come in questi giorni. O quando ce ne preoccupiamo per la balneazione» spiega la ricercatrice dell’Ogs. Che fare allora? Basterebbe mangiarle come fanno in Cina e in Giappone. «Questo potrebbe essere una soluzione. A Slow Fish il biologo Silvio Greco ha presentato le meduse in pastella. Basterebbe utilizzare questa risorsa» aggiunge Del Negro. I menu triestini potrebbero così aggiungere ai sardoni panadi le “bote marine” panade. Altrimenti c’è il rischio serio di impoverire il mare a danno della pesca. «La risorsa ittica è già in sofferenza. L’anno scorso a fine estate c’è stata la presenza di uno xenoforo, un altro organismo gelatinoso, in quantità enormi. Qualcosa, prima o dopo, bisognerà fare» conclude la direttrice dell’Ogs. Magari cominciare a mettere le meduse in padella.

Fabio Dorigo

 

Pulizia dei fondali davanti a piazza Unità - il calendario
I lavori odierni della sesta edizione di " Mare Nordest" si aprono alle 9 con gli interventi di Nicolò Carmineo e di Bruno Dumontet, i pionieri del monitoraggio marino sull'inquinamento da plastica. Dalle 10 alle 13, il convegno ospita una lezione sui temi della divulgazione del settore, a cura di Romano Barluzzi e Leonardo d'Imporzano, incontro valido per la formazione crediti dei giornalisti. Alle 10.45 di scena “L'ultimo viaggio del Baron Gautsch”, rappresentazione tratta dall'opera di Pietro Spirito, con Sara Alzetta. Alle 11.30 “I Misteri e i Mestieri dei mari polari: l'Antartide”, con gli interventi dei ricercatori Miro Gacic, Ester Colizza e Gianguido Salvi. Dalle 14 alle 16 " Le mani in..Antartide", laboratori per le scuole, alle 15.30 il seminario Asi "Aggiornamento sulle tecniche di immersione sotto i ghiacci" mentre alle 17 è la volta delle premiazioni del Trofeo di fotografia subacquea, Memorial “ Genzo”. Domani, ultimo giorno di Mare Nordest, l’appuntamento clou inserito nel programma è la pulizia dei fondali antistanti piazza Unità. Il ritrovo è fissato per le 9.10 davanti alla Scala reale davanti alla quale, c’è da scommetterci, salteranno fuori alla fine rifiuti di ogni tipo. Alle 11 sono invece in programma le dimostrazioni in mare a cura delle unità cinofile della Scuola italiana cani salvataggio

(f.c.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 19 maggio 2017

 

 

IL PROGETTO A BARCOLA - Cinquecento posti auto nel futuro del terrapieno - L’ipotesi lanciata dal sindaco dopo un sopralluogo con i delegati dei circoli

La richiesta delle società sportive: «Prima gli spazi per pullmini e carrelli»

Le società nautiche di Barcola hanno bisogno di nuovi spazi a terra, in particolare per il parcheggio dei mezzi (pullmini e carrelli) necessari alle trasferte legate alle varie competizioni. L’esigenza, in verità, si era manifestata già alcuni anni or sono, ma non aveva trovato risposte concrete da parte dell’Autorità portuale, che gestiva quelle aree demaniali. Nelle ultime settimane il discorso si è riaperto, come spesso accade quasi per caso, durante un incontro fra il sindaco Roberto Dipiazza e alcuni dirigenti di uno dei sodalizi barcolani. Così nei giorni scorsi il primo cittadino ha coinvolto l’assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, alcuni tecnici comunali e i delegati dei circoli in un sopralluogo per verificare la situazione del terrapieno, da qualche mese entrato anch’esso nella disponibilità del Comune come gran parte del Porto vecchio. In seguito al sopralluogo Dipiazza ha incaricato gli uffici comunali di predisporre un progetto per un parcheggio, nell’area attualmente occupata da una boscaglia spontanea, che negli anni si è fatta sempre più fitta oltre ad essere diventata habitat di varie specie non proprio gradite, a cominciare dai ratti. A quanto pare gli spazi che si ricaverebbero dall’eliminazione di quel bosco sarebbero più che sufficienti per sistemarvi i mezzi di trasporto “tecnici” dei vari sodalizi. E allora perché non pensare anche a parcheggi per i mezzi privati, dei soci e non. Dipiazza non ci ha pensato su due volte, e nell’occasione ha parlato di «almeno 500 posti auto». Quello che potrebbe sembrare un numero eccessivo, in realtà non lo è. Intanto le società sportive che gravitano attorno al terrapieno sono sei: Circolo marina mercantile, Canottieri Saturnia, Società velica di Barcola Grignano, Club del gommone, Circolo nautico Sirena e Surf Team Trieste. Ciascuna di esse ha in media almeno 500 soci, e molte decine di atleti. Oltre tremila persone, quindi, che diventano molte di più se si aggiungono familiari ed eventuali ospiti. Il parcheggio, quindi, ci sta tutto. Posto che la volontà del Comune di creare questo spazio c’è, va tenuto presente che il progetto è ancora tutto da studiare. E in questo contesto i presidenti delle società rimarcano la necessità di dare la precedenza ai mezzi necessari all’attività sportiva. Prima vanno quindi sistemati pullmini e carrelli, poi eventualmente le auto private. La richiesta di spazi, ribadiscono, non parte certo dalla ricerca di posteggi per i privati. La strada che porterà al progetto passa per una serie di approfondimenti tecnici, da fare con gli uffici comunali. A ricordarlo è il presidente della Barcola Grignano, Mitja Gialuz, che rileva la necessità di «verifiche per garantire la disponibilità di spazi oggi sottratti alle società». Approfondimenti che vanno fatti «anche con l’Autorità portuale, nell’ottica della futura mobilità in Porto vecchio e di altri eventuali progetti per lo stesso terrapieno». Anche Gialuz conferma che l’esigenza principale riguarda spazi di pertinenza per i mezzi necessari all’attività sportiva, attualmente parcheggiati alla meno peggio lungo la strada interna del terrapieno, ripensando quindi l’utilizzo degli spazi su quell’area dove, nelle settimane dedicate alle iscrizioni alla Barcolana, si verificano «enormi problemi di viabilità». Senza contare che, nel periodo della famosa regata, la Svbg organizza eventi collaterali proprio assieme a due società che hanno sede sul terrapieno, la Canottieri Saturnia e il Circolo nautico Sirena. L’idea di creare un parcheggio per i pullmini e i carrelli per il trasporto delle barche risale, come si diceva, ad alcuni anni fa. «Avevamo fatto una richiesta all’Autorità portuale - ricorda Fulvio Rizzi Mascarello, presidente del Circolo marina mercantile - per parcheggiare i carrelli delle barche, ma allora ci venne risposto che non era possibile realizzare uno spazio del genere. È anche un problema di sicurezza delle imbarcazioni - osserva - che non sempre, al rientro dalle gare a tarda ora, vengono subito scaricate e messe al riparo». La necessità di disporre di spazi per i mezzi di trasporto “tecnici” è ribadita anche dal presidente della Canottieri Saturnia, Gianni Verrone. «Sistemare carrelli e pullmini - rileva - è sempre un problema, non solo per noi ma anche per le altre società del terrapieno. Questo è l’interesse principale, non certo i posteggi per le auto». Le società non chiedono poi grandi investimenti. Sarebbe sufficiente, a quanto dicono, ricoprire le nuove aree con materiale drenante.

Giuseppe Palladini

 

Ceneri, carotaggi e marce indietro - L’area nata a fine anni ’70 come discarica. Rilevata diossina ma nessun rischio

Progetti a go-go per il terrapieno di Barcola. Se ne sono viste di tutti i colori per quell’area nata come discarica tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Avrebbe dovuto accogliere la nuova sede della Fiera, essere il punto di partenza di un tunnel sottomarino di collegamento con il Porto nuovo, ma anche ospitare il tanto discusso Parco del mare che ora sembra aver trovato un dimora definitiva. Nel mezzo un lungo periodo, oltre una decina di anni fa, in cui il terrapieno e le sedi delle società sportive che vi operano sono finiti sotto tiro (con il rischio di demolizione...) a causa delle numerose sostanze inquinanti - a cominciare dalla diossina - emerse attraverso una serie di carotaggi in quel terreno dove finirono anche le ceneri prodotte dall’impianto di smaltimento dei rifiuti di Monte San Pantaleone. Dei 500mila metri cubi di materiale di riporto con cui venne costruito il terrapieno, 30-35mila erano appunto ceneri, provenienti soprattutto dal vecchio inceneritore di Monte San Pantaleone, dalle quali come detto poteva sprigionarsi diossina. Per questo il terrapieno fu posto sotto sequestro giudiziario dal 30 novembre 2005. In quegli anni era emerso che sotto le ceneri, presumibilmente scaricate tra il 1978 e il 1981, vi sarebbero anche le macerie dei crolli causati dai bombardamenti angloamericani del 1944-1945 e il materiale dello scavo della galleria ferroviaria di circonvallazione. Nonostante gli esiti dei carotaggi, non emerse alcun pericolo per la salute dei frequentatori del terrapieno e nemmeno per gli abitanti della zona, come venne verificato attraverso le misurazioni sulla qualità dell’aria. Non furono quindi interdette le attività dei concessionari delle aree, e in particolare dei club nautici, fra cui la Barcola Grignano e il Circolo canottieri Saturnia. Le attività vennero però fermate per qualche mese con un’ordinanza proprio del sindaco Roberto Dipiazza (allora al secondo mandato) suscitando non poco allarme anche per l’impossibilità di effettuare gli allenamenti. I carotaggi di cui si è detto furono numerosi, tanto da riguardare campionature di terreno anche all’interno delle sedi delle società. I prelievi riguardarono anche i sedimenti marini. I risultati, che vennero poi validati dall’Arpa, furono confortanti: nei sedimenti marini non risultò esserci traccia della diossina trovata a terra. Diossina la cui presenza

 

 

PARCO DEL MARE - «Porto vecchio unica location per un acquario» - I “saggi” del Wwf bocciano l’opzione Lanterna
Il Parco del mare non ha alternative, a livello di possibili location, al Porto vecchio. Lo sostiene in una lunga relazione il Comitato scientifico del Wwf, di cui fa parte tra gli altri anche il rettore Maurizio Fermeglia, che scarta dunque l’opzione della Lanterna. «La gestione di un acquario - si legge - perché sia valida economicamente implica un alto afflusso di visitatori. Il contesto territoriale, indipendentemente dalle scelte architettoniche per il contenitore, deve avere caratteristiche coerenti con questo presupposto. L’area indicata ne è assolutamente priva. L’imprescindibile riordino di un contesto caratterizzato da un disordine urbanistico stratificatosi attraverso usi diversi come stabilimenti balneari, società nautiche, caserme, magazzini portuali, eccetera, per quanto auspicabile per restituire visibilità all’unico manufatto degno di grande valore architettonico, cioè la Lanterna, semmai potrà avvenire, avrà tempi non coerenti con quelli della realizzazione dell’acquario». «Ove le amministrazioni che si sono dichiarate disponibili a sostenere l’iniziativa dovessero valutare la validità economica di questo investimento - aggiunge il Comitato scientifico - unica localizzazione allo stato individuabile è quella dell’area del Porto Vecchio. Su quest’area, la cui riconversione è strategica per la città ma allo stesso tempo attuabile solo gradualmente, con la collocazione di funzioni ad alto valore attrattivo, la Regione e il Comune dovrebbero far convergere tutte le iniziative scientifiche, economiche e turistiche che vengono proposte».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 18 maggio 2017

 

 

Il futuro di Porto vecchio nel mix turismo-cultura - Presentati gli undici progetti selezionati nel concorso lanciato dal Rotary

Serracchiani: «L’antico scalo deve riuscire a unire tradizione e innovazione»

Le idee rappresentano il grimaldello che farà saltare via gli ultimi lucchetti che impediscono alla città di riconquistare il Porto vecchio. Ne sono convinti al Rotary Club Trieste, a tal punto da aver lanciato un concorso di idee, denominato “Porto vecchio dreaming”, che ha consentito di individuare undici progetti per il riuso dell’antico scalo marittimo triestino. L’iniziativa, che ha visto la collaborazione del Piccolo e il patrocinio dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale, ha permesso di mettere in piedi un incubatore di sogni che ha iniziato a lavorare a pieno regime in seguito alla sdemanializzazione di gran parte dei 65 ettari della vecchia area portuale. «Non si torna più indietro», ha affermato il sindaco Roberto Dipiazza, sottolineando l’irreversibilità di un processo di cambiamento che dopo decenni di immobilismo sembra ormai avviato. Il primo cittadino ha partecipato a una tavola rotonda, moderata dal direttore del Piccolo Enzo D’Antona, alla quale hanno preso parte anche la presidente della Regione Debora Serracchiani e il presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino. La scena se la sono presa le undici idee che sono state selezionate da una commissione tecnica del Rotary Club, presieduta da Pierpaolo Ferrante e composta dai professionisti Francesco Granbassi dello Studio Mark e Francesco Menegoni di g&life, ai quali è toccato il compito di scremare i 25 progetti pervenuti inizialmente. «Se l’economia del mare è un modello di business capace di generare crescita e occupazione - così la presidente del Rotary Maria Cristina Pedicchio -, il Porto vecchio è un sogno che sta per diventare realtà». Cultura, integrazione, viabilità, musealità, innovazione tecnologica, sostenibilità, conoscenza, vivibilità, attrattività e internazionalità: sono solo alcune delle parole chiave che sono state pronunciate nel corso dei diversi interventi. L’associazione PortoArte ha illustrato il progetto (H)all, che prevede l’autorecupero dell’ex refettorio, una palazzina vincolata che, una volta destinata ad attività culturali, potrebbe scatenare un processo di riconversione di tutto lo spazio circostante. L’Ogs, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, ha proposto di trasferire in Porto vecchio l’Istituto del mare, nell’ambito di un grande polo scientifico, tecnologico ed espositivo, mentre l’architetto Claudio Visintini ha delineato una modifica dell’attuale viabilità per poter raggiungere il centro cittadino attraverso il Porto vecchio. Enrico Mazzoli ha intravisto in questa area la possibilità di creare un grande polo museale della scienza e della cultura, in modo da innescare un effetto volano per il turismo. Di «funzione sociale da ridare allo spazio urbano» ha parlato Fiorella Honsell, attraverso una presentazione che ha illustrato anche le possibili connessioni fra viabilità veicolare e mobilità sostenibile. Paolo Giribona ha delineato la possibile nascita di un centro altamente tecnologico dove possano aggregarsi delle aziende per lo sviluppo di soluzioni nel campo della salute, mentre ProgettiAmo Trieste ha visto nella creazione di una serra-mercato la possibilità di aumentare gli spazi dedicati all’agricoltura biologica sostenibile all’interno delle aree urbane. L’Associazione Atlantis Mouxuom ha invece progettato un ambiente sottomarino, a impatto zero, da mettere a disposizione della ricerca scientifica e dell’economia del turismo. Simone Patternich, dal canto suo, si è prefisso di insediare un atelier di ricerca e formazione specializzato nel campo del design. Stefano Fantoni, presidente della Fit-Fondazione internazionale Trieste, ha puntato tutto sulla realizzazione di un grande Science Center di livello europeo nel Magazzino 26, da integrare con la Centrale idrodinamica e con la Sottostazione elettrica. Il presidente della Barcolana Mitja Gialuz, sulla scia del progetto che vedeva Trieste come possibile sede per le regate di vela, nel caso nel 2024 si fossero disputate le Olimpiadi a Roma, ha auspicato la creazione di una Accademia dedicata agli sport del mare. «In questi due anni passati a Trieste ho assistito a una crescita, non solo dell’area portuale, che non ho riscontrato in altre città - ha sottolineato D’Agostino -, tanto che in una recente intervista, rilasciata al Secolo XIX di Genova, il giornalista mi ha chiesto conto di questa isola felice che sembra essere questa parte del nordest italiano». La presidente Serracchiani, infine, ha descritto il Porto vecchio come «un luogo che deve riuscire a unire tradizione e innovazione. Per il futuro di Porto vecchio occorre mettere insieme pubblico e privato - le sue parole -. Abbiamo bisogno di luoghi dove far arrivare il turismo di qualità, senza dimenticare che cultura e scienza sono dei tasselli importanti per la crescita di questo territorio».

Luca Saviano

 

Nuovo accesso ultimato entro il fine settimana

Il conto alla rovescia per il nuovo accesso al Porto vecchio è iniziato. I lavori, partiti nella notte tra lunedì e martedì, hanno i giorni contati, visto che, secondo il cronoprogramma definito dall’amministrazione comunale, dovrebbero concludersi entro il fine settimana. E se ieri, dopo la seconda notte di cantiere, non è stata registrato alcun rallentamento significativo, adesso l’unica incognita resta appesa alle condizioni meteorologiche. «Se i lavori finiranno in tempo dipende solo dal meteo - aggiorna l’assessore all’Urbanistica Luisa Polli -. Se le buone condizioni meteorologiche permangono come è stato da sabato a oggi (ieri, ndr), allora credo proprio che potranno concludersi entro la settimana». Fino a domani il sito dell’Osmer Fvg prevede condizioni stabili, che potrebbero però variare a partire da sabato. Nel frattempo, la polizia locale di Trieste informa che il cantiere non ha dato particolari intralci al traffico anche perché, si diceva, i lavori vengono portati avanti di notte, quando viale Miramare è meno frequentato. Il progetto prevede di aprire un ingresso in sicurezza per l’area di Porto vecchio proprio da viale Miramare. Il nuovo accesso sarà predisposto anche a servizio dei veicoli che arrivano da Roiano e non solo da Barcola. Gli operai hanno già iniziato a disporre la segnaletica orizzontale che indicherà a chi proviene da Roiano di incanalarsi per poter svoltare successivamente a sinistra verso l’area interna dell’antico scalo. L’assessore Polli ha fatto un sopralluogo alle 16 di ieri appurando come siano in fase di predisposizione anche i rallentatori da disegnare sull’asfalto per ricordare che in quel tratto il limite di velocità è di 50 chilometri orari, come previsto per tutti i centri abitati. «Una misura che abbiamo ritenuto di dover prendere - continua l’assessore Polli - perché ci troviamo in un rettilineo dove si tende a premere troppo l’acceleratore. A maggior ragione a opera finita, sarà fondamentale mantenere i limiti di velocità. Solo in questo modo si permetterà, a chi da Barcola si muove in direzione del centro città, di frenare in tempo dietro a un’auto che volesse utilizzare il nuovo ingresso. Dal Ferroviario all’incrocio - aggiunge - c’è comunque abbastanza spazio per svoltare in tutta sicurezza». Nel piano dell’amministrazione viene contemplata anche per i pedoni la possibilità di inoltrarsi nel Porto vecchio, «seguendo un percorso - riprende Polli - che una volta veniva molto utilizzato a piedi e di cui oggi molti triestini non sono neppure a conoscenza. Per molti quel passaggio è pieno di ricordi, quando le navi ancora attraccavano al Porto vecchio e i lavoratori vi lavoravano all’interno». L’idea è quindi di creare dei collegamenti fra le diverse zone della città ancora sconnesse, anche a servizio degli abitanti oltre che in chiave turistica. L’accesso renderà più facilmente fruibili il Magazzino 26, la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica.

(el.pl.)

 

 

“MareNordest”, mestieri e qualche mistero al molo IV

Fino a domenica un programma fitto di conferenze, incontri, mostre e spettacoli incentrati sulla conoscenza e il rispetto dell’ambiente. Si finisce pulendo i fondali

Risorse da analizzare, ricerche e percorsi da valorizzare. I molteplici aspetti della cultura del mare dominano “Mare Nordest 2017”, la manifestazione in programma da domani a domenica al molo IV e sulle Rive, evento ideato e organizzato da Trieste Sommersa Diving in collaborazione con il Comune di Trieste e con “Il Piccolo” in veste di media partner (a proposito: domani, in edicola, troverete un inserto speciale tutto dedicato alla manifestazione, con interviste e l’intero programma della manifestazione). Edizione dunque numero 6, rinnovata nella logistica - dalla Marittima al molo IV - ma arricchita sul piano dei contenuti e delle proposte da articolare all’interno della tre giorni colorata da conferenze, incontri, cerimonie, dibattiti, laboratori e affreschi artistici sul tema. Un piano piuttosto articolato che quest’anno si avvale di un titolo emblematico come “I mestieri e i misteri del mare”, con cui dipanare alcuni temi riguardanti sia le professioni, gli sbocchi e le prospettive, che la sfera di casi magari non esoterici ma rivolti a missioni, studi e ricerche, in atto o compiuti su scala internazionale tra fondali o contesti polari. Uno dei riferimenti riguarda il coinvolgimento delle scuole. Dopo la puntata zero dello scorso anno, l’apertura al mondo scolastico si arricchisce ulteriormente grazie a una serie di iniziative curate dal Wwf di Miramare e sulla scia della prima edizione del concorso “Mare Nordest”, progetto suddiviso in tre categorie - elaborati, video e fotografia - e basato sullo spunto a carattere ecologico/ambientale dal titolo “Un mare di plastica”. La premiazione dei lavori è in programma al molo IV, alle 17 di domani. L’ambiente, i viaggi, la divulgazione e l’arte coniugata al respiro del mare. C’è insomma molto da esplorare quest’anno tra gli orizzonti di “Mare Nordest”, edizione che al suo primo giorno di lavori (dalle 9.15 alle 19.30) regalerà gli interventi di Alberto Mancini (Yacht designer e premio Compasso d’oro per il design industriale 2016), dello skipper Federico Stoppani, del comandante Dino Sagani (in collegamento dalla Majestic Princess), della ricercatrice dell’Ogs Francesca Malfatti, dei giornalisti Romano Barluzzi e Leonardo D’Imporziano e del docente universitario Nicolò Carmineo. L’arte non resta agli ormeggi e al primo giorno propone la rappresentazione teatrale (alle 11) de “La cameriera del Rex”, di Pietro Spirito con Sara Alzetta, e la vernice alle 19.30 della rassegna “Nello Pacchietto, un pittore a Nord Est”, a cura di Giorgio Parovel e Marianna Accerboni. Domenica, si chiude e si chiude in bellezza: alle 9.10 ecco la pulizia dei fondali antistanti a piazza Unità mentre alle 11 le dimostrazioni in mare delle unità cinofile. Il resto del programma naviga sul sito www.marenordest.it.

Francesco Cardella

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 17 maggio 2017

 

 

Accesso al Porto vecchio - Scatta la “rivoluzione” - Iniziati i lavori stradali per consentire la svolta a sinistra per chi arriva da Roiano
La corsia di sorpasso dopo il cavalcavia diventerà tratta di “canalizzazione”
Il nuovo ingresso in Porto vecchio da viale Miramare sarà pronto nel giro di una settimana. Le modifiche alla segnaletica, così come i ritocchi del manto stradale, sono iniziate nella notte tra lunedì e martedì e, tempo permettendo, non dovrebbero impegnare più di qualche giorno ancora. Presto sarà dunque possibile entrare nell'area dell'antico scalo anche arrivando da Roiano e non solo, come avviene finora, da Barcola. Per assicurare l'accesso agli automobilisti che provengono da quella direzione, gli operai stanno predisponendo le indicazioni sull'asfalto. In buona sostanza si tratta di trasformare la corsia di sorpasso che si apre dopo aver superato il cavalcavia del ponte ferroviario, in una carreggiata di “canalizzazione” per consentire la svolta a sinistra in prossimità dell'imbocco nel Porto. Anche la parte opposta sarà provvista di un'opportuna segnaletica stradale, sempre lungo l'asfalto, pensata per far transitare i veicoli nel rispetto del limite dei cinquanta chilometri orari. «I lavori per preparare il nuovo accesso sono in corso, li stiamo facendo di sera - sottolinea l'assessore con delega all'Urbanistica Luisa Polli -. Quindi in questi giorni raccomando una cautela aggiuntiva da parte di chi chi percorre quel tratto di viale Miramare. Per quanto attiene la segnaletica sulla velocità, ricordo che su quella strada il limite è già di cinquanta chilometri all’ora. Noi lo andiamo a ribadire per rafforzare il messaggio». Anche perché, naturalmente, chi proviene da Barcola si troverà davanti le auto che girano verso l'ingresso del Porto vecchio. «Ecco perché è necessario, a maggior ragione, mantenersi a quella velocità», puntualizza ancora l'esponente della giunta Dipiazza. L'intera operazione, stando alle intenzioni del Comune, punta a favorire la fruibilità soprattutto del Magazzino 26, della Sottostazione Elettrica e della Centrale Idrodinamica tanto ai cittadini quanto ai turisti. L'uscita dal Porto vecchio su viale Miramare, invece, rimane quella già prevista allo stato attuale con direzione obbligatoria verso il centro città. Il Comune ha in programma anche l'apertura di un passaggio pedonale all'altezza della fermata della 6, in prossimità del Magazzino 26, da un cancello già esistente. «Nei prossimi giorni - annuncia l’assessore Polli - organizzeremo una sorta di piccola passeggiata inaugurale». Quel punto, peraltro, sarà attrezzato con una pedana per i disabili, simile a quella già adottata per il castello di Miramare. Fin qui gli aspetti certi. Non c'è ancora, invece, una data esatta per la rotatoria. «Aspettiamo i 50 milioni di euro dal governo - precisa l'assessore - ma mi dicono che il provvedimento è quasi pronto visto che c'è l'accordo tra Comune, ministero e Regione sulla ripartizione dei fondi. Per quanto riguarda invece il nuovo ingresso su viale Miramare credo che tutto sarà pronto nell'arco di una settimana. Sempre che le condizioni meteorologiche lo permettano». Prossimamente, come rendevano noto nei giorni scorsi sia Polli sia la collega di giunta Elisa Lodi, assessore ai Lavori pubblici, sarà sistemato anche l'asse di attraversamento del Porto Vecchio. Lì è previsto il passaggio di una linea di autobus con sbocco sulle Rive.

Gianpaolo Sarti

 

Dipiazza dona il sigillo trecentesco a Russo dopo la sdemanializzazione dell'area portuale
Il sigillo trecentesco al senatore Pd Francesco Russo per aver ottenuto la sdemanializzazione del Porto Vecchio. L’idea, avanzata da Roberto Dipiazza in tv, non può che entusiasmare il diretto interessato. Che ieri ha commentato: «Se non fossimo nel mese sbagliato, quando mi hanno riferito delle dichiarazioni di Dipiazza avrei davvero pensato ad un pesce d'aprile - ha scherzato il senatore -. Invece, battute a parte, voglio ringraziare il sindaco. Non solo perché da cittadino sarà un onore ricevere il sigillo trecentesco. Ma specie per il messaggio simbolico che questo rappresenta. Segno di una politica che sa andare oltre le beghe di quartiere e lavorare unita sui grandi temi. Se vogliamo vincere la sfida di Porto vecchio, abbiamo il dovere di lavorare tutti insieme». Sull’iniziativa interviene anche la consigliera Barbara Dal Toè. «Rivolta l’Italia si congratula con il sindaco per il premio a Russo - afferma -. Anche lui, come noi, cerca il dialogo con gli antagonisti sui grandi temi per il futuro di Trieste».

 

Agorà scientifica e stampe 3D nei “sogni” per l’antico scalo - Ventitrè le proposte arrivate al concorso lanciato dal Rotary sul riuso dell’area
Oggi alla Centrale idrodinamica la presentazione delle dieci idee più convincenti
Sul Porto vecchio piovono sogni e idee. E molti parlano di scienza e innovazione. È la dimostrazione delle grandi aspettative, fantasie e speranze che suscita l’antico scalo tornato da inizio anno a disposizione della città. “Porto vecchio dreaming”, l’iniziativa del Rotary Club Trieste in collaborazione con Il Piccolo e con il patrocinio dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico Orientale, svela oggi i risultati. Alla Centrale Idrodinamica, alle 17, saranno presentate le 10 idee selezionate sui 23 progetti arrivati. Il sistema bottom up, ovvero contributi “dal basso”, ha funzionato tanto che il Rotary Club Trieste sta pensando a breve a una nuova edizione dell'evento. «Una vera sorpresa. L’obiettivo è riuscito. Hanno partecipato giovani studenti, professionisti affermati, gruppi multidisciplinari, istituti scientifici, varie associazioni e persone comuni. Una variegata parte della città ha deciso di confrontarsi con il pubblico proponendo idee» spiega Pierpaolo Ferrante, coordinatore della commissione tecnica. “Presenta il tuo sogno sul riuso di Porto vecchio in pubblico e davanti alle autorità con l’aiuto del Rotary”, era l’invito rivolto dal concorso lanciato qualche settimana fa. Per raccogliere le idee innovative riguardanti la trasformazione del Porto vecchio di Trieste in una nuova parte della città. «Per tanti anni e attraverso molteplici iniziative a Trieste abbiamo sognato la rinascita del Porto vecchio, oggi sono finalmente maturi i tempi per passare dal sogno alla realtà - si legge nella presentazione del concorso -. Dall’inizio 2017 gran parte dei 65 ettari, 650 mila metri quadrati di territorio portuale denominato “Punto franco vecchio” è stata sdemanializzata e la proprietà è stata intavolata al Comune di Trieste. Sono state inoltre rilocalizzate in altre aree della città le superfici che godono dei benefici del Punto franco. Molte ipotesi di riutilizzo sono state analizzate e proposte da esperti e autorità, ma non è stata mai data la possibilità ai cittadini di esprimere il loro “Porto vecchio dreaming”». Oggi finalmente si capirà cosa sognano i triestini: a 10 soggetti verrà offerta la possibilità di pubblicizzare le idee di sviluppo del Porto vecchio. Una presentazione della durata massima di 5 minuti supportata da 15 diapositive. A seguire, le idee presentate saranno discusse in una tavola rotonda, coordinata dal direttore del Piccolo Enzo D’Antona, dal sindaco Roberto Dipiazza, dalla presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, dal presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino e dalla presidente del Rotary Maria Cristina Pedicchio. E le sorprese non mancheranno. «Molte idee puntano a creare in Porto vecchio un’agorà scientifica, una piazza dell’innovazione, un museo aperto», spiega Ferrante. Una situazione che si collega allo sbarco annunciato al Magazzino 26 (grazie ai 50 milioni di euro messi a disposizione dal Mibact) dell’Icgeb e dell’Immaginario scientifico. La scienza sembra prevalere nelle idee presentate molto più del Museo del mare voluto dal ministero affiancato dal pontone galleggiante Ursus e dalla portaerei Vittorio Veneto. «C’è molta attenzione per un eventuale museo della scienza e della tecnologia come attrattore principale in cui compendiare anche gli altri musei. Un museo dell’innovazione legato alla città di Trieste. Non va dimenticato che l’elica è stata inventata qui. Anche un museo del mare può essere inglobato in un museo dell’innovazione. Pure l’Immaginario scientifico e il museo della Bora. Una grande agorà dove sono presenti tutti gli istituti triestini e in cui magari mettere a disposizione dei cittadini le stampanti 3D. Molte proposte si soffermano proprio su questo: diciamo che è l’idea più ricorrente», rivela Ferrante. In ogni caso si scontrano visioni diverse. «Qualcuno pensa a un’autostrada che attraversi il Porto vecchio, qualcun altro a una viabilità del tutto secondaria. Un dibattito aperto», aggiunge l’ingegnere Ferrante. Di mezzo c’è l’ipotesi di utilizzare i binari esistenti per un treno o un tram che colleghi l’area alla città. Un’ipotesi scartata dall’attuale amministrazione, che per ora pensa solo a una deviazione della linea 6 della Trieste Trasporti.

Fabio Dorigo

 

 

L’operazione “Pulizie radicali” delle strade prende il via domani nel cuore di Servola
Scatta domani in via Pitacco a Servola la fase pilota del programma “Pulizie radicali” che Comune e AcegasApsAmga hanno pianificato per il 2017 e che vedrà in corso d’anno ben 12 interventi in altrettante vie della città. Lo slogan del programma è “Sei ore e la tua strada sarà…come nuova”. L’obiettivo è restituire ai cittadini la strada in cui si abita o si lavora come fosse nuova a seguito di un intervento di pulizia “chirurgica” ed estremamente approfondita. In particolare si procederà prima con lo spazzamento manuale e di diserbo minuto degli arbusti che possono colonizzare i marciapiedi, seguirà quindi un robusto spazzamento meccanizzato, adottando ogni precauzione (es. nebulizzazione dell'acqua) per evitare il sollevamento di polveri. Infine è previsto un lavaggio stradale approfondito. Si approfitterà inoltre dell'occasione per effettuare la pulizia di tutte le caditoie e per lo svuotamento straordinario di tutti i cassonetti rifiuti. Il secondo intervento scatterà giovedì 25 maggio in via Valmaura.

 

 

I grifoni di Cherso si mettono in mostra al Centro di recupero - Si arricchisce di una esposizione permanente la struttura che si occupa di salvare e curare gli esemplari in difficoltà
CHERSO In previsione della stagione estiva che porterà un maggiore afflusso di visitatori, il Centro recupero grifoni aperto l’anno scorso nella località chersina di Caisole (Beli in croato) si arricchisce di una mostra permanente didattico-naturalistica dedicata appunto agli avvoltoi dalla testa bianca, ormai simbolo dell'isola di Cherso. La struttura è insediata nell’edificio che un tempo ospitava la scuola dell'obbligo di Caisole, rimesso a nuovo con i mezzi messi a disposizione da Regione quarnerino-montana, istituto pubblico Priroda (Natura in italiano), municipalità di Cherso e ministero croato del Turismo. «Grazie al Centro e alla sua esposizione permanente - ha detto il governatore Zlatko Komadina - potremo far capire a bambini, giovani e adulti l'importanza dei grifoni e della biodiversità di Cherso, e contribuiremo ad arricchire l'offerta turistica di quest'isola quarnerina». La nuova mostra permanente del Centro di recupero - di cui fa parte anche la mangiatoia allestita in zona Strganac, sempre a Cherso - si trova nel pianterreno della struttura, che al piano superiore ospita invece spazi per volontari, studenti e studiosi. Due le parti dell’esposizione, che parte presentando quella che è una specie animale tutelata in Croazia da leggi molto severe (chi ferisce o uccide un avvoltoio rischia fino a 5.500 euro di multa); la seconda parte focalizza invece i legami tra l'ambiente chersino e gli avvoltoi, così come il patrimonio naturale della Tramontana, l'area settentrionale dell'isola di Cherso. La mostra poggia su quella che è una peculiarità dell’area: l’unica colonia di grifoni ancora presente in Croazia è infatti quella delle isole del Quarnero, e la maggior parte degli esemplari vive e nidifica proprio a Cherso. L’assessore regionale all’Ambiente Koraljka Vahtar Jurkovi„ ha sottolineato come «l’Istituto Priroda, al quale è stato affidato il centro di Caisole, è l’unico del genere nel Paese ad avere ottenuto il permesso per tenere in cattività gli animali in regime di tutela». Il sindaco di Cherso, Kristijan Jurjako, si è detto convinto che la struttura «attirerà turisti, biologi e studiosi a livello internazionale», sottolineando come nei soli mesi di luglio e agosto 2016 «il Centro è stato visitato, e senza alcuna pubblicità, da tremila persone, molte delle quali villeggianti stranieri». Non solo mostra: Sonja Sisi„, direttrice di Priroda, ha ricordato che solo in questi ultimi mesi nel Centro sono stati curati fino a tornare in piena forma cinque avvoltoi, rimasti feriti o caduti in mare, poi rimessi in libertà.

Andrea Marsanich

 

Natura - La lenta scomparsa degli habitat umidi

Qual è lo stato in cui versano torrenti, pozze e paludi della nostra provincia? Stasera alle 19, nella sede di Legambiente Trieste, se ne parlerà nell'incontro su “Torrenti, pozze e paludi dei dintorni di Trieste: fauna, ecologia” con Fabio Stoch, oggi affiliato all’unità di ricerca di biologia evoluzionistica ed ecologia all’Università Libera di Bruxelles e che - rivela Tiziana Cimolino di Legambiente - «appena può torna a Trieste per seguire le problematiche di conservazione, in particolare delle grotte e delle zone umide di cui si è occupato per anni. L’incontro - prosegue Cimolino, coordinatrice del Forum dell’acqua - fa seguito a una serie di iniziative che abbiamo organizzato sul tema delle acque di Trieste. Particolarmente seguite sono state le due escursioni dedicate ai torrenti nascosti, accompagnati dalla guardia forestale Fabio Tercovich sulla via del rio Storto e dal naturalista Paolo Privitera sulle tracce del rio Settefontane (e la prossima si terrà venerdì domenica prossima a Muzzana). Le gite avevano lo scopo di sensibilizzare sulla particolarità e fragilità dei nostri paesaggi di verde urbano, poco conosciuti e ridotti talvolta a luoghi di degrado». Importantissimi per la conservazione della fauna, questi habitat negli ultimi vent'anni si sono drasticamente ridotti di numero e di estensione e sono andati incontro a un processo di interramento.

(g. t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 16 maggio 2017

 

 

Giardini inquinati, sarà caccia alle cause - Il sindaco accoglie in Consiglio la petizione di 261 cittadini e si impegna a effettuare tutte le analisi necessarie dopo la bonifica
Il Comune di Trieste si impegna a fare tutte le analisi necessarie a identificare le sorgenti inquinanti che hanno contaminato i giardini pubblici della città, dopo la bonifica.

Nel mirino ci sono soprattutto gli spazi verdi di Servola e dintorni, e la possibilità che a causare l’inquinamento sia stato l’impianto siderurgico. È il risultato della petizione da 261 firme, raccolte soprattutto tra abitanti del quartiere, che il sindaco Roberto Dipiazza ha fatto propria in aula ieri sera. Ha presentato la petizione Alda Sancin, portavoce dello storico comitato No Smog. Ha ricordato come le norme europee identifichino il principio secondo cui chi inquina paga. Ha poi aggiunto: «Le analisi dei campioni di terreno, eseguite da Arpa, evidenziano a Servola diossine e furani in quantità quasi doppia rispetto al resto della città». Il 90% dei firmatari della petizione risiede nei rioni di Servola, Chiarbola, Valmaura e nella zona di Monte San Pantaleone, ha detto: «Circostanza questa che attesta come il problema sia particolarmente sentito in tali aree e non possa venir sottovalutato o non approfondito in maniera risolutiva fino all’identificazione delle sorgenti inquinanti interessate». Questa la richiesta: «Che l’episodio non venga definitivamente archiviato come un caso di “inquinamento diffuso” e che di conseguenza, contestualmente alle necessarie ed urgenti operazioni di bonifica ed applicazione del fitorimedio» il sindaco si impegni ad attuare «tutti gli atti opportuni e necessari al riconoscimento delle sorgenti inquinanti». Sorgenti che vanno identificate nei particolari per «individuare eventuali responsabilità dirette» e «stabilire se siano ancora attive». L’assessore all’Ambiente Luisa Polli ha assicurato che, dopo la bonifica, il Comune andrà ad analizzare nel tempo i terreni ripuliti: «Così capiremo se e quali fonti inquinanti sono ancora attive». Così il sindaco: «La petizione la faccio propria. Nelle prossime settimane ci saranno passaggi importanti. Il 25 maggio saremo al ministero dell’Ambiente, in una riunione in cui sarà convocata anche Siderurgica triestina, per parlare delle inadempienze sull’accordo di programma. Per noi la chiusura dell’area a caldo resta l’obiettivo primario». Il tema è stato affrontato anche da due domande di attualità, una del capogruppo Fi Piero Camber e una della consigliera M5S Cristina Bertoni, che ha commentato: «Ci preoccupano invece le dichiarazioni dell’assessore Polli che vuole monitorare le deposizioni degli inquinanti solo dopo la bonifica dei terreni». Cosa che per il M5S allungherà ulteriormente i tempi. Camber ha rilevato invece come «l’Aia non tiene conto dell’inquinamento acustico, che nel caso della Ferriera era già stato acclarato da Arpa in due diverse occasioni in passato. In queste condizioni quel documento è nullo o annullabile». Sempre nella giornata di ieri, il Comune ha emanato un comunicato in cui il sindaco commenta la relazione inviata dal gruppo Arvedi in risposta all’ordinanza seguita alle fumate del 18 aprile: «Non risponde alla richiesta di tutela dei lavoratori della Ferriera e della salute dei cittadini». Per questo motivo il Comune l’ha inoltrata ad Arpa, Azienda sanitaria e alla Procura della Repubblica.

Giovanni Tomasin

 

Si rafforza l’asse Servola-Cremona e Arvedi punta allo sprint per l’Ilva - LA PROPRIETA' DELLA FERRIERA
È tempo di giocare le ultime carte per vincere la partita intorno al salvataggio Ilva. E ieri, nel giorno in cui i commissari straordinari hanno depositato al Ministero dello sviluppo le valutazioni sulle offerte per gli asset del sito siderurgico di Taranto, il gruppo Arvedi - alla guida della cordata AcciaItalia per rilevare gli impianti pugliesi- ha sfoggiato dati economici in grande spolvero.

Nel 2016 l’azienda di Cremona, che a Trieste ha uno dei suoi stabilimenti più importanti, ha fatturato 2,2 miliardi di euro, incassando quasi 200 milioni di euro in più rispetto al 2015, e ha registrato un margine operativo lordo in crescita (40 milioni in più) e pari a 268 milioni, il 12% dei ricavi. L’obiettivo per il 2017 è portare il Mol al 16% del giro d’affari, una redditività che se raggiunta sarebbe una delle più alte del comparto. E sarebbe davvero un buon segnale per tutte le imprese siderurgiche perché controcorrente rispetto alla grande crisi che ha afflitto il settore fino a ieri. Dal 2007 a oggi l’acciaio made in Europa ha perso quasi il 25% della domanda e ha visto calare i prezzi del 50%. In questo lasso di tempo il gruppo Arvedi, che impiega 3.600 dipendenti, ha investito in Italia 1,5 miliardi di euro nel rinnovo degli stabilimenti, sia a Cremona che a Trieste, e soprattutto nello sviluppo di nuove tecnologie come quella Esp, che semplifica e accorcia il ciclo produttivo, impattando meno sull’ambiente, e che dovrebbe essere alla base del rilancio dell’Ilva se la spunterà la cordata AcciaItalia. «Siamo particolarmente soddisfatti perché finalmente iniziamo a raccogliere i frutti del duro lavoro svolto, a tutti i livelli, in questi ultimi anni - ha detto Giovanni Arvedi, presidente del gruppo che porta il suo nome -. Confidiamo che nei prossimi anni il settore recuperi il terreno perduto non solo per la crisi che ha colpito duramente il comparto ma anche a causa della pressione subita dalle importazioni “no fair”, in dumping, in particolare dei produttori cinesi ma anche russi, ucraini, iraniani, serbi e brasiliani». Grazie agli investimenti fin qui realizzati, il gruppo siderurgico conta di proseguire il percorso di sviluppo e dedicarsi al rafforzamento della propria solidità patrimoniale attraverso «una significativa riduzione dell’indebitamento finanziario netto». Nelle scorse settimane, inoltre, è stato installato a Cremona un nuovo forno elettrico di ultima generazione, alimentato in parte dalla ghisa prodotta nello stabilimento di Servola a Trieste e in grado di aumentare la capacità produttiva di circa 400mila tonnellate di acciai speciali, che saranno trasformate in coils laminati a freddo dal moderno impianto triestino, nonché di ridurre ulteriormente gli impatti ambientali. L’obiettivo di questo investimento, di cui si avvia l’operatività in questi giorni, ha due facce: da una parte apporta un ulteriore avanzamento tecnologico all’impianto, dall’altra incrementa la capacità produttiva per le successive fasi di lavorazione di laminazione a freddo previste a Trieste. Ora resta la partita più importante: quella dell’Ilva. Nonostante i rumor di un possibile rinvio della vendita, i commissari hanno confermato che la decisione finale sarà presa dal governo entro la fine di maggio. Solo allora si saprà chi sarà il dominus dell’acciaio italiano: AcciaItalia (Arvedi, Jw Steel, Cdp e Delfin di Leonardo Del Vecchio) o la cordata di Marcegaglia e il gruppo ArcelorMittal.

Christian Benna

 

 

A2A corre per gli asset Gas Natural - La multiutility in campo dopo che gli iberici hanno annunciato le cessioni
MILANO - A2A parteciperà alla gara per gli asset che Gas Natural potrebbe mettere in vendita in Italia, dopo che gli spagnoli hanno incaricato Rothschild di avviare una revisione strategica delle attività di vendita e distribuzione possedute nel nostro Paese. «Guarderemo anche» ad acquisizioni «nella distribuzione del gas e quindi anche a Gas Natural» ha detto l'amministratore delegato di A2A, Valerio Camerano, sottolineando che il processo di vendita «è prossimo alla partenza». Per gli asset di Gas Natural, già oggetto dell'interesse di Italgas, si parla di una valutazione attorno ai 700 milioni di euro. Camerano ha fatto il punto sulle mire di A2A nel gas (anche attraverso «la partecipazione a gare») a margine dell'assemblea che l'ha riconfermato, assieme al presidente Giovanni Valotti, alla guida della società, sulla scorta di un triennio di forte crescita, come testimoniano la performance di borsa (il titolo si è rivalutato di quasi il 70%, da 0,88 a 1,48 euro) e l'aumento del 50% del dividendo. Risultati apprezzati anche dai Comuni di Milano e Brescia, che hanno messo nel cassetto l'ipotesi scendere sotto il 50% del capitale, attraverso la cessione di una quota da 4% a testa. «Grazie al fatto che le casse ce lo consentono il Comune di Brescia non ha intenzione di scendere nella quota di partecipazione e intende mantenere il 25%» ha detto l'assessore al Bilancio, Paolo Panteghini. A2A continua poi a perseguire il suo disegno di aggregare utility medio-piccole in ambito lombardo.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 15 maggio 2017

 

 

Consiglio comunale - I giardini inquinati approdano in aula

Torna a riunirsi questa sera alle 19 il Consiglio comunale. Piatti forti della seduta l’illustrazione e il dibattito sulla bonifica dei giardini inquinati e sull’intitolazione del Canal Grande all’imperatrice Maria Teresa d’Austria. All’ordine del giorno anche mozioni sul futuro della sala Tripcovich, l’istituzione dei volontari per la sicurezza e il contenimento dei gabbiani.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 14 maggio 2017

 

 

«Bus della linea 6 in Porto vecchio» - L’assessore Rossi lancia l’idea per collegare il polo culturale dell’area al centro: «Ne ho parlato con Tt»
«Ormai abbiamo le chiavi dei tre contenitori museali del Porto vecchio: la Sottostazione elettrica, la Centrale idrodinamica, il Magazzino 26». Lo ha confermato, non senza una certa soddisfazione, l’assessore comunale alla Cultura Giorgio Rossi, che lo scorso venerdì ha approfittato del sopralluogo effettuato dalla Quinta Commissione al Salone degli incanti per fare il quadro sulla situazione complessiva degli edifici triestini da destinare alla cultura. E proprio in riferimento a quelli in Porto vecchio, ha annunciato, sul versante dei collegamenti con il centro, l’idea di far passare nell’area l’autobus della linea 6. Ipotesi allo studio, di cui ha già parlato con Trieste trasporti. «L’Autorità portuale ci ha già consegnato le chiavi e le strutture tra una decina di giorni ci verranno assegnate ufficialmente - spiega Rossi -. Per coprire i costi di questa operazione, dalle polizze assicurative alla vigilanza, passando per le spese ordinarie di gestione, verranno previsti dei fondi nel bilancio 2017». Bilancio che, come noto e stando ai tempi tecnici, non potrà essere approvato prima del mese di giugno. Nel documento di programmazione economico finanziaria, che l’assessore alla Cultura auspica sarà approvato da tutte le forze politiche, sono stati inseriti, puntualizza Rossi, 700mila euro che il Comune finalmente incasserà per le concessioni nell’area sdemanializzata e che saranno destinati all’operazione “Porto vecchio”. Oltre a questo denaro si prevede un ulteriore stanziamento di 200mila euro per sostenere le prime spese relative a luce, acqua, gas e assicurazione. Riguardo sempre al trasferimento di parte delle attività culturali nei tre edifici di Porto vecchio, l’assessore dice di avere già ricevuto richieste di prenotazione degli spazi per conferenze e mostre. L’altro tema caldo è quello dei collegamenti con il centro città, che l’assessore vorrebbe garantire non con un bus navetta o un trenino, ma attraverso gli autobus di linea: «Ora che faremo la rotatoria per l’ingresso in Porto vecchio, la cui realizzazione è prevista per il secondo semestre dell’anno, la mia idea, di cui ho già parlato con Trieste Trasporti, è quella di far passare la linea 6 all’interno dell’area dell’antico scalo», spiega Rossi. Nel frattempo l’assessore intende aprire quel portone a ridosso del cavalcavia di Barcola che, poco distante dalle fermate dei bus, consente l’accesso pedonale al Porto vecchio all’altezza della Centrale idrodinamica. Quanto all’altra zona che la giunta vorrebbe rivitalizzare in chiave culturale, quella del Colle di San Giusto, Rossi fa sapere che per la gestione dello spazio del piazzale delle Milizie dentro il Castello, che quest’estate ospiterà molte iniziative, l’intendimento è di rifarsi alla formula messa in atto per la mostra di Sgarbi all’ex Pescheria: «Potremmo proporre anche qualche operetta, ma secondo una formula chiara. Noi metteremo a disposizione sede, palco e sedie, ma gli organizzatori dello spettacolo saranno chiamati a coprire gli altri costi, che potranno poi recuperare con lo sbigliettamento».

Giulia Basso

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 13 maggio 2017

 

 

Campo Marzio - Testimonianze umane e non sulla ferrovia Transalpina
Ritorna la storia della ferrovia Transalpina, l’importante arteria ferroviaria che nel secolo scorso contribuì in maniera determinante allo sviluppo economico di Trieste. Questa volta ritorna in una rassegna allestita al Museo Ferroviario di Campo Marzio (nella foto), a pochi mesi dal suo 110° anniversario. La Transalpina costituiva il secondo collegamento ferroviario fra Trieste e Vienna e rappresentava sicuramente l’opera più urgente da realizzare per far decollare l’economia della città, in particolare quella legata al suo porto, all'inizio del Novecento. Curatrice di questa nuova mostra è Branka Sulli, già insegnante di ragioneria e computisteria in alcuni istituti tecnici cittadini ed autrice di altre rassegne storiche. L’idea di presentare questa retrospettiva nella stazione di Campo Marzio non nasce per caso: infatti questo edificio venne eretto nel 1906 proprio come capolinea meridionale della Transalpina. La rassegna presenta materiale inedito, proveniente da varie collezioni e musei, ma anche testimonianze di persone la cui vita in vario modo è stata collegata a questa infrastruttura: Elvira Šuc, Emmil Gomizel, Marta Šcuka, Peter Frovatin, Uroš Filiplic e Zoran Sosic. La mostra sarà visitabile fino al 31 maggio, nelle giornate di sabato, domenica e mercoledì dalle 9 alle 13, con regolare biglietto di accesso al Museo Ferroviario.

(a. d. m.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 12 maggio 2017

 

 

Polo energetico, parco o città del benessere - Idee per Porto vecchio - Le proposte sono state avanzate da tre università straniere

Plastici, foto, video e modelli in mostra da oggi al Gopcevich
Porto vecchio città del mare. Porto vecchio 24° distretto di Vienna. Porto vecchio zona di produzione energetica, Porto vecchio arcipelago galleggiante oppure Porto vecchio polo internazionale del benessere psico-fisico. Sono questi alcuni dei possibili scenari immaginati dagli studenti di tre università straniere e presentati in una mostra che apre oggi a Palazzo Gopcevich. L’esposizione “Trieste Città Nuova”, ad ingresso gratuito fino al 4 giugno, presenta al pubblico modelli, plastici, foto e video proposti di oltre cento studenti di architettura. La sfida è stata quella di immaginare un futuro per l’enorme area semi-abbandonata da 650mila metri quadrati, la cui gestione è in gran parte passata dal demanio al Comune il 31 dicembre. Le proposte sono state presentate dall’Accademia di Architettura di Mendrisio, dall’università di Zurigo e da 25 studenti del Politecnico di Vienna. Nella capitale austriaca insegna Luca Paschini, curatore triestino dell’iniziativa insieme a Federica Mian, Silvana Stedler e Andrea Battistoni. «Da un lato sono espresse proposte avveniristiche che devono fungere da stimolo per realizzare nuovi progetti per Porto vecchio. Dall’altro, accogliamo le idee di università esterne al territorio offrendo così un’utile occasione di confronto», ha dichiarato l’assessore alla cultura Giorgio Rossi, intervenuto alla conferenza stampa di presentazione. La mostra, che si inaugura questo pomeriggio alla presenza del sindaco Dipiazza, segue a ruota quella sugli idrovolanti allestita dalla Fondazione Fincantieri, ha ricordato Stefano Bianchi, conservatore del Civico Museo Teatrale - Carlo Schmidl. Passeggiare tra i rendering e i plastici offre uno spaccato di futuro, in bilico tra possibilità e utopia. «Le idee degli studenti possono essere un utile contributo al dibattito della città, con la consapevolezza che un’area come questa non può essere sviluppata solamente con energie locali», commenta l’architetto Luca Paschini. Due sale sono dedicate alle proposte di Mendrisio e Zurigo, che hanno lavorato su una scala più minuta ipotizzando anche il recupero dei singoli edifici. Tra i nove progetti “viennesi”, su scala urbana più ampia, ce n’è per tutti i gusti. “Sea city” lavora sull’ipotesi di rendere Porto vecchio un polo ludico, didattico e scientifico a tema marittimo; “Vienna 24 District” immagina un’area in grado di attirare le migliori energie dalla capitale austriaca; “La Città Autonoma” punta a fare di quei 65 ettari un centro di produzione di energia pulita: fotovoltaica, solare, termica ma anche eolica e idrica, con tanto di micro-orti per la produzione agricola autonoma. C’è poi l’ipotesi del sistema di rotaie soprelevate, per consentire gli spostamenti nei 3km di “vialone”, e quella più poetica di una città galleggiante in caso il riscaldamento globale giocasse brutti scherzi. «La mia speranza è quella di poter camminare presto sulla “promenade” di Porto vecchio», conclude l’assessore Rossi. Tornando alla realtà, l’amministrazione sta ultimando le sue considerazioni sul piano di Ernst&Young e «tra qualche mese» si tireranno le conclusioni.

Lillo Montalto Monella

 

 

Consorzio Ricrea - Trieste premiata per il riciclo di acciaio

Ha preso il via ieri in piazza Verdi il tour Capitan Acciaio, promosso dal Consorzio Ricrea. Nell’occasione è stato conferito alla città di Trieste un premio per l’impegno nella raccolta differenziata degli imballaggi in acciaio.

 

 

Nuovi limiti Ue, centrale A2A a rischio - Scatta la stretta sulle emissioni. Impianto di Monfalcone davanti a un bivio: costosi adeguamenti o chiusura dell’attività
MONFALCONE La centrale termoelettrica di Monfalcone finisce sotto la scure dell’Unione europea, alla luce dei nuovi limiti sulle emissioni inquinanti delle centrali a carbone. Limiti da adottare entro il 2022 e che comporteranno un «costoso adeguamento o la chiusura» di circa un terzo degli impianti o di parti di impianto. Nella “lista” delle 108 centrali europee più inquinanti per le quali l’adeguamento ai nuovi limiti sarà «più difficile», rientra infatti anche l’impianto monfalconese, assieme a Genova e al bacino carbonifero del Sulcis, zona mineraria situata nella parte sud-occidentale della Sardegna. Lo si evince dalla prima indagine dell’Istituto per l’economia e l’analisi finanziaria dell’energia proprio sugli effetti della “stretta” alle emissioni. Si tratta degli ossidi di azoto, dell’anidride solforosa, del particolato, e del mercurio per i grandi impianti a carbone. Una decisione, quella della Ue, assunta il 28 aprile. Nel contesto italiano, peraltro, il ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha parlato anche dell’uscita totale dal carbone tra il 2025, uscita che «è possibile», ha dichiarato durante un’audizione con Gian Luca Galletti sulla Strategia Energetica Nazionale, facendo anche i conti. Salati: 30 miliardi di euro rispetto allo scenario base, ha spiegato il ministro, che ha osservato come «dovrà essere affrontato il tema delle tempistiche autorizzative per nuove centrali e nuove infrastrutture». Insomma, è l’aut-aut: adeguamento o chiusura. Una questione per la quale ieri A2A Energie future ha spiegato: «I dati sui quali si basa lo studio Ieefa si riferiscono al 2014, prima pertanto dell’installazione dei Denox ai fini dell’abbattimento degli ossidi di azoto e dell’anidride solforosa, grazie ai quali i parametri risultano ben al di sotto dei limiti europei». L’azienda ha ricordato l’investimento di 25 milioni di euro per l’operazione-denitrificatori, sostenendo quindi di «essere in linea con le nuove disposizioni». A proposito dell’uscita dal carbone, A2A Energie Future ha ribadito la partecipazione al percorso, già garantito a suo tempo, per il quale è stato costituito il tavolo di confronto con la Regione. L’assessore regionale all’Ambiente, Sara Vito, da parte sua, ha annunciato, a proposito delle nuove strategie energetiche nazionali: «Proprio in questi giorni in Commissione Ambiente delle Regioni italiane, con capofila la Sardegna, grazie alla mia proposta di contributo del Fvg, sono state messe a punto le richieste ai fini del superamento del carbone verso sistemi a minore impatto ambientale, che verranno inoltrate al ministro dello Sviluppo Economico nell’ambito delle Strategie energetiche nazionali». Vito ha aggiunto: «La posizione della nostra Regione è chiara: tutto ciò che può limitare e abbattere le attuali emissioni non può che trovarci d’accordo. Si tratta ora di fare pressing sul progetto di calendarizzazione dell’uscita dal carbone». Quanto al tavolo con A2A dedicato, l’assessore regionale ha affermato: «Il tavolo non si è interrotto. Aspettiamo il piano da parte dell’azienda, contenente le proposte e la definizione delle tempistiche e delle modalità del percorso di riconversione della centrale. Lo abbiamo sollecitato. Certo è una questione complessa, abbiamo lasciato del tempo, anche perchè si tratta di posti di lavoro. Ma è ora che questa proposta venga presentata». Il sindaco Anna Maria Cisint ha commentato: «Questo territorio è stato a lungoà martoriato, drammaticamente colpito ogni giorno da morti e sofferenza a causa dell’amianto. Se la scienza e i dati attestano che il carbone è un fossile pericoloso per la salute, bisogna eliminarlo rapidamente. Stiamo lavorando, anche sul fronte giudiziario. Naturalmente tenendo presente però anche il nodo occupazionale».

Laura Borsani

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 11 maggio 2017

 

 

Emergenza a Meleda, l’alga killer minaccia la barriera corallina - Allarme ambientale nel lago protetto anche a causa di tecniche di pesca non legali e dagli scarichi inquinanti
SPALATO - Il recente rapporto dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) non lascia dubbi. Tra le specie di coralli a rischio estinzione nel Mar Mediterraneo vi è pure il Cladocora caespitosa, la madrepora a cuscino, comunemente conosciuta come madrepora pagnotta, specie endemica presente da ormai 3 milioni di anni e la cui popolazione è presente nel Parco nazionale dell' isola di Meleda (Mljet in croato), in Dalmazia e nelle Bocche di Cattaro in Montenegro. Proprio a Meleda, nel Lago maggiore (in regime di tutela perchè si tratta di un parco nazionale) si trova una piccola barriera corallina costituita appunto dalla madrepora pagnotta, che si estende su una superficie di circa 650 metri quadrati, ad una profondità tra i 4 e i 18 metri. Si tratta in pratica dell'unico esempio di barriera corallina segnalato nelle acque mediterranee. Purtroppo la colonia è minacciata da estinzione, come ammesso dal biologo croato Petar Kruzic, tra i maggiori esperti che hanno lanciato il grido d'allarme. La madrepora, che nel microclima mediterraneo costituisce uno dei garanti della biodiversità, viene purtroppo minacciata nelle acque orientali dell'Adriatico dalle tecniche di pesca non sostenibili, dal progressivo aumento della temperatura dell'acqua, come pure dagli scarichi inquinanti, dalla proliferazione di specie invasive e naturalmente anche dalla raccolta di questo corallo a scopi commerciali. I primi problemi con la madrepora a cuscino furono rilevati già nel 1999, mentre l'estate eccezionalmente calda nel 2003 decretò la morte di estese aree coralline sia sui fondali di Meleda, sia in quelli delle Bocche di Cattaro. A complicare la situazione è anche la presenza di un'alga molto dannosa, la Caulerpa cilindracea, una specie aliena, originaria dei mari australiani. Questa alga killer è una specie alloctona originaria dell’Indo-Pacifico, segnalata per la prima volta nel bacino del Mediterraneo nel 1990 lungo le coste della Libia. Oggi è presente in tutto il bacino del Mediterraneo. É molto invasiva e ama, diciamo così, sistemarsi al posto della madrepora pagnotta, impedendole lo sviluppo. Insomma, oltre all'opera deleteria dell' uomo, ecco aggiungersi la presenza nelle acque adriatiche di una tra le cento specie più invasive al mondo.

Andrea Marsanich

 

 

SAN DORLIGO - Cinque giorni di incontri sulla raccolta dei rifiuti
Il Comune di San Dorligo della Valle fa sapere che dal primo luglio prossimo il sistema di raccolta dei rifiuti subirà notevoli variazioni con la revisione delle giornate di raccolta e diverse modifiche nella differenziazione dei rifiuti, con lo scopo di aumentare la frazione differenziata degli stessi. A tutte le utenze verrà consegnata a domicilio una lettera con l’invito a partecipare agli incontri informativi che l’amministrazione comunale ha organizzato per illustrare le principali novità in questione. Gli incontri si terranno verso la fine di maggio (nella settimana che parte da lunedì 22) in diverse frazioni del Comune secondo il calendario di seguito: lunedì 22 maggio alle 20 a Caresana nella casa comunale e alle 20.30 a Bagnoli della Rosandra al centro visite; martedì 23 maggio alle 19 a Francovez all’Osteria Al Ponte e alle 20.30 a San Giuseppe alla “Babna hiša”; mercoledì 24 maggio alle 20 al municipio di San Dorligo della Valle e mezz’ora più tardi a Prebenico alla casa comunale; gli incontri proseguiranno ancora giovedì 25 maggio alle 20 a Grozzana, anche qui alla casa comunale, e alle 20.30 a Draga alla Locanda Mario; il calendario continua poi con gli appuntamenti di venerdì 26 maggio: alle 20 a Sant’Antonio alla casa comunale e alle 20.30 a Domio al centro Ukmar. Alla luce dell’importanza dell’argomento e della necessità di un’informazione il più capillare possibile, il Comune di San Dorligo della Valle lancia un appello ai cittadini, invitandoli a partecipare ai diversi appuntamenti in programma.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 10 maggio 2017

 

 

Maxipesca di ricci proibiti, barca confiscata - Quattro palermitani fermati mentre rientravano a riva con 268 chili, tutti già rimessi nel loro habitat alla Riserva di Miramare
IL DIVIETO E I CONTROLLI - La raccolta di questi echinodermi non è consentita in particolare dal primo maggio al 30 giugno, che coincide con il periodo di riproduzione
Con il loro barchino da neanche quattro metri e un’attrezzatura non a norma hanno raccolto abusivamente 268 chili di ricci di mare nella baia di Sistiana proprio nel periodo di fermo pesca. Non sapendo però che, nella parte superiore dell’area, l’occhio del Nucleo ispettivo della pesca della Guardia costiera li stava osservando. A quattro uomini palermitani, a uno in particolare, è stata così comminata una multa di quattromila euro. Ma non solo, dato che barca e attrezzatura sono state confiscate. È il riuscitissimo intervento di lunedì, che è stato completato ieri, dopo l’analisi del Servizio di sanità pubblica veterinaria della Regione, con il rilascio di tutta la quantità di pescato nella Riserva di Miramare. L’operazione arriva in seguito a diverse indagini e segnalazioni di privati cittadini, «che in questa regione sono sempre sensibili alle problematiche di difesa dell’ecosistema marino», sottolineano dalla Capitaneria di porto, che ha intensificato i controlli in particolare dal primo maggio al 30 giugno, periodo in cui la raccolta di questi echinodermi è assolutamente proibita visto che la specie è in via di riproduzione. Del gruppo di pescatori, che non avevano nessun titolo per esercitare tale attività, è stata multata soltanto una persona, l’unica che, secondo le dichiarazioni rilasciate, avrebbe effettivamente pescato, mentre le altre tre lo avrebbero soltanto aiutato. Oltre a ricevere l’ammenda, comunque, i quattro hanno subìto la confisca di tutto l’equipaggiamento, appunto non in regola, tra cui due autorespiratori con i rispettivi erogatori, quattro cinture con pesi di piombo, il natante da diporto con il quale si spostavano da un luogo di raccolta all’altro e il relativo motore. Si tratta dunque di una sanzione accompagnata anche dalla confisca automatica, prevista quest’ultima dagli effetti della nuova legge 154 e in particolare dell’articolo 39, in vigore dall’agosto scorso, che ha introdotto importanti modifiche al decreto legislativo 4 del 9 gennaio 2012, nella parte relativa proprio alle sanzioni in materia di pesca e acquacoltura. Prima infatti, oltre alla multa, si provvedeva anche al sequestro della dotazione, che poi in sede di pagamento il comandante poteva però anche restituire a sua discrezione. Oggi invece il pignoramento è obbligatorio. Il malloppo, probabilmente destinato al mercato del Sud visto che in questa zona d’Italia il riccio di mare non viene abitualmente utilizzato nella tradizione culinaria, è stato prelevato dai fondali marini dell'Adriatico in circa un’oretta e mezza nel pomeriggio di lunedì. «Sono molto rapidi», fanno sapere gli uomini della Capitaneria, che hanno osservato la dinamica in borghese fino all’approdo a riva del mezzo nautico e allo scarico del bottino nel furgone dei quattro pescatori di frodo. «Abbiamo agito in questo modo - ha fatto sapere la Guardia costiera sotto l’egida di Luca Sancilio, comandante della Capitaneria di porto e direttore marittimo del Fvg - per capire come si muovevano, dove portavano i ricci, quanti ne prendevano e se si trattava di un prelievo destinato alla commercializzazione vista la quantità. Siamo dunque intervenuti a operazione conclusa in modo da non tralasciare nulla». Dopo il sequestro i ricci, che sono molto richiesti in una certa piazza e che hanno un alto valore economico essendo come detto vietato reperirli in questo periodo, sono stati successivamente conservati nella cella frigorifera del mercato ittico e una volta espletata la verifica dei veterinari della struttura regionale, i quali hanno accertato che si trattava di esemplari ancora vivi e dunque in stato ottimale di salute, ieri mattina sono stati prelevati dalla motovedetta della Guardia costiera e ricollocati nella Riserva di Miramare attraverso una dissemina lenta in modo da non intaccare l’ecosistema marino.

Benedetta Moro

 

 

Via Pitacco - Il grande lifting stradale inizia vicino alla Ferriera
Cominciare le grandi pulizie stradali da via Giorgio Pitacco, a due passi dalla Ferriera, ha per il Comune un doppio significato: è un segnale di attenzione verso un rione dalla particolare sensibilità ambientale ed è il primo esperimento per capire “sul campo” le eventuali criticità logistiche che potrebbero essere prodotte da questa operazione di accurata nettezza urbana. Dunque, primo appuntamento con il lifting “radicale” viario giovedì 18 maggio, lungo i 750 metri della via dedicata al parlamentare e pubblico amministratore di sentimenti irredentisti, vissuto tra il 1866 e il 1945. Comune e AcegasApsAmga, incaricata del servizio, chiedono ai residenti sei ore di “franchigia” dalle 8.30 alle 14.30 per gli uomini e i mezzi che svuoteranno i cassonetti, provvederanno al minuto diserbo, effettueranno lo spazzamento manuale e meccanico con tecnologia “nebulizzante”, libereranno le caditoie, laveranno la strada. Ecco perchè in quelle sei ore scatterà il divieto di sosta lungo entrambi i lati della via servolana. I residenti saranno informati della “toeletta” a partire da 96 ore prima, in modo tale che per le sei ore di giovedì 18 abbiano tempo di trovare parcheggi alternativi. Il progetto “Pulizie radicali”, nel 2017 esperimento gratuito per l’utenza, è stato presentato ieri mattina dall’assessore all’Urbanistica e Ambiente Luisa Polli e dal nuovo dirigente del settore ambiente di AcegasApsAmga Giovanni Piccoli. La “spedizione” in via Pitacco, che sarà realizzata con una quindicina di addetti e 4-5 mezzi specializzati, sarà la prima di dodici puntate che saranno spalmate lungo il 2017: la seconda andrà in onda giovedì 25 maggio in via Valmaura, da via Ponticello a via Carpineto. Espletati gli esordi a Servola e Valmaura, resteranno da sbrigare dieci pulizie stradali in altrettanti punti nevralgici della città: Polli&Piccoli hanno spiegato che il progetto concentrerà le sue attività nelle aree periferiche e semi-periferiche, di più agevole operatività. A parte due test che riguarderanno zone centrali: Municipio e utility non hanno ancora deciso “dove”, in quanto vogliono prima verificare la risposta e gli umori dei residenti all’oggettivo disagio logistico. Le candidate centrali più accreditate all’esperimento dovrebbero comunque essere l’area di Barriera Vecchia e quella di Barriera Nuova (indicativamente tra l’Acquedotto e via Fabio Severo). L’intendimento dei due partner è passare nel 2018 dalla sperimentazione a una fase definitivamente inserita nella programmazione della gestione rifiuti: un parziale ritorno all’antico, quando la vecchia municipalizzata lavava le strade. Ma traffico e parcheggio veicolare erano più governabili.

Massimo Greco

 

 

Una famiglia di cinghialetti tra le case di strada del Friuli. La scoperta di un residente grazie alle telecamere installate fuori dal suo edificio.

Ma la scrofa ora puo' costituire un pericolo: chiesto l'intervento della Forestale

Una nidiata di cinghialetti nel giardino di casa a neppure cinque metri dalla finestra di un’abitazione e a sette metri da un’altra con la terrazza. È la scoperta fatta un paio di giorni fa da alcuni abitanti di strada del Friuli subito dopo il Faro della Vittoria, sopra Barcola. I cuccioli di cinghiale, quattro o cinque quelli individuati, sono stati segnalati prima al 112 e poi al Corpo forestale del Friuli Venezia Giulia. Un intervento è stato annunciato in queste ore. Non è chiaro ancora di che tipo: potrebbe trattarsi di un abbattimento o del prelievo dei cuccioli. La madre potrebbe costituire un pericolo per i residenti di strada del Friuli vista la presenza della prole. In due delle tre case più vicine abitano una coppia di anziani e una famiglia con bambini. La famiglia di cinghiali è stata ripresa da alcune telecamere installate da uno dei residenti. «Siamo preoccupati da questa presenza. Incontrare la scrofa, magari al buio, è un’esperienza che è meglio non fare. Il pericolo esiste. Anche se i cinghialetti sono carini, belli da vedere. Questi hanno la righetta, come i gattini», racconta il proprietario del giardino che ha segnalato la presenza della nidiata alla Forestale. Il giardino della casa, dove si trova il nido dei cinghialetti, non ha recinzioni: è un’area che verde che confina direttamente con il bosco. Un’unica stradina di accesso conduce alle tre casette di strada del Friuli, tutte abitate, con anziani e anche bambini appunto. «Sono anni che segnaliamo la presenza di cinghiali. La prima quasi 10 anni fa. Ma si trattava di avvistamenti. Intrusioni momentanee. In questo caso hanno deciso di prendere residenza in città. È come trovarsi i cinghiali in casa. Un mio vicino se l’è trovato una mattina sulla terrazza», spiega il titolare del giardino. E, infatti, nel 2008, proprio a maggio, era uscito un articolo sul Piccolo: «Cinghiali negli orti di strada del Friuli. Sono i primi avvistamenti a Barcola». Con tanto di foto di un esemplare di un quintale fotografato nei pressi della Casa Gialla. Da allora la fauna di strada del Friuli è aumentata e si è allargata. «Nelle riprese si vede ormai di tutto. Cinghiali, caprioli e persino lo sciacallo del Carso. Ho raccolto parecchi filmati, molto interessanti», racconta il proprietario del terreno dove si è sistemata la scrofa con la sua nidiata. La gestazione di una femmina do cinghiale dura circa 120 giorni ed il numero dei piccoli può variare in funzione del peso e dell’età della madre. Di norma si va da un minimo di 2/3 cuccioli fino ad un massimo di 7/8 con episodi eccezionali anche di 10/12. Le nascite risultano, nella maggior parte dei casi, concentrate tra marzo e giugno. Dopo una gestazione le femmine si isolano dal gruppo e partoriscono i piccoli in un nido, al quale rimangono legati per le prime due settimane, dopodiché seguono la madre alla ricerca del cibo e si riuniscono al gruppo. In generale le femmine partoriscono una sola volta all’anno. La presenza dei cinghiali nel tessuto urbano di Trieste è un dato consolidato. La specie aumenta in media il 14% all’anno. Lo scorso febbraio è stato lanciato l’allarme da parte dell’istituito comprensivo di via Commerciale. Il giardino dove sono ospitati i giochi per i piccoli alunni era diventato la meta preferita di un branco di cinghiali. Così è dovuta intervenire la Guardia forestale che ha abbattuto tre esemplari di circa cinquanta chili intenti a passeggiare all'interno del recinto. Un esemplare è riuscito a scappare. I cinghiali ormai si spingono fino al mare. Nel giugno scorso, all’inizio della stagione balneare, ne era stato addirittura trovato uno morto di circa 60 chilogrammi che galleggiava a pancia in su nelle acque al lardo del Bagno Ferroviario. La presenza nel parco di Miramare è accertata. Nel novembre del 2015 un esemplare di oltre 70 chilogrammi era stato recuperato vivo dai volontari della Protezione animali all’interno del Bagno Sticco. L’unica soluzione per limitare la crescita è l’abbattimento controllato. Ogni anno in provincia di Trieste vengono uccisi tra i 700 e gli 800 cinghiali. In particolare, la polizia ambientale è costretta ad abbattere tra i 150 e i 160 capi per ragioni di emergenza sorte a seguito di criticità segnalate dai cittadini. Sono gli ultimi dati forniti dall’amministrazione provinciale, le cui competenze in materia sono passate ora alla Regione. E non va meglio nelle altre province del Friuli Venezia Giulia

Fabio Dorigo

 

 

 

 

LA VOCE.info - MARTEDI', 9 maggio 2017

 

 

ENERGIA E AMBIENTE - Primi nelle energie rinnovabili. Ma a che prezzo?

L’Italia è di gran lunga prima tra i paesi europei per l’incidenza degli incentivi erogati alle rinnovabili in rapporto alla produzione totale di energia. Un primato che costa caro ai consumatori e alle imprese. Ed è frutto di politiche poco coerenti.
L’Europa degli incentivi alle rinnovabili
Il rapporto del Ceer (Consiglio dei regolatori europei dell’energia), uscito pochi giorni fa, offre un interessante panorama sui sussidi concessi per promuovere le energie rinnovabili in ventisei paesi europei. L’Italia è di gran lunga la prima per l’incidenza degli incentivi erogati in rapporto alla produzione totale di energia: circa 44 euro a MWh (megawattora) contro una media, esclusa l’Italia, di 13,8 (tabella 1).
Tabella 1 – Sussidi alle rinnovabili in rapporto alla produzione totale di energia elettrica (anno 2014)
*Italia esclusa.
Fonte: nostra elaborazione su dati Ceer
I sussidi gravano dunque sulla nostra produzione elettrica totale per più di tre volte la media degli altri venticinque paesi europei. Il nostro non invidiabile primato dipende in parte da una più elevata percentuale di energia ottenuta da fonti rinnovabili, ma ancor di più dal generoso livello di incentivazione concesso su tutte le tipologie non fossili. Il 25 per cento della nostra produzione totale deriva da fonti rinnovabili sussidiate, cui si somma un altro 15 per cento di energia idroelettrica non sussidiata.
La quota sussidiata della produzione totale è in Italia superiore alla media, ma non è molto più alta di quella della Germania o della Spagna. Dove distacchiamo tutti, invece, è nell’avere sussidi elevati per ogni fonte rinnovabile (tabella 2).
Tabella 2 – Sussidi per fonte di produzione (euro per MWh)
Fonte: Ceer
Le conseguenze di incentivi generosi
Siamo di gran lunga i più generosi per incentivi unitari tra tutti i ventisei paesi (ad esclusione della Repubblica Ceca); i nostri sussidi per MWh, nella media tra le varie fonti, sono quasi il doppio di quelli degli altri paesi; la Francia è più generosa nel solare, ma per un ammontare complessivo molto contenuto e solo per impianti di piccola taglia.
Il sussidio medio di 44 euro per ogni MWh prodotto non è lontano dal costo di produzione elettrica dalle fonti più efficienti: con gli aiuti alle rinnovabili abbiamo quasi raddoppiato il costo medio dell’energia elettrica prodotta in Italia. I sussidi, che costituiscono la gran parte degli “oneri generali di sistema” quantificati nelle nostre bollette non vengono pagati solo dai consumatori. Per più di due terzi gravano sulle imprese, per le quali l’energia costa un 20 per cento in più della media europea con evidenti effetti negativi per la competitività del paese e quindi per crescita e occupazione.
Il primato raggiunto non è il risultato di un disegno politico coerente, consapevole e approvato dal parlamento, ma il punto di arrivo di una combinazione di interessi di bottega, di ideologie astratte e, soprattutto, di malgoverno.
L’esempio più lampante è il fotovoltaico: partito col decreto Bersani-Pecoraro Scanio che prevedeva come obiettivo il raggiungimento di una potenza istallata di 3 GW nel 2016, ha fatto registrare una capacità di 18 GW. Non si è trattato dunque di una politica voluta: semplicemente, prima i governi di sinistra non hanno previsto massimali e poi quelli di destra non hanno ridotto gli incentivi mentre crollava il costo dell’investimento. Si è quindi offerta una magnifica opportunità di lauti e sicuri profitti a tanti, inclusi fondi d’investimento esteri, senza nemmeno avere il tempo per sviluppare un’industria nazionale.
È il più rilevante intervento dello stato nell’economia da decenni, ma non c’è da meravigliarsi se nessuno ama parlarne e tantomeno assumersene la responsabilità politica. Se ci fossimo allineati alla media europea per quota di produzione sussidiata e per entità unitaria dell’incentivo, il costo annuale sarebbe stato di 4,6 miliardi e non di 12,7 (cui andrebbero aggiunti poi i “capacity payments” per indennizzare le centrali termiche che devono stare in stand by per quando manca la produzione da rinnovabili). Un’operazione colossale, equivalente a tre punti di Iva, determinata solo da decreti ministeriali e gestita “fuori bilancio” perché i sussidi vengono addebitati alle bollette come “oneri generali di sistema” tramite la componente A3. Se per la copertura fosse stata prevista una “imposta ecologica” è verosimile che i governi avrebbero avuto grandi difficoltà a farla approvare in parlamento. E gli 8 miliardi in eccesso rispetto alla media europea avrebbero potuto essere destinati a ridurre il cuneo fiscale e migliorare così la competitività delle imprese che, invece, è stata pesantemente danneggiata dall’incremento del costo dell’energia.
Lo stesso modo di procedere nel disporre di ingenti risorse pubbliche sotto la spinta di lobby o per obiettivi astratti, ma privi di giustificazioni economiche valide lo troviamo anche in altri settori, in particolare in quello delle grandi opere ferroviarie o stradali a redditività bassissima quando non negativa, approvate senza adeguate analisi costi-benefici. C’è da chiedersi se uno dei principali motivi di debolezza dell’economia italiana non vada ricercato proprio nella scadente qualità della sua classe dirigente e di quella politica in particolare.

Giorgio Ragazzi e Francesco Ramella

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 9 maggio 2017

 

 

Ventinovesima bandiera blu - Grado da record - E' la spiaggia piu' premiata d'Italia con Moneglia. Lignano a "quota 28" si conferma ai vertici

Liguria, Toscana e Marche si confermano le tre regione con il maggior numero di riconoscimenti. Approdi turistici: dieci vessilli al FVG - LE BANDIERE BLU 2017

ROMA - Grado ha ricevuto la ventinovesima Bandiera Blu: un record nazionale che detiene assieme alla ligure Moneglia. Lignano Sabbiadoro sale invece a quota 28. Nell'anno in cui la fondazione che assegna la Bandiera Blu festeggia il trentesimo anniversario - è stato il presidente della Fee Italia, professor Claudio Mazza, a ricordarlo nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri mattina a Roma -, il Friuli Venezia Giulia conferma le sue eccellenze, ovvero quelle di Grado e di Lignano che come abbiamo detto si trovano ai vertici nazionali. Il record assoluto è quello di Grado, ma Lignano è subito dietro. Certo il Friuli Venezia Giulia non può competere numericamente con la quantità di bandiere ricevute da località di altre regioni (la Liguria è in testa con 27 seguita dalla Toscana con 19), ma la nostra regione può vantare comunque di essere fra le migliori in assoluto in rapporto al numero di spiagge di una certa dimensione e importanza presenti sul territorio, e da un gran numero di anni. Per le spiagge di Grado le Bandiere Blu vanno a tutti i lidi: dalla spiaggia principale ormai individuata come "La Spiaggia dell'Imperatore" (è stato Francesco Giuseppe a firmare la legge istitutiva nel 1892), a quella della Costa Azzurra e a quella di Pineta. Per Lignano l'indicazione riguarda il Lido. Quest'anno le Bandiere Blu sono state assegnate a 163 Comuni italiani che complessivamente hanno 342 spiagge che possono far sventolare l'importante vessillo nel corso del 2017. Un numero che rappresenta il 5 per cento delle spiagge premiate a livello mondiale. Si tratta di 11 località in più dello scorso anno anche se in realtà ci sono 13 nuovi ingressi ma anche due uscite. Liguria, Toscana e Marche mantengono incontrastate i primi posti nella classifica delle Bandiere Blu 2017 e vedranno sventolare il vessillo simbolo di mare da favola su un totale di 63 spiagge. Da Bordighera (Imperia) ad Ameglia (La Spezia), da Carrara (Massa-Carrara) a Monte Argentario (Grosseto) la costa è un susseguirsi di spiagge bagnate da acque cristalline del mar Tirreno che, tra l'altro, ospitano il santuario Pelagos, area protetta per i cetacei. Scendendo, da Anzio (Roma) a Policoro (Matera), il litorale regala spiagge su acque incantevoli. Poi si passa alla Calabria ionica e alla Puglia, per incontrare di nuovo i vessilli della Fee che diventano più numerosi da Campomarino (Termoli) sino a Grado. Ma quest'anno il boom c'è stato per i laghi in Trentino, che ha raddoppiato le bandiere rispetto al 2016. La Fee, Fondation for Environmental Education presente in ben 73 Paesi, ha puntato quest'anno a parametri ancor più severi rispetto al passato e per tutti i 32 criteri che vengono presi in considerazione a iniziare dalla purezza delle acque ossia della balneabilità che viene certificata dai dati del ministero dell'Ambiente seguenti alle nutrite analisi effettuate dall'Arpa. In particolar modo è tenuta altresì in considerazione l'educazione ambientale, la depurazione e la gestione sostenibile del territorio. Il presidente Mazza ha affermato ieri che il binomio terra-mare è indissolubile poiché la salute del mare è strettamente collegata alla gestione del territorio: «Negli anni Grado e la comunità gradese hanno saputo innovare e investire sull'ambiente». A essere premiati con la Bandiera Blu sono stati anche 67 approdi turistici. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia a ricevere il riconoscimento ce ne sono 10. Uno in meno dello scorso anno in quanto nell'elenco non figura Porto San Vito di Grado che aveva sempre ricevuto in passato il prestigioso vessillo. Ad ogni modo Trieste si vede riconosciuto, come negli ultimi anni, solamente un approdo, quello della Lega Navale. In provincia di Gorizia c'è il Marina Hannibal di Monfalcone mentre la parte del leone la fa la provincia di Udine e in particolar modo l'area Lignano-Aprilia Marittima. La Bandiera Blu 2017 per gli approdi è stata assegnata, infatti, a quattro approdi di Lignano, esattamente Marina Uno, Marina Punta Verde, Marina Faro e Darsena Porto Vecchio. Premiate anche Marina Punta Gabbiani (Aprilia Marittima), Marina Aprilia Marittima e Marina Capo Nord (Aprilia Marittima). Infine Bandiera Blu al Marina Sant'Andrea di San Giorgio di Nogaro.

Antonio Boemo

 

 

Fumata rossastra dalla Ferriera. «Reazione anomala»
Una fumata rossastra si è levata ieri mattina, poco prima delle 6, dall’altoforno dello stabilimento servolano di Acciaieria Arvedi. L’azienda ha precisato in una nota che l’emissione dei fumi è avvenuta durante l’apertura del foro di colata dell’altoforno, operazione che avviene una dozzina di volte al giorno. Nel comunicato la società spiega che “il materiale refrattario con cui è realizzato il “tappo” del foro ha purtroppo avuto una reazione anomala” che ha causato appunto la nuvola rossastra. Nell'ultimo anno, prosegue la nota dell’azienda, la struttura tecnica hanno effettuato severi controlli dei fornitori del materiale refrattario, per evitare il rischio di eventi simili. “In virtù di queste attività, le forniture di materiali da parte della ditta coinvolta, sono state immediatamente sospese, a scopo cautelativo”. Anche con riguardo all’episodio accaduto ieri la Regione ha richiesto ad Acciaieria Arvedi Trieste un maggiore impegno “affinché siano drasticamente abbattute le fumate anomale provenienti dallo stabilimento. La nota della Regione precisa che “pur prendendo atto dell'annunciato intervento straordinario programmato per settembre e inteso a impedire la fuoriuscita di emissioni anomale, si è ritenuto di far pervenire questa indicazione all'azienda anche in vista della stagione estiva, durante la quale il verificarsi di simili episodi può venir enfatizzato dalle condizioni meteo”. Nella stessa giornata di ieri l’Arpa ha effettuato verifiche con la direzione dello stabilimento per accertare le cause dell'evento anomalo, confermando che lo stesso è riconducibile a un difetto di qualità del materiale refrattario usato per tappare il foro di colata della ghisa. Arpa rileva inoltre che l’evento non ha comportato conseguenze rilevate dalle centraline di monitoraggio dell’aria, annunciando per i prossimi giorni controlli agli interventi attuati da Acciaieria Arvedi per evitare il ripetersi di questi eventi anomali.

 

 

Partono le grandi pulizie delle strade - AcegasApsAmga comincia dalla zona di Servola e Valmaura. Ordinanza municipale sui divieti di sosta e di transito
Sarà la zona di Servola e di Valmaura a inaugurare la stagione delle grandi pulizie stradali, previste dal Piano economico-finanziario (Pef) che imposta la gestione dei rifiuti urbani affidata ad AcegasApsAmga, approvato poco più di un mese fa dal Consiglio comunale: come anticipato a suo tempo, il rodaggio avverrà nelle aree periferiche, che presentano minori criticità organizzative. “Progetto pulizie radicali” s’intitola il capitolo che il Pef dedica a una delle novità salienti della collaborazione Comune-utility, novità che, in virtù della connotazione sperimentale assunta per l’anno in corso, sarà a costo-zero per la municipalità. L’operazione inizierà a giorni, come testimoniato dall’ordinanza, emessa giusto ieri dal servizio “mobilità e traffico”, a firma del responsabile Giulio Bernetti: sarà valida fino al 31 dicembre prossimo venturo. AcegasApsAmga - spiega l’atto comunale - deve provvedere «in tempi molto ristretti all’esecuzione dei lavori di pulizia radicale della sede stradale con svuotamento cassonetti, diserbo minuto e spazzamento sia manuale che meccanico nonchè pulizia caditoie e lavaggio stradale». Poi l’ordinanza, che riscontra una richiesta presentata da AcegasApsAmga il 2 maggio, fornisce le indicazioni operative all’utility, indicazioni che però diventeranno assai utili anche per il cittadino-utente-automobilista, quando il turno della toeletta stradale toccherà le aree di parcheggio e di transito di sua abituale pertinenza. Infatti l’asciutta prosa dell’ingegner Bernetti dispone che gli interventi abbiano una durata massima di un giorno e si svolgano per singoli tratti lunghi non più di un chilometro. Prima che tali interventi vengano realizzati - chiarisce l’ordinanza - AcegasApsAmga dovrà provvedere ad apporre la prescritta segnaletica con almeno 4 giorni di anticipo. Per agevolare il dettagliato lavoro di pulizia programmato, AcegasApsAmga istituirà divieti di sosta e fermata con rimozione che potranno prolungarsi al massimo dalle 20.30 alle 18 del giorno seguente, con eventuali proroghe qualora avverse condizioni meteo ostacolino lo spazzamento. Analoghi provvedimenti riguarderanno il divieto di transito, che, a seconda delle esigenze, potrà andare dalle 9 alle 17.30 o coprire le ore notturne dalle 21 alle 7 del dì seguente. Naturalmente Bernetti si premura di rendere coinvolgibile la Polizia locale, per quanto concerne la regolamentazione del traffico, e Trieste Trasporti, laddove le pulizie dovessero interferire con le “rotte” dei bus. L’iniziativa sarà presentata ufficialmente stamane alle 12 in sala giunta, a cura dell’assessore all’Urbanistica & Ambiente Luisa Polli. Alcune informazioni erano comunque già filtrate alla fine di marzo, quando il Pef della “rumenta” era al vaglio del Consiglio. Sia la Polli che l’allora direttore della divisione ambiente di AcegasApsAmga Paolo Dal Maso - al cui posto oggi siede Giovanni Piccoli - illustrarono gli aspetti innovativi del “format”: alle grandi pulizie stradali si aggiungevano l’estensione della raccolta del “verde” con cassoni aperti (altri 100 contenitori da 3200 litri), la raccolta dell’olio alimentare esausto (una decina di contenitori), le opere civili per le “isole” di via Narcisi e di via Montasio, il servizio sperimentale in Porto Vecchio. Un aspetto delicato, per una città dove circolano molti animali domestici, atteneva il diserbo chimico, ovvero il trattamento che consentirà - secondo il Pef - l’eliminazione definitiva del vegetale infestante: l’assessore Polli aveva assicurato che non vi sarebbe stato pericolo per cani e altre bestiole.

Massimo Greco

 

 

Bombe inesplose a Servola - Operazione bonifica al via
Il Comune stanzia 10mila euro e avvia un’indagine di mercato per trovare un’azienda specializzata che prepari il terreno all’intervento degli artificieri
Cosa c’entra una bomba con un’indagine di mercato? C’entra, perchè proprio attraverso questa procedura amministrativa il Comune triestino vuole individuare un’azienda in grado di risolvergli un annoso problema: la bonifica di un terreno dove sono ancora conficcati ordigni bellici risalenti al secondo conflitto mondiale. L’atto, pubblicato lo scorso 3 maggio nel sito informatico municipale alla voce “amministrazione trasparente”, è correlato a una determina dell’Area polizia locale e sicurezza, a cura della “p.o.” Andrea Prodan, che spiega premesse e svolgimenti dell’insolita vicenda. Tanto per cominciare, gli scomodi ospiti, cioè i due ordigni bellici di cui sopra, si trovano in via del Pane Bianco in quel di Servola. Sonnecchiano in un terreno incolto di circa 500 metri quadrati. Li ha scovati - racconta la determina firmata da Andrea Prodan - un’indagine eseguita dal dipartimento di Matematica e Geoscienze dell’Università triestina, più esattamente dalla cosiddetta “Egg”, l’unità di geofisica di esplorazione. Dal lavoro della struttura universitaria sono emerse «due anomalie radiometriche compatibili con la presenza di ordigni bellici inesplosi risalenti al secondo conflitto mondiale». Ai rilievi hanno assistito - informa l’atto municipale - tecnici della Protezione civile ed esperti del 3° reggimento del Genio guastatori, acquartierato a Udine. In realtà il controllo si è concentrato su un’area più ristretta di 50 metri quadrati, dove le due «anomalie» sono state stimate a differenti profondità di 50-150 cm e di 150-250 cm. In seguito a questi risultati che confermavano il “sospetto” di vecchie bombe non lontanissime da zone abitate, la Prefettura incaricava il Comune, nell’espletamento delle competenze in materia di Protezione civile, di trovare una ditta specializzata nel trovare e isolare i due ordigni, lasciando poi agli artificieri il compito del disinnesco. In considerazione del particolare ufficio, la ditta in questione deve vantare requisiti appositi ed essere iscritta nell’albo delle imprese che si occupano di “bonifica bellica sistematica”, istituito con decreto ministeriale due anni fa. L’indagine di mercato avviata dalla “p.o.” Prodan convergerà su 6 aziende che hanno sede in Veneto, perchè il Friuli Venezia Giulia, nonostante decenni di passato confinario militare in prima linea, non è dotato di “bonificatrici”. Le 6 candidate hanno manifestato il loro interesse e la prossimità geografica al terreno servolano consentirà alla civica amministrazione il contenimento dei costi: a tale scopo Prodan ha messo da parte 10 mila euro, che saranno assegnati al competitore capace di prospettare al pubblico committente triestino il prezzo più basso. Il Comune spedirà alle candidate la documentazione prodotta dall’Università e un po’ di foto, invitandole a un sopralluogo in via del Pane Bianco. Insomma, passi avanti buro-amministrativi per venire a capo di una vicenda che, a dir il vero, dura da perlomeno 13 anni o, se si preferisce, da 73. Come ricordava Ferdinando Viola sul “Piccolo” del 14 dicembre 2014, la prima segnalazione della presenza di un ordigno di origine bellica venne fatta da un testimone oculare, Duilio Gurian. Allora di anni ne aveva 18, quando il 10 giugno 1944 su Trieste furono sganciate 400 bombe dai bombardieri Alleati appartenenti al 47th e 55th Bomb Wing, e al 449th e 450th Bomb Group: provocarono 463 vittime, 800 feriti ricoverati e 1.500 medicati, 101 case private e due edifici pubblici distrutti, oltre 4.000 sinistrati. Le bombe ridussero in macerie la Chiesa della Madonna delle Grazie in via Rossetti, danneggiarono seriamente la raffineria Aquila, lo Scalo Legnami, la zona di San Sabba, il magazzino dei Monopoli e lo stabilimento Omsa, il cantiere San Marco, l’Arsenale Triestino e altri impianti industriali. La prima ondata si abbattè sulla città alle 9.20 di una splendida giornata di sole, la seconda alle 9.30. Il giovane Gurian, con il padre, si trovava nel campo di via del Pane Bianco, preso in affitto e seminato a erba spagna. Era certo che uno degli ordigni si fosse conficcato nel terreno, senza esplodere. Dopo la denuncia alla Questura alcuni agenti si recarono sul posto, recintarono il terreno e posero un cartello con scritto “vietato entrare per pericolo ordigno". E basta. Ma Gurian non mollava: dopo varie segnalazioni ad autorità politiche e militari, finalmente nel 2004 il V Reparto Infrastrutture di Padova - Nucleo artificieri - effettuò un sopralluogo in via del Pane Bianco. Nella relazione gli artificieri chiedevano un approfondimento di indagine mediante una ditta specializzata per trivellazioni da spingere a 3-5 metri. Trivellazioni che nel 2010 l’allora questore Padulano - scriveva Viola - sollecitava Comune e Prefettura a eseguire. Ma che non furono mai eseguite. Vennero fatte solo «alcune analisi» il 16 febbraio 2011 ma non sembrava avessero rilevato traccia di ordigni inesplosi. Invece, tre anni dopo, il dossier “inesploso” planò sul tavolo della giunta Cosolini, tant’è che il vicesindaco Fabiana Martini ne riferiva in Consiglio comunale. E nel novembre 2014 la Prefettura convocò una conferenza di servizi per organizzare, attraverso la rinnovata consulenza dei militari padovani, un ulteriore approfondimento sul terreno di via del Pane Bianco. «In quella sede - aveva comunicato il vicesindaco - il rappresentante militare presente ha comunque escluso una pericolosità immediata dell'eventuale ordigno presente, significando che un pericolo potrebbe essere costituito, qualora messo alla luce, solo da un'azione diretta e violenta con il percussore dell'ordigno stesso». Da allora altri due anni e mezzo fino all’indagine di mercato che ha lo scopo di aprire il cantiere in quel campo abbandonato, seminato solo dagli aerei anglo-americani.

Massimo Greco

 

 

Musica, libri e poesia in piazza Oberdan - Il Comitato Dolci dice no a tutte le guerre
Oggi, 9 maggio, è il settantaduesimo anniversario dalla fine della Seconda guerra mondiale e il 67esimo anniversario della Festa dell’Europa. Inoltre, in questo 2017 si festeggiano i sessant’anni dall’istituzione della Comunità europea (con il Trattato di Roma) e i settant’anni dalla promulgazione della Costituzione italiana. Per ricordare tutto questo, ma soprattutto per dire no a qualsiasi guerra, il Comitato pace convivenza e solidarietà Danilo Dolci ha organizzato questo pomeriggio alle 17, in piazza Oberdan, un pomeriggio di festa con gruppi musicali e lettura pubblica di poesie e libri. “E se saremo in tanti - fanno sapere dal Comitato Dolci - ci terremo per mano formando un cerchio per la pace e l’amore». In caso invece di maltempo l’evento si svolgerà sotto i porticati di piazza Oberdan.

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 8 maggio 2017

 

 

Bollette dell’acqua - Aumento del 20% in quattro anni - Gli incassi tariffari totali da 45 a 54 milioni - Incidono le fogne e il depuratore di Servola
Le bollette dell’acqua sul territorio della vecchia provincia triestina cresceranno del 6,5% all’anno lungo il quadriennio 2016-19: cioè, alla fine del periodo indicato, saranno salite di oltre un quinto rispetto all’incasso precedente. Il calcolo è più o meno il seguente: le tariffe relative alle risorse idriche gestite da AcegasApsAmga aumenteranno suppergiù da 44 a 53 milioni di euro; le tariffe relative all’Acquedotto del Carso cresceranno invece dell’8% da 970mila a 1,2 milioni di euro. Quindi, sommando i due addendi, otteniamo una tariffa complessiva superiore a 54 milioni di euro: in cifra assoluta una decina di milioni in più rispetto a quanto i due gestori - considerati insieme - incassavano fino al 2015. In verità i rincari erano già scattati nel 2016 con un incremento pari al 6%, ma l’intervento dell’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il servizio idrico (Aee gsi) ha determinato un ricalcolo tariffario, che ha portato a un ulteriore incremento pari allo 0,5%. Fatto sta che per ogni utenza idrica triestina l’aggravio in bolletta viene graduato al 6,5% annuo, che implicherà, al termine del periodo 2016-2019, una maggiorazione complessiva superiore al 20%. Numeri e valutazioni provengono dai decreti emanati pochi giorni fa da Fabio Cella, dal 1° gennaio commissario della Consulta d’ambito per il servizio idrico integrato orientale (Cato) triestino in liquidazione: in liquidazione in quanto - come ricorda lo stesso Cella - confluirà, insieme alle analoghe strutture giulio-friulane, nell’Autorità unica per i servizi idrici e i rifiuti (Ausir), un organismo previsto dalla legge regionale 5/2016. «A fine marzo - precisa Cella, in passato responsabile dell’Ambiente in Provincia e oggi dirigente della Regione Friuli Venezia Giulia - ho convocato una riunione con gli amministratori comunali del territorio, per aggiornarli sul nuovo quadro tariffario. Non ne erano entusiasti, perché toccare le tasche dei cittadini in questi momenti non è mai simpatico, ma gli ordini dell’Autorità vanno eseguiti, altrimenti il nostro piano tariffario non sarebbe passato». Ma è interessante capire le ragioni che hanno determinato un rialzo tariffario così significativo. Cella enumera tre motivi rilevanti. Il primo è collegato all’applicazione del cosiddetto full cost recovery, una formula matematica impostata su costi/ricavi studiata per consentire al gestore idrico di non andare in perdita, poichè l’importanza sociale ed economica della risorsa richiede prioritariamente tenuta e continuità gestionale. Poi Cella passa al secondo motivo: l’entrata in funzione del depuratore di Servola, prevista ai primi di giugno, che assorbirà circa 3 milioni di euro. E Cella si tiene per ultimo il colpo di scena, che rimanda alla sentenza 335 del 2008, con la quale la Corte costituzionale ritenne che i Comuni non potevano chiedere la tariffa per la depurazione delle acque se erano sprovvisti dei relativi impianti. Nel 2013 si calcolò - spiega il commissario del Cato - che nel territorio triestino la restituzione dei canoni di fognatura agli utenti ammontava a 20 milioni di euro. Questi 20 milioni vengono adesso recuperati attraverso la manovra tariffaria finora sommariamente descritta: ma al termine del quadriennio 2016-2019 la “copertura” sarà stata solo parziale, circa 10 milioni che dimezzerà il “buco” di origine fognaria maturato negli anni precedenti. Quindi, il costituendo Ausir si troverà presumibilmente a dover decidere un nuovo rincaro per pareggiare i conti. Per inquadrare il tema-acqua nel territorio triestino ricordiamo alcuni numeri di riferimento: sono 236mila i cittadini serviti da 1073 chilometri di rete di acquedotti, dove vengono immessi circa 45 milioni di metri cubi del prezioso liquido. L’80% della risorsa idrica proviene da tredici pozzi disseminati nel basso corso dell’Isonzo, il restante 20% deriva dal Sardos.

Massimo Greco

 

 

Muggia - Antenne e tariffe rifiuti approdano in Consiglio
Antenne a Chiampore, strategie per l'attività turistica e richiesta di una tariffazione puntuale per i rifiuti. Questi alcuni dei dieci punti all'ordine del giorno che verranno discussi durante la prossima sessione straordinaria del Consiglio comunale di Muggia in programma mercoledì alle 20. Tre le interrogazioni presentate dall'opposizione. I partiti di centrodestra chiederanno delucidazioni sullo sforamento di emissioni elettromagnetiche registrato in località Darsella, a Chiampore. Invece il consigliere Roberta Tarlao (Meio Muja), oltre a chiedere quali siano le strategie adottate dall'amministrazione Marzi per la programmazione dell'attività turistica, desidera saperne di più in merito alla presenza di persone segnalate all'interno dell'ex Macello e all'interno del parco dell'ex Aquila. Secondo indicazioni fornite da residenti, sono state notate negli ultimi mesi persone che di notte scavalcherebbero le recinzioni, forse per accasarsi nelle due aree, e che al mattino farebbero l’operazione inversa per poi prendere l'autobus. Negli altri punti all'ordine del giorno la convenzione con il Comune di Trieste per l'uso del deposito di osservazione e della struttura obitoriale del Comune di Trieste in vigore sino al 27 aprile 2021. Verrà poi affrontata la nomina della Commissione comunale per le pari opportunità. Inoltre verranno proposte modifiche relative alle occupazioni per il mercato intervenendo dunque sul regolamento comunale per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche e per l'applicazione del relativo canone (Cosap). Un altro argomento delicato e sentito dalla cittadinanza riguarda la mozione proposta da Tarlao, Emanuele Romano (Muggia a 5 Stelle) e Roberta Vlahov (Obiettivo comune per Muggia). Mozione che impegna il sindaco Laura Marzi e l'assessore all'Ambiente Laura Litteri a individuare e applicare una tariffazione puntuale con il riconoscimento degli utenti fin dall'inizio del servizio. Accanto a questa proposta anche la richiesta di costituzione di un gruppo di lavoro chiamato a mettere a punto una Tari puntuale. Tra gli altri punti all'ordine del giorno la proposta di deliberazione consigliare per modificare il Regolamento per la tutela ed il benessere degli animali. Un'altra proposta di deliberazione di Consiglio comunale avrà come oggetto invece l'approvazione del Regolamento servizi integrativi scolastici (Sis). Infine il Consiglio comunale sarà chiamato a pronunciarsi sugli indirizzi in merito alla richiesta di costituzione di servitù di passaggio sulla particella catastale 1344/1 di Plavia di proprietà del Comune di Muggia e a favore delle particelle catastali 284, 276/3 e 276/1, ossia fondi interclusi di proprietà di Diana Babic in località Rabuiese.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 7 maggio 2017

 

 

«Cessata l’attività» - Il Verdi abbandona la Sala Tripcovich - Escluso il recupero. I festival di cinema cercano un’alternativa

Il sindaco rilancia la demolizione ma non tutti sono d’accordo - I contrari in Forza Italia: Marini non vuole l’abbattimento ed è perplesso su Maria Teresa
Rip. La scritta Sala Tripcovich ha già perso una “c”. E così sulla facciata, si può isolare l’acronimo “Requiescat in pace”. Un necrologio a caratteri cubitali. Il sipario disegnato sulla facciata è pronto a calare per sempre sulla sala teatrale nata nel 1997 dalla riconversione della Stazione delle corriere realizzata nel 1936 dall’architetto Umberto Nordio. «Il Consiglio di indirizzo ha deliberato la cessazione delle attività», fa sapere in modo lapidario Stefano Pace, sovrintendente della Fondazione del teatro lirico Giuseppe Verdi che nel 2012 ha avuto in dono dal Comune la Sala Tripcovich senza saperne davvero cosa fare se non come bene patrimoniale da esibire alle banche. Negli ultimi quattro anni non c’è mai stata una vera programmazione alla Tripcovich che pure era sorta, grazie al mecenatismo del barone Raffaello de Banfield, per ospitare le stagioni liriche negli anni della ristrutturazione del Verdi. La Sala Tripcovich, vincolata nel 2006 dalla Soprintendenza, risulta abbandonata. «Spero di buttarla giù come la piscina Bianchi e di metterci al suo posto il monumento a Maria Teresa», insiste il sindaco Roberto Dipiazza pronto a usare persino l’occasione dei 300 anni della sovrana d’Asburgo per porre in essere il suo antico proposito. Radere al suolo quel teatro - che occulta l’ingresso monumentale al Porto vecchio - è un suo pallino fin dal primo mandato. La Sala Tripcovich è stata dichiarata inagibile, e quindi fuorilegge, ai primi di febbraio di quest’anno, immediatamente dopo l’ultima edizione del Trieste Film Festival (30 gennaio) che ha visto in passerella alla sala Monica Bellucci e Marco Bellocchio. Nessuno ha mai reso noto i costi della sua messa a norma. Si è parlato di una cifra che oscilla tra i 400mila e i due milioni di euro, ma non esiste un progetto o un preventivo. La Fondazione del Verdi non pare interessata a ridare vita alla sala. «La competenza è solo del sindaco - aveva spiegato lo scorso febbraio Pace -. Nel momento in cui ci dovrebbe essere un impatto nullo sul patrimonio della Fondazione, non vedo perché il Consiglio d’indirizzo si dovrebbe opporre alla restituzione dell’immobile al Comune». Tripcovich addio, insomma. I due maggiori festival, Trieste Film Festival e Trieste Science+Fiction Festival, si sono ormai rassegnati a dover abbandonare a malincuore la Tripcovich dopo diverse edizioni realizzate nella sala di piazza Libertà. «Stiamo lavorando con il Comune per trovare delle soluzione alternative. Ci sono due ipotesi in piedi», spiega Daniele Terzoli, presidente della Cappella Underground. L’assessore ai Teatri, Serena Tonel, resta fuori scena. Non vuole fare conoscere il suo pensiero sulla statua di Maria Teresa d’Austria in piazza Libertà al posto della Sala Tripcovich. Del resto non è bello essere ricordata come l’assessore ai Teatri che ha messo un monumento sopra una sala da più di 900 posti. I contrari alla demolizione non mancano nella maggioranza. «Un’idea strampalata. Altro che scelta politica. Mi lascia sconcertato. Sono assolutamente contrario all’abbattimento della Sala Tripcovich. Ha un’acustica perfetta, una posizione logistica unica. E soprattutto non ha senso privarsi di uno spazio del genere visto che la città non ha ancora un centro congressi. Inoltre sono molto perplesso sull’idea di mettere lì la statua di Maria Teresa a pochi metri da quella di Sissi», spiega il consigliere regionale e comunale di Forza Italia Bruno Marini. «La Sala Tripcovich può apparire come un corpo estraneo, ma nel corso degli anni si è integrata nel contesto. E soprattutto è una struttura centrale e funzionale. Anche demolirla costa parecchio. Non mi pare una buona idea», aggiunge Manuela Declich (Forza Italia), presidente della Quinta commissione. La speranza è che il suo destino segua quello del Magazzino Vini. Doveva essere demolito ed è diventato il tempio del gusto con Eataly grazie all’intervento della Fondazione CRTrieste. Forse basta solo attendere.

Fabio Dorigo

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 6 maggio 2017

 

 

Il nodo Ferriera sul tavolo del Ministero dell’Ambiente
Siderurgica Triestina sta «operando in linea con i tempi previsti relativamente agli interventi aventi ad oggetto il suolo e la rimozione dei rifiuti» nella Ferriera di Servola, mentre viene rilevato «uno scostamento dalle tempistiche previste con riferimento alle attività inerenti le acque di falda. Tali dati sono stati confermati anche dalle relazioni prodotte dall’azienda». A riferirlo, nel corso della riunione convocata a Roma martedì scorso dal Ministero dell’Ambiente - a cui hanno partecipato anche il Ministero dello Sviluppo economico, l’Autorità portuale, l’Arpa e il Comune di Trieste - sono stati i tecnici della Regione e dell’Arpa. Scopo dell’incontro, era la verifica del cronoprogramma degli adempimenti previsti nell’Accordo di programma sottoscritto nel novembre 2014 per quanto riguarda la messa in sicurezza ambientale nell’area della Ferriera. Gli enti hanno «convenuto sulla necessità di una prossima convocazione dei rappresentanti di Siderurgica triestina - si legge nella nota della Regione -, al fine di dare completa e tempestiva attuazione alle misure di prevenzione ambientale previste». Il sindaco Roberto Dipiazza ha precisato: «Il Ministero dell’Ambiente a breve convocherà la proprietà della Ferriera, assieme al Comune di Trieste e agli altri soggetti istituzionali, per fare chiarezza sulle inadempienze rispetto all’Accordo di Programma. Oltre a illustrare il contenuto e le motivazioni dell’ultima ordinanza - ha continuato Dipiazza -, abbiamo evidenziato le inadempienze della proprietà e il Ministero ha convenuto sulla necessità di approfondire la questione». Nel corso della stessa riunione è stato affrontato anche il tema della «grave situazione di inquinamento che sussiste nell’area dell’ex discarica di via Errera - si legge nella nota della regione -. Gli enti hanno concordato che l’Autorità portuale si farà temporaneamente carico dell’effettuazione delle misure urgenti di prevenzione, nell’attesa che vengano reperite le risorse per la bonifica».

 

 

Ambiente - Cestini per l’umido in regalo a Opicina

Prosegue il tour dell’iniziativa itinerante “L’umido che fa la differenza”, promossa da AcegasApsAmga e Comune. Lunedì verranno distribuiti gratuitamente i cestini per l’umido al mercato di Opicina, dalle 9.30 alle 12.30. Il giorno dopo in piazza S. Antonio e infine, l’ultima tappa, si svolgerà mercoledì 10 maggio al mercato di Borgo San Sergio.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 5 maggio 2017

 

Da Muggia a Parenzo - 130 chilometri in bici nel nome dell’Europa
Si chiude oggi la super pedalata di 25 allievi della media Sauro protagonisti di un’iniziativa transfrontaliera senza precedenti
MUGGIA Tre nazioni in tre giorni in sella alle proprie biciclette. Pedalata transfrontaliera senza precedenti per venticinque studenti muggesani iscritti alla IIIB della scuola media Nazario Sauro, protagonisti assoluti di una gita scolastica ecosostenibile e decisamente atipica. Partita mercoledì da piazza Marconi, con tanto di saluto del sindaco Laura Marzi, la comitiva ha preso la via per la Parenzana, la ciclovia sull’ex ferrovia istriana. Alla presenza degli insegnanti aderenti al progetto, e accompagnata da Viaggiare Slow, l’associazione che ha curato l’organizzazione dell'evento, la III B (che peraltro ha come seconda lingua di insegnamento lo sloveno) raggiungerà oggi Parenzo dopo aver effettuato complessivamente 128 chilometri. Il rientro è previsto per questa sera con pullman e carrello per le bici. Pedalando in bicicletta, lungo quello che è stato il tracciato di una ferrovia dismessa nel 1935, i ragazzi stanno così scoprendo le opere e i manufatti ancora presenti lungo il percorso, quali per esempio le stazioni, i ponti e le gallerie che vantano oltre un secolo di storia. Ma gli obbiettivi di questa gita ecologica a due ruote puntano anche alla (ri)scoperta del contatto con altre culture e altre lingue incontrate durante il viaggio nelle zone di confine, come racconta Fabrizio Masi presidente di Viaggiare Slow: «Attraverso un viaggio informativo-educativo multidisciplinare si darà modo ai ragazzi di comprendere meglio la storia contemporanea che ha segnato il nostro territorio e ridisegnato nuovi confini. Nello specifico, dopo la caduta della Repubblica di Venezia, e il successivo dominio austroungarico, le lacerazioni intervenute dopo le due guerre mondiali che hanno segnato, con prevaricazioni e l’esodo, queste terre». Quello intrapreso dai giovani studenti muggesani è anche a tutti gli effetti un viaggio di notevole interesse dal punto di vista paesaggistico e ambientale, con la scoperta lungo il tracciato di zone di significativa biodiversità - dalle aree umide costiere alla distesa delle saline, dalla costa rocciosa adriatica alla foresta di Montona nella valle del Quieto - e di sensibili differenze anche dal punto di vista geomorfologico. «E non è da sottovalutare il fatto poi che la chiusura delle giornate si fa a tavola, dove si scoprono anche i piatti legati alla tradizione istriana», aggiunge con un pizzico di ironia Masi. Alla partenza degli studenti Marzi ha elogiato un progetto fortemente voluto dalla precedente amministrazione comunale per opera dell’ex assessore alle Politiche giovanili Loredana Rossi: «Sono felice che si sia riusciti a realizzare un progetto di questa portata. La bici è un mezzo rispettoso dell’ambiente, che migliora la salute delle persone ed è senza dubbio più coinvolgente per i ragazzi. Una didattica informale, nella quale le distanze fra studente e insegnante si accorciano, in cui ogni cosa diviene possibile materia di approfondimento durante il viaggio». Un’iniziativa dunque originale, ideata per pubblicizzare una nuova forma di turismo scolastico, quello in bicicletta, ma anche per incrementare la conoscenza del territorio circostante puntando ad un raggio di poco più di 100 chilometri. Imparare a muoversi nel proprio territorio, insomma, per imparare a muoversi nel mondo.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 4 maggio 2017

 

 

SERVOLA, STRATEGIE - In Ferriera scatta il "piano anti fumate"

Il gruppo Arvedi annuncia l'installazione a breve di un sistema impiantistico in grado di controllare la pressione dell'altoforno e bloccare le emissioni.

Addio agli sbuffi. Nel giro di qualche mese la Ferriera sarà sottoposta ad una modifica impiantistica in grado, secondo le previsioni della proprietà, di eliminare le fumate nere che in più di qualche occasione, anche di recente, si alzano dai camini della fabbrica allarmando i servolani. Il gruppo Arvedi ha presentato l’intervento ai tecnici dell’Arpa del Friuli Venezia Giulia durante un sopralluogo nello stabilimento. Si tratta di una miglioria di «carattere straordinario», così la definisce la società in una nota diramata ieri in mattinata, applicata sull’altoforno. Una miglioria che dovrebbe risolvere il problema una volta per tutte o, perlomeno, arginarlo in modo deciso. L’operazione, in realtà, era già stata programmata a settembre proprio per bloccare le emissioni; ma, a quanto pare, ha subìto un’accelerazione dopo le ultime segnalazioni dei cittadini. Le fumate, stando a quanto accertato dalla stessa Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente insieme agli addetti dell’azienda, fuoriescono sporadicamente dai “bleeder”, le valvole di sicurezza poste vicino alla bocca dell’impianto. È quanto accaduto appena qualche giorno fa, preoccupando la cittadinanza. Era il mattino del 18 aprile: un forte boato, percepibile anche a distanza, seguito da una nube di fumo nero e denso che faticava a dissolversi nell’aria. Il frastuono aveva fatto sobbalzare chi abita nelle case attorno alla fabbrica, suscitando un certo timore. Svariate le telefonate ai numeri d’emergenza e alle testate giornalistiche, accompagnate dal tam tam sui social. In tanti si erano chiesti, in quell’occasione, il motivo dell’anomalia e le possibili implicazioni sulla sicurezza. L’Arpa si era affrettata a definire il caso come «un fenomeno raro e atipico», rassicurando i triestini. Nessuna reale emergenza, insomma. L’agenzia e i tecnici dello stabilimento avevano accertato un’inconsueta pressione dei fumi prodotti dalle lavorazioni nell’altoforno. In pratica, come è stato chiarito, le sostanze gassose avevano preso una strada diversa da quella abituale, provocando una sorta di tappo. Che, come una bottiglia, a un certo punto è saltato causando il botto e le emissioni color pece. «I boati accompagnati dal fumo nero verificatisi nello stabilimento di Siderurgica Triestina a partire dalle 8.50 sono stati causati dall’apertura delle valvole di sicurezza in seguito a delle sovrappressioni che si sono generate nell’altoforno - scriveva la stessa Arpa -. All’origine delle sovrappressioni, un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell’impianto per interventi di manutenzione». Nella stessa giornata l’Agenzia aveva annunciato «approfondimenti» assieme alla direzione dello stabilimento, così da accertare la possibilità di adottare gli accorgimenti più opportuni per evitare analoghi incidenti. Detto fatto. La società ha illustrato il nuovo intervento impiantistico in collaborazione con gli esperti della Paul Wurth, l’azienda specializzata che ha curato il progetto assieme all’Acciaieria Arvedi. Sul piano tecnico, la modifica aggiunge al sistema alcune “vie” alternative in grado di controllare la pressione dell’altoforno. In questo modo si scongiura la fuoriuscita degli sbuffi scuri, «che sono l’indesiderata conseguenza dell’entrata in esercizio del sistema di sicurezza dell’impianto», precisa l’azienda. «Il nuovo sistema - viene evidenziato ancora nel comunicato - contribuirà a evitare casi di sovrapressione che potrebbero generare eventi emissivi visibili; nel peggiore dei casi si genereranno brevissime emissioni totalmente “ripulite” dal passaggio negli specifici filtri». Per raggiungere la soluzione più adeguata, sono stati necessari studi e simulazioni ad hoc. Ecco perché serve attendere ancora qualche mese prima di vedere in funzione i ritocchi all’impianto. «Questo intervento riflette la continua attenzione alle preoccupazioni della popolazione - si legge ancora nella nota del gruppo Arvedi - che spronano l’azienda a ideare nuove soluzioni tecniche in grado di rispondere a sollecitazioni non rivolte alla produttività, ma legate alla coesistenza dello stabilimento con il nucleo abitato più prossimo agli impianti».

Gianpaolo Sarti

 

 

L'INTERVISTA - «Operazione in linea con gli standard Aia» - Il direttore scientifico dell'ARPA promuove l'intervento. «Passi avanti verso il continuo miglioramento dell'impianto»

«Fumate nere e boati come quello che si è verificato qualche settimana fa rappresentano eventi molto rari, ma l'intervento tecnico che sarà apportato all'impianto va proprio nella direzione dell'Aia: migliorare lo stabilimento ed evitare problemi del genere». Franco Sturzi, direttore tecnico scientifico dell'Arpa ha collaborato alla modifica “anti-sbuffi” dell'altoforno.

Direttore, cosa dobbiamo aspettarci ora? Anomalie come quella che si è vista a metà aprile sono davvero molto rare. Ma la società, assieme all'Arpa, ha deciso comunque di trovare una soluzione. Perché, anche se dovesse accadere di nuovo ancorché con bassa probabilità, bisogna evitare gli effetti sull'ambiente. Durante l'ultima visita ispettiva, Arvedi ci ha presentato questo miglioramento all'altoforno. Noi sapevamo già da tempo che l'azienda sarebbe intervenuta, anche perché quando il sistema va in sovrapressione non c'è niente da fare: bisogna scaricare la pressione altrimenti collassa. Arvedi ci aveva parlato un anno fa di questa miglioria, ma quanto accaduto a metà aprile è stato in qualche modo l'evento scatenante che ha fatto accelerare la decisione da parte della direzione dell'impianto. E noi come Arpa siamo d'accordo sull'opportunità di adottare questa tecnologia. Quando sarà messo in funzione il nuovo meccanismo? Entro l'anno, probabilmente durante la fase di fermata dell'impianto dell'altoforno programmata tra fine agosto e metà settembre. Tecnicamente si prevede anche la sostituzione della bocca di carico dell'altoforno, che ha passato tre anni e quindi va cambiata, a cui va aggiunto questo nuovo elemento capace di evitare il fumo nero e i boati. Tecnicamente come funziona la modifica? L'intervento permette di fare in modo che, nel caso di sovrapressioni dell'altoforno che fuoriescono dalle valvole di sicurezza, il fumo passi nell'impianto di trattamento anziché scaricare nell'atmosfera. Si utilizza un sistema di abbattimento a servizio dell'altoforno che, in pratica, depura gli scarichi delle valvole di sicurezza. È un'operazione importante perché il fumo significa polveri e disagio per i residenti, e comporta un peggioramento degli standard prescrittivi indicati dall'Aia. Che tipo di accertamenti avete messo in campo? È da un anno che lavoriamo con Arvedi per ottimizzare la conduzione dell’impianto in modo che anomalie come quella di metà aprile accadano con meno probabilità. Abbiamo collaborato molto con la società per arrivare a questo risultato, anche con diversi parametri di controllo dell'altoforno. L'iniziativa è comunque della direzione dello stabilimento, ma noi abbiamo fatto pressing in una logica di miglioramento gestionale. Che è, appunto, ciò che dispone l'Aia. Quale sarà l'effetto concreto? Non si vedranno più le fumate nere quando il sistema va in sovrapressione. Dunque, possiamo dirlo, mai più fumate nere dai camini della Ferriera? Gli altoforni raggiungeranno standard elevati, quindi possiamo aspettarci che ciò accada con molta meno probabilità. E se mai dovesse succedere di nuovo, ci attendiamo effetti nulli sull'ambiente. È il senso dell'Aia: il continuo miglioramento dell'impianto.

(g.s.)

 

Ma residenti e ambientalisti restano scettici - Lo sfogo di No Smog: «Siamo stanchi di annunci. Vogliamo misure che eliminino del tutto le criticità»
No smog, una delle realtà che da anni si batte per la tutela della salute dei residenti, non accoglie favorevolmente l'annuncio di Arvedi e Arpa sulle modifiche tecniche all'impianto. L'associazione non ha più alcuna fiducia nei confronti della proprietà. Lo dice chiaro e tondo Adriano Tasso, fondatore e segretario. «Non siamo per nulla soddisfatti - spiega il rappresentante di No smog - le persone subiscono disagi continui. E il problema - fa notare - non sta soltanto nella valvola superiore dell'altoforno, ma anche in quella inferiore. Non c'è una parte che non perda fumi. Sono due anni e mezzo ormai che è arrivato Arvedi - insiste - e le cose, a nostro giudizio, non sono migliorate». Ma No smog si rivolge anche all'Arpa. «L'agenzia regionale - accusa ancora Tasso - dovrebbe preoccuparsi di ciò che non va, non deve fare il consulente della proprietà come invece, secondo noi, sta facendo adesso. Mi pare che ci sia un’eccessiva confusione dei ruoli». A preoccupare, ora, è l’arrivo della bella stagione. «In estate - afferma ancora il fondatore e segretario dell'associazione - gli abitanti della zona desidereranno tenere le finestre aperte come fa qualsiasi cittadino quando ha caldo. Ma se la situazione ambientale non migliora, cosa si devono aspettare per i prossimi mesi i servolani? Non oso nemmeno immaginare. Le fumate nere e i rumori si stanno ripetendo in continuazione, noi abbiamo fotografie e filmati che lo possono dimostrare». Il comunicato pubblicato ieri mattina da Arvedi sulle future modifiche all'altoforno viene definito da No smog «offensivo nei confronti della popolazione». «Viene descritta una situazione quasi rosea - osserva ancora Tasso - come se quelle fuoriuscite nere fossero soltanto eventi rari. Ma le segnalazioni e i disagi, ripeto, si presentano ogni giorno. La situazione - ribadisce il fondatore dell'associazione - è insopportabile. Siamo molto nervosi, delusi e arrabbiati». Critico anche Lino Santoro, ex presidente provinciale e regionale di Legambiente, che ha seguito per anni la questione Ferriera e le battaglie contro l'inquinamento dell’impianto. Più che commentare il nuovo impianto per la riduzione delle emissioni dall’altoforno, però, lo storico esponente ambientalista riflette sul quadro generale: «Come noto l’Accordo di programma impone ad Arvedi di provvedere alle coperture dei cumuli di minerali e carbone che vengono messi nell'altoforno - ricorda Santoro -. È un’operazione che costa ben 70 milioni di euro. Io allora suggerisco, piuttosto, che sia arrivi alla chiusura dell'area a caldo. Questa a mio avviso è l'unica soluzione possibile per ottenere risultati concreti».

(g.s.)

 

Camber accende i riflettori sull’Aia «Serve chiarezza sull’impatto acustico»
Forza Italia chiede alla giunta Dipiazza di far chiarezza sull’impatto acustico della Ferriera di Servola. Lo fa con un’interrogazione firmata dal capogruppo Piero Camber.

Nel documento preparato dal consigliere comunale forzista si sollecita il sindaco a fornire precisazioni sul rilascio della documentazione necessaria all’Autorizzazione integrata ambientale. «Si interroga per sapere se in fase di Aia, per il prosieguo dell’attività, siano stati depositati da parte di Siderurgica Triestina i calcoli delle valutazioni previsionali fonometriche», scrive Camber nel testo. In particolare, precisa il capogruppo forzista, per l’aspiratore della cockeria e i nuovi impianti per le lavorazioni di laminazione a freddo. Il consigliere domanda di sapere, inoltre, se l’Arpa ha mai rilevato i rumori prodotti dallo stabilimento siderurgico tra le abitazioni che si trovano nel quartiere di Servola. «Il tutto - insiste il forzista - per conoscere l’impatto attuale della fabbrica e quale sarà quello previsto con il nuovo impianto di laminatoio a pieno regime. Si chiede di fornire quindi, seppur in sintesi, i dati attuali - conclude il capogruppo degli azzurri Piero Camber - e quelli previsti con riferimento a quanto sopra esposto».

(g.s.)

 

Agapito assolto sul conflitto di interessi - Frattolin (M5S): «Chiederemo l’accesso alle carte»
«Sul caso Agapito la giunta Serracchiani sta continuando a far melina, dispensando informazioni con il contagocce esclusivamente in risposta alle nostre interrogazioni». L’accusa arriva dalla consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Eleonora Frattolin e riguarda ancora una volta il caso, sollevato dagli stessi grillini nei mesi scorsi, del direttore regionale del Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico della Regione, Luciano Agapito, che a gennaio ha firmato il decreto di riesame per il rinnovo dell’Aia alla Ferriera di Servola. Il problema, stando alla denuncia dei grillini, è che il figlio del dirigente, Daniele Agapito, aveva ricevuto «importanti incarichi» dalla Siderurgica Triestina. Il Movimento 5 Stelle aveva quindi chiesto spiegazioni sul presunto conflitto di interessi alla Regione. «Oggi (ieri, ndr) abbiamo scoperto, attraverso le parole in aula dell’assessore Sara Vito che il direttore Agapito non sarebbe responsabile da un punto di vista disciplinare. Punto. Senza dare alcuna motivazione né al Consiglio regionale né ai cittadini che attendono un po’ di chiarezza sull’intera faccenda» continua Frattolin. «Annunciamo da subito - ha concluso Frattolin - che presenteremo un accesso agli atti per poter leggere tutti i documenti prodotti dagli uffici della Regione che hanno portato la giunta Serracchiani ad assolvere l’ingegner Agapito».

 

 

Revocati i divieti nell’Ospo - Ma le analisi non ci sono - Balneazione, caccia e pesca erano state bandite dopo il caso del botulino killer
Il sindaco Marzi: «Emergenza rientrata». Manca però il monitoraggio delle acque
MUGGIA «Nelle acque del rio Ospo non sussistono più le condizioni ambientali che hanno favorito lo sviluppo della neurotossina botulinica». Il sindaco di Muggia Laura Marzi ha revocato ufficialmente l’ordinanza che dal settembre scorso imponeva una serie di divieti sul torrente rivierasco in seguito alla moria di germani reali e cigni avvenuta nell’estate 2016. La decisione è stata presa in totale autonomia dall’amministrazione, dal momento che le analisi delle acque dell’Ospo, richieste invano agli organi competenti, non sono mai state effettuate. La storia Una cinquantina di esemplari di uccelli acquatici trovati morti nel rio Ospo: era questo il macabro scenario presentatosi la scorsa estate nel torrente muggesano, una situazione inedita che per settimane non aveva trovato una risposta, diventando un vero e proprio enigma. Le segnalazioni fornite dai cittadini alla polizia ambientale e all’Enpa iniziano già a fine luglio: alcuni esemplari vengono rinvenuti morti, galleggianti a pelo d’acqua, altri ancora vivi ma agonizzanti. Ad agosto è stata la volta di cinque cigni. A settembre le analisi dei cadaveri dei pennuti acquatici evidenziano la presenza in concentrazioni elevate del Botulino di tipo C, una neurotossina naturale che colpisce gli uccelli acquatici. L’ordinanza Una volta recepite le cause della moria, il Comune decide di emanare un’ordinanza con una serie di divieti tra cui quelli di cacciare, pescare e raccogliere animali nelle aree corrispondenti al letto del rio Ospo, dei relativi argini e nelle aree immediatamente adiacenti utilizzate a scopi diportistici fino alla foce. L’ordinanza comprende le aree del parco urbano pubblico denominato “Rio Ospo” e quelle interrate del “Molo Balota”. Il documento vieta inoltre la destinazione all’alimentazione di qualsiasi animale (compresi i molluschi) proveniente dalla zona. Vietata anche la balneazione di persone ed animali con rigoroso obbligo di condurre i cani al guinzaglio per evitare che possano nutrirsi di carogne di animali presenti sulle rive o in acqua. Le azioni Nel frattempo vengono fornite le disposizioni da effettuare in caso di rinvenimento di animali. La rimozione di eventuali carcasse di animali morti, che dovranno essere smaltiti in un idoneo impianto di incenerimento, spetta alla polizia ambientale del Corpo forestale regionale. In caso di avvistamento di animali vivi in difficoltà, invece, la competenza passa all’Enpa. Il Comune di Muggia, invece, annuncia che provvederà con proprio personale della polizia locale a effettuare periodiche verifiche sui tratti interessati. Ma accanto all’ordinanza il Municipio annuncia un’iniziativa che riguarda le future analisi delle acque del rio Ospo: «L’ente si attiverà affinché l’Arpa provveda a effettuare le analisi necessarie a monitorare il corso d’acqua». La revoca L’ordinanza è rimasta in vigore dallo scorso settembre perché, come spiegato dal Comune, doveva rimanere valida «fino a quando le condizioni climatiche - le temperature elevate e lo scarso ricambio delle acque nel torrente rio Ospo - avessero mantenuto elevato il rischio di sviluppo di Clostridium Botulinum con conseguente presenza di neurotossine botuliniche negli animali acquatici e in quelli che su di essi basano il loro ciclo alimentare». Ma perché il provvedimento di revoca non è stato assunto mesi addietro? E soprattutto, qual è il riscontro delle analisi effettuate sul rio Ospo? «Le analisi non sono state effettuate» spiega il sindaco Laura Marzi. L’Arpa ha infatti dirottato la richiesta del Comune all’Azienda sanitaria, la quale, a quanto pare, ha ritenuto che non ci fossero più gli estremi per fare i controlli richiesti. «Abbiamo atteso senza esito quanto richiesto» conclude il sindaco Marzi

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 3 maggio 2017

 

SEGNALAZIONI - LAVORI - Il cedimento in via Carducci

Da circa un paio di mesi fanno “bella mostra” di se, in via Carducci, sulla corsia autobus, alcune transenne che costringono i mezzi pubblici ad un tortuoso slalom. Pare vi sia un cedimento nella volta del sottostante torrente Chiave. Possibile che in due mesi non si sia ancora potuto far nulla? Ricordo che la scelta di affidare la gestione del servizio fognature, anni fa, all'Acegas, fu fatta poiché ritenuta molta più reattiva ed efficiente, nel gestire il servizio, di quanto non lo fosse il Comune. Analoghi cedimenti si verificarono anche durante la gestione comunale. Uno per tutti: ricordo un cedimento della volta al ponte della Fabra. In pochi giorni, gli stessi operai del Comune allargarono il foro e rifecero la volta con un getto con calcestruzzo espansivo, così da ripristinare la compressione nell'arco. Mi piacerebbe che un qualche dirigente Acegas, mi spiegasse le difficoltà che viceversa incontrano loro. Sicuramente avrà le sue buone ragioni. In due mesi, un servizio efficiente avrebbe rifatto non solo la chiave di volta, ma l'intero arco, se necessario. Non ci sarà mica da rimpiangere la gestione comunale? Lo confesso, essendo stato a capo del Servizio comunale, mi sto togliendo un sassolino dalla scarpa. Qua però le ipotesi che riesco a pensare, sono due: o eravamo più efficienti di quanto non pensassero gli amministratori, o l'Acegas non dà i risultati che ci si aspettava.

ing. Paolo Pocecco

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 1 maggio 2017

 

 

TELEFONINI, L’USO È PERICOLOSO PURE DA PEDONI - LA RUBRICA di GIORGIO CAPPEL
Vale la pena di approfondire un argomento già trattato, l’uso anomalo dei telefonini. Inizio con un esempio pratico. Stavo per immettermi nella nuova rotatoria di via Flavia quando davanti a me, fermo all’attestamento, c’era un motociclo. Mi sono fermato subito dietro, attendendo con calma il momento della ripartenza. Che non arrivava. Ad un certo punto, verificato che nessun veicolo stava transitando sulla rotatoria, ho pensato di attivare il clacson. La motociclista si è immediatamente girata verso di me e in quel momento ho percepito che stava telefonando. Ha alzato il braccio in segno di protesta perché mi ero permesso di suonarle e, bontà sua, è ripartita. Questo aneddoto riporta alla cronaca quotidiana il problema del telefonino. E sia ben chiaro: il problema sussiste in moto, in macchina e, come vedremo, anche a piedi. Parlando in generale, la negatività dell’uso dei telefonini mentre si è alla guida si è acuita negli ultimi tempi a causa della ormai preponderante diffusione degli smartphone. Per telefonare non basta premere un bottone, come una volta, ma bisogna strisciare il dito sullo schermo, amplificando significativamente la distrazione e l'impedimento alla guida stessa. Sembra sia vicinissimo un decreto che aumenterà le già pesanti sanzioni previste per chi viene colto in fallo. Si parla della sospensione della patente per minimo un mese e molti soldi da pagare come sanzione amministrativa. Purtroppo devo dire che è cosa giusta. Staremo a vedere. Ma come accennavo prima, il problema sussiste anche camminando. L'altro giorno ho perso, anzi impiegato, circa un quarto d'ora del mio tempo per sbirciare, in prossimità di un incrocio semaforizzato, il comportamento dei pedoni. Su circa 200 passanti che ho visto una cinquantina, tra uomini, donne, vecchi e bambini, erano al telefonino. Ben dieci hanno attraversato la strada senza guardare il semaforo ed esattamente 4 sono transitati con il rosso, creando imbarazzo ai conducenti che passavano con il verde. È evidente che il problema sussiste e peggiora ogni giorno di più. Che ognuno di noi faccia un esame di coscienza.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 30 aprile 2017

 

 

Raffica di nuovi manager in posti chiave del Comune - Concluso l’iter dei concorsi per dirigenti. Sette incarichi su nove assegnati a donne
Età media cinquant’anni. I compensi varieranno tra i 130 mila e i 106 mila euro
Undici nuovi dirigenti. La squadra al vertice dela macchina comunale è quasi completata, manca solo una figura che durante il mese entrante verrà “arruolata” con la procedura di mobilità. Sugli 11 manager inseriti nell’organigramma municipale, nove sono stati selezionati nelle prove concorsuali tenutesi tra marzo e aprile, mentre altri due sono passati attraverso la griglia della mobilità regionale. I 9 dirigenti di freschissima nomina prenderanno servizio tra il 1° e il 22 maggio. Resteranno in carica per il mandato dell’attuale sindaco. Uno dei più grandi datori di lavoro triestini, con circa 2500 addetti, ha così reintegrato la cabina di regìa che negli ultimi anni si era vista diradare dai pensionamenti: ha inizio una nuova stagione per il Comune triestino, che alla fine dello scorso anno era sceso sotto i venti dirigenti. Erano partiti in 370. Infine i 9 manager, scremati dai concorsi, sono - come si evince dal grafico - Ambra De Candido (Politiche sociali), Paolo Jerman (Polizia locale), Riccardo Vatta (Servizi generali), Lea Randazzo (Territorio e ambiente), Francesca Dambriosi (Sviluppo economico), Francesca Locci (Promozione culturale), Giovanna Tirrico (Servizi finanziari), Manuela Sartore (Personale), Laura Carlini Fanfogna (Musei). Molto buona la performance degli “interni”, dal momento che 7 indicazioni su 9 erano già dipendenti comunali: uniche esterne Manuela Sartore, proveniente dalla Uti del Medio Friuli, e Laura Carlini Fanfogna, ultimo incarico nella civica musealità bolognese. Alcune curiosità tra curricula e iter concorsuali: preponderanza femminile con 7 vittorie su 9; l’età media, come si poteva presumere alla luce degli elevati requisiti richiesti, è abbastanza alta con una media anagrafica di 50 anni, tra i 62 anni di Laura Carlini Fanfogna e i 40 di Lea Randazzo. Il massimo del punteggio conseguibile era fissato a quota 144 (24 i titoli, 60 lo scritto, 60 l’orale): ad Ambra De Candido il riconoscimento maggiore con 135 punti, seguita dai 126 della Locci e di Jerman. I duelli più tirati si sono disputati in terreno culturale, dove la Carlini Fanfogna e la Locci l’hanno spuntata di stretta misura. Le commissioni hanno utilizzato anche “giudici” esterni - come Raffaella Sgubin, Romano Vecchiet, Nicola Manfren - ed ex manager dell’amministrazione - come Corina Sferco ed Edgardo Bussani. Le determine, che approvano la graduatoria, riportano anche le retribuzioni, che, a partire dal prossimo anno (visto che quello in corso ha evidentemente una capienza inferiore), si attesteranno tra il massimo lordo di 130 mila euro attribuito alla Carlini Fanfogna e i 106 mila lordi di quasi tutti gli altri “neo”. Per quanto concerne le dirigenze da mobilità, ricordiamo che due sono già scattate e sono già operanti: si tratta di Giulio Bernetti, che si occupa del traffico nell’Area territorio&ambiente, e di Walter Milocchi, vicecomandante dei Vigili Urbani, in passato responsabile della Polizia locale monfalconese. Il terzo arrivo, che dovrebbe essere fornito dalla platea amministrativa regionale, è previsto a maggio e andrà a rafforzare i Lavori pubblici. In realtà ci sarebbe un’ulteriore posizione da coprire, ma viene lasciata libera per consentire l’eventuale rientro di Walter Toniati, attualmente direttore generale dell’Ogs, nell’organico del Municipio. Il bilancio dei concorsi, che hanno consentito nel giro di due mesi un sostanziale rinnovamento dell’impianto direttivo comunale, è valutato con soddisfazione dagli apicali: «Il budget dell’amministrazione è gestito solo da personale che ha affrontato e superato prove concorsuali», sottolinea il segretario generale Santi Terranova. Ma il processo di rinnovamento ha bisogno di altri passaggi fondamentali, a cominciare dall’infornata di una settantina di livelli “C” e “D” che, previa attivazione della mobilità, dovrebbe seguire l’insediamento dei nuovi manager.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 29 aprile 2017

 

 

«Parco del mare, quattro milioni dal futuro gestore»

«Il gestore del Parco del mare contribuirà con quattro milioni alla realizzazione»: a dichiararlo il presidente della Camera di commercio Antonio Paoletti, che è intervenuto alla conviviale del Rotary Club Trieste su invito della presidente Maria Cristina Pedicchio. Un gestore che, ha detto Paoletti ai rotariani, «sarà probabilmente Costa Edutainment, che si è detta interessata molte volte in questi anni, a cui si aggiungono però altri potenziali gestori, non italiani». Una possibilità su cui Paoletti ha preferito però mantenere il riserbo. «Comunque un privato c’è già, ha aggiunto, ed è la Fondazione CRTrieste che è stata al nostro fianco in tutti questi anni e che continua a sostenerci». Il presidente dell’ente camerale ha riportato anche i contenuti dell’incontro avuto con Dipiazza: «Anche il sindaco ha ribadito di essere completamente al nostro fianco in questa impresa e di specificare che entrambi vogliamo tagliare il nastro del Parco del mare entro il nostro mandato». Paoletti è tornato a più riprese sull’ipotesi di locazione in Porto vecchio: «Quell’area della città deve ancora essere infrastrutturata con fognature, acqua, elettricità. Lavori costosi che richiedono tempo. Io penso invece che la città non possa più aspettare. Ora abbiamo i soldi a disposizione e l’appoggio di tutti gli attori coinvolti». Ha quindi difeso la scelta di Porto Lido come destinazione finale dell’acquario: «Ci dicono che l’impatto visivo sarà forte. Ma la realtà è che l’edificio non si vedrà dalla città e non farà parte delle Rive. Piuttosto ripuliremo una zona ora in preda a un degrado devastante, con tanto di amianto che sta venendo eliminato in questi giorni». I soci hanno anche sollevato il problema dei posteggi: «Ci saranno 180 posti auto e 15 posti per i bus - ha risposto Paoletti -. L’acquario di Genova di posti auto ne ha 170. Faremo in modo poi da segnalare i parcheggi oggi deserti, come il Silos o via Locchi».

 

Il Times chiama gli investitori a Trieste - Per il prestigioso quotidiano britannico la città ha «fascino centroeuropeo» e il suo antico scalo è «un sogno» per chi ha soldi

Non ha ancora soddisfatto appieno le sue ambizioni turistiche, ed è già un sogno per gli investitori. Trieste ottiene un altro attestato di stima internazionale, e questa volta per merito del suo nodo più annoso, il Porto vecchio. A tesserne le lodi il prestigioso quotidiano inglese “The Times”, che, in un articolo pubblicato ieri mette in risalto proprio i quattro chilometri di magazzini portuali abbandonati «che potrebbero essere un sogno per un promotore immobiliare dalle tasche capienti». Il capoluogo giuliano viene poi descritto come una «mini Vienna», per «l’affascinante mix di grandi influenze centroeuropee». «Per cinquecento anni - continua il “Times” - buona parte di quest’area è stata sottoposta al dominio austriaco e Trieste era il principale porto dell’Impero austro-ungarico. Culturalmente ed economicamente ha prosperato e declinato prima della Prima guerra mondiale». «Trieste sorge sull’Adriatico, quasi in Slovenia, ed è una destinazione strategica e seducente» che la rendono appetibile anche a quella fetta di italiani cui è ancora sconosciuta. E non più dunque “solo” per i suoi classici, come «le opere di Joyce che ha lasciato la città dopo averci vissuto per un decennio», o il suo Golfo, «apprezzato dai marinai veterani dell’Adriatico». Il “Times” sdogana i gioielli giuliani di fresca valorizzazione, puntando sul potenziale business. Cita così Trieste come «luogo di nascita del prosecco» e come «sede della Illy con la sua Università del caffè«. Fra le righe, sciorina pure i prezzi con cui l’acquirente d’oltremanica può acquistare un pied-à-terre, con riferimenti precisi ai «villaggi di Portopiccolo e Porto San Rocco». La notizia fa sorridere i politici. «Viviamo una città meravigliosa - commenta il sindaco Roberto Dipiazza - e l’attenzione che ci dedica il “Times” non mi sorprende. Quando si lavora seriamente, come sto facendo con la mia giunta, i risultati non possono mancare. Vogliamo ridare alla nostra importante città il ruolo che merita quale capitale d’area. Questo è solo l’inizio di un percorso che stiamo portando avanti con grande determinazione». Per la presidente della Regione, Debora Serracchiani «il più autorevole quotidiano di Londra ha fatto un ritratto puntuale ed efficace: Trieste è bella, cosmopolita e seducente, è una città per intenditori. In un momento storico in cui è sempre più ricercata e premiata la qualità delle mete turistiche - argomenta la governatrice - Trieste si colloca in una fascia che, per la varietà della sua offerta, può andare incontro alle esigenze della toccata breve, di chi cerca una pausa più riflessiva o addirittura di quegli anglosassoni che eleggono a loro casa l’Adriatico. In pochi anni il nostro capoluogo ha moltiplicato le offerte ricettive e la qualità degli eventi, cosicché arrivi e presenze si sono impennati. Va detto che questo è anche grazie a un poderoso impegno della Regione nella promozione della città con PromoTurismo Fvg e nei contatti con le compagnie di crociera». L’ultima eco mediatica in chiave turistica di Trieste risale a pochi giorni fa, con la redazione di “Travel 365” che l’ha inserita tra le 15 città italiane da visitare nel 2017.

Elena Placitelli

 

URBANISTICA - IL PROGETTO - Scatta “Porto vecchio dreaming” - Le idee sul riuso arrivano dal basso

I PROMOTORI DELL’INIZIATIVA - Il Rotary ha la collaborazione del Piccolo e il patrocinio del Porto

È la “fetta” della città su cui si concentrano più aspettative, più fantasie, più speranze. Perché allora non concretizzarle in progetti, in idee realizzabili, in contributi “dal basso” per le istituzioni e i grandi gruppi che avranno il compito di rivitalizzare quest’area. Nasce così il progetto “Porto vecchio dreaming”, che ha l’obiettivo dichiarato di portare per l’appunto nuove idee alla “causa” del Porto vecchio facendo in modo che, a portarle, siano proprio i cittadini. Il Rotary Club Trieste , in collaborazione con Il Piccolo e con il patrocinio dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico orientale, lancia infatti il progetto “Porto vecchio dreaming”, aperto a tutti coloro che hanno idee innovative riguardanti la trasformazione del Porto vecchio in una nuova parte della città. Attraverso quest’iniziativa si può dunque presentare il proprio sogno sul riuso del Porto vecchio in pubblico e davanti alle autorità. «Per tanti anni ed attraverso molteplici iniziative - si legge nella presentazione del progetto - a Trieste abbiamo sognato la rinascita del Porto vecchio, oggi sono finalmente maturi i tempi per passare dal sogno alla realtà. Dall’inizio del 2017 gran parte dei 65 ettari, 650 mila metri quadrati di territorio portuale denominato “Punto franco vecchio”, è stata sdemanializzata e la proprietà è stata intavolata al Comune di Trieste. Sono state inoltre rilocalizzate in altre aree della città le superfici che godono dei benefici del Punto franco. Molte ipotesi di riutilizzo sono state analizzate e proposte da esperti e autorità, ma non è stata mai data la possibilità ai cittadini di esprimere il loro “Porto vecchio dreaming”». Per i promotori che fanno capo al Rotary insieme al quotidiano locale e all’Authority è dunque arrivata l’ora di «raccogliere le idee e dibattere sulle possibili destinazioni da dare alle aree e agli edifici, sull’infrastrutturazione, sull’integrazione con la città». Il Rotary Club Trieste organizza a tale scopo un forum di ascolto di chiunque manifesti interesse, dando la possibilità di pubblicizzare in particolare 12 idee di sviluppo del Porto vecchio, che saranno selezionate tra le proposte inviate. I proponenti avranno la possibilità di esporre in sede pubblica, mercoledì 17 maggio, con una presentazione della durata massima di cinque minuti e un supporto di 15 diapositive, le loro idee, che potranno riguardare anche solo ambiti parziali dell’area. A seguire, le idee presentate saranno discusse in una tavola rotonda, coordinata dal direttore de Il Piccolo Enzo D’Antona, dal sindaco Roberto Dipiazza, dalla presidente della Regione Debora Serracchiani e dal presidente del Porto Zeno D’Agostino. Per partecipare va inviata una richiesta via posta elettronica a rotarytrieste@rotarytrieste.com, con oggetto “Porto vecchio dreaming” entro lunedì 8 maggio, indicando nome e cognome del proponente, indirizzo email e telefono, eventuale gruppo di appartenenza e breve curriculum più un cenno sulla proposta che si intende lanciare. Le varie proposte saranno anticipatamente presentate e selezionate al Rotary Club Trieste di via Giustiniano 3 l’11 e il 12 maggio alle 17 alla presenza di una commissione tecnica del Rotary stesso coordinata dall’ingegner Pierpaolo Ferrante, responsabile del progetto, che presterà supporto alla realizzazione delle presentazioni in Power Point.

 

 

Bus deviati in via Geppa costretti alle gimkane - Le auto posteggiate rendono difficile il lavoro degli autisti nel primo giorno di cantieri in zona
Il primo giorno di stop al transito degli autobus e dei mezzi pesanti su via Milano è passato senza provocare clamorosi problemi alla viabilità. Nel corso della mattinata non è mancato comunque qualche disagio. È quanto riferito dagli uffici della polizia locale di Trieste, dopo che, ieri, sono entrate in vigore le modifiche alla viabilità resesi necessarie a causa del cedimento, in corrispondenza dell’incrocio fra via Milano e via Carducci, delle volte di copertura del torrente Chiave, che scorre nel sottosuolo. Le linee della Trieste Trasporti interessate al cambio di rotta sono la 17 e la 17 barrata, che, insieme ai mezzi pesanti superiori a 70 quintali, non possono pertanto transitare lungo via Milano, come imposto dalla relativa ordinanza comunale. Da ieri gli autobus hanno pertanto dovuto deviare il percorso lungo via della Geppa, nella direttrice largo Città di Santos - piazza della Libertà - via della Geppa - piazza Dalmazia - via Carducci. Un tanto per evitare il sovraccarico della corsia di via Ghega, notoriamente trafficata. La municipale ha comunque fatto sapere che nei prossimi giorni verrà migliorata la segnaletica, in modo da avvisare in loco gli automobilisti meno informati. Nel corso della giornata, infatti, qualche conducente è stato colto alla sprovvista e ha dovuto rimuovere subito l’auto che, ignaro, aveva appena parcheggiato di fianco al palazzo della Genertel, nel tratto compreso fra via Filzi e via Carducci. In quell’incrocio lo spazio di manovra, piuttosto angusto, ha messo a dura prova gli autisti della Trieste Trasporti. È così capitato che gli autobus non siano riusciti a transitare senza dover prima chiedere a suon di clacson agli automobilisti che avevano parcheggiato proprio lì di spostare la propria macchina. Intanto dagli uffici fanno sapere che la soluzione sarà temporanea fino al ripristino, prevedibilmente tra alcuni mesi, delle condizioni idonee al transito dei bus lungo via Milano. Per gli utenti del trasporto pubblico locale, allo stato attuale, non sono previste fermate lungo via Geppa. L’ordinanza comunale è stata emessa in seguito alle verifiche svolte dall'AcegasApsAmga sullo stato delle strutture di tenuta del torrente Chiave, che hanno riscontrato una criticità statica cui l’amministrazione comunale sta facendo fronte.

(el.pl.)

 

 

Capodistria-Divaccia, no alla legge - Stop all’iter per il raddoppio: il Consiglio di Stato boccia il piano finanziario ritenuto lacunoso e oneroso

LUBIANA - Il Consiglio di Stato della Slovenia ha bocciato con 23 voti favorevoli e due contrari la legge approvata dal Parlamento di Lubiana relativa alla realizzazione del secondo binario della ferrovia tra Capodistria e Divaccia. In pratica i consiglieri hanno fatto proprie tutte le perplessità espresse sulla norma da parte delle varie istituzioni civili che del progetto si stanno interessando da mesi per cercare di trovare una soluzione vuoi sul piano del tracciato, vuoi su quello della reperibilità dei finanziamenti necessari alla sua realizzazione. Il Consiglio di Stato ha così ritenuto assolutamente insufficiente quanto contenuto nella norma, che si basa sulla neo istituita società 2Tdk creata proprio per realizzare l’infrastruttura, relativamente ai finanziamenti. In essa si parla in maniera vaga, senza fare cifre né predisporre un vero e proprio piano di un intervento di capitale ungherese e si stabilisce una sorta di tassa sulla movimentazione dei container nel Porto di Capodistria che ha fatto letteralmente infuriare Luka Koper, la società che gestisce lo scalo e di cui anche lo Stato sloveno è proprietario, che vede in ciò un attentato alla proprio concorrenzialità. Bocciato, dunque, il finanziamento “spezzatino” proposto dalla normativa, in quanto sarebbe più oneroso per la Slovenia e foriero di maggiori rischi legati a corruzione, appalti truccati e subappalti teleguidati. La tesi che le istituzioni civili sposano, invece, è quella riportata sul Dnevnik di Lubiana dell’economista Jože P. Damijan, il quale parte da un ragionamento di base. In Slovenia, spiega, secondo i dati della Banca centrale del Paese i cittadini e le società hanno depositati in banca 16,8 miliardi di euro e le aziende hanno complessivamente 5,5 miliardi di depositi. «Lo Stato - sostiene Damijan - potrebbe dare loro la possibilità di acquistare obbligazioni relative alla nuova infrastruttura e con questo anche di guadagnarci». Perché allora, si chiede, lo Stato cerca co-finanziatori ungheresi e un prestito da parte della Banca europea per gli investimenti (Bei) al tasso d’interesse dell’1,5%? Perché piuttosto, si chiedono l’economista ma anche i consiglieri di Stato, non emanare obbligazioni decennali all’1% e venderli agli sloveni? Gli investitori avrebbero così la possibilità di realizzare un guadagno ad esempio di mille euro in dieci anni su una somma di 10mila euro in obbligazioni. E in più sarebbero garantiti dallo Stato per la solvibilità. Oggi una somma di 10mila euro vincolata nella Nova Ljubljanska Banka rende in 5 anni appena 257 euro. Adesso però anche il governo sostiene che la norma non esclude l’emissione di obbligazione e che la questione sarà discussa con la Bei nell’ambito del prestito pari al 30% della realizzazione dell’opera ancora da contrattare. La legge ora torna in Parlamento dove dovrà essere riapprovata ma solamente a maggioranza assoluta.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 28 aprile 2017

 

 

Via Milano diventa off limits per bus e Tir - Preoccupa la tenuta delle volte che coprono il torrente Chiave. Corse della 17 e 17/ deviate su via Geppa
Stop agli autobus e ai camion in via Milano. Lo ha deciso il Comune ieri, in via provvisoria, con una delibera di giunta che ha preso le mosse dalle verifiche sulla tenuta delle strutture che si trovano nel sottosuolo. Una tenuta giudicata dagli esperti evidentemente problematica. I controlli, come precisa una nota del municipio diramata ieri pomeriggio, sono stati effettuati dagli ingegneri e dai tecnici dell’AcegasApsAmga e hanno comportato una serie di indagini da cui è emerso lo stato di “criticità” delle volte di copertura del torrente Chiave (o torrente Grande) che scorre in quella zona, in corrispondenza dell’incrocio tra via Carducci e via Milano. Nulla di particolarmente pericoloso, ma a scopo puramente cautelativo, informa ancora il comunicato stampa del municipio, per i prossimi mesi non saranno più concesse deroghe al transito dei mezzi pesanti. La delibera della giunta comunale non si è limitata a fornire indicazioni generiche, tanto più che l’intervento interferisce con la viabilità dei bus, ma è entrata più nel dettaglio. Il documento varato ieri ha imposto, nello specifico, un limite di massa non superiore ai 70 quintali in particolare nel tratto compreso tra l’intersezione con via Fabio Filzi e l’intersezione con via Carducci. Il che significa, per il momento, niente più autobus per tutto il tempo necessario ai futuri interventi strutturali che potranno rendersi necessari nei punti interessati. Cosa cambia? Va da sé, naturalmente, che pure la viabilità dei mezzi pubblici che finora percorrevano abitualmente lungo via Milano dovrà subire alcune modifiche. Si tratta, precisamente, delle linee 17 e 17/. I bus dovranno temporaneamente venir fatti transitare lungo via Geppa, nella direttrice largo Città di Santos/piazza della Libertà-via Geppa-piazza Dalmazia-via Carducci. Un tanto per evitare il sovraccarico della corsia di via Ghega, notoriamente trafficata. L’ordinanza di viabilità è stata emanata da parte del competente Servizio mobilità; stando a quanto ha deciso l’ufficio comunale, non sono previste fermate lungo via Geppa e tale soluzione sarà temporanea fino al ripristino, prevedibilmente tra alcuni mesi, delle condizioni idonee al transito dei bus lungo via Milano.

Gianpaolo Sarti

 

 

Lo sconto benzina appeso a un filo - Bruxelles denuncia l’Italia alla Corte Ue per i prezzi agevolati in Fvg - Nel mirino anche l’inquinamento da Pm10
Non solo carburanti. Contro l’Italia la Commissione Ue ha lanciato anche un’altra procedura di infrazione sull’inquinamento da polveri sottili: il nostro Paese ha ora due mesi di tempo per «adottare azioni appropriate per garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica», altrimenti potrà essere deferita davanti alla Corte di Giustizia. In Italia, secondo Bruxelles, l’inquinamento da Pm10 «è causato principalmente da emissioni connesse al consumo di energia elettrica e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura». Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, «ogni anno l’inquinamento da polveri sottili provoca nel Paese più di 66mila morti premature», rendendo l’Italia lo Stato Ue più colpito in termini di mortalità connessa al particolato. Il Friuli Venezia Giulia rientra nel gruppo delle 30 zone in cui si sono registrati i maggiori superamenti dei livelli massimi consentiti per l’inquinamento.

 

 

Sorpresa a lasciare rifiuti “fuori posto”

Una donna di 51 anni, D.G. le sue iniziali, di passaporto croato, è stata multata l’altro giorno dalla polizia locale che l’ha ritenuta responsabile dell’abbandono di una serie di rifiuti ingombranti sia all’interno che ai piedi dei cassonetti di un’isola ecologica di via San Marco, rifiuti che dunque non sono stati conferiti correttamente nei centri di raccolta, le cosiddette “discariche”, una delle quali oltretutto si trova molto vicina alla stessa via San Marco. Lo rende noto in un comunicato il Comune, che ricorda come la sorveglianza ambientale rientri fra le attività del corpo di polizia locale: «Testiera di un letto, cuscini, stufa elettrica - si legge in tale comunicato - sono solo alcune delle masserizie che gli agenti hanno trovato depositati a casaccio in via San Marco nei contenitori della piazzola ecologica o depositati direttamente sul suolo nei dintorni dei cassonetti per le immondizie. Qualche minuto dopo il loro arrivo è giunta sul posto una signora che inequivocabilmente era l’autrice del deposito». D.G. appunto, «sanzionata per l’abbandono dei rifiuti sul suolo pubblico».

 

 

Natura - Birdwatching, ora si passa alla pratica
Alla ricerca di pettirossi, cinciallegre e cardellini, ma anche di tutti gli altri volatili meno conosciuti che sono soliti “cinguettare” nei nostri parchi, orti e giardini. Per i frequentatori del corso gratuito di birdwatching, ma anche per tutti gli altri cittadini curiosi di riconoscere l’avifauna locale, è tempo di sperimentare quanto imparato nel corso delle lezioni teoriche gratuite (promosse da Urbi et Horti, associazioni Bioest, Il Ponte, Legambiente Trieste, Aias, Anglat Fvg, Lapis, Multicultura, Arci Servizio civile, Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci e Asuits) e frequentate da una cinquantina di persone, a conferma del grande interesse per l’argomento. L’appuntamento per il primo incontro pratico condotto da Matteo Giraldi, delegato della sezione Lipu di Trieste, è fissato per domani alle 9 alla Rotonda del Boschetto. «Passeggeremo - spiega la naturalista Tiziana Cimolino, referente di Urbi et Horti - all’interno del bosco urbano del Farneto e, allontanandoci dal rumore della strada, cercheremo di immergerci nei suoni della natura tentando di riconoscerli: distinguere i maschi dalle femmine e il differente canto delle sia pure non tantissime specie autoctone, non è semplice, ma a venirci incontro saranno le nozioni imparate. Sabato ascolteremo i canti primaverili dell’avifauna locale e con i nostri binocoli cercheremo di riconoscerne la specie e la modalità di canto». Anche se il grosso delle adesioni è avvenuto durante il corso, «chiunque può partecipare alla passeggiata purché si presenti in orario. Il consiglio è di indossare abiti comodi, scarpe adeguate e portare con sé il binocolo». Info al 3287908116.

(g. t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 27 aprile 2017

 

 

«Differenziata raddoppiata in un anno» - Il Comune di Duino Aurisina e la società Isontina che gestisce la raccolta commentano i dati del “Sole”
DUINO AURISINA Il 67,94% a Sgonico, il 46,51% a Monrupino, il 42,03% a Duino Aurisina. Sono questi i dati della raccolta differenziata registrati a fine 2016 nei tre comuni della Provincia usciti piuttosto malconci dall’analisi pubblicata sul Sole 24 Ore di martedì relativa al 2015. Isontina ambiente, la srl di Ronchi dei Legionari che recentemente è diventata partner dei tre comuni per quanto concerne la raccolta e la gestione dello smaltimento delle immondizie, ha subito reso pubblici i numeri che caratterizzano il netto miglioramento nella gestione della differenziata nei tre territori messi sotto la lente dal quotidiano economico, sottolineando in particolare proprio «il sensibile miglioramento - spiega Stefano Russo, portavoce dell’azienda - nella raccolta della differenziata, frutto di un attento lavoro di riposizionamento e distribuzione delle isole ecologiche e dell’introduzione del sistema porta a porta». Le cifre in effetti parlano chiaro: Sgonico era partito, a fine 2015, dal 16,32%, Monrupino dal 18,99% e Duino Aurisina dal 21,23%. Si tratta per lo meno di un raddoppio in tutti e tre i territori. «Un risultato - spiega a propria volta il sindaco di Duino Aurisina Vladimir Kukanja - che è l’effetto di una precisa scelta operata dalla mia amministrazione, che ha puntato parecchi mesi fa a un accordo proprio con la Isontina ambiente, con lo specifico obiettivo di far salire quella percentuale che ci vedeva in una cattiva posizione. I dati più recenti denotano un evidente cambio di passo in materia e le prospettive sono di ulteriore miglioramento». Incalza l’assessore Lorenzo Corigliano: «Abbiamo quasi raddoppiato il numero dei contenitori destinati alla differenziata e il miglioramento è stato netto, anche grazie alla collaborazione con la popolazione, che si è sempre dimostrata sensibile sul tema». Il membro della giunta di Duino Aurisina evidenzia anche che «sono stati sistemati numerosi contenitori per il residuo del verde, mentre al Villaggio del Pescatore, su esplicita richiesta delle due società nautiche locali, Laguna e San Marco, abbiamo collocato un container raccoglitore di rifiuti, di cui si sono dichiarati molto soddisfatti». Per Russo, infine, le prospettive «sono quelle di un costante miglioramento nella raccolta differenziata in tutti e tre i comuni nei quali siamo entrati come partner». «A fine 2017 - conclude il portavoce della Isontina ambiente - siamo certi che la media che si registrerà sarà uguale o addirittura superiore a quella relativa all’ultimo bimestre del 2016 in tutti e tre i territori dei quali stiamo parlando».

Ugo Salvini

 

 

Tra sei mesi il progetto per l’ex Fiera - Primo sopralluogo tecnico dei nuovi proprietari del complesso per valutare viabilità e collegamenti
Ci vorranno altri sei mesi prima di vedere un progetto per il recupero dell’ex Fiera. Ma qualcosa si sta già muovendo. I nuovi proprietari dell’area, gli austriaci della Mid Holding, sono approdati ieri mattina a Trieste per un sopralluogo del sito. È la prima visita ufficiale nel comprensorio per il management della società, presente con il titolare Walter Moser e un gruppo di progettisti. I rappresentanti della holding sono stati accompagnati dal direttore dell’Area Servizi del Comune, Walter Cossutta, e dal direttore del Servizio gestione e controllo Demanio e patrimonio immobiliare, l’ingegner Alberto Mian. Una visita, dunque, squisitamente tecnica per sondare l’area anche in relazione al traffico della zona e alle connessioni con i trasporti pubblici, in modo da valutare le soluzioni più consone per la viabilità all’interno degli spazi attualmente per buona parte in disuso. L’incontro ufficiale tra la società e la giunta comunale è programmato invece verso metà maggio, con l’intento - precisa una nota del Comune - «di delineare un percorso condiviso per il recupero di un così significativo spazio urbano della nostra città». La Mid si è aggiudicata la fiera all’asta di inizio aprile per un totale di 12 milioni e 318,44 euro, 2 milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali stimate dall’amministrazione comunale, mentre il contratto di vendita del complesso sarà ufficializzato entro l’estate. Il progetto edilizio non è stato ancora elaborato, ma stando alle indicazioni del piano regolatore, il comprensorio prevede abitazioni, aree commerciali, alberghi e parcheggi. I residenti devono aspettarsi un cantiere da 20mila metri quadrati, compresi tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, via Revoltella e via Settefontane. Di questi, ben 7.160 sono scoperti, per un volume fabbricabile di 108mila metri cubi. «Troppo presto per decidere cosa faremo effettivamente in quegli spazi - aveva affermato il general manager Moser nelle scorse settimane - non posso dire in anticipo cosa verrà edificato. Il piano urbanistico obbliga a costruire almeno 9.500 mq di appartamenti - ricordava - ma sul resto siamo liberi di fare ciò che desideriamo. L’intenzione - anticipava - è dare spazio a negozi, uffici e hotel. Certamente ci sarà un garage sotterraneo». Ci vorrà un anno e mezzo, grosso modo, per chiudere i lavori. L’investimento si aggira indicativamente tra i 60 e i 70 milioni di euro.

(g.s.)

 

 

Legambiente - Seguendo le acque verso la città
Le acque verso la città sabato alle 9 www.legambientetrieste.itSabato mattina Legambiente organizza la visita guidata “Le acque verso la città”, con risalita del rio Storto (o rio Zaule) da Borgo San Sergio alla pista ciclabile della Val Rosandra. Ritrovo alle 9.00 a Borgo San Sergio all’inizio di via di Peco (vicino all’autodemolitore “Apollo”). Questa seconda escursione, che continua il discorso iniziato con la gita del 1° aprile sui torrenti Settefontane e Farneto, farà conoscere un versante molto diverso dello stesso monte di Cattinara, o Montebello, dal quale hanno origine anche le due vallate (Rozzol e Longera) della data precedente. Verrà risalito il versante rivolto a sud, quindi una zona molto assolata, riparata dal vento freddo, e assai calda d’estate; condizioni che, unitamente alla caratteristica geologica del terreno flyschoide, ne fanno una zona assai adatta all’orticoltura di qualità, su entrambi i versanti di questa ed altre vallate della zona.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 26 aprile 2017

 

 

“Differenziata” - il primato va a San Dorligo - Nel 2015 sfiorò il 56%. Muggia al secondo posto - Trieste si ferma al 35,3. Sgonico fanalino di coda - la raccolta in provincia di Trieste
SAN DORLIGO DELLA VALLE Trieste è una provincia virtuosa per quanto concerne la raccolta differenziata. Nel suo piccolo territorio si trovano realtà comunali, come quella di San Dorligo della Valle, che, nel raffronto col resto d'Italia, raggiungono in questo campo l'eccellenza, altre che la sfiorano, come Muggia, altre ancora che si collocano in una media classifica, come Trieste, e altre infine che hanno avviato processi di conversione dei metodi utilizzati in passato, proprio per risalire la graduatoria nazionale. È questo il quadro che emerge da una precisa analisi, fatta dal quotidiano economico Il Sole 24 Ore e relativa al 2015, che mette in fila tutti i Comuni italiani, sulla base dei numeri pubblicati dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). A San Dorligo della Valle, due anni fa, si sfiorò il 56 per cento, Muggia si attestò sul 39,82, Trieste sul 35,29, Duino Aurisina sul 21,23, Monrupino sul 18,99 e Sgonico sul 16.32. Differenze piuttosto nette, come si può notare, ma dovute essenzialmente al fatto che i Comuni che spiccano per la loro efficienza, in questo specifico settore, sono quelli partiti per primi con una politica dedicata a migliorare il servizio relativo alla differenziata. «Posso dire - spiega Franco Crevatin, assessore all’Ambiente a San Dorligo della Valle - che, nel nostro Comune, si iniziò ad applicare un metodo molto puntuale per la raccolta differenziata già nel 2007 e che, da quel momento, si è proseguito in un costante perfezionamento di tale politica. Oggi - afferma con soddisfazione Crevatin - siamo al 60 per cento. Gran parte del merito - conclude l'assessore che, già nel suo precedente incarico di assessore in Provincia aveva affinato le competenze in materia di raccolta dei rifiuti - va riconosciuto alla popolazione residente nel nostro Comune,che ha sempre risposto positivamente alle nostre sollecitazioni e oggi è premiata dalle tariffe più basse dell'intero territorio provinciale per quanto concerne il servizio della raccolta dei rifiuti». Ottimista, nonostante il risultato poco brillante ottenuto nel suo Comune nel 2015, è Monica Hrovatin, sindaco di Sgonico: «Lo scorso anno abbiamo cambiato politica sulla differenziata - spiega - iniziando con il porta a porta dell'indifferenziata e con la predisposizione di isole ecologiche. I risultati sono in netto miglioramento rispetto alla tabella del Sole 24 Ore - continua Hrovatin - e alla fine del 2017 contiamo di ritrovarci in una posizione molto migliore in questa particolare graduatoria». A livello nazionale, si collocano in media molto bene il Triveneto, più che discretamente la Sardegna, la Campania e le Marche. Ma anche in Lombardia e in Piemonte la raccolta della differenziata funziona. Si va male invece nel resto d'Italia, con punte negative in Sicilia, Calabria e Basilicata. Se si guarda alle provincie, è Treviso quella in cui la gestione dei rifiuti ha permesso di ottenere i risultati migliori in termini di riciclo. Lì infatti nel 2015, in media, l'85,22% dell'immondizia fu differenziata. Seguono Mantova, con l'80,3% e, di nuovo in Veneto, Belluno con il 76%. Oltre a ottenere la prima e terza piazza, la regione della Serenissima è una delle più attente al tema: delle dieci migliori province per raccolta differenziata, ben sei sono nel Veneto. Solo Rovigo rimane fuori dalla top 10, ma si piazza comunque al tredicesimo posto. All'estremo opposto, la Sicilia. Le quattro province peggiori per raccolta differenziata, sempre secondo Ispra, sono Enna, Siracusa, Messina e Ragusa. Più in generale, tutte e nove le province dell'isola si trovano tra le peggiori 15. Lusinghiero infine il risultato medio del resto del Friuli Venezia Giulia, nel cui ambito ci sono comuni come Pagnacco (Udine), Sesto al Reghena e San Martino al Tagliamento (Pordenone), che già nel 2015 si attestarono fra l'80 e il 90 per cento. Ma in quasi tutta la regione la raccolta della differenziata due anni fa funzionava.

Ugo Salvini

 

Porta a porta a Muggia, opposizione in pressing - TARLAO, VLAHOV E ROMANO Bisogna puntare a premiare i cittadini virtuosi

Il sindaco Laura Marzi concorda che andrà premiato chi sarà più virtuoso ma il metodo andrà individuato quando il sistema sarà a regime

MUGGIA - Tariffe puntuali per premiare i più bravi differenziatori, sanzioni ai furbetti che non si applicano. Su questi due punti tre partiti di opposizione promettono battaglia in relazione all' imminente inizio della raccolta dei rifiuti “porta a porta”. «Siamo perplessi per l'impostazione che la maggioranza intende dare al nuovo sistema della differenziata, quindi avanziamo alcune proposte per ottenere un buon risultato tramite il "porta a porta spinto" di cui siamo fermi sostenitori», spiegano unitamente i consiglieri comunali Roberta Tarlao (Meio Muja), Emanuele Romano (Muggia 5 Stelle) e Roberta Vlahov (Obiettivo comune per Muggia). Le proposte dei tre esponenti sono fondate sulla normativa europea in materia di rifiuti e su quella nazionale che regola la Iuc (Imposta unica comunale). «La normativa europea, oltre a perseguire l'obiettivo della riduzione dei rifiuti, afferma il principio per cui, "chi più inquina più paga", consentendo la copertura dei costi del ciclo dei rifiuti e premiando con tariffe inferiori i cittadini virtuosi», puntualizza Tarlao. La Iuc è un'imposta federale che i Comuni possono rimodulare aumentando o riducendo le aliquote. Secondo Tarlao le amministrazioni possono dunque «commisurare la tariffa alla quantità e qualità media di rifiuti prodotta per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia delle attività, nonché al costo del servizio dei rifiuti. Le tariffe per ogni categoria o sottocategoria sono determinate dal Comune moltiplicando il costo del servizio per la superficie accertata». Nella modulazione della tariffa potrebbero dunque essere assicurate riduzioni per la differenziata nelle utenze domestiche. Anche il consigliere Emanuele Romano punta sugli incentivi ai cittadini virtuosi: «Il Piano regionale dei rifiuti certifica che le raccolte differenziate domiciliari secco-umido, con tariffa puntuale, sono le più efficaci e garantiscono il superamento dell'80% di differenziata. Il Comune deve intervenire nella promozione di questo tipo di raccolta attraverso incentivi economici». Il consigliere grillino stigmatizza invece come «a seguito dell'approvazione del Pef non è stata inserita alcuna previsione di tariffa puntuale che applichi premialità o sanzioni a chi non differenzia correttamente, e tale sistema non è applicato nemmeno al gestore del servizio Net a cui invece viene riconosciuto quanto viene conferito, senza distinzione alcuna». Roberta Vlahov evidenzia invece le carenze del capitolato rifiuti: «Mancano specifici riferimenti alla forza lavoro impiegata e ai macchinari che verranno usati per la raccolta. Per questo intendiamo costituire un gruppo di lavoro tecnico con l'assessore con delega ai rifiuti e i rappresentanti dei gruppi consiliari». La proposta prevede che il gruppo si occupi di revisionare il Pef, redigere un piano industriale e un capitolato di prestazione con obiettivi incentivanti o penalizzanti per il gestore. Sul complesso argomento il sindaco Laura Marzi rileva che «è nostra intenzione introdurre le premialità una volta che il servizio sarà a regime, ed è chiaro che va premiato chi più differenzia. Il metodo di individuazione di chi è più virtuoso, però, non è detto debba riguardare la pesatura o la misurazione del conteggio dei prelievi della differenziata, ma la premialità può essere calcolata in base al fatto che chi meno produce indifferenziata, sembra evidente, più differenzia. Solo dopo aver deciso l'assetto organizzativo della differenziata potremo applicare la premialità».

di Riccardo Tosques ◗

 

 

Sopralluogo Arpa per i boati in Ferriera - Oggi i tecnici dell’Agenzia verificheranno gli impianti dopo i rumori e il fumo di martedì 18
Oggi Arpa conclude l’ennesima ispezione in Ferriera per capire cosa sia accaduto martedì 18 aprile, quando boati e nuvole nere sono echeggiati e hanno coperto il cielo di Servola. Erano le 8.50 mattutine, quando i residenti hanno avvertito rumori e fumi di particolare intensità. Molte le chiamate ai numeri d’emergenza, allertati i canali dell’informazione. Poi tecnici dello stabilimento siderurgico e dell’Arpa hanno fatto il punto della situazione: un’accentuata e anomala pressione dei fumi, derivante dalle lavorazioni, avrebbero determinato una sorta di “tappo”, che, una volta saltato, ha causato boati e nuvole nere. Più in dettaglio una nota Arpa spiegava che il fenomeno era da addebitarsi all’apertura delle valvole di sicurezza in seguito a sovrapressioni generate nell’altoforno. All’origine delle sovrapressioni - argomentava ancora Arpa - un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell’impianto per interventi di manutenzione. Questa sovrapressione sarebbe un fenomeno piuttosto raro e atipico. Ma Arpa ha ritenuto opportuno approfondire le ragioni di questo incidente e ha svolto ulteriori indagini che si concluderanno oggi - precisa una nota - con un sopralluogo al quale parteciperà il consulente della Regione Fvg, Boscolo. Gli approfondimenti sono stati coordinati dal responsabile tecnico-scientifico, Franco Sturzi. Il rapporto conclusivo su questa vicenda sarà approntato entro metà maggio. Nella stessa nota diffusa ieri pomeriggio, Arpa insiste sull’accordo stipulato lo scorso 19 aprile a Roma tra la Regione Friuli Venezia Giulia e l'Istituto superiore di sanità (Iss), a proposito del quale è stato annunciato che il tema dello stabilimento siderurgico sarà il primo a essere sviluppato. «Se l'Aia contiene tutti gli strumenti per verificare la soluzione dei problemi contingenti e strutturali di funzionamento degli impianti dello stabilimento industriale - si legge nella nota Arpa -, il coinvolgimento dell'Iss permetterà di dare una risposta approfondita di massimo livello scientifico sul tema specifico e capitale dell'impatto dello stabilimento siderurgico triestino sulla salute di lavoratori e cittadini».

ge.be.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 25 aprile 2017

 

 

«Bomba ecologica minaccia le fonti dell’acqua potabile» - L’allarme del deputato istriano Demetlika in Parlamento: «Vicino al torrente Foiba 400 tonnellate di rifiuti tossici»
POLA «Ci sono 400 tonnellate di rifiuti tossici che incombono sulle sorgenti d'acqua che riforniscono gli utenti dell'Istria meridionale». L'allarme è stato rilanciato dal deputato istriano e sindaco di Albona Tulio Demetlika nell'aula parlamentare, sollecitando le competenti istituzioni dello Stato ad attivarsi per scongiurare effetti devastanti sulla salute della popolazione. Demetlika ha quindi ricordato gli antefatti. In sintesi: la società Ecooperativa, che nel 2007 aveva iniziato la propria attività nella gestione dei rifiuti tossici, è poi fallita lasciando 400 tonnellate di rifiuti non pericolosi e altrettante di rifiuti tossici nel proprio magazzino ubicato nella terza zona di tutela sanitaria delle sorgenti di acqua potabile e nelle immediate vicinanze della seconda zona di tutela. Nei paraggi scorre il torrente Foiba, la cui acqua finisce nelle sorgenti collegate alla rete idrica di Pola e dell'Istria bassa in generale. «L’autorità cittadina di Pisino e quella regionale istriana - sostiene Demetlika - ha più volte segnalato il problema al ministero per la Tutela dell'ambiente, ma senza esito». A dire il vero due anni fa l'ispezione ministeriale aveva effettuato un sopralluogo per prendere atto della situazione e aveva invitato la Ecooperativa a rimuovere i rifiuti tossici e risanare l'area; ma nulla è stato fatto. «È inspiegabile - afferma il sindaco di Pisino Renato Krul›i„ - che lo Stato non abbia impugnato i necessari strumenti legali per costringere la Ecooperativa a rimuovere i rifiuti. Se lo avesse fatto il problema non esisterebbe». Krul›i„ accusa Zagabria di voler scaricare la responsabilità e i costi di rimozione dei rifiuti (si parla di circa 520mila euro) sulle aziende ora attive nella zona imprenditoriale Pazina I e sull'Autonomia locale. «Penso che il ministero intenda addossare le spese della pulizia - dice Krul›i„ - all'azienda Reginex che ha acquistato l'immobile in cui operava l'Ecooperativa». Interpellato, il direttore della Reginex Edi Rados spiega però che l'operazione spetta all'Ecooperativa poiché nel contratto di compravendita dell'immobile si era impegnata a consegnarlo “pulito” in caso di cessione. «Abbiamo più volte richiamato l'attenzione sull'inadeguatezza del magazzino sopra la Foiba di Pisino», aggiunge Krul›i„ esprimendo l'auspicio che in futuro il ministero tenga maggiormente in considerazione il parere dell'Autonomia locale e non conceda più licenze per attività di questo genere. Ma intanto i rifiuti sono sempre là.

(p.r.)

 

Nessuna multa per la collinetta inquinata - Il Tar annulla la sanzione di 400mila euro che il Comune di Muggia avrebbe dovuto versare allo Stato per l’area bonificata
MUGGIA - Il Comune di Muggia non dovrà pagare la sanzione di 400mila euro per la collinetta inquinata di Porto San Rocco. La notizia giunge in seguito alla sentenza del Tar del Lazio che ha annullato la nota di rivalsa avviata dal ministero dell'Economia e delle Finanze nei confronti del Comune. Nuovo importante capitolo, dunque, nella vicenda inerente l'area inquinata, poi bonificata e messa in sicurezza. Nell'aprile dell'anno scorso il Comune si era trovato coinvolto in un “effetto domino” di sanzioni pecuniarie per una cifra intorno ai 400mila euro. Il tutto era scaturito dopo la condanna milionaria (40 milioni di euro più una penalità di 42,8 milioni per ogni semestre di ritardo) inflitta all'Italia dalla Corte dell'Ue nel dicembre 2014. Secondo l'Ue il Governo italiano non si era adeguato alla direttiva rifiuti sulle discariche “abusive”. La sanzione, però, era stata trasmessa dallo Stato a diverse Regioni, e da queste ai singoli Comuni. Sostanzialmente il Mef, per dare esecuzione alla sentenza della Corte dell'Ue, aveva provveduto, a titolo di anticipazione, al pagamento integrale della sanzione iniziale e della prima penalità semestrale, intendendo però procedere al recupero degli importi anticipati nei confronti dei diretti interessati. Nel Friuli Venezia Giulia, assieme ai comuni di Majano e Trivignano Udinese figurava anche quello di Muggia, chiamato in causa per la collinetta di Porto San Rocco. Muggia, però, aveva però deciso di opporsi alla nota con cui il ministero si era rivalso sui tre Comuni chiamati in causa. «Nello specifico caso muggesano, peraltro, l'azione di rivalsa del Mef appariva del tutto ingiusta e infondata - spiega una nota del Comune - e non solo perché il sito di Porto San Rocco non era mai stato considerato dagli enti nazionali competenti in materia quale “discarica abusiva”, ma anche perché risaliva al 2015 la determina con la quale la Provincia aveva certificato la conformità del progetto di messa in sicurezza e completati gli interventi di bonifica previsti nell'area». Soddisfatta dell'esito positivo del ricorso il sindaco Laura Marzi: «È un ottimo risultato frutto della proficua collaborazione tra le avvocature della Regione e del Comune, che ha un risvolto positivo non sottovalutabile anche sul piano economico, legato al bilancio dell'ente ed alle ripercussioni che altrimenti ci sarebbero potute essere». Ma lo stesso primo cittadino teme che la partita non sia definitivamente chiusa: «Siamo di fronte a una sentenza importante, anche se alla luce di quanto preannunciato dall'Avvocatura dello Stato nell'udienza dinanzi al Tar Lazio, a breve la questione potrebbe venir riproposta dopo l'assunzione di nuovi decreti che potrebbero regolare ex novo la materia. Cosa faremo in questo caso? Il Comune impugnerà l'eventuale nuovo provvedimento per far valere le proprie ragioni».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 24 aprile 2017

 

 

Alimenti, la giungla delle etichette a semaforo nell’Ue - confusa attuazione dei regolamenti
ROMA Secondo le norme Ue, regimi di etichettatura nutrizionale come il semaforo possono essere adottati solo in modo volontario. Una situazione che ha portato in Europa a una vera e propria giungla di interventi. - Regno Unito. Ha un sistema a tre colori per visualizzare il tenore di grassi, sali e zuccheri per porzione di 100 grammi o millilitri. È volontario sulla carta, ma nella pratica è adottato dal 98% della grande distribuzione d'Oltremanica. - Francia. Parigi sta per adottare il NutriScore, una scala di cinque colori che vanno dal verde al rosso secondo parametri quali l'apporto calorico, il contenuto di zuccheri, grassi saturi e sale, per 100 grammi. L'etichetta è stata scelta tra quattro diverse tipologie, dopo una sperimentazione iniziata nel settembre 2016 e durata 10 settimane in 60 punti vendita di quattro regioni francesi. Secondo il governo di Parigi la NutriScore, che segnala anche la presenza di componenti «buoni» per la salute come frutta o legumi, si è rivelata più efficace a informare in modo equilibrato in consumatori. - Belgio. Fonti del governo federale belga hanno manifestato interesse all'approccio francese. Nel mercato unico europeo esistono sistemi di etichettatura nutrizionale che non danno «cartellini rossi», ma si basano su una classificazione positiva. A inizio marzo, sei multinazionali dell'agroalimentare hanno comunicato di aver incaricato un team di esperti di studiare un'etichetta «armonizzata a livello Ue» che intende utilizzare i colori per grassi, sali e zuccheri, ma non sulla base di quantità uguali per tutti gli alimenti, quanto sulle «porzioni di riferimento», sviluppate dall'industria alimentare Ue per ogni specifico prodotto.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 23 aprile 2017

 

Fumo a Servola. Ma è colpa della petroliera - Psicosi sui social per la fuoriuscita di una nuvola nera. In molti hanno temuto fosse della Ferriera
Quella dei fumi della Ferriera è diventata una vera e propria psicosi. Lo dimostra quanto successo ieri mattina: attorno alle 9 si è levata una grande nuvola nera nel cielo di Servola, e subito sui social - con tanto di foto scattate dalla città - si è scatenata la caccia alla “strega” appunto, cioè alla Ferriera. Ma i fatti hanno poi dimostrato che - in questo caso - lo stabilimento siderurgico era del tutto “innocente”. In realtà, si è poi saputo, a colorare di nero il cielo sopra il golfo è stata una petroliera che si trovava nel Vallone di Muggia, diretta al terminale della Siot, che non è lontano dallo stabilimento della Siderurgica Triestina. Da qui appunto l’equivoco, presto chiarito da una foto inequivocabile nella quale si vede il momento della fuoriuscita del fumo dalla nave. Insomma il timore, questa volta, è stato quello di scottarsi con l’acqua fredda. Un timore che si è manifestato attraverso le telefonate giunte ai numeri d'emergenza e al centralino del “Piccolo”, e soprattutto nei tanti post pubblicati sui social network da chi cercava di sapere il motivo, l’origine e soprattutto le eventuali implicazioni per la sicurezza. L’altro giorno, al contrario, dopo un boato ben udibile a distanza ragguardevole, nello stabilimento siderurgico c’è stata la fuoriuscita di una nube di fumo nero, denso, che saliva e stentava a dissolversi nell’aria carica di umidità. La causa, in quella circostanza, è stata quella di un’accentuata e anomala pressione dei fumi derivanti dal processo produttivo che si effettua nell’altoforno: le sostanze gassose hanno preso una via diversa dal solito, causando una sorta di tappo che, quando è “saltato”, ha generato il fragoroso boato e le nuvole nere . Un fenomeno ben diverso da quello verificatosi ieri mattina, quando, come detto, una nave petroliera diretta alla Siot ha improvvisamente “sbuffato”, determinando la nuvola nera. Una “fumata” notata da molte persone e che, vista dalla città ha fatto appunto ipotizzare che fosse stata originata dalla Ferriera. Da ciò l’«esplosione», è il caso di dirlo, dei post sui social network. E la pioggia di telefonate ai centralini d’emergenza.

 

 

I cestini e le tappe di AcegasApsAmga per incentivare la raccolta dell’umido
Obiettivo: aumentare l’attenzione del pubblico triestino verso l’impegno per una raccolta differenziata che tenga anche conto del comparto “umido”. Proprio per questo AcegasApsAmga ha fatto partire lo scorso weekend la campagna di sensibilizzazione con la distribuzione gratuita di diecimila cestini appositi per raccogliere questo tipo di immondizia. Nella prima tappa agli Horti Tergestini sono già andati a ruba duemila cestini. L’iniziativa ha come scopo finale quello di aumentare di mille tonnellate i volumi di umido raccolti, che oggi corrispondono a 5500 tonnellate in un anno. Per richiedere il cestino in omaggio e le utili informazioni sulle modalità di raccolta c’è ancora una decina di tappe che vedranno nei mesi di aprile e maggio la presenza di uno stand dell’ex municipalizzata al Mercato coperto di via Carducci, nei mercati rionali (in piazza Vittorio Veneto, a Opicina, in piazza Ponterosso e a Borgo San Sergio) e in alcuni punti vendita della Coop Nordest (Roiano, Barriera e Torri d’Europa) a Trieste.

(b.m.)

 

 

Esposizioni - “Pesci killer” in mostra da Era

Prosegue la mostra dedicata ai predatori dei mari “Pesci killer” alla nuova sede di Era–Esposizione di ricerca avanzata di via Diaz 14. Dal barracuda ai carangidi, dalla cernia gigante ai pesci palla e scorpione, “Pesci killer” propone un viaggio di indiscutibile bellezza tra gli abitanti dei mari.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 aprile 2017

 

 

Dopo la fumata nera - Il sindaco “ordina” l’ispezione all’impianto della Ferriera

«A seguito delle esplosioni che si sono verificate lo scorso 18 aprile durante il fermo dell'altoforno per interventi manutentivi, e sulla base del rapporto ispettivo dei vigili del fuoco, ho deciso di emettere questa ordinanza perché ci sono le condizioni cautelari e urgenti derivanti da una situazione eccezionale e imprevista che costituisce una concreta minaccia per la pubblica incolumità. In tempi certi (entro 15 giorni) è stato ordinato che venga effettuata, da parte di un tecnico abilitato, una approfondita verifica statica e di funzionalità della parte dell'impianto della Ferriera interessato dall'evento e quindi eseguiti gli interventi di messa in sicurezza a salvaguardia dell'incolumità dei lavoratori e a tutela della salute pubblica». Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha emesso ieri un’ordinanza sindacale, la seconda da quando è in carica, riguardante la Ferriera di Servola. Il provvedimento, si legge in una nota, è «a tutela dell'incolumità delle persone e della salute, data l'impossibilità di utilizzare i normali mezzi dell'ordinamento giuridico». «Se l'Arpa, da un lato, dopo aver sentito i referenti dello stabilimento siderurgico - commenta il sindaco - ha comunicato che si è trattato di una “canalizzazione del vento caldo con sovrappressione in altoforno che ha determinato l'apertura dei bleeders provocando uno scoppio ed emissione di fumi”, c'è anche la specifica nota formale inviata a questa amministrazione da parte dei vigili del fuoco di Trieste che sono intervenuti nello stabilimento a seguito della segnalazione della Polizia locale allertata dai cittadini residenti a Servola, la quale indica che “si rende necessaria una approfondita verifica statica e di funzionalità da parte di tecnico qualificato, della parte di impianto coinvolta nell'evento, e tutte le opere di assicurazione e ripristino che il caso richiede”». L’ordinanza prevede quindi una riposta in due settimane. «Entro quindici giorni vogliamo una relazione da parte del tecnico abilitato che attesti l'avvenuta esecuzione di quanto richiesto. Inoltre il Comune avverte che, per quanto riguarda gli aspetti ambientali e in particolare per quanto attiene all'Aia, la cui competenza è della Regione Fvg, si mette in evidenza che l'esecuzione di quanto disposto sarà accertata da questo Comune, mediante apposita verifica da effettuarsi da Arpa e Azienda sanitaria nell'ambito delle rispettive competenze». Ma non basta. «Il Comune di Trieste grazie all'impegno degli uffici, all'attenzione dell'assessore Luisa Polli, alle capacità specifiche del nostro consulente professor Pierluigi Barbieri e con l'importante aiuto dei cittadini che compongono il tavolo di lavoro sta portando avanti una intesa attività di controllo a tutela della salute pubblica e dell'ambiente e di verifica del rispetto dell’accordo di programma e dell’Aia - prosegue Dipiazza -. Gli importanti elementi nuovi prodotti sino ad oggi, in forza dei quali è stata già richiesta la revisione dell'Aia, ma che la Regione non ha concesso, li stiamo trasferendo anche alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti». Nel finale viene chiamata in causa direttamente la proprietà dello stabilimento. «Come più volte detto, l'area a caldo della Ferriera non è compatibile con la salute della popolazione e non rappresenta il futuro industriale ed economico sia per la città sia per la proprietà. Ritengo opportuno - conclude Dipiazza - un confronto con il cavalier Arvedi per decidere assieme la chiusura dell'area a caldo e sviluppare, con l'appoggio di questa amministrazione, un'industria pulita e compatibile con l'ambiente rappresentata da laminatoi e logistica. I canali per questo incontro sono stati già avviati». Nessuna conferma o smentita, in questo senso, da Cremona, quartiere generale di Arvedi. Nessun commento da parte di Siderurgica Triestina nemmeno sull’ordinanza sindacale.

 

E Polli chiede di nuovo la revisione dell’Aia
«Il rifiuto della Regione Friuli Venezia Giulia, peraltro inaspettato dato che si dice attenta alla salute pubblica, alla richiesta più che motivata di revisione dell’Aia, non ha fermato l'attività di questa amministrazione comunale che è determinata nella sua azione di tutela della salute pubblica e dell'ambiente», dichiara l’assessore all'Ambiente del Comune di Trieste Luisa Polli che dal 1976 e fino allo scorso settembre è stata dipendente della Regione Friuli Venezia Giulia con responsabilità nel servizio tutela paesaggio e biodiversità. Quasi quarant’anni di onorato servizio hanno prodotto un rifiuto alla richieste di revisione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) rilasciata ala Ferriera di Servola. «Riaprano l’Aia o ricorreremo alla Corte di giustizia europea», aveva dichiarato Polli il 13 febbraio scorso in una conferenza stampa con il sindaco, Roberto Dipiazza, e il consulente del Comune, Pierluigi Barbieri. L’Aia è rimasta chiusa.

 

 

La gara “ecologica” premia i virtuosi della differenziata - Patto Trieste Running Festival-Acegas per ridurre i rifiuti - Previsti sconti per stand e pubblico del Villaggio Miramar
Il legame tra il Trieste Running Festival targato Miramar e l’AcegasApsAmga quest’anno ruota intorno a una percentuale molto ambiziosa: 80%. È questo il traguardo di raccolta differenziata prefissato per l’evento podistico più triestino che mai. Come? Stimolando attraverso diverse iniziative gli esercenti, che hanno la responsabilità più diretta, e il pubblico che usufruiranno del Villaggio allestito sulla Riva del Mandracchio da giovedì 4 a sabato 7 maggio. C’è un premio in palio: se verrà raggiunta quota 80%, infatti, a tutti gli stand sarà riconosciuta una riduzione del 5% sul costo dello spazio commerciale. Una cifra corrispondente che potrà essere riscossa oppure devoluta in beneficenza per la costruzione di un centro polifunzionale nelle aree del Centro Italia colpite dal terremoto. L’idea di agganciare un incentivo economico all’obiettivo di raccolta differenziata per quello che viene denominato “ZeroImpactEvent by AcegasApsAmga” ha anche lo scopo di sensibilizzare tutti i triestini sull’importanza di una corretta separazione dei rifiuti, in una città in cui tale percentuale è sensibilmente aumentata negli ultimi anni (attualmente al 40%), ma che rimane ben al di sotto della media regionale. «Penso sia davvero uno stimolo importante per tutti, perché tutta la cittadinanza è chiamata a raggiungere questi obiettivi» ha sottolineato il vicesindaco Pierpaolo Roberti. «Se ognuno fa cadere la propria “goccia”, ne trarrà beneficio tutta la società e l’ambiente sarà migliore» ha aggiunto l’assessore all’Ambiente Luisa Polli. «Trieste running festival rappresenta la veste pulita della città che vogliamo vivere noi triestini e i turisti - ha commentato Fabio Carini, presidente di Miramar -. L’evento “Zero impact” accompagnerà l’intera kermesse». Per facilitare lo sforzo in questa direzione sono stati organizzati numerosi servizi, «perché - ha specificato il direttore dell’utility Roberto Gasparetto - per questo obiettivo dell’80% dobbiamo dotare le persone di strumenti adeguati e poter intercettare i rifiuti per i flussi differenziati». All’interno del Villaggio saranno posizionate nove isole di contenitori per i rifiuti. Per gli espositori sarà allestito un punto di raccolta mobile dedicato per il conferimento di imballaggi ingombranti come scatole, cartoni, ecc. Sarà poi messa in pista una forte attività di comunicazione: totem informativi sulle norme di comportamento da tenere e un “green team” di ragazzi di Miramar con il compito di monitorare i corretti comportamenti e indicare le giuste modalità di conferimento rifiuti. La raccolta differenziata sarà potenziata anche al di fuori del Villaggio Miramar. Innanzitutto attorno alla zona di arrivo delle competizioni di domenica 7 maggio con 12 batterie da cinque contenitori (organico, plastica, carta, vetro-lattine e secco non differenziabile). E poi lungo il percorso della non competitiva Generali Miramar Family, di gran lunga la più partecipata con circa 8mila al via, che da Miramare arriverà in piazza Unità, verrà allestito a ogni chilometro uno speciale totem segna-distanza dotato dei cinque contenitori. Verranno poi aggiunti 20 operatori per lo svuotamento dei contenitori e per lo spazzamento. Il Trieste Running Festival sarà anche l’occasione per la promozione dell’acquedotto triestino. Tutti i partecipanti alla Family troveranno nel pacco gara un’esclusiva bottiglietta per contenere l’acqua di rete: un oggetto formato borsetta, progettato e realizzato da Koan Moltimedia, su disegno dall’architetto Sotirios Papadopulous di Vicenza e realizzato in Petg (polietilene teraftalato glicolico), la cui molecola assicura trasparenza, robustezza e ne permette il lavaggio e quindi il riutilizzo assolutamente sicuro. Assieme alla bottiglietta saranno veicolate le istruzioni per scaricare l’App Acquologo e vicino al molo Audace ci sarà un erogatore di acqua di rete

Benedetta Moro

 

 

Stretta sulle regole per i circhi a difesa degli animali
La Terza commissione del Consiglio regionale, presieduta dal triestino del Pd Franco Rotelli, ha approvato all’unanimità le modifiche presentate dal consigliere Roberto Novelli di Forza Italia alla legge regionale 20 del 2012 sul benessere e la tutela degli animali d’affezione, riguardanti nello specifico gli animali impiegati nei pubblici spettacoli, ovvero nei circhi, di cui Trieste è tappa tradizionale. Nessun Comune può impedire la concessione di spazi per l’attendamento di un circo con animali - si legge nella nota di resoconto delle attività del Consiglio regionale - però è possibile intervenire per assicurare condizioni di vita accettabili con il rispetto delle misure minime richieste e strutture conformi alla legge. Punto di partenza la Convenzione di Washington, a cui l’Italia ha dato attuazione con una legge del 1992 e che consente ai circhi di detenere animali pericolosi solo se dichiarati idonei dalle autorità competenti in materia di salute e incolumità pubblica sulla base dei criteri fissati dalle linee guida della Commissione scientifica denominata Cites. Con le disposizioni votate ieri si dà così la possibilità al Comune di vietare l’attendamento dei circhi che non rispettino queste linee guida. La stessa Terza commissione ha affrontato quindi le tematiche tecniche inerenti la proposta di legge della leghista Barbara Zilli sulle disposizioni in merito ai requisiti igienico-sanitari e di sicurezza delle piscine a uso natatorio: un provvedimento - ha specificato Zilli - che ha l’obiettivo di fornire una chiara cornice normativa per garantire sicurezza ai sempre più numerosi frequentatori delle piscine: dagli atleti agli utenti privati o che a vario titolo usufruiscono di piscine pubbliche e private, oltre alla popolazione studentesca, poichè molte scuole di ogni ordine e grado hanno stipulato convenzioni con impianti e associazioni sportive inserendo il nuoto nelle attività di educazione fisica.

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 aprile 2017

 

Il cantiere della terza corsia salva l’antica Rosa Moceniga (vedi articolo)

Autovie Venete ha modificato il tracciato per preservare il bosco di Alvisopoli dove tra la vegetazione cresce un fiore raro che risale al Settecento
GORIZIA Ci sono grilli, rane, libellule, uccelli che a dispetto dalla loro esigua fisicità hanno la forza evocativa di piegare ai loro diritti ferrovie, insediamenti industriali e autostrade. A questa schiera di novelli benandanti ecco aggiungersi un fiore: l’antica e misteriosa Rosa Moceniga. Per preservarla e tutelare il bosco in cui fiorisce da almeno duecentocinquanta anni a questa parte Autovie Venete ha in parte modificato il tracciato del terzo lotto della terza corsia tra Alvisopoli e Gonars. I cui lavori in questo periodo sono entrati nel vivo con le attività del cantiere che corre a fianco dell’infrastruttura, con la realizzazione delle nuove strade poderali a servizio dei fondi agricoli e delle proprietà, con la realizzazione dell'allargamento vero e proprio dell’autostrada, con lo spostamento delle interferenze e con la bonifica da ordigni bellici. Cantiere nel cantiere l’area dove verrà costruito il nuovo ponte sul Tagliamento. Ed è ad Alvisopoli, in questa splendida città inventata alla fine del Settecento dal visionario conte Alvise Mocenigo, che si nasconde nel fitto del bosco che lambisce l’A4 il tesoro della Rosa Moceniga. I lavori della terza corsia rischiavano di sfregiare questo piccolo eden, dove crescono piante secolari, irrorato da acqua di risorgiva e popolato da una ricca fauna. Di conseguenza Autovie Venete ha provveduto a mettere in sicurezza il bosco, un tempo rigoglioso e ben curato parco annesso a Villa Mocenigo. «Il roseto del bosco di Alvisopoli - fa sapere Autovie Venete - non ha specie autoctone, ma è importante perché risale al 1700. È in ogni caso un’area protetta in quanto rientra in una zona Sic (Sito di Interesse Comunitario). Per questo, su precisa prescrizione del Cipe, l’allargamento dell’autostrada, che normalmente viene realizzato in modo simmetrico, in quella zona è stato modificato». La nuova modalità ha previsto lo spostamento più a nord proprio per rispettare l’area boschiva. Autovie Venete ha anche sviluppato uno studio di incidenza sul Sic, dove insiste il bosco. A diffondere la storia affascinante e intrigante della Rosa Moceniga ci ha pensato, tra gli altri, lo scrittore Andrea di Robilant, discendente del conte Mocenigo. Nel 2014, per Corbaccio, di Robilant ha pubblicato un grazioso volume dal titolo “Sulle tracce di una rosa perduta”. E freschi di lettura del libro, che in parte si presenta come un dotto trattato sulla storia delle rose, numerosi sono stati coloro che si sono addentrati nel bosco di Villa Mocenigo in cerca dell’antica rosa. Non ci si aspetti un roseto esteso, anzi. Per scorgere la Moceniga ci vuole pazienza e scegliere il periodo dell’anno in cui è in fioritura. Al parco si accede solo con le guide brave a indicare la ricchezza del sito al di là della presenza del decantato fiore. Il suo colore è di un rosa quasi metallico, che cambia a seconda della luce che riceve e dello stadio di fioritura; si legge nei siti specializzati che “la disposizione dei suoi petali, la tipologia di foglie e steli, da sempre la catalogano come una bengalese, ovvero una rosa cinese di fine Settecento”. Che sia profumata non è dato sapere al visitatore che si attiene ligio alle raccomandazioni delle guide. La Rosa Moceniga cresce nel fitto di arbusti, protetta da uno steccato che le consente di non essere “accarezzata” da mani maldestre. Di conseguenza, per quanto riguarda il suo profumo, diamo per buono quanto indicato dagli esperti. Affascinante, si diceva, la storia vera o presunta di questa rosa, per svelare la quale di Robilant ha intrecciato una trama molto avvincente. Proviamo a riassumere. Bisogna partire da Lucietta Memmo, moglie di Alvise Mocenigo, descritta come donna intelligente e colta, vissuta da protagonista nel trambusto napoleonico, amica dell’imperatrice Josèphine, frequentatrice della Malmaison, studiosa al Jardin des Plantes de Paris e allieva del professor Des Fontaines come del grande vivaista Noisette. Dopo la caduta di Napoleone, Lucia partì da Parigi con le carrozze piene di piante e semi per realizzare quel bosco di Alvisopoli poi divenuto oasi Wwf proprio in virtù della sua varietà botanica. Tra le duecento varietà di rose, Lucia portò anche la progenitrice della Moceniga, che ora pare un unicum. Molti esperti si sono occupati di isolare la storia botanica della Moceniga e di confermare l’ipotesi di una così nobiliare provenienza. Tra gli esperti figura anche Eleonora Garlant, appassionata di rose antiche, proprietaria ad Artegna, di una roseria nota in tutta Europa. Garlant si dedica in particolare alle rose galliche, di cui nell’Ottocento si conoscevano tremila specie, scese oggi a trecento, di cui lei coltiva ben duecentocinquanta esemplari. «La Moceniga" - come lei la chiama - è una bengalese, ma rispetto alla Old Blush ha un petalo in meno». Rimandiamo al libro di di Robilant la dissertazione sugli intrecci e le provenienze delle rose, fiori che nell’Ottocento sono stati oggetto di vero e proprio contrabbando nei traffici marittimi verso le Indie e la Cina. Ci teniamo invece il mistero della Rosa Moceniga che in modo efficace sintetizza quella che oggi come trecento anni fa è la sensibilità verso l’ambiente. All’epoca fu il conte Mocenigo a restituire al territorio e alla sua gente parte della ricchezza che quel territorio gli garantiva con i raccolti agricoli. Oggi ecco Autovie Venete raccogliere l’appello e provvedere alla tutela del bosco di Villa Mocenigo e della sua ospite d’onore.
Roberto Covaz
 

La storia - Alle origini della città inventata
Scrive Andrea di Robilant nel suo libro “Sulle tracce di una rosa perduta”: «Alvisopoli era un’invenzione del mio quadrisnonno, Alvise Mocenigo. Alla fine del Settecento aveva bonificato una vasta zona di terre paludose che appartenevano alla sua famiglia. E aveva costruito una comunità agricola e manifatturiera modello, con case comode per i contadini, una struttura sanitaria, una scuola e un istituto tecnico d’avanguardia. All’indomani della Grande guerra, mio nonno, Andrea di Robilant, ereditò Alvisopoli. Negli anni Trenta aveva già messo tutto in vendita per pagare i suoi debiti. La terra continuò a essere coltivata dai nuovi proprietari, ma il paese fu lasciato a se stesso. Alvisopoli divenne così, negli anni, un villaggio fantasma perso nella campagna al confine tra Veneto e Friuli».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 21 aprile 2017

 

 

I conti del Parco del mare dividono il Consiglio - Il Pd invoca chiarezza sul possibile coinvolgimento di privati nel rischio d’impresa
Lega favorevole: «Al Comune non si chiede nulla». Forza Italia chiede trasparenza
Questo Parco del Mare s’ha e non s’ha da fare, o meglio s’ha da fare in questo o in quel modo, a secondo di chi si interpelli. Le forze politiche reagiscono in vari modi al piano finanziario dell'acquario, commissionato dalla Fondazione CRTrieste e consegnato al Comune attraverso la Camera di Commercio. Se il centrodestra sembra orientato positivamente, seppur con qualche distinguo, il centrosinistra assume un posizione di critica più forte, per quanto il Pd ribadisca di avere «una posizione aperta e non di contrarietà». Il M5S, da parte sua, aveva già nei giorni scorsi ribadito la necessità di capire se il futuro gestore contribuirà alla costruzione della struttura. Partiamo dal centrodestra. Per il capogruppo di Forza Italia Piero Camber le cose da fare sono due: «La prima è sicuramente garantire molta trasparenza in tutto il procedimento», dice. L'altra? «L'ho detto anche in Consiglio comunale durante l'audizione sul tema: è il chilometro zero. Trattandosi di un gruppo composto in buona parte da soggetti privati, non dovrebbero avere l'obbligo di seguire strettamente il codice degli appalti e quindi mi auguro si voglia favorire l'impiego di realtà locali, assicurando così un impatto positivo sull'economia cittadina». Per il capogruppo leghista Paolo Polidori bisogna partire proprio dal piano finanziario: «Ci sono i nove milioni della Camera di commercio, i nove della Fondazione, i due dichiarati della Regione. Al Comune quindi non si chiede nulla. Ci sono anche dei fondi pubblici, ma si tratta comunque di enti che in autonomia mettono in piedi un progetto che si sostiene da sé. E su questo noi dobbiamo dirci favorevoli o contrari». Prosegue l'esponente del Carroccio: «Secondo il piano finanziario il progetto sta in piedi anche nelle ipotesi più pessimistiche. Il gestore dovrebbe essere Costa, gente che conosce bene la materia. Inoltre, a differenza di Genova, qui parliamo di un progetto che non viene realizzato al 100% con fondi pubblici». In conclusione per la Lega «il progetto è ben strutturato, non ci sembra utile mettere il bastone tra le ruote, fatto salvo il giusto controllo richiesto in casi simili». Passiamo al centrosinistra. La capogruppo del Pd Fabiana Martini dice: «La nostra posizione non è di contrarietà, anzi è aperta. Ma abbiamo dei punti interrogativi che rimangono dirimenti». Spiega: «Anche di fronte a dati certamente più precisi di quelli che ci sono stati forniti, o meglio non forniti, durante l’audizione sul Parco del Mare in Consiglio comunale, ribadiamo ancora una volta la richiesta già avanzata, ovvero la necessità a nostro avviso di una comparazione complessiva e puntuale di costi, tempi e benefici tra il sito individuato nell’attuale concept, ovvero Porto Lido, e il Porto vecchio». Prima di scegliere la destinazione il Pd chiede come la giunta «intenda sviluppare le Rive e il fronte mare e come pensi di risolvere i problemi legati a viabilità, trasporti e parcheggi nel caso in cui la scelta rimanga quella attuale». Inoltre, aggiunge «non è ancora chiaro se è previsto o meno il coinvolgimento di soggetti privati nel rischio d’impresa». Dal punto di vista personale Martini si dice dubbiosa anche sulla reale attrattività di animali chiusi nelle vasche. Così invece l'ex sindaco Cosolini: «Non ho alcun dubbio che un advisor scelto da Fondazione CRTrieste abbia fatto un lavoro serio. È chiaro che i business plan si fanno a monte su una serie di indicatori, danno elementi importanti ma sono anche soggetti a molte variabili. Ad esempio non è chiaro come si fa a stabilire che per oltre un decennio si avranno visite da 800mila unità annue». Proprio in quest'ottica, «visto che i business plan a volte si confermano e a volte no», «è importante capire quanto il privato è disposto a partecipare la rischio d'impresa». In conclusione anche Cosolini torna sul sito: «Penso che una comparazione seria tra Porto vecchio e Lanterna vada fatta, nell'interesse della città».

Giovanni Tomasin

 

 

Rotatoria sull’Ospo ok a fine 2017 - La burocrazia rallenta il cantiere. All’inizio la chiusura era stata fissata a maggio
MUGGIA Quando sarà pronta la rotatoria sull’Ospo? Entro la fine dell’anno. La domanda, sempre più ricorrente tra gli automobilisti che ogni giorno attraversano l’ingresso nonché l’uscita principale di Muggia, ha ricevuto risposta durante un sopralluogo effettuato dall’assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani. I lavori - iniziati a luglio dell’anno scorso dalla Provincia e ora presi in carico dalla Regione - hanno subito qualche intoppo e la chiusura prevista per inizio maggio è dunque slittata. La tabella di marcia di 300 giorni è stata modificata in seguito ad alcune richieste e vincoli espressi da parte della Soprintendenza. In particolare è stato evidenziato come il rio Ospo debba essere visibile dalla rotatoria stessa. Un’altra richiesta che ha rallentato i lavori del cantiere riguarda la verifica di possibili reperti archeologici nell’area. Il piano economico del progetto, che ha una genesi quasi trentennale, è stimato in circa 2,6 milioni, di cui un milione e 35mila euro finanziati ancora dall’amministrazione provinciale Scoccimarro. Tra le tante difficoltà incontrate lungo il percorso della realizzazione di questa opera pubblica la necessità di bonificare l’area essendo rientrante nel Sito inquinato nazionale. Ben 300mila euro sono stati investiti per la bonifica imposta dal ministero dell’Ambiente. «La viabilità gioverà moltissimo di questa importante opera: troppo spesso, infatti, si vengono a creare delle file di automobili lungo la strada di Farnei», spiega l’assessore Bussani. Rispetto ai tempi previsti lo slittamento del cantiere regionale comporterà evidentemente dei disagi durante la stagione estiva. «Come spesso accade, quando c’è un cantiere, vi sono dei rallentamenti o comunque dei disagi per gli automobilisti. Anche se il cantiere non è di nostra competenza, sono convinto, vista pure la grande disponibilità dimostrata dai tecnici della Regione, che le deviazioni o i rallentamenti che si verranno a creare saranno gestiti al meglio», puntualizza Bussani che però, come già accaduto con altri cantieri comunali, chiede «un po’ di pazienza» agli automobilisti muggesani e non per i prossimi mesi. I lavori previsti prevedono anche l’allargamento della strada di Farnei. Fattore che dovrebbe comportare la soluzione all’annoso caso del ripristino della fermata della linea 20 a Rabuiese nel tragitto Trieste-Muggia. La petizione promossa da 120 residenti della località rivierasca e appoggiata dal consigliere comunale Andrea Mariucci (Forza Muggia-Dpm) evidenziava come la fermata sulla Strada provinciale 15 di Farnei in rientro da Trieste verso Muggia fosse stata cancellata circa otto anni fa, dopo i lavori di sistemazione della Grande viabilità delle Noghere. Attualmente la sosta più vicina a Rabuiese è quella del centro commerciale Arcobaleno, vicino al supermercato Famila, distante più di mezzo chilometro dall’abitato. «Anche qui la Regione ha dimostrato grande sensibilità e interesse a risolvere la questione - conclude Bussani -. Credo dunque che assieme alla rotatoria, a breve, avremo un’altra opera pubblica completata».

Riccardo Tosques

 

 

Il Palazzo lancia l’offensiva antigabbiani - Il centrodestra ipotizza l’inserimento di uova di plastica nei nidi per confondere gli uccelli e ridurne la fertilità. Ornitologi contrari
il metodo croato - La soluzione lanciata da Forza Italia è stata adottata da Zagabria nei piani di contenimento delle colonie di volatili

l’ironia dell’esperto - La sperimentazione tentata oltreconfine? Una balla Questi animali sono furbi e riconoscono subito gli intrusi
Se la maggioranza, con Forza Italia lancia in resta, scalpita, l’assessore comunale che ha competenza nel settore, Michele Lobianco, frena: «Prima di attuare qualsiasi tentativo concreto per diminuire la popolazione di gabbiani presente nella nostra città dobbiamo disporre di uno studio scientifico a riguardo - osserva - in ogni caso questo è un compito che non spetta al Comune bensì all’amministrazione regionale, che ha “ereditato” la competenza sulle iniziative per contenere la proliferazione dei gabbiani». Ancora più scettico Gianfranco Urso, coordinatore regionale dell'Enpa, ex presidente della sezione di Trieste ed ex responsabile del “progetto gabbiani”: «La proposta di Forza Italia è inutile, non aiuta a contrastare il fenomeno. In passato - ricorda Urso - la facoltà Psicologia dell’Università di Trieste aveva svolto uno studio da cui era emerso che la femmina, quando si accorge di un uovo finto, lo sposta e ne fa un altro dopo un po’. Realizzare un'operazione del genere non ha senso, non porta a nulla. Il fenomeno, come noto, si potrebbe arginare soltanto con la sterilizzazione del gabbiano». (g.s.)di Gianpaolo Sarti La nuova battaglia comunale punta al cielo, ai tetti e ai tavolini dei bar: in altre parole ai terreni di conquista dei gabbiani, che tanto fastidio arrecano alla cittadinanza. La dichiarazione di guerra ai “cocai” porta la firma di Forza Italia con una mozione sottoscritta dal capogruppo Piero Camber e dai colleghi Michele Babuder e Alberto Polacco, che presto approderà in municipio. Il documento sollecita il sindaco e l’assessore competente, Michele Lobianco, ad approvare un finanziamento ad hoc da assegnare a un esperto del settore così da ridurre il numero di volatili che sta rapidamente colonizzando il capoluogo. Camber propone di attuare un metodo sperimentato in Croazia: infilare uova di plastica nei nidi in modo tale che il gabbiano covi quelle e non produca. Basterà per arginare il fenomeno? In effetti gli esemplari stanno aumentando al ritmo del 10% l'anno: attualmente ne abbiamo tra i 2 mila e i 2.500. I disagi sono noti: oltre al caos mattutino per chi abita ai piani superiori dei condomini, non mancano gli assalti alle persone che camminano in centro con cibo in mano. Fatti del genere sono stati segnalati sulle Rive, in viale XX Settembre e in altre zone della città, tra cui gli stabilimenti balneari come il Pedocin. Passeggiando con un toast, un panino o un gelato, si rischia di rimetterci le dita. Scrivono i forzisti: «In questi anni è stato registrato un importante incremento della popolazione - si legge nel testo della mozione - tale situazione rappresenta fonte di disagio ai cittadini dal momento che i gabbiani sono soliti nidificare nei tetti degli edifici e che, per nutrirsi, tendono a prendere di mira le isole ecologiche nonché i tavolini dei bar e quant'altro riescono a trovare lungo le strade pubbliche». Le iniziative per contenere la proliferazione spettavano finora alla Provincia ma, come ricordano Camber, Babuder e Polacco, l'ente è stato chiuso. «La competenza ora è della Regione, che ha avocato a sé la delega - fanno notare i tre consiglieri comunali - quindi è da lì che devono arrivare i finanziamenti necessari affinché il Comune possa attuare un'immediata opera di contenimento dell'espansione dei volatili». I forzisti citano quanto attuato nella vicina Croazia: «Ha portato concreti risultati un progetto di monitoraggio e di controllo del popolamento dei gabbiani, più precisamente del gabbiano reale (Larus cachinnans) varato nel 2011, che in sei anni sul territorio compreso tra i comuni di Cittanova e Rovigno ha visto calare di un terzo il numero di questi volatili. La sperimentazione in questione - sottolineano - consiste nel collocare nei nidi uova finte di plastica in modo da evitare il proliferare dei gabbiani stessi senza in alcun modo avvalersi di tecniche invasive quali la rottura delle uova». Camber insiste: «La gente è molto arrabbiata, ormai i gabbiani sono come predatori carnivori, attaccano i colombi e pure le persone con cibo in mano. Dobbiamo trovare fondi per finanziare esperti che se ne occupino. Così non si può andare avanti». Ma la proposta di Forza Italia si scontra con il parere degli esperti. L'ornitologo Enrico Benussi, che segue il problema a Trieste e a livello nazionale da metà degli anni Ottanta, scuote il capo: «Ridurre la popolazione è estremamente difficile - spiega - e comunque questi animali sono in grado di riconoscere subito un uovo finto, quindi lo abbandonano. Abituiamoci a convivere, perché la situazione è ormai sfuggita di mano». E la sperimentazione tentata in Croazia? «Una balla», taglia corto l'ornitologo. «Ciò che si può fare, invece, è agire sulle fonti alimentari, evitando di dar da mangiare e di lasciare immondizie fuori dai cassonetti, ad esempio». Anche perché, come precisava l'esperto in una recente intervista sulla questione, «parliamo di animali capaci di adattarsi al contesto in cui vivono. In città i gabbiani frequentano i cassonetti ma è pieno di gente che li alimenta regolarmente. A Trieste - ironizzava - non ci sono soltanto le “gattare” ma pure le “gabbianare”».

 

 

AURISINA - Passeggiata creativa domani sul Carso

È in programma domani la Passeggiata creativa di primavera “Itinerario al chiaroscuro”, organizzata da Casa Cave di Visogliano. L’obiettivo è andare alla scoperta di un incantevole territorio, fra soleggiati sentieri e ombrose grotte carsiche, dando vita a un laboratorio fotografico itinerante, ideato da Alice Sattolo, guida naturalistica, e Fabiola Faidiga, artista visiva. A guidare il gruppo sarà Massimo Goina. Lo sguardo e il lavoro fotografico dei partecipanti permetterà lo sviluppo di un progetto visivo e collettivo, che sarà presentato entro il 2017 nel corso della Mostra “Il colore dei luoghi”. Ritrovo alle 9.30 ad Aurisina.

 

 

 

 

Affari Internazionali - GIOVEDI', 20 aprile 2017

 

 

Da Mediterraneo a Ue via Italia - Gas: una visione strategica paga

Un accordo storico è finalmente giunto a maturazione, in un clima di disattenzione generale, per il gasdotto East Med che potrà collegare il Mediterraneo orientale all’Europa. Attingerà dalle enormi risorse di gas off shore del Leviatano, a nord di Israele (circa 530mmc), e ne trasporterà una parte verso l’Unione europea passando per Cipro, la Grecia e l’Italia
All’inizio di aprile è stata firmata l’intesa dal commissario europeo per l’energia Miguel Canete, dal ministro Carlo Calenda e dai ministri corrispondenti degli altri Paesi, nella distrazione causata dall’esito deludente del G7 Energia.
Il percorso viene da lontano. East Med è stato incluso già nel 2015 tra i Progetti di Comune Interesse (PCI) della Commissione europea; è stato compreso nel Piano decennale di investimenti per rafforzare il mercato unico dell’energia; ha beneficiato del fondo Connecting Europe Facility (CEF), con due milioni di euro che hanno co-finanziato lo studio di fattibilità di IGI-Poseidon (società ad oggi 50% Edison e 50% Depa).
L’esito positivo ha quindi aperto alla progettazione di un gasdotto di circa 1.300 km off-shore per il collegamento tra Israele, Cipro, Creta e il Peloponneso e circa 600 km in superficie per attraversare la Grecia, e poi l’Italia, dopo l’Accordo di aprile. Una capacità di trasporto di 10 miliardi di mc di gas, estendibile a 20, con un costo previsto di sei miliardi di euro.
Un accordo di rilevanza straordinaria
È un accordo di rilevanza straordinaria, poiché ripropone le risorse del Mediterraneo orientale al centro degli interessi economici e politici dell’Ue, in un momento delicatissimo per quella regione in cui l’Europa stenta a marcare il protagonismo che le compete nell’area. Si pone come rotta complementare alle forniture esistenti e programmate del gas russo: non è quindi un’azione diretta contro la Russia, che l’Italia non avrebbe potuto sottoscrivere.
Da anni, chi ha a cuore il ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo, e si occupa di energia, auspica e si adopera per la conclusione di un accordo di questa natura: un tassello concreto per la costruzione di un hub mediterraneo del gas in cui l’Italia potrebbe riacquisire il peso costruito ai tempi di Enrico Mattei, al quale si è di nuovo predisposta in questi anni rafforzando le infrastrutture e disponendo regole necessarie e chiare per dare certezza agli investimenti.
I benefici di una strategia di lungo periodo
Il valore del progetto sta nei molti elementi che contribuiscono a una strategia di lungo periodo, economica e geopolitica, basata sull’energia, che trascendono i confini dell’Ue e dei Paesi del Mediterraneo orientale. Con le necessarie precauzioni per l’incertezza futura, anche l’Italia potrebbe trarne vantaggi importanti. Posso solo richiamare qui i benefici principali.
1. Per l’Ue il gasdotto rappresenta un evidente passo avanti nella strategia dell’Energy Union (2016), volta a diversificare le fonti di importazione di gas e petrolio. L’Ue, si sa, importa 70% del gas che consuma di cui il 40% dalla Russia. Il nuovo gasdotto vede il Mediterraneo tornare al centro della sicurezza energetica.
In termini di politica interna il transito del gas dal Mediterraneo verso il Nord riequilibra la geografia europea e rafforza la posizione dei Paesi della faglia Sud, troppo spesso indicati solo come elemento di debolezza nella contabilità dell’Unione. Aggiunge inoltre un elemento di sicurezza per l’Unione, consolidando la capacità di approvvigionamento attraverso corridoi meridionali che non dipendono direttamente dal transito attraverso la Turchia.
2. Per l’Italia il transito del gas integra e rafforza la posizione del Paese in Europa, offrendo un contributo positivo sul terreno delicatissimo della sicurezza energetica. In termini economici, l’indotto delle nuove infrastrutture creerà reddito e occupazione, oltre a valorizzare gli investimenti di Snam Rete Gas, già attuati in conformità con la regolazione europea per consentire il flusso bidirezionale del gas.
Nella stessa ottica il nuovo Accordo si colloca nella prospettiva dell’impegno italiano nel Mediterraneo, che vede l’Eni protagonista delle grandi scoperte di gas in Egitto (la riserva di Zohr). L’Italia è storicamente un grande importatore del gas russo e continuerà ad esserlo nella transizione energetica; il gasdotto del Mediterraneo è dunque complementare alla fonte russa.
3. Per le due sponde del Mediterraneo, infine, East Med si configura come una strategia di mutuo interesse economico e politico. In un’ottica geopolitica, la costruzione di interessi comuni non può che essere vincente nello scenario drammatico del Mediterraneo orientale. Dopo la “pace dell’acqua”, stretta tra Rabin, Peres e re Hussein di Giordania nel 1994 sulla quale è stato costruito un percorso duraturo di cooperazione e non belligeranza, l’energia costituisce un secondo tassello nella stessa direzione di accordi regionali.
Non è ancora chiaro come Donald Trump imposterà alla fine la politica di esportazione del gas non convenzionale; per l’Ue e per l’Italia i passi perché si avvii in concreto un hub del gas nel Mediterraneo con l’Accordo firmato in aprile costituisce un elemento di sicurezza e crescita.
Contrasti e ostacoli per venditori e compratori
I contrasti da tenere sotto controllo sono sembrati di volta in volta insormontabili per varie ragioni. Il produttore, Israele, ha superato con difficoltà nel 2015 lo scoglio del consenso del Parlamento all’esportazione del gas, facendo salvo l’uso per il consumo futuro interno; ha poi tenuto aperta per lungo tempo l’opzione della via verso il Pacifico, da privilegiare poiché il differenziale di prezzo significativo con l’Europa (7 $/mmBtu in Europa a fronte di 11 $/mmBtu in Giappone, 2015 fonte BP) rendeva più conveniente la vendita del gas a questa regione.
È prevalsa infine la strategia di dirigere il gas anche in Europa, data l’entità delle riserve disponibili e l’arco temporale di lungo periodo coinvolto. Ma la Turchia prima, i Balcani poi, sono parsi allora i candidati favoriti per il transito verso l’Europa, mentre restava aperta la via del GNL da trasportare in Europa, possibilmente attraverso i rigassificatori spagnoli. Tutti progetti che avrebbero escluso il passaggio dall’Italia
Anche da parte dei compratori gli ostacoli erano di complessa soluzione. Infatti l’Ue esprime una storica diffidenza nei confronti di Israele, aggravata dalle recenti politiche di Benjamin Nethanyau nei confronti dei palestinesi. E nel contempo la strategia europea dell’Energy Union (2016) volta a diversificare fonti, Paesi e rotte di approvvigionamento del gas, non ha prodotto politiche conseguenti, in particolare per la valorizzazione delle riserve del Mediterraneo orientale.
Le cause sono complesse: le rotte meridionali sono state di fatto congelate dalla dialettica tra i programmi di Putin sui nuovi gasdotti e le regole dell’Unione volte a contenere il potere di mercato e la strumentalità politica del gas russo; un aspetto nel quale a tratti si è intromessa la voce sotto traccia degli Stati Uniti, oltre all’incertezza politica causata dagli eventi in Turchia.
Nel 2016 si è poi aggiunto il progetto bilaterale tra Germania e Russia per la costruzione del gasdotto North Stream 2 che raddoppierebbe la capacità di trasporto del gas russo verso l’Ue, facendo della Germania lo snodo centrale delle importazioni di gas verso l’Europa e rendendo di fatto ridondanti investimenti in infrastrutture nel corridoio sud; il progetto russo-tedesco è ancora in stallo, bloccato dalla verifica del rispetto della concorrenza e dalle regole frapposte dall’Ue per la salvaguardia degli impegni comuni europei, ma l’esito della trattativa politica non è affatto scontato.
La distrazione del G7 ha creato le condizioni straordinarie per cogliere il momento e firmare l’Accordo: un beneficio inatteso dell’era Trump!
In estrema sintesi, l’intesa stretta tra i quattro Paesi del Mediterraneo e l’Europa mostra in tutta evidenza la valenza strategica di lungo periodo, in cui la convergenza di interessi economici tra Ue e sponda orientale del Mediterraneo può e deve giocare un ruolo politicamente strategico. La costruzione in tempi brevi del gasdotto East Med potrebbe segnare una svolta decisiva anche per il ruolo dell’Italia nella strategia energetica europea. Il condizionale è d’obbligo, poiché si tratta di un passo importante nell’ambito di un lungo percorso travagliato, dove ogni ostacolo rischia di bloccare la traiettoria di lungo periodo.
Valeria Termini (*)

(*) Commissario dell’Autorità per l’Energia elettrica, il gas e il Sistema Idrico (Aeegsi); Vice Presidente del Council of European Energy Regulators (Ceer). L'autrice esprime opinioni proprie e non coinvolge le istituzioni di appartenenza.

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 20 aprile 2017

 

 

Il Parco del mare svela i numeri - Mutuo trentennale da 30 milioni progetti» il piano finanziario - il conto economico del primo decennio
Stimata una spesa di 19 milioni solo per l’acquisto e la manutenzione delle vasche e degli impianti interni al grande acquario
Le vasche per i pesci costan care: il prezzo previsto per i soli interni del Parco del Mare è di circa 19 milioni di euro. È uno dei dati che emergono dalla “radiografia” del progetto contenuta nel piano finanziario realizzato nel 2015 dal Gruppo Acb per conto della Fondazione CRTrieste. Di recente la Camera di commercio ha inoltrato il documento al Comune, finito ora sotto la lente del “Piccolo”: consente di farsi un’idea dettagliata di quali saranno i costi e i potenziali ricavi dell’acquario, oltre al costo complessivo, già noto, di 47,7 milioni di euro. Lo studio Come nasce e in cosa consiste il piano? A fine 2014 l’architetto Peter Chermayeff, maestro mondiale degli acquari, propone una prima versione del progetto e un piano finanziario, elaborato da una società specializzata. Il progetto è magnificente, tanto che i committenti chiedono di valutare anche una versione ridotta. Per farlo, nel 2015 la Fondazione si affida al gruppo Abc. Gli esperti della società prendono in analisi i bilanci dei più importanti acquari del globo e, ricorrendo ai ferri del mestiere, calcolano la possibile evoluzione di un acquario a Trieste. Elaborano tre scenari: lo scenario A, basato sulla proposta Chermayeff, lo scenario B, basato sul progetto Chermayeff ma applicandovi i dati dei primi anni dell’acquario di Lisbona, e lo scenario C, ovvero la versione ridotta che alfine ha conquistato la Fondazione. Quello che, almeno in teoria, dovrebbe veder la luce nei prossimi anni alla Lanterna. Lo scenario Se il progetto Chermayeff prevede una titanica vasca centrale, per un totale di 9,5 milioni di litri d’acqua, lo scenario C parla di 5,5 milioni di litri d’acqua. Una massa minore ma comunque molto grande, se si considera che la grande vasca di Lisbona ne contiene 3,8 milioni. La superficie lorda per ogni scenario è di circa 11mila metri quadrati: quindi anche con la variante ridotta l’area occupata sarà più o meno la stessa, anche se l’edificio sarà più basso. I tempi di realizzazione sono di circa 4 anni e mezzo. Partendo nel 2015, la struttura doveva esser pronta nel 2020, che lo studio considera come primo anno di attività dell’acquario. Per la Camera di commercio, primo promotore del progetto, la scadenza è ancora valida. La realizzazione Per lo scenario C lo studio prevede costi da 47,7 milioni. Ma come dovrebbero essere spesi questi danari? La spesa più onerosa riguarda interni e impiantistica, 19 milioni. Segue la costruzione dell’involucro, 10,7 milioni, e le demolizioni e preparazione del sito, 5,172 milioni. La progettazione e direzione lavori dovrebbe costare 4,363 milioni. Con quali soldi? Lo studio prevede un mutuo trentennale da 30 milioni di euro e un patrimonio di partenza di 20 milioni. Fonti interne ai promotori del progetto assicurano che il capitale iniziale è già superiore (18 milioni vengono già da Fondazione e Cciaa, cui si aggiungono i fondi della Regione, almeno 4 milioni) e che il mutuo da stipulare sarebbe ventennale. Costi e ricavi Secondo Abc lo scenario C consentirebbe di chiedere un canone di locazione di circa 2,6 milioni. Molto superiore alla cifra prospettata negli altri due scenari. Nel primo anno di attività si prevedono ricavi da quasi 16 milioni di euro e costi per quasi 13 milioni. Le cifre salgono fino a 18 milioni di ricavi e 15 milioni di costi per il 2028. Secondo le proiezioni, inoltre, lo scenario C sarebbe l’unico ad avere un rapporto utile netto/fatturato in linea con i parametri medi degli altri grandi acquari mondiali. Ma da dove vengono i ricavi? Prendiamo il primo anno, il 2020. La parte del leone la farebbero i biglietti: oltre tre milioni e mezzo. Un altro milione e 300mila euro verrebbero dal merchandising, a seguire le altre voci. Come tutti i documenti degli esperti, il piano finanziario va preso così com’è, sarà in caso la realtà a confermarlo o smentirlo. Di certo bisognerà consultarlo a lungo per scoprire se era corretto. Alcune proiezioni arrivano a futuri lontanissimi, come il 2049: infin che'l mar fu sovra noi richiuso.

Giovanni Tomasin

 

Un documento spuntato dopo un lungo silenzio - LO STUDIO
Un piccolo giallo: perché il piano finanziario è saltato fuori soltanto adesso? La Camera di commercio sostiene di averlo trasferito già a suo tempo al Comune, con cui intratteneva regolare corrispondenza. Le carte però in Municipio non si trovavano, e l’allora sindaco Roberto Cosolini è tra i firmatari della richiesta dell’audizione sul Parco del Mare in cui si chiedevano lumi proprio sul piano finanziario. Il capogruppo del M5S Paolo Menis è «perplesso»: «Io ho fatto una domanda di attualità su questo, ma il vicesindaco Pierpaolo Roberti ha negato che il Comune abbia a disposizione questi documenti. Adesso li abbiamo, ma da quel che mi risulta sono arrivati dopo». Quanto al progetto Menis commenta: «Devo approfondire il piano finanziario. L’ultimo studio che avevo visto risaliva al 2009 e parlava di cifre enormi di visitatori per sostenere una struttura del genere». Ma le cose veramente importanti a questo punto, incalza il pentastellato, sono altre: «I soldi per realizzarlo verranno anche dal futuro gestore Costa oppure la società entrerà nell’impresa con poco rischio?». Per quanto riguarda il Comune, conclude, «basta fare una modifica al Piano regolatore. Poi però bisogna capire l'impatto su viabilità, parcheggi e così via».

(g.tom.)

 

Previsti a regime 68 posti di lavoro - I settori con più addetti sono destinati a essere quelli tecnici - Sette dipendenti impegnati nel marketing e 12 nel negozio
Il Parco del mare dovrebbe impiegare direttamente una settantina persone. È uno dei dati più interessanti del piano finanziario del Gruppo Acb. Il rapporto ipotizza una struttura organizzativa composta da 68 lavoratori. Il costo del personale previsto (sui dati del 2015) è di 2,57 milioni di euro, con un’ipotesi di incremento pari al 2% annuo. Cosa faranno i dipendenti della società di gestione che prenderà in mano la struttura? Secondo lo studio 23 persone dovrebbero essere impegnate direttamente nell’acquariologia e nello sviluppo del percorso. Altre 12 curerebbero l’aspetto tecnico e di sviluppo dell’acquario. Sette sarebbero poi destinate al settore vendite e marketing. L’amministrazione e il settore personale occuperebbero quattro persone, mentre i servizi e la direzione generale altri sette. La didattica culturale e scientifica impegnerebbe tre addetti. Nel negozio lavorerebbero invece 12 persone. La sezione “costi” del piano fornisce anche molte altre informazioni. Curiosando tra le spese che il gestore dovrà sostenere dopo aver preso in mano la struttura, si possono capire molte cose su come si sostiene oggi giorno un acquario. Ci sono ad esempio i costi definiti “aquariologia”, intrinsechi a questo genere di struttura, che ammontano a circa 0,28 euro per litro d’acqua. È proprio questo particolare a far sì che la variante “ridotta” del progetto, il cosiddetto scenario C, abbia una spesa sensibilmente minore rispetto a quello iniziale: 1,55 milioni di euro contro 2,67 milioni. I costi di marketing, comunicazione e promozione dovrebbero aggirarsi invece attorno al milione. Quelli per la rivisitazione e le migliorie del percorso di visita sono stati stimati attorno ai 220mila euro, mentre le manutenzioni dovrebbero attestarsi sui 330mila euro. Il piano parla poi di assicurazioni per 15 euro ogni metro quadrato di superficie lorda (circa 165mila euro), emolumenti agli organi societari per 250mila euro e altri costi generali per 410mila euro. Su tutte le voci Acb ipotizza un incremento medio annuo del 2%, le stime sono basata sui dati del 2015. Il gestore dovrebbe poi pagare un canone di locazione di 2,6 milioni di euro, pari al 16,6% del fatturato. Anche in questo caso si ipotizza una rivalutazione annua, pari all’1,5%. La società prevede anche, nell’anno antecedente all’apertura, ulteriori costi relativi al personale e alla sua formazione, ad esempio corsi di marketing e comunicazione. E i guadagni? La stima di Acb prevede un introito medio per visitatore di 17,8 euro. Ovviamente non si tratta del costo del biglietto, che dovrebbe prevedere riduzioni di vario tipo, e che in media dovrebbe aggirarsi sui 14 euro. Al dato vanno sommati 1,7 euro per l’acquisto di merchandising e 1,5 euro per la ristorazione. Si ipotizzano inoltre ricavi da 150mila euro l’anno grazie all’organizzazione di eventi e ricavi da sponsorizzazione pari a 0,35 euro per visitatore. Altri 150mila euro dovrebbero arrivare dalla didattica, contributi per programmi scientifici e altre donazioni. Tutto da calcolare è l’impatto dell’eventuale indotto.

(g.tom.)

 

In vetrina solo pesci nati in cattività - Garantita l’assenza di delfini. Preventivato un budget di 425mila euro per il cibo
il “parco” da arricchire È prassi per questo tipo di strutture ampliare le dotazioni
I delfini non ci saranno. I promotori del progetto del Parco del Mare l’hanno ribadito più volte, l’acquario non metterà in mostra mammiferi prigionieri. E gli altri animali nelle vasche saranno tutti nati in cattività. Ma gli animali, appunto, saranno presenti e costituiranno il principale fattore di attrazione per i 700mila visitatori annui previsti dal piano finanziario. Di quali creature marine si tratterà non è ancora dato sapere. Potrà chiarirlo soltanto il progetto definitivo dell’opera, chiunque sia il suo autore finale: ancora non si sa, infatti, se l’architetto statunitense Peter Chermayeff accetterà di firmare anche una versione ridotta di quello che voleva fosse il suo capolavoro di fine carriera. Quel che sappiamo, però, è che le spese per la voce “cura degli animali” sono previste nel piano finanziario. Solo nel primo anno si prevedono 100mila euro, che diventano 425mila nel secondo e aumentano gradualmente fino a circa 500mila verso la fine degli anni Venti. Il piano tiene conto poi del costo degli alimenti, che dovrebbe aggirarsi attorno a 385mila euro l’anno: è un altro fattore che abbassa la spesa rispetto all’idea Chermayeff, che avrebbe comportato una spesa di 665mila euro. Realizzare gli habitat per gli animali e acquisire gli stessi “ospiti” non sarà un'operazione facile. La spesa prevista dal piano finanziario è di 4.7 milioni di euro, per i quali è previsto un ammortamento in otto anni. Ma nessun acquario vive nel tempo della dotazione che aveva all'inizio. È prassi in tutti i grandi acquari del mondo di ampliare gradualmente il proprio parco ospiti, rinnovando l'offerta per attrarre visitatori e riportare alla propria porta quelli passati. Ecco quindi che il piano ipotizza per gli esercizi fra il 2022 e il 2028 investimenti pari a 1,2 milioni di euro per singolo esercizio, proprio al fine di rinnovare le dotazioni e apportare migliorie al percorso di visita. È un aspetto che ha suscitato le proteste della Lega Antivivisezione e del Comitato Trieste per gli animali, contrari a rinchiudere in cattività gli animali. I comitati hanno spiegato più volte le loro ragioni, scendendo in piazza per ben due volte sotto al municipio con cartelli e striscioni. Per loro i fondi dell’acquario andrebbero impiegati altrimenti. Hanno dichiarato alla vigilia di una delle ultime manifestazioni: «Con quei soldi si possono fare tante altre cose: incentivare il patrimonio culturale triestino; risolvere il degrado del parco di Miramare; investire nel Museo di Storia ed Arte di Piazza della Cattedrale; curare il verde dei parchi cittadini, molto trascurati, a beneficio di chi ha famiglie ed animali».

(g.tom.)

 

Hotel e garage sotterranei nell’ex Fiera - Prime coordinate del progetto di rilancio delineato dai nuovi proprietari austriaci. Martedì incontro a Trieste con la giunta
Il futuro dell'ex Fiera di Trieste inizia pian piano a delinearsi. Il management della Mid, la holding austriaca che una decina di giorni fa ha acquisito all'asta il comprensorio di Montebello per 12 milioni di euro, sarà a Trieste martedì prossimo per un sopralluogo all’interno di piazzali e padiglioni. Probabile anche un incontro con la giunta comunale e altri incontri d'affari. Una tappa in città che testimonia la volontà del gruppo di Klagenfurt di non perdere tempo. Difficile però, al momento, entrare nel dettaglio di ciò che sarà costruito nell'intero perimetro. Il Piano regolatore comunale prevede comunque abitazioni, aree commerciali, alberghi e parcheggi, ad esempio. Ed è su queste coordinate che il progetto dovrà porre le proprie basi. «È troppo presto per decidere - mette le mani avanti Walter Moser, general manager della società - non posso dire in anticipo cosa verrà edificato. Il piano urbanistico obbliga a costruire almeno 9.500 mq di appartamenti - ricorda - ma sul resto siamo liberi di fare ciò che desideriamo. L'intenzione è dare spazio a negozi, uffici e hotel. E certamente ci sarà un garage sotterraneo». Il contratto di vendita del complesso sarà ufficializzato entro l'estate. Ma la holding si prende sei mesi, grossomodo, per articolare con esattezza il progetto. Subito dopo contatterà le autorità locali per i permessi necessari. Un anno e mezzo, a grandi linee, i tempi per chiudere i lavori. L'investimento complessivo nell'ex fiera, tra demolizioni e nuove edificazioni, dovrebbe aggirarsi indicativamente tra i 60 e i 70 milioni di euro. Si tratterà di un mega cantiere da 20 mila metri quadrati, compresi tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, via Revoltella e via Sette Fontane. Di questi, ben 7.160 sono scoperti, per un volume fabbricabile di 108 mila metri cubi. Sono stati gli uffici comunali a stabilire il valore: per la destinazione immobiliare era stato usato un parametro di 2.250 euro al metro quadrato, per quella commerciale di 2.047 euro; per gli uffici, ancora, la di 2119 al mq, oltre ai possibili ricavi derivanti dalla vendita dei posti auto nel garage che si pensa di costruire. Sarà proprio la Mid a gestire l'intero intervento. La società, che come noto ha sede a Klagenfurt, è specializzata nell'immobiliare e vanta un'esperienza decennale nel settore. Opera in Europa, tra cui Ungheria, Slovacchia, Croazia e Slovenia, oltre che in Austria. È alla holding che si deve, ad esempio, i centri commerciali “Qlandia” di Maribor e Nova Goriza. L'azienda si è aggiudicata la fiera nell'asta di dieci giorni fa per 12 milioni e 318,44 euro, 2 milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali stimate dal Comune. L'interesse sul comprensorio di Montebello è motivato dalla particolare collocazione geografica del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, come aveva spiegato lo stesso Moser. «Trieste è una città molto importante - affermava - che ha un'ottima posizione sul confine con la Slovenia, questo è un buon motivo per investire lì. Non abbiamo ancora una pianificazione concreta - ribadiva - ma il Piano regolatore ci permette di avere un'idea su cosa siamo autorizzati a fare: negozi al dettaglio, hotel, uffici, appartamenti e supermercati. Abbiamo una storia lunga che si è focalizzata soprattutto sui centri commerciali, ma per quanto riguarda Trieste siamo dell'opinione che quella è un'area già sufficientemente coperta da questo punto di vista». Più facile quindi veder ipotizzare la creazione di negozi di vario genere, e dimensioni più contenute, distribuiti sull'intera area assieme ad abitazioni e hotel, insomma, che un unico blocco coperto simile al Giulia o alle Torri. «Noi - puntualizzava Moser - abbiamo molta fiducia nelle istituzioni e io verrò a breve per osservare la situazione complessiva». Il manager è atteso in città proprio martedì prossimo

Gianpaolo Sarti

 

Dal valore immobiliare ritoccato all’insù all’asta aggiudicata al prezzo di 12 milioni
Il valore immobiliare dell'ex fiera, passato da 7 milioni a 10 milioni e 304.273,03 euro, è cresciuto grazie alle modifiche urbanistiche apportate al Piano regolatore del Comune. Era di poco più di 10 milioni, dunque, la base d'asta del comprensorio su cui contavano i soci della spa in liquidazione. Ma la Mid ha acquisito la struttura una decina di giorni fa per 12 milioni e 318,44 euro, 2 milioni in più rispetto alla somma prevista inizialmente. L'investimento che adesso si prospetta in quel perimetro potrà variare tra i 60 e i 70 milioni di euro. La struttura è comunque di proprietà della Fiera spa: i due terzi dell'area afferiscono alla società e un terzo al Comune. Dal punto vista delle quote sociali, la spa è partecipata dal Comune per il 25,50% (765 mila euro), dalla Camera di commercio per una quota analoga e dall’ex Provincia per il 24,95% (748 mila euro). A questo assetto azionario pubblico, superiore al 75%, si affianca una platea di soggetti privati (banche, assicurazioni, associazioni di categoria).

(g.s.)

 

 

Dipiazza “convoca” Arvedi a Trieste dopo i boati e le fumate nere

«Arvedi venga a Trieste a trattare la chiusura dell'area a caldo». Il sindaco Roberto Dipiazza “convoca” via Facebook il cavaliere di Cremona dopo le esplosioni e il fumo nero che martedì mattina hanno interessato l’impianto della Ferriera di Servola. «Interessante quanto comunicato nella loro relazione dai vigili del fuoco in merito alle esplosioni e al fumo - riferisce Dipiazza in un video girato e Servola e postato poi ieri su Facebook -. “Si rende necessaria un’approfondita verifica statica di funzionalità da parte di tecnico qualificato alla parte d’impianto coinvolta nell’evento e tutte le opere di assicurazione che il caso richiede”». Il video non fa riferimento invece alle spiegazioni fornite dall’Arpa, secondo cui boati e fumate nere erano da attribuire a «fenomeni rari causati dall'apertura delle valvole di sicurezza in seguito a delle sovrappressioni che si sono generate nell'altoforno: un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell'impianto per interventi di manutenzione». Il sindaco ha però colto l’occasione per chiedere la chiusura della cokeria. «La Ferriera oltre a mettere a rischio la salute dei cittadini sta diventando molto rischiosa anche per i suoi lavoratori. Invito il cavalier Arvedi a venire a Trieste sia per discutere insieme della chiusura dell’area a caldo perché la città non ne può più, sia pensare a come sviluppare un’industria pulita con il laminatoio». Oltre all’incontro il primo cittadino ha annunciato anche altri iniziative. «Il Comune intanto prosegue con la sua attività di verifica e controllo a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente, e tutta la documentazione che stiamo producendo è trasmessa alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti» . La presa di posizione di Dipiazza è stata accolta con soddisfazione dai Comitati che stanno lavorando a fianco dell’amministrazione. «Finalmente questo video contiene un'azione concreta che attendevamo da settimane: la convocazione di Arvedi a Trieste per trattare la chiusura - scrive il Comitato 5 Dicembre -. Certamente il video non è la convocazione ufficiale che forse è già partita o partirà adesso per iscritto ma è un'azione reale. Bene! Aspettiamo la reazione e la risposta di Arvedi».

 

Studi su rischi ambientali e danni alla salute - Accordo pilota con l’Istituto superiore della sanità. In arrivo dal Cipe 7 milioni per il Polo intermodale
TRIESTE Missione romana dal doppio risultato quella portata a termine ieri dalla presidente della Regione. Debora Serracchiani, da un lato, ha firmato l’accordo con i vertici dell’Istituto superiore di sanità (Iss) per attività di monitoraggio e ricerca sullo stato di salute dei cittadini residenti nelle aree a maggior rischio ambientale, come gli abitanti del rione di Servola, a Trieste, “vicini di casa” della Ferriera. Dall’altra ha incassato il via libera del Cipe allo stanziamento da 6,9 milioni di euro per il secondo lotto di lavori legati alla realizzazione del polo intermodale dell’aeroporto di Ronchi. Primo impegno della giornata, come detto, l’accordo con la massima autorità nazionale in materia di sanità, definito da Serracchiani «un passo in avanti importante che coniuga ambiente, salute e lavoro». L’intesa si svilupperà attraverso una serie di articolati interventi, il primo dei quali riguarderà, per l’appunto, l’impatto sulla popolazione residente legato alla presenza dell’impianto siderurgico di Servola. «Il possibile legame tra esposizioni ambientali e danni per la salute rappresenta una preoccupazione costante dell’amministrazione regionale - ha sottolineato la governatrice -. Da qui la ferma volontà di sviluppare, assieme all’Iss, in un'ottica di prevenzione, un innovativo sistema di sorveglianza, che, nel determinare la pericolosità dell’esposizione a contaminanti, consenta di intervenire tempestivamente, se necessario, per mitigarne gli effetti e programmare lo sviluppo. Avevamo promesso - ha aggiunto Serracchiani - che la Ferriera poteva continuare a produrre a patto di non inquinare e di vedere applicata una costante attenzione per la salute di lavoratori e dei cittadini. Ora, con questo accordo, stiamo andando verso quella direzione». Tornando ai dettagli dell’accordo sui rischi ambientali, sarà predisposto un sistema di sorveglianza sanitaria che consenta di individuare indicatori di contaminazione ambientale ed eventuali patologie correlate. Parallelamente saranno attuati studi integrati dell’inquinamento dell’atmosfera e del suolo, studi epidemiologici, analisi sui ricoveri ospedalieri e sarà realizzato un avanzato sistema di prevenzione, con verifica nel tempo della sua efficacia. Entro due mesi saranno presentati la progettazione di dettaglio, i compiti e il cronoprogramma delle linee di ricerca e delle singole attività da sviluppare sulle diverse aree del territorio regionale che verranno individuate. Sul fronte infrastrutturale, invece, ottime notizie sono arrivate dal Cipe, che ha pubblicato la delibera 57 con cui viene formalizzato il finanziamento del progetto, presentato dalla Regione e dall'Aeroporto del Fvg, relativo al secondo lotto dei lavori per la realizzazione del Polo intermodale. «Un’opera strategica e attesa da anni - conclude Serracchiani -, che ha oggi tutti gli elementi per essere realizzata in tempi brevi».

 

 

«Una rotonda al posto del semaforo all’Obelisco di Opicina»
OPICINA Spegnere il semaforo e affidarsi alle rotatorie per fluidificare il traffico nell’area sotto l’Obelisco. È l’indicazione prioritaria che il Consiglio circoscrizionale Altipiano Est affida al Comune di Trieste per decongestionare il traffico alle porte di Opicina. Solo uno dei suggerimenti sulla viabilità che il parlamentino ha condensato in un documento inviato al Municipio. «Dalla precedente consigliatura il nostro parlamentino continua a denunciare come quel semaforo sia causa di gravi problemi alla circolazione lungo Strada nuova per Opicina», afferma il presidente della Seconda circoscrizione Marko De Luisa: «Nelle ore di punta si formano lunghe colonne di mezzi che mettono in crisi pure il trasporto pubblico. Il discorso non cambia, anzi peggiora nei giorni festivi. Per risolvere la questione si rende necessaria la dismissione del semaforo, colpevole di tali intasamenti». Perfezionato questo provvedimento, continua il presidente, si deve mettere mano alla viabilità creando a valle del piazzale dell’Obelisco una rotatoria, che permetterebbe ai veicoli da via Bonomea e Scala Santa e intenzionati a proseguire verso Opicina di percorrerla per riprendere il senso di marcia che porta al quadrivio. Per i veicoli da Trieste la creazione di un delimitatore centrale obbligherebbe chi intende raggiungere via Bonomea e Scala Santa ad arrivare al quadrivio per poi ritornare. Tra i nodi più delicati del traffico opicinese, l’incrocio tra Strada per Vienna e via di Basovizza, secondo Altipiano Est, richiede una particolare attenzione. L’indicazione anche qui è di una rotatoria. Si chiede poi di istituire il limite di 30 orari per chi da piazza Brdina accede a via di Prosecco. Quanto all’incrocio tra piazzale Monte Re e via Nazionale la proposta è di ripristinare il doppio senso per via di Conconello, con l’obbligo di svolta a destra, direzione rotatoria centrale, per chi da via di Conconello si immette in via Nazionale.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 19 aprile 2017

 

 

Anomalia in Ferriera, boati e nuvole nere - Decine di segnalazioni di residenti. Fenomeno provocato da un’insolita canalizzazione degli scarichi. Intervento dell’Arpa
Un boato deciso, ben udibile a distanza ragguardevole e poi una nube di fumo nero, denso, che saliva e stentava a dissolversi nell’aria carica di umidità della mattinata. Ieri, pochi minuti prima delle 9, in molti nelle zone attorno alla Ferriera di Servola, sono sobbalzati nell’udire il frastuono. E il timore, gli interrogativi, senza giungere alla paura, si sono diffusi: molte le telefonate ai numeri d’emergenza e alle testate giornalistiche e tanti i post pubblicati sui social per tentare di sapere il motivo, l’origine e soprattutto le eventuali implicazioni per la sicurezza di quello che l’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ha subito definito come «un fenomeno raro e atipico», comunque in nessun caso un’emergenza. Tanto che i pompieri non sono stati allertati. Il direttore dell’impianto della Siderurgica Triestina, invece, come da protocollo concordato da tempo ha chiamato il direttore tecnico scientifico dell’ente regionale, Franco Sturzi. I due sono rimasti in costante contatto per un aggiornamento in tempo reale della situazione. Ma cosa ha generato boato e fumata, poi ripetutisi in forma minore? Un’accentuata e anomala pressione dei fumi derivati dalle lavorazioni che la Ferriera effettua nell’altoforno: ieri mattina le sostanze gassose hanno “preso una via” diversa dal solito, provocando una sorta di “tappo” che, quando è “saltato”, ha generato i boati e le nuvole nere. Per fare un paragone e una raffigurazione si può immaginare il motore di un’auto diesel: a volte lo scappamento “fuma nero”. Il comunicato dell’Arpa fornisce una versione più tecnica dell’episodio di ieri. «I boati accompagnati dall'emissione di fumo nero verificatisi nello stabilimento di Siderurgica Triestina a partire dalle 8.50 sono stati causati dall'apertura delle valvole di sicurezza in seguito a delle sovrappressioni che si sono generata nell'altoforno. All'origine delle sovrappressioni, un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell'impianto per interventi di manutenzione». Per Arpa la sovrappressione durante la fase di rallentamento dell'impianto è, come detto, un fenomeno piuttosto raro e atipico. A tale proposito l'Agenzia per l'ambiente effettuerà degli approfondimenti assieme alla direzione dello stabilimento, al fine di verificare l'adozione di accorgimenti tecnico-gestionali necessari ad evitare il ripetersi di tali anomalie. Arpa fornirà ulteriori ragguagli sulle emissioni di ieri e sull'andamento complessivo dell'impianto siderurgico nel rapporto finale della visita ispettiva, che inizierà oggi e la cui conclusione è prevista nei prossimi giorni.

Pier Paolo Garofalo

 

Aiuole inquinate, via libera al piano - L’Istituto superiore di Sanità ha approvato gli interventi previsti del tavolo tecnico
Parere favorevole dell'Istituto superiore di Sanità sulla proposta di piano stralcio per le aree sensibili elaborata dal Tavolo tecnico composto da Regione, Comune di Trieste, Arpa e Asuits e chiamato ad indagare sull'ipotesi di inquinamento diffuso di sette aree (cinque comunali e due private) del capoluogo giuliano, suddivise fra verde scolastico e giardini pubblici. Lo rende noto un comunicato diffuso ieri pomeriggio dalla Regione Fvg. In dettaglio, l'istituto ha condiviso le scelte di intervento proposte che mirano a interrompere i percorsi di esposizione delle persone agli agenti inquinanti e, allo stesso tempo, a mitigare o bonificare le aree trattate relativamente alle matrici ambientali contaminate. Si tratta di interventi di copertura mediante la posa di un tappeto erboso pronto e/o la stesa di uno strato di ghiaia, oltre alla sperimentazione del fitorimedio, ovvero il miglioramento della qualità dei suoli grazie a particolari tipi di piante. L'istituto superiore di Sanità ha altresì raccomandato, peraltro in linea con gli orientamenti del Tavolo tecnico, di programmare specifici piani di monitoraggio finalizzati alla verifica dell'efficacia delle misure di intervento e di bonifica, alla valutazione della possibile dispersione degli agenti contaminanti e al controllo della qualità dell'aria nella fase successiva agli interventi. Il Tavolo ha quindi dato mandato al Comune di realizzare gli interventi previsti, anche utilizzando le risorse economiche messe a disposizione della Regione per l'ammontare di 350mila euro. Recentemente il problema dell'inquinamento delle aree verdi di Trieste era stato affrontato in IV Commissione del Consiglio regionale, presieduta da Vittorino Boem, nel corso di un'audizione alla quale hanno preso parte l'assessore regionale Sara Vito, l'assessore comunale triestina Luisa Polli, e i tecnici dell'Arpa. La Vito aveva ripercorso la vicenda, iniziata nel 2016, sottolineando come il problema fosse stato affrontato tempestivamente con 350 mila euro e come la situazione fosse costantemente monitorata.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 18 aprile 2017

 

 

La giunta “sfratta” automobili e moto da via Teatro Romano - Stop ai posteggi davanti al monumento e a Santa Maria Maggiore
Masegni e marciapiedi in formato extra large per corso Italia - Gli interventi rientrano nella nuova versione del piano di riqualificazione che attende il via libera dal ministero dell’Ambiente
Tor Bandena? No, perchè ci sono i parcheggi della Questura. Via del Rosario e Piazza Vecchia? No, perchè ci sono i “bouquinistes” triestini. E non è facile trovare siti differenti dove alloggiare vetture e libri. Allora bisogna modificare le coordinate del progetto di riqualificazione di parte del entro storico e con esso la destinazione delle risorse. Lavori Pubblici e Urbanistica comunali hanno pronto l’alternativa: risistemare il marciapiede sud di corso Italia, insieme all’area che raccoglie largo Riborgo, lo spazio prospiciente il teatro Romano, “piazzetta” Marenzi. La traduzione è fornita dall’assessore all’Urbanistica Luisa Polli: «Masegni in corso Italia, ampliamento dei marciapiedi per consentire il transito ciclo-pedonale, segnalazioni di pericolo per gli ipovedenti. Niente auto parcheggiate davanti al Teatro Romano e davanti alla scalinata che porta a Santa Maria Maggiore. Abbattimento della struttura a fianco del teatro, una volta utilizzata a supporto degli spettacoli». Un intervento che, nelle intenzioni della giunta, premette e imposta il percorso storico-artistico tra il teatro romano e il colle di San Giusto. Sono a disposizione circa 730 mila euro: 415 mila a cura del ministero dell’Ambiente, la quota restante sarà garantita dal Comune. La delibera 131, con la doppia firma degli assessori Luisa Polli e Elisa Lodi, è stata approvata di recente in giunta e prospetta un nuovo quadro di opere nella grande “elle” che conduce da piazza della Borsa a via del teatro Romano. Va fatto però in passo indietro per spiegare le ragioni del provvedimento. Tutto risale all’accordo di programma firmato nel dicembre 2008 tra il ministero dell’Ambiente e il Comune triestino (anche allora il primo cittadini era Roberto Dipiazza), che aveva come scopo il finanziamento di opere pubbliche mirate al miglioramento della qualità dell’aria. Su un totale di quasi 4 milioni di euro, il cofinanziamento ministeriale ha coperto i tre quarti della spesa, che è servita a riqualificare piazza della Borsa. E adesso va in scena il secondo atto: dai lavori in piazza della Borsa il Comune è riuscito a ricavare un’economia di 415 mila euro, che l’amministrazione ha “girato” su un ulteriore progetto di riqualificazione riguardante stavolta “le aree limitrofe a piazza della Borsa”. La proposta triestina era stata approvata nel dicembre 2014 dal ministero dell’Ambiente con decreto direttoriale. L’idea dell’esecutivo Cosolini era quella di rimettere a posto appunto via Tor Bandena, via del Rosario e piazza Vecchia, ma la giunta del Dipiazza III - in considerazione della difficoltà a trovare soluzioni alternative per le auto della Questura e per le attrezzature semi-fisse utilizzate dai librai - ha ritenuto di modificare l’orientamento ereditato. Ecco allora apparire largo Riborgo, teatro Romano, “piazzetta” Marenzi. O riapparire, come nel caso di “piazzetta” Marenzi, che in buona sostanza è lo spazio tra via del teatro Romano e il cortile di palazzo Marenzi, ospite di sportelli e uffici AcegasApsAmga. Ancora 9 anni fa si era ipotizzato di intervenire su quel sito, poi non se ne fece niente e il dislivello tra il piano della strada e la corte del palazzo non è stato colmato. La delibera, presentata da Polli&Lodi sulla base del lavoro preparatorio coordinato dai dirigenti Marina Cassin e Enrico Cortese, prevede la trasmissione del cosiddetto “pod” (programma operativo di dettaglio) al ministero dell’Ambiente, onde ottenere il nulla osta alla modifica proposta. Una volta che Roma avrà dato disco verde, l’intervento sarà inserito nel cronoprogramma dei pagamenti in conto capitale sul triennio 2017-19. Il grosso della spesa è assorbito da corso Italia (490 mila euro). La nuova indicazione parte da una valutazione critica dell’attuale degradato assetto viario, sia pedonale che veicolare. Si tratta di un’area molto frequentata dai cittadini come dai turisti e presuppone la necessità di un ripristino all’insegna della buona qualità. Luisa Polli ne è sicura: «Non appena il ministero avrà dato il placet, bandiremo le gare per l’affidamento dei lavori».

Massimo Greco

 

 

Cinque spritz scientifici per salvare il nostro mare

L’Associazione Officina organizza un ciclo di incontri gratuiti con biologi marini per sensibilizzare i cittadini sui temi della pesca e dell’ecosistema marino

Cinque spritz scientifici dedicati al mare e alla pesca, per esplorare la storia di quest’attività da sempre praticata nel nostro Golfo, i problemi, le prospettive future e la sostenibilità delle pietanze ittiche che mettiamo in tavola. È la proposta dell’Associazione Officina, che in collaborazione con Arci Trieste e con il contributo della Regione propone nell’ambito del progetto EcologicaMente l’iniziativa “Tu, Mare, Trieste”: conferenze-dibattito tenute da biologi ed ecologi marini, molti dei quali impiegati all’Ogs, che si propongono di sensibilizzare i partecipanti sull’influenza che hanno le loro scelte alimentari nel preservare l’equilibrio dell’ecosistema mare. «Con questi incontri andremo ad analizzare quale sarà il futuro della pesca in un contesto in cui le risorse ittiche sono in forte diminuzione - spiega l’ecologo marino Simone Libralato -. Ciò è dovuto, oltre che all’inquinamento e al cambiamento climatico, anche alle tecniche adottate per la pesca. Penso al rapido, una pesca a strascico che ara il fondale tirando su tutto quello che trova». La pesca nel nostro Golfo invece è operata spesso in modo sostenibile. Un esempio viene dalla pesca con le lampare, che a Trieste si svolge ormai da cent’anni. «A fine Ottocento per pescare sardine e acciughe in notturna si usavano bracieri sospesi sulle barche - racconta -, poi negli anni ’20 i pescatori napoletani trapiantati a Trieste iniziarono a utilizzare lampade ad acetilene per attrarre il pesce e reti a saccaleva per raccoglierlo. Tutta un’altra storia rispetto alla pesca praticata a Chioggia, dove invece dagli anni ’60 si usano le “volanti”, grandi imbarcazioni che sono in grado di lavorare anche d’inverno, quando le lampare si fermano». Anche se è difficile trovare una soluzione per impedire lo svuotamento dei mari i consumatori possono fare molto: «Basta scegliere il pesce giusto in pescheria - spiega Libralato -. È importante fare caso alla taglia, che non dev’essere troppo piccola, e alla stagionalità del pesce. Se mangiamo sardine o acciughe in inverno possiamo stare certi che non verranno da Trieste». Tutti questi temi saranno approfonditi nei prossimi incontri di “Tu, Mare, Trieste”, che oltre alla conferenza prevedono anche un buffet a tema. Gli appuntamenti sono a ingresso libero: giovedì 20 alle 19 al Circolo Di-Sotto di via bernini 2 Tomaso Fortibuoni parlerà di “Il mare com’era”. L’11 maggio toccherà a Diego Panzeri con “Cento anni di pesca con le lampare a Trieste” al’Arci di via del Bosco, seguito, il 25 maggio, da Diego Borme con “Aspettando il momento giusto”. Due gli appuntamenti di giugno: l’8 con “il pesce e le sue stagioni” e il 22 con “Che pesci pigliare?”. Info e calendario completo sul sito arcitrieste.org o sulla pagina Fb di Arci Trieste.

Giulia Basso

 

L’Ogs alla sfida sulla biodiversità - L’Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste entra nel progetto europeo LifeWatch

Biodiversità ed ecosistemi, due tematiche fondamentali che richiedono sempre un maggiore approfondimento in una società che si trova ad affrontare sfide di livello globale che riguardano elementi cruciali come approvvigionamento delle risorse, sviluppo economico, sicurezza ambientale e benessere dell'uomo. Indirizzata a studiare questi aspetti è la struttura europea LifeWatch, composta da otto stati membri, tra cui l'Italia che coinvolge pure l'Ogs, e che recentemente ha ricevuto dall'Unione europea lo status di Organismo Internazionale di Infrastruttura Europea di Ricerca che corrisponde all'acronimo Eric. La prima assemblea di questo nuovo gruppo sarà a Siviglia l'8 e 9 maggio. Perché questo nuovo "formato" ? La Comunità Europea riconosce la ricerca nel campo della biodiversità come prioritaria, non soltanto attraverso i puntuali programmi di finanziamento per le numerose azioni progettuali a breve termine, ma vi attribuisce una rilevanza tale da decretare l'istituzione di LifeWatch-Eric come soluzione di lungo periodo per garantirne la sostenibilità in un tempo maggiore. Questa iniziativa è la 14° infrastruttura di ricerca europea ad ottenere l’ importante riconoscimento. Nasce con otto stati membri fondatori e tre sedi comuni. Attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie informatiche, garantisce l'accesso a estesi sistemi di dati sulla biodiversità, assicurandone standardizzazione ed interoperabilità, e mettendo a disposizione di ricercatori e decisori politici strumenti e servizi che permettono la creazione di veri e propri ambienti di ricerca virtuali e sostengono il processo politico decisionale. L'Italia, attraverso il Miur ed il Cnr, vi gioca un ruolo fondamentale. Lavorano in sinergia gruppi di ricerca attivi sulle tematiche dell'ecologia informatica, della biodiversità e degli ecosistemi, appartenenti a trentuno istituzioni di grande rilevanza nazionale. Joint Research Unit (Jru) coordina il contributo italiano a LifeWatch e il Bel Paese ospita all'Università del Salento il Centro Servizi, una delle tre sedi europee comuni del progetto, e contribuisce con l'Istituto Italiano Distribuito di Ricerca sulla Biodiversità. In particolare l'Ogs si occupa di svolgere studi sempre inerenti alla biodiversità e di fornire dei dati. «Attraverso la sezione di Oceanografia fisica e biologica - spiega Bruno Cataletto, ricercatore dell' istituto triestino nella sezione di Oceanografia fisica -, partecipiamo rilevando elementi relativi alla biodiversità. Ad esempio la boa Mambo, posizionata a Miramare, raccoglie dati chimico-fisici riguardanti ad esempio la salinità e la temperatura dell'acqua». Cosa cambia ora con questo nuovo status? «Avviene una modifica nella struttura perché anche attraverso il centro italiano si creerà la possibilità di sviluppare maggiori ambienti di ricerca virtuali e reali e dunque una maggiore collaborazione fra istituti europei e partecipazione a progetti con il vantaggio per i singoli istituti di ulteriori scambi scientifici, pubblicazioni di articoli. Insomma si creeranno dei motivi maggiori per realizzare un enorme networking».

Benedetta Moro

 

 

Knulp - Viaggio nella mente delle api - Nella mente delle Beezzz alle 17.30 Via Madonna del Mare 7/a

Oggi pomeriggio alle 17.30 al Knulp Bar di via Madonna del Mare 7/a, i volontari di Greenpeace di Trieste organizzano un incontro divulgativo in collaborazione con Cinzia Chiandetti, dal titolo “Nella mente delle Beezzz – Le cose insospettabili che sanno fare le api”. La ricercatrice dell’Università di Trieste terrà un intervento sul comportamento delle api, a conclusione del quale ci sarà spazio per le domande del pubblico e per il dibattito. A seguire, i volontari del gruppo locale di Trieste presenteranno la campagna “Agricoltura sostenibile” condotta da Greenpeace, con particolare riferimento alle questioni legate alle api e ad altri insetti impollinatori, i veri protagonisti dell’evento. L’incontro è libero e aperto a tutti. Sempre al Knulp, alle 21, serata musicale con lo Sfregola Trio con Fabio Sfregola, Luca Demicheli e Andrea D’Ostuni.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 16 aprile 2017

 

 

Pacchetto da 3,4 miliardi per le grandi opere in Fvg - Circa 1,8 miliardi per la velocizzazione della linea ferroviaria Venezia-Trieste

Gli interventi sulla Terza corsia e per il porto. C’è anche una pista ciclabile - LE OPERE PRIORITARIE NEL FVG
TRIESTE Il governo conferma le opere strategiche del Friuli Venezia Giulia. Nell'allegato Infrastrutture che accompagna il varo del Def, un totale di 119 voci da complessivi 35 miliardi, ci sono anche i treni, i porti e le autostrade della regione. A un "pacchetto" già noto si aggiunge pure l'impegno per una ciclovia lungo la direttrice Trieste-Lignano Sabbiadoro. Il totale delle risorse necessarie a completare l'agenda infrastrutturale Fvg? Circa 3,4 miliardi. L'intervento più rilevante dal punto di vista economico è la velocizzazione della Venezia-Trieste, opera a carico di Rfi da 1,8 miliardi. Il sogno costosissimo della Tav, con il Nordest che spingeva per inserirsi nel puzzle infrastrutturale del terzo millennio, è tramontato. Si parlava di Corridoio 5 (oggi Mediterraneo) e si ipotizzavano imponenti investimenti, quantificati nel 2010 in 7,4 miliardi per le tratte Venezia-Ronchi e Ronchi-Trieste. Nel 2014 Fvg, Veneto, governo e Rfi concordarono però sulle modifiche del tracciato (quello che, in Veneto, puntava sui treni ad alta velocità in prossimità delle spiagge) optando per la valorizzazione della tratta esistente, con un impegno finanziario di 1,8 miliardi (tra gli interventi in regione pure sdoppiamento e scavalco del bivio San Polo a Monfalcone). Nell'accordo 2016 tra Regione e Rfi si sono ulteriormente definiti i dettagli che, migliorando le prestazioni del tracciato ferroviario ed eliminando le criticità esistenti (raggi delle curve, passaggi a livello), consentiranno di aumentare la velocità della linea ferroviaria fino a 200 km/h, al punto da ridurre i tempi di viaggio tra Mestre e Trieste fino a 50 minuti in meno rispetto a oggi. A metà agosto scorso il Cipe ha dato il via libera a una tranche da 150 milioni che, in aggiunta ai 50 milioni stanziati in precedenza, confermavano l'annuncio di 200 milioni fatto dal ministro Delrio un anno fa in occasione di un vertice Italia-Cina a Trieste. Nel Def viene poi confermata la strategicità della terza corsia, altra opera che in tempi di crisi ha visto ridotto l'investimento: rispetto al 2009 si è passati da 2,1 a 1,5 miliardi. Lo Stato è già intervenuto con 160 milioni, mentre il finanziamento di Cassa depositi e prestiti è stato raddoppiato da 150 a 300 milioni. Un tesoretto che, unito a entrate crescenti grazie alla ripresa dei traffici, ha consentito ad Autovie Venete di riavviare la stagione dei cantieri. A fine 2016 è stato sottoscritto l'affidamento dei lavori tra Gonars e Palmanova: il primo stralcio del quarto lotto, circa 5 chilometri per la cui realizzazione saranno spesi 65 milioni. In programma quest'anno anche il secondo sublotto - nodo di Palmanova-casello di Ronchis -, cui seguirà la sottoscrizione dell'accordo per il terzo che comprende il tratto da Palmanova a Villesse. In totale, il valore dell'intero quarto lotto ammonta a 222 milioni di euro. Il Def cita quindi i collegamenti ferroviari portuali e la razionalizzazione della capacità nei segmenti Ro-Ro e container di alcuni porti, tra cui Trieste. Anche in questo caso la premessa è un'intesa con Rfi firmata nel novembre 2016 da Debora Serracchiani, dal presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino e dall'ad di Rete Ferroviaria Italiana Maurizio Gentile. I miglioramenti, che interessano il nuovo Piano regolatore dell'area di Campo Marzio e la connessione con le aree portuali del Punto Franco Nuovo, costeranno 70 milioni, di cui 50 finanziati da Rfi e la restante parte dall'Autorità di Sistema Portuale. La novità del Def è infine l'inserimento della ciclovia Trieste-Lignano (tra aggiustamenti delle rete esistente e nuovi collegamenti il costo è di 10,8 milioni). La sollecitazione era arrivata dalla Fiab regionale, la Federazione italiana amici della bicicletta, e Serracchiani se n'è fatta carico chiedendo in una lettera al ministro Delrio di tenere conto anche del tratto in regione, all'interno dell'Eurovelo 8, la dorsale che parte in Spagna e termina in Grecia.

Marco Ballico

 

 

Tutti pazzi per gli Horti nel parco di San Giovanni

Primavera non bussa. E a san Giovanni sboccia la voglia di pollice verde: i fiori di Horti tergestini, il festival a tema green giunto alla 12.ma edizione, hanno attirato nel parco dell’ex ospedale psichiatrico uno sciame composito di curiosi e appassionati, novelli e habitué, ragazzi, vecchie signore raminghe e intere famiglie. Noncuranti del maltempo, sono arrivati anche dal Friuli, dal Veneto e dalla Slovenia per fare acquisti all’ombra dei glicini. E non si sono limitati agli articoli da giardinaggio. Per chi volesse unirsi al coro c’è tempo fino a domani sera. Il trio composto da Claudio, Andrea e Rosalba si è sbizzarrito nello shopping: hanno comprato fragole, piante grasse ma anche diverse salse. «Sono venuto qui per la prima volta l’anno scorso e mi sono innamorato della location», ha detto Andrea. Tra gerani e azalee si trovano anche stand con prodotti più rari. Come quello di Ivan Lupatelli, dell’azienda agricola Morello, che da Cantiano nelle Marche ha portato a Trieste le sue conserve, preparate a partire dai cosiddetti “frutti antichi”. Pera angelica, corniolo, mirabolano, visciola: i nomi bastano a evocare i profumi della campagna appenninica. Maria Pia è arrivata da Concordia Sagittaria, spinta dal passaparola: «Ne ho sentito parlare molto bene - ha detto -, così mi sono decisa a visitare Horti Tergestini, nonostante il maltempo. È la prima volta che vedo il parco di San Giovanni e sono impressionata dalla sua bellezza. Mi piacerebbe tornare a maggio, per la fioritura del roseto». Nel frattempo, Maria Pia curiosa tra gli oggetti di “Le Marchand de Sable”: noci brasiliane profumate all’uva rossa, foglie di cocco alla verbena, petali di caprifoglio allo zenzero sono solo alcuni dei profumatori per ambienti naturali ottenuti tramite la tecnica dell'immersione negli oli essenziali. L’idea è del signor Massimo Rocco, che porta avanti l’attività a Musile di Piave aiutato dalla figlia Agnese. L’elenco delle particolarità potrebbe continuare, dai gioielli in metalli riciclati realizzati da Marco Paolini di Rupinpiccolo, ai dolci artigianali della pasticceria Liberty della triestina Lisa Angelini. Nell’ambito della botanica si spazia dagli ortaggi alle piante decorative, fino alle erbe aromatiche e officinali. La società agricola Cosolo-Le officinali, di Pieris, coltiva queste ultime con metodo biologico, poi le trasforma in oli essenziali e saponi. Non sono mancati gli ospiti fissi, come Laura e Rita, che vengono tutti gli anni da Udine «a comprare qualche piantina», o come il triestino Jacopo in compagnia dei parenti: «Per noi gli Horti Tergestini sono una tradizione di famiglia: ogni anno troviamo un nuovo elemento per il nostro giardino». La mostra-mercato sarà visitabile a ingresso gratuito anche oggi e domani, da mattina a sera. Chicca di oggi, il concerto balkan delle 19. All’inaugurazione, ieri, hanno preso parte anche Nicola Bressi, direttore dei Musei Scientifici di Trieste, la governatrice Debora serracchiani e l’assessore regionale alla Cultura Gianni Torrenti, che ha dichiarato: «Questo parco è un modello culturale, d’integrazione e inclusione. Ecco perché la Regione, per valorizzarlo, è pronta a collaborare con L’Azienda sanitaria e con il Comune».

Lilli Goriup

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 15 aprile 2017

 

 

Dibattito in consiglio - Maxirotonda in viale Miramare - A breve il via alle prove tecniche
Prove tecniche di ingresso in Porto vecchio attraverso la rotonda. Le annuncia l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli, dopo che in Consiglio comunale la capogruppo del Pd Fabiana Martini ha chiesto se la rotonda sarà accompagnata da una ciclabile o meno. Polli a questo proposito coglie la palla al balzo per annunciare che a breve sarà fatta appunto una «prova tecnica» di ingresso anche per le automobili che lungo viale Miramare provengono dal centro di Trieste e sono dirette verso Barcola, e che l’accesso all'area sarà confinato al parcheggio del Magazzino 26: «In questo modo avvieremo di fatto i lavori per la realizzazione della rotonda e capiremo come gestire il flusso del traffico». Ma partiamo dall'interrogazione. In Consiglio comunale Martini ha chiesto se il progetto della nuova rotonda in viale Miramare prevede un «anello ciclabile di qualità»: «Le rotonde - ha spiegato l’ex vicesindaco - riducono l'incidentalità per le auto, ma se di raggio ampio e sprovviste di anello ciclabile possono essere invece molto pericolose per chi si muove in bici a causa dei numerosi punti di intersezione e degli angoli ciechi». In questo modo, ha aggiunto Martini, si terrebbe fede al punto del programma Dipiazza che prevede «due piste ciclabili monodirezionali in Porto vecchio». In quanto titolare della delega all’Urbanistica, Polli interviene per dire che «le piste ciclabili rientrano nel progetto della bretella che dovrebbe collegare l'ingresso di viale Miramare alle Rive»: «La pista verrà quindi realizzata quando arriveranno i 50 milioni stanziati dallo Stato, una parte dei quali dovrebbe servire proprio per la bretella. Prima di iniziare quei lavori, ovviamente, dobbiamo far passare le opere di urbanizzazione, almeno la condotta in cui si potranno poi infilare le fognature e tutto il resto». Al momento, quindi, «un progetto ancora non c’è, aspettiamo prima di avere i soldi in mano». Bisognerà poi avviare un lavoro di concertazione assieme alla Sovrintendenza per capire come e dove si potrà metter mano per costruire la bretella: «Bisogna tener conto del fatto che in Porto vecchio tutto è vincolato, anche le rotaie del treno. Per cui dovremo confrontarci a lungo per stilare un progetto che sia rispettoso dei vincoli sul patrimonio culturale». Nel frattempo, però, il Comune sta apprestando le prime opere per rendere fruibile il Porto vecchio anche dal punto di vista normativo: «Bisogna tener conto del fatto che attualmente la gente che entra in Porto vecchio non dovrebbe poterlo fare - dice Polli -. Quel che faremo quindi sarà di collocare una barriera provvisoria in maniera tale che si possa accedere fino al parcheggio del Magazzino 26, magari per assistere a una mostra». Ci saranno degli interventi di manutenzione anche sul manto stradale: «Al momento la strada è usurata e dobbiamo metterci mano perché non sia pericolosa per gli scooter. Si tratterà comunque di lavori provvisori, visto che poi dobbiamo aprire tutto per le opere di urbanizzazione».

(g.tom.)

 

FIAB ULISSE «Ascensore di San Giusto per i ciclisti»

«Per quanto riguarda l’annuncio degli assessori Rossi e Polli inerente l’accesso al pubblico dell’ascensore interno al Park San Giusto, Fiab Ulisse auspica che l’accordo includa i ciclisti diretti verso San Giusto». Così il presidente di Fian Ulisse Luca Mastropasqua: «Sarebbe un forte incentivo per i cicloturisti».

 

 

Cestini omaggio per la raccolta dell’umido - Al via il progetto itinerante dedicato all’importanza della differenziata. Oggi il debutto a Horti Tergestini
Far compiere alla raccolta differenziata dei rifiuti umidi un salto decisivo. È l’obiettivo dell’iniziativa itinerante lanciata da AcegasApsAmga e denominata “L’umido che fa la differenza”. Oggi a Trieste si raccolgono infatti circa 5.500 tonnellate di umido-organico in un anno, corrispondente a circa 6% del totale dei rifiuti raccolti sul territorio triestino. L'iniziativa ha come obiettivo finale di aumentare di 1000 tonnellate i volumi di umido raccolti: uno sforzo che AcegasApsAmga saprà valorizzare, dal momento che già oggi il 98,4% del rifiuto umido-organico raccolto a Trieste va inviato a recupero. A tale scopo la multiutility coglie l’occasione degli Horti Tergestini, che si svolgeranno da oggi a martedì, per lanciare la nuova campagna che prevede 14 tappe itineranti a cavallo dei mesi di aprile e maggio in cui sarà possibile recarsi presso la postazione AcegasApsAmga, in base ad un calendario prestabilito, e richiedere all’addetta presente allo stand un cestino omaggio insieme al quale verranno fornite utili informazioni sulle modalità di raccolta di questo tipo di rifiuto. I cestini sono un’iniziativa già nota ai triestini visto che a Natale 2014, si sono recati in decine di migliaia allo stand AcegasApsAmga dei mercatini natalizi per richiederlo alle addette presenti. Il successo riscontrato e le richieste di una replica dell'iniziativa arrivate in questi anni, hanno spinto AcegasApsAmga a sfruttare l'occasione pasquale per realizzare una nuova campagna dedicata a questo rifiuto, ma questa volta non stazionerà per due settimane in un unico mercato, si sposterà, invece, da una postazione all'altra per venire incontro alle diverse necessità dei cittadini. Qui di seguito il calendario de “L'umido che fa la differenza”: oggi e lunedì dalle 9.30 alle 16 a Horti Tergestini nel parco dell’ex Opp; domani sempre a Horti Tergestini ma dalle 14 alle 20. Sabato prossimo, 22 aprile, al mecato Piazza Goldoni - dalle 9.30 alle 12.30. Giobedì 27 aprile al punto vendita Cocop di Roiano dalle 9.30 alle 12.30. Due giorni dopo, il 28 aprile, al punto Coop di Barriera dalle 9.30 alle 12.30. Sabato 29 sarà poi la volta delle Coop all’interno delle Torri d’Europa dalle 9.30 alle 12.30. Fissato anche il calendario di maggio: il 2 dalle 9.30 alle 12 al mercato di piazza Vittorio Veneto; il giorno dopo al mercato coperto di via Carducci. I giorni 8,9 e 10, infine, tappa ai mercati di Opicina, Ponterosso e Borgo San Sergio.

 

I fondali del canale ripuliti da ruote, barche e cartelli - Chiusa la maxioperazione di bonifica voluta dall’Autorità portuale a Ponterosso

Quattro sub specializzati hanno lavorato per due settimane davanti a tanti curiosi - Riesumati dall’acqua moltissimi rifiuti ingombranti accumulati negli anni per colpa della bora ma pure dell’ inciviltà di alcuni

Imbarcazioni, tavoli, sedie, tabelle stradali e pneumatici sono solo alcuni degli oggetti recuperati dai fondali del canale di Ponterosso in una vasta operazione di pulizia, la prima commissionata dall’Autorità portuale ed effettuata dai sommozzatori della Geomar. Per una quindicina di giorni in quattro si sono immersi, facendo riaffiorare di tutto, materiali spesso finiti in acqua nelle giornate di bora, ma alle volte gettati anche dai maleducati di turno. A seguire le giornate di lavoro sempre un folto pubblico, che in qualche caso ha pure espresso curiosità a dir poco strane, con domande in presa diretta ai sub, oltre che fare foto e video in attesa forse di una “pesca miracolosa” tra un rifiuto e l’altro. Grande l’interesse dimostrato dalla gente, tanto da chiedere interventi simili anche in altre zone della città. «L’attività, svolta per conto dell’Autorità di sistema portuale dell’Adriatico Orientale e coordinata dall’ingegner Eric Marcone dell’Ufficio tecnico, si è conclusa il 13 aprile - spiega Paolo Furlan, della Geomar Sommozzatori Srl - e abbiamo potuto contare anche sull’ausilio di palloni di sollevamento e altre attrezzature professionali che hanno provveduto a rimuovere dal fondale del canale una notevole quantità di oggetti, di varia natura, che negli anni si erano depositati, in parte a causa dell'incuria dei cittadini, vedi le tante batterie o i copertoni, in parte a causa della bora, in tal caso risultano essere venuti a galla tabelle, cassette, teloni, tavolini e sedie. Sono stati anche recuperati quattro relitti, altri sono stati smantellati e portati in superficie a pezzi. Il tutto, una volta salpato dal fondo, è stato caricato sui mezzi messi messi a disposizione dall’AcegasApsAmga e conferito nelle discariche». Nelle varie giornate di intervento si è formato sempre un numeroso pubblico di spettatori sulla riva, attenti a ogni piccolo movimento dei sub e a tutto ciò che riemergeva dal fondale un po’ alla volta. «In tanti si sono fermati a osservare pazientemente le operazioni di pulizia», aggiunge Barbara Fornasaris, sempre della Geomar: «Alcuni erano turisti di passaggio, che si sono messi a sbirciare cosa stava succedendo, ma la maggior parte erano triestini. Guardavano ma ponevano anche delle domande, in un misto di curiosità e quesiti anche strampalati. Tra i più strani ci hanno chiesto se era in atto una caccia a uno squalo, e poi se sott’acqua c’era una perdita di gas. In generale si sono dimostrati felici per lo smantellamento della sporcizia accumulata. Finora erano già stati fatti interventi simili nel canale, ma da gruppi sportivi senza queste attrezzature e solo in determinati punti. Si tratta della prima pulizia commissionata dall’Autorità portuale e di tale portata, con grandi macchinari utilizzati. Ha suscitato così tanto entusiasmo da parte della gente che in molti ci hanno chiesto di poter ripulire anche altri spazi. Vedremo se sarà possibile». E così tra le richieste di delucidazioni sui vari oggetti ripescati, ai sommozzatori è stato dunque proposto dai triestini di ispezionare e liberare dalle immondizie anche altri tratti di mare. «Ci hanno segnalato tutto il tratto delle Rive e poi ancora spazi in prossimità di moli e società nautiche, zone dove le persone passeggiano e sono abituate a notare nell’acqua vari oggetti. Molto spesso è il vento a farli cadere e lì rimangono. Anni fa avevamo fatto interventi per conto dell’AcegasApsAmga in particolare durante una giornata di forte bora, quando tanti bidoni erano finiti in acqua proprio a Ponterosso. Così sarà successo sicuramente anche per altre aree che i cittadini ci hanno descritto, tratti di mare vicino alla costa». Sarà forse un buon suggerimento per procedere a nuove attività di pulizia in caso ci siano nuove commissioni e fondi da impiegare. A beneficio dell’ambiente e anche del pubblico di passaggio, che a quanto pare ha trovato lo spettacolo imperdibille.

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 14 aprile 2017

 

 

Ambiente - Rio Ospo e Rosandra sotto manutenzione

Il servizio Difesa del Suolo della direzione regionale Ambiente ha effettuato i lavori di manutenzione idraulica stagionale del rio Ospo, del Rosandra e dei corsi d’acqua minori. Realizzata anche la pulizia del rio Grignano, in prossimità dell’Ictp. «Questi interventi - ha spiegato l’assessore regionale all’Ambiente, Sara Vito - rientrano nell’obiettivo della prevenzione e della cura del territorio, elementi fondamentali per scongiurare il rischio idrogeologico».

 

 

Il cuore verde della città negli “Horti Tergestini” - EVENTO »San Giovanni
Ritorna nel fine settimana al Parco di San Giovanni, più ricca e profumata che mai, "Horti Tergestini", la kermesse di primavera dedicata alla cultura del verde, dei fiori e dei giardini. Giunta alla 12ma edizione, la rassegna ospiterà nella tre giorni di mostra mercato il meglio del florovivaismo italiano dell'artigianato locale, proponendo ai visitatori dalle nove al tramonto (con ingresso libero), una ricca gamma di piante, fiori, erbe officinali, agrumi, rosai e specie rare, ma anche attrezzi e prodotti per prendersi cura del proprio spazio verde. Oltre a un ricco programma di incontri e conferenze a tema. Promoter di Horti Tergestini, l'Agricola Monte San Pantaleone, la cooperativa che storicamente cura la manutenzione del rigoglioso polmone verde dell'ex Opp, assieme a una nutrita lista di partner, tra cui l'associazione orticola del Fvg "Tra piante e fiori", la Provincia e il Comune di Trieste, l'Università, l'Azienda sanitaria integrata, Trieste Trasporti e Acegas ApsAmga SpA. A siglare domattina alle 11 l'avvio della tre giorni (sabato, domenica e lunedì di Pasquetta) verde, il direttore dei Musei scientifici di Trieste, Nicola Bressi. Non solo mostre mercato di piante, dunque, ma eventi botanici, laboratori sulle potature, incontri culturali, convegni sulle rose, approfondimenti sulle erbe aromatiche, passeggiate guidate nel parco e seminari a tema. 112 gli espositori professionisti da tutt'Italia e anche dall'estero, che proporranno piante, sementi, attrezzi, fiori, ma anche libri di giardinaggio e arredo giardino. Tra gli appuntamenti (programma completo su www.hortitergestini.it) sabato alle 14.30 allo stand 41 del Vivaio Belfiore, l'incontro "Cura, potatura e trattamenti degli alberi da frutto", mentre alle 15, con ritrovo davanti a Il Posto delle fragole, è in scaletta la visita guidata nel parco assieme alla cooperativa La Collina. Alle 17.30 allo spazio Villas, appuntamento imperdibile per gli estimatori delle iris: incontro con Cristina Mostosi per scoprire il mondo delle celebri Iris di Trebecco. Domenica alle 16.30, l'autore Francesco Da Broi presenterà "Il prato è servito" e "D'ogni erba un piatto". A chiudere la domenica di Pasqua, il concerto balkan "Drom pale luma live Cigansky music. Lunedì dell'Angelo, da segnalare (16.30) la conversazione con Elena Macellari, autrice del libro "Botaniche italiane, scienziate naturaliste appassionate".

Patrizia Piccione

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 13 aprile 2017

 

 

«Serve un tavolo con la Regione sull’agricoltura del Carso»
TRIESTE - Organizzare una conferenza sui problemi che l’agricoltura si trova ad affrontare nelle aree svantaggiate. Un tanto per sensibilizzare le comunità sulle difficoltà in cui si trovano a lavorare coloro che, come gli operatori triestini, lavorano in zone impervie, in condizioni difficili, oberati da burocrazie e vincoli asfissianti. La proposta arriva direttamente dall’assemblea ordinaria dell’Associazione agricoltori, riunitasi in Camera di Commercio. Accanto al presidente Franc Fabec e agli altri funzionari dell’Associazione, l’assessore regionale Gianni Torrenti, la segretaria di Stato al ministero dell’Agricoltura sloveno Tanja Strnisa, il presidente della Cia nazionale Dino Scanavino e il professor Gianluigi Gallenti per l’ateneo triestino. «L’assemblea di quest’anno - ha puntualizzato Fabec - è in realtà un convegno. Il tema “Agricoltura: è tempo di cambiamenti” è stato voluto per richiamare l’attenzione delle autorità e della comunità sul momento delicato in cui ci troviamo a operare». Le difficoltà sono note e risalgono sostanzialmente - come sostiene la categoria - al mancato rispetto di Regione e ministero delle Attività agricole di quel Protocollo d’intesa siglato nel 2010 per la realizzazione della Doc transregionale “Prosecco”, che conteneva misure utili a far risorgere l’agricoltura triestina. Nonostante l'impegno e le capacità profuse sul territorio locale da agricoltori e viticoltori, permangono ostacoli e criticità. Vincoli di ogni genere e mancanza di piani di gestione nelle zone gravate dalle protezioni speciali comunitarie di “Natura 2000” sono di ostacolo all’espansione delle colture che vengono comunque prodotte in territori impervi e al limite della praticabilità. Situazioni che non riguardano quelle colture intensive praticate in pianura, privilegiate dalla politica agricola comunitaria. «Per tale ragione - ancora Fabec - invitiamo la Regione a incontrare coloro che, come noi, lavorano in condizioni proibitive».

Maurizio Lozei

 

 

Tommaseo - La scienza si degusta con un caffè

Nuova puntata, al Caffè Tommaseo, del Caffè delle Scienze, il ciclo di incontri informali a tu per tu con ricercatori e docenti ormosso dal Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste. Due gli interventi in programma dalle 17.30, come sempre a ingresso libero: Giorgio Fanò, docente di Fisiologia applicata all’ateneo di Chieti, parlerà de “L’uomo è ciò che mangia. Le incursioni di un fisiologo nella nutrizione umana”, mentre Francesca Malfatti, ricercatrice dell’Ogs di Trieste, discuterà con il pubblico de “Il nuovo Mare! Acidificazione, plastica e black carbon: sfide agli organismi marini”. Come al solito al pubblico non sono richieste particolari competenze, ma solo una certa dose di curiosità. L’obiettivo del ciclo è quello di continuare a rafforzare il dialogo tra l’Università e la cittadinanza, attraverso lo scambio di opinioni e conoscenze sui risultati degli studi e della ricerca.

 

 

Orti e verde urbano Ultimo - incontro

Grande successo, con oltre 100 partecipanti a serata, per gli incontri del programma-percorso di formazione con tema “Orti e verde urbano 2017” promosso dal gruppo Urbi et Horti in collaborazione con il Comune di Trieste. Oggi alle 17.30 nella sala Arac del giardino de Tommasini di via Giulia si terrà il quarto e ultimo incontro su “La cura e la sicurezza del patrimonio arboreo pubblico” con Francesco Panepinto. Il corso, gratuito e aperto al pubblico, si rivolge a chiunque abbia interesse a coltivare un orto per diventare agricoltore urbano, anche sul balcone di casa, o semplicemente sia curioso di apprendere nozioni sulla coltivazione di piante e ortaggi.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - MERCOLEDI', 12 aprile 2017

 

 

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE SULLE TRIVELLE DI SERENA PELLEGRINO. "IL DECRETO DEL MISE E’ IL CAVALLO DI TROIA PER NUOVE INSTALLAZIONI"

TRIVELLE. SERENA PELLEGRINO ( SI – POSSIBILE): IL GOVERNO NON SI FERMA DAVANTI A NIENTE PER CONSENTIRE ALLE COMPAGNIE PETROLIFERE DI CONTINUARE CON LE TRIVELLE ENTRO LE 12 MIGLIA. IL DECRETO DEL MISE E’ IL CAVALLO DI TROIA PER NUOVE INSTALLAZIONI. INTERROGAZIONE IN COMMISSIONE AMBIENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI.
“Il Governo italiano non può continuare a ossequiare i petrolieri e prendere in giro i 12 milioni di cittadini e le 9 Regioni che si sono espresse contro le trivelle in occasione del relativo referendum. Il recente decreto del MISE consente agli impianti di estrazione di idrocarburi che stanno dentro il limite delle 12 miglia dalla costa e dalle aree protette di realizzare nuovi pozzi e nuove piattaforme con la scusa di dover realizzare attività funzionali alla coltivazione di giacimenti di idrocarburi già autorizzate, fino all’esaurimento degli stessi.”
Lo dichiara la parlamentare Serena Pellegrino ( SI – POSSIBILE), vicepresidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati che ha rivolto un’interrogazione al Ministero dello Sviluppo economico sul decreto che consente nuove trivellazioni in aree in cui dovrebbero trovarsi solo le infrastrutture comprese nei progetti originari oggetto di autorizzazione.
“ Il Governo – spiega la parlamentare - consente di modificare il programma originario delle concessioni di sfruttamento non certo pensando alle attività di decommissioning, già previste dalle leggi vigenti e soggette alla Valutazione di impatto ambientale e all’autorizzazione da parte del MISE, visto che queste attività, insieme al ripristino ambientale, appartengono a fasi successive a quelle della coltivazione. L’obiettivo reale è consentire alle compagnie petrolifere di modificare in corsa il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio della concessione. Sarebbe questa la messa in pratica delle roboanti dichiarazioni dell’ex capo del Governo sull’inutilità del referendum perché di trivellazioni entro le 12 miglia non si sarebbe mai più dovuto discutere?
Il meccanismo normativo congegnato, evitando accuratamente il Parlamento, sembra scritto sotto dettatura dai petrolieri e consente la costruzione di nuove infrastrutture per portare ad esaurimento le riserve ancora presenti nei giacimenti sottomarini. L’evidenza di quanto sosteniamo, ossia che viene eluso il divieto di legge, sta nel testo del decreto: alla lettera a) comma 3 dell’articolo 15 è specificato che sono autorizzate le attività funzionali alla coltivazione “fino ad esaurimento del giacimento e all’esecuzione dei programmi di lavoro approvati in sede di conferimento o di proroga del titolo minerario, compresa la costruzione di infrastrutture e di opere di sviluppo e coltivazione necessarie all’esercizio”
Il risultato del referendum costituzionale, però, ha evitato che le Regioni perdessero completamente la potestà legislativa concorrente allo Stato ed il loro ruolo riequilibratore della tendenza governativa accentratrice delle politiche energetiche. Veneto, Puglia e Basilicata si sono già mosse per far valere il diritto a dire la loro su nuove iniziative di trivellazione. L’attenzione del Parlamento su quanto accadrà in forza del decreto del MISE, dopo questo ennesimo affronto al proprio ruolo, è altissima.”
 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 12 aprile 2017

 

 

Pronti sessanta milioni per trasformare la Fiera

Complesso acquistato dalla Mid di Klagenfurt specializzata nella costruzione di grandi centri commerciali. «Ma per Trieste pensiamo a soluzioni diverse»

La società austriaca che si è appena aggiudicata all’asta per 12 milioni la Fiera è la Mid, grossa holding attiva nel mercato immobiliare con sede a Klagenfurt. Un gruppo con un’esperienza decennale nel settore, a cui in passato si devono analoghe operazioni in Ungheria, Croazia e Slovenia. Per intenderci, è il costruttore degli enormi centri commerciali Qlandia di Maribor e Nova Goriza. Ha intenzione di fare sul serio anche qui a Trieste, evidentemente. D’altronde l’investimento in cui quest’impresa si è imbarcata parla da sé: l’operazione vale appunto 12 milioni e 318,44 euro, due milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali stimate dal Comune. Il contratto di vendita sarà ufficializzato entro l’estate. Il futuro dell’area è però ancora tutto da stabilire. Il Piano regolatore del Municipio offre comunque ampie possibilità: abitazioni, spazi commerciali e parcheggi, ad esempio. La Mid ne è consapevole e proprio per questo ha focalizzato la sua attenzione sull’ex Fiera. «Siamo interessati alla collocazione - spiega Walter Moser, general manager della holding - dove possiamo sviluppare un nuovo progetto .Trieste è una città molto importante che ha un’ottima posizione sul confine con la Slovenia, questo è un buon motivo per investire lì». «Non abbiamo ancora una pianificazione concreta - ci tiene a chiarire Moser - ma il Piano regolatore ci permette di avere un’idea su cosa siamo autorizzati a fare: negozi al dettaglio, hotel, uffici, appartamenti e supermercati. Noi - prosegue - abbiamo molta fiducia nelle istituzioni e io verrò a breve per osservare la situazione complessiva», annuncia il manager. Che aggiunge: «Siamo una realtà che opera in molte città della Slovenia, della Croazia, della Slovacchia e dell’Ungheria oltre che dell’Austria - sottolinea - e io mi reco personalmente in ciascuno dei posti per decidere cosa fare. Bisogna capire, inoltre, se troviamo dei buoni affittuari. E scegliere se fare un hotel, ad esempio, dipende dall'investimento complessivo». «Ricordo che siamo un’azienda nata nel ’74», rimarca ancora Moser: «Inizialmente ci eravamo concentrati nello sviluppo di centri commerciali, ad esempio Qlandia a Maribor e Nova Goriza o, ancora, uno dei più grandi in Croazia, a Zagabria, e in Ungheria, a Budapest, alla fine degli anni Ottanta. Abbiamo dunque una storia lunga che si è focalizzata soprattutto sui centri commerciali, ma per quanto riguarda Trieste siamo dell’opinione che quella è un’area già sufficientemente coperta da questo punto di vista». L’investimento futuro nell’ex fiera, tra demolizioni e nuove edificazioni, si aggira comunque attorno ai 60 milioni di euro su un totale di 20mila metri quadrati, compresi tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, via Revoltella e via Sette Fontane. Di questi, ben 7.160 sono scoperti, per un volume fabbricabile di 108mila metri cubi. Sono stati gli uffici comunali, come fa notare l’assessore Lorenzo Giorgi, a stabilire il valore del comprensorio. Inizialmente per la destinazione immobiliare era stato usato un parametro di 2.250 euro al metro quadrato, per quella commerciale 2.047 euro. Per gli uffici, invece, la cifra stabilita ammontava a 2119 euro al metro quadrato. Una somma a cui poi sono stati aggiunti i potenziali ricavi che potrebbero arrivare dai posti auto e box. La giunta Dipiazza, con Giorgi in prima fila, è visibilmente soddisfatta e conferma la riuscita dell’operazione immobiliare. «Per poter cedere la struttura della Fiera spa abbiamo fatto un lavoro importantissimo - ribadisce l'assessore - visto che la valutazione del comprensorio è stata fatta interamente dai nostri uffici. Va ricordato che la prima stima ammontava a sette milioni di euro, ma grazie al nuovo Piano regolatore, che guarda a quella parte della città come a una realtà di grande trasformazione, abbiamo raggiunto una quotazione migliore pari a 10 milioni di euro. Il fatto poi che il gruppo austriaco alla fine abbia deciso di acquisire la struttura per 12 milioni, dunque due milioni in più della somma di partenza, vuol dire che il Comune aveva formulato una valutazione azzeccata. Crediamo molto nel rilancio di quell’area e la dimostrazione - afferma l’esponente della giunta - sta nella rapidità con cui abbiamo bandito l’asta. Un risultato che nei prossimi mesi consentirà di portare a Trieste investimenti per 60 milioni. Questo significa rilancio del rione e posti di lavoro. Sono soldi che restano tutti in città, quindi è un risultato eccezionale".

Gianpaolo Sarti

 

GLI AGENTI IMMOBILIARI - «Non solo si recupera un’area degradata Si rilancia pure il valore di un intero rione»

Sull’operazione Fiera arriva il plauso anche dagli agenti immobiliari. «Siamo contenti, finalmente la città potrà recuperare una zona che era in disuso da tanto tempo», commenta Stefano Nursi, presidente provinciale della Fiaip, la Federazione italiana agenti immobiliari professionali.

«La notizia dell’aggiudicazione dell’asta alla società austriaca è estremamente positiva, non ci avrei scommesso - aggiunge - e ora bisogna capire quale sarà effettivamente il progetto che verrà attuato in quell’area. In una superficie così grande probabilmente sorgeranno svariate realtà, d’altro canto il Piano regolatore lo permette - osserva Nursi - e questo è un ottimo risultato per Trieste. Per quanto riguarda la zona in sé, il degrado dell’ex Fiera aveva causato effetti negativi anche per il mercato immobiliare del rione. L’area era decisamente in sofferenza, quindi la vendita del sito è da accogliere con soddisfazione anche da questo punto di vista». La struttura, va ricordato, è di proprietà della Fiera spa: i due terzi dell’area afferiscono alla società e un terzo direttamente al Comune. Dal punto vista delle quote sociali, la spa è partecipata dal Comune per il 25,50% (765 mila euro), dalla Camera di commercio per una quota analoga e dalla Provincia per il 24,95% (748 mila euro). Quindi, di fatto, il Comune controlla più o meno la metà del perimetro. A questo assetto azionario pubblico, superiore al 75%, si affianca una platea di soggetti privati (banche, assicurazioni, associazioni di categoria).

(g.s.)

 

«Le priorità? Negozi e parcheggi» I residenti sperano nella realizzazione di uno “shopping center” che animi la zona

Gli spazi verdi - Tra le richieste degli abitanti anche la creazione di un parco - Il poco movimento - C’è chi rimpiange i tempi in cui le fiere attiravano folle

Un centro commerciale in primis. Ecco cosa fare al posto della Fiera di Trieste. Ma anche un parco e dei posteggi. E chissà che la holding austriaca Mid non ascolti i residenti dell'area intorno, tra Montebello e l'Ippodromo. Ogni posizione ha una ragione d'essere precisa. Nena Stojimirovic, proprietaria dell’omonimo coiffeur, nota proprio la mancanza di negozi in questa zona. Ma anche di parcheggi. «Un tempo c’era più vita da piazza Foraggi in su - dice -, oggi, nonostante l’area sia molto tranquilla e la gente che ci abita anche, manca un po’ di fermento». Se si aggiungesse dunque un centro commerciale, ecco che si fornirebbero nuovi servizi al momento mancanti. «A parte un ristorante qui di fronte, non c’è nient’altro che possa essere un buon punto ristoro qui vicino», osserva. Ma a mancare sono anche i posteggi. «A Trieste - dice - non è una novità questa carenza». Sulla necessità di un blocco di negozi al posto dei padiglioni è d’accordo anche Silvia Crosara, da un anno residente in questa zona. Come se lo immagina questo “shopping center”? «Con diversi fori dedicati alle scarpe, ai giocattoli - risponde Silvia -, ai vestiti per bambini, a una cartoleria, a una lavanderia. Insomma un classico centro commerciale». Anche Shqiprona Buqa, che abita vicino all' ippodromo, è d'accordo. «Ci vogliono nuovi negozi», afferma. Ma poi ci pensa e cambia idea. «Anzi, no, abbiamo bisogno di un parco. Questo giardino in piazzale de Gasperi è pericoloso. È in mezzo alla città, bisogna stare attenti alle auto. Mio fratello, ogni volta che ci va, deve essere guardato in continuazione perché si ha paura finisca in strada». «Spazi di divertimento, residenziale, commerciale e parcheggio - afferma invece Lucio Bassanese, proprietario dell' enoteca Bere Bene - come destinazione mi sembra abbastanza intelligente e soprattutto in sintonia con quelle che possono essere le esigenze del rione, tanto più che ora c'è anche in corso la ristrutturazione della ex fabbrica Sadoch, realizzata all'epoca dall'architetto Romano Boico». Ormai l'edificio della Fiera «è fuori dal tempo. A parte la fiera del caffè, che poi comunque si è spostata e che è internazionale, tutte le altre che sono state fatte nel frattempo erano senza una logica e senza un ritorno perché mi pare il bilancio fosse negativo da tanti anni e non di poco. Rispetto alle altre fiere, ci sono differenze lunari per parcheggio, organizzazione ecc., non ha i servizi - dal casello autostradale ci vuole almeno un' ora per entrare in fiera. Se poi dovessero dare anche un indirizzo migliore all'ippodromo, che è un'altra palala al piede, sarebbe meglio, perché non muove nulla, ci sono quattro gatti che vanno ad assistere e a giocare, è tutto fermo agli anni 60 - 70 come affermano quelli che lo frequentano e vengono da fuori». Maurizio Godnic, del bar Wayra, è proprio contento di questo cambio di rotta per un luogo abbandonato ormai da tanto tempo. «È una bella soluzione, soprattutto perché sono degli austriaci i nuovi proprietari e hanno le idee più chiare di altri nel fare qualcosa di costruttivo perché la zona è stata abbandonata da decenni. Io son qui da 31 anni e la fiera è sempre stata - diciamo - meno fiera perché tutte le manifestazioni sono state spostate man mano in altri luoghi. Anche l'ex Caserma di via Rossetti sarebbe da rivalutare». E quanto pesava questa zona così vuota, lui lo sa bene. «Quando c'erano le fiere qui si lavorava anche la domenica, tutto il giorno, c'era un passaggio e un continuo via vai». E poi c'è anche l'ex fabbrica Sadoch che rappresenta un’altra sfida per rivitalizzare questa parte di Trieste. «È in disuso praticamente da 20 anni. Ora è stata riavviata la procedura per costruire appartamenti. Qualcosa insomma si muove».

 Benedetta Moro

 

 

Il laghetto di Percedol attende il salvataggio di Comune e Regione - Definito l’impegno a un sopralluogo congiunto alla conca e ad altri siti naturali che versano in cattive condizioni

Il progetto di chiusura con un tappo in cemento dell’inghiottitoio d’acqua era stato prima definito e poi bloccato in extremis

A breve il Comune di Trieste effettuerà assieme ai delegati degli assessorati regionali al Territorio e all’Ambiente un sopralluogo alla conca di Percedol, al laghetto di Contovello e ad altri siti naturalistici e antichi sentieri che versano in condizione di criticità. L’intento è di reperire quelle attenzioni e quegli aiuti assolutamente necessari per effettuare manutenzioni straordinarie e ordinarie indispensabili per assicurare un futuro a una serie di ecosistemi oggi in serio pericolo. L’informazione arriva dall’assessore comunale al Territorio, Urbanistica e Ambiente Luisa Polli, intervenuta alla seduta della Commissione per la trasparenza comunale, riunitasi agli ordini del suo presidente Roberto De Gioia per far luce sulla situazione del tutto precaria in cui versa la conca di Percedol con il suo pittoresco laghetto. L’approfondimento sul tema è stato chiesto dall’ambientalista e rappresentante di Legambiente Tiziana Cimolino: «Siamo in tanti a essere preoccupati per la salute della conca di Percedol, con il suo specchio d’acqua sempre più ristretto anche per la presenza di sedimento e tante specie arbustive che ne erodono l’area. Sappiamo che lo scorso mese è stato effettuato un intervento manutentivo diverso da quanto precedentemente previsto - afferma la Cimolino - ma il recupero del sito passa attraverso una ben più lunga serie di lavori che, a quanto consta, sono stati rimandati al prossimo inverno, ovviamente per non disturbare il risveglio primaverile della natura. Intanto le condizioni di salute del laghetto si aggravano». La conca di Percedol, che ricade nel territorio gestito dal Comitato degli Usi Civici opicinese, è un sito di importanza comunitaria, o meglio una Zona Speciale di Conservazione inclusa nell’ambito del progetto comunitario di “Natura 2000”. A causa della presenza di un inghiottitoio naturale che assorbiva lentamente ma inesorabilmente l’acqua, il Comune aveva deciso di intervenire con l’otturazione del sifone e la conseguente bonifica del sedimento marcescente accumulatosi nel letto del laghetto. I lavori, autorizzati dal Servizio paesaggio e biodiversità della Regione e diretti dal direttore del Servizio dei Musei scientifici di Trieste Nicola Bressi, prevedevano l’utilizzo di una sorta di “tappo” di cemento per la chiusura dell’inghiottitoio. «Un’operazione dettata dalla logica - ha fatto presente Bressi alla commissione - anche perché in precedenza i tentativi di otturazione con argilla e tessuto speciale non avevano sortito alcun effetto. Il mio consiglio di realizzare in sostanza una botola in cemento era stato valutato e concordato con tutte le autorità preposte, autorizzato dopo che gli Usi Civici avevano adempiuto alla lunga raccolta di tutti i permessi. In tre anni, con interventi diversi, avremmo inoltre ripulito dai sedimenti l’alveo e i dintorni del laghetto, rimettendo in sesto tutta la conca». Il progetto di Bressi però è rimasto sulla carta. A poche ore dall’esecuzione dei lavori, lo scorso marzo, l’intervento di un soggetto non ancora individuato portava la Regione a bloccare la realizzazione della copertura in cemento e a preferire il riutilizzo di argilla e di tessuto speciale per chiudere il sifone, riproponendo, in sostanza, quanto già fatto in precedenza. A occuparsi dei lavori di copertura una ditta locale. «È chiaro che a qualcuno l’utilizzo del cemento abbia creato delle inquietudini - ragiona Bressi - ma la preoccupazione era infondata. L’occultamento dell’inghiottitoio prevedeva una gettata minima, successivamente occultata da uno strato d’argilla. E a ogni modo, il tempo e la natura avrebbero provveduto in qualche maniera a far legare il calcestruzzo con la pietra carsica. Ricordo poi che la conca di Percedol non è una foresta vergine. Nel passato veniva utilizzata per abbeverare i cavalli lipizzani. Quando lo specchio d’acqua era ben più ampio, veniva utilizzata per pattinare, e il governo austriaco aveva provveduto a realizzare qui un capanno per il noleggio dei pattini. Di quella struttura sono ancora visibili le fondamenta in cemento. Gli alleati a suo tempo avevano piantato qui querce rosse americane e abeti che, sebbene ambientatisi, non appaiono di certo alberi tipici delle nostre doline. Va da sé - conclude - che con un minimo intervento, utilizzando un po’ di cemento, avremmo potuto risolvere definitivamente i problemi di Percedol». In attesa del sopralluogo annunciato, i lavori di asporto dei sedimenti potranno ricominciare solo a partire dal tardo autunno.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 aprile 2017

 

 

Fiera comprata per dodici milioni da un misterioso gruppo austriaco - Patrimonio»la svolta
La vendita del comprensorio costringerà ora la Trieste Atletica e il Comitato per il Carnevale a lasciare i padiglioni attualmente in uso
Case, negozi, supermercati, parcheggi. Un pezzetto di città, da anni nel degrado, potrà finalmente rinascere. Ieri il Comune ha messo a segno il primo importante atto per il futuro della Fiera di Trieste. Il grande comprensorio è stato battuto all'asta: ad aggiudicarselo una società austriaca. Il contratto di vendita, stando alle primissime indicazioni dell'operazione, sarà ufficializzato entro l'estate. Il nome esatto dell'imprenditore, per ora, resta top secret. Vicenda di una certa riservatezza, par di capire. Nemmeno l'assessore che ha seguito la partita, Lorenzo Giorgi, può sbottonarsi più di tanto. Ma il risultato è certo e pure la cifra con cui è avvenuto il passaggio: 12 milioni e 318,44 euro. Il gruppo austriaco ha dunque offerto 2 milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali. Giorgi parla di «autentico miracolo». La notizia dell'acquisto ieri ha cominciato a circolare attorno a mezzogiorno. «Vero, ce l'abbiamo fatta», ha subito ammesso, con soddisfazione, l’esponente della giunta Dipiazza. «Per arrivare a questo esito, veramente sorprendente, ho dovuto vestire i panni dell'immobiliarista - scherza Giorgi - ci è andata bene». Ma cosa ne sarà del complesso edilizio, ora praticamente abbandonato? Le ipotesi si rincorrono, proprio perché molte sono le opportunità offerte dal Piano regolatore. «In quell'area si possono costruire residenze - ricorda Giorgi - ma anche locali commerciali e posti auto, di cui il rione ha un bisogno direi quasi vitale». Probabilmente la zona si trasformerà nella somma di tutto ciò. «Può darsi, vedremo», annuisce l'assessore. Una cosa, però, è certa: nei padiglioni di Montebello non potranno più trovare ospitalità i soci della Trieste Atletica e i carri mascherati del Palio dei rioni. Entramne le realtà, accolte provvisoriamente nei padiglioni vuoti e inutilizzati, saranno ora costretti a sloggiare. Il Prg fa da punto di riferimento non solo per le destinazioni d'uso di edifici e piazzali, ma per l'intera pratica. Compresa la parte economica: le stime aggiornate sul valore dell'area, passate da 7 milioni a 10 milioni e 304.273,03 euro, derivavano dalle modifiche urbanistiche apportate al documento. Era quella, dunque, la base d'asta su cui contavano i soci della spa in liquidazione (Comune, Provincia, Camera di Commercio). L'investimento che adesso si prospetta in quel perimetro, tra demolizioni e nuove edificazioni, si aggira a circa 60 milioni di euro. Non poca cosa per lo zoppicante tessuto economico cittadino. «Già - riflette Giorgi - questo significa lavoro per i triestini». Si tratta in effetti di una zona che si estende per quasi 20 mila metri quadrati, compresa tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, da via Revoltella e via Sette Fontane, di cui ben 7.160 scoperti, per un volume fabbricabile di 108 mila metri cubi. Per la quantificazione del valore immobiliare era stato impiegato un parametro di 2.250 euro al metro quadrato, per quella commerciale 2.047 euro; per la parte uffici, invece, la cifra ammontava a 2119 euro al mq. A ciò si sono aggiunti i potenziali ricavi che potrebbero arrivare dai posti auto e box da vendere. «Ho trascorso giornate intere a lavorare sul discorso fiera - sottolinea ancora - e averla ceduta, nonostante tutti avessero escluso qualsiasi possibilità, è un dato sorprendente. Poi il fatto di aver ottenuto 12 milioni di euro...beh, non si può che essere raggianti». Tirando le somme, considerando l'assetto societario, al Comune di fatto vanno poco meno di 4 milioni. «Sono risorse che andranno a bilancio al capitolo alienazioni, da impiegare per opere pubbliche che altrimenti non sarebbero finanziabili».Gli altri 8 milioni e 21 mila euro, invece, sono attribuiti all'ente Fiera spa (di cui il Comune detiene il 25,50% delle quote). Di questi, 6 milioni saranno usati per pagare i debiti dell'ente. «Debiti che, se non fossimo riusciti a vendere la Fiera, sarebbero ricaduti sul Comune, anche perché la Provincia non esiste più. Ma al di là del discorso contabile, ciò che è importante dire è che l'area andrà trasformata con investimenti da 60 milioni di euro».

Gianpaolo Sarti

 

Ma l’ex caserma è terra di nessuno - In passato le istituzioni avevano pensato di riqualificarla per sistemarci le succursali di scuole superiori. Poi il nulla
Il quartiere è costretto a convivere anche con un altro rudere. Proprio di fronte alla Fiera di Montebello, ecco stagliarsi in tutto il suo degrado l’ex caserma Vittorio Emanuele III. Gli enormi edifici che si trovano nel perimetro compreso tra via Rossetti, via Mameli e via Revoltella avrebbero dovuto ospitare alcune succursali delle scuole superiori, in crisi di spazi e con evidenti problemi strutturali. Di questo si era parlato in passato. Ma non se n’è mai fatto nulla. L’ex caserma, chiusa dal 2008, nel frattempo è scivolata in un deterioramento che appare irreversibile, documentato in più di un’occasione con fotografie e video. I palazzi, i viali e le piazzette interne che un tempo ospitavano militari e cerimonie, si sono trasformati nei luoghi privilegiati per le incursioni di vandali e ladri. La rete che dà su via Mameli, accanto al liceo scientifico Galilei, è divelta in più punti. Entrare, saltando oltre il muretto, è semplicissimo. Le vetrate dei palazzi, come evidente, sono state rotte da lanci di pietre o dai pezzi di cornicione che si sono pericolosamente staccati dai tetti con la bora. Per non parlare degli interni, completamente devastati. Così i saloni, le camere e le scalinate. Ma anche i muri, le porte e i pochi arredi rimasti: non c’è nulla che si salvi più. Un’operazione selvaggia che si è concentrata con particolare accanimento sulle decine di bagni che si trovano nelle camerate e negli ex uffici della caserma: lavandini, docce e wc sono stati presi a picconate dappertutto. Probabilmente blitz organizzati con il solo scopo di spaccare tutto. Ma le incursioni dei vandali spesso sono accompagnate dai falò che vengono appiccati all’interno delle stanze: su varie pareti e in più punti dei pavimenti delle stanze le tracce sono inequivocabili. Nei corridoi qualcuno ci ha lasciato pure la firma, con i “tag”: sono i graffittari, con le loro bombolette colorate abbandonate per terra. Per non parlare del grande palazzo di rappresentanza, quello che si scorge da via Rossetti: un edificio elegante, con i pavimenti in parquet di rovere o marmo e gli stucchi sui soffitti. Distrutto pure quello. Oggi sulle porte degli uffici sono ancora visibili le targhette con i nomi degli ufficiali che in passato abitavano questi spazi, così come le insegne del Primo Reggimento San Giusto. O, nel grande piazzale in mezzo alla caserma, i cippi commemorativi. Mentre i vandali devastano, i ladri rubano. Cosa? Soprattutto il materiale elettrico portato via da quadri, cassette e magazzini di servizio. E i cavi, ovviamente, la merce evidentemente più preziosa e commerciabile. In ogni angolo del comprensorio, come raccontato in passato, sono state accatastate decine di bobine. Si sono portati via il rame, i ladri. L’abbandono del comprensorio aveva suscitato proteste: qualche anno fa una parte dell’ex caserma era stata occupata dai centri sociali. Il gruppo Zlt (Zona liberata di Trieste) aveva organizzato una spedizione come gesto simbolico. Chiedevano di restituire gli spazi abbandonati alla città, per farci «un hub di libertà ed entusiasmo».

(g.s.)

 

I lavori del 2015 senza alcun seguito - All’epoca voci, poi smentite, di un restyling finalizzato all’accoglienza
La caserma come spazio di accoglienza per i richiedenti asilo. Anche di questo si è discusso in passato, con tanto di polemiche politiche e interventi istituzionali a smentire i timori di alcuni. È accaduto nel corso del 2015, in piena emergenza profughi. Era fine estate: i residenti erano stati messi in allarme da un insolito via vai che si vedeva all’interno dell’edificio che, come noto, un tempo ospitava il Battaglione San Giusto. Ma in realtà si trattava di semplici interventi di manutenzione dei vialetti e degli spazi esterni, in particolare. Un modo per rendere un’area da 50mila metri quadrati un po’ più gradevole per eventuali acquirenti. Era stato l’ente proprietario dell’immobile, Cassa depositi e prestiti, a rassicurare i cittadini: «Abbiamo allestito una sorta di piccola gara propedeutica alla trasformazione dell’area», avevano fatto sapere i funzionari di Cdp. La gara era stata aggiudicata a Forte Bis, nel pieno rispetto di quanto programmato anche con il Comune, come emerso all’epoca, che risulta l’ente gestore dell’area dopo il passaggio con il Demanio. «La stanno pulendo e risistemando - confermava l’allora assessore Elena Marchigiani - per poi metterla sul mercato nel pieno rispetto di quanto contenuto nel Piano regolatore». Documento che prevede, in quella zona, aree verdi e un polo scolastico. La Provincia aveva proposto di realizzare in quell’area due succursali del Galilei e del Petrarca, attualmente le scuole in maggiore difficoltà di spazi visto che le attuali dependance di via Battisti, all’ex Volta, e di largo Sonnino non appaiono sufficientemente adeguate per i ragazzi.

(g.s.)

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 aprile 2017

 

Duello sulla Ferriera tra Serracchiani e la iena - Blitz di Nadia Toffa. Ma la governatrice tiene testa: «Non faccia la spiritosa sulla salute della gente»
Ha cercato di scandire le parole senza farsi dominare dall’irritazione, ha parlato persino sopra la propria interlocutrice, zittendola a un certo punto con un sorprendente «non faccia la spiritosa sulla salute dei cittadini», Debora Serracchiani tiene botta alla iena delle “Iene”, a quella Nadia Toffa che ormai s’è fatta davvero una cultura in fatto di Ferriera con tutte le interviste-blitz compiute in prima persona sull’argomento. Il teatro della più classica delle “imboscate” utilizzate dagli inviati del noto programma tv - ovvero l’intervista a sorpresa a un personaggio mentre questi sta presenziando a un incontro pubblico - è stata in questo caso la Fiera di Verona, dove la governatrice della Regione si trovava per Vinitaly. Aveva appena concluso un’intervista con Daniele Damele allo stand dell’Ersa e si stava preparando a un incontro sulla Doc interregionale del Pinot Grigio delle Venezie insieme al ministro Maurizio Martina e al presidente del Veneto Luca Zaia. Serracchiani si è ritrovata davanti la iena Toffa, e subito si è creato intorno alle due un prevedibile capannello di curiosi e giornalisti (sul sito del Piccolo è possibile sentire l’audio integrale di “Udinese TV”). «Ne abbiamo parlato un sacco di volte solo che voi non ci date retta», ha attaccato la governatrice quando ha saputo quale fosse l’argomento. «Ma ci dica qualcosa di diverso», la lucida replica di Toffa. «Tutti i dati sull’inquinamento sono migliori rispetto agli ultimi dieci anni, pensi un po’», ancora la presidente del Fvg, che poi ha tentato pure lei di fare una domanda: «Ma pensa che uno dorma tranquillo?». «Mi auguro di no», la risposta della iena. «Le posso assicurare di no», la controrisposta. «Ma neanche i cittadini... non è un’industria pulita», la risposta alla controrisposta. «Ma lo sta diventando con fatica, nessuno ha la bacchetta magica sa, tutti gli interventi che sono stati fatti in quel posto non erano stati fatti negli ultimi venti anni, ci faccia lavorare», ha quindi insistito Serracchiani adottando la stessa strategia dell’intervistatrice, cioè coprire la voce dell’altra. «Vado a firmare questo accordo il 19, glielo consegno così lei legge che c’è un impegno vero nei confronti dei cittadini», ancora la governatrice riferendosi all’intervento dell’Istituto superiore della sanità a Servola. Ok ma le fumate arancio? «Spariranno anche quelle... Ci vediamo fra un po’ e vediamo se l’abbiamo fatto». C’è da star certi che le “Iene” torneranno a chiederne conto.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - LUNEDI', 10 aprile 2017

 

 

LEGAMBIENTE: PERCHE’ IL PROGETTO “SMART GAS” E’ STATO BOCCIATO

Contrariamente a quanto riportato sulla stampa, la bocciatura del progetto di rigassificatore SMART GAS è principalmente legata a questioni tecniche specifiche e non certo ad un ipotetico conflitto fra tutela ambientale ed industria.
Basta iniziare a leggersi la documentazione. La Regione FVG ha emanato tre delibere sulla questione; nell’ultima si legge: “La Regione FVG evidenzia l’assenza di uno studio che rilevi l’attuale grado di occupazione del canale del porto “. Inoltre, sempre la Regione, sottolinea che:“Fatto ancora più rilevante è l’assenza di valutazioni circa il massimo sviluppo del traffico marittimo che il canale di accesso può sostenere”. La Capitaneria di Porto inoltre afferma che: “Intorno alla nave gasiera si prevederà, similmente a quanto già attuato presso impianti analoghi, un perimetro di sicurezza nel quale sarà vietata la navigazione a tutte le altre unità”. La Regione rileva che: “Tale prescrizione comporta, di fatto, la totale interdizione del traffico portuale a causa della estrema vicinanza tra la banchina di ormeggio della nave gasiera ed il canale di accesso al porto . Posto che altre navi, salvo casi eccezionali, non potranno entrare o uscire dal Porto di Monfalcone per tutte le 21 ore di operazioni necessarie per lo scarico del GNL”. Riguardo alla presentazione di alternative di progetto che sono un obbligo di legge per valutare le possi