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RASSEGNA STAMPA  gennaio - giugno 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 30 aprile 2017

 

 

Raffica di nuovi manager in posti chiave del Comune - Concluso l’iter dei concorsi per dirigenti. Sette incarichi su nove assegnati a donne
Età media cinquant’anni. I compensi varieranno tra i 130 mila e i 106 mila euro
Undici nuovi dirigenti. La squadra al vertice dela macchina comunale è quasi completata, manca solo una figura che durante il mese entrante verrà “arruolata” con la procedura di mobilità. Sugli 11 manager inseriti nell’organigramma municipale, nove sono stati selezionati nelle prove concorsuali tenutesi tra marzo e aprile, mentre altri due sono passati attraverso la griglia della mobilità regionale. I 9 dirigenti di freschissima nomina prenderanno servizio tra il 1° e il 22 maggio. Resteranno in carica per il mandato dell’attuale sindaco. Uno dei più grandi datori di lavoro triestini, con circa 2500 addetti, ha così reintegrato la cabina di regìa che negli ultimi anni si era vista diradare dai pensionamenti: ha inizio una nuova stagione per il Comune triestino, che alla fine dello scorso anno era sceso sotto i venti dirigenti. Erano partiti in 370. Infine i 9 manager, scremati dai concorsi, sono - come si evince dal grafico - Ambra De Candido (Politiche sociali), Paolo Jerman (Polizia locale), Riccardo Vatta (Servizi generali), Lea Randazzo (Territorio e ambiente), Francesca Dambriosi (Sviluppo economico), Francesca Locci (Promozione culturale), Giovanna Tirrico (Servizi finanziari), Manuela Sartore (Personale), Laura Carlini Fanfogna (Musei). Molto buona la performance degli “interni”, dal momento che 7 indicazioni su 9 erano già dipendenti comunali: uniche esterne Manuela Sartore, proveniente dalla Uti del Medio Friuli, e Laura Carlini Fanfogna, ultimo incarico nella civica musealità bolognese. Alcune curiosità tra curricula e iter concorsuali: preponderanza femminile con 7 vittorie su 9; l’età media, come si poteva presumere alla luce degli elevati requisiti richiesti, è abbastanza alta con una media anagrafica di 50 anni, tra i 62 anni di Laura Carlini Fanfogna e i 40 di Lea Randazzo. Il massimo del punteggio conseguibile era fissato a quota 144 (24 i titoli, 60 lo scritto, 60 l’orale): ad Ambra De Candido il riconoscimento maggiore con 135 punti, seguita dai 126 della Locci e di Jerman. I duelli più tirati si sono disputati in terreno culturale, dove la Carlini Fanfogna e la Locci l’hanno spuntata di stretta misura. Le commissioni hanno utilizzato anche “giudici” esterni - come Raffaella Sgubin, Romano Vecchiet, Nicola Manfren - ed ex manager dell’amministrazione - come Corina Sferco ed Edgardo Bussani. Le determine, che approvano la graduatoria, riportano anche le retribuzioni, che, a partire dal prossimo anno (visto che quello in corso ha evidentemente una capienza inferiore), si attesteranno tra il massimo lordo di 130 mila euro attribuito alla Carlini Fanfogna e i 106 mila lordi di quasi tutti gli altri “neo”. Per quanto concerne le dirigenze da mobilità, ricordiamo che due sono già scattate e sono già operanti: si tratta di Giulio Bernetti, che si occupa del traffico nell’Area territorio&ambiente, e di Walter Milocchi, vicecomandante dei Vigili Urbani, in passato responsabile della Polizia locale monfalconese. Il terzo arrivo, che dovrebbe essere fornito dalla platea amministrativa regionale, è previsto a maggio e andrà a rafforzare i Lavori pubblici. In realtà ci sarebbe un’ulteriore posizione da coprire, ma viene lasciata libera per consentire l’eventuale rientro di Walter Toniati, attualmente direttore generale dell’Ogs, nell’organico del Municipio. Il bilancio dei concorsi, che hanno consentito nel giro di due mesi un sostanziale rinnovamento dell’impianto direttivo comunale, è valutato con soddisfazione dagli apicali: «Il budget dell’amministrazione è gestito solo da personale che ha affrontato e superato prove concorsuali», sottolinea il segretario generale Santi Terranova. Ma il processo di rinnovamento ha bisogno di altri passaggi fondamentali, a cominciare dall’infornata di una settantina di livelli “C” e “D” che, previa attivazione della mobilità, dovrebbe seguire l’insediamento dei nuovi manager.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 29 aprile 2017

 

 

«Parco del mare, quattro milioni dal futuro gestore»

«Il gestore del Parco del mare contribuirà con quattro milioni alla realizzazione»: a dichiararlo il presidente della Camera di commercio Antonio Paoletti, che è intervenuto alla conviviale del Rotary Club Trieste su invito della presidente Maria Cristina Pedicchio. Un gestore che, ha detto Paoletti ai rotariani, «sarà probabilmente Costa Edutainment, che si è detta interessata molte volte in questi anni, a cui si aggiungono però altri potenziali gestori, non italiani». Una possibilità su cui Paoletti ha preferito però mantenere il riserbo. «Comunque un privato c’è già, ha aggiunto, ed è la Fondazione CRTrieste che è stata al nostro fianco in tutti questi anni e che continua a sostenerci». Il presidente dell’ente camerale ha riportato anche i contenuti dell’incontro avuto con Dipiazza: «Anche il sindaco ha ribadito di essere completamente al nostro fianco in questa impresa e di specificare che entrambi vogliamo tagliare il nastro del Parco del mare entro il nostro mandato». Paoletti è tornato a più riprese sull’ipotesi di locazione in Porto vecchio: «Quell’area della città deve ancora essere infrastrutturata con fognature, acqua, elettricità. Lavori costosi che richiedono tempo. Io penso invece che la città non possa più aspettare. Ora abbiamo i soldi a disposizione e l’appoggio di tutti gli attori coinvolti». Ha quindi difeso la scelta di Porto Lido come destinazione finale dell’acquario: «Ci dicono che l’impatto visivo sarà forte. Ma la realtà è che l’edificio non si vedrà dalla città e non farà parte delle Rive. Piuttosto ripuliremo una zona ora in preda a un degrado devastante, con tanto di amianto che sta venendo eliminato in questi giorni». I soci hanno anche sollevato il problema dei posteggi: «Ci saranno 180 posti auto e 15 posti per i bus - ha risposto Paoletti -. L’acquario di Genova di posti auto ne ha 170. Faremo in modo poi da segnalare i parcheggi oggi deserti, come il Silos o via Locchi».

 

Il Times chiama gli investitori a Trieste - Per il prestigioso quotidiano britannico la città ha «fascino centroeuropeo» e il suo antico scalo è «un sogno» per chi ha soldi

Non ha ancora soddisfatto appieno le sue ambizioni turistiche, ed è già un sogno per gli investitori. Trieste ottiene un altro attestato di stima internazionale, e questa volta per merito del suo nodo più annoso, il Porto vecchio. A tesserne le lodi il prestigioso quotidiano inglese “The Times”, che, in un articolo pubblicato ieri mette in risalto proprio i quattro chilometri di magazzini portuali abbandonati «che potrebbero essere un sogno per un promotore immobiliare dalle tasche capienti». Il capoluogo giuliano viene poi descritto come una «mini Vienna», per «l’affascinante mix di grandi influenze centroeuropee». «Per cinquecento anni - continua il “Times” - buona parte di quest’area è stata sottoposta al dominio austriaco e Trieste era il principale porto dell’Impero austro-ungarico. Culturalmente ed economicamente ha prosperato e declinato prima della Prima guerra mondiale». «Trieste sorge sull’Adriatico, quasi in Slovenia, ed è una destinazione strategica e seducente» che la rendono appetibile anche a quella fetta di italiani cui è ancora sconosciuta. E non più dunque “solo” per i suoi classici, come «le opere di Joyce che ha lasciato la città dopo averci vissuto per un decennio», o il suo Golfo, «apprezzato dai marinai veterani dell’Adriatico». Il “Times” sdogana i gioielli giuliani di fresca valorizzazione, puntando sul potenziale business. Cita così Trieste come «luogo di nascita del prosecco» e come «sede della Illy con la sua Università del caffè«. Fra le righe, sciorina pure i prezzi con cui l’acquirente d’oltremanica può acquistare un pied-à-terre, con riferimenti precisi ai «villaggi di Portopiccolo e Porto San Rocco». La notizia fa sorridere i politici. «Viviamo una città meravigliosa - commenta il sindaco Roberto Dipiazza - e l’attenzione che ci dedica il “Times” non mi sorprende. Quando si lavora seriamente, come sto facendo con la mia giunta, i risultati non possono mancare. Vogliamo ridare alla nostra importante città il ruolo che merita quale capitale d’area. Questo è solo l’inizio di un percorso che stiamo portando avanti con grande determinazione». Per la presidente della Regione, Debora Serracchiani «il più autorevole quotidiano di Londra ha fatto un ritratto puntuale ed efficace: Trieste è bella, cosmopolita e seducente, è una città per intenditori. In un momento storico in cui è sempre più ricercata e premiata la qualità delle mete turistiche - argomenta la governatrice - Trieste si colloca in una fascia che, per la varietà della sua offerta, può andare incontro alle esigenze della toccata breve, di chi cerca una pausa più riflessiva o addirittura di quegli anglosassoni che eleggono a loro casa l’Adriatico. In pochi anni il nostro capoluogo ha moltiplicato le offerte ricettive e la qualità degli eventi, cosicché arrivi e presenze si sono impennati. Va detto che questo è anche grazie a un poderoso impegno della Regione nella promozione della città con PromoTurismo Fvg e nei contatti con le compagnie di crociera». L’ultima eco mediatica in chiave turistica di Trieste risale a pochi giorni fa, con la redazione di “Travel 365” che l’ha inserita tra le 15 città italiane da visitare nel 2017.

Elena Placitelli

 

URBANISTICA - IL PROGETTO - Scatta “Porto vecchio dreaming” - Le idee sul riuso arrivano dal basso

I PROMOTORI DELL’INIZIATIVA - Il Rotary ha la collaborazione del Piccolo e il patrocinio del Porto

È la “fetta” della città su cui si concentrano più aspettative, più fantasie, più speranze. Perché allora non concretizzarle in progetti, in idee realizzabili, in contributi “dal basso” per le istituzioni e i grandi gruppi che avranno il compito di rivitalizzare quest’area. Nasce così il progetto “Porto vecchio dreaming”, che ha l’obiettivo dichiarato di portare per l’appunto nuove idee alla “causa” del Porto vecchio facendo in modo che, a portarle, siano proprio i cittadini. Il Rotary Club Trieste , in collaborazione con Il Piccolo e con il patrocinio dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico orientale, lancia infatti il progetto “Porto vecchio dreaming”, aperto a tutti coloro che hanno idee innovative riguardanti la trasformazione del Porto vecchio in una nuova parte della città. Attraverso quest’iniziativa si può dunque presentare il proprio sogno sul riuso del Porto vecchio in pubblico e davanti alle autorità. «Per tanti anni ed attraverso molteplici iniziative - si legge nella presentazione del progetto - a Trieste abbiamo sognato la rinascita del Porto vecchio, oggi sono finalmente maturi i tempi per passare dal sogno alla realtà. Dall’inizio del 2017 gran parte dei 65 ettari, 650 mila metri quadrati di territorio portuale denominato “Punto franco vecchio”, è stata sdemanializzata e la proprietà è stata intavolata al Comune di Trieste. Sono state inoltre rilocalizzate in altre aree della città le superfici che godono dei benefici del Punto franco. Molte ipotesi di riutilizzo sono state analizzate e proposte da esperti e autorità, ma non è stata mai data la possibilità ai cittadini di esprimere il loro “Porto vecchio dreaming”». Per i promotori che fanno capo al Rotary insieme al quotidiano locale e all’Authority è dunque arrivata l’ora di «raccogliere le idee e dibattere sulle possibili destinazioni da dare alle aree e agli edifici, sull’infrastrutturazione, sull’integrazione con la città». Il Rotary Club Trieste organizza a tale scopo un forum di ascolto di chiunque manifesti interesse, dando la possibilità di pubblicizzare in particolare 12 idee di sviluppo del Porto vecchio, che saranno selezionate tra le proposte inviate. I proponenti avranno la possibilità di esporre in sede pubblica, mercoledì 17 maggio, con una presentazione della durata massima di cinque minuti e un supporto di 15 diapositive, le loro idee, che potranno riguardare anche solo ambiti parziali dell’area. A seguire, le idee presentate saranno discusse in una tavola rotonda, coordinata dal direttore de Il Piccolo Enzo D’Antona, dal sindaco Roberto Dipiazza, dalla presidente della Regione Debora Serracchiani e dal presidente del Porto Zeno D’Agostino. Per partecipare va inviata una richiesta via posta elettronica a rotarytrieste@rotarytrieste.com, con oggetto “Porto vecchio dreaming” entro lunedì 8 maggio, indicando nome e cognome del proponente, indirizzo email e telefono, eventuale gruppo di appartenenza e breve curriculum più un cenno sulla proposta che si intende lanciare. Le varie proposte saranno anticipatamente presentate e selezionate al Rotary Club Trieste di via Giustiniano 3 l’11 e il 12 maggio alle 17 alla presenza di una commissione tecnica del Rotary stesso coordinata dall’ingegner Pierpaolo Ferrante, responsabile del progetto, che presterà supporto alla realizzazione delle presentazioni in Power Point.

 

 

Bus deviati in via Geppa costretti alle gimkane - Le auto posteggiate rendono difficile il lavoro degli autisti nel primo giorno di cantieri in zona
Il primo giorno di stop al transito degli autobus e dei mezzi pesanti su via Milano è passato senza provocare clamorosi problemi alla viabilità. Nel corso della mattinata non è mancato comunque qualche disagio. È quanto riferito dagli uffici della polizia locale di Trieste, dopo che, ieri, sono entrate in vigore le modifiche alla viabilità resesi necessarie a causa del cedimento, in corrispondenza dell’incrocio fra via Milano e via Carducci, delle volte di copertura del torrente Chiave, che scorre nel sottosuolo. Le linee della Trieste Trasporti interessate al cambio di rotta sono la 17 e la 17 barrata, che, insieme ai mezzi pesanti superiori a 70 quintali, non possono pertanto transitare lungo via Milano, come imposto dalla relativa ordinanza comunale. Da ieri gli autobus hanno pertanto dovuto deviare il percorso lungo via della Geppa, nella direttrice largo Città di Santos - piazza della Libertà - via della Geppa - piazza Dalmazia - via Carducci. Un tanto per evitare il sovraccarico della corsia di via Ghega, notoriamente trafficata. La municipale ha comunque fatto sapere che nei prossimi giorni verrà migliorata la segnaletica, in modo da avvisare in loco gli automobilisti meno informati. Nel corso della giornata, infatti, qualche conducente è stato colto alla sprovvista e ha dovuto rimuovere subito l’auto che, ignaro, aveva appena parcheggiato di fianco al palazzo della Genertel, nel tratto compreso fra via Filzi e via Carducci. In quell’incrocio lo spazio di manovra, piuttosto angusto, ha messo a dura prova gli autisti della Trieste Trasporti. È così capitato che gli autobus non siano riusciti a transitare senza dover prima chiedere a suon di clacson agli automobilisti che avevano parcheggiato proprio lì di spostare la propria macchina. Intanto dagli uffici fanno sapere che la soluzione sarà temporanea fino al ripristino, prevedibilmente tra alcuni mesi, delle condizioni idonee al transito dei bus lungo via Milano. Per gli utenti del trasporto pubblico locale, allo stato attuale, non sono previste fermate lungo via Geppa. L’ordinanza comunale è stata emessa in seguito alle verifiche svolte dall'AcegasApsAmga sullo stato delle strutture di tenuta del torrente Chiave, che hanno riscontrato una criticità statica cui l’amministrazione comunale sta facendo fronte.

(el.pl.)

 

 

Capodistria-Divaccia, no alla legge - Stop all’iter per il raddoppio: il Consiglio di Stato boccia il piano finanziario ritenuto lacunoso e oneroso

LUBIANA - Il Consiglio di Stato della Slovenia ha bocciato con 23 voti favorevoli e due contrari la legge approvata dal Parlamento di Lubiana relativa alla realizzazione del secondo binario della ferrovia tra Capodistria e Divaccia. In pratica i consiglieri hanno fatto proprie tutte le perplessità espresse sulla norma da parte delle varie istituzioni civili che del progetto si stanno interessando da mesi per cercare di trovare una soluzione vuoi sul piano del tracciato, vuoi su quello della reperibilità dei finanziamenti necessari alla sua realizzazione. Il Consiglio di Stato ha così ritenuto assolutamente insufficiente quanto contenuto nella norma, che si basa sulla neo istituita società 2Tdk creata proprio per realizzare l’infrastruttura, relativamente ai finanziamenti. In essa si parla in maniera vaga, senza fare cifre né predisporre un vero e proprio piano di un intervento di capitale ungherese e si stabilisce una sorta di tassa sulla movimentazione dei container nel Porto di Capodistria che ha fatto letteralmente infuriare Luka Koper, la società che gestisce lo scalo e di cui anche lo Stato sloveno è proprietario, che vede in ciò un attentato alla proprio concorrenzialità. Bocciato, dunque, il finanziamento “spezzatino” proposto dalla normativa, in quanto sarebbe più oneroso per la Slovenia e foriero di maggiori rischi legati a corruzione, appalti truccati e subappalti teleguidati. La tesi che le istituzioni civili sposano, invece, è quella riportata sul Dnevnik di Lubiana dell’economista Jože P. Damijan, il quale parte da un ragionamento di base. In Slovenia, spiega, secondo i dati della Banca centrale del Paese i cittadini e le società hanno depositati in banca 16,8 miliardi di euro e le aziende hanno complessivamente 5,5 miliardi di depositi. «Lo Stato - sostiene Damijan - potrebbe dare loro la possibilità di acquistare obbligazioni relative alla nuova infrastruttura e con questo anche di guadagnarci». Perché allora, si chiede, lo Stato cerca co-finanziatori ungheresi e un prestito da parte della Banca europea per gli investimenti (Bei) al tasso d’interesse dell’1,5%? Perché piuttosto, si chiedono l’economista ma anche i consiglieri di Stato, non emanare obbligazioni decennali all’1% e venderli agli sloveni? Gli investitori avrebbero così la possibilità di realizzare un guadagno ad esempio di mille euro in dieci anni su una somma di 10mila euro in obbligazioni. E in più sarebbero garantiti dallo Stato per la solvibilità. Oggi una somma di 10mila euro vincolata nella Nova Ljubljanska Banka rende in 5 anni appena 257 euro. Adesso però anche il governo sostiene che la norma non esclude l’emissione di obbligazione e che la questione sarà discussa con la Bei nell’ambito del prestito pari al 30% della realizzazione dell’opera ancora da contrattare. La legge ora torna in Parlamento dove dovrà essere riapprovata ma solamente a maggioranza assoluta.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 28 aprile 2017

 

 

Via Milano diventa off limits per bus e Tir - Preoccupa la tenuta delle volte che coprono il torrente Chiave. Corse della 17 e 17/ deviate su via Geppa
Stop agli autobus e ai camion in via Milano. Lo ha deciso il Comune ieri, in via provvisoria, con una delibera di giunta che ha preso le mosse dalle verifiche sulla tenuta delle strutture che si trovano nel sottosuolo. Una tenuta giudicata dagli esperti evidentemente problematica. I controlli, come precisa una nota del municipio diramata ieri pomeriggio, sono stati effettuati dagli ingegneri e dai tecnici dell’AcegasApsAmga e hanno comportato una serie di indagini da cui è emerso lo stato di “criticità” delle volte di copertura del torrente Chiave (o torrente Grande) che scorre in quella zona, in corrispondenza dell’incrocio tra via Carducci e via Milano. Nulla di particolarmente pericoloso, ma a scopo puramente cautelativo, informa ancora il comunicato stampa del municipio, per i prossimi mesi non saranno più concesse deroghe al transito dei mezzi pesanti. La delibera della giunta comunale non si è limitata a fornire indicazioni generiche, tanto più che l’intervento interferisce con la viabilità dei bus, ma è entrata più nel dettaglio. Il documento varato ieri ha imposto, nello specifico, un limite di massa non superiore ai 70 quintali in particolare nel tratto compreso tra l’intersezione con via Fabio Filzi e l’intersezione con via Carducci. Il che significa, per il momento, niente più autobus per tutto il tempo necessario ai futuri interventi strutturali che potranno rendersi necessari nei punti interessati. Cosa cambia? Va da sé, naturalmente, che pure la viabilità dei mezzi pubblici che finora percorrevano abitualmente lungo via Milano dovrà subire alcune modifiche. Si tratta, precisamente, delle linee 17 e 17/. I bus dovranno temporaneamente venir fatti transitare lungo via Geppa, nella direttrice largo Città di Santos/piazza della Libertà-via Geppa-piazza Dalmazia-via Carducci. Un tanto per evitare il sovraccarico della corsia di via Ghega, notoriamente trafficata. L’ordinanza di viabilità è stata emanata da parte del competente Servizio mobilità; stando a quanto ha deciso l’ufficio comunale, non sono previste fermate lungo via Geppa e tale soluzione sarà temporanea fino al ripristino, prevedibilmente tra alcuni mesi, delle condizioni idonee al transito dei bus lungo via Milano.

Gianpaolo Sarti

 

 

Lo sconto benzina appeso a un filo - Bruxelles denuncia l’Italia alla Corte Ue per i prezzi agevolati in Fvg - Nel mirino anche l’inquinamento da Pm10
Non solo carburanti. Contro l’Italia la Commissione Ue ha lanciato anche un’altra procedura di infrazione sull’inquinamento da polveri sottili: il nostro Paese ha ora due mesi di tempo per «adottare azioni appropriate per garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica», altrimenti potrà essere deferita davanti alla Corte di Giustizia. In Italia, secondo Bruxelles, l’inquinamento da Pm10 «è causato principalmente da emissioni connesse al consumo di energia elettrica e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura». Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, «ogni anno l’inquinamento da polveri sottili provoca nel Paese più di 66mila morti premature», rendendo l’Italia lo Stato Ue più colpito in termini di mortalità connessa al particolato. Il Friuli Venezia Giulia rientra nel gruppo delle 30 zone in cui si sono registrati i maggiori superamenti dei livelli massimi consentiti per l’inquinamento.

 

 

Sorpresa a lasciare rifiuti “fuori posto”

Una donna di 51 anni, D.G. le sue iniziali, di passaporto croato, è stata multata l’altro giorno dalla polizia locale che l’ha ritenuta responsabile dell’abbandono di una serie di rifiuti ingombranti sia all’interno che ai piedi dei cassonetti di un’isola ecologica di via San Marco, rifiuti che dunque non sono stati conferiti correttamente nei centri di raccolta, le cosiddette “discariche”, una delle quali oltretutto si trova molto vicina alla stessa via San Marco. Lo rende noto in un comunicato il Comune, che ricorda come la sorveglianza ambientale rientri fra le attività del corpo di polizia locale: «Testiera di un letto, cuscini, stufa elettrica - si legge in tale comunicato - sono solo alcune delle masserizie che gli agenti hanno trovato depositati a casaccio in via San Marco nei contenitori della piazzola ecologica o depositati direttamente sul suolo nei dintorni dei cassonetti per le immondizie. Qualche minuto dopo il loro arrivo è giunta sul posto una signora che inequivocabilmente era l’autrice del deposito». D.G. appunto, «sanzionata per l’abbandono dei rifiuti sul suolo pubblico».

 

 

Natura - Birdwatching, ora si passa alla pratica
Alla ricerca di pettirossi, cinciallegre e cardellini, ma anche di tutti gli altri volatili meno conosciuti che sono soliti “cinguettare” nei nostri parchi, orti e giardini. Per i frequentatori del corso gratuito di birdwatching, ma anche per tutti gli altri cittadini curiosi di riconoscere l’avifauna locale, è tempo di sperimentare quanto imparato nel corso delle lezioni teoriche gratuite (promosse da Urbi et Horti, associazioni Bioest, Il Ponte, Legambiente Trieste, Aias, Anglat Fvg, Lapis, Multicultura, Arci Servizio civile, Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci e Asuits) e frequentate da una cinquantina di persone, a conferma del grande interesse per l’argomento. L’appuntamento per il primo incontro pratico condotto da Matteo Giraldi, delegato della sezione Lipu di Trieste, è fissato per domani alle 9 alla Rotonda del Boschetto. «Passeggeremo - spiega la naturalista Tiziana Cimolino, referente di Urbi et Horti - all’interno del bosco urbano del Farneto e, allontanandoci dal rumore della strada, cercheremo di immergerci nei suoni della natura tentando di riconoscerli: distinguere i maschi dalle femmine e il differente canto delle sia pure non tantissime specie autoctone, non è semplice, ma a venirci incontro saranno le nozioni imparate. Sabato ascolteremo i canti primaverili dell’avifauna locale e con i nostri binocoli cercheremo di riconoscerne la specie e la modalità di canto». Anche se il grosso delle adesioni è avvenuto durante il corso, «chiunque può partecipare alla passeggiata purché si presenti in orario. Il consiglio è di indossare abiti comodi, scarpe adeguate e portare con sé il binocolo». Info al 3287908116.

(g. t.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 27 aprile 2017

 

 

«Differenziata raddoppiata in un anno» - Il Comune di Duino Aurisina e la società Isontina che gestisce la raccolta commentano i dati del “Sole”
DUINO AURISINA Il 67,94% a Sgonico, il 46,51% a Monrupino, il 42,03% a Duino Aurisina. Sono questi i dati della raccolta differenziata registrati a fine 2016 nei tre comuni della Provincia usciti piuttosto malconci dall’analisi pubblicata sul Sole 24 Ore di martedì relativa al 2015. Isontina ambiente, la srl di Ronchi dei Legionari che recentemente è diventata partner dei tre comuni per quanto concerne la raccolta e la gestione dello smaltimento delle immondizie, ha subito reso pubblici i numeri che caratterizzano il netto miglioramento nella gestione della differenziata nei tre territori messi sotto la lente dal quotidiano economico, sottolineando in particolare proprio «il sensibile miglioramento - spiega Stefano Russo, portavoce dell’azienda - nella raccolta della differenziata, frutto di un attento lavoro di riposizionamento e distribuzione delle isole ecologiche e dell’introduzione del sistema porta a porta». Le cifre in effetti parlano chiaro: Sgonico era partito, a fine 2015, dal 16,32%, Monrupino dal 18,99% e Duino Aurisina dal 21,23%. Si tratta per lo meno di un raddoppio in tutti e tre i territori. «Un risultato - spiega a propria volta il sindaco di Duino Aurisina Vladimir Kukanja - che è l’effetto di una precisa scelta operata dalla mia amministrazione, che ha puntato parecchi mesi fa a un accordo proprio con la Isontina ambiente, con lo specifico obiettivo di far salire quella percentuale che ci vedeva in una cattiva posizione. I dati più recenti denotano un evidente cambio di passo in materia e le prospettive sono di ulteriore miglioramento». Incalza l’assessore Lorenzo Corigliano: «Abbiamo quasi raddoppiato il numero dei contenitori destinati alla differenziata e il miglioramento è stato netto, anche grazie alla collaborazione con la popolazione, che si è sempre dimostrata sensibile sul tema». Il membro della giunta di Duino Aurisina evidenzia anche che «sono stati sistemati numerosi contenitori per il residuo del verde, mentre al Villaggio del Pescatore, su esplicita richiesta delle due società nautiche locali, Laguna e San Marco, abbiamo collocato un container raccoglitore di rifiuti, di cui si sono dichiarati molto soddisfatti». Per Russo, infine, le prospettive «sono quelle di un costante miglioramento nella raccolta differenziata in tutti e tre i comuni nei quali siamo entrati come partner». «A fine 2017 - conclude il portavoce della Isontina ambiente - siamo certi che la media che si registrerà sarà uguale o addirittura superiore a quella relativa all’ultimo bimestre del 2016 in tutti e tre i territori dei quali stiamo parlando».

Ugo Salvini

 

 

Tra sei mesi il progetto per l’ex Fiera - Primo sopralluogo tecnico dei nuovi proprietari del complesso per valutare viabilità e collegamenti
Ci vorranno altri sei mesi prima di vedere un progetto per il recupero dell’ex Fiera. Ma qualcosa si sta già muovendo. I nuovi proprietari dell’area, gli austriaci della Mid Holding, sono approdati ieri mattina a Trieste per un sopralluogo del sito. È la prima visita ufficiale nel comprensorio per il management della società, presente con il titolare Walter Moser e un gruppo di progettisti. I rappresentanti della holding sono stati accompagnati dal direttore dell’Area Servizi del Comune, Walter Cossutta, e dal direttore del Servizio gestione e controllo Demanio e patrimonio immobiliare, l’ingegner Alberto Mian. Una visita, dunque, squisitamente tecnica per sondare l’area anche in relazione al traffico della zona e alle connessioni con i trasporti pubblici, in modo da valutare le soluzioni più consone per la viabilità all’interno degli spazi attualmente per buona parte in disuso. L’incontro ufficiale tra la società e la giunta comunale è programmato invece verso metà maggio, con l’intento - precisa una nota del Comune - «di delineare un percorso condiviso per il recupero di un così significativo spazio urbano della nostra città». La Mid si è aggiudicata la fiera all’asta di inizio aprile per un totale di 12 milioni e 318,44 euro, 2 milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali stimate dall’amministrazione comunale, mentre il contratto di vendita del complesso sarà ufficializzato entro l’estate. Il progetto edilizio non è stato ancora elaborato, ma stando alle indicazioni del piano regolatore, il comprensorio prevede abitazioni, aree commerciali, alberghi e parcheggi. I residenti devono aspettarsi un cantiere da 20mila metri quadrati, compresi tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, via Revoltella e via Settefontane. Di questi, ben 7.160 sono scoperti, per un volume fabbricabile di 108mila metri cubi. «Troppo presto per decidere cosa faremo effettivamente in quegli spazi - aveva affermato il general manager Moser nelle scorse settimane - non posso dire in anticipo cosa verrà edificato. Il piano urbanistico obbliga a costruire almeno 9.500 mq di appartamenti - ricordava - ma sul resto siamo liberi di fare ciò che desideriamo. L’intenzione - anticipava - è dare spazio a negozi, uffici e hotel. Certamente ci sarà un garage sotterraneo». Ci vorrà un anno e mezzo, grosso modo, per chiudere i lavori. L’investimento si aggira indicativamente tra i 60 e i 70 milioni di euro.

(g.s.)

 

 

Legambiente - Seguendo le acque verso la città
Le acque verso la città sabato alle 9 www.legambientetrieste.itSabato mattina Legambiente organizza la visita guidata “Le acque verso la città”, con risalita del rio Storto (o rio Zaule) da Borgo San Sergio alla pista ciclabile della Val Rosandra. Ritrovo alle 9.00 a Borgo San Sergio all’inizio di via di Peco (vicino all’autodemolitore “Apollo”). Questa seconda escursione, che continua il discorso iniziato con la gita del 1° aprile sui torrenti Settefontane e Farneto, farà conoscere un versante molto diverso dello stesso monte di Cattinara, o Montebello, dal quale hanno origine anche le due vallate (Rozzol e Longera) della data precedente. Verrà risalito il versante rivolto a sud, quindi una zona molto assolata, riparata dal vento freddo, e assai calda d’estate; condizioni che, unitamente alla caratteristica geologica del terreno flyschoide, ne fanno una zona assai adatta all’orticoltura di qualità, su entrambi i versanti di questa ed altre vallate della zona.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 26 aprile 2017

 

 

“Differenziata” - il primato va a San Dorligo - Nel 2015 sfiorò il 56%. Muggia al secondo posto - Trieste si ferma al 35,3. Sgonico fanalino di coda - la raccolta in provincia di Trieste
SAN DORLIGO DELLA VALLE Trieste è una provincia virtuosa per quanto concerne la raccolta differenziata. Nel suo piccolo territorio si trovano realtà comunali, come quella di San Dorligo della Valle, che, nel raffronto col resto d'Italia, raggiungono in questo campo l'eccellenza, altre che la sfiorano, come Muggia, altre ancora che si collocano in una media classifica, come Trieste, e altre infine che hanno avviato processi di conversione dei metodi utilizzati in passato, proprio per risalire la graduatoria nazionale. È questo il quadro che emerge da una precisa analisi, fatta dal quotidiano economico Il Sole 24 Ore e relativa al 2015, che mette in fila tutti i Comuni italiani, sulla base dei numeri pubblicati dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). A San Dorligo della Valle, due anni fa, si sfiorò il 56 per cento, Muggia si attestò sul 39,82, Trieste sul 35,29, Duino Aurisina sul 21,23, Monrupino sul 18,99 e Sgonico sul 16.32. Differenze piuttosto nette, come si può notare, ma dovute essenzialmente al fatto che i Comuni che spiccano per la loro efficienza, in questo specifico settore, sono quelli partiti per primi con una politica dedicata a migliorare il servizio relativo alla differenziata. «Posso dire - spiega Franco Crevatin, assessore all’Ambiente a San Dorligo della Valle - che, nel nostro Comune, si iniziò ad applicare un metodo molto puntuale per la raccolta differenziata già nel 2007 e che, da quel momento, si è proseguito in un costante perfezionamento di tale politica. Oggi - afferma con soddisfazione Crevatin - siamo al 60 per cento. Gran parte del merito - conclude l'assessore che, già nel suo precedente incarico di assessore in Provincia aveva affinato le competenze in materia di raccolta dei rifiuti - va riconosciuto alla popolazione residente nel nostro Comune,che ha sempre risposto positivamente alle nostre sollecitazioni e oggi è premiata dalle tariffe più basse dell'intero territorio provinciale per quanto concerne il servizio della raccolta dei rifiuti». Ottimista, nonostante il risultato poco brillante ottenuto nel suo Comune nel 2015, è Monica Hrovatin, sindaco di Sgonico: «Lo scorso anno abbiamo cambiato politica sulla differenziata - spiega - iniziando con il porta a porta dell'indifferenziata e con la predisposizione di isole ecologiche. I risultati sono in netto miglioramento rispetto alla tabella del Sole 24 Ore - continua Hrovatin - e alla fine del 2017 contiamo di ritrovarci in una posizione molto migliore in questa particolare graduatoria». A livello nazionale, si collocano in media molto bene il Triveneto, più che discretamente la Sardegna, la Campania e le Marche. Ma anche in Lombardia e in Piemonte la raccolta della differenziata funziona. Si va male invece nel resto d'Italia, con punte negative in Sicilia, Calabria e Basilicata. Se si guarda alle provincie, è Treviso quella in cui la gestione dei rifiuti ha permesso di ottenere i risultati migliori in termini di riciclo. Lì infatti nel 2015, in media, l'85,22% dell'immondizia fu differenziata. Seguono Mantova, con l'80,3% e, di nuovo in Veneto, Belluno con il 76%. Oltre a ottenere la prima e terza piazza, la regione della Serenissima è una delle più attente al tema: delle dieci migliori province per raccolta differenziata, ben sei sono nel Veneto. Solo Rovigo rimane fuori dalla top 10, ma si piazza comunque al tredicesimo posto. All'estremo opposto, la Sicilia. Le quattro province peggiori per raccolta differenziata, sempre secondo Ispra, sono Enna, Siracusa, Messina e Ragusa. Più in generale, tutte e nove le province dell'isola si trovano tra le peggiori 15. Lusinghiero infine il risultato medio del resto del Friuli Venezia Giulia, nel cui ambito ci sono comuni come Pagnacco (Udine), Sesto al Reghena e San Martino al Tagliamento (Pordenone), che già nel 2015 si attestarono fra l'80 e il 90 per cento. Ma in quasi tutta la regione la raccolta della differenziata due anni fa funzionava.

Ugo Salvini

 

Porta a porta a Muggia, opposizione in pressing - TARLAO, VLAHOV E ROMANO Bisogna puntare a premiare i cittadini virtuosi

Il sindaco Laura Marzi concorda che andrà premiato chi sarà più virtuoso ma il metodo andrà individuato quando il sistema sarà a regime

MUGGIA - Tariffe puntuali per premiare i più bravi differenziatori, sanzioni ai furbetti che non si applicano. Su questi due punti tre partiti di opposizione promettono battaglia in relazione all' imminente inizio della raccolta dei rifiuti “porta a porta”. «Siamo perplessi per l'impostazione che la maggioranza intende dare al nuovo sistema della differenziata, quindi avanziamo alcune proposte per ottenere un buon risultato tramite il "porta a porta spinto" di cui siamo fermi sostenitori», spiegano unitamente i consiglieri comunali Roberta Tarlao (Meio Muja), Emanuele Romano (Muggia 5 Stelle) e Roberta Vlahov (Obiettivo comune per Muggia). Le proposte dei tre esponenti sono fondate sulla normativa europea in materia di rifiuti e su quella nazionale che regola la Iuc (Imposta unica comunale). «La normativa europea, oltre a perseguire l'obiettivo della riduzione dei rifiuti, afferma il principio per cui, "chi più inquina più paga", consentendo la copertura dei costi del ciclo dei rifiuti e premiando con tariffe inferiori i cittadini virtuosi», puntualizza Tarlao. La Iuc è un'imposta federale che i Comuni possono rimodulare aumentando o riducendo le aliquote. Secondo Tarlao le amministrazioni possono dunque «commisurare la tariffa alla quantità e qualità media di rifiuti prodotta per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia delle attività, nonché al costo del servizio dei rifiuti. Le tariffe per ogni categoria o sottocategoria sono determinate dal Comune moltiplicando il costo del servizio per la superficie accertata». Nella modulazione della tariffa potrebbero dunque essere assicurate riduzioni per la differenziata nelle utenze domestiche. Anche il consigliere Emanuele Romano punta sugli incentivi ai cittadini virtuosi: «Il Piano regionale dei rifiuti certifica che le raccolte differenziate domiciliari secco-umido, con tariffa puntuale, sono le più efficaci e garantiscono il superamento dell'80% di differenziata. Il Comune deve intervenire nella promozione di questo tipo di raccolta attraverso incentivi economici». Il consigliere grillino stigmatizza invece come «a seguito dell'approvazione del Pef non è stata inserita alcuna previsione di tariffa puntuale che applichi premialità o sanzioni a chi non differenzia correttamente, e tale sistema non è applicato nemmeno al gestore del servizio Net a cui invece viene riconosciuto quanto viene conferito, senza distinzione alcuna». Roberta Vlahov evidenzia invece le carenze del capitolato rifiuti: «Mancano specifici riferimenti alla forza lavoro impiegata e ai macchinari che verranno usati per la raccolta. Per questo intendiamo costituire un gruppo di lavoro tecnico con l'assessore con delega ai rifiuti e i rappresentanti dei gruppi consiliari». La proposta prevede che il gruppo si occupi di revisionare il Pef, redigere un piano industriale e un capitolato di prestazione con obiettivi incentivanti o penalizzanti per il gestore. Sul complesso argomento il sindaco Laura Marzi rileva che «è nostra intenzione introdurre le premialità una volta che il servizio sarà a regime, ed è chiaro che va premiato chi più differenzia. Il metodo di individuazione di chi è più virtuoso, però, non è detto debba riguardare la pesatura o la misurazione del conteggio dei prelievi della differenziata, ma la premialità può essere calcolata in base al fatto che chi meno produce indifferenziata, sembra evidente, più differenzia. Solo dopo aver deciso l'assetto organizzativo della differenziata potremo applicare la premialità».

di Riccardo Tosques ◗

 

 

Sopralluogo Arpa per i boati in Ferriera - Oggi i tecnici dell’Agenzia verificheranno gli impianti dopo i rumori e il fumo di martedì 18
Oggi Arpa conclude l’ennesima ispezione in Ferriera per capire cosa sia accaduto martedì 18 aprile, quando boati e nuvole nere sono echeggiati e hanno coperto il cielo di Servola. Erano le 8.50 mattutine, quando i residenti hanno avvertito rumori e fumi di particolare intensità. Molte le chiamate ai numeri d’emergenza, allertati i canali dell’informazione. Poi tecnici dello stabilimento siderurgico e dell’Arpa hanno fatto il punto della situazione: un’accentuata e anomala pressione dei fumi, derivante dalle lavorazioni, avrebbero determinato una sorta di “tappo”, che, una volta saltato, ha causato boati e nuvole nere. Più in dettaglio una nota Arpa spiegava che il fenomeno era da addebitarsi all’apertura delle valvole di sicurezza in seguito a sovrapressioni generate nell’altoforno. All’origine delle sovrapressioni - argomentava ancora Arpa - un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell’impianto per interventi di manutenzione. Questa sovrapressione sarebbe un fenomeno piuttosto raro e atipico. Ma Arpa ha ritenuto opportuno approfondire le ragioni di questo incidente e ha svolto ulteriori indagini che si concluderanno oggi - precisa una nota - con un sopralluogo al quale parteciperà il consulente della Regione Fvg, Boscolo. Gli approfondimenti sono stati coordinati dal responsabile tecnico-scientifico, Franco Sturzi. Il rapporto conclusivo su questa vicenda sarà approntato entro metà maggio. Nella stessa nota diffusa ieri pomeriggio, Arpa insiste sull’accordo stipulato lo scorso 19 aprile a Roma tra la Regione Friuli Venezia Giulia e l'Istituto superiore di sanità (Iss), a proposito del quale è stato annunciato che il tema dello stabilimento siderurgico sarà il primo a essere sviluppato. «Se l'Aia contiene tutti gli strumenti per verificare la soluzione dei problemi contingenti e strutturali di funzionamento degli impianti dello stabilimento industriale - si legge nella nota Arpa -, il coinvolgimento dell'Iss permetterà di dare una risposta approfondita di massimo livello scientifico sul tema specifico e capitale dell'impatto dello stabilimento siderurgico triestino sulla salute di lavoratori e cittadini».

ge.be.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 25 aprile 2017

 

 

«Bomba ecologica minaccia le fonti dell’acqua potabile» - L’allarme del deputato istriano Demetlika in Parlamento: «Vicino al torrente Foiba 400 tonnellate di rifiuti tossici»
POLA «Ci sono 400 tonnellate di rifiuti tossici che incombono sulle sorgenti d'acqua che riforniscono gli utenti dell'Istria meridionale». L'allarme è stato rilanciato dal deputato istriano e sindaco di Albona Tulio Demetlika nell'aula parlamentare, sollecitando le competenti istituzioni dello Stato ad attivarsi per scongiurare effetti devastanti sulla salute della popolazione. Demetlika ha quindi ricordato gli antefatti. In sintesi: la società Ecooperativa, che nel 2007 aveva iniziato la propria attività nella gestione dei rifiuti tossici, è poi fallita lasciando 400 tonnellate di rifiuti non pericolosi e altrettante di rifiuti tossici nel proprio magazzino ubicato nella terza zona di tutela sanitaria delle sorgenti di acqua potabile e nelle immediate vicinanze della seconda zona di tutela. Nei paraggi scorre il torrente Foiba, la cui acqua finisce nelle sorgenti collegate alla rete idrica di Pola e dell'Istria bassa in generale. «L’autorità cittadina di Pisino e quella regionale istriana - sostiene Demetlika - ha più volte segnalato il problema al ministero per la Tutela dell'ambiente, ma senza esito». A dire il vero due anni fa l'ispezione ministeriale aveva effettuato un sopralluogo per prendere atto della situazione e aveva invitato la Ecooperativa a rimuovere i rifiuti tossici e risanare l'area; ma nulla è stato fatto. «È inspiegabile - afferma il sindaco di Pisino Renato Krul›i„ - che lo Stato non abbia impugnato i necessari strumenti legali per costringere la Ecooperativa a rimuovere i rifiuti. Se lo avesse fatto il problema non esisterebbe». Krul›i„ accusa Zagabria di voler scaricare la responsabilità e i costi di rimozione dei rifiuti (si parla di circa 520mila euro) sulle aziende ora attive nella zona imprenditoriale Pazina I e sull'Autonomia locale. «Penso che il ministero intenda addossare le spese della pulizia - dice Krul›i„ - all'azienda Reginex che ha acquistato l'immobile in cui operava l'Ecooperativa». Interpellato, il direttore della Reginex Edi Rados spiega però che l'operazione spetta all'Ecooperativa poiché nel contratto di compravendita dell'immobile si era impegnata a consegnarlo “pulito” in caso di cessione. «Abbiamo più volte richiamato l'attenzione sull'inadeguatezza del magazzino sopra la Foiba di Pisino», aggiunge Krul›i„ esprimendo l'auspicio che in futuro il ministero tenga maggiormente in considerazione il parere dell'Autonomia locale e non conceda più licenze per attività di questo genere. Ma intanto i rifiuti sono sempre là.

(p.r.)

 

Nessuna multa per la collinetta inquinata - Il Tar annulla la sanzione di 400mila euro che il Comune di Muggia avrebbe dovuto versare allo Stato per l’area bonificata
MUGGIA - Il Comune di Muggia non dovrà pagare la sanzione di 400mila euro per la collinetta inquinata di Porto San Rocco. La notizia giunge in seguito alla sentenza del Tar del Lazio che ha annullato la nota di rivalsa avviata dal ministero dell'Economia e delle Finanze nei confronti del Comune. Nuovo importante capitolo, dunque, nella vicenda inerente l'area inquinata, poi bonificata e messa in sicurezza. Nell'aprile dell'anno scorso il Comune si era trovato coinvolto in un “effetto domino” di sanzioni pecuniarie per una cifra intorno ai 400mila euro. Il tutto era scaturito dopo la condanna milionaria (40 milioni di euro più una penalità di 42,8 milioni per ogni semestre di ritardo) inflitta all'Italia dalla Corte dell'Ue nel dicembre 2014. Secondo l'Ue il Governo italiano non si era adeguato alla direttiva rifiuti sulle discariche “abusive”. La sanzione, però, era stata trasmessa dallo Stato a diverse Regioni, e da queste ai singoli Comuni. Sostanzialmente il Mef, per dare esecuzione alla sentenza della Corte dell'Ue, aveva provveduto, a titolo di anticipazione, al pagamento integrale della sanzione iniziale e della prima penalità semestrale, intendendo però procedere al recupero degli importi anticipati nei confronti dei diretti interessati. Nel Friuli Venezia Giulia, assieme ai comuni di Majano e Trivignano Udinese figurava anche quello di Muggia, chiamato in causa per la collinetta di Porto San Rocco. Muggia, però, aveva però deciso di opporsi alla nota con cui il ministero si era rivalso sui tre Comuni chiamati in causa. «Nello specifico caso muggesano, peraltro, l'azione di rivalsa del Mef appariva del tutto ingiusta e infondata - spiega una nota del Comune - e non solo perché il sito di Porto San Rocco non era mai stato considerato dagli enti nazionali competenti in materia quale “discarica abusiva”, ma anche perché risaliva al 2015 la determina con la quale la Provincia aveva certificato la conformità del progetto di messa in sicurezza e completati gli interventi di bonifica previsti nell'area». Soddisfatta dell'esito positivo del ricorso il sindaco Laura Marzi: «È un ottimo risultato frutto della proficua collaborazione tra le avvocature della Regione e del Comune, che ha un risvolto positivo non sottovalutabile anche sul piano economico, legato al bilancio dell'ente ed alle ripercussioni che altrimenti ci sarebbero potute essere». Ma lo stesso primo cittadino teme che la partita non sia definitivamente chiusa: «Siamo di fronte a una sentenza importante, anche se alla luce di quanto preannunciato dall'Avvocatura dello Stato nell'udienza dinanzi al Tar Lazio, a breve la questione potrebbe venir riproposta dopo l'assunzione di nuovi decreti che potrebbero regolare ex novo la materia. Cosa faremo in questo caso? Il Comune impugnerà l'eventuale nuovo provvedimento per far valere le proprie ragioni».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 24 aprile 2017

 

 

Alimenti, la giungla delle etichette a semaforo nell’Ue - confusa attuazione dei regolamenti
ROMA Secondo le norme Ue, regimi di etichettatura nutrizionale come il semaforo possono essere adottati solo in modo volontario. Una situazione che ha portato in Europa a una vera e propria giungla di interventi. - Regno Unito. Ha un sistema a tre colori per visualizzare il tenore di grassi, sali e zuccheri per porzione di 100 grammi o millilitri. È volontario sulla carta, ma nella pratica è adottato dal 98% della grande distribuzione d'Oltremanica. - Francia. Parigi sta per adottare il NutriScore, una scala di cinque colori che vanno dal verde al rosso secondo parametri quali l'apporto calorico, il contenuto di zuccheri, grassi saturi e sale, per 100 grammi. L'etichetta è stata scelta tra quattro diverse tipologie, dopo una sperimentazione iniziata nel settembre 2016 e durata 10 settimane in 60 punti vendita di quattro regioni francesi. Secondo il governo di Parigi la NutriScore, che segnala anche la presenza di componenti «buoni» per la salute come frutta o legumi, si è rivelata più efficace a informare in modo equilibrato in consumatori. - Belgio. Fonti del governo federale belga hanno manifestato interesse all'approccio francese. Nel mercato unico europeo esistono sistemi di etichettatura nutrizionale che non danno «cartellini rossi», ma si basano su una classificazione positiva. A inizio marzo, sei multinazionali dell'agroalimentare hanno comunicato di aver incaricato un team di esperti di studiare un'etichetta «armonizzata a livello Ue» che intende utilizzare i colori per grassi, sali e zuccheri, ma non sulla base di quantità uguali per tutti gli alimenti, quanto sulle «porzioni di riferimento», sviluppate dall'industria alimentare Ue per ogni specifico prodotto.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 23 aprile 2017

 

Fumo a Servola. Ma è colpa della petroliera - Psicosi sui social per la fuoriuscita di una nuvola nera. In molti hanno temuto fosse della Ferriera
Quella dei fumi della Ferriera è diventata una vera e propria psicosi. Lo dimostra quanto successo ieri mattina: attorno alle 9 si è levata una grande nuvola nera nel cielo di Servola, e subito sui social - con tanto di foto scattate dalla città - si è scatenata la caccia alla “strega” appunto, cioè alla Ferriera. Ma i fatti hanno poi dimostrato che - in questo caso - lo stabilimento siderurgico era del tutto “innocente”. In realtà, si è poi saputo, a colorare di nero il cielo sopra il golfo è stata una petroliera che si trovava nel Vallone di Muggia, diretta al terminale della Siot, che non è lontano dallo stabilimento della Siderurgica Triestina. Da qui appunto l’equivoco, presto chiarito da una foto inequivocabile nella quale si vede il momento della fuoriuscita del fumo dalla nave. Insomma il timore, questa volta, è stato quello di scottarsi con l’acqua fredda. Un timore che si è manifestato attraverso le telefonate giunte ai numeri d'emergenza e al centralino del “Piccolo”, e soprattutto nei tanti post pubblicati sui social network da chi cercava di sapere il motivo, l’origine e soprattutto le eventuali implicazioni per la sicurezza. L’altro giorno, al contrario, dopo un boato ben udibile a distanza ragguardevole, nello stabilimento siderurgico c’è stata la fuoriuscita di una nube di fumo nero, denso, che saliva e stentava a dissolversi nell’aria carica di umidità. La causa, in quella circostanza, è stata quella di un’accentuata e anomala pressione dei fumi derivanti dal processo produttivo che si effettua nell’altoforno: le sostanze gassose hanno preso una via diversa dal solito, causando una sorta di tappo che, quando è “saltato”, ha generato il fragoroso boato e le nuvole nere . Un fenomeno ben diverso da quello verificatosi ieri mattina, quando, come detto, una nave petroliera diretta alla Siot ha improvvisamente “sbuffato”, determinando la nuvola nera. Una “fumata” notata da molte persone e che, vista dalla città ha fatto appunto ipotizzare che fosse stata originata dalla Ferriera. Da ciò l’«esplosione», è il caso di dirlo, dei post sui social network. E la pioggia di telefonate ai centralini d’emergenza.

 

 

I cestini e le tappe di AcegasApsAmga per incentivare la raccolta dell’umido
Obiettivo: aumentare l’attenzione del pubblico triestino verso l’impegno per una raccolta differenziata che tenga anche conto del comparto “umido”. Proprio per questo AcegasApsAmga ha fatto partire lo scorso weekend la campagna di sensibilizzazione con la distribuzione gratuita di diecimila cestini appositi per raccogliere questo tipo di immondizia. Nella prima tappa agli Horti Tergestini sono già andati a ruba duemila cestini. L’iniziativa ha come scopo finale quello di aumentare di mille tonnellate i volumi di umido raccolti, che oggi corrispondono a 5500 tonnellate in un anno. Per richiedere il cestino in omaggio e le utili informazioni sulle modalità di raccolta c’è ancora una decina di tappe che vedranno nei mesi di aprile e maggio la presenza di uno stand dell’ex municipalizzata al Mercato coperto di via Carducci, nei mercati rionali (in piazza Vittorio Veneto, a Opicina, in piazza Ponterosso e a Borgo San Sergio) e in alcuni punti vendita della Coop Nordest (Roiano, Barriera e Torri d’Europa) a Trieste.

(b.m.)

 

 

Esposizioni - “Pesci killer” in mostra da Era

Prosegue la mostra dedicata ai predatori dei mari “Pesci killer” alla nuova sede di Era–Esposizione di ricerca avanzata di via Diaz 14. Dal barracuda ai carangidi, dalla cernia gigante ai pesci palla e scorpione, “Pesci killer” propone un viaggio di indiscutibile bellezza tra gli abitanti dei mari.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 aprile 2017

 

 

Dopo la fumata nera - Il sindaco “ordina” l’ispezione all’impianto della Ferriera

«A seguito delle esplosioni che si sono verificate lo scorso 18 aprile durante il fermo dell'altoforno per interventi manutentivi, e sulla base del rapporto ispettivo dei vigili del fuoco, ho deciso di emettere questa ordinanza perché ci sono le condizioni cautelari e urgenti derivanti da una situazione eccezionale e imprevista che costituisce una concreta minaccia per la pubblica incolumità. In tempi certi (entro 15 giorni) è stato ordinato che venga effettuata, da parte di un tecnico abilitato, una approfondita verifica statica e di funzionalità della parte dell'impianto della Ferriera interessato dall'evento e quindi eseguiti gli interventi di messa in sicurezza a salvaguardia dell'incolumità dei lavoratori e a tutela della salute pubblica». Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha emesso ieri un’ordinanza sindacale, la seconda da quando è in carica, riguardante la Ferriera di Servola. Il provvedimento, si legge in una nota, è «a tutela dell'incolumità delle persone e della salute, data l'impossibilità di utilizzare i normali mezzi dell'ordinamento giuridico». «Se l'Arpa, da un lato, dopo aver sentito i referenti dello stabilimento siderurgico - commenta il sindaco - ha comunicato che si è trattato di una “canalizzazione del vento caldo con sovrappressione in altoforno che ha determinato l'apertura dei bleeders provocando uno scoppio ed emissione di fumi”, c'è anche la specifica nota formale inviata a questa amministrazione da parte dei vigili del fuoco di Trieste che sono intervenuti nello stabilimento a seguito della segnalazione della Polizia locale allertata dai cittadini residenti a Servola, la quale indica che “si rende necessaria una approfondita verifica statica e di funzionalità da parte di tecnico qualificato, della parte di impianto coinvolta nell'evento, e tutte le opere di assicurazione e ripristino che il caso richiede”». L’ordinanza prevede quindi una riposta in due settimane. «Entro quindici giorni vogliamo una relazione da parte del tecnico abilitato che attesti l'avvenuta esecuzione di quanto richiesto. Inoltre il Comune avverte che, per quanto riguarda gli aspetti ambientali e in particolare per quanto attiene all'Aia, la cui competenza è della Regione Fvg, si mette in evidenza che l'esecuzione di quanto disposto sarà accertata da questo Comune, mediante apposita verifica da effettuarsi da Arpa e Azienda sanitaria nell'ambito delle rispettive competenze». Ma non basta. «Il Comune di Trieste grazie all'impegno degli uffici, all'attenzione dell'assessore Luisa Polli, alle capacità specifiche del nostro consulente professor Pierluigi Barbieri e con l'importante aiuto dei cittadini che compongono il tavolo di lavoro sta portando avanti una intesa attività di controllo a tutela della salute pubblica e dell'ambiente e di verifica del rispetto dell’accordo di programma e dell’Aia - prosegue Dipiazza -. Gli importanti elementi nuovi prodotti sino ad oggi, in forza dei quali è stata già richiesta la revisione dell'Aia, ma che la Regione non ha concesso, li stiamo trasferendo anche alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti». Nel finale viene chiamata in causa direttamente la proprietà dello stabilimento. «Come più volte detto, l'area a caldo della Ferriera non è compatibile con la salute della popolazione e non rappresenta il futuro industriale ed economico sia per la città sia per la proprietà. Ritengo opportuno - conclude Dipiazza - un confronto con il cavalier Arvedi per decidere assieme la chiusura dell'area a caldo e sviluppare, con l'appoggio di questa amministrazione, un'industria pulita e compatibile con l'ambiente rappresentata da laminatoi e logistica. I canali per questo incontro sono stati già avviati». Nessuna conferma o smentita, in questo senso, da Cremona, quartiere generale di Arvedi. Nessun commento da parte di Siderurgica Triestina nemmeno sull’ordinanza sindacale.

 

E Polli chiede di nuovo la revisione dell’Aia
«Il rifiuto della Regione Friuli Venezia Giulia, peraltro inaspettato dato che si dice attenta alla salute pubblica, alla richiesta più che motivata di revisione dell’Aia, non ha fermato l'attività di questa amministrazione comunale che è determinata nella sua azione di tutela della salute pubblica e dell'ambiente», dichiara l’assessore all'Ambiente del Comune di Trieste Luisa Polli che dal 1976 e fino allo scorso settembre è stata dipendente della Regione Friuli Venezia Giulia con responsabilità nel servizio tutela paesaggio e biodiversità. Quasi quarant’anni di onorato servizio hanno prodotto un rifiuto alla richieste di revisione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) rilasciata ala Ferriera di Servola. «Riaprano l’Aia o ricorreremo alla Corte di giustizia europea», aveva dichiarato Polli il 13 febbraio scorso in una conferenza stampa con il sindaco, Roberto Dipiazza, e il consulente del Comune, Pierluigi Barbieri. L’Aia è rimasta chiusa.

 

 

La gara “ecologica” premia i virtuosi della differenziata - Patto Trieste Running Festival-Acegas per ridurre i rifiuti - Previsti sconti per stand e pubblico del Villaggio Miramar
Il legame tra il Trieste Running Festival targato Miramar e l’AcegasApsAmga quest’anno ruota intorno a una percentuale molto ambiziosa: 80%. È questo il traguardo di raccolta differenziata prefissato per l’evento podistico più triestino che mai. Come? Stimolando attraverso diverse iniziative gli esercenti, che hanno la responsabilità più diretta, e il pubblico che usufruiranno del Villaggio allestito sulla Riva del Mandracchio da giovedì 4 a sabato 7 maggio. C’è un premio in palio: se verrà raggiunta quota 80%, infatti, a tutti gli stand sarà riconosciuta una riduzione del 5% sul costo dello spazio commerciale. Una cifra corrispondente che potrà essere riscossa oppure devoluta in beneficenza per la costruzione di un centro polifunzionale nelle aree del Centro Italia colpite dal terremoto. L’idea di agganciare un incentivo economico all’obiettivo di raccolta differenziata per quello che viene denominato “ZeroImpactEvent by AcegasApsAmga” ha anche lo scopo di sensibilizzare tutti i triestini sull’importanza di una corretta separazione dei rifiuti, in una città in cui tale percentuale è sensibilmente aumentata negli ultimi anni (attualmente al 40%), ma che rimane ben al di sotto della media regionale. «Penso sia davvero uno stimolo importante per tutti, perché tutta la cittadinanza è chiamata a raggiungere questi obiettivi» ha sottolineato il vicesindaco Pierpaolo Roberti. «Se ognuno fa cadere la propria “goccia”, ne trarrà beneficio tutta la società e l’ambiente sarà migliore» ha aggiunto l’assessore all’Ambiente Luisa Polli. «Trieste running festival rappresenta la veste pulita della città che vogliamo vivere noi triestini e i turisti - ha commentato Fabio Carini, presidente di Miramar -. L’evento “Zero impact” accompagnerà l’intera kermesse». Per facilitare lo sforzo in questa direzione sono stati organizzati numerosi servizi, «perché - ha specificato il direttore dell’utility Roberto Gasparetto - per questo obiettivo dell’80% dobbiamo dotare le persone di strumenti adeguati e poter intercettare i rifiuti per i flussi differenziati». All’interno del Villaggio saranno posizionate nove isole di contenitori per i rifiuti. Per gli espositori sarà allestito un punto di raccolta mobile dedicato per il conferimento di imballaggi ingombranti come scatole, cartoni, ecc. Sarà poi messa in pista una forte attività di comunicazione: totem informativi sulle norme di comportamento da tenere e un “green team” di ragazzi di Miramar con il compito di monitorare i corretti comportamenti e indicare le giuste modalità di conferimento rifiuti. La raccolta differenziata sarà potenziata anche al di fuori del Villaggio Miramar. Innanzitutto attorno alla zona di arrivo delle competizioni di domenica 7 maggio con 12 batterie da cinque contenitori (organico, plastica, carta, vetro-lattine e secco non differenziabile). E poi lungo il percorso della non competitiva Generali Miramar Family, di gran lunga la più partecipata con circa 8mila al via, che da Miramare arriverà in piazza Unità, verrà allestito a ogni chilometro uno speciale totem segna-distanza dotato dei cinque contenitori. Verranno poi aggiunti 20 operatori per lo svuotamento dei contenitori e per lo spazzamento. Il Trieste Running Festival sarà anche l’occasione per la promozione dell’acquedotto triestino. Tutti i partecipanti alla Family troveranno nel pacco gara un’esclusiva bottiglietta per contenere l’acqua di rete: un oggetto formato borsetta, progettato e realizzato da Koan Moltimedia, su disegno dall’architetto Sotirios Papadopulous di Vicenza e realizzato in Petg (polietilene teraftalato glicolico), la cui molecola assicura trasparenza, robustezza e ne permette il lavaggio e quindi il riutilizzo assolutamente sicuro. Assieme alla bottiglietta saranno veicolate le istruzioni per scaricare l’App Acquologo e vicino al molo Audace ci sarà un erogatore di acqua di rete

Benedetta Moro

 

 

Stretta sulle regole per i circhi a difesa degli animali
La Terza commissione del Consiglio regionale, presieduta dal triestino del Pd Franco Rotelli, ha approvato all’unanimità le modifiche presentate dal consigliere Roberto Novelli di Forza Italia alla legge regionale 20 del 2012 sul benessere e la tutela degli animali d’affezione, riguardanti nello specifico gli animali impiegati nei pubblici spettacoli, ovvero nei circhi, di cui Trieste è tappa tradizionale. Nessun Comune può impedire la concessione di spazi per l’attendamento di un circo con animali - si legge nella nota di resoconto delle attività del Consiglio regionale - però è possibile intervenire per assicurare condizioni di vita accettabili con il rispetto delle misure minime richieste e strutture conformi alla legge. Punto di partenza la Convenzione di Washington, a cui l’Italia ha dato attuazione con una legge del 1992 e che consente ai circhi di detenere animali pericolosi solo se dichiarati idonei dalle autorità competenti in materia di salute e incolumità pubblica sulla base dei criteri fissati dalle linee guida della Commissione scientifica denominata Cites. Con le disposizioni votate ieri si dà così la possibilità al Comune di vietare l’attendamento dei circhi che non rispettino queste linee guida. La stessa Terza commissione ha affrontato quindi le tematiche tecniche inerenti la proposta di legge della leghista Barbara Zilli sulle disposizioni in merito ai requisiti igienico-sanitari e di sicurezza delle piscine a uso natatorio: un provvedimento - ha specificato Zilli - che ha l’obiettivo di fornire una chiara cornice normativa per garantire sicurezza ai sempre più numerosi frequentatori delle piscine: dagli atleti agli utenti privati o che a vario titolo usufruiscono di piscine pubbliche e private, oltre alla popolazione studentesca, poichè molte scuole di ogni ordine e grado hanno stipulato convenzioni con impianti e associazioni sportive inserendo il nuoto nelle attività di educazione fisica.

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 aprile 2017

 

Il cantiere della terza corsia salva l’antica Rosa Moceniga (vedi articolo)

Autovie Venete ha modificato il tracciato per preservare il bosco di Alvisopoli dove tra la vegetazione cresce un fiore raro che risale al Settecento
GORIZIA Ci sono grilli, rane, libellule, uccelli che a dispetto dalla loro esigua fisicità hanno la forza evocativa di piegare ai loro diritti ferrovie, insediamenti industriali e autostrade. A questa schiera di novelli benandanti ecco aggiungersi un fiore: l’antica e misteriosa Rosa Moceniga. Per preservarla e tutelare il bosco in cui fiorisce da almeno duecentocinquanta anni a questa parte Autovie Venete ha in parte modificato il tracciato del terzo lotto della terza corsia tra Alvisopoli e Gonars. I cui lavori in questo periodo sono entrati nel vivo con le attività del cantiere che corre a fianco dell’infrastruttura, con la realizzazione delle nuove strade poderali a servizio dei fondi agricoli e delle proprietà, con la realizzazione dell'allargamento vero e proprio dell’autostrada, con lo spostamento delle interferenze e con la bonifica da ordigni bellici. Cantiere nel cantiere l’area dove verrà costruito il nuovo ponte sul Tagliamento. Ed è ad Alvisopoli, in questa splendida città inventata alla fine del Settecento dal visionario conte Alvise Mocenigo, che si nasconde nel fitto del bosco che lambisce l’A4 il tesoro della Rosa Moceniga. I lavori della terza corsia rischiavano di sfregiare questo piccolo eden, dove crescono piante secolari, irrorato da acqua di risorgiva e popolato da una ricca fauna. Di conseguenza Autovie Venete ha provveduto a mettere in sicurezza il bosco, un tempo rigoglioso e ben curato parco annesso a Villa Mocenigo. «Il roseto del bosco di Alvisopoli - fa sapere Autovie Venete - non ha specie autoctone, ma è importante perché risale al 1700. È in ogni caso un’area protetta in quanto rientra in una zona Sic (Sito di Interesse Comunitario). Per questo, su precisa prescrizione del Cipe, l’allargamento dell’autostrada, che normalmente viene realizzato in modo simmetrico, in quella zona è stato modificato». La nuova modalità ha previsto lo spostamento più a nord proprio per rispettare l’area boschiva. Autovie Venete ha anche sviluppato uno studio di incidenza sul Sic, dove insiste il bosco. A diffondere la storia affascinante e intrigante della Rosa Moceniga ci ha pensato, tra gli altri, lo scrittore Andrea di Robilant, discendente del conte Mocenigo. Nel 2014, per Corbaccio, di Robilant ha pubblicato un grazioso volume dal titolo “Sulle tracce di una rosa perduta”. E freschi di lettura del libro, che in parte si presenta come un dotto trattato sulla storia delle rose, numerosi sono stati coloro che si sono addentrati nel bosco di Villa Mocenigo in cerca dell’antica rosa. Non ci si aspetti un roseto esteso, anzi. Per scorgere la Moceniga ci vuole pazienza e scegliere il periodo dell’anno in cui è in fioritura. Al parco si accede solo con le guide brave a indicare la ricchezza del sito al di là della presenza del decantato fiore. Il suo colore è di un rosa quasi metallico, che cambia a seconda della luce che riceve e dello stadio di fioritura; si legge nei siti specializzati che “la disposizione dei suoi petali, la tipologia di foglie e steli, da sempre la catalogano come una bengalese, ovvero una rosa cinese di fine Settecento”. Che sia profumata non è dato sapere al visitatore che si attiene ligio alle raccomandazioni delle guide. La Rosa Moceniga cresce nel fitto di arbusti, protetta da uno steccato che le consente di non essere “accarezzata” da mani maldestre. Di conseguenza, per quanto riguarda il suo profumo, diamo per buono quanto indicato dagli esperti. Affascinante, si diceva, la storia vera o presunta di questa rosa, per svelare la quale di Robilant ha intrecciato una trama molto avvincente. Proviamo a riassumere. Bisogna partire da Lucietta Memmo, moglie di Alvise Mocenigo, descritta come donna intelligente e colta, vissuta da protagonista nel trambusto napoleonico, amica dell’imperatrice Josèphine, frequentatrice della Malmaison, studiosa al Jardin des Plantes de Paris e allieva del professor Des Fontaines come del grande vivaista Noisette. Dopo la caduta di Napoleone, Lucia partì da Parigi con le carrozze piene di piante e semi per realizzare quel bosco di Alvisopoli poi divenuto oasi Wwf proprio in virtù della sua varietà botanica. Tra le duecento varietà di rose, Lucia portò anche la progenitrice della Moceniga, che ora pare un unicum. Molti esperti si sono occupati di isolare la storia botanica della Moceniga e di confermare l’ipotesi di una così nobiliare provenienza. Tra gli esperti figura anche Eleonora Garlant, appassionata di rose antiche, proprietaria ad Artegna, di una roseria nota in tutta Europa. Garlant si dedica in particolare alle rose galliche, di cui nell’Ottocento si conoscevano tremila specie, scese oggi a trecento, di cui lei coltiva ben duecentocinquanta esemplari. «La Moceniga" - come lei la chiama - è una bengalese, ma rispetto alla Old Blush ha un petalo in meno». Rimandiamo al libro di di Robilant la dissertazione sugli intrecci e le provenienze delle rose, fiori che nell’Ottocento sono stati oggetto di vero e proprio contrabbando nei traffici marittimi verso le Indie e la Cina. Ci teniamo invece il mistero della Rosa Moceniga che in modo efficace sintetizza quella che oggi come trecento anni fa è la sensibilità verso l’ambiente. All’epoca fu il conte Mocenigo a restituire al territorio e alla sua gente parte della ricchezza che quel territorio gli garantiva con i raccolti agricoli. Oggi ecco Autovie Venete raccogliere l’appello e provvedere alla tutela del bosco di Villa Mocenigo e della sua ospite d’onore.
Roberto Covaz
 

La storia - Alle origini della città inventata
Scrive Andrea di Robilant nel suo libro “Sulle tracce di una rosa perduta”: «Alvisopoli era un’invenzione del mio quadrisnonno, Alvise Mocenigo. Alla fine del Settecento aveva bonificato una vasta zona di terre paludose che appartenevano alla sua famiglia. E aveva costruito una comunità agricola e manifatturiera modello, con case comode per i contadini, una struttura sanitaria, una scuola e un istituto tecnico d’avanguardia. All’indomani della Grande guerra, mio nonno, Andrea di Robilant, ereditò Alvisopoli. Negli anni Trenta aveva già messo tutto in vendita per pagare i suoi debiti. La terra continuò a essere coltivata dai nuovi proprietari, ma il paese fu lasciato a se stesso. Alvisopoli divenne così, negli anni, un villaggio fantasma perso nella campagna al confine tra Veneto e Friuli».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 21 aprile 2017

 

 

I conti del Parco del mare dividono il Consiglio - Il Pd invoca chiarezza sul possibile coinvolgimento di privati nel rischio d’impresa
Lega favorevole: «Al Comune non si chiede nulla». Forza Italia chiede trasparenza
Questo Parco del Mare s’ha e non s’ha da fare, o meglio s’ha da fare in questo o in quel modo, a secondo di chi si interpelli. Le forze politiche reagiscono in vari modi al piano finanziario dell'acquario, commissionato dalla Fondazione CRTrieste e consegnato al Comune attraverso la Camera di Commercio. Se il centrodestra sembra orientato positivamente, seppur con qualche distinguo, il centrosinistra assume un posizione di critica più forte, per quanto il Pd ribadisca di avere «una posizione aperta e non di contrarietà». Il M5S, da parte sua, aveva già nei giorni scorsi ribadito la necessità di capire se il futuro gestore contribuirà alla costruzione della struttura. Partiamo dal centrodestra. Per il capogruppo di Forza Italia Piero Camber le cose da fare sono due: «La prima è sicuramente garantire molta trasparenza in tutto il procedimento», dice. L'altra? «L'ho detto anche in Consiglio comunale durante l'audizione sul tema: è il chilometro zero. Trattandosi di un gruppo composto in buona parte da soggetti privati, non dovrebbero avere l'obbligo di seguire strettamente il codice degli appalti e quindi mi auguro si voglia favorire l'impiego di realtà locali, assicurando così un impatto positivo sull'economia cittadina». Per il capogruppo leghista Paolo Polidori bisogna partire proprio dal piano finanziario: «Ci sono i nove milioni della Camera di commercio, i nove della Fondazione, i due dichiarati della Regione. Al Comune quindi non si chiede nulla. Ci sono anche dei fondi pubblici, ma si tratta comunque di enti che in autonomia mettono in piedi un progetto che si sostiene da sé. E su questo noi dobbiamo dirci favorevoli o contrari». Prosegue l'esponente del Carroccio: «Secondo il piano finanziario il progetto sta in piedi anche nelle ipotesi più pessimistiche. Il gestore dovrebbe essere Costa, gente che conosce bene la materia. Inoltre, a differenza di Genova, qui parliamo di un progetto che non viene realizzato al 100% con fondi pubblici». In conclusione per la Lega «il progetto è ben strutturato, non ci sembra utile mettere il bastone tra le ruote, fatto salvo il giusto controllo richiesto in casi simili». Passiamo al centrosinistra. La capogruppo del Pd Fabiana Martini dice: «La nostra posizione non è di contrarietà, anzi è aperta. Ma abbiamo dei punti interrogativi che rimangono dirimenti». Spiega: «Anche di fronte a dati certamente più precisi di quelli che ci sono stati forniti, o meglio non forniti, durante l’audizione sul Parco del Mare in Consiglio comunale, ribadiamo ancora una volta la richiesta già avanzata, ovvero la necessità a nostro avviso di una comparazione complessiva e puntuale di costi, tempi e benefici tra il sito individuato nell’attuale concept, ovvero Porto Lido, e il Porto vecchio». Prima di scegliere la destinazione il Pd chiede come la giunta «intenda sviluppare le Rive e il fronte mare e come pensi di risolvere i problemi legati a viabilità, trasporti e parcheggi nel caso in cui la scelta rimanga quella attuale». Inoltre, aggiunge «non è ancora chiaro se è previsto o meno il coinvolgimento di soggetti privati nel rischio d’impresa». Dal punto di vista personale Martini si dice dubbiosa anche sulla reale attrattività di animali chiusi nelle vasche. Così invece l'ex sindaco Cosolini: «Non ho alcun dubbio che un advisor scelto da Fondazione CRTrieste abbia fatto un lavoro serio. È chiaro che i business plan si fanno a monte su una serie di indicatori, danno elementi importanti ma sono anche soggetti a molte variabili. Ad esempio non è chiaro come si fa a stabilire che per oltre un decennio si avranno visite da 800mila unità annue». Proprio in quest'ottica, «visto che i business plan a volte si confermano e a volte no», «è importante capire quanto il privato è disposto a partecipare la rischio d'impresa». In conclusione anche Cosolini torna sul sito: «Penso che una comparazione seria tra Porto vecchio e Lanterna vada fatta, nell'interesse della città».

Giovanni Tomasin

 

 

Rotatoria sull’Ospo ok a fine 2017 - La burocrazia rallenta il cantiere. All’inizio la chiusura era stata fissata a maggio
MUGGIA Quando sarà pronta la rotatoria sull’Ospo? Entro la fine dell’anno. La domanda, sempre più ricorrente tra gli automobilisti che ogni giorno attraversano l’ingresso nonché l’uscita principale di Muggia, ha ricevuto risposta durante un sopralluogo effettuato dall’assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani. I lavori - iniziati a luglio dell’anno scorso dalla Provincia e ora presi in carico dalla Regione - hanno subito qualche intoppo e la chiusura prevista per inizio maggio è dunque slittata. La tabella di marcia di 300 giorni è stata modificata in seguito ad alcune richieste e vincoli espressi da parte della Soprintendenza. In particolare è stato evidenziato come il rio Ospo debba essere visibile dalla rotatoria stessa. Un’altra richiesta che ha rallentato i lavori del cantiere riguarda la verifica di possibili reperti archeologici nell’area. Il piano economico del progetto, che ha una genesi quasi trentennale, è stimato in circa 2,6 milioni, di cui un milione e 35mila euro finanziati ancora dall’amministrazione provinciale Scoccimarro. Tra le tante difficoltà incontrate lungo il percorso della realizzazione di questa opera pubblica la necessità di bonificare l’area essendo rientrante nel Sito inquinato nazionale. Ben 300mila euro sono stati investiti per la bonifica imposta dal ministero dell’Ambiente. «La viabilità gioverà moltissimo di questa importante opera: troppo spesso, infatti, si vengono a creare delle file di automobili lungo la strada di Farnei», spiega l’assessore Bussani. Rispetto ai tempi previsti lo slittamento del cantiere regionale comporterà evidentemente dei disagi durante la stagione estiva. «Come spesso accade, quando c’è un cantiere, vi sono dei rallentamenti o comunque dei disagi per gli automobilisti. Anche se il cantiere non è di nostra competenza, sono convinto, vista pure la grande disponibilità dimostrata dai tecnici della Regione, che le deviazioni o i rallentamenti che si verranno a creare saranno gestiti al meglio», puntualizza Bussani che però, come già accaduto con altri cantieri comunali, chiede «un po’ di pazienza» agli automobilisti muggesani e non per i prossimi mesi. I lavori previsti prevedono anche l’allargamento della strada di Farnei. Fattore che dovrebbe comportare la soluzione all’annoso caso del ripristino della fermata della linea 20 a Rabuiese nel tragitto Trieste-Muggia. La petizione promossa da 120 residenti della località rivierasca e appoggiata dal consigliere comunale Andrea Mariucci (Forza Muggia-Dpm) evidenziava come la fermata sulla Strada provinciale 15 di Farnei in rientro da Trieste verso Muggia fosse stata cancellata circa otto anni fa, dopo i lavori di sistemazione della Grande viabilità delle Noghere. Attualmente la sosta più vicina a Rabuiese è quella del centro commerciale Arcobaleno, vicino al supermercato Famila, distante più di mezzo chilometro dall’abitato. «Anche qui la Regione ha dimostrato grande sensibilità e interesse a risolvere la questione - conclude Bussani -. Credo dunque che assieme alla rotatoria, a breve, avremo un’altra opera pubblica completata».

Riccardo Tosques

 

 

Il Palazzo lancia l’offensiva antigabbiani - Il centrodestra ipotizza l’inserimento di uova di plastica nei nidi per confondere gli uccelli e ridurne la fertilità. Ornitologi contrari
il metodo croato - La soluzione lanciata da Forza Italia è stata adottata da Zagabria nei piani di contenimento delle colonie di volatili

l’ironia dell’esperto - La sperimentazione tentata oltreconfine? Una balla Questi animali sono furbi e riconoscono subito gli intrusi
Se la maggioranza, con Forza Italia lancia in resta, scalpita, l’assessore comunale che ha competenza nel settore, Michele Lobianco, frena: «Prima di attuare qualsiasi tentativo concreto per diminuire la popolazione di gabbiani presente nella nostra città dobbiamo disporre di uno studio scientifico a riguardo - osserva - in ogni caso questo è un compito che non spetta al Comune bensì all’amministrazione regionale, che ha “ereditato” la competenza sulle iniziative per contenere la proliferazione dei gabbiani». Ancora più scettico Gianfranco Urso, coordinatore regionale dell'Enpa, ex presidente della sezione di Trieste ed ex responsabile del “progetto gabbiani”: «La proposta di Forza Italia è inutile, non aiuta a contrastare il fenomeno. In passato - ricorda Urso - la facoltà Psicologia dell’Università di Trieste aveva svolto uno studio da cui era emerso che la femmina, quando si accorge di un uovo finto, lo sposta e ne fa un altro dopo un po’. Realizzare un'operazione del genere non ha senso, non porta a nulla. Il fenomeno, come noto, si potrebbe arginare soltanto con la sterilizzazione del gabbiano». (g.s.)di Gianpaolo Sarti La nuova battaglia comunale punta al cielo, ai tetti e ai tavolini dei bar: in altre parole ai terreni di conquista dei gabbiani, che tanto fastidio arrecano alla cittadinanza. La dichiarazione di guerra ai “cocai” porta la firma di Forza Italia con una mozione sottoscritta dal capogruppo Piero Camber e dai colleghi Michele Babuder e Alberto Polacco, che presto approderà in municipio. Il documento sollecita il sindaco e l’assessore competente, Michele Lobianco, ad approvare un finanziamento ad hoc da assegnare a un esperto del settore così da ridurre il numero di volatili che sta rapidamente colonizzando il capoluogo. Camber propone di attuare un metodo sperimentato in Croazia: infilare uova di plastica nei nidi in modo tale che il gabbiano covi quelle e non produca. Basterà per arginare il fenomeno? In effetti gli esemplari stanno aumentando al ritmo del 10% l'anno: attualmente ne abbiamo tra i 2 mila e i 2.500. I disagi sono noti: oltre al caos mattutino per chi abita ai piani superiori dei condomini, non mancano gli assalti alle persone che camminano in centro con cibo in mano. Fatti del genere sono stati segnalati sulle Rive, in viale XX Settembre e in altre zone della città, tra cui gli stabilimenti balneari come il Pedocin. Passeggiando con un toast, un panino o un gelato, si rischia di rimetterci le dita. Scrivono i forzisti: «In questi anni è stato registrato un importante incremento della popolazione - si legge nel testo della mozione - tale situazione rappresenta fonte di disagio ai cittadini dal momento che i gabbiani sono soliti nidificare nei tetti degli edifici e che, per nutrirsi, tendono a prendere di mira le isole ecologiche nonché i tavolini dei bar e quant'altro riescono a trovare lungo le strade pubbliche». Le iniziative per contenere la proliferazione spettavano finora alla Provincia ma, come ricordano Camber, Babuder e Polacco, l'ente è stato chiuso. «La competenza ora è della Regione, che ha avocato a sé la delega - fanno notare i tre consiglieri comunali - quindi è da lì che devono arrivare i finanziamenti necessari affinché il Comune possa attuare un'immediata opera di contenimento dell'espansione dei volatili». I forzisti citano quanto attuato nella vicina Croazia: «Ha portato concreti risultati un progetto di monitoraggio e di controllo del popolamento dei gabbiani, più precisamente del gabbiano reale (Larus cachinnans) varato nel 2011, che in sei anni sul territorio compreso tra i comuni di Cittanova e Rovigno ha visto calare di un terzo il numero di questi volatili. La sperimentazione in questione - sottolineano - consiste nel collocare nei nidi uova finte di plastica in modo da evitare il proliferare dei gabbiani stessi senza in alcun modo avvalersi di tecniche invasive quali la rottura delle uova». Camber insiste: «La gente è molto arrabbiata, ormai i gabbiani sono come predatori carnivori, attaccano i colombi e pure le persone con cibo in mano. Dobbiamo trovare fondi per finanziare esperti che se ne occupino. Così non si può andare avanti». Ma la proposta di Forza Italia si scontra con il parere degli esperti. L'ornitologo Enrico Benussi, che segue il problema a Trieste e a livello nazionale da metà degli anni Ottanta, scuote il capo: «Ridurre la popolazione è estremamente difficile - spiega - e comunque questi animali sono in grado di riconoscere subito un uovo finto, quindi lo abbandonano. Abituiamoci a convivere, perché la situazione è ormai sfuggita di mano». E la sperimentazione tentata in Croazia? «Una balla», taglia corto l'ornitologo. «Ciò che si può fare, invece, è agire sulle fonti alimentari, evitando di dar da mangiare e di lasciare immondizie fuori dai cassonetti, ad esempio». Anche perché, come precisava l'esperto in una recente intervista sulla questione, «parliamo di animali capaci di adattarsi al contesto in cui vivono. In città i gabbiani frequentano i cassonetti ma è pieno di gente che li alimenta regolarmente. A Trieste - ironizzava - non ci sono soltanto le “gattare” ma pure le “gabbianare”».

 

 

AURISINA - Passeggiata creativa domani sul Carso

È in programma domani la Passeggiata creativa di primavera “Itinerario al chiaroscuro”, organizzata da Casa Cave di Visogliano. L’obiettivo è andare alla scoperta di un incantevole territorio, fra soleggiati sentieri e ombrose grotte carsiche, dando vita a un laboratorio fotografico itinerante, ideato da Alice Sattolo, guida naturalistica, e Fabiola Faidiga, artista visiva. A guidare il gruppo sarà Massimo Goina. Lo sguardo e il lavoro fotografico dei partecipanti permetterà lo sviluppo di un progetto visivo e collettivo, che sarà presentato entro il 2017 nel corso della Mostra “Il colore dei luoghi”. Ritrovo alle 9.30 ad Aurisina.

 

 

 

 

Affari Internazionali - GIOVEDI', 20 aprile 2017

 

 

Da Mediterraneo a Ue via Italia - Gas: una visione strategica paga

Un accordo storico è finalmente giunto a maturazione, in un clima di disattenzione generale, per il gasdotto East Med che potrà collegare il Mediterraneo orientale all’Europa. Attingerà dalle enormi risorse di gas off shore del Leviatano, a nord di Israele (circa 530mmc), e ne trasporterà una parte verso l’Unione europea passando per Cipro, la Grecia e l’Italia
All’inizio di aprile è stata firmata l’intesa dal commissario europeo per l’energia Miguel Canete, dal ministro Carlo Calenda e dai ministri corrispondenti degli altri Paesi, nella distrazione causata dall’esito deludente del G7 Energia.
Il percorso viene da lontano. East Med è stato incluso già nel 2015 tra i Progetti di Comune Interesse (PCI) della Commissione europea; è stato compreso nel Piano decennale di investimenti per rafforzare il mercato unico dell’energia; ha beneficiato del fondo Connecting Europe Facility (CEF), con due milioni di euro che hanno co-finanziato lo studio di fattibilità di IGI-Poseidon (società ad oggi 50% Edison e 50% Depa).
L’esito positivo ha quindi aperto alla progettazione di un gasdotto di circa 1.300 km off-shore per il collegamento tra Israele, Cipro, Creta e il Peloponneso e circa 600 km in superficie per attraversare la Grecia, e poi l’Italia, dopo l’Accordo di aprile. Una capacità di trasporto di 10 miliardi di mc di gas, estendibile a 20, con un costo previsto di sei miliardi di euro.
Un accordo di rilevanza straordinaria
È un accordo di rilevanza straordinaria, poiché ripropone le risorse del Mediterraneo orientale al centro degli interessi economici e politici dell’Ue, in un momento delicatissimo per quella regione in cui l’Europa stenta a marcare il protagonismo che le compete nell’area. Si pone come rotta complementare alle forniture esistenti e programmate del gas russo: non è quindi un’azione diretta contro la Russia, che l’Italia non avrebbe potuto sottoscrivere.
Da anni, chi ha a cuore il ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo, e si occupa di energia, auspica e si adopera per la conclusione di un accordo di questa natura: un tassello concreto per la costruzione di un hub mediterraneo del gas in cui l’Italia potrebbe riacquisire il peso costruito ai tempi di Enrico Mattei, al quale si è di nuovo predisposta in questi anni rafforzando le infrastrutture e disponendo regole necessarie e chiare per dare certezza agli investimenti.
I benefici di una strategia di lungo periodo
Il valore del progetto sta nei molti elementi che contribuiscono a una strategia di lungo periodo, economica e geopolitica, basata sull’energia, che trascendono i confini dell’Ue e dei Paesi del Mediterraneo orientale. Con le necessarie precauzioni per l’incertezza futura, anche l’Italia potrebbe trarne vantaggi importanti. Posso solo richiamare qui i benefici principali.
1. Per l’Ue il gasdotto rappresenta un evidente passo avanti nella strategia dell’Energy Union (2016), volta a diversificare le fonti di importazione di gas e petrolio. L’Ue, si sa, importa 70% del gas che consuma di cui il 40% dalla Russia. Il nuovo gasdotto vede il Mediterraneo tornare al centro della sicurezza energetica.
In termini di politica interna il transito del gas dal Mediterraneo verso il Nord riequilibra la geografia europea e rafforza la posizione dei Paesi della faglia Sud, troppo spesso indicati solo come elemento di debolezza nella contabilità dell’Unione. Aggiunge inoltre un elemento di sicurezza per l’Unione, consolidando la capacità di approvvigionamento attraverso corridoi meridionali che non dipendono direttamente dal transito attraverso la Turchia.
2. Per l’Italia il transito del gas integra e rafforza la posizione del Paese in Europa, offrendo un contributo positivo sul terreno delicatissimo della sicurezza energetica. In termini economici, l’indotto delle nuove infrastrutture creerà reddito e occupazione, oltre a valorizzare gli investimenti di Snam Rete Gas, già attuati in conformità con la regolazione europea per consentire il flusso bidirezionale del gas.
Nella stessa ottica il nuovo Accordo si colloca nella prospettiva dell’impegno italiano nel Mediterraneo, che vede l’Eni protagonista delle grandi scoperte di gas in Egitto (la riserva di Zohr). L’Italia è storicamente un grande importatore del gas russo e continuerà ad esserlo nella transizione energetica; il gasdotto del Mediterraneo è dunque complementare alla fonte russa.
3. Per le due sponde del Mediterraneo, infine, East Med si configura come una strategia di mutuo interesse economico e politico. In un’ottica geopolitica, la costruzione di interessi comuni non può che essere vincente nello scenario drammatico del Mediterraneo orientale. Dopo la “pace dell’acqua”, stretta tra Rabin, Peres e re Hussein di Giordania nel 1994 sulla quale è stato costruito un percorso duraturo di cooperazione e non belligeranza, l’energia costituisce un secondo tassello nella stessa direzione di accordi regionali.
Non è ancora chiaro come Donald Trump imposterà alla fine la politica di esportazione del gas non convenzionale; per l’Ue e per l’Italia i passi perché si avvii in concreto un hub del gas nel Mediterraneo con l’Accordo firmato in aprile costituisce un elemento di sicurezza e crescita.
Contrasti e ostacoli per venditori e compratori
I contrasti da tenere sotto controllo sono sembrati di volta in volta insormontabili per varie ragioni. Il produttore, Israele, ha superato con difficoltà nel 2015 lo scoglio del consenso del Parlamento all’esportazione del gas, facendo salvo l’uso per il consumo futuro interno; ha poi tenuto aperta per lungo tempo l’opzione della via verso il Pacifico, da privilegiare poiché il differenziale di prezzo significativo con l’Europa (7 $/mmBtu in Europa a fronte di 11 $/mmBtu in Giappone, 2015 fonte BP) rendeva più conveniente la vendita del gas a questa regione.
È prevalsa infine la strategia di dirigere il gas anche in Europa, data l’entità delle riserve disponibili e l’arco temporale di lungo periodo coinvolto. Ma la Turchia prima, i Balcani poi, sono parsi allora i candidati favoriti per il transito verso l’Europa, mentre restava aperta la via del GNL da trasportare in Europa, possibilmente attraverso i rigassificatori spagnoli. Tutti progetti che avrebbero escluso il passaggio dall’Italia
Anche da parte dei compratori gli ostacoli erano di complessa soluzione. Infatti l’Ue esprime una storica diffidenza nei confronti di Israele, aggravata dalle recenti politiche di Benjamin Nethanyau nei confronti dei palestinesi. E nel contempo la strategia europea dell’Energy Union (2016) volta a diversificare fonti, Paesi e rotte di approvvigionamento del gas, non ha prodotto politiche conseguenti, in particolare per la valorizzazione delle riserve del Mediterraneo orientale.
Le cause sono complesse: le rotte meridionali sono state di fatto congelate dalla dialettica tra i programmi di Putin sui nuovi gasdotti e le regole dell’Unione volte a contenere il potere di mercato e la strumentalità politica del gas russo; un aspetto nel quale a tratti si è intromessa la voce sotto traccia degli Stati Uniti, oltre all’incertezza politica causata dagli eventi in Turchia.
Nel 2016 si è poi aggiunto il progetto bilaterale tra Germania e Russia per la costruzione del gasdotto North Stream 2 che raddoppierebbe la capacità di trasporto del gas russo verso l’Ue, facendo della Germania lo snodo centrale delle importazioni di gas verso l’Europa e rendendo di fatto ridondanti investimenti in infrastrutture nel corridoio sud; il progetto russo-tedesco è ancora in stallo, bloccato dalla verifica del rispetto della concorrenza e dalle regole frapposte dall’Ue per la salvaguardia degli impegni comuni europei, ma l’esito della trattativa politica non è affatto scontato.
La distrazione del G7 ha creato le condizioni straordinarie per cogliere il momento e firmare l’Accordo: un beneficio inatteso dell’era Trump!
In estrema sintesi, l’intesa stretta tra i quattro Paesi del Mediterraneo e l’Europa mostra in tutta evidenza la valenza strategica di lungo periodo, in cui la convergenza di interessi economici tra Ue e sponda orientale del Mediterraneo può e deve giocare un ruolo politicamente strategico. La costruzione in tempi brevi del gasdotto East Med potrebbe segnare una svolta decisiva anche per il ruolo dell’Italia nella strategia energetica europea. Il condizionale è d’obbligo, poiché si tratta di un passo importante nell’ambito di un lungo percorso travagliato, dove ogni ostacolo rischia di bloccare la traiettoria di lungo periodo.
Valeria Termini (*)

(*) Commissario dell’Autorità per l’Energia elettrica, il gas e il Sistema Idrico (Aeegsi); Vice Presidente del Council of European Energy Regulators (Ceer). L'autrice esprime opinioni proprie e non coinvolge le istituzioni di appartenenza.

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 20 aprile 2017

 

 

Il Parco del mare svela i numeri - Mutuo trentennale da 30 milioni progetti» il piano finanziario - il conto economico del primo decennio
Stimata una spesa di 19 milioni solo per l’acquisto e la manutenzione delle vasche e degli impianti interni al grande acquario
Le vasche per i pesci costan care: il prezzo previsto per i soli interni del Parco del Mare è di circa 19 milioni di euro. È uno dei dati che emergono dalla “radiografia” del progetto contenuta nel piano finanziario realizzato nel 2015 dal Gruppo Acb per conto della Fondazione CRTrieste. Di recente la Camera di commercio ha inoltrato il documento al Comune, finito ora sotto la lente del “Piccolo”: consente di farsi un’idea dettagliata di quali saranno i costi e i potenziali ricavi dell’acquario, oltre al costo complessivo, già noto, di 47,7 milioni di euro. Lo studio Come nasce e in cosa consiste il piano? A fine 2014 l’architetto Peter Chermayeff, maestro mondiale degli acquari, propone una prima versione del progetto e un piano finanziario, elaborato da una società specializzata. Il progetto è magnificente, tanto che i committenti chiedono di valutare anche una versione ridotta. Per farlo, nel 2015 la Fondazione si affida al gruppo Abc. Gli esperti della società prendono in analisi i bilanci dei più importanti acquari del globo e, ricorrendo ai ferri del mestiere, calcolano la possibile evoluzione di un acquario a Trieste. Elaborano tre scenari: lo scenario A, basato sulla proposta Chermayeff, lo scenario B, basato sul progetto Chermayeff ma applicandovi i dati dei primi anni dell’acquario di Lisbona, e lo scenario C, ovvero la versione ridotta che alfine ha conquistato la Fondazione. Quello che, almeno in teoria, dovrebbe veder la luce nei prossimi anni alla Lanterna. Lo scenario Se il progetto Chermayeff prevede una titanica vasca centrale, per un totale di 9,5 milioni di litri d’acqua, lo scenario C parla di 5,5 milioni di litri d’acqua. Una massa minore ma comunque molto grande, se si considera che la grande vasca di Lisbona ne contiene 3,8 milioni. La superficie lorda per ogni scenario è di circa 11mila metri quadrati: quindi anche con la variante ridotta l’area occupata sarà più o meno la stessa, anche se l’edificio sarà più basso. I tempi di realizzazione sono di circa 4 anni e mezzo. Partendo nel 2015, la struttura doveva esser pronta nel 2020, che lo studio considera come primo anno di attività dell’acquario. Per la Camera di commercio, primo promotore del progetto, la scadenza è ancora valida. La realizzazione Per lo scenario C lo studio prevede costi da 47,7 milioni. Ma come dovrebbero essere spesi questi danari? La spesa più onerosa riguarda interni e impiantistica, 19 milioni. Segue la costruzione dell’involucro, 10,7 milioni, e le demolizioni e preparazione del sito, 5,172 milioni. La progettazione e direzione lavori dovrebbe costare 4,363 milioni. Con quali soldi? Lo studio prevede un mutuo trentennale da 30 milioni di euro e un patrimonio di partenza di 20 milioni. Fonti interne ai promotori del progetto assicurano che il capitale iniziale è già superiore (18 milioni vengono già da Fondazione e Cciaa, cui si aggiungono i fondi della Regione, almeno 4 milioni) e che il mutuo da stipulare sarebbe ventennale. Costi e ricavi Secondo Abc lo scenario C consentirebbe di chiedere un canone di locazione di circa 2,6 milioni. Molto superiore alla cifra prospettata negli altri due scenari. Nel primo anno di attività si prevedono ricavi da quasi 16 milioni di euro e costi per quasi 13 milioni. Le cifre salgono fino a 18 milioni di ricavi e 15 milioni di costi per il 2028. Secondo le proiezioni, inoltre, lo scenario C sarebbe l’unico ad avere un rapporto utile netto/fatturato in linea con i parametri medi degli altri grandi acquari mondiali. Ma da dove vengono i ricavi? Prendiamo il primo anno, il 2020. La parte del leone la farebbero i biglietti: oltre tre milioni e mezzo. Un altro milione e 300mila euro verrebbero dal merchandising, a seguire le altre voci. Come tutti i documenti degli esperti, il piano finanziario va preso così com’è, sarà in caso la realtà a confermarlo o smentirlo. Di certo bisognerà consultarlo a lungo per scoprire se era corretto. Alcune proiezioni arrivano a futuri lontanissimi, come il 2049: infin che'l mar fu sovra noi richiuso.

Giovanni Tomasin

 

Un documento spuntato dopo un lungo silenzio - LO STUDIO
Un piccolo giallo: perché il piano finanziario è saltato fuori soltanto adesso? La Camera di commercio sostiene di averlo trasferito già a suo tempo al Comune, con cui intratteneva regolare corrispondenza. Le carte però in Municipio non si trovavano, e l’allora sindaco Roberto Cosolini è tra i firmatari della richiesta dell’audizione sul Parco del Mare in cui si chiedevano lumi proprio sul piano finanziario. Il capogruppo del M5S Paolo Menis è «perplesso»: «Io ho fatto una domanda di attualità su questo, ma il vicesindaco Pierpaolo Roberti ha negato che il Comune abbia a disposizione questi documenti. Adesso li abbiamo, ma da quel che mi risulta sono arrivati dopo». Quanto al progetto Menis commenta: «Devo approfondire il piano finanziario. L’ultimo studio che avevo visto risaliva al 2009 e parlava di cifre enormi di visitatori per sostenere una struttura del genere». Ma le cose veramente importanti a questo punto, incalza il pentastellato, sono altre: «I soldi per realizzarlo verranno anche dal futuro gestore Costa oppure la società entrerà nell’impresa con poco rischio?». Per quanto riguarda il Comune, conclude, «basta fare una modifica al Piano regolatore. Poi però bisogna capire l'impatto su viabilità, parcheggi e così via».

(g.tom.)

 

Previsti a regime 68 posti di lavoro - I settori con più addetti sono destinati a essere quelli tecnici - Sette dipendenti impegnati nel marketing e 12 nel negozio
Il Parco del mare dovrebbe impiegare direttamente una settantina persone. È uno dei dati più interessanti del piano finanziario del Gruppo Acb. Il rapporto ipotizza una struttura organizzativa composta da 68 lavoratori. Il costo del personale previsto (sui dati del 2015) è di 2,57 milioni di euro, con un’ipotesi di incremento pari al 2% annuo. Cosa faranno i dipendenti della società di gestione che prenderà in mano la struttura? Secondo lo studio 23 persone dovrebbero essere impegnate direttamente nell’acquariologia e nello sviluppo del percorso. Altre 12 curerebbero l’aspetto tecnico e di sviluppo dell’acquario. Sette sarebbero poi destinate al settore vendite e marketing. L’amministrazione e il settore personale occuperebbero quattro persone, mentre i servizi e la direzione generale altri sette. La didattica culturale e scientifica impegnerebbe tre addetti. Nel negozio lavorerebbero invece 12 persone. La sezione “costi” del piano fornisce anche molte altre informazioni. Curiosando tra le spese che il gestore dovrà sostenere dopo aver preso in mano la struttura, si possono capire molte cose su come si sostiene oggi giorno un acquario. Ci sono ad esempio i costi definiti “aquariologia”, intrinsechi a questo genere di struttura, che ammontano a circa 0,28 euro per litro d’acqua. È proprio questo particolare a far sì che la variante “ridotta” del progetto, il cosiddetto scenario C, abbia una spesa sensibilmente minore rispetto a quello iniziale: 1,55 milioni di euro contro 2,67 milioni. I costi di marketing, comunicazione e promozione dovrebbero aggirarsi invece attorno al milione. Quelli per la rivisitazione e le migliorie del percorso di visita sono stati stimati attorno ai 220mila euro, mentre le manutenzioni dovrebbero attestarsi sui 330mila euro. Il piano parla poi di assicurazioni per 15 euro ogni metro quadrato di superficie lorda (circa 165mila euro), emolumenti agli organi societari per 250mila euro e altri costi generali per 410mila euro. Su tutte le voci Acb ipotizza un incremento medio annuo del 2%, le stime sono basata sui dati del 2015. Il gestore dovrebbe poi pagare un canone di locazione di 2,6 milioni di euro, pari al 16,6% del fatturato. Anche in questo caso si ipotizza una rivalutazione annua, pari all’1,5%. La società prevede anche, nell’anno antecedente all’apertura, ulteriori costi relativi al personale e alla sua formazione, ad esempio corsi di marketing e comunicazione. E i guadagni? La stima di Acb prevede un introito medio per visitatore di 17,8 euro. Ovviamente non si tratta del costo del biglietto, che dovrebbe prevedere riduzioni di vario tipo, e che in media dovrebbe aggirarsi sui 14 euro. Al dato vanno sommati 1,7 euro per l’acquisto di merchandising e 1,5 euro per la ristorazione. Si ipotizzano inoltre ricavi da 150mila euro l’anno grazie all’organizzazione di eventi e ricavi da sponsorizzazione pari a 0,35 euro per visitatore. Altri 150mila euro dovrebbero arrivare dalla didattica, contributi per programmi scientifici e altre donazioni. Tutto da calcolare è l’impatto dell’eventuale indotto.

(g.tom.)

 

In vetrina solo pesci nati in cattività - Garantita l’assenza di delfini. Preventivato un budget di 425mila euro per il cibo
il “parco” da arricchire È prassi per questo tipo di strutture ampliare le dotazioni
I delfini non ci saranno. I promotori del progetto del Parco del Mare l’hanno ribadito più volte, l’acquario non metterà in mostra mammiferi prigionieri. E gli altri animali nelle vasche saranno tutti nati in cattività. Ma gli animali, appunto, saranno presenti e costituiranno il principale fattore di attrazione per i 700mila visitatori annui previsti dal piano finanziario. Di quali creature marine si tratterà non è ancora dato sapere. Potrà chiarirlo soltanto il progetto definitivo dell’opera, chiunque sia il suo autore finale: ancora non si sa, infatti, se l’architetto statunitense Peter Chermayeff accetterà di firmare anche una versione ridotta di quello che voleva fosse il suo capolavoro di fine carriera. Quel che sappiamo, però, è che le spese per la voce “cura degli animali” sono previste nel piano finanziario. Solo nel primo anno si prevedono 100mila euro, che diventano 425mila nel secondo e aumentano gradualmente fino a circa 500mila verso la fine degli anni Venti. Il piano tiene conto poi del costo degli alimenti, che dovrebbe aggirarsi attorno a 385mila euro l’anno: è un altro fattore che abbassa la spesa rispetto all’idea Chermayeff, che avrebbe comportato una spesa di 665mila euro. Realizzare gli habitat per gli animali e acquisire gli stessi “ospiti” non sarà un'operazione facile. La spesa prevista dal piano finanziario è di 4.7 milioni di euro, per i quali è previsto un ammortamento in otto anni. Ma nessun acquario vive nel tempo della dotazione che aveva all'inizio. È prassi in tutti i grandi acquari del mondo di ampliare gradualmente il proprio parco ospiti, rinnovando l'offerta per attrarre visitatori e riportare alla propria porta quelli passati. Ecco quindi che il piano ipotizza per gli esercizi fra il 2022 e il 2028 investimenti pari a 1,2 milioni di euro per singolo esercizio, proprio al fine di rinnovare le dotazioni e apportare migliorie al percorso di visita. È un aspetto che ha suscitato le proteste della Lega Antivivisezione e del Comitato Trieste per gli animali, contrari a rinchiudere in cattività gli animali. I comitati hanno spiegato più volte le loro ragioni, scendendo in piazza per ben due volte sotto al municipio con cartelli e striscioni. Per loro i fondi dell’acquario andrebbero impiegati altrimenti. Hanno dichiarato alla vigilia di una delle ultime manifestazioni: «Con quei soldi si possono fare tante altre cose: incentivare il patrimonio culturale triestino; risolvere il degrado del parco di Miramare; investire nel Museo di Storia ed Arte di Piazza della Cattedrale; curare il verde dei parchi cittadini, molto trascurati, a beneficio di chi ha famiglie ed animali».

(g.tom.)

 

Hotel e garage sotterranei nell’ex Fiera - Prime coordinate del progetto di rilancio delineato dai nuovi proprietari austriaci. Martedì incontro a Trieste con la giunta
Il futuro dell'ex Fiera di Trieste inizia pian piano a delinearsi. Il management della Mid, la holding austriaca che una decina di giorni fa ha acquisito all'asta il comprensorio di Montebello per 12 milioni di euro, sarà a Trieste martedì prossimo per un sopralluogo all’interno di piazzali e padiglioni. Probabile anche un incontro con la giunta comunale e altri incontri d'affari. Una tappa in città che testimonia la volontà del gruppo di Klagenfurt di non perdere tempo. Difficile però, al momento, entrare nel dettaglio di ciò che sarà costruito nell'intero perimetro. Il Piano regolatore comunale prevede comunque abitazioni, aree commerciali, alberghi e parcheggi, ad esempio. Ed è su queste coordinate che il progetto dovrà porre le proprie basi. «È troppo presto per decidere - mette le mani avanti Walter Moser, general manager della società - non posso dire in anticipo cosa verrà edificato. Il piano urbanistico obbliga a costruire almeno 9.500 mq di appartamenti - ricorda - ma sul resto siamo liberi di fare ciò che desideriamo. L'intenzione è dare spazio a negozi, uffici e hotel. E certamente ci sarà un garage sotterraneo». Il contratto di vendita del complesso sarà ufficializzato entro l'estate. Ma la holding si prende sei mesi, grossomodo, per articolare con esattezza il progetto. Subito dopo contatterà le autorità locali per i permessi necessari. Un anno e mezzo, a grandi linee, i tempi per chiudere i lavori. L'investimento complessivo nell'ex fiera, tra demolizioni e nuove edificazioni, dovrebbe aggirarsi indicativamente tra i 60 e i 70 milioni di euro. Si tratterà di un mega cantiere da 20 mila metri quadrati, compresi tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, via Revoltella e via Sette Fontane. Di questi, ben 7.160 sono scoperti, per un volume fabbricabile di 108 mila metri cubi. Sono stati gli uffici comunali a stabilire il valore: per la destinazione immobiliare era stato usato un parametro di 2.250 euro al metro quadrato, per quella commerciale di 2.047 euro; per gli uffici, ancora, la di 2119 al mq, oltre ai possibili ricavi derivanti dalla vendita dei posti auto nel garage che si pensa di costruire. Sarà proprio la Mid a gestire l'intero intervento. La società, che come noto ha sede a Klagenfurt, è specializzata nell'immobiliare e vanta un'esperienza decennale nel settore. Opera in Europa, tra cui Ungheria, Slovacchia, Croazia e Slovenia, oltre che in Austria. È alla holding che si deve, ad esempio, i centri commerciali “Qlandia” di Maribor e Nova Goriza. L'azienda si è aggiudicata la fiera nell'asta di dieci giorni fa per 12 milioni e 318,44 euro, 2 milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali stimate dal Comune. L'interesse sul comprensorio di Montebello è motivato dalla particolare collocazione geografica del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, come aveva spiegato lo stesso Moser. «Trieste è una città molto importante - affermava - che ha un'ottima posizione sul confine con la Slovenia, questo è un buon motivo per investire lì. Non abbiamo ancora una pianificazione concreta - ribadiva - ma il Piano regolatore ci permette di avere un'idea su cosa siamo autorizzati a fare: negozi al dettaglio, hotel, uffici, appartamenti e supermercati. Abbiamo una storia lunga che si è focalizzata soprattutto sui centri commerciali, ma per quanto riguarda Trieste siamo dell'opinione che quella è un'area già sufficientemente coperta da questo punto di vista». Più facile quindi veder ipotizzare la creazione di negozi di vario genere, e dimensioni più contenute, distribuiti sull'intera area assieme ad abitazioni e hotel, insomma, che un unico blocco coperto simile al Giulia o alle Torri. «Noi - puntualizzava Moser - abbiamo molta fiducia nelle istituzioni e io verrò a breve per osservare la situazione complessiva». Il manager è atteso in città proprio martedì prossimo

Gianpaolo Sarti

 

Dal valore immobiliare ritoccato all’insù all’asta aggiudicata al prezzo di 12 milioni
Il valore immobiliare dell'ex fiera, passato da 7 milioni a 10 milioni e 304.273,03 euro, è cresciuto grazie alle modifiche urbanistiche apportate al Piano regolatore del Comune. Era di poco più di 10 milioni, dunque, la base d'asta del comprensorio su cui contavano i soci della spa in liquidazione. Ma la Mid ha acquisito la struttura una decina di giorni fa per 12 milioni e 318,44 euro, 2 milioni in più rispetto alla somma prevista inizialmente. L'investimento che adesso si prospetta in quel perimetro potrà variare tra i 60 e i 70 milioni di euro. La struttura è comunque di proprietà della Fiera spa: i due terzi dell'area afferiscono alla società e un terzo al Comune. Dal punto vista delle quote sociali, la spa è partecipata dal Comune per il 25,50% (765 mila euro), dalla Camera di commercio per una quota analoga e dall’ex Provincia per il 24,95% (748 mila euro). A questo assetto azionario pubblico, superiore al 75%, si affianca una platea di soggetti privati (banche, assicurazioni, associazioni di categoria).

(g.s.)

 

 

Dipiazza “convoca” Arvedi a Trieste dopo i boati e le fumate nere

«Arvedi venga a Trieste a trattare la chiusura dell'area a caldo». Il sindaco Roberto Dipiazza “convoca” via Facebook il cavaliere di Cremona dopo le esplosioni e il fumo nero che martedì mattina hanno interessato l’impianto della Ferriera di Servola. «Interessante quanto comunicato nella loro relazione dai vigili del fuoco in merito alle esplosioni e al fumo - riferisce Dipiazza in un video girato e Servola e postato poi ieri su Facebook -. “Si rende necessaria un’approfondita verifica statica di funzionalità da parte di tecnico qualificato alla parte d’impianto coinvolta nell’evento e tutte le opere di assicurazione che il caso richiede”». Il video non fa riferimento invece alle spiegazioni fornite dall’Arpa, secondo cui boati e fumate nere erano da attribuire a «fenomeni rari causati dall'apertura delle valvole di sicurezza in seguito a delle sovrappressioni che si sono generate nell'altoforno: un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell'impianto per interventi di manutenzione». Il sindaco ha però colto l’occasione per chiedere la chiusura della cokeria. «La Ferriera oltre a mettere a rischio la salute dei cittadini sta diventando molto rischiosa anche per i suoi lavoratori. Invito il cavalier Arvedi a venire a Trieste sia per discutere insieme della chiusura dell’area a caldo perché la città non ne può più, sia pensare a come sviluppare un’industria pulita con il laminatoio». Oltre all’incontro il primo cittadino ha annunciato anche altri iniziative. «Il Comune intanto prosegue con la sua attività di verifica e controllo a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente, e tutta la documentazione che stiamo producendo è trasmessa alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti» . La presa di posizione di Dipiazza è stata accolta con soddisfazione dai Comitati che stanno lavorando a fianco dell’amministrazione. «Finalmente questo video contiene un'azione concreta che attendevamo da settimane: la convocazione di Arvedi a Trieste per trattare la chiusura - scrive il Comitato 5 Dicembre -. Certamente il video non è la convocazione ufficiale che forse è già partita o partirà adesso per iscritto ma è un'azione reale. Bene! Aspettiamo la reazione e la risposta di Arvedi».

 

Studi su rischi ambientali e danni alla salute - Accordo pilota con l’Istituto superiore della sanità. In arrivo dal Cipe 7 milioni per il Polo intermodale
TRIESTE Missione romana dal doppio risultato quella portata a termine ieri dalla presidente della Regione. Debora Serracchiani, da un lato, ha firmato l’accordo con i vertici dell’Istituto superiore di sanità (Iss) per attività di monitoraggio e ricerca sullo stato di salute dei cittadini residenti nelle aree a maggior rischio ambientale, come gli abitanti del rione di Servola, a Trieste, “vicini di casa” della Ferriera. Dall’altra ha incassato il via libera del Cipe allo stanziamento da 6,9 milioni di euro per il secondo lotto di lavori legati alla realizzazione del polo intermodale dell’aeroporto di Ronchi. Primo impegno della giornata, come detto, l’accordo con la massima autorità nazionale in materia di sanità, definito da Serracchiani «un passo in avanti importante che coniuga ambiente, salute e lavoro». L’intesa si svilupperà attraverso una serie di articolati interventi, il primo dei quali riguarderà, per l’appunto, l’impatto sulla popolazione residente legato alla presenza dell’impianto siderurgico di Servola. «Il possibile legame tra esposizioni ambientali e danni per la salute rappresenta una preoccupazione costante dell’amministrazione regionale - ha sottolineato la governatrice -. Da qui la ferma volontà di sviluppare, assieme all’Iss, in un'ottica di prevenzione, un innovativo sistema di sorveglianza, che, nel determinare la pericolosità dell’esposizione a contaminanti, consenta di intervenire tempestivamente, se necessario, per mitigarne gli effetti e programmare lo sviluppo. Avevamo promesso - ha aggiunto Serracchiani - che la Ferriera poteva continuare a produrre a patto di non inquinare e di vedere applicata una costante attenzione per la salute di lavoratori e dei cittadini. Ora, con questo accordo, stiamo andando verso quella direzione». Tornando ai dettagli dell’accordo sui rischi ambientali, sarà predisposto un sistema di sorveglianza sanitaria che consenta di individuare indicatori di contaminazione ambientale ed eventuali patologie correlate. Parallelamente saranno attuati studi integrati dell’inquinamento dell’atmosfera e del suolo, studi epidemiologici, analisi sui ricoveri ospedalieri e sarà realizzato un avanzato sistema di prevenzione, con verifica nel tempo della sua efficacia. Entro due mesi saranno presentati la progettazione di dettaglio, i compiti e il cronoprogramma delle linee di ricerca e delle singole attività da sviluppare sulle diverse aree del territorio regionale che verranno individuate. Sul fronte infrastrutturale, invece, ottime notizie sono arrivate dal Cipe, che ha pubblicato la delibera 57 con cui viene formalizzato il finanziamento del progetto, presentato dalla Regione e dall'Aeroporto del Fvg, relativo al secondo lotto dei lavori per la realizzazione del Polo intermodale. «Un’opera strategica e attesa da anni - conclude Serracchiani -, che ha oggi tutti gli elementi per essere realizzata in tempi brevi».

 

 

«Una rotonda al posto del semaforo all’Obelisco di Opicina»
OPICINA Spegnere il semaforo e affidarsi alle rotatorie per fluidificare il traffico nell’area sotto l’Obelisco. È l’indicazione prioritaria che il Consiglio circoscrizionale Altipiano Est affida al Comune di Trieste per decongestionare il traffico alle porte di Opicina. Solo uno dei suggerimenti sulla viabilità che il parlamentino ha condensato in un documento inviato al Municipio. «Dalla precedente consigliatura il nostro parlamentino continua a denunciare come quel semaforo sia causa di gravi problemi alla circolazione lungo Strada nuova per Opicina», afferma il presidente della Seconda circoscrizione Marko De Luisa: «Nelle ore di punta si formano lunghe colonne di mezzi che mettono in crisi pure il trasporto pubblico. Il discorso non cambia, anzi peggiora nei giorni festivi. Per risolvere la questione si rende necessaria la dismissione del semaforo, colpevole di tali intasamenti». Perfezionato questo provvedimento, continua il presidente, si deve mettere mano alla viabilità creando a valle del piazzale dell’Obelisco una rotatoria, che permetterebbe ai veicoli da via Bonomea e Scala Santa e intenzionati a proseguire verso Opicina di percorrerla per riprendere il senso di marcia che porta al quadrivio. Per i veicoli da Trieste la creazione di un delimitatore centrale obbligherebbe chi intende raggiungere via Bonomea e Scala Santa ad arrivare al quadrivio per poi ritornare. Tra i nodi più delicati del traffico opicinese, l’incrocio tra Strada per Vienna e via di Basovizza, secondo Altipiano Est, richiede una particolare attenzione. L’indicazione anche qui è di una rotatoria. Si chiede poi di istituire il limite di 30 orari per chi da piazza Brdina accede a via di Prosecco. Quanto all’incrocio tra piazzale Monte Re e via Nazionale la proposta è di ripristinare il doppio senso per via di Conconello, con l’obbligo di svolta a destra, direzione rotatoria centrale, per chi da via di Conconello si immette in via Nazionale.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 19 aprile 2017

 

 

Anomalia in Ferriera, boati e nuvole nere - Decine di segnalazioni di residenti. Fenomeno provocato da un’insolita canalizzazione degli scarichi. Intervento dell’Arpa
Un boato deciso, ben udibile a distanza ragguardevole e poi una nube di fumo nero, denso, che saliva e stentava a dissolversi nell’aria carica di umidità della mattinata. Ieri, pochi minuti prima delle 9, in molti nelle zone attorno alla Ferriera di Servola, sono sobbalzati nell’udire il frastuono. E il timore, gli interrogativi, senza giungere alla paura, si sono diffusi: molte le telefonate ai numeri d’emergenza e alle testate giornalistiche e tanti i post pubblicati sui social per tentare di sapere il motivo, l’origine e soprattutto le eventuali implicazioni per la sicurezza di quello che l’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ha subito definito come «un fenomeno raro e atipico», comunque in nessun caso un’emergenza. Tanto che i pompieri non sono stati allertati. Il direttore dell’impianto della Siderurgica Triestina, invece, come da protocollo concordato da tempo ha chiamato il direttore tecnico scientifico dell’ente regionale, Franco Sturzi. I due sono rimasti in costante contatto per un aggiornamento in tempo reale della situazione. Ma cosa ha generato boato e fumata, poi ripetutisi in forma minore? Un’accentuata e anomala pressione dei fumi derivati dalle lavorazioni che la Ferriera effettua nell’altoforno: ieri mattina le sostanze gassose hanno “preso una via” diversa dal solito, provocando una sorta di “tappo” che, quando è “saltato”, ha generato i boati e le nuvole nere. Per fare un paragone e una raffigurazione si può immaginare il motore di un’auto diesel: a volte lo scappamento “fuma nero”. Il comunicato dell’Arpa fornisce una versione più tecnica dell’episodio di ieri. «I boati accompagnati dall'emissione di fumo nero verificatisi nello stabilimento di Siderurgica Triestina a partire dalle 8.50 sono stati causati dall'apertura delle valvole di sicurezza in seguito a delle sovrappressioni che si sono generata nell'altoforno. All'origine delle sovrappressioni, un’anomala canalizzazione dei gas di combustione in fase di fermata dell'impianto per interventi di manutenzione». Per Arpa la sovrappressione durante la fase di rallentamento dell'impianto è, come detto, un fenomeno piuttosto raro e atipico. A tale proposito l'Agenzia per l'ambiente effettuerà degli approfondimenti assieme alla direzione dello stabilimento, al fine di verificare l'adozione di accorgimenti tecnico-gestionali necessari ad evitare il ripetersi di tali anomalie. Arpa fornirà ulteriori ragguagli sulle emissioni di ieri e sull'andamento complessivo dell'impianto siderurgico nel rapporto finale della visita ispettiva, che inizierà oggi e la cui conclusione è prevista nei prossimi giorni.

Pier Paolo Garofalo

 

Aiuole inquinate, via libera al piano - L’Istituto superiore di Sanità ha approvato gli interventi previsti del tavolo tecnico
Parere favorevole dell'Istituto superiore di Sanità sulla proposta di piano stralcio per le aree sensibili elaborata dal Tavolo tecnico composto da Regione, Comune di Trieste, Arpa e Asuits e chiamato ad indagare sull'ipotesi di inquinamento diffuso di sette aree (cinque comunali e due private) del capoluogo giuliano, suddivise fra verde scolastico e giardini pubblici. Lo rende noto un comunicato diffuso ieri pomeriggio dalla Regione Fvg. In dettaglio, l'istituto ha condiviso le scelte di intervento proposte che mirano a interrompere i percorsi di esposizione delle persone agli agenti inquinanti e, allo stesso tempo, a mitigare o bonificare le aree trattate relativamente alle matrici ambientali contaminate. Si tratta di interventi di copertura mediante la posa di un tappeto erboso pronto e/o la stesa di uno strato di ghiaia, oltre alla sperimentazione del fitorimedio, ovvero il miglioramento della qualità dei suoli grazie a particolari tipi di piante. L'istituto superiore di Sanità ha altresì raccomandato, peraltro in linea con gli orientamenti del Tavolo tecnico, di programmare specifici piani di monitoraggio finalizzati alla verifica dell'efficacia delle misure di intervento e di bonifica, alla valutazione della possibile dispersione degli agenti contaminanti e al controllo della qualità dell'aria nella fase successiva agli interventi. Il Tavolo ha quindi dato mandato al Comune di realizzare gli interventi previsti, anche utilizzando le risorse economiche messe a disposizione della Regione per l'ammontare di 350mila euro. Recentemente il problema dell'inquinamento delle aree verdi di Trieste era stato affrontato in IV Commissione del Consiglio regionale, presieduta da Vittorino Boem, nel corso di un'audizione alla quale hanno preso parte l'assessore regionale Sara Vito, l'assessore comunale triestina Luisa Polli, e i tecnici dell'Arpa. La Vito aveva ripercorso la vicenda, iniziata nel 2016, sottolineando come il problema fosse stato affrontato tempestivamente con 350 mila euro e come la situazione fosse costantemente monitorata.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 18 aprile 2017

 

 

La giunta “sfratta” automobili e moto da via Teatro Romano - Stop ai posteggi davanti al monumento e a Santa Maria Maggiore
Masegni e marciapiedi in formato extra large per corso Italia - Gli interventi rientrano nella nuova versione del piano di riqualificazione che attende il via libera dal ministero dell’Ambiente
Tor Bandena? No, perchè ci sono i parcheggi della Questura. Via del Rosario e Piazza Vecchia? No, perchè ci sono i “bouquinistes” triestini. E non è facile trovare siti differenti dove alloggiare vetture e libri. Allora bisogna modificare le coordinate del progetto di riqualificazione di parte del entro storico e con esso la destinazione delle risorse. Lavori Pubblici e Urbanistica comunali hanno pronto l’alternativa: risistemare il marciapiede sud di corso Italia, insieme all’area che raccoglie largo Riborgo, lo spazio prospiciente il teatro Romano, “piazzetta” Marenzi. La traduzione è fornita dall’assessore all’Urbanistica Luisa Polli: «Masegni in corso Italia, ampliamento dei marciapiedi per consentire il transito ciclo-pedonale, segnalazioni di pericolo per gli ipovedenti. Niente auto parcheggiate davanti al Teatro Romano e davanti alla scalinata che porta a Santa Maria Maggiore. Abbattimento della struttura a fianco del teatro, una volta utilizzata a supporto degli spettacoli». Un intervento che, nelle intenzioni della giunta, premette e imposta il percorso storico-artistico tra il teatro romano e il colle di San Giusto. Sono a disposizione circa 730 mila euro: 415 mila a cura del ministero dell’Ambiente, la quota restante sarà garantita dal Comune. La delibera 131, con la doppia firma degli assessori Luisa Polli e Elisa Lodi, è stata approvata di recente in giunta e prospetta un nuovo quadro di opere nella grande “elle” che conduce da piazza della Borsa a via del teatro Romano. Va fatto però in passo indietro per spiegare le ragioni del provvedimento. Tutto risale all’accordo di programma firmato nel dicembre 2008 tra il ministero dell’Ambiente e il Comune triestino (anche allora il primo cittadini era Roberto Dipiazza), che aveva come scopo il finanziamento di opere pubbliche mirate al miglioramento della qualità dell’aria. Su un totale di quasi 4 milioni di euro, il cofinanziamento ministeriale ha coperto i tre quarti della spesa, che è servita a riqualificare piazza della Borsa. E adesso va in scena il secondo atto: dai lavori in piazza della Borsa il Comune è riuscito a ricavare un’economia di 415 mila euro, che l’amministrazione ha “girato” su un ulteriore progetto di riqualificazione riguardante stavolta “le aree limitrofe a piazza della Borsa”. La proposta triestina era stata approvata nel dicembre 2014 dal ministero dell’Ambiente con decreto direttoriale. L’idea dell’esecutivo Cosolini era quella di rimettere a posto appunto via Tor Bandena, via del Rosario e piazza Vecchia, ma la giunta del Dipiazza III - in considerazione della difficoltà a trovare soluzioni alternative per le auto della Questura e per le attrezzature semi-fisse utilizzate dai librai - ha ritenuto di modificare l’orientamento ereditato. Ecco allora apparire largo Riborgo, teatro Romano, “piazzetta” Marenzi. O riapparire, come nel caso di “piazzetta” Marenzi, che in buona sostanza è lo spazio tra via del teatro Romano e il cortile di palazzo Marenzi, ospite di sportelli e uffici AcegasApsAmga. Ancora 9 anni fa si era ipotizzato di intervenire su quel sito, poi non se ne fece niente e il dislivello tra il piano della strada e la corte del palazzo non è stato colmato. La delibera, presentata da Polli&Lodi sulla base del lavoro preparatorio coordinato dai dirigenti Marina Cassin e Enrico Cortese, prevede la trasmissione del cosiddetto “pod” (programma operativo di dettaglio) al ministero dell’Ambiente, onde ottenere il nulla osta alla modifica proposta. Una volta che Roma avrà dato disco verde, l’intervento sarà inserito nel cronoprogramma dei pagamenti in conto capitale sul triennio 2017-19. Il grosso della spesa è assorbito da corso Italia (490 mila euro). La nuova indicazione parte da una valutazione critica dell’attuale degradato assetto viario, sia pedonale che veicolare. Si tratta di un’area molto frequentata dai cittadini come dai turisti e presuppone la necessità di un ripristino all’insegna della buona qualità. Luisa Polli ne è sicura: «Non appena il ministero avrà dato il placet, bandiremo le gare per l’affidamento dei lavori».

Massimo Greco

 

 

Cinque spritz scientifici per salvare il nostro mare

L’Associazione Officina organizza un ciclo di incontri gratuiti con biologi marini per sensibilizzare i cittadini sui temi della pesca e dell’ecosistema marino

Cinque spritz scientifici dedicati al mare e alla pesca, per esplorare la storia di quest’attività da sempre praticata nel nostro Golfo, i problemi, le prospettive future e la sostenibilità delle pietanze ittiche che mettiamo in tavola. È la proposta dell’Associazione Officina, che in collaborazione con Arci Trieste e con il contributo della Regione propone nell’ambito del progetto EcologicaMente l’iniziativa “Tu, Mare, Trieste”: conferenze-dibattito tenute da biologi ed ecologi marini, molti dei quali impiegati all’Ogs, che si propongono di sensibilizzare i partecipanti sull’influenza che hanno le loro scelte alimentari nel preservare l’equilibrio dell’ecosistema mare. «Con questi incontri andremo ad analizzare quale sarà il futuro della pesca in un contesto in cui le risorse ittiche sono in forte diminuzione - spiega l’ecologo marino Simone Libralato -. Ciò è dovuto, oltre che all’inquinamento e al cambiamento climatico, anche alle tecniche adottate per la pesca. Penso al rapido, una pesca a strascico che ara il fondale tirando su tutto quello che trova». La pesca nel nostro Golfo invece è operata spesso in modo sostenibile. Un esempio viene dalla pesca con le lampare, che a Trieste si svolge ormai da cent’anni. «A fine Ottocento per pescare sardine e acciughe in notturna si usavano bracieri sospesi sulle barche - racconta -, poi negli anni ’20 i pescatori napoletani trapiantati a Trieste iniziarono a utilizzare lampade ad acetilene per attrarre il pesce e reti a saccaleva per raccoglierlo. Tutta un’altra storia rispetto alla pesca praticata a Chioggia, dove invece dagli anni ’60 si usano le “volanti”, grandi imbarcazioni che sono in grado di lavorare anche d’inverno, quando le lampare si fermano». Anche se è difficile trovare una soluzione per impedire lo svuotamento dei mari i consumatori possono fare molto: «Basta scegliere il pesce giusto in pescheria - spiega Libralato -. È importante fare caso alla taglia, che non dev’essere troppo piccola, e alla stagionalità del pesce. Se mangiamo sardine o acciughe in inverno possiamo stare certi che non verranno da Trieste». Tutti questi temi saranno approfonditi nei prossimi incontri di “Tu, Mare, Trieste”, che oltre alla conferenza prevedono anche un buffet a tema. Gli appuntamenti sono a ingresso libero: giovedì 20 alle 19 al Circolo Di-Sotto di via bernini 2 Tomaso Fortibuoni parlerà di “Il mare com’era”. L’11 maggio toccherà a Diego Panzeri con “Cento anni di pesca con le lampare a Trieste” al’Arci di via del Bosco, seguito, il 25 maggio, da Diego Borme con “Aspettando il momento giusto”. Due gli appuntamenti di giugno: l’8 con “il pesce e le sue stagioni” e il 22 con “Che pesci pigliare?”. Info e calendario completo sul sito arcitrieste.org o sulla pagina Fb di Arci Trieste.

Giulia Basso

 

L’Ogs alla sfida sulla biodiversità - L’Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste entra nel progetto europeo LifeWatch

Biodiversità ed ecosistemi, due tematiche fondamentali che richiedono sempre un maggiore approfondimento in una società che si trova ad affrontare sfide di livello globale che riguardano elementi cruciali come approvvigionamento delle risorse, sviluppo economico, sicurezza ambientale e benessere dell'uomo. Indirizzata a studiare questi aspetti è la struttura europea LifeWatch, composta da otto stati membri, tra cui l'Italia che coinvolge pure l'Ogs, e che recentemente ha ricevuto dall'Unione europea lo status di Organismo Internazionale di Infrastruttura Europea di Ricerca che corrisponde all'acronimo Eric. La prima assemblea di questo nuovo gruppo sarà a Siviglia l'8 e 9 maggio. Perché questo nuovo "formato" ? La Comunità Europea riconosce la ricerca nel campo della biodiversità come prioritaria, non soltanto attraverso i puntuali programmi di finanziamento per le numerose azioni progettuali a breve termine, ma vi attribuisce una rilevanza tale da decretare l'istituzione di LifeWatch-Eric come soluzione di lungo periodo per garantirne la sostenibilità in un tempo maggiore. Questa iniziativa è la 14° infrastruttura di ricerca europea ad ottenere l’ importante riconoscimento. Nasce con otto stati membri fondatori e tre sedi comuni. Attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie informatiche, garantisce l'accesso a estesi sistemi di dati sulla biodiversità, assicurandone standardizzazione ed interoperabilità, e mettendo a disposizione di ricercatori e decisori politici strumenti e servizi che permettono la creazione di veri e propri ambienti di ricerca virtuali e sostengono il processo politico decisionale. L'Italia, attraverso il Miur ed il Cnr, vi gioca un ruolo fondamentale. Lavorano in sinergia gruppi di ricerca attivi sulle tematiche dell'ecologia informatica, della biodiversità e degli ecosistemi, appartenenti a trentuno istituzioni di grande rilevanza nazionale. Joint Research Unit (Jru) coordina il contributo italiano a LifeWatch e il Bel Paese ospita all'Università del Salento il Centro Servizi, una delle tre sedi europee comuni del progetto, e contribuisce con l'Istituto Italiano Distribuito di Ricerca sulla Biodiversità. In particolare l'Ogs si occupa di svolgere studi sempre inerenti alla biodiversità e di fornire dei dati. «Attraverso la sezione di Oceanografia fisica e biologica - spiega Bruno Cataletto, ricercatore dell' istituto triestino nella sezione di Oceanografia fisica -, partecipiamo rilevando elementi relativi alla biodiversità. Ad esempio la boa Mambo, posizionata a Miramare, raccoglie dati chimico-fisici riguardanti ad esempio la salinità e la temperatura dell'acqua». Cosa cambia ora con questo nuovo status? «Avviene una modifica nella struttura perché anche attraverso il centro italiano si creerà la possibilità di sviluppare maggiori ambienti di ricerca virtuali e reali e dunque una maggiore collaborazione fra istituti europei e partecipazione a progetti con il vantaggio per i singoli istituti di ulteriori scambi scientifici, pubblicazioni di articoli. Insomma si creeranno dei motivi maggiori per realizzare un enorme networking».

Benedetta Moro

 

 

Knulp - Viaggio nella mente delle api - Nella mente delle Beezzz alle 17.30 Via Madonna del Mare 7/a

Oggi pomeriggio alle 17.30 al Knulp Bar di via Madonna del Mare 7/a, i volontari di Greenpeace di Trieste organizzano un incontro divulgativo in collaborazione con Cinzia Chiandetti, dal titolo “Nella mente delle Beezzz – Le cose insospettabili che sanno fare le api”. La ricercatrice dell’Università di Trieste terrà un intervento sul comportamento delle api, a conclusione del quale ci sarà spazio per le domande del pubblico e per il dibattito. A seguire, i volontari del gruppo locale di Trieste presenteranno la campagna “Agricoltura sostenibile” condotta da Greenpeace, con particolare riferimento alle questioni legate alle api e ad altri insetti impollinatori, i veri protagonisti dell’evento. L’incontro è libero e aperto a tutti. Sempre al Knulp, alle 21, serata musicale con lo Sfregola Trio con Fabio Sfregola, Luca Demicheli e Andrea D’Ostuni.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 16 aprile 2017

 

 

Pacchetto da 3,4 miliardi per le grandi opere in Fvg - Circa 1,8 miliardi per la velocizzazione della linea ferroviaria Venezia-Trieste

Gli interventi sulla Terza corsia e per il porto. C’è anche una pista ciclabile - LE OPERE PRIORITARIE NEL FVG
TRIESTE Il governo conferma le opere strategiche del Friuli Venezia Giulia. Nell'allegato Infrastrutture che accompagna il varo del Def, un totale di 119 voci da complessivi 35 miliardi, ci sono anche i treni, i porti e le autostrade della regione. A un "pacchetto" già noto si aggiunge pure l'impegno per una ciclovia lungo la direttrice Trieste-Lignano Sabbiadoro. Il totale delle risorse necessarie a completare l'agenda infrastrutturale Fvg? Circa 3,4 miliardi. L'intervento più rilevante dal punto di vista economico è la velocizzazione della Venezia-Trieste, opera a carico di Rfi da 1,8 miliardi. Il sogno costosissimo della Tav, con il Nordest che spingeva per inserirsi nel puzzle infrastrutturale del terzo millennio, è tramontato. Si parlava di Corridoio 5 (oggi Mediterraneo) e si ipotizzavano imponenti investimenti, quantificati nel 2010 in 7,4 miliardi per le tratte Venezia-Ronchi e Ronchi-Trieste. Nel 2014 Fvg, Veneto, governo e Rfi concordarono però sulle modifiche del tracciato (quello che, in Veneto, puntava sui treni ad alta velocità in prossimità delle spiagge) optando per la valorizzazione della tratta esistente, con un impegno finanziario di 1,8 miliardi (tra gli interventi in regione pure sdoppiamento e scavalco del bivio San Polo a Monfalcone). Nell'accordo 2016 tra Regione e Rfi si sono ulteriormente definiti i dettagli che, migliorando le prestazioni del tracciato ferroviario ed eliminando le criticità esistenti (raggi delle curve, passaggi a livello), consentiranno di aumentare la velocità della linea ferroviaria fino a 200 km/h, al punto da ridurre i tempi di viaggio tra Mestre e Trieste fino a 50 minuti in meno rispetto a oggi. A metà agosto scorso il Cipe ha dato il via libera a una tranche da 150 milioni che, in aggiunta ai 50 milioni stanziati in precedenza, confermavano l'annuncio di 200 milioni fatto dal ministro Delrio un anno fa in occasione di un vertice Italia-Cina a Trieste. Nel Def viene poi confermata la strategicità della terza corsia, altra opera che in tempi di crisi ha visto ridotto l'investimento: rispetto al 2009 si è passati da 2,1 a 1,5 miliardi. Lo Stato è già intervenuto con 160 milioni, mentre il finanziamento di Cassa depositi e prestiti è stato raddoppiato da 150 a 300 milioni. Un tesoretto che, unito a entrate crescenti grazie alla ripresa dei traffici, ha consentito ad Autovie Venete di riavviare la stagione dei cantieri. A fine 2016 è stato sottoscritto l'affidamento dei lavori tra Gonars e Palmanova: il primo stralcio del quarto lotto, circa 5 chilometri per la cui realizzazione saranno spesi 65 milioni. In programma quest'anno anche il secondo sublotto - nodo di Palmanova-casello di Ronchis -, cui seguirà la sottoscrizione dell'accordo per il terzo che comprende il tratto da Palmanova a Villesse. In totale, il valore dell'intero quarto lotto ammonta a 222 milioni di euro. Il Def cita quindi i collegamenti ferroviari portuali e la razionalizzazione della capacità nei segmenti Ro-Ro e container di alcuni porti, tra cui Trieste. Anche in questo caso la premessa è un'intesa con Rfi firmata nel novembre 2016 da Debora Serracchiani, dal presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino e dall'ad di Rete Ferroviaria Italiana Maurizio Gentile. I miglioramenti, che interessano il nuovo Piano regolatore dell'area di Campo Marzio e la connessione con le aree portuali del Punto Franco Nuovo, costeranno 70 milioni, di cui 50 finanziati da Rfi e la restante parte dall'Autorità di Sistema Portuale. La novità del Def è infine l'inserimento della ciclovia Trieste-Lignano (tra aggiustamenti delle rete esistente e nuovi collegamenti il costo è di 10,8 milioni). La sollecitazione era arrivata dalla Fiab regionale, la Federazione italiana amici della bicicletta, e Serracchiani se n'è fatta carico chiedendo in una lettera al ministro Delrio di tenere conto anche del tratto in regione, all'interno dell'Eurovelo 8, la dorsale che parte in Spagna e termina in Grecia.

Marco Ballico

 

 

Tutti pazzi per gli Horti nel parco di San Giovanni

Primavera non bussa. E a san Giovanni sboccia la voglia di pollice verde: i fiori di Horti tergestini, il festival a tema green giunto alla 12.ma edizione, hanno attirato nel parco dell’ex ospedale psichiatrico uno sciame composito di curiosi e appassionati, novelli e habitué, ragazzi, vecchie signore raminghe e intere famiglie. Noncuranti del maltempo, sono arrivati anche dal Friuli, dal Veneto e dalla Slovenia per fare acquisti all’ombra dei glicini. E non si sono limitati agli articoli da giardinaggio. Per chi volesse unirsi al coro c’è tempo fino a domani sera. Il trio composto da Claudio, Andrea e Rosalba si è sbizzarrito nello shopping: hanno comprato fragole, piante grasse ma anche diverse salse. «Sono venuto qui per la prima volta l’anno scorso e mi sono innamorato della location», ha detto Andrea. Tra gerani e azalee si trovano anche stand con prodotti più rari. Come quello di Ivan Lupatelli, dell’azienda agricola Morello, che da Cantiano nelle Marche ha portato a Trieste le sue conserve, preparate a partire dai cosiddetti “frutti antichi”. Pera angelica, corniolo, mirabolano, visciola: i nomi bastano a evocare i profumi della campagna appenninica. Maria Pia è arrivata da Concordia Sagittaria, spinta dal passaparola: «Ne ho sentito parlare molto bene - ha detto -, così mi sono decisa a visitare Horti Tergestini, nonostante il maltempo. È la prima volta che vedo il parco di San Giovanni e sono impressionata dalla sua bellezza. Mi piacerebbe tornare a maggio, per la fioritura del roseto». Nel frattempo, Maria Pia curiosa tra gli oggetti di “Le Marchand de Sable”: noci brasiliane profumate all’uva rossa, foglie di cocco alla verbena, petali di caprifoglio allo zenzero sono solo alcuni dei profumatori per ambienti naturali ottenuti tramite la tecnica dell'immersione negli oli essenziali. L’idea è del signor Massimo Rocco, che porta avanti l’attività a Musile di Piave aiutato dalla figlia Agnese. L’elenco delle particolarità potrebbe continuare, dai gioielli in metalli riciclati realizzati da Marco Paolini di Rupinpiccolo, ai dolci artigianali della pasticceria Liberty della triestina Lisa Angelini. Nell’ambito della botanica si spazia dagli ortaggi alle piante decorative, fino alle erbe aromatiche e officinali. La società agricola Cosolo-Le officinali, di Pieris, coltiva queste ultime con metodo biologico, poi le trasforma in oli essenziali e saponi. Non sono mancati gli ospiti fissi, come Laura e Rita, che vengono tutti gli anni da Udine «a comprare qualche piantina», o come il triestino Jacopo in compagnia dei parenti: «Per noi gli Horti Tergestini sono una tradizione di famiglia: ogni anno troviamo un nuovo elemento per il nostro giardino». La mostra-mercato sarà visitabile a ingresso gratuito anche oggi e domani, da mattina a sera. Chicca di oggi, il concerto balkan delle 19. All’inaugurazione, ieri, hanno preso parte anche Nicola Bressi, direttore dei Musei Scientifici di Trieste, la governatrice Debora serracchiani e l’assessore regionale alla Cultura Gianni Torrenti, che ha dichiarato: «Questo parco è un modello culturale, d’integrazione e inclusione. Ecco perché la Regione, per valorizzarlo, è pronta a collaborare con L’Azienda sanitaria e con il Comune».

Lilli Goriup

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 15 aprile 2017

 

 

Dibattito in consiglio - Maxirotonda in viale Miramare - A breve il via alle prove tecniche
Prove tecniche di ingresso in Porto vecchio attraverso la rotonda. Le annuncia l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli, dopo che in Consiglio comunale la capogruppo del Pd Fabiana Martini ha chiesto se la rotonda sarà accompagnata da una ciclabile o meno. Polli a questo proposito coglie la palla al balzo per annunciare che a breve sarà fatta appunto una «prova tecnica» di ingresso anche per le automobili che lungo viale Miramare provengono dal centro di Trieste e sono dirette verso Barcola, e che l’accesso all'area sarà confinato al parcheggio del Magazzino 26: «In questo modo avvieremo di fatto i lavori per la realizzazione della rotonda e capiremo come gestire il flusso del traffico». Ma partiamo dall'interrogazione. In Consiglio comunale Martini ha chiesto se il progetto della nuova rotonda in viale Miramare prevede un «anello ciclabile di qualità»: «Le rotonde - ha spiegato l’ex vicesindaco - riducono l'incidentalità per le auto, ma se di raggio ampio e sprovviste di anello ciclabile possono essere invece molto pericolose per chi si muove in bici a causa dei numerosi punti di intersezione e degli angoli ciechi». In questo modo, ha aggiunto Martini, si terrebbe fede al punto del programma Dipiazza che prevede «due piste ciclabili monodirezionali in Porto vecchio». In quanto titolare della delega all’Urbanistica, Polli interviene per dire che «le piste ciclabili rientrano nel progetto della bretella che dovrebbe collegare l'ingresso di viale Miramare alle Rive»: «La pista verrà quindi realizzata quando arriveranno i 50 milioni stanziati dallo Stato, una parte dei quali dovrebbe servire proprio per la bretella. Prima di iniziare quei lavori, ovviamente, dobbiamo far passare le opere di urbanizzazione, almeno la condotta in cui si potranno poi infilare le fognature e tutto il resto». Al momento, quindi, «un progetto ancora non c’è, aspettiamo prima di avere i soldi in mano». Bisognerà poi avviare un lavoro di concertazione assieme alla Sovrintendenza per capire come e dove si potrà metter mano per costruire la bretella: «Bisogna tener conto del fatto che in Porto vecchio tutto è vincolato, anche le rotaie del treno. Per cui dovremo confrontarci a lungo per stilare un progetto che sia rispettoso dei vincoli sul patrimonio culturale». Nel frattempo, però, il Comune sta apprestando le prime opere per rendere fruibile il Porto vecchio anche dal punto di vista normativo: «Bisogna tener conto del fatto che attualmente la gente che entra in Porto vecchio non dovrebbe poterlo fare - dice Polli -. Quel che faremo quindi sarà di collocare una barriera provvisoria in maniera tale che si possa accedere fino al parcheggio del Magazzino 26, magari per assistere a una mostra». Ci saranno degli interventi di manutenzione anche sul manto stradale: «Al momento la strada è usurata e dobbiamo metterci mano perché non sia pericolosa per gli scooter. Si tratterà comunque di lavori provvisori, visto che poi dobbiamo aprire tutto per le opere di urbanizzazione».

(g.tom.)

 

FIAB ULISSE «Ascensore di San Giusto per i ciclisti»

«Per quanto riguarda l’annuncio degli assessori Rossi e Polli inerente l’accesso al pubblico dell’ascensore interno al Park San Giusto, Fiab Ulisse auspica che l’accordo includa i ciclisti diretti verso San Giusto». Così il presidente di Fian Ulisse Luca Mastropasqua: «Sarebbe un forte incentivo per i cicloturisti».

 

 

Cestini omaggio per la raccolta dell’umido - Al via il progetto itinerante dedicato all’importanza della differenziata. Oggi il debutto a Horti Tergestini
Far compiere alla raccolta differenziata dei rifiuti umidi un salto decisivo. È l’obiettivo dell’iniziativa itinerante lanciata da AcegasApsAmga e denominata “L’umido che fa la differenza”. Oggi a Trieste si raccolgono infatti circa 5.500 tonnellate di umido-organico in un anno, corrispondente a circa 6% del totale dei rifiuti raccolti sul territorio triestino. L'iniziativa ha come obiettivo finale di aumentare di 1000 tonnellate i volumi di umido raccolti: uno sforzo che AcegasApsAmga saprà valorizzare, dal momento che già oggi il 98,4% del rifiuto umido-organico raccolto a Trieste va inviato a recupero. A tale scopo la multiutility coglie l’occasione degli Horti Tergestini, che si svolgeranno da oggi a martedì, per lanciare la nuova campagna che prevede 14 tappe itineranti a cavallo dei mesi di aprile e maggio in cui sarà possibile recarsi presso la postazione AcegasApsAmga, in base ad un calendario prestabilito, e richiedere all’addetta presente allo stand un cestino omaggio insieme al quale verranno fornite utili informazioni sulle modalità di raccolta di questo tipo di rifiuto. I cestini sono un’iniziativa già nota ai triestini visto che a Natale 2014, si sono recati in decine di migliaia allo stand AcegasApsAmga dei mercatini natalizi per richiederlo alle addette presenti. Il successo riscontrato e le richieste di una replica dell'iniziativa arrivate in questi anni, hanno spinto AcegasApsAmga a sfruttare l'occasione pasquale per realizzare una nuova campagna dedicata a questo rifiuto, ma questa volta non stazionerà per due settimane in un unico mercato, si sposterà, invece, da una postazione all'altra per venire incontro alle diverse necessità dei cittadini. Qui di seguito il calendario de “L'umido che fa la differenza”: oggi e lunedì dalle 9.30 alle 16 a Horti Tergestini nel parco dell’ex Opp; domani sempre a Horti Tergestini ma dalle 14 alle 20. Sabato prossimo, 22 aprile, al mecato Piazza Goldoni - dalle 9.30 alle 12.30. Giobedì 27 aprile al punto vendita Cocop di Roiano dalle 9.30 alle 12.30. Due giorni dopo, il 28 aprile, al punto Coop di Barriera dalle 9.30 alle 12.30. Sabato 29 sarà poi la volta delle Coop all’interno delle Torri d’Europa dalle 9.30 alle 12.30. Fissato anche il calendario di maggio: il 2 dalle 9.30 alle 12 al mercato di piazza Vittorio Veneto; il giorno dopo al mercato coperto di via Carducci. I giorni 8,9 e 10, infine, tappa ai mercati di Opicina, Ponterosso e Borgo San Sergio.

 

I fondali del canale ripuliti da ruote, barche e cartelli - Chiusa la maxioperazione di bonifica voluta dall’Autorità portuale a Ponterosso

Quattro sub specializzati hanno lavorato per due settimane davanti a tanti curiosi - Riesumati dall’acqua moltissimi rifiuti ingombranti accumulati negli anni per colpa della bora ma pure dell’ inciviltà di alcuni

Imbarcazioni, tavoli, sedie, tabelle stradali e pneumatici sono solo alcuni degli oggetti recuperati dai fondali del canale di Ponterosso in una vasta operazione di pulizia, la prima commissionata dall’Autorità portuale ed effettuata dai sommozzatori della Geomar. Per una quindicina di giorni in quattro si sono immersi, facendo riaffiorare di tutto, materiali spesso finiti in acqua nelle giornate di bora, ma alle volte gettati anche dai maleducati di turno. A seguire le giornate di lavoro sempre un folto pubblico, che in qualche caso ha pure espresso curiosità a dir poco strane, con domande in presa diretta ai sub, oltre che fare foto e video in attesa forse di una “pesca miracolosa” tra un rifiuto e l’altro. Grande l’interesse dimostrato dalla gente, tanto da chiedere interventi simili anche in altre zone della città. «L’attività, svolta per conto dell’Autorità di sistema portuale dell’Adriatico Orientale e coordinata dall’ingegner Eric Marcone dell’Ufficio tecnico, si è conclusa il 13 aprile - spiega Paolo Furlan, della Geomar Sommozzatori Srl - e abbiamo potuto contare anche sull’ausilio di palloni di sollevamento e altre attrezzature professionali che hanno provveduto a rimuovere dal fondale del canale una notevole quantità di oggetti, di varia natura, che negli anni si erano depositati, in parte a causa dell'incuria dei cittadini, vedi le tante batterie o i copertoni, in parte a causa della bora, in tal caso risultano essere venuti a galla tabelle, cassette, teloni, tavolini e sedie. Sono stati anche recuperati quattro relitti, altri sono stati smantellati e portati in superficie a pezzi. Il tutto, una volta salpato dal fondo, è stato caricato sui mezzi messi messi a disposizione dall’AcegasApsAmga e conferito nelle discariche». Nelle varie giornate di intervento si è formato sempre un numeroso pubblico di spettatori sulla riva, attenti a ogni piccolo movimento dei sub e a tutto ciò che riemergeva dal fondale un po’ alla volta. «In tanti si sono fermati a osservare pazientemente le operazioni di pulizia», aggiunge Barbara Fornasaris, sempre della Geomar: «Alcuni erano turisti di passaggio, che si sono messi a sbirciare cosa stava succedendo, ma la maggior parte erano triestini. Guardavano ma ponevano anche delle domande, in un misto di curiosità e quesiti anche strampalati. Tra i più strani ci hanno chiesto se era in atto una caccia a uno squalo, e poi se sott’acqua c’era una perdita di gas. In generale si sono dimostrati felici per lo smantellamento della sporcizia accumulata. Finora erano già stati fatti interventi simili nel canale, ma da gruppi sportivi senza queste attrezzature e solo in determinati punti. Si tratta della prima pulizia commissionata dall’Autorità portuale e di tale portata, con grandi macchinari utilizzati. Ha suscitato così tanto entusiasmo da parte della gente che in molti ci hanno chiesto di poter ripulire anche altri spazi. Vedremo se sarà possibile». E così tra le richieste di delucidazioni sui vari oggetti ripescati, ai sommozzatori è stato dunque proposto dai triestini di ispezionare e liberare dalle immondizie anche altri tratti di mare. «Ci hanno segnalato tutto il tratto delle Rive e poi ancora spazi in prossimità di moli e società nautiche, zone dove le persone passeggiano e sono abituate a notare nell’acqua vari oggetti. Molto spesso è il vento a farli cadere e lì rimangono. Anni fa avevamo fatto interventi per conto dell’AcegasApsAmga in particolare durante una giornata di forte bora, quando tanti bidoni erano finiti in acqua proprio a Ponterosso. Così sarà successo sicuramente anche per altre aree che i cittadini ci hanno descritto, tratti di mare vicino alla costa». Sarà forse un buon suggerimento per procedere a nuove attività di pulizia in caso ci siano nuove commissioni e fondi da impiegare. A beneficio dell’ambiente e anche del pubblico di passaggio, che a quanto pare ha trovato lo spettacolo imperdibille.

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 14 aprile 2017

 

 

Ambiente - Rio Ospo e Rosandra sotto manutenzione

Il servizio Difesa del Suolo della direzione regionale Ambiente ha effettuato i lavori di manutenzione idraulica stagionale del rio Ospo, del Rosandra e dei corsi d’acqua minori. Realizzata anche la pulizia del rio Grignano, in prossimità dell’Ictp. «Questi interventi - ha spiegato l’assessore regionale all’Ambiente, Sara Vito - rientrano nell’obiettivo della prevenzione e della cura del territorio, elementi fondamentali per scongiurare il rischio idrogeologico».

 

 

Il cuore verde della città negli “Horti Tergestini” - EVENTO »San Giovanni
Ritorna nel fine settimana al Parco di San Giovanni, più ricca e profumata che mai, "Horti Tergestini", la kermesse di primavera dedicata alla cultura del verde, dei fiori e dei giardini. Giunta alla 12ma edizione, la rassegna ospiterà nella tre giorni di mostra mercato il meglio del florovivaismo italiano dell'artigianato locale, proponendo ai visitatori dalle nove al tramonto (con ingresso libero), una ricca gamma di piante, fiori, erbe officinali, agrumi, rosai e specie rare, ma anche attrezzi e prodotti per prendersi cura del proprio spazio verde. Oltre a un ricco programma di incontri e conferenze a tema. Promoter di Horti Tergestini, l'Agricola Monte San Pantaleone, la cooperativa che storicamente cura la manutenzione del rigoglioso polmone verde dell'ex Opp, assieme a una nutrita lista di partner, tra cui l'associazione orticola del Fvg "Tra piante e fiori", la Provincia e il Comune di Trieste, l'Università, l'Azienda sanitaria integrata, Trieste Trasporti e Acegas ApsAmga SpA. A siglare domattina alle 11 l'avvio della tre giorni (sabato, domenica e lunedì di Pasquetta) verde, il direttore dei Musei scientifici di Trieste, Nicola Bressi. Non solo mostre mercato di piante, dunque, ma eventi botanici, laboratori sulle potature, incontri culturali, convegni sulle rose, approfondimenti sulle erbe aromatiche, passeggiate guidate nel parco e seminari a tema. 112 gli espositori professionisti da tutt'Italia e anche dall'estero, che proporranno piante, sementi, attrezzi, fiori, ma anche libri di giardinaggio e arredo giardino. Tra gli appuntamenti (programma completo su www.hortitergestini.it) sabato alle 14.30 allo stand 41 del Vivaio Belfiore, l'incontro "Cura, potatura e trattamenti degli alberi da frutto", mentre alle 15, con ritrovo davanti a Il Posto delle fragole, è in scaletta la visita guidata nel parco assieme alla cooperativa La Collina. Alle 17.30 allo spazio Villas, appuntamento imperdibile per gli estimatori delle iris: incontro con Cristina Mostosi per scoprire il mondo delle celebri Iris di Trebecco. Domenica alle 16.30, l'autore Francesco Da Broi presenterà "Il prato è servito" e "D'ogni erba un piatto". A chiudere la domenica di Pasqua, il concerto balkan "Drom pale luma live Cigansky music. Lunedì dell'Angelo, da segnalare (16.30) la conversazione con Elena Macellari, autrice del libro "Botaniche italiane, scienziate naturaliste appassionate".

Patrizia Piccione

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 13 aprile 2017

 

 

«Serve un tavolo con la Regione sull’agricoltura del Carso»
TRIESTE - Organizzare una conferenza sui problemi che l’agricoltura si trova ad affrontare nelle aree svantaggiate. Un tanto per sensibilizzare le comunità sulle difficoltà in cui si trovano a lavorare coloro che, come gli operatori triestini, lavorano in zone impervie, in condizioni difficili, oberati da burocrazie e vincoli asfissianti. La proposta arriva direttamente dall’assemblea ordinaria dell’Associazione agricoltori, riunitasi in Camera di Commercio. Accanto al presidente Franc Fabec e agli altri funzionari dell’Associazione, l’assessore regionale Gianni Torrenti, la segretaria di Stato al ministero dell’Agricoltura sloveno Tanja Strnisa, il presidente della Cia nazionale Dino Scanavino e il professor Gianluigi Gallenti per l’ateneo triestino. «L’assemblea di quest’anno - ha puntualizzato Fabec - è in realtà un convegno. Il tema “Agricoltura: è tempo di cambiamenti” è stato voluto per richiamare l’attenzione delle autorità e della comunità sul momento delicato in cui ci troviamo a operare». Le difficoltà sono note e risalgono sostanzialmente - come sostiene la categoria - al mancato rispetto di Regione e ministero delle Attività agricole di quel Protocollo d’intesa siglato nel 2010 per la realizzazione della Doc transregionale “Prosecco”, che conteneva misure utili a far risorgere l’agricoltura triestina. Nonostante l'impegno e le capacità profuse sul territorio locale da agricoltori e viticoltori, permangono ostacoli e criticità. Vincoli di ogni genere e mancanza di piani di gestione nelle zone gravate dalle protezioni speciali comunitarie di “Natura 2000” sono di ostacolo all’espansione delle colture che vengono comunque prodotte in territori impervi e al limite della praticabilità. Situazioni che non riguardano quelle colture intensive praticate in pianura, privilegiate dalla politica agricola comunitaria. «Per tale ragione - ancora Fabec - invitiamo la Regione a incontrare coloro che, come noi, lavorano in condizioni proibitive».

Maurizio Lozei

 

 

Tommaseo - La scienza si degusta con un caffè

Nuova puntata, al Caffè Tommaseo, del Caffè delle Scienze, il ciclo di incontri informali a tu per tu con ricercatori e docenti ormosso dal Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste. Due gli interventi in programma dalle 17.30, come sempre a ingresso libero: Giorgio Fanò, docente di Fisiologia applicata all’ateneo di Chieti, parlerà de “L’uomo è ciò che mangia. Le incursioni di un fisiologo nella nutrizione umana”, mentre Francesca Malfatti, ricercatrice dell’Ogs di Trieste, discuterà con il pubblico de “Il nuovo Mare! Acidificazione, plastica e black carbon: sfide agli organismi marini”. Come al solito al pubblico non sono richieste particolari competenze, ma solo una certa dose di curiosità. L’obiettivo del ciclo è quello di continuare a rafforzare il dialogo tra l’Università e la cittadinanza, attraverso lo scambio di opinioni e conoscenze sui risultati degli studi e della ricerca.

 

 

Orti e verde urbano Ultimo - incontro

Grande successo, con oltre 100 partecipanti a serata, per gli incontri del programma-percorso di formazione con tema “Orti e verde urbano 2017” promosso dal gruppo Urbi et Horti in collaborazione con il Comune di Trieste. Oggi alle 17.30 nella sala Arac del giardino de Tommasini di via Giulia si terrà il quarto e ultimo incontro su “La cura e la sicurezza del patrimonio arboreo pubblico” con Francesco Panepinto. Il corso, gratuito e aperto al pubblico, si rivolge a chiunque abbia interesse a coltivare un orto per diventare agricoltore urbano, anche sul balcone di casa, o semplicemente sia curioso di apprendere nozioni sulla coltivazione di piante e ortaggi.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - MERCOLEDI', 12 aprile 2017

 

 

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE SULLE TRIVELLE DI SERENA PELLEGRINO. "IL DECRETO DEL MISE E’ IL CAVALLO DI TROIA PER NUOVE INSTALLAZIONI"

TRIVELLE. SERENA PELLEGRINO ( SI – POSSIBILE): IL GOVERNO NON SI FERMA DAVANTI A NIENTE PER CONSENTIRE ALLE COMPAGNIE PETROLIFERE DI CONTINUARE CON LE TRIVELLE ENTRO LE 12 MIGLIA. IL DECRETO DEL MISE E’ IL CAVALLO DI TROIA PER NUOVE INSTALLAZIONI. INTERROGAZIONE IN COMMISSIONE AMBIENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI.
“Il Governo italiano non può continuare a ossequiare i petrolieri e prendere in giro i 12 milioni di cittadini e le 9 Regioni che si sono espresse contro le trivelle in occasione del relativo referendum. Il recente decreto del MISE consente agli impianti di estrazione di idrocarburi che stanno dentro il limite delle 12 miglia dalla costa e dalle aree protette di realizzare nuovi pozzi e nuove piattaforme con la scusa di dover realizzare attività funzionali alla coltivazione di giacimenti di idrocarburi già autorizzate, fino all’esaurimento degli stessi.”
Lo dichiara la parlamentare Serena Pellegrino ( SI – POSSIBILE), vicepresidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati che ha rivolto un’interrogazione al Ministero dello Sviluppo economico sul decreto che consente nuove trivellazioni in aree in cui dovrebbero trovarsi solo le infrastrutture comprese nei progetti originari oggetto di autorizzazione.
“ Il Governo – spiega la parlamentare - consente di modificare il programma originario delle concessioni di sfruttamento non certo pensando alle attività di decommissioning, già previste dalle leggi vigenti e soggette alla Valutazione di impatto ambientale e all’autorizzazione da parte del MISE, visto che queste attività, insieme al ripristino ambientale, appartengono a fasi successive a quelle della coltivazione. L’obiettivo reale è consentire alle compagnie petrolifere di modificare in corsa il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio della concessione. Sarebbe questa la messa in pratica delle roboanti dichiarazioni dell’ex capo del Governo sull’inutilità del referendum perché di trivellazioni entro le 12 miglia non si sarebbe mai più dovuto discutere?
Il meccanismo normativo congegnato, evitando accuratamente il Parlamento, sembra scritto sotto dettatura dai petrolieri e consente la costruzione di nuove infrastrutture per portare ad esaurimento le riserve ancora presenti nei giacimenti sottomarini. L’evidenza di quanto sosteniamo, ossia che viene eluso il divieto di legge, sta nel testo del decreto: alla lettera a) comma 3 dell’articolo 15 è specificato che sono autorizzate le attività funzionali alla coltivazione “fino ad esaurimento del giacimento e all’esecuzione dei programmi di lavoro approvati in sede di conferimento o di proroga del titolo minerario, compresa la costruzione di infrastrutture e di opere di sviluppo e coltivazione necessarie all’esercizio”
Il risultato del referendum costituzionale, però, ha evitato che le Regioni perdessero completamente la potestà legislativa concorrente allo Stato ed il loro ruolo riequilibratore della tendenza governativa accentratrice delle politiche energetiche. Veneto, Puglia e Basilicata si sono già mosse per far valere il diritto a dire la loro su nuove iniziative di trivellazione. L’attenzione del Parlamento su quanto accadrà in forza del decreto del MISE, dopo questo ennesimo affronto al proprio ruolo, è altissima.”
 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 12 aprile 2017

 

 

Pronti sessanta milioni per trasformare la Fiera

Complesso acquistato dalla Mid di Klagenfurt specializzata nella costruzione di grandi centri commerciali. «Ma per Trieste pensiamo a soluzioni diverse»

La società austriaca che si è appena aggiudicata all’asta per 12 milioni la Fiera è la Mid, grossa holding attiva nel mercato immobiliare con sede a Klagenfurt. Un gruppo con un’esperienza decennale nel settore, a cui in passato si devono analoghe operazioni in Ungheria, Croazia e Slovenia. Per intenderci, è il costruttore degli enormi centri commerciali Qlandia di Maribor e Nova Goriza. Ha intenzione di fare sul serio anche qui a Trieste, evidentemente. D’altronde l’investimento in cui quest’impresa si è imbarcata parla da sé: l’operazione vale appunto 12 milioni e 318,44 euro, due milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali stimate dal Comune. Il contratto di vendita sarà ufficializzato entro l’estate. Il futuro dell’area è però ancora tutto da stabilire. Il Piano regolatore del Municipio offre comunque ampie possibilità: abitazioni, spazi commerciali e parcheggi, ad esempio. La Mid ne è consapevole e proprio per questo ha focalizzato la sua attenzione sull’ex Fiera. «Siamo interessati alla collocazione - spiega Walter Moser, general manager della holding - dove possiamo sviluppare un nuovo progetto .Trieste è una città molto importante che ha un’ottima posizione sul confine con la Slovenia, questo è un buon motivo per investire lì». «Non abbiamo ancora una pianificazione concreta - ci tiene a chiarire Moser - ma il Piano regolatore ci permette di avere un’idea su cosa siamo autorizzati a fare: negozi al dettaglio, hotel, uffici, appartamenti e supermercati. Noi - prosegue - abbiamo molta fiducia nelle istituzioni e io verrò a breve per osservare la situazione complessiva», annuncia il manager. Che aggiunge: «Siamo una realtà che opera in molte città della Slovenia, della Croazia, della Slovacchia e dell’Ungheria oltre che dell’Austria - sottolinea - e io mi reco personalmente in ciascuno dei posti per decidere cosa fare. Bisogna capire, inoltre, se troviamo dei buoni affittuari. E scegliere se fare un hotel, ad esempio, dipende dall'investimento complessivo». «Ricordo che siamo un’azienda nata nel ’74», rimarca ancora Moser: «Inizialmente ci eravamo concentrati nello sviluppo di centri commerciali, ad esempio Qlandia a Maribor e Nova Goriza o, ancora, uno dei più grandi in Croazia, a Zagabria, e in Ungheria, a Budapest, alla fine degli anni Ottanta. Abbiamo dunque una storia lunga che si è focalizzata soprattutto sui centri commerciali, ma per quanto riguarda Trieste siamo dell’opinione che quella è un’area già sufficientemente coperta da questo punto di vista». L’investimento futuro nell’ex fiera, tra demolizioni e nuove edificazioni, si aggira comunque attorno ai 60 milioni di euro su un totale di 20mila metri quadrati, compresi tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, via Revoltella e via Sette Fontane. Di questi, ben 7.160 sono scoperti, per un volume fabbricabile di 108mila metri cubi. Sono stati gli uffici comunali, come fa notare l’assessore Lorenzo Giorgi, a stabilire il valore del comprensorio. Inizialmente per la destinazione immobiliare era stato usato un parametro di 2.250 euro al metro quadrato, per quella commerciale 2.047 euro. Per gli uffici, invece, la cifra stabilita ammontava a 2119 euro al metro quadrato. Una somma a cui poi sono stati aggiunti i potenziali ricavi che potrebbero arrivare dai posti auto e box. La giunta Dipiazza, con Giorgi in prima fila, è visibilmente soddisfatta e conferma la riuscita dell’operazione immobiliare. «Per poter cedere la struttura della Fiera spa abbiamo fatto un lavoro importantissimo - ribadisce l'assessore - visto che la valutazione del comprensorio è stata fatta interamente dai nostri uffici. Va ricordato che la prima stima ammontava a sette milioni di euro, ma grazie al nuovo Piano regolatore, che guarda a quella parte della città come a una realtà di grande trasformazione, abbiamo raggiunto una quotazione migliore pari a 10 milioni di euro. Il fatto poi che il gruppo austriaco alla fine abbia deciso di acquisire la struttura per 12 milioni, dunque due milioni in più della somma di partenza, vuol dire che il Comune aveva formulato una valutazione azzeccata. Crediamo molto nel rilancio di quell’area e la dimostrazione - afferma l’esponente della giunta - sta nella rapidità con cui abbiamo bandito l’asta. Un risultato che nei prossimi mesi consentirà di portare a Trieste investimenti per 60 milioni. Questo significa rilancio del rione e posti di lavoro. Sono soldi che restano tutti in città, quindi è un risultato eccezionale".

Gianpaolo Sarti

 

GLI AGENTI IMMOBILIARI - «Non solo si recupera un’area degradata Si rilancia pure il valore di un intero rione»

Sull’operazione Fiera arriva il plauso anche dagli agenti immobiliari. «Siamo contenti, finalmente la città potrà recuperare una zona che era in disuso da tanto tempo», commenta Stefano Nursi, presidente provinciale della Fiaip, la Federazione italiana agenti immobiliari professionali.

«La notizia dell’aggiudicazione dell’asta alla società austriaca è estremamente positiva, non ci avrei scommesso - aggiunge - e ora bisogna capire quale sarà effettivamente il progetto che verrà attuato in quell’area. In una superficie così grande probabilmente sorgeranno svariate realtà, d’altro canto il Piano regolatore lo permette - osserva Nursi - e questo è un ottimo risultato per Trieste. Per quanto riguarda la zona in sé, il degrado dell’ex Fiera aveva causato effetti negativi anche per il mercato immobiliare del rione. L’area era decisamente in sofferenza, quindi la vendita del sito è da accogliere con soddisfazione anche da questo punto di vista». La struttura, va ricordato, è di proprietà della Fiera spa: i due terzi dell’area afferiscono alla società e un terzo direttamente al Comune. Dal punto vista delle quote sociali, la spa è partecipata dal Comune per il 25,50% (765 mila euro), dalla Camera di commercio per una quota analoga e dalla Provincia per il 24,95% (748 mila euro). Quindi, di fatto, il Comune controlla più o meno la metà del perimetro. A questo assetto azionario pubblico, superiore al 75%, si affianca una platea di soggetti privati (banche, assicurazioni, associazioni di categoria).

(g.s.)

 

«Le priorità? Negozi e parcheggi» I residenti sperano nella realizzazione di uno “shopping center” che animi la zona

Gli spazi verdi - Tra le richieste degli abitanti anche la creazione di un parco - Il poco movimento - C’è chi rimpiange i tempi in cui le fiere attiravano folle

Un centro commerciale in primis. Ecco cosa fare al posto della Fiera di Trieste. Ma anche un parco e dei posteggi. E chissà che la holding austriaca Mid non ascolti i residenti dell'area intorno, tra Montebello e l'Ippodromo. Ogni posizione ha una ragione d'essere precisa. Nena Stojimirovic, proprietaria dell’omonimo coiffeur, nota proprio la mancanza di negozi in questa zona. Ma anche di parcheggi. «Un tempo c’era più vita da piazza Foraggi in su - dice -, oggi, nonostante l’area sia molto tranquilla e la gente che ci abita anche, manca un po’ di fermento». Se si aggiungesse dunque un centro commerciale, ecco che si fornirebbero nuovi servizi al momento mancanti. «A parte un ristorante qui di fronte, non c’è nient’altro che possa essere un buon punto ristoro qui vicino», osserva. Ma a mancare sono anche i posteggi. «A Trieste - dice - non è una novità questa carenza». Sulla necessità di un blocco di negozi al posto dei padiglioni è d’accordo anche Silvia Crosara, da un anno residente in questa zona. Come se lo immagina questo “shopping center”? «Con diversi fori dedicati alle scarpe, ai giocattoli - risponde Silvia -, ai vestiti per bambini, a una cartoleria, a una lavanderia. Insomma un classico centro commerciale». Anche Shqiprona Buqa, che abita vicino all' ippodromo, è d'accordo. «Ci vogliono nuovi negozi», afferma. Ma poi ci pensa e cambia idea. «Anzi, no, abbiamo bisogno di un parco. Questo giardino in piazzale de Gasperi è pericoloso. È in mezzo alla città, bisogna stare attenti alle auto. Mio fratello, ogni volta che ci va, deve essere guardato in continuazione perché si ha paura finisca in strada». «Spazi di divertimento, residenziale, commerciale e parcheggio - afferma invece Lucio Bassanese, proprietario dell' enoteca Bere Bene - come destinazione mi sembra abbastanza intelligente e soprattutto in sintonia con quelle che possono essere le esigenze del rione, tanto più che ora c'è anche in corso la ristrutturazione della ex fabbrica Sadoch, realizzata all'epoca dall'architetto Romano Boico». Ormai l'edificio della Fiera «è fuori dal tempo. A parte la fiera del caffè, che poi comunque si è spostata e che è internazionale, tutte le altre che sono state fatte nel frattempo erano senza una logica e senza un ritorno perché mi pare il bilancio fosse negativo da tanti anni e non di poco. Rispetto alle altre fiere, ci sono differenze lunari per parcheggio, organizzazione ecc., non ha i servizi - dal casello autostradale ci vuole almeno un' ora per entrare in fiera. Se poi dovessero dare anche un indirizzo migliore all'ippodromo, che è un'altra palala al piede, sarebbe meglio, perché non muove nulla, ci sono quattro gatti che vanno ad assistere e a giocare, è tutto fermo agli anni 60 - 70 come affermano quelli che lo frequentano e vengono da fuori». Maurizio Godnic, del bar Wayra, è proprio contento di questo cambio di rotta per un luogo abbandonato ormai da tanto tempo. «È una bella soluzione, soprattutto perché sono degli austriaci i nuovi proprietari e hanno le idee più chiare di altri nel fare qualcosa di costruttivo perché la zona è stata abbandonata da decenni. Io son qui da 31 anni e la fiera è sempre stata - diciamo - meno fiera perché tutte le manifestazioni sono state spostate man mano in altri luoghi. Anche l'ex Caserma di via Rossetti sarebbe da rivalutare». E quanto pesava questa zona così vuota, lui lo sa bene. «Quando c'erano le fiere qui si lavorava anche la domenica, tutto il giorno, c'era un passaggio e un continuo via vai». E poi c'è anche l'ex fabbrica Sadoch che rappresenta un’altra sfida per rivitalizzare questa parte di Trieste. «È in disuso praticamente da 20 anni. Ora è stata riavviata la procedura per costruire appartamenti. Qualcosa insomma si muove».

 Benedetta Moro

 

 

Il laghetto di Percedol attende il salvataggio di Comune e Regione - Definito l’impegno a un sopralluogo congiunto alla conca e ad altri siti naturali che versano in cattive condizioni

Il progetto di chiusura con un tappo in cemento dell’inghiottitoio d’acqua era stato prima definito e poi bloccato in extremis

A breve il Comune di Trieste effettuerà assieme ai delegati degli assessorati regionali al Territorio e all’Ambiente un sopralluogo alla conca di Percedol, al laghetto di Contovello e ad altri siti naturalistici e antichi sentieri che versano in condizione di criticità. L’intento è di reperire quelle attenzioni e quegli aiuti assolutamente necessari per effettuare manutenzioni straordinarie e ordinarie indispensabili per assicurare un futuro a una serie di ecosistemi oggi in serio pericolo. L’informazione arriva dall’assessore comunale al Territorio, Urbanistica e Ambiente Luisa Polli, intervenuta alla seduta della Commissione per la trasparenza comunale, riunitasi agli ordini del suo presidente Roberto De Gioia per far luce sulla situazione del tutto precaria in cui versa la conca di Percedol con il suo pittoresco laghetto. L’approfondimento sul tema è stato chiesto dall’ambientalista e rappresentante di Legambiente Tiziana Cimolino: «Siamo in tanti a essere preoccupati per la salute della conca di Percedol, con il suo specchio d’acqua sempre più ristretto anche per la presenza di sedimento e tante specie arbustive che ne erodono l’area. Sappiamo che lo scorso mese è stato effettuato un intervento manutentivo diverso da quanto precedentemente previsto - afferma la Cimolino - ma il recupero del sito passa attraverso una ben più lunga serie di lavori che, a quanto consta, sono stati rimandati al prossimo inverno, ovviamente per non disturbare il risveglio primaverile della natura. Intanto le condizioni di salute del laghetto si aggravano». La conca di Percedol, che ricade nel territorio gestito dal Comitato degli Usi Civici opicinese, è un sito di importanza comunitaria, o meglio una Zona Speciale di Conservazione inclusa nell’ambito del progetto comunitario di “Natura 2000”. A causa della presenza di un inghiottitoio naturale che assorbiva lentamente ma inesorabilmente l’acqua, il Comune aveva deciso di intervenire con l’otturazione del sifone e la conseguente bonifica del sedimento marcescente accumulatosi nel letto del laghetto. I lavori, autorizzati dal Servizio paesaggio e biodiversità della Regione e diretti dal direttore del Servizio dei Musei scientifici di Trieste Nicola Bressi, prevedevano l’utilizzo di una sorta di “tappo” di cemento per la chiusura dell’inghiottitoio. «Un’operazione dettata dalla logica - ha fatto presente Bressi alla commissione - anche perché in precedenza i tentativi di otturazione con argilla e tessuto speciale non avevano sortito alcun effetto. Il mio consiglio di realizzare in sostanza una botola in cemento era stato valutato e concordato con tutte le autorità preposte, autorizzato dopo che gli Usi Civici avevano adempiuto alla lunga raccolta di tutti i permessi. In tre anni, con interventi diversi, avremmo inoltre ripulito dai sedimenti l’alveo e i dintorni del laghetto, rimettendo in sesto tutta la conca». Il progetto di Bressi però è rimasto sulla carta. A poche ore dall’esecuzione dei lavori, lo scorso marzo, l’intervento di un soggetto non ancora individuato portava la Regione a bloccare la realizzazione della copertura in cemento e a preferire il riutilizzo di argilla e di tessuto speciale per chiudere il sifone, riproponendo, in sostanza, quanto già fatto in precedenza. A occuparsi dei lavori di copertura una ditta locale. «È chiaro che a qualcuno l’utilizzo del cemento abbia creato delle inquietudini - ragiona Bressi - ma la preoccupazione era infondata. L’occultamento dell’inghiottitoio prevedeva una gettata minima, successivamente occultata da uno strato d’argilla. E a ogni modo, il tempo e la natura avrebbero provveduto in qualche maniera a far legare il calcestruzzo con la pietra carsica. Ricordo poi che la conca di Percedol non è una foresta vergine. Nel passato veniva utilizzata per abbeverare i cavalli lipizzani. Quando lo specchio d’acqua era ben più ampio, veniva utilizzata per pattinare, e il governo austriaco aveva provveduto a realizzare qui un capanno per il noleggio dei pattini. Di quella struttura sono ancora visibili le fondamenta in cemento. Gli alleati a suo tempo avevano piantato qui querce rosse americane e abeti che, sebbene ambientatisi, non appaiono di certo alberi tipici delle nostre doline. Va da sé - conclude - che con un minimo intervento, utilizzando un po’ di cemento, avremmo potuto risolvere definitivamente i problemi di Percedol». In attesa del sopralluogo annunciato, i lavori di asporto dei sedimenti potranno ricominciare solo a partire dal tardo autunno.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 aprile 2017

 

 

Fiera comprata per dodici milioni da un misterioso gruppo austriaco - Patrimonio»la svolta
La vendita del comprensorio costringerà ora la Trieste Atletica e il Comitato per il Carnevale a lasciare i padiglioni attualmente in uso
Case, negozi, supermercati, parcheggi. Un pezzetto di città, da anni nel degrado, potrà finalmente rinascere. Ieri il Comune ha messo a segno il primo importante atto per il futuro della Fiera di Trieste. Il grande comprensorio è stato battuto all'asta: ad aggiudicarselo una società austriaca. Il contratto di vendita, stando alle primissime indicazioni dell'operazione, sarà ufficializzato entro l'estate. Il nome esatto dell'imprenditore, per ora, resta top secret. Vicenda di una certa riservatezza, par di capire. Nemmeno l'assessore che ha seguito la partita, Lorenzo Giorgi, può sbottonarsi più di tanto. Ma il risultato è certo e pure la cifra con cui è avvenuto il passaggio: 12 milioni e 318,44 euro. Il gruppo austriaco ha dunque offerto 2 milioni in più rispetto alle valutazioni iniziali. Giorgi parla di «autentico miracolo». La notizia dell'acquisto ieri ha cominciato a circolare attorno a mezzogiorno. «Vero, ce l'abbiamo fatta», ha subito ammesso, con soddisfazione, l’esponente della giunta Dipiazza. «Per arrivare a questo esito, veramente sorprendente, ho dovuto vestire i panni dell'immobiliarista - scherza Giorgi - ci è andata bene». Ma cosa ne sarà del complesso edilizio, ora praticamente abbandonato? Le ipotesi si rincorrono, proprio perché molte sono le opportunità offerte dal Piano regolatore. «In quell'area si possono costruire residenze - ricorda Giorgi - ma anche locali commerciali e posti auto, di cui il rione ha un bisogno direi quasi vitale». Probabilmente la zona si trasformerà nella somma di tutto ciò. «Può darsi, vedremo», annuisce l'assessore. Una cosa, però, è certa: nei padiglioni di Montebello non potranno più trovare ospitalità i soci della Trieste Atletica e i carri mascherati del Palio dei rioni. Entramne le realtà, accolte provvisoriamente nei padiglioni vuoti e inutilizzati, saranno ora costretti a sloggiare. Il Prg fa da punto di riferimento non solo per le destinazioni d'uso di edifici e piazzali, ma per l'intera pratica. Compresa la parte economica: le stime aggiornate sul valore dell'area, passate da 7 milioni a 10 milioni e 304.273,03 euro, derivavano dalle modifiche urbanistiche apportate al documento. Era quella, dunque, la base d'asta su cui contavano i soci della spa in liquidazione (Comune, Provincia, Camera di Commercio). L'investimento che adesso si prospetta in quel perimetro, tra demolizioni e nuove edificazioni, si aggira a circa 60 milioni di euro. Non poca cosa per lo zoppicante tessuto economico cittadino. «Già - riflette Giorgi - questo significa lavoro per i triestini». Si tratta in effetti di una zona che si estende per quasi 20 mila metri quadrati, compresa tra piazzale De Gasperi, via Rossetti, da via Revoltella e via Sette Fontane, di cui ben 7.160 scoperti, per un volume fabbricabile di 108 mila metri cubi. Per la quantificazione del valore immobiliare era stato impiegato un parametro di 2.250 euro al metro quadrato, per quella commerciale 2.047 euro; per la parte uffici, invece, la cifra ammontava a 2119 euro al mq. A ciò si sono aggiunti i potenziali ricavi che potrebbero arrivare dai posti auto e box da vendere. «Ho trascorso giornate intere a lavorare sul discorso fiera - sottolinea ancora - e averla ceduta, nonostante tutti avessero escluso qualsiasi possibilità, è un dato sorprendente. Poi il fatto di aver ottenuto 12 milioni di euro...beh, non si può che essere raggianti». Tirando le somme, considerando l'assetto societario, al Comune di fatto vanno poco meno di 4 milioni. «Sono risorse che andranno a bilancio al capitolo alienazioni, da impiegare per opere pubbliche che altrimenti non sarebbero finanziabili».Gli altri 8 milioni e 21 mila euro, invece, sono attribuiti all'ente Fiera spa (di cui il Comune detiene il 25,50% delle quote). Di questi, 6 milioni saranno usati per pagare i debiti dell'ente. «Debiti che, se non fossimo riusciti a vendere la Fiera, sarebbero ricaduti sul Comune, anche perché la Provincia non esiste più. Ma al di là del discorso contabile, ciò che è importante dire è che l'area andrà trasformata con investimenti da 60 milioni di euro».

Gianpaolo Sarti

 

Ma l’ex caserma è terra di nessuno - In passato le istituzioni avevano pensato di riqualificarla per sistemarci le succursali di scuole superiori. Poi il nulla
Il quartiere è costretto a convivere anche con un altro rudere. Proprio di fronte alla Fiera di Montebello, ecco stagliarsi in tutto il suo degrado l’ex caserma Vittorio Emanuele III. Gli enormi edifici che si trovano nel perimetro compreso tra via Rossetti, via Mameli e via Revoltella avrebbero dovuto ospitare alcune succursali delle scuole superiori, in crisi di spazi e con evidenti problemi strutturali. Di questo si era parlato in passato. Ma non se n’è mai fatto nulla. L’ex caserma, chiusa dal 2008, nel frattempo è scivolata in un deterioramento che appare irreversibile, documentato in più di un’occasione con fotografie e video. I palazzi, i viali e le piazzette interne che un tempo ospitavano militari e cerimonie, si sono trasformati nei luoghi privilegiati per le incursioni di vandali e ladri. La rete che dà su via Mameli, accanto al liceo scientifico Galilei, è divelta in più punti. Entrare, saltando oltre il muretto, è semplicissimo. Le vetrate dei palazzi, come evidente, sono state rotte da lanci di pietre o dai pezzi di cornicione che si sono pericolosamente staccati dai tetti con la bora. Per non parlare degli interni, completamente devastati. Così i saloni, le camere e le scalinate. Ma anche i muri, le porte e i pochi arredi rimasti: non c’è nulla che si salvi più. Un’operazione selvaggia che si è concentrata con particolare accanimento sulle decine di bagni che si trovano nelle camerate e negli ex uffici della caserma: lavandini, docce e wc sono stati presi a picconate dappertutto. Probabilmente blitz organizzati con il solo scopo di spaccare tutto. Ma le incursioni dei vandali spesso sono accompagnate dai falò che vengono appiccati all’interno delle stanze: su varie pareti e in più punti dei pavimenti delle stanze le tracce sono inequivocabili. Nei corridoi qualcuno ci ha lasciato pure la firma, con i “tag”: sono i graffittari, con le loro bombolette colorate abbandonate per terra. Per non parlare del grande palazzo di rappresentanza, quello che si scorge da via Rossetti: un edificio elegante, con i pavimenti in parquet di rovere o marmo e gli stucchi sui soffitti. Distrutto pure quello. Oggi sulle porte degli uffici sono ancora visibili le targhette con i nomi degli ufficiali che in passato abitavano questi spazi, così come le insegne del Primo Reggimento San Giusto. O, nel grande piazzale in mezzo alla caserma, i cippi commemorativi. Mentre i vandali devastano, i ladri rubano. Cosa? Soprattutto il materiale elettrico portato via da quadri, cassette e magazzini di servizio. E i cavi, ovviamente, la merce evidentemente più preziosa e commerciabile. In ogni angolo del comprensorio, come raccontato in passato, sono state accatastate decine di bobine. Si sono portati via il rame, i ladri. L’abbandono del comprensorio aveva suscitato proteste: qualche anno fa una parte dell’ex caserma era stata occupata dai centri sociali. Il gruppo Zlt (Zona liberata di Trieste) aveva organizzato una spedizione come gesto simbolico. Chiedevano di restituire gli spazi abbandonati alla città, per farci «un hub di libertà ed entusiasmo».

(g.s.)

 

I lavori del 2015 senza alcun seguito - All’epoca voci, poi smentite, di un restyling finalizzato all’accoglienza
La caserma come spazio di accoglienza per i richiedenti asilo. Anche di questo si è discusso in passato, con tanto di polemiche politiche e interventi istituzionali a smentire i timori di alcuni. È accaduto nel corso del 2015, in piena emergenza profughi. Era fine estate: i residenti erano stati messi in allarme da un insolito via vai che si vedeva all’interno dell’edificio che, come noto, un tempo ospitava il Battaglione San Giusto. Ma in realtà si trattava di semplici interventi di manutenzione dei vialetti e degli spazi esterni, in particolare. Un modo per rendere un’area da 50mila metri quadrati un po’ più gradevole per eventuali acquirenti. Era stato l’ente proprietario dell’immobile, Cassa depositi e prestiti, a rassicurare i cittadini: «Abbiamo allestito una sorta di piccola gara propedeutica alla trasformazione dell’area», avevano fatto sapere i funzionari di Cdp. La gara era stata aggiudicata a Forte Bis, nel pieno rispetto di quanto programmato anche con il Comune, come emerso all’epoca, che risulta l’ente gestore dell’area dopo il passaggio con il Demanio. «La stanno pulendo e risistemando - confermava l’allora assessore Elena Marchigiani - per poi metterla sul mercato nel pieno rispetto di quanto contenuto nel Piano regolatore». Documento che prevede, in quella zona, aree verdi e un polo scolastico. La Provincia aveva proposto di realizzare in quell’area due succursali del Galilei e del Petrarca, attualmente le scuole in maggiore difficoltà di spazi visto che le attuali dependance di via Battisti, all’ex Volta, e di largo Sonnino non appaiono sufficientemente adeguate per i ragazzi.

(g.s.)

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 aprile 2017

 

Duello sulla Ferriera tra Serracchiani e la iena - Blitz di Nadia Toffa. Ma la governatrice tiene testa: «Non faccia la spiritosa sulla salute della gente»
Ha cercato di scandire le parole senza farsi dominare dall’irritazione, ha parlato persino sopra la propria interlocutrice, zittendola a un certo punto con un sorprendente «non faccia la spiritosa sulla salute dei cittadini», Debora Serracchiani tiene botta alla iena delle “Iene”, a quella Nadia Toffa che ormai s’è fatta davvero una cultura in fatto di Ferriera con tutte le interviste-blitz compiute in prima persona sull’argomento. Il teatro della più classica delle “imboscate” utilizzate dagli inviati del noto programma tv - ovvero l’intervista a sorpresa a un personaggio mentre questi sta presenziando a un incontro pubblico - è stata in questo caso la Fiera di Verona, dove la governatrice della Regione si trovava per Vinitaly. Aveva appena concluso un’intervista con Daniele Damele allo stand dell’Ersa e si stava preparando a un incontro sulla Doc interregionale del Pinot Grigio delle Venezie insieme al ministro Maurizio Martina e al presidente del Veneto Luca Zaia. Serracchiani si è ritrovata davanti la iena Toffa, e subito si è creato intorno alle due un prevedibile capannello di curiosi e giornalisti (sul sito del Piccolo è possibile sentire l’audio integrale di “Udinese TV”). «Ne abbiamo parlato un sacco di volte solo che voi non ci date retta», ha attaccato la governatrice quando ha saputo quale fosse l’argomento. «Ma ci dica qualcosa di diverso», la lucida replica di Toffa. «Tutti i dati sull’inquinamento sono migliori rispetto agli ultimi dieci anni, pensi un po’», ancora la presidente del Fvg, che poi ha tentato pure lei di fare una domanda: «Ma pensa che uno dorma tranquillo?». «Mi auguro di no», la risposta della iena. «Le posso assicurare di no», la controrisposta. «Ma neanche i cittadini... non è un’industria pulita», la risposta alla controrisposta. «Ma lo sta diventando con fatica, nessuno ha la bacchetta magica sa, tutti gli interventi che sono stati fatti in quel posto non erano stati fatti negli ultimi venti anni, ci faccia lavorare», ha quindi insistito Serracchiani adottando la stessa strategia dell’intervistatrice, cioè coprire la voce dell’altra. «Vado a firmare questo accordo il 19, glielo consegno così lei legge che c’è un impegno vero nei confronti dei cittadini», ancora la governatrice riferendosi all’intervento dell’Istituto superiore della sanità a Servola. Ok ma le fumate arancio? «Spariranno anche quelle... Ci vediamo fra un po’ e vediamo se l’abbiamo fatto». C’è da star certi che le “Iene” torneranno a chiederne conto.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - LUNEDI', 10 aprile 2017

 

 

LEGAMBIENTE: PERCHE’ IL PROGETTO “SMART GAS” E’ STATO BOCCIATO

Contrariamente a quanto riportato sulla stampa, la bocciatura del progetto di rigassificatore SMART GAS è principalmente legata a questioni tecniche specifiche e non certo ad un ipotetico conflitto fra tutela ambientale ed industria.
Basta iniziare a leggersi la documentazione. La Regione FVG ha emanato tre delibere sulla questione; nell’ultima si legge: “La Regione FVG evidenzia l’assenza di uno studio che rilevi l’attuale grado di occupazione del canale del porto “. Inoltre, sempre la Regione, sottolinea che:“Fatto ancora più rilevante è l’assenza di valutazioni circa il massimo sviluppo del traffico marittimo che il canale di accesso può sostenere”. La Capitaneria di Porto inoltre afferma che: “Intorno alla nave gasiera si prevederà, similmente a quanto già attuato presso impianti analoghi, un perimetro di sicurezza nel quale sarà vietata la navigazione a tutte le altre unità”. La Regione rileva che: “Tale prescrizione comporta, di fatto, la totale interdizione del traffico portuale a causa della estrema vicinanza tra la banchina di ormeggio della nave gasiera ed il canale di accesso al porto . Posto che altre navi, salvo casi eccezionali, non potranno entrare o uscire dal Porto di Monfalcone per tutte le 21 ore di operazioni necessarie per lo scarico del GNL”. Riguardo alla presentazione di alternative di progetto che sono un obbligo di legge per valutare le possibili minimizzazioni degli effetti di un’opera sempre la Regione sottolinea come: “Dalla lettura della relativa documentazione si comprende come l’analisi delle alternative sia lacunosa sia in relazione all’opzione zero, sia in relazione alle alternative progettuali praticabili”. Per quanto riguarda la cassa di colmata: ”le opere a mare, oltre a determinare un’occupazione permanente su ampie superfici che coinvolgono anche praterie di fanerogame marine, possono potenzialmente determinare modifiche al regime idrodinamico nell’ambito circostante alle opere realizzate. Tali modifiche non sono state analizzate in modo approfondito con un modello idrodinamico, come richiesto dall’Amministrazione Regionale.” Nel parere emesso dalla Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale VIA, il 21/10/2016, leggiamo una nota della Capitaneria di porto che recita: “l’attività del rigassificatore è dichiarata incompatibile con quella dello stabilimento Fincantieri e pertanto l’una esclude l’altra ”. Sempre la Capitaneria di Porto, relativamente alla manovrabilità delle navi gasiere, invita il proponente a rivedere l’intero studio. A questo va aggiunto il parere del Ministero del Paesaggio e dei Beni culturali, il quale afferma in conclusione: “La realizzazione della cassa di Colmata costituisce sicuramente una notevole modifica della linea di costa, tale da risultare evidente, poco mascherabile da qualsiasi veduta e, morfologicamente incompatibile”. Per quanto riguarda la parte naturalistica, in realtà le obiezioni principali sul progetto SMART GAS, relative ai disturbi arrecati all’avifauna, si riferiscono sostanzialmente al rumore, ed è abbastanza evidente che le questioni che hanno portato alla bocciatura riguardino prima di tutto i contenuti tecnici del progetto su cui, per ben due volte, Legambiente ha presentato osservazioni dettagliate che, almeno in parte, sono state accolte dalla Regione e dalla Commissione VIA nazionale.  Speriamo che queste precisazioni possano portare un minimo di chiarezza su una questione che rischia, paradossalmente, di santificare un progetto con mille lacune (e l’imprenditore che lo ha proposto), tentando, anche in questa circostanza, di far passare un’immagine caricaturale della tutela dell’ambiente, cosa che, in questo momento, sembra far comodo a molti.
Legambiente - circolo “Ignazio Zanutto” Monfalcone
 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 10 aprile 2017

 

 

E via della Cattedrale dà l’addio alle auto - Intesa bipartisan sulla pedonalizzazione della parte finale della strada. Il rebus Soprintendenza
San Giusto rinasce. Il Porto vecchio, assopito da decenni, riprende pian piano a vivere. E via della Cattedrale invece sta per chiudere alle auto. Ma solo nella sua parte finale. Per la precisione all'altezza del Museo civico di Storia e Arte e fino al piazzale. Evviva la pedonalizzazione dunque, residenti e Soprintendenza permettendo ovviamente. A constatarlo la V commissione consiliare, che ha fatto un sopraluogo recentemente assieme all'assessore all'Urbanistica Luisa Polli. Sono due le mozioni che si sono unite per richiedere di rimettere in sesto l'area. Da una parte Forza Italia e in particolare Manuela Declich, che è anche presidente della V. «Trieste - ha spiegato - vede ormai nel turismo una delle sue principali forme di sviluppo. È giusto, dunque, mettere a posto e rendere quantomeno dignitosa quest'area». E l'idea piace a tutti, sembra. Sull’altro fronte il consigliere pentastellato Gianrossano Giannini, che invece preme sul rifacimento della pavimentazione in masegni, rialzati da radici degli alberi che bucano il selciato e macchine che sforzano il pavimento. Ma «essendoci un vincolo - spiega Declich - bisogna sentire la Soprintendenza sia per il rifacimento della pavimentazione che per la pedonalizzazione perché se si inseriscono dei paletti che quindi potrebbero forare il suolo, anche in quel caso ci vuole il loro parere». È per questo che come data di decisione si è stabilità l'estate. Meglio fare le cose con calma ma giuste insomma e prendere dunque un po' di tempo. L’assessore Polli assicura che in breve tempo si capirà il da farsi. « È chiaro - ha annotato infatti, riferendosi alla Soprintendenza - che ogni nostra mossa dovrà essere effettuata in piena sintonia con loro, cui compete l'ultima parola». Poi bisogna sondare per bene il pensiero dei residenti del colle che potrebbero perdere almeno venti posti auto. Un cambiamento non da poco per coloro che usano ogni giorno l'area vicina a casa per trasportare i passeggini per bambini oppure le carrozzine per i disabili. In effetti in questi casi in particolare un mezzo a quattro ruote sotto casa fa più che comodo. Per non parlare in generale della richiesta sempre presente dei triestini che si lamentano della carenza di stalli nelle aree residenziali di san Vito, ma non solo, in tutta l'area del borgo Teresiano e di quello Giuseppino. E di parcheggio selvaggio in questi ultimi mesi se n'è discusso abbastanza.

(b.m.)

 

Maxirotatoria in viale Miramare per aprire Porto vecchio alla città - PROGETTI: L'ANTICO SCALO

Al via entro aprile i lavori di realizzazione del “quadri-incrocio” che consentirà subito l’ingresso anche alle auto in arrivo dal centro. A fine anno l’apertura del collegamento con largo Santos

Viabilità e cultura. Sono le due direttrici lungo le quali inizia a prendere forma concretamente la rivoluzione Porto vecchio, dopo il “passaggio di proprietà” - da Autorità portuale a Comune - firmato lo scorso 31 dicembre. A giorni, infatti, l’amministrazione metterà mano alla strada di accesso di viale Miramare, che tornerà ad essere parzialmente percorribile, in attesa del “prolungamento” fino a largo Santos. Mentre, sul fronte culturale, il Municipio si prepara a gestire direttamente i gioielli forse più preziosi dell’enorme area: Sottostazione elettrica, Centrale idrodinamica e Magazzino 26. Una decisione, quella di iniziare il nuovo corso proprio dai contenitori culturali, che prende le mosse anche da un particolare bisogno: «La richiesta di spazi per le attività culturali avanzata ai miei uffici sta diventando incontenibile», afferma l'assessore competente Giorgio Rossi. Ma andiamo con ordine e partiamo delle novità sul fronte viabilità. «Entro un mese - annuncia Rossi - partiranno i lavori per ampliare la rotatoria che al momento s’imbocca da viale Miramare per infilarsi in Porto vecchio». Si renderà così fruibile per tutti l’accesso diretto all’area dei tre edifici che per ora, ufficialmente, così avviene per il resto della strada che porta dalla stazione all'interno del Porto, è riservata solo agli addetti ai lavori delle banchine. Bisogna sottolineare infatti che la linea di costa è comunque di pertinenza dell'Autorità portuale. E nel frattempo si progetta entro l'anno - utilizzando 3 milioni e mezzo dei famosi 50 assegnati dal ministero per quel “grande attrattore transfrontaliero” -, di ripristinare una cintura che renda fruibile interamente il percorso in mezzo ai magazzini: la bretella che va dalla stazione allo sbocco di viale Miramare. La viabilità, definita da Rossi «questione fondamentale e prioritaria vista l’attuale precarietà delle superfici e delle pavimentazioni che sono accidentate e strettamente legate all'accesso», verrà così modificata e migliorata. Quella piccola rotonda, oggi poco praticata, quasi invisibile e in un’unica direzione, che permette l'accesso da Barcola al Porto vecchio, oppure da quest'ultimo alla città, si espanderà su viale Miramare, diventerà un “quadri incrocio”. «Invaderà viale Miramare - spiega Rossi - e permetterà anche a chi viene dalla città di inserirsi in Porto vecchio. Noi vogliamo entrare in Porto vecchio dalla rotatoria, lasciando tutta la parte ferroviaria all'accesso dei soli concessionari. Ci sarà un'iniziale sperimentazione di sei mesi attraverso una serie di new jersey». La destinazione è l'area attorno al Magazzino 26, alla Centrale idrodinamica e alla Sottostazione, «la parte più salvaguardata dal punto di vista della sicurezza» sottolinea. Un percorso che sarà godibile anche coi mezzi pubblici. «Discorso - prosegue Rossi - che affronteremo con Trieste trasporti, in modo da andare a dare vitalità a quella zona e valorizzare poi l’attività museale espositiva perché da lì cominci a pulsare il cuore di Porto vecchio». E qui si inserisce il possesso dei tre contenitori che, almeno nella fase iniziale, consiste soprattutto in questioni prettamente burocratiche. Ovvero «la presa in carico di una serie di nodi cruciali: l'assicurazione, la responsabilità, il rispetto delle normative antincendio, l'inventario dei mobili - specifica l'assessore -. Parliamo infatti di edifici che nell'arco di questi anni sono stati sottoutilizzati. Questa disponibilità - che vede ad esempio la Centrale idrodinamica, magnifica con un salone da 200 posti e il Magazzino 26 nella parte ristrutturata con altri 300 -, deve essere sfruttata il prima possibile, anche perché l’assessorato alla Cultura è subissato di richieste di spazi per organizzare attività culturali. Le “fame” di spazi sta diventando davvero incontenibile». Ultimo step, come detto, sarà la realizzazione del collegamento stradale tra la stazione e la nuova maxirotatoria. «Un’infrastruttura dal grande valore anche simbolico - conclude Rossi - , perchè consentirà davvero di aprire il Porto vecchio alla città».

Benedetta Moro

 

 

La vendita impossibile delle zavorre del demanio -  Roma tenta la carta del web per piazzare sul mercato gli immobili abbandonati

Censiti in Friuli Venezia Giulia 32 complessi tra palazzi, ex caserme e bastioni - Gli immobili del demanio messi in vendita sul web

TRIESTE Soprattutto ex caserme, ma anche fabbriche dismesse, palazzi storici, terreni. Proprietà dello Stato, e in qualche caso dei Comuni, che Roma spera di vedere riutilizzate con il coinvolgimento dei privati. Nulla di semplice a dire il vero. A partire da Trieste. «I prezzi di vendita dei beni demaniali possono anche essere bassi - osserva l'assessore al Patrimonio e Demanio Lorenzo Giorgi -, ma si tratta di immobili quasi sempre abbandonati in zone in cui tra l'altro è quasi inimmaginabile ipotizzare operazioni di sviluppo». La mappa completa compare nella nuova sezione della piattaforma digitale Opendemanio, dedicata alle principali iniziative di rigenerazione e riuso in corso sul patrimonio immobiliare pubblico nazionale. Un totale di 323 azioni di valorizzazione che coinvolgono 410 immobili in tutta Italia. In Friuli Venezia Giulia se ne contano 32 (di cui 20 nella sola Palmanova), da Tarvisio a Trieste. Su Opendemanio i beni sono geolocalizzati. È possibile isolare il patrimonio delle regioni, come quello delle città. Un insieme di edifici militari e costieri, pure i fari, e molti altri immobili che si punta a far rinascere attraverso percorsi amministrativi, finanziari e urbanistici che ridisegnino il territorio arricchendolo di nuovi servizi e opportunità di crescita. Trieste mette in fila nel portale 7 immobili, che il demanio ha già messo all'asta. Compaiono il complesso di edifici di via dei Papaveri e via dei Fiordalisi e l'area adiacente alla caserma della polizia di via Carsia a Villa Opicina (prezzo base 1.420.000 euro), che potrebbero avere una seconda vita residenziale, e altre iniziative che passano invece sotto le voci “mix funzionale” e “in corso di definizione”. A partire dall'ex iutificio adiacente al comando provinciale dei vigili del Fuoco (base d'asta 670mila euro), per proseguire con l'ex caserma dei carabinieri e fabbricati annessi al valico di Gropada (315mila euro), l'ex tenuta Burgstaller-ex caserma Monte Cimone a Banne, che è pure comparsa mesi fa nel sito “Investinitalyrealestate.com”, frutto di una collaborazione multiforze avviata dal ministero dello Sviluppo economico, dal ministero della Difesa, dall'Agenzia del Demanio e curata dall'Ice. In elenco anche un'altra caserma dei carabinieri a Basovizza (base d'asta 200mila euro) e le caserme di pubblica sicurezza di Roiano, almeno quelle un capitolo a parte. Bisogna ritornare indietro al gennaio 2015 quando la caserma di via Mascagni, nel comprensorio della Duchessa D'Aosta, zona Valmaura, è passata in carico alla Polizia stradale. Rimessa a posto e costruita dal Comune di Trieste in base a un accordo con il ministero dell'Interno e l'Agenzia del Demanio, prevedeva a compensazione l'acquisizione da parte del municipio dell'ampio compendio (circa 8mila metri quadrati) della caserma Emanuele Filiberto di Roiano, che nelle intenzioni dovrebbe poter essere utilizzata per spazi e servizi a uso della cittadinanza. In quegli 8mila mq, entrava più nel dettaglio l'allora assessore Andrea Dapretto, ci sarebbero stati una piazza multifunzione, un asilo e vari parcheggi. Nell'agosto scorso, dopo numerosi solleciti, e dopo che era evaporata l'ipotesi di utilizzo come hub per migranti, il Demanio ha aperto un cantiere per la rimozione delle cisterne sotterrate nell'atrio del comprensorio, primo passo di un percorso ormai avviato e che, fa sapere Giorgi, vedrà entro fine maggio la demolizione dell'ex caserma, in tempo per non perdere i finanziamenti di un'opera che si inserisce all'interno del programma di riqualificazione urbana Prusst: investimento complessivo di circa 8 milioni di euro, derivanti da finanziamenti regionali (quasi 6 milioni), statali (un milione e 300mila euro) e comunali (600mila). Una rivoluzione lenta quella di Roiano, in realtà, se si tiene conto che l'intervento di riqualificazione non sarà concluso prima del giugno 2021. «Un'opera purtroppo ridotta nelle proporzioni rispetto a quelle che si sarebbe potuto fare», sottolinea inoltre l'assessore bocciando più in generale l'offerta del Demanio: «Se mi propongono un Dc-9 posso essere gratificato, ma cosa me ne faccio? Gli investimenti sono i benvenuti, speriamo che qualcuno possa avere risorse e idee, ma è difficile che un patrimonio su cui c'è stata poca manutenzione per decenni possa diventare appetibile. L'importante, per Trieste, è che non si creino terre di nessuno». Guardando agli altri beni demaniali della regione inseriti nella piattaforma spuntano le caserme Lamarmora e Toti-Bergamas di Gradisca (messa così male che il Comune ha recentemente disposto, per la tutela della pubblica incolumità, il divieto di sostare in auto o percorrere la via lungo il perimetro dell'ex caserma). Varie altre ex caserme anche a Udine (nella Cavarzerani alcuni lavori sono stati realizzati per l'accoglienza migranti), Tarvisio e Palmanova.

Marco Ballico

 

SEGNALAZIONI - Parco del mare - Il progetto che non c’è

Parco del mare, Consiglio comunale del 6 aprile 2017 (io c'ero): esame e discussione di un progetto che (come l'isola) non c'è. Ingenuamente ci si aspettava che i proponenti presentassero (come promesso) qualcosa di simile ad un progetto. Lo facevano presagire proiettore e schermo in sala. Invece ci hanno mostrato le brutture intorno alla Lanterna, e uno spot di quasi venti minuti su quant'è bello e bravo l'Acquario di Genova. Agli invitati esterni, che bene o male dovevano parlare di un possibile Acquario a Trieste, solo cinque minuti, per non sforare sui tempi. D'altra parte è comprensibile: come si fa a mostrare un progetto che non c'è, grande o piccolo che sia? A questo proposito è stato spiegato che il ridimensionato annunciato qualche giorno prima dal dottor Paniccia era frutto, in realtà, di un equivoco: i giornalisti avevano frainteso le sue parole. Il progetto che non c'è restava quello di prima. Quello stesso che era stato presentato ripetutamente negli anni alle istituzioni, ha ribadito il presidente della Camera di commercio. Sul progetto che non c'è sono stati però condotti seri e oggettivi studi di previsione in merito a sostenibilità economica, flussi turistici, impatto urbanistico, ambientale, paesaggistico, opportunità ineludibile del sito. E poi si tratta di un'opera strategica (questa parola salta sempre fuori quando si vuol fare qualcosa ad ogni costo, magari contro l'opinione della gente): non si capisce come abbia potuto tirare avanti finora Trieste senza un acquario (grande, uno piccolo ce l'ha), con quelle due o tre cose nel suo patrimonio storico, culturale, scientifico, urbanistico, architettonico, paesaggistico. E poi come si fa a dire che il Parco del mare è un'ossessione di Paoletti, se sono solo 12 anni che ci pensa e ci prova? Qualche sprovveduto ha avanzato perplessità sul cosiddetto business plan, ovvero chi ci mette i soldi. È sicuro, o quasi, che da parte pubblica arriveranno (dovrebbero arrivare) circa una ventina di milioni. E i rimanenti ventisette? Esiste un privato disposto ad assumersi un simile onere, con un ritorno col contagocce lungo un quarto di secolo? In attesa di una risposta, qualcuno rassicuri il consigliere Porro: nella grande vasca dell'Acquario (se si farà) quasi sicuramente metteranno pesci, non bambini.

Carlo Dellabella

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 9 aprile 2017

 

 

Tari ridotta a chi dona alimenti ai poveri - La giunta recepisce la mozione di Forza Italia. L’adesione di Despar, Zazzeron, Pam e Masiello
I commercianti e i pubblici esercenti della città che doneranno le eccedenze alimentari ai più bisognosi godranno di riduzioni sugli importi della tassa rifiuti. Va in questa direzione la delibera assunta in questi giorni dalla giunta comunale, che fa seguito a una mozione presentata a suo tempo da tre consiglieri comunali di Forza Italia, il capogruppo Piero Camber, Michele Babuder e Alberto Polacco, e che aveva trovato subito il pieno sostegno dei consiglieri della lista Dipiazza. Il documento trae spunto dalla nuova normativa nazionale, la legge 166 dello scorso anno, che punta a contenere gli sprechi alimentari, farmaceutici e di altri prodotti, che si verificano durante le fasi della produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione. In base alla delibera, il Comune assicurerà riduzioni sulla tassa sui rifiuti in proporzione alla quantità degli alimentari donati. Più precisamente, nell'anno successivo a quello in cui le donazioni saranno effettuate, per chi avrà regalato dai 5 ai 10 quintali la riduzione sarà pari al 6 per cento dell'importo dovuto, dai 10 ai 20 dell'8, sopra i 20 del 10. «Requisito indispensabile - hanno detto Roberto Cason e Francesco Panteca (lista Dipiazza) - il tramite garantito dalle associazioni di volontariato e dalle onlus, che cureranno la distruzione delle eccedenze alimentari». «In questa maniera - ha sottolineato Camber - l'amministrazione conferma la puntuale volontà di essere presente sul piano sociale, tendendo contemporaneamente una mano concreta alle imprese commerciali, che stanno ancora soffrendo per una diffusa crisi economica. Fa piacere rimarcare che siamo il primo Comune della regione che cerca di andare incontro in modo fattivo alle esigenze dei bisognosi, con un provvedimento articolato e organico». All'incontro hanno partecipato i rappresentanti del gruppo Despar Nord Est, Zazzeron, Pam Panorama e Masiello. Ma è stato spiegato che anche altri grandi gruppi intendono mettersi a disposizione dei più bisognosi, rifacendosi al dettato della delibera. Soddisfazione è stata espressa, per l'impegno del Comune su questo fronte e per la disponibilità dei commercianti , dagli esponenti delle associazioni di San Martino al campo e “Ti aiutiamo noi” e della Federazione volontariato Fvg.

Ugo Salvini

 

Maxiappalto per la pulizia dell’altipiano - Gara da 3,6 milioni lanciata da AcegasApsAmga per spazzamento strade e raccolta rifiuti. Bando bis da 9,3 milioni per la città
TRIESTE Un doppio appalto da quasi 13 milioni di euro lanciato da AcegasApsAmga per tenere pulita Trieste e la parte del Carso inserita nel perimetro municipale del capoluogo. Era dal 2012 che l’utility, appartenente al gruppo Hera a sua volta partecipato al 4,6% dal Comune triestino, non bandiva una gara per l’effettuazione di servizi ambientali: adesso, scaduto il quinquennio, la società torna a saggiare curriculum e affidabilità delle aziende specializzate. Due appalti per due aree distinte del territorio comunale, con attività distinte. Il primo riguarda la zona urbana ed è articolato in due lotti, per un totale di 9,3 milioni di euro: AcegasApsAmga richiede ai candidati spazzamento manuale e meccanizzato del Centro storico (Circoscrizioni 3-4, zona centro e zona nord) e della periferia (Circoscrizioni 6-7, zona centro e zona sud), servizi stagionali, raccolta dei rifiuti solidi urbani, servizi accessori. Il periodo richiesto è di due anni, allungabile - a discrezione dell’appaltante - per ulteriori 12 mesi. Si possono presentare offerte anche per un solo lotto, il cui valore è di 4,6 milioni. L’aggiudicazione prevede che su 100 punti il criterio di qualità ne valga 70 e il prezzo 30. L’ultimo termine per presentare la propria proposta scade giovedì 27 aprile alle ore 12. L’altro appalto si concentra sulle Circoscrizioni 1-2-6, Altipiano e periferia est. AcegasApsAmga mette in palio 3,6 milioni per lo svolgimento di attività in parte analoghe all’altra gara e in parte differenti - in ragi8one delle diverse caratteristiche zonali: spazzamento manuale e meccanizzato, raccolta “porta-porta” della biomassa, raccolta ingombranti a domicilio, raccolta selettiva di imballaggi in cartone, raccolta pile e servizi accessori. In questo caso non si procede a lotti, in quanto - chiarisce il testo del bando - «considerata l’unità e l’omogeneità del servizio ... non si ritiene strategica la suddivisione». Per il resto le caratteristiche sono le stesse dell’altro appalto: la durata del servizio è di due anni più un altro eventuale anno a discrezione dell’utility, alla qualità vanno 70 punti e al prezzo 30. Varia di un giorno la scadenza delle offerte: venerdì 28 aprile alle ore 12. La novità maggiore riguarda la durata del servizio, decisamente più breve rispetto al passato: AcegasApsAmga, in linea con le generali disposizioni di Hera, è passata dalla precedente modalità 3 anni più due a quella - prima illustrata - dei due anni più uno. Vedremo il gradimento degli operatori, che generalmente, per un’attività di questo tipo che implica una buona conoscenza del territorio, sono di provenienza autoctona. E vedremo anche come l’appalto integrerà le novità contenute nel recente Piano dei rifiuti, recepito dall’Amministrazione comunale.

Massimo Greco

 

 

Mari e fondali a portata di touch - Prende forma l’Area Wwf 3.0 - La Riserva marina di Miramare si prepara a fare il suo ingresso alle ex Scuderie
L’obiettivo ambizioso è inaugurare la nuova struttura divulgativa entro Natale
Gli operai hanno concesso ancora un po’ di riposo alla betoniera, in attesa che il cantiere venga aperto ufficialmente. Gli spazi che accoglieranno i visitatori, 200 metri quadrati in tutto, sono infatti ancora vuoti e immacolati. La gestazione progettuale del Centro visite dell’Area marina protetta di Miramare, che è stata lunga e ha coinvolto educatori ambientali, biologi e naturalisti, giornalisti ed esperti di multimedialità interattiva, è finalmente in vista del traguardo. È stato lo stesso direttore Maurizio Spoto, in occasione del convegno “La natura: una bella storia da raccontare sul campo e nei centri visite”, a rivelare alcuni dettagli sostanziali del progetto che vedrà la trasformazione dell’ala destra delle ex Scuderie di Miramare. Le porte di quella che diventerà «l’Area marina 3.0», come l’ha ribattezzata Spoto, sono state aperte al Piccolo nel tentativo di immaginare quello che adesso appare chiaro solamente sulla carta. I rendering e le planimetrie hanno così permesso di visualizzare in anteprima ciò che vedranno i visitatori a lavori compiuti. Diorami, plastici, riproduzioni a grandezza naturale, tecnologie 3D e multimediali: la struttura gestita dal Wwf Italia disporrà di tecnologie di ultima generazione che consentiranno alle persone di immergersi virtualmente nella realtà degli ambienti marini e costieri protetti. La prima accelerata al progetto era stata data alla fine del 2016 dalla firma dell’accordo tra il ministero dell’Ambiente e il ministero dei Beni culturali, grazie al quale si era arrivati, dopo non pochi travagli, a concedere alla Riserva statale una nuova sede all’interno del parco asburgico. Adesso è arrivato il momento di riportare la vita all’interno di un immobile che, nelle intenzioni del Wwf, potrà dare ulteriore impulso alla crescita del principale sito turistico regionale. «Dopo trent’anni di gestione di un centro visite dotato di numerose vasche-acquari - ha spiegato Spoto - abbiamo deciso di coniugare le nuove tecnologie con i sistemi classici di esibizione museale naturalistica per il mare. Tra questi, per fini strettamenti didattici, ci sarà anche una vasca tattile, la cosiddetta “touch tank”, che ospiterà piccoli molluschi e crostacei per coinvolgere attivamente i visitatori di tutte le età. È attraverso l’esperienza emotiva che si trasmette infatti la conoscenza e con essa l'apprezzamento e il desiderio di cura e protezione dell’ambiente naturale». Il team di progettisti ha scelto di adottare degli specifici strumenti di interpretazione della biodiversità marina che permetteranno a chi varcherà le porte del centro didattico di emozionarsi, al di là delle possibili barriere legate a lingua, cultura o età. È stata prevista così la realizzazione di sei percorsi di visita che si focalizzeranno sulle specie che abitano gli habitat rocciosi, fangosi e sabbiosi del golfo di Trieste e dell’Alto Adriatico. Si potranno scandagliare i diversi tipi di alimentazione dei gruppi animali, la forma e le funzioni degli organismi marini, la loro riproduzione e i loro atteggiamenti dal punto di vista comportamentale ed ecologico. Oltre a osservare le sorprendenti e affascinanti stranezze con cui la biodiversità marina si può manifestare, il Wwf Italia accenderà i riflettori sul cambiamento dei comportamenti umani, come ad esempio quelli legati alla pesca, che potenzialmente possono rivelarsi minacciosi per la biodiversità marina. A fianco dell’ampia sala espositiva verranno poi realizzate un’aula didattica attrezzata con laboratori per le scolaresche e una sala proiezioni che verrà dedicata a Barbara Camassa, la fotografa subacquea collaboratrice di Miramare, autrice di splendide immagini sottomarine utilizzate a supporto dei lavori scientifici e delle pubblicazioni della Riserva marina, tragicamente scomparsa di recente. Tuttavia la strada per l’apertura della nuova struttura divulgativa non è del tutto priva di salite e di ostacoli. «All’appello mancano ancora 100mila euro - ammette Spoto, che però non perde la speranza di inaugurare il centro didattico entro il prossimo Natale -. Sono necessari per rendere completamente autonomo il centro visite dal restante spazio museale. Solo il costo dell’impianto di climatizzazione supererà i 70mila euro. Per questo abbiamo avviato un’interlocuzione sia con l’amministrazione comunale che con quella regionale». Un primo regalo, intanto, Spoto è riuscito già a scartarlo. Il canone di locazione dell’ala destra delle ex Scuderie è stato fissato nella cifra poco più che simbolica di quattromila euro l’anno. Un secondo cadeau, invece, è stato promesso dal direttore ad interim Corrado Azzollini, il quale si è detto disponibile a firmare una mini-concessione estiva per l’utilizzo del Bagno Ducale, in attesa che la nuova direttrice Andreina Contessa prenda confidenza con una realtà che, nonostante tutto, non smette di esercitare il proprio fascino

Luca Saviano

 

 

Pola-  Il bike sharing si amplia con nuove ciclostazioni
POLA Si amplia a Pola il bike sharing, servizio di mobilità alternativa e ecosostenibile con l'uso di biciclette a pedalata assistita da un piccolo motore elettrico, introdotto dal Comune. Con la recente inaugurazione, vicino al terminal bus nel rione di Siana, della terza ciclostazione in città dopo quelle ai Giardini e in piazza del Popolo, il numero totale delle due ruote a disposizione dei cittadini è salito a 18. A partire dall'introduzione del servizio, due anni fa, ogni bici è stata noleggiata in media 3,8 volte al giorno per una percorrenza media di 7,2 chilometri e una durata del noleggio di un’ora e 15 minuti. In due anni le bici hanno percorso un totale di 34mila chilometri. La quarta ciclostazione in arrivo è quella dell’insediamento turistico di Verudella. Il servizio “Bicikleta” (questa la denominazione ufficiale) è gratuito: si pagano solo 13 euro per le spese dell'apposita carta magnetica con cui si può pedalare gratis tutto l'anno. Per i fruitori (300 finora le card rilasciate) ci sono dei vincoli: le bici possono essere noleggiate per il massimo di due ore alla volta e allo scadere del tempo devono venire riposte nelle ciclostazioni.

(p.r.)

 

 

Convegno - Il ruolo chiave di Trieste lungo le rotte del petrolio
“Le Vie Del Petrolio: Arabia - Trieste - Europa Centrale”. È il titolo del convegno che il LimesClub di Trieste, in collaborazione con il Centro Veritas e la Libreria Einaudi, organizzano martedì alle 18 alla sala Piccola Fenice di via San Francesco 5 a ingresso libero. L’appuntamento, promosso in occasione della pubblicazione dell'ultimo numero della Rivista Limes dedicato all'Arabia, vedrà la partecipazione di Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità di sistema portuale dell’driatico Orientale; Alessio Lilli, general manager Tal e presidente e amministratore delegato della Siot; Diego LAzzarin, engineered product manager Saipem-Sonsub. Modera Luciano Larivera, direttore Centro culturale Veritas. Punto di partenza del convegno la consapevolezza che il porto di Trieste è in una posizione geopolitica strategica sulle "Vie del Petrolio" che alimentano le necessità energetiche dell'Europa centrale. Non a caso qui opera da 50 anni l'oleodotto della Siot, che raggiunge la Germania soddisfacendone il 40% del fabbisogno petrolifero ed il 90% di quello austriaco. E che anche un'azienda leader nel settore delle perforazioni e manutenzioni sottomarine come la Saipem abbia qui una sua importante base, grazie al particolare regime di Porto franco tuttora esistente all' Adriaterminal in Porto vecchio, destinata a diventare “Polo per la Robotica Subacquea" a livello mondiale con importanti ricadute economiche e tecnologiche sull' intero territorio. Davanti alle sfide di assicurare la sicurezza energetica e garantire la transizione energetica secondo l'Accordo di Parigi sul clima, il convegno si propone di illustrare le potenzialità attuali e future del Porto di Trieste nel settore Oil&Gas e dell'alta tecnologia e la sua valenza strategica a livello internazionale.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 8 aprile 2017

 

 

«Dubbi residui sul Parco del mare» - M5S e Pd dopo l’audizione di Paoletti in Consiglio: «Servono più informazioni»

Il grillino Menis: "non si è capito a quanto ammonta il finanziamento pubblico" - La dem Martini: "proiezioni molto ambiziose sulle future presenze"

«Non si è qui oggi per decidere se fare o meno il Parco del mare, il Consiglio sarà chiamato a decidere piuttosto sull’eventuale modifica del Piano regolatore, oggi siamo qui per approfondire il progetto». L’aveva già ben precisato giovedì sera Paolo Menis, il capogruppo dei Cinque Stelle, durante l’audizione in Consiglio comunale del presidente della Camera di commercio della Venezia Giulia, Antonio Paoletti, in loco per dare ulteriori dettagli sul progetto del grande “attrattore” turistico di Porto Lido. Ma come l’argomento scotta e divide la città, tra petizioni pro e contro, così c’erano diverse perplessità residue fra le forze politiche. Il dubbio prevalente? Una sorta di delusione per «la mancanza di dati». «Mi è sembrato che non ci fosse né bocciatura né entusiasmo né da una parte né dall’altra» ha commentato Fabiana Martini (Pd), che comunque sottolinea: «Non siamo contrari al progetto, ma ad alcune condizioni. Dalla seduta di giovedì sera ci aspettavamo maggiori risposte. Avevamo chiesto di valutare lo stesso progetto in Porto vecchio, ci aspettavamo una disponibilità in questo senso, perché anche se c’è Porto Lido, si sono aperte nel frattempo altre possibilità. In Porto vecchio ci sarebbe spazio anche per altri contenitori sul tema del mare». Ma le perplessità non sono finite. Si cerca di capire, prosegue Martini, anche la «sostenibilità economica, sui proventi della gestione non ci sono certezze e le previsioni fatte sono molto ambiziose e ottimistiche soprattutto sul numero di visitatori che poi dovrebbero appunto garantire l’equilibrio finanziario». Un’altra questione che aggiunge e scrive su Facebook l’ex sindaco Roberto Cosolini è «sapere se il rischio d’impresa della progettazione e costruzione è tutto pubblico (servono 45/50 milioni quindi altri 23/28 dopo quelli stanziati) o se coinvolge anche il privato gestore in qualche misura». Incertezza su temi tecnici lamenta anche Menis: «Secondo me mancano dei dati importanti che ho richiesto alla Fondazione CRTRieste e alla società che ha redatto il business plan - osserva -, l’illustrazione è stata un po’ confusa sull’aspetto economico per poter capire se la cosa sta in piedi o meno, e anche sulla strutturazione societaria futura. Restano molti dubbi, non si è capito a quanto ammonta la parte di finanziamento pubblico, per cui intendo Fondazione, Camera di commercio e Regione, e quanto rischia il privato. Dati che mi sembrano fondamentali». Dal punto di vista contenutistico e del tipo di progetto poi «è assolutamente non condivisibile per rispetto degli animali». E Gianrossano Giannini (M5S) l’aveva già fatto capire. Ci sono soluzioni alternative e “vegane” per i pentastellati: il museo della Bora, «vero e unico elemento distintivo di Trieste, oppure uno Science center». Forza Italia, per bocca del capogruppo Piero Camber, vede con favore il progetto, ma si aspetta «appalti a chilometro zero - commenta - che favoriscano le micro e piccole imprese. Io chiedo garanzie di lavoro per le nostre maestranze, non vogliamo una grande ditta che venga da fuori, deve far girare l’economia di tutta la città. Il Comune da parte sua dovrà fare una variante al Piano regolatore e soprattutto far rete, offrendo un percorso globale delle Rive, con iniziative espositive scientifiche e culturali, che facciano da trait d’union, comprendendo anche Campo Marzio, dalla Lanterna a Porto vecchio».

(b.m.)

 

 

Dipiazza sollecita l’Azienda sanitaria sul caso Servola
«A che punto è lo studio sul monitoraggio biologico umano a Servola che lo scorso novembre l'Azienda Sanitaria ha annunciato di eseguire assieme al Cro di Aviano? E che, come si desume dal programma 2017 del Cro, dovrebbe essere completato in questo mese di aprile? L'Azienda Sanitaria, inoltre, sta tenendo conto per l'individuazione dei cittadini da sottoporre alle analisi la disomogenea distribuzione dell'inquinamento rilevato a Servola, al fine di evidenziare e valutare in modo preciso alterazioni fisiologiche all'anomala esposizione a polveri, inquinanti mono e poli-aromatici cancerogeni e odori?». Il sindaco Roberto Dipiazza ha inviato in merito all'Azienda Sanitaria una formale richiesta per essere aggiornato sull'iter di approfondimento sanitario sulle urine che l'Azienda aveva annunciato lo scorso novembre in sede di audizione in Commissione consiliare.

 

 

Transalpina, linea per Vienna dimenticata e mai riaperta - LA LETTERA DEL GIORNO di Luigi Bianchi
Il 2016 è trascorso senza la riapertura della Transalpina. A Trieste i 110 anni del secondo collegamento Vienna - Trieste sono passati inosservati, contrariamente a quanto avvenuto in Austria e Slovenia, dimenticando che dal 1906 il capolinea triestino della Transalpina è la stazione di Trieste Campo Marzio, sede del Museo Ferroviario. Il 2017 segna un anniversario altrettanto importante: il primo treno da Vienna giunse a Trieste Centrale il 28 Luglio 1857. Slovenia ed Austria hanno organizzato adeguate celebrazioni per il 160° della ferrovia Meridionale mentre a Trieste tutto tace. Nel 1987 la Direzione Compartimentale delle FS promosse un treno celebrativo Trieste – Graz per il 130° della Meridionale che riscosse molto successo. Transalpina e Meridionale sono state decisive per lo sviluppo dei traffici del Porto di Trieste nel secolo scorso e lo sono anche oggi se si vuole consolidare il primato raggiunto da Trieste quale scalo ferroviario a livello europeo. Ricordare la valenza delle due ferrovie va oltre la pura celebrazione e rappresenta un aiuto alla realizzazione delle opere necessarie per la piena efficienza del nodo ferroviario di Trieste, essenziale sia per il traffico merci che per il servizio viaggiatori. Economia e turismo hanno bisogno sia della Transalpina che della Meridionale. Nel 2017 la migliore celebrazione in cui le Ferrovie Italiane dello Stato possano impegnarsi per il 160° della Meridionale è realizzare il sogno di Karl Schamburek, il giornalista di Salisburgo che ha promosso il ripristino dello storico EC Vienna-Venezia: “Da Vienna a Miramare in treno” con l’EC che attualmente è limitato a Lubiana e la cui destinazione finale non può che essere Trieste Centrale, come avvenne il 28 Luglio 1857. Più che una celebrazione l‘EC “Miramare” Vienna - Trieste via Graz - Lubiana è un debito che viene onorato ristabilendo i rapporti commerciali, e diplomatici, tra le Ferrovie Austriache, Slovene e Italiane; rapporti finalizzati a ridisegnare il quadrante ferroviario mitteleuropeo attraverso i transiti di Tarvisio, Gorizia e Trieste - Opicina. Solo così è possibile saldare la “Metropolitana che unisce l’Italia”con le Frecce agli Eurocity attraverso i nodi ferroviari di Udine e Trieste. Ma il sogno di Schamburek è legato alla rivitalizzazione della Meridionale e della Transalpina e alla piena collaborazione delle tre amministrazioni ferroviarie per realizzare l’integrazione dei trasporti

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - VENERDI', 7 aprile 2017

 

 

Cambiamenti climatici: scoperta relazione tra clima e turbolenze

A molti sarà successo, viaggiando in aereo, di veder improvvisamente accendersi il segnale che obbliga ad allacciare le cinture di sicurezza nonostante la fase di atterraggio sia ancora ben lontana. Colpa delle turbolenze. La responsabilità, secondo quanto afferma uno studio condotto dall’università britannica di Reading e pubblicato sulla rivista Advances in Atmospheric Sciences, è da attribuire anche ai cambiamenti climatici.

Si sta ovviamente parlando delle turbolenze in aria chiara, ovvero a quelle che si verificano in assenza di nubi. In questi casi, gli scossoni per chi si trova a bordo sono dovuti all’incontro con venti che cambiano rapidamente la loro direzione e la loro intensità, modificando così il flusso d’aria all’interno di quale il velivolo si trova a muoversi. La previsione dei ricercatori è frutto di una simulazione condotta attraverso l’impiego di un modello che calcola il doppio di anidride carbonica nell’atmosfera rispetto a quella attuale. Sebbene questo possa sembrare uno scenario catastrofico, è quanto alcuni scienziati immaginano possa accadere entro la fine del secolo in corso. Una proiezione a lungo termine dunque. In tal caso, a un’altitudine pari a circa 12.000 metri, le turbolenze leggere aumenteranno del 59%, quelle di forza moderata del 75% e quelle più intense addirittura di una percentuale compresa tra 127% e 149%. In estrema sintesi è tutto legato al moto di convezione, lo stesso fenomeno che si verifica in scala ridotta all’interno delle nostre abitazioni quando accendiamo gli impianti di riscaldamento o rinfrescamento: l’aria calda tende a spostarsi dal basso verso l’alto. Va considerato che si tratta di previsioni a lungo termine e che il raddoppio di CO2 nell’atmosfera costituisce uno scenario scongiurabile attraverso la messa in campo di iniziative che mirano a contrastare i cambiamenti climatici, partendo dalle politiche relative all’approvvigionamento energetico, puntando dunque sullo sfruttamento delle fonti pulite e rinnovabili.

Cristiano Ghidotti

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 7 aprile 2017

 

 

Il Parco del mare gioca l’ultima carta - Lo sfogo di Paoletti in Consiglio comunale: «O si fa in Porto Lido o non si fa - La Fondazione CRTrieste controllerà la società che realizzerà l’opera»

Il Parco del Mare è a Porto Lido. O non è. Semplicemente. Dopo 12 anni di attesa Antonio Paoletti, nell’audizione in Consiglio comunale, non ci sta più a essere sotto esame. IL PROGETTO

«Il Parco del Mare non è l’ossessione di Paoletti che vede solo il Parco del Mare. Mi fa piacere essere qui, ma dopo 12 anni si dovrebbe già poterlo visitare», attacca il presidente della Camera di commercio Venezia Giulia nell’aula consigliare dopo gli interventi delle istituzioni. Non esiste più l’opzione alternativa di Porto vecchio come chiesto in apertura dall’ex sindaco Roberto Cosolini che, con il gruppo del Pd, aveva richiesto espressamente l’audizione di ieri sera. Il dado, insomma, è tratto. «Assieme alla Fondazione CRTrieste abbiamo acquisito le quote di Trieste Navigando che detiene la concessione dell’area. Si parla di una vasca da 5 milioni e mezzo di litri e di 11mila metri quadrati di superficie. Non è stato ridimensionato nulla. L’ipotesi della vasca da 9 milioni si litri di Chermayeff non stava in piedi», spiega quasi stizzito il presidente che ha avuto più “pazienza” di Giobbe e che ora chiede al Comune una variante al piano regolatore per calare il Parco del mare in sostituzione del porto nautico.«Se si vuole farlo in Porto Vecchio possiamo rivederci tra 12 anni. Porto Lido è l’unica scelta dove si può realizzare subito questo progetto». Roberto Dipiazza, che ha già affrontato il tema in passato, non se la sente di cambiare le carte in tavola. «Lo vedrei meglio in Porto vecchio, ma visto che da 12 anni è un progetto di Paoletti mi pare giusto lasciare carta bianca», afferma, dando in un certo senso appalto alla Camera di commercio (e alla Fondazione CRTrieste) la visione della città. La parola chiave è “attrattore”. «Se anni fa vi avessi chiesto di votare 27 milioni per il vecchio Magazzino Vini mi avrebbe dato del pazzo. E, invece, ora c’è Eataly che è un attrattore importante. La città ha bisogno di un altro attrattore per il periodo invernale come il Parco del mare. Non c’è un luogo più degradato della Lanterna. Del resto non si può mandare la gente alle Maldive per vedere il pesce Napoleone». Il Parco del Mare a Porto Lido sarebbe perfetto per lo sviluppo futuro di Campo Marzio che ha in mente Dipiazza; «A breve sposteremo il mercato ortofrutticolo per fare una Spa con alberghi, ristoranti e parcheggi». Paoletti di rimando gli offre anche una soluzione per l’ex Meccanografico che il Comune ha messo in vendita. «Si potrebbe realizzare un albergo low cost per ragazzi». Zeno D’Agostino, presidente dell’Authority e titolare dell’area di Porto Lido, è pronto a collaborare: «Non compete a noi la visione della città, ma siamo pronti a collaborare di fronte a una scelta». La Regione, rappresentata dall’assessore alle Finanze Francesco Peroni, ha scelto un basso profilo: «Siamo più defilati, non disattenti. Esprimiamo una preferenza per il Porto vecchio, ma senza preclusioni». Eppure la Regione ha già stanziato 2 milioni di euro per la progettazione e realizzazione del Parco del Mare ed è pronta a metterne altri due sul piatto. Il piano finanziario sostenibile del Piano del mare (elaborato con 8mila visitatori dalla ACB Group) resta un oggetto misterioso specie nel rapporto tra pubblico e privato. Il costo di 47,7 milioni sarà sostenuto dalla Cciaa (9 milioni), Fondazione CrTrieste (9 milioni) Regione (4 milioni) e privati (5 milioni tra costruttore ed eventuale gestore). Il resto sarà finanziato con un mutuo ventennale da 25 milioni della società che sarà controllato dalla Fondazione CRTrieste (non dalla Camera di Commercio). Il mutuo sarà pagato con l’affitto della società di gestione del Parco del Mare, probabilmente la Costa Edutainment (ieri era presente il manager Lorenzo Senes). A sottolineare le perplessità su Porto Lido restano gli ecologisti, gli ambientalisti e il Comitato La Lanterna che ha raccolto più di 1330 firme su una petizione poi ritirata. «Il degrado non si risolve piazzando un corpo estraneo in mezzo ai mostri esistenti, si rischia di creare un mostro in più», ha spiegato la portavoce Giorgietta Dorfles che ha fatto vedere, con una simulazione in 3D, l’effetto “cubone” dalle Rive. «Quando una scelta investe l’intera comunità e condizionerà la città per decenni - ha concluso - non si può decidere con il gusto personale di un politico». Le ossessioni rischiano di costare care. Soprattutto se coltivate per 12 anni.

Fabio Dorigo

 

Il “mariano” Porro difende acquari e zoo «Lì come al circo le bestie le trattano bene» - gli interventi
«Cinquanta milioni di bambini uccisi dall’aborto. Altro che i pesci». Salvatore Porro, consigliere mariano di Fratelli d’Italia, interrompe il fisico vegano Gianrossano Giannini dei Movimento 5 Stelle che aveva appena demolito il progetto del Parco del Mare con argomenti animalisti. «Non parliamo di parco. Il progetto di Paoletti è un acquario. E gli acquari sono come gli zoo», spiega citando le tesi di Margherita Hach che li aveva definiti “enrmi prigioni per pesci”. «Un progetto di 12 anni fa che arriva oggi già vecchio. Il pianeta sta cambiando. Il Mediterraneo sta passando da mare di pesce a mare di meduse», annuncia in modo apocalittico Giannini. Ma cosa centrano gli aborti in tutto questo? Con Porro in aula gli aborti c’entrano sempre. Il consigliere mariano che vent’anni fa voleva un delfinario al posto dell’ex Pescheria, è favorevole al Parco del mare visto che Trieste vuole diventare una città turistica (anche se lui ha votato contro) e non ridursi a “ospizio per anziani”. E il rispetto cristiano per gli animali oltre che per i bambini in potenza? «Ho lavorato tre mesi con il circo Togni e non ho mai visto gli animali trattati così bene», fa sapere Porro rivelando un particolare della sua biografia sconosciuto a tutti. In ogni caso l’acquario serve a salvare i pesci che magari tra un qualche anno non ci saranno più come ricorda il socialista Roberto de Gioia. «Il bisonte americano - ci informa il leghista Paolo Polidori - è stato salvato dagli zoo».

(fa.do.)

 

In piazza la protesta di animalisti e operai - Doppio presidio sotto il Municipio durante la seduta d’aula - Sotto tiro sfruttamento dei pesci e possibili tagli alla Siram
Mentre in Consiglio comunale si dibatteva del Parco del mare, davanti al municipio un gruppo di animalisti protestava in modo pacifico per la seconda volta contro la costrizione degli animali. Leal, la Lega AntiVivisezionista, e il Comitato Trieste per gli animali sfoderavano striscioni e volantini per dire «no ad animali vivi rinchiusi nelle vasche». Accanto a loro, per tutt'altra battaglia, i sindacalisti della Fiom e i lavoratori che rischiano il posto di lavoro da luglio per il cambio d'appalto del servizio di manutenzione del Comune. La scorsa volta, a marzo, nonostante l'aula avesse deciso alla fine di non riunirsi sul Parco del mare per motivi tecnici, gli animalisti avevano comunque presenziato di fronte al Comune ed erano stati anche invitati da alcuni consiglieri a fornire i contenuti di quella che è la proposta alternativa all'Acquario di Porto Lido. Si tratta di un acquario virtuale sulla scia di quello già realizzato a Diamante, in Calabria. «Attraverso schermi fruibili in 6D, pure con gli occhiali appositi, e postazioni touch screen e monitor, si potrebbe piuttosto raccontare la natura partendo dalla storia - hanno detto Silvia Cossu e Francesca Vitturi -, dal Big bang, fino ai giorni nostri in maniera interattiva, spiegare l'ambiente marino del Golfo di Trieste, la conservazione dell'ecosistema, proiettare immagini registrate e in diretta dalla webcam posta nei fondali della riserva marina di Miramare, vedere i vertebrati in scala, si avrebbe comunque l'opportunità di racchiudere cultura, turismo e occupazione ugualmente». A questo tipo di attrazione si potrebbero poi collegare una postazione sull'enogastronomia triestina, con prodotti tipici. Insomma, questo sarebbe solo un progetto generale da sviluppare poi nei dettagli. «Ci sono tante altre cose da fare per Trieste con i milioni di euro a disposizione per il Parco», affermano i paladini del mare. Di sicura non vanno spesi per sostenere la cattività, «sia perché provoca stress agli animali, sia perché è un ergastolo senza colpa. Sappiamo che i committenti del Parco del mare hanno specificato che non metterebbero delfini all'interno, ma a noi non importa, non vogliamo alcuna specie di pesce rinchiusa». Se, come annunciato in aula, Paoletti & c. porteranno avanti il progetto, loro, gli animalisti si muoveranno di conseguenza. Intanto Fiom e i lavoratori di Siram spa, la ditta appaltatrice fino a luglio per la manutenzione degli impianti degli edifici comunali, assieme a Elettromeccanica e Pvb Solution per l'appalto ospedaliero, cercavano una risposta per i 32 lavoratori che chiedono «una clausola di salvaguardia, perché Cofely - ha affermato Carlo Tomei, Fiom -, la nuova ditta che prenderà le redini secondo l'appalto con affidamento Consip quest'estate dopo Siram, non ha dato garanzie su assunzioni e turni di lavoro. Operai e impiegati non vogliono finire come le addette della Dussman». La scorsa protesta, avvenuta a marzo, aveva visto la promessa da parte del sindaco di «farsi carico del problema - ha aggiunto -il sindacalista, così aveva detto al ritorno dall'Argentina, ma poi non l'abbiamo più sentito".

Benedetta Moro

 

Dal flop dell’Expo al miraggio ex Pescheria - Telenovela in piedi da 12 anni tra cambi di location, denunce degli ambientalisti e plastici dell’ Università
All’origine di tutto c’è un’Expo mancata. L’idea del Parco del mare nasce nel dicembre 2004 per elaborare il lutto del fallimento dell’Expo triestino. Antonio Paoletti, oggi come allora presidente della Camera di commercio, lanciò l'idea con tempismo perfetto già a bordo dell’aereo che da Parigi riportava a casa la delegazione triestina. «Partiamo subito con il più grande Acquario del Mediterraneo, una struttura da insediare proprio nel sito previsto per l'Expo, da qualche parte tra Barcola e il Porto vecchio». Già nel giugno del 2005 viene ultimato uno studio di prefattibilità, che individua quale localizzazione ideale il terrapieno di Barcola. Ma il sito si rivela ben presto impraticabile in quanto viene denunciata (dall’Associazione Amici della Terra), la presenza di diossina sul terrapieno e lo stesso viene quindi sequestrato, e recintato. E così rimane tuttora. Si rende così necessario trovare un’altra localizzazione del Parco del Mare, che viene individuata in Campo Marzio, precisamente nello spazio che ospita il mercato ortofrutticolo, destinato a spostarsi alle Noghere. Siamo già nel 2007 e nel mese di maggio viene realizzato lo “Studio di fattibilità del Parco del Mare” da parte di Costa Edutainment. Subito dopo, viene realizzato un plastico del progetto fatto dalla Facoltà di Architettura dell’Università di Trieste. Nel 2008 si comincia a mettere in dubbio la localizzazione in Campo Marzio per vari ordini di problemi. E quindi la faccenda si complica. Nuovo anno e nuova localizzazione: nel 2009 la localizzazione del progetto viene spostata all’area del Salone degli Incanti, ex Magazzino Vini (attuale Eataly) ed ex piscina Bianchi. A luglio il Consiglio comunale approva “L’atto di indirizzo per la pianificazione strategica dell'Ente e ipotesi realizzazione Parco del Mare”, con annessa la relazione sulla sostenibilità economico-finanziaria dell’allora assessore al Bilancio Giovanni Ravidà, approvata in una seduta del Consiglio Comunale. Ma dalle analisi si scopre che il Salone degli Incanti non è utilizzabile come Acquario a causa delle fondamenta non adatte a sostenere l’enorme peso delle vasche. Inoltre, l’area dell’ex piscina Bianchi sarebbe stata troppo esigua ed anche lo stesso magazzino vini non era adatto. Nel frattempo nel dicembre 2011 viene realizzato l’aggiornamento dello studio di fattibilità da parte della società Progetto Turismo Srl (che sarà revisionata nell’ottobre 2013), su richiesta dell’allora sindaco Roberto Cosolini. Nasce l’idea della localizzazione in Porto vecchio. Si iniziano i contatti con Greensisam, concessionaria di 5 magazzini nel Porto Vecchio per verificare la fattibilità di realizzare il progetto in 2 di questi magazzini. La realizzazione in tale location però si rivela troppo onerosa e l’ipotesi tramonta. Ma non è finita. All’inizio del 2014 dal cilindro viene tirata fuori la destinazione di Porto Lido sulle ceneri del progetto nautico statale naufragato prima di partire. E per il Parco del mare si accende una Lanterna.

 

 

Fumate rosse in Ferriera, la parola all’Arpa - Audizione in Comune per il direttore tecnico Sturzi. «Lavoriamo con Arvedi per evitare che si ripetano»
Sono entrate nell’aula del Consiglio comunale le “fumate rosse” della Ferriera - puntualmente documentate dai residenti di Servola e non solo -. E insieme a loro sono entrati i progetti di copertura dei parchi minerali. Molti i temi toccati l'altro giorno in aula, dove i presidenti della prima e sesta commissione, Antonio Lippolis (Ln) e Salvatore Porro (Fi), hanno invitato il direttore tecnico-scientifico dell'Arpa, Franco Sturzi (presente anche il consulente del Comune Pierluigi Barbieri), per fornire delucidazioni ai consiglieri comunali, al presidente della VII circoscrizione Roberto Sain, e ai comitati 5 dicembre, Fare Ambiente e No smog. E proprio quest’ultimo gruppo presieduto da Alda Sancin, accompagnata da alcuni residenti di Servola, ha mostrato in aula le immagini delle “fumate rosse” che fuoriescono dalla fabbrica in particolare la mattina presto. L’obiettivo era capire come sia possibile che «l’Arpa dica che la situazione è migliorata quando si verificano ancora episodi di questo tipo», ha commentato Porro. «A marzo 2016 le fumate rosse erano molto frequenti - ha sottolineato Sturzi - ed è stato studiato con il gestore il problema, abbiamo trovato una soluzione. Ora si ripropongono e dobbiamo ristudiare la questione perché ci sono un'infinità di operazioni che vengono svolte ogni giorno». Sul progetto di copertura dei parchi minerali, previsto dall'accordo di programma, presentato a fine gennaio da Arvedi alla Conferenza dei servizi, Sturzi ha ricordato che allora non era stato approvato. L'azienda dunque deve riformulare entro quattro mesi una nuova versione aggiornata. Nel frattempo dunque «è stato imposto dalla Regione ad Arvedi - ha affermato Sturzi - di implementare il sistema di irrigazione dei parchi per ridurre la polverosità». A questo proposito è intervenuta la responsabile Ambiente della giunta, Luisa Polli. «Visto che era passato un certo periodo di tempo dalla presentazione del progetto non accettato, e la Regione non aveva ancora dato un'indicazione a riguardo, l'amministrazione comunale aveva sollecitato la Regione stessa a fare una diffida, che è stata emessa a marzo e che obbliga Arvedi a riproporre un progetto per la copertura entro quattro mesi». Ma Sturzi ha voluto anche far sapere che «è importante la qualità della gestione, se mal fatta può inficiare gli interventi di risanamento. Nel nostro lavoro cerchiamo di intercettare le criticità e di accogliere le proposte dei comitati. Ciò ci permette di agire, di fare pressing, di intervenire sul sistema di gestione». Sono seguite domande relative al tipo e alla cadenza delle visite di Arpa nell'azienda. Il direttore ha detto che sono stati effettuati 62 ingressi nel 2016. Aggiungendo una data: «Entro l’anno avverrà il rifacimento della bocca dell'altoforno, che determina le caratteristiche emissive dell'altoforno. Quanto all’inquinamento acustico - ha concluso - è migliorato ma non abbastanza».

(b.m.)

 

 

Minidiscarica di rifiuti vicino a Rio Ospo - I volontari di MujaVeg hanno raccolto cinquanta quintali di immondizie abbandonate: lattine, copertoni, tv e un gommone
MUGGIA Circa 50 quintali di rifiuti sono stati raccolti nella giornata ecologica organizzata dai volontari del MujaVeg. Una mattinata trascorsa a ripulire un’area verde che circonda la zona industriale di Muggia tra via Flavia e via di San Clemente, dove da poco è stata peraltro realizzata una pista ciclabile che affianca il rio Ospo. Muniti di guanti e sacchi neri, i volontari dell’associazione dei vegetariani e vegani di Muggia hanno promosso l’attività aperta a tutta la cittadinanza. Assieme ai sacchetti portati dal vento c’erano rifiuti di tutti i tipi abbandonati volontariamente negli anni da persone prive di un minimo di senso civico. Tra i materiali raccolti lattine, bottiglie, secchi di pittura, copertoni, due televisori, un computer, lamiere, pentole e addirittura un intero gommone. «I boschi di Muggia sono pieni di rifiuti, non capisco come si possa esser così sporcaccioni», afferma Cristian Bacci, coordinatore dell’iniziativa. Bacci non ha dubbi: «Questi spazi sono la casa di centinaia di specie animali, e noi che rappresentiamo quella più intelligente, dovremmo tutelare ogni centimetro quadrato di bosco, non trattarlo come una discarica a cielo aperto». Terminata la fatica i volontari si sono gratificati con un succulento banchetto in stile vegano composto da humus, olive, pane fatto in casa ed estratti di frutta. «Nonostante le tante campagne informative svolte per sensibilizzare la cittadinanza ad avere un comportamento responsabile nei confronti della natura vi sono ancora tante persone che se ne sbattono non seguendo i dettami del più elementare senso civico», ha commentato stizzito l’assessore alla Promozione della città Stefano Decolle. Una situazione che coinvolge anche Muggia. «Purtroppo accade anche da noi, quotidianamente: dal centro storico in cui i cani scorrazzano liberamente effettuando i loro bisogni senza che i padroni poi intervengano, sino alle zone verdi di periferia dove viene lasciato di tutto puntando sull’impunità che può essere garantita dall’isolamento dei boschi». A tale proposito sarà molto interessante capire quale sarà la reazione dei muggesani dinanzi all’instaurazione del regime di raccolta dei rifiuti “porta a porta” che entro pochi mesi dovrebbe iniziare a prendere concretamente piede a Muggia come già accade nella vicina San Dorligo della Valle. Intanto MujaVeg annuncia che altri eventi simili saranno proposti nelle prime domeniche dei prossimi mesi, in concomitanza con l’apertura della piazzola ecologica di Muggia. Maggiori dettagli saranno pubblicati sul sito e sui social dell’associazione Vegetariani e Vegani Muja, che domenica mattina sarà in piazza Marconi per promuovere una Pasqua senza agnelli e più in generale senza prodotti di origine animale. I volontari offriranno una porzione di pinza vegana a chi se la sentirà di guardare un filmato sulla macellazione degli agnelli.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - GIOVEDI', 6 aprile 2017

 

 

Riforma della legge sulle aree protette.

Serena Pellegrino ( SI – POSSIBILE): il tranello della partecipazione alla governance annulla l’obiettivo della valorizzazione dei territori, che vanno invece salvaguardati dallo sfruttamento delle risorse naturali per ottenere utili a basso costo.
“Ho assistito alla conferenza stampa di Federparchi, Uncem, Anci, Federbim e Unione Province Lombarde, dedicata alla legge di riforma della legge su parchi e aree protette, confermando le mie posizioni assolutamente critiche testo in discussione oggi alla Camera.” Lo dichiara la parlamentare Serena Pellegrino (Sinistra Italiana – Possibile) vicepresidente della Commissione Ambiente a Montecitorio. “ La posizione espressa in conferenza stampa è chiara ed inequivocabile: sono convinti che aprendo la partecipazione alla governance e facendo parte dei consigli di amministrazione potranno incidere sulle scelte. Invece si ritroveranno per l’ennesima volta al cappio delle multinazionali dell’energia che, in nome di quattro spiccioli sotto forma di servizi eco sistemici e di compensazioni una tantum, e nascoste dietro il paravento del presunto sviluppo sostenibile, continuano a promuovere il percorso dell’economia lineare devastante per l’ambiente e per le comunità, così come l’abbiamo conosciuta e subita negli ultimi 40 anni.” Conclude Pellegrino: “ La legge 394/91 era nata per salvaguardare e conservare aree che altrimenti sarebbero state deturpate e impoverite, pratica scellerata diffusa in tutto il territorio. Rafforzare il ruolo delle aree naturali protette si può fare in un’unica direzione, quella che non arretra dalla funzione di tutela e salvaguardia e valorizza un territorio incrementando le sue potenzialità culturali, naturali e paesaggistiche, non certo sacrificandolo come una mera risorsa con la quale fare utili a basso costo. Non esiste la nuova ecologia se prima non abbiamo realizzato l’ecologia stessa.”
 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 6 aprile 2017

 

 

Spunta la petizione “pro” Parco del mare - OGGI IL DIBATTITO
Petizione che va, petizione che viene. Una settimana fa era stata ritirata quella contro presentata dal Comitato La Lanterna. Tre giorni fa ne è apparsa una a favore lanciata da Mauro Di Ilio, presidente dell’Associazione commercianti al dettaglio. Il Parco del Mare a Porto Lido, di cui si dibatte oggi alle 18 in Consiglio comunale, produce petizioni e sentimenti opposti. In piazza Unità stasera ci saranno anche gli animalisti per esprimere pacificamente il fermo dissenso al progetto. L’evento è nuovamente organizzato da Leal e Comitato Trieste per gli animali che hanno «preparato una breve bozza illustrata per un progetto alternativo che non utilizza alcuna specie vivente, improntato sulle nuove tecnologie che permettono la conoscenza e l’apprendimento della scienza e della natura grazie ad un’innovativa realtà multimediale». All’audizione pubblica in aula ci saranno i promotori tra cui Antonio Paoletti (Camera di commercio Venezia Giulia). A presenziare alla discussione è stata invitata anche la portavoce del Comitato La Lanterna Giorgetta Dorfles, forte della petizione ritirata che aveva superato le 1.300 firme. La petizione a favore invece stenta a decollare. In tre giorni ha raggiunto solo 40 sostenitori. «La realizzazione del Parco del mare a Trieste è un’opportunità, al momento, l’unica reale opportunità, per dare a questa città lavoro e turismo. Il Parco del mare a Porto Lido infatti si trova in una posizione perfetta, che renderà visitabile con facilità tutta la città da parte degli utenti del Parco», si legge nelle motivazioni della petizione indirizzata al Comune anche se l’area interessata è demaniale e fa capo all’Autorità portuale. La petizione a favore usa come immagine il concept progettuale di Peter Chermayeff considerato già superato. Le motivazioni addotte sono quelle del progetto ufficiale: «Inoltre porterà ad un incremento della sosta media che il turista attualmente fa a Trieste, ed è indubbio il forte impulso economico ed occupazionale che da ciò deriverebbe. Non ultima la riqualificazione di un ex zona industriale in disuso ed ora abbandonata. Il Parco del mare è la dimostrazione che a Trieste si può». A favore del progetto anche la sottoscrizione di realtà economiche e associazioni di categoria cittadine. «Entro tre anni dal rilascio delle autorizzazioni necessarie, i triestini potranno contare su una realtà che genererà vantaggi per tutta la città - si leggeva nel messaggio a pagamento sul giornale-. Si avverte un cambiamento di mentalità, un’iniezione di ottimismo che non può che far bene al nostro territorio». Questa sera si capirà se l’ottimismo ha contagiato anche il Consiglio comunale.

(fa.do.)

 

 

La Regione adotta la Riserva di Miramare - Contributo di 70mila euro per un ricco programma didattico e divulgativo aperto a scuole e non solo
Avrà magari degli alberi colposamente spelacchiati e delle aiuole inesistenti, ma l’area di Miramare eccelle almeno in una cosa: la sua Riserva marina. Di qui la decisione della Regione di “adottarla”, subentrando in questo alla disciolta Provincia. Primo risultato, un corposo calendario di eventi divulgativi e scientifici programmati per il 2017, grazie a un contributo di 70mila euro assegnato a quella che l’assessore regionale alle Infrastrutture e territorio, Mariagrazia Santoro ha definito ieri «l'emblema della ricchezza del nostro alto mare Adriatico e della sua complessità marina». «La costa - ha aggiunto la Santoro - è un tema centrale del Piano paesaggistico regionale, di cui l'area di Miramare sarà partner con iniziative specifiche». Dal canto suo il direttore della Amp Miramare, Maurizio Spoto, ha ribadito come per l'area protetta, gestita dal Wwf Italia la nuova collaborazione rafforzerà ancor di più il suo ruolo «per valorizzare tutto il comprensorio di 100 chilometri di costiera dagli ambienti carsici, fino alle lagune». Il primo evento è la due giorni di convegno e workshop tecnico "La Natura: una bella storia, da raccontare sul campo e nei centri visite", in programma domani e dopodomani a Trieste, organizzata con il patrocinio dell'Associazione italiana guide ambientali escursionistiche (Aigae), del network delle Aree protette costiere e marine del Mar Adriatico (Adriapan) e dell'Associazione italiana direttori Aree protette (Aidap) con PromoTurismoFvg. Una parte degli eventi è rivolta ai bambini dai 3 ai 6 anni con "Piccoli incontri con la Biodiversità", 15 appuntamenti speciali dedicati alla conoscenza della biodiversità adriatica. Ancora: gli "Aperitivi scientifici in riva al mare", come ha ricordato Sara Famiani , sono destinati un pubblico adulto, per conversare sulla rete di relazioni tra habitat, specie animali e vegetali, marine e costiere e le attività antropiche. Interessante, oltrechè novità assoluta, che le uscite di sea watching in barca nell'ambito delle campagne di monitoraggio sulla fauna marina della riserva e del Golfo di Trieste tra Muggia e Lignano, aperte a universitari, studenti di scuole superiori ma anche semplici cittadini. La proposta scientifica per le scuole interesserà nell'autunno 2017 una trentina di classi del territorio regionale, per 800 studenti, con il progetto "Coste e spiagge del Friuli Venezia Giulia: come la terra incontra il mare", focalizzato sul paesaggio costiero di Duino (Info: 040 224147- interno 3 o mail info@riservamarinamiramare.it). Col supporto della Regione, è stato detto infine, l'Area marina protetta di Miramare potrà dare continuità a due campagne di ricerca scientifica e monitoraggio su specie target per la riserva, in particolare le tartarughe marine, i cetacei, il Marangone dal ciuffo e la Pinna nobilis.

Furio Baldassi

 

DUINO AURISINA - Disponibili i moduli per i permessi alle Falesie

È disponibile la modulistica per presentare le domande per il rilascio dei contrassegni autorizzativi per l’accesso nell’area marina della Riserva naturale regionale delle Falesie di Duino. Per informazioni è possibile rivolgersi all’ufficio Lavori pubblici del Comune di Duino Aurisina il martedì e il giovedì dalle 10 alle 12 oppure all’indirizzo falesie @comune.duino-aurisina.ts.it.

 

 

CENTRO ITALO SLOVENO - Dibattito su minoranze e rappresentatività
Domani alle 18 al Centro italosloveno Danilo Dolci - Casa per la Pace di via Valdirivo 30 si terrà un incontro su “La futura legge elettorale: diritti di rappresentanza in parlamento delle minoranze linguistiche del Fvg”. Introdurrà Stefano Ukmar, che ha seguito il dibattito in Consiglio regionale, dove è stato recentemente approvato a larga maggioranza un testo intitolato “Voto alle camere” che chiede a Roma il riconoscimento di una rappresentanza in Parlamento delle minoranze del Fvg. Invitati esperti della materia, associazioni slovene e forze politiche e sindacali interessate. «Tale rappresentanza - si legge nella presentazione di Luciano Ferluga per il Comitato organizzatore - non è garantita dall’attuale normativa, l’Italicum, in quanto prevede soglie di sbarramento del 20% per le liste rappresentative di comunità linguistiche su base circoscrizionale e quindi regionale» e «tale regime è derogato per Trentino Alto Adige e Val d’Aosta».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 5 aprile 2017

 

 

Beni comuni tra diritto, etica e pratica - il convegno
Una due giorni per parlare di “Beni comuni tra diritto, ethos e pratiche sociali”: appuntamento (aperto a tutti) venerdì e sabato nell’aula magna dell’Università di via Filzi 14. La scaletta: venerdì alle 15.30 si approfondirà il tema “Governo dei beni comuni ed economia fondamentale”: presiede il convegno Fulvio Longato, dell’Università di Trieste. Si discuterà, quindi, di “Beni comuni e ragione economica” (con Ottavio Marzocca, Università di Bari), “Economia fondamentale, territorio e beni comuni” (con Filippo Barbera, Università di Torino) ed “È possibile una “ecologia costituzionale”?” con Michele Carducci, Università del Salento. Ne discutono Giorgio Osti, Università di Trieste e Luigi Pellizzoni, Università di Pisa. Sabato - dalle 9.30 - il tema generale è “Prospettive globali e tendenze locali”, presiede il convegno Marcello M. Fracanzani (Università di Udine). Che poi verrà sviluppato su “La natura bene comune e le modalità della sua tutela” (Serena Baldin, Università di Trieste), “Il diritto all’acqua in Slovenia” (Franc Grad, Università di Lubiana), “Il diritto all’acqua in Spagna” (Juan José Ruiz Ruiz, Università di Jaén), “Le community energy utilities” (Matteo Fermeglia, dottorato interateneo Università Udine–Trieste), “Dai beni pubblici ai beni comuni?” (Andrea Crismani, Università di Trieste), “L’economia solidale nel sistema regionale” (Leopoldo Coen, Università di Udine).

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 4 aprile 2017

 

 

Tre milioni per rifare piazza Sant’Antonio - L’intervento programmato dalla giunta nel 2018. Il sindaco Dipiazza: «Cominceremo dalle vie Ponchielli e Paganini»
Piazza Sant’Antonio non resterà un’isola infelice nella generale redenzione del Borgo Teresiano: il Piano triennale delle opere ha appostato 3 milioni di euro nel 2018, puntando a ottenere un contributo regionale per la risistemazione dello spazio urbano che si estende tra via Roma e la scalinata della grande chiesa neoclassica. Lo ha annunciato ieri pomeriggio il sindaco Roberto Dipiazza, insieme all’assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, a latere dell’inaugurazione del cantiere che ripavimenterà con i masegni le sponde del Canal Grande. La strategia dell’intervento, delineata dal primo cittadino, è chiara: «Via Cassa di Risparmio, via Trento, Ponterosso sono a posto. I lavori in via XXX Ottobre partiranno a breve. Le sponde del Canale saranno approntate entro la fine del gennaio 2018». Nel contesto valorizzante di quest’area centrale - ha spiegato Dipiazza - «Piazza Sant’Antonio non può restare indietro, anche se, in una fase in cui certo le pubbliche risorse non abbondano, non ci dedicheremo ai giochi d’acqua». Il sindaco fa critico riferimento al concorso di idee, che era stato lanciato dalla giunta Cosolini nella parte finale del precedente mandato, concorso nel quale un’ipotesi progettuale era stata la riapertura del Canale fino alla chiesa. «Inizieremo “circondando” la chiesa con il rifacimento di via Ponchielli e di Paganini, poi provvederemo a restaurare la parte posteriore di Sant’Antonio, che si affaccia in via delle Torri». Gran finale con la piazza: «Fontana, verde, pavimentazione: le ridaremo dignità». Elisa Lodi è d’accordo e informa che la progettazione relativa alla piazza sarà eseguita dagli stessi uffici comunali. Intanto riflettori puntati sulle sponde: insieme ai tecnici dell’amministrazione (Luca Folin e Laura Visintin) e agli imprenditori coinvolti (Fabrizio Pertot e Paolo Rosso di Trieste Manutenzioni), Dipiazza ha illustrato i principali passaggi dell’opera: costerà - compresi alcuni lavori di AcegasApsAmga nel sottosuolo - 1,1 milioni e si protrarrà fino all’inizio del prossimo anno. E si articolerà in due fasi distinte: la prima sponda interessata sarà via Bellini (Ponterosso e lati dei palazzi Genel e Carciotti), da qui ad agosto, per consentire ai pubblici esercizi della dirimpettaia via Rossini di condurre a termine la bella stagione. Poi, da settembre fino alla conclusione, il cantiere attraverserà il Canale e durante l’autunno procederà a sistemare via Rossini. «Allungare il centro» è la parola d’ordine adottata da Dipiazza. In analogia con quanto è accaduto tra Cavana e via Torino, dove alla riqualificazione è seguito lo sviluppo edilizio e commerciale. Il ragionamento si sposta nella parte settentrionale del centro: «Finalmente miglioreremo l’aspetto di piazza Libertà. via Trento collegherà la zona della stazione ferroviaria con il Canal Grande e, tramite il “ponte curto”, con via Cassa di Risparmio». Canal Grande, Ponterosso, Sant’Antonio costituiscono un’area di grande interesse urbanistico e architettonico, dove convergono, sui terreni strappati alle saline, due secoli di storia economica e culturale triestina, firmata dai nomi di Matteo Pertsch, di Giovanni e Arduino Berlam, di Giovanni Righetti, di Antonio Bacicchi. All’interno di questa zona di pregio campeggia la considerevole mole di palazzo Carciotti, che occupa un intero isolato tra le Rive, via Bellini, via Genova, via Cassa di risparmio. La giunta Dipiazza ha deciso di inserirlo “tutto” (compresa la parte anteriore) nei beni da alienare e ha previsto di metterlo all’asta nel 2018: il valore dovrà essere aggiornato con una nuova stima, che si ritiene potrà aggirarsi sui 25 milioni.

Massimo Greco

 

L’ex caserma della Polstrada “scomparirà” entro agosto - Nel futuro spazio un asilo nido e un parcheggio

Giovedì l’apertura delle buste per la gara dei lavori nel cuore di Roiano - Il via prima del 20 maggio, pena la perdita dei finanziamenti statali - Corso d’acqua interrato - L’area è attraversata da un tratto del torrente Roiano - Polveri sottili - Un impianto con cannoni nebulizzatori le farà depositare a terra - CISTERNE da rimuovere - Cinque i serbatoi che dovranno essere eliminati
Sono passati più di vent’anni, ma a questo punto non c’è rinvio che tenga. Entro il 20 maggio deve aprire il cantiere per i lavori di demolizione degli edifici dell’ex caserma della Polstrada, a Roiano, pena la perdita dei finanziamenti statali legati al Prusst (Piano di riqualificazione urbana e sviluppo sostenibile del territorio) riguardante appunto la riconversione dell’estesa area (8mila metri quadri) nel cuore del popoloso rione. Giovedì prossimo, negli uffici dell’Area lavori pubblici del Comune, verranno aperte le buste delle imprese invitate a fare le offerte, dopo che entro il 20 marzo scorso sono arrivate numerose manifestazioni di interesse. Trattandosi di lavori del valore inferiore (anche se di poco) al milione di euro, in base al Codice degli appalti il Comune ha potuto infatti procedere a una gara “negoziata senza bando”. Nelle ultime settimane il Servizio comunale edilizia pubblica ha intanto approvato, con una determina dirigenziale, il progetto esecutivo delle demolizioni da effettuare nel comprensorio dell’ex caserma. Progetto che, fra i numerosi allegati, include anche il cronoprogramma dei lavori, che articola gli interventi fra l’inizio di maggio e la fine di agosto. Una volta allestito il cantiere, da metà maggio in poi il piano prevede la rimozione dell’amianto presente nei diversi edifici (tubazioni, canne fumarie, isolamenti e lastre di copertura), cui seguiranno quelle degli infissi esterni, dei pavimenti, dei rivestimenti interni e degli impianti. La demolizione degli edifici inizierà nella seconda metà di giugno e proseguirà fin verso il 20 agosto. Una settimana più tardi, dopo l’asfaltatura dell’area, è programmato lo smobilizzo del cantiere. A quel punto lo spazio “liberato” sarà pronto per la realizzazione del secondo lotto, che prevede l’edificazione di un asilo nido, di un parcheggio, una piazza e aree verdi. Tornando al cronoprogramma delle demolizioni, va ricordato che l’intera area è attraversata da un tratto interrato del torrente Roiano. Per questo nel progetto esecutivo si sottolinea che “in tutte le fasi di demolizione delle fondazioni degli edifici dovrà essere prestata particolare attenzione a non arrecare danni alla copertura del torrente”. Fra gli interventi preparatori alle demolizioni vere e proprie, il progetto prevede anche l’allestimento di un impianto per l’abbattimento delle polveri sottili, con l’utilizzo di cannoni nebulizzatori, per fare depositare le polveri a terra ed evitare che si risollevino al passaggio dei mezzi del cantiere. Dovrà anche essere predisposto un impianto per il lavaggio delle gomme degli autocarri che usciranno dall’area. Quanto alle demolizioni, il progetto fissa una sequenza ben precisa che inizia con l’estesa autorimessa-officina (lato sud), e prosegue con la palazzina uffici, previa demolizione del corpo di collegamento con la palazzina comando. Si passerà poi a demolire quest’ultima, l’edificio più alto del comprensorio (tre piani più uno interrato), e di alcune strutture a un piano. Una di queste, confinante con via Villan de Bachino, era adibita a ricovero per veicoli. Un’altra, che si affaccia su via Montorsino, era usata come box auto, depositi e uffici. Da demolire anche un deposito/spogliatoio utilizzato a suo tempo dalla Nettezza urbana. Ultimata questa fase si procederà alla bonifica e alla rimozione di cinque cisterne interrate (tre delle quali già inertizzate) e delle fosse Imhoff. A quel punto si passerà alla demolizione di tutti gli elementi ancora presenti (compresi quelli interrati) che potrebbero interferire con la fase successiva, alla bonifica di eventuali ordigni bellici (che però non sembra siano presenti) e alla messa in luce della volta del canale interrato. Quest’ultima operazione servirà a verificare lo stato di conservazione della struttura del canale, e a stabilire le indicazioni tecniche per eventuali consolidamenti del manufatto.

Giuseppe Palladini

 

Nel futuro spazio un asilo nido e un parcheggio

Sull’area ricavata dalla demolizione dell’ex caserma, nascerà un “polmone” atteso da molti anni dagli abitanti di Roiano. A cominciare da un asilo nido per 60 bambini, per proseguire con un parcheggio seminterrato la cui copertura, sul lato di via dei Moreri, diverrà una piazza pavimentata (800 metri quadri) per spettacoli e altre manifestazioni. La restante parte della copertura del parcheggio (1.500 metri quadri) sarà destinata ad aree gioco. Questo spazio di aggregazione sarà completato da un’estesa zona verde alberata (1.000 metri quadri) adiacente a via dei Moreri. Su lato di via Montorsino è invece previsto un “bosco urbano” (1.300 metri quadri) lastricato e arredato.

 

 

L’aula di San Dorligo sceglie Codroipo per la raccolta rifiuti - Servizio alla A&T 2000 spa in cui il Comune entra come socio

L’opposizione insorge. Il sindaco Klun: «Decisione obbligata»
SAN DORLIGO DELLA VALLE - A partire dal prossimo mese di luglio, nel territorio comunale di San Dorligo della Valle sarà la società in house multicomunale A&T 2000 spa a gestire il servizio della raccolta rifiuti. Lo ha deciso la maggioranza del Consiglio comunale, stabilendo anche di acquistare, per un importo pari a 19.700 euro, una quota della spa che ha sede a Codroipo, per affidarle il ciclo dei rifiuti da gestire in base al modulo in house providing. La società A&T 2000 si occupa della gestione integrata del ciclo dei rifiuti in una cinquantina di Comuni della provincia di Udine, garantendo il servizio a oltre 200mila abitanti e conta, attualmente, su una trentina di dipendenti che, stando alle recensioni ufficiali, hanno già dimostrato di avere una notevole esperienza, acquisita sul campo, mostrando di essere una realtà dinamica. Il modello dell’affidamento in house della gestione dei servizi pubblici locali è stato introdotto nell’ordinamento nel 2003. La relativa normativa, come ha confermato anche il Consiglio di Stato, stabilisce che per “in-house providing” si intende la fattispecie nella quale «per la gestione di un servizio, una pubblica amministrazione si avvale di una società esterna, cioè soggettivamente separata, che però presenti caratteristiche tali da poter essere qualificata come una derivazione o una longa manus dell’ente stesso. Da qui, l’espressione in house, che richiama una gestione in qualche modo riconducibile allo stesso ente affidante o a sue articolazioni». La decisione presa dalla maggioranza ha scatenato le proteste dell’opposizione. Boris Gombac, capogruppo della lista che porta il suo nome, ha annunciato che «saranno organizzate, nelle varie frazioni del territorio, pubbliche assemblee per spiegare che è stato commesso un errore». Roberto Massi, di Forza San Dorligo, ha ricordato che «avendo già a disposizione una società locale che operava al meglio (la Italspurghi, ndr) bisognava avere per essa un occhio di riguardo», chiedendo poi se la A&T 2000 di Codroipo costerà di più. Danilo Slokar, della Lega Nord, ha criticato la decisione: «Andiamo a partecipare in una società che conosciamo poco o niente, che non ha base qui a San Dorligo, che dovrà spostarsi, creando una struttura che costerà». Giorgio Gherlanz, del Fronte per l’indipendenza del Tlt ha espresso anch’egli «perplessità sulla decisione della maggioranza». Il sindaco Sandy Klun ha evidenziato che «il contratto è in scadenza, perciò bisognava provvedere. La Italspurghi funziona bene - ha aggiunto - ma le normative non permettono altre scelte». Italspurghi, per un costo di circa 250mila euro all’anno, provvedeva alla raccolta dell’indifferenziata e alla gestione delle isole ecologiche. Gianfranco Cergol, amministratore delegato della Italspurghi, ha già detto che «la perdita del contratto comporterà purtroppo il licenziamento dei tre dipendenti che operavano a San Dorligo della Valle». Nel corso della seduta d’aula, Klun ha anche annunciato l’avvio dei lavori di straordinaria manutenzione di alcuni tratti della strada di Puglie di Domio, dell’ampliamento della rete di pubblica illuminazione in varie frazioni del territorio e della manutenzione del rio Dolina.

Ugo Salvini

 

 

 

 

EHABITAT.it - LUNEDI', 3 aprile 2017

 

 

Antropocene: cambiamenti climatici 170 volte più veloci a causa dell’uomo. Scoperta l’equazione

Gli scienziati sono ormai consapevoli da tempo del fatto che le attività umane sono alla base dei cambiamenti climatici in atto, ma ora due ricercatori della Stockholm Resilience Centre, Will Steffen e Owen Gaffney, hanno pubblicato un nuovo studio nel quale sono riusciti a quantificare precisamente l’impatto della specie umana sulla Terra.
Attraverso un’equazione unica nel suo genere definita ‘Equazione dell’Antropocene’, i due studiosi hanno dimostrato che l’attività umana sta causando l’innalzamento della temperatura terrestre ad una velocità molto più elevata rispetto al solo influsso esercitato dalle forze naturali. “L’impatto umano sui cambiamenti climatici assomiglia più allo schianto di un meteorite che ad un mutamento lento e graduale” ha dichiarato Steffen al The Guardian. Il lavoro dei due ricercatori ha messo in luce come, per la maggior parte dei quattro miliardi e mezzo di anni di esistenza della Terra, le forze geofisiche e astronomiche abbiano modificato il pianeta provocando un tasso di variazione della temperatura di 0.01 gradi Celsius per secolo. Nel corso degli ultimi sessant’anni, invece, il cambiamento è stato determinato per la maggior parte dagli esseri umani. Nello specifico, negli ultimi 45 anni le emissioni di gas serra rilasciate nell’atmosfera hanno causato un aumento della temperatura di 1.7 gradi Celsius. Il tasso di variazione della temperatura terrestre indotto dall’attività umana è stato pertanto 170 volte più veloce rispetto a quello determinato dalle sole forze naturali.
Per mettere a punto l’equazione, i due ricercatori hanno esaminato il tasso di variazione in quello che loro hanno definito come ‘il sistema di supporto vitale della Terra’, che include l’atmosfera, gli oceani, i corsi d’acqua, le foreste, le zone umide, i ghiacci perenni e la biodiversità. “Non stiamo dicendo che i cambiamenti dovuti alle forze astronomiche proprie del nostro sistema solare o ai processi geologici siano scomparsi, ma che in termini di impatto a breve termine essi siano trascurabili rispetto all’influenza esercitata dagli esseri umani. Sintetizzare questo concetto sotto forma di una semplice equazione permette di esprimere la situazione attuale con una chiarezza che il grande ammontare di dati e informazioni a nostra disposizione spesso, paradossalmente, non consente” continua Steffen. Nelle conclusioni del loro lavoro Steffen e Gaffney affermano, ancora una volta, l’importanza di ridurre il nostro impatto distruttivo sul pianeta, allo scopo di mitigare almeno in parte gli effetti avversi dei cambiamenti climatici in atto, e ricordano che il cambio di rotta deve avvenire in fretta, prima di raggiungere il fatidico punto di non ritorno. Un cambio di rotta che tutti possiamo promuovere e di cui siamo tutti responsabili a partire dai nostri più piccoli gesti quotidiani, aggiungiamo noi. Perché, citando il docu-film ‘This changes everything’, “se bevi dell’acqua e respiri dell’aria questo riguarda anche te”.

Alessandra Varotto

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 3 aprile 2017

 

 

SUPER PULIZIE A SISTIANA - Il Ricovero Marchesetti rivive grazie ai migranti
DUINO AURISINA «Ci rendiamo conto che le immagini non rappresentano un gran bello spettacolo, ma questa è la situazione della dolina nota come Ricovero Marchesetti, a Sistiana». Una situazione per la quale si devono ringraziare «almeno 40 anni di incuria e qualche gommista che ha “risparmiato” costi di smaltimento buttando una ventina di enormi gomme di camion da 50, 60 chili l’una, faticosamente trasportate in superficie da una cinquantina di persone». Chi scrive è Dario Gasparo, il super prof appena celebrato nella “top five” degli insegnanti d’Italia, e accolto dai suoi studenti come una star dopo le premiazioni a Dubai, che qui interviene come responsabile dell’associazione Miti, una delle realtà di volontariato che ha promosso nel week-end la grande operazione di pulizia dell’area verde a ridosso del centro di Sistiana chiamata appunto Ricovero Marchesetti, teatro tra le altre cose di rifugi di fortuna di combattenti in particolare durante la Prima guerra mondiale. Le immagini a cui Gasparo fa riferimento, se qualcuno ne fosse interessato, sono visibili attualmente al link https://goo.gl/photos/9vSRkWZvhSzbGPQ48, e qui sopra ne pubblichiamo una. C’è però un elemento che contribuisce a fari sì che questa iniziativa - riguardante un’attività certamente meritoria - già di per sé - raggiunga i crismi di notizia autentica, fuori dall’ordinarietà: «Svariate tonnellate di ferraglia arrugginita e diversi metri cubi di plastica», come scrive lo stesso Gasparo, sono stati «ripuliti da circa 30 migranti» da «Afghanistan, Pakistan, Turchia, Camerun eccetera» nonché da «una ventina di volontari della associazione Miti, Ics, Cat, Casa cave, Trieste altruista e Casa internazionale delle donne». Un lavoro immenso «ma la bella giornata di sole e la conclusione con un ricco pasto sotto al ciliegio in fiore hanno ripagato dello sforzo».

 

 

I Cittadini per il golfo si lanciano in politica - Gli ambientalisti rompono gli indugi in vista del voto a Duino Aurisina: due liste (mare e Carso) e Canonici candidato sindaco
DUINO AURISINA Alla fine hanno deciso. Si candideranno alle prossime amministrative per il rinnovo del Consiglio comunale di Duino Aurisina. E lo faranno presentando due liste, ovviamente con identico programma, in modo da calamitare da un lato i voti delle frazioni del Carso, dall’altro quelli dei borghi più vicini al mare. I Cittadini per il golfo, a poco più di due mesi dal voto, fissato per l’11 giugno, entrano ufficialmente nella corsa per governare il Comune, individuando in Tiziano Canonici il candidato sindaco e in Danilo Antoni il capolista. Un mossa che non sorprende: sorti qualche anno fa come movimento ambientalista, con lo specifico obiettivo, all’epoca, di lottare contro il rigassificatore del Timavo, nel tempo i Cittadini per il golfo si sono interessati di molti problemi, approfondendo le tematiche sociali ed economiche del territorio, arrivando a prendere una precisa posizione, recentemente, anche sul discusso possibile arrivo, a Duino, della confraternita senegalese dei “mouride”. «Abbiamo preso la decisione di puntare al governo del nostro territorio - spiega Antoni - perché abbiamo capito che i partiti tradizionali non sono più in grado di affrontare e risolvere i problemi della gente. Non vogliamo sostituirci a loro - precisa - ma abbiamo visto che è necessario andare sul concreto e per questo serve sparigliare le carte, cambiare veramente, andare alla soluzione reale dei temi sul tappeto». Al primo punto del programma dei Cittadini per il golfo, che stanno ancora valutando se conservare la denominazione originaria del movimento, oppure optare per un nome nuovo, c’è ovviamente la tutela del territorio. «Su questo argomento - continua Antoni - sappiamo che la gente comune può dire cose importanti e noi daremo alla gente la possibilità di farlo. Vorremmo diventare un esempio per gli altri comuni - prosegue - coinvolgendo i proprietari nella gestione delle riserve, le attività economiche e cultuali nella promozione del territorio, la società di Portopiccolo nei progetti che riguardano la collettività, come le palestre e le scuole». Il candidato sindaco Tiziano Canonici - triestino di 43 anni, papà umbro e mamma istriana, laureato in Storia antica all’Università, dove ha poi conseguito un dottorato di ricerca in Geomatica, la disciplina che utilizza le moderne tecnologie informatiche per applicarle al rilevamento e al trattamento dei dati ambientali e territoriali - guarda direttamente al risultato. «Fare due liste ci è sembrato logico, vista la conformazione del nostro territorio - osserva - perché Duino Aurisina è un comune che deve affrontare problemi di un tipo nella parte carsica del territorio, e altri sulla costa. Di conseguenza - prosegue - ci sono priorità diverse a seconda dei territori di riferimento. Poi certo, alla fine - evidenzia - si tratta di trovare la sintesi migliore possibile sul piano tecnico amministrativo per il bene di Duino Aurisina». Nel suo curriculum si legge che si occupa di archeologia e computer, che ha lavorato come archeologo e che ha insegnato nelle Marche e in Liguria. Approdato a Duino per scelta, Canonici si è sposato e ha avuto due figli, abbandonando l’archeologia, per diventare consulente informatico nella sede di Trieste del gruppo Allianz, dove opera tuttora. «Voglio mettere al servizio della collettività le mie esperienze e il mio bagaglio culturale - conclude - perché a Duino Aurisina bisogna cambiare registro».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 2 aprile 2017

 

 

MELENDUGNO (LECCE) - Alta tensione sul gasdotto fra “No Tap” e polizia
Ancora una giornata di tensione a Melendugno (Lecce) dove non si placa la protesta per la realizzazione del gasdotto Tap. Ieri i manifestanti, tra loro tante donne e bambini, dopo una mattinata di barricate davanti al sito di stoccaggio dove vengono portati gli ulivi espiantati, hanno ottenuto un nuovo stop dei lavori che erano ripresi a sorpresa all’alba. Ma a fine giornata il risultato portato a casa ha più le sembianze del successo di bandiera che dell’affermazione vera e propria all’interno di un braccio di ferro il cui destino appare sempre più segnato. I numeri parlano chiaro: dei 211 ulivi da rimuovere sono già 183 quelli sradicati. Ieri, grazie al blitz a sorpresa arrivato dopo due giorni di pace armata e di sospensione dei lavori, ne sono stati trasferiti 30 dal cantiere al sito. E sarebbero stati di più se le barricate erette da alcune centinaia di persone dinanzi all’accesso del sito di stoccaggio non avessero impedito ad alcuni camion l’ingresso. La mediazione, raggiunta con Questura e Prefettura poco prima delle 14, ha fatto sì che il blocco stradale fosse rimosso in cambio del dietrofront dei quattro mezzi incolonnati davanti al sito. Altri sei camion pronti a partire dal cantiere con il loro carico di ulivi a quel punto sono rimasti fermi. Al netto di quelli già espiantati e ancora da portare a Masseria del Capitano (in tutto 25 piante) sono solo 18 gli ulivi da sradicare per rendere operativo il progetto. Intanto si registra un episodio i cui contorni sono ancora incerti: l’esplosione di due petardi davanti all’uscita secondaria dell’hotel che a Lecce ospita i poliziotti impegnati nei servizi di vigilanza al cantiere Tap. Lo stesso albergo dove ieri hanno dormito i giocatori del Lecce calcio. Le indagini diranno se si sia trattato di un gesto dimostrativo contro la squadra, reduce da un periodo no, o di una protesta “No Tap”. La giornata al cantiere di Melendugno era iniziata presto, con la ripresa delle attività. Una mossa a sorpresa - visto che la riapertura del cantiere era prevista per domani - e che aveva avuto il via libera della Questura di Lecce già nella serata di venerdì. Agenti in tenuta anti sommossa sono arrivati alle 6 per presidiare gli accessi lungo la strada provinciale. Sotto presidio anche il centro di stoccaggio di Masseria del Capitano dove vengono messi a dimora gli ulivi espiantati in attesa di essere nuovamente reimpiantati. Colti alla sprovvista, i manifestanti si sono radunati alla spicciolata e hanno continuato a farlo per tutta la mattinata spostando l’epicentro della protesta dal cantiere di San Basilio al sito di stoccaggio di Masseria del Capitano. In prima fila tante donne e bambini, ma anche una quindicina di sindaci del comprensorio salentino.

 

L’Espresso: «Minacciano senza smentire» - Oggi in edicola l’inchiesta del settimanale sul progetto per portare il gas dall’Azerbaijan in Puglia
ROMA L’Espresso in edicola oggi pubblica una inchiesta sul contestato maxi-progetto per portare il gas dell’Azerbaijan in Puglia, nel quale, scrive il settimanale «spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore». La multinazionale Tap (Trans Adriatic Pipeline), che dà il nome al progetto, reagisce anunciando querela e il direttore della testata, Tommaso Cerno, su Twitter replica: «La Tap minaccia (senza smentire una riga) L’Espresso per un’inchiesta sul gasdotto. Con protagonisti vicini alle cosche» scrive, dando appuntamento ai lettori in edicola. Le anticipazioni del servizio, intitolata “Attenti al mafiodotto”, sono state pubblicate ieri sul sito del settimanale - Nell’inchiesta - si legge - si «svelano i retroscena del maxi-progetto del Tap, partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 ulivi». L’Espresso ha potuto esaminare «documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo». «In questa Egl - scrive ancora L’Espresso - anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca» che, tornato in Svizzera, «ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un’indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi». L'articolo integrale de L’Espresso racconta altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia. «È arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile l’accostamento di Tap Ag e del progetto del gasdotto transadriatico alla parola mafia effettuato con un suggestivo titolo sul numero in uscita del settimanale L’Espresso» afferma la multinazionale in una nota, nella quale annuncia che «Tap provvederà nelle prossime ore a sporgere querela contro gli autori e il direttore del giornale». «Tap - prosegue la nota - è impegnata nella più rigorosa applicazione delle leggi e dei regolamenti italiani ed europei nella attribuzione di appalti e subappalti e ha da tempo sottoposto alla prefettura di Lecce un protocollo antimafia che garantisca la massima trasparenza».

 

 

Telenovela Acquario, parte la bonifica - Dopo 14 anni di attesa scatta la messa in sicurezza della passeggiata a mare lungo l’area di Muggia dichiarata inquinata
MUGGIA Quattordici anni per iniziare a mettere a posto 900 metri di passeggiata a mare. La lunghissima telenovela di Acquario si prepara a vivere la puntata più attesa: quella dell'inizio dei lavori di bonifica. Il terrapieno, come noto, è “congelato” dal lontano 2003, anno in venne classificato come sito inquinato dopo il blitz dei carabinieri del Noe e le indagini dell’Arpa, che accertarono la presenza ben oltre i limiti di legge di idrocarburi cancerogeni. In futuro la zona rimarrà ancora chiusa alla cittadinanza. «Ma si potrà fare il bagno in mare e stare sugli scogli, mentre l’area inquinata verrà invece recintata», spiega l’assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani. Il cantiere, partito da pochi giorni, riguarda dunque la bonifica della passeggiata a mare, lunga appunto poco meno di un chilometro. A completare l'opera verranno realizzate due ampie aree adibite a parcheggio all'inizio e alla fine del terrapieno per un totale di circa 100 parcheggi. Nell'ambito del monitoraggio ambientale previsto a corredo degli interventi di messa in sicurezza de lotto, è già stato effettuato “ante-operam” uno studio delle polveri mediante deposimetri della durata di 30 giorni. All’interno del sito si procederà, inoltre, con l'esecuzione della campagna di campionamento delle acque sotterranee sui 12 piezometri presenti nel sito. I lavori dureranno, meteo permettendo, 154 giorni. L'appalto è stato aggiudicato in seguito ad una procedura negoziata con il criterio del prezzo più basso e un importo a base d'asta dei lavori pari a 781mila 319 euro. Il lavoro è stato assegnato al Costituendo Rti formata dalle Imprese Vanuti Lino srl con sede legale a Tarcento e la Applicatori società cooperativa, avente sede legale a Basiliano, con un importo complessivo pari a 739mila 386 euro. «La proposta di variante del Comune prevede di mettere in sicurezza parte del terrapieno con tecniche innovative e rispettose dell'ambiente, ma anche economiche, rispetto alla soletta in calcestruzzo prevista nel progetto definitivo generale», puntualizza Bussani. La principale variazione in questo caso è anche economica: invece dell'impegno finanziario previsto all'inizio dell'anno scorso - possibile solo con l'alienazione di beni immobili da parte dell'amministrazione - il cantiere verrà “affrontato” con un avanzo di bilancio derivante da oneri di urbanizzazione accertato a fine dell'esercizio finanziario 2015. Un'operazione pari a circa la metà dell'importo previsto, ossia 850mila euro, ai quali si sono aggiunti ulteriori 122mila euro, provenienti da una sponsorizzazione privata, contro un milione e mezzo previsti ad inizio anno 2015. Il Comune dunque farà fronte con altri capitoli di spesa specifici per la realizzazione di quest'opera, senza necessariamente vendere i “gioielli di famiglia”. Soddisfatto Bussani: «Come promesso, stiamo proseguendo nel percorso di restituzione della costa ai muggesani. Cercheremo di realizzare il tutto nel minor tempo possibile». Il vicesindaco muggesano annuncia anche le prossime mosse: «Il Comune si rivarrà su chi ha causato l'inquinamento, perché al momento si sta sostituendo a chi l'ha provocato, come previsto dal Codice dell'ambiente, procedendo nelle bonifiche, con grande fatica e impegno finanziario, proprio per poter restituire alla città il prima possibile ciò di cui è stata privata per troppi anni». Dopo l’approvazione nella Conferenza dei servizi finale indetta dalla Regione a giugno 2015 del progetto definitivo di messa in sicurezza e bonifica del terrapieno, dopo aver trascorso 13 anni nel tentativo di rivalersi su chi aveva causato l'inquinamento, e dopo aver completato i lavori urgenti di messa in sicurezza del terrapieno che le mareggiate si stava portando via, il Comune di Muggia è quindi finalmente riuscito davvero nell'intento di iniziare i lavori di bonifica del primo lotto. A quando la bonifica della parte interna? La risposta è semplice: quando verranno recuperati i 3 milioni necessari.

Riccardo Tosques

 

Età lontane unite nel rispetto dell’ambiente - Con “Esistenze 2017” gruppi composti da under 14 e over 65 hanno lavorato su ecosistema e natura
Dal 2002 al 2016 l’età media in Friuli Venezia Giulia è aumentata, passando da 44,3 a 46,4 anni. Anche Trieste è ulteriormente invecchiata, salendo da 47,2 a 48 anni per età media. Ed è aumentata di ben il 20% la quota della popolazione ultra 65enne in regione, passata dai 258.856 abitanti del 2002 ai 310.951 del 2016. A Trieste gli ultra 65enni erano 54.480 nel 2002, oggi sono quasi 58.000. Aumentano, parallelamente, anche le nuove nascite: la fascia 0-14 anni conta in Fvg circa 15mila cittadini in più rispetto al 2002, oggi i giovanissimi in regione sono 151.892. A Trieste i giovani da 0 a 14 anni sono attualmente 23.000, erano 21.300 quindici anni fa. Le fasce di anziani e giovani sono le uniche che crescono, in regione e a Trieste: perché i 15-64enni erano 134.000 nel 2002, adesso sono 123.454. Proprio alla luce di questi dati acquista notevole rilevanza “Esistenze”, Osservatorio sulle diverse età della vita, il progetto pilota ideato dal Cta Gorizia a cura di Roberto Piaggio ed Elisabetta Gustini. La sua settima edizione è stata presentata al Caffè San Marco alla presenza dei promotori e dell’assessore regionale a Lavoro e Formazione Loredana Panariti. “Esistenze” è un progetto innovativo e sperimentale dove l’incontro, la scoperta, la conoscenza reciproca, l’aggregazione, il lavoro d’équipe creano momenti di grande intensità, mettendo a confronto due periodi della vita profondamente diversi. Dedicato al tema dell’ambiente, dalla conoscenza dell’ecosistema al conseguente rispetto della natura, “Esistenze 2017” ha coinvolto un migliaio circa di studenti delle scuole primarie delle province di Trieste, Udine e Gorizia, e un centinaio di anziani ospiti delle case di riposo triestine e regionali. Nelle scorse settimane alunni e anziani hanno costituito gruppi di lavoro e hanno raccontato le loro esperienze, riflettendo sul cambiamento avvenuto negli ultimi 50-70 anni nel rapporto tra uomo e ambiente naturale. I gruppi sono stati orientati alle questioni quotidiane quali il riciclo dei materiali, lo spreco del cibo e dell’energia, il rapporto con gli animali; e a temi più complessi come il riscaldamento globale, le energie alternative e l’equa distribuzione delle risorse. «Esistenze si propone di alimentare un rapporto diretto e interattivo tra i bambini e gli anziani, incoraggiando una nuova etica dei rapporti tra le generazioni» ha spiegato Panariti. I risultati di questo incontro saranno presentati mercoledì 5 aprile al Teatro Miela.

 

 

L’INIZIATIVA ANTIDEGRADO - La Rotonda del Boschetto inaugura i Sabati ecologici

Sono partiti ieri i Sabati ecologici alla Rotonda del Boschetto, nell’area parcheggio vicino alla sede della sesta circoscrizione. L’iniziativa antidegrado e itinerante, promossa da AcegasApsAmga e Comune di Trieste, nasce dall’intento di contrastare il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti ingombranti nelle vie cittadine e nel corso degli anni sta riscuotendo sempre più successo tra i triestini. Infatti, nel corso del 2016 ha permesso di raccogliere quasi 88 tonnellate di materiale di cui 47 solo da rifiuti ingombranti (un incremento del 25% rispetto agli ingombranti conferiti nel 2015 e oltre il 65% in confronto al 2014). Ecco il calendario dei prossimi Sabati ecologici: sabato 8 aprile toccherà alla prima circoscrizione, a Prosecco (area parcheggio Mandria); il 22 sarà la volta della seconda circoscrizione (a Padriciano, nell’area parcheggio del campo sportivo del Gaja) e il 29 aprile i Sabati ecologici faranno tappa nella settima circoscrizione (piazzale XXV Aprile entrando da via Curiel).

 

 

SEGNALAZIONI - Parco del Mare - Le perplessità di Legambiente

Legambiente Trieste si pronuncia su progetti concreti e non su "concept" o "visioni" e ha invitato a sottoscrivere la petizione in attesa di esprimere un parere ragionato. Da allora abbiamo raccolto utili informazioni e ora evidenziamo tre problematiche: 1) aspetto urbanistico-paesaggistico. Dove mettere i bus e le auto che porteranno i 900.000 / 700.000 visitatori/anno, cioè una media di 2000/2500 al giorno? Per l'impatto visivo, attendiamo di sapere l'altezza esatta dell'edificio principale. 2) aspetto economico-finanziario. Abbiamo grandi perplessità sulla solidità dell'iniziativa e sulla mancata informazione dei triestini, che dovrebbero essere i beneficiari di questi fondi. Secondo quanto dichiarato da Paoletti il 4 novembre 2006, i 50 milioni di euro previsti per l'opera sarebbero stati "coperti in gran parte da privati". In seguito però si parla di 40-44 milioni (di cui quasi 30 milioni di impegno privato), nell'ottobre 2007 di 48 milioni (di cui 30 pubblici) e nel 2012 di 44 milioni per il solo acquario (di cui 33 coperti dal pubblico). Oggi ci sono 9 milioni della CdC, 9 della Fondazione CRTrieste, "qualche" milione della Regione, probabilmente nulla dai privati, per una spesa non definita. Le proporzioni privato/pubblico si sono totalmente invertite. I cittadini, che hanno alimentato i profitti della Crt (ora in Fondazione) e il Fondo Benzina, e gli operatori ancora oggi "tassati" da Paoletti per il Parco del mare, hanno diritto di conoscere le esatte valutazioni economico/finanziarie sulla validità del progetto, e dove finiranno i 20 milioni destinati alla città. In democrazia scelte così importanti non possono essere decise da pochi, senza alcuna trasparenza. L'affidamento della struttura a una ditta specializzata, che si assume gli enormi oneri di gestione, non ci garantisce dal rischio di trovarci - dopo i primi anni di successo - un'enorme struttura a carico, soprattutto se i calcoli dei costi/benefici, cioè la redditività, risultassero incerti o poco affidabili. Vogliamo conoscere i dettagli delle previsioni di entrate e uscite previste per l'acquario, perché una delega in bianco ai gestori ci esporrebbe a rischi eccessivi. 3) il terzo aspetto riguarda gli animali dell'acquario. Secondo la legislazione UE ed italiana, un acquario è parificato agli zoo. In questo tipo di acquari - deve essere chiaro a tutti - il fine principale degli investitori è il profitto, tutti gli altri scopi (educativo, ricreativo, di ricerca) sono secondari. Lo scopo principale è attirare più persone possibili e anche più volte all'anno. A Trieste molti cittadini non accettano che degli animali vengano rinchiusi nell'acquario, e ritengono che dal punto di vista educativo questo modello, come gli zoo, vada superato dall'uso della realtà virtuale e dall'educazione al rispetto per gli altri esseri viventi. Però è chiaro che tutte le proposte alternative, compresa quella di spostare il progetto in Porto Vecchio, comportano la chiusura del progetto di Paoletti e una sua ridiscussione, a partire da zero. Legambiente chiede che un progetto di tali dimensioni venga discusso pubblicamente e che vengano presentate anche ipotesi alternative per usare questi fondi a beneficio della città.

Andrea Wehrenfennig - presidente Circolo Legambiente Trieste

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 1 aprile 2017

 

 

Dall’ex Volta all’Oberdan - Un rebus da venti milioni - La foto delle urgenze dopo il passaggio delle superiori dalla Provincia al Comune
In lista d’attesa compaiono pure il Max Fabiani, il Nordio e il Nautico-Galvani
Gli esami non finiscono mai, ma nemmeno i cantieri. Certamente quelli delle scuole superiori triestine, passate di competenza del Comune dopo il tramonto delle Province. La giunta Dipiazza ora ha sul groppone ben 20 milioni di investimenti per rimettere in sesto le malconce strutture cittadine, secondo le stime compiute ancora a suo tempo dalla stessa amministrazione provinciale. Un’impresa titanica perché i fondi statali e regionali spesso arrivano col contagocce. Di ristrutturazioni, in questi ultimi anni, se ne son viste. Ma molto resta da fare, avverte l’ormai ex assessore provinciale al Patrimonio Mariella De Francesco che fino a poco tempo fa aveva in mano la mappa dei lavori da avviare. Il discorso è complesso. Perché mentre sistemi gli infissi da una parte, si sgretola l’intonaco dall'altra. Rifai i bagni, ma non i corridoi. Sistemi il riscaldamento, ma chi pensa alle facciate esterne? Aggiusti il parquet della palestra, ma nel frattempo nei laboratori si lavora con strumenti anteguerra. «Anche questo è un problema - evidenzia l’ex assessore - aule e materiali spesso sono insufficienti alla didattica». Se i soldi sono pochi ci si concentra sulle priorità. Che significa, innanzitutto, sicurezza. «Ecco - riprende De Francesco - da questo punto di vista mi sento di dire che molto negli ultimi anni è stato fatto». Rimesse a norma le finestre pericolanti e gli impianti elettrici, ora tocca al resto. Un primo sommario inventario segnala, ad esempio, che nella succursale del liceo classico Petrarca in largo Sonnino bisogna mettere a posto la facciata. Da rifare pure corridoi e scale. «Sono sicure, ma andrebbero allargate secondo le normative vigenti. Stiamo parlando di una struttura piccola - chiarisce - perché nasce come una scuola elementare e quindi è inadatta a ragazzi più grandi. Ci si adatta perché gli spazi sono quelli che sono». In cima alle priorità pure l’ex Volta, in via Battisti, oggi sede distaccata del liceo scientifico Galilei e di alcune classi dell’istituto tecnico industriale di lingua slovena Stefan. Il palazzo, senza altri investimenti, rischia di rimanere utilizzato a metà: c’è il pianoterra da sistemare, così come il primo piano, mentre il secondo e il terzo sono già stati rimessi a nuovo. L’elenco continua con l’edificio di piazzale Canestrini, a San Giovanni. Si tratta dell’ex Stefan, sottoposto a un rifacimento totale. I lavori, lì, saranno completati il prossimo anno scolastico. In futuro la struttura ospiterà pure l’istituto tecnico statale Ziga Zois, che si trova provvisoriamente nell’immobile del parco in via Weiss. Non è finita qui. La succursale dell’ex Carducci, in via Corsi, ha subìto recentemente un intervento alle finestre e agli ambienti interni. Presto toccherà alle facciate, fondi permettendo. In attesa di lavori di riqualificazione pure l’istituto tecnico Max Fabiani, così come il liceo artistico Nordio, che a causa di alcuni spandimenti in corrispondenza delle vetrate ha delle aree di fatto inutilizzate. «Ci sono dei punti da impermeabilizzare, compresi quelli che danno sul versante del porto - ricorda De Francesco - ma anche le parti interne andrebbero sistemate per rendere tutta la scuola agibile». Cantieri in piazza Hortis, al Nautico-Galvani. «C’era un grosso progetto da quasi sei milioni di euro - ripercorre l’ex assessore - ma l’investimento che poi è stato concretizzato si è limitato a circa due e mezzo. Sono stati ristrutturati tetto, facciate e bagni - puntualizza - ma rimangono ancora da completare i corridoi, ad esempio, oltre alle scalinate». La lista è destinata a non esaurirsi facilmente. «Purtroppo no - avverte l’ex esponente della giunta Bassa Poropat - anche gli istituti messi meglio hanno necessità di manutenzioni continue. Proprio il Petrarca, dove di recente è stata aggiustata la palestra, avrebbe necessità di una rivisitazione completa all’interno. E non solo a spot, come fatto finora. Stesso discorso per l'Oberdan - sottolinea - là vanno riqualificati i laboratori e pure la parte antistante la palestra, spogliatoi compresi, oltre al campo esterno. Tirando le somme, si raggiungono non meno di 20 milioni di euro».

Gianpaolo Sarti

 

L’incognita dell’ex caserma di via Rossetti - La possibile trasformazione da area militare a didattica vincola i destini della succursale del Petrarca
Il futuro del Petrarca, della sede succursale di largo Sonnino almeno, è appeso al destino dell’ex caserma di via Rossetti. Come saranno impiegati, in futuro, quegli enormi edifici abbandonati? Parte delle strutture potrà ospitare studenti? Del trasloco di licei e istituti nell’enorme complesso militare si è parlato a lungo, in passato, ma ad oggi non ci sono risposte e progetti certi. Gli interrogativi restano in sospeso. «Ecco perché molti lavori nella succursale del Petrarca, nel tempo, sono stati rimandati», ragiona la dirigente scolastica del Petrarca Cesira Militello. «La mia non è una polemica - precisa la preside - anche perché all’ex Provincia va riconosciuto un grande impegno. Per quanto ci riguarda da noi sono stati rifatti numerosi lavori nella sede centrale, tra cui gli spogliatoi. Per la succursale siamo invece in una situazione di stallo: di fatto grandi iniziative di ristrutturazione alla fine non sono mai state assunte proprio perché c’era la previsione di assegnarci una parte dell’ex caserma, che costituisce sicuramente un obiettivo per la nostra scuola. Questo perché stiamo parlando di una struttura prospiciente che quindi risolverebbe anche i problemi logistici per i docenti che dovrebbero spostarsi da una parte all’altra. In largo Sonnino rimangono quindi da rifare le facciate, ad esempio». Anche il Galilei reclama attenzione. «Qualche anno fa abbiamo beneficiato di un finanziamento ministeriale cospicuo - ricorda la preside Lucia Negrisin - e questo è stato possibile grazie a un progetto immediatamente cantierabile predisposto dalla Provincia con cui è stata rifatta tutta la parte interna, bagni compresi, e pure i serramenti. Quindi oggi abbiamo una scuola che all’interno è a posto al 90%. Certo, mancano le facciate, solo che l’impalcatura costa centinaia di migliaia di euro visto che siamo su una scarpata». Lavori ancora da completare al Nautico-Galvani, in piazza Hortis. «Il primo lotto, cioè la ristrutturazione esterna, è ultimato - evidenzia la preside Donatella Bigotti - ed è stata rifatta pure una parte dei servizi igienici. La situazione è cambiata, ma ci aspettavamo anche il rifacimento della seconda parte dei servizi. La Provincia aveva avviato la progettazione, ma il passaggio di competenze con il Comune credo abbia bloccato il secondo step dei lavori». L' impiantistica delle scuole triestine risulterebbe invece tutto sommato a norma, ormai. «Da questo punto di vista tutto è a posto adesso - conferma l’ex assessore provinciale al Patrimonio Mariella De Francesco - e gli anni scorsi abbiamo provveduto a sostituire anche le caldaie, installando impianti a risparmio energetico. Ma le scuole rimangono ancora poco decorose e inadeguate sotto il profilo della didattica moderna. Anche se non crolla niente, ma non ti occupi di dipingere gli esterni, ad esempio, una scuola apparirà sempre vecchia».

(g.s.)

 

 

Ok al “porta a porta” a Muggia ma la Tari più cara fa litigare
MUGGIA «Entro autunno partiremo con la raccolta “porta a porta”». Laura Marzi annuncia quella che sarà una vera e propria rivoluzione nella quotidianità dei muggesani. Durante l’ultimo Consiglio comunale sono state approvate le nuove tariffe della Tari per rispondere al nuovo tipo di servizio curato dalla Net spa di Udine. «Abbiamo vissuto una discussione vivace con una sostanziale divergenza di opinioni. Allo stesso tempo ho constatato la disponibilità da parte dei consiglieri di minoranza a fornire il proprio contributo in quello che sarà un passo importantissimo per la nostra cittadina», aggiunge Marzi. L’iter per raggiungere l’effettiva raccolta differenziata dei rifiuti prevede una serie di incontri informativi. «Inizieremo con gli studenti entro la fine di quest’anno scolastico», puntualizza il sindaco. Così Nicola Delconte di Fdi: «Finalmente il Comune ha deciso di affrontare gli enormi problemi lasciati in eredità dalla fallimentare amministrazione precedente. Ci siamo astenuti poiché nonostante le mancanze e le perplessità di questo piano, che riguardano principalmente gli aumenti delle tariffe, diamo atto che almeno un tardivo inizio ci sia stato». Roberta Tarlao di Meio Muja ha spiegato il motivo del suo voto contrario: «Siamo favorevoli alla differenziata ma a causa dell’urgenza di approvare le tariffe non abbiamo potuto fornire alcun contributo per migliorare il progetto. Ho votato inoltre contro poiché non condivido l’impostazione dell'assessore sulla raccolta dell’indifferenziata che causerà comportamenti viziosi come la migrazione dei rifiuti». Contraria anche Roberta Vlahov (Obiettivo comune): «Siamo favorevoli alla differenziata, ma non all’aumento della tariffa. I cittadini che fanno sacrifici vanno premiati, non penalizzati". Nel voto contrario si è ritrovato anche il M5S. Astenuti, oltre a Fdi, anche Forza Muggia e Lega Nord. Favorevole la maggioranza di centrosinistra.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 31 marzo 2017

 

 

L’iniziativa - Maratona senza confini per rilanciare le ferrovie
Sono partiti ieri per una mini maratona ferroviaria transfrontaliera attraversando tre differenti Stati: Italia, Slovenia e Austria. Ripercorrendo idealmente la Trieste-Jesenice, una delle linee della Transalpina, sono passati nell'arco della giornata per Villaco, Gorizia, Nova-Gorica, il lago di Bled, arrivando fino a Gemona del Friuli con il treno del progetto Micotra che collega Udine a Villacco.

La Confederazione mobilità dolce (Co.Mo.Do) dedica a livello nazionale per il secondo anno un mese intero all'uso di treni, bici e passeggiate con varie tappe italiane assieme alla X edizione della “Giornata/e nazionale delle ferrovie non dimenticate”, a cui partecipano diverse associazioni. Per «il rilancio del valore turistico, culturale ed ambientale delle ferrovie (non) dimenticate», ha affermato il presidente nazionale di Co.Mo.Do, Massimo Bottini. Un tour che in regione si concluderà oggi con le iniziative di domani e domenica lungo la ferrovia Gemona-Sacile sospesa da alcuni anni a causa di una frana e mai più ripristinata, ma che, ha sottolineato Andrea Wehrenfennig della segreteria regionale di Legambiente «dovrebbe essere riattivata entro il 2017». La manifestazione ha visto i partecipanti a Trieste anche per sensibilizzare le istituzioni sui carenti collegamenti ferroviari transfrontalieri. «È una vergogna che da qualche anno non vi sia un treno diretto da Venezia e Trieste a Lubiana e Zagabria - ha detto il vicepresidente di Co.Mo.Do Massimo Ferrari -. E lo è anche il fatto che non venga adeguatamente valorizzata la Ferrovia Transalpina tra Gorizia e Bled, di grande interesse ambientale. Occorrono, infine, più frequenti collegamenti su rotaia tra Venezia, Udine, Klagenfurt e Vienna». «In questi anni è cresciuta comunque la sensibilità, e si è sviluppato qualche fatto concreto per il rilancio delle linee ferroviarie locali», ha aggiunto Anna Donati, presidente onorario di Co.Mo.Do, facendo riferimento al progetto di legge per lo sviluppo delle ferrovie turistiche ora al vaglio nella commissione Trasporti del Senato. (b.m.)

 

Luka Koper sfida il governo sulla ferrovia - Tasse sulla movimentazione e aumenti di pedaggi per finanziare la Capodistria-Divaccia: protestano vertici e sindacati del porto
LUBIANA A prima vista può sembrare un ossimoro, una contraddizione, ma la nuova legge approvata ieri dal governo della Slovenia per la realizzazione del secondo binario lungo la linea ferroviaria tra Capodistria (leggi porto) e Divaccia incontra l’opposizione di chi ne dovrebbe essere il primo beneficiario, ossia Luka Koper e i sindacati, la società che gestisce il Porto del capoluogo del Litorale sloveno. Oltre a istituire la società 2Tdk che sarà contemporaneamente concessionario e investitore della nuova linea ferroviaria, la norma che adesso passerà al vaglio del Parlamento di Lubiana prevede alcuni capitoli che riguardano i cespiti di finanziamento dell’opera. Oltre ai fondi europei e a quanto è in grado di fornire lo Stato, poco invero per un opera che dovrebbe costare 1,4 miliardi di euro (anche questa cifra è oggetto di contestazioni), la rabbia dei camalli di Capodistria e della società per cui lavorano è concentrata sul fatto che la normativa prevede, proprio per il finanziamento dell’infrastruttura, una tassa sulle merci che vengono movimentate proprio dal porto di Capodistria. Se questo balzello venisse introdotto già per l’anno incorso verrebbe a costare circa 18 milioni di euro, balzello che il governo sì è riservato di poter aumentare o diminuire nell’ordine del 20%. Apriti cielo. Luka Koper e i sindacati non ci stanno. È giusto, precisano, che Luka Koper, il primo beneficiario del raddoppio della tratta ferroviaria partecipi alla realizzazione dell’infrastruttura, ma questo avvenga attraverso un “prelievo” statale dei ricavi di Luka Koper. Insomma i sindacati, in primo piano, chiedono al governo Cerar di convocare gli azionisti di Luka Koper e dire loro che il dividendo dei prossimi anni delle azioni dello scalo sarà impegnato nella strategica infrastruttura ferroviaria. Altrimenti, sostengono all’unisono camalli e Luka Koper, il porto perde la sua competitività e rischia di perdere, di conseguenza, traffici. Ma la legge approvata dal governo sloveno non prevede soltanto la tassa sulle merci movimentate nel porto di Capodistria, ma anche un aumento del pedaggio autostradale dei camion superiori alle 3,5 tonnellate che circoleranno in Slovenia. Automatica la protesta delle associazioni degli autotrasportatori, mentre questa tassa dovrà essere sottoposta la parere dell’Unione europea. Lubiana però è ottimista in quanto in sede comunitaria esiste il precedente dell’Austria che ha introdotto un “balzello” simile per finanziare la realizzazione del nuovo traforo del Brennero. La tassa slovena dovrebbe portare al progetto un ammontare complessivo di 11,4 milioni di euro. Molte le critiche al provvedimento del governo. Soprattutto per il fatto che non vi è alcuna certezza della copertura economica della realizzazione del progetto e sugli investimenti magiari (300mila euro?) siamo ancora nella fase delle ipotesi.

Mauro Manzin

 

 

Voto bipartisan, tassa sui rifiuti invariata - Il Consiglio comunale vota a maggioranza la delibera sulla Tari. Contrari solo i rappresentanti grillini
La tassa sui rifiuti (Tari) rimarrà sostanzialmente invariata. Famiglie, imprese, pubblici esercizi, negozi, dovranno sopportare un costo pressoché identico a quello dello scorso anno. Complessivamente saranno chiamati a versare circa 34 milioni e mezzo di euro. Lo ha deciso ieri sera a grande maggioranza il consiglio comunale. La delibera presentata dall'assessore al Bilancio, Giorgio Rossi, che prevede tariffe in linea con quelle applicate nel 2016, ha ottenuto 29 voti favorevoli su 34 presenti: i 5 no sono stati dei 5Stelle. «Contestiamo l'intera impostazione di questa delibera - ha spiegato il capogruppo, Paolo Menis - perché a nostro modo di vedere questo meccanismo di tariffazione va rivisto per ottenere una maggiore equità nella distribuzione dei costi. Dovrebbe pagare di più chi inquina di più e sarebbe anche utile modificare in generale l'impostazione della raccolta rifiuti». «Questa maggioranza - ha concluso - non ha una visione a medio lungo termine dello smaltimento dei rifiuti». Vincenzo Rescigno, capogruppo della lista Dipiazza, ha parlato di «delibera che rispecchia le linee programmatiche del sindaco». Antonio Lippolis (Lega Nord), pur confermando il sì del suo gruppo, ha invitato «le istituzioni a farsi parte diligente, per modificare la normativa che sta alla base dei criteri di distribuzione dei costi, un decreto che risale al 1999, che non tiene conto delle modifiche intervenute nel frattempo nella società». Dopo l'approvazione, Andrea Cavazzini (Forza Italia) ha presentato un ordine del giorno per chiedere, a partire dal prossimo anno, «un esonero o una consistente riduzione della Tari per le famiglie numerose o con almeno due figli, i cui genitori risultino residenti a Trieste da almeno due anni e di cui almeno uno dei due sia di cittadinanza italiana». L'ordine del giorno è stato approvato con 28 voti favorevoli, un astenuto, quello di Maria Teresa Bassa Poropat, e il no dei consiglieri del Pd. «Abbiamo votato contro - ha spiegato la capogruppo Fabiana Martini - in quanto ci lascia perplessi il riferimento alla necessità di avere la cittadinanza da parte di almeno uno dei due genitori. Sappiamo che ottenerla implica un iter piuttosto lungo, inoltre non abbiamo capito perché il testo non sia stato direttamente inserito nella delibera presentata dall'assessore Rossi». Dopo l'approvazione dell'ordine del giorno di Cavazzini, la seduta è stata sospesa per una ventina di minuti per permettere al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di assistere all'arrivo davanti a piazza dell'Unità d'Italia della “Majestic Princess”. Fatta infine propria dalla giunta, come "raccomandazione", la mozione presentata da Francesco Bettio (lista Dipiazza) che prevede «la possibilità di incrementare gli stalli destinati ai velocipedi».

Ugo Salvini

 

Liberate da rifiuti e inciviltà due super vedette del Carso - I volontari di “Sos Carso” di nuovo in azione dopo le pulizie nel bosco di Crogole
Al setaccio i punti panoramici Liburnia e Weiss compreso un ex bunker di Gladio
DUINO AURISINA - Bottiglie, taniche, sedie e lattine. Ecco il “classico” repertorio di rifiuti che il team di volontari del gruppo Sos Carso ha incontrato durante l’ultima gita di pulizie carsoline, la prima in salsa primaverile. La formazione capeggiata da Cristian Bencich e Furio Alessi ha setacciato i dintorni delle vedette Liburnia e Tiziana Weiss, due dei punti più panoramici del territorio triestino. Tra le aree ripulite anche il bunker utilizzato da Gladio durante la Guerra Fredda. Attraversando i sentieri Cai 1 e 23 e quello della Salvia i volontari si sono recati in prima battuta alla vedetta Liburnia nel territorio comunale di Trieste (ma inserita nel catasto dell’AcegasApsAmga) a pochi passi dal confine con il territorio di Duino Aurisina, sul ciglione, nella sella tra il monte Berciza ed il monte Babiza. La vedetta è in realtà una ex torre piezometrica, una struttura tecnica a servizio dell’acquedotto, con la funzione di mantenere regolare la pressione dell’acqua. Il manufatto venne eretto tra il 1854 e il 1856 su progetto dell’ingegnere viennese Carl Junker, lo stesso che realizzò il Castello di Miramare. «La vedetta Liburnia era piena di bottiglie, vetri e plastiche. Abbiamo ripulito la scalinata interna e il terrazzo, raccogliendo al suo interno un sacco nero di immondizie. Sul sentiero della Salvia e sui sentieri Cai abbiamo raccolto invece qualche bottiglia in plastica, una tanica e un secchio di plastica», racconta Bencich. Successivamente il gruppo di volontari triestini si è recato alla vedetta Weiss, sita nella frazione di Aurisina cave, appartenente al comune di Duino Aurisina, una costruzione molto più semplice che risulta quasi una specie di «terrazza a mare» naturale. La struttura è intitolata all’alpinista triestina Tiziana Weiss, scomparsa nel 1978 a soli 26 anni in seguito ad un incidente in parete sulle Pale di San Martino. Due le particolarità. La vedetta è costruita sui resti di un bunker militare, bunker che venne utilizzato appunto dall’organizzazione Gladio come “Nasco 203” un nascondiglio di armi e munizioni in caso di resistenza ad una possibile invasione dall’Est comunista. La storia narra che nel febbraio 1972 due quattordicenni trovarono per caso un vero e proprio arsenale che in base all’inventario stilato allora dai carabinieri era composto da 15 chili di esplosivo plastico, cinque di cariche esplosive di dinamite, 200 metri di miccia detonante, 80 detonatori, 50 trappole esplosive, nonché una pistola automatica spagnola Star con 50 cartucce, una pistola americana Histandard calibro 22 con silenziatore e 50 proiettili, sei granate incendiarie e numeroso altro materiale esplosivo. Del tutto diversi, ovviamente, i reperti ritrovati ora da Bencich e soci: «Nell'area abbiamo trovato barattoli, bottiglie, un tappeto di mozziconi di sigarette che, ricordiamo, necessitano dai due agli otto anni per decomporsi. Inoltre abbiamo ripulito il bunker sottostante da una sedia di plastica, una cassetta di plastica, una scala in ferro e qualche bottiglia». Il gruppo Sos Carso si era già contraddistinto qualche settimana or sono per il grande intervento nel bosco sopra la frazione di Crogole, a San Dorligo della Valle, sotto San Servolo. Qui l’area era divenuta una vera e propria discarica a cielo aperto per mano di un ghanese senza fissa dimora. Il team era intervenuto anche nel bosco di Pese-Draga, sempre a San Dorligo, vicino ad una “jazera”, l’antico sistema di produzione del ghiaccio. Bencich rinnova il doppio invito a chi volesse unirsi alle pulizie carsoline: «Ci si può trovare facilmente sulla pagina Facebook Sos Carso. In alternativa la donazione di guanti e sacchi neri sarà sempre ben accetta».

Riccardo Tosques

 

 

Salvare il laghetto di Percedol è un atto “contro natura” - La lettera del giorno di Franco Cucchi già docente di Geografia fisica e Geologia applicata presso l’Università di Trieste

Mi hanno colpito le prime due frasi dell’articolo sul laghetto di Percedol comparso su Il Piccolo di domenica 26 marzo: «Il laghetto incastonato nella dolina di Percedol è un fenomeno naturale tanto raro quanto prezioso. Addirittura unico in Italia, nell’ambito del carsismo».Ebbene, forse sarà raro, ma sicuramente non è naturale! Nei secoli passati i pastori carsolini avevano impermeabilizzato il fondo per creare una pozza d’acqua dove abbeverare il bestiame. Con continuità tenevano sotto controllo i punti di assorbimento che costellano il fondo della dolina, garantendo agli animali la presenza dell’acqua piovana. Parafrasando il suo incipit, il laghetto di Percedol è un ottimo esempio di artificialità, di ristagno d’acqua in superficie in territori carsici. Di simili in Italia ce ne sono moltissimi, “carsici” e non carsici: l’uomo ha cercato, e per molto tempo ci è riuscito, e cerca ancora, spesso non riuscendoci, di piegare l’evoluzione naturale ai suoi scopi. Ora a Percedol la natura (intesa nel senso più ampio, “geologica”) riprende il sopravvento: non per nulla gli americani per definire queste depressioni usano il termine “sinkhole” e non dolina (termine tratto dalle lingue slave, divenuto “europeo”): foro del lavello (inghiottitoio) più che depressione (valle, pianura). Che si voglia preservare un ecosistema è umano, che si affermi di effettuare interventi per salvaguardare “fenomeni naturali” che tali non sono è, in questo caso se non sempre, una forzatura. La dolina di Percedol, dolina asimmetrica di prevalente dissoluzione, frutto della coalescenza di più punti idrovori, antico abbeveratoio non più utilizzato, è divenuta negli ultimi cinquant’anni habitat “anomalo” nel Carso Classico per la costante presenza d’acqua superficiale. E, come tale ha acquisito caratteristiche ambientali particolari che, nel Carso, sono in parte tipiche “naturalmente” anche delle grandi kamenitze (le vaschette di corrosione). Voler mantenere “artificialmente” questi habitat è cosa discutibile ma possibile. E’ però necessario programmare, accanto ad interventi mirati e geologicamente compatibili, anche una manutenzione “ordinaria” a tutela dell’efficacia degli interventi. Che, debbo ribadirlo, nel caso specifico sono “contro natura”!

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - GIOVEDI', 30 marzo 2017

 

 

TAP: gasdotto, un’opera che serve davvero?

Il gasdotto TAP sta occupando in questi giorni le pagine della cronaca per via delle proteste che si sono accese in Puglia, più precisamente nella Provincia di Lecce, tra le località di Melendugno e San Foca. Gli animi si sono scaldati dopo che il Ministero dell’Ambiente ha autorizzato l’eradicazione di oltre 200 ulivi per far posto all’infrastruttura che porterà in Italia il gas dalla lontana regione del Mar Caspio, attraversando Turchia, Grecia, Albania e Mar Adriatico prima di approdare nel nostro paese.

È però bene valutare la questione da un punto di vista differente rispetto a quello che considera esclusivamente l’impatto ambientale dell’opera: il Trans Adriatic Pipeline serve davvero?

Si parta dal considerare che il costo complessivo dei lavori si aggira intorno ai 4,5 miliardi di euro. Il rischio è che, in caso di inattività o scarso utilizzo della linea, parte delle spese possa ricadere in futuro sulle tasche delle utenze, in bolletta, ripetendo così una situazione già vista con il rigassificatore OLT di Livorno, come sottolinea Luigi De Paoli, docente di economia dell’energia alla Bocconi sulle pagine del sito QualEnergia. Di per sé l’idea di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas non è errata, poiché renderebbe l’Italia meno dipendente dagli umori e dalle strategie potenzialmente imprevedibili di fornitori come la Russia, la Libia e l’Algeria. Va altresì considerato che Paesi come Azerbaigian e Turchia, di importanza fondamentale nella gestione del TAP, non costituiscono solide garanzie dal punto di vista dell’affidabilità di chi li amministra. Un altro fattore da non trascurare è quello legato alla reale necessità di importare altro gas, considerando che l’Italia ha già una capacità potenziale pari a 140 miliardi di metri cubi l’anno, mentre il consumo non supera il 50% di tale quota. Il gasdotto andrebbe ad aggiungerne altri 10 miliardi. L’obiettivo del governo sembra però essere un altro: trasformare il nostro Paese in una sorta di hub per la distribuzione della materia prima a livello continentale. Anche da questo punto di vista ci sono dubbi sull’effettiva fattibilità del progetto.
Ultimo tassello del puzzle, ma non per questo trascurabile, è la visione in prospettiva correlata a un sempre più massiccio sfruttamento delle fonti rinnovabili: con un ciclo vitale del gasdotto stimato in trent’anni si arriverà a ridosso del 2050, quando solare, fotovoltaico ed eolico dovrebbero (ci si augura) soddisfare gran parte della domanda energetica.
Il rischio è dunque quello di trovarsi ben prima con un’opera mastodontica, ma almeno parzialmente inutilizzata e responsabile di costi ingenti per il mantenimento. Uno scenario ancora più inquietante è quello che vorrebbe gli investimenti destinati al TAP frenare lo sviluppo delle rinnovabili. Insomma, i quesiti e gli spunti di riflessione sull’effettiva necessita di un nuovo gasdotto non mancano, così come gli argomenti a sostegno di chi supporta l’una e l’altra posizione.

Cristiano Ghidotti

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 30 marzo 2017

 

 

Centrale di Krsko sotto la lente a Bruxelles - I ricercatori Sirovich e Decker all’Europarlamento: attività sismica anche recente nell’area della struttura
TRIESTE Due ricercatori, uno triestino e uno austriaco, hanno tenuto ieri una delle due sessioni della conferenza "Rischio sismico in Europa" del Parlamento europeo a Bruxelles. Al centro della loro relazione i pericoli derivanti dalle centrali nucleare in zone sismiche, e in particolare quelli legati alla centrale slovena di Krsko. I due ricercatori sono Kurt Decker dell'università di Vienna e Livio Sirovich dell'Ogs di Trieste: sono andati nel cuore dell'Unione europea su invito dell’europarlamentare Pd Isabella De Monte, che ha organizzato la conferenza. Hanno parlato a titolo personale, senza quindi coinvolgere i rispettivi istituti. Decker e Sirovich hanno sintetizzato per i rappresentanti europei quanto avevano esposto nell'ottobre scorso al senato italiano. Il panorama tracciato è preoccupante: a confermarlo c'è anche un recente servizio di La7, in cui il direttore dell'Agenzia di sicurezza nucleare slovena Andrej Stritar, di fronte al giornalista che gli chiedeva cosa sarebbe successo in caso di terremoto di magnitudo 7, ha risposto facendo il gesto del toccar ferro. Proprio 7 è il valore sulla scala Richter che un terremoto potrebbe potenzialmente raggiungere a Krsko secondo diversi esperti: l'ha spiegato Sirovich all'Europarlamento illustrando i dati. Decker ha sottolineato la necessità di sviluppare un programma per identificare le faglie attive e l'urgenza di farlo subito attorno al sito di Krsko, dove esiste anche una preoccupante attività sismica passata e recente. Sirovich ha precisato che la centrale è stata progettata a fine anni '70 del '900 per un'accelerazione di riferimento al suolo di 0,3g (accelerazione di gravità). Secondo uno studio segreto la centrale dovrebbe resistere anche a un dato di 0,6g ma, ha proseguito Sirovich, questa conclusione è poco affidabile, e non è certo nemmeno che 0,6 sia la massima accelerazione possibile in sito. «Secondo gli stress test sloveni - ha spiegato il geologo -, con un'accelerazione superiore a 0,8g sarebbero probabili danni al nocciolo del reattore, con rilasci di radioattività nell'ambiente». Vi si legge anche che non si può escludere «che nelle fondazioni si verifichi il pericolosissimo fenomeno della liquefazione delle sabbie». I due tecnici hanno criticato anche i criteri adottati dagli stress test europei. Hanno spiegato: «La scelta di stress test di questo tipo non sembra discendere dal desiderio di esporre al pubblico risultati trasparenti, e verificabili da valutatori indipendenti, ma piuttosto dalla volontà politica di lasciare a ogni nazione mano libera sulle proprie scelte energetiche; ciò senza preoccuparsi delle conseguenze di sicurezza nazionale e internazionale». I ricercatori hanno concluso citando una lettera dell'Istituto nazionale francese di radioprotezione e sicurezza nucleare, del 2013, rivolta alle autorità slovene, che a proposito della pericolosità sismica della centrale di Krsko espone concetti simili.

Giovanni Tomasin

 

 

Dalla Tari un tesoretto da oltre 34 milioni - Esame in commissione per la tassa sui rifiuti che resterà invariata. Ma tengono banco le differenze di esborso tra le categorie
I PARADOSSI RILEVATI - I piccoli negozi finiscono per pagare di più rispetto ai supermercati e la voce “attività industriali” pesa molto poco - Gli incassi della TARI -stime 2017-
L’importo della tassa sui rifiuti (Tari) rimarrà pressoché invariato rispetto allo scorso anno, e il Comune si aspetta di incassare dal tributo un gruzzolo da circa 34 milioni e mezzo di euro (cifra analoga al 2016). È quanto emerso ieri mattina dalla relazione che l’assessore al Bilancio Giorgio Rossi ha fatto alla Seconda commissione del Consiglio comunale, presieduta dal consigliere della Lista Dipiazza Roberto Cason. L’esponente della giunta ha consegnato ai consiglieri il testo della delibera che definisce la Tari, accompagnata da una serie di tabelle che chiariscono, tra le altre cose, quali siano le entrate previste per il 2017. La parte del leone la faranno ovviamente le utenze domestiche, per un totale di quasi 21 milioni e 400mila euro. Tra le utenze non domestiche svetta invece la categoria “uffici, agenzie, studi professionali”, che porterà alle casse comunali un totale di quasi tre milioni e mezzo di euro. Al secondo posto “ristoranti, trattorie, osterie, pizzerie e pub” con oltre un milione e 600mila euro e al terzo “autorimesse e magazzini senza alcuna vendita diretta”, che pesano per circa un milione e 300mila euro. Più di un consigliere è stato colpito dalla differenza di introiti, ad esempio, con l’industria: dalla categoria “attività industriali con capannoni di produzione” il Comune prevede di incassare in tutto neanche 70mila euro. Nella discussione che ne è seguita, diversi partecipanti hanno espresso perplessità sui criteri adottati. Ma, come hanno spiegato i tecnici del Comune, sono strumenti dettati dal livello nazionale. Il consigliere leghista Antonio Lippolis ha rilevato come la categoria dei piccoli negozi, “ortofrutta, pescherie, fiori e piante, pizza al taglio”, paghi di più (316mila euro) rispetto ai supermercati (274mila euro): «Mi chiedo perché le piccole attività abbiano una tassa da 16 euro al metro quadrato mentre i supermercati ce l’abbiano da quattro euro. Penso possano pagare di più, anche perché hanno assorbito praticamente tutto il mercato». Concetto ribadito anche dal forzista Everest Bertoli. Salvatore Porro di Fratelli d’Italia ha sollevato il problema delle famiglie numerose: «Chi ha tanti figli paga di più invece di essere aiutato». Il capogruppo del Movimento 5 Stelle Paolo Menis ha rilevato che «finché non ci sarà un sistema di valutazione puntuale continueranno ad esserci le iniquità che, in modo diverso, i consiglieri intervenuti hanno rilevato». Il dirigente comunale della Ragioneria Vincenzo Di Maggio ha spiegato la ragione per cui le tariffe presentano simili squilibri: «Per calcolarle si applica un decreto del 1999 - ha detto -. Quel testo contiene delle tabelle realizzate a seguito di studi fatti a livello nazionale, che in base a un’analisi empirica hanno quantificato la produzione di rifiuti per metro quadro nelle diverse categorie non domestiche». Queste tabelle vengono utilizzate su tutto il territorio nazionale per la definizione delle tariffe. Esiste la possibilità di cambiarle, ha precisato il dirigente, però si tratta di un’operazione alquanto complicata: «Se un Comune utilizza i criteri del Dpr è al sicuro da potenziali ricorsi. In caso di proteste può tirar fuori la regola nazionale, che vale come fosse un Vangelo. Se un ente locale decide invece di fare misurazioni proprie per rivedere i criteri alla base delle tariffe, deve poi essere in grado di difenderle». È probabile infatti che qualcuno, da una o dall’altra categoria, colga l’occasione per un ricorso davanti al giudice amministrativo: «Se il Comune definisce i costi in base ai criteri che si è creato deve essere sicuro che siano a prova di bomba».

Giovanni Tomasin

 

 

Ritirata la petizione anti Parco del mare - Si chiude a 1335 firme - Passo indietro dopo che Paniccia ha “dimezzato” il progetto - L’attesa ora è per il Consiglio chiarificatore del 6 aprile
Il Parco del mare, ormeggiato virtualmente al molo Fratelli Bandiera (area Porto Lido, zona Lanterna, ex Cartubi), che ondeggia in attesa del Consiglio comunale chiarificatore di giovedì 6 aprile, perde la petizione avversa. Non luogo a procedere visto che per strada è mutato (o forse non era stato ben compreso) l’oggetto del contendere. La petizione è stata chiusa lunedì scorso con 1335 firme. Il suo ritiro è conseguente all’intervista del 15 marzo a Massimo Paniccia, presidente della Fondazione CRTrieste, dove si parla di un «ridimensionamento di quasi la metà rispetto all’ipotesi iniziale”. «Paniccia dichiara di aver ridotto il concept di Chermayeff (il progettista, ndr) proprio “per superare le avversità suscitate dallo stesso in qualche settore cittadino” - spiega Giorgietta Dorfles, portavoce del Comitato “La Lanterna” che ha promosso la petizione -. È proprio questo, e solo questo, il motivo per cui abbiamo deciso di ritirare la petizione, perché non esiste più alcun elemento su cui esprimere una valutazione. Si tratta di un atto di correttezza e non di autocritica». Ovvero non si tratta di una retromarcia. Nel senso che il Comitato, che ora ha aperto pure una pagina Facebook, resta in attesa di capire esattamente di quale Parco del mare si sta parlando per Porto Lido. A partire dalle sue dimensioni e dal suo impatto sull’area della Lanterna. È in atto un dibattito su verità e falsità che circolano attorno al progetto. I promotori, a partire dalla Camera di commercio con il presidente Antonio Paoletti in testa, hanno persino aperto un confronto sui social per smontare alcune informazioni inesatte che circolano sull’ultima versione del Parco del Mare. Il progetto “dimezzato” del Parco del mare, illustrato da Paniccia, prevede un acquario da 11mila metri quadrati, 5,5 milioni di litri d’acqua e un costo stimato di 47,7 milioni. Punta a essere autosostenibile già con 600mila visitatori annui. I sette metri di altezza, indicati nel concept di Chermayeff, erano solo un’ipotesi di scuola. «L’ipotesi di realizzare il Parco del mare in zona Porto Lido ha fin da subito, fine 2015, fatto riferimento alle dimensioni indicate nell’intervista del presidente della Fondazione CRTrieste Paniccia. Dimensioni condivise con la Camera di commercio e sulle quali si sono espressi a favore il Comune, già con il sindaco Roberto Cosolini, e la Regione. Le “non verità” inserite nella petizione, e riferite solamente all’immagine di un concept progettuale, avrebbero richiesto un adeguato approfondimento prima di essere proposte e diffuse con commenti non basati su elementi reali», ha precisato alcuni giorni fa Andrea Bulgarelli, ufficio stampa della Cciaa, invitando a ritirare la petizione. Ma Giorgietta Dorfles non ci sta a passare per la portavoce di una petizione (ora ex) «basata sul falso e redatta solo per trarre in inganno la cittadinanza». «Se vogliamo ancora parlare di false informazioni, i nostri erano giudizi, cosa ben diversa, le assicurazioni che il Parco del mare si sarebbe visto solo dal molo Audace sono state smentite da una simulazione fatta dalla società Arsenal presso l’Area Science Park, inserendo sulla mappa in 3D della città il famoso cubone con le misure allora ventilate», aggiunge dando appuntamento a tutti alla verifica dell’aula comunale. Intanto la pagina Facebook “Parco del Mare di Trieste - Trieste Sea Park” ha raggiunto quasi 2.500 like (2.489 per la precisione) nonché 2.534 follower. La petizione ritirata del Comitato “La Lanterna” oltre 1.300 firme

Fabio Dorigo

 

 

In treno da Trieste a Villaco. Nuova linea da giugno 2018.

Estensione a Trieste, a partire da giugno 2018, nei fine settimana, del treno Villaco-Udine, gestito da Ferrovie Udine Cividale (Fuc) nell’ambito del progetto regionale Micotra, e biglietti integrati tra il trasporto pubblico locale del Friuli Venezia Giulia e il servizio ferroviario della Slovenia: sono i risultati dell’approvazione, in sede di Commissione europea, del progetto Connect2Ce - Improved rail connections and smart mobility in Central Europe, a valere sul cosiddetto asse prioritario 4 inserito nel secondo bando Interreg Central Europe di cui è capofila il segretariato esecutivo dell’Iniziativa centro europea (Cei). «È un successo di cui siamo orgogliosi e che aggiunge nuovi tasselli nel mosaico delle connessioni transfrontaliere del Friuli Venezia Giulia, sulla direttrice del Corridoio Adriatico - Baltico e sull’asse est - ovest, tasselli che sono concreti e percepibili per i cittadini», ha commentato la governatrice Debora Serracchiani, a proposito delle notizie inerenti proprio i trasporti transfrontalieri, di cui la Regione ha reso noti i dettagli in un comunicato stampa ufficiale. «La possibilità di estendere a Trieste, nei fine settimana, il treno Udine - Villaco arricchirà il Friuli Venezia Giulia di un collegamento con la Carinzia strategico sotto il profilo turistico, anche per la connessione con la rete ciclabile, mentre per quanto riguarda la Slovenia si apre finalmente l’opportunità di attivare, con una semplificazione dei biglietti, un’integrazione operativa del traffico passeggeri». E soddisfazione in questo senso è stata espressa anche dai vertici di Fuc, Ferrovie Udine - Cividale, «per l’aggiudicazione di un progetto europeo che dimostra la qualità delle nostre iniziative industriali. Ora siamo da subito impegnati nella costruzione del modello di esercizio Udine - Trieste, per corrispondere alle esigenze del mercato e dei tour operator». Il prolungamento pilota su Trieste del Villaco - Udine scatterà a giugno 2018 per la durata di un anno e assicurerà l’estensione del collegamento ferroviario il sabato e la domenica. Per quanto riguarda il biglietto integrato Italia - Slovenia, tra le possibilità allo studio c’è l'acquisto di un ticket ferroviario unico che con un piccolo sovrapprezzo garantisca ai passeggeri in arrivo alla stazione di Villa Opicina di imbarcarsi direttamente sui mezzi della Trieste Trasporti. Il progetto Connect2Ce, nel suo insieme, interessa sette Paesi dell’Ue, per una durata di 36 mesi (dal primo giugno 2017 al 31 maggio 2020) e un budget totale di due milioni e 850mila euro. Per l’Italia, accanto a Cei, capofila, i partner sono Ferrovie Udine - Cividale (che è una società a capitale interamente regionale), Regione Veneto ed Eurac (Alto Adige), con la Regione Friuli Venezia Giulia che è partner associato e la cui presidenza ha promosso e sostenuto l’iniziativa. Attualmente il progetto ferroviario Micotra (acronimo di “Miglioramento dei collegamenti transfrontalieri di trasporto pubblico”), che è sorto nell’ambito del programma operativo per il sostegno alla collaborazione transfrontaliera per le zone di confine Italia - Austria Interreg I, assicura con due coppie di treni un collegamento ferroviario regionale diretto transfrontaliero tra le stazioni centrali di Udine e Villaco con fermate intermedie a Gemona, Venzone, Carnia, Pontebba, Ugovizza, Tarvisio Bosco Verde, Thörl-Maglern, Arnoldstein, Villach Warmbad e Villach Westbf.

 

 

“Nel mare dell’intimità” sulle rotte antiche - Storie di uomini, navi e traffici al Savoia
“Nel mare dell’intimità, storie di uomini, navi e traffici sulle rotte antiche dell’Adriatico”. Su questo tema parlerà oggi alle 18, alla sala Imperatore del Savoia Excelsior, l’archeologa Rita Auriemma, direttrice del Servizio di catalogazione del patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia. L’appuntamento si inserisce nel ciclo di conferenze organizzate dall’associazione culturale Italian Liners. L’incontro si propone di illustrare le “vie miliari del mare”, la presenza e il significato storico dei relitti scoperti in Adriatico nel corso degli ultimi decenni. Tra essi, la nave romana del II secolo Julia Felix, ritrovata nel 1987 a 16 metri di profondità al largo di Grado. L’imbarcazione, lunga 17 metri e larga sei, trasportava 560 anfore, gran parte delle quali piene olio, vino e pesce in salamoia. Nella foto, filari di blocchi del molo romano di Salvore.

 

 

Orti e verde urbano 2017

Alle 17.30 alla sala Arac del Giardino pubblico il secondo incontro “Dagli orti a km 0 all’orto biologico” e “Come costruire un Gas” con Daniela Peresson, agronoma. il corso, gratuito e aperto al pubblico, si rivolge a chiunque abbia interesse a coltivare un orto per diventare agricoltore urbano, anche sul balcone di casa. Per informazioni: Tiziana Cimolino cell. 328-7908116 orticomunitrieste@gmail.com

 

 

 

 

FERPRESS.it - MERCOLEDI', 29 marzo 2017

 

 

Ferrovia Transalpina: De Caro, nei progetti dell’APDS Adriatico Orientale c’è uso come collegamento porto Trieste-Villa Opicina
Roma, 29 MAR – L’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale riferisce che la linea Transalpina presenta dei condizionamenti all’esercizio dei treni merci per le forti pendenze nella direzione Porto-Villa Opicina e per la sua portata dei treni inferiore alla media; la portata è tuttavia migliorabile con piccoli interventi e vanno rivisti i profili delle gallerie per consentire il transito dei container HC (high cube)”. Lo riferisce il sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro rispondendo in Commissione Trasporti all’interrogazione Prodani sulla riattivazione della linea ferroviaria «Transalpina» nel tratto Campo Marzio – Opicina.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 29 marzo 2017

 

 

Via libera alla gestione dei rifiuti 2017 - Tari immutata, il rebus differenziata
Il consiglio comunale ha dato voto favorevole, con l'eccezione del Movimento 5 Stelle, al nuovo Pef, piano economico finanziario per la gestione dei rifiuti. Un testo di accordo con Acegas che regola la gestione di circa 28 milioni di euro investiti in servizi e che dovrebbe portare a servizi sperimentali come la pulizia radicale delle strade e la raccolta dell'olio domestico esausto.

Approvato anche un ordine del giorno presentato da diversi consiglieri di maggioranza. Tanti i rappresentanti intervenuti dopo le relazioni dell'assessore competente Luisa Polli e del presidente della II commissione Roberto Cason (lista Dipiazza). Il capogruppo della civica Dipiazza Vincenzo Rescigno ha dichiarato: «La maggioranza garantisce il non aumento delle bollette, frutto di un'attenta contrattazione da parte dell'amministrazione con Acegas. I costi verranno restituiti ai cittadini in forma di servizio con spirito di efficienza e qualità». Il capogruppo del M5S Paolo Menis ha lamentato i «pochissimi giorni a disposizione per l'analisi del testo». Ha poi detto: «Noi ci opponevamo a questo approccio al Pef quando lo portava avanti il centrosinistra. Lo faceva anche il centrodestra, lamentandosi della raccolta dell'umido e per i troppi raccoglitori stradali». Per il M5S, ha detto, «la differenziata va valorizzata e può stare in piedi anche dal punto di vista economico, mentre questo testo non si regge senza termovalorizzazione». Sono poi intervenuti Igor Svab (Pd) e Roberto De Gioia (Verdi e socialisti): «Bisogna puntare sulla differenziata - ha detto quest'ultimo -. Non mi quadra però l'importo immutato della Tari al netto dell'aumento di questo tipo di raccolta. Almeno un po' doveva diminuire». Il consigliere Pd Roberto Cosolini ha rilevato come il documento sia «identico a quello dello scorso anno»: «Condivido anche le novità apportate. Un testo in sostanziale continuità col nostro lavoro. Chiedo al consigliere Everest Bertoli di fare violenza alla sua coscienza di votare a favore, al contrario di quanto fatto l'anno scorso». Anche Cosolini ha sottolineato l'importanza della differenziata. Anche Maria Teresa Bassa Poropat (Insieme per Trieste) ha annunciato il voto favorevole. Il capogruppo leghista Paolo Polidori ha dichiarato: «Non dimentichiamo che modificare tutto l'apparato dobbiamo confrontarci con un soggetto terzo, Hera, la cui governance è estranea al Comune. Non era così con una multiutility in casa che avevamo e che è stata svenduta dalla giunta Cosolini. Faceva profitti e aveva un'eccelsa situazione economica». Così Cosolini: «Il quadro idilliaco di Acegas nel 2011-2012 fa a pugni con i numeri di quegli anni». Il consigliere forzista Bertoli ha presentato un ordine del giorno, firmato da diversi consiglieri del centrodestra (fra cui i capigruppo), in cui si richiede una «revisione radicale del Pef 2018»: l'obiettivo è «razionalizzare la spesa; migliorare il livello di pulizia della città; ottimizzare la distribuzione dei bottini; valutare attentamente il rapporto costo/benefici della raccolta dell'umido; incrementare la raccolta del verde». Anche il capogruppo forzista Piero Camber ha invitato ad accogliere l'ordine del giorno, annunciando comunque il voto a favore di Fi al Pef: «La Tari immutata è un buon risultato». Menis ha sottolineato che «così facendo non si deve rischiare di eliminare la raccolta dell'umido».

Giovanni Tomasin

 

 

Tensione sul gasdotto: scontri con la polizia - Attivisti contro il progetto in Puglia e l'espianto degli ulivi
LECCE - I manganelli della polizia, le cariche, a più riprese. E poi i sassi dei manifestanti, i malori della gente, gli spintoni.

Otto i feriti, tutti in maniera lieve, tra agenti e attivisti: è stata una giornata di tensione quella trascorsa davanti ai cancelli del cantiere Tap di Melendugno in Puglia dove sono ricominciati i lavori di espianto di circa 200 ulivi dal tracciato del microtunnel del gasdotto che porterà in Italia il gas dell'Azerbaijan e dove da giorni protestano gli attivisti No Tap: chiedono la sospensione delle operazioni di eradicazione degli alberi e sono contrari al progetto di Trans-Adriatic Pipeline. Le forze dell'ordine in assetto antisommossa hanno cinturato il cantiere in località San Basilio, a San Foca di Melendugno, e forzato per tre volte i sit-in messi in atto da un centinaio di manifestanti, mentre un elicottero della polizia sorvolava la zona, presidiata da circa 300 persone, tra cui anche una cinquantina di studenti di scuole medie superiori, accompagnati da docenti. «È una giornata triste per la democrazia», dice il sindaco di Melendugno, Marco Potì. «Quando sono avvenute le cariche - racconta - sono stato allontanato insieme a sei sindaci con la fascia, a consiglieri regionali, a donne e bambini: il capo di una società privata ha chiesto e ottenuto la protezione dello Stato italiano per fare la sua attività e lo Stato italiano ha inteso assecondarlo malgrado il parere negativo di istituzioni e cittadini». Ancora più duro il governatore della Puglia: «Il Governo - attacca Michele Emiliano - dà la misura della sua incapacità di ascoltare e elaborare politicamente le richieste di una regione». La Puglia - ricorda il governatore - non ha mai detto no al gasdotto Tap, ma vuole favorirne la realizzazione attraverso una sua diversa localizzazione. La Regione ha annunciato che sarà impugnata davanti al Tar la nota del ministero dell'Ambiente con la quale ha autorizzato Tap ad effettuare le attività preparatorie alla effettiva fase di inizio dei lavori dell'approdo. Una nota - dice il ministro Gian Luca Galletti - emanata nel rispetto delle normative vigenti. «La Commissione Via, organismo di valutazione indipendente dal ministero e da ogni indirizzo politico, - precisa infatti il ministro - ha prima valutato per mesi con il massimo rigore scientifico e poi dato parere favorevole con prescrizioni al progetto Tap: ciò significa che questo, ottemperate le prescrizioni della Via, rispetta in pieno le normative vigenti a tutela dell'ambiente». Intanto mentre fuori avvenivano i tafferugli, nel cantiere continuavano - intervallati da sospensioni rese necessarie da motivi di sicurezza - i lavori di espianto degli ulivi (che successivamente saranno nuovamente piantati nella stessa area), trasportati con camion scortati da mezzi delle forze di polizia in un sito di stoccaggio.

 

 

Punta Grossa, nave s'incaglia - disastro ambientale sfiorato.

La "Capodistria" battente bandiera italiana finisce in secca. Intervento delle autorita' slovene per evitare sversamenti. L'alta marea risolve tutto.

ZAGABRIA Un disastro ambientale di grandi proporzioni è stato sfiorato questo fine settimana al largo del golfo di Capodistria. Una nave cisterna italiana, partita da Trieste e trasportante 200 tonnellate di combustibile, si è incagliata domenica all'una e trenta di notte nelle acque poco profonde che circondano il promontorio di Punta Grossa, a metà strada tra la spiaggia e il faro. La marina slovena, intervenuta dopo il "mayday" lanciato dall'equipaggio, ha portato, diverse ore più tardi, al trasporto dell'imbarcazione nel porto di Capodistria. L'incidente, che fortunatamente non è stato accompagnato da una rottura dello scafo e da una perdita di greggio in acqua, è stato causato da un errore umano, o meglio, da una manovra sbagliata del capitano, che si è avvicinato troppo alla costa, in un'area dove il fondale, roccioso e fangoso, non supera i 70 centimetri di profondità. La manovra, secondo quanto riferito all'agenzia slovena Sta dal direttore dell'Amministrazione marittima slovena Jadran Klinec, è stata a sua volta dovuta ad un problema tecnico. «(Il capitano) ha detto che il pilota automatico è andato in avaria. Essendo lui molto giovane, non conoscendo bene la nave e non essendo in grado di rispondere adeguatamente alle manovre, non ha visto il segnale di pericolo, finendo sulle secche», ha affermato Klinec ai microfoni di Sta. Dopo l'errore di navigazione del capitano della "Capodistria", la nave cisterna lunga 45 metri e di proprietà della Giuliana Bunkeraggi è rimasta incagliata per diverse ore, finché, in mattinata, l'alta marea le ha permesso di uscire nuovamente in mare aperto. Nel frattempo, la marina slovena è intervenuta con sette navi e un totale di cinquanta uomini, lavorando tutto il giorno per evitare quello che avrebbe potuto essere, secondo Klinec, «uno dei più grandi disastri ambientali dell'Adriatico settentrionale». Sono state installate le barriere anti-inquinamento per contenere un'eventuale fuoriuscita di combustibile e dopo l'arrivo dei mezzi della protezione civile a protezione dell'area, l'imbarcazione è stata trasportata fino al porto di Capodistria dov'è stata successivamente ispezionata. All'alcol test, il capitano è risultato negativo, mentre lo scafo non ha riportato danni ingenti. L'ispezione ha tuttavia riscontrato diverse irregolarità, per le quali alla nave, che effettua la tratta Trieste-Capodistria tre volte a settimana, rifornendo le altre navi, è stato sancito il divieto di lasciare il porto sloveno. Nel dettaglio, riporta la radiotelevisione Rtv Slo, le ispezioni hanno rivelato che la pompa antincendio e la bussola non erano funzionanti e che i grafici del Golfo di Capodistria non erano aggiornati. Svuotata del suo carico, l'imbarcazione è ora al sicuro, ma contro il capitano e i proprietari potrebbero venire emesse delle sanzioni, dato l'alto pericolo causato in "una zona protetta", come ha precisato alla radiotelevisione slovena Zorka Sotlar, della Direzione delle acque. In caso di una fuoriuscita di greggio, ha avvertito Sotlar, «il Servizio di pronto intervento in mare, nonostante tutte le misure, non potrebbe impedire l'inquinamento. In tali sezioni naturali della costa risulta molto difficile l'eliminazione delle conseguenze dell'inquinamento e la pulizia delle perdite».

Giovanni Vale

 

 

Ferriera - FareAmbiente e Nosmog contestano la Regione
«Spiace dover osservare che la Regione preferisce dialogare con i propri cittadini attraverso la stampa mentre, almeno nella sua parte politica, non lesina il proprio tempo nei colloqui con imprenditori e sindacati, sfuggendo invece all’incontro con i residenti, come non fossero parte sociale degna di ascolto». Così Alda Sancin, presidente dell’Associazione Nosmog, in risposta a un comunicato stampa dell’amministrazione Serracchiani che lunedì sosteneva come i dati sull’inquinamento a Servola non fossero mai stati così bassi. «Riteniamo - osserva Sancin - di dover aggiungere qualcosa all'affermazione in merito al raggiungimento dei minimo storico della media annuale di benzo(a)pirene in tutte le centraline nel 2016: per la centralina di San Lorenzo il minimo storico a cui fa riferimento la Regione sarebbe il valore di 0,91 a fronte di un massimo di 1,00, laddove il vero minimo è stato toccato nel 2014 col valore di 0,7 . Considerando che la letteratura in merito sostiene che il valore obiettivo non mette al sicuro le persone da rischi e danni essendo tale sostanza comunque cancerogena, lo sfiorare il massimo consentito dopo ben nove anni di Aia, indipendentemente dal gestore dello stabilimento, non dovrebbe essere di per sé motivo di gran vanto. Ma, a prescindere da ciò la centralina interessata è più distante dalla cokeria di quanto lo siano le case di civile abitazione. Oltre a ciò dobbiamo ricordare alla Regione che, nel 2016, per ben 24 giorni in tale centralina non sono stati registrati i valori di benzo(a)pirene, e, guarda caso, le mancanze sovente capitano in giorni che seguono, precedono o sono intercalati a giornate di valori alti». «Affermare che i valori d’inquinamento a Servola non sono mai stati così bassi è come dare dei visionari ai residenti», commenta a sua volta Giorgio Cecco coordinatore regionale di FareAmbiente, che alla Regione ricorda che «stiamo attendendo da due anni la convocazione mensile del promesso tavolo di confronto con le associazioni sull’andamento dei lavori all’interno dello stabilimento».

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MARTEDI', 28 marzo 2017

 

 

Clima: Italia penultima in Europa per le politiche ambientali

L’Italia si è classificata penultima in Europa per le politiche ambientali secondo uno studio svolto da due associazioni non governative europee, la Transport and Environment e Carbon Market Watch. Un risultato allarmante emerso dopo la comparazione delle emissioni inquinanti dei vari stati che boccia in tutto il nostro Paese.

Al primo posto invece troviamo la Svezia, seguita da Germania e Francia: in queste nazioni le politiche ambientali sono perfettamente in linea con gli obiettivi dell’Accordo sul Clima di Parigi firmato nel 2015. In questa classifica così troviamo la Polonia in ultimo posto poichè continua a usare il carbone e poi, in penultima posizione assieme all’Italia, ci sono Spagna, Romania, Croazia, Repubblica Ceca, Lituania e Lettonia. Questo risultato per il nostro Paese va in netto contrasto con ciò che era stato deciso a Parigi nel 2015. Sebbene nel 2004 l’Italia avesse registrato una diminuzione delle emissioni totali importate e un aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, la famosa “Quarta Rivoluzione Industriale” all’insegna del green non sembra sia mai stata nemmeno iniziata.
I principali responsabili dello smog e dell’inquinamento in Italia sono i mezzi di trasporto e gli edifici: gli italiani vivono così in condizioni di rischio visto che le norme sul rispetto della qualità dell’aria vengono continuamente violate e Bruxelles è stata costretta ad aprire un contenzioso proprio con il Bel Paese su questo argomento.
Per cercare di sbloccare la situazione l’impegno dovrebbe aumentare con una riduzione al 20% entro il 2020, tanto per cominciare, cosa che molte nazioni hanno già raggiunto, ma non l’Italia. C’è ancora molto da fare quindi per poter respirare meglio e non intossicarci con lo smog.

Selena

 

 

Aree protette, Legambiente: riforma sui parchi occasione mancata

La riforma della legge 394/91 sui parchi italiani passa alla Commissione Ambiente della Camera. Al testo sono state apportate importanti modifiche: alcune rispondono alle esigenze di tutela delle aree protette, soprattutto in tema di controlli, ma permangono delle criticità sulle quali sarà necessario concentrare il dibattito in futuro.

Si stabilisce ad esempio l’istituzione di una programmazione condivisa tra governo e regioni, mediante un finanziamento pari a 10 milioni di euro annuali per il triennio che va dal 2018 al 2020, un luogo in cui favorire la nascita di strategie finalizzate a contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici, tra le prime cause della perdita di biodiversità a livello globale.
Positiva anche la norma che presta attenzione alla parità di genere nelle nomine degli organi dediti alla gestione dei parchi: al momento su 23 realtà nazionali solo 3 sono dirette da donne, che rappresentano solamente il 6% dei membri nei consigli direttivi.
Negato l’utilizzo di “eliski” nei parchi e nelle aree circostanti, così come l’estrazione di idrocarburi (siano essi liquidi e gassosi). Ribadito inoltre il divieto di introdurre cinghiali su tutto il territorio nazionale. Per quanto riguarda le aree marine, dal 2018 saranno stanziati ulteriori 3 milioni di euro per la gestione di quelle protette.
Come già detto non mancano però alcune note dolenti, soprattutto per come sono state ignorate indicazioni offerte dalle principali associazioni ambientaliste. Ad esempio, le aree umide nominate nella Convenzione di Ramsar e quelle della Rete Natura 2000 riconosciute dalle direttive habitat e uccelli non sono state inserite tra le zone protette. Niente consulta né comitato tecnico scientifico per ogni parco.
Fa storcere il naso anche il modello di pagamento proposto dalla Commissione della Camera per quanto riguarda i risarcimenti delle aree protette colpite da attività impattanti, che non tiene in considerazione ad esempio degli impianti per l’imbottigliamento delle acque minerali, le funivie e le cabinovie. Questa la posizione di Legambiente, espressa dalla presidente Rossella Muroni:
La discussione sulla 394 non esaurisce i bisogni delle aree protette; si è persa un’occasione importante per aprire un confronto ampio e approfondito su come vada tutelata e gestita la biodiversità in Italia nel 2017. Il testo licenziato al Senato è stato migliorato nel passaggio in Commissione Ambiente della Camera, ma rimangono punti da migliorare, come la governance e le royalties e altri da modificare del tutto.
La stessa associazione chiede inoltre l’istituzione del Parco Nazionale del Delta del Po al posto di quanto previsto dall’articolo 27 con la delega al governo per il Parco del Delta del Po, una prassi ritenuta poco chiara. Bocciata anche l’applicazione della norma che impedisce a chi riceve una pensione o un vitalizio di assumere incarichi dirigenziali escludendo i presidenti dei parchi.
Insomma, le criticità non mancano: Legambiente ne parla oggi in occasione del convegno “Coltivare il futuro” in scena nella capitale, organizzato in collaborazione con Federparchi e Roma Natura.
Cristiano Ghidotti

 

 

Ddl Salva-ciclisti: multe fino a 651 euro per automobilisti imprudenti

Quando siamo in auto e troviamo davanti a noi dei ciclisti ci innervosiamo. Succede sempre, ma se vogliamo superarli da oggi dobbiamo prestare ancora più attenzione. Il ddl 2658 chiamato “SalvaCiclisti” ha introdotto delle novità molto importanti per gli automobilisti. È sempre possibile sorpassarli, non dobbiamo rimanere in coda per sempre, ma almeno ad un metro e mezzo di distanza.

Il testo, firmato da Michelino Davico e sottoscritto da oltre 60 senatori, vuole così andare a riempire una lacuna nel Codice della strada che non specifica le modalità del sorpasso delle auto nei confronti dei ciclisti, considerati “utenti deboli della strada”.
Il comma 2 di questo ddl tutela quindi i ciclisti e va a punire gli automobilisti, che non rispetteranno il metro e mezzo di spazio da lasciare ai ciclisti durante il sorpasso, con sanzioni anche pesanti: sia parte da 163 euro e si arriva a 651 euro, persino con la sospensione della patente.
Questa proposta nasce dall’analisi di alcuni dati allarmanti che su 4 milioni di ciclisti circa 250 muoiono sulla strada ogni anno mentre sono circa 16 mila i feriti. La maggior parte degli incidenti, prosegue il ddl, avvengono per l’eccesso di velocità e quindi si ritiene importante un intervento a riguardo.

Selena

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 28 marzo 2017

 

 

Via alle pulizie radicali delle strade - In arrivo divieti di sosta di otto ore - Ambiente»il piano

Scatta fra un mese il programma sperimentale di gestione dei rifiuti urbani che prevede disagi a “spot” In lista 12 super interventi l’anno: parcheggi proibiti a rotazione in base alle zone sia di giorno che di notte - Le novità spaziano dall’impulso alla raccolta “verde” fino al diserbo chimico della vegetazione infestante ma nel rispetto degli animali
“Progetto pulizie radicali”: è forse l’iniziativa più innovativa e di maggiore impatto tra le proposte “fresche” contenute nel Piano economico-finanziario (Pef) relativo alla gestione dei rifiuti urbani. La delibera è stata discussa in due riunioni di commissione e oggi approda in Consiglio. Il documento è stato illustrato dall’assessore Luisa Polli, coadiuvata dal direttore dell’area ambiente AcegasApsAmga Paolo Dalmaso. La “pulizia radicale” delle strade è una novità assoluta per Trieste. Partirà tra poco più di un mese a titolo sperimentale - stavolta a costo zero - per saggiare la produttività del servizio e le reazioni dei cittadini. Modalità e orari, suggeriti dal Pef a pagina 26, programmano interventi diurni/notturni, a seconda delle vie sgombere da veicoli mediante ordinanza comunale di divieto di sosta per una durata di otto ore. Se del caso si ricorrerà - specifica il Pef - alla chiusura al transito. La “toeletta” viaria si protrarrà per sei ore, articolata su più tratti di via non contigui per limitare il disagio del parcheggio: per esempio, se AcegasApsAmga decide di pulire via Rossetti, eviterà di farlo in via Piccardi o in via Canova, ma si sposterà in altre zone. I divieti di sosta saranno di due tipi: dalle 20 alle 4 per le operazioni notturne, dalle 8 alle 16 per quelle diurne. La sperimentazione - racconta ancora il Pef - prevede 12 interventi che saranno effettuati con spazzamento meccanizzato, con la pulizia delle caditoie, con la posa di opportuna segnaletica, con eventuale diserbo&lavaggio. Le zone saranno decise più avanti ma Polli anticipa che «Servola, in ragione delle note criticità, sarà oggetto di particolare attenzione in questa fase sperimentale». «Se vogliamo strade pulite con cura - insiste Dalmaso - questa è l’unica soluzione possibile, pur con qualche disagio. Ma parliamo di un metodo ormai adottato da moltissime città italiane». Nel capitolo delle novità, invero piuttosto stringato, leggiamo altri quattro spunti degni di interesse. Il primo riguarda la cosiddetta “raccolta verde”, che sarà raddoppiata con altri 100 cassoni da 3200 litri: Polli ci conta perchè vuole superare il 40% di “differenziata”. Un secondo esperimento attiene l’olio alimentare esausto: verranno sistemati alcuni contenitori - più o meno una decina - capaci di raccogliere 200-300 bottiglie da un litro, e saranno aggiunti alle isole ecologiche complete. La terza puntata verte sul “diserbo chimico”. Verrà definito un protocollo condiviso con gli enti competenti, in particolare con l’Azienda sanitaria, per un trattamento sistemico che consentirebbe - sostiene il Pef - l’eliminazione definitiva del vegetale infestante. Polli cerca di intercettare le immancabili obiezioni: «Nessun pericolo per i cani e per altri animali di affezione». La quarta proposta affronta l’immancabile tema di Porto Vecchio. Il passaggio della grande area ex portuale al Comune determina anche un passaggio gestionale in materia di rifiuti: al momento Comune e AcegasApsAmga sono rimasti d’accordo nel confermare la presenza una decina di contenitori, numero che potrà essere implementato quando decollerà il polo museale. Come abbiamo anticipato, il Piano, che deve essere licenziato prima del bilancio (oggi pomeriggio tra l’altro il sindaco Dipiazza e l’assessore regionale alle Autonomie Panontin si vedranno per accordarsi su proroga e contenuti finanziari dell’esercizio 2017), è stato esaminato in due round dalla Seconda e Sesta commissione consiliare. Ieri mattina il dipiazzista Roberto Cason e il forzista Everest Bertoli (in sostituzione di Salvatore Porro, indisposto) hanno presieduto i lavori, alla presenza dell’assessore Polli. Nel dibattito sono intervenuti esponenti di tutti i gruppi: hanno parlato Cosolini (Pd), Imbriani e Bertoni (M5s), Lippolis (Ln), Panteca (Lista Dipiazza), Apollonio (Fi). La delibera è stata infine “licenziata” con la riserva del voto in sede consiliare.

Massimo Greco

 

La spesa resta uguale - La Tari non aumenta - I costi stimati per il 2017 sfiorano i 29 milioni come nel 2016 - Domani l’esame in commissione della delibera sulla tassa
Il complessivo da fatturare al Comune di Trieste ammontava a 28 milioni 948.721,60 euro nel 2016 e ammonta a 28 milioni 948.721,60 euro nel 2017: non un cent in meno, non un cent in più. Perfetta parità di costi per la cittadinanza tergestina. Circostanza che dovrebbe consentire all’amministrazione pilotata da Roberto Dipiazza di non aumentare la Tari, la temuta tassa sui rifiuti urbani. Perchè, dopo la tournée consiliare dedicata al Piano economico-finanziario (Pef) relativo alla gestione dei rifiuti, il prossimo appuntamento della giunta comunale sarà proprio con la Tari, che verrà discussa domani mattina dalla Seconda commissione davanti all’assessore al Bilancio Giorgio Rossi. In realtà il Piano non è molto dissimile da quello dell’ultima stagione cosoliniana. La stessa Polli ne è consapevole: «Abbiamo avuto troppo poco tempo per apportare modifiche sostanziali. Lo faremo con la prossima occasione». Dalmaso, giunto alla sua ultima pianificazione, sottolinea positivamente i fattori di continuità programmatoria e il contenimento della spesa comunale: «Potremmo definirlo un format». Scorrendo le principali voci del prospetto sintetico, si legge un lieve aumento di 190mila euro della termovalorizzazione (l’inceneritore, per intenderci) in quanto si prevede un maggiore conferimento di rifiuti indifferenziati: il costo si attesterà a circa 6,6 milioni di euro. Calerà di 90mila euro il costo dei recuperi, che scenderà a 6,9 milioni di euro. La lunga somma, che riguarda i servizi di igiene urbana, chiude a circa 22 milioni 266mila euro, con un “delta” di 88mila euro legato all’adeguamento Istat (+0,4%), come contemplato dal contratto di riferimento. Modesta l’incidenza dei nuovi servizi (67mila euro), che, come argomentato nell’articolo di apertura, verranno in buona parte gestiti in via sperimentale gratuitamente. A pagina 29 del Piano economico-finanziario è riportata la sequenza storica relativa alla raccolta dei rifiuti sul territorio urbano triestino, dove i residenti sono poco oltre le 203mila unità. Nel 2016 AcegasApsAmga ha registrato un aumento di circa 2,5 milioni di tonnellate rispetto all’anno precedente: nel 2015 il tonnellaggio complessivo era di 91,5 milioni, nel 2016 è salito a 93,8 milioni. L’incidenza della differenziata è cresciuta dal 37,37% al 39,44%. La previsione complessiva sul 2017 accredita 95 milioni di tonnellate, con un incremento dell’1,3%. Polli ha anticipato il fatto che a febbraio la percentuale della differenziata ha superato il 40%: quando si pensa che questa percentuale era del 4,8% all’esordio nel 1996, è interessante rendersi conto di come si sono evolute le abitudini domestiche dei triestini. Sempre con riguardo alle varie tipologie di differenziata, le stime riguardanti il 2017 suggeriscono 3,3 milioni di tonnellate di plastica, 5,7 milioni di vetro/lattine, 8,2 milioni di carta, 1,4 milioni di cartone, 6,6 milioni di umido, 2,2 milioni di verde e 2,9 milioni di ingombranti.

(magr)

 

acegas-aps-amga - Dal Maso lascia la direzione dell’Ambiente
Paolo Dal Maso ha trascorso più o meno un terzo della sua operosa esistenza dirigendo il settore ambiente dell’utility triestina, che all’inizio della sua milizia manageriale si chiamava Acegas e adesso ha aggiunto le sigle Aps (padovana) e Amga (udinese). L’ingegnere, al quale si deve il “disegno” del Piano rifiuti che oggi va in Consiglio comunale, si pensionerà felicemente venerdì 31 marzo a 60 anni: 32 gli anni di lavoro nell’ex municipalizzata, 19 sulla tolda di comando di un’area ad alta criticità come quella ambientale. Venerdì scorso, in occasione del primo round dedicato dalle commissioni consiliari all’esame del Piano, Dal Maso ha informato i consiglieri della quiescenza. Prenderà il suo posto l’ingegnere Giovanni Piccoli, che da un paio d’anni ha fatto “apprendistato” per rilevare la guida del settore, settore che segue due zone urbane importanti come Trieste e Padova. Dal Maso si è laureato in ingegneria meccanica nell’Ateneo triestino: ha svolto i primi passi professionali alla Daneco e alle Generali. Poi l’impegno nell’utility: prima nel telecontrollo, poi nell’esercizio idrico. Proprio occupandosi della risorsa acqua - correva l’anno 1989 - premette il fatidico pulsante che mise in funzione il nuovo acquedotto che lava e disseta Trieste. Ha seguito la metanizzazione a Duino Aurisina e San Dorligo, ma soprattutto la realizzazione del termovalorizzatore triestino, fino alla costruzione della terza linea e al revamping della prima. Dal Maso, amante dei viaggi, lascia la trincea aziendale ma è intenzionato a non perdere contatto con l’ambito professionale: fa capire che potremo ancora sentire parlare di lui.

(magr)

 

 

«Valori di inquinamento mai così bassi a Servola» - La Regione smentisce i dati dell’associazione no smog
Aria più pulita a Servola. «Negli ultimi report periodici l’Arpa ha evidenziato il netto calo delle emissioni di benzo(a)pirene in tutte le centraline di rilevamento, con valori storicamente mai così bassi, nonché il raggiungimento per il 2016 del valore obiettivo previsto dalla norma in tutte le stazioni dove il parametro viene misurato». Lo riferisce la Regione Friuli Venezia Giulia, confutando quanto sostenuto dall’associazione No Smog nel corso di un’assemblea pubblica sulle emissioni dello stabilimento siderurgico della Ferriera di Servola. Con riferimento alle dichiarazioni rilasciate dall’assessore Luisa Polli nella stessa assemblea, in merito all’assenza di una leale collaborazione da parte della Regione, viene ribadito che l’amministrazione «ha sempre dato puntuale e documentato riscontro a tutte le istanze avanzate e tale correttezza è stata di recente confermata anche dalle pronunce del Tar locale. Spiace rilevare che un rappresentante delle istituzioni si faccia latore di notizie che non corrispondono alla realtà. Inoltre, diversamente da quanto affermato dall’assessore Polli, in nessuno dei diversi accordi di programma sottoscritti è mai stata prevista la chiusura dell’area a caldo, ma soltanto indicata come ipotesi del tutto eventuale, nemmeno quale conseguenza dell’entrata in funzione del nuovo laminatoio. Al contrario, è vero che il piano di risanamento ambientale e riqualificazione industriale presentato da Siderurgica triestina in attuazione di quanto previsto dall’Accordo di programma del 21 novembre 2014 e approvato con decreto dei ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico il 2 novembre 2015, prevede che l’attività imprenditoriale si svolga e si sviluppi tanto per l’area a caldo che per il laminatoio, oltre che nella logistica». Intanto il Movimento 5 Stelle torna a chiedere chiarezza sul caso Agapito. «È già trascorso un mese dall’apertura dell’indagine interna ma dalla giunta Serracchiani ancora nessuna informazione in merito», chiedono i consiglieri regionali del M5S Eleonora Frattolin e Andrea Ussai. «Vogliamo sapere se la presidente della Regione Serracchiani e la sua giunta erano a conoscenza dei rapporti esistenti fra Siderurgica Triestina, il figlio del direttore del Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico della Regione Fvg e la Artec Ingegneria?». Sulla Ferriera è tornato ieri a farsi sentire anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza: «Relativamente al rapporto fatto da Arpa Fvg a seguito della visita ispettiva dello scorso febbraio allo stabilimento siderurgico di Trieste, questa amministrazione comunale esprime perplessità su alcune misure adottate chiedendo di rivedere alcune scelte». Ovvero? «Non condividiamo - conclude il sindaco - la scelta adottata da Arpa e proprietà della Ferriera di installare un deposimetro di “bianco” in piazzale Rosmini».

 

 

Via libera al gasdotto in Adriatico - Sì al “Tap” dal Consiglio di Stato. La conduttura andrà dall’Azerbaijan alla Puglia
ROMA - Il Tap, il gasdotto che consentirà l’arrivo del gas dall’Azerbaijan all’Italia diversificando le fonti di approvvigionamento, si può fare. A mettere la parola fine, almeno fino al prossimo eventuale ricorso, su una vicenda che si trascina da tempo è stato il Consiglio di Stato, che ha rigettato gli appelli della Regione Puglia e del comune di Melendugno, nel cui territorio approderà l’infrastruttura dopo un percorso lungo oltre 800 km (di cui 8 in Italia e 105 nell’Adriatico) che parte dal confine tra Grecia e Turchia. Con la sentenza pubblicata ieri, la IV Sezione del Consiglio di Stato ha respinto gli appelli proposti nei confronti della sentenza del Tar, che aveva ritenuto legittima l’autorizzazione all’approdo individuata dal consorzio, confermandone quindi la decisione. Secondo i giudici amministrativi, infatti, la valutazione di impatto ambientale resa dalla Commissione Via ha «approfonditamente vagliato tutte le problematiche naturalistiche e anche la scelta dell’approdo nella porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri (all’interno del Comune di Melendugno) è stata preceduta da una completa analisi delle possibili alternative (ben undici)». Inoltre è stato escluso che l’opera dovesse essere assoggettata alla cosiddetta Direttiva Seveso, vale a dire la norma che prevede l’identificazione di siti a qualche genere di rischio. Infine il Consiglio di Stato ha «riconosciuto l’avvenuto rispetto del principio di leale collaborazione tra Poteri dello Stato nella procedura di superamento del dissenso espresso dalla Regione alla realizzazione dell’opera». Da un punto di vista della giustizia amministrativa, insomma, al momento nulla osta alla realizzazione dell’opera, tuttavia ostacoli potrebbero ancora derivare dalla questione dei circa 200 ulivi che devono essere espiantati e trasferiti per consentire la realizzazione dell’opera. Nei giorni scorsi le proteste dei no Tap sono state plateali e così la società, pur confermando il programma di lavoro, su invito del prefetto, ha per il momento soprasseduto alle operazioni di espianto degli ulivi. I no Tap, però, non demordono.

 

“Cittadini per il golfo” tentati dalle urne - Il movimento a difesa del territorio deciderà stasera se presentare una propria lista alle elezioni di Duino dell’11 giugno
DUINO AURISINA - Rappresentano un folto numero di residenti, perché da tempo si battono per la difesa del territorio in cui vivono, avendo ingaggiato battaglie particolarmente impegnative, a cominciare da quella contro il rigassificatore del Timavo, per proseguire con quella contro la Tav sotterranea. E stasera, nel corso di una riunione, decideranno se presentarsi o meno, come lista civica autonoma, alle prossime elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio comunale di Duino Aurisina. Sono i “Cittadini per il golfo”, formazione spontanea, costituita da volontari, tornata recentemente agli onori delle cronache, in quanto organizzatrice, in collaborazione con il principe Carlo Alessandro di Torre e Tasso, proprietario del castello di Duino, dell’assemblea svoltasi proprio nel centro congressi del maniero duinese, nel corso della quale si era dibattuto dell’oramai famoso e sfumato acquisto, da parte della comunità senegalese dei “mouride”, dell’ex mobilificio Arcobaleno. In quel frangente molti avevano apertamente dimostrato fiducia e simpatia nei confronti di un gruppo, quello dei “Cittadini”, i cui rappresentanti non hanno esitato a esporsi in prima persona su un argomento molto delicato. Ma ormai il tema “mouride” è superato, almeno per il momento, visto l’acquisto prossimo, da parte di un altro soggetto, la Fernetti srl, dell’ex mobilificio. All’orizzonte però incombono le elezioni ed ecco che, in un panorama che per ora annovera come candidati sindaci Mitja Ozbic per il centrosinistra, Daniela Pallotta per il centrodestra, e Martina Svetlic per la lista autonoma “Per il Carso”, tutti con le relative liste di appoggio, una proposta da parte dei “Cittadini per il golfo” è caldeggiata da più parti. «Per ora - afferma Danilo Antoni, di professione architetto, ma da tempo impegnato nel movimento a difesa del territorio - stiamo definendo un programma. Per quanto concerne la presentazione o meno di una lista vera e propria decideremo a brevissimo (stasera, ndr)». Del resto, il tempo a disposizione è scarso: le elezioni sono in programma l’11 giugno. Le opzioni sono due: se i “Cittadini per il golfo” saranno in lizza direttamente, avranno i loro candidati per la poltrona di sindaco e per quelle di consigliere comunale. Altrimenti metteranno a disposizione degli elettori e delle altre liste il loro programma. «In questo caso - precisa Vladimiro Mervic, anch’egli molto attivo nelle battaglie che il movimento ha sostenuto in questi anni - i voti dei nostri simpatizzanti andranno a quella delle liste che farà proprio per intero o perlomeno nelle sue parti salienti e qualificanti il nostro programma». Un’attesa, quella della decisione di presentarsi o meno, che sta ovviamente destando la massima attenzione da parte delle liste già ufficializzate: i “Cittadini” potrebbero orientare l’ago della bilancia.

Ugo Salvini

 

 

PROTOCOLLO - Tutelare la biodiversità

Un protocollo per tutelare la biodiversità del territorio italiano. A sottoscriverlo sono l'Associazione Guide Ambientali Escursionistiche e Csmon life, progetto italiano sulla biodiversità finanziato in Italia dalla Commissione Europea nell'ambito del programma Life.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 27 marzo 2017

 

 

Economia - Agricoltura sociale al Forum Cittadini

La legge sull'economia solidale è stata deliberata da poco dal Consiglio regionale. Il Forum Cittadini per cambiare Trieste invita ad un incontro stasera alle ore 19 in via Valdirivo 30 II piano presso il Centro interculturale italo-sloveno sulle potenzialità di sviluppo dell'agricoltura sociale a Trieste.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 26 marzo 2017

 

 

Il laghetto di Percedol rischia di sparire - Stop della Regione ai lavori di manutenzione a causa di dubbi sul tappo di cemento previsto per frenare l’emorragia d’acqua

L’ALLARME DI LEGAMBIENTE - È chiaro che le opere ora andranno per le lunghe purtroppo a detrimento dello stato del già malandato stagno
Il laghetto incastonato nella dolina di Percedol è un fenomeno naturale tanto raro quanto prezioso. Addirittura unico, in Italia, nell'ambito del carsismo. Un singolare ecosistema che tuttavia rischia di scomparire per una serie di problematiche irrisolte. L'allarme viene lanciato da Tiziana Cimolino di Legambiente quando ormai la primavera è sbocciata ovvero quando la natura circostante ha già iniziato nuovamente a colonizzare l’ambiente lacustre. Un fatto naturale che rende impossibile intervenire in modo radicale per ripristinare il laghetto. Lo stagno di Percedol infatti appare sempre più sofferente, ben lontano da quell'angolo fiabesco noto agli escursionisti, depressione che ospita meravigliosi alberi a alto fusto, flora pregiata e tanti animaletti. Lo specchio d'acqua risulta fortemente ristretto a causa dell'apertura di un inghiottitoio, un sifone che continua a inghiottire l’acqua trasformando il laghetto in una pozzanghera. A complicare ulteriormente la già difficile situazione, la presenza di abbondanti sedimenti e arbusti sul fondo della dolina. «Come ambientalista - interviene la Cimolino - denuncio come i lavori di manutenzione del sito siano stati interrotti per un dubbio sorto sulla tipologia di intervento e sui materiali utili a otturare il sifone. Va da sé che la manutenzione andrà per le lunghe, purtroppo a detrimento del già malandato stagno». La conca di Percedol, di pertinenza del Comitato degli Usi Civici opicinese, Zona Speciale di Conservazione nell'ambito di "Natura 2000", era interessata da un intervento che prevedeva la bonifica del sedimento marcescente e l'otturazione dell'inghiottitoio che causa lo svuotamento del laghetto. I lavori, autorizzati dal Servizio paesaggio e biodiversità della Regione e diretti dal direttore del Servizio dei Musei scientifici di Trieste Nicola Bressi, prevedevano l'utilizzo di un tappo di cemento per frenare l'emorragia d'acqua. L'intervento così deciso veniva però bloccato, afferma l'ambientalista, dal servizio regionale, per un dubbio insorto sulla tipologia di intervento. Contattata al riguardo la direttrice di servizio della Direzione centrale infrastrutture e territorio, l'architetto Chiara Bertolini, dichiara: «È stato fatto un sopralluogo e successivamente abbiamo impartito delle specifiche di intervento». All'ulteriore richiesta di informazioni più precise, il funzionario ha risposto che tali questioni tecniche risulterebbero di scarso interesse per la comunità. Tuttavia, un documento della Direzione centrale infrastrutture e territorio datato 10 febbraio permette di far luce sulla questione: il sifone, pur determinando una perdita d'acqua nel sottosuolo, risulta comunque importante per il ricambio idrico. Occluderlo con il cemento, si legge, potrebbe portare nei periodi più caldi a fenomeni di insufficiente ossigenazione dello stagno con problemi per alcune specie. Pertanto, proprio in questa settimana, la ditta Marocelli, ha predisposto sull'inghiottitoio della rete zincata, strati di geotessuto e infine uno strato di argilla. La soluzione voluta dalla Regione necessiterà comunque di una manutenzione con probabile cadenza decennale. Interpellato sul provvedimento, l'ex direttore dei lavori Nicola Bressi non ha rilasciato dichiarazioni. Ma nei corridoi dei Civici musei scientifici si osserva come il nuovo intervento lasci la questione aperta, visto che nel recente passato simili espedienti non avrebbero sortito gli esiti sperati. Rimandato al tardo autunno il resto dei lavori, la speranza è che la soluzione adottata sia quella giusta. Perché, in caso contrario, si potrebbe compromettere ulteriormente l'unica e irripetibile conca di Percedol, ipotesi preoccupante non solo per i triestini e i turisti, ma per tutta la comunità scientifica.

Maurizio Lozei

 

Coi pattini sul ghiaccio fino a qualche anno fa

Lo stagno di Percedol è il più conosciuto del Carso di Trieste. È anche fra i più grandi. Un tempo, d’inverno, ghiacciava con spessori che permettevano anche di pattinare sopra. Nei suoi pressi sorsero forni per la produzione della calce con il metodo più artigianale di cui rimangono deboli tracce in forma di conche circolari del raggio di qualche metro nell’angolo est della dolina . L’acqua dello stagno serviva per “spegnere” la calce “viva” e renderla utilizzabile. Risulta particolare anche la sua vegetazione, con alberi di alto fusto, come il cerro, il rovere, il carpino bianco, tipici del bosco delle doline, oltre ad altri portati dall’uomo (abete bianco e rosso). Sullo specchio d’acqua nel periodo estivo sbocciano le ninfee bianche. Nelle vicinanze dello stagno vivono l’allocco, la faina e il tasso in cerca delle loro prede: la libellula, la rana agile, il tritone punteggiato, il tritone crestato, le raganelle, i rospi comuni e la rana verde che sono i principali abitanti dello stagno. L’area è protetta dal 1984. Per raggiungere lo stagno di Percedol si deve percorrere la strada provinciale da Opicina a Monrupino. La località è segnalata da un cartello. Esiste un’area per il parcheggio.

 

 

No Smog attacca su Aia e Ferriera - L’accusa dall’associazione: «Muro burocratico della Regione». Nuovo esposto
«Si constata come la Regione, ente emettitore dell'Aia, non voglia tener conto delle istanze dei cittadini, fatte proprie del sindaco, respingendone senza appello entrambe le richieste di riesame di un'Aia palesemente insufficiente e rilasciata oltretutto in odore di un conflitto di interessi». È questo il motivo dell'assemblea pubblica indetta ieri dall'associazione “No smog” a Servola, che inoltre ha ribadito la «scarsa comunicazione sul tema Ferriera, su cui si riflette anche un probabile mea culpa», e la di nuovo dichiarata «assenza di colore politico dell'associazione». Ma non solo: «Il 70% dei risultati delle scorse elezioni comunali - hanno detto la presidente Alda Sancin e il segretario Adriano Tasso - ha visto premiare partiti che promettevano la chiusura dell'area a caldo. Si ha l'impressione che la Regione abbia voluto erigere un muro burocratico attorno allo stabilimento». A questo proposito l'assessore comunale all'Ambiente Luisa Polli, ha detto che «il Comune ha seguito una serie di tappe studiate assieme alle associazioni per arrivare alla chiusura dell'area a caldo ma senza la leale collaborazione della Regione per la salute dei cittadini questo percorso è difficile. Era anche negli accordi di programma che nel momento in cui fosse entrato in funzione il laminatoio, l'area a caldo avrebbe dovuto chiudere». Lo scorso venerdì inoltre, è stato annunciato, No smog ha presentato un altro esposto alla Polizia giudiziaria per «polveri sempre più sottili». Durante l'assemblea sono state proiettate anche alcune immagini immortalate dai cittadini residenti in varie giornate e orari, «in cui - è la denuncia - si vede chiaramente la presenza di copiose emissioni non convogliate che escono da più siti all'interno dello stabilimento, dirette verso aree abitate». E ancora: «Negli ultimi tempi, a fronte di una diminuzione della ricaduta di polveri grossolane, è aumentata la concentrazione del cancerogeno benzo(a)pirene». Infine, tra gli ultimi elementi annunciati, è stato rilevato che nel 2015 le denunce per polveri, odori molesti e irritanti e rumori «sono state superiori agli anni passati, nel 2016 solo di poco inferiori a queste».

(b.m.)

 

 

Riqualificazione - Italia Nostra si schiera contro le bitte piazzate in Porto vecchio
«Hanno rovinato il genius loci». I componenti della sezione triestina di Italia Nostra si sono riuniti nella sede di via del Sale per esprimere «enormi perplessità riguardo la riqualificazione esterna della Sottostazione elettrica e della Centrale idrodinamica», come ha affermato il presidente Marcello Perna. Oltre che per rilanciare un quesito: «Dov'è finito il finanziamento di 50 milioni di euro ministeriale?». Si sentono amareggiati «per l'atteggiamento dell'autorità pubblica - spiega il presidente - perché siamo stati tagliati fuori sia dal punto di vista della riqualificazione che della finalizzazione delle risorse. Spero sia ancora possibile un confronto». Oggetto della polemica, l'installazione di antiche bitte e nuova pavimentazione decorata a perimetro del Polo museale in Porto vecchio. L'incontro è stato organizzato dopo che il nuovo assetto è stato segnalato «da persone esperte - afferma la vicepresidente Giulia Giacomich - docenti, tecnici, cittadini, ex lavoratori portuali». Il motivo di dissenso riguarda principalmente «il mancato rispetto dei vincoli portuali». Che vuol dire «l'uso errato del colore rosso Verona per la pavimentazione, la collocazione delle bitte in quell'area, oltre al visibile taglio delle bitte stesse, un bene portuale». «Ci sembra che questo intervento non rispetti l'identità storica del Porto vecchio - ha affermato la vicepresidente Giulia Giacomich - La Soprintendenza aveva sostenuto che in tutta l'area dovevano essere riutilizzati i masegni storici». Quanto alle bitte, «non sono mai state lì, qualcuno potrebbe pensare che anticamente ci fosse un attracco, cosa non vera - ha detto Antonella Caroli referente sul Porto vecchio per Italia Nostra - . Sembra che la Soprintendenza non sia stata informata». A ciò viene aggiunto un altro problema: «Una nuova struttura che toglie la visuale". Per questo Italia Nostra ha fatto una richiesta alla Soprintendenza per accedere agli atti, riservandosi di contattare anche il Mibact. Sui 50 milioni poi Caroli ha detto: «Nella delibera si legge che ci deve essere una programmazione, ma non vogliamo una programmazione di fantasia».

(b.m.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 25 marzo 2017

 

 

«Pochi i ricorsi contro il Piano regolatore» - L’ex sindaco Cosolini e l’ex assessore Marchigiani ribattono alla Polli: «Non alteri i dati, il Prg funziona»
Black out amministrativo? Buchi neri? Zone bianche? Niente di tutto questo: l’ex sindaco Roberto Cosolini e l’ex assessore all’Urbanistica Elena Marchigiani rigettano i rilievi mossi al Piano regolatore (Prg) approvato nel dicembre 2015 dall’attuale titolare dell’Urbanistica comunale, la leghista Luisa Polli. Alcuni giorni fa l’assessore della giunta Dipiazza aveva sottolineato come il Comune avesse perso in un anno quattro ricorsi al Tar e che, per evitare la paralisi amministrativa, sarebbe stato necessario adottare rapidamente varianti al Prg. Come si suol dire ricorrendo ai regolamenti d’aula, Cosolini&Marchigiani hanno chiesto la parola per fatto personale. Le loro risposte alla Polli, ovviamente, coincidono. «Tanto per cominciare - obietta l’ex primo cittadino che si dichiara “sorpreso” dalle osservazioni di Luisa Polli - due considerazioni statistiche. Venti ricorsi per un nuovo Piano regolatore, approvato a distanza di quasi vent’anni dal precedente, sono veramente pochi, molto pochi». «Di questi venti ricorsi - procede Cosolini - finora ne sono stati discussi 12, di questi 12 il Comune ne ha vinti 9 e ne ha persi 3, non quattro come erroneamente afferma la Polli. I tre ricorsi, che hanno visto l’amministrazione soccombente, riguardano in realtà aspetti molto specifici, circoscritti, tali da non pregiudicare l’impianto complessivo del piano». In poche parole - riassume l’ex sindaco - «il contenzioso è risultato poco e marginale». «Non è giusto manipolare i dati - insorge Elena Marchigiani - e non è vero che il Piano regolatore faccia acqua. I nuovi amministratori non cerchino falsi argomenti per motivare la volontà di adottare nuove varianti in grado di modificare il Prg. Se intendono apportare cambiamenti lo spieghino, senza alterare la realtà dei fatti». «Ma capisco - incalza l’ex assessore - che si sta avvicinando la campagna elettorale per le Regionali 2018». L’ultimo argomento è una sfida aperta all’attuale amministrazione e, in particolare, a colei che ha rilevato il suo posto: «Invece di rincorrere falsi bersagli, perché non vanno avanti con il regolamento sugli incentivi per la riqualificazione energetica di edifici esistenti, che è già pronto? Perché non procedono con il piano dedicato al Centro storico?».

magr

 

 

Capodistria-Divaccia verso il raddoppio - Lubiana ora accelera - Il governo punta a far approvare la legge entro luglio - Ungheria, Slovacchia e Cechia fra i potenziali investitori
CAPODISTRIA -  Il ministero dei Trasporti sloveni ha pubblicato la bozza di legge per il raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia: passaggio ulteriore dopo che un anno fa Lubiana aveva rotto gli indugi appoggiando il progetto di Luka Koper, per rafforzare il collegamento ferroviario verso il Nord Europa. La bozza prevede un partenariato pubblico-privato per finanziare l’opera in parte con fondi statali e in parte con fondi di altri Paesi e privati interessati. Offerte concrete sarebbero già giunte da Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, le cui merci destinate all’export passano per il porto di Capodistria. Resta da capire la contropartita pretesa dagli eventuali investitori: Lubiana non sembra voler cedere quote del pacchetto azionario. Come detto dal segretario di Stato Jure Leben, il governo potrebbe discutere la legge già il 30 marzo così da farla approvare con iter d’urgenza entro metà luglio. Così la 2Tdk, la società cui Lubiana ha delegato il coordinamento del progetto per il secondo binario, potrà concorrere ai fondi Ue. L’opera è stimata avere un costo di 1,4 miliardi di euro: cifra che però secondo “Iniziativa civile”, associazione creata da esperti nel campo di infrastrutture, edilizia e economia, si potrebbe dimezzare adottando accorgimenti per superare il dislivello della ferrovia sul Carso, riducendo a uno solo il numero dei tunnel da costruire. Ma ridiscutere il progetto, ha già replicato il ministro delle Infrastrutture Peter Gaspersi„, significherebbe tornare indietro di venti anni. La maggioranza parlamentare ha scartato la proposta di Iniziativa civile - supportata dall'opposizione - di chiedere una nuova verifica dei progetti e avviare un dibattito pubblico su nuove soluzioni tecniche. Il governo ha da tempo accantonato anche l'osservazione della Ue, secondo la quale sarebbe meno costoso collegare Capodistria al Corridoio europeo Adriatico-Baltico sfruttando le ferrovie esistenti che passano per Trieste: una soluzione - questo il pensiero di Lubiana - che farebbe perdere competitività a Capodistria rispetto a Trieste. Il nuovo passo dunque conferma la volontà della Slovenia di fare del porto di Capodistria uno snodo logistico continentale, potenziando ulteriormente il suo ruolo di leader nel movimento merci nell'Alto Adriatico. L'anno scorso il movimento merci è arrivato a quota 22 milioni di tonnellate, il 6% in più su base annua, il doppio rispetto a Fiume.

(p.r.)

 

 

Ambiente - Allianz spegne le luci in Largo Irneri

Allianz Italia aderirà a “Earth Hour - L’Ora della Terra”, l’evento promosso dal Wwf contro il riscaldamento globale. Nell’occasione questa sera, dalle 20.30 alle 21.30, verranno spente le luci della sede della compagnia assicurativa in Largo Irneri.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 24 marzo 2017

 

 

Sos delle imprese: «Bonifiche paralizzate» - L’allarme di Confartigianato e Confindustria sul Sito inquinato. Replica l’assessore regionale Vito: «L’iter procede»
«La piccola imprenditoria non è in condizione di ampliare le proprie attività, di effettuare alcuno scavo del sottosuolo, di eseguire alcuna costruzione. Non solo: ma se l’artigiano non può migliorare il suo sito produttivo, il valore immobiliare del sito scende e questo deprezzamento gli viene ricordato quando va in banca a chiedere un fido». Dario Bruni è presidente di Confartigianato Trieste, è titolare di un’azienda nell’area del Sito di interesse nazionale (Sin), è stato presidente dell’Ezit: in questa triplice veste è molto preoccupato di quella che definisce «paralisi della bonifica nel Sin». Pratiche e procedure sono ferme. La sua associazione è in prima linea nella denuncia di queste criticità, perchè su circa 330 aziende operanti nell’area Ezit perimetrata nell’ambito del Sin, 230 sono artigiane. Con una media di tre addetti per micro-impresa, danno lavoro a circa 700 persone, quindi una realtà da non sottovalutare nell’asfittico panorama dell’economia triestina. Per capire meglio l’Sos di Bruni, bisogna fare un passo indietro. Correva il novembre 2015, quando l’ultrasessantenne Ezit veniva commissariato dalla giunta regionale. Un mese più tardi, in sede di discussione consiliare sulla Finanziaria regionale, un emendamento spacchettava le competenze del liquidando ente, cosicchè la stessa Regione Fvg si sarebbe tenuta la gestione del Sito inquinato (Sin) e il marketing territoriale. E da allora del Sin - lamenta Bruni - non si parla più, «sono trascorsi 16 anni dai primi atti, già la lentezza dell’iter era diventata proverbiale, ma adesso ...». L’alternativa? «Che il piccolo imprenditore si muova in autonomia, pagandosi la pratica di bonifica: difficile fare una media dei costi, ma non sono inferiori ai 20 mila euro. Per una micro-azienda è un vero e proprio salasso». E’preoccupato anche Sergio Razeto, presidente di Confindustria Venezia Giulia, perchè i tempi si allungano sempre di più. Ma Razeto ha una speranza: «Ormai dovrebbe essere pronto lo statuto di un nuovo “contenitore” che prenda in carico le vecchie competenze dell’Ezit. “Contenitore” nel quale l’Autorità portuale avrà un ruolo preponderante. Una struttura amministrativa di riferimento sarà in grado di riprendere l’iniziativa». L’allarme di Bruni e Razeto non lascia indifferente l’assessore regionale all’Ambiente, Sara Vito, che fornisce una articolata replica tecnica. La riqualificazione del Sin va avanti - scrive in una nota - e a presto Confartigianato e Confindustria ne saranno informate. «Finora - precisa l’assessore - , le aree di proprietà ex Ezit, cioè circa 40 ettari nelle valli delle Noghere/Rio Ospo, sono già state caratterizzate e sulle stesse sono stati eseguiti i test di cessione». «La Regione - spiega - ha provveduto ad affidare il servizio di redazione dell’Analisi di Rischio sito specifica (AdR), previa identificazione dei lotti per i quali è possibile richiedere la chiusura del procedimento di bonifica e previa delimitazione delle fonti primarie di contaminazione/riporti non conformi, con indicazione dei possibili interventi di risanamento per le aree individuate». All’operatore selezionato sono stati assegnati 60 giorni per la conclusione dell’incarico. Per quanto riguarda gli “interventi di riqualificazione ambientale funzionali alla reindustrializzazione e infrastrutturazione delle aree comprese nel Sin” «si prevede il completamento della caratterizzazione delle aree a terra e in seguito la definizione del modello idrogeologico dell’intero sito e la redazione dell’analisi di rischio ove occorra. Preliminarmente a tali attività devono essere eseguiti i test di cessione sui materiali di riporto» A tale riguardo - conclude Sara Vito - «la Regione intende procedere per sub-aree, iniziando dalle Noghere e completando i test di cessione entro il 2017.

Massimo Greco

 

 

Marenordest, contro l’inquinamento degli oceani
L'inquinamento da plastica o meglio, le soluzioni che ognuno di noi, nel proprio piccolo, può attuare per contrastare un problema di grande attualità e valenza mondiale, sono al centro del Concorso Marenordest, aperto a tutti gli alunni delle scuole secondarie di secondo grado della regione. Il concorso, legato alla VI edizione di Marenordest, evento dedicato al mare e al mondo che lo circonda, che si terrà nella suggestiva cornice delle Rive di Trieste dal 19 al 21 maggio - con eventi e incontri che coinvolgono le principali figure che ruotano attorno al mare in vari ambiti (trasporti, cantieristica, subacquea, ricerca scientifica e ambiente, sport acquatici, turismo e promozione del territorio con un occhio di riguardo per le scuole - è promosso dall'Associazione Trieste Sommersa Diving. Suddiviso in tre categorie (elaborato scritto, video e fotografie), il concorso avrà il seguente tema: “Un mare di plastica. Cosa può fare ognuno di noi, anche attraverso modifiche di comportamenti scorretti, per limitare l'inquinamento da plastiche degli oceani?". Regolamento su www.marenordest.it/concorso-scuole

 

 

L’Ora della Terra - Luci spente pensando al clima che cambia
Domani anche a Trieste scatta l'Ora della Terra, l'evento planetario del Wwf per sensibilizzare sul tema del cambiamento climatico, che nel 2017 celebra il decimo anniversario. L'invito - per istituzioni, attività commerciali, ma anche i cittadini - è di spegnere le luci per un'ora, dalle 20.30 alle 21.30, in casa, in ufficio o al ristorante. Un gesto simbolico per iniziare a invertire la tendenza secondo lo slogan "spegni la luce, accendi il cambiamento". L'effetto di questa mobilitazione globale sarà una grande "ola" di buio che per 24 ore farà il giro del mondo. Il Wwf Area marina protetta di Miramare proporrà un'escursione serale sulla costiera triestina con osservazione delle stelle dalla vedetta Slataper. I posti sono però già esauriti. Tra gli eventi, anche cene sostenibili e solidali a lume di candela in partnership con Altromercato. La Bottega del mondo Il Mosaico e il Wwf Trieste hanno coinvolto nove locali del centro, da via dell'Annunziata a via Mazzini, via Cassa di Risparmio, via Malcanton, via Cadorna, via Economo, via Torino e piazza Hortis, che serviranno aperitivi o cene solidali a lume di candela. Si potrà pure ammirare piazza Unità al buio: per un'ora infatti sarà spenta l'illuminazione della facciata del Municipio. E si spegneranno pure luci e insegne della sede triestina di Allianz Italia in Largo Irneri. C'è ancora tempo per aderire: la mappa degli eventi e si può consultare su www.oradellaterra.org/mappa-eventi.

( g.t.)

 

 

SEGNALAZIONI - Parco del Mare - Petizione basata su dati scorretti

Date le inesattezze riportate nelle lettere pubblicate il 25 febbraio e il 21 marzo scorsi, sempre a firma della signora Giorgetta Dorfles, avanzo alcune precisazioni. Anzitutto va dato atto alla promotrice della petizione contro la realizzazione del Parco del mare nell’area della ex Cartubi (meglio nota come Porto Lido) Giorgetta Dorfles, che è una buona scelta ritirare una raccolta firme fondata su elementi non corrispondenti alla realtà, proprio perché è un atto dovuto verso chi quella petizione l’ha sottoscritta sostenendo affermazioni che si sono presto rivelate false. L’ipotesi di realizzare il Parco del mare in zona Porto Lido ha fin da subito (fine 2015) fatto riferimento alle dimensioni indicate nell’intervista del presidente della Fondazione CRTrieste Massimo Paniccia, pubblicata da Il Piccolo del 15 marzo. Dimensioni condivise con la Camera di commercio e sulle quali si sono espressi a favore il Comune (già con il sindaco Roberto Cosolini) e la Regione Friuli Venezia Giulia. Le “non verità” inserite nella petizione e riferite solamente all’immagine di un concept progettuale, avrebbero richiesto un adeguato approfondimento prima di essere proposte e diffuse con commenti non basati su elementi reali. La Camera di Commercio non ha fatto intimidazioni, come ha riferito nella sua segnalazione del 25 febbraio scorso la signora Dorfles, ma ha chiesto di ritirare una petizione fondata su elementi non corrispondenti alla realtà dei fatti. Nella segnalazione pubblicata il 4 marzo la signora Dorfles, anticipando il ritiro della petizione, ne ammette contestualmente l’infondatezza. Sarà al Consiglio comunale che le istituzioni e i tecnici coinvolti presenteranno lo studio progettuale del Parco del mare rispondendo ai quesiti indicati nel programma dell’audizione dal presidente del Consiglio, Marco Gabrielli su richiesta dei consiglieri del Partito democratico. Nei prossimi mesi verrà organizzato un evento pubblico per presentare lo studio a tutta la cittadinanza come già programmato dalle istituzioni coinvolte.

Andrea Bulgarelli - Ufficio stampa Camera di Commercio Venezia Giulia

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 23 marzo 2017

 

 

Il parco fantasma di Aquilinia sparge veleni - È polemica sull’area verde promessa già per giugno 2016. Centrodestra all’attacco. Marzi: «Ritardi per questioni di sicurezza»
MUGGIA Che fine ha fatto il Parco urbano di Aquilinia? È l’interrogativo che ci si pone a dieci mesi ormai dall’annuncio dell’apertura dell'area verde sita nella frazione muggesana. Una promessa fatta dall'allora candidato sindaco Laura Marzi, a pochissimi giorni dal voto per il rinnovo delle cariche comunali. L’area boschiva - pari a due ettari, di proprietà della Teseco - doveva essere realizzata proprio dalla stessa Teseco con un importo pari a 160mila euro, necessari per la riqualificazione della zona. La nuova struttura pubblica - in teoria fruibile dallo scorso 6 giugno - comporterà anche la realizzazione di 40 nuovi parcheggi destinati ai residenti. Collocato di fronte alla scuola elementare Loreti e vicino all’ex caserma della guardia di finanza, il Parco, apparentemente pronto, non è però mai stato inaugurato. La situazione di stallo non è passata inosservata tra i banchi dell'opposizione consiliare. Roberta Vlahov (Obiettivo comune per Muggia) racconta: «È da sei mesi che si attende l’inaugurazione della struttura. Quando abbiamo chiesto delucidazioni in merito ci era stato detto che il problema riguardava alcune transenne. Per ora sull’agibilità dell’area tutto tace». E la questione finirà presto anche in Consiglio comunale in seguito ad una interrogazione portata avanti dai tre partiti del centrodestra. Nel testo che vede capofirmatario Andrea Mariucci di Forza Muggia Dpm, sottoscritto anche dai colleghi di gruppo Stefano Norbedo e Giulia Demarchi, da Giulio Ferluga della Lega e Nicola Delconte di Fratelli d’Italia, si chiede come mai l’area, ancora interdetta al pubblico accesso e contornata dal recinto di cantiere, sia «abbondantemente illuminata, mentre attorno vi sono molte strade e zone in prossimità delle abitazioni che invidierebbero una illuminazione simile». Chiamata in causa il sindaco Laura Marzi non nasconde la problematica: «Purtroppo la mancanza di un guardrail di sicurezza sta ritardando l’apertura effettiva del parco. Avremmo dovuto inaugurarlo lo scorso giugno, invece non è andata così e mi assumo le responsabilità di tutto ciò». Marzi però tiene a sottolineare che il suo non è stato un gesto di mera propaganda elettorale: «Avremmo dovuto inaugurarlo già a metà maggio, ma a causa del maltempo l’apertura fu prevista proprio il 6 giugno. Invece tutto si è bloccato». Per risolvere la questione è stata stornata una parte del denaro destinato ai parcheggi: «Abbiamo chiesto alla Teseco di inserire questa ulteriore opera, inizialmente non prevista. L’iter per chiudere la procedura, purtroppo, si è allungato. Speriamo a breve di risolvere la situazione». Sull'area vige invece ancora un dubbio sul futuro dei vecchi campi da tennis in cemento presenti alla fine della zona boschiva, attualmente inutilizzabili. Al posto delle due strutture sportive l'amministrazione comunale sta pensando di creare una piccola costruzione da utilizzare come centro di aggregazione per i residenti, come conferma Marzi: «Stiamo valutando se adoperare l’area dei campi di tennis per la socializzazione dei cittadini di Aquilinia, una proposta sulla quale poi dovrà esprimersi la cittadinanza locale».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

SLOWFOOD.it - MERCOLEDI', 22 marzo 2017

 

 

«Privatizzare l’acqua equivale a una sottrazione della democrazia»

Per la giornata mondiale dell’acqua abbiamo sentito Simona Savini del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua: «Ristrutturare gli acquedotti italiani è la vera grande opera che serve al nostro Paese»

319 milioni di abitanti dell’Africa Sub-Sahariana, 554 milioni di asiatici, 50 milioni di sudamericani non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicura (dati del World Water Council). Intanto 2,4 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienico-sanitari adeguati (dati dell’associazione non governativa WaterAid). E sono 25 anni che è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Giornata Mondiale dell’Acqua, per invitare alla riflessione. Certo non ha invitato all’azione viste le condizioni in cui ancora stiamo.

Ad esempio, in Italia dove l’esito della consultazione referendaria del 2011 è stato totalmente disatteso. Ve lo ricordate il referendum sull’acqua bene comune? È stato tra i più votati della nostra Repubblica, il sì ottenne oltre il 95 per cento dei voti, abrogando la legge del Governo Berlusconi che obbligava ad andare a gara per affidare il servizio idrico e a cedere quote azionarie ai privati. Privati che – secondo quesito del referendum – non avrebbero più potuto inserire in tariffa i loro profitti. Ebbene, dopo 5 anni quella volontà popolare è stata contrastata da tutti i Governi… E le cose peggiorano. Così come ben ci spiega Simona Savini, del Forum Italiano dell’Acqua «Ora nuova strategia è rilanciare i processi di privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali, oltre a reinserire, tramite il nuovo metodo tariffario elaborato dell’Aeegsi, la voce che garantisce il profitto ai gestori» come se nulla fosse stato insomma. «L’altra mossa – continua Savini – è favorire le grandi fusioni tra le maggiori società che gestiscono l’acqua pubblica sul territorio nazionale (A2A, Iren, Hera e Acea)», tutte quotate in borsa… Con assemblee dei soci a porte chiuse dove si decide per tutti noi cittadini. «Ma quanto si decide dentro quelle porte riguarda tutti noi: in assise private come i consigli di amministrazione o l’assemblea dei soci di una multinazionale si decide della nostra acqua “bene comune”. Questa è una chiara sottrazione di democrazia» commenta Savini. E infatti il Forum Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha avviato una bella campagna per capire quanto sia fattibile la ri-pubblicizzazione di una società come Acea, studiando i bilanci e mostrando come vengono gestiti i soldi che questa società privata guadagna attraverso le bollette.

Ma non avevamo chiesto, in milioni, che l’acqua fosse un bene comune, o per lo meno pubblico?
Ma torniamo alla giornata di oggi, che come tema ha le acque reflue cioè quelle già usate, perché l’Onu vuole portare l’attenzione del mondo «sullo spreco delle risorse e sulla capacità di recuperare l’acqua usata per soddisfare la domanda in aumento, ridurre la sete umana e la siccità della Terra, con la depurazione cancellare l’inquinamento che le acque di scarico portano con sé».
Ora, tutto bene, e certo, sembra ovvio che bisogna ripulire le acque dagli inquinanti. Ben vengano anche le giornate che attirano l’attenzione su questi temi, e svegliano (?) le intorpidite coscienze. Ma, a me (e credo anche a voi) viene da chiedermi, ma non ha senso pensare anche a eliminare gli sprechi? «Ridurre gli sprechi significa rifare l’intero sistema idrico nazionale, e sostituire tutti i tubi. Un investimento enorme, certo, ma che verrebbe ammortizzato negli anni. E infatti questo ha scelto di fare il Comune di Parigi: quando la società di gestione dell’acqua è tornata comunale, hanno avviato questa grande opera, coordinandosi con le altre aree del comune. Così se c’era una strada da rifare, se ne approfittava per cambiare anche i tubi» Ma quale società privata avrebbe interesse a fare un investimento che viene ammortizzato in decenni? «Nessuna ovviamente! Un operaio di Acea ci ha raccontato che da quando è diventata una società privata, non si cambiano più i tubi rotti, ma si mettono le cravatte – cerottini insomma – Ristrutturare gli acquedotti italiani è la vera grande opera che serve al nostro Paese» conclude Simona.
Noi invece vi invitiamo a non indignarvi solo oggi, a seguire il Forum (avete più luoghi, sito, facebook e twitter) e a partecipare a Roma il primo di aprile Assemblea nazionale del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. La vogliamo questa acqua pubblica e senza sprechi sì o no?
Michela Marchi

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 22 marzo 2017

 

 

Raffica di sconfitte al Tar, “trema” il Prg - Il Comune ha perso in un anno quattro ricorsi presentati da privati. Polli: «Per evitare la paralisi servono subito varianti»
Trieste ha atteso per 18 anni un nuovo Piano regolatore. E ora, dopo averlo ottenuto il 21 dicembre 2015, si ritrova con un piano “colabrodo”. Quattro ricorsi al Tar, nell’ultimo anno, hanno disseminato di ipotetici “punti bianchi” il Prg. Lo si è appreso ieri mattina durante la riunione della commissione comunale sul tema del rilancio del piano edilizio proposto dal Movimento 5 Stelle. Sotto tiro è finito il “Piano regolatore Marchigiani” come lo chiamo l’attuale assessore, Luisa Polli, in omaggio all’urbanista della giunta Cosolini che l’ha preceduta nell’incarico. «Sul Prg pendono una ventina di ricorsi al Tar. Alcuni ricorsi hanno una consistenza rilevante rispetto al Prg. Altri riguardano questioni particolari e personali», spiega l’assessore leghista. In ogni caso le impugnazioni dei privati rischiano di minare alla fondamenta il Prg nuovo di zecca. «Quattro ricorsi al Tar sono già stati persi. E altri sono in arrivo - spiega sconfortata l’assessore all’Urbanista -. Quando uno vince un ricorso apre un mondo e rischia di creare problemi anche ad altri che non hanno fatto ricorso e che magari condividono la stessa zona del Prg», spiega Polli. I quattro ricorsi persi hanno già creato delle zone bianche dove vige la “paralisi” urbanistica. «Il vero nodo è questo. Nel Prg Marchigiani, essendo il Comune risultato soccombente rispetto ad alcuni ricorsi, si sono create le cosiddette zone bianche, ovvero terra di nessuno. In queste zone nessuno può fare nulla». Un’impasse complicata da sbloccare. L’impugnazione dello strumento urbanistico finisce per creare un black out. «Il Tar dice che quello che sostiene il Prg non vale più. Quindi di crea un puntino bianco sul piano regolatore. In questo momento sono quattro, visto che sono quattro i ricorsi persi». Da qui, con altri venti ricorsi pendenti, il rischio di trovare ad avere piano regolatore ridotto a un groviera, ovvero pieno di “buchi”. «Ho esaminato il contenuto di altri ricorsi. Una parte hanno contenuti simili. E quindi se il Tar ha preso questo linea, non è difficile immaginare l’esito di molti altri ricorsi» continua l’assessore. Che fare allora? Serve correre ai ripari in fretta. «Dovremmo fare rapidamente delle varianti al piano regolatore che rispondano ai contenuti delle sentenza del Tar rispetto alle singole fattispecie. Gli uffici ci stanno già lavorando. In quell’occasione, alla luce delle sentenze, andremo a ritarare lo strumento urbanistico. Bisogna evitare che si apra una catena di ricorsi sulla scia dei primi. C’è il rischio reale che l’attuale piano regolatore diventi incontrollabile creando notevoli problemi ai cittadini e alle attività produttive». Non basta quindi mettere delle toppe sui punti bianchi. C’è la necessità di vere varianti che risolvano complessivamente il problema. Una revisione più che una manutenzione. «Se un ricorso riapre una zona B3 a Borgo San Sergio è ovvio che lo stesso problema mi si pone in una zona B3 in Strada del Friuli. Quindi la modifica deve riguardare entrambe. Serve una visione d’insieme», spiega Polli. Ma come è possibile che il Prg varato un anno fa sia in queste condizioni? L’assessore non butta la croce sulla Marchigiani: «Un sacco di emendanti accolti dall’aula hanno creato un disequilibrio rispetto al piano originale. E lo dico io che non condiviso questa visione del Prg».

Fabio Dorigo

 

 

C’è lo “Stop Salvapedoni” - Spazio di frenata ridotto - Nuovo sistema a Palmanova in via Loredan e vicino all’ex caserma Hermada
Il mix fra bitume e griglia di acciaio consente il blocco però costa 10mila euro
PALMANOVA Arriva lo “Stop Salvapedoni” a difesa di chi attraversa le strisce pedonale. È un dispositivo stradale innovativo che, grazie al posizionamento sotto l’asfalto di una lamina di ferro, consente alle auto di ridurre lo spazio di frenata. A tenerlo a battesimo in Italia è Palmanova grazie al brevetto dell’azienda friulana Smart Way che - dopo un lungo periodo di ricerca, in cui è stata coinvolta anche l’Università di Padova - l’ha attivato per la prima volta in via Loredan, proprio all’uscita della scuola secondaria di primo grado Zorutti e in prossimità dell’ex caserma Hermada. Una zona della città stellata dove risiedono circa 145 nuclei familiari. Il sistema “Stop Salvapedoni”, inventato e brevettato da Luca Romanini, incassato nell’asfalto in prossimità degli attraversamenti pedonali è capace di aumentare il coefficiente di aderenza degli pneumatici riducendo sensibilmente lo spazio di frenata. Ma cosa c’è sotto l’asfalto? La speciale pavimentazione stradale si compone di un grigliato in acciaio strutturale saturato con conglomerato bituminoso di tipo stradale. Le caratteristiche di micro-tessitura, espressive dell’antisdrucciolevolezza della pavimentazione, garantiscono praticamente quasi un blocco totale della vettura in caso di frenata allorchè si presenta una situazione di pericolo sulle strisce. Il dispositivo non può mutare le proprie caratteristiche di aderenza, essendo inseriti alla superficie in acciaio dei piatti sulla tessitura superficiale, e quindi non sarà soggetto a sostituzioni o manutenzioni. Su manto stradale scivoloso, invece, l’efficacia del grigliato aumenta in quanto l’aderenza è indipendente dallo stato dell'’asfalto. Il costo di un’installazione si attesta intorno ai 10mila euro ma l’incidenza, come spiega Romanini, è «determinata prevalentemente da materiale impiegato, con ben 15 quintali di ferro». Le prove effettuate al momento dell’inaugurazione hanno mostrato l’efficacia del dispositivo. «La scelta di posizionare i due “Stop Salvapedoni” davanti a una scuola e nei pressi di una zona molto abitata da famiglie non è per nulla casuale e vuole salvaguardare l’incolumità dei nostri ragazzi e dei cittadini» dice il sindaco Francesco Martines. Erano presenti anche Giorgio Damiani di Fvg Strade, Gianfranco Romanelli dell’Acu Udine, Franco Buttazzoni della Camera di commercio udinese, Elena Bernardis, vicedirigente dell'’Istituto comprensivo della città stellata. «Abbiamo visto come l'innovazione possa andare al servizio della sicurezza - sottolinea l’assessore regionale Maria Grazia Santoro - perché una rete tra amministrazioni pubbliche, imprese e scuola ha raggiunto questi obiettivi. Una nuova azienda, una startup innovativa, con un ottimo brevetto sta nascendo». A margine è stata firmata una convenzione fra Comune e Automobil Club di Udine.

Alfredo Moretti

 

 

Muggia dichiara guerra allo spreco alimentare

Allo studio della giunta Marzi convenzioni ad hoc con le associazioni di volontariato L’obiettivo è ridurre al minimo gli scarti nella casa di riposo e nelle mense scolastiche

MUGGIA Creare delle convezioni con le associazioni di volontariato presenti sul territorio, ma anche contribuire all’autocompostaggio dei terreni coltivati. Sono queste le ipotesi sulle quali il Comune di Muggia sta ragionando per agire concretamente contro lo spreco alimentare che si viene a creare nelle strutture pubbliche rivierasche. Un tema già in passato affrontato anche dal Consiglio comunale con una mozione - fatta propria da tutto il Consiglio stesso - presentata da Roberta Tarlao (Meio Muja). Luca Gandini, assessore alle Politiche sociali della giunta guidata dal sindaco Laura Marzi, racconta l’attuale situazione muggesana che complessivamente è già fortemente monitorata. «Per quanto riguarda la Casa di riposo la programmazione degli acquisti in base alle indicazioni e alle grammature previste nel menù concordato con l’Asuits rende la produzione degli scarti alimentari molto contenuta, ma si continuerà ad applicare comunque un’azione di monitoraggio degli scarti quantificandone il relativo peso». Diverse le azioni attivabili al vaglio nel Comune rivierasco: tra queste non sono stati esclusi neppure il riciclo per il sostegno vitale degli animali o quello con la destinazione ad autocompostaggio in relazione alla produzione di prodotti orticoli. «Chiaramente la prima riflessione è stata quella della destinazione a chi ne ha più bisogno - racconta Gandini -. La Camst ha già attivi alcuni protocolli per il recupero degli scarti alimentari derivanti dal self service attraverso convenzioni con associazioni di volontariato, ed è già impegnata a livello nazionale in attività educative per perseguire le finalità della legge 166/16. Si è resa subito disponibile a collaborare per realizzare tali attività anche nel Comune di Muggia». Accanto alla struttura di salita Ubaldini, l’altro grande punto alimentare legato al Comune è la mensa scolastica gestita dalla Sodexo, altrettanto attiva contro lo spreco alimentare. In tal senso, è già stato avviato per esempio l’iter per la realizzazione, in collaborazione con Slow Food, del progetto “Orto... in condotta”. Comprendendo sia l’educazione ambientale che alimentare, il progetto, di durata triennale, prevede il coinvolgimento delle scuole, degli insegnanti, dei genitori degli alunni e dei “nonni-ortolani”, con momenti teorici e pratici e, come si desume già dal titolo, con la creazione di orti presso le scuole, curati con processi produttivi ecologici. «Nelle varie riunioni del Comitato mensa è stato più volte affrontato l’argomento dello spreco nelle mense e di come poter intervenire per ridurlo o riutilizzarlo: nella pratica, ci si sta muovendo già con le piccole attenzioni di ogni giorno», racconta Gandini. Dalle mense scolastiche, per esempio, vengono portati in aula pane, frutta, yogurt o dolce non consumati durante i pasti, che vengono o utilizzati per la merenda pomeridiana, o portati a casa dagli alunni. Complessivamente, dagli scarti delle mense scolastiche, gli avanzi da recuperare sono pochi, grazie anche all’avvio dell’informatizzazione, che garantisce un numero di presenze giornaliere di alunni e insegnanti che utilizzano le mense piuttosto preciso: di fatto, le cucine confezionano quantità poco più che superiori alle necessità. Infine neanche nelle cucine comunali ci sono grossi scarti, come conclude Gandini: «Se non il normale scarto di pulizia dei prodotti alimentari, quali bucce, foglie di verdure da eliminare, che viene regolarmente conferito nei contenitori per l’umido».

Riccardo Tosques

 

 

Basta “sprecare” spazi verdi - In città si vive da contadini

Percorso di formazione teorico-pratica alla sala Arac del Giardino pubblico - Finora sono stati aperti ventinove orti comuni con più di 250 nuovi coltivatori

Cresce la voglia di orti urbani. A Trieste, sono sempre di più i concittadini (di tutte le età e professioni) interessati a diventare contadini urbani, sia nel giardino che sul balcone di casa, ma anche semplicemente curiosi di conoscere tutto sulla cura degli ortaggi e delle piante. Per rispondere alle sempre più numerose richieste, anche quest’anno, dopo il successo delle passate edizioni, il gruppo Urbi et Horti organizza - in collaborazione con il Comune - un programma-percorso di formazione teorico-pratica sul tema “Orti e verde urbano”. Gratuito e aperto al pubblico, il corso - che si articola in 4 moduli formativi da 2 ore ciascuno - ha lo scopo di fornire strumenti per promuovere, progettare e realizzare esperienze di agricoltura sociale a livello territoriale. La presentazione si terrà domani alle 17.30, alla sala del Giardino pubblico, alla presenza dell’assessore Lorenzo Giorgi che rimarca la valenza dell’iniziativa e il sostegno del Comune: «Gli orti urbani possono diventare strumenti educativi per il recupero di spazi abbandonati che altrimenti rischierebbero di divenire ricettacolo di rifiuti o aree degradate». «Il ciclo di incontri - riferisce Tiziana Cimolino, referente dell’associazione capofila Bioest - fa parte del progetto che un gruppo di associazioni riunito sotto il nome di Urbi et Horti porta avanti da più di cinque anni. L’idea è recuperare le aree verdi urbane e periurbane nell’ottica di una tutela dei beni comuni. Finora la collaborazione del Comune e la disponibilità di molti privati ha permesso di aprire 29 orti comuni nella Uti giuliana con più di 250 nuovi contadini che hanno potuto coltivare un orto o prendersi cura di uno spazio verde in città». Le lezioni teoriche si terranno alla sala Arac il giovedì dalle 17.30 alle 19 (il 23 e 30 marzo e il 6 e 13 aprile). Sono previste anche lezioni pratiche il sabato dalle 10 alle 12. I docenti sono tutti esperti nell’ambito di agricoltura, botanica e tutela del verde: Daniela Peresson, agronoma Aiab, e Sergio Boschian (agronomo Soi/Fvg) introdurranno al metodo di agricoltura biologia, sinergica e alla permacoltura, e Francesco Panepinto del Servizio spazi aperti e Spazi verdi pubblici parlerà della cura e la sicurezza del patrimonio arboreo pubblico. «I partecipanti partiranno dalle basi - prosegue Cimolino - per essere in grado poi di coltivare da soli il proprio orto in maniera sostenibile e biologica. Impareranno come funziona un gruppo d’acquisto e si andrà realmente in campo, mettendo le mani nella terra sotto la guida del maestro contadino Roberto Marinelli che insegnerà agli aspiranti agricoltori urbani a seminare, trapiantare e organizzare un orto in modalità biologica e sinergica». Per informazioni 3287908116 e orticomunitrieste@gmail.com.

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 21 marzo 2017

 

 

Da Salvini alla Fallaci, pioggia di mozioni - In Consiglio anche la solidarietà al leghista e l’ipotesi di una via in ricordo della scrittrice. In piazza protesta anti Parco del mare
La seduta del Consiglio comunale che doveva ospitare l’audizione sul Parco del mare, saltata per un “vizio di forma”, è diventata una serata di consumo-mozioni: nel giro di qualche ora l’aula ha deciso, con maggioranze variabili, di esprimere la propria solidarietà a Matteo Salvini per gli scontri di Napoli, di creare aree per portare a spasso i cani, come impiegare i “rimborsi” statali per i Comuni che hanno fatto l’accoglienza. In tarda serata sembrava intenzionata a intitolare una via ad Oriana Fallaci. È stata ritirata, invece, la mozione del consigliere Roberto De Gioia (Socialisti e Verdi) sul totem dello Scalo legnami. Prima della seduta piazza Unità ha visto svolgersi la manifestazione della Leal, lega antivivisezione, e del comitato “Trieste per gli animali” contro il Parco del mare. Una trentina di persone hanno manifestato sotto al municipio con cartelli e striscioni. Hanno spiegato gli organizzatori: «Siamo contrari al Parco del mare a prescindere dal luogo, perché per noi vale il principio etico del benessere animale. Una gabbia non può coesistere con il rispetto per gli animali. Meglio investire quei soldi pubblici nel sociale, nella cultura, nel verde pubblico». I lavori dell’aula si sono aperti con la discussione della mozione lasciata in sospeso la volta scorsa, quella per esprimere solidarietà al leader leghista Salvini, contestato a Napoli dai centri sociali. Il capogruppo del Carroccio Paolo Polidori ha addossato all’opposizione la responsabilità «di aver fatto saltare l’audizione da voi richiesta sul Parco del mare». Polidori ha poi invitato a votare il testo per «condannare la violenza e solidarizzare con Salvini e le forze dell’ordine». Lungo il dibattito. Marco Toncelli (Pd) ha detto: «Ci si appella alla libertà d’espressione ma Salvini è quello che ha detto che “i ministri turchi non sono benvenuti in Italia” e che nel 2009 cantava “senti che puzza arrivano i napoletani”. Siamo contro la violenza e solidali con le forze dell’ordine, ma questa mozione ve la votate da soli». Sia il centrosinistra che il M5S non hanno partecipato al voto. Discussa brevemente la mozione De Gioia per fare del piccolo edificio che sta davanti al molo Audace un punto informazioni turistico. La giunta l’ha fatta propria come raccomandazione, impegnandosi a prendere contatti con l’Autorità portuale. Approvata la mozione di Piero Camber (Fi) che chiede di istituire zone «di sgambamento» per cani in ogni circoscrizione, con l’aiuto dei parlamentini. Discussa a lungo anche la mozione sul totem in Scalo legnami. Inizialmente la proposta sembrava trovare molti sostenitori in aula, ma quand’è uscito che forse un trasloco del manufatto avrebbe risvegliato qualche maledizione indiana sono iniziate a fioccare ritrattazioni variamente motivate. Anche il leghista Fabio Tuiach, fiero portuale e sostenitore della prima ora dell’idea, ha fatto dietrofront a malincuore rilevando che «ai triestini del totem non frega una mazza». Alla fine il consigliere De Gioia ha dovuto ritirare la mozione per impedire che venisse bocciata. Approvata poi, con il sostegno (con distinguo) del M5S e la contrarietà del centrosinistra, una mozione della Lega Nord e della Lista Dipiazza per dedicare i “rimborsi” statali per l’accoglienza alla sicurezza e al sociale per le famiglie triestine residenti da più di dieci anni sul territorio comunale. È iniziata poi la lunga discussione su “via Fallaci”, ancora in corso a serata inoltrata.

Giovanni Tomasin

 

Il Parco del mare ridotto non ha più senso in quell’area - LA LETTERA DEL GIORNO di Giorgetta Dorfles
Il dottor Paniccia ridimensiona il progetto del Parco del mare e noi ritiriamo la petizione, infatti non possiamo più fare riferimento al famoso rendering di Chermayeff. Apprezziamo la sua sensibilità nel prendere atto della contrarietà di parte della popolazione; del resto è noto che il sostegno della Fondazione Crt si rivolga a finalità di rilevanza sociale. Tra le 13 firme sul Web, le segnalazioni sul Piccolo e i commenti su facebook, in effetti la volontà della città è apparsa piuttosto chiara. In realtà i firmatari, ahimè sconosciuti, sarebbero stati di più se i solerti sostenitori del progetto camerale non avessero fatto sparire i moduli cartacei che avevamo collocato in alcuni locali pubblici. Un bel esempio di civismo e di rispetto per le opinioni altrui! Adesso che il concept è stato messo da parte, che senso ha affermare che bisogna situare il Parco sul Molo Fratelli Bandiera, dato che il progetto è stato studiato appositamente per quel sito? Progetto nuovo e collocazione nuova, questo proponiamo alla saggia valutazione del dottor Paniccia. Anzi, lo esortiamo a fare un ulteriore passo avanti, col risultato di prendere due piccioni con una fava: primo, dotare la città di una struttura veramente innovativa e al passo coi tempi, data la recente irruzione della realtà virtuale nella vita di ognuno, come ad esempio il notevole Museo Alinari creato al Castello di San Giusto. Secondo, rendere finalmente operativa l’ex Pescheria, ristrutturata dalla stessa Fondazione, ma da sempre sottoutilizzata, insediandovi un acquario virtuale, come suggerito su queste pagine da vari interventi, che farebbe da naturale prolungamento in versione contemporanea di quello piccolo già esistente. Se invece si vuole continuare con il circo acquatico - destinato a diventare sempre più anacronistico, sia per lo scemare dell'iniziale curiosità, sia per la crescente attenzione al mondo animale - facendo una brutta copia dell'acquario di Genova, con la conseguente mancanza di attrattive e il prevedibile rischio economico, allora la sua collocazione ottimale resta il Porto vecchio. Non si capisce, in realtà, come questa soluzione sia stata bandita da una specie di postulato, senza addurre particolari giustificazioni, mentre la sua candidatura è stata sostenuta in modo veramente plebiscitario dai commenti alla nostra petizione e da varie voci autorevoli. Continueremo quindi a riportare questa volontà dei cittadini anche in ambito del futuro Consiglio comunale. A questo proposito, visto che l'incontro è stato rimandato per ovvie ragioni, in quanto non si può certo decidere sul nulla, vorremmo che fossero forniti i dati precisi del nuovo progetto, per evitare di impostare un discussione a livello puramente teorico, come già ci è stato rinfacciato.

 

 

Il Tribunale di Fiume intima un nuovo stop alle cave di Marzana - Ricorso di Istria Verde accolto. Bloccato il secondo progetto - Gli ambientalisti: «E adesso serve un referendum»
POLA - Come avvenuto due anni fa per la “Marzana 1”, il Tribunale amministrativo di Fiume ha bocciato anche la “Marzana 2”, ossia la seconda cava pietraia in progetto nel Comune di Marzana. Ancora una volta è stato accolto il ricorso degli eco-ambientalisti dell’associazione Istria Verde, che hanno vinto una battaglia contro quella che ritengono un'attività economica altamente inquinante e dannosa per la salute della popolazione. Il giudice ha motivato la sentenza con il giudizio negativo della Valutazione d'impatto ambientale: documento che non contiene le possibili soluzioni di estrazione alternative a quella a cielo aperto. A commentare la notizia dello stop è stata la presidente di Istria Verde Dusica Radojcic in una conferenza stampa convocata assieme ai sette cittadini di Marzana con i quali aveva inoltrato il ricorso contro il decreto del ministero dell'Ambiente, ministero che invece aveva dato disco verde alla Valutazione d'impatto ambientale e di conseguenza al progetto. «Questa sentenza - ha detto Radojcic - come quella di due anni fa è la conferma di quanto andiamo dicendo da molto tempo. Ossia che le valutazioni di impatto ambientale possono essere tendenziose, in quanto nella maggioranza dei casi servono a mascherare interventi che nuocciono all'ambiente invece che a fornire analisi reali sull'effettivo impatto di determinati progetti sull'habitat. Purtroppo - ha aggiunto - le istituzioni non tengono mai conto del parere dei cittadini, che nel caso di Marzana sono assolutamente contrari all'apertura di un sito per l'estrazione del marmo». Vinte dunque due battaglie, ma non la guerra. La stessa Radojci„ ha reso noto che dopo la bocciatura di “Marzana 1” - peraltro non in linea con il piano territoriale della Regione istriana - l'amministrazione regionale ha subito corretto il principale documento di pianificazione del territorio dando così all'impresa di estrazione interessata la possibilità di avviare una nuova eventuale procedura di Valutazione di impatto ambientale. «Riteniamo - ha continuato l’esponente dell’associazione - che sul tema si dovrebbe indire un referendum in modo da permettere ai marzanesi di dire se vogliono o meno una cava nelle vicinanze delle loro case». All'incontro con la stampa è intervenuto anche il noto oncologo Mario Bozac. «L'attività estrattiva della pietra - ha detto - oltre ai danni all'ambiente ne provoca anche alla salute delle persone». Le due cave progettate occuperebbero la superficie di 42 ettari; le abitazioni più vicine si trovano a meno di 500 metri di distanza dall’area interessata. L'amministrazione comunale certamente non ha gradito lo stop imposto dal tribunale amministrativo di Fiume, in quanto le due cave avrebbero portato in cassa quasi 200mila euro all'anno di prelievo fiscale, senza contare gli effetti occupazionali e lo sviluppo di attività di indotto. L'estrazione annua, sempre secondo il progetto, sarebbe di 25mila metri cubi di pietra, ovviamente ad uso edilizio. Un brutto colpo dunque anche per le due aziende investitrici, la Kamen e la Kamen produkt di Pisino.

(p.r.)

 

 

Bike Breakfast - Caffè e brioche gratis a chi si muove in bici

Sabato in piazza Cavana dalle 10 alle 14 ci sarà il primo “Boke breakfast: chi pedala va premiato!”, iniziativa organizzata da FIAB Trieste Ulisse e Senza Confini. Verranno "ringraziate" le persone che decidono di muoversi in bici offrendo loro un caffè e un pasticcino equo e solidale. Durante la mattinata verranno promossi incontri dedicati ai cicloviaggi FIAB (10.30), all’agenda verde del commercio equo e solidale (11); alle bici elettriche (11.30) e ai cambiamenti climatici (12,30).

 

 

Un presidio antidiscriminazioni - Iniziativa in occasione della giornata contro l’odio razziale
Eliminare le discriminazioni razziali e ricordare le vittime innocenti dell’odio. Questi gli obiettivi che si prefiggono i componenti del Comitato per la pace, la convivenza e la solidarietà “Danilo Dolci” di Trieste e che ieri, in previsione della Giornata mondiale che l’Onu ha organizzato per oggi, proprio per sensibilizzare l'opinione pubblica su tali temi, hanno allestito un presidio in piazza dell'Unità d'Italia, nei pressi della targa che ricorda l'annuncio delle leggi razziali, fatto il 18 settembre del 1938. «L’importante - ha spiegato Luciano Ferluga, portavoce del Comitato “Dolci” - è che di questi argomenti si continui a parlare e discutere, che non ci si dimentichi delle vittime delle discriminazioni razziali». Per una fortunata coincidenza, proprio nel corso della manifestazione organizzata dal Comitato, sono transitati davanti al Municipio studenti di una scuola campana in gita a Trieste. «Li abbiamo coinvolti - ha spiegato Ferluga - e hanno espresso notevole apprezzamento per la nostra iniziativa, ribadendo che, proprio perché provenienti da una terra tormentata da problematiche legate alla malavita organizzata, sentono con forza la necessità di parlarne in tutte le occasioni utili».

(u. s.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 20 marzo 2017

 

 

Gite - “Curiosi di natura” a spasso in Carso

Da domenica 26 marzo al 4 giugno la cooperativa Curiosi di natura propone "Piacevolmente Carso-primavera": sette passeggiate naturalistiche, culturali ed enogastronomiche in altrettante località del Carso triestino e goriziano. Spaziando tra la Val Rosandra, l'area di Basovizza, Sgonico e Monrupino, verranno illustrati flora, fauna e geologia del Carso. E ogni giorno possibilità di degustazioni dai ristoratori tipici di "Sapori del Carso" con un buono sconto del 10%, consegnato ai partecipanti alle escursioni. Le passeggiate saranno condotte di domenica e il lunedì di Pasquetta dalle ore 9.30 alle 13.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 19 marzo 2017

 

 

«No al Parco del mare» - La protesta animalista sbarca in Piazza Unità

Manifestazione sotto il Municipio durante i lavori dell’aula - Bocciato l’acquario. «Meglio un polo scientifico-educativo»
Nonostante il rinvio della seduta del Consiglio comunale in cui si sarebbe dovuto affrontare la questione Parco del Mare, resta convocata per domani alle ore 18 la manifestazione dei gruppi animalisti locali che si oppongono al progetto. La protesta pacifica “Fermiamo il Parco del Mare a Trieste!” è stata organizzata da Leal, la Lega AntiVivisezionista, e dal Comitato Trieste per gli animali. Davanti al Municipio sono attesi un centinaio di attivisti per esprimere la propria contrarietà alla prigionia e allo sfruttamento di animali nati liberi. «Ci saremo lunedì e torneremo anche il 6 aprile. Ci sembra doveroso fare capire ai consiglieri che una parte della città ha forti perplessità su questo progetto», riferisce Silvia Cossu del Comitato animalista. Il dibattito, previsto per il 20 marzo, è stato rinviato ufficialmente per “problemi tecnici”. La seduta sarebbe slittata però per permettere una più serena valutazione delle ultime dichiarazioni rilasciate da Massimo Paniccia. Mercoledì scorso il presidente di Fondazione CRTrieste aveva lanciato, dalle pagine del Piccolo, una versione “dimezzata” del Parco del Mare da collocare nell’area di Porto Lido, in testa al Molo Fratelli Bandiera. Un acquario ridotto ma pur sempre imponente: 11mila metri quadrati, 5,5 milioni di litri d'acqua e 47.7 milioni di euro di costo ipotetico. Gli attivisti di Leal e del Comitato Trieste per gli animali chiedono che questi soldi vengano piuttosto reinvestiti nelle aree verdi già esistenti e nel sociale. Ad aprile è prevista un’attività di volantinaggio fuori dal Comune. «Chiediamo solo che non vengano sfruttati gli animali», commenta Silvia Cossu. «Con quei soldi si possono fare tante altre cose: incentivare il patrimonio culturale triestino; risolvere il degrado del parco di Miramare; investire nel Museo di Storia ed Arte di Piazza della Cattedrale; curare il verde dei parchi cittadini, molto trascurati, a beneficio di chi ha famiglie ed animali». Gli animalisti propongono piuttosto un parco marino completamente virtuale e con impatto ambientale minimo. Se l’esempio fatto del Mare nostrum Aquarium di Roma non è dei più calzanti (se ne parla da un decennio, non è ancora aperto e solo una parte di esso prevederebbe l’utilizzo di realtà virtuale o eventuali robot-pesci), il concetto espresso è chiaro. «La cattività danneggia e fa soffrire gli animali. Troviamo tutto ciò molto diseducativo per i bambini», conclude Cossu, citando la psicoterapeuta Annamaria Manzoni. Parchi tematici come il SeaWorld di Orlando si stanno già attrezzando per offrire esperienze virtuali complementari: si pensi alla montagna russa che permette di fuggire dal Kraken. Tra i casi “virtuosi”, uno è stato segnalato da una nostra lettrice nei giorni scorsi. «Al magnifico Visitor Center delle Scogliere di Moher, in Irlanda, mi sono ritrovata immersa in una fantastica realtà virtuale, tra le grida di migliaia di uccelli marini e il tumultuare delle onde ai piedi delle rocce vertiginose. Ho visto le foche e le orche nuotare libere sott’acqua: un’emozione indimenticabile! Il centro visite era costruito in modo da mimetizzarsi con il paesaggio e offriva ogni genere di servizi curatissimi. A Trieste dobbiamo pensare al futuro e non copiare realtà che hanno già dato prova di essere sorpassate».

Lillo Montalto Monella

 

 

La Ue delusa dal G20 - Doppia vittoria Usa su commercio e clima
Il primo G20 della nuova amministrazione Trump rompe con il passato, abbandonando il tradizionale rifiuto del protezionismo, e spaventa i partner. Nonostante gli Usa non abbiano ancora una politica chiara, sono riusciti ad ottenere dal G20 mano libera per rivedere le strategie commerciali e a proteggere la loro economia inseguendo l’obiettivo dell’ «America First». Delusi i tedeschi, presidenza di turno, anche per il ridimensionamento dei temi ambientali. Il summit è stato comunque dominato dallo scontro sul commercio. È stato chiaro dall’inizio che il “no” al protezionismo doveva sparire dal testo, se si voleva chiudere la riunione con successo. E la presidenza tedesca, nonostante le critiche della Cina e degli europei, è stata disposta ad accontentare gli Usa. Che però, volevano di più: tagliare i riferimenti ai rapporti «multilaterali» e «basati sulle regole», per sostituirli con il concetto «commercio libero ed equo». I partner si sono opposti e si è discusso fino all’ultimo per poter chiudere con un accordo. Ma il risultato è molto deludente per tutti, tranne che per gli americani: «Lavoriamo per rafforzare il contributo del commercio alle nostre economie», recita laconico il comunicato. «A volte in questi meeting non puoi raggiungere tutti i risultati che vorresti», ha ammesso amareggiato il ministro dell’Economia tedesco Wolfgang Schaeuble. Per il ministro Padoan è un buon risultato: «La parola commercio è menzionata e non è banale alla luce degli scambi sviluppati al vertice», ha detto il ministro che non è apparso sorpreso dalla delusione tedesca. La Germania è stata colpita soprattutto sul clima e su «una messa in evidenza della questione degli squilibri che, come noto, i tedeschi non amano». Gli Usa comunque non avrebbero ancora espresso una linea d’azione definita, e questo alimenta l’incertezza. Tema affrontato anche dai ministri e dai banchieri centrali, che hanno esaminato l’incertezza generata dal voto sulla Brexit e da quello negli Stati Uniti.

 

 

Vittime dell’amianto, la strage infinita - In aumento neoplasie e tumori polmonari provocati dall’esposizione alla fibra killer. Patussi: «Il picco deve ancora arrivare»

Una strage di cui non si riesce a intravedere la fine e che si lascia alle spalle una lunga scia di morti e di dolore. L’amianto continua a essere il killer silenzioso di questo territorio, tanto da far guadagnare alle province di Trieste e Gorizia il poco invidiabile primato di area del Paese dove la mortalità causata dall'asbesto è cinque volte più alta rispetto alla media nazionale. In un territorio dove risiede il 30% della popolazione del Friuli Venezia Giulia, si verificano ben l'84% dei casi di malattie amianto-correlate dell'intera regione. Nel 2016, solo in provincia di Trieste, sono state riscontrate 64 neoplasie da amianto e 40 patologie non tumorali quali ispessimenti, placche pleuriche e fibrosi polmonari. Solo i mesoteliomi sono calati, di appena cinque unità, dall'anno precedente (erano 38 nel 2015), mentre i casi di tumori polmonari sono passati dai 18 del 2015 ai 31 del 2016 e le patologie non tumorali in dodici mesi sono aumentate di una unità. «Si tratta di una vera e propria strage che, dal punto di vista giuridico, si deve configurare come un omicidio». Valentino Patussi, direttore del Dipartimento di prevenzione dell'Asuits, non ha dosato le parole per commentare i numeri di una subdola malattia che negli ultimi sei anni, in provincia di Trieste, ha fatto ammalare 700 persone. Patussi è intervenuto a Muggia, assieme al direttore generale dell'Asuits Nicola Delli Quadri, in occasione di un'iniziativa organizzata dalla Cgil a un anno dalla delibera regionale 250/2016 che regola le attività di assistenza socio-sanitaria per gli esposti all'amianto. «I danni causati dall'amianto non vanno in prescrizione - ha affermato Patussi, riferendosi a quelle sentenze che di fatto non hanno individuato dei colpevoli per queste tragiche morti -. Il picco di vittime per amianto va continuamente spostato in avanti, dal momento che il periodo di latenza del mesotelioma può arrivare a 50 anni». L’Italia è stata fino alla fine degli anni Ottanta il secondo maggior produttore europeo di amianto, dopo l'ex Unione Sovietica, e uno dei principali Paesi utilizzatori. A seguito dell’adozione della legge 257, a partire dal 1992, il suo impiego è stato bandito nei nuovi manufatti, come successivamente e progressivamente è accaduto nell'intera Comunità europea. Il vasto utilizzo di questo minerale fibroso ha però lasciato una pesante e drammatica eredità, frutto delle attività portuali di carico e scarico di sacchi contenenti amianto sfuso, dell'attività nell'industria navalmeccanica, della costruzione di motori, dell'utilizzo dell'amianto nei settori siderurgico e delle costruzioni, e in molte altre situazioni in cui l'asbesto veniva frequentemente manipolato. Per questo motivo, con la legge regionale 22 del 2001, la Regione Friuli Venezia Giulia ha istituito il registro regionale dei soggetti esposti ed ex esposti all'amianto, un elenco che, per quanto riguarda l'esposizione di tipo professionale, comprende 9969 persone (dati riferiti a febbraio 2017), il 58% delle quali, pari a 3672 persone, sono residenti nella provincia di Trieste. La maggior parte delle persone iscritte a questo registro sono di genere maschile, anche se le patologie amianto-correlate non hanno risparmiato quelle donne che, ad esempio, hanno lavato e maneggiato per anni gli abiti da lavoro dei propri compagni e mariti, respirando inconsapevolmente le fibre di amianto portate a casa sopra il “terlis”. Raffineria Aquila, Arsenale triestino San Marco, Autorità portuale di Trieste, Cartiera del Timavo, Cartubi srl, Compagnia portuale di Trieste: sono i nomi delle aziende, inserite dalla Struttura complessa di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell'Asuits, i cui lavoratori sono andati incontro a patologie correlate all'esposizione all'asbesto. La geografia dell'amianto, però, a Trieste è molto più complessa rispetto a ciò che questo elenco potrebbe far pensare e comprende un ampio numero di piccole e medie realtà produttive che fino agli anni Novanta hanno ampiamente utilizzato il minerale killer.
Luca Saviano

 

La corsa a ostacoli dei malati per ottenere l’esenzione ticket - La denuncia della CGIL
«A un anno di distanza dalla sua approvazione, il percorso socio-sanitario e assistenziale del cittadino esposto o ex esposto all'amianto non è pienamente attuato». Stefano Borini, per il coordinamento amianto della Cgil di Trieste, pur riconoscendo alla Regione «gli sforzi compiuti, anche in termini economici, per sensibilizzare la popolazione su questo argomento», non può fare a meno di sottolineare l'incompiutezza di una norma che in dodici mesi non è riuscita a decollare. La delibera regionale numero 250, datata 19 febbraio 2016, prevede che un preciso protocollo di sorveglianza sanitaria venga attuato su tutto il territorio regionale «entro un anno dalla sua approvazione». “D01”. È questo il codice di esenzione ticket che, in base alla delibera regionale, dovrebbe garantire agli iscritti al registro esposti all'amianto per motivi professionali, e ai loro coniugi e conviventi, un percorso di sorveglianza sanitaria gratuito. La Regione ha inviato a queste persone un tesserino plastificato contenente il numero di iscrizione al registro in questione. «Eppure ci risulta che a molte persone non sia stato riconosciuto questo diritto - aggiunge Borini - e che sia loro stato chiesto di pagare pienamente la prestazione. In alcuni casi è stato il medico curante a non aver applicato correttamente il codice di esenzione, in altri, invece, la mancanza va attribuita agli operatori del Cup, il Centro unico di prenotazione». I titolari del tesserino, su indicazione clinica motivata dal proprio medico di medicina generale, possono accedere agli accertamenti clinici mirati di primo livello, al fine di escludere la presenza di malattie amianto-correlate. «Tali accertamenti - riporta l'allegato alla delibera 250/2016, sono a totale carico del Sistema sanitario regionale». Una visita specialistica da parte di un medico del lavoro, una radiografia standard del torace e una spirometria globale con test di diffusione alveolo-capillare: sono questi gli esami diagnostici di primo livello ai quali ogni iscritto al registro esposti all'amianto può accedere gratuitamente. In questo programma di sorveglianza sanitaria risulta essenziale il ruolo del medico di medicina generale, dal momento che, nella quasi totalità dei casi, questo percorso diagnostico si rivolge a ex lavoratori che non sono più soggetti a sorveglianza sanitaria da parte del medico competente. «Applicheremo le procedure di rimborso - assicura il direttore generale dell'Asuits Nicola Delli Quadri - per tutte quelle persone che, nonostante un preciso diritto alla esenzione totale, sono state costrette a pagare il ticket. È mia intenzione, inoltre, convocare in tempi brevi i responsabili del Cup per verificare la corretta applicazione della delibera regionale 250/2016, coinvolgendo ulteriormente i medici curanti in questo protocollo di sorveglianza sanitaria». Tale programma si propone anche di implementare l'attività di informazione su un corretto stile di vita, in particolare per quanto riguarda il tabagismo, per il quale è nota un'interazione moltiplicativa con l'amianto nell'induzione dei tumori polmonari.

(lu.sa.)

 

«Quell’incubo che mi toglie il sonno dal 2005» - A 48 anni Chiandotto ha scoperto di avere un mesotelioma. «Da allora sono condannato all’attesa»
La sentenza porta il nome di “mesotelioma pleurico” e per Alberto Chiandotto è stata pronunciata nel 2005. «Da allora sono stato condannato all'attesa», afferma senza alcuna esitazione. Chiandotto oggi ha sessant’anni e da quando ne aveva 48 si è dovuto abituare a convivere con la possibilità che la “bestia”si possa risvegliare da un momento all'altro. «Sono stato operato il 12 maggio del 2005 - ricorda con precisione -. Ho subìto l'asportazione totale di un polmone e una serie infinita di cicli di chemio e radioterapia. Ogni sei mesi devo sottopormi a dei controlli, con la paura che anche l'altro polmone venga intaccato dalla malattia». Chiandotto è nato a Padova, ma dopo tanti anni si sente triestino a tutti gli effetti. Ha lavorato dal 1974 alla Italcementi, fra Monselice, Savignano sul Panaro e Trieste. «Mi hanno riconosciuto otto anni di esposizione all'amianto - spiega - e il 90 per cento di invalidità». La sua professione l'ha portato per decenni a contatto con la fibra di amianto, nel corso delle manutenzioni dei vari macchinari adoperati quotidianamente. «Utilizzavamo guanti in amianto - precisa - e con quella fibra ricostruivamo i freni dei macchinari. Maneggiavamo quotidianamente guarnizioni e cordoni costruiti con l'asbesto e tagliavamo fogli e intere tele composte da questo maledetto materiale». La paura per il grande male lascia il posto alla rabbia. «La giustizia è andata in prescrizione - commenta amaro l'ex operaio - . I dirigenti dell'Italcementi non sono stati giudicati colpevoli perché il reato è stato appunto prescritto. Eppure qualcuno sapeva a cosa andavamo incontro, mentre noi lavoratori eravamo all'oscuro di tutto». La scoperta del tumore è avvenuta casualmente, in seguito a un ricovero ospedaliero per una colica renale. «I primi sintomi iniziai ad averli nel febbraio del 2015 - continua Chiandotto, che nel frattempo è diventato rappresentante regionale dell'Anmil, l'associazione che riunisce gli invalidi e i mutilati del lavoro, e componente della Commissione regionale amianto - . Tre mesi dopo ero già sul lettino operatorio». Eppure non c'è risarcimento che possa compensare i dolori patiti e le paure di cui è vittima chi viene colpito da questa malattia. «I soldi non contano niente», spiega il grande invalido del lavoro, che adesso si gode la figlia di trentacinque anni e il nipote di sei. Le possibilità terapeutiche e di diagnosi precoce delle patologie neoplastiche da amianto sono oggi insoddisfacenti, in Italia come negli altri Paesi. Relativamente alla diagnosi precoce, uno screening oncologico rivolto a soggetti asintomatici è oggi proponibile come progetto di ricerca soltanto per il cancro del polmone. Per il mesotelioma maligno non rimane che dare ulteriore impulso alla ricerca scientifica, nella speranza che si possa andare incontro a cure efficaci anche per questo tipo di tumore.

(lu.sa.)

 

Gabbiani fuori controllo, la ricetta dell’Enpa - La presidente Bufo: «L’unica soluzione efficace è la sterilizzazione». Pressing sulle istituzioni
«La sterilizzazione dei gatti di colonia, dal 2000 ad oggi, dovrebbe insegnarci come la chirurgia sia l'unico metodo valido per la riduzione del numero di soggetti animali in un determinato territorio». Patrizia Bufo, presidente della sezione triestina dell'Enpa, torna sulle possibili azioni per contenere il numero dei gabbiani. Bocciando seccamente la foratura delle uova, la sterilizzazione rimane il modus operandi migliore. «Nel 2005 fu siglato un accordo tra Comune, Provincia, Università ed Enpa per la sterilizzazione dei gabbiani che, nel corso dell'anno venivano accolti all'Enpa», ricorda Bufo. I primi cento soggetti furono sterilizzati con successo e liberati. Dagli studi effettuati allora, sugli esemplari sterilizzati, dalla Facoltà di Psicologia comportamentale animale dell'Università emerse come il gabbiano resti fedele al coniuge anche se infecondo. La sterilizzazione è dunque il miglior sistema per il contenimento? «Sì, poiché il gabbiano è un volatile monogamo che vive oltre 15 anni, per cui sterilizzare un membro della coppia significa non consentirne la riproduzione e ridurre le informazioni vocali che la coppia si scambia durante l'accudimento della prole», puntualizza la presidente dell'Enpa triestina. L’attività fu purtroppo interrotta in seguito a problematiche di competenza sorte tra Comune e Provincia, pur essendo stata apprezzata dalla comunità scientifica. Riguardo invece alla possibile foratura delle uova, Bufo ricorda che «zoofili e protezionisti, tra cui non si può non citare la compianta Margherita Hack, sono da sempre ostili a questa pratica in quanto ritenuta poco etica e soprattutto inefficace, visto che la femmina di gabbiano “parla” con l'embrione, e in assenza di risposta e di schiusa dell'uovo lascia il nido e ridepone altre uova». Da qui l'appello ufficiale alle istituzioni: «L'Enpa rimane disponibile ad attuare un nuovo progetto di sterilizzazione dei gabbiani con nuove autorizzazioni degli organi competenti. Ricominciando nel 2018, in tre anni si potrebbe sterilizzare il 50 per cento dei gabbiani dimoranti stabilmente sui tetti, con un costo anche inferiore rispetto a quanto la Regione rimborsa per la sterilizzazione di un gatto femmina». Gli esperti evidenziano poi come i gabbiani non abbiano assolutamente necessità di «coccole, alimentari e comportamentali, non soffrendo di solitudine affettiva». Quanto alla presenza di gabbiani da curare, l'ultimo dato fornito dall'Enpa riguarda il numero di esemplari annualmente ospitati in via Marchesetti, che è pari a circa 300 soggetti, i quali rimangono ospiti nella struttura dell’ente sino alla riabilitazione e alla successiva liberazione.

Riccardo Tosques

 

La strage degli agnelli sull’isola di Cherso -
Gli allevatori rilanciano l’allarme cinghiali denunciando un grave pericolo «Otto ovini su dieci sono stati uccisi. Se non si corre ai ripari addio all’attività»
CHERSO Le attuali sono settimane in cui vengono alla luce gli agnelli, ma nell'isola di Cherso non è un periodo gioioso per gli allevatori, anzi. Secondo gli isolani, i cinghiali - specie alloctona - hanno ucciso in questi ultimi tempi il 70-80 per cento degli agnelli, cibandosi delle loro interiora. Il danno è gravissimo e si ripete puntualmente dai primi anni '90 del secolo scorso, fenomeno che ha costretto numerosi allevatori di ovini ad abbandonare questa attività, radicata da secoli a Cherso e destinata - se non si cambia musica - a scomparire. Proprio per evitare un simile scenario, si è riunito in via straordinaria il consiglio comunale di Cherso, seduta a cui hanno partecipato cacciatori, esponenti di associazioni locali interessate dal problema e rappresentati della Regione del Quarnero e Gorski kotar. Durante gli interventi si è ricordato come cinghiali e daini furono introdotti nel 1985 per dare impulso al turismo venatorio, con i primi esemplari delle due specie alloctone riusciti ad approfittare dei buchi nei recinti delle riserve di caccia e a fuggire in tutto l' arcipelago chersino-lussignano. Solo negli ultimi dieci anni, le doppiette hanno abbattuto in queste due isole votate a turismo, olivicoltura e allevamento di ovini ben 4 mila cinghiali e 2.500 daini. Non è bastato, con gli animali che si sono letteralmente impadroniti delle due rinomate isole nordadriatiche, combinando danni gravissimi agli allevatori e agli agricoltori, come pure devastando lunghi tratti dei secolari muretti a secco. Evidentemente l'operato delle società venatorie è risultato fin qui insufficiente, con il parlamentino che ha voluto rivolgersi al ministro croato dell'Agricoltura, Tomislav Toluši„, chiedendo un urgente incontro. «Recentemente ho incontrato il ministro Toluši„ ad Abbazia - così il sindaco di Cherso, Kristijan Jurjako - gli ho esposto la questione e siamo venuti alla conclusione che ci incontreremo a Zagabria. Non c'è tempo da perdere perché a Cherso rischiamo di perdere definitivamente l'ovinicoltura, che ha sfamato decine di generazioni di isolani». Il consiglio cittadino ha inoltre approvato un pacchetto di misure antiselvaggina alloctona. Si provvederà a ripulire e rendere nuovamente praticabili gli antichi sentieri delle campagne, rimuovendo le aree cespugliose o contraddistinte da fitta, inestricabile vegetazione, facilitando così il lavoro alle doppiette. Inoltre si ricorrerà probabilmente ai cacciatori professionisti, per poter averli a disposizione lungo tutto l'arco dell'anno. Anche la vicina isola di Veglia è stata tormentata per anni dalla presenza di cinghiali (e in misura minore dagli orsi), ma i locali cacciatori si sono fatti valere di più rispetto ai colleghi chersini e lussignani.

Andrea Marsanich

 

 

Una domenica a spasso per Trieste

A spasso per Trieste, ripercorrendo i luoghi in prossimità dell’antico acquedotto teresiano: è “Camminando sulle acque”, passeggiata a cura del Gruppo 85 promossa in occasione del 300° anniversario dalla nascita di Maria Teresa d’Austria. Di poco meno di tre ore il tour cittadino affidato a Patrizia Vascotto nei panni di Cicerone, camminata che parte attorno alle 10 dal punto Capofonte dell’acquedotto teresiano (raggiungibile con il bus numero 12), situato in via delle Cave 66 (a San Giovanni), e approda ai Portici di Chiozza. L’adesione è libera, non comporta preiscrizioni ed è gratuita

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 18 marzo 2017

 

 

Due passi sull’acqua Storia dell’acquedotto (e di Maria Teresa)

A spasso per Trieste, ripercorrendo i luoghi in prossimità dell’antico acquedotto teresiano, rovistando tra architettura, colore, storia e letteratura. È quanto figura al centro di “Camminando sulle acque”, gita urbana in programma nella mattinata di domenica, passeggiata a cura del Gruppo 85 promossa in occasione del 300° anniversario dalla nascita di Maria Teresa d’Austria. Di poco meno di tre ore il tour cittadino affidato a Patrizia Vascotto nei panni di Cicerone, camminata che parte attorno alle 10 dal punto Capofonte dell’acquedotto teresiano (raggiungibile con il bus numero 12), situato in via delle Cave 66 (a San Giovanni), e approda ai Portici di Chiozza. La mappa suggerita dal Gruppo 85 indaga quindi tra le zone di San Giovanni, anticamente preposte al rito del “liston” domenicale ma corredato da una ricca cornice di verde e parti boschive. Viaggio che ha la sua prima tappa alla chiesetta dei Santi Giovanni e Pelagio, strutturata originariamente nel Trecento e poi soggetta a una serie di restauri. Parlando del quartiere di San Giovanni, risulta immancabile uno scalo dalle parti dell’ex Ospedale psichiatrico, teatro evocativo di un frammento vitale della storia sociale di Trieste. La passeggiata lambisce inoltre la Casa della cultura, riporta poi alle memorie di alcuni poeti della scena slovena - tra cui Marko Kravos - e si tuffa poi dalle parti di Rotonda del Boschetto e via Pindemonte, prima del ritorno nel cuore della città. L’adesione è libera, non comporta preiscrizioni ed è del tutto gratuita.

Francesco Cardella

 

 

 

 

FERPRESS.it - VENERDI', 17 marzo 2017

 

 

Slovenia: linea Capodistria-Divaccia, presentata bozza di legge sul secondo binario
Il Ministero delle Infrastrutture della Slovenia ha presentato la bozza di legge sul secondo binario fra lo scalo di Capodistria e Divaccia. Secondo quanto riferisce l’ICE, l’intervento sarà fondato su un partenariato “pubblico-pubblico”, anziché su una partnership pubblico-privata, come veniva auspicato fino a non molto tempo fa dal governo. Ciò, evidenziano gli autori del testo, consentirà un più facile prelievo di finanziamenti europei e la partecipazione di uno o più Stati dell’entroterra interessati allo sviluppo di tale corridoio di trasporto.

 

IL PICCOLO - VENERDI', 17 marzo 2017

 

 

Con il Fai dai Codelli al palazzo ex Lloyd - Il 25 e il 26 marzo “Le Giornate di primavera” con 32 visite in undici località della regione. Tra queste anche Gorizia e Trieste
Apprendisti Ciceroni assieme ai volontari del Fondo Ambientale Italiano
TRIESTE Torna anche quest’anno la campagna di sensibilizzazione e di raccolta pubblica di fondi indetta dal Fai che aprirà oltre 1000 siti tra chiese, ville, giardini, aree archeologiche, avamposti militari e interi borghi in 400 località d’Italia, grazie all’impegno di 7.500 volontari e 35mila apprendisti Ciceroni, per riscoprire tesori di arte e natura spesso sconosciuti, inaccessibili ed eccezionalmente visitabili con un contributo facoltativo. La 25.a edizione delle “Giornate Fai di primavera” si terrà sabato 25 e domenica 26 marzo anche in Friuli Venezia Giulia, con 32 visite in 11 località: Sesto al Reghena, Udine, Bicinicco, Gemona del Friuli, Moimacco, Palmanova, San Daniele del Friuli, Tolmezzo, Gorizia, Mossa e Trieste. A Gorizia le visite si terranno dalle 10 alle 18 sulla scia de “L’impronta dei Codelli nel Settecento Goriziano. Le dimore e i luoghi della Famiglia” alla scoperta della Cappella Dell’Esaltazione della Croce (via Arcivescovado 2), edificata da Agostino Codelli, donata con lascito vincolato all’Imperatrice d’Austria Maria Teresa e divenuta sede della Diocesi isontina. A Mossa verrà aperta Villa Codelli, situata su una delle prime colline del Collio goriziano, risalente alla metà del XVI secolo ed edificata su un sito già sede di guarnigioni romane e successivamente di un maniero medievale. Le visite, dalle 10 alle 18, avranno un’anteprima riservata agli iscritti Fai venerdì 24 dalle 17 alle 18.30, a cui seguirà un concerto di archi degli studenti del Conservatorio di musica Tomadini di Udine e della giovane arpista goriziana Doralice Klainscek, aperto a tutti. Domenica 26, nello stesso Folatoio, l’Associazione culturale Società di Danza-circolo di Trieste si esibirà nella danza ottocentesca “Gran Ballo di Primavera”. In entrambe le città, le visite saranno a cura degli apprendisti Ciceroni dell’Isis Galilei Fermi Pacassi, del Polo liceale Alighieri Duca degli Abruzzi Slataper e del Polo liceale sloveno Gregorcic Trubar, anche in sloveno e in inglese. A Trieste le visite guidate dalle 9 alle 18 saranno a cura dell’istituto da Vinci Carli de Sandrinelli, dell’istituto Nautico, dell’istituto Volta, del liceo scientifico Galilei, del liceo scientifico Oberdan, del liceo Scienze umane musicale Carducci, del liceo classico linguistico Dante Alighieri, del liceo classico linguistico Petrarca, del liceo scientifico Preseren, del liceo Scienze umane Slomsek e dell’istituto Ziga Zois, anche in inglese, sloveno e mandarino su prenotazione a mirellapipani@gmail.com, delegazionefai.trieste@fondoambiente.it. Il percorso “Trieste e la sua vocazione marittima e marinara” sarà presentato oggi alle 11 nella sede dell’assessorato al Turismo, Promozione del territorio e Sviluppo economico del Comune di Trieste dall’assessore Maurizio Bucci, dalla capo delegazione Fai di Trieste Mariella Marchi e dalla responsabile Fai Scuola per il Fvg Mirella Pipani e proporrà l’apertura eccezionale del monumentale ed elegante ex Palazzo rinascimentale del Lloyd Triestino, ora sede della Presidenza della giunta regionale, costruito tra il 1880 e il 1883 per volontà del Lloyd Austro-Ungarico di Navigazione a vapore. Si visiterà poi anche l’istituto Nautico “Tomaso di Savoia” di piazza Hortis 1, prima scuola nautica pubblica dell’Adriatico, dove nel 2015 è rinata l’Accademia nautica dell’Adriatico, corso post diploma per tecnico superiore per l’Infomobilità e le infrastrutture logistiche. Informazioni e programma completo su www.giornatefai.it o al numero 02467615366.

Francesca Pessotto

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 16 marzo 2017

 

 

Slitta il dibattito in aula sul Parco del mare - Seduta prevista per lunedì spostata all’8 aprile ufficialmente per «motivi tecnici»
Paoletti: «Piena sintonia con Paniccia». Cosolini: «Meglio la scelta di Porto vecchio»
Il Parco del mare può attendere. Non ci sarà l’attesa seduta del Consiglio comunale di lunedì prossimo richiesta dal Pd. Del progetto del “Trieste Sea Park” si parlerà il 6 aprile alle 18. «Problemi tecnici» è la tesi ufficiale del rinvio indicata Marco Gabrielli, presidente del Consiglio comunale di Trieste. «Dal momento che l’ultima seduta è stata sciolta per mancanza del numero legale, la prossima deve essere convocata in seconda convocazione prevedendo che i lavori riprendano dal punto in cui sono stati interrotti» spiega Gabrielli. Non è stato possibile inserire altri punti all’ordine del giorno, audizioni comprese. Nella riunione dei capigruppo di ieri si sono cercate soluzioni diverse, ma, dopo discussione, si è deciso di fare così. E così il dibattito sul Parco del Mare è slittato ad aprile. In realtà, secondo i soliti ben informati, si tratterebbe di un rinvio non proprio tecnico, ma un modo per prendere tempo e valutare meglio le dichiarazioni rilasciate da Massimo Paniccia, presidente di Fondazione CRTrieste, che ha lanciato una versione “dimezzata” del Parco del mare da collocare nell’area di Porto Lido in testa al Molo Fratelli Bandiera: acquario da 11 mila metri quadrati, 5,5 milioni di litri d’acqua, costo stimato di 47.7 milioni di euro. Punto fermo l’autosostenibilità economica dell’operazione già con 600mila visitatori annui. La saga del Parco del mare dopo oltre una decina d’anni tra cinque siti proposti e discussioni infinite, sembra essere arrivata al capitolo finale. Il 6 aprile in Consiglio comunale, oltre al sindaco Roberto Dipiazza, sarà presente il presidente della Camera di commercio della Venezia Giulia Antonio Paoletti, da sempre grande promotore del progetto, assieme ai presidenti di Fondazione CRTrieste Paniccia e dell’Autorità di sistema portuale, Zeno D’Agostino. Per la Regione è atteso l’assessore al Bilancio Francesco Peroni e ci sarà anche un rappresentante del comitato che si oppone al progetto in zona Lanterna. «Al momento le opinioni sull’opera Parco del mare - ricorda Paoletti - si basano esclusivamente sull’esposizione del concept e su un’immagine di rendering grafico». L’intesa con la Fondazione CRTrieste è totale. «La Camera di commercio - aggiunge Paoletti - ha inteso spiegare che nella realizzazione dell’opera verrà posta attenzione a non oscurare il monumento ottocentesco della Lanterna, con una struttura che non devasterà il profilo delle Rive, non sarà visibile da terra e che non graverà sull’impianto della Sacchetta. In occasione dell’audizione in Consiglio comunale i tecnici illustreranno lo studio progettuale e i suoi contenuti». La Regione, in attesa del consiglio comunale, non intende pronunciarsi nonostante la sollecitazione arrivata dal consigliere triestino di Forza Italia Bruno Marini. «La Regione intende partecipare in maniera attiva e propositiva all’eventuale del Parco del Mare a Trieste, stanziando anche dei fondi, o nella seduta del Consiglio comunale in cui si discuterà del tema, l’assessore alle Finanze Peroni verrà a raccontarci soltanto dichiarazioni d’intento? - chiede Marini -. Valuto positivamente l’intervista di Paniccia anche perché finalmente è stata introdotta un po’ di chiarezza su un tema rispetto al quale è stato detto tutto ed il contrario di tutto, senza, però, arrivare ad alcun tipo di decisione. Parallelamente anche la seduta del Consiglio comunale dedicata al Parco del mare e richiesta dal Pd va valutata positivamente, perché è ora che non si parli di questo tema soltanto sui media, ma anche nelle sedi istituzionali». Anche l’ex sindaco Roberto Cosolini, che ha sottoscritto con il Pd la richiesta di convocazione del Consiglio comunale, offre una valutazione positiva dell’intervista di Paniccia: «È da apprezzare questo bagno di realismo sulle dimensioni, sui costi e sulla stima di visitatori. Credo comunque che sia importante che il privato vengo coinvolto nell’investimento. Una quota dei 47,7 milioni deve essere a suo carico. Questo, inoltre, dimostrerebbe che c’è una fiducia del mercato sulla redditività dell’operazione». Resta il nodo della localizzazione. Cosolini non ha dubbi: «Continuo a credere che l’area di Porto Vecchio, dove è possibile anche edificare, resti la scelta migliore. E visto che il progetto deve essere rifatto credo si possano valutare opzioni alternative alla Lanterna».

Fabio Dorigo

 

 

Un ecomuseo nelle ex Scuderie di Miramare - Passa in Consiglio regionale la mozione che assegna il Bagno Ducale alle attività della Riserva Wwf
Per l’utilizzo del Bagno Ducale di Miramare e i lavori e la realizzazione dell'Ecomuseo della biodiversità marina all’ex Scuderie esiste ora un impegno regionale. Su proposta del consigliere regionale di Sel/Fvg Giulio Lauri, il Consiglio regionale ha approvato una mozione con cui impegna la giunta a promuovere la piena attuazione dell'accordo siglato il 5 agosto 2016 fra il ministero dei Beni culturali e ambientali e il ministero dell'Ambiente in merito alla realizzazione di un Ecomuseo divulgativo sulla biodiversità marina all'interno delle Ex Scuderie di Miramare e alla possibilità di potere svolgere le attività divulgative legate alla Riserva marina gestita dal Wwf utilizzando nuovamente i locali del Bagno Ducale oggetto di una concessione attualmente scaduta. La mozione dispone, inoltre, la verifica della disponibilità a cofinanziare parte delle spese di investimento per le opere di adeguamento e realizzazione dell'Ecomuseo, preventivate in 450mila euro di cui 270mila già finanziate dal Mattm. «Non ci sono solo il castello da una parte e il Parco dall'altra a fare di Miramare uno dei principali attrattori turistici del paese, c'è anche la Riserva marina e da ora in avanti ci sarà anche un nuovo Ecomuseo della biodiversità marina: dopo una stagione in cui il dialogo fra il castello e la Riserva gestita dal Wwf è stato paradossalmente difficile, la realizzazione di un nuovo Ecomuseo è una buona proposta ed è coerente che venga fatto qui in Friuli Venezia Giulia che è la regione con il più alto livello di biodiversità in Europa. Pur trattandosi di beni statali, la Regione ha tutto l'interesse a sostenere l'iniziativa e a vedere presto ripartire anche l'attività didattica della Riserva gestita encomiabilmente da anni dal Wwf: fino ad ora per questo è stato importante potere usare il Bagno Ducale, l'auspicio è che anche in futuro la nuova direttrice possa individuare questo o altri spazi con caratteristiche analoghe per potere continuare ad organizzare le visite ed i programmi di educazione ambientale all'interno della Riserva Marina» ha dichiarato in aula Giulio Lauri presentando il testo della mozione approvata poi dall'aula al grande maggioranza con la sola astensione del Movimento 5 Stelle. Inizialmente la mozione approvata dal Consiglio regionale era stata concepita per affrontare il pericolo, ormai in parte superato, che la Riserva fosse "sfrattata" dalle pertinenze del Parco.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MERCOLEDI', 15 marzo 2017

 

 

Energie rinnovabili, Eurostat: Italia già oltre l’obiettivo al 2020

È un dato confortante per il nostro Paese quello che emerge dal rapporto Eurostat 43/2017. La Direzione Generale della Commissione Europea ha preso in considerazione gli obiettivi fissati per il 2020 dagli Stati membri in termini di produzione di energia pulita da fonti rinnovabili e la rispettiva quota raggiunta a fine 2015. L’Italia ha già superato il target del 17%, arrivando al 17,5% (17,1% a fine 2014 e 16,7% a fine 2013).

Hanno fatto altrettanto Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Croazia, Lituania, Ungheria, Romania, Finlandia e Svezia, raggiungendo con largo anticipo la quota prefissata. Prendendo in considerazione l’intero ecosistema Europa, l’intenzione è quella di arrivare al 20% entro il 2020 e poi al 30% allo scoccare del 2030. Attualmente si è fermi al 16,7%.

Se la direzione intrapresa sembra essere quella giusta, occorre continuare a investire per non rallentare o fermare il trend. Sarà necessario mettere in campo ulteriori programmi finalizzati non solo a favorire l’accesso a incentivi e agevolazioni di tipo economico, ma anche lavorare sul fattore culturale, veicolando un messaggio tale da poter aiutare i cittadini a capire perché investire sull’energia pulita avrà in futuro benefici concreti e tangibili per l’intera collettività. Anche il miglioramento delle tecnologie attuali, si pensi ad esempio ai moduli utilizzai per il fotovoltaico e ai sistemi impiegati nell’eolico, garantirà un’efficienza maggiore degli impianti, facilitando così il passaggio dall’impiego delle fonti tradizionali a quelle rinnovabili.
Le performance migliori a livello comunitario si registrano in Svezia, unico Paese a superare la soglia del 50%, arrivando addirittura al 53,9%. Fanalino di coda è invece il Lussemburgo con solo il 5%.
Tornando a focalizzare l’attenzione sull’Italia, nel 2004 la quota rilevata era solamente del 6,3%. Confrontarla con il risultato raggiunto oggi costituisce una testimonianza del buon lavoro condotto in poco più di un decennio a livello nazionale, mediante iniziative sia private che pubbliche.

Cristiano Ghidotti

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 15 marzo 2017

 

 

PARCO DEL MARE - Paniccia lancia il progetto in versione “dimezzata” - Porto Vecchio scartato Il concept è stato studiato e potrà realizzarsi solo sul Molo Fratelli Bandiera

Il presidente della Fondazione CRTrieste: «Per essere sostenibile l’impianto va ridotto. La regia dell’opera affidata a una società creata con l’ente camerale»

Massimo Paniccia “dimezza” il Parco del mare. Con la volontà di stemperare le polemiche e creare in città un nuovo clima di condivisione, il presidente di Fondazione CRTrieste, di solito restìo a concedere interviste, scende in campo in prima persona e propone una nuova struttura: poco o nulla a che fare con il rendering basato sulla prima idea dell’architetto Peter Chermayeff e già tacciato da alcuni settori di essere un ecomostro. Paniccia sfodera numeri e caratteristiche che assicurano l’autosostenibilità del progetto senza alcun successivo intervento pubblico. Tutto in vista del pronunciamento del Consiglio comunale previsto per lunedì prossimo: se sarà ampiamente favorevole si partirà e sarà poi ben difficile fermare il treno lanciato. Presidente Paniccia, per il Parco del mare c’è un nuovo progetto? Negli ultimi tempi la Fondazione con orgoglio ha ridato nuovo splendore all’ex Ospedale militare e recentemente all’ex Magazzino vini creando, ritengo, due gioielli di cui città può essere fiera. Con il presidente Paoletti abbiamo ora ripreso il discorso sul Parco del mare avendo tra i nostri scopi anche lo sviluppo turistico. Il concept realizzato dall’architetto Chermajeff lo abbiamo fatto valutare da un advisor, per l’esattezza Acb group sviluppo spa, che ha proceduto all’analisi del piano di fattibilità, del modello di business con le relative proiezioni economico-finanziarie. Ebbene Acb ha verificato la sostenibilità di una struttura che si sviluppi su 11mila mq, con un volume d’acqua complessivo di 5,5 milioni di litri per un costo stimato di 47,7 milioni di euro, Iva compresa. È questa la base su cui ragionare per arrivare alla definitiva realizzazione. Vi è dunque un ridimensionamento rispetto all’ipotesi iniziale? Una riduzione di quasi la metà, considerando che la prima idea prevedeva una struttura con ben 9,5 milioni di litri d’acqua. Non so quale fosse la superficie prevista da Chermajeff, ma di certo anche questa si riduce arrivando a 11.000 mq. Una struttura di questo tipo tiene perfettamente dinanzi alla previsione fatta di 800mila visitatori all’anno, ma anche meno. Perché l’assunto di base è stato questo: se dobbiamo costruire un impianto che avrà bisogno anche in un momento successivo di ulteriori finanziamenti pubblici, rinunciamo fin da principio. Il Parco del mare dovrà sostenersi con gli incassi e potrà farlo anche se i visitatori saranno meno di 700mila all’anno. Come si stabilisce se la struttura potrà reggersi economicamente? Sostanzialmente si fanno dei cerchi concentrici attorno alla città per trovare il numero dei potenziali-reali visitatori. Entro un’ora di auto da Trieste abitano 905mila persone e di queste il 10% nel corso degli anni dovrebbe visitare il Parco del mare. Tra 1 e 2 ore vi sono 3 milioni con il 5% di visitatori stimati; tra le 2 e le 3 ore 2,6 milioni e qui arriverà il 3%; tra 3 e 4 ore 5,9 milioni di cui arriverà l’1,5%. Altre ipotesi prevedevano una struttura molto più grande e un gestore che garantiva di poter versare solo due anni di affitto: logicamente abbiamo scartato la proposta. Come si prospetta dunque lo schema dei finanziamenti? La Fondazione interviene con 9 milioni e con altrettanti la Camera di commercio, mentre qualche milione arriverà dalla Regione (si era parlato di 4, ndr). Assodato che anche i futuri costruttore e gestore potranno effettuare qualche intervento sul patrimonio, il resto della spesa sarà affrontato accendendo un mutuo che sarà pagato con gli affitti che verserà il gestore della struttura. Chi sarà il promotore di tutta l’operazione? Creeremo una società strumentale di cui la Fondazione avrà la maggioranza delle quote. Sicuramente vi entrerà la Camera di commercio e forse anche altre amministrazioni pubbliche. Poi faremo un bando a evidenza pubblica per scegliere costruttore e gestore che a propria volta entreranno nella società. Da ampi settori cittadini però l’ubicazione migliore viene ritenuta quella di Porto vecchio. Va tenuta in considerazione? No, perché questo concept nasce a Portolido, un sito che ci è stato proposto da un soggetto pubblico, cioè da Invitalia. E proprio di questo sito è stata fatta ora una validazione che ha visto il nostro parere positivo e che ci permette di cominciare immediatamente l’iter di realizzazione. Non si può continuamente rimettere tutto in discussione. Cosa risponde alle obiezioni di carattere urbanistico, edilizio, scenografico? La gente ha diritto di conoscere e di discutere. Noi abbiamo fatto i passi più logici. I giudizi non vanno basati sul primo rendering perché il Parco del mare non sarà quello, quello era un’ipotesi su cui fare le valutazioni di sostenibilità. Con il bando i progettisti saranno obbligati a rispettare le nuove misure, anche lo stesso Chermajeff se, come mi auguro, parteciperà alla gara. Ma il suo concept è stato ridotto a poco più della metà, il che può far sì che anche molte avversità di qualche settore cittadino vengano superate. Si potrà superare la contrarietà degli animalisti? Capisco la logica di chi vuole proteggere il nostro patrimonio faunistico e non far soffrire gli animali, ma oggi vengono trattati con rispetto. Sarà nostra cura far sì che il gestore si impegni in accordo con le associazione animaliste che si instauri una forte sinergia con l’ambiente scientifico già ampiamente radicato in città. Le amministrazioni pubbliche sono favorevoli. Già la precedente amministrazione comunale ci ha scritto che era d’accordo, così come la Regione. Per questo ragione ci siamo sentiti legittimati ad andare avanti. Il Parco del mare non è una questione nostra, ma della città ed è la città che lo deve volere: la Fondazione si mette a disposizione per questo progetto perché abbiamo capito che è ben difficile che lo facciano altri. Per parere della città intendo quello espresso dal Consiglio comunale? Certamente, ma procederemo solo se a favore vi sarà un’ampia maggioranza, sicuramente non se i sì prevarranno per un voto. Ma credo che Trieste abbia capito di avere un’occasione unica per crescere dal punto di vista turistico, economico e forse anche di abitanti se si favoriscono le condizioni per attrarre nuovi investimenti.

Silvio Maranzana

 

Acquario da 47,7 milioni. La sua sorte legata alla votazione in Consiglio comunale nella seduta di lunedì
La sorte del Parco del mare dopo una decina d’anni di proposte, polemiche e discussioni, sembra ora legata, in via definitiva all’esito del voto in Consiglio comunale che sarà dato al termine della seduta straordinaria che si terrà lunedì prossimo, 20 marzo. È stata richiesta dal gruppo del Partito democratico e approvata dai capigruppo. In aula, oltre al sindaco Roberto Dipiazza, vi sarà anche il presidente della Camera di commercio della Venezia Giulia Antonio Paoletti, da sempre grande promotore del progetto. Ma sono stati invitati anche i presidenti di Fondazione CRTrieste Massimo Paniccia e dell’Autorità di sistema portuale, Zeno D’Agostino. Per la giunta regionale presenzierà in Consiglio l'assessore al Bilancio Francesco Peroni e ci sarà anche un rappresentante del comitato che si oppone al progetto in zona Lanterna. Tre i punti di dibattito richiesti dal Pd: «Lo stato di avanzamento del progetto; il business plan (piano finanziario); la localizzazione della proposta ed eventuali alternative». Le novità annunciate ieri da Paniccia potrebbero incidere sull’esito della votazione.

(s.m.)

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 14 marzo 2017

 

 

Assemblea pubblica su amianto e malattie

Domani dalle 17 alle 19 a Muggia, nella sala Millo in piazza Repubblica 4, è convocata un’assemblea pubblica per fare il punto circa lo stato di applicazione della delibera regionale sull’amianto. La normativa n. 250/2016 regola i percorsi socio-sanitari destinati alle persone esposte all’amianto e delle patologie correlate all’asbesto. L’iniziativa, promossa dalla Cgil di Trieste, mira a fare il punto complessivo della vertenza territoriale. Stefano Borini, del Coordinamento Amianto Cgil Trieste, aprirà i lavori con una relazione introduttiva. Seguirà il dibattito “L’andamento delle malattie professionali amianto-correlate e gli iscritti al registro regionale esposti ad amianto in provincia di Trieste”, a cui partecipano Valentino Patussi, direttore del Dipartimento Prevenzione Asuits e le dottoresse Anna Muran e Donatella Calligaro. Parola quindi al direttore generale Asuits, Nicola Delli Quadri, e a Claudio Pandullo, presidente dell’Ordine dei medici, per esporre il ruolo dei sanitari nel sistema di assistenza ai pazienti esposti.

 

 

SEGNALAZIONI - VERDE PUBBLICO Il Farneto rimesso in sesto

Il martedì 17 gennaio 2017 è stata pubblicata una mia segnalazione riguardante lo stato di degrado del nostro Farneto con una fotografia della frana che dal 2015 continuava a crescere mettendo in pericolo la strada (viale al Cacciatore), le persone e pure gli animali. Ogni giorno faccio il giro del boschetto e per quanto riguarda la frana ho visto dei lavori abbastanza impegnativi cominciare il 20 del mese scorso e concludersi praticamente dopo due settimane. Ci sono ancora tante cose da mettere a posto nel nostro boschetto ma penso sia giusto segnalare e ringraziare questo sforzo che mette in sicurezza questo sentiero. Ci auguriamo che anche le altre molte problematiche del boschetto segnalate nella riunione organizzata dalla 6.a circoscrizione con il vicesindaco, l’assessore all’ambiente e l’assessore ai lavori pubblici, vengano risolte, in forma particolare la sicurezza di via Marchesetti e via Forlanini. Mettiamo in ordine il polmone verde della nostra bella città.

Oscar Garcia Murga vice - presidente Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 13 marzo 2017

 

 

CIRCOLO ISTRIA - «Sì al Parco del mare ma in Porto vecchio»
Sì al Parco del mare, ma realizzato nel comprensorio del Porto vecchio e con una impostazione che privilegi la scientificità piuttosto che il sensazionalismo e lo spettacolo. È questo il contributo del Circolo Istria su un tema che certamente merita ulteriori approfondimenti. «La realizzazione del futuro Parco del mare è un’idea che, se realizzata con uno sguardo attento e competente lungo tutto il comprensorio adriatico, può portare certi benefici sia sotto il profilo culturale che quello turistico e economico - afferma il presidente del circolo Livio Dorigo -. E lo spazio giusto ove realizzarlo va individuato nell’area del Porto vecchio dove, accanto, troverebbero spazio altre realtà scientifiche e culturali che potrebbero lavorare in sinergia con la nuova istituzione. Un Parco del mare nell’area della Lanterna però - continua Dorigo - sarebbe un grosso errore, visto che in quel sito regnano purtroppo il diffuso disordine edilizio e la mancanza di parcheggi. Senza contare poi che l’ente si troverebbe in una situazione isolata, mentre una realtà di questo tipo ha necessità di interscambio con istituzioni vicine per affinità e attività». Del medesimo parere anche il professor Giuliano Orel, tra i fondatori dell’Istituto di Biologia marina dell’Università di Trieste, che sulle specificità della biologia marina dell’alto Adriatico sta per dare alle stampe una pubblicazione divulgativa. «Rispetto a quanti ritengono erroneamente l’Adriatico inquinato e eutrofizzato - spiega Orel - ci troviamo di fronte a un mare importante perché motore di scambio delle acque del Mediterraneo. Grazie alle sue acque dense, essendo il Mediterraneo un mare di condensazione, consente alle correnti di quest’ultimo di muoversi oltre Gibilterra, contribuendo così a stabilizzare la salinità dell’intero bacino mediterraneo. Importante inoltre per le maree, l’Adriatico ospita delle reminiscenze di fauna dei mari freddi». Da questi presupposti, osserva lo studioso, il nuovo Parco del mare dovrebbe essere portavoce di una cultura dell’Adriatico dalle tante peculiarità.

Maurizio Lozei

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 5 marzo 2017

 

 

UN’ALGA CONTRO I MALI DELLA FERRIERA - LA RUBRICA di WALTER PANSINI
La Ferriera di Trieste è da decenni al centro di polemiche come fonte d’inquinamento per i lavoratori e per chi vive nelle prossimità. In erboristeria esiste un rimedio che tra l'altro si appoggia a un'esperienza perfetta per tale situazione. Nel 2005 si è infatti concluso uno studio sulla disintossicazione da metalli pesanti di 350 persone, durato tre anni e svolto in una fonderia di metalli russa (Explore! Volume 14, Number 4, 2005). Erano interessati a trovare un catturatore (chelante) di metalli pesanti soprattutto economico, che poteva essere utilizzato dove il guadagno mensile medio non superava i 150 dollari. L'unico composto efficace a mobilitare ed eliminare tutti i metalli è stato un prodotto omeopatico costituito dal complesso contenuto nell'alga clorella (Cgf), e un estratto alcolico delle foglie di coriandolo (Coriandrum sativum). Vi era la necessità di usare un composto di semplice ed economica somministrazione rappresentato dall'omeopatico, non disponibile in Italia, ma ovviamente è efficace anche solo l'alga clorella in compresse e masticata, nota come il miglior chelante di metalli pesanti. In uno studio (Journal of Toxicology Sciences), si dimostra che, somministrando clorella nel cibo a soggetti intossicati con metilmercurio, la quantità di questo escreto nelle urine e nelle feci è circa il doppio rispetto alla quantità escreta dai non trattati con clorella. Ha poi la capacità di legare e poi rimuovere il cadmio e il piombo. Il ricercatore giapponese dr. Yoshiaki Omura ha scoperto nel 1995 che il consumo regolare di zuppe a base di cilantro (foglie fresche di coriandolo), elimina in particolare il mercurio, mentre per il medico Dietrich Klinghardt anche cadmio piombo e alluminio dalle cellule. Entro un mese saranno disponibili sul mercato italiano le foglie fresche di coriandolo ed il loro estratto alcolico. A queste si può aggiungere il silicio organico come chelante dell'alluminio, di cui la forma migliore in erboristeria è la compressa di bamboo, che tra l'altro irrobustisce tutti i tessuti. Ciò è particolarmente visibile su pelle unghie, capelli e tendenza alla carie. A questo integratore possiamo aggiungere tutta la famiglia dei cavoli, inclusa la rucola, per le capacità depurative, anche verso il cancerogeno benzene.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 11 marzo 2017

 

 

Il Consorzio di bonifica cambia nome e si allarga a tutta la Venezia Giulia

Cambia nome e amplia il raggio d’azione il Consorzio di bonifica Pianura isontina, che con i suoi interventi già avviati nei dintorni di Trieste si appresta a modificare la propria denominazione in “Consorzio di bonifica della Venezia Giulia”. Le novità sono state illustrate a Ronchi dei Legionari ieri nel corso dell’incontro al quale ha preso parte anche l’assessore regionale all’Ambiente, Sara Vito, oltre al presidente del Consorzio, Enzo Lorenzon, molti sindaci dei 31 Comuni consorziati e i rappresentanti di Coldiretti e Kmecka zveza/Associazione agricoltori. «Pensando alla tutela del territorio, negli ultimi anni è stato fatto un importante salto di qualità», ha detto Vito. Lodando le opere di bonifica e prevenzione realizzate dal Consorzio in diverse zone della provincia di Gorizia, l’assessore ha sottolineato come le tante migliorie siano state rese possibili anche grazie a una legislazione adeguata.

 

 

Progetti - Parco del mare diseducativo

Bioest si schiera contro il Parco del mare, costosissimo e dal bassissimo ritorno economico, fuori dal tempo, dall'impatto paesaggistico non di poco conto e soprattutto diseducativo. No a circhi acquatici e a una vita per gli animali marini prigionieri di un acquario. Erano quasi 10 anni che nessuno ne parlava più ed ora è stata riproposta l’idea del Parco del mare, un’opera faraonica, fuori dal tempo, diseducativa. Sono passati i tempi in cui l’unico modo per conoscere gli animali era quello di vederli in vetrina: oggi ci sono molti modi più interattivi ed educativi per conoscere questi nostri amici nel loro habitat naturale, senza disturbarli o catturarli e imprigionarli a vita in un’angusta vasca di un acquario. Pensare che un mega acquario a Trieste possa diventare un’attrazione turistica economica ed accattivante è fuori da ogni logica. Chiunque abbia compiuto una ricerca su costi e benefici di strutture simili al mondo si renderebbe subito conto del loro bassissimo ritorno economico. Sono strutture costosissime nella realizzazione (pare circa 45 milioni di euro previsti per Trieste), e ancor di più per il loro mantenimento e manutenzione. Un peso insostenibile che in questo caso passerebbe alla collettività. Inadeguato inoltre il sito prescelto, che presenta un impatto paesaggistico non di poco conto. Ricordiamo poi che lo stesso Ric O'Barry, ex addestratore di fama mondiale degli Anni '60, dopo avere assistito al suicidio di Flipper, uno dei suoi delfini più famosi, resosi conto di quanto fosse orribile quello che stava facendo, è diventato un difensore dei delfini e sostenitore nelle campagne contro circhi acquatici. Per questo l'Associazione Bioest ribadisce la propria ferma contrarietà a quest'opera. Per concludere pensiamo sia importante insegnare ai nostri figli valori come il rispetto e la tutela della flora e della fauna del nostro mondo: la nostra questa non è una battaglia solo a favore degli animali, ma una battaglia di civiltà.

Tiziana Cimolino Associazione Bioest

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 10 marzo 2017

 

 

Monfalcone, tre indagati alla A2A - Inquinamento ambientale: gli avvisi a dirigenti della centrale
MONFALCONE - “Violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale”. È l’articolo 452 bis del codice penale. Ed è questa l’ipotesi di reato per cui la Procura della Repubblica di Gorizia ha avviato un’indagine per accertare il rispetto delle normative ambientali vigenti da parte della centrale A2A di Monfalcone. L’indagine è formalmente scattata mercoledì. Contestualmente all’ingresso nell’impianto degli investigatori sono stati notificati tre avvisi di garanzia ad altrettanti dirigenti della centrale di Monfalcone. Non risulta che alcun provvedimento sia stato notificato allo stato attuale nella sede centrale di Brescia. L’avviso di garanzia è uno strumento a tutela dell’indagato e non va interpretato in alcun modo come indizio di colpevolezza. Il capo della Procura della Repubblica di Gorizia, Massimo Lia, ha spiegato i contorni dell’indagine affidata al sostituto procuratore Valentina Bossi. L’indagine muove da alcune segnalazioni su presunti casi di inquinamento attribuiti alla centrale di Monfalcone nel periodo compreso tra il 2011 e il 2013 e oltre. Tra queste segnalazioni rientra anche l’esposto presentato in Procura dall’allora consigliere comunale Anna Maria Cisint. L’avvio dell’indagine vera e propria è stata preceduta da un’attività investigativa “sotto traccia” affidata dalla Procura a consulente. Il professionista ha effettuato un meticoloso controllo sul suolo e sul fondo marino che ha preso in considerazione un vasto territorio attorno alla centrale. Una volta analizzati i dati raccolti la Procura ha ritenuto di avere gli elementi per avviare l’indagine vera e propria. «Siamo in una fase preliminare dell’indagine - così Lia - . La notifica degli avvisi di garanzia è un atto dovuto. Soprattutto in indagine di questo tipo bisogna agire con prudenza senza creare allarmismi. Certamente la collocazione di una centrale di quelle dimensioni inserita nel tessuto urbano rappresenta un elemento da monitorare con estrema attenzione». Obiettivo dell’indagine, stabilire se le emissioni prodotte dalla combustione del carbone inquinano l’ambiente circostante oppure no. A2A EnergieFuture conferma «che ha prestato e continuerà a prestare ogni collaborazione richiesta da tutte le autorità competenti, tiene a evidenziare che - in conformità alla propria politica di attenzione per l'ambiente e per la massima sostenibilità possibile delle proprie attività industriali - ha sempre esercito la centrale in piena ottemperanza alle leggi, ai regolamenti e alle prescrizioni vigenti, e ha compiuto ogni sforzo non solo per adeguare le proprie attività alle migliori tecniche disponibili, ma anche per accertare l'assenza di significativi impatti sull'ambiente circostante». La complessità dell’indagine si può misurare anche dalle forze messe in campo dalla Procura. Stanno operando tecnici dell’Arpa Fvg e del Veneto (questi ultimi hanno assistito le operazioni del consulente), il Noe dei carabinieri di Udine, i carabinieri della polizia giudiziaria e il nucleo operativo della compagnia dei carabinieri di Monfalcone.

Roberto Covaz

 

 

DAL 19 AL 21 MAGGIO - Concorso Marenordest, sesta edizione dedicata all’inquinamento da plastica
L'inquinamento da plastica o meglio, le soluzioni che ognuno di noi può attuare per contrastare un problema di grande attualità e valenza mondiale, sono al centro del Concorso Marenordest, aperto a tutti gli alunni delle scuole secondarie di secondo grado della regione. Il concorso, legato alla VI edizione di Marenordest, evento dedicato al mare e al mondo che lo circonda che si terrà a Trieste dal 19 al 21 maggio - con eventi e incontri che coinvolgono le principali figure che ruotano attorno al mare in vari ambiti (trasporti, cantieristica, subacquea, ricerca scientifica e ambiente, sport acquatici, turismo e promozione del territorio con un occhio di riguardo per le scuole - è promosso dall'Associazione Trieste Sommersa Diving. Suddiviso in tre categorie (elaborato scritto, video e fotografie), il concorso avrà il seguente tema: “Un mare di plastica. Cosa può fare ognuno di noi, anche attraverso modifiche di comportamenti scorretti, per limitare l'inquinamento da plastiche degli oceani?". Il concorso, il cui regolamento è pubblicato su www.marenordest.it/concorso-scuole, ha già suscitato particolare interesse nelle scuole e gli organizzatori sono disponibili a incontrare i docenti per illustrarlo più dettagliatamente e rispondere ad eventuali quesiti.

 

 

Il cuore di Trieste in Porto vecchio - Nuova guida firmata da Antonella Caroli
Abbandonato, degradato. Da demolire. No, forse da ristrutturare, magari “deformandolo” un po’. E poi, un giorno, da chissà quale stanza impolverata dell’Istituto tecnico industriale Volta di Trieste salta fuori una pila di cassette da frutta con all’interno alcune scartoffie. Sull’etichetta, una scritta: Porto vecchio. Lì, pronta per essere buttata via (e salvata solo grazie all’intuito di un professore), scartata come una mela bacata, un’ampia documentazione sui regolamenti, le tariffe e i contratti dell’epoca. La storia di Porto vecchio ricomposta poi in dodici anni di certosino lavoro. Il prestigioso Politecnico dell’impero asburgico di Trieste, di cui è erede oggi il Volta, paradigma della cultura tecnico-storica della città assieme al Nautico, aveva in qualche modo salvato il suo archivio e il fondo storico che poi era - è - l’archivio di una città. Il ritratto di una città. A ricomporre il codice genetico di questo sito di Trieste che è Trieste, ci ha pensato Antonella Caroli, già segretario generale dell’Autorità portuale e direttore dell’Istituto di cultura marittima e portale della città, nonché presidente della sezione giuliana di Italia nostra. E ci ha pensato grazie a una nuova pubblicazione, “Guida storica del Porto vecchio di Trieste” (Collana di Italia Nostra, Luglio Editore, pagg. 216, euro 20), che sarà presentata oggi alle 17.30, al Magazzino 26 di Porto vecchio, naturalmente. All’interno, anche due brevi scritti di Paolo Portoghesi (architetto di fama mondiale) e Vittorio Sgarbi, oltre agli interventi di giovani architetti come Massimo Chillon, Alberto De Goetzen e Michele Gortan che hanno dedicato le loro ricerche a quest’area. L’interesse e l’impegno di Italia Nostra nella tutela del patrimonio storico del porto di Trieste risalgono a vecchia data: gli studi e le pubblicazioni su Porto vecchio che l’associazione ha realizzato grazie alla Caroli indubbiamente hanno portato alla luce il valore nazionale - e internazionale - dei beni culturali del porto storico e hanno coinvolto le istituzioni nell’obiettivo di salvarne le strutture monumentali e l’assetto urbanistico. E con altrettanta certezza i lunghi anni di sensibilizzazione sul Porto vecchio portata avanti anche dall’associazione hanno fatto maturare una consapevolezza sul valore del sito tale da sconfiggere una mentalità (auto)distruttiva diffusa. Di qui - casomai ci fosse il bisogno di ribadire l’importanza di questo luogo - la guida, in cui si intende presentare l’immagine reale di Porto vecchio con i suoi edifici attraverso sintetiche descrizioni che sono il frutto di anni di ricerca, di studio, di riproduzione dei materiali di archivio, di scansioni dei disegni dei progetti e di fotografie storiche (già in parte pubblicate nel volumi de Il Piccolo nel 2007). Un lavoro certosino perché si possa visitare il sito comprendendolo e perché si possa riconoscere anche in futuro l’immagine e l’identità storica del luogo. Che è stato modellato e “riempito” da strutture portuali, magazzini, hangar, una centrale idrodinamica, gru e silos che testimoniano l’aspetto vitale della città e la sua funzione commerciale e imprenditoriale nell’Ottocento e nel primo Novecento. Business certo, ma con gusto: perché in questo milione di metri cubi di edifici-magazzino si riconoscono elementi architettonici medievali (dal bizantino al gotico), del rinascimentale inglese e del moresco inseriti su strutture dai caratteri classici che conferiscono ordine e simmetria grazie anche alle tecniche di costruzione d’avanguardia: un documento concreto dell’epoca pionieristica dei brevetti detenuti dalla grandi imprese edilizie europee che avevano le loro filiali, allora, anche a Trieste. Un complesso architettonico portuale unico (cinque moli, 3100 metri di banchine, 38 grandi edifici) perché illustra in sé l’evoluzione delle discipline costruttive europee nell’arco dei trent’anni della sua edificazione. Particolari, dettagli, disegni, foto d’epoca che aiutano a ricostruire quel pizzico di orgoglio - e di rabbia - per il “vecchio”. Eppure il “nuovo”, ci scommettono tutti, passa inevitabilmente per di qua: il masterplan del futuro Trieste ce l’ha già disegnato. Dal 1868.

DONATELLA TRETJAK

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 9 marzo 2017

 

 

Il “bio” depuratore sarà acceso a fine maggio - Sopralluogo dell’assessore regionale Vito con la collega comunale Polli: cronoprogramma anticipato
Inizierà a funzionare a fine maggio. Il trattamento biologico delle acque dell'impianto di depurazione di Servola, che dal 2008 ha fatto penare per le infrazioni ambientali commesse e ammonite dall'Ue, è pronto. Il cronoprogramma è stato rispettato, anzi anticipato, perché l'attivazione del nuovo meccanismo doveva partire a luglio. L'opera intera di adeguamento invece verrà completata entro l'anno, per un costo totale di 52,5 milioni di fondi statali, regionali ed europei. A dare la notizia AcesagApsAmga che ieri ha accolto l'assessore regionale all'Ambiente Sara Vito per un sopralluogo del cantiere durato due anni e mezzo e in fase di ultimazione, a cui ha partecipato anche l'assessore comunale Luisa Polli. «L’obiettivo - così Vito - è quello di accelerare per recuperare il tempo perduto in passato, in considerazione anche dell'impegno dell'attuale amministrazione regionale che fin dall'inizio del proprio mandato, con la sottoscrizione dell'Accordo di programma del 2014 e il reperimento delle risorse, ha deciso di imprimere un'oggettiva velocizzazione al progetto». Il moderno sistema di trattamento delle acque completamente eseguito a terra, come ha illustrato il project manager Enrico Altran, garantirà, in osservanza a quanto prescritto dall'Ue, il perfetto equilibrio dell'ecosistema del Golfo E «parlerà con il mare», nel senso che, per non intaccare bruscamente l'ecosistema marino con un apporto di nutrienti eccessivo, è stata sviluppata una tecnologia che consentirà di bilanciare l'intensità di trattamento in base allo stato del mare. Questo percorso sarà gestito in collaborazione anche con l'Ogs. Collocato di fianco allo Scalo Legnami , l'impianto è collegato attraverso dei sottopassi ferroviari al vecchio depuratore. Passaggi per la cui autorizzazione da parte di Rfi ci sono voluti circa 36 mesi, ha sottolineato il project manager. Dopo la bonifica, costata otto milioni, che ha riguardato anche l'asporto di materiali in amianto, i lavori sono stati realizzati dalle aziende Veolia, Degramont, Riccesi e Cmb. Il direttore generale di AcegasApsAmga, Roberto Gasparetto, ha ricordato che le imprese e i subappaltatori impegnati nei lavori sono stati sottoposti «a un attento esame, dovendo tutti soddisfare particolari requisiti di sicurezza». Al lavoro ci sono ogni giorno contemporaneamente 70 persone con punte di 100.

Benedetta Moro

 

 

«Nuove zebre pedonali davanti alla stazione» - Illustrate dall’assessore Polli in commissione le modifiche legate alla riqualificazione di piazza Libertà
Un semi-giro dietro la sala Tripcovich e poi via su corso Cavour e piazza Libertà per imboccare via Ghega. Sarà questo il percorso dei bus che devono andare in via Carducci dalla nuova postazione tra il teatro e il Silos, a parte la linea 17/ e la 39 che invece troveranno spazio su piazza Libertà nel lato tra la fine di via Cellini e l'inizio di viale Miramare. L'ultimo tratto di via Ghega, come già annunciato, invece rimarrà aperto per le auto in senso contrario rispetto a oggi. Di questo e di altri importanti dettagli si è parlato nella presentazione ufficiale alla Commissione Urbanistica della riqualificazione di piazza Libertà da parte dell'assessore Luisa Polli e dell'ingegner Giulio Bernetti, direttore del Servizio mobilità e traffico del Comune. E il piano della nuova viabilità ha trovato infine tutti d'accordo, maggioranza e opposizione, anche se sono stati richiesti ancora alcuni chiarimenti su certi punti della viabilità. Secondo il progetto saranno inseriti molteplici semafori e attraversamenti pedonali. Le zebre più importanti sicuramente saranno quelle di fronte alla stazione. In questa maniera il sottopassaggio diventerà praticamente inutile, anche se comunque verrà risistemato. «È talmente ben strutturata la superficie pure per l'accesso ai disabili - ha spiegato Polli - che non occorrerà rimettere a norma il sottopassaggio». Anche la direzione di marcia di via Pauliana rimarrà tale e quale, perché le auto da lì potranno sfociare sia sulle Rive, passando davanti alla stazione, che girare a destra in direzione viale Miramare. E, resta confermato, per chi sbagliasse che l'unico modo per virare da viale Miramare verso la città resta quello di sfruttare lo spazio dei taxi a lato della stazione per girare e rimettersi in piazza della Libertà. Osservazioni sono state fatte da Giuseppe Ghersinich (Ln) riguardo la bretella che costeggia l'uscita dal molo IV: Diventerà a senso unico?. «Anche su richiesta di Assicurazioni Generali, abbiamo deciso dopo un sopralluogo di mantenere il doppio senso - ha risposto l'assessore - e di aggiungere lì 50 nuovi stalli per i veicoli a due ruote». Fabiana Martini (Pd) e altri consiglieri hanno posto l'attenzione sui lavori in previsione della futura apertura di Porto vecchio. A questo proposito è stato chiarito che verranno allargati i lavori fino all'entrata del Porto in modo da non dover più toccare in futuro piazza Libertà. Troverà nel piano anche una collocazione adeguata la pista ciclabile che dalla stazione potrà poi proseguire attraverso il giardino per inserirsi in via Ghega e via Trento. «È un buon progetto - ha commentato Paolo Menis (M5S) - che va a a sanare alcune criticità messe in evidenza negli anni da vari comitati». Concetto ribadito da Michele Babuder (Fi), che ha aggiunto come «le ultime modifiche progettuali hanno recepito le osservazioni dei cittadini e dei vincoli connessi alla salvaguardia del verde e del giardino storico».

Benedetta Moro

 

 

Mittal: l’Italia con l’Ilva sarà la più grande acciaieria europea
ROMA Tre buone ragioni per comprare l’Ilva? «L’Italia è il secondo maggior consumatore di acciaio in Europa, l’Ilva è il più grande impianto di produzione di acciaio, l’Italia importa acciaio» risponde, in una intervista a un quotidiano Lakshmi Mittal, il magnate mondiale dell’acciaio impegnato nell’acquisizione dell’Ilva di Taranto, attraverso un consorzio che lo vede associato al gruppo Marcegaglia e coadiuvato da Intesa Sanpaolo, in rivalità con un’altra cordata «indiana», guidata dal gruppo Jindal assieme alla finanziaria di Leonardo Del Vecchio, al gruppo Arvedi e alla Cassa Depositi e Prestiti. E aggiunge: «Perché a noi? Perché non abbiamo produzione primaria in Italia, ed essendo la più grande compagnia in Europa vogliamo partecipare all’industria italiana dell’acciaio. Siamo il partner più giusto per l’Ilva, abbiamo quattro pilastri strategici: il primo sono le persone, il secondo è il piano industriale, il terzo è il piano ambientale, il quarto il piano commerciale». E sulla tutela dell’ambiente precisa: «Comprendo i problemi avvertiti dalla gente di Taranto, ci adegueremo pienamente a quanto previsto dall’Aia».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 8 marzo 2017

 

 

Parchi minerali, la Regione diffida la Ferriera - Acciaieria Arvedi deve ora presentare entro quattro mesi il progetto di copertura previsto dall’Aia
La Regione ha ieri formalmente diffidato la Acciaieria Arvedi spa a presentare entro quattro mesi il progetto di confinamento e copertura delle aree a parco (minerali e fossile) dello stabilimento siderurgico della Ferriera di Servola; nella diffida sono anche specificatamente indicati i contenuti minimi del progetto. La Regione ha inoltre disposto che nelle more della realizzazione del progetto di copertura dei parchi, la società adotti ulteriori misure di mitigazione dello spolveramento utili per il contenimento delle emissioni diffuse. L’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata a Siderurgica Triestina srl, ora Acciaieria Arvedi spa, stabiliva che entro 9 mesi dal rilascio dell’Aia la società dovesse presentare il progetto di confinamento e copertura delle aree a parco, corredato da un cronoprogramma di attuazione dello stesso. «Non è stata soddisfatta da Siderurgica Triestina la prescrizione contenuta nell’Autorizzazione integrata ambientale, che impone la copertura dei parchi minerali». Questa era stata la conclusione a cui è arrivata all’unanimità il 26 gennaio la Conferenza dei servizi coordinata dalla Regione e composta anche da Comune, Arpa, Azienda sanitaria e Vigili del fuoco. In una nota la Direzione Ambiente della Regione aveva ricordato come l’Aia avesse stabilito per Siderurgica Triestina l'obbligo di presentare, entro nove mesi il progetto. Tuttavia entro il termine, peraltro prorogato di un mese su richiesta della società, l’azienda ha proposto una relazione che - si legge nella nota di allora della direzione Ambiente - «pur contenendo alcune ipotesi progettuali, conclude evidenziando l'eccessiva onerosità degli interventi richiesti e la difficoltà tecnica della realizzazione degli stessi». «Più precisamente - si specificava ancora - la relazione non contiene elaborati grafici, né soprattutto il cronoprogramma e il quadro economico degli interventi da effettuare. E in particolare si afferma che «la copertura, seppur astrattamente possibile, non sarebbe tecnicamente realizzabile». Nel pomeriggio dello stesso giorno il consigliere di amministrazione Francesco Rosato avrebbe però espresso ai rappresentanti sindacali l’intenzione di attenersi a quanto viene chiesto. Ieri, secondo quanto riferisce ancora la Regione, «è stato necessario adottare la diffida». Acciaierie Arvedi, interpellata, non ha inteso al momento replicare in alcun modo.

(s.m.)

 

Ambiente - Ok al piano per i giardini inquinati
Sostituzione dello strato di terreno superficiale oppure sperimentazione di una tecnica di fitorimedio. Sono le soluzioni per la bonifica di sette diverse aree di Trieste, cinque siti comunali e due di proprietà privata, confermate nel corso della riunione del Tavolo tecnico promosso dalla Regione, di cui fanno parte anche Arpa, Comune di Trieste e Azienda sanitaria universitaria integrata, per affrontare il tema dell’inquinamento diffuso. All’attenzione dei componenti del Tavolo è stata portata la proposta di stralcio per le aree sensibili elaborato da Arpa, Azienda sanitaria e Comune di Trieste. Sulla base di parametri quali la fruizione delle aree in funzione degli utilizzatori (bambini, adulti, manutentori, ecc.), del tempo medio di presenza, delle caratteristiche morfologiche e vegetazionali, lo stralcio ha classificato in tre diverse tipologie omogenee i cinque siti pubblici. In una prima tipologia, chiamata “A”, sono comprese due aree a gioco scolastiche, di ridotta superficie ma a elevata fruizione di bambini per una durata temporale prolungata, che necessitano di essere messe in sicurezza e di essere rese utilizzabili in tempi molto brevi: si tratta delle aree verdi della scuola dell’infanzia Don Dario Chalvien, in via Svevo, che richiede un intervento su circa 800 mq, e della scuola elementare Marin di via Praga (circa 2.000 mq di intervento). Il piano ha quindi distinto, in una seconda tipologia, indicata come “B”, due giardini pubblici a elevata fruizione per una durata di tempo variabile, con grandi superfici prative e numerose alberi, presenza di aree a gioco pavimentate, circondate da aiuole prative, per un totale di circa 20.000 mq di intervento: è il caso del Giardino pubblico (con i suoi 17.000 mq), e del giardino di piazzale Rosmini (circa 3.500 mq). È infine classificata come “C” la pineta Miniussi di Servola (con circa 5.000 mq di intervento). Si tratta di un giardino pubblico a bassa fruizione, caratterizzato da prati coperti da alberature, in cui non vi sono zone per il gioco dei bambini. Lo stralcio sarà sottoposto ora all’esame dell’Istituto superiore di sanità e del ministero dell’Ambiente.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 7 marzo 2017

 

 

Capodistria-Divaccia - Il primo raddoppio vale 1.500 treni in più - Entro maggio la nuova tratta di binari sino a Villa Decani -  Il costo complessivo dell’opera ammonta a 25,5 milioni

I NUMERI DEL PORTO - Luka Koper movimenta attualmente 90 convogli al giorno

LUBIANA - Può essere di certo considerato come il primo tratto del tanto agognato raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. Certo far correre il traffico su rotaia lungo due binari dal porto del capoluogo del Litorale fino a Villa Decani (in tutto 1.200 metri) già costituirà una boccata d’ossigeno per il porto che, in pratica, se non avrà il raddoppio non potrà più espandere i propri traffici costantemente in aumento. I lavori hanno un valore, come scrive il Delo, di 5,9 milioni di euro. L’appalto è stato sottoscritto nel giugno scorso e i lavori sono iniziati a pieno regime in agosto. Secondo il contratto l’opera dovrà essere consegnata entro il maggio prossimo. I punti di maggiore difficoltà realizzativa sono il ponte attraverso il fiume Risano (Rižana) e il sottopasso relativo alla statale. A lavori finiti si procederà altresì al consolidamento e al rinnovo anche della oramai usurata “vecchia traccia” che a oggi sostiene tutto il traffico ferroviario. La direzione delle infrastrutture della Slovenia ha dichiarato sempre al Delo che l’intera opera si concluderà alla fine del 2018 e costerà complessivamente (incluso il raddoppio) 25,5 milioni di euro. Ma siccome, finora, gli appaltatori hanno offerto cifre minori forse si riuscirà a chiudere a 20 milioni di spesa. Attualmente la linea Capodistria-Divaccia è satura con 90 convogli ferroviari al giorno ma in alcuni periodo questi salgono anche a 110 convogli giornalieri inclusi anche i “viaggi” delle sole locomotive. Con la nuova tratta si potrà accrescere la portata della linea dai tre ai cinque convogli al giorno che, su chiave annuale, equivale a 1.500 treni in più in 365 giorni. Le Ferrovie della Slovenia, nel 2016, hanno movimentato al Porto di Capodistria 12 milioni di tonnellate di merci. Oltre alle Ferrovie della Slovenia su Porto operano anche la Rca e la Adria Transport che hanno movimentato, nel 2016, complessivamente 1,2 milioni di tonnellate di merci. L’anno scorso Luka Koper, la società che gestisce il Porto di Capodistria, ha movimentato 22.879 convogli ferroviari merci il che rappresenta una media di 64 convogli al giorno. Al Porto di Trieste, dicono a Capodistria, i convogli ferroviari movimentati sono stati tre volte di meno. E la battaglia continua, battaglia che, se paragonata al traffico dei porti del Nord Europa, appare sempre una “guerra tra poveri”.

Mauro Manzin

 

 

Il bosco di Crogole libero dai rifiuti - Nuova impresa dei volontari di Sos Carso: riempiti 40 sacchi per ripulire l’area sotto San Servolo
SAN DORLIGO Guanti da lavoro, sacchi neri e tanta volontà. Questi i tre ingredienti che contraddistinguono il gruppo Sos Carso, team di volontari che dallo scorso gennaio si sta cimentando nella pulizia di diverse zone dell'altipiano. L'ultima, in ordine di tempo, è l'area sopra la frazione di Crogole, a San Dorligo della Valle, proprio sotto San Servolo, zona tristemente passata agli onori della cronaca per essere una vera e propria discarica a cielo aperto realizzata da un homeless. In tre uscite i volontari, capeggiati da Cristian Bencich e Furio Alessi, hanno raccolto tutto il materiale sparso per i boschi. Sedie di plastica, borsoni, valige, pentole, ciabatte, scarpe, e tanti altri oggetti sono stati collocati all'interno di una quarantina di sacchi neri. «È stato un lavoraccio, anche perché c'era davvero di tutto. Pensavamo vi abitasse una famiglia, poi abbiamo letto Il Piccolo e abbiamo saputo chi stava dietro a tutti questi oggetti e rifiuti abbandonati nel bosco», racconta il 47enne Bencich. Il team, appartenente al Raggruppamento escursionisti speleologi triestini (Rest), ha poi portato via la metà dei rifiuti. «Gli altri sacchi sono rimasti in attesa dell'intervento del Corpo forestale: avremmo voluto portarli tutti via noi, ma erano davvero troppi e peraltro il sentiero è piuttosto ripido», racconta Bencich. Quello di Crogole è solo uno dei diversi interventi compiuti in circa un mese e mezzo di attività. Nel bosco di Pese-Draga, sempre a San Dorligo della Valle, vicino ad una "jazera" (antico sistema di produzione del ghiacchio) sono stati rinvenuti barattoli in alluminio, uno pneumatico e materiali ferrosi poi raccolti in quattro sacchi neri. «La caratteristica più strana di quest'area sono stati il centinaio di scatolette per gatti che abbiamo rinvenuto e poi raccolto», aggiunge Bencich. Ma sono tante le aree che necessiterebbero di un intervento. A partire dall'autoporto di Fernetti, nella cosiddetta dolina dei Druidi. «Mi chiedo perché l'Autoporto non mandi qualcuno almeno una volta al mese a ripulire i "ricordi" lasciati dai suoi "clienti" camionisti. Sicuramente non andrebbe in rovina». La sfida più grande però rimane sicuramente l'ex discarica di Trebiciano. «L'area era stata aperta nel 1958 e gestita dal Comune sino al 1972. Nel corso degli anni sono stati scaricati circa 600mila metri cubi di rifiuti di ogni tipo. E pensare che sotto questo disastro ecologico scorre il fiume Timavo", racconta il portavoce di Sos Carso. Tonnellate di rifiuti accumulatesi fino a creare, pare, uno strato di oltre 20 metri. Bencich lancia l'appello: "Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro ma non possiamo fare tutto da soli per questo il nostro intento sarebbe di coinvolgere altre persone perché sul Carso c'è ancora molto da fare». Per chi volesse aiutare i volontari anche donando guanti e sacchi neri è attiva la pagina Facebook Sos Carso.

Riccardo Tosques

 

AMBIENTE - Castelmuschio protesta per i depositi “tossici”

VEGLIA - Sta per finire la pazienza dei circa 20 mila abitanti di Veglia e dei responsabili delle sette municipalità presenti sull'isola quarnerina. La causa è una sola e prende il nome di Dina Petrolchimica, l'azienda defunta ormai da anni e depennata lo scorso settembre dal Registro croato delle imprese. Nello stabilimento di Castelmuschio (Omisalj in croato) sono rimaste ancora decine di tonnellate di sostanze chimiche, altamente tossiche e soprattutto molto temute dai residenti nei comuni di Veglia, Castelmuschio, Verbenico, Ponte, Malinska-Dubasnica, Dobrinj e Bescanuova. I sindaci di queste municipalità hanno inviato giorni fa una lettera aperta al ministro dell'Ambiente ed Energia, Slaven Dobrovi„, ricordandogli che lo Stato croato ha precisi obblighi nei riguardi dell'ex Dina. Dopo la cancellazione dal registro, è Zagabria che deve provvedere al risanamento dell'impianto, definito da tempo una bomba ecologica ad orologeria, destinata prima o poi a deflagrare, con danni gravissimi, catastrofici per l'ambiente quarnerino, mare compreso.

 

 

Siderurgia - Il salvataggio dell’Ilva: sfida fra Arcelor e AcciaItalia
MILANO La battaglia per la conquista dell'Ilva è entrata nel vivo. Le due cordate si sono materializzate nelle buste con le offerte vincolanti, finalmente aperte dopo tre proroghe. Su un fronte c'è la cordata composta da AcciaItalia, Jindal, Delfin e Arvedi, col sostegno finanziario di Cassa Depositi e Prestiti, sull'altro è invece il consorzio Am Investco Italy, formato da Marcegaglia e ArcelorMittal al quale dovrebbe aggiungersi Intesa Sanpaolo, dopo che la banca ha siglato col consorzio una lettera d'intenti. Ma ci vorrà almeno un mese per sapere chi vincerà. Le offerte sono state trasmesse all'advisor finanziario della procedura di amministrazione straordinaria, Rothschild, e ora inizieranno gli adempimenti legati alla procedura, con la valutazione dei singoli aspetti delle proposte messe in campo dai due contendenti. Per l'Ilva si tratta di una svolta. Impossibile dimenticare che tre anni fa era data per fallita con una perdita di 500 milioni l'anno, con gli impianti sotto sequestro e i fornitori alla finestra in attesa di pagamento. L'azienda oggi segna un fatturato 2016 in miglioramento sul 2015 a 2,2 miliardi, una riduzione dell'Ebitda negativo del 62% e una decisa ripresa della produzione. Va tuttavia sottolineato che le due offerte arrivano anche in un momento in cui lo scenario economico internazionale è cambiato, con i prezzi dell'acciaio in risalita. Un pò a sorpresa Marcegaglia-ArcelorMittal hanno scoperto le carte della loro offerta e in un comunicato hanno spiegato che la proposta prevede 2,3 miliardi di investimenti nell'Ilva, oltre al prezzo d'acquisto (che non viene reso noto), una produzione di 9,5 milioni di tonnellate di prodotti finiti, l'impegno a realizzare un centro di ricerca e sviluppo a Taranto e usare nuove tecnologie per la produzione di acciaio a bassa emissione di anidride carbonica.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 6 marzo 2017

 

 

NoSmog e FareAmbiente al fianco di Dipiazza criticano il no regionale alla revisione dell’Aia

«Apprendiamo che la Regione ha respinto la richiesta di riesame dell’Aia alla Ferriera inoltrata dal sindaco e fortemente sollecitata dai cittadini. Il respingere la necessità di rivedere una concessione che dopo un anno di applicazione ha dimostrato tutte le sue carenze , evidenziate quotidianamente dai residenti, dimostra che il rifiuto non posa su argomentazioni tecnico-oggettive e che non vi è alcuna intenzione di prendere in considerazione il disagio denunciato dai cittadini. La sensazione , che forse è più di una sensazione , è che ogni decisione venga presa a prescindere, sulla testa dei cittadini di cui non va tenuto conto e a cui non viene data voce, in presenza di "superiori interessi" di natura politica». Così Alda Sancin, presidente di NoSmog, una delle tre associazioni della cui consulenza si avvale Roberto Dipiazza. Un’altra è FareAmbiente, il cui coordinatore regionale Giorgio Cecco commenta a sua volta sarcastico: «Condividiamo quanto rilevato dagli uffici regionali, ovvero che non ci sono elementi di novità. Difatti l'inquinamento, i disagi e la pessima qualità della vita dei residenti sono sempre gli stessi».

 

 

LA RUBRICA NOI E L'AUTO - PIAZZA LIBERTÀ, SAGGIO SPOSTARE LE FERMATE BUS
La ristrutturazione della circolazione in corrispondenza di piazza Libertà è agli onori della cronaca. Come sempre ci sono i favorevoli e contrari. È ovvio che molti pareri sono dettati dalle singole, personali e contingenti necessità, ma vi sono anche delle considerazioni oggettive che valgono per tutti. A mio parere è semplicemente impensabile che chi proviene da via Cellini non possa svoltare a sinistra, verso il Porto vecchio, la Sala Tripcovich, la marina e quant'altro. Nemmeno da prendere in considerazione l'ipotesi di successiva svolta all'altezza dei taxi, che creerebbe delle situazioni insostenibili. Tale mia opinione è basata sul fatto che, attualmente, l'unico vero pericolo in strada consiste nel frequentissimo e indisciplinato attraversamento dei pedoni dalla Stazione al giardino al centro della piazza, e viceversa. Oggettivamente tali attraversamenti non sarebbero giustificati, vista la presenza, ormai molto datata, del sottopassaggio, ma le condizioni generali dello stesso, tra cui l'assenza di percorsi predisposti per i diversamente abili, non aiutano a utilizzarlo. L’aspetto più importante, però, consiste nel fatto che la quasi totalità degli attraversamenti pedonali è motivata dalla necessità di raggiungere le fermate degli autobus adiacenti al giardino. Allora? A mio parere il provvedimento più saggio ed economico sarebbe quello di spostare parallelamente dette fermate, da dove sono oggi, verso il marciapiede adiacente all'uscita dalla Stazione centrale. La larghezza della carreggiata coinvolta non cambierebbe, ma si sposterebbe solo l'asse della stessa, con lavori edili minimali e relativamente poso costosi. Per quanto riguarda la più volte richiamata svolta a sinistra dei veicoli provenienti da via Cellini, che a questo punto coinvolgerebbe anche gli autobus, il potenziale pericolo potrebbe essere risolto con qualche secondo di tutto rosso per i veicoli che scendono da via Pauliana e quelli che vengono da viale Miramare o, eventualmente, con un nuovo semaforo. Spero che il buon senso prevalga, per la sicurezza di pedoni, automobilisti e altri utenti della strada.

GIORGIO CAPPEL

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 5 marzo 2017

 

 

“Nuovo” Piano del traffico bocciato dalle opposizioni - Lo stop a via Mazzini pedonale riapre le polemiche sulla viabilità. Critiche da M5S
L’ex sindaco Cosolini, oggi consigliere Pd : «Quali le idee innovative della giunta?» - E Menis chiama in causa anche la precedente amministrazione

L’ex sindaco Roberto Cosolini difende la pedonalizzazione di via Mazzini, sperimentata durante la sua amministrazione: «La chiusura della strada faceva parte di un piano organico su cui i tecnici avevano lavorato a lungo» - L’ex assessore all’Urbanistica Elena Marchigiani chiede proposte per una viabilità sostenibile capaci di risolvere il problema dell’inquinamento, garantire più sicurezza e offrire opportunità turistiche Anche il Movimento Cinque Stelle attende un piano alternativo. Paolo Menis però attacca anche la precedente amministrazione: «La giunta Cosolini non ha avuto il coraggio di applicare i progetti fino in fondo, Corso Italia è la prova»

Sul destino della viabilità triestina soffia aria di tempesta. L’addio alla pedonalizzazione di via Mazzini, sentenziato a gran voce dalla giunta Dipiazza, rinfocola le vecchie polemiche. L’ex sindaco Roberto Cosolini e l’ex assessore Elena Marchigiani incassano il colpo: se l’aspettavano. Ma contrattaccano: «Cosa propone allora di innovativo questa giunta?», incalzano i due. La loro non è solo una provocazione: chiedono un piano alternativo, un progetto capace di dar respiro al traffico e alla mobilità dei cittadini. «Non c’è nulla», dicono in coro. Qualcosa di “sostitutivo” in realtà ci sarebbe: un pezzettino in più di via XXX Ottobre riqualificato e libero dalle auto; un semaforo in via Roma all’incrocio con via San Nicolò e marciapiedi più ampi in via Teatro Romano e piazza Libertà. E, per alleggerire il centro dal caos parcheggi, nuove convenzioni con le società che gestiscono i park interrati per incentivarne l’uso. Basterà? «La chiusura di via Mazzini stava dietro a un piano organico - fa notare Cosolini, ora consigliere comunale Pd - su cui i tecnici avevano lavorato a lungo e c’erano stati incontri e approfondimenti con la cittadinanza. Decidere di non chiudere e basta è come dire “va tutto bene così”, mentre le città con più zone pedonali e meno traffico sono più belle, vivibili e moderne». L’ex assessore Marchigiani, professore di Urbanistica all’Università di Trieste, scuote il capo: «La pedonalizzazione di via Mazzini - ricorda - andava di pari passo agli interventi su Corso Italia, dove sarebbero stati dirottati i bus e tolte le auto. Era tutto un disegno complessivo. Ma questa amministrazione - spiega - non ha in mente un progetto d’insieme, non se ne sta proprio occupando. Non fanno e non faranno nulla. Ma una giunta non può concentrarsi solo sui regolamenti di polizia e della pulitura delle caditoie, dovrebbe avere iniziative di grande respiro. Anche perché l’idea di allontanare le automobili dal centro è applicata ovunque. Se il nostro Piano del traffico non va bene - insiste Marchigiani - allora ne facciano un altro. Cosa fanno al posto di ciò che buttano via?». L’ex assessore fa notare che la scelta di una via Mazzini “free” era stata molto discussa con i commercianti e la cittadinanza. «Due anni di confronto pubblico - sottolinea la docente universitaria, esperta di Urbanistica -, ci vuole una bella responsabilità a bloccare tutto. La città ha bisogno di interventi sulla mobilità, innanzitutto per l’inquinamento e la salute». Il riferimento è a quanto emerso nelle aree verdi dei giardini pubblici, pesantemente contaminati anche dal traffico. E alla sicurezza, oltre che al turismo. «Per questo - chiosa Marchigiani - tante città da decenni hanno puntato sulla pedonalità. Non avere un piano significa fermare un progetto di modernizzazione necessario». Anche il Movimento Cinque Stelle aspetta la giunta Dipiazza al varco. Paolo Menis, capogruppo in Consiglio comunale, attende risposte. «Il punto non è tanto via Mazzini chiusa o aperta - rileva - perché il problema è generale. Ci può stare che questa giunta non sia d’accordo sul Piano del traffico, ma allora deve ritirarlo e presentarne un altro. Anche perché - evidenza - sono passati i due anni previsti dalla legge e quindi non ci sono impedimenti. Aspettiamo una contro proposta sui futuri interventi, cioè un vero e proprio progetto che disincentivi l’utilizzo delle automobili a vantaggio dei mezzi pubblici. A Trieste è necessario cambiare il modo di spostarsi verso il centro - osserva Menis - ma va detto che la precedente amministrazione ha le sue colpe: avevano presentato un piano, che noi avevamo condiviso, ma poi Cosolini e Marchigiani non hanno avuto il coraggio di applicarlo fino in fondo. Per Corso Italia, ad esempio, era previsto il restringimento della carreggiata e l’allargamento dei marciapiedi per il passaggio esclusivo dei mezzi pubblici. Ma non se n’è fatto nulla».

Gianpaolo Sarti

 

 

Parco del mare davanti alla Lanterna - La parola al Consiglio
Il 20 marzo la seduta straordinaria. Tutti gli attori presenti dal “papà” del progetto Paoletti al Comitato che si oppone
Il Consiglio comunale di Trieste si esprimerà sul progetto del Parco del mare in una seduta apposita che si terrà il 20 marzo. È l’esito della richiesta avanzata dal Partito democratico, approvata nei giorni scorsi dai capigruppo. Il presidente del Consiglio Marco Gabrielli ha già convocato la riunione e mandato gli inviti a tutti gli enti e gli attori cui sarà richiesto di partecipare: arriverà in aula, oltre al sindaco Roberto Dipiazza, anche il presidente della Camera di commercio della Venezia Giulia Antonio Paoletti, da sempre grande promotore del progetto. Ma sono stati invitati anche i presidenti di Fondazione CRTrieste e Autorità portuale, anche se ancora non si sa chi rappresenterà questi enti in aula. Si sa invece che per la giunta regionale arriverà in Consiglio l’assessore al Bilancio Francesco Peroni, così come ci sarà un rappresentante del comitato che si oppone al progetto in zona Lanterna. Dice Gabrielli: «Nella richiesta si pone particolare attenzione su tutta una serie di aspetti del progetto. Vedremo di andare a fondo il più possibile». Andiamo quindi a vedere cosa chiede il Pd. Il documento è firmato da tutti i consiglieri comunali dem e richiede «la convocazione di un Consiglio comunale straordinario sul tema “Parco del mare”». Tre i punti di dibattito sottolineati: «Lo stato di avanzamento del progetto; il business plan (piano finanziario); la localizzazione della proposta ed eventuali alternative». Ai tempi in cui teneva in mano le redini del Comune, l’ex sindaco Roberto Cosolini aveva dato il suo beneplacito al progetto, anche se non aveva mai nascosto di preferire una posizione diversa per l’acquario, magari in Porto vecchio. Ora, in veste di consigliere non perde l’occasione per tornare sull’argomento: «È evidente che in città si è aperto un tema - commenta -. È un tema noto, addirittura vecchio, e che fu già oggetto di una delibera del Consiglio comunale portata dall’allora assessore Ravidà. Ora, il Comune ha un ruolo in questa vicenda, perché pur non essendo socio si esprime sia sulla possibile locazione della struttura sia sul progetto in generale, trattandosi di una realtà potenzialmente molto rilevante». È quindi il caso, secondo Cosolini, che anche il Consiglio comunale torni a schiarirsi le idee sull’argomento: «Sono passati molti anni, la collocazione al mercato ortofrutticolo di Campo Marzio è ormai tramontata, è cambiato il contesto economico e sociale ed è giusto che il tema torni all’attenzione dell’assemblea». Farlo, prosegue il consigliere, «è necessario anche e soprattutto per un aggiornamento sul piano industriale complessivo». Ma anche perché il tema della collocazione fa molto discutere: «Personalmente ho sempre pensato che serva un serio raffronto costi-benefici. Laddove per costi si intende sì la spesa, ma anche tempi e problematiche varie. Mentre per benefici si intendono le possibili ricadute positive di ambo le possibilità: sia quella di farlo alla Lanterna che in Porto vecchio». Vada come vada, l’argomento darà molto da discutere ai consiglieri comunali. Anche perché, per l’esasperazione del suo patron Paoletti, il Parco è diventato ormai da parecchi anni una delle arene gladiatorie preferite dalla classe politica triestina.

Giovanni Tomasin

 

 

Dipiazza insiste «La Regione annulli l’Aia della Ferriera» - il braccio di ferro
«La risposta ricevuta dalla Regione fa sorgere fondate perplessità sulla capacità dei tecnici della struttura di comprendere il contenuto dei documenti preparati e diffusi dalla propria realtà di riferimento Arpa Fvg. Alla parte politica quindi consigliamo di verificare il lavoro dei propri uffici e di evitare un atteggiamento pilatesco sulla vicenda Ferriera che può essere interpretato solo come disinteresse per le problematiche legate alla salute dei cittadini e alla tutela dell’ambiente». Così il sindaco Roberto Dipiazza ha replicato ieri alla notizia che i tecnici della Regione hanno bocciato la richiesta di revisione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) della Ferriera avanzata dal Comune. Rilevando anche che «il valore rilevato di deposizioni di benzo(a)pirene sulla base di dati prodotti in autocontrollo dall’industria e non dalla parte pubblica è significativo», il sindaco sostiene che «l’attuale piano di monitoraggio e controllo non consente di verificare il rispetto degli obiettivi di qualità ambientale stabiliti dagli strumenti di pianificazione e programmazione di settore nelle aree dell’abitato di Trieste più critiche come identificato nei documenti prodotti da Arpa Fvg». E inoltre «non garantisce e all’evidenza dei dati non ha mai garantito una tutela dalla contaminazione dei suoli in una ampia area di Servola, non fornendo con i monitoraggi trimestrali previsti elementi tecnici adeguati per verificare il miglioramento della situazione rispetto a quella degli anni passati». «Chiediamo anche - aggiunge Dipiazza nella nota emessa ieri - di conoscere se è stato avviato il procedimento sanzionatorio nei confronti del gestore ex art. 29 decies c.9 del D.Lgs 152/06 relativamente all’acclarato superamento del limite produttivo di 34.000 tonnellate/mese di ghisa prodotta» e conclude annunciando che «il Comune di Trieste inviterà formalmente la Regione a dichiarare in autotutela la nullità dell’Aia della Ferriera e contestualmente percorrerà tutte le strade per arrivare a tale risultato. Si auspica che la Regione, come istituzione, tuteli la salute dei cittadini anche con fatti concreti e non solo a parole. Gli elementi per farlo ora li ha tutti».

 

Siderurgia, la Cina torna in trincea: nuovi tagli in arrivo - Pechino promette di eliminare 500 mila posti di lavoro - Il mercato europeo continua a soffrire il crollo dei prezzi
MILANO Pechino promette di tagliare 500 mila posti di lavoro nelle industrie dell'acciaio e del carbone per contenere l'eccesso produttivo che ha mandato in tilt la siderurgia mondiale. A Washington, il neo presidente Donald Trump annuncia che il mega-oleodotto che collegherà Canada e Stati Uniti sarà costruito interamente con acciaio made in Usa. L'Unione Europea invece ritocca all'insù le tariffe antidumping alzando i dazi doganali dal 65 al 73% sui prodotti provenienti dalla Cina. È cominciato così, in trincea, l'anno dell'acciaio 2017, in cui i grandi produttori - Italia inclusa - cercano in qualche modo di smarcarsi dal problema irrisolto della sovracapacità globale che ha fatto precipitare gli utili delle imprese del settore. Nonostante le promesse, gli annunci e le barriere doganali, anche quest'anno l'acciaio soffrirà degli acciacchi di un'industria che ha bisogno di ristrutturarsi e di razionalizzare i suoi impianti. Nel 2016, secondo World Steel, la produzione mondiale della siderurgia è tornata ad aumentare, per un incremento complessivo dello 0,8%. In circolazione c'è troppo acciaio, i prezzi si deprimono e i produttori chiudono i bilanci in rosso. Sul banco degli imputati di una situazione che sembra ormai ingovernabile c'è la Cina che sforna quasi la metà dell'output globale. I dazi, le misure antidumping e le promesse di frenare la produzione contro i prodotti a basso costo proveniente dall'Oriente non hanno cambiato volto all'industria cinese. Anzi. L'anno scorso, nonostante le chiusure dei cosiddetti impianti "zombie", che operano al di sotto del costo di produzione, e il taglio di un milione di posti di lavoro, la Cina ha aumentato l'output di acciaio di almeno 35 milioni di tonnellate, a un tasso di crescita complessivo dell'1,2%, raggiungendo così 808,4 milioni di tonnellate, per un'incidenza sull'output siderurgico globale del 49,6 %. Lo afferma una ricerca condotta dalla società di consulenza Custeel e promossa da Greenpeace. E si teme che la stretta produttiva annunciata in questi giorni dal governo cinese, peraltro molto irritato per i rialzi delle tariffe doganali in Europa, possa in realtà tradursi nell'ennesimo aumento della capacità siderurgica nazionale. Dall'altra sponda dell'Oceano nell’era Trump le grandi opere andranno costruite, come il megaoleodotto Keystone Xl, con acciaio made in Usa. Anche questa promessa, come quella dei tagli alla produzione cinese, lascia piuttosto prudenti gli analisti. Keystone Xl, la rete che collegherà il trasporto di idrocarburi tra Canada e Usa, deve rispettare contratti pregressi. E probabilmente l'acciaio di cui sarà fatto sarà comunque made in China. Al di là della realizzabilità delle strategie americane e cinesi sulle rispettive siderurgie nazionali, suonano forti gli allarmi per l'industria dell'acciaio europea e in particolare per quella italiana alle prese con il salvataggio Ilva e la trasformazione dei campioncini nazionali in aziende performanti negli acciai speciali. La siderurgia tricolore ha recuperato nel 2016 il 6% della produzione, segnando una delle migliori performance tra i grandi paesi produttori, seconda solo a quella dell'Iran e dell'India. L'Italia riprende quota dopo una discesa che durava da quattro anni di fila e riportandosi sopra i 23 milioni di tonnellate.

Christian Benna

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 4 marzo 2017

 

 

Viabilita': i nuovi indirizzi - Addio a via Mazzini pedonale Dipiazza cestina il piano Cosolini

L’assetto del traffico cittadino sarà profondamente rivisto rispetto alle scelte della passata amministrazione

Pronto il progetto “bis”: Stop ai veicoli in via XXX Ottobre e marciapiedi più larghi in centro. L’assessore Polli: «Presto le convenzioni con le società per gli sconti nei parcheggi interrati»

La giunta Dipiazza sotterra una volta per tutte il progetto di pedonalizzazione di via Mazzini. Non si farà, salvo eventi come la “Notte dei saldi” e manifestazioni analoghe che richiedono la chiusura del centro. È l’assessore all’Urbanistica Luisa Polli a mettere la pietra tombale su quello che fu il cavallo di battaglia dell’accoppiata Cosolini & Marchigiani. Poco fortunato, a dire il vero, certamente in termini di consensi. D’altronde aveva promesso lo stesso Dipiazza, in campagna elettorale, che la via non sarebbe stata più oggetto di sperimentazioni simili a quelle tentate nella passata amministrazione. Adesso la versione “2.0” del Piano del traffico (per il momento ideale) non contiene traccia esecutiva della pedonalizzazione. «La cittadinanza lamentava disagi nei collegamenti e nelle fermate dei bus - ricorda Polli - perché quello è uno snodo importante per chi arriva in centro con i mezzi pubblici. Ma anche la Trieste Trasporti era critica: i conducenti avevano difficoltà a girare da Corso Italia in via Imbriani o a svoltare in piazza Goldoni, per non parlare della congestione che si era creata nella altre vie, dove gli autobus erano costretti a transitare in punti già molto trafficati». La giunta intende virare piuttosto su altri interventi che mirano a rendere più vivibile il centro per i cittadini. Polli ha già qualche freccia nel suo arco. La prima: convenzioni con i parcheggi “contenitore” (via Carli, Foro Ulpiano, Park San Giusto, Silos, via Giulia, ospedale Maggiore), notoriamente sotto utilizzati, per stimolare i triestini a posteggiare nei garage interrati. Come? Con prezzi super scontati, ad esempio. La pedonalizzazione interesserà invece aree limitrofe. È il caso di via XXX Ottobre, intanto: anche il punto compreso tra via Milano e via Valdirivo e tra via Valdirivo e via Torrebianca, così come già avviene nel tratto piazza Oberdan-via Milano, sarà off limits per le auto. È prevista la riqualificazione della strada con pavimentazione in masegno, simile a via Trento, con tanto di passaggio ciclabile. «Sposteremo le aree di carico-scarico merci - preannuncia Polli - siamo già d’accordo con i negozianti». Per portare a compimento il progetto l’assessore pensa ad approvare una variante al Piano del traffico. «Il nostro obiettivo - puntualizza - è valorizzare quell’area, vista la presenza di attività economiche. Se passano più gente i commercianti ne traggono beneficio». In programma pure le “semi-pedonalizzazioni”. In piazza Libertà, innanzitutto: il Comune farà togliere i parcheggi “blu” che costeggiano Palazzo Economo, sede della Soprintendenza, per allargare il marciapiede a beneficio dei pedoni. Stesso discorso per due aree che si trovano in prossimità di siti culturali di interesse archeologico, paesaggistico e monumentale. Come via Teatro Romano, ad esempio; anche lì, come già ventilato dal municipio, via le auto. Un modo, ci tiene a precisare l’assessore, per facilitare il via vai delle persone, tanto più i turisti, e rendere la zona più ampia e piacevole. Lo schema sarà applicato pure nei pressi del Faro della Vittoria, in Strada del Friuli, per agevolare l’arrivo dei pullman. Va da sé che nel punto individuato dal Comune non sarà più permesso parcheggiare. Ma che fine farà il Piano del traffico già approvato dal Consiglio comunale? Resterà nel cassetto, ormai è chiaro. «È uno strumento superato - taglia corto l’esponente della giunta Dipiazza - adesso puntiamo a una mobilità sostenibile, anche perché il Piano del traffico non è uno strumento coercitivo. Lo si può applicare o no, sebbene non sia possibile fare nulla in netto contrasto. Ma può essere cambiato. A noi comunque sta a cuore intervenire in modo da promuovere la convivenza tra pedoni, bici, trasporto pubblico e auto. Va ricordato, tuttavia, che in futuro qualsiasi intervento di lungo respiro sulla viabilità non potrà fare a meno di tener conto del Porto Vecchio e di come integrare quell’area con la città».

Gianpaolo Sarti

 

Via Marchesetti - Il plastico con le luci “fai da te”

Anche via Marchesetti, teatro del tragico incidente di tre mesi fa in cui è morta una ragazza di quindici anni, rientra nel piano sicurezza del Comune. Nulla però è ancora stabilito. Sono varie le ipotesi su come arginare il pericolo nei pressi del Ferdinandeo, dove gli automobilisti tendono a pigiare l’acceleratore. Molto probabilmente all’altezza dell’attraversamento pedonale, proprio dove è stata travolta la ragazzina, saranno installati un’isola spartitraffico, un dispositivo con lampeggianti e rallentatori ottici. A maggior ragione che l’area, nelle ore serali, è piuttosto buia. Il Comune di Trieste comunque intende dare ascolto alle proposte delle circoscrizioni e dei singoli residenti. Tra i progetti presi in considerazione figura il plastico realizzato dal signor Ottavio Buzzai, che abita proprio in via Marchesetti. Il modellino prevede anche un impianto di illuminazione azionato direttamente dai pedoni a ogni passaggio. «Potrebbe essere un progetto interessante - commenta l’assessore all’Urbanistica Luisa Polli - dobbiamo verificare se è attuabile sotto il profilo normativo. Va comunque sottolineato il bel gesto del signor Ottavio che si è preso a cuore il problema realizzando personalmente il plastico. Quella zona effettivamente è pericolosa e vanno presi provvedimenti. Ma è l’intera area che probabilmente ha bisogno di migliorare sotto il profilo della segnaletica», fa notare. Aspettiamo i suggerimenti della circoscrizione per poter decidere nel modo più opportuno e adeguato possibile»

(g.s.)

 

«Bisogna aumentare i posteggi» Ma l’area verso via Torrebianca da proibire ai veicoli piace a residenti e commercianti

Sì alla pedonalizzazione di via XXX Ottobre. Un via libera convinto, ma a una condizione: aumentare i parcheggi. Sulla nuova scelta dell'amministrazione comunale, commercianti e cittadini parlano chiaro. E fanno emergere anche altre postille, criticità soprattutto, invitando il Comune a risolverle. C'è chi teme di perdere i clienti durante il periodo del cantiere e chi, ancora, preferirebbe un'area più ampia da chiudere al traffico. E se gli habitué di questa strada annuiscono alla novità, non nascondono la propria soddisfazione sulla scelta di non intrevenire su Mazzini. Lì la pedonalizzazione era piaciuta a pochi. Manuela Morpurgo, titolare del negozio di informatica "Murrisoft", che si trova proprio a metà della via, non ha dubbi: «Sono convinta sia un'ottima scelta, il centro cittadino, come in tante città, va pedonalizzato e per vivere ha bisogno dei negozi, ma - avverte -, l'amministrazione ci deve aiutare con un maggior numero di posti per il carico e lo scarico. Non solo per noi esercenti, ma anche per i nostri clienti e per i semplici cittadini che non possono girare a vuoto per cercare un posto da occupare solo per dieci minuti. Qui, questi stalli sono troppo pochi e sempre occupati. Ci vuole anche più controllo da parte della polizia. E in più - aggiunge - si dovrebbero creare più parcheggi a poco costo». Alcune richieste, ma puntuali. Quanto a via Mazzini, Morpurgo è chiara: »Quella via è fatta per i bus». D’accordo Tamara Tamaro, che ha un box auto proprio in via XXX Ottobre. «È una strada fine a se stessa, nata solo per cercare parcheggio», rileva. «Non penso che la scelta creerà disguidi, però il Comune deve pensare a incrementare i posteggi, io sono l'esempio: ho dovuto acquistarne uno». Senza alcuna riserva invece è Paola Leonardi, dell'associazione di volontariato Senza confini "Brez Meja", che gestisce la Bottega del Mondo di via Torrebianca, una perpendicolare di via XXX Ottobre. «Finalmente ci si può muovere di più», afferma. «Camminare fa parte della nostra filosofia. E poi così avremo modo di farci conoscere di più, spero di non sbagliarmi. In tanti adesso ci dicono che non siamo in centro, forse così lo diventeremo. Al contrario penso che via Mazzini, se fosse diventata pe

donale, avrebbe creato problemi, perché è un'arteria nevralgica per i bus». E se estendessero l'area per il transito puramente pedonale all'intero quartiere? Elena Storti, titolare della libreria “Transalpina”, sarebbe molto più contenta. «Se ci sono solo qua e là piccoli frammenti di vie vietate alle auto, è sempre difficoltoso girare. Si dovrebbe allora allargare il progetto almeno a un'intera zona, anche perché - sottolinea - a me nuocerebbe avere solo quella via chiusa, perché poi il flusso sarebbe solo da quella parte, e io sono in una strada che già soffre visto che siamo aperti in tre». Ma c’è anche chi teme per il cantiere che si troverà, presto o tardi, davanti. «Sono aperto da sei mesi e se si mettono a rompere la strada ora che arriva l'estate - protesta il propritario di un bar della zona - io non avrò più clienti, vado in fallimento, perché qui non è come in altri Paesi, dove si lavora giorno e notte per finire un cantiere. In Italia ci vogliono mesi infiniti. So che dopo sarà un’area più piacevole, ma spero scelgano un periodo invernale per fare l’operazione».

Benedetta Moro

 

LE PRIORITA' - Spunta la “black list” delle strade rischiose - Da Barcola a Opicina “zone 30”, isole spartitraffico e segnali - Nuovi semafori in via Roma, largo Irneri e viale Campi Elisi

CAMBIAMENTI ANCHE A OPICINA - Uffici al lavoro per ulteriori marciapiedi e un percorso “pedibus”

Scatta il piano anti-incidenti. Il Comune sta preparando una sorta di “black list”dei punti più pericolosi della città in cui intende provvedere con segnaletica adeguata, “zone 30”, lampeggianti e altri dispositivi necessari ad allertare automobilisti e pedoni. L’elenco esatto sarà stilato non appena concluso il giro di consultazioni con tutte le circoscrizioni, atteso per fine mese. Ma le prime indicazioni sono già pronte. A iniziare da Barcola, in zona Pineta, dove in prossimità degli attraversamenti pedonali saranno collocate tre isole spartitraffico simili a quelle già esistenti in via Fabio Severo nei dintorni dell’università o lungo le Rive. Analoghi “arredi” urbani troveranno posto in via Revoltella (due in totale), nei dintorni del complesso scolastico e della chiesa; in via Locchi, ancora, davanti al supermercato Billa e, infine, altri due in via Flavia tra la rotatoria e via Brigata Casale. L’obbligo di circolare a trenta all’ora, già sperimentato in alcuni punti della città, entrerà in vigore in via Pindemonte all’altezza della scaletta di via Margherita, un passaggio poco trafficato e dove le auto tendono ad accelerare. «In quella strada - spiega l’assessore all’Urbanistica Luisa Polli - c’è la scalinata del Boschetto, la gente lì attraversa la strada. E poi, più avanti, c’è il giardinetto di Strada di Guardiella, è opportuno che la automobili vadano più piano». Il limite di velocità sarà segnalato in grande anche sull’asfalto. In via Padovan, invece, sono in programma nuovi dispositivi segnaletici utili a migliorare la mobilità pedonale in prossimità del ricreatorio. Sarà rifatto il marciapiede, in modo da renderlo più largo. Per la “zona 30” di Opicina, nel perimetro di via Nazionale e via Carsia, invece, gli uffici comunali stanno già predisponendo un progetto esecutivo per la realizzazione di nuovi marciapiedi, un percorso “pedibus” per i bambini utile a rendere più sicuro il collegamento tra il ricreatorio e la scuola Lona. Non finisce qui. Il Comune installerà presto nuovi semafori all’incrocio tra via Roma e via San Nicolò (analogamente a quanto già attuato all’altezza di via San Spiridione e Canalpiccolo), lungo l’attraversamento pedonale di largo Irneri (fronte piscina) e in viale Campi Elisi. Alcuni impianti semaforici, inoltre, saranno dotati di dispositivi per non vedenti. Il municipio, comunque, parteciperà al “Programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro” del ministero dell’Ambiente. Si punta a portare a termine vari lavori di messa in sicurezza, previo finanziamento statale. Il Comune ha stanziato una somma di 200 mila euro, a fronte di una richiesta di contributo pari a mezzo milione di euro. «Abbiamo dati sugli incidenti avvenuti negli ultimi anni e sulle criticità più importanti in centro - rileva Polli - naturalmente il piano “sicurezza” sarà integrato con tutte le informazioni che ci giungeranno dalle singole circoscrizioni con le quali da tempo ci stiamo confrontando. Lavoriamo per una città più sicura e più a misura di pedone - conclude l’assessore all’Urbanistica - anche questo è uno degli impegni di questa amministrazione comunale».

(g.s.)

 

 

La Regione dice no al Comune Blindata l’Aia della Ferriera - Respinta l’istanza di revisione perché «non contiene alcun elemento di novità

L’amministrazione Dipiazza è stata regolarmente coinvolta nella procedura» - Il direttore centrale per l’Ambiente Giovanetti si è avocato la pratica dopo il caso che ha coinvolto il manager di servizio Agapito - GOVERNATRICE IN SECONDA FILA - Sostiene si tratti di un percorso tecnico esterno alla politica - SINDACO IN FASE DI RIFLESSIONE -  Il diniego gli è stato subito comunicato: il silenzio la prima reazione

Quest'Aia non s'ha da rifare. La Regione non ha potuto accogliere la richiesta, presentata dal Comune di Trieste, per il riesame dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata a Siderurgica triestina il 27 gennaio dello scorso anno. Lo ha reso noto ieri la Direzione regionale dell'Ambiente in un comunicato, precisando che la decisione «è stata assunta dopo una attenta e approfondita valutazione da parte degli uffici tecnici regionali degli elementi a supporto della richiesta». Il rifiuto è stato comunicato immantinente al sindaco Roberto Dipiazza, che solo per il momento sceglie il silenzio, covando la sua risposta. Spiegano gli uffici regionali: «Come viene spiegato nella comunicazione al Comune, in primo luogo abbiamo rilevato che l'istanza non conteneva alcun elemento di novità - si legge nel comunicato -. In base infatti al decreto legislativo che detta norme in materia ambientale, una richiesta di riesame avrebbe potuto essere presa in considerazione esclusivamente solo in presenza di una serie di ipotesi tassative, puntualmente elencate, che in questo caso non sussistono». Nella sua richiesta il Comune elencava tra le motivazioni una supposta mancanza in fase di stesura dell'Aia. Secondo il primo cittadino l'ente locale non sarebbe stato coinvolto a sufficienza, come stabilito da due norme del codice italiano. Risponde la Regione: «In realtà la convocazione della Conferenza di servizi evidenziava esplicitamente che il sindaco era chiamato ad esprimere il parere sanitario, previsto dal Regio Decreto (richiamato da Dipiazza ndr). Come emerge dai verbali della Conferenza di servizi, il Comune ha fattivamente partecipato alla redazione della relazione istruttoria ed all'individuazione delle prescrizioni autorizzative necessarie anche alla tutela della salute pubblica». Inoltre il sindaco ha richiesto che sia data applicazione ad una norma (l'art. 29-septies del D.Lgs 152/2004), che però, risponde la Direzione regionale, «può essere applicata solo nell'ambito della Conferenza di servizi». Secondo la Regione l'applicazione di quella norma non avrebbe comunque influito sulla severità delle disposizioni sulla Ferriera: «In ogni caso la norma invocata prevede la possibilità di prescrivere misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili - scrivono -: e ciò è puntualmente avvenuto, come, ad esempio, con l'imposizione di limiti per le deposizioni di polveri, non previsti dalla normativa sulla qualità dell' aria». Infine il sindaco ha affermato che non è stata applicata una decisione dell'Ue che disciplina la determinazione dei periodi di avvio e di arresto di impianti di combustione. La Regione ha risposto che il testo si riferisce a impianti «con potenza termica nominale totale pari o superiore a 50 MW e, pertanto, non è applicabile all' impianto siderurgico di Servola». Gli uffici tecnici regionali hanno dunque giudicato «infondati o non pertinenti» i motivi della richiesta. Il direttore centrale per l'Ambiente Roberto Giovannetti nei giorni scorsi aveva avocato a sé la trattazione della pratica relativa al riesame dell'Aia. La decisione è seguita alla notizia del potenziale conflitto di interessi nella trattazione della pratica del Direttore del Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico Luciano Agapito. Si tratta della questione denunciata dal Movimento 5 Stelle, secondo cui il figlio di Agapito avrebbe ricevuto incarichi dall' azienda. Scrive la Regione: «L' avocazione è avvenuta nelle more dell'acquisizione dei chiarimenti richiesti e della loro valutazione, in considerazione della rilevanza, anche sociale, della questione relativa allo stabilimento autorizzato, e per evidenti ragioni di opportunità e di tutela del pubblico interesse». Una vicenda, insomma, che ha destato qualche problema e su cui per l'ente pubblico è preferibile evitare ambiguità. Debora Serracchiani non commenta. Per lei il percorso tecnico della vicenda Ferriera all'interno della Regione deve restare esterno al suo ruolo di commissario, fanno sapere gli uffici regionali. Secondo la presidente regionale le due vicende stanno su «binari separati» che non devono convergere, così da precludere la possibilità che considerazioni di carattere politico si sovrappongano alle scelte dei tecnici.

Giovanni Tomasin

 

 

Adriatico e Ionio - Il dramma dei rifiuti sulla spiaggia.

Sulle spiagge di Adriatico e Ionio si trovano in media 658 oggetti ogni 100 metri. In 1 chilometro quadrato di mare lungo le coste galleggiano mediamente 332 oggetti. Sul fondo del mare la situazione non è migliore.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 3 marzo 2017

 

 

La nuova piazza Libertà promossa con riserva - Pro e contro - Giuste le aree pedonali ma l’inversione in viale Miramare spaventa
Parere positivo, soprattutto in fatto di sicurezza. È questa la prima opinione favorevole al nuovo piano di riqualificazione di piazza Libertà appena rispolverato dall’amministrazione comunale. A pronunciarla ad esempio Alessandro Baldassare, titolare della farmacia “Alla giustizia”. «La mia impressione come cittadino, utente automobilistico, perché vengo a lavorare in auto e parcheggio al Silos, e come imprenditore, è positiva». I punti in particolare che suonano a favore delle novità sono tre: i marciapiedi più ampi, il nuovo attraversamento pedonale di fronte alla stazione e la riqualificazione generale che provvede a un miglioramento di uno spazio che «è un biglietto da visita della città». «Ogni volta che cammino sul marciapiedi davanti all’uscita della stazione, vedo quei poveri studenti che attendono il bus, tutti assiepati, sono quasi sulla strada per far passare le persone - spiega -. Ecco, sono molto contento del fatto che si amplieranno i marciapiedi, soprattutto per un motivo di sicurezza». La stessa sensazione che proverà quando vedrà le nuove zebre in piazza Libertà. «Lì ci sono sempre situazioni da brivido, gli attraversamenti che spesso la gente fa in fretta e furia rischiano di provocare qualche incidente. Il sottopassaggio non è accessibile per chi ad esempio usa le stampelle». L’unico punto a sfavore del futuro progetto, secondo il farmacista, riguarda l’eventualità dell’inversione prevista all'altezza dei taxi in viale Miramare al posto di quella che oggi si trova all'altezza di via Pauliana in direzione corso Cavour. «A meno che non si metta un semaforo - commenta -, la trovo pericolosa, già i tassisti fanno numeri da circo». La prossima sistemazione di piazza Libertà però non convince del tutto altri commercianti attorno alla statua di Sissi. A partire da Federica Iori del b&b "Hotel Trieste Novo Impero". «Come faremo a mandare i nostri clienti in auto da qui al parcheggio Silos, con cui abbiamo una convenzione?» si chiede. L'albergo, ubicato in via sant'Anastasio, in effetti non avrà grandi soluzioni se non far fare il giro alle vetture passando per via Udine e ridiscendendo poi in viale Miramare, per riuscire poi ad arrivare davanti alla stazione e quindi entrare nel contenitore di posteggi. Preoccupata invece per una fetta di clientela che potrebbe svanire, Martina Prada del "Caffè alla stazione". Una parte che si porterà dietro lo spostamento delle fermate del bus di via Flavio Gioia, che verranno trasferite tra il Silos e la sala Tripcovich. «Certo, nella nuova posizione, non ci sono altri bar a farmi concorrenza, però - ragiona - chi non ha tempo, è capace anche di rinunciare alla pausa caffè». Tra di loro, potrebbero esserci gli autisti e gli utenti dei mezzi pubblici. A contribuire al danno anche i cantieri che, da quanto affermato dall'amministrazione, dovrebbero terminare alla fine del 2018. «Se però - continua Prada - magari i nuovi marciapiedi contribuiscono a un passaggio più frequente delle persone, riconquisto una parte di clientela con i pedoni». Solo ipotesi comunque finchè non si vivrà in prima persona la novità a lavori conclusi. «L'unica cosa che dovrebbe fare l'amministrazione è aiutare noi commercianti - dice invece un signore che vende vestiti nella piazza -. Chiuderanno otto negozi di cinesi la prossima settimana, qui sta morendo tutto, la gente non compra in quest'area ma solo in centro». Più che riqualificare la zona, Giordano Wild, del "Buffet Impero", che si trova accanto all'hotel, auspica invece un aumento di parcheggi. «Spero sia previsto, perché in questa via non si ferma più nessuno, abbiamo divieti di sosta e basta, mettono un sacco di multe - spiega -. È un problema che già avevamo e ora si è acuito a causa dei lavori che stanno facendo». C'è l'impossibilità dunque, per un guidatore, di fermarsi un attimo per prendersi un panino. «Se uno vuole fare una merenda qui, come fa? Come veniamo a lavorare con l'auto? Speriamo almeno lascino i parcheggi qui di fronte, anche perché noi non abbiamo nemmeno un posto per scaricare la spesa. La filosofia dell'andare tutti a piedi va bene, ma in questa area crea difficoltà per noi».

di Benedetta Moro

 

Pensiline “inutili”, il gestore tende la mano - I manager di Clear Channel in commissione Trasparenza: «Disposti a cambiare ma serve l’ok del Comune»
Il groviglio intricatissimo si sta sciogliendo molto lentamente, con un incontro a metà strada delle diverse posizioni. La complicata questione riguardante le nuove pensiline dei bus, sparse per la città e definite “inutili” da molti cittadini, è riapprodata ieri in commissione Trasparenza e ha sortito qualche piccolo esito positivo alla presenza del presidente Roberto De Gioia (Verdi Psi), dei consiglieri comunali Giuseppe Ghersinich (Lega), Salvatore Porro (Fdi), Marco Toncelli (Pd), Cristina Bertoni (M5S), Piero Camber (Fi), Massimo Codarin (Lista Dipiazza), del tecnico Denis Rustia, ex dipendente della liquidata Amt (Azienda per la mobilità territoriale), ora collaboratore di Esatto, e di due rappresentanti della società pubblicitaria Clear Channel, che ha installato e manutiene le pensiline stesse, Tonino Pettenello, responsabile sviluppo Italia, e Alberto Dinoi, development manager. Nella prima seduta, indetta da De Gioia, il consigliere dei Verdi Psi aveva portato le lamentele dei cittadini sui modelli poco efficienti di pensiline installate negli ultimi anni. Davanti a questo problema la Commissione aveva invitato il liquidatore di Amt - che diversi anni fa aveva dato in concessione a Clear Channel la gestione delle pensiline - per capire come poter modificare le tettoie. Risultato: Amt non è in grado di fare nulla, perché in liquidazione. Allora chi dovrà iniziare a gestire il pesante fardello? L’ipotesi avanzata ieri è caduta sugli enti di cui l’azienda era partecipata, ovvero il Comune di Trieste e i comuni minori della cintura giuliana. Nel confronto infatti si è individuato nell’Uti giuliana il possibile interlocutore. Questo è il punto fondamentale cui sono arrivate le varie componenti, oltre al fatto di cercare di fare «una ricognizione sulle pensiline più critiche», come hanno proposto Camber e De Gioia, e a quello di «spostare alcune fermate dei bus su marciapiedi in cui si possono mettere pensiline più comode», ha aggiunto il forzista. «Ci sono ancora 35 pensiline da installare - ha spiegato Pettenello di Clear Channel - perché i vari comuni non hanno ancora preso la decisione su dove bisogna posizionarle». Per quanto riguarda i modelli Pettenello stesso ha detto che «il Codice della strada non permette talvolta pensiline più ampie. In altre città non si riscontrano gli stessi problemi. Siccome capisco che a Trieste il clima sia diverso - ha aggiunto - siamo disposti a venire incontro, a spostarle ove possibile o a modificarle, anche perché la nostra stessa società ne beneficia, ma ci vuole l’autorizzazione del Comune». A questo proposito, Pettenello ha sottolineato come delle pensiline presenti sul territorio solo 40 siano illuminate, «perché manca il nullaosta dell’Acegas per realizzare gli altri allacciamenti, richiesto diverse volte". Di questo problema e del fatto che in magazzino ci siano ancora dei pezzi «ne avevamo già parlato con l’amministrazione precedente, che aveva detto che avrebbe risolto tutto. Ma poi non abbiamo più sentito nessuno».

(b.m.)

 

 

CORSO DI BIRDWATCHING

Prendono il via oggi gli incontri di preparazione al Birdwatching promossi da Urbi et Horti. Alle 17 in via Valdirivo 15 lezione in aula tenuta da Matteo Giraldi. Per informazioni e iscrizioni: 3287908116.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - GIOVEDI', 2 marzo 2017

 

 

Efficienza e rinnovabili, Banca Mondiale: Italia tra le migliori 10

A fotografare nel dettaglio le politiche e le strategie messe in campo a livello globale per quanto riguarda il settore energetico è la Banca Mondiale, con uno studio che ha preso in esame un totale pari a 111 Paesi di tutto il pianeta. L’indice RISE (Regulatory Indicators for Sustainable Energy) impiegato per la valutazione posiziona l’Italia nella Top 10, ma il lavoro da fare non manca.
Sono stati analizzati parametri relativi principalmente a tre macro-aree: livello di efficienza, sfruttamento delle fonti rinnovabili e reti dedicate alla distribuzione. Una prima panoramica è fornita dall’immagine allegata di seguito, estratta dal documento: le zone colorate in verde sono quelle in cui emergono performance migliori, mentre in quelle rosse la situazione non è affatto ottimale.
Si pensi ad esempio agli stati del continente africano dove centinaia di milioni di persone ancora oggi non hanno accesso alla fornitura elettrica, con ovvie conseguenze in termini di qualità della vita e possibilità di sviluppo economico.
Sono i Paesi emergenti a puntare con maggiore decisione sull’energia pulita, in particolare fotovoltaico ed eolico, complice anche una repentina riduzione dei costi per la realizzazione degli impianti: tra questi, secondo quanto rilevato dalla Banca Mondiale, figurano Sudafrica, Vietnam, Turchia, Brasile, Cile, Messico, Giordania e Marocco.
La “Top 10″ dell’indice RISE vede in testa la Danimarca, seguita da Stati Uniti, Canada, Olanda, Germania, Regno Unito e Romania. L’Italia si piazza in ottava posizione, seguita da Repubblica Ceca e Francia. Le indicazioni per il nostro Paese sono chiare: bisogna investire in primis sulle politiche legate all’efficienza, anche attraverso lo stanziamento di incentivi, indirizzati in particolare al settore produttivo, alla PA e alle utility.
C’è da lavorare anche sul fronte dell’informazione alla cittadinanza, offrendo gli strumenti e le conoscenze necessarie per gestire i consumi in modo intelligente. Bisogna in altre parole puntare alla digitalizzazione dell’intero sistema. Solo così le rinnovabili potranno dare il meglio.
Cristiano Ghidotti

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 marzo 2017

 

 

Sensi unici e inversioni - I rebus di piazza Libertà

Punti critici per la nuova viabilità in viale Miramare e allo sbocco di via Ghega Raffica di semafori in arrivo. Via i parcheggi vicini alla Tripcovich e al giardino

Dopo la presentazione del progetto in commissione l’assessore all’Urbanistica Luisa Polli spiega come il traffico sarà più fluido

Sarà tutto un senso unico. Questa è la filosofia di base del nuovo assetto della viabilità che rientra nel piano di riqualificazione di piazza Libertà, presentato nei giorni scorsi alla IV commissione consiliare dall'assessore ai Lavori pubblici, Elisa Lodi, e dalla dirigente comunale Marina Cassin. E che verrà illustrato la prossima settimana dall'assessore all'Urbanistica, Luisa Polli, ai consiglieri comunali. Un progetto fondato su principi che dovrebbero rendere «molto più fluido il traffico» e presentare più agevole lo spazio fruibile dai pedoni grazie anche all'allargamento dei marciapiedi. La macchia asfaltata intorno alla stazione dei treni sarà sicuramente più zebrata e probabilmente si inserirà un numero maggiore di semafori. Ma saranno risolti così tutti i problemi dell'ingresso in città e dell'uscita, in un'area ovviamente devastata dal traffico? Vediamo che cosa invece si potrebbe migliorare. Le novità che maggiormente colpiscono riguardano viale Miramare, come prosecuzione di via Cellini, e via Flavio Gioia. Nel primo caso, come già anticipato, chi sarà alla guida dei veicoli, non potrà svoltare a sinistra verso la stazione all'altezza dell'incrocio con via Pauliana, ma dovrà proseguire dritto in direzione Roiano. Secondo Polli infatti questa svolta a sinistra è uno snodo pericoloso che bisogna togliere «sia per le auto che per i bus: lì infatti si ha un brevissimo lasso di tempo per passare, poiché il semaforo segna verde da via Pauliana già dopo pochi secondi». Una situazione però senza vie d'uscita, quella nuova, per chi sbagliasse strada. Come potrebbe riprendere il guidatore una carreggiata verso il centro città? Secondo l'assessore Polli, «facendo inversione nell'area di fianco alla stazione dove sostano normalmente i taxi». Una mossa che forse potrebbe creare qualche impiccio o rallentamento, per non dire degli incidenti. E soprattutto cosa ne penseranno i tassisti che stanziano d'abitudine in piedi a chiacchierare con i colleghi, e con le portiere aperte? Nel secondo caso invece, quello di via Gioia, il guidatore potrà svoltare a sinistra, oltre che proseguire dritto, scegliendo due opzioni: inserirsi in largo Città di Santos, o girare a gomito per infilarsi su corso Cavour verso le Rive. Con questa nuova conformazione si potrebbe creare qualche rallentamento di manovra, in particolare seguendo la seconda scelta. Per dare vita alla nuova impostazione, si dovrà sicuramente implementare il numero di attuali semafori già presenti agli incroci, o dipingere qualche nuovo stop. Alla fine di via Ghega, in angolo con piazza Libertà dove affluirà anche il traffico di corso Cavour, basterà girare i semafori nell’altro senso. Un nuovo apparecchio regola-traffico dovrà essere sicuramente collocato davanti alla stazione, sul lato destro (se si danno le spalle all'edificio), dove finalmente verrà inserito un attraversamento pedonale, senza l'obbligo così di usufruire del sottopassaggio. Un ulteriore semaforo dovrà essere posto alla fine di via Gioia, magari sfruttando quelli che già ci sono all'inizio della strada a disposizione degli autobus. Nella strategia del Comune il fattore semaforo gioca un ruolo particolare: «Il primo verde accelera e sveltisce la corsa del guidatore». Quindi se un utente con l'auto parte dalla stazione con il verde, «potrà arrivare - spiega Polli -, senza fermarsi fino alla vecchia stazione di Campo Marzio». Le direzioni a senso unico, come ha affermato l'assessore Polli, diminuiscono l'inquinamento perché «con la famosa onda verde il traffico è più scorrevole, ci sono meno stop and go e così si migliora la qualità ambientale oltre lo stress di pedoni e guidatori». Scompariranno i posteggi ai lati della sala Tripcovich, cioè all'entrata del Porto vecchio, così come sui bordi laterali del giardino. Il progetto di riqualificazione però non prevede per il momento un aumento di stalli gratuiti, utili per esempio a carico e scarico del passeggero viaggiatore. Per eventuali parcheggi liberi, «essendo il Silos in concessione a Saba Italia, che paga una certa cifra al Comune per avere quell'area, ci siamo impegnati - ha affermato Polli - a non fare parcheggi liberi perché sarebbe una concorrenza sleale». «Si può ragionare però riguardo dieci posti a un euro all'ora per una breve fermata di questo tipo».

Benedetta Moro

 

 

Con il naso all’insù nel suggestivo mondo degli uccelli

Teoria e pratica Le lezioni di birdwatching sono gratuite e aperte a chiunque. Previste anche uscite sul territorio e la costruzione di casette

Appassionati di birdwatching, ma anche semplici cittadini, curiosi di imparare a riconoscere anche dal cinguettio le varie specie di uccelli che vivono nei nostri parchi e giardini urbani. È rivolto a tutti il secondo ciclo di incontri di preparazione al birdwatching che insegnerà pure a costruire delle casette nido, da collocare negli orti per aumentare la biodiversità locale, e delle mangiatoie invernali che aiutino le popolazioni svernanti facilitandone l’osservazione. Al via domani alle 17.30 al Lab 15 di via Valdirivo 15, è promosso da Urbi et Horti, associazioni Bioest, Il Ponte, Legambiente, Aias, Anglat Fvg, Lapis, Multicultura, Arci Servizio Civile Trieste e Fvg, Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci e Azienda Sanitaria. Il corso, gratuito e aperto a tutti previa iscrizione (info al 3287908116), prevede due incontri pratici e alcuni teorici con uscite sul territorio. Gli incontri tematici utili a conoscere e riconoscere l’avifauna saranno svolti da Matteo Giraldi, responsabile provinciale della Lipu. Non sono infatti solo pettirossi, cinciallegre e cardellini a popolare e “cinguettare” nei nostri orti e giardini. E potremmo facilmente aiutarli a superare l’inverno e a difendersi da specie che ne mettono a rischio la sopravvivenza stessa, come gazze, cornacchie e gabbiani. Il corso è utile a fornire anche queste preziose e utili nozioni. «Ripetiamo con grande piacere questo ciclo - spiega la referente di Urbi et Horti Tiziana Cimolino -, finalizzato a poter osservare con strumenti adeguati l’avifauna urbana del territorio, che nella prima edizione ha visto una grossa partecipazione (più di 50 persone) sia alle lezioni teoriche che a quella pratiche. Il corso ha suscitato grande interesse in tanti giovani nuovi osservatori, ma ha visto la partecipazione anche di molti anziani che hanno tolto i binocoli dai cassetti per osservare le numerose specie e ascoltarne il canto». «C’è grande interesse - conferma Giraldi - soprattutto per le specie più comuni che frequentano i parchi e giardini e di cui spesso non ci accorgiamo. Partiamo con due lezioni teoriche in programma domani e il 10 marzo. Si imparerà a riconoscere le differenze tra i vari tipi di canto e svelerò dei trucchetti per memorizzare quelli delle specie più comuni, che spesso, trattandosi di piccoli passeriformi, si sentono, ma non si vedono. Le uscite verranno effettuate più in là per attendere gli uccelli migratori secondo un calendario che concorderemo con i partecipanti e diffonderemo in seguito. Lo scorso anno abbiamo fatto una buona esperienza nel polmone verde del parco di San Giovanni: quest’anno sposteremo l’attenzione sul Carso». ©

Gianfranco Terzoli

 

 

Ex OPP - Corso apicoltura - ultimo incontro
Settimo e ultimo appuntamento, oggi alle 17, con il corso di avviamento all’Apicoltura “Urbi et horti” al Padiglione I dell’ex Opp, vicino al Posto delle fragole. I partecipanti impareranno le regole e le leggi a cui attenersi in apicoltura, come costruire e posizionare un’arnia in equilibrio con l'ambiente. Le lezioni pratiche in apiario si terranno al Parco di San Giovanni, ogni sabato alle 10 su indicazione del maestro. Il corso è promosso da Urbi et Horti, Bioest, Il Ponte, Legambiente Trieste, Aias, Anglat Fvg, Lapis, Multicultura, Arci Servizio Civile Trieste e Fvg, Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci e Azienda Sanitaria, Circolo Istria.

 

 

 

 

StaffettaOnLine.com - MERCOLEDI', 1 marzo 2017

 

 

Emissioni in atmosfera dalle navi: l'UE e l'IMO - I combustibili marittimi a livello UE
Le norme ambientali sui combustibili per uso marittimo - previste dalla Direttiva 2012/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 novembre 2012, con la quale sono state apportate modifiche alla Direttiva 1999/32/CE relativa al tenore di zolfo dei combustibili marittimi come modificata dalla Direttiva 2005/33/CE - hanno consentito di ridurre non soltanto le emissioni di zolfo ma, soprattutto, di particolato, segnando un chiaro passo avanti nella tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente dell’Unione Europea (UE). La Direttiva 2012/33/UE rappresenta infatti la risposta dell’UE alle norme elaborate in seno all’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO).
La politica ambientale dell’Unione, definita nei programmi di azione in materia ambientale e in particolare nel Sesto Programma di azione per l’ambiente (adottato con decisione n. 1600/2002/CE del Parlamento europeo e del Consiglio) e successivamente nel Settimo Programma di azione per l’ambiente (adottato con decisione n. 1386/2013/UE del Parlamento europeo e del Consiglio), ha infatti tra i suoi obiettivi il conseguimento di livelli di qualità dell’aria che non comportino gravi effetti negativi o rischi per la salute umana e per l'ambiente.
In particolare, nel periodo compreso tra il 22 luglio 2002 e il 21 luglio 2012, per l’attuazione del Sesto programma comunitario di azione per l’ambiente intitolato “Ambiente 2010: il nostro futuro, la nostra scelta” si è fatta strada l’esigenza di uniformare la disciplina relativa al tenore di zolfo dei combustibili marittimi. Tale armonizzazione, iniziata con la Direttiva 2005/33/CE e poi continuata con la Direttiva 2012/33/UE, si è completata con la recente Direttiva di mera codificazione 2016/802/UE.
Pertanto, con la Direttiva 2012/33/UE la legislazione europea del settore dei combustibili marittimi ha compiuto un importante passo avanti verso la normativa internazionale, risultando soprattutto in conformità con l’allegato VI, riveduto, della Convenzione Marpol, che introduce limiti più severi al contenuto di zolfo per il combustibile per uso marittimo in aree SECA (SOx Emission Control Area). In tale ambito, le disposizioni contenute nella direttiva garantiscono anche - qualora siano introdotte ulteriori modifiche all’Allegato VI della Convenzione Marpol - una modifica della stessa direttiva da parte della Commissione Europea, proprio al fine di assicurare un completo allineamento tra la Direttiva 1999/32/CE e le norme IMO relative alle aree SECA. Nel merito, limitatamente alla disciplina del tenore di zolfo dei combustibili marittimi, sono state apportate modifiche alla Direttiva 1999/32/CE promuovendo l’uso di tecnologie e metodi alternativi rispetto a quelli tradizionali (ossia basati sui combustibili), come ad es. l’utilizzo di sistemi di depurazione dei gas di scarico a bordo (ad es. Scrubber), di combustibili alternativi come il gas naturale liquefatto (GNL) e di sistemi elettrici lungo la costa (cold ironing).  
In Italia
Al fine di rispettare il termine imposto per il recepimento della Direttiva 2012/33/UE nei singoli ordinamenti nazionali, fissato al 18 giugno 2014, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha avviato una intensa attività istruttoria che ha visto il coinvolgimento delle principali amministrazioni competenti e delle autorità e degli operatori del settore marittimo, al fine di addivenire ad un testo di decreto condiviso e rispettoso delle importanti novità introdotte dalla suddetta direttiva nei termini previsti.
Con Decreto Legislativo 16 luglio 2014, n. 112, pubblicato in GU n. 185 del 12 agosto 2014, è stata quindi data piena attuazione alla Direttiva 2012/33/UE, introducendo, nell’ordinamento nazionale,  una serie di modifiche e di integrazioni alla vigente disciplina relativa ai combustibili per uso marittimo, contenuta - come è noto - nel titolo III, alla parte V del Decreto Legislativo 30 giugno 2006 n. 152 “Norme in materia ambientale” ed in particolare agli articoli 292, 295 e 296 nonché all’allegato X, parte I, sezione 3.
UE ed IMO
Le principali novità introdotte in ambito comunitario dalla Direttiva 2012/33/UE hanno interessato gli adempimenti a carico delle autorità nazionali e degli operatori, i metodi di riduzione delle emissioni alternativi ai combustibili a ridotto tenore di zolfo, l’esenzione di responsabilità per l’impossibilità di approvvigionarsi di combustibile a norma, ma soprattutto i limiti del tenore di zolfo dei combustibili.
È stato infatti introdotto in via generale, con riferimento ai combustibili marittimi usati nelle acque territoriali, nelle zone economiche esclusive e nelle zone di protezione ecologica, un limite massimo di tenore di zolfo pari al 3,50%, fatti salvi i limiti più severi previsti per specifiche fattispecie (come la messa in commercio di gasoli ed oli diesel, l’uso nelle zone di controllo delle emissioni di SOX, l’uso su navi passeggeri, l’uso durante l’ormeggio, ecc.). Tale limite generale é destinato a ridursi, dal 1° gennaio 2020, allo 0,50%.  
Per quanto attiene ai limiti riferiti a specifiche fattispecie è stato previsto, per l’uso nelle cosiddette SECA, un tenore massimo di zolfo dell’1,00% e, dal 1° gennaio 2015, dello 0,10%.  Negli altri casi, gli attuali limiti sono stati corretti prevedendo l’inserimento della cifra “0”come secondo decimale (per esempio, il limite “1,5%” diventa “1,50%”).
La successiva decisione di esecuzione 2015/25/UE del 16 febbraio 2015 della Commissione Europea a supporto dell’applicazione della Direttiva 2012/33/UE ha stabilito le norme concernenti il campionamento e le relazioni da presentare alla Commissione Europea a norma della 1999/32/CE, funzionali al conseguimento dei benefici ambientali e per la salute umana, nonché alla promozione della concorrenza leale e della accresciuta sostenibilità nel settore dei trasporti marittimi.
Va a questo punto sottolineato come, all’atto del recepimento da parte dell’Italia e degli Stati dell’Unione, sussistesse una discrepanza tra normativa UE ed IMO.
La normativa europea infatti, con la Direttiva 2012/33/UE aveva previsto che, per gli Stati Membri dell’UE, non si applicasse la cosiddetta “clausola di revisione al 2018”, prevista invece dall’IMO e tesa a verificare al 2018 l’effettiva disponibilità di bunker a basso tenore di zolfo in grado di soddisfare la domanda del mercato al 2020 e un’eventuale  opzione  di traslare l’entrata in vigore di tale limite al 2025, scelta che avrebbe creato di certo livelli diversi di tutela ambientale, basti pensare al caso di bacini marittimi condivisi.
Pertanto, secondo le disposizioni della legislazione europea nelle acque territoriali, nelle zone economiche esclusive e nelle zone di protezione ecologica dei Paesi Comunitari, i combustibili marittimi usati avrebbero dovuto rispettare in ogni caso il limite dello 0,50% al 2020, indipendentemente dalle decisioni che avrebbe potuto adottare l’IMO a quella data.
Fortunatamente, è il caso di dire, l’IMO - completata ben prima del 2018 una ricognizione sulla disponibilità di bunker a basso tenore di zolfo - ha confermato una sufficiente disponibilità a livello mondiale di combustibile conforme e ha stabilito durante il MEPC 70 (Marine Environment Protection Committee) di fine ottobre 2016 e all’esito dei lavori del PPR4 (sub-committee on pollution prevention and response),  l’entrata in vigore del limite del tenore di zolfo allo 0,50%  dal 1° gennaio 2020.
A valle di ciò, non si può non concordare sull’indubbio valore della scelta dell’IMO, che garantirà non solo una maggiore salvaguardia ambientale e della salute umana a livello globale, ma tenderà sempre più ad uniformare la normativa internazionale e quella comunitaria.
Sarà fondamentale e delicata l’attività prossimo-futura, per operare un passaggio graduale al limite 0,50% m/m del tenore di zolfo. Si dovranno valutare gli eventuali meccanismi di controllo e le azioni necessarie per garantire il rispetto e un’attuazione coerente in tutti gli Stati, la predisposizione di un sistema standardizzato per la segnalazione di non disponibilità di combustibile a norma, lo sviluppo di eventuali linee guida che possano assistere gli Stati e le parti interessate.  Di grande interesse saranno anche i lavori di revisione della norma ISO 8217:2012 che definisce le specifiche per i combustibili marini, da parte dell’Organismo Internazionale di Normazione - ISO, di cui è attesa una nuova versione che dovrebbe tener conto della nuova qualità di combustibile richiesto.
L’Unione Europea non può che guardare con attenzione e interesse a come, in ambito IMO, si affronteranno i complessi risvolti di tale scelta, mettendo in campo le esperienze finora maturate dagli Stati dell’UE.  
Pertanto il focus sarà incentrato sui lavori in seno al prossimo MEPC 71 di luglio 2017, che vedranno anche gli Stati membri dell’UE coinvolti in un dibattito che si spera sarà costruttivo e bilanciato visti gli equilibri internazionali in gioco. Anche l’Europa, infatti, potrebbe vedere mutati i propri interessi non solo ambientali ma anche economici, con possibili ripercussioni sul mercato interno qualora il mondo della raffinazione mondiale non fosse in grado malauguratamente di soddisfare il fabbisogno di combustibili secondo i nuovi standard di qualità richiesti al 2020. Interessante in tale ottica, sarà vedere anche come risponderà alla nuova regolamentazione a livello mondiale il mercato delle tecnologie di abbattimento delle emissioni di SOx in atmosfera, alternative al bunker a norma.
BIBLIOGRAFIA
- Direttiva 2012/33/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 novembre 2012 che modifica la direttiva 1999/32/CE del Consiglio relativa al tenore di zolfo dei combustibili per uso marittimo;
- Direttiva 1999/32/ CE del Consiglio del 26 aprile 1999  relativa alla riduzione del tenore di zolfo di alcuni combustibili liquidi e che modifica la direttiva 93/12/CEE;
- Decreto legislativo 112/2014, di attuazione della direttiva 2012/33/UE che modifica la direttiva 1999/32/CE relativa al tenore di zolfo dei combustibili per uso marino;
- Direttiva 2005/33/CE che modifica la direttiva 1999/32/CE in relazione al tenore di zolfo dei combustibili per uso marittimo;
- Decreto legislativo n.152/2006, recante Norme in materia ambientale;
-Convenzione MARPOL, Convenzione internazionale per la prevenzione dell'inquinamento causato da navi;
- Decisione di esecuzione  2015/253 della Commissione, del 16 febbraio 2015,  che stabilisce le norme concernenti il campionamento e le relazioni da presentare a norma della direttiva 1999/32/CE del Consiglio per quanto riguarda il tenore di zolfo dei combustibili per uso marittimo;
-ISO 8217:2012 Petroleum products — Fuels (class F) — Specifications of marine fuels

 Lorianna Annunziata e Giulia Magnavita (CNR Istituto sull’inquinamento atmosferico-UOS Roma, c/o MATTM)

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 1 marzo 2017

 

 

Piazza Libertà esce dal cassetto - Rivoluzione della viabilità in vista

Illustrazione in commissione - Sarà mantenuto lo spazio verde Spesa totale di 4,6 milioni e conclusione del cantiere entro il 2018
Dopo tredici anni di carte, di conferenze dei servizi, di attese la riqualificazione di piazza Libertà dovrebbe finalmente sortire dal congelatore delle incompiute. Il progetto esecutivo è pronto dal 2015. Sono già disponibili quasi 4 milioni di euro frutto della somma di 2,3 milioni statali e 1,5 milioni regionali, ai quali si aggiungeranno 800mila euro comunali affinchè AcegasApsAmga realizzi i sottoservizi: in tutto 4,6 milioni. Le gare saranno bandite dopo l’estate e i lavori saranno completati nell’arco di un anno, terminabili quindi entro la fine del 2018. L’intervento si basa su tre elementi portanti: la viabilità, i marciapiedi e l’area verde, il trasporto pubblico. Il progetto è stato presentato ieri mattina alla IV commissione consiliare dall’assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi e dalla dirigente comunale Marina Cassin, che da anni segue il dossier. La novità più rilevante per la cittadinanza riguarda il riassetto viario. Con tre innovazioni. Innanzitutto, percorrendo piazza Libertà verso viale Miramare, non si potrà più girare a sinistra davanti alla Stazione: in questo modo si elimina l’insidioso ingombro “a tre” tra via Pauliana, piazza Libertà e l’inizio di viale Miramare. Direzione obbligata: tirare dritto verso Roiano. Per raggiungere la Stazione si utilizzerà allora via Ghega, che nella sua parte finale vedrà invertire l’attuale senso unico: quindi l’automobilista potrà percorrere interamente la via da piazza Dalmazia fino a piazza Libertà, che sarà sgravata dalle fermate dei bus. Fermate dei bus, come vedremo nell’articolo a fianco, che saranno spostate nel lato della piazza tra il Silos e la Tripcovich. La terza novità riguarda la “bretella” tra largo città di Santos e corso Cavour che diventerà un senso unico in direzione del centro. L’obiettivo del Comune è rendere più accessibile e presentabile l’intera piazza. A tale scopo si amplieranno i marciapiedi sia all’uscita della Stazione che attorno all’area verde dello spazio urbano, a sua volta oggetto di ripristino e di mantenimento (a scanso di polemiche). Si provvederà a ripavimentare le zone pedonali. La carreggiata, davanti alla Stazione, avrà tre corsie e non imbottiglierà il traffico. Verrà risistemato il trascurato sottopasso. Sarà realizzato un passaggio pedonale “protetto” tra l’uscita della Stazione e il giardino della piazza. Accontentati anche i ciclisti con una pista che correrà verso via Trento, dove già esiste la corsia per le bici. Largo città di Santos, situato dietro la Tripcovich e all’ingresso di Porto vecchio, sarà liberato dai parcheggi, per valorizzare le porte dell’ex Punto franco vecchio. Confermati i taxi nel lato della Stazione che dà su viale Miramare. Comprensibilmente partecipato il dibattito, introdotto dal presidente Michele Babuder (Fi), che sulla riqualificazione aveva presentato una mozione co-firmata con Alberto Polacco e Piero Camber. Sono intervenuti Paolo Menis e Gianrossano Giannini (M5S), un rappresentante dipiazzista (Francesco Bettio), due leghisti (Antonio Lippolis, Giuseppe Ghersinich), Maria Teresa Bassa Poropat (Insieme per Trieste). Apprezzato in genere il fatto che un progetto di lungo trascinamento abbia buone possibilità di essere realizzato. Le domande hanno riguardato in particolare il destino della sala Tripcovich, la “bretella” verso corso Cavour, la tipologia delle pensiline nel futuro “hub” degli autobus, l’incrocio con via Pauliana, la tempistica delle gare, la collocazione della stazione dei pullman, la pista delle bici, il “nodo Silos”. Argomento battuto anche la prossimità della piazza agli accessi in Porto vecchio. Un lavoro importante toccherà ad AcegasApsAmga, che dovrà provvedere ai cosiddetti “sottoservizi” ovvero alle opere di infrastrutturazione energetica (gas ed energia elettrica) per l’approvvigionamento di Porto vecchio. «Anche perché - ha chiarito Marina Cassin - una volta ripavimentata e risistemata la piazza, sarebbe francamente inopportuno doverla nuovamente spaccare».

Massimo Greco

 

"La sala Tripcovich non c'entra" - L’assessore Lodi e la dirigente Cassin: «Ininfluente il futuro dell’immobile»

La conclusione di Menis (M5S) Lo stabile sopravviverà se davanti si ripavimenta
Ma la Sala Tripcovich resta in piedi per garantire alle manifestazioni artistiche una sala ampia e dalla buona acustica o verrà rasa al suolo per assicurare a Porto vecchio un accesso più maestoso? La curiosità dei consiglieri comunali, impegnati ieri mattina nei lavori della IV commissione, è rimasta però in gran parte elusa/delusa, in quanto l’assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi e la dirigente Marina Cassin hanno dichiarato che il futuro assetto di piazza Libertà prescinde dal destino dell’ex stazione delle autocorriere, eretta negli anni ’30 su doppia firma Baldi&Nordio. Ovvero: che la struttura resti al suo posto o che venga abbattuta, il compendio di lavori, programmato dal progetto esecutivo presentato ieri mattina, non cambierà. Inoltre, ha aggiunto l’assessore Lodi, poichè la sala Tripcovich appartiene al Teatro Verdi, riesce difficile disporne. Marina Cassin ha chiarito che i lavori di ripavimentazione della piazza riguarderanno anche il marciapiede davanti alla sala. A chiedere lumi sulla connessione tra piazza Libertà e la dibattuta sala erano stati in particolare Menis (M5S) e Lippolis (Ln), su versanti differenti. Se il primo desumeva che la ripavimentazione davanti alla sala avrebbe implicato la sopravvivenza dell’edificio, il secondo si preoccupava invece che la coazione tra la Tripcovich e la futura stazione delle corriere non interferisse negativamente con l’accesso al Porto vecchio. La replica della Lodi e della Cassin rendeva il caso Tripcovich meno croccante. In un intervento su Facebook il “dem” Giovanni Barbo, presente in commissione, si chiedeva se «le ventilata demolizione era uno scherzo? O è uno scherzo il progetto per piazza della Libertà? Oppure ci sarà uno spiazzo vuoto circondato da ripavimentazione nuova di zecca?». La vicenda Tripcovich era riesplosa a fronte dell’intenzione manifestata dal sindaco Dipiazza di abbattere un edificio, ritenuto dal primo cittadino un ingombro in piazza Libertà e un ostacolo per Porto vecchio. Il centrosinistra si è schierato a favore del mantenimento in servizio di una sala che ospita manifestazioni culturali e artistiche importanti, in quanto può contare su solidi asset (quasi un migliaio di posti in platea, ampiezza del palco, acustica). Una mozione in Consiglio comunale, a cura dell’opposizione, auspicava il reperimento di fondi per assicurarne l’attività. I lavori per realizzare la sala erano iniziati nel 1992 con un finanziamento di Raffaello de Banfield. Le operazioni - racconta il sito - furono curate da Dino Tamburini. Il progetto artistico fu ideato da Andrea Viotti, la direzione lavori e i calcoli strutturali rispettivamente di Franco Malgrande e Giorgio Sforzina.

magr

 

E i bus traslocano a fianco del Silos - Le fermate saranno spostate e concentrate in un unico sito - Solo la linea “17” destinata a restare al suo posto attuale
A più riprese il sindaco Dipiazza ha insistito sull’immagine di piazza Libertà come “biglietto da visita” della città, per chi entra a Trieste da nord. Ma il biglietto da visita presenta, oltre alle necessità di arredo urbano, valenze operative strategiche dal punto di vista urbanistico. È il luogo di scambio tra gomma e binario, tanto per cominciare. C’è la necessità di contemperare la gomma pubblica e quella privata. C’è l’ingresso al Porto vecchio, di recente trasferito al Comune. Ecco perché bus e corriere detengono un’ovvia rilevanza nel riassetto di questo spazio. Le fermate dei mezzi di Trieste Trasporti saranno tutte concentrate nel lato della piazza che si estende tra la Sala Tripcovich e il Silos in quello che i tecnici definiscono, sulla scorta dei modelli ferroviari e aeroportuali, un “hub”. Quindi, per esempio, il viaggiatore, che esce dalla Stazione Centrale e cerca un bus, lo troverà guardando alla sua destra. Solo una fermata resterà nel suo attuale sito e non sarà trasferita: riguarda la linea 17. Attualmente le fermate sono disperse su tre lati della piazza, il progetto di riqualificazione - presentato ieri mattina in IV commissione del Consiglio comunale - intende dare razionalità al passaggio e alla sosta del trasporto pubblico in uno dei punti cruciali della logistica cittadina e provinciale, perché da piazza Libertà transitano/fermano i mezzi che vanno verso Muggia, verso Cattinara, verso Roiano, verso Barcola, verso San Giusto. Cittadini e turisti accomunati dalla possibilità di approdi meglio organizzati per salire su un bus. In commissione qualcuno - maliziosamente - ha domandato come saranno le pensiline, viste le recenti proteste di un’utenza esposta alle gelide alitate della bora: ma alle pensiline - hanno replicato dalla regìa municipale - ci penserà, con l’eventuale supporto di qualche sponsor, la concessionaria del servizio. Se il futuro degli autobus in piazza Libertà sembra sufficientemente chiaro, l’avvenire dei pullman andrà meglio definito con il concessionario del Silos. I pullman non fruiranno più dell’attuale transito dal Silos, poichè sarà realizzata un’apposita stazione a fianco dello stesso Silos, nella parte che confina con il Porto vecchio. Ma, non essendo questa costruzione a cura del Comune, il progetto municipale non la prende in considerazione se non per indicare la futura collocazione del sito pullman. Il lay-out non dovrebbe cambiare in modo significativo, in quanto la corriera in uscita passerà per largo città di Santos, ripulita da parcheggi e da jersey, per poi disimpegnare verso piazza Libertà o verso corso Cavour, a seconda delle destinazioni. La questione della stazione pullman è legata a quella che nel dibattito in commissione è stata definita “nodo Silos”, una precaria identità spartita tra parcheggi, rifugio di migranti, shopping per viandanti, mentre si attende il decollo del centro congressi. La preoccupazione comunale è che, a fronte dell’impegno dell’amministrazione a rimettere in sesto la piazza, una parte dell’area resti alla mercè del degrado.

magr

 

 

Ambiente - In piazzale Rosmini arriva la centralina Arpa
Se piazza Libertà aspetta con curiosità di veder decollare la “rivoluzione” viaria, piazzale Rosmini attente la bonifica del giardino, inserito nelle zone verdi inquinate della città e, pertanto, dichiarate off limits. Sul fronte del risanamento ambientale dell’area, l’Arpa fa sapere di aver quasi ultimato le opere di allacciamento alla rete elettrica della stazione di monitoraggio per la qualità dell’aria. Vengono così a completarsi gli interventi di ammodernamento della rete di monitoraggio prevista dall’Agenzia e approvati da Regione e ministero dell’Ambiente. Lo rende noto la stessa Arpa, che segnala anche l'importanza della stazione di piazzale Rosmini in quanto misura i valori di “fondo”, sia per quanto riguarda la qualità dell’aria urbana, sia ai fini dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) concessa allo stabilimento siderurgico della Ferriera. In piazzale Rosmini, oltre al rilevamento dei parametri standard, quali le polveri sottili e gli ossidi di azoto, verranno misurati anche gli idrocarburi policiclici aromatici e i metalli previsti dalla normativa (arsenico, piombo, nichel e cadmio). Inoltre, la stazione è stata dotata di un sistema di misura delle deposizioni di polveri. L’Agenzia per l’ambiente annuncia anche alcune importanti novità per la stazione di San Lorenzo in Selva, che l’Aia individua quale principale punto per la misura delle performance dello stabilimento siderurgico di Servola. In proposito Arpa informa che la stazione in questione è stata attivata nel 2007, in seguito ad una specifica richiesta della magistratura, ricorrendo ad un mezzo mobile.

 

Muggia - Le nuove luci a led sul lungomare - I 32 corpi luminosi assicureranno risparmio energetico e migliore efficienza
Trentadue nuovi impianti luminosi a Led. Li ha installati AcegasApsAmga sul lungomare di Muggia, sia lungo la strada provinciale sia sulla nuova pista ciclabile, nella zona che va dal molo a T a punta Olmi, parallelamente alla strada provinciale 14. «Si tratta di impianti che, rispetto alle tradizionali lampade a sodio e mercurio, non solo permettono una migliore illuminazione dell’area rendedola più sicura, ma assicurano anche una migliore efficienza e sostenibilità». I punti luce installati sul lungomare sono dotati di dispositivi per la riduzione automatica del flusso nelle ore notturne, caratteristica non installabile su modelli non a Led. Inoltre, i nuovi impianti, detti cut-off, consentono di orientare la luce emessa direttamente verso la strada e la pista ciclabile, evitando la dispersione luminosa nelle aree circostanti, rispondendo a quanto richiesto dalle normative vigenti in materia che impongono di minimizzare la dispersione diretta di luce. A conti fatti i vantaggi dei nuovi corpi illuminanti permettono di consumare circa il 70% in meno rispetto ad un tradizionale impianto luminoso a mercurio e sodio, a parità di intensità di luce emessa; conseguentemente anche le emissioni di Co2 si riducono drasticamente. Soddisfatta Laura Marzi: «Questo ulteriore intervento va a migliorare anche in termini di sicurezza oltre che di qualità dell'illuminazione la prima parte della costa già riqualificata - commenta il sindaco di Muggia -, un’opera davvero completa, che vede concluso in toto il primo di quella serie di interventi che andranno a rivedere completamente il litorale per un totale di un chilometro e 300 metri da Porto San Rocco fino a Punta Olmi con una cifra in ballo del valore di oltre sette milioni di euro». D’accordo il vicesindaco e assessore ai Lavori Pubblici Francesco Bussani: «Nonostante le difficoltà finanziarie con le quali il Comune deve continuamente destreggiarsi, sta proseguendo l'iter per riuscire a riconsegnare ai muggesani la loro costa da Muggia a Lazzaretto. Il tratto di cui possono godere, ora anche con impianti luminosi dotati della nuova e più moderna tecnologia Led, è il primo assaggio di un lavoro che stiamo portando avanti con impegno e tenacia». Il potenziamento dell’illuminazione sulla costa dovrebbe fungere dunque anche da deterrente per chi volesse compiere atti di vandalismo o furti.

(r.t.)
 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 28 febbraio 2017

 

 

Ok alla Tari ridotta a chi dona il cibo - Sì in Commissione alla tassa rifiuti scontata anche per associazioni non riconosciute
La lotta allo spreco alimentare passa anche attraverso la riduzione delle tasse. Dopo essere stata vagliata nelle sette circoscrizioni comunali, la modifica al regolamento per la disciplina dell’Imposta unica comunale (Iuc) è stata discussa dalla Seconda commissione consiliare. La seduta, alla presenza dell’assessore al Bilancio Giorgio Rossi, è durata giusto il tempo per presentare un emendamento di commissione che è stato accolto da tutti i consiglieri presenti. «Il punto più importante della delibera all’ordine del giorno - spiega il presidente della Seconda commissione Roberto Cason (Lista Dipiazza) - riguarda sicuramente la riduzione della Tari, la tassa sui rifiuti, in seguito alla cessione di eccedenze alimentari da parte delle utenze non domestiche relative ad attività commerciali, industriali e professionali che producono o distribuiscono beni alimentari». Stando alla delibera, il Comune di Trieste stabilisce riduzioni che vanno calcolate sulla parte variabile della tariffa dovuta per l'anno successivo a quello nel quale le donazioni sono state effettuate, a patto che queste siano avvenute a titolo gratuito e in favore di associazioni assistenziali o di volontariato che si occupano di distribuire generi alimentari alle persone bisognose e agli animali. La riduzione percentuale sarà variabile, a seconda della quantità di prodotti alimentari donati nel corso di un anno, e si assesterà al 6% tra i 5 e i 10 quintali, all’8% fra i 10 e i 20 quintali, e al 10% nel caso la donazione superi i 20 quintali annui. Le riduzioni saranno concesse a condizione che il contribuente dimostri l’avvenuta cessione ad associazioni assistenziali o di volontariato. Il presidente Cason ha chiesto alla commissione di estendere la possibilità di cedere le eccedenze alimentari anche alle associazioni non riconosciute, senza personalità giuridica, purchè queste siano regolarmente iscritte nei registri o negli elenchi pubblici dal momento che sono molto poche le associazioni aventi personalità giuridica presenti sul territorio ed è anche per questo motivo che la proposta di Cason è stata accolta in maniera bipartisan dai consiglieri presenti.

Luca Saviano

 

 

I nuovi contacalorie slittano a fine giugno - Ritardatari “graziati” - Ok da Roma alla proroga. Stop alle multe da 500 a 2500 euro - Per l’Anaci a Trieste resta un 25% di stabili da regolarizzare
Per inserire i contacalorie sui radiatori degli appartamenti c’è tempo fino al 30 giugno 2017. Chi finora non ha ottemperato - perchè l’assemblea condominiale non ha deliberato o perchè l’intervento è stato deliberato ma non ancora eseguito - non pagherà la multa, che varia tra i 500 e i 2500 euro. Tra le innumerevoli incombenze affrontate alla fine del 2016 dal decreto legge “Milleproroghe”, c’è anche - ripetizione inevitabile - la proroga relativa ai contabilizzatori di calore nei condomini con la caldaia centralizzata. Il decreto ha ottenuto il sì definitivo della Camera giovedì scorso, dove si è lungamente dibattito su taxisti, ambulanti, concessioni balneari. Il primo termine, per applicare le valvole, scadeva il 31 dicembre scorso, ma le forti pressioni sull’esecutivo, esercitate soprattutto da Confedilizia, hanno indotto il governo Gentiloni ad accordare un ulteriore “tregua” semestrale. «Proroga salvifica»: lo stato d’animo degli operatori viene efficacemente riassunto da Silvio Spagnul, presidente dell’Anaci triestina, l’associazione che organizza gli amministratori degli stabili. «A Trieste resta ancora un buon quarto di pratiche da sistemare - prosegue Spagnul - per cui il prolungamento a giugno riesce obiettivamente utile». Problema irrisolto quello dei controlli: «Se ne occupa la Regione, che delegherà il compito ma non sappiamo a chi». A Trieste era spuntata la candidatura di Esatto. Trasparenza dei consumi e risparmio energetico: la questione-valvole aveva mobilitato un’ampia platea di attori interessati, dai proprietari immobiliari agli amministratori di stabili, fino alle aziende specializzate nell’installazione dei congegni necessari alla misurazione termica. Secondo una valutazione del presidente di Confartigianato Dario Bruni, imprenditore del settore, a Trieste sono interessate al provvedimento, correlato a una direttiva Ue del 2012 (con tanto di procedura di infrazione dedicata all’Italia), circa 2700 caldaie superiori ai 35 kwAtt: ma, poichè una caldaia può servire più condominii, il numero di stabili effettivamente coinvolti, soprattutto quelli edificati nei decenni del boom edilizio, va moltiplicato perlomeno per 2-3. Il giro d’affari, mosso dal dlgs 141/2016, è cospicuo, qualora si pensi che la spesa, sostenuta in media per ogni appartamento, viene stimata in una “forchetta” tra i 600 e i 1000 euro (a seconda di quanti siano i radiatori). «La proroga è assolutamente necessaria - commenta a sua volta l’avvocato Maurizio De Angelis, presidente della Confedilizia triestina - se non altro per la carenza di materia prima, ovvero delle valvole, dal momento che tutti i condominii si sono mossi per comprarle ed era sorto un problema di approvvigionamento». «Si pensi poi a un contratto stipulato tra novembre e dicembre, quando la stagione termica aveva già avuto inizio, quindi si registrava la frequente impossibilità di eseguire i lavori di installazione». De Angelis ha organizzato quattro incontri nello scorso autunno per informare gli 800 iscritti alla Confedilizia triestina su una novità legislativa, che, qualora non rispettata e rilevata, avrebbe fatto scattare le multe. «Stanno crescendo invece le perizie tecniche - aggiunge l’esponente di Confedilizia - per verificare se l’intervento sia economicamente opportuno o meno. Cioè, se a fronte della spesa da sostenere, il risparmio energetico conseguito sia significativo o no. Per esempio, mi è stato sottoposto un caso in cui l’ammortamento si sarebbe spalmato su un arco temporale di 17 anni: dove sarebbe la convenienza dell’intervento “risparmiatore” ?».

Massimo Greco

 

 

Commissione Ue - Il Nord Stream 2 non è strategico
Il Nord Stream 2 non serve e non risponde alla strategia di diversificazione delle fonti e delle rotte. Il transito di gas russo verso l'Ue resta garantito ma qualunque infrastruttura deve rispettare le regole europee. Lo ha ribadito il commissario all'energia Miguel Canete dopo la lettera in tal senso inviata alla presidenza maltese di turno da parte del presidente della commissione industria dell'Europarlamento, il polacco Jerzy Buzek.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 27 febbraio 2017

 

 

Emissioni, l’Ue decide sul taglio - Incontro a Bruxelles sul mercato delle quote di Co2. In Italia allarme smog
BRUXELLES - Sarà un consiglio ambiente cruciale quello di domani a Bruxelles, con i ministri dell’ambiente dell’Ue chiamati a trovare un accordo sul mercato delle quote di Co2, il cosiddetto “Ets”, del prossimo decennio. Si dovrà esprimere una posizione comune sulla riforma del sistema nato per incentivare la riduzione delle emissioni in settori ad alto consumo di energia (come termoelettrico, cemento, acciaio, carta, ceramica) e oggi in piena crisi. Tutti preferirebbero mettere nero su bianco un compromesso prima delle elezioni in Olanda, a metà marzo, e Francia, tra aprile e maggio, ma non sarà facile. Primo punto controverso è la percentuale delle quote da mettere all’asta, fissata al 57%, che paesi come Italia, Germania, Belgio e Austria vorrebbero ridurre. Il compromesso della presidenza maltese prevede questa eventualità a determinate condizioni, ma è battaglia sull’entità della diminuzione. Altro elemento di divergenza è il raddoppio temporaneo delle quote da relegare in una riserva, per assorbire il surplus di quote che sta strozzando il mercato. Per paesi come Svezia, Danimarca e Francia non basta, le quote andrebbero annullate. Per altri il problema è quanto tempo le quote saranno in riserva, altri ancora (Irlanda, Romania, repubbliche baltiche) sono per lo status quo. Sui criteri di assegnazione dei fondi per progetti innovativi e di modernizzazione nel settore dell’energia, i paesi destinatari (quasi tutti i nuovi Stati membri) vorrebbero mano libera, gli altri chiedono criteri più stringenti sulla tracciabilità dei finanziamenti. Il documento della presidenza contiene anche una piccola apertura alla richiesta italiana di modificare l’assetto attuale delle compensazioni dei costi indiretti del carbonio, che si trasferiscono sui prezzi al consumo dell’energia. In linea con la posizione del Parlamento europeo, l’Italia chiede meccanismi armonizzati a livello Ue per evitare distorsioni di concorrenza che oggi avvantaggiano gli Stati con meno vincoli di bilancio, come la Germania. E intanto è allarme smog nelle città e siccità nelle campagne del nord Italia dove è caduto l’85% di pioggia in meno rispetto alla media con punte del - 96% a Milano che hanno fatto scattare misure straordinarie che prevedono anche un parziale blocco del traffico per i veicoli più inquinanti. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti relativi alla seconda decade di febbraio dai quali emerge peraltro una situazione anomala in tutto il nord dal Piemonte (-83%) al Veneto (-92%), dall’Emilia Romagna (-85%) al Friuli Venezia Giulia (-95%).

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA,26 febbraio 2017

 

 

IL PRESIDENTE DEI COSTRUTTORI RICCESI «Sì a un Parco del mare “light” dedicato a scienza e scolaresche»
Un Parco del mare “light”, quasi una “clinica del mare” con forte caratterizzazione scientifica e dedicato in particolare al turismo scolastico. È così che lo immagina Donato Riccesi presidente di Ance (Associazione nazionale costruttori edili) Trieste. «Proviamo a immaginarlo - azzarda Riccesi - non come un semplice grande acquario, con pesci più o meno grandi (dalla “menola” al pescecane) che navigano dietro spesse vetrate. Ne abbiamo già molti così in Europa, grandi e costosi (Lisbona, Barcellona, Saragozza (acquario fluviale), Genova, Marsiglia, ecc.). Dal momento che non siamo yankee in sovrappeso con il secchio dei popcorn che assistono estasiati ai circhi ittici con i delfini che saltano il cerchio, immaginiamo una parte scientifico/didattica innovativa: oltre ai pesci in cattività, una specie di “clinica del mare” che possa avere una interazione con il Parco marino di Miramare, con le istituzioni scientifiche legate alla Biologia marina, e con annesso il Museo del mare che potrebbe rappresentarne un logico compendio». La Trieste della ricerca e quella che punta sul turismo si salderebbero così in modo ottimale. «Su questi aspetti bisogna riflettere - sottolinea il presidente dei costruttori - perché sono passati i giorni dei grandi investimenti a perdere, e poi delle gestioni, sempre a perdere, ripianate da qualche soggetto che ora ha il portafogli vuoto, o pretendendo che una struttura di questo tipo possa vivere di soli sbigliettamenti. Quale museo in Italia vive in modo autosufficiente, quale istituzione culturale, quale teatro della lirica o della prosa?. Il budget previsto di 50 milioni appare credibile, ma non dovrebbe essere sforato come invece avviene o è avvenuto anche per gli impianti citati». Ma dove dovrebbe sorgere questo atipico Parco del mare? «La collocazione più idonea è il Porto vecchio - risponde Riccesi - anche se non è detto che l’ubicazione migliore sia anche la situazione più facilmente percorribile. Una struttura di questo tipo potrebbe rappresentare il fulcro di un'area da riconvertire totalmente, per portare la gente dove oggi non va se non molto sporadicamente o di passaggio». Questa location sarebbe contigua al nuovo grande Museo del mare e a un passo dalla Riserva marina. Ci sono però anche i “contro” di Porto vecchio: «l’infrastrutturazione ancora tutta da fare e l’accessibilità non ideale». E allora secondo Riccesi anche il Molo Fratelli Bandiera può costituire un’alternativa. «Il massimo sarebbe poter demolire le costruzioni con le caserme e gli alloggi della Guardia di finanza, trasferendo magari queste in Porto vecchio (con annessa evidentemente la stazione nautica, ndr.) per creare lo spazio opportuno, mentre poi per i parcheggi potrebbe essere utilizzata l’area oggi occupata dal Mercato ortofrutticolo». «È possibile in tale contesto, facendo un'adeguata pulizia attorno, inserire un nuovo manufatto che sia una bella architettura contemporanea mantenendo sgombra, anzi valorizzando la vista della Lanterna? - si chiede il presidente Ance e si risponde che «come sempre dipende dal progetto». È però tempo di agire. «Chi deve decidere si prenda l'onere di farlo - cocnlude Riccesi - purché si faccia, a costo di indire una consultazione tra i cittadini».

Silvio Maranzana

 

 

Porto vecchio, nuove tariffe per gli “ospiti” - Il Comune avvia la revisione dei canoni di concessione alle realtà presenti nell’area dell’antico scalo, dall’Irci alla Tripmare
Affrontare la questione-concessionari: è una delle numerose incombenze che toccano al Comune nel subentrare all’Autorità portuale nelle competenze di Porto Vecchio. I concessionari non sono molti, una quindicina circa, di peso assai variabile: si va dall’armamento, come nel caso di Tripmare, alla gestione dei parcheggi, come nel caso di TpT. Si va da un utility come AcegasApsAmga fino all’utenza “sociale”: per esempio il magazzino 18, che è gestito dall’Irci e che contiene le masserizie degli esuli istriani, o i depositi di associazioni benefiche o le sedi di sindacati e di cooperative. Capitolo a parte le grandi “grane” come il dossier Greensisam. Al netto della vicenda Greensisam e del calcolo in corso sulla partita TpT, l’incasso preventivabile dai canoni si aggira sui 100 mila euro, con una punta massima di 30 mila euro ma con molti canoni da poche migliaia di euro. Il fascicolo è nelle mani dell’assessore Lorenzo Giorgi, che l’altro giorno si è visto con il responsabile dell’Area contratti Walter Cossutta per fare il punto della situazione. L’amministrazione comunale preparerà un tariffario apposito per Porto Vecchio e conta di approntarlo prima dell’estate: «Apposito - spiega Giorgi - perchè non possiamo applicare in automatico i parametri comunali. Sarebbero troppo alti e metteremmo in difficoltà i concessionari che pagano i canoni fissati dall’Autorità portuale. Il Porto Vecchio è una realtà a sè stante, con differenze giuridiche che vanno regolamentate a parte». Giorgi ha incontrato i titolari di concessioni in Porto Vecchio e li ha rassicurati: «Il Comune non butta fuori alcuno, abbiamo garantito la continuazione del rapporto. C’è un’attenzione di carattere sociale alla quale non verremo meno». Quindi l’orientamento è quello di non differenziare troppo i canoni da quelli attualmente corrisposti. Anche perchè il Municipio sta gradualmente prendendo coscienza del patrimonio trasferito dall’Autorità: dall’inizio dell’anno operano tre professionisti esterni con l’incarico di “fotografare” le condizioni di stabili, magazzini, ecc. che adesso sono nelle disponibilità comunali. Si tratta del cosiddetto “stato di consistenza”, che implica la valutazione di ogni manufatto passato da un’amministrazione all’altra. Il Comune ha appostato 76.318 euro per le parcelle dei tecnici. L’area di Porto Vecchio è stata suddivisa in tre lotti e l’appalto prevede la verifica di agibilità sintetica/vulnerabilità degli immobili: insomma il Comune cerca di comprendere l’effettiva situazione di quanto ora deve gestire (con relative responsabilità). Intanto, lo stesso Cossutta ha provveduto con una recente determina, a modificare il contratto stipulato nell’aprile 2016 tra il Comune e l’advisor Ernst&Young, incaricato del piano strategico per la valorizzazione del Porto Vecchio. Viene prevista un’integrazione alla fase II e in particolare alle linee guida per la redazione del documento strategico - riporta l’atto - e si decide una proroga di 90 giorni per consentire sia lo svolgimento di queste modifiche che lo svolgimento della fase III “supporto e assistenza nell’illustrazione, condivisione, comunicazione e approvazione del Piano”. La quantificazione di questo lavoro supplementare ammonta a 15 mila euro, Iva compresa.

Massimo Greco

 

 

SINISTRA PER TRIESTE «Serve un patto politica-industria per il futuro della Ferriera»
Il problema della chiusura dell’area a caldo della Ferriera «va risolto sedendosi a un tavolo, confrontandosi fra soggetti coinvolti, non certo ricorrendo al Codice penale». Questo il concetto espresso con forza ieri da Waldy Catalano di Sinistra per Trieste nel corso di una conferenza stampa sul tema.

«A nostro avviso - ha spiegato - è possibile trovare un accordo consensuale per programmare la chiusura dell’area a caldo. Fin dalla prima manifestazione di interesse del gruppo Arvedi questa ipotesi esisteva. L’asset strategico che ha portato Arvedi a Trieste è lo sbocco a mare, con la prospettiva di creare un pontile intermodale. A quel punto, la cokeria potrebbe diventare area di retroporto per aumentare la capacità di deposito». «Essendo queste le premesse - ha proseguito Catalano - non si capisce perché, al cospetto di un Comune che considera non più sostenibile la situazione, non si riesca a trovare un punto d’incontro con l’impresa, per aprire un’istruttoria per programmare la chiusura dell’area a caldo. Su Servola serve un compromesso politico-industriale che può portare risposte a cittadini e lavoratori, conservando i livelli occupazionali. Perché sulla Ferriera non si può arrivare a un dialogo come per esempio si fa su Porto vecchio, sapendo che il problema è tutto politico e richiede una risposta politica»? Marino Sossi ha ribadito a sua volta che «risulta incomprensibile come mai, dopo tanti anni, non si arrivi a un tavolo di confronto per affrontare le problematiche dell’area a caldo. Arvedi ha fatto dichiarazioni in questi due anni e mezzo che non trovano riscontro. Cerchiamo di dare un contributo per risolvere la situazione. Altrove un punto d’accordo si è sempre trovato».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 25 febbraio 2017

 

 

Microchip su cassonetti e cestini - La raccolta rifiuti diventa hi-tech - Le targhette su 15mila contenitori consentono di segnalare eventuali anomalie nelle attività di pulizia e svuotamento
Da qualche mese in città ogni cassonetto ha un nome e cognome, o meglio una sigla che lo identifica con precisione. Quello entrato a regime, insomma, è una specie di “Grande Fratello” delle immondizie, che monitora tutto costantemente, con dati che vengono inviati in tempo reale alla centrale operativa. Una novità resa possibile dopo aver “taggato”, vale a dire dotato di microchip, 10mila contenitori della raccolta differenziata, 4mila contenitori dell'indifferenziato e mille cestini stradali. Hergoambiente, di AcegasApsAmga, è entrato in vigore ufficialmente il 16 gennaio scorso e ha praticamente messo ogni servizio in rete, consentendo così di monitorare ancora più da vicino la complessa macchina operativa dell’azienda. «La raccolta rifiuti a Trieste diventa un sistema intelligente - sottolineano dall’ex municipalizzata -. Tutti i 15mila contenitori cittadini adibiti alla raccolta rifiuti sono identificati da un codice univoco posizionato su una targhetta leggibile in radiofrequenza dagli operatori ambientali attraverso lettori portatili o smartphone. A questi si aggiungono 50 automezzi, spazzatrici e camion rifiuti, su cui sono stati installati i computer di bordo e asset di altro tipo, come, ad esempio, i cassoni dei centri di raccolta». L'operatore alla guida deve soltanto inserire alcuni dati a inizio turno, poi il computer fa il resto, anche grazie ad alcune antenne posizionate sul tetto del mezzo. Per i furgoncini più piccoli, invece, è l’autista ad essere munito di uno strumento che rileverà con un semplice “clic” il tag del contenitore. «In questo modo - proseguono dall'azienda - si ha l’immediata conoscenza di eventuali contenitori non correttamente svuotati. Oppure si può valutare se il dimensionamento di contenitori in una determinata zona è sufficiente o meno. Anche in caso di contenitori che presentano problematiche, ad esempio sono stati danneggiati o non sono perfettamente localizzati, è molto più agevole veicolare l’informazione dell’anomalia e intervenire in modo mirato e tempestivo. Inoltre siamo in grado di tracciare in modo puntuale l'attività di spazzamento delle strade». Tecnologia applicata alla quotidianità, dunque, che semplifica un complesso sistema composto da 5mila i cassonetti svuotati al giorno, 16 tipologie di “tour” nelle strade cittadine dei mezzi, una sessantina di camion che escono ogni giorno nei 25mila turni spalmati sui 12 mesi, due milioni di interventi complessivi che si registrano ogni anno. Comprese le “operazioni straordinarie” richieste in condizioni particolari. È il caso delle giornate di bora forte, che lo scorso gennaio ha messo in ginocchio la città, in cui sono stati registrati picchi di 230 interventi di AcegasApsAmga sul fronte cassonetti. Tanti cittadini si sono già accorti del “tag”, dopo aver notato la piccola targhetta sistemata sui bidoni di tutti i tipi, dalla carta al vetro, dalla plastica all’umido, dall'indifferenziato al verde, passando per tutti i cestini più piccoli collocati un po’ ovunque. «Vogliamo far sapere ai triestini - proseguono da Acegas - che quel piccolo supporto serve a comunicarci se ogni singolo cassonetto è stato svuotato e quando. Oppure se, e quando appunto, una macchina pulitrice ha operato in un determinato luogo. Questa enorme mole di dati interconnessi fra loro e opportunamente georeferenziati su mappe elettroniche, consente di avere a disposizione un capitale informativo enorme, immediatamente utile sia per recuperare efficienza, sia per migliorare continuamente il servizio erogato ai cittadini, grazie alla drastica riduzione degli errori di imputazione, di trasmissione dei dati e di inefficienze nella programmazione degli interventi. Inoltre è uno strumento prezioso a disposizione del Comune e di altri enti di pianificazione e controllo per verificare qualità e coerenza del servizio erogato». Oltre alla novità del tag sistemato sui cassonetti, l'AcegasApsAmga ha anche ottimizzato il sistema di percorsi che vengono effettuati ogni giorno dai mezzi. Grazie a una collaborazione con l'Università è stato avviato un nuovo modo di raggiungere le varie zone della città, grazie allo SpinOff AutoLogS s.r.l. Con il supporto di OpenStreet Map, uno strumento molto preciso di mappe virtuali, è stato effettuato un censimento completo di tutte le strade toccate dai mezzi, con tanto di indicazione sulla larghezza della via, eventuali problematiche relative alle svolte del camion, oltre a indicazioni utili in base alla particolare morfologia del territorio, tra strade ripide o molto strette. Si è partiti provando a migliorare lo svuotamento di tutti i 2.424 cassonetti per la raccolta dell' umido posizionati nelle 1.474 isole ecologiche, quindi la novità è stata giudicata molto positiva dai tecnici e dagli operatori del settore ed è stata estesa anche alle altre linee che svuotano gli altri materiali.

Micol Brusaferro

 

LA STORIA - La missione di Carmine tra inciviltà e rischi - LA RACCOLTA DEI RIFIUTI A TRIESTE
«Ho cominciato con scopa e carrettino, pulendo le strade di San Giacomo; poi anno dopo anno le competenze sono aumentate. Nel corso del tempo in strada ho visto un po’ di tutto, ma alla fin fine questo resta un lavoro che mi piace». Carmine Russo è dipendente AcegasApsAmga da 17 anni. Ogni giorno sale a bordo del suo mezzo e, seguendo i percorsi indicati, svuota i cassonetti. «È cambiato tanto rispetto a quando ho iniziato - racconta - è diventato tutto più moderno, automatizzato e per noi più semplice». Sia nei primi anni, quando spazzava le vie a piedi, sia successivamente a bordo del camion, Carmine ha assistito a vari episodi di inciviltà e anche situazioni pericolose. «Tra gli interventi più a rischio ricordo il ritrovamento di una serie di bombole di gas, che ha richiesto l'intervento dei pompieri per evitare esplosioni. Abbiamo chiesto l'aiuto dei vigili del fuoco anche il primo giorno del 2017, quando in un cassonetto sono stati gettati fuochi d'artificio che hanno provocato un rogo. Ma ci sono anche colleghi che hanno rischiato di farsi male tre anni fa, perché qualcuno aveva scaricato in un cassonetto una serie di pali per impalcature». Situazioni di maleducazione a parte, Carmine spiega di amare il suo lavoro e di farlo sempre volentieri e con il sorriso. «Mi trovo bene - assicura - e non mi annoio visto che cambio spesso percorso. Il mio preferito? Sicuramente quello che mi conduce sulle strade dell’altopiano. Mi piace perché mi consente di allontanarmi dal centro ed è bello guidare in mezzo al verde e alla natura».

(mi.b.)

 

Stufe, mobili e water gettati a bordo strada - Campagne informative e multe non frenano i maleducati - Nel 2016 abbandonati quasi 30mila articoli ingombranti
Letti, armadi, frigoriferi, materassi, stufe, tv e addirittura un water con spiacevole contenuto all’interno. Sono quasi 30mila i rifiuti ingombranti abbandonati nel 2016 a Trieste. Un’autentica piaga che ancora non trova soluzione. Tanti triestini continuano a disattendere le indicazioni da seguire per conferire tanto i piccoli quanti i grandi elettrodomestici oltre a i mobili. Risultato? In alcuni punti della città il problema ciclicamente si ripete. Secondo i dati di AcegasApsAmga, nel 2016 ci sono state 8.613 richieste per il ritiro dell’ingombrante a domicilio, ancora troppo poche, visto il dato complessivo che negli ultimi tempi mostra ancora una media di almeno 2.500 abbandoni su strada al mese. In molti continuano a scaricare di tutto fuori dai normali cassonetti, e spesso pure all'interno, causando intasamenti. Tra le zone più problematiche in tal senso, come evidenziato anche dalle segnalazioni degli utenti sul web, via Molino a Vento, via della Tesa, via Gambini e piazzale Moissi. In alcuni casi sono state effettuate sanzioni da parte della Polizia locale, ma nella maggior parte delle situazioni, spiegano dall'AcegasApsAmga, è difficile trovare i colpevoli che si liberano di mobilio e altri voluminosi spesso nelle ore notturne e in particolare nei punti meno trafficati. Per contrastare il fenomeno è stata avviata una campagna informativa ad hoc, con cartelli posizionati tuttora sui mezzi dell'azienda, con lo slogan “Non abbandonarli in mezzo a una strada, chiama 800955988 per un ritiro gratuito o portali nel centro di raccolta più vicino”. Messaggio che, a quanto pare, non ha sortito per ora l’effetto sperato. Molti cittadini però hanno effettuato segnalazioni attraverso il Rifiutologo, lo strumento online sul sito dell'azienda www.gruppohera.it, e nel 2016 sono arrivati 743 avvisi, alcuni con foto. Nel 57% dei casi riguardano proprio rifiuti ingombranti, nel 19% si tratta di servizi di spazzamento e il 24% problematiche dei cassonetti stradali. Sono gli stessi operatori di Acegas nelle ultime settimane, a fotografare gli oggetti e a segnalarli al sistema informatizzato. Tra gli ultimi ritrovamenti in ordine di tempo una macchinetta per il caffè gettata a terra e una serie di elettrodomestici da cucina, come forni elettrici e tostapane. Mesi fa c'è chi si è separato senza troppi problemi dal contenuto di interi appartamenti: divani, camere da letto e soggiorni, con l'aggiunta di stoviglie, valigie e abbigliamento. A gennaio poi sono spuntati in vari rioni alberi di Natale: c’è chi li ha incastrati nei contenitori dell'umido, occupando tutto lo spazio a disposizione, chi li ha messi nei raccoglitori dell’indifferenziata e chi, evidentemente indeciso, li ha semplicemente lasciati sul marciapiede. Pochi, invece, li hanno correttamente inseriti (magari dopo averli fatti a pezzi) nei contenitori del verde. Tante poi le segnalazioni di scarti edili, pure questi depositati di nascosto nelle ore notturne, come una serie di secchi lasciati qualche mese fa in via Locchi o cumuli di piastrelle rotte “dimenticate” in via della Tesa. Tra i rifiuti più singolari, come si diceva, figura pure un water scaricato in via San Marco con tanto di escrementi all'interno. Forse chi se ne è disfatto ha pensato di utilizzarlo un'ultima volta prima di dirgli addio...

(mi.b.)
 

Il pentito e il cronista raccontano l’Italia sommersa dai rifiuti - Il giornalista Paolo Coltro e l’ex camorrista Nunzio Perrella firmano “Oltre Gomorra”, dossier sullo scempio ambientale
Nunzio Perrella, camorrista pentito, è un nome che ai più non dice niente. Quando venne arrestato, nel ’92, decise di diventare collaboratore di giustizia. E cominciò a parlare. Non del traffico d’armi e droga, i reati che gli venivano imputati, ma del gigantesco sistema del traffico di rifiuti in Italia. Interrogatori fiume che scoperchiarono un calderone infernale: luoghi, nomi, aziende, politici, imprenditori, camorra. Connivenze coscienti, compiacenze politiche, interessi a tutti i livelli, truffe, falsificazioni. È in quel momento che Perrella avrebbe dovuto diventare noto a tutti, perchè per primo parlava della “munnezza” connection. Non è stato così. Ventidue anni dopo, pagato il suo conto con la giustizia e uscito dal programma di protezione, Nunzio Perrella è un uomo libero e molto arrabbiato. Perchè quelle sue rivelazioni, così dettagliate, avrebbero dovuto far saltare un business consolidato di scempio del territorio e attentato alla salute pubblica, che invece ha continuato a esistere e prosperare. Come se nulla fosse successo. Come se niente fosse stato detto. È in questo momento che l’ex camorrista Perrella incontra Paolo Coltro, giornalista in pensione con una lunga carriera nel gruppo Finegil. Si conoscono, si parlano per un anno - anzi, Perrella parla e Coltro domanda - e la storia di due decenni prima torna fuori. E diventa un libro, “Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia” (CentoAutori, pagg.255, euro 15). Non un saggio, ma un resoconto spietato, sconfortante, chirurgico del peggiore stupro dell’ambiente del secolo. Il quadro di un’Italia, tutta, che si muove, vive, lavora su un mare di rifiuti tossici: intombati ovunque. E per questo, in tante regioni, si muore. Coltro, com’è avvenuto il suo incontro con Nunzio Perrella? «Perrella ha vissuto e lavorato molti anni nel Nord Italia. Quando ha finito il suo percorso e pagato il suo debito, nel 2014, dopo ventiquattro anni tra galera e domiciliari, ha visto che nel frattempo non era successo niente. Era incazzato nero e cercava qualcuno per raccontare la sua storia. Ci siamo visti per un anno: parlava in napoletano stretto, io registravo, prendevo appunti, mi documentavo. Il suo nome non è quello di un camorrista famoso, non ne sarebbe uscita una biografia. Quello che raccontava, invece, era giornalisticamente interessante perchè ti portava in altri territori, scopriva altre magagne. Questo a me interessava: cercare di capire perchè, dopo la sua denuncia, per vent’anni tutto è rimasto come prima». Che impressione le ha fatto Perrella? «È un uomo che appartiene a un mondo in cui si ragiona in un modo che neanche ci immaginiamo. Non ha istruzione, forse l’unico libro che ha letto è quello che abbiamo firmato insieme. La prima volta che ci siamo incontrati, a Vicenza, è arrivato con un guardaspalle, un omone che ha detto essere suo nipote, con strani rigonfiamenti sotto le ascelle. Poi ci siamo visti da soli, nei baretti di periferia: non raccontava balle, lo sapevo, ma io dovevo verificare tutto, documentare. Nel libro c’è una parte sulla sua biografia che mi è piaciuto scrivere. Ma Perrella è un ex delinquente praticamente sconosciuto, diventa interessante se lo guardiamo sotto il profilo dell’uomo che ha rivelato qualcosa che poteva essere una bomba e invece così non è avvenuto». È vero che è stato il primo a far entrare la camorra nel business dei rifiuti? «Lui faceva impermeabilizzazioni e lavorava in subappalto per la Soavi Asfalti di Vicenza. Quella ditta riciclava di tutto, anche oli esausti che adoperava per fare sottofondi stradali pasticciati, la cosiddetta “pastina”. Di solito li smaltivano i dipendenti, un paio di fusti al colpo. Ma una volta ce n’erano troppi e chiesero a Perrella di portarli a Napoli». Così venne fuori tutto... «Gli si aprì un altro mondo. I cinquanta fusti non glieli accettarono, perchè nelle discariche entrava solo il materiale degli imprenditori del Nord che erano in affari con i proprietari del sito. Un fiume di denaro che nessuno voleva spartire con altri. La camorra non ne sapeva niente, Perrella scoprì il giro e ce la fece entrare, obbligando i proprietari delle discariche ad accettare anche il suo smaltimento. Lui però voleva fare le cose legali, occuparsi solo del trasporto, perchè già con quello si guadagnava moltissimo. Pensiamo a un rifiuto che parte come “speciale” o “tossico” ed entra in un meccanismo di cambi di bolle e falsificazioni, per cui alla fine viene declassificato, diventa rifiuto normale: smaltirlo costa meno, nelle discariche si butta di tutto, e i guadagni sono altissimi». Poi però lo presero. «Per traffico d’armi e droga. Fu allora, nel ’92, che cominciò a parlare con i magistrati del traffico dei rifiuti e diventò collaboratore di giustizia. Decine di ore di registrazione, più di cento pagine di verbali: Perrella fa i nomi di oltre duecento aziende coinvolte, elenca circostanze, località, metodi di smaltimento. C’era tutto». Sembra incredibile che la camorra ignorasse questo traffico... «Il business era tra gli imprenditori del Nord e quelli del sud che gestivano le discariche. Anzi, gli imprenditori al Nord avevano fatto tutto da soli, all’inizio, riempiendo Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia, Toscana. Anche il Friuli Venezia Giulia: Perrella parlò di pezzi di strade in Carnia sotto cui c’erano i rifiuti. Quando il Nord fu strapieno, si cominciò a mandare i camion a Sud. E adesso ripartono verso Nord, in un traffico quasi incontrollabile. Eppure dopo l’inchiesta Adelphi, tutta basata sulle dichiarazioni di Perrella, vennero accolte solo dieci su ventuno richieste di rinvio a giudizio, il processo del ’93 si concluse con solo sei condanne per abuso d’ufficio e corruzione, non per associazione mafiosa e, all’appello del ’99, la prescrizione cancellò tutto. Non c’erano norme penali per colpire i reati ambientali e, in mezzo, connivenze politiche, incapacità, ritardi della magistratura». Quand’è che inquinare diventa reato? «Dopo vent’anni di proposte di legge, nel maggio 2015 viene approvato l’articolo 452 bis del codice penale, reato di inquinamento ambientale, che funziona fino a un certo punto. Per capire come mai c’è voluto tutto questo tempo, basta andare a vedere gli interventi dei partiti in sede di commissione legislativa. Forza Italia continuava a mettere emendamenti per fare gli interessi degli imprenditori... è lì che si annida lo scandalo. La legge poi prevede il “ravvedimento operoso”, che il procuratore Gianfranco Amendola ha definito un’istigazione a delinquere. Ovvero, se chi ha inquinato si offre di mettere tutto a posto, gli si affida la bonifica, un’ulteriore fonte di guadagno». Nei giorni scorsi sono morti otto bambini nella Terra dei fuochi... «Questo fa notizia, certo. Ma bisogna risalire alle cause del meccanismo. Il ministro Lorenzin ha detto: “Sono 64 ettari...” Scherziamo? Lì è inquinato tutto. Perchè non ci sono controlli? Perchè la Campania non ha un Registro tumori? Perrella ha raccontato che vicino Napoli, in zona Licola, le case sono state costruite sopra un buco con gli scarti dell’Italsider di Bagnoli e delle ceneri dell’Eni. Il materiale era stato portato dai camion, venti al giorno, per mesi, passando davanti a Carabinieri e Finanza. E loro dov’erano? A chi comprava si faceva sottoscrivere un atto in cui dichiarava di essere a conoscenza di tutto, per evitare cause successive. In questo quartiere oggi abitano professionisti, la borghesia. Si fanno i carotaggi nel terreno, ma cinquecento metri più in là, altrimenti salta il palco. Questo è l’intento del libro: dimostrare che basta che qualcuno, in uno dei segmenti del processo di smaltimento, non faccia il suo dovere, non veda, e tutto va a remengo». La magistratura è chiamata in causa? «Prendiamo la discarica Pitelli a La Spezia, proprio sopra il Golfo dei poeti. Il primo a parlare di come la gestiva il suo patrón, Orazio Duvia, è stato proprio Perrella. Si arriva al rinvio a giudizio del 2003 per disastro ambientale e una sfilza di altri reati. L’invaso è definito “imbonificabile”, al punto che anche il ministero dell’Ambiente vuol costituirsi parte civile, ma il magistrato respinge. Dopo otto anni di processo, gran parte dei reati è prescritta. Resta il disastro ambientale, all’epoca sanzionato da contravvenzione, ma in cinquecento righe di motivazione il giudice si addentra nella legge per dire che il reato non sussiste. Tutti assolti. Certo, avrà ragione in punta di diritto, ma va contro la realtà, il senso comune. Ci sono anche queste antinomie, questi paradossi». Com’è la situazione dalle nostre parti? «Come fai a scoperchiare la terza corsia, da Verona a Venezia? Là sotto c’è di tutto. Come sotto l’A31, Valdastico sud Vicenza-Rovigo. E il parcheggio dell’aeroporto di Venezia, pieno di una sostanza fatta di rifiuti, chi lo toglie? Forse qualche sospetto lo deve far venire anche il passante di Mestre... Speriamo che si salvino la Pedemontana, da Treviso a Vicenza, e la terza corsia tra Venezia e Trieste. Pensiamo ai parcheggi enormi dei centri commerciali: l’industriale riceve una certa somma e dice solo “fate una bella buca...”. Poi, sopra, si butta l’asfalto».

ARIANNA BORIA

 

«Nessun incarico affidato al figlio di Agapito» - Siderurgica Triestina ribatte alle accuse M5S sul presunto conflitto di interessi sull’Aia della Ferriera
Siderurgica Triestina non ha mai affidato alcun incarico diretto - né di progettazione né di direzione lavori - alla società Artec Ingegneria srl., di cui risulta socio Daniele Agapito, figlio del direttore del Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico della Regione. Lo stesso direttore che ha firmato il rinnovo dell’Aia dell’impianto di Servola. Così la proprietà della Ferriera di Servola ridimensiona il caso del presunto conflitto di interessi sollevato dagli esponenti pentastellati. Esponenti che ieri, per voce della consigliera regionale Eleonora Frattolin, hanno anche annunciato l’intenzione di presentare già lunedì un esposto sulla vicenda sia alla Procura della Repubblica di Trieste sia all’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone. Per l’azienda però, come detto, tutto si sgonfierà come una bolla di sapone. «Siderurgica Triestina - precisa una nota diramata in serata - ha affidato direttamente solo due consulenze per lo stabilimento di Servola. La prima, relativa alla predisposizione della documentazione necessaria al rilascio dell'Aia, è stata affidata allo studio Barocci. Il secondo incarico è andato invece alla società Tmc, chiamata ad occuparsi di progettazione, pratiche edilizie e della progettazione architettonica e strutturale». Nessun altro soggetto esterno quindi, è il messaggio forte e chiaro lanciato dall’azienda, è stato coinvolto direttamente da Siderurgica Triestina nella partita del rinnovo dell’Aia e della progettazione successiva. E il fatto che Tmc, a sua volta, abbia dato ulteriori consulenze ad altre realtà, come la stessa Artec Ingegneria in cui risulta lavorare il figlio di Luciano Agapito, non può di certo essere “rinfacciato” alla proprietà dello stabilimento. Che, viene precisato ulteriormente, ha assoldato solo la Tmc srl, e non eventuali suoi collaboratori, senza peraltro affidarle mai «alcun incarico sulla documentazione predisposta per l'Aia». Le precisazioni dell’azienda, come detto, sono arrivare all’indomani dell’interpellanza depositata in Consiglio regionale dal gruppo M5S. Nel testo si sollecitava anche un intervento da parte della Regione che, per voce della presidente Debora Serracchiani, poche ore dopo ha espresso «sconcerto anche solo per l'ipotesi che non siano state rispettate le regole» e annunciato l’avvio di approfondimenti interni.

 

 

Sul Parco del Mare solo un’odiosa intimidazione - LA LETTERA DEL GIORNO di Giorgetta Dorfles per il Comitato La Lanterna

La Camera di Commercio si lamenta perché il Comitato La Lanterna ha fatto le sue considerazioni basandosi solo sul rendering del Parco del Mare, a dire il vero già di per sé abbastanza significativo; ma sono loro che hanno strombazzato in lungo e in largo (vedi il paginone a pagamento su Il Piccolo) che erano pronti a partire e che tutte le istituzioni erano d'accordo, senza aver ancora presentato il famoso concept del progetto. Potevano aspettare di renderlo pubblico e incassare i commenti dei cittadini, e poi far partire la grancassa. La Camera di Commercio minaccia ritorsioni legali al Comitato se non ritira immediatamente la petizione, perché la offende attentando alla sua immagine. In realtà non si tratta di un'offesa, ma di una legittima critica, garantita dalla libertà costituzionale di pensiero e di espressione. Il web è pieno di petizioni contro le iniziative più disparate e non credo che qualcuno sia stato minacciato per questo. Voler mettere a tacere un migliaio e più di cittadini che stanno liberamente esprimendo quello che pensano su un'iniziativa che comunque modificherà il water front della loro città, contestando non tanto il progetto in sé quanto la sua assurda collocazione, appare una azione alquanto intimidatoria. Inoltre, se l'Ente camerale è tanto sicuro della bontà del piano in questione, di cosa si preoccupa? Sarà il Comitato a fare una figura barbina quando verrà svelato l'arcano. Comunque sembra opinabile che un colosso di 22 metri risulti invisibile e che solo mettendosi in un punto speciale del Molo Audace - che potrebbe essere opportunamente indicato da qualche tabella segnaletica - si potrà finalmente ammirare. Ben visibile però sarà da tutto il colle di San Vito e dalla parte della città che si sviluppa in collina: abbiamo dimenticato questo particolare? Che dire poi delle navi da crociera, che si aspettano di approdare in una città di stampo austroungarico, con i suoi palazzi in uniforme stile eclettico, e riceveranno questo pugno nell'occhio? Un'ultima cosa che ci lascia perplessi è che il futuro volto della nostra città sia condizionato dal quel dott. Paoletti che negli ultimi anni ha mescolato le carte, per la sua ossessione del Parco del Mare, puntando su Barcola, Campo Marzio, Rive zona Pescheria - Magazzino vini, Porto Vecchio, per finire adesso sul Molo Fratelli Bandiera. Noi ci auguriamo che ci ripensi ancora, magari ricordandosi che in Porto Vecchio, che non è più demaniale, lo spazio non manca. Le nostre istituzioni, a cui spetterebbe l'onere di programmare un piano urbanistico in regime di trasparenza, in modo che si possano esprimere consensi o fare rilievi e opposizioni, cosa fanno? Perché sembra che si stia giocando a Monopoli. Rispondiamo dunque all'odiosa intimazione della Camera di Commercio che la petizione sarà ritirata dopo che avremo toccato con mano, in sede di Consiglio Comunale, il fatto che il progetto sia attuabile, sostenibile, condivisibile e soprattutto che la collocazione di un Parco del Mare sulle Rive sia la migliore soluzione.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 24 febbraio 2017

 

 

«Conflitto di interessi sull’Aia della Ferriera» - Il M5S: «Dall’azienda incarichi al figlio del direttore regionale». Serracchiani: «Attendo chiarimenti»
L’accusa, messa nero su bianco in un comunicato stampa, è chiara: un conflitto di interessi attorno alle procedure Aia della Ferriera. È il Movimento Cinque Stelle a scatenarsi sul caso del direttore regionale del Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico della Regione, Luciano Agapito, che nel gennaio dell'anno scorso ha firmato il decreto di riesame per il rinnovo dell’autorizzazione ambientale. Il problema, stando alla denuncia dei grillini, è che il figlio del dirigente, Daniele Agapito, nell’aprile 2015 aveva ricevuto dalla Siderurgica Triestina «un importante incarico di progettazione e direzione lavori, seguito poi da ulteriori incarichi nel 2016 presso il medesimo stabilimento». Ad accendere i riflettori sulla vicenda è tutto il gruppo di consiglieri regionali pentastellati insieme al consigliere comunale Paolo Menis. Il M5S ha notato una «curiosa» coincidenza tra gli incarichi e alcuni passaggi specifici della procedura di rinnovo. «Ad inizio aprile del 2015 - puntualizzano - il direttore del servizio ridefiniva i termini della diffida ad adempiere nei confronti di Siderurgica Triestina, disponendo la limitazione dell’attività produttiva, sulla base di un rapporto di Arpa che rilevava la non conformità delle emissioni acustiche. Sempre ad aprile 2015 arrivava il maxi incarico al figlio del direttore del Servizio». Nel frattempo, pochi giorni dopo, «il papà riavviava il procedimento istruttorio di rinnovo dell’Aia cui seguirono diverse conferenze di servizi istruttorie. Quasi contestualmente arrivavano anche altri incarichi per il figlio, realizzati attraverso la Artec Ingegneria srl di cui è socio». Il M5S ha chiesto spiegazioni alla Regione che sta già avviando accertamenti interni, «volti a chiarire la sussistenza e la natura di tali rapporti». «In attesa dei chiarimenti», la presidente Debora Serracchiani ha espresso «sconcerto anche solo per l’ipotesi che non siano state rispettate le regole». Ma è anche il destino dello stabilimento, al centro della riunione ministeriale di mercoledì, a far discutere. «Aspettiamo la revisione dell’Aia - ricorda il sindaco Roberto Dipiazza - la lavorazione del carbone e l’area a caldo della Ferriera non sono compatibili con la salute di cittadini e lavoratori. Dall’azione di controllo dell’amministrazione comunale continuano a venire alla luce delle gravi inadempienze, dimenticanze e superficialità», compresa «l’analisi di dati importanti che indicano che l'area a caldo è una fonte di emissioni pericolose e nocive». Il tavolo ministeriale è comunque servito «a tentare di distendere lo scontro politico tra Comune, Regione ed azienda - scrive Sasha Colautti, segretario provinciale della Fiom Cgil - questo però non è bastato a far sì che l’azienda chiarisca quali siano le reali intenzioni del cavalier Arvedi».

Gianpaolo Sarti

 

 

M’ILLUMINO DI MENO - Luci spente dalla città fino all’Antartide
L’idea nasce da una trasmissione televisiva di Rai2, “Caterpillar”: la giornata odierna è dedicata al “risparmio energetico”. Istituzioni e associazioni si mobilitano a varia intensità, per ricordare all’opinione pubblica come consumare meno e meglio energia. Qualche ente, per esempio, spegne le luci. È il caso della Regione Fvg, che preme l’interruttore degli “esterni” delle sedi: a Trieste toccherà, nella fascia oraria tra le 17.30 e le 19, al palazzo della presidenza in piazza Unità e al Consiglio regionale in piazza Oberdan. Secondo l’assessore Francesco Peroni, il tema suggerisce «comportamenti quotidiani maggiormente responsabili». Il Comune lascia tutto acceso ma partecipa all’iniziativa riepilogando ai cittadini un lungo elenco di buoni consigli: spegnere le luci quando non servono, non lasciare in “stand by” gli apparecchi elettrici, sbrinare il frigorifero, mettere il coperchio sulle pentole, ridurre gli spifferi degli infissi, non lasciare le tende chiuse davanti al termosifone, fare uso della bicicletta, eccetera... Anche l’Università fa sapere che «smorza l’Light», come cantava Renzo Arbore: nel campus di piazzale Europa, edificio A, facciata e scalinata resteranno al buio tra le 18 e le 19.30. Non mancano adesioni a distanza come quella dell’Osservatorio di geofisica sperimentale, che conferirà all’oscuramento la nave “Explora”, impegnata in Antartide: i ricercatori a bordo ceneranno a lume di candele elettriche a basso consumo. Quelle di cera, purtroppo, non sono consentite per ragioni di sicurezza. Dice la sua l’utility territoriale AcegasApsAmga (Hera), che in un comunicato ricorda come l’impegno per l’efficienza energetica, incentrato sulla certificazione 50001, ha permesso finora una minore emissione stimata in 5600 tonnellate di anidride carbonica nelle aree servite. La società sottolinea gli interventi di riqualificazione energetica mediante il graduale utilizzo dei sistemi a Led: per quanto riguarda Trieste, AcegasApsAmga cita Ponterosso e viale XX settembre. Ma c’è anche un rilevante aspetto di gestione interna, che concerne i risparmi energetici in molti processi industriali (sollevamento acque, depurazione dei reflui, mezzi per la raccolta dei rifiuti). Sul versante dell’associazionismo, Arci organizza una serata a base di musica, danze, bassi consumi. Al circolo D-Sotto in via Bernini 2 si comincia alle 19.30 con “NoDancing Project”, a seguire “Plastik dj set”. Graditi costumi e maschere vista la concomitanza carnascialesca. Il buio stimola Knulp a preparare un meni “in black”: riso nero venere, feijoada di fagioli neri, spätzle di seppia con gamberi black tiger. Infine TriesteAltruista chiede alla cittadinanza di spegnere le luci di casa per un’ora dalle 18 alle 19.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 23 febbraio 2017

 

 

Il Comune corre ai ripari per l’ex discarica - L’assessore Polli sul caso di via Errera: «Prima le analisi, poi elaboreremo un piano». Due le ipotesi: bonifica o tombatura
L’ex discarica di via Errera, abbandonata da decenni, entra in cima all’agenda della giunta Dipiazza. Le contaminazioni di terreno e mare, documentate da un dossier della Provincia e dalle immagini del Piccolo, saranno oggetto di studio del Comune, l’ente a cui la Regione aveva dato in concessione il sito. «Ci stiamo attivando» riferisce l’assessore all’Ambiente Luisa Polli. Tre gli step su cui il municipio intende muoversi. Innanzitutto con un’analisi del suolo e dell’acqua per valutare l’impatto sull’ecosistema. Non ci dovrebbero essere dubbi, in realtà, visto che il dossier della Provincia, portato di recente all’attenzione dei Carabinieri del Noe, anche se non esiste ancora un’indagine vera e propria, parla chiaramente di «rifiuti speciali pericolosi»: all’interno della discarica, così come nel sedimento marino sottostante, dall’84 all’87 è stato accumulato materiale edile e industriale, resti di demolizioni e scavi, scorie prodotte dall’inceneritore, pneumatici, plastica e legname. Il Comune, all’epoca, avrebbe dovuto costruire una protezione in modo da impedire l’inquinamento del mare. L’opera non è mai stata realizzata. E nel sito, tanto nel terreno quanto nella falda che porta alla riva, sono stati rinvenuti metalli, idrocarburi pesanti, benzopirene e diossine. Lo scarico dei rifiuti, precisava proprio il dossier, è avvenuto direttamente sui sedimenti marini. «Purtroppo un tempo la legge lo permetteva - rileva l’assessore - ma è inutile fermarci al passato, ora ci occupiamo dell’analisi e di studiare un piano valido». Accertamenti e progetti di intervento, dunque, per poi passare alle bonifiche o a una “tombatura” del sito con il cemento. «Questa potrebbe essere in effetti una soluzione - commenta Polli -, perché permette di isolare l’inquinamento in modo permanente e rendere disponibile la zona ad altri usi. Faccio notare che in Italia interi moli portuali sono stati costruiti così». Ma servono fondi, naturalmente. L’Autorità portuale ha quantificato in 27 milioni di euro la spesa per eventuali bonifiche, nel caso il Comune optasse per questa ipotesi. «Ventisette milioni di euro? Non so se è una cifra corretta - ribatte l’esponente della giunta Dipiazza - perché se prima non si studia l’area e il livello delle contaminazioni non è possibile fare una stima. Non abbiamo idea di quanto costi il tutto. Comunque - precisa - l’intenzione dell’amministrazione comunale è di andare a Roma, al ministero dell'Ambiente, e concordare un percorso. È lì, in quella sede, che domanderemo di accedere ai finanziamenti previsti per fronteggiare l’inquinamento del Sin (Sito di interesse nazionale, ndr), visto che è lì che si trova la discarica. Con le risorse, che chiederemo anche alla Regione, sarà possibile avviare le caratterizzazioni, valutare la pericolosità ambientale e decidere se procedere con le bonifiche o la tombatura. Perché, ripeto, potrebbe darsi che quei rifiuti non debbano essere rimossi. Oggi vige il principio di chi inquina paga, ma le norme - puntualizza ancora Polli - allora permettevano di realizzare una discarica così». Ma il Comune ha anche il compito di inviare tutta la documentazione della struttura alla Provincia (o direttamente alla Regione, che sta assumendo le competenze dell’ente), vale a dire il progetto e le relazioni su come è stata gestita l’area nel corso dei decenni. E, come avvertiva lo stesso dossier, pure «fatti riguardanti eventuali episodi di conferimento illecito di materiali». Riuscirà il Comune a risalire a tutto? «Stiamo approfondendo - sottolinea l’assessore -, cerchiamo di affrontare il problema con un sano buon senso». L’Autorità portuale, proprietaria dell’area, non intende dichiarare guerra: «La cosa importante è collaborare - afferma il presidente Zeno D’Agostino - Al di là delle responsabilità, l’obiettivo è giungere a una soluzione. Comunque il coordinamento che il ministero ci sta fornendo serve anche a trovare i finanziamenti per un intervento che costa molto».

Gianpaolo Sarti

 

 

Il tavolo romano stempera il clima, ma il futuro di Servola resta sospeso - L’INCONTRO AL MINISTERO CHIESTO DAI SINDACATI
Un incontro “interlocutorio”, come riconoscono un po’ tutti, che però non scioglie il nodo di fondo: che ne sarà del futuro della Ferriera a Trieste? L’interrogativo, alla fine del faccia faccia di ieri mattina al ministero dello Sviluppo economico, sollecitato dai sindacati, resta sospeso. Il quesito si gioca attorno al destino dell’area a caldo che il Comune, in guerra aperta contro Arvedi, vorrebbe chiudere. L’industriale, davanti a tanta ostilità, poco più di un mese fa aveva minacciato di lasciare. Di qui la necessità del tavolo al Mise. I toni, par di capire, stavolta sono più distesi da entrambe le sponde. La società, come precisava una nota diramata in serata, non ha potuto che mettere l’accento «sugli impegni assunti con l’Accordo di programma». Tradotto: il percorso di risanamento impiantistico, di messa in sicurezza del sito e di reindustrializzazione. «Dal momento della firma dell’Accordo a oggi sono stati incrementati i livelli occupazionali e lo stabilimento sta producendo nel pieno rispetto di tutti i parametri ambientali disposti dall’Aia - rileva Siderurgica Triestina - come confermato dai dati pubblici che riguardano Pm10, benzo(a)pirene e deposizioni». Detto questo l’impresa conferma «la preoccupazione» già espressa da Giovanni Arvedi, presidente del gruppo, nella riunione dello scorso 12 gennaio. «In seguito agli atti e alle dichiarazioni orientate alla chiusura dell’area a caldo da parte del Comune, cui il gruppo riconosce il massimo rispetto da sempre garantito alle istituzioni, l’azienda non è oggi in grado di poter pianificare le proprie azioni future, che necessitano un quadro di lunga durata». È il terreno della contesa. Siderurgica Triestina, comunque, condivide «la sensibilità manifestata dal Comune per il rispetto dei quadri autorizzativi e prescrittivi» e accoglie «con estremo favore» l’annuncio della Regione sul prossimo coinvolgimento dell’Istituto superiore della sanità». L'impresa, inoltre, è pronta «ad adempiere alla richiesta di ridefinizione del progetto di copertura dei parchi minerali, qualora la Conferenza dei servizi ne faccia richiesta». La società, infine, sollecita un chiarimento definitivo affinché «l'azienda possa operare in condizioni più serene e per poter intraprendere con maggiore certezza le sfide legate al piano industriale». La Regione, per voce dell’assessore al Lavoro Loredana Panariti, dal canto suo ha ricordato la disponibilità dell’Arpa ad accogliere il suggerimento del Comune di posizionare un nuovo deposimetro per la misurazione delle polveri in un’area vicina all'impianto. La richiesta di revisione dell’Aia, avanzata dalla giunta Dipiazza, verrà invece «valutata dai tecnici competenti». Il fronte sindacale resta sul chi va là. «L’incertezza sull’area a caldo rimane», hanno evidenziato Cristian Prella (Failms) e Umberto Salvaneschi Fim-Cisl. Con loro Antonio Rodà (Uilm), convinto che «il botta e risposta tra Comune e Arvedi non porterà a nulla». La giunta Dipiazza, rappresentata ieri al tavolo dall’assessore Angela Bandi, ribadisce la linea: «Più che la chiusura dell’area a caldo a noi importa la tutela della salute delle persone. Se ciò non avviene si devono trarre le conclusioni».

(g.s.)

 

 

M'ILLUMINO DI MENO - Anche Trieste condivide la campagna anti-spreco - Domani niente illuminazione su facciata e scalinata dell’Università tra le 18 e le 19.30
In tutta la regione iniziative per la produzione di energia pulita e riciclo dei rifiuti
Spegnere le luci e condividere. Condividere l'auto, la cucina, la lavatrice, oppure un libro o un giornale, la rete, un sapere, la casa, lo sport, i vestiti, i giocattoli. Il tempo, lo spazio e il silenzio. Praticamente, qualsiasi cosa, basta pensarci. Ed è proprio questo, condividere per sprecare di meno, l'obiettivo della campagna 2017 "M'illumino di meno", la manifestazione promossa dagli ideatori del programma di Rai Radiodue "Caterpillar", giunta quest’anno alla tredicesima edizione, alla quale aderirà, tra le centinaia di comuni italiani, anche Trieste. Domani il capoluogo regionale è tra le città che resteranno al buio per lanciare in primis un messaggio anti spreco. Piazza Unità si aggiunge a tanti altri luoghi storici del Bel Paese: il Campidoglio, il Senato, Montecitorio e il Quirinale a Roma, passando per la Mole Antonelliana a Torino e il Maschio Angioino a Napoli. In Fvg Regione, Comune e università hanno già confermato l'adesione - l'ateneo triestino spegnerà nel campus di piazzale Europa-Edificio A, l'illuminazione della facciata e della scalinata dalle 18 alle 19.30 -, ma la conferma è arrivata anche da molte associazioni, musei, privati e istituti scolastici. Anche quest’anno l'invito è quello di concentrare in una giornata tutte le azioni virtuose per una razionalizzazione dei consumi, sperimentando in prima persona le buone pratiche di riduzione degli sprechi, produzione di energia pulita, contenimento dei rifiuti - grazie alla raccolta differenziata, riciclo e riuso - ma soprattutto sul fronte della mobilità, promuovendo l’uso della bicicletta e di tutti i mezzi a basso impatto energetico come simbolo di pace e di rispetto per l’ambiente. Tenere spente le luci e usare bici, car sharing, mezzi pubblici o concedersi una bella passeggiata a piedi dovranno essere lo stimolo con il quale affrontare la giornata sin dal primo mattino, con il proposito di ridurre quelle invisibili tonnellate di anidride carbonica che ogni giorno produciamo nel pianeta. Ma lo slogan di quest'anno aggiunge anche un altro ottimo proposito, quello di "condiVivere", ovvero «spegniamo le luci e accendiamo l'energia della condivisione». Si potrà così offrire un passaggio in auto ai colleghi, organizzare una cena collettiva, aprire la propria rete wireless ai vicini. Ma anche trasmettendo conoscenze e attività, condividendo lo sport, il tempo libero e qualche momento in compagni. Tra le associazioni che aderiranno la lista è lunga: Uisp Trieste, Lega Navale Italiana – Sezione di Trieste, associazione di cicloturisti e ciclisti urbani Ulisse Fiab, Caritas di Trieste, Oltre quella Sedia, Società Adriatica di Speleologia, mentre accanto alle istituzioni già precedentemente indicate - Comune, Regione, università - ci sarà anche l'Agenzia Turismo Friuli Venezia Giulia. Anche il mondo dei saperi parteciperà alla giornata, con il museo speleologico Speleovivarium Erwin Pichl e il Science Centre Immaginario Scientifico, mentre tra i privati hanno accettato di unirsi alla manifestazione Simulware srl, Trieste LaBora e Radio Fragola. Ma se la riduzione dei consumi e il contenimento degli sprechi è una bella abitudine che sempre più persone dovrebbero adottare, ecco che occorrerebbe apprenderla sin dalla tenera età. E così l'asilo nido "la mongolfiera" ha deciso di prendere parte alla campagna, accanto al liceo Galilei che aderirà all'iniziativa per l'intera giornata.

GIULIA ZANELLO

 

Meno “veleni” spegnendo la luce - Domani due ore di buio sono un invito alla razionalizzazione dei consumi, ma anche alla fantasia
TRIESTE - Domani, per il tredicesimo anno consecutivo, molte città si spegneranno per “M'illumino di meno”, la campagna inventata da Caterpillar, il programma di Rai Radio2 condotto da Massimo Cirri e Sara Zambotti. Hanno già aderito centinaia di Comuni. Dalle 18 alle 20 resteranno al buio il Quirinale e Montecitorio, Palazzo Madama e il Parlamento europeo a Strasburgo, il Palazzo Reale a Milano e Piazza Stradivari a Cremona, quasi tutti i monumenti di Napoli e il cuore di Assisi. Perfino la Trump Tower spegnerà almeno un piano. Spegnere le luci è prima di tutto un messaggio anti spreco. Le immagini notturne del pianeta, da satellite, rivelano una chiazza abbagliante che copre l'Europa, l'America (con l'eccezione dell'Amazzonia) e buona parte dell'Asia. Dietro quel chiarore diffuso ci sono milioni di invisibili tonnellate di CO2 che s'innalzano al cielo: un inquinamento che potrebbe essere drasticamente ridotto utilizzando fonti di energia pulita ed evitando gli usi dissennati, gli eccessi, le lampade che sparano la luce verso l'alto invece di dirigerla in modo utile. Due ore di buio sono un invito alla razionalizzazione dei consumi, ma anche alla fantasia. «Molti hanno scoperto il piacere di svolgere le loro attività in modo diverso: fanno allenamenti di karate e di scherma, o lunghe passeggiate al buio», ha spiegato Massimo Cirri. La festa energetica include il mondo della scuola: in molte classi si proporrà di inventare un supereroe del risparmio energetico e affidargli imprese dall'esito sorprendente. Oltre all'allenamento dei sensi “M'illumino di meno” quest'anno sarà l'occasione per allenare il rapporto con gli altri. La proposta è: spegniamo le luci e accendiamo l'energia della condivisione. É l'invito a "condiVivere: dando un passaggio in auto ai colleghi, organizzando una cena collettiva, aprendo la propria rete wireless ai vicini. Si può condividere un saper fare: t'appendo quel quadro, t'insegno lo spagnolo, ti riparo la gomma della bicicletta. Si può condividere lo sport: correre insieme, pedalare, nuotare e sudare. Si può condividere un telescopio e guardare le stelle che con le luci spente sono più belle". La giornata in cui si gioca con il risparmio energetico potrebbe diventare un appuntamento istituzionale. Mercoledì verrà presentata una proposta di legge per trasformare l'iniziativa in una Giornata nazionale del risparmio energetico. «La Commissione europea ha dato il via alla seconda fase della procedura d'infrazione contro l'Italia e altri Paesi dell'Unione per l'inquinamento da biossido d'azoto», spiega Chiara Braga, responsabile ambiente del Pd e cofirmataria dell'iniziativa. «Per affrontare e risolvere il problema ci vogliono politiche di gestione della mobilità e dell'efficienza degli edifici, ma anche comportamenti quotidiani più responsabili: i cittadini vanno informati e sensibilizzati».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 22 febbraio 2017

 

 

Una collina di rifiuti pericolosi - Indagini del Noe su via Errera - Dossier passato alla Regione dopo l’addio all’ente di palazzo Galatti Mai inviati dal municipio i documenti richiesti
Eccola là, dimenticata in un angolo di zona industriale. Ma ora ritorna, come un parente antipatico che non si vedeva da tempo e si presenta all’improvviso alla porta. Come la polvere nascosta per anni sotto il tappeto. Arriva il momento che spunta fuori. Trieste prima o poi doveva fare i conti con l’ex discarica di via Errera, costruita dal Comune negli anni Ottanta e poi lasciata a se stessa. Una collina in cui è finito di tutto. Rifiuti di ogni genere, anche pericolosi. E idrocarburi, scivolati in mare nello specchio d’acqua del Canale navigabile. Lentamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Un disastro ecologico che adesso presenta il conto. C’è un dossier di nove pagine preparato dalla Provincia, passato alle competenze della Regione, e su cui sono stati allertati i Carabinieri del Noe. Il documento punta il dito proprio sul Comune, ritenuto colpevole di ciò che oggi è quella discarica: nessuna amministrazione si è mai occupata di metterla in sicurezza. E l’attuale giunta Dipiazza, viene precisato, non starebbe collaborando per intervenire. Di più. C’è pure una somma per le bonifiche necessarie per salvare il salvabile, stimata dall’Autorità portuale: 27 milioni di euro. Un decimo del bilancio municipale. Ma siamo ancora a uno stadio nebuloso della vicenda per stabilire chi pagherà e quando: l’Authority è proprietaria del terreno, ma non responsabile dell’inquinamento. Il Comune invece è responsabile ma non proprietario. Si preannuncia un gioco al rimpallo? Per capire di cosa si sta davvero parlando occorre non solo analizzare a fondo quel dossier, ma anche guardare da vicino lo scempio ambientale di cui pochi hanno memoria. La discarica, autorizzata dalla Regione Fvg dall’84 all’87 in base alle norme vigenti allora “per lo scarico di solidi inerti”, è in fondo a via Errera a pochi metri dal termovalorizzatore. È in un’enorme campagna che si intravede dalla superstrada, circondata da una rete arancione, ormai crollata in più punti. Qui, a partire dall’84, hanno depositato roba edile e industriale: resti di demolizioni e scavi, scorie prodotte dall’inceneritore. Pneumatici, plastica e legname. Una quantità di monnezza che nel tempo è diventata un tutt’uno col suolo. Si cammina tra la sterpaglia e i rovi cresciuti sulla spazzatura. Il piede affonda spesso nella melma. Fango misto alla morchia sversata senza troppi complimenti quando le leggi lo permettevano. In effetti il decreto regionale 426 del 24 agosto 1983 concede al Comune di disfarsi dei materiali “solidi inerti” pure in acqua, ma con l’avvertimento che «l’avanzamento a mare sarebbe dovuto avvenire con una barriera capace di impedirne l’inquinamento». Spallucce. Siamo nell’89 quando il Comune comunica alla Regione la conclusione dell’attività di discarica, avvenuta già due anni prima. Il municipio domanda però di mantenere la concessione «in attesa di terminare i lavori di protezione a mare». Mai fatti: la struttura viene chiusa proprio nell’87 ma, precisa il dossier, «senza realizzare alcunché». La discarica, tira le somme il documento della Provincia, è stata quindi costruita «scaricando rifiuti direttamente sui sedimenti marini». Oggi, più che il lungomare triestino, quel lembo di costa ricorda le peggiori periferie del Terzo mondo. Una brodaglia nerastra di copertoni, barili, tubi e piloni di cemento armato. Dove si interrompe la collinetta, sulla riva, sul terrapieno, si scorge tutta la spazzatura accumulata negli anni. Cavi, bidoni e pezzi di asfalto inzuppati nella fanghiglia uno sopra l’altro. Come una torta a strati che Madre Natura si sta pian piano divorando. Adesso i nodi vengono al pettine. Vecchi e nuovi. Perché la vergogna di via Errera sta scrivendo una pagina inedita. Lo dice proprio il dossier, visto che qualcuno negli ultimi due anni ha cominciato a infilare il naso su quanto accaduto. È la Conferenza dei Servizi ministeriale che con istruttoria dell’aprile scorso ha dato mandato alla Provincia di trovare chi dovrà rispondere della contaminazione. Dal momento che la discarica sta all’interno del Sin, il sito inquinato di zona industriale, vige l’accordo di programma del 2012, secondo cui le opere di analisi (caratterizzazioni) e le bonifiche sono a carico dei soggetti che hanno determinato l’inquinamento. Una bomba: è il Comune di Trieste, come accusa il dossier, cioè l’ente a cui era stata affidata la discarica. La Provincia, incaricata a indagare, si è mossa avanti. E il 16 maggio scorso, negli ultimi scampoli della giunta Cosolini, ha sollecitato il municipio a fornire tutta la documentazione del caso: il progetto e la gestione dell’area. Non solo. Anche «fatti riguardanti eventuali episodi di conferimento illecito di materiali». Un passaggio delicato. La stessa richiesta è stata inoltrata all’Autorità portuale (che si è dichiarata «non responsabile» di alcunché, ndr), a Regione Fvg, Arpa e Asuits. Un mese dopo il Comune domanda una proroga per preparare il faldone. La Provincia concede 60 giorni in più, precisando che «alla scadenza del termine le indagini sarebbero state chiuse, dando corso agli atti conseguenti previsti dalla norma di settore». Siamo ormai in piena giunta Dipiazza e il Comune, denuncia il dossier, «non ha fornito elementi utili all’istruttoria». Nel terreno e nella falda, intanto, sono stati rinvenuti metalli e idrocarburi pesanti. Benzopirene. Diossine. Tutti i campioni sono ritenuti «rifiuti speciali pericolosi».

di Gianpaolo Sarti

 

Ma c’è chi va a pescare in mezzo alle scorie
Sversamenti a mare a poche decine di metri in linea d’aria, rifiuti di ogni tipo lungo la costa, terra mista a cavi e detriti pericolosi direttamente a contatto con l’acqua. E di fronte a tutto questo la gente cosa fa? Pesca. Già, il Canale navigabile della zona industriale spesso ospita più di qualche pescatore delle domenica, con canna e cestello. Gli irriducibili di canne e lenze, incuranti dei problemi di contaminazione ambientale, gettano l’amo lì, come se fossero a Barcola. «Effettivamente mi hanno detto che c’è pure chi si mette perfino nella zona dell’oleodotto, dove il sedimento è fortemente inquinato - conferma l’ex presidente di Legambiente di Trieste e del Friuli Venezia Giulia Lino Santoro -. Ci sono persone che vanno in quella zona di notte, stranamente nessuno le vede. C’è da domandarsi dove va a finire il pesce. Entra nel giro del commercio? Viene venduto sui banchi delle pescherie? Lo mangiamo? Speriamo proprio di no - conclude l’ex responsabile dell’associazione ambientalista - ma, a essere sincero, qualche dubbio sul destino di quel pesce mi è effettivamente venuto». La presenza di pescatori è stata notata anche dagli operai che lavorano nelle aziende che si trovano nei paraggi: talvolta scavalcano i punti recintati e si siedono sui pontili. È accaduto, ad esempio, nello specchio d’acqua lungo il terminale portuale di Italcementi, a poche decine di metri dal termovalorizzatore e dal depuratore.

(g.s.)

 

"Un vero disastro ignorato per anni" L’ambientalista Santoro: «I nostri allarmi sono caduti colpevolmente nel vuoto»

LE AZIONI DA ATTUARE - Sono possibili interventi precisi con fondi europei e nazionali
«Già, un vero disastro, non ci sono mezze parole». Lino Santoro, uno dei fondatori di Legambiente a Trieste, per anni alla guida dell'associazione, conosce a fondo la questione del deposito di via Errera. «Mi ricordo bene di quella discarica, nessuno ha mai fatto nulla per anni». Santoro, Legambiente in passato aveva denunciato pubblicamente il problema, cosa è successo? Avevamo anche manifestato lì, in via Errera, era la fine anni Ottanta credo. Poi nel tempo l'area è stata abbandonata a se stessa. Era una classica discarica, dove una volta si buttava di tutto. Con l'andare del tempo la pioggia e le infiltrazioni d'acqua nel terreno portano gli idrocarburi sotto. Questo accade anche in Carso nelle grotte inquinate. In via Errera dovevano fare una barriera a mare per evitare che l'acqua piovana a le falde trascinassero le sostanze inquinanti nell'acqua. Visto che quella era una discarica di rifiuti all'interno del Sito inquinato di Trieste, le soluzioni potevano essere due: o si tombava tutto, quindi cementificando l'area, o si procedeva con lo svuotamento e la bonifica. Non mi risulta si sia fatto alcunché. Come si potrebbe agire ora? Ci sono dei finanziamenti nazionali ed europei per attivare interventi precisi, ad esempio per il prelievo dell'acqua inquinata, il trattamento e il riversamento in mare. Ma lì ci sono anche rifiuti, che vanno portati via. La zona deve essere messa in sicurezza, altrimenti la falda che passa all'interno della discarica continua a finire in mare. I documenti scrivono che l'inquinante è degradato nel mare; anzi, più precisamente che «la discarica è stata realizzata scaricando rifiuti direttamente sui sedimenti marini senza alcuna opera di protezione». Questo cosa comporta dal punto di vista puramente ambientale? Beh, significa che nel mare abbiamo acqua inquinata e quindi tutta la catena alimentare ne risente, dai microrganismi marini al pesce. È un disastro. E qualcuno in quella zona del Canale navigabile va pure a pescare, come noto. Perché nessuno è mai intervenuto per la bonifica dell’ex discarica? Perché viviamo in Paese diciamo un po’ particolare, dove i soldi non vengono utilizzati in modo corretto. Evidentemente conviene muoversi in un altro modo. Quale? Trascinare tutto nel tempo con la scusa delle caratterizzazioni, cioè dello studio dei livelli di inquinamento sui vari strati di terreno. Durano anni, perché ci sono soldi di mezzo. Ricordiamo cosa è successo nella Laguna di Marano e Grado, con gli esiti giudiziari della vicenda.

(g.s.)

 

Materiali e residui sparsi su 500 ettari - Acqua torbida nel tratto dallo Scalo Legnami al Rio Ospo che include anche l’ex Esso a Zaule e l’ex Aquila a Muggia
Forse non servono grandi esperti per rendersi conto di cos’è quella parte di lungomare che va da Scalo Legnami a Rio Ospo. Acqua torbida, a tratti oleosa. Tra piccole spiagge e banchine per lo scarico delle merci, si intravedono pezzi di lamiera, taniche e copertoni di auto e camion. Un inquinamento di proporzioni mai quantificate davvero che racconta la storia industriale di Trieste, dove sono state autorizzate discariche un tempo pienamente legali. La costa in buona sostanza coincide con la planimetria ufficiale del Sin, il Sito di interesse nazionale, giudicato inquinato e quindi soggetto a studi e bonifiche. Questione annosa e che blocca lo sviluppo imprenditoriale della città. Si parla di 500 ettari di terreno dove sono insediate decine di imprese e altri 1.200 a mare in cui rientra a pieno titolo pure il Canale Navigabile. È la linea di mare appunto, evidentemente contaminata. A cominciare dalla superficie occupata dalla Ferriera, come noto, oggetto di interventi di risanamento e progetti per impedire lo sversamento dei materiali. Nel novero rientra soprattutto l’area dell’ex Esso, vicino a Zaule, secondo alcuni il punto peggiore in assoluto nel Nord Adriatico. L’area è stata sede di attività di raffinazione del greggio dal 1895 al 1967; successivamente è stata affiancata pure la raffinazione di oli lubrificanti. Nel ’69 il sito è stato adibito a deposito costiero della Esso Standard Italiana spa, rimasto all’opera fino al ’79. Durante tutto quel periodo varie aree demaniali del litorale sono state impiegate per l’accumulo di residui delle lavorazioni (olii, morchie e fanghi bituminosi). Il tratto è stato restituito al demanio nel 1982 senza alcuna bonifica. Studi, in quel punto, non sono mancati: nel suolo e in acqua in passato e a diverse riprese è stata accertata la presenza di residui catraminosi, idrocarburi, ceneri da inceneritore, metalli pesanti (mercurio, cadmio, piombo e nichel), compreso l’amianto. Per non parlare della zona ex Aquila a Muggia che un tempo ospitava una raffineria. Una parte è stata acquistata dalla Teseco che punta alla bonifica. La stessa ex discarica di via Errera, il grande problema che si sta riaffacciando ora, giace nel perimetro del Sin, all’interno del “Comparto Grandi Operatori”, come definito nell’accordo di programma del 25 maggio 2012. L’area ricade proprio tra i punti “presuntivamente” inquinati dagli enti pubblici. Già, enti pubblici, perché è stata proprio la Regione Friuli Venezia Giulia, con decreto n. 426 del 24 agosto 1983, ad autorizzare il Comune di Trieste allo scarico di materiali solidi inerti nello specchio acqueo tra il Canale Navigabile di Zaule e via Errera, ai sensi delle normative vigenti in quel periodo (legge regionale del 13 luglio 1981, articolo 15). La gestione della discarica è stata concessa sempre dalla Regione Fvg con decreto del 19 ottobre 1983. È ubicata proprio a valle dell’ex Esso e a Ovest del terrapieno realizzato a partire dagli anni ’40 e fino alla fine degli anni ’70 in tutta l’area della sponda Nord del Canale. Un pezzo di terra messo su con le macerie dei bombardamenti e con il parziale sbancamento del Monte San Pantaleone, nonché con i rifiuti provenienti da altre discariche comunali.

(g.s.)

 

 

L’ente camerale difende il Parco del mare su Facebook
La Camera di commercio della Venezia Giulia ha attivato una pagina Facebook dedicata al Parco del Mare di Trieste. L'iniziativa ha lo scopo di informare la cittadinanza sulle azioni in corso per realizzare il progetto, considerato «occasione di sviluppo economico del territorio». Nella pagina Facebook, denominata “Parco del Mare di Trieste-Trieste Sea Park”, è anche riportata una sintetica cronistoria. Spazio è destinato inoltre al dibattito in corso con la cittadinanza e in particolare alla “petizione comitato La Lanterna su Change.org: controdeduzioni e richiesta rimozione”: ci sono in quel documento «affermazioni - sostiene il presidente camerale, Antonio Paoletti - che non corrispondono alla realtà proprio perché il concept del progetto non è mai stato presentato». Paoletti annuncia che «la Camera di commercio sta lavorando ad una presentazione pubblica alla città del concept progettuale del Parco del Mare di Trieste che verrà fatta a primavera». Nella sezione è spiegato anche che l'impianto «non oscurerebbe un monumento storico ottocentesco», che la costruzione «non sarà pressoché visibile dalle rive» ma «solo da metà Molo Audace verso mare, ad una distanza ormai di quasi un chilometro!» e che «non sarebbe visibile nemmeno dalla Sacchetta in quanto «coperto quasi totalmente dagli edifici già esistenti attorno alla Lanterna». Infine, il Parco «non arrecherà nessun disturbo al bagno storico Pedocin» né ci saranno problemi in merito «alla stabilità dell'Acquario su terreno di riporto, e la costruzione sarà su micropali di lunghezza circa 40 metri, ovviamente come, ad esempio, la Stazione Marittima, la Piscina Terapeutica o altri edifici in zona». Secondo il cronoprogramma camerale, la realizzazione, prevista nell’area ex Cartubi sotto la Lanterna e di fianco al Pedocin, richiede un investimento pubblico-privato di oltre 40 milioni di euro.

 

Il centrosinistra “blinda” la Tripcovich - Fronte compatto di Pd e alleati per opporsi all’abbattimento. Sollecitata la ricerca di nuovi fondi per pagare il restyling
Sala Tripcovich giù, Sala Tripcovich su. L’ex stazione delle autocorriere, disegnata dall’architetto Umberto Nordio e costruita nel 1936, torna al centro del dibattito politico. L’opposizione di centrosinistra ha infatti presentato nei giorni scorsi una mozione (firmata in testa dall’ex sindaco Roberto Cosolini) che si oppone al “piccone risanatore” ritirato fuori per la seconda volta dal sindaco Roberto Dipiazza. “Salvaguardia e (addirittura) rilancio della Sala Tripcovich” è il titolo della mozione che vede il gruppo del Pd, capitanato da Fabiana Martini, schierato assieme all’ex presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat (Insieme per Trieste) e a Roberto de Gioia (Verdi-Psi). L’iniziativa si oppone all’idea della demolizione che starebbe dietro la chiusura urgente (per motivi di sicurezza e agibilità) decisa dal sindaco il 7 febbraio di concerto con il sovrintendente del Verdi Stefano Pace: la Sala Tripcovich fa parte infatti del patrimonio del teatro lirico. Nella Sala Tripcovich si è concluso a fine gennaio il più importante festival cinematografico della città (Trieste Film Festival) che ha ospitato (in una struttura quindi “pericolosa”) Monica Bellucci (premiata con l’Eastern Star Award 2017) e il regista Marco Bellocchio. «Quando c’era quella bellissima attrice non mi sono presentato, perché mi vergognavo come sindaco» ha fatto sapere a TeleQuattro Dipiazza, che è anche presidente della Fondazione del Teatro lirico Giuseppe Verdi. Quale futuro per la Tripcovich? Il primo cittadino non ha mai fatto mistero di vedere quella sala, regalata alla città dal barone Raffaello de Banfield, un ingombro per piazza Libertà e un intralcio all’ingresso monumentale in Porto vecchio. Nella mozione l’ex sindaco Cosolini con tutto il centrosinistra eleva, invece, un elogio dell’ex stazione delle autocorriere riconvertita in teatro nel 1994. «La Sala - si evidenzia nella mozione - ha avuto un ruolo essenziale per il settore culturale cittadino e regionale nel corso degli anni, passando da soluzione provvisoria per ospitare spettacoli del Teatro Verdi e del Rossetti, durante i periodi delle rispettive ristrutturazioni, a luogo ideale per iniziative di spettacolo di grande richiamo al di fuori del sistema teatrale cittadino, a sede principale di due festival cinematografici di livello internazionale e a sede per le iniziative di prestigio come il Conservatorio Tartini e la Chamber Music». Una sala unica «per ampiezza della platea, metratura del palco e acustica». Per questo la mozione manifesta «la contrarietà di demolizione della Sala, fatta salva la preventiva identificazione di una sede alternativa». E quindi vorrebbe impegnare il sindaco e la giunta «a verificare, congiuntamente al sovrintendente del Teatro Verdi, anche tramite il coinvolgimento di privati, la possibilità di reperire i finanziamenti adeguati a supportare eventuali costi che di rendessero necessari per mantenere l’agibilità della sala». Inoltre chiede di convocare «un tavolo con i principali soggetti utilizzatori passati e potenziali della Sala Tripcovich per valutarne le loro esigenze ed una loro eventuale disponibilità a farsi carico della gestione della sala e comunque a rilanciare un progetto per un maggior utilizzo della stessa». Giù le mani dalla Tripcovich, insomma.

Fabio Dorigo

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 21 febbraio 2017

 

 

Giù alberi e siepi per liberare la scuola ostaggio dei cinghiali - Al via i lavori all’istituto comprensivo di via Commerciale - L’intervento durerà due settimane e costerà 45mila euro
È un po’ come decidersi a dare una bella accorciata ai capelli d’un bimbo che frequenta una classe infestata dai pidocchi, a titolo giustamente preventivo. È un po’ come, certo, ma non è proprio così, perché qui il rischio è ben più serio del doversi semmai grattare la testa o del disgusto dato dal ritrovarsi al caso un minuscolo parassita sul cuscino fresco di bucato. Per scongiurare ogni eventuale incidente, qualsiasi imprevisto peggiore degli avvistamenti di cinghiali denunciati finora nei paraggi, il Comune - anche in risposta alle sollecitazioni giunte da insegnanti e genitori - scende ufficialmente in campo con tecnici, manovali, motoseghe, falciatrici e rastrelli per “rasare” la vegetazione incolta che oggi circonda il comprensorio scolastico di via Commerciale sotto Campo Cologna e che rappresenta certamente una delle concause principali delle allarmanti “incursioni” dei bestioni selvatici nel comprensorio stesso. Costo dell’operazione - che partirà in questi giorni e che prevede pure la sistemazione della recinzione nei punti in cui, proprio grazie alla pulizia del verde, sarà nuovamente possibile localizzare i “buchi” da dove trovano un facile accesso gli animali - circa 45mila euro, reperiti negli assestamenti del bilancio 2016. Non proprio bruscandoli. Ma la sicurezza con la “S” maiuscola, specie quando ci sono di mezzo i bambini - e si sa quanto pericolose possono rivelarsi le scorribande dei cinghiali e soprattutto le loro successive fughe tra le persone in preda alla paura - non ha prezzo. Ad annunciare l’intervento è il ticket rosa, oramai collaudato quando si tratta di mettere mano alle scuole, costituito dagli assessori ai Lavori pubblici e all’Educazione Elisa Lodi e Angela Brandi, che ieri hanno fatto diffondere all’Ufficio stampa del Comune un comunicato in cui informano appunto che al sopralluogo urgente compiuto in loco esattamente due settimane fa, il 6 febbraio - dopo che poche ore prima la Forestale aveva dovuto abbattere tre esemplari da mezzo quintale dentro il recinto - ora segue finalmente l’attesissimo intervento di messa in sicurezza della cintura verde attorno al polo che ospita l’elementare Longo, la materna Tomizza e il nido comunale Verdenido. «Questa settimana inizieranno le operazioni di sfoltimento di tutta una fascia di circa due o tre metri lungo tutto il perimetro del comprensorio scolastico», così Lodi e Brandi nella nota stampa. L’intervento - che dovrebbe durare una quindicina di giorni - si concretizzerà in «un sensibile sfoltimento» tra «sottobosco» e «rampicanti» sulla «recinzione», nonché nella «potatura» delle «alberature che invadono le sedi stradali delle vie che circondano il comprensorio». E «sarà poi sostituta la recinzione dove mancante o insufficiente e sarà garantito un accesso agibile lungo tutto il perimetro per rendere possibili e meno costose le future manutenzioni». A proposito quindi della «grande superficie verde di pertinenza, molta parte di essa lasciata a bosco spontaneo, specialmente quella lungo il perimetro», la giunta Dipiazza non manca neanche in questa occasione di prendere - almeno a quanto è lasciato intendere - le distanze da quella che l’ha preceduta: «Negli anni passati - recita in effetti la nota di Lodi e Brandi - sono stati ridotti gli interventi di manutenzione ordinaria sul verde in genere dei comprensori scolastici e in particolare di quelli di dimensioni come quello di via Commerciale, limitando gli interventi alle zone realmente fruite dall’utenza scolastica. Tutto ciò, oltre ad aver fatto raggiungere il limite relativo possibile per ragioni di sicurezza e stabilità della situazione di molte alberature lungo il perimetro che interferiscono con la viabilità circostante, ha anche favorito il fenomeno dello stazionamento di cinghiali nell’ormai fitto sottobosco che si è naturalmente creato in ampie zone del comprensorio».

Piero Rauber

 

Insegnanti e famiglie in allarme da settembre - Abbattuti di recente dai forestali tre esemplari - il caso
Insegnanti e famiglie convivono da settembre con l’ansia cinghiali in zona, alimentata da avvistamenti a “intermittenza”. Ma la situazione si è fatta insostenibile tra fine gennaio e inizio febbraio, quando un sabato la Forestale è dovuta intervenire per abbattere un gruppo di quattro esemplari da 50 chili, di cui uno è riuscito a fuggire. La dirigente scolastica Tiziana Farci ha allertato ovviamente anche il Comune - e lo stesso Roberto Dipiazza (nella foto) si è fatto un giro per verificare di persona l’andazzo - e ha preso una serie di provvedimenti precauzionali come la chiusura degli accessi al giardino e alla scuola più vicini al capolinea della 28, i più critici, limitando i passaggi al solo ingresso principale.

(pi.ra.)

 

 

 

 

eHABITAT.it - LUNEDI', 20 febbraio 2017

 

 

Aree naturali terrestri: quasi un decimo distrutto negli ultimi 20 anni

Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Current Biology, un decimo delle aree naturali terrestri è andato perduto dai primi anni ’90 ad oggi. E senza una decisa inversione di tendenza, potrebbero non esisterne più entro il 2100.
I ricercatori hanno scoperto infatti che un territorio pari al doppio della superficie dell’Alaska è stato distrutto da attività umane quali la conversione dei terreni ad uso agricolo, da attività di tipo industriale e dallo sviluppo di nuove infrastrutture. Sono andati perduti 3.3 milioni di chilometri quadrati, che equivalgono a poco meno del 10% del totale delle aree naturali terrestri. Le perdite più consistenti sono state registrate in Sud America (-29.6%) e Africa (-14%). Secondo i ricercatori, attualmente le aree che permangono intatte ammontano al 23.2% della superficie terrestre globale, pari a 30.1 milioni di chilometri quadrati.
«Nonostante le aree naturali siano fondamentali per la conservazione della biodiversità, per la regolazione dei microclimi locali e per il sostentamento di molte comunità locali emarginate politicamente ed economicamente, queste sono completamente ignorate a livello di politica ambientale» ha affermato il dott. James Watson dell’Università del Queensland in Australia, autore principale dello studio. «Senza politiche specifiche volte a proteggere queste aree, esse diventano vittime dello sviluppo diffuso. Ci rimangono probabilmente da uno a due decenni per modificare tutto ciò. Gli organi politici internazionali devono individuare le azioni necessarie per preservare le aree naturali esistenti, prima che sia troppo tardi».
La perdita su vasta scala delle aree naturali esistenti potrebbe avere conseguenze disastrose a livello di cambiamento climatico. Le foreste immagazzinano infatti grandi quantità di carbonio che, se rilasciate nell’atmosfera, potrebbero accelerare il processo di riscaldamento globale. Gli autori precisano che «evitare le emissioni proteggendo le aree naturali, in particolare quelle boreali e dell’Amazzonia, darebbe un contributo significativo alla stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di CO2».
Lo studio sostiene infatti che la distruzione delle foreste causata da attività industriali ed estrattive, dagli incendi provocati dall’uomo e dai rapidi cambiamenti climatici degli ultimi anni, potrebbe trasformare queste ultime da serbatoi benefici in grado di assorbire carbonio, a dannose fonti di emissione dello stesso. La perdita delle aree naturali, inoltre, minaccerebbe anche la sopravvivenza di molte specie animali inserite nella lista rossa delle specie in via di estinzione.
Lo studio avverte che la perdita delle aree naturali è irreversibile. Pertanto, debbono essere intraprese azioni immediate su larga scala per proteggerle dalle attività umane, al fine di assicurare che gli ecosistemi esistenti possano continuare ad esistere, garantendo il persistere di processi ecologici ed evolutivi essenziali, nonché il benessere stesso delle generazioni future.

ALESSANDRA VAROTTO

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 20 febbraio 2017

 

 

Restyling senza Canale in piazza Sant’Antonio - I Lavori pubblici inseriscono nel Piano delle opere la riqualificazione ma non terranno conto delle indicazioni sortite dal concorso di idee

Una questione di coerenza urbanistica. O meglio di estetica urbana. La piazza di Sant’Antonio non può restare così come è. Poichè tutt’attorno a essa fervono o ferveranno importanti lavori per riqualificare il Borgo Teresiano, non ha molto senso che la piazza, svaniti i sogni acquei della giunta precedente, non abbia la stessa qualità di quanto si sta facendo nelle adiacenze. Per ora è ancora sotto traccia, ma i Lavori Pubblici comunali vogliono iscrivere nel Piano triennale delle opere, di prossima edizione e strettamente connesso al bilancio 2017, la “redenzione” di uno spazio urbano trascurato in mezzo a uno degli scorci più belli e più fotografati della città. Piazza Sant’Antonio si estende da via San Spiridione alla scalinata della grande chiesa neoclassica e ospita le bancarelle di prodotti alimentari, che in precedenza stazionavano in piazza Ponterosso. L’orientamento comunale, che andrà verificato con il sindaco e con il settore finanziario, è quello di risistemare la piazza prescindendo dalla riapertura del Canale, idea che all’attuale amministrazione non garba per molteplici ragioni, a cominciare da quelle finanziarie. Quindi si tratterà di un’operazione con caratteristiche “terrestri”, da realizzare con progettualità interna agli uffici, sulla quale non incideranno le risultanze del concorso di idee, che si svolse un anno fa e che in aprile ebbe i tre premiati. La convinzione, maturata nei Lavori pubblici, si basa sul fatto che lavori per poco meno di 3 milioni di euro sono cantierati nei pressi della chiesa e della sua piazza. Oltre un milione per pavimentare le sponde del Canale tra le Rive e via Roma. Circa 900mila euro sono destinati a finanziare il secondo lotto delle opere per la sicurezza e le facciate della chiesa. Alla riqualificazione di via XXX Ottobre, tra Sant’Antonio e piazza Oberdan, provvederanno 800mila euro agganciati al piano Pisus: il cantiere avrebbe dovuto essere aperto già in gennaio, ma l’appalto è stato impugnato e il Tar deciderà l’8 marzo prossimo il ricorso contro l’aggiudicazione a Friulana Costruzioni. Senza dimenticare che il Municipio sta svuotando palazzo Carciotti: nel 2018 sarà messo all’asta per una possibile riconversione alberghiera. Da un ventaglio di interventi, che coinvolge una significativa porzione del Borgo Teresiano a integrare quanto già realizzato durante l’era cosoliniana sull’asse Ponterosso-via Trento-largo Panfili, rischiava di rimanere estranea la piazza dedicata al Santo lisbonese-padovano: da questa premessa si comprende meglio l’impegno dei Lavori pubblici a reinserire la piazza nell’agenda delle opere triennali. L’attuale sito venne ottenuto nella prima metà degli anni Trenta con l’interramento del Canale, riempito con l’escavo di Montuzza. In precedenza l’acqua arrivava ai piedi della scalinata della chiesa. Una certa aria di precarietà ha accompagnato questa superficie, sulla quale si affacciano i lati della Chiesa serbo-ortodossa e della fondazione Scaramangà, uno storico caffè come lo Stella Polare. Dietro sollecitazione di Andrea Dapretto, assessore ai Lavori pubblici della giunta Cosolini, a fine 2015 il Comune decise di lanciare un concorso di idee, finalizzato a ottenere spunti progettuali per ripensare piazza Sant’Antonio: tra l’altro veniva apertamente riconsiderato l’interramento del Canal Grande, tanto da vagheggiare il ritorno dell’acqua vicino alla chiesa. Un sondaggio del “Piccolo” vedeva prevalere di stretta misura i cittadini favorevoli all’allungamento del Canale. Il Comune mise in palio un montepremi di 15mila euro. Al concorso di idee parteciparono 69 proposte (una venne eliminata per ragioni procedurali). Una commissione, composta da cinque membri, esaminò i progetti. Al primo posto si classificò il “gruppo Sagrado” (Anzil, Zetoni, Modena, De Stefani), che si era ispirato a un lavoro firmato da Gigetta Tamaro. La seconda piazza venne attribuita all’architetto bolognese Paolo Chierici. Medaglia di bronzo al gruppo coordinato da Barbara Fornasir (Fausto Benussi, Rossella Gerbini, Franco Umeri) con la consulenza di Vittorio Sgarbi. L’intero “podio” aveva come filo conduttore progettuale un ampio ricorso all’acqua. Quell’acqua di cui il Dipiazza III intende fare a meno o ne vuole comunque ridimensionare la rilevanza.

Massimo Greco

 

Verde e strade per migliorare piazza Libertà
Strade e verde pubblico in piazza Libertà. All’avvicinarsi delle scadenze di bilancio, i Lavori Pubblici comunali redigono l’abituale elenco delle necessità operative, tra le quali si recupereranno gli interventi in piazza Libertà. Interventi che non dovrebbero comunque mutare l’attuale assetto dell’ampio spazio davanti alla Stazione centrale: destino della Sala Tripcovich permettendo, naturalmente. Ma sembra che il vertice dell’Amministrazione abbia cambiato opinione sul tema dell’ex stazione delle corriere, che pertanto non dovrebbe essere abbattuta. AcegasApsAmga sarà incaricata di curare gli aspetti di competenza. Obiettivo dell’amministrazione è ridare pulizia e decoro a una delle zone più difficili della città, che però è diventata accesso al Porto Vecchio in versione “open”.

(magr)

 

Risorse all’imprenditoria giovanile - Scade oggi il termine del bando Pisus che mette a disposizione 250mila euro
Artigianato, commercio, turismo, servizi alle persone in versione junior. C’è un “Pisus” per tutti: dietro questo buffo lessema, acronimo di “Piano integrato di sviluppo urbano sostenibile”, ci sono risorse Ue filtrate dalla Regione Fvg e indirizzate alle pubbliche amministrazioni richiedenti. Tra queste c’è il Comune di Trieste: oggi lunedì 20 febbraio alle ore 12, per esempio, scade il bando per accedere ai contributi 2016 che supportano la piccola e media imprenditoria giovanile operante nel territorio municipale. In questo caso sono in palio 250 mila euro, attribuibili solo a progetti presentati da Pmi che prevedano interventi ubicati nel Comune. Il bando avrà una durata di tre anni e l’Amministrazione si riserva - nel caso fluiscano risorse fresche - di rimpolpare la posta. Dal punto di vista anagrafico vengono distinte tre fasce d’età “under 40”, “under 35”, “under 30”. Il comma “a” dell’art. 3, dedicato ai requisiti della domanda, elenca cosa possa essere finanziato: «manutenzioni, restauri, ristrutturazioni edilizie, interventi impiantistici, ampliamento o ammodernamento della sede, degli spazi produttivi o espositivi anche con acquisizione di beni e servizi, con particolare riguardo all’utilizzo di tecnologie digitali». A cosa debbono essere finalizzati questi investimenti? Il testo del bando replica: al miglioramento dell’attrattività, dell’immagine, della visibilità dell’impresa. Al miglioramento dell’accessibilità della sede e della sostenibilità ambientale dell’attività aziendale. L’abbattimento delle barriere architettoniche e la riqualificazione energetica sono alcune degli interventi considerati. Il contributo non potrà superare il 30% della spesa ammissibile, con un limite massimo per progetto pari a 18 mila euro. Ma non saranno erogati quattrini a progetti la cui spesa ammissibile determini un contributo inferiore a 6 mila euro. Difficile prevedere quante proposte possano essere soddisfatte, ma con questi parametri è ragionevole ritenere che alcune decine di piccole imprese potranno avvantaggiarsi dell’ausilio Pisus. C’è un altro paletto - previsto dalla legislazione regionale - inserito tra i requisiti indispensabili per accedere al riparto: non si possono presentare domande che riguardino sale-gioco posizionate entro 500 metri «dai luoghi sensibili». In termini di ammissibilità sono particolarmente “premiate” le esecuzioni di opere edili e impiantistiche fino a un massimo di 60 mila euro; fino a 30 mila euro per l’acquisizione di beni e fino a 30 mila euro per l’acquisizione di servizi. I lavori edili debbono essere avviati entro 60 giorni dalla comunicazione comunale che concede il contributo. La gestione di questa operazione è in capo alle Attività economiche del Comune. A fronte di domande ritenute irregolari o incomplete gli uffici competenti assegneranno un periodo di 10 giorni - prorogabili di altri cinque giorni - per provvedere alla regolarizzazione e integrazione della domanda.

magr

 

«Fontana e alberi sono le priorità» - Non tutti apprezzavano l’idea dell’acqua fin sotto la chiesa - Si pensa piuttosto alla pavimentazione e a nuovi parcheggi
Basta progetti complessi, alla piazza serve un giardino curato, con nuove piante, panchine e un pavimento sistemato. È l’opinione di commercianti ed esercenti di piazza Sant’Antonio, che segnalano il degrado della zona e propongono idee semplici ma a loro parere efficaci, per cambiare uno spazio molto amato da triestini e turisti. Qualcuno si dice contento che il progetto dell'allungamento del canale sia stato archiviato, altri invece preferivano quella novità annunciata tempo fa. «Se non si farà è meglio così - commenta Andrea Neri dall’omonima farmacia - già qui d'estate ci sono zanzare, che sarebbero sicuramente aumentate, oltre al fatto che veniva meno uno spazio fruibile dalla gente. Pensando a una sistemazione generale, credo che il primo aspetto da migliorare con urgenza sia il pavimento, che è seriamente danneggiato, si rischia di cadere, e in generale ci vuole pulizia e controllo. Negli ultimi anni la situazione è peggiorata notevolmente, tra bivacchi e sporcizia, ed è un peccato perché si tratta di punto della città che ogni giorno segna l’arrivo di moltissimi turisti. Poi - aggiunge - credo sia opportuno pensare a un parcheggio sotterraneo, liberando dalle auto le vie vicine. In tempi di crisi economica ci vuole una soluzione così, per garantire una maggior presenza di persone, come già accade in molte grandi città, e se sotto c’è l’acqua esisteranno sicuramente sistemi moderni per costruire evitando problemi». Nella vicina Libreria del Centro, ex Borsatti, dietro la cassa Lisa Rabach ha un’idea diversa sul prolungamento del canale ormai tramontata. «Poteva rappresentare qualcosa di nuovo - dice - un ritorno a quello che era un tempo l’aspetto di questa zona, con l'acqua quasi fin sotto la chiesa. In ogni caso suggerisco di pensare a piantare alberi, per creare un po’ d’ombra, e a curare maggiormente le aiuole, perché non ci sia il rischio che diventi uno spazio triste come il Giardino Pubblico. E qui siamo in pieno centro». «Importante sicuramente - aggiunge il collega Marco Palcic - garantire nuova vita alla fontana, che in questo momento fa davvero pena e poi risistemare la pavimentazione, viste le tante persone che ogni giorno ci passano. L’idea del canale allungato a me non convinceva molto, anche perché ogni tanto abbiamo la percezione che la fogna in zona non funzioni benissimo, e forse aprire uno spazio nel canale avrebbe peggiorato il tutto». Punta a un bel giardino anche il parroco della chiesa di Sant’Antonio, don Fortunato Giursi, che però chiede pure di poter spostare mercatini e bancarelle nella zona di Ponterosso. «Già nel corso del tempo tante zone verdi di Trieste sono state eliminate - ricorda - qui ci vogliono nuove piante, valorizzare la fontana, che funzioni sempre, e sistemare le pietre dove si cammina, sono pericolose. Inserirei anche nuove panchine, perché tra bar e negozi, è una parte della città molto attiva e un punto di aggregazione che si potrebbe migliorare con poco. E poi - evidenzia - credo sia giusto eliminare da questa piazza tutte le bancarelle, sia quelle di frutta e verdura, sia quelle che vengono posizionate in occasione di particolari eventi come a Natale, siano gazebo che piccole o grandi strutture. Starebbero meglio in piazza Ponterosso, qui è bello poter contare su una visuale aperta, dove la chiesa si possa ammirare sempre, già dall’inizio del canale». Poco più giù, anche dal bar “Xè, gelati e caffè” si leva la richiesta di pensare a un giardino curato. «Semplicemente serve un’area verde ben tenuta e una fontana ripristinata - dice Alessandro Rossi -. Poi speriamo in una clemenza maggiore da parte delle forze dell’ordine, siamo stati spesso bastonati con le multe. Un parcheggio sotterraneo forse risolverebbe la carenza di parcheggi, ma solo se fatto in tempi brevi e non con le solite lungaggini all’italiana». Alcune famiglie a passeggio chiedono di pensare a uno spazio per i più piccoli. «La fontana ogni tanto sembra una piscina abbandonata - sottolineano - ed è brutto vederla così, se non c’è la voglia di metterla a posto o rivitalizzarla, meglio eliminarla del tutto e sistemare magari qualche gioco per i bambini».

Micol Brusaferro

 

 

Gli scout liberano il Carso da pneumatici e batterie - Trecento giovani dell’Agesci in azione sulla strada forestale Trebiciano-Gropada
Scoperti anche pezzi di auto e gabbiette di uccellini. Prevista un’iniziativa bis
TRIESTE - Pneumatici, batterie usate, pezzi di vetture, gabbiette di uccellini. Sono questi solo alcuni degli oggetti recuperati ieri dai trecento scout del gruppo di Trieste dell’Associazione guide e scout cattolici italiani (Agesci) impegnati nella pulizia della strada forestale che collega Trebiciano e Gropada. È stata questa la modalità scelta per celebrare la Giornata del Pensiero, evento scout internazionale che ricorda la nascita del fondatore del movimento scoutistico, Robert Baden Powell. «I gruppi Agesci di Trieste e Muggia - aveva spiegato alla vigilia Pietro Naccari, capo scout e membro del Comitato della zona di Trieste dell’Agesci - quest’anno intendono svolgere un’attività di educazione ambientale e di cura del territorio. Inizialmente l’idea era quella di ripulire un’ampia zona del Carso da tutti i rifiuti più o meno ingombranti che creano piccole discariche a cielo aperto - aveva precisato - e che sono veramente uno scempio per il nostro bel territorio. Contattata la Stazione forestale di Basovizza - aveva aggiunto - ci è stato chiesto di rivolgere il nostro servizio a un’altra attività forse anche più importante, ovvero la pulizia della strada forestale che collega Trebiciano a Gropada e che risulta non essere percorribile dagli automezzi. In caso di emergenza, per esempio quando scoppia un incendio, evento purtroppo non raro sull’altopiano, soprattutto nei mesi estivi - aveva proseguito Naccari - questa strada, che è una via di collegamento molto importante tra i due paesi, se non ripulita, purtroppo risulta inutilizzabile». Perciò circa trecento ragazzi, fra i sette e i vent’anni, si sono impegnati nel taglio della vegetazione arbustiva cresciuta sul manto stradale e nel ripristino dei muretti a secco che, caduti, occupano la strada. «Riteniamo - aveva continuato il capo scout - che la cura del territorio, oltre a essere un importante segno di civiltà, potrebbe anche aiutare nelle situazioni inaspettate e di emergenza, ecco perché questa scelta la consideriamo adatta per festeggiare un evento per noi importante come la celebrazione della nascita del fondatore del movimento scout internazionale. L’occasione - aveva concluso Naccari - sarà anche utile per sensibilizzare la popolazione della città sul tema della tutela dell’ambiente e del rispetto di tutto ciò che ci circonda». Al termine dell’operazione lungo la strada forestale da Trebiciano a Gropada, gli scout dell’Agesci si sono impegnati a tornare sull’altipiano per completare l’opera, che ieri, vista la dimensione delle immondizie e dei residui verdi, non si è del tutto esaurita.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA,19 febbraio 2017

 

 

Assalto bis del Comune all’Aia «Il nodo polveri va riscritto»

Dopo il tentativo fallito sull’inquinamento acustico Dipiazza torna alla carica e chiede alla Regione la revisione dell’Autorizzazione in possesso della Ferriera
Il Comune di Trieste ci riprova. Dopo il tentativo fallito dello scorso agosto, in quell’occasione sul fronte dell’inquinamento acustico, chiede nuovamente alla Regione la revisione dell’Aia (l’Autorizzazione integrata ambientale) della Ferriera di Servola, stavolta sul nodo polveri, aggiungendoci la convinzione che, «viste le dichiarazioni costanti di essere dalla parte del cittadini e della tutela dell'ambiente», l’amministrazione Serracchiani non dovrebbe avere alcun problema a rispondere. Per adesso, da parte della Regione, arriva la rassicurazione che «i tecnici prenderanno in esame il documento inviato dal Comune di Trieste e come sempre lo faranno con l’attenzione e gli approfondimenti dovuti a una questione di grande rilevanza per la città». Punti di vista diversi. Da quello di Roberto Dipiazza, che informa di un’«approfondita azione di controllo in relazione sia all’Accordo di programma che all’Aia rilasciata per la Ferriera», portata avanti assieme all’assessore all’Ambiente Luisa Polli e agli uffici, con il supporto del professor Pierluigi Barbieri, i comitati dei cittadini e le associazioni ambientaliste: «Stanno continuamente emergendo gravi inadempienze da parte dei soggetti che hanno rilasciato l’Aia». Il sindaco ha per questo formalmente inviato alla Regione la richiesta di revisione dell’autorizzazione «in forza sia dei nuovi elementi emersi dalle indagini del Comune di Trieste, sia in base alla mancata acquisizione di atti necessari per il rilascio dell’Aia», affermazione che viene accompagnata da una documentazione allegata. Il Comune, prosegue il sindaco, «ha chiesto per la prima volta il commento di dati già in possesso dell’Arpa da almeno cinque anni, commento che la Regione avrebbe dovuto richiedere e tenere in considerazione prima di rilasciare l’Aia». Secondo Dipiazza la relazione Arpa sul periodo 2011-2015 in merito alle deposizioni del benzo(a)pirene al suolo nell’abitato mostra «evidenze preoccupanti». E per quel che riguarda il 2016 «l’attuale piano di monitoraggio e controllo previsto dall’Aia non consente di valutare miglioramenti rilevanti». Inoltre, «ad oggi manca nei punti critici identificati nell’abitato un monitoraggio pubblico delle deposizioni, monitoraggio che nel complesso è stranamente lasciato all’autocontrollo della proprietà dello stabilimento. È veramente anomalo - conclude il sindaco - che il controllore sia il controllato». Nel braccio di ferro con la Regione e il gruppo Arvedi, l’iniziativa del Comune è in sostanza la replica di quanto tentato ad agosto. In quell’occasione il casus belli fu l’inquinamento acustico. Il Municipio, invocando la revisione dell’autorizzazione, spiegò che i residenti servolani non avrebbero potuto attendere 30 mesi prima del miglioramento della situazione, un riferimento temporale contenuto nel Piano di risanamento acustico presentato da Siderurgica Triestina secondo i tempi previsti proprio dall’Aia. Fu la prima tappa di uno scontro che, dopo il «no» tecnico della direzione regionale Ambiente, è proseguito davanti ai giudici amministrativi, con il Tar che ha però rigettato l’istanza di sospensiva proposta dal Comune contro il decreto regionale che accertava il completamento da parte di Siderurgica Triestina di una serie di adempimenti prescritti dall’Aia. Rispetto alla nuova richiesta di ieri, la Regione spiega che la questione «ricade sotto la competenza di organi tecnici, cui è deputato esprimere valutazioni oggettive, in base alle normative di riferimento, ai dati ufficiali disponibili e, naturalmente, alle prescrizioni dell’Aia». Ma ribadisce anche che, «in ogni fase del percorso seguito di concerto con tutti gli altri soggetti coinvolti, ha avuto massima cura per gli aspetti relativi alla salvaguardia dell’ambiente, alla tutela della salute di cittadini e lavoratori, nonché ai livelli occupazionali. Anche in questa circostanza, come in passato - è la conclusione della nota di Palazzo - il principio di leale collaborazione istituzionale sarà rigorosamente rispettato».

Marco Ballico

 

 

 

Lotta dei tralicci di Chiampore - Nuova causa tra Dcp e Comune - Ricorso della ditta al Capo dello Stato contro l’abbattimento di una vecchia palazzina
L’amministrazione di Muggia si oppone alla mossa. E il contenzioso trasloca al Tar

MUGGIA - L’eterna lotta tra la Dcp Telecomunicazioni di Povegliano (provincia di Treviso) e il Comune di Muggia si arricchisce di un nuovo capitolo. Oggetto della nuova querelle una vecchia palazzina servizi a Chiampore che l’amministrazione Marzi ha intimato alla ditta veneta di abbattere per avere così il permesso di costruirne una nuova. La Dcp Telecomunicazioni, invece che ottemperare a quanto richiesto dal Comune, ha deciso di fare ricorso «contro l’autorizzazione del Comune di Muggia per il completamento dell’impianto di telecomunicazioni di Chiampore». La società ha notificato al Comune l’intenzione di effettuare addirittura un ricorso straordinario al presidente della Repubblica. Poiché però la legge prevede che mediante l’opposizione al ricorso è possibile ottenere la trasposizione del giudizio in sede giurisdizionale, il Comune di Muggia ha deciso di agire, proponendo così opposizione proprio al ricorso straordinario. Una mossa dettata dal fatto che la trasposizione del giudizio dinanzi al giudice amministrativo può fornire, secondo il parere del Comune, «la più adeguata tutela degli interessi pubblici facenti campo all’amministrazione comunale». Di fatto quindi la giunta Marzi ha autorizzato la costituzione dell’amministrazione nel giudizio amministrativo conseguente all’eventuale riassunzione del caso dinanzi al competente Tar, il Tribunale amministrativo regionale. A raccontare la vicenda è il sindaco Laura Marzi: «Siamo stati costretti a fornire un’autorizzazione unica alla Dcp per erigere una casetta su due piani, di cui uno interrato. Al contempo però abbiamo chiesto che il vecchio manufatto esistente, non più congruo con l’attuale Piano regolatore, venisse abbattuto». La Dcp ha deciso invece di porre resistenza alla prescrizione del Comune. La rappresentanza, l’assistenza e la difesa dell’amministrazione sarà affidata dagli avvocati Walter Coren e Antonella Gerin. Dal 2010 circa Comune e Dcp sono entrate in conflitto in seguito alla costruzione del traliccio della Dcp - oltre 30 metri - posto a un centinaio di metri dalle case, vicino a San Floriano Ligon, a Chiampore. Ancora sotto l’amministrazione Nesladek, il Comune si era opposto a partire dal 2011 con due diffide alla Dcp, seguite da una ordinanza in cui si metteva per iscritto che «la Dcp non può vantare alcuna autorizzazione o atto di assenso, con conseguente insussistenza dei presupposti volti a legittimare l'avvio dei lavori» del tralicci. L’atto di sospensione temporanea dei lavori fu impugnato dalla Dcp di fronte al Tar del Friuli Venezia Giulia: prima vittoria dei trevigiani. Da qui il ricorso del Comune al Consiglio di Stato: seconda vittoria della ditta veneta. Ora invece un nuova querelle in vista, questa volta riguardante la palazzina esistente, che l’amministrazione Marzi ha chiesto espressamente venga appunto abbattuta prima della realizzazione di un altro manufatto su due piani. La Dcp ha rifiutato la prescrizione da parte del Comune. Motivo per cui, ancora una volta, si andrà in causa.

Riccardo Tosques

 

 

L’Ue finanzia il rigassificatore di Veglia - Bruxelles dà l’ok al nuovo impianto stanziando 102 milioni di euro per il progetto. Plenkovi„: rafforzata la sicurezza energetica
ZAGABRIA - La Croazia ha in pratica ricevuto disco verde da parte dell’Unione europea per la realizzazione del rigassificatore di Veglia. E non solo il disco verde, ma anche 102 milioni di euro che Bruxelles ha destinato, a fondo perduto, proprio per la costruzione del futuro impianto. Ma non basta. Altri 40,5 milioni sono stati garantiti per la realizzazione del progetto croato-sloveno di miglioramento del sistema di trasporto dell’energia elettrica “Sincro.Grid”. Da rilevare che questi due progetti fanno parte, assieme ad altre 16 iniziative sempre in campo energetico, del valore complessivo di 444 milioni di euro, che sono state approvate su proposta della Commissione europea. Ai Banski dvori il premier croato Andrej Plenkovi„ ha espresso grande soddisfazione per quanto è stato stabilito a Bruxelles e ha garantito l’impegno del suo esecutivo per la realizzazione del nuovo impianto a Veglia; esecutivo croato che già nel novembre scorso aveva inviato alla Commissione europea la richiesta per il co-finanziamento del terminal a Castelmuschio. Il premier ha altresì precisato di avere incontrato nei giorni scorsi i rappresentanti dei potenziali partner della Croazia nella realizzazione del rigassificatore. Stiamo parlando del consorzio formato dalla spagnola Enagas, della lussemburghese Marguerite e della lituana Klaipedos Nafta. «Con la realizzazione del rigassificatore rafforzeremo la sicurezza energetica della Croazia - ha aggiunto Plenkovi - ed entreremo a pieno diritto a far parte della rete di fornitura di gas all’Europa». «Il rigassificatore di Veglia - gli ha fatto eco il ministro croato dell’Ambiente e dell’Energia, Slaven Dobrovi„ - è uno dei progetti più importanti non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello regionale ed europeo come è dimostrato dalla decisone dell’Unione europea di co-finanziarlo». Il progetto di Veglia, secondo l’esecutivo croato, sarà in gradi assicurare nuova linfa produttiva all’intero sistema industriale del Paese e di sviluppare nuove tecnologie e servizi. Secondo il ministro Dobrovi„ l’opera garantirà altresì una diminuzione del prezzo del gas metano per la Croazia. Il progetto prevede la costruzione di un rigassificatore galleggiante a Castelmuschio sull’isola di Veglia. Attualmente è in corso il procedimento per la scelta degli investitori strategici. Il tutto dovrebbe diventare operativo nel 2019. Il valore complessivo dell’investimento è pari a 363 milioni di euro. Per la costruzione la Croazia ha stanziato ad oggi 101,4 milioni di euro pari al 27,94% del valore complessivo della infrastruttura energetica.

Mauro Manzin

 

 

Trebiciano-Gropada pulita con la carica dei 300 - Gli scout Agesci in campo oggi per una grande operazione ambientale lungo la vecchia strada forestale
OPICINA Pulire la strada forestale che collega Trebiciano e Gropada. È questa la modalità che hanno scelto i 300 ragazzi del gruppo di Trieste dell’Associazione guide e scout cattolici italiani (Agesci) per celebrare, stamane, la Giornata del Pensiero, evento scout internazionale che ricorda la nascita del fondatore del movimento scout, Robert Baden Powell. «I gruppi Agesci di Trieste e Muggia - spiega Pietro Naccari, caposcout e membro del Comitato della zona di Trieste dell’Agesci - quest’anno intendono svolgere un’attività di educazione ambientale e di cura del territorio. Inizialmente l’idea era quella di ripulire un’ampia zona del Carso da tutti i rifiuti più o meno ingombranti che creano piccole discariche a cielo aperto - precisa Naccari - e che sono veramente uno scempio per il nostro bel territorio. Contattata la Stazione forestale di Basovizza - spiega - ci è stato chiesto di rivolgere il nostro servizio a un’altra attività forse anche più importante, ovvero la pulizia della strada forestale che collega Trebiciano a Gropada e che risulta non essere percorribile dagli automezzi. In caso di emergenza, per esempio, quando scoppia un incendio che è un evento purtroppo non raro sull’altopiano soprattutto nei mesi estivi - prosegue Naccari - questa strada, che è una via di collegamento molto importante tra i due paesi, se non ripulita, purtroppo risulta inutilizzabile. Oggi perciò circa 300 ragazzi, di età compresa tra i sette e i 20 anni, saranno impegnati nel taglio della vegetazione arbustiva cresciuta sul manto stradale e nel ripristino dei muretti a secco che, caduti, occupano la strada. Riteniamo - continua il caposcout - che la cura del territorio, oltre a essere un importante segno di civiltà, potrebbe anche aiutare nelle situazioni inaspettate e di emergenza, ecco perché questa scelta la consideriamo adatta per celebrare un evento per noi importante come la celebrazione della nascita del fondatore del movimento scout internazionale. L’occasione - conclude Naccari - sarà anche utile per sensibilizzare la popolazione della città sul tema della tutela dell’ambiente e del rispetto di tutto ciò che ci circonda». Oggi il movimento internazionale dello scoutismo, fondato da Baden Powell nel 1907, conta circa 40 milioni di aderenti. Durante le pattuglie svolge nell’ambito del servizio militare, Baden Powell ebbe modo di approfondire le sue conoscenze in ambito di sopravvivenza e comportamento, rivolgendo il suo pensiero all’applicazione di queste arti presso un pubblico giovane, ponendo così le basi per quelle che sarebbero state poi le capacità richieste nonché i codici d’onore nello scautismo, contenuti nel libro pubblicato nel 1908 dallo stesso Baden Powell.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 18 febbraio 2017

 

 

Ripartono in marzo i cantieri dell’elettrodotto Udine Ovest-Redipuglia
Il ministero dello Sviluppo economico ha emanato il decreto autorizzativo dell'elettrodotto Udine Ovest-Redipuglia. Lo rende noto la stessa Terna, gestore della rete elettrica nazionale che ha accolto «con soddisfazione» il provvedimento, «che chiude il procedimento aperto a fine 2015 e permetterà di far ripartire i cantieri e quindi di completare un'opera necessaria alla sicurezza elettrica del Fvg e già realizzata per l'80%». Terna ha comunicato alle istituzioni la riapertura dei cantieri, il prossimo 22 marzo. Il 12 novembre 2015 Terna aveva ricevuto l'approvazione dell'avvio del procedimento di rideterminazione. Il nuovo iter procedimentale ha comportato anche un procedimento di Valutazione d'impatto ambientale (VIA). I 40 chilometri di nuova linea, realizzati con un investimento di circa 110 milioni di euro, metteranno in sicurezza la rete in Regione.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 17 febbraio 2017

 

 

Guasto alla centrale nucleare di Krsko Attivato il blocco automatico

Allarme ieri mattina alle 8.30 alla centrale nucleare di Krsko in Slovenia, a ottanta chilometri da Trieste. Il sistema di sicurezza ha automaticamente interrotto l’operatività della centrale stessa per un guasto ai ventilatori delle pompe d’acqua verso il reattore. Questa è stata la spiegazione fornita dalla centrale. Il presidente del consiglio di amministrazione dell’impianto nucleare (Nek), Stane Rožman ha dichiarato che non c’è stata nessuna fuga radioattiva, che il personale ha reagito mettendo in opera tutte le procedure previste dal caso e che si sta lavorando al guasto. Oggi la centrale nucleare di Krsko dovrebbe essere riaccesa e ricollegata al sistema di erogazione dell’energia elettrica della Slovenia. Ricordiamo che nell’autunno scorso la stessa centrale è stata completamente revisionata e che nell’anno in corso la attende la visita della missione internazionale Eprev che valuterà il sui livello di sicurezza.

(m.man.)

 

 

Parco del Mare, quante sofferenze inutili per gli animali - LA LETTERA DEL GIORNO di Daniela Schifani Corfini Luchetta
Vorrei dire anch’io quello che penso del Parco del mare a Trieste : dal punto di vista economico persone ben più autorevoli di me in materia continuano a sottolineare come si tratti di un investimento ad altissimo rischio per la città, che non porterebbe affatto i guadagni di cui si favoleggia. Anzi. Spendo due parole, però, su un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, cioè il rispetto per la sofferenza. È mai possibile che ancora oggi, in cui possiamo disporre di video ad altissima definizione alla portata di tutti, si continui a proporre l’apertura di zoo, parchi del mare ...per non parlare delle autorizzazioni che vengono ancora concesse a chi propone spettacoli con gli animali? Chi va a divertirsi osservando un povero animale chiuso in una gabbia, d’aria o di acqua non cambia nulla, assiste ad uno spettacolo di una violenza inaudita che continua ad esistere per l’interesse di pochi. Finché la nostra società continuerà ad avere come unico “valore morale” il guadagno, non potremo sperare di fare passi avanti. Chiedo a tutti quelli che lavorano con i giovani o che hanno figli che stanno crescendo in questo mondo così arido, di cominciare a trasmetterli questi valori, facendo ragionare i ragazzi su quello che significa ammirare un animale in un video, ma ripreso nel suo ambiente naturale, o un suo simulacro, spesso impazzito e condannato alla cattività per il piacere degli uomini. Il rispetto per la sofferenza di tutti gli esseri viventi potrebbe fare la differenza, anche per gli uomini.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 16 febbraio 2017

 

 

MUNICIPIO: gli immobili sfitti del Comune - Dai mini alloggi alle ville storiche - Le proprietà fantasma del Comune

Più di cinquanta edifici, 341 alloggi, quattro ville storiche ed altrettanti ruderi: è questa la stima del patrimonio immobiliare sfitto e non locato di proprietà del Comune di Trieste.

L’elenco, reso noto dall’amministrazione dopo la richiesta di accesso civico da parte del Piccolo (uno strumento, questo, a disposizione di tutti i cittadini), restituisce la fotografia dei palazzi “fantasma” di proprietà pubblica, emendata per motivi di sicurezza e ordine pubblico dei numeri civici di ciascuno stabile. Scorrendo la lista è possibile trovare magazzini, ex scuole, locali d’affari, caserme ma anche alcuni stabili già oggetto di dibattito in passato, come l’ex Macello, l’ex carcere femminile, l’ex Meccanografico, il Gasometro o l’ex Crda. In città c’è chi non possiede neanche un tetto e chi invece è erede della storica grande ricchezza immobiliare ma non ha più la possibilità di mantenere tutto il patrimonio. «La coperta oggi è corta, dobbiamo darci delle priorità», conferma Lorenzo Giorgi, l’assessore comunale con deleghe a patrimonio e demanio. Analizzando punto per punto ciascun immobile in elenco, lo storico ex presidente della Circoscrizione Gretta-Barcola-Grignano individua le cinque principali aree di intervento del suo mandato. La prima riguarda quei 41 alloggi sfitti dell’ex comprensorio Erdisu in area Urban, prossimi alla riassegnazione tramite bando di gara, sulla sessantina di monolocali ricevuti complessivamente in eredità. Venti sono già stati assegnati agli allievi della nuova Accademia nautica dell’Adriatico che vengono da fuori regione a prezzo calmierato. «Una ristrutturazione realizzata grazie all’eccezionale lavoro degli Lsu (i lavoratori socialmente utili, ndr), a costo zero». Un alloggio verrà tenuto per le «emergenze sociali», mentre altri tre saranno destinati al progetto «Casa degli Sposi 3.0» pensato per permettere sei mesi di indipendenza a quelle giovani coppie (almeno un italiano, e con un figlio) che attendono di ricevere i finanziamenti di un mutuo. Gli altri monolocali saranno utilizzati per il turismo, «come albergo veloce», e dati in gestione mediante bando di gara. Altri otto locali, tra cui due depositi, saranno destinati ad un’area «start-up» artigianale, a prezzo d’affitto ridotto, in una zona che storicamente ha attitudine di bottega. Una delle “bandierine” di Giorgi, a suo dire, è la realizzazione di una «Casa delle associazioni» nell’ex scuola di via Combi, al momento nell’elenco degli immobili inutilizzabili. «Tre o quattro associazioni a settimana vengono a trovarmi per chiedermi una sede: lì dentro vorrei metterne 36 o 40 che possano restituire qualcosa alla società». La spesa stimata è di circa 700mila euro. C’è quindi la questione delle quattro ville storiche in rovina e a cui è necessario garantire sopravvivenza. Per farlo servono soldi: dai due ai tre milioni per la sola dimora Haggiconsta, per esempio. L’obiettivo, almeno per la Stavropulos, è quello di svincolarsi dall’obbligo di lascito, ovvero quello di fungere da luogo d’ispirazione e ospitalità per gli artisti. Al quarto punto dell’agenda c’è «mettere a posto gli alloggi per chi ha problemi sociali», a costi sostenibili. Per riuscirci, chiede alla Regione di poter usufruire di Lsu locali (niente richiedenti asilo, dunque) per almeno un anno invece che sei mesi, oltre a dare un occhio di riguardo all’Ater triestina «nell’ottica del recupero di questi alloggi». Alcuni immobili sono stati destinati all’alienazione: i soldi ricevuti da chi vorrà acquistare edifici come la don Marzari di Prosecco, fatiscente e con il problema amianto, saranno gestiti dal bilancio. Più che al flusso di denaro in entrata per la vendita di questi dieci stabili, bisognerà guardare piuttosto agli affitti dei 33 immobili la cui locazione verrà bandita a breve. «Daranno possibilità di lavoro ai triestini e consentiranno all’amministrazione di fare cassa». Per accelerare i tempi e ridurre i costi delle certificazioni Ape, «che un privato può acquistare su Groupon», il Comune ha «preso due dipendenti e fatto fare loro il corso da certificatori». Così facendo i locali hanno avuto il via libera per trovare una destinazione d’uso e non rimanere vuoti.

Lillo Montalto Monella

 

 

L’edilizia sovvenzionata - Vuoti oltre 200 appartamenti a gestione Ater
Nella lista di immobili comunali al momento inutilizzati, e quindi vuoti, figurano 32 case destinate agli sfrattati e oltre duecento alloggi a edilizia sovvenzionata di gestione Ater (a cui se ne aggiungono otto nel portfolio Caccia Burlo). A Trieste circa 20mila cittadini già vivono in case Ater ma la lista delle persone ancora in attesa di alloggiamenti pubblici è lunga: solo in città nelle graduatorie giacciono 3355 domande, 3678 in tutta la provincia. «Stiamo utilizzando tutti i canali possibili, statali e regionali, per rimettere in locazione queste case», commenta il direttore dell’Ater di Trieste, Antonio Ius (nella foto). Gli alloggi Erp (Edilizia residenziale Pubblica) inseriti nel piano di recupero statale del 2014 sono, in regione, 250. L’Ater può usufruire di finanziamenti per due linee di interventi: la prima fino a 15mila euro per alloggi vuoti a causa di piccoli danni o problemi che ne compromettono l’abitabilità; la seconda per manutenzioni straordinarie più impegnative fino a 50mila euro. «Per quanto riguarda Trieste», aggiunge Ius, «al 31 dicembre 2016 abbiamo recuperato 147 alloggi sulla prima linea di intervento (fino a 15mila euro). Il cronoprogramma per quelli i cui costi di ristrutturazione sono fino a 50mila euro sta andando avanti correttamente». Il 70% dei finanziamenti statali (13 milioni) è stato così impiegato, calcola Ius, «tra manutenzione ordinaria e straordinaria». Al momento Ater Trieste gestisce 13mila unità abitative. L’obiettivo è quello di far sì che tutti gli alloggi sfitti del patrimonio immobiliare possano a breve accogliere famiglie in difficoltà. «Massimizziamo lo sforzo: le risorse non sono infinite ma cerchiamo di concentrarci su questi interventi di recupero», conclude Ius.

(l.m.m.)
 

 

Sinergie tra enti pubblici e non e autoriparazioni tra le idee di sindacati e urbanisti - LA SIGLE DEGLI INQUILINI Per Cgil e Sunia è alto il valore dei piccoli interventi in proprio
Secondo stime ufficiose del Sunia, il sindacato degli inquilini, a Trieste ci sarebbero circa 11mila alloggi sfitti tra pubblici e privati.

Cercare di recuperarne il più possibile «significa incentivare l’occupazione in un settore in crisi come quello dell’edilizia», commenta Giorgio Uboni, referente per ambiente, territorio e casa della Cgil. Una delle vie indicate dal sindacato è quella del cosiddetto “auto-recupero”, anche per gli alloggi di edilizia popolare. «Abbiamo accolto con favore la decisione del Piano regolatore della giunta Cosolini per arginare il consumo di suolo e recuperare il ricco patrimonio esistente. Il valore è dato anche dall’auto-recupero da parte dell’inquilino disposto a fare lavori di piccola manutenzione in mancanza di fondi pubblici». Scorrendo la lista fornita dal comune, Uboni e Renato Kneipp, commissario provinciale del Sunia, si domandano quali sono i criteri dietro alla scelta di vendere alcuni asset come l’ex Meccanografico o la Don Marzari. «Non siamo contrari alla vendita in sè: l’importante è che il Comune sappia quanto è possibile ricavare da ciascun immobile ma soprattutto come utilizzare poi questo denaro: una parte andrebbe investita nella ristrutturazione degli alloggi», commenta Kneipp. La proposta dell’auto-recupero trova sponda anche nell’Accademia, ma ricordando che «è sempre un po’ complicato in quanto qualsiasi impianto deve essere poi certificato», come riflette Alessandra Marin, docente della Facoltà di Architettura di Trieste e specialista in materia di imprenditorialità, residenzialità e rigenerazione dei centri urbani. Secondo la studiosa il modello vincente è quello della partnership pubblico-privato: cita infatti il caso del Vega, il Parco Scientifico Tecnologico di Porto Marghera in cui era presente «attore pubblico forte che ha lavorato in sinergia con altri attori privati»; oppure la capacità di attrarre fondi privati da parte della Ca’ Foscari nello sviluppo del suo polo sulla terraferma; o, ancora, processi “bottom-up” per riqualificare il patrimonio dei centri storici a partire da una prima fase di trasformazione promossa dalle associazioni territoriali. L’esempio è quello dei Cantieri Culturali della Zisa a Palermo che porterà alla bonifica e alla ristrutturazione di tre capannoni trasformati in un avamposto della cultura ambientale siciliana. Anche la professoressa Marin, così come l’ingegnere Milan, scommette sul modello della concessione di valorizzazione, menzionando a proposito il progetto Valore Paese Fari che punta alla promozione di una rete nazionale dedicata ad una forma di turismo sostenibile legata alla cultura del mare. «La nostra università lavora con l’Agenzia del Demanio per stilare bandi di affidamento con questa formula: così facendo i patrimoni non vengono alienati ma concessi purché valorizzati in una determinata maniera».

(l.m.m.)

 

La ricetta indicata da Milan, collaboratore di Renzo Piano «Gli spazi vanno assegnati a privati disposti a valorizzarli» - «Beni da recuperare sul modello inglese»
Come fare a rispondere al bisogno di casa (possibilmente a prezzi sovvenzionati) ed il contenimento dei costi? Recuperare i patrimoni dismessi è proprio una delle soluzioni indicate dall’ingegnere Maurizio Milan, collaboratore di architetti di fama internazionale e di Renzo Piano. A Trieste, come mostra la lista di immobili comunali inutilizzati o inutilizzabili, tante sarebbero le aree di intervento. I soldi a disposizione, però, sono sempre meno: è necessario trovare un modo di “fare le nozze con i fichi secchi”. «In Italia si costruisce a mille e si rivende a cinquemila: la casa dovrebbe andare sul mercato al vero valore del bene, e con il patrimonio dismesso questo è possibile», commenta il docente accademico veneziano che ben conosce Trieste, avendo lavorato con il senatore a vita al progetto di Portopiccolo Sistiana. «In fase costruttiva si può incentivare il completamento delle case da parte degli inquilini: la casa viene consegnata a uno stadio avanzato di costruzione, quasi da rustico, e ad un prezzo inferiore. Subentra poi l’auto-costruzione dei giovani, che si possono organizzare in piccole imprese. Questo aumenterebbe il numero di start-up e permetterebbe loro di imparare delle tipologie di mestiere che si stanno perdendo». Milan cita l’esperienza delle HLM francesi dove questo modello già si applica. L’ingegnere è anche tutor del progetto G124, il gruppo di lavoro di Renzo Piano per progettare la riqualificazione delle periferie delle città italiane. L’utilizzo della manodopera fornita dai migranti per ristrutturare gli edifici fatiscenti è un’altra pratica virtuosa. «Dipende sempre dalla visione politica, ma l’esperienza di Verona dove c’è un sindaco leghista che ha aperto le porte all’immigrazione a patto che i soggetti lavorassero funziona bene: si riduce la delinquenza e si alimenta la convivenza sociale». In generale, quando si ha a che fare con un patrimonio immobiliare inutilizzato, secondo l’ingegnere bisogna «domandarsi perché questi stabili sono sfitti o liberi. Sono privati? Non c’è richiesta? E se non c’è richiesta, perché? Solo dopo aver ragionato sulle cause si possono considerare i singoli casi, vedendo quanto conviene operare edificio per edificio. Ce ne sono alcuni che sono arrivati a fine vita ed è inutile pensare di riqualificarli». Puntare sulle concessioni di valore, ovvero accordare l’immobile ad un privato affinché lo possa valorizzare pur mantenendone la proprietà, sarebbe in quest’ottica fondamentale. Si potrebbe, riflette Milan, mutuare l’esempio inglese dove il terreno è un bene della Corona che ne permette però l’utilizzo a tempo (modello leasehold, in cui viene concesso il diritto di superficie per 99 anni). «In questo caso va definito bene il ruolo del detentore del patrimonio e quello dell’utilizzatore. I meccanismi esistono già, si tratta di volerli utilizzare. Ma prima è fondamentale cercare di capire cosa richiede la società. Il problema, in questo caso, è il dialogo tra pubblico e privato», conclude Milan. «L’amministrazione pubblica deve sentire cosa vuole il cittadino: è una struttura di servizio, e il servizio deve essere mirato».

(l.m.m.)

 

Il Parco del mare - torna sotto “indagine” in Consiglio comunale - Entro 20 giorni una seduta straordinaria richiesta dal Pd - In ballo l’analisi della collocazione nell’area della Lanterna
Il Parco del mare ritorna in Consiglio comunale. Non è la prima volta visto che è da più di dieci anni che si aggira per la città. Stavolta sarà oggetto di un Consiglio comunale straordinario chiesto ieri dal Partito democratico per aprire il dibattito sulla sua attuale ubicazione nell’area della Lanterna che sta dividendo Trieste. Un modo per conoscere “lo stato di avanzamento del progetto”, il business plan (il piano finanziario), la localizzazione della proposta ed eventuali alternative. La richiesta è già stata esaminata dalla Conferenza capigruppo e il presidente del Consiglio Marco Gabrielli convocherà la seduta entro i 20 giorni previsti dallo Statuto sentendo i capigruppo e verificata la disponibilità delle persone invitate a intervenire. Oltre al sindaco Roberto Dipiazza, il Pd chiede la presenza del presidente della Camera di commercio della Venezia Giulia Antonio Paoletti (il “padre” del Parco del mare), il presidente della Fondazione CRTrieste Massimo Paniccia (pronto a sostenere finanziariamente il progetto), il presidente dell’Autorità di sistema dell’Adriatico orientale Zeno D’Agostino (concessionario dell’area di Porto Lido), un rappresentante della Regione Friuli Venezia Giulia (che ha dato il placet all’operazione) e un rappresentante del neonato comitato che chiede una diversa localizzazione dell’area della Lanterna. «Nella scelta della data ho preferito coinvolgere i capigruppo - spiega Gabrielli -. Credo sia importante e utile aprire un dibattito su un progetto del genere. Anch’io non mi sono ancora fatto un’idea precisa. È un tema su cui si dibatte molto. Il Consiglio serve anche per questo. Approfitterò dell’occasione per farmi anche un’idea personale». La questione, al di là degli investimenti necessari e della sostenibilità futura del progetto, è legata al suo ultimo approdo sul Molo Fratelli Bandiera all’interno della concessione di Porto Lido (ex Cartubi) proprio nel momento in cui si è arrivati (dal primo gennaio) alla sdemanializzazione di Porto vecchio. Nella sua storia decennale il Parco del mare è stato collocato ovunque: dal terrapieno di Barcola all’ex Pescheria sulle Rive, dal Porto vecchio (area Greensisam) al Mercato ortofrutticolo di Campo Marzio (dove l’attuale sindaco vuole realizzare una mega Spa). «È un tema importante per la città, da affrontare in modo serio e approfondito per le sue implicazioni turistiche, urbanistiche, di mobilità, insomma di visione di città, senza ricadere nella contrapposizione tra il “se devi” e il “no se pol” pregiudiziale», aggiunge l’ex sindaco Roberto Cosolini che, come consigliere comunale del Pd, ha promosso il Consiglio comunale straordinario. «Non mi sono ancora fatto un’idea precisa - aggiunge Lorenzo Giorgi, assessore al Patrimonio -. Credo che un approfondimento sia utile per tutti. Si tratta di un progetto oneroso destinato ad avere forti ricadute. Ben venga un Consiglio comunale sul tema». L’ex sindaco Cosolini non ha mai fatto invece mistero sulla sua preferenza per la collocazione del Parco del mare in Porto vecchio. «Da sindaco avevo posto due condizioni per appoggiare il progetto: l’individuazione di un partner privato che condividesse l’investimento, non solo pubblico, e un serio raffronto tra costi e benefici tra la proposta di Porto Lido della Camera di commercio e l’opzione Porto vecchio tornata attuale dopo la sdemanializzazione. Sono convinto che da questo confronto uscirebbero smentiti alcuni luoghi comuni come quello, per esempio, che Porto vecchio richiederebbe tempi molto più lunghi dell’area della Lanterna. E questa era anche la posizione della Regione». Il dibattito in Consiglio è anche il modo per dare voce al comitato che sta raccogliendo firme (quasi un migliaio) contro l’ipotesi della collocazione sul Molo Fratelli Bandiera. Da questo punto di vista esiste anche il parere autorevole dell’advisor Ernst&Young che ha redatto il piano strategico per il Porto vecchio. Dal suo punto di vista non vi sono dubbi: il Parco del mare deve ritornare in Porto Vecchio. Stavolta magari senza passare dal via.

Fabio Dorigo

 

Per Ernst&Young il sito ideale è Porto vecchio
«Il Parco del mare attualmente è previsto in un’altra ubicazione, ma dagli stakeholder è uscita univoca l’indicazione che la sua collocazione ideale è proprio il Porto vecchio».

A sostenerlo sono stati gli esperti di Ernst&Young nell’illustrazione del piano strategico per il Porto vecchio del futuro. Il Parco del mare dovrebbe entrare a far parte del Polo museale e dell’intrattenimento e che dovrebbe includere il Museo del mare, la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica assieme al pontone galleggiante Ursus. Alla realizzazione del Museo del mare, del resto, sono finalizzati la metà dei 50 milioni stanziati dal ministero della Cultura (altri cinque sono invece destinati al restauro dell’Ursus). «L’opportunità data dal piano strategico per Porto vecchio dell’advisor Ernst&Young - spiega l’architetto William Starc - consente all’amministrazione comunale di valutare con più cognizione di causa la possibilità di ubicare nel medesimo una simile iniziativa, garantendo un recupero di aree che oggi sono completamente dismesse sia esse siano libere, ex parco ferroviario e terrapieno a ridosso delle società nautiche di Barcola, sia si tratti di ampi magazzini vuoti».

 

 

Rifiuti, Bruxelles bacchetta 8 Regioni - Fvg: noi in regola
Otto regioni italiane - Abruzzo, Basilicata, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia, nonché la provincia autonoma di Bolzano, non hanno ancora aggiornato, come invece le norme Ue prevedono debba essere fatto ogni sei anni, i loro piani per la gestione dei rifiuti risalenti al 2008 e per questa inadempienza l'Italia rischia ora di essere deferita alla Corte di giustizia. Lo ha reso noto ieri la Commissione Ue, annunciando l'invio all'Italia di un parere motivato nel quale chiede al governo di intervenire entro due mesi per sanare la situazione. A stretto giro la replica dalla Regione: «Il Friuli Venezia Giulia ha le carte in regola, ha aggiornato nei tempi previsti i propri piani di gestione dei rifiuti, sia urbani che speciali, ed ha già trasmesso alla Commissione europea, tramite il ministero dell' Ambiente, tutta la documentazione», ha affermato l'assessore all'Ambiente, Sara Vito, negando che anche il Fvg, con altre Regioni italiane, possa essere ancora nel mirino della Ue per non aver adeguato i piani sui rifiuti.

 

 

Smog, ultimo avviso dall’Unione - Le nostre città fuori norma con altri 5 Stati. All’orizzonte maximulta sulle fogne
BRUXELLES - Basta allo smog in città, i grandi Paesi europei devono prendere provvedimenti per fermare l’inquinamento che avvelena i polmoni di centinaia di migliaia di europei ogni anno. È la battaglia che ha ingaggiato la Commissione Ue mettendo sotto pressione l’Italia ma anche Francia, Germania, Gran Bretagna, e Spagna per l’inquinamento eccessivo da biossido d’azoto (NO2) riscontrato nell’aria di città come Roma, Milano, Torino, Berlino, Londra e Parigi. Stringendo le maglie della procedura d’infrazione, i diretti interessati dovranno fornire risposte concrete a Bruxelles entro due mesi. Se il ministro Galletti è certo che l’Ue riconoscerà il cambio di marcia, l’Italia rischia però ancor più sul fronte ambientale: potrebbe infatti scattare a breve la maximulta Ue per le fogne non a norma da 180 milioni di euro che, sommata alle sanzioni già in vigore per rifiuti e discariche fuorilegge, porterebbero a un conto record da quasi mezzo miliardo di euro. La Commissione ha inviato un ultimo avvertimento all’Italia e agli altri Paesi perché «non hanno affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento dell’aria per il biossido di azoto» che «costituisce un grave rischio per la salute». Soprattutto perché «la maggior parte delle emissioni provengono dal traffico stradale» e in particolare dai motori diesel. È dal maggio 2015 che Bruxelles ha puntato l’attenzione sul problema, dove misure concrete - che Bruxelles chiede entro due mesi - possono realmente fare la differenza a fronte degli oltre 400mila morti l’anno per la cattiva qualità dell’aria e milioni di malati per problemi cardiovascolari e alle vie respiratorie. «Governo, Regioni e Comuni hanno già scelto di lavorare insieme per la qualità dell’aria e di farlo programmando misure strutturali, uscendo dalla logica delle risposte emergenziali», ha affermato il ministro Galletti, dicendosi «convinto che la Commissione riconoscerà il nostro cambio di marcia». Se non ci saranno interventi urgenti, un altro fronte che rischia di diventare un enorme boomerang ambientale per l’Italia è quello delle fogne. La supermulta chiesta dalla Commissione Ue a dicembre per la mancanza di depuratori in 81 comuni potrebbe infatti scattare già prossimamente, per un ammontare record da 180 milioni di euro.

 

 

Domani - Corso di apicoltura al parco di San Giovanni
Domani pomeriggio alle 17, al Padiglione I dell’ex Opp (vicino al Posto delle fragole), si terrà il quinto appuntamento del ciclo di lezioni teoriche deI corso di avviamento all’apicoltura promosso da Urbi et Horti, Bioest, Il Ponte, Legambiente Trieste, Aias, Anglat Fvg, Lapis, Multicultura, Arci Servizio civile, Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci e Azienda sanitaria Trieste AsuiTs D3. A grande richiesta dei partecipanti, oltre 50, sono state aggiunte due lezioni al ciclo che inizialmente prevedeva 4 lezioni teoriche. Libero e aperto a tutti, il corso si terrà al Padiglione I fino al 23 febbraio e in apiario, al parco di San Giovanni, ogni sabato mattina alle 10 fino al 25 febbraio. Obiettivo del corso è quello di far acquisire ai partecipanti le competenze di base per poter iniziare ad allevare le api con piacere e soddisfazione. Il corso infatti, pur avendo una base teorica, è strutturato essenzialmente sugli aspetti pratici dell’allevamento e prevede, oltre alla teoria, anche quattro lezioni pratiche in apiario. Il confronto con docenti esperti del settore sarà alla base dell’apprendimento. Un altro gruppo di incontri sarà orientato a far conoscere il mondo delle api anche agli alunni delle scuole elementari. Per informazioni e iscrizioni contattare Tiziana Cimolino al numero di cellulare 3287908116.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - MERCOLEDI', 15 febbraio 2017

 

 

Caso Ferriera - Inquinamento delle aree verdi della città
E' stata finalmente riconosciuta valida la soluzione proposta da LEGAMBIENTE Trieste per la bonifica delle aree verdi della città interessate da inquinamento da IPA, diossine e metalli, attribuito alla Ferriera di Servola.
La proposta di applicare tecniche di fitorimedio ai giardini inquinati è stata oggetto di assemblee pubbliche e conferenze stampa organizzate dal Circolo nel corso del 2016, fin dalla comunicazione dei risultati delle analisi delle aree verdi.
Proprio in questi giorni la Regione, supportata dal parere positivo del Tavolo Tecnico istituito per la gestione del caso Ferriera, ha sottoposto il piano di bonifica, basato appunto sul fitorimedio, al parere dell'Istituto Superiore di Sanità. Questa decisione rappresenta un'importante forma di gratificazione per il costante impegno della nostra associazione profuso nell'analisi e nella gestione dei problemi di inquinamento generati dalla Ferriera.
Molti dubbi e interrogativi circa gli impatti ambientali e sanitari sono ancora oggetto di dibattito e non hanno quindi trovato risposte soddisfacenti e rassicuranti. Proprio per questo il circolo, coerentemente con la propria missione, rafforzerà il suo impegno per far si che alla città siano garantite condizioni di sostenibilità ambientale e difesa della salute.

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 15 febbraio 2017

 

 

Paga più “ricca” per l’esperto di Ferriera - Il Comune rivede al rialzo i compensi assegnati al consulente Barbieri per la lettura dei dati sulle emissioni dell’impianto
Altri mille euro per leggere e controllare meglio i dati relativi ai fumi delle Ferriera di Servola. L’amministrazione comunale, che evidentemente non si fida proprio dell’Arpa (l’Agenzia regionale per l’ambiente), ha deciso di incrementare la spesa di 1.063,80 euro collegata all’incarico affidato al professor Pierluigi Barbieri, esperto di chimica ambientale, come supporto tecnico al sindaco Roberto Dipiazza nel tenere appunto sotto occhio la Ferriera. Un incremento che si aggiunge ai 17.730 euro stabiliti per la consulenza (5.910 euro per i tre mesi del 2016 e 11.820 per i primi sei mesi di quest’anno). I mille euro aggiuntivi sono determinati da un rapporto di lavoro originariamente non chiaro del consulente che all’inizio della sua collaborazione appunto aveva dichiarato di non effettuare per professione abituale il lavoro autonomo pur avendo un incarico come docente all’Università al Dipartimento di scienze chimiche e farmaceutiche. I mille euro insomma coprono un differenziale tra oneri previdenziali e Iva che va a carico del Comune di Trieste. I mille euro non aumenteranno ovviamente le “diottrie” di Barbieri nel monitorare i dati della Ferriera per conto del sindaco. Le aspettative riposte sul consulente finora non sono state proprio rispettate. L’intenzione del sindaco di inchiodare la Ferriera e la Regione («Faremo il c... ad Arvedi», era uno dei proclami del sindaco) con i dati passati sotto la lente del consulente è rimasta una pia illusione. E neppure la conferenza stampa di lunedì ha mantenuto appieno le promesse. Il sindaco aveva annunciato in televisione che avrebbe sganciato una bomba. «Abbiamo tirato le reti con Barbieri. Li abbiamo incastrati sulle urine e sulla copertura dei parchi minerali. Ora la cosa si fa seria», aveva annunciato Dipiazza. In realtà lunedì non si è andati oltre la richiesta alla Regione dell’apertura di un tavolo per la revisione dell’Aia (l’Autorizzazione integrata ambientale) usando, tra l’altro, i dati pubblici prodotti dalla precedente amministrazione con l’invito a collocare delle centraline più vicine alla cokeria. «I dati delle deposizioni però vengono raccolti ogni tre mesi e ciò non consente di verificare gli effettivi miglioramenti - ha rilevato il consunte -. E poi c’è la necessità di avere un controllo in prossimità della cokeria, invece il più immediato punto di verifica è a 570 metri da questo impianto, mentre alcune case sono più vicine». Barbieri, che in campagna elettorale era stato presentato come ipotetico assessore della seconda giunta Cosolini, è diventato il primo ottobre scorso consulente della giunta Dipiazza dopo un selezione pubblica durata un paio di mesi. «La cosa importante è rappresentare quel che succede a Trieste e gestire al meglio la situazione - si giustifica da esperto chimico -. Io dico sempre: Senatus popolusque tergestinus». Durata del contratto: nove mesi, prorogabili a giugno, per un compenso di 17.730 euro a cui ora vanno aggiunti altri mille.

Fabio Dorigo

 

«Ma l’inquinamento è in forte calo» - L’Arpa apre a nuovi controlli in zona  - Botta e risposta Dipiazza-regione - Deposizione di polveri medie annuali a confronto
«Arpa sta valutando positivamente le richieste del Comune per il posizionamento di un ulteriore deposimetro in prossimità delle abitazioni di via San Lorenzo in Selva. Quest’ultimo deposimetro, in aggiunta a quelli del piano di monitoraggio e controllo di Siderurgica Triestina, consentirà d’effettuare ulteriori verifiche sui dati già oggi a disposizione». L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente lo ha reso noto all’indomani della conferenza stampa in cui il sindaco Roberto Dipiazza ha annunciato che chiederà alla Regione la revisione dell’Aia anche sulla base della relazione sulle polveri consegnata nei giorni scorsi da Arpa al Comune. «Ma in quella relazione - ha precisato ieri Arpa - viene segnalato che nel 2016 i quantitativi di polveri depositate al suolo sono stati inferiori di circa un terzo rispetto al quinquennio precedente. La novità sta nel fatto - sintetizza l’Agenzia - che sono confermate le ipotesi formulate in sede di Conferenza dei servizi in merito all’entità e alla distribuzione spaziale delle dispersioni di polveri. Le deposizioni delle polveri grossolane decadono, molto rapidamente a partire dal punto di emissione, tanto che a circa 400 metri la quantità è confrontabile con il fondo urbano». Arpa specifica di essere giunta a queste conclusioni «elaborando i dati della rete di sette deposimetri prescritta dall’Aia. Di questi deposimetri, uno rappresenta il fondo urbano, gli altri sono posti a distanze crescenti a partire dal punto di emissione (due all’interno dello stabilimento: Portineria operai e Palazzina qualità, due a meno di 250 metri dal limite dello stabilimento, uno a meno di 500 metri, uno a meno di 750 metri dal medesimo limite). «La normativa relativa alla qualità dell'aria - viene fatto notare - non fissa limiti per le deposizioni delle polveri. Dei limiti sono stati invece introdotti dall'Aia che è migliorativa in termini di tutela dell'ambiente. Ad esempio il valore obiettivo di qualità per le polveri totali è fissato dall'Aia in 250 milligrammi al metro cubo al giorno, valore che - precisa Arpa - è stato rispettato durante tutto il 2016». Dipiazza ha replicato ieri alle dichiarazioni dell’assessore regionale Sara Vito che ha tra l’altro sostenuto che nell’ultima relazione Arpa non ci sono novità in base alle quali poter richiedere la revisione dell’Aia. «Probabilmente l'assessore Vito - ha commentato il sindaco - non ha avuto modo di approfondire i contenuti che il Comune ha fatto emergere relativamente alla Ferriera perché, se confermate, le sue dichiarazioni aggraverebbero la posizione della Regione e certificherebbero gravi negligenze compiute per il rilascio dell’Aia. Con il professor Barbieri - rimarca Dipiazza - abbiamo evidenziato che sino ad oggi si analizza il benzo(a)pirene nelle pm10 (come riportato anche nel sito dell'Arpa), ma non si è andati a commentare la presenza di benzo(a)pirene nelle deposizioni, ovvero nelle particelle che ricadono al suolo, in un raggio di 400 metri e che i cittadini respirano e mangiano attraverso gli alimenti. Considerando che gli enti pubblici devono tutelare la salute dei cittadini e dell'ambiente - ha concluso - la rigidità della Regione alla nostra richiesta di revisione dell'Aia che ha proprio queste finalità è alquanto strana». «Per finirla con le chiacchiere, verso le quali c'è grande accondiscendenza dei fiancheggiatori in passato così severi - è il commento che fa sulla sua pagina facebook l’ex sindaco Roberto Cosolini - il Comune evidenzi con fondamento tecnico giuridico oggettivi fatti nuovi, se li ha, per chiedere la revisione dell'Aia: c’è una legge, una procedura e non servono annunci o tavoli. Se poi la situazione fosse estremamente grave esiste uno strumento nelle mani del sindaco: si chiama ordinanza, per ridurre, sospendere, chiudere l'attività».

Silvio Maranzana

 

Scattano le perizie per le morti fra gli ex operai - Disposto l’incidente probatorio nell’ambito del procedimento che coinvolge 15 ex manager “ante Arvedi”
Sarà la prova principale. Quella che servirà a definire il cosiddetto nesso di causalità tra 40 morti accertati - uccisi dal mesoteloma pleurico o dal carcinoma polmonare - nonché due malati, uno dei quali è il sindacalista Luigi Pastore, e il loro lavoro come dipendenti tra il 1979 e il 2004 della Ferriera di Servola. La consulenza tecnica - nelle forme dell’incidente probatorio e quindi utilizzabile in dibattimento - è stata disposta dal gip Laura Barresi su richiesta dei pm Cristina Bacer e Matteo Tripani. I nomi dei periti sono quelli di Celestino Panizza di Brescia e di Enzo Merler di Padova. Saranno formalmente incaricati dal giudice il prossimo 20 marzo. Dovranno per l’appunto definire allo stato attuale la possibile rilevanza causale dell’esposizione dei lavoratori agli inquinanti, precedente al periodo che viene indicato in gergo tecnico come “latenza reale”. Il gip chiede anche agli esperti di conoscere quale possa essere stata l’influenza di eventuali esposizioni successive alla cosiddetta fase di induzione della malattia, ovvero il lasso di tempo più “pericoloso”. Nel fascicolo compaiono con l’accusa di omicidio colposo e lesioni gravi i nomi di 15 ex dirigenti della fabbrica di Servola che, «in ragione della carica rivestita in una posizione di garanzia della salute e della sicurezza dei lavoratori», avrebbero avuto «responsabilità» attive nella sequenza di decessi. Quindici nomi, appunto. Quelli di manager legati alle “vecchie” proprietà della Ferriera, non riconducibili quindi al Gruppo Arvedi e a Siderurgica Triestina. I più noti sono Piero Nardi, ex consigliere delegato della Servola Spa e poi fino al 2004 amministratore dello stabilimento, e Giuseppe Lucchini, presidente di Servola Spa fino al 2001. Tra gli indagati compaiono anche Didimo Badile, componente del comitato esecutivo dell'Italsider dal 1979 al 1981, Sergio Noce, direttore generale di Italsider dal 1981 al 1982, Gianbattista Spallanzani, pure direttore generale, Guido Denoyer, amministratore della Terni Spa e poi della Attività industriali triestine fino al 1988, e Costantino Savoia, componente del Cda di Terni Spa. E ancora Attilio Angelini, presidente di Terni Spa fino al 1989, Luigi Broccardi Schelmi, procuratore della stessa Terni Spa e poi direttore generale della Attività industriali triestine fino al 1989, Paolo Felice, direttore generale di Aliforni e ferriere di Servola fino al 1995 e direttore dello stabilimento fino al 1996, e Franco Asquini, commissario straordinario della Altiforni e ferriere di Servola fino al 1995. Nella lista compaiono infine anche Michele Bajetti, amministratore delegato della Servola Spa fino al 2001, Vittorio Cattarini, presidente dei cda di Servola Spa fino al 2002 e Servola Srl fino al 2004, Francesco Chindemi, direttore dello stabilimento fino al 1997, e Mauro Bragagni, consigliere della Servola Srl fino al 2003. Difensori al momento gli avvocati Giovanni Borgna e Daniela Jolanda Cuccaro.

Corrado Barbacini

 

 

Dal pediatra all’architetto - Mille no al Parco del mare - Traguardo raggiunto in pochi giorni dalla petizione lanciata dal comitato La Lanterna
Da Razeto a Bassa Poropat cresce il dissenso: «La collocazione ideale è Porto vecchio»
Ormai sono un migliaio le firme raccolte sotto la petizione lanciata dal comitato La Lanterna che si oppone al progetto del Parco del mare sul Molo Fratelli Bandiera. «Tra gli altri - spiega la portavoce Giorgetta Dorfles - hanno firmato i docenti universitari Fulvio Senardi, Marina Petronio, Guido Pesante, l’editore Walter Chiereghin, il regista Giampaolo Penco, l’architetto William Starc, il pediatra Andrea de Manzini, il presidente del Pen club Antonio Della Rocca, l’ex direttrice del Revoltella e dei Civici musei Maria Masau». Le motivazioni del dissenso vengono definite molteplici. Il sito del comitato ne delinea le principali: verrebbe oscurata la Lanterna, monumento storico ottocentesco dell’architetto Matteo Pertsch che caratterizza il porto nautico e la città; verrebbe devastato il profilo delle Rive, esempio paradigmatico dell’abbraccio di una città con il mare; il macroscopico edificio fungerebbe da enorme paravento: verrebbe spezzata la linea dell’orizzonte; il Parco graverebbe con la sua mole sull’armonico impianto della Sacchetta. Non vengono sottovalutate le conseguenze pratiche: il surplus di traffico e l’invasione di automobili in una zona già penalizzata dalla scarsità di parcheggi; i problemi relativi alla fruizione del contiguo bagno storico “Pedocin”, il terreno da riporto con cui è stato costruito il Molo che inficerebbe la stabilità di un edificio così imponente. Infine si sottolineano le perplessità sulle ricadute economiche di una simile impresa e sulla riduzione in cattività degli animali. «La nostra mobilitazione non è che all’inizio - continua Giorgetta Dorfles - sto prendendo accordi con le associazioni ambientaliste e in particolare con Italia nostra, Wwf, Legambiente e Trieste bella per organizzare una conferenza stampa comune e annunciare una serie di iniziative. La raccolta di firme ora passerà anche alla fase “cartacea”. Si potrà firmare in alcuni locali pubblici e se non sarà sufficiente faremo anche dei banchetti in piazza. Vogliamo raggiungere un numero di autografi molto consistenti per far comprendere che la nostra è una posizione estremamente condivisa». Piovono intanto i commenti favorevoli all’iniziativa via web sotto il sito del comitato e molti non sono affatto contrari al Parco del mare in sé, ma vedono come unica sua collocazione possibile quella del Porto vecchio. È la linea sostenuta proprio ieri dal consigliere regionale dei Cittadini Emiliano Edera e dalla consigliera comunale Maria Teresa Bassa Poropat che rilevano che «è ben poco razionale pensare al Molo Fratelli Bandiera perché si tratta di una zona quasi priva di parcheggi, specialmente durante la stagione estiva, dove il traffico manderebbe in tilt un sistema viario già in difficoltà, mentre è logico che chi frequenta il bagno alla Lanterna abbia valide ragioni per non essere d’accordo. Al contrario per il Porto vecchio - aggiungono i due consiglieri - rappresenterebbe un’opportunità all’interno del rilancio di un’area con grandi spazi disponibili per la quale sono già stati stanziati 50 milioni, andando a integrare l’ipotesi di trasferimento e ampliamento del Museo del mare». Secondo Antonio Paoletti, storico promotore del Parco del mare, la struttura sul Molo Fratelli Bandiera potrebbe essere inaugurata tra fine 2020 e inizio 2021. Il sindaco Roberto Dipiazza ha recentemente convocato una riunione operativa per stringere i tempi dell’iter amministrativo. A sostegno dell’opzione Portolido un manifesto firmato da 35 rappresentanti di categorie, associazioni e aziende private. Lo stesso presidente di Confindustria Venezia Giulia Sergio Razeto ha firmato dicendosi favorevole, ma spiega che «la collocazione ideale sarebbe stata quella del Porto vecchio, ma ormai l’unica possibilità di partire in tempi relativamente brevi è quella di Portolido, a patto che ci si trovi di fronte a un business plan credibile che certifichi la capacità della struttura di autofinanziarsi».

Silvio Maranzana

 

 

 

 

eHABITAT.it - MARTEDI', 14 febbraio 2017

 

 

Emergenza smog, il verde urbano può mitigarne gli effetti?

Ne abbiamo parlato ripetutamente, ma non fa male ribadire il concetto: l’emergenza smog in Italia e al di fuori dei nostri confini è reale: l’inquinamento atmosferico risulta essere uno dei principali fattori di morte a livello mondiale.
Il particolato (PM, Particulate Matter) è un inquinante costituito da particelle disperse nell’atmosfera con diametro variabile da qualche nanometro (nm) a decine/centinaia di micrometri (μm). Le sorgenti di PM possono essere naturali (eruzioni vulcaniche, incendi boschivi, erosione del suolo ecc…) e antropiche.
Gran parte delle particelle emesse derivano dalle attività umane, principalmente dall’uso di combustibili fossili e delle biomasse (riscaldamento domestico, produzione di energia), ma svolgono un ruolo essenziale anche le emissioni degli autoveicoli e l’usura degli pneumatici, dei freni e del manto stradale.
In uno studio del 2015 (Contributions to cities’ ambient particulate matter (PM): A systematic review of local source contributions at global level, Karagulian et al.) pubblicato dalla Commissione Europea, gli autori hanno sistematicamente esaminato e analizzato le ricerche pre-esistenti sulla presenza di PM10 e PM2.5 in contesti urbani con l’obiettivo di stimare le quote relative alle fonti di inquinamento a livello globale. Sebbene lavori così ampi e complessi spesso non possano offrire conclusioni certe e necessitino di ulteriori approfondimenti, da questo studio emerge che il traffico è una sorgente importante di PM in città, accompagnato dalle attività industriali e dal riscaldamento domestico.
Ammettiamolo: la soluzione reale a questo problema sarebbe la diminuzione o meglio ancora l’eliminazione delle emissioni alle fonti. Impossibile? Utopico? Proviamo a concentrarci allora sulle soluzioni individuate per mitigare gli effetti dell’inquinamento atmosferico.
Voglio soffermarmi in particolare sull’utilizzo del verde all’interno dei contesti urbani. La Sezione del Piemonte e Valle d’Aosta della Società Botanica Italiana organizza presso l’Orto Botanico diversi incontri incentrati sul tema del verde urbano, la scorsa settimana Enrica Roccotiello, dottore di ricerca in Scienze Ambientali e in Botanica Applicata all’Agricoltura e all’Ambiente presso il Laboratorio di Biologia Vegetale dell’Università degli Studi di Genova, ha sapientemente mostrato la complessità insita nel concetto di verde urbano.
Le strutture verdi (parchi urbani, tetti verdi, pareti viventi, orti urbani, wildlife crossing ecc…) offrono innumerevoli benefici psicofisici alla popolazione, ma devono essere gestite in modo corretto e attento, prendendo in considerazione diversi parametri. Ad esempio: le città presentano dei veri e propri canyon urbani racchiusi tra edifici che fungono da barriere che le correnti possono superare o aggirare attraverso moti turbolenti.
Un albero inserito in un contesto simile potrebbe, ostacolando l’aria, contribuire ad un aumento di concentrazione di inquinamento a livello del tronco. Da questo caso emerge in modo efficace la necessità di una valutazione accurata del contesto ambientale e delle interconnessioni tra i vari elementi. Ogni organismo vegetale ha caratteristiche peculiari e modalità diverse di interagire con l’ambiente in cui è immerso. Si tratta di un campo di indagine estremamente complesso e nonostante gli studi siano numerosi, è necessario approfondire ulteriormente molti aspetti non dimenticando che gli inquinanti non si accumulano solo nell’aria.
Quindi viva il verde, ma un verde consapevole. Riportando le parole della dottoressa Roccotiello: “Non stiamo parlando di un arredo, stiamo parlando di un organismo che subisce stress ambientali esattamente come noi“, non dimentichiamocelo.

ALESSANDRA CONDELLO

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 14 febbraio 2017

 

 

Scempio della Val Rosandra - In Appello quattro condanne - I giudici ribaltano la decisione presa in primo grado quando gli imputati erano stati assolti

Sei mesi e 18mila euro di ammenda all’ex vicepresidente della Regione Ciriani, all’ex direttore della Protezione civile Berlasso e ai funzionari Trocca e Morettin

Il 24 e il 25 marzo del 2012 i lavori motivati dalla necessità di pulizia dell’alveo del torrente per ragioni di sicurezza

TRIESTE - Sei mesi e diciottomila euro di ammenda per lo scempio della Val Rosandra. È questa la pena alla quale è stato condannato l’ex vicepresidente della giunta regionale Luca Ciriani, oggi consigliere di Fratelli d’Italia-An in carica nell’aula di piazza Oberdan. A pronunciare la sentenza che ha riguardato anche l’allora capo della protezione civile Guglielmo Berlasso, il funzionario Cristina Trocca e l’operativo Adriano Morettin è stato il giudice Donatella Solinas che ha presieduto il collegio della Corte d’Appello composto da Anna Fasan e Gloria Carlesso. La sentenza è stata pronunciata nel pomeriggio di ieri, in Tribunale a Trieste, e ha completamente ribaltato quella di primo grado che aveva mandato assolti gli imputati. A ricorrere era stato il procuratore generale. La vicenda Il processo è stato innescato dalle indagini sui lavori di deforestazione della Val Rosandra eseguiti tra il 24 e il 25 marzo del 2012. Operazioni che all’epoca erano state definite veri e propri “assalti” degli uomini della Protezione civile, “armati” di motoseghe e alla guida di mezzi cingolati. In quell’occasione, come in Apocalipse now, il vicepresidente e assessore della giunta Tondo, Luca Ciriani, era giunto in elicottero dopo aver roteato su tutta l’area che è una zona protetta. Ricorso in Cassazione Il difensore di Ciriani, l’avvocato Caterina Belletti, ha annunciato il ricorso in Cassazione spiegando che il proprio assistito rinuncerà alla prescrizione. Ha aggiunto: «Da qui in avanti si porrà un problema su chi è chiamato ad assumere provvedimenti sulla base di validi pareri tecnici e di legittimità. La giunta regionale all’epoca aveva deliberato sulla scorta del parere degli uffici della Protezione civile al quale era seguito il vaglio di legittimità da parte degli uffici della Segreteria generale». Il ricorso alla suprema corte è stato annunciato anche dai difensori degli altri imputati, gli avvocati Luca Ponti e Paolo Pacileo dopo la lettura delle motivazioni. L’esposto del Wwf -  A far scattare le indagini era stato un esposto presentato all’epoca dall’avvocato Alessandro Giadrossi per conto del Wwf e in cui si parlava di danni ambientali irreparabili provocati con la scusa dell’urgenza. Erano stati tagliati ben settanta alberi di alto fusto ed era stato devastato un sito protetto di alto valore botanico e faunistico. La mobilitazione Le proteste avevano invaso il web e gli “esposti” presentati alla Procura anche dai vertici regionali di Legambiente e da numerose persone indignate per la devastazione, avevano avuto il merito di richiamare l’attenzione degli inquirenti su quanto era accaduto in quell’area protetta. Erano state anche chieste le dimissioni di Luca Ciriani che oltre alla carica di vicepresidente della Regione aveva anche il ruolo di assessore all’Ambiente. Le accuse A definire il quadro dell’accusa del pm Antonio Miggiani erano state le perizie del biologo Dario Gasparo e del professor Ezio Todini, docente di idrologia e costruzioni dell’Università di Bologna. I due consulenti avevano parlato di danno ambientale importante perché aveva riguardato un ambiente comunitario. Il pubblico ministero aveva contestato due ipotesi di reato definite dagli articoli 733 e 734 del Codice penale. La prima - per chi distrugge un habitat all’interno di un sito protetto o lo deteriora compromettendone lo stato di conservazione - prevede la pena della reclusione fino a diciotto mesi e un’ammenda non inferiore a tremila euro. La seconda prevede come sanzione solo una pena pecuniaria peraltro piuttosto “salata” per chi ha distrutto o deturpato le “bellezze naturali” di luoghi protetti. I lavori del marzo 2012 L’intervento in Val Rosandra era stato effettuato - a seguito di una serie di sopralluoghi promossi dal Comune, dalla Protezione civile e dalla Comunella - per pulire l’alveo del torrente. Scopo dichiarato, mettere in sicurezza in caso di piene o di eventuali inondazioni, le vite e i beni dei residenti. In totale erano arrivati nella valle duecento “volontari” da tutta la regione. E alla fine era rimasta solo desolazione. Poi il processo di primo grado presieduto dal giudice Marco Casavecchia che, dopo una serie interminabile di udienze, si era concluso con l’assoluzione di Ciriani, Berlasso e dei due funzionari regionali. Il pm Miggiani aveva chiesto, nella sua requisitoria, un anno di reclusione e duemila euro di multa. Dopo la pronuncia della sentenza di assoluzione, l’ex vicepresidente Ciriani aveva dichiarato: «Esco a testa alta, come a testa alta sono entrato». Ieri il suo telefonino ha squillato a vuoto. Mentre Berlasso ha preferito chiudere bruscamente la comunicazione.

Corrado Barbacini

 

 

Inquinamento in Ferriera - Dipiazza lancia l’ultimatum «Pronti a rivolgerci alla Corte di giustizia Ue se la Regione non modificherà l’Aia»
Ma Vito gela il Comune: «Non ci sono elementi nuovi che giustifichino revisioni»
Arriverà fino a Bruxelles e Lussemburgo la battaglia del Comune di Trieste per chiudere l’area a caldo della Ferriera di Servola. Lo hanno annunciato ieri in una conferenza stampa il sindaco Roberto Dipiazza e l’assessore all’Ambiente Luisa Polli affiancati dal consulente Pierluigi Barbieri, docente di Chimica. Dopo essersi vista rigettata dal Tar la richiesta di sospensiva del decreto regionale che accertava il completamento da parte di Siderurgica Triestina di una serie di adempimenti prescritti dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), l’amministrazione tenta ora un’altra controffensiva. La Corte di giustizia europea e la Direzione generale Ambiente sono considerate l’extrema ratio. L’ipotesi prioritaria è un’altra: «Chiederemo alla Regione - è stato affermato - di aprire un tavolo per la revisione dell’Aia». In realtà non è trascorsa che qualche ora che la Regione, per bocca dell’assessore all’Ambiente Sara Vito, l’ha sostanzialmente già bocciata. Uno stop a una prima richiesta di revisione era già arrivato a settembre. Ieri è partito il secondo tentativo su questo terreno perché, dirà Dipiazza alla fine, «quest’Aia è stata emessa quando tutte le istituzioni erano conniventi e non tutela i cittadini». Su quali basi la nuova richiesta? «L’Arpa ci ha fornito il riscontro sulla deposizione delle polveri - ha riferito Polli - e si evidenzia che è interessata la zona in un raggio di 400 metri dallo stabilimento. Non solo provocano imbrattamento, ma vengono respirate, si posano sugli alimenti. Vi sono risvolti di carattere sanitario, cioè cancerogeno: è acclarata la pericolosità. E la situazione non sembra essersi modificata tra il 2011 e il 2016. Tutto questo non è stato tenuto in considerazione per l’Aia ed è un fatto grave perché l’Autorizzazione non deve servire per tutelare l’imprenditore, ma pone obblighi di tutela sanitaria e ambientale». «Analizzando gli stessi dati autoprodotti da Siderurgica Triestina - ha aggiunto Barbieri - le sorgenti emissive dal confine dell’impianto siderurgico provocano ricadute fino a 400 metri di distanza, c’è un calo progressivo molto rapido, ma comunque si arriva a 400 metri. Il benzopirene ha una sorgente identificata nella cokeria e si propaga per alcune centinaia di metri. I dati delle deposizioni però - ha commentato il consulente - vengono raccolti ogni tre mesi e ciò non consente di verificare gli effettivi miglioramenti. E poi c’è la necessità di avere un controllo in prossimità della cokeria, invece il più vicino punto di verifica è a 570 metri da questo impianto, mentre alcune case sono più vicine». Secondo Barbieri bisogna dunque installare strumentazioni più vicine e che rimandino dati in continuo. «Queste sostanze infatti - ha commentato - possono generare nelle persone quello stress ossidativo di cui si è parlato nello studio commissionato all’Azienda sanitaria. Il Comune ha di conseguenza chiesto all’Asuits di verificare la presenza di queste sostanze nelle urine degli abitanti». «Non è nostra intenzione rompere il principio di regolare collaborazione con le altre istituzioni - ha concluso Polli - ma si sappia che le direttive comunitarie sono immediatamente applicabili e vi sono precedenti di sentenze della Corte giustizia in questi ambiti. Ma non vorremmo inoltrarci in un percorso che si prospetterebbe comunque lungo. Ci sono fin d’ora infatti i presupposti per poter rivedere l’Aia: oltre a quelli appena illustrati, il fatto che l’azienda non intende provvedere alla copertura del parco minerali; che fino al 22 dicembre, data del decreto di accertamento da parte della Regione, lo stabilimento ha prodotto ghisa superando i limiti. E per il fatto infine che la Regione non ha avviato alcun procedimento sanzionatorio, anzi non sappiamo nemmeno se sia stata emanata una semplice diffida». «Tutte le azioni della Regione dimostrano che per noi la tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini è una priorità assoluta - ha replicato in serata Vito - Non ci lasceremo trascinare nella crociata politica lanciata dal Comune di Trieste. È gravissimo che un sindaco si esprima sui rapporti tra Regione e amministrazione comunale precedente utilizzando il termine “connivenza” - ha continuato Vito - introducendo il dubbio che esse siano giunte al rilascio dell'Aia senza tener conto della salute dei cittadini. La Regione invita il Comune a utilizzare toni più misurati e attenti». Quanto alla revisione dell’Aia, l’assessore regionale afferma che può essere richiesta solo dinanzi a elementi nuovi, «ma tali elementi nuovi - ha concluso - non si ritrovano nel documento dell'Arpa che, all'opposto, certifica un innegabile miglioramento per quanto riguarda le polveri per l'anno 2016».

Silvio Maranzana

 

 

Sicurezza, un piano per la segnaletica stradale - Progetto annunciato in Consiglio comunale. Passa la mozione per salvare la polizia di frontiera di Opicina
In arrivo un piano unico per la segnaletica stradale, semafori inclusi, che uniformerà il sistema cittadino per renderlo più sicuro. È il progetto annunciato ieri sera in Consiglio dall’assessore all’Urbanistica Luisa Polli, di concerto con la collega Elisa Lodi, in risposta alla mozione con primo firmatario il forzista Andrea Cavazzini. «Le circoscrizioni ci comunicheranno entro il 31 marzo l’elenco dei luoghi critici, grazie anche alle segnalazioni dei cittadini», ha detto Polli. Quel rapporto sarà poi coniugato ai dati in possesso alla polizia locale per definire un piano coerente d’azione: «Gli uffici sono al lavoro sulle soluzioni più innovative sul mercato», ha precisato Polli. È stata poi approvata la mozione presentata dal capogruppo Lista Dipiazza Vincenzo Rescigno che chiede ad Ater di sottoscrivere una convenzione con uno o più Caf per aiutare gli inquilini, soprattutto quelli con difficoltà motorie, a sciogliere la matassa dell’Isee. Ma anche al Comune di avviare una ricognizione per verificare i valori catastali attribuiti agli appartamenti. Il tema, fresco dopo la recente audizione della dirigenza Ater, ha visto gli interventi di numerosi consiglieri. Per il resto, quella di ieri si è rivelata una serata di normale amministrazione per il Consiglio. Approvate anche due mozioni convergenti di Forza Italia e Lega Nord (la prima anche col voto del centrosinistra) che chiedevano di impedire la «soppressione» del posto della polizia di frontiera di Opicina. Nel difendere il proprio testo, criticato dalla capogruppo Pd Fabiana Martini - «non possiamo condividerne le premesse catastrofiste» -, il leghista Paolo Polidori si è lanciato in una disamina storica, tirando in ballo la caduta dell’impero romano d’Occidente e l’assedio ottomano di Vienna, portati come esempi dei possibili sviluppi dell’odierna crisi migratoria. «Eh, ma Marco d’Aviano li ha respinti!», è scattato il cattolicissimo consigliere Salvatore Porro (Fdi) sentendo evocare l’assedio viennese. Ha commentato Giovanni Barbo (Pd): «Strano che la Lega difenda l’impero romano dopo aver preso per tanto tempo la parte dei celti». Il forzista Alberto Polacco ha sottolineato l’importanza della «lotta alla tratta degli esseri umani che interessa anche il nostro territorio». Il capogruppo forzista Piero Camber ha poi presentato una mozione, poi approvata, in cui si chiedeva al sindaco di intervenire nei confronti della Regione «perché non si attui la fusione tra Pronto soccorso e Medicina d’urgenza». Un’operazione che per i firmatari avrebbe portato a «un’illogica disparità di trattamento» nei confronti di Medicina d’urgenza. Approvata all’unanimità anche una mozione per il ripristino delle frequenze dell’emittente televisiva Telequattro, sovrapposte a quelle di un’emittente slovena.

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 13 febbraio 2017

 

 

Lo spettro dei treni veloci torna ad agitare il Carso - Ambientalisti in allarme dopo la notizia di un rinnovato interesse delle Ferrovie

Pressing bis sulla Regione per fare chiarezza sui progetti per la Venezia-Trieste
DUINO AURISINA - Torna alla ribalta, con il consueto e inevitabile corredo di secchi “no” di ambientalisti e politici locali, il vecchio progetto della Italferr che prevede un tunnel ferroviario di una ventina di chilometri sotto il Carso. Parliamo del tratto compreso nella nuova linea ad alta velocità e alta capacità, che dovrebbe essere realizzato sulla Ronchi dei Legionari - Aurisina, nell'ambito della futura costruzione del cosiddetto Corridoio Mediterraneo. Stavolta l'occasione per riparlarne si è concretizzata, come ricorda il consigliere regionale della Slovenska skupnost, Igor Gabrovec, «nel corso della recente cerimonia della posa della prima pietra del Polo intermodale di Ronchi a servizio dell'aeroporto regionale. In tale contesto - precisa - è stata riportata l'attenzione sull'intero progetto riguardante il collegamento ferroviario tra Venezia e Trieste. Tutto questo - sottolinea Gabrovec - nonostante il fatto che il progetto studio, predisposto dalla Italferr nel 2012, abbia già ricevuto numerosi pareri negativi da parte delle amministrazioni locali chiamate a esprimersi al riguardo e sia stato in seguito accantonato per gli abnormi costi di realizzazione». «Qualcuno ha scelto - continua l'esponente del partito della comunità slovena - di predisporre un nuovo studio preliminare, al quale sono seguiti anche la sottoscrizione di un protocollo d'intesa con la Regione e un programma di finanziamento. Dalle dichiarazioni fatte dai massimi esponenti del Gruppo FS a margine della cerimonia di Ronchi - dice preoccupato il consigliere regionale - non si evince però nulla di più dettagliato sui lavori previsti, che dovrebbero comprendere, stando ai contenuti dello studio preliminare aggiornato a luglio 2016, anche un tratto a doppio binario del tutto nuovo con 22,7 km in galleria». Gabrovec si rivolge perciò alla presidente della Regione, Debora Serracchiani, con un'interrogazione in cui chiede maggiori dettagli sulle opere che saranno intraprese sul territorio compreso tra Ronchi e Trieste «con particolare riguardo a quanto attiene il loro impatto ambientale e paesaggistico». «Ricordo - conclude Gabrovec - le rassicurazioni espresse a suo tempo dalla Regione con le quali si escludevano opere di questo tipo. Chiedo perciò di prevedere anche un'audizione in Regione, dedicata al tema, alla quale invitare i vertici di Rfi». Forte anche la presa di posizione negativa nei confronti del progetto studio espressa dai “Cittadini per il golfo”, gruppo ambientalista che segue da vicino tutte le problematiche riguardanti la salvaguardia dell'ambiente nell'area di Duino Aurisina. «Ci sembra impossibile pensare a uno stravolgimento del Carso che sarebbe indispensabile per realizzare un'opera di tale dimensione - spiega Vladimiro Mervic, portavoce del gruppo - perché in tal modo si deturperebbe per sempre un paesaggio straordinario e ricco. Ci batteremo sempre contro proposte di questo tipo». Sul tema interviene anche il presidente del Comitato per la vita del Friuli rurale, Aldevis Tibaldi: «Nonostante gli sforzi fatti in Regione e in sede nazionale con più deputati - evidenzia - gli elaborati grafici della tratta sottoposta al progetto Rfi, da Ronchi dei Legionari ad Aurisina, da noi più volte richiesti, non saltano fuori. Allo stato - prosegue - è disponibile solo la relazione preliminare rilasciata nel mese di luglio e fornita alla Regione con gli annessi elaborati grafici. Oltre a essere un progetto che inciderebbe in maniera devastante sul territorio e dai costi elevatissimi - insiste Tibaldi - la stazione di Monfalcone resterebbe tagliata fuori, opzione che sembra inaccettabile, considerando l'importanza dello scalo marittimo monfalconese e la presenza di numerose aziende di varia dimensione che lo circondano. Ma ciò che sconcerta - conclude - è la difficoltà nell'ottenere i documenti a corredo del progetto».

Ugo Salvini

 

 

Pressing per riqualificare via Giulia - Sesta Circoscrizione
La Sesta circoscrizione del Comune ha approvato una mozione del Movimento 5 Stelle che chiede alla giunta Dipiazza di dare attuazione al progetto di riqualificazione di via Giulia. Presentata dai consiglieri del M5S Alessandra Richetti, Emanuela Segulin e Stefano Fonda, la mozione ha trovato l’appoggio anche del Partito democratico, a dimostrazione che, di fronte a progetti di pubblico interesse e dalla evidente valenza ecologica e ambientale, le forze politiche riescono a trovare un punto di convergenza. L'intervento di riqualificazione di via Giulia, che riguarda l’area compresa tra piazza Volontari Giuliani e viale Raffaello Sanzio, è dettato soprattutto da esigenze legate alla mobilità sostenibile e alla sicurezza stradale, visto l’alto numero di incidenti che si sono verificati nella zona, coinvolgendo pedoni e ciclisti, categorie a rischio nel traffico cittadino. A questo proposito va ricordato che, a suo tempo, il Comune di Trieste aveva partecipato a un bando della Regione, supportato da finanziamenti europei, ottenendo 135mila euro per la riqualificazione di via Giulia. Un progetto che prevedeva la messa in sicurezza degli attraversamenti pedonali, la creazione di una pista ciclabile e la realizzazione del Pedibus, un particolarissimo “autobus” fatto di bambini che vanno a scuola a piedi accompagnati da due adulti, un “autista” e un “controllore”. «Fare di Trieste una città ciclabile, sicura per chi si muove sui pedali e officina di una nuova mobilità. Sono questi gli obiettivi del MoVimento 5 Stelle - afferma una nota - che da sempre si batte per valorizzare la mobilità sostenibile in centro città e per promuovere e ampliare i percorsi ciclabili».

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA,12 febbraio 2017

 

 

“Prove” di convivenza tra gli uomini e i lupi - Il Wwf critica gli abbattimenti; apprezzamento per le misure antibracconaggio
Dubbi sul censimento. Per il governo necessario mediare tra opposte esigenze
ROMA - Il “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia” tornerà il 23 febbraio in Conferenza Stato-Regioni, dopo la ritirata strategica del primo del mese. Nel frattempo gli enti locali e il ministero dell’Ambiente valuteranno se stralciare o meno la possibilità di deroga al divieto di uccisione dell’antagonista per eccellenza delle fiabe(in casi eccezionali e in misura massima dal 5% della popolazione totale), al centro di una focosa protesta da parte di un variegato fronte di animalisti che unisce i deputati 5 stelle ai conservazionisti del Wwf. La specie è protetta dal 1971, anno in cui il baratro dell’estinzione è stato a un passo: erano rimasti appena un centinaio di lupi fra le Alpi e gli Appennini. Oggi le stime disponibili parlano di una popolazione di 1.600 esemplari diffusi sulle catene montuose italiane. Circa il 9-10% dei lupi europei e circa il 17-18% nella zona Ue. Appena 150 risiedono sulle Alpi, divisi in branchi stabili tra il Piemonte (dove si trova la quasi totalità), la Liguria, la Valle d’Aosta, la Francia, il Veneto e il Trentino. Esemplari randagi si aggirano nella provincia di Biella, in Alto Adige e in Friuli Venezia Giulia (in tutto cinque coppie e tre solitari). Poi ci sono i 1.580 individui diffusi sugli Appennini: dalla Calabria all’Emilia. Ne consegue che la popolazione diffusa sul dorso dello Stivale sarebbe “sufficiente”, mentre quella alpina no. Infatti nel piano si caldeggia la possibilità che i lupi si diffondano verso Nordest, fino ad abbracciare i loro fratelli balcanici. Ma anche i dati sono al centro di polemiche, in particolare quelli sull’Appennino. «La valutazione - scrive il Wwf in un decalogo contro gli abbattimenti - deriva da un insieme di conoscenze non comparabili con quelle alpine e frutto di un modello predittivo e non da censimenti stabilizzati e pluriennali». Spiega Marco Galaverni, presidente di Wwf Emilia Romagna e studioso del lupo: «I censimenti sono un compito demandato alle Regioni, sarebbe opportuno dedicarvi fondi a livello nazionale e una Cabina di regia dell’Ispra che è il braccio scientifico del ministero. Oggi i dati sono ottimi in alcune regioni e carenti in altre. Dunque quelli che abbiamo non possono che essere stime». Galaverni sottolinea che la decisione di permettere gli abbattimenti, anche se in casi estremi e in un massimo del 5% della popolazione totale, «è grave perché distoglie lo sguardo da azioni più importanti previste, soprattutto dalla prevenzione: cani da guardia e recinzioni in particolare. Poi è provato da studi fatti all’estero che questo tipo di apertura favorisca il bracconaggio, perché ci si sente più legittimati a uccidere i lupi». Inoltre, ripete il Wwf, gli abbattimenti «destrutturano i branchi soprattutto se ci sono perdite di leader che guidano la caccia». Eppure il piano, secondo Galaverni, è in parte buono e necessario. «Anzitutto perché aggiorna problematiche del 2002 (l’ultima versione) al 2017», spiega. «E poi perché prevede una serie di azioni: il contrasto al bracconaggio, le task force regionali, regolamenta l’utilizzo dei veleni e modalità di caccia come quella in “braccata”, favorisce una corretta informazione alle parti coinvolte». Inoltre il progetto responsabilizza gli allevatori: la possibilità dei risarcimenti è legata all’adozione delle misure di prevenzione. C’è anche il contrasto all’ibridazione con i cani randagi, il fenomeno che genera i danni maggiori: crea individui che non hanno paura dell’uomo e si avvicinano ai recinti degli allevatori. E spesso fanno strage di pecore. Come scrivono gli esperti del ministero nel piano, è necessaria un’opera di mediazione tra l’esigenza di «salvaguardare la specie e minimizzare suo impatto sulle attività dell’uomo». Perché non si tratta solo degli abbattimenti, ma sul rapporto atavico tra uomini, lupi e territorio.

Andrea Scutellà

 

«Risorse per risarcire le perdite» - Gli allevatori pronti a marciare su Roma: i danni che subiamo sono incalcolabili
ROMA - Il fronte degli allevatori è pronto alla mobilitazione. Un comitato che nasce in Maremma - terra di “butteri” i cowboy in salsa grossetana - ma guarda alla Tuscia, alla Valdarno e ai colli senesi è pronto a manifestare il 23 febbraio sotto la Conferenza Stato-Regioni a Roma. In quello che sarà il prossimo “giorno del lupo”, dopo il rinvio della discussione del piano lo scorso primo febbraio. A Magliano, un comune maremmano che non conta neanche 4mila anime, esiste un assessorato alle predazioni. La titolare è Mirella Pastorelli, una delle anime del comitato, che ha le idee abbastanza chiare in merito al piano lupo. «Chiederemo fermamente - spiega - che i lupi e gli ibridi siano catturati e portati via dal territorio della Maremma perché lupo e pecora insieme non possono convivere». Giudica tutto sommato buono il progetto presentato dal dicastero dell’Ambiente, soprattutto per «la fermezza del ministro di fronte alle proteste degli animalisti». Però non la convincono le misure di prevenzione perché «fa male vedere le pecore chiuse nei recinti come in prigione, che non potranno più vivere libere come è nelle loro abitudini. I prodotti perderanno di qualità». Franco Mattei di Scansano fa l’allevatore perché era il mestiere del padre e del nonno. «Loro - ci confida - non mi hanno mai raccontato di problemi legati ai lupi, perché all’epoca non c’erano. Io sono fortunato, perché negli ultimi anni ho avuto solo sette o otto attacchi. Ma i colleghi vicini al Monte Amiata». Mattei in questi anni ha perso una trentina di capi, ma c’è anche chi ne ha persi cinquanta con un solo attacco e chi ha subito quattro predazioni in due mesi. «Ma non ci sono solo i danni diretti, che si possono quantificare intorno ai 150-200 euro a capo, ma anche quelli indiretti: il latte che quell’animale avrebbe potuto dare, lo spavento che blocca la produzioni degli altri, gli aborti degli agnellini. Il danno vero è incalcolabile». Tullio Marcelli, che rappresenta gli allevatori di Coldiretti Toscana, condivide le linee di fondo del piano del ministero. «Da un lato - spiega - cerca di salvare la specie di lupo, dall’altro aiuta gli allevatori che non vogliono più i danni, ma solo fare il loro lavoro già reso difficile dalla crisi». Il piano, secondo Marcelli, permetterebbe di risarcire tutti i danni «con un’interpretazione anche quelli indiretti. Attualmente non ci sono risorse per i risarcimenti. Pensate che in Toscana ci sono stati 800 attacchi denunciati nell’ultimo anno».

(and. scut.)

 

I “lupari” di Carlo Magno e il ritorno al Medio Evo - IL COMMENTO / LA CACCIA INSENSATA
Negli anni ’70 andavamo a Pescasseroli a difendere il presidente Michele Cifarelli e il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Franco Tassi i quali cercavano di preservare la residua biodiversità del Parco, compresi alcuni lupi. Venivamo affrontati per strada: «Voialtri sete amici del lupo, non dell’omo...» A Civitella Alfedena però un sindaco pioniere, Giuseppe Rossi, poi presidente di Parchi, inaugurava con coraggio il primo Museo del Lupo. Pertanto la notizia che si sarebbe riaperta una caccia, sia pure “controllata”, al lupo ha sorpreso quanti si occupano di natura e di parchi da tanti anni. Ma come? Dopo gli sforzi fatti perché non si estinguessero com’era già avvenuto in Francia e in Svizzera dove li avevano sterminati alla fine dell’800? Dov’era finita la convivenza pacifica con gli animali selvatici? Si regrediva al “lupo cattivo” di proverbi e favole? Eppure un rischio serio c’è stato. Sventato, o rimandato per ora, dalla Conferenza Stato-Regioni. Persino fra i cacciatori ve n’erano di contrari a quella insensata misura. Sembrava di tornare al Medio Evo quando i lupi popolavano anche la pianura, la brughiera della Lomellina o le pinete ravennati, temuti come “bestie del diavolo”. Con Carlo Magno che istituiva e remunerava i “lupari”. È vero che San Francesco aveva invece dimostrato a Gubbio che il lupo poteva essere ammansito e sfamato. Un bel po’ prima l’irlandese San Colombano in viaggio sui monti della Borgogna, circondato da ben dodici lupi era rimasto immobile invocando Dio e i lupi lo avevano lasciato stare. Non così era avvenuto coi briganti. Insomma meglio le bestie degli umani... In realtà, è assodato che i lupi tendono a non aggredire l’uomo (specie se questi non si mostra spaventato), mentre lo fanno i cani randagi inselvatichiti i quali ben conoscono noi e le nostre debolezze. Secondo il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Dario Febbo, all’origine di almeno la metà dei danni provocati a pastori e allevatori ci sono branchi di cani inselvatichiti, quelli abbandonati colpevolmente dagli stessi cacciatori alla fine della stagione venatoria. E poi, mentre il lupo caccia con discernimento scegliendo nel gregge quanto gli serve, i cani randagi non hanno coordinamento, abbattono e dissanguano quanto più possono. Nel 1976 si era toccato il minimo dei lupi italici presenti sul territorio: 100-110 appena, in Abruzzo e nell’Appennino fra Forlì e Firenze. Con gran fatica e con una politica di protezione favorita da leggi illuminate si è arrivati in un decennio a 250 esemplari e a 600 nel 2000 favoriti dalla creazione di una ventina di Parchi Nazionali e da decine di Parchi Regionali. Anche se i bracconieri distruggevano persino intere cucciolate di lupi. Oggi dovrebbero esserci 2.000 lupi dall’Aspromonte agli Appennini centrali e alle Alpi. Piccoli gruppi di lupi, chiamati “metropolitani”, sono stati avvistati di notte nella pianura vicino a Bologna o nell’Agro romano. Il lupo è un grande camminatore, anche di notte, e una famiglia, monitorata dagli scienziati, è partita anni fa dall’Alpe della Luna incamminandosi verso nord ovest. Ha sostato sull’Appennino fra Voghera e Genova lasciando qualche coppia. Poi si è diretta verso le Alpi Marittime rientrando da lì nella Savoia, dopo un secolo abbondante, in Svizzera (20-30 lupi di origine appenninica) e persino in Spagna (dal 2009 in Catalogna). Il lupo appenninico (sulle Alpi sono arrivati branchi dalla ex Jugoslavia, come gli orsi del resto) si nutre di camosci, caprioli, cervi, daini e cinghiali. Ha quindi una precisa funzione ecologica di riequilibrio e di contrasto, anzitutto coi cinghiali, aggressivi, diffusisi in maniera abnorme, fin nelle periferie di città come Genova e Roma. Quindi si lascino in pace i lupi, si rimborsino più prontamente allevatori e pastori e si cerchi di sterilizzare i cani randagi e si puniscano severamente i cacciatori che con fredda crudeltà li abbandonano.

VITTORIO EMILIANI

 

Stop al resort del golf da un miliardo di euro sulle alture di Ragusa - Ora l’iter dovrà ricominciare da zero. Pressioni sul governo - Grande vittoria degli ambientalisti e del comitato cittadino
ZAGABRIA - Il progetto che prevedeva la costruzione di un campo da golf e di un grande centro residenziale sul monte Sergio (Srdj), sopra Ragusa (Dubrovnik), ha subito questa settimana una pesante battuta d'arresto. Venerdì scorso, infatti, il tribunale amministrativo di Spalato ha infatti revocato la licenza edilizia, accogliendo il ricorso presentato dall'organizzazione ecologista Zelena Akcija (Azione verde) e dal movimento ragusano "Srdj je nas!" (Srdj è nostra!), costringendo così gli investitori e gli amministratori locali a ricominciare da zero tutto il percorso burocratico. Del faraonico progetto edilizio da più di un miliardo di euro si parla ormai dal 2006, ovvero da quando il piano urbanistico della Perla dell'Adriatico è stato improvvisamente modificato per estenderne l'area edificabile sopra le mura. Dai 100 ettari si è passati allora a quota 340, scatenando l'ira di cittadini e ambientalisti. Mentre i dettagli del progetto venivano resi noti - circa 250 ville e 400 appartamenti a uso turistico - le associazioni presentavano un primo ricorso, accolto positivamente a fine 2014. Per l'Alta corte amministrativa croata, il piano urbanistico era stato modificato illegalmente e, di conseguenza, tutte le decisioni prese successivamente su tale base andavano riviste. «Da allora abbiamo ottenuto altre vittorie legali - racconta Djuro ‹apor, coordinatore dell'iniziativa "Srdj je nas" - anche lo studio d'impatto ambientale, ad esempio, è stato giudicato illegale, in quanto esaminava solo una parte del progetto». Con la vittoria di questa settimana, il «progetto deve ripartire da zero», prosegue ‹apor che avverte: «Gli investitori stanno già facendo pressioni sul governo, minacciando di portare la questione davanti al tribunale arbitrale di Washington, ma noi continueremo a vigilare affinché il verdetto croato sia rispettato». Rompere l’equilibrio paesaggistico e ambientale che contraddistingue una città unica come quella di Ragusa è estremamente facile, visto la configurazione dell’area su cui si sviluppa, quindi una giusta vigilanza ambientale potrebbe solo portare alla conservazione di questo gioiello dell’Adriatico.

Giovanni Vale

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 11 febbraio 2017

 

 

Parco del mare sotto tiro - Nasce il comitato del “no”

Avviata una petizione: già più di duecento le adesioni alla bocciatura del progetto su molo Fratelli Bandiera. «A rischio il profilo delle Rive. Si vada in Porto vecchio»
Si sono dati un nome, “La Lanterna”, e una missione: opporsi. È nato a Trieste il comitato anti-Parco del Mare, la struttura acchiappa turisti che dovrebbe sorgere nel 2020 in Molo Fratelli Bandiera. È il sogno di Antonio Paoletti, presidente della Camera di commercio, che da anni si batte alla ricerca di sostegno e fondi. Il comitato ha preparato una petizione che si può sottoscrivere online sul portale di “change.org” collegandosi alla pagina web di riferimento https://tinyurl.com/zw5qd3m. Oltre duecento le adesioni finora: ambientalisti o semplici cittadini, fra cui anche studenti e professionisti. «L’intento è sensibilizzare la città - spiega la portavoce, Giorgetta Dorfles - e far capire perché un acquario del genere, in quella zona, non ci può stare». Le ragioni del dissenso, estetiche e paesaggistiche, sono elencate per filo e per segno nel documento. La costruzione, che secondo le intenzioni dovrebbe portare nel capoluogo 900mila visitatori l’anno, andrebbe innanzitutto a oscurare un monumento ottocentesco: la Lanterna, appunto, attribuita all’architetto Matteo Pertsch. «Devasterebbe tutto il profilo delle Rive, esempio paradigmatico dell’abbraccio di una città con il mare», protesta il comitato. Che scende ancora più nel dettaglio dei possibili danni che un acquario delle dimensioni prospettate (si parla di 17mila metri quadrati di base, a terra, e altri 24mila a mare) potrebbe arrecare. «Il macroscopico edificio - si legge nella petizione - fungerebbe da enorme paravento, perché verrebbe spezzata la linea dell’orizzonte, lungo cui si stagliano, quando l’aria è limpida, le magiche sagome delle montagne. Inoltre verrebbe oscurato anche il calare del sole nel golfo con i suoi fantastici colori e graverebbe con la sua mole sull’armonico impianto della Sacchetta». Fin qui l’estetica. «Ma non bisogna sottovalutare gli aspetti pratici della faccenda - viene fatto notare - il surplus di traffico e l’invasione di automobili in una zona già penalizzata dalla scarsità di parcheggi, i problemi relativi alla fruizione del contiguo bagno storico Pedocin, il terreno da riporto con cui è stato costruito il Molo che inficerebbe la stabilità di un edificio così imponente». Non vanno trascurate, infine, le perplessità sulle ricadute economiche e sulla riduzione in cattività degli animali, avverte il comitato. E poi la proposta: perché non realizzare il progetto, piuttosto, nel fronte mare del Porto vecchio? «Vogliamo sensibilizzare i triestini e la classe politica - ripete Dorfles -: prima di mettere in moto la macchina delle autorizzazioni ci pensino». La petizione sarà contenuta anche in documento cartaceo che il comitato intende diffondere alla cittadinanza con banchetti e altre forme di promozione. Numerosi i commenti di chi ha sottoscritto la campagna. «Un obbrobrio», scrive Laila Grison. «Si punti piuttosto a trovare fondi per Miramare o per tutti quei piccoli musei disseminati in città», interviene Matteo Sandrin. «Ubicazione assurda», mette in guardia Lorenzo Tissini, «e se proprio si dovesse fare, abbiano il coraggio di chiedere una cauzione che copra i costi di demolizione e smaltimento, il giorno in cui diventerà l’ennesimo sarcofago di cemento, vuoto». È la rabbia della società civile che teme di ritrovarsi un “mostro” lungo le Rive, come rileva Ennio Zuffi. Perché «deturpa, congestiona, è ingestibile economicamente», insiste Guido Pesante. Tanti temono per gli animali e molti, come Nicolò Fumolo, Valentina D’Odorico, Liliana Servadei, Federica Misturelli o Pietro Tamburini, suggeriscono invece il Porto vecchio come sede ideale per un acquario. Il dibattito si allarga pure all’estero, tra chi conosce bene Trieste. «La città ha altre priorità», riflette Giulio Groppi dal Belgio. O, Darius Bork, originario di Berlino: «Un blocco di cemento e vetro non è la scelta giusta. Da quando sono venuto la prima volta qui, due anni fa, mi sono innamorato della città. I pianificatori urbani devono ripensare questa strana costruzione su tale luogo emblematico».

di Gianpaolo Sarti

 

 

Stop all’amianto nello Scalo Legnami - L’Authority pubblica il bando del valore di due milioni di euro per sostituire tutte le tettoie che sono costruite in eternit
Due milioni di euro per bonificare dall’amianto lo Scalo Legnami. È il valore dell’appalto che l’Autorità di sistema portuale dell’Adriatico orientale ha messo a gara. Nella fattispecie si tratta di sostituire le attuali tettoie che coprono la gran parte dei piazzali del terminal e che sono realizzate in eternit (cemento-amianto). La situazione è sempre stata giudicata sicura dato che non sono segnalati casi di sfregolamento delle tettoie che potrebbero mettere a rischio immediato la salute degli operatori, fatto sta che la necessità della bonifica appariva ineludibile già una quindicina di anni fa, ma si era innescata tra l’altro la questione se i costi fossero addebitabili al terminalista oppure all’Autorità portuale. Nel 2012 si era affacciata la possibilità dell’intervento di una ditta che si sarebbe accollata la spesa in cambio dell’installazione sulle tettoie di un impianto fotovoltaico e della gestione dell’energia prodotta, ma l’operazione era presto saltata. Tra l’altro a ricalcare la necessità dell’operazione, il fatto che al Tribunale di Trieste è in corso un processo per la morte causata da mesotelioma di 32 tra braccianti, pesatori, autisti e pulitori che avevano lavorato in porto tra gli anni Sessanta e Novanta. Le tettoie in questione sono una ventina. I lavori previsti sono la rimozione e lo smaltimento di quelle contenenti amianto a la posa in opera di nuove coperture in metallo. L’importo previsto è 1.845.179 euro, di cui 90.900 euro per oneri di sicurezza, più Iva. Le offerte dovranno pervenire all’Authority entro le 12 del 2 marzo e il 6 marzo alle 9.30 verranno aperte le buste. Tra i criteri della commissione giudicatrice vi saranno la tipologia delle lastre di copertura, dei sistemi di fissaggio, delle lattonerie, le caratteristiche di sicurezza, il personale impiegato. Lo Scalo Legnami viene da decenni di precarietà anche se il bilancio 2014 si era chiuso in nero dopo anni di rosso e attualmente, oltre al traghetto che una volta alla settimana raggiunge Durazzo in Albania, la sua banchina è utilizzata anche da Arvedi per i trasporti del Gruppo quando il molo della Ferriera è già occupato. La maggioranza delle quote della società che gestisce il terminale, cioè la General cargo terminal, è in mano al Gruppo Gavio, ma l’ex presidente Alberto Cattaruzza (che rappresentava il socio di minoranza Ocean) ha dato da tempo le dimissioni (mentre Walter Preprost ha conservato il ruolo di amministratore delegato) e per lunedì è fissato un consiglio di amministrazione che dovrebbe distribuire le nuove cariche. Frattanto il presidente dell’Authority, Zeno D’Agostino, ha confermato anche per il 2017 la riduzione nella misura del 30% dei canoni demaniali che riguardano le aree e i manufatti utilizzati esclusivamente per il deposito di legname. Ciò a causa della forte flessione nell’ultimo decennio di un traffico che comunque ha un’importanza strategica fondamentale per il porto di Trieste. Analogamente, una riduzione, contenuta però nel 20%, è stata decretata per quanto riguarda i canoni relativi ai magazzini utilizzati esclusivamente per il deposito di caffé crudo. Questo decreto comporterà minori entrate per circa 300mila euro.

Silvio Maranzana

 

 

Ambiente - Gestione rifiuti, nuove norme

L’assessore del Friuli Venezia Giulia, Sara Vito, ha reso note alla Giunta regionale le linee direttrici della nuova normativa in materia di gestione dei rifiuti e principi di economia circolare. Come ha precisato Vito, tra le priorità che la Regione ha individuato per innovare il settore dei rifiuti vi è la riscrittura della legge 30 che risale al 1987. Dobbiamo snellire le procedure, ha ricordato Vito, senza dimenticare in chiave politica che la legge 30 è anche concettualmente superata in quanto considera ancora il problema dei rifiuti esclusivamente nell'ottica dello smaltimento.

 

 

Allarme cinghiali, appello al Comune - Mozione di Tremul per far sì che l’amministrazione solleciti la Regione
TRIESTE - Cinghiali a ridosso di scuole, abitazioni e monumenti, è allarme totale. A lanciarlo la circoscrizione di Altipiano Ovest, con una mozione specifica del consigliere Francesco Tremul (Lista Dipiazza) e proposta all’intero parlamentino che sovrintende le frazioni di Prosecco, Contovello e Santa Croce. Secondo Tremul, i cinghiali continuano a imperversare ovunque, spesso a ridosso dei centri abitati e negli orti urbani. Numerose infatti sono le segnalazioni dei cittadini, che avvistano i selvatici nei posti più impensati, e non si contano gli appelli lanciati dalle associazioni agricole per i danni causati su pascoli e coltivazioni. «Branchi di cinghiali ormai dimorano abitualmente a ridosso delle abitazioni, delle scuole e addirittura dei monumenti (recente l’avvistamento nei pressi del Faro della Vittoria, ndr) - afferma Tremul - non solo in orario notturno, con pericolosi inserimenti sulla viabilità ordinaria e lungo le linee ferroviarie». Il documento chiede all’amministrazione comunale di adoperarsi tempestivamente sollecitando la Regione a individuare gli strumenti per la gestione della fauna selvatica, ricordando che a partire dal 1 giugno 2016 le funzioni in materia di vigilanza ambientale, forestale, ittica e venatoria, caccia e pesca risultano trasferite proprio all’ente regionale. La pressione venatoria e gli abbattimenti in deroga però, osserva la circoscrizione, non possono essere la sola strategia per la risoluzione del problema. Per tale ragione l’approccio di contenimento alla proliferazione di selvatici deve essere realizzato con un piano multisettoriale.

(m.lo.)

 

ZULLO (M5S) «Centrali nucleari scarsa informazione»

Dopo l’incidente nella centrale nucleare francese di Flamanville, e vista la vicinanza della centrale slovena di Krsko, l’europarlamentare M5S Marco Zullo scrive che «Regione e Arpa non riportano indicazioni nei siti internet, di un piano regionale o interprovinciale per informare o dare indicazione sui comportamenti da seguire in caso di problemi nucleari».

 

 

Animali La Lav alle Torri Firme anti-circhi

Questa mattina dalle 10 alle 18, la Lav Trieste sarà presente con un tavolo informativo al Centro commerciale “Le Torri d’Europa” per sostenere un’importante iniziativa: il Disegno di legge del Governo sulla disciplina dello spettacolo, che prevede la graduale dismissione degli animali nei circhi. La petizione - che chiede il rispetto dell’impegno preso - scade il 5 marzo 2017 e la si può firmare anche on line collegandosi a www.lav.it/petizioni.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - VENERDI', 10 febbraio 2017

 

 

Mediterraneo: quanto inquinano le grandi città, studio lo rivela
L’inquinamento delle grandi città del Mediterraneo in uno studio svizzero-canadese. Sono 19 le metropoli prese in esame dalla ricerca, che ha interessato continenti e Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Un bilancio che vede Istanbul e Il Cairo in cima alla classifica delle più inquinanti, in funzione della densità demografica seguite al terzo posto da Barcellona e al quarto da Roma.
Il maggiore impatto ambientale di queste quattro città sul Mediterraneo è stato valutato in questo caso sulla base dei rispettivi abitanti: Istanbul (13,02 milioni), Il Cairo (12,83 mln), Barcellona (4,72) e Roma (4,17). Differente l’andamento nel caso si analizzi l’impatto in ettari procapite il primo posto passa a La Valletta, Malta, con un valore di 5,3.
Analizzando il consumo procapite Roma scende al quinto posto (4,7 ettari procapite) dietro la già citata La Valletta, Atene, Genova e Marsiglia. Seguono la capitale italiana Barcellona, Tessalonico, Valencia, Tel Aviv e Venezia. Appena fuori dalla “worst ten” Palermo e Napoli, seguite a loro volta da Istanbul, Tunisi, Izmir, Il Cairo, Antalya, Alessandria d’Egitto e Tirana. A causare la variazione delle posizioni è soprattutto il tenore di vita, con l’impatto ambientale che cresce in maniera proporzionale all’aumento dei livelli di reddito.
L’andamento in Italia ha visto nel periodo 2010-2015 un leggero miglioramento della situazione per quanto riguarda Roma, Genova e Palermo, mentre è al contrario peggiorata per Napoli. Stabile è invece la situazione di Venezia. A incidere sull’ambiente del Mediterraneo è soprattutto il consumo di generi alimentari: è responsabile secondo lo studio per il 20% dell’impatto nei Paesi più ricchi e per il 40% nei restanti. Gli altri due riferimenti utilizzati sono stati “Trasporti” e “Consumo dei beni“: se il primo dei due incide tra il 14 e il 25% sull’impatto della singola città, il secondo lo fa per il 12-15%. Sui parametri citati pesa però un’ulteriore variabile, il turismo: i visitatori che si recano ogni anno nei Paesi del Mediterraneo sono circa 220 milioni.
Claudio Schirru

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 10 febbraio 2017

 

 

I giardini inquinati in Consiglio regionale - Vito: «La situazione è sotto controllo»

Il problema dell'inquinamento delle aree verdi di Trieste è stato affrontato in IV Commissione del Consiglio regionale, presieduta da Vittorino Boem, nel corso di un'audizione alla quale hanno preso parte l'assessore regionale Sara Vito, l'assessore comunale triestina Luisa Polli, e i tecnici dell'Arpa. La Vito ha ripercorso la vicenda, iniziata nel 2016 e ha sottolineato come il problema sia stato affrontato tempestivamente con 350 mila euro, che siano stati messi in campo subito tutti gli interventi necessari, che la situazione venga costantemente monitorata e tenuta sotto controllo, e che il tavolo tecnico continui in modo proficuo il suo lavoro. D’accordo con una valutazione positiva dell’operato regionale i consiglieri Emiliano Edera (Cittadini) e Giulio Lauri (Sel). Il capogruppo forzista Riccardi ha chiesto se la Regione non avesse un piano B per la Ferriera ma la Vito non ha risposto in quanto il tema non era all’ordine del giorno. Stessa sorte l’intervento su Servola di Andrea Ussai (M5s).

 

Discarica di tubi nella Grotta Impossibile - Scoperti dalla Commissione Boegan i resti dei sondaggi geognostici effettuati per realizzare poi la galleria della Gvt
LO SPELEO TORELLI - Inquinamento con materiale plastico e ferroso: è un fatto che turba, considerando anche le nuove norme introdotte dalla Regione
Uno degli ipogei più belli e vasti dell’intero Carso triestino deturpato dai lasciti del cantiere del “tubone” di Cattinara. L’inattesa documentazione è stata registrata da alcuni membri della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” del Sag-Cai di Trieste che durante una ricognizione all’interno della cosiddetta Grotta Impossibile, proprio nella nuova grande stanza dedicata alla memoria del giovane naturalista triestino Thomas De Marchi, hanno rinvenuto cospicui resti dei sondaggi geognostici - carotaggi a distruzione - propedeutici alla costruzione del tunnel autostradale. In poche parole un centinaio di metri di tubi in plastica e una sonda in acciaio che giacciono nelle viscere del Carso da oltre dieci anni. «Anche alla luce della nuova recente riforma della legge sulla speleologia emanata dalla Regione e delle norme da rispettare, l’inquinamento e la deturpazione della cavità con materiale plastico e ferroso è un fatto che accende e turba per l’ennesima volta il sentimento, non solo degli speleo o dei grottisti», ha spiegato fermamente la guida speleologica regionale Louis Torelli, past president della Boegan. Nel 2004, durante gli importanti lavori di costruzione del tunnel autostradale della nuova Grande viabilità triestina, l’impresa Collini, su mandato del Comune di Trieste, perforò una grossa galleria naturale. All’epoca nel primo tratto della “Canna Venezia”, a circa 450 metri dall’inizio degli scavi, venne alla luce una nuova importantissima grotta. Nelle primissime ricognizioni assieme all’allora Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Trieste diretto dal professor Franco Cucchi, la Commissione Grotte “Boegan” ebbe la possibilità di accedere al cantiere e di constatare la notevole portata della struttura sotterranea: una grotta, per l’appunto, Impossibile. «Ci vollero diversi mesi di impegno anche in termini di politica speleologica, per poter gestire in forma equilibrata questa scoperta, e poi anni di esplorazioni per completare un quadro generale che rappresentasse questa notevole chilometrica cavità», racconta Torelli, che allora cercò in tutti i modi di sensibilizzare gli amministratori comunali, accompagnandoli più volte in grotta. L’Impossibile è una delle grotte più strettamente connesse al tessuto infrastrutturale di Trieste, e nonostante tutto, ancora poco studiata e poco conosciuta. «Recentemente si è presentata l’occasione per tornare all’Impossibile con l’obiettivo di affrontare la grande parete nord della Caverna dedicata al “Maestro” Carlo Finocchiaro, per mettere naso in alcune anomalie intraviste nelle mastodontiche evorsioni ed erosioni presenti sul tetto della caverna, girando lo sguardo a Nord Ovest», spiega Torelli. Nel corso dello scorso autunno Louis Torelli, Paolo Toffanin, Lorenzo Marini e Tom Kravanja hanno individuato e raggiunto una considerevole apertura sul soffitto della caverna, a una quota di circa 250 metri sul livel