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RASSEGNA STAMPA  gennaio - giugno 2020

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 30 aprile 2020

 

 

A Bosc di Sot 35 specie protette - L'area del laghetto va tutelata
Legambiente evidenzia la presenza di fauna selvatica d'interesse comunitario - Chiesto un monitoraggio prima di concedere variazioni al piano regolatore
Cormons. Nel laghetto di Bosc di Sot ci sono specie protette di anfibi e uccelli. Lo stabilisce uno studio effettuato da Legambiente Gorizia che, attraverso l'occhio di due scienziati naturali, ha osservato a distanza quali siano gli animali stanziati ormai da tempo all'interno dell'area verde non distante dalle strutture delle Fornaci Giuliane. La relazione di Legambiente, firmata dai naturalisti Michele Tofful e Davide Roviani, è stata consegnata a Regione e Comune e identifica la presenza di 35 specie di fauna selvatica vertebrata: 8 sono inserite nella Direttiva Europea sulla protezione degli uccelli, mentre sono quattro le tipologie di anfibi inseriti nella Direttiva "Habitat" d'interesse comunitario. «L'area di Bosc di Sot - si legge nella relazione - si trova all'interno di un sistema collinare utilizzato da molti anni per l'estrazione di argilla. La zona umida è composta da un bacino di circa 60 mila metri quadrati e da una zona palustre sopraelevata, formatosi nell'ultimo lotto di estrazione dell'argilla, di circa 8 mila mq. Il vasto bacino si è formato nel corso degli ultimi due anni, in seguito all'abbandono dell'attività estrattiva, e si è rapidamente riempito d'acqua». È lì che Tofful e Roviani, pur non potendo accedere all'area, sono riusciti ad accertare la presenza di 35 specie di fauna selvatica vertebrata: si tratta di 6 anfibi, 24 uccelli e 5 mammiferi. Come uccelli sono stati osservati il tarabuso, la casarca, il marangone minore e ben 210 oche grigie. «Tra gli uccelli ben otto sono elencati nell'allegato I della Direttiva Europea sulla protezione degli uccelli 79/409/CEE, recentemente sostituita dalla Direttiva 2009/147/CE. La Direttiva impone agli Stati membri di tutelare tali zone umide». Il tarabuso in particolare è una specie di airone che in Italia è piuttosto raro. «Per quanto riguarda gli anfibi finora rilevati - proseguono i due studiosi - la specie di maggior pregio è la rana di Lataste, un anfibio endemico della pianura padana. È una specie prettamente boschiva e si riproduce nelle piccole pozze d'acqua che si creano ai lati di un torrente o negli avvallamenti. La Rana di Lataste è inclusa nell'Allegato II della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" ed è quindi specie d'interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione (Zsc). Quattro specie, sul totale delle sei rilevate, sono invece incluse nell'Allegato IV della stessa Direttiva; rana di Lataste, rospo smeraldino, rana agile e raganella italiana». È fatto divieto di «catturare o uccidere esemplari di tali specie nell'ambiente naturale, perturbare tali specie, in particolare durante tutte le fasi del ciclo riproduttivo, distruggere o raccogliere le uova e i nidi nell'ambiente naturale, danneggiare o distruggere i siti di riproduzione o le aree di sosta». Secondo i ricercatori, dunque, l'area umida di neo formazione risulta essere «un ambiente ad elevato interesse naturalistico». In conclusione, sostengono: «Prima di concedere qualsiasi autorizzazione o effettuare delle modifiche al Piano regolatore comunale è necessario attuare una serie di monitoraggi di flora e fauna presenti».

Matteo Femia

 

 

Petrolio ancora sotto zero: «Addio all'energia pulita» - Secondo l'analisi di Generali Investments

«Gli investitori obbligazionari hanno qualcosa da dire agli operatori del mercato petrolifero: benvenuti nel club! I prezzi del petrolio sono scesi sotto zero!»: Vincent Chaigneau, Head of Research di Generali Investments analizza sul sito della compagnia l'era del petrolio sotto zero. Secondo Moody's i prezzi resteranno bassi quest'anno sia per il West Texas Intermediate sia per il Brent, rispettivamente a circa 30 e 35 dollari al barile.«La carenza di strutture di stoccaggio e i costi complessivi di un'interruzione della produzione hanno portato a questa anomalia. Ma la causa principale è il calo della domanda provocato dai lockdown. Il taglio del 10% della produzione deciso in aprile si è rivelato ampiamente insufficiente».Ora i prezzi sono tornati positivi, ma i future restano sotto i 30 dollari per il resto dell'anno: «Sono livelli insostenibili -continua l'economista del Leone-e il numero di impianti di trivellazione negli Usa sta già diminuendo. Neanche i produttori più efficienti possono sopravvivere: il pareggio di bilancio per l'Arabia Saudita è sopra gli 80 dollari al barile».Previsioni? «I prezzi dovranno risalire, ma probabilmente non lo faranno a breve. Il presidente Trump vuole usare il denaro dei contribuenti per sostenere l'industria petrolifera statunitense. Sarebbe chiaramente un'allocazione impropria di quelle risorse. I produttori americani avevano guadagnato quote di mercato: gli Usa guidano ora la classifica mondiale dei paesi produttori. Ciò è ridicolo se si considera che il loro costo di produzione è più alto di quasi tutti gli altri. Tenere in vita queste compagnie non farebbe che aggravare l'eccesso di offerta e mantenere i prezzi più bassi più a lungo».A cosa ci condurrà questo processo? «Purtroppo il prezzo basso ritarderà la transizione verso l'energia pulita, in un momento in cui i piani per contrastare il cambiamento climatico sono già messi a rischio dalle implicazioni della crisi per i conti pubblici. Parliamo di un deficit di bilancio Usa pari a circa il 20% del Pil».

 

 

L'orso bruno catturato tra i monti - La trappola dopo mesi di libertà
Dopo la fuga del luglio 2019, il giovane maschio M49 è ricomparso. In Trentino convivenza impossibile con l'esemplare
Non è una buona notizia quella della cattura appena avvenuta dell'orso Papillon (odiosamente marcato con la sigla M49, quasi a indicare un ineludibile destino da recluso) nella zona delle Giudicarie. E non ha molte spiegazioni, almeno da un punto di vista scientifico e contingente. Non risultano infatti, dopo l'ibernazione, attacchi o comportamenti pericolosi verso gli uomini (e nemmeno verso il patrimonio zootecnico) e anche quelli indicati in passato non permettevano una sicura connotazione di pericolo per quell'orso. In definitiva, Papillon è tutt'al più da considerarsi un orso problematico, visti i danni economici ad alcune attività produttive, peraltro favoriti dalla mancata adozione di strumenti di prevenzione adeguati. Ma la sua pericolosità per le persone è ancora da dimostrare. Tutt'al più possiamo definirla 'potenziale'.Non è una buona notizia perché dimostra che in Italia riesce difficile la convivenza con quel mondo naturale, e con i suoi abitanti non umani, che, a parole, molti dicono di auspicare. Proprio mentre siamo tutti sorpresi dalla forza e dalla ricchezza della vita naturale che prorompe nelle aree cittadine e nei paesi in cui le persone sono obbligate in casa per via della pandemia. Ci piace osservare quella reazione naturalistica, purché non ci riguardi troppo da vicino o non sia prolungata nel tempo. L'orso è una specie protetta sia da Direttive internazionali che da leggi nazionali (Legge 157/92), e eventuali interventi di cattura e captivazione di un individuo devono rispettare alcune fondamentali e comprovate condizioni di necessità. Inoltre non sembra un'ottima idea quella di rinchiuderlo nella stessa recinzione del Casteller, mostratasi, nel migliore dei casi, totalmente inadeguata in occasione della fuga precedente. Come l'orso sia riuscito a scappare, nel luglio 2019, da un recinto alto più di quattro metri e per di più elettrificato fino a 7000 volts, visto che gli orsi ancora non hanno sviluppato la capacità di volare, resta un mistero non chiarito dalle autorità locali. E valgono le considerazioni fatte già a suo tempo a proposito del fatto che circa un milione di italiani, in Trentino, dove la densità di popolazione è di 79 abitanti per kmq, non riescono proprio a convivere con questo orso bruno lasciandolo libero. E neanche con qualche decina di suoi compari sparsi nelle Alpi orientali. Quando non ci sono evidenze di problemi per l'incolumità di chi va a fare una passeggiata e nemmeno danni soverchi alle attività produttive. Nella vicinissima Slovenia, si convive abbastanza tranquillamente con 450 orsi (da noi sono una cinquantina), con rare catture e ancor più rari abbattimenti in condizioni estreme, registrando, di media, un caso pericoloso di aggressione l'anno. Dimostrando che sono l'informazione e l'educazione gli elementi per la convivenza. Inoltre ricordiamo che è sempre necessario il parere positivo dello Stato, e la dimostrazione concreta che non esistano valide soluzioni alternative, nel deprecato caso in cui si volesse optare per l'abbattimento. Ma da questa storia usciamo tutti sconfitti e vediamo prevalere l'ignoranza delle questioni naturalistiche oppure gli interessi di parte. L'orso è una "specie-ombrello", che garantisce la sopravvivenza anche di altre specie. Ma è anche una "specie-critica", che espleta una seria di funzioni fondamentali per l'intero ecosistema. Infine è una "specie-bandiera", perché amato dalle persone e dai turisti e catalizzatore di interesse. Cioè a dire che, se si è intelligenti, si può addirittura sfruttare in senso positivo la libertà di cui gode in territori che così si gioverebbero dell'imprimatur di "intatti" e dunque degni di visita e residenza. In questo quadro l'eventuale danno, sempre limitato per definizione, in quanto la dieta dell'orso è vegetariana al 70%, al patrimonio zootecnico è rimediabile e di importanza secondaria. Semmai è chiara la necessità di investire sempre più energie e risorse nella prevenzione dei danni, per lavorare per la convivenza con l'uomo e evitare che simili episodi si ripetano, considerato anche che la popolazione trentina di orsi è in continua espansione spaziale e numerica. Gli orsi sono esseri magici, una mescolanza di uomini, dei e animali. Ricordiamo che la ninfa dell'Arcadia Callisto fu trasformata in orsa per avere trasgredito il suo voto di castità. Peraltro Callisto lo tradì con Zeus, che, dopo averne approfittato, non impedì che fossa punita dagli dei. Per farsi perdonare, però, la trasformò in costellazione (insieme con il figlio Arcade). E in cielo abbiamo almeno due orse, una maggiore e una minore. Ribadiamo che l'orso ci somiglia da vicino, per questo lo abbiamo inserito nel mito: abbiamo iniziato insieme la nostra parabola da animali a dei, solo che noi non siamo più in capaci di una convivenza armonica.

Mario Tozzi

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 29 aprile 2020

 

 

Via al bando di gara per l'installazione di 30 boe ecologiche nel golfo di Panzano
Messe a disposizione dei diportisti che vanno a fare il bagno per evitare l'uso dell'ancora che erode i fondali marini
Avviata la gara per la sistemazione di trenta boe ecologiche nel golfo di Panzano. A causa dell'emergenza virus Covid-19 non si sa se si riuscirà a fare vacanza quest'anno e se vanno avanti così le cose nemmeno l'anno prossimo, non si sa neppure se sarà possibile spostare la barca. Quello che è certo è che se non si riuscirà ad andare in Croazia per qualche anno si potrà almeno godere delle bellezze naturali locali e ormeggiane nel golfo di Panzano in maniera ecologica al largo dell'isola dei bagni. È stata avviata infatti dal Comune la procedura di gara pubblica per la fornitura di 30 boe ecologiche. Entra nella fase finale il piano di intervento per la tutela del litorale da Panzano alla Cona nell'ambito del progetto europeo Saspas che ha già visto la piantumazione in mare delle fanerogame. «Quello dell'erosione della linea di costa e dei fondali è l'effetto più evidente dei cambiamenti climatici in corso - ricorda il sindaco Anna Cisint - che stanno trasformando in modo irreversibile le comunità marino costiere distruggendone gli ecosistemici. Un tema rilevanti per il nostro territorio nel quale ci sono circa 4 mila posti barca e importanti siti naturalistici». L'unico rimedio è ripristinare la flora marina attraverso piantumazioni di fanerogame e con ormeggi per i diportisti per evitare di calare l'ancora quando si staziona davanti alla costa e non provocare danni. Le praterie di fanerogame sono habitat importanti per la biodiversità, sono le nursery per molte specie ittiche anche di interesse commerciale abbattendo la CO2 , come fanno le foreste. L'Ue come è noto ha accolto il progetto di sperimentazione di questo modello nel territorio. E proprio Monfalcone è l'ultima riserva per alcune tipologie di flora e fauna marina sparite dall'intero golfo di Trieste e dall'Adriatico. Il progetto diventerà una buona pratica per altri contesti.Il Comune, a cui è stato concesso un finanziamento di oltre 2 milioni di euro, fa da battistrada e capofila di un progetto che riguarda anche altre aree come le Incoronate, la laguna di Venezia e il parco marino di Brindisi. Anche Esof 2020 nel panel dei propri incontri scientifici ha previsto un incontro di presentazione visto il valore dell'iniziativa, che il Comune riproporrà nel nuovo programma dell'esposizione dedicata alla scienza.Il corona virus non ha fermato il progetto Saspas. In questi giorni gli uffici hanno rimodulato il piano delle attività e conseguentemente il budget, prevedendo una proroga di 9 mesi al completamento dei lavori e stanno avviando diverse procedure di gara per i relativi affidamenti. Già effettuato quello che ha dato il via alla collaborazione scientifica con la società Shoreline, che gestisce il parco marino di Miramare, ora è aperto l'affidamento per la fornitura, installazione e funzionamento dei sistemi di ancoraggio "environmental-friendly" che possono ridurre significativamente l'impatto sui prati di piante marine causato dall'ancoraggio di imbarcazioni da diporto o da altre cause.Si prevede il posizionamento di 30 gavitelli nella baia di Panzano per favorire l'ormeggio giornaliero dei diportisti che escono in barca per fare il bagno, in una zona lontana dalle aree colonizzate da praterie a fanerogame marine e per contenere il fenomeno dell'estirpazione della vegetazione. L'intervento riguarderà le prossime due stagioni balneari estive, ma a seconda dell'emergenza potrebbe essere richiesta la proroga di un anno per il completamento del servizio, che comprende anche la predisposizione di cartelli e adesivi informativi circa l'utilizzo delle stesse boe, che avranno forma sferica o semi-sferica e dimensioni minime di cm 55 di diametro e altezza sull'acqua di circa 60 cm.

Giulio Garau

 

 

Nuovi arrivi alla Cona i puledri di Camargue - Delfino a Marina Julia
Nella riserva sull'Isonzo sono nati tre cavallini ed è atteso un quarto - Belle sorprese per festeggiare le passeggiate lungo il litorale
STARANZANO. Cresce la famiglia dei cavalli Camargue all'Isola della Cona. In una decina di giorni sono nati, infatti, tre puledrini, due maschi e una femmina curati dalle "mamme" e protetti da "papà Tomo. Se i calcoli degli operatori sono giusti ne a breve ne dovrebbe arrivare un quarto. Una bella notizia per questi giorni molto particolari. La famigliole sono state avvistate a brucare l'erba nell'area del "ripristino" di fronte al finestrone del "Museo della papera", poiché il branco in genere vive allo stato brado in prossimità della foce lontano dal centro visite. Sono scene familiari emozionanti che purtroppo non sono alla portata dei fruitori e dai birdwatcher perché la riserva è ancora off limits ai visitatori. Anche se i lieti eventi erano già nell'aria, per gli operatori della riserva si è trattata ugualmente di una bella sorpresa scoperta durante il quotidiano giro di perlustrazione dell'area. I Camargue rappresentano da sempre una delle attrazioni più caratteristiche dell'Isola della Cona per bambini e adulti, specie nelle escursioni estive utilizzando quelli addestrati che hanno un carattere mite, sono addomesticati e pronti per essere cavalcati. La festa delle nascite dovrebbe continuare secondo gli operatori Matteo De Luca, Silvano Candotto della Stazione biologica della Cona (Sbic) e Letizia Kozlan domatrice dei Camargue e vicepresidente della Rogos che ha in gestione la riserva, poiché erano quattro le cavalle che dovevano dare alla luce altrettanti puledri. Tre sono già arrivati e se ne attende un altro. «I puledrini, che hanno il pelo scuro da piccoli, sono nati a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro probabilmente all'alba - ha spiegato ieri Matteo de Luca - poiché ho visto le famigliole attorno alle 6 mentre albeggiava durante il consueto giro di monitoraggio per gli uccelli. Le cavalle che erano "in attesa" si vedevano a mangiare l'erba nei giorni scorsi nei pascoli davanti al bar della Cona. Non appena sarà riaperta la fruizione della riserva potranno essere facilmente osservati. Tra il 10 ed il 15 aprile - aggiunge De Luca - sono nati invece altri due puledrini Camargue anche nella vicina Riserva di Val Stagnon a Capodistria, con la quale collaboriamo da anni nelle attività scientifiche».Non resta che trovare i nomi ai nuovi arrivati che in base al regolamento, comincerà con la "K" ("K" indica appunto l'anno 2020) e dovrà essere anche l'iniziale di un sostantivo che richiama elementi della natura o anche fenomeni naturali. La tradizione prevede, secondo quanto riferisce Letizia Kozlan, un concorso pubblico che verrà attivato in rete già nei prossimi giorni. Chi vuole partecipare può farlo comunicando le sue proposte o votando i nomi presenti sul profilo Facebook dell'isola della Cona. Avvistato inoltre al largo di Marina Julia un delfino come attesta la foto inviata dal lettore Andrea Cristin, che spiega: «Stavo passeggiando una pinna scura ha destato la mia attenzione. Fortuna ha voluto che avessi la macchina fotografica e dopo un po' di pazienza sono riuscito a scattare qualche foto della splendida creatura che faceva capolino tra le onde a meno di 70 metri dalla battigia».

Ciro Vitiello

 

 

«Discarica davanti al cimitero, scempio senza giustificazioni»
Si scatena il fuoco incrociato contro l'amministrazione di Duino Aurisina accusata di non aver vigilato a sufficienza nei pressi delle tombe di Visogliano
DUINO AURISINA. Commenti molto severi da parte dei residenti. Accuse sia a chi ha eseguito i lavori sia all'amministrazione municipale, che «avrebbe dovuto controllarne l'operato». E, in generale, un forte senso di disagio in tutta la comunità. Ha suscitato grande eco, a Visogliano e nell'intero territorio comunale di Duino Aurisina, la notizia della discarica a cielo aperto a ridosso del muro di cinta del cimitero della piccola frazione carsica. Le spiegazioni dell'assessore Massimo Romita, che ieri ha confermato che «l'ammasso è il risultato di una serie di demolizioni di tombe eseguite a febbraio, nell'ambito del periodico intervento di esumazioni, e poi lasciato sul posto perché nel frattempo è scattata l'emergenza da coronavirus», non sono dunque state ritenute sufficienti. A puntare il dito per primi verso l'esecutivo municipale sono stati ovviamente gli esponenti dell'opposizione.«È palpabile quanto comprensibile e giustificata - ha detto a questo proposito Igor Gabrovec, capogruppo della Lista Insieme-Skupaj - l'indignazione dei cittadini nel vedere una discarica, per quanto definita provvisoria, a fianco del cimitero, un luogo sacro e, in quanto tale, caro alla sensibilità di ciascuno di noi. Per non parlare della legislazione - ha aggiunto Gabrovec - giustamente severa e inflessibile quando si tratta di terre e rocce da scavo. Ci aspettiamo risposte e rassicurazioni chiare e inequivocabili da parte dell'amministrazione comunale già in occasione della prossima riunione dei capigruppo (che è in programma oggi pomeriggio, ndr), affinché scene come quella di Visogliano non vengano più a ripetersi». Di «spettacolo ignobile, con giustificazioni che rasentano il ridicolo» ha parlato a sua volta il capogruppo della Lista per il golfo Vladimiro Mervic. «I residui dello scavo andavano portati via subito - ha sottolineato Mervic - e non lasciati davanti all'ingresso del cimitero. Capitò la stessa cosa l'anno scorso al cimitero di San Giovanni di Duino e la discarica rimase sul posto per mesi». «Ritengo che questa sgradevole situazione - ha commentato Lorenzo Celic (M5s) - non sia solo una pessima immagine per il territorio, ma anche il risultato di una grave svista da parte di chi, in Comune, dovrebbe controllare che i lavori siano eseguiti a regola d'arte. Questo stato di fatto è irrispettoso di ogni forma e di ogni norma sulla sicurezza. Spero che gli assessori competenti - ha concluso l'esponente grillino - prendano in mano la questione con la massima urgenza». «Se non si provvederà rapidamente allo spostamento di quei materiali - ha osservato infine Elena Legisa (Rifondazione comunista) - si rischia di veder crescere quell'ammasso di rifiuti, perché le persone potrebbero essere portate a lasciare altre immondizie sul posto. In ogni caso, era ed è compito del Comune vigilare».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 28 aprile 2020

 

 

«Mobilità urbana da ripensare per evitare il collasso da auto»
Nove associazioni chiedono un Consiglio comunale straordinario
T
rieste. Una mobilità urbana completamente da ripensare a Trieste alla luce dell'emergenza Covid-19. A partire dalla fase 2. Nove associazioni (Tryeste, Fiab, Uisp, Legambiente, Fridays For Future, Bora.La, Zeno, Link e Spiz) hanno chiesto un Consiglio comunale straordinario «per iniziare un percorso e mettere a sistema una serie di proposte per far sì che la tanto attesa fase 2 possa diventare il momento per sperimentare soluzioni che agevolino la mobilità, rendano maggiormente appetibile il mezzo pubblico, in un contesto di maggior sicurezza per i pedoni e i ciclisti». L'occasione è offerta dalla ripartenza prevista per lunedì prossimo. «Dal 4 maggio l'allentamento delle restrizioni per il contrasto della diffusione del Covid-19 porterà progressivamente alla riapertura delle attività produttive e commerciali. Per farlo però dovrà essere ancora mantenuto per lungo tempo un distanziamento sociale tra le persone - spiega Federico Zadnich, portavoce della nove associazioni -. In questa situazione è verosimile che l'uso del trasporto pubblico, che a Trieste copriva il 20% degli spostamenti urbani, sarà fortemente ridotto».Gli effetti del distanziamento sociale rischiano di portare a Trieste il traffico al collasso. «In assenza di un Piano emergenziale per la mobilità urbana Post-Covid è facile prevedere che chi abbandonerà il trasporto pubblico avrà come unica alternativa per raggiungere il posto di lavoro e muoversi in città l'automobile - spiega Zadnich -. Se questo dovesse avvenire ci troveremmo di fronte a un aumento rilevante del traffico, con danni per la sicurezza, la salute, l'ambiente». A confermare questa preoccupazione ci sono i dati della provincia del Wuhan, in Cina, dove nella fase post Covid l'uso privato dell'auto è passato dal 34% al 66% degli spostamenti urbani mentre quello del trasporto pubblico è crollato dal 56% al 24%. Per questo bisogna intervenire subito «prendendo decisioni utili a gestire questa fase transitoria rafforzando la mobilità alternativa all'auto». Città come Budapest, Bogotà, Philadelphia, Vancouver, Calgary, Vienna, Città del Messico, Berlino e Londra e in questi giorni anche Milano, Roma e Torino si stanno attivando. Si pone dunque il problema di garantire anche a Trieste altre forme di mobilità alternative all'auto attraverso la realizzazione di un Piano emergenziale per la mobilità urbana Post-Covid che preveda «una serie di contromisure per mitigare gli effetti dello sbilanciamento dell'offerta di mobilità sulle auto». Possibili azioni di questo piano emergenziale sono ampliamento degli spazi pedonali per dirottare su questa forma di mobilità gli spostamenti urbani inferiori a 3 chilometri e per gli spostamenti dai 3 ai 10 chilometri la realizzazione di una rete ciclabile di emergenza con corsie dedicate alle bici, realizzate con semplice segnaletica orizzontale lungo le principali strade di scorrimento di Trieste e il potenziamento del servizio di bikesharing.

Fa.Do.

 

SEGNALAZIONI - Limiti di velocità - I 30 all'ora adatti a Trieste

Su Internet leggo: "Milano, la fase 2: limite di velocità a 30 l'ora e spazio alle bici. Tavolini nei posti auto". Questi provvedimenti potrebbero essere estesi a tutte le città, Trieste compresa. La velocità media di un'automobile, in condizioni di scarso traffico in centro, non supera i 25 km/h. Lo scorso 25 aprile, 10.30, con Google Maps ho controllato il percorso Stazione centrale-piazza Perugino: 2,8 km in 8 minuti, velocità media stimata 21 km/h. Quindi il limite di 30 all'ora è pienamente compatibile con le esigenze della circolazione automobilistica urbana, con benefici effetti per tutti: meno inquinamento, meno stress per automobilisti e autisti di Trieste Trasporti, ciclisti in carreggiata e non sui marciapiedi. Che ne pensano i nostri amministratori?

Bruno Spanghero - ciclista urbano

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 27 aprile 2020

 

 

"Resto a casa e curo le piante" - Tutorial online per pollici verdi.

Io resto a casa e...curo le piante. In casa, sul balcone, nel giardino o nell'orto. È questa infatti la stagione giusta per prendersi cura delle piante e in questo periodo sarebbero dovuti iniziare pure gli annuali corsi di ortocultura urbana a cura del Gruppo Urbi et Horti, anche con uscite pratiche nei campi, cosa purtroppo attualmente impossibile. Ma la natura non attende la fine della pandemia. Quindi, ecco l'idea delle lezioni a distanza. Con consigli utili, aneddoti, curiosità e anche qualche fiaba per i bambini che in questi giorni sono a casa o qualche piccola attività pensata apposta per loro. Per proseguire l'attività in modalità "smart" in questo particolare momento e offrire preziosi consigli, anche se a distanza, l'associazione Bioest, che da anni ormai organizza corsi di orticultura per contadini urbani nell'ambito del progetto "Urbi et Horti", ha pensato di dare il via a una serie di incontri giornalieri su facebook rivolti a tutti coloro che hanno voglia di iniziare un'attività di giardinaggio biologico in casa o sul balcone. «In questo periodo infatti - spiega la referente, Tiziana Cimolino - bisogna invasare e rinvasare le nostre piante, poiché siamo al cambio di stagione, mettere graticci, sostegni, ripararle e dal freddo e imparare a coltivare, fare un po' di semenzario, prendersi cura delle piccole piantine». «Ogni giorno sul profilo di Bioest o di "orticomunitrieste", ma anche sulla mia pagina personale - prosegue la naturalista - sarà possibile seguire dei mini video di tutoraggio su piccole attività di giardinaggio casalingo. Sono tanti - prosegue Cimolino - i motivi per coltivare una pianta sul proprio balcone: da quelli estetici alla necessità di passare il tempo immergendoci in un'attività coinvolgente. Grazie alle lezioni in pillole - piccoli video dove imparare tecniche orticole, curiosità e notizie dal mondo verde -, sarà possibile partecipare attivamente alle attività proposte direttamente da casa». Impareremo quindi a pulire la pianta dai rami secchi e foglie marcite e a fare una talea.

Gianfranco Terzoli

 

Potature in tree climbing e gli alberi tornano protagonisti
L'alleggerimento delle chiome restituisce la bellezza  del viale dei lecci e permette di leggere in profondità lo spazio
Il Parco di Miramare è un complesso paesistico costituito da molteplici ambiti che vogliono essere scoperti, guardati e visti da plurimi punti di osservazione collocati lungo i suoi percorsi. Essi permettono una visita articolata e trasportano, chi li percorre, a trovarsi "casualmente" a godere di coni ottici sul mare ritagliati nei belvedere dei suoi percorsi in quota, camminare nelle fresche ombre degli alberi per poi allargare lo sguardo nella luce dei parterre che consentono, nuovamente, di traguardare il mare, il golfo di Trieste e il vicino castello, consentendo così di orientarsi in un microcosmo di bellezza e natura in cui l'artificio è sempre celato. Come è noto il progetto formale del Parco si articola a partire da alcuni punti salienti oltre i quali si snoda in una serie di episodi che, anche a seguito delle operazioni di svelamento e manutenzione che sono in corso in questo periodo propizio ai lavori boschivi, i nostri ospiti sono invitati a scoprire. Nell'ambito del vasto programma di manutenzione del parco storico, il piano delle potature è volto a perseguire una triplice finalità: garantire la sicurezza degli utenti, valorizzare il nostro giardino ed assicurare ogni cura al patrimonio vegetale. Si tratta di potature di selezione e di trasparenza realizzate in tree climbing. Tale scelta è stata dettata dalla conformazione del sito che, per le sue caratteristiche intrinseche (posizione, accessibilità, pendenza dei versanti) consente un esiguo uso di piattaforme aeree. A metà gennaio molti dei nostri visitatori hanno visto procedere giorno per giorno l'avanzamento delle potature sul viale dei Lecci: dapprima con curiosità, poi fermandosi ad osservare le lavorazioni eseguite da questi operatori che, arrampicandosi apparentemente senza fatica, curavano e alleggerivano le chiome dei lecci seguendo le nostre indicazioni. Lo scopo è stato quello di ritagliare e focalizzare in modo preciso lo sguardo, favorendo così una lettura di profondità dello spazio attraverso operazioni di selezione e contenimento. Il risultato che volevamo ottenere era quello di avanzare di un passo nel processo intrapreso, ossia il passaggio da bosco a giardino: ora infatti possiamo leggere ogni elemento che forma la volta ombrosa del viale dei lecci, gli alberi si definiscono uno ad uno come attori su un palcoscenico accompagnati dai coprotagonisti: i percorsi superiori in quota, l'articolazione delle rocailles, i belvedere, i gazebo. I prossimi lavori coinvolgeranno l'area del Lago dei loti e il versante a monte del Bagno Ducale, anche qui la potatura di trasparenza sarà occasione per poter tornare a traguardare il mare e il castello. Il tutto volto a confermare che ciascun ambito del Parco si presenta con la sua personalità, e nell'insieme esso racconta un grande amore per la natura.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 26 aprile 2020

 

 

E ora in città rispunta pure la volpe - Avvistamento in zona San Vito
Esemplare "immortalato" vicino a Villa Necker. L'esperto: «È un ottimo derattizzatore naturale»
E dopo i falsi lupi vennero le volpi. Quelle vere. Complice lo scarso traffico e le poche persone in giro, sono stati diversi nell'ultimo mese gli avvistamenti di animali, sia nei quartieri più periferici che nel centro città. Dopo il cane lupo cecoslovacco, visto nei giorni scorsi fra Bagnoli e San Giuseppe della Chiusa, ora è il caso della volpe, vista aggirarsi attorno al giardino di Villa Necker, tra via Belpoggio e salita al Promontorio. Solo, svagato e dal passo incerto, l'animale è stato ripreso da un lettore nel suo viavai proprio in cima al muretto divisorio fra i giardini del comprensorio appartenente all'Esercito e le due strade cittadine, colto molto probabilmente nell'atto di andare a caccia di cibo. Una presenza, quella di animali come la volpe, alla quale non eravamo abituati, ma che, come spiega lo zoologo ed ex direttore dei musei scientifici del Comune, Nicola Bressi, non rappresenta assolutamente una novità per una città come Trieste. «È scorretto dire che nelle città tornano a fare la loro comparsa animali come le volpi - spiega Bressi - questi animali in realtà sono sempre stati presenti, ma la presenza dell'uomo ha sempre fatto da deterrente alle loro apparizioni. Ora, a causa del confinamento collettivo, semplicemente escono allo scoperto con più facilità». Il parco di Villa Necker, inoltre, si è trasformato in habitat privilegiato per molte delle specie animali solitamente osservabili nei boschi del Carso. «Trattandosi del parco di una struttura militare non più frequentata come invece accadeva fino a qualche tempo fa - prosegue Bressi - negli anni là dentro si è creata una specie di oasi verde che non ha paragoni con quelle di altri parchi o giardini presenti in città. Proprio perché trattandosi di struttura militare, vi accedono pochissime persone e ciò ha contribuito a questa "urbanizzazione" delle volpi». Una zona piena di verde vicinissima al centro cittadino nella quale, probabilmente, non sarà così difficile incontrarne anche in futuro. Cosa fare in quei casi? «L'importante, se ne incontrassimo una - ammonisce Bressi - è non dare loro da mangiare. La volpe è un animale carnivoro, ma abituato a mangiare un po' di tutto. Se la abituassimo a non procacciarsi il cibo scombussoleremmo il suo regime alimentare abituandola alla vita cittadina». Al contrario questo bell'animale dal pelo rossiccio è da sempre considerato un animale efficace per la caccia ai ratti. «È un ottimo derattizzatore naturale - conclude Bressi - infatti le volpi, al contrario dei gatti che si nutrono di soli topini, riescono a cacciare anche i ratti più astuti e veloci». Che sia la volpe, quindi, la risposta definitiva per debellare l'odiosa presenza dei ratti in città?

Lorenzo Degrassi

 

 

Qualità delle acque: da domani i monitoraggi - le analisi dell'ARPA

L'epidemia non ferma i monitoraggi Arpa sulle aree balneabili. Domani i campionamenti verranno effettuati nella fascia di costa tra Lignano e Monfalcone, oltre che su Natisone, Arzino, Tagliamento e lago di Cavazzo. Martedì toccherà alla fascia tra Duino e Muggia. I controlli riguardano i parametri microbiologici di derivazione fecale, cianobatteri, macroalghe e fitoplancton marino. «Anche per le aree balneabili - sottolinea l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro - la Regione si sta adoperando per garantire una ripresa sicura e un ritorno alla normalità per i gestori degli stabilimenti».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 25 aprile 2020

 

 

Sars-Cov-2 sulle polveri sottili: conferma dalle analisi triestine.

Esaminati nei laboratori dell'Università giuliana e dell'Asugi campioni provenienti da Bergamo per tracciare la relazione fra inquinamento da particolato atmosferico e diffusione del virus.

I sospetti c'erano già. E adesso è arrivata la conferma, grazie ad analisi realizzate dall'Università di Trieste in collaborazione con i laboratori dell'Asugi: il coronavirus Sars-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (Pm). Ad annunciarlo è la Società italiana di medicina ambientale (Sima), che già un mese fa aveva pubblicato sul proprio sito una relazione nella quale si ipotizzava una correlazione tra l'effetto dell'inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione del virus nella popolazione. Per confermare questa ipotesi è stato avviato uno studio con l'obiettivo di ricercare la presenza dell'Rna del Sars-CoV-2 sul particolato atmosferico. Vi hanno partecipato, oltre a Sima, ricercatori delle Università di Bari, Bologna, Trieste e della Cattedra Unesco dell'ateneo di Napoli Federico II. Le prime evidenze provengono da analisi eseguite su 34 campioni di Pm10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d'aria per un periodo continuativo di tre settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo. I campioni sono stati analizzati appunto dall'Ateneo triestino in collaborazione con i laboratori dell'Azienda ospedaliera Giuliano Isontina, che hanno verificato la presenza del virus in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame.«Mi è stato chiesto di analizzare una serie di filtri di campionamento che provengono dalla bergamasca e normalmente vengono utilizzati per quantificare le polveri sottili», spiega Alberto Pallavicini, biologo e genetista esperto in analisi di Dna ambientale che ha portato avanti i test in collaborazione con il chimico Pierluigi Barbieri, esperto in contaminanti ambientali. «Ho utilizzato la strategia di estrazione degli acidi nucleici da matrici ambientali "complicate", seguito da un sistema di diagnostica molecolare approvato dall'Oms: dalle prime analisi ho riscontrato una presenza importante di Rna virale del Sars-CoV-2, che poi è stata confermata in misura minore da una seconda tranche di analisi effettuata nei laboratori dell'Ospedale Maggiore».Questo risultato è supportato da evidenze precedenti: c'è una solida letteratura scientifica riguardo alla diffusione dei virus nella popolazione che correla l'incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico. È noto che il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus, che si "attaccano" al Pm, che costituisce così un substrato che può permettere al virus di rimanere nell'aria in condizioni vitali per un certo tempo. «Sono in corso ulteriori studi di conferma di queste prime prove sulla possibilità di considerare il Pm come carrier di nuclei contenenti goccioline virali, ricerche che dovranno spingersi fino a valutare la vitalità e soprattutto la virulenza del Sars-CoV-2 adeso al particolato», conclude Alessandro Miani, presidente Sima e coordinatore del gruppo di ricerca insieme ai professori Leonardo Setti e Gianluigi De Gennaro.Se dunque resta per ora tutto da dimostrare che vi sia una via di contagio attraverso il particolato, intanto quanto alla situazione dell'aria a Trieste, Barbieri rassicura: «Le polveri possono avere un ruolo di carrier solo in particolari condizioni di stagnazione atmosferica, come quelle che stagionalmente si possono verificare nel bacino padano, che per certi versi somigliano a un ambiente indoor con poco ricambio d'aria. All'aperto, con la ventilazione e il bel tempo che abbiamo nelle condizioni attuali a Trieste e in Friuli Venezia Giulia, la dispersione e diluizione atmosferica di virus e inquinanti è ben maggiore rispetto a quella invernale lombarda, veneta ed emiliano romagnola, e il distanziamento, a due metri o più, e l'impiego di mascherine filtranti forniscono una ragionevole tutela rispetto al possibile contagio».Oltre all'elemento polveri sottili, che certamente impatta a livello epidemiologico anche perché compromette la salute polmonare, un'altra ricerca italiana condotta da esperti della Società italiana di allergologia, asma e immunologia clinica (Siaaic), punta il dito sulla densità abitativa: più che lo smog, sostiene la ricerca, sarebbe la maggiore densità di popolazione ad avere avuto un ruolo decisivo nei contagi in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

G.B.

 

 

Centro congressi in Porto vecchio - in arrivo un'iniezione da 1 milione.

Il presidente Bravar portera' la delibera in cda: la cifra servira' a completare i lavori entro i primi di luglio

Centro congressi in Porto vecchio, giovedì 30 aprile una delibera da 1 milione di euro sarà portata dal presidente e amministratore delegato Diego Bravar all'attenzione del consiglio di amministrazione Tcc (Trieste convention center) con l'obiettivo di finanziare il completamento dei lavori edile-impiantistico-logistici.In modo che già il 1° luglio la società possa consegnare a Fit/Esof le chiavi dell'inaugurando compendio: l'attuale disponibilità finanziaria, gli stretti tempi condizionati dall'emergenza sanitaria non consentono di arredare la struttura, soprattutto il Magazzino 28 bis dove si concentrano i quasi 1900 posti dove si accomoderanno i futuri convegnisti. Esof, primo cliente di Tcc, provvederà in proprio con il noleggio degli allestimenti mediante gara. Entro fine settembre, quando Fit/Esof avrà disallestito la manifestazione e Tcc sarà tornato in possesso del centro, la società riprenderà l'iniziativa per l'acquisto degli arredi, confidando che nel frattempo Generali abbia concesso il prestito da 3 milioni. Ricordiamo che Generali è il secondo azionista di Tcc con il 12%, superato solo dalla TriesteValley di Diego Bravar, mentre al terzo posto si classifica la Illy: i tre soci maggiori rappresentano un terzo abbondante del capitale sociale, per il resto costituito dagli apporti di 60 azionisti. Tra questi il più grande dei più piccoli è il mobiliere friulano Alessandro Calligaris. Intanto ieri mattina l'assemblea, svoltasi in forma telematica, ha approvato il bilancio 2019, che ha chiuso con una perdita pari a poco più di 230.000 euro, perdita preventivata causa l'assenza di ricavi, essendo il cespite-base ancora in costruzione. La struttura finanziaria dell'operazione - riepiloga una nota - è costituita da 14,5 milioni, di cui 2 di capitale sociale, 5 di contributo del Comune triestino, 7,5 di mutui contratti con Bpm, Bcc Staranzano e Villesse, Fruie, Civibank, Mps, Unicredit, Intesa San Paolo, Cassa rurale Fvg. In consiglio siedono, oltre a Bravar, Cristiana Fiandra, Paco Ferrante, Claudio Sambri, Roberto Morelli, Simone Mocchiutti, Adrio Maria de Carolis, Aldo Minucci.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 24 aprile 2020

 

 

«Mobilità urbana, serve un Consiglio straordinario» - l'appello di nove realtà
Bus, ciclabili, bikesharing, marciapiedi: «Nella fase 2 va ripensata la mobilità urbana». È l'appello di Tryeste, Fiab, Uisp, Legambiente, Friday For Future, Bora.La, Zeno, Link e Spiz al Comune: «Il distanziamento sociale rischia di portare il traffico al collasso», scrivono le nove associazioni, che reclamano «un Consiglio straordinario».

 

 

Avanti con la Trieste-Venezia ma è scontro su stazioni e fondi
Rfi conferma la realizzazione della linea ferroviaria veloce entro cinque anni senza però spegnere le perplessità. Fermate solo a Latisana e Ronchi, è rebus
Rete Ferroviaria Italiana lo aveva ribadito mesi fa: i lavori per la velocizzazione della linea ferroviaria Venezia- Trieste, che consentiranno a un treno passeggeri di collegare le due città in poco più di un'ora, si concluderanno nel 2025. Quei lavori non sono nemmeno iniziati, ma ieri - dopo l'audizione in videoconferenza nella Quarta commissione del Consiglio regionale, su sollecitazione del gruppo 5 Stelle, che ha consentito di svelare almeno gli studi di fattibilità di Rfi - già presentati o in fase di redazione - Rfi stessa ha fissato nel 2021 l'avvio dei cantieri e l'assessore regionale ai Trasporti Graziano Pizzimenti lo ha ripetuto: tra cinque anni l'opera sarà completata. L'opposizione non si accontenta, il Pd non trova risposte sul numero delle stazioni (l'assessorato evita di entrare nel merito, ma nel cassetto c'è l'ipotesi di tre fermate in Fvg: Latisana, Ronchi e Trieste), il M5s evoca il «bluff di chi parla di alta velocità», ma Pizzimenti tira dritto e dichiara che il progetto, da 1,8 miliardi, «è propedeutico» alla Tav (che, nel caso, costerà quattro-cinque volte di più). Anzi, «o i lavori si fanno pensando all'alta velocità in futuro oppure è meglio non farli». Dibattito aperto, e anche acceso. Ma per adesso non resta che prendere atto di quello che c'è. Le slide di Rfi sono una prima informazione dopo anni di soli annunci. Il potenziamento della linea Venezia-Trieste, informa una nota di Palazzo che riassume la relazione dei tecnici della società statale, passa attraverso una serie di interventi da realizzarsi soprattutto nel breve e medio periodo, in particolare quelli relativi alla tratta Mestre- Ronchi Sud, con la possibilità di velocizzare fino a 200 chilometri all'ora la linea esistente e la soppressione di 23 passaggi a livello. I vantaggi? Stabilità degli orari, regolarità dell'esercizio e tempi di percorrenza ridotti, insieme ad affidabilità e aumento della velocità. Le cronache raccontano di un primo stanziamento di 200 milioni del ministero Delrio nel 2016. Nel comunicato della Regione si parla però ora di 160 milioni disponibili, «la prima tranche di quel miliardo e 800 milioni che è la stima del capitale necessario per l'intero intervento». Il resto delle risorse? Nulla più che un auspicio: «In seguito se ne potranno aggiungere di nuove». Pizzimenti si mostra fiducioso: «Si comincia a ragionare su un tracciato ben preciso e su una lunga serie di particolari relativi sia al trasporto di passeggeri che a quello delle merci». Ma non nasconde le criticità, «soprattutto nelle varianti di Latisana, dove è prevista la realizzazione di una nuova stazione, esterna al centro abitato, del fiume Isonzo e della tratta Ronchi- Trieste. Importanti saranno la massima trasparenza e l'interazione con il territorio, continuando nell'ottica della condivisione e individuando soluzioni che non precludano l'alta velocità». Il Pd, però, attacca. «Sul tracciato dell'alta velocità ferroviaria Trieste-Venezia, la giunta Fedriga è rimasta ferma ai titoli, assente e in totale confusione, senza andare oltre a quanto vagamente annunciato nel programma elettorale», dice Mariagrazia Santoro. «L'audizione è stata utile per il confronto con Rfi - aggiunge Diego Moretti - ma del tutto interlocutoria per quanto riguarda la giunta. Sono mancati in particolare chiari indirizzi sulla variante Ronchi-Aurisina, opera molto impattante dal punto di vista ambientale, e sul tema stazioni». E sulla Ronchi-Aurisina interviene anche il pentastellato Cristian Sergo: «Non vorremmo si spendessero altri milioni in progettazione di opere simili a quelle che sono già state bocciate due volte dalla Commissione Via». Per Massimo Moretuzzo del Patto per l'Autonomia la Tav «è opera anacronistica», mentre il capogruppo di Fi Giuseppe Nicoli chiede un tavolo permanente tra Regione, Rfi, comuni e territorio.

Marco Ballico

 

Pronta nel 2025 l'alta velocità Trieste-Venezia
La stazione di Latisana e il nodo di Ronchi i maggiori dubbi progettuali
Rete Ferroviaria Italiana lo aveva ribadito mesi fa: i lavori per la velocizzazione della linea ferroviaria Venezia- Trieste, che consentiranno a un treno passeggeri di collegare le due città in poco più di un'ora, si concluderanno nel 2025.Quei lavori non sono nemmeno iniziati, ma ieri - dopo l'audizione in videoconferenza nella Quarta commissione del Consiglio regionale, su sollecitazione del gruppo 5 Stelle, che ha consentito di svelare almeno gli studi di fattibilità di Rfi - già presentati o in fase di redazione - Rfi stessa ha fissato nel 2021 l'avvio dei cantieri e l'assessore regionale ai Trasporti Graziano Pizzimenti lo ha ripetuto: tra cinque anni l'opera sarà completata. L'opposizione non si accontenta, il Pd non trova risposte sul numero delle stazioni (l'assessorato evita di entrare nel merito, ma nel cassetto c'è l'ipotesi di tre fermate in Fvg: Latisana, Ronchi e Trieste), il M5s evoca il «bluff di chi parla di alta velocità», ma Pizzimenti tira dritto e dichiara che il progetto, da 1,8 miliardi, «è propedeutico» alla Tav (che, nel caso, costerà quattro-cinque volte di più). Le slide di Rfi sono una prima informazione dopo anni di soli annunci. Il potenziamento della linea Venezia-Trieste, informa una nota di Palazzo che riassume la relazione dei tecnici della società statale, passa attraverso una serie di interventi da realizzarsi soprattutto nel breve e medio periodo, in particolare quelli relativi alla tratta Mestre-Ronchi Sud, con la possibilità di velocizzare fino a 200 chilometri all'ora la linea esistente e la soppressione di 23 passaggi a livello.Le cronache raccontano di un primo stanziamento di 200 milioni del ministero Delrio nel 2016. Nel comunicato della Regione si parla però ora di 160 milioni disponibili, «la prima tranche di quel miliardo e 800 milioni che è la stima del capitale necessario per l'intero intervento». Il resto delle risorse? Nulla più che un auspicio. Pizzimenti si mostra fiducioso: «Si comincia a ragionare su un tracciato ben preciso e su una lunga serie di particolari relativi sia al trasporto di passeggeri che a quello delle merci». Ma non nasconde le criticità, «soprattutto nelle varianti di Latisana, dove è prevista la realizzazione di una nuova stazione, esterna al centro abitato, del fiume Isonzo e della tratta Ronchi- Trieste».Il Pd, però, attacca. «Sul tracciato dell'alta velocità ferroviaria Trieste-Venezia, la giunta Fedriga è rimasta ferma ai titoli, assente e in totale confusione, senza andare oltre a quanto vagamente annunciato nel programma elettorale», dice Mariagrazia Santoro. «L'audizione è stata utile per il confronto con Rfi - aggiunge Diego Moretti - ma del tutto interlocutoria per quanto riguarda la giunta. Sono mancati in particolare chiari indirizzi sulla variante Ronchi-Aurisina, opera molto impattante dal punto di vista ambientale, e sul tema stazioni». E sulla Ronchi-Aurisina interviene anche il pentastellato Cristian Sergo: «Non vorremmo si spendessero altri milioni in progettazione di opere simili a quelle che sono già state bocciate due volte dalla Commissione Via».

Marco Ballico

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 23 aprile 2020

 

 

Trieste e Muggia "lontane" - Il collegamento ciclabile con la Parenzana traballa
L'amministrazione Dipiazza punta a un by-pass via mare ma quella rivierasca non ci sta «Nulla osta però non può escludere un'opera via terra»
MUGGIA. La ciclabile da Trieste a Muggia, per mettere in connessione la Parenzana con il capoluogo regionale, è ferma ai box. Tra i motivi della stasi del progetto ci sono questioni squisitamente tecniche, come il nodo dell'attraversamento della galleria di Montebello, punto di partenza della ciclabile: senza partenza dei lavori riguardanti quella galleria, niente ciclabili. Ma le questioni sono anche politiche: nell'affaire ciclabile è da Trieste che arrivano delle novità sul percorso: «Noi stiamo procedendo - le parole dell'assessore all'Urbanistica del capoluogo Luisa Polli - per quel che ci compete con la pista lungo la galleria di Montebello, e poi con Uti e Regione per la parte relativa al collegamento Flavia - Muggia. Attualmente è all'esame il superamento del problema della ferrovia, che ora serve al Porto». Tutto nella norma, se non fosse per la seconda "porzione" delle dichiarazioni dell'assessore della giunta Dipiazza: «La ciclabile non si farà in via Flavia, stiamo studiando alternative alla luce dello sviluppo economico dell'ex zona Ezit. Un'opportunità che sto valutando con l'assessore regionale Pizzimenti è quella di potenziare i collegamenti per bici via mare». Pronta la risposta da Muggia: «Il potenziamento dei servizi bici via mare è senz'altro auspicabile, ma non come alternativa a un collegamento via terra», così il vicesindaco e assessore alla Viabilità della cittadina rivierasca Francesco Bussani. «Le piste ciclabili devono poter consentire una mobilità lenta intercomunale. È quindi importante finalizzare una volta per tutte lo sviluppo delle direttrici su cui ci si è già confrontati in questi anni con l'Uti», taglia corto Bussani a proposito delle novità dell'ultima ora. Si tratta insomma di una ciclabile che da anni deve fare i conti con dei veri e propri "colli di bottiglia". Uno di questi, per quel che riguarda il territorio muggesano, è rappresentato dall'attraversamento del rio Ospo, dove si trova anche il punto di partenza della Parenzana stessa. «Il ponte alla foce dell'Ospo - spiega Bussani - è riconosciuto da tutti come uno dei punti più pericolosi per la mobilità lenta dell'intera ex provincia, tanto che l'Uti ha già realizzato degli interventi sulla segnaletica per garantire per quanto possibile una maggior sicurezza». La soluzione trovata, come riconosciuto dal vice Marzi, consisterebbe nel «realizzare una pedana ciclopedonale parallela al ponte attuale, che andrebbe ad allacciarsi alla ciclabile di prossima realizzazione che dalla rotonda si svilupperà verso Muggia. L'alternativa, più onerosa, sarebbe che la Regione riportasse a galla il vecchio progetto della Provincia, che prevedeva il rifacimento totale del ponte, come secondo lotto rispetto alla realizzazione della rotonda. La speranza è che la soluzione "minore" trovi nella progettualità e nella realizzazione della ciclabile Trieste-Muggia una motivazione sufficiente per essere finalmente realizzata». Infine da Bussani arriva pure una suggestione: «Dal punto di vista turistico sarebbe un'ottima cosa realizzare anche il collegamento ciclabile tra Muggia e San Dorligo della Valle, consentendo lo spostamento in sicurezza dal nostro mare alle bellezze del Val Rosandra».

Luigi Putignano

 

 

 

 

 

Video "green" sul nuovo sito di Mediatecambiente FVG.

È online la nuova versione di www.mediatecambiente.it, uno spazio web che raccoglie progetti, sperimentazioni e novità che riguardano l'educazione ambientale attraverso l'audiovisivo. Mediatecambiente è un progetto nato nel 2007 grazie alla collaborazione tra l'Arpa Fvg-Laboratorio regionale di educazione ambientale (LaRea) e il Sistema regionale delle mediateche del Friuli Venezia Giulia (di cui fanno parte la mediateca Pordenone di Cinemazero, la Mario Quargnolo di Udine, la Ugo Casiraghi di Gorizia e La Cappella Underground di Trieste). Nel sito sono raccolti tutti i progetti svolti negli ultimi anni e quelli in corso; inoltre sono disponibili più di 60 video, tra spot realizzati con le scuole, minidoc, tutorial e documentari. Una delle sezioni più ricche del sito è quella dedicata agli spot realizzati con le scuole secondarie di secondo grado e con le università. In particolare, durante i laboratori audiovisivi della durata di circa 20 ore, gli studenti scelgono uno o più aspetti chiave legati al tema ambientale trattato, per sviluppare un'idea e trasformarla in uno spot video, legando così conoscenze tecniche del montaggio audiovisivo all'approfondimento della tematica ambientale con un esperto dell'Arpa Fvg. Un altro format audiovisivo sul quale ha puntato il progetto Mediatecambiente è quello dei documentari quali veicolo culturale per sviluppare sul territorio riflessioni e progettualità volte alla sostenibilità. A tal proposito, dopo il successo di "Un paese di primule" e "Caserme" del 2014, dedicato al recupero delle caserme abbandonate in Friuli Venezia Giulia, sono stati prodotti tre documentari sugli aspetti socio-culturali legati ai fenomeni meteo e il documentario "Binari", sull'abbandono e recupero delle linee ferroviarie per promuovere progettualità legate al turismo lento e alla mobilità sostenibile. Nel sito è visualizzabile anche un catalogo tematico per ricercare audiovisivi e progetti su tematiche inerenti l'ambiente e la sostenibilità. Sempre dal sito è possibile verificare quali film sono disponibili nelle diverse mediateche della regione. Dal 2007, grazie alla collaborazione tra Arpa Fvg e il Sistema regionale delle mediateche del Fvg, sono state organizzate più di 250 manifestazioni tra proiezioni cinematografiche e altri eventi per le scuole e il pubblico in regione. Mediatecambiente si rivolge ad appassionati di cinema e di ambiente, può essere utile agli studenti per approfondire tematiche ambientali in modo informale, agli educatori per progettare dei percorsi di educazione ambientale attraverso l'audiovisivo e ai videomaker per promuovere i loro progetti.

 

Le Aree tutelate - Arato un prato stabile di Lucinico - Legambiente chiede il ripristino
Un prato stabile di tre ettari stravolto dall'aratro e trasformato in un campo coltivato come tutti gli altri. Un autentico sfregio ad un ambiente naturale prezioso che, in seguito all'allarme lanciato dagli ambientalisti, dovrà essere in qualche modo sanato, sperando che la natura possa presto riprendersi ciò che le è stato tolto. È accaduto a Lucinico, in un'area in prossimità del corso dell'Isonzo, dove Legambiente ha denunciato alla Regione - e nello specifico al Servizio biodiversità - la distruzione di un prato stabile della superficie di circa tre ettari: di qui l'azione degli uomini della stazione forestale di Gorizia e l'attivazione di una procedura che porterà il Comune a emettere un'ordinanza di ripristino. Quel prato era tutelato in quanto inserito nell'inventario regionale con tipologia "magredo a forasacco", ed è uno dei tanti prati stabili che arricchiscono il territorio regionale, rappresentando autentici scrigni di biodiversità. In molti casi, ad esempio, ospitano specie rare come le orchidee. «Questo tipo di prati stabili sono sottoposti ad una protezione rigorosa proprio per questo motivo - spiega in una nota Legambiente, il cui comitato goriziano è guidato dal presidente Luca Cadez, e che punta in futuro ad organizzare iniziative di divulgazione ed escursioni per far conoscere meglio i prati stabili alla cittadinanza -: ospitano fino a settanta specie diverse di piante per ogni 100 metri quadrati, ma anche tanti animali, insetti e le api così preziose per l'ecosistema». I prati stabili però oggi sono a rischio, anche perché le mutate condizioni economiche degli ultimi decenni stanno portando a fenomeni differenti. Da un lato i prati spariscono perché non vengono più sfalciati con regolarità, e dunque si riempiono di cespugli e arbusti. Dall'altro, invece, i proprietari ignorano o violano la legge e li arano per poi coltivarli, causando però in questo modo un danno immenso all'ambiente. Non solo. Accanto a comportamenti poco attenti ci sono anche atti vandalici più volte segnalati dagli ambientalisti, per non parlare delle scorribande di alcuni praticanti di motocross che spesso attraversano e, dunque, danneggiano anche aree tutelate. «La riduzione dei prati stabili sta portando alla perdita di numerosi servizi propri dell'ecosistema - l'allarme lanciato da Legambiente -, tra cui l'impollinazione. Il rapporto con la natura e l'ambiente è fondamentale per il benessere umano, e ce ne stiamo rendendo conto mai come in questo periodo segnato dal coronavirus, e anche per questo motivo è importante preservare ecosistemi come i prati stabili». La legge poi parla chiaro. Fin dal 2005 la Regione ha tutelato i prati stabili prevedendo in caso di danneggiamenti, oltre all'obbligo del ripristino, anche sanzioni fino a mille euro per ogni mille metri quadrati rovinati. Esistono poi anche incentivi (fino a 250 euro all'ettaro) per i proprietari dei prati chiamati ad eseguire lo sfalcio, che possono presentare richiesta di contributo entro il 30 giugno.

Marco Bisiach

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 22 aprile 2020

 

 

Acegas dichiara guerra ai rumori prodotti dal depuratore di Servola
Completata l'installazione di moderni impianti di insonorizzazione per eliminare i disagi per i residenti
Il depuratore di Servola diventerà super silenzioso e non arrecherà più disturbo alla cittadinanza. Parola di AcegasApsAmga che ha reso nota ieri la conclusione dei lavori per l'installazione di nuovi sistemi di insonorizzazione durati una scorsa settimana. Lo scopo principale dell'intervento è stato quello di integrare l'impianto di depurazione con l'area circostante. AcegasApsAmga definisce con soddisfazione l'impianto di Servola «come uno dei più innovativi al mondo nel campo della depurazione». E ora anche uno dei più silenziosi grazie alla scelta di minimizzare ogni rumore così da rientrare nei limiti previsti dalle normative in materia di inquinamento acustico. «Un depuratore che dialoga con il mare - si legge nella nota della multiutility-, rimanendo muto come un pesce». Il progetto è stato realizzato attraverso il partner francese Veolia ed il Gruppo Hera, avvalendosi della collaborazione di Arpa e Comune di Trieste. I sistemi d'insonorizzazione ed i pannelli fonoassorbenti impiegati contro le emissioni acustiche hanno portato «quindi molto al di sotto dei limiti normativi, mirando all'impronta zero». Un monitoraggio accurato ha evidenziato subito il fatto che alcune delle emissioni avrebbero comunque «potuto essere percepite dalle abitazioni circostanti, in particolare ai piani più alti di via Svevo». Ecco allora la decisione dell'ex municipalizzata di intervenire direttamente per evitare ogni possibile fastidio acustico. La posizione del depuratore di Servola è particolare rispetto ad altri: la vicinanza alla città è un dato di cui s'è tenuto conto fino dalla costruzione. Per questo motivo AcegasApsAmga ha stabilito «di realizzare un impianto completamente chiuso: in particolare nella galleria tecnica, vero cuore del depuratore, sono stati alloggiati i macchinari potenzialmente più rumorosi, impedendo in questo modo che le emissioni acustiche vengano percepite all'esterno». Secondo i rilievi due erano le fonti acustiche sul tetto del depuratore che avrebbero potuto causare emissioni impattanti: una tubazione e l'estrattore d'aria. Una scatola fonoisolante e fonoassorbente è stata individuata come la soluzione ideale per bloccare i rumori in uscita dall'estrattore. La tubazione è stata invece chiusa grazie ad alcuni pannelli (fonoisolanti e fonoassorbenti) lunghi quasi 23 metri e di 2 metri all'incirca d'altezza. Tra tetto e tubazione sono poi stati posti blocchi capaci di contenere eventuali onde sonore. Gli ultimi lavori effettuati da AcegasApsAmga seguono altri compiuti sui miscelatori nel 2019: in quell'occasione «per ridurre il suono proveniente dalle vasche di miscelazione» era stata fatta una copertura «con lastre in fibrocemento integrate con un pannello fonoisolante». Anche i motori dei miscelatori sul tetto del depuratore avevano avuto copertura tramite «scatolari appositamente creati in materiale fonoassorbente».

Lorenzo Mansutti

 

 

L'Ogs a caccia del virus nell'acqua di mare per assicurare una balneazione sicura
La direttrice Paola Del Negro: «Un lavoro complesso per la diversità dell'ambiente marino, è presto per i primi risultati»
TRIESTE. Come saranno le nostre vacanze estive al mare? Saremo ancora ostaggio del coronavirus o liberi di nuotare in acque limpide e sicure? Tutto dipende se il Covid-19 sopravvive nell'acqua del mare. Proprio per dare evidenza scientifica e una risposta a questi interrogativi l'Ogs, (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale con diverse sedi a Trieste e Udine), ha appena avviato una precisa ricerca. Un verdetto in tempi brevi non sarà possibile, ma è quello che chiedono anche i tavoli di lavoro regionali sul turismo che si svolgono settimanalmente in questo periodo. L'indagine dell'Ogs, infatti, è nata in concomitanza alla richiesta degli operatori del turismo regionali che cercano di metterci nelle condizioni più sicure per trascorrere l'estate al mare.«Assieme al Dipartimento di Scienze della vita dell'Università di Trieste - spiega il direttore generale dell'Ogs Paola Del Negro - stiamo lavorando a un protocollo che adatti all'ambiente marino i sistemi attualmente usati per la rilevazione del virus. L'acqua del mare, come ci si può immaginare, ha caratteristiche del tutto particolari». Nella fattispecie, il team di ricercatori messo in campo sta cercando di capire se e come il virus può trovare le condizioni per sopravvivere e, soprattutto, se possa essere infettivo nell'acqua del mare. La sabbia, infatti, può essere pulita e disinfettata con regolarità, in qualche modo le distanze di sicurezza possono essere rispettate sia nei ristori e nei bar sia in spiaggia ma, nell'acqua del mare, il problema della diffusione del virus si complica. C'è chi è molto ottimista, e si spinge a dichiarare che in acqua stiamo al sicuro, preannunciando bagni senza alcuna limitazione. La maggioranza degli esperti sostiene la tesi secondo la quale il coronavirus con le temperature estive perderà forza. È però di questi giorni la notizia che un laboratorio in Francia, alle porte di Parigi, ha scoperto tracce "minime" del virus in diversi punti della rete idrica non potabile utilizzata in particolare per lavare le strade (il suo RNA in quantità minime in 4 dei 27 punti idrici testati). Un'analisi analoga non è ancora stata svolta per l'acqua del mare.«Abbiamo appena iniziato ad occuparci di questa ricerca - spiega ancora il direttore Del Negro - e non abbiamo ancora alcun risultato, benché le risorse messe in campo e le collaborazioni avviate siano davvero autorevoli proprio per l'urgenza e l'importanza di avere risposte attendibili. L'ambiente marino è molto diverso da quello che si può riscontrare nelle matrici analizzate in un laboratorio sanitario, su un tampone o su un espettorato. È complesso, come cercare una goccia nell'oceano. Va considerata la presenza del sale e di molti altri microrganismi che potrebbero interagire sulla determinazione genetica del coronavirus. Questioni diverse, inoltre, sono la possibile sopravvivenza del virus, e soprattutto la sua infettività, cioè capire se il segnale virale corrisponde ad un effettivo rischio, tutti fattori che vanno attentamente valutati se si rilevasse la presenza di tracce di RNA virale nell'acqua marina». Anche per l'Ogs, che si occupa generalmente dei batteri presenti in mare e della funzionalità dell'ecosistema marino, è una prova considerevole, pur avendo le competenze, tecnica e strumentazioni adeguate a coniugare la conoscenza delle dinamiche oceanografiche con l'individuazione delle componenti biologiche. Per questo, con UniTs che è partner scientifico dell'Ogs, ha attivato anche una collaborazione con la San Diego State University e la Colorado State University, per avere il massimo supporto nello studio dei virus nell'ambiente marino.

Isabella Franco

 

 

Il Friuli Venezia Giulia incluso nel maxi studio su smog e lockdown - il Progetto europeo
L'Emilia-Romagna e il bacino padano, fino alla Slovenia, saranno un grande «laboratorio a cielo aperto» per conoscere e misurare nel dettaglio gli effetti che le misure di lockdown, previste per l'emergenza Covid-19, e la drastica riduzione del traffico hanno avuto sulla qualità dell'aria. Al via un maxi progetto di ricerca guidato da Regione Emilia-Romagna e Arpae nell'ambito del piano europeo Prepair che coinvolgerà l'area del bacino nord-adriatico incluso il territorio del Friuli Venezia Giulia.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 21 aprile 2020

 

 

A Trieste guanti e mascherine buttati in aiuole e marciapiedi
C'è chi ha preso la pessima abitudine di gettare a terra le protezioni fuori dai negozi. Il monito dei vigili
Trieste. Mascherine e guanti gettati a terra in diverse zone di Trieste. Le segnalazioni arrivano dai cittadini, anche attraverso foto pubblicate sui social. Tra il verde delle aiuole, sotto le panchine o le auto in sosta. E ancora sulle strade o accanto ai bidoni delle immondizie. C'è chi si libera di questi rifiuti un po' ovunque, senza troppi pensieri. Spesso fuori dai supermercati o dai negozi di alimentari. Tra i guanti gettati a terra molti sono quelli in lattice, ma tanti anche quelli abitualmente a disposizione nei reparti di frutta e verdura, che alcune persone indossano nei supermercati, talvolta messi a disposizione dagli stessi punti vendita all'ingresso. Parecchi clienti hanno evidentemente preso la cattiva abitudine di liberarsene all'esterno una volta conclusa la spesa, ma senza poi conferirli correttamente. E per le mascherine il discorso è simile. Tra strade, marciapiedi e aree verdi sono tante quelle abbandonate, in particolare quelle di tipo chirurgico. Ma cosa rischia chi getta a terra le protezioni usate? «La sanzione prevista dal regolamento della gestione dei rifiuti è di 100 euro - spiega il comandante della Polizia Locale Walter Milocchi - perché sono dispositivi utilizzati da privati e non possiamo considerarli rifiuti sanitari. Da parte nostra finora non abbiamo ricevuto segnalazioni, tranne una telefonata giunta nei giorni scorsi dalla sala operativa». L'appello comunque è al buon senso e al rispetto dell'ambiente. Anche perché con l'arrivo del vento nelle scorse ore la situazione potrebbe peggiorare. Mascherine e guanti vanno gettati nei contenitori dell'indifferenziata. Disposizioni diverse invece nel caso di rifiuti, di tutti i tipi, che appartengono a persone risultate positive. AcegasApsAmga, in collaborazione con la Regione e la Protezione Civile già nelle scorse settimane ha comunicato le linee guida sulla raccolta rifiuti urbani, predisposte dall'Istituto Superiore di Sanità nell'ambito delle direttive delle Autorità Competenti volte al contenimento del Covid19. Per i nuclei familiari dove siano presenti una o più persone risultate positive o soggette a quarantena obbligatoria, tra le indicazioni, si ricorda che i rifiuti urbani prodotti nell'abitazione non devono più essere differenziati, ma raccolti nello stesso contenitore utilizzato per i rifiuti indifferenziati. Vanno usati due o più sacchetti, posizionati uno dentro l'altro, all'interno del contenitore per l'indifferenziata. I fazzoletti, la carta assorbente da cucina, le mascherine, i guanti e i teli monouso vanno sempre nell'indifferenziata. I sacchetti devono essere chiusi con cura, indossando guanti monouso, utilizzando i lacci di chiusura o nastro adesivo ed evitando di schiacciarli. Meglio poi lavarsi subito le mani. E sempre in caso di abitazioni con persone positive, gli animali da compagnia presenti, non devono entrare in contatto con i rifiuti. Qualora la famiglia fosse impossibilitata a conferire le immondizie autonomamente, può richiedere al Comune di Trieste l'assistenza per tale mansione, nell'ambito dei servizi già messi a disposizione.

Micol Brusaferro

 

«Surreale vedere la città così vuota - Noi rischiamo per tenerla pulita»
La pandemia non ha modificato i ritmi dei quasi 100 addetti dei Servizi ambientali di Acegas «Ogni giorno in strada con le protezioni necessarie. La paura c'è ma non ci si tira indietro»
Sono tra i pochissimi a muoversi dal tramonto all'alba, quando Trieste addormentata è ormai completamente deserta e irriconoscibile rispetto a prima. Ma si vedono in giro anche durante il giorno, quando può capitare che a seguito di un incontro fortuito qualcuno li ringrazi per quello che fanno. Stiamo parlando dei circa cento operatori dei Servizi ambientali di AcegasApsAmga, i netturbini ma non solo, che rappresentano una delle categorie rimaste in prima linea, nelle nostre città, durante l'intero corso dell'emergenza sanitaria. E tra mascherine in spogliatoio, guanti e camion disinfettati più e più volte al giorno, anche tra di loro c'è chi assicura di non aver mai vissuto nulla di simile in quarant'anni di carriera.«Pure noi andiamo a lavorare con un po' di preoccupazione da un lato e, dall'altro, un grande senso di responsabilità - spiega ad esempio Stefano Riosa -. Tutti abbiamo qualcuno a casa, vuoi un genitore anziano, vuoi un bimbo piccolo. Il più grande cambiamento, nella nostra routine, è rappresentato dall'adozione di tutta una serie di misure di sicurezza. Per il resto si continua a lavorare». Le sue giornate lavorative, così come quelli dei suoi colleghi, iniziano negli spogliatoi della centrale operativa, dove «ci cambiamo nel minor tempo possibile, indossando guanti e mascherine - prosegue Stefano -. Siamo spalmati su tre turni in modo da evitare assembramenti appunto negli spogliatoi nonché nell'autoparco. Poi ci si prepara alla partenza: prima di salire a bordo di un furgone lo si sanifica. E una volta tornati in sede si ripete l'operazione, per far trovare il veicolo nelle migliori condizioni possibili ai colleghi del turno successivo». A bordo di quel mezzo gli operatori ambientali si aggirano per la città che può essere deserta o semideserta, a seconda dei momenti della giornata. Se si lavora in orario diurno, può capitare infatti di incontrare qualcuno sceso a gettare la spazzatura: «A volte le persone ci ringraziano - continua l'operatore -. Se prima il rapporto con l'utenza era parte della nostra quotidianità, adesso chiaramente c'è meno gente in giro. Ma nonostante tutto quello che sta accadendo, la città continua a essere tenuta in maniera decorosa e pulita: le persone lo percepiscono».Esistono poi anche i turni al buio: quello che inizia alle 5, prima dell'alba, e quello che dalle 22 prosegue nel cuore della notte. In quelle ore i netturbini sono tra i pochissimi esseri umani che hanno il permesso di percorrere le nostre strade: «Osservare Trieste così vuota è surreale e un po' si fatica ad abituare l'occhio - conclude l'operatore del'ex municipalizzata -. Di solito stiamo in mezzo al traffico, vediamo l'affaccendarsi della città che si addormenta e che si sveglia. Il cambiamento è stato davvero repentino». Gli operatori in prima linea, proprio come Stefano Riosa, in questo momento sono circa un centinaio. Si cerca di mantenere un atteggiamento positivo e di continuare a fare il proprio dovere come prima, nella consapevolezza di svolgere un servizio di pubblica utilità. «Si lavora a pieno regime anche adesso - spiega il loro coordinatore, Fulvio Macoratti -. In queste giornate particolari ci rendiamo ancora più conto di quanto sia fondamentale il nostro lavoro. Non ci si può fermare». Del gruppo fa parte anche Roberto De Santis. «In quarant'anni di lavoro - chiarisce - non avevo mai vissuto un'emergenza simile». Nonostante tutto, comunque, De Santis non si abbatte. «Io sono e rimango ottimista. Tutto questo finirà». Stesi turni e identiche preoccupazioni anche per Edi Apollonio, il quale sottolinea come «in questo periodo il carico di lavoro sia aumentato notevolmente. Garantire la continuità dei servizi - aggiunge Apolonio - diventa allora fondamentale, a maggior ragione».«Operare in questo periodo non è facile, anche perché si respirano timore e tensione fra la gente - commenta un altro operatore dei Servizi Ambientali, Gaetano Minenna -. Ma so che il nostro lavoro è essenziale e questo mi dà motivazione».

Lilli Goriup

 

 

Balene al largo di Sebenico nel mare pulito e senza navi
L'assenza di traffico marino causa Covid-19 ha indotto i grandi cetacei a risalire anche l'Adriatico. Delfini si esibiscono in danze spettacolari davanti a Spalato
SPALATO. Negli anni passati erano decine di migliaia le imbarcazioni che solcavano ogni giorno le acque croate dell'Adriatico durante i mesi estivi (cifre ufficiose indicavano la presenza quotidiana di 200 mila natanti), mentre oggigiorno il traffico marittimo - complice la serrata da coronavirus - è rarefatto neanche fossimo durante la Seconda Guerra Mondiale. E allora i grandi animali marini si sono reimpossessati del loro habitat naturale, ringalluzziti dall'assenza di imbarcazioni da diporto, pescherecci, traghetti, mercantili, navi cisterna e d'altro tipo, situazione che ha permesso al mare di godersi un po' di tregua e ai suoi abitanti, quelli di notevole taglia, di uscire allo scoperto. A tre anni di distanza dagli ultimi avvistamenti, in questi giorni si sono potute ammirare non poche balene, notate (e filmate) da pescatori dilettanti e diportisti. Il via allo spettacolo è stato dato tre miglia al largo di Rogosnizza, località di villeggiatura della Regione di Sebenico. I pescasportivi spalatini Tomislav Copic e Marin Nozina sono rimasti strabiliati dalle performance di un gruppo di cetacei: «Le balene sono apparse intorno alle 11 del mattino - ha raccontato Copic al Dalmatinski portal - ed è stato qualcosa di fantastico. Non ho mai visto in vita mia questi grandi mammiferi marini, per giunta a poche decine di metri dalla nostra imbarcazione. Le loro evoluzioni sono durate alcuni minuti e poi sono spariti dalla nostra vista».Il suo collega Nozina si è pure emozionato nel vedere i giganti: «Sentire il rumore degli sfiatatoi e vedere emergere le balene in superficie è qualcosa di indescrivibile. È come vedere un autoarticolato. Solo allora capisce quanto l' uomo sia piccolo di fronte a simili colossi». Durante lo scorso weekend, un branco di balene è stato visto nelle acque del canale tra le isole di Solta e Lissa, sempre in Dalmazia. La notizia è stata comunicata da una fonte autorevole, il biologo Alen Soldo del Dipartimento Studi del Mare dell'Ateneo di Spalato: «Ci ha fatto visita un numero imprecisato di balenottere comuni, specie tutelata in Croazia e che non va importunata, pena severe ammende - spiega il biologo - non sono autoctone in Adriatico perché il nostro mare non assicura sufficiente cibo per questi grandi cetacei. Succede che le balenottere si spingano nelle nostre acque dal Mediterraneo e magari perdano l' orientamento trattandosi di un bacino chiuso. A quel punto non è raro che possano arenarsi. L'ultima volta sono state viste nel 2017 di fronte a Lussinpiccolo. Non sono pericolose per le barche, ma possono diventarlo per chi le riprende durante le immersioni».Domenica scorsa a beneficiare di un autentico spettacolo sono state le persone che passeggiavano nel parco boschivo del Monte Mariano, l' altura che sovrasta Spalato: a poche decine di metri dalla costa, otto delfini hanno dato vita a giochi, salti e spruzzi, che hanno entusiasmato gli occasionali spettatori. Raramente, hanno raccontato gli spalatini, si erano visti in questo braccio di mare. Dinanzi alla sede dell'Istituto oceanografico spalatino, si è poi visto in pochi centimetri d' acqua un esemplare di Lepre di mare (Aplysia fasciata), mollusco estremamente raro da queste parti. Non era così fino a 30-40 anni fa, ma evidentemente il "disimpegno umano", definiamolo così, ha giovato a tante specie animali, in mare, sulla terraferma e nel cielo.

Andrea Marsanich

 

 

"Salute e ambiente" s'appella al governo contro l'A2A bis
Ennesimo "no" al progetto di modifica della centrale termoelettrica del Lisert nella dettagliata lettera inviata dall'associazione al ministero
DUINO AURISINA Nuovo secco no al progetto della A2A, che prevede la modifica della Centrale termoelettrica del Lisert (Monfalcone). A pronunciarlo è il gruppo "Salute e ambiente", attraverso il proprio rappresentante, Danilo Antoni, che ha inviato al Ministero per l'Ambiente le osservazioni riguardanti lo Studio di impatto ambientale. «La proposta della A2A Energiefuture - scrive Antoni - non è compatibile con il contesto ambientale, paesaggistico e culturale nel quale dovrebbe essere realizzato, in quanto è evidente l'obsolescenza dei riferimenti programmatici in materia di lotta ai cambiamenti climatici. Altrettanto palese - aggiunge - la mancata trattazione di aspetti rilevanti sotto il profilo delle emissioni inquinanti. Incompatibile poi la realizzazione del metanodotto di collegamento tra la centrale in progetto e la rete di Snam ReteGas, in considerazione della vulnerabilità ambientale di alcune aree attraversate». Risulta poi importante, «in senso negativo - sottolinea il tecnico del gruppo - la mancata definizione del futuro delle aree occupate dalla centrale termoelettrica esistente, ma non interessate dalla costruzione della centrale proposta, che creerebbe un'ulteriore elemento dequalificante della fruizione paesaggistica di Monfalcone e del suo contesto. Molto rimane infatti - continua - nell'area interessata, in termini di storia e archeologia e di vocazione turistica. In sostanza, la già avvenuta perdita definitiva e irreversibile dei valori culturali e paesaggistici di questa parte di territorio - conclude Antoni - è in palese contrasto con i dati di fatto e lo spirito delle strategie della gestione territoriale regionale e statale di valorizzazione e tutela, sostenuta dalla cittadinanza».

U.SA.

 

 

UNA CRISI EPOCALE CHE CI DÀ L'OCCASIONE DI CAMBIARE ROTTA
L'appello di tre eminenti accademici triestini che osservano gli sconquassi di Covid-19 senza perdere la lucidità: «Situazione limite da cui l'umanità può trarre la forza per consegnare un mondo migliore a figli e nipoti»
 

Lo scenario - Esistono un mondo prima e un mondo dopo la crisi pandemica del Coronavirus Covid-19. Per le nostre generazioni, che non hanno vissuto la guerra in prima persona, questa crisi è un punto di svolta senza precedenti. Non è solo una crisi epidemiologica e sanitaria, ma anche, e forse soprattutto, una crisi economica e sociale, che ha drammaticamente messo in evidenza le vulnerabilità della struttura socioeconomica su cui si fonda la nostra società. Molti dicono che ci vorrà tempo prima di tornare a una vita normale, a una vita "come prima". Ma è davvero questo quello che vogliamo? Oppure si può utilizzare questo punto di svolta, questa ripartenza, per costruire un mondo migliore? L'esperienza del passato - Già nel 1912 il triestino Giacomo Ciamician aveva raccontato al mondo che «... se alla civiltà del carbone, nera e nervosa dell'epoca nostra dovesse far seguito una civiltà più tranquilla basata sull'uso dell'energia solare non sarebbe male per il progresso e la felicità umana». Più recentemente nel 2009 John Beddington aveva predetto per il 2030 la tempesta perfetta di eventi globali dovuta alla scarsità di acqua, cibo ed energia, mescolati a un livello di inquinamento insostenibile. In fondo al tunnel - Il pianeta è ancora attanagliato dalla crisi pandemica, con miliardi di persone chiuse in casa, e con attività di ogni tipo ancora ferme. Stiamo attraversando una delle crisi economiche più gravi e dirompenti della storia, che probabilmente avrà ripercussioni drammatiche sulla vita di molti per anni a venire. Però si comincia a intravedere una "luce alla fine del tunnel", almeno nei Paesi che hanno avuto il coraggio, la tenacia e la coscienza civile di seguire, spesso con enormi sacrifici, le indicazioni della comunità scientifica sull'unica arma che oggi abbiamo per combattere il virus, e cioè il distanziamento sociale. Uno di questi Paesi, uno dei primi e dei più coraggiosi, infatti, è l'Italia. Cominciamo a parlare di ripartenza, di quante centinaia, forse migliaia, di miliardi saranno necessari a far ripartire l'economia. Ma come saranno spesi questi miliardi? Rifaremo gli stessi errori che sono stati alla base della crisi in atto, o quantomeno dei danni provocati da questa crisi? Non è finita - In queste settimane abbiamo praticamente solo sentito parlare di Coronavirus, e questo è sicuramente legittimo e importante. Però non dobbiamo dimenticare che ci sono altre crisi, con ogni probabilità ben peggiori, che ci aspettano dietro l'angolo se qualcosa non cambierà. La crisi dei cambiamenti climatici: il 2019, dopo il 2016, è stato il secondo anno più caldo da quando si prendono misure su scala globale, mentre durante gli ultimi mesi abbiamo assistito a eventi climatici di entità inaudita, come le ondate di calore che hanno alimentato i devastanti incendi in Australia o lo scioglimento senza precedenti dei ghiacci della Groenlandia. Anche in Italia, l'alluvione di Venezia dello scorso anno (perché chiamarla "acqua alta" è certamente un eufemismo) o la tempesta Vaia, che ha distrutto intere foreste delle Dolomiti. E poi la crisi dell'inquinamento atmosferico, che secondo studi recenti causa nel mondo da 5 a 7 milioni di morti premature all'anno (più di 40 mila in Italia), diminuendo la nostra aspettativa di vita di 2-3 anni; il degrado del suolo e la perdita di fertilità; la scarsezza di acqua a causa di siccità più frequenti e dello scioglimento dei ghiacciai; l'inquinamento degli oceani, in primis a causa delle plastiche; la perdita di biodiversità, che per molti è uno dei veicoli che facilita lo svilupparsi di epidemie come quella del Covid-19; l'urbanizzazione selvaggia e il degrado delle megalopoli urbane. E questa lista di eventi estremi potrebbe continuare, a lungo. Tutte queste crisi però, in ultima analisi, sono figlie di un unico problema: lo sfruttamento indiscriminato, eccessivo e iniquo delle risorse limitate del pianeta. Non perdere l'opportunità - La crisi Covid-19 ci offre l'occasione di cambiare rotta, un'occasione storica che non dobbiamo perdere, anche perché le soluzioni sono già qui, alla nostra portata. Facciamo alcuni esempi. L'energia: oggi circa l'80% dell'energia che utilizziamo è derivata dall'uso di combustibili fossili, uso che porta all'emissione di gas serra e di particolato atmosferico che modificano il clima globale e inquinano aria e acqua. Cosa ancora peggiore, sprechiamo circa il 60% dell'energia prodotta. Ma già oggi sappiamo di avere le tecnologie per produrre la maggior parte del nostro fabbisogno energetico da fonti rinnovabili, come il solare, l'eolico, l'idroelettrico e il geotermico, e per ridurre gli sprechi tramite politiche di elettrificazione delle attività produttive e di maggiore efficienza energetica. Quindi sarebbe logico spendere quei miliardi per incentivare le energie rinnovabili, l'uso di auto elettriche e di una mobilità più sostenibile, cosa che non solo aiuta l'ambiente, ma anche l'economia (i costi per la produzione di energia elettrica rinnovabile che sono oggi pari a quelli delle fonti fossili, saranno nel brevissimo ben inferiori a quest'ultimi). E l'occupazione. Questa direzione, incidentalmente, renderebbe l'Italia indipendente dal punto di vista energetico. Economia circolare - Altro esempio: economia circolare e a chilometro zero. È sorprendente che a due mesi dall'inizio della pandemia non siano ancora disponibili mascherine per tutti, perché non riusciamo a produrle e dobbiamo importarle dalla Cina o dalla Russia, come tanti altri beni che potrebbero facilmente essere prodotti qui da noi, anche se magari con un minore profitto. Con quei miliardi valorizziamo le nostre risorse ed eccellenze, come l'artigianato, l'agricoltura, l'enogastronomia di pregio, le inestimabili bellezze paesaggistiche e culturali; l'offerta turistica; i nostri marchi conosciuti in tutto il mondo (come la moda, o la Ferrari). E con quei miliardi incentiviamo lo sviluppo dell'alta tecnologia e della economia digitale, che sono la via del futuro. Queste sono tutte azioni che non richiedono una rivoluzione tecnologica, ma una rivoluzione culturale, incentrata non sul Pil, ma sulla qualità della vita. Questa rivoluzione culturale però ha bisogno di alcune basi come l'educazione e la ricerca. Oggi capiamo quanto la scienza e la cultura siano importanti per salvaguardare la società, eppure l'Italia è uno dei Paesi che spende meno fra quelli industrializzati per educazione, ricerca e sviluppo, anzi questi sono tradizionalmente fra i primi settori a essere tagliati nei casi di riduzione di disponibilità finanziarie. E poi la riduzione delle disparità socioeconomiche e dell'accentramento delle ricchezze. Oggi circa il 50% della ricchezza globale è detenuto dall'1% della popolazione, qualcosa di assolutamente innaturale, perché dal punto di vista ecosistemico la natura stessa ci insegna che l'accentramento eccessivo delle risorse insieme a una estesa povertà, e quindi debolezza, aumenta la vulnerabilità di un sistema e la sua capacità di reagire alle crisi. In un sistema naturale la condivisione delle risorse è forza determinante. Le virtù della globalizzazione  - E infine la cooperazione internazionale. La crisi del Coronavirus ci sta insegnando che, in un mondo ormai globalizzato, se tutti i Paesi non si coordinano nella risposta a una crisi, non se ne esce fuori facilmente. Non basta che sia l'Italia ad adottare delle determinate politiche se ciò non viene fatto anche dagli altri Paesi, europei o di altri continenti. Non serve erigere muri o chiudere confini, anzi bisogna agire in maniera condivisa. E ovviamente a nulla servono gli accordi internazionali e le direttive se non c'è l'impegno del singolo cittadino a rispettarle, proprio come nel caso dei cambiamenti climatici. Le immagini dallo spazio - In questo aprile 2020 lo stato dell'ambiente non è mai stato così positivo, immagini satellitari ci mostrano come l'inquinamento sia stato abbattuto; dalle pianure dell'India si vede l'Himalaya; le acque dei canali di Venezia e di tutte le coste sono limpide e ricche di pesci, l'inquinamento acustico e ottico sono diminuiti. Eppure la società sembra in frantumi. Questo paradosso deriva dal fatto che la nostra società si è completamente disconnessa dall'ambiente in cui vive, anzi in Italia spesso si esprime l'assurda opinione che l'ambiente si opponga al benessere e al "progresso". Potremmo magari chiederlo a quei bambini che hanno solo ambienti degradati e inquinati in cui giocare. Tutti quei soldi - E allora noi chiediamo che quelle centinaia di miliardi non siano spesi per tornare a come le cose erano prima, ma per costruire un'Italia e un mondo migliore, più equo, più resiliente, più solidale verso tutti, e più in sintonia con il pianeta che è la nostra casa. Chiediamo che quei miliardi vengano spesi ascoltando le richieste di milioni di ragazzi, di nostri figli, che come i Fridays for Future, ormai da tempo reclamano il diritto a un futuro migliore, perché ricordiamo che questo è il loro secolo e che questo è il loro pianeta. Uno degli elementi che hanno prodotto la crisi Covid-19 è stata l'impreparazione del sistema socioeconomico e sanitario ad affrontarla, perché non la conoscevamo. Ma la scienza conosce molto sulle crisi ambientali a cui andiamo incontro, come l'emergenza dei cambiamenti climatici, ed è da tempo che manda i suoi avvertimenti. Sarà doveroso e necessario porre maggiore enfasi sulla prevenzione e preparazione di crisi ambientali, ivi incluse anche possibili nuove pandemie, dovute agli sconvolgimenti ambientali derivanti dal riscaldamento globale e da altre pressioni sull'ambiente. Queste crisi non possono essere affrontate con l'impreparazione con cui è stata affrontata l'attuale pandemia. Pensiamoci finché siamo in tempo e agiamo subito.

Filippo Giorgi (climatologo Premio Nobel per la pace 2007come membro Ipcc),

Maurizio Fermeglia e Alessandro Massi Pavan (docenti dell'Universitàdi Trieste)

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 20 aprile 2020

 

 

Il futuro centro congressi in Porto vecchio riparte dal "cappotto" esterno a tre colori
Scelti due grigi e il giallo-oro: cantiere riaperto da Cmr e Metecno per il rivestimento urgente dei Magazzini 27, 28 e 28-bis
Il cantiere del Centro congressi (Tcc) in Porto vecchio ha ripreso l'attività martedì scorso, il giorno dopo Pasquetta. E ha ripreso con lavori che cambieranno l'attuale, dimesso aspetto dei Magazzini 27-28, cui si è aggiunto il 28-bis, la novità saliente nella realizzazione del compendio congressuale. Infatti le aziende Cmr e Metecno, entrambe pordenonesi, stanno provvedendo al montaggio dei rivestimenti esterni, quelli definiti in gergo il "cappotto". La prima fase prevede il posizionamento di strutture metalliche, sulle quali saranno poi inseriti i pannelli colorati: tre le tinte scelte, due tonalità di grigio e una giallo-oro. Tra un mese - sostengono i tecnici - l'effetto sarà gradevolmente visibile. Questo intervento, sul quale opera una squadra di 3-5 addetti, ha rivestito il carattere di estrema urgenza, per consentire che fosse rispettato l'appuntamento di lunedì 13 luglio, quando il cantiere sarà consegnato a Esof, in vista della manifestazione scientifica spostata a settembre causa coronavirus. Perché il resto dei lavori sarà ripreso - salvo diversa disposizione governativa - lunedì 4 maggio. «Ma prima della sospensione - spiega Andrea Monticolo, imprenditore in prima linea - eravamo ormai al 90% del programma». Per cui c'è un prudente ottimismo sul rispetto delle tempistiche: nel menu la rifinitura dell'impiantistica con quadri elettrici, condizionatori d'aria, ecc.Ma c'è anche consapevolezza che si dovrà lavorare in condizioni di massima sicurezza. Monticolo ricordava che in certi giorni, prima della sospensione di fine marzo, il cantiere arrivava a mobilitare persino una settantina di addetti, ma adesso l'altolà agli assembramenti inciderà anche sul Tcc. Per questo la ripresa delle attività non potrà avere un ritmo frenetico, dovranno essere rispettate le distanze tra i lavoratori, sarà prestata attenzione ai fornitori, si procederà a sanificare il sito. L'organizzazione della ripresa non potrà prescinderne, tecnici e imprese non vogliono giungere a luglio con apprensione. Diego Bravar, presidente della società Tcc, queste cose le sa bene e sembra sicuro del contesto: «Lavori secondo previsione, le due settimane di stop saranno recuperate». Giovedì prossimo si terrà un consiglio di amministrazione, che valuterà la situazione a due mesi e mezzo dallo showdown con Esof. L'idea è che Tcc proceda con la propria disponibilità finanziaria fino dove possibile, perché una parte degli arredi non potrà essere allestita in tempo per la manifestazione e allora sarà lo stesso Esof a provvedere con noleggi. Una volta smontato Esof, Tcc riprenderà in mano la struttura congressuale per completarne gli interni. Nell'auspicio che le Generali confermino l'intervento a supporto.

Massimo Greco

 

Il ponte tra gli hangar sarà rifatto in vetro - Avanti con bar e cucine
Qualche passo in avanti "estetico" il Centro congressi lo sta compiendo e il presidente di Tcc Diego Bravar ci tiene a sottolinearlo. A cominciare dai nuovi accessi vetrati e dai nuovi serramenti, che consentono alla luce di rischiarare l'interno del "27". Ma uno dei maggiori progressi nella veste esterna riguarderà il ponte tra i Magazzini 27 e 28, anch'esso destinato a svestire l'attuale aspetto per assumere un più leggiadro rivestimento in vetro. Tcc conta inoltre di procedere nella logistica interna, per esempio nell'organizzazione del bar e delle cucine che serviranno al catering di Esof. A fine opera, la superficie del Tcc si estenderà per 9000 metri quadrati, cui si aggiungeranno 4500 metri quadrati di parcheggio. Un investimento rilevante di 12 milioni, sostenuto al 58% da Tcc e al 42% dal Comune, nel quadro di un project financing di iniziativa privata. Il clou della realizzazione è il "28/bis", costruito su un'unica campata di 40 metri, che conterrà un auditorium da 1848 posti. Gli attempati "27" e "28" avranno una caratterizzazione più espositiva. Il Comune ha concesso a Tcc il diritto di superficie sulle aree, in base a un canone annuo di 80.000 euro corrisposto in 5000 euro di numerario e in 5 giornate di utilizzo delle strutture congressuali.

Magr

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 19 aprile 2020

 

 

Guerra delle antenne usate per il 5G - Parte la diffida contro il Comune
Una richiesta di moratoria al Comune di Trieste per bloccare la costruzione di antenne per la navigazione a 5G in per la presunta pericolosità degli impianti sulla salute dell'uomo. Pericolosità che, però, viene smentita dall'Arpa. L'avvocato Alessandra Devetag per conto del presidente del Circolo Miani, ha inviato la diffida al sindaco Roberto Dipiazza nei giorni scorsi: «Nel documento - spiega la legale - abbiamo riportato numerose ricerca tra cui lo studio effettuato dall'Istituto Ramazzini di Bologna, uno dei centri più importanti nel campo oncologico. Anche il Comitato scientifico sulla salute della Commissione europea nel 2018 specificava come mancassero studi certi sul tema. Fino a quando non verrà fatta chiarezza attraverso una ricerca eseguita da un istituto indipendente sulla sicurezza per l'uomo riteniamo che questi impianti non dovrebbero venir installati».Il Circolo Miani ricorda che 220 comuni in Italia, oltre alla Svizzera e alla Slovenia hanno al momento vietato l'uso del 5G. «La vicenda ricorda quella dell'amianto - rincara Devetag -: per anni nel caso dell'eternit è stato usato materiale con effetti cancerogeni gravissimi e in molti ne erano a conoscenza». Il presidente del Circolo, Maurizio Fogar, in ogni caso si dice pessimista: «Mi pare problematico trovare una interlocuzione con questa amministrazione, temo dovremo proseguire con l'azione legale cui è associata una richiesta di accesso agli atti su nuove installazioni». Non è esclusa neanche una manifestazione pubblica quando l'emergenza Covid-19 sarà rientrata. L'amministrazione comunale preferisce non ribattere ed evitare di entrare nel caso specifico essendoci un procedimento in corso. Dal Municipio però si precisa che non vi sono al momento richieste di installazione di impianti 5G sul territorio e che non è nemmeno prevista la costruzione di nuove antenne: gli attuali lavori in corso segnalati da alcuni cittadini servono esclusivamente per la predisposizione degli impianti. Dall'amministrazione ricordano inoltre la sentenza della Corte Costituzionale nella quale le antenne vengono indicate come «servizio essenziale» e dunque impossibile da vietare. Il Comune precisa poi che, nel momento in cui arriverà una richiesta relativa al 5G, verrà fatta un conferenza dei servizi con Arpa, Azienda Sanitaria e gli enti preposti e la decisione verrà presa su base scientifica. Dal canto suo Arpa inoltre conferma come non vi siano impianti 5G attivi a Trieste, precisando che però sono arrivate delle richieste di parere per 19 impianti da installare su strutture già esistenti. Sul discorso salute viene inoltre specificato come lo studio dell'Istituto Ramazzini sia stato bocciato dall'Icnirp, la Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, organismo non governativo riconosciuto dall'Oms che definisce lo studio non in grado di fornire evidenze coerenti e affidabili per intervenire sulle attuali linee guida. Quanto alla pericolosità delle frequenze, si fa notare che la maggiore ha 26Ghz, vale a dire una potenza 10 mila volte meno elevata rispetto alla luce visibile, anch'essa una radiazione magnetica.

Andrea Pierini

 

 

A Muggia la raccolta di cozze rimane proibita
Da gennaio la presenza di benzo(a)pirene nei molluschi tiene sotto scacco anche la vendita. Disco verde per le altre zone
MUGGIA. Pedoci muggesani ancora off-limits. Prosegue la sospensione della raccolta e il divieto di immissione sul mercato dei molluschi bivalvi allevati nelle acque antistanti il territorio muggesano (Ts 02). Revocata invece la sospensione per le zone di produzione di Santa Croce (Ts 06), Canovella (08), Duino (10) e Villaggio del Pescatore (11) perché almeno due campioni, analizzati dall'Istituto zooprofilattico delle Venezie, hanno riportato parametri conformi. Una chiusura, quella muggesana, che va avanti da gennaio a causa soprattutto dell'incertezza relativa alla questione del rilevamento di benzo (a)pirene. Pare invece sia stato superato, almeno per gli allevamenti di mitili a nord di Trieste, la questione della presenza oltre i limiti consentiti di biotossina algale liposolubile Dsp, acronimo di Diarrethic Shellfish poisoning, oltre che di un elevato tenore di acido okadaico, che era stata riscontrata praticamente lungo tutta la costa triestina interessata dagli allevamenti.«Per quel che concerne le biotossine - ha spiegato Paolo Demarin, direttore del dipartimento di prevenzione della struttura complessa di igiene degli alimenti di origine animale di Asugi - le ultime analisi sono conformi», invece per la presenza dell'idrocarburo «proseguiamo ancora e aspettiamo le evidenze delle analisi e le valutazioni generali degli enti preposti alla tutela ambientale». Il Dipartimento di Gorizia dell'Asugi è il centro di riferimento regionale per le biotossine algali, è in stretta connessione con il centro di riferimento nazionale per le biotossine marine di Cesenatico per la vigilanza della qualità dei molluschi nell'Alto Adriatico, e controlla dal 1989 il fenomeno evolutivo delle alghe marine tossiche e potenzialmente tossiche ed esegue sui molluschi bivalvi la ricerca di tossine.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 18 aprile 2020

 

 

Consigli preziosi per pollici verdi dall'anteprima web di Horti Tergestini
La tradizionale rassegna ospitata nel parco dell'ex Opp slitta in autunno ma regala intanto dritte green online
Horti Tergestini, la rassegna dedicata a fiori e piante, diventa virtuale. La kermesse, che da 15 anni si svolge nel Parco di San Giovanni, inizialmente prevista in questo week end, slitta fisicamente in autunno e regala intanto agli appassionati del verde una speciale anteprima online. Sul sito www.montepanta.it e sul canale YouTube collegato, 32 aziende si presentano e illustrano i loro prodotti, pronte a spedirli in tutta Italia e a dispensare informazioni utili. Già online anche l'intervento di Franco Rotelli, ex direttore generale dell'Azienda sanitaria, che ricorda l'avvio della manifestazione e la rinascita del parco. «Con Horti Tergestini abbiamo voluto valorizzare San Giovanni - racconta Giancarlo Carena, della Cooperativa Agricola Monte San Pantaleone - e anno dopo anno è diventato un appuntamento sempre più amato, e che anche a livello economico si rivela un'iniziativa importante. E inoltre - sottolinea - abbiamo dato un nostro originalissimo contributo per costruire una cultura del verde a Trieste».Sul web gli appassionati di giardinaggio possono trovare tanti consigli utili per prendersi cura delle proprie piante, grazie ai suggerimenti delle varie realtà, con le clip già pubblicate da ieri sul sito di riferimento. In un momento dove la cura di fiori e piante diventa anche una terapia. «Certo chi in questa situazione di emergenza, chi ha un balcone o un giardino può ritenersi fortunato - prosegue Carena - ma ci si può dedicare comunque a una piantina aromatica, ad esempio, o si può osare, acquistando qualcosa di nuovo. Io non ho un balcone, eppure i miei davanzali non sono mai stati così rigogliosi e amati. Basta una finestra appunto o prendersi cura anche delle piante d'interno. E non servono grandi spazi. Credo ci sia un generale riavvicinamento al verde, che fa sicuramente bene a tutti». E in attesa di ritornare a passeggiare tra i vari stand di Horti Tergestini, seguendo anche laboratori, letture e altre iniziative collaterali, la soluzione può essere quella di scegliere una piantina nei negozi aperti in città. «Un'aromatica, o qualche seme da piantare - dice ancora Carena - sono soluzioni semplici. Anch'io ho scoperto un'agraria sotto la mia abitazione e ne ho approfittato per scegliere proprio alcuni semi. In questo periodo credo che tanti stiano apprezzando i punti vendita di prossimità, vicini a casa, che prima magari non si frequentavano». Horti Tergestini dunque continuerà ad aggiornare tutti online. Nelle ultime edizioni l'evento ha registrato 10mila visitatori ed è cresciuto grazie alla tenacia e alla determinazione della cooperativa sociale Agricola Monte San Pantaleone, che in questi anni ha promosso numerose iniziative per valorizzare l'ex ospedale psichiatrico, e grazie alla competenza e passione dell'Associazione orticola del Fvg "Tra Fiori e Piante". Ogni anno migliaia di persone camminano tra un tripudio di fiori profumati, arbusti da frutto e tante curiosità, portandosi a casa piante di tutti i tipi, o partecipando alle conferenze e ai momenti di approfondimento, organizzati nelle diverse giornate. «L' appuntamento, sostenuto anche dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, per ora è a portata di click e consentirà a chiunque in qualunque momento di restare in contatto con tanti imprenditori, che coprono tutte le regioni d'Italia, fino alla capitale e si spingono oltre il confine con la Slovenia, che hanno messo per un attimo da parte gli arnesi da giardinaggio - concludono i promotori - per accendere una telecamera e condividerla con gli amanti del pollice verde».

Micol Brusaferro

 

Aziende e professionisti a portata di un clic - la formula
Conoscere i protagonisti di Horti Tergestini 2020 è molto semplice. Dopo essersi collegati sul sito, è necessario selezionare l'area in alto, che indica l'anteprima della manifestazione, ed ecco la piantina, con una serie di numeri collegati alle varie aziende presenti. Cliccando sulle varie postazioni si apre un video, che permette di effettuare un viaggio virtuale tra serre, splendidi giardini, fiori coloratissimi, descritti dai professionisti del settore. E sulla pagina web un ringraziamento da parte degli organizzatori dell'evento va a chi si è cimentato dietro l'obiettivo di una camera o semplicemente di un telefonino.«Mai come ora possiamo dire che la rete fa rete e annulla le distanze, anche quelle imposte per proteggerci. Grazie a tutti quelli che credono che la bellezza non conosce confini e hanno accettato di togliere per un attimo le mani dalla terra o dal cioccolato e metterle dietro una telecamera - si legge nel ringraziamento -, per condividere i frutti del proprio lavoro».

 

 

 

 

 

TriesteCafe.it - VENERDI', 17 aprile 2020

 

 

In Fvg è permesso andare a fare attività in orto: lo riferisce il Gruppo Urbi et Horti citando le parole del sindaco di Pontebba

Fare orto si può. E' permesso infatti andare a fare attività in orto. "Finalmente - spiega Tiziana Cimolino di Bioest e Urbi et Horti - tutti i nostri orticoltori urbani potranno riprendere la loro attività. Il 13 aprile scorso il presidente della Regione Fvg ha emanato una nuova ordinanza che parla anche della “manutenzione del verde su aree pubbliche e private” permesse dalla data 14 aprile, ma non si precisa se l'attività può essere fatta anche dal privato possessore di orto distante da casa. Sull'argomento è intervenuto però il sindaco di Pontebba (Udine) che ha riferito che, a una sua precisa domanda in tal senso, la Protezione civile regionale del Fvg ha risposto che:“per quanto riguarda la coltivazione dell’orto, si ritiene che questa attività costituisca una forma di approvvigionamento alimentare e che come tale rientri nei casi di necessità che giustificano lo spostamento”.
"Sono consentiti - riporta il sindaco sul proprio profilo facebook - gli spostamenti all'interno del territorio comunale per l'esecuzione delle attività agricole anche non professionali, nel rispetto delle norme in vigore relativamente alle autocertificazioni ed al distanziamento sociale".
"Quindi - afferma Cimolino - muoversi all’interno del proprio comune di residenza per coltivare l’orto è consentito. Si riprende quindi l'attività dei nostri contadini urbani".
"In questo periodo in cui tutti stiamo a casa - rileva ancora Cimolino - abbiamo pensato di rivitalizzare i nostri “social” inserendo una serie di contenuti riguardanti i temi dell'orticoltura, cura delle piante, informazioni sul verde e la natura.
Quest'anno però come Gruppo Urbi et Horti non riusciremo ad organizzare i nostri consueti corsi e quindi invitiamo tutti coloro che negli anni hanno partecipato alle nostre attività a connettersi tramite facebook (orticomunitrieste e Bioest) per partecipare attivamente, condividendo anche contenuti propri, per creare un gruppo di condivisione che potrà proseguire nella consueta attività anche dopo questo difficile periodo.
In questo periodo in cui tutti stiamo a casa, abbiamo pensato infatti di rivitalizzare i nostri “social” inserendo una serie di contenuti riguardanti i temi dell'orticoltura, cura delle piante, informazioni sul verde e la natura.
I social verranno aggiornati giornalmente e le brevi lezioni di orticoltura potranno essere seguite due o tre volte alla settimana.
"Abbiamo ottenuto - prosegue Cimolino - la collaborazione di un'agronomo, Mattia Viti, dell'architetto Luciana Boschin, del veterinario Alessandro Paronuzzi e di Livio Dorigo, già insegnanti dei nostri corsi, di Marco De Donà, collaboratore di comunicazione, Roberto Marinelli maestro contadino, Elena Toncelli naturalista e tanti altri amici che da tempo lavorano con noi.
"Vi aspettiamo sui social" conclude la naturalista, che ricorda che "è sempre attiva la proposta “vuoi un orto?, hai un orto?” con posti ancora disponibili anche in centro città ancora liberi.".

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 17 aprile 2020

 

 

Scatta il taglio degli alberi vicini all'alta tensione
La concessionaria nazionale Terna pronta alla messa in sicurezza stagionale dei cavi aerei degli elettrodotti sul Carso
DUINO AURISINA. Il territorio di Duino Aurisina sarà interessato, nelle prossime settimane, dal taglio delle piante e dei rami che possono risultare pericolosi, in virtù della loro crescita primaverile, a causa della vicinanza ai fili dell'alta tensione gestiti da Terna rete Italia spa. Può accadere infatti che rami e cime possano allungarsi a tal punto da andare a pesare sulle condutture aeree fino a spezzarle o comunque a provocare danni che potrebbero generare interruzioni nel servizio di fornitura di energia elettrica. Si tratta di un intervento che Terna, società che opera in concessione dallo Stato per portare l'energia elettrica alle società di gestione territoriali, che sono a loro volta a contatto con i consumatori finali, effettua ogni anno, avvalendosi in alcuni casi di personale proprio, in altri di aziende che operano in subappalto. In particolare, sull'altipiano Terna invita i proprietari dei fondi che possono essere interessati, in questo periodo, alla raccolta della legna tagliata, a verificare all'albo del Comune tempi e modi dell'operazione che sarà effettuata appunto dalla concessionaria. In ogni caso, Terna invita al tempo stesso «la popolazione a non procedere con il taglio della vegetazione in prossimità degli elettrodotti, che sono da considerare sempre in tensione. Siamo disponibili - aggiunge la spa - a definire, con i proprietari che ne avessero la necessità, le modalità operative dell'intervento». Il taglio degli alberi non riguarderà solo le aree più vicine ai tralicci, ma anche la cosiddetta fascia di rispetto, cioè l'area sottostante gli elettrodotti e che si allarga per qualche metro da ambo i lati. Stesso discorso vale anche per i sentieri di accesso ai sostegni delle linee elettriche di proprietà della stessa società concessionaria. Terna attualmente gestisce poco meno di 74.500 chilometri di linee ad alta tensione, distribuite in tutto il Paese. Le origini dell'azienda sono datate 1962, quando per legge si sancì la nazionalizzazione del settore, affidando a Enel tutte le fasi della filiera elettrica, fino ad allora private. Successivamente l'Unione Europea favorì il processo di riliberalizzazione del settore, e, nel 1999, furono costituite due società: la stessa Terna, proprietaria della rete di trasmissione nazionale, e il Gestore della Rete di trasmissione nazionale.

Ugo Salvini

 

Chiusa la trafila burocratica Aurisina dà il disco verde alla nuova piazza senz'auto
Ok in giunta al progetto definitivo da quasi un milione e mezzo per la rivitalizzazione dell'area ai piedi della chiesa di San Rocco
Il rifacimento della piazza di Aurisina è finalmente ai blocchi di partenza. È stato approvato infatti dalla giunta di Duino Aurisina il progetto definitivo del primo lotto. Si è così completato il primo passo formale di un percorso molto atteso dall'intera comunità dell'altipiano, che vede, nella piazza che si allunga davanti alla chiesa di San Rocco, uno dei simboli del territorio. Il primo lotto, che vale 1.461.308,10 euro, prevede una vera rivoluzione. In particolare, la viabilità sarà fortemente limitata, essendo riservata solo alle operazioni di carico e scarico, mentre la fermata dell'autobus sarà spostata all'esterno della piazza, lungo la strada provinciale. Il capolinea troverà una nuova collocazione nella piazza del Municipio, ad Aurisina Cave. Un'operazione molto importante, quest'ultima, nella gestione del traffico, perché così la piazza potrà beneficiare di una più ampia fruibilità pedonale, in quanto spariranno le auto in sosta, proprio perché lasciate in loco dai proprietari per utilizzare l'autobus e raggiungere la città.La pavimentazione sarà sostituita con un massiccio impiego di pietra locale: Aurisina carsica, fiorello e granitello, e Repen. Vi sarà inoltre un importante richiamo storico all'acqua, per ricordare che, originariamente, in piazza la cisterna riforniva tutto il paese. Il progetto prevede, a questo proposito, un'apertura sopra la cisterna stessa e due vasche, mentre di fronte sarà collocata la vecchia fontana, oggi decentrata sul retro della piazza. Per dare un'impronta di verde, saranno posizionati tre tigli e 17 lecci, oltre ad altre aree "green" e fioriere, tra le quali quella del monumento, che rimarrà nella stessa posizione attuale ma sarà rivisitata. Infine saranno installate pure cinque colonne per le prese elettriche a scomparsa per gli allacci in caso di eventi e manifestazioni. Tutta l'illuminazione sarà sostituita utilizzando impianti a luce led a risparmio energetico. «Sono soddisfatta - così il sindaco Daniela Pallotta - perché, nonostante il difficile momento, possiamo proseguire con questo progetto, che ridarà vita alla piazza di Aurisina, negli ultimi anni abbandonata, con riflessi negativi anche per le realtà commerciali, che così ora speriamo di richiamare. Non siamo in grado oggi di dare una tempistica precisa, ma ci piacerebbe tagliare il nastro entro fine mandato». «Arrivare a questo punto - sottolinea l'assessore Lorenzo Pipan - è stato impegnativo, perché l'iter si era arenato».--U.SA.

 

 

Porto vecchio, via al recupero della banchina storica crollata
Bando da quasi 300 mila euro per la riqualificazione dell'area dell'ormeggio 15 tra la sede dei pompieri e l'Adriaterminal, vincolata peraltro dalle Belle arti
Verrà messa in sicurezza e ricostruita a partire da quest'estate la banchina del Porto vecchio ceduta nella zona dell'ormeggio 15, poco distante dall'Adriaterminal. L'intervento è - in questo momento - oggetto di gara da parte dell'Autorità portuale, che ha pubblicato sul sito il bando da 297 mila euro. L'aggiudicazione è prevista sulla base del massimo ribasso e il termine per presentare la domanda è mezzogiorno del 22 maggio prossimo. L'area interessata dal cantiere si trova nel bacino compreso tra il molo dove hanno base i Vigili del fuoco e le attuali banchine dell'Adriaterminal all'interno della zona del Punto franco. Ad aver ceduto - recentemente - è stato un tratto non eccessivamente lungo proprio nell'area prospiciente il Magazzino 9. Tutta la zona entra nel "sistema moli", uno dei quattro sistemi previsti dal Comune per la riqualificazione del Porto vecchio. Gli altri sistemi sono: ludico e sportivo; museale, scientifico e congressuale; misto. Sull'area grava comunque il vincolo di tutela delle Belle arti, che impedisce l'abbattimento dei magazzini 6, 7, 9 e 10, la cui riqualificazione è però aperta a ogni possibile destinazione. Pure per quanto concerne l'Adriaterminal, oggi in concessione a Steinweg-Gmt, le ipotesi sono plurime e non è escluso uno sviluppo legato al mondo delle crociere, con la creazione di una stazione marittima e il lancio di attività collegate. Al momento però sono tutte ipotesi: di certo c'è il completamento del polo congressuale pronto per ospitare Esof2020, evento slittato a causa dell'emergenza coronavirus al prossimo settembre. I lavori sono quasi in dirittura d'arrivo, con il collegamento stradale attraverso la rotatoria di viale Miramare, il parcheggio del Bovedo e la "promenade", che verrà completata più avanti con la pista ciclabile e un collegamento su rotaia per arrivare fino alla zona della stazione. Tornando all'attualità e al bando dell'Authority, sono previste nel dettaglio la messa in sicurezza e la ricostruzione del tratto storico della banchina. La partenza del cantiere è programmata per questa estate, visto che la gara - per l'appunto- si chiuderà il 22 maggio e ci sono dei tempi tecnici di legge per l'assegnazione del cantiere. L'intervento edile non dovrebbe comunque avere problemi qualora dovesse proseguire il "lockdown" per l'emergenza Covid-19 in quanto si tratta di un'area con accesso fortemente limitato nella quale è difficile che si possano verificare degli assembramenti di persone, magari di quelle interessate a seguire il cantiere. Inoltre i lavori saranno in parte subacquei e non è un'opera nella quale peraltro si prevede un'elevata concentrazione di operai. Dall'Autorità portuale fanno inoltre sapere che, anche grazie al telelavoro, l'iter burocratico sta procedendo normalmente dal momento che le procedure di gara vengono espletate in maniera telematica e dunque senza rischi per partecipanti e dipendenti. Viene infine rilevata, in questo momento, una partecipazione importante ai diversi bandi rispetto al solito: la motivazione potrebbe essere legata proprio all'attuale blocco dei cantieri e quindi a un'attenzione maggiore, da parte delle imprese, alle diverse occasioni offerte dalle pubbliche amministrazioni.

Andrea Pierini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 16 aprile 2020

 

 

Strade, aiuole e giardini, il piano alberi entra nel vivo
Irrigazioni, potature e taglio periodico dei rami rientrano tra gli interventi a tutela della pubblica incolumità. Nell'elenco dei lavori clou quello di viale D'Annunzio
Non si fermano le potature e gli interventi per la cura del verde pubblico, avviati come ogni anno dal Comune di Trieste in questo periodo. Solo alcuni lavori, non ritenuti urgenti e necessari, sono stati sospesi. I manutentori sono dunque in azione nei principali parchi della città, ma anche in altre zone dove, alla luce della prolungata assenza di pioggia, è stato necessario mettere in funzione i sistemi di irrigazione, e in altre zone ancora, dove è stato effettuato un taglio dei rami già programmato, come ad esempio nel caso di viale D'Annunzio. Ripulito anche il laghetto del giardino pubblico di via Giulia. «In riferimento alle misure di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica Covid-19 con particolare riguardo alla sospensione delle attività produttive non essenziali - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi - abbiamo valutato con i tecnici di mantenere operativi alcuni appalti nell'ambito della gestione del patrimonio verde ornamentale, ricorrendo i presupposti della pubblica utilità, previa comunicazione alla Prefettura. Si è infatti ritenuto necessario garantire l'operatività delle varie imprese appaltatrici, ai fini dell'esecuzione di interventi urgenti di potatura e di interventi di messa in sicurezza di rami e alberi pericolanti, il tutto a tutela della pubblica incolumità. Inoltre è stata garantita la presenza delle ditte anche per le irrigazioni di soccorso ai più di 130 alberi recentemente messi a dimora e per la messa in funzione di altri impianti, per evitare che l'attuale andamento climatico possa causare la morte di alberi e arbusti, con conseguente danno patrimoniale per il Comune. Ulteriore continuità è stata assicurata per quanto riguarda i controlli di stabilità degli alberi, a cura di un professionista esterno». Su un totale di 12 appalti, ne sono così stati sospesi quattro, che non presupponevano manutenzioni urgenti. Tutti gli altri sono regolarmente al lavoro. Tra le opere più consistenti le consuete potature dei grandi rami degli alberi di viale D'Annunzio, immortalate sui social anche da qualche residente nei giorni scorsi. E poi ci sono le aree verdi al momento chiuse al pubblico dove, proprio grazie all'assenza di frequentatori, il Comune ha deciso di avviare anche una serie di manutenzioni straordinarie, approfittando del momento. «In questo periodo di chiusura dei parchi anche il personale delle squadre dei manutentori comunali dei giardini sta ugualmente operando all'interno dei parchi di villa Sartorio, villa Revoltella e villa Engelmann oltre che in alcune aiuole del centro cittadino - prosegue Lodi - per piccole potature degli alberi, riordino degli arbusti, verifica e riparazione degli impianti di irrigazione, lavori nelle zone prive di impianto automatico, diserbi attorno alle piante e primi tagli dei prati». Personale in azione anche al giardino pubblico Muzio de Tommasini, dopo i danni causati di recente dalla forte bora, dove è stato appunto ripulito anche il laghetto, grazie all'intervento di Acegasapsamga in accordo con l'Ente nazionale di protezione animale.

Micol Brusaferro

 

Alcuni esemplari "schermati" per gli scavi Acegas - IL CANTIERE PARALLELO
In viale D'Annunzio, teatro di uno degli interventi più importanti, il protocollo prevede anche che alcuni alberi siano protetti, con assi di legno, per consentire la sostituzione delle condotte gas in ghisa grigia, nell'ambito di un più ampio progetto che riguarda anche altre zone della città. La rete gas triestina, vecchia di quasi un secolo, necessita di ammodernamenti per rispondere alla normativa vigente, e per garantire la sicurezza dei cittadini. AcegasApsAmga sta infatti procedendo alla totale sostituzione dei tratti rimasti, con tubazioni in polietilene ad alta densità. In viale D'Annunzio, in particolare, si tratta di un intervento che permetterà la riqualificazione di circa 310 metri di condotte, da largo Mioni a piazza Foraggi. I lavori in questione, partiti a inizio 2020, dovrebbero concludersi nel corso dell'estate.

(mi.br.)

 

 

«Una metropolitana Trieste già ce l'ha ed è la Transalpina» - Il progetto di "Podemo"
A Trieste esiste già una metropolitana leggera. Dai tempi dell'Austria. A ricordarlo è il neonato gruppo politico "Podemo" che, nato in seno ai movimenti indipendentisti triestini, vuole presentarsi alle comunali del 2021. «Il tratto della Ferrovia Transalpina che collega Campo Marzio con Opicina, via San Giacomo e Rozzol, è da poco tornato in attività e, oltre ad essere in grado di aumentare la capienza ferroviaria da e per il nostro porto, con convogli già in transito, può rappresentare uno dei tasselli di un sistema di ferrovia metropolitana leggera in grado di risolvere la stragrande maggioranza dei problemi di trasporto pubblico oggi presenti», si spiega in un comunicato stampa. Le stazioni coinvolte da questa linea sono: Campo Marzio, San Giacomo, Rozzol, Guardiella (con possibile collegamento all'Università), Sissa, Opicina e Sesana. «Esiste uno studio articolato, denominato "Adria A", realizzato da varie università e presentato nel 2014, che è però stato frettolosamente messo in un cassetto dalla politica locale», dichiara il direttivo di "Podemo": «Si tratta, semplificando, di uno studio per creare un sistema di ferrovia metropolitana leggera in grado di unire varie zone di Trieste a Capodistria, Sesana e Monfalcone, utilizzando in stragrande maggioranza infrastrutture tuttora esistenti, come il tratto riaperto di recente». La riattivazione della Transalpina è al centro del progetto di Trieste «città allargata che si sviluppa a partire dall'aeroporto di Ronchi fino a Portorose».«I vantaggi di una vera integrazione di tutta quest'area sono evidenti: fare sistema significherebbe aumentare il bacino d'utenza e il potenziale di crescita per qualsiasi azienda e associazione esistente. E genererebbe condizioni migliori per intraprendere nuove iniziative», prosegue "Podemo": «I blocchi su questo progetto sono, ad oggi, solo ed esclusivamente politici, trattandosi di una realizzazione dai costi relativamente bassi, in quanto basata su infrastrutture esistenti che, in molti casi, come quello della linea Transalpina e della stazione di Campo Marzio, sono state realizzate dall'Austria più di un secolo fa». La morale? «Mentre le città di mezzo mondo stanno spendendo in questo momento miliardi su miliardi per creare questo tipo di infrastrutture - conclude "Podemo" - noi che le abbiamo a disposizione per una frazione del costo non le stiamo utilizzando, se non in minima parte».

Fa.Do.

 

 

Maxi sequestro di ricci di mare e oloturie
Oltre 1700 chilogrammi di molluschi, pescati irregolarmente in Croazia, intercettati a bordo di un furgone diretto in Puglia
Guidavano un furgone con cinquecento chili di ricci privi della documentazione di rintracciabilità, tutti stipati in cassette di plastica, e 1260 chili di oloturie, i cosiddetti cetrioli di mare, molluschi di cui sono vietati la pesca, il trasporto e la commercializzazione. Due autotrasportatori italiani non sono sfuggiti ai controlli, nelle scorse notti, del personale del Nucleo pesca della Capitaneria di porto che, durante un'attività congiunta con i militari della Tenenza di Muggia della Guardia di Finanza, ha intercettato, in prossimità del confine di Rabuiese, un camion proveniente dalla Croazia e diretto in Puglia. Nonostante l'emergenza del coronavirus, infatti, continuano le ispezioni sulla filiera della pesca che, pur avendo registrato un sensibile calo dell'attività in mare e della commercializzazione del prodotto, rappresenta ancora un elemento di interesse, soprattutto per i transiti ai valichi di frontiera. Il mezzo è stato subito scortato al Mercato ittico per procedere all'ispezione della merce. I ricci, come detto, non erano accompagnati da una documentazione che provasse la loro rintracciabilità. I commercianti clandestini di questi frutti di mare cercano di reperirli in Croazia perché «vengono acquistati a un prezzo inferiore rispetto a quello italiano - spiega il 1° maresciallo Nicola Bavila, ispettore comunitario e vice capo del Nucleo regionale, che ha condotto l'operazione -. E inoltre in Puglia non sono presenti in grandi quantità. Peraltro, a livello nazionale, da maggio a 30 giugno, vige il divieto di raccolta, poiché è il periodo in cui i ricci si riproducono». Gli stessi ispettori poi, esaminando meglio il furgone, hanno individuato un doppio fondo al quale si accedeva dall'impianto refrigeratorio situato sul tetto. È qui che hanno scoperto, nascosti in parte in bidoni chiusi, le oloturie. «Si tratta di una specie di lombrico, come quello di terra, che serve per l'ossigenazione dell'ambiente marino e di cui sono vietati pesca e commercializzazione sia in Italia sia in Croazia. In Puglia, in particolare, è stata emanata un'ordinanza regionale, che equipara la la pesca di questo prodotto itti al reato per disastro ambientale». Non in Europa, ma in Oriente, spiega sempre Bavila, è reputata una prelibatezza. In Paesi come Cina e Giappone le oloturie vengono in particolare vendute essiccate: il prezzo si aggira tra i 10 e i 600 dollari al chilo fino ad arrivare, per alcune specie particolari, a 3 mila. I due autotrasportatori sono stati dunque multati con una sanzione amministrativa di 1.500 euro per la mancata rintracciabilità dei ricci e denunciati per il trasporto di oloturie, mentre il prodotto ittico è stato requisito assieme al furgone. Il sequestro è stato convalidato dalla Procura della Repubblica diretta da Carlo Mastelloni. I ricci e le oloturie, dopo che i veterinari hanno verificato che fossero ancora vivi, sono stati rigettati in mare dagli uomini della Capitaneria.

Benedetta Moro

 

 

Inquinamento meno 40% nel Nord Italia per il blocco
Roma. La Rete italiana ambiente e salute, a cui partecipano esperti del Sistema sanitario nazionale (Ssn) e del Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (Snpa) ha pubblicato un documento su Scienzainrete sulle correlazioni fra inquinamento ambientale e Covid19. Indagando su tre aspetti. Primo: il virus tende a diffondersi di più nelle aree molto inquinate? Per il report è «un'ipotesi che non sembra avere alcuna plausibilità biologica. Infatti, pur riconoscendo al Pm la capacità di veicolare particelle biologiche (batteri, spore, pollini, virus, funghi, alghe, frammenti vegetali), appare implausibile che i coronavirus possano mantenere intatte le loro caratteristiche morfologiche e le loro proprietà infettive anche dopo una permanenza più o meno prolungata nell'ambiente outdoor». Secondo: le restrizioni decise per arginare il contagio hanno prodotto una riduzione significativa dell'inquinamento atmosferico? Sì. Dal 9 marzo i livelli di NO2, diossido di azoto, a Milano e in altre parti del nord Italia sono diminuiti di circa il 40%. Occorrerà studiare meglio le ragioni, ma è plausibile una responsabilità alla drastica diminuzione del traffico e delle attività industriali. Terzo: la crisi economica da Covid19 aprirà la strada a politiche di abbassamento dei vincoli ambientali e di ritorno al passato? Il rischio c'è. La crisi economica potrebbe avere conseguenze disastrose per la transizione energetica globale perché l'impoverimento a livello mondiale determinerà una minore disponibilità di risorse da investire in fonti di energia alternativa. Occorrerà vigilare.

Alfredo De Girolamo

 

 

Nuovi progetti. Giovani volontari in azione si confrontano sul clima.

Al via il primo hub tematico del progetto finanziato dalla Regione Fvg "Giovani volontari in azione", che stimola i ragazzi all'azione su diversi fronti. Il prossimo incontro si terrà oggi alle 14.30 sulla piattaforma Zoom ed è aperto sia ai ragazzi che ai rappresentati di enti e istituzioni o aziende. "Giovani Volontari in Azione" è un progetto nato, per idea dell'Associazione Mondo 2000 e di altri undici partner del Terzo settore regionale, dall'esperienza di "Open Door. Conosco, Capisco, Imparo: percorso di avvio al volontariato di giovani tra i 16 e i 19 anni", finanziato dal ministero del Lavoro. Oggi "Giovani Volontari in Azione" intende portare a conoscenza dei giovani della nostra regione le diverse realtà nelle quali vivono, stimolando quel desiderio di intervento nella soluzione di problemi legati ai loro territori. Come? Con l'attivazione di alcuni hub tematici, appunto, intesi come incubatori di idee. Ciascuno è articolato in tre o quattro incontri, nel corso dei quali i ragazzi, assieme a degli esperti e a un coordinatore, trattano alcuni temi e trovano dei modi per sviluppare una soluzione a delle problematiche. Ogni tema è affrontato per step: presentazione dell'argomento, brain storming pilotato con la partecipazione e predisposizione del progetto. La modalità originaria di svolgimento degli hub era dal vivo, ma le necessità imposte dal covid hanno ridisegnato i modi di incontro, spostandoli su Zoom. Il primo hub è dedicato al clima: il secondo incontro si terrà oggi alle 14.30. Per partecipare si può inviare la richiesta a mondo2000@uwcad.it. Ha già dato la sua adesione Andrea Cicogna, dell'Arpa Fvg, che darà un contributo su "Clima e cambiamento climatico in Fvg: evidenze e possibili impatti". Gli spunti provenienti dalle riflessioni dei ragazzi e dagli interventi degli ospiti sono condivisi sulla pagina Facebook "Giovani Volontari in Azione" e sul profilo Instagram "@giovanivolontariinazione".

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 15 aprile 2020

 

 

Lettura delle targhe e "conta persone" - Telecamere hi-tech pronte allo sbarco
L'appalto, vinto dalla ditta Calzavara, fa parte del progetto Civitas Portis sulla mobilità urbana sostenibile in città
Ironia della sorte. Trieste avrà a breve un sistema di telecamere di analisi di flusso pedonale e del tipo a lettura targhe per il monitoraggio dei flussi di traffico. In questi giorni di città vuota per l'emergenza sanitaria del coronavirus c'è stata l'aggiudicazione in via definitiva della fornitura e della posa in opera di questo doppio sistema di telecamere inserite nel progetto europeo "Civitas Portis" (Porti-cities: innovation for sustainability), lo stesso che ha regalato alla città il bike sharing, le biciclette in condivisione, anch'esso fermato ora dal Covid-19. Quasi un paradosso, ora che c'è poco o nulla da misurare in termini di mobilità e ora che i flussi turistici si sono completamente arrestati. Un sistema che tornerà utile, si spera in futuro quando Trieste potrà accarezzare di nuovo un milione di presenze nei musei e alle mostre e magari l'arrivo di 400 mila crocieristi. Intanto è aggiudicato l'appalto delle telecamere all'impresa Calzavara spa di Roma, per il costo totale di 44.597 euro (iva inclusa). Il progetto Civitas Portis, finanziato dalla Commissione europea, ha preso avvio a Trieste il 6 settembre 2016: prevede la realizzazione di un piano urbano della mobilità sostenibile per organizzare i collegamenti tra Porto nuovo, Porto vecchio e il centro urbano. Il piano europeo coinvolge sei realtà portuali internazionali destinate a diventare "città laboratorio": Trieste in Italia, Aberdeen nel Regno Unito, Costanza in Romania, Klaipeda in Lituania, Anversa (coordinatrice dell'iniziativa) in Belgio e Ningbo, porto affacciato sul mar cinese orientale. Il Comune di Trieste, tra le altre cose, si è impegnato a realizzare la misura sul controllo degli accessi urbani ("Controlling urban accesses"). È qui che si inserisce il doppio sistema delle telecamere da attivare. «La misura "Controlling urban accesses" - si legge nella determina firmata dall'ingegner Giulio Bernetti - prevede un sistema di controllo degli accessi urbani atto al monitoraggio dei flussi di traffico (sia di automobili che di veicoli pesanti) attraverso i principali punti di accesso in città e l'implementazione di un progetto pilota al fine di monitorare aree pedonali e zone a traffico limitato del centro città». A Venezia, per esempio, esiste dal Carnevale di quest'anno un sistema di rilevazione dei flussi pedonali attraverso telecamere e barriere laser e appositi algoritmi di videoanalisi. Nel caso di Trieste si prevede «espressamente l'acquisto di telecamere, sistemi di rilevazione e altra strumentazione necessaria a garantire l'implementazione del sistema di controllo». La scelta della ditta Calzavara consente al Comune anche un certo risparmio. È stata prenotata la somma complessiva di 70 mila euro (contributo europeo). Si tratta di una «spesa urgente, dal momento che il mancato rispetto del cronoprogramma del progetto Portis comporta la perdita di contributi europei, con conseguente danno per il Comune». La Calzavara Spa, che ha la direzione e la sede amministrativa a Basiliano (Udine), è un'azienda italiana che progetta, costruisce e vende in tutto il mondo strutture per le telecomunicazioni. La specialità è la progettazione e installazione di infrastrutture di telecomunicazione integrate nel contesto urbano. «In oltre 50 anni di attività - fa sapere l'azienda romano-friulana - abbiamo reinventato i pali per le telecomunicazioni, prima mascherandoli sotto le sembianze di finti alberi - pini, palme e cipressi - e diminuendone l'impatto visivo sul paesaggio, poi trasformandoli in strutture di arredo urbano e di design, idonee per installazioni in contesti urbani di alto profilo».

Fabio Dorigo

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 14 aprile 2020

 

 

Strada a due corsie, pista ciclabile e luci - Via in Porto vecchio a 9 milioni di lavori
Entro un mese il bando di gara per il lotto 2. Dall'affidamento dell'appalto un anno di cantiere: l'obiettivo è autunno 2021
Nove milioni di euro per rifare i 20.000 metri quadrati che si allungano tra il varco Silos in largo Città di Santos e la parte retrostante del Magazzino 26. Strada, ciclabile, pedonali, illuminazione pubblica, sottoservizi relativi ad acqua e gas. Il Comune si accinge a scrivere il secondo capitolo del Porto vecchio post-sdemanializzazione: entro il 30 aprile Giulio Bernetti, direttore del dipartimento Team (territorio-economia-ambiente-mobilità), licenzierà il progetto del lotto 2 ed entro la metà di maggio conta di bandire una ricca gara europea perché sopra soglia. Una volta affidati i lavori all'impresa vincitrice, Bernetti calcola un anno di cantiere coordinato tra Municipio e AcegasApsAmga: insomma, taglio del nastro nell'autunno 2021. La documentazione dovrà ottenere il benestare della Soprintendenza. Il Lotto 1, finanziato da circa 5 milioni di euro, è quasi terminato con la sua dose di infrastrutturazione urbana e con la rotatoria che smista il traffico da/per viale Miramare, per cui può partire la seconda fase dell'operazione Pfv incentrata sull'area culturale-espositiva. L'obiettivo è collegare Magazzino 26-Centrale idrodinamica-Centro congressi con piazza Libertà. Collegamento per auto, biciclette, mezzi di San Francesco (pedibus calcantibus), trasporto pubblico che nelle aspirazioni comunali andrà ben oltre l'attuale "81". La prossima area di lavoro si svolgerà dal lato B del "26", dove si allarga il parking per pullman, per proseguire lungo la cosiddetta "bretella", che costeggia il muro divisorio dalla zona ferroviaria. La soluzione, predisposta dai progettisti comunali a partire dall'elaborato di fattibilità tecnico-economica risalente all'ottobre 2018, si sovrappone in parte al tracciato esistente: sarà una carreggiata a due corsie di marcia, accompagnata dalla ciclabile che correrà lungo il muro confinario con il sedime Fs.Il sistema viario così ottenuto andrà a congiungersi con il nuovo tronco stradale che separa i Magazzini 27 e 28, entrambi coinvolti nel Centro congressi. Dal punto di vista tecnico si pensa a una pavimentazione in conglomerato bituminoso; le lastre di arenaria, presenti sotto l'attuale asfaltatura, saranno riutilizzate nell'immenso altrove dell'ex punto franco. A chi è capitato di transitare a piedi/ciclo/auto nella "bretella", avrà notato la presenza di numerose rotaie - le triestinissime "sine" -, retaggio dell'antica logistica al servizio del Porto vecchio, prima che lo scalo ammuffisse. I binari saranno "tutelati" negli spazi pedonali e nelle aree che saranno attrezzate a verde da alberi, arbusti, piante stagionali. Dove il binario triste e solitario caro a Claudio Villa intralcerà la costruzione della nuova carreggiata, sarà invece rimosso ed eventualmente ricollocato in qualche anfratto del Porto vecchio desideroso di arredi urbani originali. Si cercherà di garantire il transito pedonale a fianco della pista, realizzando rampe di raccordo tra marciapiedi e sede stradale. Allo scopo di ridare sicurezza e visibilità all'attuale spettrale habitat, un nuovo impianto di illuminazione correderà l'asse viario: in programma pali artistici e corpi "a goccia".Certo la "bretella" ha veramente bisogno di brusca & striglia. Sporcizia sparsa sul lato ferrovia. Dove nell'ex palazzina 117 il Comune farà formazione, un migrante fa merenda all'ombra della vegetazione che non vede da tempo pietose potature. Ci sono ancora i parcheggi dell'Istituto di cultura marittimo-portuale liquidato nel 2014. Scalcinati dissuasori dissuadono soprattutto i ciclisti che non siano affetti da disturbi masochisti. Alcuni ruderi sembrano elemosinare il piccone risanatore. Un vagone solitario, dipinto da imbianchini contemporanei, reclama un locomotore misericordioso.

Massimo Greco

 

I dossier inesplosi dell'area tra marina e fishmarket - in attesa di tempi migliori
A un anno dal termine del Terzo Dipiazza, accanto ai lavori conclusi e quelli in rampa di lancio (vedi sopra), nella zona di Porto vecchio restano alcuni importanti dossier da disinnescare. Due di essi si specchiano - o quasi - nel Bacino 0: sono i Magazzini 24-25 e il Magazzino 30. Le prime citate sono le strutture utilizzate fino agli anni Novanta come terminal animali vivi, come risulta da una veloce osservazione degli interni. Sembrava ci fosse un interessamento di Fincantieri, ma da tempo non se ne ha notizia. Poi era spuntata una cordata, al cui interno c'è il dinamico Monticolo, attratta dall'idea di realizzarvi un albergo e una marina ma pare che il progetto si sia arenato nella fase del crowdfunding. L'architetto Vazquez Consuegra, incaricato di realizzare il Museo del mare al Magazzino 26, vuole inserire la prua della marconiana Elettra nel pertugio divisorio dei due hangar. E vuole ormeggiare il sommergibile "Fecia di Cossato" dove ora languono in attesa di compratori le residue unità dell'ex flotta Napp.Più spostato verso il mare si acquatta nella sua rosea tinta il "30", che pareva destinato a un vivace destino di fishmarket, con annesso ristorante panoramico e corner per la musica jazz: anche in questo caso si attendono tempi migliori. Eataly, contattata, ritiene che la zona sia ancora troppo selvaggia. Il Centro congresso ha tempo alcuni mesi per chiudere il cantiere, visto che Esof slitterà a settembre. Tutto da meditare alle sue spalle il futuro del cosiddetto "quartiere Ford", dove i magazzini (27b, 31, 32, 33 133) rimandano a ruggenti primi dopoguerra. Fermi i cantieri di manutenzione e sicurezza al Magazzino 26, affidati a Cp e Walter Pittini.Il Magazzino 20 aspetta 1,5 milioni del MiBac per farsi bello. Infine, auguri pasquali dalla "cittadella Greensisam".

Magr

 

 

Muggia, ipotesi via D'Annunzio per la "ciclabile dei bambini"
Il vicesindaco Bussani non esclude lo spostamento del futuro percorso previsto lungo viale XXV Aprile. E sulle polemiche della Fiab: «Stop strumentalizzazioni»
MUGGIA. La "ciclabile dei bambini" ancora fa discutere. Dallo scorso 30 settembre, giorno in cui il Consiglio comunale ha respinto le mozioni presentate in primis da Roberta Tarlao, consigliera comunale della lista civica Mejo Muja e, a ruota, dall'ex Pd, diventato tale dopo la risposta ricevuta, Marco Finocchiaro, sulla realizzazione del progetto della ciclabile in viale XXV aprile, ne è passata di acqua sotto i ponti. Eppure la partita non è terminata. Anche perché l'amministrazione comunale della cittadina rivierasca sta nel frattempo cercando una soluzione alla "vexata quaestio". E spunta l'opzione di via D'Annunzio. Ma andiamo a ritroso. «Abbiamo avuto l'opportunità - racconta Finocchiaro - nei lavori di parziale riasfaltatura di viale XXV Aprile di mettere in atto quanto previsto nella variante 31 al Piano regolatore, ovvero realizzare un percorso ciclopedonale che servisse gli impianti sportivi e le scuole, riorganizzando i parcheggi della zona, ma la maggioranza ha preferito mettere la testa sotto la sabbia, consolidando dei parcheggi fuori norma che non garantiscono nemmeno la transitabilità su detta via ai mezzi adibiti al trasporto pubblico locale e ai mezzi d'emergenza». Rincara la dose la Fiab Ulisse per voce del suo presidente, Federico Zadnich, secondo cui «manca ancora tra chi amministra Muggia una visione e la volontà di sviluppare una mobilità a misura di persona. Negli ultimi anni si sono fatti passi indietro invece che avanti. Dopo la bocciatura della mozione da parte della Giunta Marzi non ci sono state novità positive. La mozione chiedeva la realizzazione di un percorso ciclabile lungo viale XXV Aprile dove ci sono scuole, campi sportivi e palestre raggiunti ogni giorno da centinaia di bambini e ragazzi. Un progetto che avrebbe dato ai giovani una importante occasione di crescita in autonomia e la promozione della ciclabilità e di stili di vita sani ma purtroppo hanno prevalso altre logiche». Accuse, quelle di Finocchiaro, che il vicesindaco e assessore alla viabilità, Francesco Bussani, rimanda al mittente in quanto «strumentali e non veritiere». La questione di viale XXV Aprile e del percorso ciclabile, per Bussani «è una cosa che andrebbe presa in considerazione solo una volta che i lavori allo stadio Zaccaria saranno ultimati, realizzando i nuovi spogliatoi e la pista di atletica, consentendo così di ospitare nella struttura più di una società sportiva e far gravitare nella stessa molte più persone rispetto ad oggi. In questo momento si otterrebbe solo di far sparire moltissimi parcheggi per realizzare una pista che per la gran parte della giornata sarebbe vuota». Quindi, ha proseguito l'assessore «rassicuriamo la cittadinanza che ad avere la testa sotto la sabbia non è l'Amministrazione, che invece immagina una mobilità diversa per Muggia, tenendo però conto che le cose vanno fatte un passo alla volta, senza strappi, soprattutto quando non c'è la copertura economica per realizzare le opere». Bussani si è poi rivolto a Zadnich e al sodalizio da lui rappresentato: «Quando le proposte della Fiab apparivano realizzabili, sono state sempre prese in considerazione dall'Amministrazione. La nostra porta è quindi sempre stata aperta e dispiace che da Zadnich vengano sempre e solo messe in luce le occasioni in cui le visioni non sono state allineate, con la differenza che i nostri eventuali dinieghi sono sempre stati motivati, mentre da Zadnich giungono solo polemiche e slogan». Infine un suggerimento e una proposta al presidente di Fiab Ulisse da parte dell'assessore della cittadina rivierasca, ossia di «non basarsi su informazioni di seconda mano, ma di verificare di persona quanto afferma. In viale XXV Aprile non ci sono né scuole, né asili, né palestre se si esclude l'ex Palacoop. Tutte queste strutture si trovano invece su via D'Annunzio e forse un ragionamento per la realizzazione di una pista ciclopedonale, una volta trovati i finanziamenti, andrebbe fatto su quella direttrice. Fiab rimane un interlocutore prezioso, ma trovo fuori luogo certe uscite dell'attuale presidente».

Luigi Putignano

 

MUGGIA - Il turismo su due ruote: un business in crescita da un milione di euro - i dati dalla cittadina istroveneta
Muggia e la bici, un binomio che funziona a livello turistico. A confermarlo i dati presenti su www. viaggiareslow.it: i turisti in bicicletta che, nel 2019, sono giunti a Muggia, dove è presente pure un infobike, si attestano tra i 16 mila 800 e 17 mila, con un aumento complessivo tra il 12 e il 13% rispetto ai valori 2018. Il 65% di questi ha percorso la Parenzana. Una conferma dell'attrattività di Muggia per gli amanti delle due ruote è arrivata anche dai lusinghieri numeri della linea marittima con Trieste. Da dove arrivano i cicloturisti? Il 35% è di provenienza nazionale, dei quali il 40% dal Triveneto, il 15% Lombardia, stessa percentuale di Emilia Romagna, il restante 30% principalmente da Lazio, Piemonte, Toscana e Umbria. I cicloturisti stranieri provengono per il 25% dall'Austria, per il 15% dalla Germania, stessa percentuale dei cicloturisti proveniente dall'est Europa (nell'ordine Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Russia, Ungheria), per il 10% da Svizzera, Francia, Olanda, Spagna, Gran Bretagna, Scandinavia, Australia, Stati Uniti d'America e Canada. Importante l'impatto economico sulla cittadina rivierasca, calcolando le spese medie giornaliere dei cicloturisti, le permanenze medie in città e aggiungendo a queste gli effetti indiretti e indotti dall'aumento di spesa sul territorio con un beneficio diretto per tutta la comunità, che si aggira intorno a un volume economico diretto medio per il 2019 non inferiore al milione di euro, che alimenta soprattutto la ristorazione, la ricettività e il microcommercio. Restano delle criticità che vanno risolte: «Da tre anni - sottolinea Federico Zadnich di Fiab Ulisse - c'è un finanziamento regionale per realizzare una ciclabile all'ingresso di Muggia in via Battisti che non è ancora venuta alla luce. In questi anni, inoltre, nonostante il favoloso esempio della pedonalizzazione della vicina strada costiera che collega Capodistria a Isola è mancata la visione e il coraggio di ripensare anche alla strada lungomare che va da Muggia a Lazzaretto rendendola a senso unico, perlomeno nei mesi estivi, per dare spazio a un percorso dedicato a bici, pedoni e runner e creare un nuovo modo di vivere la costa». La ciclabile in via Battisti, il lungomare verso Lazzaretto e la Parenzana sono temi che presto faranno parte di un confronto con soluzioni proposte fattibili e concrete tra l'amministrazione e la Fiab Ulisse.

L. P.

 

 

Da Duino il "no" definitivo alla centrale termoelettrica
Frutto di un lavoro collettivo tra maggioranza e opposizione, il documento conclusivo boccia in toto il progetto di modifica dell'opera nella zona del Lisert
DUINO AURISINA Diventa definitivo il no del Comune di Duino Aurisina al Progetto di modifica della Centrale termoelettrica A2A Energiefuture spa di Monfalcone. Il documento conclusivo, comprensivo delle osservazioni frutto del lavoro svolto dalla seconda Commissione e della Conferenza dei capigruppo, riunitesi congiuntamente il 3 marzo, e ribadito nella comunicazione fatta due settimane dopo ai consiglieri componenti dalla presidente della stessa seconda Commissione, Chiara Puntar, sarà ora trasmesso ai competenti organi regionali. «Non essendo arrivati ulteriori interventi dai consiglieri componenti - ha spiegato la stessa Puntar - ho ritenuto sufficiente il tempo trascorso, perciò mi sembra corretto ritenere approvato il testo formulato di comune accordo e ho perciò deciso di inviarlo al nostro sindaco, Daniela Pallotta, per l'immediata trasmissione agli organi decisori della Regione. Questo - ha concluso - a conferma dell'attenzione della nostra amministrazione al tema dell'ambiente». «Abbiamo voluto esser sempre vigili e attenti in tutti i passaggi legati all'iter autorizzativo del progetto - ha sottolineato l'assessore comunale all'Ambiente, Massimo Romita - e abbiamo perciò ripresentato le puntualizzazioni già illustrate in occasione della scadenza delle osservazioni sull'Aia, sulla quale, insieme al Comune di Monfalcone, abbiamo ottenuto ottimi risultati». La richiesta di modifica della Centrale termoelettrica prevede l'installazione di centrali termiche e altri impianti di combustione e la costruzione di un metanodotto, atto a collegare la centrale stessa alla rete di distribuzione del gas metano della Snam, di lunghezza complessiva pari a 2,386 chilometri, oltre al recupero del sistema di trattamento delle acque reflue. Le criticità evidenziate dal Comune di Duino Aurisina riguardano proprio due aspetti del progetto: la realizzazione del nuovo impianto a ciclo combinato alimentato a gas naturale e la realizzazione del nuovo metanodotto a servizio dello stesso. «Nel dettaglio - avevano precisato Puntar e Romita - i camini esistenti hanno un altissimo impatto visivo, perciò è fondamentale non degradare ulteriormente, anche a livello paesaggistico, la zona interessata dal progetto. Non si rileva inoltre nella documentazione alcun intervento compensativo. Per quanto attiene la dismissione carbonile - avevano concluso Puntar e Romita - si segnala la necessità che la bonifica avvenga secondo quanto previsto per un materiale come il carbone minerale, prevedendo una caratterizzazione del sito, sottolineando come il carbone contiene anche uranio e torio e i prodotti del loro decadimento, radio e radon, che sono elementi radioattivi».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 12 aprile 2020

 

 

Dimezzate in città le emissioni provocate dal traffico veicolare

Un effetto del lockdown e della conseguente diminuzione di mezzi in circolazione. La riduzione è pari al 40-50% della presenza nell'aria degli ossidi di azoto

L'aria di Trieste è meno inquinata, con un dimezzamento degli ossidi di azoto generati soprattutto dal traffico veicolare. L'Arpa conferma che, a seguito del lockdown per ridurre la diffusione del Covid-19, in città si è registrato un calo degli agenti inquinanti correlato alla riduzione delle macchine in circolazione. Si tratta di un fenomeno che all'apparenza potrebbe sembrare scontato, ma tale decrescita non è avvenuta in altre città come ad esempio a Roma e Milano. Entrando nel dettaglio, secondo l'Agenzia regionale, il dato più rilevante e da tenere in considerazione è quello degli ossidi di azoto prodotti in natura dai fulmini e dalle eruzioni vulcaniche e dall'uomo attraverso i motori a combustione interna, dove si generano a causa delle temperature elevate che vengono raggiunte per la combustione del carburante. Gli ossidi di azoto possono formarsi anche nelle centrali termoelettriche o dalla combustione della legna. Si tratta di sostanze inquinanti che hanno ricadute negative in particolare su malati di asma, bambini e per quei soggetti che soffrono di malattie respiratorie croniche e cardiache. Possono creare anche irritazioni a livello di mucose delle vie respiratorie nei soggetti sani e sono il motivo per il quale in alcune città con un alto tasso di traffico veicolare si fa fatica a respirare. Arpa ha scelto come riferimento la centralina di piazza Volontari Giuliani, considerata quella ideale per monitorare gli impatti del traffico sull'atmosfera. Rispetto ai dati registrati negli ultimi cinque anni nello stesso periodo, nel 2020 la riduzione degli ossidi di azoto è stata del 40/50% nei momenti di picco collocati di solito al mattino e alla sera. Il valore medio registrato dal 2016 al 2019 tra febbraio e marzo si attestava intorno ai 60 ?g/Nm3 (microgrammi/Normal metro cubo, unità di misura del volume usata per i gas). Negli scorsi giorni di bora il dato è sceso addirittura sotto i 20 ?g/Nm3, attestandosi attorno ai 40 ?g/Nm3 nei giorni non ventosi. «Gli effetti del lockdown sulle Pm10 - spiegano da Arpa - sono molto meno evidenti e in generale molto meno agevoli da individuare, in quanto le polveri sono prodotte da molteplici sorgenti: dal riscaldamento domestico all'agricoltura. Inoltre, a differenza degli ossidi di azoto, sono molto più dipendenti dalla variabilità meteorologica». «La riduzione delle emissioni - spiega l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro - è chiaramente uno degli obiettivi che il mio assessorato si è posto e oltre agli incentivi per rinnovare il parco macchine circolante, sia dei cittadini che dell'amministrazione, e l'acquisto di bici elettriche, abbiamo raggiunto l'importante risultato della riconversione industriale dell'area a caldo della Ferriera. Entro l'anno, poi - conclude Scoccimarro -, andremo ad aggiornare il piano regionale di qualità dell'aria dove sarà introdotta una prescrizione per le nuove autorizzazioni ambientali, che andrà a tener conto della sommatoria delle sorgenti emissive di un'area geografica e non amministrativa».

Andrea Pierini

 

 

«Interinali in Ferriera in cassa integrazione come gli altri operai»
Rosolen rivendica l'efficacia del pressing della Regione per assicurare tutele a tutti
«Anche i lavoratori assunti con contratto di somministrazione saranno tutelati dalla cassa integrazione attivata per gli altri dipendenti della Ferriera di Servola. Come chiarito dalla circolare Inps 47 del 28 marzo 2020, per questa categoria non è possibile ricorrere alla cassa in deroga, ma restano valide le tutele previste dal fondo di solidarietà bilaterale del settore, tra cui l'ammortizzatore sociale dedicato». Lo afferma Alessia Rosolen, assessore regionale al Lavoro, intervenendo sul caso dei 66 lavoratori interinali dello stabilimento siderurgico di Servola. Precari che, secondo il monito lanciato dal Nidil-Cgil, tra tre settimane rischiano di trovarsi senza lavoro e senza gli annunciati "paracadute" rappresentati dall'opzione Csn di San Giogio di Nogaro e dall'ipotesi assorbimento in Fincantieri. Rosolen ha espresso soddisfazione per la lungimiranza e la lucidità dimostrate dalla Regione e da chi, sin dall'autunno, ci ha sostenuti nella richiesta di prorogare al 30 aprile i contratti in essere, estendendo quelle misure di tutela per i lavoratori interinali che, in questa fase, risultano determinanti». «Abbiamo delineato - aggiunge Rosolen - un quadro per ogni singolo lavoratore e predisposto i cv che verranno inviati oggi a un'azienda del territorio. Quando saremo usciti dall'emergenza determinata dal Covid-19 si terranno i colloqui. A febbraio abbiamo organizzato una serie di incontri per prospettare in modo chiaro ai lavoratori quale fosse la situazione. Possiamo ritenerci soddisfatti per quanto abbiamo fatto, anticipando i tempi e creando le condizioni per ampliare la superficie della rete di protezione sociale per tutti i lavoratori e immaginando già un percorso di reimmissione nel mercato del lavoro. In via collaborativa, ribadisco - conclude - che l'accesso alla prestazione del Fondo bilaterale si ricollega all'utilizzo della Cassa integrazione attivata per gli altri lavoratori dell'azienda: questo grazie alla proroga per i somministrati successiva all'avvio della cassa integrazione straordinaria dei dipendenti a tempo indeterminato».

 

 

Più caldo e meno predatori - Meduse star a Ponterosso
Rive invase dalle "botti di mare", spinte in gran quantità fino al Canal Grande - L'esperto: «Con la pesca intensa degli ultimi anni, diminuiti i loro competitori»
Il golfo è pieno di meduse. Ne sono comparse tante, in questi giorni, anche nel Canal Grande. Un fenomeno certamente non frequente, ma neppure inedito, che sta catturando l'attenzione di chi, in questo periodo di serrata forzata, si reca comunque al lavoro o va a fare la spesa, passando lungo le Rive o nella zona di Ponterosso, e immortala il tutto con delle foto scattate dai cellulari, tante delle quali sono già finite puntualmente sui social. «Si tratta della nostra comune botte di mare chiamata anche polmone di mare - spiega Maurizio Spoto, direttore dell'Area marina protetta di Miramare - ed è tra le meduse più grandi del Mar Mediterraneo. Gli esemplari piccoli compaiono in primavera mentre gli adulti di maggior dimensioni si ritrovano alla fine dell'estate e all'inizio dell'autunno. È considerata una specie costiera, vive in superficie. Solitamente si trova in associazione con dei granchietti, che ci vivono sopra, o dei giovani pesci della famiglia Carangidae, che nuotano proprio vicino alle meduse per proteggersi dai predatori. In questo periodo è frequente, l'abbiamo vista di sicuro anche gli anni scorsi. Sono le maree che possono spingerla fino a Ponterosso. Aumenti improvvisi, magari proprio come questo, non sono rarissimi». Nelle foto si nota come nuotino in superficie, anche tra le barche ormeggiate nel canale. C'è chi, pubblicando gli scatti su Fb, ipotizza che la massiccia presenza degli animali sia legata al numero minore di mezzi nel golfo e quindi anche a un inquinamento ridotto del mare verificatosi nelle ultime settimane. E chi pensa pure sia dovuta all'innalzamento della temperatura, dato il clima quasi estivo registrato in questi giorni. Ma Spoto ricorda come ormai da qualche anno le "botti" siano numerose nel golfo a intermittenza, in diverse stagioni. «Difficile prevedere al momento se aumenteranno ulteriormente in futuro», aggiunge l'esperto: «Certo è che sono più frequenti perché non hanno più, come competitori, alcuni pesci. Vivono e si nutrono più facilmente quindi, in un ambiente diventato, per loro, ideale. La pesca intensa degli ultimi anni ha fatto diminuire i pesci, qui, come in altre aree in tutto il mondo - ribadisce Spoto - tanto che in qualche paese hanno iniziato a utilizzare le meduse anche in cucina». E sul web si legge già di chef e appassionati di cucina anche in Europa, pronti a sperimentare nuove ricette, non prima di aver raccolto tutte le informazioni e le indicazioni utili. E proprio alla luce della diffusione delle meduse segnalata in diverse aree del mondo e all'interesse culinario suscitato, lo scorso anno l'Ogs, nell'ambito del ciclo di conferenze "Mare&Salute", aveva promosso un incontro al Revoltella, con gli interventi di ricercatori ed esperti, per parlare proprio della possibilità di introdurle nei menù del futuro. Tra i relatori era intervenuto Ferdinando Boero, dell'Università degli Studi del Salento. «Per il 70% il mondo è coperto da oceani - aveva spiegato Boero, definito il massimo esperto italiano ed europeo di meduse - e gli ecosistemi oceanici sono i più importanti del pianeta. Nel tempo abbiamo sovrasfruttato i pesci, abbiamo incrementato e migliorato i sistemi di pesca, finché si sono esaurite le risorse naturali e siamo passati agli allevamenti. Nei nostri mari ci sono sempre meno pesci e sempre più meduse, aumentano quindi gli animali mangiatori di meduse, e anche noi possiamo diventare "mangiameduse"». Nell'occasione era stato ricordato come, su più di 1.400 specie esistenti, solo 40 siano commestibili, quelle più grandi e poco urticanti. Dai dati emersi da alcune ricerche, rese note sempre durante l'appuntamento dell'Ogs, erano state indicate come ricche di proteine, e collagene, con un'importante attività antiossidante, tale da interessare le realtà del settore cosmetico. Sulle nostre tavole però non sono ancora arrivate. «Servono verifiche. Vanno studiate, va definita la filiera, bisogna individuare - era stato precisato - la tecnologia alimentare adeguata e i punti critici di questo processo in termini di sicurezza alimentare». Forse vederle nei nostri piatti, quindi, non sarà una possibilità così immediata. «Anche se tra una medusa e uno sgombro da gustare - scherza Spoto - non avrei dubbi su cosa scegliere».

Micol Brusaferro

 

Gattare in azione senza limiti - Nei rifugi si continua a operare - l'assistenza agli animali
Modulo di autocertificazione in tasca e, possibilmente, anche tesserino di riconoscimento rilasciato dall'Ufficio zoofilo del Comune a mano. Così attrezzate, le oltre 300 gattare di Trieste continuano a prendersi cura delle 730 colonie feline censite in città anche in questo periodo di emergenza. Il servizio quotidiano che svolgono è ritenuto uno stato di necessità, indispensabile a garantire la sopravvivenza degli animali. «I gatti delle colonie sono di proprietà del Comune,- ricorda l'assessore con delega anche all'Ufficio Zoofilo, Michele Lobianco - le gattare sono autorizzate a prendersi cura di loro. Ovviamente, le uscite a questo scopo devono essere limitate e finalizzate alla cura dei mici: basta andare in colonia una volta al giorno». Alcune colonie vivono in aree cittadine oggi interdette all'accesso della cittadinanza. «Per situazioni come quelle della colonia all'interno del parco di villa Revoltella o del cimitero, - spiega Lobianco - è stato garantito l'accesso alle gattare». Anche per accudire le bestiole ospitate nei diversi rifugi cittadini, si continua ad operare adottando le misure di sicurezza idonee. Le porte delle strutture sono interdette alle visite e sono sospese le adozioni. «Stiamo facendo lavorare solo i dipendenti, rinunciando ai volontari, - spiega Manuela Stancic, consigliera dell'Astad -. Non è facile, lavoriamo tutti di più ma era necessario per limitare i rischi. Chi ci vuole aiutare può farlo con una donazione: le indicazioni utili si trovano sul nostro sito». Anche ai mici ospitati a Il Gattile e all'Oasi felina non manca nulla. «Abbiamo organizzato i turni dei volontari in modo che possano operare in sicurezza - spiega Cociani - ci concentriamo sulle emergenze, abbiamo sospeso le sterilizzazioni e pappe per i mici non mancano. Non registriamo un aumento delle rinunce o degli abbandoni». L'attività di ricovero e cura degli animali prosegue anche all'Enpa. «Il soccorso agli animali è una necessità non differibile, - ricorda la presidente Patrizia Bufo -. Il cancello di accesso alla struttura è chiuso ma all'ingresso ci sono le indicazioni per farsi aprire da chi deve consegnare un animale ferito». Anche il Canile sanitario di via Orsera resta aperto dal lunedì al sabato dalle 7.30 alle 9 e poi raggiungibile telefonicamente allo 040.3996621 fino alle 13 o chiamando il 348.4487013 per segnalazioni urgenti o per la consegna di un animale deceduto. E proprio dal canile di via Orsera, il medico veterinario di Asugi, Massimo Erario, smentisce le voci circolate in merito ad aumento degli abbandoni di cani a Trieste. È bene ricordare che gli ambulatori veterinari restano aperti solo per terapie e visite urgenti. Portare gli animali domestici dal veterinario rientra nei casi di necessità, e quindi è uno spostamento consentito. Le visite di routine che non rispondo a nessuna particolare esigenza devono essere rimandate.

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 11 aprile 2020

 

 

Servola volta pagina e attende la rinascita «Qui c'è bisogno di fiducia e investimenti»
Abitanti ed esercenti celebrano la fine di un'epoca e auspicano il ripopolamento grazie a nuovi spazi pubblici, locali e negozi
Una rinascita. Una nuova vita, per il rione, che inizierà - auspicabilmente . fin dai prossimi mesi. È questo il pensiero più diffuso tra residenti ed esercenti di Servola nelle ore immediatamente successive alla chiusura dell'area a caldo della Ferriera. Un cambiamento epocale, atteso da molto tempo, che per molti è destinato a garantire una svolta decisa a tutta la zona. «Abito qui fin da piccolo - racconta ad esempio Alessandro Radovini - e così anche i miei nonni, nella casa dove vivo ora con la mia famiglia. Il rapporto che ho con la Ferriera è di amore e odio. Ha dato lavoro a tante persone. Ricordo, quando ero bambino, i servolani impiegati all'interno: contenti, anche perché erano vicini a casa. E poi c'era il fascino di quell'imponente stabilimento, come ne erano ormai rimasti pochi. Ma non posso dimenticare l'inquinamento, la polvere nera sui balconi: un problema discusso e dibattuto senza sosta a Servola, soprattutto di recente. Spero che questa chiusura porti a una rivalutazione del rione, ora degradato, ma che un tempo era pieno di gente, vivace, con tante attività. Molti hanno chiuso o se ne sono andati. Mi auguro che ci siano nuovi investimenti, che si torni all'atmosfera di allegria e "morbin" che un tempo caratterizzava questa parte della città». Sentimenti molto simili anche in Maria Luisa Bruna, titolare della farmacia: «Mi aspetto una ripopolazione del rione, è un "villaggio" bellissimo, dove l'inquinamento prima faceva paura. Penso che anche le tante casette presenti attireranno nuovi residenti. Alcune famiglie, negli ultimi tempi, sono già arrivate, forse proprio in prospettiva del cambiamento annunciato. Spero davvero che Servola riprenda la vita di una volta». «L'antico rione si era spento proprio come è successo ora alla Ferriera», commenta a propria volta Marinella Pausin, parrucchiera: «Sono approdata qui nel 1996, conoscendolo precedentemente solo per il Carnevale, che già stava cambiando. In tutto questo tempo ho trovato nella mia clientela, spesso locale, un tesoro. Purtroppo la vita di Servola anno dopo anno è mutata. Ora mi auguro con il cuore che tutto rinasca, in una nuova e sincera primavera».Ora, insomma, il rione attende nuova linfa, anche attraverso lavori da portare a termine e nuovi investimenti, alla luce delle tante chiusure registrate negli ultimi anni. Roberta Millini, presente con il suo negozio di abbigliamento, ricorda come ci siano già tanti progetti. «Che per ora hanno subito uno stop a causa del Covid-19, ma che a maggior ragione, visto il miglioramento della vita a livello ambientale che avremo, dovranno essere conclusi: il giardino dell'ex teatro, per ridare ai residenti l'opportunità di vivere il rione con diversi appuntamenti, come il Torneo di basket San Lorenzo o la Festa del Pane. D'obbligo poi anche un'area gioco per i bambini. Senza dimenticare la Scuola Biagio Marin, con il campo di atletica che deve essere reso fruibile di nuovo da parte dai ragazzi. Nel rione inoltre abbiamo tante scuole, il Museo dei Presepi e dei Trenini, il Carnevale, che quest'anno ha ripreso vigore, il mercatino alimentare in funzione da gennaio e tanto ancora. Oltre al miglioramento della qualità di vita, sul fronte della salute c'è l'auspicio che il Comune dia una svolta decisiva alle pratiche in sospeso. Abbiamo una marea di cose per ridare a Servola la sua vitalità». Pensieri condivisi da molti residenti affezionati al rione, come ad esempio Luciana Turco: «Si tratta di una decisione epocale. Se da un lato per tanti anni questo gigante fatiscente è stato il sostentamento di numerose famiglie, dall'altro le polveri emesse hanno minato la salute, lasciando lungo la strada parecchie vittime. Un elogio va ai pochi titolari dei negozi e dei locali che con buona volontà forniscono i loro servizi nella zona, e un grazie va anche al presidente della circoscrizione Stefano Bernobich, sempre attento ai nostri bisogni, che ci fa sentire parte di una comunità che, speranzosa, vorrebbe ripartire. Qualità di vita migliore, dunque, ma deserto, finché qualcuno non si deciderà a investire in qualche attività commerciale. In pratica qui siamo in quarantena da qualche anno». «Ora si spera ci venga tolta la brutta nomea dell'inquinamento cittadino e che vi sia in futuro l'insediamento di piccole botteghe artigiane nel rione», aggiunge Sandra Godina. E sul mercato immobiliare arrivano già i primi annunci che propongo villette e appartamenti in zona, sottolineando proprio la chiusura dell'area a caldo.

Micol Brusaferro

 

Da Sora Bea l'altra faccia del rione «Operai trattati in modo assurdo»
Gli umori nel locale vicino alla fabbrica. La titolare: «Gente onesta, non meritava simili cattiverie»
A Servola c'è un locale dove una porzione di carbonara sfama due persone. Gli operai della Ferriera sono ovviamente di casa e, tra piatti abbondanti e birroni, la romanissima Beatrice Coppolecchia ha creato una famiglia molto allargata. La "Cucina de sora Bea" sta letteralmente a due passi dall'entrata dello stabilimento: per un'imprenditrice la chiusura dell'area a caldo sarebbe un'ottima notizia, ma non per Bea «perché me li sono presa tutti a core' sti ragazzi». L'osteria è aperta per le consegne a domicilio e al cattivo umore da coronavirus si somma quello per la fine di un'epoca: «Io difendo la Ferriera, anche se molti potenziali clienti non vengono per colpa sua. Dovrei essere contenta, ma il lavoro e le persone vengono prima». La signora Coppolecchia ricorda che, «quando sono arrivata 4 anni fa, c'era il delirio e dovevo spolverare i tavoli ogni mezz'ora. Arvedi ha migliorato tantissimo la situazione ambientale e, proprio ora, hanno deciso di chiudere. La Ferriera non è una gioielleria, ma tutta 'sta cattiveria non la capisco: la gente s'è fissata ma io sto in città e i miei davanzali sono neri di smog. Il massimo poi sono quelli che lavoravano in Ferriera e vivono a Servola, ma ora sono in pensione e ci sputano su per farla chiudere». Bea è «dispiaciuta per ogni lavoratore, pure quelli che non vengono da noi. Un operaio è venuto a salutarmi: lavora in area a caldo e va in cassa, ma gli ho detto di non sparire. Lo chiedo col cuore in mano ad Arvedi: pensi a 'sta gente che mettete in strada. Arvedi se ne va solo perché la politica e i triestini gli hanno rotto le scatole, ma prima bisognava trovare lavoro per tutti». La ristoratrice è tormentata all'idea che si rompa la piccola comunità che le ruota attorno: «Si è creato un bel rapporto, con persone oneste, che si comportano bene. Con alcuni è nata una vera amicizia, si scherza prima dell'inizio del turno, si fa una pasta a cucina chiusa se qualcuno ha fame dopo il lavoro. Questi sgobbano per tirare avanti la famiglia, come noi qua al ristorante. Ma la città li ha trattati male e qua intanto va in strada chi c'ha 50 anni: gente col mutuo, l'affitto, i figli. Gente che si fa un mazzo così, mica davanti a un pc». Il primo pensiero va ai ragazzi che lavorano con contratto interinale e che da fine mese non avranno stipendio né cassa integrazione: «Avete voluto chiudere? Applausi, ma la Fincantieri dov'è sparita? E San Giorgio di Nogaro? I più giovani finiscono il 30: non c'hanno niente dopo essersi sacrificati per farsi assumere, poveri figli». Ed è sulla situazione dei precari che interviene il segretario provinciale Nidil-Cgil Nicola Dal Magro: «Le prospettive per il loro futuro diventano estremamente oscure. La Cgil manifesta da mesi preoccupazioni sull'opportunità di un accordo con la proprietà per la chiusura dell'area a caldo antecedente alla firma dell'accordo di programma in cui siano contenute le necessarie garanzie occupazionali e di riconversione. I somministrati sono sempre stati ricompresi in quello che oggi risulta un mero slogan politico: "Esuberi zero". La Regione non prospetta le garanzie occupazionali che andava sbandierando al momento del referendum in azienda, proprio mentre il ministro Patuanelli paventava la garanzia di ricollocazione presso Fincantieri. Gli interinali si troveranno senza lavoro fra 3 settimane, ma non sono previste proroghe, la proposta su Csn di San Giorgio di Nogaro è svanita del tutto e quella di Fincantieri non si sa che fine abbia fatto. Si eviti la vergognosa scusa dell'emergenza sanitaria per l'assenza di soluzioni».

Diego D'Amelio

 

 

TAPPI SUGHERO - La Colombin riapre i battenti e tratta la vendita di due terreni - il silenzio-assenso della prefettura
Lunedì scorso la Colombin ha riaperto i battenti nella sede di via Cosulich in zona industriale. La Prefettura non ha obiettato a che la produzione di tappi afferisse in maniera derivata alla filiera alimentare, così il silenzio-assenso ha consentito alla dirigenza aziendale di riprendere l'attività. Lo ha comunicato ieri l'amministratore delegato Roberto Bergamo. «Siamo ancora a ritmo ridotto, in regime di Cassa integrazione ordinaria, tra gli addetti presenti e quelli in "smart working" lavora una quindicina di persone - dice il manager veneto - una parvenza di normalità con una lieve ripresa degli ordini, la stagione commerciale si gioca in questi mesi. La prossima settimana è atteso un carico di sughero in arrivo dalla Sardegna e dal Portogallo». Ai dipendenti è stata saldata l'ultima rata stipendiale di febbraio e dopo Pasqua Bergamo conta di mettere avanti la paga di marzo. Durante il mese scorso si è registrato un avvicendamento in consiglio di amministrazione, dove l'avvocato bolognese Alessandro Monti ha preso il posto dell'avvocato romano Pasquale Giordano. Bergamo ha inoltre informato sulle trattative in corso tra un fondo inglese e la Colombin riguardo la cessione dei due terreni dove si estende la fabbrica e dove una volta operava la Veneziani: si tratta di asset immobiliari di rilevante importanza per l'azienda, che dalla loro vendita potrebbe ricavare le risorse finanziarie per coprire in buona parte l'indebitamento con le banche stimato in circa 20 milioni di euro. Dal punto di vista azionario, ricordiamo che la nuova controllante è la società romana F.imm group con il 60%, l'ex controllante Rahhal Boulgoute (che ha una pendenza avanti il Tribunale civile triestino) detiene il 30%, la famiglia Colombin-Verginella il 10%.

Magr

 

 

 

 

OggiTreviso.it - VENERDI', 10 aprile 2020

 

 

Asolo dice no al 5G e lo sospende su tutto il territorio comunale
Primo comune della provincia di Treviso a adottare un provvedimento contro la nuova tecnologia delle telefonia mobile

ASOLO – Il sindaco di Asolo, Mauro Migliorini, ha firmato un’ordinanza per la sospensione immediata del 5G sul territorio comunale, diffidando inoltre la società Iliad Italia S.p.A. da eseguire il nuovo impianto di radio telecomunicazione previsto in via Fermi. Una decisione senza precedenti nella Marca, presa, si legge in una nota della Municipalità: “… in attesa della nuova classificazione della cancerogenesi annunciata dall’International Agency for Research on Cancer, applicando il principio precauzionale sancito dall’Unione Europea, prendendo in riferimento i dati scientifici più aggiornati, indipendenti da legami con l’industria e già disponibili sugli effetti delle radiofrequenze, estremamente pericolose per la salute dell’uomo”.
Il tema è delicato anche sotto il profilo giuridico e dal Comune fanno sapere che: “Contestualmente, l’ordinanza diffida la società di telefonia mobile Iliad Italia S.p.A. ad eseguire l’installazione del nuovo impianto di via Fermi 14 ad Asolo, previsto su infrastruttura già esistente, e l’installazione di tecnologie 5G fino all’intervenuta emissione del parere sanitario sulla sicurezza delle esposizioni elettromagnetiche da parte dell’Istituto Superiore di sanità e dell’INAIL”.
Le ragioni della scelta asolana sono così motivate: “Sul piano globale le radiofrequenze del 5 G sono “inesplorate”, mancando “qualsiasi studio preliminare di valutazione del rischio sanitario e per l’ecosistema derivabile da una massiccia, multipla e cumulativa installazione di milioni di nuove antenne che andranno a sommarsi alle decine di migliaia di Stazioni Radio Base ancora operative per gli altri standard di comunicazione senza fili, oltre alle migliaia di ripetitori Wi-Fi attivi”.
L’ordinanza del Sindaco di Asolo è stata trasmessa a tutte le autorità competenti in materia: all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per conoscenza al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministeri della Salute, dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e Trasporti e dell’Interno. “L’ordinanza - spiega il Sindaco Mauro Migliorini - è stata emessa non contro la tecnologia 5G in sé, ma in attesa di avere chiare disposizioni al riguardo dagli enti superiori nazionali e dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale. È un’ordinanza di sospensione, in attesa di comunicazioni da parte del legislatore”.

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 10 aprile 2020

 

 

Arvedi sullo stop all'altoforno della Ferriera «Uno dei giorni più tristi della mia vita lavorativa»
«Questo è uno dei giorni più tristi nella mia lunga vita di lavoro». Così il cavalier Giovanni Arvedi ha commentato ieri lo stop all'operatività dell'area a caldo della Ferriera di Servola, rilevata appunto dal Gruppo Arvedi nel 2014.«In cinque anni di presenza - si legge in una nota dell'azienda -, Acciaieria Arvedi ha investito a Trieste oltre 250 milioni di euro, riattivando l'attività di produzione di ghisa nel rispetto delle prescrizioni previste dall'Aia, adempiuto interamente alle prescrizioni dell'Accordo di programma, insediato una nuova unità produttiva di laminazione a freddo e salvaguardato i livelli occupazionali dello stabilimento. Su richiesta formale delle istituzioni locali, Arvedi ha proceduto con senso di responsabilità ed in coordinamento con il Mise ad avviare un processo di decarbonizzazione e riconversione industriale del sito, di cui questo evento, marcato dall'ultima colata dell'altoforno, rappresenta il primo passo».Le complesse operazioni di spegnimento, sono iniziate a fine marzo e con la supervisione dell' Arpa. Durante il processo di fermata, non ci sono state emissioni anomale di nessun tipo: né dalla cokeria, né dall'impianto di agglomerazione o dall'altoforno. Sullo stop all'area a caldo è intervenuta anche la deputata Pd Debora Serracchiani. «I lavoratori della Ferriera sono una grande risorsa di professionalità e dignità: meritano una prospettiva migliore della sola cassa integrazione. Le istituzioni, che hanno portato così rapidamente alla chiusura, siano ancor più veloci a creare le condizioni per la reindustrializzazione dell'area».

 

E gli operai danno l'addio alla loro fabbrica
«Dopo 123 anni di onesto lavoro, la fabbrica si congeda con onore». È la scritta comparsa ieri sull'altoforno spento definitivamente poche ore prima. Così gli operai dello stabilimento siderurgico hanno voluto salutare simbolicamente quello che a lungo è stato il loro luogo di lavoro.

 

 

Trasporto pubblico - Scatta il rinnovo del parco bus - È boom di immatricolazioni
Nel 2019 in Fvg le immatricolazioni di autobus sono state 107, con un aumento del 105,8% rispetto al 2018. L'aumento più elevato si registra a Udine, con 54 unità e una variazione rispetto all'anno precedente del 2.600%. Trieste, invece, ha registrato il 52% in meno di immatricolazioni di autobus rispetto al 2018. La spiegazione per questa sostanziale differenza a livello numerico è semplice: nel dicembre 2018 la Saf a Udine, investendo quasi 16 milioni di euro, ha rinnovato gran parte del suo parco mezzi utile a garantire il trasporto pubblico locale di Udine e periferia. Quegli autobus sono stati immatricolati in blocco nelle prime settimane del 2019. Trieste Trasporti, invece, che vanta uno dei parchi mezzi più giovani e meno inquinanti d'Italia, ha un programma annuale costante di rinnovo dei mezzi, e «acquista con sistematicità 33 autobus all'anno, - spiega il responsabile della comunicazione di Trieste Trasporti, Michele Scozzai - con le consegne dei mezzi che arrivano spalmante da novembre a giugno, e le immatricolazioni dei nuovi acquisti che possono slittare all'anno successivo, dipende da quando arrivano gli autobus».Gorizia, su questo versante, registra il 21,4% di immatricolazioni in più. Mentre Pordenone il 118,2%, sempre a fronte di un rinnovo straordinario del parco vetture. Per ciò che riguarda, invece, le immatricolazioni di veicoli pesanti per il trasporto merci, tutte le provincie regionali fanno registrare dati in calo. Si va dal -22,6% di Udine al -25,7% di Trieste, dal -27,7% di Pordenone per arrivare al -37,2% di Gorizia. A livello nazionale, lo scorso anno, le nuove immatricolazioni di autobus sono state 4.321, con una crescita del 31,3% rispetto al 2018. Sempre nel 2019 le immatricolazioni di veicoli pesanti per il trasporto merci sono state 19.605, con un calo del 30,7% rispetto al 2018.

 

 

Ripulito da foglie e rifiuti il laghetto del giardino "Muzio de Tommasini"
Proseguono gli interventi di manutenzione del Giardino pubblico Muzio de Tommasini, ad opera di AcegasApsAmga, in accordo con il Comune di Trieste. Nei giorni scorsi il personale della società ha effettuato la pulizia del laghetto del giardino che è stato ripulito da tutti i materiali, come foglie e rifiuti, che anche a causa della bora si erano riversati in acqua. Si è trattato di un intervento non invasivo che ha permesso di lasciare gli animali nel loro habitat all'interno del laghetto, in accordo con l'Enpa.

 

 

Dopo quella al virus, sapremo fare la guerra in difesa dell'ambiente? - la lettera del giorno di Renato La Rosa

È naturale che ora l'attenzione sia concentrata sullo sforzo sanitario per la cura dei malati di Covid-19, sui sistemi per impedire la diffusione del virus Sars-CoV-2, sulla ricerca di farmaci antivirali e vaccini. Tuttavia ci si interroga anche sul dopo. Come faremo a risollevarci da questa catastrofe? Saremo migliori o ricominceremo con la stessa incoscienza a segare il ramo sul quale siamo sospesi? Allora non dimentichiamo che mentre ci poniamo queste domande, la distruzione degli ecosistemi e della biodiversità si è (forse) solo un pò ridotta per la sosta forzata ma non di meno prepara il terreno al prossimo spillover o al prossimo patogeno che, parafrasando lo scrittore David Quammen, si diffonderà "come polvere che si solleva dalle macerie". Se tutto andrà bene avremo 8, 10 anni di tregua, prevedono gli epidemiologi. Negli ultimi decenni la frequenza delle epidemie zoonotiche sta aumentando. Già nel 2010 uno studio pubblicato su Nature affermava che deforestazione e distruzione di habitat naturali sono la causa di almeno la metà delle zoonosi emergenti (oltre che del global warming). In Occidente i piani di emergenza per il coronavirus in arrivo sono risultati molto carenti. Ritengo che l'emergenza in atto rischia di essere solo una pallida anticipazione di quello a cui andiamo incontro anche per gli effetti drammatici del surriscaldamento globale. Contro un patogeno o il global warming ritengo non ci si possa neppure arrendere: la difesa (con perdite) può essere fatta solo a costo di sconvolgimenti simili o peggiori di questo che stiamo vivendo. A mio parere la metafora della guerra non funziona, a meno che non ammettiamo che la guerra la stiamo facendo noi al pianeta. Ora il prezzo da pagare è molto alto anche per chi fra noi non ha responsabilità diretta. Per gestire una situazione più o meno permanente di emergenza dovremmo subire limitazioni alla nostra libertà di movimento e non solo: controllo sui nostri spostamenti, assorbimento di enormi risorse economiche per la costruzione e l'adattamento di strutture sanitarie e attrezzature specialistiche, per la produzione di farmaci e vaccini, in una estenuante rincorsa a contrastare nuovi patogeni sconosciuti o mutanti. Il passaggio di un agente patogeno da una specie ospite all'altra è un fenomeno in parte provocato dall'alterazione degli ecosistemi a opera dell'uomo. O siamo sempre noi che prepariamo il terreno a pericolose infezioni (influenza aviaria, influenza suina, infezioni antibiotico-resistenti) con pratiche zootecniche di sfruttamento intensivo. Se vogliamo evitare di combattere fino allo sfinimento con altre emergenze peggiori in un prossimo futuro, sostengo che dovremmo prima di tutto finirla di devastare e rapinare il pianeta che ci ospita, imparare il rispetto degli animali, cominciare a recuperare gli habitat distrutti e consumare (non sfruttare) le risorse naturali nei limiti consentiti, senza rubarle alle generazioni future. E ricordarci che, come ha scritto Yuval Noah Harari, "la non sostenibilità è un lusso che non ci possiamo permettere".

 

Opportuno il lavaggio di strade e piazze, magari con il disinfettante - Sara Vianello - lo dico al Piccolo

Questo inverno è stato scarso per pioggia e bora, ma nelle ultime settimane la bora ha fatto il suo ingresso in città. Mentre la pioggia è mancata.Il tutto in concomitanza della pandemia. Il Comune di Trieste, come già fatto da quasi tutti i comuni nel nord Italia, dovrebbe provvedere al lavaggio delle strade della città, magari utilizzando qualche soluzione disinfettante leggera.Il momento sarebbe propizio, visto la mancanza di traffico e i parcheggi del centro quasi tutti vuoti.

 

 

 

 

ALTROCONSUMO.it - GIOVEDI', 9 aprile 2020

 

 

5G: che cos’è e perché non c'è da allarmarsi

Il 5G è la tecnologia di rete mobile che si prepara a superare l'attuale 4G LTE. Al momento è in fase sperimentale in alcune città. Abbiamo fatto le prime prove sul campo: la rete è ancora instabile, ma come funzionerà e quali i pro e i contro che potrebbe comportare in futuro? Tanti i timori sui pericoli per la salute, persino rispetto a una sua possibile correlazione con la diffusione del coronavirus: ma non fatevi allarmare da tutto ciò che si sente dire. Abbiamo analizzato gli studi più citati a riguardo.
L'Italia si sta preparando a quella che viene definita la "rivoluzione" del 5G. Ma, mentre le sperimentazioni di questa nuova tecnologia di connessione mobile sono già in corso, circolano anche grandi timori sui rischi che potrebbe comportare per la salute pubblica. Ecco cos’è il 5G e perché non bisogna allarmarsi.
Cos'è il 5G
Con il termine 5G si indicano tecnologie e standard di nuova generazione per la comunicazione mobile. Questa “quinta generazione”, che segue le precedenti 2G, 3G e 4G, è quindi la tecnologia di connessione che utilizzeranno i nostri smartphone, ma anche e soprattutto i tanti di oggetti connessi (IoT, Internet of things) intorno a noi, destinati a essere sempre più numerosi (elettrodomestici, auto, semafori, lampioni, orologi…). Una delle caratteristiche principali di questa rete è, infatti, proprio quella di permettere molte più connessioni in contemporanea, con alta velocità e tempi di risposta molto rapidi.
Non si tratta, inoltre, della semplice evoluzione dell’attuale rete 4G, perché ha caratteristiche tecniche completamente diverse, non solo per la quantità di banda più ampia e per la velocità; si tratta proprio di un modo diverso di gestire le comunicazioni e la copertura, con frequenze, antenne e tecniche di trasmissione dei dati differenti rispetto al passato.
Quando arriverà il 5G
L'implementazione della rete 5G sta attraversando una fase sperimentale solo in alcune città, il lancio sul mercato vero e proprio - con copertura e servizi maggiori - dovrebbe avvenire nel 2020. Al momento, per le sperimentazioni, Vodafone sta coprendo Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli. TIM è presente a Torino, Genova, San Remo, San Marino, Bari e Matera. Wind Tre ha puntato su alcune città, come Prato e L’Aquila. Iliad sembra sui blocchi di partenza. Tim e Fastweb promettono diffusione a tutti entro il 2020, Vodafone sul sito prevede una copertura del territorio italiano, progressivamente nelle principali città, nel corso dei prossimi anni.
Vantaggi e svantaggi
Rispetto alle precedenti tecnologie, permette maggiore velocità di trasmissione, tempi di risposta (latenza) più rapidi e la possibilità di gestire un numero molto superiore di connessioni in contemporanea.
Per quanto riguarda la velocità, potenzialmente il 5G può arrivare fino a 10 Gigabit per secondo. La prospettiva più accreditata ipotizza però una velocità 10 volte più elevata rispetto al 4G. Se quindi, per fare un esempio, consideriamo di passare dai 25 megabit al secondo del 4G ai 250 megabit al secondo del 5G, si potrebbe scaricare un cd audio (700 megabyte) in una ventina di secondi, contro gli attuali 4 minuti.
Le prestazioni saranno superiori soprattutto in termini di latenza, cioè di tempi di risposta al comando dato all’oggetto connesso (ad esempio, se pensiamo alle auto connesse, è il tempo che trascorre tra quando un sensore per la strada che indica lo stop trasmette all’auto il comando di fermarsi e il momento in cui l’auto effettivamente si ferma). Questo tempo di risposta scenderà a 1-10 millisecondi, circa 10 volte meno degli attuali 50-100 millisecondi del 4G (e questo è uno degli aspetti considerati più importanti per i nuovi servizi digitali che si pensa di sviluppare).
Il fatto che gran parte del lavoro, nelle reti 5G, sia fatto dal sistema di antenne e non dall'hardware dello smartphone, potrebbe anche comportare un notevole risparmio energetico, con una maggiore durata delle batterie dei device.
I veri cambiamenti per le persone, però, non saranno solo relativi alla velocità e alle prestazioni dei loro dispositivi, saranno legati soprattutto ai potenziali nuovi servizi possibili.

Il 5G: effetti sulla salute
Nonostante il panico scatenatosi intorno al 5G (si teme sarà causa di varie malattie, ad esempio tumori), al momento non ci sono dati che permettono di escludere o confermare che questa nuova tecnologia abbia effetti dannosi per la salute o meno (non ci sono risposte chiare e definitive neanche sulle tecnologie precedenti, figuriamoci sul 5G che è ancora agli albori). Per poter valutare i potenziali effetti negativi sulla salute del 5G possiamo però rifarci alle prove disponibili sugli effetti delle emissioni legate a 2G e 3G, cercando di ipotizzare cosa possa verificarsi in conseguenza di esposizioni differenti. Ma anche in questo caso, serviranno anni di studi dalla sua diffusione per avere risposte chiare. Quello che sappiamo fino ad ora, però, rassicura più che allarmare: il 5G viaggerà sì su frequenze più elevate rispetto a 2G, 3G e 4G (e questo è uno degli elementi che spaventa), ma la rete di antenne, in realtà, utilizzerà segnali dotati di potenza inferiore (spieghiamo in seguito perché). Inoltre resta fermo il fatto che, anche se a frequenze maggiori, la capacità di penetrazione di queste onde nei tessuti umani rimane sempre molto bassa e limitata agli strati superficiali della pelle, mancando anche l’energia necessaria per causare un danno al Dna. Con una rete di questo genere, per la capillarità delle antenne del 5G, l’intensità dei segnali necessari e le frequenze utilizzate, viene da pensare a un’esposizione limitata e dagli effetti negativi paragonabili o addirittura inferiori a quelli derivanti dall’uso di tecnologie precedenti.

Conclusione: le onde elettromagnetiche sono pericolose?
Sulle onde elettromagnetiche emesse con il 5G, come dicevamo, non ci sono ancora dati che permettono di capire se ha effetti dannosi. Ci sono dati validi, riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale, sull’esposizione alle frequenze di 2G e 3G, dati che non danno ancora risposte definitive e che, comunque, non possono essere trasferite in automatico sul 5G (antenne e frequenze sono molto diverse).
Si tratta, comunque, di analisi da cui emerge un quadro contraddittorio, ma tendenzialmente non preoccupante. Alcuni studi di tipo caso-controllo (basati sul confronto tra malati e sani rispetto al tipo di esposizione che hanno avuto in passato) hanno rilevato un lieve aumento del rischio di tumori cerebrali e del nervo acustico nelle persone con un uso elevato e prolungato del cellulare (non si parla di antenne), mentre altri studi epidemiologici (considerati più chiari nelle conclusioni perché verificano nel tempo l’emergere dei casi), ci dicono che da prima dell’arrivo del cellulare ad oggi non c’è stato un aumento significativo dei tumori ascrivibile all’uso del cellulare. Lo Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) sulla base di queste analisi, ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come cancerogeni di gruppo 2B, ovvero come "possibilmente cancerogeni": è il livello più basso di rischio, usato quando ci sono prove limitate. Sulla base di quello che vediamo, quindi, non dobbiamo preoccuparci particolarmente; ma per evitare qualsiasi tipo rischio anche solo potenziale, è sempre meglio adottare alcuni semplici accorgimenti in modo da ridurre l’esposizione di testa e corpo alle emissioni dei cellulari. E bastano davvero pochi centimetri perché il livello di esposizione si riduca drasticamente.

Stefania Villa

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 9 aprile 2020

 

 

Dopo 123 anni di attività si spengono gli impianti della Ferriera di Servola
All'alba l'ultima colata dell'altoforno, atto finale dello stop all'area a caldo - L'amarezza degli ex operai. «Un delitto chiudere così, la politica ha grosse colpe»
«Quanto durerà la Ferriera? Non è facile dirlo. Personalmente la amo e spero che riesca a non chiudere mai; ma i triestini di oggi hanno una spiccata tendenza al suicidio della loro città». Così scriveva nel 2010 Aldo Raffaello Stura nella prefazione al libro "Omo de fero", sottotitolo: "Sotto la bianca fumata della Ferriera di Servola" (Luglio Editore). Lo stop decisivo, monitorato dall'Arpa, è avvenuto ieri dopo un'agonia di 5 giorni. L'area a caldo è stata spenta definitivamente, all'alba, dopo l'ultima colata dell'altoforno. Ma in realtà la Ferriera ha cessato di vivere il 28 marzo alle ore 13.37 con l'ultima sfornata della cokeria e con gli operai che lanciano nel carbone incandescente i loro caschetti di lavoro.«Una grande tristezza. Un sentimento comune con tutte le persone che anno lavorato in quella fabbrica. Mi ha telefonato l'ex direttore al tempo della Pittini. Sono tutti dispiaciuti di come sono andate le cose», attacca Roberto Decarli, ex consigliere comunale, 32 anni passati alla Ferriera, nato a Servola da madre servolana. «La cosa incredibile, dal punto di vista politico, che a tutt'oggi non abbiano ancora firmato l'accordo di programma. Parlano e basta. É andato male tutto. Questa cosa è capitata anche in un momento triste per tutto il Paese. Con la pandemia in corso la chiusura di una fabbrica storica per Trieste rischia di passare inosservata. Non si è potuto fare niente. Neanche un incontro pubblico». Una storia lunga 123 anni finita in un lampo e già dimenticata. «Mi è piaciuta la proposta dell'ex assessore Umberto Laureni di aprire lo stabilimento alla città come è avvenuto alle Acciaierie di Cornigliano (Genova) nel 2005 - continua Decarli -. Qualche tempo fa, prima che esplodesse il virus, ho incontrato il direttore dello stabilimento Vincenzo Dimastromatteo e gli ho chiesto di fare un giro per l'impianto per vedere se riusciamo a salvare qualche pezzo che può raccontare la storia della fabbrica. Speriamo, che superata questa emergenza si riesca a fare a qualcosa. Non vorrei che venisse tutto rottamato in silenzio. Si rischia di buttare via storia, umanità e lotte di tanti lavoratori. É importante salvaguardare almeno la memoria».Non si tratta solo di archeologica industriale. «Nel caso della Ferriera c'è un intero rione in gioco. Servola era una collina di contadini e pescatori - spiega Decarli -. Con l'avvento della Ferriera si è sviluppato e collegato alla città. Oggi è un rione morto, un cadavere. É tutto chiuso. E non per il coronavirus. É il risultato di vent'anni di lotta del sindaco Dipiazza e della destra triestina contro la Ferriera. Hanno voluto chiudere tutto per un pugno di voti. Una bruttissima pagina della politica triestina. Molti di quelli che si sono opposti alla Ferriera non sono servolani».Un delitto, anche secondo Osvaldo Bianchini, che ha lavorato come impiegato tecnico fino al 1989 dirigendo una squadra della fonderia: «Mio padre fa lavorato dal 1935 fino alla pensione. Io sono entrato dopo il servizio militare in marina. Con la Ferriera ha mantenuto la famiglia. Non era facile il lavoro in fonderia, ma c'era una grande solidarietà tra i lavoratori. Un'umanità vera. Eppoi la fabbrica era tutto. Andavamo con mia mamma a fare la spesa allo spaccio aziendale- racconta Bianchini -. Resta il fatto sono entrato dopo il servizio militare in marina, mi hanno assunto come perito».«Non riesco a digerire questa chiusura. La Ferriera è stata chiusa per raccattare un po' di voti. I primi 100 anni non ci sono mai stati problemi. Hanno montato tutta la città contro la Ferriera - spiega Bianchini -. Il sindaco ci ha paragonato a un "cancro". E pensare che Servola non esisterebbe senza la Ferriera. Sotto l'Austria nessuno si lamentava e c'erano tre altoforni in funzione. C'era anche una canzone che diceva: "Ti col mus, mi col tram / 'demo a Servola doman"». Il rione più attrattivo di Trieste grazie alla Ferriera.«Sono un nostalgico ex altofornista, ho lavorato per ben 27 anni in quel impianto della Ferriera di Servola e da 35 anni sono in pensione - scrive Alessandro Vidoli -. Io, che ho vissuto giorni e notti in quella area dell'impianto, mi sento un po' "mutilato", sono come uno che ha perso un amico. Ho iniziato a lavorare alla Ferriera nel 1957 e allora essere destinato all'altoforno era come lavorare nell'inferno dei vivi».Ma c'è anche chi, pur con il magone, è convinto che il destino dell'area a caldo fosse segnato da tempo. La Ferriera era da un decennio un impianto morente. «Doveva finire così. Il primo a preventivare la chiusura dell'area a caldo è stato Arvedi quando è arrivato. Ma è da decenni che la Ferriera era uno stabilimento di servizio alle altre acciaierie italiane. Negli anni migliori noi facevano le lingottiere per Taranto», spiega Waldy Catalano, ex segretario provinciale della Cgil, che, prima di approdare al sindacato rosso, ha lavorato in cokeria per 12 anni, dal 1970 al 1982. «Certo, resta un po' di magone. É stata la fabbrica di mio nonno e poi di mio padre. E un pezzo della mia vita che si chiude - aggiunge Catalano -. Ero bambino che a casa arriva per l'inverno il carbone della Ferriera. E l'estate c'erano le colonie. E poi quando andavi in banca e nominavi Italsider ti stendevano il tappeto rosso. Così mi sono sposato subito dopo il militare e senza preparativi. La Ferriera, con tutte le sue contraddizioni e il suo impatto ambientale, ha segnato lo sviluppo di questo territorio. A Trieste c'erano due fabbrica forti: l'Aquila e l'Italsider. La Fincantieri veniva un gradino dopo». Per questo anche lui appoggia l'idea di Laureni. «É importante che resti una memoria di quello che ha rappresentato la Ferriera per sviluppo di questo territorio» aggiunge Catalano. All'ex caporeparto Giorgio Damiani, da 25 anni in pensione, «fa male vedere la Ferriera che sparisce». «La nostra generazione è stata più fortunata - ricorda -. Fino alla pensione abbiamo potuto mantenerci, dando sicurezza alle nostre famiglie. Ora siamo arrivati alla fine di un percorso costellato di scelte politiche sbagliate fin dagli anni '80».«Gli albori del Novecento la città veniva illuminata dal gas della Ferriera, il nuovo millennio si annuncia anche all'insegna dell'energia elettrica che sarà prodotta dalla sua centrale. Sono legami sottili quanto fervidi, ai quali piacerebbe sposare un domani denso di speranze. Decisivo sarà "lavorare assieme": perché, com'è stato scritto, le grandi speranze sono la prova dei grandi amori». Così scriveva a fine 1997 Riccardo Illy, sindaco di Trieste, nella prefazione al libro "Ferriera 1897-1997" in occasione della mostra del Comune per il centenario della Ferriera di Servola. Ma anche i grandi amori finiscono. E non resta che consolarsi con la lingottiera "Eva" piazzata sulle Rive alla fine di Corso Cavour all'imbocco del Canale del Ponterosso. «L'impianto fu per 25 anni fra i più grandi e moderni del mondo. Viene dismesso all'inizio degli anni '90, superato da nuove tecnologie. Le maestranze posero a ricordo delle ricorrenti lotte per il proseguimento della tradizione siderurgica cittadina», si legga sulla targa affissa sulla lingottiera prodotta nel 1964 dalla Fonderia della Ferriera di Servola. Quasi un necrologio. La cronaca di una morte o annunciata.

Fabio Dorigo

 

Nove denominazioni in oltre un secolo di vita
L'inizio il 24 novembre 1897 (prima colata) con il nome di Kranische Industrie Gesellschaft, sede a Lubiana. Dagli anni '20 del Novecento Società Alti Forni e Acciaierie della Venezia Giulia, quindi Ilva, Italsider, Nuova Italsider, Terni, Altiforni e Ferriera di Servola, e infine Servola Spa dopo essere entrata nell'orbita del gruppo Lucchini. La fine, ieri, 8 aprile 2020, come Siderurgica Triestina (gruppo Arvedi).

 

L'accordo chiave ancora in alto mare e le incertezze sulla riconversione
Il cuore della Ferriera si è fermato alle prime ore dell'alba. Da adesso a Trieste non si produrrà più ghisa: una svolta storica, che sta avvenendo in sordina a causa dell'emergenza coronavirus e che lascia nell'incertezza quasi seicento famiglie. Tante quante i dipendenti triestini del gruppo Arvedi, che ancora attendono le garanzie del mai firmato Accordo di programma: la Regione aveva annunciato la ripresa degli incontri istituzionali, ma questi sono spariti dai radar sine die. Il ministro Stefano Patuanelli non comunica sul tema da settimane, dopo aver sempre detto che non ci sarebbe stato spegnimento senza intesa fra azienda e soggetti pubblici e privati. L'area a caldo ha cessato la sua funzione, ma la riconversione è ferma e la clessidra comincia a contare il tempo della cassa integrazione che coprirà parte degli stipendi dei lavoratori durante la trasformazione dell'area. Nove settimane di trattamento eccezionale Covid-19, probabilmente raddoppiate con prossimi atti del governo, cui seguiranno 24 mesi di cigs e un possibile allungamento di altri 12, qualora il percorso di bonifica e trasformazione logistica non riuscisse a compiersi. Cosa probabile, visto il rallentamento imposto dall'epidemia, la complessità dell'operazione e la lentezza burocratica italiana.L'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro assicura che oggi, con due giorni di ritardo sul cronoprogramma, «si chiuderà l'era della ghisa a Trieste, con la conclusione dell'operatività dell'altoforno». Le operazioni sono cominciate dalla cokeria e toccano ora l'ultimo e più simbolico ramo della produzione: tutto svolto «con la massima professionalità dal personale della società e di tutti gli enti di controllo», sottolinea Scoccimarro, evidenziando che «al momento non si sono verificati incidenti né danni ambientali: la messa in sicurezza passiva dovrebbe completarsi entro sabato».L'esponente della giunta Fedriga ammette che l'iter della firma dell'Accordo di programma è impantanato e con esso le certezze sul futuro della zona e sulla difesa dei livelli occupazionali. «Abbiamo ricevuto 10 giorni fa l'ennesima bozza e la preallerta di una riunione - spiega - ma presumo che l'emergenza Covid abbia fatto cambiare programmi al Mise». Patuanelli preferisce non commentare, preso dalle urgenze del sistema produttivo nazionale, ma messo in difficoltà dalla mancata definizione della trattativa sul passaggio dei terreni da Arvedi a Piattaforma logistica srl e dell'entità dei finanziamenti messi a disposizione da Mise e Regione. Aspettano i lavoratori e una città che spera di non dover convivere con un rudere d'acciaio e terreni inquinati da mettere in sicurezza.

D.D.A.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 8 aprile 2020

 

 

Si spegne oggi l'area a caldo a 123 anni dalla prima colata - la dismissione della ferriera
Oggi a Servola finisce una storia iniziata 123 anni fa. Era il 24 novembre 1897 quando la Ferriera produsse la prima di una lunga serie di colate di ghisa. Lo spegnimento definitivo dell'area caldo è previsto per oggi. E potrebbe, come si legge sul sito dell'Arpa, terminare con gli effetti speciali: «Prosegue la marcia dell'altoforno in regime ridotto. Nelle ultime 12 ore circa di funzionamento dell'altoforno potrebbero verificarsi degli effetti visibili o percepibili all'esterno con la possibile apertura delle valvole Bleeder o l'accensione delle torce di emergenza». Il diario dello spegnimento della Ferriera di Servola è riportato appunto sul sito dell'Arpa. Le procedure di fermata dell'altoforno di Servola sono iniziate venerdì scorso. Un procedimento a tappe. Tali passaggi (prefermata dal 3 aprile e a seguire marcia ridotta fino alla fermata definitiva prevista come detto per l'8 aprile) costituiscono la fase terminale della chiusura dell'area a caldo. Il processo si è suddiviso in cinque fasi: il montaggio di alcuni specifici componenti coinvolti direttamente in questa procedura, l'ultimo caricamento dell'altoforno, operante già in regime di marcia ridotta; l'effettuazione dell'ultima colata, la fermata dell'impianto di agglomerazione, lo stop finale della caldaia del generatore di vapore ausiliario. Determinate operazioni erano già state ripetutamente attivate in passato in occasione delle fermate per la manutenzione ordinaria dell'altoforno. La cokeria, invece, non veniva spenta da oltre 20 anni. Lo spegnimento dell'altoforno ha avuto un effetto ritardato sulla partenza della cassa integrazione in deroga con la motivazione del Covid-19 per i 580 lavoratori della Ferriera. La misura, prevista dal decreto Cura Italia a sostegno delle aziende per fare fronte all'emergenza coronavirus, avrà una durata di nove settimane e partirà da domani.

Fa.Do.

 

 

 

 

greenreport.it - MARTEDI', 7 aprile 2020

 

 

L’inquinamento atmosferico incrementa la mortalità di Covid-19: la conferma da Harvard

I risultati in una ricerca guidata dall’italiana Francesca Dominici
«L’aumento di solo 1 μg/m3 di PM2.5 è associato ad un aumento del 15% nel tasso di mortalità da Covid-19»

Anche solo un piccolo aumento nell’esposizione a lungo termine all’inquinamento da PM2.5 porta a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19, la malattia dovuta al contagio da coronavirus Sars-Cov-2: se lo studio pubblicato ieri da tre ricercatori italiani ha messo in relazione la letalità della malattia con l’esposizione all’inquinamento atmosferico presente nel nord del nostro Paese, stavolta la conferma arriva – ancora una volta grazie a una ricerca a guida italiana – anche per quanto riguarda gli Stati Uniti.
Lo studio Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States è stato condotto da un team internazionale in forze all’Università di Harvard e vede come autore senior Francesca Dominici, in qualità di co-direttrice di Harvard Data Science. I ricercatori hanno preso in esame dati raccolti in circa 3mila contee degli Usa coprendo il 98% della popolazione statunitense, dai quali emerge che «l’aumento di solo 1 μg/m3 di PM2.5 è associato ad un aumento del 15% nel tasso di mortalità da Covid-19». Si tratta di un incremento 20 volte più significativo rispetto a quello riscontrato in un precedente studio dagli stessi ricercatori, relativo all’aumento di mortalità per tutte le cause a seguito dell’esposizione a lungo termine di inquinamento da PM2,5.
Le polveri di dimensione inferiore a 2.5 µm – ovvero il PM2.5 – sono una delle principali fonti di inquinamento atmosferico presenti anche in Italia (in immagine i dati più aggiornati forniti dall’Agenzia europea dell’ambiente), dove si registra il secondo più alto numero di morti premature per questa fonte in tutta Europa: 58.600 solo nel 2016. Le principali fonti d’inquinamento da PM2.5, almeno in Italia, sono gli impianti di riscaldamento nel settore civile (commerciale, istituzionale e residenziale), seguiti da fattori come i trasporti e gli allevamenti intensivi.
«Sebbene l’epidemiologia di Covid-19 sia in evoluzione – precisano i ricercatori – abbiamo osservato che esiste una grande sovrapposizione tra le cause di decesso dei pazienti Covid-19 e le malattie che sono legate all’esposizione a lungo termine al particolato fine (PM2.5)», che influisce negativamente sul sistema respiratorio e cardiovascolare. Anche in Italia, del resto, in larga parte dei decessi da Covid-19 sono presenti simili comorbidità.
«I risultati di questo documento suggeriscono che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico aumenta la vulnerabilità al verificarsi degli esiti più gravi di Covid-19 (come il ricovero in ospedale e la morte in terapia intensiva, ndr). Questi risultati si allineano alla relazione nota tra l’esposizione al PM2.5 e molte delle comorbidità cardiovascolari e respiratorie che aumentano notevolmente il rischio di morte nei pazienti Covid-19. Sono anche coerenti con i risultati secondo cui l’esposizione all’inquinamento atmosferico ha aumentato notevolmente il rischio di morte durante l’epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (Sars) nel 2003, causata da un altro tipo di coronavirus. Questo studio – concludono i ricercatori – fornisce un motivo per estese indagini di follow-up man mano che saranno disponibili dati Covid-19 sempre più e di qualità più elevata».

Luca Aterini

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 7 aprile 2020

 

 

Caldaie o stufe vecchie nelle abitazioni: il 68% delle emissioni di Pm10 viene da lì
Il rinnovo degli impianti di solito si effettua dopo la metà di aprile ma l'emergenza sta creando problemi per il via ai lavori
A Trieste l'incidenza degli impianti di riscaldamento domestico sull'immissione totale di Pm10 nell'aria è, secondo gli ultimi dati Ispra, superiore a quella generata dal trasporto su strada o dall'attività industriale. L'impatto sull'inquinamento di caldaie, stufe, caminetti in città è pari al 68%, quando i mezzi di trasporto su strada incidono per l'8% e l'industria per il 13%. Un dato superiore alla media nazionale che si attesta intorno al 60%, e determinato in larga parte dalla vetustà degli immobili in città. Basti pensare che l'80% delle abitazioni condominiali di Trieste è stato costruito prima del 1970. Oltre metà degli edifici dove vivono le famiglie triestine risulta composta da palazzi energivori, con dispersioni termiche rilevanti, impianti di vecchia concezione, in alcuni casi alimentati ancora a gasolio. Il report di Ispra "Qualità dell'ambiente urbano", che monitora le diverse fonti di emissioni di Pm10, evidenzia come, tra il 2005 e il 2015, a Trieste quella rappresentata dai riscaldamenti sia stata l'unica a crescere, del 59% per l'esattezza. «I benefici fiscali, gli ecobonus, pari oggi al 65% per le spese documentate relative ad interventi di riqualificazione energetica degli edifici - spiega Giorgio Golinelli, amministratore delegato di AcegasApsAmga Servizi Energetici (Ase), società che interviene sull'efficienza energetica dei condomini con riscaldamento centralizzato - hanno spinto negli ultimi anni molti condomini a decidere di avviare gli interventi utili a rendere gli immobili dove vivono più performanti dal punto di vista del riscaldamento con, ad esempio, la sostituzione dei gruppi caldaia, il rinnovo degli infissi o la realizzazione di cappotti esterni». Lavori di riqualificazione importanti che si avviano dopo la metà di aprile, quando con lo spegnimento degli impianti di riscaldamento termina la cosiddetta "stagione termica". L'emergenza coronavirus, quest'anno, sta però imponendo agli amministratori stabili anche di Trieste una corsa contro il tempo per riuscire a far deliberare dalle assemblee l'esecuzione dei lavori di riqualificazione energetica degli immobili. Le assemblee, in questo caso, sono sempre straordinarie visto che l'intervento sullo stabile è rilevante e, di conseguenza, prevede un impegno di spesa importante. «Servirebbe - evidenzia Attilio Lombardo, titolare della Gestionistabili - che un decreto del Governo riconosca, almeno per questo periodo di emergenza, la validità delle assemblee effettuate attraverso piattaforme informatiche, altrimenti non sarà possibile approvare l'avvio dei lavori, con un danno importante nei prossimi mesi per l'indotto di molte aziende artigiane». «La riqualificazione termica, a seconda delle condizioni di partenza dell'immobile - spiega Golinelli -, può portare a risparmi rilevanti, nell'ordine anche del 70-75%, che ovviamente si riversano sia in bolletta che nel miglioramento della qualità dell'aria». Per sostenere le consistenti spese, alcune società sono oggi in grado di anticipare ai condomini la totalità del credito fiscale maturato per l'intervento, grazie alla cessione del credito d'imposta. «In questo modo - specifica Golinelli - le famiglie possono beneficiare immediatamente della totalità del vantaggio fiscale che viene detratto dall'investimento iniziale. Sarà, nel nostro caso, poi Ase in 10 anni a riscuotere il credito ceduto dalle famiglie. Il Decreto Salva Italia, previsto per metà aprile, potrebbe portare tale detraibilità dal 65% al 100%». Ora la società del gruppo Hera riserva anche un trattamento personalizzato per la singola famiglia del condominio, che sarà libera di scegliere se cedere o meno il proprio credito d'imposta (65% dell'importo) ad Ase e di rateizzare anche il restate 35%.

Laura Tonero

 

 

Area a caldo della Ferriera: ultima tappa dopo 123 anni
Si chiude domani una della pagine più importanti della storia industriale di Trieste - L'ex assessore Laureni: apriamo l'impianto alle visite come a Genova nel 2005
The End. Fine. Domani, 123 anni dopo, al termine di lunghe battaglie politiche, si spegne definitivamente l'area a caldo della Ferriera di Servola. E l'impianto siderurgico diventa freddo come la "Siberia", il soprannome che si era conquistato a inizio del Novecento per le condizioni di lavoro che offriva. L'operazione di spegnimento, avviata venerdì scorso (3 aprile) con la fermata dell'altoforno dell'impianto di agglomerazione, termina domani. Era il 24 novembre 1897 quando l'impianto siderurgico tecnologicamente avanzato produsse la prima colata di ghisa. Un gioiello nato sotto l'Austria da un progetto avviato nel 1894, quando la Krainische Industrie Gesellschaft (Kig), su suggerimento della ditta Eulambio di Trieste, costruì l'impianto di Servola.Non è solo una fabbrica che chiude, è un pezzo fondamentale della storia di Trieste che si conclude. «Comunque la si guardi, quali che siano la nostra sensibilità e il nostro vissuto, c'è una storia importante dietro i 123 anni dell'area a caldo della Ferriera, di cui si sta avviando la chiusura definitiva. È una storia che andrebbe in qualche modo conservata», racconta l'ingegner Umberto Laureni, assessore comunale all'Ambiente con il sindaco Roberto Cosolini, che conosce a fondo questa incredibile storia industriale. «Semplicemente ripercorrendone alcune tappe, ci si accorge che c'è una grande storia dietro alla Ferriera e ai 123 anni della sua area a caldo - spiega Laureni -. Storia industriale complessa, ma anche umana, dell'evoluzione di un rione (Servola), di diritti pretesi, di fuoco, di malattie, di dignità del lavoro. Oggi che le tensioni si sono stemperate, sarebbe bello riscriverla quella storia. Con un libro a più voci, pieno di immagini, che sopravviva agli impianti».Ma non solo. «Si può forse fare qualcosa d'altro - aggiunge l'ingegnere con la passione della tutela ambientale - . Quando nel 2005 a Genova si chiuse definitivamente l'area a caldo delle Acciaierie di Cornigliano, e si mantenne attivo solo il laminatoio a freddo, la città fu invitata a visitare gli impianti oramai spenti. Se la pandemia e se i tempi del piano di demolizione lo consentiranno, possiamo ipotizzare nel futuro qualcosa di simile per l'area a caldo di Servola, prima che gli impianti vengano smantellati? Possiamo chiedere che si organizzino visite guidate per gruppi, con il supporto di chi ci ha lavorato? E fare in modo che la città, i giovani sopratutto, possano avvicinarsi agli impianti oramai chiusi, quasi toccarli con mano, intuire almeno quella che doveva essere stata la fabbrica del ferro e del fuoco?». Domande che, una volta smaltita l'emergenza Covid-19, dovrebbero trovare una risposta positiva. Si spera. «Per il borgo di contadini e di pescatori di Servola la Ferriera aveva avuto un prevedibile, traumatico impatto ambientale e sociale. Con la fabbrica, vissuta come "colosso in un piccolo villaggio", era iniziato un rapporto complesso e conflittuale», ricorda Laureni.Ma non fu sempre così. «Talvolta il rapporto città-Ferriera fu positivo - ricorda ancora Laureni -. Il tardo pomeriggio del 18 novembre 1994 Trieste aveva manifestato compatta a difesa della Ferriera e contro la sua ventilata chiusura, facendo catena umana da Servola fino a piazza Unità». Una catena umana che vide in prima fila anche il sindaco di allora, l'industriale Riccardo Illy. Altri tempi, altra storia.

Fabio Dorigo

 

Un mega impianto nato sotto l'Austria col nome "Siberia" nel 1897
«La Ferriera di Servola entra in attività il 24 novembre del 1897 con la prima colata», ne racconta la storia Umberto Laureni. «Serviva tanto ferro per supportare lo sviluppo dell'impero austroungarico, per costruire ponti, ferrovie. La fabbrica era poi progressivamente cresciuta, col suo gas si illuminava la città. Nel 1913 il ciclo siderurgico integrale comprendeva due cokerie, tre altiforni, un forno Martin per l'affinazione, il laminatoio e un corposo impianto per il recupero degli allora preziosissimi sottoprodotti della distillazione del carbone. Nei primi anni del Novecento, per le carenti condizioni di lavoro e per le insalubri condizioni igieniche dei reparti, la Ferriera era stata soprannominata "Siberia". Anche dopo la guerra e fino agli anni Quaranta chi ci lavorava descriveva l'ambiente di lavoro come un inferno».

 

 

Lezioni di ambiente e sostenibilità: pure Acegas si attrezza a distanza
Accessibili online i percorsi didattici che la multiutility ha destinato quest'anno a 500 classi dalle scuole dell'infanzia fino alle superiori
Le scuole sono ormai chiuse da oltre un mese, i ragazzi sono costretti a casa, lontano da compagni e insegnanti, seguono le lezioni a distanza senza sapere quando e se l'anno scolastico riprenderà. AcegasApsAmga, per quanto le compete, ha pensato bene di non abbandonare né gli studenti né i loro insegnanti. I progetti didattici digitali del Gruppo Hera, che erano già in campo, non si fermeranno: "La grande macchina del mondo" e "Un pozzo di scienza", le due iniziative all'insegna dell'educazione ambientale e della divulgazione scientifica, continuano così a essere a disposizione delle scuole. L'emergenza sanitaria ha imposto in effetti una trasformazione delle attività da svolgere in aula in progetti che ora si possono seguire online. Tutti i materiali sono stati resi accessibili da AcegasApsAmga alle oltre 500 classi che vi hanno aderito sul territorio. In linea con le direttive del ministero dell'Istruzione sono previste dunque "aule virtuali", con l'affiancamento di esperti alle attività in rete come modalità per soddisfare le necessità degli istituti scolastici. "La grande macchina del mondo" comprende ben 12 percorsi per le scuole dell'infanzia, le primarie e le medie. I temi toccati sono l'energia, l'acqua e l'ambiente: gli insegnanti si possono avvalere di videolezioni, racconti animati, laboratori, tutorial e anche App con "sfide" interattive su vari argomenti. Si può scegliere la modalità in presenza col docente o quella in piena autonomia: lo studente può anche interagire con i suoi tempi dalla sua postazione. Chi non riesce a collegarsi online può comunque richiedere un kit di contenuti didattici digitali a scelta. Le superiori possono invece sfruttare al meglio il progetto "Un pozzo di scienza". Materiali di approfondimento e di supporto alle attività sono disponibili all'indirizzo www. gruppohera.it/scuole/area_insegnanti/aule_virtuali: vi sono presenti laboratori pratici ("hands-on") e incontri di tipo scientifico ( "science stories") a proposito del concetto di resilienza. Gli studenti avranno di fronte a loro una ricca offerta e anche i docenti potranno ampliare la didattica a distanza, una modalità imprescindibile in un periodo così difficile.

Lorenzo Mansutti

 

Il bollino verde Fvg a Duino Aurisina - E in Comune arriva un esperto gratis
L'ente carsico premiato per le sue politiche ambientali - Un tecnico ad hoc contribuirà ora ai progetti ecosostenibili
DUINO AURISINA. Un importante traguardo, sulla strada della tutela ambientale, è stato tagliato in questi giorni dal Comune di Duino Aurisina. L'amministrazione municipale guidata dal sindaco Daniela Pallotta è risultata infatti vincitrice, alla pari con quella di Trieste capoluogo, del bando regionale destinato alla predisposizione del Piano d'azione per l'energia sostenibile (Paes), al quale hanno partecipato una trentina di comuni del Friuli Venezia Giulia. Il Comune di Duino Aurisina sarà dunque beneficiario di una serie di interventi tecnici finalizzati all'elaborazione del Paesc, il Piano di azione per l'energia sostenibile e l'adattamento climatico. Nella preparazione dei progetti, l'amministrazione sarà affiancata dall'Area Science park. Sul piano concreto, il Comune non riceverà contributi in danaro, ma avrà gratuitamente a disposizione un tecnico del settore, per il periodo di un anno. Da definire sarà la frequenza delle sue presenze negli uffici preposti alla definizione del Piano, ma si partirà da un minimo di un giorno a settimana a crescere. «È con estrema soddisfazione - ha annunciato ieri Pallotta - che rendo pubblico l'arrivo della comunicazione della Regione e, in particolare, della Direzione centrale Ambiente, in base alla quale risulta che il nostro Comune, unitamente a quello di Trieste, è il vincitore. L'adesione al "Patto dei sindaci", elemento propedeutico alla partecipazione al bando e strumento operativo del Paesc stesso, ha consentito alla nostra amministrazione di puntare ancora un volta nella direzione della realizzazione di quelle azioni sostenibili, e concrete, utili a contrastare il cambiamento climatico e abbassare le emissioni di gas serra in atmosfera». «Fin dal nostro insediamento - ha ricordato a sua volta l'assessore all'Ambiente Massimo Romita - abbiamo sempre guardato all'ambiente come a una priorità, avendo ben presente come sia fondamentale mobilitare la società, nelle rispettive aree geografiche, per sviluppare, insieme, un Piano di azione per l'energia sostenibile e l'adattamento climatico. Questo percorso non è iniziato ora o lo scorso anno - ha proseguito Romita - ma ben prima, con l'adesione a numerose iniziative legate appunto alla valorizzazione dell'ambiente nel quale viviamo, ad alcune di turismo lento, ad altre di consapevolezza dell'importanza e del valore derivanti dal fatto di abitare in un ambiente protetto. Basta citare la nostra partecipazione a "Cammino di pace", "Wbr" e "Biosfera", le decisioni in merito alla fruizione della Riserva delle Falesie, la collaborazione con il Wwf, i percorsi in bici, i bus navetta per la Baia, le giornate legate alla salvaguardia dell'ambiente con il coordinamento delle varie iniziative di pulizia del mare presentate all'inizio dell'anno». La presidente della Commissione Ambiente Chiara Puntar (Forza Duino Aurisina) ha spiegato a questo proposito che «nelle riunioni della commissione dedicate a questo tema si è sempre cercato di coordinare le azioni della nostra amministrazione, volte proprio all'ottenimento di risultati concreti a favore dell'ambiente e del territorio. Tra le azioni in questione c'è stata ad esempio l'adesione al progetto con il Comune di Monfalcone finalizzato alla creazione di sistemi di filtraggio ecologico dell'aria nelle nostre scuole. Adesso - ha aggiunto Puntar - inizieremo un percorso che punti a un'ancora maggiore attenzione all'ambiente e che guardi alla riduzione delle emissioni di Co2 in atmosfera. Aderendo al "Patto dei sindaci" - ha concluso la presidente della Commissione Ambiente - ci siamo impegnati a ridurre, entro il 2030, il 40% delle emissioni di gas serra e ad adottare in quest'ottica un approccio condiviso e partecipato».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 6 aprile 2020

 

 

Strade e terreni senza barriere - E l'allarme cinghiali si aggrava - le preoccupazioni della Coldiretti
«Ci sono 20 mila cinghiali in Friuli Venezia Giulia liberi di circolare nelle campagne e nelle aree urbane: danneggiano le colture e mettono a rischio la sicurezza dei cittadini. L'emergenza si è ulteriormente aggravata nelle settimane del coronavirus a causa dell'interruzione dei servizi di controllo della fauna selvatica». L'allarme è della Coldiretti Friuli Venezia Giulia, che, con il suo presidente Michele Pavan lancia anche un appello alle istituzioni, a partire dai prefetti, invitandoli a dare disposizioni per un'operazione di contenimento di animali che stanno devastando i campi proprio nella fase della semina. «La richiesta alle autorità - spiega Pavan - è di consentire alla Regione di avviare un'attività di controllo che consenta alle aziende agricole di assicurare adeguate forniture alimentari in un periodo in cui i raccolti sono ancora più preziosi del solito. Altrimenti, saremo costretti ad aggiungere danno a danno, in una situazione drammatica causa Covid-19».Quella dei cinghiali è una calamità. E Trieste è in testa alla problematica. Un paio di settimana fa c'è stato il grido di allarme del frutticoltore Vicenzo Ferluga, 68 anni, che da mezzo secolo lavora un appezzamento di terra, situato sopra Roiano, nella zona di Pisc'anzi, dotato di circa 600 piante da frutta, che danno soprattutto susine e amoli. «Quello che sta accadendo non l'avevo mai visto prima. Oramai - spiegava Ferluga - sono all'ordine del giorno gli attacchi alle mie piante da parte dei cinghiali, che si avvicinano alla città sempre di più, anche perché si moltiplicano a dismisura. Mediamente mi rovinano dai 30 ai 40 alberi all'anno, cioè più del 5% del totale, con una diretta conseguenza sulla capacità produttiva che, nei tempi migliori, arrivava a qualche decina di quintali di frutta all'anno». E poi la "beffa" della Regione che, come risarcimento, propone «cifre irrisorie e fuori mercato».

Fa.Do.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 5 aprile 2020

 

 

I treni cargo si riprendono la Transalpina

Riattivato ufficialmente il servizio ferroviario lungo la storica linea asburgica che collega Opicina con Campo Marzio
Dopo i primi test avvenuti nelle settimane scorse, è diventato operativo a tutti gli effetti il servizio ferroviario lungo la storica linea asburgica Transalpina: la tratta di collegamento da Villa Opicina a Trieste Campo Marzio e viceversa, che conta un percorso di 14 km, con inoltro dei treni via Rozzol, e una pendenza massima del 25 per mille. Il compito di svolgere il servizio di trazione dei treni merci sulla tratta è stato affidato ad Adriafer. La controllata al 100% dell'Authority giuliana ha infatti ottenuto da Rfi l'autorizzazione al trasporto di convogli cargo, per container da 40 piedi High Cube (HC) lungo il percorso, con l'ammissione in servizio di due locomotori: Siemens E191 elettrico e Vossloh D 100 diesel. Già due i servizi effettuati nelle ultime settimane: venerdì è transitato un treno composto da 20 carri e un carico di 48 container diretto al molo VII, proveniente da Dunajska Streda, in Slovacchia.«Al via un altro importante progetto di ripristino di linee, - ha voluto rimarcare il presidente dell'Autorità di Sistema Portuale, Zeno D'Agostino - che la storia ferroviaria di Trieste ci aveva lasciato e che Rfi ha attuato, per consentire l'esercizio di treni cargo di collegamento del sistema logistico del porto di Trieste, in particolare con l'Interporto a Fernetti». La tratta di Transalpina ripristinata, pur in presenza di qualche limitazione di esercizio, sarà anche un alternativa all'inoltro dei treni merci per Trieste, che oggi privilegiano la linea costiera. Si costituisce così un importante collegamento diretto tra Opicina e la stazione di Campo Marzio, che evita di impegnare la Trieste-Venezia fino a Bivio d'Aurisina. Dal presidente D'Agostino è arrivato infine un ringraziamento alle direzioni di RFI di Trieste e al team di Adriafer, che nonostante l'emergenza del Covid-19, è riuscito ad effettuare i primi treni prova lungo il tratto italiano della vecchia ferrovia asburgica, a cui ne seguiranno altri nelle prossime settimane, compatibilmente con l'evolversi della situazione in corso.

 

 

Sospensione servizio Bike Sharing

Il Comune di Trieste informa che, considerate le misure attualmente in atto per il contenimento e il contrasto all'epidemia da Covid-19 "coronavirus", è stata disposta la sospensione della gestione e manutenzione del servizio di Bike Sharing in città. Le biciclette saranno messe a ricovero e quando sarà opportuno il servizio verrà ripristinato.

 

 

Cosolini apre a Dipiazza e bacchetta le banche - l'intervento su fb dell'ex sindaco
Banche, turismo, misure di contrasto all'emergenza e... mascherine. Sono i temi attorno ai quali è ruotato l'intervento di ieri mattina dell'ex sindaco e attuale consigliere regionale dem Roberto Cosolini, in diretta attraverso la sua pagina ufficiale su Fb. Invitato a dire la sua anche Alexandros Delithanassis: «Possiamo tranquillamente abortire l'idea del Parco del mare - ha confermato il titolare del Caffè San Marco - per venire incontro a tutti quegli attori che stanno ampiamente soffrendo, in primis agli albergatori, categoria che per prima ha lanciato l'idea di una Trieste turistica. Penso anche che la tassa di soggiorno debba essere destinata a tutti coloro che si troveranno in sofferenza nei prossimi mesi».Dopo aver posto l'attenzione sul ruolo del sistema bancario, che per Cosolini «non sta funzionando come dovrebbe», il consigliere dem, sulla questione dei bonus da destinare alla popolazione, ha voluto spezzare una lancia a favore del sindaco Roberto Dipiazza, «che ha visto nell'intervento governativo una base a cui aggiungere altro come è poi avvenuto con il contributo di Allianz. Differente lo stile del sindaco di Monfalcone, Anna Cisint, che poteva magari chiedere a Fincantieri quello che Allianz ha fatto per Trieste». Infine, sull'obbligo di indossare mascherine e guanti per chi entra nei supermercati e nei negozi alimentari, Cosolini è d'accordo «ma solo se ne viene garantita la disponibilità ai cittadini. Non ne discuto l'utilità ma si deve dare la possibilità concreta di applicazione».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 4 aprile 2020

 

 

A Servola - Avviata la fermata dell'altoforno in Ferriera

Al via ieri le procedure di fermata dell'altoforno della Ferriera di Servola. Si tratta di passaggi, specifica l'Arpa Fvg in una nota, che costituiscono la fase terminale dello stop all'area a caldo che verrà definitivamente chiusa l'8 aprile. La procedura prevede anche l'installazione di tutti i dispositivi di protezione necessari.

 

 

Sostenibilità verde - Oltre 200 mila euro al Porto di Trieste

L'Autorità portuale giuliana guida il programma europeo Interreg Italia-Slovenia in partnership con Luka Koper Venezia e la Regione Fvg

È stato di recente avviato Clean berth ("Cooperazione istituzionale transfrontaliera per la sostenibilità ambientale ed efficienza energetica dei porti"). Si tratta di un progetto co-finanziato dal Programma Interreg Italia-Slovenia, con un budget di 880 mila euro, di cui 219.400 a favore del Porto di Trieste, e una durata di 24 mesi. Clean berth sarà guidato dall'Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, e avrà come partner la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, l'Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, l'Università del Litorale e Luka Koper.Obiettivo primario sarà quello di migliorare la performance ambientale di tutti i porti dell'area di programma (Trieste, Monfalcone, Porto Nogaro, Venezia, Chioggia e Capodistria).Sulla base dell'analisi della situazione attuale e utilizzando come benchmark le migliori pratiche europee e internazionali nel settore, i partner di progetto elaboreranno dei piani d'azione per il rafforzamento della sostenibilità ambientale ed efficienza energetica dei porti di propria competenza. Ai piani faranno seguito delle concrete azioni pilota, quali la realizzazione di colonnine per la ricarica di veicoli elettrici, l'installazione di sensori multispettro su droni e radar per individuare la presenza di idrocarburi e inquinanti in mare, la sostituzione di impianti di illuminazione portuale con sistemi a led e l'acquisto di centraline per il monitoraggio dell'inquinamento acustico. L'inquinamento connesso ai trasporti marittimi solo negli ultimi decenni sta venendo a galla, connesso alla gestione via terra dei porti. basta pensare che 11 milioni di tonnellate di CO2 nel 2018, pari al 25% dell'inquinamento dell'intero Mediterraneo solo solo le emissioni della compagnia di trasporti Msc.

 

 

«Sistema rumoroso ma pale ecologiche»
Dal proprietario delle torri anti-brina le scuse a Mariano: «Ci spiace aver creato disagi in queste ultime notti»
Mariano. Contro il gelo primaverile sono entrate per la prima volta in funzione a Mariano le torri di ventilazione dell'azienda vitivinicola "Vie di Romans". Una soluzione fondamentale per salvaguardare i germogli della vite messi a serio rischio dalle eccessive basse temperature di questi giorni, ma il cui utilizzo ha anche creato nella cittadinanza sconcerto e grossi punti interrogativi per l'impatto rumoroso. «Ci dispiace molto -spiega Gianfranco Gallo, titolare dell'azienda - di aver creato disagio durante queste ultime nottate a diverse persone della comunità di Mariano e di Romans a causa dell'utilizzo di un nuovo sistema per scongiurare i danni da gelata ai germogli della vite. In questo momento così difficile per l'emergenza sanitaria, non era nostra intenzione creare un simile stato di inquietudine alle persone già provate per una forte limitazione delle proprie abitudini». Le torri di ventilazione sono state acquistate e posizionate nel 2018 e a tre anni dall'installazione è stata la prima volta che si è resa necessaria la loro utilizzazione per mitigare le temperature. «Storicamente le gelate tardive - evidenzia Gallo - si manifestano una volta ogni dieci anni, ma nell'ultimo decennio, forse a causa dei cambiamenti climatici, la loro frequenza è salita ad una ogni tre anni. È così che noi come azienda abbiamo preso in considerazione di investire seriamente in un sistema di difesa meno inquinante e quindi più sostenibile rispetto a quelli più tradizionali, che prevedevano la combustione di idrocarburi con tutte le implicazioni ambientali connesse. Le torri di ventilazione sono macchine che vengono prodotte da più di 40 anni e sono diffuse in diversi paesi del mondo e a tutt'oggi risultano essere il metodo più incisivo e rispettoso per l'ambiente, unico neo è l'elevato costo che ne giustifica la limitata diffusione nel nostro paese. La loro installazione è avvenuta nel totale rispetto delle norme urbanistiche, anti-incendio e strutturali e abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie prima di procedere alla realizzazione dell'investimento». Le 14 torri di ventilazione disseminate in diversi punti del territorio funzionano grazie a un motore a gpl. «Noi per primi avremmo preferito -specifica Gallo- che l'impatto acustico di questa pratica agronomica fosse di minor rilevanza. Dobbiamo dire che anche questo aspetto è stato preso seriamente in esame, incaricando un tecnico abilitato per eseguire delle misurazioni fonometriche a diversa distanza dalle macchine. I risultati hanno confermato il rispetto degli standard previsti. Certo è che oggi, il vuoto acustico derivante dal fermo di tutte le attività, rende ancora più evidente ciò che in un altro momento storico forse apparirebbe di minor impatto. Avremmo voluto informare la cittadinanza coinvolta prima di questo evento, in modo da non suscitare tutti quegli interrogativi che hanno animato tante discussioni, quindi cogliamo l'opportunità di farlo ora. Mi auguro che queste gelate tardive non siano molto frequenti e se dovessero capitare sarà nostra cura e responsabilità limitare al massimo i nostri interventi per non ledere quella tranquillità ambientale a cui tutti noi aspiriamo».

Marco Silvestri

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 3 aprile 2020

 

 

«Si ricostruisca l'Acquamarina con i soldi del Parco del mare»

Comitati e associazioni reclamano il reimpiego delle risorse destinate all'opera per ripristinare la piscina terapeutica ma anche per sostenere le imprese in crisi

«Si utilizzino le risorse finanziarie destinate al Parco del mare per le imprese in difficoltà e per la ristrutturazione della piscina terapeutica (l'Acquamarina, ndr)». La riconversione del progetto che da 16 anni si aggira per Trieste arriva nel mezzo dell'emergenza sanitaria per coronavirus da un gruppo di realtà associative: Comitato La Lanterna, CamminaTrieste, Triestebella, Legambiente, Wwf e Un'altra città. «Termina in questi giorni l'iter avviato dalla Soprintendenza per la modifica del vincolo apposto sull'area del Molo Fratelli Bandiera nel 1961», spiega infatti il portavoce delle associazioni, l'architetto William Starc: «Nel novembre scorso, dopo la conferenza pubblica al Circolo della stampa, ci eravamo impegnati a evidenziare in un successivo incontro le azioni che si sarebbero intraprese per concorrere alla salvaguardia dell'area circostante la vecchia Lanterna, per non compromettere ulteriormente il sito e renderla fruibile con l'eliminazione dei corpi di fabbrica inutilizzati, precari e abusivi». Purtroppo l'attuale blocco delle manifestazioni non consente di indire un incontro pubblico. Così le associazioni hanno scelto la stampa per rendere note le loro intenzioni sul Parco del mare. «Dopo aver avuto un incontro con il soprintendente, abbiamo inviato agli uffici competenti un documento per esporre dettagliatamente l'opposizione a quanto è previsto dal provvedimento di modifica del vincolo», aggiunge Starc: «Si conviene che è necessario ridare dignità a un'area sulla quale le autorità preposte, nonostante il vincolo vigente dal 1961, non sembra abbiano esercitato i compiti di vigilanza e repressione degli abusi commessi nel corso degli anni. Questo obiettivo non deve essere perseguito attraverso la possibilità di nuova edificazione al posto di quella vecchia usando la cubatura degli immobili abusivi».Alle associazioni non piace dunque la ridefinizione del vincolo. «Nel nuovo dispositivo di vincolo vi sono notevoli margini di discrezionalità che non tutelano sufficientemente la visibilità della Lanterna e la restituzione delle aree adiacenti a una fruizione pubblica», sostengono: «Alle nostre osservazioni la Soprintendenza ha risposto con una nota riconfermando i contenuti del suo provvedimento». E quindi? «Si procederà con un'azione in sede ministeriale per sensibilizzare la sede centrale su quanto sta avvenendo e si sensibilizzeranno le forze politiche per evitare un danno irreparabile a una zona che è stata colpevolmente lasciata nel degrado e che deve tornare a essere un "bene comune"», spiega ancora l'architetto Starc.Nel frattempo viene rivolto «un accorato appello all'opinione pubblica e alle istituzioni competenti per un ripensamento sull'iniziativa relativa al Parco del mare, promossa dalla Camera di Commercio, affinché le risorse di cui essa dispone, frutto dei versamenti degli iscritti e di tutti i cittadini che accedono alla benzina agevolata, siano utilizzate a sostegno delle categorie economiche in estrema difficoltà in questo momento e nell'immediato futuro, una volta cessata la pandemia, e per un intervento, al più presto possibile, di ripristino della piscina terapeutica». I sospetti non mancano: «La demolizione e la ricostruzione in Porto vecchio della piscina terapeutica - conclude Starc - potrebbe essere propedeutica alla realizzazione di parcheggi a supporto del cosiddetto Parco del mare». 

Fabio Dorigo

 

Progetto blindato da un patto di ferro tra le istituzioni - il vertice di gennaio

Il Parco del mare "s'ha da fare". Il progetto del presidente camerale Antonio Paoletti resiste a tutte le intemperie da più di 15 anni. Il 17 gennaio scorso si è tenuta una riunione nella sede della Camera di Commercio durante la quale le istituzioni (Cccia stessa, Comune e Regione) hanno ribadito la validità e l'attualità del progetto da realizzare nell'area della Lanterna. «Andiamo avanti», così nell'occasione il sindaco Roberto Dipiazza. «Siamo concordi e stiamo lavorando per arrivare questo obiettivo», l'eco del governatore Massimiliano Fedriga. «Lavoro sottotraccia, senza grandi annunci, ma non mollo», la promessa di Paoletti.

(fa.do.)

 

 

LO DICO AL PICCOLO - A Roiano, nell'area ex Polizia c'e' posto per posti-auto e verde

Sul Piccolo nei giorni scorsi ho visto il nuovo progetto per la sistemazione dell'area già occupata dalla Polizia di Stato a Roiano.Quello precedente veniva criticato perché non risolveva il problema dei parcheggi del rione. Neppure l'attuale lo risolve. Non entro nella valutazione estetica del lavoro. Più di settanta anni fa l'ingegner Jurcotta, nostro professore di Costruzioni, ci raccomandava di fare sempre progetti funzionali all'uso cui sono destinati. L'estetica è importante, ma molto di più lo è la funzionalità. I progettisti rispettano i desideri del committente. Se viene richiesto un bosco urbano (entro meno di cento metri ci sono campagne e alberi a volontà), loro lo fanno. Se è richiesto un asilo nido (ma è il posto più indicato?) loro lo progettano. Ma l'asilo nido può occupare meno di un terzo della superficie e, negli oltre 5.000 mq residui, anche senza scomodare il Neufert, ci stanno molte macchine, molti alberi e anche una zona verde, ma certo non un bosco. L'area in questione è prossima a due torrenti sotterranei: è opportuno fare un posteggio "seminterrato"? Si sono persi due anni per fare il nuovo progetto. Si faccia ancora uno sforzo per assicurare un numero adeguato di posti-auto, risolvendo almeno parzialmente il problema dei posteggi, oggi così sentito a Roiano.

Ottone Cassano

 

 

Ferriera, da oggi lo stop dell'altoforno

Nei prossimi giorni, nelle ultime fasi della procedura, potrebbero essere visibili le torce d'emergenza accese

«Domani (oggi, ndr) partiranno le procedure di fermata dell'altoforno dell'impianto di agglomerazione e del generatore del vapore ausiliario (Gva) della Ferriera. Tali passaggi costituiscono la fase terminale della fermata complessiva dell'area a caldo». L'annuncio, di portata indubbiamente storica considerato l'impatto che per oltre un secolo ha avuto l'impianto "a caldo" sulla vita di Servola e della città, è stato dato nella giornata di ieri dall'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro.Lo stesso Scoccimarro, nella nota diramata dalla Regione, ha puntualizzato nell'occasione i passaggi del processo di dismissione avviato lo scorso 27 marzo con l'ultimo carico della cokeria. «Se da un lato la cokeria non veniva spenta da oltre 20 anni, dall'altro l'altoforno si tratta di procedure già ripetutamente attivate in passato in occasione delle fermate per manutenzioni ordinarie e straordinarie», ha spiegato l'esponente della giunta Fedriga: «A causa però della delicatezza e della complessità delle procedure necessarie alla fermata in regime di sicurezza, Arpa Fvg ci informa che non è possibile definire in anticipo e con precisione la cadenza temporale delle varie fasi». L'assessore regionale, nel ribadire «l'ottimo operato dell'Agenzia regionale per la protezione dell'Ambiente, che continua il suo lavoro assieme agli altri organi preposti alla supervisione e al controllo delle operazioni di spegnimento», ha reso noto inoltre che «per contenere al massimo gli effetti ambientali e per operare in sicurezza, Acciaieria Arvedi ha predisposto un piano di intervento ad hoc con l'installazione di dotazioni ausiliarie di sicurezza». La stessa Acciaieria Arvedi, si precisa un'ulteriore nota Arpa, ha fatto sapere che «nei giorni scorsi sono state effettuate attività di manutenzione straordinaria al fine di garantire, anche nella fase finale prima della chiusura, gli stessi standard ambientali della marcia normale. Questo ha comportato la necessitò di allungare i tempi di produzione delle ghise fluide, la cui data per lo stop definitivo è fissata all'8 aprile». Rimane tuttavia invariata la data dell'11 aprile come termine ultimo delle operazioni di spegnimento dell'altoforno e degli altri componenti. Scoccimarro avverte infine la popolazione che «nelle ultime 12 ore circa di funzionamento dell'altoforno potrebbero verificarsi degli effetti visibili o percepibili all'esterno con la possibile apertura delle valvole "bleeder" o l'accensione delle torce di emergenza».Arpa Fvg sta seguendo appunto tutte le fasi del processo «per assicurare un costante presidio ambientale durante le operazioni di spegnimento dell'area a caldo» e sta mettendo a disposizione online, sul proprio sito, le informazioni, i dati, le immagini e i filmati per documentare l'iter.

 

 

Due basi per il bike sharing nell'area del Porto vecchio

Ciclostazioni all'altezza della rotonda di viale Miramare e vicino al polo museale con dieci stalli ciascuna. Il totale di punti di scambio in città salirà a quota dodici

Da dieci a dodici. "Bits" (bike sharing Trieste) si allarga al Porto vecchio. Mentre il coronavirus ferma il bike sharing (è di ieri la comunicazione della sospensione del servizio), l'amministrazione comunale avvia la procedura per la realizzazione di due nuove ciclostazioni. Si tratta dei due punti di scambio delle biciclette condivise promessi già all'inaugurazione del 3 febbraio scorso, da aprire alla rotonda di viale Miramare che rappresenta l'ingresso al Porto vecchio e davanti ai Magazzini 27 e 28 dove sta nascendo il nuovo centro congressi e nei pressi del Polo espositivo museale (Sottostazione elettrica, Centrale idrodinamica e Magazzino 26). L'intenzione dell'amministrazione era di avere le due nuove ciclostazioni pronte per Esof2020 in programma a luglio e ora slittato a settembre a causa dell'emergenza Covid-19. «Le due ulteriori ciclostazioni - si legge nella determina - serviranno allo scopo di promuovere un modello di trasporto più sostenibile e salutare, nonché migliorare l'accessibilità all'area del Porto vecchio». Le due stazioni, che si aggiungeranno a quelle già esistenti in zona Park Bovedo (viale Miramare) e Barcola (piazzale XI Settembre), costeranno al Municipio 71.992 euro incluse la manutenzione e la gestione fino al 2 febbraio 2021. La realizzazione è stata, mediante procedura negoziata senza previa pubblicazione di bando di gara, affidata alla ditta Bicincittà srl di Torino che ha fornito, e attualmente gestisce "Bits", il servizio di bike sharing di Trieste. Non c'era quindi possibilità di scelta. «Considerate le caratteristiche tecniche e tipologiche dei beni e servizi forniti da Bicincittà, che è la sola detentrice della relativa piattaforma informatica su cui poggia la gestione del servizio - spiega l'amministrazione comunale -, un cambio di fornitore obbligherebbe l'amministrazione ad acquistare forniture con caratteristiche tecniche differenti, il cui impiego e la cui manutenzione e gestione comporterebbero incompatibilità con il servizio di bike sharing attualmente in uso».Entrambe le ciclostazioni del Porto vecchio avranno a disposizione 10 ciclostalli, sia tradizionali che elettrici (pedalata assistita). Bicincittà avrà anche in carico il servizio di contact center fino al 2 febbraio 2021. Il nuovo appalto prevede, infatti, l'estensione dell'attuale servizio di contact center per ulteriori 9 mesi (dopo i 3 mesi compresi nell'appalto iniziale), e quindi fino appunto al 2 febbraio 2021, per le 10 ciclostazioni esistenti. L'inizio per il bike sharing in città, prima dell'interruzione del servizio a causa del coronavirus, è stato promettente: quasi 4 mila abbonati.

Fabio Dorigo

 

Prenotati 37 mila euro di pezzi di ricambio per le 148 biciclette - Il costo della manutenzione

Bits, il sistema di bike sharing pubblico di Trieste gestito dalla società Bicincittà di Torino, non è indolore per le casse comunali. Il servizio è costato 390 mila euro (fondi messi a disposizione da Regione Friuli Venezia Giulia e Comune di Trieste) per 10 ciclostazioni funzionanti con 148 biciclette di cui 36 a pedalata assistita (18 offerte dall'Autorità portuale). A questa cifra vanno aggiunti i 72 mila euro per l'imminente realizzazione delle due ciclostazioni di Porto vecchio. E ora, a servizio sospeso a causa dell'emergenza coronavirus, si scopre che servono 37 mila euro di pezzi di ricambio per biciclette come recitano due distinte determine comunali. È il risultato del successo del servizio (4 mila abbonati il primo mese) e dell'usura dei mezzi. «Considerato che il servizio avviato nel mese di febbraio ha da subito riscosso un grande successo e in conseguenza all'elevato utilizzo del sistema (biciclette e ciclostazioni), è necessario provvedere all'acquisizione urgente di materiale di ricambio per garantire la regolare continuazione dell'attività di bike sharing», si legge nelle motivazioni. In un caso, per la cifra di 11.102 euro, ci si rivolge direttamente a Bicincittà. «Alcuni pezzi - si fa sapere - presentano caratteristiche tecniche tali da rendere impossibile il ricorso ad altro fornitore per incompatibilità e non omogeneità con i pezzi originariamente acquistati». Per altri 25.986 ci si rivolge invece al libero mercato trattandosi di forniture standard. Va anche detto che l'offerta iniziale di Bicincittà, che prevedeva un anno di servizio gratuito di gestione del sistema di bike sharing, era stata ridotta da 70 mila a 40 mila euro.

Fa.Do.

 

Effetto covid-19 - Servizio sospeso da ieri fino a data da destinarsi

«In allineamento alle misure nazionali di contrasto e di contenimento del contagio da Covid-19, il Comune di Trieste ha deciso di sospendere temporaneamente il servizio di bike sharing fino a nuova comunicazione». È il messaggio inviato ieri agli utenti dallo staff di Bicincittà. In realtà il servizio era inutilizzato da settimane nel rispetto delle norme restrittive legate agli spostamenti.

 

 

 

 

Messaggero Veneto - GIOVEDI', 2 aprile 2020

 

 

Raccolta e gestione dei rifiuti in deroga

Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha firmato un'ordinanza per la gestione dei rifiuti sul territorio regionale, in considerazione delle mutate esigenze di raccolta e smaltimento determinate dall'emergenza Covid-19. I gestori dei rifiuti possono valutare di aumentare la frequenza di raccolta dei rifiuti indifferenziati e devono fornire alle utenze attrezzature adatte a evitare la diffusione del contagio quali contenitori, bidoncini, mastelli o sacchi telati, o attrezzature maggiormente capienti. Gli impianti di trattamento rifiuti sul territorio regionale dovranno destinare la propria capacità di trattamento prioritariamente al recupero e allo smaltimento dei rifiuti prodotti in regione, con particolare riguardo a quelli provenienti dalla raccolta e dal trattamento dei rifiuti urbani. L'ordinanza prevede inoltre la possibilità per i gestori di ottenere, in deroga alle disposizioni vigenti, l'incremento della capacità di stoccaggio fino a un massimo del 40 per cento della capacità annua ed istantanea degli impianti autorizzati alla messa in riserva o per il deposito preliminare. La deroga è concessa nel rispetto di alcune prescrizioni in materia di prevenzione incendi e di elaborazione dei Piani di emergenza, nel rispetto delle norme tecniche di stoccaggio, anche in relazione alle caratteristiche chimico fisiche dei rifiuti stoccati; dovranno inoltre essere previsti sistemi di copertura, anche mobili, per limitare le infiltrazioni di acque meteoriche e l'emissione di odori, nonché idonei sistemi di confinamento e contenimento per separare i quantitativi di rifiuti stoccati rispetto al quantitativo ordinario. Potrà inoltre essere concessa l'ottimizzazione della gestione degli spazi dedicati agli stoccaggi dei rifiuti e dei materiali in ingresso e in uscita dagli impianti, utilizzando gli spazi in funzione delle necessità di deposito, indipendentemente da quanto previsto dall'autorizzazione, eventualmente utilizzando anche aree non coperte. La deroga potrà riguardare anche l'incremento delle capacità fino al massimo del 20 per cento rispetto ai quantitativi autorizzati degli impianti di recupero e smaltimento che trattano i rifiuti di cui ai codici "Eer" indicati nell'ordinanza, quali imballaggi, carta, vetro, plastica, metallo.

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 2 aprile 2020

 

 

CIO' CHE NON VA - Alberi bistrattati dalle autorita' pubbliche

Ritengo gli alberi siano creature viventi e più di molti uomini provvedano al mantenimento di un'atmosfera sana e vivibile per gli altri esseri viventi. Sono preziosi e vanno salvaguardati con un'accurata potatura che permette la rimozione di rami secchi e vecchi per fare crescere nuovi rami, elastici e sani. Questo va fatto, credo, a inizio primavera. Ma una persona preparata sa certo meglio di me come curarli.In diverse occasioni ho avuto modo di dubitare della competenza, in termini di "cura", degli addetti al verde pubblico, tanto che credo siano solo "esecutori" di ordini dettati dall'alto. Chiedo a chi di dovere di porre maggiore attenzione al verde pubblico. Un albero come quelli abbattuti in questi giorni di bora ci mette anche 100 anni per crescere. Non è questione di "sostituire". Vorrei, credo in tanti, una cura attenta e competente. Non venitemi a dire che ci sono altre priorità. Ci sono diverse priorità che impiegano diverso personale. In questi giorni, con i giardini chiusi, vedo piante appena messe in terra piegarsi e morire perché prive d'acqua. Osservo anche nel piccolo angolo di mondo che posso percorrere in questi giorni, ripetere l'errore di valutazione che ci ha portati al momento che stiamo vivendo. La natura va protetta e salvaguardata: è un bene comune! Perciò sta agli enti preposti da noi eletti corrispondere alle nostre aspettative, curando e non abbattendo alberi come fossero erbacce da estirpare.

Manuela Marussi

 

 

SEGNALAZIONI - Parco del mare - Destinate i fondi alla città

Ho letto la proposta di Trieste Bella che chiede al presidente camerale di mettere a disposizione della città i quattrini accantonati per quello che ritengo il visionario Parco del mare: la trovo geniale, motivata e anche giusta. Prima di pensare magari a nuove tasse e patrimoniali, che quei fondi vengano usati per i cittadini che ne hanno bisogno. Se serve, che vengano raccolte firme.

Giorgio Grius

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MERCOLEDI', 1 aprile 2020

 

 

Coronavirus, parte la mobilitazione per riaprire gli orti

Le limitazioni agli spostamenti dovute al coronavirus stanno minacciando la manutenzione degli orti: scatta una mobilitazione online.

Ai tempi del coronavirus per molti coltivare un orto è diventata un’attività impossibile. Per chi non può disporre di uno spazio coltivato in balcone o all’interno del giardino della propria abitazione, ma si avvale di terreni mediamente distanti, la coltivazione è inibita a causa delle limitazioni imposte sugli spostamenti. E ora parte la petizione, per richiedere una finestra d’azione affinché i raccolti non vengano sprecati. L’iniziativa è stata lanciata da Matteo Cereda, responsabile della sito e della community Orto Da Coltivare: un portale che fornisce utili informazioni per tutti gli appassionati della coltivazione. Molte persone si trovano impossibilitate a raggiungere i loro appezzamenti, poiché distanti dalle abitazioni oppure ospitati in terreni di proprietà altrui, e ciò ne starebbe bloccando le operazioni di cura e manutenzione: la mia richiesta riguarda la possibilità di coltivare un orto anche per chi ha un terreno in proprietà o in usufrutto distante qualche chilometro dalla propria abitazione. […] Condivido l’importanza di serie misure anti contagio, che inevitabilmente chiedono dei sacrifici a ciascuno e mi sento grato a chi affronta responsabilità di governo in questo periodo. Chiedo però alle autorità di valutare la possibilità di aprire uno spiraglio per chi coltiva. L’obiettivo è quello di ottenere un permesso agli spostamenti, dimostrando di essere gestori di un piccolo orto e garantendo le ovvie misure di sicurezza, come la presenza sull’appezzamento in questione di una persona alla volta e l’eventuale utilizzo di presidi di sicurezza. L’orto è infatti per molti un’irrinunciabile integrazione al bilancio della famiglia: Orti e piccoli frutteti sono importanti per molte persone e per questo andrebbero tutelati. La piccola agricoltura famigliare per autoconsumo rappresenta per molte persone un’integrazione importante al bilancio famigliare. A maggior ragione in questo drammatico momento in cui tanti non sono in condizione di lavorare. Penso anche all’importanza che rivestono in molte zone piccoli oliveti e vigne. […] Molte persone coltivano un orto non è adiacente alla propria abitazione.Sono spostamenti molto brevi, visto che la terra richiede una cura quasi quotidiana, ma che oggi non è possibile compiere. La motivazione di coltivare l’orto non è presente tra quelle stabilite dal decreto, per cui si presume sia vietato spostarsi per farlo.

Roberto Rossi

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 1 aprile 2020

 

 

Aziende bloccate - Il riciclo rifiuti è a rischio - l'allarme

Le attività di riciclo dei rifiuti in Italia rischiano il blocco a causa dell'emergenza Coronavirus. Il Consorzio nazionale imballaggi (Conai) ha scritto ufficialmente a Governo e Protezione Civile lanciando l'allarme. Il problema è a un passo da esplodere. Il blocco di molte attività economiche ha infatti determinato una crescente difficoltà per l'avvio a recupero di materiali provenienti dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani. Molte industrie del riciclo adesso sono chiuse e non ritirano materiali (metalli, legno, plastiche). Altre hanno crescenti problemi logistici e di trasporto (carta). Per non parlare delle filiere che mandano all'estero materiale riciclabile, ora che l'esportazione è bloccata. Il riciclo della plastica è fermo per la mancanza di sbocco degli scarti del riciclo (plasmix) nei cementifici e nei termovalorizzatori. Il problema quindi non sta in fase di raccolta. In tutta Italia i gestori dell'igiene urbana stanno garantendo la raccolta differenziata dei rifiuti, pur tra mille difficoltà. Il problema più serio sta a valle, nelle filiere industriali di riciclaggio. L'Italia ricicla moltissimo (il 50% dei rifiuti urbani e il 65% di quelli speciali) e l'effetto della crisi può essere drammatico sull'intero sistema di gestione dei rifiuti. Il nostro Paese non dispone di impianti di smaltimento sufficienti per gestire un'improvvisa riduzione dell'avvio a recupero. In questa situazione, il ministero dell'Ambiente deve definire un provvedimento orientato a consentire a Regioni e Comuni una maggiore flessibilità. Ma questa crisi è anche l'occasione per riflettere su un problema più generale. Il sistema di gestione dei rifiuti, in un Paese moderno, non è solo un asset industriale e ambientale; è un punto centrale della sicurezza nazionale e lo si vede chiaramente in questi giorni di emergenza sanitaria. Come appare chiaro oggi, economia circolare vuol dire collocare sul mercato quote enormi di rifiuti, oltre due terzi. Raccolta e ritiro dei rifiuti sono un servizio primario ed essenziale, non interrompibile, neanche in situazioni di crisi. Ecco perché le politiche nazionali devono garantire al sistema alti livelli di "sicurezza", con un'adeguata riserva di impianti di smaltimento finale. 

Alfredo De Girolamo

 

Tari e tributi, stop al pagamento prolungato fino al 30 settembre

Oltre alla tassa rifiuti, sospese quelle su occupazione suolo pubblico e pubblicità Dipiazza: «Recuperate risorse non erogate per mense e supplenze scolastiche»

Alla fin fine la giunta comunale ha optato per una sospensione di lungo termine della Tari e dei tributi su occupazione del suolo pubblico e pubblicità: il termine di scadenza è il 30 settembre. È quanto emerso dalla seduta dell'esecutivo di ieri, al termine della quale il sindaco Roberto Dipiazza ha esposto i contenuti della delibera disposta su suo mandato dal vicesindaco Paolo Polidori. «Le prime misure che concretamente adottiamo - spiega Dipiazza - sono le sospensioni dei termini di pagamento dei tributi Tari, dell'imposta comunale di pubblicità e degli importi relativi a tutte le entrate derivanti dall'occupazione del suolo pubblico». Ma inizia ora una revisione settimanale di tutte le spese dell'ente, così da poter convogliare ogni risorsa inutilizzata in misure anti-crisi: «Ho dato mandato a tutti gli assessorati - precisa il primo cittadino - di predisporre dei report settimanali relativamente alle spese e alle entrate, in modo da individuare quelle eventuali sacche di risparmio economico che poi, armonizzandole con le misure che verranno adottate dal governo e dalla Regione, potremo ulteriormente impiegare a favore dei nostri cittadini e delle nostre realtà commerciali e produttive». Dipiazza ringrazia il vicesindaco «per l'importante lavoro di armonizzazione» e i consiglieri di maggioranza e opposizione «per la grande responsabilità e gli importanti contributi».Entrando nello specifico, la delibera prevede la sospensione per tutti i contribuenti del pagamento della Tassa rifiuti 2020 fino al 30 settembre. Il canone per l'occupazione di suolo pubblico in tutte le sue varianti (dehors, aree pubbliche...) è sospeso fino alla stessa data. Per l'anno in corso le tariffe dello stesso Cosap non verranno aggiornate. Sarà sospesa fino al 30 settembre anche l'imposta sulla pubblicità. La delibera contiene inoltre la sospensione dei parcheggi a pagamento fino al 30 aprile. Le misure costeranno al Comune minori entrate per un milione 580 mila euro, di cui 620 mila dal Cosap e 960 mila dai parcheggi. Le misure, spiega Dipiazza, possono essere adottate perché «siamo riusciti, in tempi brevissimi, a immettere nel sistema risorse provenienti da minori spese come i 980 mila euro non utilizzati per la fornitura dei pasti per le mense scolastiche, ora chiuse, e i 600 mila euro per lo stanziamento a copertura delle spese per le supplenze nelle scuole comunali, ora chiuse. Di un tanto, ringrazio l'assessore all'Educazione Angela Brandi e i suoi uffici che sono stati tempestivi nel calcolare e liberare le risorse economiche».Resta il problema delle cooperative in appalto per quei servizi, che non percepiscono i fondi comunali corrispondenti. Una delle nuove emergenze sociali del territorio, per il momento irrisolta. 

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 31 marzo 2020

 

 

Ok alla Cig Covid in Ferriera - Due mesi a partire dal 5 aprile

Il sindacalista Uilm Rodà: «L'Accordo di programma atteso entro metà del mese» Trost (Fiom): «"Strano" accada dopo la chiusura della cokeria»

Siderurgica triestina ha comunicato ieri ai sindacati la partenza della cassa integrazione in deroga con la motivazione Covid-19 per i 580 lavoratori della Ferriera di Servola. La misura, prevista dal decreto Cura Italia a sostegno delle aziende per fare fronte all'emergenza coronavirus, «avrà una durata di 9 settimane e partirà successivamente allo spegnimento dell'altoforno, previsto il 5 aprile prossimo». Lo spiega il sindacalista Antonio Rodà (Uilm), precisando che la proprietà «ha risposto positivamente alla richiesta dei sindacati di garantire lo stesso accordo economico previsto dalla cassa straordinaria già negoziata e inserita nell'intesa sindacale firmata un mese fa». Una volta terminate le 9 settimane, aggiunge Rodà, per i lavoratori dell'impianto siderurgico triestino partirà come previsto la Cigs che avrà una durata di due anni. In merito alla firma dell'Accordo di programma che dovrà essere firmato dai ministeri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente, insieme con Regione Friuli Venezia Giulia, Comune di Trieste, Autorità portuale e Gruppo Arvedi, conclude il sindacalista, questa dovrebbe avvenire «entro la prima metà di aprile».A tal proposito commenta il sindacalista Fiom Thomas Trost: «È una bizzarra concomitanza. Da un mese chiedevo a tutte le istituzioni coinvolte se fosse possibile incontrarsi per discutere dell'Accordo di programma, mi si rispondeva sempre con un nulla di fatto. Guarda caso ora che abbiamo avviato la chiusura della cokeria, processo irreversibile, le cose si smuovono. È un mio pensiero, ma mi sembra una coincidenza singolare». Prosegue ancora il sindacalista: «L'azienda ha colto l'occasione della Cig Covid per allungare i tempi, spero vivamente che le tempistiche di riconversione e riqualificazione del sito vengano confermate. Dal nostro punto di vista, due mesi in più fanno comodo - prosegue ancora il sindacalista -, tanto più che i 24 mesi preventivati per la rimessa a nuovo dell'area mi paiono una previsione ottimistica».

G.Tom.

 

 

«Una pandemia raccontata in un libro»

Parla lo zoologo Nicola Bressi: «Da leggere il saggio del giornalista scientifico David Quammen». Il fenomeno "spillover"

Nuovi virus patogeni per l'uomo prima circolanti solo in altre specie animali sono all'origine dell'attuale pandemia globale che così tanto sta cambiando le nostre vite. L'Oms ha identificato il nome della malattia in Covid-19 (abbreviazione per Coronavirus disease-2019) mentre la Commissione internazionale per la tassonomia dei virus ha assegnato al virus che causa questa malattia il nome definitivo Sars-Cov-2 (Sindrome respiratoria acuta grave - Coronavirus 2). Si tratta, infatti, di un virus simile a quello della Sars, ma più contagioso e meno letale. «La pandemia era attesa dagli evoluzionisti spiega Nicola Bressi naturalista, zoologo ed ecologo della Società italiana di Scienze naturali - quando una specie è così sovrabbondante e ricca di individui deboli come ad esempio gli anziani, diventa estremamente appetibile per un virus. L'uomo inoltre interferendo direttamente con i diversi ecosistemi ha indebolito l'animale ospite spingendo il virus a fare il cosiddetto spillover o salto di specie». Che cos'è lo spillover e come avviene? «Quando un virus, ma in realtà anche un batterio o più in generale un parassita, passa da un animale a un altro, o in questo caso a un essere umano e causa una zoonosi, ovvero una malattia infettiva. Il salto può avvenire anche intraspecie e nel caso del Sars-Cov-2 non sappiamo ancora se sia avvenuto direttamente dal pipistrello all'uomo o attraverso un ospite intermedio: dal pangolino al pipistrello e infine all'uomo».Che cosa spinge il virus a fare il salto di specie? Noi uomini siamo la preda più ambita: dal punto di vista di un virus infettare la tigre o il panda porterebbe ben poca fortuna perché sono animali che abbiamo reso molto rari, mentre gli esseri umani sono tra le specie animali più abbondanti della Terra, per fortuna inoltre non siamo sottoposti a molta selezione naturale dal punto di vista fisico e all'interno della nostra società sopravvivono anche molti anziani, persone deboli o malati e ciò ci rende l'ospite ideale per un virus che riesce a replicarsi, stabilizzarsi e diffondersi direttamente tra gli individui. Spillover è il titolo di un libro di successo del giornalista scientifico David Quammen (2012) in cui è previsto che la futura grande pandemia sarebbe stata causata da un virus trasmesso da un pipistrello venuto a contatto con l'uomo attraverso un wet market in Cina». La pandemia era dunque attesa? «Sì era attesa dagli evoluzionisti: da sempre, quando una specie vivente è estremamente abbondante, diventa inevitabilmente più soggetta alle malattie, purtroppo in questo caso noi siamo le vittime, ma è sempre regolarmente accaduto quando una specie diventa sovrabbondante e ricca di individui deboli». Può farci altri esempi di spillover ? «Uno dei primi spillover studiati è stato il virus Hendra in Australia portato dai pipistrelli della frutta australiana: contagiava i cavalli che si infettavano mangiando la frutta rosicchiata dai pipistrelli. Il cavallo si ammalava e si verificavano poi casi di veterinari e fantini morti perché avevano provato a curare gli animali. Il fenomeno dello spillover è stato approfondito negli anni, scoprendo che praticamente tutte le pandemie sono arrivate dagli animali: il morbillo dalle mucche, la peste bubbonica dai ratti, l'Ebola dai pipistrelli». Che cosa possiamo imparare da questo virus? «Dobbiamo dare molti più finanziamenti alla ricerca: infatti che la famiglia dei coronavirus potesse essere letale lo si sapeva dalla prima epidemia di Sars e subito dopo di Mers, ma per i tagli alla ricerca molti esperimenti non sono stati portati avanti. Se invece avessimo coltivato in laboratorio questi virus forse oggi avremmo già il vaccino. Non dobbiamo aver paura della scienza. La seconda lezione è che l'uomo, interferendo con gli ecosistemi, è venuto in contatto con animali selvatici, indebolendoli e spingendo il coronavirus a fare il famoso salto di specie».

Lorenza Masè

 

 

Mauro dell'OGS dà la caccia ai batteri nei mari più profondi

È nato a Pordenone ma vive a Trieste da venticinque anni Mauro Celussi: «E poi mia madre è triestina, ma si è trasferita a Pordenone da piccola, quando i triestini lavoravano con gli americani - dice - per cui quando sono giunto a Trieste era come rivivere tutte le storie che mi raccontavano i miei nonni». Laureato in Scienze naturali, ha poi conseguito il dottorato di ricerca a Siena in Scienze polari. Oggi lavora all'Ogs: «La mia tesi di laurea è stata svolta in quello che si chiamava Laboratorio di biologia marina, che oggi corrisponde alla Sezione mare con sede ai Filtri di Aurisina. Dopo di che ho avuto la fortuna di rimanere disoccupato solo cinque mesi, prima impegnato con una borsa di studio fino al ruolo di ricercatore e strutturato». Il suo campo di studio è l'Ecologia microbica: «La mia ricerca esamina il comportamento dei batteri in mare. È un settore molto sfaccettato per cui ho la possibilità di spaziare parecchio. Per esempio ora mi sto occupando di due questioni che possono sembrare distanti. Da un lato sono il referente per Ogs di un progetto Italia-Croazia che si chiama AdSwim e ha lo scopo di valutare i sistemi di miglioramento del trattamento delle acque reflue urbane. In questo contesto la mia attività è valutare l'effetto di nuove tecnologie sull'efficienza dell'immissione in mare di patogeni, cioè quanto i nuovi sistemi possono abbattere la carica di micro organismi patogeni. Dall'altra parte mi occupo anche del funzionamenti dei batteri nei sistemi marini profondi. Sono ambienti poco studiati perché poco accessibili e perciò ci danno molta soddisfazione in termini di nuove scoperte. Ho appena concluso una ricerca sul Mare di Ross per studiare come i batteri riescano a manipolare la sostanza organica che arriva nel sistema profondo». Le passioni di Mauro sono la musica: «Soprattutto quella degli anni '90». E i i viaggi: «Trasferte spesso unite alla musica, viaggio per assistere a grandi concerti».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 30 marzo 2020

 

 

Ferriera, riparte il confronto sull'Accordo di programma

C'è la nuova bozza dell'intesa per la riconversione dell'area. Le riunioni da oggi Ipotesi cassa integrazione Covid-19: i sindacati chiedono garanzie alla proprietà

La Regione annuncia la ripresa del confronto sull'Accordo di programma per la riconversione della Ferriera di Servola. Al momento dal ministero dello Sviluppo economico non arrivano conferme, ma una nuova bozza del testo è stata spedita venerdì sera e qualcosa potrebbe muoversi a breve a livello di incontri tecnici, dopo l'ultima riunione tenutasi ormai mesi fa tra Acciaierie Arvedi, Mise, Regione, Comune e Autorità portuale. L'azienda ha nel frattempo avviato lo stop dell'area a caldo, previsto per la fine della settimana con la fermata dell'altoforno. I dipendenti entreranno in cassa integrazione straordinaria (cigs) dal primo aprile, ma la proprietà ha chiesto al governo di farli slittare e accedere anzitutto alle nove settimane di cassa integrazione Covid-19: una mossa che preoccupa i sindacati, perché per quasi due mesi l'azienda non sarebbe obbligata ad aggiungere la maggiorazione concordata invece per i 24 mesi di cassa straordinaria. La notizia di maggior peso è la ripresa del tavolo sull'Accordo di programma, che arriva dopo il silenzio scelto dal ministro Stefano Patuanelli nei giorni che registrano la fermata della cokeria, in assenza di quell'intesa fra società e istituzioni sempre indicata dall'esponente cinquestelle come condizione indispensabile per chiudere la produzione di ghisa. In un post su Facebook, l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro annuncia però che dopo l'avvio dello spegnimento servono «le tappe successive per la riconversione e per finalizzare gli accordi con i sindacati: da lunedì riunione per il nuovo accordo di programma con tutti gli attori». Dal Mise si parla per ora di incontri tecnici, evidentemente preliminari a un tavolo dei vertici che tuttavia non è ancora in calendario. Al momento risulta solo la condivisione di una nuova bozza di Adp, al cui interno dovrà essere inserita anche la società Piattaforma logistica, che deve ancora definire la creazione della newco che rileverà i terreni dell'area a caldo di proprietà di Arvedi. Ma firma o non firma, la riconversione è congelata dall'emergenza coronavirus e la proprietà della Ferriera ha chiesto di accedere alle nove settimane di cassa integrazione Covid-19 introdotte dal governo per le imprese ferme a causa dell'epidemia. Arvedi non può infatti cominciare al momento il percorso di affiancamento dei lavoratori dell'area a caldo con quelli del laminatoio, necessario per formare i primi al passaggio all'area a freddo. L'azienda conta così di prendere un po' di tempo e aggiungere altri due mesi ai 24 già garantiti dall'accordo cigs firmato con i sindacati alla presenza dell'assessore regionale al Lavoro Alessia Rosolen. «Per la Regione - spiega però Rosolen - l'unica cosa che vale al momento è l'accordo sottoscritto sulla cigs a rotazione per 24 mesi, secondo modalità decise da azienda e sindacati». L'intesa prevede una maggiorazione di 2,35 euro lordi all'ora da parte di Arvedi. Un lavoratore a zero ore mensili potrebbe fruire di un'aggiunta di circa 400 euro lordi e arrivare a superare i 1.000 euro netti, che oltrepasserebbero i 1.300 per i dipendenti che trascorreranno la riqualificazione metà in cassa e metà al lavoro, grazie alle rotazioni che la società si è detta intenzionata ad assicurare. I sindacati non sono del tutto tranquilli. Per le nove settimane di cassa Covid-19 non esistono infatti vincoli di sorta sull'incremento economico e le sigle hanno chiesto unitariamente garanzie in merito. Arvedi dirà oggi ai sindacati come intende comportarsi, qualora la cassa Covid-19 sia effettivamente concessa. Per Umberto Salvaneschi (Fim Cisl), «l'azienda avrebbe nove settimane di cassa in più e la riconversione prevede anche la possibilità di un terzo anno di cigs: con questi vantaggi la stessa maggiorazione deve valere anche sulla cassa da coronavirus. Speriamo che arrivi inoltre quanto prima la firma dell'Accordo di programma, che contiene l'accordo sindacale votato dai lavoratori, il cui futuro dipende da questo». Antonio Rodà (Uilm) spiega che «la proprietà sembra abbia verificato la fattibilità della cassa Covid-19 e tutti i sindacati hanno chiesto di garantire l'integrazione negoziata nell'accordo sindacale». Thomas Trost (Fiom Cgil) si dice «quasi sicuro che parta la cassa Covid-19 e l'azienda sta valutando come comportarsi sulla maggiorazione. Purtroppo però dalle istituzioni non abbiamo alcun segnale sulla ripresa degli incontri sull'Accordo di programma, anche se ora l'annuncio di Scoccimarro significa che sarà stato comunicato qualcosa. Così speriamo che sia, perché senza intesa non c'è copertura alla riconversione e salta l'accordo sindacale: sarebbe il nulla cosmico».

Diego D'Amelio

 

 

A Muggia altro passo verso la rinascita del sito di Acquario

Rivisto il quadro economico dell'operazione e affidato l'incarico per la perizia di variante e il collaudo dei lavori

MUGGIA. Approvati con una determina dirigenziale il nuovo quadro economico e l'affidamento dell'incarico di redazione della perizia di variante - con l'adeguamento dell'onorario per la direzione dei lavori e per il coordinamento della sicurezza - relativi all'opera di bonifica, tramite messa in sicurezza permanente, del sito inquinato "Acquario" a Muggia.La fine dei lavori è prevista entro l'estate, e nell'area saranno realizzati, tra le altre cose, un ulteriore tratto di ciclabile che costeggerà la strada, chioschi per il ristoro, con annessi servizi legati alla balneazione, un'area giochi e fitness, campi da beach volley, un campo da bocce e uno skate park. Giova ricordare che i lavori, a seguito dell'espletamento della procedura di gara, sono stati aggiudicati in via definitiva lo scorso 7 agosto al Rti composto dalla E.Ma.Pri.Ce. di Bolzano, come mandataria, e Italverde di Lendinara come mandante, per un importo complessivo dei lavori pari a 5 milioni 53 mila euro di cui 4 milioni 368 mila euro per lavori, oneri della sicurezza non soggetti a ribasso e lavori in economia. La spesa complessiva per la realizzazione dell'opera trova copertura finanziaria per 910 mila euro dall'avanzo d'amministrazione vincolato, per 5 milioni da contributi dell'Uti Giuliana, relativi all'intesa 2018/20, e per altri 400 mila euro sempre con contributi Uti, ma relativi al 2017/19. Si è riscontrata la necessità di apportare al contratto alcune modifiche qualitative e quantitative, utilizzando la somma di 75 mila euro disponibile alla voce "economia derivante a seguito del ribasso di gara", per rimpinguare del medesimo importo la voce "spese tecniche generali". Inoltre è stato conferito l'incarico per la redazione della perizia di variante e suppletiva nonché per l'aggiornamento dell'onorario delle spese tecniche e per il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione, contabilità lavori e collaudo dei lavori a Carlo Glauco Amoroso della Società Hmr Ambiente di Padova per un importo pari a 37 mila 684 euro.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 29 marzo 2020

 

 

Trieste chiama Roma: più gestione diretta nell'area da bonificare

La Regione delibera un allargamento delle competenze vicino al Canale navigabile e chiede disco verde al governo

 Un "pro-memoria" per scuotere il ministero dell'Ambiente dal torpore: la giunta Fedriga ha approvato la delibera, con la quale propone di sottrarre la cosiddetta area dei "piccoli operatori" al Sito di interesse nazionale (Sin), che passerebbe invece alla competenza della Regione Fvg (Sir). Un modo per rendere più agili e veloci le procedure relative alla bonifica dei siti inquinati, come è già accaduto con i terreni attorno al Canale Navigabile che nel febbraio 2018 durante la giunta Serracchiani transitarono sotto la giurisdizione regionale. Perché è chiaro che un conto è gestire una pratica in via Carducci a Trieste e un conto è gestirla in via Cristoforo Colombo a Roma. Lo ha annunciato l'assessore all'Ambiente, Fabio Scoccimarro, tenendo fede all'impegno assunto una ventina di giorni fa nel corso di un incontro con le imprese che operano nell'area "piccoli operatori". Adesso la delibera sarà trasmessa a Roma, per cercare di ottenere quello che non è stato possibile portare a casa sulla base di una semplice trattativa intra-istituzionale. L'atto giuntale è una "forzatura" che Trieste si sarebbe volentieri evitata, ma che si è resa di fatto inevitabile alla luce delle non-risposte ministeriali. Scoccimarro intende salvare nel nuovo accordo di programma da definire con Roma i finanziamenti statali garantiti nel vecchio accordo del 2012, circa 8 milioni. A giudizio dell'assessore, la revisione del perimetro consentirebbe di risolvere le sovrapposizioni di competenze tra centro e periferia. La delibera esclude dal Sin anche il sito dell'ex raffineria Aquila Teseco, dove il procedimento di bonifica si è concluso. La nota della Regione ricorda che, oltre alla parte terrestre di 500 ettari suddivisa tra "grandi" e "piccoli" operatori, c'è una parte a mare che si estende per 1200 ettari nella zona più orientale del Golfo, tra Molo V e Punta Ronco, delimitata dalle dighe foranee. Alla decisione della giunta regionale si è giunti in seguito al pressing esercitato da una ventina di aziende, che operano nei 12 ettari tra la riva nord del Canale e via Caboto. Tra esse Facau, Bruno Pacorini, Pittway, Illycaffè, Java Biocolloid, Ortolan Mare. Da segnalare infine un commento di Sara Vito, oggi responsabile regionale Ambiente del Pd e predecessore di Scoccimarro all'assessorato. Scoccimarro dice che da anni la situazione è ferma - puntualizza - ma in realtà il lavoro è iniziato nell'estate 2017 con la giunta Serracchiani e ha portato al positivo risultato dell'inverno 2018, con l'apprezzamento di Autorità portuale e Area di ricerca.

Massimo Greco

 

 

Particelle sabbiose in arrivo dall'Asia. Boom di polveri rilevate nell'aria - il monitoraggio ARPA

Un'impennata nelle concentrazioni di polveri nell'aria è stata registrata negli ultimi giorni nei territori affacciati sul Nord Adriatico. In Fvg, precisa l'Arpa, venerdì le concentrazioni medie orarie hanno raggiunto valori superiori ai 250 microgrammi al metro cubo. I valori delle polveri sono progressivamente diminuiti nella notte. L'origine è da ricercarsi in un fenomeno di trasporto di particelle sabbiose dalle zone desertiche dell'Asia.

 

 

SEGNALAZIONI - Coronavirus: utilizzare i soldi del Parco del mare

Sono molti anni che la Camera di commercio di Trieste riceve denaro dai suoi iscritti per realizzare un acquario pomposamente chiamato Parco del Mare. L'Associazione Triestebella, così come altre associazioni, è contraria alla sua realizzazione e propone che quei milioni vengano usati per sostenere gli artigiani, commercianti ed imprenditori che a causa dell'emergenza Coronavirus si trovano in difficoltà economiche e, quando sarà possibile, per il restauro del tetto della piscina Acquamarina. Siamo contrari al nuovo acquario in Sacchetta per ragioni etiche (dei pesci sarebbero costretti in vasche comunque piccole, un acquario esiste già e il Comune ha intenzione di restaurarlo); museali (meglio realizzare un acquario virtuale assieme agli altri musei che saranno collocati in Porto Vecchio); urbanistiche (l'area della Sacchetta già intasata dai veicoli, non sopporterebbe ulteriori auto e bus che porterebbero le previste molte centinaia di migliaia di visitatori all'anno); paesaggistiche (l'area della Sacchetta dovrebbe piuttosto diventare un Parco sul mare, sistemandola ad esempio secondo il progetto vincitore del concorso del 2002 costato allora 200.000 euro).

Rita Guglielmotti Anna Bizjak ed Ezio Righi - Associazione Triestebella

 

 

 

 

ilGiornale.it - SABATO, 28 marzo 2020

 

 

Tutta la verità sulla relazione tra Covid-19 e l'inquinamento

L'assenza di traffico e di automobili in strada non ferma la presenza delle polveri sottili in Lombardia, Piemonte e Veneto: il livello di Pm10 rimane alto. Stupore tra gli scienziati

Sì è spesso detto in queste settimane di lockdown che l'assenza di traffico e delle automobili per strada avrebbe quantomeno ripulito l'aria che respiriamo per un po', soprattutto nelle città del nord. È infatti noto che sono diminuiti i livelli di inquinamento atmosferico e di Co2 in decine di città e regioni del pianeta, in primis in Cina e Italia del Nord. Le immagini satellitari della Nasa e dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea, hanno mostrato nei giorni scorsi una drastica riduzione delle emissioni di biossido di azoto. I sensori Tropomi (Tropospheric Monitoring Instrument) a bordo del satellite hanno rilevato il progressivo ridursi della nube rossa. Se si guardano bene le immagini, anche nei grandi agglomerati urbani come Roma e Napoli, il "rosso" dell'inquinamento è sparito dalle mappe. Le aree con aria ancora più pulita sono quelle del basso versante adriatico (soprattutto la Puglia) e la Sicilia. La nostra è dunque più pulita? Nì. Nonostante le nostre città siano deserte, cioè che il satellite non vede sono le polvere sottili (Pm10), che sembrano infischiarsene dell'assenza delle automobili e continuano a circolare nell'aria come se nulla fosse. Come riporta La Verità in edicola, infatti, dal 16 al 20 marzo le Arpa (le aziende regionali per la protezione ambientale) negli indici della qualità dell'aria hanno continuato a registrarle sui cieli di Piemonte, Lombardia e Veneto pericolosamente vicine al limite di legge dei 50 microgrammi per metro cubo. A determinare la presenza di Pm10 in queste settimane di lockdown l'assenza dei venti e il ristagno d'aria. Un dato che ha stupito anche Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana. "Mi sarei aspettato il crollo o una forte diminuzione del particolato, visto che ce ne stiamo tutti a casa" spiega a La Verità. Invece non è andata affatto così. "In questi giorni le polveri sottili ugualmente si sono avvicinate al limite, superato il quale sono ritenuti certi i danni per la salute. In base alle normative sono tollerati 35 giorni di sforamento all'anno, poi è obbligatorio il divieto di circolazione ai mezzi privati". Secondo l'Arpa del Veneto, "con ogni probabilità abbiamo sopravvalutato il traffico come fonte delle polveri sottili". Ergo, in questo senso le domeniche senz'auto potrebbero essere del tutto inefficaci nel frenare la presenza di Pm10, che dipende molto dai venti. Curiosità, nonostante il lockdown, la presenza del particolato è particolarmente importante nelle zone di Milano, Cremona, Pavia, Brescia, Mantova, proprio dove ha colpito di più la pandemia da Covid-19, anche se sulla eventuale correlazione tra i due eventi gli scienziati sono divisi. "L'ipotesi è stata smentita dalla Società italiana degli aerosol" spiega Mercalli. Ciò nonostante, come ha spiegato Andrea Muratore su Inside Over, uno studio internazionale guidato dall’Università “La Sapienza” di Roma aveva segnalato la correlazione tra la crescita delle epidemie su scala globale, inclusa quella attualmente in corso, e lo "sviluppo insostenibile" che ha stravolto il rapporto tra uomo e ambiente. Nei giorni scorsi, invece, uno studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) insieme alle Università di Bari e di Bologna, che hanno esaminato i dati pubblicati sui siti delle Arpa (Agenzie regionali per la protezione ambientale) ha presentato dei dati che evidenzierebbero un nesso tra gli elevati quantitativi di inquinamento della Pianura Padana e il boom dei contagi che sta caratterizzando attualmente la Lombardia.

Roberto Vivaldelli

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 28 marzo 2020

 

 

Avviato lo spegnimento dell'area a caldo nella Ferriera di Servola

«Oggi (ieri, ndr) pomeriggio è previsto l'ultimo caricamento di carbon fossile nella cokeria, iniziando così ufficialmente lo spegnimento dell'area a caldo della Ferriera di Servola. Le fasi che seguiranno potrebbero generare degli effetti visivi; come già assicurato, grazie ad Arpa Fvg manterremo i cittadini informati, di modo che le procedure avvengano nella maniera più trasparente possibile, al fine di evitare allarmismi in una situazione già resa complessa dall'emergenza sanitaria in corso». A renderlo noto è l'assessore regionale all'Ambiente, Fabio Scoccimarro, ricordando «l'attuale fase storica dello stabilimento di Servola, che vedrà la dismissione dell'area a caldo per potenziare le attività industriali decarbonizzate». L'assessore ribadisce inoltre che «l'attenzione degli organi di controllo e di sicurezza è massima. Il cronoprogramma prevede alcune giornate "rosse" dal punto di vista degli aspetti visibili all'esterno dello stabilimento, che comunque dovrebbero durare solo poche ore. Si verificherà una graduale riduzione della produzione del gas che porterà all'accensione automatica delle fiaccole di emergenza. Anche in questa fase sono garantiti tutti i presìdi ambientali volti all'abbattimento delle sostanze inquinanti emesse. L'accensione delle torce di emergenza non comporta necessariamente impatti significativi sulla qualità dell'aria». Critica invece Antonella Grim (Italia viva): «Inizia la fine di un'epoca per la nostra città e anche per un pezzo della produzione siderurgica italiana. Non ho mai condiviso questa scelta. Chi è al governo deve mediare e trovare il necessario, vedi Austria, equilibrio tra produzione industriale, ambiente e salute».

 

 

Orti privati colpiti e frenati dall'arrivo di freddo e bora

Con le temperature favorevoli delle settimane passate, molti avevano sistemato le piantine in giardino o sul balcone. Coldiretti: «Meglio aspettare l'inizio di aprile»

L'ondata di freddo, con bora forte, per fortuna non ha danneggiato alberi da frutto e coltivazioni a Trieste, a differenza di quanto accaduto in altre zone d'Italia. Più colpiti gli orti casalinghi, di chi, approfittando delle giornate di sole di qualche settimana fa, aveva già sistemato le piantine in giardino o sul terrazzo. Ma c'è preoccupazione per l'arrivo di un ulteriore fronte freddo, con raffiche di vento in aumento da lunedì e con il rischio di neve sul Carso martedì. «Ho ricevuto i messaggi sulla situazione a livello nazionale e purtroppo in alcune aree si sono verificate gelate che hanno compromesso gli alberi già in fiore - racconta Alessandro Muzina, presidente della Coldiretti Trieste -. Qui da noi per il momento i danni sono pochi, anche perché non ci sono state precipitazioni, e quindi non si è formato ghiaccio. In realtà - aggiunge - solo i mandorli erano già fioriti. Inoltre molte coltivazioni devono ancora germogliare, il freddo dunque non ha causato particolari problemi. Ma le aziende agricole del territorio - sottolinea -, come probabilmente in altre regioni, stanno comunque soffrendo per la mancata possibilità di effettuare la vendita diretta. La gente non si muove più e chi può, ma non sono molti, ha attivato la consegna a domicilio». Secondo la Coldiretti nazionale il gelo ha fatto strage di frutta e verdura in molte regioni, come Emilia Romagna, Veneto e Puglia. «Alcuni alberi di pesco, albicocco e mandorlo - si legge sul sito della Coldiretti - hanno addirittura già i frutticini, ciliegi e susini sono in fiore e tra i filari di pere, mele e kiwi ci sono le gemme pronte che sono state intrappolate dal ghiaccio e bruciate dal freddo mentre nei campi gravi danni si contano per le primizie di stagione dai carciofi agli asparagi, dalle bietole alle cicorie fino ai piselli». Ma quando ormai a Trieste si pensava che il peggio fosse passato dal punto di vista del meteo, ecco nuove previsioni negative per la prossima settimana. Nel dettaglio, secondo l'Osmer, l'osservatorio meteorologico regionale, si parla di bora forte di nuovo, da lunedì, e precipitazioni nevose anche a quote basse, che potrebbero imbiancare il Carso martedì. Il timore, per le coltivazioni, è sempre legato al rischio di ghiaccio al suolo. La Coldiretti monitora la situazione, in attesa di capire l'evolversi del quadro meteo anche per quanto riguarda le temperature. Per i tanti triestini che invece si erano già dedicati agli orti privati, tra giardini e balconi, alcuni errori di troppo prima del freddo potrebbero aver compromesso il raccolto. «C'è stato un grande caldo fino a qualche settimana fa, che ha spinto molti ad acquistare piantine come pomodori o zucchine - continua Muzina - che però ora sono state sicuramente messe alla prova dai valori rigidi portati dal freddo. Consiglio a tutti di aspettare ancora un po', fino alle prime settimane di aprile, quando il meteo sarà più stabile e le temperature saranno più miti. Per chi invece si dedica alle piantine aromatiche - aggiunge - ricordo che è preferibile non sistemare ancora all'esterno le più delicate, come basilico e prezzemolo. Non è ancora il momento giusto, proprio perché la primavera ci sta riservando qualche brutta sorpresa».

Micol Brusaferro

 

 

I giovani volontari non si fermano La difesa del clima continua online

Al via oggi in forma virtuale due progetti dell'associazione legata all'Istituto

Partono oggi, in formato online, causa emergenza coronavirus, due progetti allestiti dall'associazione Mondo 2000, che vede protagonisti gli studenti del Collegio del Mondo unito dell'Adriatico di Duino. Si tratta di "Giovani volontari in azione" e della "Fiera del volontariato e della sostenibilità", organizzati con il sostegno della Regione e finalizzati a mettere in relazione i giovani con associazioni ed enti del terzo settore, per diffondere le numerose opportunità di volontariato a disposizione dei ragazzi del territorio. Il primo progetto guarda alle attività volte ad attivare hub territoriali, per offrire ai ragazzi della regione la possibilità di sperimentare la co-progettazione e lo sviluppo strutturato di progetti di volontariato, stimolando quel desiderio di intervento nella soluzione di problemi legati al loro territori. Il secondo quest'anno dedica la giornata al tema della sostenibilità ambientale, incentrando le attività sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite. L'efficacia dell'evento è data in larga misura dall'utilizzo dell'educazione tra pari. Sono infatti gli studenti del Collegio a condividere con quelli della regione il loro entusiasmo per il volontariato, i motivi che li spingono a dedicarsi al lavoro nel sociale e il potenziale del volontariato per stimolare la propria autostima e la consapevolezza di sé e della società in cui vivono. A partire da oggi e per qualche settimana, gli studenti proporranno una serie di anteprime virtuali della Fiera della sostenibilità. La piattaforma online, su cui è migrata a fine febbraio tutta l'attività didattica del Collegio, ospiterà un incontro con l'antropologa Sabina Kienzel, animatrice al Collegio di un'attività pomeridiana di video - making e ricerca etnografica. Inoltre, saranno diffusi, sul profilo Instagram dedicato alle attività del Collegio "@casportfoliouwcad" e sulla pagina facebook del Collegio, una serie di video a tema, realizzati sia da associazioni che collaborano con Mondo 2000, sia da docenti, studenti e amici del Collegio, che tratteranno tematiche quali l'architettura resiliente, l'acqua come risorsa primaria in Nigeria, la criminalità organizzata e la narrazione, attraverso l'arte, di problemi come l'istruzione, la povertà, la fame, le diseguaglianze, le questioni di genere. Per informazioni consultare il sito www.uwca.it o scrivere a mondo2000@uwcad.it.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 27 marzo 2020

 

 

Ferriera, inizia lo spegnimento - Finisce un'era durata 123 anni

Al via stasera l'iter per la chiusura dell'area a caldo, che durerà tre settimane Primo atto la fine della cokeria, poi sarà la volta di altoforno e centrale elettrica

Tre settimane per mettere la parola fine a una storia durata 123 anni. La chiusura dell'area a caldo della Ferriera prenderà il via oggi e, stando al cronoprogramma consegnato da Acciaierie Arvedi al tavolo tecnico attivato dalla Prefettura, tutto si concluderà il 17 aprile con le ultime operazioni di messa in sicurezza. Come anticipato su queste pagine nei giorni scorsi, lo stabilimento siderurgico di Servola darà il via allo stop della cokeria (alle 22 l'ultima carica) passando nella settimana successiva a disattivare altoforno, agglomerato e centrale elettrica. Che tutto sia pronto lo dice anche l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro: «Domani (oggi, ndr) verrà a avviato dopo oltre vent'anni lo spegnimento della cokeria. Tutto questo permetterà di migliorare la situazione ambientale e quindi le condizioni di salute. Al tempo stesso vi sarà quindi un potenziamento delle attività industriali "decarbonizzate": centrale a gas naturale, zincatura a caldo, verniciatura, linea di ricottura, oltre al definitivo sviluppo portuale e logistico». Tra gli enti di controllo figura l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, che seguirà tutti i passaggi pubblicando sul proprio sito informazioni, dati su qualità dell'aria e rumorosità, immagini e filmati. L'Arpa vuole testimoniare «gli eventuali impatti ambientali associati alla delicata fase di spegnimento ai fini di una maggiore trasparenza e condivisione nei confronti della popolazione». Come spiega l'Agenzia, comunque, «il piano non prevede impatti ambientali significativi», mentre sono previsti episodi visivi, come l'accensione delle fiaccole per eliminare i gas residui. La notizia della fermata è arrivata una decina di giorni fa. L'azienda aveva più volte annunciato date di spegnimento, sempre rinviate per la necessità di arrivare prima alla definizione dell'Accordo di programma, come chiesto dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e dal presidente della Regione Massimiliano Fedriga. Lo stop avverrà ora, senza intesa firmata: il confronto fra azienda e istituzioni è stato congelato dal coronavirus, che sta facendo passare in sordina quello che sarà un momento storico per Trieste da qualsiasi prospettiva lo si guardi. L'azienda ha deciso di procedere davanti all'esaurirsi delle materie prime e per ridurre le presenze in fabbrica durante l'epidemia: un lavoratore è risultato positivo a inizio marzo ma non si registra un'estensione dei casi. Lo spegnimento in assenza di una cornice definita dal nuovo Adp apre interrogativi sui tempi di bonifica e riconversione, nonché sul futuro di centinaia lavoratori: nella bozza dell'Accordo mancano infatti ancora i riferimenti ai finanziamenti pubblici e al piano industriale da modificare dopo la discesa in campo di Piattaforma logistica srl, che ha in tasca l'intesa di massima sulla cessione dei terreni dell'area a caldo, destinati a diventare terminal ferroviario a servizio del futuro Molo VIII. Si comincia dunque in queste ore con lo svuotamento delle due batterie di forni per il carbon coke: l'operazione richiederà due giorni e sarà seguita dallo svuotamento della torre che contiene il fossile, dalla fermata dell'estrattore e dalla messa in sicurezza della torre di spegnimento. Lo stop della cokeria sarà concluso solo il 17 aprile, dopo la chiusura e la messa in sicurezza dell'impianto di refrigerazione, della sezione lavaggio gas e della decantazione catrame. La fermata dell'altoforno si svolgerà fra il 3 e il 5 aprile, seguita da alcuni giorni per rendere inerti le sezioni gas e raffreddamento. Sempre il 3 aprile sarà bloccato l'agglomerato, mentre fra il 4 e il 5 si fermerà la centrale elettrica. L'iter è stato spiegato ieri dalla Direzione alle Rsu dello stabilimento. La giunta regionale si gode il raggiungimento di un obiettivo che il centrodestra ha sbandierato in ogni campagna elettorale negli ultimi vent'anni. «La trattativa e il lavoro di questi mesi - dice Scoccimarro - stanno dando seguito al mandato elettorale dei cittadini. Il risultato giunge a un anno dal mio primo incontro riservato con il cavalier Giovanni Arvedi, avvenuto il 28 marzo 2019». Quel primo confronto fu ruvido, ma pose le basi per le trattative avviate durante l'estate. «Il 28 e 29 agosto - ricorda l'assessore - c'è stato lo scambio formale di lettere tra me e la società che si dichiarava per la prima volta disponibile a valutare le proposte della Regione». Qualche giorno dopo Arvedi fece pubblicare a pagamento sul Piccolo una dura lettera in cui attribuiva alle istituzioni la responsabilità per una chiusura non voluta. Il cavaliere di Cremona e il suo erede Mario Caldonazzo resteranno comunque a Trieste, dove si sono impegnati a rafforzare le attività del laminatoio a freddo.-

Diego D'Amelio

 

 

Idrocarburi e tossine: i "pedoci" muggesani restano ancora proibiti

IL BENZO(A)PYRENE SCENDE, MA SALGONO I "VELENI BIO"

MUGGIA. Si prolunga a tempo indeterminato lo stop ai mitili muggesani. Perché stabilire una data per la ripresa delle attività è, a detta di Paolo Demarin, da febbraio direttore della Struttura complessa Alimenti di origine animale per l'Asugi, «senz'altro prematuro. Aspettiamo le evidenze delle analisi e le valutazioni generali degli enti preposti alla tutela ambientale, come l'Arpa». È dei giorni scorsi l'ordinanza bis, che segue la prima del 15 gennaio, che indica nella zona Ts 02 di Muggia la «non conformità al requisito sanitario comunitario previsto in presenza del superamento del limite previsto di biotossine marine liposolubili», così come confermato dai più recenti campionamenti di cui è stato reso partecipe anche l'Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie. Al benzo(a)pyrene riscontrato lo scorso 24 dicembre, quindi, si sono aggiunte le biotossine algali. Queste ultime, come informa Demarin «è la prima volta che sono presenti nell'area in questione in questo periodo dell'anno. Anche per questo sono in contatto con il Centro di riferimento di Cesenatico. Parliamo di biotossine algali ingerite dai molluschi bivalvi, che sono sostanze tossiche prodotte dal fitoplancton. Queste alghe hanno la capacità di produrre tossine che possono produrre problemi gastrointestinali nell'uomo». I pericoli per la salute dei consumatori, insomma, sono due: oltre alle biotossine resta infatti la questione degli idrocarburi ad attirare l'attenzione di Demarin: «Sulla presenza di idrocarburi occorre andare a fondo e la Regione si è fatta carico di questo problema, anche perché la qualità e la salubrità del mollusco dipende più di altri dalla qualità dell'ambiente. Per quanto riguarda il benzo(a)pyrene, cioè l'indicatore principale, il valore somma non conforme risale a un'analisi effettuata il 3 febbraio. Le successive analisi, del 17 e 24 febbraio e del 9 marzo, sono tutte conformi e quindi la presenza è diminuita. Ma occorre definire il motivo di questa contaminazione». La costa muggesana potrebbe rischiare una declassificazione? «No - spiega Demarin - perché la classificazione in A, B e C dipende dalla qualità microbiologica delle acque, determinata dall'indicatore E.coli. Una contaminazione chimica determina la chiusura, come avviene adesso, e solo se persiste si arriva a una declassificazione, in questo caso però definitiva, con la revoca dell'autorizzazione a raccogliere. Per questo è importante per me conoscere le cause di questo episodio di positività».

Luigi Putignano

 

Ricercatori si immergono a largo di Grado festeggiati da una ventina di delfini

Durante un monitoraggio della Pinna nobilis

GRADO Nei giorni scorsi due ricercatori dell'Area marina di Miramare, Saul Ciriaco e Marco Segarich, si sono trovati di fronte a una ventina di esemplari di tursiopi, in piccoli gruppetti. È successo alla fine di un'immersione a Grado, per il monitoraggio della Pinna nobilis, nell'ambito del progetto "Restorfan". «Probabilmente si tratta della stessa famiglia già avvistata in febbraio da alcuni pescatori locali», spiega Maurizio Spoto, direttore della Riserva: «Non è frequente avvistare gruppi così numerosi, solitamente capita quando si staccano da Pirano per ragioni di alimentazione, ma non dovrebbe c'entrare con la situazione attuale». Ma se a Grado i gabbiani hanno lasciato il centro cittadino un fenomeno contrario si sta verificando a Trieste. I pesci che popolano copiosamente il canale di Ponterosso. Le faine e le volpi che sbucano in città in momenti della giornata prima d'ora impensabili. I prati pieni di farfalle e api. E che dire allora del ritorno dei delfini tursiopi che piroettano a Grado. L'effetto #stateacasa risveglia la natura, che reagisce così ora che in giro non c'è la solita massa di esseri umani che ha inevitabilmente modificato le sue abitudini. La diminuzione della pesca professionale e la sospensione di quella amatoriale permette ad esempio ai pesci costieri di avvinarsi di più verso la città, fino appunto all'interno del canale di Ponterosso, come spiega il naturalista Nicola Bressi: «Ora è possibile vedere più sotto costa branzini, saraghi, qualche orata e prossimamente, se continua la quarantena, anche le seppie». Non è poi impossibile che durante le ore diurne sbuchino pure volpi e faine. Altre conseguenze di questo periodo di quarantena riguarderanno pure tutte quelle specie ormai diventate urbane, come il cinghiale, il gabbiano o il topo: in particolare a loro mancherà il cibo, che sono abituati a ricevere dall'uomo. «È un bene», osserva Bressi: «Cerchiamo sempre di spiegare all'amico degli animali che dare cibo a quelli selvatici è un male. Le specie invasive così aumentano, creando problemi ad altri animali, vedi le cornacchie che uccidono i merli. Allo stesso tempo questa abitudine nuoce pure al porcospino, perché così lo abituiamo a frequentare strade e case, mettendo a repentaglio la sua vita. Può capitare inoltre di aiutare animali malati. In natura questi di solito muoiono, così facendo possiamo invece favorire i contagi tra gli animali stessi». Ecco dunque che questa rivoluzione farà sì che i gabbiani, ad esempio, si riprodurranno di meno. Al contempo nidificheranno in quegli spazi che oggi sono vuoti, come i giardini delle scuole.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 marzo 2020

 

 

Traffico giù, cala l'inquinamento - Si dimezzano gli ossidi di azoto - LA SITUAZIONE

Negli ultimi giorni calo sempre più significativo fino a rasentare lo zero con l'ulteriore effetto della Bora

Trieste. Alcuni dei principali agenti inquinanti dell'aria stanno diminuendo in maniera significativa a seguito del blocco progressivamente introdotto dall'esecutivo per contenere la diffusione del contagio da Covid-19. Nelle regioni del Nord, in particolare, il Sistema nazionale di protezione ambientale (Snpa) parla pressoché di un dimezzamento: un dato in linea con quelli rilevati da Arpa Fvg, anche per quanto riguarda lo specifico di Trieste e Gorizia. L'Agenzia europea dell'Ambiente (Eea) ha registrato del resto tendenze simili in Spagna e Portogallo, dopo l'adeguamento al "lockdown" su modello italiano. Nella Pianura Padana, fa sapere l'Snpa, si stima una diminuzione della concentrazione di biossido di azoto (NO2) dell'ordine del 50%, affermatasi in maniera progressiva nelle settimane successive alla limitazione della mobilità adottata in Lombardia e Veneto (23 febbraio) e poi estese all'intero territorio nazionale (11 marzo). I valori mediani di tutte le stazioni presenti in quest'area sono infatti passati da quantità comprese tra i 26 e i 40 microgrammi di NO2 per metro cubo d'aria, a febbraio, ai 10-25 microgrammi in marzo. In Friuli Venezia Giulia, nello specifico, salta all'occhio la data dell'11 marzo, per la differenza particolarmente forte notata tra la concentrazione osservata (10-20 microgrammi per metro cubo) e quella attesa (50-70). I dati sono stati elaborati da un team di esperti Snpa tramite Copernicus, il sistema satellitare europeo di osservazione della Terra le cui rilevazioni sono state integrate con quelle raccolte sui territori dalle Agenzie per la protezione dell'ambiente regionali e provinciali (Arpa e Appa). Arpa Fvg, ancora più nel dettaglio, ha preso in considerazione inoltre il periodo tra il 17 e il 23 marzo scorsi. Mettendolo a confronto con gli stessi giorni degli anni precedenti (periodo 2016-2020 per Trieste; 2012-2020 per Gorizia), nelle due città capoluogo di provincia si osserva un abbassamento del 30-50% degli ossidi di azoto (un inquinante tipicamente associato al trasporto su gomma e alla combustione industriale) presenti nell'atmosfera, per quanto riguarda la loro fascia di oscillazione media. Negli ultimi anni, sia a Trieste che a Gorizia, le stazioni di traffico urbano avevano infatti registrato un'oscillazione media di questi agenti inquinanti che si aggirava tra i 40 e i 70 microgrammi per metro cubo. La stessa media, tra il 17 e il 21 marzo 2020, è scesa via via nella fascia 20-40 microgrammi. Il 22 e 23 marzo il dato si è abbassato ulteriormente fino a rasentare lo zero, per effetto "ripulente" della Bora. In città il fenomeno emerge nella parte centrale della giornata, mentre restano presenti - in misura proporzionalmente ridotta - i fisiologici picchi di mattino e pomeriggio, coincidenti con gli orari in cui la maggior parte delle persone si sposta per andare e tornare dal lavoro (rispettivamente ore 8 e 17). Nelle stazioni di traffico extra-urbano, poi, già dal 12 marzo i livelli di inquinanti - fa sapere Arpa - sono di molto inferiori rispetto al passato, anche in fasce orarie di punta. Ieri intanto l'Eea ha diffuso dati sul decremento di concentrazioni di NO2 non solo in alcune città italiane, come Milano e Roma, ma anche europee. A Barcellona, ad esempio, i livelli medi di NO2 sono scesi del 40% in una settimana: una riduzione del 55% sullo stesso periodo del 2019. 

Lilli Goriup

 

Smog, deforestazione, attacco alla natura è così che abbiamo reso profugo il virus

Esce oggi per Einaudi in edicola e on line il volumetto di Paolo Giordano, scrittore scienziato e docente alla Sissa

Ogni giorno alle 18 ci colleghiamo per ascoltare il bollettino della protezione civile, memorizziamo i numeri, confrontiamo i pareri degli esperti, attendiamo il messaggio del presidente. Ma le istituzioni sono caute, non si fidano della nostra tenuta emotiva. Nemmeno gli esperti si fidano di noi, per questo a volte parlano in modo talmente semplice che risulta sospetto. Delle istituzioni poi eravamo sospettosi da sempre. Così, in questa dubbiosa incertezza ci comportiamo peggio di come faremmo e il panico sale. Ecco il loop in cui a volte pare imprigionato il paese. Allora forse uscire per un attimo dal ritmo ansiogeno delle notizie giornalistiche e spostarci su un libro può aiutarci. "Nel contagio" il piccolo saggio di Paolo Giordano acquistabile da oggi in edicola e online (Einaudi, pp. 80, 10 euro) è una lettura tranquillizzante perché parla con fiducia a cittadini responsabili. E cerca, attraverso la competenza di uno scrittore scienziato, di capire meglio, non il Cov-2 (il virus responsabile dell'epidemia di Covid-19, ndr), ma quello che significa stare in un presente dove il Cov-2 ha preso il timone provvisorio della realtà. La matematica, ci dice Giordano, può aiutarci perché non è la scienza dei numeri ma delle relazioni: descrive i legami e gli scambi tra fattori diversi. E il contagio da Cov-2 è soprattutto un'infezione alla nostra rete di relazioni. Immaginiamo che gli esseri umani siano biglie, miliardi di biglie vicine tra loro. Se una biglia contagiata viene lanciata nel mucchio, questa toccherà almeno due o tre biglie, che a loro volta ne toccheranno altre tre o quattro e così in misura esponenziale fino alla situazione di pandemia. Questo esempio dovrebbe farci capire che più le biglie sono distanziate, minore è la probabilità che si scontrino propagando il contagio. Fuor di metafora: contatti sociali zero. Giordano ci esorta poi a rovesciare la nostra prospettiva: proviamo a guardare l'umanità dal punto di vista del virus. Per il Cov-2 siamo divisi in tre gruppi soltanto: i Suscettibili, cioè gli organismi che potrebbe contagiare, gli Infetti e i Rimossi, quelli cioè che non può più contagiare. Va da sé che la partita, il vero e proprio cordone sanitario, la giocano i Suscettibili. Quelli che togliendosi dal raggio del virus gli impediscono di moltiplicarsi. C'è qualcosa di rassicurante nei ragionamenti di Giordano, che ha a che fare con la competenza e il rispetto dell'interlocutore, con la capacità di affrontare contenuti scientifici rendendoli umani ma senza semplificarli, avvicinando il lettore alla comprensione e quindi abbassando la paura. Una tonalità che a volte fa tornare in mente le puntate di "Siamo fatti così", la serie educativa francese che ha insegnato a un'intera generazione a conoscere il corpo umano. Leggere questo libro aiuta a lasciarsi alle spalle i toni enfatici del giornalismo - "un'esplosione" di contagi, un aumento "drammatico" - perché, se la scienza è abituata a trattare l'evolversi non lineare dei fenomeni naturali, è la distorsione mediatica a generare la paura. Rimane però che il Cov-2 sta ridefinendo il nostro modo di abitare il mondo. Eravamo abituati a imporre il nostro tempo alla natura, e invece ora accade il contrario. È in questo tempo nuovo di forzata solitudine che, paradossalmente, potremmo riscoprire un senso di comunità che era andato perduto. L'epidemia ci incoraggia a un esercizio di immaginazione inedito: pensarci come un organismo unico e perciò solidale. Teniamolo a mente, prima di uscire di casa o invocare il diritto alla quotidiana passeggiata a Barcola. E non dimentichiamocene quando tutto sarà finito. Una domanda aleggia ancora nelle nostre menti: ma noi, come comunità umana, che responsabilità abbiamo su questa epidemia? È colpa dell'inquinamento? Della globalizzazione?Siamo esseri umani pieni di impegni, viaggiamo e ci spostiamo molto, e senza dubbio l'efficienza dei nostri trasporti ha cambiato la sorte della diffusione del virus, rendendola rapida e capillare. Ed è probabile che la nostra aggressività verso l'ambiente sia andata a stanare quei patogeni che se ne stavano tranquilli nelle loro nicchie naturali. Ancora una volta Giordano ci invita a smuoverci da noi stessi e invertire la prospettiva: non sono i virus a cercarci, ma siamo noi con la deforestazione, con gli allevamenti intensivi, con le azioni votate all'estinzione di molte specie, che andiamo a stanare i virus, trasformandoli in profughi della distruzione ambientale. Negli anni Ottanta, quando andavano di moda i capelli vaporosi pieni di lacca, scoppiò l'allarme per il buco dell'ozono. Tutti cambiarono pettinatura e l'umanità venne salvata. Ma oggi? Oggi siamo davanti a problemi più complessi da comprendere e per questo è necessario cogliere il tempo anomalo che viviamo come un'occasione per fermarci e pensare. A cosa? Al fatto che siamo parte di un ecosistema meraviglioso e fragilissimo e sta a noi mantenerlo in equilibrio. E in questo momento di conta dei morti e dei guariti, dei giorni di scuola persi, delle mascherine consegnate e dei miliardi bruciati in borsa, nelle pagine di Giordano risuona l'invocazione del Salmo 90: "Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio". Un cuore saggio, auguriamoci questo.

Federica Manzon

 

 

Alberi tagliati in baia, sul web è subito polemica

Le proteste social: «Patrimonio di Sistiana rovinato». Pallotta: «Piante a rischio, era necessario per ragioni di sicurezza»

DUINO AURISINA. Il Comune taglia alcuni alberi nella baia di Sistiana «per garantire l'incolumità dei cittadini in quanto a rischio caduta», e puntale monta la polemica, con l'immancabile megafono mediatico garantito dai social. Non c'è pace, insomma, per una delle zone più belle del golfo di Trieste. A scatenare la protesta sono stati numerosi cittadini che, osservando una serie di fotografie diffuse attraverso i gruppi social locali, hanno constatato che, a pochi passi da Castelreggio e nelle immediate vicinanze della zona dove fino a pochi mesi fa sorgevano i famosi chioschi tanto apprezzati soprattutto dai giovani, l'amministrazione guidata dal sindaco Daniela Pallotta ha provveduto a far tagliare alla radice alcuni alberi.«Vogliamo andare a fondo della questione - hanno subito annunciato in tanti - perché siamo stufi di veder depauperata una delle aree più belle del nostro territorio in ragione di un rischio che, a nostro avviso, è inesistente». Immediata la replica dell'esecutivo cittadino di Duino Aurisina: «In questi giorni - ha scritto a stretto giro Pallotta - è prevista bora da forte a molto forte sulla costa, con raffiche anche oltre i 120 chilometri orari, proprio nella zona di Trieste e provincia. La Protezione civile - ha precisato il sindaco - è dovuta intervenire in altre aree per il taglio di rami secchi, ma anche per rimuovere interi alberi secchi. La caduta di alberi o rami rappresenta spesso un pericolo per l'incolumità dei cittadini e io non voglio che ciò accada quando potremo nuovamente uscire, una volta esauritasi l'emergenza coronavirus. Ecco spiegato - ha sottolineato - perché stiamo tagliando anche altri alberi. Nessuno vorrebbe farlo, ma a volte è necessario e ritengo opportuno che si lasci fare il lavoro a chi è competente in questo campo». «Dai nostri uffici che si occupano del problema - ha fatto eco a Pallotta l'assessore Massimo Romita - abbiamo avuto un'informazione nella quale si legge molto chiaramente che si sta procedendo alla messa in sicurezza delle aree pubbliche dove sono presenti alberi morti in piedi. Gli interventi sono puntuali, urgenti e indifferibili. Mi sembra che ci sia poco da discutere». Non è dello stesso avviso il consigliere di opposizione Vladimiro Mervic: «Francamente gli alberi tagliati mi sembravano sani, ora intendo fare le necessarie verifiche».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 marzo 2020

 

 

Trieste al top per consumo di acqua a casa - E l'82% beve quella che esce dal rubinetto - le citta' in cui si consuma piu' acqua
Siamo tra le 20 città più "sprecone" ma ci distinguiamo pure per l'uso che ne facciamo al posto della minerale in bottiglia
Dalla doccia alla pulizia della casa, dagli usi in cucina all'irrigazione delle piante, senza tralasciare il fabbisogno di lavapiatti e lavatrice e lo sciacquone del bagno. I triestini giornalmente consumano in media 276 litri di acqua pro capite. È un dato, quello del consumo a residente, che colloca Trieste tra le 20 città più "sprecone" d'Italia. I dati Istat, riportati in un focus dedicato alla Giornata mondiale dell'Acqua dello scorso 22 marzo, evidenziano come a distinguersi, in tal senso, sia l'intera regione visto che nella classifica stilata rientrano, addirittura sopra la stessa Trieste, pure Gorizia (289 litri) e Udine (280). Va tenuto conto che a livello nazionale la media di consumo pro capite di acqua di attesta intorno ai 241 litri al giorno, con città come Isernia, Cosenza e Milano che superano persino i 360 litri pro capite.Il rilevante uso di acqua potabile a Trieste ha riscontro anche nei risultati dell'indagine "La tua acqua" effettuata da AcegasApsAmga nel 2019, attraverso una serie di interviste realizzate nei punti vendita Coop Alleanza 3.0. Un'iniziativa - che vede partner anche Cafc e Irisacqua - alla quale nella nostra città hanno risposto 486 persone, e che ha fatto emergere come addirittura l'82% dei triestini - il dato è il più elevato a livello regionale - beve sempre o comunque spesso "l'acqua del sindaco", quella del rubinetto per intenderci. In un paese come l'Italia, che insieme all'Arabia Saudita e al Messico è il maggior consumatore di acqua in bottiglia al mondo, una percentuale così elevata di residenti che si disseta bevendo l'acqua che esce dal rubinetto di casa ha dunque un valore aggiunto. Le centinaia di triestini che hanno risposto alle diverse domande hanno fornito uno spaccato delle loro abitudini ma anche di quelle del nucleo familiare dove vivono. Un campione ampio, quindi, che fotografa il rapporto tra i triestini e l'acqua pubblica. A bere l'"acqua del sindaco" sempre o comunque spesso sono più le donne (84%) degli uomini (80%). Dall'indagine di AcegasApsAmga emerge anche un altro aspetto in controtendenza rispetto ad altri territori dove è stato effettuato il medesimo sondaggio: la fascia di età che più spesso ne fa uso è quella tra i 31 e i 44 anni (87%). Alla domanda sul perché viene preferita a quella in bottiglia, la comodità e la bontà hanno la prevalenza su altre motivazioni. In controtendenza rispetto ad altri territori, poi, è accentuata (21%) anche la consapevolezza che non produce rifiuto plastico, segno di una crescente sensibilità ambientale. Nei target più avanzati di età, sembra prevalere l'elemento della fiducia, con prevalenza per motivazioni che evidenziano la bontà e un maggior controllo rispetto alle acque in bottiglia. Nei target più giovani, invece, oltre al fattore legato alla comodità emerge in maniera significativa quello ambientale. Il fatto che bere acqua di rete, dal rubinetto, non produca rifiuti plastici è un elemento che incide in maniera determinate per il 27% degli under 30 e per il 22% delle persone tra i 31 e i 44 anni. Tra i 45 e i 60 anni incidono allo stesso modo (22%) bontà dell'acqua, comodità e aspetto economico. L'acqua distribuita da AcegasApsAmga è da classificare come acqua oligominerale, di media-bassa durezza. e in base alle sue caratteristiche è da considerarsi acqua microbiologicamente pura. «Proviene da un acquifero sicuro dell'Isontino, - spiega Armando Pizzinato, responsabile acquedotti di AcegasApsAmga - ed è captata da falde profonde fino a 180 metri e garantita qualitativamente da un sistema di monitoraggio costante attraverso strumentazioni online in tele-controllo lungo tutta la filiera, supportato da analisi di laboratorio». Il piano di monitoraggio è stabilito da procedure aziendali e concordato con Asugi.

Laura Tonero

 

 

I pesci a Ponterosso e le faine a San Giusto - Gli animali vanno alla conquista della città
L'assenza di assembramenti da parte dell'uomo sta incoraggiando molte specie. Api e farfalle si riprendono i giardini
I pesci che popolano copiosamente il canale di Ponterosso. Le faine e le volpi che sbucano in città in momenti della giornata prima d'ora impensabili. I prati pieni di farfalle e api. E che dire allora del ritorno dei delfini tursiopi che piroettano a Grado. L'effetto #stateacasa risveglia la natura, che reagisce così ora che in giro non c'è la solita massa di esseri umani che ha inevitabilmente modificato le sue abitudini. La diminuzione della pesca professionale e la sospensione di quella amatoriale permette ad esempio ai pesci costieri di avvinarsi di più verso la città, fino appunto all'interno del canale di Ponterosso, come spiega il naturalista Nicola Bressi: «Ora è possibile vedere più sotto costa branzini, saraghi, qualche orata e prossimamente, se continua la quarantena, anche le seppie». Non è poi impossibile che durante le ore diurne sbuchino pure volpi e faine. Queste ultime frequentano spesso, di notte, il Parco della Rimembranza. «La faina tende a essere notturna - sottolinea l'esperto - più che altro perché ci siamo noi, ma ora che le strade sono vuote potrebbe uscire anche di giorno». Altre conseguenze di questo periodo di quarantena riguarderanno pure tutte quelle specie ormai diventate urbane, come il cinghiale, il gabbiano o il topo: in particolare a loro mancherà il cibo, che sono abituati a ricevere dall'uomo. «È un bene», osserva Bressi: «Cerchiamo sempre di spiegare all'amico degli animali che dare cibo a quelli selvatici è un male. Le specie invasive così aumentano, creando problemi ad altri animali, vedi le cornacchie che uccidono i merli. Allo stesso tempo questa abitudine nuoce pure al porcospino, perché così lo abituiamo a frequentare strade e case, mettendo a repentaglio la sua vita. Può capitare inoltre di aiutare animali malati. In natura questi di solito muoiono, così facendo possiamo invece favorire i contagi tra gli animali stessi». Ecco dunque che questa rivoluzione farà sì che i gabbiani, ad esempio, si riprodurranno di meno. Al contempo nidificheranno in quegli spazi che oggi sono vuoti, come i giardini delle scuole. «Le zone in cui non si taglierà l'erba o gli orti rimasti incolti sono destinati a diventare un paradiso per impollinatori e insetti», specifica Bressi: «Questi spazi saranno quindi pieni di api e farfalle. Più fiori hanno, più forti saranno». Negli scorsi giorni, peraltro, due ricercatori dell'Area marina di Miramare, Saul Ciriaco e Marco Segarich, si sono trovati di fronte a una ventina di esemplari di tursiopi, in piccoli gruppetti. È successo alla fine di un'immersione a Grado, per il monitoraggio della Pinna nobilis, nell'ambito del progetto "Restorfan". «Probabilmente si tratta della stessa famiglia già avvistata in febbraio da alcuni pescatori locali», spiega Maurizio Spoto, direttore della Riserva: «Non è frequente avvistare gruppi così numerosi, solitamente capita quando si staccano da Pirano per ragioni di alimentazione, ma non dovrebbe c'entrare con la situazione attuale».

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 24 marzo 2020

 

 

Ripopolate le foreste marine di Miramare
I biologi della Riserva hanno trapiantato le Cystoseire dal parco di Strugnano: sono alghe essenziali per gli "umori climatici"
A Miramare presto ricresceranno le foreste marine di Cystoseira, fondamentali per la conservazione della biodiversità e la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici sul nostro pianeta, grazie alla produzione di ossigeno e all'assorbimento di Co2 che le accomuna, per funzione, alle foreste terrestri. Lo confermano i biologi della Riserva, che stanno monitorando i risultati del trapianto dell'anno scorso e il livello di fertilità del sito donatore, il parco di Strugnano in Slovenia. «La situazione delle Cystoseire trapiantate è molto buona e fa ben sperare che questo impianto possa innescare quel meccanismo virtuoso naturale che consentirà alle alghe di proseguire autonomamente con la crescita e il ripopolamento», spiega Saul Ciriaco, biologo marino e subacqueo dell'Area marina protetta. Dopo due anni e mezzo anni di lavoro il progetto europeo ROC-POPLife, acronimo che sta per Restoration Of Cystoseira Population, sta raccogliendo i frutti di quanto seminato. Letteralmente. Scopo del progetto, che coinvolge due università, Trieste e Genova, e quattro Aree marine protette (Miramare, Cinque Terre, Portofino e Strugnano), è il ripopolamento delle foreste sottomarine di Cystoseira, un'alga bruna a rischio estinzione, con un metodo inedito: dai siti donatori, nel nostro caso Strugnano, vengono raccolte soltanto le parti apicali fertili dell'alga, che poi si posizionano in dischetti di argilla biodegradabili e si trasferiscono in laboratorio, all'interno di acquari per la coltivazione e la produzione di nuove "plantule". Quando le Cystoseire sono pronte i dischetti vengono prelevati e messi a dimora nel sito marino che si vuole ripopolare. Si tratta, ricorda Annalisa Falace, coordinatrice del progetto e ricercatrice del dipartimento di Scienze della vita dell'ateneo giuliano, di un metodo di restauro inedito, perché in questo modo non s'impoverisce il sito donatore. «Finora a Miramare abbiamo posizionato in due diversi eventi di trapianto 400 dischetti, ciascuno con un migliaio di plantule, protetti con dissuasori per impedire ai pesci e altri erbivori di cibarsene - racconta Ciriaco -. Le abbiamo monitorate di recente, verificando come, con l'inizio della primavera e l'aumento delle ore di luce, stiano iniziando a crescere autonomamente». Dall'altra parte di un confine attualmente blindato per l'emergenza Coronavirus c'è il sito di Strugnano, dove i ricercatori si sono recati poco prima della chiusura delle frontiere alla ricerca di parti apicali fertili per proseguire con il trapianto: a quanto pare manca pochissimo perché le piantine siano pronte, ora ci sarà da capire come operare per riuscire a portarle in Italia. Nel frattempo la notizia del successo di questo progetto di ripopolamento vegetale dei fondali marini si è diffusa, e sono fioccate da tutt'Italia e anche dall'estero proposte di collaborazione. Tanto che si sta già lavorando su un secondo progetto, che se verrà finanziato dall'Ue si amplierà andando a includere altre dieci Aree marine protette italiane e due nuovi partner scientifici: l'Ispra di Roma, che si occuperà del monitoraggio delle aree con droni, e l'Università Partenope di Napoli, che lavorerà per stimare i servizi ecosistemici e il valore anche economico di questo "capitale naturale" che si sta tentando di restaurare. «Vista la situazione critica del nostro Pianeta conservare l'esistente non è più sufficiente, bisogna invece operare per il restauro ambientale: lo sostiene con forza anche l'Onu, che dedica il prossimo decennio al ripristino degli ecosistemi», conclude Falace.

Giulia Basso

 

Le simulazioni di Valeria al pc sull'ecosistema mediterraneo
Valeria Di Biagio è romana, si è laureata alla Sapienza in Fisica e poi ha fatto un master in calcolo scientifico. A Trieste invece si è specializzata in Fluidodinamica.Attualmente si occupa di Modellistica degli ecosistemi marini all'Ogs: «Facciamo modelli e simulazioni al computer dell'ecosistema marino. Nel mio gruppo sono molte le linee di ricerca. Nello specifico, quella di cui mi occupo io, è produrre dei modelli accoppiati di fisica e biogeochimica. Quindi cerco di simulare essenzialmente il plancton che interagisce con costanti fisse: correnti, temperatura, radiazione solare. La mia area di ricerca è il Mar Mediterraneo».Lo scopo è anche quello di capire meglio come funziona l'ecosistema terrestre: «Per esempio monitorare la produzione di ossigeno che per metà proviene dall'ecosistema marino. Naturalmente nel mare avvengono molti fenomeni che ci riguardano tutti». Valeria Di Biagio è inoltre arrivata seconda al Premio FameLab, il talent-show della scienza, una competizione internazionale di divulgazione scientifica. Il tema va esposto in tre minuti: «Ognuno doveva parlare di due argomenti. Il mio primo tema è stato la fotosintesi, mentre l'altro argomento affrontato era più legato alla fisica: come, grazie allo studio delle correnti marine, sia stato possibile ricostruire il percorso di una fuga, in zattera, da Alcatraz».Gli interessi al di fuori del lavoro si spostano invece sullo sport: «Ho sempre praticato la danza. Anche qui a Trieste frequento un corso di danza contemporanea. Ma soprattutto pratico teatro a livello amatoriale. Anche l'idea del FameLab era per mettermi alla prova, benché su un testo scientifico anzi che teatrale. Credo però che comunicare, e per quel che possibile semplificare la scienza, stimoli molto la curiosità delle persone, per questo sono importanti concorsi come FameLab».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 23 marzo 2020

 

 

Scatta l'offensiva anti-pantegane: 1.400 trappole dalle Rive ai parchi
Vicina la fase in cui i ratti giovani escono dalle tane: riposizionamento e controllo delle scatole in corso
Oltre 1.400 trappole in giro per la città con tanto di appello a non manometterle o rubarle. Il Comune - nonostante l'emergenza coronavirus - si prepara ad affrontare il periodo dell'anno, quello di maggio e giugno, in cui i ratti escono di più dalle loro tane in cerca di cibo, e lo fa sistemando le scatole col veleno nei punti strategici. L'appalto in questione, dalla durata biennale, era stato vinto dalla ditta "Il Girasole" di Porcia lo scorso anno con un'offerta di 30 mila euro Iva esclusa. «In questa fase - spiega l'assessore competente Michele Lobianco - vengono effettuati il riposizionamento e il controllo delle mangiatoie che, ricordo, sono create in modo tale da proteggere cani e gatti visto che l'esca non è raggiungibile dall'esterno. La scatola è costruita in modo tale che il topo entri attraverso una rotella, mangi e se ne vada. Al momento sono oltre 1.400 le trappole posizionate in tutta la città tra luoghi pubblici, palazzi di competenza del Comune e giardini». Il topo è un animale estremamente intelligente, per questo motivo le esce devono essere riposizionate in maniera costante. Gli animali comunicano anche tra di loro e nel corso degli anni la strategia anti-pantegane è mutata pure nel tipo di trappole. Oggi una volta mangiata l'esca il roditore non muore subito, ma solitamente dopo alcuni giorni. Questo per impedire che gli altri membri del gruppo capiscano che l'esca è avvelenata. «In questo periodo - prosegue l'assessore - non ci sono segnalazioni riguardanti la presenza di ratti ma in realtà il momento più critico è quello d'inizio estate anche se lo scorso anno il fenomeno era iniziato prima. Si vede comunque che la campagna massiccia con l'implementazione delle trappole e una strategia sempre nuova hanno prodotto risultati». La primavera e l'estate sono le stagioni in cui i giovani esemplari escono allo scoperto per cercare cibo ed esplorare il territorio. Lo scorso anno tra aprile e maggio il fenomeno era emerso in maniera importante in città anche a causa delle piogge intense che avevano spinto gli animali in superficie. A gennaio non erano invece mancate le polemiche politiche in seguito alla segnalazione della consigliera comunale di Open Sabrina Morena riferita in particolare alla zona di piazza Goldoni. Le trappole sono posizionate come detto in diversi punti della città: le Rive, gli uffici e ovviamente i giardini pubblici, come ad esempio il "Muzio de Tommasini". Sono spesso nascoste proprio per evitare manomissioni o furti. Per quanto riguarda le residenze private o i condomini l'invito è invece quello di rivolgersi agli amministratori stabili che poi contattano l'Azienda sanitaria. Per le segnalazioni nei luoghi pubblici ci si può rivolgere all'Urp del Comune.

Andrea Pierini

 

Sabotate, distrutte, addirittura rubate - Metà delle esche mappate in città è da sostituire da un anno all'altro
Nel 2019, in seguito a una serie di episodi e di successive "indagini" a riguardo, è stato accertato che esistono gruppi, se non una vera e propria banda più o meno organizzata, il cui scopo è quello di sabotare le esche per topi che il Comune sistema in tutta la città per cercare di contenere la popolazione dei ratti. Un fenomeno aggiuntivo, dunque, oltre a quello dei ladri di trappole, che rubano le scatolette pagate dalla collettività per portarsele nei propri giardini e cortili privati. Gli operatori incaricati del servizio di derattizzazione, nel corso dei periodici controlli volti a verificare appunto se l'esca sia intatta o consumata e dunque sia da sostituire o meno, trovano infatti palle di carta e scotch oppure schiuma espansa nel foro di accesso alla trappola: soluzioni che impediscono al topo di entrare e dunque di mangiare l'esca. In altri casi le scatolette vengono distrutte. Chi agisce ha uno scopo preciso: non far morire quegli animali. La morte da avvelenamento, d'altronde, è certamente atroce, e ci sono dei triestini che combattono la loro battaglia al fine di salvare i ratti da quella dolorosa fine. Ma a questi si aggiungono certamente i vandali "di professione". Il risultato è che nel 2018 sono state ben 700 su 1.400, il 50% quindi, le trappole da sostituire perché manomesse, rotte o addirittura sparite. Il dato del 2019 sarà presumibilmente disponibile alla chiusura delle operazioni di riposizionamento e controllo delle scatolette in corso in vista dell'inizio dell'estate e dell'uscita dalle loro tane degli esemplari di ratto più giovani. Occhio però a non dare la croce addosso alle associazioni animaliste: le azioni di sabotaggio è ritenuta infatti opera di singoli, cani sciolti, persone che nulla hanno a che vedere con le realtà organizzate del territorio.

 

«Non toccate le mangiatoie e non lasciate rifiuti in giro»
«Siamo in campo con l'appalto delle mangiatoie e nonostante l'emergenza coronavirus la ditta le sta posizionando cercando di nasconderle il più possibile perché purtroppo, anche in questo periodo, proseguono i fenomeni di furto e sabotaggio». Parola dell'assessore agli Affari zoologici Michele Lobianco, il quale spiega come sia decisivo, al di là dei comportamenti più propriamente "dolosi" come appunto furti e sabotaggi, il contributo di civiltà da parte dei residenti.«Un tema-chiave - spiega infatti a questo proposito lo stesso Lobianco - è quello di non lasciare rifiuti di cibo o sacchetti dell'umido a terra. I topi sono dotati di un olfatto importante, questo significa che riescono a sentire gli odori da lontano e ciò li attrae in superficie». Certo poi - insiste Lobianco senza usare giri di parole - continuano a esserci gli idioti che manomettono o addirittura rubano le mangiatoie. Vale la pena ricordare che questo è un reato penale visto che si tratta di furto. L'appello che rinnovo, dunque, è ancora una volta quello di non toccare le mangiatoie».

 

 

Le rilevazioni dell'Arpa: niente segnali anomali dalla centrale di Krsko
TRIESTE. Dopo una prima comunicazione in mattinata, ieri sera la conferma: la radioattività in aria misurata dalla stazione di monitoraggio del Centro regionale di radioprotezione di Arpa Fvg non ha rilevato alcuna variazione rispetto ai valori di fondo naturale. Il sisma di Zagabria non ha causato dunque anomalie alla centrale nucleare slovena di Krsko, distante in linea d'aria 136,5 km da Trieste. L'analisi di spettrometria gamma del particolato atmosferico raccolta da giovedì a ieri non evidenzia alcuna presenza di radionuclidi artificiali al di sopra della minima attività rilevabile. Né valori anomali sono stati evidenziati per la radiazione gamma in aria. «Situazione assolutamente regolare», ha riassunto l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro precisando che «nessuna anomalia al funzionamento della centrale» slovena «è stata segnalata dalle autorità» di Lubiana. Esiste un patto bilaterale con la Slovenia in base al quale «in caso di incidenti a Krsko è immediatamente avvisato l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare che subito trasmette alla Regione Fvg i dati per le verifiche del caso».Le scosse ieri sono state registrate anche dalla rete sismometrica gestita dal Crs - Centro di ricerche sismologiche dell'Ogs. Il sisma è stato avvertito in alcune zone della nostra regione: «A Trieste e nell'Isontino, ma anche nella piana del Friuli», sottolinea Stefano Parolai, direttore Crs. Le zone che si estendono fino ai Balcani, annota Parolai, sono del resto «sismicamente attive perché si trovano tra diverse placche tettoniche» il cui contatto, nell'area mediterranea, genera «giornalmente» delle scosse. Il terremoto di ieri è avvenuto in una zona sismica, quella di Zagabria, anche in passato colpita da importanti terremoti: si stima che il sisma del 1880 fu di magnitudo 6,3.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 22 marzo 2020

 

 

Acqua sicura nelle case con 50 analisi ogni giorno e oltre 17 mila all'anno
Il report di AcegasApsAmga sui 900 chilometri abbondanti della rete acquedottistica di Trieste e dintorni che serve in tutto 230 mila cittadini
Cinquanta analisi al giorno e un totale di oltre 17 mila all'anno, in collaborazione con l'Azienda sanitaria. Il tutto per garantire ai cittadini un'acqua più buona e sicura attraverso una rete idrica all'avanguardia. È quanto mette in evidenza AcegasApsAmga nella Giornata mondiale dell'acqua, che ricorre proprio oggi.«Più di 900 chilometri di rete acquedottistica, oltre 230 mila cittadini serviti, 50 analisi al giorno»: sono questi i dati che emergono dal report "In buone acque", il documento che rendiconta i dati quantitativi e qualitativi delle analisi effettuate sulle acque della rete triestina e di tutto il territorio servito da AcegasApsAmga nel corso del 2018. Il report, certificato da Dnv Gl e disponibile sul sito della multiutility (l'indirizzo al quale collegarsi è www.acegasapsamga.it), narra con trasparenza le origini dell'acqua che sgorga tutti i giorni dai rubinetti di casa e i motivi economici ed ambientali per i quali conviene berla. «In questo periodo di forte emergenza sanitaria per il coronavirus, in cui gli spostamenti sono limitati e la normale gestione della spesa al supermercato può divenire un'azione complessa, è importante ricordare che nelle proprie abitazioni è presente una vera e propria sorgente oligominerale a chilometro zero: l'acqua di rubinetto», sottolinea una nota dell'azienda del gruppo Hera. Peraltro, rifornirsi dell'acqua del rubinetto, soprattutto in questi giorni, «significa dire addio ai carrelli colmi di acque in bottiglia, alla fatica di caricare le casse in auto e trasportarle fino a casa», aggiunge il comunicato. Inoltre, come ricordato proprio in questi giorni dall'Istituto superiore di sanità e dal ministero della Salute, l'acqua potabile è totalmente sicura e si può utilizzare in completa tranquillità. Nel territorio triestino vengono effettuate oltre 17 mila analisi ogni anno in collaborazione con l'Azienda sanitaria giuliano isontina. L'acqua di rete è ecologica, evita infatti il ricorso a qualcosa come 270 milioni di bottiglie di plastica, ed economica, giacché consente di risparmiare in media quasi 440 euro l'anno rispetto a quella in bottiglia. L'acqua presente nelle abitazioni dei triestini è buona, classificata come oligominerale e a basso contenuto di sodio (per eliminare l'eventuale sapore di cloro, basta riempire una caraffa d'acqua e lasciarla riposare, meglio se in frigo).Infine, va ricordato l'Acquologo, cioè la app che spiega tutti i segreti e i dettagli del servizio idrico. Conoscere la qualità dell'acqua del rubinetto o segnalare una perdita in strada è sempre possibile grazie appunto all'Acquologo: si tratta di una applicazione gratuita sviluppata da AcegasApsAmga, insieme ai tecnici incaricati del gruppo Hera, e che è disponibile per i sistemi operativi iOS, Android e Windows Phone. Sono molte le funzioni disponibili sull'app, che permette di inviare comodamente via smartphone la lettura del proprio contatore idrico oppure ancora di essere avvisati tempestivamente in caso di momentanea interruzione dell'erogazione dell'acqua per lavori programmati.

 

 

Raccolta differenziata proibita ai contagiati in quarantena
Nel caso di malati in isolamento  i rifiuti domestici vanno conferiti in un doppio sacchetto nei bottini per l'indifferenziato indossando guanti monouso
TRIESTE - I contagiati dal Covid-19 o sospetti tali non devono in alcun modo fare la differenziata. Mentre vale per tutti la regola di gettare nel secco residuo fazzoletti, mascherine e guanti usati. Ecco le direttive predisposte da Regione, Protezione civile e Arpa Fvg assieme ai vari gestori del servizio raccolta rifiuti presenti sul territorio, a seguito delle indicazioni dell'Istituto superiore di Sanità. Partiamo appunto dalle famiglie in cui sono presenti persone risultate positive al tampone oppure sottoposte a quarantena obbligatoria. In questi casi non importa se plastica, vetro, carta, umido o metallo: tutto (ma proprio tutto) deve finire nel contenitore abitualmente utilizzato per l'indifferenziato, meglio ancora se con apertura a pedale. L'immondizia deve poi essere sigillata con lacci di chiusura o nastro adesivo, all'interno di 2 o più sacchetti messi l'uno dentro l'altro, indossando guanti monouso che saranno a loro volta raccolti in nuovi sacchetti. I rifiuti così prodotti vanno conferiti quotidianamente nei cassonetti, mentre in caso di porta a porta vanno svuotati ogni giorno nel mastello del secco residuo. Questo dev'essere conservato all'esterno dell'abitazione in attesa del ritiro, della cui frequenza si può chiedere un aumento rivolgendosi ai gestori del servizio nel proprio Comune di residenza. Agli stessi enti, analogamente, si può domandare aiuto qualora si fosse impossibilitati a gettare l'immondizia autonomamente (a Trieste il numero da chiamare è 800-388-688, dalle 9 alle 18 da lunedì a venerdì). Gli animali domestici devono inoltre essere tenuti alla larga dai rifiuti e al termine di ogni operazione bisogna lavarsi le mani. Questo tipo di gestione della spazzatura vale non solo per l'intera durata dell'isolamento, ma anche nei 14 giorni successivi la dichiarazione di guarigione e/o fine della quarantena obbligatoria. Per tutti gli altri, come anticipato, restano in vigore le consuete modalità di raccolta differenziata. Si fa eccezione per fazzoletti di carta usati in caso di raffreddamento, mascherine e guanti, che vanno appunto nell'indifferenziato, utilizzando ancora una volta un minimo di 2 sacchetti, da sigillare con cura.A Trieste, infine, AcegasApsAmga ricorda che i centri di raccolta sono chiusi ai cittadini privati dal 14 marzo: possono accedervi solo le attività produttive autorizzate. Restano operativi tutti i servizi di raccolta domiciliare su prenotazione, come ad esempio ritiro di ingombranti e raccolta verde.Per ulteriori informazioni rimane disponibile il numero verde gratuito dei Servizi ambientali comunali (800- 955-988).

Lilli Goriup

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 21 marzo 2020

 

 

Il ministero boccia per la seconda volta l'abbattimento della Sala Tripcovich
Il Comune annuncia il ricorso al Tar. La rabbia del sindaco: «Loro hanno vinto la prima battaglia, ora inizia la guerra»
«È giunto il momento di prendere l'avvocato: loro hanno vinto la prima battaglia, ma adesso incomincia la guerra». Queste le parole lapidarie del sindaco Roberto Dipiazza, dopo il secondo diniego da parte del ministero dei Beni e delle Attività culturali all'abbattimento della sala Tripcovich. Il primo cittadino ha deciso questa volta di intraprendere le vie più dure: dopo un ricorso amministrativo "soft", il prossimo passo sarà invece un ricorso al Tar. Risponderà così dunque alla Direzione generale che ha cassato il progetto di demolizione dell'edificio proposto per valorizzare l'ingresso alla città e all'antico scalo e riportare la piazza al suo assetto ottocentesco. Il Mibact questa volta ha ritenuto "inammissibile" e "improcedibile" il ricorso amministrativo avviato dal Comune al primo niet dello scorso dicembre. La motivazione riguarda innanzitutto una questione di forma, spiegano gli uffici romani: il primo parere dato sulla questione rientrava in una comunicazione tra lo stesso Mibact e la Soprintendenza. E quindi non poteva essere un atto impugnabile da enti esterni al ministero. Sul contenuto, poi, gli uffici romani ribadiscono ciò che era stato già detto. Ovvero che, al fine della demolizione, la rimozione del vincolo, può avvenire «d'ufficio, su richiesta dei proprietari, possessori o detentori interessati», ma solo «in presenza di elementi di fatto sopravvenuti ovvero precedentemente non conosciuti o non valutati». Per il Mibact tutti gli elementi riguardanti la trasformazione del teatro erano già stati valutati nel 2006, quando era stato posto il vincolo. Viene inoltre sottolineato come il Comune debba garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di proprietà. Non ultimo si specifica che «non è condivisibile il parere espresso dalla Soprintendenza territoriale competente» - che invece da sempre si è dimostrata favorevole all'abbattimento a patto che la demolizione avvenisse nell'ambito della riqualificazione della piazza verso Porto vecchio -, che si è pronunciata sulla base di argomentazioni in contrasto con le motivazioni del provvedimento di tutela dell'edificio. Dal canto suo il Municipio, attraverso un fascicolo con uno studio approfondito di una decina di pagine in mano a Enrico Conte, direttore dei Lavori pubblici, e inviato lo scorso gennaio, ha cercato di spiegare come non sia la Sala Tripcovich a essere cambiata ma il paesaggio urbano circostante. E lo sarà ancora di più con il progetto di riqualificazione da 2 milioni di euro dell'area di largo Città di Santos, che sarà completamente rivisitata per fare spazio all'ingresso monumentale di Porto vecchio. Nel documento era stata avanzata anche una richiesta di incontro, a cui però non è stata data risposta. «Ci sono giochi della politica che mi hanno infastidito - commenta ancora Dipiazza -. Se mi chiederanno qualcosa da Roma per altro, domanderò loro di farmi per la prima volta un piccolo favore.... » . Intanto, oltre al ricorso al Tar, l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi propone comunque di andare in visita a Roma - quando l'emergenza coronavirus sarò rientrata - per «spiegare e mostrare de visu la realtà che è cambiata e che dalle carte forse non si evince». Il parere con il ministero, lo ricordiamo, era divenuto un passaggio obbligatorio dopo che, dallo scorso agosto, con la legge dell'ex ministro Bonisoli non era più la Soprintendenza locale assieme alla Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale (CoRePaCu) a dare il proprio parere bensì il Mibact. Con la riforma Franceschini di gennaio però è stata istituita nuovamente la Corepacu, con sede presso il Segretariato regionale e a questo istituto spetta ora di nuovo l'ultimo parere su dichiarazioni e verifiche d'interesse culturale. Pare non però non ci sia speranza affinché la pratica Tripcovich torni indietro. «Visti i due dinieghi - spiega il soprintendente Simonetta Bonomi - mi pare difficile che la Corepacu possa andare contro il parere del Mibact. Non c'è motivo dunque, per me, di fare una nuova richiesta».

Benedetta Moro

 

 

Il frutticoltore di Pisc'anzi in lotta con cinghiali e burocrati
Vincenzo Ferluga, uno degli ultimi superstiti della categoria, vede ogni anno i suoi alberi danneggiati dagli ungulati. «I risarcimenti della Regione? Ridicoli»
TRIESTE. Solo, in perenne lotta contro i cinghiali che, sempre più aggressivi, gli distruggono gli alberi da frutta. E oramai in difficoltà anche nel rapporto con la Regione che, come risarcimento, gli propone quelle che lui definisce «cifre irrisorie e fuori mercato». Vincenzo Ferluga è l'ultimo superstite di una categoria oramai in via di estinzione, quella dei frutticoltori. Da mezzo secolo lavora un appezzamento di terra, situato sopra Roiano, nella zona di Pisc'anzi, dotato di circa 600 piante da frutta, che danno soprattutto susine e amoli, ereditato da uno zio che, prima di lui, faceva lo stesso lavoro. «E con il quale - precisa - imparai questa attività da giovanissimo. Ma quello che sta accadendo da qualche tempo in qua non l'avevo mai visto prima, in mezzo secolo di cura delle mie piante. Oramai - evidenzia Ferluga, oggi 68enne - sono all'ordine del giorno gli attacchi alle mia piante da parte dei cinghiali, che si avvicinano alla città sempre di più, anche perché si moltiplicano a dismisura ed essendo molto numerosi sul territorio, sono di conseguenza costretti a cercare il poco cibo che c'è in giro nel circondario di Trieste, assaltando anche i miei terreni».Per Ferluga un problema enorme, perché i cinghiali non solo mangiano la frutta, ma abbattono i rami, mordono i tronchi, in certi casi riescono ad abbattere gli alberi più piccoli, pur di raggiungere il loro obiettivo. «Mediamente mi rovinano dai 30 ai 40 alberi all'anno - riprende il frutticoltore - cioè più del 5 per cento del totale, con una diretta conseguenza sulla capacità produttiva che, nei tempi migliori, arrivava a qualche decina di quintali di frutta all'anno».E qui si innesca il secondo problema di Vincenzo Ferluga: i rapporti con la Regione, ente che dovrebbe provvedere a risarcire i danni. «I guai sono iniziati con l'eliminazione della Provincia - sottolinea -, alla quale era possibile rivolgersi con buone probabilità di essere ascoltati e capiti. Poi, dopo l'eliminazione dell'ente di palazzo Galatti, le competenze in materia sono state assunte dalla Regione. Il primo risultato è stato lo spostamento a Udine degli uffici che dovrebbero assistermi, obbligandomi quindi a continue trasferte. Poi è stato fatto un nuovo regolamento in base al quale il risarcimento, in questi casi, è di 7 euro per ogni albero distrutto, più un euro per le spese di reimpianto. Cifre ridicole - denuncia - al punto che, esasperato, ho proposto alla Regione di provare ad acquistare loro piante da susine e amoli a quei prezzi e di venire a impiantarle al costo di un euro. Gli unici che mi sostengono sono i responsabili dell'Associazione degli agricoltori del Carso, ma non possono essere certo loro a risarcirmi».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 20 marzo 2020

 

 

Valori elevati di benzene per un guasto in Ferriera - ARPA: problema risolto

L'Arpa continua a presidiare l'area di Servola con assiduità e costanza, anche in questa fase di pre-chiusura dell'area a caldo della Ferriera (la data per l'avvio dell'iter di spegnimento è, come noto, quella del 27 marzo prossimo). Lo segnala la stessa Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, Arpa appunto, che ha rilevato, tramite la rete di monitoraggio della qualità dell'aria, alcuni dati anomali lo scorso martedì, cioè il 17 marzo. Nello specifico - riferisce l'Arpa attraverso un comunicato ufficiale - sono stati riscontrati dei valori elevati di benzene, causati da un malfunzionamento nell'impianto della Ferriera di Servola. Dell'anomalia è stata data comunicazione alle autorità competenti come da prescrizioni. Il malfunzionamento è stato prontamente risolto dal personale tecnico incaricato dell'azienda del gruppo Arvedi. Tutti i dati raccolti dalla rete di monitoraggio Arpa sono disponibili e consultabili sul sito web dell'Agenzia. Intanto alla Ferriera è iniziato ieri alle 12 uno sciopero a oltranza, proclamato da Usb Lavoro privato Trieste, a tutela della salute dei lavoratori. La protesta proseguirà, secondo il programma, fino al 31 marzo. «Sappiamo - afferma Sasha Colautti dell'Usb - che le persone stanno scioperando, ed è giunto un plauso per l'iniziativa da parte dei lavoratori. Valuteremo passo passo - conclude il sindacalista - la situazione».

 

 

Fernetti, cumuli di rifiuti dopo lo sblocco dei Tir

La sosta forzata dei camion lascia in eredità una discarica. Il sindaco Kosmina tuona: «Lasciati soli da Anas e Demanio»

MONRUPINO. Un piazzale ridotto a un immondezzaio a cielo aperto, con bottigliette di plastica, cartacce, scatolette e avanzi di cibo sparsi dappertutto. È la situazione venutasi a creare nella parte italiana del valico di Fernetti all'indomani dello sblocco dei Tir diretti in Slovenia. Come si ricorderà a causa delle drastiche decisioni di alcuni paesi dell'Est per alcuni giorni, nell'area dell'ex posto di blocco della frazione del Comune di Monrupino, hanno sostato decine e decine di camion provenienti da varie parti d'Europa e diretti appunto a Est. I camionisti, costretti a una lunga sosta imprevista, si sono arrangiati come potevano, in condizioni di assoluta precarietà. Alla loro partenza, il piazzale ha assunto così un aspetto indecoroso, denunciato in primis da Tanja Kosmina, sindaco di Monrupino: «Ricevo continuamente chiamate dai residenti - spiega - che si lamentano per una situazione insostenibile. L'area non è mai stata molto pulita - precisa - perché il Demanio e l'Anas, che dovrebbero occuparsene, non provvedono. In questo caso però - insiste la stessa Kosmina - abbiamo raggiunto livelli di sporcizia mai visti prima. Mi sono rivolta a Demanio e Anas con tutti i mezzi possibili, telefonando, scrivendo e-mail, cercando contatti personali. Non ho ricevuto uno straccio di risposta - evidenzia - come se il problema non esistesse. Del resto il mio è un Comune piccolissimo, ho un solo addetto alla pulizia delle strade, ma non posso indirizzarlo al piazzale di Fernetti, sia perché una persona da sola ben poco potrebbe fare, vista la dimensione dell'area da sistemare, sia perché, soprattutto, non è nostra competenza farlo». Insomma, uno stato di fatto inaccettabile, anche perché Fernetti, come sottolinea Kosmina, «è il biglietto da visita dell'Italia per tutti coloro che entrano da lì e devo confessare che mi vergogno di ciò che trovano».La zona dell'ex valico di Fernetti è inserita in un progetto dell'Anas che ne prevede la totale ristrutturazione. «Ma ci vuole ancora molto tempo per vederne la realizzazione - continua il sindaco di Monrupino - e non possiamo aspettare, soffrendo ancora questa situazione. Siamo disponibili a collaborare, a condizione di non essere lasciati soli. Il piazzale attualmente è impresentabile e temo che, quando finirà l'emergenza coronavirus e torneranno i turisti, ci troveremo davanti a un grosso problema da risolvere».

Ugo Salvini

 

La giunta "bacchetta" i sindaci sulle maxi pulizie delle strade

Sconsigliato l'utilizzo su larga scala di prodotti disinfettanti «Non c'è evidenza che le superfici calpestabili agevolino la trasmissione delle infezioni»

Trieste. La Regione bacchetta i sindaci intenzionati a lavare le strade con scenografiche battute di pulizia a suon di disinfettante e domanda loro di ragionare piuttosto su altre misure per per evitare assembramenti, limitandosi per il resto a detergere più spesso la pavimentazione dei luoghi frequentati. È quanto un comunicato di Protezione civile e direzione Salute chiede ai Comuni del Friuli Venezia Giulia.La nota è dedicata alla prevenzione della diffusione del coronavirus negli spazi urbani e il punto su cui insiste è la necessità di evitare l'utilizzo su larga scala di disinfettanti, dannosi per l'ambiente e la salute. Una risposta a quei municipi che, come nel caso di Trieste e Udine, hanno manifestato in questi giorni la volontà di organizzare grandi manovre di pulizia nelle strade, forse rassicuranti per la popolazione, ma di nessun effetto sul piano della prevenzione. «Per quanto riguarda strade, piazze e luoghi aperti - recita il testo - non vi è evidenza che le superfici calpestabili siano implicate nella trasmissione di infezioni respiratore virali. Inoltre, i prodotti disinfettanti, soprattutto se usati su larga scala, hanno un considerevole impatto ambientale e possono essere dannosi per la salute umana». Secondo la Regione, è pertanto «consigliata, e potrà esser utilmente incrementata, la normale pulizia delle strade. Si raccomanda invece di evitare le procedure di spazzamento a secco e l'utilizzo di soffiatori al fine di ridurre l'aerodispersione di polveri». Protezione civile e direzione Salute ritengono giusto poi aumentare le azioni di lavaggio di marciapiedi e aree pedonali nei punti di maggiore aggregazione (farmacie, supermercati, capolinea degli autobus, stazioni) mediante idropulitrici con acqua e detersivo. Non è invece considerata utile la pulizia degli arredi urbani (panchine, corrimani, pensiline) in quanto, per essere efficace, dovrebbe essere ripetuta più volte nell'arco della giornata. La Regione chiede inoltre di diffondere a cittadini, amministrazioni di condominio e Ater la raccomandazione di «incrementare la pulizia e disinfezione delle superfici che vengono più spesso a contatto con le mani. È raccomandato, infine, l'aumento della ventilazione, possibilmente naturale, in tutti gli edifici pubblici o privati di uso comune». Tra le raccomandazioni per l'igienizzazione delle abitazioni anche quella di «pulire ogni giorno gli ambienti e i servizi igienici con acqua e un comune detergente; disinfettare con prodotti a base di cloro (candeggina) o, per le superfici che potrebbero essere danneggiate dall'ipoclorito di sodio, con alcol al 70 per cento. Particolare attenzione va riposta alle superfici che vengono toccate con maggiore frequenza (maniglie, pomelli, pulsanti, tablet, tastiere, telefoni)».

D.D.A.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - GIOVEDI', 19 marzo 2020

 

 

Raccolta differenziata e coronavirus: cosa c’è da sapere

Nuove disposizioni legate al Coronavirus anche per la raccolta differenziata, ecco come cambia il conferimento dei rifiuti.

Le nuove disposizioni delle autorità sanitarie in ambito Coronavirus comporteranno la messa in atto di alcune specifiche pratiche. Questo riguarderà anche la raccolta differenziata dei rifiuti, che subirà determinate variazioni in funzione di quelle che sono le condizioni di chi conferisce i sacchetti. Più stringenti le indicazioni per chi è risultato positivo o è soggetto a quarantena obbligatoria. A stabilire le nuove indicazioni per il conferimento della raccolta differenziata è l’ISS. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha chiarito che il Sars-CoV2 ha una sopravvivenza variabile a seconda della superficie su cui si appoggia. In merito alla possibilità di trasmissione del Coronavirus attraverso i sacchetti della spazzatura ha dichiarato: Si deve considerare che i virus provvisti di involucro pericapsidico (envelope) – come il Sars-CoV2 – hanno caratteristiche di sopravvivenza inferiori rispetto ai cosiddetti virus nudi (senza envelope: per esempio, enterovirus, norovirus, adenovirus ecc.) e quindi sono più suscettibili a fattori ambientali (temperatura, umidità, luce solare, microbiota autoctono, pH, ecc.) e a trattamenti di disinfezione e biocidi. Ciò si traduce nella possibilità che le particolari condizioni ambientali e il materiale utilizzato per la produzione dei sacchetti potrebbero fornire al virus, in linea teorica, i mezzi necessari per il passaggio a un altro ospite. La differenziata potrebbe quindi compromettere la salute non soltanto degli altri membri della famiglia, ma anche degli operatori deputati alla raccolta dei sacchetti in regime di “porta a porta”. Di seguito le disposizioni diffuse dall’ISS all’interno del documento “Indicazioni ad interim per la gestione dei rifiuti urbani in relazione alla trasmissione dell’infezione da virus Sars-Cov-2“. Coronavirus: test rapido in arrivo nelle farmacie, risposta in 15 minuti Soggetti positivi o in quarantena forzata Stop alla raccolta differenziata per chi è risultato positivo o è sottoposto a quarantena forzata. Tutta l’immondizia dovrà essere conferita come indifferenziata, utilizzando più di un sacchetto per il conferimento: le buste dovranno essere infilate una dentro l’altra e annodate singolarmente. Tali operazioni (inclusa quella di conferimento) andranno svolte indossando guanti monouso, da gettare poi nei sacchetti vuoti che sostituiranno quelli appena conferiti. Disinfettare o lavare bene le mani dopo il conferimento. All’interno della casa i sacchetti dovranno essere tenuti a distanza dai propri animali da compagnia. Tutti gli altri La raccolta differenziata prosegue normalmente per chi non è sottoposto ad alcuna misura cautelativa o di limitazione a scopo sanitario. Unica differenza varrà per quanto riguarda rifiuti potenzialmente a rischio come guanti monouso, mascherine e fazzoletti di carta utilizzati da chi è raffreddato. In questi casi varranno le medesime precauzioni utilizzate da chi è risultato positivo al tampone o sottoposto a quarantena obbligatoria.

Claudio Schirru - Fonte: Istituto Superiore di Sanità

 

 

Coronavirus, pulizia strade: le indicazioni dell’Istituto Superiore della Sanità

Mercoledì 18 marzo si è finalmente riunito il Consiglio del sistema nazionale a rete per la protezione dell’Ambiente, dove si è parlato, fra l’altro, dell’analisi della situazione in merito al tema dello spazzamento delle strade.

Mercoledì 18 marzo si è finalmente riunito il Consiglio del sistema nazionale a rete per la protezione dell’Ambiente, presidiato dal Ministro Sergio Costasi dove si è parlato, fra l’altro, dell’analisi della situazione in merito al tema dello spazzamento delle strade. Il coronavirus ha reso necessario l’isolamento per tutti, ma le strade sono ancora battute per l’acquisto di beni di prima necessità come la spesa e le medicine. L’Istituto Superiore di Sanità ha fornito indicazioni sulla disinfezione delle strade e degli ambienti esterni in genere, confermando l’opportunità di procedere con la pulizia straordinaria delle strade per affrontare l’emergenza sanitaria con prodotti convenzionali. Ha, tra le altre cose, approfondito la pratica corretta per l’utilizzo di ipoclorito di sodio. In media stat virtus: è sbagliato usarlo massicciamente, la sua capacità di distruggere il virus è tutt’altro che accertata. L’ipoclorito appare anche fra i consigli del Ministero per la pulizia della casa in era Covid-19: “Pulire i diversi ambienti, materiali e arredi utilizzando acqua e sapone e/o alcol etilico 75% e/o ipoclorito di sodio 0,5%.” Questa sostanza, però, è corrosivo per la pelle e dannosa agli occhi se usato in grandi quantità; ecco perché è importante saperne utilizzare la quantità giusta.  Sull’incontro in questione il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha detto: Un incontro importante, quello di stamattina con i direttori Arpa di tutte le regioni. E’ più che mai essenziale che lo Stato, a tutti i livelli, lavori insieme e all’unisono. Ho voluto partecipare all’incontro proprio per dire alle regioni: siamo con voi. Oggi bisogna remare tutti insieme nella stessa direzione e tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini, anche e soprattutto in una situazione di emergenza come questa.

Alessia Cornali

 

 

quotidianosanità.it - GIOVEDI', 19 marzo 2020

 

 

Lettera al direttore: COVID-19 e cambiamenti climatici

La discussione su quanto COVID-19 abbia a che fare con i cambiamenti climatici si sta sviluppando con sempre maggiore intensità, specie dopo che l’OMS mercoledì 11 marzo ha dichiarato la pandemia.

Adesso l’attenzione e lo sforzo sono giustamente concentrati sulla crisi da Covid-19, ma speriamo che presto si apra un dibattito pubblico sulle cause e in particolare su quanto la perdita di habitat, guidata in parte dai cambiamenti climatici, ha facilitato la diffusione dei patogeni tra la fauna selvatica e il virus che passa alle persone. Confidiamo che insieme si possa approfondire il ruolo dell'inquinamento atmosferico, principalmente causato dall’uso di combustibili fossili, nel rendere le persone più vulnerabili alla contrazione della malattia.   Questo articolo vuole rimarcare alcuni punti fermi in termini di salute nel contesto planetario, e ragionare su come meglio organizzare la sanità pubblica di fronte alle sfide che ci attendono.

Leggi tutta la lettera

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 marzo 2020

 

 

In via Milano troppe vibrazioni al passaggio degli autobus - la lettera del giorno di Edoardo Bensi

Volevo utilizzare la vostra rubrica per segnalare al Comune di Trieste, le notevoli vibrazioni a cui sono sottoposti i solai del mio edificio al passaggio dei bus della Trieste Trasporti che transitano in via Milano a velocità non proprio basse. Incredibilmente, anche quando transitano in via Filzi le vibrazioni sono notevoli. Il problema è riscontrato da molti cittadini in questa zona ma sembra che il Comune sia sordo ad ogni richiesta di intervento per ripristinare il manto stradale ammalorato o di limitare la velocità dei bus. Ultimo non per importanza segnalo che in via Milano transitano regolarmente (non ora per il noto problema) pullman di oltre 7 tonnellate diretti in Slovenia ed in Croazia non rispettando i limiti di transito che vengono apertamente disattesi in quanto non controllati dalla polizia locale interessata maggiormente ai divieti di sosta. Tramite le Segnalazioni chiedo al Comune di intervenire a tale proposito ripristinando l'asfalto ammalorato e ponendo almeno dei limiti di velocità ai mezzi della Trieste Trasporti che in questi giorni hanno scambiato il centro città per un circuito cittadino. Il borgo Teresiano è costruito su un terreno fragile e va assolutamente preservato non discriminando i suoi abitanti già colpiti da inquinamento acustico e dell'aria vista la mole del traffico in questo quartiere.

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA -  MERCOLEDI', 18 marzo 2020

 

 

ISPRA - Documento di indirizzo approvato dal Consiglio del SNPA il 18/03/2020

Indicazioni tecniche del Consiglio del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell'Ambiente (SNPA) relativamente agli aspetti ambientali della pulizia degli ambienti esterni e dell'utilizzo di disinfettanti nel quadro dell'emergenza CoViD-19 e sue evoluzioni.

leggi il documento completo

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 marzo 2020

 

 

In arrivo 9 milioni di euro per pulizia di aree verdi e sistemazione dei parchi - appalti di regione e comune
Due milioni di euro per le aree verdi di competenza della Regione a cui si aggiungeranno poco meno di 7 milioni per quelle del Comune di Trieste. Alberi, piante, aiuole e giardini saranno al centro di importanti investimenti «perché come amministrazione - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi - abbiamo a cuore il verde e abbiamo intenzione di manutenerlo e di curarlo visto che lo consideriamo indispensabile per la vita della cittadinanza». A questo proposito la Regione attraverso la Direzione Centrale patrimonio ha pubblicato una gara europea a procedura aperta per la stipula di convenzioni per l'affidamento del servizio di gestione e manutenzione del verde pubblico non gestito dalle amministrazioni comunali. Il termine per la presentazione delle offerte era fissato al 2 marzo, a causa però dell'emergenza coronavirus la scadenza è stata posticipata alle 12 del 15 maggio. La gara è suddivisa in 10 lotti, il primo è quello dedicato all'ambito triestino mentre il sesto comprende tutta la provincia. Per il Comune di Trieste l'importo massimo spendibile è il più alto ed è pari a due milioni, quello per la provincia è invece di 760 mila euro. Si tratta di importi al netto di iva e ogni operatore economico non potrà vincere più di due lotti. La convenzione avrà una durata di 24 mesi o fino alla fine delle somme a disposizione. Per quanto concerne invece l'attività propria del Comune, Lodi conferma che nel piano triennale delle opere, che dovrà essere approvato insieme al Bilancio dall'aula del Consiglio, sono previsti investimenti per 6.835.000 euro di cui 4,3 milioni serviranno per la bonifica e la destinazione a fruizione pubblica del terrapieno di Barcola. «Una zona verde curata ha un impatto importante sul decoro e la pulizia - aggiunge Lodi - per questo abbiamo a cuore tutte le aree verdi. Se 4,3 milioni saranno utilizzati a Barcola 2,535 milioni saranno dedicati al resto del verde del Comune che comprende i parchi cittadini, le aree gioco, le alberature, i viali e i giardini senza dimenticare le aiuole e le aree spartitraffico. Abbiamo inserito tra le opere il potenziamento delle aree per i cani e ne verrà creata una anche a Villa Engelmann. Sono previsti interventi importanti anche nel giardino di piazza Carlo Alberto e a Guardiella. Per il parco della Rimembranza, un punto storico culturale importante, è prevista una riqualificazione complessiva che nel corso degli anni riguarderà anche le stradine e i sentieri».

Andrea Pierini

 

I parchi restano aperti - Via alle pulizie delle strade - Le decisioni dell'amministrazione Dipiazza
«In una città da oltre 200 mila abitanti l'urgenza è rispondere alle esigenze reali della salute pubblica, come la pulizia delle strade». Il sindaco Roberto Dipiazza, reduce dalla riunione di giunta di ieri, fissa le priorità del Comune nella lotta al coronavirus. Non ultima la necessità di evitare assembramenti: «Per questo ci accingiamo ad aprire il centro diurno di via Udine anche durante il giorno in modo da non avere gruppi di persone in piazza Libertà». La giunta non ha ritenuto necessario vietare l'accesso ai parchi cittadini: «Chiudere tre giardini non mi pare la priorità in una città di oltre 200 mila abitanti con 180 chilometri di marciapiedi», dice Dipiazza. L'assessore all'Urbanistica Luisa Polli comunica infatti che un piano speciale di pulizie stradali partirà da domani di concerto con AcegasApsAmga: «Il servizio si concentrerà sui punti di maggior traffico pedonale e in particolare in corrispondenza dei centri di servizi primari come farmacie, supermercati, uffici postali aperti». Le pulizie, spiega ancora Polli, «saranno calendarizzate progressivamente in modo da raggiungere tutti i quartieri cittadini, e saranno svolte in prevalenza al mattino». Conclude Polli: «Al di là dell'emergenza, sarà l'occasione per ridisegnare un piano di pulizie cittadine ancora più efficiente». Nel frattempo il Comune si dota di competenze necessarie a fronteggiare la crisi. È di ieri la pubblicazione del bando di assunzione a tempo determinato di tre figure professionali: un farmacista, un infermiere professionale e un addetto ai servizi tutelari. I contratti dureranno fino al permanere dell'emergenza Covid-19.

G.Tom.

 

Duino Aurisina dice "no" alla nuova centrale A2A e al metanodotto collegato
La presidente Puntar: «Tante criticità nel progetto, a iniziare dalla zona, quella del Lisert, già adesso degradata. Non va penalizzata ulteriormente»
DUINO AURISINA No all'installazione della nuova Centrale termoelettrica della A2A Energiefuture spa e no alla costruzione del metanodotto che dovrebbe servirla. Non lascia dubbi il documento redatto dalla Commissione Ambiente del Comune di Duino Aurisina, firmato dalla presidente Chiara Puntar, in relazione all'istanza presentata lo scorso dicembre dalla spa al Ministero dell'ambiente e tutela del territorio e del mare, per l'avvio del procedimento di valutazione di impatto ambientale (la cosiddetta "Via"). Il progetto prevede l'installazione nell'area del Lisert, nel territorio del Comune di Monfalcone, a ridosso di quello di Duino Aurisina, di un nuovo ciclo combinato di ultima generazione, alimentato a gas naturale, al quale è coordinata la costruzione di un metanodotto atto a collegare la centrale alla rete di distribuzione del gas metano della Snam, per una lunghezza complessiva di quasi due chilometri e mezzo. «Dall'analisi della documentazione - spiega in premessa Puntar - si segnalano numerose criticità nel progetto. Innanzitutto il sito nel quale si vorrebbe intervenire appare già adesso degradato e riteniamo che qualsiasi nuova opera, se autorizzata, dovrebbe essere adeguatamente supportata da interventi compensativi e mitigativi, allo stato attuale inesistenti. Inoltre, i camini della Centrale già presenti hanno un altissimo impatto visivo. Si ritiene pertanto fondamentale - continua la presidente della Commissione - non penalizzare ulteriormente, anche a livello paesaggistico e visivo, la zona interessata dal progetto». Dello stesso tenore le valutazioni sul metanodotto: «Il tracciato proposto - precisa Puntar - andrebbe a interferire con aree di importante rilevanza paesaggistica e ambientale, che sono le zone speciali di conservazione del "Carso triestino e goriziano" e "Carsiche della Venezia Giulia", il Parco comunale del Carso di Monfalcone, il Biotopo del Lisert, la zona a Nord del Lisert, dichiarata di notevole interesse pubblico, e il Canale dei Tavoloni. Inoltre, la realizzazione del tracciato prevede una riduzione della superficie boschiva di 0,5 ettari lungo la fascia dedicata al metanodotto, elemento - sottolinea - in netto contrasto con la legge istitutiva del Parco del Carso, anche perché, dalla Relazione allegata dal proponente, si evince che, per la realizzazione del metanodotto, sia prevista una pista di lavoro di larghezza tra i 14 e i 16 metri. Come noto - continua Puntar -, sul territorio del Carso, le realizzazioni di altri metanodotti hanno portato alla permanenza di questo tipo di piste lavori anche dopo decenni dalla loro definizione, con grave danno per le specie arboree». In chiusura del documento, si richiede anche «che sia predisposto uno studio circa la possibile presenza di grotte di rilevante interesse naturalistico, geologico e paleontologico nelle zone potenzialmente interessate dello scavo del metanodotto. Senza dimenticare - conclude la presidente - che tale zona è di grande valore antropico, culturale e storico, con la presenza di camminamenti, trincee, cippi, monumenti risalenti alla prima e alla seconda Guerra mondiale, di manufatti edilizi rurali tradizionali, i cosiddetti "muretti a secco", già diventati patrimonio dell'Unesco».

Ugo Salvini

 

 

Tornano le temibili zecche - Dal Carso fino a Campanelle
Veicolati dal passaggio di uccelli, topi e animali selvatici, gli insetti iniziano a farsi vedere non solo nei boschi dell'altipiano ma pure nei giardini in periferia
Con l'arrivo delle giornate più calde e la voglia di passeggiate nei giardini, arrivano le prime segnalazioni di zecche, finite su braccia e gambe di chi magari si stava dedicando a sistemare fiori, piante e alberi all'aperto o semplicemente chi ha scelto di tagliare l'erba. In particolare nelle abitazioni sul Carso. C'è poi chi l'ha già trovata sul pelo del proprio cane, anche in città, a passeggio nelle uscite sotto casa, perchè non aveva ancora pensato, o si era dimenticato, di applicare i consueti trattamenti preventivi. Stesso problema anche per molti proprietari di gatti.«Ricordiamo che in realtà le zecche non vanno mai in letargo - spiega il naturalista Nicola Bressi -. D'inverno vivono al calduccio nelle pellicce di alcuni animali in particolare. Con le temperature più elevate, quelle più giovani vengono rilasciate, anche grazie alla presenza dell'erba fresca. Si trovano sempre più spesso su caprioli e cinghiali, motivo in più per evitare, come già detto tante volte, di dar loro da mangiare. Una pessima abitudine, purtroppo, ancora molto diffusa tra tanti triestini». Ma come arrivano le zecche dagli esemplari selvatici ai giardini privati? «Se i giardini sono ben recintati c'è il 90% delle possibilità in meno che le zecche entrino, ma va detto che questi insetti sono ospiti anche di uccelli e topi e queste in particolare sono ubiquitarie, possono colpire altri animali, come ad esempio le tartarughe, e anche l'uomo. Le zecche che si attaccano ai cani invece, non sono le stesse che scelgono le persone». Chiudere con attenzione i giardini può aiutare quindi, ma non sempre evita completamente il problema. «Chi ha spazi verdi all'aperto dà spesso da mangiare agli animali selvatici o lascia cibo in giro anche durante l'inverno, motivo per il quale i cinghiali, ad esempio, finiscono per portare la zecca accanto alle case. Non finiremo mai di dirlo, meglio lasciare che gli animali si trovino da mangiare da soli». Qualcuno tuttavia segnala la presenza di zecche non solo sul Carso, ma anche in altre zone, come Campanelle, San Giovanni o Borgo San Sergio. Alcuni lo raccontano sui social, dicendo a tutti di fare attenzione. Fondamentale secondo Bressi è individuare la zecca in tempi brevi ed evitare errori, che purtroppo molti ancora fanno, seguendo vecchi suggerimenti o indicazioni fornite talvolta online, applicando prodotti non idonei o cercando di strappare l'animaletto fastidioso. «Evitiamo i rimedi della nonna - precisa - niente olio, accendini o altri metodi. Non servono e alle volte creano più danni che benefici. Tra gli sbagli più frequenti c'è quello di muoverla o non toglierla completamente. Disturbandola, si provoca il vomito, che può trasmettere il morbo di Lyme, contenuto dell'esofago della zecca». Per chi sta trascorrendo le giornate nel proprio giardino (e non facendo scampagnate o gite di piacere in Carso, come noto da evitare assolutamente durante l'attuale periodo di emergenza coronavirus), e magari ha già verificato la presenza di qualche zecca, meglio scegliere un abbigliamento che copra il corpo quanto più possibile e soprattutto è fondamentale un controllo rigoroso e attento, sulla superficie della pelle, a fine giornata. Per agire in modo tempestivo, nel casco in sui l'animaletto fosse presente.

Micol Brusaferro

 

Per rimuoverla esiste in farmacia un attrezzo ad hoc
Cosa utilizzare quando ci si ritrova con una zecca sulla pelle? Il suggerimento di Bressi è quello di rimuoverla immediatamente e l'attrezzatura più adatta è una sorta di piede di porco in miniatura, che si trova facilmente nelle farmacie o si può acquistare online per pochi euro. Il consiglio è di eliminarla appena notata, senza aspettare, per procedere poi con un disinfettante forte, come l'acqua ossigenata o la tintura di iodio, anche questi reperibili senza difficoltà. Il procedimento quindi è semplice e indolore. La vecchia e consueta pinzetta invece, che molti pensano sia utile, sia per gli uomini sia per gli animali rischia di non togliere completamente la zecca dalla pelle, creando infiammazioni o ulteriori fastidi.

 

«Per proteggere cani e gatti fidiamoci dell'antiparassitario»
Le raccomandazione dell'esperta. «Se trovate l'ospite sul pelo del vostro animale, rimuovetelo con un movimento a rotazione»
«Applicare regolarmente l'antiparassitario è l'unica soluzione che fa la differenza per una corretta profilassi, sia per i cani che per i gatti». È il primo consiglio di Fulvia Ada Rossi, veterinario, diretto ai proprietari di amici a quattro zampe. «Il problema può presentarsi tutto l'anno - continua - quindi la costanza è fondamentale, perché se le zecche si notano di più con l'arrivo del caldo, possono manifestarsi comunque anche d'inverno». Sul mercato negli ultimi anni i prodotti legati alla prevenzione si sono rapidamente diffusi. Tra negozi e web è possibile scegliere tra una lunga lista di possibilità, a seconda della stazza e del peso del quadrupede. «Non ci sono scuse, gli animali in qualsiasi modo possono essere protetti: ci sono pastiglie da assumere ogni mese o ogni tre mesi, forse il metodo più semplice, e poi pipette con liquido da versare direttamente sulla pelle o i classici collarini». E se per i cani ormai la prassi è diffusa da tempo, serve ricordare che anche per i gatti, per quelli abituati a uscire all'aperto e a scorrazzare tra cortili e giardini, è necessario adottare un buon antiparassitario. «I mici sono più puliti, possono magari eliminarla da soli se finisce sul pelo, ma se ormai si è attaccata - sottolinea la Rossi - comunque non sono in grado di toglierla. Aggiungo che per i gatti fuori casa è buona regola applicare anche il microchip». Chi trova una zecca sull'animale può tirarla via autonomamente, con lo stesso strumento utilizzato per gli uomini, a forma di piede di porco, con un movimento a rotazione. Mai tirarla quindi ma svitarla. «Serve portare cane o gatto dal veterinario - precisa ancora - solo se si manifesta una reazione dolente e persistente. Se si lamenta ad esempio accarezzandolo. Talvolta il cane può anche piegare la testa, per il fastidio, perché tra i posti preferiti dalle zecche ci sono le orecchie». E un' ultima indicazione è diretta alle tante persone che ancora scelgono di spostarsi sul Carso o a Barcola con la scusa del cane, da far sfogare con qualche corsetta. «Invito la gente - aggiunge la Rossi - a limitarsi a un giretto sotto casa in questo periodo, vale per tutti la raccomandazione di restare a casa».

M.B.

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - MARTEDI', 17 marzo 2020

 

 

Coronavirus: collegamento tra polveri sottili e contagi

Esiste un legame tra Coronavirus e polveri sottili, a sostenerlo uno studio condotto dalla Società Italiana di Medicina Ambientale.

Parliamo di: Coronavirus Inquinamento atmosferico Lo sforamento dei limiti delle polveri sottili può aver favorito la diffusione del Coronavirus. Secondo uno studio appena presentato dai ricercatori della SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), svolto in collaborazione con i colleghi dell’Università degli Studi di Bari e dell’Università degli Studi di Bologna, il numero di contagi e l’inquinamento atmosferico da particolato risulterebbero connessi. In sostanza, spiegano gli esperti della Società Italiana di Medicina Ambientale, la presenza di polveri sottili nell’aria favorirebbe la creazione di una sorta di “substrato”, che il Coronavirus utilizzerebbe per rimanere vitale in un periodo compreso tra poche ore e alcuni giorni. Confrontando il numero di casi accertati di COVID-19 con i dati Arpa delle varie Regioni, relativamente al numero di sforamenti dei limiti di legge, i ricercatori hanno concluso che: Esiste una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo dal 10 al 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo. Dati che si sarebbero rivelati coerenti con quelli registrati in Pianura Padana, spiega il Prof. Leonardo Setti dell’Università di Bologna: Le curve di espansione dell’infezione che hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di 2 settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico, che hanno esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia. Effetto più evidente in quelle Province dove ci sono stati i primi focolai. Una tesi sostenuta anche dal Prof. Gianluigi de Gennaro, dell’Università di Bari, che ha dichiarato: Le polveri stanno veicolando il virus. Fanno da carrier. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole. Una buona notizia arriva però dal CNR, secondo il quale le limitazioni alla mobilità delle persone favorirà un calo dei contagi entro il finire della settimana: Oggi siamo a cinque giorni dall’introduzione del decreto ‘Io resto a casa’”, e come riportato in un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità il valor medio del tempo tra l’insorgenza dei sintomi e la diagnosi è 2-4 giorni, per cui se, come crediamo, l’introduzione delle misure restrittive sulla mobilità sono efficaci per la riduzione del rischio di contagio, ci aspettiamo di osservare una significativa riduzione del tasso di crescita tra circa tre giorni.

(Claudio Schirru - Fonte: RaiNews)

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 17 marzo 2020

 

 

Area a caldo della Ferriera, stretta finale «Il 27 marzo parte l'iter di spegnimento»

La Regione ufficializza la data annunciata dalla proprietà. La procedura al via senza firma sull'Accordo di programma

È stato annunciato e rimandato più volte, ma stavolta il momento della chiusura dell'area a caldo della Ferriera di Servola potrebbe essere davvero arrivato. Ne è convinta la Regione, che ieri con l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro ha indicato il 27 marzo come data di avvio dello spegnimento della cokeria, seguito la settimana successiva dal graduale stop del resto dell'impianto per la produzione di ghisa e della centrale elettrica. «La società annuncia lo spegnimento dalla fine di marzo», sottolinea Scoccimarro, precisando che «oggi (ieri, ndr) Acciaierie Arvedi ha dichiarato che indicativamente dal prossimo 27 di marzo partirà la fase di spegnimento della cokeria, poi la settimana seguente sarà la volta di altoforno, agglomerato e centrale». L'azienda ha così risposto alla nota inviata da Arpa Fvg per avere chiarimenti sulle procedure di spegnimento e sicurezza, dopo l'ultimo tavolo del gruppo di lavoro nominato dal prefetto Valerio Valenti. Difficile però che il Covid-19 permetta una stipula dell'Accordo di programma in tempo utile per il 27 e dunque l'azienda agirebbe fuori dalla nuova cornice. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli aveva infatti assicurato che la firma dell'intesa sulla riconversione sarebbe arrivata nella prima settimana di marzo, ma l'emergenza coronavirus e l'autoisolamento dell'esponente triestino del Movimento 5 stelle hanno ritardato la fumata bianca tra azienda e istituzioni. Le cose sembrano essersi comunque definitivamente sbloccate, prima con il via libera all'accordo sindacale e poi con l'intesa fra gruppo Arvedi e Piattaforma logistica per la cessione dei terreni dell'area a caldo. Nel testo finale mancano però ancora due aspetti fondamentali: l'aggiornamento del piano industriale dovuto all'ingresso nella partita di Plt-Icop e gli aiuti pubblici a sostegno della bonifica e della riconversione produttiva e logistica. «I chiarimenti delle Acciaierie Arvedi - continua Scoccimarro - in merito all'imminente spegnimento dell'area a caldo sembrano delineare un quadro più chiaro del prossimo futuro, anche nel rispetto della sicurezza, viste le numerose simulazioni effettuate per quanto riguarda lo "storico" spegnimento della cokeria, che non avviene da oltre 20 anni». Non sarà un'operazione on-off: chiudere un altoforno richiede un processo complesso e delicato anche sotto il profilo della sicurezza e di un possibile - per quanto limitato nel tempo - impatto ambientale. Per questo la società di Cremona conta di impiegare professionisti già coinvolti nello stop all'acciaieria di Piombino. Pur avendo più volte lanciato ultimatum sulla data di chiusura, puntualmente rinviati per il protrarsi delle trattative sull'Adp, il gruppo Arvedi sembra stavolta convinto di arrivare in fondo. L'avvio dello spegnimento è peraltro dettato anche dall'opportunità di ridurre le presenze in fabbrica durante l'epidemia di coronavirus e dall'esaurirsi delle materie prime stoccate a Servola, se nella lettera ad Arpa la società scrive di avere carbone e minerali sufficienti per far marciare l'impianto a ritmo ridotto non oltre la fine mese. Scoccimarro vede alla portata la possibilità di staccare il dividendo politico della chiusura e rivendica di averne creato i presupposti: «Un iter avviato un anno fa con trattative dirette con il cavalier Arvedi e l'ad della società Caldonazzo, che hanno portato allo scambio formale di lettere tra me e la società in cui per la prima volta la stessa si è detta "disponibile a trattare"». E sul futuro Scoccimarro impegna la Regione, «garante dal punto di vista ambientale e occupazionale, di uno sviluppo finalmente sostenibile in un'area residenziale della città».

Diego D'Amelio

 

Operazione da 3-4 settimane - Gestione a una cabina di regia

Per completare l'operazione di spegnimento dell'area a caldo della Ferriera di Servola serviranno fra le tre e le quattro settimane. A gestire le operazioni, come annunciato alla fine di gennaio al termine di un vertice in Regione presieduto dall'assessore Fabio Scoccimarro, sarà una cabina di regia composta da proprietà dello stabilimento, Regione stessa, Arpa, Vigili del fuoco e Azienda sanitaria. Il procedimento, aveva fatto sapere l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente Fvg, determinerà probabilmente degli sforamenti nelle emissioni ambientali (oltre a manifestazioni visibili come l'accensione delle torce): saranno le centraline di monitoraggio già attive nell'area di Servola a misurarli. Tecnicamente il primo passaggio della procedura di spegnimento - dunque quello che verrà avviato il 27 marzo - sarà lo stop alle fiamme del nastro trasportatore dell'agglomerato. Ecco poi a ruota la fermata della cokeria e infine quella dell'altoforno, la cui disattivazione potrebbe a questo punto cadere nella seconda metà di aprile. Gli ultimi macchinari a spegnersi saranno quelli che lavorano alla depurazione delle acque e le caldaie che producono il vapore inviato dalla Ferriera alla vicina Linde Gas. Un collegamento, quest'ultimo, necessario per ottenere l'azoto utile a tenere in pressione e così in sicurezza gli impianti, sostituendo di fatto le sostanze gassose usate per la combustione. Come definito, l'intervento in fabbrica verrà effettuato da personale del gruppo Arvedi debitamente formato e che già si era occupato della fermata dello stabilimento Lucchini di Piombino ormai sei anni fa. Nell'incontro di fine gennaio l'azienda aveva fatto sapere di essere in attesa dell'arrivo delle componenti impiantistiche aggiuntive decisive per iniziare l'opera di stop all'area a caldo. Componenti evidentemente giunte ora a destinazione. A spegnimento ultimato, si passerà all'azione di bonifica.

 

 

 

 

NEWSTREET.it - LUNEDI', 16 marzo 2020

 

 

Le polveri sottili nell'aria ai tempi del Coronavirus

I dati dicono che nella città di Milano i livelli delle polveri sottili siano crollati nel giro di pochi giorni: troppo poco per trarre conseguenze, quanto basta per le prime riflessioni.

Si leggono dati contrastanti circa il valore delle polveri sottili a distanza di pochi giorni dai blocchi agli spostamenti delle persone per le strade. Trattasi spesso di analisi strumentali, che tirano per la giacchetta i numeri nel tentativo di dimostrare o stigmatizzare le analisi precedenti, quando ancora il problema principale per tutti era il clima e non il Coronavirus .
La verità sulle polveri sottili sarà chiara soltanto tra qualche settimana, quando la realtà si sarà consolidata a seguito di un vero periodo di chiusura. Tutto quel che si può fare oggi è leggere i dati e tentare di guardarli in prospettiva, con tutte le loro contraddizioni. A livello sperimentale è questa una occasione unica: improvvisamente abbiamo visto scomparire quasi del tutto uno dei fattori additati di essere la causa delle polveri sottili nelle grandi città, il che porterà inevitabilmente delle conseguenze nel dibattito che farà seguito a questa grande emergenza. Si possono isolare le cause, se ne possono misurare i pesi.
Polveri sottili: primo check
La prima verifica indica un dato inoppugnabile: il livello di polveri sottili nelle aree a rischio della pianura padana è crollato nel giro di pochi giorni . Il caso vuole che le aree colpite dal contagio (Lombardia in primis) siano anche quelle maggiormente legate alla Covid-19. Nota bene: cercare una qualche correlazione tra i due fenomeni sarebbe un esercizio del tutto acrobatico e privo di ogni logica. Se vi siano correlazioni tra la diffusione del contagio e le polveri sottili, è qualcosa che va cercato in una fitta trama causale tra i rapporti sociali, il movimento delle persone, la posizione geografica e molti altri elementi, ma non v’è nesso diretto tra le due entità.
Era il 2 febbraio quando Milano affrontava il blocco del traffico a causa del superamento dei livelli di guardia delle polveri sottili per troppi giorni consecutivi. Era il 2 febbraio e il nostro dibattito nazionale era fermo al ragionamento di quartiere sull’opportunità o meno di aprire o chiudere singole strade al traffico, nonché sull’opportunità di consentire l’arrivo dei tifosi per Milan-Verona: nel giro di pochi giorni saremmo stati travolti da uno tsunami che ha bloccato tutto il traffico a livello nazionale, ha affondato le borse, ha bloccato il campionato di calcio e ancora non sappiamo come e quando andrà a finire.
Coronavirus: le regole per gli spostamenti
A distanza di un mese e mezzo da allora, e a distanza di pochi giorni dal DPCM che ha fermato la circolazione delle persone (ma non quella delle merci), i dati dicono che la situazione è del tutto cambiata. Prendiamo il caso emblematico della città di Milano, dati del 12 marzo:
•SO2: 9 in media (limite massimo: 125)
•PM10: 23 in media (limite massimo: 50)
•NO2: 100 in media (limite massimo: 200)
•CO: 0.9 in media (limite massimo: 10)
•O3: 82 in media (limite massimo: 180)
Tutti i valori sono dunque ben al di sotto della norma. Attenzione, il dato va comunque interpretato alla luce del fatto che:
•il traffico non è completamente fermo
•le buone temperature hanno allentato anche l’uso del riscaldamento
•la diminuzione del traffico non solo riduce le emissioni, ma anche il sollevamento di polveri dal selciato
Ognuno tragga le conseguenze che ritiene, questi sono i dati. Attenzione inoltre ad un elemento ulteriore:
Polveri sottili: le previsioni di ilMeteo.it
Come si può vedere dall’immagine (le previsioni delle polveri sottili secondo i dati de ilMeteo.it, la situazione rimane ancora “mediocre” presso i grandi centri abitati e in tutta la parte centrale della pianura padana. Nel nord il problema è soprattutto l’assenza di precipitazioni, che rallentano fortemente la capacità di filtro dell’atmosfera lasciando l’aria impregnata di polveri. Questo dimostra quanto i blocchi sporadici del traffico siano poco utili , mentre una più profonda e radicale rivoluzione della mobilità sia diventata ormai necessaria.
Questa situazione potrà accelerare le politiche di stimolo per l’auto elettrica? A questo punto potrebbe essere cosa auspicabile, purché nel contesto di una politica energetica legata alle rinnovabili. Non è semplice, insomma, ma il “cigno nero” della Covid-19 sprigionerà sicuramente ampia consapevolezza su quanto il cambiamento sia la scintilla fondamentale per inseguire la sostenibilità.
(leggi versione originale)

 

 

Triesteallnews.it - LUNEDI', 16 marzo 2020

 

 

Pulizia anti virus, ricompaiono a Trieste i soffiatori.

Via, almeno in alcune zone, alle opere di pulizia straordinaria delle strade per agevolare le attività di prevenzione della diffusione del Covid-19: la preoccupazione arriva però, stavolta, dalla ricomparsa dei soffiatori utilizzati dagli addetti impegnati sull’area urbana.

Se ne è già parlato: i soffiatori, ideati per spargere polvere con più facilità in particolare sulle coltivazioni e sugli alberi, sono stati via via usati negli anni per raccogliere foglie e in periodo più recente anche per la pulizia delle strade. Già temuti dai portatori di allergie e da chi ha problemi respiratori, sollevano ora l’inquietudine di chi teme il Coronavirus: quanto possono essere pericolosi? Possono aiutare a spargere il contagio?
La risposta non è ancora nota; certo è che il getto d’aria proveniente da un soffiatore è sufficientemente potente da sollevare anche grossi granelli di polvere e residui di metalli pesanti dalla strada, facendoli arrivare fino a numerosi metri d’altezza (e quindi, all’interno delle case e sui davanzali delle finestre). Il virus del Covid-19 può trasmettersi da persona a persona nel caso di contatti ravvicinati anche a più di un metro di distanza, se si aggrega ad altri elementi presenti nell’aria, come le goccioline d’acqua e altri corpuscoli: è per questo che vengono utilizzate, in ambienti a rischio (le cosiddette ‘zone soggette ad aerosol’) le mascherine filtranti FFP, le uniche che hanno utilità. Se gli occhi sono scoperti, il virus può entrare nel corpo umano anche attraverso di essi, è meno facile ma non impossibile ed è il motivo per cui non bisogna mai portare le mani al viso e agli occhi senza averle lavate con cura. Un buon uso, definito in molte municipalità del mondo (in molte altre, negli Stati Uniti e in Europa, lo strumento è vietato) come ‘cortese’, del soffiatore raccomanda di non utilizzarlo senza aver preso preventivamente accordi con i consigli di quartiere e gli abitanti, di tenere sempre una distanza di almeno 10, meglio 15 metri dalle persone, e di evitare l’uso contemporaneo di altri strumenti che possano contribuire ulteriormente a sollevare la polvere. Se l’uso è ‘scortese’, fatto senza bagnare a sufficienza le strade, le possibilità di effetti anche potenzialmente pericolosi come quello di un attacco allergico aumentano esponenzialmente. I corpuscoli e i microorganismi sollevati e proiettati ad alta velocità dal soffiatore, se la distanza è ravvicinata, si attaccano ai vestiti, alle scarpe e alle sciarpe di chi non trovando una mascherina FFP ha pensato di sentirsi più al sicuro dal virus intabarrandosi: e se il Covid dovesse essere presente fra questi microorganismi, ecco che la velocità di diffusione, dalla pulizia delle strade, verrebbe aumentata anziché diminuita. Oltre alla possibilità che entri in casa attraverso la finestra (cosa che non accadrebbe in presenza di vento, che lo porterebbe molto più in alto e lontano). Non c’è certezza che il soffiatore, se usato senza presidio di disinfezione e al di fuori da una strategia mirata e concordata, possa essere pericoloso, ma neppure il contrario, e anzi è provato che contribuisca al peggiorare dei problemi respiratori; quindi, perché adoperarlo? #iorestoincasa; ma, allo stesso tempo, #usolatesta.

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 16 marzo 2020

 

 

È pronto ad Aurisina il progetto che sfratta le auto dalla piazza

Il restyling prevede la scomparsa del traffico con deroghe minime per le merci e una pavimentazione in pietra. L'ok della giunta a emergenza sanitaria finita

DUINO AURISINA. Interdizione al traffico sia privato che pubblico, con deroga per un'asse centrale per le sole operazioni di carico e scarico. Spostamento della fermata dei mezzi pubblici sulla vicina ex Provinciale e della fontana dalla sua attuale sede. Pavimentazione interamente realizzata in pietra. Totale ristrutturazione e abbellimento dell'area che circonda il monumento. Sono queste le principali caratteristiche della futura piazza di Aurisina Centro. Il progetto definitivo è stato delineato in questi giorni ed è pronto per essere approvato dalla giunta del Comune di Duino Aurisina.«Se non avessimo avuto come tutti il problema del coronavirus che ci sta impedendo di riunirci con le modalità classiche - spiega l'assessore ai Lavori pubblici Lorenzo Pipan - l'esecutivo avrebbe già approvato il piano. In ogni caso è solo una questione di tempo - aggiunge - perché d'accordo con il progettista, l'ingegner Peter Sterni, abbiamo già pronto l'intero progetto. Manca solo la delibera della giunta».In altre parole, c'è solo da aspettare che passi l'incubo del virus. Per quanto riguarda le modalità, Pipan precisa che «se il costo complessivo per tale iter supererà i 40 mila euro, allestiremo come previsto una gara, altrimenti se resteremo sotto tale cifra potremo procedere con l'affidamento diretto, scegliendo nell'ambito di un lotto di professionisti, individuati attraverso i criteri stabiliti dagli uffici tecnici del nostro Comune».La piazza, nelle intenzioni dell'amministrazione di Duino Aurisina, dovrà dunque diventare un'oasi per i pedoni, abbellita dalla presenza della pietra carsica. «In ogni caso - riprende l'assessore ai Lavori pubblici - ritaglieremo uno spazio laterale, davanti alla facciata della chiesa di San Rocco, per permettere agli automobilisti che vivono qui di raggiungere la strada vicinale».Ma sarà, questa, l'unica eccezione. E intanto si sta pensando a come recuperare i parcheggi attualmente utilizzati dai fruitori dei negozi e dei pubblici esercizi che si affacciano sulla piazza: «Abbiamo pensato - continua Pipan - di utilizzare lo spazio attualmente vuoto di proprietà della locale Comunella situato sempre lungo la ex provinciale, proprio all'altezza dell'accesso alla piazza, ma sul lato opposto della strada. In virtù di una convenzione con la stessa Comunella, lo trasformeremo in un piazzale attrezzato per parcheggi e il problema sarà risolto». Infine la tempistica: "Coronavirus permettendo - conclude l'assessore di Duino Aurisina - l'auspicio è di poter affidare i lavori entro la fine di quest'anno e di vederli cominciare nella primavera del 2021».

Ugo Salvini

 

 

Monfalcone - Dimezzati i piccioni in città La caccia non è ancora finita

Si è passati dai 1.300 tra il 2018 e il 2019 ai 718 tra la fine dello scorso anno al febbraio del 2020. Nuovo bando per una ditta che li trasferirà in Veneto

La loro presenza si è ridotta nell'arco di due anni, grazie alle azioni di contrasto messe in campo dal Comune, ma i colombi non sono affatto scomparsi da Monfalcone. Dal 1° novembre 2019 alla fine di febbraio sono stati prelevati in totale 718 volatili, quasi la metà rispetto ai 1.300 dei mesi a cavallo tra 2018 e 2019. Sono quelli entrati nelle 10 gabbie dislocate in altrettanti punti critici della città e poi trasferiti in Veneto da una ditta specializzata. Le speciali voliere, delle dimensioni di 2 metri di lunghezza per 1 di larghezza e di altezza, sono corredate di cibo (30 chilogrammi di mais circa) e dotate di abbeveratoio con sistema automatico di livello dell'acqua e di una parziale copertura per proteggere i volatili dalle intemperie ed evitare sofferenze. Ne sono state collocate 4 in centro storico, 2 nell'area ovest e largo Anconetta, una zona in cui i piccioni continuano a sentirsi a casa, 2 in altre aree del centro, 2 nella zona del canale de' Dottori. I colombi catturati vengono raccolti con cadenza settimanale per essere trasportati in Veneto per il mantenimento dei soggetti raccolti nelle strutture autorizzate. Un'attività che il Comune intende proseguire anche nella prossima stagione autunnale-invernale, come dimostra l'avviso pubblicato per raccogliere la manifestazione di interesse delle imprese specializzate a svolgere il servizio per i prossimi 24 mesi rinnovabili per ulteriori 24 a fronte di un compenso di 21 mila euro annui Iva esclusa. L'impresa dovrà occuparsi comunque anche di effettuare il censimento dei colombi, elaborando i dati raccolti, così da permettere al Comune di valutare la consistenza del fenomeno e le aree cui va dedicata maggiore attenzione. «Rispetto agli anni scorsi i piccioni sono in ogni caso visibilmente diminuiti - afferma l'assessore all'Ambiente Sabina Cauci - e credo che molti cittadini se ne siano già accorti. Comunque l'azione del Comune continuerà in primavera estate con la distribuzione di mangime antifecondativo, oltre che con la sistemazione di dissuasori meccanici, se ce ne fosse l'esigenza».Strumenti che da soli, però, non sono sufficienti e dovranno continuare a essere affiancati appunto dall'attività di cattura in esecuzione del Piano di controllo regionale del colombo o piccione di città. Proprio seguendo le disposizioni del piano regionale, l'attività di cattura si svolge da novembre a marzo dell'anno successivo con il posizionamento di gabbie nei siti degli edifici pubblici più critici (come la Biblioteca comunale), oltre che in zone come quella di largo Anconetta interessata da una grande frequentazione di piccioni che stazionano in particolare su balconi, sbalzi e tetti di alloggi disabitati.

Laura Blasich

 

A Trieste è invasione di cornacchie e gabbiani

A Trieste non solo i colombi ma anche le tortore sono scomparse dai davanzali. Hanno preso con prepotenza posto, le cornacchie che insieme ai gabbiani, stanno occupando sempre più quegli spazi aperti, che frequentavano le tortore. Si tratta di un fenomeno che non è solo locale, e del quale si trova riscontro ormai anche oltre i confini nazionali.

 

La Processionaria invade il territorio - Scatta la campagna per eliminare i nidi - una piaga non solo sul Carso

RONCHI. Scatta la lotta alla processionaria, a Ronchi dei Legionari. Un primo stanziamento, di poco superiore ai 700 euro, è stato stanziato dalla giunta per una prima serie di interventi. Saranno messi in cantiere da una ditta specializzata nell'area verde di via Angelo Cernic e negli impianti di base. La processionaria non è solo un fenomeno ed una piaga che invade i boschi del nostro Carso. Il terribile insetto, anche a Ronchi dei Legionari, si sta spingendo all'interno del centro, aggredendo soprattutto quei parchi e quei giardini dove, nel passato, sono stati messi a dimora esemplari di pino nero. Si interverrà attraverso un controllo nei siti individuati sul territorio comunale e ciò dopo che è stato concretizzato un sopralluogo congiunto con il personale dell'ufficio problematiche ambientali, ma anche alla verifica puntuale nelle aree scolastiche e nell'area pubblica di via Matteotti angolo Cernic. Si procederà alla rimozione tempestiva dei nidi di larvali non appena le condizioni climatiche possano far ritenere l'annidamento di tale insetto all'interno dei propri bozzoli e quindi nel prossimo periodo freddo, ovvero tra la fine dell'autunno e l'inverno, indicativamente fra dicembre e i primi di febbraio, procedendo alla rimozione meccanica dei nidi larvali e la loro bruciatura. Accanto a ciò il programma prevede anche la collocazione di fitotrappole sulle specie alboree cui le larve sono principalmente attratte e all'adozione di ogni eventuale tecnica fitosanitaria anche di ultima innovazione, con trattamenti preventivi qualora ritenuti risolutivi al problema della processionaria. Nel tempo, poi, si arriverà alla ricognizione in periodo autunnale ed invernale per individuare la presenza di nuovi bozzoli e nuove emergenze. La processionaria, oltre a desfogliare piante intere, può costituire un pericolo maggiore per l'uomo e gli altri animali. I peli urticanti dell'insetto allo stato larvale sono velenosi, e in alcuni casi, fortunatamente limitati, possono provocare una grave reazione allergica. Nei mesi scorsi, ricordiamolo, un appello in tal senso era stato lanciato dal capogruppo del Movimento 5 Stelle, Lorena Casasola, la quale aveva posto l'accento sulla situazione del parco di piazzale Candotto, nel rione di Vermegliano. Bisogna intervenire presto, anche perché, va ricordato, a primavera le larve riprendono l'alimentazione cibandosi degli aghi di pino. Compromettendo la salute e la stabilità della pianta. Una piaga conosciuta da molto, moltissimo tempo e che, come detto, già negli anni Ottanta era stata uno dei cavalli di battaglia dell'allora neonato Gruppo Ambiente capitanato da Nicola Rusca.

Lu. Pe.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 15 marzo 2020

 

Italia, impennata contagi: 2.800 in più «Lombardia al punto di non ritorno»

Arriva l'accelerata prevista, l'assessore: «Terapie intensive esaurite». Nei due focolai la zona rossa funziona: casi azzerati

ROMA. Nessun rallentamento era previsto e così è stato. Ieri la conta serale dava 2.795 contagi in più per un totale di 17.750 positivi, che portano a 21.157 il totale delle persone infettate dall'inizio dell'epidemia. Purtroppo si allunga anche l'elenco delle vittime del Coronavirus: 175 solo ieri per un totale di 1.441. Ma a far scattare l'allarme rosso sono i 1.518 in terapia intensiva, quasi la metà nella sola Lombardia, dove i posti sono oramai pochissimi. Tanto da far dire all'assessore al welfare Giulio Gallera di essere «oramai vicini a un punto di non ritorno. Restano 15-20 posti letto nelle Terapie Intensive».Una speranza arriva però da Codogno, nel Lodigiano, dove i nuovi casi si contano oramai sulle dita delle mani e di Vo' Eugeneo in Veneto, dove addirittura da due giorni non si riscontra alcun positivo. «Abbiamo applicato la quarantena con grande senso di responsabilità e fatto due screening ai quali ha aderito il 95% della popolazione», spiega il sindaco Giuliano Martini. Una ricetta, quella dei tamponi di massa, che spacca la comunità scientifica, tra chi giudica i controlli a tappeto l'arma più efficace per impedire nuovi contagi e chi invece si richiama alle linee guida internazionali che prevedono i test solo per i sintomatici. Anche perché i nostri laboratori non ce la fanno a farne di più. I controlli intanto li stanno intensificando le forze dell'ordine, che in 24 ore hanno fermato 157mila persone, denunciandone 6.942, il 49% in più rispetto al giorno precedente. Nel mirino anche 83.454 esercizi commerciali, con 239 titolari denunciati. Intanto il virus continua a colpire la politica. Ieri a doversi mettere in quarantena dopo essere risultati positivi al tampone sono stati il viceministro alla salute Pierpaolo Sileri e la collega dell'Istruzione Annalisa Ascani, quest'ultima in quarantena volontaria da una settimana. In quarantena continua a restare larga parte degli italiani. Ieri in una Roma deserta ha varcato i cancelli dello Spallanzani la delegazione di nove esperti cinesi, sbarcati direttamente da Wuhan con un carico di monitor e ventilatori per allestire 40 letti di terapia intensiva più 200mila mascherine. Liang Zongan, responsabile della medicina intensiva polmonare nell'ospedale dello Sichuan, prima ha lodato il governo italiano, «che ha adottato tutte le misure necessarie in linea con gli standard internazionali». Poi ha tirato le orecchie agli italiani: «Vedo ancora un po' troppa gente nelle vostre strade». L'incontro, a cui faranno seguito altri in diversi ospedali d'Italia, è servito soprattutto per scambiare esperienze sulle terapie anti- Covid. «Sulla base dell'esperienza maturata in Cina - spiega il primario infettivologo dello Spallanzani, Giampiero D'Offizi- verrà avviata anche da noi una sperimentazione sull'utilizzo degli anticorpi neutralizzati ottenuti dal plasma dei pazienti Covid oramai in convalescenza. Dopo un trattamento per neutralizzare eventuali altri virus, il sangue sarà reimmesso nei pazienti con progressione grave della malattia. Nei pochi casi trattati -assicura- si è assistito a un miglioramento dei parametri infiammatori e della saturazione di ossigeno nel sangue». Arriva dall'Olanda invece la promessa di un nuovo farmaco anti-Covid. La ricerca è stata pubblicata sul sito dell'Università di Utrecht, ma gli studi sono ancora in corso e richiederanno mesi di test rigorosi prima che il farmaco sia disponibile sul mercato. Per ora gli strumenti nella cassetta degli attrezzi anti-virus sono made in Italy e China.

Paolo Russo

 

La Regione arruola altri 357 infermieri I morti salgono a 13, 44 nuovi contagi

Previsti anche contratti a chiamata per operatori d'emergenza e richiami in servizio per specializzandi e medici in pensione

Trieste. Il coronavirus comincia a colpire gli operatori della sanità e la Regione corre ai ripari, annunciando un piano straordinario di assunzioni, che porterà all'ingresso a tempo indeterminato di 357 nuovi infermieri e che prevede inoltre contratti a chiamata per ogni tipo di figura professionale utile nell'emergenza. In trincea potranno finire anche medici specializzandi e pensionati, in vista dell'aumento dei casi positivi che probabilmente nelle prossime due settimane si abbatterà sul Friuli Venezia Giulia, dove il tasso di crescita dagli ammalati sta andando incontro per ora a una lieve riduzione cui corrisponde tuttavia un aumento dei ricoverati. Ieri la nota di riepilogo diramata dalla Protezione civile ha portato i casi conclamati a 301, con un incremento di 44 persone rispetto al giorno precedente. Il trend mostra una lieve flessione: il +44 di sabato segue infatti il +52 di venerdì e il +79 di giovedì. Saranno i prossimi giorni a dire se si tratta di una tendenza consolidata: bisognerà attendere i 596 tamponi in corso di analisi su un totale di 3.376 test effettuati. I decessi registrati dall'inizio dell'emergenza passano nel frattempo a 13 con tre nuove morti nella giornata di ieri, tutte nell'area dell'Azienda sanitaria giuliano isontina, che conta 10 deceduti. I morti, tutti con pluripatologie, sono 8 donne e 5 uomini, con età media sopra gli 80 anni. Col tempo che passa sale però anche il numero dei guariti, che sono 17. Preoccupa la crescita dei ricoveri, saliti a 77 contro i 59 di venerdì, ma stabile resta il numero dei pazienti in Terapia intensiva, anche se gli 11 casi aumenteranno già nelle prossime ore, dal momento che la Protezione civile nazionale ha chiesto al Friuli Venezia Giulia di ospitare altri tre ammalati di coronavirus provenienti dalla Lombardia. Finiranno a Cattinara dopo la saturazione della Terapia intensiva di Udine. L'aumento dei ricoveri e l'inizio dei contagi tra i sanitari ha spinto la giunta regionale a rompere gli indugi sul piano di assunzioni straordinarie. Un passo sempre più urgente dopo gli 8 positivi tra medici e infermieri del Maggiore di Trieste (fonti sindacali attestavano ieri un aumento non quantificato), le infezioni negli ospedali di Udine e Pordenone, nonché i primi ammalati tra i dipendenti delle case di riposo. Nella mattinata di ieri, l'Agenzia regionale di coordinamento per la salute ha annunciato il decreto per lo scorrimento della graduatoria del concorsone degli infermieri. Sono 545 i sanitari per i quali la Regione aveva già deciso l'assunzione a febbraio e altre 357 unità seguiranno nei prossimi giorni, anche in questo caso con contratto a tempo indeterminato, nella speranza di ottenere un aiuto nell'ambito del piano emergenziale promesso dal governo. Le assegnazioni sono così ripartite: 99 all'Azienda sanitaria giuliano isontina 99, 180 in quella friulana, 53 a Pordenone, 17 al Burlo di Trieste e 8 al Cro di Aviano. La graduatoria del concorso conta 1.544 idonei e ci sarebbe quindi spazio per ulteriori scorrimenti, ma la Regione non può permettersi altri ingressi stabili e ha pubblicato bandi per reclutare rapidamente professionisti di ogni tipo. Le chiamate resteranno aperte per la durata dell'emergenza, rivolte anche a personale non specializzato o in quiescenza: medici di terapia intensiva, pneumologi, internisti, infettivologi, medici d'urgenza, geriatri, radiologi, esperti di prevenzione e igiene, infermieri, operatori sociosanitari, tecnici di laboratorio, di radiologia e di fisiopatologia cardiocircolatoria. Nessun concorso: basterà dimostrare di avere i requisiti e saranno le singole Aziende a procedere con incarichi diretti, pagati da 20 a 60 euro lordi all'ora. I sindacati continuano intanto la battaglia per ottenere dispositivi di protezione individuale, con le istituzioni in difficoltà a reperire mascherine a norma sul mercato. Lo ammette lo stesso vicepresidente Riccardo Riccardi: «Il Fvg ne ha chieste 600 mila ma la gestione commissariale nazionale ne ha fornite 3 mila. Il problema riguarda l'intero Paese». Orietta Olivo (Fp-Cgil), Massimo Bevilacqua (Cisl-Fp) e Luciano Bressan (Uil-Fpl) ritengono «positivo il pressing della Regione» ma notano che «la distribuzione nelle strutture viene centellinata, creando incertezza tra i lavoratori». Fabio Pototschnig (Fials-Confsal) parla di «carenze quotidiane: non mandiamo i nostri operatori a combattere il nemico a mani nude». L'Ordine delle professioni sanitarie segnala a sua volta alla Regione «criticità sui dispositivi di protezione», chiedendo alle Aziende sanitarie «procedure di lavoro adeguate» su distanze di sicurezza, disinfestazione dei reparti, smart working e sospensione delle attività riabilitative non urgenti. A dura prova sono messi anche i numeri dell'emergenza: sia il 112 che il numero verde per le informazioni 800 500 300. Quest'ultimo viaggia a 4 mila contatti al giorno, mentre giovedì (ultimo dato raccolto) il 112 ha ricevuto 3.639 chiamate, superando di circa 2 mila contatti la media di marzo. Tutte le telefonate al 112 con oggetto Covid-19 vengono trattate subito da operatori sanitari, scremate e instradate al 118 in caso di reale necessità, lasciando così una corsia preferenziale per quelle di vera emergenza negli altri ambiti della salute. La Regione continua a invitare la popolazione a restare a casa e una sessantina di mezzi della Protezione civile circola nei centri urbani ricordando l'obbligo attraverso altoparlanti. La Protezione civile si muove a sua volta per rafforzare i suoi ranghi e invita a farsi avanti volontari provenienti da altre associazioni o privati cittadini, che possano mettersi a servizio dei Comuni, ad esempio per il trasporto della spesa a casa delle persone anziane.

Diego D'Amelio

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 14 marzo 2020

 

 

In primavera pronti i corsi per diventare contadini urbani

In programma le lezioni di orticoltura per imparare a curare gli spazi verdi

Si sa. La primavera porta con sé da sempre anche la voglia di stare all'aperto e di curare giardini e orti. In questo caso, urbani. Anche quest'anno - naturalmente appena le misure legate al contenimento del Coronavirus lo consentiranno - si terranno i corsi di orticoltura per diventare "contadini urbani" proposti con successo da cinque anni dal gruppo "Urbi et Horti" nell'ottica della tutela dei beni comuni. I corsi di orticultura urbana a Trieste hanno già formato più di 200 contadini urbani e permesso di aprire oltre 20 orti, sia su suolo pubblico che privato: singoli o condivisi, con spazi di socialità comune e spazi di coltivazione personali. Gli orti comuni offrono infatti la possibilità a molti concittadini di poter coltivare un piccolo appezzamento di terra in zona urbana e periurbana. «Sono in molti a chiederci la disponibilità di un orto - riferisce Tiziana Cimolino, coordinatrice del progetto per l'associazione Bioest - ma tante sono anche le persone o gli enti che vogliono darci in gestione il loro orto da curare. Tutti possono avere un orto o uno spazio verde da coltivare: sono molti - conferma Cimolino - i terreni ancora disponibili che possono essere consegnati da subito a chi ne faccia richiesta». A corsi teorici in classe, che si terranno all'interno della strutture ospitate nel Parco di San Giovanni, come sempre seguiranno attività pratiche con il maestro contadino per mettere a frutto quanto imparato in aula. «Quest'anno - anticipa Cimolino - intendiamo parlare di piante aromatiche e creare un "Giardino dei semplici", ossia un giardino di piante aromatiche che realizzeremo assieme ai corsisti e cercheremo in proporre poi a tutti gli orti. Intendiamo sviluppare una conoscenza più ampia delle piante aromatiche e delle loro caratteristiche e proprietà - i loro utilizzi in cucina e i loro effetti benefici sulla salute - così da diffonderla il più possibile. Alla teoria seguirà come sempre la pratica. In primavera organizzeremo almeno due uscite con il maestro di oleoliti per osservare e raccogliere le piante spontanee del nostro territorio e che si possono utilizzare poi negli olii essenziali e, se possibile, - conclude la naturalista - organizzeremo anche una visita in distilleria per assistere dal vivo alle fasi della produzione». Informazioni e prenotazioni allo "Sportello ambiente", attualmente attivo solo telefonicamente al 3287908116.

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 13 marzo 2020

 

 

Primo convoglio in prova lungo la storica Transalpina

Impiegato per i test un treno da 550 metri con un carico di decine di container - La rotta? Da Opicina verso Guardiella e da lì fino a San Giacomo e Campo Marzio

Primo convoglio sulla rinnovata linea ferroviaria Transalpina. Martedì pomeriggio un treno da 550 metri, composto da 20 carri e con almeno il doppio di container, ha percorso i 14,4 chilometri che separano la stazione di Villa Opicina da quella di Trieste Campo Marzio. Un tragitto in discesa che ha permesso di valutare per la prima volta la risposta di un convoglio "completo" su una linea decisamente particolare, a causa della sua pendenza - che raggiunge in alcune parti il 25 per mille - e della conformazione strutturale. «Questo primo convoglio era pesante quasi ai limiti - spiega Lorenzo Marsi di Adriafer - a causa del suo peso totale di 1350 tonnellate. Le prove proseguiranno nei prossimi giorni, sempre in discesa, con un convoglio solo per settimana». Un treno lungo e pesante, quindi, il primo che ha attraversato la linea che passa per i principali rioni della città. Scendendo da Opicina, infatti, la Transalpina esce da una prima galleria nei pressi di via Bonomea, per poi scendere verso Guardiella. Da lì un nuovo tunnel la fa sbucare direttamente a San Giacomo, per poi sfociare a Campo Marzio dopo aver attraversato via San Marco, via Alberti e Campi Elisi. «Rispetto alle dimensioni e alle criticità offerte dalla linea - spiega ancora Marsi - siamo riusciti a inserire di più carri distribuendo maggiormente il peso. La velocità di crociera non è mai superiore ai 50 km/h - racconta - e in certe gallerie il macchinista è costretto a rallentare fino ai 25 km/h. La pendenza estrema della linea per un convoglio ferroviario, inoltre, farà sì che nel momento in cui inizieranno le corse anche in salita, lo stesso dovrà avere un tonnellaggio massimo inferiore, attorno alle 1200 tonnellate». Una seconda giovinezza, quindi, per la linea Transalpina. Inaugurata la prima volta nel 1906 e sospesa definitivamente sei anni fa, la vecchia ferrovia rappresenta una valida alternativa per il crescente traffico merci del porto, utile a non intasare la linea (anche) passeggeri da e per Venezia nel tratto tra Barcola e Bivio d'Aurisina. Il tratto ferroviario in questione, come detto totalmente risistemato, è stato mantenuto il suo status originale, soprattutto nella palificazione. Che è stata sì rinnovata, mantenendo però i pali originali con il classico verde FS. L'intervento di riattivazione nel suo complesso è costato circa nove milioni, con interventi che hanno riguardato dapprima l'ammodernamento di rotaie, scambi, traversine e massicciata, seguito dalla manutenzione straordinaria della linea elettrica. Successivamente Rfi ha provveduto al rinnovamento dell'importante blocco conta-assi, infine l'intervento di ammodernamento della sagoma delle gallerie e il taglio del verde che gravava sulla linea.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 12 marzo 2020

 

 

L'Oms dichiara la pandemia globale Italia promossa, bocciati gli altri Paesi

L'Organizzazione mondiale della sanità: «Ok le misure aggressive adottate da Roma, poche azioni dai governi del mondo»

Mancava solo la conferma che ora è arrivata. L'epidemia di coronavirus è ufficialmente una pandemia. Parola dell'Oms che attraverso il suo direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha certificato l'ultimo salto di qualità e gravità dell'emergenza sanitaria globale. Tecnicamente per pandemia si intende un contagio che riguarda un'area geografica molto estesa (diversi continenti) e per il quale non esiste immunizzazione. Due giorni fa era stato proprio Tedros ad anticipare che il rischio di giungere a questo stadio era «molto elevato». In 48 ore sono stati i numeri a convincerlo che il momento era arrivato. Per prima cosa il fatto che un virus, sconosciuto fino a tre mesi fa, ha ormai contagiato oltre 121.000 persone in 138 Paesi del mondo. Poi la rapidità con cui l'epidemia si è diffusa oltre i confini del primo focolaio. «Nelle ultime due settimane il numero di casi al di fuori della Cina è aumentato di tredici volte e il numero di Paesi colpiti è triplicato» sottolinea Tedros. Nemmeno le previsioni a breve termine sono buone perché «nei giorni e nelle settimane a venire prevediamo che il numero di casi, morti e Paesi colpiti aumenteranno ancora». Tedros si rivolge quindi ai leader mondiali, spiega che a preoccupare l'Oms non è solo la diffusione e la gravità del virus bensì «il livello allarmante di inazione e la mancanza di determinazione» da parte di alcuni Paesi. Un rimprovero chiaro ai governi per non aver agito abbastanza rapidamente o drasticamente. Il giudizio negativo risparmia però l'Italia. Tedros approva «le misure aggressive adottate» da Roma e spera «che abbiano effetti nei prossimi giorni».Gli esperti dell'Oms hanno rimandato a lungo la classificazione di pandemia preoccupati delle conseguenze che questa mossa avrebbe potuto avere, specie in un momento in cui le economie mondiali sono fragili e le Borse sotto stress. Il direttore esecutivo del programma di emergenza sanitaria, Mike Ryan, spiega che l'Oms considera molto seriamente la definizione di pandemia capendo «le implicazioni della parola». Il problema è che in questo momento «ci sono ospedali, operatori sanitari e pazienti che hanno bisogno del nostro supporto» prosegue Ryan. Detto in altre parole: il tempo per le valutazioni e la prudenza è scaduto, adesso bisogna agire. Nelle prossime ore si vedrà se i capi di Stato avranno recepito il messaggio. «Abbiamo suonato un campanello di allarme forte e chiaro» conclude Tedros cercando di lanciare anche un segnale di speranza: «Tutti i Paesi possono ancora cambiare il corso di questa pandemia». 

Alberto Abburrà

 

 

Cinque magazzini Greensisam, due cordate vicine al traguardo

Antonio Maneschi contava di poter già chiudere adesso ma l'emergenza virus si fa sentire pure in Porto vecchio

Greensisam comunica di avere «trattative avanzate» con due gruppi di valenza internazionale, cui trasferire la concessione 99ennale che riguarda cinque magazzini nella parte meridionale di Porto vecchio, quella più prossima al centro cittadino, confinante con il Molo IV. Comunicazione in linea con quanto riferito prima di Natale. Antonio Maneschi, figlio e da circa un anno erede di Pierluigi, sperava di concludere l'operazione già a inizio primavera, ma la definizione del negoziato è stata frenata nelle ultime settimane dall'incombenza del coronavirus. L'imprenditore portuale, che a Trieste co-gestisce con Msc il Molo VII e opera nello scalo di Monfalcone con Cpm, ha domandato al Comune una proroga per chiudere l'affare, proroga relativa alla conversione della vecchia concessione demaniale (legata all'Autorità portuale) in contratto di locazione (legato alla nuova proprietà municipale).Il Comune non ha ancora riscontrato in via ufficiale la richiesta di Maneschi, che sarà comunque esaudita con il probabile protrarsi dei termini fino a giugno: va ricordato che Greensisam versa nelle casse municipali 513.000 euro/annui di canoni, quindi da parte dell'interlocutore pubblico ci sono l'intenzione e la convenienza a trovare ragioni di collaborazione. Il principale motivo, che ha frenato la conversione, riguarda gli oneri di urbanizzazione della "cittadella Greensisam" (reti elettriche, idriche, fognarie, viarie) che ammontano a 11 milioni di euro: il Comune ritiene che siano competenza del concessionario-locatario, il quale però nicchia. Il valore dei 5 edifici è stimato 16 milioni di euro e il Municipio li metterà all'asta con diritto di prelazione al concessionario-locatario. Fonti vicine a Maneschi aggiungono che i due gruppi in ballo non sono necessariamente concorrenti e potrebbero cooperare su una soluzione concertata. Altro per ora non trapela dalla Svizzera, dove l'imprenditore risiede e lavora: indicazioni ancora generiche ma segnale della dichiarata volontà di affrancarsi da un coinvolgimento immobiliare che Antonio Maneschi non ritiene debba rientrare nel core business aziendale. Lo stesso Maneschi aveva dichiarato lo scorso dicembre che, avendo Greensisam impegnato milioni sulla partita di Porto vecchio, non aveva voglia di disimpegnarsi gratis. In passato si era parlato di un interessamento da parte di fondi austro-tedeschi per realizzare nella "cittadella Greensisam" investimenti immobiliari da 150 milioni, ma Antonio Maneschi si era dichiarato scettico sulla tenuta di questi conversari. I due gruppi, agganciati con il supporto di professionisti del settore, sono "new entry" nel quadro relazionale di Greensisam.La concessione 99ennale si trova a uno stadio adolescenziale in quanto nel 2020 compirà 15 anni avendo iniziato il count-down nel 2005. I cinque magazzini coinvolti sono 2A, 2, 1A, 4, 3, ben visibili dalla bretella che da largo città di Santos porta sulle Rive. Sul progetto aveva lavorato l'architetto ticinese Mario Botta. Maneschi sr. contava di realizzarvi la sede italiana di Evergreen, il colosso taiwanese proprietario di Italia Marittima (ex Lloyd Triestino), ma l'operazione non andò in porto. Da allora la ricerca di un acquirente in grado di subentrare a Greensisam.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 11 marzo 2020

 

 

Piano del centro storico verso la svolta: l'obiettivo è l'adozione prima dell'estate

Poi i due mesi per osservazioni e obiezioni, appuntamento finale in autunno: Dipiazza vuole chiudere la partita nel 2020

Roberto Dipiazza vuole assolutamente chiudere entro il 2020 il pluriennale conto con il Piano particolareggiato del centro storico (da adesso Ppcs). Numerosi professionisti lo hanno sollecitato in questo senso e il primo cittadino, mai indifferente al sismografo del consenso soprattutto negli ambiti riconducibili al settore edile-costruzioni, ne ha parlato con l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli e con gli uffici competenti. L'obiettivo a breve è procedere all'adozione del Ppcs prima dell'estate per poi, trascorsi i 60 giorni dedicati a osservazioni & obiezioni, riprendere e terminare il lavoro in autunno. Allo scopo di quagliare quanto prima, nelle giornate del 24 e 27 febbraio, prima che deflagrasse la grana del coronavirus, sono state organizzati incontri con ambientalisti, paesaggisti, categorie economiche, ordini e collegi professionali: nel giro di venti giorni da quelle date, cioè con scadenza la prossima settimana, potranno inviare al Comune contributi sull'impostazione del piano. In largo Granatieri opera un apposito ufficio Ppcs, coordinato da Beatrice Micovilovich, composto da Ezio Golini, Michele Grison, Mauro Pennone, Andrea Zacchigna.Ricevute note e proposte dagli stakeholders, altri due mesi di rielaborazione per approdare, come anticipato, all'adozione tardo-primaverile del piano. Luisa Polli punta a un documento flessibile, aggiornabile, non troppo rigido, in grado di accompagnare l'evolvere del tessuto urbano. Nelle riunioni di fine febbraio il Municipio ha fissato all'attenzione dei partecipanti otto temi forti sui quali costruire in termini operativi il lavoro pianificatorio: i gradi di trasformabilità del patrimonio edilizio; la riqualificazione di piazze, giardini, parchi; la conservazione delle "scene" urbane; le connessioni tra i luoghi di maggiore interesse culturale-turistico; la chiarezza dell'apparato normativo; la riutilizzazione dei sottotetti; la riqualificazione energetica degli immobili esistenti; l'identificazione di zone di trasformazione o di completamento. Il tutto in un contesto di tutela, recupero, rivitalizzazione socio-economica di un'area molto vasta (la più vasta della regione giulio-friulana) che comprende la "città murata" (teatro romano-San Michele), i borghi imperiali (teresiano, giuseppino, in parte franceschino), via Udine, l'asse via XX Settembre-via Pietà. Nel luglio dello scorso anno Dipiazza e la Polli avevano illustrato le linee-guida del Ppcs, su cui da dicembre a fine gennaio si era aperta una consultazione popolare in Internet. Ma queste erano solo le ultime tappe di un viaggio iniziato una ventina di anni orsono, quando c'era ancora Riccardo Illy che coinvolse un nome di punta della pianificazione urbana come Leonardo Benevolo. Poi iniziò l'era Dipiazza e del centro storico passò a occuparsi l'urbanista veneziano Alberto Cecchetto. Il secondo Dipiazza riprese il filo pianificatorio tra il 2008 e il 2009. Non lo smise neanche il successore Roberto Cosolini e l'assessore Elena Marchegiani condusse un lavoro istruttorio, ereditato dal terzo Dipiazza.Però, dopo un ventennio di esperimenti trascorso tra grandi griffe e tentativi domestici, la casella è ancora vuota. Deve trattarsi di una sorta di fato che accompagna i piani del centro storico triestino: quello vigente, il cosiddetto "Semerani", venne adottato nel 1980 ma Luciano Semerani vinse la gara, ex aequo con Roberto Costa, nel 1968.

Massimo Greco

 

«Strumento che nasce già vecchio Ora serve il coraggio di cambiare»

Il presidente degli architetti Thomas Bisiani teme che il confronto abbia margini piuttosto stretti

«Il Piano particolareggiato del centro storico (Ppcs) rischia di nascere già vecchio. Non è colpa del Comune, ma degli strumenti obsoleti a sua disposizione per realizzare l'attività pianificatoria. Basti dire che il Piano urbanistico regionale è entrato in vigore nel 1978». Thomas Bisiani, presidente dell'Ordine degli architetti triestini, lo dice chiaramente: «Bisogna avere il coraggio di un cambio in corsa, di un approccio metodologico differente. Il tempo ci sarebbe, prima che la consigliatura termini». «Un esempio, per me molto significativo - insiste - il tessuto edificato del centro è composto da stabili uno diverso dall'altro. Il Piano continua a muoversi alla ricerca di una regola standard, senza però che vi sia uno standard di stile, di costruzione, di materiali ... Andrebbe ribaltata l'ottica, partendo invece dalle specificità di ogni edificio, valutandone le particolarità, le differenze».«Problemi nuovi, impostazioni vecchie - riprende il presidente - verificabile con un altro esempio: le Rive. Ebbene, non rientrano nel centro storico, perlomeno tutta la parte verso il mare, partendo dalle facciate degli edifici, non partecipa alla pianificazione comunale perchè è competenza dell'Autorità portuale. Il Molo Audace è fuori dal campo d'azione municipale. Come si fa a ragionare in modo organico su una porzione fondamentale del centro con un'attribuzione così schematica?» Bisiani rifà un po' di storia del Ppcs, una storia che dura da vent'anni e attraversa le giunte Illy, Dipiazza, Cosolini. «Non nego che sono preoccupato da questa lentezza, perchè per i professionisti del settore l'edilizia privata incide all'80% sulle opportunità di lavoro. Il piano Semerani sul centro storico compie quarant'anni ma è stato incubato nel decennio precedente, era un'altra città». «Di conseguenza il centro storico assume una rilevanza notevole, per cui abbiamo occorrenza di un quadro urbanistico di riferimento. Si tratta di promuovere e gestire le trasformazioni, valorizzando il patrimonio immobiliare e rilanciando il mercato. Non si tratta solo di tutelare e conservare».Il presidente degli architetti teme che una bozza di piano, presentata a poco più di un anno dalla scadenza del mandato giuntale, abbia margini di confronto e di discussione molto stretti. Non esclude, nonostante l'impegno della struttura comunale, il rischio che il lavoro sul Ppcs non venga completato e che slitti a futura amministrazione». Avendo la possibilità di tornare indietro nel tempo e nei processi decisionali, non gli sarebbe spiaciuto un "piano d'autore", coinvolgendo una firma di grido nel panorama urbanistico nazionale. Ma ormai la strada è tracciata e si deve continuare lungo la direttrice avviata, ciò non toglie - ribadisce Bisiani - che vi sia spazio per un aggiornamento dei punti di vista in termini di flessibilità e di attenzione alle specificità. «Anche da parte di quelli che saranno gli interpreti del Piano, cioè i tecnici comunali».

Magr

 

 

Deperimetrazione del Sin: Muggia rialza il pressing per la piazzola di Vignano

La possibile sburocratizzazione degli iter di bonifica e recupero rievocata dalla Regione "incoraggia" anche l'amministrazione Marzi

Arrivare quanto prima a una deperimetrazione del Sito inquinato di interesse nazionale (Sin) di Trieste è anche nell'interesse del Comune di Muggia, che all'interno dell'area è proprietario della porzione di terreno in cui trova posto la vecchia piazzola ecologica, non più operante perché non pavimentata e quindi non conforme. Una deperimetrazione attraverso la quale, secondo quanto evidenziato nei giorni scorsi a Trieste dall'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, il Sin finirebbe per cedere ulteriore spazio al Sito di interesse regionale (Sir), coinvolgendo complessivamente circa 150 operatori. Cosa che consentirebbe di procedere al nuovo Accordo di programma, in sostituzione di quello siglato il 25 maggio 2012. Con l'effetto di aumentare in modo considerevole l'area dei terreni di competenza regionale, e garantendo così la possibilità di ultimare le pratiche necessarie molto più velocemente, possibilmente senza perdere i finanziamenti garantiti dallo Stato nel 2012, pari a circa otto milioni di euro. Possibilità di cui potrebbe beneficiare anche la comunità muggesana, che oggi paga un canone per l'attuale piazzola ecologica. «La piazzola ecologica di Vignano - evidenzia l'assessore comunale all'Ambiente Laura Litteri - rientra nell'area Sin. Si tratta di un'area non pavimentata, motivo per cui la Regione non ha rinnovato la concessione che dieci anni fa era stata data dalla Provincia». Intanto il Comune ha intrapreso tutte le procedure previste per poter svincolare l'area: «Abbiamo inviato la documentazione richiesta il 20 dicembre 2017 - sottolinea sempre Litteri - ma da allora non è mai stata convocata la Conferenza dei servizi, di nomina ministeriale, che deve analizzare i risultati delle analisi e decidere se l'area è inquinata oppure no. Nella stessa situazione si trovano altre aree su cui sorgono attività commerciali che attendono una risposta da anni». In soldoni, insomma, sono tante le realtà, anche del territorio muggesano, che non possono espandere le proprie attività. «A giugno dell'anno scorso, su richiesta del Ministero - chiude Litteri - il Comune ha ripetuto alcuni test i cui risultati sono rientrati nei limiti previsti dalla norma. Siamo ancora in attesa del via libera del ministero per iniziare i lavori di pavimentazione e restituire una piazzola ecologica sicuramente migliorata ai cittadini». E, soprattutto, a costo zero.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 10 marzo 2020

 

 

Sito inquinato, Regione in pressing per incassare più poteri da Roma

In arrivo una delibera "ad hoc". Primo obiettivo: l'area dei piccoli operatori a Nord del Canale navigabile

La Regione assume l'iniziativa sul piano politico-amministrativo per forzare la mano al governo centrale riguardo la cosiddetta deperimetrazione del Sin (Sito di interesse nazionale), ovvero per ottenere il parziale trasferimento di competenze circa le procedure di bonifica da Roma a Trieste, dal ministero dell'Ambiente all'assessorato all'Ambiente. Modificando l'accordo di programma risalente al maggio 2012.Venerdì una apposita delibera sarà portata all'esame della giunta Fedriga con l'obiettivo di ampliare il Sito di interesse regionale (Sir) e rendere più rapide le pratiche di bonifica. L'area interessata si estende a Nord del Canale navigabile in direzione di via Caboto, includendo i cosiddetti "piccoli operatori", cioè 150 operatori desiderosi di ottenere udienza da parte di un soggetto istituzionale che non sia un ministero a 600 km di distanza. La delibera rappresenta un atto formale mediante il quale Trieste spera di ottenere l'attenzione romana. Il titolare della delega, Fabio Scoccimarro, lo ha comunicato ieri mattina a una ventina di imprenditori, convocati e sparpagliati nel salone di rappresentanza del governatorato onde consentire il rispetto delle distanze regolamentari imposto dal coronavirus. L'assessore e il suo staff tecnico avrebbero preferito un percorso all'insegna di una maggiore condivisione insieme al dicastero di via Colombo, con il quale però il dialogo si è rivelato finora piuttosto difficile, per motivi che attengono più all'organizzazione del lavoro che alle differenze politiche. Così Scoccimarro, ampliandone il raggio d'azione, riprende la strada che era stata battuta negli ultimi mesi della giunta Serracchiani, che ottenne lo stralcio di un'ottantina di ettari dal Sin al Sir, operazione che ha consentito di velocizzare i dossier, come gli imprenditori beneficiati hanno sottolineato. La riunione di ieri era stata sollecitata da una lettera trasmessa da 16 aziende in data 28 febbraio, aziende che costituiscono un condominio industriale operante su 12 ettari: Facau immobiliare, Euris, Inasser, B. Pacorini, Pittway tecnologica, Ibc, Illycaffè, Basf, Mosetti, Alta Trade, Eco.Ca., Java Biocolloid, Ortolan Mare, Sifra, Coop operaie in concordato preventivo, Sea service. Supportati dall'ingegnere Vito Ardone, esperto della materia e convinto assertore di una politica di incentivi fiscali mirati ad ammortizzare i costi degli interventi ambientali. Argomento della missiva: insistere sulla strada della "regionalizzazione" del Sin, per sbloccare un'imbarazzante storia che dura dal 24 febbraio 2003 e che limita fortemente gli investimenti delle imprese. Dal punto di vista tattico, la delibera vorrebbe essere il "grimaldello" per ottenere una risposta dal ministero, che sul punto dovrebbe convocare una conferenza dei servizi. Scoccimarro conta di portare a casa, oltre alla gestione delle bonifiche, i quasi 8 milioni di euro di finanziamento governativo correlati all'accordo di programma sottoscritto nel maggio 2012. Prima della lettera inviata a fine febbraio, l'Autorità portuale, il Coselag (l'ex Ezit per intenderci), le associazioni datoriali avevano chiesto alla Regione di prendere l'iniziativa per un'ulteriore riperimetrazione del Sin.

Massimo Greco

 

 

Pronto il piano anti-zanzare Multe a chi non cura i sottovasi

Disinfestazione a tappeto del Comune da fine mese, la Regione prepara la "cura" contro le larve fra tombini e grondaie. I cittadini chiamati a fare la propria parte

Partirà nelle prossime settimana - e sarà effettuata durante le ore notturne - la disinfestazione per impedire la proliferazione delle zanzare. Lo annuncia l'assessore comunale agli Affari zoofili Michele Lobianco, il quale conferma che «la ditta che aveva vinto il bando biennale avvierà le procedure a fine marzo e la proseguirà fino ai primi di novembre». Iniziativa analoga è stata presa dall'Arcs, l'Azienda regionale di coordinamento per la salute in tutto il Friuli Venezia Giulia e in particolare nelle zone rurali. Le zanzare, in particolare quelle "tigre", sono considerate gli insetti più pericolosi per quanto riguarda la proliferazione di alcune malattie.«Gli interventi - spiega Lobianco - saranno effettuati la notte dalle 22 alle 6 del mattino. La disinfestazione riguarderà i giardini e le zone umide. Partiamo prima rispetto al solito perché di fatto non c'è stato l'inverno, serve quindi un impegno ulteriore per evitare un sensibile aumento del fenomeno». Il bando ha un valore da circa 38 mila euro, ma un ruolo di primo piano spetta anche ai cittadini che devono impedire ristagni di acqua verificando ad esempio i propri sottovasi. Chi non dovesse ottemperare alle disposizioni rischia una multa che va da 25 euro e arriva fino a 500. Come detto in Friuli Venezia Giulia l'Arcs ha aperto il bando per affidare il servizio di bonifica su tutto il territorio, inclusa anche Trieste. La base d'asta è di 234 mila euro e prevede i trattamenti di disinfestazione larvicida che dovranno essere eseguiti nelle caditoie stradali (pozzetti, bocche di lupo e quant'altro) durante i mesi di aprile e maggio. Particolare attenzione è ovviamente richiesta nelle aree più a rischio come le zone di Staranzano, San Giorgio di Nogaro, Capriva del Friuli, Mossa e San Lorenzo Isontino. Trieste rientra invece nelle aree a rischio contenuto. Con questo primo bando si punta a intervenire sulle caditoie stradali e nelle aree di pertinenza degli immobili comunali. L'attenzione viene poi rivolta anche ai fossati a lento deflusso e in particolare a quelli dove non sono presenti i pesci che di solito li puliscono dalla presenza di sostanze organiche che favoriscono la formazione delle larve. A supportare la ditta che eseguirà i lavori ci saranno i comuni che forniranno le schede e l'elenco dettagliato delle aree da sottoporre al trattamento provvedendo anche allo sfalcio lungo le strade. Negli scorsi anni erano state effettuate numerose campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini, che avranno pure stavolta l'importante ruolo di evitare i ristagni di acqua piovana. L'appello rinnovato è di porre attenzione in particolare alle grondaie, ai pozzetti, agli scarichi e anche a vasi e sottovasi. Per i tombini è consigliato l'utilizzo di prodotti larvicidi da aprile a ottobre ed è necessario provvedere allo sfalcio dell'erba. Nelle vasche e nelle fontane decorative è raccomandato infine l'utilizzo dei pesci per prevenire sempre la formazione delle larve. Nel Comune di Trieste, come detto, sono previste anche delle multe per chi non rispetta le disposizioni: partono appunto da 25 euro e possono arrivare a 500 euro.

Andrea Pierini

 

Il caldo sveglia le api ma Coldiretti teme il ritorno del freddo

L'allarme della sigla: «Un colpo di coda del gelo metterebbe a rischio gli alveari»

Le api sono insetti estremamente sensibili sia ai cambiamenti climatici che all'attività dell'uomo. E le temperature sopra la norma di questi mesi quasi primaverili (1,65 gradi in più rispetto alla media storica quest'inverno) hanno svegliato con un mese di anticipo gli insetti presenti sul territorio. È l'allarme lanciato dalla Coldiretti nazionale: è un risveglio pericoloso, avverte la sigla, perché in caso di colpo di coda dell'inverno potrebbero morire gran parte delle api. Si tratterebbe di un colpo non indifferente per il settore, già colpito da quanto accaduto nel 2019, una delle peggiori annate per la produzione di miele in tutta Italia. «Finora molto difficilmente la temperatura notturna è scesa sottozero - spiega Pietro Lombardo, vicepresidente degli apicoltori della provincia di Gorizia - e le temperature sopra la norma hanno fatto sì che le api continuassero a "metter covata", che da un lato è un sintomo positivo considerando la costante moria di api che caratterizza il pianeta, ma dall'altra è una situazione estremamente pericolosa perché c'è il rischio, con un eventuale ritorno di freddo, di perdere parte delle covate». In provincia di Gorizia sono presenti quasi 200 apicoltori che gestiscono circa 4 mila alveari. In quella di Trieste, invece, un centinaio di apicoltori lavorano tra i mille e i 1.200 alveari circa. «Si tratta in prevalenza di hobbisti - sottolinea Lombardo - che hanno una disponibilità limitata di alveari. Sono pochi, infatti, quelli che operano in maniera professionale». Proprio a causa della forte connotazione hobbistica non è possibile stabilire con esattezza quale sia il fatturato del settore apistico. «Come Coldiretti non abbiamo mai eseguito un rilevamento capillare degli apicoltori nel territorio - prosegue Lombardo - proprio a causa del prevalente elemento hobbistico. Possiamo solo affermare che un alveare alle nostre latitudini ha una produzione media di 30/40 chili all'anno, ad eccezione di quelli del Carso che è più limitata, intorno ai 20/25 chili». Chi ha fatto dell'apicoltura un elemento indispensabile del proprio business è Ales Pernarcich di San Giovanni di Duino, già presidente degli apicoltori di Trieste. «Qui non siamo in più di 5 o 6 aziende che lavorano con le api - spiega - e possediamo fino a un massimo di cento arnie ad azienda. A queste però vanno aggiunti una grande quantità di altri apicoltori che, pur provenendo da altre zone della regione, depositano i propri alveari qui sul Carso». Un'usanza molto in voga in altri Paesi come la Slovenia, dove il settore dell'apicoltura è molto sviluppato. Conclude Coldiretti: «Un ritorno tardivo di freddo, quando ci sono le migliori fioriture a disposizione, come la marasca o l'acacia, limiterebbe giocoforza la produzione. Le api fanno centinaia di migliaia di "visite" ai fiori per portare a casa i loro 30/40 grammi di miele a insetto. Sono una specie di regolatore naturale dell'ecosistema. Oltre al rischio di una diminuzione della produzione del miele c'è anche quello legato all'agricoltura. Meno api ci sono, nel lungo periodo, significa anche meno frutta per l'essere umano». 

Lorenzo Degrassi

 

 

Dalle bottiglie di vetro fino alle batterie esauste Sei tonnellate di rifiuti abbandonati sui fondali

Bilancio delle operazioni di pulizia svolte nel 2019 dai volontari di Mare Nordest. Previste nei prossimi mesi uscite davanti a Sticco e in Sacchetta

Cinque interventi di pulizia dei fondali marini effettuate a Trieste nel 2019, che hanno portato alla rimozione di sei tonnellate di rifiuti. E tanti nuovi progetti per il 2020, mirati anche alla divulgazione, con particolare attenzione a bambini e ragazzi. Mare Nordest conferma anche quest'anno la lotta a favore della tutela dell' ambiente, anche con ulteriori operazioni di eliminazione di immondizie nel golfo. «Nel 2019 le attività portate a termine sono state davvero tante, tra Rive, Sacchetta, Sistiana e Sticco, dove siamo riusciti a riportare a galla materiali di diverso tipo - spiega Roberto Bolelli, general manager di Mare Nordest insieme a Edoardo Nattelli - un totale di 6 tonnellate di scarti, dove la plastica abbondava, oltre a batterie, lenze e tanto altro. Su questo fronte continueremo ancora nel 2020, abbiamo tantissime richieste di pulizia fondali che stiamo valutando. Ringrazio Paolo Melis, che nel nostro team si occupa di questa sezione. Di sicuro saremo ancora da Sticco e in Sacchetta - anticipa - dove tra le barche abbiamo trovato di tutto. Ma c'è davvero tanto da fare ancora, anche in altre zone. Tra le varie iniziative poi proporremo la sfilata di moda con oggetti recuperati, annullata lo scorso anno per maltempo». Sarà anche l'anno dei messaggi sull'importanza del riciclo veicolati ai giovani, dalle scuole d'infanzia alle superiori. «Già lo scorso anno a Trieste Next abbiamo avuto l'occasione di realizzare un'importante momento di divulgazione, mirata a quanto sia importante il riutilizzo di tanti materiali. Si continuerà su questa strada, attraverso progetti che cureremo insieme a Comune e Regione, oltre a iniziative di respiro europeo, attraverso le quali entreremo nelle scuole, per mostrare quanto sia fondamentale proteggere il mare ed evitare di gettarci dentro qualsiasi cosa. Per gli studenti di medie e superiori abbiamo previsto anche uscite "sul campo". L'obiettivo principale sarà quello di mostrare ai ragazzi quello che succede in acqua e in che direzione vanno le ricerche di una soluzione concreta. Di sicuro sensibilizzare su queste problematiche è fondamentale, ed è importante partire proprio dai più piccoli, con informazioni utili. Per l'ambito della divulgazione - aggiunge - un ringraziamento va a Edoardo Nattelli e Monica Rana». Mare Nordest è una società sportiva dilettantistica senza fine di lucro, che punta a promuovere la cultura del rispetto del mare e di ogni organismo che lo popola, attraverso un impegno che prosegue ormai da anni, per uno stile di vita sostenibile. «Quello che vogliamo trasmettere - viene evidenziato nella missione del gruppo - alle istituzioni, al mondo dell'associazionismo, alla collettività, con particolare attenzione alle nuove generazioni, è l'importanza di una consapevolezza di noi stessi e delle nostre azioni, in riferimento alla salvaguardia agli equilibri ecologici del biosistema, la nostra casa, il Pianeta Blu».

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 9 marzo 2020

 

 

L'estensione dei bonus facciate riempie la città di impalcature - il comparto edile

Spuntano impalcature in tutta Trieste. È l'effetto del bonus facciate che fino allo scorso anno consentiva di detrarre minimo il 50% dagli importi sostenuti per il rifacimento delle facciate degli edifici, e che con il pacchetto casa introdotto dalla Legge di Bilancio 2020 prevede una detrazione addirittura del 90%, senza limiti massimi di spesa. A Trieste quelli per la sistemazione delle facciate sono gli interventi che più impegnano le amministrazioni stabili negli ultimi anni, che stanno consentendo di ridare decoro a tanti vecchi edifici cittadini, dando un contributo molto importante al comparto dell'edilizia. Le novità previste nella manovra fiscale, erano iniziate a circolare ad ottobre dello scorso anno e gli amministratori stabili, così come gli altri ordini professionali coinvolti in questo tipo di interventi, erano rimasti alla finestra in attesa delle norme attuative che sono state pubblicate da pochi giorni. «Non sono di semplice interpretazione - osserva Enrico Coral della amministrazione stabili Coral Immobiliare -, servirà un confronto tra l'Anaci e tutti gli organi tecnici per stabilire corrette linee guida da adottare. Una novità, ad esempio, è che la detrazione non è applicabile alle facciate interne, quelle delle corti per intenderci». L'amministratore sottolinea come il bonus facciate stia dando una forte spinta a queste tipo di interventi anche nella nostra città, ma «oltre ad uno snellimento burocratico - valuta - un aiuto ulteriore, venendo incontro anche a condomini che posso avere difficoltà di fronte ad una spesa di migliaia di euro, potrebbe essere rappresentato da un più facile accesso al credito da parte dei condomini. Se come amministratore mi presento in un istituto chiedendo un finanziamento per un condominio senza morosità, con la richiesta di credito sottoscritta da tutti i condomini, non capisco perché ci debbano oggi essere delle difficoltà». Per quanto riguarda le zone ammesse al rimborso, ora si può recuperare «il 90% delle spese effettuate solo nelle zone A e B, rispettivamente centri storici e aree totalmente o parzialmente edificate, indicate nel decreto ministeriale n.1444/1968, o comunque in zone a queste assimilabili in base alla normativa regionale e ai regolamenti edilizi comunali». Ciò significa che, per esempio un condominio spende 100.000 euro per rifare la facciata, avrà diritto a 90.000 euro di rimborso Irpef. Ogni condominio può scaricare la parte di bonus spettante con la propria dichiarazione dei redditi. Solitamente la detrazione Irpef si può far valere nell'arco di 10 anni.

L.T.

 

 

Emergenza odori - Pronto lo studio realizzato dall'Arpa

L'accertamento è stato affidato al gruppo di tecnici dal Comune col finanziamento della Regione per individuare cause e soluzioni dell'ormai annoso fenomeno

San Dorligo della Valle. Si registra un importante passo in avanti sulla strada che dovrebbe portare alla soluzione del grave e datato problema dei cattivi odori nel territorio del Comune di San Dorligo della Valle. In questi giorni, il gruppo di lavoro, composto da tecnici ed esperti dell'Università di Trieste e dell'Arpa del Friuli Venezia Giulia, ha completato lo studio che le era stato commissionato dall'amministrazione guidata dal sindaco, Sandy Klun, con il finanziamento dalla Regione. Sull'argomento si potrà perciò finalmente iniziare a ragionare sulla base di risultati di natura scientifica. Per il momento l'esito del lavoro svolto è secretato, ma è naturale che, in una fase successiva, potrebbe essere utile, oltre che rispettoso del diritto dei residenti, che esso sia reso pubblico. A essere coinvolti dalla problematica dei cattivi odori, che comprende sia la loro origine, sia i riflessi sulla salute delle persone, sono non solo buona parte dei cittadini che vivono nel territorio di San Dorligo della Valle, ma anche i residenti del comune di Muggia, che abitano a ridosso del confine amministrativo fra i due centri, e quelli di borgo San Sergio, popoloso rione di Trieste. Nello studio dovrebbero essere comprese anche ipotesi di intervento per cercare di ridurre la diffusione di questi cattivi odori. Il problema è stato spesso trattato in consiglio comunale a San Dorligo della Valle e nell'ambito di incontri pubblici. Stando alle testimonianze dei residenti sembra infatti che la presenza di questi cattivi odori sia in aumento rispetto a qualche anno fa. Il tema perciò è scottante e di grande attualità. Per questo motivo l'attenzione è massima, soprattutto per quanto riguarda le possibili soluzioni.

U. Sa.

 

 

In Consiglio il caso dei mitili contaminati

Interrogazione sull'ordinanza che vieta il consumo di cozze Si parlerà anche di misure da attuare per la processionaria

Muggia. Si terrà regolarmente il consiglio comunale, previsto per mercoledì in seduta straordinaria alla sala congressi "Millo", per ottemperare alle disposizioni previste dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 4 marzo: a Muggia fino al 3 aprile le sedute della giunta si terranno nella sala del consiglio in Municipio mentre quelle del consiglio comunale, e delle sue articolazioni quando necessario, saranno ospitate nella sala conferenze di piazza della Repubblica. Due le interrogazioni all'ordine del giorno: la prima sull'individuazione della fonte di contaminazione dei mitili nell'area muggesana, la seconda relativa alle misure da adottare per preservare la flora del territorio dalla processionaria del pino. Sul primo tema giova ricordare che il 22 gennaio con un'ordinanza dell'azienda sanitaria è stato posto il divieto alla consumazione delle cozze muggesane perché era stato riscontrato un elevato valore di benzoapirene. Sulla questione del dannoso lepidottero che tanti danni arreca alle pinete, da un po' di tempo pare aver intaccato tutto il territorio, infestazione forse - è opinione dell'Ersa - causata dal caldo atipico. Anche se a detta di Silvio Silich, ispettore della stazione forestale di Trieste ed esperto di fitopatologia forestale, «è più un problema sanitario che fitosanitario». Si discuterà della variazione di bilancio e dell'affidamento della riscossione coattiva dell'Uti Giuliana all'Agenzia delle entrate-Riscossione. Altro tema sarà la designazione dei componenti della commissione per l'ammissibilità delle richieste referendarie ai sensi del regolamento. Sarà poi la volta delle variazioni consiliari al bilancio di previsione 2020-2022. La prima riguarda l'avanzo vincolato di amministrazione di parte corrente dell'ambito Carso Giuliano per l'erogazione dei contributi del Fondo Sociale Europeo per i servizi per la prima infanzia relativi all'anno scolastico 2019-2020. La seconda, sempre per l'ambito Carso Giuliano, è relativa al trasferimento di fondi al Comune di Duino Aurisina per garantire le prestazioni previste in convenzione istitutiva del servizio sociale dei comuni dell'ambito territoriale Carso Giuliano. Infine, si parlerà dell'adozione della variante al piano attuativo comunale con valenza di piano di recupero e per l'abbattimento delle barriere architettoniche, il cosiddetto Peba, per il nucleo antico di Muggia e la contestuale adozione della variante 39 al Piano regolatore generale comunale.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 8 marzo 2020

 

 

Via Trento isola pedonale - Stop alle auto entro Pasqua

Si inizierà a breve con una chiusura provvisoria per ultimare l'iter in aprile L'inaugurazione "ufficiale" con l'arrivo in zona del mercato Piazza Europa

Via Trento completamente pedonale entro Pasqua. Ad annunciarlo è l'assessore all'urbanistica, Luisa Polli, rispondendo così a quanti nel corso degli ultimi mesi hanno iniziato a scommettere sul rilancio, anche da un punto di vista turistico, di questa parte di Borgo Teresiano.«Siamo a buon punto con l'iter della pedonalizzazione - spiega l'assessore Polli - tant'è che assieme alla collega con delega alle attività economiche, Serena Tonel, abbiamo deciso di allargare anche a via Trento l'edizione di quest'anno di Piazza Europa, in modo da rendere immediatamente viva l'area».Il mercato europeo del commercio ambulante, con oltre 150 operatori del settore enogastronomico, è in programma in città dal 25 al 28 aprile prossimi e vedrà, quindi, "l'inaugurazione" della via in chiave solamente pedonale. «Sarà un modo per rendere l'area immediatamente viva - prosegue la Polli - inserendola così in una nuova accezione di tipo turistico». Il tutto compatibilmente con la situazione di emergenza dovuta al coronavirus che, al momento, ha rallentato anche il processo di ripavimentazione che doveva iniziarsi a febbraio.«Le aziende hanno dovuto rifare il piano della sicurezza per i propri lavoratori che operano nei cantieri alla luce di quanto contenuto nel recente Dpcm - spiega l'assessore in merito al ritardo nel via ai lavori -. Ciò significa che questi slitteranno di un po', ma intanto provvederemo a rifare la segnaletica stradale e ad apporre i panettoni di cemento per delimitare le zone permesse agli autoveicoli. Inizieremo con una chiusura provvisoria, come già accaduto in altre parti della città, in modo da avere l'area completamente fruibile da parte dei pedoni entro Pasqua».I lavori sono in programma già da tempo, ma al concreto via libera alla cantierizzazione mancava solo la data, posticipata anche a causa di Esof. «I tecnici del Comune negli ultimi mesi sono impegnati con i cantieri dell'area del Porto Vecchio dedicata ad Esof - spiega sempre l'assessore Polli - perciò abbiamo deciso di optare per una soluzione emergenziale ed alternativa, vale a dire di procedere intanto alla chiusura definitiva dell'arteria alle macchine in modo da poter intanto valorizzare il percorso che va dal Canale a via Ghega e le vie attigue».L'intervento sul selciato, posticipato quindi a dopo l'evento di Piazza Europa, durerà circa un mese e porterà a una piccola rivoluzione nella zona. La nuova pavimentazione, ad uso esclusivo dei pedoni, sarà posata tra via Machiavelli e Torrebianca e tra quest'ultima e via Valdirivo.Il progetto di nuova pedonalizzazione già da tempo ha trovato la piena soddisfazione dei commercianti operanti su via Trento, che attendono la partenza dei lavori per poter poi ottimizzare quella che diventerà la passeggiata pedonale più rapida per chi si avvicina al centro provenendo dalla stazione centrale. «L'obiettivo della Giunta è chiaramente la valorizzazione del Borgo Teresiano in chiave turistica - conclude la Polli - con la creazione di una sorta di centro allargato rispetto a quello "classico" qual è l'area attorno a piazza dell'Unità fino alla rinnovata piazza Libertà».

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 7 marzo 2020

 

 

Fincantieri, Eni, Cdp Via a un patto a tre per la lotta ai rifiuti dispersi in mare

Il colosso triestino coinvolto nello sviluppo di progetti comuni porterà competenze sviluppate in chiave tutela ambientale

ROMA. Eni, Cassa depositi e prestiti (Cdp) e Fincantieri dichiarano guerra alla plastica in mare e uniscono le forze per creare nuovi impianti in grado di trasformare i rifiuti in bio combustibili e acqua. Riutilizzare il "Forsu", la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, il cosiddetto "umido" costituito dagli scarti di cucina, è per Eni uno degli obiettivi fondamentali per imprimere al gruppo quella svolta green protagonista del prossimo piano industriale. E per spingere sul progetto Eni e Cdp hanno costituito una nuova società, CircularIt: Eni ed Eni Rewind apporteranno la tecnologia proprietaria per il trattamento dei rifiuti, oltre alle proprie competenze industriali nell'ambito della costruzione e gestione degli impianti per la produzione di bio combustibili. Ma l'accordo non è l'unico annunciato ieri. Eni e Cdp hanno infatti coinvolto il colosso navalmeccanico triestino in un protocollo di intesa mirato allo sviluppo di progetti comuni con l'obiettivo di «individuare e implementare soluzioni tecnologiche per fronteggiare in modo sinergico il fenomeno del marine litter (la "spazzatura marina", ndr) che compromette l'ecosistema marino e costiero principalmente a causa dei rifiuti plastici galleggianti e delle microplastiche». I tre gruppi si impegnano in pratica a studiare e sviluppare tecnologie per la raccolta dei rifiuti dispersi in mare e lungo le coste e utilizzarli per generare prodotti per la mobilità e applicazioni industriali. Cdp ed Eni hanno concordato lo sviluppo di progetti congiunti per la valorizzazione dei rifiuti urbani, con riferimento ai rifiuti plastici non riciclabili (Plasmix) e al combustibile solido secondario (Css). Cdp contribuirà a promuovere iniziative focalizzate sulla creazione di nuovi modelli di business; Eni apporterà competenze industriali e tecniche per studio e sviluppo di iniziative di industrializzazione della tecnologia waste to chemical per valorizzare la materia da Plasmix e Css. Fincantieri, per l'accordo relativo al marine litter, apporterà le proprie competenze per fare la scelta dei mezzi navali, definirne la configurazione e studiare le implicazioni logistiche per consentire raccolta, selezione e trattamento in mare dei rifiuti. La firma rientra nel più ampio impegno di Cdp, Eni e Fincantieri a supporto della transizione energetica per il raggiungimento dei target fissati al 2030 dal Piano nazionale integrato energia e clima, nell'ambito della strategia energetica Ue.È un impegno a tre che l'ad di Cdp Fabrizio Palermo definisce - riporta una nota - «strategico in un'ottica di sistema, per lo sviluppo di progetti innovativi legati alla transizione energetica e all'economia circolare», mentre l'ad di Eni Claudio Descalzi parla di «operazioni di sistema» «che uniscono gli operatori più importanti del mondo industriale ed economico». «Siamo stati il maggiore costruttore navale ad aderire al Global Compact delle Nazioni Unite», ricorda l'ad di Fincantieri Giuseppe Bono annotando che per le navi «ci occupiamo del trattamento dei rifiuti con tecnologie che potranno trovare applicazione anche in altri ambiti». Nell'ambito del protocollo il ruolo di Fincantieri sarà legato all'esperienza nel campo navale a tutto tondo in termini di sostenibilità portata avanti da tempo: per fare qualche esempio, si va dai prodotti vernicianti a basso tenore di solvente già introdotti nella Divisione militare - e nella stessa direzione opera quella Mercantile - al trattamento di tutte le acque reflue di bordo; fino ai motori diesel di ultima generazione abbinati a sistemi di depurazione dei fumi di scarico, ai motori a gas naturale liquefatto e alle unità navali elettriche o ibride, con l'energia fornita dalle batterie elettriche usata in situazioni come la sosta in porto, o a integrazione dei motori diesel nei momenti di massima richiesta di potenza.

 

Duino Aurisina nel network per la raccolta rifiuti in mare - l'adesione al protocollo "amare fvg"

 DUINO AURISINA. Il Comune di Duino Aurisina aderirà al "Protocollo aMare Fvg", progetto che ha lo scopo di favorire la corretta gestione dei rifiuti raccolti in mare da diportisti e volontari, nell'ambito delle iniziative di pulizia. La proposta in tal senso è stata definita nella seduta dedicata all'argomento dalla Consulta del mare, organismo presieduto dall'assessore comunale Massimo Romita, al quale partecipano anche i rappresentanti del mondo della pesca, dell'itticoltura e dell'acquacoltura. Il protocollo prevedeva già l'adesione di Autorità portuale, Capitaneria di porto, Arpa Fvg, Comune di Trieste, AcegasApsAmga e HestAmbiente Srl, oltre ad associazioni e società. Con l'ingresso del Comune di Duino Aurisina, il novero dei partecipanti ad "aMare Fvg" si arricchirà così di un soggetto che ha diretto interesse alla salvaguardia della qualità delle acque del golfo. Con il monitoraggio della tipologia, della quantità e della qualità dei rifiuti, si conta di poter definire efficaci modalità di gestione del problema. Romita ha inoltre proposto di inserire anche Isontina Ambiente, gestore dei rifiuti per conto del Comune, fra i soggetti che aderiscono al protocollo. Nel corso della riunione è stata condivisa, da parte degli operatori, anche la proposta di individuare due aree, a Sistiana e al Villaggio del Pescatore, che potrebbero diventare isole ecologiche, dedicate al mondo della pesca e della mitilicoltura. Infine è stata condivisa l'iniziativa che prevede di dare al settore della pesca una nuova immagine, attraverso azioni mirate, che conservino tutta la storicità del comparto, in modo che chi arriva a Sistiana o al Villaggio del Pescatore si incontri con l'importante passato del settore nel golfo di Trieste, mettendo in rete il Museo della pesca di Santa Croce.

Ugo Salvini

 

8 marzo - Pulire il verde insieme per celebrare le donne ambientaliste

Celebrare la festa della donna pulendo il verde insieme. È il progetto annunciato sui social dal gruppo "Trieste Senza Sprechi" e organizzato nel pomeriggio di domenica 8 marzo.«Jane Goodall, Rachel Carson, Vadavana Shiva, Greta Thunberg sono i nomi di solo alcune delle donne attiviste ed ambientaliste dei nostri tempi. Ma cos'hanno in comune queste eroine con noi? - si legge nell'invito social - Sono (e sono state) scienziate, insegnanti, lavoratrici, madri e semplicemente donne che hanno deciso di scendere in campo per la salvaguardia del nostro pianeta. Con le loro azioni, ci insegnano che ognuno di noi può fare molto e può essere di ispirazione per gli altri. Per celebrare l'8 Marzo e tutte le grandi e piccole donne ambientaliste del nostro territorio, Trieste Senza Sprechi vi invita a partecipare alla pulizia organizzata domenica».L'invito è rivolto a tutti, non solo alle donne. Il luogo di ritrovo è via Carlo Marchesetti 12, all'altezza della fermata del bus 25 alle 14.30, con un impegno fino alle 16.30.Ogni persona deve portare guanti riutilizzabili e resistenti, come quelli per il giardinaggio, sacchi per le immondizie che saranno raccolte, scarpe e abbigliamento comodo e una borraccia per l'acqua. In caso di maltempo l'iniziativa sarà rimandata. I dettagli dell' appuntamento sono presenti su Facebook. Trieste Senza Sprechi è un progetto nato in modo spontaneo, che punta, tra le priorità, a promuovere il riciclo e a sollecitare l'acquisto di prodotti senza imballaggi, in modo da ridurre l'impatto ambientale, tema di grande attualità.

mi.b.

 

 

SEGNALAZIONI - "I buchi neri" - Le visioni diverse sul futuro della città

Franco Rotelli, fra i promotori del gruppo politico Un'altra città, ha una sua idea del perché a Trieste ci siano tanti, i "buchi neri", inventariati dalla pregevole ricerca di Roberto D'Ambrosi; e individua una responsabilità tutta politica per lo "spreco di risorse pubbliche".Resto convinto che puntando esclusivamente all'uso pubblico non si risolve la riqualificazione di tante aree oggi abbandonate perché le risorse degli enti, non ci sono (solo per il Porto vecchio servirebbero 2 o 3 miliardi di euro a fronte di un bilancio comunale che ha disponibili ogni anno, per investimenti, da 3 ai 4 milioni) ma non ho la pretesa di affermare che le mie siano quelle giuste. Quello che non condivido dello scritto di Franco Rotelli sono i casi emblematici che ha citato nel loro significato paradigmatico. Lamenta la mancata realizzazione, oggi, di un parco pubblico alla Maddalena che ben poteva essere realizzato 15 anni se l'Azienda sanitaria non avesse sottoscritto (7 marzo 2006) la convenzione con il Comune prima di vendere le aree a un consorzio di costruttori. Denuncia il mancato uso del Padiglione Ralli a San Giovanni che in effetti è lì, pronto e ristrutturato con un finanziamento dello Stato e della Regione di oltre 10 milioni concesso per realizzare un centro diurno per i malati di Alzheimer ma, da anni, il "buco nero" è la conseguenza del contrasto con coloro che il centro non lo vogliono e che propongono, alla scadenza del vincolo sui finanziamenti (2022) di destinarlo a sede di associazioni. Cita la mancata realizzazione di Polis in Porto vecchio come se fosse esclusiva responsabilità della (cattiva) "politica" non ricordando che le Generali ottennero già il 10 maggio 1984 il permesso di costruzione da parte del Comune di Mogliano Veneto per realizzare il loro centro e che avrebbero potuto ritirare, dal 20 maggio 1992, il permesso dal Comune di Trieste dopo l'approvazione della variante urbanistica, per realizzare la loro sede in Porto vecchio. Non lo fecero per contrasti con Fiat Impresit, socio di Polis come documenterà un pregevole libro di prossima pubblicazione. Ironizza sull'"anatomopatologo" alla guida del Porto di Trieste come se quella nomina fosse lo spartiacque fra la buona e la cattiva amministrazione. Lungi da me difenderlo ma se elencassi gli sprechi nelle antiche gestioni portuali per tenere in piedi un sistema assistito che si fondava sulla spartizione fra Compagnia Portuale ed Ente Porto dovrei chiedere la cortesia di un supplemento speciale.

Gianfranco Carbone

 

 

Duecento stalli per motorini davanti al Molo IV

Spunteranno lungo la bretella che collega largo Santos a piazza Duca degli Abruzzi. Prossima tappa viale D'Annunzio

Penuria di parcheggi? La prossima settimana in città spunteranno 200 stalli in più per i motorini. Il luogo prescelto si trova lungo la bretella che da largo Città di Santos conduce al Molo IV e a piazza Duca degli Abruzzi. Lo spazio dedicato ai nuovi parcheggi si trova nella parte iniziale del collegamento, verso la stazione dei treni. Il punto rientrava nell'area doganale del Porto vecchio da cui è stato diviso attraverso delle grate in ferro: sono stati creati due varchi per accesso e uscita. Gli stalli saranno tracciati la prossima settimana, meteo permettendo, dalla Porto di Trieste servizi, società in house dell'Autorità portuale. A seguire il progetto invece sono gli uffici dell'ingegner Giulio Bernetti, direttore del dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità del Comune. «È stata eliminata una serie di posti motorino nelle zone limitrofe, fino anche a via Santa Caterina - spiega l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli -. Ecco dunque una risposta immediata alle persone che lavorano nell'area. Certo, i posti non sono esattamente centrali come prima, ma questa è la conseguenza di una maggiore pedonalizzazione del centro e di una rete urbana meno trafficata. Dunque, anche chi è in motorino dovrà fare qualche passo in più. Tra questi ci sono tantissimi pendolari, che ad esempio viaggiano in treno e poi utilizzano il mezzo a due ruote. In seguito - osserva -, quando si prenderà in mano la viabilità del Porto vecchio in toto, vedremo come rivisitare tutti gli spazi». L'assessorato all'Urbanistica sta continuando a lavorare anche su un altro progetto che riguarda i parcheggi della zona delle Rive: «Da quest'anno dovrebbero arrivare delle navi da crociera infrasettimanali - evidenzia Polli -. Visto che le transenne devono essere inserite 48 ore prima, ci sarà una mancanza di stalli da piazza Unità all'Aquario, che sono in mano a Ttp su un'area del demanio portuale. Stiamo lavorando per incrociare tutti i soggetti coinvolti per collocare in zona Molo IV, sempre di proprietà demaniale, un altro park in modo da dare una risposta a tutti. Poi si potrà arrivare in piazza Unità anche con il bus 81 che attraversa l'antico scalo». Oggetto dell'attenzione del Comune sono inoltre le aree più periferiche: «Stiamo valutando di inserire in viale D'Annunzio degli stalli per motorini, che ora non ci sono - conclude Polli -, preservando la sicurezza stradale. Spazi per motorini verranno infine realizzati pure nelle vicinanze del cimitero».

Benedetta Moro

 

Bonus regionali  - In arrivo i contributi per l'acquisto di bici

La giunta regionale, riunita ieri a Trieste, ha approvato, su proposta dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, il Regolamento per la concessione dei contributi destinati all'acquisto di mezzi a due ruote per ripartire la somma, già stanziata a tal fine, di 500 mila euro. I benefici saranno concessi sia per comprare biciclette a pedalata assistita (nella misura del 30% del prezzo d'acquisto, iva compresa, fino a un massimo di 300 euro per ciascuna bicicletta) sia per quelle tradizionali a pedale, ma in questo caso per un numero minimo di cinque velocipedi, sempre nella misura del 30% del prezzo d'acquisto, fino a un massimo di 1.500 euro. L'obiettivo è contribuire alla tutela dell'ambiente promuovendo la mobilità sostenibile. I contributi saranno erogati tramite le Camere di commercio con procedimento a sportello.

 

 

«Capodistria-Divaccia: il rebus ambientale resta Vertice a San Dorligo» - i Verdi dopo la risposta di 2TDK

 SAN DORLIGO DELLA VALLE. «Siamo esclusivamente esecutori del progetto. Per i riflessi di natura ambientale derivanti dalla realizzazione dell'opera, bisogna rivolgersi al ministero sloveno competente in materia». Così la 2TDK, impresa incaricata dell'intervento destinato a dotare di un secondo binario la linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, ha risposto in questi giorni alle numerose richieste di chiarimento pervenute dal territorio e inerenti le conseguenze che tale opera potrebbe causare nella zona di San Dorligo della Valle. «Non possediamo la documentazione richiesta che riguarda l'impatto ambientale - ha scritto in un comunicato la 2TDK - anche perché abbiamo acquisito il ruolo di azienda incaricata della realizzazione del progetto con un decreto legge del 21 luglio del 2018, quando tutte le scelte inerenti questo aspetto erano già state fatte». «Dalle loro affermazioni - sottolinea il consigliere comunale di San Dorligo della Valle, Alen Kermac - si evince che la 2TDK è subentrata solo dopo il completamento della procedura di Via transfrontaliera. Perciò, non hanno la competenza sull'aspetto ambientale, che ricade interamente sul ministero. Del resto - prosegue Kermac - la 2TDK non intende garantire in alcun modo per i danni che potrebbero derivare al territorio in conseguenza dell'ultimazione dell'opera, confermando la propria estraneità alle scelte di natura ambientale. A questo punto - conclude l'esponente dei Verdi - si conferma la necessità di un incontro, che peraltro abbiamo più volte richiesto, da organizzare in Comune, a San Dorligo della Valle, alla presenza di tutti i soggetti coinvolti».

U.Sa.

 

 

Apre il concorso di foto "green" per gli studenti a difesa della Terra

L'iniziativa è rivolta a tutti gli istituti In palio due macchine fotografiche

Bambini e ragazzi in vacanza da scuola si annoiano? Arriva un concorso fotografico nazionale, con ricchi premi in palio. L' idea parte da una scuola di Torino, la Wins; il tema è "One Action for a Green Planet", l'iniziativa è gratuita e aperta alle classi della primaria e secondaria e in generale ai ragazzi dai 14 ai 20 anni, di tutta Italia. Tutti sono invitati a scattare foto che possano raccontare le azioni green per il pianeta, i piccoli gesti che aiutano a ridurre e mitigare i livelli di Co2 nell'atmosfera. «Uno degli obiettivi del concorso - spiegano i promotori - è aiutare gli insegnati, a caccia di idee per i loro alunni, a superare con il sorriso questi giorni di fermo scolastico. Ciascun alunno può scattare la propria fotografia e poi inviarla all'insegnante, che si occuperà di caricarle sul sito www.worldinternationalschool.com». Per la categoria scuola primaria-secondaria l'iscrizione sul sito www.worldinternationalschool.com deve essere effettuata dai docenti. I ragazzi invece devono avere un profilo Instagram pubblico, possono quindi iscriversi personalmente e poi postare su Instagram la propria foto attraverso l'utilizzo dell'hashtag #oneactionwins e del tag @wins_torino e oltre a seguire il profilo di @wins_torino. Tra tutte le fotografie che saranno pervenute entro le 12 del 6 maggio, verranno decretati i vincitori. Per i ragazzi saranno assegnati due premi, una macchina fotografica, su decisione dalla giuria, e un'altra, in base alla scelta del pubblico di utenti, per la foto che avrà ottenuto più "like" Per le classi la giuria ne selezionerà una vincitrice tra le primarie e una tra le secondarie, che riceveranno due kit per realizzare l' orto didattico in classe. Altre info su worldinternationalschool.com.

Micol Brusaferro

 

 

Budapest vuole una quota del rigassificatore di Veglia

Richiesta ufficializzata al governo croato, gli ungheresi hanno fretta di chiudere In ballo un metanodotto fino al confine magiaro per calmierare i costi del gas

FIUME. È forte l'interesse dell'Ungheria verso il progetto che vedrà le acque della località di Castelmuschio (Omisalj in croato), sull'isola quarnerina di Veglia, ospitare il rigassificatore galleggiante. A confermare ufficialmente la posizione di Budapest è stato il ministro magiaro degli Affari esteri e del Commercio, Peter Szijjarto, che a Zagabria ha firmato assieme al ministro croato del Mare, Trasporti e Infrastrutture, Oleg Butkovic, il documento relativo al potenziamento della collaborazione economica bilaterale tra Ungheria e Croazia, incentrato sul miglioramento delle comunicazioni nelle regioni transfrontaliere dei due Paesi vicini e amici.«Budapest ha tra i suoi obiettivi la partecipazione al progetto del terminal Lng (rigassificatore), sia in termini di costruzione che di acquisto di una sua quota azionaria - ha detto Szijjarto - mi sono rivolto al ministro croato dell'Ambiente ed Energia, Tomislav Coric, proponendogli il nostro progetto relativo a tre punti. Spero in una risposta positiva».È stato specificato nell'incontro a Zagabria che il primo punto concerne l'allacciamento delle condutture tra l'isola nordadriatica e lo Stato magiaro, al fine di eliminare le tasse transfrontaliere, rendendo così il metano ad un costo più contenuto. Quindi Zagabria e Budapest dovrebbero agire congiuntamente nelle trattative con i potenziali partner stranieri, sinergia che riguarderebbe il rifornimento di gas fino al rigassificatore isolano. Le trattative, ha precisato il ministro magiaro, andrebbero imbastite in primo luogo con Egitto, Stati Uniti, Qatar e Australia. Infine Szijjarto ha asserito che l'Ungheria vorrebbe acquistare una percentuale della quota di proprietà, con la decisione finale che comunque spetterà alla Croazia. «Le nostre proposte sono precise e dettagliate, il mio governo nell'ambito del progetto del rigassificatore ha voluto creare un gruppo di lavoro - ha aggiunto il ministro ungherese - e vorremmo che Zagabria ci desse una risposta in tempi brevi. L'impianto dell'isola di Veglia è destinato ad avere un impatto importante e strategico sui rifornimenti metaniferi in questa porzione d'Europa. Non vediamo progetti similari a breve e medio termine in grado di diventare realtà».Non è comunque la prima volta che l'Ungheria si fa avanti nei confronti del futuro impianto quarnerino: già nell'aprile di due anni il ministro Coric aveva affermato che Budapest era intenzionata a rilevare il 25 per cento del pacchetto azionario del rigassificatore. Le parole del ministro erano arrivate dopo alcune settimane prima il ministro Szijjarto aveva inviato a Zagabria, a nome della Repubblica d'Ungheria, la relativa lettera d'intenti. Stando a quanto confermato dal governo croato del premier Andrej Plenkovic, il costo della struttura ammonterà a 234 milioni di euro: la Commissione europea ha già destinato a fondo perduto la cifra di 101 milioni e 400 mila euro, dopo che il rigassificatore vegliota è stato inserito nella lista dei progetti di interesse comune dell'Unione europea. Da parte sua, intanto, Zagabria ha assicurato nel 2018 la somma di 100 milioni di euro, altri 50 sono stati messi a bilancio l'anno scorso e altrettanti riguarderanno il bilancio statale 2020. I restanti 32,6 milioni di euro andranno a carico dell'impresa Lng Croazia (portatore del progetto), dell'Azienda elettrica croata e della Plinacro.A meno di imprevisti, l'ex nave metaniera Viking entrerà in funzione quale rigassificatore tra circa undici mesi, per una movimentazione annua di 2,6 miliardi di metri cubi di gas. 

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 6 marzo 2020

 

 

I magazzini del quartiere Ford verso nuovi vincoli di tutela

Sopralluogo di Comune e Soprintendenza su richiesta di Italia nostra Interessati alcuni edifici, fra cui il "27b", dell'area espositivo-museale

L'orientamento è quello di estendere il regime di vincolo in Porto vecchio a tutela dell'interesse culturale e architettonico di alcuni edifici, che erano rimasti fuori dai provvedimenti di tutela assunti dalla Soprintendenza nell'agosto 2001.A distanza di quasi vent'anni da quella prima stagione tesa a proteggere il patrimonio immobiliare del Punto franco vecchio, è il cosiddetto "quartiere Ford" dal nome della casa automobilistica nord-americana, nell'ambito del nascente polo museale-espositivo, a sollecitare l'attenzione dei pubblici organismi. Con buonissime possibilità che palazzo Economo entri in azione sottraendo alcuni stabili anni Venti alla tentazione della ruspa: sotto la lente i magazzini 27b, 31, 32, 33 e l'edificio 133. Uno sguardo particolare si posa sul "27b", che si trova subito alle spalle del "27", incaricato, insieme al "28", di costituire il centro congressi, il cui esordio è previsto a luglio per ospitare la manifestazione scientifica Esof2020. Se in effetti dovesse scattare il vincolo sul "27b", naufragherebbe l'idea di radere al suolo l'anziana struttura, creando lo spazio per montare tensostrutture a scopo fieristico: opportunità che sembrava non dispiacere all'ente camerale. Le informazioni provengono da una nota diramata dalla sezione triestina di Italia nostra e sono comunque confermate da fonti comunali. Di recente si è svolto un sopralluogo "interforze" nel quartiere Ford, che ha visto cooperare Municipio, Soprintendenza, la stessa associazione: c'erano i direttori di dipartimento Enrico Conte e Giulio Bernetti, la soprintendente Simonetta Bonomi, la presidente di Italia nostra autoctona Antonella Caroli. Presente l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi. Un'iniziativa messa in moto dalla richiesta che era stata formulata già lo scorso ottobre da Italia nostra, impegnata ad ampliare il livello di guarentigia in Porto vecchio. I magazzini, non tutti contigui, sono posizionati tra la linea di costa e il rondò di viale Miramare. Secondo il Municipio, la logica da perseguire è quella del «mantenimento del contesto», con il possibile - ma non ancora ufficializzato - obiettivo di sviluppare il polo culturale-museale nell'ottica dell'archeologia portual-industriale. Nel "27b" - secondo il comunicato di Italia nostra - «si riconoscono all'interno l'applicazione del sistema Hennebique e nella facciata posteriore i caratteri stilistici della Wagnerschule». Riferimenti a stili e tecniche diffusisi tra fine Ottocento e inizi Novecento. La nota di Italia nostra rievoca la vicenda dell'avventura triestina della Ford, protrattasi per un breve periodo dal 1923 al 1929: fu lo stesso presidente del gruppo industriale di Detroit, Henry Ford, a scegliere il porto di Trieste come base adriatica dove montare vetture e trattori. L'operazione non piaceva alla Fiat e il senatore Giovanni Agnelli intervenne su Mussolini, che decise di bloccare l'esperienza americana in Punto franco vecchio, nonostante la Ford avesse buone relazioni con Costanzo Ciano, autorevole esponente della dirigenza fascista e consuocero del Duce.

Massimo Greco

 

 

Salvato un falchetto in Costiera: ora è ospite all'Enpa - l'intervento dell'arma

Una pattuglia dei Carabinieri di Miramare ieri pomeriggio è intervenuta su richiesta di un passante che aveva appena soccorso un falchetto. Il volatile era appena stato investito in Costiera poco dopo la galleria che precede il bivio di Miramare. L'automobilista in transito ha notato l'animale ferito e ha chiamato il 112. I Carabinieri di Miramare lo hanno poi preso in carico e portato all'Enpa a Trieste dove riceverà le cure prima di essere rimesso in libertà.

 

 

Vincoli, dehors, "basi": ora il centro di Muggia ha un vestito su misura

Il Piano del nucleo storico svelato in Commissione congiunta Inizia così la fase che consente le "osservazioni istituzionali"

I vincoli, i dehors, i punti strategici individuati all'interno della cornice: è stato presentato ieri in Sala Millo, davanti alla Commissione consiliare congiunta, il Piano attuativo comunale relativo al centro storico di Muggia, condensato in 15 tavole necessarie a capire lo stato dell'arte del vecchio nucleo urbano. Dopo l'introduzione di Alberto Menegante, del Servizio di Pianificazione territoriale del Comune, ha relazionato sulle specificità del progetto Gianluca Ramo, a capo del "consorzio" di professionisti che ha realizzato il lavoro. Un'area, quella che ricade nella perimetrazione del centro antico muggesano, che riesce di facile lettura, grazie al suo impianto "a testuggine", e che rappresenta un complesso ben differenziato dal punto di vista urbanistico dal resto della cittadina. «Da aprile a giugno dello scorso anno - ha spiegato Ramo - sono stati organizzati incontri aperti alla cittadinanza e agli stakeholders per presentare i contenuti del progetto e gli elementi caratterizzanti il nucleo antico di Muggia, dando la possibilità di formulare specifiche richieste e apporti sia durante gli stessi incontri che in forma scritta successivamente».Ieri mattina, invece, si è passati alla fase che prevede ora la possibilità di presentare le cosiddette "osservazioni istituzionali". Relativamente ai criteri di individuazione degli edifici esistenti, Ramo ha sottolineato che «più che sui singoli edifici, a parte quelli vincolati, è stato fatto un lavoro sul contesto, ossia in funzione della loro rilevanza all'interno del centro, dal punto di vista sia storico-culturale che urbanistico».Inoltre sono stati individuati cinque «progetti strategici», a introdurre appunto le strategie generali per i futuri interventi di riqualificazione: il "centro dell'ospitalità e dell'accoglienza", che vede il suo focus tra piazza Marconi e il mandracchio, il "porto", ossia l'area sul mare dove insistono l'ex caserma della Finanza e il parcheggio, il "molo", che investe oltre alla struttura portuale l'area in cui è situato l'ex ittiturismo, la "piazza", in cui è posto l'ex lavatoio, e il "castello", nei pressi del quale è prevista una «terrazza su Muggia». Infine è stata analizzata la questione dei dehors, che il Piano attuativo prevede di regolamentare in aree ben definite, come piazza Marconi, l'area che gravita attorno al mandracchio e alcune zone minori a monte. L'obiettivo è di ridurre gli ingombri anche per consentire una maggiore visibilità ai prospetti monumentali della città. Sono previste strutture stabili, in vetro e acciaio, nella parte a ridosso del mare. Dopo l'illustrazione tecnica si è sviluppata una "pacata" discussione politica: Roberta Tarlao, di Mejo Muja, dopo avere evidenziato le «pessime condizioni in cui versano tratti di calle San Francesco e calle Volta», ha chiesto al sindaco Laura Marzi se ci fosse qualche novità sulla possibilità di «installare pannelli fotovoltaici sui tetti del centro storico», ricevendone risposta negativa. Marco Finocchiaro, del Gruppo misto, ha evidenziato la «mancanza di dati relativi alla mobilità ciclistica»: Raro ha risposto che, di questa problematica, deve occuparsi un eventuale biciplan. Infine Nicola Delconte, di Fdi, ha chiesto lumi sugli edifici del Demanio prospicienti il porto, una volta utilizzati dalla Finanza e per i quali è previsto un utilizzo ricettivo e non residenziale: Marzi ha risposto che si tratta di edifici dell'Authority per i quali ci sono già accordi.

Luigi Putignano

 

 

Da "Salute e ambiente" alert a governo e Regione contro A2A bis al Lisert - il gruppo ecologista

DUINO AURISINA. Deturpazione delle qualità naturali e dei caratteri visivi e morfologici della zona del Lisert. Degrado e compromissione paesaggistica, con la conseguente distruzione degli ecosistemi locali, ai quali è direttamente correlata la perdita di qualità della vita delle popolazioni residenti e del loro senso di appartenenza. È questo il drammatico quadro di previsione delineato dal gruppo regionale "Salute e ambiente" nel testo inviato in questi giorni a ministero dell'Ambiente e Regione, in opposizione al progetto di realizzazione della Centrale termoelettrica A2A Energiefuture SpA nell'area monfalconese del Lisert, a ridosso del confine amministrativo di Duino Aurisina. «Le osservazioni andavano presentate entro il 4 marzo - ricorda Danilo Antoni, portavoce del gruppo - e noi abbiamo rispettato tale termine. Fra l'altro - aggiunge - la dismissione dell'attuale centrale comporterebbe pure il riutilizzo possibile di un'area di circa 200 mila metri quadrati in una zona baricentrica dell'abitato in termini funzionali, ambientali e paesaggistici. Non va poi dimenticato che la nuova centrale turbogas di Torviscosa, da 800 Mw di potenza, localizzata ad appena 17 chilometri da Monfalcone, è entrata in funzione nel 2016. Critichiamo perciò il fatto che la proposta di A2A non consideri l'alternativa di un utilizzo con contenuti diversi dalla produzione di energia dell'area attualmente occupata dall'impianto. Visto l'impegno, determinato dalla normativa europea e nazionale, di obbligo di dismissione della produzione di energia con l'utilizzo di fonti carbone fossile, risulta obbligatorio considerare non solo un programma di riconversione, ma anche, in alternativa, uno di ripristino. Inoltre la proposta di A2A non considera i dati, in parte disponibili, in parte da produrre, sull'attuale situazione della salute della popolazione».«Infine - evidenzia ancora Antoni - per attuare il progetto di conversione a metano della centrale sarebbe necessaria la realizzazione di un'opera di allacciamento, in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico. Per fortuna - conclude il portavoce di "Salute e ambiente" - ancora molto rimane nell'area interessata in termini di storia e vocazione turistica: sono perciò auspicabili un recupero e la valorizzazione dell'esistente".

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 5 marzo 2020

 

 

Chiusa la partita sui terreni della Ferriera L'area a caldo va a Plt-Icop per 20 milioni

Ad Arvedi l'onere di smantellare gli impianti. Alla cordata di Parisi e Petrucco il compito di realizzare il terminal ferroviario

L'intesa sui terreni della Ferriera tra Acciaieria Arvedi e Piattaforma logistica Trieste è raggiunta. L'operazione vale 20 milioni e permetterà alla società Plt di mettere piede nel comprensorio di Servola, creando le condizioni per costruire il terminal ferroviario a servizio del futuro Molo VIII. Il gruppo siderurgico manterrà invece la possibilità di continuare a movimentare le materie prime necessarie ad alimentare il laminatoio. Il patto è a un soffio dalla firma, che sbloccherà a sua volta la stipula dell'Accordo di programma e che cambierà le modalità inizialmente previste per la bonifica della zona. Da una parte il gruppo Arvedi, che prima aveva aperto alla cessione dei terreni, poi aveva fatto marcia indietro dicendo di voler gestire la logistica in proprio e infine era ritornato sui propri passi. Dall'altra la società composta dalla ditta di spedizioni triestina Francesco Parisi e dall'impresa friulana di costruzioni Icop, che sta ultimando la realizzazione della Piattaforma logistica e che ha già in tasca il via libera a progettare il primo lotto del Molo VIII, cui da tempo guardano con interesse soggetti cinesi ed europei che potrebbero definire nei prossimi mesi l'ingresso da protagonisti nella gestione del nuovo terminal. La banchina che verrà ha bisogno di avere alle spalle spazi per lo stoccaggio e un grande snodo ferroviario, la cui costruzione sarà a questo punto affidata a Plt, inserita non a caso proprio nei giorni scorsi tra i firmatari dell'Accordo di programma riguardante la riconversione della Ferriera. Il meccanismo è complesso e ci si è arrivati dopo una lunga opera di mediazione fra le parti, che il ministro Stefano Patuanelli e il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino hanno condotto sotto traccia dalla metà di gennaio. L'iter prevede anzitutto una formalizzazione da definire entro il 10 marzo, dopo la lettera di intenti sottoscritta in questi giorni e l'impegno reciproco a inserire nell'Adp le linee portanti del percorso. L'atto di compravendita vero e proprio arriverà ad ogni modo nei mesi successivi. Ma come si giungerà all'ingresso di Plt nella partita? Lo schema prevede uno scambio alla pari fra i terreni dell'area a caldo oggi di proprietà di Arvedi e quelli che l'Autorità portuale ha dato a suo tempo in concessione al gruppo siderurgico per impiantarvi l'area a freddo dietro il pagamento di un canone da un milione all'anno. In questo modo il gruppo di Cremona diventerà proprietario dei terreni dove continuerà a operare il laminatoio e smetterà di pagare la concessione. L'operazione avverrà con il beneplacito dell'Agenzia del demanio, che provvederà a sdemanializzare la zona dell'area a freddo e a demanializzare quella dell'area a caldo, che l'Autorità portuale darà poi in concessione con gara a evidenza pubblica, cui parteciperà una newco costituita da Arvedi. Se questa otterrà il via libera come scontato, potrà avvenire il passaggio dei 20 milioni, con cui Plt pagherà di fatto Arvedi, acquisendo la newco e con essa la concessione dei terreni e del fronte mare, su cui verrà permesso al gruppo siderurgico di mantenere una gestione diretta o indiretta dei servizi logistici via mare e via ferro di cui la società continuerà a necessitare per il laminatoio. Il tutto verrebbe compiuto dopo la firma dell'Adp, che le istituzioni continuano a ritenere di poter firmare entro la prima settimana di marzo, come annunciato da Patuanelli nell'ultima visita a Trieste. Le parti si sono già date un cronoprogramma di massima: toccherà ad Arvedi smantellare nel 2020 cokeria, agglomerato, altoforno e macchina a colare, potendo così rivendere macchinari e metalli, mentre dall'anno successivo spetterebbe a Plt cominciare la copertura dell'area con pavimentazione in cemento, su cui passeranno i binari e su cui poggeranno i container scaricati dalle navi attraccate nelle vicinanze, trasformando così l'area a caldo della Ferriera in una zona a servizio delle attività portuali. Il barrieramento del fronte mare verrà invece realizzato dalla mano pubblica, che ha già da parte 41 milioni necessari al tombamento degli inquinanti presenti nel terreno. Plt dovrà ora reperire i 20 milioni per l'operazione e non è escluso che possa farlo appoggiandosi alle Ferrovie austriache (da tempo interessate alla co-gestione del piazzale ferroviario) o direttamente al soggetto che entrerà nella partita del Molo VIII. Il presidente di Icop Vittorio Petrucco resta abbottonato: «Stiamo trattando, preferisco non dire altro». Sarà lui il nuovo invitato al tavolo tecnico dell'Adp, che si sarebbe dovuto riunire in via telematica oggi pomeriggio, ma che ieri è rinviato ai prossimi giorni. Probabile che l'annullamento sia dovuto all'autoisolamento deciso dal ministro Patuanelli, negativo al tampone del coronavirus ma decisosi ad adottare misure preventive dopo aver incontrato un assessore regionale lombardo risultato positivo al contagio.

Diego D'Amelio

 

 

Il Comune punta al car sharing e molla l'opzione monopattini

Dopo le bici in Municipio si scommette sulle auto elettriche condivise: presentato a Roma un piano che prevede nuove aree di scambio con colonnine di ricarica

Car sharing sì, monopattini no. Il futuro della mobilità condivisa a Trieste, dopo il successo delle biciclette, potrebbe allargarsi anche ai mezzi a quattro ruote elettrici. A confermare la volontà del Comune è l'assessore a Urbanistica e Viabilità Luisa Polli: «Abbiamo partecipato a un bando nazionale del ministero dell'Ambiente presentando il progetto per la creazione del servizio di car sharing elettrico che prevede nel contempo l'installazione di nuove di aree di sosta con le colonnine di ricarica dedicate anche a chi possiede una vettura elettrica propria. È un servizio che ci piace e lo stiamo monitorando con grande attenzione, va però studiato e realizzato nel modo corretto e per questo, in una prima fase, sarà in via sperimentale». Il Comune aveva ricevuto a febbraio un finanziamento da 300 mila euro per la creazione di nuovi parcheggi intermodali con totem informativi e la possibilità di installare anche ulteriori stazioni del bikesharing. In questo senso Polli conferma che il bando a cui ha preso parte l'amministrazione Dipiazza per il futuro car sharing è relativo sempre al cosiddetto Pums, il Piano per la mobilità urbana sostenibile. I tempi però sono ancora incerti visto che queste procedure burocratiche, di solito, hanno uno sviluppo molto lungo, anche di anni, e anche a fronte di risorse aggiuntive, frutto delle manovre di bilancio, eventualmente intervenute in corso d'opera. Il car sharing è un servizio che esiste già in altre città italiane - come ad esempio Milano o Torino - e solitamente ha una tariffa base di 28 centesimi al minuto con la possibilità di acquistare pacchetti promozionali. L'utente prenota l'auto con il telefonino, la usa fino a quando ne ha bisogno e poi la può tranquillamente lasciare in un parcheggio regolare a disposizione di un altro utente. Esistono servizi simili con autovetture a benzina, che non sono però oggetto di incentivi statali ed europei. L'attenzione dell'amministrazione comunale è incentrata anche sulle colonnine di ricarica, che adesso sono presenti in 13 punti della provincia, da Sistiana a Domio. Il Comune, in collaborazione con il gruppo Hera e AcegasApsAmga, sta lavorando per creare dei nuovi parcheggi dedicati alle macchine elettriche in zone strategiche della città e negli impianti multipiano. «Si tratta di un servizio - spiega Polli - che servirà anche per i triestini che hanno un'autovettura che necessita di essere ricaricata». Se il car sharing potrebbe arrivare in tempi ragionevoli discorso diverso per quanto riguarda i monopattini. «Al momento c'è poca chiarezza sulle responsabilità individuali - spiega l'assessore - e questo ci frena. Il governo ha preso una decisione condivisibile dal punto di vista ambientale: serve però comprendere appieno le responsabilità del soggetto che lo guida in caso di incidente. Al momento quindi preferiamo attendere per questo tipo di servizio». Uno dei prossimi step sarà - come annunciato - spostare i posti auto delle Rive, oggi ricavati tra Capitaneria di Porto e Salone degli incanti, alla base del Molo IV: un passaggio che sarà completato già entro Esof2020 con la successiva creazione di un parcheggio contenitore multipiano, dove in futuro saranno presenti parcheggi modali di bike e car sharing.

Andrea Pierini

 

Udine intanto "scalda" il servizio con 10 eco-vetture

Si sono chiusi il 28 febbraio i termini del bando del Comune di Udine per la gestione di 10 autovetture elettriche dedicate al servizio di car sharing. Il contratto proposto nel capoluogo friulano ha un valore di 4,3 milioni di euro per una concessione di cinque anni riguardanti appunto il servizio delle macchine condivise e di 20 anni invece relativi alla gestione delle attuali colonne di ricarica e per l'installazione di nuove analoghe strutture. Il costo stimato del solo servizio di car sharing nel lustro è di 312 mila euro. Il Comune ha previsto, in questa partita, anche l'acquisto di pacchetti orari per quattromila euro l'anno.

(an.pi.)

 

 

DUINO AURISINA - Il Villaggio pianta 10 alberi per la lotta al clima che cambia

L'evento in programma domani nei pressi del parcheggio rappresentano lo strumento con cui il Comune ha deciso di aderire a "M'illumino di Meno"

DUINO AURISINA. Una decina di alberi da frutta e un ulivo saranno piantati domani pomeriggio, alle 15, al Villaggio del Pescatore. È questa la modalità scelta dal Comune di Duino Aurisina, di concerto con il locale Lions club, per partecipare all'edizione 2020 di "M'illumino di Meno", la Giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili lanciata, nel 2005, dalla trasmissione radiofonica "Caterpillar" e da Radio Due. L'appuntamento quest'anno è dedicato agli alberi, alle piante, al verde intorno a noi. L'invito di "Caterpillar" è infatti di piantare alberi, perché essi, nutrendosi di anidride carbonica, sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell'aumento dei gas serra nell'atmosfera e quindi dell'innalzamento delle temperature. Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l'erosione del suolo, regolano le temperature, sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Gli alberi, che saranno piantati nei pressi del parcheggio della frazione di Duino Aurisina, saranno "adottati" da alcune associazioni che hanno voluto condividere tale iniziativa come la Consulta Giovani, il Leo Club, le associazioni "Genitori Rilke" e "Timava MedjaVas Stivan", la società nautica "Laguna", la Polisportiva San Marco, il Gruppo speleologico Flondar, il Gruppo culturale Ajser 2000, il Circolo velico Duino e la Proloco. Ma altri enti hanno annunciato la loro partecipazione in futuro. Ulteriori alberi saranno poi piantati a ridosso del 22 marzo, Giornata mondiale dell'Acqua. «Nella prospettiva di un proseguimento delle attività di salvaguardia e tutela del nostro territorio - così il sindaco di Duino Aurisina Daniela Pallotta e l'assessore all'Ambiente Massimo Romita - iniziative come queste sono le benvenute».--U.Sa.

 

Aurisina e Monfalcone alleati contro A2A bis

Decisa l'attivazione di un'«azione congiunta» tra Comuni per contrastare il nuovo insediamento nell'area del Lisert

DUINO AURISINA. Attivare un'«azione congiunta» con il Comune di Monfalcone per evitare l'installazione, nell'area del Lisert, di un nuovo impianto industriale, quello della A2A. Sarà questa, nell'immediato futuro, la linea politica che l'amministrazione di Duino Aurisina porterà avanti. Lo ha annunciato il sindaco Daniela Pallotta nel corso della seduta congiunta della Commissione Ambiente, presieduta dalla consigliera Chiara Puntar (Forza Duino Aurisina) e della Commissione Capigruppo. «L'impianto che la A2A intende realizzare - ha spiegato Pallotta - è potenzialmente pericoloso per la salute dei cittadini e distante dal benessere ambientale che abbiamo a cuore». Lo scopo della convocazione era quello di «poter condividere la documentazione predisposta dall'assessore all'Ambiente Massimo Romita e da me - ha precisato Puntar - sul procedimento relativo all'Aia da parte della Energiefuture spa per la centrale termoelettrica A2A di Monfalcone». Gli stessi Romita e Puntar, assieme al consigliere Sergio Milos (Autonomia responsabile), avevano presenziato, qualche giorno fa, all'omonima commissione in Comune a Monfalcone. «Siamo perplessi in relazione al progetto - ha sottolineato Puntar - visto, fra l'altro, che il camino che vogliono realizzare sarà di 60 metri, mentre quello attuale ne ha oltre 150, e il nuovo metanodotto interferirà sul territorio in numerosi punti».Romita ha ricordato la costante volontà dell'amministrazione di Duino Aurisina nel porsi «dalla parte dell'ambiente, contrastando ogni forma di potenziale pericolosità per lo stesso». Durissima è stata la critica all'esecutivo formulata dal consigliere di opposizione, Vladimiro Mervic (Lista per il Golfo): «La presenza dei tre esponenti di questa maggioranza alla commissione di Monfalcone - ha osservato - ha garantito loro un facile approccio e un repentino ammantarsi di colore green, perché è stato sufficiente replicare le osservazioni che quel Comune ha presentato al ministero dell'Ambiente. Ecco perché - ha aggiunto Mervic - faccio molta fatica a credere alla svolta ambientalista di questa amministrazione, la cui azione in questo campo la valuto evanescente e impegnata nell'apparire e non nel fare». Lorenzo Celic (M5S) ha definito l'impianto «un cancro per l'ambiente», mentre Danilo Antoni, ospite per conto del gruppo "Salute e Ambiente", ha parlato del polo industriale del Lisert come di una «Krsko monfalconese». Puntar in chiusura ha annunciato che, accogliendo una proposta della A2A, sarà indetta una commissione con la partecipazione di esponenti di tale società.

Ugo Salvini

 

 

Cinque anni a "caccia" di ruderi e memorie alla scoperta di un tempo che non esiste più

Caserme, discoteche, alberghi e case fantasma: Triesteabbandonata festeggia il primo lustro con un libro e un contest che guarda al futuro

Compie cinque anni Triesteabbandonata, il progetto curato dai giornalisti Micol Brusaferro ed Emilio Ripari, insieme alla fotografa Giada Genzo, che ha la finalità di mappare edifici in disuso in tutta la provincia, raccontandone la storia nella speranza che tornino a nuova vita. In cantiere c'è anche un libro e il coinvolgimento di architetti triestini che lavorano in città e all'estero, per realizzare idee da sottoporre agli enti pubblici per la riqualificazione urbana in alcune aree in particolare. Tra i fabbricati toccati finora nel lungo giro, che ha visto anche alcune puntate in altre località della regione, figurano caserme, scuole, fabbriche, impianti sportivi e ricreativi, discoteche e alberghi. Con un denominatore comune: tutti sono stati chiusi e lasciati nel degrado. L'archivio raccolto nei cinque anni di lavoro è illustrato anche in un blog e in diverse occasioni il gruppo è stato contattato da privati, spesso da fuori città, interessati a conoscere le caratteristiche di un edificio, pensando a un suo riutilizzo.«Ma ci scrivono persone da tutta Italia - spiega Genzo -. Ad esempio militari che hanno fatto il servizio di leva a Trieste, in caserme che ormai sono fatiscenti, per ricordarci com'erano prima. C'è chi lavorava all'interno di stabilimenti ormai caduti in rovina, chi descrive l'attività che veniva svolta negli ambienti produttivi e ancora parecchi nostalgici che hanno aneddoti legati a spazi che da decenni hanno chiuso i battenti. Storie e testimonianze molto belle, che aiutano a scoprire o riscoprire siti spesso caduti nel dimenticatoio».Proprio attraverso queste segnalazioni, oltre alle ricerche storiche effettuate per ogni posto, è nata anche la proposta di un libro, che dovrebbe concretizzarsi nel 2020 e che ripercorrerà le vicissitudini di alcuni dei luoghi abbandonati più conosciuti a Trieste, tornando indietro nel tempo per spiegare la prima destinazione e il successivo declino. Una decina gli immobili scelti, per diverse motivazioni, che tuttora attendono un nuovo proprietario o che si trovano bloccati da anni tra aste, tentativi di vendita falliti o altri iter burocratici complessi. Intanto nei prossimi mesi Triesteabbandonata lancerà una sorta di contest, dedicato agli architetti: «Anche in base ai suggerimenti di alcuni professionisti impegnati a Trieste e in altri Paesi - prosegue Genzo - presenteremo nel dettaglio cinque edifici agli architetti che vorranno darci una mano a pensare a come si possano cambiare, immaginando qualcosa di diverso e utile per la città. Ciò che emergerà, verrà sottoposto al Comune o ad altri enti».I dettagli saranno annunciati sulla pagina Facebook, seguita da quasi 8mila utenti, dove sono pubblicate anche migliaia di foto scattate anno dopo anno. E nel cammino tra spazi vuoti, muri crollati e palazzine fantasma, non mancano le curiosità, oggetti strani immortalati qua e là, che nulla c'entrano con il luogo dove sono stati portati. Facciamo qualche esempio. Un paio di sci con attacchi è spuntato qualche anno fa nel magazzino di un cotonificio, mentre nella stanza di un'ex stazione ferroviaria, in parte crollata, sono stati reperiti cumuli di giocattoli, alcuni in perfetto stato. E ancora una bambola, datata, è stata lasciata sulla scrivania di un fabbricato dove si trovava una serie di uffici.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 4 marzo 2020

 

 

Trattativa sul post Ferriera verso la svolta Icop punta a rilevare alcune aree di Arvedi

La compagine impegnata nell'operazione Piattaforma logistica "irrompe" nella partita con il ministero delle Infrastrutture

Due nuovi attori, uno pubblico e uno privato, compaiono sulla scena dell'Accordo di programma per la Ferriera di Servola: sono il ministero delle Infrastrutture, che sarà tra i firmatari finali del testo, e la compagine Piattaforma logistica - Icop, che sta trattando con il Gruppo Arvedi l'acquisizione di parte dell'area su cui sorge lo stabilimento. Un'operazione, quest'ultima, ancora in via di definizione: dovesse andare in porto, farebbe della Icop un ulteriore firmatario dell'Accordo di programma. La riunione del tavolo per l'Adp si è svolta nel pomeriggio di ieri fra Trieste e Roma. In origine l'incontro doveva svolgersi nella capitale, ma le ribalderie del coronavirus hanno convinto le istituzioni a ricorrere alla teleconferenza. Vi hanno partecipato la Regione (con gli assessori al Lavoro Alessia Rosolen e all'Ambiente Fabio Scoccimarro), il Comune, l'Autorità portuale e il ministero dello Sviluppo economico con i loro rappresentanti. Il tavolo non si riuniva dallo scorso 22 dicembre: domenica sera Roma ha inviato agli interlocutori del Friuli Venezia Giulia una nuova bozza del documento che di fatto, spiegano fonti interne alle istituzioni, muta a fondo il contenuto dell'Adp.La bozza è arrivata a ridosso dell'incontro, impedendo alle istituzioni locali di approntare le osservazioni. Anche per questo la riunione è stata sospesa e riprenderà domani, in modo da dare il tempo a tutti gli attori di consultare la nuova versione del testo e mettere a punto le proposte. Commenta l'assessore Scoccimarro: «Non abbiamo potuto non sottolineare come in una fase così delicata si debba dare la possibilità a tutti i sottoscrittori di valutare con tempi idonei il testo». L'assessore Rosolen sintetizza come segue la nuova versione dell'Adp: «Il testo cambia in modo importante perché aumentano i soggetti che lo sottoscrivono, e quindi si suddividono gli impegni». In ogni caso il nuovo quadro, sottolinea con forza Rosolen, «non avrà conseguenze sugli accordi sindacali sottoscritti di recente per la cassa integrazione». Un punto fondamentale per la Regione, visto che quella firma ha garantito 24 mesi di cassa integrazione straordinaria per i 450 lavoratori di Acciaieria Arvedi Spa e per i 36 dipendenti di Siderurgica Triestina srl, nonché la messa in sicurezza dei 66 lavoratori assunti con contratto di somministrazione. «Gli accordi già presi sono vincolanti», aggiunge ancora l'assessore al Lavoro. Molti particolari della nuova versione del testo sono ancora riservati. Certo è che entra far parte della partita il ministero delle Infrastrutture, che va ad aggiungersi ai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico, da subito parte della trattativa. Il punto più rilevante, però, è la possibilità che anche Icop, la società che sta realizzando la Piattaforma logistica nel Porto nuovo di Trieste, diventi un firmatario dell'Accordo di programma. È un'ipotesi che la Regione accoglie positivamente, come spiega Scoccimarro: «Come ribadiamo da sempre, la volontà della Regione è garantire a Trieste uno sviluppo sostenibile di quell'area. L'ingresso di Piattaforma logistica - Icop è quel passo in più che delinea il futuro».La conferma definitiva in proposito è attesa per i prossimi giorni. In queste ore ferve infatti il confronto fra il Gruppo Arvedi - Siderurgica Triestina e Piattaforma logistica Srl - Icop Spa per limare i termini dell'accordo che porterebbe quest'ultima a estendersi su parte del sito della Ferriera. Lo stabilimento è contiguo all'area della Piattaforma logistica: da quanto risulta al momento, sarebbe al vaglio uno "scambio" di aree grazie al quale una parte della proprietà Arvedi finirebbe per entrare a far parte del Demanio, mentre degli spazi che sono di proprietà demaniale verrebbero sdemanializzate e acquisite dal privato. L'Autorità di sistema portuale del Mare adriatico orientale, che fa da supervisione e cabina di regia di tutto il processo, preferisce almeno per ora mantenere il riserbo sui termini del confronto. La materia è delicata, anche perché si tratta di stabilire a chi spetta l'onore e l'onere di provvedere alla bonifica e allo smantellamento dell'area a caldo della Ferriera: un lavoro da 30 milioni di euro, che dovrebbe anche impegnare per un anno una cinquantina di lavoratori attualmente nell'organico dello stabilimento. Non resta che attendere la riunione di domani per sapere nuovi particolari su contenuti e tempistica. Tanto più che nelle settimane scorse il ministro dello Sviluppo economico, il triestino Stefano Patuanelli, aveva dichiarato di voler chiudere il confronto entro l'8 marzo, fra pochi giorni.

Giovanni Tomasin

 

 

Lascia rifiuti in strada sotto a San Giusto - Multa da 600 euro - guardie ambientali

Una maxi multa dell'importo di 600 euro. Se l'è vista appioppare un cittadino sorpreso ad abbandonare vicino all'isola ecologica di via Guerrazzi, sotto San Giusto, rifiuti e materiali che, invece, avrebbero dovuto essere portati in discarica. L'autore del comportamento scorretto, peraltro, non è stato preso in flagrante, ma rintracciato in un secondo tempo grazie alla segnalazione di un altro cittadino e alla collaborazione di AcegasApsAmga. Sulle sue tracce si sono messe, subito dopo le prime indicazioni, le guardie ambientali del Comune. Gli operatori, pur sapendo che la speranza di trovare l'utente incivile fosse ridottissima, non si sono arresi. Una determinazione che ha dato loro ragione. In breve tempo infatti le ricerche hanno permesso di risalire al responsabile. Nei suoi confronti quindi è scattata la sanzione da 600 euro prevista dall'articolo 23 del Regolamento gestione rifiuti urbani e pulizia del territorio. Quanto ai rifiuti abbandonati, AcegasApsAmga ha subito provveduto a rimuoverli e a portarli in discarica. Nei giorni scorsi era stato "pizzicato" anche un altro cittadini decisamente poco rispettoso delle regole in vigore per quanto riguarda il corretto conferimento dei rifiuti e la raccolta differenziata. La persona in questione ha lasciato per terra per terra, in strada, accanto ai cassonetti delle immondizie, ben trenta casse di birra. Dentro c'erano circa 700 lattine. Una scena accaduta in largo Barriera sotto tra gli sguardi sbigottiti dei passanti. Anche perché pochi passi più avanti c'erano i contenitori dell'indifferenziata: pure quelli per la raccolta del vetro e dell'alluminio. L'uomo è stato notato da una pattuglia delle Guardie ambientali della Polizia locale e si è beccato una multa da 100 euro.

 

 

Pastini e sentieri pericolanti L'allarme degli agricoltori

A rischio i terreni terrazzati del ciglione carsico, soprattutto nella zona di Prosecco, dopo l'autunno molto piovoso. Gli addetti ai lavori reclamano fondi da Stato e Ue

TRIESTE. Muretti a secco e pastini franati, sentieri pieni di pietre sui quali non si può transitare, vigneti raggiungibili a fatica. È questo il quadro della situazione sul costone carsico, in particolare nella zona di Prosecco, quando mancano poche settimane all'arrivo della primavera. Un problema che mette per primi in difficoltà i proprietari dei vigneti, ma che più in generale riguarda l'intera popolazione, in quanto le passeggiate sul Carso nella bella stagione sono un passatempo molto diffuso ed è necessario garantire a tutti l'incolumità e la sicurezza. «Purtroppo l'autunno del 2019 - spiega Edy Bukavec, membro dell'esecutivo regionale dell'Associazione degli agricoltori - è stato particolarmente piovoso, di conseguenza il terreno è diventato friabile, andando a pesare più del consueto sui muretti e sui pastini, facendoli franare in molti casi. Laddove sono state utilizzate pietre in flysch, roccia a base di arenaria e perciò ruvida, la tenuta è stata maggiore - precisa - ma nei casi in cui i muretti e i pastini sono stati realizzati con pietre di calcare, più lisce, i danni sono stati superiori». Il problema è stato sollevato in varie occasioni anche da Erik Tence, persona molto attiva nell'ambito del mondo delle associazioni del Carso e proprietario di un pastino: «Nei pressi di via del Pucino - evidenzia - c'è una scala sulla quale incombono alcuni massi che potrebbero mettere veramente a rischio gli escursionisti. Ma questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare di situazioni di pericolo per quanti avranno l'intenzione di avventurarsi sui sentieri dell'altipiano». Del tema si sta occupando anche Maja Tenze, presidente della Circoscrizione Ovest: «Sto preparando una mozione - annuncia - che presenterò ai consiglieri della mia consulta nella prossima seduta, nella quale si sottolinea la gravità della situazione e in cui richiamo le competenti autorità alle responsabilità del caso. Il Carso è patrimonio di tutti - conclude - e va preservato nella sua integrità». Una soluzione la ipotizza lo stesso Bukavec: «Nel corso del 2020 - osserva - l'Ue dovrà iniziare a mettere mano al Piano di sviluppo rurale. Si tratta di un documento che viene rinnovato ogni sette anni e quello in essere andrà a scadenza proprio alla fine di quest'anno. Nel contesto di tale Piano che rientra nel più generale programma dell'Ue per l'agricoltura - prosegue l'esponente del direttivo regionale dell'Associazione degli agricoltori - esistono due tipi di contributi, quelli che vanno direttamente a favore degli operatori del settore e quelli che vanno invece ad alimentare i cosiddetti interventi non produttivi. Considerando che i muretti a secco del Carso sono stati dichiarati patrimonio dell'Umanità in quanto rappresentano una relazione armoniosa fra l'uomo e la natura - ricorda Bukavec - ecco che questa potrebbe diventare la premessa per chiedere di inserire il recupero dei pastini del costone carsico nel contesto dei finanziamenti del secondo tipo». Ma una delle ipotesi al vaglio è anche quella di far intervenire lo Stato, che recentemente ha adottato provvedimenti d'urgenza a favore di alcune zone della Liguria, dove si sono verificate frane. «La normativa in questi casi è favorevole per i proprietari dei terreni - conclude Bukavec - e si potrebbe chiederne l'estensione anche all'altipiano carsico».

Ugo Salvini

 

 

Piano del centro storico: primo "atto" a Muggia - la commissione congiunta domani

MUGGIA. Domani mattina nella sede municipale si riunirà la commissione consiliare congiunta in cui sarà presentato il Piano particolareggiato del centro storico di Muggia, dopo la cui pubblicazione sarà possibile presentare osservazioni a riguardo. Il centro di Muggia è un nucleo antico che rappresenta un unicum nel suo genere nel territorio triestino e all'interno del quale sono situati ovviamente gli edifici storici di maggior pregio architettonico della cittadina rivierasca, oggetto di un piano attuativo - progettato da Gianluca Ramo, Sara Malgaretto, Michele Miotello, Gianluca Malaspina e Fabio Saccon, diviso in due fasi e partito ad aprile dello scorso anno - che investe gli aspetti generali, gli interventi ammessi, le tipologie e gli elementi architettonici di tutto il centro storico, oltre che quelli cromatici (che ricadono a loro volta nel cosiddetto Piano colore).

Lu.Pu.

 

 

Sciacalli sull'isola: a Veglia allevatori di nuovo in allarme - a nuoto dalla terraferma

VEGLIA. Dopo gli orsi e i cinghiali, Veglia viene ora tormentata da un'altra specie alloctona, anch'essa giunta a nuoto sull'isola quarnerina: gli sciacalli. Diffusisi specialmente nei comuni di Bescanuova, Verbenico e Ponte, rappresentano una iattura per gli allevatori di ovini, gente messa a dura prova nelle ultime settimane da sanguinarie scorribande, nelle quali sono stati fatti a pezzi numerosi agnelli e anche qualche pecora. Lo Stato croato, per legge, risarcirà sicuramente gli allevatori, ma lo farà come da tradizione con notevole ritardo e scucendo somme non corrispondenti al reale valore degli animali sbranati da questa specie invasiva, che non teme ostacoli di sorta. Proprio per porre freno al fenomeno e dopo quanto avvenuto negli ultimi 20 anni con plantigradi e "porchi selvatici" (come a Veglia e altrove in Croazia si definiscono i cinghiali), a Bescanuova c'è stato un incontro di lavoro che ha riunito esponenti delle tre municipalità interessate, le preposte autorità della Contea quarnerino-montana e i rappresentanti delle società venatorie e degli allevatori locali. «Abbiamo convocato questa seduta - ha dichiarato il sindaco di Bescanuova, Toni Juranic - per fare il punto sulla situazione e individuare le prime soluzioni che dovrebbero contrastare l'invasione. Alcune greggi sono state decimate dall'inizio dell'anno, andando incontro allo stesso destino di centinaia di pecore e agnelli uccisi da metà degli anni'90 del secolo scorso da orsi e cinghiali. Grazie ad una mirata campagna di abbattimenti, le due specie alloctone sono praticamente scomparse dall'isola (l'ultimo orso è stato abbattuto nell'ottobre 2018), che invece adesso deve misurarsi con le conseguenze delle scorrerie di questo piccolo ma micidiale canide, presente non solo a Veglia ma anche in diverse altre isole dell'Adriatico, come Arbe, Pago, Curzola, Giuppana, Puntadura e anche la penisola dalmata di Sabbioncello». Juranic e i colleghi sindaci di Ponte e Verbenico, rispettivamente Marinko Zic e Dragan Zahija, si sono rivolti alle autorità di Zagabria, proponendo di cofinanziare l'acquisto di scanner termici e di droni, con cui dare la caccia agli sciacalli.

A. M.

 

 

Grandi motori di Wärtsilä alimentati a energia verde

La costituzione del consorzio SeaTech grazie ai fondi europei per elaborare in tre anni una nuova tecnologia che riduce del 30% i consumi di carburante

TRIESTE. I colossi industriale di motoristica e navalmeccanica da tempo studiano soluzioni "green" per le loro produzioni. Di recente Fincantieri con Cdp e Terna ha annunciato di voler sviluppare e realizzare su scala industriale impianti di produzione dell'energia dalle onde del mare. Un progetto partito da una tecnologia già testata dell'Eni, che ha installato nell'offshore di Ravenna questo sistema innovativo di generazione dell'energia dal moto ondoso. Ora anche il colosso dei motori finlandese Wärtsilä, insieme a un consorzio di altri sei partner industriali e accademici, grazie anche ai fondi europei, ha varato un progetto triennale per ridurre il consumo di carburante e sfruttare l'energia che deriva dalla forza delle onde del mare per alimentare la forza propulsiva delle navi. Da qui la costituzione del consorzio SeaTech che grazie al miglioramento delle tecnologie che alimentano i motori navali si propone di ridurre del 30% del consumo di carburante: «L'efficienza e la sostenibilità ambientale sono ormai una strada obbligata. La nostra missione è quella di garantire un futuro più redditizio per il settore marittimo grazie anche all'energia verde», ha chiarito in una nota del gruppo Jonas Åkerman, direttore del progetto di ricerca e sviluppo tecnologico, Wärtsilä Marine. La nuova tecnologia punta a generare un livello di potenza dei grandi motori della Wärtsilä in grado di raggiungere un'altissima efficienza di conversione energetica: «Tutto ciò -chiarisce la nota del gruppo- implica un controllo preciso del motore per ottenere radicali riduzioni dei livelli di emissione dei gas di scarico». Grazie alle energie rinnovabili si riesce a catturare l'energia delle onde. Wärtsilä punta a commercializzare questo tipo di innovazione sui mercati europei e asiatici a corto raggio entro il 2025. L'impatto ambientale diventa importante: alimentando con SeaTech il 10 percento delle navi europee per il trasporto marittimo a corto raggio, ogni anno si eliminerebbero 32, 5 milioni di tonnellate di CO2, l'equivalente delle emissioni di 200 mila auto. E -ipotizza il colosso finlandese dei motori- si potrebbero creare nuovi posti di lavoro indiretto nel settore della costruzione navale. I partner del progetto SeaTech sono Wärtsilä, Huygens Engineer BV dai Paesi Bassi, la società estone Liewenthal Electronics, Utkilen AS dalla Norvegia, la National Technical University di Atene, la UiT The Arctic University della Norvegia e la University of Southampton nel Regno Unito. Di recente, come abbiamo già riportato, il presidente e ad di Wartsila Italia, Andrea Bochicchio, ha annunciato che che dalla seconda metà del 2020 nello stabilimento di San Dorligo della Valle) sarà avviata la produzione dei Wartsila Modular Block. Si tratta di «un sistema avanzato e innovativo di moduli prefabbricati, configurabile e scalabile, facilmente trasportabile e installabile in sito, che permette la creazione di centrali per la produzione di energia sostenibile. Il sistema utilizza i motori a media velocità, altamente efficienti e competitivi, che grazie a flessibilità di combustibile ed eco-sostenibilità, possono essere integrabili in diversi sistemi di reti elettriche».

pcf

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 3 marzo 2020

 

 

Si rispetta l'ambiente riusando gli abiti

Trieste Senza Sprechi nasce dal desiderio di un gruppo di giovani triestini e non di rendere Trieste una città più sostenibile, in modo da ridurre gli sprechi e i rifiuti della città e dei suoi abitanti promuovendo pratiche di vita con un minor impatto sull'ambiente. Tra i vari temi trattati (plastica, riuso, riciclo, riduzione sprechi), il gruppo s'impegna nel sensibilizzare tutti i cittadini (a prescindere dall'età) anche verso i problemi ambientali causati dalla Fast Fashion, ossia quella moda a basso costo che utilizza materie prime di bassa qualità con tempistiche di confezione veloci e dannose per l'ambiente e che genera un'insostenibile quantità di rifiuti e un incredibile sperpero di materie prime, di energia per la produzione e costi per il trasporto. A tal proposito il Mercatino senza sprechi (o Swap in inglese) organizzato da Trieste Senza Sprechi con il Pag (Progetto Area giovani) in occasione del Natale e del Carnevale vuole essere un incontro rivolto a tutti per scambiare abbigliamento in un'ottica del riuso. Durante gli Swap si punta a spiegare che tipologia di capi d'abbigliamento offre il mercato attuale, come prendersi cura delle varie fibre tessili, fare durare un capo più a lungo e reinventare il proprio armadio e i propri vestiti inutilizzati.

 

 

Così salveremo le Pinna nobilis dal parassita che infesta il golfo

Messa a punto una App per raccogliere segnalazioni da parte dei subacquei che hanno avvistato nacchere di mare ancora vive

Le nacchere di mare (Pinna nobilis) il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, simili a cozze che possono raggiungere 1 metro di lunghezza, rischiano di scomparire. Decimate da un parassita, l'Haplosporidium pinnae, che dal 2016 ha colpito la popolazione di grandi molluschi dalla Spagna alla Grecia in tutto il Mediterraneo. Anche nel golfo di Trieste, da Muggia a Sistiana, il 70-80% degli individui è già morto, mentre nella riserva di Miramare la percentuale di mortalità appare leggermente più bassa. Tuttavia, i dati dei monitoraggi condotti nelle ultime settimane sono sempre più sconfortanti: dalla laguna di Grado e Marano a Muggia la percentuale di individui morti è in graduale aumento e il rischio che la Pinna nobilis scompaia dal golfo di Trieste si fa sempre più concreto. Il progetto #cirimettiamolepinne finanziato dalla French Facility for Global Environment e dalla Fondazione Principe Alberto II di Monaco e selezionato nell'ambito dei piccoli progetti di MedPan vuole davvero "rimettere" le pinne nel nostro golfo. Spiega Saul Ciriaco ricercatore e subacqueo dell'Amp: «Setacciando i fondali alla ricerca degli individui che hanno sviluppato una resistenza genetica al parassita killer che le sta decimando in tutto il Mediterraneo e con l'aiuto di una task-force scientifica che ci sta seguendo in queste azioni di studio e monitoraggio, gli individui sani potrebbero ricolonizzare il golfo grazie all'utilizzo di tecniche di ripopolamento sui fondali o utilizzando appositi stabulari».Continua Ciriaco: «La sua scomparsa sarebbe un duro colpo per la ricchezza specifica dei fondali del nostro golfo, le Pinna nobilis che si stagliano in verticale dal fondale, simulano molto bene ambienti come le rocce e contribuiscono ad aumentare nelle nostre zone, in cui prevalgono le sabbie e i fanghi, la quantità di fondali duri e grazie alle loro grandi dimensioni diventano il supporto ideale di spugne, briozoi, ascidie, alghe e molto altro» Monitorare l'intero golfo di Trieste alla ricerca dei sopravvissuti non è tuttavia pensabile per il solo staff di ricercatori dell'Area marina. Ecco perché la campagna #cirimettiamolepinne mira a coinvolgere chi il mare lo frequenta abitualmente, anche in questa stagione, e lo conosce palmo a palmo: i club subacquei, protagonisti della campagna di citizen science #sub4fan - da "fan mussel", pinna nobile in inglese - che sarà coordinata dall'Amp Miramare attraverso l'individuazione dei diversi transetti su cui operare, la formazione iniziale dei club per la metodologia di censimento da adottare e la gestione finale dei dati raccolti. Le segnalazioni potranno essere raccolte anche tramite la nuova app messa a disposizione dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale: l'avvistAPP (www. avvistapp. it). Grazie a questa applicazione gratuita, - che consente, a chiunque la scarichi sui propri smartphone, di registrare in tempo reale i propri avvistamenti di specie marine.

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 2 marzo 2020

 

 

Dipiazza chiede a Roma altri 50 milioni di euro per la sfida Porto vecchio

I fondi servirebbero a ristrutturare anche i varchi di largo Santos, l'ex locanda e gli hangar 19 e 20. Intanto si accelera sui traslochi all'interno del Magazzino 26

Il Comune ha chiesto altri 50 milioni di euro al ministero per le Attività e i beni culturali per la riqualificazione di Porto vecchio. L'occasione si è presentata dopo una visita, lo scorso novembre, di un dirigente del dicastero, che si è complimentato con il sindaco Roberto Dipiazza per la celerità con cui sono stati impiegati i primi finanziamenti ottenuti nel 2016. Si tratta dei 50 milioni di euro concessi all'epoca del primo mandato del ministro Dario Franceschini, che aveva stanziato 1 miliardo di euro per il Piano cultura e turismo destinato a diversi siti culturali italiani. A Trieste erano stati chiesti e ottenuti fondi anche per il restyling della viabilità e l'infrastrutturazione dell'antico scalo. Con il primo lotto da 5 milioni è stata interessata la parte che va dal Polo museale a viale Miramare: l'intervento più evidente è la rotatoria da 450 mila euro, che dovrebbe essere terminata entro una quindicina di giorni. Il secondo, da 9 milioni di euro, andrà in gara questa primavera con i lavori che partiranno in estate dopo Esof 2020, e riguarderà l'area che dal Magazzino 26 arriva fino ai varchi monumentali di largo Città di Santos. Ulteriori 33 milioni sono destinati al Museo del mare mentre 3 verranno impiegati per il restauro del pontone Ursus. «Non tutti gli enti beneficiari dello stanziamento di Franceschini sono stati capaci di impegnare i finanziamenti ricevuti, ci ha detto il Mibact in quell'occasione - osserva il primo cittadino -. In effetti in due anni e mezzo noi abbiamo fatto molte cose, tra cui la rotatoria e i sotto servizi, per non dire il Centro congressi che ha avuto altri finanziamenti. Dopo la visita, il dirigente mi aveva inviato un messaggio che diceva: "Egregio sindaco, volevo ringraziarla per la visita e farle le più sincere congratulazioni e i miei migliori auguri". Queste parole - confessa Dipiazza - mi hanno fatto prendere coraggio per avanzare una nuova proposta, chiedendo quindi al Mibact altri 50 milioni di euro». Con questa ulteriore boccata d'ossigeno gli uffici dell'ingegner Giulio Bernetti, direttore del dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità, rup dell'intero progetto e punto di riferimento in Municipio per la pianificazione sul Porto vecchio, vorrebbero ristrutturare i varchi d'entrata di largo Città di Santos, i magazzini 19 e 20, l'ex locanda e la rimessa delle locomotive, attuare un terzo lotto relativo a infrastrutture nonché realizzare un parco urbano lungo il tracciato principale dell'area. Tuttavia, Dipiazza non ha sensazioni positive sugli esiti della richiesta: «Non penso ci siano grandi speranze, ma è solo un problema politico. Purtroppo sappiamo che nella politica italiana non è che ti finanziano perché sei bravo...». In attesa comunque di un responso da parte del Mibact, il Comune continua a portare avanti i progetti in cui si è impegnato per la riqualificazione del Magazzino 26. Il primo inquilino che vi si insedierà a tempo indeterminato è l'Immaginario scientifico proprio per l'inaugurazione di Esof2020. «Il 9 aprile noi chiudiamo la nostra sede di Grignano - spiega la direttrice Serena Mizzan - per iniziare le operazioni che ci permetteranno di aprire i battenti nel Magazzino 26 il 26 giugno, intanto in versione ridotta, che poi amplieremo in tempi successivi. Proporremo contenuti e un allestimento completamente nuovi». Nella seconda metà dell'anno si aggiungeranno, come spiega l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi, altre esposizioni cosiddette "a vista" - con un allestimento provvisorio - che poi confluiranno nel grande "attrattore culturale transfrontaliero" che entro il 2025 accoglierà il Museo del mare, secondo il progetto dell'archistar spagnola Guillermo Vázquez Consuegra, il Museo di Storia naturale che verrà trasferito da via Cumano e un centro studi internazionale. Tra le esposizioni a vista, oltre alla Collezione del Lloyd, già visitabile, rientreranno i materiali del "vecchio" Museo del mare di Campo Marzio chiuso da aprile scorso. A fine 2020, poi, il Magazzino 26 accoglierà anche i circa duemila metri cubi di masserizie, tra mobili, attrezzi di lavoro e oggetti personali, che già lì furono collocati un tempo, appartenuti agli esuli istriani, fiumani e dalmati, ora al magazzino 18. In quest'ultimo hangar, specifica il direttore dell'Irci Piero Delbello, per le scolaresche, in particolare, continuano le visite almeno fino a maggio. 

Benedetta Moro

 

Rete in ferro anti intrusione, edifici vuoti e la linea blu che corre lungo le banchine

Viaggio all'interno dell'antico scalo fra i palazzi al momento non inclusi nella riqualificazione In un immobile otto alloggi per operatori della Capitaneria. Il presidio doganale sarà spostato

Che cos'è quel lungo reticolato in ferro, che si nota all'interno di Porto vecchio, lungo la bretella? No, non è la linea di demarcazione tra l'area demaniale, con il Punto franco, e quella diventata di proprietà del Comune nel 2017. È solo una rete di protezione installata per evitare che i frequentatori del sito si inoltrino fra i tanti magazzini vuoti e abbandonati, compreso il quartetto che fa capo a Greensisam. Una zona semi-deserta, dove comunque c'è gente che non solo lavora ma perfino vive. «La staccionata di ferro in realtà è stata realizzata da noi su richiesta del Comune - spiega il segretario dell'Autorità portuale Mario Sommariva -, come effetto anti-intrusione». La zona di sicurezza parte già all'altezza della postazione della Guardia di finanza che, con la vigilanza privata, sorveglia l'ingresso sotto il grande varco monumentale, di fronte alla stazione delle corriere. Bisogna avere il permesso per accedere perché si entra in area doganale. Un permesso di cui dispongono tante fasce di dipendenti pubblici, dagli impiegati dell'Autorità portuale e della Capitaneria di porto, a quelli dell'Agenzia delle Entrate. E poi quelli delle forze di polizia che sulle banchine hanno ormeggiati i propri mezzi nautici. Ma quindi la linea di demarcazione tra proprietà statale e comunale dov'è? È a ridosso del mare. Sulle piantine dei tecnici di Comune e Autorità portuale è segnata in colore blu e scorre lungo banchine e pontili. Banchine che, in alcuni casi, «sono in cattive condizioni - osserva Sommariva - mentre altre sono in fase di riqualificazione». C'è chi accede a quest'area solo per parcheggiare. E chi invece addirittura ci vive: si tratta di alcuni operatori della Capitaneria di porto. Abitano in una palazzina di otto appartamenti, fronte mare, un po' sgarrupata, in mezzo al nulla. Naturalmente c'è poi chi lavora. Sul molo III, ad esempio, all'hangar 5, diventato un deposito di Adriaterminal. Il terminalista genovese occupa anche la vicina banchina, l'unica che veramente esercita ancora attività portuale nell'antico scalo, in concessione fino al 2022. Si occupa di diverse merci, tra cui l'alluminio, di cui si vedono pile e pile ammassate in diversi punti. E quando scadrà la concessione? «Vedremo - spiega Sommariva -, l'opzione è quella di un terminal per le navi da crociera, ma vogliamo salvaguardare anche l'attività di Adriaterminal, si tratta di capire come e dove ricollocarla». Sul molo III c'è anche la sede del Nucleo sommozzatori dei Vigili del fuoco. Ecco che vicino, attraccati, ci sono i rimorchiatori della Tripmare, i mezzi nautici della Polizia, con i vicini uffici, e il Delfino verde che qui viene a "riposare". E anche le imbarcazioni di Crismani group, che si occupa di salvaguardia ambientale. Chiuso e dismesso sembra l'ufficio del Nucleo carabinieri Cites, che si occupava della tutela delle specie di fauna e flora protette, come sbarrato è l'edificio che una volta ospitava il quartier generale dell'Autorità portuale. Più in fondo, al magazzino 23, svetta la sede della Saipem, contractor a livello mondiale del settore della costruzione e manutenzione delle infrastrutture al servizio dell'industria oil&gas. E poi protagonista assoluto è l'Ursus ovviamente, in attesa di essere ristrutturato con 3 dei 50 milioni del Mibact. In quella che invece è già area comunale, ma al momento off limits, c'è anche il Magazzino 18, che ospita le masserizie degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Vi si accede solo accompagnati dall'Irci. Che prospettive per il fronte mare quando inizieranno a essere venduti i magazzini? Per tutti i soggetti che rientrano in area demaniale, dovrebbe essere l'Authority, una volta scadute le diverse concessioni, a occuparsi di trovare delle alternative in Porto nuovo. Il Consorzio Ursus, che gestirà il Porto vecchio (con i soggetti Comune, Regione e Autorità portuale), «ha l'impegno di utilizzare la parte a mare in modo coerente con gli usi urbani della parte retrostante - sottolinea Sommariva -, quindi sì ad attività di diporto e crociera, per esempio, per noi importanti». Un altro fondamentale cambiamento, una volta che si inizierà a riqualificare la zona, riguarderà la nuova delimitazione del Punto franco che, con il relativo presidio doganale, oggi adiacente a largo Città di Santos, verrà fatto arretrare verso Adriaterminal: «C'è già un progetto pronto, per ora il presidio rimane solo per un fatto di attenzione e di cura di quell'area», conclude Sommariva.

B.M.

 

 

Fareambiente «Discarica a cielo aperto nella zona del Silos»

FareAmbiente, su segnalazione di numerosi cittadini, ha verificato in un sopralluogo lo stato di degrado in cui versa la zona del Silos, diventato una vera discarica a cielo aperto, tra bottiglie, materassi e rifiuti. Sulla situazione è stato allertato il Comune attraverso gli assessori Giorgi e Lodi.

 

 

Il maltempo frena il cantiere per la rinascita di Acquario

Le forti piogge dello scorso novembre hanno provocato rallentamenti ai lavori Possibile lo slittamento della data dell'inaugurazione, prevista il primo agosto

MUGGIA. Rallentamenti significativi ai lavori di riqualificazione del terrapieno Acquario. È la stessa pagina Facebook "Acquario 2020", creata per seguire l'avanzamento del progetto di riqualificazione dell'area compresa tra punta Sottile e punta Olmi, a denunciare dei ritardi nel maxicantiere muggesano. I rallentamenti sulla tabella di marcia sono dovuti alle «piogge straordinarie concentratesi nel mese di novembre», che hanno causato danni sia alla costa muggesana che in altre zone del Nord. Dal 30 settembre dello scorso anno, l'accesso al terrapieno di Acquario, compresa la pista ciclopedonale e i parcheggi, è stato interdetto per l'avvio dei lavori di bonifica mediante la messa in sicurezza permanente del sito. Lavori che grazie alla pagina Fb Acquario 2020 possono essere seguiti con aggiornamenti piuttosto costanti. Secondo il cronoprogramma, l'inaugurazione al pubblico dell'area è prevista per il primo agosto di quest'anno. In seguito a questi rallentamenti, che non hanno comunque compromesso l'operatività del cantiere, la data di apertura sarà rispettata? «La data di ultimazione dei lavori dipende anche dalle soluzioni progettuali che verranno adottate per risolvere l'imprevisto che sta rallentando le attività. Non appena avremo informazioni più dettagliate vi aggiorneremo», si legge sulla pagina social.«Il maltempo che ha colpito il nostro territorio in quei giorni si è abbattuto in special modo sui locali e sulle abitazioni più vicini al mare, che hanno vissuto molteplici allagamenti, seppur di diversa entità» ha ricordato il sindaco Laura Marzi. «Muggia ha una serie di fragilità e dopo quelle giornate di fortissimo maltempo, possiamo, purtroppo, annoverare fra queste anche Acquario: essendo composto da terreno limoso e argilloso proveniente dal fondo marino, ha assorbito una grande quantità d'acqua che il tiepido sole invernale e la poca bora non sono riusciti ad asciugare adeguatamente», puntualizza il sindaco. Tecnicamente, ciò ha reso impossibili le lavorazioni di stabilizzazione del terreno, dovendo tener conto dei vincoli previsti per un'area sottoposta a bonifica ambientale.«Gli ingegneri e i tecnici hanno valutato diverse soluzioni tecniche per risolvere la problematica emersa, nel frattempo in cantiere sono in ripresa tutte le lavorazioni possibili nonostante l'imprevisto che si è verificato. Chiaramente - conclude Marzi - vedere rallentare un cantiere per il quale si è tanto lottato e che stava procedendo addirittura meglio di quanto sperato non può che lasciare fortemente amareggiati, ma restiamo fiduciosi: non ci siamo risparmiati per poter restituire il prima possibile questa parte di costa ai muggesani e continueremo a portare avanti il nostro impegno con tenacia, auspicando che anche il tempo ci sia più amico». 

Riccardo Tosques

 

 

Domani in aula a Duino Aurisina le perplessità sulla centrale A2A

La commissione Ambiente esporrà al Consiglio le sue osservazioni sul progetto di riconversione del sito di Monfalcone

DUINO AURISINA. Si svolgerà domani sera alle 18, nell'aula del consiglio comunale di Duino Aurisina, la seduta congiunta dei capigruppo e della commissione Ambiente sull'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) al progetto di riconversione del sito della centrale termoelettrica della A2A Energiefuture a Monfalcone.Per il Comune di Duino Aurisina l'argomento è di notevole interesse, in quanto in linea d'aria l'impianto sarebbe molto vicino al territorio governato dall'amministrazione Pallotta e infatti la preoccupazione in seno al consiglio è notevole. «Su input dell'assessore all'ambiente, Massimo Romita - spiega Chiara Puntar, presidente della Commissione Ambiente - ho convocato la seduta congiunta per poter dare il nostro apporto, con osservazioni puntuali, circa i due procedimenti della centrale A2A di Monfalcone i cui termini scadono mercoledì per il rinnovo dell'Aia e il 13 aprile per la Via. La Energiefuture spa - prosegue - intende realizzare un nuovo impianto a ciclo combinato alimentato a gas naturale, creando anche un nuovo metanodotto a servizio dello stesso. Abbiamo analizzato la documentazione reperibile sul sito del ministero dell'Ambiente e ci siamo subito allertati, in modo particolare in conseguenza degli aspetti legati al territorio e all'ambiente che non devono essere sottovalutati».Prosegue poi Puntar: «Innanzitutto il metanodotto dovrebbe passare anche nella zona del Parco comunale del Carso di Monfalcone, istituto nel 2016 con legge regionale e con precise finalità di tutela naturalistica, di valorizzazione del territorio e di piena fruizione ambientale. Il tracciato dell'impianto pare sia in contrasto con questi obiettivi. Un secondo punto di immediata attenzione corrisponde ai camini ora attivi. Proprio per evitare l'ennesima elevazione di camini - aggiunge - si richiede che, in via prioritaria, siano smantellati quelli non utilizzati. Questo per limitare il già terribile impatto visivo. Obiettivo della seduta sarà pertanto fornire ancora una volta un contributo agli organi decisori, ricordando come la difesa dell'ambiente o deve essere sempre in cima alle nostre priorità, anche perché il nostro territorio è già martoriato da corridoi tecnologici. Sia nel 2006, sia nel 2013 - conclude - il consiglio di Duino Aurisina si è espresso per la riconversione, seppur parziale, esprimendo dubbi e perplessità».

U. Sa.

 

Skopje sorpassa i Paesi vicini e vara il piano "carbon-free"

Tra i progetti la dismissione della centrale a lignite di Bitola, fra le più inquinanti dei Balcani, e la conversione di una miniera in mega-parco solare

BELGRADO. Smog, livelli d'allarme crescenti, gente costretta a circolare solo con la mascherina nei giorni peggiori - in generale d'inverno -, persone con problemi di salute sempre più gravi, morti precoci (circa 1.600 all'anno), un danno al Pil tra il 5 e l'8%, proteste. E alla fine qualcosa si muove, nei Balcani, una delle regioni d'Europa e del mondo maggiormente afflitte dal problema inquinamento, causato in particolare da un uso massiccio del carbone per produrre energia. Carbone che diventerà un nero ricordo almeno in Macedonia del nord, nel giro di un decennio o poco più. Lo prevede una storica decisione del governo di Skopje, che ha adottato nei giorni scorsi una nuova "Strategia energetica nazionale" che renderà l'ex repubblica jugoslava il primo Paese balcanico "carbon-free". La strategia, ha illustrato il gruppo BankWatch, contempla vari scenari, tra cui quello più ottimistico contempla un'uscita totale dal carbone già nel 2025. Quelli più realistici si riferiscono invece alla «dismissione della centrale a lignite di Bitola», una delle più inquinanti degli interi Balcani, al massimo entro il 2040, mentre anche Oslomej, un impianto più piccolo e già sottoutilizzato, dovrebbe andare in pensione già nei prossimi anni. Come sostituire il carbone, la materia prima più usata nell'intera regione per riscaldamento e per la produzione di elettricità? Con una mossa davvero "green". Skopje infatti - oltre che un potenziamento dell'idroelettrico - progetta soprattutto di convertire una grande miniera di lignite a cielo aperto, quella di Oslomej, in un mega-parco solare, con una capacità di 120 Mw. Una prima frazione del futuro parco è già in costruzione e dà lavoro a tanti operai del carbone, oggi "riciclati" nel comparto delle rinnovabili. Solo parole vuote e promesse irrealizzabili? Non sembra: Skopje fa veramente sul serio e la Macedonia del nord veramente «diventerà il primo Paese» dell'area «a trasformare miniere di carbone in parchi solari», ha confermato la Energy Community europea. Skopje «ha compreso che la fine del carbone è vicina e ha preso l'iniziativa per salvaguardare la salute della sua gente, dell'economia e del clima», ha commentato Kathrin Gutmann, di Europe Beyond Coal. La strategia che sarà scelta per il "phasing-out" dal carbone entro l'anno deve essere la più «rapida» possibile, ha aggiunto. Felice anche Nevena Smilevska, di Eko-svest, che ha parlato di passo «forte» fatto dal governo. Ma non c'è solo Skopje. Anche il vicino Montenegro mira a salire dal 60 al 100% di energie rinnovabili nel giro di pochi anni, ha già informato tempo fa Podgorica, che lo scorso autunno ha cancellato il controverso progetto di potenziamento della super-inquinante centrale a carbone di Pljevlja, spostando fondi ed energie su eolico e solare.

Stefano Giantin

 

 

 

 

TriesteAllNews.it - DOMENICA, 1 marzo 2020

 

 

Arpa FVG, prime misurazioni delle nuove antenne con tecnologia 5G

Le prime misurazioni del campo elettromagnetico delle nuove antenne con tecnologia 5G evidenziano valori molto inferiori ai valore di attenzione e all’obiettivo di qualità previsto dalla normativa. Questo è il risultato delle indagini svolte nei giorni scorsi dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, Arpa, sulle prime installazioni attivate dai gestori. I primi impianti 5G realizzati in regione sono stati attivati a metà gennaio di quest’anno.
Come noto, l’installazione di ogni impianto radiobase è soggetto ad un parere preventivo di Arpa, che si esprime sulla compatibilità del progetto con i limiti previsti dalla normativa per la protezione della popolazione dalle esposizioni ai campi elettromagnetici. Le valutazioni di ARPA, inviate come previsto al Gestore e ai Comuni, considerano l’impatto massimo sia dell’impianto in progetto che degli impianti già presenti sul territorio, verificando il rispetto dei limiti di legge in tutti i punti accessibili dalla popolazione.

I risultati del parere (il primo per il 5G è stato emesso da Arpa a ottobre 2019) hanno evidenziato il rispetto dei limiti di legge in tutti i punti considerati con un valore di campo elettrico “calcolato” sempre inferiore ai 6 V/m, che rappresenta il valore di attenzione e l’obiettivo di qualità per il campo elettrico.
Si ricorda che il valore di attenzione e l’obiettivo di qualità sono i più cautelativi tra i limiti di legge, questi si applicano ai luoghi con permanenza superiore alle 4 ore giornaliere e alle loro pertinenze esterne, mentre i limiti di esposizione, pari a 20 V/m, 40 V/m e 60 V/m in relazione alla frequenza dell’impianto, si applicano a tutte le aree accessibili alla popolazione. Arpa ha anche effettuato misure “di fondo” del campo elettromagnetico (prima dell’installazione dell’impianto 5G) e misure post-operam a seguito della comunicazione dell’attivazione dell’impianto. Le misure sono visibili sul sito dell’Agenzia nella sezione “radiazioni/campi- elettromagnetici”.

Tutte le misurazione nell’area prossima agli impianti hanno evidenziato un campo elettrico compreso nel range 0,3-1 V/m, quindi molto inferiori al valore di 6 V/m.
I valori misurati evidenziano pertanto che l’impatto del 5G è attualmente molto basso rispetto alle altre tecnologie, o addirittura nullo, visto anche il poco traffico su tale tecnologia. Corre l’obbligo di ricordare che le valutazioni preventive sono solo una parte delle misurazioni effettuate dall’Agenzia per l’ambiente, in quanto, successivamente all’installazione di un impianto radiobase, il campo elettromagnetico viene verificato periodicamente. Se dovessero emergere dei superamenti dei limiti, si procede ad un risanamento così come previsto dall’attuale normativa.
Per quanto riguarda gli strumenti di misura riferiti alla tecnologia 5G, è da segnalare che l’Arpa del Friuli Venezia Giulia dispone già di tutta la strumentazione necessaria ad effettuare le valutazioni e le misure richieste. Nuove dotazioni verranno acquisite nei prossimi anni in accordo con i protocolli tecnici di valutazione e misura che verranno perfezionati dai gruppi di lavoro attivati in seno a Ispra e a SNPA, ai quali anche l’Arpa del Friuli Venezia Giulia partecipa attivamente.
[c.s]

 

 

Altra Economia - DOMENICA, 1 marzo 2020

 

A che punto siamo in Europa con l’eliminazione del glifosato
Da febbraio 2020, il Lussemburgo ha iniziato a ritirare dal commercio tutti i prodotti contenenti glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo. L’obiettivo del governo è proibirne la vendita dal prossimo 30 giugno e vietarne l’uso entro la fine dell’anno. Secondo quanto previsto dalle procedure dell’Unione europea, che autorizza l’uso del glifosato fino al 2022, il Granducato deve motivare la sua decisione che può essere presa su scala nazionale se si dimostra che esistono rischi per la salute e per l’ambiente. Quanto agli altri Paesi, la Germania ha annunciato la messa al bando dopo la fine del 2022. In Austria il Parlamento, dopo avere votato per il divieto nella fase in cui il Paese era senza governo, ha poi cambiato decisione. Introdotto negli anni Settanta, il glifosato è da tempo al centro delle critiche degli ambientalisti che lo considerano una delle cause dello sterminio delle api. Secondo un rapporto dell’Agenzia per la ricerca sul cancro, pubblicato sulla rivista Lancet, ci sarebbe una correlazione tra l’uso del glifosato e il manifestarsi di malattie come il linfoma di non-Hodgkin.

 

 

La “scienza dei cittadini” per misurare la qualità dell’aria
UN ESEMPIO DI CITIZEN SCIENCE È LA LA RETE LUFTDATEN CHE IN EUROPEA CONTA 12MILA CENTRALINE (intervista al prof. Mario Mearelli)
Coinvolgere gli abitanti nei controlli creando una “rete della qualità dell’aria” dal basso è un modo per sensibilizzare le istituzioni e i media per un cambiamento urgente in materia di inquinamento. I casi di Trieste, Milano, Roma e Brescia.

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Elena Paparelli

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 1 marzo 2020

 

 

Scatta l'ordinanza salva-rane tra San Dorligo e Caresana

In questo periodo gli anfibi attraversano le stradine della zona per deporre le uova nelle pozze: gli automobilisti sono invitati a evitarle o per lo meno a stare attenti

SAN DORLIGO. Scatta l'avviso "salva rane e rospi" nella vallata del Breg. Come ogni anno, infatti, in questa stagione, con l'approssimarsi del periodo primaverile, nelle campagne  fra San Dorligo della Valle e Caresana, inizia la migrazione per decine di migliaia di rospi e rane che si dirigono verso gli stagni della zona per deporre le loro uova. Si tratta di un fenomeno che affonda le sue origini molto lontano nel tempo, perché la vallata fra San Dorligo della Valle e Caresana è sempre stata caratterizzata da un clima particolarmente favorevole alla riproduzione di questi anfibi: in varie specie di ranidi, infatti, gli adulti cacciano le loro prede soprattutto nella zona di transizione fra terra e acqua, muovendosi agilmente in entrambi gli ambienti. Le rane in particolare si recano in acqua soltanto per la riproduzione e depongono le uova in pozze temporanee. «Queste antiche rotte migratorie - si legge però in un comunicato diffuso dall'amministrazione comunale di San Dorligo della Valle - sono oramai interrotte e attraversate da strade asfaltate e il traffico automobilistico causa ogni anno vere e proprie stragi di questi animali considerati molto preziosi. La loro migrazione - prosegue la nota - è un segnale che alimenta ottimismo e speranza. Significa infatti che il territorio fra San Dorligo della Valle e Caresana mantiene intatto il suo valore naturale, che vi possono convivere uomini e animali e che le tradizionali pratiche agricole locali si integrano ancora bene con quella biodiversità oggi minacciata. Rane e rospi poi - si sottolinea nel documento - nutrendosi di insetti nocivi alle colture sono ottimi alleati dei contadini».«Invitiamo perciò gli automobilisti a scegliere, se possibile, strade alternative per i loro spostamenti - così l'invito del Comune - in modo da agevolare il lavoro di tutti i volontari che percorrono, soprattutto di sera, quelle stesse strade a piedi, per favorire il passaggio degli animali».Nel testo dell'amministrazione di San Dorligo della Valle si precisa anche che le migrazioni avvengono specialmente nelle prime ore dopo il crepuscolo, fra le 18 e le 22, soprattutto nelle serate umide e piovose. «Automobilisti disattenti - conclude la nota - possono schiacciare e distruggere, in pochi minuti, con il loro transito, anche numerose centinaia di esemplari. Per questo motivo invitiamo tutti coloro che dovranno raggiungere le zone indicate negli orari di maggiore affluenza di questi piccoli anfibi a prestare la massima attenzione possibile».Del tema si è sempre occupata anche l'Associazione di volontariato "Tutori stagni" del Friuli Venezia Giulia, per l'organizzazione delle attività di quanti si prestano ad aiutare la migrazione, presidiando i punti di attraversamento. L'invito a quanti vorranno partecipare è di indossare giubbotti che garantiscono la visibilità al buio e di dotarsi di torce. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.tutoristagni. it.

Ugo Salvini

 

 

Dentro i "buchi neri" di Trieste c'è uno spreco di risorse pubbliche - la lettera del giorno di Franco Rotelli

Nel corso dell'affollato incontro di venerdì 21, " I buchi neri e le strategie per lo sviluppo della città", organizzato da "Un'altra città" al Teatro Miela, l'architetto Roberto Dambrosi ha presentato, per conto dell'associazione, un efficace (dirompente?) dossier relativo agli spazi ed edifici pubblici in degrado o in abbandono che, nel loro insieme, superano superfici e cubature del Porto vecchio. Sul perché di tanti "buchi neri", Gianfranco Carbone era intervenuto il giorno precedente su "Il Piccolo" collegandoli al mancato sviluppo demografico ed economico della città. La sua tesi è che queste ultime condizioni determinano la carenza di interventi imprenditoriali privati e da qui i buchi neri che non potrebbero certamente essere "aggrediti" dal "pubblico" date le scarse risorse finanziarie di cui dispone. A me sembra che, le responsabilità della classe politica e delle amministrazioni pubbliche che si sono succedute siano invece del tutto prevalenti sia sulle cause che sulle possibili soluzioni. L'elenco dei fatti da citare sarebbe lunghissimo. Dallo spreco di risorse per allestire piazze orribili come Goldoni e Perugino a Dipiazza che dice: "quelle si trovano" , per immaginare la riconversione della caserma di Via Rossetti in polo scolastico per cinquemila studenti (! ) che moltiplicherebbe solo i "buchi neri" dove ora sorgono le scuole della città. Ma Carbone ricorderà benissimo che, per responsabilità tutte politiche, il progetto Polis, che avrebbe consentito di creare un centro direzionale a cui le Generali avrebbero conferito risorse e migliaia di posti di lavoro (finiti poi a Mogliano Veneto), venne a cadere per precise ed esclusive responsabilità politiche. Analoga politica ha poi messo a capo dell'Ente Porto per anni un professore di Anatomia e poi, a dire di tanti, una inadeguata Presidente. Per quanti decenni la classe politica non ha saputo scegliere sul destino di Porto vecchio! E oggi? Dal mio piccolo osservatorio del comprensorio di S. Giovanni vedo un edificio comunale (Ralli) perfettamente ristrutturato a spese milionarie sostenute dalla Regione e lasciato inutilizzato da anni. Vedo un altro in cui i lavori di restauro, finanziati, stanno durando da più di un decennio (istituto tecnico Ziga Zois). Ne vedo altri che hanno beneficiato di un ingente finanziamento a favore dell'Università e che continuano a non vedere l'avvio dei lavori. Ma perché tutto è fermo dove stava la sede della Polstrada a Roiano? Perché a seguito del fallimento della ditta che aveva acquistato l'area della Maddalena, il pubblico non poteva recuperare quell'area per un grande parco? Perché non si sarebbero trovate le risorse? O solo per ignavia? Quanto è costato l'infinito Magazzino 26 in Porto vecchio, per quanti anni inutilizzato? Perché la Stazione Marittima è praticamente inutilizzata per la funzione convegnistica che doveva svolgere? E perché il Molo Quarto è stato ristrutturato per essere lasciato vuoto? Quanto a Cattinara facciamoci auguri o scongiuri. I soldi c'erano tutti! Vogliamo continuare?

 

 

SEGNALAZIONI - Ambiente - "Un albero,un nato"

Leggo nell'edizione del 14 febbraio l'articolo intitolato "Pochi spazi per alberi, il tema sotto la lente" a firma di Luigi Putignano. Premetto che non finisco mai di stupirmi con quanto poco approfondimento, da parte di vari proponenti, si affrontino temi già discussi e ridiscussi nella nostra città. Nel mio passato di amministratore pubblico, ho sempre cercato di documentarmi e talvolta richiedevo dei più o meno corposi dossier sui temi da trattare, al fine di aumentare la conoscenza e la consapevolezza per prendere delle decisioni, che potevano anche non essere condivise nell'immediato, ma rientra nel ruolo dell'amministratore assumersi le responsabilità della realizzazione dei progetti e sottostare al giudizio dei posteri. Alla premessa mi riallaccio all'articolo citato, che richiama la legge dello Stato del gennaio 2013 che obbliga i Comuni superiori ai quindicimila abitanti a piantare un albero per ogni bambino nato, per far presente che già nel 1996, allora assessore nel Comune di Trieste, introdussi l'iniziativa di "un albero un nato", facendo riferimento ad una poco conosciuta legge dello Stato del 1992. Fino alla fine del mio mandato si piantarono alberi ad ogni nato nel Comune di Trieste, iscrivendo sul certificato del nuovo nato il luogo e l'essenza dell'albero messo a dimora. Tutto ciò lo si fece con non poca difficoltà nel trovare dei luoghi adatti alla piantumazione, infatti Trieste è molto antropizzata e se non fosse per l'area verde del "Boschetto", ci sarebbero ben pochi metri quadrati per abitante (oggi circa 22 mq/ab.) Undici anni dopo, nel 2007, in qualità di presidente della commissione legislativa della Regione Friuli Venezia Giulia, durante la discussione di una legge regionale in materia di risorse forestali, proposi un emendamento (art. 31 comma 2 lettera (e) della legge 9 dl 2007) che prevedesse l'obbligo da parte dei Comuni, di messa a dimora di un albero per ogni nato. La morale è che ad oggi questo obbligo viene rispettato solo da pochi Comuni della Regione; apparentemente può sembrare una piccola cosa, invece ha un grande significato pedagogico, oltre che accrescere la consapevolezza di quanto importanti siano gli alberi, non tanto per la terra, ma per l'uomo. Cordiali Saluti

Uberto Fortuna Drossi

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 29 febbraio 2020

 

 

Riparte dopo 6 anni la storica Transalpina Treni pronti a salire dalle Rive a Opicina

Domani il giorno del ritorno in esercizio, la prossima settimana gli ultimi collaudi sui 14 chilometri da Campo Marzio al Carso

A distanza di 114 anni dall'inaugurazione, che nel luglio 1906 ebbe ospite d'onore l'arciduca Francesco Ferdinando, la ferrovia Transalpina non ha alcuna intenzione di disarmare, anzi, dopo alcuni anni di lavori costati 9 milioni di euro, è pronta a sentire sferragliare treni merci e passeggeri. Quando dell'opera si parlò l'ultima volta nell'agosto 2018, la previsione di fine lavori fissava l'appuntamento nel primo semestre 2019, quindi si registra uno slittamento di quasi un anno. Comunque fonti di Rete ferroviaria italiana (Rfi gruppo Fs)) annunciano che domani domenica 1° marzo la tratta tra Trieste Campo Marzio e Villa Opicina tornerà in esercizio. Nel corso della prossima settimana le ultime corse-prova, a cura di Adriafer, verificheranno dal punto di vista tecnico la tenuta dell'intervento che ammoderna i 14 chilometri tra i 3 metri sul livello del mare (slm) di Campo Marzio "smistamento" e i 310 slm di Opicina. L'utilizzo era stato sospeso nel giugno del 2014 a causa di alcuni cedimenti rilevati nelle gallerie. Rfi aveva allora deciso di un restyling radicale, tale da consentire al binario di accompagnare anche il traffico merci e non solo i trenini storici. Il rientro in attività della Campo Marzio-Opicina rappresenta, nella strategia territoriale delle Fs, un'alternativa che intende evitare ingorghi sulla Treste-Venezia da/per il Bivio di Aurisina: locomotori e convogli "leggeri" potranno arrampicarsi lungo la pendenza del 25 per mille. La riedizione della tratta è stata pensata soprattutto in funzione dei traffici portuali. Ciò non esclude che tornino in onda i convogli d'epoca a scopo turistico. Sarà la Fondazione Fs, che sta provvedendo al recupero della stazione di Campo Marzio, a mettere a punto il cartellone: al momento non è dato sapere quando i "passeggeri" andranno a spasso nel Carso, poichè - secondo voci di Rfi - nel 2020 le iniziative si concentreranno sulla Gemona-Sacile.Il viaggio mare/collina supera la galleria di San Giacomo, sfiora la stazione di Rozzol-Montebello, attraversa la galleria Revoltella, tocca la stazione di Guardiella, sale a Pischianzi e approda a Opicina. E'un segmento lungo 144 chilometri della Trieste-Jesenice, a sua volta una parte della Transalpina, che ai primi del Novecento venne realizzata come alternativa statale alla privata Südbahn.Una volta fuori dal territorio nazionale, il percorso ferroviario attraversa l'Isonzo sul ponte di Salcano, corre lungo il traforo di Piedicolle, tocca San Daniele, Montespino, San Pietro prima di giungere a Nova Gorica. Una vita tormentata perchè la Transalpina era stata costruita interamente all'interno dell'Impero Asburgico, per cui, già dopo la Prima guerra, dovette affrontare la frammentazione della proprietà e dell'esercizio. L'intervento si suddivide - spiegano le fonti di Rfi - in quattro tipologie di lavori: 2,1 milioni hanno finanziato l'armamento (rotaie, scambi, traversine, massicciata); 4 milioni hanno provveduto alla trazione elettrica con manutenzione straordinaria, rinforzi sui blocchi ammalorati, nuova linea di contatto a 440 mmq; 450.000 euro agli impianti di segnalazione per attivare il cosiddetto "blocco contassi" in sostituzione del blocco elettrico manuale; 2,4 milioni di investimenti edili sul consolidamento delle scarpate, la messa in sicurezza delle volte delle gallerie, il taglio della vegetazione, la pulizia delle canalette lungo la linea, la sistemazione dei manufatti. Tutto a posto? Quasi. E'indubbio che il recupero della stazione di Campo Marzio e la riattivazione del binario siano belle operazioni sotto il duplice aspetto logistico e turistico. Però resta la perplessità sulle antiche stazioni lungo il tragitto. Soprattutto Rozzol-Montebello, oggi proprietà dell'imprenditore veneto Claudio De Carli, che l'aveva comprata da Fs a 2,5 milioni e che un anno e mezzo fa era disposto a ritornarla al proprietario pubblico per 800.000 euro. La graziosa stazione casca a pezzi nel degrado e nella sporcizia. Chissà cosa ne penserebbero i turisti in transito. 

Massimo Greco

 

 

Ferriera, intesa trovata su cassa integrazione e lavoratori interinali - estese le misure di tutela

Ventiquattro mesi di cassa integrazione straordinaria dal primo aprile di quest'anno fino al 31 marzo 2022 per i 450 lavoratori di Acciaieria Arvedi e i 36 dipendenti di Siderurgica Triestina. In più c'è la disponibilità dell'azienda a mettere in sicurezza i 66 lavoratori assunti con contratto in somministrazione, per i quali verrà attivato un fondo di solidarietà, come richiesto dalle sigle sindacali. Ecco gli esiti dell'esame congiunto sulla Ferriera di Servola che si è tenuto ieri pomeriggio nella sede regionale di via San Francesco tra le proprietà aziendali, le sigle sindacali, le Rsu e Confindustria Venezia Giulia, alla presenza dell'assessore regionale al Lavoro Alessia Rosolen. Determinante, per estendere le misure di tutela ai 66 lavoratori interinali, la disponibilità della proprietà a prorogare al 30 aprile 2020 i contratti in essere. Sul punto, la Regione ha espresso soddisfazione e posto l'accento sulla centralità del ruolo dell'amministrazione regionale per garantire tutele occupazionali a tutti i lavoratori, compresi gli assunti con formule diverse dai contratti a tempo indeterminato. «Al di là dell'accordo sindacale sulla cassa integrazione, che ha costituito la tappa di un percorso già delineato, credo vada rimarcata l'importanza dell'intesa sul contratto dei lavoratori somministrati - sottolinea l'assessore Rosolen -. Così sarà possibile estendere anche a loro quelle misure di ammortizzazione sociale che altrimenti non ci sarebbero state. Ricordiamo, inoltre, che sono già stati presi in carico dai nostri centri per l'impiego. Insomma, è stato fatto tutto il possibile per tutelarli». «Positivo il fatto che stia proseguendo l'impegno che coinvolge le sigle sindacali e la Regione. Ma soprattutto è importante l'estensione fino a tutto il mese di aprile del rapporto di lavoro per gli interinali - rimarca Umberto Salvaneschi della Fim Cisl -. A questo punto speriamo che l'accordo di programma venga completato e chiuso in maniera positiva e che per gli stessi interinali si trovino delle soluzioni per un percorso di continuità lavorativa, soprattutto a beneficio dei più giovani che si trovano ora davanti a un futuro incerto». «La prossima settimana - afferma Antonio Rodà della Uilm - ci troveremo con l'azienda per discutere del piano di rotazione dei lavoratori. Intanto apprezziamo che per gli interinali sia stata conferma la volontà di prorogare il contratto fino al 30 aprile. Allungando la durata dei contratti dei lavoratori interinali si potrà anche attuare l'intervento del fondo di solidarietà per gli stessi interinali».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 28 febbraio 2020

 

 

L'ex hotel Obelisco aggiudicato all'asta Per il Carciotti invece altra fumata nera

Assegnazione provvisoria della struttura di Opicina al trio Ritossa, Pedone e Diasparra per un milione e 125 mila euro

Una notizia buona e una cattiva. Come nelle barzellette. Al triplice fischio finale il derby degli immobili belli e impossibili è terminato 1 a 1.Iniziamo dalla lieta novella: l'ex hotel Obelisco di Opicina, dopo 35 anni dalla chiusura e dopo un decennio di vani tentativi di vendita, è stato aggiudicato in via provvisoria nell'asta svoltasi ieri pomeriggio alle ore 15 a Segrate, al prezzo-base di 1.125.000 euro, più o meno un quarto della quotazione stimata nel 2010.A comprare l'obliata struttura alberghiera, disegnata da Gae Aulenti negli anni Settanta, il triumvirato composto da Gabriele Ritossa, Alessandro Pedone, Alberto Diasparra soci paritari nella Ferret, la società che ha messo a segno l'ex Filodrammatico in via degli Artisti e l'ex torre Telecom in via dei Bonomo al Giulia. Più correttamente, Ferret ha utilizzato, nel definire l'operazione, la controllata "Fur veicolo 4" srl.La cattiva: la fumata nera si è ancora levata da palazzo Carciotti, perché nessuna offerta è pervenuta ieri in Comune entro il termine fissato delle ore 12.30, per cui stamane alle ore 10.30 non vi sarà naturalmente alcuna apertura di busta. Nel caso del grande stabile neoclassico sulle Rive, progettato da Matteo Pertsch, il prezzo partiva da 14,9 milioni di euro. Torniamo in terra lombarda. A organizzare l'asta, con cui è stato alienato il complesso "ex park hotel Obelisco", è stata la Sivag, società del Tribunale di Milano, nella sede di via Milano 10 a Segrate. Su indicazione dei curatori del "fallimento Gladstone" Patrizia De Cesari, Giorgio Canova, Andrea Carlo Zonca. L'avvocato De Cesari ha spiegato al telefono che l'aggiudicazione è ancora provvisoria, perché, secondo l'articolo 107 comma 4 della Legge fallimentare, «il curatore può sospendere la vendita ove pervenga offerta irrevocabile d'acquisto migliorativa per un importo non inferiore al dieci per cento del prezzo offerto». Per cui eventuali interessati sono ancora in tempo a farsi vivi presentando una proposta perlomeno pari a 112.500 euro, più ovviamente 1.125.000 euro: niente pronostici sulle tempistiche. Prudente, in attesa di conoscere l'esito finale, anche il portavoce dell'acquirente. Filippo Facile, amministratore unico di Ferret, preferisce tenersi largo sul futuro dell'ex albergo. «Due idee finora sul tavolo - dice -: il ripristino dell'hotel o, in collaborazione con Zaffiro (società del gruppo Ritossa, ndr), la realizzazione di una casa di riposo. Comunque la metratura disponibile è notevole e consente ampie opportunità di lavoro». Ricordiamo che Gabriele Ritossa (da solo) ha di recente acquistato l'antico stabile comunale di via dell'Ospitale, attiguo all'ex Distretto, anch'esso proprietà dell'imprenditore triestino, intenzionato a riconvertire il complesso in un sito recettivo. Contrariamente alle previsioni della vigilia, non hanno partecipato alla gara i fratelli italo-austriaci Franz Christian e Paolo Zotti, che in un primo tempo sembravano convinti del blitz sul Carso. Gli Zotti, con la controllata BZ Hotels, dopo aver lanciato il Laguna gradese, hanno comprato il palazzo dell'ex Intendenza in largo Panfili, con l'obiettivo di trasformarlo nel più grande "4 stelle" giulio-friulano, che sarà gestito dalla Marriott. Pare che le pesanti ricadute del coronavirus sul comparto alberghiero abbiano persuaso i fratelli a non spingere l'acceleratore in direzione di Opicina. L'Obelisco ha una lunga storia alle spalle. Nella vecchia stazione di posta ottocentesca Francis Richard Burton, 130 anni orsono, tradusse dall'arabo "Le mille e una notte". Gae Aulenti, come già ricordato, ha progettato nell'era Settanta l'albergo che chiuse a metà anni Ottanta. Da allora 8000 metri quadrati di struttura edificata, 6000 mq di piscina e tennis, 30.000 mq di parco sono rimasti ad aspettare che qualcuno resuscitasse il rudere. L'Obelisco era entrato nel patrimonio della "Gladstone", società partecipata da Norman95, gestione immobiliare facente capo a Massimo Cimatti e Corrado Coen.Prima e dopo il fallimento si sono succeduti i tentativi di vendita, partiti da un valore di 4,6 milioni e scesi fino al milione 125.000 euro dell'aggiudicazione provvisoria di ieri. Niente di nuovo sul fronte del Carciotti, come intitola un best seller della letteratura comunale. I bookmakers londinesi avrebbero quotato altissima l'eventualità di una vendita, sulla quale lo stesso vertice municipale nel pre-partita aveva espresso vive perplessità. Anche la quarta asta, a 14,9 milioni, ha fatto cilecca. L'assessore Lorenzo Giorgi e il direttore dei Lavori pubblici Enrico Conte hanno riferito al sindaco Dipiazza, che li ha autorizzati a cambiare rotta. Basta con inutili aste che sembrano un'offensiva della Prima guerra mondiale, avanti con l'attuale quotazione ma con un diverso strumento: l'accordo di programma tra pubblico e privato, che specificherà cosa effettivamente potrà fare l'investitore. Senza attendere il Piano particolareggiato del centro storico. 

Massimo Greco

 

 

Una scia di plastica sulla spiaggia protetta - la riserva WWF

Una lunga scia bianca che attraversava tutto il bagnasciuga: si presentava così, ieri, la spiaggia protetta della riserva di Miramare, uno dei luoghi più suggestivi e incontaminati del lungomare triestino. Di suggestivo, la scia bianca, non aveva proprio niente: si trattava di una serie di frammenti di macro e microplastiche. «Polistirene, poliuretano espanso, frammenti di schiume isolanti e di gommapiuma, fibre, tappi e bottiglie di plastica, cartine di caramelle, mozziconi di sigarette - precisa la pagina Facebook dell'Area protetta -. Sono i rifiuti che il mare riporta a riva, sono solo la punta dell'iceberg delle tonnellate di plastica che ogni giorno si riversano nei nostri mari». Ieri lo staff Wwf Oasi ha provveduto a ripulire la spiaggia dai frammenti più grossolani. «Ma tutti noi possiamo fare molto di più, a partire dalle nostre scelte quotidiane».

 

La strada per Gropada invasa da un ammasso di rifiuti ingombranti - la scoperta delle guardie forestali

TRIESTE. La strada tra il cimitero di Basovizza e Gropada ostruita da un ammasso di mobili. È una situazione al limite dell'inverosimile quella che si è presentata ieri mattina sull'ex Provinciale dell'altipiano carsico. Durante una normale ricognizione da parte della Stazione di Trieste del Corpo forestale, le "guardie" si sono appunto imbattute inaspettatamente in una montagna di rifiuti ingombranti abbandonati proprio lungo la strada, rendendola quasi inaccessibile. Un divano, un forno e altri mobili ostruivano di fatto il passaggio lungo l'arteria stradale. Sul posto è poi arrivata la Polizia locale che ha constatato la situazione paradossale. L'intervento di rimozione e pulizia è stato immediato ed è stato portato avanti da Fvg Strade. Da quanto poi appurato, pare che inizialmente i mobili fossero stati accatastati da ignoti lungo il bordo della strada nel pomeriggio precedente. Molto probabilmente, dunque, durante la notte qualche residente, infastidito dalla situazione, ha deciso di spostare l'ammasso di rifiuti in mezzo alla strada cercando di lanciare un chiaro e inequivocabile messaggio: portate via questi rifiuti da qui.

Ri.To.

 

 

Il bike sharing conquista la città - Abbonamenti a quota tremila

La stazione più gettonata è quella di piazza Oberdan, seguita da via Rossetti Undicimila gli utilizzi, nel 94% dei casi per tragitti brevi. Ipotesi potenziamento

Triestini sempre più appassionati del bike sharing BiTS, il sistema di noleggio bici in autonomia installato a Trieste all'inizio di febbraio, grazie alle stazioni dislocate in diverse zone della città. C'è chi lo usa ormai quotidianamente per recarsi al lavoro o all'università o semplicemente per spostarsi nel centro cittadino, e chi sceglie il week end, lasciando fermi auto e scooter, per godersi le strade da una diversa prospettiva E il Comune di Trieste annuncia di aver partecipato a un bando per incrementare ulteriormente il servizio. Finora sono 3000 gli abbonamenti registrati, circa 11 mila gli utilizzi e, di questi, il 93% ha una durata inferiore alla mezz'ora, sia perché i primi trenta minuti sono gratuiti, sia perché i tragitti scelti da chi pedala sono di solito brevi. Molti, come detto, utilizzano il mezzo per spostarsi da casa al lavoro e viceversa. Il 4% ha trascorso in sella più di mezz'ora, il 3% più di un'ora, come chi, negli ultimi fine settimana, ha scelto di raggiungere il lungomare barcolano in modo "green". La stazione più frequentata è quella di piazza Oberdan con il 14,6%, segue la postazione a pochi passi dal Teatro Rossetti al 13,9%,, poi piazza Libertà con il 13,2%, Stazione Rogers con il 11,4%. E ancora piazza Hortis (11,1%), il Teatro Romano (10,8%), la Stazione Marittima (10,6%), Barcola (8,4%) e, fanalini di coda, via Cumano e Bovedo, al 3%.Le istruzioni da seguire per le bici normali o elettriche sono semplici, illustrate sui pannelli presenti in ogni stazione. Il metodo più immediato per attivare la due ruote è quello di scaricare l'app sul telefonino.«Sono diversi i soggetti pubblici e privati interessati all'ampliamento del sistema attuale - anticipa l'assessore comunale al Territorio Luisa Polli -. Intanto nel breve periodo è prevista l'implementazione del sistema con due ciclostazioni aggiuntive all'interno dell'area del Porto Vecchio, una in corrispondenza della nuova rotatoria in viale Miramare e l'altra nei pressi del Magazzino 28 (nell'ambito del progetto europeo Civitas Portis). Ritenendo fondamentale cercare di accedere a tutte le opportunità di finanziamento su bandi nazionali e europei - annuncia - abbiamo partecipato a un bando per la richiesta di un contributo nell'ambito del "Programma di incentivazione della mobilità urbana sostenibile (PrIMUS), per la creazione di dieci aree di sharing mobility sul fronte mare e siamo in attesa dell'esito».E sui social continuano i suggerimenti dei cittadini, che indicano al Comune nuovi punti da inserire, come il parco di Miramare, quello di San Giovanni o la zona dello stadio. Segnalazioni che l'assessore terrà in considerazione: «È intenzione dell'amministrazione comunale sperimentare il servizio di bike sharing per almeno sei mesi, raccogliere nel frattempo eventuali richieste e successivamente studiare soluzioni di implementazione del sistema - sottolinea la Polli -, prevedendo ciclostazioni aggiuntive e l'eventuale ampliamento di quelle esistenti. Il tutto tenendo conto dell'indice di gradimento del servizio, delle criticità rilevate e delle previsioni del Biciplan in fase di redazione».

Micol Brusaferro

 

Bici abbandonate: il fenomeno torna d'attualità - le regole ribadite dalla polizia locale

Biciclette ormai senza gomme, prive di sellino, invase dalla ruggine. Le segnalazioni alla Polizia locale, per la rimozione di mezzi dimenticati e in cattivo stato, sono frequenti da parte dei cittadini. Tra le zone dove i "cicli" vengono abbandonati, probabilmente perché rotti e quindi inutilizzabili, c'è per esempio l'area della stazione ferroviaria, ma non mancano "eredità" nemmeno tra gli stalli regolari, dove però della bicicletta è rimasto, talvolta, solo il telaio. Altre sono assicurate con catene o altri tipi di antifurto a pali o ringhiere, e - se lasciate per lungo tempo sulla strada - finiscono comunque per subire danni o furti. Sulla pagina Fb "Agente Gianna", da ieri, si ribadiscono le modalità con le quali le bici vengono tolte dal suolo pubblico, con riferimenti anche agli ultimi casi che hanno richiesto l'intervento dei vigili. «Alcuni cittadini avevano segnalato il problema, la Polizia locale ha preso in carico la richiesta e si è attivata subito. Tre biciclette sono state ritrovate in stato di abbandono in via Montorsino», si legge: «Erano lì da un po' di tempo nella medesima posizione, da oltre sei mesi, e in cattivo stato di conservazione. Con il Regolamento di polizia urbana il problema è stato risolto. L'articolo 6 vieta l'abbandono di velocipedi sulla pubblica via: prevede una sanzione di 100 euro ma, ben più importante, la possibilità di togliere il mezzo dalla strada. Gli operatori, dalla presa in carico delle segnalazioni fino alla rimozione delle bici, hanno programmato costanti passaggi per accertare che esse non fossero affatto usate: trascorsi i prescritti 60 giorni di inutilizzo hanno potuto raccogliere le tre biciclette. Essendo legate abusivamente ad un manufatto di proprietà del Comune di Trieste si è proceduto, per la rimozione delle stesse, al taglio della catena antifurto». Risalire al proprietario per la multa appare difficile, se la bici poi non viene reclamata. Rischia quindi di vederla sparire chi la lascia parcheggiata magari per mesi senza usarla. L'inevitabile usura legata agli agenti atmosferici può così far scattare la segnalazione da parte dei residenti e da chi frequenta la zona, come spesso accade. Ma la Polizia locale è attiva anche su un altro fronte: recuperare bici lasciate in giro che possono però risultare rubate, come accaduto a gennaio per un mezzo recuperato in via San Marco. E pure in qualche altro caso è stato pubblicato un annuncio, con tanto di foto, sulla pagina "Agente Gianna", per tentare di restituirla al legittimo proprietario.

Mi.Br.

 

Intanto è cicloturismo-mania - Ecco le mete più apprezzate - Sempre più triestini scelgono di "viaggiare pedalando"

«Il cicloturismo è in aumento in tutta Europa, anche in Italia e a Trieste. Si sceglie di viaggiare sempre più pedalando, anche per lunghe vacanze all'estero». Luca Mastropasqua, presidente della sezione locale di Ulisse Fiab, ricorda come la due ruote sia ormai ampiamente utilizzata dai triestini anche per scoprire nuove destinazioni in modo lento, apprezzando paesaggi e itinerari senza fretta. «Con la nostra associazione ne abbiamo in programma due quest'anno - ricorda - un giro in Dalmazia e poi uno nell' Algarve, in Portogallo, entrambi dureranno una settimana. Si tratta di una tipologia di spostamento che raccoglie sempre più appassionati e di solito la bici si noleggia dopo aver raggiunto la meta, ma capita anche chi preferisce portarsi il proprio mezzo con sé, su auto o camper. È più comodo comunque affittarla direttamente sul posto, come d'altra parte suggeriscono molte agenzie di viaggio, che organizzano tour e proposte di questo tipo». La bici viene anche caricata sul treno, per chi sceglie poi di rientrare pedalando, sfruttando, dove possibile, le piste ciclabili, o sul traghetto, per esplorare isole piccole o grandi. Tra i tragitti più amati dai triestini c'è la Parenzana, mentre all'estero l'Olanda resta una delle nazioni più gettonate per viaggi tra grandi città e piccoli paesi, nel verde o nelle fioriture dei tulipani, grazie ai tanti itinerari, promossi e raccontati anche sul web. E ancora molto apprezzata è l' Austria, anche qui tra i tanti spazi verdi e pianeggianti. Per ogni località, tra agenzie o internet, viene solitamente indicata la difficoltà, il tipo di bici consigliata, la durata stimata del tour e anche la possibilità di pernottare lungo il percorso.

Mi.B.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 27 febbraio 2020

 

 

Settecento lattine di birra abbandonate sulla strada Arriva la multa di 100 euro

I contenitori, vuoti, erano stati lasciati vicino ai cassonetti della raccolta rifiuti. Il colpevole sorpreso dalla Polizia locale: «Avevo deciso di pulire casa...»

Gli piace la birra, non c'è dubbio. E probabilmente pure collezionare le lattine vuote. Solo che tutto a un tratto ha deciso di buttar via tutto, ma senza usare gli appositi contenitori. Se l'è cavata con una multa di 100 euro l'allegro bevitore che l'altro ieri pomeriggio ha lasciato per terra, in strada, accanto ai cassonetti delle immondizie, ben 30 casse di birra. Dentro c'erano circa 700 lattine. È accaduto in largo Barriera tra gli sguardi sbigottiti dei passanti. Anche perché pochi passi più avanti c'erano i contenitori dell'indifferenziata: pure quelli per la raccolta del vetro e dell'alluminio. L'insolito episodio è stato notato anche da una pattuglia delle Guardie ambientali della Polizia locale. L'uomo è un privato cittadino che non gestisce alcuna attività di ristorazione. Né in zona né altrove. Fermato dagli agenti della municipale, il diretto interessato ha risposto così: «Dopo un anno avevo deciso di fare un po' di pulizia in casa...». Insomma, quelle 30 casse di birra, che il cittadino avrebbe potuto gettare nel cassonetto del vetro e dell'alluminio (magari un po' per volta) le aveva bevute tutte lui. Non si sa in quanto tempo esattamente, anche se l'uomo sostiene che le 700 lattine sono state accumulate grosso modo nel giro di un anno (una media di due al giorno se è vero quanto dichiarato). In ogni caso il responsabile è stato sanzionato secondo quanto regolamentato dall'articolo 16 comma 3 lettera "a" del Regolamento di gestione rifiuti urbani e pulizia del territorio: come accennato, una sanzione da 100 euro tondi.

G.S.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 26 febbraio 2020

 

 

Sistiana apripista col punto di consegna dell'olio vegetale - LA NOVITA' IN TEMA AMBIENTALE

DUINO AURISINA. Inaugurato, a Sistiana, nell'isola ecologica, il primo punto di consegna per l'olio vegetale. A breve, ne saranno installati altri a Duino, ad Aurisina e al Villaggio del Pescatore. L'olio di questo tipo, dopo l'uso domestico, viene riutilizzato per la produzione di oli lubrificanti per motore, cementi, asfalti e bitumi, biodiesel per trazione. La sua raccolta consente un risparmio energetico e aiuta a salvaguardare l'ambiente, evitando l'inquinamento dei fiumi e il sovraccarico dei depuratori. A decidere di dotarsene è stata l'amministrazione comunale, di concerto con la Isontina ambiente. «Era uno dei traguardi che ci eravamo prefissati - hanno detto il sindaco Daniela Pallotta e l'assessore Massimo Romita - e vogliamo sviluppare altre azioni di salvaguardia. L'installazione di quattro contenitori da 200 litri ciascuno per l'olio vegetale - hanno continuato - deriva dalla necessità di dare risposte a esigenze della cittadinanza».

U.Sa.

 

Il team Sos Carso a Prosecco: grotta liberata da chili di rifiuti

Volontari impegnati per 6 mesi e una ventina di uscite Recuperati pneumatici, forni, lavatrici, una lattina del 1978 e una spilla della Guardia civica

PROSECCO. «Sapevamo ci fosse una grotta qui sotto da un vecchio rilievo fatto nel 1923 trovato nel catasto grotte regionale». Inizia così il racconto di Cristian Bencich, il cofondatore e portavoce di Sos Carso, l'associazione ambientalista triestina reduce da una nuova impresa di stampo ecologico. «Dopo sei mesi di lavori, costituiti soprattutto da scavi e dalla conseguente raccolta di una grossa quantità di rifiuti estratti dalla cavità, finalmente abbiamo riaperto la caverna chiusa da oltre 60 anni presente nella Grotta vicina al centro del paese di Prosecco», spiega Bencich. All'arrivo dei volontari la cavità si presentava completamente otturata. «Dopo una ventina di uscite e mezzo anno di lavoro siamo riusciti a riaprirla. Siamo scesi scavando circa 6 metri in questi mesi e una volta trovato il fondo della cavernetta abbiamo raggiunto i 10 metri verticali di profondità entrando al suo interno», aggiunge Furio Alessi, cofondatore di Sos Carso. Come accaduto nelle altre uscite ecologiche - quasi cento negli ultimi due anni - i volontari dell'associazione apartitica e apolitica, coadiuvati in questa pulizia dalla competenza di alcuni soci della Sas-Società adriatica di Speleologia, hanno trovato un po' di tutto. Dal mitico reperto di una lattina di Coca Cola risalente ai Mondiali di calcio svoltisi nel 1978 in Argentina, a forni, lavatrici, bombole, pneumatici, brandine. Ma anche un televisore, un motorino e tanta ferraglia varia. La chicca è stata una spilletta con l'alabarda, probabilmente appartenente alla Guardia civica di Trieste degli anni '40. «È stata una grande sorpresa ritrovare questo reperto sepolto da 6 metri di terra. Ciò testimonia da quanto tempo la grotta fosse chiusa», puntualizza Bencich. Un'ultima nota il cofondatore di Sos Carso l'ha voluta rivolgere a chi sta ripulendo il territorio carsico dai rifiuti: «Mi stanno arrivando diverse foto e segnalazioni di gruppi di persone, soprattutto di giovani, che si stanno cimentando nel ripulire alcune zone. Sono segnali ben auguranti». 

Riccardo Tosques

 

 

«L'ex caserma Monte Cimone da consegnare alla collettività»

Approvata la mozione del Pd che chiede di sdemanializzare il comprensorio di Banne Identica istanza presentata in Comune a Trieste

TRIESTE. Sdemanializzare l'ex caserma Monte Cimone di Banne, per procedere poi con uno studio di fattibilità, che definisca i costi di una successiva operazione di bonifica dell'area, pianificando la sua riqualificazione ambientale in maniera partecipata per metterla a disposizione della collettività. È questo, in sintesi, il contenuto della mozione, presentata dalla consigliera Lara Dipace (Pd) e approvata dalla Circoscrizione Altipiano Est, con i voti dello stesso Pd e dell'Unione slovena, mentre si sono astenuti i rappresentanti della Lega e della lista Dipiazza. A darne notizia è stato il presidente della circoscrizione stessa, Marko De Luisa. «Si tratta di una mozione che si allaccia a quella consegnata in Consiglio comunale, a Trieste, dalla consigliera Valentina Repini, anche lei del Pd - ha spiegato -, e la cui importanza è stata sottolineata dalla presenza, nel corso della seduta, di una rappresentanza degli abitanti di Banne. Il comprensorio - ha ricordato De Luisa - è costituito da 28 fabbricati principali, 5 dei quali dichiarati di interesse culturale, e si sviluppa su un'area di 17 ettari, ai quali si affianca una vicina area boschiva, denominata "ex tenuta Bidischini - Burgstaller", per ulteriori 34 ettari. Considerando che la caserma è stata dismessa dall'Esercito nei primi anni '90 e da allora è abbandonata e che la collina sulla quale sorge è di grande pregio ambientale, con significative testimonianze della storia locale - ha continuato il presidente della circoscrizione - ecco che un suo riutilizzo a beneficio della città e della collettività ci sembra un'operazione da favorire». Fra l'altro, l'area è definita, dagli strumenti urbanistici in vigore, «di grande trasformazione», perciò su di essa potrebbero sorgere servizi e attrezzature di interesse collettivo. «Date queste premesse - ha concluso De Luisa - chiediamo sia allestito un tavolo di lavoro con Demanio, Regione e Comune di Trieste, per mettere questo patrimonio a disposizione della comunità locale, magari utilizzando i finanziamenti reperibili nel quadro della nuova programmazione regionale dei fondi strutturali e di investimento europei 2021-2027».

U.Sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 25 febbraio 2020

 

 

Slitta lo sciopero della Ferriera ma la CGIL non molla: "Fedriga ci incontri"

Secondo tavolo tecnico ieri in Prefettura sullo spegnimento. Sospese intanto le assemblee di Colombin, Flex e Principe.

Il coronavirus fa saltare lo sciopero indetto per domani in Ferriera dalla Fiom Cgil e rinviato a questo punto a data da destinarsi. Lo stesso avviene per le assemblee sindacali che si sarebbero dovute tenere fra ieri e oggi nelle aziende Colombin, Flex e Principe. L'allarme contagio mette i bastoni fra le ruote alla mobilitazione con cui la Cgil voleva portare in piazza Unità non solo i lavoratori di Servola, ma anche i dipendenti di altre realtà industriali in crisi, nel tentativo di aprire il dibattito sul declino della manifattura giuliana e sulla conseguente emorragia occupazionale. È una stringata nota del segretario provinciale della Fiom Marco Relli ad annunciare che «in base all'ordinanza del ministero della Salute viene revocato lo sciopero indetto per il 26 febbraio». Il comunicato è firmato anche dal segretario provinciale della Nidil Cgil Nicola Dal Magro, che aveva aderito a nome dei 66 lavoratori interinali coinvolti la settimana scorsa nel primo incontro in Regione finalizzato a presentare le occasioni di riqualificazione. Resta ad ogni modo inalterata la richiesta dell'incontro con il presidente Massimiliano Fedriga, che la Cgil continua a domandare si tenga domani mattina in Regione. Come spiega il segretario provinciale della Cgil Michele Piga, «la Fiom si è adeguata alle disposizioni del ministero e sono state sospese le assemblee convocate in tutte le fabbriche davanti alla preoccupazione dei lavoratori per il proprio futuro. Ci aspettiamo comunque la conferma dell'incontro chiesto al presidente Fedriga». Non è ancora chiaro se il tavolo tecnico dell'Accordo di programma si ritroverà ugualmente venerdì 28, magari limitandosi a farlo in videoconferenza. In attesa di sviluppi nel confronto fra istituzioni e proprietà, nonché di conferma delle indiscrezioni che vorrebbero a un passo dalla chiusura l'intesa sul passaggio di proprietà dei terreni dell'area a caldo, si è riunito ieri a Trieste per la seconda volta il tavolo della Prefettura dedicato allo spegnimento degli impianti. Vi hanno partecipato Comando dei Vigili del fuoco, Comune, Arpa, Azienda sanitaria, Acciaieria Arvedi e rappresentanti per la sicurezza dei lavoratori. Una nota della Prefettura spiega che la proprietà «ha precisato che il cronoprogramma presentato nel corso del precedente incontro sarà rispettato per quanto riguarda la sequenza delle operazioni di spegnimento, previsto entro marzo. L'Azienda ha ribadito l'impegno a comunicare tempestivamente alla cittadinanza l'avvio delle fasi più delicate della procedura». Arvedi ha inoltre assicurato che «gli impianti, pur operando attualmente a regime ridotto, non presentano problemi dal punto di vista della sicurezza». Affermazione quest'ultima che non trova concordi gli rls, se il segretario della Failms Cristian Prella sottolinea che «i rappresentanti dei lavoratori continuano a riempire di segnalazioni l'azienda su varie situazioni di sicurezza e la proprietà continua a dire che la situazione è ordinaria, anche se rimangono i nostri dubbi funzionali». Prella ha contestato all'azienda di non aver mai inviato agli rls la documentazione relativa allo spegnimento. Gli rls hanno intanto ottenuto di potersi confrontare alla fine di ogni sopralluogo con gli enti deputati alla visite ispettive, che continueranno per verificare i presidi per la sicurezza dei lavoratori e quelli ambientali. Al proposito, Arpa rende noto che il 17 febbraio è stato effettuato un secondo sopralluogo congiunto nello stabilimento per verificare il posizionamento delle dotazioni necessarie per lo spegnimento.

Diego D'Amelio

 

LA SCHEDA.

Lo sciopero - La mobilitazione era stata indetta dalla sola Fiom Cgil come ultimo atto di protesta nei confronti delle istituzioni pubbliche, ritenute responsabili di aver avviato la chiusura dell'area a caldo della Ferriera senza apprestare salvaguardie sufficienti per i lavoratori. L'Accordo di programma - Il ministro Stefano Patuanelli ha assicurato nella sua ultima visita a Trieste che l'intesa definitiva tra Mise, Regione, Comune, Autorità portuale e gruppo Arvedi sarà raggiunta non oltre la prima settimana di marzo, data compatibile con l'intenzione della proprietà di fermare l'area a caldo entro il mese prossimo. I punti in sospeso - Perché l'Adp contenga tutti gli elementi necessari alla stipula, è necessario che azienda e Autorità portuale trovino l'intesa sulla cessione dei terreni dell'area a caldo. Restano tuttavia ancora aperti i nodi riguardanti le modalità di bonifica della zona e i finanziamenti pubblici alla riqualificazione.

 

 

Giardino del rione di San Vito in arrivo il piano di recupero

La sistemazione dell'area verde, inutilizzata in alcune parti da più di un anno, è stata ora inserita tra le priorità del Comune. Intervento da 100 mila euro

Il giardino di piazza Carlo Alberto, stretto tra le via Locchi, Tagliapietra e Franca, sarebbe un tipico esempio di stile Liberty con la sistemazione del verde all'italiana. Ma da quasi un anno resta interdetto in alcune sue parti a causa del crollo in particolare del pergolato nella parte più alta. Risulta anche essere inaccessibile qualche piccolo gioco per i bambini e la rete del campo da calcio è semidistrutta. Un degrado che però, e questa è la buona notizia, sembra avere i mesi contati. Per il giardino, esteso su quasi 6mila metri quadrati in quattro scaglioni, il 2020 dovrebbe essere l'anno fortunato. O, più precisamente, l'anno giusto per tornare a splendere come un tempo. L'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi infatti ha inserito l'intervento nel piano delle opere 2020-22, che è stato presentato in giunta e inserito nella delibera di bilancio. Quest'ultima attende ora l'approvazione delle Circoscrizioni e del Consiglio comunale. Se tutto va bene, tra gli interventi che Lodi ha previsto proprio per quest'anno, c'è appunto anche il restyling di piazza Carlo Alberto. Sono centomila euro i fondi messi a disposizione. «L'anno scorso abbiamo provveduto a inserire l'illuminazione nel campo di basket perché si possa giocare fino a sera. Ora dobbiamo per forza sistemare la struttura collassata, il pergolato, che abbiamo per questo dovuto interdire da circa un anno - spiega l'esponente della giunta Dipiazza -. Questa è la parte più importante dell'intervento. Poi dobbiamo anche occuparci della recinzione dal campo da calcio che, tra atti vandalici e l'utilizzo generale, è ormai diventata vetusta. Abbiamo finora cercato di sistemarla come potevamo, facendo piccoli interventi, ma non sono bastati. Poi, se ci avanzerà qualcosa rispetto alle emergenze, proporremo anche altre cose per rendere il giardino più fruibile». Il progetto non è ancora stato realizzato proprio perché il piano delle opere deve essere approvato definitivamente. Una volta ultimato poi verrà avviata la gara. «L'amministrazione vuole realizzare questo intervento - continua Lodi - che penso sia anche condiviso dai consiglieri in maniera trasversale». I consiglieri Antonella Grim (Italia Viva) e Giovanni Barbo (Pd) si sono fatti più volte sentire, anche sui social network, per attirare l'attenzione su questo spazio verde che sembra in parte abbandonato. A proposito di giardini, il piano delle opere prevede anche un altro lotto dedicato ai parchi cittadini da 300 mila euro, in cui è prevista, spiega Lodi, la realizzazione di un giardino in Rotonda del Boschetto, dove ora c'è solo una staccionata, che fa riferimento a un vecchio progetto. «E poi - conclude l'assessore - ci occuperemo della manutenzione di un'altra area verde interdetta da tempo in vicolo dell'Edera».

Benedetta Moro

 

 

Le Ferrovie accelerano sul piano di restyling del Museo ferroviario a Campo Marzio

 Spunta una nuova impalcatura alla stazione ferroviaria di Campo Marzio, propedeutica ai lavori per la copertura, mentre prosegue il maxi cantiere per la ristrutturazione del museo. Tempi rispettati, con la fine delle opere esterne prevista tra maggio e giugno. Si passerà quindi alla risistemazione interna e all'allestimento dell'esposizione dedicata al mondo dei treni. Secondo la tabella di marcia, annunciata mesi fa, tutto si dovrebbe concludere a fine 2020. A confermare il procedere dell'iter è Luigi Cantamessa, direttore generale della Fondazione FS, proprietaria dell'immobile. «Sono molto soddisfatto per l'avanzamento di lavori - spiega - perché la ditta sta rispettando i tempi. E ringrazio il compartimento Rfi di Trieste, che ci sta supportando in particolare nei rapporti con la Soprintendenza. Le cose stanno andando per il meglio. Gli interventi interni sono già tutti finanziati, quindi procederanno senza stop, e siamo in costante collegamento e collaborazione con l'associazione che fa capo al museo e che si occuperà della curatela del patrimonio presente. Si sta continuando tutto in un clima sereno e molto positivo».Ma se la tabella di marcia per gran parte dell'edifico è ormai stabilita, manca ancora da definire il destino della zona che si affaccia verso il mare. «Per il fronte della stazione - precisa Cantamessa - non ci sono ancora i finanziamenti, per questo chiederò a breve un incontro con il presidente della Regione Massimiliano Fedriga, per discuterne assieme». Nei giorni scorsi molte persone intanto hanno notato la "gabbia" che ha avvolto anche il tetto dell'immobile, per sistemare quella copertura che andava curata in tempi brevi, per evitare nuove infiltrazioni o cedimenti.

M.B.

 

 

C'è un nido di corvi imperiali: off-limits la falesia dei "Falchi" SAN DORLIGO - L'ORDINANZA PER TUTELARE LA LORO RIPRODUZIONE

Tornano i corvi imperiali e in Val Rosandra scatta il divieto di arrampicata su tutte le vie della falesia denominata "I Falchi". L'ordinanza, che sarà in vigore fino al 4 maggio, è stata emessa dal Comune di San Dorligo della Valle in qualità di organo gestore della Val Rosandra e prevede sia il divieto di transito sotto la stessa falesia, fino a una distanza di 30 metri dalla sua base, sia quello totale di sorvolo con droni di qualsiasi tipologia, dimensioni e massa all'interno dell'area che circonda la parete rocciosa. All'origine del provvedimento è la segnalazione fatta qualche giorno fa dall'ispettore forestale Massimo Visintin, che ha avvistato un nido costruito sul posto da una coppia di corvi imperiali. Il Comune di San Dorligo della Valle è da anni organo gestore della Val Rosandra, in virtù di un accordo che, in base all'ultima proroga, rimarrà in essere fino al 31 dicembre del 2021. Una delle funzioni dell'amministrazione titolare di tale incarico è, in base al Regolamento di gestione, proprio quella di tutelare l'habitat e le specie di particolare pregio, individuando aree all'interno delle quali si possono vietare attività escursionistiche, alpinistiche o di altra natura. Il corvo imperiale rientra nel novero delle specie di particolare pregio: inoltre il suo periodo di accoppiamento, deposizione e involo dei piccoli dovrebbe terminare entro il 4 maggio. Ecco la ragione della necessità di evitare che la coppia di corvi imperiali sia disturbata in questo delicato periodo. E l'unica modalità per arrivare a tale risultato è un'ordinanza restrittiva come quella che è stata emessa. Ai trasgressori del provvedimento sarà applicata una sanzione. Il corvo imperiale è il più grande rappresentante della famiglia dei corvidi. Originario dell'Eurasia, il corvo imperiale sfruttò il ponte di terra dello stretto di Bering, formatosi durante le ere glaciali del Pleistocene, per colonizzare il Nord America: si tratta quindi di uno dei pochi animali a essere presente in ambedue i continenti senza esservi stato importato dall'uomo. Il testo dell'ordinanza, oltre che essere esposto all'Albo pretorio del Comune di San Dorligo della Valle, è stato inviato alle stazioni forestali di Duino e Trieste, al Servizio Paesaggio e Biodiversità della Regione, al Cai XXX Ottobre, alla Società Alpina delle Giulie, all'Associazione Alpina slovena di Trieste, alle guide alpine, alla Stazione di soccorso alpino di Trieste, alla Lipu e alle forze dell'ordine. In questa maniera la diffusione dei divieti sarà capillare.

U.Sa.

 

Boom di processionarie M5s e Pd alla giunta: «Serve un numero unico» - Gli effetti dell'inverno caldo

Un numero telefonico utile ai cittadini per segnalare la presenza della processionaria a Trieste. È la richiesta avanzata in una mozione urgente presentata dai consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle, sottoscritta anche dal consigliere dem Marco Toncelli, e che punta ad «agevolare - si legge nel documento depositato lo scorso venerdì - su tutto il territorio comunale la localizzazione delle infestazioni e facilitare gli interventi per la loro rimozione». Al sindaco e ai tecnici comunali si chiede inoltre di darne diffusa informazione al pubblico, redigendo e diffondendo un vademecum sulle norme di sicurezza da osservare nelle vicinanze degli insetti e dei loro nidi. La situazione è più seria rispetto agli anni precedenti, complice il clima mite, una primavera anticipata e la mancanza di un'efficace azione di prevenzione sistematica di distruzione dei nidi, prima che le uova si schiudano e le larve scendano dall'albero diventando un serio pericolo per persone e animali. Le segnalazioni si moltiplicano, molti ambulatori veterinari stanno mettendo all'erta i proprietari di cani sui rischi di un contatto con la processionaria. I privati cittadini che dispongono di un giardino e gli amministratori di stabili con annessa area verde o parco, stanno usufruendo dei servizi di ditte specializzate nella disinfestazione da questi insetti. Ma per le aree di verde pubblico chi si deve avvisare in caso di infestazione da processionaria, e chi deve provvedere a rimuovere nidi e larve? Quali sono i metodi per rimuovere correttamente un nido di processionaria da un albero o una scia di larve sulla strada? La mozione proposta dalla capogruppo del M5S, Elena Danielis, intende dare una risposta proprio a questi quesiti, posti in questi giorni dai tanti cittadini che anche sui social-media postano immagini di nidi di processionarie e di lunghe scie di larve, chiedendo chi sia l'ente preposto ad intervenire. «Il Comune - spiega l'assessore con delega al Verde Pubblico, Elisa Lodi - ha competenza sui giardini pubblici e sta provvedendo a rimuovere in quei siti e i nidi di processionaria. Manca un intervento mirato solo nel giardino di Villa Cosulich ma è già programmato. In caso di un'infestazione di particolare portata, - precisa - il sindaco può emanare un'ordinanza ad hoc, di concerto con la Sezione dei servizi fitosanitari regionale per un'azione mirata ai privati e su tutto il territorio comunale». Va precisato che alcune strade sul territorio comunale come, ad esempio, la pista ciclopedonale Cottur, sono di competenza di Fvg Strade. Negli ultimi anni sono state sviluppate da alcune aziende delle trappole speciali da disporsi sui tronchi dei pini infestati da processionaria. Il meccanismo d'azione sfrutta l'idea di poter invischiare il fastidioso insetto con della particolare colla durante la "processione" delle larve. L'azione di eliminazione della "processionaria" è dovuta per legge nelle aree pubbliche, dove la presenza dell'insetto può rappresentare dei seri rischi per la salute di persone (soprattutto bambini) e animali.

Laura Tonero

 

 

Gli scout ripuliscono il bosco vicino a strada per Chiampore - l'uscita ecologica

MUGGIA. «Per cambiare le cose non servono le parole ma i gesti, quelli concreti, quelli che lasciano il segno. Non possiamo accettare che abbandonare i rifiuti sia considerata una cosa normale». È chiarissimo il pensiero del 19enne Alberto Nesladek a nome del Gruppo Scout Agesci Muggia 1, reduce da un'uscita ecologica nel territorio rivierasco. Il team, formato anche da Riccardo Anselmi, Irina Chersovani, Marta Giordani, Aurora Schnautz, Marco Vattovaz e Josef Vuch, è intervenuto nel bosco che costeggia strada per Chiampore. Grazie anche alla collaborazione con l'Ufficio Ambiente comunale è stato organizzato il ritiro dei materiali recuperati dai ragazzi. «Ci aspettavamo di trovare qualche sacchetto gettato nel verde o qualche rifiuto di passaggio, ma abbiamo dovuto ricrederci. Abbiamo trovato di tutto: attrezzi, contenitori, bottiglie, ruote, e pure un televisore... Una vera discarica a cielo aperto lasciata colpevolmente abbandonata da chi, a quanto pare, non ha a cuore l'ambiente in cui vive e pensa sia tutto lecito. E invece ogni singolo gesto fa la differenza perché non siamo persone isolate, senza doveri o regole da rispettare, ma parte di una comunità», così Vattovaz. «Abbiamo ammirato da subito lo spirito d'iniziativa di questi ragazzi che vogliono rendersi utili per il bene comune, il bene del proprio Paese. Ed è un gesto ancora più significativo perché va a prendere una posizione netta e concreta nei confronti dell'inciviltà di chi continua ad abbandonare rifiuti a discapito del territorio», le parole dell'assessore all'Ambiente di Muggia Laura Litteri. «È stata un'esperienza bella e gratificante», dice a sua volta Giordani: «Spero che il nostro piccolo contributo possa essere d'ispirazione ad altri e in special modo a quelle persone che alle questioni ambientali non pensano più di tanto, come fossero un problema d'altri».

Riccardo Tosques

 

 

Tutelare il Mediterraneo dall'inquinamento

Il progetto interreg Sheremed coordinato dall'Ogs può contare su un finanziamento di tre milioni per valutare i vari pericoli

Il programna - Il Mediterraneo sta cambiando: cambiamenti climatici che hanno un impatto sia in termini di aumento della temperatura sia di acidificazione delle acque, inquinamento, traffico marittimo e sfruttamento delle risorse, solo per citarne alcuni. Un progetto da 3 milioni di euro, Sharemed, finanziato dal programma Interreg Mediterranean, coordinato dall'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale - Ogs che mira ad aumentare la capacità delle autorità regionali, subregionali e locali, e della comunità di ricerca dell'Area del Mar Mediterraneo di valutare e affrontare congiuntamente i pericoli connessi all'inquinamento e alle minacce ambientali a livello costiero e nelle acque transnazionali. Otto i Paesi del bacino Mediterraneo coinvolti - Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Portogallo, Spagna, Francia e Malta e numerosi enti di ricerca e gestione. «Il mare si muove e connette tutto con tutti, quello che accade in Slovenia è collegato con quanto avviene in Italia e così via - commenta Cosimo Solidoro, direttore della Sezione di Oceanografia di Ogs e responsabile del progetto - tuttavia - spiega l'esperto - il monitoraggio di mari e oceani è spesso difficile e costoso quindi attualmente l'oceano è ancora ampiamente sottocampionato e le banche dati esistenti sono incomplete. Nonostante negli ultimi anni sia stato raccolto un gran numero di dati, spesso l'insieme delle informazioni a disposizione è frammentato, eterogeneo e costituito da dati che non sono sempre comparabili, né di facile accesso e utilizzo», precisa Solidoro. Il quadro è ancora più complesso nelle aree transnazionali, dove la frammentazione di governance implica che autorità diverse potrebbero avere diversi programmi di monitoraggio e valutazione dello stato ambientale e dei pericoli connessi alle minacce ambientali, rendendo più difficile avere una pianificazione efficiente dell'area. In questo contesto Sharemed nasce quindi per aumentare la capacità delle autorità di gestione e della comunità scientifica di valutare e affrontare i rischi relativi alle minacce ambientali: da un lato fornendo modelli per la raccolta, il confronto, l'integrazione, l'armonizzazione delle esperienze esistenti.«Il progetto ci permetterà di migliorare le capacità di osservazione e valutazione dello stato del mare, definendo le pratiche di cooperazione, l'integrazione delle infrastrutture esistenti, la definizione e l'effettiva attuazione di un sistema di previsione trasferibile», conclude Solidoro.

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 24 febbraio 2020

 

 

Trasporto pubblico, a Parenzo arriva il minibus elettrico

L'iniziativa nell'ambito del progetto europeo Sutra per la promozione della mobilità sostenibile al quale partecipano partner di Italia e Croazia

Parenzo. Nel giro di qualche mese all'interno del perimetro urbano di Parenzo entrerà in funzione un minibus elettrico per il trasporto pubblico, acquistato nell'ambito del progetto europeo Sutra - Sustainable Transport in Adriatic Coastal Areas and Hinterland ("Trasporto sostenibile nella costa adriatica e nelle aree interne"). Il veicolo verrà fornito dall'azienda Auto market bus di Zagabria. Parenzo segue dunque le orme di Capodistria, dove sono entrati in servizio di recente tre minibus elettrici che transitano nel centro storico.Come ha ricordato il sindaco della cittadina Loris Persuric, il progetto Sutra tende alla promozione del traffico di tipo sostenibile nell'area adriatica, compreso il suo immediato entroterra, con l'obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica e migliorare in questo modo la qualità dell'aria negli abitati urbani. Capofila progettuale è il Comune di Caorle, mentre tra i partner italiani figurano i Comuni di Chioggia, Pescara e Ravenna, la Uti Riviera Bassa Friulana e l'Istituto di sociologia internazionale di Gorizia. Per quanto riguarda la parte croata invece i partner dell'iniziativa sono la Regione di Spalato e della Dalmazia nonché le Città di Spalato, Dignano e Parenzo. Si tratta dunque di realtà che si affacciano su entrambi i versanti adriatici lungo i quali il traffico stradale è in continua crescita, generando problemi di intasamento e inquinamento, soprattutto nei mesi estivi. In questo scenario dunque il progetto Sutra intende dare risposte con la promozione di una mobilità ecosostenibile. L'iniziativa rientra nell'ambito del Programma di cooperazione transfrontaliera Interreg V-A Italia-Croazia, che gode del cofinanziamento del Fondo europeo per lo sviluppo regionale nella misura dell'85 per cento mentre il resto della cifra sarà a carico dei partner di progetto. Progetto il cui valore complessivo ammonta a 2.897.500 di euro, dei quali 242 mila andranno a Parenzo. Lo sviluppo del progetto è previsto nell'arco di trenta mesi, ed è destinato a concludersi nel 2021. Tornando al minibus elettrico, va detto che il veicolo che è stato acquistato sarà dotato di un "conta passeggeri", strumento che servirà per stabilire i punti e i percorsi più frequentati. Per la ricarica delle batterie verrà introdotta un'apposita colonnina di 50 kwh. Il mezzo, che avrà un'autonomia di 120-140 chilometri di percorrenza, potrà trasportare fino a venti passeggeri e sarà dotato di una rampa meccanica per favorire l'accesso agli invalidi. Per quel che riguarda la consegna, il fornitore si è impegnato a consegnarlo entro sei mesi, ma l'auspicio è che entro in servizio prima dell'estate. -

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 23 febbraio 2020

 

 

Count down in Riviera per la tappa triestina della Marcia per la pace - l'arrivo della carovana in agenda mercoledì

TRIESTE. La seconda Marcia mondiale per la pace e la non violenza, iniziata a Madrid lo scorso 2 ottobre, si avvicina a grandi passi e la provincia triestina, a cominciare da Muggia, è pronta ad accoglierla. Ieri mattina al San Marco sono state date le coordinate della tappa triestina che vede tra gli attori principali il Comitato Danilo Dolci e l'Associazione mondo senza guerre e senza violenza. Mercoledì a Muggia, come ricordato da Alessandro Capuzzo, referente in città della marcia, «giungeranno nella tarda mattinata cinque marciatori, uno spagnolo, un indiano e tre colombiani, provenienti dalla Slovenia». L'arrivo della carovana a Trieste è previsto nel primo pomeriggio alla Risiera di San Sabba. Il passo successivo sarà al comprensorio del Parco di San Giovanni, nei pressi dello studio che fu di Franco Basaglia, dove ci sarà la visita all'albero di kachi di Nagasaki e alle rose di Hiroshima, superstiti dell'olocausto atomico che investì nell'agosto del 1945 le due città nipponiche. Appuntamento successivo in piazza Oberdan, davanti alla sede del Consiglio regionale, dove si cercherà di formare un grande simbolo della pace umano. Infine, alle 17, la carovana dovrebbe confluire davanti al Narodni Dom, luogo che per Luciano Ferluga, presidente del Comitato Danilo Dolci, «assume un significato storico importante per la nostra città, soprattutto per ricordare i limiti che la stessa ancora presenta», all'interno del quale si terrà una conferenza dal titolo "Guerra, ambiente e persone: convivenza possibile?".Nella mattinata di giovedì all'aula magna dell'Università si terrà un evento, organizzato dal Liceo musicale Dante/Carducci, che coinvolgerà circa 400 ragazzi provenienti dagli istituti comprensivi Bergamas, Dante, Dolina, Bartol e Valmaura, dalle primarie alle secondarie superiore, che proporranno tutti insieme, senza distinzioni d'età, vari momenti musicali e coristici.

Luigi Putignano

 

 

SEGNALAZIONI - AcegasApsAmga - I soffiatori non sono intensi

In relazione alla lettera pubblicata giovedì 20 febbraio scorso, dal titolo "Ancora usati i soffiatori" AcegasApsAmga desidera precisare che, diversamente da quanto indicato nella segnalazione, i soffiatori smuovono la polvere grossolana presente sulle strade, ma non le polveri sottili inquinanti. Si tratta infatti di un soffio la cui intensità non supera lo spostamento d'aria provocato dal vento, venendo poi ulteriormente attenuato dall'acqua diffusa dalle apposite macchine che accompagnano i soffiatori nella pulizia stradale.

Valentina Albanese - AcegasApsAmga

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 22 febbraio 2020

 

 

La Cgil indice lo sciopero in Ferriera - Ma gli altri sindacati non ci stanno

Agitazione programmata per mercoledì. Ad aderire dipendenti e interinali. Possibile "effetto domino" in molte fabbriche

La fabbrica che non sciopera (quasi) mai stavolta scenderà in piazza o lo farà almeno una parte di essa. La Ferriera è sempre stata giudicata negli ambienti sindacali nazionali uno stabilimento a bassissimo tasso di conflittualità, ma la Cgil continua a denunciare le incertezze del piano di riconversione e ieri ha indetto una mobilitazione di otto ore per mercoledì prossimo. Sotto la sede della Regione di piazza Unità manifesteranno i lavoratori dipendenti e gli interinali, che sempre ieri hanno avuto il primo incontro con l'assessore Alessia Rosolen, giudicato tuttavia insoddisfacente. Il fronte sindacale resta spaccato, con le sigle favorevoli alla riconversione che non si asterranno dal lavoro. Nell'assemblea convocata dalla Fiom, il segretario provinciale Marco Relli ha messo in fila tutti i motivi che hanno condotto il sindacato a dichiarare lo sciopero: i continui slittamenti della chiusura dell'area a caldo e della firma dell'Accordo di programma, il rinvio della cassa integrazione, i timori rispetto a un piano di trasformazione che non convince la Cgil. Qualcosa potrebbe muoversi in realtà già la prossima settimana: il 28 febbraio è stato infatti indicato proprio ieri dal ministero dello Sviluppo economico per un nuovo incontro del tavolo tecnico sull'Adp, convocato l'ultima volta il 23 dicembre. La speranza dei metalmeccanici della Cgil è ribaltare sul campo gli equilibri del referendum con cui a gennaio i dipendenti della Ferriera hanno approvato col 59% l'accordo fra sindacati e proprietà. I no furono il 41%, ben oltre la rappresentanza della Fiom in fabbrica. Ecco allora che davanti alle incertezze sul processo di riconversione, l'unico dei sindacati schierato contro l'intesa ritiene di poter far incrociare le braccia alla maggioranza della fabbrica, facendo leva anche su una parte dei dipendenti che si sarebbero nel frattempo pentiti di aver approvato l'accordo sindacale. La mobilitazione potrebbe allargarsi oltre la Ferriera. Ieri sono state indette assemblee che si terranno all'inizio della prossima settimana in aziende in crisi come Colombin, Flex e Principe. In alcuni casi le riunioni sono state volute dall'intera Rsu, in altri dalla sola Cgil. Bisognerà capire se, tra lunedì e martedì, i lavoratori degli altri impianti appoggeranno la mobilitazione dei dipendenti della Ferriera, trasformando il loro sciopero in una più ampia manifestazione del disagio rispetto alle difficoltà in cui si dibatte il sistema industriale triestino. A scendere in piazza saranno anche gli interinali della Ferriera, in scadenza il 31 marzo. Ieri sono stati ricevuti tutti e 66 nel palazzo della Regione, dove Rosolen e i funzionari del Centro per l'impiego hanno illustrato le strade per la riqualificazione. La prima ipotesi di ricollocazione si basa su contratti a tempo determinato nelle ditte esterne che lavorano nell'appalto Fincantieri. «La presa in carico - spiega Rosolen - partirà prima della scadenza dei contratti. Una strada non obbligata, ma che la Regione ha voluto percorrere con forza, dopo essere sempre stata accanto ai lavoratori. Chiediamo intanto alla proprietà di chiarire i progressi dell'ipotesi di San Giorgio di Nogaro». Gli interinali saranno convocati per colloqui individuali nelle prossime settimane ma, stando alla Cgil, l'80% di essi si è già schierato per lo sciopero dopo aver subìto l'esclusione dall'accordo sindacale e non potendo quindi partecipare al referendum. Relli spiega che «la mobilitazione in Ferriera è stata decisa da un'assemblea partecipata da una settantina di lavoratori: mancavano gli operai della cokeria impegnati sui forni e gli interinali chiamati in Regione. Gli altri sindacati erano assenti nonostante l'invito». Il sindacalista sottolinea che «c'è incertezza sul piano industriale, timori di esuberi alla centrale e nella logistica, la Regione ha provocato la chiusura ma non incrementerà la cassa integrazione con risorse pubbliche, il ministro Patuanelli ci aveva assicurato un incontro ma è sparito da ottobre. Figuriamoci come sarà gestita la riconversione: per questo abbiamo indetto lo sciopero e chiesto un incontro immediato al presidente Fedriga». Relli è ottimista sull'esito della protesta: «Se i presenti in assemblea e gli interinali aderiscono, lo stabilimento si ferma». Al di là delle appartenenze sindacali, i lavoratori schierati per il no e i somministrati rappresentano d'altronde circa metà dei dipendenti della Ferriera. Il segretario della Cgil Nidil Nicola Dal Magro proclama pure lui lo sciopero per mercoledì 26 febbraio, «ritenendo di poterlo estendere a tutte le aziende dove sia necessario difendere la posizione dei somministrati».Scontata l'assenza in piazza di Fim Cisl, Uilm, Failms e Usb, firmatari dell'accordo con l'azienda. Per l'esponente della Cisl Umberto Salvaneschi, «lascia perplessi che la Fiom scioperi dopo aver comunque sottoscritto l'accordo sindacale per adesione. Pesano evidentemente gli strascichi di questi mesi. Sappiamo che l'industria triestina è in difficoltà, ma per questo serve un approccio unitario di Cgil, Cisl e Uil».

Diego D'Amelio

 

«La firma decisiva sull'accordo chiave entro l'8 marzo»

L'annuncio di Patuanelli visti i passi avanti sul nodo terreni «Le assunzioni in Fincantieri? Dirette e non nell'indotto»

L'Accordo di programma della Ferriera di Servola sarà firmato entro la prima settimana di marzo. La trattativa sui terreni fra gruppo Arvedi e Autorità portuale pare essere giunta alla limatura dei dettagli e il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli si sente abbastanza sicuro per dire in un incontro pubblico a Trieste che «se non sarà firmato nell'incontro del 28 febbraio, l'Adp sarà stipulato nella settimana successiva». Il ministro rassicura inoltre i lavoratori dello stabilimento, assicurando che Fincantieri procederà ad assunzioni dirette e non si ricorrerà dunque a meno sicuri posti nell'indotto. Il ministro affronta la questione di Servola prima del suo ingresso in sala: «Siamo arrivati al dunque dopo molti anni. L'interlocuzione tra Autorità portuale e azienda sta procedendo e sta arrivando alla sua conclusione. Nei prossimi giorni mi auguro che il camino finalmente fumerà di bianco, liberando le aree e rendendole interessanti dal punto di vista della portualità. Potremo così procedere con la firma dell'Adp e avviare il percorso di chiusura dell'area a caldo». Durante l'incontro arriva poi l'annuncio che suona come definitivo, con la prima settimana di marzo segnata sul calendario come quella in cui istituzioni e azienda metteranno nero su bianco l'Adp. Patuanelli non elude la proclamazione dello sciopero indetto poche ore prima dalla Cgil: «L'accordo sindacale è stato sottoscritto anche dalla Fiom dopo il referendum e credo sia un buon accordo. Stiamo lavorando per dare tutte le garanzie promesse ai lavoratori. L'obiettivo è sempre stato chiudere l'area a caldo, tenendo all'interno del percorso tutte le persone che lavorano nello stabilimento. Riusciremo a raggiungere entrambi gli obiettivi». Sul come fare, il ministro ha le idee chiare e le espone quando alcuni lavoratori di Servola gli chiedono rassicurazioni sul futuro durante il dibattito finale: «Il raddoppio dell'area a freddo darà parziale assorbimento della forza lavoro che parteciperà a un apposito percorso formativo. C'è inoltre un'interlocuzione molto positiva con Fincantieri per dare occupazione con posti diretti, per i quali sto chiedendo un impegno a Giuseppe Bono perché l'indotto è ovviamente meno rassicurante. Negli attuali terreni dell'area a caldo ci sarà inoltre uno sviluppo che porterà nuova occupazione e chi oggi lavora nell'area a caldo potrà essere garantito alla fine dei due anni di riconversione previsti dal piano industriale. Perdiamo alcuni posti in un'area fortemente inquinata ma il porto lavora e permette di trovare nuove soluzioni». Patuanelli si è concentrato poi in particolare sul ruolo dello scalo: «I dati sono molto positivi, ma la vera sfida non si misura sul traffico merci ma sul fatto che deve essere certificata la possibilità di trasformare le merci in regime extradoganale. La scorsa settimana ho incontrato il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta assieme al presidente Zeno D'Agostino e sulla creazione del regime extradoganale ho trovato una disponibilità del Mef più ampia di mesi fa. Se il Mef ha bisogno di una norma primaria per farlo, la faremo e così potremo finalmente insediare attività produttive in regime di porto franco». Il ministro non ha esitato a dichiarare che, rispetto a Trieste, l'extradoganalità sarà la cartina di tornasole del proprio mandato.

D.D.A.

 

 

Si apre il sipario sul dossier che racconta gli spazi abbandonati - presentazione al Miela

Trieste è il centro di una vasta area tra Mediterraneo ed Europa centrale: in questa fase la città decide il suo avvenire. E' lo spunto di partenza sul quale s'è tenuto l'incontro pubblico, al Teatro Miela, promosso dalla rete "Un'altra città". In particolare, il confronto si è acceso su un meticoloso rapporto, che ha avuto il merito d'identificare 90 "buchi neri" in città. Parliamo di edifici abbandonati da anni, aree in disuso, siti mai conclusi, su cui ancora non c'è un'idea di riconversione urbana. «Sono rimasto stupito dal lavoro fatto - ha affermato Giovanni Fraziano, docente nell'Università di Trieste - il dossier è in grado di pianificare il futuro apportando un valore nuovo. E' giusto osservare la città in una dimensione globale». Per i prossimi 30 anni il disegno di Porto Vecchio sarà tanto fondamentale quanto il legame, il nesso, il rapporto con il resto della città: perchè non ci si può permettere di rimanere fermi ad una vecchia distinzione tra centro e periferia. «Lo sviluppo di Trieste - ha esordito l'ex dirigente pubblico William Starc - va stabilito con un 'masterplan' che non escluda a priori i processi di partecipazione. Non dimentichiamo che Trieste ha perso 1000 abitanti l'anno scorso, si sono ridotte le case in affitto per le fasce deboli e c'è poca mobilità sociale». Nel futuro non può esistere solo il progetto di una città dedita al turismo: se l'area a caldo della Ferriera rappresenta il passato, non si potrà fare a meno di un'industria manifatturiera. «La nostra indagine su 850.000 metri quadri di tessuto cittadino - ha dichiarato l'architetto Roberto Dambrosi -, tanto quanto è lo spazio occupato da luoghi abbandonati, è un quaderno aperto. E' importante che se ne discuta in modo da avere un piano strategico, comprendendo che nel Dna della città c'è la scienza». Ciò che gli organizzatori chiedono è un recupero magari lento, ma graduale: da Porto Vecchio deve partire lo sviluppo futuro per tutta la città. 

Lorenzo Mansutti

 

SEGNALAZIONI - I buchi neri - L'istituto abbandonato di via del Lazzaretto

Ho letto con piacere e interesse lo studio del gruppo di lavoro dell'architetto Roby Dambrosi e senza dubbio molti sono i palazzi da ristrutturare a Trieste ma desidero cominciare da uno solo in particolare. Si trova sulle Rive, in via Lazzaretto Vecchio cara anche al poeta Umberto Saba, da anni svuotato e in stato di abbandono totale, con lavori non fatti che una volta era la sede di un Istituto Tecnico, Professionale per Odontotecnici Lipsia, a Trieste per i triestini che volevano avere tale cultura e quella volta studenti poi nella vita professionale hanno curato migliaia di concittadini, ed ora sono in pensione. Mi meraviglia il fatto che il palazzo comunale adibito negli anni 60 a tale scopo, oggi sia ancora in uno stato di abbandono nella nostra città che vuole crescere con la cultura ed il turismo. Attualmente la Scuola professionale fa parte del Galvani che si trova in tutt'altra parte della città, ma forse l'Università che già nella vicinanza ha diversi istituti potrà intervenire adeguatamente. Forse un primo passo cominciando da un solo palazzo si potrà dimostrare la volontà di fare, bella e accogliente la città- porto Trieste sul mare.

Giovanni Franzil

 

Il declino e degrado della vecchia Caravella della baia di Sistiana - La lettera del giorno di Rubina Menin

Dopo anni di assenza, sono ritornata nella splendida baia di Sistiana, lato Caravella, per ritrovare l'incanto del luogo che un tempo mi era familiare. Lo stato di abbandono e lo squallore che ho trovato mi hanno disorientata ed avvilita. La vecchia Caravella, un tempo ristorante e sala da ballo con pista affacciata sul mare sul mare, apparteneva all'Amministrazione dei beni del principe Raimondo della Torre e Tasso ed era un'elegante costruzione opera dell'architetto A.R.Meng , ora è semidistrutta e nascosta da fatiscenti manufatti in legno. L'area è attualmente chiusa al pubblico - salvo quella parte da anni destinata allo sport nautico - ed immagino verrà riaperta alla balneazione durante la stagione estiva. L'Albergo Vecchio e le adiacenti strutture ricettive stanno ormai sgretolandosi perdendo per sempre le loro pregevoli architetture interne ed esterne. E' possibile, inoltre, che questo patrimonio non sia tutelato? Mentre la proprietà può legittimamente fare l'uso che crede più opportuno della baia, mi chiedo perché il Comune di Duino Aurisina non intervenga per trovare le opportune soluzioni - possibilmente senza eccessive contrapposizioni tra pubblico e privato - per restituire dignità a questo luogo speciale che, assieme al porticciolo di Duino potrebbe dare impulso al turismo di qualità a vantaggio di tutto il territorio comunale ed alla sua collettività. Non so se i residenti di Sistiana e Duino si siano fatti portatori di istanze di riqualificazione presso l'Amministrazione pubblica, ma, in caso contrario, questo immobilismo mi meraviglierebbe molto. Per loro fortuna il Castello di Duino, con la sua imponente mole perfettamente conservata e con le numerose iniziative culturali realizzate al suo interno esercita quell'attrattiva turistica che va ben oltre i confini nazionali.

 

 

Siti inquinati da bonificare - Ok al Piano da 62 milioni

La giunta approva l'elenco di 159 aree: dalle Noghere all'ex Sin Laguna di Marano Da Roma però solo il 10% dei fondi. Scoccimarro: «Troveremo ulteriori risorse»

TRIESTE. Un elenco di 159 siti inquinati, di interesse nazionale e regionale. Sono in ordine di priorità, con tanto di punteggio, a partire dai 70,9 dell'ex Sin Laguna di Marano. Dopo il via libera del Cal, la giunta regionale, su proposta dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, dà l'ok definitivo al Piano regionale di bonifica dei siti contaminati (comprensivo del Rapporto ambientale e della Sintesi non tecnica), documento che riguarda 5 mila ettari di terreni, per un valore stimato degli interventi pari a circa 62 milioni di euro, a fronte dei quali il Fondo statale riserverà al Friuli Venezia Giulia 6 milioni. Concretamente, si tratta della mappa delle aree che necessitano di un risanamento ambientale. L'ordine di priorità serve a individuare gli interventi più urgenti. Oltre all'ex Sin Laguna con punteggi alti ci sono anche, tra gli altri, l'Ezit di Valle delle Noghere, l'ex Opp di San Giovanni, l'ex Raffineria Aquila, la zona della piattaforma logistica compresa tra lo Scalo legnami e la Ferriera nel territorio triestino, e poi la Caffaro di Torviscosa, il comprensorio minerario di Cave del Predil. Servola compare al diciottesimo posto con un indice di 57,7, mentre in provincia di Gorizia si segnalano in località Cavana a Monfalcone sospetto olio combustibile e pneumatici abbandonati, le ceneri pesanti provenienti dalla centrale termica cantierina, la storica contaminazione nell'ex manifattura Tabacchi a Straccis, il mercurio nell'ex cava Postir a Sagrado. La maggior parte dei siti è localizzata in territori pianeggianti in corrispondenza di zone ad elevata vocazione industriale. La contaminazione è solitamente legata a più tipi di inquinanti, fra i quali anche composti cancerogeni, ma sono pure presenti alcuni casi di inquinamento diffuso e di inquinamento di area vasta per i quali le autorità competenti stanno valutando quali azioni specifiche intraprendere. «Grazie a questo strumento - osserva Scoccimarro sull'importanza del Piano - siamo in grado di privilegiare in modo prioritario l'impiego di materiali provenienti da attività di recupero, la stima degli oneri finanziari e le modalità di smaltimento dei materiali da asportare. Vengono inoltre stabiliti gli obiettivi e le azioni specifiche per affrontare problematiche peculiari del nostro territorio». Ricordato che, in assenza di soggetti responsabili della contaminazione individuabili, le procedure sono realizzate d'ufficio dal Comune competente e dalla Regione, c'è poi il tema delle risorse. Il Fondo statale è di 250 milioni di euro, ma in Fvg non arriverà più del 10% di quanto servirebbe. «L'amministrazione Fvg - dice ancora l'assessore - si impegnerà a reperire ulteriori fondi per affrontare soprattutto gli interventi prioritari, che questo piano individua in una settantina di procedimenti». Scoccimarro, ieri in giunta, ha visto approvato anche il nuovo regolamento per la concessione dei contributi per l'allacciamento alla rete fognaria pubblica, conseguenza dell'assestamento estivo 2019 che ha previsto la redazione della graduatoria delle domande in ordine cronologico di trasmissione anziché a punteggio e ha istituito un nuovo capitolo di spesa. Con le nuove disposizioni potranno accedere ai contributi (tetto a 3.500 euro), oltre ai richiedenti con dichiarazione Isee inferiore o uguale a 29 mila euro, anche coloro che hanno Isee superiori.

Marco Ballico

 

 

In arrivo treni e autobus nuovi a basso impatto ambientale

Due convenzioni con il ministero per l'acquisto dei mezzi, dal valore totale di 16 milioni: nel trasporto su gomma operatività entro fine 2021

TRIESTE. C'è anche il contributo dello Stato e la Regione investe su treni e autobus a bassa emissione. Su proposta dell'assessore alle Infrastrutture e Territorio Graziano Pizzimenti, la giunta approva lo schema di due convenzioni con il ministero dei Trasporti che consentiranno di acquisire nuovi mezzi per un valore complessivo che supera i 16 milioni di euro. Il piano prevede l'acquisto di cinque autobus interurbani per un valore di 2 milioni e 270 mila euro, di cui un milione e 360 mila cofinanziato dallo Stato. I veicoli, della lunghezza di 12 metri e sviluppati su due piani, entreranno in servizio entro la fine del 2021 e saranno gestiti dalla Tpl-Fvg, il gestore unico del Tpl regionale. Su strada ferrata, l'intervento consiste invece in due treni a trazione diesel-elettrica del valore di oltre 14 milioni (5,4 milioni di provenienza statale) che, gestiti da Trenitalia entro la fine del 2022, permetteranno di attivare l'alimentazione elettrica e migliorare la sostenibilità ambientale anche nelle linee al momento non elettrificate come la Sacile-Gemona e la Casarsa-Portogruaro. La giunta, su proposta dell'assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti, ha poi deciso con una generalità che la Direzione centrale competente avvii i contatti con le altre strutture dell'amministrazione per acquisire le indicazioni inerenti le funzioni conferibili alle Comunità di montagna, enti di nuova istituzione previsti nella legge regionale 21 del 2019 e che saranno operativi a partire dal 1° gennaio del 2021. L'operazione andrà completata entro il prossimo 16 giugno. L'effettivo conferimento delle mansioni alle Comunità di montagna verrà disciplinato con successive leggi regionali di settore. Tra le delibere di Riccardo Riccardi, vicegovernatore con delega alla Protezione civile, c'è ancora l'autorizzazione a interventi per 432 mila euro per la messa in sicurezza e il ripristino di beni - edifici di pregio architettonico e culturale e patrimonio boschivo - colpiti dalla tempesta Vaia di fine 2018, fondi frutto anche delle donazioni liberali che sono state accreditate sul Fondo regionale per la Pc. Nel dettaglio, 210.000 euro permetteranno di mettere in sicurezza e restaurare la pieve di San Floriano di Illegio a Tolmezzo (95.000 euro), la chiesa di San Martino Martire di Luincis a Ovaro (25.000 euro) e la chiesa di Santa Maria del Mare a Lignano Sabbiadoro (90.000 euro). Le restanti risorse saranno impiegate per interventi di ripristino, valorizzazione ambientale e rimboschimento delle porzioni boscate più danneggiate: si tratta delle aree di Claut (90.000 euro), Paularo (40.000 euro), Sappada (50.000 euro) e Sauris (41.945,33 euro).

M.B.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 21 febbraio 2020

 

 

Impatto ambientale: valutazione imposta a Krsko dal Tar sloveno - vittoria delle ONG

LUBIANA. Una piccola vittoria, ma non di Pirro. Che suggerisce che la decisione di allungare la "vita" di una centrale nucleare sia stata forse presa un po' troppo frettolosamente. Vittoria che è stata conseguita dal Tribunale amministrativo sloveno da un gruppo di organizzazioni non governative di Lubiana, Focus, Umanotera e il Legal Information Center for NGOs (Pic). Le Ong contestavano una decisione dell'Agenzia slovena per l'ambiente (Arso), che aveva stabilito che una «valutazione di impatto ambientale» non sarebbe stata necessaria al momento di dare luce verde, nel 2015, «all'estensione» dell'operatività della centrale di Krsko «per altri vent'anni», dal 2023 al 2043, ha informato l'agenzia di stampa slovena Sta. Il tribunale sloveno, hanno spiegato in una nota le tre Ong, ha basato il suo giudizio su una precedente decisione della Corte di giustizia Ue, la C-411/17, che l'anno scorso aveva sancito la necessità di una valutazione di impatto ambientale (Via) nel caso del prolungamento del ciclo produttivo di una centrale nucleare belga, quella di Doel. In casi del genere - vedi Krsko - «il progetto deve essere considerato di scala simile, in termini di rischi di impatto ambientale, alla commissione iniziale» di un impianto, aveva deciso la Corte Ue.E quindi una Via sarebbe obbligatoria. Cosa cambia, ora? Non si tratta di una decisione «radicale», ma qualcosa si muove, spiega Senka Sifkovic Vrbica, del Pic. La palla passa di nuovo all'agenzia Arso, competente per la Via, che chiederà nuova documentazione al management di Krsko sui miglioramenti fatti alla centrale e su quelli programmati per poi «decidere di nuovo» sui passi da prendere. L'obiettivo delle Ong è quello di ottenere «una Via» sul prolungamento della vita di Krsko, un passo che sarebbe assai importante anche per altre ragioni. L'analisi, suggerisce Sifkovic Vrbica, potrebbe coinvolgere anche i Paesi vicini, tra cui l'Austria. Sempre molto critica e in prima fila contro la centrale di Krsko.

St. G.

 

 

Porto vecchio - Tre interventi in programma nell'area

Per le due poste più corpose rispettivamente 37 e 25. Cantiere principe quello della galleria Montebello

Porto vecchio merita una trattazione a parte. Elisa Lodi censisce tre interventi localizzati, a vario titolo, in quest'area. Ci sono 4,3 milioni che riguardano il terrapieno di Barcola, dove intenzione del Comune, una volta concluse le operazioni di bonifica, è realizzare una zona ricreativo-sportiva. L'ulteriore lotto di lavori infrastrutturali a servizio del Polo museale-espositivo (Centro congressi, centrale idrodinamica, Magazzino 26) disporrà di 2,7 milioni. Il Magazzino 26, che conterrà un po' di tutto (Museo del mare, masserizie istro-dalmate, forse il Museo di storia naturale), iscrive nelle proprie spettanze 1 milione 130 mila euro. Negli asset culturali attenzione anche alla Risiera (700 mila euro) e a via Cumano (400 mila euro). L'assessore è soddisfatta di questo rush finale del Dipiazza 3° «perché in questi anni non ci siamo limitati alla manutenzione ma abbiamo avviato lavori nuovi, con una forte caratterizzazione sociale, lavori che potessero coinvolgere ampie fasce di popolazione, per questo abbiamo puntato su strade, scuole, sport». Un altro aspetto, sottolineato dalla Lodi, concerne il decollo dei project financing pubblico-privati, in passato guardati con diffidenza: «Ferrini, Samer, Tcc, mercato coperto di via Carducci dimostrano la praticabilità di questo strumento. Speriamo che anche da casa Francol arrivino risposte positive».

Magr

 

 

A scuole e strade oltre 60 milioni dal Piano delle opere del Comune

Sulla parte più alta del podio salgono le scuole che assorbiranno 37 milioni di euro. Al secondo posto si classificano le strade, sulle quali saranno investiti 25 milioni. Poi, decisamente più staccati, gli impianti sportivi avranno 8,5 milioni; ai beni culturali andranno 7 milioni; rinverdire il verde significa impiegarne 6. Tra le voci più consistenti i 3,5 milioni destinati al tram di Opicina. L'Oscar della spesa più alta single, comunque, va alla galleria Montebello-Foraggi, alla quale solo nel 2020 vengono consegnati 9,8 milioni. Il programma - Il Piano triennale delle opere, che costituisce una delle più sostanziose pietanze del bilancio 2020 comunale, sarà presentato oggi alle 14.30 in Salotto azzurro alla presenza del sindaco Roberto Dipiazza, del vice Paolo Polidori, dell'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, dei capigruppo di maggioranza. In preparazione dell'appuntamento, Elisa Lodi scalda i motori, anticipando nel suo ufficio al quarto piano di largo Granatieri le principali direttrici di spesa scelte dall'amministrazione. Il triennale 2020-22 assomma 192,6 milioni di lavori, comprendendo quelli che verranno effettivamente realizzati e quelli che fanno parte del consueto libro dei sogni: l'annuale 2020, che non va dimenticato è l'ultimo esercizio "pieno" del Dipiazza 3° prima delle elezioni 2021, rappresenta oltre la metà del programma con 104, 7 milioni. Gli interventi - In coerenza ai riparti di spesa sopracitati, l'avvocato Lodi, esponente di Fratelli d'Italia, individua alcuni degli interventi di maggiore rilievo. Nel settore dell'educazione si proseguirà il grande lavoro riqualificativo edile-impiantistico-ambientale impostato sulla Fonda Savio, sulla Dante, sulla Caprin, sul Nordio, sul Nautico, sul compendio di via Manzoni. Tra le novità da avviare, l'asilo-nido nell'ex caserma Chiarle a San Giovanni, a cui è assegnato un finanziamento da 3,3 milioni e che sconta ritardi nella demolizione. Le strade - Sul tema viario già si è accennato al cantiere "principe" che interesserà la galleria tra piazza Foraggi e via Salata: Elisa Lodi confida che la gara per l'affidamento dell'opera si svolga tra marzo e aprile, così da consentire l'avvio dei lavori nella tarda estate. Lavori destinati a protrarsi per 18 mesi fino alla primavera 2022. Galleria a parte, si continueranno a costruire rotatorie, le più importanti saranno su via Brigata Casale e in via Fianona-via dell'Istria, vicino al cimitero di Sant'Anna. Gli impianti sportivi - L'impiantistica sportiva accenderà i suoi "focus" sui project financing del "Giorgio Ferrini" a Ponziana e della "cittadella Samer" in via Locchi. Il "fiat lux" dell'illuminazione allo stadio Grezar costerà 800 mila euro, il campo del Vesna altri 700 mila. Importante risulta l'intervento del credito sportivo con 4 milioni di mutui. 

Massimo Greco

 

 

I "buchi neri" di Trieste - Oggi l'incontro pubblico al Miela

La Trieste dei "buchi neri": luoghi incompiuti della città che segnano il gap fra pianificazione urbanistica e realizzabilità. Il tema sarà al centro del nuovo incontro pubblico promosso dalla Rete civica Un'altra città oggi alle 18 al Miela. I 90 "buchi neri" sono stati mappati dalla nuova pubblicazione curata dall'architetto Roberto Dambrosi. Oggi si parlerà anche del Porto vecchio. L'incontro, presentato da Marcela Serli, sarà introdotto da William Starc che aggiornerà sullo stato di avanzamento dei lavori. Il dossier sui "buchi neri" sarà illustrato da Dambrosi con Anna Laura Govoni e un contributo di Giovanni Fraziano. Subito dopo si aprirà, con Riccardo Laterza e Gaia Novati, il resoconto sui tavoli di lavoro.

 

Una città universitaria per risanare i 90 "buchi neri" di Trieste - la lettera del giorno di Gianfranco Carbone

L'architetto Roberto Dambrosi ha curato una interessantissima ricerca sui "buchi neri" di Trieste che sono i palazzi e le aree della città abbandonate e non utilizzate. I numeri che emergono dal suo lavoro fanno riflettere: si tratta di una superficie più ampia del Porto vecchio quindi, nei prossimi anni la città dovrà pensare come riutilizzare più di 130 ettari, migliaia di metri cubi di edifici, alcuni di gran pregio architettonico, e aree definite "strategiche" per lo sviluppo.Lo studio verrà presentato dal movimento "Un'altra città" che propone, sostanzialmente, una riqualificazione pubblica. Sul "come" è tutto da capire perché le risorse disponibili sono notoriamente scarse. Perciò mi sfugge la proposta politica al di là dello slogan. Se tante aree e tanti edifici sono caduti in stato di abbandono c'è una causa anche demografica. Dal 1991 c'è stato un crollo verticale degli abitanti: si è passati dai 230mila del 1991 ai 200mila dei giorni nostri. Di questi il 10% del totale sono stranieri e un triestino su tre ha più di 65 anni. La prospettiva nei prossimi decenni è ancora più preoccupante. I "buchi neri" sono spazi abbandonati non per responsabilità delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni ma a causa della progressiva diminuzione della domanda d'uso e dell'assenza di modelli di sviluppo capaci di invertire i processi in atto. Per "riempirli" di nuovo" bisognerebbe prima pensare "al che fare". Basterebbe copiare dalle città piccole e medie che in Europa hanno dovuto affrontare, anche se in termini demografici meno vistosi dei nostri, lo stesso problema. Le soluzioni sono state sostanzialmente tre: città universitaria che è cosa diversa da una città con una università, implementazione dei servizi finanziari (la più complicata per il progressivo accentramento a Milano di molte funzioni storicamente presenti a Trieste) e infine sviluppo di attività innovative richiamando attrattori di peso internazionale con il contemporaneo sostegno a start up. Quando mi occupavo di queste cose immaginavo una Trieste universitaria dedicata alla formazione di giovani talenti stranieri e, dopo la realizzazione dell'Area di ricerca e del Sincrotrone, ad un sistema di sostegno delle imprese nel campo dell'innovazione tecnologica. Forse bisognerebbe ripartire da queste o, ben venga, da altre magari "più moderne" per evitare che il buco nero si allarghi invece che restringersi senza sperare che sia una mano pubblica impoverita a trovare le soluzioni possibili.

 

 

Appello dei biologi ai club subacquei «Salviamo insieme la Pinna nobilis» - Campagna dell'Area protetta di Miramare

S.os., salviamo insieme la Pinna nobilis. I dati dei monitoraggi condotti nelle ultime settimane sono sempre più sconfortanti: dalla laguna di Grado e Marano a Muggia la percentuale di individui morti è in graduale aumento e il rischio che la Pinna nobilis scompaia dal Golfo di Trieste si fa sempre più concreto. Se volessimo fare una battuta, potremmo dire che stiamo per "rimetterci le pinne". Ma non è affatto uno scherzo: nei nostri fondali questa specie ha raggiunto una tale densità da rappresentare una sorta di barriera naturale capace, al pari di quella corallina, di offrire rifugio a tantissime specie. La sua scomparsa sarebbe un duro colpo per la biodiversità complessiva del nostro mare.«Ed è per questo - dicono i responsabili dell'Area marina protetta di Miramare - che noi vorremmo davvero "rimettere" le pinne nel nostro Golfo». Come? «Setacciando i fondali alla ricerca degli individui che hanno sviluppato una resistenza genetica al parassita killer che le sta decimando in tutto il Mediterraneo», rispondono alla Riserva: «Con l'aiuto della task-force scientifica che ci sta seguendo in queste azioni di studio e monitoraggio, gli individui sani potrebbero ricolonizzare il Golfo grazie all'utilizzo di tecniche di ripopolamento sui fondali o utilizzando appositi stabulari».Monitorare l'intero Golfo di Trieste alla ricerca dei sopravvissuti però non è tuttavia pensabile per il solo staff di ricercatori dell'Area marina: «Ecco perché la nostra campagna #cirimettiamolepinne parte subito con una call to action rivolta a chi il mare lo frequenta abitualmente, anche in questa stagione, e lo conosce palmo a palmo: i club subacquei». Saranno loro dunque i protagonisti della campagna di citizen science #sub4fan - da "fan mussel", pinna nobile in inglese - che sarà coordinata dall'Amp Miramare attraverso l'individuazione dei diversi transetti su cui operare, la formazione iniziale dei club per la metodologia di censimento da adottare e la gestione finale dei dati raccolti». Le segnalazioni potranno essere raccolte anche tramite la nuova app messa a disposizione dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale: l'avvistAPP. Ma la campagna #sub4fan avrà anche un risvolto "ricreativo": i migliori scatti subacquei della Pinna nobilis saranno i protagonisti di una mostra fotografica sulla biodiversità del Golfo di Trieste esposta al congresso della Società Italiana di Biologia Marina, a Trieste dall'8 al 12 giugno. Info 040 224147 info@riservamarinamiramare.it

 

 

Salvare l'Astronave Terra dalle sue cattive abitudini

Serve un impegno collettivo per arginare i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale Dall'adozione dei pannelli solari alle pale eoliche, dall'uso della plastica al trasporto su gomma

Il tema vincitore - Martina Stefani* I cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale sono molto preoccupanti in quanto eccessivamente rapidi negli ultimi cento anni. Le conseguenze delle emissioni di gas serra come CO2 e Ch4 nell'atmosfera sono l'innalzamento delle temperature, che nel 2100, secondo la peggiore delle ipotesi, potrebbero aumentare ulteriormente di 4 o 5 °C, insieme allo scioglimento dei ghiacci, l'innalzamento del livello del mare e l'aumento di eventi climatici estremi. L'intero pianeta, in caso di un completo disinteresse verso la questione climatica, in un centinaio di anni non sarebbe più come lo vediamo e conosciamo oggi: molte città che si trovano sulla costa verrebbero sommerse e in altre zone la vita sarebbe resa impossibile, o comunque molto dure, a causa dei lunghi periodi di siccità, alternati a forti alluvioni. Di conseguenza le persone sarebbero costrette a emigrare per spostarsi in luoghi dal clima più favorevole, ottenendo così una concentrazione della popolazione mondiale in determinate zone, dove la densità di popolazione crescerebbe in maniera molto evidente. Oltre alle città e al modo di viverle, dovrebbe cambiare anche la nostra alimentazione, perché non sarebbe più possibile coltivare le stesse piantagioni in territori aridi e allo stesso tempo soggetti ad allagamenti. I problemi non riguarderebbero quindi esclusivamente l'ecosistema, inteso come flora, fauna e ambiente in cui vivono, ma anche l'uomo nella sua organizzazione sociale e nelle sue attività. I problemi sono numerosi, ma si possono risolvere. Ci vuole impegno. Impegno e collaborazione da parte di tutti coloro che si trovano sulla mia "Astronave Terra!".Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica e metano, investendo il più possibile sull'energia pulita; ogni casa dovrà essere dotata di pannelli solari e, nelle zone in cui il vento è costante ma non eccessivamente forte, costruiremo delle centrali con pale eoliche. Inoltre, per aumentare le zone verdi e di conseguenza il ricambio di ossigeno, si pianterà un albero per ogni nuovo nato e gli si darà il suo nome, in modo da sensibilizzare i cittadini riguardo alle tematiche ambientali. É importante, infatti, che tutti siano parte del cambiamento che dobbiamo mettere in atto per non danneggiare ulteriormente il pianeta e le nostre stesse vite. A partire dalle scuole dell'infanzia ed elementari, bisogna insegnare ai bambini a riciclare, separando i rifiuti nei contenitori adatti per ridurre al massimo l'attività degli inceneritori, e riutilizzare i materiali dando loro nuova vita in altre forme. Promuoverò eventi e piccoli festival, a volte anche accompagnati da conferenze di esperti in materia, in cui si venga a contatto con i prodotti alimentari a chilometro zero ed i loro produttori, in modo da incentivare il mercato locale e ridurre le emissioni dovute in particolare al trasporto su gomma. Per lo stesso motivo proporrei una riduzione del presso di biglietti e abbonamenti dei treni e stabilirei, in varie zone della città e della periferia, punti attrezzati in cui poter noleggiare biciclette o pattini e effettuare piccoli interventi di manutenzione in caso si viaggiasse con i propri mezzi. Per ridurre ulteriormente gli sprechi, impiegherò i motori elettrici su tutti i mezzi pubblici e aumenterò il numero di postazioni in cui poter caricare la batteria di automobili e motorini elettrici. Eliminerò, in tutti i casi possibili, l'utilizzo di plastiche, sostituendole con bambù, carta ed altri materiali più sostenibili. Vi sono molti campi in cui intervenire ma, sicuramente, è fondamentale un'educazione all'utilizzo consapevole dei materiali e delle risorse e al rispetto dell'"Astronave Terra" in quanto unica disponibile. Esattamente: non ne ho altre a disposizione. Passo e chiudo.

Martina Stefani - Quinta C Liceo Carducci-Dante

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 20 febbraio 2020

 

 

Pulizia strade - Ancora usati i soffiatori

Qualche tempo fa, alla segnalazione di un cittadino che si lamentava dell'uso dei soffiatori per la pulizia stradale in quando sollevano pericolose polveri, almeno l'AcegasApsAmga dette una riposta da cui sembrava che questa pratica fosse stata adottata almeno dall'azienda in via eccezionale per la pulizia delle foglie dei binari del tram di Opicina. E che comunque si sarebbe provveduto a sostituire i soffiatori in uso con soffiatori elettrici più silenziosi. Saranno passati circa due mesi, ma continuo a vedere che vengono abitualmente usati i soffiatori per la pulizia stradale anche dove non ci sono binari di tram. Li ho ripetutamente incontrati all'inizio di viale XX Settembre verso le 7.20, in corso Saba e piazza Goldoni verso le 5.20-5.30, in via Giulia a lato del giardino Pubblico e, in via Gatteri tra via Rossetti e via Strehler verso le 7.50.Anche se i soffiatori usati sono elettrici, più silenziosi di quelli usati tempo fa e non emettono gas di scarico, resta comunque il fatto principale che sollevano la polvere della strada tant'è vero che l'operatore è sempre munito di mascherina, come in genere non lo sono le malcapitate persone che si trovano nella zona. Vorrei sapere chi ne ha autorizzato l'uso e se prima di concedere tale autorizzazione sono state fatte delle misure oggettive sulla quantità e qualità delle polveri sottili sollevate e ne è stato valutato l'impatto sull'ambiente cittadino e sulla salute pubblica.

Diego Logar

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 19 febbraio 2020

 

 

AMBIENTE - Parenzo in prima linea in Adriatico per la lotta contro i gas serra

Emissioni abbattute già del 4%. A breve saranno sette le colonnine per la ricarica delle automobili elettriche. Uso di pannelli fotovoltaici

La città di San Mauro, Parenzo, è all'avanguardia nella tutela e rispetto dell'ambiente tanto da meritarsi anche un riconoscimento internazionale oltre a quello nazionale di località smart negli anni 2017 e 2018. Anche Greenpeace ha confermato come Parenzo sia la realtà adriatica che più si adopera contro le emissioni di inquinanti. Conferma che arriva a coronamento della trentina di progetti avviati dal 2013 a questa parte dall'amministrazione municipale intesi ad alleviare sul territorio gli effetti di tutta una serie di cambiamenti soprattutto climatici. In primo luogo le piogge sempre meno frequenti e i lunghi periodi di siccità, le manifestazioni temporalesche estreme, le estati calde e secche e gli inverni sempre più umidi. E i settori più colpiti sono il turismo considerato il pilastro economico del territorio, le forniture idriche, l'ecosistema e la gestione della fascia costiera. Ebbene i progetti citati hanno riguardato in primo luogo l'efficienza energetica, lo sviluppo sostenibile e la mobilità ecologica finalizzata in primo luogo alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra che in questo periodo sono calate del 4% come dimostrato dalle misurazioni. Un dato forse non troppo marcato, ma sicuramente incoraggiante verso l'obiettivo futuro più vicino che è l'abbassamento di ben il 40% entro il 2030. Da non dimenticare che Parenzo è stata la prima città istriana ad introdurre le colonnine di ricarica pubblica per le automobili a trazione elettrica. Oggi sul territorio ce ne son 7, numero destinato ad aumentare in proporzione alla crescita di veicoli elettrici sulle strade. E poi vanno citati i continui investimenti nella riqualifica energetica degli edifici pubblici che significa non solo l'isolamento termico delle facciate e dei tetti ma anche la collocazione di pannelli fotovoltaici in grado di far fronte al fabbisogno totale o parziale di energia elettrica. A proposito di mobilità green, il 22% del parco macchine municipale è ora a trazione elettrica e ad esso sarà aggiunto un altro veicolo ecologico per il servizio d'ordine comunale e tra non molto entrerà in servizio un minibus elettrico per il trasporto pubblico, il primo del genere nel paese.

P.R.

 

 

Ruote, bidoni e ferraglia Maxi bonifica di rifiuti in una dolina di Opicina - Le pulizie di SOS Carso, Masci e "I Girasoli"

 Il bottino è di quelli "ricchi". Basti pensare che sono stati riempiti qualcosa come 43 sacchi neri di rifiuti vari. Ai quali, peraltro, si aggiunge la bellezza di sette pneumatici, sei bidoni in ferro, due doghe letto sempre in ferro, una lavatrice, un motore e una batteria d'automobile, una bombola, moltissima ferraglia varia, plastiche, gommapiuma e bottiglie di vetro. È stata un'uscita ecologica decisamente proficua per i volontari di Sos Carso, riunitisi per una "vasta" pulizia in zona Opicina campagna. Altrettanto proficua è stata, in tale contesto, la collaborazione con gli scout della comunità di Trieste del gruppo Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani) e con i ragazzi del centro diurno di Repen appartenente alla cooperativa sociale "I Girasoli". «Dopo aver visionato nei mesi scorsi un terreno pieno di vecchi rifiuti, siamo così passati all'azione ripulendo quasi completamente questa dolina nei pressi di Opicina campagna», racconta il portavoce di Sos Carso Cristian Bencich. Complice anche la bella giornata, la partecipazione all'evento è stata piuttosto alta, con oltre una trentina di partecipanti. Il gruppo più numeroso era composto dagli scout del Masci, ai quali si sono affiancati appunto i membri della cooperativa capitanati da Giuliano Grizancic. «Grazie di cuore a tutti i partecipanti che non si sono certo risparmiati, lavorando e sudando parecchio per riuscire a ripulire una delle tante aree inquinate del nostro amato Carso», così il cofondatore di Sos Carso Furio Alessi. Un lavoro coi fiocchi, insomma, in favore dell'altipiano triestino. L'ennesimo. «Abbiamo l'imbarazzo della scelta su dove poter operare - conclude Bencich - tanto è vero che proprio durante quest'ultima uscita abbiamo scoperto un'altra dolina, a pochi centinaia di metri da quella ripulita, piena zeppa di rifiuti ingombranti abbandonati decine di anni fa. Molto probabilmente sarà il luogo del nostro prossimo intervento».

Ri.To.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 18 febbraio 2020

 

 

Campo Marzio-Porto vecchio in bici con 300 mila euro

Il sostegno arriva dal ministero dell'Ambiente e riguarda anche il bike sharing - Al centro progetti di mobilità sostenibile casa-scuola-lavoro

Nuovi parcheggi intermodali dotati di totem informativi, ulteriori stazioni del bike sharing e una ciclabile vera che dal Porto Vecchio arriva fino a Campo Marzio. Il Comune riceverà a breve un finanziamento di 300 mila euro da parte del ministero dell'Ambiente, che servirà a supportare i progetti di mobilità sostenibile riguardanti gli spostamenti dei cittadini casa/scuola/lavoro. Si tratta di uno stanziamento che viene spalmato su 81 amministrazioni rispetto alle 114 domande pervenute, per un totale di 164 milioni di euro. Il bando in realtà risale al 10 gennaio del 2017 e all'epoca prevedeva risorse per 35 milioni di euro, poi ampliate dall'attuale ministro Sergio Costa. «Promuovendo e finanziando pratiche come l'uso della bicicletta, il bike sharing, il car pooling, la mobilità elettrica collettiva, l'introduzione di mobility manager nelle amministrazioni pubbliche e nelle aziende - spiega Costa - si punta a qualificare ambientalmente la cultura della mobilità, a migliorare la qualità della vita e dell'aria nelle città e a ridurre le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici». Le risorse serviranno quindi per la realizzazione di percorsi ciclabili e pedonali, servizi di mobilità condivisa per le macchine, le biciclette e gli scooter, la creazione di sistemi modali dove ad esempio poter lasciare l'automobile e prendere un mezzo a due ruote, sistemi informativi e colonnine per la ricarica della auto elettriche.«Sono interventi che stiamo già realizzando - spiega l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli - e che saranno in una seconda fase concentrati sul lungomare da Miramare a Campo Marzio. A livello politico ho deciso di partecipare sempre a tutti i bandi sia statali che europei, in quanto consentono di ottenere risorse utili a portare a termine progetti importanti». I prossimi finanziamenti, che potrebbero arrivare, serviranno a ridurre il costo per le casse del Comune delle nuove piazzole del bike sharing che saranno collocate a Miramare, al nuovo park di Esof, in largo Roiano, alla base del Molo IV dove verranno creati ulteriori posti auto che sostituiranno quelli sulle Rive e in largo Irneri. In alcune aree, soprattutto quelle dei parcheggi, verranno anche installati dei totem informativi dove i turisti potranno ricevere indicazioni sulle strade da percorrere, gli itinerari dedicati o il calendario degli eventi. «Sono progetti sui quali abbiamo puntato - precisa Luisa Polli - per rendere la città più vivibile da un punto di vista turistico e pedonale. Le risorse pubbliche serviranno per supportarli economicamente». -

Andrea Pierini

 

 

Ferriera di Servola - L'avvio della "cassa" slitta al primo aprile

Il rinvio, dal previsto 24 febbraio, imposto da tempi tecnici Prorogati di un ulteriore mese i contratti dei 67 interinali

Viene posticipato al primo aprile l'avvio della cassa integrazione per 477 lavoratori della Ferriera di Servola, inizialmente previsto per il 24 febbraio. L'ha sancito la riunione avvenuta ieri fra sindacati e azienda, sotto l'egida della Regione. In teoria era la giornata in cui si sarebbe dovuto firmare l'accordo per la Cigs, ma la sottoscrizione è stata rimandata al 28 febbraio. È stata inoltre concordata una proroga di un altro mese per i contratti dei 67 lavoratori interinali. L'assessore regionale al Lavoro Alessia Rosolen è tra i registi del procedimento. Spiega: «La firma è stata rinviata al 28 febbraio perché lo impongono i tempi tecnici necessari a far partire la cassa integrazione al primo aprile. Restiamo in attesa di notizie da Roma sull'Accordo di programma». E forse proprio qui sta la necessità di un rinvio dell'intesa sulla cassa integrazione, cui si è aggiunta la volontà espressa ieri dall'azienda di continuare a far lavorare lo stabilimento per tutto il mese di marzo, facendo slittare evidentemente l'inizio dell'iter per lo spegnimento dell'area a caldo. Secondo gli addetti ai lavori, il tavolo romano dovrebbe riunirsi in settimana per sbrogliare la matassa dell'Adp. Prima si deve però risolvere la trattativa sulla cessione dei terreni e anche ieri un nuovo incontro fra Autorità portuale e azienda si è concluso con un nulla di fatto. L'approvazione dell'Adp è vitale per l'avvio della cassa integrazione, perché senza di esso l'azienda sarebbe costretta a far domanda di ammortizzatori sociali per cessata attività e non per riorganizzazione, come previsto dalla trattativa in corso. A dirlo è stata l'azienda stessa, durante l'incontro. Commenta il sindacalista Antonio Rodà (Uilm): «La firma si terrà il 28 ma durante l'incontro abbiamo discusso i termini della cassa integrazione. Durerà 24 mesi e sarà a rotazione, il più ampia possibile». Quanto alle 71 posizioni in eccedenza, le prospettive sono queste: «Sull'arco dei due anni l'azienda punta a pensionare 50 lavoratori. Per i rimanenti verranno prese in considerazione tre possibilità: dimissioni volontarie più incentivo, trasferimenti volontari in altri rami del gruppo, riqualificazione professionale. L'azienda qualifica l'operazione a "esuberi 0", nel senso che non sono in programma licenziamenti collettivi». Durante questo periodo il laminatoio continuerà a lavorare, a dispetto delle voci contrarie circolate in questi giorni: «L'azienda assicura che non ci saranno stop, neanche durante l'intervento sulla centrale elettrica, che al laminatoio è collegata». Dichiara il sindacalista Fiom Thomas Trost: «La cosa importante ora è che si arrivi alla firma dell'Adp, senza cui tutto il processo rischia di diventare ancor più delicato. Lunedì prossimo parteciperemo alla riunione del tavolo di coordinamento per la dismissione in Prefettura, in quella sede speriamo di avere notizie in proposito».Quanto al futuro della struttura, questi sono per sommi capi gli investimenti che nel frattempo dovrebbero venir messi in campo: su un totale di 150 milioni, 90 andranno sull'area a freddo e 60 per la centrale elettrica, a questi si aggiungono altri 5 milioni di interventi per la banchina. Di queste cifre il 75% dovrebbe venire da fondi del gruppo Arvedi, mentre il restante 25% sarà pubblico. La spesa prevista per l'azienda per lo smantellamento e la messa in sicurezza dell'area a caldo è di 30 milioni. 

Giovanni Tomasin

 

 

Passa in Consiglio il piano antenne - Si apre la stagione dei dibattiti pubblici

L'ok con i voti del centrodestra. È scontro sui metodi di coinvolgimento dei cittadini

Approvazione "preliminare" da parte del Consiglio comunale di Duino Aurisina, nel corso dell'ultima seduta, del Regolamento per l'installazione di stazioni radio base per la telefonia mobile. Si completa così il primo passo dell'iter che porterà il territorio di Duino Aurisina a dotarsi di uno strumento fondamentale. «Senza questo Regolamento - spiega l'assessore Lorenzo Pipan - le società di telefonia avrebbero potuto sistemare le antenne un po' ovunque. Abbiamo invece individuato noi parecchie zone utili, che dovrebbero bastare per soddisfare le esigenze delle compagnie che puntano a una copertura totale. Lo strumento è flessibile e mi sembra un buon punto di partenza». Il testo, predisposto dalla maggioranza di centrodestra, prevede una lunga serie di indicazioni con cui «si è cercato di far coesistere l'esigenza di una adeguata copertura del territorio con quella della salute delle persone, individuando aree lontane da scuole e zone densamente abitate». Il "sì" è arrivato dai consiglieri di maggioranza, mentre l'opposizione ha optato per l'astensione, con l'eccezione di Elena Legisa (Rifondazione comunista), che ha votato "no", spiegando che «era necessario sentire la popolazione in via preliminare. Mi sento presa in giro, perché avevo chiesto per tempo che si facesse così, invece si è scelta la strada opposta». Un'accusa alla quale replica Chiara Puntar, presidente della Commissione Ambiente: «Abbiamo fatto tre commissioni sul tema negli ultimi tre mesi e ogni volta abbiamo accolto le indicazioni dei consiglieri. Gli incontri li faremo dopo l'approvazione perché il testo si potrà ancora modificare». In ogni caso, in effetti, il cammino per arrivare a una conclusione sarà ancora lungo. Il documento dovrà infatti ora passare dapprima il vaglio della Commissione paesaggistica regionale e poi tornare in Consiglio per un nuovo voto. A quel punto non sarà ancora finita, proprio perché inizieranno, come promesso in aula anche dal sindaco Daniela Pallotta, «i pubblici incontri con la popolazione, per ascoltare suggerimenti, proposte, critiche, e arrivare a un testo definitivo». Per l'opportunità di sentire in via preliminare i residenti anche Lorenzo Celic (M5s) e Vladimiro Mervic (Lista Golfo). «Sappiamo che c'era fretta nel fare il Regolamento - ha sottolineato il primo - ma ascoltare la gente subito era meglio». «Sarebbe stata una scelta - così il secondo - di rispetto verso la popolazione».

U.Sa.

 

 

I novanta "buchi neri" di Trieste che attendono la rigenerazione

In un libro "Un'altra città" censisce i luoghi incompiuti o abbandonati del capoluogo giuliano - Un'area che supera gli 850 mila metri quadrati, superiore persino ai 60 ettari dell'antico scalo

Trieste, capitale della scienza con Esof 2020, è un groviera di buchi neri. Sono 90 quelli censiti finora. Dalla Caserma di via Rossetti a Palazzo Parisi, dalla Rotonda Pancera a Palazzo Kalister in Piazza Libertà e Palazzo Carciotti, passando per il Campo Profughi di Padriciano, Piazzale Gretta, l'ex Ippodromo e l'ex Aci, il palazzo delle Ferrovie, via Udine, l'Urban Center DI Corso Cavour, l'Autopark Belvedere, il Tram di Opicina. Una lista lunghissima per una superficie di oltre 850 mila metri quadrati, materia "sottratta" all'utilizzo pubblico superiore all'estensione di Porto Vecchio. "Non luoghi" dove lo spaziotempo congela tutto. Il dossier inedito, curato dall'architetto Roberto Dambrosi per l'associazione Un'altra città, mappa questi luoghi incompiuti della città che raccontato le "contraddizioni" o "implosioni" della pianificazione urbanistica. E venerdì, al Teatro Miela, il lavoro fresco di stampa verrà presentato in un incontro pubblico promosso dalla Rete civica "Un'altra città" e in particolare dal Tavolo qualità dell'ambiente urbano e Porto vecchio, che si è costituito un anno fa e ha promosso nel dicembre 2019 l'evento "Porto vecchio impresa collettiva". L'obiettivo è quello di condividere un aggiornamento sullo stato delle cose e restituire i contenuti dei tavoli di lavoro di dicembre, vere e proprie strategie per lo sviluppo della città. Al rovescio delle strategie ci sono invece i "buchi neri": aree che rendono evidente e tangibile il declino urbano e che sono state mappate dalla nuova pubblicazione promossa da Un'altra città e curata dall'architetto Roberto Dambrosi, "Buchi neri. Indagine sui luoghi incompiuti o abbandonati della città di Trieste". «Si tratta di decine di siti progettati e abbandonati a se stessi, o mai definitivamente realizzati e per i quali ad oggi manca qualsiasi prospettiva di riconversione o rigenerazione urbana» spiega Dambrosi. E il Porto vecchio sarà il convitato di pietra dell'incontro sulle eterne incompiute cittadine. La madre di tutti i buchi neri di Trieste. «Rappresentano l'altra faccia dell'antico scalo - spiegano i promotori -. Si può sperare che la città sappia affrontare la riqualificazione di Porto vecchio meglio di come sta trattando i tanti buchi neri presenti nei suoi quartieri? E si può lavorare affinché la riqualificazione del Porto vecchio sia un'occasione per ripensare anche a quei buchi neri e per attivare un processo di rigenerazione urbana di cui benefici tutta la città, rioni popolari e periferici compresi? ». Belle domande. «Dopo l'analisi sui buchi neri, possiamo trarre alcune conclusioni anche in ragione del rapporto che si può prospettare tra i luoghi del declino urbano ed il più grande dei buchi neri, il Porto Vecchio» aggiunge Dambrosi. L'incontro al Miela, presentato da Marcela Serli, sarà introdotti da William Starc. Il dossier sui buchi neri sarà illustrato da Roberto Dambrosi con Anna Laura Govoni e un contributo metodologico di Giovanni Fraziano. Subito dopo si aprirà, con Riccardo Laterza e Gaia Novati, il resoconto sui tavoli di lavoro dedicati alle strategie per lo sviluppo della città. Dagli 8 tavoli di lavoro avviati a dicembre, con la riflessione di centinaia di cittadini, sono emerse tre direttrici: Porto Vecchio come laboratorio per la sostenibilità e la qualità della vita cittadina, anche in risposta alla crisi climatica, a una maggiore accessibilità, a spazi pubblici di qualità; in chiave dialettica fra Porto Vecchio e sviluppo economico e produttivo, in connessione con eccellenze cittadine come il sistema della ricerca e il mondo della cultura. E infine con la visione di Porto vecchio quale ponte verso l'Europa e il Mediterraneo, spazio che ospita occasioni di incontro, confronto e cooperazione con mondi vicini e lontani, per riportare la città al centro di un'area vasta collocata tra Mediterraneo, Mitteleuropa e Oriente. Tre linee guida di lavoro, per tre domande precise che saranno rivolte all'amministrazione comunale di Roberto Dipiazza. La prima: "cosa si è fatto e cosa si vorrà fare per rendere il Porto Vecchio un'area autosufficiente dal punto di vista energetico, ridurre al massimo la mobilità inquinante e la produzione di rifiuti?". La seconda: "cosa si è fatto e cosa si vorrà fare per garantire che gli investimenti pubblici e privati sul Porto Vecchio generino un'occupazione di qualità, stabile e adeguatamente remunerato?". La terza: "cosa si è fatto e cosa si vorrà fare per coinvolgere istituzioni, enti, associazioni e operatori privati nel disegno del futuro del Porto Vecchio, anche su una scala transfrontaliera, considerato che l'area in oggetto è totalmente sproporzionata rispetto alle dimensioni della città?". Si attendono ovviamente le risposte. A meno che di non candidare il Porto Vecchio a diventare il "buco nero" dei "buchi neri" di Trieste. -

Fabio Dorigo

 

Al Miela la presentazione del dossier curato dall'architetto Dambrosi - Venerdì 21 Febbraio

"I Buchi neri e le strategie di sviluppo della città" sono il tema dell'incontro pubblico promosso dalla Rete civica Un'altra città: appuntamento venerdì 21 febbraio alle 18 al Teatro Miela. Il dossier sui "buchi neri", diventato una pubblicazione a cura dall'architetto Roberto Dambrosi, sarà disponibile e in vendita al Miela. L'incontro, presentato da Marcela Serli, sarà introdotto da William Starc e dopo la presentazione del dossier si aprirà, con Riccardo Laterza e Gaia Novati, il resoconto sui tavoli di lavoro dedicati alle strategie per lo sviluppo della città.

 

Salviamo le api (e il mondo) - Tutti a lezione di allevamento

Al parco di San Giovanni le lezioni teoriche incontri settimanali fino al 15 aprile

Come diventare apicoltori in dieci lezioni. Parte il nuovo corso di avviamento all'apicoltura 2020 il cui obiettivo è quello di far acquisire ai partecipanti le competenze per iniziare ad allevare le api. È previsto un ciclo di lezioni teoriche a cui seguirà, a fine corso, un'attività pratica in apiario. Le lezioni, della durata di circa un'ora, svolte in collaborazione con il Consorzio tra gli apicoltori della provincia di Trieste e il Circolo Istria, si terranno nell'edificio rosa che si affaccia sul roseto al Parco di San Giovanni. Agli iscritti verrà distribuita una guida pratica di apicoltura e la quota (di 30 euro) è valida come associazione al Consorzio. Giovedì alle 18 si parlerà di "Biologia e fisiologia delle api e dell'alveare". Quella dell'apicoltura urbana è un'attività che sta riscuotendo un grandissimo successo: alla precedente sessione ha preso parte infatti una cinquantina di partecipanti. «Il corso - spiega la naturalista Tiziana Cimolino - è formato da 10 incontri teorici che serviranno a preparare i nuovo apicoltori urbani. La partecipazione è aperta a tutti, anche a chi non ha esperienza: s'inizia dalle basi affrontando i temi più semplici per arrivare a fornire tutti gli strumenti per poter gestire autonomamente un'arnia» . Alla base dell'apprendimento, il confronto con esperti del settore. «Una parte del corso - prosegue Cimolino - sarà dedicata ai gusti del miele, attraverso delle degustazioni per riconoscere al palato le varie tipologie di miele e le loro specifiche qualità. Saranno presenti numerosi produttori locali che mostrano nel pratico come iniziare un'attività e svolgerla in maniera naturale e rispettosa dell'ambiente. A tenere le lezioni sarà l'apicoltore Livio Dorigo. Collaboreranno agli incontri altri esperti che da anni si interessano a progetti di apicoltura locale, mentre il Consorzio fornirà le arnie e tutto l'occorrente per gestire l'attività». «La grande partecipazione ai corsi - riprende Cimolino - è una dimostrazione dell'interesse per l'argomento ed è utile per tutelare l'ape locale: anche a Trieste si assiste infatti alla continua moria di api dovuta all'inquinamento dell'aria e del suolo e ai cambiamenti climatici che mettono a dura prova la specie. Da qui, l'importanza di mantenerle in buona salute. L'ape rappresenta infatti una sentinella ecologica molto importante ed è quindi necessario aumentarne il numero. Al corso contribuisce anche l'associazione Impronta Muggia aprendo al Consorzio un'altra area di attività nell'ambito provinciale».Info, 3287908116.

Gianfranco Terzoli

 

 

Acciughe e sarde tornano protagoniste dopo il fermo pesca - Al mercato ittico di Fiume

FIUME. Finalmente. È quanto hanno esclamato ieri mattina le persone riversatesi nelle pescherie istriane, dalmate e quarnerine, notando cassette piene di sardelle e acciughe, specie assente da più di 45 giorni dai mercati ittici. Il fermo biologico per sardelle, acciughe e papaline, decretato dal ministero croato dell'Agricoltura e Pesca, era scattato lo scorso 24 dicembre, assicurando pertanto pesce azzurro di taglia minore per la Vigilia di Natale. Il divieto si è concluso alle 12 del 16 febbraio, con i pescatori professionisti che hanno mollato gli ormeggi delle loro imbarcazioni nel tardo pomeriggio di domenica. L'attività è stata favorita dalle ottime condizioni del mare e meteorologiche, con ottimi pescati che sono stati particolarmente apprezzati dagli amanti del pesce azzurro piccolo, a buon mercato, gustoso e molto sano. Ieri nella pescheria centrale a Fiume c'è stato un via vai notevole di acquirenti, che quasi non degnavano di uno sguardo le altre specie di pesci, né molluschi e crostacei, puntando l'attenzione sulle sardelle a 20 kune (2,7 euro) il chilo e sulle acciughe, che costavano invece 30 kune, circa 4 euro, il chilo. A Zara, tanto per fare un esempio, le sardelle venivano offerte a 30 kune. Non sono mancati a Fiume nemmeno acquirenti italiani, ai quali i prezzi di queste due specie non sono sicuramente proibitivi, anzi. Come da tradizione, gli italiani hanno comprato specialmente acciughe, preferite di gran lunga alle sardelle. Secondo quanto disposto dal predetto dicastero, fino a mezzogiorno dell'ultimo giorno di febbraio, il 29, ogni peschereccio con reti da circuizione avrà una quota massima di prelievo dell'azzurro minuto, fissata a 40 tonnellate. Il fermo pesca in Croazia ha ormai una quindicina d'anni, introdotto per tutelare l'azzurro da una pesca indiscriminata, che ne aveva ridotto la biomassa. I divieti, sostengono gli esperti, stanno dando i frutti sperati, sia in fatto di catture, sia in quanto ad aumento medio della pezzatura dei pesci.

A. M.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 17 febbraio 2020

 

 

Ruote a terra e danni, i dolori del bike sharing

Vandalismi e intoppi tecnici penalizzano il servizio attivato di recente. E c'è chi suggerisce «più controlli e manutenzione»

Il bike sharing, da poco introdotto a Trieste, piace a cittadini e turisti, com'era evidente anche ieri dalle tante biciclette prese a noleggio che animavano le vie del centro. Ma non mancano i problemi: numerosi gli episodi di danneggiamento e vandalismo segnalati nelle varie "stazioni fisse" dove sono posteggiati i nuovi mezzi, compresi quelli a pedalata assistita. Ieri pomeriggio nella stazione fissa di piazza Oberdan si contavano almeno due bici con le gomme a terra. Non è noto se i copertoni fossero semplicemente sgonfi oppure bucati appositamente. In ogni caso inutilizzabili. Una bicicletta, inoltre, aveva anche il parafango divelto. Qualcuno, forse di notte, deve averlo tolto e buttato sul pavimento accanto alla ruota. Sempre ieri pomeriggio una giovane coppia ha lamentato che non si poteva usare nessuna delle biciclette posizionate in Stazione Rogers: «Una aveva il sellino mollo - racconta una ragazza -, un'altra non si staccava dallo stallo. Un'altra ancora aveva il sostegno del parafango staccato e il manubrio che si muoveva. Tre su tre, dunque, non andavano bene. Forse bisognerebbe pensare a come assicurare un maggior controllo e una manutenzione continua», suggerisce la giovane coppia. Il primo inghippo con il bike sharing si era verificato proprio all'indomani del lancio del servizio: in piazza Oberdan - ancora - una bicicletta a pedalata assistita aveva la batteria che penzolava dal telaio. In quel caso, più che a un atto vandalico, il danno era dovuto a un uso improprio della bicicletta: qualcuno doveva averla infatti utilizzata "in doppio". La ditta che si occupa della manutenzione in strada aveva ripristinato rapidamente il mezzo.

Gianpaolo Sarti

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 16 febbraio 2020

 

 

Divieti light, le Falesie tornano "vivibili"

In vigore la norma che restituisce più margini ad arrampicatori, diportisti e pescatori «preservando comunque l'ambiente»

DUINO AURISINA. Torna liberamente fruibile per tutti lo specchio di mare davanti alle Falesie. Se si esclude una stretta striscia sottocosta, denominata "zona A", della larghezza media di una trentina di metri, la cui funzione è di «evitare disturbo alla fauna e danno agli habitat naturali», e di una ulteriore zona cuscinetto di un'altra decina di metri, i diportisti d'ora in poi potranno godere appieno dello splendido tratto del golfo in cui si specchia il castello di Duino. Ne dà notizia il Comune di Duino Aurisina: «È entrato in vigore - si legge in una nota - il nuovo Regolamento della Riserva naturale regionale delle Falesie, con sostanziali modifiche rispetto al precedente, rispondendo così a richieste formulate da molti cittadini e operatori». Nel recente passato infatti era stata delineata una "zona B", molto ampia, che di fatto obbligava coloro che vanno per mare ad ammirare le Falesie solo da lontano, salvo completare l'iter per avere un'autorizzazione individuale. Il percorso per arrivare a questo risultato è stato lungo. Ad avviarlo era stato il Consiglio comunale di Duino Aurisina, con una delibera di un anno fa, alla quale era seguito il passaggio al Comitato tecnico-scientifico regionale per le aree protette, che doveva esprimere, come ha poi fatto, il necessario parere favorevole. «È stato un iter complesso - sottolinea Daniela Pallotta, sindaco di Duino Aurisina - ma alla fine abbiamo raggiunto lo scopo di garantire un nuovo approccio di tipo aperto che, pur nel rispetto dell'ambiente, non ostacoli la fruizione delle aree naturali, invertendo la vecchia impostazione di tipo chiuso, non adatta a tutte le aree protette, in quanto ostacolava gli utenti, senza vantaggi significativi per gli ecosistemi da tutelare».Nello stesso provvedimento si stabilisce anche l'estensione dell'area per l'arrampicata sportiva, che non sarà più limitata alle placche di Duino, ma comprenderà anche la cosiddetta "panza" dell'elefante di Sistiana. «Su questo fronte - aggiunge Pallotta - ho inteso accogliere le richieste delle due sezioni Cai di Trieste, XXX Ottobre e Alpina delle Giulie, fermo restando il divieto di arrampicata nel primo semestre di ogni anno, per favorire la nidificazione delle specie protette».È infine consentita la piccola pesca artigianale, nonché quella ricreativa dei cefalopodi per i residenti, per cinque anni, fermo restando un periodo di interdizione del prelievo per garantire gli obiettivi di ripopolamento ittico. «Esprimo il mio apprezzamento per l'obiettivo raggiunto - conclude il sindaco - e ringrazio chi ha collaborato, ribadendo in ogni caso che i valori e i princìpi di rispetto e tutela della biodiversità e degli habitat naturali rimangono obiettivi imprescindibili per la nostra comunità nell'ottica della valorizzazione sostenibile del nostro territorio».-

Ugo Salvini

 

Pesca di frodo svuota i fondali delle Brioni.

Il patrimonio ittico e' diminuito del 60%. L'allarme dell'istituto oceanografico di Spalato. Difficile catturare i trasgressori.

POLA. Da 11 anni a questa parte il patrimonio ittico nel Parco nazionale di Brioni è diminuito addirittura del 60%, come affermano gli studiosi dell'Istituto oceanografico di Spalato, e se non si corre ai ripari quanto prima, ben presto si arriverà a una situazione senza ritorno. Quali le cause del fenomeno? Risponde il biologo del parco Sandro Dujmovic spiegando che l'indice va innanzitutto puntato contro i pescatori di frodo che è difficile cogliere con le mani nel sacco a causa della legislazione alquanto lacunosa.«I pescatori fuorilegge li conosciamo bene, non sono molto numerosi però con la loro pesca sconsiderata arrecano danni enormi. Dispongono di imbarcazioni con motori di 250-300 cavalli e di radar molto sofisticati che segnalano subito l'avvicinamento delle motovedette della polizia o dei ranger del parco per cui si danno alla fuga in tempo utile», spiega il biologo. «Molte volte succede - aggiunge Dujmovic - che fuggendo lasciano in mare chilometri e chilometri di reti, una perdita calcolata per la quale dunque vale la pena rischiare. Qualcuno siamo riusciti a coglierlo sul fatto, però poi ha spiegato al giudice di esser sconfinato nelle acque del parco causa un guasto al motore, per cui era in balia delle onde e della corrente». Secondo Dujmovic ai ranger del parco bisognerebbe assegnare maggiori competenze come la possibilità di comminare sul posto multe più pesanti e il sequestro degli arnesi da lavoro. «Comunque la soluzione ideale per combattere il bracconaggio in mare - spiega il biologo - sarebbe quella di installare sui motopesca fuorilegge gli apparecchi Gps in modo da monitorarne continuamente i movimenti».Suggerisce inoltre una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza a segnalare ai ranger o alla polizia la presenza dei motopesca nelle acque proibite. Ed è risaputo che le acque attorno alle isole Brioni abbondano o abbondavano di pesce pregiato come orate, branzini, sogliole, dentici, cefali che dunque rischiano di sparire. Di solito il pescato di frodo finisce nella cucina dei ristoranti più rinomati i cui proprietari pagano piuttosto bene. Però oltre all'uomo c'è un'altra causa della sensibile riduzione del fondo ittico. Una causa naturale, vale a dire il pesce serra uno dei maggiori predatori del mare che negli 15 anni ultimi anni si è spinto dall'Adriatico meridionale verso quelle settentrionale. «La presenza del pesce serra - spiega Dujmovic - è confermata dalle ferite sui pesci che sono riusciti a liberarsi dalla sua presa». «Ma non solo - continua - lo vede in azione anche il personale sulle piattaforme del gas, attorno alle quali c'era molto più pesce di adesso». Per il biologo comunque c'è ancora spazio di manovra per salvare il salvabile.

P.R.

 

 

Tra 10 giorni la tappa locale della Marcia per la pace - il tour mondiale

«Per il Doomsday clock siamo a un minuto e 40 secondi dalla mezzanotte e non siamo mai stati così vicini da quando, nel 1947, l'orologio è stato ideato»: così Fulvio Tessarotto, dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare, ieri al San Marco alla presentazione della tappa triestina della seconda Marcia mondiale per la pace, che tra gli attori principali vede Comitato Dolci e Associazione mondo senza guerre e senza violenza. Tra gli intervenuti Alexander Heber, vicepresidente dei Verdi carinziani, e il vicesindaco di Umago Mauro Jurman. Il programma prevede la prima tappa il 24 febbraio a Umago, per poi proseguire il giorno successivo a Pirano, mentre il 26 febbraio sarà la volta di Capodistria, Muggia, San Dorligo e Trieste. Numerose le iniziative in programma in città, dalla visita ai luoghi più significativi per la non violenza al parco di San Giovanni fino al flash mob in piazza Oberdan. Poi al Narodni Dom la conferenza "Guerra, ambiente e persone: convivenza possibile? ". Il 27 si ripartirà alla volta di Fiumicello.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 15 febbraio 2020

 

 

«Sì alle Rive libere dalle auto ma urgono park alternativi»

Confcommercio e Federalberghi: «I siti per la sosta possono essere periferici» La Fipe: «Servono posteggi contenitore da subito. E il solo Molo IV non basta»

Le categorie economiche promuovono la proposta del Comune di togliere i posteggi dalle Rive purché ne vengano creati altrettanti nei parcheggi contenitore. Confcommercio, Fipe e Federalberghi, seppur con qualche distinguo, approvano infatti il piano del sindaco Roberto Dipiazza e dell'assessore all'Urbanistica Luisa Polli, che hanno annunciato che in concomitanza con l'avvio della stagione crocieristica e di Esof, quindi entro fine giugno, i circa 500 parcheggi che vanno dalla Capitaneria di Porto all'Acquario saranno trasferiti all'interno del Molo IV. Contemporaneamente all'approvazione della variante "Porto vecchio", presumibilmente entro aprile, verrà invece avviata la progettazione di un maxi park contenitore a più piani da circa mille posti e collegato in maniera importante con la città attraverso il bike sharing e i mezzi pubblici. Dipiazza ha anche rilanciato confermando che dopo la cessione dell'area dell'attuale Mercato ortofrutticolo verrà creato in zona un altro maxi parcheggio che consentirà di liberare tutto il lungomare anche se su questo fronte i tempi sono più incerti. «La cosa più importante per noi - spiega Franco Rigutti, vicepresidente vicario di Confcommercio - è che non diminuisca il numero di posti auto, ma che, anzi, possibilmente aumenti. Possono anche essere periferici purché siano ben collegati con il centro: ciò potrebbe anche far aumentare le zone pedonali, la cui creazione porterebbe a dei vantaggi economici dal punto di vista turistico e commerciale. Ribadisco però che i parcheggi devono essere ben collegati anche con i mezzi pubblici, e qui si dovrebbe creare quello scorrimento circolare degli autobus che molti auspicano». Anche secondo il presidente di Federalberghi della provincia di Trieste Guerrino Lanci «maggiori pedonalizzazioni darebbero maggiore respiro alla città, una scelta che sarebbe in linea con le grandi capitali europee. Per quanto riguarda i turisti i parcheggi possono anche essere più periferici visto che tendenzialmente preferiscono dimenticare l'auto. La "promenade" non dovrà però essere una tabula rasa, si dovranno pensare anche a dei servizi terzi e a una pista ciclabile, e in questo senso abbiamo stanziato delle risorse derivanti dalla tassa di soggiorno proprio per fare una progettazione strutturata». La presidente della Fipe Federica Suban parla a sua volta di un sì condizionato perché «dal punto di vista dell'estetica e del beneficio del turista sarà sicuramente positivo, ma servono parcheggi contenitori fin da subito. Con il solo ampliamento del Molo IV potrebbero rimetterci i locali tra piazza Unità e Campo Marzio, in particolare nel periodo invernale vista la distanza ragguardevole. Il trasporto urbano è inoltre complesso da utilizzare per una certa categoria di clienti che magari sono in abiti da sera o con tacchi importanti. Trieste ha una conformazione particolare e quindi bisognerà pensare a un qualcosa per il futuro che richieda anche un cambiamento culturale importante». E sulla possibilità di creare una pista ciclabile Luca Mastropasqua della Fiab Ulisse Trieste si dice chiaramente favorevole «almeno a livello concettuale. Prima di esprimere un parere completo però vorremmo vedere il progetto. Da parte nostra l'eliminazione dei parcheggi sulle Rive non può che essere positiva». Nessuna criticità invece al momento per la creazione di orari specifici per il carico e lo scarico della merce nei negozi o nei ristoranti, con gli operatori disponibili a sedersi al tavolo con il Comune.

Andrea Pierini

 

«L'idea è nostra ma oggi esistono le condizioni» - FAMULARI (PD) E GRIM (IV)

«Saremo le prime a vigilare e incalzare affinché il progetto di liberare le Rive dalle auto sia realizzato e resti permanente, anche dopo Esof. Già come componenti della giunta Cosolini abbiamo creduto in questa soluzione». Così la segretaria Pd e la coordinatrice di Iv, Laura Famulari e Antonella Grim. «Liberare le Rive - osserva Grim - è una scelta doverosa, soprattutto oggi che abbiamo l'occasione di ridisegnare la linea di costa dalla Sacchetta a Miramare». Famulari riconosce a Dipiazza «il merito di aver saputo raccogliere una nostra buona idea e attuarla. Oggi ha il vantaggio di poter disporre del Molo IV e degli spazi del recuperato Porto vecchio, restituiti alla città dal famoso emendamento Russo».

 

Bus senza più fermate: via Ghega ora è un caso - l'interrogazione del forzista Marini

I lavori di riqualificazione di piazza Libertà hanno avuto, come effetto collaterale, la soppressione della fermata dell'autobus di via Ghega, dove in precedenza facevano tappa le linee 24 e 30. Affinché il servizio sia ripristinato in tempi brevi Bruno Marini, consigliere comunale di Forza Italia, ha presentato un'interrogazione a Luisa Polli, assessore con delega a Traffico e Viabilità. «Adesso la 24 e la 30 corrono ininterrottamente dalla fermata di via Filzi, che fa angolo con piazza Sant'Antonio, fino a piazza Libertà, uno spazio enorme», afferma Marini: «Si tratta di un grave disagio per gli anziani e per chi ha difficoltà di deambulazione. La centralissima zona di piazza Oberdan, piena di uffici, rimane inoltre esclusa dal servizio. Il problema mi è stato segnalato non solo da tanti cittadini ma anche dagli stessi conducenti dei bus». Trieste Trasporti spiega che quella fermata, nello specifico, non è ripristinabile a causa della nuova viabilità, ma che si stanno valutando soluzioni alternative: a tal fine l'azienda ha chiesto a Comune e Regione di effettuare un sopralluogo congiunto e di procedere quindi alla riattivazione alternativa del servizio. L'assessore Polli tuttavia frena: «Stiamo ripianificando tutti i percorsi, in vista del contratto con la nuova società consortile del trasporto pubblico (Tpl Fvg, operativa dal prossimo primo maggio, ndr) e del Piano urbano della mobilità sostenibile, che sarà attivato contestualmente. In questo senso stiamo ripensando tutti i punti delicati, tenendo conto sia della sicurezza che della fluidità del traffico e puntando a ottimizzare il servizio. Vedremo».

Lilli Goriup

 

 

«Area a caldo chiusa, promesse mantenute» - L'INCONTRO DI SCOCCIMARRO CON "NO SMOG"

«Poche settimane alla chiusura dell'area a caldo. Un risultato storico, in linea con il programma di governo, conseguito anche grazie al lavoro della squadra di funzionari e dirigenti della direzione regionale competente». Questo il concetto espresso dall'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che ha incontrato l'associazione "No Smog". L'incontro, si legge in una nota della Regione, «è servito anche per far visionare ai componenti del sodalizio "No Smog" tutti i documenti ufficiali di questi quasi due anni di percorso politico-amministrativo» sulla Ferriera. Nel corso della riunione, ancora, «l'amministrazione ha fornito ampie rassicurazioni sugli aspetti legati alla sicurezza».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 14 febbraio 2020

 

 

Addio ai parcheggi sulle Rive entro luglio Cinquecento posti da trasferire in Molo IV

Comune al lavoro con Authority e Ttp per liberare il tratto fra Capitaneria e Aquario. L'obiettivo è riuscirci per Esof2020

Addio parcheggi sulle Rive, con i pedoni che a breve riconquisteranno completamente il tratto di lungomare dalla Capitaneria di porto fino all'Aquario marino. Il Comune, d'intesa con l'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale e Trieste terminal passeggeri, sta lavorando infatti al trasferimento di oltre 500 posti per la sosta a pagamento delle auto dalle Rive appunto al Molo IV, con l'obiettivo di renderlo definitivo già in occasione di Esof2020. Cioè per l'inizio del prossimo luglio. A confermare quella che ormai è molto più di una semplice intenzione è l'assessore comunale all'Urbanistica Luisa Polli: «Dobbiamo attendere il calendario definitivo degli arrivi delle navi da crociera. Se queste avranno una cadenza regolare e maggiore di una toccata alla settimana diventa assurdo togliere e rimettere i posti auto sulle Rive. Il lavoro che stiamo facendo è di aumentare gli stalli a disposizione in Molo IV, al fine di garantire lo stesso numero di posti totali liberando però dalle auto la zona fino all'Aquario». Quello di "liberare" le Rive è un obiettivo che il sindaco Roberto Dipiazza insegue da diverso tempo ed è in linea anche con il Piano del traffico approvato dalla precedente giunta comunale guidata da Roberto Cosolini e firmato dall'allora assessore Elena Marchigiani, un dettaglio sottolineato dalla stessa Polli per chiudere immediatamente a possibili polemiche politiche. «Quando completeremo il progetto sull'area del mercato ortofrutticolo (dopo il trasloco dello stesso, ndr) - rilancia Dipiazza -, con la costruzione pure di un maxi parcheggio, potremo pensare di togliere le auto in sosta anche da quella parte finale delle Rive creando una promenade bellissima con una pista ciclabile. Il più bel lungomare che ho visto è quello di Reggio Calabria che si affaccia sulla Sicilia: ecco, spero di riuscire a fare qualcosa di simile». In una prima fase i posti in Molo IV saranno a raso, «però - aggiunge l'assessore Polli - con l'approvazione definitiva della variante Porto vecchio da parte del Consiglio comunale, procederemo con la realizzazione di un grande parcheggio coperto nell'area, che ci consentirà di liberare in via definitiva le Rive creando un "polmone" in cui, chi arriva da fuori città e magari lavora in centro, potrà lasciare il mezzo per poi spostarsi a piedi, con il bike sharing o con i mezzi pubblici». Per arrivare all'approvazione della variante manca ancora una serie di passaggi tecnici, come ad esempio il parere della Regione. Dopo l'ok dell'aula, verrà redatto il progetto della struttura che prevede un migliaio di posti nell'antico scalo, incluso uno spazio per i pullman che, giocoforza, non troveranno più spazio dietro al Magazzino 26. In futuro e solamente dopo il completamento del Piano urbano della mobilità sostenibile, realizzato in collaborazione con i cittadini attraverso un sondaggio, si lavorerà anche a nuove pedonalizzazioni in centro città. Ma su questo aspetto c'è più cautela e la giunta non vuole creare disagi ai residenti. «Una cosa che introdurremo sicuramente - anticipa Polli - sono gli orari per il carico e lo scarico merci, come già in tantissime città. Questo per impedire che una corsia sia occupata dai furgoni nel momento in cui magari il centro è congestionato da chi deve andare al lavoro o portare i figli a scuola». 

Andrea Pierini

 

 

L'opposizione se ne va - Salta a Duino la seduta sul termovalorizzatore - lo scontro politico in consiglio comunale

DUINO AURISINA. Sono usciti in blocco dall'aula, facendo mancare il numero legale, obbligando così il sindaco Daniela Pallotta a sospendere immediatamente la seduta. Di questa clamorosa modalità, con la quale si è anzitempo concluso l'altro giorno il Consiglio comunale di Duino Aurisina, sono stati protagonisti, per protesta, tutti i consiglieri di opposizione, cioè Marisa Skerk e Massimo Veronese (Pd), Igor Gabrovec (Insieme-Skupaj), Elena Legisa (Rifondazione comunista), Vladimiro Mervic (Lista per il golfo) e Lorenzo Celic (M5S).La decisione degli esponenti del centrosinistra è maturata verso la fine della seduta, quando si è iniziato a parlare del delicato tema del rapporto fra industrializzazione e tutela dell'ambiente, con un chiaro riferimento al progetto del termovalorizzatore del Lisert. Sull'argomento avevano preparato una mozione i consiglieri Celic e Mervic da una parte e gli esponenti della maggioranza Puntar, D'Errico, Romita, De Vita, Pernarcich, Gruden, Spadaro, Milos e Ret dall'altra. Dai banchi dell'opposizione è stata manifestata più volte la volontà, vista l'importanza del tema, di arrivare a un testo comune. Dalla maggioranza è invece emersa l'intenzione di non derogare alla propria mozione. Ne è scaturito un vivace dibattito. A un certo punto, quando è parso evidente che non si sarebbe arrivati a una conclusione concordata, i consiglieri dell'opposizione, fatta una rapida conta, hanno optato per l'abbandono dell'aula, anche perché nelle file della maggioranza c'erano ben tre assenti, lanciando così il segnale che, senza la loro collaborazione, nessun testo sarebbe stato approvato. E così è stato.

U.Sa.

 

 

Pochi spazi per alberi - Il tema sotto la lente

Trieste città degli alberi: sì ma non dappertutto, in quanto esistono criticità molto evidenti soprattutto nelle aree centrali e in quelle semicentrali ad alta densità abitativa. Basta fare un giro a Roiano o Barriera vecchia per rendersi conto della quasi assoluta mancanza di alberature. O in centro, dove si discute dell'opportunità di inserire alberature che a volte vengono osteggiate anche dalla soprintendenza. Il problema è arrivato in commissione attraverso una mozione della consigliera leghista Barbara Dal Toè, che ha presentato l'opportunità di utilizzare il servizio offerto da Rete Clima, che promuove il patrimonio arboreo nazionale e lo sviluppo di verde urbano, anche attraverso la realizzazione di boschi urbani. Una soluzione potrebbe venire dalle norme nazionali: la legge 10 del gennaio 2013 obbliga i comuni superiori ai 15 mila abitanti a piantumare un albero per ogni bambino nato e registrato all'anagrafe. Con la messa a dimora che va fatta entro sei mesi dall'iscrizione anagrafica. Un problema non da poco per una città come Trieste nonostante la buona dotazione di verde pro capite. E comunque di difficile applicazione, almeno a detta degli amministratori: «Non avendo a disposizione - ha spiegato l'assessore Elisa Lodi - lo spazio necessario alla piantumazione di circa 1.200 nuovi alberi, tante sono mediamente a Trieste le nascite annuali, abbiamo dato il compito alle sette circoscrizioni, di rintracciare spazi idonei alla piantumazione di due alberi all'anno, un bambino e una bambina, per un totale di 14 alberi». Un numero che, sempre a detta dell'assessore, «è comunque maggiore anche grazie all'intervento di associazioni». 

Luigi Putignano

 

Disboscamenti selvaggi L'Ue a Bucarest: pronta procedura d'infrazione - ROMANIA NEL MIRINO

BUCAREST. Dietro la lavagna in attesa della possibile e più temuta punizione, l'apertura di una procedura d'infrazione Ue che potrebbe comportare anche sanzioni economiche. La Romania è finita nel mirino di Bruxelles causa il decennale problema del disboscamento selvaggio, in particolare nelle foreste vergini. Ad avvisare Bucarest è stata la Commissione europea, in una lettera ufficiale d'avvertimento alle autorità romene. La Commissione ha citato in particolare le «fragilità nella legislazione nazionale» romena, che «impedisce alle autorità di vigilare» in modo adeguato su «grandi quantità di legname tagliato illegalmente». Non solo: gli organi pubblici romeni che hanno la responsabilità di mantenere le foreste pubbliche sarebbero anche colpevoli di dare via libera a massicce operazioni di disboscamento legale, senza però prima valutare l'impatto del taglio degli alberi sull'ambiente, nel rispetto delle leggi europee. Impatto - così la Commissione - che è forte anche nelle aree protette, «in violazione» aperta delle direttive Ue sull'ambiente e gli habitat naturali. Ma Bucarest è nel mirino Ue anche perché non vigilerebbe sulla vendita del legname - business da 6 miliardi di euro - illegalmente abbattuto e poi smerciato all'interno del mercato comune europeo. La Romania avrà poco tempo per mutare registro: 30 giorni per sviluppare un piano accurato e risolvere un problema che è serio. La Romania è lo Stato Ue (esclusa l'area scandinava) con la più ampia superficie ricoperta da foreste vergini - oggi più di 500mila ettari boschivi su 7 milioni totali - boschi preziosissimi e habitat per specie protette. Ma dal 2000 al 2011, secondo Greenpeace, 360mila ettari sarebbero stati degradati o abbattuti, con 20 milioni di metri cubi di legname che "sparisce" ogni anno dalle foreste nazionali, tre ettari l'ora tagliati illegalmente. A partecipare al saccheggio spesso anche organizzazioni criminali che non hanno remore ad attaccare chi cerca di difendere le foreste romene. Nel 2019 sono state 16 le aggressioni contro guardie forestali di Romsilva, l'azienda pubblica che gestisce i boschi romeni, e due guardie sono rimaste uccise in agguati tesi dai "ladri di boschi". A provare a fermare il disastro l'anno scorso anche tre organizzazioni non governative - Agent Green, ClientEarth ed EuroNatur - che hanno presentato una denuncia alla Commissione Ue sollecitandola a muoversi per imporre a Bucarest un cambio di rotta, accusando la Romania di inazione e disinteresse intenzionale o meno al problema deforestazione illegale. La Commissione, si è visto, ha preso seriamente la denuncia.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 13 febbraio 2020

 

 

Tavolo della Prefettura: «La Ferriera si ferma entro la metà di marzo» - Verso lo spegnimento dell'impianto

«Le operazioni di fermata inizieranno con ogni probabilità nella prima quindicina di marzo». Stavolta è una nota ufficiale della Prefettura a ribadire il sempre più prossimo avvio dello spegnimento dell'area a caldo della Ferriera, precisando che «la durata dell'intero processo di spegnimento è fissata in tre settimane circa» e che «è già stata avviata una fase preparatoria allo spegnimento». Il comunicato viene diramato nel pomeriggio di ieri, al termine della riunione del tavolo tecnico coordinato dalla Prefettura, alla presenza del Comando provinciale dei Vigili del fuoco, del Comune, dell'Arpa, dell'Azienda sanitaria e dei rappresentanti di Acciaieria Arvedi e della Direzione centrale Ambiente della Regione. Le operazioni dovrebbero cominciare entro la metà di marzo «salvo ulteriori necessità tecniche». Lo spegnimento interesserà le batterie forni della cokeria e gli impianti sottoprodotti, l'altoforno, l'agglomerato, la macchina a colare e l'impianto di generazione vapore ausiliario. «Le fermate - prosegue la nota - dei principali impianti avverranno già nei primissimi giorni del processo a cui seguiranno le operazioni di messa in sicurezza degli impianti». I tecnici di Arpa, Azienda sanitaria e Vigili del fuoco hanno intanto effettuato martedì un sopralluogo «finalizzato a verificare - così la nota - se i presidi per la sicurezza dei lavoratori, i presidi ambientali e le misure di autocontrollo sono garantiti ed efficaci». Come già evidenziato dall'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, le procedure di spegnimento produrranno nelle ultime ore di funzionamento degli impianti effetti a livello di impatto ambientale e visivo. La conferma arriva anche dalla Prefettura, in riferimento ai rumori per l'apertura di valvole di sicurezza dell'altoforno e all'accensione delle torce di emergenza, «in concomitanza con lo svuotamento degli ultimi forni della cokeria e con la fermata dell'altoforno». Ad ogni modo, «per tutta la durata delle operazioni - dice ancora la Prefettura - verranno mantenuti attivi tutti i sistemi di monitoraggio e controllo ambientale previsti», mentre «l'azienda si è impegnata a dare comunicazione preventiva alla cittadinanza sullo stato di avanzamento dei lavori». Il tavolo si riunirà di nuovo lunedì 24, quando l'incontro sarà allargato anche ai rappresentanti per la sicurezza dei lavoratori, come richiesto dai sindacati.

Diego D'Amelio

 

 

Un vero "salotto" sull'altipiano: cinque divani gettati nel bosco- caso di inciviltà a Gabrovizza

GABROVIZZA. Un set completo di arredamento per soggiorno formato da cinque divani: due di colore blu, due rossi e uno bianco. Se ne stava lì in mezzo bosco. Facile immaginare quindi lo stupore dei frequentatori del sentiero di Gabrovizza che conduce alla cosiddetta grotta dell'Orso di fronte trovandosi di fronte a quella scena quasi surreale. L'ennesimo gesto di inciviltà compiuto ai danni del territorio carsico, che ha spinto molti passanti ad allertare i nuovi "paladini" dell'altipiano: i volontari di Sos Carso. «Chi ha portato i divani sino a lì deve essere veramente pazzo. Parliamo di un luogo davvero scomodo e nascosto. Ad ogni modo, dopo aver ricevuto la segnalazione, abbiamo recuperati i divani che però da cinque sono rimasti "solamente" due, ossia uno rosso e quello bianco. Che fine hanno fatto gli atri? Forse saranno entrati a far parte dell'arredamento della casa di qualcuno attratto dalle foto sui social», commenta il cofondatore di Sos Carso Cristian Bencich. I due divani superstiti, con non poche difficoltà visto il peso e l'ubicazione, sono stati portati in discarica. Il sentiero che conduce alla grotta dell'Orso, identificata dal numero 7 del catasto regionale delle grotte, sito a meno di un chilometro a nord della località di Gabrovizza, nel comune di Sgonico, è tornato dunque ad essere pulito. Dopo questo blitz, i volontari di Sos Carso stanno organizzando la prossima uscita ecologica che sarà in programma domenica in coorganizzazione con gli scout del Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani) come conferma lo stesso Bencich: «Interverremo nella pulizia di una dolina sita in località Opicina. Una zona purtroppo in cui vi è una notevole quantità di vecchi elettrodomestici, copertoni di automobili e camion e altri rifiuti abbandonati negli anni come spesso purtroppo accade sul nostro amato Carso».

R.T.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 12 febbraio 2020

 

 

Parte il ricorso del Comune per abbattere la Tripcovich

Dovrebbe decollare in giornata alla volta di tre indirizzi ministeriali. Il ministero avrà tempo fino a metà maggio per decidere. Delegazione municipale a Roma

Il documento è pronto e, accomodatosi sulla scrivania del sindaco, attende solo l'autografo di Roberto Dipiazza. Poi da piazza Unità ne decolleranno tre copie destinate rispettivamente al segretario generale del MiBact, Salvo Nastasi, al direttore generale di archeologia-belle arti-paesaggio dello stesso ministero, Federica Galloni, alla dirigente del medesimo dicastero Alessandra Marino. Dunque, sul dossier Tripcovich il Comune ha scelto la strada no-Tar, preferendo quella del ricorso amministrativo prevista dall'art. 16 del Codice dei beni culturali (D.lgs. 42/2004).L'articolo 16 prevede, appunto, il ricorso al ministero contro la dichiarazione di interesse culturale «per motivi di legittimità e di merito». Il termine di presentazione è di trenta giorni, che dovrebbe scadere tra oggi e domani se il count-down è scattato dallo scorso 13 gennaio, quando la Soprintendenza Fvg ha "girato" al Municipio l'altolà ministeriale all'abbattimento dell'ex stazione delle corriere trasformata in teatro all'inizio del decennio Novanta. Il ministero si riserva novanta giorni per decidere e, qualora dovesse accogliere il ricorso, «annulla o riforma l'atto impugnato». Quindi, giorno più giorno meno, il MiBact avrà tempo fino a metà maggio per emettere il verdetto sulla sorte della Tripcovich: se sarà il Municipio a spuntarla, tempi serrati per bandire la gara necessaria ad affidare i lavori di abbattimento. Lorenzo Giorgi, assessore al Patrimonio, conferma la strategia comunale, che, per non cadere nello sbaglio autunnale, prevede di accompagnare la documentazione cartacea con un viaggio degli amministratori nella Capitale, dove rappresentare "de visu" in sede ministeriale le ragioni municipali favorevoli a omettere la Tripcovich dal paesaggio urbano. L'impostazione del ricorso rispecchia a grandi linee quanto già emerso. Si basa sul superamento del vincolo risalente al luglio 2006, in quanto è cambiato l'habitat nel quale è calata la sala/stazione: la Tripcovich copre i varchi di un Porto vecchio sdemanializzato e in parte aperto alla città. Piazza Libertà - insiste il ricorso - non è più lo scalcinato angiporto della stazione, ma è stata ripulita con un intervento complesso da quasi 5 milioni di euro che ha ridisegnato marciapiedi, traffico, trasporto pubblico, verde. Un contesto dove i begli edifici, che la circondano, possono essere apprezzati e valorizzati: tre di essi - palazzi Economo, Kallister, Panfili - sono vincolati dalla Soprintendenza. In Comune c'è consapevolezza che non si tratterà di un percorso in discesa: la lettera dell'11 dicembre, scritta da Federica Galloni al soprintendente Simonetta Bonomi per bocciare la richiesta di abbattimento, era piuttosto perentoria nei toni e negli argomenti. C'è poi un quesito procedurale: il Comune trasmette il ricorso a tre uffici, perchè in effetti l'art. 16 non specifica la competenza, ma quale sarà quello deputato alla decisione? -

Massimo Greco

 

 

In Dalmazia è morìa di pinne nobili spugne e mussoli - Esperti in allarme

Sparito ormai il 90 per cento dei bivalvi Situazione migliore in Istria e Quarnero

Pinne nobili, spugne marine, mussoli: tutti uniti da un comune e purtroppo avverso destino sui fondali meridionali e centrali dell'Adriatico (sponda croata). Negli ultimi mesi e anni si stanno verificando morie di queste tre specie che fino a non tanto tempo fa godevano di ottima salute, situazione che si è completamente capovolta, con l'eccezione delle acque quarnerine e istriane, dove il quadro è più che incoraggiante. Tomislav Saric, biologo del dipartimento di ecologia, agronomia e acquacoltura dell'Ateneo di Zara, è stato intervistato dalla Tv pubblica, rilevando che le pinne nobili o nacchere vengono mortalmente aggredite dall'Haplosporidium pinnae. Si tratta del microorganismo rinvenuto all'interno dei molluschi che, dopo averne colonizzato l'apparato digerente, distrugge le funzioni vitali del bivalve, specie endemica del Mediterraneo, che cresce fino a 120 centimetri di lunghezza e fin dal 1992 è tutelata in Croazia da legge molto severe. «Abbiamo un tasso di mortalità molto alto tra questi splendidi molluschi bivalvi, compreso tra il 90 e il 100 per cento - ha rilevato l'esperto - la nostra speranza è che il calo invernale della temperatura del mare possa arginare o fermare il fenomeno». Non è purtroppo così perché le notizie provenienti dai parchi naturali dell'isola di Lagosta e di Telascica (Isola Lunga) parlano di autentiche stragi, che non hanno risparmiato nemmeno un esemplare di pinna nobile. La stessa cosa avviene per la Spongia officinalis, da cui si ricavano le spugne da bagno. Anche in questo caso, i pescatori professionisti non possono fare altro che constatare i tanti esemplari senza vita, falcidiati probabilmente da qualche batterio o da parassiti. Devono essere gli esperti a stabilirlo, proponendo misure di risanamento nei confronti di una specie diventata tra i simboli della Croazia adriatica, tra i souvenir più apprezzati dai turisti. Che dire poi dell'Arca di Noé, noto altrimenti come mussolo, letteralmente sparito in vaste aree dei fondali dalmati, come ad esempio nell'isola di Brazza, dove non è possibile rinvenire neanche un esemplare. A detta dei biologi dell'Istituto spalatino di Oceanografia, ci sarebbe una specie di confine all'altezza di Zara, varcato il quale in direzione nord la situazione appare di gran lunga migliore. 

Andrea Marsanich

 

 

Tempeste di vento e terra che si riscalda Colpa del carbonio e dell'indifferenza

Se le emissioni di colpo si azzerassero ci vorrebbero almeno 45 anni prima di tornare ai livelli pre-industriali. Solo Greta e il Papa protestano

Uno spettro si aggira per il pianeta Terra, lo spettro del cambiamento climatico, ma nessuna delle potenze del vecchio mondo sembra aver compreso quanto grave possa già essere la situazione. E le persone illuminate che lo hanno capito si rassicurano pensando che non sarà domani e si domandano perché dovrebbero fare qualcosa se neanche gli scienziati sono d'accordo. Iniziamo dalle conseguenze. Incendi smisurati hanno portato sull'orlo della fusione il terreno permanentemente ghiacciato della Siberia, compromesso la ricchezza dei viventi, sapiens e non, in Amazzonia, liberato ingenti quantità di anidride carbonica e spinto verso l'estinzione i marsupiali australiani (per non parlare delle vittime). Questi roghi sono stati certo favoriti dalla siccità e dall'abbassamento delle falde idriche. Temperature calde come mai in passato hanno interessato tutto il pianeta, da Parigi (+43°C, mai registrati prima) a Biarritz, da Torino all'Antartide (record di +18°C, più caldo che a Roma), mentre tempeste di vento a 200 km/h flagellano il Nord del mondo e l'Italia settentrionale. Secondo l'Università di Oxford, entro il 2030 (nei mesi estivi) non si riformerà più la grande banchisa del Polo Nord, passando i ghiacci artici da più di 11 a circa 4 milioni di km quadri dal 1980. E la fusione dei ghiacciai terrestri porterà a un innalzamento del livello medio dei mari calcolato fra 1 e 10 metri nei prossimi trent'anni. Perturbazioni meteorologiche a carattere violento stanno diventando più numerose, più frequenti e avvengono anche al di fuori delle regioni e delle stagioni tradizionali. Tutto questo dipende dal fatto che fa più caldo e che il sistema atmosferico deve evacuare maggiori quantità di energia termica e regolare contrasti termici sempre più profondi. Gli scienziati non sono affatto divisi sul cambiamento climatico: tutti gli specialisti del clima sostengono unanimemente che stiamo assistendo a un cambiamento climatico anomalo e accelerato rispetto al passato. E che dipende dalle attività produttive dei sapiens. Se si calcolano le pubblicazioni scientifiche (unico terreno su cui si confrontano i ricercatori, che non hanno maggiore calibro se vengono intervistati dai media), si vede chiaramente che, su decine di migliaia di articoli pubblicati in riviste peer reviewed, solo alcuni non concordano sulle responsabilità degli uomini. Purtroppo l'audience di questa straminima minoranza (che in altre discipline neanche avremmo considerato), è amplificato da alcune personalità autorevoli e da una gran massa di siti e articoli (non scientifici) prezzolati dalle compagnie petrolifere. È curioso, però, che anche scienziati esperti in altre discipline discettino allegramente del ruolo del Sole o neghino il riscaldamento rilasciando interviste, non, invece, scrivendo articoli sulle riviste scientifiche che potrebbero certificare il loro dissenso. Il clima della Terra può variare solo per cinque motivi: irregolarità dell'orbita terrestre (che spiega le grandi glaciazioni del Quaternario), correnti oceaniche (che riscaldano, per esempio, maggiormente la Scandinavia), posizione dei continenti (il nostro emisfero ha più continenti e perciò è più freddo di quello australe), Sole (se è più caldo o più freddo) e presenza di carbonio in atmosfera. Ma possiamo considerare attualmente irrilevanti i primi quattro motivi, in quanto cambiano molto lentamente e addirittura perché il Sole raramente è stato così freddo. Rimane solo un motivo che può cambiare il clima sulla Terra oggi, ed è il carbonio in atmosfera. Ed è anche l'unico su cui i sapiens possono intervenire, non potendo certo influire sugli altri. Nonostante ci siano cicli naturali del carbonio che muovono 770 miliardi di tonnellate di CO2, il contributo degli uomini è significativo (30-40) e, soprattutto, interviene su sistemi all'equilibrio: la classica goccia che fa traboccare il vaso. La logica rafforza i numeri degli specialisti del clima. Bisogna sempre distinguere il tempo dal clima, ma ormai gli eventi meteorologici si ripetono così frequentemente da diventare climatici. Ed è inutile pensare che anche nel passato il clima cambiava: certo, ma solo alcune regioni alla volta e più lentamente. Oggi il cambiamento è globale e avviene in maniera più accelerata del passato, tanto che ogni anno che passa è ormai più caldo di quello precedente. Inoltre le previsioni delle tendenze climatiche di 15 o 10 anni fa si sono rilevate esatte, segno che i modelli fisici e matematici utilizzati erano corretti. Va poi rilevato che non stiamo soffrendo di tutto il potenziale negativo del cambiamento climatico, che è ancora di là da venire: il carbonio persiste in atmosfera per cento anni, dunque quello riversato in passato è ancora largamente attivo. Se oggi potessimo azzerare istantaneamente tutte le combustioni degli uomini e tutto quello che non è energia rinnovabile si fermasse, ci vorrebbero 45 anni perché la CO2 tornasse ai livelli pre-industriali (cioè attorno alle 350 ppm, oggi siamo a 415). Come a dire che la temperatura media continuerebbe ancora a salire per decenni prima di tornare al livello di oggi, perché l'inerzia dell'atmosfera è considerevole. Dunque il famigerato punto di non ritorno (il tip-point) rischiamo di vederlo negli specchietti retrovisori, lanciati a tutta velocità verso uno schianto che non procurerà alcun fastidio al pianeta, ma ai sapiens e ai viventi sì, riducendo drasticamente il nostro benessere e portando alla morte e alla migrazione forzata gli uomini della parte povera del pianeta. È davvero avvilente constatare che solo una ragazzina e un uomo vestito di bianco amplifichino le preoccupazioni degli scienziati, mentre tutti gli altri fanno finta di niente. 

MARIO TOZZI

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 febbraio 2020

 

 

«Una palestra di arrampicata al Gasometro del Broletto»

Il project financing da cinque milioni di euro presentato a Comune e Regione ipotizza un impianto all'avanguardia sui modelli di Stoccolma, Londra e Zurigo

Scalare il Gasometro del Broletto. È l'impresa verticale che si pone lo studio di Project financing della società Iblarei srl con un investimento stimato di cinque milioni di euro (2,5 pubblici e 2,5 privati). Il progetto è stato già presentato al Comune e alla Regione. «Ci è arrivata la proposta di una scuola di arrampicata», aveva confermato l'assessore Lorenzo Giorgi illustrando di recente l'iniziativa di aprire il Gasometro ad alcuni eventi (discoteca e concerto) per attrarre dei possibili investitori. In realtà un piano pubblico-privato di riutilizzo dello straordinario contenitore del Broletto abbandonato da decenni c'è già. Si tratta del "Gasometro Trieste Climbing" che vorrebbe trasformare lo storico edificio industriale nella sede di una palestra d'arrampicata sportiva d'avanguardia.«Quella pensata è una struttura sportiva senza eguali nel raggio di 260 chilometri, paragonabile in Europa solo ad altri tre casi di recupero di siti industriali, riqualificati appunto come impianti sportivi per l'arrampicata: Stoccolma (edificio industriale motori diesel), Londra (stazione di pompaggio acque) e Zurigo (gasometro)», illustra Alberto Ieralla, triestino, 53 anni, laureato in Economia e commercio, alpinista per passione, presidente del Collegio delle Guide alpine e titolare proprio della società Iblarei, proprietaria del progetto. Il Gasometro triestino ha un diametro di 42 metri, è alto 35 metri al centro e 20 metri alla spalla. La struttura interna per l'arrampicata - stando al progetto - sarà totalmente autoportante e quindi senza impatto sull'edificio storico, vincolato dalla Soprintendenza. Il piano economico del progetto "Gasometro Trieste Climbing" prevede 2,3 milioni per gli interventi di recupero e 2,5 milioni per la realizzazione dell'impianto sportivo. I muri interni d'arrampicata saranno alti tra i 13 e i 20 metri, omologabili anche agli standard delle gare olimpiche (visto che l'arrampicata sportiva è diventato una specialità a cinque cerchi). Si tratterebbe insomma di un'assoluta rarità nell'offerta italiana ed europea delle palestre di arrampicata sportiva. La palestra, che prevede anche l'impiego a tempo pieno di otto persone, potrebbe essere utilizzata anche dal Soccorso alpino e dai Vigili del fuoco per le esercitazioni di routine. Oltre ai muri per l'arrampicata (adatti alle discipline specialistiche "lead", "speed", "boulder"), gli spogliatoi e i locali di servizio per la palestra, il "Gasometro Trieste Climbing" conterrà bar, ristorante, negozi e aree dedicate ad altre attività come la "Fitness e Yoga room", il Centro wellness con spa e sauna.«Al di là delle attività indoor, certo fondamentali a soddisfare le esigenze del turismo sportivo anche nei mesi invernali - aggiunge il promotore Ieralla - sarà importante il ruolo che il nuovo Gasometro fungerà nel contesto cittadino: diventerà cioè un centro di riferimento per le attività outdoor, e un punto di partenza per arrampicate in falesia, escursioni, trekking a piedi e in bici. Per questo nel progetto è previsto un noleggio mountain bike». Del resto l'arrampicata a Trieste, che vanta una lunga tradizione di grandi nomi dell'alpinismo, è praticata nelle falesie della Costiera e del Carso, a Sistiana, sulla Napoleonica e in Val Rosandra. A Trieste arrivano "climber" provenienti dal Triveneto, dalla Lombardia, dal Piemonte e dal Centro Italia, oltre che da Slovenia, Croazia, Austria e Germania. Non mancano poi gli arrampicatori locali, che sono un numero tutt'altro che irrilevante: oltre ottomila, grazie alle due sezioni del Cai (seimila iscritti) e alle associazioni di arrampicata sportiva. Il numero dei "climber" è in crescita anche grazie all'aumento della pratica agonistica dell'arrampicata sportiva, divenuta come si diceva sport olimpico: in dieci anni la Federazione ha registrato un più 400% di iscrizioni con l'ingresso nel Coni. L'idea del "GasometroTrieste Climbing" è nata nella fucina dell'Università di Trieste nell'ambito del Protocollo d'intesa con il Comune che aveva affidato allo studente magistrale del Dipartimento di Scienze economiche Alberto Benericetti il compito di pensare a un progetto di recupero e valorizzazione del Gasometro del Broletto, che includesse anche un piano di fattibilità. Benericetti, sotto la guida del professor Giorgio Valentinuz, ha realizzato il progetto per conto dell'associazione di arrampicata sportiva "Mano Aperta".La società Iblarei, che ha acquisito il progetto, è già in contatto con partner internazionali ed è alla ricerca di soci per sostenere la realizzazione della palestra d'arrampicata al Gasometro del Broletto. Il piano finanziario prevede una concessione di 32 anni. Spetta ora al Comune dare una risposta pronunciando il fatidico "sisespol", ovvero l'hashtag preferito dell'assessore Giorgi, che riuscirebbe così a piantare la bandierina sul tetto del Gasometro. Un'impresa che non è ancora riuscita a nessuno.-

Fabio Dorigo

 

Il risiko immobiliare giocato su tre tavoli tra il Comune e la Cdp

L'ex caserma di via Rossetti, l'area di Campo Marzio, l'ex Manifattura Tabacchi: gli incastri tra campus scolastici e mercati all'ingrosso

Il triangolo no, nel 1978 Renato Zero non lo aveva considerato. Ma sono trascorsi da allora 42 anni e il Comune triestino lo ha preso in considerazione, in modo del tutto innocente. Un casto triangolo, o meglio una triangolazione, che ha come partner Cassa depositi e prestiti (Cdp), con cui da qualche anno il Municipio discute di importanti affari immobiliari senza però aver finora quagliato. Allora, tre le carte sul tavolo verde del business: l'ex caserma Vittorio Emanuele III in via Rossetti, l'area del Mercato ortofrutticolo in Campo Marzio, l'ex Manifattura Tabacchi vicino al Canale navigabile. Partite distinte ma connesse o meglio connettibili, come argomenta l'assessore all'immobiliare Lorenzo Giorgi, che illustra alcuni passaggi del risiko.Tutto parte dall'ex caserma in via Rossetti, un vastissimo compendio da 50.000 metri quadrati lordi, proprietà di Cdp che la stima 17 milioni di euro. Un anno fa si parlava di uno scambio con palazzo Carciotti, ma il negoziato non si è chiuso a causa delle quotazioni non coincidenti. Il Municipio è attratto dall'ex struttura militare perché è intenzionato a realizzare al suo interno un campus scolastico, che privilegerebbe l'insediamento delle succursali e degli istituti attualmente acquartierati negli edifici più fatiscenti. Gli stabili sono inseriti nel perimetro di via Rossetti, via Mameli, via Angeli, via Revoltella. Vengono considerati in discreto stato conservativo, di agevole trasformazione in chiave scolastica senza bisogno di stanziamenti troppo onerosi. Cdp sembra incline ad affittare, più che a vendere e si parla di una locazione annua attorno agli 800.000 euro, cifra ritenuta decisamente elevata dal Comune. E comunque, qualora si dovesse passare all'acquisto, largo Granatieri non intende prescindere dal diffalco dell'affitto versato. Qui passiamo alla seconda parte della triangolazione. Perché il Comune potrebbe considerare uno scambio con Campo Marzio, dove funziona l'ingrosso dell'ortofrutta: ma il valore di Campo Marzio ammonta ufficialmente a 26 milioni di euro, indicazione giudicata anch'essa fuori mercato. Quindi, l'operazione Rossetti-Campo Marzio deve essere calibrata onde evitare evidenti sperequazioni valutative. Terzo tassello: se Cdp accetta di intervenire su Campo Marzio con un importante investimento immobiliare, è lapalissiano che debba avere la disponibilità del terreno. In una città appassionata di storia come Trieste, il passato tende a non passare: rispunta l'ipotesi dell'ex Manifattura Tabacchi, proprietà di Fintecna, nella stiva di Cdp. Che potrebbe addirittura ospitare anche il Mercato ittico (oggi in affitto dell'Autorità portuale all'ex Gaslini), consentendo in questa maniera di risolvere due problemi con una sola mossa. E l'ex Duke, comprata per 1,2 milioni dall'Ezit in liquidazione allo scopo di accogliere l'ortofrutta? Andrebbe sul mercato. Quello immobiliare.

Massimo Greco

 

 

Muggia capitale del cicloturismo - Presenze su del 12% ma è mordi-e-fuggi

La cittadina rivierasca meta "slow" gradita da viaggiatori provenienti da tutto il mondo

È ancora boom per il cicloturismo a Muggia. I numeri di stima dei flussi del turismo in bicicletta sul territorio rivierasco nel 2019, forniti da Fabrizio Masi, fondatore di Viaggiare Slow, sono inequivocabili: rispetto al 2018 i cicloturisti sono aumentati del 12%. I dati sono stati raccolti rilevando fonti multiple: soggiorni registrati da PromoTurismo Fvg, tour operator italiani e stranieri, accessi all'Info-bike point di piazza Caliterna e i contatti ricevuti attraverso i canali Facebook e web www.viaggiareslow.it, www.viaggiarefree.it e www.parenzana.it. I numeri dei tour operator - tra i quali FunActive, GiroLibero, Jonas, Helia, Die Landpartie, e altre agenzie - sommati a escursionisti autonomi e gruppi nazionali e internazionali portano le cifre totali dei turisti in bici ad attestarsi (probabilmente per difetto) tra i 16.800 e i 17 mila all'anno, con un aumento complessivo tra il 12 e il 13% rispetto ai valori del 2018. Piuttosto chiare le direzioni: il 65% si muove in direzione Parenzana, il 30% lungo la costa in direzione Capodistria, il restante 5% seguendo altri itinerari. Altro dato interessante riguarda la crescita delle agenzie: ad oggi più di 15 tour operator nazionali e internazionali propongono nel loro catalogo viaggi con transito (alcuni con pernottamento) nel comune di Muggia. Un numero in aumento rispetto agli 11 del 2018. Ma da dove arrivano i cicloturisti? Il 35% dall'Italia, così ripartiti: 40% Triveneto, 15% Lombardia, 15% Emilia Romagna e il restante 30% da altre regioni italiane tra le quali spiccano Lazio, Piemonte, Toscana ed Umbria. Una grandissima fetta è data poi dai paesi germanofoni con l'Austria al 25% e la Germania al 15%. Seguono i paesi slavofoni al 15% con particolare riguardo per Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia ma anche Russia. Seguono poi vari paesi sparsi tra i quali anche Australia, Usa e Canada. Rispetto al 2018 il flusso di turisti stranieri è cresciuto circa dell'8%. I mesi con i maggiori afflussi? Settembre, agosto, luglio, ottobre e giugno. L'unico dato negativo riguarda, come già accaduto negli anni scorsi, la percentuale di coloro che soggiornano più giorni sul territorio. Seppur in leggero aumento, a fermarsi a Muggia almeno una notte è solo il 20-25% dei cicloturisti, che poi si sposta verso l'Istria. La cittadina rimane, almeno per ora, punto di passaggio e non di sosta.

R.T.

 

 

"Investigatori" del mare con uno smartphone

Iniziativa lanciata dall'Ogs con una particolare App: basta fotografare meduse, noci di mare, tartarughe e delfini e inviarle agli esperti

Vuoi aiutare i ricercatori a conoscere meglio il nostro Adriatico? Scarica sul tuo cellulare l'applicazione avvistApp e partecipa alla maratona di avvistamenti di organismi marini promossa dall'Ogs. Partita ufficialmente la scorsa settimana, è una sorta di caccia al tesoro che consente ai cittadini di essere protagonisti della ricerca scientifica. Gli indizi da ricercare sono meduse, noci di mare, tartarughe e delfini: una volta individuato uno di questi organismi basta scattare una foto geolocalizzata con lo smartphone e tramite avvistApp inviare la segnalazione ai ricercatori, che potranno utilizzarla per una mappatura delle specie marine che popolano le nostre acque. «L'app è stata pensata in particolare per mappare la presenza delle noci di mare (Mnemiopsis leidyi), una specie aliena fortemente invasiva che da alcuni anni sta creando parecchi problemi in Adriatico - ha spiegato Valentina Tirelli dell'Ogs presentando il progetto nello spazio di Trieste Città della Conoscenza -. Le noci di mare sono organismi gelatinosi che a prima vista potrebbero essere scambiati per meduse. In realtà sono ctenofori, animali non urticanti ma pericolosi per l'ecosistema. Sono carnivori incredibilmente voraci, che si nutrono di zooplancton, uova e larve di pesce, sottraendo così cibo prezioso agli altri organismi marini. Questa specie è stata inserita tra le cento specie aliene invasive più pericolose, perché può vivere a salinità e temperature molto diverse e ha una straordinaria capacità riproduttiva: è un'ermafrodita in grado di produrre in una notte migliaia di uova». Si parla di "specie aliena" perché Mnemiopsis leidyi è originaria delle coste atlantiche delle Americhe ed è giunta in Adriatico con le acque di zavorra delle navi. E' un ospite indesiderato che ha già causato danni nel mar Nero e nel mar Caspio e dal 2016 sta provocando problemi ai pescatori nella laguna di Grado e di Marano. Per questo motivo la Regione ha finanziato all'Ogs uno studio sull'impatto di questi organismi nell'Adriatico, al quale con questa maratona possono contribuire anche i cittadini. Come ogni gara che si rispetti, anche la maratona avvistApp, che si concluderà il 10 maggio, mette in palio tre abbonamento alla rivista National Geographic. Le premiazioni avverranno il 24 maggio, in occasione della conferenza Encounters in Citizen Science 2020, l'evento internazionale dedicato alla scienza partecipata che quest'anno si terrà per la prima volta a Trieste.

Giulia Basso

 

470

Sono le segnalazioni validate dal 12 luglio, giorno in cui avvistApp è entrata in funzione, a oggi: ogni segnalazione della cittadinanza viene infatti verificata dai ricercatori. Nel 57 per cento dei casi la segnalazione ha riguardato una noce di mare: per i ricercatori queste indicazioni fornite capillarmente dai cittadini sono molto preziose, perché aumentano in maniera significa i dati a disposizione per studiare lo stato di salute del nostro mare.

 

 

Cambiamenti climatici

Alle 18, alla XXX Ottobre in via Battisti 22, Dario Gasparo terrà una video conferenza sul tema dei cambiamenti climatici, che preluderà all'escursione guidata di domenica sulla salita al Monte Kojnik, in Ciceria.

 

Domani - Gas, infrastrutture e clima

L'Accri, insieme a Cevi, Cvcs e Aiab, organizzano - nell'ambito del percorso formativo "Semi di giustizia" - l'intervento dal titolo "Gas, grandi infrastrutture e cambiamenti climatici: quali implicazioni e quali prospettive per un futuro giusto e sostenibile ?". Relatrice Elena Gerebizza dell'associazione Re:Common. L'incontro si terrà domani, al Caffè San Marco a Trieste, alle 18

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 10 febbraio 2020

 

 

AMBIENTE - Fra Croazia e Bosnia sale l'allarme per l'inquinamento dei grandi fiumi

Dalle 800 mila tonnellate di rifiuti che ogni anno finiscono nella Drina, ai livelli di antibiotici segnalati nel Danubio.

BELGRADO. Quelli più piccoli, gli impetuosi ruscelli e torrenti di montagna, sono da anni nel mirino di investitori spesso senza scrupoli, che li irreggimentano per creare piccole ma distruttive dighe da sfruttare poi per la produzione di energia elettrica. Ma anche quelli più conosciuti non stanno troppo bene. Sono i fiumi dei vicini Balcani, il cui stato di salute appare assai precario, tra controlli carenti, spazzatura scaricata illegalmente, scarichi selvaggi e scarsa attenzione da parte delle autorità. Attenzione che resta invece alta da parte di ambientalisti e media locali, che negli ultimi mesi hanno lanciato allarmi ricorrenti sui problemi che affliggono i "giganti" dell'acqua balcanici. L'ultimo in ordine di tempo è l'Sos lanciato dal portale Birn, che è andato ad analizzare la situazione della Sava, in Croazia, che pure appare uno dei corsi d'acqua meglio conservati e più puliti della regione. Ma anche le acque blu della Sava, in particolare in aree a ridosso di Zagabria, nasconderebbero pericoli seri, come «livelli allarmanti di due comuni antibiotici, la azitromicina e la eritromicina», ha sostenuto il portale citando analisi di un locale team di esperti dell'autorevole Istituto Rudjer Boskovic. La causa del problema, secondo Birn, andrebbe ricercata a Savski Marof, cittadina dove sorge uno degli impianti di produzione di uno tra i maggiori produttori di farmaci in Croazia. Il livello di antibiotici in certe parti del fiume sarebbe infatti così alto da essersi trasformato in una «incubatrice per microbi resistenti agli antibiotici, immuni alle sostanze che dovrebbero» teoricamente distruggerli e dunque rappresenterebbero una diretta «minaccia alla salute umana». «Inquinando l'ambiente con alti livelli di antibiotici, rischiamo di far emergere nuove forme di resistenza nei patogeni», l'allarmata denuncia dell'esperto di biomedicina Joakim Larsson.Ma non c'è solo la Sava. Anche il grande Danubio - che tocca Vienna, Budapest e Belgrado - è risultato essere il fiume europeo più contaminato da antibiotici, ha svelato uno studio dell'Università di York, pubblicato l'anno scorso, mentre le analisi preliminari in corso per il prossimo Joint Danube Survey, uno dei più approfonditi studi regolari sulla qualità delle acque del fiume, hanno denunciato alti livelli di escherichia coli in Romania, Bulgaria e Serbia. E proprio per quanto riguarda la Serbia la sorpresa è relativa: nei giorni scorsi, infatti, la capitale Belgrado - che scarica tutto nella Sava e nel Danubio - ha annunciato in pompa magna un investimento da 270 milioni di euro per iniziare a creare il suo primo impianto di trattamento delle acque reflue. Nel frattempo, da Belgrado si continueranno a riversare 190 milioni di metri cubi di acque sporche ogni anno nei due fiumi, secondo stime del locale ministero delle Infrastrutture. Anche in Bosnia la situazione è seria. Nei mesi scorsi avevano fatto scalpore le immagini di una vera e propria "isola" galleggiante di rifiuti in navigazione sulla verde Drina, con stime che dicono di 800 mila tonnellate di rifiuti che finiscono ogni anno nel corso d'acqua che attraversa Montenegro, Serbia e Bosnia. Rifiuti che arrivano anche dal Lim, nel sud della Serbia, affluente della Drina che sta vivendo problemi simili, e dove i media che hanno parlato in questi giorni di «fiume trasformato in canale di scolo» a causa delle 70 discariche presenti solo nell'area di Prijepolje. E lo stesso, secondo ambientalisti e giornali locali, avviene in Bosnia, a Tuzla e zone limitrofe, luoghi in cui polvere di carbone finisce nei corsi d'acqua locali. E poi nella Borska Reka, in Serbia, che si getta nel Danubio, ancora nella Sava, presso Belgrado, per gli scarichi di una mega-fabbrica cinese. E ancora il canale Vrbas-Becej e tanti, troppi altri, avvelenati da scarichi senza controlli, fognature senza depuratori. E colpevole distrazione da parte delle autorità. 

Stefano Giantin

 

Nasce il comitato Muggiambiente per la difesa di alberi e animali

MUGGIA L'ambiente, a Muggia, ha un nuovo alleato: si tratta del comitato Muggiambiente, nato dallo stimolo di un gruppo di cittadini - una settantina finora gli aderenti -, che hanno a cuore temi quali «la protezione della fauna ittica e selvatica, la tutela degli animali di affezione, l'inquinamento ambientale e acustico e la salvaguardia degli alberi».Come gruppo di cittadinanza attiva, il comitato non solo si pone come obiettivo quello di proporre soluzioni al Comune, ma intende anche «offrire il proprio contributo su base volontaria per la pulizia e l'abbellimento delle aree di arredo urbano, come aiuole e rotonde, giardini di quartiere con giochi per bambini, aree verdi scolastiche e per cani, panchine, etc» si legge nella nota di presentazione dell'iniziativa, firmata da Giuliana Corica, una delle socie fondatrici assieme a Nelly Cosulich.«Anche l'inquinamento acustico è un tema sensibile nella cittadina - continua la nota -. Le disposizioni comunali spesso non vengono osservate e sono comunque insufficienti: seghe e motori durante domeniche e feste comandate, l'abbandono riprovevole di cani per 12 ore e più con conseguente latrare delle povere bestiole, ad esempio, tolgono non solo il riposo, ma anche la concentrazione alla cittadinanza, che richiede nuove normative sull'emissione di rumori». Tra i temi più sentiti da Muggiambiente, ci sono quelli del «risanamento ambientale» e del «miglioramento della qualità dell'aria nella cittadina, realizzabili anche mediante la piantumazione di alberi che assorbano le polveri sottili - precisa la lettera -. Il taglio improvviso degli alberi secolari del Teatro Verdi, di via Mazzini e via D'Annunzio, ma anche quello indiscriminato da parte di privati, ha preoccupato i cittadini. Riteniamo indispensabile - si legge nella nota di intenti - l'assunzione da parte del Comune di personale e in particolare di ditte qualificate nella conoscenza e potature dei nostri alberi».A detta del comitato, «Muggia viene depauperata sistematicamente da decenni, con la sua cementificazione, delle sue alberature urbane e periurbane, ad opera di decisioni di precedenti amministrazioni, ma anche per la mancanza di un regolamento comunale che gestisca il verde pubblico e privato».Il comitato, contattabile sulla pagina Facebook "S.o.s. Muggiambiente", si impegna «a segnalare le problematiche che affioreranno nel corso dell'anno, con la richiesta che il Comune avvisi in tempo i cittadini sulle decisioni in tema abientale, per poter così confrontarsi». 

 

 

Servola - Manifestazione contro l'abbattimento di alberi

Il Circolo Miani organizza, oggi alle 18, al circolo Arci "Falisca" di via Soncini 191, una manifestazione contro l'abbattimento di alberi e il degrado di giardini e zone verdi a Trieste.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 9 febbraio 2020

 

 

Prende forma la nuova Terrazza a mare Taglio del nastro previsto a metà aprile

Quasi finite le parti strutturali dell'ex Voce della Luna che avrà uno staff di 15 persone e funzionerà dall'alba a notte fonda

Dopo quasi due anni di lavori è iniziato il conto alla rovescia per l'apertura di Tam, la nuova Terrazza a Mare sul lungomare di Barcola. La struttura ormai ha preso forma. L'inaugurazione è prevista subito dopo Pasqua. «Il progetto è stato portato a termine come da autorizzazioni: le parti strutturali sono terminate, manca il rivestimento delle facciate e alcune rifiniture interne», spiega Tazio Di Pretoro, direttore dei lavori dello studio Metroarea che ha disegnato la realtà che dalle macerie dell'ex Voce della Luna ridarà dignità a quell'area. «Entro un mese il cantiere sarà finito, così come l'arredamento interno, - precisa l'architetto - e poi resteranno disponibili alcune settimane per attrezzare il locale di quello che serve per renderlo operativo». Passando a Barcola, si notano i progressi del cantiere anche se mancano le rivestiture delle facciate e i lavori sembrano ancora in alto mare. Invece, basteranno poche settimane per notare un forte cambiamento e vedere trasformarsi in realtà quel progetto che, già dal rendering presentato in fase di gara, aveva incantato molti triestini. Rispetto al locale che sorgeva lì in precedenza, i lavori che hanno portato alla costruzione della nuova realtà sono intervenuti persino sulle fondamenta, rinforzando anche i piloni sui quali poggia la terrazza. La piattaforma esterna e i gradoni sono stati alzati rispetto alla struttura precedete per prevenire i danni provocati dalle mareggiate che negli ultimi anni stanno mettendo sempre più alla prova quel lungomare. Il mal tempo dello scorso dicembre ha rallentato i lavori sulla parte esterna, ma il cronoprogramma ormai sta giungendo alla fase finale. La data dell'inaugurazione non è stata ancora individuata. Indicativamente sarà a metà aprile. Giusto in tempo per consentire allo staff di effettuare un periodo di rodaggio prima che scoppi l'estate e il locale venga preso d'assalto non solo dagli amanti delle tintarella e dagli habitué di Barcola ma anche da chi, passando in viale Miramare, si fermerà per un caffè o un aperitivo. Senza contare che in quel contesto si potrà pranzare, cenare, organizzare eventi. Tam aprirà all'alba per chiudere a tarda notte: insomma, le porte chiuderanno solo per un paio d'ore, quelle utili a fare le pulizie e risistemare la struttura per un'altra giornata pieno ritmo. Tra il rinnovato locale della famiglia Maracich al posto del Befed, la nuova gestione più modaiola di Sticco e la prossima apertura di Tam, l'estate a Barcola si prospetta a pieno ritmo. Tornando alla nuova Terrazza a Mare che vede la gestione affidata a Il Pane Quotidiano, avrà uno staff di 15 persone, coordinate da un direttore. Le selezioni sono iniziate già mesi fa. «Abbiamo già individuato gran parte della squadra, - spiega Sabrina Kraus, responsabile del Il Pane Quotidiano -. Le figure che abbiamo scelto stanno già lavorando nelle nostre strutture, acquisendo l'esperienza e la formazione idonea a lavorare in quel tipo di locale, e appena Tam aprirà verranno trasferite lì». La ricerca del personale - che lavorerà ovviamente su più turni visto l'ampio orario di apertura e viste anche le diverse declinazioni della struttura -, lascia però ancora qualche posizione libera: «Stiamo cercando ancora un barman e un cameriere con buona esperienza, - specifica la responsabile - i candidati possono inviare il loro curriculum a risorseumane@ilpanequotidiano.com». 

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 8 febbraio 2020

 

 

Rotatoria davanti al cimitero e nuovi posteggi in via Fianona

Con il prossimo intervento nell'area verrà realizzato anche il nuovo market targato Cadoro al posto dell'ex centro meccanografico della Cassa di Risparmio

Una nuova rotatoria per semplificare l'accesso all'area parcheggio del cimitero di Sant'Anna e la riqualificazione della zona dell'ex Cadavere in via dell'Istria, dove - in quello che era il centro meccanografico della Cassa di Risparmio di Trieste - aprirà il nuovo supermercato di medie dimensioni della catena Cadoro. La data dell'inizio dei lavori è ancora incerta, a breve il Comune firmerà il contratto con la società Prelios sgr che gestisce la maxi struttura all'interno del Fondo patrimonio uffici. In realtà sarà solo un passaggio intermedio perché entro maggio la stessa Prelios concluderà la cessione dell'edificio alla Parfina srl, società di Quarto d'Altino proprietaria dei 23 supermercati della catena Cadoro. Oltre alla rotatoria in via dell'Istria verrà creato anche un nuovo parcheggio in via Fianona, dedicato ai cittadini che si recano al cimitero e con degli stalli pure per i motorini che oggi vengono lasciati in modo "creativo" davanti all'ingresso monumentale di Sant'Anna. «L'obiettivo - spiega l'assessore comunale all'Urbanistica Luisa Polli - è quello di migliorare i servizi ai cittadini a fronte di un consumo del suolo pari a zero. Con la rotatoria andremo a creare anche degli attraversamenti pedonali a raso perché il sottopassaggio, recentemente riqualificato, non può essere utilizzato da tutte le persone, in particolare dai più anziani. Il costo del cantiere è di 650 mila euro e solo una piccola parte sarà a carico del Comune. L'intervento ci consentirà anche di recuperare la zona dell'ex Cadavere che è a forte rischio degrado». Le spese del cantiere saranno per la maggior parte a carico della Parfina, che contemporaneamente procederà alla creazione del nuovo punto vendita (il primo della catena in città) di medie dimensioni, quindi con una superficie compresa tra i 100 e gli 800 metri quadrati, al posto dell'ex centro meccanografico della Cassa di Risparmio che verrà abbattuto. Il centro venne inaugurato tra il 1974 e il 1975 e fu poi dismesso all'inizio del 2000: da allora - racconta chi abita nelle vicinanze - spesso si vedono entrare e uscire persone e non si sa cosa succeda all'interno. L'edificio è in totale stato di abbandono e dentro vi sono alcune aree con presenza di amianto. Elisa Lodi, assessore ai Lavori pubblici, ricorda che «via dell'Istria è un asse viario di grande intensità di traffico e di attraversamenti e con questa opera andiamo a mettere in sicurezza la zona davanti al cimitero. Il vantaggio è che c'è una forte partecipazione del privato e stiamo concludendo un intervento con una procedura simile anche tra via Brigata Casale e Campanelle. Sono poi in fase di completamento la rotatoria di piazza Volontari Giuliani e quella tra le vie Marchesetti e Forlanini. Oltre agli interventi di manutenzione su strade e marciapiedi, andiamo quindi a realizzare opere che possano garantire maggiore sicurezza per pedoni e mezzi che percorrono le strade». -

Andrea Pierini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 7 febbraio 2020

 

 

Nasce la cabina di regia sullo stop all'area a caldo

Definita la road map in vista dello spegnimento di cokeria e altoforno Arvedi conferma la volontà di concludere le operazioni a metà marzo

Trieste. Fabio Scoccimarro, venerdì scorso, aveva chiesto al gruppo Arvedi il cronoprogramma della chiusura dell'area a caldo della Ferriera di Servola e la risposta è arrivata ieri. I tempi sono quelli annunciati: le operazioni partiranno entro fine febbraio e si chiuderanno verosimilmente tra la seconda e la terza settimana di marzo. Un lavoro dunque lungo circa una ventina di giorni, durante i quali sarà attiva una cabina di regia composta da Siderurgica triestina, Regione con l'assessorato all'Ambiente, Arpa, Vigili del fuoco e Azienda sanitaria. I passi definitivi verso la "fermata" erano stati resi noti proprio nella riunione della scorsa settimana in cui la proprietà informò di avere ordinato i componenti tecnici e gli impianti necessari ad avviare le procedure di disattivazione di cokeria, agglomerato, altoforno e macchina a colare. Ma l'assessore regionale all'Ambiente aveva insistito in merito alle tempistiche. Ed è stato ascoltato. «Dopo il tavolo convocato in assessorato e la lettera formale con cui si chiedeva alla società il cronoprogramma della "fermata" dell'area a caldo della Ferriera - la precisazione di ieri -, Acciaierie Arvedi ha presentato la documentazione richiesta comunicando che le procedure cominceranno entro fine febbraio». L'iter è dunque sostanzialmente definito. Gli uffici dell'amministrazione, fa sapere ancora Scoccimarro, «valuteranno la documentazione e la prossima settimana, come promesso, convocherò una conferenza stampa per spiegare cosa sta per succedere nello stabilimento siderurgico e gli eventuali inconvenienti che potrebbe comportare lo spegnimento dei vari impianti, anche se va ricordato che la società si avvale di esperti che già nel 2014 hanno spento la cockeria di Piombino, mentre a Trieste questo non avviene da oltre vent'anni».Saranno gli stessi tecnici in passato alle dipendenze della toscana Lucchini a gestire il protocollo, a partire dallo stop alle fiamme del nastro trasportatore dell'agglomerato, cui seguirà la fermata della cokeria e infine dell'altoforno, che potrebbe arrivare alla disattivazione nella prima metà di marzo. Secondo l'Arpa non mancheranno gli sforamenti, che saranno misurati attraverso le centraline di monitoraggio di Servola. Gli ultimi macchinari a spegnersi saranno quelli dedicati alla depurazione delle acque e le caldaie che producono il vapore che dalla Ferriera verrà inviato alla vicina Linde Gas, per ottenere l'azoto necessario a tenere in pressione e dunque in sicurezza gli impianti. Le informazioni di dettaglio giunte ieri, osserva ancora Scoccimarro, «sono un ulteriore tassello che si aggiunge allo scambio di lettere di agosto con i massimi vertici del gruppo Arvedi che porterà Servola a un'industria finalmente ecosostenibile. Adesso tutte le energie della Regione si concentreranno sul controllo di questa fase delicata e alla tutela del livello occupazionale con il contributo di tutti gli enti coinvolti nell'Accordo di programma». La seconda fase sarà poi quella della dismissione, in vista della quale andrà peraltro deciso l'eventuale passaggio di proprietà dei terreni all'Autorità portuale, con conseguente bonifica in capo a un soggetto diverso, individuato dalle istituzioni pubbliche. 

 

 

Dai treni in Carso ai fanghi di Grado i rebus ambientali al tavolo romano

Trasferta nella capitale per Scoccimarro ma sfuma l'atteso faccia a faccia con il ministro Costa. Presenti solo funzionari

TRIESTE. È un Fabio Scoccimarro soddisfatto a metà quello che esce dal ministero dell'Ambiente. L'assessore triestino avrebbe voluto un faccia a faccia con il ministro Sergio Costa e invece, ieri a Roma, si è dovuto accontentare dei funzionari. Nemmeno tutti presenti quando si è trattato di entrare nel merito di questioni ambientali «cruciali» per il Friuli Venezia Giulia. L'assessorato aveva anticipato via posta elettronica i temi all'ordine del giorno. Otto argomenti, con proposte di «partecipazione attiva» della Regione in particolare su mercurio e amianto. Ma le risposte sono state in buona parte interlocutorie per l'assenza dei responsabili di settore. Al tavolo erano presenti il capo segreteria tecnica del ministro Tullio Berlenghi, il funzionario Carlo Percopo e la dirigente della Divisione III bonifiche e risanamento Luciana Distaso. «Ringrazio ministero e staff - commenta Scoccimarro a fine incontro - ma contavo di incontrare almeno un delegato del ministro». Il primo punto ha riguardato il Sito inquinato di interesse nazionale di Trieste, con l'assessore che ha annunciato una prossima proposta di deperimetrazione per procedere al nuovo Accordo di programma (con garanzia che le attività avviate continueranno a essere finanziate dallo Stato), un passo successivo alla bozza inviata nei mesi scorsi in cui si chiede di modificare l'Adp del 2012 tenendo conto dell'intervenuta liquidazione dell'Ezit e della soppressione della Provincia. Preso atto che pure sul Sin Caffaro di Torviscosa prosegue il confronto sull'iter (Distaso ha assicurato «attenzione»), l'assessore ha quindi aperto la partita del mercurio. Troppo alte le concentrazioni, conseguenza dell'attività estrattiva della miniera slovena di Idrija, nel bacino idrografico dell'Isonzo. Precisato, in tema di dragaggi, di non avere avuto ulteriori informazioni dal ministero dopo quanto riscontrato a ottobre dalla Direzione Ambiente, Scoccimarro ha ufficializzato quindi il passo avanti della Regione che si offre come leader di un tavolo tecnico interregionale (la contaminazione da mercurio interessa anche Lazio, Toscana e Umbria) che, insieme alle Arpa, possa condividere con Roma un modello di gestione e una modifica normativa che estenda al mercurio le procedure previste per l'inquinamento diffuso. «Avremo un ruolo di primo piano - si sente di garantire Scoccimarro - nel contribuire a una nuova norma sui valori di fondo in modo da risolvere il nodo della gestione dei fanghi di Grado». Sul resto si è però proceduto quasi a una voce sola, con la Regione che ha ripetuto quanto già comunicato. Dallo scambio di osservazioni sulla bozza di Accordo di programma di fine dicembre sulla Ferriera si è passati alla questione della rimozione di amianto da scuole e ospedali, con Scoccimarro che ha denunciato come «del tutto insufficiente» l'assegnazione al Fvg di tre milioni statali (su un riparto nazionale di 385 milioni) in una regione in cui, basti pensare a Monfalcone, si riscontra una mortalità tra le più alte d'Europa. Anche su questo il Fvg avanza una proposta: prevedere un commissario regionale una volta raccolti i dati della mappatura dei droni. Insufficiente anche la risposta ministeriale sugli ultimi due punti. Questioni transfrontaliere su cui Roma si è limitata ad ascoltare. Scoccimarro ha comunque ricostruito l'iter del raddoppio della linea ferroviaria Divaccia-Capodistria, su cui la Regione ha espresso già nel 2013 parere non favorevole di compatibilità ambientale, trasferendo al ministero la preoccupazione per un'apertura dei cantieri che, nonostante il parere negativo anche della Commissione Via, sembra avvicinarsi. E ha infine citato le 135 mila tonnellate all'anno di rifiuti inceneriti nel cementificio Salonit di Anhovo, a una ventina di chilometri da Gorizia, con presumibile connessione con l'alta incidenza in zona del mesotelioma. L'Arpa Fvg, in forza di una convenzione con l'Arso (l'Agenzia ambientale slovena), ha chiesto così informazioni sullo stato delle autorizzazioni, nonché sui dettagli impiantistici, compresi i presidi ambientali e i monitoraggi effettuati. Casi aperti, avverte l'assessore, «che rischiano di compromettere la salute e l'ambiente della Val Rosandra e di Gorizia».

Marco Ballico

 

Duino, primo sì al Piano antenne. Ma è polemica

Il sindaco Pallotta: «Evitati gli impianti "selvaggi" ovunque». L'opposizione: «È mancato un confronto con la cittadinanza»

DUINO AURISINA. Approvazione con vivaci polemiche ieri mattina a Duino Aurisina, da parte della Commissione comunale Ambiente, del nuovo Regolamento locale per l'installazione di stazioni radio base per la telefonia mobile. Da un lato il sindaco Daniela Pallotta ha parlato di «un testo che sarà a tutela di tutti e inibirà l'installazione di antenne in ogni luogo, convergendo su luoghi previsti. Se non lo avessimo approvato il testo le società di telefonia avrebbero avuto campo libero». Un concetto, questo, sottolineato anche dalla presidente della Commissione Chiara Puntar, capogruppo di Forza Duino Aurisina, partito guida della coalizione cittadina di centrodestra: «Abbiamo ascoltato varie voci - ha ribadito - e confermato quanto già inserito nel documento visto e condiviso con l'opposizione».Dall'altra parte della barricata, però, si è registrata una dura critica, in particolare, della capogruppo di Rifondazione comunista Elena Legisa, che ha puntato il dito contro il metodo utilizzato dalla maggioranza per arrivare al Regolamento, che mercoledì approderà per l'approvazione definitiva in Consiglio comunale, dopo - per l'appunto - il passaggio di ieri in Commissione: «In un sistema democratico - ha sottolineato Legisa con forza - non si può approvare un Regolamento che riguarda tutti, in quanto la collocazione delle antenne si riflette sulla salute delle persone, senza prima averne discusso in un contesto aperto alla popolazione, in modo da mettere chiunque nella condizione di esporre le proprie ragioni. Avevo chiesto a suo tempo che si facesse precedere l'approvazione del Regolamento da una pubblica assemblea, per sentire il parere della gente, le osservazioni, le critiche, le proposte. Questo esecutivo invece - ha concluso Legisa - ha agito, come al solito, senza tenere conto dell'opinione dei cittadini». Le ha replicato la stessa Puntar, ricordando che la Commissione di ieri era «aperta a tutti» e che «comunque il Regolamento è suscettibile di modifiche». Una spiegazione che non ha certamente soddisfatto Legisa. Facile prevedere, a questo punto, una vivace discussione in aula prima del voto finale. Discussione alla quale non mancherà di fare sentire la sua voce Lorenzo Celic del M5s: «Anch'io avrei preferito un confronto preliminare con i cittadini - ha sostenuto il rappresentante pentastellato - e invece la maggioranza ha optato per un'altra soluzione. Modificare il Regolamento dopo la sua prima approvazione mi sembra alquanto difficile».-

Ugo Salvini

 

Ok all'adesione al Patto dei sindaci contro i gas serra

La Commissione Ambiente, ieri, ha detto sì anche all'adesione del Comune di Duino Aurisina al Piano d'azione per l'energia sostenibile (Paesc), il documento redatto dalle amministrazioni che sottoscrivono il cosiddetto Patto dei sindaci impegnando le singole municipalità a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di Co2. Il Patto dei sindaci è un'iniziativa sottoscritta dalle città europee che puntano per l'appunto ad abbattere la produzione di gas serra in scia ai dettami comunitari. «L'adesione del nostro Comune al Patto - così il sindaco Daniela Pallotta - costituisce un elemento di orgoglio, perché conferma la nostra volontà di dare un'impronta "green" al nostro territorio». Più critico Lorenzo Celic, dal M5s: «Non basta l'adesione del nostro piccolo Comune per garantire una politica a favore dell'ambiente- ha osservato il pentastellato - perché siamo circondati da aree fortemente industrializzate. È la Regione che deve intervenire in prima persona».

(u.sa.)

 

 

E' tempo di potature all'Aperitivo verde - oggi

Oggi alle 18, in via XX Ottobre 8/A, torna l'Aperitivo verde, un momento light dove incontrare persone accomunate dallo stesso interesse per il green. A ogni incontro c'è un ospite che in maniera molto leggera introdurrà un argomento di discussione. Oggi continueremo a parlare di orti in città e presenteremo le potature. Ormai la stagione è quella giusta, e possiamo cominciare a pensare alle potature delle nostre piante. Accompagnare un albero nel suo sviluppo di crescita richiede rispetto e ascolto. Anche tra membri dello stesso genere, c'è diversità di sviluppo e di messa a fiori. Il compito del potatore è di adeguarsi alle caratteristiche di ogni specie e di ogni varietà, sostiene l'organizzatrice Tiziana Cimolino. Verranno presentati gli eventi e i corsi specifici organizzati dalle associazioni e dalla cooperativa sociale Oltre i grembani per imparare a fare questa attività nel modo corretto.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 6 febbraio 2020

 

 

Validatrici "hi tech" sugli autobus Il Tar ribalta la gara da 1,5 milioni

Consentiranno di pagare il biglietto con la carta di credito: accolto il ricorso della seconda classificata

Il Tar ribalta l'esito della gara da quasi un milione e mezzo di euro per le nuove macchinette emettitrici e validatrici "hi tech" da installare sugli autobus che daranno la possibilità di pagare il biglietto con carta di credito. Un passo avanti verso un'era in cui la validazione meccanica "classica" sarà solo un ricordo. Accolto il ricorso (avvocato Flavia Pozzolini) dell'azienda fiorentina Aep Ticketing Solutions, già fornitrice storica di Trieste Trasporti, presentato contro la Spa triestina e nei confronti della vincitrice della gara, la marchigiana Pluservice. Quest'ultima era risultata prima nella graduatoria con 85,88 punti, Aep seconda con 83,79. Il collegio giudicante presieduto da Oria Settesoldi ha sentenziato che Pluservice andava esclusa dalla gara e ha deciso l'annullamento del provvedimento di aggiudicazione, disponendo il subentro di Aep nell'appalto. L'offerta della vincitrice è stata ritenuta dal Tar, in parte, «artificiosa» e «fittizia». Scontata, a questo punto, la decisione di Pluservice di impugnare la sentenza, contestando il giudizio del Tar: nei prossimi mesi, dunque, secondo "round" davanti al Consiglio di Stato. Anche Pluservice è già partner di Trieste Trasporti: fornisce la piattaforma del nuovo servizio a chiamata. Il capitolato scomponeva la gara in varie voci e a essere contestata è l'offerta economica riguardante il costo annuale necessario a garantire per i cinque anni dell'appalto la sicurezza informatica delle nuove validatrici, aspetto molto importante visto che il software di funzionamento è collegato al circuito bancario e deve risultare impenetrabile. Per le voci "costo del canone annuale del Saas (il software ndr)" e "costo del canone annuale di manutenzione per i requisiti di sicurezza informatica", Pluservice aveva offerto 0,01 euro (un centesimo) mentre Aep aveva proposto rispettivamente 42.500 e 8.530 euro. Una differenza di 51 mila euro. Secondo il Tar «appare evidente - si legge nella sentenza - che un'offerta così congegnata dissimulava il vero intento di ottenere il massimo punteggio previsto per tali componenti dell'offerta economica (4 punti più 3 punti) e di conseguire, quindi, un decisivo vantaggio sulle altre concorrenti che sono state precipitate tutte, in virtù della formula matematica adottata dal capitolato speciale, a zero punti». Il fatto che «l'amministrazione abbia sottoposto, poi, l'offerta economica della controinteressata (Pluservice ndr) a verifica di anomalia e che essa si sia risolta favorevolmente - aggiunge la sentenza -, non sposta la censurabilità dell'offerta così congegnata, perché altro è la sostenibilità complessiva dell'offerta, altro è la sua formulazione artificiosa e fittizia che, oltretutto, rivela come la controinteressata non investirà alcunché in Saas e manutenzione per i requisiti di sicurezza informatica». Inevitabile che a fronte di questo giudizio "tranchant" Pluservice proceda col controricorso. Trieste Trasporti resta quindi in attesa del pronunciamento del tribunale amministrativo di secondo grado. «La differenza di circa 50 mila euro, su una fornitura che vale più di un milione, è irrisoria - rimarca il responsabile comunicazione Michele Scozzai -. La commissione di gara ha operato correttamente e che vinca un'azienda o l'altra per noi è del tutto indifferente: l'unica cosa davvero importante, per quanto ci riguarda, è far partire quanto prima il progetto di innovazione che permetterà, fra l'altro, l'acquisto di biglietti a bordo con carta di credito. Un minuto dopo che il Consiglio di Stato si sarà espresso, Trieste Trasporti farà partire il contratto».

Piero Tallandini

 

Scarica la app, paga e parti Il bike sharing in tre mosse

Successo immediato per il nuovo servizio di due ruote a noleggio. Il meccanismo è rapido ed economico. Unica pecca la difficoltà nell'estrarre i mezzi dai supporti

Il sole splende, il quadro meteo è clemente. È il giorno ideale insomma per testare e mettere alla prova BiTS, il nuovo servizio di bike sharing a stazioni fisse del Comune di Trieste, inaugurato ufficialmente da qualche giorno in diverse piazze del centro. il primo passo - La scelta cade sugli stalli di piazza Oberdan. Il primo passo è la registrazione. Il metodo più semplice è con lo smartphone. Si scarica la app gratuita e si inseriscono i propri dati e il numero della carta di credito, che servirà per la prima ricarica obbligatoria, di 3 euro. Chi vuole usare la tessera cartacea, deve richiederla invece online, su www.bicincitta.com, e arriverà a casa in pochi giorni, al costo della spedizione, pari sempre a tre euro. Per ogni noleggio i primi 30 minuti sono gratis. La schermata sul telefonino indica subito quante bici e quanti posti vuoti sono disponibili negli altri stalli del servizio e quanto distano pedalando. Un'indicazione utile, in particolare per i turisti che puntano a esplorare Trieste magari fermandosi in diverse tappe. la prova - È arrivata l'ora di staccare la bici dal supporto. Sempre sullo smartphone si sceglie il numero di uno dei vari stalli, che inizia a suonare. La colonnina emette prima alcuni "bip" lenti e poi più rapidi. È il segnale che la due ruote è pronta. A questo punto chi sceglie la card, dovrà posizionarla sopra la colonnina e le modalità saranno le stesse. L'operazione è molto semplice e richiede pochissimi minuti. Unica pecca, staccare la bici dalla colonnina si rivela un po' faticoso. Un ragazzo a poca distanza non riesce nell'intento. Ma è solo perché le attrezzature sono nuove. I mezzi A disposizione ci sono sia biciclette tradizionali sia quelle a pedalata assistita. Per un giretto nel centro cittadino basta quella classica, ma per chi prevede anche qualche salita più impegnativa, il supporto del modello elettrico si rivela fondamentale. Il tempo di regolare il sellino e sistemare la borsa nel cestino in dotazione, e si parte, lungo via Trento Ottobre, piazza Sant'Antonio, privilegiando le aree pedonali, scegliendo alle volte anche alcuni tratti di strada. Al passaggio della bici la gente si ferma e chiede se la novità funziona e le modalità di utilizzo. Anche alle fermate del bike sharing sono tanti i curiosi che osservano da vicino il cartello con le informazioni, leggendolo con attenzione, o guardano le bici. Il ritorno alla base - Dopo una ventina di minuti si torna alla base, in piazza Oberdan. La pedalata cittadina non costa praticamente nulla. Per consegnare la bici basta rimetterla a posto, semplicemente inserendola in una qualsiasi colonnina libera, attendendo i tre "bip" di conferma. Una ragazza lo sta facendo in modo agevole. «La prendo in piazza Hortis - spiega - e vengo qui in pochi minuti, lavoro in zona, è molto comodo, e l' ho fatto anche per uscire alla sera, anche non ce n'erano molte». Attenzione a controllare che la bici sia sempre fissata correttamente a fine utilizzo. Il segnale acustico confermerà il posizionamento giusto, a conclusione del noleggio. il traffico - Osservando anche gli altri punti presenti in città, il via vai di utenti è già molto vivace. Ieri a metà giornata molti mezzi erano in giro: nella stazione di piazza Hortis era disponibile una sola bici, quattro davanti alla Marittima, sei al Teatro romano, cinque alla stazione dei treni, tre vicino al Rossetti. Fate attenzione però se gli stalli sono occupati. È vietato lasciare le biciclette al di fuori delle ciclostazioni. Meglio quindi dare un'occhiata alla mappa sul telefonino, che in tempo reale indica quali sono i posti liberi. Ogni colonnina inoltre riporta una lucetta verde, che indica il funzionamento corretto della stazione e del mezzo inserito. In caso contrario si accenderà una spia rossa. Gli utenti Il servizio è riservato ai maggiorenni, farà fede la data di nascita obbligatoria in fase di registrazione. Le bici sono a disposizione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Per qualsiasi informazione aggiuntiva o per eventuali problemi da segnalare, sono a disposizione alcuni numeri, per telefonare o per scrivere un messaggio via whatsapp. Chiamando quello esposto sui cartelli accanto alla bici, la risposta è immediata e chiara. E sui social arrivano anche i primi commenti dei triestini che si sono spostati in città pedalando. Alcuni sottolineano come sia già necessario potenziare BiTS breve, mettendo a disposizione ulteriori bici e creando, vista l' immediata risposta positiva da parte di triestini e turisti, nuove postazioni anche in altre parti della città come la zona dell'Università, San Giovanni, Roiano e largo Barriera. 

Micol Brusaferro

 

Il cartello ingannevole sull'acquisto della card

Il cartello presente in ogni stazione indica che chi si vuole munire della card, può farlo acquistandola nelle rivendite autorizzate. In realtà l'unico modo per ordinarla è attraverso il sito di riferimento. Solo prenotandola lì sarà poi possibile riceverla a casa. La tessera infatti non viene venduta in città. La soluzione più veloce resta comunque l'app sullo smartphone.

 

«Passo importante ma ora si amplino le zone pedonali»

«Grazie al servizio di bike sharing, da oggi Trieste è una città un po' più europea». Così commenta l'avvio del progetto l'associazione di volontariato "ProgettiAmo Trieste", secondo cui «l'intervento è davvero significativo per la mobilità triestina, in particolare per il centro città, rivolto a cittadini e turisti. Questa azione risulterà ancora più incisiva se si procederà alla completa pedonalizzazione di via Trento, importante percorso di raccordo tra la stazione centrale e Piazza della Borsa. È già presente in questa via una pista ciclabile, ma l'attuale traffico ne rende difficile l'utilizzo da parte dei residenti e dei turisti».«Comunque guardiamo il bicchiere mezzo pieno - conclude l'associazione -: la mobilità triestina si avvia ad una nuova fase di sviluppo».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 5 febbraio 2020

 

 

Ferriera, dalla fine di febbraio cassa integrazione per 477

Il gruppo Arvedi ha scritto alla Regione chiedendo l'avvio della procedura Le perplessità di Rosolen per l'accelerazione senza Accordo di programma

Il gruppo Arvedi ha attivato le procedure per l'avvio della cassa integrazione per i lavoratori della Ferriera. I dipendenti coinvolti saranno 477 sul totale di 580: rimarranno esclusi i 66 operai interinali impiegati nel laminatoio fino a fine mese e che non potranno godere degli ammortizzatori sociali, mentre altre 37 unità resteranno in servizio full time per garantire i servizi di portineria e sorveglianza, ma anche una serie di attività tecniche e impiegatizie che dovranno continuare anche dopo lo spegnimento dell'area a caldo. Facendo seguito alla firma dell'accordo raggiunto con Fim, Uilm, Failms e Usb (firmato successivamente anche dalla Fiom), l'azienda ha inviato alla Regione la richiesta di avviare la procedura di «consultazione sindacale relativa alla richiesta di trattamento straordinario di integrazione salariale per riorganizzazione aziendale a seguito del processo di dismissione dell'area a caldo». La lettera parla di «un massimo di 477 lavoratori per un prevedibile periodo di 24 mesi con decorrenza presumibile dal 24 febbraio». La data non è dunque ancora sicura e non fornisce certezze rispetto all'avvio dello spegnimento dell'area a caldo. L'indicazione ad ogni modo tradisce l'ottimismo dell'azienda sulla possibilità di arrivare in meno di una ventina di giorni all'intesa con l'Autorità portuale sulla cessione dei terreni, cui le istituzioni hanno subordinato la firma dell'Accordo di programma, che potrebbe dunque essere sancito entro la fine del mese. Gli uffici della Regione decideranno stamattina la data dell'incontro per l'accordo sulla cassa fra sindacati e azienda, che l'assessorato al Lavoro sottoscriverà come previsto dalle norme. L'assessore regionale al Lavoro Alessia Rosolen manifesta però tutti i suoi dubbi: «La Regione farà la propria parte, com'è ovvio, ma rimane la perplessità su un'accelerazione dei tempi che a questo punto non tiene conto delle indicazioni che potranno arrivare dall'Accordo di programma in merito a tutti i futuri asset di produzione». Rosolen avrebbe insomma preferito che le cose si mettessero in moto dopo la firma dell'Accordo di programma, per il quale mancano per ora nuove convocazioni a Roma. La cigs chiesta per la Ferriera serve infatti ad accompagnarne la riorganizzazione e non la chiusura: si basa dunque su un piano industriale che non è stato ancora sancito dal patto fra azienda e istituzioni, al cui interno verrà anche recepito l'accordo sindacale accettato con il 59% dei voti favorevoli da parte dei lavoratori. Dopo gli accordi intercorsi fra sindacati e proprietà, la cassa integrazione verrà maggiorata dall'azienda con 2,35 euro lordi all'ora. Un lavoratore a zero ore mensili potrebbe fruire di un'aggiunta di circa 400 euro lordi e arrivare a superare i 1.000 euro netti, che oltrepasserebbero i 1.300 per lavoratori che trascorreranno la riqualificazione metà in cassa e metà al lavoro, grazie alle rotazioni che l'azienda si è detta intenzionata ad assicurare ai dipendenti. A breve la Regione convocherà inoltre i lavoratori interinali dell'area a freddo, cui è stato nel frattempo prolungato il contratto fino alla fine di febbraio. La giunta Fedriga è infatti in procinto di avviare i colloqui nei Centri per l'impiego, in modo da stilare i profili dei lavoratori in scadenza e proporre loro percorsi di formazione e ricollocamento. 

Diego D'Amelio

 

I sindacati - La Uil garantisce: «Nessun addetto lasciato a zero ore»

«Non ci saranno lavoratori a zero ore, a meno di richieste volontarie». Lo spiega il segretario provinciale della Uilm Antonio Rodà, assicurando che «a tutti sarà garantito uno zoccolo minimo di lavoro per ridurre il disagio economico». Il sindacalista sposta poi l'attenzione sulla sicurezza: «Spero si arrivi al cronoprogramma di chiusura, perché i lavoratori segnalano il costante deterioramento degli impianti. Chiediamo al prefetto di coinvolgerci nei tavoli di monitoraggio». Thomas Trost, Rsu in quota Fiom, sottolinea che «la data del 24 non c'entra con le procedure di spegnimento, ma serve ad attivare la cassa prima dello spegnimento, che viene indicativamente previsto per metà marzo».

 

 

Discarica abusiva in via Peco, multe e denunce

La Polizia locale ha pizzicato quattro cittadini e i dipendenti di tre ditte edili mentre gettavano rifiuti. Sanzioni da 2.400 euro

Materiali di risulta abbandonati in mezzo alla natura. Siamo in via Peco, all'altezza della superstrada, a Borgo San Sergio. Una discarica a cielo aperto, una delle tante seminascoste dalla vegetazione. Diversi cittadini avevano segnalato di recente le mosse di alcuni "furbetti" che, senza rispettare le normative vigenti, depositavano in zona ogni genere di rifiuto. In base a queste segnalazioni, dopo attente e dettagliate indagini, il Nucleo di Polizia ambientale della Polizia locale è riuscito a risalire a sette soggetti, responsabili appunto di aver lasciato, proprio in quel punto, di tutto e di più: quattro sono risultati privati cittadini, cui sono state comminate multe per un totale di 2.400 euro. Avevano depositato svariati rifiuti provenienti dallo svuotamento di cantine e soffitte. Tre invece sono le ditte edili, i cui responsabili sono stati denunciati. I fatti contestati si riferiscono al mese di dicembre e ai primi giorni di quest'anno, quando gli agenti hanno eseguito una serie di controlli nella zona di via di Peco, piccola e nascosta stradina di campagna. I privati sono stati sanzionati ai sensi del Regolamento comunale per la gestione dei rifiuti urbani con un verbale di 600 euro ciascuno, con l'obbligo della rimozione a proprie spese di quanto abbandonato. Diversa sorte, come si è detto, per le tre ditte di ristrutturazione: la legge prevede infatti che lo smaltimento dei rifiuti da parte di una società debba essere effettuato da personale autorizzato e iscritto all'Albo nazionale gestori ambientali, e che i rifiuti vengano conferiti in centri specializzati riservati alle imprese. Un servizio che per le ditte edili che devono smaltire i rifiuti è a pagamento. Proprio per risparmiare, alcune aziende preferiscono così il fai-da-te, lasciando in giro per il Carso o in angoli riparati, di notte e di giorno, i rifiuti. Il Testo Unico dell'Ambiente del 2006 fa scattare la denuncia penale. Plaude all'intervento Giorgio Cecco di FareAmbiente: «Si tratta di una situazione cronica e segnalata da molto tempo. Ricordo molto bene l'intervento di sensibilizzazione con la pulizia effettuato dai nostri volontari insieme ai i consiglieri circoscrizionali nel 2017. Ora è importante continuare con i controlli e tenere alta l'attenzione qui e in altre zone». E a questo proposito la Polizia locale ha specificato che si adopererà attivamente per contrastare il fenomeno con adeguate risorse umane e mezzi tecnologici. Ieri infatti via Peco era nuovamente invasa da mattonelle, mobili, stendini e caldaie.-

Benedetta Moro

 

 

Tossine fuorilegge nei "pedoci" - Divieti a Sistiana e al Villaggio

Acido okadaico oltre i limiti: proibite la raccolta e la commercializzazione È il secondo stop dopo quello imposto a Muggia dalla presenza di idrocarburi

DUINO AURISINA. Scatta il divieto di raccolta, commercializzazione, trasformazione, conservazione e immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalle acque delle zone di produzione di Sistiana (Ts 09) e Villaggio del Pescatore (Ts 11) fino a quando non risulteranno ripristinate le condizioni di idoneità biologica. Un nuovo stop ai "pedoci" delle acque triestine, dopo quello recente di Muggia, arriva ora dalla referente della Struttura complessa Igiene degli alimenti di origine animale dell'Azienda sanitaria Paola Devescovi. Visto il riscontro analitico ufficiale relativo alle zone di raccolta di Sistiana e del Villaggio del Pescatore, attraverso il riscontro dei dati del 30 gennaio, che evidenziano una positività quanto a presenza di biotossina algale liposolubile Dsp (Diarrethic shellfish poisoning) con un tenore di acido okadaico maggiore rispetto ai limiti di legge, e visto anche il preventivo fermo volontario per allerta ambientale emanato dalla Cogiumar il giorno seguente, sempre a causa della presenza superiore ai limiti di acido okadaico, l'Azienda sanitaria - appunto - ha ufficialmente sospeso in modo temporaneo e cautelativo raccolta, commercializzazione, trasformazione, conservazione e immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalle acque delle due zone di produzione "incriminate" fino a quando non risultino ripristinate le condizioni di idoneità biologica. L'acido okadaico è una tossina che tende a concentrarsi principalmente nell'epatopancreas dei molluschi ed esercita i suoi effetti sugli esseri umani adulti provocando diarrea, nausea, vomito e dolore addominale. I sintomi iniziano a manifestarsi da 30 minuti fino ad alcune ore dopo l'ingestione di molluschi contaminati per scomparire spontaneamente nel giro di tre giorni. Per ora - dunque - saranno consentite esclusivamente le operazioni di gestione degli allevamenti fatte a bordo delle imbarcazioni. Inoltre i produttori interessati sono tenuti a mettere in atto le procedure di ritiro del prodotto raccolto e spedito a far data dal prelievo dei campioni (28 gennaio) e di trasmettere le apposite informazioni alla rete di commercializzazione ai fini dell'attivazione del sistema di allerta, fatta salva l'attivazione delle procedure di fermo volontario. Nel frattempo continua a vigere l'ordinanza parallela di divieto di raccolta, commercializzazione, trasformazione, conservazione e immissione al consumo dei molluschi bivalvi di Muggia in seguito allo sforamento delle concentrazioni di idrocarburi, benzo(a)pirene in particolare. Ancora ignote le cause che hanno portato alla scoperta di questa sostanza cancerogena nei "pedoci" muggesani.

Riccardo Tosques

 

Meduse, tartarughe e "noci" aliene - Con una app scatta il monitoraggio - domani la presentazione

Meduse, noci di mare e persino tartarughe e delfini... Vi è mai capitato di avv