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RASSEGNA STAMPA  luglio - dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 30 settembre 2019

 

 

Morìa di pinna nobilis - Allarme degli esperti dell'Università di Zara - MONITORAGGIO

FIUME. A lanciare l'allarme è stato il team di esperti dell'Università di Zara che sta studiando il problema. Nelle acque dell'Adriatico orientale, tra l'arcipelago raguseo delle Elafiti e Lussino, si sta verificando una moria di esemplari di nacchera di mare - o pinna nobilis - che ha assunto dimensioni definite gravi. Il fenomeno che riguarda quello che è il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, in regime di severa tutela in Croazia fin dal 1992 e capace di crescere fino a 120 centimetri, si è manifestato fin dallo scorso maggio, quando le prime nacchere morte sono state rinvenute sui fondali delle Elafiti e della penisola di Sabbioncello, nella Dalmazia meridionale. In luglio e agosto la moria di pinna nobilis - che fra l'altro accumula assorbendoli dal mare grandi quantità di inquinanti e patogeni - è andata crescendo e ha riguardato anche le acque dell'Adriatico centrale, dell'arcipelago delle Incoronate e dell'Isola Lunga; secondo le ultime informazioni alcune nacchere di mare sono state ritrovate prive di vita nelle acque che bagnano l'isola di Lussino. In pochi mesi dunque l'epidemia si è espansa lungo circa 300 chilometri, decimando la popolazione di pinna nobilis soprattutto nella regione insulare ma risparmiando - almeno per ora - le coste della terraferma. L'équipe zaratina, guidata dalle biologhe marine Bruna Petani e Bosiljka Mustac (ne fanno parte altri tre studiosi), effettuerà nelle prossime settimane dei monitoraggi sui fondali del Quarnero e dell'Istria, in particolare nei dintorni di Rovigno, per capire se il fenomeno abbia raggiunto l'Adriatico settentrionale. Gli studiosi hanno appurato che nelle aree colpite i casi di mortalità del bivalve vanno dal 90 al 100%, e molto probabilmente sono stati provocati dall'Haplosporidium pinnae: un microrganismo rinvenuto all'interno dei molluschi che, dopo avere colonizzato l'apparato digerente, risulta fatale per le funzioni vitali del bivalve, specie endemica del Mediterraneo. L'unica speranza per il ripopolamento, almeno per ora, è legata a quanto emerge da alcuni studi in base ai quali la patologia scompare del tutto in presenza di acque fredde, di temperature inferiori ai 13,5 gradi. Una situazione che si verifica però in un periodo limitato a qualche mese. La speranza degli esperti è che comunque si riesca così a rallentare la diffusione del microrganismo, che si è rivelato molto più pericoloso della pesca di frodo delle nacchere registrata negli ultimi decenni nelle acque dalmate, istriane e quarnerine.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 29 settembre 2019

 

 

«Ferriera, nuovo accordo entro fine anno Porto vecchio? Vedo ancora pochi risultati»

L'analisi del responsabile per lo Sviluppo economico Patuanelli. «Massimo impegno per sciogliere il nodo delle bonifiche Turismo, logistica e agricoltura le chiavi per il rilancio del Fvg. I rapporti con Fedriga? Erano e continueranno a essere ottimi»

In bilico tra sviluppo e declino, Trieste e il Friuli Venezia Giulia hanno trovato nel ministro Stefano Patuanelli il punto di riferimento cui affidare speranze e velleità di rilancio. Erano trent'anni che il territorio non aveva un rappresentante al governo e il responsabile dello Sviluppo economico non si sottrae alle aspettative, indicando nel porto e nella manifattura le chiavi per la svolta covata a Trieste da qualche anno. Il ministro conosce le criticità, ma vede il decollo della città a portata di mano: assicura allora i fondi necessari alle bonifiche delle aree portuali, si impegna a facilitare l'applicazione di un regime di franchigie impantanatosi sui tavoli delle Dogane e si fa garante del futuro dei lavoratori della Ferriera, promettendo che la riconversione non lascerà indietro nemmeno uno di loro. Consigliere comunale d'opposizione, capogruppo al Senato, mediatore del nuovo governo e infine ministro. Parabola sorprendente...Nessuno mette in conto nella sua vita di andare a fare il ministro. Oltre all'impegno che ci vuole negli incarichi elettivi, serve una serie di combinazioni ed eventi per arrivare in una simile posizione, che ora dovrò mostrare di aver meritato. È giusto che la politica porti in ruoli di tale responsabilità esponenti con un'esperienza amministrativa limitata?L'esperienza si acquisisce facendo le cose. È giusto che prima di esercitare le proprie funzioni in ruoli di vertice si faccia un percorso e il M5s ha fatto la sua riflessione, permettendo ai consiglieri comunali di fare un terzo mandato in Regione o in Parlamento. Ma non è nemmeno pensabile che ci sia chi vive da trent'anni di sola politica: il Movimento ha trovato l'equilibrio tra la giusta dose di esperienza e l'adagiamento nelle istituzioni. È stato amico di Casaleggio e parte del gruppo dei fondatori. Eravate duri e puri: ora cosa siete diventati? Al di là del rapporto con Gianroberto, ricordo la spinta propulsiva dei meetup e dei singoli cittadini che portavano avanti singole battaglie. L'esperienza di governo ci ha fatto allontanare dalla pur necessaria relazione con quella parte di società civile che si batte per singoli risultati: governare significa prendere decisioni trovando un equilibrio sulla base delle diverse esigenze del Paese. Il Fvg è un territorio in difficoltà economica? Per dove passa il rilancio?Il Fvg ha retto meglio in alcuni settori e in altri ha pagato il prezzo della crisi. Ma strumenti e carte per rilanciarsi non mancano: porto, turismo e agricoltura sono i settori con maggiori margini di crescita. A Trieste però non si contano le industrie in difficoltà...Il crollo del pil industriale è preoccupante, ma con le istituzioni locali e l'Autorità portuale si può lavorare bene per attrarre nuovi investimenti. E il Friuli?La sua specificità imprenditoriale e manifatturiera va sostenuta, anche nella transizione verso un'innovazione necessaria. Il Fvg è comunque una regione piccola e non possiamo continuare a vedere una divisione fra le diverse anime: l'offerta deve essere unica per attrarre investitori. Cosa farà il ministro per il suo territorio?Devo occuparmi di tutto il Paese e di tutti i settori produttivi provati da anni di crisi, ma la maggior conoscenza delle difficoltà e delle potenzialità del mio territorio mi consentiranno di individuare gli strumenti più adeguati al rilancio del Fvg e di Trieste in particolare. Dovrà dialogare con la Regione, ma il rapporto con la giunta Fedriga è teso dopo il crollo del governo e l'impugnazione della Omnibus...Ricordo che la procedura d'impugnazione è stata avviata dagli uffici del ministro leghista Stefani. Ciò detto, i rapporti col governatore erano e continueranno a essere ottimi. Il primo dossier sul tavolo è la Ferriera. Qual è il piano?Per la prima volta istituzioni, cittadini e proprietà hanno un obiettivo comune: chiusura dell'area a caldo e riconversione. Lo dicono anche i lavoratori, pur con lecita preoccupazione. Vogliamo far presto ma anche bene: l'obiettivo è delineare i tratti del nuovo Accordo di programma entro l'anno. Assicuro che ci sono tutte le condizioni per poter dire che sarà data massima tutela ai singoli lavoratori della Ferriera. Saranno individuati percorsi specifici per ciascuno di loro. Ci sono investitori pronti?Il primo sarà lo stesso Arvedi, che vuole raddoppiare l'investimento già fatto sulle lavorazioni a freddo. L'Autorità portuale è impegnata da tempo su diverse ipotesi di utilizzo dei terreni liberati dall'area a caldo: su questo e sul valore dei terreni stiamo lavorando. Siderurgica Triestina ha risposto ai dettati dell'Accordo di programma?Non è stata realizzata la copertura dei parchi minerari e l'altro tema critico è l'inquinamento acustico. Il M5s ha sempre sostenuto che quel tipo di produzione non potrà mai essere compatibile con la città, a prescindere dagli investimenti per ridurne l'impatto. Perché avete unito il nodo Ferriera con l'insediamento ungherese in porto? Vogliamo avere un unico strumento per velocizzare gli investimenti in diverse aree del porto. Ciò potrebbe accorciare i tempi per le bonifiche di tutte le zone inquinate. Le bonifiche costano: ci sono i soldi?C'è massima disponibilità di tutto il governo: parliamo di importi compatibili con le dotazioni del Mise e di Invitalia soggetto attuatore. Il porto è il futuro dell'economia triestina o un miraggio?È il futuro di Trieste e del Fvg sia per ricadute dirette che indirette. È necessario accompagnare il processo messo in campo dal presidente D'Agostino: bisogna definire finalmente come area extradoganale quella del porto libero di Trieste e individuare percorsi amministrativi certi e semplici per le autorizzazioni alla trasformazione manifatturiera delle merci, che potrà essere il vero motore dello sviluppo. A proposito di allegato VIII, è ancora contro la sdemanializzazione del Porto Vecchio?Conosco i vantaggi dell'allegato VIII su regime di punto franco ed extraterritorialità: per questo ritengo che il Porto Vecchio avrebbe dovuto restare nella disponibilità del patrimonio pubblico. Non mi sembra che la cessione delle aree stia dando i risultati sperati. Il percorso però è ormai un altro e l'importante è riuscire ad attrarre investimenti. Nel 2020 il presidente D'Agostino andrà in scadenza: sarà rinnovato?Non dipende dal Mise ma farò il possibile perché continui a lavorare per Trieste. Il dialogo con i cinesi si è inabissato?La trattativa va avanti e, se la Cina si apre al mercato occidentale, è giusto che Trieste possa aprirsi al mercato cinese. Preciso comunque che gli Usa sono il nostro principale alleato, ma ciò non esclude che la Cina possa essere nostro partner commerciale. Venendo all'industria, che futuro per l'ex Ezit?Va risolto definitivamente il tema delle caratterizzazioni e delle bonifiche: mi adopererò in prima persona presso il ministero dell'Ambiente. Il pil industriale di Trieste è sempre più in difficoltà e in quell'area bisogna fare industria, anche con lo strumento del punto franco. In regione tira invece Fincantieri, il cui rapporto col M5s non è sempre stato facile...Il ruolo internazionale acquisito da Fincantieri è fuori discussione. Sarà importante rimarcare questa leadership negli accordi internazionali con i partner francesi. Le criticità riguardano ancora la gestione materiale dei cantieri, la manodopera e i subappalti: su questo ci sono margini di miglioramento anche se comprendo le difficoltà dell'azienda in un settore in cui trovare manodopera disponibile non è facile. Il porto cresce e si collega con la ferrovia al mondo mitteleuropeo. Resta invece in sospeso la velocizzazione del binario Trieste-Mestre. Continuerà l'isolamento rispetto alla penisola?L'opera è prevista nel contratto di programma e sono certo che la ministra De Micheli saprà darle giusta priorità. Il presidente Fedriga dice però di volere la Tav...Cosa significa Tav? È evidente che sia necessario velocizzare la Trieste-Mestre, ma il discorso dell'alta velocità è stato abbandonato da tempo da Rfi in tutta Italia, tranne che nelle tratte già realizzate: si lavora invece al miglioramento delle infrastrutture esistenti. Dall'alleanza con la Lega a quella col Pd. Quanto è credibile una simile svolta e quanto durerà un governo con distanze siderali su Tav, autostrade, Alitalia e rapporti con la Cina, solo per citare alcune partite che la riguardano?Quel che ci interessa è dare risposte ai cittadini e migliorare la loro qualità della vita. Viviamo in un'era post ideologica e quello che si aspettano gli elettori è avere politici che parlano meno e lavorano di più. Questa alleanza di governo non è "contro" ma "per" e ha un senso soltanto se arriva a fine legislatura. L'esperimento giallorosso è ripetibile a livello regionale e triestino?A fine ottobre ci saranno le elezioni in Umbria, dove ci sono state condizioni per provare ad avere un candidato unico e indipendente. Non è detto però che su altri territori si trovino le stesse condizioni: contano i progetti, i temi e le cose da fare. 

Diego D'Amelio

 

 

SEGNALAZIONI - Ambiente/1Paghiamo i nostri vizi

Ultimamente si sono moltiplicate le iniziative a favore di un maggiore controllo del clima del nostro bistrattato pianeta: peraltro nobili e volte a sensibilizzare l'opinione pubblica. Ma c'è un ma. Ci sono una sequenza di problemi pratici che non consentono una soluzione immediata e radicale della questione. Le fabbriche a esempio, di qualsiasi tipo necessitano e assorbono molta energia restituendo all'ambiente, specie nei Paesi più poveri e con leggi meno restrittive, emissioni di gas nocivi enormi e non facilmente quantificabili. Qualsiasi forma di trasporto, sia privato che pubblico, per quanto "pulita", continua a emettere Co2 in quantità più che significative. Si pensi solo ai milioni di chili di Co2 emessi da aeromobili e navi. Ritengo che ora come ora sia impensabile una riduzione del trasporto delle merci. Stiamo parlando di milioni di veicoli e migliaia di aerei e navi che, ogni giorno, per 24 ore al giorno viaggiano e trasportano merci e persone. Oggi siamo talmente assuefatti a realtà che reputiamo ordinarie ma sono "energivore". A esempio nella grande distribuzione i banchi frigo sono tarati spesso a temperature bassissime per molte tipologie di alimenti o merci. E fino a che vorremo avere a disposizione ciliegie e fragole a Capodanno o uva a Ferragosto, la situazione non potrà mutare di molto. Lo diamo per scontato ormai, ma è veramente logico e necessario?Lodevoli le iniziative per sensibilizzarci sul problema del cambiamento del clima e il riscaldamento globale. Spetta però a tutti noi agire in modo razionale e consapevole ma, soprattutto, ritengo sia dovere dei governanti di tutti i Paesi adottare soluzioni responsabili e idonee a garantire un futuro al pianeta e le generazioni future.

Nevio Poclen

 

SEGNALAZIONI - Ambiente/2Problemi da risolvere senza "lippe"

Per salvare il nostro pianeta è senz'altro necessario innestare la retromarcia dall'edonismo consumista e recuperare la frugalità operosa dei nostri antenati. Per questa presa di coscienza sarebbe stato utile, come ha detto il professor Cacciari, che il ministro dell'Istruzione facesse organizzare lezioni in classe di esperti dando modo agli studenti di prendere appunti e approfondire il tema, invece di autorizzare una giornata di "lippe" per tutti. Da cui mi sembra di avere visto venerdì mattina a Trieste che ne abbiano tratto vantaggio soprattutto i consumi dei bar e le vendite di alcun i negozi. Il centro era affollato di adolescenti che facevano "vasche" calzando sneacker alla moda prodotte dall'altra parte del mondo, il cui trasporto contribuisce non poco all'inquinamento globale. Non so quanto siano stati utili all'ambiente i residui di panini e merendine mangiati sedendo per terra in piazza della Borsa, dimenticati insieme a mozziconi e pacchetti vuoti di sigarette. Non "lippe" autorizzate dalle autorità ma decoro, educazione, semplicità, sobrietà, impegno, studio sono a mio avviso le basi per riportare il mondo sulla retta via.

Franca Porfirio

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 28 settembre 2019

 

 

L'onda verde conquista il centro di Trieste - Oltre 3 mila in corteo

Studenti arrivati anche dall'Isontino per ricordare al mondo «che non esiste un pianeta di riserva». Sindacati e politici rimangono in coda al serpentone

Trieste. In piazza perché vogliono un futuro. E perché "there's no a planet B", non c'è un pianeta di riserva. Oltre tremila persone, soprattutto ragazzi delle scuole del capoluogo regionale e dell'Isontino, sono scesi in strada a Trieste ieri per il terzo sciopero globale per il clima organizzato da "Fridays for future" in tutto il mondo. Una lunga giornata iniziata prima delle nove del mattino con il ritrovo in piazza Goldoni. Sorrisi, voglia di passare una giornata diversa, dimostrando di credere in qualcosa nel quale tutti in realtà dovrebbero credere: la tutela del pianeta. Gli organizzatori, tutti giovanissimi e tutti studenti, alle nove precise iniziano a distendere il corteo in via Saba, fino a largo Barriera per poi scendere lungo via Carducci. Un po' di disagio al traffico. Qualche automobilista, altri nei loro mezzi la prendono con filosofia: «Tutte le generazioni hanno il diritto e il dovere di credere in qualcosa e combattere per quel qualcosa». Il corteo si muove dietro lo striscione "Respect existence or expect resistance" (rispettate l'esistenza o aspettatevi resistenza). Più in là si vedono tantissimi cartelli diversi: dal classico "Save the world", il più gettonato insieme a "dobbiamo agire ora", al più ironico "Ci state scaldando le birre" fino alla più ricercata citazione musicale di De André: «All'ombra dell'ultimo sole avremo i rifiuti alle costole». Lungo il cammino il microfono passa di mano per ricordare a tutti il motivo della protesta lanciando i cori dedicati a "No petrolio" alla denuncia "i soldi per l'ambiente non ci sono mai", "Se ci toccano il futuro noi blocchiamo la città" e "Salviamo la terra dall'effetto serra". I sindacati, invitati, sono rimasti in coda con le bandiere di Cgil, Cobas e Unione di base. Tanti anche i politici, soprattutto di centrosinistra. La vetrina era però tutta per gli studenti di elementari, medie, superiori e pure Università. In alcuni momenti i cori sono stati intervallati dalle canzoni e anche da un'inedita versione di "Bella ciao" in inglese. All'arrivo in piazza della Borsa le casse rimandano però "Another brick in the wall" dei Pink Floyd. Lungo il tragitto Sara Segantin e Anna Lilian Gardossi, due delle rappresentanti del Fridays for future di Trieste, sorridono soddisfatte: «C'è un entusiasmo che non ci aspettavamo. Abbiamo avuto successo alla prima edizione lo scorso anno, l'esplosione di oggi ci fa capire che i temi legati alla protezione dell'ambiente sono sempre più importanti. La lettera del ministro dell'Istruzione Fioramonti, i professori e la presenza di così tante scuole vogliono dire che il cambiamento è in corso e il mondo sta finalmente salvando il mondo. Alla fine chiediamo solo un futuro degno di essere vissuto». Il riscaldamento globale è un rischio che era stato denunciato proprio dal mondo della scienza diversi anni fa senza però ottenere l'attenzione che è riuscita a creare il popolo di Greta. «Ci chiamano "gretini" ma i cretini sono loro», taglia corto una delle organizzatrici che, in piazza della Borsa, ha ricordato come nell'anno 2100 Trieste, insieme ad altre 33 città italiane, sarà sommersa dallo scioglimento dei ghiacci. Cambierà anche la meteorologia con alluvioni e grandine, fenomeni già oggi più frequenti. E saliranno pure le temperature: già nel 2019 per 10 giorni all'anno si sono registrati valori superiori ai 32 gradi, che diventeranno sei volte più alti nel 2100. Chi ha preso il microfono ha parlato anche di obesità, di malnutrizione e una ragazza brasiliana del Collegio del mondo unito ha raccontato cosa sta avvenendo nel suo in Amazzonia, il polmone del mondo, dove la deforestazione è aumentata del 150% con il presidente Bolsonaro. Hanno preso la parola anche i rappresentati della Comunità slovena («grazie ragazzi per quello che state facendo»), Legambiente, Federico Zadnich della Fiab, che ha posto l'accento sui piccoli gesti che chiunque può fare per tutelare l'ambiente, e l'associazione Trieste impegnata a sostenere l'economia circolare. Anche Celeste ha voluto raccontare il suo progetto di riscatto per difendere e proteggere il pianeta e che si potrà scoprire sull'account Instragram "celecelly99". La giornata è poi proseguita con il picnic in piazza e il flashmob: una rappresentazione teatrale nella quale alcuni volontari salvavano la terra, una palla in miniatura, da mali come individualismo e indifferenza. Nel pomeriggio ancora il mondo della scienza a raccontare i rischi del global warming e i laboratori per i bambini con colori e tanti giochi. Perché salvare il mondo è un gioco da ragazzi. 

Andrea Pierini

 

«I problemi del pianeta riguardano tutti noi Serve consapevolezza»

Al centro del dibattito con Peter Wadhams temi di grande attualità come lo scioglimento dei ghiacciai dall'Artico al Val d'Aosta

Si è parlato anche di clima e scioglimento dei ghiacci ieri nella prima giornata del festival della ricerca scientifica di TriesteNext. Ad affrontare l'argomento Peter Wadhams, geologo e glaciologo di fama mondiale, noto per il suo libro dal titolo "Firewell to ice", ossia "Addio ai ghiacci". Un tema quanto mai attuale, affrontato proprio nel giorno del terzo sciopero globale per il clima, che ha coinvolto anche a Trieste centinaia di studenti. Un supporto, quello dei più giovani, quantomai necessario a detta di Wadhams in quanto «i politici di rango internazionale parlano del problema ma lo fanno quasi per allontanarne gli effetti; con i loro scioperi e cortei, invece, i giovani fanno notare loro che si continua a parlare del problema senza fare niente di concreto per risolverlo». Il movimento dei Fridays For Future, quindi, a detta del geologo britannico è un ottimo strumento per mantenere alto lo stato di allerta su questo tema. «Senza dimenticare, però, che i cambiamenti da attuare per invertire la tendenza sarebbero talmente radicali che potrebbero sconvolgere le abitudini delle persone e ciò - sempre a detta di Wadhams - finirebbe con l'incrinare il rapporto esistente fra i politici e le popolazione mondiali». Un aspetto da non sottovalutare, quello della relazione fra ambiente, politici e popolazione, che potrebbe innescare altri e non trascurabili problemi di tipo sociale. Quanto mai attuale l'argomento del suo intervento incentrato sullo stato dei ghiacciai, tanto da riguardare da vicino anche la stessa Italia che, proprio in questi giorni, vede quello del Monte Bianco incombere sulla cittadina di Courmayeur, in Valle d'Aosta. Un argomento che però non riguarda solamente i luoghi vicini a noi, come possono essere i ghiacciai alpini, bensì abbracci un ambito molto più ampio. «Siamo portati a renderci conto di un problema solamente quando ci tocca da vicino - ha spiegato Wadhams - ma nel caso dei ghiacciai, il loro scioglimento è un grosso problema per esempio per tutte quelle popolazioni che vivono nell'Artico, che adesso vedono venir meno intere parti di territori nei quali sono soliti andare a caccia per sopravvivere». Fari puntati poi sul riscaldamento climatico. «Le superfici chiare, come possono essere i ghiacci, sono le parti della Terra che maggiormente riflettono il calore che la stessa riceve dal sole - ha spiegato Wadhams -. Circa l'80% del calore assorbito viene riflettuto e riemesso nell'atmosfera e dal momento che questo calore non viene riflettuto a causa dello scioglimento delle cosiddette parti bianche, questo calore resta sulla Terra». 

Lorenzo Degrassi

 

 

Villa Revoltella sfigurata dalla farfalla "killer" che distrugge le siepi

Le larve stanno divorando il parterre e il verde vicino alla chiesa Inutili le disinfestazioni, probabile l'asportazione delle piante

La piralide del bosso sta devastando le siepi del parco di Villa Revoltella. Ha già distrutto il parterre e la porzione di verde davanti alla chiesetta. La Cydalima perspectalis - questo il suo nome scientifico - è una piccola farfalla dai colori poco vistosi. Nativa dell'Est asiatico è oramai diventata un temibile nemico anche dei giardini di mezza Europa. Molti triestini hanno riscontato la presenza della piralide anche sulle siepi di bosso del loro giardino, o in quelle sistemate su alcuni grandi terrazzi. Ne sanno qualcosa pure gli amministratori stabili impegnati a gestire il verde condominiale. Anche chi cura il parco del Castello di Miramare ha dovuto prendere dei provvedimenti per tentare di salvare quelle siepi. Passeggiando nel parco di Villa Revoltella, la situazione è evidente. Le siepi di bosso sono scheletriche. Ne sono responsabili le larve della piralide, nate dalle uova depositate dalle farfalle sul rovescio delle foglie. I trattamenti di due anni fa non hanno dato i risultati sperati, l'infestazione prosegue e centinaia di metri quadrati di siepe sono irrecuperabili. Chi frequenta il parco - che comunque evidenzia altre criticità - resta allibito da quelle piante che appaiono secche, trascurate. Invece sono vittime di un insetto. «Ora andrà presa un decisione su come affrontare il problema», ha evidenziato ieri l'assessore ai Lavori Pubblici Elisa Lodi nel corso di un sopralluogo nel parco della Quarta commissione consiliare presieduta da Michele Babuder: «Bisogna capire quali interventi sono possibili facendo una valutazione costi-benefici e inserendo eventualmente la spesa necessaria nel bilancio 2020». Due le possibilità al vaglio. «Per affrontare radicalmente il problema - propone l'architetto Laura Visintin del Verde Pubblico del Comune - servirebbe asportare tutte le siepi di bosso, ma pure 50 centimetri di terra sottostante per evitare infestazioni, e poi decidere se rischiare ripiantando il bosso e facendo regolarmente i trattamenti preventivi. O si potrebbe optare per delle piante di evonimo, una specie con cui abbiamo già provato a sostituire alcune siepi di bosso davanti alla chiesa».-

Laura Tonero

 

Allarme "pantigane", invasa la boscaglia in baia di fronte a Castelreggio

DUINO AURISINA. Un'invasione di "pantigane". L'area di Castelreggio, nella baia di Sistiana, non aveva bisogno d'altro. Dopo le critiche piovute nel corso dell'estate da parte dei bagnanti, per i numerosi disservizi registrati in vari punti della spiaggia, adesso arriva anche quest'inedita iattura. Sono stati alcuni residenti del Comune di Duino Aurisina, fra cui il neopresidente della Commissione Trasparenza Vladimiro Mervic, i testimoni di un fenomeno che non ha precedenti. «Sono stato chiamato da dei conoscenti - così Mervic - che mi hanno spiegato il problema. Sono accorso sul posto, verificando, in prima persona, la presenza di decine di ratti. Il punto esatto in cui li ho individuati è la boscaglia che si apre sul lato a monte della strada dal vecchio ingresso di Castelreggio a Portopiccolo. Vivo a Duino da sempre, ma non ho mai visto una situazione del genere». A far scattare l'allarme è stato Dario Chiatti, che abita in zona e che vanta una certa conoscenza in "materia", in quanto ex amministratore di un'azienda agricola: «Stavo percorrendo la strada vicina a Castelreggio - racconta Chiatti - quando in mezzo alle foglie ho avvertito strani rumori. Mi sono avvicinato pensando fossero scoiattoli, ma osservando da vicino ho visto che c'era un notevole numero di "pantigane". Una situazione in cui non mi sono mai imbattuto, pur frequentando da anni la baia. Sono rimasto sul posto per alcuni minuti, per rendermi bene conto di cosa stesse accadendo. La zona è solitamente utilizzata da gattare, che lasciano sul posto cibo per gatti. Forse le "pantigane" ne sono state attratte. Il problema non è da sottovalutare, anche perché dall'altra parte della strada c'è il vecchio edificio che un tempo ospitava il ristorante di Castelreggio, da anni abbandonato. Non vorrei che i ratti riuscissero a entrarci. La capacità riproduttiva di tali animali è notevolissima. Se la colonia dovesse stabilizzarsi i danni sarebbero ingenti".

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 27 settembre 2019

 

La mozione forzista sulla Ferriera fa arrabbiare il M5s - Consiglio comunale

Tutti contro l'area a caldo, ma in modo diverso. Lunedì scorso l'assessore Luisa Polli ha fatto propria una mozione a firma dei capigruppo di maggioranza, primo firmatario Alberto Polacco (Fi), che chiede al sindaco di «riconfermare la propria richiesta di chiusura dell'area a caldo, dandogli mandato per tutte le iniziative necessarie». Duro il M5s Paolo Menis: «Assurda e ormai inutile. Inoltre impegna l'aula, quindi non poteva esser fatta propria».

 

 

Fridays For Future - Obiettivo 3 mila presenze per il corteo di Trieste Pordenone anche in bici - LE MANIFESTAZIONI IN FRIULI VENEZIA GIULIA

TRIESTE. Tutto pronto anche in Fvg per il terzo sciopero globale per il clima. Trieste oggi farà da capofila alla protesta dei giovani ambientalisti i quali, in sintonia con il verbo di Greta Thunberg, sfileranno per le vie della città a partire dalle 9 muovendo da piazza Goldoni. Da qui il popolo dei Fridays for Future imboccherà corso Saba e, una volta raggiunto Largo Barriera, svolterà su via Carducci per percorrerla nella sua interezza. Una volta in via Ghega, il corteo svolterà su via Roma per raggiungere infine piazza della Borsa. Qui gli attivisti terranno un dibattito sul clima aperto agli interventi della cittadinanza. Dopo il pranzo collettivo in piazza, rigorosamente "green", sarà il momento del flash mob. Un momento particolare dal titolo evocativo: "Abbiamo l'acqua alla gola". I partecipanti improvviseranno uno spettacolo teso a lanciare il grido d'allarme sui pericoli per il nostro pianeta. Il pomeriggio proseguirà con tanta musica, intervallata da momenti tematici all'interno di laboratori dedicati a bambini e famiglie, ma non solo: ci sarà spazio anche per la divulgazione scientifica grazie agli interventi di scienziati e tecnici della materia, in modo da affrontare l'argomento anche da un punto di vista empirico. Ma in regione non sarà solo a Trieste che il numeroso popolo di Greta sfilerà. Oggi sono previsti cortei dall'Isontino alla Destra Tagliamento. A Ronchi dei Legionari è previsto quello per il mandamento monfalconese, con il via alle 9 dalle scuole medie Da Vinci per proseguire poi su piazza del Municipio, dove i ragazzi tenteranno di farsi sentire dai politici locali. Più mattinieri i giovani friulani, che già alle 8. 30 si ritroveranno a Udine in piazzale Cavedalis per dare il via alla marcia pacifica che si concluderà in piazza Matteotti. Anche qui musica e microfono aperto a tutti coloro i quali vorranno dire la loro in tema di ambiente. Cortei anche a Tolmezzo e a Pordenone: in Carnia inizio alle 9, mentre nella Destra Tagliamento alle 13.30. Peculiarità della manifestazione pordenonese sarà la possibilità di partecipare in bicicletta. Una manifestazione, quella di oggi, dai connotati più solidi rispetto ai due cortei precedenti, svoltisi nella scorsa primavera. Per l'occasione, infatti, i fan di Greta Thunberg sono riusciti a darsi un'organizzazione e una struttura, come dimostrato nel corso delle varie conferenze stampa indette nei giorni scorsi in regione a presentazione dell'evento di oggi. Organizzatori che sperano così di bissare il numero di partecipanti dell'edizione dello scorso 15 marzo, quando nelle piazze della regione, in conformità a quanto accadde anche nel resto d'Italia e d'Europa, accorsero migliaia di persone (a Trieste tremila). Un popolo costituito non solo da studenti. A favorire l'afflusso di oggi la chiusura di un occhio da parte di molti istituti scolastici nel caso di partecipazione dei propri studenti, grazie al benestare ufficioso arrivato attraverso la circolare inviata nei giorni scorsi dal ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 settembre 2019

 

 

Ferriera, snodo a metà ottobre col piano industriale di Arvedi

Il ministro Patuanelli ha ribadito la richiesta con scadenza nel prossimo vertice E il nuovo Accordo di programma ingloberà le bonifiche nell'area dell'ex Teseco

Il momento della verità è fissato per metà ottobre, quando la seconda convocazione del tavolo al Mise vedrà Siderurgica Triestina presentare la bozza di piano industriale chiesta anche ieri dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per valutare le intenzioni della proprietà sul destino della Ferriera di Servola. Il passaggio rimane ricco di incognite, a cominciare dalla volontà o meno del gruppo Arvedi di quantificare in quell'occasione la richiesta economica per la cessione dell'area a caldo, senza cui non sarà possibile verificare la compatibilità col valore stimato dall'Autorità portuale, che conta di concludere la sua due diligence entro una decina di giorni. Le scadenze sono state indicate ieri nel corso del vertice del Gruppo di coordinamento e controllo, tenutosi al Mise alla presenza dei funzionari dei ministeri dello Sviluppo economico, dell'Ambiente e delle Infrastrutture, oltre che degli assessori regionali Fabio Scoccimarro e Sergio Bini, del sindaco Roberto Dipiazza e del segretario generale dell'Autorità portuale Mario Sommariva. Se il Mise parla di stesura di un nuovo Accordo di programma «entro i prossimi mesi», la Regione fissa la scadenza alla «fine dell'anno». Le parti hanno convenuto di inserirvi anche il nodo della bonifica dell'area ex Teseco, sede dell'insediamento ungherese in porto, sottoposto all'accordo fra governi sul risanamento dei terreni. L'incontro ha avviato il confronto tecnico per verificare gli impegni assunti dal gruppo Arvedi e dalla mano pubblica in merito alla bonifica ambientale e alla tutela dell'occupazione. Aspetti su cui la proprietà farà pesare il riconoscimento da parte della Regione del rispetto di quasi tutti gli adempimenti, tranne la realizzazione delle coperture dei parchi minerari: un modo per alzare l'asticella della richiesta economica nell'ovvio tentativo di cedere l'area con la piena salvaguardia degli investimenti sostenuti dal 2014. L'assessore all'Ambiente Scoccimarro ha rivendicato ancora una volta «la trattativa tra Regione e proprietà» alla base dell'avvio di un percorso che vede Siderurgica «comunicare la volontà di chiusura dell'area a caldo, contestualmente all'intenzione di investire ulteriormente sul laminatoio. Un risultato storico». Il responsabile delle Attività economiche Bini sottolinea l'importanza di vedere al più presto il piano industriale e la richiesta di Arvedi per la cessione dell'area a caldo. «Bisognerà dare certezze sui tempi e le modalità di ricollocazione delle maestranze», ha aggiunto l'assessore. Dal canto suo, Dipiazza ha evidenziato come «i grandi interessi internazionali su porto e riconversione di aree come l'ex Aquila ci consentono un certo ottimismo». Il Pd nota infine con Debora Serracchiani come «la partita della Ferriera è passata nelle mani del governo, dove confidiamo sarà gestita con la necessaria terzietà».

Diego D'Amelio

 

 

Krsko, la Regione Fvg rispolvera l'ipotesi di un partenariato

UDINE. Solo un'ipotesi quella di un partenariato per la centrale slovena di Krsko, ma tanto basta per un nuovo scontro in Regione. Da una parte l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro che dà la linea del governo regionale sul nucleare a un passo dal confine, dall'altra Massimo Moretuzzo, capogruppo del Patto, che aveva interrogato sul tema, e Debora Serracchiani, deputata del Pd, che denuncia «l'insistenza della giunta Fedriga sull'opzione nucleare fuori dal tempo e fuori dal buon senso». Scoccimarro, in risposta all'interrogazione, premette che la Regione «sta valutando diverse opzioni, senza pregiudizi né posizioni estreme». Garantisce massima attenzione sulla sicurezza (Arpa riceverà mandato di stabilire un calendario più stretto di riunioni bilaterali ai fini del controllo) e un percorso verso le fonti alternative. Ma, ricordando che la centrale è una proprietà mista sloveno-croata e fornisce elettricità in una dimensione locale-regionale, aggiunge che si «potrebbe esplorare la possibilità di un partenariato attraverso una verifica con i governi di Slovenia e Croazia, magari come futuro asset della "società energetica regionale"», un po' il caso dell'Enel che detiene quote di centrali nucleari del continente. Molto duro il Patto: «Mentre l'industria dell'atomo è in declino e Francia e Germania annunciano la dismissione delle loro centrali, la giunta regionale vaneggia di un Fvg nuova potenza nucleare. Siamo alla follia». Moretuzzo definisce «un vero abominio» l'idea che una società energetica regionale «che abbiamo chiesto a gran voce per gestire le centrali idroelettriche della nostra montagna oggi in mano a multinazionali, acquisisca quote della centrale di Krsko». Anche Serracchiani attacca: «Il rischio rappresentato da una centrale nucleare a 130 km dai nostri confini non può essere sottovalutato in modo così grossolano, inventando ruoli di politica estera che nemmeno una Regione autonoma può esercitare». Scoccimarro ribatte: «Siamo solo nel campo di ipotesi, tra l'altro su una proposta fatta in passato dall'ex ministro D'Alema e dall'ex governatore Tondo. Come pure un'ipotesi che potrei condividere è la linea estremista di Serracchiani: a quel punto dovrà chiedere al suo governo, in particolare al ministro Di Maio, d'intercedere con Svizzera e Francia affinché chiudano le loro centrali, alcune anche a meno di 130 km dal confine italiano. Certo, poi dovremmo spiegare ai cittadini le bollette più care».

Marco Ballico

 

Nel vivo la bonifica di Acquario «Un anno e la costa rinascerà»

Al via lunedì il secondo lotto da oltre 6 milioni per la riqualificazione del terrapieno Previsti chioschi, nuovi servizi per la balneazione e punti dedicati a giochi e sport

MUGGIA. «Riapriremo all'utilizzo della cittadinanza un'area che da più di vent'anni attende di essere restituita alla comunità». È entusiasta il sindaco di Muggia Laura Marzi. Dopo tanto attendere, infatti, ieri la prima cittadina rivierasca ha annunciato che a partire da lunedì inizieranno i lavori per il secondo lotto della riqualificazione del terrapieno Acquario. L'esecuzione dell'opera, della durata di un anno, comporterà una spesa complessiva di sei milioni e 310 mila euro. Il progetto di Acquario prevede, oltre alla bonifica tramite la messa in sicurezza permanente del sito, anche un intervento di recupero e di riqualificazione estetico - funzionale dell'area. Accanto al percorso ciclopedonale, già realizzato, vi sarà così un ulteriore tratto di ciclabile che costeggerà la strada. A tal proposito saranno allestiti due punti di bike sharing. La zona si arricchirà poi di alcuni chioschi per il ristoro, con annessi servizi legati alla balneazione, e alcune strutture ombreggianti per trovare riparo dal sole. Inoltre, nel progetto promosso dalla giunta Marzi, è contemplata pure la realizzazione di un'area giochi e fitness, di un campo da beach volley, di un altro campo da bocce e dello skate park, che, dal piazzale ex Alto Adriatico, verrà allestito sul lungomare rivierasco. Il nuovo look di Acquario si completerà con arredi, docce, fontanelle e otto scalette a mare, oltre che con l'allargamento del parcheggio esistente, che vedrà quasi raddoppiata l'attuale capienza. «La volontà e l'impegno sono sempre andati nella direzione della restituzione della costa ai muggesani: come promesso, abbiamo proseguito e stiamo tuttora proseguendo in questo non facile percorso. Una volta completato il lotto - analizza Marzi - si avrà un miglioramento decisivo della fruibilità e della balneabilità della costa. Si avvieranno nuove attività economiche, con beneficio in termini sia di occupazione che di servizi. Si apriranno nuovi spazi ludici e per il tempo libero. E tutto ciò - conclude il sindaco - migliorerà la vivibilità della nostra città e sarà un importante volano per tutta la nostra economia». Concorde l'assessore ai Lavori pubblici muggesano Francesco Bussani: «Con questo ulteriore consistente intervento, Muggia potrà finalmente raccogliere i frutti di un complesso lavoro durato anni per restituire un tratto di lungomare che le appartiene ma di cui per oltre un ventennio non ha potuto godere».Il progetto sarà presentato alla cittadinanza venerdì 4 ottobre alle 18, nella sala "Millo" in piazza della Repubblica. Nel frattempo, per seguire l'avanzamento dei lavori di riqualificazione di questo pezzo di costa muggesana e per restare sempre aggiornati, ci si potrà connettere alla pagina Facebook "Acquario 2020", che da oggi accompagnerà i muggesani e chiunque sia interessato in questo nuovo importante capitolo della storia di Muggia.-

Riccardo Tosques

 

 

Da piazza Goldoni fino a piazza della Borsa Il corteo per il pianeta invade il centro città

Domani la manifestazione dei giovani di Fridays for Future. Gli organizzatori: «Vogliamo portare in strada 3 mila persone»

Una grande mobilitazione per denunciare i cambiamenti climatici in atto sul pianeta, ma anche per attivare la politica e la cittadinanza in merito. È quanto accadrà domani lungo le strade della città, che verranno "invase" dai partecipanti al corteo in occasione del terzo sciopero globale dei Fridays For Future che, partendo da piazza Goldoni, raggiungerà piazza della Borsa. Un corteo che inizierà alle 9 e, visto il percorso prescelto, potrebbe mettere a dura prova il traffico veicolare di una giornata feriale. La marcia festosa dei giovani ambientalisti si snoderà nella direttrice corso Saba e largo Barriera per poi immettersi su via Carducci. Una volta percorsa tutta l'arteria e imboccata via Ghega, i manifestanti svolteranno poi a sinistra su via Roma che percorreranno fino a piazza della Borsa dove, attorno alle 11, si concluderà il corteo. Qui i baby ambientalisti trascorreranno il resto della giornata, interamente dedicata al tema della tutela del clima. Il "menù" prevede dapprima uno spazio dedicato agli interventi della cittadinanza, con microfoni aperti, all'interno del quale chi vorrà potrà intervenire offrendo il proprio contributo. A seguire si terrà un vero e proprio pic-nic in piazza, al quale ciascuno potrà partecipare portandosi il pranzo da casa, mentre alle 15.30 sarà la volta di un flash mob dal titolo "Abbiamo l'acqua alla gola".La giornata sarà caratterizzate anche da intermezzi musicali, laboratori per bambini e famiglie con interventi da parte di scienziati e professori fino a sera, nell'ottica di una divulgazione scientifica da destinare a tutti gli interessati. Ad illustrare l'iniziativa, nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri mattina presso il Caffè San Marco di Trieste, la referente triestina dei Fridays For Future Trieste, Laura Zorzini, assieme a Fabio Feri, professore del liceo scientifico "Oberdan" e rappresentante del movimento "Teachers For Future". Lo sciopero di domani sarà il terzo della serie, dopo quelli degli scorsi marzo e maggio. Soprattutto il primo ebbe un grande riscontro di pubblico, nonostante l'organizzazione improvvisata, quando in Piazza dell'Unità accorsero quasi tremila persone. Cifra che i giovani organizzatori della manifestazione di domani puntano a ripetere. Per raggiungerla, però, chiedono a gran voce che i presidi delle scuole cittadine giustifichino gli studenti e gli insegnanti che vorranno prendere parte alla manifestazione (vedi articolo in basso). Lo sciopero, come sottolineato più volte dalla referente triestina dei F.F.F. Laura Zorzini, non avrà connotazioni politiche. Hanno comunque aderito alla mobilitazione i sindacati Cobas, Usb e Cgil. «Ci siamo schierati subito sulla stessa linea - spiega il segretario regionale Cgil Villiam Pezzetta - nella consapevolezza che quella contro i cambiamenti climatici rappresenta la madre di tutte le sfide per il nostro pianeta». Un monito condiviso dalla Flc-Cgil, che ha aderito allo sciopero, proclamando per domani l'astensione dal lavoro di tutto il personale del comparto. «Quella dei giovani é una partecipazione che infrange gli stereotipi negativi», commenta il capogruppo Pd in Regione Sergio Bolzonello mentre Giorgio Cecco di Progetto Fvg auspica «che quello di domani non sia uno sciopero "giustificato" né "ministeriale", con un fronte comune fra cittadini e istituzioni».Ieri, intanto, una delegazione di giovani del movimento Fridays for Future Fvg ha consegnato al presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin, una serie di proposte e richieste di stampo ecologista. 

Lorenzo Degrassi

 

E in molti istituti i seguaci di Greta saranno ritenuti assenti giustificati

Dante-Carducci, Preseren e Da Vinci in linea con il ministro. Dubbi al Nautico e al Petrarca

A 24 ore dalle manifestazioni per il terzo Global Strike, il dubbio rimane. Gli studenti triestini che parteciperanno all'evento saranno considerati o meno assenti giustificati da parte dei prof? Difficile dirlo ora. Di certo c'è che gli istituti della nostra città hanno recepito la circolare inviata nei giorni scorsi dal ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti, con l'auspicio che le scuole, «pur nella propria autonomia», possano considerare l'assenza degli studenti per quella giornata «motivata dalla partecipazione alla manifestazione per il clima», utilizzando «le ordinarie modalità di giustificazione delle assenze». Un invito che, a quanto pare, verrà accolto un po' a macchia di leopardo. «Noi la giustificazione la chiederemo comunque, - spiega Donatella Bigotti, dirigente del Nautico - perché si tratta di minori e i genitori devono essere al corrente delle scelte dei figli. Nel primo Collegio docenti utile, mi confronterò sulla possibilità di non computare l'eventuale assenza ai fini della frequenza obbligatoria del 75%». Linea condivisa anche dai altri presidi. Al liceo Petrarca - che in occasione della "Settimana per lo Sviluppo sostenibile", domani dalle ore 14.30, invita studenti maggiorenni, docenti e personale Ata a partecipare alla pulizia delle aree verdi della scuola - la dirigente Cesira Militello precisa che «servirà la giustificazione, sarà poi competenza del Collegio docenti valutate se inserire o meno questa giornata di assenza, come specificato nella nota del capo dipartimento del ministero Carmela Palumbo, tra quelle che concorrono a costituire il monte ore necessario per la validità dell'anno scolastico». Una competenza che Palumbo rimanda alle scuole. Ariella Bertossi, dirigente del Da Vinci, de Sandrinelli e Carli anticipa che sulla questione si confronterà con i suoi collaboratori, «personalmente - indica - ritengo i ragazzi vadano incentivati al senso civico: ci atterremo alle linee ministeriali». Recepito l'auspicio di Fioramonti anche al Dante - Carducci. «Ne abbiamo parlato martedì scorso Consiglio di istituito, e abbiamo condiviso la linea - riferisce la dirigente Oliva Quasimodo -. Servirà una giustificazione con la dichiarazione dei genitori che sono a conoscenza che il figlio non era a scuola per la partecipare all'iniziativa. Vorremo una presa di coscienza anche dei ragazzi». La progettualità del Deledda-Fabiani evidenzia già una sensibilità nei confronti dei temi legati all'ambiente. «Per lo sciopero di domani - anticipa la dirigente Tiziana Napolitano - ci comporteremo come facciamo sempre in situazioni di sciopero, premesso che sarà facoltà del Collegio docenti, quando si riunirà, decidere se riconoscere o meno questa giornata come assenza». Decisione, quella relativa al conteggio della mancata presenza in classe, già adottata dalla dirigente del liceo Preseren, Loredana Gustin. «I ragazzi porteranno la giustificazione con la relativa indicazione della loro partecipazione allo sciopero, e quella giornata non verrà conteggiata come assenza». 

Laura Tonero

 

MONTE BIANCO - Il ghiacciaio sarà monitorato con il radar

Inevitabile il collassamento dell'enorme massa: resta da sapere quando. E la notizia sul Monte Bianco fa il giro del mondo

Verrà giù. È solo questione di tempo: ore, settimane, mesi. Ma il destino dei 250 mila metri cubi di ghiaccio che incombono su Courmayeur e la Val Ferret è segnato: «La frattura è troppo profonda. Continuerà a muoversi, lo farà anche se le temperature scenderanno violentemente. Non c'è più nulla che possa riportarlo alle condizioni di partenza». Da vent'anni Renato Colucci, ricercatore del Cnr, studia i ghiacciai. Di questo passo, prevede, entro trent'anni, sotto i 3.500 metri saranno estinti. Del collasso del Planpincieux è sicuro: da giorni ha accelerato la sua corsa, 60-70 centimetri al giorno. Ha costretto il sindaco di Courmayeur a evacuare case e chiudere le strade. Solo Marco Belfront, proprietario dell'hotel Miravalle, in frazione Planpincieux, tiene duro: «Siamo aperti, ci sono quattro ospiti. Abbiamo quanto basta per rimanere aperti qualche giorno, poi tutto dipenderà da cosa succede lassù». Da giorni ricercatori, esperti, funzionari della Protezione Civile e istituzioni confrontano dati e rilevazioni. Non ci sono più dubbi: crollerà. Bisogna solo capire quando, ma nessuno lo può prevedere. «Non sappiamo se a breve si determinerà un'evoluzione», ammette Raffaele Rocco, responsabile del settore difesa del suolo della Val d'Aosta. Il sindaco Stefano Miserocchi ieri ha convocato un'assemblea pubblica per informare la popolazione: «Non c'è ghiacciaio che possa cadere su Courmayeur, non sta crollando il Monte Bianco, non c'è pericolo per la popolazione».È vero. Eppure è uno choc. «Sta accadendo qualcosa di difficilmente immaginabile fino a qualche tempo fa», confessa Rocco. Le immagini rimbalzano sui siti di tutto il mondo. A New York, dove partecipa all'assemblea generale dell'Onu, il presidente del Consiglio Conte cita il Planpincieux per ribadire che non c'è tempo da perdere: «La notizia che un ghiacciaio sul versante del Monte Bianco rischia di collassare è un allarme che non può lasciarci indifferenti». A Courmayeur aspettano e osservano. Il cedimento dei ghiacciai, per chi li studia, non è una sorpresa. Questo versante del massiccio del Grandes Jorasses è monitorato da cinque anni: un'équipe dell'Istituto per la protezione idrogeologica del Cnr, coordinato da Daniele Giordan, ogni giorno acquisisce fotogrammi, li confronta con quelli dei giorni precedenti e verifica il movimento del fronte. Da oggi a questo sistema si affiancherà un radar in grado di rilevare il minimo spostamento, anche di notte o in caso di maltempo. Non è anomalo che quel ghiacciaio si muova, spiegano gli esperti. È anomalo che lo faccia ora. «Non è compatto; è una sequenza di crepacci. E scorre su una pendenza del 35% che diventa del 50 nell'ultimo tratto», spiega Renato Colucci. «È normale che si sposti, l'ha sempre fatto. Non è normale che acceleri la corsa a fine estate, quando le temperature dovrebbero scendere sotto lo zero, ma si mantengono ben al di sopra: la superficie si scioglie, l'acqua che si forma scorre tra ghiaccio e roccia, come un lubrificante accentua il movimento. «Si sono formate spaccature molto più profonde ed estese del normale. Non è più in equilibrio. Non si ferma più». La verità, ammette Colucci, è che i ghiacciai, sotto i 3mila metri sono come intrusi; retaggi di un mondo che non fa più per loro. «Non dovrebbero più essere lì, con questo clima. E si ritirano». Il Planpincieux anziché estinguersi ha deciso di collassare. «Resta solo da capire se lo farà in blocco o per frammenti», spiega l'esperto. «Il primo caso mi sembra il più probabile». Sarebbero 11 mila metri quadrati di ghiaccio che in un solo momento piombano a valle. Come due campi di calcio.

Andrea Rossitorino

 

Tra incredulità e rassegnazione la valle si interroga sul futuro

L'ex sindaco di Courmayeur è fatalista: «La bellezza vietata fa male» Una turista è stupita: eccessivo che ne abbiano parlato anche all'Onu

Nubi nere e un velo di nebbie trascinate da venti in vortice spazzano il fronte spaccato del ghiacciaio di Planpincieux, in una Val Ferret deserta, vietata. In alto qualche folata scopre la "Bouteille", strambo picco a bottiglia alle spalle della costola su cui è piantato il rifugio Boccalatte. Il Planpincieux ha avuto un piccolo crollo ieri. Tutto ciò che si vede è in bilico, spuntano tagli a "V", forme emerse alla rinfusa. Si muove. Mille metri più in basso nell'omonima frazione la signora Anna parla con l'albergatore che la ospita da anni, Marco Berfrond. Dialogo sul da farsi. Lei: «È pericoloso stare qui al Miravalle?». Lui: «No, ci avrebbero sgomberati». Vacanza turbata - Così la signora Anna, del Milanese, continua la sua settimana di vacanza di fine estate. Corre, fa escursioni, lontano dal ghiacciaio fragile, su sentieri e pendii di fronte alle Grandes Jorasses. L'albergatore dice: «Un gran chiasso. Ne ha parlato anche il presidente del Consiglio Conte all'Onu. Mi pare eccessivo. Non mi permetto certo di contraddire gli scienziati, il pericolo c'è, ma così... Noi sopravviviamo sotto questa cosa».Dove il pianoro della Val Ferret cede ai pendii, una casupola e un cartello di "Pesca sportiva". Laghetto e vasche con quattro quintali di trote. La località è Lavachey. Cesare Ollier, guida alpina e maestro di sci ormai a riposo, è il gestore. Per 33 anni è stato il direttore delle piste di fondo della Val Ferret. Conosce i ghiacciai delle Jorasses come fossero casa. «Sono stato qualche anno fa sul Whymper, quello in alto che doveva cadere come adesso. E spero ogni giorno che il crollo avvenga prima delle nevicate, altrimenti sono dolori, formerebbe valanghe. Meglio non pensarci. Se nevicasse come due inverni fa, ne ho misurati 3 metri qui nel piano, pensi che cosa potrebbe succedere con blocchi di seracchi in caduta. Sa quante valanghe ci sono qui in Val Ferret? Ventitrè, se ci si mette anche il ghiacciaio...». E quello in basso del Planpincieux? «Ogni tanto fa cadere qualche pezzo. È la sua vita. Adesso è di nuovo in momento, ma non credo venga giù tutto in una volta».Il passato insegna - Convinzione comune, perché crolli catastrofici, di ghiacciai che scivolano, appartengono a un lontano passato. Franco Perlotto, guida alpina con una carriera da grande alpinista alle spalle, è l'uomo che più di ogni altro vive vicino al ghiacciaio. Gestisce il rifugio Boccalatte, sul dosso granitico a poco più di 2.800 metri. Dalla prima settimana di settembre ha dovuto chiudere e tornarsene a valle per il divieto di salire lungo il sentiero che conduce al rifugio per colpa del ghiacciaio Whymper.In basso, in una casa fra i larici e i pascoli, vive il costruttore Marco Busanelli. È appena rientrato, ma in casa, in località Montitaz, non può più entrare. «È l'unica con ordine di sgombero. Ho anche la sede della mia azienda. Ne prendo atto». Scusi, ma dove dormirà? «In un'altra proprietà a cento metri da casa mia, quella non è sgomberata come nessuna delle altre case, soltanto la mia che è lì da 150 anni e non ha mai ricevuto addosso neanche un sassolino. Altre hanno avuto danni in passato, ma sono rimaste agibili. Non sono un geologo, credo però che una scienza senza storia antica metta qualche dubbio. Insomma, l'approssimazione mi pare sia nei fatti».Dino Derriard, già sindaco di Courmayeur, vive in Val Ferret, a Le Pont, oltre Planpincieux. «Vado e vengo senza problemi. Da ragazzino andavo al pascolo proprio sotto il Planpincieux. Ne ho visti di crolli». Con la moglie gestisce d'estate il ristorante "Oasi", chiuso da una settimana. Dice: «Venezia, Capri non chiudono mai. Capisco il problema proprio perché ho fatto il sindaco, ma la bellezza vietata fa male». 

Enrico Martinet

 

Il mare che si alza, le tempeste: ecco milioni di migranti climatici

Allarmanti per il pianeta i dati diffusi dal comitato scientifico dell'Onu In Italia sos ghiacci: persa in 70 anni una superficie pari al lago di Como

Il mondo degli oceani e la criosfera, i regni dei ghiacci, un tempo eterni, hanno già subito mutamenti irreversibili. Il riscaldamento globale ha già superato di 1 grado il livello preindustriale, a causa delle emissioni di gas serra passate e attuali. L'oceano è più caldo, più acido e meno produttivo. Lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali sta causando l'innalzamento del livello del mare, e gli eventi estremi costieri stanno diventando più gravi e frequenti. Le «tempeste del secolo» saranno un'occorrenza annuale entro il 2050, e causeranno inondazioni e devastazione sulle coste dove sono collocate metà delle megalopoli e quasi 2 miliardi di persone. Anche se il riscaldamento sarà limitato entro i 2 gradi a livello globale, gli scienziati si aspettano che l'innalzamento del mare causerà danni per diversi miliardi di dollari all'anno. E molti milioni di migranti climatici. Sono le informazioni che emergono dallo Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, il rapporto dell'Ipcc, il comitato scientifico sul clima dell'Onu, dedicato a oceani e ghiacci e diffuso ieri. Le novecento pagine redatte sulla base di 7 mila lavori scientifici di 104 studiosi, provenienti da oltre 30 Paesi, rappresentano il primo documento approfondito sulla scomparsa dei ghiacciai e sulle mutazioni del mare. Per noi italiani l'allarme più immediato è proprio quello dei ghiacciai (ne abbiamo 907 ora) dalle cui acque dipende tanta della ricchezza (agricola, turistica ed energetica) del Nord. Secondo il report i nostri ghiacciai alpini - insieme a quelli dell'Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell'Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l'80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici. «La situazione in Italia è drammatica, come racconta anche il Catasto dei ghiacciai che stiamo aggiornando usando foto satellitari», spiega Davide Fugazza, del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali (ESP) dell'Università di Milano. «Dagli anni '50 abbiamo perso una superficie di ghiacciai pari al lago di Como. Se non si riducono le emissioni a livello globale - afferma - con l'obiettivo di una riduzione del 50% entro il 2030, vedremo effetti negativi entro poco tempo sul turismo invernale e sulla produzione di energia idroelettrica, viste anche le precipitazioni più scarse». Peggiorano anche le proiezioni sull'innalzamento del mare. Il livello degli oceani cresce di 3,6 millimetri l'anno (il doppio della media dello scorso secolo), e il ritmo accelera. Colpa, ha affermato Valérie Masson-Delmotte, Copresidente del gruppo di lavoro IPCC I, «dei crescenti apporti idrici delle calotte glaciali di Groenlandia e Antartide, oltre al contributo delle acque di fusione dei ghiacciai e all'espansione delle acque più calde del mare» . 

Emanuele Bompan

 

Mercalli sale in cattedra e scommette sulla finanza per proteggere l'ambiente

Per il meteorologo «i governi sono lenti a prendere decisioni mentre basta un momento per spostare capitali verso le fonti rinnovabili»

Accanto alle azioni individuali, immediate ma con piccoli effetti, e alle politiche dei governi, su grande scala ma lente, esiste la finanza che può agire in un tempo molto più rapido e globalmente per combattere il cambiamento climatico. È quanto sostiene Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana e giornalista scientifico, che ieri sera alla Sissa è stato ospite dell'evento "Scelte etiche - L'investimento del futuro", promosso e realizzato dalla Zkb - Credito cooperativo di Trieste e Gorizia in collaborazione con il Gruppo Cassa centrale e Nef. «Abbiamo delle cose da fare in prima persona. La prima regola d'oro è sprecare di meno in una società occidentale opulenta», sostiene Mercalli. Secondo il climatologo, sono quattro i settori fondamentali dove agire: nelle case con l'isolamento termico e gli elettrodomestici efficienti; nei trasporti con il maggior uso dei mezzi pubblici e minore dell'aereo, tramite il telelavoro; nell'alimentazione con la diminuzione dei consumi di carne e l'aumento dei prodotti a chilometro 0 e di stagione; infine, meno usi superflui e temporanei degli oggetti di ogni giorno, come gli abiti e i cellulari, e la raccolta differenziata. Dopodiché, sono necessarie delle scelte ai livelli più alti, sia politici che economici. «I governi sono lenti a prendere le scelte e si devono aspettare anni prima di una normativa - afferma Mercalli -, mentre la finanza è rapidissima e può ribaltare situazioni in un momento, ad esempio spostando i capitali dalle fonti fossili a quelle rinnovabili». Il climatologo si dice però consapevole del fatto che così si potrà guadagnare di meno e della natura «non sempre lodevole» della finanza. In merito ai giovani dei Fridays For Future che scenderanno domani in piazza per protestare contro l'emergenza climatica, Mercalli sostiene la presa di coscienza in atto, che però si auspicava avvenisse almeno 20 anni fa, e consiglia loro di dimostrare coerenza con quanto sostengono. «Spesso vedo nel movimento una tendenza a investire la politica della soluzione del problema - rileva Mercalli -, mentre le due cose vanno assieme: una parte di azioni all'individuo, che può influenzare la politica con il voto e la finanza con il portafoglio».

Simone Modugno

 

 

Mangia le api e vive in maxi nidi È arrivato il calabrone orientale

L'insetto, diffuso in Asia minore, Madagascar e Sud Est Europeo, è sbarcato a Trieste da qualche nave. Gli esperti: «Pericoloso? Come le altre vespe locali»

Mancano tre mesi alla chiusura del 2019, ma già si candida a rientrare di buon grado tra le notizie scientifiche dell'anno. Dopo tanti dubbi, infatti, ora è ufficiale: il calabrone orientale (Vespa orientalis) è approdato a Trieste. La presenza di quest'insetto, diffuso in Medio Oriente, in Madagascar e nel Sudest europeo, dopo un'unica segnalazione registrata lo scorso anno, quest'estate è stata riscontrata compiutamente nella zona del Porto nuovo, in Passeggio Sant'Andrea: facile dunque ipotizzare che il calabrone orientale sia arrivato in città tramite qualche nave. Da lì poi ci sono state ulteriori segnalazioni, in altre zone del territorio cittadino, per un totale di quattro "popolazioni", confermate dai naturalisti Nicola Bressi, Andrea Colla e Gianfranco Tomasin del Museo civico di Storia naturale di Trieste, i quali hanno evidenziato come a Trieste si sia «insediata la popolazione più a Nord al mondo per questa specie e per di più nel centro di una città».Se tutti, insomma, si aspettavano l'arrivo della Vespa mandarina, calabrone asiatico di grosse dimensioni più volte segnalato (ma in maniera inattendibile) anche in provincia di Trieste, a sorpresa, in pieno "global warming", a raggiungere le nostre terre è stato un altro imenottero, più piccolo, questo sì, ma da tenere comunque assolutamente sotto controllo. Questo particolare insetto si caratterizza da un punto di vista fisico per la presenza di un colore rossiccio in cui spiccano due parti gialle: una sulla testa e l'altra lungo l'addome, con una banda uniforme. E proprio la funzione dell'addome è una delle peculiarità: grazie alla presenza di un pigmento, la xantopterina, queste vespe hanno la capacità di assorbire l'energia solare che le rende attive. A differenza di altre specie di calabroni, dunque, che preferiscono operare con il fresco del mattino o prima di sera, la Vespa orientalis ama muoversi perlopiù nei pomeriggi assolati. Altra caratteristica, che potrebbe avere un importante impatto ambientale, è che il calabrone orientale si nutre spesso e volentieri di api. Non a caso una delle segnalazioni che hanno confermato la presenza di questo insetto è giunta da parte di un residente che ha notato la sostituzione delle api, da sempre presenti nel suo giardino, con queste "strane" vespe. Vespe che si nutrono anche delle spazzature prodotte dall'uomo. Motivo in più per non lasciare cibo fuori dai contenitori per l'umido, come già accade per arginare ratti e gabbiani. Ma la Vespa orientalis è pericolosa per l'uomo? Il veleno di questo insetto non è né più né meno potente di quello delle nostre vespe. C'è però una grande differenza: i nidi. Il nido della orientalis può contenere sino a mille individui. Quindi: massima attenzione. Di regola i i favi di cellulosa vengono costruiti in maggio, sottoterra o dentro muri e edifici. In passato questo vespide aveva toccato Genova (un solo esemplare) ma anche i porti di Londra e Bruxelles. Sostanzialmente, a causa degli inverni freddi, la orientalis però non è mai riuscita ad ambientarsi, estinguendosi da sola. Riuscirà dunque questo insetto a superare un altro inverno triestino? «Non possiamo esserne certi. Ogni specie animale si comporta diversamente quando viene importata in ambienti differenti. Impossibile garantire come si evolverà la sua biologia con il clima, la vegetazione e le ore di luce di Trieste. Forse un inverno molto freddo potrebbe estinguerla. Ma vivendo in città potrebbe pure facilmente svernare tra tiepidi controsoffitti e cantine», spiegano Bressi, Colla e Tomasin. Se dovesse farcela, il nostro ecosistema si troverebbe a dover ospitare una specie "alloctona" con tutto ciò che ne consegue, in primis, per l'appunto, il possibile impatto sulle api.Ancora un paio di informazioni. È importante sapere che il calabrone orientale può essere facilmente confuso con alcune specie di insetti locali (su tutti la Vespa Delta unguiculatum) utili o innocui, da cui si distingue soprattutto per avere solo due anelli gialli sull'addome, mentre la punta con il pungiglione è sempre completamente scura. Da qui la raccomandazione, avanzata anche dal Comune di Muggia, di rispettare la già minacciata biodiversità e di segnalare eventuali avvistamenti, inviando foto alla mail sportellonatura@comune.trieste.it, o portando eventuali esemplari trovati morti al Museo civico di Storia naturale di Trieste di via Tominz. Il Museo civico ha infine in programma un incontro pubblico per conoscere questo nuovo "abitante" della città, mercoledì 16 ottobre alle 18. Nessuna psicosi, in ogni caso, ma massima attenzione, quella sì.-

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 settembre 2019

 

 

Mini infornata di nomine all'Arpa Due donne nei ruoli di vertice

Anna Toro confermata alla guida della direzione amministrativa A capo del settore tecnico-scientifico arriva la new entry Lutman

Una conferma e un volto nuovo nei ruoli di direttore amministrativo e direttore tecnico scientifico dell'Arpa Fvg. Su indicazione del neo direttore generale Stelio Vatta, con condivisione dell'assessore Fabio Scoccimarro, Anna Toro succede a sé stessa, mentre Anna Lutman subentra a Franco Sturzi, che lascia l'Agenzia regionale per l'ambiente per raggiunti limiti di età. Nomine di fiducia, conferma Vatta, spiegando che «il ragionamento, una volta individuato il profilo più aderente alle aspettative, è stato in primo luogo quello di valorizzare risorse interne». All'amministrazione ecco dunque di nuovo Toro, in Arpa dal 2004 come responsabile della struttura degli affari generali e legali e della Soc gestione risorse economiche, già con l'incarico di direttore dal 2012 e dal 2016 anche responsabile della Soc affari generali e risorse umane. A Sturzi, si legge in una nota dell'Agenzia, «va un sincero ringraziamento per l'impegno e la professionalità dimostrata nell'espletamento di numerosi incarichi di crescente responsabilità». La novità è Lutman, cui è servita anche l'esperienza iniziata nella primavera 2018 da direttore del servizio gestione risorse idriche nella direzione Ambiente, ma che ha fatto contare soprattutto i 10 anni da responsabile del laboratorio dell'Arpa di Udine. Sempre in Arpa aveva ricoperto i ruoli di dirigente responsabile della struttura pareri e supporto alle autorizzazioni ambientali e di rappresentante del gruppo di lavoro interdirezionale per gli adempimenti della Direttiva nitrati. A suo carico pure l'attività di coordinamento per la definizione dei valori chimici di riferimento locali, sull'intero arco costiero. Non è escluso che il suo nome possa segnare l'approdo a un obiettivo di vecchia data, quello del laboratorio unico regionale. «Rivedere l'assetto delle sedi è uno dei miei mandati - dice Vatta - e non c'è dubbio che Lutman, con quanto consolidato alle spalle, mi aiuterà nel portare avanti le strategie mirate ad attuare un passaggio fondamentale per poter rendere più efficace il nostro lavoro. Ma si tratta anche di metterci nella condizione di poter operare nei casi di calamità, con strutture in grado di resistere soprattutto sul fronte sismico».

M.B.

 

 

In terrazza e dentro casa - È boom di gechi in città

L'innalzamento delle temperature ha modificato le abitudini degli animaletti Frequente in questo periodo avvistare baby esemplari a caccia di avventure

«Il geco ha colonizzato l'intera città, è diventato comunissimo, e se ne vedono molti piccoli esemplari in questi giorni, perché siamo nella stagione nelle nascite». Così il naturalista Nicola Bressi risponde ai tanti triestini che in questi giorni hanno pubblicato foto dei simpatici animaletti sui muri dentro e fuori casa e che, in alcuni casi, si sono chiesti il motivo della proliferazione, notata di recente. «È dovuta all'innalzamento delle temperature - spiega ancora Bressi - e il numero è aumentato notevolmente negli ultimi anni. Il primo dato sulla sua presenza in città risale al 1925, poi fino agli anni '90 se ne sono visti pochissimi, confinati solo nella zona costiera, vicino al porto, dove viveva una colonia, anche se non molto grande». Di recente, appunto, il cambiamento notato da molti. «Dagli anni '90 appunto qualcosa è cambiato, in tutta Trieste. Sono diventati tantissimi, in particolare in alcune zone come ad esempio in viale Miramare e anche nello stesso castello di Miramare, ma sono saliti anche sul Carso, nelle aree più calde, come a Prosecco e a Santa Croce. E si trovano talmente bene qui da noi - aggiunge - da lasciare l'habitat più comune, il muro, per preferire anche altri, come i tronchi degli alberi. È uno dei pochi fenomeni positivi dovuti ai cambiamenti climatici, perché ci aiuta a contenere alcuni insetti nocivi, gli adulti infatti mangiano tarme o blatte, i piccolini le zanzare». Attenzione però, i gechi vanno lasciati in pace, non devono essere catturati o conservati in spazi "artificiali". Sui social alcuni si domandano anche cosa fare quando l'animaletto è presente in casa da giorni, sgattaiolato magari da una finestra aperta. «È fondamentale ricordare che si tratta di un animale protetto - continua Bressi -. L'unico consiglio, se si trova in un ambiente chiuso dove è entrato ma non ha più la possibilità di uscire, è quello di farlo cadere con delicatezza ed estrema attenzione in una scatola, per poi portarlo fuori e lasciarlo andare. Ricordo anche che non è pericoloso o velenoso, quindi non arreca danno alle persone. Se invece si trova in un locale con finestre e porte spesso aperte, non ci sarà alcun problema, entrerà e uscirà senza difficoltà, liberamente». In questi giorni, come detto, tanti hanno pubblicato su Facebook immagini di gechi piccoli, che si arrampicano all'esterno delle abitazioni, e altri entrati anche attraverso fessure di dimensioni molto ridotte. «Capita di frequente perché siamo nel periodo delle nascite, in più i "cuccioli" sono curiosi di esplorare, a differenza degli adulti che si nascondono facilmente». Curiosità, a Trieste esistono due specie. «C'è il geco comune, "tarentola mauritanica", che si trova un po' ovunque ed è quello in cui ci imbattiamo con più facilità, e poi c'è il geco verrucoso, più piccolino, "hemidactylus turcicus", che ormai vive quasi esclusivamente nel cuore della città, in particolare nel Borgo Teresiano». 

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 24 settembre 2019

 

 

Mare "sballato" a Duino: scarichi privati sotto tiro - La caccia ai motivi delle analisi fuori soglia

DUINO AURISINA. Sensibilizzare la cittadinanza affinché ci sia un sistematico controllo del funzionamento degli impianti di trattamento fognario privato. È la strategia dalla "task force" allestita dal Comune di Duino Aurisina, di cui fanno parte anche Arpa e AcegasApsAmga, per cercare di individuare la fonte di contaminazione delle acque di Duino. Come si ricorderà, nel corso della stagione balneare il sindaco Daniela Pallotta ha dovuto emettere più ordinanze di divieto di balneazione, dopo i rilievi Arpa. Come primo passo, si è svolto così un incontro con i residenti della zona della Cernizza, a monte della spiaggia di Duino, invitati a effettuare «attente verifiche agli impianti». «Gli ultimi dati sono comunque positivi», ha riferito Pallotta, affiancata dall'assessore Massimo Romita.

 

 

Clima, Greta sgrida l'Onu «Mi avete rubato l'infanzia con tante parole vuote»

Schiaffo dell'attivista svedese ai capi di Stato presenti al Palazzo di vetro Accordo tra 59 Paesi per dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030

New York. «Voi avete rubato i miei sogni e la mia infanzia, con le vostre parole vuote. La gente soffre. La gente muore. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all'inizio di una estinzione di massa, e tutto ciò di cui potete discutere sono i soldi, e le favole di una eterna crescita economica. Come vi azzardate!». Più di così, Greta Thunberg avrebbe potuto solo prendere a schiaffi i capi di governo che la stavano ascoltando, durante il suo discorso all'apertura del Climate Action Summit nell'Assemblea Generale dell'Onu. Epperò, anche se non è abbastanza, qualche impegno concreto per moltiplicare gli sforzi finalizzati a contenere i cambiamenti climatici è venuto, tipo l'alleanza di 59 Paesi che hanno promesso di aumentare i contributi nazionali per tagliare le emissioni di CO2 del 45% entro il 2030, o il totale di 65 nazioni più l'Unione Europea, 10 regioni, 102 città, 93 imprese e 12 investitori, che si sono impegnati a ridurle a zero entro il 2050.La denuncia di Greta, quasi in lacrime, ha commosso l'Assemblea. Ma alla fine lo stesso presidente americano Trump non ha resistito al richiamo di sentire cosa accadeva, oppure di sfidare i suoi critici, presentandosi a sorpresa in aula durante i discorsi del leader indiano Modi e quello tedesco Merkel. «Speriamo - lo ha sfottuto l'ex sindaco ambientalista di New York Michael Bloomberg - che le nostre deliberazioni siano di aiuto, quando formulerete la politica del clima». Il pubblico in aula ha riso, conoscendo anche l'acrimonia personale fra i due miliardari di Manhattan, ma forse ha sperato anche che le motivazioni scientifiche dell'allarme finiscano per fare breccia. Un video ha catturato il momento in cui Greta si è vista passare davanti Trump in un corridoio del Palazzo di Vetro, e sul suo viso era impossibile non leggere la rabbia. Anche le emozioni alla fine potrebbero avere un peso, ma Guterres ha insistito sui danni già evidenti per gli esseri umani: «La natura è arrabbiata. E ci prendiamo in giro, se pensiamo di poter prendere in giro la natura. Perché la natura si vendica sempre, e nel mondo sta colpendo con furia. C'è un costo per tutto, ma il costo più grande è non fare nulla».Il vertice era stato diviso in nove coalizioni di Paesi, che dovevano presentare iniziative concrete per contrastare i cambiamenti climatici e contenere l'aumento delle temperature sotto 1,5 gradi, aiutati dal settore privato. E oltre 70 annunci sono arrivati. Il presidente cileno Pinera, che ospiterà la prossima conferenza COP25, ha detto che la "Climate Ambition Alliance" si impegna ad aumentare le "nationally determined contribution" nel 2020, ed arrivare a zero emissioni entro il 2050. Si tratta di 59 Paesi che hanno già definito i nuovi obiettivi e 11 che li stanno studiando. Compagnie che valgono oltre 2,3 trilioni di dollari hanno dichiarato che si allineeranno ai parametri dettati dalla scienza, e la Powering Past Coal Alliance si è allargata, arrivando ora ad includere 30 Paesi, 22 Stati o regioni, e 31 corporation che smetteranno di costruire centrali elettriche a carbone, puntando sulle fonti rinnovabili. La Asset Owner Alliance, che raggruppa fondi pensione del valore di 2 trilioni di dollari, investirà ora solo su aziende carbon-neutral. I Paesi dell'America centrale destineranno entro il 2030 10 milioni di ettari di terra alla produzione agricola sostenibile, per ridurre le emissioni del 40% rispetto al 2010. Il premier italiano Conte, che presenterà un piano per migliorare la digitalizzazione delle infrastrutture limitando gli sprechi di elettricità, ha detto che l'Italia punta al completo raggiungimento degli obiettivi fissati dall'Agenda 2030, e ad una strategia di decarbonizzazione entro il 2050.Tutto ciò è comunque troppo poco, per restituire a Greta e alla sua generazione i sogni e l'infanzia perduta. La speranza però è che sia l'inizio di un processo, per assicurare almeno la loro sopravvivenza. 

Paolo Mastrolilli

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 23 settembre 2019

 

 

Dalle batterie alle bottiglie: ripescate dalla baia due tonnellate di rifiuti

L'operazione di Mare Nordest, che entra proprio in queste ore nel circuito europeo "Clean Sea" ha riguardato il giorno prima anche i fondali della Sacchetta

DUINO AURISINA. Tre tonnellate di rifiuti rimosse tra i fondali della Sacchetta a Trieste sabato e la baia di Sistiana ieri. L'operazione "Clean Waters Coast to Coast", a cura di Mare Nordest, ha visto impegnata una grande macchina organizzativa, con l'obiettivo, ancora una volta, di salvaguardare il mare. E ieri a Genova il sodalizio ha stretto una collaborazione che porterà Mare Nordest a entrare anche nel progetto europeo "Clean sea", volto sempre alla tutela ambientale. Tra i protagonisti delle due mattinate di lavoro sott'acqua le società "La Sacchetta" e Asd Sistiana 89 con AsD Area51 Scuola Sub e Deep Blue. In prima fila, per Mare Nordest, Edoardo Natelli, Paolo Melis, Monica Rana e Tiziana Tassan. Sabato è stata portata a galla una tonnellata di immondizia: tanti i materiali pesanti fatti riemergere, come batterie di veicoli, pneumatici, carrelli della spesa, bottiglie, plastica in abbondanza e pure una stampella. Ieri il risultato parla di quasi due tonnellate. Anche in questo caso c'è la plastica al primo posto, e poi nasse, maschere e palloni di gomma. Sul fronte del vetro bottiglie, vasi e lampade. E anche qui ecco spuntare batterie di auto ma anche piccoli elettrodomestici. L'oggetto più voluminoso recuperato è stato un timone di due metri. L'intervento del weekend si colloca all'interno della "Settimana Aware" di Project Aware e Padi, l'evento globale che comprende attività organizzate per contrastare l'inquinamento dei mari, per creare consapevolezza sulle specie vulnerabili e per mettere le comunità locali in grado di dare il proprio contributo per la protezione degli ambienti acquatici. E sempre nel week end una delegazione di Mare Nordest ha preso parte anche al Salone Nautico di Genova. «Dove abbiamo siglato un accordo importante - spiega Roberto Bolelli, general manager di Mare Nordest - per quanto riguarda la divulgazione scientifica e le tematiche ambientali, grazie al quale entreremo a far parte del circuito "Clean sea", progetto europeo che pone al centro proprio la necessità di pulire i mari e che ci metterà a disposizione anche alcuni strumenti per proseguire su questa strada. E per raccontare l'iniziativa - annuncia Bolelli - saremo presenti anche alla Notte dei Ricercatori» Nella due giorni appena conclusa, spazio anche a una mostra fotografica costituita da una decina di opere che hanno partecipato alle quattro edizioni del Trofeo internazionale di Fotografia subacquea "Città di Trieste" - Memorial Moreno Genzo, il contest organizzato da Mare Nordest in collaborazione con Emanuele Vitale, che richiama fotografi da tutto il mondo e contribuisce a diffondere la cultura del mare e a far conoscere Trieste e tutte le sue realtà, scientifiche, culturali ed economiche.-

Micol Brusaferro

 

 

Clima, ultima chiamata Traditi i patti sul caldo

A Parigi 4 anni fa tutti i Paesi si impegnarono a varare interventi Molti hanno ignorato il taglio alle emissioni dei gas serra

Roma. È il giorno dell'UN Climate Action Summit, il vertice convocato a New York in cui il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, chiederà ai leader mondiali di dare "gambe" efficaci e realistiche per centrare gli impegni per fermare la catastrofe climatica stabiliti dall'Accordo di Parigi del 2015. i gas serraLa situazione la conosciamo, e non è per niente buona: quattro anni fa, nella capitale francese, tutti i Paesi si impegnarono a varare piani - che da subito furono definiti insufficienti dagli scienziati - per tagliare in modo drastico le emissioni di gas serra che stanno infiammando il Pianeta, allo scopo di limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 gradi centigradi. Ma le promesse non sono state mantenute: dopo tre anni di stabilizzazione, nel 2017 prima e nel 2018 poi le emissioni di CO2 nel mondo sono aumentate, rispettivamente, di 527 e 565 milioni di tonnellate, dice l'Iea, l'Agenzia internazionale dell'energia. La concentrazione di CO2 in atmosfera è in continua crescita, e ha raggiunto e superato le 410 parti per milione. Secondo uno studio di Climate Action Tracker, se i piani nazionali venissero rispettati (e non è detto), andremo oltre la soglia di 1,5 gradi nel 2035, di 2 nel 2053, e arriveremo a più 3,2 gradi nel 2100.Che la situazione sia pericolosissima, a parte gli allarmi della scienza, lo dicono le cronache di tutti i giorni: uragani sempre più distruttivi nei Caraibi, area ghiacciata sempre più ridotta nell'Artico, estati roventi ovunque. Temperature elevate - Se guardiamo a casa nostra, le temperature medie annuali nell'area del Mediterraneo sono ora 1,4 gradi sopra i livelli di fine Ottocento, e continuano a crescere, specie d'estate. Insomma, si rischia di perdere l'ultimo treno per limitare in modo significativo il surriscaldamento globale. Servirebbe - lo dicono gli scienziati dell'Ipcc dell'Onu - uno sforzo grandioso e coordinato di tutti gli Stati, a cominciare da quelli più importanti dal punti di vista economico. Il tempo, le tecnologie e le risorse le abbiamo. Servirebbe, insomma, il multilateralismo; ma oggi tira il vento del sovranismo. Proprio quando anche negli Stati Uniti d'America i negazionisti climatici sono diventati (a dire dei sondaggi) una minoranza, i leader politici mondiali preferiscono giocare in splendida solitudine, pensando alle convenienze nazionali del momento, e del tutto disinteressati a quanto accadrà nel giro di pochi decenni. Da Trump, a Putin, al brasiliano Jair Bolsonaro. I paesi più impegnati - Alla tribuna Onu di New York il segretario generale Guterres inviterà come relatori solo i leader di Paesi impegnati sulla sfida del clima, sperando in nuovi impegni e soluzioni. Dunque no a Trump e Bolsonaro, e no anche ai rappresentanti di Giappone, Arabia Saudita, Australia e Corea del Sud. Ci saremo invece noi dell'Unione Europea, che come Cina e India siamo in una situazione curiosa: l'Europa ha indicato impegni di taglio delle emissioni davvero molto modesti, quando invece concretamente è molto più avanti. La green economy - Si stanno ottenendo risultati migliori del previsto nel potenziare la green economy e mettere a punto nuove tecnologie pulite. Settori che oltre a creare posti di lavoro, possono migliorare la vita di tutti, nei paesi ricchi come in quelli in via di sviluppo. Aumentare l'ambizione degli obiettivi, osservano gli ambientalisti, potrebbe spingere altri paesi a imitare il buon esempio. E anche l'Italia può e deve fare la sua parte, trasformando in fatti e provvedimenti lo slogan del nuovo governo per un «Green New Deal», che al momento contiene poca sostanza. Si può ancora intervenire - Anche perché siamo ancora in tempo per evitare il peggio. Tra i tanti fattori preoccupanti, sull'altro piatto della bilancia va posta la rivolta dei più giovani sotto l'egida di Greta Thunberg. Le indagini sociologiche e demoscopiche mostrano che la pacifica ma determinata protesta dei ragazzi ha grandi effetti sull'opinione pubblica nel suo complesso in tutti i paesi economicamente più avanzati. E quelle stesse indagini rivelano un altro fattore nuovo, che potrebbe paradossalmente rivelarsi decisivo: cresce il timore per il disastro climatico. Le continue ondate di calore, le impressionanti devastazioni provocate dagli uragani tropicali, le migrazioni di massa indotte dall'emergenza clima, i fenomeni meteo sempre più gravi anche nelle aree più temperate colpiscono potentemente l'immaginazione di tante persone. Chissà che non si riveli la carta vincente per salvare il Pianeta: quando il tasso di «paura climatica globale» supererà una certa soglia, allora tutti i politici dovranno dare risposte. Purché non sia troppo tardi.

Roberto Giovannini

 

È l'economia circolare il segreto per un mondo sempre più green Affare da 26mila miliardi di dollari

Serve un cambio di rotta rispetto al modello "lineare": è questa la grande sfida Salvaguardia del suolo, risparmio energetico, trasporto collettivo basi irrinunciabili

La green economy è un cambio di mentalità in grado di creare opportunità per tutti gli attori delle comunità (cittadini, imprese, istituzioni) a patto di abbandonare posizioni di rendita e puntare su un ridisegno di sistemi, produzioni e prodotti avendo come guida una visione ispirata all'economia circolare. Secondo stime della Global Commission on the Economy and Climate, organismo indipendente voluto da Regno Unito, Svezia, Indonesia, Norvegia, Corea del Sud, Colombia ed Etiopia, una "nuova" economia garantirebbe un "guadagno" cumulato di 26mila miliardi di dollari, rispetto all'attuale modello economico lineare. Inoltre, si potrebbero creare, entro il 2030, 65 milioni di posti di lavoro e evitare 700mila morti premature dovute all'inquinamento dell'aria. Ma questi cambiamenti non dipendono solo dalle scelte di indirizzo politico. Ecco alcuni comportamenti che possono contribuire al mutamento. Cambiamento culturale - Vivere bene entro i limiti naturali è l'obiettivo del nostro secolo, ed è una sfida culturale prima ancora che tecnologica. Dobbiamo ripensare le nostre abitudini consolidate, che rappresentano il maggiore ostacolo alla sperimentazione di nuovi modelli e rischiano di ritardare il processo di cambiamento. Cibo vicino - Privilegiare filiere più corte e sostenibili per un cibo più salutare e per creare nuove opportunità per i territori, rafforzando le reti locali e sviluppando una nuova relazione tra il mondo agricolo e quello urbano. Un esempio virtuoso è la Food Policy della Città di Milano. Sul sito www.improntawwf.it ognuno può calcolare il costo ambientale delle proprie scelte alimentari. Leggiamo spesso che per produrre un etto di carne si consumano 150 litri di acqua ma già oggi è possibile ridurre a 20-30 litri il reale input non derivante da cicli naturali se l'alimentazione dei capi è solo a base di erba e foraggio. Suolo risorsa - Il suolo è una risorsa non rinnovabile - occorrono più di 2 mila anni per formare 10 cm di terreno - è il punto di partenza per la produzione alimentare, è fondamentale per mantenere la vita sulla Terra e, grazie al sequestro di carbonio è cruciale per ridurre le emissioni di CO2 dall'atmosfera. Tuttavia, secondo la FAO, il 33% dei suoli è oggi degradato e affetto da salinizzazione, compattazione, inquinamento chimico, acidificazione, accumulo di sostanze non biodegradabili e esaurimento dei nutrienti. Il Joint Research Center dell'Unione Europea sostiene che il 20% della superficie dell'Unione è soggetta ad erosione con una velocità di 10 tonnellate per ogni ettaro all'anno, mentre la copertura del terreno con materiali impermeabili (per esempio edificando immobili) conduce ad una perdita di terra produttiva di 1000 km 2 ogni anno. Sostanza organica - Nell'ottica della rigenerazione del suolo attraverso l'apporto di sostanza organica va rilanciata l'iniziativa internazionale denominata "4 per mille - Il suolo per la sicurezza alimentare e il clima", lanciata nel 2015 in concomitanza con gli Accordi di Parigi, che ci dice che ogni anno un aumento dello 0,4% della quantità di materia organica sarebbe sufficiente a compensare l'aumento della concentrazione di CO2 nell'atmosfera legato alle attività antropiche. A questa grande impresa possiamo dare tutti il nostro contributo facendo correttamente la raccolta differenziata della frazione organica. Viaggiare sostenibile - Privilegiare il trasporto collettivo rispetto all'utilizzo di mezzi privati (anche se elettrici), è una delle azioni concrete più efficaci. Il rapporto delle emissioni di CO2 tra auto e treno è di 118 a 44 grammi per chilometro. Energia autoprodotta - Oggi è possibile autoprodurre l'energia utilizzando fonti rinnovabili senza ricorrere ad incentivi dopanti. Le simulazioni del Politecnico di Milano stimano che 500 mila comunità energetiche distribuite sul territorio nazionale, di cui l'80% in ambito residenziale, possano garantire un risparmio economico tra i 2 e i 6 miliardi di euro l'anno, con una riduzione delle emissioni di CO2 fra i 3,6 e gli 11 milioni di tonnellate nello stesso periodo. Nei prossimi trent'anni 4 miliardi di persone vivranno in zone aride e la combinazione del degrado del suolo e del cambiamento climatico potrebbe ridurre la produzione agricola fino al 50% in alcune regioni. Come ha ricordato Carlo Petrini in occasione dell'inaugurazione di Cheese 2019, è quanto mai fondamentale e urgente l'adozione di un'adeguata normativa a livello europeo e italiano sul suolo, in grado di promuovere l'utilizzo responsabile dei terreni agricoli e la creazione di nuove filiere integrate del valore, basate sulla diffusione di buone pratiche, sull'uso sostenibile delle biomasse e sull'aggiunta di materia organica. 

Catia Bastioli

 

 

In vigore il fermo pesca per le reti a strascico - FINO AL 15 OTTOBRE

FIUME. Ancora un fermo pesca nelle acque croate dell'Adriatico, stavolta però dalle conseguenze soft per mercati ittici e consumatori. Il fermo biologico, che durerà fino al 15 ottobre, riguarda i pescherecci con reti a strascico, i cui equipaggi non possono esercitare nelle aree C e D e parzialmente in quella E. Le reti a strascico cioè non possono essere usate nel mare della Dalmazia centrale e meridionale (C e D), e il divieto concerne poi in parte la zona E ovvero le acque interne dell'Adriatico settentrionale. I pescatori locali possono lavorare nelle acque non comprese dal fermo pesca. Questo particolare regime di pesca, adottato dal ministero croato, non ha avuto effetti rilevanti per le pescherie dell'Alto Adriatico, dove l'offerta di pesce bianco è rimasta ai livelli delle settimane scorse.

A.M.

 

 

Stop alla centrale a carbone Podgorica sceglie l'ambiente

Il Montenegro preferisce impegnarsi nel rispetto delle regole fissate dall'Unione europea nella quale punta a entrare

Podgorica. In una regione - quella dei Balcani - fra le più avvelenate dallo smog in Europa, anche un timido passo soltanto all'apparenza minore può rivelarsi di enorme importanza. Lo è sicuramente quello del Montenegro, che ha annunciato di aver fatto marcia indietro su uno dei progetti energetici più controversi mai pianificati nel Paese e nell'intera regione.Si tratta di una unità ex novo, la seconda, nella super-inquinante centrale elettrica alimentata a carbone di Pljevlja, nel nord del Montenegro, già oggi una delle città più "affumicate" dalla lignite dell'intera regione. L'unità, della potenza di 254 megawatt, avrebbe rappresentato circa l'8% totale della produzione di energia del piccolo Stato, da realizzarsi per un costo di circa 320 milioni di euro. Pljevlja II tuttavia non si farà, come avevano chiesto per anni ecologisti e Ong, anche internazionali.Ad annunciarlo è stato personalmente il premier montenegrino Dusko Markovic, che ha svelato che Podgorica ha «rinunciato alla valorizzazione di un grande deposito di carbone nell'area di Pljevlja per la costruzione della seconda unità, malgrado fosse un grosso investimento, volano per un gran numero di posti di lavoro». La scelta era però quasi obbligata. Il Montenegro, assieme alla Serbia Paese in pole nei Balcani per l'adesione all'Unione europea, deve puntare quanto più possibile sulle rinnovabili, abbandonando il carbone, per rispettare le regole Ue. Anche per questo «abbiamo concluso che non è più possibile realizzare il progetto su basi commercialmente giustificabili, rispettando gli ambiti standard ambientali», ha spiegato all'agenzia Reuters il consigliere per l'Energia del primo ministro, Ljubo Knezevic.Invece di realizzare Pljevlja II, il Montenegro cercherà dunque di modernizzare l'esistente unità 1, ormai più che obsoleta, oltre a impegnarsi nel ripristino ambientale dell'area. La vecchia centrale, aveva denunciato negli anni scorsi l'Ong BankWatch, assieme alle emissioni causate dal riscaldamento a legna e carbone, ha reso l'aria in città «insopportabilmente cattiva» e le cose sarebbero solo peggiorate in caso di potenziamento dell'impianto.Pljevlja non è sola, nei Balcani. Un recente studio ha svelato che le sedici centrali più grandi nella regione emettono tanta anidride solforosa quanto 250 impianti nella Ue. Ma i Balcani - Montenegro a parte - continuano a puntare sul carbone, con 2,7 GW di potenza in più prevista nei prossimi anni grazie a nuovi impianti, in progetto o in costruzione soprattutto in Serbia e in Bosnia, in gran parte finanziati da prestiti cinesi. La retromarcia di Podgorica però, forse, potrebbe portar consiglio ai vicini.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 22 settembre 2019

 

 

I Grandi del mondo all'angolo sul clima Greta all'Onu: «Noi giovani inarrestabili»

Il Segretario generale rende omaggio agli attivisti: «All'inizio ero scoraggiato, ma adesso sento nuovo slancio»

New York. «Ieri milioni di persone in tutto il globo hanno marciato e chiesto azioni reali sul clima, soprattutto i giovani. Abbiamo dimostrato che siamo uniti, e inarrestabili». Così Greta Thunberg ha celebrato il successo della protesta planetaria di venerdì, aprendo ieri lo Youth Climate Summit all'Onu, col segretario generale Guterres e altri 700 ragazzi di tutto il mondo. La marcia però è stata solo un punto di partenza, come ha sottolineato l'attivista delle Fiji Komal Karishma Kumar, lanciando questo avvertimento ai leader politici: «Non dubitate della scienza, tornate ad applicare gli impegni presi con l'accordo di Parigi. E ricordatevi una cosa: vi obbligheremo a rendere conto delle vostre azioni. Se non lo farete, ci mobiliteremo per cacciarvi con il voto». Lo Youth Climate Summit è stato pensato da Guterres e dal suo inviato speciale Luis Alfonso de Alba, come anticipazione del Climate Action Summit che si terrà domani con i capi di Stato e di governo. Lo scopo era sfruttare la spinta prodotta dal movimento dei giovani, per aumentare la pressione sugli adulti, che dovranno presentarsi con piani concreti d'azione. Lo ha ammesso lo stesso Guterres: «Quando avevo cominciato, un paio di anni fa, ero molto scoraggiato. Stiamo fronteggiando un'emergenza climatica, ma c'era un senso di apatia. All'improvviso, però, ho iniziato a sentire un nuovo slancio». Il segretario ha avvertito che l'emergenza è peggiorata: «Stiamo ancora perdendo la corsa. I cambiamenti climatici corrono più veloci di noi. Abbiamo ancora i sussidi per l'energia fossile, le centrali a carbone vengono costruite, e tante cose che dovrebbero accadere non succedono. Ma c'è un cambio nell'abbrivio. In larga parte è dovuto alla tua iniziativa (di Greta, che stava seduta vicino a lui, ndr), e del coraggio con cui hai avviato questo movimento, trasformandolo in un fenomeno che ha coinvolto milioni di persone nel mondo. Non solo chi decide deve cambiare, ma dovrà rendere conto di cosa fa». Guterres ha notato che per secoli gli uomini si sono scontrati fra loro, ora si stanno scontrando con la natura, «e ciò può essere distruttivo per il nostro futuro». L'emergenza non riguarda solo l'ambiente, ma «molte persone che stanno drammaticamente morendo e soffrendo per l'impatto dei cambiamenti climatici». Il segretario ha detto che è possibile conciliare la crescita economica con la protezione dell'ambiente, e ha concluso: «Alcuni vi diranno che è molto pericoloso, complicato. Vi solleciteranno ad essere prudenti. Io non sono prudente per nulla. Vi incoraggio ad andare avanti. La mia generazione ha fallito finora nel preservare la giustizia e il pianeta. Io ho delle nipoti, e voglio che vivano in un pianeta vivibile. La vostra generazione deve assicurare che non tradiremo il futuro dell'umanità». Kumar ha denunciato che «molti giovani in tutto il mondo vivono nella paura costante e l'ansia per il clima, l'incertezza per la propria salute e la vita dei loro figli». Bruno Rodriguez ha attaccato: «Dobbiamo fermare il comportamento criminale e contaminante delle grandi corporation. Quando è troppo è troppo».Il vertice dei giovani però non è stato fatto solo di parole. Alcuni hanno proposto progetti concreti per contrastare il riscaldamento globale, presentandoli ai rappresentanti di aziende tipo Google che dovevano votarli e sponsorizzarli. Secondo lo spirito delle iniziative pratiche che domani i leader dei Paesi membri, incluso Conte, dovranno annunciare. Uscendo dal summit, Greta è andata con i suoi accompagnatori a rilassarsi nel giardino di Tudor City, davanti al Palazzo di Vetro: «È una grande vittoria, che non mi sarei mai aspettata così in fretta. Abbiamo bisogno di fatti concreti. E se non verranno dal summit di domani, andremo avanti. Arrendersi non è un'opzione». 

Paolo Mastrolilli

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 21 settembre 2019

 

 

Traffici illegali di rifiuti pericolosi dall'area di Trieste fino all'Est Europa

La Finanza scopre un giro milionario di marmitte esauste non smaltite e rivendute all'estero. Otto persone denunciate

Trieste. Trafficava marmitte. Nell'era delle ecomafie, dei rifiuti tossici e delle discariche abusive, lui aveva puntato su questo per fare soldi a palate: a Trieste, fuori regione e nell'Est Europa. E ci era riuscito, fintanto che la Guardia di finanza non ha scoperto un'evasione fiscale di 2,5 milioni di euro. Il trafficante è quarantenne serbo che risiede da anni a Trieste. Il suo elevato tenore di vita, assolutamente sproporzionato rispetto ai modesti redditi dichiarati al Fisco, ha insospettito i finanzieri. L'identità del quarantenne resta ancora segreta perché l'indagine potrebbe riservare altre sorprese. Nei guai sono finiti anche altri sette complici collegati ad altrettante ditte sparse tra l'Italia e l'estero. Andranno tutti a processo. Dovranno rispondere di una serie di reati ambientali, ma anche di riciclaggio e illeciti fiscali. Le indagini dei militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria e della Guardia di Finanza di Trieste, dirette dalla Procura, hanno portato a galla il "business trash", così è stato chiamato dagli inquirenti. Il sodalizio criminale aveva base a Trieste, la città dove il serbo abita. A partire dal 2016 l'uomo era riuscito a procurarsi - soprattutto dall'Est Europa - tonnellate di marmitte catalitiche esauste destinate allo smaltimento: materiali considerati rifiuti pericolosi. Il serbo agiva in totale violazione delle leggi in materia di tutela ambientale. L'assenza di adeguamenti normativi (l'uomo non aveva alcun requisito per custodire e smaltire le tonnellate di marmitte che si era procurato per gli affari) gli permetteva poi di rivendere la merce a prezzi bassissimi ad altre aziende specializzate nel recupero di materiali ferrosi. Il quarantenne aveva prima aperto una società in Italia, poi un'altra in Bulgaria, in costante contatto con le varie imprese. Le società (del tutto consapevoli dell'attività abusiva escogitata dal loro fornitore) risultavano riconducibili a prestanome. Le imprese talvolta garantivano il proprio supporto finanziario e logistico per incentivare gli affari del quarantenne. E il business rendeva. Il serbo, nonostante la rete che aveva messo in piedi, comunque non aveva legami con la criminalità organizzata.L'uomo è stato incastrato anche dai flussi di denaro che confluivano sui conti correnti a lui intestati. Nel corso dell'inchiesta la Guardia di finanza ha anche intercettato e poi sequestrato un camion con targa svizzera che trasportava le marmitte destinate alle società complici. L'inchiesta continua: la finanza sta ancora valutando la posizione di altri individui che sarebbero implicati nel giro. L'evasione fiscale dell'intero traffico di marmitte catalitiche esauste, oggetto dell'istruttoria, ammonta a circa 2,5 milioni di euro; il passaggio di contanti tra un Paese all'altro ha raggiunto i 3 milioni. Le attività di smaltimento dei rifiuti in Friuli Venezia Giulia e il loro passaggio da una ditta all'altra - settore che da decenni nel resto del Paese è entrato negli interessi delle mafie italiane - in questi anni è sotto il rigido controllo delle istituzioni e delle forze di polizia. I segnali di possibili anomalie in Fvg, oggetto di monitoraggio, arrivano anche dai misteriosi incendi registrati negli ultimi anni in alcune discariche localizzate nella zona di confine tra il territorio provinciale di Pordenone e il Veneto. 

Gianpaolo Sarti

 

Cresce la sensibilità green dei cittadini - E le istituzioni si adeguano ai tempi

Trieste. I temi legati all'ambiente e alla sua tutela, nel frattempo, vanno acquisendo giorno dopo giorno maggiore attualità. Tanto da aver iniziato a dettare le agende politiche a più livelli. Proprio ieri è cominciata la Climate Action Week, in Friuli Venezia Giulia come nel resto del pianeta, per un totale di circa 150 Paesi e più d'un continente coinvolti. E anche a Trieste il Consiglio comunale si prepara a discutere l'adesione della città al Patto dei sindaci per il clima e l'energia promosso dall'Unione Europea. Quanto alla settimana di mobilitazione mondiale per la crisi climatica, è organizzata dalle ragazze e dai ragazzi di Fridays For Future e culminerà con lo sciopero (che in Italia è indetto a livello nazionale dalle sigle sindacali Flc Cgil, Cobas e Usb) del 27 settembre: quel giorno in regione sono previsti cortei a Trieste, a Ronchi e a Udine. Che il clima stia mutando, d'altronde, lo registra anche il report "Popolazione, economia e clima del Friuli Venezia Giulia": dal 1961 a oggi si è rilevato un aumento delle temperature medie di 0,3 gradi ogni dieci anni «con una chiara tendenza all'accelerazione nei decenni più recenti».Sempre in materia di ambiente, lunedì l'assemblea municipale di Trieste sarà chiamata a discutere una proposta di deliberazione riguardo l'adesione della città al Patto dei sindaci per il clima e l'energia. Le città firmatarie, si legge sul sito dell'Unione europea, s'impegnano a sostenere l'attuazione dell'obiettivo comunitario di riduzione del 40% dei gas a effetto serra entro il 2030, adottando un approccio comune per affrontare la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici. Finora vi hanno aderito quasi 10 mila Comuni in 59 diversi Paesi. «In cinquant'anni di danni ne abbiamo fatti - è il commento del primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza -. All'epoca per tante cose eravamo indietro ma l'acqua era pura. Penso che adesso sia necessario fermarsi e guardare a che cosa sta accadendo, avviando una riflessione. Ci sono campanelli d'allarme incredibili».

 

Dalle discariche abusive al cemento "selvaggio"

Il business dei reati ambientali ha coinvolto lo scorso anno in Fvg 440 persone Al Veneto la maglia nera del Nordest con 872 irregolarità e 116 arrestati

Trieste. Dalle discariche a cielo aperto agli abusi edilizi. Sono solo alcuni esempi delle numerose tipologie di reati ambientali. Un business illegale in crescita che non risparmia nemmeno il Friuli Venezia Giulia. In regione, in quest'ambito, lo scorso anno sono state commesse quasi 300 infrazioni. La quota più consistente, come nel resto d'Italia, ha riguardato il settore dello smaltimento dei rifiuti e quello del ciclo abusivo del cemento. Ma si sono verificati pure alcuni tentativi di corruzione. Numeri ancora contenuti, specie se confrontati con quelli di altri territori finiti ormai da anni e in maniera sistematica nel mirino delle ecomafie. Ma che, secondo gli esperti, vanno comunque letti come campanelli d'allarme che non devono spingere ad abbassare la guardia. IN REGIONE Come detto, è stato appurato che l'anno scorso in regione sono state commesse almeno 292 infrazioni ambientali. Di queste 95 erano legate al ciclo illegale dei rifiuti, 80 a quello del cemento e 3 ad episodi di corruzione sempre in ambito ambientale. Tra denunce e arresti, le indagini hanno coinvolto 440 persone. A fornire i numeri è il dossier pubblicato a inizio anno a livello nazionale da Libera, che a sua volta ha rielaborato dati raccolti da varie realtà, tra cui Legambiente. Rispetto al passato il fenomeno sembrerebbe essere in diminuzione. Se da un lato, infatti, purtroppo non esiste un "archivio" unico delle informazioni inerenti la criminalità ambientale in Fvg, dall'altro «le relazioni che la Procura Generale e la Corte d'Appello ogni anno pubblicano in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario evidenziano una diminuzione di questi reati», spiega Alessandro Giadrossi, avvocato esperto di Diritto ambientale oltre che presidente del Wwf Fvg. Non è detto però che la flessione sia legata ad un maggior rispetto delle norme ambientali. «Potrebbe invece essere dovuta ad una minor vigilanza in questo campo, non lo sappiamo con certezza - continua Giadrossi -. È persino difficile dare una precisa definizione di reati ambientali. Discariche e scarichi abusivi in acqua e in aria sul suolo, distruzione di habitat, deturpamento del paesaggio ma anche bracconaggio sono solo alcuni degli illeciti contemplati dalle diverse norme vigenti in materia: non esiste un testo unico bensì un vasto corpus, di cui la legge del 2015 (sui delitti ambientali, ndr) è solo l'ultimo tassello». A NORDEST Il quadro si fa più pesante se si allarga lo sguardo al resto del Nordest. Sempre secondo il report di Libera, tra Fvg, Veneto e Trentino Alto Adige le infrazioni ambientali nel corso del 2018 sono state nel complesso 1.706. Il che vale a dire che l'anno scorso sono stati messi a verbale quasi 5 reati al giorno, con 1.914 persone coinvolte in denunce oppure arresti e 552 sequestri effettuati: si tratta di circa il 7% del totale nazionale. «Numeri che da una parte raccontano di un Nordest afflitto dagli ecocriminali - è il commento che l'associazione scrive a corredo dei dati -, ma dall'altra parlano del successo dell'attività di contrasto. Di corruzione e reati ambientali sono piene le cronache giudiziarie. Dall'1 gennaio 2010 al 31 maggio 2018 Legambiente ha censito nelle tre regioni 19 inchieste che hanno portato all'arresto di 158 persone e alla denuncia di 346». La maglia nera spetta al Veneto, con 15 inchieste aperte, 116 persone arrestate e 275 denunciate per corruzione ambientale. Ma il Veneto è anche la regione con il maggior numero di eco-reati in generale, ovvero 872, con 1.267 persone tra denunce e arresti. Segue il Trentino con 542 infrazione accertate e 207 persone denunciate oppure arrestate. NEL RESTO D'ITALIAIl report "Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia", pubblicato a luglio da Legambiente, descrive infine una penisola in cui continua l'attacco ai danni dell'ambiente da parte della criminalità, talvolta anche organizzata: è il caso appunto delle ecomafie, che secondo tale dossier lo scorso anno hanno avuto un giro d'affari di 16,6 miliardi di euro, ovvero 2,5 in più rispetto al 2017. Tornando agli illeciti ambientali in generale, nel 2018 i settori che sono andati per la maggiore sono stati ancora una volta il ciclo illegale del cemento e dei rifiuti, ma anche la filiera agroalimentare e il racket degli animali. Il bilancio complessivo dei reati contro l'ambiente ha subìto un lieve calo, dovuto soprattutto alla diminuzione degli incendi boschivi di origine dolosa. Al contempo sono però cresciute le infrazioni legate ad ambiti specifici: appunto lo smaltimento abusivo dei rifiuti (quasi 8mila, cioè 22 al giorno), il cemento selvaggio (qui gli illeciti hanno subito una vera e propria impennata: sono stati 6.578, con una crescita del +68%) e i delitti contro gli animali e la fauna selvatica (sono stati commessi 7.291 reati, ovvero circa 20 al giorno, contro i "soli" 7 mila del 2017). Il 45% delle illegalità ambientali si è concentrato tra Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Seguono nella classifica Lazio, Toscana e Lombardia. 

Lilli Goriup

 

 

La ciclabile di viale XXV Aprile "incompiuta" da quattro anni

Le ultime asfaltature sembrano aver "cancellato" l'idea di un percorso diretto al centro sportivo di Piasò. Ma la giunta Marzi non chiude: «Dipende dai fondi Uti»

MUGGIA. Che fine ha fatto il percorso ciclabile da realizzare sul lato destro della carreggiata di viale XXV Aprile?Il dibattito sul progetto - fortemente caldeggiato dall'ex assessore e attuale consigliere del Pd Marco Finocchiaro, e sposato dalla precedente amministrazione Nesladek - è tornato in auge in questi giorni in seguito all'asfaltatura della strada che collega il centro alle strutture sportive di Piasò. Un intervento che, per il suo stesso svolgimento, dà l'impressione di aver cancellato quel progetto. La realizzazione del percorso ciclabile era stata affrontata già quattro anni fa, con un emendamento alla delibera consiliare numero 72 del 2015 - "Integrazione del piano parcheggi" - proposto dagli allora consiglieri d'opposizione Nicola Delconte, Claudio Grizon, Daniele Mosetti, Claudio Di Toro e Paolo Prodan, e approvato a maggioranza. L'approvazione di questo emendamento riguardava appunto l'istituzione di un divieto di sosta lungo il lato destro di viale XXV Aprile, in direzione campo sportivo, al fine di attuare una serie di interventi finalizzati alla mobilità sostenibile una volta completati i parcheggi previsti e ultimati pure i lavori relativi ai percorsi casa-scuola. Da tempo il parcheggio nel piazzale ex Enel e quello presso l'ex campo di calcio a sette dello stadio Zaccaria sono operativi, e gli stessi lavori relativi ai percorsi casa-scuola sono stati ultimati. Roberta Tarlao (Meio Muja) ha chiesto così se «l'asfaltatura delle strade e la contemporanea liberazione degli stalli dalle macchine per permettere i lavori» potevano essere «l'occasione giusta per realizzare il percorso dedicato alla mobilità sostenibile».Tale progetto, peraltro, trova tuttora d'accordo Finocchiaro, che ritiene sempre valida l'idea di creare una pista ciclopedonale nell'area del comprensorio sportivo muggesano di Piasò. Il punto di vista della giunta Marzi sulla questione è stato fornito dal vicesindaco e assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani, che in realtà non ha chiuso le porte all'intervento: «Come già fatto presente in più occasioni, l'opzione della pista ciclopedonale lungo viale XXV Aprile verrà valutata una volta ultimati gli interventi allo stadio Zaccaria». «In questo momento stiamo attendendo una risposta rispetto alla nostra richiesta di finanziamento all'Uti e alla Regione per il rifacimento degli spogliatoi dello stadio, per la creazione di un'area ristoro a servizio dell'intero plesso sportivo e per la riqualificazione della pista di atletica», conclude Bussani: «Tutti interventi che consentirebbero di far gravitare attorno alla zona un maggior numero di società sportive e atleti in quella struttura, rendendo di conseguenza più utile proprio un'eventuale collegamento ciclopedonale».-

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 20 settembre 2019

 

 

Consumo di suolo in Italia: Friuli Venezia Giulia terzo Persi 239 ettari in un anno

Il rapporto Ispra sui metri quadrati "mangiati": Basilicata e Abruzzo ai primi posti A Monfalcone il 48% di terreno è cementificato, a Trieste il 34,7%. Il peso dell'A4

TRIESTE. Dal secondo posto 2017 al terzo 2018. Il Friuli Venezia Giulia rimane una delle regioni italiane che più consumano suolo: sono spariti altri 239 ettari. Nella fotografia di due anni fa solo il Veneto stava davanti al Fvg per incremento di consumo pro capite, mentre ora sui gradini alti del podio spuntano Basilicata e Abruzzo, con il Veneto quarto. Un quadro che, a livello provinciale, vede in testa Trieste con il 23% di terreno "mangiato", davanti a Gorizia (14,1%), Pordenone (9,1%) e Udine (7,8%), con una media regionale dell'8,9% (7,6% in Italia). Il dossier, zeppo di cifre e tabelle, è dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che annualmente aggiorna i processi di trasformazione del territorio. Nel 2018, viene reso noto, è stata distrutta nel Paese una superficie verde di 51 chilometri quadrati, equivalente alla città di Bologna, in media 14 ettari al giorno, 2 metri quadrati al secondo. Un fenomeno che non procede di pari passo con la crescita demografica: ogni abitante italiano ha in "carico" 381 metri quadrati di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, con la popolazione che, al contrario, diminuisce. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell'ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche. La cementificazione avanza senza sosta soprattutto nelle zone già compromesse. A Roma, ad esempio, il consumo cancella, in un solo anno, 57 ettari di aree verdi (su 75 ettari di consumo). Record a Milano dove la totalità del consumo di suolo spazza via 11 ettari di aree verdi (su 11,5). In controtendenza Torino che inverte la rotta e inizia a recuperare terreno (7 ettari di suolo riconquistati nel 2018). Nel Rapporto 2018 emerge che, in un contesto di 2,3 milioni di ettari consumati in Italia, l'incremento maggiore da un anno all'altro è del Veneto (+923 ettari), quindi Lombardia (+633), Puglia (+425), Emilia Romagna (+381) e Sicilia (+302). Il Fvg passa da 70.459 a 70.698 (+239) ettari ed è appunto terzo in rapporto alla popolazione residente: +1,96 metri quadrati per abitante (Basilicata +2,80, Abruzzo +2,15, mentre la media nazionale è 0,80). Ciascun residente della regione consuma 582 metri quadri (200 più del dato Italia), con la punta della provincia di Udine (728), davanti a Pordenone (661), Gorizia (480) e Trieste (207). La classifica dei comuni vede invece in testa Trieste con 2.944 ettari di asfalto e cemento nel 2018, poi Udine (2.442), Pordenone (1.551), Aviano (1.117), Gorizia (1.096), San Vito al Tagliamento (1.044), Codroipo (1.033), Monfalcone (990), Spilimbergo (907) e Fontanafredda (832). Quanto alla percentuale rispetto alla superficie del territorio comunale, Monfalcone è al primo posto come gli scorsi anni con il 48%, con Trieste al 34,7%, Muggia al 34,4%, Lignano al 32,8% e Gorizia al 26,6%. Il Rapporto contiene anche la classifica dei comuni per quel che riguarda il consumo pro capite. La piccola Drenchia svetta con 5.117 metri quadrati per abitante, seguono Dogna (4.396), Barcis (4.028), Malborghetto Valbruna (3.435) e Stregna (3.255). Al sesto posto Dolegna del Collio (3.061). Nel focus sull'incremento dal 2017 al 2018, Gonars, area dove insistono da tempo i lavori per la terza corsia dell'A4, ha aggiunto altri 27 ettari al pregresso, e la vicina Porpetto 17. Un tema non a caso sollevato da Graziano Pizzimenti, assessore regionale a Infrastrutture e Territorio, e dai costruttori. «Se i numeri dell'Ispra tengono conto anche dei lavori in autostrada - osserva Pizzimenti -, credo si possa parlare di un disagio comprensibile rispetto ai benefici che l'opera determinerà a favore della comunità». Roberto Contessi, presidente Ance Fvg, non nasconde perplessità sul Rapporto: «Mi pare un quadro freddo, senza spiegazione dei fatti. La terza corsia incide senz'altro, ma per il resto il nostro è un settore ancora bloccato. Quando poi si costruisce, quasi tutto ricade nella ristrutturazione, visti anche i vantaggi fiscali. Dopo di che, chiunque viaggia in regione si accorge che viviamo in un territorio con ampi spazi verdi. Io, di gru in giro, ne vedo molto poche».

Marco Ballico

 

Pressing Legambiente per una legge ad hoc

L'appello di Cargnelutti alla giunta Fedriga «per una svolta fino al 2030». E pensa a un'alleanza con gli agricoltori

TRIESTE. Legambiente Fvg non si stupisce davanti ai dati dell'Ispra. Il trend, osserva il presidente regionale Sandro Cargnelutti, «è purtroppo consolidato: la nostra è una regione tra le più infrastrutturate». Di qui l'intenzione di chiedere al governo Fedriga di assecondare una proposta di legge per l'azzeramento del consumo di suolo: «L'obiettivo è di determinare una svolta di questo tipo fino al 2030. Ogni consumo va giustificato e compensato, altrimenti non si frenerà una pericolosa deriva». In Italia manca una legge nazionale, ma le proposte ci sono: al Senato sono in fila 12 disegni di legge. Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa, del Movimento 5 Stelle, ne ha parlato proprio in occasione della presentazione del Rapporto: «Intendiamo accelerare sui ddl sul consumo del suolo. In queste ore ho fatto una riunione con le compagini di governo per chiudere la quadra, anche perché stiamo viaggiando a ritmi di 2 metri quadrati al secondo di territorio cementificato. E c'è poi il tema della desertificazione: è a rischio il 20% del territorio italiano. È il momento di farla questa legge». Il ministro si ritiene un «facilitatore». E aggiunge: «Altra cosa che posso fare è il raccordo fra le norme regionali e quella nazionale. Infine ho aperto un tavolo di confronto per prendere le migliori idee dal territorio e poter arricchire la norma nazionale. Vorrei finire la legislatura con la legge approvata». Nell'attesa, Legambiente regionale pensa di poter convincere la politica regionale a fare da battistrada. L'alleato, secondo Cargnelutti, può essere il mondo dell'agricoltura: «Pensiamo di poter fare fronte comune con le associazioni di categoria, a loro volta molto interessate a porre un freno al fenomeno». Il riferimento è alla perdita negli ultimi 25 anni in Italia di un quarto della terra coltivata per colpa della cementificazione e dell'abbandono, il risultato di modelli di sviluppo che il mondo agricolo non condivide. Stefano Zannier, assessore regionale all'Agroalimentare, prende atto dei numeri e della richiesta. Ma evidenzia le problematiche: «Per poter fare agricoltura ci devono essere margini economici sufficienti, e non sempre ci sono. Vanno necessariamente individuate attività che consentano di riutilizzare zone del territorio con vantaggi per l'impresa». Proprio dal ministero delle Politiche agricole arrivano tuttavia altri dati allarmanti. Con una superficie agricola utilizzata ridotta dai 18 milioni di ettari di 25 anni fa agli attuali 12,7 milioni, il Paese oggi è in grado di produrre appena l'80-85% del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92% del 1991. A livello globale il pianeta ha del resto perso un terzo del suo terreno coltivabile negli ultimi 40 anni - a causa dell'erosione o dell'inquinamento -, con conseguenze disastrose in presenza di una domanda globale di cibo che sale alle stelle. Nella prospettiva di una popolazione mondiale di 9 miliardi di persone nel 2050. 

 

L'aumento dei volumi nelle ristrutturazioni tema di scontro in aula - LE NORME VOLUTE DAL CENTRODESTRA

TRIESTE. Per la Lega è una legge per il rilancio dell'economia. Per l'opposizione, in particolare del fronte Pd, una norma che devasta il Friuli Venezia Giulia. Sul tema della cementificazione, «virtuosa» o «selvaggia» a seconda dei punti di vista, lo scontro è recente in Regione. Conseguenza del dibattito e poi dell'approvazione della legge 6 "Misure urgenti per il recupero della competitività regionale".L'orientamento del centrodestra è stato di consentire l'aumento dei metri cubi di edifici già costruiti, con l'esclusione delle zone storiche, regolate da vincoli nazionali. Il capo II, che tratta di semplificazione in materia edilizia nell'ambito della modifica del Codice regionale del 2009, prevede in particolare all'articolo 16 che, in deroga alle distanze, alle altezze, alle superfici o ai volumi previsti dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi comunali, sono ammessi interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ampliamento e ristrutturazione fino al 50% delle superfici utili o accessorie, nel limite di 200 metri cubi. Interventi da realizzare contestualmente all'adozione di misure antisismiche, riqualificazione energetica, miglioramento igienico-funzionale. Ma c'è anche, all'articolo 17, la misura per la ristrutturazione e la riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere con il via libera, sempre in deroga, a un aumento fino al 40% dei volumi, con incremento di un 10% aggiuntivo in caso di servizi alla persona (centri benessere, piscine, saune, ma anche parchi e verde) e di un ulteriore 20% per la riqualificazione dell'intero edificio fino almeno alla classe A1. «Sono provvedimenti che puntano al rilancio di un comparto segnato da molti anni da una profonda crisi - sottolinea l'assessore al Territorio Graziano Pizzimenti -, ma ragionano sull'esistente e dunque riducono l'incremento di consumo di suolo». Ma se è vero che le imprese si scontrano ora con un minor numero di vincoli e regolamenti, l'"aggiramento" dei piani regolatori comunali e urbanistici ha prodotto la dura reazione dei sindaci. Non è mancata l'accusa pure di un sindaco di centrodestra, Rodolfo Ziberna, che da Gorizia ha parlato di intervento «a gamba tesa» prima di alcune correzioni in aula. 

 

 

Intanto in commissione arriva la proposta di Fi sulla caccia ai cinghiali - PRIMA FIRMATARIA PICCIN TRIESTE.

Intervenire sulla legge nazionale 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) in modo che le Regioni possano gestire il controllo degli ungulati anche al di fuori dei periodi e degli orari vigenti, affidando l'attuazione dei Piani di abbattimento ai cacciatori soci delle riserve di caccia, coordinati dalle guardie venatorie delle amministrazioni pubbliche. È l'obiettivo della proposta di legge nazionale numero 9, contenente norme in materia di prevenzione dei danni causati dalla fauna selvatica, illustrata dalla consigliera regionale di Forza Italia, Mara Piccin, ai componenti della IV Commissione, presieduta da Lorenzo Tosolini della Lega. Prima firmataria del provvedimento, Piccin ha spiegato come la modifica della legge nazionale sia necessaria per poter regolare in maniera uniforme situazioni inesistenti all'epoca in cui entrò in vigore, ma che oggi sono all'ordine del giorno, anche in considerazione del fatto che i tentativi di normare la materia avviati in passato da altre amministrazioni regionali siano stati interrotti dalla Corte costituzionale per il conflitto con lo Stato sul piano del riparto di competenza. «La presenza incontrollata di animali selvatici - ha proseguito Piccin - sta diventando un fenomeno preoccupante non solo a livello locale, ma europeo: è causa di incidenti stradali e di gravi danni all'agricoltura. In un simile contesto un'importante funzione di monitoraggio e di prevenzione è costituita dall'attività di controllo della popolazione attraverso specifiche azioni di intervento su alcune specie, come ad esempio i cinghiali. Di qui la necessità di giungere a una nuova regolamentazione a livello nazionale in materia di caccia».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 settembre 2019

 

 

Ferriera, il tavolo romano dà il via alla riconversione Arvedi: pronti 150 milioni

Parte con la regia del ministro triestino Patuanelli l'iter di chiusura dell'area a caldo L'azienda investirà ancora sul laminatoio e punta su banchina e opere di bonifica

Trieste. Il percorso di chiusura dell'area a caldo della Ferriera di Servola è ufficialmente iniziato e il tavolo convocato ieri dal ministero dello Sviluppo economico si è chiuso con la disponibilità di tutte le parti a ragionare sulla riconversione dello stabilimento. Siderurgica Triestina ha inoltre annunciato la volontà di mantenere una forte presenza a Trieste, consolidando le attività industriali con un investimento da 150 milioni per l'incremento del laminatoio attraverso la creazione di lavorazioni dedicate a zincatura e verniciatura. Il tavolo si riaggiornerà a metà ottobre: il ministro Stefano Patuanelli ha chiarito che in quell'occasione vorrà ascoltare dalla proprietà un primo schema del piano industriale che sarà alla base della riscrittura dell'Accordo di programma e dell'Autorizzazione integrata ambientale. L'idea di Patuanelli è di arrivare a una definizione del percorso entro la fine dell'anno. Davanti ai rappresentanti di Siderurgica Triestina, sindacati, ministeri, Regione, Comune e Autorità portuale, il ministro triestino chiesto un percorso «breve, intenso e definitivo», chiarendo di avere a cuore la produzione siderurgica in Italia ma anche di considerare la Ferriera uno stabilimento di qualità ma non strategico per il Paese e ad ogni modo non compatibile con il tessuto urbano. Il ministro ha dunque aperto formalmente il tavolo di crisi per discutere del futuro del sito produttivo, ribadendo la volontà di arrivare alla chiusura dell'area a caldo nella piena salvaguardia dell'occupazione. «È importante - ha sottolineato il responsabile del Mise - che il confronto proceda in maniera costruttiva e condivida all'interno di un percorso istituzionale, nel quale il ministero assume il ruolo di coordinamento per verificare le prospettive future dello stabilimento e del territorio di Trieste. Il percorso dovrà viaggiare su tre binari principali: ambiente, sviluppo dell'attività portuale e tutela occupazionale». Il Gruppo Arvedi ha confermato a sua volta quanto già scritto alla Regione a fine agosto. Come ha evidenziato al termine del tavolo il ceo di Finarvedi Mario Caldonazzo, «all'incontro è emersa la volontà delle istituzioni triestine e del ministro di trovare un accordo condiviso e intraprendere un percorso comune, con l'obiettivo di arrivare alla graduale riconversione dell'area a caldo, salvaguardando gli interessi di tutti, in primis l'occupazione. Abbiamo preso atto delle decisioni e confermato la nostra collaborazione tramite la presentazione in tempi ragionevoli di nuovo piano industriale e conseguente Accordo di programma». Dichiarazioni ufficiali a parte, l'azienda ha rivendicato i quasi 250 milioni spesi sul sito e ha confermato la volontà di proseguire un percorso cominciato a Trieste nel 2014, impegnandosi a garantire tutti i lavoratori oggi impiegati e pari a circa 350 unità. Caldonazzo ha chiarito di essere pronto a mettere sul piatto 150 milioni di euro per rafforzare le attività dell'area a freddo, dove potranno essere impiegati un centinaio di lavoratori. Siderurgica ha poi affermato di voler seguire altri tre settori di attività: rafforzamento della centrale elettrica, attività logistica attraverso l'esistente banchina da tenere al servizio del laminatoio, smantellamento e bonifica dell'area a caldo. Settori che permetteranno di assorbire altri segmenti di manodopera, parte della quale è destinata invece al pensionamento. Resta ancora da capire quale parte dell'area a caldo l'azienda vorrà cedere all'Autorità portuale o ad altri soggetti. Conservare la banchina non inficerebbe la possibilità di realizzare lo snodo ferroviario e il terminal merci a servizio della Piattaforma logistica, anche se il piano di massima dell'Autorità portuale prevede l'acquisizione anche del fronte mare. E qui dunque subentra il vero interrogativo, ovvero quale sarà il prezzo fissato da Arvedi, mentre al tavolo il presidente Zeno D'Agostino ha anticipato i tempi per la conclusione della due diligence, con la stima del valore dei terreni che sarà comunicato entro fine mese a proprietà e Regione. La prossima settimana il Mise comincerà il lavoro propedeutico alla riscrittura dell'Accordo di programma, mentre l'assessore regionale Fabio Scoccimarro sarà a Cremona per affrontare con l'azienda la revisione dell'Aia, la cui stesura spetta alla Regione. In entrambi i casi si tratterà di tracciare un iter che conduca alla chiusura dell'area a caldo, che le parti vorrebbero raggiungere entro la fine del 2021. Già oggi il presidente Massimiliano Fedriga diramerà inoltre una nuova convocazione del tavolo regionale con le parti sociali. Secondo il comunicato del Mise, «i sindacati hanno accolto positivamente il percorso proposto dal ministro», cui hanno chiesto di farsi garante del rispetto degli impegni presi con Arvedi. Le note diramate da Cgil, Cisl e Uil parlano tuttavia di aperte preoccupazioni su ciò che sarà. 

Diego D'Amelio

 

La giunta Fedriga preme sull'acceleratore Dipiazza festeggia. Dem pronti a vigilare

Trieste. Il governatore della Regione Massimiliano Fedriga spinge sull'acceleratore per portare a casa il risultato il prima possibile e l'Autorità portuale mostra ottimismo, anche se dalle parole del presidente Zeno D'Agostino traspaiono gli interrogativi che dovranno essere sciolti per spianare la strada alla riconversione della Ferriera. Fedriga chiede di far presto: «Il Mise definisca un calendario dei lavori che preveda precise scadenze». Il presidente leghista ritiene che «il percorso di riconversione di cui la Regione è stata promotrice è fondamentale quanto la salvaguardia dei livelli occupazionali. Ecco perché il tavolo ministeriale, oltre a definire le tempistiche per la chiusura dell'impianto, dovrà dare risposte in merito al futuro dei lavoratori attraverso soluzioni condivise, costruite non su ammortizzatori sociali ma su concrete prospettive di reimpiego». Al tavolo, Fedriga ha posto a proposito l'accento sulla disponibilità dell'amministrazione ad avviare un dialogo con le realtà produttive regionali interessate ad assorbire i lavoratori dell'area a caldo e ad investire risorse sulla formazione e individuando percorsi personalizzati per il reimpiego della forza lavoro. Rafforza il concetto l'assessore al Lavoro Alessia Rosolen: «Parliamo di riconversione e non di ammortizzatori. Adesso il percorso va riempito di contenuti». Dopo aver avviato il dialogo con Arvedi, l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro è raggiante: «La prossima campagna elettorale per le comunali non avrà più per oggetto la Ferriera che sarà in fase di chiusura nel 2021. In pochi mesi abbiamo avviato una trattativa che chiuderà una questione che si trascina da 25 anni. L'area a caldo verrà chiusa senza se e senza ma, con Arvedi intenzionato a non lasciare la città ma a potenziare il suo impegno industriale». Il presidente D'Agostino parla a sua volta di «sensazioni molto positive dopo le parole della proprietà sull'impegno per l'area a freddo, ma bisogna capire quali aree verranno liberate e quale sarà il prezzo richiesto, fondamentale per impostare una trattativa con potenziali investitori, che oggi non ha ancora senso coinvolgere. Per questo stiamo procedendo alla stima come deciso con il cavalier Arvedi, ma sottolineo che nessuno può dissanguarsi per comprare le aree o si blocca tutto». Secondo il responsabile del Porto, «se l'Autorità compra ci deve essere un piano condiviso: il ministro dice di voler avere una visione chiara entro l'anno e faremo la nostra parte». Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ritiene di essere ormai vicino «al capolinea dalla produzione a caldo e al conseguente sviluppo dell'area come piattaforma a servizio del porto. Il Comune ha sempre agito per tutelare la salute di lavoratori, cittadini e ambiente: da questi binari non ci siamo mai mossi segnalando le criticità. Faremo la nostra parte per trovare le più opportune soluzioni a garanzia dei livelli occupazionali: lo scenario era prevedibile e per questo più di un anno fa avevamo chiesto alla Regione di attivare un tavolo per accompagnare il percorso di riqualificazione dei lavoratori». Sul fronte politico, la deputata del Partito democratico Debora Serracchiani considera «un buon risultato aver ricondotto il confronto sulla Ferriera nella sua sede istituzionale propria. L'obiettivo di tenere assieme sviluppo, ambiente e occupazione è lo stesso che aveva improntato l'accordo di programma nel 2014: quel modello ha dimostrato di funzionare e produrre risultati concreti. Nonostante il fuoco incrociato di polemiche strumentali sono stati fatti importanti investimenti, sono state abbattute le emissioni, bonificate ampie aree e accresciuti i livelli occupazionali». L'ex governatrice chiede ora «massima vigilanza sulle fasi e sui compiti che dovranno svolgere i soggetti istituzionali e privati. Occorre inoltre che sia svolto un ruolo proattivo nell'individuazione di altri investitori adeguati a subentrare in un'area da bonificare e riconvertire». Il consigliere regionale grillino Andrea Ussai sottolinea infine che «finalmente grazie a un ministro triestino del M5s è partito quel processo di vera riconversione che chiedevamo da anni, attraverso la chiusura progressiva dell'area a caldo e la tutela dei livelli occupazionali». 

 

Cgil, Cisl e Uil in allarme: «Quadro troppo incerto» - Soddisfatti gli autonomi

Resta la profonda spaccatura nel mondo sindacale. La triplice definisce «non credibili» le rassicurazioni sul rilancio in chiave logistica. Usb e Cisal condividono percorso e strategie

Denunciano tutta l'incertezza dovuta alla mancata presentazione di un piano industriale da parte di Siderurgica Triestina e rifiutano di aprirsi al dialogo prima di vedere fatti concreti da azienda e istituzioni. Cgil, Cisl e Uil manifestano preoccupazione dopo il tavolo aperto da Stefano Patuanelli, ma il fronte sindacale appare ancora una volta diviso con autonomi e Usb che parlano invece di un percorso positivo. In una nota congiunta delle segreterie provinciali e della Rsu della Ferriera, la triplice conferma «le preoccupazioni espresse circa il rischio derivante dalla chiusura dell'area a caldo. Tutto ciò non è supportato da un piano industriale che ci permetta di esprimere una valutazione, né le istituzioni sono state in grado di presentare un progetto in cui si parli di ricollocamento dei lavoratori e opportunità concrete di riqualificazione dell'area, che deve essere di carattere industriale e non esclusivamente logistico». Ne deriva «estrema preoccupazione per uno scenario che si prefigura con poche certezze. Non può essere sufficiente la dichiarata volontà del neo ministro di focalizzare l'attenzione del governo su una vicenda che rischia, se mal gestita, di mettere a rischio il futuro lavorativo di centinaia di operai». Fiom, Fim e Uilm giudicano allora «non credibili le affermazioni dell'azienda su un impegno in area logistica e a freddo» e denunciano il fatto che Arvedi non abbia ancora fissato un prezzo per l'area, «dirimente per la compravendita». La chiosa è eloquente: «Abbiamo letto un comunicato dal sito del Mise dove si afferma di un'espressione positiva da parte del sindacato ma è vero l'esatto opposto». Presenti al tavolo anche i sindacati nazionali. A nome della segreteria della Fiom Cgil, Mirco Rota sottolinea che «non è possibile parlare di chiusura fino a quando non ci sarà una proposta complessiva, dal piano industriale agli investimenti e alla salvaguardia dell'occupazione. Preoccupano le dichiarazioni del ministro secondo cui, anche se Arvedi rispetta i parametri ambientali, la presenza della Ferriera non è compatibile nel contesto triestino. La chiusura vedrebbe l'Italia perdere ulteriore produzione di acciaio col conseguente indebolimento del Paese dal punto di vista industriale». Di tutt'altro avviso gli autonomi della Failms Cisal. «La proprietà ha sparigliato le carte - afferma il segretario provinciale Christian Prella - dicendo che è disponibile a chiudere l'area a caldo e al contestuale mantenimento dei livelli occupazionali nello stabilimento. Prospettiva condivisa anche dalle istituzioni. Il nostro unico obiettivo è salvaguardare le maestranze: approviamo dunque il percorso istituzionale avviato ma ci riserviamo di verificare che gli impegni si concretizzino in fatti». Il collega Sasha Colautti esprime a sua volta a nome dell'Usb «un giudizio abbastanza positivo: era necessario condividere il percorso di dismissione dell'area a caldo che l'azienda ha di fatto avviato oggi e che va inserito in un percorso con contenuti che abbiamo verificato essere possibili. Siamo disponibili a discutere della dismissione ma il percorso va supportato dal totale riassorbimento della manodopera oggi impiegata, dalla presentazione di un piano che confermi il mantenimento del laminatoio e dall'utilizzo logistico della banchina. La Ferriera serva però anche ad avviare un ragionamento sulla reindustrializzazione di Trieste». 

 

E la centrale elettrica scommette sul metano

Trieste. Mentre al Mise andava in scena il grande tavolo di crisi aperto da Stefano Patuanelli, al ministero dell'Ambiente andava parallelamente in scena una riunione tecnica riguardante la centrale elettrica attiva presso la Ferriera. L'incontro era convocato da tempo, finalizzato a valutare il funzionamento dell'impianto integrato nel sistema produttivo dello stabilimento siderurgico. La centrale è infatti alimentata dai gas prodotti dall'altoforno, grazie ai quali sprigiona una potenza di 164 megawatt. Nel corso della riunione, i tecnici della Regione hanno evidenziato come la legge preveda la riduzione dell'utilizzo delle fiaccole di emergenza, che al momento vengono sfruttate anche per la manutenzione ordinaria e non solo per gli eventi accidentali, quando sono chiamate a bruciare i gas che la centrale non riesce a utilizzare in caso di blackout. Da qui la richiesta di contenere l'utilizzo dei dispositivi, innocui ma fortemente impattanti sul piano visivo. La questione, così come l'attuale processo di funzionamento della centrale, potrebbe comunque essere superata già nelle prossime settimane davanti al percorso di dismissione dell'area a caldo. Siderurgica Triestina potrebbe infatti presentare un'istanza di revisione dell'Aia in virtù del nuovo piano industriale che, prevedendo lo spegnimento dell'altoforno e la conseguente rinuncia all'utilizzo dei gas per alimentare la centrale, richiederebbe un'alimentazione a metano che la centrale già prevede ma che non è più in uso dal 2014. Il futuro della centrale elettrice non è comunque a rischio e Arvedi ha già fatto sapere di voler potenziare l'impianto nell'ambito del nuovo corso. --

 

 

"Krsko 2", è giallo sui legami del consigliere del premier

Conflitti d'interesse, le rivelazioni di un portale additano il sottosegretario di Stato e il colosso Westinghouse. Il governo: tutto in regola. Si muove l'Anticorruzione

LUBIANA. La Slovenia annuncia l'obiettivo a lungo termine dell'acquisizione di un secondo reattore per l'unica centrale nucleare sul suolo nazionale, solleticando l'interesse di Usa, Russia e di altre potenze, come ha confermato lunedì il premier di Lubiana Marjan Sarec. Ma a stretto giro di posta emerge che uno degli uomini più vicini allo stesso primo ministro avrebbe cooptato una persona a libro paga di uno dei maggiori colossi del nucleare, con alta probabilità in corsa per il progetto. È uno scenario politicamente sostenibile? Se lo chiedono in molti in questi giorni in Slovenia, dopo la pubblicazione di articoli e documenti che hanno messo implicitamente in dubbio l'imparzialità della leadership di Lubiana nella scelta di un partner per la realizzazione della possibile futura "Krsko-2". A lanciare la bomba è stato il popolare portale "Pozareport", specializzato in denunce e inchieste, anche controverse, gestito dal giornalista Bojan Pozar.Il portale ha rivelato, sulla base di «documenti ufficiali», che l'influente sottosegretario di Stato con delega alla sicurezza nazionale, Damir Crncec, ex alto esponente dell'intelligence e «braccio destro di Sarec», ha scelto lo scorso gennaio come nuova direttrice del suo think tank privato, l'Istituto per la Governance globale, tal Zvonka Truden, un nome sconosciuto ai più. Ma Pozar ha svelato che Truden sarebbe il «managing director» di un piccolo ufficio di rappresentanza a Krsko della Westinghouse Electric Asia, una consociata della statunitense Westinghouse, lo stesso gigante che fornì la tecnologia nucleare alla centrale di Krsko alla fine degli Anni Settanta e che produce ancora - messaggio inviato a Lubiana in giugno dal segretario Usa all'Energia, Rick Perry - i «migliori reattori». La nomina è avvenuta otto mesi prima della dichiarazione d'interesse di Lubiana, pronunciata a fine agosto da Sarec, per una "Krsko-2", fatto che fa sorgere qualche «sospetto che Crncec possa influenzare Sarec nello scegliere Westinghouse per la fornitura di equipaggiamenti per Krsko»: così ha sintetizzato i dubbi generali l'agenzia di stampa slovena Sta.Truden appare tuttavia essere un pesce piccolo, con i media di Lubiana - sui quali l'affare ha avuto forte eco - che l'hanno descritta come una semplice contabile, forse una banale "prestanome". Ma «si tratta sicuramente dell'unica impiegata di Westinghouse in Slovenia e, da giornalista che conosce la scena politica e del business slovena, non credo che Crncec, ex direttore dei servizi e segretario di Stato, l'abbia scelta per caso, non siamo in un film di fantascienza», ribatte Pozar.Pozareport ha chiesto intanto al premier Sarec se sussistano dei «rischi alla sicurezza associati con questi fatti» e quale sia «il ruolo di Crncec nella definizione delle politiche energetiche» della Slovenia. E la replica del gabinetto di Sarec non si è fatta attendere. Crncec ha «rispettato» tutti «i suoi obblighi relativi a integrità e prevenzione della corruzione», ha precisato il governo, citato ancora dalla Sta. Intanto il capo della Commissione per la prevenzione della corruzione (Kpk), Boris Stefanec, ha annunciato che studierà il caso alla ricerca di potenziali conflitti d'interesse.

Stefano Giantin

 

 

Domenica a Sistiana la maxi "bonifica" di spiaggia e fondali - L'INIZIATIVA SPOSATA DALL'AMMINISTRAZIONE PALLOTTA

DUINO AURISINA. La pulizia della spiaggia di Castelreggio, a cura dei volontari, e quella dei fondali della baia, da parte dei sub. Sono le due operazioni di "bonifica" ambientale che si svolgeranno in contemporanea domenica a Sistiana. Il Comune di Duino Aurisina, su proposta dell'assessore all'Ambiente Massimo Romita, ha deciso di aderire all'iniziativa "Puliamo il Mondo", organizzata in Italia da Legambiente ogni anno a fine settembre, con i patrocini di vari ministeri, che vede coinvolti centinaia di città. I soggetti aderenti vanno dalla Protezione civile alla Consulta giovani, dai Genitori del Rilke all'Ajser 2000, dal Lions Club al Circolo Verdazzurro di Legambiente.Il ritrovo dei volontari è fissato alle 9 all'ingresso di Castelreggio, dove sarà distribuito il materiale per la raccolta dei rifiuti, da conferire poi nell'apposito contenitore di Isontina ambiente. In concomitanza ci sarà la manifestazione promossa a sua volta dal Sistiana 89 con l'Asd Area51 Scuola Sub, nell'ambito di "Fondali puliti" 2019. Fra i sub volontari che si immergeranno è prevista una presenza inedita, quella dell'assessore ai Lavori pubblici Lorenzo Pipan.L'evento è inserito nella "Settimana Aware" di Project Aware e dell'organizzazione di addestramento sub Padi, che comprende per l'appunto attività per contrastare l'inquinamento dei mari, creare consapevolezza sulle specie vulnerabili e mettere le comunità locali in grado di contribuire alla protezione degli ambienti più fragili, in acqua e fuori.«Abbiamo iniziato quest'anno a coordinare le iniziative legate alla salvaguardia dell'ambiente e alla pulizia del nostro territorio - il commento del sindaco Daniela Pallotta - supportando le associazioni e le scolaresche che si sono prodigate in numerose azioni. Riteniamo fondamentale la collaborazione tra tutte le entità a cui sta a cuore il bene del territorio perché lavorare insieme ai giovani è di vitale importanza per trasmettere messaggi positivi».-

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 settembre 2019

 

 

Patuanelli: «Basta ghisa a Trieste» Oggi il maxivertice sulla Ferriera

Il titolare del Mise: «L'impatto ambientale c'è a prescindere dagli investimenti». E Arvedi minaccia querela alla Regione

Trieste. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli rompe il riserbo e avvia il conto alla rovescia per la chiusura dell'area a caldo della Ferriera di Servola. La posizione dell'esponente Cinquestelle è coerente dagli esordi del Movimento, da sempre schierato per mettere la parola fine alla produzione di ghisa a Trieste. E ora, pur con il riserbo richiesto dal ruolo e dalla necessità di attendere l'avvio ufficiale del confronto al Mise, nella giornata di oggi, Patuanelli lascia intendere che indietro non si torna. Pur rimarcando la necessità della piena salvaguardia dei posti di lavoro, il ministro ritiene infatti lo stabilimento incompatibile con la città per ragioni ambientali e di sviluppo portuale. «È evidente - esordisce Patuanelli - che negli ultimi mesi il tema della chiusura dell'area a caldo della Ferriera sia stato svolto più sugli organi di stampa che altro, ma la questione va affrontata invece sui tavoli istituzionali e qui sta il motivo della convocazione del primo incontro chiesta dai sindacati e fattaci poi pervenire dalla Regione». Il ragionamento seguente è quello da cui traspaiono in controluce le idee del responsabile del Mise, secondo cui bisogna procedere contemporaneamente lungo tre assi: «Dobbiamo tenere presenti tre esigenze. La chiusura dell'area a caldo, che ovviamente ha un impatto ambientale che esiste a prescindere dagli investimenti e dal rispetto delle norme. Le esigenze e le potenzialità dello sviluppo del porto, che ha necessità di quell'area per continuare a crescere. E la necessità di tutelare il futuro dei lavoratori dello stabilimento. Ma tutto questo deve avvenire nei tavoli istituzionali e non sugli organi di stampa». Patuanelli punta insomma a incontrare a Roma tutte le parti in causa per fare chiarezza dopo le indiscrezioni che si sono rincorse in quest'ultimo stralcio di estate. La volontà del Mise è mettere al centro il nodo del lavoro, tanto che i sindacati saranno i primi a parlare dopo l'introduzione affidata al ministro. Solo successivamente toccherà a Regione, Autorità portuale e Siderurgica Triestina. In attesa di sentire gli attori sul campo, il ministro non aggiunge altro ma si sa comunque che incontrerà in mattinata la proprietà della Ferriera in un confronto bilaterale organizzato subito prima di un tavolo che si preannuncia elefantiaco. Il governo dovrebbe schierare infatti rappresentanti del Mise, dell'Ambiente, delle Infrastrutture e del Lavoro, mentre la Regione ha inviato ben 16 persone, a cominciare dal presidente Massimiliano Fedriga e dagli assessori Fabio Scoccimarro, Sergio Bini e Alessia Rosolen. Presenze cui si affiancheranno quelle di rappresentanti di Siderurgica Triestina, del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza e del presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino, oltre ai rappresentanti locali e nazionali dei sindacati. La vigilia del vertice è tuttavia segnata anche da nuovi spunti polemici nella mai distesa relazione tra la giunta regionale e la proprietà. Dalle parti di Siderurgica Triestina sarebbe un eufemismo dire che sia stata mal digerita la nuova insistenza di Scoccimarro in Consiglio comunale sulla mancata realizzazione della copertura dei parchi minerari. Questione annosa e intricata perché, con un cortocircuito possibile solo nel Belpaese, Aia e Accordo di programma contengono prescrizioni contrastanti: la prima stabilendo che i grandi capannoni da oltre 30 milioni vadano solo progettati, il secondo richiedendone invece anche la realizzazione, pena la decadenza dell'autorizzazione a produrre. Ecco allora che dai piani alti di Cremona arriva un messaggio laconico ma più che diretto: «Basta diffondere falsità e informazioni lesive della correttezza del nostro lavoro. Ora passeremo alle vie legali». Il cavalier Arvedi risponde dunque a Scoccimarro minacciando querele, stufo di veder messo sotto accusa un lavoro di risanamento ambientale riconosciuto nelle ultime settimane dalla stessa giunta regionale. Dal canto suo la società può vantare d'altronde a Servola investimenti per quasi 230 milioni di euro: 55 per la sistemazione dell'area a caldo, 155 per il laminatoio e 18 per il resto del comprensorio. Cifre cui è corrisposto il pressoché totale adempimento degli obblighi sul fronte ambientale, come attestato anche nei documenti ufficiali della Regione. Non lo stesso si può dire invece sul fronte del barrieramento a mare, unica opera assegnata alle mani pubbliche attraverso Invitalia ma ancora lontana anche soltanto dall'avvio della sua realizzazione, pur trattandosi del consolidamento di quasi due chilometri del fronte mare necessario ad arginare il travaso in acqua di sostanze inquinanti. Il futuro dell'opera, per la quale sono già pronti 40 milioni, è a questo punto in sospeso: l'eventuale chiusura dell'area a caldo e la trasformazione logistica richiederebbero infatti una riprogettazione della linea di costa, ferma restando la necessità di arginare la presenza di idrocarburi ampiamente oltre le soglie di guardia. Le risorse disponibili potranno comunque essere investite nella bonifica. Ecco allora che il «semaforo rosso», come Scoccimarro ha definito la situazione relativa alla copertura dei parchi, ha stupito negativamente l'impresa, tanto più dopo il pubblico riconoscimento dell'assessore sui progressi prodotti in cinque anni da Arvedi e dopo la lettera alla società in cui lo stesso assessore metteva sul tavolo «l'opportunità o meno della realizzazione della copertura del parco fossile e minerario», data la volontà della giunta di arrivare alla chiusura. Un atteggiamento considerato contraddittorio e controproducente alla vigilia del tavolo che potrebbe presto diventare di negoziato. I tecnici della Regione e della proprietà si sono comunque incontrati ieri a Roma alla vigilia del tavolo. I contenuti del confronto non sono noti, ma testimoniano che le parti continuano a parlarsi, al di là delle pubbliche tensioni tra la giunta regionale e Arvedi, che da quanto trapela non sarà presente al Mise. 

Diego D'Amelio

 

«Non esistono progetti veri di riconversione dell'impianto»

Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil vogliono sentire nella capitale la versione dell'azienda sulla dismissione e sul nodo occupazione

TRIESTE. «È importante innanzitutto che la questione della Ferriera trovi la sua opportuna sede al Ministero dello Sviluppo economico, tale è il peso della vertenza». Lo afferma il coordinatore nazionale Siderurgia Uilm-Uil, Guglielmo Gambardella, alla vigilia del tavolo romano. «Trieste è un pezzo fondamentale del settore siderurgico - prosegue Gambardella -. Quando si apre una simile discussione è giusto che il governo ne assuma la regia. Il manifatturiero può fare a meno della produzione della Ferriera? Come si concilia la disponibilità di Arvedi alla chiusura con la tutela dei posti di lavoro? Al momento non abbiamo visto progetti concreti di riconversione ma meri annunci».«Questo primo incontro è figlio della rapidissima esplosione della questione - afferma Umberto Salvaneschi (Fim-Cisl Trieste) -. Vogliamo sapere qual è la versione dell'azienda sull'esistenza di un'eventuale piano industriale. Se c'è davvero un accordo tra l'azienda e la Regione e se quest'ultima ha ancora le idee confuse a proposito di porto, dismissione degli impianti e numeri dei pensionamenti. Infine il ministro Patuanelli, nostro concittadino: con il nuovo ruolo cambierà approccio alla questione?».Thomas Trost (Fiom-Cgil Trieste) punta il dito contro l'assenza di «alternative di insediamento a carico di nuovi imprenditori sul sito. Bisogna prima sapere chi verrà a fare cosa e con chi, in modo che nessun posto di lavoro vada perso - continua Trost -. A quel punto, con un programma ben definito, si potrà pensare di spegnere gli impianti e ricollocare le maestranze. Siamo ben lontani da una soluzione indolore».

Lilli Goriup

 

«Dipendenti da blindare E per l'area c'è interesse anche da gruppi europei» - L'ASSESSORE ALL'AMBIENTE SCOCCIMARRO

Trieste. Stempera la polemica sollevata nei confronti di Siderurgica triestina, tenta di rassicurare i lavoratori su quel che sarà e lascia intravvedere qualche elemento concreto sul fronte della riconversione. L'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro sa di avere davanti l'occasione politica della vita e cerca di sedersi al tavolo del Mise con una tovaglia di velluto. Sarà un tavolo di crisi o di che genere? Non sarà un tavolo di crisi ma un incontro tecnico-politico. Si svolgerà al Mise, che è uno dei firmatari dell'Accordo di programma, anche per rispetto del ministro triestino Patuanelli. Cosa chiederà la Regione al ministro? La nostra posizione sulla chiusura dell'area a caldo è nota e rafforzata da una mozione bipartisan del Consiglio regionale. Abbiamo cercato l'incontro e non lo scontro con la proprietà: ora aspettiamo di vedere le intenzioni dell'azienda. Ho avuto ampia delega a trattare con Giovanni Arvedi, ma spetterà al presidente Fedriga definire gli aspetti che esulano da quello ambientale di mia competenza. Senza bonifica del sito, comunque, nulla potrà essere fatto. Negli incontri riservati come sono andate le cose? L'inizio è stato ruvido, poi abbiamo trovato un modus operandi e Arvedi ha aperto alle richieste della Regione, assicurando verbalmente che la riconversione dell'area a caldo avverrà senza che laminatoio e centrale elettrica siano toccati. L'area a freddo dovrebbe anzi rafforzarsi con l'introduzione di nuovi processi. Arvedi vuole un ritorno rispetto agli investimenti e ha chiesto alla Regione di affiancare l'azienda nella ricerca di un acquirente, garantire agevolazioni di credito per il rafforzamento dell'area a freddo e formare le maestranze per la riqualificazione. Tutto bene insomma. Perché allora la lettera del cavaliere sul giornale? Credo sia figlia delle tensioni nate dopo la fuga di alcune informazioni. Ma gli unici documenti che contano sono le due lettere scambiate fra Regione e proprietà nei giorni precedenti, dove Siderurgica parla di riconversione e salvaguardia dei posti di lavoro. Lei prima riconosce il risanamento e poi parla di punti gialli e rossi. Arvedi non è un pirata. Mi sono limitato a dire che fra tanti punti verdi da noi riconosciuti, non ha realizzato la copertura dei parchi e altri progetti minori. La mia Direzione non ha avuto difficoltà a certificare gli investimenti milionari effettuati in materia ambientale. Qual è il piano di riconversione e dove si mettono i 350 lavoratori? La società parla di 317 operai e 33 impiegati. Di questi, 70 si stanno avvicinando all'età da pensione e un centinaio potrebbe essere assorbito dall'area a freddo. Per gli altri 150 auspichiamo che metà trovi sistemazione nella logistica portuale e metà nello smantellamento e bonifica dello stabilimento. La Regione si è già impegnata a garantire la formazione per la riqualificazione perché il nostro faro è che nessuna famiglia resti senza reddito. L'Autorità portuale comprerà i terreni? Ha avviato la due diligence per la stima dell'area e mi sembra dunque l'ipotesi più probabile. Rendendo pubblica l'area, sarà possibile fruire dei finanziamenti statali per la bonifica. Esiste o no un investitore interessato? Sì, non soltanto cinesi o asiatici ma anche gruppi di provenienza mitteleuropea. 

 

 

Settimana europea della mobilità - Trieste si interroga sulla ciclabilità a partire da Muggia e Porto vecchio

Un momento di incontro e confronto, un dibattito su quanto Trieste possa essere proiettata verso una mobilità e un turismo sempre più sostenibili. E' l'argomento dell'appuntamento di ieri al caffè San Marco, organizzato nell'ambito della Settimana Europea della Mobilità, e curato dall'Università di Trieste insieme a Fiab, la Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta di Trieste. L'evento rientra anche nella cornice del progetto europeo Interreg Italia-Croazia "Step up" con il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell'Università di Trieste, che ha promosso un contatto diretto con i cittadini nel corso del pomeriggio. Il pubblico ha compilato un questionario sul tema del turismo, utile a capire la percezione della gente a Trieste sull'argomento, e ha ascoltato i dettagli di "Step up", il programma che punta a creare uno sviluppo dei collegamenti tra Italia e Croazia all' insegna della tutela ambientale. Un lavoro di gruppo, che vede impegnate realtà italiane e croate, al lavoro anche per migliorare la mobilità sostenibile nei rispettivi ambiti. A margine dell'incontro è stato fatto anche un punto sui tanti progetti di ciclabilità per il futuro della città. «E' in fase di progettazione la Trieste-Muggia - ricorda Luca Mastropasqua, presidente di Ulisse Fiab - che farà parte di una rete europea di ciclabili, c'è poi quella che riguarda il Porto Vecchio, con un primo lotto già pronto, che percorrerà l'intero comprensorio e sarà bidirezionale. E ancora di sta operando anche per la ciclabile del Carso, già finanziata ma ancora non realizzata. Poi c'è la prospettiva di crearne anche una sulla strada Costiera, nell'ambito di una possibile trasformazione della via in strada turistica».Grandi iniziative ma anche piccole attenzioni. «Lavoriamo anche per l'aumento degli stalli in città e per rendere in generale Trieste sempre più fruibile da chi ama la bicicletta, anche se stiamo constatando con un po' di amarezza - dice - che dal Comune sentiamo una chiusura nei nostri confronti e una scarsa collaborazione». 

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 17 settembre 2019

 

 

Ferriera in bilico Domani il vertice Ma Patuanelli resta in silenzio

Riflettori puntati sul tavolo convocato nella sede del Mise retto dal ministro triestino che, in questa fase, non si espone

Trieste. Alla vigilia del tavolo romano sulla Ferriera, nella capitale tutto tace. Almeno formalmente. Domani mattina si riunirà il primo vertice nazionale sul futuro dello stabilimento di Servola. A convocarlo è stato il ministero dello Sviluppo economico attualmente retto da un pentastellato che la vicenda Ferriera la conosce bene: il triestino Stefano Patuanelli. Che però, nonostante il coinvolgimento diretto, scegli di restare in silenzio. Dal giorno dell'ingresso al governo il successore di Luigi Di Maio al Mise non si è sbilanciato sull'argomento, limitandosi a far sapere che rilascerà dichiarazioni alla stampa a margine della riunione di domani. Riunione sulla quale hanno acceso i riflettori tutti gli attori, a partire dalla Regione che auspica un processo di riconversione dell'area con il coinvolgimento dell'Autorità portuale. Il vertice di domani nella capitale vedrà la partecipazione anche dei ministeri del Lavoro e dell'Ambiente. La lettera di convocazione non specifica se a partecipare saranno i titolari dei dicasteri in persona (rispettivamente Nunzia Catalfo e Sergio Costa, entrambi in quota Cinque Stelle) oppure dei loro rappresentanti. Certa appare invece la presenza dei vertici istituzionali locali: il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, il presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico orientale Zeno D'Agostino. Ci saranno poi i rappresentanti della direzione delle Acciaierie Arvedi e i sindacati. Sono chiamate in causa, nello specifico, le segreterie nazionali e territoriali di Cgil, Cisl e Uil nonché di Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl metalmeccanici. L'attesa è grande anche perché si tratterà dell'esordio di Patuanelli sul tema - in veste di ministro, beninteso. In conformità alla linea del M5s, il triestino è da sempre critico sul mantenimento dell'area a caldo. Appena ricevuta la nomina, una decina di giorni fa, aveva paragonato l'impianto a «una piccola Ilva» e si era impegnato ad andare personalmente a Taranto oltre che a Trieste. Città che, ora, attende con il fiato sospeso le indicazioni che emergeranno dal tavolo romano. L'auspicio a brevissimo termine dell'amministrazione regionale è di arrivare a «un cronoprogramma condiviso con l'azienda sugli aspetti ambientali - afferma l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro -, con cui andare ai tavoli successivi. Senza il superamento del sito inquinato nessun sviluppo potrà essere pensato». Resta però il nodo dei tempi e, ostacolo forse ancora più complesso da superare, dei costi. «In merito alle risorse necessarie allo smantellamento degli impianti e alle bonifiche - prosegue l'assessore -, affinché i costi possano essere finanziati dallo Stato l'area deve diventare di proprietà pubblica. Da qui l'eventuale coinvolgimento dell'Autorità portuale». L'idea è in sostanza che l'Autorità portuale acquisisca l'area, in modo da poter beneficiare di contributi pubblici che adesso sono preclusi all'attuale proprietà, in quanto soggetto privato. «L'Autorità portuale potrà senz'altro aiutare il processo nei termini descritti da Scoccimarro, nel momento in cui sarà stabilito il futuro della Ferriera - fa sapere il presidente Zen D'Agostino, contattato telefonicamente -. Per noi è impossibile invece assumere un ruolo in assenza di un progetto definito, che difatti al momento non c'è. Mi aspetto d'altronde che proprio questo sarà lo scopo del tavolo romano: mettere assieme le volontà e da lì iniziare a ragionare». 

Lilli Goriup

 

Botta e risposta in aula tra Dipiazza e Pd I sindacati: «Per ora una scatola vuota» - LE REAZIONI ALL'INTERVENTO A PALAZZO

TRIESTE. Dalla politica al mondo delle organizzazioni civili e sindacali. L'intervento nell'assemblea cittadina di Trieste dell'assessore regionale all'Ambiente, Fabio Scoccimarro, ha suscitato una pioggia di reazioni, fuori e dentro l'aula. Il primo cittadino Roberto Dipiazza ha fatto gli onori di casa ricordando gli investimenti fatti su Servola a partire dal 1988, data della privatizzazione del complesso industriale: «Ci abbiamo messo tanto denaro che, con la stessa somma, avremmo potuto comprare una villa a ogni dipendente - ha detto il sindaco -. Quanto al parco minerario, visto il costo nessuno lo farà mai: guardiamoci negli occhi. La novità è che con la piattaforma logistica l'area inizia a diventare interessante. Dobbiamo però cominciare a fare un ragionamento, benché doloroso, perché la situazione attuale non rappresenta lo sviluppo per la nostra città». La consigliera comunale Pd Laura Famulari ha liquidato il discorso di Scoccimarro come «mera propaganda», sostenendo che «sulla promessa della chiusura dell'area a caldo è stata vinta una campagna elettorale. Ora che ci sono le condizioni per realizzarla serve una seria politica industriale, oltre che ambientale e del lavoro: non abbiamo visto nulla di tutto ciò». «I danni li avete fatti voi, non io», ha replicato il sindaco. E Famulari: «Il percorso con Arvedi è stato fondamentale per questo nuovo inizio». Sempre a centrosinistra, Sabrina Morena (Open) ha auspicato una relazione più dettagliata e Maria Teresa Bassa Poropat un'altra audizione con l'assessore regionale al Lavoro, Alessia Rosolen. Molto critica pure la pentastellata Elena Danielis: «È in corso una crisi industriale che non dipende dalla politica, la quale finora nulla ha fatto, bensì dal contesto. Evidentemente all'imprenditore non serve più produrre ghisa, di conseguenza non serve più l'area a caldo». Passando al centrodestra, Vincenzo Rescigno (Lista Dipiazza) ha plauso alla linea Dipiazza-Fedriga. «Ci siamo presentati con l'obiettivo di chiudere l'area a caldo - ha detto Alberto Polacco (Fi) -. Non serve allarmismo, l'apertura del tavolo di confronto è una svolta costruttiva». Per Claudio Giacomelli (Fdi) «chiudere l'area a caldo in accordo con la proprietà era d'altronde l'elemento che in campagna elettorale teneva assieme destra, sinistra e M5s». Analogamente per il leghista Everest Bertoli «con un serio processo di riconversione tale obiettivo sarà raggiungibile». Secondo Giorgio Cecco, di Progetto Fvg, «l'errore principale è stato continuare con l'accanimento terapeutico sull'area a caldo, invece di cercare alternative sostenibili». I sindacati intanto temono per i posti di lavoro. «Da parte della Regione abbiamo ricevuto una scatola vuota, a proposito del discorso occupazionale», ha detto Umberto Salvaneschi (Fim Cisl). «Stiamo parlando di uomini di ferro - ha aggiunto Thomas Trost (Fiom) -, che fanno la ghisa da trent'anni. Sono usurati. Riconvertirli sì ma come?» . Perplessità anche da parte di Antonio Rodà (Uilm), mentre Sasha Colautti a nome dell'Usb chiede «al ministro Patuanelli di lavorare non solo per la salvaguardia di tutti i posti di lavoro ma anche per il rilancio manifatturiero della città, dal momento che c'è bisogno di una progettualità per Trieste». Infine l'Associazione No Smog, che raccoglie residenti di Servola e non solo: «Nessuno parla delle indagini epidemiologiche, che sono state fatte e cadute nel vuoto. Noi e Taranto siamo rimasti gli unici produttori di ghisa a queste condizioni, in Italia. All'estero ci sono altri metodi e tecnologie». 

 

«Impegni ambientali non rispettati» - Attacco bis della Regione ad Arvedi

La replica dell'azienda: «È falso e Scoccimarro lo sa». Serracchiani: «La giunta apre una crisi al buio»

Trieste. L'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro ieri ha puntato nuovamente il dito contro le inadempienze di cui accusa Siderurgica Triestina a proposito dei parchi minerali e fossili. Lo ha fatto durante la seduta del Consiglio comunale di Trieste appositamente convocata per ospitare l'audizione dello stesso Scoccimarro, in merito alla chiusura dello stabilimento siderurgico della Ferriera di Servola. Ma l'assessore non ha risparmiato neppure l'ex governatrice Debora Serracchiani e il suo «compagno di partito Renzi». Non si sono fatte attendere le repliche di Serracchiani da un alto e, dall'altro, dell'azienda. Ma andiamo con ordine. Scoccimarro ha esordito ricordando che «sono oltre vent'anni che se ne parla. Nel 2001 io stesso, da presidente della Provincia, avevo proposto la riconversione. Furono però fatte scelte diverse, benché legittime, come l'Accordo di programma del 2014 e il rilascio dell'Aia regionale nel 2016 - ha proseguito l'assessore all'Ambiente -, quando la giunta Serracchiani ha deciso di rilanciare lo stabilimento chiedendo aiuto al compagno di partito Renzi affinché il cavaliere Arvedi arrivasse a Trieste. Scelta legittima, appunto, ma poco lungimirante. E lo stesso vale per Accordo di programma e Aia». Al centro del discorso del rappresentante della Regione c'è stata la rivendicazione di essere «riuscito nella svolta storica sulla Ferriera, ossia la disponibilità alla chiusura dell'area a caldo», assieme all'enfasi sull'indirizzo politico suo e in generale del centrodestra: «L'area a caldo non è più compatibile con lo sviluppo della città né con il tessuto urbano che la circonda. In questi mesi ho lavorato sottotraccia partendo dal presupposto che in uno stato di diritto non si possono revocare d'imperio concessioni e autorizzazioni rilasciate, nella fattispecie, dall'amministrazione regionale precedente. Si correrebbe infatti il rischio di far ricadere il costo di eventuali contenziosi sulle tasche dei cittadini». Per quanto riguarda il versante occupazionale, Scoccimarro ha inoltre affermato che «nessuna famiglia dovrà rimanere senza stipendio. Non è una promessa ma un obiettivo cardine che la giunta regionale si prefigge, poiché ambiente e lavoro devono coesistere». Passando ai rapporti con l'azienda, ha constatato che «partendo da posizioni distanti, con la proprietà si sia arrivati a un dialogo costruttivo». E tuttavia poi ha aggiunto: «A differenza di quanto scritto nella lettera di Arvedi sul Piccolo, non tutto l'accordo di programma né tantomeno l'Aia hanno per così dire la luce verde. Alcuni punti sono gialli e c'è pure un importante semaforo rosso sulla copertura dei parchi minerali e fossili: Arvedi si è limitato a fare il progetto, senza coprirli». Siderurgica Triestina, per voce del proprio ufficio stampa, si è limitata a replicare evidenziando che «l'assessore conosce la risposta a tali dubbi perché l'ha scritta lui stesso». Il riferimento è alla lettera indirizzata a fine agosto all'azienda da parte della Regione, in cui si parla di considerare «l'opportunità o meno della realizzazione del parco fossile e minerario», vista la sopravvenuta volontà dell'amministrazione regionale di riqualificare l'area.Più dura la risposta di Serracchiani. «Fedriga ha mandato un emissario in Consiglio comunale per raccontare una storia taroccata - contrattacca la deputata Pd con una nota -. Rivendico di aver lavorato nel solo interesse di Trieste e del territorio, sulla Ferriera e anche sul porto: temi su cui oggi a destra fanno gli smemorati mettendoci il cappello». E ancora: «La destra ha spinto verso la chiusura senza alcun piano alternativo, a fini esclusivamente elettorali - continua Serracchiani -. Hanno aperto una crisi industriale al buio e adesso devono venirne fuori ma non sanno come: il discorso fumoso di Scoccimarro lo conferma. Chi meschinamente cita Renzi come mio compagno di partito dovrebbe ricordare anche Delrio e Franceschini, grazie ai quali la Lega e i suoi possono oggi riempirsi la bocca con le potenzialità del porto. Mentre io cercavo il management migliore per il porto - conclude l'ex presidente della Regione -, la destra tentava di rimpiazzare Marina Monassi». 

 

 

Gli ecologisti alla Ue: «Salvate le foreste della Romania» - LA DENUNCIA: «NO ALLA DISTRUZIONE DELIBERATA»

Bucarest. La Romania non è in grado, o addirittura non vuole, preservare quelle che sono fra le più preziose e antiche foreste vergini d'Europa. È ora che si muova l'Ue, per evitare un vero ecocidio. È quanto auspicano tre autorevoli organizzazioni non governative - Agent Green, ClientEarth ed EuroNatur - che hanno presentato una denuncia alla Commissione europea, chiedendo a Bruxelles di imporre a Bucarest lo stop totale alla «distruzione deliberata» dei boschi nazionali, in particolare di quelli più antichi e preservati, che sono «i due terzi delle foreste vergini nell'Ue». Una distruzione - è l'accusa delle tre Ong - che va attribuita in particolare a Romsilva, l'impresa romena per la gestione del patrimonio forestale - e di 22 parchi naturali su 29 in Romania - imputata di condurre «operazioni di taglio di alberi» in aree protette, «senza una corretta analisi d'impatto» e «in violazione delle leggi europee», ha specificato Ewelina Tylec-Bakalarz, legale di ClientEarth. É «una delle crisi ambientali» meno note «ma più gravi in Europa», ha aggiunto il direttore esecutivo di EuroNatur, Gabriel Schwaderer. La soluzione, secondo le Ong, sta in una «azione legale» contro il governo romeno, come accaduto con quello polacco per la foresta primigenia di Bialowieza. In Romania, hanno segnalato nei mesi scorsi dati di Greenpeace, 360 mila ettari di foreste sono stati abbattuti - o gravemente degradati dall'incuria - tra il 2000 e il 2011, con un aumento di oltre il 30% del fenomeno del disboscamento negli ultimi anni. Ma il tema della deforestazione selvaggia non riguarda la sola Romania. Mesi fa forti polemiche erano esplose in Serbia per il taglio di alberi - per molti ecologisti eccessivo e immotivato - nel parco nazionale della Fruska Gora. Il disboscamento senza autorizzazioni è un tema sempre più sentito anche nella Lika, in Croazia. E in Albania, Paese che nel 2016 ha deciso una moratoria decennale alla deforestazione, ma dove le cose non vanno meglio, con 2 mila ettari di foreste in meno tra 2016 e 2018. I Balcani sono fra le aree europee più ricche di vegetazione arborea. La copertura boschiva va dal 60% della superficie totale in Montenegro al 53% in Bosnia, 47% in Kosovo, 39% in Macedonia del nord, 36% in Albania e 29% in Serbia. 

 

 

Stop alla raccolta delle cozze nelle acque del golfo di Trieste

Rilevata presenza di biotossina algale. Sospese anche vendita, conservazione e immissione al consumo dei molluschi coltivati da Muggia alle foci del Timavo

"Pedoci" off-limits nelle acque del golfo di Trieste. L'Azienda sanitaria ha comunicato che sono sospese temporaneamente raccolta, commercializzazione, trasformazione, conservazione e immissione al consumo dei molluschi bivalvi vivi estratti dalle acque di dieci zone di produzione della provincia di Trieste. Questi i siti che hanno ricevuto il disco rosso da parte dell'Asuits: Lazzaretto, Punta Sottile, Grignano, Santa Croce, Filtri, Canovella, Sistiana, Duino, Villaggio del Pescatore e foci del Timavo. Dal territorio di Muggia sino ai confini occidentali del Comune di Duino Aurisina, dunque, vige lo stop al commercio dei molluschi. In base ai riscontri analitici relativi al monitoraggio delle acque triestine il Dipartimento di prevenzione Struttura complessa veterinaria - Struttura semplice di Tutela igienico sanitaria alimenti di origine animale ha evidenziato positività per la presenza di biotossina algale liposolubile Dsp (Diarrethic Shellfish Poisoning) con un tenore di acido okadaico pari a 320 microgrammi per chilo, quantità che può comportare un rischio per la salute umana. Cosa può provocare l'ingestione della biotossina? Forte diarrea, dolori all'addome, nausea, vomito e la possibilità elevata di disidratazione. Conseguenze dunque non letali per l'uomo, ma certamente molto dolorose e fastidiose. Walter De Walderstein, responsabile tecnico-scientifico del Consorzio giuliano maricolture Cogiumar, conferma: «I primi ad accorgersi del problema siamo stati noi visto che facciamo sempre delle analisi incrociate lanciando il primo allerta, seguiti poi dall'Azienda sanitaria. Siamo un po' in anticipo rispetto al tradizionale arrivo della Dsp e credo che ci vorrà un mesetto prima di tornare alla normalità». Lazzaretto e Villaggio del Pescatore le prime zone in cui Cogiumar ha emanato il fermo volontario per allerta ambientale. La situazione comunque è assolutamente sotto controllo. E tutto questo non significa che non si possano consumare le cozze provenienti da altre zone: «I consigli ai clienti sono piuttosto elementari, ossia non acquistare i mitili se non hanno l'etichetta di origine e ovviamente non mangiare quelli che giacciono nel nostro mare», aggiunge De Walderstein. Ma cosa sta accadendo esattamente nelle acque del golfo di Trieste? Negli ultimi vent'anni circa nel mare Adriatico - tanto a sud quanto a nord - si è registrata una intensificazione del cosiddetto fenomeno delle "fioriture algali", legato a due principali fattori: da una parte la progressiva diffusione di fitoplancton in nuove aree geografiche, dall'altra la "eutrofizzazione", ossia, in parole semplici, le mutazioni causate dall'immissione nelle acque di prodotti inquinanti da parte dell'uomo. 

Riccardo Tosques

 

 

Pedala Trieste un fiume di biciclette per tutta la città

Aperte le iscrizioni per la manifestazione di domenica con maglietta celebrativa

Un fiume di biciclette nelle vie della città, per celebrare il cambiamento "verso una mobilità più sostenibile". Si sta definendo nei particolari il programma di "Pedala Trieste", la passeggiata in bici che si svolgerà domenica prossima, con partenza alle 10 da piazzale de Gasperi. L'evento, che chiuderà la Settimana europea della Mobilità 2019, vuole rappresentare una vera e propria festa per celebrare un percorso, iniziato da anni, volto a incentivare l'uso quotidiano della bicicletta a Trieste e sarà allestito in collaborazione fra Fiab Trieste Ulisse, Spiz, Bora.La, TS4 Trieste secolo quarto, associazione Cottur e Uisp, con la collaborazione di sesta Circoscrizione, Circolo Verdeazzurro Legambiente, Friday For Future Fvg, Arci Trieste, Museo della Bora, Associazione CapoeiraTrieste.org, Art in Progress, Senza Confini, Brez Meja, Aidia e Trieste Altruistica. Le iscrizioni, a un costo simbolico di 2 euro, si possono già effettuare con queste modalità: on line sul sito www.bora.la, alla Piccola bottega spiritosa di Piolo&Max (via Venezian 11) il martedì dalle 16 alle 19.30 e il giovedì, venerdì e sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.30, durante l'evento Aperibici, giovedì 19 dalle 17 alle 20 in piazza Cavana, direttamente il giorno di "Pedala Trieste", dalle 8.30 alle 10 in Piazzale de Gasperi. Per agevolare il lavoro dell'organizzazione, l'invito è di iscriversi prima o arrivare il 22 per tempo. Per la lunghezza e le caratteristiche del tracciato, cioè una decina di chilometri dal via fino a Barcola, attraversando la città, la partecipazione in bicicletta richiede l'età minima 12 anni. I più piccoli potranno però essere trainati o trasportati sugli appositi seggiolini. All'arrivo saranno organizzate animazioni alle quali sono invitati anche coloro che non possono partecipare alla pedalata, ma condividono la voglia di rendere la mobilità di Trieste a misura di persona. E' possibile sostenere l'iniziativa, prenotando la maglietta celebrativa da Urbanwear, in via Torino 13. L'incasso servirà a coprire le spese organizzative, l'eventuale avanzo sarà devoluto al progetto di realizzazione di 950 chilometri di segnaletica leggera dell'itinerario cicloturistico Alta Italia Da Attraversare (Aida), che collegherà Trieste e Torino. Hashtag della manifestazione: #pedalatrieste #lastradaèditutti #triestexeperbici #SEM2019. --

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 16 settembre 2019

 

 

Banja Luka crea un parco naturale contro le scorie nucleari di Krsko

Dichiarata zona protetta l'area bosniaca lungo il corso del fiume Una con l'obiettivo di stoppare il piano croato di un eventuale deposito

Un parco naturale contro un controverso deposito di scorie radioattive. Chi prevarrà? Se lo chiedono in questi giorni in molti, a Banja Luka, Sarajevo e Zagabria, città dove tema sempre più caldo è la questione Trgovska Gora, località in Croazia - ma a un tiro di schioppo dal territorio della Republika Srpska, in Bosnia - su cui hanno posato lo sguardo le autorità di Zagabria per ricevere in un futuro non lontano la parte croata dei rifiuti prodotti dalla centrale nucleare di Krsko, condivisa tra Croazia e Slovenia.Quel deposito non s'ha però da fare, la posizione della Bosnia e in particolare della Republika Srpska, che per renderne più ardua la creazione ha deciso di dichiarare parco naturale una larga parte dell'area appartenente a tredici municipalità a ridosso del fiume Una, in testa quella dirimpetto a Trgovska Gora, zona dove vivono - e si dissetano con le acque del fiume - in 300 mila. L'idea, quella di rendere più difficili i piani della Croazia, che a breve - sicuramente in autunno - dovrebbe ufficialmente decidere se optare o meno per il sito per lo stoccaggio delle scorie nucleari a media o bassa radioattività della centrale di Krsko.«Vogliamo mandare un chiaro messaggio alle autorità croate che non possono» costruire il deposito, considerato pericoloso dalla popolazione locale in Bosnia e da svariate Ong e associazioni ecologistiche, a un passo «da un Paese confinante», ha spiegato Srebrenka Golic, ministra serbo-bosniaca dell'Ambiente. Ed è ancora più inimmaginabile che un Paese Ue decida di costruire il deposito di scorie nucleari vicinissimo «a un parco naturale» e anche «a un parco nazionale», quello del fiume Una, creato nel 2008 tra l'Una, il Krka e l'Unac, il più vasto della Bosnia. L'obiettivo, ha aggiunto Golic, è costringere alla retromarcia Zagabria, che «deve iniziare a cercare un altro sito che non sia abitato, non metta a rischio aree naturali e non si trovi a ridosso di un confine». La mossa è giusta e condivisibile e bisogna evitare che la Croazia scarichi la sua "spazzatura" più pericolosa «nel nostro cortile», ha affermato anche il parlamentare verde Sasa Magazinovic, che ha paventato che Trgovska Gora possa diventare non solo sito di stoccaggio per Krsko, ma anche per altri rifiuti radioattivi provenienti da tutta Europa. Più critico Jasmin Emric, dell'Sda - il maggior partito bosgnacco - che ha affermato che la Bosnia «avrebbe dovuto reagire quando la Croazia ha indicato Trgovska Gora come sito per le scorie, già nel 1999», suggerendo che oggi sarebbe tardi per evitare il peggio. Sono ancora ottimisti, tuttavia, i residenti nella parte bosniaca dell'area interessata, pronti a scendere in piazza il 27 settembre a Novi Grad contro il deposito. Solo tre giorni prima di una visita-chiave delle delegazioni slovena e croata al sito. 

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 15 settembre 2019

 

 

Ferriera, caso eccezionale che richiede provvedimenti eccezionali la lettera del giorno di Lucio Vilevich - Uil Pensionati Trieste - ex segretario gen. Uil

L'annuncio di Arvedi dell'intenzione di chiudere l'area a caldo della Ferriera - e successivamente forse anche l'intero impianto - pone un problema che non è solo di posti di lavoro, ma di convivenza civile. Se si considerano i seicento addetti di Servola, più quelli dell'indotto, e se si aggiungono anche quelli della Sertubi, per i quali non si intravvedono per ora soluzioni possibili, si raggiunge un numero di circa ottocento lavoratori, sui quali gravano due o tre familiari a testa, per un totale di tremila concittadini: è la popolazione di una piccola città, è un intero quartiere, è l'1,50% della popolazione di Trieste. Risulta chiaro da queste cifre che si tratta di una situazione altamente drammatica che non può venir affrontata solo con i consueti mezzi con cui è possibile risolvere le difficoltà di altre minori aziende in pericolo, e che il principale obiettivo di ogni possibile intervento deve essere anzitutto - oltre il fattore retributivo - la salvaguardia della dignità dei lavoratori e delle loro famiglie. In questo caso l'intera città ne risentirebbe le peggiori conseguenze per il disorientamento generale e la depressione non solo economica indotta dalla quotidiana presenza di notizie in genere non confortanti per la soluzione di un problema di tale complessità. Ma in questo momento, in cui le prospettive sembrano aprirsi con una sicurezza che in passato non era neppure immaginabile, sarebbe un'assurdità accettare soluzioni che venissero a scompigliare profondamente il tessuto sociale e culturale della città. C'è però un timore, di cui il mondo del lavoro ha già sofferto: il timore che chi può, chi pontifica, chi informa pensi, anche se non lo scrive: "Sono solo operai". Su queste premesse è difficile avanzare proposte, né spetta farlo a chi scrive, che per sua fortuna da tempo non riveste più compiti operativi nel sindacato. Ma l'esperienza comunque suggerisce che per affrontare una crisi eccezionale occorrono provvedimenti altrettanto eccezionali che competono alla struttura più vicina al mondo del lavoro, quella regionale, senza che si attendano interventi da Roma, che ha ben altre gatte da pelare. Occorre la convinzione che i lavoratori non sono disposti a farsi trattare come carne da cannone.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 14 settembre 2019

 

 

L'ascensore di Park San Giusto apre le porte anche ai pedoni

Trovato finalmente l'accordo Comune-spa per rendere l'impianto fruibile a tutti e non solo ai clienti del multipiano. Al privato la gestione di alcuni stalli in via Cadorna

Trieste conquista l'ascensore per San Giusto. Non è quello per l'inferno, ma infernale è stato il percorso di buone intenzioni che hanno portato al suo utilizzo. É entrato in funzione nell'ottobre 2015 con l'apertura al pubblico del Park San Giusto. Ma solo tra qualche giorno sarà fruibile a tutti e gratuito. Il Park San Giusto è dotato di quattro ascensori: due portano all'uscita per il centro cittadino, in via del Teatro Romano, mentre gli altri due conducono esclusivamente a San Giusto nell'area della cattedrale e del castello. Finora l'ascensore poteva essere utilizzato esclusivamente dai fruitori del parcheggio a pagamento. «Abbiamo trovato un accordo con i gestori del Park San Giusto - racconta Giorgio Rossi, assessore al Turismo -. Una bella notizia. Finalmente i triestini e i turisti potranno usare l'ascensore in salita ma anche in discesa senza dover per forza parcheggiare l'auto».La chiave di volta è stata quella di un baratto tra la società che gestisce il Park San Giusto e l'amministrazione comunale attraverso la società Esatto spa. «Si è ipotizzato di coprire i maggiori oneri manutentivi dell'ascensore attraverso l'affidamento in gestione alla Park San Giusto dei posti auto a pagamento presenti in via Cadorna e ora gestiti dalla società Esatto spa adeguando le relative tariffe», si legge nel documento di fine luglio e inviato alla IV circoscrizione. L'accordo alla fine è stato trovato e firmato dall'assessore comunale ai Lavori pubblici Elisa Lodi. «Sono mesi che tentavamo di trovare una soluzione per potere far salire, ma soprattutto scendere, da San Giusto senza bisogno di avere il ticket del parcheggio. Era inoltre una richiesta pressante da parte degli albergatori», aggiunge Rossi che già pregusta i grandi numeri turistici che potrà dare il castello San Giusto che già viaggia oltre le 130 mila presenza all'anno. «Per gli anziani e i disabili era un vero problema arrivare a San Giusto», spiega l'assessore. Restano da abbattere le barriere architettoniche. «Abbiamo presentato anche una mozione per rendere veramente accessibile ai disabili l'uscita superiore del Park a San Giusto», fa sapere Paolo Menis, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle. Una questione di cui appunto, secondo il pentastellato, dovrebbe farsi carico l'amministrazione comunale. Dell'uso dell'ascensore si parla da fine 2015. «Ho verificato la disponibilità della Park San Giusto spa non solo a rafforzare la sorveglianza e la manutenzione dei due ascensori in modo da permetterne l'uso a chiunque, ma anche a realizzare un tapis roulant che copra il centinaio di metri di distanza tra l'ingresso pedonale al park e l'ascensore . In cambio, il Comune dovrebbe cedere alcuni dei parcheggi di superficie a pagamento che vi sono in via Capitolina», racconta il 5 settembre 2015 in Consiglio Comunale l'ex assessore Paolo Rovis. Da allora sono passati solo 4 anni.

Fabio Dorigo

 

 

Carta, scotch, schiuma: in un anno manomesse 700 trappole per i topi

Si tratta di oltre la metà dei dispositivi distribuiti sul territorio "Ricarica" in piazza Venezia. Il Comune: «Non ci fermiamo»

Esiste una banda di sabotatori delle esche per topi, di quei dispositivi che il Comune di Trieste sistema in tutta la città per cercare di contenere la popolazione dei ratti. Oltre a quelli che vengono rubati, sono ormai centinaia i dispositivi che la ditta titolare dell'appalto di derattizzazione trova manomessi. Gli operatori, nel corso dei periodici controlli volti a verificare se l'esca sia intatta o consumata e dunque da sostituire, trovano palle di carta e scotch oppure schiuma espansa nel foro di accesso alla trappola: soluzioni che impediscono al topo di entrare e dunque di mangiare l'esca. In altri casi le scatolette vengono distrutte o rubate. Chi agisce ha uno scopo preciso: non far morire quegli animali. La morte da avvelenamento è certamente atroce, e ci sono dei triestini che combattono la loro battaglia al fine di salvare i ratti da quella dolorosa fine. A questi si aggiungono i vandali "di professione". Nel 2018 sono state quasi 700 le trappole che la ditta incaricata ha dovuto sostituire perché danneggiate o sparite. Va precisato che questa azione di sabotaggio delle esche per i ratti è opera di singoli, cani sciolti, di persone che nulla hanno a che vedere con le associazioni animaliste del territorio. Ma il Comune non si ferma di fronte a questi tentativi di boicottaggio. Ieri, a testimonianza del fatto che l'attenzione al problema è costante, la ditta Girasole di Porcia che fino al prossimo dicembre gestisce - con appalto biennale da 40 mila euro lordi totali - il servizio di derattizzazione con 1.250 erogatori posizionati nei giardini pubblici, negli spazi verdi, in musei, scuole e punti critici della città, ha avviato la verifica dell'efficienza delle trappole in piazza Venezia. Dove, tutte le esche erano state consumate (a una attingono, leccando il veleno, molte bestiole), il sistema ha funzionato e gli erogatori sono stati ricaricati. Un'operazione di monitoraggio che viene effettuata regolarmente su tutti i dispositivi. «Non abbassiamo la guardia - sottolinea l'assessore comunale con delega all'Ufficio zoofilo, Michele Lobianco - e nel prossimo appalto inseriremo anche l'operazione di chiusura di tutte le tane, fessure e varchi sui muraglioni che oggi viene svolta dal servizio Lavori pubblici. Le segnalazioni di situazioni critiche sono diminuite rispetto allo scorso anno: significa che il servizio sta dando i suoi risultati». A vanificare spesso l'opera di derattizzazione sono alcuni cittadini «che, purtroppo, specialmente in alcune zone della città come Ponterosso o il Giardino Pubblico - sottolinea Lobianco - non perdono la cattiva abitudine di gettare a terra pezzi di cibo. Lì, malgrado la presenza di ratti, le esche risultano intonse. Segno evidente - conclude - di immediata disponibilità per i topi di cibo fresco». Ed è risaputo che, pure per i ratti, un pezzo di tramezzino è più appetitoso di un'esca velenosa.

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 13 settembre 2019

 

 

Ferriera, lunedì alle 8.30 Scoccimarro in aula - l'audizione: il PD critica l'orario scelto

È in programma lunedì alle 8.30 l'audizione dell'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro sulla Ferriera di Servola in Consiglio comunale. Lo si apprende da una convocazione dell'aula diffusa ieri dal Comune con l'ordine del giorno della seduta. In giornata è poi arrivata una nota del Pd che critica l'orario dell'audizione. «Lascia molto perplessi, se non peggio, la decisione di riunire il Consiglio comunale lunedì alle otto e mezzo del mattino per ascoltare le "comunicazioni" dell'assessore Scoccimarro sulla Ferriera: è forte il sospetto che si voglia rendere difficoltosa la presenza dei lavoratori, forse poco graditi quando si deve parlare del loro futuro occupazionale», scrive la segretaria provinciale dem Laura Famulari, a proposito della «decisione, presa dai capigruppo consiliari, di convocare la seduta del Consiglio alle 8.30 del mattino, anziché di sera come accade usualmente». «Adesso che il centrodestra deve fare da reggicoda alle ambigue operazioni della Regione - incalza Famulari - non ci sono scrupoli a usare il Consiglio per somministrarci una lezione di Scoccimarro sulla Ferriera».--

 

 

Bici e guida sicura: Duino Aurisina per l'ecomobilità - SETTIMANA EUROPEA DELLA MOBILITA' SOSTENIOBILE - gli eventi

DUINO AURISINA. Sono tre, raggruppati tutti nel weekend che va dal 20 al 22, gli appuntamenti in programma a Duino Aurisina in occasione della Settimana europea della mobilità sostenibile (Sem). Si comincerà venerdì 20, alle 18, al Ristorante San Mauro di Borgo San Mauro, con l'evento "I giovani e la sicurezza stradale", promosso dal Lions Club di Duino Aurisina in collaborazione con Sap, Leo Club, Onlus "Guido per vivere" e Consulta giovani di Duino Aurisina e con il patrocinio del Comune. Nel corso dell'incontro saranno illustrate le regole più importanti da rispettare nell'approccio alla guida e al traffico. Il giorno dopo, con ritrovo alle 9.45 all'Infopoint di Sistiana e partenza alle 10, prenderà il via "Pedalando per la via della Bora". Organizzato dal Gal Carso, in collaborazione con i comuni di Trieste, San Dorligo e Duino Aurisina, l'evento punterà a riscoprire il Carso attraverso un percorso in bici, che permetterà ai partecipanti di "assaporare" le numerose sfaccettature del territorio. Domenica 22 si svolgerà infine la quinta edizione del trofeo "Enoteca Why not" di Sistiana, organizzata dal Ciclo club Trieste. La gara sarà valida come quarta prova del 28.mo Trofeo cicloturistico regionale Credito Cooperativo e come quinta prova del Campionato regionale ciclosportivo di mediofondo. Daniela Pallotta, sindaco di Duino Aurisina, ieri, in sede di presentazione, ha sottolineato il ruolo del Comune, «di vitale importanza per coordinare le attività e le iniziative che enti e associazioni promuovono sul territorio». «Sin dall'inizio del mandato - così Massimo Romita, assessore alla Viabilità - abbiamo posto l'attenzione sulla viabilità e sulla mobilità, recuperando progetti rimasti nei cassetti, nonché presentandone di nuovi all'Uti e alla Regione per la realizzazione di un'ampia e diffusa rete di percorsi pedonali e cicloturistici». Lorenzo Pipan, assessore ai Lavori pubblici, ha osservato che, «oltre allo sviluppo della mobilità lenta, è fondamentale l'integrazione tra i vari tipi di mobilità che si ottengono attraverso nodi di interscambio e modificando le abitudini, anche predisponendo parcheggi che invitino ad abbandonare la macchina».-

Ugo Salvini

 

 

Gli obiettivi Onu per il clima «Stop al carbone nel 2020»

Dieci giorni al summit mondiale. Le Nazioni Unite: «Basta sussidi a chi inquina» L'inviato De Alba: «L'Europa faccia di più per compensare il disimpegno Usa»

NEW YORRK. Non costruire più centrali elettriche a carbone dopo il 2020; cancellare i sussidi statali per l'energia fossile; presentare piani concreti per aumentare i contributi nazionali alla lotta contro il riscaldamento globale entro il prossimo anno, in linea con l'impegno a ridurre le emissioni dei gas serra del 45% in un decennio e arrivare a zero emissioni nel 2050. Sono gli obiettivi principali del Climate Action Summit, convocato all'Onu per il 23 settembre dal segretario generale Antonio Guterres, secondo il suo inviato speciale Luis Alfonso de Alba che ha preparato il vertice. L'ambasciatore messicano li ha discussi intervenendo ad una conversazione ospitata a Bruxelles dell'European Climate Foundation. «Gli obiettivi posti dal segretario generale - ha detto - sono molto ambiziosi, perché è necessario esserlo se vogliamo risolvere il problema». La situazione è drammatica, anche se non volessimo attribuire i 1.300 dispersi provocati dall'uragano Dorian nelle Bahamas alla straordinaria forza che il riscaldamento globale sta dando ai fenomeni naturali. L'ex ambasciatrice americana all'Onu Samantha Power, presentando il suo nuovo libro «The Education of an Idealist», ha raccontato una drammatica conversazione avuta con i rappresentati di Tuvalu, che stavano considerando i piani per evacuare l'intera popolazione quando il loro Paese sarebbe scomparso: «Se negli Usa scatta l'allarme per un uragano, la gente può rifugiarsi dalla costa in zone più elevate. Ma noi non abbiamo zone più elevate: al massimo possiamo arrampicarci su un albero di cocco». Secondo l'Onu, le emissioni globali stanno raggiungendo livelli record e non danno segno di aver toccato il massimo. Gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi di sempre e le temperature invernali dell'Artico sono aumentate di 3 gradi dal 1990. I livelli del mare salgono e anche la Grande Barriera corallina dell'Australia muore. Non è più una questione ambientale ma una minaccia per i sistemi di vita, l'alimentazione, la salute e quindi la sopravvivenza di molti Paesi. Nonostante l'emergenza, l'Onu ritiene che agendo subito, nell'arco dei prossimi 12 anni potremmo contenere l'aumento delle temperature sotto i 2 gradi centigradi, anche a 1,5 gradi sopra i livelli dell'epoca pre-industriale. Per riuscirci, de Alba ha elencato così gli obiettivi da raggiungere al Climate Action Summit: «Non costruire centrali elettriche a carbone dopo il 2020, ma i Paesi che lo producono dovrebbero anche smettere di esportarlo. Cancellare i sussidi statali per l'energia fossile, altrimenti si continuerà ad alimentarla, ed investire sulle fonti rinnovabili. I Paesi partecipanti dovrebbero presentarsi con piani concreti per aumentare i contributi nazionali alla lotta contro il riscaldamento globale da subito, entro il prossimo anno. Tali piani dovranno essere in linea con l'impegno a ridurre le emissioni dei gas serra del 45% in un decennio, e arrivare a zero emissioni nel 2050». De Alba ha diplomaticamente evitato scontri con l'amministrazione Trump, uscita dall'accordo di Parigi: «Abbiamo lavorato con loro». Ma ha chiesto all'Europa di fare di più e alla Cina di mantenere gli impegni, garantendo che il progetto per le infrastrutture della nuova Via della Seta sia verde. Per compensare quanto mancherà dagli Usa.

Paolo Mastrolilli

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 12 settembre 2019

 

 

Il rebus Ferriera sbarca a Roma Patuanelli apre la cabina di regia

Trieste. Un tavolo interministeriale coordinato dal ministero dello Sviluppo economico per affrontare la possibile chiusura dell'area a caldo della Ferriera di Servola e il nodo del futuro dei lavoratori, che denunciano l'assenza di un piano di riqualificazione da parte della Regione, in prima linea sulla dismissione della cokeria e dell'altoforno. L'appuntamento è per la prossima settimana a Roma, dove sarà il neoresponsabile del Mise Stefano Patuanelli a guidare il confronto tra Siderurgica Triestina, sindacati, ministeri, Regione, Comune e Autorità portuale. L'annuncio della convocazione, che sarà formalizzata nei prossimi giorni, è arrivato ieri mattina durante il confronto organizzato tra il presidente Massimiliano Fedriga, le parti sociali e gli assessori competenti Sergio Bini (Attività produttive), Alessia Rosolen (Lavoro) e Fabio Scoccimarro (Ambiente). Fuori dalla sede della giunta regionale in piazza Unità, i lavoratori hanno organizzato un presidio animato da circa duecento persone e la produzione della Ferriera è stata bloccata da otto ore di sciopero. Presenti non soltanto i dipendenti, ma anche le rappresentanze di altre realtà produttive, come Wärtsilä, Fincantieri e Sertubi. Dopo l'incontro Fedriga ha spiegato ai giornalisti che «la richiesta al governo della convocazione di un tavolo interministeriale è già stata accordata. Non sarà un tavolo di crisi, ma la costituzione di una regia per governare un processo di riconversione occupazionale fondato sullo sviluppo economico dell'area». Il presidente ha sottolineato che «una riconversione è possibile, vincolata alla tutela dei posti di lavoro. Possiamo unire gli obiettivi e trovare una soluzione condivisa. Ipotesi in ballo ci sono, ma non ne parlo finché non ci saranno certezze». Da qui la richiesta della cabina nazionale, dove potrebbe sedere il cavalier Giovanni Arvedi in persona e che sarà affidata a uno strenuo sostenitore della chiusura come Patuanelli, anche se quanto accaduto nei mesi scorsi con l'Ilva di Taranto dimostra che il Movimento 5 stelle può cambiare repentinamente le proprie posizioni. Al tavolo nazionale saranno presenti i ministeri dello Sviluppo economico, dell'Ambiente, del Lavoro e delle Infrastrutture. Vi si affiancherà «un tavolo regionale che entrerà più dettagliatamente su quanto condiviso a livello romano», ha chiarito Fedriga. Braccio statale è anche quello dell'Autorità portuale, che sta nel frattempo procedendo alla due diligence per la stima del valore dell'area, propedeutica all'ipotetico acquisto a opera del Porto, che coordinerebbe la prima parte dei lavori di bonifica e l'affidamento della concessione a investitori interessati allo sviluppo logistico della zona. Soggetti che sono tuttavia ancora da individuare, sebbene continuino a circolare le voci sui colossi cinesi che puntano alla Piattaforma logistica. Fedriga ha dichiarato di essere convinto della volontà collaborativa dell'azienda «nella presentazione del piano industriale per chiarire in particolar modo quali siano i programmi di sviluppo del laminatoio», su cui Siderurgica vuole proseguire a investire e che potrebbe diventare uno degli sbocchi occupazionali per i 350 lavoratori dell'area a caldo, secondo le cifre ufficiose provenienti dall'azienda. Questa era assente ieri a Trieste solo per volontà della Regione, intenzionata a confrontarsi con i soli sindacati, autori della richiesta di convocazione del tavolo. Le parole distensive di Fedriga nei confronti dell'impresa arrivano dopo la lettera con cui Arvedi ha annunciato non senza vene polemiche di prendere atto della decisione della Regione sulla dismissione della produzione di ghisa a Trieste. L'imprenditore sottolineava l'intenzione di fermare «nel più breve tempo possibile» la produzione. Parole interpretate da più parti come la scelta di un rapido sganciamento dalle amarezze triestine, ma temperate nei giorni successivi dalla proprietà che in una nota ha evidenziato di non aver «comunicato nessun licenziamento né volontà di effettuarne, tant'è che gli impianti stanno regolarmente funzionando. L'allarme nasce a seguito delle decisioni assunte da altri». Cgil, Cisl e Uil comunicano intanto con una nota congiunta di aver ascoltato in Regione «tante dichiarazioni d'intenti, ma manca un progetto concreto». I sindacati sono preoccupati anzitutto dal possibile calo degli investimenti sul fronte della sicurezza e più di qualcuno ieri in piazza ha evocato la morte dei lavoratori della ThyssenKrupp, avvenuta proprio nella fase di dismissione dello stabilimento. Da qui la richiesta alle istituzioni di imporre un abbassamento dei livelli produttivi e verificare «con costanza la manutenzione ordinaria». La triplice «respinge l'ipotesi anche di un solo esubero», pur non negando la possibilità di una riqualificazione dell'area, «a patto di salvaguardare la centralità del tema occupazionale, salariale e ambientale, e di ragionare di sviluppo industriale per il territorio di Trieste». Dopo le polemiche dei giorni precedenti, al tavolo erano presenti anche gli autonomi della Failms-Cisal, così una rappresentanza della Fiom nazionale, secondo cui «si va al Mise per andare dal governo perché nel 2014 ha sottoscritto un Accordo di programma con l'obiettivo di non chiudere lo stabilimento: se il cavalier Arvedi dichiara di voler chiudere, non sta rispettando l'Accordo». Lunedì prossimo il Consiglio comunale si riunirà intanto in sessione straordinaria per discutere della Ferriera.

Diego D'Amelio

 

 

Sterilizzazione delle nutrie: partenza in salita a rio Ospo

MUGGIA. È ufficialmente partita la cattura delle nutrie del rio Ospo. Da alcuni giorni alcuni volontari dell'associazione Mujaveg stanno perlustrando il territorio rivierasco per ingabbiare gli animali destinati poi alla sterilizzazione e al successivo reinserimento in natura. Il Comune ha formalmente chiesto alla popolazione di non interferire con le attività che si svolgeranno nelle ore serali. Per ora la "caccia" non sta dando però grandi risultati come racconta il portavoce di Mujaveg Cristian Bacci: «Le nutrie, seppur attirate dalle nostre esche (perlopiù verdura cruda ndr) non entrano nelle gabbie-trappola. Sarà più dura del previsto, ma ce la faremo». Dotati di tesserino e abbigliamento visibile, formati ad hoc dell'Enpa ed autorizzati dalla Regione, i volontari sono entrati in azione con l'obiettivo di dare il via al progetto di riduzione del numero di esemplari presenti sul territorio comunale con metodi ecologici e non cruenti, seguendo le linee base del progetto per il contenimento della nutria approvato dall'Ispra su proposta proprio di Mujaveg e promosso da subito dalla giunta Marzi. Una soluzione alternativa all'abbattimento selettivo inizialmente proposto dalla Regione. Qualche mese fa, dopo aver setacciato le zone attigue al rio Ospo per rinvenire i grossi roditori (la nutria è la seconda specie più grande in Europa dietro al castoro), i volontari avevano ufficialmente censito 13 esemplari: dieci adulti e tre giovani. Un numero ben al di sotto della stima iniziale che si era attestata a quasi cinquanta animali. Il progetto prevede, dopo la cattura, il trasporto di una nutria alla settimana all'interno della struttura dell'Enpa triestina, in via De Marchesetti. Qui il medico veterinario, una volta valutate le condizioni dell'esemplare, praticherà la puntura con cui verranno sterilizzati sia i maschi che le femmine. Dopo circa 4-5 giorni di permanenza all'Enpa, gli animali verranno reimmessi nel rio Ospo con tanto di apposita marca auricolare. La marcatura sarà di due colori: verde per i maschi e rosa per le femmine. Un procedimento necessario sia per non ripetere la stessa operazione allo stesso esemplare, sia per monitorare il reinserimento dell'animale sterilizzato nel nucleo famigliare di origine. Un plauso al lavoro dei volontari è giunto dall'assessore all'Ambiente del Comune di Muggia Laura Litteri: «Muggia è l'unico Comune in Friuli Venezia Giulia che ha deciso di procedere con un progetto di sterilizzazione dei castorini, andando quindi controcorrente rispetto alle altre amministrazioni che hanno deciso di puntare a risolvere la questione tramite la soppressione degli animali. Siamo un esempio positivo da seguire».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 11 settembre 2019

 

 

SULL'AMBIENTE E SUL CLIMA STAVOLTA L'UE NON TRADISCE

La Commissione europea è nata e la presidente Ursula von der Leyen è stata di parola. La svolta verde da lei preannunciata nel suo discorso al Parlamento europeo non era solo un'espressione gettata al vento. L'olandese Franz Timmermans è stato infatti confermato vicepresidente esecutivo, ma questa volta con una delega molto importante e strategica, quella al Clima. Ursula dunque va avanti per la sua strada. A luglio, nel giorno del suo insediamento, aveva dichiarato che mantenere in salute il nostro Pianeta era la sfida più urgente dei prossimi anni, sostenendo che entro il 2050 l'Europa dovrà diventare il primo continente al mondo neutrale climaticamente parlando, grazie a una riduzione delle emissioni del 50-55% al 2030, e annunciando entro tre mesi dall'inizio del suo mandato un Green Deal europeo che dovrà essere accompagnato da un piano di investimenti proveniente dalla trasformazione della Bei in una banca per la lotta ai cambiamenti climatici, operazione che consentirà almeno mille miliardi di risorse finanziarie nei prossimi 10 anni. La delega assegnata a Timmermans conferma le volontà della von der Leyen, che ha scelto di affidare la sua rivoluzione verde a chi a sua volta già aveva manifestato pubblicamente la propria attenzione verso i temi ambientali.«È tempo di mettere in cima alle priorità il clima e l'ambiente», aveva dichiarato Timmermans nel maggio scorso a Bruxelles nel corso del dibattito dei cosiddetti Spitzenkandidaten, ovvero i candidati capilista alle elezioni dell'Europarlamento. In quella occasione, il leader del Pse propose tra le altre cose una tassa sul cherosene e una sulle emissioni di Co2 da applicare a tutta l'economia europea, dichiarandosi inoltre promotore di una coalizione progressista con la sinistra e i Verdi, così da garantire che la lotta al cambiamento climatico fosse in cima alle priorità degli impegni della Commissione. L'Europa dunque sulle tematiche ambientali non retrocede, come dimostra anche il fatto che la delega di Timmermans non ha cancellato la figura del commissario all'Ambiente e oceani, dove troviamo il ventottenne lituano Virginijus Sinkevicius, o quella dell'Energia affidata alla estone Kadri Simson, o ai Trasporti guidato dalla rumena Rovana Plumb. Tuttavia, se l'Europa va avanti spedita, in Italia il neonato governo "giallorosso" sembra non aver colto del tutto l'attenzione e la sfida che questo tema merita. Insieme alle intenzioni programmatiche occorreva dare corso a una connotazione ambientalista più marcata, con una maggiore centralità al ministero dell'Ambiente, dotandolo di portafoglio, con competenze chiare in materia di energia, di incentivi, di politica industriale e di accordi internazionali. Invece questa strada non è stata presa, col rischio serio che niente cambi rispetto agli ultimi 14 mesi. Occorrerà un ruolo maggiore della Presidenza del Consiglio in materia di strategia ambientale nazionale ed internazionale, per sfruttare al meglio l'indirizzo politico della neo Commissione europea. 

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 10 settembre 2019

 

 

Centro rifiuti di Vignano esiliato dalla burocrazia almeno fino a inizio 2020

MUGGIA. «La piazzola ecologica di Vignano rientra nell'area Sin e poiché non è pavimentata la Regione non ha rinnovato la concessione che 10 anni fa era stata data dalla Provincia». Il sindaco di Muggia Laura Marzi interviene per fare chiarezza sulle motivazioni per cui l'area in cui vengono convogliati i rifiuti dei muggesani è attualmente chiusa. Come noto nel 2003 una vasta area dei comuni di Trieste e Muggia venne dichiarata Sito inquinato d'interesse nazionale, ossia zona sospettata di essere fortemente inquinata destinata dunque a essere sottoposta a una lunga e complessa serie di procedure per verificare l'effettivo inquinamento delle varie "porzioni" e di eventuali opere di bonifica. Tecnicamente dunque, fino a quando tale procedura non è completata, all'interno del Sin non si può spostare alcun materiale e quindi non si può eseguire alcun tipo di lavoro: se la "porzione" risulta inquinata deve essere bonificata, nel caso invece non ci sia inquinamento l'area può essere "riconsegnata ai cosiddetti "usi legittimi". «Per quanto riguarda la piazzola ecologica in questi 10 anni il Comune non è stato fermo - spiega Marzi - ma ha intrapreso la complessa procedura prevista da un apposto Decreto ministeriale per poter svincolare l'area dal Sin. Abbiamo inviato la documentazione richiesta il 20 dicembre del 2017, ma da allora non è mai stata convocata la Conferenza dei servizi, di nomina ministeriale, che deve analizzare i risultati delle analisi e decidere se l'area è inquinata o no, e nella stessa situazione si trovano altre "porzioni" su cui sorgono attività che attendono una risposta da anni». A giugno di quest'anno, su richiesta del ministero, il Comune ha ripetuto alcuni test e i responsi analitici rientrano nei limiti previsti dalla norma, per cui l'iter dovrebbe finalmente essere concluso. In questi giorni il Comune si trova così costretto ad approntare la nuova location nella quale spostare per un certo periodo la piazzola ecologica, in due capannoni al chiuso di proprietà del Coselag, al quale verrà erogato il pagamento di un affitto per il loro utilizzo. «È per questo che non può essere altro che un luogo provvisorio, visto che l'area "vecchia" è di proprietà del Comune e non ha costi di locazione. Nei prossimi mesi - conclude Marzi - saranno pertanto fatti i lavori necessari nella stessa piazzola "vecchia" che potrà, alla fine, essere asfaltata ed essere riutilizzabile, presumibilmente nei primi mesi del prossimo anno, e comunque non appena arriverà il via libera del ministero che permetterà di restituire appunto una piazzola ecologica sicuramente migliorata ai cittadini».--Ri.To.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 9 settembre 2019

 

 

Copertoni, boe e metalli recuperati sui fondali davanti al porticciolo

Un container riempito di immondizie e vari bidoni stipati di rifiuti di ogni tipo. È il "bottino" della pulizia dei fondali effettuata sabato e domenica a Barcola, nella zona del porticciolo, dall' associazione "Amici del Bunker". Dodici gli operatori scesi in acqua, a coppie, sotto la supervisione di Franco Mancinelli, responsabile per le attività subacquee. Personale esperto e qualificato che si è immerso per recuperare centinaia di oggetti, poi conferiti a terra in appositi contenitori forniti dall' AcegasApsAmga.«Abbiamo trovato di tutto - racconta Alfonso Lattanzio, dell'associazione promotrice dell'iniziativa - anche un vecchio ferro da stiro, e poi gomme, corde, scale, bottiglie e tanta plastica. Speriamo che queste pulizie servano non solo a ripulire i nostri fondali, ma anche a sensibilizzare la gente e far capire a tutti che ora di finirla. Bisogna salvaguardare l'ambiente con attenzione». Due mattinate di lavoro intenso per tutti i volontari coinvolti, tra i quali anche i consiglieri comunali Michele Babuder e Massimo Codarin. L'intervento realizzato nel week end è l'ultimo di una lunga serie di immersioni che in estate hanno interessato vari tratti di costa, dalla Sacchetta fino a Sticco. 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 8 settembre 2019

 

 

LA SVOLTA SULLA FERRIERA E IL FUTURO DEI LAVORATORI

Era prevedibile che la svolta sulla Ferriera suscitasse reazioni molteplici e contrastanti, avendo portato un'improvvisa accelerazione in un quadro su cui si fanno chiacchiere, e quasi solo chiacchiere, da almeno vent'anni. Il sostanziale accordo tra la Regione, il Porto e l'imprenditore Arvedi per la dismissione della produzione a caldo e la trasformazione dell'area in terminal ferroviario (quasi certamente a guida cinese) al servizio del futuro Molo VIII, ha dato concretezza e prospettiva a un nodo altrimenti irrisolvibile: la bonifica ambientale di Servola è un'operazione gigantesca alla quale non basterebbero capitali italiani, né privati né a maggior ragione pubblici. Che questa soluzione - per ora solo disegnata e tutta da costruire - generi amarezza nell'imprenditore e preoccupazione tra i lavoratori (e lo stesso specularmente tra le rappresentanze industriali e sindacali), è non solo comprensibile, ma meritevole di ogni attenzione. Servola è il problema dei problemi esattamente per questo: qualunque soluzione venga adottata lascia per strada qualche scheletro (impiantistico), guadagna qualcosa e perde altro, genera ansie e apre un vuoto. Nel caso specifico, un deficit di produzione industriale ch'è un grave problema della città. Ma la soluzione buona per tutto e tutti non c'è. Entrambe le posizioni emerse in questi giorni richiedono ascolto e soluzione; quella dei lavoratori, con tutto il rispetto per l'azienda, persino di più. La lettera aperta di Giovanni Arvedi alla città è quella di un uomo che tiene alla sua parola e all'etica personale almeno quanto tiene all'impresa, e non a caso si sofferma a lungo sui valori cristiani. Figuriamoci se un imprenditore che salvò la Rizzoli dopo lo scandalo P2, e fu quasi l'unico a metterci soldi suoi, si spaventava a salvare Servola. È venuto, ha investito molti quattrini per risanare il risanabile, ha mantenuto quanto aveva promesso. L'ha fatto con la schiena diritta, da imprenditore e nella logica del profitto, e guai se non fosse così. Non è un pirata dell'Est, né un volpone venuto a prendersi i contributi dello Stato: e avevamo conosciuto entrambe le categorie. La città deve comunque essergli grata. Dopodiché, egli sa bene che la situazione creatasi gli consentirà di vendere un impianto comunque vetusto a condizioni di grande vantaggio. Sempreché si trovi un accordo sul prezzo, e con un contraente pubblico quale il Porto: e sarà questo il punto di caduta della vicenda, come ha fiutato dal principio il sindaco Dipiazza. I lavoratori, sia giovani che di lungo corso, vivono una fibrillazione comune a molte aziende e settori e connaturata alla nostra epoca, ma che l'eterno protrarsi ha reso insopportabile: come pianificare una famiglia, un figlio, una casa? Eppure, a ragionarci su, tre elementi possono alleggerire il pessimismo di queste ore. Il primo è che la situazione è all'attenzione pubblica quanto nessun'altra. Il loro caso è sotto i riflettori e le istituzioni non possono permettersi di abbandonarli (come inevitabilmente accade a tanti ignoti esuberi in tante ignote piccole imprese). Il secondo è che quest'operazione, se e quando si compirà, varrà cifre mai viste, soprattutto di provenienza cinese. È impensabile che tra esse non si trovi il necessario per riconvertire, riassumere o prepensionare le persone colpite dalla dismissione produttiva. La terza è che i tempi saranno molto lunghi. Trascorreranno forse dieci anni prima che le aree siano vendute, date in concessione, bonificate e ricostruite, attività nelle quali gli stessi lavoratori attuali potranno essere impiegati. Se poi v'era il timore sulla necessaria interlocuzione governativa, ecco che il nuovo ministro sul cui tavolo pioverà il caso è il triestino Patuanelli. Sembra che una mano invisibile ci stia mettendo tutti i tasselli.

 

I Cinque stelle: «Noi gli unici a volere chiusa l'area a caldo»

«L'unica forza politica che ha seriamente cercato di far chiudere l'area a caldo della Ferriera in Friuli Venezia Giulia è il Movimento 5 Stelle». Il gruppo pentastellato in Consiglio comunale attacca destra e sinistra sulla vicenda Ferriera. In un lungo comunicato, i consiglieri ne hanno per tutti, dal presidente Fedriga al sindaco Dipiazza, dal capogruppo Polacco all'ex sindaco Cosolini e l'ex presidente Serracchiani. Il M5S si intesta poi il ruolo di protagonista nella lotta alla Ferriera, elencando petizioni e segnalazioni al Ministero. Concludono: «Oggi siamo alle comiche finali. Arvedi compra una pagina del Piccolo per dire, nero su bianco, il processo industriale che si svolge nell'area a caldo ha "la prospettiva di essere fermato nel prossimo futuro". E chi dovrebbe fermarlo? Le istituzioni, ovviamente. Che hanno, viste le dichiarazioni scritte della proprietà, tutti gli elementi giuridici per farlo. E che tuttavia continuano a non farlo. Questo la dice lunga sul vero atteggiamento di Comune e Regione». E ancora: «Non sarà che le notizie di questi giorni sulla prossima (quanto prossima?) chiusura dell'area a caldo non sono altro che un elaborato e concordato balletto per allarmare i lavoratori e le loro famiglie e far aprire il borsellino pubblico, in modo che il cristianissimo cavalier Arvedi possa uscirsene da Trieste con in tasca qualche spicciolo, invece che una serie di condanne per violazione della normativa sull'inquinamento acustico?». 

 

 

Allarme Ue: «I terreni perderanno valore per il clima mutato»

L'anno prossimo in Italia l'erosione dei suoli potrebbe provocare una contrazione della produzione di oltre lo 0,5% con perdite milionarie difficili da quantificare. Temperature più calde (soprattutto minime più elevate durante la stagione invernale) e siccità possono aumentare le infestazioni da parassiti come la mosca dell'ulivo, portando a una riduzione della produzione di olive. In futuro, senza correttivi, per l'effetto dei cambiamenti climatici l'Italia potrebbe subire la più grande perdita aggregata di valore dei terreni agricoli d'Europa, da 58 a 120 miliardi entro il 2100, una riduzione del 34-60% rispetto al valore nelle attuali condizioni climatiche. L'impatto socio-economico dell'innalzamento delle temperature sull'agricoltura europea è descritto nel nuovo rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente (Eea). Lo studio delinea altri scenari tra cui il possibile calo dei redditi agricoli fino al 16% entro il 2050, l'aumento della domanda di acqua per l'irrigazione dal 4 al 18% e la svalutazione dei terreni coltivabili fino all'80% nell'Europa meridionale. Secondo il report, i cambiamenti climatici avranno l'impatto più severo nel Sud Europa, con il benessere degli agricoltori più a rischio in Austria, Francia, Romania, Grecia, Spagna e Portogallo. E poi c'è l'Italia dove il prezzo della terra ha superato i 20.000 euro per ettaro, anche se c'è una forte differenziazione territoriale con il Nordest dove si registrano valori sopra i 40.000 euro/ettaro e il Mezzogiorno dove si scende in media tra 8-13.000 euro/ettaro. Si raggiungono anche prezzi milionari nelle aree più vocate alla produzione del vino di qualità dal Brunello al Barolo. Per salvaguardare questo patrimonio servono interventi urgenti anche perché, come sottolinea Coldiretti, negli ultimi dieci anni in Italia gli effetti dei cambiamenti climatici hanno provocato oltre 14 miliardi tra perdite della produzione agricola e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne. Ettore Prandini, presidente dell'organizzazione agricola spiega: «L'Italia deve difendere il patrimonio agricolo e la disponibilità di terra fertile, perché con la chiusura di un'azienda agricola, assieme alla perdita di posti di lavoro e di reddito, viene a mancare il ruolo insostituibile di presidio del territorio». L'Agenzia Ue sottolinea il ruolo delle istituzioni: «L'adattamento ai cambiamenti climatici deve essere una priorità assoluta per il settore agricolo dell'Ue se si vuole migliorare la resilienza a eventi estremi come siccità, ondate di calore e inondazioni». Massimo Gargano, direttore dell'Anbi, invita il governo a prendere in considerazione il patrimonio di progetti dei consorzi di bonifica: 592 interventi irrigui, di cui 144 esecutivi o definitivi, capaci di attivare oltre 11.000 posti di lavoro; per la prevenzione del rischio idrogeologico sono approntati 3.708 piani, di cui 527 esecutivi o definitivi, in grado di garantire quasi 40.000 occupati. 

Maurizio Tropeano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 7 settembre 2019

 

 

«Uno stop non controllato rischia di fare gravi danni»

Prosegue serrato il confronto sulla Ferriera. Il presidente regionale Massimiliano Fedriga anche ieri è tornato a chiedere un intervento rapido del governo. Stessa richiesta arrivata dai vertici nazionali dell'Usb, che sollecitano un tavolo ministeriale sulla questione occupazione, mentre sul fronte dell'ambiente il professor Pierluigi Barbieri, nel tempo consulente sulla Ferriera di Comune e Regione, avverte: «Nell'eventuale fase di chiusura bisognerà tenere alta l'attenzione per evitare il ritorno delle emissioni inquinanti». Cominciamo con il presidente della Regione. Ha dichiarato ieri Fedriga commentando la lettera aperta che il presidente di Siderurgica Triestina Giovanni Arvedi ha pubblicato sul Piccolo: «Se si fa un serio processo di riconversione con gli investitori adeguati, ovviamente con un coinvolgimento dell'attuale proprietà e delle istituzioni coinvolte, dall'Autorità di sistema portuale al Comune di Trieste, penso che riusciremo a raggiungere l'obiettivo di chiudere l'area a caldo che è particolarmente impattante e gravosa sull'ambiente e sulla salute dei cittadini e a garantire il lavoro a tutte le persone coinvolte». La Regione, ribadisce il governatore, «sta lavorando. Abbiamo inviato una lettera ai Ministeri competenti, chiedendo che venga subito istituito un tavolo». Poi un affondo all'azienda: «Arvedi ha ammesso di fatto che l'impianto inquina e che è disponibile a chiuderlo. Dopo di che non entro in merito alle sue valutazioni personali e sulla strada da perseguire». Affermazioni che, da Cremona, si affrettano comprensibilmente a contestare. L'azienda non interviene sull'argomento con note ufficiali, ma precisa che in alcun modo le parole del cavalier Arvedi possono essere lette come un'ammissione d'inquinamento da parte di Siderurgica Triestina. Nel frattempo il responsabile nazionale di Usb Siderurgia Sergio Bellavita chiede un tavolo al Mise: «Le ultime dichiarazioni di Arvedi appaiono l'ennesimo tentativo di scaricare su altri le responsabilità di un'azienda che si sta sganciando dai propri impegni e che prova per l'ultima volta a produrre un'operazione di "cassa" sulla pelle dei lavoratori e della città di Trieste. Usb ritiene sia necessario che l'azienda venga a rispondere delle sue scelte industriali davanti alle istituzioni nazionali».Il professor Pierluigi Barbieri, del dipartimento di Scienze chimiche, è stato consulente del Comune e, attraverso UniTs, lo è della Regione in materia di Ferriera. Tutti gli riconoscono padronanza del tema sotto il profilo ambientale: «Nel tempo il Comune e la Procura hanno creato una rete di rilevazione dati che affianca quella iniziale, considerata anche dall'Aia. Il risultato è che ora disponiamo di molti dati aggiuntivi che, venendo da macchine non previste dall'Aia, non possono essere utilizzati. Quel che stiamo facendo con la Regione è semplificarli e integrarli in maniera da avere un quadro che consenta poi di decidere». L'informazione scientifica, secondo Barbieri, dovrebbe essere il punto da cui la politica parte: «È importante per questo che l'attenzione rimanga alta e che ci sia tempestività nel comunicare i risultati delle analisi, tale da permettere alle istituzioni di rispondere per tempo». L'eventuale periodo della chiusura dovrà essere un momento di alta vigilanza: «Nel tempo le pressioni sull'azienda hanno ridotto in modo significativo le emissioni di benzene. In una fase di chiusura, però, sarà fondamentale impedire che l'allerta venga meno. Basta un attimo a far risalire i valori».

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 6 settembre 2019

 

 

Ferriera a rischio stop La Regione chiama Roma Dipiazza attacca Arvedi

Le reazioni delle istituzioni all'indomani dell'addio alla città annunciato da Arvedi Fedriga: «Tocca al governo tutelare il lavoro». Il sindaco: «Azienda inadempiente»

Il futuro della Ferriera di Servola approda subito sul tavolo del nuovo governo. All'indomani dell'annuncio "choc" del cavalier Giovanni Arvedi, pronto a dare l'addio alla città e ad accelerare la chiusura dell'area a caldo, è la Regione a chiamare in causa l'esecutivo (dove, peraltro, fino a poche settimane fa, sedevano ministri leghisti), inviando una lettera a Roma per sollecitare al più presto la convocazione di un tavolo ad hoc. Tavolo, si legge nella nota firmata Massimiliano Fedriga, necessario per «garantire il futuro dei lavoratori impiegati nell'area a caldo», messo a rischio dalla mossa a sorpresa del numero uno di Siderurgica Triestina. Con la proprietà, però, la giunta regionale sceglie di non entrare in polemica. Non ora, almeno. «Fermo restando il fatto - sottolinea il presidente Fvg - che l'azienda deve continuare a garantire la piena sicurezza degli impianti fino alla loro chiusura, apprezziamo gli sforzi compiuti da Siderurgica, che hanno portato all'adempimento di quasi tutte le prescrizioni previste negli accordi. Allo stesso tempo - prosegue il governatore - prendiamo atto delle sue difficoltà a far fronte a nuovi investimenti sull'area che risulterebbero antieconomici». Ecco allora la scelta di "passare la palla" al Conte bis e, in particolare, al neoministro triestino per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli. «Per questo - conclude Fedriga - è fondamentale che il governo si attivi, coinvolgendo le istituzioni locali, per garantire il mantenimento dei livelli occupazionali a seguito della chiusura dell'area a caldo». «Servono garanzie anche per la salute - aggiunge l'assessore al Territorio Graziano Pizzimenti, contattato telefonicamente -. Serve un tavolo di concertazione perché la situazione è così complessa che un singolo ente non può ottenere risultati positivi, senza l'aiuto degli altri». «Sulla vicenda non ho mai avuto fretta - dichiara il responsabile Ambiente Fabio Scoccimarro -, per i motivi noti. In gioco non ci sono solo ambiente e salute, ma anche occupazione, che non si può garantire in un giorno. La proprietà adesso ha dato un'accelerazione. Bene. Lavoreremo assieme affinché siano tutti soddisfatti». Più dure le parole del sindaco. «Abbiamo sempre affermato che l'area a caldo non è compatibile con la mutata sensibilità ambientale e non rappresenta lo sviluppo della città - dice Roberto Dipiazza -. Sin dall'inizio abbiamo attuato azioni volte alla tutela della salute e al controllo del rispetto degli accordi di programma e dell'Aia». Il primo cittadino ricorda poi che lo stabilimento è stato "resuscitato" da «scelte politiche fatte da altre amministrazioni» e accusa l'azienda di «ritardi nell'adempimento dei doveri e riluttanza nel rispettare misure importanti sotto il profilo ambientale». Un'accusa, quest'ultima, da sempre contestata dall'azienda, tornata anche ieri a precisare la propria posizione. «Il paventato "addio" a Trieste - si legge in una nota -, non è una scelta di Arvedi, ma la conseguenza di scelte operate da altri, delle quali, appunto, - a malincuore e con amarezza e dispiacere- si prende atto. La riprova si ha nel fatto che il gruppo ha investito in quattro anni milioni di euro sugli impianti per giungere alla compatibilità ambientale, scelta che ovviamente non avrebbe compiuto se avesse pensato alla chiusura. Il cavalier Arvedi pertanto chiede che si tenga conto della situazione reale, facendo un appello a coloro che propongono, sostengono e gestiranno questa fase a tenere in prioritaria considerazione il posto di lavoro degli addetti di Servola, che in quattro anni sono passati da 400 a quasi 600 unità». Sul caso intervengono anche altri esponenti della maggioranza di centrodestra. L'assessore comunale forzista Lorenzo Giorgi definisce quelle di Arvedi «lacrime da coccodrillo», mentre per il capogruppo di Fi in Municipio, Alberto Polacco, «l'ostilità percepita dalla proprietà non è altro che la fermezza con la quale l'amministrazione comunale prima e quella regionale a guida centrodestra poi stanno affrontando il tema». Più moderata invece la deputata forzista, Sandra Savino: «Non è tempo di polemiche: ognuno si assuma le proprie responsabilità per gestire la crisi».

Lilli Goriup

 

Serracchiani incolpa il centrodestra - La Curia teme ora per i posti di lavoro

Non solo gli attuali amministratori. Lo "sfogo" pubblico di Giovanni Arvedi, con la notizia di una possibile e ravvicinata chiusura dell'area a caldo della Ferriera, hanno innescato numerose reazioni. «Atto premeditato o gesto imprudente che sia - ha affermato la deputata Pd nonché ex governatrice Debora Serracchiani -, l'accelerazione impressa dalla Regione ha evidentemente ottenuto il risultato di accendere la miccia della crisi industriale e occupazionale più grave di Trieste, da decenni. Fatto il danno, ora Fedriga chiede l'intervento del governo per scaricare su Roma la responsabilità di mantenere i livelli occupazionali. Non si è pensato a cosa significhi la chiusura non guidata e traumatica di un pezzo di industria, in assenza di alternative concrete già sul tavolo».«Non sono un fan dell'area a caldo a tutti i costi - ha commentato l'ex sindaco dem Roberto Cosolini -. Ai miei tempi ho cercato una soluzione praticabile che tutelasse il lavoro e migliorasse l'impatto, a costo di una perdita di consenso. I risultati ci sono stati e Arvedi ha ottemperato agli impegni». Per il consigliere regionale Cosolini alcuni nodi rimangono aperti: «Restano le attività a freddo del gruppo Arvedi? C'è un'idea di riconversione dell'area e dell'occupazione che non si riduca all'aspettativa che D'Agostino tolga tutte le castagne dal fuoco? La Regione e il Comune sono consapevoli della responsabilità che devono assumersi verso i lavoratori? C'è l'Assessore all'Industria?».La decisione è un bene invece per i Cinque Stelle: «La chiusura dell'area a caldo in tempi brevi è una notizia che non può che farci piacere - ha detto il consigliere regionale pentastellato Andrea Ussai -. Si tratta di un obiettivo che perseguiamo da tempo e che finalmente trova la condivisione della proprietà. Nel frattempo si sarebbero dovute programmare una chiusura e riconversione dello stabilimento che tutelassero anche i livelli occupazionali».Il presidente di Open Fvg Giulio Lauri ha espresso grande preoccupazione «per il futuro dei lavoratori impiegati nello stabilimento e nell'indotto, nonché per le loro famiglie» e si è appellato «al nuovo governo e al ministro Patuanelli» affinché garantiscano tutele ambientali e occupazionali. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil del Fvg - rispettivamente Villiam Pezzetta, Alberto Monticco e Giacinto Menis - hanno chiesto l'apertura immediata di un tavolo sul futuro del sito, manifestando preoccupazione e rimarcando che «si è interrotto il percorso tracciato quattro anni fa con l'Accordo di programma, per consentire da un lato la progressiva riduzione dell'impatto ambientale della Ferriera, dall'altro la continuità produttiva e occupazionale del sito. Due obiettivi che fin qui sono stati contemperati».Il presidente di Confindustria Venezia Giulia, Sergio Razeto, ha ringraziato «un imprenditore della levatura del cavalier Arvedi» e si è accodato ai timori «per il futuro di un complesso industriale sul quale non riusciamo a intravedere reali e concreti progetti di riconversione, nonché per la dismissione di uno stabilimento che contribuiva all'incidenza del settore manifatturiero sul territorio».A livello cittadino, il gruppo Pd di Trieste ha chiesto «di audire i sindacati in merito alla crisi che appare sempre più certa». Lo ha reso pubblico una nota firmata dalla capogruppo dem in Consiglio comunale Fabiana Martini, assieme ai colleghi Antonella Grim e Giovanni Barbo. Attraverso l'ufficio stampa della Curia il vescovo Giampaolo Crepaldi ha ribadito la posizione già esplicitata negli scorsi giorni («Bisogna dare atto alla proprietà di aver operato in questi anni con l'intento di rinsaldare i livelli occupazionali e, al contempo, di essere state attente alle implicazioni ambientali»), aggiungendo che alla luce dei più recenti sviluppi si sente da un lato dispiaciuto per l'esito dello sforzo imprenditoriale e dall'altro preoccupato per il tema dell'occupazione.

 

La disillusione degli operai «Abbiamo la città contro Lottare? Non vale la pena»

Rassegnazione mista a rabbia nelle parole delle maestranze all'uscita dai cancelli. «Siamo in balia degli eventi». Ma c'è chi prevede tempi lunghi per la reale chiusura dello stabilimento

Rassegnazione e disillusione. E poca voglia di parlare. Sono questi i sentimenti principali che emergono dai lavoratori della Ferriera sull'annunciato disimpegno del Cavalier Arvedi dall'impianto di Servola. Al cambio turno delle 14 l'andirivieni è quello di sempre, anche se il nervosismo è latente e lo si respira. «Non so cosa dire - accenna Sergio -. La paura di perdere il lavoro c'è, ma finché non vedo questa porta chiusa (dice rivolgendosi al portone d'entrata dello stabilimento) preferisco non fare commenti. Io lavoro qui da 20 anni e ne ho sentite di tutti i colori perciò non so proprio più cosa pensare». Gli operai escono a gruppetti, molti di loro cambiano espressione quando vengono avvicinati e preferiscono non commentare. Sono soprattutto gli operai dell'area a caldo, la parte che per prima dovrebbe essere spenta, a rinchiudersi nel silenzio. «Non sappiamo praticamente niente - ci spiega uno di loro mentre si allontana verso la propria macchina - e le notizie le scopriamo dalla stampa». La poca voglia di parlare è la spia di un fatalismo portato allo stremo. «Se ne sentono tante di voci qua dentro - ci dice un altro operaio allontanandosi infastidito -, e sinceramente non me ne frega più molto. A me interessa solo la paga alla fine del mese, per il resto possono anche spegnere tutto». Francesco lavora nel laminatoio. «Percepisco tanta rassegnazione, però credo sia comprensibile dal momento che la notizia è ancora fresca e deve ancora essere assimilata. Credo però - prosegue - che forse questa potrebbe essere la volta buona perché la gente che lavora qui possa alzare la testa e dire la sua». Barricate in piazza Unità? «Forse non è ancora giunto il momento, oppure molti si stanno rassegnando all'opinione comune per la quale la Ferriera rappresenta un peso per la città. Fra qualche giorno ne sapremo di più». Uno sguardo in avanti lo dà anche Diego: «Io non sono preoccupato perché non lavoro nell'area a caldo, ma quando la gente toccherà con mano la possibilità di perdere il lavoro allora ne potremo sentire delle belle, perché qui siamo stufi di passare per il capro espiatorio di tutti i mali della città». I sentimenti di disillusione tornano a farsi sentire nella vicina trattoria dove molti vanno a mangiare a fine del turno. «Abbiamo contro tutti, l'opinione pubblica e i politici - spiega Maurizio, sigaretta alla bocca e birra in mano -, ma credo non ci sia più molto da fare per il nostro futuro». E sull'ipotesi di perdere il lavoro ribadisce tutta la sua sfiducia: «Noi operai cosa ci possiamo fare, se il "vecio" decide di chiudere? Niente, tanto più dal momento che anche i sindacati sono disuniti sul tema. In poche parole siamo totalmente in balia degli eventi». La consapevolezza di essere contro tutto e tutti emerge anche dalle parole di Stefano: «Non so quanto dobbiamo preoccuparci della chiusura dell'impianto - prosegue - dal momento che da Arvedi dovrà comunque arrivare un compratore che gli garantisca una cifra congrua per la vendita dell'impianto. Non penso - conclude Stefano - che sia un'operazione dall'oggi al domani». Chi non ha peli sulla lingua è la titolare della trattoria. «Qualcuno su questa vicenda dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza, soprattutto chi ha comprato le case del rione a poco e ora si batte perché la Ferriera chiuda e possa così rivenderle a un prezzo molto superiore. Il tutto sulla pelle di questa povera gente». 

Lorenzo Degrassi

 

 

L'Authority triestina apre le sue porte ai "pirati" ecologisti di Sea Shepherd

I vertici italiani della discussa organizzazione sbarcano alla Torre del Lloyd. «Senza tutela dei mari non c'è futuro»

TRIESTE. Oggi più che mai il mare è il sensore dello stato di salute del mondo e degli umani che ci vivono. Ieri alla torre del Lloyd l'Autorità di sistema portuale dell'Adriatico orientale ha ospitato una conferenza di Sea Shepherd, organizzazione la cui flotta nera solca i sette mari per proteggere balene, delfini, squali e altre specie a rischio. I relatori sono stati, dopo l'introduzione del presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino, il presidente di Sea Shepherd Italia Andrea Morello e il volontario Tommaso de Lorenzi. Moderava il giornalista Giovanni Marzini.Morello racconta com'è nata Sea Shepherd Italia: «Nel 2010 per la prima volta una nave dell'organizzazione entra nel Mediterraneo. È la Steve Irwin, proviene dalle acque dell'Antartico. Al timone c'è il capitano Paul Watson, fondatore di Sea Shepherd nel 1977 e prima ancora di Greenpeace, nel 1971». La Steve Irwin passa il canale di Suez per proteggere il tonno rosso, che quell'anno è entrato nella lista delle specie in estinzione e subisce una pesca senza quartiere in molte parti del Mediterraneo. «A quei tempi c'erano 15 volontari in Italia - ricorda Morello - e l'organizzazione ci chiese di dare supporto alla nave, cosa che facemmo». Da quell'esperienza nasce Sea Shepherd Italia: «Assieme al capitano Watson valutammo che c'era molto lavoro da fare in queste acque. Piuttosto che mandare i volontari in giro per il mondo, era meglio costituire una onlus qui che facesse da base per le attività mediterranee». Oggi Sea Shepherd Italia conta più di 900 volontari iscritti: «Lavoriamo nelle scuole in sei o sette regioni, ci occupiamo di pulizia di spiagge e fondali in dieci regioni».Dal 2014 le navi della Neptune's Navy, così si chiama la flotta dell'organizzazione, iniziano ad approdare con regolarità nel nostro Paese. Il primo obiettivo è tutelare l'area marina protetta del Plemmirio, subito a sud di Siracusa. «Quando ormeggiammo nella città siciliana - ricorda il presidente -, nonostante la nave nera e il simbolo del Jolly Roger, venimmo accolti molto bene dal comandante della Guardia Costiera e dal leggendario apneista Enzo Maiorca». Sea Shepherd inizia così una collaborazione con la Guardia costiera, la Guardia di Finanza e la Polizia ambientale per combattere la pesca illegale. I risultati sono palpabili: «È aumentata la qualità di pesce e la biodiversità, ma anche gli animali sono più socievoli». Dal 2016 a oggi le navi di Sea Shepherd hanno frequentato con regolarità le acque italiane, collaborando con le autorità nella lotta contro il bracconaggio d'altura: «Quest'anno siamo andati a cercare le cosiddette spadare, reti vietate ormai da vent'anni ma ancora in uso. Ne abbiamo eliminate tre. In quella più lunga, da sei chilometri, abbiamo trovato pesci spada, tonni, squali: tutti morti. L'ultimo, però, era un'enorme verdesca da tre metri: era ancora viva e, con un piccolo aiuto, è sfrecciata nel blu delle acque fra Alicudi e Filicudi». A dispetto dell'etichetta di «ecopirati» che il governo giapponese gli affibbia a causa della loro ferma opposizione alla caccia alla balena, Sea Shepherd si vede più come un fattore d'equilibrio: «Ad esempio ora lavoriamo in diversi Paesi africani, aiutando le marine del posto a combattere la pesca illegale. Spesso condotta da equipaggi di schiavi, porta via l'unica risorsa a popolazioni che vivono del mare, e a cui poi non resta altro da fare che cercare un'altra vita a nord del Mediterraneo». Nel mondo contemporaneo, infatti, tutto si tiene: «Noi lavoriamo per gli animali e per le generazioni future, nell'idea che l'umanità debba andare verso un'interconnessione sempre maggiore con le altre specie. Verso un pianeta meno antropocentrico. In questo senso, se qualcuno ci dà dei pirati, vale la risposta che diede il capitano Watson: "Noi siamo i pirati della compassione che combattono contro i pirati del profitto».

Giovanni Tomasin

 

Sott'acqua a Barcola per scovare la plastica - Pulizia del porticciolo domani e domenica

Domani e domenica si rinnova l'appuntamento con la "Pulizia del porto", a Barcola. Anche quest'anno gli Amici del Bunker, in accordo con le società del consorzio di Barcola, organizzano un intervento di rimozione dei rifiuti sotto la superficie del mare, nel porticciolo. Saranno dodici gli operatori che scenderanno in acqua, sotto la supervisione di Franco Mancinelli, responsabile per le attività subacquee. Il personale impegnato nell'iniziativa è qualificato e molti hanno già preso parte alla prima edizione dell'evento, promosso con successo due anni fa.Divisi in sei squadre, ognuna con un supporto a terra, si occuperanno di eliminare scarti o altri materiali gettati in mare, di riportarli a riva e conferirli negli appositi contenitori per la raccolta differenziata. Il programma del dettaglio prevede domani, alle 8, il raduno degli operatori al bunker a mare, alle 9 operazioni al via, pausa alle 12 e ripresa dei lavori alle 14 con chiusura previsto alle 17. Domenica interventi solo al mattino, dalle 9 alle 12 e pranzo finale per tutte le persone coinvolte."Pulizia del porto" è l'ultima in ordine di tempo di una serie di progetti che anche nei mesi scorsi, a opera di vari sodalizi, hanno portato a operazioni di salvaguardia e tutela dei fondali del golfo, svolte in Sacchetta, davanti a piazza Unità d'Italia, nel porticciolo di Grignano e qualche giorno fa anche davanti allo stabilimento Sticco. In ogni occasione sono state recuperate tonnellate di immondizie, di diversi materiali, plastica soprattutto, ma anche vetro, legno e ferro, e nel complesso oggetti di tutti i tipi, gettati in acqua o portati dal vento.

Micol Brusaferro

 

 

Servizio civile, si parte - A Trieste 188 posti per volontari under 29

Pubblicato il bando regionale. I partecipanti dedicheranno un anno di vita a progetti su infanzia, cultura e ambiente

Al via il bando per il servizio civile nazionale, pubblicato il 3 settembre, con scadenza il 10 ottobre. Previsti complessivamente 604 posti in Friuli Venezia Giulia, 188 a Trieste, 231 a Udine, 108 a Pordenone. Per tanti ragazzi, dai 18 anni compiuti ai 29 non compiuti, si apre un ampio ventaglio di possibilità, per un anno di lavoro, che prevede 25 ore settimanali e un riconoscimento economico di 433 euro al mese. «Penso sia un'occasione unica per molti giovani - spiega Alberto Meli, coordinatore di Infoserviziocivile Fvg -. Un'esperienza lunga e all'insegna dell'impegno rivolto alla comunità, in un momento in cui spesso c'è un distacco dei ragazzi nei confronti di istituzioni e del bene pubblico. Possono dare il loro contributo in modo importante e in ambiti diversi, scegliendo in base a desideri e competenze, dalla cultura all'infanzia, passando per la promozione sportiva e altri settori. Ed è forte anche la componente formativa, durante tutto il periodo». Da quest'anno i progetti non durano tutti un anno, è possibile scegliere anche quelli da dieci o undici mesi. Un'altra novità è rappresentata dall'obbligo di iscriversi attraverso lo spid, Sistema Pubblico di Identità Digitale. Tutte le procedure comunque si effettuano online, seguendo le indicazioni su servizicivile.gov.it. «Chi partecipa lo fa spesso per affrontare la prima esperienza lavorativa della vita - prosegue Meli - alcuni lo fanno per il lato economico, altri ancora per la vocazione sociale delle iniziative. Nella maggior parte dei casi vedo giovani con il desiderio di mettersi in gioco, di dare una mano. Ricordiamo che gli enti li scelgono in base alla motivazione espressa, non sono richiesti pre requisiti specifici, a parte l'età, devono quindi dimostrare di essere realmente interessati».Ogni anno si registra, a livello nazionale, una media di 100 mila domande all'anno, questa volta a fronte di 39 mila posti. Al momento non sono disponibili i numeri sulle richieste ricevute da ogni singola regione. «Ma un altro dato che mostra la valenza del servizio civile - aggiunge Meli - è che dopo un anno dalla conclusione del progetto, oltre il 60% dei ragazzi coinvolti trova un lavoro a tempo indeterminato. Questo accade perché durante i mesi acquisiscono responsabilità, imparano il lavoro in gruppo o il rispetto delle regole. Certo spesso lavorare a contatto con il disagio non è facile, in determinate situazioni, ma gli enti seguono tutti con grande attenzione e forniscono un supporto costante». Sempre sul sito ufficiale del servizio civile sono pubblicate nel dettaglio tutte le informazioni sulle modalità e le tempistiche per presentare la domanda. Indicazioni utili sono presenti anche su Facebook, mentre sono a disposizione, in tante città, anche gli sportelli, dove i ragazzi possono ricevere assistenza sulla compilazione dei moduli e anche sulla registrazione dello spid. 

Micol Brusaferro

 

«Che gioia poter aiutare i bambini con difficoltà a divertirsi come gli altri»

Nadia Rondino, triestina, 26, è impegnata nel servizio civile da febbraio alle ACLI, nel doposcuola, con bambini e ragazzi. «Ho iniziato grazie al passaparola, parlando con mia sorella - racconta -. Dopo gli studi avevo scelto un periodo di volontariato in Spagna, nel campo delle disabilità, e al mio rientro ho fatto domanda per il servizio civile qui a Trieste. D'inverno seguo i bambini con i compiti e le attività dopo la scuola, d'estate il lavoro è simile, con l'aggiunta di momenti più ludici, ricreativi E uscite pomeridiane all'aria aperta. Mi piace molto, è divertente e garantisce una crescita umana e professionale». E in autonomia Nadia, con altri ragazzi, ha avviato anche iniziative nuove. «Abbiamo deciso di introdurre un progetto rivolto ai bambini della scuola primaria, per cercare di sensibilizzarli sull'importanza della raccolta differenziata, sempre attraverso giochi o laboratori, perché partendo dai più piccoli sappiamo come si possano raggiungere anche tante famiglie, con un messaggio utile». Sono tante le gratificazioni raccolte finora dalla giovane educatrice. «C'è la consapevolezza di aiutare bambini che spesso hanno difficoltà nell'apprendimento o che semplicemente hanno bisogno di un sostegno. Ma la soddisfazione c'è soprattutto quando ti cercano, chiedono di te, quando non vedono l'ora di vederti. Qualche giorno fa un bimbo, al rientro da una giornata al mare, ci ha detto quanto si fosse divertito, quanto fosse contento. Per me è una gioia, significa che stiamo facendo qualcosa di buono».

M.B.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 5 settembre 2019

 

 

«Stanco di attacchi continui e clima ostile» Il cavalier Arvedi dà il suo addio alla città

Il presidente di Siderurgica Triestina annuncia la volontà di sospendere al più presto la produzione e cede il passo al nipote

«La produzione dell'area a caldo, per quanto ci riguarda, dovrà fermarsi nel più breve tempo possibile». Il cavalier Giovanni Arvedi dà il suo addio a Trieste. Dopo l'avvio del confronto con la Regione e l'Autorità portuale sul superamento della produzione di ghisa da parte della Ferriera di Servola, il presidente di Siderurgica Triestina si accomiata amaramente dalla città, con una lettera pubblicata a pagamento sul Piccolo, in cui l'imprenditore rivendica quanto fatto in questi quattro anni di continue polemiche attorno allo stabilimento. «Rispondo una volta per tutte - comincia Arvedi - alle annose, scoraggianti, tendenziose, distorte informazioni che sono state diffuse e prendo atto delle decisioni assunte a carico della Ferriera e del nostro onesto lavoro a seguito delle volontà espresse dalle Istituzioni». Il cavaliere addossa insomma alla Regione la responsabilità di quanto potrebbe accadere e annuncia l'auspicio di un'uscita di scena veloce, perché «è doveroso e responsabile considerare i rischi sulla sicurezza dei lavoratori e l'impatto ambientale connessi alla gestione di un processo che ha la prospettiva di essere fermato nel prossimo futuro». Un'affermazione che corrisponde alla necessità di un'impresa attiva sul mercato di non continuare a investire su un sito di cui si è deciso lo smantellamento. L'imprenditore prende atto «delle decisioni delle Istituzioni regionali e locali», confidando in «proposte di soluzione corrette, che tengano conto della situazione reale». Pur disponibile alla trattativa dopo anni di tensioni con il centrodestra locale, l'azienda ritiene che l'accelerazione della Regione sia prematura rispetto all'effettiva possibilità di una riconversione logistica, che per decollare ha bisogno di certezze sul piano delle bonifiche e di un investitore che giustifichi il ruolo di coordinamento dell'Autorità portuale. Arvedi si definisce «imprenditore cristiano» e ricorda di essere approdato a Trieste su richiesta del governo, assumendosi «l'impegno e il dovere di "ridare vita" alla Ferriera». Il cavaliere rivendica il rispetto dell'Accordo di programma relativo alla riduzione dell'impatto ambientale, «come recentemente riconosciuto con atto formale dalla Regione». Lo scrivente dice di aver accettato «la sfida, consapevole dell'impegno imprescindibile relativo al rispetto delle persone e della natura». D'altronde, sottolinea, citando l'enciclica di Papa Francesco «per un cristiano, inquinare "è un crimine verso la Natura e un peccato verso Dio"». Non sarà tuttavia Arvedi a seguire le tappe che potranno portare nei prossimi anni alla chiusura della Ferriera. «Ringrazio tutti coloro che hanno creduto nel nostro impegno ed auguro a Servola e a Trieste ogni bene. Sono certo che mio nipote Mario (Caldonazzo, vicepresidente di Finarvedi già presente a tutti gli ultimi incontri sul futuro dello stabilimento, ndr) chiuderà questa triste vicenda nel segno dell'onestà, correttezza e professionalità». L'imprenditore ricorda il modo in cui è stato trattato in questi anni: «La vicenda Servola è stata per me un'esperienza amara, unica e molto sofferta, mai vissuta prima. Siamo orgogliosi di poter restituire al nostro Paese e alla città un sito Sin, totalmente inquinato, ora totalmente risanato e di avere gestito, con i nostri bravi tecnici e operai, il processo di adeguamento tecnico e strutturale, che in virtù dei nostri significativi investimenti, consente di produrre rispettando tutti i valori e parametri fissati dall'Aia». Ormai è chiaro, si volta pagina. Ma per farlo servono soggetti pronti a investire e prospettive di ricollocamento per 400 lavoratori. Con Arvedi ormai intenzionato a lasciare, la Ferriera rischia altrimenti di diventare una pagina nera nella storia economica e sociale di Trieste.

Diego D'Amelio

 

E il fronte sindacale si spacca La triplice "sfida" gli autonomi

Sotto accusa la mancata partecipazione degli esponenti della Failms Cisal alle assemblee sulle trattative per l'area a caldo

Trieste. La spaccatura interna ai sindacati della Ferriera di Servola esce definitivamente allo scoperto. Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm hanno più volte evidenziato l'assenza degli autonomi della Failms Cisal dalle assemblee dei lavoratori convocate dalla triplice davanti alle voci sulle trattative riguardanti l'area a caldo e ora denunciano la divisione delle sigle sindacali. Il fatto è di particolare rilevanza, perché la Rsu dello stabilimento vede gli autonomi occupare metà dei sei posti a disposizione e detenere dunque la maggioranza nell'organismo che rappresenta i lavoratori della fabbrica. Cgil, Cisl e Uil esternano la propria preoccupazione per le frizioni interne alle categorie, con un comunicato affisso ieri nelle bacheche dello stabilimento. «Siamo stupiti, basiti, increduli che il sindacato rappresentante la maggioranza della fabbrica in tutto questo lasso di tempo non abbia aperto bocca su nessun tema, non abbia partecipato a informare le maestranze con la scusa di non essere in possesso di dati certi e non allarmanti. Ora che grazie a Fim, Fiom e Uilm si ottengono risposte e dichiarazioni importanti anche la Failms vuole salire sul carro di quelli che fino a oggi hanno lavorato. Questo non è fare sindacato e, causa l'incompetenza nella gestione del problema, tutti ci troviamo ad affrontare un periodo difficilissimo. Chiediamo alla Failms che annunci le proprie intenzioni e considerazioni pubblicamente a tutte le maestranze. Il futuro di 600 persone è troppo importante»«Le Rsu di Fim, Fiom e Uilm - recita ancora il volantino - da più di un anno annunciano che il tempo sta scadendo. È sempre più necessario reperire rassicurazioni afferenti la forza lavoro dello stabilimento. In tutti i tavoli abbiamo messo come priorità la difesa dei posti di lavoro e del sostegno al reddito. Abbiamo esposto comunicati, avvisi, proclami, abbiamo richiesto incontri e avanzato richieste per tavoli a livello ministeriale. Ora siamo molto vicino al baratro nonostante tutti gli sforzi messi in campo, ma va ricordato che dopo il rinnovo delle Rsu siamo parte minoritaria nella rappresentanza sindacale». La Failms replica per bocca di Christian Prella, membro della Rsu e segretario provinciale degli autonomi: «La nostra segreteria nazionale monitora da tempo la situazione e i progetti allo studio sia da parte della Regione, attore principale, sia del governo. Come obiettivo principale abbiamo quello di salvaguardare occupazione e salari nel rispetto della salute di lavoratori e cittadinanza. Tempi e modi di intervento della nostra organizzazione sono quelli decisi attraverso fatti seri e concreti, non per fini propagandistici. Cominceremo la nostra azione solo quando ci saranno novità sostanziali». La Failms conferma la propria presenza a Cremona per partecipare la settimana prossima all'incontro con la società. 

 

 

Patto bipartisan in Consiglio per la Costiera "turistica"

Sintonia in commissione tra le forze politiche: sarà discussa in aula entro il mese Una relazione fatta preparare da Polidori accompagnerà una mozione del Pd

La "strada turistica costiera" torna sulla cresta dell'onda. Arriverà entro il mese in Consiglio comunale in un'inedita veste bipartisan: lo farà attraverso una mozione della consigliera Pd Valentina Repini presentata con l'appoggio del vicesindaco leghista Paolo Polidori, che vi affiancherà un'apposita relazione preparata dagli uffici. È il primo passo verso la realizzazione dell'opera che rivoluzionerebbe la via d'accesso alla città, e «che ha già ottenuto il favore della Regione e del Comune di Duino-Aurisina», assicura Polidori. La svolta è arrivata nella commissione competente nei giorni scorsi. Vi si discuteva appunto una mozione di Repini (firmata dal gruppo del Pd e da Sabrina Morena di Open Fvg) sul rilancio della Costiera, dopo che nel 2018 il richiamo di Procura e Prefettura ha portato al rispetto delle normative sui parcheggi, portando a una pioggia di multe. Spiega Repini: «È ormai la seconda estate che dobbiamo affrontare il tema della sicurezza in Costiera. Ci ha lavorato molto la prima circoscrizione, c'è stata anche una petizione con 400 firme. Il problema non riguarda solo i bagnanti, ma anche gli agricoltori che hanno terreni in quella zona». La mozione invitava a riflettere sulle possibili vie d'uscita: «C'è l'ipotesi della strada turistica costiera, la possibilità di rimettere in sesto i vecchi sentieri dal Carso al Mare, così come i servizi navetta. Su questi tre punti c'è stata una condivisione da parte di tutti i commissari». Tanto che il vicesindaco Polidori ha deciso di cogliere la palla al balzo per rilanciare l'idea di cui si è fatto promotore fin da quando le prime multe son fioccate dal bivio in poi: «Ho rilevato che sull'ipotesi di strada turistica costiera c'era l'unanimità delle forze politiche, almeno in commissione. Mi sembra un ottimo segnale in un momento di divisioni a livello nazionale come quello odierno, e mi è sembrato giusto cogliere l'occasione. Ho proposto quindi che la mozione venga discussa in aula assieme a una relazione che farò preparare agli uffici sulla fattibilità dell'opera». Una sorta di progetto a grandi linee, insomma, su cui l'aula dovrà dire la propria. Prosegue ancora Polidori: «C'è l'interesse sia della Regione che del Comune di Duino Aurisina, competente sulla strada dalla galleria naturale in poi». Commenta l'assessore alle Infrastrutture Graziano Pizzimenti: «L'idea è giusta, ed è corretto perseguirla anche perché viene dal territorio e condivisa un po' da tutti. I sono molto attento alle idee condivise che vengono dalle diverse parti della nostra regione. Al di là di tutto ora bisognerà farsi un due conti e vedere il progetto, ma in linea di massima io sono favorevole all'idea». La palla ora passa agli uffici incaricati di elaborare lo studio di fattibilità. Secondo il vicesindaco si tratta di un progetto che potrebbe esser portato a compimento «senza grandissime spese», anche perché consisterebbe in buona parte in interventi sulla segnaletica orizzontale. La posizione condivisa delle forze politiche nasce, com'è ovvio, da posizioni opposte. Nella sua mozione Repini è critica sull'operato del Comune, rilevando che si tratta della «seconda estate» in cui la Costiera ha perso la praticabilità di un tempo. Dal canto suo il numero due della giunta rivendica il lavoro fatto: «Abbiamo creato 400 parcheggi in tutto lungo la Costiera. Ora il progetto di strada turistica non solo può porre rimedio al problema, ma anche rivoluzionare la frizione della strada».

Giovanni Tomasin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 4 settembre 2019

 

 

Ipotesi chiusura per la Ferriera - I sindacati nazionali dicono no

Nel dibattito sul futuro dello stabilimento irrompono i piani alti di Cgil, Cisl e Uil Fissato per mercoledì a Cremona l'incontro azienda-rappresentanti dei lavoratori

I sindacati nazionali dei metalmeccanici irrompono nel dibattito sul futuro della Ferriera, schierandosi con nettezza contro la chiusura dello stabilimento. Con una nota congiunta Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm invitano «la Regione Friuli Venezia Giulia, il Comune di Trieste e Arvedi» a non fare «scelte sbagliate», mettendo «in discussione 400 posti di lavoro». Il comunicato arriva nel giorno in cui Siderurgica Triestina e Rsu dell'impianto fissano l'incontro tra sindacati e proprietà per mercoledì prossimo. Su espressa richiesta della società, al tavolo convocato a Cremona saranno presenti anche rappresentanti delle segreterie nazionali dei metallurgici, che rivendicano di aver «seguito con molta attenzione l'evoluzione della situazione produttiva e occupazionale della Ferriera. Abbiamo dichiarato in tutte le sedi le nostre preoccupazioni sulle prospettive del sito siderurgico per le "contraddittorie" dichiarazioni delle istituzioni locali e della proprietà sulla volontà di salvaguardare e sviluppare le attività di Siderurgica Triestina». Cgil, Cisl e Uil ne fanno anche una questione di strategia nazionale: «Al tavolo ministeriale abbiamo sempre rivendicato la necessità di una visione complessiva di politica industriale che salvaguardasse il settore siderurgico, con particolare attenzione per Taranto e Trieste, ultimi due siti in Italia di produzione di acciaio con aree a caldo». I sindacati bocciano la possibilità di dismissione di quella che in realtà è produzione di ghisa: «Non riusciamo a comprendere le motivazioni, soprattutto a fronte del risanamento ambientale compiuto da Siderurgica Triestina nei cinque anni di gestione. Non riusciamo a comprendere quale progetto di sviluppo economico e produttivo "alternativo" potrebbe essere in grado di valorizzare le professionalità dei lavoratori al pari di quello previsto dall'attuale Accordo di programma e del piano industriale del gruppo Arvedi. È necessario aprire immediatamente a livello territoriale un confronto sulle prospettive della Ferriera e riportare la discussione al tavolo ministeriale ponendo la questione fra le priorità del nuovo governo». L'assessore al Lavoro Alessia Rosolen cerca ancora una volta di tranquillizzare le parti sociali: per l'esponente della giunta Fedriga, «il processo di riconversione non può prescindere da una condivisione con tutti i soggetti istituzionali, la proprietà e i sindacati. Centrale resta l'individuazione di una soluzione che consenta di salvaguardare gli attuali livelli occupazionali». Secondo Rosolen, «il processo va gestito con attenzione, cautela e consapevolezza da parte di tutti e prendiamo pertanto atto con soddisfazione e della disponibilità al dialogo delle sigle sindacali». L'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro aggiunge: «Capisco le preoccupazioni dei lavoratori, ma ribadisco che al momento c'è stata solo l'apertura formale verso la riconversione, che da inizio mandato affermo essere prioritaria per la salute dei cittadini e lo sviluppo della città, senza che una sola famiglia resti senza reddito. Utopia? Non a sentire le intenzioni del cavalier Arvedi con cui abbiamo intavolato una trattativa basata su quattro pilastri: ambiente, salute, lavoro e impresa. Ribadisco: nessuna decisione verrà presa sulla pelle dei lavoratori né a scapito dei cittadini che, anzi, ho intenzione di includere nella decisione finale». In area centrodestra, Progetto Fvg si schiera intanto per la chiusura. «Piena solidarietà ai lavoratori - scrive il referente triestino Giorgio Cecco - che da anni vivono nell'incertezza, però la priorità della salute pubblica non può essere messa in secondo piano e, pur con tutte le cautele, la conferma della volontà da parte di Siderurgica di discutere sulla chiusura dell'area a caldo può accelerare un processo di riconversione che risolva sia il problema ambientale che occupazionale. Ci sono attività diverse su cui puntare per uno sviluppo sostenibile del territorio». L'Usb annuncia intanto lo stato d'agitazione dei propri iscritti dipendenti di Siderurgica Triestina. Il sindacalista Sasha Colautti minaccia «lo sciopero a oltranza in mancanza di un confronto con l'azienda. Un percorso di dismissione non può prescindere dall'impegno sulle garanzie derivanti dal piano organico del porto ed esplicitando gli scenari di nuovo insediamento industriale basato sullo sfruttamento dell'extraterritorialità doganale. Non stiamo vedendo ancora nulla di concreto». Usb non esclude la riconversione, ma ricorda che «se oggi qualcuno pensa che il porto sia la soluzione di tutto, abbiamo già avuto smentite dalla stessa Autorità portuale». Sul tema interviene anche il Pci di Trieste, esprimendo solidarietà ai lavoratori e invitando i sindacati a «impegnarsi per costringere la proprietà al rispetto dei diritti dei lavoratori».

Diego D'Amelio

 

 

Nuove visite guidate al depuratore di Servola

La multiutility AcegasApsAmga promuove nel corso di questo mese altre due giornate di visite guidate gratuite al nuovo depuratore di Servola. Tali visite si svolgeranno nei sabati 14 e 21 settembre, distribuite in due turni, il primo dalle 8.30 alle 10 e il secondo dalle 10.30 alle 12, per un totale massimo di 80 persone a giornata. Per le visite di sabato 14, cioè la prima delle due giornate previste in questo mese, il termine per iscriversi è quello di lunedì 9: è necessario andare sul sito della multitutility, cliccare sullo slider presente in home page e compilare il modulo con i dati richiesti.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 3 settembre 2019

 

 

FERRIERA - I lavoratori occupano la direzione e incassano un incontro con Arvedi

Chiedevano da oltre un anno di essere ricevuti dall'imprenditore che ha acconsentito: a Cremona la prossima settimana

Trieste. Le rappresentanze sindacali dei lavoratori della Ferriera saranno a Cremona la prossima settimana per ascoltare direttamente dal cavalier Giovanni Arvedi i progetti di Siderurgica Triestina sulla Ferriera di Servola. I lavoratori chiedevano da oltre un anno di essere ricevuti dall'imprenditore e ora l'azienda ha aperto al confronto, rispondendo così all'assemblea sindacale tenutasi ieri mattina nello stabilimento e soprattutto alla successiva occupazione simbolica della direzione fino al via libera al dialogo diretto. Quello della prossima settimana sarà il primo faccia a faccia organizzato dopo parecchio tempo tra la proprietà e i lavoratori, a poca distanza dalla lettera con cui Siderurgica ha ufficializzato alla Regione la propria disponibilità ad ascoltare possibili offerte per la cessione dei terreni su cui sorge l'area a caldo, destinata nelle intenzioni della giunta Fedriga e dell'Autorità portuale a una riconversione di carattere logistico. Interpellata dal Piccolo, la società preferisce ad ogni modo continuare a non commentare la vicenda. Cgil, Cisl e Uil hanno indetto due ore di assemblea per ieri mattina. Un fatto straordinario, considerando che le assemblee di solito durano un'ora soltanto. E straordinario è anche il fatto che, in una fase di tensione e preoccupazione per il futuro occupazionale di centinaia di dipendenti, l'iniziativa sia stata voluta soltanto da metà della rappresentanza sindacale unitaria dello stabilimento, dove la triplice occupa una casella a testa e dove gli autonomi della Failms ricoprono invece gli altri tre posti. Le maestranze partono dunque divise e parliamo tra l'altro di quella minoranza che sta partecipando al dibattito interno, visto che all'assemblea non hanno partecipato più di una settantina di operai e impiegati, sui circa 400 interessati alla possibile dismissione dell'area a caldo. Tra i confederali il fastidio per il comportamento degli autonomi è evidente: «Li abbiamo invitati a tutte le assemblee ma non si sono presentati anche stavolta, perché dicono che non sono a conoscenza di aspetti concreti e che essendo maggioranza nella Rsu saranno loro a convocare l'assemblea. In un anno non l'hanno mai fatto, ma bisogna prepararsi ora perché poi sarà troppo tardi», sottolinea una fonte sindacale. Dopo l'assemblea e l'incontro con l'assessore al Lavoro Alessia Rosolen, un gruppo di dipendenti si è spostato nella palazzina della direzione, occupando simbolicamente la sala della direzione per pretendere un incontro con il cavaliere. Prima di mezzogiorno il direttore dello stabilimento ha comunicato l'assenso della presidenza al confronto, che avverrà la prossima settimana in giornata ancora da fissare. Dipenderà dall'agenda di Arvedi, ma anche da quella delle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, che Siderurgica Triestina ha chiesto di avere al tavolo, a dimostrazione che l'incontro potrebbe non essere soltanto interlocutorio ma contenere anche indicazioni sul piano industriale chiesto a gran voce dei lavoratori.

Diego D'Amelio

 

Cosolini: «La situazione è grave ma l'ha capito solo la Rosolen»

L'ex sindaco: «Era valido l'accordo raggiunto da noi Ora Scoccimarro e Bini devono risolvere il problema di 400 famiglie più l'indotto»

Trieste. «La giunta regionale, e in particolare l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, devono essere consapevoli che hanno la responsabilità del futuro occupazionale dei lavoratori della Ferriera di Servola». Roberto Cosolini, consigliere regionale del Partito democratico, va all'attacco dell'esecutivo che sarà impegnato con una mozione in aula e mette nel mirino, oltre a Scoccimarro, anche l'assessore alle Attività produttive Sergio Bini che «sarebbe opportuno chiamare assessore alle inaugurazioni». Al fianco dell'ex sindaco anche la deputata Debora Serracchiani, entrambi sono stati protagonisti nel 2014 dell'accordo con il gruppo Arvedi per il risanamento e la bonifica dello stabilimento siderurgico. «Dalla lettera che Scoccimarro ha inviato ad Arvedi - ha spiegato Cosolini - emerge chiaramente la validità dell'accordo che avevamo raggiunto e i relativi miglioramenti. Questa giunta ha però deciso, invece di avviare una nuova trattativa con la proprietà, di invitarla a chiudere l'area a caldo, una scelta annunciata sulla stampa senza neanche aprire un tavolo con l'imprenditore. Arvedi ha anche accettato la richiesta "a condizione che vengano riconosciuti gli investimenti e garantito il livello occupazionale" quindi ora sarà compito di Scoccimarro e Bini, che mi sembra si occupi di tutto altro, risolvere la situazione di 400 famiglie più l'indotto, sempre che non ci siano ulteriori ripercussioni. L'assessore Rosolen è stata la più cauta, forse perché è l'unica che ha capito esattamente la gravità della situazione». Serracchiani ha rincarato: «Si sta affrontando un tema complesso come la Ferriera in modo superficiale. Abbiamo creduto nel risanamento ambientale e nell'industrializzazione e se oggi parliamo di logistica portuale, di piattaforma e riconversione dell'area lo dobbiamo alla nostra insistenza e al modo in cui abbiamo operato garantendo anche le bonifiche dell'area. La Ferriera avrebbe dovuto chiudere se inquinava, la Regione ha invece riconosciuto che le cose sono state fatte bene e nel rispetto degli accordi». Cosolini ha quindi ricordato l'allarme lanciato dai sindacati pochi mesi fa sulla crisi occupazionale triestina con oltre mille posti di lavoro persi e dove, oltre alla Ferriera, sono già reali quelle di Sertubi e di Duckcevich. «Il sindaco Roberto Dipiazza - ha aggiunto il consigliere - sta banalizzando la situazione parlando di un reimpiego nel terziario: faccio fatica a immaginare un siderurgico altamente specializzato con trent'anni di esperienza a fare il commesso, il giardiniere del Comune o in Porto. Quest'ultimo sta crescendo, ma non può essere il parafulmine occupazionale». 

Andrea Pierini

 

Silenziosi e sfiduciati, gli "uomini d'acciaio" temono il trasloco forzato in Lombardia

All'assemblea e all'incontro con l'assessore al Lavoro prevale la rassegnazione, ma c'è chi non molla: «Pronti a fiondarci in piazza Unità»

Facce stanche e sfiduciate. Quelle di chi fa dieci ore in turno davanti all'altoforno, mentre da trent'anni sente dire tutto e il contrario di tutto sulle sorti della Ferriera e del proprio posto di lavoro. Escono con lo sguardo perso gli "uomini di d'acciaio" presenti ieri mattina all'assemblea sindacale nella mensa dello stabilimento, dove ascoltano gli aggiornamenti dei sindacalisti e dove nessuno se la sente di intervenire per dire la sua.Qualcuno riserva poche parole per l'incontro che subito dopo si tiene con l'assessore al Lavoro Alessia Rosolen davanti al cancello d'ingresso accanto allo Scalo legnami. I dipendenti ascoltano le rassicurazioni dell'esponente della giunta Fedriga e poi qualcuno interviene rispettosamente. «La Regione dimentica che 400 famiglie rimarrebbero in strada con la chiusura dell'area a caldo. Ma io devo portare da mangiare ai miei figli: siamo pronti a fiondarci in piazza Unità». Un collega batte sullo stesso tasto: «Ci buttiamo nel fuoco ogni giorno per dar da mangiare alla famiglia e siamo incazzati. Andiamo in direzione e non ci spostiamo finché non avremo l'incontro con Arvedi. Ci hanno fatto firmare un contratto dove c'è scritto che siamo disposti ad andare negli altri stabilimenti del gruppo: se mi spostano a Cremona, come vedrò i miei figli?» . La questione pesa sullo stato d'animo dei lavoratori, per quella clausola del contratto che recita che il dipendente «per esigenze di carattere operativo potrà essere trasferito presso altri stabilimenti del Gruppo Arvedi». Fra le maestranze circola il timore che, in caso di chiusura, la società pensi di risolvere il problema occupazionale proponendo a tutti il trasferimento a Cremona e ottenendo una lunga serie di risposte negative da presentare come volontaria rinuncia alla ricollocazione. «Il clima è spento, la gente non ci crede più», ammette un sindacalista mentre si aspetta l'incontro fra la delegazione e Rosolen. La settantina di lavoratori sistemati in cerchio è in effetti solo una piccola parte degli interessati e colpisce l'assenza quasi completa dei colleghi del laminatoio, più giovani e non toccati dal ragionamento sull'area a caldo. L'assessore ribadisce quanto detto in questi giorni: «C'è un'apertura di Arvedi su un problema che esiste da decenni, ma l'impresa ha solo detto che è interessata a discutere con Regione, Autorità portuale e investitori. Non avverrà tutto oggi o domani e, a nome della giunta, assicuro che non ci saranno decisioni non condivise». Rosolen chiarisce di non voler parlare di ammortizzatori sociali «solo perché è prematuro: li utilizzeremo, ma qualsiasi percorso non prescinderà dai livelli occupazionali. La vostra vita è stata fatta di alti e bassi continui, ma quanto accadrà non significa perdere 400 posti perché la dismissione sarà accompagnata da investimenti sul laminatoio, sviluppo logistico, nuovi insediamenti». Il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino spiega intanto alla stampa che «la due diligence serve a non parlare del nulla. Una volta finita, dovremo capire se ci sarà incontro tra domanda dell'azienda e offerta. L'Autorità è disposta ad acquisire le aree, se ci sarà disponibilità dello Stato sulle bonifiche e un piano industriale che preveda la presenza di un investitore pronto a un progetto di sviluppo. Non si fa nulla se non c'è un piano chiaro sulla ricollocazione dei lavoratori». Ma i sindacalisti incalzano. Franco Palman (Uilm) chiede «l'incontro con Arvedi: qui l'età è alta ed è difficile ricollocarci. Vogliamo sapere che investimenti ci saranno, ma la vedo in salita». Umberto Salvaneschi (Fim Cisl) sottolinea che «il recupero degli investimenti dell'impresa non può mangiarsi le risorse che serviranno a garantire nuova occupazione. Vogliamo poi continuare a pagare le tasse a Trieste, non a Cremona. Una due diligence non si fa per nulla: Fedriga finisca le ferie e apra un tavolo con istituzioni, impresa, Autorità portuale e parti sociali. In Ferriera lavorano persone abituate a subire ma ogni pazienza ha un limite. Servono paletti sulle nuove aziende che arriveranno e su dove andranno spostati i lavoratori». 

 

«Un tavolo per coinvolgere i cittadini nella dismissione»

«I residenti e le associazioni ambientaliste saranno al centro della trattativa Pronto a condividere con loro le scelte»

Trieste. Nella dismissione saranno coinvolti tutti, cittadini e lavoratori. Lo assicura l'assessore regionale Fabio Scoccimarro, sottolineando che «non appena verranno delineate le prospettive future dell'area, le persone saranno messe al centro di questa trattativa. Prima di passare alle vie ufficiali, condividerò con loro le scelte istituendo un tavolo cui far partecipare rappresentanti sindacali e delle associazioni ambientaliste e dei cittadini. È finito il tempo dualismo "ambiente e salute" contro il "lavoro"». Dopo le prudenze espresse anche ieri dalla collega Alessia Rosolen, Scoccimarro rivendica l'importanza della «svolta storica rappresentata dall'apertura di Siderurgica Triestina alla riconversione dell'area a caldo. Si tratta del frutto di un lavoro iniziato mesi fa con azioni politiche e atti amministrativi che hanno preparato il terreno gli incontri che ho avuto con il presidente Arvedi». Per l'assessore, «le dinamiche nazionali impongono intanto un tavolo regionale di confronto. Una volta trovato l'accordo e soprattutto valutato i piani industriali e di espansione che garantiscano livelli occupazionali e sviluppo per la città, mi farò parte attiva con i ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico) per concordare una revisione dell'accordo di programma del 2014. Attenzione, l'auspicabile conferma della riconversione, con spegnimento finale di altoforno e cockeria, non sarà una liberatoria ambientale e degli investimenti: con la modifica dell'accordo di programma verranno imposte prescrizioni stringenti per quello che riguarda la salute e la sicurezza di cittadini e lavoratori». 

 

 

Jovanotti, la rabbia dopo le polemiche «Ambientalismo inquinato come fogne»

Sfogo del cantante su critiche e ricorsi delle onlus. «Io stesso ho preteso che il Wwf valutasse le tappe del Beach Tour»

«Il mondo dell'ambientalismo è più inquinato dello scarico della fogna di Nuova Delhi»: a due tappe dalla fine del Jova Beach Tour, con cui ha finora portato la sua musica e quella di più di 60 ospiti su 14 spiagge italiane e una montagna, Jovanotti (Lorenzo Cherubini, 53 anni) esprime tutta la rabbia accumulata in questi mesi per gli attacchi sull'impatto ambientale del suo show. «Non mi sarei mai aspettato, nonostante non sia un ingenuo rispetto a questo genere di cose, che il mondo dell'associazionismo ambientalista fosse così pieno di veleni, divisioni, inimicizie, cialtroneria, sgambetti tra associazioni, protagonismo narcisista, tentativi di mettersi in evidenza gettando discredito su tutto e su tutti, diffondendo notizie false, approfittando della poca abitudine al "fact checking" di molte testate». Il Jova Beach Party, un festival itinerante senza precedenti e non solo in Italia, è stato organizzato in collaborazione col WWF: «Sono stato io personalmente a metterla come condizione di partenza - scrive ancora Jovanotti - è una grande organizzazione che non cerca visibilità a ogni costo ma opera sul campo, ha competenze specifiche, è radicata nei territori, ha un vero comitato scientifico e una rete vera e diffusa di operatori e osservatori». Dirigenti e volontari del WWF sono stati presenti a ogni tappa, hanno agito anche da consulenti per risolvere le questioni ambientali sorte nel corso del tour, come a Ladispoli, dove - scrive Jovanotti - «c'era una criticità (non accertata pienamente, diciamo un rischio di criticità) e ci siamo spostati». Ma la verità è che ogni appuntamento è stato preceduto da denunce e ricorsi, quasi tutti poi rigettati (solo a Vasto l'appuntamento è saltato per decisione del Prefetto, verrà recuperato sabato a Montesilvano) e ancor più da miriadi di fake news tese a ingigantire danni ambientali mai verificati. Jovanotti fa, a questo proposito, anche i nomi. Sono due, e molto noti: «Addirittura Legambiente ed Ente Nazionale Protezione Animali recentemente sono cascate in una trappola tesa loro dai mitomani che se non fossero pericolosi farebbero anche ridere (sono emerse storie che superano sceneggiature di commedie grottesche)». Sotto accusa, insomma, c'è la frammentazione e la litigiosità interna del mondo ambientalista italiano. Jovanotti parla di «farabutti che dietro alla maschera dell'ambientalismo nascondono ansia di protagonismo quando non disonesta ricerca di incarichi ben pagati». Le reazioni sono arrivate puntuali: a Italia Nostra, peraltro non citata esplicitamente, si dicono «esterrefatti da linguaggio usato da Jovanotti»; Carla Rocchi, presidente dell'Enpa dice che «se uno pensa di fare dei concerti, che per fortuna sua sono così affollati, in un ecosistema fragile non può aspettarsi che stiamo lì a guardare. Jovanotti fa giustamente la sua iniziativa, noi facciamo le nostre osservazioni». Il presidente di Legambiente Stefano Ciafani nega che «sui grandi temi» ci sia competizione, «non ci sono inimicizie, né gelosie. Non abbiamo criticato il Jova Beach Party, noi abbiamo fatto rilievi puntuali su tre tappe: in provincia di Ferrara, a Policoro in Basilicata e a Roccella Jonica in Calabria, nella prima c'era un problema sulla presenza del fratino, sulle altre due di nidificazione delle tartarughe Caretta Caretta. Così come si è trovata un'altra soluzione a Ladispoli, si poteva trovare un altro posto anche in queste altre località». Una controrisposta, in un dibattito che potrebbe rivelarsi interessante e produttivo, arriva da Jovanotti sui social: «La tutela dell'ambiente è una cosa serissima e di tutti, le associazioni non è che dichiarandosi dedite a una causa nobile sono legittimate a sparare balle, come tutti devono dimostrare cosa fanno davvero. Il tema ambientale è troppo serio per essere carne da polemica». 

Piero Negri

 

Incendi in Carso, i danni all'ecosistema

Ne parla Nicola Bressi, naturalista e zoologo: «Un vero disastro ambientale. E le piante aliene possono approfittarne»

Prima la Siberia, l'Alaska, la Groenlandia e il Canada, poi l'Amazzonia. Dall'inizio dell'estate si susseguono le notizie sui roghi che stanno intaccando vaste aree naturali del Pianeta, con effetti disastrosi sull'ecosistema, perché ormai è chiaro che a bruciare sono i polmoni della Terra. Anche in Europa quest'anno la stagione degli incendi è stata più intensa, con oltre 270.000 ettari in cenere da inizio 2019, 100mila in più della media del decennio precedente secondo i dati del Copernicus' European Forest Fire Information System (Effis). Quest'estate anche il Carso è stato flagellato da alcuni incendi, il più grave dei quali è divampato proprio nei giorni scorsi in territorio sloveno. Pur trattandosi di episodi su scala ridotta, il loro impatto sull'ecologia del paesaggio e sulla fauna locale non va trascurato.«Lo stretto legame tra cambiamenti climatici ed emissioni di Co2 in atmosfera è ormai sotto gli occhi di tutti. Gli incendi inaspriscono ulteriormente questo problema: da un lato liberano nei nostri cieli grosse quantità di anidride carbonica mentre sono in atto, dall'altro distruggono boschi e foreste, che ricoprono un ruolo chiave nell'immagazzinare carbonio su scala globale e mitigare il cambiamento climatico», evidenzia Nicola Bressi, naturalista e zoologo della Società italiana di scienze naturali. Secondo uno studio del Politecnico federale di Zurigo se aumentasse la superficie terrestre occupata dalle foreste di poco meno di un miliardo di ettari si ridurrebbe di circa il 25% la quantità di Co2 in atmosfera. E poi ci sono gli enormi danni alla biodiversità ambientale: «Anche se l'incendio non si sviluppa velocemente e lascia il tempo agli animali di scappare non è detto che essi possano trovare un altro posto nelle vicinanze dove vivere. Questo perché ogni area ha la capacità di ospitare soltanto un determinato numero di individui: è come un bus con un certo numero di posti a sedere - spiega Bressi -. E anche se dopo un incendio ripiantiamo gli alberi che sono andati bruciati servono moltissimi anni prima che l'ecosistema si rigeneri. L'idea di "lasciar fare alla natura il proprio corso" in questi luoghi non funziona, per almeno due motivi. Da un lato ci sono piante, come i pini e i ginepri, che non ricrescono naturalmente, ma vanno riseminate. Dall'altro c'è il problema delle specie aliene, che nel Carso sono rappresentate in particolare dall'ailanto, un albero d'origine asiatica, e dal senecio sudafricano, un'erba che produce fiori gialli: c'è il rischio che queste piante dalla fortissima capacità adattiva ricolonizzino il territorio molto più rapidamente rispetto alle specie che definiamo autoctone, anche per effetto dei mutamenti climatici che hanno già modificato e continueranno a modificare il clima carsico. Perciò l'intervento umano è fondamentale per guidare il ripopolamento delle aree devastate dai roghi».Infine c'è un ultimo elemento da tenere in considerazione quando parliamo di incendi nei nostri territori: «Qui gli incendi spontanei sono eventi rarissimi, possono essere causati soltanto dai cosiddetti "fulmini a ciel sereno". Nella stragrande maggioranza dei casi la causa è tutta umana: si va dal mozzicone di sigaretta al falò non completamente spento, fino alle scintille provocate dalle ruote dei treni». -

Giulia Basso

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 2 settembre 2019

 

 

I volontari di "Senza sprechi" ripuliscono Villa Giulia - E i cinghiali si fanno più in là

Una trentina di persone coinvolta nella "bonifica" degli spazi verdi di Cologna da bottiglie di vetro, pezzi di plastica, cartacce e rifiuti vari

Non si aspettavano di trovare così tanti rifiuti in una sola ora, peraltro in una zona piuttosto piccola. Ieri sera una trentina di volontari ha preso parte alla pulizia di Villa Giulia, nella parte accanto alla chiesa Maria Pacis di Cologna, organizzata da Trieste Senza Sprechi come pre- evento in vista del debutto del Festival del turismo responsabile Itaca, che si terrà il 6 settembre al Parco di San Giovanni. Dopo una breve presentazione dell'iniziativa e la distribuzione di guanti, pinze e sacchi, i volontari hanno iniziato subito a ripulire il boschetto di Villa Giulia. Un luogo poco conosciuto anche tra i triestini presenti. Talvolta più frequentato dalle zanzare e dai cinghiali, che infatti sono stati visti scappare, allarmati da una presenza umana così inusuale. Quando le organizzatrici avevano compiuto un primo sopralluogo nella zona circa una ventina di giorni fa, non avevano immaginato però la mole di rifiuti che si nascondeva al di fuori dei sentieri della villa. Invece, ieri, come detto, una volta dentro nel boschetto e guardato con più attenzione, si sono svelati più strati di rifiuti, anche apparentemente molto vecchi: bottiglie di vetro, cartine di caramelle, preservativi e mozziconi, oltre a un paio di tergicristalli e, addirittura, una bilancia. Molta della plastica ritrovata risultava così rovinata da non poter essere riciclata. Tra i rinvenimenti sembravano poter essere presenti anche quelli abbandonati dai migranti, probabilmente in discesa dal Carso verso la città, ma per la maggior parte - da quanto è stato possibile ricostruire - sono stati gettati da "autoctoni" incivili. Alla fine della pulizia, i volontari sono stati allietati da un rinfresco preparato dai giovani di Trieste Senza Sprechi, un progetto nato a metà luglio dall'idea di una studentessa triestina con lo scopo di rendere la città più sostenibile e disponibile all'acquisto di prodotti senza imballaggi, così da ridurre l'impatto sull'ambiente. I materiali per la pulizia di ieri sono stati forniti da Oway, un'azienda che produce prodotti cosmetici realizzati secondo i principi dell'agri- cosmetica sostenibile, partendo da coltivazioni biodinamiche, biologiche ed equo-solidali, che è anche il partener ufficiale del Festival Itaca. Quest'ultimo verrà ufficialmente aperto il 6 settembre al Parco di San Giovanni con un itinerario tenuto da Franco Rotelli e organizzato dalla Cooperativa La Collina, incentrato sui temi della de-istituzionalizzazione, della salute mentale, della rivoluzione basagliana, dei percorsi di salute, della cooperazione e dell'impresa sociale.-

Simone Modugno

 

 

Fonti energetiche - Esplorazioni idrocarburi: Zagabria dà 4 permessi

ZAGABRIA. La Croazia ha concesso a quattro società il permesso di condurre esplorazioni e sfruttamento di idrocarburi in sei località del Paese. Parte così la fase operativa del nuovo piano energetico del Paese. Lo ha annunciato il governo croato. Le compagnie selezionate sono Ina, Crodux Derivati Dva, Vermilion Zagreb Exploration e Aspect Croatia. Le società opereranno nella Croazia nord-orientale, nella regione della Slavonia occidentale, un'area in gran parte delimitata dai fiumi Danubio, Drava e Sava, dove potranno perforare 25 pozzi di sfruttamento in due fasi, ha riferito il portale specializzato SeeNews. Le attività delle quattro società rappresentano «la più grande campagna di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi in Croazia negli ultimi 20 anni», ha dichiarato il ministro della protezione dell'ambiente e dell'energia Tomislav Coric. 

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 1 settembre 2019

 

 

Ferriera alla svolta Industriali in ansia e la giunta rallenta: «Priorità il lavoro»

Le reazioni all'apertura di Arvedi sull'addio all'area a caldo Razeto: «Preoccupato per gli operai». Rosolen: «Iter lungo»

Trieste. Dopo la lettera con cui Siderurgica Triestina ha ufficializzato la disponibilità ad ascoltare offerte per l'area a caldo della Ferriera di Servola, per la Regione arriva il momento della prudenza. Se l'apertura è stata ottenuta nel confronto tra il cavalier Giovanni Arvedi e l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, tocca ora all'assessore al Lavoro Alessia Rosolen raccomandare cautela. E intanto Confindustria Venezia Giulia manifesta «grossa preoccupazione» sul futuro del tessuto manifatturiero locale. La stima del valore dei terreni da parte dell'Autorità portuale arriverà entro fine anno e sarà solo la prima tappa di un percorso non breve. Da qui parte Rosolen per rassicurare chi lavora nello stabilimento: «Non sappiamo nemmeno chi potrà essere l'acquirente e non ha senso cominciare la discussione sugli ammortizzatori sociali. I tempi saranno lunghi: deve arrivare la valutazione, si deve trovare un acquirente, poi ci saranno contrattazione, bonifica e riqualificazione. Aprire uno scenario non significa chiudere subito ma procedere solo quando si avrà piena certezza». Concetti che l'assessore ribadirà domattina all'assemblea dei lavoratori, cui ha domandato di presenziare. «Chiedo a tutti gli attori - aggiunge Rosolen - di non fare allarmismo sulle tempistiche. Il lavoro in Ferriera comporta dei rischi: servono investimenti da parte dell'azienda e serenità per i lavoratori». Quanto ai livelli occupazionali, l'assessore sposa «le parole di Arvedi, che ha detto chiaramente di volersi impegnare. La disponibilità a cedere è una novità importante, ma la difesa dell'occupazione è il tema numero uno per la giunta. Senza, qualsiasi piano va a fallire». E qui Rosolen abbozza le possibilità per riassorbire i circa 400 dipendenti interessati: «Ampliamento del laminatoio, logistica portuale, magari un nuovo insediamento produttivo nell'area e poi bonifica e riconversione. Ma sono ipotesi che vanno studiate bene: dopo vent'anni di tira e molla i lavoratori meritano totale comprensione». Sulla capacità del tessuto produttivo locale di farsi carico di un così cospicuo numero di lavoratori, il presidente di Confindustria Sergio Razeto non mostra però alcun ottimismo e si schiera contro l'ipotesi della chiusura. Per il manager, «oggi in Italia c'è un clima antindustriale, ma l'industria che rispetta ambiente, salute e sicurezza va aiutata, senza dimenticare che la siderurgia è un settore strategico. La Ferriera rispetta i livelli di inquinamento, come riconosciuto dalla Regione». Per Razeto, «non è chiaro chi metterà i soldi per il subentro e smantellare gli impianti non è un gioco da ragazzi. Nel frattempo 400 dipendenti e 200 di indotto non saprebbero che fare. Dopo decenni di lavoro in un'acciaieria non è facile riconvertirsi e ciò mi dà grosse preoccupazioni». Poi lo sguardo si allarga al panorama triestino: «Ci aspetta un autunno difficile tra Sertubi, Diaco, Colombin, Burgo e Principe. Intanto la Germania rallenta, arriverà la Brexit e c'è la guerra dei dazi: la politica si svegli. E si spinga sulle attività industriali in porto franco». Che la manifattura giuliana sia al lumicino non è un mistero e lo smantellamento della Ferriera sarebbe un altro duro colpo per un settore che produce solo il 10% del pil di una città dove la fa da padrone il terziario. Una struttura economica debole, perché turismo, pubblica amministrazione e servizi non bastano a supplire a una desertificazione cominciata dalla chiusura dei cantieri navali nel 1966 e passata per lo svuotamento dell'area Ezit. E così su 95 mila occupati, lavorano ormai nella manifattura poco più di 15 mila persone. La Cgil ha denunciato nei mesi scorsi l'esistenza di mille posti di lavoro a rischio nell'industria. Per il segretario provinciale della Fiom Marco Relli «servono nuove aziende perché turismo e porto non bastano». E il segretario provinciale della Cgil Michele Piga evidenzia che «lo scarso apporto dell'industria determina la contrazione dei salari e così abbiamo sempre più lavoro povero anche nella città del momento magico, che conta 7 mila disoccupati. Servono investimenti e una regia». Tornando alla Ferriera, il sindacalista Christian Prella (Failms) spiega che «in azienda sappiamo che la bomba dovrebbe arrivare ma al momento non ci sono novità sostanziali. Nessuno sconto sui livelli occupazionali: ci sono 500 persone da ricollocare e ciò coinvolge tutte le forze politiche. Col centrosinistra abbiamo imprenditori che investono a metà, con il centrodestra salti nel vuoto». 

Diego D'Amelio

 

Asse Comune-Regione al Tar nella "guerra dei rumori"

L'azienda ha impugnato la nota che indicava le prescrizioni sui nuovi limiti del piano acustico. Ora l'ente triestino si è costituito in giudizio

Trieste. Sarà un autunno caldo sul fronte della giustizia amministrativa per Acciaieria Arvedi Spa, Regione e anche Comune. L'amministrazione municipale di Trieste ha deciso infatti con delibera di giunta (su proposta del sindaco Roberto Dipiazza) di costituirsi in giudizio davanti al Tribunale amministrativo regionale nella causa avviata dalla società sul piano di risanamento acustico aziendale. Arvedi, con ricorso proposto davanti al Tar, ha impugnato la nota della Regione Friuli Venezia Giulia del 29 marzo di quest'anno citando in giudizio l'ente regionale. La Spa «chiede l'annullamento della nota regionale con la quale sono indicate varie prescrizioni acustiche alle quali l'azienda dovrebbe ottemperare per adeguarsi ai nuovi vigenti limiti definiti dal Piano comunale di classificazione acustica», si legge nella delibera della giunta comunale. Nota che secondo l'amministrazione municipale è invece «perfettamente legittima e coerente con le previsioni del piano comunale di classificazione acustica» e che «sussiste pertanto l'interesse del Comune di Trieste a costituirsi in giudizio per sostenere la legittimità della nota regionale». La difesa dell'amministrazione è stata quindi affidata ai legali dell'Avvocatura comunale. Da ricordare che, sulla questione dell'inquinamento acustico, Arvedi aveva presentato ricorso al Tar anche un anno fa, contro Comune e Regione: il primo per non aver ancora provveduto alla realizzazione del Piano di classificazione acustica della città, la seconda per non averlo fatto in sua vece.

 

Un quarto di secolo di tira e molla - E ora Dipiazza non ci crede più

Dai copertoni bruciati in piazza negli anni Novanta ai "cento giorni": una parabola che ha coinvolto tre sindaci da Illy in poi. Cosolini rivendica i meriti della sua gestione

Era il 1994 e il sindaco Riccardo Illy apriva il corteo che chiedeva garanzie sul futuro della Ferriera in bancarotta. Altri anni: un quarto di secolo dopo sembra impossibile immaginare manifestanti sfilare allo slogan "studenti e operai uniti nella lotta, la Ferriera non si tocca". Le tute blu occuparono il Consiglio regionale e organizzarono un presidio in piazza Oberdan, dove i dimostranti bruciavano grandi copertoni in uno scenario da anni Settanta. La sensibilità ambientale non era sviluppata come oggi e il Consiglio comunale votò una mozione unanime per invocare la continuazione della produzione dell'acciaieria, che rimase viva grazie al subentro della Lucchini a Pittini. L'esistenza della Ferriera e dei lavoratori fu però costantemente coperta da dubbi, annunci di chiusura e polemiche che sarebbero esplose con l'avvento di Roberto Dipiazza, che dal 2001 ne fece un cavallo di battaglia delle sue campagne. Il sindaco è uomo dai modi coloriti. Nel 2005, alla vigilia dell'arrivo dei russi di Severstal, definì lo stabilimento un «cadavere senza futuro». Dopo il subentro di Giovanni Arvedi nel 2014 minacciò di prendere il cavaliere a calci nel didietro perché se ne andasse. Oggi non crede all'ennesimo annuncio di riconversione: «Quella roba lì era già chiusa negli anni Novanta ma fu riavviata con Illy e poi ci furono le invenzioni di Serracchiani dopo la quasi chiusura del 2012. Centinaia di milioni messi su uno sviluppo sbagliato. Ci siamo raccontati mille balle, sono stato a Roma decine di volte e ora sono scettico: Arvedi si è detto disponibile ma chiederà una cifra spropositata per non chiudere e saremo al punto di partenza. Non è pessimismo verso la Regione ma verso l'imprenditore». In effetti sulla Ferriera si è detto di tutto. Dopo decenni di gestione da parte di Ilva e Italsider, negli anni Novanta sembrava morta ed è rinata. Illy puntò tutto sulla ripresa: all'epoca la città non aveva alternative, con il turismo che era solo suggestione, il porto incagliato fra veti incrociati e l'industria in declino. Poi Lucchini andò in difficoltà e cedette ai russi, ma anche questi finirono male. Illy non vuole commentare le ultime notizie, dopo aver sempre predicato la necessaria convivenza fra industria, lavoro e salute pubblica. Lui che a Servola ci ha vissuto e che non ha cambiato idea, tanto da affermare da candidato senatore che a Servola era arrivata prima la fabbrica e poi le case. Dipiazza è sempre stato di tutt'altro avviso. Da candidato sindaco si scaglia nel 2001 sul «cancro della città». Nessuna chiusura, nonostante la gestione commissariale del 2002 avesse profilato la dismissione. Si ripete nel 2006, ma la Ferriera resta lì. Alle ultime comunali rilancia con i famosi "cento giorni", ma la fabbrica non smobilita. I rapporti con la proprietà sono costantemente tesi e lo stesso avviene per la Regione di Renzo Tondo e Roberto Antonione. Solo con Massimiliano Fedriga e Fabio Scoccimarro pare aprirsi un rapporto disteso. L'interlocutore dal 2014 è il cavalier Arvedi, re dell'acciaio chiamato dal centrosinistra, all'epoca alla guida di governo, Regione e Comune. Debora Serracchiani e Roberto Cosolini lavorano per salvare un'impresa bollita, coniugando limiti di inquinamento e tutela dell'occupazione: il risultato ambientale è riconosciuto ora anche da Scoccimarro, ma la percezione cittadina non cambia e Cosolini perde le elezioni del 2016 proprio a Servola. La Ferriera è arma propagandistica della destra e imbarazzo della sinistra. Cosolini oggi rivendica i meriti della gestione Pd: «La Regione ha dovuto riconoscere gli interventi ambientali e Arvedi dice quello che ha sempre detto, cioè che è disponibile ad ascoltare offerte che garantiscano investimenti e occupazione. Con i suoi annunci la giunta Fedriga si prende carico del futuro di centinaia di persone, ma finora abbiamo sentito dire che possono venire tutte a lavorare in Comune. Il futuro è nell'industria, perché il porto non può assorbire tutti. Chi ne è consapevole in Regione, a parte l'assessore al Lavoro?». Lo sviluppo portuale è in effetti una garanzia relativa: è la stessa Authority a dire che lo scalo non può sostituire l'industria. I cinesi mettono gli occhi sul porto, per l'area a caldo si profila la possibilità di una trasformazione in snodo ferroviario, ma laminatoio e banchine basterebbero? La chiusura dello stabilimento ultrasecolare (è stato acceso nel 1897) torna attuale ma i lavoratori non sono quelli del 1994: gli anziani sono stanchi dei tiramolla, i giovani hanno perso il senso di appartenenza. L'assemblea di domani dirà di più sulla combattività delle maestranze.

 

Gara milionaria per le centraline - "Ribaltone" in Consiglio di Stato - l'appalto dell'ARPA

Trieste. Il Consiglio di Stato "ribalta" la sentenza del Tar di Trieste che aveva annullato l'aggiudicazione della gara milionaria indetta dall'Arpa per la manutenzione delle centraline di rilevamento dell'aria in tutto il territorio del Friuli Venezia Giulia. Appalto di durata quadriennale. A poco meno di due anni dallo svolgimento della gara da un milione e 850 mila euro per il monitoraggio della qualità dell'aria in regione, si materializza dunque un nuovo colpo di scena. Nel maggio del 2018 il Tar aveva accolto il ricorso della seconda classificata nonché aggiudicataria uscente, la Project Automation Spa, congelando così, di fatto, l'affidamento dell'appalto alla prima classificata, la rete temporanea d'impresa spagnola Dnota medio ambiente. Secondo il Tar di Trieste l'offerta di Dnota era «indeterminata» e non consentiva di capire «con quale cadenza sarebbero state effettuate le calibrazioni multipunto». Dnota, in qualità di capogruppo dell'associazione temporanea di imprese con Multiproject Srl e Sol Spa, difese dagli avvocati Giuseppe Sbisà e Daniele Villa, aveva impugnato la sentenza presentando ricorso al Consiglio di Stato. Nelle more del giudizio, Project Automation aveva intanto continuato a svolgere l'attività di manutenzione delle centraline dell'Arpa con un contratto-ponte. Ora la sentenza della Sezione Quinta del Consiglio di Stato (presidente Roberto Giovagnoli) «conferma la legittimità dell'aggiudicazione del contratto a favore di Dnota medio ambiente - scrivono i magistrati romani -, la cui domanda di subentro nel contratto in essere, a questo punto, deve essere accolta». Come detto, il Tar aveva ritenuto indeterminata l'offerta per quanto riguardava la frequenza delle tarature multipunto, «visto che erano state indicate due alternative frequenze, annuale e semestrale, tra loro incompatibili». Secondo il Consiglio di Stato, invece, la proposta formulata da Dnota «non risultava affatto indeterminata» ma si evinceva che la cadenza delle manutenzioni sarebbe stata semestrale. Per il collegio romano il riferimento alla cadenza annuale riportato nelle tabelle di sintesi (che il Tribunale amministrativo regionale aveva ritenuto fonte di contraddizione) aveva in realtà solo una finalità comparativa. Un dato "fuori contesto" inserito soltanto per illustrare la maggiore vantaggiosità della proposta formulata.

Piero Tallandini

 

 

L'iter per demolire la Sala Tripcovich trova un ostacolo: la palla al ministero

Cancellata la Commissione regionale sul Patrimonio culturale Il parere romano è ora vincolante. Nessuna certezza sui tempi

Spunta un nuovo ostacolo sulla strada della demolizione della sala Tripcovich. A piazzarlo, indirettamente, è stato l'uscente ministro pentastellato dei Beni e delle Attività culturali, Alberto Bonisoli. Sì, perché, con la sua riforma sulla riorganizzazione del dicastero, entrata in vigore il 22 agosto, ha stabilito che per la procedura di verifica o dichiarazione dell'interesse culturale di un bene mobile o immobile, l'ultima parola ora spetti per forza agli uffici ministeriali di Roma. Uffici che però sono già subissati di pratiche da smaltire e che non hanno ancora dato istruzioni alla Soprintendenza su come procedere. Questa svolta - che è un déjà vu dell'era pre-Franceschini - potrebbe dunque incidere sulle tempistiche utili a ottenere il parere sull'abbattimento dell'edificio progettato da Umberto Nordio: è questo un altro cambiamento imposto di recente dalla normativa che, in Friuli Venezia Giulia, ha già inciso radicalmente sull'assetto della rete museale regionale, prevedendo l'abolizione del Polo museale Fvg, sostituito dal Museo autonomo di Miramare. Ma le carte in tavola potrebbero ulteriormente essere modificate dal prossimo governo. Eppure l'iter della pratica "sala Tripcovich" sembrava essere a buon punto. Proprio in questo periodo infatti gli uffici della soprintendente Simonetta Bonomi dovevano esprimere il loro giudizio sul progetto che, lo scorso luglio, dopo svariati annunci da parte del sindaco Roberto Dipiazza, il Comune aveva ufficialmente presentato a Palazzo Economo. L'obiettivo è la riqualificazione dell'ultimo tratto di piazza della Libertà, più precisamente dell'area di largo Città di Santos, con la valorizzazione dell'entrata del Porto vecchio e appunto lo smantellamento del teatro. Progetto che, pur in assenza di documenti ufficiali, era visto di buon occhio dalla soprintendente. Con la riforma Bonisoli, però, l'iter per l'approvazione o meno contempla l'opinione degli uffici romani, aspetto fino a oggi non obbligatorio. Ma che cosa cambia ora? Prima della riforma il soggetto che avanzava una richiesta, nello specifico per la rimozione di un vincolo su un bene tutelato dalle Belle arti, presentava la domanda in Soprintendenza. Da lì scattava il countdown dei 120 giorni in cui l'ente di Palazzo Economo doveva esprimersi a riguardo. Veniva avviata un'istruttoria che coinvolgeva anche la Commissione regionale per il Patrimonio culturale (Corepacu), di cui facevano parte anche il direttore del Polo museale Fvg, il direttore del Segretariato regionale e il soprintendente, e che poteva pure, in un secondo momento, inviare il fascicolo al ministero per un parere. Ora questo organo viene spazzato via e la palla passa direttamente a Roma. Sulla carta dovrebbero rimanere intatte le tempistiche - 120 giorni - previste dal codice dei Beni culturali. A meno di nuove modifiche. Tuttavia, nel caso della Tripcovich, bisogna vedere se, visto che è già passato un mese dalla consegna del progetto, si riescono comunque a rispettare i tempi. Bonomi su questo è cauta: «Non necessariamente si allungheranno i tempi, però non abbiamo ancora avuto istruzioni in merito. Non sono in grado di dare opinioni sulla normativa ora che è appena l'inizio. Questa novità, certamente, complica le cose, soprattutto per gli uffici romani, che si troveranno anche queste pratiche da smaltire. Quel che è certo è che, come per tutti i procedimenti, se chiederanno delle integrazioni, s'interromperà l'intervallo dei 120 giorni». Quanto al parere della Soprintendenza Fvg, «l'istruttoria - conclude - non è ancora terminata, forse in una decina di giorni lo sarà, devo vedere con i miei funzionari». 

Benedetta Moro

 

Dipiazza: «Niente paura Faremo tutto quello che prevede la legge» - LA REAZIONE DEL SINDACO

La legge Bonisoli mette lo zampino nell'iter per la demolizione della sala Tripcovich? Il sindaco Roberto Dipiazza non si scompone. Alla notizia, infatti, il primo cittadino reagisce con molto savoir-faire: «Sono abituato ad applicare le leggi», afferma senza indugio. Un tema, questo, a cui tiene particolarmente, visto che ha spesso sottolineato come in tutti questi anni di amministrazione non abbia mai ricevuto un avviso di garanzia. In ogni caso, Dipiazza non ha intenzione di abbandonare la sua idea di radere al suolo quella che è stata per lungo tempo la dependance del teatro Verdi, ora bisognosa di restauro e per questo chiusa dal 2017. Anche se il ministero si mette di mezzo. Dipiazza, proprio per dare testimonianza della sua tenacia, ripesca dal passato l'altro mega abbattimento da lui portato a compimento, quello della piscina Bianchi, avvenuto nel lontano 2004. «Anche all'epoca - ricorda - siamo andati a Roma, ho esposto al ministero il progetto e mi è stato concesso l'abbattimento. Non mi fascio la testa, non ho paura di nulla. Non mi rovino la giornata per questo. Se anche questa volta dovrò andare a Roma, ci andrò senza problemi. Diciamo che se era più facile, era più facile, se è più difficile, sarà più difficile e basta». L'abbattimento della piscina Bianchi è stato in effetti per lungo tempo un altro cavallo di battaglia del sindaco, portato avanti sempre con il fidato Giorgio Rossi, che dirigeva al tempo l'assessorato ai Lavori pubblici. All'epoca, a gestire la pratica per il ministero dei Beni culturali, era stato il direttore del ministero stesso, Pio Baldi. L'operazione costò 800 mila euro. L'attuale progetto di riqualificazione, con annesso smantellamento dell'ex stazione delle corriere, per cui è richiesta la rimozione del vincolo delle Belle arti, richiede invece un investimento di 2 milioni di euro. È prevista «la realizzazione di una vera e propria piazza - spiegava nelle scorse settimane l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli -, con la piantumazione di nuovi alberi e lo spostamento della statua di Sissi dal giardino di piazza della Libertà». Si calcolava che nel 2020 si potesse bandire la gara e affidare il progetto definitivo. Ora, alla luce della legge Bonisoli, non si possono fare più previsioni.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO , 31 agosto 2019

 

 

Ferriera, arriva la svolta «Pronti a discutere l'addio all'area a caldo»

La proprietà chiede garanzie economiche e un piano per riqualificare gli addetti ma per la prima volta si dice disponibile al confronto. I sindacati: lunedì assemblea

Trieste. «La scrivente prende atto della volontà della Regione di arrivare alla chiusura dell'area a caldo e manifesta disponibilità a discutere costruttivamente la proposta». Siderurgica Triestina conclude così la lettera inviata il 29 agosto all'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, per aprire alla dismissione della cokeria e dell'altoforno della Ferriera di Servola in caso di proposte economiche adeguate. L'anticipazione del Piccolo sulla possibilità del definitivo superamento dell'area a caldo trova conferma, ma la proprietà chiede alla giunta Fedriga di garantire «un contesto che tenga conto della necessità di recuperare gli investimenti effettuati e salvaguardare i livelli occupazionali». E qui si inserisce la due diligence con cui l'Autorità portuale sta stimando il valore dei terreni, che potrebbero essere rilevati dalla mano pubblica e, dopo la bonifica, affidati in concessione a privati. Voci interne all'azienda parlano della recente visita dei vertici di St proprio per affrontare aspetti connessi alla valutazione economica. Si affaccia dunque la possibilità di avviare una fase nuova dello sviluppo industriale e logistico di Trieste, che entro qualche anno potrebbe mettersi alle spalle oltre un secolo di produzione siderurgica. L'idea di fondo maturata negli incontri tra l'imprenditore Giovanni Arvedi, l'assessore Fabio Scoccimarro e il presidente Zeno D'Agostino è lo sviluppo del laminatoio (la cosiddetta area a freddo) con la transizione dell'area a caldo verso un impiego logistico, perché proprio lì dovrebbe sorgere in futuro un nodo ferroviario posto al servizio della Piattaforma logistica, oggetto di interessi cinesi e non solo. Arvedi si è insomma detto disposto ad accettare offerte e ieri ha fatto pervenire ai sindacati copia delle comunicazioni intercorse con la Regione. Dopo un anno di muro di gomma rispetto alle richieste dei lavoratori, la proprietà chiarisce che convocherà un incontro «non appena in possesso di elementi di approfondimento». La lettera in questione è la risposta positiva a una missiva del 28 agosto in cui Scoccimarro ha chiesto di accogliere formalmente l'invito della Regione a dismettere l'area a caldo. L'assessore ha preso atto che «gli obblighi imposti a Siderurgica Triestina sul risanamento ambientale sono stati quasi del tutto ottemperati» e ha assicurato che in caso di chiusura «sarà cura dell'Amministrazione accompagnare l'intero percorso di riqualificazione», per quanto riguarda il reimpiego dei lavoratori e l'interlocuzione col governo per la stesura di un nuovo Accordo di programma finalizzato alla conversione logistica. L'alternativa per Arvedi sarebbe la realizzazione dei capannoni per la copertura dei parchi minerari (oltre 30 milioni) e la costruzione di un nuovo e meno inquinante altoforno. E qui i detrattori della giunta sussurrano che i meriti della politica siano limitati, visto che il cavaliere non avrebbe mai avuto intenzione di andare oltre il 2026 per non imbarcarsi in investimenti eccessivi. Meglio spostare altrove la produzione di ghisa. Dopo il confronto con il presidente Massimiliano Fedriga avvenuto dieci giorni fa e dopo aver letto nero su bianco della svolta, i sindacati hanno convocato un'assemblea per lunedì mattina. A rischio ci sono poco meno di 400 lavoratori sui quasi 600 assunti in Ferriera, cui si aggiunge un indotto che per Cgil, Cisl e Uil sfiora le 200 unità. Numeri che le Rsu non considerano possano essere riassorbiti da laminatoio e porto, tanto più che l'Autorità portuale avrebbe già parlato di un massimo di 80 assunzioni. Thomas Trost (Cgil) ricorda che «i lavoratori hanno in media più di 50 anni di cui metà passati nella siderurgia: sono "uomini di ferro" difficili da ricollocare. Eliminando la cokeria l'anno prossimo, potrebbe inoltre cadere da subito la continuità produttiva dell'intera area a caldo. I lavoratori prendano coscienza di quello che può succedere e Arvedi dica chiaramente quanti anni abbiamo davanti e che investimenti ci saranno per sostenere la produzione». Per Umberto Salvaneschi (Cisl) «la difesa del lavoro è la difesa del reddito sul territorio: niente proposte di trasferimento fuori Trieste». Franco Palman spiega infine che «l'azienda a luglio ci ha assicurato di avere un piano industriale per il rilancio: un cambio di passo così rapido lascia stupefatti». Scoccimarro rivendica «la formale manifestazione di disponibilità di Siderurgica Triestina. La lettera pervenuta al mio assessorato è il traguardo di un percorso condotto sotto traccia, ma anche il punto di partenza di un nuovo e complesso iter: i tempi dovranno essere brevi e nessuna famiglia dovrà restare senza reddito. Siamo a un cambio netto d'impostazione rispetto a quanto avevamo sentito fino all'affermazione del centrodestra». Ma l'ex governatrice Debora Serracchiani sottolinea che «se l'area a caldo chiuderà non sarà perché la Ferriera inquina né perché l'hanno promesso Fedriga o Dipiazza, ma perché si sono preparate condizioni favorevoli in anni di lavoro. Grazie all'impegno di governo, Regione e Autorità portuale si sono realizzate infrastrutture logistiche, che ora si presentano appetibili a investitori anche stranieri. Abbiamo fortemente sostenuto la vocazione emporiale di Trieste e del suo porto». 

Diego D'Amelio

 

Voglia d'aria pulita e ombra licenziamenti Il dilemma che divide l'anima dei servolani

TRIESTE. Tra il quartiere di Servola e la Ferriera c'è un legame indissolubile, del resto molti di quelli che vivono nelle case tra via Dei Giardini e via Pitacco hanno lavorato o hanno un parente che faceva l'operaio e per questo il pensiero va ai posti di lavoro. Secondo Elisa la chiusura dell'area a caldo «potrebbe migliorare la situazione visto che in tanti dicono che inquina. Diciamo che sono preoccupata per gli operai e per come possono essere reimpiegati visto che anche mio padre ha lavorato là dentro». «Sono qua da 54 anni - racconta Maria - e sento le voci della chiusura da allora. Sarebbe una cosa bella però non credo più a nulla visto che troppe volte avevano promesso che sarebbero intervenuti. Io ho il nero in casa e la polvere. Per fortuna abito in un piano basso e sono più protetta». Maurizio Urbano è passato a trovare la mamma che abita, invece, all'ultimo piano di una delle tante palazzine Ater della zona: «Siamo venuti qua negli anni '60 e la gente neanche notava lo stabilimento. Ora è visto come il male assoluto quando una volta era il bene per la città. Le industrie inquinano e si sa. Diciamo che non è il posto ideale per un impianto siderurgico. Se dovessero chiudere l'area a caldo non deve essere a discapito delle persone che rischiano di perdere il posto». Carlo abita da 60 anni a Servola e ha anche lavorato nella Ferriera: «Per la polvere la chiusura dell'area a caldo è una buona notizia, per i lavoratori no. Sono preoccupato per il futuro degli operai». Anche Mario è stato un dipendente dello stabilimento «quindi per me è difficile dire che deve chiudere. La polvere c'è sempre, lavori ne fanno pochi, dicono di farne tanti, ma non abbiamo miglioramenti. Io spero che si chiuda, ma spero anche che gli operai non perdano il posto di lavoro». Chiede l'anonimato una signora che aveva il padre, il marito e il figlio impegnati in Ferriera: «Ho solo dei bei ricordi di quanto portavamo il pranzo a papà. Speriamo che un giorno si possa unire la produzione con la riduzione dell'inquinamento». Ideale Scuz evidenzia che «le persone che lavorano hanno diritto a lavorare, noi però sono 30 anni che sentiamo promesse a partire dalla politica e da Roberto Dipiazza che prima di diventare sindaco aveva promesso mari e monti. Vediamo ora come va». La pensa in modo diametralmente opposto Barbara Cresevich: «Abito qua da sempre. Negli anni precedenti c'era tanto smog, ora posso dire che è cambiato totalmente. Bisogna incentivare perché le cose vadano ancora meglio, ma chiudere sarebbe follia perché non sappiamo dove mettere la gente che ci lavora». «Sono anni che parlano di chiusura - replica Milva - c'è qualche piccolo cambiamento, ma fino ad ora abbiamo solamente visto aumentare la polvere e l'odore. Guardiamo con diffidenza a questa apertura, non ci credo almeno fino a quando non vedrà qualcosa di concreto». Anche Daniela non ha visto progressi: «Sono qua da tanti anni, ci sono troppi posti di lavoro in ballo e ora stanno anche per chiudere la Sertubi quindi non ci credo. Qua non si vive male, la zona è tranquilla, ma quando fanno la colata c'è puzza e poi ci sono i "brillantini" che si disperdono nell'aria. Magari chiudessero l'area a caldo, sarebbe finalmente un borgo felice». Alda Sancin e il marito Ettore Bellanti abitano a Servola e da sempre sono attivi nel gruppo "No smog", alla notizia dell'apertura del gruppo Arvedi per la dismissione dell'area a caldo sono scettici: «Abbiamo qualche perplessità perché Arvedi fa il suo lavoro da industriale e deve fare soldi, non il missionario. Ora che vuole parlare con i sindacati o capisce che la situazione è molto tesa o intravede qualche interesse nell'evoluzione dell'area a caldo. È strano poi che un industriale comunichi prima le sue volontà, probabilmente vuole alzare il prezzo». -

 

L'eterno limbo degli operai: «Da anni voci e incertezza Senza lavoro che faremo?»

Fuori dai cancelli dello stabilimento fra rabbia e rassegnazione: «A 50 anni che occupazione potrò trovare?». E qualcuno si scaglia contro la giunta Fedriga: «Vuole farci restare in strada»

«Ormai ho 50 anni, non penso che se dovessero chiudere l'area a caldo della Ferriera troverei un altro lavoro». È una delle voci che vengono dallo stabilimento siderurgico di Servola, da dove gli operai escono alla chetichella alla fine del turno del mattino, poco dopo le 14. C'è chi si accende una sigaretta, qualcuno guarda il cellulare, altri si fermano a parlare con i sindacalisti presenti. Quattro chiacchiere in particolare sul calcio mercato, poi il pensiero va al futuro, o meglio alle tante incognite che lo accompagnano. I più anziani sono quelli che lavorano nell'area a caldo, i più giovani solitamente sono impiegati invece nel laminatoio a freddo, l'impianto installato dal gruppo Arvedi. Quelli "nuovi" hanno poca voglia di parlare visto che alla fine il loro reparto non è quello a rischio: non manca la solidarietà verso i colleghi ma forse pesa di più la paura di dire qualcosa di sbagliato. Andrea Leo è uno della "vecchia guardia" ed è preoccupato: «Qua non si sa niente, si parla di qualcosa che dovrebbe avvenire a ottobre o novembre, le uniche cose che sappiamo le apprendiamo dai giornali e dalla televisione, dove fino a poco tempo fa dicevano che la proprietà voleva andare avanti sia con l'area a freddo che con l'area a caldo». Le voci di una possibile chiusura di quest'ultima lo preoccupano: «A 50 anni è normale anche perché non so come si andrà avanti. Ho una moglie e due figli e restare per strada a questa età non è pensabile. Il brutto poi è che nessuno parla chiaramente, solo promesse. Se ci guardiamo intorno però ci sono mille persone che rischiano di rimanere per strada». Massimiliano ha invece fretta e non vuole parlare più di tanto: «Io ho iniziato a lavorare qui nel 1997, due anni dopo ho fatto la prima cassa integrazione. Se questa esperienza dovesse finire, cercheremo altro», si lascia sfuggire andando via in motorino. «Non si possono fare progetti né pianificare qualcosa perché non hai sicurezze e certezze - c'è amarezza nelle parole di Tihomir -, aspetti e speri. Sono qua dentro da 19 anni, non ho idea di cosa succederà in futuro. So che molti hanno un contratto a termine, e anche per loro non deve essere facile. Servono risposte e lasciare solo l'area a freddo non consente di riassorbibire tutte le persone che lavorano dentro l'impianto. Diciamo che ormai siamo rassegnati e ce ne facciamo una ragione. Poi è anche vero che se uno ha voglia di lavorare qualcosa potrebbe anche trovare in caso di licenziamento, però non è facile». Luigi Saia è un fiume in piena, la rabbia verso le istituzioni è tanta: «La Regione sta lavorando per far sì che 430 persone più l'indotto restino a casa. Io ho 56 anni, ho tre figlie e sono anche nonno, i politici lavorano per farmi licenziare e se dovesse avvenire è giusto che sappiano che diventerò la loro ombra, visto che senza lavoro avrò tanto tempo libero». A spaventare Saia sono anche le promesse: Vorrei chiedere a questi "signori" cosa intendono quando parlano di riconversione. Io ho 50 anni, mi insegnano a fare l'idraulico e poi dove vado a lavorare? Ci sono già molti disoccupati in città, come pensano di rioccupare 400 persone in una volta sola? Viviamo in una città dove il comparto industriale è sotto il 10%, pensano che l'economia possa restare in piedi grazie a quattro navi da crociera? Le persone che lavorano alla Ferriera pagano le tasse che mandano avanti la città, e sono in tanti i miei colleghi che fanno questo ragionamento. Ho iniziato a lavorare qua dentro nel 2000: da allora ho paura a programmare il futuro e la politica non ha mai capito questa cosa». Anche Stefano Hamerle lavora in Ferriera dal 2000: «È parecchio tempo che sentiamo queste dichiarazioni. Prima la vendita della banchina, poi la piattaforma logistica, la vendita ai cinesi e adesso la chiusura dell'area a caldo. Sinceramente non capisco come si possa pensare di dividere gli impianti che sono collegati tra di loro, così facendo il sistema rischia di non stare più in piedi. Diciamo che, da quando ho iniziato a lavorare a Servola, ho sempre la preoccupazione per quello che sarà il futuro, ho cresciuto mia figlia con l'ansia e faccio anche fatica a rassicurare la mia famiglia. Credetemi, non è facile». Alessandro ha poca voglia di parlare, si lascia andare a una dichiarazione veloce: «La preoccupazione c'è sempre, andiamo avanti e vedremo». 

Andrea Pierini

 

 

I giovani ambientalisti al Consolato di Brasile - la protesta

Il movimento "Fridays for Future Trieste" si è riunito ieri pomeriggio sotto al consolato onorario di Brasile in via San Francesco per protestare contro il rogo dell'Amazzonia. «Finché i nostri polmoni avranno abbastanza ossigeno per permetterci di respirare, alzeremo la nostra voce».

 

 

 

 

SLOWFOOD.it - VENERDI', 30 agosto 2019

 

 

Sei trucchi per mangiare meno plastica

Lo sapete tutti, acqua e cibo che mangiamo ogni giorno sono contaminati dalla plastica. E sul pericolo microplastiche sono sicura siete tutti ben consapevoli. Oggi invece vi diamo qualche dritta per ingerire quanta meno plastica possibile. Perché se non si può evitare del tutto di buttar giù microplastiche e sostanze chimiche che compongono la plastica (sono davvero ovunque, anche nella polvere domestica) possiamo però pensare di darci un grosso taglio. Sicuramente il primo passo, spero per voi inevitabile, è quello di non comprare e non mangiare più cibo e bevande che sono confezionati in plastica. Anche se è quasi impossibile da fare, avverte Sherri Mason, Ph.D., coordinatrice della sostenibilità presso il Penn State Behrend College e chimica, che ha studiato la presenza di plastica in acqua di rubinetto, birra, sale marino e acqua in bottiglia (risultati dello studio qui). Ma questi piccoli stratagemmi possono aiutare a evitare almeno la plastica extra. Bere l’acqua del rubinetto. L’acqua potabile è tra gli elementi che maggiormente contribuiscono all’ingestione di microplastica. Secondo quanto verificato da Mason però l’acqua in bottiglia (di plastica) ha circa il doppio del livello di microplastica dell’acqua del rubinetto. Inoltre, alcune acque imbottigliate hanno anche dimostrato di avere alti livelli di sostanze chimiche PFAS. Insomma, scegliete l’acqua del sindaco o se avete la possibilità raccoglietela da qualche fonte in montagna.   Non riscaldare il cibo in plastica. La plastica riscaldata rilascia prodotti chimici nel cibo. Meglio anche evitare la lavastoviglie.   Evitare contenitori di plastica per alimenti con problemi noti. Imballaggi con codici di riciclaggio “3”, “6” e “7” indicano rispettivamente la presenza il PVC/ftalati, il poliestere/stirene e policarbonato/Bisfenolo A, quindi si consiglia di evitare di utilizzare contenitori che hanno quei numeri nel simbolo di riciclaggio sul fondo. Se invece gli imballaggi sono etichettati come “biobased” o “greenware”, non contengono bisfenoli.   Mangiare più cibo fresco. E questo non ci stanchiamo di ripetervelo. Anche se i livelli di microplastica nei prodotti freschi sono stati in gran parte non testati, questi prodotti hanno meno probabilità di esporvi a sostanze chimiche. Oltre ad essere più sani, perché più ricchi di nutrienti, più buoni e più ecologici.   Ridurre al minimo la polvere domestica. Insomma ragazzi diamoci da fare con le pulizie domestiche. La polvere può esporre le persone a sostanze chimiche, inclusi ftalati, PFAS e ritardanti di fiamma.   Pensiamo in grande. Se tutti possiamo intraprendere azioni per ridurre il consumo di plastica, è anche vero che sono necessarie azioni su larga scala. Quasi nessuna plastica è effettivamente riciclabile o riciclata. E questo è particolarmente vero per il packaging del cibo.   Si prevede che la produzione di plastica quadruplichi entro il 2050, il che significa che la quantità di contaminazione della plastica nell’ambiente farà altrettanto. E allora diamo quei segnali forti che la moltitudine può dare. Evitiamo la plastica mono uso, preferiamo lo sfuso, facciamo sempre la differenziata e cerchiamo di scegliere contenitori in plastica riciclata. Insomma proviamo a evitare almeno questa catastrofe annunciata.   Fonte https://www.consumerreports.org/food/how-to-eat-less-plastic-microplastics-in-food-water/      

Michela Marchi   m.marchi@slowfood.it

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 30 agosto 2019

 

 

Oltre 3 ore di braccio di ferro tra impresa e ambientalisti sulle vasche dei pesci a Duino

Confronto serrato nella commissione comunale. Improbabile il trasloco al largo dell'impianto ma l'Arpa apre a «verifiche sui fondali» in futuro

Il conflitto continua. Tre ore e mezza di discussione, nel corso della seduta che la Commissione Ambiente del Comune di Duino Aurisina ha dedicato al tema, non sono bastate. Sulla presenza delle vasche per l'allevamento del pesce, situate al largo di Duino e di proprietà della Valle Ca' Zuliani, le parti in causa sono rimaste ciascuna della propria idea. Da un lato l'azienda, forte dei pareri dell'Arpa, che ha confermato che «nella lavorazione sono rispettati tutti i criteri di legge che riguardano sia la tutela dell'ambiente sia l'utilizzo di mangimi di qualità», dall'altro gli ambientalisti e il consigliere di opposizione Vladimiro Mervic impegnati a chiedere «ulteriori controlli sui fondali» e a proporre di «spostare più al largo le vasche». In mezzo il Comune, con il sindaco Daniela Pallotta che ha sottolineato «il valore delle attività produttive che garantiscono importanti realtà occupazionali». La Valle Ca' Zuliani dà lavoro infatti a una cinquantina di persone. Del resto, l'obiettivo della seduta, come ribadito dalla presidente della Commissione Chiara Puntar, affiancata dagli assessori Stefano Battista, Lorenzo Pipan e Massimo Romita, era di «approfondire le conoscenze sul problema», ed è stato centrato. Il direttore della produzione della Valle Ca' Zuliani Stefano Caberlotto ha precisato che «l'allevamento dei branzini non è forzato e la qualità del mare sta a cuore anche a noi che viviamo qui». Pasquale Romagno, referente sanitario dell'azienda, ha sottolineato a sua volta che «l'impresa è certificata per la totale assenza di antibiotici nella lavorazione». Claudia Orlandi dell'Arpa ha quindi ricordato che «lo stato delle acque a Duino è costantemente buono», e che si potrebbero effettuare in futuro «verifiche sui fondali», rispondendo così a una specifica richiesta di Mervic e del consigliere Igor Gabrovec (Us). Quest'ultimo ha anche proposto una verifica dei fondali con l'ausilio dei sub. Il consigliere Giorgio Ret (As) ha rammentato che «le gabbie sono qui da decenni». Quanto allo spostamento degli impianti, Michele Doz, delle imprese di pesca locali, lo ha definito «molto problematico» mentre Franco Manzin, della Direzione regionale risorse ittiche, ha spiegato che «andare oltre il chilometro dalla costa implica un'autorizzazione ministeriale». Mervic ha parlato poi di «vita vegetale scomparsa nella zona delle vasche» e di un «evidente problema di deturpazione del paesaggio». Sull'analisi dei fondali ha insistito anche Elena Legisa (Rifondazione). Tiziana Cimolino (Medici per l'ambiente) ha accennato al fatto che «solo di recente i controlli sono diventati rigorosi, mentre in passato l'uso degli antibiotici nell'allevamento dei pesci era massiccio». Lino Santoro, consulente di Medici per l'ambiente, ha posto l'accento sul rischio di «interruzione del ciclo naturale della biosintesi delle sostanze umiche e della demolizione delle sostanze organiche, senza dimenticare l'ipotesi dello stress che si può creare nei pesci costretti nelle gabbie».

U.Sa. 

 

 

Greta attacca «Un piano concreto per il clima»

New York. Gli Usa sotto Donald Trump recalcitrano, ma i giovani attivisti come lei costringeranno i leader della Terra ad affrontare la crisi del clima impazzito: l'ha detto al Guardian la 16enne Greta Thunberg, arrivata l'altro ieri a New York in barca a vela per partecipare, il 23 settembre, al vertice dell'Onu sul cambiamento climatico. «È folle che una sedicenne debba attraversare l'Atlantico per far conoscere la sua posizione, ma le cose stanno così», ha detto Greta: «Siamo a un punto di rottura. I leader sanno che hanno più occhi puntati addosso, sentono più pressione, devono fare qualcosa, devono trovare una soluzione. Io voglio un piano concreto, non parole», ha detto l'attivista. Quanto al disastro in Amazzonia, Greta ha definito «disastrosi» gli incendi , affermando che è «il segnale chiaro che bisogna smettere di distruggere la natura». --

 

Fridays for future - Doppio presidio contro gli incendi in Amazzonia

Il movimento "Fridays for future" organizza oggi in città il presidio "No es fuego: es capitalismo - #sosamazonia". Appuntamento alle 17 sotto il consolato onorario del Brasile in via San Francesco 4/1 per protestare contro gli incendi che stanno devastando la foresta amazzonica. Al primo presidio, cui parteciperanno anche gli attivisti di udine e pordenone, seguirà una seconda "testimonianza" in piazza Unità sotto il Comune dalle 18.30 in poi.

 

IL PICCOLO - VENERDI', 30 agosto 2019

 

Gli incerti effetti sulla salute dell'esposizione ai telefoni cellulari - LA LETTERA DEL GIORNO di Mariano Cherubini - Professore universitario - Medico chirurgo specialista

Una recente lettera, richiama l'attenzione su alcuni effetti sulla salute dell'esposizione a radiofrequenze, inferiori agli standard di protezione internazionali, commentando uno studio dell'Iss di S. Lagorio, 2019. Alcuni risultati sembrano difformi dalle conoscenze correnti, pur limitate, e da approfondire. Rimane un certo grado di incertezza per un uso molto intenso di cellulari ad elevato potere di emissione. In un diagramma riportato sulla ricerca, colpisce il gran numero di soggetti di minore età, che usano, pur giovanissimi, i cellulari: risultano aumentati nel periodo 2000-2006. Non si sono potuti analizzare effetti a lungo termine, quando l'uso è iniziato da bambini. La ricerca si limita allo studio dei tumori senza considerare le sedi encefaliche di contatto con l'apparecchio, che sono il lobo frontale e temporale omolaterale, maggiormente esposte. Non sono approfonditi eventuali incrementi di malattie neurologiche e metaboliche. La Iarc, organismo al quale il triestino L. Tomatis diede un importante apporto, classifica i campi elettromagnetici a RF come possibili cancerogeni. Il professor A. Levis ha illustrato in passato a Trieste (2012), un caso di neoplasia del trigemino seguito in ambito giuridico. Un neurinoma è stato segnalato e seguito a Ivrea. Il principio di precauzione, consigliato a questo proposito, indica che deve essere usata cautela nei casi nei quali sussistano dubbi sui riscontri scientifici. Questo principio si collega a quello di "proporzionalità", che richiede minori sacrifici possibili, proporzionati, per la tutela del pubblico interesse. Il Tar del Lazio ha recentemente prescritto una campagna informativa a scopo preventivo, che non sembra attualmente potersi sviluppare. Un ulteriore proficuo approfondimento a queste tematiche, può essere riscontrato nell 'Int. J. Hyg. Environ. Health , articolo di A. Di Ciaula, 2018. In conclusione si possono apprezzare i risultati finora ottenuti, ma l'argomento non è chiuso, merita indagini sulla "misura dell'esposizione personale a radiofrequenze. La variabilità di strati della popolazione e il contributo di diverse sorgenti", che costituiscono "un'altra priorità di ricerca in particolare per l'Italia" (S. Lagorio 2019).

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 29 agosto 2019

 

 

È allarme lupi in Slovenia - Cresce la "psicosi" in Carso

I contadini d'oltreconfine denunciano un aumento delle incursioni negli allevamenti E le zone "calde" sarebbero a ridosso dell'Italia. Ma per gli esperti non c'è emergenza

DUINO AURISINA. È "psicosi" lupi sul Carso, in particolare nelle zone di Duino Aurisina più vicine al confine con la Slovenia, nonostante alcuni esperti del settore affermino che, in realtà, non tutti gli episodi di segnalazione di questa specie sarebbero veritieri e che i testimoni potrebbero anche confonderli con altri animali, come ad esempio gli sciacalli dorati, di norma non aggressivi né pericolosi nei confronti dell'uomo. Tant'è, i residenti e i contadini dell'altipiano stanno prendendo molto sul serio la protesta di piazza da poco inscenata a Velike Lasce, piccolo centro vicino a Lubiana, dal Sindacato dei contadini Sks. Il portavoce della sigla, Anton Medved, nell'occasione ha spiegato che «i provvedimenti previsti dal governo, intenzionato ad abbattere 11 lupi, che, assieme agli orsi, sarebbero responsabili dell'uccisione di circa mezzo migliaio di animali da cortile e d'allevamento, non sono sufficienti».Ad allarmare la gente del Carso sarebbe in particolare la denuncia, fatta dallo stesso Medved, che ha indicato la parte meridionale della Slovenia, assieme a quella occidentale, cioè proprio i versanti più vicini all'Italia, come le regioni «nelle quali si verifica la maggiore concentrazione di lupi».Secondo le autorità di Lubiana, il territorio della Slovenia potrebbe ospitare in totale una novantina di unità. Stando invece a quanto affermato dai responsabili dell'Sks, il numero dei lupi in circolazione sarebbe doppio. Al punto che la sigla ha fatto promettere al ministro dell'Ambiente, Simon Zaic, che «saranno eliminati quelli in sovrannumero». In Slovenia, stando a un documento ufficiale del ministero sloveno dell'Ambiente e del Territorio, i novanta lupi sarebbero suddivisi in 14 branchi di cui 4 provenienti dalla Croazia. Dal luglio del 2017 all'aprile del 2018 sono state trovate inoltre 386 prove genetiche della presenza dei lupi in vari luoghi della Slovenia. Sono stati poi analizzati geneticamente i corpi e il sangue di dieci lupi morti in questo periodo. In tutte le aree definite più "calde" è stato adottata la ricerca con il cosiddetto "howling test" e con le testimonianze dirette dei cacciatori. Dei 14 branchi individuati, sei sono stati classificati come vitali, cinque in crescita, sue in declino e uno completamente stanziale in Croazia. In 12 di questi gruppi ultimamente sono nati dei cuccioli. Da otto anni a questa parte poi sarebbe in atto una lenta ma continua crescita della popolazione dei lupi dovuta anche all'esiguo numero di abbattimenti. Tutto questo non significa ovviamente che i lupi debbano per forza avvicinarsi ai paesini del Carso triestino, ma la preoccupazione è legittima. Gli esperti italiani, come si accennava, restano comunque scettici su alcune testimonianze che parlano di presenze di lupi vicino al confine. Si potrebbe in effetti trattare, in certi casi, di «persone che scambiano cani con particolari caratteristiche per lupi». E sempre stando agli esperti del settore, in Europa i lupi sarebbero 17 mila, tremila dei quali in Italia, accentrati in particolare nelle zone del Salento, della provincia di Bologna e in Versilia. Sul Carso, dunque, non ci sarebbe motivo di particolare preoccupazione, pur rimanendo necessario prestare sempre la massima attenzione.

Ugo Salvini

 

 

Rifiuti in strada, barista inchiodato dai filmati

Maxi multa al dipendente di un locale del centro: a lui le Guardie ambientali della Polizia locale sono risalite grazie alle telecamere

Lascia per strada la spazzatura prodotta dal locale del centro in cui lavora. Scoperto grazie alle telecamere dalla polizia locale, si vede recapitare una sanzione da 600 euro. L'operazione contro il "barista sporcaccione" è stata condotta e poi resa pubblica dalle Guardie ambientali del corpo di sicurezza cittadino. Spiegano le forze dell'ordine in un comunicato stampa: «Alcuni giorni fa le Guardie hanno accertato in una via del centro l'abbandono di un grande sacco contenente tovagliette, bottiglie in plastica, lattine, tutti chiaramente rifiuti di un pubblico esercizio».Dinanzi alla palese infrazione, gli agenti ricorrono agli occhi elettronici che, come ormai in tante vie del centro, sorvegliano la strada. Grazie alle telecamere è quindi possibile dare un volto al responsabile dell'abbandono del sacco di immondizie. Scrive la municipale: «Grazie alla visione delle immagini delle telecamere posizionate in zona si estrapolavano dei fotogrammi della persona e del percorso effettuato dal responsabile dell'abbandono; l'uomo, dopo essersi guardato attorno, abbandonava al suolo il sacco».È a partire da quei fotogrammi che la nostra municipale si è messa alle calcagna dell'uomo, cercando di intercettarlo in caso di recidiva: «Nei giorni successivi gli operatori hanno effettuato quotidianamente degli appostamenti nella zona nella speranza di veder passare la persona ripresa dalle telecamere senza, purtroppo, successo». La svolta, quasi romanzesca, arriva nel modo più inaspettato quando una delle Guardie, fuori servizio, individua l'uomo per caso, riconoscendo per strada il volto che giocoforza gli era rimasto impresso: «Si trattava di un dipendente di un pubblico esercizio a cui gli veniva successivamente contestata la sanzione da 600 euro», fanno sapere i vigili urbani. La Polizia locale sottolinea infine l'importanza della tutela ambientale: «Le Guardie ambientali sono un servizio in seno al corpo di Pl e si dedicano in modo particolare agli aspetti del degrado urbano legati alla gestione dei rifiuti, applicando a 360 gradi le norme nazionali e locali. Al Codice della strada, al Regolamento verde pubblico, alla Legge sul benessere degli animali, alle norme in materia di Diritto ambientale, senza dimenticare il Regolamento di polizia urbana».

Giovanni Tomasin

 

Centro rifiuti di Vignano Location bis temporanea - L'IMPIANTO DI SMALTIMENTO

MUGGIA. Nuova location (temporanea) per il centro di raccolta dei rifiuti urbani. Da lunedì 2 settembre la struttura collocata in strada per i laghetti, in località Vignano, sarà chiusa al pubblico per lavori di manutenzione. Dove andranno i muggesani a conferire i rifiuti? Il Comune è riuscito ad allestire uno spazio quasi di fronte all'attuale struttura, nello specifico in via Colombara di Vignano, nei civici 1 e 5.Il "nuovo" centro di raccolta è collocato nella zona industriale e consta di due capannoni di piccole dimensioni di proprietà del Consorzio di sviluppo economico dell'Area giuliana (Co. Selag), siti a pochi metri dalla tradizionale area che sarà in uso fino a domenica. Le strutture saranno concesse in locazione per l'allestimento temporaneo del centro di raccolta in attesa del completamento degli interventi di manutenzione dell'attuale sede di località Vignano. «Tali interventi potranno essere avviati dopo la fine dell'iter ambientale di competenza ministeriale avviato, con proprie risorse finanziarie, dall'amministrazione comunale muggesana», ha puntualizzato l'assessore all'Ambiente Litteri. L'area ricade, infatti, all'interno del sito inquinato d'interesse nazionale di Trieste. «I campionamenti eseguiti sulle matrici acqua e suolo hanno dimostrato che non sussistono più le cause che avevano imposto l'iter riguardante la presenza del vincolo del Sin, da Muggia è stata richiesta l'archiviazione della pratica relativa all'analisi di rischio e la conseguente conclusione dello stesso» ha puntualizzato Litteri. In attesa, dunque, della risposta di svincolo dell'area da parte del ministero dell'Ambiente da lunedì 9 settembre il nuovo centro di raccolta sarà sito in via Colombara di Vignano.

 

A Zindis gli scout diventano "spazzini"

Ottimo successo per l'appuntamento con la "pulizia partecipata" organizzata da Microarea Zindis col supporto della Cooperativa La Collina e la collaborazione del Comune. L'evento ha visto come protagonisti i bambini del Ricremattina, un gruppo Scout di Ancona, i volontari di Ics e alcuni abitanti del rione.

 

 

Comitato Dolci Pace e "Nuclear Free" - Raduno a Pirano

In adesione alla Seconda Marcia mondiale per la Pace e la Nonviolenza in Slovenia, e con l'obiettivo della creazione di una Zona Nuclear Free del Mediterraneo, il Museo del Mare "Masera", il Comitato Dolci e l'Associazione Mondosenzaguerre di Trieste organizzano con il Comune di Pirano un pomeriggio di sensibilizzazione verso le istituzioni di Slovenia, Italia e Croazia domani alle 16 proprio nel Palazzo del Comune di Pirano. Info www.theworldmarch.org.

 

 

SEGNALAZIONI - La pensilina di Cattinara in pessime condizioni

l crollo del Ponte Morandi a Genova e i crolli del tetto della piscina Acquamarina e del pontile dell'Ausonia a Trieste rivestono d'urgenza il controllo di strutture in apparente degrado. Il 27 marzo 2019 il Piccolo ha gentilmente pubblicato una mia segnalazione sul preoccupante degrado nel quale si trovano i muri portanti della pensilina al capolinea del trasporto pubblico autobus presso l'ospedale di Cattinara. A tutt'oggi 23 agosto 2019 lo stato delle pensiline del capolinea a Cattinara rimane inalterato, come indicano le fotografie allegate. La sicurezza è fondamentale. Sollecito l'istituzione responsabile a fare un sopralluogo e risolvere con la tecnica migliore la ricostruzione degli elementi strutturali.

Oscar García Murga

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 28 agosto 2019

 

 

Marina da 200 posti con albergo nel destino degli hangar 24 e 25

Una cordata triestina ha preso contatto con Dipiazza e lo staff tecnico del Comune L'interesse degli imprenditori locali segue quello emerso inizialmente di Fincantieri

Fincantieri ha una rivale. Per mesi si era scritto, senza che per la verità fossero state manifestate intenzioni ufficiali, che il gruppo navalmeccanico sarebbe stato interessato a prendere i Magazzini 24-25 in Porto vecchio, per svolgervi un'attività legata ai maxi-yacht. Si tenga presente che la coppia di edifici si affaccia sul Bacino 0: in passato ospitava il cosiddetto "terminal animali vivi" ed era gestito in concessione da Roberto Prioglio, che acquistava il bestiame nell'Europa orientale e lo esportava nel Medio Oriente. Non si dimentichi inoltre che la parte a mare del Porto vecchio resta competenza dell'Autorità portuale, quindi l'investitore "anfibio" deve coordinare la sua progettualità tra due titolari, Comune e Porto. Il Municipio, che inizialmente propendeva per realizzare il Museo del mare nel "24-25", aveva poi cambiato idea, scegliendo il retrostante "26". Il "24-25" sarebbero stati messi a rendita: la prossimità al mare li rende appetibili per farci qualcosa di alternativo a un museo. Infatti, l'occhio di alcuni imprenditori triestini, ai quali potrebbe aggiungersi anche un investitore estero, si è acceso dinnanzi a questa opportunità: utilizzare il Bacino 0 per realizzarvi un marina e trasformare i ruderi del "24-25"- dove sono ancora visibili i divisori, le mangiatoie, gli abbeveratoi - in albergo. Gli esponenti di questa cordata, sulla quale per ora vige una certa riservatezza, sono stati ricevuti in Municipio dal sindaco Dipiazza e dalla dirigenza tecnica. Non è ancora tempo di dettagli, che dovrebbero essere noti in autunno. In linea di massima, secondo quanto filtra dal Comune, il marina potrebbe ospitare 200 ormeggi, avendo le dimensioni - per intenderci - più o meno del San Giusto sulla punta di Molo Venezia. Riserbo anche sull'investimento, che comunque supererà i 10 milioni di euro.Se questa candidatura andrà a buon fine, il Comune sarà in grado, dal punto di vista urbanistico, di completare la gran parte della zona settentrionale del Porto vecchio, quella che le linee pianificatorie dedicano a cultura, congressi, esposizioni. Una foto eseguita da un drone, su commissione della Monticolo & Foti, aiuta a riassumere la situazione dall'alto: Sotto-stazione elettrica (quartier generale di Esof 2020), Centrale idrodinamica, centro congressi Tcc in costruzione, Magazzino 26 (Museo del mare che sarà progettato dal sivigliano Vazquez Consuegra). Se il Comune riesce a collocare il "24-25" in collaborazione con l'Autorità, l'ingresso da nord al Porto vecchio sarebbe quasi ultimato. Già, quasi: resta da decidere il destino del Magazzino 30, una struttura di costruzione relativamente recente, in mediocre stato di conservazione. I Lavori Pubblici comunali avevano cercato un alleato privato che lo trasformasse in "fish market" e in ristorante specializzato in pesce, dove consumare deliziose cenette ittiche, ascoltando musica jazz e ammirando la venustà del Golfo. Al riguardo era stata avvicinata Eataly, dove l'attività di pescheria-gastronomia funziona piuttosto bene: ma i responsabili hanno ritenuto prematuro assumere l'iniziativa in un sito ancora allo stato brado. Il polo museale-espositivo-congressuale è solo una parte dell'immenso lavoro sul Porto vecchio. Ci sono 30 ettari di magazzini da vendere (quando la società Ursus sarà finalmente attuata). E c'è un'altra partita che attende, in un modo o nell'altro, il fischio finale: si disputa nel "villaggio Greensisam".

Massimo Greco

 

I due magazzini vennero costruiti tra il 1883 e il 1893

Le ex stalle gestite dalla Prioglio hanno alle spalle una storia lunga ben più di un secolo. Partiamo dal 1879, quando a Vienna il ministero del Commercio affidava a un ente portuale concessionario, denominato Pubblici Magazzini Generali, la gestione delle operazioni portuali svolte a terra, mentre quelle a bordo delle navi restavano prerogativa dei comandanti e degli armatori. Si apriva così un'ulteriore fase progettuale e costruttiva per rendere Trieste competitiva nei confronti dei principali scali europei. Tra il 1883 e il 1893 vennero costruiti i magazzini 7, 10, 18, 19, 20 e 26 e gli hangar 6, 9, 17, 21, 22, 24 e 25. Con l'allestimento del Molo IV il nuovo complesso portuale veniva completato.

 

 

Chiudere la centrale nucleare di Krsko per evitare il crac atomico - la lettera del giorno di Marco Barone

È vero che la Slovenia dipende sostanzialmente dalla centrale nucleare di Krsko, a soli 130 km da Trieste, alle porte del Friuli Venezia Giulia, è una centrale che anziché essere chiusa, la Slovenia sta pensando al raddoppio per raggiungere la piena indipendenza energetica. Di quella centrale se ne è già parlato più volte, soprattutto per la zona ad alta sismicità dove è collocata. E di allarmi ve ne sono stati diversi, nel 2008, una fuga di acqua di raffreddamento del reattore, nel 2007 la centrale venne isolata e chiusa per un mese per interventi urgenti. Come ha evidenziato Report con un suo vecchio servizio su quella centrale, emerse chiaramente come fosse l'unica centrale atomica europea in zona sismica ad attività medio-alta ed in Europa complessivamente ci sono 140 reattori nucleari attivi, molti più vecchi di 30-40 anni. Insomma quello che è stato definito come #crackatomico non pare essere pura fantascienza drammatica. Certo, il direttore della centrale di Krsko ha dichiarato che: «Rispettiamo i più alti standard di sicurezza». Ma i terremoti son terremoti, le zone sismiche son zone sismiche e l'Europa deve attivarsi quanto prima per chiudere quella centrale nucleare. Per questo chi vuole che quella centrale venga chiusa, può firmare anche una piccola petizione lanciata sulla piattaforma change. org dal titolo "Evitiamo il crac atomico. Chiudete la centrale di Krsko" con la quale si chiede, appunto, la chiusura della centrale. L'obiettivo è chiaro: "Evitiamo il crac atomico. Chiudete la centrale nucleare di Krsko". Gli amici sloveni hanno tutte le capacità e le possibilità di poter individuare altre forme di produzione e ottenimento d'energia che non sia quella nucleare.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 27 agosto 2019

 

 

Sprint verso l'accordo di programma per gestire la partita di Porto Vecchio

Comune, Regione, Authority pronti a definire pure lo statuto della nuova società Ursus. Al Municipio oltre il 50% delle quote

Evaporate le ferie, Santi Terranova, Gianfranco Rossi, Mario Sommariva stanno riaprendo le rispettive agende di capi-macchina amministrativi rispettivamente comunale, regionale, portuale: c'è un impegno che a mo' di filo rosso collega il loro calendario e riguarda il varo del consorzio "à trois" per la rigenerazione urbana e la riqualificazione di Porto vecchio. Tutti e tre gli attori sono ora legittimati a procedere. Più esattamente, la società consortile, che sarà costituita secondo il modello Coselag (il successore dell'Ezit per intenderci) e che si chiamerà Ursus, si occuperà di collocare sul mercato una quarantina di magazzini e hangar, che sorgono nella parte centrale del Porto vecchio, tra il "villaggio Greensisam" e il polo museale-fieristico-congressuale. Una trentina di ettari, che rappresenta più o meno la metà dell'area sdemanializzata. Difficile stimare il possibile incasso perché tutto dipenderà dalla congiuntura immobiliare e dal "sentiment" degli investitori. Bisogna valorizzare gli asset, tessere le relazioni, bandire le gare, ecc. Non sarà un lavoro di poco momento. La sequenza preparatoria della società consortile prevede - seguendo la logica dell'emendamento approvato un mese fa dal Consiglio regionale nel quadro dell'assestamento estivo di bilancio - un accordo di programma e l'approvazione della bozza di statuto, che è stata predisposta dal Comune e consegnata ai due partners. L'accordo di programma - ritmava l'emendamento regionale - detterà indirizzi, finalità, tempi di costituzione della società consortile. L'idea-base è che il Municipio detenga la maggioranza della compagine azionaria con una quota superiore al 50%, mentre Regione e Autorità portuale si spartiranno equamente l'altra porzione. L'emendamento regionale indicava esplicitamente in 100 mila euro il limite massimo dell'intervento da parte della giunta Fedriga. Il primo atto rilevante, in termini di pianificazione, risale al novembre dello scorso anno, quando la giunta approvò la delibera di indirizzo, che individuava i cosiddetti quattro sotto-sistemi in cui venivano ripartiti i 65 ettari di Porto vecchio, cioè «misto, moli, museale-congressuale, ludico-sportivo». Non va dimenticato che, se l'intera parte a terra del Porto vecchio è competenza urbanistica municipale, la parte a mare è prerogativa pianificatoria e concessoria dell'Autorità, quindi è determinante per l'investitore avere un quadro chiaro degli strumenti e degli interlocutori che governeranno l'area.

Massimo Greco

 

 

Guerra sul pesce «Via quelle gabbie che inquinano»

La crociata ambientalista corre sull'asse tra Duino e Monfalcone. Gli avannotti seguiti dalla Valle Ca' Zuliani con sede in zona Lisert

Duino Aurisina. Gli impianti per la piscicoltura al largo del castello di Duino, in linea d'aria 700 metri, risalgono addietro di almeno 30 anni. Eppure negli ultimi tempi, prima sotterranea e sopita poi esplosa sulla roboante piazza pubblica dei social, con un rimbalzo perfino nei palazzi regionali a seguito di dettagliata interrogazione dell'Unione slovena (a firma Igor Gabrovec) si è scatenata la rivolta ambientalista che qualcuno ha già ribattezzato come la "guerra del golfo". Monfalcone è la sede operativa della Valle Ca' Zuliani, la srl agricola che detiene la cinquantina abbondante di "gabbie" oggetto di contestazione da parte di alcuni e invece difesa a spada tratta da altri. A Duino bagnanti, residenti e ambientalisti si sono uniti. E pure stavolta hanno trovato un asse a Monfalcone, con i grillini capitanati dal consigliere Gualtiero Pin, che già a maggio si era mobilitato con un'interrogazione sulla «quantità di reflui organici prodotta dalle specie ittiche presenti nel recinto delle vasche in immersione acquea», ritenuto il problema maggiore. Anche se per Vladimiro Mervic, capogruppo della Lista per il golfo a Duino Aurisina che non esita a parlare di «isola di plastica», la principale preoccupazione riguarda «la paesaggistica»: «È una cosa bruttissima da vedere, che si nota da piazza, porto e castello», dice. Senza per questo sorvolare sulla criticità dettata «dalla defecazione massiccia di orate e branzini». Non si arriva a chiedere l'eliminazione dell'impianto, ma uno spostamento al largo sì. «Come se fosse cosa semplice» ribatte invece Michele Doz della Cooperativa pescatori, che leggendo sui social della "guerra" ha chiesto informazioni ed è voluto intervenire da esperto. Afferma che il trasloco costerebbe «300 mila euro», non bruscolini, per una srl agricola. Stando a Doz in trent'anni «le orate e branzini hanno mangiato, defecato e, da quanto mi risulta, non hanno reso un deserto il fondale sottostante»; infatti precisa che nell'ecosistema marino esistono «lame di acqua che fanno scorrere e disperdere il particolato presente nel mare».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 26 agosto 2019

 

 

Anche dall'Italia giunge il primo "no" ufficiale al raddoppio di Krsko

È quello della ex governatrice Serracchiani. Sarec duro all'Austria: «Quando sarete al buio non chiederete da dove arriva l'energia»

LUBIANA. La polemica dell'atomo esplode in questa ultima parte d'estate. Fatta "deflagrare" dal premier della Slovenia Marjan Sarec che si è detto favorevole a un raddoppio dell'attuale centrale nucleare di Krsko, ha visto la netta opposizione di Carinzia e Slovenia e si arricchisce anche con il fermo "no" della deputata del Pd Debora Serracchiani già presidente della Regione Friuli Venezia Giulia.Mentre l'Italia e l'Austria non hanno centrali nucleari e la Croazia condivide con la Slovenia la centrale nucleare di Krsko, l'Ungheria ha quattro reattori operativi e prevede di costruirne altre due. Le dichiarazioni del primo ministro Marjan Sarac secondo cui è necessario fare uno sforzo per costruire una seconda centrale nucleare sono riecheggiate in Austria negli ultimi giorni, dove hanno ripetutamente sottolineato che non vogliono impianti atomici nei Paesi vicini. «Quando l'Austria avrà bisogno di elettricità e sarà nell'oscurità, non chiederà da dove proviene l'energia necessaria, ma sarà felici di averla», ha dichiarato sabato il primo ministro sloveno alla festa del suo partito la Lms, rispondendo così senza peli sulla lingua alle critiche mosse da Carinzia e Stiria in prima fila. Ieri, come detto, è giunta anche la presa di posizione dell'ex governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani. Le parole «del premier Sarec suscitano stupore e preoccupazione: abbiamo da anni e più volte ribadito la contrarietà all'aumento della capacità della centrale nucleare di Krsko, auspicando una progressiva dismissione dell'impianto. Le posizioni del centrosinistra, sia dall'opposizione sia al governo della Regione Fvg, hanno sempre messo al primo posto la sicurezza». Con queste parole contenute in una nota la deputata del Pd commenta le parole del primo ministro della Slovenia Marjan Sarec in merito alla costruzione del nuovo reattore nucleare oltre a quello già esistente di Krsko.«Nonostante le passate posizioni nucleariste del centrodestra regionale, confido che il clima sia cambiato e che il presidente Fedriga vorrà farsi portavoce di un sentimento diffuso e radicato nella nostra popolazione, che percepisce Krsko come un rischio immanente. L'Italia è uscita dall'opzione nucleare e la Regione con il centrosinistra - ricorda Serracchiani - è stata spontaneamente concorde. Spero che su scelte strategiche come questa ci sarà continuità. Purtroppo l'assenza di un governo nella pienezza dei poteri inficia i passi della Regione per sensibilizzare le Autorità centrali dello Stato e chiedere un'interlocuzione ad hoc con la Slovenia. Ma esistono canali praticabili anche dalla Regione, a partire dal Comitato congiunto Fvg-Slovenia». «Ricordo che su quel tavolo - conclude Serracchiani - la Slovenia ha sostenuto le sue ragioni anche in materia di energia e di ripercussioni ambientali».Quando parla di «posizioni nucleariste» del centrodestra Serracchiani allude alle idee trapelate durante la gestione della Regione Fvg della giunta guidata da Renzo Tondo in cui si auspicava una gestione dell'impianto nucleare di Krsko da parte di un'azienda italiana, nella fattispecie l'Eni, con una partecipazione anche del Friuli Venezia Giulia. Ma tutto rimase a livello di idea e nulla a tale proposito fu mai concretizzato dai governi dei due Paesi nei loro numerosi incontri bilaterali. Sarec però sembra intenzionato a proseguire sulla sua strada nuclearista visto che finora non ha trovato opposizione alcuna dagli altri partiti che costituiscono l'attuale coalizione di minoranza che regge le sorti dell'esecutivo sloveno. 

Mauro Manzin

 

 

Verme di fuoco punge bagnante a Sebenico

La donna ha accusato dolore e gonfiore sulla parte colpita accompagnato da febbre alta. Paura tra i turisti in spiaggia

SEBENICO. È stato come se qualcuno le avesse versato dell'acido sulla gamba. La donna, residente nella località costiera di Rogosnizza di Sebenico, si trovava in una spiaggia locale, bagnando i piedi in pochi centimetri d'acqua. Improvvisamente ha percepito un dolore acuto, causatole dalla fitta di un verme di colore rossastro, che le aveva toccato la pelle. «È stato qualcosa di lancinante - ha spiegato la bagnante ai medici - sono riuscita subito a togliere alcuni minuscoli aculei, ma al dolore si è aggiunto un gonfiore nella parte colpita. Nel corso della notte, sentendo un calore diffuso in tutto il corpo, ho preso il termometro, scoprendo che avevo febbre, con temperatura superiore ai 38 gradi. A quel punto sono stata ricoverato al Pronto soccorso di Rogosnizza, dove i sanitari mi hanno dato due iniezioni per placare il gonfiore e il dolore, con una terza iniezione inoculata la mattina dopo. Ad alcuni giorni dall' accaduto, la situazione si è normalizzata. Mai in vita mia ho avuto a che fare con simili creature marine. È stata un'esperienza davvero poco piacevole».Stando agli esperti, la bagnante di Rogosnizza ha avuto a che fare con il vermocane, detto anche verme di fuoco (Hermodice carunculata), un verme marino errante appartenente alla classe dei Policheti. Si tratta di un anellide dotato di fastidiose setole urticanti. Infatti, se toccato inavvertitamente o infastidito, riesce a procurare delle dolorose irritazioni, tramite il lancio di aghi ad uncino verso la minaccia. La cura immediata è una sola: rimuovere le minuscole setole con nastro adesivo, per poi applicare sulla ferita dell'alcol, oppure lavare la zona della puntura con acqua marina fredda. La notizia della puntura del vermocane si è diffusa subito in questo centro di villeggiatura della Dalmazia centrale, spaventando non poco i bagnanti, specie i bambini.

Andrea Marsanich

 

 

Quaranta sdraio, pezzi di cabine e tavoli recuperati dai sub in mare davanti a Sticco.

Nuova pulizia dei fondali messa in atto dai volontari di Mare Nordest affiancati da altre associazioni del territorio

Sono 40 le sdraio, oltre a cabine e altre attrezzature, riemerse ieri dal mare, nello specchio acqueo davanti allo stabilimento Sticco. È il frutto della pulizia dei fondali a cura di Mare Nordest, effettuata in mattinata, grazie a una quarantina di volontari, muniti di attrezzature professionali per immergersi e di contenitori per raccogliere i rifiuti a riva. A trasportare sott'acqua lettini, ombrelloni, assi di plastica e legno era stata la mareggiata dello scorso anno, a ottobre, con forti venti di libeccio, che aveva causato danni in vari punti della costa. «Un'iniziativa realizzata in collaborazione con i gestori di Sticco mare - racconta Roberto Bolelli, general manager della società dilettantistica Mare Nordest -, abbiamo effettuato un sopralluogo sott'acqua sabato, muniti di telecamera, per mappare nel dettaglio la zona. È seguito un briefing con i volontari, per illustrare ciò che avrebbero trovato una volta iniziata l'immersione e le attività necessarie per rimuovere tutto. I rifiuti sono stati poi conferiti regolarmente grazie alla collaborazione con AcegasApsAmga». Tutto sotto gli occhi dei bagnanti, che a pochi metri hanno seguito con interesse e curiosità l'attività, conclusa a fine mattinata. «Complessivamente è stata eliminata una tonnellata di materiali vari - spiegano ancora gli organizzatori -: oltre ai lettini anche le pareti in plastica di quattro cabine, che erano andate distrutte, finite poi in mare, e ancora tavoli, sedie e altre suppellettili che c'erano da Sticco e probabilmente anche nel vicino bagno militare. Ed è spuntato pure un copertone». Il lavoro svolto rientra nell'ultima, in ordine di tempo, di una serie di iniziative per la pulizia dei fondali, che Mare Nordest ha promosso, nel rispetto dell'ambiente. «Importante ricordare - aggiungono - come siano state preservate e tutelate con grande attenzione la fauna e la flora presenti. Grazie al contributo di tutti siamo riusciti a portare via l'80% dei rifiuti presenti sott'acqua, servirà un altro intervento, programmato più avanti, per ultimare la rimozione delle immondizie rimaste». Alla mattinata hanno collaborato tante realtà del territorio: Fare Ambiente, Deep Blue, Area 51, Triblù, l'associazione dei bersaglieri e Sistema Diving. Presente anche l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro. Un'altra giornata di pulizia a cura di Mare Nordest si era svolta a maggio, con la tradizionale manifestazione "Clean Water", vicino alla Scala Reale. In quell'occasione erano state recuperate decine e decine di bottiglie, e poi lattine, pezzi di ferro, cassette di plastica, un cartello stradale e tanti altri scarti, gettati volontariamente o portati dal vento. E nelle foto delle varie edizioni, sul sito della manifestazione, tra vari oggetti "strani" finiti in acqua si nota anche un paio di sci. 

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 25 agosto 2019

 

 

Ferriera, fenomenale occasione cinese

Da problema insormontabile a cuore del nuovo Porto di Trieste. È quanto potrebbe prendere forma nell'area della Ferriera, senza che la città se ne sia ancora resa conto: il lavoro preparatorio è tutto sottotraccia, com'è bene che sia, tanto è irto di ostacoli. Ma il mostro ambientale che si offre allo sguardo lungo la superstrada; il generatore delle emissioni più discusse nella storia di Trieste; la madre di tutte le battaglie politico-ambientali che da un quarto di secolo offre il campionario di lacerazioni in cui Trieste si crogiola con voluttà (destra contro sinistra, residenti contro lavoratori, salute contro impresa); tutto questo potrebbe trovare soluzione nel volgere di alcuni anni - diciamo da cinque a dieci - grazie a una serie di tessere che come per incanto sembrano comporre un mosaico perfetto. Il puzzle, manco a dirlo, parla cinese. È noto che il governo di Pechino ha messo gli occhi sul porto di Trieste, alla partnership con il quale è dedicato uno dei 29 capitoli del recente accordo italo-cinese. Ma uno sviluppo d'interesse asiatico postula spazi portuali che siano almeno il doppio di quelli attuali. Fortuna vuole che sia già tutto scritto nel piano regolatore e in parte già in attuazione. La costruenda Piattaforma logistica, nell'area dello Scalo legnami, darà lo spazio retroportuale fondamentale allo sviluppo di qualsiasi banchina. Il futuro Molo VIII garantirà i nuovi spazi di scalo. Al servizio dei quali, tuttavia, è indispensabile anche l'accesso alle vie di trasporto, che dal bel principio il presidente del Porto Zeno D'Agostino vede essenzialmente sui binari. Ebbene, l'area a caldo della Ferriera si presterebbe perfettamente a tal fine, se riconvertita in un terminal ferroviario al servizio delle nuove infrastrutture. Detta così sembra facile, ma è un'impresa titanica: l'area dovrà essere in parte venduta dalla Ferriera al Porto, resa demaniale e data in concessione ai futuri gestori, i quali dovranno sobbarcarsi gli enormi costi di bonifica e realizzare il terminal. E tremano i polsi al solo pensare quel che si troverà lì sotto, dopo 120 anni di produzione siderurgica. Né lo Stato, né imprenditore privato italiano avrebbero i mezzi per un'opera del genere. La Cina, sì. Tanto dall'aver già schierato due colossi controllati dal governo, nelle sigle Cmg (il possibile acquirente della Piattaforma) e Cccc (il partner ferroviario).La perfezione dei tasselli avrebbe dell'incredibile: la Ferriera continuerebbe a produrre, senza più altoforni ed emissioni; l'area sarebbe bonificata; lo scalo raddoppierebbe gli spazi prefigurando una città a vocazione portuale, scientifica e turistica, grazie al parallelo recupero del vecchio scalo. E per quanti legittimi dubbi un porto parzialmente "cinesizzato" possa sollevare, bisogna riconoscere che la chance non solo è fenomenale, ma è anche l'unica. L'alternativa sarebbe un impianto dismesso e desertificato per decenni. Va da sé che questo quadretto idilliaco ha una montagna di rischi: la volontà delle parti, la coesistenza di attività così diverse, i costi tra gli otto e i nove zeri, l'impatto culturale sulla città di una presenza cinese così rilevante. E però da più di vent'anni, da quando l'emergente sensibilità ambientale pose il tema della chiusura della Ferriera, per la prima volta oggi s'intravede una via d'uscita. La quale ha un contesto bizzarro quanto virtuoso: la coabitazione istituzionale di Regione, Comune e Autorità portuale nella gestione del territorio e delle aree non solo è sopravvissuta, ma ha perfino prosperato nei cambi di colore politico (Serracchiani-Fedriga e Cosolini-Dipiazza) che avrebbero tranquillamente potuto farla esplodere con conseguente paralizzanti. Non l'abbiamo visto accadere spesso. È un grande merito della capacità strategica di D'Agostino, di chi lo nominò e di chi lo ha lasciato al suo posto. 

Roberto Morelli

 

 

Carinzia e Stiria dicono no alla centrale di Krsko 2

Dure proteste dopo che il premier Sarec si è detto favorevole al raddoppio dell'impianto nucleare. Il mondo politico del Paese non si oppone al progetto

LUBIANA. «No Nuke» è quanto hanno affermato le autorità regionali della Carinzia e della Stiria in risposta alle parole del primo ministro sloveno Marjan Sarec sulla necessità di installare un altro blocco della centrale nucleare di Krsko. «Questo è inaccettabile», ha dichiarato il vice governatore della Stiria Michael Schickhofer (Spö). Il leader dei nazional-liberali della Carinzia (Fpö), Gernot Darmann, ha annunciato invece «un'opposizione di massa» al progetto di raddoppio della centrale nucleare di Krsko. Schickhofer ha invitato il governo federale di Vienna, secondo l'agenzia di stampa austriaca Apa, ad agire immediatamente e ad avviare colloqui con il governo di Lubiana per bloccare l'intenzione del premier Sarec. «Dovremo disconnettere la centrale nucleare di Krsko oggi piuttosto che domani. In nessun caso, non dovremmo opporci al suo raddoppio», ha detto il leader stiriano, osservando anche che la centrale nucleare di Krsko si trova in una zona sismica. «Abbiamo bisogno di un'alleanza nazionale ed europea per impedire l'ulteriore espansione della centrale nucleare», ha affermato Schickhofer. Darmann, invece, ha scritto in un comunicato di attendersi che il governatore Peter Kaiser (Spö) rediga una protesta ufficiale da parte del governo carinziano. Allo stesso tempo, il leader della Fpö si è rivolto agli sloveni che vivono nella regione austriaca. «Esorto le organizzazioni slovene - ha scritto - a prendere una posizione chiara sulla questione della centrale nucleare di Krsko e ad affermare la loro influenza presso il governo di Lubiana». Sarec, lo ricordiamo, ha esplicitato la necessità di installare un secondo blocco della centrale nucleare di Krsko giovedì scorso durante una visita all'impianto. «Dobbiamo riporre tutti i nostri sforzi in questo progetto - ha dichiarato - e iniziare a costruire un secondo blocco, poiché avremo bisogno di sempre più elettricità in futuro, soprattutto se vogliamo essere un Paese prospero». La centrale attuale è stata costruita al tempo dell'ex Jugoslavia ed è in funzione dal 1983.E se il ministero delle Infrastrutture afferma all'agenzia Sta che non è stato ancora deciso nulla e che «la risposta alla quantità e soprattutto a quale tipo di energia la Slovenia ha bisogno a lungo termine sarà definita nel piano nazionale per l'energia e il clima», il dibattito politico nel Paese prende quota dimostrandosi alla fine concorde alle affermazioni del suo premier che, dicono alcune fonti diplomatiche, guarda caso si è recato a Krsko e ha pronunciato il suo endorsement al nucleare dopo che a giugno c'è stata la visita a Lubiana del segretario di Stato americano per l'Energia, Rick Perry il quale qualche promessa alla Slovenia deve pur averla fatta. L'opposizione in Parlamento della Sds (democratici di Jansa) sono assolutamente favorevoli al raddoppio visto che l'idea era già presente nei piani del suo leader quando era primo ministro. I socialdemocratici (Sd), partner di governo sono favorevoli alle fonti rinnovabili di energia ma a fronte dell'autosufficienza energetica del Paese sostengono che il raddoppio di Krsko «è sensato» mentre la Smc del ministro degli Esteri Miro Cerar chiede che prima si risolva il problema dello stoccaggio delle scorie nucleari.

Mauro Manzin

 

Antenna tv di monte Castellier "spostata" lontano dalle case

Muggia modifica il Piano di delocalizzazione dei tralicci: individuato un altro sito perché quello attuale è ora vincolato dopo il ritrovamento di reperti archeologici

MUGGIA. Il traliccio di monte Castellier verrà spostato lontano dalle abitazioni. Il Comune di Muggia ha ufficialmente avviato l'iter in seguito alla decisione maturata durante l'ultima riunione del Consiglio, in cui l'aula ha approvato la variante di livello comunale numero 38 al Piano regolatore per l'adeguamento al piano comunale di settore per la delocalizzazione degli impianti radiotelevisivi. Contro l'approvazione della variante erano giunte entro i 30 giorni dall'adozione, sia una opposizione da parte di un privato che una osservazione da parte della Monte Barbaria srl, la società che gestisce il traliccio sul monte Castellier. Una volta fornite le controdeduzioni da parte degli uffici tecnici del Comune, il Consiglio si è riunito per dare l'ok all'approvazione. «Riportare nei limiti di legge l'inquinamento elettromagnetico nella zona di Chiampore ed eliminare le antenne abusive è l'obiettivo che dal 2013 le amministrazioni comunali muggesane di centrosinistra hanno deciso di intraprendere nell'abitato di Chiampore stesso, dove erano sorti 14 tralicci che ospitavano emittenti radiotelevisive, 5 di questi abusivi», spiega il sindaco muggesano Laura Marzi. Da 6 anni dunque è partita l'opera di delocalizzazione degli impianti. Impianti che in base a uno studio commissionato all'Università di Udine hanno trovato due nuovi possibili siti idonei: monte Castellier e Fortezza. Da lì il Comune ha dato vita alla costruzione del traliccio in località monte Castellier che ha comportato il contestuale abbattimento di altri 7 nella zona di Chiampore e la riduzione degli sforamenti delle emissioni. «È un dato di fatto che, a fronte di una cinquantina di punti di misurazione che erano in precedenza al di sopra dei limiti di legge, attualmente non c'è alcun punto sopra i valori consentiti, come confermato dai rilievi di Arpa Fvg dello scorso febbraio», ha spiegato l'assessore all'Ambiente Laura Litteri. Anche le emissioni nel nuovo sito di monte Castellier risultano «perfettamente a norma». La questione, apparentemente risolta, è stata però riaperta recentemente dalla decisione della Regione che ha tolto dal piano di delocalizzazione il sito di monte Castellier in seguito al rinvenimento di reperti di interesse archeologico: l'area è diventata dunque vincolata. Il Comune si è così adoperato per attuare un aggiornamento del Piano di delocalizzazione trovando, d'intesa con la Soprintendenza archeologica, un nuovo sito alternativo compatibile, sempre in località monte Castellier. «L'effetto di questo atto è che una antenna televisiva si sposterà su un traliccio più distante dalle abitazioni, lasciando vuoto quello su cui si trovava, che potrà così essere abbattuto. Quindi - conclude Litteri - le emittenti attualmente presenti sul monte Castellier non potranno essere trasferite a Chiampore». 

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 24 agosto 2019

 

 

Nucleare, il premier sloveno favorevole a una Krsko 2

Per Sarec è l'unico modo per ottenere l'indipendenza energetica del Paese Meno convinta la ministra delle Infrastrutture Bratusek. Ambientalisti furiosi

LUBIANA. Sembra che la Bulgaria con la costruzione della sua nuova centrale nucleare abbia sfatato una sorta di tabù presso gli esecutivi dell'Europa orientale. E così è probabile che la Slovenia inizi la costruzione della seconda unità della centrale nucleare di Krsko. Il primo ministro Marjan Sarec ha sostenuto per la prima volta chiaramente questo mega-progetto, che va oltre il mandato di uno, forse anche due governi, e vale almeno altre cinque "tracce", o tre e mezzo, della centrale termoelettrica TES 6. Si suppone che fornirebbe alla Slovenia l'autosufficienza energetica. Il premier sloveno ha reso di pubblico dominio la sua posizione nel corso della visita alla centrale nucleare di Krsko e alla viglia della stesura di due documenti importantissimi per il futuro del Paese dal punto di vista energetico, vale a dire il Progetto energetico-climatico della Slovenia e la Bozza energetica del Paese. Per adesso, all'interno dei documenti l'energia nucleare non è prevista ma il premier Sarec e il direttore dell'azienda Nek che gestisce il 50% del pacchetto azionario della società Gen padrona della centrale di Krsko (l'altra metà appartiene allo Stato della Croazia), Martin Novsak sostengono il contrario. E Sarec è il primo politico sloveno dall'indipendenza della ex Repubblica jugoslava a parlare chiaro sul tema supportando il raddoppio della centrale. «Dobbiamo concentrare tutti gli sforzi su questo progetto - ha dichiarato il premier sloveno - e giungere alla costruzione del secondo reattore, visto che in futuro avremo bisogno di maggiore energia soprattutto se vogliamo essere una nazione sviluppata». «Con la direzione di Krsko - ha precisato - siamo giunti alla conclusione che la Slovenia è un Paese nucleare visto che questa centrale produce una quantità molto significativa del nostro fabbisogno energetico (40% ndr.).Meno chiara di Sarec è stata in passato la ministra delle Infrastrutture Alenka Bratusek, la quale in un'intervista sul Dnevnik di Lubiana, ha sostenuto che se si trovassero fonti alternative di energia non sarebbe una sostenitrice ad oltranza del raddoppio di Krsko, così come non sarebbe una sostenitrice della chiusura della stessa senza, per l'appunto, fonti alternative in grado di coprire il fabbisogno energetico fornito fin qui dalla centrale nucleare. Insomma un bel ics nel toto-raddoppio. Decisa e immediata invece l'opposizione degli ambientalisti. «Gli Stati che sono più attivi sul fronte della crisi climatica edificano centrali eoliche e solari e non reattori nucleari», ha replicato sul Dnevnik Katja Hus di Greenpeace Slovenia e ha sostenuto che il governo dovrebbe puntare su fonti energetiche rinnovabili e prendere provvedimenti mirati a un abbassamento del consumo energetico nell'industria.

Mauro Manzin

 

 

Attivisti in piazza: «Il Comune dichiari l'emergenza climatica» - mozione di pd e open

«Serve un governo che dichiari l'emergenza climatica, perché non dobbiamo arrivare al punto di non ritorno che per gli scienziati sarà tra dieci anni». Sono le parole di Laura Zorzini, attivista triestina di Friday for Future, ieri pomeriggio in piazza Unità sotto il palazzo municipale insieme a un piccolo ma agguerrito gruppo di attivisti. Numeri lontani da quelli dello scorso 15 marzo, sciopero globale indetto dal movimento di Greta Thunberg, con ben 3 mila persone in piazza Unità. Un movimento che non si pone dei limiti anche per quel che concerne l'età degli aderenti, anzi: «Abbiamo bisogno dell'esperienza di chi ha già vissuto momenti di cambiamenti di massa, e anche per questo chiediamo la collaborazione di tutti e ci definiamo apartitici. Quello che chiediamo ai politici è di ascoltare la scienza. E a Trieste abbiamo la possibilità di dialogare con diverse istituzioni scientifiche. Chiediamo al sindaco e alla giunta di approvare una dichiarazione di emergenza climatica e ambientale come altre città anche più piccole della nostra hanno già fatto». Intanto qualcosa si muove all'interno di Palazzo Cheba: la consigliera del Pd, Antonella Grim, ha presentato ieri una mozione che chiede di dichiarare lo stato di emergenza climatica e ambientale, firmata dai consiglieri Valentina Repini e Giovanni Barbo del Pd e da Sabrina Morena di Open Fvg. Intanto Friday fo Future cresce e si confronta a livello globale: dal 4 al 10 agosto si è tenuto a Losanna un meeting per discutere del futuro del movimento a cui hanno partecipato 450 attivisti, tra cui 30 dall'Italia: per il Fvg ha partecipato anche Laura Zorzini che ha svelato che «l'idea è quella di realizzare un secondo meeting per l'estate del prossimo anno, con l'Italia che ha candidato Torino per giugno 2020». L'estate di Esof 2020. 

Luigi Putignano

 

 

Cibi scaduti nei locali, ecco la "black list"

Ristoranti etnici e non nel mirino della Procura. Riscontrate anche irregolarità nella tracciabilità del tonno servito a tavola

Dai cibi mal conservati e scaduti alle frodi commerciali. Nella lista dei gestori sanzionati nelle scorse settimane dopo i controlli a tappeto dell'Azienda sanitaria, della Polizia locale e della Guardia costiera, figurano ben sei locali che servono sushi. Ma nel novero spuntano anche la "Osteria del Sindaco" di via delle Beccherie e il "Time Out" di via Malcanton. L'indagine, partita su impulso del pm Federico Frezza, ha preso corpo dopo alcune lievi irregolarità riscontrate nelle modalità di somministrazione del pesce; in particolare lì dove nei menù figurava la semplice dicitura "tonno" (da intendersi come "rosso", stando a quanto annota la Procura) quando invece veniva servita la varietà "pinne gialle". Una frode, secondo le rigide leggi in materia, che potrebbe trarre in inganno gli avventori sulla qualità e origine del prodotto. Se ne è accorta la Capitaneria di Porto, durante una verifica del 22 maggio nel ristorante "Zushi" di via San Nicolò. La Procura ha fatto scattare un procedimento nei confronti del legale rappresentante Piergiuseppe Mangone e Manuela Noacco, responsabile del locale. Stesso discorso per il "Isushi Trieste" di via Bonafata. Il procedimento, in questo caso, riguarda il trentaseienne cinese Jian Qiu, socio del locale. Così per il connazionale Lixin Hu, trentatreenne, titolare del "Kaori" di piazza Dalmazia. Dopo questi accertamenti le verifiche si sono quindi allargate a macchia d'olio su altri commercianti. Più pesante, in effetti, la posizione della ventinovenne Zhenyi Zhou, pure lei cinese, in servizio al ristorante giapponese "Sakura" di Riva Nazario Sauro 6/B: qui, oltre al problema del tonno, nel congelatore sono stati trovati alimenti deperibili in cattivo stato di conservazione e pulizia: carni congelate e ravioli, ma anche un'anatra originariamente fresca e destinata al consumo in tale stato, ma poi congelata in proprio. Dai controlli sono state poi rintracciate delle mazzancolle scongelate e poi ricongelate, mantenute nella cella frigorifera in vaschette aperte con evidente brinatura e senza alcuna indicazione. Il pm Frezza ha voluto andare a fondo: la frode sulla tipologia di tonno è stata contestata anche alle "Terre d'Oriente" di Riva Nazario Sauro 12 (il titolare chiamato a rispondere è il quarantaquattrenne cinese Jianhua Lai); al "Koko Sushi" di via dell'Orologio, (il titolare è il trentacinquenne cinese Yangxiao Hu) grazie all'intervento congiunto di Capitaneria, Polizia locale e Azienda sanitaria. L'inchiesta è proseguita. A fine maggio gli accertamenti si sono estesi all' "Osteria del Sindaco" (titolare il trentanovenne triestino Marco Bencich) di via delle Beccherie. Oltre all'illecito sul tonno (analogo agli altri locali) dalle verifiche nei frigoriferi sono stati rivenuti alimenti mal conservati (alcuni emanavano cattivo odore), tra cui prodotti ittici in contenitori da cui colavano liquidi e carne in scomparti sporchi. Le condizioni igieniche sono inoltre risultate carenti sia sui pavimenti che sugli attrezzi. A metà luglio, invece, nel mirino è finito il "Time Out" di via Malcanton, gestito dal greco Myron Lagouvardos: in un ripostiglio «sporco» e «in cattivo stato di manutenzione» annesso alla cucina del locale, il 12 luglio è stato trovato un congelatore a colonna «stracarico» di alimenti, a sua volta sporco, posizionato in uno spazio angusto, con illuminazione non funzionante e con una temperatura elevata. All'interno erano ammassati crostacei congelati, prodotti nel 2016 e scaduti il 5 luglio del 2018. E, ancora, carni e cibi molli da cui colavano liquidi. Nel magazzino di via delle Beccherie gli inquirenti si sono imbattuti in casse di ortaggi appoggiate sul pavimento «sudicio». Era presente pure un frigorifero il cui display segnava una temperatura di 10°, con all'interno salsicce scadute ad aprile dove l'etichetta indicava una conservazione tra i 2° e i 4°. 

Gianpaolo Sarti

 

 

Muggia - L'assessore Decolle: «Nessun pugno di ferro sulla raccolta dei rifiuti»

MUGGIA. «Voglio fugare ogni dubbio: la raccolta dei rifiuti rimane di competenza dell'assessorato all'Ambiente, non diventerà una questione di polizia e non ci sarà nessun pugno di ferro». Stefano Decolle, assessore alla Polizia locale del Comune di Muggia, fa chiarezza dopo le polemiche sorte in seguito alla proposta di deliberazione consiliare sulle sanzioni per chi abbandona i rifiuti nel territorio di Muggia, deliberazione passata nel corso dell'ultima riunione del Consiglio comunale. «Gli agenti della Polizia locale non avranno indicazioni di infliggere ammende, ma avranno l'indicazione di vigilare sulla correttezza della nostra comune azione di cittadini consapevoli, lasciando le sanzioni per gli incivili» ha puntualizzato Decolle. Per l'esponente della giunta Marzi, dunque, un passaggio necessario quello delle sanzioni poiché «il nostro impegno era quello di fornire i giusti strumenti ai tecnici, e fornire alle forze di polizia delle adeguate leggi e regolamenti per poter esercitare il proprio compito nella correttezza delle regole».Ma le lamentele politiche sulla novità introdotta dall'amministrazione comunale non cessano come evidenzia Emanuele Romano (M5S Muggia): «Siamo contrari all'introduzione di sanzioni che possano punire i cittadini virtuosi. In mancanza di un regolamento rifiuti si va a creare un impianto sanzionatorio che punisce indistintamente tutti, anche chi soffre dei disservizi del Gestore o deve andare in vacanza. L'amministrazione già sa quali sono le criticità del territorio, agisca e punisca i pochi colpevoli senza incolpare la collettività che già oggi permette di superare il 70% di raccolta differenziata».

 

 

SEGNALAZIONI - Ferriera - Sono stati 5, non 35 gli sforamenti

Si comunica che, diversamente da quanto riportato dal quotidiano di giovedì scorso, gli "sforamenti" - peraltro di lievissima entità - rilevati dalla centralina di via Pitacco nel corso dell'intero 2018 sono stati 5 e non 35. Nei soli giorni di "sforamenti" la media giornaliera rilevata è stata di 56 microgrammi/mc rispetto al limite di 50 microgrammi. Tale dato è confermato anche dal report dell'Arpa, che evidenzia e conferma la drastica riduzione rispetto agli anni precedenti: nel 2017 si erano verificati 17 episodi e 32 nel 2015. Tali concreti e positivi risultati, certificati da enti terzi, sono il frutto degli ingenti investimenti effettuati: dall'installazione del sistema bleeder dell'altoforno e del nuovo filtro a maniche in agglomerato, alla manutenzione straordinaria del filtro Daneco, dall'installazione del post combustore gas e sfiati nell'area cokeria all'intensificazione delle filmature dei parchi e della pulizia all'interno dello stabilimento. A ciò si aggiunge la professionalità e la qualità del lavoro di tutti gli addetti impiegati.

White Sheep - Ufficio stampa Siderurgica Triestina

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 23 agosto 2019

 

 

Migliora la qualità dell'aria ma resta il problema ozono

Il report 2018 presentato dall'assessore Scoccimarro e dal direttore Arpa Vatta «Anche gli sforamenti degli inquinanti a Trieste in zona Ferriera sono calati»

TRIESTE. La pagella è buona, come quella dell'anno precedente. Una delle migliori del Nord industriale, con una riduzione degli sforamenti di Pm10 a Trieste e in provincia di Gorizia. Ma l'aria del Friuli Venezia Giulia rimane comunque in parte inquinata. Un po' dappertutto per quel che riguarda l'ozono. Solo nella pianura occidentale invece, area in cui le caratteristiche climatiche sono simili a quelle della pianura padana, quanto alle polveri sottili. Fabio Scoccimarro presenta il suo secondo rapporto sulla qualità dell'aria Fvg da assessore all'Ambiente. Al suo fianco Stelio Vatta, neo direttore dell'Arpa. «Nel 2018 la situazione è ulteriormente migliorata rispetto al 2017 - premette Scoccimarro -, con dati nettamente inferiori ai limiti di legge. Ha senz'altro inciso un meteo favorevole, ma raccogliamo anche i frutti delle politiche della Regione e di una maggiore educazione ambientale della popolazione». Il capitolo a parte è sempre quello della Ferriera di Servola. «È un impianto siderurgico ed è detto tutto - osserva il dg -. Ma la normativa legata al processo autorizzativo viene rispettata e si sta lavorando su altri fronti per un futuro il più virtuoso possibile. Gli sforamenti? La centralina di via Pitacco ne ha segnalati oltre il numero massimo di 35 all'anno, ma in misura inferiore che in passato. Pure sul benzene a Servola siamo in calo». La relazione Arpa, illustrata dal responsabile di struttura Fulvio Stel, evidenzia più in generale l'andamento dei macroinquinanti (materiale particolato, ossidi di zolfo e azoto, ozono, benzene e monossido di carbonio) e dei microinquinanti (benzo(a)pirene e metalli pesanti quali arsenico, cadmio, nichel e piombo). Nella prima "famiglia" sotto osservazione il Pm10, sopra il limite (non si dovrebbe andare oltre i 50 microgrammi a metro cubo per più di 35 giorni all'anno) solo tra Veneto e Tagliamento, a interessare una popolazione di circa 112 mila persone. L'Agenzia rileva inoltre 5 superamenti annui a Trieste in piazza Carlo Alberto e in via del Carpineto (erano stati 20 e 18 nel 2017) e l'azzeramento a Fossalon dopo i 16 sforamenti dell'anno precedente. Il Pm2.5, il più pericoloso per la salute, è invece rimasto al di sotto del limite di legge in tutta la regione (25 microgrammi per metro cubo) ed è anzi già inferiore ai 20, parametro in vigore nel 2020. Nell'attesa dei focus nel Monfalconese (sui composti organici volatili) e nel Maniaghese (sull'impatto di un eventuale inceneritore), a preoccupare, con il benzo(a)pirene (le concentrazioni sono nei limiti ma, oltre alle industrie, c'è da fare i conti con i caminetti), è l'ozono, l'inquinante più critico in Fvg, soprattutto a Udine. La causa principale è il meteo, vista l'elevata radiazione solare del periodo estivo. «Un problema europeo», sottolineano assessorato e Agenzia, mentre le carte parlano di 32 superamenti giornalieri (su una soglia di 25) a Basovizza, 20 in via del Carpineto, 44 a Fossalon e 14 a Ronchi. 

Marco Ballico

 

 

«Si acceleri sulla legge per limitare i cinghiali» - LA FORZISTA PICCIN

TRIESTE. «L'unica soluzione al momento praticabile per il contenimento dei cinghiali, necessario per limitare non soltanto i danni all'agricoltura ma anche i pericoli nelle strade e nei centri abitati, passa attraverso una nuova regolamentazione in materia di caccia». Risponde così, la consigliera regionale Mara Piccin (Forza Italia) alle dichiarazioni della pentastellata Ilaria Dal Zovo circa presunti metodi alternativi per contenere i danni causati dalla fauna selvatica. Piccin rilancia: «Alla ripresa dei lavori consiliari, faremo in modo che la nostra proposta di legge nazionale "Norme in materia di prevenzione dei danni causati dalla fauna selvatica" sia discussa per essere al più presto portata all'attenzione del Parlamento. Abbiamo sentito dagli agricoltori quanto il settore non possa più attendere. E va preservata l'incolumità degli utenti della strada e degli abitanti dei nostri centri». La proposta di legge ha «l'obiettivo di far sì che le Regioni gestiscano il controllo degli ungulati anche al di fuori dei periodi e degli orari oggi vigenti, affidando l'attuazione dei Piani di abbattimento ai cacciatori soci alle Riserve di caccia, coordinati dalle guardie venatorie dipendenti degli enti pubblici». --

 

 

Pesce semiavariato spacciato per fresco - Cinque locali chiusi e nove denunce

Raffica di controlli su ristoranti italiani, etnici e "low cost" Multe per 55 mila euro. Sequestrati 5 quintali di prodotti

Tolleranza zero per i ristoratori triestini che non rispettano scrupolosamente le normative per la conservazione del cibo o servono surgelati facendoli passare per pesce fresco. Ben nove ristoratori sono stati denunciati per frode in commercio o per il cattivo stato di conservazione del prodotto ittico e cinque esercizi sono stati temporaneamente chiusi dopo la scoperta di evidenti carenze in materia di igiene. Ecco i risultati più eclatanti della maxi operazione di Guardia costiera, Polizia locale e Azienda sanitaria, con il coordinamento della Procura, che ha portato a sequestrare e distruggere mezza tonnellata di pescato e a far scattare multe per oltre 50 mila euro. Un'attività di controllo sulla filiera della pesca a tutela dei consumatori che è proseguita, con discrezione, per un mese e mezzo, finché ieri, con una nota congiunta, è stato reso pubblico il bilancio dell'operazione. Sotto la lente d'ingrandimento i ristoranti triestini che servono prodotti ittici. Impegnate nell'attività di verifica le squadre miste composte da personale della Guardia costiera (Centro controllo Area pesca e Nucleo centrale ispettori pesca), della Polizia locale (Nucleo Polizia commerciale) e dell'Asuits (Dipartimento di prevenzione, igiene degli alimenti e della nutrizione). L'attività è entrata nel vivo a inizio luglio e nell'arco di un mese e mezzo le squadre ispettive hanno effettuato 169 controlli concentrando l'attenzione su 17 esercizi, sia italiani che di cucina etnica, nei quali viene commercializzato e servito pesce fresco o surgelato. Le maggiori irregolarità sono state rilevate nei ristoranti che propongono prodotti a basso costo. Le violazioni amministrative riscontrate hanno raggiunto, in totale, i 55 mila euro. Ecco le irregolarità più frequenti: mancanza di rintracciabilità del prodotto ittico, ampliamento della superficie di somministrazione, mancata esposizione di licenze, autorizzazioni e prezzi. In qualche caso è risultata mancante anche la cartellonistica del divieto di fumo. Inoltre, in alcuni locali è risultata evidente la carenza dei requisiti di igiene: è stato necessario disporre la sospensione dell'attività di ristorazione per cinque esercizi commerciali. Hanno tutti già riaperto dopo essersi adeguati ai requisiti richiesti. In tutto, come detto, sono stati nove i ristoratori denunciati nell'arco del mese e mezzo di ispezioni. Nella maggior parte dei casi la denuncia è scattata per il cattivo stato di conservazione del pesce trovato nel locale, ma controllando alcuni ristoranti sono emersi anche gli estremi del reato di frode in commercio: veniva venduto, cioè, pesce surgelato facendolo passare per prodotto fresco. A consuntivo dell'operazione, il messaggio rassicurante lanciato ieri è che ora turisti e triestini possono pasteggiare a base di pesce con rinnovata fiducia e la ragionevole certezza di non incappare in sgradevoli "sorprese". Tutti gli esercizi in cui erano state scoperte violazioni hanno subito dovuto provvedere a mettersi in regola. Inoltre, i controlli mirati sulla filiera del pesce da parte di Guardia costiera, Polizia locale e Asuits non si fermano qui: l'attività ispettiva continuerà a ritmo costante. Insomma, i ristoratori della città sanno di non potersi permettere leggerezze. In un'estate che sta consolidando il boom della Trieste turistica, cresce anche la necessità di una vigilanza ferrea sul rispetto delle regole nel settore della ristorazione, a tutela di chi visita la città e, ovviamente, della clientela autoctona. Garantire la qualità della materia prima, in questo senso, è essenziale per tutelare quella tradizione culinaria legata al pesce che costituisce un autentico patrimonio di Trieste. Da sottolineare che nel corso dell'attività di controllo, al netto delle irregolarità riscontrate, è emerso che la maggior parte dei ristoratori rispetta in modo scrupoloso le normative riguardanti conservazione e somministrazione del pesce. 

Piero Tallandini

 

 

A Trieste l'inerzia mentale frena la difesa degli alberi e del verde -  la lettera del giorno di Andrea Wehrenfennig, presidente Legambiente Trieste

Concordiamo con Tiziana Cimolino (lettera del 17 agosto scorso): gli alberi sono un elemento strategico della sostenibilità urbana e, quindi, della qualità della vita e della salute delle persone. Nessun amministratore pubblico affermerebbe il contrario ma poche sono le città che si sono dotate di strumenti che valorizzano questi formidabili alleati dell'uomo per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda Onu 2030.Una spinta in tale direzione viene dal Forum mondiale delle Foreste urbane tenutosi a Mantova nel dicembre 2018, dal quale è stato lanciato un appello a tutte le città del mondo per l'adesione al programma Tree Cities of the World, iniziativa congiunta della Arbor Day Foundation e della Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations), https://www.wfuf2018.com/en-ww/call-for-action.aspx. Le città che aderiscono all'iniziativa s'impegnano con azioni concrete a creare contesti favorevoli per una corretta gestione del verde urbano e del patrimonio boschivo e arboreo in genere, in linea con l'appello lanciato al Forum, che vuole contribuire a sviluppare politiche coordinate di pianificazione e investimenti pubblici per avere città più verdi e salutari.In varie circostanze abbiamo riscontrato che a Trieste esiste una vasto movimento di opinione pubblica a difesa degli alberi, del verde urbano e dell'ambiente naturale. La città è già dotata di un regolamento del verde urbano (da aggiornare) e di un sistema di censimento delle alberature, che ne consente il monitoraggio negli anni. Trieste avrebbe le carte in regola per aderire all'appello del Forum mondiale delle Foreste urbane. Dovrebbe però impegnarsi ad adottare uno strumento di pianificazione del verde e un piano di investimenti per l'incremento della copertura verde pubblica e privata (chiome e tetti verdi) adeguati all'impatto drammatico del cambiamento climatico e dei consumi energetici da questo causati. Riteniamo ci sia un problema d'inerzia mentale per cui tuttora non esiste proporzione fra quanto si investe in infrastrutture verdi rispetto alle altre infrastrutture. Anche le professionalità tecniche necessarie per la gestione e lo sviluppo del patrimonio pubblico verde (competenze agronomiche, arboricole, forestali) continuano a essere considerate inopinatamente di rango secondario e quindi sottostimate, rispetto a quelle ingegneristiche. Cambiare si può ma bisogna fare in fretta.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 22 agosto 2019

 

 

Dipiazza: piazza Sant'Antonio diverrà spazio verde e vivibile

Secondo il sindaco, è quanto emerge dal monitoraggio web svolto dal Municipio, al quale hanno partecipato 2271 utenti, per l'85% triestini

La gente del web, che ha partecipato alla cosiddetta "piattaforma partecipativa" indetta dal Comune per raccogliere indicazioni sul futuro assetto di piazza Sant'Antonio, ha chiesto all'amministrazione «uno spazio vivibile e verde». Il sindaco Roberto Dipiazza accoglie la richiesta/proposta e, scrutando i risultati del monitoraggio, anticipa gli indirizzi progettuali che trasmetterà ai Lavori pubblici, affinché l'anno prossimo si proceda con la gara.All'insegna di una dichiarata e deliberata "normalità". «Tanto per cominciare - scandisce il primo cittadino - avanti con i masegni, in linea con quanto è stato fatto sulle rive del Canal Grande. Pavimenteranno l'intera area di Sant'Antonio, dalle vie laterali Paganini e Ponchielli, fino al sagrato della chiesa e al centro della piazza, dove elimineremo l'attuale vasca e costruiremo un nuovo spazio acqueo». «Alberi incorniceranno la piazza, dove collocheremo panchine. I triestini si lamentano della scarsa fruibilità delle piazze realizzate negli anni scorsi, come Vittorio Veneto, Goldoni, Ponterosso - insiste -. E si lamentano della poca ombra, del troppo caldo. Li ascolteremo». «Via i cassonetti dell'immondizia, valuteremo dove ricollocarli - precisa il sindaco - penso che sposteremo il mercato in Ponterosso, dalla parte di via Genova, più o meno dove lavorava una volta».La pubblica consultazione web, avviata dal Gabinetto del sindaco in collaborazione con gli assessorati ai Lavori pubblici (Elisa Lodi) e alla Comunicazione (Lorenzo Giorgi), è durata un mese e mezzo, dai primi di luglio a ieri. Hanno partecipato - secondo i primi dati forniti dal piano nobile di piazza Unità - 2271 utenti: l'85,35% è triestino, il 6,8% italiano extra triestino, un 6% si è espresso in lingua inglese, vuoi perché statunitense vuoi perché britannico. Si sottolinea che la durata media della "sessione" ha superato i 4 minuti, a testimoniare una certa attenzione verso i contenuti della piattaforma. Quasi il 30% dell'utenza è "rimbalzata" da altri siti e dai social.

 

 

La crisi di governo stoppa il "trasloco" delle navi bianche dalla Serenissima

Toninelli non firma il decreto anti colossi del mare in laguna E Costa conferma l'arrivo a Venezia per Luminosa e Deliziosa

La crisi di governo frena, almeno per ora, il dirottamento di navi da crociera da Venezia a Trieste. Nel fine settimana non attraccheranno alla Marittima i giganti del mare, Costa Luminosa e Costa Deliziosa, in arrivo dalla Serenissima. La conferma ufficiale è arrivata ieri proprio dalla compagnia genovese. L'ormai ex ministero delle Infrastrutture Danilo Toninelli non ha firmato il previsto documento sullo spostamento dei "mostri marini" dalla laguna ad altre aree dell'Adriatico. Gli armatori pertanto non si sono dovuto scomodare nella ricerca di ormeggi alternativi e hanno lasciato invariato il programma degli oltre 8 mila passeggeri che viaggeranno su Costa Luminosa e Deliziosa, rispettivamente il 24 e 25 agosto. L'opzione Trieste era saltata fuori a seguito dei dubbi circolati sulle soluzioni alternative a quelle proposte dal ministro stesso, Fusina e Marghera. Dubbi legati in particolare alle difficoltà dei colossi del mare da oltre 40 mila tonnellate, troppo grandi per entrare a Fusina. Per questo la Trieste terminal Passeggeri, che gestisce le banchine della Stazione Marittima, in questi giorni stava iniziando ad approntare l'area per un eventuale doppio arrivo nel weekend delle due navi di Costa crociere che, nel lungo periodo, avrebbero poi potuto diventare "ospiti fisse", innescando un raddoppio dei passeggeri, già peraltro in crescita. Le stime parlano di un salto da 180 a quasi 400 mila ospiti in transito, solo con Costa crociere. Ora il freno a mano è d'obbligo. Resta così un grande punto di domanda sul futuro. Anche perché dal ministero delle Infrastrutture si fa sapere che è ancora troppo presto per capire se nell'ordinaria amministrazione del dicastero rientrerà anche il dossier grandi navi. L'unica certezza è che oggi rimane confermato il tavolo tecnico proprio per discutere delle proposte Fusina e Marghera, convocato dall'Autorità portuale della Serenissima nella sua sede, su disposizione del ministero del pentastellato Toninelli. Un appuntamento che riunirà diversi partecipanti, dagli armatori allo staff tecnico del ministero (la presenza del pentastellato non è mai stata prevista), che appaiono però decisamente smarriti. Anche se verranno infatti prese in considerazione le prospettive citate, resta il dubbio sull'eventuale arrivo di un nuovo ministro che poi possa buttare all'aria il lavoro fatto finora. «Sembrava fossimo vicini a dei ragionamenti di un certo tipo - precisa il presidente di Ttp Claudio Aldo Rigo -, che però ora si sono bloccati. Attendiamo anche noi. Una prima risposta potrebbe anche arrivare da Amburgo, dove andremo a settembre per due importanti fiere della crocieristica. E sarà l'occasione anche per tirare le fila su altri importanti contatti che abbiamo, a prescindere da Venezia, fino al 2021». Chi potrebbe invece tirare un sospiro di sollievo grazie al mancato arrivo delle navi il prossimo weekend, e in futuro, è il Circolo dell'Autorità portuale, che aveva concesso la propria sede a Ttp almeno fino al 25 agosto, proprio in vista del possibile arrivo di Deliziosa e Luminosa. «Per i fine settimana successivi però che cosa succederà? Da cittadino sono felice che arrivino delle navi, ma come presidente del Cral sono preoccupato afferma il presidente Lorenzo Deferri -. Dove andremo con la nostra sede? Intanto, per la nostra situazione, ho chiesto al segretario dell'Autorità portuale Mario Sommariva un incontro per domattina. Vorremmo delle rassicurazioni». 

Benedetta Moro

 

 

Sciacallo dorato preso e liberato sul Carso - Yama ora viene seguito con il radiocollare

Eccezionale operazione nella riserva naturale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa da parte degli esperti

Un'operazione che testimonia come questa specie animale sia sempre più presente e diffusa anche nelle nostre zone. Nei giorni scorsi, per la prima volta in Italia, è stato catturato uno sciacallo dorato (Canis aureus), che è stato poi liberato dopo averlo munito di radiocollare. L'operazione è avvenuta nella zona della riserva naturale regionale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa, tra Doberdò del Lago e Ronchi dei Legionari, nell'ambito del programma di monitoraggio del progetto Europeo Interreg Italia-Slovenia Nat2Care. La delicata quanto complessa operazione è stata condotta dal personale del Dipartimento di scienze agroalimentari, ambientali e animali dell'Università di Udine. Yama, ribattezzato così dal nome dei due operatori che hanno contribuito al suo monitoraggio nelle fasi di pre e post cattura, diventa così il secondo sciacallo dorato munito di radiocollare in Italia dopo Alberto, sciacallo soccorso in seguito a un investimento stradale e rimesso in libertà lo scorso aprile dopo essere stato curato. La cattura è stata realizzata dopo oltre un anno di ricerche e preparazione dei siti effettuate dal dottor Yannick Fanin, foglianino che, nel 2016, aveva realizzato proprio sul sciacallo dorato la sua tesi di laurea e dalla studentessa Marta Pieri, anche grazie al supporto delle stazioni del Corpo forestale regionale di Gradisca d'Isonzo, Duino e Trieste. Yama ha visitato il sito della cattura a partire dalle 5.30 del mattino, attivando la trappola e i dispositivi di allarme che hanno consentito al team di raggiungere tempestivamente il sito e di cominciare le operazioni per la predisposizione del radiocollare e dei rilievi biometrici. Una volta giunti sul posto gli operatori hanno messo in sicurezza l'animale e il medico veterinario ne ha accertato le buone condizioni di salute valutate nuovamente subito prima del rilascio. Nei giorni successivi Yama è stato seguito con la tecnica di radiotelemetria tradizionale per valutare che il collare funzionasse e per individuare le aree di riposo diurne. Il team di cattura diretto dal professor Stefano Filacorda, ricercatore e coordinatore degli studi sulla fauna selvatica dell'Università di Udine, era composto dal medico veterinario Stefano Pesaro del Di4A, che ha valutato le buone condizioni di salute dell'animale e raccolto i campioni biologici; dal tecnico del Di4A Andrea Madinelli, che ha predisposto il radiocollare; dall'assegnista di ricerca Yannick Fanin e dalla studentessa Marta Pieri, che hanno monitorato e predisposto il sito di cattura e che hanno seguito le fasi di radiotelemetria vhf nelle fasi di post rilascio. Un'operazione che va anche nella direzione della salvaguardia di questa specie animale che, nel 2018, era stata oggetto di un duplice abbattimento nella zona di Polazzo. «Yama - sono le parole di Filacorda - è un soggetto adulto territoriale, che vive con il suo branco composto dalla compagna e da due cuccioli nati ad aprile sul territorio della riserva. Pesa 14 chili e la sua dieta è prevalentemente composta da piccoli roditori, lepri e da carcasse di animali morti. Tra alcuni mesi i cuccioli saranno abbastanza grandi da abbandonare il nucleo familiare e si disperderanno in altri territori nel tentativo di colonizzarli. Oltre alla predisposizione del radiocollare lo sciacallo è stato sottoposto a prelievi di sangue, feci e pelo utili alla raccolta di informazioni sullo stato sanitario del soggetto e della popolazione, e alla valutazione dei livelli di cortisolo, un ormone legato ai fattori di stress».L'Università di Udine monitora costantemente questa specie con l'uso della stimolazione acustica, delle foto trappole e altre tecniche per stimare la consistenza, l'ecologia e lo stato di salute della popolazione sul territorio regionale. «Questa specie - conclude Filacorda - è in espansione in molti Paesi europei, ma molti aspetti della sua ecologia e biologia sono ancora poco noti alla comunità scientifica. In quest'ottica la raccolta di informazioni con la radiotelemetria satellitare sugli spostamenti degli sciacalli svolge un ruolo fondamentale per la comprensione e la protezione di questa specie». 

Luca Perrino

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 21 agosto 2019

 

 

Ferriera "in vendita" - I sindacati invocano garanzie sulle tappe della riconversione

Incontro con Fedriga e Scoccimarro dopo le indiscrezioni sulla stima dell'area avviata dall'Authority. Timore di esuberi

La giunta regionale non smentisce le indiscrezioni sulla due diligence avviata dall'Autorità portuale per stimare il valore della Ferriera, ma il presidente Massimiliano Fedriga e l'assessore Fabio Scoccimarro neppure si spingono a tracciare il profilo di un percorso di riconversione su cui il responsabile dell'Ambiente chiarisce di non avere ancora certezze ma solo fondate speranze. Dal canto loro i sindacati aprono a ipotesi di trasformazione logistica, ma lamentano di non essere stati coinvolti nella prima fase di confronto e stigmatizzano il mutismo di Siderurgica Triestina, chiedendo alla Regione di mediare affinché la proprietà incontri i lavoratori per illustrare un business plan atteso da anni. L'azienda si trincera però anche questa volta dietro il silenzio. Sta tutta qui la sintesi dell'incontro organizzato ieri in piazza Unità fra giunta regionale e organizzazioni sindacali, dopo il quale i rappresentanti delle rsu dello stabilimento escono con facce deluse. Fedriga non può dire più che la Regione è alla ricerca di soluzioni per chiudere l'area a caldo senza perdite occupazionali. Il presidente chiarisce anche di voler ottenere dall'impresa un documento che formalizzi il piano industriale. L'ufficio stampa di Siderurgica Triestina non fornisce però informazioni in merito né spiega i motivi del mancato confronto con i lavoratori, che domandano di essere ricevuti da un anno. Umberto Salvaneschi (Fim Cisl) parla di «incontro purtroppo interlocutorio. C'è grande preoccupazione perché anche con la dismissione servono investimenti per garantire la sicurezza. Si continua a parlare di riconversione e da un anno abbiamo chiesto un incontro presso il Mise senza avere risposta». I sindacati non credono all'assorbimento degli eventuali esuberi: «Il laminatoio non può occupare tanto personale e la logistica è sempre più automatizzata», dice Salvaneschi. Le stime sindacali parlano ad ogni modo di 150 assunzioni in caso di un ampliamento del laminatoio. Franco Palman (Uilm) sottolinea però che «manca la risposta del cavalier Arvedi sugli investimenti per il futuro. Tra i lavoratori c'è nervosismo e insicurezza: aspettiamo il piano industriale da tre anni. La riconversione? Un'opportunità di un cambiamento strutturale non vedrà mai il no del sindacato ma serve concretezza sulla tutela dei posti di lavoro». Marco Relli (Fiom Cgil) nota infine come «apprendiamo le cose solo dalla stampa, mentre ormai sappiamo che l'area a caldo nel protocollo firmato con i cinesi è considerata strategica per lo sviluppo di un terminal ferroviario. Intanto l'industria triestina si riduce sempre più». Scoccimarro intanto non va oltre quanto ripetuto in queste settimane: «Da quando la giunta si è insediata ha avviato un percorso che punta alla riconversione dell'area a caldo, attraverso cui sarà possibile tutelare sia la salute dei cittadini sia i posti di lavoro. Al momento non c'è un accordo scritto che formalizzi tale azione, ma il dialogo tra Regione e proprietà prosegue e questa interlocuzione da spigolosa e ruvida, grazie a mesi di lavoro e impegno, è diventata costruttiva. Ovviamente quando verranno formalizzate delle proposte queste verranno discusse anche con i sindacati». Assente all'incontro l'assessore al Lavoro Alessia Rosolen, che tuttavia ha inviato i propri funzionari: dalla giunta assicurano si tratti di impegni istituzionali concomitanti, ma a palazzo si dice che Rosolen non abbia gradito il mancato coinvolgimento negli incontri con la proprietà. Quanto alla due diligence dell'Autorità portuale, Scoccimarro precisa che «se dovesse concretizzarsi la riconversione saranno necessari interventi di bonifica. Tali azioni dovranno essere eseguite dai privati oppure il sito dovrà essere acquisito da un ente pubblico, nello specifico l'Autorità, che potrebbe utilizzare fondi pubblici per la bonifica. Ovviamente in questo caso la proprietà della Ferriera vorrà avere un riscontro economico dalla cessione. Chi fa impresa non fa beneficienza». 

Diego D'Amelio

 

 

Butta tavoli e antenne tv tra i rifiuti, una passante lo filma e lo fa multare - guardie ambientali

Multa salata per un triestino di circa 60 anni, che dovrà pagare ben 1100 euro per aver abbandonato un tavolo e due antenne televisive in prossimità di un'isola ecologica, anzichè portarli alla discarica. A "beccarlo" è stata una passante, che ha filmato tutto con il cellulare e ha poi segnalato l'accaduto alle Guardie ambientali. L'uomo è arrivato all'isola ecologica a bordo di un autocarro Piaggio, dal quale ha scaricato un tavolo delle dimensioni di 1,5x1,5 metri, poi abbandonato al suolo. Nei cassonetti dell'indifferenziata ha invece buttato due antenne televisive, di cui una con un'asta metallica lunga circa 3 metri che, essendo troppo lunga, è stata piegata con la forza. La scena non è passata inosservata a una passante che, come detto, ha filmato tutto con il cellulare e si è poi recata dalle Guardie Ambientali, che hanno acquisito il video. Dopo aver visionato le immagini e aver svolto alcuni giorni di indagini, sono risalite all'autore dell'abbandono. L'uomo, un triestino di circa 60 anni, dovrà pagare due multe: una 500 euro per il conferimento delle antenne nei contenitori stradali e un'altra da 600 euro per l'abbandono del tavolo.

 

 

«Forti ondate di calore sempre più lunghe» Emisfero Nord a rischio - cambiamenti climatici

Roma. Gli scenari che si sono visti ripetutamente nelle scorse settimane (con ondate di calore che hanno flagellato tutto l'emisfero Nord dagli Usa al Giappone, passando per la Francia e l'Italia) sono destinati a peggiorare se non si frena il riscaldamento globale, mantenendolo sotto la soglia di sicurezza indicata dagli esperti. A lanciare l'allarme è lo studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, secondo cui se le temperature medie aumentassero di 2 gradi, si andrebbe verso un allungamento delle ondate di calore e dei giorni consecutivi di pioggia torrenziale, nella zona temperata dell'emisfero Nord. Nello studio i ricercatori della Humboldt University di Berlino hanno elaborato modelli matematici per stimare l'effetto di un aumento della temperatura media mondiale di 1, 5 gradi, l'obiettivo indicato dagli accordi di Parigi, e di 2 gradi sulla lunghezza dei periodi di meteo estremo. Le prime conseguenze della "febbre del pianeta", sottolineano, si stanno già vedendo con record di caldo in tutto l'emisfero. Il Giappone ha visto oltre 100 morti per il caldo a Tokyo.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 20 agosto 2019

 

 

Monopattini elettrici, niente stop - Ma attenzione ai limiti di velocità

Mentre Milano ne vieta la circolazione, la giunta Dipiazza conferma il via libera Chi viaggia sopra i 6 chilometri orari e intralcia i pedoni rischia però sanzioni

Il primo a prendere provvedimenti è stato il Comune di Milano, che ha deciso di sospendere la circolazione dei monopattini elettrici. Uno stop, quello deciso dalla giunta Sala, diventato caso nazionale, tanto da spingere in seguito le amministrazioni di altre grandi città, da Torino a Roma, ad affrontare il tema, annunciando a breve regolamenti e atti per disciplinare la materia. E Trieste? Cosa pensa l'esecutivo Dipiazza di questa nuova forma di mobilità cittadina? Ritiene giusto che le "due ruote" alternative girino liberamente o estrae un temporaneo cartellino rosso per impedirne lo scorrazzare in attesa di regolamenti? La politica, va detto, non sembra affascinata dal tema, che peraltro al momento non riguarda flotte di monopattini elettrizzati, e la risposta giunge così a livello tecnico. La fornisce Paolo Jerman, vice-comandante della Polizia locale. Una risposta che, in assenza di disposizioni cartacee, molto deve al buon senso: «Il monopattino elettrico può circolare nelle aree pedonali, dove deve mantenersi a una velocità non superiore ai 6 chilometri orari, ma non deve recare intralcio ai pedoni». Jerman procede con metodo: «Il monopattino elettrico non può girare sulle carreggiate e tantomeno sui marciapiedi. Può immettersi nelle piste ciclopedonali, avendo la stessa avvertenza di non intralciare il pedone». Il vicario della Locale non chiude senza lanciare un avvertimento: «Qualora il conducente del monopattino non si attenga a queste regole generali e non abbia il necessario rispetto nei confronti dei pedoni, diventa sanzionabile». Quindi: se un proprietario dell'innovativo mezzo gironzola in piazza della Borsa, in piazza Unità, attorno a Sant'Antonio, in via Cassa di risparmio, in via XXX Ottobre, urta i piedi dei triestini impegnati durante le ore di punta nello shopping metropolitano, o facendo lo slalom tra anziani passanti e turisti con rimorchio di trolley, può essere fermato e multato dagli agenti della Locale. E redigere uno specifico regolamento? Jerman non si fa sorprendere: «La competenza è della Mobilità (assessore Luisa Polli e direttore Giulio Bernetti, ndr), ma la stesura di un regolamento è facoltativa, non obbligatoria». La questione, come detto, non pare tuttavia appassionare più di tanto gli assessori. Il responsabile Sicurezza Paolo Polidori, reduce dalla vittoria del torneo di tennis Virgili a Forni di Sopra, passa la palla alla collega Francesca De Santis, ex titolare al Turismo, che aveva buttato giù un progetto di stalli per monopattini proprio in chiave turistica. Ma ora quella delega è passata a Giorgio Rossi, cui apertamente dei monopattini elettrici "non può fregare di meno".La questione è salita di tono da quando il ministro Danilo Toninelli aveva licenziato un decreto con le prime regole, destinate alle città che vogliono sperimentare le "due ruote" elettriche: servono cartelli indicatori, ecc. Milano ha preso sul serio la cosa e ha bloccato la circolazione in attesa di preparare un bando e tutta l'attrezzatura occorrente. 

Massimo Greco

 

«È pratico, ecologico e veloce In due minuti arrivi dove vuoi»

Il titolare del Caffè San Marco è habitué del nuovo mezzo di trasporto «Indosso anche il casco. E qualcuno mi guarda come un marziano»

Utilizza il monopattino elettrico ogni giorno, per andare al lavoro, al Caffè San Marco, e portare la figlia all'asilo. Alexandros Delithanassis, titolare dello storico locale, si muove ormai da mesi con il mezzo, considerato comodo ed ecologico. «Ho iniziato a spostarmi così lo scorso febbraio - racconta -. Ero ad Atene e ne ho visti tantissimi, anche a noleggio in tutta la città, e poi mia figlia già lo usava per andare a scuola al mattino. Ho pensato fosse una bella idea andarci insieme». La scelta è caduta su modello base, ma con tutte le funzionalità necessarie a muoversi senza difficoltà e a trasportarlo. «La carica dura circa 30 chilometri, ma io ne percorro al massimo 15 al giorno, restando sempre in centro. Di solito in realtà sono molti meno, aumentano solo quando ho bisogno di recarmi in qualche ufficio, magari più lontano dal San Marco ma sempre in città. Se devo entrare da qualche parte, poi, lo piego e lo porto con me. L'ho preso anche perché nel mio condominio le biciclette non si possono parcheggiare nell'atrio dell'edificio. Lasciarle fuori è un rischio: ne hanno già rubate tre, quindi anche per questo il monopattino rappresenta una soluzione facile, da portare in casa al rientro». E gironzolando tra le vie, Delithanassis ha notato un aumento dei mezzi. «A febbraio ero uno dei pochi, ora ne vedo sempre di più. Per me è fondamentale ormai, perché in due minuti da casa arrivo al lavoro». Ma è pericoloso spostarsi con un veicolo elettrico a due ruote? «Basta non correre e avere un po' di buon senso. Io vado sia sulle carreggiate sia sulle zone pedonali. Sono stato anche fermato dalla Polizia locale, che mi ha spiegato alcune indicazioni e regole. Ma non ho mai avuto problemi. Utilizzo il caso e credo dovrebbe essere obbligatorio anche per il monopattino. Le persone ogni tanto mi guardano come fossi un marziano, ma sono convinto che se ci si comporta educatamente non può recare disturbo ad auto o pedoni. È chiaro però che può invece costituire un fastidio se chi lo guida non si comporti a dovere. Per me è fondamentale andare piano, non superare i limiti fissati e poi, come per le bici e altri mezzi, ci vuole sempre responsabilità e attenzione».

 

In via Trento una decina di noleggi al giorno - Altri negozi "in attesa" - IL BUSINESS IN CITTA'

Non sono tanti i negozi di noleggio di monopattini elettrici a Trieste, ma chi ha investito sul nuovo mezzo sta riscontrando un buon successo. Piace ai triestini, che chiedono di provare i vari modelli per qualche ora, e registra un gradimento in particolare da parte dei turisti, che lo scelgono per girare nel centro cittadino anche tutta la giornata. Cercando un noleggio sul web c'è solo un sito che rimanda subito a cellulare e informazioni utili. È Ones Moving Trieste, in via Trento. «Li teniamo da qualche mese - spiegano dal negozio - e sono molto richiesti. Noi applichiamo un costo di 9 euro all'ora, 19 euro per mezza giornata e 24 per la giornata intera. In media abbiamo una decina di clienti quotidianamente. L'età minima è 14 anni compiuti e forniamo a tutti casco e lucchetto. Diamo inizialmente informazioni e indicazioni anche sull'utilizzo, illustrando i vari comandi, anche se vediamo che adulti e ragazzini si muovono subito senza difficoltà. Abbiamo tanti triestini, che vengono a provare, magari con l'idea poi di comprarlo, e molti turisti, che lo considerano un modo pratico e semplice per girare la città. Tutti al ritorno sono entusiasti, dicono che è facilissimo da guidare e anche divertente». I monopattini elettrici sono anche nella "flotta" di Linkem Store, di via delle Zudecche, che però ancora non li noleggia. «Stiamo aspettando una risposta dal Comune - dicono -, al quale abbiamo inviato una mail lo scorso 3 luglio. Senza esito. Le città devono adeguarsi ed essere a norma e noi vogliamo fare le cose correttamente. Aspettiamo quindi che ci siano informazioni precise. Altrimenti si può incappare nel sequestro del mezzo, in una sanzione e c'è anche il rischio penale». Considerazioni simili pure da Citygreen E-Bike di via Giulia, che si occupa solo di vendita dei mezzi. «C'è interesse da parte della gente - sottolineano -: ragazzini e adulti, ma la normativa è ancora confusa, serve più chiarezza. Qui da noi al momento c'è la possibilità comunque di comprarli, si va dai 180 euro per salire con il prezzo e i watt. Vanno di più soprattutto i modelli economici». Negozi di noleggio e rivendite a Trieste quindi sono pochi e molti si affidano al web, dove è possibile scegliere tra centinaia di modelli, per tutte le tasche, di diverse dimensioni e con una resistenza differente. I veicoli più costosi possono raggiungere anche i mille euro. 

Micol Brusaferro

 

 

La guerra di Paros alla plastica «In tre anni la spazzeremo via»

Nell'isola greca delle Cicladi campagna a tappeto per insegnare il rispetto dell'ambiente Il paese abitato da 13.500 anime che diventano oltre 400 mila durante i mesi estivi

Da sei mesi circa dei cartelli accolgono i turisti che arrivano all'aeroporto di Paros. Raffigurano la coda di un pesce che si trasforma in una bottiglia di plastica, i tentacoli di un polpo che ha un bicchiere da succo con una cannuccia al posto della testa. Paros fa parte delle Isole Cicladi, è una delle più grandi. Ogni estate la sua popolazione da 13.500 persone circa cresce fino a toccare le 400 mila. E se già la popolazione locale sembra non fidarsi troppo dell'acqua che scorre dai rubinetti, optando più volentieri per l'acqua in bottiglia. Con la pressione turistica, le bottiglie di plastica consumate sull'isola e che finiscono quindi nella spazzatura si moltiplicano per trenta o quasi. Poi, dai bidoni della spazzatura, alcune raggiungono la discarica, altre vengono riciclate, e altre ancora raggiungono il mare. Il forte vento, caratteristico dell'isola, spalanca i coperchi dei cestini e ne trasporta con sé il contenuto. E con la crisi economica che ha messo in ginocchio la Grecia, la gestione dei rifiuti ha subito pesanti tagli. Così, dallo scorso metà aprile circa, l'isola ha deciso di cambiare rotta e dire addio alla plastica. E per farlo si è data tre anni. Zana Kontomanoli è originaria di Atene, ma abita a Paros da 11 anni. Insieme a Stella Cervello, arrivata in Grecia dalla Francia, coordina l'iniziativa Clean Blue Paros dell'organizzazione non governativa britannica Common Seas. Paros è la prima isola europea e del Mediterraneo a darsi questo obiettivo, ma non è la sola al mondo. Common Seas sta sperimentando un progetto simile anche in tre isole dell'Atollo di Baa, alle Maldive. Le isole, infatti, rappresentano per la Ong un perfetto microcosmo dove è possibile seguire facilmente i flussi della plastica. Quanta ne entra, viene consumata, raccolta, finisce in discarica, o in mare. E l'obiettivo di Clean Blue Paros è anche questo: non solo coinvolgere i vari esercizi commerciali sull'isola nel non usare più bottiglie, cannucce, bicchieri, o sacchetti usa e getta; ma anche monitorare i flussi di questi materiali che persistono per anni nell'ambiente ed educare i bambini a vivere senza. Tra i vari interventi in programma c'è la distribuzione di una borraccia riutilizzabile a 2. 500 bambini e 500 insegnanti. Secondo i calcoli dell'Ong, solo questa piccola azione sottrarrà 522mila bottiglie di plastica all'anno all'ambiente. Insieme alla diffusione di contenitori riutilizzabili, gli attivisti di Common Seas stanno poi lavorando col Comune di Paros, il Wwf locale e il fondo per la salvaguardia delle Cicladi, a un sistema di filtraggio dell'acqua che arriverà nelle case e nei locali di Paros così che abitanti e turisti si sentano più sicuri nel berla. L'acqua sarà pure testata, per tranquillizzare ulteriormente su possibili rischi collegati al suo consumo. E non è il solo tipo di ricerca che le organizzazioni che aderiscono a Clean Blue Paros intendono fare. Insieme all'università dell'Egeo, volontari e attivisti stanno conducendo ispezioni, in discarica, lungo la costa, e nelle strade, per verificare la presenza di plastica e di altre sostanze riciclabili. «Uno dei primi risultati che abbiamo riscontrato nella nostra ispezione dei rifiuti - dice Kontomanoli -, è che fra l'11 e il 32 per cento di quello che finisce in discarica potrebbe essere riciclato». Le ispezioni continueranno per i prossimi tre anni e nel mentre si cercheranno soluzioni. In questi primi mesi intanto l'iniziativa si concentra sui locali. «Abbiamo visitato 70 esercizi commerciali - racconta Kontomanoli -, in più di 50 si sono già impegnati a ridurre la plastica monouso come cannucce, bottigliette d'acqua, sacchetti, e contenitori take- away». E se l'isola senza plastica non succederà da un giorno all'altro, eppur qualcosa si muove. 

Guia Baggi

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 19 agosto 2019

 

 

A Trieste altre navi cacciate da Venezia -  In vista il raddoppio dei passeggeri

Sempre più vicino il trasloco sistematico dei giganti del mare. Previsto un balzo da 180 a 400 mila crocieristi nel 2020

Trieste. Venezia chiama e Trieste, ancora una volta, risponde. In città potrebbero arrivare nel prossimo fine settimana altre due grandi navi da crociera "cacciate" dalla città di San Marco. La Trieste Terminal Passeggeri, quindi, si è già messa sull'attenti iniziando ad approntare le grandi banchine della Stazione Marittima e l'area circostante in modo da gestire al meglio l'attracco dei maxi "ospiti", due colossi del mare di Costa crociere: la Deliziosa e la Luminosa. E il loro arrivo, dicono i ben informati, potrebbe essere solo un assaggio in vista di un piano di trasferimento dalla laguna ben più sistematico. Non a caso iniziano già a circolare le stime delle potenziali ricadute. Stime che parlano dell'arrivo di circa 200 mila turisti in più nel 2020 rispetto ai 180 mila previsti il prossimo anno da Ttp. Un totale quindi di quasi 400 mila crocieristi, vale a dire numeri più che più raddoppiati. Ma perché proprio ora si concretizza l'idea di trasferire parte del traffico crocieristico dalla laguna al capoluogo giuliano? Per via della promessa, fatta dal ministro dei Trasporti Toninelli dopo il recente incidente tra la Msc Opera e un battello, di spostare già da settembre fuori dal canale della Giudecca quelli che ormai i veneziani chiamano "mostri marini", le navi bianche in particolare sopra le 40 mila tonnellate. Un'indicazione che ha spinto gli armatori a correre ai ripari, individuando appunto un piano B nel caso in cui il governo (ora peraltro alle prese con le note tensioni interne), rendesse definitivo l'addio a Venezia. C'è poi un altro elemento che dimostra quanto sia concreta l'ipotesi dell'attracco della due navi veneziane questo week end: Ttp ha chiesto al Circolo dell'Autorità portuale (Cral) la disponibilità della sua sede, che si trova al piano terra della Stazione Marittima, almeno fino al 25 agosto. Cosa che ha creato non pochi allarmi tra i vertici del sodalizi, preoccupati per possibili "sfratti" in futuro. Il programma prevederebbe il 24 agosto l'attracco di Costa Luminosa e il 25 quello di Costa Deliziosa. A questo proposito però Costa crociere mantiene il massimo riserbo. Il presidente di Ttp Claudio Aldo Rigo, contattato, non è risultato invece raggiungibile. In ogni caso Trieste, con Ttp, non si farà trovare impreparata, anche perché ha già accolto in extremis delle navi provenienti dalla Serenissima. Sono state già tre quelle che da giugno hanno fatto tappa in città. Tanto che, appunto, negli ambienti della crocieristica si fa largo l'idea che anche nel 2020 Trieste possa diventare tappa fissa rispetto a Venezia per gli armatori. Con conseguenze appunto più che importanti. "Accaparrarsi" sistematicamente la Deliziosa e Luminosa, nel periodo che va dalla fine marzo 2020 addirittura fino a gennaio 2021, come riportato nel calendario di Venezia Terminal Passeggeri, significherebbe avere in città 200 mila passeggeri in più, oltre ai 180 mila previsti da Ttp, cifra peraltro già cresciuta del 30% grazie anche alle nuove 12 toccate di Msc Lirica. E va precisato che i 200 mila passeggeri in più sarebbe legati solo alle navi Costa. Se poi anche Msc decidesse di optare stabilmente per la Marittima, il conto salirebbe. Così come lo farebbe lievitare un eventuale arrivo di un'altra compagnia presente ora in laguna, la Norwegian cruise line, che al pari di Costa e Msc utilizza navi troppo grandi per poter utilizzare una delle soluzione indicata da Toninelli, l'approdo di Fusina, più adatto ai traghetti. Il rebus dovrebbe essere sciolto comunque già giovedì, giorno in cui sono attese risposte sulle sorti del governo ed è programmata la riunione del tavolo tecnico convocata dall'Autorità portuale di Venezia, incaricata dal Ministero, per individuare tutte le procedure tecniche necessarie per spostare le prime grandi navi. 

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 18 agosto 2019

 

 

Bando volontari del servizio civile - da settembre candidature on-line - per i giovani

Il nuovo Bando volontari del servizio civile universale uscirà i primissimi giorni di settembre con probabilmente una scadenza a ottobre inoltrato e, per la prima volta, la candidatura dei giovani avverrà in modalità interamente on-line. I giovani potranno presentare domanda tramite una specifica piattaforma, raggiungibile da pc fisso, tablet o smartphone, cui potranno accedere dopo essersi registrati tramite Spid, il Sistema pubblico d'identità digitale. I requisiti per candidarsi sono sempre gli stessi (avere tra i 18 anni compiuti e i 28 anni non superati al momento della candidatura, non avere subito condanne di primo grado per reati penali, essere cittadini italiani, di un altro Paese Ue oppure stranieri regolarmente soggiornanti in Italia e ovviamente non avere già svolto il servizio civile per più di 6 mesi), e lo stesso form di candidatura con la trasposizione digitale dei modelli previsti negli anni scorsi, con il vantaggio che molti dati saranno subito disponibili grazie allo Spid e che sarà possibile caricare documenti allegati direttamente in formato pdf. Gli interessati possono già rivolgersi negli uffici di Arci Servizio civile in via Fabio Severo 31 per scoprire tutti i progetti in regione, ogni giorno 9-12 e 15-17. Info: www.arciserviziocivilefvg.org.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 17 agosto 2019

 

 

Erba sfalciata dalla Siot - Gombac vuole risposte - IN COMUNE A SAN DORLIGO DELLA VALLE

Controlli sulla reale tossicità e pericolosità dell'erba sfalciata e sullo stato di salute delle falde acquifere sotto i serbatoi della Siot. Li ha chiesti il consigliere di opposizione nel Comune di San Dorligo della Valle, Boris Gombac (lista "Uniti nelle tradizioni"), attraverso un'interpellanza. «La Siot - spiega Gombac nel testo - provvede in autonomia allo sfalcio su quasi un milione di metri quadrati di superficie e non dobbiamo dimenticare che, in quella zona, si producono olio dop e la Vitovska di Monte d'oro. L'azienda - aggiunge - ha dichiarato che lo sfalcio si effettua in autonomia non per volontaria rinuncia al servizio comunale, ma per obbligo imposto da norme, regolamenti, ordinanze. Le affermazioni della Siot su tossicità e pericolosità dell'erba - conclude - non possono non destare attenzione e preoccupazione per il rischio d'inquinamento delle falde».

 

 

Gli alberi sono importanti per la nostra salute: più verde in città - la lettera del giorno di Tiziana Cimolino, presidente Medici per l'ambiente Trieste

Questa estate il caldo afoso è stato a volte insopportabile. In città i picchi di temperatura sono stati da record, con alti tassi di umidità: la salute di tutta la popolazione ne ha risentito. Muoversi è diventato rischioso per anziani e le fasce più deboli. Per esempio, aspettare il bus in piazza Goldoni sotto la pensilina, con le temperature dei scorsi giorni, è come sottoporsi a un bagno turco. Il materiale della tettoia, l'asfalto e gli alti edifici intorno assorbono infatti il caldo, creando la cosiddetta "isola di calore": una specie di forno. Poi, quando si entra in ambienti con aria condizionata sottoponiamo il nostro organismo a un vero e proprio choc termico: uno sbalzo di 10 o più gradi. La temperatura risulta piacevole, ma non per la nostra salute. Se il cambiamento climatico ci obbligherà come affermano gli esperti ad altre estati così calde, tutto questo ci deve far riflettere sull'interazione tra persone e ambiente urbano. Numerosissimi studi scientifici evidenziano l'esistenza di un microclima più caldo nelle aree urbane rispetto alle circostanti zone rurali. È risaputo e scientificamente provato che le superfici naturali riducono di più il calore rispetto alle pavimentazioni urbane, il terreno nudo o i materiali sintetici per merito della evapotraspirazione. Uno dei "materiali" biologici più efficaci per il controllo del microclima degli spazi esterni è la vegetazione che, se utilizzata in modo appropriato, può determinare un miglioramento consistente, abbassando fino a 3 gradi la temperatura. Tra i tanti benefici offerti dagli alberi c'è quello di creare ombra fresca. Il fogliame delle piante poi è in grado d'influenzare velocità e direzione del vento senza bloccare il passaggio dell'aria. Ricordo poi che le piante traspirano, assorbendo acqua dalle radici, che viene poi in parte restituita all'atmosfera sotto forma di vapore acqueo, contribuendo a sottrarre calore dall'ambiente e a rendere l'ombra degli alberi più fresca di quella artificiale. In base alle dimensioni dell'albero e alla quantità e compattezza del fogliame, varia la sua azione rinfrescante. Tra le specie più efficienti a garantire ombra e proteggerci dal caldo in città troviamo il tiglio, la quercia, l'acero, il frassino, il platano. Proprio quelle specie che vengono abbattute più di frequente per far spazio ad alberelli di terza categoria, se mai vengono piantati al loro posto. Altre strategie attuate in altre città sono i tetti e le terrazze verdi: migliorano l'efficienza energetica degli edifici e ne accrescono il rinfrescamento. Città pilota in Europa su questi progetti è Amburgo. Anziché costruire piazze sempre più grigie, case sempre più alte e installare condizionatori, che al di là dell'effetto immediato non fanno che peggiorare la situazione, dovremmo piantare più alberi, siepi e verde in città, tutelando ciò che abbiamo con una manutenzione accurata e puntuale. Dovremmo infine considerare l'abbattimento di un albero un evento eccezionale, in quanto fattore di rischio per la nostra salute.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 15 agosto 2019

 

 

Ferriera "in vendita", allarme dei sindacati.

Denunciata l'assenza di trasparenza nelle trattative. No comment dell'azienda. E Scoccimarro rivendica il ruolo della Regione.

«Nulla da dichiarare». Siderurgica Triestina, in mano ad Arvedi, non commenta le indiscrezioni rispetto alla triangolazione con Autorità portuale e Regione sul destino dell'area a caldo della Ferriera di Servola e dei posti di lavoro. Un silenzio che preoccupato non poco i sindacati che da mesi chiedono chiarezza sul futuro della cokeria che occupa 340 operai. In un volantino di inizio agosto denunciano lo scarica barile in atto sulla spalle dei lavoratori. «Non credo che l'Autorità portuale proceda alla valutazione di un terreno se questo non è in via di dismissione», riflette Michele Piga, segretario della Cgil di Trieste. «É da un anno che chiediamo senza risultato di riavviare la discussione sull'accordo di programma che riguarda tutta l'area e non solo la Ferriera. L'impegno politico al rispetto ai livelli occupazionali fa a pugni con l'aumento dei disoccupati a Trieste passati da 6 mila a 7 mila», aggiunge il segretario della Cgil. Sotto accusa c'è l'ambiguità dell'industriale di Cremona. «Dal punto di vista industriale Arvedi non ha sciolto alcun nodo: né sull'area a freddo, né su quella a caldo».C'è poi la Regione con il governatore Massimiliano Fedriga che veste anche i panni del commissario dell'area di crisi industriale complessa con il quale martedì prossimo di sarà un incontro con le categorie dei metalmeccanici. «Su questo fronte in un anno non si è fatto praticamente nulla», aggiunge Piga. In realtà si tratta di accordi fatti al buio sulla testa dei lavoratori. «Mi pare che tutti mettano le mani avanti su una partita decisa a tavolino. La situazione è invece molto più complessa - aggiunge Antonio Rodà, segretario della Uilm -. La chiusura dell'area a caldo porta con sè 450 addetti. Siamo ben lontani dal poter parlare di riassorbimento di queste persone in attività logistiche. La proprietà si è già messa in mano alla Regione. È da un mese che noi sollecitiamo senza risultato un confronto con la proprietà e le istituzioni. Ora scopriamo che questi incontri avvengono a porte chiuse».La politica, invece, plaude al dialogo in atto tra Arvedi, Authority e Regione. «Lo abbiamo sottolineato un mese fa e oggi appare ancora più chiaro: nuovi investimenti per continuare con la produzione dell'area a caldo della Ferriera non saranno convenienti per la proprietà - afferma il consigliere regionale del M5S, Andrea Ussai -. Non è merito della giunta regionale ma di un impianto obsoleto e, semmai, dell'Autorità portuale che ha creato le condizioni per rilanciare quell'area». Una sottolineatura che non è piaciuta all'assessore regionale Fabio Scoccimarro, titolare dell'Ambiente, che vuole intestarsi l'operazione. «Nei mesi di lavoro oscuro, ho avuto modo di incontrare il cavaliere Arvedi che ha preso atto della volontà della Regione di perseguire un nuovo percorso di sviluppo dell'area della cockeria e altoforno individuando evidentemente nell'Autorità portuale il soggetto che possa fungere da braccio operativo - spiega Scoccimarro -. Una soluzione che risolve solo una delle richieste di Arvedi al quale è stata prospettata l'idea nel corso di alcuni incontri riservati f e poi illustrata al presidente D'Agostino: questa opzione permetterebbe di chiedere al ministero dell'Ambiente fondi per la bonifica dell'area poiché la proprietà sarebbe pubblica. Più che un semplice dettaglio, perché questo renderebbe anche più appetibile l'arrivo degli investitori interessati allo sviluppo logistico».

 

 

Reti dei pescatori "invase" dalle noci di mare a Sistiana

Lavoro di pulizia e conseguenti costi in più per la categoria: vari gli avvistamenti di questa particolare specie al largo nei giorni scorsi. Nessun rischio per i bagnanti

TRIESTE. Sono trasparenti, filamentose, di struttura gelatinosa e di piccole dimensioni. Ad un primo impatto potrebbero sembrare delle meduse, ma non lo sono. Si tratta delle Mnemiopsis leidyi, comunemente note come noci di mare, avvistate in maniera copiosa in questi giorni dai pescatori al largo del golfo di Trieste. È una specie assolutamente innocua per l'uomo, dal momento che non possiede cnitoplasti, ossia tentacoli urticanti, pertanto le noci di mare non portano con sé quell'effetto bruciante caratteristico delle meduse e che provoca le tipiche ustioni una volta a contatto con la pelle. Al loro posto dei tentacolini elementari chiamati colloblasti che servono per agglutinare le prede, quali larve e uova di piccoli pesci. Queste caratteristiche fanno sì che nel giro di pochi giorni grandi quantità di questi invertebrati possano divorare tutte le sostanze nutrienti contenute nell'acqua marina. Come conseguenza interi tratti di mare si possono trasformare in una grande superficie gelatinosa, come già accaduto in passato nel golfo di Trieste. Chi subisce i fastidi maggiori a causa di questa particolare specie marina sono gli stessi pescatori, dal momento che grosse quantità di noci marine impediscono la cattura dei pesci e comportano un maggiore lavoro per la pulizia delle reti, fattore che si riverbera in un conseguente aumento dei costi della loro attività. Tendono a presentarsi in prossimità delle foci dei fiumi e potrebbe non essere una casualità il fatto che i primi avvistamenti si siano avuti proprio in prossimità di Punta Sdobba. «Tra lunedì e martedì - spiega Paolo de Carli, professionista del settore che ogni mattina prima dell'aurora è solito uscire con la sua barca dalla baia di Sistiana - ne ho trovati sciami interi fra la foce dell'Isonzo e la Costiera, che si sono attorcigliati fra le maglie delle reti e delle nasse. Il timore è che possano sopraggiungere anche a riva, come già accaduto nelle estati più recenti». Ma a cosa sono dovute queste improvvise e cicliche invasioni di organismi alle nostre latitudini? «Le modifiche climatiche in atto determinano delle risposte biologiche di quattro grandezze fondamentali - spiega Giuliano Orel, già professore di Ecologia marina all'Università di Trieste - e anche il nostro mare non si discosta da questa situazione generale. Innanzitutto - spiega - anche qui come in altre parti del Mediterraneo si ha una comparsa di nuove specie marine, sorgono delle nuove classi di popolazioni riproduttive e si modifica la forza delle classi di età dei pesci che vengono pescati». In pratica la durata della proliferazione di una stessa specie in una zona di mare diminuisce, portando con sé ulteriori cambiamenti nella fauna marina. Da qui la conseguenza più importante per il nostro golfo: «Con l'aumento della temperatura si complica la struttura produttiva del mare, che passa dall'essere costituito da plancton di grossa taglia e a riproduzione lenta ad altre forme a riproduzione più veloce. Questo fa sì che organismi come le noci marine riescano a riprodursi più velocemente riuscendo a trovare "cibo" molto più frequentemente». L'acqua calda, insomma, costituisce un habitat perfetto per queste colonie di invertebrati e la mancanza di ricambio in superficie, ha fatto da propulsione per la loro "calata" nel golfo di Trieste. L'invasione vera e propria, però, dovrebbe venir scongiurata proprio grazie al "neverin" dell'altra notte, che ha verosimilmente raffreddato la temperatura dell'acqua in superficie.

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 14 agosto 2019

 

 

La virata sull'area caldo - Il Porto avvia la stima dei terreni della Ferriera

L'Authority punta a quantificare il possibile investimento futuro in chiave logistica a Servola da parte di soggetti interessati. Intesa Arvedi-Regione sull'occupazione

Trieste. Qualcosa comincia a muoversi sul futuro della Ferriera di Servola. L'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro ha annunciato nelle scorse settimane la disponibilità di Siderurgica Triestina a valutare la dismissione dell'area a caldo, ma nulla di concreto era trapelato dalle riunioni estive tra proprietà, Regione e Autorità portuale. A distanza di quasi un mese dall'ultimo incontro, la prospettiva prende corpo davanti alla decisione dell'Authority di avviare una due diligence per stimare il valore della zona, nella prospettiva del subentro di soggetti pubblici o privati interessati a uno sviluppo logistico. La procedura è iniziata da alcuni giorni e quantificherà l'eventuale prezzo di vendita dei terreni di proprietà di Siderurgica Triestina e della linea costiera data in concessione alla società dall'Autorità portuale. Scopo dell'operazione, propiziata dal confronto tra impresa e Regione, è determinare l'investimento necessario per chi deciderà di rilevare la proprietà e modificare la destinazione d'uso del comprensorio. Per stessa ammissione di un'amministrazione regionale intenzionata a chiudere l'area a caldo, Siderurgica Triestina rispetta i limiti prescritti dall'Aia e dunque la giunta Fedriga ha escluso lo scontro con l'impresa, che qualche mese fa ha mobilitato i suoi legali per invitare Scoccimarro a cessare le esternazioni sulla volontà di smobilitare la parte inquinante dello stabilimento. La scelta è quella di passare per un approccio graduale, che salvaguardi i 340 operai dell'area a caldo ma che conduca all'addio della produzione di ghisa a Trieste. E qui entra in campo l'Autorità portuale, che potrebbe essere il soggetto pubblico incaricato di rilevare i terreni dell'area a caldo e procedere alla loro trasformazione in zona demaniale, secondo un percorso non dissimile da quanto l'Autorità sta facendo in quel di Monfalcone con l'Azienda speciale del porto isontino. La due diligence servirà allora a fissare il valore della concessione, che dovrà essere stipulata col soggetto privato interessato alla bonifica (leggi smantellamento dell'impianto e risanamento della parte sottostante) e alla trasformazione logistica. Il destino della zona è già messo nero su bianco nei progetti che vorrebbero realizzarvi un terminal ferroviario a servizio della Piattaforma logistica e del futuro Molo VIII, da tempo oggetto d'interesse di China Merchants Group e di altri colossi internazionali dei trasporti marittimi, capaci di garantire quei volumi di traffico che verranno poi smaltiti via terra grazie all'ambizioso piano di potenziamento ferroviario da 200 milioni, che nel giro di cinque anni promette di creare una capacità potenziale doppia rispetto a quella attuale. Sul futuro della cokeria e dell'altoforno non c'è ancora nulla di concreto, ma dalle parti della giunta ci si spinge a dire che novità importanti potrebbero arrivare in autunno, quando si spera di arrivare a un'intesa tra Gruppo Arvedi, ministeri e Autorità portuale, che conduca alla riscrittura dell'attuale accordo di programma, secondo linee che definiscano la cronologia del percorso di chiusura dell'area a caldo, che Scoccimarro vuole centrare entro il 2022. E proprio l'assessore ha scritto al presidente dell'Authority Zeno D'Agostino, chiedendo l'avvio della due diligence, per ora condotta da tecnici interni e non da un advisor come avviene di solito. I frutti si vedranno nei prossimi mesi ma da quanto risulta le parti hanno già stretto un patto d'acciaio, è il caso di dirlo, per la salvaguardia dei livelli occupazionali. La società è fortemente intenzionata a investire sul laminatoio, che rimarrebbe al suo posto e vedrebbe ampliata la produzione attuale secondo una strategia che promette di assorbire buona parte della manodopera dell'area a caldo. Un intervento cui Siderurgica Triestina lega la necessità di un impegno della Regione su formazione e ammortizzatori sociali in attesa degli investimenti sul laminatoio. È ormai evidente che qualcosa sia mutato negli orientamenti dell'impresa, che pare decisa a prendere atto dei mutati orientamenti della Regione, nel passaggio da Debora Serracchiani a Massimiliano Fedriga. Uno spostamento di indirizzo in parte anticipato da D'Agostino nel novembre scorso, dopo un incontro con il cavalier Giovanni Arvedi. Le cose si sono sbloccate durante la doppia riunione organizzata fra Roma e Trieste il 18 e 19 luglio, dopo un primo confronto avvenuto in gran segreto a Cremona fra Arvedi e Scoccimarro. In quell'occasione non era mancata qualche tensione, con l'imprenditore indispettito per non aver trovato al tavolo Fedriga in persona. I due sono però riusciti a intendersi e il cavaliere ha pure ottenuto il riconoscimento pubblico da parte di Scoccimarro sullo sforzo di risanamento ambientale dell'area e salvaguardia dell'occupazione. Nei successivi vertici la società ha aperto a valutare la dismissione della produzione di ghisa a Trieste, a patto della soddisfazione di una serie di richieste che possa giustificare la parziale uscita di scena dopo la chiamata del centrosinistra. Il nuovo piano industriale contempla dunque l'eventuale superamento dell'area a caldo: possibile che il gruppo valuti lo spostamento della produzione di ghisa all'estero o ritenga ancora aperta la partita dell'Ilva di Taranto, tanto più in una fase di instabilità che potrebbe ribaltare la linea del governo in crisi. -

Diego D'Amelio

 

Lo snodo Piattaforma logistica e l'ipotesi del terminal ferroviario

Il legame con il cantiere per la creazione della nuova infrastruttura su cui ha messo gli occhi il colosso cinese Cmg. Traguardo a metà 2020

Una due diligence da sola serve a poco. La pensano così dalle parti dell'Autorità portuale, dove si sa bene che il possibile interesse di investitori privati disposti a valutare la trasformazione logistica dell'area a caldo sarà possibile solo dopo la definizione dei destini della Piattaforma logistica, oggetto delle tentazioni del colosso China Merchants Group. La trattativa con Cmg ha rallentato di pari passo alla frenata sulla realizzazione dell'infrastruttura che avrebbe dovuto essere consegnata a inizio anno ma che sarà ultimata con ogni probabilità nel primo semestre del 2020, ad opera della cordata costituita dall'operatore portuale triestino Francesco Parisi e dalla società costruttrice friulana Icop. Il cantiere è andato incontro ad alcune difficoltà per il ritrovamento di amianto sulle aree a terra. La società concessionaria ha così deciso di lavorare sulla realizzazione della banchina che sorge accanto alla Ferriera e che comprenderà anche lo Scalo legnami. Nel frattempo si è proceduto nelle pratiche relative alla bonifica ambientale, che sono state ultimate due mesi fa, permettendo la ripresa dei lavori. Questi «procedono a pieno ritmo - dice Parisi - e la parte a mare è stata quasi completata. Nell'ultima fase ha rallentato anche questa solo per la necessità di collegare l'opera alla realizzazione dei piazzali, bloccata momentaneamente per questioni ambientali». Parisi spiega che «la variante firmata con l'Autorità portuale prevede il completamento a metà gennaio», ma la società ha ritenuto prudentemente di riservarsi uno slittamento, che si vuole contenere comunque entro il primo semestre 2020. Sulle trattative con società estere le bocche sono cucite come al solito. «Abbiamo sempre detto - continua Parisi - che i soci di Piattaforma logistica non hanno mai cercato di vendere quote a soci esterni. Il progetto è infatti interamente finanziato e sostenibile. Non abbiamo però mai escluso di sederci al tavolo con soggetti che portino un valore aggiunto in termini di traffico o di ampliamento dell'infrastruttura». Non è infatti un segreto che dalla Piattaforma partirà lo sviluppo del Molo VIII, già previsto dal piano regolatore e destinato a diventare la banchina più ampia del porto triestino. In questi anni non sono mancati abboccamenti con player di primo piano e il confronto più avanzato è stato quello con Cmg, disponibile a investire sull'infrastruttura mentre Cccc si sta interessando alla realizzazione del terminal ferroviario di Aquilinia. Indiscrezioni raccolte dalla stampa specializzata hanno tuttavia evidenziato l'emergere dell'interesse di possibili partner europei senza riuscire a rivelarne l'identità. Con i lavori avviati alla conclusione, un accordo potrebbe arrivare da un momento all'altro e sbloccare così anche la partita della Ferriera, posto che nella zona occupata dall'area a caldo dovrebbe sorgere un terminal ferroviario di ultima generazione pensato per servire il Molo VIII. -

 

Incontro tra i sindacati e Fedriga «Vogliamo chiarezza sul futuro» - pronti alla mobilitazione

Si terrà martedì prossimo l'incontro richiesto dai sindacati al presidente Fedriga per un aggiornamento sul futuro della Ferriera. Esattamente un anno fa, in contemporanea al primo vertice tra il governatore e il cavalier Arvedi, le rappresentanze dei metalmeccanici avevano indetto lo stato di agitazione, per denunciare il mancato coinvolgimento dei lavoratori. Solo pochi giorni fa, Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm hanno annunciato di essere pronte alla mobilitazione, denunciando di aver appreso dalla stampa dei nuovi incontri avvenuti fra Siderurgica Triestina, Regione e Autorità portuale. «Le nostre richieste di chiarimenti sono state sistematicamente ignorate. Non accetteremo alcuno scarica barile sulle spalle dei lavoratori», scrivono i sindacati nel volantino diffuso in azienda.

 

In arrivo sanzioni e diffide dopo le due fumate di luglio

Scoccimarro: «Noi sempre pronti a intervenire. Così garantiamo trasparenza» Allo studio anche nuove prescrizioni all'Autorizzazione integrata ambientale

Trieste. Le recenti fumate dai camini della Ferriera di Servola saranno colpite dalle sanzioni della Regione. Poca roba per la verità, se si considera che le cinque multe già comminate nel 2019 ammontano a circa 20 mila euro, cifra ovviamente irrilevante per una realtà delle dimensioni di Siderurgica Triestina. Mentre le parti hanno avviato il confronto sul futuro dell'area a caldo, con un dialogo che al momento è caratterizzato da buoni rapporti, l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro punta il dito su tre episodi verificatisi rispettivamente il 31 maggio, l'11 luglio e il 31 luglio. Nel primo caso si tratta dell'alta colonna di fumo nero alzatasi a causa dell'incendio del nastro a servizio dell'agglomerato. Negli altri due delle polveri rosse sollevatesi per la gestione irregolare del caricamento dell'altoforno e per la non corretta gestione del nuovo filtro a maniche dell'agglomerato. Tutto contenuto nella relazione pubblicata ieri dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, dopo l'ultima visita ispettiva allo stabilimento siderurgico. Nel dare comunicazione dei provvedimenti, Scoccimarro rivendica la volontà di «garantire la doverosa trasparenza e dare risposte ai cittadini che hanno inviato segnalazioni e richieste di chiarimento in merito alle azioni intraprese dalla Regione nei confronti di Siderurgica Triestina. La linea d'azione della giunta è cambiata radicalmente rispetto alla precedente Amministrazione: lavoriamo per riconvertire l'area a caldo, dialogando in maniera costruttiva con il cavaliere Arvedi per riuscire garantire il livello occupazionale e non danneggiare o azzerare gli investimenti industriali sollecitati dalla passata giunta, ma parallelamente Regione e Arpa intervengono puntualmente, secondo quanto previsto dalla legge, nel caso di problematiche ambientali che riguardino la Ferriera». Scoccimarro sottolinea in particolare che «dal mio insediamento nel maggio 2018 sono state comminate 5 sanzioni amministrative sulle 14 dal rilascio dell'Aia avvenuto nel 2014, oltre alla nuova prescrizione Aia sulla gestione dei parchi minerali e fossili». Non sono poi mancati una diffida e un avvio di procedimento di diffida, questi ultimi legati alla rumorosità dell'impianto. Arrivano ora «i due nuovi provvedimenti sanzionatori e verranno valutate anche nuove prescrizioni all'Autorizzazione integrata ambientale». Nel caso del nastro incendiato, dalla Regione assicurano che quello in tessuto resistente ai surriscaldamenti è stato sostituito con un nastro in metallo completamente ignifugo. «Sanzioni - assicura ancora Scoccimarro - deriveranno invece dalle polveri rosse che si sono sollevate l'11 e il 31 luglio. Per la gestione del caricamento del minerale seguirà anche una diffida e una nuova prescrizione Aia, mentre per il secondo episodio la società dovrà predisporre in tempi brevissimi una nuova procedura operativa». L'assessore riconosce una reazione non immediata rispetto agli eventi nel mirino, ma spiega che «per giungere a questi atti i dirigenti devono accertare le cause, identificare i responsabili, prescrivere i rimedi e poi, appunto, sanzionare. Si tratta di un iter complesso e burocratico che stride con la percezione dei cittadini ma che è necessario affinché le azioni intraprese non siano vane o peggio ancora generino, a fronte di possibili ricorsi, un costo per i contribuenti». 

 

A Trieste il primo malore per la paladina televisiva dei cittadini no-Ferriera

Nel dicembre del 2017 la donna era stata male in un albergo cittadino. Nel corso degli anni si era fatta "portavoce" della battaglia ambientalista

TRIESTE. Tutto era incominciato in via Oriani, all'hotel Victoria, il 2 dicembre 2017. Le prime avvisaglie della malattia la giornalista de Le Iene Nadia Toffa, morta ieri all'età di 40 anni a causa di un tumore, le aveva registrate proprio a Trieste. Durante una delle sue visite di lavoro, forse organizzata per un'inchiesta incentrata sull'impianto siderurgico della Ferriera di Servola, si era accasciata all'improvviso a terra nella hall dell'hotel letterario di largo Barriera, dove pernottava. Erano le 13. 45 di un sabato. Quel pomeriggio la nota conduttrice del programma di Italia Uno era stata ricoverata d'urgenza all'ospedale di Cattinara. Vi era rimasta ben poco perché già nella notte era stata trasportata in elisoccorso al San Raffaele di Milano. Ieri come allora, una pioggia di auguri e commenti commossi si era riversata sui social. Un post su Facebook, scritto già il giorno dopo, aveva però tranquillizzato i fan: «Ho preso una bella botta, ma tengo duro». Non si conosceva, all'epoca, da quale patologia fosse affetta. Analisi e diagnosi però avevano in seguito emesso il verdetto: era affetta da un tumore cerebrale. Nei mesi successivi Nadia, nonostante abbia ripreso più volte a lavorare, tra una chemioterapia e l'altra, non è più tornata a Trieste. Di lei però in tanti ricorderanno le domande a brucia pelo all'ex sindaco Roberto Cosolini e all'ex presidente della Regione Fvg Debora Serracchiani sull'argomento caldo del possibile inquinamento della Ferriera. Con entrambi aveva avuto dei battibecco accesi. Grazie alle sue inchieste era diventata la paladina dei servolani contrari all'acciaieria. È del 2014 infatti il suo primo servizio nel capoluogo giuliano dal titolo "Trieste. L'altra Ilva". Nel 2015, di nuovo, prosegue con tenacia la sua lotta: intervista i cittadini che raccontano alle telecamere che in quell'ultimo anno le condizioni di vita sono ulteriormente peggiorate. Toffa intercetta poi Serracchiani, con cui si verifica un altro faccia a faccia burrascoso. Dieci giorni dopo invece entra nell'acciaieria con la troupe, su invito di Arvedi, ma la visita non finisce proprio nei migliori dei modi. In seguito fa di nuovo arrabbiare la governatrice Serracchiani, intervistandola a sorpresa sempre sull'argomento Ferriera mentre la futura deputata Pd si trova a Vinitaly, a Verona. La visita successiva è del febbraio 2016. L'inviata delle Iene rivendica le promesse di risolvere il problema della Ferriera entro il dicembre dell'anno precedente. Davanti al microfono Serracchiani e Cosolini, affiancato dall'ex assessore all'ambiente Umberto Laureni. Nello stesso anno, ma questa volta l'impianto siderurgico non c'entra, partecipa a èStoria a un incontro con il filosofo Pier Aldo Rovatti, moderato dalla giornalista Emanuela Masseria, incentrato anche sul suo libro "Quando il gioco si fa duro". Nel maggio 2017 invece, il suo penultimo viaggio da queste parti prima del malore: torna alla carica sull'inquinamento, questa volta dietro la telecamera c'è il primo cittadino Roberto Dipiazza. Nadia però rimane legata a Trieste e alla regione anche per un importante riconoscimento: l'anno scorso è stata tra i vincitori del Premio Luchetta con il collega Marco Fubini per un reportage sulla prostituzione minorile a Bari.

Benedetta Moro

 

 

Slovenia, contadini in piazza: «Troppi lupi il governo deve agire»

La categoria lamenta diverse uccisioni di animali domestici e accusa l'inerzia di Lubiana: «Via il ministro dell'Ambiente»

Lubiana. Rabbia, richieste sempre più pressanti, proteste contro la presunta inazione del governo che continueranno finché non sarà raggiunto l'obiettivo: quello di una Slovenia che veda in circolazione meno lupi, minaccia per contadini e allevatori da settimane sul piede di guerra. In gran numero sono scesi in strada nei giorni scorsi a Velike Lasce, paesino nel cuore della Slovenia a poca distanza da Lubiana, organizzati dal Sindacato dei contadini (Sks). Contadini che «sono obbligati a vigilare affinché i nostri animali non causino danni ai vicini» mentre lo Stato dovrebbe fare lo stesso, impegnandosi «a prendersi cura degli animali selvatici, così che non provochino danni ai contadini», ha arringato la folla Anton Medved, numero uno dell'associazione. Le parole di Medved si riferiscono agli attacchi dei lupi che popolano le montagne del Paese transalpino. Sono stati decine negli ultimi mesi, come evidenziato in una mappa piena di punti rossi esibita durante la protesta, in particolare nel sud, ma anche nel nordovest. Giorni fa l'ultimo incidente presso il villaggio di Jurisce: qui un branco di 15-20 lupi ha attaccato e ucciso di notte 12 pecore, ferendone altrettante malgrado le barriere protettive poste dagli allevatori e la vigilanza dei cani da guardia. Non sono casi isolati, come conferma la decisione dei partiti di governo a Lubiana, presa già a giugno, di emettere una ordinanza d'emergenza che dà luce verde all'abbattimento di 175 orsi e 11 lupi che avrebbero sulla coscienza l'uccisione di oltre 500 animali da cortile e allevamento solo quest'anno, il doppio rispetto al 2018 con un danno stimato superiore ai 300 mila euro. La Slovenia, secondo le autorità, può ospitare senza problemi circa 400 orsi e un paio di branchi di lupi (tra i 90 e i 100 esemplari), animali protetti; ma i numeri reali sono praticamente il doppio. Svariati orsi, più di 60, «sono già stati abbattuti, ma finora nessun lupo», hanno segnalato i media locali. Anche da qui la collera dei contadini e dell'Sks, che ha pure chiesto la testa del ministro dell'Ambiente, Simon Zajc, che ieri ha promesso più rapidità nell'eliminazione dei lupi in sovrannumero. Ma l'Sks è andato oltre, spingendosi a chiedere - oltre a una rapida diminuzione del numero di lupi in circolazione - anche la creazione di riserve "chiuse" ad essi dedicate, delimitate da recinzioni; e anche agevolazioni fiscali per i contadini e gli allevatori che vivono nelle aree più a rischio. Il Sindacato dei contadini ha poi promesso nuove dimostrazioni, ogni weekend, finché le autorità non si piegheranno alle richieste. Le prossime sono previste a Ilirska Bistrica e poi a Gornja Radgona, dove è in programma la grande fiera "Agra".Ma c'è chi ha puntato in alto chiedendo che il premier Marjan Sarec e il ministro Simon Zajc siano "processati" per «il fallimento della loro azione sulla questione degli attacchi di orsi e lupi ad animali domestici», ha riportato l'agenzia Sta, citando la posizione del consigliere nazionale Branko Tomazic. E anche l'ombudsman per i diritti umani Peter Svetina ha chiesto ai ministeri di Ambiente e Agricoltura di unire le proprie forze per trovare soluzioni a un problema sempre più grave.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 13 agosto 2019

 

 

«Sì al restyling conservativo di piazza Sant'Antonio»

«Una riqualificazione "conservativa" della piazza con il lievo e la ripulitura dei masegni, con una miglioria dell'arredo urbano in linea con quello del vicino Canale di Ponterosso e un'intelligente implementazione del verde esistente può essere ritenuta la soluzione migliore in grado di meglio valorizzare anche il contesto architettonico esistente. Tale soluzione va in linea con la volontà di quest'amministrazione e del sindaco di valorizzare il centro storico nel rispetto delle sue peculiarità». Lo afferma il capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale, Alberto Polacco, facendo seguito al dibattito innescato dalla presentazione del documento di Fi sulla riqualificazione di piazza Sant'Antonio. «Il Canale venne realizzato nel 1754-1756 da Matteo Pirona, quando le saline vennero interrate per consentire lo sviluppo urbanistico della città all'esterno delle mura - continua Polacco -. La sua funzione era di consentire alle imbarcazioni di raggiungere il centro città per caricare e scaricare le merci. Tale spazio si colloca nel cuore storico cittadino, uno dei punti maggiormente frequentati dai turisti, oltre che dai triestini, e che è nell'intenzione dell'amministrazione sviluppare un progetto per rinnovare e riqualificare la storica piazza, inserita in uno storico contesto».

 

Piazza del Ponterosso, la sfida di un lifting che rimetta al centro la memoria dell'acqua

Quattro progetti di riqualificazione di un'area piana, dove la pavimentazione è importante. Conterà il parere dei cittadini?

C'è una famosa serie di dipinti di Giorgio De Chirico intitolata "Piazze d'Italia" (1913-1950), in cui il grande pittore surrealista interpreta, in chiave metafisica, luoghi più o meno immaginari che interagiscono con la gente o addirittura sembrano soffocarla, generando angoscia negli individui. Ecco, questo aspetto progettuale, sia come raffigurazione pittorica che architettonica, sembra un buon punto di partenza per affrontare il problema di questi spazi, più o meno vasti, che nelle città interrompono la struttura viaria per instaurare aree di sosta, di apertura anche mentale, di ripensamento esistenziale. A Trieste, città monumentale e vissuta, abbiamo sempre avuto a che fare con le piazze storiche, un patrimonio difficile da trattare perché implica, sovrintendenza a parte, una particolare sensibilità che sappia raccordare il presente col passato. Perché ogni intervento in una piazza storica, se collocato nel tempo in cui avviene e in ottemperanza ai modelli estetici del momento, è degno di un'assoluta cautela. Rifare, restaurare, ri-progettare una piazza storica è frutto di un bel connubio: l'aspetto storico pre-esistente, le eventuali trasformazioni nel tempo, le possibili variazioni fra le capacità di fruizione di quel monumento da parte della gente, tenuto conto della loro sensibilità mutata. Infine, le sollecitazioni delle istituzioni, magari portate a indirizzare il progettista verso soluzioni urbanisticamente più consone ai tempi (esempio: variazioni del traffico).Vediamo cosa è successo negli ultimi trent'anni a Trieste. Si è cominciato con la piazza delle Poste (ora Vittorio Veneto), una delle più belle piazze triestine, dominata da una fontana di grande plasticità, quella dei Tritoni progettata da Franz Schrantz nel 1898. Lì l'amministrazione preferì operare un sostanziale cambiamento, attribuendo l'onere all'architetto Boris Podrecca nel 1999. Il quale ritenne di non rispettare l'organizzazione precedente sotto forma di giardino e introdusse varianti totalmente innaturali, anche dal punto di vista funzionale (nessuna persona avrebbe mai potuto sedersi sopra scatoloni privi di ombra). Passando a piazza Goldoni il discorso si complica. La vecchia piazza della Legna (a poco dal Ponte della Fabra) era un mercato all'aperto, un luogo di incontri e di commercio, e il progettista ha ritenuto di infrangere la sua unità storica, facendone un'area di scorrimento automobilistico la cui parte "conviviale" è risultata solo schiacciata dal cemento (del monumento taccio, per carità di giudizio). Insomma, per restare a questi recenti esempi, diciamo che non abbiamo avuto fortuna a Trieste. Ed ora, ecco che ci troviamo di fronte a un terzo tentativo di intervento su un'altra tra le sue piazze più belle: l'ultimo tratto di Ponte Rosso. Sorvoliamo sulla vera mutilazione che questa città si è autoimposta negli anni Trenta, quando costruttori disonesti hanno pensato bene di coprire l'ultimo tratto del canale con il materiale asportato dal piccone risanatore in via Donota e dintorni. Un bel risparmio sui costi di trasporto... Ma veniamo a oggi. Lì c'era il canale, certo; quel tratto su cui si riverberava la struttura neoclassica di Sant'Antonio, una vera icona di bellezza. E ora c'è un'area malandata, con al centro una piscina anni 50 di modesta fattura. Che fare? Quattro sono i progetti che il Comune ha presentato alla città, con la firma dell'arch. Maurizio Bradaschia, e a giorni sapremo quanto si terrà conto del parere già espresso dai cittadini sul web. A guardarli, questi progetti, sembrano molto simili (lasciamo perdere l'aggiunta di una scultura di Pomodoro che sta lì come attrazione inesistente) e hanno come elemento comune la ristrutturazione di un'area piana, con o senza alberelli striminziti. Si punta molto, inoltre, sul tipo di pavimentazione, sulla sua funzione estetica e immaginifica (per esempio al ritorno dei masegni, con un'illuminazione a terra che richiama Unità d'Italia). Ma, a mio avviso, quel che manca lì è innanzi tutto l'acqua, il riflesso di quella che ci fu un tempo. Solo il quarto progetto prevede una fontana quadrata. Ecco, forse riusciamo a evitare gli errori disastrosi del passato, tentando una mediazione storica con la piazza. E questo può solo avvenire attraverso l'evocazione dell'acqua. Che sia più di una piscina, che sia un corridoio d'acqua, una via immaginaria di collegamento con il canale e la chiesa. In cui i triestini riconoscano la vera parte finale del loro canale. 

RENZO CRIVELLI

 

SEGNALAZIONI - Piazza Sant'Antonio - Lasciate il verde invariato

I molti soci dell'Ada (Associazione diritti degli anziani Onlus) ci segnalano una delle tante "prese in giro" nei confronti dei cittadini ai quali quando c'è bisogno, i politici attribuiscono certe responsabilità. Un esempio è il rifacimento del giardino di piazza Sant'Antonio Nuovo. Esaminati i modelli presentati, gli esperti hanno scelto quattro progetti ritenuti idonei (a spese di non poco conto e con lungaggini dei lavori) affermando di volersi sottoporre al gradimento o meno della cittadinanza. Così però non di dà possibilità di suggerire cambiamenti a tali proposte. Nel caso del giardino in oggetto tale possibilità potrebbe e dovrebbe venire concessa ai cittadini proponendo i referendum con cinque e non quattro soluzioni. La quinta dovrebbe essere: "Lasciare il bel giardino così com'è". Per metterlo a nuovo sono sufficienti delle piccole manutenzioni, con spese irrisorie: avremmo un giardino arioso, con il bel selciato restaurato e panchine in stile (e non quei monoliti di pietra sparpagliati in centro). Un altro esempio analogo è la vicenda dei bozzetti della statua di Maria Teresa. Non ci fu la possibilità di esprimersi per l'annullamento dell'idea stessa, come sarebbero stati d'accordo i soci Ada. I nostri soci chiedono ai politici: non sarebbe meglio investire quelle somme per risanare completamente tutti quei marciapiedi con buche rattoppate alla meno peggio; avere più cura della periferia e dare il via a quei piccoli interventi che renderebbero la città ancora più accogliente e luminosa?I soci Ada gradirebbero una risposta alla domanda: a chi interessa investire tanto denaro pubblico per il già bel giardino di piazza Sant'Antonio?

Zoltan Kornfeind - Segreteria regionale Ada

 

Piano paesaggistico blocca il cantiere - L'impresa fa causa: Regione ko al Tar

Prevista sul terreno "conteso" la realizzazione di 6 palazzine ma l'ente l'aveva classificato come area non edificabile

Due "granchi" presi dal Piano paesaggistico nella classificazione dei terreni a Trieste. Nell'arco di pochi giorni il Tar ha dato per due volte torto alla Regione in altrettante cause in cui veniva impugnato il Piano regionale, strumento di pianificazione essenziale per salvaguardia e gestione del territorio, approvato lo scorso anno. La sentenza più rilevante (dell'altra riferiamo nell'articolo in basso) riguarda il ricorso presentato da un'impresa triestina, la Botta Group Constructions Srl, che aveva acquisito un vasto terreno in precedenza appartenuto, prima del fallimento, ai fratelli Perco. Un appezzamento collinare posizionato in una delle zone panoramiche più suggestive della città, delimitato dalla Strada del Friuli e dalle vie Bonomea e Bruni. Il terreno è già circondato da lotti edificati e da tempo era stata progettata la costruzione, da parte dell'impresa, di 6 nuove palazzine residenziali di pregio. Il progetto è pronto e gli investimenti previsti - come conferma l'avvocato Giuseppe Sbisà, che ha curato il ricorso - sono milionari. Ma nella primavera dello scorso anno si è materializzata una brutta sorpresa dopo il via libera al Piano paesaggistico regionale (approvato con decreto presidenziale del 24 aprile): si è scoperto che il terreno era stato inserito nell'area qualificata come "Paesaggio dei parchi e aree verdi urbane", dunque non edificabile. La Botta Group Constructions è subito corsa ai ripari ricorrendo al Tar. Ricorso fondato anzitutto su un motivo: «Il terreno, pur collocato in una zona di interesse pubblico, non è assoggettabile a tutela - era la premessa -, perché pertinente a un rione cittadino residenziale, caratterizzato da una graduale perdita delle aree verdi e dalla costruzione di molti edifici condominiali anche di grandi dimensioni nella parte inferiore della collina lungo le principali arterie che la attraversano, Salita Madonna di Gretta, Strada del Friuli, e via Bonomea, un reticolo di strade e vie secondarie anch'esse intensamente edificate». La densità degrada salendo verso le porzioni più elevate, con case, ville e piccoli condomini circondati da giardini e spazi verdi. Secondo i ricorrenti la scelta di classificare il terreno includendolo tra quelli inedificabili sarebbe stata quindi «incongrua e illogica», perché «in chiaro contrasto con la consolidata situazione dei luoghi», considerando «la presenza di un contesto urbano, per larga parte edificato, privo di significativi valori paesaggistico-ambientali». Dopo che l'amministrazione regionale si era costituita in giudizio, il Comitato tecnico per l'elaborazione congiunta del Piano paesaggistico, nella seduta del 31 gennaio, aveva escluso che ci fossero i presupposti per un aggiornamento, confermando la classificazione del terreno in quanto considerato parte restante di un assetto storico-territoriale e paesaggistico meritevole di tutela. Nella sentenza del Tar (presidente Oria Settesoldi) si conclude che l'inclusione del terreno nel "Paesaggio dei parchi e aree verdi urbane" non appare «sorretta da necessari presupposti di logicità e coerenza». Secondo il Tribunale amministrativo «la pur apprezzabile esistenza di un interesse pubblico, finalizzato alla conservazione del contesto paesaggistico ambientale, non consente di vanificare del tutto la connessione dell'area con il tessuto urbano e lo stretto legame che la riunisce al contesto circostante, mutuandone funzioni e destinazione». Insomma, quel terreno, per le sue caratteristiche, non poteva essere considerato come area non edificabile. Sempre secondo la valutazione dei magistrati, non ci sono «elementi di pregio ambientale sufficienti a sancire il regime di sostanziale inedificabilità del terreno».«In questo caso eravamo chiaramente di fronte non a un disguido di natura cartografica, ma a una valutazione erronea delle caratteristiche del terreno - commenta l'avvocato Sbisà -. Errore che aveva portato al suo inserimento tra le aree non edificabili. La perizia tecnica che abbiamo illustrato a sostegno del ricorso ha permesso di chiarire che quel terreno ha invece tutti i requisiti necessari per l'edificabilità». -

Piero Tallandini

 

 

acegasapsamga - Già cinquemila contatti per i primi quattro anni della app "Il Rifiutologo"

Il Rifiutologo, l'applicazione per smartphone e tablet dedicata all'ambiente nei territori serviti da AcegasApsAmga, festeggia quattro anni con oltre 5 mila utenti attivi sul territorio triestino, a conferma dell'apprezzamento e della partecipazione dei cittadini nei confronti dell'app. Il Rifiutologo, scaricabile gratuitamente dal sito www.ilrifiutologo.it, si dimostra quindi uno strumento digitale valido e pratico, che consente di comunicare con la multiutility in maniera rapida ed efficace. Il Rifiutologo viene prevalentemente utilizzato dai cittadini come assistente alla raccolta differenziata. È sufficiente, infatti, digitare il nome di un oggetto o leggerne il codice a barre, per sapere in quale raccolta va conferito. Il sistema utilizza una base dati in continua evoluzione, anche grazie alle segnalazioni degli stessi cittadini, di circa 2.000 voci e 1 milione di prodotti riconosciuti e fornisce indicazioni di conferimento targettizzate sul sistema di raccolta presente in città. Sempre più apprezzata, però, è la funzione che consente di segnalare in tempo reale problematiche ambientali, come, ad esempio, un cassonetto rotto, un rifiuto ingombrante abbandonato, la pulizia cittadina, ecc. Basta scattare una foto dall'applicazione e selezionare il tipo di problema dal menù. L'App il Rifiutologo, tramite gps, georeferenzia l'immagine (tenendo però rigorosamente anonimo il segnalante) e la invia direttamente al sistema informativo dei servizi ambientali AcegasApsAmga, che provvede a verificare e intervenire, solitamente entro le 24 ore successive. Dal gennaio 2019, si contano più di 700 segnalazioni complessive arrivate tramite Rifiutologo relative al territorio triestino, rappresentando quasi il 50% del totale - che consta di circa 2000 segnalazioni - a dimostrazione della sensibilità dei triestini, sul tema del decoro urbano. Tra le varie funzionalità disponibili sul Rifiutologo, i cittadini possono scoprire la stazione ecologica più vicina. Nell'app, è infatti disponibile la mappa dei centri di raccolta territoriali, con orari di apertura, modalità di accesso e materiali trattati. Inoltre, con un click, sono a disposizione le informazioni relative al servizio gratuito di ritiro ingombranti, cioè di quegli oggetti di scarto che per le loro caratteristiche non sono idonei al normale servizio di raccolta differenziata . Per informazioni o per prenotare questo servizio, AcegasApsAmga ricorda che basta contattare il Servizio Clienti al numero verde 800.955.988, da lunedì a venerdì dalle 8 alle 22, sabato dalle 8 alle 18.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 12 agosto 2019

 

 

"Seabin" anche nel Golfo di Trieste - Ecco i cassonetti per i rifiuti marini

Anche l'Adriatico avrà i suoi "seabin", i rivoluzionari cestini galleggianti, appositamente ideati per raccogliere i rifiuti in acqua. È uno dei dettagli che emerge dal progetto pilota "aMare Fvg", mirato alla salvaguardia dell'habitat marino. Su proposta dell'assessore alla Difesa dell'ambiente, Fabio Scoccimarro, la Giunta regionale ha appena approvato infatti la bozza del testo che permetterà a pescatori, diportisti e sommozzatori, spesso autori di iniziative "green" fai-da-te, di raccogliere le scorie rinvenute in mare o sui fondali marini del golfo di Trieste, trasportarle a terra e conferirle in apposite aree attrezzate. L'iniziativa diventerà realtà quando verrà firmato il protocollo d'intesa dai soggetti partecipanti: Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Capitaneria di Porto di Trieste, Arpa Fvg, Comune di Trieste, AcegasApsAmga ed HestAmbiente. Il progetto prevede che vengano dislocati i cassonetti in aree riservate e i contenitori siano identificati con il logo "aMare Fvg", tra cui i "seabin". L'ubicazione di queste zone sarà individuata di volta in volta con il gestore del servizio in funzione degli specchi d'acqua oggetto di pulizia. «Con questo progetto - spiega Scoccimarro - desideriamo anche provvedere ad azioni incentivanti e a certificazioni premianti per chi si occupa di evitare che pericolose plastiche uccidano pesci e compromettano la qualità del pescato». Ricordiamo che furono due ragazzi australiani Andrew Turton e Pete Ceglinsk a lanciare nel 2016 una campagna per realizzare Seabin, una delle iniziative internazionali progettate per salvaguardare l'ambiente marino .Anche il golfo di Trieste infatti rientra nelle aree inquinate. A dirlo sono i dati emersi negli anni da più parti. Dai campionamenti stagionali effettuati da Arpa Fvg, ad esempio, che si focalizzano su dieci spiagge del litorale regionale, è risultato che nel 2018 sono stati raccolti 1045 oggetti per chilometro quadrato, quantità di rifiuti superiore a quella del 2017, quando ne sono stati raccolti 740. Dal 2015 a oggi inoltre Arpa Fvg ha raccolto 41.500 oggetti di cui il 77% è costituito da plastica. Il restante 23% è costituito da oggetti in vetro o ceramica, rifiuti sanitari, carta e cartone, legno, metallo, tessuti e gomma. L'ente, che monitora solo lo 0,8% di costa del Fvg, ogni anno raccoglie 200-250 kg di rifiuti spiaggiati. Si stima quindi che il cosiddetto "marine litter", lungo tutto il litorale regionale, sia pari a 6,5 tonnellate, equivalenti a circa tre camion all'anno. Significativi sono anche gli esiti forniti dall'Autorità portuale, che effettua la pulizia dello specchio acqueo di propria competenza pari a circa 13,7milioni di chilometri quadrati: ogni anno vengono a galla più di 11 tonnellate di rifiuti indifferenziati, oltre a quelli biodegradabili, ingombranti, di imballaggio, plastica ed emulsioni. 

Benedetta Moro

 

 

Comitato esercenti: la nostra "ricetta" per piazza sant'Antonio - la lettera del giorno di Roberto Dorigutti

Il Comitato esercenti Trieste Centro ha, al pari degli altri cittadini, visionato le soluzioni proposte riguardo alla riqualificazione di piazza sant'Antonio. Pur apprezzandone alcune caratteristiche riteniamo che, tuttavia, l'adozione di una di queste, una qualsiasi, avrebbe quasi il significato di "togliere l'anima" negli anni acquisita da questa che è una delle più belle e vissute piazze della città. Non solo: le darebbe una cifra stilistica diversa da quella delle zone vicine, da poco riqualificate. A parere del nostro Comitato, la piazza potrebbe riacquistare la sua bellezza attraverso una riqualificazione conservativa che mantenga, implementando e migliorando l'attuale verde pubblico (senza la sua estirpazione e successiva sostituzione con alberelli). Alla pavimentazione in lastre di arenaria che nel tempo si degradano e diventano brutte (quelle usate per la pavimentazione di piazza dell'Unità dovrebbero pur insegnare qualcosa...) sarebbe senz'altro da preferire, come dimostra lo splendido, a nostro parere, risultato ottenuto sulle due rive del Canal Grande con il ricorso al ricollocamento degli antichi masegni. Questa scelta, inoltre, creerebbe una sorta di continuità con le zone vicine, soprattutto se in futuro il Comune decidesse di replicarla anche nelle attigue vie Ponchielli e Paganini.La zona centrale della piazza, cioè quella attorno alla vasca, oggi ricoperta di lastre calcaree dissestate, a nostro giudizio va pure rivista in questa ottica e completata con un arredo urbano adeguato, con la rivisitazione della vasca centrale che non va tolta bensì resa coerente con il resto della piazza, con l'eliminazione dei tre getti d'acqua ora posti in posizione diagonale all'interno della vasca e la loro sostituzione con getti d'acqua che dal bordo perimetrale zampillano verso il centro. Il Comitato esercenti Trieste Centro, soprattutto, reputa che sarebbe opportuno ridare, almeno a questa piazza, una parte del ruolo di aggregazione e ritrovo che in origine le piazze avevano rendendola, possibilmente con qualche apposita struttura, fruibile anche ai bambini (per i quali non è attualmente presente un luogo dedicato al gioco tra piazza Hortis e il Giardino pubblico) e precludendola alla collocazione di mercatini di qualsiasi sorta, in particolare quelli gastronomici e di somministrazione, in modo da non precludere, sopratutto nei periodi di forte presenza turistica, l'ariosa visione della chiesa neoclassica. Parimenti, vorremmo fossero spostati altrove i cassonetti dei rifiuti posti sul lato di via San Spiridione, fortemente antiestetici e deturpanti la fruibilità visiva della piazza nel suo insieme.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 11 agosto 2019

 

 

Giù le facciate interne - La storica Transalpina ritorna a splendere

Al via i lavori di ristrutturazione per riportare la stazione agli sfarzi di inizio '900. Intervento da oltre 6,5 milioni

Anche se l'impalcatura sul lato esterno di via Giulio Cesare è ancora in fase di allestimento, sono ufficialmente entrati nel vivo i lavori di restauro e riqualificazione della stazione ferroviaria di Campo Marzio. Attualmente l'impresa ha iniziato la demolizione delle facciate interne: un intervento complesso e molto delicato, che ha lo scopo di riportare l'antico immobile agli sfarzi di inizio Novecento quando venne aperto, precisamente nel 1906. Trieste all'epoca disponeva di ben due stazioni ferroviarie, la Meridionale o Südbahn situata in piazza Libertà e appunto quella in Campo Marzio, la Transalpina. Con l'avvio della prima fase degli interventi di riqualificazione è iniziata la ristrutturazione dell'ala del fabbricato che si affaccia su via Giulio Cesare, i cui ambienti hanno ospitano fino al luglio 2017 la collezione del Museo Ferroviario. Dopo la solenne cerimonia di apertura del cantiere dello scorso 4 maggio, ora nel piazzale interno dello scalo si stanno concentrando i primi interventi che si possono intuire per la presenza di un'alta gru, il cui sbraccio sovrasta l'intera area. La filosofia dell'operazione punta a suddividere la rinnovata struttura in tre parti: ludico- educativa, tecnico-scientifica e socio-antropologica. L'obiettivo, insomma, è creare un museo che possa rivolgersi a vari target di utenza e non solo ad un pubblico interessato dal punto di vista storico e tecnico. Fra le novità sicuramente molto gradite, sul lato più stretto del complesso, di fronte alla piscina terapeutica attualmente "ingabbiata" dalle transenne, sorgerà il primo hotel italiano a tematica rigorosamente ferroviaria, che occuperà entrambi i piani dell'edificio. I lavori di ristrutturazione si articoleranno in tre fasi: le prime due riguarderanno il restauro di tutta l'area prospiciente via Giulio Cesare e il rifacimento degli interni, che costituiranno nuovamente la sede espositiva del museo ferroviario. Il tutto per un costo complessivo di 6 milioni e 500 mila euro, finanziati da Gruppo FS Italiane, MiBACT e Regione. La terza fase prevede la realizzazione dell'hotel a tematica ferroviaria, il restauro dell'altro lato del comprensorio, il rifacimento della volta metallica (che dal 1906 al 1942 sormontava il fascio binari, poi smantellata per donare il ferro alla patria per gli eventi bellici) e nonché la creazione di un enorme cortile interno coperto per ospitare eventi o manifestazioni. Questa terza fase, del valore di circa 12 milioni di euro, al momento però non dispone di alcuna copertura finanziaria. -

Andrea Di Matteo

 

 

Il supermercato fa lo sconto ai "virtuosi" del riciclaggio

Il supermercato Maci in via Pirano riduce i prezzi della spesa a chi consegna dieci bottiglie in plastica destinate al recupero

«Tu ci porti le bottiglie di plastica e noi ti facciano uno sconto». Funziona così in via Pirano 7, nel supermercato Maci aperto da poco più di sei mesi e pronto a sfidare, con una semplice iniziava, chi riserva poca attenzione all'ambiente ed è poco propenso al riciclo. La proposta del piccolo market avviata dallo scorso giugno e che sta già raccogliendo ampi consensi, è semplice: «Ogni 5 bottiglie di plastica di formato grande, ti diamo un buono sconto da 1 euro da poter scontare su una spesa minima di 10 euro. Stesso sconto portando 10 bottiglie di plastica piccole», recitano i cartelli che segnalano l'iniziativa. Insomma, una persona a casa mette da parte le bottiglie, stessa cosa per un'azienda o un ufficio dove spesso si producono cumuli di bottigliette, e poi, arrivando alla cassa di via Pirano si vede ricompensare per quel gesto. In questo modo la plastica si trasforma in un tesoretto, e non in un ingombro da smaltire. «La nostra non vuole essere solo una promozione, - spiega il titolare dell'esercizio commerciale, Massimo Colomban - ma un esempio, uno stimolo a non sporcare l'ambiente. Noi siamo piccoli, una sorta di bottega alla vecchia maniera. Ritengo sarebbe importante che anche i colossi della grande distribuzione avviassero simili iniziative». Alcuni grandi gruppi, a livello nazionale, hanno già messo a disposizione delle macchinette che, inserite le bottiglie, restituiscono dei buoni sconto. A Trieste ancora non sono state ancora installate. Colomban ha viaggiato parecchio nella sua vita. «E mi sono imbattuto spesso in simili proposte - racconta - così, appena ho potuto, ho adottato lo stesso sistema». E a giudicare dal numero di bottiglie di plastica che arrivano al punto vendita di via Pirano, l'iniziativa raccoglie consensi. «In una settimana ritiriamo oramai centinaia e centinaia di bottiglie, - riferisce - anche da parte di persone che non erano nostri clienti precedentemente. Le stocchiamo in magazzino in attesa del ritiro settimanale da parte di un centro di raccolta con cui abbiamo fatto un accordo». -

 

Conto salato per ripulire la ciclabile dagli pneumatici

Il Comune di Muggia ha dovuto tirar fuori 2 mila euro per smaltire una parte dei trenta copertoni che era stata segnalata dall'AsuiTs

MUGGIA - Ben 2mila euro di spesa a carico del Servizio di raccolta trasporto e smaltimento pneumatici. A tanto ammonta il costo per un intervento effettuato nell'area della pista ciclabile in località Rabuiese. Un'operazione che si è resa necessaria, dopo il rinvenimento di pneumatici abbandonati avvenuto lo scorso 5 aprile. Gli abbandoni di pneumatici costituiscono un problema ambientale di dimensioni significative e un aggravio per le casse dei Comuni chiamati a rimuoverli a proprie spese, anche a causa dei materiali utilizzati per costruirli, che sono di scarsa biodegradabilità: per esaurirsi del tutto in natura impiegano oltre mille anni. Questo aspetto, unitamente alla facilità di combustione e al ristagno d'acqua al loro interno, con conseguente proliferazione di insetti e rischio di infezioni, accentua il problema ambientale degli abbandoni. Il tutto senza trascurare che, se bruciati, sprigionano gas tossici nell'atmosfera, rilasciando metalli pesanti e benzene. «L'Azienda sanitaria ci aveva segnalato un deposito di almeno una trentina di copertoni abbandonati in un'area che solo in parte è di pertinenza comunale - spiega l'assessore all'Ambiente del Comune di Muggia, Laura Litteri - e ricordo che la rimozione e lo smaltimento sono procedure molto costose, cui ha dovuto fare fronte il Comune e il cui costo è ricaduto sull'intera comunità». «L'abbandono dei rifiuti - aggiunge - è un reato che ha effetti su tutti i cittadini, come in questo caso, in cui, oltre all'aspetto prettamente economico e quello estetico di deturpazione di un bene comune, c'è anche quello sanitario dato che, riempiendosi di acqua piovana, i copertoni diventano il terreno ideale per lo sviluppo delle zanzare». «E' difficile quantificare il numero di pneumatici fuori uso rinvenuti nella zona - ha concluso Litteri - ma è palese che ci troviamo di fronte a una vera e propria attività illecita di smaltimento. Il Comune è intervenuto nelle aree di propria pertinenza, non potendo agire in fondi privati adiacenti in cui persiste, però, il medesimo problema».

u.sa.

 

 

Siti storici, pochi vincoli architettonici e visti ingiustamente come limiti - la lettera del giorno di Antonella Caroli (presidente Sezione di Trieste e consigliere nazionale Italia Nostra)

L'associazione Italia Nostra nutre preoccupazioni per una Trieste storica che ormai da troppi anni sta andando in briciole o che si sta degradando, come il Porto vecchio, gli stabilimenti balneari Ausonia, alcune ville ottocentesche, palazzi e dimore importanti. Non si sa quanto sia dovuto al maltempo, quanto alla trascuratezza e quanto al volontà di non considerare il rischio "crolli" di strutture importanti (vedi i magazzini del Porto vecchio che non sono stati messi in sicurezza come dettava la delibera Cipe/ Mibac del 2016). Oltre al crollo del tetto della piscina terapeutica, anche il pontile degli Stabilimenti balneari Ausonia è andato in briciole mettendo in crisi molte attività. Ci spiace che sia stato smantellato il meraviglioso Bar Cattaruzza. I suoi arredi, le vetrate dipinte e i mosaici dorati, anche se salvati, non potranno ricostruire l'ambiente storico "com'era e dov'era". Ci si chiede come mai non fosse già tutelato. In città si scoprono, tutt'oggi, edifici importanti e luoghi non vincolati esposti a rischio di distruzione e/o manomissione. Forse ci sono sempre emergenze che non permettono di considerare la monumentalità dei luoghi e di tutelarli? Per di più, a torto, i vincoli sono spesso temuti e considerati un ostacolo allo sviluppo. Allora come mai a Londra, Amburgo e in altre città d'Europa si è riusciti a conservare il patrimonio storico a beneficio della città e a costruire secondo regole che ne hanno permesso il restauro con l'insediamento di nuove destinazioni d'uso nel rispetto delle identità storiche?Nel Porto vecchio è andato in briciole l'unico nucleo abitato, togliendo l'identità storica all'area di smistamento ferroviario anche se rimarranno a testimonianza la "rimessa delle locomotive" e la "piccola stazione". Mentre proseguono i lavori di nuova viabilità e delle opere per Esof 2020, sono ancora incerti i tempi per il restauro dei magazzini monumentali e per la riqualificazione dell'intera area. Intanto a causa dell'emergenza si è proposto di costruire la nuova piscina terapeutica in un'area limitrofa al nuovo centro congressi, mentre si potrebbero considerare altre possibilità, sempre nella stessa zona visto che per le aree di Campo Marzio, Lanterna e Mercato ortofrutticolo, sono previste nuove trasformazioni urbane. Con riguardo alla costituenda società di gestione del Porto vecchio, Italia Nostra ha inviato formale richiesta ai rappresentanti del Ministero dei beni culturali e delle istituzioni locali di partecipazione a tutte le fasi della istituenda società, considerato che da quasi tre anni è attivo un coordinamento che riunisce imprenditori, professionisti, operatori di settore e soggetti bancari perché si avvii in tempi brevi il processo di riqualificazione e restauro dei magazzini. Italia Nostra resta in allerta e si avvale della collaborazione dei cittadini per la segnalazione di possibili interventi che ne mettano a rischio l'identità storica, oggi riconosciuta come uno dei valori più significativi di civiltà.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 10 agosto 2019

 

 

Duino Aurisina - Inquinanti sotto la soglia - Revocato dal sindaco il divieto di balneazione

Tuffi in libertà, oggi, in tutta la riviera del Comune di Duino Aurisina. Ieri mattina il sindaco, Daniela Pallotta, ha firmato l'ordinanza di revoca del divieto scattato venerdì pomeriggio, in conseguenza dei rilevamenti effettuati dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale del Friuli Venezia Giulia (Arpa Fvg), che avevano evidenziato la presenza di «contaminati microbiologici (Escherichia coli) in misura superiore ai limiti indicati dal Decreto ministeriale sulla salute del 30 marzo 2010». Nuove rilevazioni, effettuate d'urgenza dall'Arpa Fvg, hanno dimostrato che i valori sono tornati normali, perciò, al termine di un incontro tecnico alla presenza della stessa Pallotta e degli assessori Massimo Romita (Turismo) e Lorenzo Pipan (Lavori pubblici), oltre che dei rappresentati di Arpa e Acegas Aps, è stata presa la decisione di liberalizzare la balneazione. Rimane però l'interrogativo che riguarda la causa del ripetersi di questa situazione. Già per tre volte, nel corso dell'estate, il sindaco ha dovuto vietare la balneazione in particolare all'altezza della Dama Bianca, nel porticciolo di Duino, e sotto il castello dei Principi di Torre e Tasso. «Stiamo effettuando verifiche - ha precisato Romita - perché è strano che, a distanza di poche ore e nello stesso specchio d'acqua, l'Arpa Fvg riscontri dapprima valori parecchio superiori alle soglie limite e nei giorni successivi una situazione normale». «Le punte di inquinamento sono troppo elevate - ha evidenziato l'assessore - sono situazioni eccezionali di cui vogliamo appurare le cause». Fra le ipotesi si sta valutando anche la possibilità che ci siano comportamenti colposi o addirittura dolosi. Ciò che è certo è che la causa dell'inquinamento temporaneo non può essere individuata nella presenza delle famose vasche per l'allevamento dei pesci situate al largo di Duino. «Arpa Fvg ogni settimana effettua verifiche sugli impianti - ha concluso l'assessore - per individuare eventuali anomalie e sforamenti».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 9 agosto 2019

 

 

Valori ancora sballati - Tuffi di nuovo proibiti nelle acque di Duino

Batteri oltre i limiti. Oggi balneazione vietata per la terza volta in questa stagione. La revoca ora dipende dalle controanalisi

DUINO AURISINA. Nuovo divieto di balneazione, oggi, in tre punti della riviera di Duino, e di nuovo a causa del mare inquinato. Tuffi proibiti per l'intera giornata, dunque, nel tratto di costa conosciuto come "Dama Bianca", cioè nell'area del vecchio porticciolo di Duino, oltre che sotto il castello dei principi di Torre e Tasso e lungo la scogliera in direzione di Trieste. Balneazione regolare invece nella baia di Sistiana. A emettere l'ordinanza di divieto, la terza in questa stagione, è stata Daniela Pallotta, sindaco di Duino Aurisina, che ha dovuto prendere atto delle rilevazioni effettuate in questi giorni, in particolare dopo le ultime forti piogge, da parte dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente del Friuli Venezia Giulia (Arpa Fvg). I campioni hanno infatti evidenziato la presenza di «contaminati microbiologici (Escherichia coli) - si legge nel verbale - oltre i limiti indicati dal Decreto ministeriale sulla salute del 30 marzo 2010». In base al Decreto legislativo 116 del 2008, spettano ai Comuni «la delimitazione, nell'ambito del proprio territorio, delle zone non idonee alla balneazione e la revoca dei relativi provvedimenti, in conformità e sulla base dei risultati delle analisi effettuate a cura dei servizi regionali competenti». In sostanza, per Pallotta non c'erano alternative: «Sono molto dispiaciuta - commenta il sindaco di Duino Aurisina - perché questa situazione mette in difficoltà gli operatori turistici delle aree coinvolte nel divieto e impedisce ai tanti numerosi ospiti, italiani e stranieri, di godere del nostro mare come vorremmo».«Domani (oggi, ndr) - aggiunge Pallotta - saranno fatti nuovi rilevamenti e speriamo di poter cancellare il divieto».Nel contesto di una situazione già problematica, non è mancata la polemica. C'è chi ha criticato la presenza di pochissime copie dell'ordinanza di divieto nelle aree interessate dal provvedimento. C'è chi si è tuffato ugualmente nelle acque del porticciolo di Duino, perché non si è accorto della presenza del foglio firmato dal sindaco, ed è stato avvisato a voce da alcuni residenti. Cresce intanto la curiosità per capire come mai, dopo i temporali di particolare intensità, siano sempre queste tre zone del mare di Duino a presentare la maggiore concentrazione di sostanze pericolose. Si dovranno in effetti effettuare studi più precisi per verificare se la causa di questa situazione ricorrente sia da attribuire alle correnti, ai venti o ad altro.-

Ugo Salvini

 

 

L'altipiano scommette su cicloturismo e mobilità sostenibile - PROGETTO "BICIPLAN"

Mettere Duino Aurisina, in virtù della sua posizione geografica, «al centro del progetto denominato "Biciplan", che prevede l'incremento della mobilità sostenibile e dei percorsi ciclabili nell'area dell'Uti giuliana». Lo ha annunciato il sindaco di Duino Aurisina Daniela Pallotta nel corso della seduta che ha dedicato al tema la Commissione consiliare Turismo del comune carsico, presieduta dal consigliere Sergio Milos, alla presenza della giunta al completo e di alcuni consiglieri "esterni". A illustrare "Biciplan" è stata l'architetto Adriana Cappiello dell'Uti giuliana. «In ambito urbano - ha detto - la bicicletta è un mezzo competitivo e flessibile in tutti i casi in cui mostrano i propri limiti l'automobile e il trasporto pubblico. Occorre quindi realizzare non singole piste ciclabili, ma una rete di percorsi ciclabili. "Biciplan" - ha proseguito - è un piano di area vasta che prevede l'abbandono della logica degli interventi "per frammenti", per realizzare una così in modo coordinato una rete ciclabile portante, da completarsi nel lungo periodo, e una di supporto a essa collegata e interconnessa». «"Biciplan" - ha sottolineato l'assessore Massimo Romita - rientra nelle linee strategiche del Comune di Duino Aurisina, diventando complementare al nostro progetto "Walking, running, bike", legato al mondo delle passeggiate, delle corse e delle camminate e a tutto il mondo delle biciclette. Stiamo elaborando anche proposte di intermodalità - ha continuato l'assessore della giunta di Duino Aurisina - come quella che coinvolge ad esempio la stazione di Visogliano». «Duino Aurisina - ha ribadito Pallotta - è l'anello di congiunzione dove tutti i percorsi ciclopedonali nazionali ed europei si intrecciano, perciò stiamo predisponendo proposte, anche attraverso il Gal Carso, e guardiamo anche alla vicina Slovenia». L'assessore Lorenzo Pipan ha ricordato infine che «sarà realizzata una serie di tratti della pista ciclabile, in testa quello del Villaggio del Pescatore, con i 181 mila euro ad esso dedicati».-

Ugo Salvini

 

 

La crisi climatica provocherà fame e migrazioni di massa

I ricercatori Onu pubblicano il rapporto 2019 sul riscaldamento globale Il Mediterraneo è ad alto rischio. Aumenta la desertificazione delle terre

La regione del Mediterraneo è una delle principali vittime del disastro climatico e dei flussi migratori compulsivi che da essi saranno generati. È questo il più recente monito lanciato dalle Nazioni Unite in materia di cambiamenti climatici, partendo da alcuni dati fondamentali. Il primo dei quali è che mezzo miliardo di persone già vivono in aree del Pianeta vittime della desertificazione, mentre l'erosione dei territori avviene a una velocità tra le 10 e le 100 volte superiore alla loro formazione. In un contesto dai toni già drammatici l'aumento delle temperature provocato dai gas serra emessi dall'uomo rende il fenomeno peggiore, agevolandone un'accelerazione in termini di aumento della siccità, ondate di calore e desertificazione. Fattori catastrofici che interessano «almeno» l'area del Mediterraneo avverte l'«Intergovernmental panel on climate change», il comitato scientifico dell'Onu sul clima, nell'edizione 2019 del rapporto «Cambiamento climatico e territorio». Al contempo si assiste a un'accelerazione degli eventi meteorologici estremi, come cicloni, uragani, tornado e alluvioni: più caldo vuol dire maggior evaporazione, e maggior vapore acqueo nell'atmosfera vuol dire piogge più intense. Quest'anno i ricercatori dell'Ipcc (un centinaio da 52 Paesi, fra cui l'italiana Angela Morelli) si sono concentrati sui rapporti fra il clima e la gestione del suolo. Ciò perché i fenomeni descritti nel rapporto danneggiano l'agricoltura e riducono la produzione di derrate alimentari. Le popolazioni dei Paesi più poveri sono quelle che ne risentono di più e quando non si ha più da mangiare si è costretti a spostarsi per cercare di sopravvivere, o a combattere per le poche risorse rimaste. Ed ecco allora l'aumento compulsivo dei flussi dal sud al nord del mondo, ovvero dalle zone afflitte dalla mancanza di mezzi di sussistenza a quelle che, almeno per ora, ne dispongono. Flussi che già interessano in particolar modo il Mediterraneo, ecco il perché dell'indicazione specifica contenuta nel dossier Onu. Un'area dove i fenomeni migratori insistono su varie direttrici e non solo dall'Africa verso l'Europa del sud. Il timore inoltre è che questi processi di desertificazione e le conseguenti crisi alimentari esploderanno contestualmente in diversi continenti, come spiega Cynthya Rosenzweig, ricercatrice scientifica del Nasa Goddard Institute for Space Studies e una degli autori del rapporto. «Il rischio di un fallimento contestuale a diverse zone del Pianeta sta aumentando», dice la scienziata descrivendo un fenomeno simile a una bomba a orologeria. «Si prevede che Asia e Africa avranno il maggiore quota di popolazione colpita dall'aumento della desertificazione - si legge nel rapporto di 1.200 pagine -. I cambiamenti climatici possono amplificare le migrazioni. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare». Non a caso molti ritengono che tra le cause dei conflitti più recenti, assieme alle questioni politiche e gli interessi economici vi sia una componente relativa al fattore climatico, in particolare alle crisi alimentari e idriche. In un quadro tanto desolante c'è però una lettura in parte rassicurante, ovvero una buona gestione del territorio è uno strumento fondamentale per contrastare la crisi climatica. L'agricoltura sostenibile ferma erosione e desertificazione, il ripristino di terreni degradati e la difesa delle foreste e degli ecosistemi garantiscono l'assorbimento naturale dell'anidride carbonica da parte delle piante. Il rapporto sottolinea anche come combattere lo spreco di cibo abbatterebbe i gas serra. Oggi il 25-30% della produzione alimentare viene persa o finisce nella spazzatura, e tale spreco contribuisce per l'8-10% alla produzione di emissioni nocive. Strategica è anche la dieta: meno carne (non solo per motivi di salute, ma anche e soprattutto per le emissioni ad alto contenuto di metano prodotte dagli allevamenti bovini) e più verdure, chiosa l'Ipcc, «possono agevolare la riduzione potenziale fino a otto miliardi di tonnellate di CO2 all'anno». 

Francesco Semprini

 

Il cambiamento climatico e la sicurezza alimentare

Lo sfruttamento della terra e il cibo sono collegati al cambiamento climatico. A Ginevra, IPCC - il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite - punta il dito su questo tema, e lo fa con il rapporto Climate Change and Land. Un lavoro di ricerca enorme che inorgoglisce IPCC per il fatto che il 53% degli scienziati che vi ha preso parte provengono da nazioni meno sviluppate, e dunque conosce in prima persona gli effetti del sovrasfruttamento delle risorse terrestri e del cambiamento climatico. Il cuore del rapporto è come i temi della sostenibilità, dello sfruttamento delle risorse, dei gas serra, della produzione e l'accesso al cibo possano condizionare irreversibilmente sul climate change. Al momento, il mondo è sotto attacco climatico, basti vedere come si susseguono incessantemente episodi ormai continui e diversi tra loro: scioglimenti dei ghiacciai (Groenlandia), incendi (Siberia), bombe d'acqua (Italia e Balcani), picchi anomali di temperatura (Francia). E il futuro per ora non ci sorride. In questo scenario, produzione e accesso al cibo, come già detto, giocano un ruolo centrale. La sicurezza alimentare infatti per l'IPCC è a rischio, perché il climate change sta influendo su pilastri quali resa e produzione di cibo, accesso in termini economici e stabilità, ovvero il poter produrre e distribuire alimenti con continuità e senza interruzioni. Perché questi pilastri rimangano saldi, bisogna venire incontro ai bisogni della terra. Alcune diete infatti richiedono un maggiore sfruttamento del territorio e delle risorse idriche, causando dunque più emissioni di gas che intrappolano il calore rispetto ad altre. Al contrario, diete bilanciate con alimenti a base vegetale - cereali, frutta, legumi, verdura e in generale alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra - aiuterebbero non poco, se adottate, a contenere il cambiamento climatico. In generale, il messaggio lanciato a Ginevra è chiaro. La terra è satura, determinati sistemi di sfruttamento e allevamento la stanno uccidendo, e dunque bisogna in fretta agire in suo soccorso, provvedendo alla riforestazione, a ristabilire gli ecosistemi, a garantire una biodiversità sempre più a rischio. IPBES, altro organismo Onu, nemmeno due mesi fa ha ammonito che la complessità ecologica del Pianeta si sta riducendo e questo è un problema serio. Più del 40% della superficie terrestre è coltivata o urbanizzata, e meno del 23% può essere considerata "area naturale". Metà delle foreste non coltivate si è perso, nell'area tropicale la perdita di aree forestate si è triplicata in dieci anni. Circa un milione di specie animali o vegetali è a rischio estinzione, il cui ritmo è aumentato da 10 a 100 volte nell'ultimo decennio. Ci vuole un futuro più sostenibile, grazie all'impegno di tutti, e non solo dei giovani di Fridays for Future. Loro ci sono, dobbiamo esserci anche noi.

Alfredo De Girolamo

 

 

Po, un fiume di plastica - allarme inquinamento - È a rischio l'ecosistema

torino. Uno dei nemici del Po è la plastica che sta minacciando l'ecosistema del fiume più lungo d'Italia. Alla foce di Pila (Rovigo) ogni minuto il Po scarica nell'Adriatico oltre 7 chilogrammi di microplastiche che diventano 465 kg all'ora, 11 tonnellate al giorno e più di 4 mila tonnellate all'anno. Numeri impressionanti frutto del primo monitoraggio delle acque del fiume realizzato in occasione del Keep Clean and Run, un'iniziativa di sensibilizzazione ambientale giunta alla quinta edizione. Sette tappe lungo il fiume per conoscere il territorio, analizzarlo e insieme diffondere buone pratiche. Dalla sorgente del Po a Pian del Re (nel Cuneese) fino al suo delta in Emilia Romagna. A oggi si stima che solo nel Mediterraneo siano oltre 130 le specie naturali contaminate dai frammenti plastici.

Alb. Abb.

 

 

SEGNALAZIONI - Verde pubblico - Monitorare il fitorimedio

Utilizzare il fitorimedio come metodo per il recupero di spazi inquinati in città è sicuramente una buona pratica, nello specifico aver scelto di utilizzare questo metodo per i giardini di Trieste in cui si era rilevato un alto tasso di IPA all'analisi del suolo sembrava a tutti un'ottima scelta. Non bisogna minimizzare il problema però, fermandosi a raccontarsi dei soldi spesi e dichiarare di aver seminato e ci si lava la coscienza. Il Comune ha predisposto nuove analisi per dire che i terreni in questo poco tempo sono migliorati? Da alcuni sopralluoghi poi fatti da ambientalisti di città su questi siti si è osservato quasi sempre una manutenzione assente, le erbe seminate non crescevano non avevano un sufficiente metodo di irrigazione talvolta le specie non sono più neanche presenti. Quindi oltre a seminare bisogna controllare, monitorare e valutare il lavoro di depurazione del terreno. Attendiamo quindi i nuovi risultati che ci potrebbero dire che il lavoro fatto ha avuto successo e non una semplice dichiarazione dell'assessore con nessun risultato laboratoristico in mano I soldi vanno spesi ma bene. Quindi l'unico risultato è stato la chiusura di giardini e spazi di socialità e poca attenzione a quello che doveva essere un lavoro di progetto pilota da esportare in tutta la regione e oltre.

Tiziana Cimolino

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 8 agosto 2019

 

 

Firmato l'accordo bis con i Beni culturali su Magazzino 26, Ursus, strade e servizi

Rimodulata l'intesa sugli interventi del valore di 50 milioni di euro. Fissata la tabella di marcia: le gare entro primavera 2021

La "scheda" numero 11 è autorizzata a entrare nella fatidica urna di Porto Vecchio. Regione Fvg, Comune, Autorità portuale hanno detto sì alla rimodulazione dell'accordo operativo sugli interventi finanziati dal ministero dei Beni Culturali in Porto Vecchio per un importo complessivo di 50 milioni di euro. Ma l'aspetto più significativo dell'atto riguarda la definizione delle tempistiche organizzative e realizzative: le gare d'appalto relative al Magazzino 26 (Museo del mare), al secondo lotto delle infrastrutturazioni (strade, reti idriche elettriche fognarie, ecc.), al restauro del pontone Ursus debbono essere bandite entro il 31 marzo 2021. L'ultimazione di lavori, servizi, forniture dovrà avvenire per i tre obiettivi entro il 31 dicembre 2025. Al netto di oltre 8 milioni di euro già utilizzati, la scansione degli stanziamenti prevede 1,24 milioni di euro relativi ancora al 2018; 6,78 milioni nel 2019; 16,30 milioni nel 2020; 9,89 milioni nel 2021; 7,8 milioni spalmati nel 2022 e nel 2023. In tutto sono nel portafoglio 41,8 milioni. Il riparto complessivo dei finanziamenti è confermato su 33 milioni destinati al Museo del mare, 14 milioni diretti alle infrastrutturazioni, 3 milioni alla riqualificazione dell'Ursus: i primi due capitoli sono a cura del Comune, il pontone invece sarà spettanza dell'Autorità. La cosiddetta "rimodulazione" si era resa indispensabile dal punto di vista tecnico-amministrativo in seguito al cambiamento di programma avvenuto nella primavera-estate dello scorso anno, quando il Comune decise di trasferire la futura sede del Museo del mare dall'originaria idea dei Magazzini 24-25 al Magazzino 26. In questo modo la giunta Dipiazza contava/conta di mettere a reddito le due vecchie stalle utilizzate dalla Prioglio fino a una ventina di anni fa, che si affacciano sul Bacino 0. Mesi fa si parlava di un interessamento di Fincantieri per la coppia 24-25 ma non si è mai saputo se l'intenzione si sia trasformata in qualcosa di più impegnativo. Sempre sul versante di Porto Vecchio, nessun aggiornamento sulla società consortile che sarà formata dal Comune, dalla Regione, dall'Autorità per gestire la vendita di circa quaranta hangar nella fascia che intercorre tra il "villaggio Greensisam" e il polo museale-culturale-espositivo. Una bozza di statuto è stata preparata dal Municipio e prevede la maggioranza assoluta al Comune e quote di minoranza a Regione e Autorità. Insomma, il modello ex Ezit adattato alla nuova circostanza. Ma sembra che per la Regione sia indispensabile una norma specifica che passerà al vaglio del Consiglio.

Massimo Greco

 

 

"Caccia" alla plastica fino a Ferragosto per il sardon Alice - Barcolana 51

Rimarranno disponibili fino al 15 agosto gli speciali contenitori, collocati in 12 punti vendita Despar, in cui i cittadini possono conferire rifiuti plastici per contribuire alla costruzione del sardon "Alice", l'installazione artistica di 10 metri che sarà il simbolo di Barcolana 51.Il "Sardon Team" di AcegasApsAmga sta raccogliendo da questi contenitori la plastica che gli artisti di SCART e dell'Accademia delle belle arti di Firenze utilizzeranno per dare vita alla grande installazione che AcegasApsAmga, GruppoHera, Herambiente e Despar, assieme a Barcolana e al Comune di Trieste, realizzeranno a ottobre. Saranno necessarie oltre diecimila tra bottiglie, flaconi e tappi di plastica per completare Alice, un compito di raccolta che i triestini stanno portando avanti dal 7 luglio e che è quasi giunto al termine.L'obiettivo del progetto "Dalla pArte del Mare" è di sensibilizzare le persone, fare in modo che i triestini si appassionino a questa iniziativa e contribuiscano, conferendo la "materia prima" migliore possibile, per confezionare tutti assieme un eccezionale sardon: Alice, oltre che essere un importante simbolo a supporto della lotta alle plastiche, potrà essere così anche bellissima.A tutti i triestini che conferiscono la plastica "giusta" nei contenitori nei punti vendita Despar, Barcolana e AcegasApsAmga chiedono di inviare una foto via Facebook, Twitter o Instagram dei canali social di Barcolana o AcegasApsAmga, che creeranno delle specifiche gallery per rendere ancora più un "lavoro di squadra" la creazione del sardon.

 

 

Nuovo record della differenziata a Sgonico: 72,7%

Migliora ulteriormente il livello della raccolta differenziata nel Comune di Sgonico. Nel primo quadrimestre di quest'anno, in effetti, come rende noto la stessa amministrazione Hrovatin, nel territorio del piccolo centro carsico si è raggiunta quota 72,68%. Un traguardo definito «importante», anche «perché conferma un trend crescente»: nel 2017 la differenziata era arrivata al 68,67% e nel 2018 era salita ulteriormente al 71,09%. «Siamo molto soddisfatti - è il commento del sindaco di Sgonico Monica Hrovatin - perché questo costante miglioramento premia sia lo sforzo dell'amministrazione nel diffondere la cultura della raccolta, sia la risposta dei nostri concittadini, che hanno colto il messaggio e si sono impegnati su questo fronte».

(u.sa.)

 

 

Pedala vicino a San Pelagio e i lupi gli sbarrano la strada

Disavventura tra il valico e Comeno per un appassionato di ciclismo di Sistiana «Era una coppia, il maschio voleva aggredirmi, poi un'auto li ha fatti scappare»

DUINO AURISINA. A tu per tu con una coppia di lupi dall'atteggiamento aggressivo, in una sperduta stradina del Carso sloveno, nella zona di Comeno, mentre pedalava in solitudine per allenarsi. È questa la drammatica situazione - per fortuna conclusasi senza conseguenze, grazie all'arrivo di un'automobile che ha spaventato gli animali - nella quale si è venuto a trovare l'altro giorno Danilo Bergamasco, residente a Sistiana e molto conosciuto in zona anche per la sua grande passione per la bicicletta. «Sono 40 anni che pedalo - racconta Danilo, che lavora nella stazione di servizio situata proprio nel cuore di Sistiana, lungo la strada che attraversa il piccolo centro del Comune di Duino Aurisina - dapprima come giovane atleta di tante società della regione, mentre oggi gareggio nella categoria dei Master, per i colori del gruppo sportivo delle Generali. Per tenermi in forma mi alleno spesso, talvolta anche di sera - aggiunge - perciò posso dire che, nel tempo, ho percorso decine di migliaia di chilometri, ma mai mi ero trovato in una situazione di pericolo come quella vissuta vicino a Zagrajec, a poca distanza dal valico di San Pelagio. Erano circa le sei della sera - continua Danilo - e stavo spingendo sui pedali come sempre quando, dopo una curva, mi sono improvvisamente trovato davanti a una coppia di lupi, un maschio e una femmina».«Ho subito notato che il maschio aveva un atteggiamento minaccioso, perché mostrava i denti, aveva le bave che gli scendevano dalla bocca e le orecchie rivolte verso l'alto. Tutti segnali della sua volontà di aggredirmi - continua l'atleta - perché evidentemente sentiva il bisogno di difendere la femmina o forse perché era affamato. In ogni caso mi sono sentito veramente in difficoltà, perché ero solo e potevo contare solo sulla forza delle mie gambe. So però per esperienza che se un animale di quel tipo vede la potenziale preda scappare è tentato di seguirlo. Proprio nel momento in cui stavo pensando velocemente al da farsi - ricorda il ciclista - è sopraggiunta un'auto dalla parte opposta ed è stata una grande fortuna per me, perché i due lupi a quel punto si sono spaventati e sono ritornati nel bosco. Non voglio nemmeno pensare - conclude il suo racconto Danilo - a cosa sarebbe potuto succedere se non fosse arrivata quella vettura».Al suo ritorno a casa, Danilo si è immediatamente rivolto a chi conosce la zona ed è venuto a sapere che in alcuni punti della Slovenia, a ridosso del confine, si sono registrati vari attacchi alle pecore che pascolano proprio ad opera di lupi, evidentemente alla ricerca di cibo. L'episodio però non ha scalfito la passione di Danilo Bergamasco per la bicicletta. «Il giorno dopo l'accaduto - riprende - sono risalito in sella e sono tornato a pedalare sulle strade che da Sistiana, dove risiedo, portano verso il Carso sloveno, perché non voglio perdere la condizione atletica. Spero che la situazione non debba ripetersi - prosegue - ma per ora non voglio pensarci».Il fenomeno dell'avvicinarsi di lupi e cinghiali a zone abitate non è nuovo sul Carso. Il cibo per loro è sempre più difficile da trovare e l'istinto li porta a uscire dai sentieri abituali per inoltrarsi verso le fattorie isolate e gli agglomerati più piccoli. Zagrajec per esempio conta una trentina scarsa di abitanti.-

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 7 agosto 2019

 

 

Addio ai ghiacci della Marmolada Tra 25 anni non ce ne sarà traccia

Il nuovo allarme sui cambiamenti climatici in uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche - Le temperature medie sono troppo elevate. Ma la politica italiana non prende alcuna misura

Ancora 25 anni e poi del ghiacciaio sulla Marmolada non resterà più traccia. Il più grande ghiacciaio delle Dolomiti, collocato a 3mila metri tra Veneto e Trentino si sta sciogliendo a causa del riscaldamento globale provocato dai gas serra immessi nell'atmosfera. A lanciare l'allarme sono gli scienziati del Cnr che hanno effettuato uno studio dettagliato sulla Marmolada i cui risultati verranno pubblicati entro fine estate. Tre anni di studi e sopralluoghi eseguiti da un'equipe di ricercatori che ha utilizzato anche elicotteri e radar. «Lo spessore del ghiaccio della Marmolada è stato osservato con alcuni sorvoli radar in elicottero e i dati sono stati confrontati con le misurazioni del 2004 - spiega il professor Renato Colucci, glaciologo del Cnr di Trieste - Ne emerge che se la Terra continua a riscaldarsi in questo modo tra 25 anni la Marmolada resterà completamente senza ghiacciaio. Sarà sempre una montagna bellissima ma completamente diversa da quella di oggi». Lo scioglimento riguarderà tutto l'arco alpino al di sotto dei 3.500 metri, entro il 2050 spariranno i ghiacci eterni delle Alpi orientali e centrali e rimarranno solo quelli delle Alpi occidentali, le più alte: «I ghiacciai alpini di Italia, Francia, Austria e Svizzera si stanno ritirando a una velocità senza precedenti, non era mai successo in migliaia di anni - spiega Colucci -. Nell'ultimo secolo, è scomparsa la metà della copertura. Il 70% di questa metà è sparita negli ultimi 30 anni. La temperatura media dell'ultimo decennio è incompatibile con l'esistenza di ghiacciai sotto i 3.500 metri».La colpa è dell'uomo e dell'inquinamento prodotto, che ha sconvolto l'equilibrio naturale. «I carotaggi fatti sui ghiacci di Groenlandia e Antartico - spiega ancora Colucci - ci dicono che nell'ultimo secolo l'aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera è stato cento volte più rapido che in qualsiasi altra epoca negli ultimi 800.000 anni. E la responsabilità non può che essere dell'uomo». Oggi in atmosfera vengono immesse ogni anno 40 giga tonnellate di CO2, una cifra enorme che non si riesce a smaltire e che provoca il surriscaldamento del pianeta. Gli effetti immediati sul territorio saranno i problemi di irrigazione e approvvigionamento idrico dal momento che un ghiacciaio come quello della Marmolada alimenta centinaia di torrenti e ruscelli che confluiscono nei grandi fiumi. Ma anche il turismo subirà un contraccolpo: sulle Alpi si continuerà a sciare d'inverno ma il paesaggio sarà sempre più simile a quello degli Appennini.«Non possiamo più ignorare gli effetti del cambiamento climatico - spiega Giampiero Ghedina, sindaco di Cortina - La tempesta Vaia che ha distrutto i nostri boschi è l'ultimo esempio, ma poi ci sono le bombe d'acqua che devastano i nostri paesi. Se attendiamo ancora di ridurre l'effetto serra non potremo più tornare indietro. Nel 2026 le Dolomiti ospiteranno le olimpiadi invernali che saranno all'insegna della sostenibilità ambientale. È un segnale che la montagna manda per non scomparire».Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci riguarda tutte le catene montuose del mondo, dalle Ande all'Himalaya. «La fusione del ghiaccio che in questi giorni sta interessando la Groenlandia è il campanello di allarme di quanto sta succedendo nel nostro pianeta - dice Massimo Frezzotti, presidente del Comitato glaciologico italiano - Se non azzeriamo l'effetto serra non solo spariranno i ghiacciai come la Marmolada ma il livello dei mari si innalzerà, almeno di un metro entro fine secolo. Inghilterra e Olanda stanno costruendo barriere di sette metri ma altre zone povere del pianeta verranno sommerse e assisteremo a esodi di massa». Per Frezzotti le soluzioni per ridurre drasticamente l'effetto serra ci sono ma deve essere la politica a darsi da fare: «Di solito la politica guarda avanti al massimo di 5 anni, ora serve uno sforzo e una visione di quello che sarà il mondo tra 20 anni. Un po' quel che continua a dire la giovane Greta Thunberg ». -

Danilo Guerretta

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 6 agosto 2019

 

 

Sulla Tav l'asse inedito Lega-Pd «La mozione 5S non passerà»

Il Carroccio può contare anche sull'appoggio di Berlusconi Zingaretti pensa all'astensione per pungolare i gialloverdi Ma i renziani non lo seguono

Roma. In piedi al bancone della buvette del Senato, Luigi Zanda, tesoriere Pd, si concede una pausa e con un sospiro si lascia scappare questa frase: «In effetti per metterli in difficoltà dovremmo astenerci sulla mozione dei grillini». Poi subito si riprende, «però per farla passare dovrebbe astenersi Forza Italia». Senza i 50 e passa no del Pd, la mozione contro la Tav dei Cinque stelle domani rischierebbe infatti di essere approvata, perché Lega e Fi da soli potrebbero non avere numeri sufficienti. Ma al di là dei tecnicismi parlamentari, la questione che tiene alzate le antenne di tutti al Senato è come finirà il voto sulla Tav: se passasse il no dei grillini alla Tav di fatto sarebbe una sconfessione del premier Conte. Un campanello d'allarme di una possibile crisi di governo. Ma per l'eterogenesi dei fini, si crea di fatto un asse Lega-Pd che allontana la crisi. Le cose stanno così: la Lega voterà tutte le mozioni a favore della Tav, quella di Forza Italia e del Pd. Che a sua volta voterà, insieme alla Lega, contro la mozione M5S. I mal di pancia tra i dem - A decidere la linea del no è stato il capogruppo renziano Andrea Marcucci, «per coerenza alla nostra posizione favorevole alla Tav». Il quale non ha voluto sentire ragioni, malgrado ieri per un'ora Zingaretti abbia provato a convincerlo che forse andrebbe valutata un'uscita dall'Aula. Proprio per mettere in difficoltà Salvini e Di Maio. Alla fine il segretario si è adeguato: «Fate come volete, l'autonomia dei gruppi è sovrana». Ben sapendo che l'80 per cento del gruppo al Senato è composto da renziani. Anche se Antonio Misiani, vicino al segretario, è consapevole che il voto contro la mozione M5S sulla Tav si traduca in un aiuto al governo, non dispera che si cambi rotta verso l'astensione. «Di qui a mercoledì c'è tempo...». La verità è che i renziani non fanno mistero di non voler andare a votare per paura di essere fatti fuori dalle liste. Quindi come al solito il Pd è diviso alla meta. Ma per Salvini alla fine, com'è successo ieri per il decreto sicurezza bis, è il risultato che conta: portare a casa la Tav e dimostrare che in Parlamento come nel Paese c'è una grande maggioranza a favore della Torino-Lione e delle opere pubbliche. E che i grillini sono isolati. Archiviato questo tornante parlamentare, senza crisi di governo, Salvini si rimette le infradito e i bermuda per girare le spiagge come fosse in campagna elettorale. Il beach tour partirà domani da Sabaudia e Anzio per attraversare il litorale abruzzese e giù fino ai lidi calabresi e siciliani. Con le Europee il ministro dell'Interno ha già portato il Carroccio nel Centro-Sud ad una percentuale a due cifre: una media del 15-17 per cento. Ma vuole sfondare il muro del 20 ovunque, capitalizzando il consenso crescente nelle Regioni meridionali. Solo così potrà sperare di avvicinarsi al 40 per cento e fare della Lega un partito a vocazione maggioritaria, come voleva essere il Pd di Veltroni e come lo fu il Pd di Renzi.

Carlo Bertini, Amedeo La Mattina

 

 

 

 

MESSAGGERO VENETO - LUNEDI', 5 agosto 2019

 

 

Cambiamento climatico: premiata Legambiente

Il premio internazionale della Società meteorologica europea (Ems) sulla sensibilizzazione e comunicazione è stato assegnato alla giornalista e scrittrice Elisa Cozzarini e a Legambiente Fvg, per il progetto, realizzato due anni fa, "Comunicare il cambiamento climatico". Nel 2009 lo stesso riconoscimento era andato a Marco Virgilio di Telefriuli. «Elisa Cozzarini, - spiega il presidente regionale di Legambiente, Sandro Cargnelutti - ha saputo coinvolgere scienziati, ambientalisti, scrittori, insegnanti, studenti, esperti di varie discipline e cittadini integrando documentari disponibili in italiano con sottotitoli in inglese e sloveno a conferenze, escursioni ed eventi divulgativi di vario genere. I materiali video sono a disposizione delle scuole, dei giovani e di tutti gli interessati». Soddisfatta la premiata. «È un onore ricevere questo riconoscimento, - commenta Cozzarini. - Ci spinge a continuare sulla strada della comunicazione e sensibilizzazione, vista l'urgenza del problema. Negli ultimi mesi abbiamo visto acuirsi i segnali della crisi climatica: lo scorso autunno la tempesta Vaia ha devastato i boschi del Nordest e, a giugno, un'ondata di caldo eccezionale ha colpito l'Europa con temperatura in alcuni casi senza precedenti. Siamo al fianco del movimento Friday for future per chiedere azioni immediate prima che sia troppo tardi». Il progetto "Comunicare il cambiamento climatico" ha richiesto l'impegno di tante persone con competenze diverse e l'utilizzo di differenti modalità di comunicazione, per ampliare il più possibile il coinvolgimento dei cittadini e in particolare dei giovani.

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 5 agosto 2019

 

 

Lo Spi boccia il futuro di Roiano «Più cemento nel nuovo piano»

L'ULTIMA VERSIONE DEL PROGETTO DI RECUPERO DELL'EX CASERMA

Prosegue la discussione sulla futura conformazione della nuova piazza di Roiano che sorgerà sulle ceneri dell'ex caserma della Polstrada. Dopo l'assemblea pubblica di fine luglio, il sindacato Spi-Cgil espone infatti i propri dubbi sul progetto presentato ai cittadini dal Comune. «Abbiamo contestato che il nuovo progetto definitivo ha meno verde, avrà più cemento e quindi più irradiazione e calore, che è a parziale uso sociale, e gli unici che ne avranno un beneficio sicuro saranno gli automobilisti che troveranno con più facilità il posteggio», scrive lo Spi-Cgil in un comunicato. Le critiche principali che vengono dal sindacato riguardano la progettazione del nido, che avrebbe «ribaltato il concetto originario di luogo aperto» optando per un edificio quadrilatero che racchiuderà un orto/bosco didattico interno, e la mancanza di un luogo di aggregazione coperto per gli anziani e i giovani, dove trovare anche giornali, riviste e libri. Lo Spi-Cgil si dice poi preoccupato dai tempi annunciati per la realizzazione dell'intera opera, i cui lavori dovrebbero partire intorno alla prossima primavera. Tempi che metterebbero a rischio il finanziamento ottenuto dalla giunta precedente. A proposito dei nuovi parcheggi, inoltre, il sindacato sottolinea che «saranno a rotazione e a pagamento». Lo Spi-Cgil appoggia, invece, la richiesta dell'associazione di Roiano di un luogo all'aperto per rappresentazioni teatrali e cinematografiche e per altri momenti di socializzazione, emersa nel corso della stessa assemblea pubblica. «Tutto il resto del rione continuerà a spostarsi con i mezzi pubblici verso il centro per raggiungere un centro civico o per l'assistenza infermieristica - conclude il comunicato - e donne e uomini anziani andranno a socializzare nei centri commerciali, spesso lontani».-

Simone Modugno

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 4 agosto 2019

 

 

Il popolo di Greta a Losanna una triestina fra i 500 attivisti

DA DOMANI IL SUMMIT CON GIOVANI DA 37 PAESI

Trieste. A Losanna da Trieste per il clima. Da domani a venerdì 9 agosto l'ateneo della città svizzera ospiterà un summit con oltre 500 giovani attivisti da 37 diverse nazioni, allo scopo di dotare il neonato movimento contro il "global warming" di un coordinamento di respiro europeo. Sarà presente anche Greta Thunberg. Dal nostro Paese sono in partenza 30 esponenti di Fridays For Future Italia. E delegata per il Friuli Venezia Giulia sarà la triestina Laura Zorzini, 24 anni, studentessa di Psicologia. L'incontro al via domani si intitola "Summer meeting in Lausanne Europe", con l'acronimo "Smile". Si pone l'obiettivo di creare una base paneuropea per il movimento e di discutere delle sue future azioni per mettere pressione su istituzioni e società, affinché riducano le emissioni dannose. «È fondamentale che si arrivi all'azzeramento delle emissioni di Co2 e di altri gas clima-alteranti entro i prossimi 11 anni - spiega Zorzini -. La nostra proposta, come delegazione italiana, sarà che il movimento internazionale chieda alle istituzioni di fissare questo limite temporale al 2025. Se i nostri ultimatum non saranno ascoltati sarà davvero troppo tardi. C'è in gioco l'esistenza dell'umanità sul pianeta». E ancora: «Sì, perché il pianeta si salva anche senza di noi, e forse pure meglio. Il limite degli 11 anni è quello del non ritorno: poi il cambiamento sarà irreversibile, stando alle ultime ricerche scientifiche che abbiamo studiato nell'ambito del nostro percorso di attivismo. Noi siamo infatti solo studenti: chiediamo delucidazioni a chi è competente, organizziamo conferenze. Le nostre azioni sono soprattutto queste. Ci appelliamo a ogni scuola, università e altro ente affinché si unisca al nostro coro per chiedere al Consiglio dei ministri europeo e all'Europarlamento che sia proclamato lo stato di emergenza climatica, ambientale, ecologica e della biodiversità. Il clima sta letteralmente collassando. Si pensi ai roghi nell'Artico, ad esempio».Tornando al summit, ci saranno momenti assembleari di natura plenaria, workshop, convegni, gruppi di lavoro, conferenze e simili. Vi prenderanno parte ospiti come il premio Nobel Jacques Dubochet o l'ex vicepresidente dell'assemblea delle Nazioni Unite per l'Ambiente, Madani Kaveh, per citarne un paio. Il programma completo è sul sito "smileforfuture.eu".«La proposta che porterò personalmente - aggiunge Laura - sarà di promuovere le collaborazioni a livello locale tra enti e associazioni di confine: nella nostra regione gli interlocutori potrebbero essere soggetti sloveni e austriaci, ad esempio. E l'autunno sarà particolarmente caldo, in tutti i sensi».L'appuntamento all'orizzonte è la "Week for future", dal 20 al 27 settembre, che culminerà nel terzo sciopero globale per il clima. Saranno mobilitate quasi 5 mila piazze in tutto il pianeta, Fvg compreso. Esistono gruppi Fff a Trieste, Udine e Pordenone, nati lo scorso febbraio come nel resto del mondo. Quello triestino conta una decina di giovani. 

Lilli Goriup

 

Groenlandia, sciolti in un giorno 10 miliardi di tonnellate di ghiacci

Correnti torride dall'Africa. Conseguenze per l'intero ecosistema. Sotto accusa le emissioni di gas serra

ROMA. Se l'intera superficie della Groenlandia si sciogliesse, il livello medio del mare salirebbe di oltre 7 metri. Scenari apocalittici a parte, quanto sta accadendo nell'isola dell'Artico è preoccupante: il caldo eccezionale di questi giorni sta provocando uno scioglimento record dei suoi ghiacci. A luglio le correnti torride provenienti dall'Africa non hanno risparmiato il Nord Europa, tanto che in Belgio la scorsa settimana si sono sfiorati i 42 gradi e la Siberia è stata colpita da vasti incendi. L'ondata di calore ha proseguito il suo percorso, picchiando sulla punta più estrema del pianeta, la Groenlandia, particolarmente vulnerabile alle alte temperature perché costituita per l'82% da ghiaccio. Impressionanti le immagini: fiumi spontanei nati da macigni di ghiaccio liquefatti di colpo, che solcano la superficie bianca dell'isola più grande del mondo creando un paesaggio nuovo. Il picco mercoledì, con 10 miliardi di tonnellate disperse nell'oceano in un solo giorno, ha reso noto l'Istituto Meteorologico della Danimarca (di cui la Groenlandia è territorio semi-autonomo). Nell'intero mese di luglio sono andati perduti 197 miliardi di tonnellate di ghiaccio, 240 miliardi quest'anno. Il record del 2012, fissato a 290 miliardi di tonnellate, è a portata di mano: bisogna ancora attendere i dati di agosto. Lo ha confermato la climatologa danese Ruth Mottram: «Se è vero che l'onda africana sta lasciando la Groenlandia, tutto fa pensare che avremo ancora temperature miti e cieli limpidi, altrettanto importanti, se non più, per lo scioglimento della calotta glaciale».I numeri sono talmente alti da risultare difficilmente comprensibili: ma basta pensare che un miliardo di tonnellate di ghiaccio corrisponde al volume di acqua che può riempire 400 mila piscine olimpioniche. Con conseguenze per l'intero ecosistema: secondo uno studio di giugno condotto da scienziati americani e danesi, lo scioglimento del ghiaccio nella sola Groenlandia porterà all'innalzamento globale del livello del mare tra i 5 ed i 33 centimetri entro il 2100. La mano dell'uomo, con le massicce emissioni di gas serra nell'atmosfera, resta sotto accusa. L'Organizzazione meteorologica mondiale ha osservato che le ondate di calore estreme si stanno verificando almeno 10 volte più frequentemente rispetto a un secolo fa: «Eventi che possono verificarsi naturalmente, ma studi hanno dimostrato che sia la frequenza che l'intensità di queste ondate sono aumentate causa il riscaldamento globale», ha spiegato il portavoce dell'organismo Onu, Mike Sparrow. E se la temperatura sale a farne le spese per prime sono le zone polari: «Quando le persone parlano della temperatura media globale che aumenta di poco più di un grado, non è un problema enorme se sei ad Amburgo o Londra, ma questa è una media globale ed è di gran lunga maggiore nelle regioni polari». Nei giorni scorsi oltre 200 renne sono state trovate morte di fame nell'arcipelago norvegese di Svalbard, in pieno Artico. Per l'incapacità di trovare pascoli, inariditi da un clima sempre più africano.

 

 

Abbiamo poco tempo per proteggere beni comuni come l'acqua - la lettera del giorno di Paola Penco

Forse non tutti sanno che entro il 10 agosto prossimo, nella sede del proprio quartiere e al proprio Comune di residenza, è ancora possibile firmare per la legge di iniziativa popolare sui Beni pubblici e comuni. Tengo a precisare che questa legge è il prezioso lascito della Commissione Rodotà, a suo tempo incaricata di aggiornare il concetto di proprietà del Codice civile (risalente al 1942) alla nostra Costituzione. Con essa viene introdotto il concetto di beni comuni legati all'esercizio dei diritti fondamentali, soprattutto delle future generazioni. La legge riguarda acqua, aria, suolo, mari, foreste, flora e fauna selvatiche, laghi, fiumi, frequenze, conoscenza, patrimoni artistici e culturali, servizio sanitario ecc. Risulta evidente l'importanza e la vastità di beni trattati da questa proposta di legge, che però da anni giace nei cassetti del Parlamento! Da quanto sopra evidenziato ritengo più che necessario, anzi, doveroso che ogni cittadino si rechi agli uffici competenti per apporre la propria firma alla legge di iniziativa popolare alla quale faccio riferimento. Ritengo che in gioco ci sia il futuro dell'Italia, il futuro dei nostri giovani! È importante altresì che ognuno si renda promotore di tale iniziativa, diffondendone il contenuto con altre persone, proprio perché pur rivestendo quella che considero grande importanza, è stata scarsamente diffusa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 3 agosto 2019

 

 

Sant'Antonio, piace la "fontana al centro"

È l'ipotesi progettuale più gettonata nel sondaggio online Ma in commissione piovono critiche da Pd, M5s e Open

È "la fontana al centro" l'opzione per il futuro di piazza sant'Antonio più cliccata sulla "piattaforma partecipativa", ovvero lo strumento informatico messo a punto dal Comune per sondare i desideri di cittadine e cittadini in merito alla riqualificazione dell'area. Molto sentito sul web anche il tema del verde pubblico, mentre il Comitato per la salvaguardia del patrimonio urbano cittadino (Cosapu) si batte per la tutela degli antichi masegni. Ecco in sintesi quanto emerso ieri in quarta commissione consiliare, presieduta dal forzista Michele Babuder. Chi volesse dire la propria ha tempo fino a giovedì 8 agosto: anche in vista dell'imminente scadenza, in aula l'assessore Lorenzo Giorgi ha fatto il punto della situazione. Per leggere i commenti e aggiungervi il proprio basta collegarsi al seguente indirizzo: piattaforma-partecipativa.onlinetrieste.it. Come sottolineato via web da Enrico Conte, direttore del dipartimento Lavori pubblici, il tema più sentito è quello del verde. «Fino a oggi (ieri, ndr) abbiamo avuto 1.787 accessi - ha poi specificato Giorgi, contento -. Durata media di ogni sessione, 4 minuti e 19 secondi: un dato inatteso, se si considera che in media la permanenza davanti a un articolo di giornale online è di 17 secondi. Il 50, 2% degli accessi sono avvenuti da desktop. Sono stati pubblicati 63 commenti. Visite sono pervenute da Olanda, Stati Uniti, Croazia e Regno Unito oltre che dal resto d'Italia. L'opzione più visualizzata è quella con la fontana al centro».Le altre, come noto, prevedono "rigore geometrico", "il verde e la memoria" o ancora la presenza di una fontana davanti al tempio di San Spiridione. Roberto Cason (Lista Dipiazza) ha applaudito l'iniziativa. Al contrario del Pd: «Non si capisce il senso di questa ulteriore consultazione - è sbottata Laura Famulari, lasciando l'aula -. Di solito ci si rivolge a professionisti per progetti così». «Per me il disegno dovrebbe essere sottoposto alla sola consultazione dei residenti nella zona», ha aggiunto il dem Giovanni Barbo. Così Elena Danielis (M5s): «Non spetta al cittadino pianificare gli spazi urbani ma gli si chiede un'opinione. Equivoco». «Il progetto - ha detto Sabrina Morena (Open) - elimina l'attuale vegetazione». Un problema, dal momento che vi abita una colonia di passerotti. Lo ha messo in luce Forza Italia attraverso Alberto Polacco, che considera «virtuoso» il confronto con i cittadini e auspica «una riqualificazione conservativa della piazza», che tenga conto della sua storia. «Le ipotesi - ha detto Babuder - mi sembrano un po' fredde e prive di personalità». Bruno Cavicchioli, del comitato Cosapu, ha auspicato che nulla cambi, che siano recuperati «i masegni e sia ottimizzato l'elemento acqua attraverso il restauro dell'attuale vasca. Questa, assieme alle geometrie create dalle aiuole e dal verde originario, già realizza un collegamento visivo verso Ponterosso e il mare». Gli ha dato ragione il patriota Salvatore Porro: «Negli anni Settanta corso Italia era tutto pieno di masegni, io prendevo il filobus e mi battevo per il paesaggio».

Lilli Goriup

 

 

Servola - Fumata bis in Ferriera e fermo macchine causati dal nubifragio

Il violento temporale di ieri ha provocato un nuovo "spolveramento" all'interno della Ferriera di Servola. A confermarlo i vertici di Siderurgica Triestina, dai quali si è appreso anche che il nubifragio ha innescato un fermo macchine improvviso, poi rapidamente superato. Salgono quindi a due, nell'arco di tre giorni, le "fumate" registrate allo stabilimento siderurgico. In merito a quella di mercoledì scorso, peraltro, l'azienda specifica che il problema tecnico, «durato pochi minuti e senza rilascio di sostanze tossico nocive, si è verificato nell'ambito dei test e delle procedure di prova del nuovo impianto aspirazione agglomerato fumi, in vista della messa a regime».«Va ricordato - prosegue in una nota Siderurgica Triestina - che, dal 2016 ad oggi, sono stati eseguiti diversi interventi che hanno ridotto la frequenza di simili episodi e migliorato la situazione dal punto di vista ambientale. Le emissioni diffuse dalla cokeria sono ora ben al di sotto dei limiti di legge, con l'introduzione del nuovo filtro di captazione e abbattimento e, successivamente, grazie all'installazione del postcombustore, si sono abbattuti anche gli inquinanti organici. Per quanto concerne l'altoforno, con l'introduzione a fine 2017 del sistema del "bleeder pulito", negli ultimi 12 mesi le emissioni dovute alle aperture dei bleeder dell'altoforno sono state progressivamente ridotte fin quasi ad azzerarsi. Nuove procedure sono state poi adottate nel processo e nella gestione dei filtri di abbattimento, così da evitare sporadiche emissioni dai camini dell'agglomerato».Di recente poi, prosegue l'azienda, è stato compiuto un altro passo avanti. «Nel giugno 2019 è stato installato ed è, come detto, in fase di messa a regime un nuovo filtro a maniche in agglomerato per la captazione e abbattimento delle polveri dalle aree e zone dell'impianto di agglomerazione. In particolare - continua la nota di Siderurgica Triestina -, il nuovo filtro a maniche installato, molto potente e performante, sostituisce il vecchio elettrofiltro garantendo un rendimento triplo rispetto al precedente. Anche i parametri ambientali registrati dalle centraline esterne di qualità dell'aria, già diffusi ufficialmente dagli organi di controllo, hanno danno atto della netta diminuzione della pressione ambientale esercitata dallo stabilimento durante la gestione da parte di Acciaieria Arvedi». 

 

 

"Vola" la raccolta differenziata - Nuove maxi multe per i furbetti

In un anno e mezzo la percentuale dei rifiuti riciclati è salita dal 46 al 71% Prossimo step il giro di vite contro i trasgressori con sanzioni fino a 150 euro

MUGGIA. Dal 46 al 71 % di raccolta differenziata. È questo il considerevole risultato registrato a Muggia nel periodo che va dal gennaio del 2018 a oggi. Numeri che dimostrano come l'avvio della raccolta porta a porta, pur incontrando le fisiologiche difficoltà iniziali, costituisca un significativo passo nel percorso verso un'economia circolare, in cui gran parte dei rifiuti, degli scarti e le materie seconde siano riutilizzati nel sistema produttivo, puntando alla progressiva riduzione della loro produzione. Questi dati risultano ancora più significativi se si considera anche la produzione di rifiuti urbani pro capite. Secondo i dati Arpa, nel 2017 Muggia seguiva solo Monrupino (727 kg) e Duino (637 kg) nel quantitativo di rifiuti che ciascun cittadino aveva prodotto in quell'anno, arrivando a ben 577 kg di immondizie, contro i 465 di un triestino e i 292 di un abitante di San Dorligo della Valle. «Questi dati sono davvero importanti - è il commento del sindaco, Laura Marzi - e costituiscono il tangibile segno del grande impegno che i muggesani stanno dando a questo sistema di raccolta. Certo c'è ancora molto da fare - aggiunge - anche in termini di perfezionamento del sistema, ma i numeri ci confortano».All'aumento della percentuale della differenziata, fa da contraltare un calo del rifiuto indifferenziato, che ha visto più che dimezzarsi quanto conferito, passando dalle quasi 320 tonnellate di gennaio alle 153 di dicembre. Di pari passo, l'organico ha visto una crescita esponenziale, sintomo dell'efficacia della differenziazione, passando dalle 23 tonnellate al mese a una media di quasi 70. «Muggia sta andando nella direzione giusta rispetto alla gestione del rifiuto e i dati lo confermano - sottolinea l'assessore Stefano Decolle - a fronte dell'importante impegno dei più, però, continuano a persistere episodi di inciviltà o non curanza nella gestione dei rifiuti. Dal 4 maggio si è provveduto a mettere un bollino sui rifiuti non conformi - prosegue - ma continuano a essere diffusi i casi di conferimenti impropri. Nell'ultimo anno - ricorda Decolle - sono state elevate 16 multe per abbandono di rifiuti. Quasi tutte le violazioni sono state riscontrate nella zona del centro storico - conclude - anche se non mancano le segnalazioni di episodi relativi ad altre zone». In questa prospettiva, nel prossimo Consiglio comunale, su proposta di Decolle, sarà votata l'approvazione del Regolamento di Polizia urbana, modificato con l'introduzione dell'art. 10 bis "Sanzioni". Sul fronte della repressione e del contrasto all'abbandono di rifiuti, l'introduzione dell'art. 10 bis prevede cinque diverse sanzioni per altrettante violazioni: da 40 a 120 euro di multa per conferimento errato o non conforme delle diverse frazioni di umido, da 50 a 150 per conferimento rifiuti in contenitori destinati ad altre utenze, esposizione di rifiuti o dei contenitori al di fuori dell'orario o delle giornate previste, danneggiamento o manomissione delle attrezzature rese disponibili dal gestore o dal Comune per la raccolta, e conferimento di rifiuti non prodotti all'interno del territorio comunale. 

Ugo Salvini

 

 

Contributi fino a diecimila euro per chi passa all'auto ecologica

Innalzata la soglia Isee prevista per i beneficiari. E i bonus Fvg si potranno aggiungere a quelli statali

TRIESTE. Entrano nel vivo le nuove agevolazioni per i residenti del Friuli Venezia Giulia che intendono cambiare automobile, passando ai veicoli ecologici. Sono in vigore da giovedì infatti i contributi regionali per l'acquisto di vetture "green", con sostanziali novità rispetto alle norme del 2017. I contributi riguardano, infatti, non solo i veicoli elettrici o ibridi ma anche quelli bifuel (benzina/ metano) e non solo quelli nuovi, come accadeva con la precedente disciplina, ma anche quelli a chilometro zero o usati. Lo ha annunciato ieri l'assessore regionale per la Difesa dell'ambiente, l'Energia e lo Sviluppo sostenibile, Fabio Scoccimarro. «L'obiettivo è togliere dal parco circolante i mezzi inquinanti - ha premesso Scoccimarro -.In questo senso dunque la nuova normativa costituisce un cambio di passo culturale, con il quale l'amministrazione regionale vuole dare un segnale forte, facendo leva anche sulla cumulabilità dei contributi regionali con quelli statali». Con la nuova normativa infatti le agevolazioni, purché riconosciute da enti diversi, potranno andare a sommarsi tra di loro. In sostanza, chi acquisterà un veicolo elettrico in Friuli Venezia Giulia otterrà un contributo globale che raggiunge i 11 mila euro. Nel dettaglio, chi rottamerà veicoli diesel euro 0,1,2,3,4 e veicoli benzina 0,1,2,3,4,5, avrà un bonus regionale di 5 mila euro, in caso di acquisto di un veicolo elettrico nuovo o usato a chilometro zero (2.500 se veicolo usato, di 4 mila euro per l'acquisto di un veicolo ibrido nuovo o usato chilometro zero (2 mila se veicolo usato), di 3 mila euro per l'acquisto di un veicolo alimentato bifuel (benzina/metano) (1.500 se veicolo usato). A essi si potranno sommare i contributi statali L'usato che beneficia del contributo - va precisato - deve esser stato immatricolato da meno di due anni. Oltre all'ampliamento delle categorie dei veicoli rottamabili - passati dalle 6 del precedente regolamento alle 10 di quello attuale - si registra un'altra novità che concerne i requisiti del richiedente: l'innalzamento del tetto di reddito nel nucleo familiare da 85 mila a 150 mila euro, per poter accedere al beneficio. Nel 2018 arrivarono solo 240 domande di contributo regionale, tutte accolte, per un impegno di 950 mila euro, inferiore rispetto al milione e 400mila euro stanziato nella finanziaria del 2017. «Con le novità e gli ampliamenti introdotti - ha rilevato Scoccimarro - contiamo di soddisfare nel 2019 almeno 500 domande. Tuttavia - ha aggiunto - se si dovesse verificare un'esplosione di rottamazioni e vendite ne saremmo ben felici e saremo in grado di adeguare l'importo globale». Che, alla luce della legge regionale di stabilità, conta su una disponibilità di 1.392.287,00 euro. Per quanto riguarda la disponibilità di colonnine elettriche per la ricarica delle vetture, è stato reso noto che la loro dotazione salirà a 200-250 in Friuli Venezia Giulia già entro il 2020. 

Ugo Salvini

 

 

Posacenere portatili e birra gratis contro i mozziconi lasciati in spiaggia

Molti stabilimenti balneari si attrezzano per la svolta verde Ogni anno 800mila tonnellate di "cicche" nell'ambiente

TORINO. A Ravenna chi fuma può piantare piccoli coni di carta in spiaggia. Ci può mettere dentro della sabbia e spegnerci le sigarette. Quando se ne va, solleva il cono, e da tre fori i grani escono sul fondo. Nel contenitore rimangono solo i mozziconi, che così possono essere buttati altrove. Questi posacenere portatili sono distribuiti all'ingresso degli stabilimenti balneari della zona, o dalla polizia municipale nelle spiagge libere, grazie a un protocollo tra Cooperativa Spiagge Ravenna e il Comune, siglato dallo slogan #ilmaredicebasta. Tra i rifiuti più comuni - È solo una delle numerose iniziative lanciate quest'estate da enti locali, operatori turistici, e persino multinazionali del tabacco e tabaccai, per ridurre la presenza dei filtri di sigarette sulle spiagge. Meno chiacchierati di altri tipi di plastica, se dispersi nell'ambiente, impiegano fino a 15 anni a frammentarsi, senza contare che al proprio interno contengono oltre 4mila sostanze tossiche. «Sono tra i rifiuti maggiormente dispersi nell'ambiente: circa 800mila tonnellate ogni anno nel mondo», 10 miliardi di cicche al giorno. È scritto sul sito della campagna ideata dalla stessa Philip Morris e lanciata il 30 luglio sulla spiaggia di Mondello, a Palermo, dall'hashtag #CambiaGesto. L'iniziativa, curata dall'agenzia di comunicazione H, punta a quantificare quante sigarette verranno raccolte nel mese di agosto in sei stabilimenti balneari della famosa spiaggia siciliana. Ai frequentatori vengono dati come gadget posacenere portatili in plastica riciclata a forma di maialino da svuotare in appositi bidoni posizionati nei bagni. A fine agosto, delle tacchette segneranno quanti filtri saranno stati così sottratti a mari e oceani, e a chi vi ci abita. A colpi di hashtag - Tra gli altri hashtag dell'estate ecologista troviamo anche #spiaggesenzafiltro, campagna di sensibilizzazione dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale delle Marche, e #spiaggepulite della Regione Toscana che vieta l'uso di plastica monouso sulle spiagge di 34 Comuni e ricorda le sanzioni per l'abbandono di rifiuti che per le cicche arrivano fino a 300 euro. E secondo l'ultima indagine Beach Litter di Legambiente, sui nostri lidi ci si imbatterebbe in media in 77 mozziconi ogni cento metri, ovvero il quarto rifiuto più comune dopo plastica, polistirolo e tappi. Così, ad esempio, a Bordighera alcuni proprietari di bagni e locali incentivano la raccolta dei mozziconi in spiaggia con una bevuta gratuita: una pinta di mozziconi per una birra o una bibita, per i più piccini. «Ci portano una decina di bicchieri pieni di mozziconi al giorno», dice Loris Bortolomei, che lavora al Romolo Mare, il ristorante bar di Giordano Romolo, il primo a lanciare l'idea nella cittadina ligure, dopo aver letto di un'iniziativa simile su un blog spagnolo. Sempre in Liguria, anche i tabaccai di Imperia e Sanremo distribuiscono gratuitamente piccoli posacenere portatili per prevenire l'abbandono sui litorali, grazie a un accordo tra la Federazione Italiana Tabaccai e i rispettivi Comuni. Per Maurizio Rustignoli, presidente della Cooperativa Spiagge Ravenna, «il 2019 è un anno di svolta sui temi ambientali». «Abbiamo intrapreso un percorso che se continua ci permetterà di ottenere risultati concreti». L'obiettivo è quello di eliminare l'uso della plastica, alternative sul mercato permettendo, e di spiagge smoke free, dove il fumo non è ammesso, se non in apposite aree, come a Bibione, in Veneto. Intanto, i risultati iniziano a vedersi anche solo durante la pulizia ordinaria. Da quando sono stati introdotti i posacenere a cono la spiaggia è più pulita.

Guia Baggi

 

Duino Aurisina - Documento ambientalista contro le 58 vasche ittiche

Continua la battaglia del gruppo "Salute & ambiente" contro le 58 vasche per l'allevamento del pesce che sono sistemate al largo della baia di Sistiana. Ieri sera si è tenuta una riunione dei componenti dell'organizzazione, alla presenza di esperti del settore. Dall'incontro scaturirà, nei prossimi giorni, un documento che avrà l'obiettivo di sollecitare, dati alla mano, l'intervento dei competenti organi di controllo e di amministrazione del territorio. «Non possiamo aspettare che finisca la stagione balneare - ha spiegato il portavoce di "Salute & Ambiente", Vladimiro Mervic, che è anche esponente dell'opposizione nell'aula del consiglio di Duino Aurisina - per affrontare un tema che riguarda vari aspetti della vita del nostro territorio, da quello paesaggistico a quello della salute delle persone, per concludere con quello economico». Da parte dell'amministrazione comunale, è stato annunciato che, a breve, sarà indetta una commissione consiliare, alla presenza di esperti e di tutti gli interessati, per approfondire la problematica. Sul tema si stanno sommando anche le proteste di numerosi bagnanti e di alcuni residenti, che vedono nelle vasche per l'allevamento un qualcosa di estraneo all'ambiente naturale delle acque nelle quali si specchiano le rocce delle Falesie e il castello di Duino.

 

 

Rigassificatore di Veglia, si parte Ok all'investimento di Zagabria

Via libera dalla Commissione Ue, il governo croato può versare i 100 milioni nelle casse della società che gestirà la struttura: non sono aiuto di Stato

ZAGABRIA. I lavori per la realizzazione del rigassificatore di Veglia (o impianto Lng galleggiante) ora possono iniziare. L'ultimo ostacolo politico-amministrativo è finalmente venuto meno. La Commissione europea, infatti, ha sancito che l'investimento di 100 milioni di euro da parte della Croazia non viola le norme della concorrenza e, quindi, non viene annoverato come "aiuto di Stato". Il progetto da 234 milioni di euro, dunque, diventerà realtà e sarà una delle principali infrastrutture in via di realizzazione del Paese. Il terminale Lng dovrebbe essere ultimato nel 2021.«La realizzazione del rigassificatore in Croazia - ha affermato il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager - accrescerà la sicurezza relativa all'approvvigionamento energetico e migliorerà la concorrenza fatto di cui beneficeranno gli abitanti dell'intera regione». «Abbiamo approvato gli aiuti della Croazia - ha concluso Vestager - perché sono collegati a lavori urgenti affinché si possa realizzare il progetto e questo nel rispetto delle norme europee sugli aiuti di Stato».A gestire il rigassificatore di Veglia sarà la società Lng Croatia il cui 85% delle azioni è in mano alla azienda fornitrice di gas ed elettricità croata Hep e il restante 15% è controllato da Plinacro, l'operatore di Stato dei 2.693 chilometri di gasdotti del Paese. La Lng Croatia è anche il finanziatore più "debole" del progetto mettendo sul patto degli investimenti 32,2 milioni di euro. L'Unione europea invece investe 101,4 milioni a cui si sommano i 100 milioni dalle casse dello Stato croato appena "sdoganati" dall'Unione europea stessa. L'impianto Lng di Veglia è un'infrastruttura strategica nella battaglia energetica che si sta consumando nei Balcani occidentali tra Stati Uniti e Russia con l'Unione europea che cerca di poter diversificare l'acquisto di fonti energetiche per non essere troppo "asservita" al gas marchiato Gazprom o dal petrolio di Rosnjeft. Veglia diventerà una sorta di terminale "privato" degli Usa che vi riverseranno milioni di metri cubi di gas (la capacità annua dell'impianto sarà di 2,6 miliardi di metri cubi) proprio per combattere la concorrenza marchiata Putin che si estende sotto l'egida della storica amicizia con la Serbia. E che anche l'Unione europea ci creda lo dimostra il fatto che Bruxelles sta cofinanziando la realizzazioni di impianti Lng in Spagna, a Cipro, in Svezia e in Irlanda e ha investito anche nell'ampliamento dell'infrastruttura già esistente in Polonia a Swinoujscie.La grande accelerazione dell'importazione da parte dell'Ue del gas americano (più 367 per cento) è avvenuta dopo gli accordi sottoscritti dal presidente della Commissione Jean Claude Juncker e il presidente Usa Donald Trump nel luglio scorso. Adesso è proprio l'Europa il maggiore mercato estero per il gas statunitense. Veglia diventa dunque strategica e c'è già la chiara manifestazione di interesse di entrare a far parte della Lng Croatia da parte dello Stato ungherese che punta a una quota del 25 per cento. C'è poi l'Iniziativa dei Tre Mari che sta elaborando l'idea di collegare Veglia alla Polonia con un gasdotto. Sarebbe la classica ciliegina sulla torta.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 2 agosto 2019

 

 

«Esclusi dal dibattito» Lavoratori della Ferriera pronti alla mobilitazione - il volantino di protesta

I sindacati della Ferriera di Servola si preparano alla mobilitazione. A darne annuncio sono le sigle Fim, Fiom, Uilm e Rsu Arvedi assieme alle rispettive segreterie territoriali. E lo fanno tramite un volantino, che nelle scorse ore è stato distribuito all'interno dello stabilimento in questione. Il motivo? Le parti sociali sostengono di essere state escluse dalla discussione che concerne il futuro della fabbrica. I rappresentanti dei lavoratori avrebbero, infatti, appreso solo dalla stampa di alcuni incontri di recente avvenuti tra i vertici aziendali (tra cui lo stesso cavalier Arvedi), quelli dell'Autorità portuale ed esponenti politici.«L'azienda, con una lettera ufficiale datata 4 luglio, chiede alla Regione se deve o meno continuare l'attività produttiva dell'area a caldo - si legge nel testo diramato dai sindacati -. L'ente pubblico a sua volta risponde con una mozione approvata a stragrande maggioranza in Consiglio regionale, in cui si afferma la volontà di procedere alla chiusura dell'area a caldo. Le nostre richieste di chiarimenti, da parte dei soggetti coinvolti, sono state sistematicamente ignorate». E ancora: «Non accetteremo alcuno scarica barile sulle spalle dei lavoratori, né da parte dell'azienda né da parte della politica. Se sarà necessario attueremo la mobilitazione per la salvaguardia dei posti di lavoro, ma anche per quella dei redditi e della sicurezza, sia all'interno che all'esterno dello stabilimento».

Li.Go.

 

 

Tuffi proibiti in spiaggia - Nuovi cartelli spiazzano gli habituè del Rio Ospo

Spuntano all'ex Fido Lido due tabelle che consentono il "toc" ai cani ma non ai padroni. Decolle: «Esplicitate regole antiche»

MUGGIA. «Ma davvero non si può fare il bagno qui?». È l'interrogativo che da qualche giorno risuona all'interno del Parco pubblico del Rio Ospo, l'ex Fido Lido, la spiaggia aperta ai cani ma non... agli esseri umani. Con l'apposizione di due cartelli sono stati infatti evidenziati tre macrodivieti: di pesca, di stazionamento in spiaggia e pure di balneazione. In mare, però, ci possono andare i cani.Regole che hanno colto di sorpresa diversi frequentatori. Ignari evidentemente che i divieti vigono come minimo dal lontano luglio del 2015, ovvero l'anno in cui l'area stessa venne inaugurata dall'allora sindaco di Muggia Nerio Nesladek. «Trovandosi il parco in questione all'interno dell'area portuale, la balneazione è vietata. È una regola che vige da sempre e i trasgressori sono sanzionabili da tutti gli organi competenti», il commento, sintetico ma al tempo stesso efficace, dell'assessore alla Polizia locale di Muggia Stefano Decolle. Accanto al cartello con i divieti, ne è stato apposto un altro indicante il "Regolamento per l'accesso e norme di comportamento dell'utenza all'interno del Parco". Si tratta di un lungo vademecum che prevede varie disposizioni che devono essere rispettate all'interno della struttura collocata all'entrata di Muggia. Tra le regole vigono peraltro il divieto di lasciare i cani in libertà incustoditi e l'obbligo di tenerli al guinzaglio nel perimetro del Parco stesso. È vietato anche campeggiare e pernottare nonché «soddisfare le naturali necessità al di fuori delle apposite strutture». Anche in questo testo sono esplicitati i divieti clou: è vietato stazionare con i teli da mare e le sdraio sulla spiaggia, sono vietate la balneazione degli esseri umani e la pesca, mentre i cani possono essere accompagnati alla spiaggia e possono accedere al mare solamente sotto la stretta sorveglianza dei proprietari. Naturalmente è obbligatorio raccogliere le deiezioni canine ed essere quindi muniti di sacchetto. I cartelli sono stati apposti molto probabilmente per ricordare le regole che vigono da quattro anni almeno ma che forse, anche a causa del grande caldo di questi giorni, non sono state rispettate dai padroni dei cani, desiderosi di farsi un "toc" in compagnia del loro fedele amico.-

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 1 agosto 2019

 

 

Fumata rossastra in Ferriera - E la Regione alza la voce

Nuovo episodio documentato dagli scatti postati sui social da numerosi residenti Scoccimarro torna a parlare di chiusura dell'area a caldo

Una densa fumata si è levata ieri poco dopo le 11 dalla Ferriera di Servola. È il secondo episodio in pochi giorni. La colonna rossastra è rimasta ben visibile per diversi minuti prima di cominciare a diradarsi. Il fenomeno è stato immediatamente notato da numerosi testimoni, fotografato e diffuso sui social. Segnalazioni sono giunte alla centrale dei vigili del fuoco, ma non si è reso necessario alcun intervento. Sulla questione è intervenuto l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che nelle ultime settimane ha assicurato l'esistenza di una trattativa con la proprietà per giungere alla chiusura dell'area a caldo dello stabilimento. «La Ferriera di Servola - ha spiegato Scoccimarro - è stata protagonista di un nuovo episodio con polveri rosse innalzate dall'agglomerato, la cui nube ha preoccupato giustamente i cittadini».Secondo quanto riferito dai tecnici dell'Arpa Fvg, precisa l'assessore, «sono in corso le operazioni di messa a regime del nuovo filtro a maniche, a servizio dell'impianto per la produzione dell'agglomerato. Per cause che sono in corso di accertamento, si è verificato un distacco della polvere adesa a uno dei filtri mentre era aperto lo sportello di accesso all'impianto di depurazione. Questo ha determinato la fuoriuscita della polvere trattenuta dal filtro all'esterno dell'impianto di abbattimento, polvere che si è dispersa in atmosfera formando la nube». È stata la stessa Siderurgica triestina ad avvisare l'Arpa, che ha avviato subito gli approfondimenti di rito per accertare cause, responsabilità e azioni necessarie a evitare il ripetersi di simili episodi. «Dal giorno del mio insediamento - conclude Scoccimarro - le azioni relative alla Ferriera sono andate avanti su due binari paralleli, che potrebbero convergere nell'auspicata chiusura dell'area a caldo. Su un binario l'azione politica, da sempre chiara, volta a conseguire l'obiettivo con una trattativa sempre più fitta nelle ultime settimane, grazie ai molteplici incontri che ho avuto con il cavaliere Arvedi. Sull'altro binario invece l'azione amministrativa, svolta con assoluta terzietà dai dirigenti, che agiscono esclusivamente su basi tecniche e giuridiche». 

 

 

Scatta in piazza Libertà la "rivoluzione" dei bus

Chiusa la prima fase dei cantieri, nasce domani il nuovo "hub" dietro la Tripcovich. Qui si concentreranno nove capolinea. Spazio ad altri tre dalla parte opposta

Finisce la prima fase della riqualificazione di piazza Libertà (Stazione Centrale) e con sincronica coincidenza parte una radicale riorganizzazione del trasporto pubblico, al servizio dello spazio urbano della Stazione Centrale.Domani l'inaugurazione del nuovo terminal dove faranno base i mezzi di Trieste Trasporti: tre lunghi marciapiedi - inanellati tra il Silos e Sala Tripcovich, da piazza Libertà a largo Città di Santos - si protendono accanto a 9 stalli, che definiranno le postazioni a disposizione di altrettanti bus, come si rileva dalla mappa sopra pubblicata. Ieri mattina erano già state collocate le paline, ma non ancora le pensiline. Spiccavano invece i fanali "pastorali", autentici simboli dei mandati Dipiazza, incaricati di garantire pubblica illuminazione in una zona che presenta problemi di sicurezza. Quella che Trieste Trasporti chiama "mini-rivoluzione", interessa complessivamente 13 servizi sui 15 che gravitano in piazza Libertà. Nello "spicchio" Silos-Tripcovich l'utenza potrà ritrovare le linee 1, 3, 39, 19, 20, 21, 22, 30, 51. Attraversando la strada, all'intersezione tra la piazza e corso Cavour davanti alla pizzeria Capriccio, ecco altre tre postazioni, dove approderanno le linee 24, 40, 41 e dove fermerà la 8. Resteranno momentaneamente al loro attuale posto la 17/ e la 23, all'ingresso principale della Centrale. Un'operazione progettata per dare ordine e razionalità al movimento dei bus, per consentire un più agevole riferimento per l'utenza, soprattutto quella foresta. La conseguenza del cambiamento è che sono soppressi i capolinea di via Ghega, quelli al centro della piazza, quelli davanti alla Centrale sul lato del giardino. Avviso particolare per i bagnanti: la 36 transiterà per Cavour-Milano e non avrà più fermate in via Ghega e in via Carducci. Un nuovo lotto di lavori renderà necessario un ulteriore - ma assai più contenuto - mutamento di questo assetto nel mese di settembre. Chiarbola, Conconello, Altipiano Est, Poggi Sant'Anna, Muggia, Borgo San Sergio, Cattinara, San Vito, Area di Ricerca, Wärtsilä, San Giusto: partenze/arrivi dei bus accreditano a piazza Libertà una vera e propria funzione di perno del sistema trasportistico urbano. Periferie, provincia, siti produttivi, ospedali, richiami culturali: per residenti, pendolari, turisti l'hub di fianco alla stazione costituisce un riferimento di strategica importanza. Trieste Trasporti spulcia le statistiche e offre una campionatura molto interessante: prendendo a esempio una giornata feriale di giugno, lunedì 24, la concessionaria aveva annotato che 11.736 persone avevano utilizzato un bus, scendendo/salendo in piazza Libertà. Facendo una proiezione annua di questo dato del tutto orientativo, salta fuori che 3,2 milioni di clienti del trasporto pubblico potrebbero far capo all'area della Centrale, in termini percentuali il 5% dei passeggeri annualmente serviti da Trieste Trasporti. 

Massimo Greco

 

In dirittura il progetto Silos per la stazione dei pullman

Operatività a 11 stalli: tre di sbarco e otto di carico

Anche i pullman hanno un'anima. L'intero angolo a nord-ovest di piazza Libertà accentua, dopo il trasferimento di quasi tutti i bus urbani tra Silos e Tripcovich, la già forte caratterizzazione logistico-trasportistica. C'è la stazione Centrale ferroviaria, c'è il nuovo hub con 9 capolinea di Trieste Trasporti. E c'è pure la stazione dei pullman allestita all'interno del Silos, con ingresso dei mezzi da largo Città di Santos e uscita in via Flavio Gioia. La Regione Fvg identifica questo sistema come polo intermodale di primo livello. Come è noto da circa vent'anni, il Silos è oggetto di un progetto riqualificativo da 120 milioni di euro che, per svariate ragioni, non procede. La porzione progettuale, che potrebbe più facilmente accelerare, riguarda proprio la ristrutturazione dell'autostazione, su cui c'è interesse e attenzione da parte del Comune. Lo studio Archea di Latisana, incaricato dalla società Silos (controllata da Coop Alleanza 3.0), sta ridisegnando l'adeguamento della stazione. Questi gli aspetti più importanti del progetto: accesso da largo Città di Santos, la portata operativa sale a 11 stalli - 3 di "sbarco" e 8 di "carico" -, rotonda di manovra in Largo Città di Santos da realizzarsi nelle adiacenze dell'ingresso a Porto vecchio. Gli uffici dell'urbanistica comunale aspettano dallo scorso febbraio gli elaborati e, quando ci sarà il via libera, si dovrà aggiornare l'accordo di programma risalente al 2009 (Comune, Regione, Fs, Silos). L'auspicio, per la verità piuttosto generico, è di definire l'accordo all'inizio del 2020 per poi bandire la gara di affidamento dei lavori entro la fine del prossimo anno. Si rammenta che il rifacimento del Silos passa attraverso 14.500 metri quadrati di superficie di vendita, un parking di 1300 posti, un hotel da quattro stelle.

 

In sella da tutto il Triveneto per incentivare l'uso della bici

Attese centinaia di persone alla prima edizione del raduno "Pedala Trieste" Previsto un corteo da piazzale De Gasperi fino a Barcola con giochi e musica

Tutti in bicicletta domenica 22 settembre con "Pedala Trieste", la prima edizione di una festa dedicata interamente alle due ruote, promossa da tante associazioni del territorio, che punta a coinvolgere centinaia di persone, un po' da tutto il Nordest. Una giornata (il programma è stato annunciato ieri), per sottolineare l'importanza della mobilità sostenibile. Si partirà da piazzale De Gasperi alle 10, per raggiungere con un percorso di circa 10 chilometri la pineta di Barcola, dove troveranno posto animazioni, intrattenimenti, incontri e approfondimenti sul tema. L'iniziativa è organizzato da Fiab Trieste Ulisse, Spiz, Bora. La, TS4 Trieste secolo quarto, Ads Cottur e Uisp, e sarà l'evento di chiusura della Settimana europea della Mobilità 2019. La pedalata è aperta alla partecipazione di altri gruppi e associazioni. «L'obiettivo di Pedala Trieste - raccontano i promotori - non è solo quello di riempire le strade di ciclisti, ma è anche di veder crescere ogni giorno il numero di chi sceglie questo tipo di mobilità, dimostrando che "Trieste xe anche per bici". Da noi, come sta succedendo anche nel resto d'Europa, sempre più persone si muovono quotidianamente in bicicletta per i propri spostamenti urbani. È una manifestazione che celebra questo graduale cambiamento. I vantaggi sono molteplici, a partire dalla salute, che trae giovamento dall'attività fisica, al minor inquinamento, al risparmio economico e, non secondario, ai minori tempi di percorrenza su gran parte dei brevi percorsi cittadini». Le iscrizioni, aperte anche ai ragazzini, dai 12 anni in su, avranno con un costo simbolico e saranno raccolte nella settimana precedente l'iniziativa e il giorno stesso a partire dalle 8.30. I più piccoli potranno viaggiare con i genitori nei seggiolini, nei trasportini o potranno venire direttamente a Barcola, dove ci saranno giochi creati ad hoc per i bimbi. Dopo aver raggiunto la pineta, chi vorrà potrà tornare indietro. Il ritmo del serpentone sarà tranquillo, nessuna corsa o classifica ma semplicemente un itinerario da concludere tutti insieme. Alla domenica di festa hanno aderito finora: VI Circoscrizione, Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste, Friday For Future FVG, ARCI Trieste, Associazione Museo della Bora, Associazione Sportiva Dilettantistica e Culturale CapoeiraTrieste.org e Art in Progress. «Pedala Trieste non mira ad essere un semplice appuntamento puntiforme, ma vuole rappresentare una vera e propria festa per celebrare un percorso, iniziato da anni - dicono ancora gli organizzatori - volto a incentivare l'uso quotidiano della bici. Una mobilità sana è fatta infatti per favorire tutti, e non solo una parte degli utenti delle strade. Chi quotidianamente sceglie di pedalare dovrebbe quindi essere visto anche come "un'automobile in meno" in città, con evidente vantaggio in termini di traffico e di disponibilità di parcheggi liberi per quegli utenti che invece si vedono per forza di cose costretti a muoversi su quattro ruote». Gli hashtag della manifestazione sono #pedalatrieste #lastradaèditutti #triestexeperbici #SEM2019. Tutte le informazioni e gli aggiornamenti sull'appuntamento sono visibili da ieri anche su Fb. 

Micol Brusaferro

 

Una settimana prima la Rampigada Santa da Roiano a Opicina - GLI EVENTI COLLEGATI

All'iniziativa-clou del 22 settembre, fanno sapere i promotori, sono legati anche altri due eventi. In primis c'è la Rampigada Santa, ovvero la salita a piedi o in bici lungo la ripidissima Scala Santa, da Roiano fino a Opicina, in calendario il 15 settembre, diventata negli ultimi anni un appuntamento imperdibile per tanti sportivi. A novembre verrà invece organizzato un incontro sul tema della sicurezza stradale, alla presenza di Marco Scarponi, fratello del campione del pedale Michele Scarponi, che ha perso la vita proprio in un incidente stradale mentre si allenava in bicicletta.

(mi.b.)

 

 

La sfida ecologica di Myra In bici a raccogliere plastica

Un lungo percorso di oltre 1.200 chilometri pedalando nel cuore dell'Europa Partenza da Torino per il piano anti-inquinamento: «Tutti devono impegnarsi»

Torino. Più di 1.200 km a pedali nel cuore dell'Europa. Con quasi trenta chili di plastica raccolti per strada. Che, bilancia alla mano, non sembrerebbero nemmeno tanti: ma se si considera che sono l'equivalente di circa 2.800 bottigliette, l'eco-impresa assume un'altra dimensione. E non ha ancora terminato il suo viaggio Myra Stals, olandese di 34 anni, una laurea in Lingua e Cultura italiana e un amore spassionato per il nostro Paese, tanto da aver vissuto 6 anni a Firenze prima di prender casa, pochi mesi fa, a Torino. E da lì è partita a fine giugno con la sua bici cargo pesante 30 chili, con l'intento di riempire il suo cassone metro dopo metro e scaricare ogni sera il bagaglio accumulato negli appositi contenitori. «Un paio d'anni fa ho viaggiato per oltre 4 mesi, toccando 18 nazioni dall'Albania e la Finlandia, mentre l'estate scorsa ho attraversato i Balcani - spiega Myra, in una pausa poco a nord di Stoccarda -. La cosa che più mi ha fatto arrabbiare è stata l'enorme quantità di plastica trovata: anche nei posti più desolati e tra panorami mozzafiato saltava sempre fuori una bottiglia o qualche contenitore. Volevo fare qualcosa e, soprattutto, non volevo aspettare che fossero altri a darsi una mossa: dovevo iniziare io. Così è nato il progetto "Cycle 2 Recycle": non posso e non voglio pulire il mondo da sola, ma dimostrare che ognuno di noi può dare il proprio contributo sì». Un vecchio modem dismesso, una carota giocattolo, una ciabatta rimasta single, un telecomando apparentemente nuovo, una formina da sabbia per la spiaggia, un ciuccio azzurro. Poi tubi di gomma, avanzi di pneumatico e decine di cerchioni di auto che fanno capolino tra frutteti e campi arati. Sulla sua pagina Facebook, Mira pubblica gli oggetti più particolari che trova, una sorta di "Collezione della vergogna" per ricordare che abbiamo confuso il Pianeta per una discarica a cielo aperto. «Sono molto precisina e inizialmente mi ero ripromessa di raccogliere ogni frammento di plastica, ma presto mi sono accorta che avrei fatto pochi chilometri al giorno. E, forse, sarebbe venuto meno il mio obiettivo di sensibilizzare più persone possibili. Così mi sono data delle regole, come quella di prendere solo ciò che trovo dal mio lato della strada, senza scendere dalla bici, ma utilizzando una speciale pinza lunga più di un metro. Ogni tanto sgarro: la settimana scorsa, in mezzo a un fiume ho trovato un foglio grandissimo di materiale da imballaggio incastrato tra i rami. Non potevo lasciarlo là: ho parcheggiato la bici e sono andata a recuperare quello schifo».Per prepararsi alla sua avventura Myra ha passato un mese sulle colline di Chieri, per allenare le gambe e prendere confidenza con il mezzo. In vista anche delle tappe più pesanti del percorso, come la salita sul Colle del Gran San Bernardo. «Una gran fatica - confessa - E pure lì, a 2.400 metri di altitudine, ho dovuto fare delle soste per elle bottiglie e dei sacchetti lasciati sul ciglio di una strada meravigliosa». Maya conta di tornare sotto la Mole tra qualche settimane. Si metterà all'opera per realizzare il prossimo progetto. «Vorrei dare vita a un centro per il riciclaggio della plastica - racconta -. In Svizzera ho avuto modo di vedere un'apparecchiatura economica, quasi a uso domestico, che potrebbe rendere il recupero a portata di tutti. Assieme ad alcune buone pratiche importate dalla Germania, e che danno ottimi risultati, si potrebbero cambiare le cose. E Torino potrebbe essere la città giusta da cui cominciare». 

Federico Taddia

 

Ordinanza sul "monouso" nelle spiagge pugliesi bloccata dal Tar regionale - il caso

Sulle spiagge pugliesi la plastica non è più vietata. Lo ha deciso il Tar Puglia che ha sospeso l'ordinanza balneare adottata dalla Regione, nella parte sul "plastic free" imposto a gestori di stabilimenti balneari e utenti delle spiagge. Per i giudici la direttiva europea sulle plastiche monouso deve essere recepita dagli Stati entro il 3 luglio 2021 e non è di competenza degli enti locali. Il Tar ha accolto il ricorso delle associazioni dei produttori di acque minerali e di sorgente (Mineracqua), dei produttori di bevande analcoliche (Assobibe), dei distributori s Food&Beverage del canale Horeca (ITalgrob) e della distribuzione automatica (Confida) .

 

 

UN ANNO DI GRETA PER SPERARE DI FARCELA

Un anno, tanto è passato da quando Greta Thunberg ha iniziato a sedersi ogni venerdì davanti al Parlamento svedese con un cartello con su scritto "Skolstrejk för klimatet", sciopero scolastico per il clima. Era inizialmente da sola, Greta Thunberg. Poi ha iniziato a crescere la partecipazione attorno a lei, diventando un gruppo. Poi un movimento. Oggi si chiama Fridays for Future, raccoglie migliaia di giovani da tutto il mondo che con le loro manifestazioni stanno ammonendo i grandi della Terra a fare qualcosa per avere un futuro migliore. Lei, il motore di tutto, dà il buon esempio: è infatti su un mezzo da regata a emissioni zero che raggiungerà New York, dove parteciperà il 23 settembre al summit Onu sul clima. "Uniti dietro la scienza" è stato il titolo del suo intervento all'Assemblea Nazionale francese. Dal podio, la sedicenne svedese ha impostato il suo discorso sulle evidenze scientifiche fornite dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Nel cui dossier troverete scritto che se vogliamo avere il 67% di possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C, al 1 gennaio 2018 possiamo emettere ancora 420 gigatonnellate di diossido di carbonio. Noi produciamo 42 gigatonnellate di CO2 ogni anno. Agli attuali ritmi di emissioni, il budget di CO2 rimasto sarà esaurito nell'arco di circa 8 anni e mezzo. Un anno di Greta ci è servito. Un altro anno potrebbe essere decisivo per continuare su questo cammino, o passare il famigerato punto di non ritorno, mai così vicino come oggi. 

ALFREDO DE GIROLAMO

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 31 luglio 2019

 

 

Ambiente - Fitorimedio per guarire i giardini inquinati

Entra nel vivo la fase bis Partirà a giorni il secondo lotto dell'intervento per contrastare attraverso il fitorimedio il fenomeno "giardini inquinati" di Trieste. Dopo la rizollatura, effettuata nei giardini delle scuole "Biagio Marin" e "Don Chalvien" (via Svevo), sono le piante "speciali", quali l'amaranto tricolore, la gramigna e la festuca falascona, lo strumento che verrà utilizzato per debellare la presenza di idrocarburi dalle aree verdi "infestate" di piazzale Rosmini, Giardino Pubblico e Pineta Minussi di Servola. A evidenziare i valori anomali di sostanze nocive era stata l'Arpa con delle analisi effettuate nel 2016 in sette giardini cittadini. L'attuale intervento, del costo di 129mila euro, che finirà in ottobre 2020, era stato individuato ancora tre anni fa dal Tavolo tecnico istituito dalla Regione. La cooperativa Monte San Pantaleone a breve - come annunciato ieri - opererà in tal senso nelle zone ancora non trattate durante la prima fase, avviata lo scorso ottobre. Le superfici interessate sono state recintate al fine di evitare qualsiasi contatto fisico con i fruitori dei parchi. Un primo esito, per capire se il fitorimedio, attività sperimentale, avrà funzionato, verrà divulgato il prossimo autunno. Nell'incontro di ieri - con gli assessori Luisa Polli ed Elisa Lodi, il direttore dell'Area Strade e verde del Comune Andrea de Walderstein, il responsabile Sostenibilità ambientale Gian Piero Saccucci Di Napoli, Umberto Bordon, tecnico del Verde pubblico e Corrado Zoratto della cooperativa - è stato precisato che l'attuale manutenzione dei giardini viene accuratamente attuata, pur con tempistiche diverse rispetto a quelli "ordinari".

 

 

Maxi tanica perde liquido corrosivo Allarme a Mattonaia

Sversati mille litri di "Rodax 7388", una sostanza chimica La bonifica dei Vigili del fuoco si è protratta per tutto il giorno

Alla fine della sua giornata di lavoro ha notato un borsello abbandonato sul bancone della biglietteria della stazione di Visogliano. A quell'ora non c'era più nessuno. E così un trentenne triestino ha rinunciato a prendere il treno che lo avrebbe riportato a casa, in città, e si è recato con quel borsello alla Stazione dei Carabinieri di Aurisina: la "buona azione" ha consentito a un 74enne, pure lui triestino, di recuperare documenti e portafogli, con dentro 1.600 euro in contanti. I militari dell'Arma hanno rintracciato il pensionato dandogli la lieta notizia del ritrovamento del suo borsello, dimenticato mentre faceva il biglietto del treno per rientrare in città dopo una giornata passata al mare. Il trentenne non ha preteso soldi e ha rinunciato al 10% del valore dell'oggetto rinvenuto, come prevede il Codice civile, e la vicenda si è conclusa con una stretta di mano tra i due protagonisti.

 

 

Pastini e tartarughe - Tre passeggiate nella Riserva tutelata dall'Unesco

L'Area marina protetta di Miramare organizza escursioni serali tra arte e natura adatte a tutti

Tre passeggiate agostane adatte a tutti, tra escursioni serali e caccia ai tesori naturalistici e storico-artistici, alla scoperta del ciglione carsico e della Riserva della biosfera di Miramare che, dagli anni '70, è tutelata dal programma MaB-Man and Biosphere dell'Unesco per l'equilibrio tra esigenze di sviluppo e conservazione della natura. Per favorire la conoscenza di Riserva, costiera e parco botanico di Miramare, l'Area marina protetta organizza tre eventi gratuiti (ma con prenotazione obbligatoria) per il 2, il 9 e il 17 agosto. I primi due, in programma alle 18 e svolti in collaborazione con il museo del castello e il contributo della Regione, sono volti ad avvicinare adulti e famiglie con bambini da 6 anni in su alle bellezze del promontorio. Aprirà il ciclo un'escursione tra arte e natura. A una passeggiata - guidati da un ornitologo del Wwf e armati di binocolo - alla scoperta delle tante diverse specie di uccelli che popolano il giardino e il mare prospiciente (gabbiani, balestrucci e picchi), seguirà una visita al museo. «L'iniziativa - spiega il naturalista Davide Scridel - è volta a promuovere la conoscenza di un'area che coniuga attività economiche ed ecosostenibilità: pastini, landa, pinete tipiche dell'ambiente carsico, vigneti e mitilicoltura, che presenta una diversità faunistica importante. Conosceremo gli habitat naturali e gli ingredienti tipici del paesaggio carsico, ma anche ambienti storici affascinanti come Santa Croce. Tra gli animali che speriamo di incontrare c'è il marangone dal ciuffo e le tartarughe marine. Infine illustreremo la notevole varietà botanica introdotta nel parco da Massimiliano». Molti anche i volatili fissati sulle tele e le decorazioni del castello, svelati dagli storici del museo. Il venerdì successivo si terrà una "caccia stellare" nei vialetti per squadre di "detective in erba" chiamati a cimentarsi con quiz e a scovare indizi nel giardino, tra laghetti, tunnel di glicini e alberi monumentali, guidati dalle stelle. La soluzione dell'enigma condurrà i partecipanti al tesoro dell'arciduca. Ultimo appuntamento, sabato 17 agosto alle 19.30, la "Passeggiata dei desideri", escursione per adulti e bambini dagli 8 anni per osservare il paesaggio e il cielo stellato con un telescopio dalla Vedetta Slataper. È consigliabile portare torcia, plaid e spuntino. Info e iscrizioni allo 040-24147 interno 3 (dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13) e a info@riservamarinamiramare.it. Ultima cosa: tutti i venerdì di agosto il castello di Miramare rimarrà aperto fino alle 22.30.

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 30 luglio 2019

 

 

Centro congressi in Porto vecchio Il cantiere ora brucia le tappe

Dopo gli intoppi iniziali, i lavori stanno rispettando il cronoprogramma: "28 bis" coperto in autunno

Le attese per l'avvalimento progettuale da parte di Veritas Bureau e per il successivo via libera dal Comune? I timori che il cronoprogramma realizzativo non fosse rispettato? Il ritardo di un buon mesetto accumulato causa l'iter amministrativo? Qualche intoppo dal punto di vista finanziario in seguito alle iniziative legali degli indipendentisti? Solo un pallido ricordo. Perchè Tcc (Trieste convention center) ormai è certa: l'obiettivo della primavera 2020 sarà centrato e a luglio il centro congressi sarà in grado di ospitare la manifestazione scientifica Esof, il cui allestimento coinvolgerà anche gli altri edifici del polo museale di Porto vecchio. Poi, passato Esof, continuerà a vivere e a lottare con una previsione di 25 eventi/anno, internazionali e non. Un vivace corteo di imprenditori, tecnici, progettisti, consiglieri di amministrazione, shareholder e stakeholder a vario titolo fendeva ieri mattina l'afa della porzione più a Nord di Porto vecchio, per verificare da vicino i progressi compiuti dal cantiere che sta costruendo il Centro congressi. Il menu prevede la riqualificazione dei magazzini "27" e "28", l'edificazione ex novo del "28 bis". Un ponte, che sarà gettato a metà settembre, unirà i magazzini "27" e "28". In testa al pacifico snodarsi il leader della società Tcc, Diego Bravar, e il "champion" di Esof 2020, Stefano Fantoni. La pietanza portante della visita era costituita dalla vera novità del futuro compendio, ovvero il "28 bis", incaricato di avvolgere la sala da 1848 posti che rappresenterà il fulcro dell'operazione. Già posati 1000 metri cubi di calcestruzzo e 60 mila chili di ferro: attesa per il momento clou del progetto, quando a fine agosto attraverso 3-4 viaggi, ben 14 travi alari lunghe 40 metri ciascuna, provenienti da un produttore friulano, raggiungeranno con un carico straordinario il cantiere, scendendo in notturna dalla Grande Viabilità. A quel punto la copertura sarà completata entro la fine di settembre. I lavori al "28 bis" saranno accelerati quanto possibile in concomitanza con la bella stagione. Accanto all'opera principale, procede il lifting impiantistico all'interno degli esistenti "27" e "28": termoidraulica, condizionamento ad alta efficienza, quasi 4 chilometri tra tubazioni e canali portacavi destinati a veicolare l'elettricità. Installati quasi 2000 staffaggi antisismici, per consentire il fissaggio di questi impianti. Il cantiere, nelle sue varie attività, mobilita ogni giorno 40 addetti. A intervento completato, la superficie totale si estenderà per 9000 metri quadrati, cui vanno aggiunti 4500 mq di parcheggio. L'investimento è di 12 milioni di euro più Iva. Tcc copre il 58%, il Comune di Trieste il 42%. Dal punto di vista finanziario hanno già erogato mutui Bpm e Bcc Staranzano, per 500 mila euro cadauno. Una richiesta per 4 milioni è stata inoltrata al Frie. Erogheranno un mutuo di 500 mila euro cadauna Civibank, Intesa San Paolo, Unicredit, Montepaschi. Il Comune di Trieste ha versato una prima quota pari a 2,5 milioni. Tra presenti e intervenuti, Tcc ha giocato con un prudente 4-4-2: 4 i membri del board (Cristiana Fiandra, Paco Ferrante, Claudio Sambri, Aldo Minucci), 4 i profili tecnico-progettuali (Uberto Fortuna Drossi, Ermanno Simonati, Giulio Paladini, Alberto Cetolin), 2 le imprese (Paolo Rosso, Andrea Monticolo). Assente il Comune di Trieste per impegni precedentemente assunti.

Massimo Greco

 

 

Mare più caldo, meno cibo per i mitili

Le mutazioni nell'Alto Adriatico studiate dall'Ogs riguardano soprattutto la riduzione del fitoplancton e di altri organismi

Il costante aumento della temperatura superficiale del nord Adriatico, insieme ad altri cambiamenti indotti dall'intervento umano, sta modificando gradualmente le comunità marine che popolano il nostro golfo. A partire dai microorganismi, che rappresentano circa il 90% della biomassa totale degli oceani: il fitoplancton, che attraverso la fotosintesi rimuove il diossido di carbonio dall'atmosfera e rappresenta il primo anello della catena alimentare marina, negli ultimi 40 anni non si è ridotto solo quantitativamente, ma anche a livello di dimensioni, con comunità composte da microrganismi sempre più micro. Ciò si riflette a ruota sugli altri livelli della catena alimentare: per esempio anche i mitili, che di fitoplancton si nutrono, crescono con maggiore difficoltà. A spiegarlo è Paola Del Negro, direttrice generale dell'Ogs, cui abbiamo chiesto di raccontarci come l'aumento di temperatura del nostro mare da 1.1 a 1.3 gradi in un secolo - riscontrato grazie alle serie temporali di dati recentemente ricostruite dai ricercatori dell'Istituto di scienze marine del Cnr - influisca sulla vita degli organismi che popolano il nostro golfo.«All'Ogs abbiamo una lunga serie temporale di dati riferiti alle comunità marine del nostro golfo, che per alcune risale agli anni '70 - evidenzia Del Negro -. Le osservazioni più rilevanti riguardano i cambiamenti delle comunità planctoniche, la base della catena alimentare marina. Prima degli anni '80 nel nostro golfo erano presenti grandi fioriture fitoplanctoniche, che davano addirittura origine a maree colorate: si parlava di eutrofizzazione, un eccessivo accrescimento del fitoplancton che poteva causare nei fondali fenomeni di anossia, facendo da scudo agli scambi d'ossigeno con l'atmosfera».Per limitare questo fenomeno si è puntato alla riduzione del fosforo, uno tra i principali fertilizzanti marini, nei detersivi. A ciò si è sommata la normativa europea, che ha fortemente regolamentato la depurazione di tutti gli scarichi che vanno a mare, con un'ulteriore riduzione del fosforo e dei sali nutritivi che prima si sversavano in mare, portando al fenomeno opposto dell'eutrofia, l'oligotrofia, una povertà di sostanze nutritive per il fitoplancton. A questo intervento si sono sommati i mutamenti climatici: l'aumento della temperatura dell'acqua e gli sconvolgimenti negli apporti fluviali, sempre meno legati alla stagionalità e sempre più soggetti a eventi meteorologici estremi, hanno causato squilibri nel sistema, che era abituato a ricevere dai fiumi l'apporto di sali nutritivi in periodi ben determinati. Negli anni '80 e fino a inizio 2000 in Adriatico hanno proliferato le mucillagini, un chiaro segnale del mancato funzionamento dell'ecosistema. Le comunità che vivono nel nostro golfo, che si sono adattate a grandi variazioni termiche stagionali, si stanno adattando anche al generale impoverimento di sostanze nutritive: la conseguenza per ora più evidente è la riduzione delle dimensioni dei microrganismi planctonici e, a catena, degli organismi che di plancton si nutrono, come i mitili. In più il nostro mare oggi è popolato da specie aliene, come la noce di mare, che ne hanno modificato ulteriormente gli equilibri.«L'Alto Adriatico è molto diverso rispetto a una cinquantina d'anni fa e c'è il rischio che il surriscaldamento globale porti a una modificazione drastica delle comunità marine, con un impatto importante anche sulla vita dell'uomo», conclude Del Negro. 

Giulia Basso

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 29 luglio 2019

 

 

Dai bidet ai frigoriferi La mappa dei maxirifiuti abbandonati sulle strade

Sono oltre 1.600 gli oggetti ingombranti recuperati ogni mese dall'Acegas Il costo? Mezzo milione l'anno. Viaggio tra le zone più interessate dal problema

Nei primi sei mesi del 2019 l'AcegasApsAmga ha già raccolto a Trieste 17.091 rifiuti lasciati fuori dai cassonetti e 9.828 oggetti ingombranti. Si tratta soprattutto di mobili, reti, materassi, materiale ferroso, ma non mancano elettrodomestici e scarti edili. I costi - Ad abbandonarli in mezzo alle strade come se niente fosse centinaia di maleducati cittadini, i cui comportamenti incivili finiscono poi per pesare direttamente sulle tasche di tutti quei triestini che, invece, le regole le rispettano. La rimozione degli oggetti voluminosi in particolare, con una media di 1.600 abbandoni al mese, costa ben 500 mila euro all'anno all'azienda alla voce spese straordinarie per il servizio di igiene urbana. Un importo, appunto, che grava su tutta la collettività. L'inizio del tour - Chi deposita in maniera irregolare rifiuti e oggetti ingombranti, lo fa solitamente nelle ore notturne o nelle prime ore del mattino, per non incappare in sanzioni. Per capire l'entità del fenomeno, basta seguire il giro che ogni mattino effettua uno dei sei camion destinati a questo tipo di operazioni. Si parte dalle 6 dalla sede di via Orsera. Alla guida del mezzo c'è un giovane operatore, Lukic, che, ingranando la marcia, dice subito: «Ho visto di tutto, anche il contenuto di interi appartamenti scaricati sul marciapiede». Destinazione iniziale via Zorutti, dove il mezzo si ferma subito per raccogliere alcuni mobili fatti a pezzi. Percorsi pochi metri si arriva in via Lorenzetti, dove l'intervento è necessario per eliminare due materassi singoli. Il giovane autista scende, issa ogni volta tutto sul camioncino, e segna il materiale recuperato, che poi andrà comunicato e archiviato. Si prosegue lungo via D'Alviano e poco prima del centro raccolta ecco un ammasso di ferraglia e battiscopa: sarebbero bastati pochi passi per conferire correttamente i rifiuti nell'apposita area. Gratuitamente - San Giacomo - Il giro continua in piazza Vico, dove sono stati segnalati alcuni pallet semi distrutti, che però, giunti sul posto, non sono i soli scaricati accanto ai cassonetti. Spunta anche un secchio pieno di vernici, che in precedenza aveva impedito lo svuotamento regolare del vicino contenitore della carta. «Di pallet in particolare - commenta Lukic - ne trovo in media tra i 6 e i 10 al giorno, alcuni anche davanti a diversi negozi». Risalire però ai proprietari è impossibile. Si scende quindi su via del Bosco, una delle strade più problematiche dal punto di vista dell'abbandono. Qui a metà strada, sempre accanto a una batteria di bidoni, qualcuno ha lasciato un lavandino, smontato in due parti, due secchi che contengono malte e pezzi di muro, e ancora sparpagliati a terra confezioni di articoli per la casa. Le auto in coda - Il tempo di caricare tutto sul camion e gli automobilisti in coda cominciano a fremere. Un'altra conseguenza della mancanza di senso civico di chi si libera senza pensieri dei rifiuti: il traffico rallentato in alcune vie durante il tragitto. Si risale poco lontano verso piazza Puecher, dove un topolino scorrazza accanto a una borsa di immondizie lasciata vicina al cassonetto, distrutta dai gabbiani, e finita evidentemente dal roditore. Ma non basta. Anche qui c'è un contenitore di vernice. Il mezzo di Lukic è già quasi pieno dopo mezz'ora circa, anche perché si tratta di un veicolo "snello" e non troppo voluminoso: in caso contrario, infatti, non passerebbe tra le vie più strette e tra le auto, spesso parcheggiate in modo selvaggio nei rioni più popolosi - Via Gambini - L'ultima tappa della mattina è via Gambini, un'altra strada dove molto spesso i cumuli di mobili ed elettrodomestici vengono "dimenticati" sul marciapiede. E puntualmente la scena si ripete. C'è un materasso matrimoniale, una poltrona e un divano. L'operatore sistema tutto nell'ultimo spazio libero, prima di rientrare. «Ormai so a memoria le vie e i numeri civici - racconta -, dove la gente scarica con più frequenza. Non è un lavoro pesante, ma ogni tanto ho bisogno di aiuto, ad esempio quando piove e i materassi, pieni di acqua, diventano difficili da sollevare, o quando, ed è capitato, mi trovo davanti a lavatrici o altri elettrodomestici. In questi casi devo chiamare un collega per un supporto». Un servizio aggiuntivo, che pesa ulteriormente nel bilancio finale. Il punto d'arrivo - L'arrivo è fissato al centro raccolta di Campo Marzio, dove gli oggetti vengono scaricati e divisi. I tecnici AcegasApsAmga, che hanno seguito il "tour" mattutino, rientrano alla base in via Orsera. Qui i dati vengono raccolti con precisione e archiviati. Il tempo di aprire il computer e arrivano nuove segnalazioni. Un frigorifero, quel che resta di un divano letto e mobili fatti a pezzo in viale d' Annunzio. In pochi minuti un mezzo è già sul posto e la pulizia viene portata a termine. Per l'ennesima volta.

Micol Brusaferro

 

 

Centro congressi: prende forma il Magazzino 28/1 - oggi l'anteprima

La Tcc - Trieste Convention Center, l'iniziativa imprenditoriale nata per la progettazione, la realizzazione e la gestione in Porto vecchio del futuro Centro congressi polifunzionale in grado di ospitare eventi nazionali e internazionali a partire proprio da Esof2020, annuncia un importante passaggio dell'iniziativa: la posa della struttura portante del nuovo Magazzino 28/1. La posa, iniziata in questi giorni, sarà resa visibile in anteprima ai rappresentanti delle istituzioni, ai soci del progetto e alla stampa stamattina alle 11 nei pressi dell'area del cantiere. E questa sarà anche l'occasione - si legge in una nota di presentazione dell'appuntamento odierno - per presentare l'avanzamento dei lavori, «che proseguono nel pieno rispetto del cronoprogramma».

 

 

Alghe, pesci e acque pure Miramare rilancia i piani per la salute dell'Adriatico - i progetti di OGS e Shoreline

Progetti condivisi per lo sviluppo sostenibile dell'Alto Adriatico. Di questo si è parlato l'altro giorno a Trieste al BioMa, il Biodiversitario Marino di Miramare, in occasione dell'incontro promosso dall'Ogs con Area Marina Protetta di Miramare e cooperativa Shoreline finalizzato alla presentazione di alcuni progetti finanziati dalla Comunità Europea attraverso il programma Interreg Italia-Croazia. Il progetto "Ecological Observing System in the Adriatic Sea: oceanographic observations for biodiversity" si pone il fine di realizzare, in modo congiunto, un cosiddetto Sistema Osservativo Ecologico (EcoAdS) nel Mar Adriatico, con l'obiettivo di contribuire alla salvaguardia dei siti Natura 2000. Il progetto Roc-Pop, unico a far parte del programma Life, ha lo scopo di favorire il rimboschimento di alghe Cystoseira all'interno delle aree marine protette delle Cinque Terre e Miramare. «Il progetto - ha specificato Saul Ciriaco di Shoreline - prevede il trapianto di plantule di Cystoseira, con vantaggi in termini di tempo, costi e impatto ecologico». Il progetto "Fisheries in the AdriatIc Region - a Shared Ecosystem Approach" è a sua volta finalizzato all'aumento del cosiddetto prodotto ittico e a una raccolta economicamente più efficiente e sostenibile. «L'obiettivo - ha spiegato Simone Libralato dell'Ogs - è quello di creare piattaforme di lavoro transfrontaliere per coinvolgere i pescatori, i produttori, gli organi di gestione, gli stakeholder delle diverse aree coinvolte per arrivare allo sviluppo di uno strumento di supporto decisionale che integri gli aspetti ambientali e socioeconomici delle diverse attività di pesca in Adriatico».Infine, per il progetto "Managed use of treated urban wastewater for the quality of the Adriatic Sea" il target è quello di preservare la qualità delle acque costiere nell'Adriatico, attraverso la stretta collaborazione tra Università di Udine, Comune di Udine e Ogs di Trieste, per ricercare nuovi sistemi di trattamento delle acque di depurazione e migliorare la qualità delle acque.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 28 luglio 2019

 

 

Meglio riqualificare piazza Sant'Antonio come si presenta oggi - La lettera del giorno di Antonia Merizzi, architetto

Direi che sia giunto il momento di abbandonare la moda della "cementificazione" delle piazze: diventano spianate desertiche e roventi in estate, squallide e gelide d'inverno. Qui esiste una piazza inserita in un contesto ottocentesco, sapientemente disegnata, gradevole e molto frequentata. Io credo che non ci sia bisogno di stupire con progetti che modificano ciò che esiste: questa piazza rappresenta un prezioso spazio aperto, storico, ricco di memoria, rimasto ancora integro. Mi chiedo che necessità ci sia, per questa bella piazza, di dover per forza sperimentare innovazioni architettoniche "con piazze metafisiche" . Ricordo le ultime piazze recentemente "riqualificate": Vittorio Veneto, con il suo brutto abbeveratoio centrale, Goldoni con i suoi improbabili muri gocciolanti. La piazza S. Antonio Nuovo, così come si presenta oggi, ricca di spazi verdi, diventati componenti fondamentali di questo spazio aperto, è davvero molto piacevole nella sua attuale composizione, per cui sarebbe, a mio parere, opportuno proporre anche un progetto di il restauro / conservazione della piazza, eliminando l'attuale forte stato di degrado derivante da tanti anni di incuria. Infine, per quanto riguarda il proposto filare di alberelli, anche questi oggi tanto di moda, mi chiedo perché non si possa prendere in considerazione la riqualificazione delle aiole esistenti con specie arboree ed arbustive che consentano la vista dell'intorno anch'esso di grande valenza paesaggistica e ciò tenuto conto dell'art 3 comma 2 Titolo II del vigente Regolamento sul Verde Pubblico che così recita: 2gli alberi, i prati, i cespugli e i principali arredi verdi, possono essere compromessi. . solo in caso di impossibilità di utilizzare scelte alternative...che ne garantiscano l'integrità».

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 27 luglio 2019

 

 

Amianto in Fiera. Il gruppo austriaco pretende e ottiene il maxi risarcimento

La Spa in liquidazione, di cui il Comune e' socio al 54%, versa agli investitori Mid 325 mila euro. M5s contesta l'operazione.

Ma era proprio necessario che Fiera Trieste spa in liquidazione dovesse versare 325 mila euro alla Mid di Walter Mosser, acquirente del compendio, a mo' di risarcimento per il decremento del valore immobiliare della Fiera, a causa della presenza di amianto rilevata nel novembre 2018? Paolo Menis, consigliere comunale del M5s, ne dubita fortemente, al punto che sta preparando sull'argomento un'interrogazione da rivolgere al sindaco Roberto Dipiazza. Menis, che sul dossier ha chiesto l'accesso agli atti, è perplesso riguardo la soluzione transattiva sottoscritta dalle parti lo scorso 2 maggio, poichè ritiene che l'articolo 2 del contratto risalente al settembre 2017 preveda «la compravendita è pattuita a corpo e non a misura o a stima, nello stato di fatto e di diritto in cui gli immobili attualmente si trovano, ben noti alla parte avente causa e come da questa visitati e graditi ...». Allora - si chiede l'esponente pentastellato - perchè dover risarcire il compratore austriaco, dal momento che esso ha accettato gli immobili nello stato di fatto in cui si trovavano? Sapendo con ogni probabilità che negli edifici dell'ex Fiera, per ragioni di anagrafe edilizia, la presenza di amianto sarebbe stata «abbastanza normale».Sulla base dei documenti consultati, Menis ricostruisce la trama della vicenda. La Mid aveva acquistato l'area della Fiera nell'aprile 2017, al prezzo di 13,3 milioni di euro, un paio in più rispetto alla base d'asta. Nel novembre dello stesso anno il patron del gruppo carinziano, Mosser, aveva presentato le linee portanti del progetto in Salotto azzurro, insieme all'architetto Francesco Morena. Esattamente un anno più tardi, quando batteva il giorno 7 novembre, Armin Hamatschek, manager della Mid, comunicava a Fiera spa «la potenziale presenza di amianto» nel comprensorio fieristico. La società di ingegneria Eva srl aveva mappato le emergenze del minerale rilevate negli stabili. Nel gennaio 2019 Mid chiede, in merito al reperimento di amianto, un risarcimento pari a 700 mila euro. Due settimane più tardi l'assemblea di Fiera in liquidazione - dove il Comune è azionista di riferimento con il 50,4% - delibera di chiudere il potenziale contenzioso offrendo - a titolo di contributo quale quota parte della spesa preventivata per la bonifica - 350 mila euro, cioè la metà di quanto chiesto dagli austriaci. Che alla fine accettano di transare a 325 mila euro «impegnandosi allo smaltimento integrale dell'amianto» e rinunciano a ogni azione giudiziaria esperibile nei confronti del Comune e di Fiera spa in liquidazione. L'atto transattivo viene firmato il 2 maggio 2019 da Santi Terranova, segretario generale del Comune, da Gianfranco Nobile, liquidatore della società, da Walter Mosser, legale rappresentante di Mid Immobiliare srl con sede a Bolzano.Finora della vicenda-amianto non si era saputo alcunchè. Forse il confronto tra le parti sulla delicata questione spiega il rallentamento dell'operazione Fiera, che ha accumulato, rispetto alle previsioni, un ritardo di alcuni mesi. A maggio Armin Hamatschek ha comunque annunciato che a settembre partiranno i lavori di demolizione, che saranno "bagnati" da una festa della birra organizzata in piazzale De Gasperi. Il progetto di riqualificazione dell'ex Fiera è ambizioso: valore finanziario di 100 milioni di euro, superficie fondiaria di 24 mila metri quadrati, superficie coperta di 30 mila mq, superficie deil parking di 36 mila mq. L'inaugurazione è prevista per la fine del 2021. Area giochi, negozi, posti auto, riassetto viario tra Rossetti e De Gasperi: ecco gli aspetti più significativi del recupero, che dovrebbe interessare un bacino d'utenza di 400 mila persone. 

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 26 luglio 2019

 

 

La Soprintendenza apre alla demolizione Per la Sala Tripcovich si prepara l'addio

La numero uno di Palazzo Economo Bonomi: «Possibile rimuovere il vincolo se in gioco c'è la riqualificazione di tutta l'area»

La Soprintendenza apre alla demolizione della Sala Tripcovich, ormai chiusa dal 2017, e alla conseguente rimozione del vincolo delle Belle arti. A una condizione però: che ciò avvenga nell'ambito della «prosecuzione della riqualificazione della piazza verso Porto vecchio». Ed è proprio questo il concetto che sta dietro alla recentissima proposta del Municipio, raccolta in un fascicolo arrivato sulla scrivania della soprintendente Simonetta Bonomi. Una proposta che prevede un investimento da 2 milioni di euro. Gli uffici tecnici del Comune hanno dato quindi una decisiva accelerazione all'iter che, appunto, Soprintendenza permettendo, metterebbe in pratica l'idea che il sindaco Roberto Dipiazza accarezza già dal suo primo mandato, per la precisione dal 2004. L'obiettivo è rimasto lo stesso: abbattere la sala - che, per poter riaprire, avrebbe bisogno oggi di un restauro da a 1,5 milioni -, e valorizzare così l'ingresso alla città e all'antico scalo. Dopo mesi di lavoro sul progetto (Rup è il direttore dei Lavori pubblici Enrico Conte), ora il momento è propizio, soprattutto in vista dell'attuale cantiere di piazza Libertà (sotto l'egida del direttore del Dipartimento Mobilità Giulio Bernetti), che coinvolge in primis la viabilità. In quest'ottica, dunque, s'inserisce il piano per sottrarre all'incuria l'area di largo Città di Santos, che prima dei lavori era in balia di parcheggi selvaggi e sporcizia in ogni angolo.«È un progetto interessante - afferma la direttrice di palazzo Economo -. Lo esamineremo, è arrivato da qualche giorno. Vedremo se approvarlo. Lo ritengo comunque probabile, perché c'è una riqualificazione significativa della seconda parte della piazza della Stazione. È vero, noi stessi abbiamo condotto a suo tempo una battaglia per vincolare l'edificio. Oggi però, vedendo il progetto che porterà a un miglioramento generale della piazza, non possiamo non fare una valutazione complessiva, di bilanciamento. La questione non è demoliamo la Tripcovich, ma è più ampia. Se non si demolisce, non si riqualifica la piazza». Il progetto preliminare presentato a Palazzo Economo, per cui è già prevista la copertura finanziaria, è stato affidato allo studio Gasperini. Nello specifico, una volta chiuso il capitolo viabilità e raso al suolo il teatro, il progetto contempla «la realizzazione di una vera e propria piazza - spiega l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli -, la piantumazione di nuovi alberi (dopo l'abbattimento, lo scorso autunno, di dieci fusti storici proprio di fronte alla stazione delle corriere, con tanto di protesta di Legambiente e Italia Nostra, ndr) e lo spostamento della statua di Sissi dal giardino di piazza della Libertà. L'intento è quello di far ritornare gli spazi come un tempo», quando, come ricorda anche la soprintendente, l'attuale area di piazza della Libertà e di largo Città di Santos formava un grande piazzale suddiviso in due blocchi di giardini. Bonomi si astiene, per ora, comunque, dal dare un parere definitivo, anche perché il fascicolo, come sottolinea, deve passare il successivo esame della Commissione regionale Patrimonio culturale. L'ente è «un organo collegiale del ministero - spiega Bonomi -, all'interno del nostro Segretariato regionale, che ha competenze in materia di tutela: darà il parere se l'edificio si può demolire oppure no e di conseguenza sulla rimozione del vincolo». Nell'ordine, dunque, sarà prima la Soprintendenza, che ha a disposizione 120 giorni, a valutare il progetto e preparare l'istruttoria da presentare alla Commissione, che si riunisce una volta al mese. Quest'ultima, però, può anche decidere di appellarsi a un organo superiore, il Comitato tecnico del Mibac. Probabilmente, se tutto filerà liscio, entro la fine dell'anno si potrebbe scoprire l'esito di palazzo Economo. Poi, il Comune deve bandire la gara e affidare il progetto definitivo. Se ne riparla quindi nel 2020. 

Benedetta Moro

 

 

Che aria tira a Muggia ? L'ARPA assegna il bollino di qualita' - il report ambientale

MUGGIA. «Non ci sono evidenze di particolari problematicità legate alla qualità dell'aria nella zona di Muggia». Inizia così la relazione dell'Arpa presentata l'altro giorno a un incontro pubblico in Sala Millo. I risultati dell'indagine, illustrati dal direttore dell'agenzia Stellio Vatta e dal responsabile Sos Qualità dell'aria Fulvio Stel, sono emersi da tre distinti approfondimenti: in primis sono stati analizzati i principali parametri della qualità dell'aria dell'intera fascia transfrontaliera da Trieste a Capodistria, successivamente si sono svolte delle indagini sulle deposizioni di polveri e microinquinanti, infine l'Arpa ha integrato i dati delle stazioni di misura a terra con i risultati dei modelli matematici di dispersione delle polveri nell'intero Golfo triestino. Per quanto riguarda la qualità dell'aria, per il report ci si è basati sui dati raccolti nella "Relazione transfrontaliera sulla qualità dell'aria" realizzata dall'Arpa stessa assieme all'omologa Agenzia slovena per l'ambiente, l'Arso, studio che ha valutato la qualità dell'aria e il livello dell'inquinamento atmosferico di fondo nelle aree transfrontaliere nel periodo 2009- 2017. «Lo studio ha evidenziato che nell'area di Muggia e Capodistria non sono presenti particolari criticità connesse ai principali inquinanti: le polveri sottili Pm10 e Pm 2,5 e gli ossidi di azoto sono ampiamente inferiori ai limiti fissati dalle direttive europee. Sussiste, invece, una criticità per l'ozono, che è un problema per tutta l'Europa, che deve essere affrontato con politiche a livello sovranazionale», si legge nella relazione dell'Arpa. Le deposizioni di microinquinanti (benzopirene) e di polveri sono stati indagati invece nell'area di Porto San Rocco dall'ottobre del 2018 sino al marzo scorso. E nemmeno per quanto riguarda i microinquinanti la zona di Muggia presenta criticità dato che «i livelli sono sempre mediamente più bassi rispetto a qualsiasi postazione di misura di Trieste e tranquillamente al di sotto della soglia di legge». Infine, Porto San Rocco, nel periodo di studio, «non è stato impattato da un significativo flusso di materiale particolato in ricaduta». Questa conclusione è confermata anche dagli studi integrati dai modelli matematici di dispersione delle polveri nell'intero Golfo, che evidenziano un rapido decremento del flusso di polveri aerodisperse via via che ci si allontana dalle sorgenti di emissioni presenti nella zona industriale (Servola ad esempio). «Sono soddisfatta - così l'assessore all'Ambiente di Muggia Laura Litteri - del fatto che i dati presentati confermino che la qualità dell'aria nel nostro territorio sia buona. Di certo i muggesani non vivono le problematiche triestine relative a Ferriera e inceneritore. Non direttamente per lo meno, anche se non si può sottovalutare che, a causa dei venti predominanti, se ne possa a volte risentire. Sicuramente per quanto riguarda la Ferriera molto è stato fatto dal 2012 ad oggi. Quanto all'inceneritore, che brucia i rifiuti non differenziati, il Comune di Muggia è riuscito con il sistema "porta a porta" a dimezzare proprio la quantità di rifiuto indifferenziato prodotta, contribuendo così alla qualità dell'aria che respiriamo».

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 luglio 2019

 

 

La vecchia cava è da bonificare E Sgonico perde 200 mila euro

La legge impone al Comune uno sgombero di inerti nella zona di Rupinpiccolo Il privato responsabile è in difficoltà: è improbabile che l'ente recuperi quei soldi

SGONICO. Una mazzata da 200 mila euro. È l'imprevisto capitato al Comune di Sgonico, che dovrà impegnare tale cifra per sgomberare dai detriti una cava nei pressi di Rupinpiccolo. A originare la spesa è il Codice dell'ambiente del 2006, in base al quale «l'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati» e «il sindaco dispone con ordinanza le operazioni necessarie allo sgombero dei rifiuti e il termine entro cui il titolare deve provvedere», quindi «procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati e al recupero delle somme anticipate». Ma il recupero dei soldi, in questo caso, è improbabile. È proprio questa la situazione in cui si ritrova l'amministrazione retta dal sindaco Monica Hrovatin dopo la chiusura forzata dell'attività della Eco Carso. Quest'ultima aveva infatti acquistato la cava qualche anno fa, aggiungendo alla naturale attività estrattiva anche quella di recupero di inerti edili. La Provincia, all'epoca competente per le attività estrattive, aveva riscontrato però alcune irregolarità sospendendo l'autorizzazione all'esercizio d'impresa e dandone comunicazione all'amministrazione di Sgonico che, a sua volta, aveva emesso un'ordinanza di sgombero dei materiali ancora presenti nella cava. Il provvedimento non aveva mai trovato riscontro, anche perché nel frattempo le difficoltà economiche della Eco Carso erano notevolmente aumentate, al punto che l'impresa aveva non solo dovuto rinunciare a ottemperare all'ordinanza ma anche a vendere all'asta la cava stessa. A comperarla, a febbraio 2016, era stata la Marmi Repen srl. Dopo più di tre anni di attesa, adesso i nodi stanno venendo al pettine e l'amministrazione ha iniziato la procedura che porterà allo sgombero dei materiali residui. «Si tratta di un impegno di spesa di circa 200 mila euro - sottolinea Hrovatin - che andrà a toccare le spese correnti. Il nostro programma prevede miglioramenti nelle scuole e nelle strade, attività culturali e artistiche, tutte iniziative che dovremo limitare. Avevamo appena accolto con soddisfazione la notizia di un rimborso a nostro favore, originato dal riconoscimento dell'extra gettito Imu. Un vero peccato». Il Comune di Sgonico, non avendo a disposizione una struttura capace di provvedere allo sgombero della cava, dovrà esternalizzare tale servizio, allestendo una gara. D'altra parte è anche giusto che la Marmi Repen, che ha regolarmente acquistato la cava all'asta, possa cominciare a operare nell'ambito di un bene proprio. «La legge - spiega Ales Petaros, capo dell'Ufficio tecnico del Comune - prevede che l'amministrazione possa poi rivalersi nei confronti di chi non ha ottemperato allo sgombero, disattendendo così l'ordinanza del sindaco, ma è improbabile che un'impresa costretta a vendere la cava possa ora trovare le risorse per ricompensare il Comune».-

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 24 luglio 2019

 

 

Alpi, superfici glaciali in ritirata Estensione sparita per il 60%

Più a rischio se assolati e sotto i 3.000 metri. Con lo scioglimento sale il mare: 3,5 mm l'anno Nel 2100 nell'arco alpino con 4-5 °C in più se ne sarà andato il 90 per cento del ghiaccio

Di targhe come quella islandese per celebrare ghiacciai estinti sulle Alpi ne potremmo installare a decine. A sparire per ora sono stati soprattutto piccoli ghiacciai su versanti soleggiati a quote inferiori a 3.000 metri. Il Galambra, in Val Susa, è uno di questi: immortalato in cartoline storiche con una bella parete bianca immersa in un lago, a inizio Novecento vi si cavava il ghiaccio da vendere ai mercati di Torino. A segnarne la fine i 2 °C di aumento termico in un secolo. Oggi non è che una pietraia orlata da qualche nevaio. Al posto del ghiacciaio Quarnero, sul Monviso, ora c'è uno specchio d'acqua, e la stessa sorte è toccata a quello della Losa, sul Gran Paradiso. Poco più in là, sopra Ceresole Reale, c'era il ghiacciaio della Porta: la mulattiera di caccia voluta da Vittorio Emanuele II ora si ferma in un deserto di pietre al confine di quello che ai tempi era l'ammasso glaciale. Passando alle Alpi centrali, non c'è più il ghiacciaio del Pizzo Varuna (Bernina), e sulle Dolomiti si sono spogliati anche i celebri Sassolungo e Sassopiatto. Ma sono a rischio estinzione pure i ghiacciai più grandi: il Careser nell'Ortles-Cevedale, quello di Fontana Bianca in Alto Adige e quello di Sarennes nelle Alpi francesi. la deglaciazione - I dati sulla deglaciazione in atto sono impressionanti: nel 1850, al culmine della Piccola Età Glaciale iniziata sei secoli prima, l'arco alpino ospitava quasi 4.500 chilometri quadrati di superficie glaciale, ridottisi a meno di 1800 negli anni recenti secondo l'Università di Zurigo: una contrazione del 60 per cento che ci ha portati in una situazione verosimilmente inedita da almeno 5.300 anni, dacché la mummia Oetzi venne sepolta per riemergere solo nella calda estate 1991, la prima di una lunga serie. E le simulazioni per il futuro non lasciano scampo. I ghiacciai impiegano anni a mettersi in equilibrio con il clima, e anche senza un ulteriore incremento di temperatura perderebbero un altro terzo della superficie attuale. Se poi continueremo a seguire una traiettoria ad elevate emissioni-serra, nel 2100 con le Alpi più calde di 4-5 °C se ne sarà andato oltre il 90 per cento del volume di ghiaccio presente oggi, i cui ultimi relitti incappucceranno solo i «quattromila» come il Monte Bianco e il Monte Rosa. i dati della nasaDi tutto ciò preoccupa non tanto lo stravolgimento paesaggistico, quanto la riduzione dei deflussi idrici estivi e soprattutto l'aumento dei livelli marini. Secondo le misure satellitari della Nasa gli oceani globali sono saliti di 9 centimetri negli ultimi 25 anni, ovvero 3,5 millimetri all'anno, anche se non tutti derivanti dalla fusione glaciale. Sembrerà poco, ma forse non la pensano così gli abitanti dei quartieri già allagati di Giakarta, cui tra pochi decenni si aggiungeranno quelli di Grado, Venezia, Chioggia. Allora sarà evidente il filo che lega l'esistenza di un remoto ghiacciaio islandese e quella di milioni di persone che abitano le coste del mondo, Italia inclusa.

Luca Mercalli

 

 

Meno plastica e più ambiente con il Green Team sulle spiagge

Campagna di sensibilizzazione su sovrapproduzione e riciclo In regalo borraccia d'alluminio in cambio delle bottigliette Progetto patrocinato da Arpa

TRIESTE. Un "Green Team" che sulle spiagge di Grado e Lignano raccoglie tra i bagnanti le bottiglie di plastica regalando in cambio una borraccia di alluminio riutilizzabile. È l'iniziativa promossa e organizzata dal Gruppo Illiria: si intitola #NonTiScordarDiMe Tour il progetto itinerante che affronta il tema plastica, non solo in termini di sensibilizzazione alla sovrapproduzione, ma soprattutto quanto a cultura al riciclo e al riutilizzo: un progetto patrocinato da Arpa Fvg e realizzato in collaborazione con Lignano Sabbiadoro Gestioni e Git Grado. La prima parte del Tour è già partita e proseguirà anche in agosto sul lungomare delle due località balneari. Un Green Team Illiria composto da 4 "promoters" muniti di carriola ecologica percorre le spiagge raccogliendo fra i bagnanti le bottiglie di plastica e regalando una borraccia in alluminio riutilizzabile. Tutte le bottiglie raccolte in giornata vengono portate in speciali "conferitori" per la raccolta di Pet installati sul lungomare di Grado e Lignano: sono enormi secchielli ben visibili. Nelle vicinanze è presente personale di Arpa per illustrare le attività relative ai nodi dei rifiuti spiaggiati, in particolare quelli di plastica, sviluppate a supporto della strategia regionale per lo sviluppo sostenibile. L'iniziativa non mira solo a ridurre l'uso della plastica sulle spiagge della regione. Per ogni bottiglia raccolta Illiria stanzierà 10 centesimi a favore di un progetto per il nostro territorio mirato a sensibilizzare sul problema dell'inquinamento causato dalla dispersione della plastica. In autunno partirà la seconda parte del #NonTiScordarDiMe Tour, in cui il Green Team presidierà i luoghi e le manifestazioni più rilevanti e frequentati della regione.

 

 

Report transfrontaliero sull'aria di Muggia - la presentazione oggi alla sala Millo

MUGGIA. "La qualità dell'aria a Muggia e nel Golfo di Trieste".È questo il titolo dell'incontro pubblico in programma oggi alle 18 a Muggia all'interno della sala "Gastone Millo" di piazza della Repubblica. All'incontro, tra gli altri, prenderanno parte in qualità di relatori il direttore generale Arpa Fvg Stellio Vatta e il responsabile Sos qualità dell'aria della stessa Arpa Fulvio Stel. Hanno annunciato la loro presenza anche gli assessori all'Ambiente del Comune di Muggia Laura Litteri e della Regione Fabio Scoccimarro. L'incontro è stato indetto per presentare la relazione transfrontaliera sulla qualità dell'aria attraverso il resoconto dei monitoraggi condotti nel comprensorio di Muggia su polveri e microinquinanti. Verrà illustrato, inoltre, "Cabiria", il nuovo sistema di valutazione delle polveri nel Golfo di Trieste. «Sono molto felice di presentare a Muggia questo lavoro transfrontaliero fatto dall'Arpa in collaborazione con i colleghi di Capodistria dato che i temi ambientali non hanno confini e chi lavora in campo scientifico sa bene che la collaborazione tra stati è fondamentale per la ricerca», commenta Litteri. L'incontro si chiuderà attorno alle 19.15 con le domande del pubblico presente in sala.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 23 luglio 2019

 

 

Accordo di programma ancora fermo al palo - Stallo su Porto Vecchio

A distanza di mesi dalla richiesta del Comune, la Regione non ha firmato l'intesa essenziale per aggiornare il Piano regolatore e gestire la vendita dei magazzini

Trieste. Il gruppo austriaco che vuole costruire due hotel fronte mare da 160 milioni di euro. Importanti società con sede in Svizzera e Belgio interessate al blocco di magazzini accanto all'area Greensisam. Il colosso Msc da tempo associato all'ipotesi di un nuovo terminal per navi da crociera. Sono i progetti di peso che circolano da anni per il rilancio del Porto vecchio di Trieste. Peccato che nessuno di questi, ultimamente, abbia fatto progressi o passi avanti concreti. Nonostante il sindaco Roberto Dipiazza ripeta da tempo di avere la fila di imprenditoria pronti ad r aggiudicarsi un pezzo della pregiata area, a tutt'oggi lo stallo è totale. Mancano gli strumenti urbanistici e giuridici per dare avvio alla trasformazione dei 66 ettari del comprensorio. Non è stato fatto l'aggiornamento del Piano regolatore. E, prima ancora, non è stato siglato fra Regione, Comune e Autorità portuale l'accordo di programma, documento propedeutico proprio alla variante urbanistica, ma anche strumento che consentirà in seguito ai potenziali compratori o concessionari di acquisire il diritto sulle aree con passaggi burocratici estremamente semplificati. Manca, infine, il via alla società di gestione, di cui faranno parte sempre Regione, Comune e Autorità portuale, e che si occuperà di seguire le future vendite. La richiesta di adesione all'accordo di programma è stata inviata dal Comune lo scorso marzo. L'Autorità portuale ha risposto, la Regione no. Non ancora, almeno, anche se il presidente Massimiliano Fedriga assicura che i suoi tecnici ci stanno lavorando sodo. Nessun decollo ufficiale nemmeno per la società di gestione. La firma pareva imminente già alcuni mesi fa, poi non se ne è saputo più nulla. Pure in questo caso il governatore assicura la volontà di accelerare, chiudendo la partita entro l'estate. Prima ancora, però, è necessario fare un'apposita norma, che sarà inserita nell'assestamento di Bilancio in discussione da oggi: manca dunque ancora anche la base normativa. Eppure lo scorso novembre, in uno dei tanti briefing di aggiornamento sul Porto vecchio, in cui era stata presentata la delibera con le linee di indirizzo generali sul futuro assetto dei 66 ettari di Porto vecchio, approvata poi a febbraio, Dipiazza aveva promesso che la sottoscrizione dell'accordo di programma sarebbe stata piuttosto celere, tra fine 2018 e inizio 2019, prevedendo dunque a giugno 2019 il periodo in cui iniziare a bandire le gare per gli edifici che il Comune ha classificato come vendibili e che si concentrano soprattutto nella zona "mista", estesa tra le concessioni Greensisam e il Magazzino 26. A oggi, invece, chi chiama gli uffici comunali per presentare una manifestazione d'interesse, riceve la seguente risposta: «I magazzini non sono in vendita». Non possono che restare con le mani in mano quindi, in attesa di capire il da farsi, tutti quegli investitori che finora hanno bussato alla porta del primo cittadino, presentando rendering e proposte milionarie per la costruzione di hotel e centri commerciali, per dirne un paio. Ma perché è fondamentale questo accordo? È propedeutico, come accennato, alla variante del piano regolatore del Porto vecchio ovvero alla modifica dell'attuale assetto urbanistico, che specifica ciò che si potrà fare e ciò che non si potrà fare nell'area. Al momento esistono infatti solo delle ampie linee d'indirizzo, contenute nella delibera citata, che indicano quali magazzini avranno uso pubblico e quali rimarranno sotto l'egida del demanio. Ma l'accordo è essenziale soprattutto in vista dell'inserimento della funzione residenziale, che renderà così il Porto vecchio parte del centro storico. Una sorta di "quarto borgo". A questo proposito l'assessore comunale all'Urbanistica Luisa Polli, assieme a Dipiazza, ha più volte detto di voler dedicare alla parte abitata una quota tale da non superare il 10% dell'edificabilità: le abitazioni saranno ospitate nel sotto-sistema "misto" (che va dal Magazzino 26 verso la stazione) e in quello ludico-sportivo, che definiscono l'area assieme a quello scientifico congressuale (Magazzino 26, Esof, Centro Congressi) al sistema dei Moli (Autorità Portuale). Ma per far decollare questa impostazione, appunto, serve il sì degli altri partner. Che, nel caso della Regione, tarda ad arrivare. 

Benedetta Moro

 

Dall'Austria all'Asia passando per la Russia Una fila di investitori già in attesa alla porta - LE MANIFESTAZIONI D'INTERESSE

TRIESTE. È già piuttosto corposa la lista delle proposte, arrivate in questi ultimi anni tra le mani del sindaco Roberto Dipiazza, di chi vorrebbe acquistare e rinnovare i magazzini del Porto vecchio, se non addirittura ribaltare come un calzino determinate aree dell'antico scalo. Ad oggi l'unica società che è riuscita a metterci un piede dentro è ad ogni modo la Trieste Convention Center, che con il Comune ha dato vita, attraverso un project financing mirato, al cantiere che porterà alla luce nel 2020, secondo il cronoprogramma stilato, il nuovo Centro congressi. Giusto in tempo per Esof. Un cantiere, questo, che arriva dopo la nascita del Park Bovedo e, andando indietro nel tempo di un bel po', dopo le ristrutturazioni del Magazzino 26, della Centrale idrodinamica e della Sottostazione elettrica. Tutti gli altri potenziali investitori, provenienti per la maggior parte dall'estero, sono proprio in attesa del via all'accordo di programma tra Regione, Comune e Autorità portuale e della delibera che dia corpo alla variante al Piano regolatore, fondamentale per l'attività di vendita e per l'affidamento delle concessioni di tutte le strutture che meritano, a vario titolo, di essere valorizzate in Porto vecchio. Tra le prime manifestazioni d'interesse giunte sulla scrivania del primo cittadino c'è stata ad esempio quella riguardante la cosiddetta area Greensisam attraverso la quale si è più volte cercato di trasformare i cinque sili affidati in concessione per 99 anni. A questo proposito si era palesata una società austriaca, con sede in territorio italiano a Bolzano, che avrebbe previsto in cinque anni la realizzazione di due hotel fronte mare e la conversione degli altri immobili in residenze. L'investimento? Centosessanta milioni. E c'era poi pure Manfred Siller, l'amministratore delegato dell'austriaca Siller Real Estate, che già nel 2016 aveva intenzione di trasformare l'antico scalo in scia al modello amburghese: il porto tedesco, in effetti, è stato oggetto di una brillante operazione di recupero nota in tutto il mondo. Nel 2017 si erano affacciati anche due fondi di investimento americani e un altro russo con la volontà di comprare tutto. Nello stesso anno già si iniziava, peraltro, a parlare della realizzazione di un terminal crocieristico al posto dell'Adriaterminal. A capo dell'operazione il colosso Msc, teso a porre le proprie basi anche a Trieste. A maggio del 2018 erano arrivati quindi in città i rappresentanti di importanti società con sede in Svizzera e in Belgio. L'occhio si era fermato sul blocco di quattro magazzini subito accanto ai cinque targati Greensisam. Il progetto? È rimasto top secret. Ad aprile di quest'anno invece Dipiazza parlava di «tantissime lettere di varie società interessate: c'è il settore immobiliare di una nota multinazionale, un imprenditore russo, e un altro montenegrino. Vedremo. Noi come Comune abbiamo fatto il nostro: il progetto di urbanizzazione, la viabilità. Tutto questo in meno di due anni, calcolando anche il parcheggio Bovedo». Ed è stato più volte tirato in ballo il destino del Magazzino 30: su questo, sempre secondo il sindaco, c'è l'interessamento di una nota catena del settore agroalimentare. Per non dimenticare, e la conferma dell'Autorità portuale è di maggio scorso, gli investimenti immobiliari, anche con attività di tipo industriale, che potrebbero beneficiare del regime di Porto franco, attraverso alcuni investitori asiatici con garanti inseriti in società lombarde ed emiliane. Di loro si sa solo che sarebbero a capo di gruppi che operano nel settore immobiliare, logistico e industriale, dalla componentistica ai materiali da costruzione.

Be.Mo. 

 

 

Un clic e lo smartphone segnala la noce di mare

La nuova applicazione dell'Ogs è stata lanciata per raccogliere informazioni su una delle specie invasive più dannose al mondo

Ambiente - Mentre fate un bel bagno ristoratore o una passeggiata sul lungomare tenete gli occhi ben aperti e lo smartphone sottomano: le vostre osservazioni possono aiutare i ricercatori a studiare il nostro Adriatico. Grazie a un'app ideata da dall'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) con pochi clic potrete contribuire alla raccolta d'informazioni sugli avvistamenti delle noci di mare, organismi gelatinosi che negli ultimi anni stanno invadendo i nostri mari e particolarmente la zona dell'Alto Adriatico. L'applicazione, avvistApp, è stata lanciata in questi giorni per smartphone con sistema operativo iOS o Android ed è semplice da usare: una volta individuato l'organismo è possibile scattare una foto geolocalizzata e inviare una segnalazione con il proprio cellulare. Oltre alla noce di mare, con avvistApp è possibile segnalare anche altri organismi molto comuni per il nostro mare, come meduse, tartarughe e delfini. I dati saranno raccolti e analizzati dai ricercatori dell'Ogs e messi a disposizione di tutta la comunità scientifica. Ma perché la noce di mare? «Questo organismo è originario delle coste atlantiche dell'America ed è giunta nel Mediterraneo probabilmente con le acque di zavorra delle navi. A una prima osservazione sembra simile a una medusa ma in realtà non ne è nemmeno lontana parente, è uno ctenoforo. Anche se non è urticante per l'uomo la noce di mare, Mnemiopsis leidyi, può rappresentare un notevole problema per l'ecosistema marino: questa specie è infatti un vorace predatore che si ciba di uova e larve di pesce ma anche di zooplancton, del quale si nutrono i pesci stessi» spiega Valentina Tirelli, biologa marina di Ogs e coordinatrice del progetto. «A causa degli effetti negativi che Mnemiopsis leidyi può determinare è stata inserita nella lista delle 100 specie invasive più dannose al mondo. Dall'estate 2016 la noce di mare forma enormi sciami anche in Nord Adriatico, creando seri problemi al settore della pesca nella laguna di Grado e Marano» precisa la ricercatrice. La specie presenta caratteristiche fisiologiche che la rendono particolarmente adatta a invadere nuovi ambienti. Nel suo habitat originario può vivere a temperature comprese tra gli 0 e 32 gradi, è ermafrodita e con un'elevata fertilità. Grazie al progetto "Noce di mare", l'Ogs potrà approfondire le dinamiche della sua proliferazione e valutarne l'impatto sull'ecosistema.

Giulia Basso

 

 

SEGNALAZIONI - Passeggio S. Andrea - Non ci sono alberi pericolosi

In riferimento alla segnalazione del signor Cristiano Centis apparsa sulla rubrica delle Segnalazioni de Il Piccolo di data 10 luglio 2019 questa Amministrazione ritiene necessario precisare che gli alberi di Passeggio Sant'Andrea sono stati oggetto di potatura nel periodo novembre - dicembre 2017, con un cantiere ha occupato l'area per circa 2 mesi. Ulteriori interventi di potatura, prescritti in occasione delle recenti verifiche di stabilità, sono stati eseguiti a carico di alcuni alberi nei primi mesi del 2019. La Via di campo Marzio è stata invece oggetto di potatura nel mese di marzo 2019. Si segnala che tutti gli alberi sono oggetto di periodica valutazione di stabilità fra i quali il platano che ha subito il cedimento di una branca in occorrenza di condizioni meteorologiche avverse nella serata del 6 luglio. La pianta è stato oggetto di controllo di stabilità nel dicembre 2017 e, attesi gli esiti della verifica, è stato eseguito un consistente intervento di potatura di alleggerimento sempre nel dicembre 2017. Alla luce di quanto sopra le affermazioni riportate non solo non sono corrette quando riferisce dell'assenza da anni di interventi di potatura, ma non hanno alcun fondamento, anche in merito alla asserita elevata pericolosità degli alberi, fermo restando che in occasione di eventi meteorologici di particolare intensità, soprattutto durante la stagione vegetativa con la presenza di una densa chioma, anche alberi sani e potati possono subire danni.

Elisa Lodi - Assessore ai Lavori Pubblici Comune di Trieste

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 22 luglio 2019

 

 

Cittadella sportiva in via Locchi con l'alleanza Samer-Comune

Il progetto si basa sul recupero delle strutture inutilizzate e sul restyling del tetto del park. Operazione da 2 milioni

Pallanuoto Trieste, San Giusto Scherma, Fiamma Karate, Calicanto: su questo quadrilatero associativo poggia un ambizioso progetto che ha come obiettivo recuperare le strutture inutilizzate di via Locchi, sotto la sede della Polizia locale, per conferire a esse polifunzionalità di utilizzo sportivo. Il pivot finanziario della riqualificazione è la Samer, perché l'idea del lifting è venuta al capitano-console Enrico. Dal punto di vista tecnico-amministrativo, si tratta di un project financing in accordo con il Comune, proprietario del sito. Il valore dell'operazione è di 2 milioni di euro. Il proposito, equipaggiato di rendering e di ulteriori particolari in cronaca, sarà presentato tra un paio di settimane con i crismi dell'ufficialità. La notizia non è nuovissima, perché se ne era parlato già a inizio d'anno, quando ad anticipare alcuni aspetti del fascicolo era stato l'assessore allo Sport, Giorgio Rossi, che però non fece il nome dell'investitore privato. A sollecitare l'attenzione giuntale verso il recupero dell'area abbandonata fu il presidente della IV commissione consiliare Michele Babuder.Adesso il refitting di via Locchi è uscito dal riserbo, avendone accennato lo stesso Samer in una recente occasione pubblica. Contesto e programma meritano un rapido approfondimento. Innanzitutto l'intervento Comune-Samer riguarderà una palestra da anni in disuso, l'ex sede della Pallacanestro Trieste, una parte della copertura del park Sant'Andrea (accesso da via Carli). In sostanza, due piani vuoti da ristrutturare cui si aggiunge il tetto del garage. Samer ha impostato il negoziato con Rossi e con il direttore dei Lavori pubblici, Enrico Conte. Il recupero si veste di giovane, tant'è che una delle proposte di Samer riguarderà l'organizzazione di corsi dopo-scuola ad affiancare l'attività sportiva. Lo svolgimento di centri estivi rinforzerà l'utilizzabilità di questa porzione di via Locchi. Sia Rossi che Samer hanno visto in questa realizzazione l'opportunità di dare vita a una "cittadella dello sport" coinvolgendo l'intera impiantistica esistente nella zona: quindi il polo natatorio della Bianchi, la palestra usata prevalentemente dal basket ma non disdegnata dai campionati di volley, il campo di calcio del Sant'Andrea sul quale sta per iniziare un ripristino da mezzo milione di euro. Samer, patron della pallanuoto, pensa inoltre di evitare ai suoi atleti l'avanti/indietro per gli allenamenti da San Giovanni. Ma pensa soprattutto alla posizione strategica del futuro impianto: non è lontano dal centro e comunque è ben collegato dal trasporto pubblico, c'è il parking (tra l'altro proprio sotto i campi "open"). C'è un ampio bacino di utenza rappresentato da non meno di duemila persone che lavorano nel "polo direzionale" formato da Fincantieri (palazzo della Marineria), da Italia Marittima (idem), da Allianz (largo Irneri), da Autovie Venete e da Friulia: non faranno agonismo, ma qualche momento ginnico-sportivo potranno anche permetterselo. Senza dimenticare la presenza del comando regionale della Guardia di Finanza. A poche decine di metri, quasi un naturale serbatoio di energie fresche per le discipline sportive, il complesso scolastico "Campi Elisi" con gli istituti de Morpurgo e Stock. Dopo che si sarà fatta "Samer sport city", mancherà ancora una casella alla redenzione dell'area: l'ex mensa della Fabbrica Macchine, dove oggi pranzano topi e insetti. Cliente fissa delle alienazioni comunali, senza corteggiatori.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 21 luglio 2019

 

 

Slovenia, uccisi 38 orsi ma per gli allevatori si procede troppo piano - legge d'intervento urgente

LUBIANA. La legge della Slovenia di intervento urgente che permette l'abbattimento di 200 orsi e 11 lupi entro la primavera del 2020 è entrata oramai nella fase operativa. Ad oggi i cacciatori hanno abbattuto 38 orsi ma le associazioni che raggruppano gli agricoltori e gli allevatori sono ancora scontente e protestano perché l'abbattimento procede troppo a rilento e orsi e lupi, nel frattempo, continuano a devastare i campi e a fare stragi tra le greggi. Secondo le associazioni il rilascio dei permessi per l'uccisione degli orsi va troppo a rilento e hanno annunciato nuove proteste contro il governo e il Parlamento se entro la metà di agosto la situazione non migliorerà, termine in cui si riunirà nuovamente il Consiglio per la valutazione dei danni arrecati ad agricoltura e allevamento in Slovenia dagli animali selvatici. Fino ad oggi a partire dal 1 gennaio il danno arrecato dagli orsi ammonta a 42 mila euro. Allevatori e agricoltori chiedono che tutti vengano forniti della necessaria recinzione e non solo quelli che hanno già subito danni da orsi o lupi e chiedono che per gli appezzamenti più vasti o per i pascoli sia previsto il permesso orale per l'abbattimento in tempo reale della bestia quando questa viene individuata. Inoltre si chiede che oltre all'orso e ai lupi si possa abbattere anche lo sciacallo dorato. All'inizio la trafila per ottenere il permesso di abbattimento era davvero lunga, ammette al Delo di Lubiana Miha Marence del Servizio forestale della Slovenia, ma adesso tutto si è velocizzato, bisogna comunque tener conto che per sparare a un orso bisogna mettere in funzione un procedimento amministrativo che vuole i suoi tempi. Fino ad oggi non è stato abbattuto ancora nessun lupo i cui attacchi agli insediamenti agricoli e agli allevamenti (complessivamente 138) hanno causato quest'anno danni in Slovenia pari a 96 mila euro.

M. Man. 

 

Diportisti salvano una tartaruga ferita

Sono riusciti a tenerla ferma vicino alla barca, chiamando i soccorsi. Da Grado l'esemplare è stato trasferito a Miramare

GRADO. Salvata in mare, in zona Porto Buso, una giovane tartaruga leggermente ferita che non riusciva più a immergersi. È accaduto ieri verso le 11, quando a Circomare è giunta la richiesta di soccorso da parte di alcuni diportisti che avevano notato la tartaruga in difficoltà. Diportisti che diligentemente sono riusciti a tener fermo l'animale nei pressi della loro barca in attesa dell'arrivo dei marinai di Circomare, che sono giunti sul posto, a circa 3 miglia e mezzo dall'ingresso di Porto Buso, con la motovedetta 846. La tartaruga, lunga una cinquantina di centimetri, aveva una leggera ferita alla testa ma evidentemente era tramortita tanto che non riusciva a immergersi. Con molta probabilità era stata da poco colpita alla testa da un'elica di qualche imbarcazione. Gli uomini di Circomare l'hanno recuperata e issata a bordo, dopo l'hanno coperta anche con delle coperte, ovviamente bagnate con acqua di mare. Giunti sul molo Torpediniere c'erano dei colleghi con un piccolo contenitore riempito con acqua di mare. Sul posto è arrivato anche il veterinario con al seguito un contenitore ben più grande. La tartaruga è stata quindi trasportata in un primo tempo fino al ricovero di Terranova per poi, dopo le prime cure, essere ulteriormente trasferita a Trieste, al centro di Miramare dove sarà rimessa in piena forma prima di liberarla nuovamente in mare. 

Antonio Boemo

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 20 luglio 2019

 

 

Studenti tedeschi e Sos Carso insieme per pulire l'ambiente - IL GEMELLAGGIO ECOLOGICO

«Dopo alcuni mesi di contatti possiamo dire con orgoglio che Sos Carso ha fatto la sua prima uscita ecologica internazionale con una scolaresca di ragazzi giunti dalla Germania». Cristian Bencich, portavoce dell'associazione ambientalista apolitica triestina, annuncia l'avvenuto "gemellaggio ecologico" con la scuola "Rudolf Steiner" di Nuertingen, località vicino a Stoccarda. «Dopo una nostra precedente ispezione al Villaggio del Pescatore, vicino alla zona paleontologica, abbiamo fatto circa tre ore di pulizia della scogliera, del sentiero e del parcheggio attiguo, raccogliendo complessivamente 19 sacchi neri tra barattoli, plastiche, microplastiche, reti di allevamento delle cozze, bottiglie, due copertoni d'automobile, una boa e alcuni pezzi di ferro», racconta Bencich. La "Rudolf Steiner" Schule è solita da anni organizzare ogni fine anno scolastico (per le 12 classi) una vacanza di volontariato in giro per l'Europa. Durante l'anno scolastico gli studenti tedeschi hanno organizzato mercatini e spettacoli di teatro fino a raccogliere la somma necessaria per affrontare questa loro esperienza. «Quest'anno siamo stati noi i fortunati a ricevere la loro visita e sono stati semplicemente fantastici. Oltre all'ennesima raccolta di rifiuti avvenuta nel nostro territorio, per una volta forse l'aspetto minore di questa uscita, è davvero giusto sottolineare il grandissimo gesto fatto da questi ragazzi ed insegnanti che di fatto si sono pagati di tasca propria questa "vacanza" per venire a ripulire un pezzo della nostra provincia», ha aggiunto il cofondatore di Sos Carso, Furio Alessi. In tutto sono stati 25 gli studenti della Steiner presenti nel comune di Duino Aurisina. Assieme a loro, tre insegnanti. Fondamentali per il lavoro di cooperazione le traduttrici Lea ed Enrica, presenti durante la lunga seduta di pulizia. Allo sgombero del materiale ha partecipato anche l'associazione Trieste senza sprechi. «Speriamo che queste azioni e questi messaggi servano a far capire che il destino del mondo dipende anche e soprattutto da questi piccoli gesti», hanno concluso all'unisono Bencich e Alessi. L'ennesimo piccolo gesto compiuto, gratuitamente, da Sos Carso.

Riccardo Tosques

 

 

 

 

GREENSTYLE.it - VENERDI', 19 luglio 2019

 

 

Clima: obbligo porte chiuse per i negozi a Milano, nessuno lo fa

Porte aperte nei negozi milanesi nonostante un'ordinanza che ne imponga la chiusura a tutela dell'ambiente.

Smog e inquinamento atmosferico hanno portato a Milano a un’ordinanza che impone ai negozi di tenere le porte esterne chiuse. Un provvedimento approvato per tutelare la salute, ma anche e soprattutto per ridurre la necessità di utilizzo (in estate come in inverno) di condizionatori d’aria e impianti di riscaldamento. Una misura nata quindi per ridurre le emissioni nocive nell’aria e ridurre l’inquinamento atmosferico di Milano, che vede negli impianti di riscaldamento uno dei maggiori responsabili dello smog meneghino. A sollevare nuovamente la questione, al centro già nei mesi scorsi di accese polemiche, l’esponente dei Verdi Cristina Simonini e poi Patrizia Bedori, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle. Un provvedimento che è già stato approvato (nel 2017) come sottolineato da Carlo Monguzzi, presidente commissione Ambiente. Come lamentano però Simonini e Bedori non sono scattati in seguito i necessari controlli in merito alla reale applicazione della normativa. In base ad alcune verifiche effettuate senza preavviso da Legambiente i negozi con porte aperte erano soggetti a forti dispersioni termiche, pur mantenendo temperature all’interno fino a 27 gradi (controlli effettuati a dicembre 2016). Lo scontro tra ambientalisti e commercianti sembra giocarsi soprattutto sul versante economico. Secondo i negozianti tenere le porte chiuse allontanerebbe i clienti influendo negativamente sugli affari. Inoltre, secondo i gestori degli “shop” milanesi, le porte aperte sono dotate di “lame d’aria” che riducono le dispersioni termiche fino all’80%. Una soluzione tuttavia poco gradita alle associazioni ambientaliste, che sottolineano il maggiore consumo energetico (+25%) legato a questa “soluzione”.

Claudio Schirru

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 19 luglio 2019

 

 

La rivolta dei bagnanti contro l'itticoltura approda in Regione

Gabrovec porta il tema in Consiglio sostenuto da Mervic «Sempre più impianti, stanno inquinando i fondali»

DUINO AURISINA. Bagnanti, residenti e ambientalisti si ritrovano uniti contro gli impianti per la piscicoltura. È "guerra del golfo" a Sistiana. La presenza di ben 58 "gabbie" di proprietà della Valle Ca' Zuliani, srl agricola con sede a Conselice nel Ravennate, destinate all'allevamento dei pesci e collocate «a circa 700 metri al largo del castello di Duino», come precisano i residenti, è all'origine di un'aspra polemica che vede assumere il ruolo di accusatori sia rappresentanti istituzionali, come i consiglieri Igor Gabrovec, esponente in Regione dell'Unione slovena, e Vladimiro Mervic, capogruppo della Lista per il golfo, sia privati cittadini e bagnanti, che denunciano la situazione sui social. Gabrovec e Mervic, preoccupati dalla crescita del numero delle gabbie - «negli ultimi mesi ne abbiamo viste una decina di nuove», precisa il secondo - si sono così rivolti ai rispettivi enti di riferimento. Gabrovec ha presentato un'interrogazione in Consiglio regionale «inerente - ha scritto - l'impatto derivante dalle attività di itticoltura prospicienti Duino, in quanto si origina un grave problema, a causa dei reflui organici prodotti dalle specie ittiche concentrate in uno spazio ridotto rispetto agli equilibri naturali e dai depositi di mangime non consumato. È buona norma localizzare le vasche in mare aperto, ove i fondali profondi e le correnti favoriscono la dispersione dei reflui. A Duino invece abbiamo fondali bassi e correnti marine esigue». La risposta dell'assessore regionale Stefano Zannier, che si è riferito a una nota dell'Arpa, ha trovato del tutto insoddisfatto Gabrovec: «Avevo chiesto notizie sullo stato del fondale e delle attività svolte per monitorare i depositi e non sulla qualità dell'acqua in superficie. I dubbi sullo stato di salubrità del fondale che, a detta di taluni, risulterebbe già molto compromesso, permangono». L'altra interrogazione, quella di Mervic, indirizzata al sindaco Daniela Pallotta in quanto «responsabile della salute pubblica», è stata da quest'ultima girata alla Regione. Il consigliere della Lista per il golfo si fa anche portavoce di molti pescatori e diportisti locali «che mi parlano di uno strato di prodotti di rifiuto, come feci, escrezioni di pesci e mangime non consumato, depositati sul fondale». Mervic, insomma, reclama che ci si veda chiaro, anche alla luce del fatto che la Valle Ca' Zuliani ha ricevuto a suo tempo un contributo di 177 mila euro nell'ambito del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca.-

Ugo Salvini

 

 

Isonzo «fortemente inquinato» Lo dice l'analisi Legambiente

Preoccupano i campionamenti eseguiti a Savogna, a Gradisca e a Gorizia Registrati sforamenti di legge significativi legati ai batteri di origine fecale

SAVOGNA. In territorio italiano il fiume Isonzo si presenta "fortemente inquinato" in almeno tre punti del suo corso: a Savogna d'Isonzo, nei pressi del depuratore di Gorizia; tra Gradisca e Villesse, anche in questo caso a valle del depuratore; e nel capoluogo isontino, dove il torrente Groina si immette nell'Isonzo. È il preoccupante - ma, purtroppo, non del tutto sorprendente - verdetto del monitoraggio condotto sul fiume transfrontaliero dai tecnici di Legambiente, arrivati nell'Isontino nell'ambito della quinta tappa di "Goletta dei laghi", la campagna nazionale che mira a portare all'attenzione dell'opinione pubblica il problema dell'inquinamento delle acque interne del nostro paese, quelle di fiumi e laghi appunto. La campagna arriva per la seconda volta nella nostra regione, dopo aver toccato lo scorso anno il lago di Cavazzo. Il monitoraggio è stato illustrato ieri mattina nella cornice verde del Parco di Piuma dal presidente di Legambiente Fvg Sandro Cargnelutti, dal suo omologo del circolo di Gorizia Luca Cadez e da Simone Nuglio, responsabile di "Goletta dei Laghi". All'incontro hanno preso parte anche numerosi rappresentanti di associazioni ambientaliste italiane e slovene perché l'iniziativa non ha trascurato il tratto sloveno dell'Isonzo, con l'indagine che si è concentrata su due fronti distinti. Da un lato sono stati effettuati dei campionamenti per verificare la presenza di microplastiche nell'acqua (e in questo caso i risultati dovrebbero arrivare nel corso dell'autunno), dall'altro sono state condotte analisi su sei siti distinti per valutare l'inquinamento microbiologico del fiume. E qui arrivano le prime note dolenti. Se i prelievi effettuati oltreconfine (a Salcano, a monte della diga, e nei pressi del ponte nel centro di Deskle) non hanno evidenziato particolari problemi, così come il prelievo nell'affluente Vipacco a Savogna d'Isonzo, tre punti dell'Isonzo in Italia sono caratterizzati da sforamenti significativi dei parametri di legge per ciò che riguarda la concentrazione di batteri di origine fecale, quelli legati cioè agli scarichi fognari nel fiume. Si tratta come detto di quelli vicini ai depuratori a Savogna e Villesse, e del sito a valle della traversa di Piuma, dove sfocia il torrente Groina e dove spesso molti goriziani fanno il bagno, ignari dei rischi ai quali vanno incontro. Anche per questo il presidente goriziano di Legambiente Luca Cadez ha chiesto "maggiore vigilanza" alle autorità locali, auspicando anche che l'entrata in funzione in futuro del nuovo depuratore di Staranzano e del "tubone" dell'Isonzo risolva i problemi legati agli scarichi fognari, così come avvenuto in Slovenia dopo l'attivazione del moderno impianto di depurazione. «La nostra attenzione su un fiume straordinario come l'Isonzo è alta - ha aggiunto il presidente regionale Cargnelutti -, e faremo pressione sulla Regione, sul Governo e sulle istituzioni della vicina Slovenia perché si arrivi finalmente al piano di bacino transfrontaliero, che è un nodo fondamentale da risolvere». A tal proposito due anni fa proprio le associazioni in difesa dell'Isonzo raccolsero 1.600 firme, presentate poi all'Unione europea, e la questione arrivò, attraverso un'interrogazione, anche in Parlamento.

Marco Bisiach

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 18 luglio 2019

 

 

Comune-  Riapre al pubblico dal 22 lo sportello sul Prgc

L'Ufficio Visure e informazioni sul Prgc (Piano Regolatore Generale Comunale), in passo Costanzi 2, al sesto piano, stanza 625, da lunedì prossimo, il 22 luglio, sarà nuovamente aperto al pubblico con i consueti orari: lunedì e mercoledì dalle 14.30 alle 15.30, martedì e giovedì dalle 12 alle 13. Lo fa sapere, attraverso un comunicato ufficiale diramato nella giornata di ieri, il Comune di Trieste, precisamente il Dipartimento Territorio, Ambiente, Economia e Mobilità.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 17 luglio 2019

 

 

L'Alto Adriatico è sempre più caldo Lo svelano 117 anni di misure non stop

La costanza dei rilievi fatti ogni giorno dai ricercatori triestini dice che la temperatura è salita di un grado in un secolo

Trieste. L'immagine romantica è quella di un termometro che per 117 anni passa da una mano all'altra degli scienziati che ogni giorno si sono presi la briga di rilevare e annotare su fitti registri la temperatura dello specchio d'acqua della Sacchetta di Trieste. Il termometro è diventato via via più tecnologico, ma la passione degli studiosi è rimasta la stessa e ne è scaturita una delle poche serie di dati capace di misurare su un così lungo periodo la temperatura superficiale di un pezzo di Mediterraneo. Lento ma inesorabile, dal 1899 al 2016 (ultimo anno preso in considerazione) l'Alto Adriatico è diventato più caldo di un grado e il tasso di crescita è destinato a intensificarsi, di pari passo all'effetto serra. I valori sono stati messi in fila dai ricercatori dell'Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), ospitato all'Area Science Park di Trieste, che ha così ripercorso una tra le più lunghe serie di dati esistenti relative al Mare nostrum. Sebbene le temperature marine si registrino da un secolo e mezzo, solo in rari casi esistono serie che superino qualche decade. I ricercatori hanno utilizzato osservazioni effettuate nel porto di Trieste, pubblicandone gli esiti sulla rivista internazionale Earth System Science Data. Ore di lavoro passate a inserire nei terminali quanto riportato nei vecchi registri ingialliti, dove ogni giorno venivano appuntati luogo, ora e profondità del rilevamento. Il risultato ha permesso di seguire il trend di crescita della temperatura delle acque superficiali: «Emerge - spiega Fabio Raichich, uno degli autori - un aumento della temperatura alla velocità media di 1,1 gradi per secolo». I valori medi incrementano però se si vanno a guardare solo i dati successivi al 1946. La serie compresa dal dopoguerra al 2016 registra infatti «un aumento di 1,3 gradi per secolo e inoltre si osserva che negli ultimi 20 anni è diventato molto più frequente rispetto al passato il raggiungimento o superamento dei 28 gradi durante l'estate». Dall'area compresa fra il molo Fratelli Bandiera e l'Ausonia, l'analisi si può estendere non solo al golfo - dove le cifre registrano le prevedibili escursioni termiche stagionali e i repentini cambi di temperatura imposti dall'arrivo della bora - ma anche al Mediterraneo settentrionale. Il valore della ricerca sta nella capacità di mettere insieme una serie di così notevole lunghezza, grazie all'opera passata del personale dell'Osservatorio marittimo, dell'Istituto geofisico e dell'Istituto Talassografico, seguendo i cambi di denominazione intercorsi nel tempo. Secondo Renato Colucci, coautore della ricerca, «avere serie lunghe e per quanto possibile omogenee è fondamentale per comprendere come l'evoluzione recente del clima possa aver influito sui parametri fisici del mare, in questo caso sulla temperatura. Rispetto alle osservazioni meteorologiche, il problema è che la complessità strumentale e logistica chiamata in causa dalle osservazioni marine ha per lungo tempo impedito la rilevazione di dati caratterizzati da sufficiente continuità e qualità». Ma a Trieste la pazienza degli scienziati ha fatto il miracolo. Si è cominciato con strumenti analogici nel 1899: prima termometri immersi manualmente, che dal 1934 sono diventati termografi capaci di registrare in modo automatico le rilevazioni su un rullo di carta. Ma la storia è fatta anche di bruschi stop: nel 1943 lo strumento si ruppe e fu impossibile reperire i pezzi di ricambio. Un nuovo termografo entrò in scena solo nel 1952. Il balzo tecnologico avviene nel 1986, con il passaggio al digitale: in questo caso i dati venivano raccolti per effetto di un termistoro, ovvero di resistenze elettriche capaci di minuziose rilevazioni orarie, registrate su supporti informatici.

Diego D'Amelio

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 16 luglio 2019

 

 

Magazzini in Porto vecchio - Verso una proroga di tre mesi a Greensisam

La vecchia concessione deve essere "vulturata" in locazione ma occorre risolvere il problema di chi deve pagare gli oneri di urbanizzazione

Greensisam si accinge a presentare una richiesta di proroga sulla partita che la impegna in Porto vecchio insieme al Comune. La volontà è di chiedere un periodo di 5 mesi ma la civica amministrazione è intenzionata a non superare i tre mesi, a far data la fine di ottobre. In ballo la riconversione della vecchia concessione portuale nella nuova locazione comunale per 5 magazzini che sono il 2A, 2, 1A, 4, 3. La bozza d'accordo, trasmessa un anno fa, si è fermata davanti a quello che finora è stato il nodo irrisolto del negoziato con il Municipio, cioè chi paga le spese di urbanizzazione. La parte pubblica è convinta che gli 11 milioni di fogne-strade-allacciamenti da realizzare siano a carico di Greensisam. Il punto non è così semplice: il Comune incassa annualmente dalla concessionaria oltre 500 mila euro di canoni, una cifra non disprezzabile. Però è tutto fermo da sempre, fin da quel 2005 quando i 99 anni di concessione vennero contrattualizzati. Il Comune ragiona in questi termini: Porto vecchio è ripartito in tre grandi aree, quella culturale-espositiva è la più dinamica, quella dei quaranta magazzini da mettere all'asta aspetta la società Comune-Regione-Autorità per darsi una mossa, la zona-Greensisam resta - nonostante fosse stata battistrada nell'apertura di Porto vecchio alla mano privata - al palo. La scomparsa di Piero Maneschi ha consigliato agli eredi, com'era logicamente prevedibile, di prendere tempo. L'obiettivo sembra sempre essere quello di vendere il progetto recettivo-residenziale a una somma di 150 milioni di euro. C'era un fondo austriaco interessato all'operazione e Maneschi a questa prospettiva ci credeva, ma non è riuscito a vederne l'esito. Il Comune metterà all'asta i 5 stabili concessi a Greensisam, il cui valore complessivo è stimato in 16 milioni di euro: Greensisam potrà comunque, se lo vuole, esercitare diritto di prelazione, tenendosi gli asset.Ma il Municipio inizia a mostrare una certa impazienza sui dilatati tempi della ventilata cessione del progetto agli austriaci. Forzare sulla revoca è eccessivo e prematuro, però se le cose nelle altre due zone di Porto vecchio procederanno e invece in quella Greensisam sonnecchieranno, la questione prima o poi si porrà. Anche perchè - dicono in Comune - la porzione Greensisam è la prima che s'incontra, andando dal centro verso Barcola.

Magr 

 

 

Allarme climatico, nel 2050 Lubiana sarà la città più calda - uno studio su 520 centri urbani

ZAGABRIA. Lubiana sarà la città in cui le temperature cresceranno più in fretta da qui al 2050, stando allo studio pubblicato dal centro di ricerca svizzero sul clima «Crowther Lab», che ha analizzato 520 città. Tra poco più trent'anni, la capitale slovena registrerà un aumento medio delle temperature di 3,5 °C e il suo mese più caldo segnerà addirittura un +8 °C. Secondo i ricercatori del Crowther Lab di Zurigo, Lubiana soffrirà dell'aumento più rapido delle temperature perché si trova alla confluenza di due aree pesantemente colpite dal cambiamento climatico: il Mediterraneo settentrionale e la regione alpina. Come la capitale slovena, così altre città cambieranno la propria fisionomia anche se in misura minore: Londra avrà lo stesso clima di Barcellona (+5,9 °C nel mese più caldo), Madrid quello di Marrakech (+6,5 °C) e Stoccolma quello di Budapest. Per l'Europa centrale e per la regione dei Balcani, l'impatto sarà violento - avvertono gli esperti del Crowther Lab - e l'area si ritroverà a registrare delle temperature tipiche del Texas americano. Intervistato dal quotidiano di Lubiana Dnevnik, il climatologo sloveno Aljosa Slamersak ha spiegato che le previsioni di Crowther Lab sono in realtà in linea con quanto pubblicato l'anno scorso dall'Agenzia slovena per l'ambiente. Insomma, la previsione di un aumento di 8 °C per il mese più caldo a Lubiana è «drastica, ma non impossibile», perché - prosegue Slamersak - «dobbiamo tenere in considerazione la climatologia delle città, diversa da quella delle aree circostanti. Data l'alta concentrazione di superfici artificiali, le città sono come delle isole che si riscaldano più in fretta». Stando alle previsioni di Crowther Lab, alcune città saranno in una situazione ancora più difficile rispetto a Lubiana: si tratta di 104 città (da Jakarta a Montreal, da Las Vegas a Pechino) che registreranno «delle condizioni climatiche mai viste finora nelle grandi metropoli». Lo studio si basa sull'ipotesi che gli stati non mettano in pratica completamente l'accordo di Parigi sul clima, per cui lo scenario previsto può ancora essere evitato. «Ma la cattiva notizia è che la Slovenia non può influenza il cambiamento climatico da sola», ha commentato Slamersek.

Giovanni Vale

 

 

Segrè: imballaggi e frigo per combattere lo spreco

A colloquio con il docente triestino. «Nel 2050 saremo in 9 miliardi per aumentare la produzione dobbiamo ridurre ciò che buttiamo»

Se oggi digitiamo su Google il termine "sostenibilità", otteniamo in un nanosecondo ventisei milioni e mezzo di risultati. Abbiamo chiesto cosa significa davvero questa parola ad Andrea Segrè, triestino, docente di Politica agraria internazionale e comparata all'Università di Bologna, fondatore di Last Minute Market, spin off e realtà imprenditoriale che opera su tutto il territorio nazionale sviluppando progetti e servizi per la prevenzione e riduzione degli sprechi. Segrè - dal 2010 - promuove anche la campagna europea di sensibilizzazione Spreco zero per la riduzione e prevenzione dello spreco alimentare.«Il pedale del pianoforte, sustain in inglese, serve letteralmente a sostenere le note e, dentro la nota, ci sono il tempo e l'armonia. Sostenibilità - spiega il professore triestino - vuol dire guardare al futuro e al tempo, promuovendo uno sviluppo armonico che si possa misurare declinando i tre aspetti fondamentali della sostenibilità, ovvero quella economica, sociale e ambientale. Fondamentale - prosegue - applicarla al cibo per uscire da quella trappola che stiamo vivendo: produciamo e consumiamo le risorse naturali prima che queste si rigenerino».«Nel 2050 - spiega ancora Segrè - la popolazione mondiale arriverà a nove miliardi dai 7,7 miliardi attuali; per nutrire tutti, la Fao (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) stima che sarà necessario aumentare la produzione di circa il sessanta per cento. Il primo dato contraddittorio su cui si basano molte delle mie ricerche è che a livello globale sprechiamo circa un terzo di ciò che produciamo, quindi per aumentare la produzione dobbiamo per forza ridurre gli sprechi».Il secondo elemento contraddittorio è che se da un lato circa 820 milioni di persone sono denutrite, dall'altro in questo stesso mondo circa due miliardi di persone sono sovrappeso, di cui oltre un terzo obese. «È sorprendente - sottolinea il docente - come talvolta basti ribaltare la prospettiva per trovare le soluzioni migliori per risolvere un problema: l'importante è riconoscere che lo spreco alimentare rappresenta effettivamente un problema. Non solo etico ma anche economico e ambientale: smaltire i rifiuti infatti costa e inquina. Per non sprecare, oltre a rendersene conto e a fare il contrario nel nostro comportamento abituale, sono necessari altri passaggi fondamentali. Il primo è imparare a fare la spesa in modo intelligente e mirato, senza rincorrere le facili e ingannevoli promesse del marketing; il secondo è conoscere fino in fondo il nostro frigorifero e il suo mondo freddo che permette di conservare adeguatamente i prodotti alimentari che compriamo; infine il terzo passaggio riguarda gli imballaggi, che ricoprono gli alimenti da riporre in frigorifero o nella dispensa, per capire bene a cosa servono e come usarli al meglio per preservare i nostri acquisti».

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 15 luglio 2019

 

 

Sportello amianto

L'Associazione europea rischi amianto-Eara di Trieste ricorda che l'Amianto Infopoint sito al Distretto 2 dell'ospedale Maggiore in via della Pietà 2/1 (al piano terra) riaprirà al pubblico domani con il consueto orario dalle 9.30 alle 12. Si rammenta invece che il nuovo Amianto Infopoint Servola, sito al Circolo Canciani in via di Servola 114- angolo via dei Soncini, aprirà al pubblico mercoledì, sempre con orario 9.30-12.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 14 luglio 2019

 

 

La città a due ruote: fra moto e scooter a salire in sella è un residente ogni 5

Nel capoluogo regionale immatricolato il 30% del totale Fvg E le auto sono 128 mila: metà ha oltre 10 anni "di servizio"

Il parco veicolare della provincia di Trieste conta 128.465 automobili, una ogni 1,8 residenti, la più bassa concentrazione a livello regionale, contrapposta invece a quella da record che riguarda i motocicli: 47.336 quelli in circolazione tra le strade del territorio triestino, uno ogni 5 residenti. Guardando alle sole automobili, ben 34.339, il 27 per cento del totale, risultano immatricolate prima del 2003. Calcolando anche gli altri mezzi come quelli speciali o autobus, autocarri e rimorchi, il parco veicoli triestino in tutto vanta 193.322 unità. Una consistenza che, negli anni, malgrado il numero dei residenti si sia notevolmente ridotto, è cresciuta. Basti pensare che nella nostra provincia nel 2004 il parco veicoli contava 183.834 mezzi (di cui 128.094 automobili e 34.794 motocicli), nel 2008 in totale 192.466 (127.545 automobili e 42.612 motocicli), mentre nel 2017 si registravano 192.076 immatricolazioni. Spulciando tra i dati forniti dall'ufficio statistiche dell'Automobile Club, si scopre che le automobili nel solo comune di Trieste sono 107.901, di queste 86.484 sono alimentate a benzina. La metà ha un'età media di oltre dieci anni, un quarto delle automobili circolanti in città ha addirittura più di 18 anni, e solo 12.675 sono state acquistate dal 2017 in poi. Numeri che, ancora una volta, fanno emergere l'anzianità dei veicoli immatricolati sul territorio. Analizzando invece i dati riferiti ai motocicli, la statistica evidenzia come tra le vie di Trieste ne sfreccino ben 41.818. E tenendo conto che in regione i motocicli sono in totale 142.876, significa che quasi il 30 per cento di questi mezzi a due ruote è di un triestino. Una concentrazione difficile da rilevare in altre località a livello nazionale, e basta dare un'occhiata agli stalli in città, con le file interminabili di scooter e moto, per averne riscontro. Vista la tendenza, emerge una necessità di nuovi parcheggi per i veicoli a due ruote, i cui proprietari sono spesso costretti a trovare sistemazioni di fortuna per moto, motorini o scooter appunto. È bene ricordare, comunque, che l'Italia detiene il record europeo di motocicli immatricolati, quasi 10 milioni, e a livello nazionale è Genova la regina delle due ruote con oltre 180 mila motocicli e ciclomotori registrati. Tornando al Friuli Venezia Giulia, negli anni, i numeri denotano in tutte le province un costante e lento aumento della portata del parco veicolare. In controtendenza, invece, con una lieve riduzione, il numero dei trattori e degli autobus. Nel dettaglio, nel 2018 in Fvg circolavano 1.055.624 veicoli (800.810 autovetture e 142.876 motocicli), 1.043.010 nel 2017 e 989.815 dieci anni fa quando si contavano 758.543 auto e 124.395 motocicli. Si viaggia più in automobile nelle province di Udine e Pordenone. Una curiosità, sempre a livello regionale: la Fiat Panda 1.2 con 5 porte, con 17.747 immatricolazioni, è l'automobile più diffusa, seguita dalla Fiat Punto 1.2 (8.970 veicoli) che fino a 10 anni fa era la più presente tra le strade del Friuli Venezia Giulia. A seguire la Ford Fiesta 1.2, la Fiat 500 e la Toyota Yaris.

Laura Tonero

 

 

Degli italiani citano l'Ue «Sul clima è debole»

BRUXELLES. «Sto cercando di proteggere il futuro dei miei figli, come farebbe qualsiasi genitore». A parlare è Giorgio Elter, agricoltore e proprietario di un albergo in Val d'Aosta, che si prepara a far ricorso alla Corte di giustizia Ue contro la stessa Unione. E presto potrebbe farlo anche contro lo Stato italiano. La famiglia di Elter e altre nove provenienti da quattro Paesi europei, Kenya e Fiji, si considerano parte lesa perché i cambiamenti climatici stanno sconvolgendo le loro vite e l'Ue non fa abbastanza per contrastarli. In particolare, i ricorrenti - sostenuti dalla Ong Climate Action Network che raccoglie 160 organizzazioni di 35 Paesi - chiedono di rivedere al rialzo gli obiettivi Ue di riduzione delle emissioni al 2030. «Le ondate di caldo seguite da forti piogge, grandinate e tempeste stanno distruggendo i nostri raccolti - racconta Elter - lo scioglimento dei ghiacciai colpisce tutte le attività turistiche e gli ostelli della mia regione. Non posso garantire un futuro sicuro alle mie figlie».

 

 

Il viaggio infernale delle pecore che Bruxelles cerca di bloccare

Un carico di 70 mila ovini in partenza su un cargo in piena estate con il macello come destinazione finale. Inutili le 35 mila firme di una petizione

BUCAREST. Prima un lungo viaggio - l'ultimo - in condizioni difficili con un caldo infernale, chiusi nella stiva di un enorme cargo. Poi l'arrivo nel Golfo Persico, dove sono attesi soltanto per essere abbattuti e macellati.È il destino di settantamila pecore romene, al centro di una complicata bagarre internazionale che va avanti da alcuni giorni e si sta infiammando, invece di rientrare. A raccontarne la vicenda è stato Eurogroup for Animals, organizzazione che si batte per il benessere degli animali a livello Ue. Le pecore romene sono in procinto di «essere caricate sulla nave Al Shuwaikh», di proprietà di una compagnia araba, la Kltt e spedite dalla Romania «in Kuwait, Qatar e negli Emirati Arabi Uniti» in tempo per l'Id al-adha, la "festa del sacrificio", una delle più importanti ricorrenze religiose islamiche. La Kltt, in passato sospettata di serie «violazioni» nel trasporto di animali, avrebbe sulla coscienza «la morte a bordo di più di un milione» di capi nell'ultimo decennio, ha segnalato Eurogroup for Animals. La stessa organizzazione ha ricordato che lo scorso anno, in condizioni simili di trasporto ma con un carico dall'Australia, ovini furono scoperti in condizioni inenarrabili, letteralmente «cucinati vivi all'interno» del cargo. Lo scandalo provocò una «sollevazione generale» e «il divieto di esportare ovini vivi dall'Australia» durante i mesi più caldi. Il trasporto della Romania invece è in agenda, malgrado una petizione online che ha superato le 35 mila firme. E malgrado si sia mosso per bloccare la partenza della nave persino il commissario Ue responsabile di Alimentazione e Sicurezza del cibo, Vytenis Andriukaitis. Andriukaitis ha spedito una dura lettera aperta al ministro romeno dell'Agricoltura, Petre Daea, contro l'imminente trasferimento delle settantamila pecore in un periodo in cui si attendono «temperature fino a 46 gradi». Malgrado Bruxelles avesse già lo scorso marzo fatto sentire la sua voce per denunciare gli standard di controllo di Bucarest e premere sulla Romania per indurla a migliorare «la legislazione nazionale», nulla è cambiato: così «chiedo, come gesto di responsabilità, di fermare» il trasporto degli ovini, misura obbligata per «prevenire inutili sofferenze agli animali», ha chiesto Andriukaitis.La richiesta partita da Bruxelles non è però stata accolta, con «Daea che si è rifiutato di impedire la spedizione», ha rivelato Eurogroup for Animals, chiedendo a questo punto che la questione arrivi fino al Consiglio Ue di domani. La Romania è al terzo posto nella Ue per numero di ovini e fra i maggiori esportatori nel Vecchio continente. 

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 13 luglio 2019

 

 

LE FALESIE, Cinquanta sfumature di verde

Contro ogni luogo comune, se sei una pianta la tua vita è molto interessante e avventurosa: ciclicamente a rischio di morire di sete, di essere divorate da qualche animale o di essere bruciate dal sole, concentrate allo spasimo a portare avanti la propria progenie con le tecniche più impensabili, è davvero straordinario constatare che le piante siano sopravvissute fino a oggi. Ma se da milioni di anni continuano a ossigenare il nostro pianeta, evidentemente l'evoluzione le ha dotate di armi e strategie fuori dal comune... e non solo, le ha anche fornite di sistemi evoluti per comunicare tra loro, e in caso di necessità, mandarsi brevi "messaggini" di pericolo, proprio come facciamo noi. Per questo domani ecco la passeggiata serale tematica "50 sfumature di verde" dedicata alla flora delle falesie adatta ad adulti e famiglie. L'iscrizione è gratuita ma la prenotazione obbligatoria. Per iscriversi: tel. 040-299166 e info.sistiana@promoturismo.fvg.it.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 12 luglio 2019

 

 

Polo turistico in Porto vecchio Accordo Comune-albergatori

Un info point al Magazzino 26 e un punto d'imbarco nelle vicinanze da creare con i proventi della tassa pagata dagli ospiti delle strutture ricettive cittadine

Un info point al Magazzino 26 con parcheggio per i pullman turistici, un mini centro marittimo nel quale convogliare i collegamenti ora sparsi fra Molo IV e le Rive, e poi una quota da destinare alla promozione turistica e un'altra fetta da indirizzare a mostre e iniziative culturali. Sono questi i punti focali dell'accordo in via di definizione fra l'assessorato al Turismo del Comune di Trieste e la Federalberghi cittadina sulla destinazione d'uso dei proventi della tassa di soggiorno, imposta entrata in vigore in città il 1° giugno 2018 e che è stata al centro, fino a poche settimane fa, di un braccio di ferro fra le parti sulle modalità d'impiego dei suoi ricavi. La legge regionale prevede che siano le categorie economiche in accordo con l'amministrazione comunale a decidere come utilizzare i proventi. Da qui la lunga querelle fra i due attori in campo, che ha prodotto lo stallo di 1 milione e 710 mila euro derivanti dalla tassa di soggiorno. Una cifra che per il 2019, come sottolineato in via prudenziale dall'assessore con delega al Turismo Giorgio Rossi, potrebbe superare i due milioni. Nelle ultime settimane Comune e Federalberghi hanno trovato un punto d'incontro sull'argomento, attraverso la destinazione d'uso suddivisa in tre macroaree: strutturale, promozionale e culturale. Come disposto dalla legge regionale, il 35% della cifra deve essere destinato a opere infrastrutturali. Da qui l'idea di creare nel Magazzino 26 un centro di accoglienza turistica, la cui realizzazione dovrebbe comportare una spesa di almeno 450 mila euro. L'obiettivo è quello di trasformare la zona attorno al 26 in una sorta di polo intermodale con la realizzazione, nell'attiguo bacino zero, di un punto d'imbarco per i collegamenti via mare con le località vicine. «L'intento è quello di fare in modo che per andare a Muggia, in Istria, a Grignano o a Sistiana via mare - sottolinea Rossi - non sia più necessario diversificare gli approdi. Allo stesso tempo l'idea è quella di fare del Magazzino 26 la base per collegamenti turistici via pullman con le località dell'interno». La zona, considerando anche il futuro Centro congressi in costruzione, nelle intenzioni delle due parti dovrà trasformarsi nel cuore dell'ospitalità turistica cittadina. «Con il Museo del mare - spiega l'assessore - la zona attorno al Magazzino 26 diverrà parte fondante di questo nuovo punto di attrazione culturale transfrontaliera». E i restanti due terzi dei proventi? Saranno suddivisi in due parti: circa 500 mila euro per la promozione turistica, grazie a un accordo da stipulare con PromoturismoFvg, in modo da pubblicizzare le iniziative che verranno proposte di volta in volta in città. E qui si interseca con la quota restante, circa 600 mila euro, che nelle ipotesi di Comune e Federalberghi dovranno essere destinati a iniziative culturali e mostre da svolgersi nei periodi dell'anno caratterizzati dal minor afflusso turistico. 

Lorenzo Degrassi

 

 

Tumori sospetti a Melara L'Arpa misura le "onde" nei pressi delle antenne - le analisi dei tecnici

Esiste davvero un "caso tumori" a Melara? Se sì, quali ne sono le cause? Per rispondere a queste domande, almeno in parte, si sono svolte ieri le rilevazioni dei tecnici dell'Arpa per monitorare le emissioni delle antenne nel quadrilatero, che hanno richiesto un giorno in meno del previsto per essere completate. Tale intervento è stato compiuto in seguito alle preoccupazioni emerse da parte di alcuni abitanti in merito a un numero di casi di tumore ritenuto da loro anomalo, ovvero una quarantina nel giro di cinque, sei anni, secondo quanto riportato da un'inquilina, che ha causato 19 morti in tre numeri civici adiacenti tra loro. Il sospetto di alcuni residenti è che ciò possa essere legato a ipotetiche emissioni fuori norma delle antenne, oppure, in alternativa, alla presenza di amianto all'interno dell'edificio. Oltre ad aver compiuto le misurazioni in una serie di appartamenti e sul tetto dell'ala blu, i tecnici dell'Arpa hanno anche installato un rilevatore nei pressi dell'Istituto scolastico comprensivo Iqbal Masih, che raccoglierà dati per un paio di settimane. Dalle prime misurazioni non paiono essere emersi dati allarmanti, ma la relazione finale verrà consegnata tra circa una ventina di giorni nelle mani del Comune e dello Spi-Cgil. Il sindacato si era infatti mosso nelle settimane scorse per richiedere un intervento dell'Arpa. La questione era anche stata oggetto di una seduta della Prima commissione comunale a fine maggio, nel corso della quale era stata presentata una mozione firmata da Michele Claudio della Lega che richiedeva al sindaco di adoperarsi a contattare l'Arpa e l'Azienda sanitaria affinché si svolgessero verifiche e riscontri su quanto riportato dai residenti della zona.

Simone Modugno

 

 

Fiume invasa dalle volpi «Sfuggono ai veleni dell'inquinamento»

Gli uffici veterinari tranquillizzano la popolazione: «Non sono pericolose. Dieci anni fa la vaccinazione contro la rabbia»

FIUME. Le volpi avvistate a Fiume. Negli ultimi anni la città di San Vito - parliamo dei suoi rioni periferici - è stata presa d'assalto da una moltitudine di volpi che, resesi conto delle precarie condizioni di vita nei dintorni di Fiume, hanno voluto avvicinarsi al mare, alla ricerca del quieto vivere. L'obiettivo è stato centrato, specie nei quartieri orientali di Fiume, Vezica superiore in primo luogo, dove volpi e volpacchiotti paiono ormai diventati animali domestici, che non temono la presenza umana. Un numeroso gruppo si è stabilito nell'ex fabbrica dell'Istravino (bevande alcoliche e analcoliche) ed è stato diverse volte fotografato dagli abitanti del rione. Uno di questi è Radivoj Kulacin, rivoltosi ai media locali per dire che una volpe si è avvicinata alla sua abitazione, dimostrando di non avere alcuna paura dell'uomo.«Sono convinto sia stata attirata dall'odore dei polli allevati nelle vicinanze da un mio amico. Mi ha stupito che si sia fatta vedere di giorno, mentre solitamente le volpi entrano in azione durante le ore notturne. Ho notato diversi altri esemplari e ognuno appariva mansueto, probabilmente perchè l'uomo non incute alcun timore a questi animali. La nostra preoccupazione è che in giro non vi sia qualche volpe rabida».A smentire tale ipotesi sono stati i responsabili della Stazione veterinaria di Fiume. La dottoressa Milka Milijanovic ha rilevato che la rabbia silvestre è sparita da parecchi anni nella Regione del Quarnero e Gorski kotar. «A debellare la malattia è stata la campagna di vaccinazione orale attuata dieci e più anni fa a livello nazionale. Le volpe apparse a Fiume, come pure nelle località vicine, sono sane e dunque non c'è da temere nulla. Si sono calate in città alla ricerca di cibo e perchè l'uomo ha distrutto o danneggiato il suo habitat naturale a monte di Fiume, in Gorski Kotar». Gli animali selvatici non sono più una rarità a Fiume e nel suo circondario. In questi anni si sono moltiplicate specie come cinghiali, volpi, caprioli, tassi, lepri. Non solo ma alcune settimane fa si sono visti orsi nei pressi delle località di Permani e Rupa.

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 11 luglio 2019

 

 

L'Arpa analizza il mare dopo il forte temporale - RILIEVI NELLA BAIA DI SISTIANA

Duino Aurisina. Sono stati effettuati in questi giorni nella baia di Sistiana, a cura dei tecnici dell'Arpa, nuovi campionamenti dell'acqua di mare. Si tratta di rilievi periodici, finalizzati a poter dare ai bagnanti le migliori garanzie sulla qualità dell'acqua. In questo caso c'è stato un ulteriore motivo per l'azione dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente: il forte acquazzone che si è abbattuto sull'intera regione nella serata di sabato. In questi casi, succede che molti tombini saltino e che si riversino in strada e poi in mare residui di vario tipo. Il problema è particolarmente sentito a Sistiana, area la cui conformazione a imbuto provoca il riversamento di notevoli quantità di acque sporche. Sarà necessario attendere dalle 48 alle 72 ore per poter render noti i risultati.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 10 luglio 2019

 

 

«Dialogo con Arvedi per chiudere nel 2022 l'area a caldo» - l'assessore regionale Scoccimarro

«Su mandato del presidente Fedriga da qualche mese ho avviato un dialogo sul futuro della Ferriera con la società. L'incontro riservato con il cavalier Arvedi è stato propedeutico a un processo con il quale vorremmo si giungesse alla chiusura dell'area a caldo nel 2022». Lo ha reso noto ieri l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro dopo che «nei giorni scorsi si sono registrati due spolveramenti, un problema nell'altoforno e l'accensione delle fiaccole di emergenza a causa di un blackout». Secondo l'assessore «compromessi non sono più possibili. In questi anni la società ha salvato l'occupazione e fatto grossi investimenti facendo rientrare quasi tutti i parametri nei limiti di legge. Resta però uno stabilimento del 1800 nel cuore della città e quindi ho dato mandato agli uffici della Direzione Ambiente di procedere alla redazione di un documento che attesti lo stato di avanzamento lavori in merito all'Accordo di programma». Partendo da questo documento, annuncia Scoccimarro, «assieme a Fedriga incontreremo nei prossimi giorni il cavalier Arvedi con il quale sono convinto troveremo una strada per giungere a obiettivi soddisfacenti per tutti». «L'assessore chiarisca il futuro dei lavoratori», reclama il consigliere regionale Pd Roberto Cosolini. «Esiste un commissario straordinario per l'Accordo di programma per l'area della Ferriera che è il presidente della Regione cui va chiesto di farsi personalmente carico della situazione», fa eco la deputata dem Debora Serracchiani. «Siamo di fronte alle solite promesse»: così il consigliere regionale M5s Andrea Ussai, mentre la sua collega deputata Sabrina De Carlo annuncia un'interrogazione parlamentare sulle azioni in agenda «per tutelare la salute dei cittadini».

 

 

Dalle "zone 30" ai dossi anti-velocità San Dorligo si schiera con pedoni e ciclisti

Via libera in Consiglio all'iter di progettazione e realizzazione del nuovo Piano del traffico: stanziati 40 mila euro "ad hoc"

SAN DORLIGO DELLA VALLE. Individuare le zone del territorio comunale nelle quali fissare a 30 all'ora il limite di velocità, rivedere la rete delle piste ciclabili, per renderle sicure e trasformarle in attrattive turistiche, eppoi prevedere, in alcuni punti nevralgici, la creazione di dossi per obbligare i mezzi in transito a rallentare, trovare soluzioni per garantire meglio i pedoni quando attraversano sulle strisce. Sono queste le principali voci che saranno contenute nel nuovo Piano del traffico di San Dorligo della Valle, il cui iter di progettazione e realizzazione è stato approvato dal Consiglio comunale, con uno stanziamento di 40 mila euro, grazie a risorse reperite procedendo all'assestamento di bilancio. Si tratterà di uno strumento pianificatorio del tutto nuovo, finalizzato a migliorare complessivamente la circolazione nel territorio del Comune e a rendere più sicura la condizione di pedoni e ciclisti. A promuovere il Piano è l'assessore a Urbanistica e Trasporti Davide Stokovac. «Il nostro territorio comunale - spiega - è considerato troppo spesso una sorta di scorciatoia per chi deve andare in Slovenia. Abbiamo poi una serie di strade veloci, come la sopraelevata, che sono costantemente utilizzate da camionisti provenienti da vari paesi. Abbiamo allora pensato di intervenire per cercare di migliorare una situazione piuttosto complessa e tutti gli strumenti e gli accorgimenti per garantire la sicurezza del traffico, di pedoni e ciclisti».Stokovac è soddisfatto anche perché «questo non è uno strumento che l'amministrazione avrebbe dovuto adottare obbligatoriamente, si tratta invece di un documento che esprime proprio la precisa volontà di dotarsi di un Piano che porti a miglioramenti nella circolazione». Non bisogna poi dimenticare che, oltre ai già noti problemi derivanti dal rumore che provocano i Tir che corrono lungo la sopraelevata che unisce Cattinara, la zona industriale e Rabuiese, in prospettiva ci sarà anche un aumento del traffico pesante originata dalla presenza del nuovo Punto franco inaugurato pochi mesi fa a Bagnoli in un'area che l'Interporto ha acquisito dalla Wärtsilä, destinato non solo a logistica e stoccaggio, ma soprattutto ad attività manifatturiere e industriali in regime agevolato. È facile immaginare che, in quella zona, sarà crescente il numero dei mezzi in transito, perciò lì bisognerà dedicare molta attenzione alla disciplina del traffico. Sempre in occasione dell'assestamento di bilancio e dei lavori da fare, il sindaco Sandy Klun ha parlato in aula anche della valorizzazione della vecchia Stazione ferroviaria di Draga. L'obiettivo è farne un elemento d'interesse storico-culturale in seno alla Riserva della Val Rosandra, anche in virtù della sua collocazione lungo la ciclopedonale Cottur. L'edificio, inaugurato nel luglio del 1887 e testimone delle vicissitudini che le terre che lo circondano hanno vissuto nel corso di questi 132 anni, oggi rischia di diventare un rudere abbandonato. La volontà dell'amministrazione è invece proprio quella di trasformarlo in un fattore di richiamo, a due passi dalla Val Rosandra, in quello che sarebbe uno straordinario contesto paesaggistico. Klun ha infine assicurato che saranno fatti ulteriori piccoli interventi al teatro Preseren, che recentemente è stato sottoposto a una profonda ristrutturazione.

Ugo Salvini

 

 

Filippo Giorgi «La comunità scientifica è dalla parte di Greta L'aiutiamo a comunicare» - L'intervista

Al Castello di Spessa il climatologo Premio Nobel nel team di Al Gore venerdì dialoga con Mariella Trimboli e Attilio Scienza al Premio Casanova

I mutamenti del clima che stiamo vivendo, e che sono evidenti anche in questa estate, incidono sulle coltivazioni e quindi anche sulla produzione dei vini. Al castello di Spessa, nel cuore del Collio, in occasione del Premio Casanova, venerdì alle 20.30 si tiene una tavola rotonda dal titolo "Vino, clima, migrazioni: la sfida e la seduzione della sostenibilità": a dialogare, insieme a Mariella Trimboli e Attilio Scienza, il climatologo Filippo Giorgi, premio Nobel per la pace 2007 nel team di scienziati che affiancarono Al Gore. Giorgi è anche autore de "L'uomo e la farfalla. Sei domande su cui riflettere per comprendere i cambiamenti climatici" (Franco Angeli).«A Spessa - anticipa il professor Giorgi - parlerò dell'azione tra i cambiamenti climatici che stiamo vivendo e la produzione di vino. Già anni fa ho scritto un articolo sugli effetti del clima su vini californiani. Le culture vinicole dipendono da diversi fattori: ad esempio dall'assenza di gelate e dall'accumulo di calore eccessivo in un periodo prolungato. In California, a causa dell'aumento delle ondate di calore, la produzione di vini pregiati viene danneggiata. Questo discorso si applica anche da noi in Italia».E in Friuli Venezia Giulia?«I rapporti sugli eventi climatici in Friuli Venezia Giulia ci dicono che ormai è normale aspettarsi ondate lunghe e forti di caldo, almeno della durata di un mese o di quaranta giorni all'anno, e questo alla vite non piace. In particolare bisognerebbe trovare delle soluzioni per i vini pregiati perché gli altri vini sono più resistenti a questi sbalzi. Un altro aspetto di cui parlerò riguarda la stagione della vendemmia che sta cambiando, ormai avviene sempre prima, e uno dei problemi è che quando l'uva viene raccolta fa ancora molto caldo e bisogna refrigerarla prima di procedere alla spremitura».L'uomo sta influenzando il cambiamento climatico ma si può ancora fare qualcosa di virtuoso oggi?«Non è troppo tardi per correre ai ripari. L'accordo di Parigi del 2015 si è prefisso come obiettivo quello di limitare le emissioni di gas serra per abbassare di un grado i valori attuali della temperatura, se raggiungessimo quella soglia la situazione sarebbe già gestibile. Una soluzione, riguardo al vino, è quella di spostare i vigneti un po' più a nord, ad esempio. Ma certo bisogna diminuire le emissioni di anidride carbonica, anche limitando l'uso di carbone e petrolio e operando una maggiore elettrificazione dei sistemi, e usando sempre più energia prodotta da fonti rinnovabili. C'è poi il problema dello spreco...«Certo, si spreca moltissimo: a Trieste, ad esempio, ci sono ancora troppi impianti di riscaldamento centralizzato. Andrebbero adottati comportamenti di efficienza energetica anche nei trasporti con le auto elettriche. In Europa le emissioni stanno già diminuendo e ci sono nazioni molto virtuose come Germania, Inghilterra e Portogallo, a differenza dei paesi emergenti: malgrado la Cina investa su energia eolica e auto elettriche, i problemi di inquinamento nelle città sono gravi. Negli Stati Uniti, invece, le energie rinnovabili sono diventate più competitive».Cosa ne pensa di Greta Thunberg?«Greta è riuscita a creare un movimento positivo e utile per i ragazzi e per la coscienza collettiva. È la prima volta che aumentano interesse e consapevolezza verso i problemi ambientali, io e i miei colleghi veniamo chiamati di più a parlarne nelle scuole. È un movimento molto propositivo, le manifestazioni a marzo e maggio sono stati eventi trasversali e puliti, senza strali contro nessuno né violenza. Io nutro grandi speranze, può essere una spinta che farà fare ai governi azioni concrete. Non capisco perché a molti Greta sia antipatica, lei ha un buon ascendente sui giovani e come comunità scientifica cerchiamo di aiutarla specie negli aspetti legati alla comunicazione». 

Corrado Premuda

 

 

SEGNALAZIONI - Gli alberi da potare di Campo Marzio

A suo tempo avete pubblicato una mia segnalazione relativa alla pericolosità dei maestosi alberi dell'area Campo Marzio, Romolo Gessi, Passeggio Sant'Andrea che da anni non vengono potati e quindi pericolosi per le persone e cose in caso di grave maltempo. Infatti ieri, sabato sera, nel corso solito "neverino" parte di un albero è crollato in strada causando gravi danni alle automobili sottostanti e per fortuna nessuno si è fatto male. Poteva finire peggio. Sarebbe opportuno provvedere, quanto prima, a una vigorosa potatura che oltre a giovare alle piante eviterebbe in parte il solito immondezzaio di foglie che navigano col vento e intasano i tombini di scolo.

Cristiano Centis

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 9 luglio 2019

 

 

La Tripcovich sarà demolita in autunno Parte l'iter burocratico per abbatterla - LA RIVOLUZIONE

La Sala Tripcovich ha i mesi contatti. L'autunno, in coerenza stagionale, sarà il periodo delle esequie. Il Comune, che ha condotto un primo contatto esplorativo con la Soprintendenza, è pronto ad aprire ufficialmente il dossier "abbattimento". Nessuno parla a microfono acceso, ma chi sa annuisce. Innanzitutto gli uffici dei Lavori Pubblici devono preparare il fascicolo da inoltrare a palazzo Economo per ottenere il venir meno del vincolo, poi devono armare il progetto di demolizione che farà un passaggio deliberativo in giunta in quanto inserito nella riqualificazione (in corso) di piazza Libertà. Ma soprattutto bisogna trovare i quattrini per radere al suolo l'ex stazione delle autocorriere anni Trenta, trasformata in teatro all'inizio del decennio Novanta. Serviranno, a occhio e croce, 600 mila euro ma necessiteranno altre risorse (un paio di milioni) per completare l'intervento sull'intera piazza: se il Carciotti troverà un estimatore mercoledì 24 corrente mese, la questione finanziaria sarà risolta. Anche se resterà da capire il destino dello scambio Carciotti/Caserma via Rossetti con Cassa depositi e prestiti, di cui si parlava la scorsa primavera. Torniamo al punto. Connesso alla demolizione della Tripcovich dovrebbe - meglio usare ancora il condizionale - essere il trasferimento del monumento a Sissi dall'attuale sito: non è però chiara quale sarebbe la nuova, precisa sistemazione della sfortunata consorte di Francesco Giuseppe, perchè, se traslocherà al posto della defunta Tripcovich, si correrà il rischio che la statua vada a coprire gli storici accessi a Porto vecchio. E allora che senso avrebbe "asfaltare" la sala?Si vedrà. Intanto la volontà del sindaco Dipiazza, da sempre convinto sostenitore dell'abbattimento, è in procinto di concretizzarsi. La demolizione di una sala da 900 posti dotata di buona acustica non crea remore al primo cittadino, il quale ritiene che il prossimo varo del Centro congressi (primavera 2020) in Porto vecchio metterà a disposizione una struttura molto più moderna e molto più capiente. Argomento che aveva finito con il convincere anche i dubbiosi (come Bruno Marini) del centrodestra. Quindi per Dipiazza non esistono più alibi: delenda Tripcovich. A questo il sindaco aggiunge la considerazione che dal punto di vista manutentivo la sala non è certo in gran forma e rimetterla in sesto sarebbe alla fine anti-economico. In verità il destino della Tripcovich era praticamente segnato da quando nell'autunno dello scorso anno il Comune e la Fondazione Verdi avevano definito un accordo, per cui la Tripcovich (valore 1 milione 170 mila euro) veniva scambiata con un magazzino alle Noghere (valore 3,1 milioni di euro) dove il teatro avrebbe potuto stivare gli apparati delle scenografie. Operazione compiuta a fini contabili per patrimonializzare l'ente lirico. Alla fine del 2018 le opposizioni "dem" e pentastellata avevano contestato l'orientamento giuntale incline all'abbattimento. L'edificio venne progettato a metà anni Trenta da Giovanni Baldi e Umberto Nordio, allo scopo di dotare di un terminal per corriere la zona prossima a Trieste Centrale. Dopo un mezzo secolo di attività, la realizzazione di una nuova autostazione all'interno del Silos "liberò" il vecchio stabile, che, su progetto di Dino Tamburini, con il co-finanziamento di Regione-Comune-Tripcovich, venne recuperato per sostituire il Verdi interessato a interventi manutentivi. 

Massimo Greco

 

 

Lubiana chiede lumi sul pirogassificatore - il progetto

DUINO AURISINA. Il ministero dell'Ambiente della Slovenia, di cui è titolare Simon Zajc, ha chiesto di essere tenuto costantemente informato sull'iter delle autorizzazioni per la realizzazione del pirogassificatore a San Giovanni di Duino. È stato lo stesso Zajc a formulare tale richiesta a Sergio Costa, il suo omologo nel governo italiano, nell'ambito del recente incontro del Consiglio d'Europa sull'ambiente, in Lussemburgo. Costa ha chiarito che le decisioni sul progetto sono di competenza della Regione e che condividerà con Zajc tutti i passi che saranno intrapresi. La notizia è stata accolta con soddisfazione dal gruppo "Salute e ambiente": «Il fatto che l'attenzione per la tutela dell'ambiente carsico costiero sia arrivata a livello internazionale - è soddisfatto l'esponente del gruppo Danilo Antoni - lo consideriamo molto importante. È nostra convinzione che sia necessaria una seria valutazione del progetto dell'inceneritore».-

 

 

Il riciclo della plastica: la tecnologia Fvg va in Cina - Accordo tra Plaxtech e Jana Environmental

Una tecnologia sperimentata in Friuli per il riuso delle plastiche miste non facilmente riciclabili sarà trasferita in Cina, sulla base di un accordo sottoscritto tra l'azienda Plaxtech e la cinese Jana Environmental protection science and technology. La consegna, sia della tecnologia sia di un primo impianto per il trattamento della plastica riciclata, è in programma l'11 luglio a Basaldella, dove è attesa una delegazione di rappresentanti del governo cinese, della provincia di Shandong e del comune di Dezhou.L'accordo, della durata di 10 anni, darà il via a un progetto che si concluderà con la realizzazione a Dezhou di uno stabilimento dove saranno installati 8 impianti Roteax. Ciascuno di questi - riferisce una nota dell'azienda friulana - è in grado di trattare oltre 7000 tonnellate all'anno di plastica riciclata con una produzione di 500.000 pallet. Obiettivo del macchinario - aggiunge la nota - è consentire al materiale plastico eterogeneo a base di poliolefine di venir considerato materia prima secondaria; dunque riciclare, generando una nuova economia circolare eco-sostenibile.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 8 luglio 2019

 

 

Da via Dante a corso Saba la "mappa" dei palazzi imprigionati dal degrado

Abbandonato e vuoto anche l'immobile di Poste Italiane in via Sant'Anastasio I rebus del Kalister vicino alla stazione e dell'ex Banco di Napoli in corso Italia

In centro tornano a brillare dei gioielli, palazzi che avevano perso un po' del loro smalto ma che, una volta riqualificati, ridanno ora valore anche ad angoli e vie del "cuore" cittadino. Di pari passo, però, ci sono immobili "fantasma" che restano in stato di abbandono, ormai da anni, e che certamente sortiscono sull'area circostante un effetto opposto. Eppure, sembra che il boom turistico consenta di trasformare in oro ogni metro quadrato della città. In realtà, alcuni di questi palazzi "fantasma" hanno già trovato un nuovo acquirente che ha in mente un progetto per quelle mura, ma ad oggi fanno trasparire ancora trascuratezza e abbandono. IN VIA MAZZINIChi percorre via Mazzini, ad esempio, vede sì risplendere in tutta la sua maestosità l'ex sede Ras che a breve aprirà le sue porte agli ospiti dell'hotel Hilton, ma inevitabilmente si accorge pure di altri due immobili che, invece, versano in uno stato di abbandono. A partire dallo stabile al numero civico 11, quello che un tempo al piano terra ospitava lo storico negozio Marinoni Sport. È da anni nel degrado con vetri delle finestre rotti, colombi che entrano ed escono dallo stabile. Alla base di quella trascuratezza, le visioni diverse su cosa fare dell'immobile da parte dei rappresentanti della società che nel 2015 lo rilevò per 2,2 milioni di euro. Restando su quell'arteria, e arrivando all'angolo con via Dante, c'è un altro stabile in pessime condizioni: cinque piani che lo scorso anno sono stati acquistati da un imprenditore locale e sui quali si sta lavorando per un progetto di trasformazione in residence. Tra l'altro, la proprietà è alla ricerca di un gestore della struttura. L'ex filodrammaticoSempre in pieno centro, in zona di forte appeal turistico, c'è il rudere che un tempo ospitava il Filodrammatico. Lo scorso anno quel complesso è stato rilevato all'asta, ma i vincoli interni ed esterni della Soprintendenza rallentano in modo significativo l'iter di trasformazione in residenze e garage. A due passi, vuoto e senza progetti di imminente recupero anche l'ex Banco di Napoli di corso Italia. Spostandosi in corso Saba, un'annosa situazione che coinvolge direttamente l'anziana proprietaria grava sullo stabile al numero 23. Un cartello appeso al piano terra avverte che il foro commerciale non è in affitto o in vendita. Una testimonianza del fatto che in molti si sono fatti avanti per rilevarlo, ma la proprietà non è disposta ad alcuna trattativa. le altre situazioniPotrebbe subire presto una riqualificazione, invece, il palazzo di via Tarabocchia che ospitava un tempo anche la vecchia macelleria che fu gestita da Tito Rocco. Venduto lo scorso anno a un'impresa di fuori Trieste, ora potrebbe riacquistare dignità. Se l'ex Intendenza di Finanza di Largo Panfili ha trovato investitori pronti a trasformarla in un super albergo, sono ancora in attesa di un acquirente che riscriva il loro destino il palazzo delle Ferrovie dello Stato e palazzo Kalister di piazza Libertà. Quest'ultimo è sul mercato da anni, un vero immobile "fantasma", che malgrado la posizione strategica nei pressi della Stazione ferroviaria resta senza vita. Vuoto e abbandonato anche lo stabile di Poste Italiane di via Sant'Anastasio, una trascuratezza che, come testimoniano anche alcuni fatti recenti di cronaca, si riverbera pesantemente sulla zona. 

Laura Tonero

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 7 luglio 2019

 

 

Per l'Alpe Adria Trail di Muggia un restyling da 64 mila euro

Presto i lavori per valorizzare il tratto compreso tra Santa Barbara e Rabuiese Il sindaco Marzi: «Premiato l'impegno a favore di un turismo sostenibile»

MUGGIA. «Il 2019 è un anno indiscutibilmente corposo sul piano dei lavori pubblici, che vedranno investimenti di cifre davvero significative da parte del Comune di Muggia, a cui si aggiungono anche gli interventi finanziati dall'Uti». L'assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani inquadra così il progetto che andrà ad interessare l'Alpe Adria Trail, il sentiero che percorre, nel territorio triestino, il sentiero n. 1 del Cai, che attraversa il Carso lungo il suo crinale e che entra in territorio muggesano a livello del biotopo dei laghetti delle Noghere. Tramite un finanziamento pari a 64 mila euro, che il Comune di Muggia ha ricevuto direttamente dall'Unione Territoriale Intercomunale Giuliana nell'ambito del patto territoriale 2018-2020, all'interno del progetto "Mobilità lenta: ripristinare e mantenere i percorsi esistenti", l'Alpe Adria Trail sarà interessato da opere di manutenzione e valorizzazione dell'itinerario internazionale per il tratto compreso tra l'abitato di Santa Barbara e quello di Rabuiese. Il tracciato corre per circa 2210 metri sulle pendici del colle di Santa Barbara, su strade di accesso a diverse proprietà, secondo una concettuale suddivisione in tre aree: una prima parte, di circa 900 metri, collega l'abitato di Santa Barbara con quello di Sant'Andrea, corre su un fondo prevalentemente sterrato, una seconda parte, di circa 700 metri, collega l'abitato di Sant'Andrea con la cava di arenaria ed ha un sedime misto di calcestruzzo e pietrame, una terza parte, di circa 600 metri, che dalla cava scende all'abitato di Rabuiese, si sviluppa su un fondo accidentato a causa di fenomeni di dilavamento dovuti alle acque meteoriche. Il primo cantiere consisterà nella valorizzazione dell'itinerario Alpe Adria Trail mediante, in primis, il rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale in modo da potenziare la riconoscibilità e la fruibilità dei luoghi. Oltre a ciò si interverrà con la sistemazione delle canalette di scolo delle acque meteoriche e la realizzazione di nuove canalette nei punti più critici, la riduzione della vegetazione lungo i bordi del percorso ed il ripristino del sedime, in particolare nel tratto, oggetto di dilavamento, che va da Santa Barbara a Rabuiese. Entusiasta l'assessore a Bussani: «Interverremmo in quella che è senza dubbio un'area di pregio della città; un'area che rappresenta un luogo importante della comunità oltre che, ovviamente, per tutti coloro che sempre più frequentemente scelgono il nostro territorio per il proprio turismo esperenziale». Soddisfatta il sindaco Laura Marzi: «L'Alpe Adria Trail si colloca a pieno titolo all'interno di una strategia di sviluppo abbracciata già da tempo che vede il nostro impegno volto ad una valorizzazione sostenibile del nostro territorio. Il valore della lentezza, della qualità e dell'identità sono elementi imprescindibili per il turismo del futuro di Muggia». -

Riccardo Tosques

 

Cittadinanza attiva a Muggia: riaperti i termini per i progetti - Oltre 10 le iniziative in campo per 43 mila euro

MUGGIA. Il Comune di Muggia ha ufficialmente riaperto i termini per la presentazione dei vari progetti di cittadinanza attiva. «Al momento, oltre a quelli dei privati cittadini, sono ben dieci i progetti delle realtà economiche del territorio che hanno aderito alla Cittadinanza attiva - ha spiegato il vicesindaco Francesco Bussani - un numero che è andato via via crescendo e che, a quanto pare, crescerà ancora proprio alla luce della valenza del progetto».Bricocenter, Triesteauto, Campeggio San Bartolomeo, Centrovacanze, Supermercato Tutto Pepe, Marinaz e QuerciaAmbiente sono alcune delle realtà che hanno aderito al progetto. Ad oggi era di ben 43 mila euro il totale degli interventi proposti dalle imprese muggesane- e riconosciuti dal Comune - che dovranno essere svolti entro il 15 dicembre di quest'anno e si snoderanno in diverse aree e tipologie di operazioni. Interventi di pulizia, tutela e valorizzazione del verde lungo alcune strade, la carteggiatura, verniciatura e ripristino di molte panchine site sul molo Colombo e nel piazzale Caliterna.Manutenzione e riqualificazione dell'area verde attrezzata in largo Caduti, ma anche la riqualificazione ambientale di un tratto di costa ad uso pubblico a Lazzaretto, nonché diverse azioni di manutenzione dell'area dei laghetti delle Noghere. Oltre agli interventi di manutenzione ordinaria dell'area verde del sito archeologico di Santa Barbara, c'è poi, per esempio, la cura dell'area esterna al Castello, del campo di calcio di Zindis e del parco Robinson, la manutenzione dell'area verde della Chiesetta di S. Sebastiano e della scalinata "San Bastian", la pulizia di un tratto della traversata muggesana e del boschetto di via Felluga. Progetti ad ampio raggio atti a promuovere lo sviluppo della cura del territorio e della tutela del decoro urbano offrendo in cambio di uno sconto sulle imposte. «Alla luce dei progetti presentati del fatto che c'è ancora disponibile una quota residua delle risorse stanziate per il sostegno economico dei progetti di cittadinanza attiva e che continuano a giungere manifestazioni di interesse per aderire, si è pensato che non vi fosse ragione per non dare altre possibilità - ha spiegato Bussani -. Non possiamo che ringraziare per la fattiva collaborazione tutti coloro che in questi anni hanno aderito alla Cittadinanza attiva del Comune di Muggia.-

 

 

Servola - Entro domani iscrizioni per visitare il depuratore

Il depuratore di Servola è pronto ad aprire le sue porte ai cittadini. AcegasApsAmga ha dato il via alle iscrizioni alle visite guidate gratuite nelle giornate del 13 e del 20 luglio. Per motivi di sicurezza sono previsti due turni, il primo dalle 8.30 alle 10 e il secondo dalle 10.30 alle 12, per un totale di 80 persone a giornata. Le iscrizioni chiudono domani: è sufficiente compilare il modulo sul sito www.acegasapsamga.it/richiesta_partecipazione_eventi/.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 6 luglio 2019

 

 

Contro le mini-centrali idroelettriche ambientalisti in piazza da Atene a Lubiana

AL VIA UNA SETTIMANA DI MANIFESTAZIONI IN VARI PAESI

BELGRADO. Alcuni progetti controversi - come quello delle centrali sulla Mura in Slovenia - sono stati congelati. Altri, dal Montenegro alla Serbia, sono per ora rallentati da sollevazioni popolari e proteste. Ma i Balcani rimangono una delle regioni con più nuove mini-centrali idroelettriche in progetto o in via di costruzione, un pericolo per fiumi e i torrenti a oggi fra i meno violati dalla mano dell'uomo in Europa.Si tratta di programmi al centro di molte proteste, negli anni passati: proteste che riprenderanno forza da oggi, con il lancio di una serie di manifestazioni "transnazionali", dalla Slovenia alla Grecia, organizzate da Ong e attivisti locali all'insegna del comune slogan «Our rivers - No DAMage», i nostri fiumi, no danni-dighe, con un gioco di parole. Le manifestazioni dureranno una settimana intera, fino al 16 luglio, a partire da quella di oggi a Tirana in contemporanea con altre a Belgrado e in varie località della Serbia dove si stanno costruendo mini-sbarramenti e mini-centrali. A Tirana si dirà no alle «500 centrali pianificate sui fiumi albanesi, che minacciano aree protette, fauna selvatica, risorse acquifere e comunità locali», hanno specificato gli attivisti. In Serbia ci si mobiliterà contro «lo tsunami di dighe» pianificato nei Balcani e sui fiumi serbi, in particolare nell'area di Stara Planina, ma anche contro le costruzioni abusive sugli argini della Sava, a Belgrado, causa di rabbia e proteste popolari. L'8 luglio le manifestazioni in Kosovo, dove nei giorni scorsi serbi e albanesi hanno manifestato insieme nell'area di Strpce contro una mini-centrale. Il 9 sarà invece la volta di Podgorica, in piazza di fronte al ministero dell'Economia con attivisti in arrivo anche da Berane, Lijeska e Savnik. Non è finita. Il 13 luglio una dimostrazione è in programma anche in Macedonia, nel cuore del parco nazionale di Mavrovo, tenuto in scacco «da tre centrali». Lo stesso giorno, una "mini-flotta" di barche solcherà le acque del bacino di Most na Soci, in Slovenia, mentre in contemporanea si scenderà in piazza pure a Sarajevo. Il gran finale, il 16 luglio, in Grecia, nell'area di Vovousa, con una marcia in luoghi dove sono previsti nuovi sbarramenti. Anche questi, secondo gli ecologisti, più che critici.

 

 

"Sardon Alice" - Da domani la raccolta delle plastiche - verso la Barcolana

Al via domani nei punti vendita Despar su iniziativa di AcegasApsAmga la raccolta degli scarti di plastica per la realizzazione del "sardon Alice" in vista della Barcolana. Fino al 9 agosto nei supermercati del gruppo saranno disponibili i contenitori per la raccolta dedicata ai rifiuti plastici utili a costruire appunto l'installazione finale, un pesce gigante di dieci metri, che sarà il simbolo della Barcolana 51. A questo proposito è di fatto operativo il "Sardon team" di AcegasApsAmga, che ogni giorno vuoterà i bidoni per consegnare le "migliori" plastiche agli artisti protagonisti di "Scart: il lato bello e utile del rifiuto".È la mostra che ha già riscosso successo nel Nord Italia e che sbarcherà a Trieste in occasione della Barcolana per esporre, nel palazzo della Regione, opere fatte al 100% di rifiuti. Opere create con la collaborazione di docenti e studenti delle accademia di Belle arti di Firenze e Bologna.--

 

 

La Fiab contro Marzi per il doppio senso in via San Giovanni - la querelle sulla viabilità

Muggia. Dopo aver innescato una resa dei conti nel Pd, il ritorno a Muggia del doppio senso in via San Giovanni raccoglie gli strali dei ciclisti urbani della Fiab Ulisse, che per voce del presidente della locale sezione triestina Luca Mastropasqua esprimono «fortissima delusione» per tale scelta auspicando «che il sindaco ritorni sui suoi passi. Oggi non si può più accettare che il traffico veicolare tolga spazio all'autonomia e alla crescita dei nostri ragazzi e alla sicurezza e alla fruibilità dei percorsi pedonali». «L'elevato inquinamento ambientale e acustico prodotto dal traffico nel centro di Muggia documentato da studi che lo stesso Comune ha commissionato nonché la protezione nel centro abitato delle utenze che il Codice della strada definisce deboli», scrive Mastropasqua, sono temi che «continuano a essere ignorati dal Comune di Muggia». E «ciò avviene anche in conseguenza dell'ordinanza 54, che restringe drasticamente il marciapiede di via San Giovanni, in nome di supposti e non documentati vantaggi per il traffico veicolare. Con questa ordinanza il sindaco Laura Marzi colpisce le utenze più deboli, i ragazzi che vanno a scuola, i pedoni, i disabili. Solo da pochi anni a Muggia si erano finalmente migliorate le condizioni di sicurezza nel percorso che va dalla Stazione delle autocorriere alle scuole. La constatazione che il tragitto da percorrere per andare a scuola, se fatto in autonomia, contribuisce allo sviluppo intellettuale e sociale dei bambini e favorisce l'attività motoria era stata la motivazione alla base di un progetto finanziato dalla Regione». Ora, sostiene Mastropasqua, si riporta «indietro l'orologio della vivibilità e della sicurezza delle strade».

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 5 luglio 2019

 

«Cittadini sentinelle dell'aria» - Una rete di controlli fai-da-te

Cittadini come sentinelle dell'aria che respiriamo: è la mission del progetto internazionale "Citizen Science", che il circolo Verdeazzurro Legambiente di Trieste supporta e che prevede la collaborazione di cittadini, scuole, associazioni e istituzioni nella raccolta di dati ambientali, a scopo conoscitivo ed educativo: in questo caso si tratta della raccolta di dati sui livelli, nella aria, di polveri sottili - i famigerati Pm 2. 5 e Pm 10. Tutti possono diventare "monitoratori", basta acquistare il sensore a costi molto contenuti - da 35 a 40 euro, anche su Amazon - attivarlo e connetterlo alla propria rete wifi e da quel momento le rilevazioni fatte dallo strumento installato sul balcone di casa piuttosto sul davanzale di una finestra di un istituto scolastico sono immediatamente visibili sulla piattaforma dell'Università di Stuttgart, con la possibilità di verificare i dati settimanali, mensili, annuali e di scaricarli. «Queste misure - specifica Andrea Wehrenfennig, presidente del circolo triestino di Legambiente - non sostituiscono in alcun modo i rilevamenti ufficiali di Arpa Fvg, ma possono integrarli grazie alla presenza potenziale di molteplici punti di rilevamento, installati da associazioni, scuole, istituzioni e semplici cittadini». Si tratta di un progetto che in Europa e nel mondo è già molto diffuso, con quasi 9000 sensori in 61 paesi. «Legambiente Trieste e Legambiente Fvg - sottolinea Wehrenfennig - hanno rivolto particolare attenzione all'aspetto didattico ed educativo del progetto, collaborando all'installazione dei sensori all'Istituto Tecnico Superiore Malignani di Udine e presso diversi cittadini interessati. Alcuni sensori sono già attivi a Trieste, esattamente tre, due dei quali privati cittadini e l'altro un istituto scolastico che implementerà il tutto entro settembre. Per ora sono due gli istituti superiori triestini con i quali ci sono contatti. Abbiamo sentito anche l'associazione "No Smog" sulla Ferriera, perché c'è l'interesse a installare sensori in abitazioni a ridosso dell'impianto siderurgico».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 4 luglio 2019

 

 

Ripulito dai rifiuti il bosco di Bagnoli lungo lo Zerjalen

SAN DORLIGO. Nonostante il forte caldo, ha riscontrato un ottimo successo l'intervento programmato dall'associazione MiTi per la pulizia di una zona boschiva di San Dorligo. Una ventina di volontari, nell'ambito del progetto "Creativamente giovani", ha operato per più di tre ore lungo il torrente secco Zerjalen, sito lunga la strada che da Bagnoli della Rosandra porta a Moccò, raccogliendo diversi metri cubi di materiale abbandonati nel verde pubblico. Ancora una volta è stata recuperata una grande quantità di rifiuti abbandonati probabilmente da più di trent'anni, tra gli anni Sessanta e Novanta: lo testimonia, fra le altre cose, la scarsa presenza di plastica. Tra i materiali più presenti, numerosi copertoni, scale di ferro, divani letto, forni, scaldabagni, lattine, filo di ferro. A rendere più difficile il recupero, profondamente immerso nel terreno e spesso coperto da massi. Per l'occasione è stata testata ufficialmente per la prima volta l'applicazione "iScovaze" progettata per segnalare la presenza di rifiuti. Il progetto iScovaze è nato proprio con l'obbiettivo di contribuire a diminuire la presenza di rifiuti abbandonati sul territorio, in particolar modo sull'altopiano carsico, troppo spesso vera e propria discarica a cielo aperto. L'idea è nata nell'ambito del progetto CreativaMente Volontari coordinato da Mila Sponza di Alt. «Di lavoro di pulizia del nostro territorio ce n'è da fare ancora - ammette Dario Gasparo, presidente dell'associazione MiTi - ma siamo contenti perché oltre ai volontari coinvolti nel progetto è stata una importante sorpresa vedere la disponibilità di un gruppetto di giovani studenti dei licei cittadini, che invece di trascorrere al mare le agognate giornate di fine hanno ritenuto più giusto impegnarsi in questa attività di cittadinanza attiva». 

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 3 luglio 2019

 

 

Alla Lega Navale documentario "Mare antico. Viaggio alle origini della frontiera sommersa"

La "nascita" del golfo di Trieste, la sua origine geologica e i suoi mutamenti, il nostro mare com'era al tempo dei dinosauri, i segreti delle fonti termali di Monfalcone, i labirinti sommersi nelle bocche del Timavo a Duino. Domani, alle 19, nella sede della Lega Navale al Molo Fratelli Bandiera 9, si presenta il documentario di Pietro Spirito e Luigi Zannini, "Mare antico. Viaggio alle origini della frontiera sommersa", prodotto dalla sede regionale della Rai per la regia di Luigi Zannini. Il documentario - il quarto della serie dopo "La frontiera sommersa", "I segreti del golfo" e "Trincee del mare" - racconta un viaggio nella storia del golfo, alla scoperta delle sue origini geologiche, con le forme di vita più antiche, il Timavo e le acque termali di Monfalcone. Assieme ai geologi, ai ricercatori dell'Ogs, agli speleosubacquei del Club alpinstico triestino la troupe è scesa nel cuore del nostro mare in un viaggio che dal tempo profondo arriva fino ai nostri giorni. Ed è una scoperta dietro l'altra, con le telecamere che entrano nei labirinti sommersi del Timavo sotto la guida dello speleosub Luciano Russo, oppure indagano con Stefano Furlani la variazione dei livelli marini, o ancora con Flavio Bacchia fanno rivivere in realtà virtuale la vita nel mare milioni di anni fa. Fino all'attualità con Maurizio Spoto (Riserva di Miramare) che racconta com'è la vita marina oggi. --

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 2 luglio 2019

 

 

San Dorligo premiato per il suo "porta a porta senza confini"

SAN DORLIGO DELLA VALLE. Il Comune di San Dorligo della Valle è stato premiato l'altro giorno a Roma - durante la cerimonia conclusiva dell'iniziativa nazionale "Comuni Ricicloni", organizzata da Legambiente con il patrocinio del ministero dell'Ambiente - con la menzione speciale "La raccolta differenziata non ha confini", ritirata dal sindaco Sandy Klun assieme ai rappresentanti del gestore del servizio rifiuti A&T 2000 Spa. «L'importante riconoscimento di Legambiente - si legge in un comunicato - è stato motivato dall'attenzione con cui è stata impostata la raccolta "porta a porta" dal primo luglio 2017, sotto la nuova gestione di A&T 2000. Si è tenuto conto di come il sistema di raccolta sia stato adattato agli aspetti distintivi del territorio, caratterizzato anche dal bilinguismo. Questo aspetto in particolare non ha costituito una barriera bensì una nuova opportunità di dialogo tra gestore e utenti del servizio». Ed «è stato evidenziato anche come la presenza costante sul territorio, attraverso le attività informative, la capillare distribuzione delle attrezzature e il controllo puntuale sul servizio di raccolta, sia stato una leva determinante che ha permesso di ottenere i migliori risultati di differenziata (74% nel 2018) oltre che un'ottima qualità del rifiuto raccolto da avviare a riciclo».--

 

 

Centrale termoelettrica a carbone di Monfalcone - Progetti post-centrale incontri sul territorio

Sulle prospettive della centrale è in atto un confronto a tutto campo che coinvolge tre diversi livelli istituzionali sulla base del quale il Comune si appresta ad aprire (le convocazioni sono in corso) il confronto con i soggetti del territorio interessati. Lo dice l'amministrazione che rileva come alcuni soggetti, come Legambiente, rivendicano interventi sulla base di presupposti e informazioni carenti e sbagliate. Il Comune, si evince in una nota, è presente con l'assessore all'Ambiente Sabina Cauci nella commissione per il riesame dell'Autorizzazione Ambientale Integrata, dove sarà portata la posizione della giunta per una rigida applicazione delle migliori tecnologie disponibili (Bat) secondo le linee della Commissione europea. Il sindaco Anna Maria Cisint ha partecipato, in video conferenza, al tavolo istituito dal Ministero dell'economia con i gestori delle centrali e le parti sociali per la dismissione del carbone. Nei giorni scorsi s'è tenuto il tavolo istituito dalla Regione, presente anche il sottosegretario all'Ambiente, Vannia Gava. «La dismissione del carbone e la destinazione del sito - sottolinea Cisint - sono state poste dalla nuova giunta comunale dal suo insediamento e solo ora dopo il rinnovo dei vertici si registra l'impegno del nuovo Governo e della Regione sul problema cittadino di A2A, cui s'accompagna la disponibilità al dialogo della società». Il Comune ha programmato l'ascolto nei prossimi giorni di realtà locali, ambientaliste, rioni, associazioni di categoria e sindacati, sulle ipotesi emerse nel tavolo regionale.--

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 1 luglio 2019

 

 

Bombole di gas e rifiuti discarica in centro città

Non solo nessuno è intervenuto. Ma, con il passare del tempo, la situazione è ancora peggiorata. Perché gli scaricatori abusivi di rifiuti hanno continuato imperterriti e indisturbati a riempire l'area di immondizie di ogni genere. «E, come se non bastasse, sono state abbandonate diverse bombole di gas. Visto quanto è successo in viale XX Settembre, la sensibilità è ancora maggiore di fronte a quelle inquietanti "presenze"».Siamo in via del Poggio, in una discarica abusiva, a pochi passi dal centro cittadino: un'area in totale abbandono che ha finito con il procurare un autentico travaso di bile ai residenti. C'è di tutto: vecchi elettrodomestici, mobili sfasciati, contenitori (vuoti) di olio per auto. E poi, materiale edilizio, serramenti, scarti ferrosi. E chi ne ha più ne metta. A lanciare nuovamente l'allarme è un residente (Davide Carecci) ha preso carta e penna, facendosi portavoce del disorientamento di diverse famiglie che risiedono nel circondario. È scoraggiato perché a nulla sono valse le segnalazioni presentate, a suo tempo, al Comune e all'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpa). «Volevo far presente alla vostra redazione la situazione che i residenti di via del Poggio stanno vivendo da ormai più di 3 anni - spiega Carecci -. Ebbene: continua ad esistere una discarica abusiva di vario genere: dal materiale inerte agli pneumatici, dagli elettrodomestici a sacchi neri pieni di rifiuti vari, fino ad arrivare alle bombole di gas. Non solo: ultimamente sono stati abbandonati diversi contenitori di olio alimentare usato. Ce n'é parecchio ed è evidente che qualcuno ha individuato quest'area per buttarlo, deturpando l'ambiente. Nonostante varie segnalazioni scritte e protocollate, non abbiamo mai avuto un riscontro da parte di nessuno». Carecci racconta di aver coinvolto l'amministrazione comunale. «Mi hanno rassicurato, un anno fa, che avrebbero fatto di tutto per intervenire e risolvere il problema. Sei mesi fa, anche gli uffici comunali pareva avessero preso a cuore la questione ma, oggi, sono nuovamente a segnalare lo stesso problema».A quanto pare, l'area è di proprietà privata. Ma abbandonata. E questa situazione di controlli-zero ha fatto prendere coraggio a coloro che pensano sia giusto smaltire così le immondizie. «La situazione sta peggiorando, giorno dopo giorno». Carecci ha scattato anche alcune foto che corredano questo nostro servizio. Non sono necessari ulteriori commenti perché le immagini parlano da sole e evidenziano bene lo stato in cui versa quell'area ridotta a discarica abusiva. E dire che la gran parte dei goriziani, animati dal sacro e asburgico rispetto delle regole, stanno applicando alla lettera i (rigidi) dettami della raccolta differenziata. E lo fanno con serietà, impegno, perseveranza. Hanno disseminato la casa di contenitori di colori diversi. Hanno trasformato i propri terrazzini in piccole isole ecologiche. Selezionano i rifiuti con grande maestria. Solo che ci sono sempre i menefreghisti. Tanti, ancora troppi. 

Francesco Fain

 

Lastre di eternit su una scarpata del monte Calvario

Si moltiplicano le segnalazioni di abbandono da parte di ignoti di rifiuti costituiti da pezzi di lastre in cemento-amianto lungo una scarpata sul Calvario e in via dell'Angolo a Gorizia rispettivamente da parte di Legambiente Gorizia e di un cittadino. Il Comune ha deciso di correre ai ripari affidando a una ditta privata il servizio di rimozione.Anche il responsabile della Stazione forestale di Gorizia aveva evidenziato abbandoni da parte di ignoti di rifiuti costituiti da lastre e tubi in cemento-amianto rispettivamente nel corso del rio Stoperca (a Piedimonte) e lungo la scarpata «presumibilmente sulla particella 504/5 di proprietà regionale" nelle vicinanze di via Pola, nel quartiere della Campagnuzza. 

 

 

 

 

 

 

 

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