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RASSEGNA STAMPA luglio - dicembre 2009
IL PICCOLO - GIOVEDI', 31 dicembre 2009
«Da Gas Natural risposte, non pacche sulle spalle» -
ITALIA DEI VALORI
«Leggiamo con sospetto le rassicurazioni di Narciso de
Carreras Roques perché fonda tutte le sue rassicurazioni non dicendoci che tutto
è perfetto nel progetto della sua azienda, ma spiegandoci che i tecnici del
tavolo tecnico, che hanno studiato il progetto indicandone molteplici carenze,
incongruenze e falsità, non sono tecnici competenti». Così in una nota Mario
Marin, coordinatore provinciale dell’Italia dei valori, commenta le
dichiarazioni rilasciate dal direttore dei progetti internazionali di Gas
Natural in merito alle critiche giunte dal Tavolo promosso dalla Uil vigili del
fuoco. «Non posso credere - scrive Marin - che una decina di professori
autorevoli si espongano a denunciare pesantemente e pubblicamente un progetto
che a dire di de Carreras Roques è perfettamente idoneo e corretto». Inoltre,
«in risposta del fatto che la Procura non abbia proceduto negli esposti
presentati, questo non ci assicura automaticamente che tutto va bene. Ci sono
mille ragioni perché un esposto possa venir rigettato senza con ciò stabilire
che i fatti denunciati non sussistano. Italia dei Valori - chiude Marin - non
accetta rassicurazioni bonarie e pacche sulle spalle, ma pretende che vengano
prodotte prove precise». Per Marin quelli espressi dal dirigente di Gas Natural
sono «giudizi superficiali e offensivi su persone che sino a prova contraria
meritano ogni rispetto e rappresentano una parte importante della scienza
triestina e transfrontaliera». Inoltre, auspica Marin, «le istituzioni cittadine
e regionali costituiscano un forte riferimento di imparzialità».
Godina sulle bonifiche: «Dobbiamo restare vicini alle
aziende» - DOPO L’OK ALL’ACCORDO DI PROGRAMMA
«L’accordo di programma va bene come metodo di lavoro
perché consente finalmente di dare certezze alle imprese. Ma l’azione degli enti
locali non dovrà esaurirsi una volta firmato l’atto». Il vicepresidente e
assessore allo Sviluppo economico della Provincia di Trieste, Walter Godina,
interviene così sulla questione delle bonifiche nell’area del Sito inquinato di
interesse nazionale e sul testo discusso a Roma e su cui i soggetti coinvolti si
sono trovati a convergere. Un «testo riguardo al quale - afferma Godina - la
Provincia ha effettuato un’azione mirata ad ottenere delle migliorie. Riuscendo
nell’intento».
«Dovremo in ogni caso continuare a monitorare strettamente la situazione -
prosegue Godina -, restando vicini ai comparti produttivi. Il primo passo,
concretamente, dovrà farlo poi la Regione, mettendo a disposizione il denaro
necessario alle caratterizzazioni». La riflessione dell’esponente della giunta
provinciale abbraccia anche un preciso aspetto normativo: «Bisognerà capire come
verrà interpretato dal Ministero dell’Ambiente l’articolo 2051 del Codice
civile, quello relativo al dovere di custodia». Il tutto collegato evidentemente
alla quantificazione del danno ambientale. «Il punto è che lo stesso Ministero
non dovrà ritrovarsi con una caterva di ricorsi sul groppone da parte delle
imprese - conclude il vicepresidente -, un’eventualità che ostacolerebbe tutti i
passaggi successivi». «Inoltre - aggiunge Godina - va detto che l’accordo di
programma risulterebbe inutile se dovesse determinare una situazione con una
serie di aziende fallite e con persone senza lavoro».
Secondo il numero due dell’ente di palazzo Galatti, sarà «importante anche il
ruolo del nuovo Comitato tecnico, che dovrà effettuare le valutazioni sui
diversi soggetti e sugli eventuali danni arrecati alle zone dell’area. Confido
che, a caratterizzazioni concluse, almeno una cinquantina di aziende possano
essere direttamente escluse dall’elenco di quelle che dovranno pagare per aver
inquinato».
(m.u.)
La Kemiplas riapre i battenti Torna l’incubo delle
emissioni - Richiamati gli operai da gennaio. Il contenzioso con gli
ambientalisti
CAPODISTRIA La fabbrica di prodotti chimici Kemiplas di
Villa Decani - pochi chilometri da Capodistria – in gennaio riapre i battenti.
La produzione era stata sospesa nel novembre del 2008 a causa della crisi
economica ma ora la situazione sta migliorando e si può riprendere a lavorare.
La Kemiplas non dispone della certificazione ambientale europea Ippc, requisito
indispensabile per un impianto industriale di questo tipo, ma a giudizio della
direzione della fabbrica questo non rappresenta un problema. È solo una
questione di tempo, sostengono a Villa Decani: la società ha chiesto il
certificato nel 2006 ed è semplicemente in attesa che questi le venga rilasciato
dalle autorità slovene. Un analogo reparto produttivo della Kemiplas in Ungheria
ha del resto già ottenuto la certificazione Ippc, secondo le stesse norme in
vigore a in Slovenia. «La sospensione della produzione nel novembre dell'anno
scorso non aveva nulla a che fare con questioni ambientali, era solo una
decisione economica», ha ribadito il direttore dell'impianto di Villa Decani,
Muharem Kadic.
Il principale prodotto della Kemiplas, l'anidride ftalica, è uno dei componenti
delle vernici per automobili, e con la crisi dell'industria automobilistica la
produzione ha dovuto essere ridotta. Per soddisfare le esigenze del mercato
centroeuropeo, sul quale è presente la Kemiplas, per un certo periodo è stato
sufficiente mantenere operativo l'impianto di Veszprem, in Ungheria, dove
vengono prodotte 20.000 tonnellate di anidride ftalica all'anno. Ora invece è
aumentata la richiesta, per cui sarà riattivata anche la produzione di Villa
Decani, che dovrebbe aggirarsi sulle 18.000 tonnellate. La direzione della
fabbrica ha già richiamato al lavoro una sessantina di dipendenti, che per un
anno erano rimasti a casa, ma che, a detta di Kadic, ricevevano lo stipendio
come se lavorassero 35 ore alla settimana. Tornando al certificato ambientale,
l'industria chimica di Villa Decani è da anni al centro di polemiche per le
emissioni di gas nocivi.
Gli abitanti della zona circostante, cosi' come le autorità comunali di
Capodistria, sono da tempo impegnati nella battaglia per farla chiudere e
trasferire la produzione altrove, ma finora senza successo. Contro la Kemiplas è
stata intentata anche una causa da parte di oltre 200 persone che si
consideravano minacciate da quella che gli ambientalisti chiamano la ”fabbrica
dei veleni”, ma l'impresa ne è uscita indenne: non è mai stato provato che le
emissioni fossero superiori ai limiti consentiti dalla legge. La direzione della
fabbrica si è più volte detta disposta a spostare definitivamente altrove la
produzione, ma non ha trovato ancora un accordo né con il comune né con lo Stato
per coprire almeno in parte le spese dello smantellamento degli impianti. Con il
comune di Capodistria è inoltre in corso una battaglia legale per il ritardo
nell'approvazione del Piano regolatore dell'area di cui la Kemiplas è
proprietaria, ritardo che a detta dei legali della società di Villa Decani
avrebbe già provocato un danno di oltre 600.000 euro.
IL MANIFESTO - MERCOLEDI', 30 dicembre 2009
Muggia teme il gas - un impianto al confine sloveno
Un rigassificatore nella baia davanti a Trieste che dovrebbe garantire l'autosufficienza energetica all'Italia. Un affare da oltre 600 milioni di euro per gli spagnoli di Gas Natural. E un incubo per 200 mila cittadini che temono un'altra Bhopal.
«Cifre addomesticate sugli effetti ambientali»
GLI ECOLOGISTI - La campagna dei comitati: imprecisioni dal governo italiano a quello sloveno Il progetto del rigassificatore di Trieste presentato dal colosso energetico spagnolo Gas-Natural è osteggiato dalle principali associazioni ambientaliste del Friuli: da Greenaction International ad Alpe Adria Green, dal Wwf a Legambiente Friuli e Italia Nostra, passando per gli attivisti del Comitato di salvaguardia del golfo di Trieste e dal Comitato Sos-Muggia. Da anni denunciano la fornitura di dati generici quando non falsati sull'impatto ambientale dell'impianto italo-spagnolo.
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 30 dicembre 2009
Banca Etica, la solidarietà batte la crisi - Il
direttore Crosta: «La finanza sana non teme confronti». Raccolta +6% -
«Presto una nuova sede a Trieste»
FRA I POCHI ISTITUTI CHE HANNO REGISTRATO UN BALZO DEI
FINANZIAMENTI: +25%
PADOVA La finanza etica funziona. A dimostrare che si può vincere la partita
della finanza ”buona e responsabile” è proprio la banca popolare Etica, nata a
Padova 10 anni fa. Nell’anno peggiore e più devastante per le banche vecchio
stampo, l’istituto ha provato che si può dare credito anche in tempo di crisi.
Senza accollarsi rischi inutili, senza peggiorare il proprio portafoglio e
conseguendo risultati anche in termini di rendimento.
Nei primi 11 mesi del 2009 i finanziamenti accordati da Banca Etica sono
cresciuti di quasi il 25% rispetto alla fine del 2008 (raggiungendo i 535
milioni di euro); la raccolta di risparmio è cresciuta di circa il 6%, mentre il
patrimonio gestito affidato alla società di gestione del risparmio del Gruppo,
Etica sgr, ha segnalato la performance boom del +35%. Nello stesso periodo il
capitale sociale di Banca Etica è cresciuto del 14% (sfiorando i 26 milioni di
euro conferiti da 33mila soci) e con esso la possibilità di erogare
finanziamenti ai progetti di economia solidale e sostenibile.
A raccontare la ricetta del successo dell’istituto è il direttore generale Mario
Crosta: «Banca Etica ha dimostrato con i numeri del 2009 che esiste una finanza
”sana” che non ha timori dei cicli negativi. I nostri risultati, soprattutto se
guardiamo all’andamento degli impieghi esprimono con chiarezza una realtà: che
non solo la finanza etica funziona, ma è anche in grado di resistere alle
tempeste e di proporsi come modello per ripensare le regole di una finanza che
fin qui è stata accecata dall’ossessiva ricerca della massimizzazione dei
profitti di breve periodo. Abbiamo anche dimostrato di poter svolgere
un’importante funzione anti-ciclica, aumentando i finanziamenti proprio mentre
nel Paese si lamenta il credit crunch.
Questo trend vale anche per il Nordest?
A livello di impieghi abbiamo registrato anche in quest’area, che è un
territorio d’elezione per noi visto che siamo nati a Padova, un aumento
nell’ordine del 20%. Ma non è solo sul fronte del credito che abbiamo ottenuto
risultati. La nostra sgr ha guadagnato ottime performance sia in termini di
raccolta che di rendimento del patrimonio in gestione. Il mercato ha premiato la
nostra trasparenza. Basti dire che abbiamo aperto 3mila nuovi conti quest’anno.
E non abbiamo tradito il nostro orientamento in nessuna circostanza. Non abbiamo
per esempio accettato fondi provenienti dallo scudo fiscale.
Come avete gestito i rischi derivanti dalla congiuntura negativa?
Selezionando attentamente gli ambiti in cui operare. Privilegiando i settori che
tradizionalmente finanziamo come le iniziative di cooperazione sociale,
l’associazionismo culturale e le imprese impegnate in progetti sostenibili, come
per esempio la green economy.
Il vostro modello è stato dunque immune alla crisi?
Non è proprio così. Direi piuttosto che di fronte ad un sistema bancario che ha
visto ridurre i finanziamenti destinati alle imprese noi siamo cresciuti. Ma con
metodo. Il dato sulle nostre sofferenze è significativo, se l’Abi lo calcola
all’1,92% per il sistema, Banca Etica le contiene allo 0,6% a ulteriore
dimostrazione di come i settori che noi finanziamo siano in grado di coniugare
affidabilità economica con iniziative imprenditoriali sostenibili.
Ma se non condividete le regole del contesto in cui operate certamente ne avrete
subìto, come tutti, le conseguenze.
A livello di bilancio 2009 anche il nostro utile avrà una contrazione. Ma tutti
gli altri parametri sono in aumento. Aumenta la nostra patrimonializzazione che
ci permette di avere più risorse da destinare ai finanziamenti. Abbiamo già da
mesi attivato la moratoria sulle rate dei mutui della prima casa e quella sui
finanziamenti alle persone giuridiche.
E per il 2010?
Continueremo a crescere. Pensiamo di aprire nuove filiali, tra cui Perugia,
Ancona e Trieste. E poi continueremo a crescere sul fronte degli impieghi. In
particolare abbiamo i progetti microcredito per le famiglie e le persone in
difficoltà in accordo con Abi e la Cei.
ROBERTA PAOLINI
Bonifiche, cambia la mappa delle responsabilità -
Niente danno ambientale da pagare sui terreni non contaminati. Enti pubblici
verso il sì all’accordo
SITO INQUINATO - Provincia: Roma ha accolto le
richieste
Sembra che all’ultimo minuto la tremenda questione delle bonifiche sul Sito
inquinato nazionale abbia trovato soluzione. Non accontenterà sul minuto le
tante categorie che professionalmente insistono sulla zona e che fin qui hanno
puntato i piedi di fronte alla minaccia di dover pagare per togliere anche lo
sporco non da loro stesse prodotto, ma allo stato delle cose pare che più di
così non si sarebbe potuto ottenere.
Lo annuncia con una certa soddisfazione l’assessore all’Ambiente della
Provincia, Vittorio Zollia, all’indomani della delibera con cui palazzo Galatti
dice «sì» all’accordo, un «sì» che la giunta comunale ha già pronunciato, che la
Regione ha in calendario per l’ultimo giorno utile, il 30 dicembre. Una somma di
faticosi assensi che dovrebbe mettere in salvo il finanziamento, piccolo ma pur
importante, assicurato dal ministero dell’Ambiente che aspetta appunto per
l’ultimo minuto gli atti di tutti gli enti, in attesa poi della firma di un
nuovo e definitivo accordo di programma.
«Il ministero - riferisce Zollia che nei giorni scorsi ha partecipato all’ultimo
e fondamentale incontro romano sull’argomento - ha accettato tutte e tre le
sostanziali modifiche che erano state chieste. La prima è che la
caratterizzazione che ancora manca sull’area sarà completata dall’Ezit, anche
con le risorse messe a disposizione dalla Regione; la seconda, che dalle
premesse è stata tolta la condizione che indicava come responsabili i ”soggetti
obbligati”, obbligati dunque anche a contribuire alle spese, è stata sostituita
con un richiamo alle ”norme vigenti”, le quali fanno riferimento a ”chi ha
creato il danno” ovvero ”ha omesso la custodia del sito così creando un danno”».
Sembrano sottigliezze. Ma sono la risposta alle proteste di industrie e
artigiani: «Perché dobbiamo pagare le bonifiche se a inquinare non siamo stati
noi?». Il paragrafo nuovo si completa con il taglio dei nomi e cognomi delle
ditte insediate, precedentemente chiamate in causa. «Era prima sufficiente -
ricorda Zollia - che una falda inquinata scorresse sotto un capannone perché il
proprietario fosse tenuto a pagare la bonifica, a prescindere dal fatto che
l’avesse causata lui o meno».
Infine, un’altra «liberatoria». Dopo la caratterizzazione, cioé dopo l’analisi
dei terreni per stabilire se sono sporchi e di quali sostanze, era stato
stabilito che tornassero «agli usi legittimi» (cioé nella disponibilità degli
aventi diritto) solo se non inquinati. Adesso invece ci si appoggerà alla nuova
legge che consente, di fronte a inquinamento, anche l’analisi del rischio: ogni
singola unità è causa di minor rischio se agisce in un contesto già degradato.
Si capisce che sarà più facile avere conseguenze meno pesanti dalla situazione.
Ma non basta. È stato anche messo nero su bianco che le porzioni di terreno non
inquinato non dovranno pagare il «danno ambientale». In ogni caso la mappa del
sito e soprattutto delle responsabilità attive verrà rivista. Dovrà formarsi un
nuovo Comitato tecnico in grado di stabilire chi ha prodotto danni, e capace di
realizzare l’analisi del rischio relativo. Solo a questo punto la classifica dei
pagamenti dovuti acquisterà una fisionomia: diversa, si presume, da quella
prefigurata fino a oggi, che aveva tanto scontentato da portare a ben 13
versioni diverse dell’accordo di programma, fino a determinare l’uscita della
Camera di commercio dalla lista degli enti partecipanti e delegati alla firma.
Una firma che non è stata mai messa. E a irrigidire Assindustria, e a indignare
gli artigiani con la crisi sul collo. Se tutte le delibere arriveranno a Roma
entro la mezzanotte del 31 dicembre, a gennaio si metterà in calendario un nuovo
summit, per la firma dell’accordo definitivo.
(g. z.)
SEGNALAZIONI - «Rigassificatore: il consiglio ha detto
no, la giunta agisca di conseguenza»
Ho letto e collezionato con grande interesse tutti gli
approfondimenti relativi al progetto per la installazione di un rigassificatore
a Trieste. Società proponente, ministri, sottosegretari, sindaci, consiglieri,
assessori, enti, associazioni, tecnici, privati cittadini e giornalisti.
È dal loro lavoro che ho potuto trarre la seguente sintesi:
Questioni di carattere ambientale. Il rigassificatore proposto comporterà lo
scarico a mare di una importante quantità di acque «reflue» derivanti dal
processo industriale di rigassificazione. Questo scarico, sia per contenuto
chimico sia per temperatura determinerà l’alterazione dell’ecosistema del golfo
con effetti non noti ed oggi non prevedibili con sicurezza in via teorica. Da
qui le richieste degli approfondimenti al progetto e dei monitoraggi in fase di
funzionamento dell’impianto.
La realizzazione della condotta sottomarina per portare il gas alla rete
nazionale comporterà la movimentazione di fanghi inquinati nel golfo, stesso
risultato sarà determinato dal movimento delle navi gasiere.
Il rigassificatore impone inoltre la necessità di valutare la non trascurabile
questione del rischio di gravi incidenti, rischio amplificato dalla presenza di
altri impianti industriali tra i quali la Ferriera di Servola.
Questioni di carattere economico. Da quanto appreso, pare che la movimentazione
delle navi gasiere escluda la possibilità di qualsiasi movimento contemporaneo
di naviglio, tanto di natura commerciale quanto di natura diportistica. Ciò per
ragioni di sicurezza. Per farla breve, nel golfo non potrebbero muoversi altre
navi e non potrebbe svolgersi una regata, per esempio la Barcolana.
L’insediamento del rigassificatore a Trieste significherebbe rinunciare al porto
commerciale ed al turismo nautico. Coerentemente si comprende allora il mancato
finanziamento della piattaforma logistica da parte dell’attuale Governo. Il
porto commerciale, ritenuto non più strategico, sarebbe lasciato morire per
essere sostituito da un porto esclusivamente energetico (noi come Baku? come
Atirau?).
I vantaggi dell’impianto sarebbero i posti di lavoro (circa 80) e l’investimento
di circa 500 milioni di euro per la sua realizzazione. La costruzione
dell’impianto tuttavia non verrebbe affidata ad imprese locali se non
relativamente ad una parte limitata.
Valutazione di impatto ambientale. Il Consiglio Comunale di Trieste, la più alta
espressione democratica della nostra comunità, dopo aver valutato la
documentazione tecnica relativa all’impianto, l’impatto sull’ambiente, i rischi
e le ricadute sulla economia locale, nella seduta del 18 gennaio 2007 ha
espresso il proprio voto contrario alla realizzazione del rigassificatore. Voto
contrario proprio in ragione del «prezzo» che dovrebbe pagare la città, impatto
sull’ambiente che non è stato ritenuto compensato dalle previste ricadute
economiche.
Alla luce di tutto ciò, è utile interrogarsi ulteriormente riguardo
l’opportunità di realizzare il rigassificatore a Trieste? E ancora: perché il
Consiglio comunale e la Giunta non agiscono coerentemente al voto espresso?
Francesco Cervesi
IL PICCOLO - MARTEDI', 29 dicembre 2009
RIGASSIFICATORE - «L’impianto è troppo vicino alla
città» - Per l’architetto De Simone, Gas Natural deve investire di più nella
sicurezza
PARLA L’ESPERTO - «La localizzazione del sito è
sbagliata. E i tubi andrebbero posizionati 15-20 metri sotto i fondali
logicamente con una spesa superiore»
Il criterio seguito da Gas Natural nell’elaborazione del progetto del
rigassificatore di Zaule? «Il risparmio, e non certo l’utilizzo delle tecnologie
più avanzate in grado prevenire incidenti e rischi per la sicurezza». L’accusa,
pesante e diretta, non arriva questa volta da ambientalisti o docenti
universitari, bensì da un addetto ai lavori, l’architetto leccese Fernando De
Simone. Uno che di impianti gnl se ne intende, visto che da oltre 20 anni lavora
come consulente della Norconsult, il colosso norvegese a cui si deve la
realizzazione di decine di rigassificatori in tutto il mondo.
Cosa non la convince del progetto spagnolo?
Prima di tutto la localizzazione del sito. Pensare di costruire un
rigassificatore così vicino alla città, significa non avere a cuore l’incolumità
dei triestini. Nessun impianto, nemmeno il più controllato, è esente da rischi.
La storia recente dei terminal e dei gasdotti, purtroppo, lo dimostra. Negli
ultimi anni si è verificata una lunga serie di incidenti ed esplosioni. La più
devastante, avvenuta in Corea del Sud, ha provocato un centinaio di vittime.
Teme catastrofi simili anche a Trieste?
Non si può escludere. Se si incendia una nave gasiera, con l’effetto domino,
rischia di andare in fumo tutta la città. Un pericolo che non si correrebbe se
il terminal venisse realizzato off-shore, come minimo ad una ventina di miglia
di distanza dalla costa. In quel caso, almeno, un’eventuale esplosione non
comporterebbe pericoli per la popolazione
Oltre al sito, lei critica anche le modalità previste per la realizzazione del
gasdotto.
Ritengo sbagliatissima la scelta di appoggiare le condotte sul fondo del mare. I
tubi vanno posizionati ad almeno 15-20 metri sotto i fondali. Profondità minima
da rispettare anche nella parte a terra. Solo così si possono evitare sabotaggi
o tragedie come quella avvenuta l’anno scorso in Belgio.
Quale?
L’esplosione al gasdotto di Ghislenghien. Lì, durante alcuni lavori di scavo,
una pala meccanica ha urtato un tubo inserito solo ad un metro e mezzo sotto il
suolo. Il risultato è stato un’esplosione che ha ucciso 15 persone e ne ha
ferite altre 120.
Ma perché Gas Natural non avrebbe adottato queste accortezze?
Per risparmiare. Fare buchi ad un metro e mezzo di profondità costa ovviamente
molto meno che scavarli a 20 metri. Nel primo caso basta assoldare un paio di
manovali, nel secondo servono tecnologie più avanzate. Per esempio le ”talpe”,
tecnicamente chiamate Tbm (Tunnel Boring Machine ndr): piccole perforatrici
automatiche che eseguono i fori e li richiudono. E al risparmio è improntata
anche la formula prevista dal progetto per lo stoccaggio del gas.
Cioè?
Se avesse davvero voluto evitare ogni rischio Gas Natural avrebbe potuto seguire
l’esempio della Norvegia, dove in molti impianti l’intero processo di stoccaggio
del gas avviene in caverne. Le navi gasiere arrivano comunque sotto costa, ma le
condotte vengono prolungate fin sotto le montagne, o nel caso di Oslo
addirittura collinette artificiali, e sfociano in grandi cavità sotterranee.
Ambienti in cui non c’è ossigeno e non esiste quindi alcuna possibilità di
esplosione.
Un’ipotesi praticabile anche a Trieste?
Certamente. La città ha alle spalle il Carso. Basterebbe rinforzare la roccia,
di per sè franosa, con il cemento. Tecnicamente, quindi, è una soluzione più che
fattibile. Il punto, ancora una volta, sono i costi. Un sistema di questo tipo
richiede una spesa iniziale superiore del 20% rispetto allo stoccaggio
tradizionale. Già dopo 3 anni, però, l’investimento viene ammortizzati grazie ai
minori costi legati alla manutenzione, perché le caverne non subiscono l’attacco
degli agenti atmosferici.
Ma se il progetto fosse così rischioso come lei dice, Gas Natural non avrebbe
ottenuto il decreto di Via da Roma.
Non entro nelle dinamiche politiche del ministero. Dico solo che se Gas Natural
ritiene di aver davvero agito secondo i criteri corretti, non avrà nulla in
contrario a sottoporsi all’esame di esperti super partes. Penso ai tedeschi
della Tuf, specializzati nel collaudo di nuovi impianti, o agli americani del
Sandia National Laboratory, noti in tutto il mondo per i loro studi su rischi e
attentati. Ecco, il giudizio finale sul progetto triestino potrebbe essere
affidato a loro.
MADDALENA REBECCA
A Trieste progettò il ”tubone” sottomarino - È autore dello studio per il collegamento tra parti vecchia e nuova del Porto
Classe 1944, nato a Lecce ma residente ormai da
quarant’anni a Padova, dopo la laurea in Architettura a Venezia Fernando De
Simone si è trasferito in Norvegia per specializzarsi in costruzioni sotterranee
e trasporti. A quel periodo risalgono i primi contatti con la Norconsult,
colosso mondiale di cui, da oltre vent’anni, è uno dei consulenti per l’Italia.
Proprio in Italia De Simone ha firmato come co-progettista il primo impianto per
la potabilizzazione dell’acqua costruito in galleria nel centro di Como, i
tunnel dell’autostrada direttissima Brescia-Milano, e il primo collegamento su
monorotaia di Bologna: cinque km di tracciato per collegare la stazione e
l’aeroporto.
Negli anni scorsi De Simone ha lavorato anche a Trieste. Su incarico di Autovie
Venete, infatti, ha elaborato il progetto del collegamento sottomarino tra Porto
vecchio e Porto nuovo, prevedendone anche l’estensione fino a Muggia e,
eventualmente, al porto di Capodistria. Di recente ha legato poi il suo nome
alla battaglia ingaggiata da alcuni comuni veneti contro il rigassificatore di
Porto Levante inaugurato lo scorso novembre da Adriatic Lng. De Simone, in
qualità di consulente nominato dalla Provincia di Rovigo, ha redatto le
osservazioni tecniche presentate alla Capitaneria di porto. La guerra al
terminal, sfociata anche in una causa, non ha dato l’esito sperato. «Però un
risultato l’abbiamo ottenuto - spiega l’architetto -. Siamo riusciti a far
aumentare di due miglia la distanza dell’impianto dalla costa».
(m.r.)
Tra i record firmati Norconsult il tunnel più profondo del mondo - La società norvegese di ingegneria ha anche realizzato a Lillehammer la massima caverna artificiale esistente
Dal petrolio al gas, dai trasporti alla gestione dei
rifiuti, fino all’industria e alla pianificazione urbana. È vasto e articolato
il business della Norconsult, società norvegese di ingegneria e consulenza
multidisciplinare attiva in ogni angolo del pianeta. Un colosso che, oltre che
in Europa, conta sedi in Botswana, Mozambico, Filippine, Thailandia e dispone di
un piccolo esercito di 1300 consulenti, tra ingegneri e architetti.
Numeri che hanno permesso alla Norconsult di ottenere nel tempo ben tre record:
la realizzazione del tunnel autostradale più profondo del mondo, l’Hitra tunnel,
scavato 264 metri sotto il livello del mare, che collega la terraferma con
un’isola norvegese; il tunnel autostradale più lungo del pianeta (il Lerdal
tunnel che corre per 24,5 chilometri); e la caverna artificiale più grande mai
realizzata.
Quest’ultima, costruita a Lillehammer, è lunga 91 metri, larga 61 e alta 25. Al
suo interno trovano spazio piste da hockey su ghiaccio, piscine, altri impianti
sportivi e spalti in grado di accogliere fino a 5400 spettatori. Un’opera
avveniristica ma anche ecocompatibile: essendo ricavato nella roccia che agisce
da isolante, risparmia il 40% dell’energia che richiederebbe un identico
complesso in superficie per il condizionamento d’estate e il riscaldamento
d’inverno.
Da anni Norconsult ha sviluppato competenze all’avanguardia anche nel settore
del gas. Decine infatti i rigassificatori realizzati sia nel mare del Nord sia
in altre parti del pianeta sfruttando per lo più la formula off-shore, con
condotte scavate 20 metri sotto il mare, e sull’opzione caverne. A questa
seconda tipologia appartiene anche il rigassificatore costruito a Oslo, in
funzione ormai da 40 anni. Tra i terminal progettati dalla società norvegese
rientra anche l’impianto sulla costa nord occidentale di Taiwan, dotato di una
diga di 6 chilometri, banchine capaci di accogliere navi da 168.000 metri cubi
di gnl. Prevista in quel sito anche la bonifica di una zona che ospiterà otto
serbatoi di stoccaggio.
(m.r.)
«Piano regolatore, la Lega ha fatto bene a dire no» -
Ferrara: ci auguriamo per l’anno prossimo più sinergia con il Pdl
Dopo le pesanti osservazioni avanzate dalla Regione nei
confronti del Piano regolatore del Comune e le dichiarazioni rilasciate
dall’assessore Federica Seganti (Lega) che ha parlato di «profilo di cricità non
indifferente», il capogruppo del Carroccio in Comune Maurizio Ferrara va
all’attacco del documento urbanistico. «Le prescrizioni della Regione - scrive
Ferrara - confermano le ragioni che hanno indotto la Lega a non votare in aula»
il Prg. «È stato questo - prosegue il capogruppo leghista - il terzo atto
politicamente importante che non abbiamo condiviso con la maggioranza.
All’astensione sul bilancio è seguita la non partecipazione al voto sulla
delibera di Città d’arte», con cui il Comune aveva cercato di aggirare la
normativa regionale sulle chisure festive dei negozi.
Per la Lega «il bilancio 2009 si chiude con un risultato solo parzialmente
positivo. Ciò grazie all’accoglimento di alcune nostre richieste in tema di
sicurezza - prosegue Ferrara - di precedenza ai triestini nell’accesso alle
scuole comunali, e, soprattutto, di definitiva archiviazione del campo nomadi.
Non c’è accordo invece sulla gestione della Ferriera e sulla precedenza agli
italiani sulle tematiche sociali. Ci auguriamo perciò una miglior sinergia nel
2010 per consentire una condivisione di programmi in prospettiva delle elezioni
del 2011. In caso contrario - conclude Ferrara guardando alle amministrative del
2011 - sia i nostri elettori che quelli del Pdl non capirebbero un accordo
elettorale privo di basi comuni».
Scala dei Giganti, lifting da 300mila euro La giunta
approva il progetto definitivo - VERSO LA RIQUALIFICAZIONE DELL’AREA
Il 2010 sarà l’anno della sua rinascita. Oggi, infatti,
l’immagine che mostra di sé non le rende giustizia: cedimenti di gradini, atti
vandalici, infiltrazioni d’acqua e la crescita di arbusti spontanei lungo le
pareti e le vasche inutilizzate l’hanno messa in ginocchio. Ma la Scala dei
Giganti, uno dei simboli della città, ora vede la luce: la sua riqualificazione
è alle porte. I lavori partiranno entro la prima metà del nuovo anno e ci
vorranno altri 180 giorni per concluderli.
La giunta guidata dal sindaco Dipiazza ha approvato ieri il progetto definitivo
di manutenzione generale della scala che da San Giusto porta in via Pellico, a
pochi passi da piazza Goldoni, nel cuore della città. L’esecuzione dell’opera è
collegata a una spesa complessiva di 300mila euro. Del programma di restyling,
come già preannunciato a fine ottobre, non farà parte l’intervento di
risistemazione dell’alabarda: «Non era il caso di spendere quei soldi, centomila
euro, per una cosa del genere. Utilizzeremo quella quota per azioni più
importanti», ha ribadito una volta di più Roberto Dipiazza, dall’alto della sua
delega ai Lavori pubblici.
Dunque, le opere previste dal progetto definitivo si articoleranno in primis
nell’asportazione manuale degli arbusti cresciuti sulla pietra. E proseguiranno
con il trattamento con sabbia a grana fine sui manufatti per arrivare a ottenere
il loro colore naturale, l’applicazione di una mano di lacca anti-scritta per
evitare nuovi imbrattamenti ai marmi della scala e l’impermeabilizzazione delle
vasche della fontana attraverso l’uso di resine invisibili. Inoltre, gli addetti
incaricati della ditta che si aggiudicherà l’appalto per la realizzazione dei
lavori ripristineranno anche il percorso di scorrimento originario delle acque.
Un intervento generale molto complesso, insomma, innescato da situazioni
potenzialmente anche pericolose in virtù delle condizioni di degrado in cui
versano gradini e parapetti.
In questo quadro, l’AcegasAps provvederà alla manutenzione e sostituzione della
parte elettrica di sua competenza.
(m.u.)
Rinascono via Diaz e via Torino Passeggiata in pietra
arenaria - RIPAVIMENTAZIONE DA 950MILA EURO
Un ritorno al passato. Con l’obiettivo di rendere ancora
più suggestiva la passeggiata tra piazza Venezia e piazza Hortis. Il 2010 sarà
l’anno della sistemazione della nuova pavimentazione di pregio in via Torino e
nel primo tratto di via Diaz, quello chiuso al traffico: lastre di pietra
arenaria con caratteristiche simili a quelle antiche verranno collocate a terra
richiamando l’antico selciato originariamente presente in quell’area. Il
progetto di riqualificazione del percorso contemplerà anche l’area centrale
compresa tra il Museo Revoltella e l’intersezione fra via Diaz e via Torino: lì,
per ripavimentare si useranno lastre di arenaria di recupero.
Ma non è finita: con la soluzione di pregio, sarà rimpiazzata l’attuale
pavimentazione dei marciapiedi di via Cadorna, per allinearla all’estetica di
quelli delle Rive, di piazza Venezia e di via Lazzaretto vecchio, di cui
peraltro rappresenta la naturale ed effettiva prosecuzione. A chiudere il
cerchio, sarà infine la pietra arenaria fiammata che, con i classici lastroni
piazzati perpendicolarmente rispetto alle pareti degli edifici, andrà a occupare
il marciapiede destro a salire lungo via San Giorgio. Il progetto definitivo di
riqualificazione del “percorso” piazza Venezia-piazza Hortis è stato approvato
ieri nel corso della seduta della giunta comunale. Un documento che definisce la
relativa spesa complessiva in 946.549,56 euro. Poco meno di 950mila euro,
insomma.
Posto che il tutto rientra nel Piano triennale delle Opere 2009-2011, è
probabile che i primi interventi possano prendere il via entro la metà del nuovo
anno. Anche se il sindaco Roberto Dipiazza, titolare della delega ai Lavori
pubblici, chiarisce un aspetto fondamentale: «Mi sentirò con i commercianti
della zona, in modo da concordare con loro l’inizio dei lavori. Per via Torino -
conclude Dipiazza -, ad esempio, potremmo decidere di impiegare l’inverno,
stagione in cui c’è meno passaggio di persone».
L’iniziale ipotesi di avviare i lavori in primavera in via Torino non era
piaciuta agli operatori commerciali della zona, i quali un paio di settimane fa
avevano criticato senza giri di parole la scelta dell’amministrazione,
preoccupati per il possibile effetto negativo sui loro affari innescato dalla
presenza dei cantieri nei periodi primaverile ed estivo. Ora, invece, il primo
cittadino ha corretto il tiro e le parti dovranno quindi incontrarsi per trovare
la soluzione più indolore per tutti. Fermo restando che, da progetto, i lavori
dureranno circa otto mesi, ovvero 240 giorni.
Va ricordato che questo intervento rientra nel programma di riqualificazione
generale di piazza Venezia e concorre alla realizzazione dell’ideale percorso
pedonale di collegamento tra le Rive e viale XX Settembre, tanto caro
all’amministrazione comunale.
(m.u.)
SEGNALAZIONI - Piazza Libertà - RIPENSAMENTO
Riteniamo di dover dare al sindaco Dipiazza il sostegno e
il plauso del Comitato per la Salvaguardia degli Alberi di Piazza Libertà e dei
10.000 cittadini firmatari della petizione contro la riqualificazione della
piazza, per aver deciso di rinunciare al progetto in questione.
A quanto leggiamo sulla stampa, si tratta di un ripensamento meditato e non
arbitrario, come qualcuno ha ventilato, in quanto derivato dalla considerazione
delle critiche mosse al progetto sia dalla Direzione e dalla Soprintendenza
regionale ai Beni culturali sia dall'Ufficio del traffico. Se la prima ha posto
l'accento sull'importanza di mantenere la sistemazione e il perimetro del
giardino storico, il secondo ha in pratica invalidato il presupposto stesso
dell'operazione, che intendeva rendere il traffico più scorrevole in vista
dell'apertura del Silos (da notare che i lavori per il futuro centro commerciale
sono stati rimandati) e ha imposto una corsia di emergenza di fronte alla
stazione, senza la quale si sarebbero creati dei grossi intoppi.
Durante il recente incontro, a cui ci ha gentilmente invitati per comunicarci la
sua nuova posizione, il sindaco ci ha spiegato che intende creare una maggior
condivisione con la città, cercando di realizzare un progetto partecipato di
migliorie alla piazza che tenga anche conto delle osservazioni e delle proposte
presentate dal Comitato e dalle associazioni a seguito dell'iter che ha portato
l'approvazione progetto di riqualificazione. Osservazioni e proposte nate per
risolvere il problema senza dover sacrificare gli alberi secolari e il giardino
storico.
Il fatto di avere già il finanziamento non vuol dire dunque di doverlo spendere
per il progetto contestato, anche perché era destinato alla riqualificazione di
un'area degradata, attributo che non si può certo conferire a Piazza Libertà.
Sbaglia dunque chi critica questa decisione, veramente sensata, collegandola
alla logica del "no se pol". Ma, come il sindaco ci ha detto, è meglio pensarci
due volte prima di metter mano alla piazza d' ingresso alla città.
Sara Ferluga - per il Comitato per la salvaguardia degli alberi di piazza
Libertà - c/o Wwf Trieste
TIA, SCARSA TRASPARENZA - Omero (Pd): nuova tassa
rifiuti, lo studio affidato ad AcegasAps
«È ben poco trasparente, per non dire illegittimo, che il
Comune affidi ad AcegasAps lo studio per la trasformazione della Tarsu in Tia e
paghi Acegas-Aps per farlo, sempre coi soldi della Tarsu». Lo scrive il
capogruppo del Pd in Comune Fabio Omero sull’affidamento dello studio
preliminare per la trasformazione della Tarsu nella ”tariffa d’igiene
ambientale”. «Nella sua ultima relazione per l’inaugurazione dell’anno
giudiziario 2008 della Corte dei conti - dice Omero - il procuratore De Luca
scrisse sulla Tia di Gorizia che ”alla comunità cittadina, oltre che i costi
vivi riguardanti raccolta e smaltimento di detti rifiuti vengono imputati anche
i costi generali, ben il 12%, della società affidataria del servizio di
raccolta, l’ammortamento degli investimenti effettuati dalla stessa» per il
servizio, «nonché un utile del 4% per la società». Dunque «le comunità comunali
non corrispondono il “costo” reale di raccolta e smaltimento dei rifiuti, come
voluto dalla norma, ma un “prezzo” concordato con la società». «Anche a Trieste
con la Tarsu - osserva Omero - il Comune ha sempre coperto il 100% delle spese
della gestione di raccolta e smaltimento rifiuti e non il solo “costo” reale, e
lo ha fatto concordando il “prezzo” con AcegasAps». Il sindaco, continua Omero,
«giustificò l'aumento della Tarsu con il pagamento della terza linea
dell'inceneritore. Con la Tarsu i triestini hanno pagato anche gli investimenti
della società».
«Differenziata e sicurezza le priorità» - «Sulla
raccolta rifiuti sì alle isole ecologiche». «Videosorveglianza in
tre punti» - L’INTERVISTA. IL SINDACO DI SGONICO MIRKO SARDOC
«L’opposizione chiede la commissione Trasparenza? Penso
che nei comuni minori sia una cosa da far ridere i polli»
SGONICO La raccolta differenziata, per il sindaco Mirko Sardoc, è una sfida
da raccogliere nel 2010. Si apre infatti all’insegna di due progettualità
complesse, l’anno nuovo a Sgonico. Da un lato il potenziamento della sicurezza,
con l’installazione di un sistema di videosorveglianza che interesserà in primis
il municipio, e dall’altro il potenziamento del sistema di smaltimento dei
rifiuti, attraverso il graduale posizionamento di isole ecologiche in tutte le
frazioni.
Sindaco, se n’è discusso parecchio nei giorni scorsi: città metropolitana sì o
no?
Bisognerebbe innanzitutto capire cosa s’intende per “città metropolitana” e,
soprattutto, come si pensa di ipotizzare questo nuovo insieme di Comuni. Se si
tratta di un cambiamento suscettibile di arrecare benefici al territorio allora
ben venga, ma se al contrario finisce per creare dei disservizi, non ci sto.
Ancora non ho visto la proposta: mi riservo di valutarla attentamente.
Ma lei che disservizi vede?
Nei comuni minori vi sono contatti quotidiani con le persone. Contatti che la
città di Trieste, attraverso le sue circoscrizioni, attualmente non ha. A mio
avviso, amministrare da lontano un Comune può portare a perdere quell’equilibrio
di cui il territorio stesso necessita. Abbiamo visto cosa accade quando si
decide, per il Carso, in Regione o in Europa: un patatrac. Si creano aree
protette dove i benefici per chi opera e vive in loco sono pochi, mentre i
problemi tanti.
Restiamo in tema ambientale, a che punto siamo con la raccolta differenziata?
Stiamo procedendo con i piedi di piombo. L’abbiamo avviata e siamo favorevoli ad
essa, poiché vanno raggiunti gli obiettivi previsti dalla legge. Tuttavia
dobbiamo evitare di fornire un servizio che poi, in un secondo momento, possa
tramutarsi in disservizio, con costi inaccettabili per l’utenza.
Cioè?
Siamo orientati alla costituzione di isole ecologiche, ma sappiamo anche che
allontanando dalle case i 254 cassonetti sparsi sul territorio si possono
verificare dei problemi e che la differenziata in generale costa di più. Si
dovrebbe, per questo, rendere efficiente in primis l’attività di chi si occupa
della raccolta. Comunque, per quanto concerne il Comune, l’isola ecologica
principale, ovvero quella di Sgonico, adiacente alla palestra, è già stata
attrezzata: nel 2010 investiremo altre risorse per garantire una gestione
ottimale. Poi andremo a costituire, secondo un approccio graduale, altre isole
nelle singole frazioni.
Parliamo di investimenti…
Al contributo provinciale di 80mila euro aggiungeremo risorse per arrivare ai
100mila euro da porre in bilancio solo per la struttura principale. Poi ce ne
saranno altri 100mila per la successiva creazione delle isole.
Quali previsioni per il bilancio?
Il nostro è un Comune finanziariamente sano, dunque anche quest’anno il bilancio
si assesterà positivamente, con un avanzo di gestione.
Se vi sono soldi, come mai si è negato a quattro famiglie non residenti il
contributo per la retta d’asilo?
Innanzitutto a Sgonico la pressione fiscale è una delle più basse della
provincia: siamo superati solo da Monrupino. Inoltre non si paga l’addizionale
comunale e l’ammontare della Tarsu è pari alla metà di quanto versa un cittadino
di Trieste.
Ma si sa che a Trieste la Tarsu è particolarmente salata.
Certo, e dunque a Sgonico le cose tutto sommato non vanno male. Per il sociale
abbiamo stanziato e stiamo stanziando cifre importanti, senza tralasciare
situazioni critiche. Credo, quindi, sia umano pensare innanzitutto ai propri
cittadini e poi agli altri: in quelle situazioni non ci sembrava giusto togliere
ai residenti per dare ad altri.
L’opposizione lamenta sparute convocazioni del Consiglio comunale e invoca una
commissione Trasparenza, negata per motivi di spesa.
Non solo per motivi di spesa: ritengo che l’invocata Trasparenza, nei comuni
minori, faccia un po’ ridere i polli, visto che qualsivoglia consigliere può
visionare tutti gli atti. È la legge che allontana la giunta dal Consiglio:
l’esecutivo si riunisce diverse volte alla settimana per deliberare, perché a
volte bisogna dare risposte immediate su esigenze puntuali. Il Consiglio
comunale ha invece compiti diversi, come appunto gestire gli indirizzi e
controllare l’operato della giunta. Francamente non credo che riunirlo
quotidianamente migliorerebbe l’efficienza del nostro Comune.
Cosa si fa per la sicurezza?
L’ufficio tecnico sta percorrendo l’iter per acquisire le telecamere che
posizioneremo in tre punti strategici. Uno di questi sarà il municipio: un sito
importante alla luce del furto accaduto a Duino.
E gli altri due punti?
Al centro culturale e sportivo di Sgonico e alla caserma dismessa di Borgo
Grotta Gigante.
Obiettivi per l’anno nuovo?
Non costruiremo strutture nuove, ma finiremo di attrezzare col fotovoltaico il
centro culturale: quanto risparmiato sull’energia verrà usato per rendere più
funzionale la palestra. Ci sarà attenzione alla valorizzazione del territorio,
col coinvolgimento degli enti vicini in un’ottica turistica. Investiremo quindi
nella crescita culturale, col centro nell’ex cava dismessa, mentre di fronte
alla cava di Rupinpiccolo allestiremo un parcheggio per rendere fruibile la
struttura. Infine porremo una serie di risorse per mantenere gli edifici
comunali, tra cui le due scuole e l’asilo, i diversi circoli, la biblioteca, la
sentieristica e la viabilità.
TIZIANA CARPINELLI
Il risparmio idrico si impara via Internet - GIOCO
INTERATTIVO PER GLI STUDENTI
Un gioco di ruolo interattivo destinato agli studenti
della provincia, per capire meglio l'importanza del risparmio idrico e della
raccolta differenziata. È questo il progetto predisposto dall'assessorato per
l'Educazione ambientale di palazzo Galatti, guidato da Dennis Visioli. «Con
questo programma, vogliamo affrontare i temi di sensibilizzazione verso un
consumo più consapevole di quel bene prezioso che è l'acqua - ha detto Visioli -
proseguendo il percorso di educazione al risparmio e al rispetto della preziosa
risorsa idrica, iniziato con l'invio dei pieghevoli informativi alla
cittadinanza. Abbiamo adesso deciso di dedicarci specificamente agli studenti
delle scuole di ogni ordine e grado del territorio provinciale».
Il progetto prevede lo sviluppo di un sito internet, che si rivolge agli alunni
di tutti i cicli scolastici e ai loro insegnanti. «Si vuole sviluppare
l'importante questione dello spreco della risorsa idrica - ha proseguito Visioli
- e per farlo si è pensato a internet, uno strumento attuale, economico e di
facile divulgazione, oltre che capace di raggiungere un gran numero di
studenti».
Il programma prevede due importanti fasi. La prima è legata a una lettera
informativa che sarà inviata a tutti gli insegnanti, con cadenza mensile, con i
contenuti sui quali poter lavorare in classe. L'altra riguarda un gioco di ruolo
interattivo. Notizie dal mondo, spunti didattici giochi ed esperimenti saranno
gli strumenti che permetteranno di far apprendere ai ragazzi concetti
fondamentali per avere piena coscienza di un grave problema mondiale.
Il gioco permetterà di mettere alla prova le reali conoscenze dei ragazzi in
materia di risparmio idrico ed energetico, raccolta differenziata, acquisti
consapevoli e sostenibilità ambientale. Ogni classe si potrà suddividere in più
gruppi che, rispondendo correttamente, concorreranno ad aumentare il punteggio
della classe. Periodicamente, sul sito saranno pubblicate le classifiche con le
migliori classi.
(u. s.)
IL PICCOLO - LUNEDI', 28 dicembre 2009
Decarli: sul Piano regolatore dalla Lega un segnale al
sindaco - DOPO LE DICHIARAZIONI DI SEGANTI
«I Piani regolatori rappresentano l'essenza politica e la
visione futura a medio e lungo termine degli amministratori di una città. Non
sono dunque né poche né leggere le osservazioni che la Regione ha trasmesso al
Comune»: e visto che il centrodestra è al governo tanto nell’uno quanto
nell’altro ente, «appare evidente che qualcuno ha calcato pesantemente la mano».
Questo il commento del consigliere comunale dei Cittadini Roberto Decarli alla
lunga serie di osservazioni licenziate dalla giunta Tondo al documento
pianificatorio del Municipio: «C’è un profilo di criticità non indifferente»,
aveva osservatol’assessore regionale Federica Seganti.
«Le condivisibili osservazioni della Regione sono attinenti» all'impostazione
data dal sindaco Dipiazza al documento, annota Decarli: «Non può sfuggire però -
continua l’esponente dell’opposizione - che Seganti appartiene alla Lega Nord,
partito che più volte in Comune con il consigliere comunale Maurizio Ferrara ha
chiesto un adeguato e "concreto" riconoscimento politico. Seguendo la logica
politica della Lega è ipotizzabile pensare che l'incisività del giudizio e le
forti critiche al Prg siano anche influenzate da dissidi non eludibili che la
stessa Lega ha promesso di far emergere nel 2010. Se questi sono i primi segnali
per Dipiazza - chiude Decarli - il 2010 non sarà "straordinario e magico", come
lui usa dire, ma sarà un anno di continue lotte per la conquista del voto
dell'aula consiliare».
Al via lo studio sulla nuova Tia - DESTINATA A
SOSTITUIRE LA VECCHIA TASSA SULLE IMMONDIZIE
L’approvazione della delibera sui cassonetti interrati per
la raccolta differenziata dei rifiuti, da sistemare in piazza della Borsa, dà
disco verde anche all’avvio dello studio preliminare sulla futura applicazione
della Tia (tariffa d’igiene ambientale). Ovvero il nuovo sistema di
finanziamento comunale della gestione dei rifiuti e della pulizia degli spazi
comuni che dovrà sostituire progressivamente la Tarsu.
Attenzione, si tratta appunto di uno studio preliminare: si è ancora lontani da
eventuali, concrete applicazioni. «Abbiamo affidato ad AcegasAps - fa il punto
l’assessore Paolo Rovis - la predisposizione di simulazioni sull’aggiornamento
delle tariffe in base alla Tia. Questa, in teoria, dovrebbe rappresentare un
sistema di pagamento più equo per i cittadini: a una base fissa, infatti,
dovrebbe sommarsi una quota variabile, misurata in base al rifiuto prodotto».
Lo studio mira ad elaborare un programma di aggiornamento delle tariffe sui
rifiuti che serva, nel concreto, a proporre un calcolo di tariffazione Tia. Per
questo lavoro, la giunta comunale ha approvato una spesa di 51mila euro, Iva
inclusa.
(m.u.)
Caso Tarsu nuova battaglia - UDIENZA IL 28 APRILE
La ”guerra della Tarsu” si arricchisce di una nuova
puntata. Gianfranco Carbone - il legale che su mandato di undici cittadini aveva
chiesto e ottenuto dal Capo dello Stato l’annullamento della delibera del 2007
con cui la giunta Dipiazza aveva aumentato del 27,3% la tassa sulle immondizie -
ha presentato un nuovo ricorso.
Il provvedimento, depositato il 16 novembre scorso al Tar, punta stavolta a far
dichiarare illegittimo un altro atto assunto dalla giunta Dipiazza: la delibera
del 7 agosto del 2009 che ha ”blindato” sotto il profilo giuridico il contestato
rincaro fatto decadere dal presidente della Repubblica. «Con quella delibera -
spiega Carbone - il Comune ha ridefinito gli importi per la Tarsu relative agli
anni 2007 e 2008, sostituendo il provvedimento annullato dopo il nostro primo
ricorso. E in pratica ha finito per riconfermato le vecchie tariffe».
Se il Comune, muovendosi in questo modo, abbia agito o meno nel rispetto delle
regole, lo stabilirà il Tar il 28 aprile prossimo. Data che tutti i contribuenti
interessati agli sviluppi della battaglia legale sulla tassa rifiuti faranno
bene ad annotare. In quella giornata infatti si discuterà sia il nuovo ricorso
firmato da Carbone - su mandato non più di undici ma questa volta di 36
cittadini -, sia quello depositato dal Comune che, come noto, ha impugnato a sua
volta il decreto decisorio del Capo dello Stato, assoldando a tale scopo lo
studio genovese del più quotato tributarista d’Italia, Victor Uckmar.
SEGNALAZIONI - «La Soprintendenza ha fatto bene a difendere i laghetti delle Noghere»
Talvolta, la Soprintendenza riesce ancora a trovare la
forza di svolgere il proprio ruolo, com'è accaduto con il nuovo annullamento
dell’autorizzazione regionale per il capannone «Mancar», a due passi dai
laghetti delle Noghere. Di qui la furibonda reazione dell’Ezit e della ditta,
che chiedono - ovviamente - l’intervento della politica per «mettere in riga»
l’incauto Soprintendente. C’è da capirli: perché ai padroni della baia di
Sistiana sì, a GasNatural sì e a loro no? Un po’ di equità, che diamine!
Comprensibile anche che nella foga dell’indignazione sfuggano dei dettagli.
Mauro Azzarita, presidente dell’Ezit, parla infatti (sul Piccolo del 17
dicembre) di vincoli paesaggistici «inesistenti» alle Noghere, dimenticando che
il vincolo fu imposto dalla Regione nel 1991 con regolare decreto pubblicato sul
Bur e provocò la furibonda reazione dell’Ezit medesimo (vero è che il presidente
all’epoca era un altro e forse non si trovano più le carte dell’archivio
storico...).
Umberto Dallegno, socio della «Mancar» ed ex-direttore dell’Ezit (ma è normale
questo transito da un ente pubblico ad una ditta privata che utilizza i terreni
dello stesso ente?), sostiene invece che il vincolo obbliga soltanto a «un
comportamento di compensazione ambientale».
Spiace disilluderlo, ma non è così. Il vincolo paesaggistico implica la tutela
della qualità del territorio vincolato, sulla base delle ragioni che hanno
motivato l’imposizione del vincolo stesso. Nel caso particolare, la Regione lo
istituì soprattutto in considerazione del grande pregio naturalistico dell’area,
che ospita ecosistemi delicati e unici in provincia di Trieste, comprese specie
protette da Direttive europee e convenzioni internazionali. Di ciò non ha tenuto
però alcun conto l’autorizzazione regionale al capannone e quindi bene ha fatto
la Soprintendenza ad annullarla.
È evidente che la distruzione anche parziale di ecosistemi rari non può essere
«compensata» (magari piantando pini in Carso, come pretendeva di fare la
«Mancar»...) e infatti la Regione nel Piano Territoriale Regionale, che avrebbe
dovuto avere valenza di piano paesaggistico, nel 2007 previde per la zona
vincolata delle Noghere l’assoluta inedificabilità, rafforzando così il vincolo
del ’91. Salvo dimenticarsene però quando rilasciò l’autorizzazione per il
suddetto capannone.
Vero è che il buon senso avrebbe dovuto indurre il Comune di Muggia a modificare
la destinazione urbanistica, oggi industriale, dell’area adiacente i laghetti
delle Noghere, perché oltre al vincolo paesaggistico, i laghetti sono stati
anche riconosciuti - da oltre un decennio - come biotopo naturale di interesse
regionale. Gli ambientalisti lo chiedono da molti anni, ma né la Giunta Dipiazza
con il piano regolatore del 1999 tuttora vigente, né l’attuale sindaco (che pur
ha promesso a più volte un nuovo piano regolatore) hanno saputo/voluto farlo.
Perché probabilmente temono la reazione dell’Ezit e quella della politica al
servizio di interessi economici.
Dario Predonzan - Wwf Trieste
IL PICCOLO - DOMENICA, 27 dicembre 2009
«Sul rigassificatore attendiamo risposte» - UIL-VIGILI
DEL FUOCO: SPAGNOLI ARROGANTI
La Uil-Vigili del fuoco, promotrice del Tavolo tecnico sul
rigassificatore «costituito da esperti», ha indirizzato a vari enti - tra cui i
ministeri degli Esteri sloveno e spagnolo - una nota a firma del coordinatore
regionale Adriano Bevilaqua, contro «l’arrogante comportamento di Narciso de
Carreras Roquez», direttore Progetti internazionali della Gas Natural, che,
durante la sua visita a Trieste giorni fa ha rilasciato dichiarazioni ritenute
«offensive e lesive dell’immagine pubblica» del sindacato. «Narciso de Carreras
Roquez – si legge nella nota -, anziché produrre gli elementi necessari a
sciogliere i molteplici interrogativi sulla sicurezza dell’impianto di
rigassificazione che Gas Natural vorrebbe realizzare sul territorio della
provincia - formalizzati già nel 2005 dal Comitato tecnico regionale Fvg dei
Vigili del fuoco e tuttora senza risposta - ha preferito denigrare l’operato
della Uil-Vigili del Fuoco. De Carreras Roquez ha asserito che gli esperti
internazionali chiamati» per fare «chiarezza sui punti critici irrisolti del
progetto non sarebbero "esperti di sicurezza" e che il tavolo tecnico "non è
stato attivato dai Vigili del fuoco, ma solo da un sindacato"».
«Non si hanno ricordi di altri precedenti - scrive ancora Bevilacqua - dove un
esponente di una azienda straniera si fosse così permesso di inserirsi in un
confronto dialettico tra le parti politiche istituzionali e quelle sindacali».
La Uil-Vigili del Fuoco confida che Gas Natural «voglia rispondere a stretto
giro agli interrogativi rimasti finora inevasi»: altrimenti il sindacato «si
vedrebbe costretto a tutelare la propria onorabilità in tutte le sedi».
«No al rigassificatore, creiamo un’area portuale» -
L’INTERVISTA. IL SINDACO DI MUGGIA TRACCIA UN BILANCIO DEL 2009 E GUARDA AL
NUOVO ANNO
Nesladek: «Nel 2010 il regolamento per l’accesso al centro storico e la soluzione al caso Aquario» - «Le elezioni del 2011? Vorrei riuscire a chiudere i progetti avviati»
MUGGIA Il rilancio della zona costiera, la valorizzazione
del centro cittadino, ma non solo: l’abbinamento portuale-cantieristico come
alternativa al rigassificatore, progetto in merito al quale il «no» era e rimane
categorico. Così, mentre il 2009 va in archivio, il sindaco di Muggia, Nerio
Nesladek, guarda all’anno che verrà.
Sindaco, tante opere sono slittate dopo essere state sbandierate. Di Muja
turistica, per esempio, non si sente più parlare: cosa ne è stato?
Muja turistica era un progetto che comprendeva due grossissime colate di
cemento, da 80-100mila metri quadrati, lungo la costa. Nel 2006, sono stato
eletto anche perché avevo iniziato a mettere in discussione tutto ciò,
nonostante fosse già stato approvato dal Consiglio comunale. Con la proprietà,
abbiamo quasi concordato la realizzazione di un centro benessere con servizio
annuale e una spiaggia dotata anche di piscina termale pubblica.
A proposito di costa, a che punto sono le caratterizzazioni del terrapieno
Aquario?
Siamo vicini alla chiusura delle analisi del rischio elaborate dal Cigra. Nel
2010, comunque, la situazione verrà sicuramente sbloccata: rientreremo in
possesso della spiaggia, che, alla luce di quanto detto prima, sarà il nostro
secondo polo turistico, che potrà servire anche Capodistria.
Dopo la chiusura dei due distributori di benzina, i muggesani aspettano quello
nuovo: quando sarà pronto?
Le procedure stanno andando avanti celermente. Abbiamo già individuato la zona
dove sistemarlo: nella parte a Nordest di piazzale Alto Adriatico. Ricordo che
non rappresenta un obbligo per noi, lo facciamo per i cittadini. Anche in questo
caso, fermo restando il fatto che dovrà arrivarci un’offerta da parte di un
privato, il tutto sarà pronto entro la fine del 2010.
L’opposizione chiama in causa la sua giunta per la scarsa manutenzione dei
territori periferici e delle relative strade.
La risposta sta nei numeri: 14 strade asfaltate sotto la mia gestione, contro le
5-6 di chi mi ha preceduto. Inoltre, abbiamo recentemente acquistato una nuova
spazzatrice: farà regolarmente la pulizia nelle periferie. Non confondiamoci
però: ci sono strade la cui gestione compete alla Provincia.
Del Piano regolatore si continua a parlare, ma nel concreto?
Le direttive sono state licenziate di recente. Ma ci troviamo a dover
fronteggiare comunque delle problematiche. In primis il consumo contenuto nel
Piano precedente dal punto di vista edilizio e di urbanizzazione non concede più
spazi di espansione, pena il dissesto del sistema idro-geologico muggesano. Ci
troviamo quindi a dover governare la decrescita.
Capitolo viabilità di Aquilinia. A che punto è il progetto di riqualificazione?
Quello maggiore, il bypass finanziato all’epoca dalla giunta regionale guidata
da Illy non ha trovato conferma di supporto con la gestione Tondo. Il
rifacimento, però, è un’opera indispensabile se si vuole costruire nella valle
delle Noghere. Intanto, nei primi mesi del nuovo anno, ridisegneremo la
segnaletica orizzontale visto che i fondi relativi li abbiamo trovati.
Pedonalizzazione del Mandracchio, centro storico e raddoppio della galleria:
quali novità?
Il raddoppio della galleria era una vecchia idea, ma non è mai esistito alcun
progetto. Quanto alla pedonalizzazione, vogliamo chiudere il centro al traffico
veicolare: è un bellissimo salotto, in grado di attrarre i flussi provienienti
dai centri commerciali realizzati e realizzandi. Sul tema viabilità, anche
sfruttando la sinergia con Capodistria, va potenziata quella circostante.
Rigassificatore di Zaule: il no di Muggia resta convinto e chiaro.
Il 2009 ci ha portato chiarezza e saggezza. Vorrei ribadire le motivazioni della
nostra contrarietà: è legata non solo a questioni ambientali e di sicurezza, che
già sarebbero comunque sufficienti. Pensiamo infatti a uno sviluppo economico
dell’area alternativo alla direzione energetica: lì, vediamo una grande area
portuale. E, come suggerito da alcuni esperti, potremmo utilizzare delle piccole
navi gasiere per rifornirci direttamente, dando così impulso alla cantieristica.
Il problema dei parcheggi: come limitare l’utilizzo irregolare delle zone di
carico-scarico merci da parte degli automobilisti?
Entro la prima metà del 2010 sarà pronta la nuova regolamentazione per l’accesso
al centro storico, con all’interno nuove zone per la sosta operativa. In alcuni
punti strategici, piazzeremo dei carrelli per permettere ai residenti di portare
via la spesa, fermo restando che per urgenze le deroghe per l’accesso nell’area
saranno garantite.
Il centrodestra dice che la formula del Carnevale va rivista per permetterne il
rilancio. È d’accordo?
Bisogna scegliere, assieme alle compagnie, se si vuole un Carnevale che conservi
la sua anima tradizionale oppure se turisticizzarlo. Decidiamo tutti assieme,
dal sindaco, all’opposizione, ai cittadini.
Politicamente, la sua maggioranza viaggia in acque sicure?
In quest’anno, abbiamo avuto un’unica anomalia: il passaggio del consigliere
Andrea Mariucci all’opposizione, d’un colpo, con poca coerenza visti i giudizi
che aveva dato in precedenza sulla stessa opposizione.
Guardando più in là, al 2011: proverà a fare il bis alle comunali?
Vorrei riuscire a portare a termine i progetti avviati. Se non ci riuscirò in
quest’anno e mezzo che manca alla fine del mandato, allora ci penserò. Ma oggi è
ancora troppo presto per dirlo.
MATTEO UNTERWEGER
Piano regolatore, la Regione mette i paletti - «Profilo
di criticità non indifferente. Problemi legati a viabilità, servizi ed
edificazioni»
LUNGO L’ELENCO DELLE OSSERVAZIONI INDIRIZZATE AL COMUNE
«Presupposti condivisibili ma insufficiente l’aderenza alle direttive della
pianificazione sovraordinata»
«C’è un profilo di criticità non indifferente». Così l’assessore regionale
all’urbanistica Federica Seganti ha definito il nuovo Piano regolatore del
Comune di Trieste che, dopo la secretazione e un momentaneo ritiro a sorpresa
dall’aula per un vizio di forma, continua ad avere un iter turbolento. La giunta
regionale ha infatti approvato nei giorni scorsi una delibera con la quale detta
una lunga e dettagliata serie di prescrizioni alle quali il municipio è tenuto a
ottemperare se vorrà ottenere il ”via libera”, a meno che non riesca a fornire
più validi e convincenti supporti tecnici e normativi alle proprie scelte.
«Siamo di fronte a un approccio tecnico-disciplinare non sempre coerente con le
indicazioni del Piano urbanistico regionale - hanno commentato tecnici e
consulenti della Regione - pur all’interno di un piano coraggioso perché
privilegia la componente ambientale e paesaggistica rispetto a quella
insediativa». E infatti nella relazione tecnica allegata alla delibera della
Regione si rileva che «il progetto urbanistico della variante parte da
presupposti del tutto condivisibili quali il contenimento dell’uso di suoli
agricoli non urbanizzati e il favorire politiche di recupero del patrimonio
edilizio esistente o la riconversione dei ”contenitori” dismessi o attraverso la
densificazione delle aree centrali».
«Di converso - prosegue la nota - si deve sottolineare come la traduzione di
questi principi in contenuti disciplinari propri della tecnica urbanistica non
sembra sempre in grado di assicurare una sufficiente aderenza con le direttive
impartite al riguardo dalla pianificazione sovraordinata. Si evidenzia inoltre -
sottolinea la Regione - una generale carenza di motivazioni accurate a sostegno
delle scelte operate dalla variante in senso riduttivo, mentre nei confronti
delle ipotesi di trasformazione della struttura insediativa e di implementazione
delle reti strutturali manca una riflessione generale sulla sostenibilità
urbanistica». «Le prescrizioni - ha specificato Seganti - si riferiscono sia a
stretti profili di tecnica urbanistica che a questioni legate a servizi e alla
viabilità. Vi è poi il paradosso - aggiunge - per cui si prevedono edificazioni
in alcune zone di espansione, mentre si impediscono edificazioni in zone di
completamento, già infrastrutturate e dove qualche insediamento forse sarebbe
utile».
Tra i pareri obbligatori ai quali il Piano deve sottostare, quello della Regione
è il più pesante, più ancora di quello della Soprintendenza e investe sia il
settore dell’urbanistica che quello ambientale che dovrà fornire la Vas
(Valutazione ambientale strategica). «Tutte le prescrizioni formulate dagli enti
di competenza assieme alle 1.080 osservazioni e opposizioni avanzate dai
cittadini confluiranno poi alla Commissione urbanistica del Comune - spiega il
suo presidente Roberto Sasco - che dovrà rimodulare il Piano e portarlo al voto,
stavolta per l’approvazione definitiva, del Consiglio comunale». «Solo a quel
punto - aggiunge Seganti - ci sarà l’ultima vaglio della Regione che potrebbe
anche decidere di cassare parti che non fossero state risistemate».
Il Comune conta di arrivare al voto conclusivo sul Piano regolatore generale
entro l’estate per chiudere il 2010 anche con l’approvazione finale del Piano
particolareggiato per il centro storico che dovrà seguire un iter molto simile
con uno scarto di 3-4 mesi. I due principali strumenti pianificatori del Comune
dovrebbero aggiungersi al Piano del traffico atteso in aula già per i primi mesi
del prossimo anno. Un pacchetto complesso da chiudere preferibilmente entro il
prossimo dicembre dal momento che fin dall’inizio del 2011 tutti saranno
impegnati nella campagna elettorale per rinnovare i consigli comunale e
provinciale.
SILVIO MARANZANA
PRG - Centro storico, identificate 25 aree dove
costruire - Sarà possibile realizzare terrazze a vasca, abbaini e parcheggi al
pianterreno
DOCUMENTO ADOTTATO IN MUNICIPIO
La divisione di tutti gli edifici in sette classi e sottoclassi con una scala di
interventi sul patrimonio edilizio che potranno includere a seconda dei casi la
chiusura di corti e giardini al primo piano, il recupero abitativo dei
sottotetti, la realizzazione di lucernari, abbaini e terrazze e vasca, e per
tutti gli edifici la possibilità di realizzare parcheggi pertinenziali al
pianoterra o al piano interrato a patto che l’ingresso sia mascherato. Ma anche
l’individuazione di ben venticinque zone in cui saranno possibili nuove
edificazioni: ad esempio nell’area tra riva Tre novembre e via Mazzini, in via
del Monte, in via Ginnastica, in via Martiri della Libertà.
Sono alcuni dei contenuti del Piano particolareggiato per il centro storico che
a gennaio sarà esposto all’Albo pretorio. I cittadini e le associazioni avranno
trenta giorni lavorativi di tempo per avanzare obiezioni e osservazioni.
L’obiettivo principale è ripopolare il centro storico al quale sono stati
tracciati confini piuttosto ampi con delimitazioni tra campo Marzio e viale
Miramare e tra via Fabio Severo e via Rossetti. In questa zona di un milione 350
mila metri quadrati abitano soltanto 17 mila persone. Il Comune ha di
conseguenza individuato otto zone strategiche di sviluppo che hanno il proprio
fulcro rispettivamente: in via Roma, sul Canal Grande e in via Mazzini, nelle
piazze Cavana e Hortis, a San Giusto, in piazza Libertà, in viale XX settembre,
in via Battisti, in via Carducci.
Proprio per favorire il ripopolamento oltre che l’afflusso, un altro punto
focale del documento urbanistico è quello dei parcheggi e a questo scopo sono
identificati all’interno del perimetro ben 103 edifici di scarso valore
architettonico che possono venir trasformati in parking. Vi sono anche
disposizioni particolari per la tutela del verde pubblico e prescrizioni per
migliorare i collegamenti pedonali anche con la realizzazione di passaggi
pedonali sotto alcuni caseggiati, per esempio nella zona di Campo Marzio.
Il Piano del Comune è stato elaborato su un primo progetto dell’architetto
veneziano Alberto Cecchetto. «È un lavoro fatto tempo fa, ma negli ultimi due
anni non ho più sentito alcun amministratore - ha commentato l’architetto
Cecchetto - del resto il mio progetto doveva essere fatto in armonia con Porto
Vecchio, ma anche per quest’ultima area sono state fatte altre scelte. Trieste è
una bellissima città, ma è una città di pietra dove il verde può venir
sostituito dal mare. Ma oggi il distacco della città con il mare è ancora troppo
profondo». (s.m.)
PRG - «Insediamenti in zone già congestionate» -
Richiesti approfondimenti su varie direttrici, dalle Rive a Montebello
E SULL’EX CASERMA MONTE CIMONE SI RISCHIA L’EFFETTO
CATTEDRALE NEL DESERTO
Da un lato si rischia di congestionare zone già molto frequentate
concentrando eccessivi insediamenti, dall’altro c’è il pericolo di creare
cattedrali nel deserto con l’intento di riqualificare ”contenitori” che si
trovano in aree decentrate o poco infrastrutturate. In termini semplici sono
questi alcuni rilievi che la Regione avanza nei confronti del Piano regolatore
già adottato dal Consiglio comunale.
Così, in una delle prescrizioni, gli uffici regionali chiedono al Comune di
valutare più compiutamente l’effetto dell’immissione di nuove destinazioni in
ambiti già caratterizzati da alti livelli di congestionamento (a esempio le zone
della Fiera, del Burlo Garofolo, dell’Università, di San Luigi e le Rive).
Chiede anche di verificare che vi sia omogeneità delle visuali percepibili dal
mare rispetto alle altezze massime nell’area del Museo del mare, della stazione
di Campo Marzio, dell’ex piscina Bianchi affinché sia uniforme la skyline del
waterfront.
Si chiedono anche approfondimenti per dare piena legittimità alla scelte che
inibiscono l’edificazione nel centro storico e nei nuclei originari di Santa
Croce, Prosecco e Contovello. Al contrario si pretendono ulteriori
giustificazioni a supporto della classificazione a zone «agricole forestali ad
alta antropizzazione» per Sant’Anna, Monte San Pantaleone e Piscianzi.
Un discorso in un certo senso inverso riguarda le strutture dell’ex Campo
profughi di Padriciano e dell’ex caserma Monte Cimone. Se da un lato alla
Regione non appare chiara la sostenibilità viabilistica, dall’altro canto
secondo quanto fanno rilevare alcuni tecnici della Regione stessa si rischia di
creare ”cattedrali nel deserto” («Chi si azzarderebbe ad aprire una banca
nell’ex caserma?», è la domanda retorica che circola) e di non riuscire a
veicolare in aree così decentrate capitali privati di ipotetici investitori.
La Regione poi, in particolare per la zona turistica di supporto al campo di
golf di Padriciano dove sono previsti residenze turistiche, impianti sportivi e
attività commerciali con volumetrie fino a 40 mila metri cubi, fa rilevare che
non sono state analizzate le questioni relative alla viabilità e al rapporto con
le aree limitrofe.
(s.m.)
SEGNALAZIONI - RIGASSIFICATORE - 1 - L’esempio di
Giulietti
Ho iniziato a navigare nel 1951 come «secondo giovanotto
di coperta» (un grado in più del mozzo) su una petroliera della
società/cooperativa Garibaldi di Genova che aveva come presidente Giuseppe
Giulietti, un capitano marittimo, comandante, che lasciò di navigare per fare il
sindacalista socialista, fu eletto deputato in Parlamento con i repubblicani nel
1948 e si batté con grande forza a favore dei naviganti, fece promulgare diverse
leggi ed era uno dei più ascoltati e forti sindacalisti a favore dei naviganti,
si devono a lui diverse leggi e cambiamenti in un mondo dove gli armatori la
facevano da padroni. Morì nel 1953. A quei tempi gli imbarchi erano di 18 mesi,
un anno e mezzo, niente frutta alla ciurma, piatti e tazze di latta, niente
coltello ma solo cucchiaio e forchetta e 12 ore lavorative al giorno, 2 turni di
6 ore; e Giulietti cambiò tutto ciò!
Credo che sia stato lui che fece promulgare una legge che diede un aumento sulla
paga base dell’8% per coloro che navigavano sulle petroliere e poi gassiere, per
compensare il pericolo. Si intende per quelli che vivono e lavorano sopra la
bomba! E io sono stato comandante sulle «bombe» per 22 anni su un totale di 28.
E poi perito e ispettore alla Siot a garantire la sicurezza delle discariche di
petrolio.
Leggo che nella attuale legislazione è affermato quanto segue:
Fermo restando gli elementi contenuti nella parte generale per le navi che
effettuano il lungo corso ed il cabotaggio internazionale si ritiene
indispensabile raggiungere i seguenti obiettivi: a) Diversificare le indennità
previste tenendo conto delle specificità del traffico merceologico (chimichiere,
gasiere, petroliere, etc.); (ricordo un garzone di cucina che aveva capito che
si imbarcava su una cassiera); b) Periodo d’imbarco: il periodo d’imbarco deve
essere di 4 mesi. Qualora il periodo dovesse superare i 4 mesi per detto periodo
al marittimo verrà riconosciuto un aumento nell’indennità pari al 20% della paga
conglobata. Comunque il periodo non dovrà superare i 5 mesi; c) Il periodo di
riposo sarà determinato in misura non inferiore al 40% maggiorato di 15 giorni
del relativo periodo di imbarco calcolato su base annua. Al marittimo non in Crl
che disponibile all’imbarco dopo il periodo di riposo garantito non dovesse
imbarcare sarà riconosciuto il 50% della paga conglobata più relativi riflessi.
E cosa c'entra quanto sopra nel nostro caso del rigassificatore? La mia proposta
è di dedurre dalle tasse una certa percentuale per chi vive in un certo raggio
dalla «bomba», diciamo in un’area di 20 chilometri = 20% in meno di Irpef.
Luciano Stilli - capitano di lungo corso
SEGNALAZIONI - RIGASSIFICATORE - 2 - Mettiamoci il
lutto
Sono pienamente d’accordo con il signor Baldassi per
quanto scritto nell’«intervento» apparso sul Piccolo. Sono anni che penso
esattamente la stessa cosa e dirò di più, sono una di quelle studentesse che
quando arrivarono le truppe festeggiò l’evento in piazza Unità sventolando la
bandiera italiana. Però da molti anni a questa parte, quando ricorre questo
anniversario che viene tanto osannato ho il desiderio di girare per città con
una fascia nera sul braccio perché considero questa data un vero lutto per
Trieste. Moltissime persone, specialmente quelli che amano questa città, la
pensano come me. Questa del rigassificatore è l’ultima goccia che fa traboccare
il vaso. I partiti e i politici sia locali che nazionali hanno come unico fine
quello di incassare il più possibile, il popolo per il quale dovrebbero operare
è il loro ultimo pensiero.
Chissà cosa penserebbero i caduti che sono sepolti a Redipuglia nel vedere come
viene trattata questa città per la quale hanno perso la vita.
Maria Rosa Pauletti
IL PICCOLO - GIOVEDI', 17 dicembre 2009
«Piastra logistica e bonifiche, il governo dimentica la
città» - COSOLINI: «RISORSE TAGLIATE PER UN TOTALE DI 300 MILIONI»
«Il regalo di Natale del governo alla città di Trieste?
Trecento milioni di euro in meno». L’affondo arriva dal segretario provinciale
del Pd Roberto Cosolini, che punta il dito contro quelle che considera le
promesse non mantenute dall’esecutivo Berlusconi.
L’ammanco di 300 milioni - osserva Cosolini - si ottiene «sommando i fondi della
piattaforma logistica, annunciati come immediati il 12 ottobre dal ministro
Matteoli a Trieste ma mai pervenuti finora, e i 245 milioni che si vorrebbero
spremere alle imprese insediate nel sito inquinato con l’ultima versione
dell’accordo di programma». Come dire che a pagare dovrebbero essere «ancora una
volta, in modo ingiustificato e spropositato, le imprese cioè i cittadini, viste
le ricadute anche occupazionali negative che un simile prelievo forzoso
determinerà».
«Questo - continua il segretario del Pd - è il risultato dell’allineamento dei
pianeti decantato dal centrodestra locale: tra sottosegretario, parlamentari,
assessori regionali e sindaco non riescono a portare a casa un bel nulla. Eppure
a scorrere la lista delle opere finanziate in questi mesi dal Cipe sembra
proprio che altri territori riescano dove per i nostri è impossibile arrivare:
vuol dire che la giustificazione del sindaco, che dice ”a Roma i soldi non ci
sono”, non vale per chi è più bravo a fare lobby e pressing sul governo. Così
come non sta in piedi l'altra barzelletta del sindaco che qualche giorno fa, per
spiegare che le imprese del sito inquinato sono ”fortunate” (del resto lo diceva
anche sette anni fa quando si perimetrava il Sin in modo approssimativo perché
”sarebbero arrivati un sacco di soldi pubblici”), è arrivato a sostenere che
dopo aver speso 70 euro al metro quadro potranno vendere i terreni a 200 euro al
metro. Viene da chiedersi però a chi potranno vendere, visto che le transazioni
fra imprese private anche in periodi non di crisi sono state al di sotto della
metà di quella cifra».
Considerazioni che, secondo Cosolini, non possono non portare a criticare
l’intera gestione della delicata partita delle bonifiche. «La realtà è che
l’accordo di programma, pur necessario, è nei suoi contenuti ingiustamente
gravoso per le imprese. La conseguenza sarà un contenzioso in sede di giustizia
civile e amministrativa. E, visto l’orientamento già espresso da alcuni
magistrati, è probabile che non vengano accolte le tesi del ministero
dell’Ambiente circa la presunzione di inquinamento e l’obbligo perciò
aprioristico di corrispondere il danno ambientale da parte di chi non ha alcuna
responsabilità. Assisteremo quindi - conclude l’esponente Pd - all’ennesimo flop
di questo centrodestra pasticcione ed arrogante».
Premolin: centralina fissa per l’aria alla Siot -
Rifiuti ”porta a porta”, nessuna lamentela. E a San Giuseppe si pensa di
chiudere il centro
INTERVISTA AL SINDACO DI SAN DORLIGO DELLA VALLE
Il 2009 è stato per Fulvia Premolin l’anno della conferma. Nella
consultazione di giugno il primo cittadino di San Dorligo della Valle ha
ottenuto per la seconda volta la fiducia dei suoi cittadini, nonostante un
leggero calo di consensi. Le questioni spinose del Comune della Val Rosandra
continuano però a persistere: emissioni provenienti dalla Siot, malumore sulla
raccolta differenziata ”porta a porta” dei rifiuti, solo per citare alcuni dei
problemi.
Sindaco, la sua posizione nei confronti dei disagi recati ai cittadini dagli
odori della Siot, per i quali è stata certificata la presenza di idrocarburi, è
apparsa sempre molto diplomatica e poco incisiva. Come mai?
Sono sempre stata severa sulle problematiche legate alla Siot, con i cui
dirigenti ho comunque da sempre un ottimo rapporto. A breve l’Arpa, a cui è
stato affidato un monitoraggio sulla qualità dell’aria nel nostro territorio,
presenterà un rapporto in Consiglio comunale sui risultati emersi. Ad ogni modo
credo che non sia una cosa da poco il fatto che, a brevissimo, installeremo una
centralina che controllerà le sostanze emanate dallo stabilimento. Comunque
ricordiamoci che la Siot è lì da 30 anni, quindi da ben prima che io diventassi
sindaco.
A breve potrebbe svolgersi un referendum per l’abolizione della raccolta
differenziata ”porta a porta” dei rifiuti, ritenuto uno dei fiori all’occhiello
della sua amministrazione...
Onestamente non ho mai ricevuto una lamentela da parte di alcun nostro
cittadino, su quello che è a tutti gli effetti un servizio considerato motivo
d’orgoglio del nostro territorio, visto che siamo gli unici nella provincia di
Trieste ad effettuare la raccolta differenziata ”porta a porta”. Proprio in
questi giorni la gente, che mi ferma per strada, mi sprona a far pagare sanzioni
a chi non si è voluto adeguare a questo servizio, al quale i cittadini si sono
tranquillamente abituati.
La vicenda dell’ex Motel Val Rosandra è emersa dalle lettere inviate dal
Mediocredito e dalla Regione poche settimane prima delle elezioni. Perché
l’amministrazione comunale ha voluto tacere sull’argomento? I ”malpensanti”
hanno ritenuto che ci fossero errori da parte del Comune da nascondere...
Non ho nulla da nascondere. Per un discorso legato alla delicatezza della
situazione, che coinvolgeva e tuttora sta coinvolgendo decine di famiglie
residenti nel nostro territorio, ho preferito non portare all’attenzione
dell’opinione pubblica questa vicenda. Ritengo di essermi comportata con grande
rispetto e responsabilità nei confronti delle persone interessate, nonostante ci
siano state anche forti pressioni da parte di chi avrebbe voluto approfittare di
questa brutta situazione.
Nella popolosa frazione di San Giuseppe della Chiusa, nella quale alle ultime
elezioni il centrosinistra ha registrato un significativo calo di voti, i
problemi legati alla viabilità persistono: la linea 41 per un breve periodo è
stata soppressa senza preavviso, l’ultima nevicata ha paralizzato il paese,
l’asfalto è pericoloso e la stessa incolumità dei residenti è a rischio.
Per sopperire a queste problematiche stiamo valutando di chiudere
definitivamente il centro storico, riservandolo solo ai frontisti. Credo che
questa sia l’unica soluzione per permettere all’autobus di transitare e per
diminuire allo stesso tempo il traffico che, soprattutto al mattino, rischia di
recare danni alla sicurezza dei residenti. Purtroppo non ho vigili urbani a
sufficienza per far controllare quotidianamente quell’area. Per quanto riguarda
la pavimentazione della strada, una riqualificazione costerebbe milioni di euro,
che non ci sono. Stiamo vagliando l’ipotesi di creare in alternativa un senso
unico. Siamo in fase di consultazione con i cittadini, per cercare di apportare
una modifica radicale ma estremamente condivisa.
Lavori pubblici: lei aveva annunciato che la piazza di Bagnoli e le fognature di
Puglie di Domio sarebbero state realizzate entro il 2009. Invece?
Qui devo attribuire la responsabilità alla Regione, che ha risposto in ritardo
alla nostra richiesta di contributi. Ad ogni modo i lavori per il rifacimento
della piazza di Bagnoli sono ormai alle porte, e nei primi mesi dell’anno
arriveranno le ruspe. Entro il 2010 inizieranno i lavori anche per le fognature
di Puglie.
La maggioranza che l’appoggia in Consiglio comunale ha sempre lasciato
all’opposizione le iniziative sulle tematiche ambientali, fra cui diverse
mozioni presentate dal centrodestra su Tav e rigassificatore. Come mai?
Evidentemente i consiglieri di centrosinistra su questi argomenti sono stati più
riflessivi, mentre gli esponenti di centrodestra si sono mostrati più impulsivi.
RICCARDO TOSQUES
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 23 dicembre 2009
Castelli: la Tav Trieste-Divaccia è prioritaria -
INCONTRO ITALO-SLOVENO. «EVITARE TENSIONI COME IN VAL DI SUSA»
TRIESTE La Trieste-Divaccia si farà. Il governo italiano
ribadisce l’assoluta volontà di realizzare la tratta transfrontaliera della Tav
ed accelera le tappe per trovare soluzioni condivise al progetto.
Quello che manca, infatti, è un’ipotesi di tracciato che possa essere condiviso
dai due governi e ancor prima dalle due popolazioni e che permetta di non
perdere il finanziamento europeo vincolato all’opera.
Per raggiungere questo obiettivo lavoreranno i tecnici di Rfi: la prossima
importante scadenza sarà la Commissione intergovernativa (Cig) tra Italia e
Slovenia convocata a gennaio. La volontà del governo italiano è stata messa nero
su bianco dal viceministro Castelli che dice di non aver «mai detto nè pensato»
che l’opera non sia strategica per il Paese. La verità è «che il governo ritiene
assolutamente prioritaria la tratta e che le continue riunioni tra gli staff
tecnici e politici di Italia e Slovenia sono la testimonianza più evidente di
questo fatto». All’incontro di ieri – al quale ha partecipato anche il
viceministro sloveno Igor Jakomin - è stato dato mandato alle ferrovie di
analizzare soluzioni diverse da prospettare ai due paesi e alla Regione dopo la
pausa natalizia. Il Friuli Venezia Giulia, dal canto suo, ha posto il problema
del collegamento Trieste-Capodistria, in un ottica di sviluppo del sistema
portuale. L’incontro «è stato interlocutorio» si è limitato a dire l’assessore
Riccardo Riccardi (che ha partecipato per la Regione), riferendo che il
viceministro Castelli ha sottolineato l'importanza di evitare tensioni con la
cittadinanza simili a quelle accadute sul tratto piemontese della Tav, in Val di
Susa. Un problema non secondario visto che il tracciato emerso dallo studio di
fattibilità dell’opera è già stato bocciato dalla comunità triestina e che il
finanziamento previsto dalla Ue è vincolato alla realizzazione della
Trieste-Divaccia. «Le prospettive di sviluppo della nostra regione sono legate
alle infrastrutture – dichiara intanto l’europarlamentare del PD e membro della
commissione Trasporti e Turismo, Debora Serracchiani - e dai settori produttivi
giungono segnali di grande preoccupazione che chiedono risposte concrete e
tempestive: le scadenze dobbiamo darcele noi e sentirle impellenti. Perciò, se
il viceministro Castelli vuole evitare tensioni con la popolazione cominci
subito a informare e condividere ma si ricordi anche che lui è là per risolvere
i problemi, non per sperare che il tempo li risolva per lui».
(m. mi.)
Ret: «Manca una sede per le società nautiche» - Tav: il
futuro progetto sarà del tutto diverso. Nuove case popolari: dipenderà dai fondi
nella finanziaria
I NODI CHE L’AMMINISTRAZIONE DI DUINO AURISINA DOVRÀ
AFFRONTARE NEL 2010
Per il sindaco Giorgio Ret, sistemare le società nautiche sarà uno dei
grattacapi del 2010. Le sedi non sono state ancora individuate, e di fronte a
una situazione di estrema precarietà il rischio è di perdere risorse preziose
per la baia di Sistiana, che nei prossimi tre anni si avvia a un grande
sviluppo.
Sindaco, lei aveva promesso che a 12 mesi dall’insediamento avrebbe concluso la
transazione con le Comunelle. Il contenzioso è invece ancora in atto e blocca la
progettualità sulle aree.
Abbiamo quasi concluso tutto: la commissione ha lavorato molto e tre giorni fa
ha incontrato le Comunelle per la consegna del documento finale, approvato al
90%. Il contenzioso di più difficile soluzione resta quello delle Cave, perché
al di là degli interessi in gioco vi sono problemi legali ed economici. Abbiamo
comunque trovato una soluzione che, se accettata dalle Comunelle, potrà essere
sottoposta al consiglio entro marzo.
Aveva anche detto che a gennaio le società nautiche sarebbero state sistemate,
grazie alla ”liberazione” di Castelreggio, ma nel suo piano di sistemazione non
c’è traccia delle sedi…
Con un po’ più di coraggio Castelreggio sarebbe potuto passare immediatamente al
Comune, invece si è optato per una gara pubblica. La novità è che le società
nautiche non sono previste nella gara a causa di una sentenza del Tar, il quale
sostiene che se il proponente di un progetto non ha la concessione non può
chiedere variazioni alla tipologia di insediamento. Pertanto spetterà al futuro
concessionario, se lo riterrà, chiedere un cambio di destinazione d’uso. Vi sono
comunque anche altre soluzioni, contenute nel piano del porto. Per esempio c’è
la sede del Comune da realizzare: in attesa di una definizione, le società
nautiche potrebbero essere ospitate lì.
Zona artigianale di Aurisina: sono stati acquisiti gli oneri di urbanizzazione,
ma il Comune non ha ancora incassato il saldo di 400mila euro per la vendita del
terreno.
In realtà non abbiamo incassato i soldi dell’area tout court, ma solo di quella
zona che oggi risulta boschiva e che a suo tempo è stata cassata per motivi
ambientali. Sì prospettano due soluzioni: o viene riaperta la seconda area
oppure va rivisto il contratto di vendita che il Comune ha stipulato su spazi
che non erano costruibili. Io sono più propenso a ingrandire l’area artigianale,
perché uno sviluppo di piccole aziende potrebbe rappresentare, assieme al
turismo, un grosso potenziale. Intendo chiedere alla Regione di schierarsi o
dalla parte del Comune o con gli pseudoambientalisti che frenano l’attività
economica.
E la Tav?
L’assessore Riccardi è disponibile a relazionare in consiglio quando ci sarà
qualcosa di cui discutere. Oggi non c’è la certezza su nulla. Ho avuto incontri
informali con chi sta predisponendo il progetto, e ho visto che è tutt’altro
rispetto a quanto presentato. Ho avuto rassicurazioni che quella linea, così
come tracciata, non verrà realizzata.
Quale futuro per le caserme dismesse di borgo San Mauro e San Pelagio?
Quella di borgo San Mauro dovrebbe passare al Comune in breve tempo: verrà fatta
una permuta con la scuola di Duino, di nostra proprietà ma affidata al Collegio
del Mondo unito, e in cambio la Regione ci passerà borgo San Mauro. Sul fronte
di San Pelagio nulla di fatto: il Demanio ha voluto mettere l’edificio sul
mercato con costi altissimi, e difatti è ancora lì.
Scarsi fondi anche per la costruzione di nuovi alloggi popolari…
Stiamo allontanando da Duino le giovani famiglie, che non possono permettersi né
affitti elevati né l’acquisto di immobili. C’è bisogno di case popolari, e di
concerto con la presidente dell’Ater Perla Lusa attendiamo la lettura della
finanziaria per conoscere le disponibilità. Gli edifici vuoti da ristrutturare
sono già stati individuati e li adegueremo a seconda delle risorse. Penso alle
aree dismesse degli ex centri di lavorazione della pietra, ma anche a una
variante al Piano regolatore.
Mancano fondi per la piazza di Aurisina?
Abbiamo sempre detto che i proventi della casa Spam sarebbero stati riversati
sulla piazza. Ora l’orientamento è cambiato: è stata esclusa l’alienazione del
bene in virtù del progetto sociosanitario per l’immobile. D’altro canto, per le
politiche passate e i proventi della legge Bucalossi, l’ente ha estinto tutti i
mutui e presenta oggi un bilancio sano: nulla vieta la possibilità di accendere
un mutuo per rifare la piazza.
Risolto lo screzio col comitato Rilke?
Io parlo con diversi componenti e non mi consta vi sia alcuna diversità di
vedute. Il Rilke, comunque, è un gruppo di imprenditori, non un’associazione
benefica. L’urbanistica e la gestione del territorio non gli spetta.
L’amministrazione ha cercato di mettere il comitato nelle condizioni di lavorare
al meglio: non ho mai sentito di un’associazione imprenditoriale che frena lo
sviluppo del commercio. Il comitato deve avere un ruolo di promozione e di
affiancamento al Comune, com’è stato all’inizio.
L’opposizione afferma che per i paesi al di sopra della linea ferroviaria poco
si è fatto…
Non è vero: basta considerare la ristrutturazione delle scuole di Malchina e San
Pelagio. A breve, poi, ne avvieremo un’altra alle medie di Aurisina.
TIZIANA CARPINELLI
Park S. Giusto, Friulia entra con il 35% - Entro
gennaio al via i sondaggi nell’area d’ingresso tra il palazzo Inail e il Teatro
romano
DOPO L’APPROVAZIONE DELLA DELIBERA IN CONSIGLIO
COMUNALE
I sei soci privati acquisteranno le quote di Amt sborsando 161mila ciascuno -
Dopo la firma della convenzione col Comune 45 giorni di tempo per il progetto
Il progetto del park sotto il Colle di San Giusto riparte dai privati. Il
Consiglio comunale ha dato il via libera l’altra sera alla ”super-delibera”, già
approvata dalla giunta Dipiazza, su piano finanziario, espropri e concessioni
inerenti al park San Giusto.
IL VOTO L’aula ha approvato a maggioranza il testo sul maxi posteggio con i voti
favorevoli del centrodestra, quelli contrari di Rifondazione e Verdi e
l’astensione degli esponenti del Pd e Cittadini. Un’approvazione politica che,
di fatto, andrà a ridefinire gli assetti societari della Park San Giusto spa già
in possesso della Valutazione di impatto ambientale (Via) e del progetto
definitivo per la costruzione del park.
L’ASSEMBLEA Già questa mattina, infatti, è in programma l’assemblea dei soci
della spa, che prenderà atto del voto del consiglio e preparerà il terreno alla
rimozione del vincolo statutario necessario a far uscire dalla compagine
societaria l’ex socio di maggioranza Amt, la spa controllata dal Comune che
detiene il 75 per cento delle quote. «Il passaggio successivo - spiega Franco
Sergas, legale rappresentante della Mecasol - sarà davanti al notaio per
l’acquisizione delle quote di Amt (quote che ”valgono” oltre 950 mila euro). I
sei soci privati - Carena, Riccesi, Celsa, Fedrigo, Mecasol e Arm Engeenering -,
le acquisteranno congiuntamente e in parti uguali, sborsando 161 mila euro
ciascuno. Confido che tutto questo possa accadere in tempi rapidi, forse già
entro la fine dell’anno. Subito dopo - continua Sergas - il Comune predisporrà
l’atto aggiuntivo-modificativo della convenzione e, dal momento della firma,
avremo 45 giorni di tempo per presentare il progetto esecutivo. Contestualmente
daremo il via alle indagini archeologiche».
IL PARTNER Oltre a ratificare la definitiva uscita di scena di Amt, l’assemblea
dei soci oggi prenderà atto anche di un altro, decisivo cambiamento all’interno
della compagine societaria: l’ingresso di Friulia. La holding regionale ha
infatti deliberato lo scorso 17 dicembre, in sede di approvazione di bilancio,
l’acquisizione del 35 per cento delle quote della Park San Giusto spa. «Inoltre
- spiega Donato Riccesi - Friulia agirà come advisor della ”bancabilità”
dell’intera operazione. Un dato sicuramente molto positivo: il fatto che faccia
parte del progetto una finanziaria pubblica è una garanzia di non poco conto».
IL CANTIERE Fin qui l’iter. Presto però, come detto, dovrà entrare nel vivo
anche la fase operativa dell’intervento. Entro fine gennaio 2010 dovrebbero
prendere il via i sondaggi archeologici - già concordati con la Soprintendenza -
nell’area dell’ingresso del futuro posteggio, vale a dire tra il palazzo
dell’Inail e il Teatro Romano. Completati questi sondaggi, presumibilmente in
sei mesi, aprirà il cantiere vero e proprio.
LE DATE E in questo caso, per realizzare il maxi posteggio su cinque piani da
718 posti auto, di mesi ne serviranno molti di più. La data della possibile
inauguraizone , infatti, è fissata nel 2014. «Le previsioni - conclude Sergas -
parlano di tre anni di lavori per ultimare l’opera, più 45 giorni per renderla
agibile».(m.r.)
Bonifiche, ente camerale fuori dall’accordo - PREVISTA
PER IL 30 DICEMBRE LA FIRMA DELL’INTESA TRA GLI ENTI
Menia: attenti a non perdere 2,6 milioni da Roma.
Assindustria: quello è l’1% dei costi complessivi
Un mese fa c’era entrata per poter recitare direttamente un ruolo di primo
piano a tutela delle imprese che operano nel Sin, il ”sito inquinato di
interesse nazionale”, i cui terreni ne fanno parte. Ora, dall’accordo di
programma sulle bonifiche è uscita proprio nel rispetto della bocciatura
dell’ultima versione della bozza sentenziata dalle categorie economiche che, per
ragione d’essere, è chiamata a rappresentare. Ma la Camera di commercio si dice
comunque «disponibile a supportare con quel milione e mezzo di euro annunciato
le opere di caratterizzazione che le aziende dovranno sostenere». L’ha
confermato ieri il numero uno dell’ente camerale, Antonio Paoletti, il giorno
dopo l’accordo romano fra i vari soggetti che si sono impegnati a firmare il
documento entro la fine di dicembre.
«Gli uffici del ministero dell’Ambiente aspettano l’arrivo delle approvazioni
ufficiali il 30 dicembre, in modo che il 31 si possa poi registrare il tutto -
ha puntualizzato da Bruxelles il sottosegretario Roberto Menia -. Il rischio
infatti, lo ribadisco, è quello di perdere i soldi recuperati dal ministero
tramite fondo di riserva». Si tratta di 2,6 milioni di euro. Ma «a fronte di un
costo complessivo per la bonifica dell’area del Sito di interesse nazionaale che
è pari a 350 milioni di euro. Si sta quindi parlando, in merito all’accordo, di
una quota dell’1 per cento del totale», fa notare il presidente
dell’Assindustria, Sergio Razeto, rinnovando in questo modo il proprio dissenso
a un testo che «mi risulta, da indiscrezioni arrivatemi da Roma, resti
evanescente».
Il riferimento è chiaro ma Razeto evita possano sorgere eventuali equivoci: «Il
discorso del danno ambientale che tutti, anche chi non ha inquinato, devono
pagare non è stato sbloccato. Lì sta il nodo della questione». Un nodo non da
poco: attorno ci ballano 263 milioni di euro. «Anch’io concordo sulla necessità
di riuscire a sbloccare la situazione - continua il presidente degli Industriali
-, apprezzo la disponibilità della Camera di commercio come pure il lavoro
portato avanti dall’onorevole Menia. Però, stando ancora così le cose, questo
accordo di programma non ci dà respiro».
In un primo momento, l’altra sera, da Roma era giunta notizia di una conferma
della presenza della Camera di commercio nella bozza. Da piazza della Borsa,
invece, la comunicazione dell’impossibilità di sottoscrivere il documento era
stata inoltrata agli uffici romani. «Le categorie si sono dichiarate disponibili
a pagare qualcosa, ma senza certezze sui costi, senza sapere quanto, hanno detto
no all’accordo. Noi le rappresentiamo. In ogni caso, grazie al nostro
coinvolgimento - afferma Paoletti -, si è sbloccata la questione Ezit, rientrato
in gioco» per preoccuparsi di concludere i sondaggi nelle zone mancanti.
Sondaggi per i quali la Regione ha già a disposizione un finanziamento da 2,5
milioni di euro.
«So che dalle categorie economiche ci sono delle resistenze a questo accordo -
ha aggiunto poi Menia -, quindi Paoletti e la Camera di commercio si sono tolti
dagli impacci, uscendo dall’elenco dei firmatari». Che, in effetti, restano
appunto l’Ezit, i comuni di Trieste e di Muggia, l’Autorità portuale e la
Provincia di Trieste, con la Regione a fare da grande regista della partita e il
ministero dell’Ambiente a supervisionare e indirizzare la partita. Tocca ora ai
vari organi interni designati dare il semaforo verde al testo, in tempo per il
31 dicembre. Anzi, come ha detto Menia, per il 30. Resta una settimana di tempo.
Anzi, alla fin fine, con il Natale in mezzo, le giornate utili sono quattro.
MATTEO UNTERWEGER
Muggia, meno spese per ambiente e sviluppo energetico -
IL BILANCIO DI PREVISIONE 2010 - L’assessore Bussani: «Nessun taglio. Mancano
contributi della Provincia per 40mila euro»
Secondo il bilancio di previsione 2010, illustrato in
Consiglio comunale l’altra sera, il prossimo anno l’amministrazione spenderà
113mila euro in meno rispetto al 2009 per il settore ambientale e lo sviluppo
energetico, passando così a una previsione di spesa di un milione 543mila euro.
Secondo l'assessore all'Ambiente Edmondo Bussani tale riduzione spesa non è
dovuta a un ”taglio” ma dipende dalla mancanza dei contributi provinciali,
40mila euro, che nel 2009 sono stati utilizzati per il progetto di raccolta
dell'amianto e per la raccolta differenziata.
Nello specifico il bilancio parla di una riduzione della spesa per
l'inceneritore di 60mila euro e di un aumento dell'appalto per i rifiuti di
15mila euro. «Quei 60mila euro in meno – precisa Bussani – dipendono dal fatto
che prevediamo un incremento della raccolta differenziata, così da risparmiare
sulle spese per l'inceneritore».
Verranno poi dimezzate le spese per la raccolta dei rifiuti abbandonati, da
9mila euro a 4mila, e questo perché, secondo l'assessore, l'attività di
informazione promossa dall'assessorato ha contribuito alla riduzione del
fenomeno.
I quasi 19mila euro spesi lo scorso anno per la campagna pubblicitaria sulla
raccolta dei rifiuti passeranno a 5mila, che serviranno a sviluppare la campagna
già in atto.
Riduzioni della spesa anche per i settori riguardanti lo smaltimento dei rifiuti
in altri impianti (meno 1.300 euro), e per la pubblicazione del bando di appalto
per lo smaltimento dei rifiuti, costato quest’anno 5mila euro.
Aumentano di 6mila euro, invece, per un totale di 30mila euro, le spese che il
Comune intende sostenere per la voce ”incarichi esterni in campo ambientale”, e
cioè le «spese per lo sviluppo di progetti volti al miglioramento della
condizione ambientale, tramite la riduzione dei consumi di'energia», spiega
l'assessore Bussani.
Come nel 2009 rimangono in bilancio i 500 euro per le missioni in campo
ambientale, soldi che l'assessorato prevede di spendere al di fuori dal
territorio, volti all'esame di altre realtà e alla partecipazione a convegni e
fiere sul problema dei rifiuti e dell'ambiente.
A contribuire alle riduzioni di spesa nel settore ambiente c’è infine il fatto
che nel bilancio 2010 non c’è più la spesa di 7mila 800 euro, versati quest'anno
dal Comune alla Provincia per l'apertura dell'ecosportello in via Roma.
Andrea Dotteschini
Sì al nucleare, soldi ai comuni che ospitano le
centrali - Saranno le imprese a scegliere dove realizzarle. Tondo: «Enel col Fvg
per raddoppiare Krsko»
Il Consiglio dei ministri approva il decreto per
individuare i siti In pole position le aree di Montalto, Trino, Caorso e
Garigliano
TRIESTE Finanziamenti milionari e taglio delle tasse a chi accoglie,
Regioni, Comuni e cittadini, un sito nucleare. Il governo spalanca la porta al
nucleare in Italia con uno schema di decreto legislativo approvato ieri in
Consiglio dei ministri. Si parla subito di «individuazione dei siti» adatti ad
ospitare le centrali (oltre a quelle già esistenti e attualmente congelate),
l’esecutivo non indica ancora i luoghi possibili, ma subito si riaccendono
polemiche e prese di posizione da tutta Italia.
Pure dal Friuli Venezia Giulia che sta dialogando con la vicina centrale slovena
di Krsko per possibili collaborazioni se ci sarà un raddoppio e da Monfalcone
dove monta già la protesta sul timore di essere uno dei siti prescelti. Un
dibattito infuocato (stanno già sorgendo banchetti degli ambientalisti che
raccolgono firme, l’Idv annuncia un referendum e il Pd parla di piano insensato)
che rischia di durare un anno intero. Il Consiglio dei ministri infatti indica
la data di fine marzo (dopo le elezioni regionali) per le scelte dei siti idonei
mentre, secondo quanto si è capito, ci vorrà almeno un anno prima che la
nascente Agenzia per la sicurezza nucleare certifichi appena i quattro siti dati
tra i favoriti, più il parco tecnologico con annesso deposito, (Trino
Vercellese, Caorso, Montalto di Castro e Garigliano) d’intesa con
amministrazioni locali, commissioni parlamentari e i ministeri.
Da questi siti arrivano già i primi «no grazie» e il dibattito esplode
letteralmente pochi minuti dopo l’annuncio del governo con prese di posizione,
molte contrarie e poche favorevoli. Tra i protagonisti lo stesso presidente
della giunta del Fvg, Renzo Tondo che ribadisce quanto sostenuto da mesi: «La
nostra Regione è interessata a partecipare al raddoppio della centrale nucleare
slovena di Krsko». Ieri la riconferma della posizione durante il consueto
incontro di auguri di fine anno: «Il presidente Gnudi mi ha assicurato che è di
interesse anche dell’Enel l’eventuale partecipazione al raddoppio della centrale
di Krsko. Enel ovviamente si farà viva quando la Slovenia aprirà, come ci
auguriamo, il percorso in questa direzione. Aspettiamo quindi soltanto la
disponibilità di Lubiana».
Una centrale nucleare distante 120 chilometri in linea d’aria dal Fvg potrebbe
bastare secondo molti, secondo altri, soprattutto a Monfalcone, e in particolare
il sindaco Gianfranco Pizzolitto, no. E c’è il rischio, secondo lui, che proprio
la città dei cantieri possa essere scelta tra i siti più adatti.
La protesta popolare a Monfalcone che tra l’altro ospita una centrale dell’Enel
(ma a olio combustibile e che sostiene qualcuno potrebbe essere riconvertita) è
fortissima, il sindaco ha più volte ufficialmente ribadito il «no a qualsiasi
ipotesi» e nonostante le smentite (arrivate recentemente dall’Enel e dallo
stesso ministro allo sviluppo economico Scajola) insiste a vedere un rischio per
Monfalcone. Troppo sospette e troppo insistenti, secondo il sindaco, le
indiscrezioni giunte dalla stampa nazionale e soprattutto del Cnr che ha
contattato direttamente il Comune.
Il ministero per ora non dà alcun indizio, Scajola nella nota dice solo che «con
questo provvedimento abbiamo fissato i criteri per la localizzazione dei siti
dando come obiettivo prioritario non soltanto la loro sicurezza, ma anche le
esigenze di tutela della salute della popolazione e di protezione
dell’ambiente». Sulla base di questi criteri dunque «saranno le imprese
interessate a proporre in quali zone intendono realizzare gli impianti
nucleari».
Certi invece i benefici. Si parte da un’entrata onnicomprensiva annuale pari a 3
mila euro per megawatt. Una volta entrata in funzione la centrale il beneficio
sarà commisurato all’energia prodotta e immessa in rete pari a 0,4 euro per
megawatt da dare a imprese e cittadini che si vedranno tagliate le bollette.
Il 10% andrà alle Province che ospitano l’impianto, il 55% ai Comuni, il 35% a
quelli limitrofi fino ad un massimo di 20 km dall’impianto. Per quanto riguarda
la fase di realizzazione dell’impianto i benefici sono destinati per il 40% agli
enti locali per «finalità istituzionali» e per il 60% alle persone e alle
imprese sul territorio circostante il sito con un taglio delle bollette
energetiche, della Tarsu, delle addizionali Irpef, Irpeg e dell’Ici secondo le
scelte degli enti locali.
GIULIO GARAU
Armaroli (Cnr): «L’Italia è il Paese più inadatto al
mondo per l’atomo» - Questo settore è ormai in crisi, non
interessa più i Paesi industriali L’investimento giusto è il solare
TRIESTE «Non c'è un solo Paese al mondo più inadatto
dell'Italia a ospitare centrali nucleari nel 2009». Nicola Armaroli, ricercatore
del Cnr, autore del libro «Energia per l' astronave Terra», rilancia l'urgenza
dello sfruttamento dell'energia solare e stronca il ritorno al nucleare. Non
sono a Monfalcone, ma in tutta Italia.
Armaroli, perché no al nucleare?
In Italia è installata una potenza elettrica pari a 94 gigawatt, il doppio
rispetto alla richiesta di picco. E' il motivo per cui l'elettricità costa
tanto: c'è troppa distanza tra domanda e offerta. Ed è la conferma che non
scontiamo alcun ritardo rispetto al nucleare. Ma poi basta guardarsi un po'
attorno.
Che succede altrove?
Non si riscontra alcun interesse nei Paesi industriali. Negli Stati Uniti non
c'è da trent'anni un progetto serio. La famosa centrale finlandese è impantanata
tra battaglie legali e ritardi. In Germania si è deciso di prolungare la vita di
alcune centrale ma si va verso la chiusura. Il nucleare sconta una crisi epocale
e noi pensiamo bene di rilanciare la partita. In un'Italia, però, priva di
combustibile, di tecnologia, di know how e soprattutto di quattrini.
Ha letto i criteri decisi dal governo?
Una non notizia. Sono gli stessi che si usano da 50 anni in tutto il mondo.
Monfalcone può essere un sito possibile?
E' inadeguato come del resto tutto un Paese che è cambiato nel corso dei decenni
e non è più quello degli anni Cinquanta. Pensiamo solo alla densità abitativa.
I problemi di Monfalcone?
Si trova in una regione a rischio sismico e vicino a comprensori turistici.
Senza tener conto che nei prossimo anni è previsto l'innalzamento del mare
Adriatico: altra questione da non sottovalutare.
Ma il nucleare farebbe risparmiare?
Tutt'altro. Il nostro sistema industriale, fatto per il 95% di imprese con meno
di 5 dipendenti, è lontanissimo dal gigantismo del nucleare. Senza grandi
consumatori non ci sarebbe ritorno.
Il fattore sicurezza?
Sicuramente le centrali non sono più quelle di Chernobyl ma la sicurezza al
cento per cento non esiste. Senza dimenticare che è molto labile il confine tra
uso civile e uso militare. Una settantina di anni fa l'Italia era uno Stato
canaglia, la storia cambia il corso delle cose. E i rischi sono dietro l'angolo.
Alternative?
L'energia solare. Un investimento che darebbe lavoro a tante imprese italiane.
MARCO BALLICO
Polemiche a Monfalcone. Il sindaco ribadisce il suo
«no» - POLITICI E AMMINISTRATORI SI APPELLANO ALLA REGIONE
«Ci batteremo per dire un forte no al nucleare» aveva
ribadito in mattinata il sindaco di Monfalcone Pizzolitto nella festa degli
auguri con i dipendenti comunali. Negli stessi istanti il Consiglio dei ministri
procedeva sulla strada del nucleare, mettendo a punto i criteri con cui
identificare i siti delle centrali nucleari. Nessuna indicazione, però...
«Però siccome Monfalcone viene indicato come sito nucleare una volta sì e una
volta anche sarebbe opportuno che il presidente della Regione Tondo chiarisse
quali elementi dispone per negare, come ha ribadito recentemente, che Monfalcone
sarà sede di centrale nucleare», chiede il consigliere regionale del Pd, Giorgio
Brandolin.
Di Monfalcone quale sito nucleare parla invece senza esitazione Paolo Brutti,
responsabile del dipartimento ambiente dell’Italia dei valori: «È il regalo di
Natale del governo agli italiani di Monfalcone e di altre 11 località. Quattro
di queste località ospiteranno subito un impianto nucleare e un sito di
stoccaggio. Le altre lo avranno dopo».
A Monfalcone si assiste disorientati a questo tam-tam di voci sulla centrale
nucleare. Resta da capire se il sito di Monfalcone abbia o meno i requisiti per
poter ospitare la centrale nucleare.
(r.c.)
IL PICCOLO - MARTEDI', 22 dicembre 2009
Ambientalisti, video sul rigassificatore - SARÀ PRONTO A GIUGNO
Un documentario per informare in modo compiuto i cittadini
ma anche le istituzioni comunitarie sui progetti di terminal di rigassificazione
nel golfo, e allo stesso tempo una ”denuncia” a integrazione delle iniziative
contro questi progetti già avviate da Alpe Adria Green e Greenaction
Transnational.
Il video, che verrà realizzato con riprese sia a Trieste sia in Slovenia, sarà
pronto entro il prossimo giugno. «Intendiamo dare voce – ha spiegato nel corso
della presentazione Roberto Giurastante di Greenaction Trasnational – ai
cittadini e alle associazioni. Ci baseremo sui documenti ufficiali in nostro
possesso, sia per il progetto di Gas Natural sia per quello di E.On, e sulle
inchieste avviate dalle istituzioni comunitarie e dalla magistratura italiana».
Entrando nel dettaglio, Giurastante ha precisato che «da un lato verrà valutata
l’estensione del rischio nell’area di Zaule, dimostrando perché l’impianto di
Gas Natural non può essere fatto in base alla legge Seveso, dall’altro verrà
illustrato lo stato dell’informazione su questi progetti, a Trieste e in
Slovenia». Si daranno poi risposte alle domande sugli impatti ambientali, i
rischi per le popolazioni, le conseguenze per le economie locali, il traffico
marittimo e quello diportistico.
Nella realizzazione del video Greenaction Transnational sarà affiancata da
diverse associazioni: Alpe Adria Green, la sezione di Trieste dell’Associazione
nazionale assistenza pensionati, Nosmog-Comitato ambientalista servolano,
Comitato per la salvaguardia del golfo di Trieste, Comitato Sos Muggia e Gruppo
Beppe Grillo Trieste.
Il documentario sarà arricchito dai contributi del tavolo sui rigassificatori
creato dalla Uil Vigili del fuoco del Friuli Venezia Giulia, ma anche dalle
posizioni di altri rappresentanti del mondo scientifico.
Durante la presentazione è stata infine annunciata la richiesta di patrocinio
dell’iniziativa alle amministrazioni pubbliche italiane e slovene coinvolte, fra
cui anche ai Comuni di Capodistria, Isola e Pirano.
(gi. pa.)
Tav a rischio, vertice italo-sloveno - I fondi sono
stanziati ma per il governo italiano il collegamento non sarebbe prioritario
STAMANE A ROMA LA REGIONE PRESENTE CON L’ASSESSORE
RICCARDI
TRIESTE Un vertice a tre per chiarire, una volta di più, il futuro della Tav
nel tratto transfrontaliero tra Trieste e Divaccia, l’unico del Nordest per il
quale l’Europa ha già previsto i fondi, ma anche l’unico che rischia di saltare
se fosse ritenuto non più strategico dall’Italia.
Questa mattina a Roma è stato convocato un incontro tra il sottosegretario ai
Trasporti, Igor Jakomin e il viceministro italiano, Roberto Castelli, al quale
parteciperà anche l’assessore regionale ai Trasporti, Riccardo Riccardi. Non un
vertice risolutivo – per quello dovrà essere convocata la commissione
inergovernativa – ma un incontro preliminare dal quale si attendono comunque
risposte sul futuro di un infrastruttura determinante per la realizzazione del
Corridoio V. In ballo non c’è solo una tratta ferroviaria ad alta velocità della
lunghezza di 35 chilometri e del valore di 2 miliardi e 400 milioni di euro già
cofinanziati dall’Unione europea, ma c’è – qualora il progetto saltasse – il
rischio isolamento per il Friuli Venezia Giulia. I punti di chiarire non
mancano.
Il governo nazionale, con il sottosegretario Castelli, avrebbe sostenuto la non
priorità dell’opera e in più, secondo la Slovenia, l’Italia vorrebbe costruire
prima il tratto transfrontaliero del cosiddetto progetto europeo Ten-t n° 6
(passando da Ronchi a Opicina, sfiorando Sezana per arrivare così a Divaccia)
rinviando il collegamento tra Trieste e Capodistria. In questo quadro, fatto più
di voci ufficiose che di conferme ufficiali, la Regione ha sempre ribadito che
la volontà del governo italiano di costruire la Trieste Divaccia non sia in
discussione. Continua a non avere dubbi l’assessore Riccardi che oggi
parteciperà all’incontro in rappresentanza del Friuli Venezia Giulia. «Per quel
che ci riguarda – dice senza sbilanciarsi – porremo la questione del
collegamento tra Trieste e Capodistria presentando la nostra ipotesi e
ascoltando quella del governo sloveno. La progettazione dovrà essere comune tra
Italia e Slovenia, ma al momento non ci sono scadenze impellenti. Si tratta di
capire prima di tutto come trovare una linea comune».
Una progettazione preliminare dell’opera non c’è, esiste uno studio di
fattibilità che però è già stato criticato in particolare per la curva che
interesserebbe la Val Rosandra. Esiste poi la determinazione della Slovenia nel
voler completare il collegamento a fronte delle titubanze italiane. Sul progetto
vigila anche l’europarlamentare del Pd Debora Serracchiani che avverte: «Se
l’Italia ha detto a Bruxelles che non ritiene più prioritario il collegamento
Trieste-Divaccia, significa che i finanziamenti già stanziati per quella tratta
saranno dirottati ad altro intervento e bisognerà ricominciare daccapo per
ottenere le risorse. La Slovenia dal canto suo ha già messo in sicurezza i fondi
necessari a realizzare l’opera – evidenzia Serracchiani – per cui chi rischia di
finire ai margini è il Friuli Venezia Giulia: si ritroverebbe isolato ad est ma
anche ad ovest». Il progetto di costruire la linea ad alta capacità tra Venezia
e Trieste è impantanato per mancanza di risorse e ancor prima per l’assenza di
un tracciato condiviso tra le due regioni. «Spero che almeno sulla Trieste –
Divaccia – dice Serracchiani - si faccia quanto prima chiarezza».
MARTINA MILIA
Pedonalizzazioni e viabilità, 8 milioni dallo Stato -
Fondi del ministero dell’Ambiente per galleria Montebello, Borgo Teresiano e
strada di Fiume
Un regalo di Natale che vale poco meno di 8 milioni di
euro. L’ha fatto alla città di Trieste il ministero dell’Ambiente, sbloccando i
finanziamenti attesi dal Comune per poter avviare una serie di cantieri, tra cui
quello legato alla riqualificazione della galleria Montebello.
Le risorse stanziate da Roma - per la precisione 7 milioni e 962 mila euro -
fanno parte del Fondo per la mobilità sostenibile, attivato appunto dal
dicastero retto da Stefania Prestigiacomo per migliorare la viabilità e la
qualità dell’aria nelle aree urbane. Soldi freschi che consentiranno di coprire
buona parte dei costi (in totale 13 milioni e 300 mila euro) di quattro opere
pubbliche. Quattro e non sei però, come originariamente immaginato
dall’amministrazione municipale. Dall’elenco di interventi per i quali la giunta
Dipiazza aveva chiesto contributi finanziari sono stati infatti stralciati due
cantieri: la riorganizzazione del quadrivio di Opicina e la riqualificazione
della galleria Sandrinelli (per la quale l’esecutivo comunale chiedeva un
contributo di 1,8 milioni a fronte di una spesa totale di 2,6 milioni). In
compenso, come detto, il Municipio potrà accelerare i tempi per il restyling di
un’altra galleria cittadina, quella di piazza Foraggi.
L’opera richiederà complessivamente una spesa di 9 milioni di euro, di cui circa
5 coperti dal contributo ministeriale. Il resto dovrà metterlo il Comune di
tasca propria. «I soldi ci sono già - spiega il sindaco Dipiazza, che ieri in
giunta ha portato la delibera relativa alla firma dell’accordo di programma con
il dicastero dell’Ambiente per il trasferimento dei fondi -. Se non ci fossero
stati, tra l’altro, Roma non avrebbe erogato propri finanziamenti. Il meccanismo
infatti prevede di destinare contributi solo a opere che possono già contare su
parziale copertura».
Degli 8 milioni di euro in arrivo, 1,4 saranno poi destinati alla
riqualificazione di via Trento e largo Panfili (costo complessivo 2 milioni di
euro). Un intervento, questo, in origine legato a doppio filo alla realizzazione
del terzo ponte sul canale di Ponterosso che però, ultimamente, sembra navigare
in cattive acque. «Ma il progetto non è mica morto - precisa Dipiazza -. Siamo
ancora in attesa di ricevere la risposta definitiva dalla Soprintendenza. In
ogni caso, anche se il ponte non dovesse essere costruito, riqualificando via
Trento e largo Panfili riusciremo a mettere a posto un altro bel pezzo del Borgo
Giuseppino. Quell’operazione, sommata all’altra prevista in Ponterosso, ci
permetterà di fatto di completare il quadro del centro storico».
Tra i quattro interventi co-finanziati dal ministero, infatti, rientra anche la
pedonalizzazione di piazza Ponterosso; costo complessivo poco più di 1,8 milioni
di euro di cui 1,3 coperti da Roma e 560 mila a carico del Comune. Importi ben
superiori rispetto a quelli previsti per l’ultima opera pubblica inserita
nell’accordo di programma: la riqualificazione di Strada di Fiume in
corrispondenza, dell’ospedale di Cattinara, che costerà in tutto 448 mila euro,
di cui 313 mila messi a disposizione dal ministero.
Lo sblocco dei fondi non consente tuttavia di azzardare previsioni precise
sull’avvio dei lavori e sulla durata dei cantieri. «I tempi, quando si parla di
opere pubbliche, sono lunghi - conclude il primo cittadino -. La progettazione
l’abbiamo già avviata, ma poi dovremo andare in gara e sottoporre l’intervento
alla Soprintendenza per il parere. Scadenze quindi, al momento, è difficile
darle. Posso assicurare che la priorità verrà data alla riqualificazione della
galleria Montebello. Subito dopo proseguiremo con via Trento, largo Panfili e
piazza Ponterosso. Come e quando lo vedremo. L’importante, in questa fase, era
ottenere i soldi e ora li abbiamo effettivamente portati a casa».
MADDALENA REBECCA
Bonifiche, a Roma accordo sul testo - Passo avanti
verso la firma, assente la Camera di commercio - Sui terreni inseriti nell’area
del Sin
Passo in avanti verso la firma dell’accordo di programma
sulle bonifiche. La riunione romana di ieri sera, snodatasi sotto la regia del
sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, ha sciolto i dubbi residui dei
soggetti coinvolti sul testo condiviso. Recepite le istanze della Provincia, che
chiedeva alcuni chiarimenti e aggiustamenti interni allo scritto stesso, i
presenti hanno sostanzialmente confermato l’impegno di arrivare a una firma nel
più breve tempo possibile. Fermo restando che il via libera sarà vincolato
all’esito del nuovo passaggio per giunte e consigli comunali e provinciali,
comitato portuale, giunta camerale, cda di Ezit e, infine, per la Regione,
incaricata in conclusione di dare la sua benedizione all’atto.
Si diceva dei presenti, ovvero - oltre ai rappresentanti del ministero - i
tecnici di Regione, Provincia, Comune di Trieste, Ezit e Autorità portuale, più
l’assessore regionale alle Finanze Sandra Savino e l’assessore provinciale
all’Ambiente Vittorio Zollia. Assenti il Comune di Muggia, pare per problemi
logistici legati al maltempo, e la Camera di commercio. La grande incognita,
adesso, è appunto l’ente camerale, posto che le categorie economiche hanno già
espresso di recente e con estrema chiarezza la loro contrarietà all’attuale
accordo sui terreni inseriti nel Sin (Sito di interesse nazionale). La
richiesta, da parte delle realtà rappresentate dalla Camera di commercio, è
infatti di poter lavorare su un testo che quantifichi dettagliatamente i costi
richiesti alle varie aziende per coprire il danno ambientale.
La Cciaa risulta - hanno assicurato fonti romane - ancora inserita all’interno
della bozza. Tuttavia, se l’ente guidato dal presidente Antonio Paoletti
effettivamente dovesse rifiutare di firmare l’accordo, come oggi appare
scontato, potrebbe esserne esclusa. E l’iter proseguirà così con un attore in
meno, a meno di clamorosi passi indietro. Considerato poi che il ministero
dell’Ambiente ha confermato una volta di più ieri la sua volontà di arrivare
all’approvazione complessiva del documento il prima possibile. Preferibilmente,
entro la fine dell’anno o, al massimo, nei primi giorni del 2010.
(m.u.)
MUGGIA - Si allarga la differenziata porta a porta -
Rifiuti: per il 2010 l’obiettivo è il 60% - Da Zindis si passerà ad altri rioni
dopo la gara per il nuovo appalto
Col nuovo anno la raccolta differenziata a domicilio verrà
estesa da Zindis, dove interesse già 40 condomìni, ad altri rioni di Muggia.
L'allargamento sarà graudale e partirà in concomitanza con l'affidamento del
nuovo appalto per l’asporto rifiuti. L'attuale contratto con Italspurghi scadrà
infatti il 28 febbraio e la gara per quello nuovo, che – assicura l'assessore
Edmondo Bussani – conterrà elementi migliorativi, è già stata esperita.
Ma per conoscere modalità e tempistica sarà necessario attendere il passaggio di
consegne, che avverrà il 1° marzo. Se venisse riconfermata l’Italspurghi, data
la continuità di servizio tutto sarà più semplice e rapido.
Il ”porta a porta” domiciliare è partito a ottobre nei condomìni di Zindis, con
la collocazione di cassonetti di vicinato di medie dimensioni per carta,
plastica e vetro, sistemati negli androni. La raccolta porta a porta verrà poi
estesa a zone omogenee (e coinvolgerà quindi rioni come Fonderia e Aquilinia,
costituiti da abitazioni plurifamiliari, per poi essere allargata anche alle
unità mono o bifamiliari).
Nel corso dell'anno, in accordo con l'azienda che risulterà vincitrice
dell'appalto, verrà sviluppata anche la raccolta dell'umido, per poi estenderla,
una volta ottimizzata, a tutta la cittadinaza.
Un ulteriore passo sarà la responsabilizzazione dei cittadini, dotando i
cassonetti di serrature, in modo che ognuno verifichi il corretto conferimento e
non si verifichino anomalie.
«L'obiettivo del Comune – spiega l’assessore – è il raggiungimento, come
previsto dalla normativa, del 50% di raccolta differenziata entro il 2009, del
60% nel 2010 e del 65% nel 2012. Attualmente a Muggia la percentuale è del 30%
(rispetto al 21% del 2008), ma su questo dato pesano la rescissione del
contratto a Ecoverde e il relativo affidamento provvisorio per un anno e mezzo.
Rispetto ai Comuni virtuosi - osserva ancora Bussani - siamo indietro, ma
bisogna considerare che sono partiti molto prima, alcuni negli anni '90.
Intendiamo raggiungere questi obiettivi sviluppando la raccolta con la
gradualità necessaria. Lo step successivo sarà il passaggio da tassa a tariffa».
Il primo passaggio sarà conunque l'estenzione del servizio porta a porta. «Non è
facile modificare abitudini radicate, ma già quest'anno abbiamo normalizzato il
porta a porta su un centinaio di aziende e pubblici esercizi, e cominciato a
interessare le utenze domestiche, con un processo che proseguirà nel 2010,
sempre con gradualità e attraverso un’adeguata informazione».
Gianfranco Terzoli
SEGNALAZIONI - SMOG - Ferriera «trasversale»
Per coloro che non l’avessero notato, il giorno 16
dicembre il giornale riportava la notizia che il Comitato Portuale, in cui
vengono rappresentati tra l’altro i Comuni in cui ricade il Porto di Trieste e
la Provincia stessa, ha deliberato di avallare la richiesta della Ferriera di
poterci inquinare per altri quattro anni. Hanno votato contro solo il sindaco di
Muggia e un sindacalista, mentre il sindaco Dipiazza, sempre prodigo di «ciacole»,
non si è nemmeno presentato e non ha delegato alcuno a rappresentarlo, e la
presidente della Provincia Bassa Poropat ha addirittura votato a favore. Non c’è
molto da dire: adesso sappiamo chi ha a cuore la salute dei cittadini, e i piani
di sviluppo del porto, e chi invece fa solo della facile demagogia ad uso degli
sprovveduti. Complimenti ancora ai nostri due rappresentanti... davvero una
trasversalità politica degna delle grandi occasioni.
Fabio Cigoi
IL PICCOLO - LUNEDI', 21 dicembre 2009
«I rischi derivanti dal rigassificatore valutati con
superficialità» - LE CRITICHE DEGLI SLOVENI ALLA CONFERENZA STAMPA DI
LEGAMBIENTE
È chiara la direttiva europea sulla valutazione di impatto ambientale (direttiva VIA): nel caso di progetti che possono avere effetti significativi sull'ambiente di un altro Stato membro il principio è la collaborazione fra governi. Il progetto di cui si discute è il rigassificatore della spagnola Gas Natural nel porto industriale di Trieste, e lo Stato membro è la vicina Slovenia. La giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea riconosce, inoltre, che non è possibile eludere o attenuare i controlli prescritti dalla direttiva VIA “affettando”in più parti un progetto industriale che nel suo insieme potrebbe avere un “notevole impatto ambientale”. È il cosiddetto “salami slicing”, vietato dalla normativa europea. Questa impone una valutazione d'impatto globale, come ha ricordato Marko Starman, direttore dell'area protetta di Strugnano, nel corso dell'incontro pubblico sui rischi per l'ambiente e per la sicurezza organizzato ieri dal WWF e da Legambiente, con la partecipazione anche di esperti sloveni. Al contrario il Decreto VIA del Ministero dell'ambiente del luglio scorso sembra non aver considerato gli effetti cumulativi derivanti dal collegamento dell'impianto della Gas Natural al metanodotto della Snam per la distribuzione del gas in Italia. E' sconcertante - hanno sottolineato gli ambientalisti - come tutta la documentazione sia stata trattata in modo superficiale dal Governo italiano.
(i.g.)
Buccari, Kostrena e Portoré contro l’impianto di coking
- Protesta di sindaci e cittadini per l’installazione prevista dall’Ina
KOSTRENA Memori degli sfracelli ambientali combinati dalla
defunta cokeria buccarana (dal 1976 al 1994), i consiglieri municipali di
Buccari, Kostrena e Portoré (Kraljevica) hanno opposto un netto rifiuto allo
studio di impatto ambientale riguardante l’entrata in funzione di un impianto di
coking, da far sorgere nell’ambito della raffineria dell’Ina a Urinj, nel comune
di Kostrena. In quest’ultima località, che confina a est con Fiume, si è tenuta
una seduta congiunta dei consiglieri delle tre municipalità, alla quale hanno
partecipato anche i rispettivi sindaci, e in cui tutti i presenti hanno espresso
contrarietà all’impianto che trasformerà il coke di petrolio in prodotti più
leggeri e remunerativi, come sono da considerarsi benzina, gas di petrolio
liquefatto e gasolio da autotrazione. Il progetto dell’impianto di coking
rientra nel processo di modernizzazione degli stabilimenti di Urinj
(investimenti per un miliardo e mezzo di euro), che è stato però accolto molto
male dall’opinione pubblica e dai comuni interessati.
Unanime è stata pertanto la conclusione votata a Kostrena e inviata alla
compagnia petrolifera croato – ungherese Ina: «Lo studio di impatto ambientale è
lacunoso e non spiega a sufficienza taluni aspetti legati alla presenza
dell’impianto di trasformazione dei derivati petroliferi nel nostro
comprensorio. La documentazione offertaci in visione è pertanto inaccettabile.
Attendiamo che un secondo studio illustri in modo concreto e chiaro le
conseguenze dello stabilimento coking per l’ambiente». Duro l’attacco del
sindaco di Kostrena, Miroslav Uljan (regionalista quarnerino): «Ci opponiamo e
ci opporremo in modo forte a simili tecnologie, di cui non abbiamo proprio
bisogno. Gli abitanti di Kostrena sono particolarmente scettici verso l’Ina, in
quanto i suoi responsabili non hanno mai realizzato ciò che avevano promesso. La
raffineria dell’Ina sta degradando da decenni l’habitat, producendo un
insopportabile inquinamento acustico. A Kostrena, la qualità dell’aria rientra
nella terza categoria e dunque stiamo parlando di aria inquinata, il che vuol
dire che l’Ina non ha ancora avviato il tanto atteso programma di risanamento.
Prima di pensare all’ammodernamento, l’Ina deve migliorare la qualità dell’aria
che respiriamo a Kostrena e dintorni».
Categorico pure il sindaco buccarano, Tomislav Klaric (Accadizeta,
centrodestra): «Abbiamo analizzato a fondo lo studio di impatto ambientale,
concludendo che Buccari non può avere il ”coke bis”. Nel documento non sono
stati trattati, ad esempio, né l’impatto sulla sorgente di acqua potabile
Dobrica né le condizioni meteo presenti nell’area. Tenuto conto di quello che
combinano da noi i venti di bora e scirocco, credo che qui il coke si troverebbe
dappertutto. Dopo quanto siamo stati costretti a sopportare a causa dell’ex
cokeria, a Buccari nessuno vuol più sentir parlare di nuovi impianti
inquinanti». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento del sindaco di Portoré,
Josip Turina (Partito socialdemocratico): «Basta con questi impianti, gli
abitanti di Portoré vogliono respirare finalmente aria pulita. La nostra città è
da considerarsi defunta a causa dei grandi stabilimenti industriali presenti nel
suo immediato circondario. Se proprio impianto di coking deve essere, propongo
l’istituzione di una commissione indipendente, i cui esperti dovranno scegliere
la tecnologia migliore».
Ad intervenire è stato anche Vladimir Micovic, direttore dell’Istituto regionale
per la Salute pubblica, soffermatosi sulla qualità dell’aria nella zona di Urinj:
«Da ormai quattro anni – ha detto – i dati parlano di aria di terza categoria.
Purtroppo le stazioni di misurazione, gestite dall’Ina, risultano inattive per
lunghi periodi nel corso dell’anno e dunque può darsi che i risultati reali
siano peggiori di quelli ufficiali».
Andrea Marsanich
Pesce killer fa strage di cefali nel Raguseo Pescatori
in crisi - UNO STERMINIO DA 30 TONNELLATE
FIUME Sarebbe frutto (sgradito) dei cambiamenti climatici
che interessano l’intero pianeta la comparsa di un nuovo inquilino nelle acque
dalmate dell’estuario della Narenta (Neretva). Un inquilino aggressivo e
“sanguinario”, per niente gradito ai pescatori e a chi si occupa di allevamento
ittico nell’estremo Sud della Dalmazia, ovvero nella regione raguseo-narentana.
Si tratta del pesce serra (Pomatomus saltatrix o saltator, detto anche
ballerino, bluefish o tailor in inglese e, nella versione dialettale locale,
strijelko – lett.arciere o lanciere). Denominazione a parte, si tratta di un
predatore spietato e veloce, che da qualche tempo sta facendo strage di cefali,
orate e altre specie ittiche nelle acque narentane dalla foce in su. Una
presenza, quella del serra-arciere, non proprio del tutto inedita nel Basso
Adriatico, ma fin qui estremamente rara o sporadica.
Ultimamente, invece, il temibile predatore (fino a 130 cm di lunghezza e 14 kg
di peso, anche se le pezzature più frequenti vanno dai 2-4 kg) ha fatto la sua
comparsa massiccia nel comprensorio marittimo di Ragusa (Dubrovnik), compiendo
autentiche stragi fra i branchi di cefali che si concentrano nell’estuario
narentano. Testimonianza quotidiana delle scorribande effettuate dalle orde di
“arcieri” sono i resti orrendamente mutilati di cefali e orate. Il pesce serra –
per certi versi simile a una grossa spigola o branzino, dotato di una dentatura
formidabile, fitta e acuminata, corredata da un’eccezionale potenza mandibolare
– è un tipo poco raccomandabile anche per le mani di eventuali pescatori
malaccorti. Il serra è un autentico killer del mare, che aggredisce e addenta
anche quando è sazio e quindi per puro istinto di uccidere. Non si lascia
sfuggire niente: sarde, alici, sgombri, occhiate e via elencando vanno bene
comunque. Anche se le prede preferite sono i predetti cefali. La furia del serra
è tanto incontenibile che non ingurgita neppure le prede, ma le azzanna
staccandone brandelli e lasciandosi dietro una scia di corpi mutilati. Secondo
le stime, ovviamente approssimative, dei pescatori e maricoltori narentani nello
spazio di qualche mese i branchi di serra avrebbero sterminato all’incirca sulle
30 tonnellate di cefali. Contromisure per limitare i danni di questa specie
invasiva (che in Mediraneo sembra avere la culla lungo le coste turche, e in
particolare nel Bosforo) non ce ne sono, anche perché si tratta di pesci
imprevedibili.
(f.r.)
SEGNALAZIONI - SMOG - Ferriera da chiudere
Caro Roberto, è giunto il momento delle decisioni forti.
Te lo dico come amico, come ex assessore all’ambiente ma soprattutto come
capogruppo della Lega Nord. Il centrodestra triestino, ha sempre affrontato le
sue campagne elettorali promettendo la chiusura della Ferriera. Lo ha fatto nel
2001 e nel 2006 vincendo a Trieste, lo ha fatto nel 2008 riconquistando una
Regione che aveva osato concedere allo stabilimento di Servola l’autorizzazione
integrata ambientale. Tu eri sempre presente a garantire il risultato finale
dando speranza a decine di migliaia di abitanti che ci credevano. Siamo giunti a
giorni nel 2010 e si sta avvicinando la data delle prossime elezioni comunali.
Davanti a noi abbiamo una sola strada se vogliamo presentarci ancora con
credibilità all’elettorato di Servola. Chiudere la Ferriera per grave pericolo
alla salute pubblica conseguente al continuo imbrattamento e inquinamento di
questi anni. Costringendo quindi la proprietà a pagare gli stipendi ai
lavoratori. Cosa stiamo invece facendo nonostante la presenza in Consiglio
regionale di sei esponenti triestini del centrodestra? Alla data odierna non
siamo stati capaci di procedere alla revisione dell’A.I.A. concessa da Illy, non
abbiamo avuto il coraggio di opporci al rinnovo della concessione portuale,
abbiamo chiesto al Governo il rinvio al dicembre 2011 dei nuovi limiti imposti
dalla Comunità sui livelli di particolato nell’aria. Limiti che avrebbero
portato alla chiusura automatica di uno stabilimento non in grado di
rispettarli. Posso capire la preoccupazione per i lavoratori della Ferriera ma
sino a oggi non ho ancora visto un piano di riqualificazione degno di questo
nome.
Caro sindaco, è giunto veramente il momento di prendere una decisione forte,
prendere tempo non porta più a nulla di buono. I lavoratori della Ferriera e gli
abitanti di Servola hanno necessità di certezze. Davanti una situazione di
questo tipo, per motivi diversi ma soprattutto per coerenza, tutte le forze
politiche dovrebbero avere la dignità di non presentarsi nel 2011 a chiedere il
voto ai servolani. Io auspico invece che ciò possa avvenire. Tutto dipende dalla
tua determinazione e dalla volontà dell’amministrazione regionale. In caso
contrario il piccolo ma dignitoso gruppo che rappresento in Consiglio comunale
si assumerà una forte responsabilità, quella cioè di dire che è giunto il
momento di cambiare le cose.
Maurizio Ferrara - capogruppo Lega Nord - consiglio comunale di Trieste
SEGNALAZIONI - Piano regolatore, una fretta
”sospetta”
Ma come viene amministrata la cosa pubblica? Sono
veramente amareggiata. I regolamenti sicuramente consentono alla
«maggioranza di turno», e sottolineo «di turno», di fissare i consigli
comunali per importanti delibere in tempi brevissimi, non solo quando ci
sono delle reali scadenze, ma anche quando i progetti che si vanno a
trattare sono stati per anni fermi e nascosti nei cassetti degli uffici
comunali.
Ad esempio porto la recente adozione da parte del Consiglio Comunale del
Piano Particolareggiato del Centro Storico.
Il documento che è stato adottato nella seduta del 14 dicembre u.s. ha una
storia lunga; voglio solo ricordare che già nel lontano 1969 era stato
indetto un concorso nazionale di idee per il piano particolareggiato del
centro storico di Trieste e che l’elaborato dell’architetto Gianugo
Polesello era stato segnalato, ma credo mai preso in considerazione
dell’amministrazione comunale.
Dal 2003 poi al 2005 i tecnici comunali, hanno lavorato e predisposto un
piano che il 26 gennaio 2006 è passato in giunta, il 2 febbraio 2006 è stato
inoltrato alle Circoscrizioni e l’8 febbraio 2006 sottoposto all’esame della
VI Commissione Comunale. Poi, non si sa né perché né per come, il piano è
sparito; è rimasto in letargo per 4 anni per tornare prepotentemente alla
ribalta alla fine di quest’anno con un’urgenza incredibile.
Vista la consistenza degli elaborati i capigruppo dell’opposizione, più il
capogruppo della maggioranza Bruno Sulli, hanno chiesto più tempo per aver
la possibilità di esaminare meglio i numerosi elaborati.
I capigruppo della maggioranza con l’astensione determinante del consigliere
Minisini, senza una ragione plausibile se non quella dell’arroganza del
potere, hanno deciso di andare in Consiglio.
E così abbiamo avuto soltanto 10 giorni di tempo per esaminare 2267 pagine e
49 tra tabelle ed elaborati grafici di vario tipo!
Abbiamo avuto pertanto la possibilità di preparare un ridotto numero di
emendamenti che anche in questa circostanza, come in occasione del Prgc,
sono stati accolti soltanto in minima parte pur avendo il parere favorevole
degli uffici tecnici.
A questo proposito voglio far presente che anche per conoscere gli
emendamenti nella loro interezza vale il discorso del poco tempo concesso:
infatti i consiglieri vengono a conoscenza degli emendamenti presentati e
del parere degli uffici solo poco prima della seduta del Consiglio. In
questo modo è difficile valutare la portata e le ricadute di tutti gli
emendamenti e controbattere alle argomentazioni degli uffici.
La stessa sorte è toccata ai consiglieri circoscrizionali che, anche questa
volta con carattere di urgenza, hanno dovuto dare il loro parere in 10
giorni invece che nei 20 giorni di solito concessi alle circoscrizioni.
Invito tutti i consiglieri a prendere atto di questa situazione ed a pensare
seriamente a mettere mano a queste regole che affossano la partecipazione,
la democrazia e la trasparenza.
Bruna Tam
IL PICCOLO - DOMENICA, 20 dicembre 2009
«Dalla Ferriera il 30% di emissioni», ma 4 anni fa -
Datato il piano sull’aria voluto dalla Regione. De Anna: ordinati aggiornamenti
per l’accordo di programma
ILLUSTRATO DAL CONSIGLIERE COMUNALE VERDE RACOVELLI IL
DOCUMENTO DEL MAGGIO 2009 MAI RESO PUBBLICO
L’Arpa produce il primo «piano stralcio» sulla qualità dell’aria per
Trieste, con «particolare riferimento alla zona di Servola», redatto da quindici
specialisti. Studio ordinato dalla Regione soprattutto per tamponare due serie
mancanze. La prima: la stessa Regione non ha mai ottemperato all’obbligo di
legge di produrre una ”carta geografica” delle emissioni in aria per tutto il
territorio (adesso i lavori sono in corso). La seconda: l’Autorizzazione
integrata ambientale (Aia) fu concessa allo stabilimento siderurgico di Servola
nel dicembre 2007 pur in assenza di questa base normativamente ineludibile.
Il fascicolo è datato maggio 2009. Non è stato mai ufficialmente reso noto. Ma
l’altro giorno lo ha presentato la Commissione trasparenza comunale, alla
presenza dello stesso sindaco Roberto Dipiazza, per iniziativa del suo
presidente, il verde Alfredo Racovelli, che annuncia: «Lo porterò anche alla
Procura della Repubblica».
Che cosa dice questo analitico documento? In sostanza che la Ferriera produce un
terzo delle emissioni di polveri in aria rispetto al totale di tutte le aziende
attive, e che le emissioni di benzoapirene hanno raggiunto, nel periodo
considerato, picchi pari a cinque e anche otto volte il limite consentito,
ovvero 5 o 8 nanogrammi per metro cubo al posto di 1, spandendosi anche
nell’abitato, con situazioni di rischio per la salute.
Tuttavia, presentando il grafico sulla quantità d’inquinamento prodotta dalla
Lucchini in proporzione agli altri insediamenti industriali, l’Arpa specifica di
aver usato il «catasto delle emissioni 2005», redatto prima che la Ferriera
«applicasse le migliori tecnologie possibili» imposte proprio dall’Aia. E che
spera di avere in futuro un catasto più aggiornato. Inoltre il conteggio delle
emissioni attraverso le centraline di via Pitacco, via Svevo, via San Lorenzo in
Selva e via Carpineto è avvenuto tra il 1.o gennaio 2006 e il 30 novembre 2008.
La Lucchini così ha già prodotto i propri dati, relativi al periodo
gennaio-novembre 2009, dicendo che almeno per le Pm10 (le polveri sottili) i
valori medi si sono attestati al di sotto del valore-limite di 50 microgrammi
per metro cubo, e che gli sforamenti si sono verificati, ma anche stavolta in
misura inferiore al massimo consentito che è di 35 volte in un anno («Via
Pitacco - ha riferito la Lucchini - 11 sforamenti, via Svevo 21, via Carpineto
14»). L’azienda ha ricordato poi che l’Arpa in novembre ha fatto tutti i
controlli sull’applicazione dell’Aia, e che per l’ammodernamento degli impianti
ha stanziato «18 milioni di euro per 2008 e 2009».
«È vero - ammette l’assessore regionale all’Ambiente, Elio De Anna -, i dati
sono un po’ superati e proprio per questo l’altra settimana ho emesso delle
linee di indirizzo che obbligano l’Arpa a una osservazione ”in continuo”, in
modo da avere oltre a questa anche una situazione aggiornata. Lo scopo - avverte
- è anche di stringere i tempi per l’accordo di programma sulla riconversione
dell’azienda, perché si parla al suo posto di una nuova centrale elettrica e di
una fabbrica di funi, ma non vorrei trovarmi un giorno con queste realtà e
ugualmente ancora con la Ferriera accanto».
I dati sull’aria raccolti dall’Arpa faranno parte integrante dei Piani di azione
regionale, che saranno tradotti in nuovi Piani di azione comunale (l’ultimo,
relativo proprio alla Ferriera, fu deliberato dal Comune nel maggio 2005): piani
che obbligano a controllare e correggere situazioni fuori norma, nello specifico
quelle di Servola. L’iniziativa diretta sul territorio è poi, De Anna lo
sottolinea, delle «ordinanze sindacali». E si sa quanto Dipiazza abbia
minacciato la chiusura dell’industria siderurgica, cedendo poi al consiglio di
avviare un accordo di programma, che dopo una prima riunione dovrebbe riattivare
il tavolo a gennaio.
Conclude De Anna: «Ho avviato il piano sui rifiuti solidi urbani, che se non
arriva al ministero entro l’anno ci procura sanzioni in sede europea, il piano
per la tutela delle acque (che avrà un iter lunghissimo), e il piano sulla
qualità dell’aria che non era addirittura mai stato fatto. Tolta la precedenza
che è stata data alla straordinaria situazione triestina, è quello che risulta
più in ritardo».
(g. z.)
E il Porto sprigiona ossido di zolfo - LO SCALO NE
PRODUCE LA QUANTITÀ PIÙ ELEVATA
Non c’è solo la Ferriera nel Piano dell’aria di Trieste.
Lo studio analizza, tenendo conto anche di alture e «barriere» costituite da
edifici, e dei venti, e del volume di traffico, la situazione complessiva
dell’inquinamento dei suoi produttori. Si scopre così che anche il Porto, mai
citato in questo senso, è un superproduttore di inquinanti per la città.
La massima quantità del pericoloso Ossido di zolfo (So2) è dovuto ai movimenti
nello scalo: 1993 tonnellate in aria ogni anno. E questa sostanza rappresenta
oltre la metà delle emissioni totali. Altrettanto si può dire dell’Ossido di
azoto (No2): il porto ne produce la quantità più elevata, ossia 2120 tonnellate
all’anno, seguito dalle combusioni dell’industria. Il traffico sgancia invece in
aria la più gran parte di Composti organici volatili (il 40% del totale). Il
metano viene immesso quasi tutto dai distributori di combustibili (5292
tonnellate all’anno): il 90% di queste emissioni. Il monossido di carbonio (Co)
lo produce tutto il traffico: l’80%, per 9520 tonnellate annue. L’anidride
carbonica che respiriamo è così tanta che viene misurata in «kilotonnellate»:
oltre 1 milione di tonnellate all’anno, causate per il 40% dalla produzione di
energia e dalla trasformazione di combustibili.
L’ossido di diazoto (N2o), responsabile dell’effetto serra, è prodotto
soprattutto dal riscaldamento domestico, l’ammoniaca di nuovo dal traffico, il
quale è anche la più forte causa di polveri sottili: sia di Pm10, sia delle più
piccole e insidiose Pm2,5.
San Dorligo, rifiuti col microchip - Da gennaio il
nuovo sistema per quantificare la raccolta indifferenziata
DOPO TRE ANNI DI SPERIMENTAZIONE
Da gennaio verrà applicato a San Dorligo il sistema dei ”microchip
transponder”, che misurerà le levate dei bidoni dei rifuti indifferenziati. Su
questo tema aveva fortemente eccepito il capogruppo consiliare del Pdl-Udc
Roberto Drozina, il quale aveva ricordato «gli atti, le deliberazioni e le
mozioni approvate dal Consiglio comunale risalenti a qualche mese, nei quali era
stato richiesto il coinvolgimento del Consiglio per trovare un sistema di
calibratura individuale dei rifiuti coerente con la legge nazionale che prevede
la pesata in chilogrammi e non in numero di prelievi».
L'esponente del centrodestra aveva inoltre evidenziato il fatto che «l'utilizzo
del chip doveva avere esclusivamente fini statistici, in attesa di individuare
nel futuro una metodologia più favorevole per la cittadinanza».
L’assessore ai Servizi Elisabetta Sormani confuta le parole del consigliere: «Il
Comune non ha mai vietato il microchip per la misurazione dei rifiuti, ma aveva
soltanto chiesto una sospensione, sino a quando non si fosse trovata una
soluzione definitiva ai problemi emersi nei tre anni di sperimentazione,
soluzione che ora siamo pronti ad applicare».
Quale dunque l'intervento proposto? «Poiché non esistono strumenti precisi per
misurare il peso dei rifiuti, useremo bidoni di diversa portata: oltre a quelli
canonici da 120 litri, i cittadini potranno chiedere anche bidoncini della
capienza di 30 litri. In questo modo, una persona che produce 30 litri di
immondizia pagherà meno di chi ne produce 60 litri, perché non verranno
quantificate le levate ma il reale volume del cassonetto quantificato in litri».
L’assessore replica poi alle accuse arrivate da alcuni partiti di opposizione
sulla gestione della raccolta indifferenziata dei rifiuti, che alla vigilia
della partenza ufficiale, dopo tre anni di sperimentazione, vede ancora una
netta divisione sul come gestire la raccolta. «Non stiamo ledendo la tutela
della privacy di nessuno – afferma la Sormani – né tanto meno stiamo violando le
normative nazionali ed europee».
Uno dei motivi che ha fatto scatenare l'ennesima polemica sulla questione
rifiuti è stato l'invito, fatto dal Comune, a scrivere i propri dati
identificativi sul cassonetto verde riservato ai rifiuti indifferenziati. «E' un
invito a violare la legge – aveva commentato il consigliere di Uniti nelle
Tradizioni, Massimiliano Dazzi – nel quale imporre a identificare il cassonetto
con le proprie generalità equivale a obbligare i cittadini a mettere in piazza,
a disposizione di tutti, la propria vita privata».
Dazzi aveva minacciato di rivolgersi «alle autorità competenti per la tutela
della privacy» se tale provvedimento non fosse stato revocato da parte
dell'amministrazione comunale.
Questa la risposta dell'assessore Sormani: «Il nostro obiettivo non è di
ispezionare il contenuto dei rifiuti indifferenziati, che peraltro sono ben
chiusi all'interno di un sacco nero, quanto quello di tutelare i cittadini nel
caso vi siano giornate di bora o vi sia un erroneo scambio di bottino, affinché
si possa riconoscere in maniera sicura il proprietario dei singoli bidoni».
(r.t.)
SEGNALAZIONI - Energia nucleare - CENTRALI
Ha ragione la professoressa Hack: bisogna affrontare il
problema energetico in modo laico, senza preclusioni. La domanda fondamentale
rimane: oggi, l’Italia deve iniziare ad investire nella costruzione di centrali
nucleari? Non è affatto scontato rispondere a questa domanda Molti scienziati ed
economisti sostengono che il nucleare non è la soluzione finale all'utopia di
una fonte di energia illimitata e a prezzo ragionevole. Può essere, forse e in
qualche circostanza, una temporanea soluzione tampone.
E nel caso dell’Italia? Uno spunto di riflessione ci viene dall’attualità, cioè
dalla presunta individuazione a Monfalcone di un possibile sito per una centrale
nucleare.
Se fosse vero, sarebbe una bestialità assoluta, che dimostrerebbe solo
l’incapacità di chi è responsabile della politica energetica italiana. E questo
perché un sito nucleare ha bisogno di (almeno) 3 caratteristiche 1) un
isolamento di più di 10 km da qualunque insediamento abitativo 2) un
fiume/canale che provveda all'acqua di raffreddamento sacrificabile ad un certo
(debole) inquinamento radioattivo 3) la presenza in situ di un deposito sicuro
per (almeno una parte) delle scorie radioattive accumulate.
Non mi pare siano le carateristiche di Monfalcone.
Le domande serie da porsi sono: abbiamo siti davvero sicuri? qual è il prezzo
economico della scelta nucleare? quali sono i suoi tempi scala?
Quali i rischi di macro e micro incidenti? Il Governo Berlusconi si accinge a
fare la scelta nucleare con mentalità ideologica e senza rispondere a queste
domande. Il presidente Tondo ci assicura che a Monfalcone non avremo la
centrale: speriamo non vada a finire come la storia dei crediti sulle
compartecipazioni Inps.
Paolo Salucci - cons. Pd prov. Trieste - docente di Fisica alla Sissa
IL PICCOLO - SABATO, 19 dicembre 2009
Camera di Stato slovena «No al rigassificatore» -
RISOLUZIONE SULLA TUTELA AMBIENTALE
Contrarietà alla costruzione di rigassificatori nell’alto
Adriatico e in particolare nel golfo di Trieste, sia in territorio italiano che
in quello sloveno.
In questo senso si è espressa l’altra sera la Camera di Stato slovena, che ha
approvato una ”Risoluzione sulle strategie per l’Adriatico” proposta da un
gruppo di parlamentari con il patocinio dell’organizzazione ambientalista
internazionale Alpe Adria Green, di cui fa parte anche Greenaction Transnational.
La risoluzione stabilisce le posizioni e gli standard ambientali di riferimento
che la Slovenia osserverà in materia anche nei rapporti con gli altri Paesi
adriatici, e la impegna a rappresentare e a difendere fermamente gli interessi
di tutela ambientale e di sicurezza dell’Adriatico settentrionale secondo le
convenzioni internazionali e le norme e indirizzi dell’Unione europea.
Il documento afferma inoltre che strutture e impianti nuovi che abbiano impatti
rilevanti sull’ecosistema adriatico devono essere valutati a livello regionale,
cioè fra tutti i Paesi dell’area. Da qui la contrarietà al rigassificatore
espressa dalla Camera di stato della vicina Repubblica.
Alpe Adria Green e le organizzazioni ambientaliste aderenti - si legge in una
nota - ritengono che «la risoluzione della Slovenia per la tutela internazionale
dell’Adriatico sia un passo decisivo che dovrebbe essere recepito nei contenuti
dagli altri Paesi della regione».
Muggia, no al gasdotto e alla centrale elettrica -
Seconda bocciatura del consiglio per il collegamento del rigassificatore alla
rete
MUGGIA Il Consiglio comunale di Muggia ha detto nuovamente
”no”, l’altra sera, al gasdotto per il rigassificatore di Zaule, e ha dato
parere sfavorevole anche sulla documentazione per la Via della centrale
termoelettrica proposta da Lucchini Energia.
Il voto sfavorevole sui documenti integrativi forniti da Snam Rete Gas per la
valutazione dell'impatto ambientale (Via) del metanodotto Trieste-Grado-Villesse
è stato unanime.
Il progetto prevede la realizzazione del collegamento in due tratti: quello
sottomarino Trieste - Grado, da 32 pollici di diametro, e quello fra Grado e
Villesse da 42 pollici. «Ciò porterebbe a pensare - osserva il sindaco di
Muggia, Nerio Nesladek - che l'aumento del diametro nel tratto da Grado a
Villesse potrebbe essere dovuto a un futuro collegamento, che si vorrebbe
mettere in atto tra il metanodotto e il secondo rigassificatore, quello offshore
proposto dall'Endesa, ora passato all’E.On».
Il consiglio, che si era espresso negativamente sul progetto del metanodotto già
in due occasioni, ha ribadito il ”no” ritenendo che le valutazioni sulla
realizzazione della conduttura non si possano disgiungere dal parere negativo
relativo all'impianto di rigassificazione previsto a Zaule, al quale il
metanodotto andrebbe a collegarsi.
Parere sfavorevole anche sulla documentazione, fornita da Lucchini Energia,
concernente la procedura di Via per la costruzione di una centrale
termoelettrica a ciclo combinato, anch'essa bocciata dall'amministrazione
comunale poiché «collegata alla costruzione del rigassificatore.».
E’ stato, invece, approvato all'unanimità l’ordine del giorno, pervenuto dai
Comuni di Mortegliano e Lestizza, per il mantenimento del numero di medici di
medicina generale su un rapporto di uno ogni mille abitanti. Con la
deliberazione della giunta regionale del 20 febbraio 2006, la Regione fissò
infatti il rapporto medici-abitanti sul valore di uno ogni 300.
«Il problema è che noi ne abbiamo uno per 13mila residenti – ha commentato
scherzosamente Paolo Prodan, capogruppo di An, riferendosi al primo cittadino –.
Se si torna a un medico ogni mille utenti, il sindaco avrà più tempo per stare
in Municipio».
«Tutti possono verificare che i primi ad arrivare in Municipio siamo io e il
direttore – ha risposto Nesladek –. È la mia carriera di medico ad averci
rimesso. Spero che l'approvazione di questa delibera si traduca in una maggiore
possibilità di trovare lavoro per i giovani medici».
La sentenza del Consiglio di Stato del 23 marzo 2009 ha dichiarato illegittima
la delibera della giunta regionale, riportando in vigore il rapporto di un
medico ogni mille utenti. L’amministrazione si è così impegnata a sollecitare la
Regione per garantire un livello adeguato di assistenza medica.
Il consiglio si è poi pronunciato favorevolmente sull’ordine del giorno per dare
maggior assistenza ai malati di sclerosi laterale amiotrofica (Sla) residenti in
regione. Rinviato infine l'ultimo punto all'ordine del giorno: la modifica del
testo dell'accordo di programma per la bonifica del Sito inquinato.
Andrea Dotteschini
Muggia, convegno sulla ”differenziata”
MUGGIA Il rifiuto come risorsa economica. Se ne parla oggi
alle 10 in sala Millo in un incontro organizzato dall'associazione Impronta
Muggia. Verrà illustrata la proposta di alcune associazioni per una raccolta
differenziata dei rifiuti porta a porta, basata sul volontariato.
«L’azienda non risarcisce i residenti» - Rosato:
«Niente ammissioni di responsabilità, solo aiuti a chi ha disagi»
IL DIRETTORE DELLO STABILIMENTO: SFORAMENTI NELLE
EMISSIONI, TREND POSITIVO
I ”risarcimenti” agli abitanti di Servola? «Semplici somme di denaro
corrisposte in favore dei cittadini che lamentano disagi e fastidi». Le critiche
del sindaco di Muggia Nesladek, secondo cui l’inquinamento della Ferriera
danneggia il turismo? «Infondate, vista la forte crescita di visitatori
registrata a Trieste nel 2009». Il pressing delle istituzioni dalla Uil per
vigilare sul rispetto degli obblighi ambientali? «Inutile, perché il Gruppo
Lucchini, oltre ad adempiere a tutte le prescrizioni imposte dall’Aia
(l’autorizzazione di impatto ambientale), ha anche migliorato l’efficienza degli
impianti e sostenuto gli ulteriori oneri richiesti dal piano di monitoraggio».
Ecco come il direttore della Ferriera Francesco Rosato replica punto su punto
alle tante accuse piovute negli ultimi giorni sull’attività dello stabilimento
siderurgico. Una difesa a tutto campo della linea d’azione della Lucchini che
punta a fare chiarezza, in particolare, sulle presunte responsabilità penali
dell’azienda. «In merito al procedimento penale in corso, per il quale l’azienda
ha già chiesto da tempo l’oblazione - osserva Rosato in una nota -, le
trattative sono positivamente avviate con la parte civile senza che ciò comporti
da parte della Lucchini alcun riconoscimento, diretto o indiretto, di
responsabilità nei fatti contestati. È dunque improprio parlare di
”risarcimenti” ai servolani: si tratta semplicemente della disponibilità della
società a corrispondere una somma di denaro a favore dei soggetti che lamentano
disagi e fastidi. Disponibilità - precisa ancora il direttore di stabilimento -
già dimostrata in passato a riprova della responsabilità sociale dell’azienda
verso il rione, senza però avallare la pretesa di addebitare la causa dei
fastidi degli abitanti a eventuali inadeguatezze del Gruppo».
L’inesistenza di simili inadeguatezze, sostiene ancora la proprietà, è
testimoniata del resto dall’esito dell’ultima verifica annuale compiuta
dall’Arpa lo scorso novembre: «Quei controlli - continua Rosato - hanno
accertato il pieno rispetto di tutte le condizioni fissate dall’Aia, la
regolarità delle misure e dei dispositivi di prevenzione dell’inquinamento e
l’ottemperanza a tutti gli obblighi di comunicazione. Quanto alla qualità
dell’aria - conclude la nota -, i dati ufficiali delle centraline relativi al
periodo gennaio-novembre 2009 hanno evidenziato, sia nei valori medi di pm10 sia
nel numero di sforamenti, un trend di miglioramento rispetto allo stesso periodo
del 2008».
Fogar: la sola Servola produce un terzo
dell’inquinamento - L’ESPONENTE DEL MIANI PROSEGUE LO SCIOPERO DELLA FAME
Ha dato l’ultimatum alla Ferriera. «O lei o io», ruggisce
Maurizio Fogar dall’ultimo piano del palazzone di Valmaura, con vista sui fumi
dello stabilimento. Le reazioni, però, latitano. Nonostante la sua decisione di
non prendere più, ormai da svariate settimane i farmaci salvavita che gli sono
necessari e, da 12 giorni, di alimentarsi solamente con acqua, continua a
raccogliere la solidarietà solo di qualche adorante casigliano o dei servolani
più vicini. E intanto, assicura il pasdaran dell’ambiente, la vista dell’occhio
sinistro comincia a perdere qualche colpo, come effetto collaterale del diabete
mal curato, il battito del cuore gli è passato a 100, dai soliti 50, la
pressione a 170. Ogni tanto si fa vivo anche qualche politico ma poi rientra
subito nei ranghi.
Forse per questo le parole più avvelenate, l’esponente del circolo Miani le
dedica al presidente della Regione Renzo Tondo e al sindaco Roberto Dipiazza,
«due che con la promessa di chiudere la Ferriera ci hanno marciato, hanno vinto
due elezioni e poi si sono comportati in maniera totalmente opposta. Li
pregherei almeno – sibila Fogar – visto che hanno preso per i fondelli migliaia
di persone, di non parlare proprio più della Ferriera...».
Dal computer Google Maps capta, con un’immagine datata 2009 ma non in tempo
reale, una grande macchia che si allarga nel mare. «L’inquinamento continua –
s’infervora – e il comitato portuale cosa fa? Proroga alla Lucchini per altri
quattro anni la concessione! Per giunta con Dipiazza che non si fa neanche
vedere! Una vergogna».
È un computer umano, Fogar, nonostante la debolezza. E, a sorpresa, tira fuori
l’asso dalla manica. Anzi, due. «Ho scoperto per caso che la commissione europea
presieduta da Barroso ha bocciato 62 delle 67 richieste di deroga presentate
dall’Italia per posticipare l’applicazione dei nuovi limiti in materia di
inquinamento, e cioè da 50 a non più di 35 sforamenti all’anno e da 35 a non più
di 20 giornate. E quella che è stata trattata peggio è stata proprio la regione
Friuli Venezia Giulia. Accusata, in pratica, di aver presentato dati taroccati,
assommando Trieste al verde Collio per fare media». Non è finita. L’esponente
del ”Miani” annota tra le bacchettate di Bruxelles anche la mancata approvazione
del Piano regionale dell’aria, atteso fin dal 2003. Un testo che, per qualche
misteriosa alchimia si materializza sul suo tavolo. E qui si entra in terreno
minato. «Come si possono commentare dei dati (quelli del documento regionale non
reso noto ndr) da cui risulta che la Lucchini produce da sola 1/3
dell’inquinamento totale in città, quanto a Pm10 e Pm 2,5, senza dimenticarsi
neanche l’Italcementi, che l’unica centralina affidabile è quella ministeriale
di via San Lorenzo in Selva a Servola, perchè 7 su 11 sono controllate dalla
Ferriera e che il benzoapirene ha una media annuale vicino al 9, contro l’1
inteso come dato massimo sostenibile»?
FURIO BALDASSI
Rispunta l’ipotesi del Museo Carciotti Camber: piccole
collezioni da accorpare - L’esponente Pdl: futuro da ripensare. Omero (Pd):
fermi al punto di partenza
DOPO CHE LO STATO HA STANZIATO DUE MILIONI PER IL
RESTAURO DELLA PARTE INTERNA ANTICA
Decarli (foto): il centro congressi piaceva all’ex assessore Bandelli, per
questo adesso non risulta gradito
Il destino di palazzo Carciotti è di nuovo quello di una navicella nel mare.
La direzione regionale dei Beni culturali ha fatto la sua parte per la sezione
storica dell’immenso e prezioso edificio. Ne sta ristrutturando le facciate, ha
trovato anche sponsor per integrare i fondi propri, ha ottenuto dallo Stato 2
milioni per il rifacimento delle parti interne che diventeranno sede museale per
la collezione d’arte antica. La parte dove oggi stanno uffici comunali in attesa
di trasferirsi nella ristrutturata caserma Beleno era quella che il Comune aveva
rilanciato come sede di congressi, ricevendo pure in dono il progetto di
Francesco Cervesi, lodato da ogni parte.
Invece. «L’idea di farne centro congressi - afferma Piero Camber (Fi) - era nata
sull’urgenza di trovare una sede per questa attività poi che la Stazione
marittima sembrava virata a porto per le navi da crociera. Adesso le navi da
crociera sono sparite, e se torneranno saranno poche, mentre il Silos (che pure
prevede sale per congressi) è progettato e finanziato e in un paio d’anni sarà
pronto. Per Palazzo Carciotti bisogna pensare di nuovo: farne davvero un centro
congressi? O piuttosto, che so, un Museo della città? O ci accorpiamo dentro
alcuni piccoli musei oggi troppo sparsi per creare un megapolo dell’arte? O lo
vendiamo (pura ipotesi) perché se ne faccia un grande albergo proprio per
congressisti? Anche il magazzino che sta di punta alla Stazione marittima può
essere restaurato per congressi».
«Che ridere - sospira Fabio Omero (Pd) -, passano 10 anni ed ecco che torniamo
al punto di partenza. L’idea di fare del Carciotti una grande sede museale era
del compianto Roberto Damiani. Io piuttosto ricordo che il 28 novembre di un
anno fa la giunta ha fatto proprio un nostro ordine del giorno affinché si
creasse un tavolo tecnico tra Comune, Provincia, Fiera, Fondazione CRTrieste,
Autorità portuale per decidere tra tutti i ”proprietari” di beni che cosa fare
delle strutture sulle Rive. Senza dire che proprio la destinazione del Carciotti
sarebbe stato argomento da inserire nel piano del centro storico. Dubito poi -
prosegue Omero - che le piccole sale previste al Silos siano sufficienti per
puntare sui congressi, attività considerata importante anche a corredo di un
eventuale Parco del mare, come messo in evidenza nel piano dell’assessore Ravidà.
C’è di tutto, e anche troppo, da riempire - conclude il capogruppo del Pd in
Comune -, Silos, Tripcovich, Molo IV, Stazione marittima, Magazzino vini,
palazzetti sul primo tratto delle Rive. Ma se non c’è un piano complessivo a
lungo termine...».
Per Roberto Decarli (Cittadini) l’ipotesi di consacrare il nobile Carciotti alle
collezioni d’arte è molto attraente. «Il Museo Revoltella ha un enorme
patrimonio di opere che non ha spazi per esporre, sono chiuse nei magazzini: si
potrebbe accrescere il patrimonio artistico della città. Però il progetto del
centro congressi prevedeva esso stesso spazi per mostre, per ristoranti e varie
attività anche espositive. La verità è - insinua Decarli - che il progetto
Cervesi piaceva molto all’assessore Bandelli, in questa situazione nuova che si
è creata in consiglio comunale tutto ciò che richiama Bandelli piace invece
assai meno. Così delle crociere si dice che sono finite e che la Stazione
marittima torna disponibile anche perché l’Autorità portuale è di diverso colore
politico. Purtroppo - dice Decarli - le cose si muovono anche in questo senso».
GABRIELLA ZIANI
IL PICCOLO - VENERDI', 18 dicembre 2009
Dipiazza s’infuria sulle royalties e Gas Natural ci
ripensa - Il primo cittadino su de Carreras: «Un maleducato, gli farò fare
anticamera»
«Non abbiamo alcuna preclusione al confronto sulle
contropartite economiche»
Ore 11.30. Roberto Dipiazza, irritato dall’indisponibilità a sciogliere il
nodo delle royalties manifestata il giorno prima dal direttore Progetti
internazionali di Gas Natural, parte con l’affondo: «Questo signore (Narciso de
Carreras Roques ndr) è stato molto maleducato. La prossima volta che mi chiederà
un incontro, lo farò aspettare due mesi». Ore 19. Il colosso spagnolo,
evidentemente informato della sfuriata del primo cittadino, corre ai ripari:
«Nessuna preclusione al confronto con il Comune di Trieste per le cosiddette
royalties a favore della città».
Tra Trieste e Barcellona, insomma, ieri si è sfiorato l’incidente diplomatico.
Colpa delle dichiarazioni rese da de Carreras durante la visita lampo in città
del giorno precedente: «Non parlerei di royalties, ma di ricadute per il
territorio di altro tipo, come i 150-200 milioni di euro in 20 anni di gettito
fiscale». Frasi che il primo cittadino ha interpretato come un’inaccettabile
caduta di stile. «Deprecabile - è andato giù duro il primo cittadino - la scelta
di parlare sui giornali di trattative decisive per la città. Partite come quella
delle royalties (le ”tasse” da versare nelle casse comunali in proporzione alla
quantità di gas sbarcato) richiedono confronti istituzionali e passaggi in
consiglio comunale, non poche battute sulla stampa».
Quello commesso da Gas Natural, dunque, sarebbe stato uno strappo grave.
Talmente grave da richiedere addirittura, secondo il sindaco, una qualche
”punizione” simbolica. Quale? Costringere gli spagnoli a fare anticamera prima
di rimetter piede in Comune. «Diciamo - ha concluso Dipiazza - che per avere un
appuntamento dovranno aspettare un paio di mesi».
Ed è stata forse questa prospettiva a spingere la spa, nel tardo pomeriggio, a
gettare acqua sul fuoco riaprendo al confronto sulle contropartite economiche.
«Le ricadute per il territorio dei proventi dell’imposizione fiscale sulla
società - ha precisato in una nota il colosso iberico -, non rappresentano in
alcun modo un elemento di preclusione al confronto che sarà fatto con il Comune
di Trieste per le cosiddette royalties a favore della città. I vantaggi che il
territorio potrà ottenere a fronte dell’avvio di un progetto come quello del
rigassificatore di Zaule saranno infatti ampi e di diverso tipo: dalle entrate
fiscali derivanti dal trasferimento della sede in città al piano di bonifica del
sito, ai 500 milioni di investimento complessivo. Fino, appunto, alle royalties
da concordare con il Comune, alla possibile partecipazione al progetto di Acegas
e alle iniziative che saranno concordate nei prossimi mesi con gli stakeholder
istituzionali».
Lo sfogo di Dipiazza, questa volta, ho decisamente sortito l’effetto desiderato.
MADDALENA REBECCA
Bonifiche, il sindaco firma l’accordo Artigiani
perplessi - SIGLATA IERI LA DELIBERA
Sulle bonifiche il Comune va controcorrente. O forse,
semplicemente, segue la linea governativa e cerca di accelerare i tempi. Nei
fatti, ieri mattina, nel corso di quella che lo stesso sindaco Dipiazza ha
definito una «giunta volante» vista l’assenza di qualche assessore,
l’amministrazione ha fatto proprio, con una delibera, l’accordo di programma
fortemente caldeggiato da Roma. Quella stessa bozza che solo un paio di giorni
prima artigiani e industriali avevano clamorosamente bocciato. E il malumore tra
le categorie, per così dire, monta rumorosamente. Suscitando, immancabile, la
reazione dello stesso sindaco. «Ma come – si stupisce Dipiazza – dopo 50 anni
che rompiamo con le bonifiche adesso votano tutti contro? Io dico che intanto
bisogna fare, ma in questa città no se devi e no se pol., mentre invece è
proprio nei momenti difficili che bisogna tirare fuori gli attributi...».
La tesi convince fino a un certo punto Dario Bruni, presidente della
Confartigianato locale. «Intanto va precisato – debutta – che non siamo affatto
contro il documento. Va posta la parola fine a questa vicenda, ma non possiamo
neanche pensare di accettare una cosa senza sapere chi pagherà e quanto. In
questo, firmare è come fare un salto nel buio». Bruni spiega, al riguardo che le
perplessità nascono, oltre che dall’aspetto contabile anche da certi concetti da
specificare meglio. «Come la mettiamo con gli impattanti? Chi sono? Uno che fa
logistica perchè muove i carrelli sul cemento, un tipografo o un carrozziere, e
ce ne sono tanti in quell’area? Abbiamo sempre sostenuto – s’infervora Bruni –
che chi non ha inquinato non deve pagare, ora siamo disposti a dare qualcosa, ma
al massimo si può arrivare a quei 3,60 euro al metro quadrato ipotizzati dalla
Regione. Da quelli al salto nel buio, senza alcuna cifra, ce ne corre....
Soprattutto adesso che gli ultimi dati parlano di un aumento della cassa
integrazione artigiana del 650 per cento, del fatto che le 98mila ore del 2008
sono già diventate a ottobre di quest’anno 700mila e della certezza che la crisi
investirà presto anche questo lato del Nordest. Non facciamo nè barricate nè
strumentalizzazioni, vogliamo solo vederci chiaro». «Faccio un discorso semplice
– aggiunge Dipiazza – per essere chiaro con tutti: se ho comprato un terreno
alle Noghere per 18 euro al mq, ne pago 70 di bonifiche ma poi ne vale 200 ho
fatto un affare o no? Io so che lunedì vado col documento a Roma. Da dove, se ne
facciano tutti una ragione, soldi non ne arriveranno più».
(f.b.)
«Lifting al Porto Vecchio, ora ci siamo» - Di Paola: «Greensisam
rifarà il progetto». A febbraio l’inaugurazione delle scuderie di Miramare
Abbiamo faticato per trovare una soluzione, è stato un
accordo sofferto, malgrado i buoni propositi del Comune di togliere la ”pista da
Ferrari”
Per il ponte chiedevo solo dei bulloni da una parte e due dall’altra. In dieci
anni tante cose possono cambiare e potrebbe diventare inutile
Un permesso solo temporaneo per installare un nuovo ponte sul Canal Grande?
Roberto Dipiazza s’inalbera e anche l’altro giorno in commissione ha rigettato
la palla con stizza: «Ci dica, la Soprintendenza, se è un ”sì” o un ”no”». Il
sindaco non trangugia i ”ni”. Nelle stesse ore il presidente dell’Ezit, Mauro
Azzarita, faceva la voce rude perché un’azienda che voleva insediarsi dalle
parti del Rio Ospo, zona di Muggia, si è vista bocciare il progetto. Ostilità
verso le industrie, con tutti questi veti?
In piazza Libertà (altro nodo urbanistico che stenta a sciogliersi in una pulita
azione) il direttore regionale dei Beni culturali, Roberto Di Paola, agli ultimi
mesi di mandato, resta il principale interlocutore di tutte queste delicate
faccende. Dalla sua bella sala al secondo piano della Soprintendenza ha una
risposta a tutto. Anche per altre importanti ma finora irrisolte questioni: la
stessa piazza, palazzo Carciotti, Miramare, i soldi, i rapporti con le
amministrazioni.
Direttore Di Paola, c’è bisogno di chiarire questo concetto del «permesso
temporaneo» per un ponte sul canale del Ponterosso. Il sindaco dice che o spende
per una cosa durevole, o non spende. Dunque, non spende.
È una questione complessa e controversa. L’idea del Comune di collegare
urbanisticamente certi spazi di città oggi sofferenti aveva dei connotati
positivi. Gli isolati da piazza Libertà a palazzo Gopcevich soffrono di indubbio
isolamento rispetto a quelli che stanno oltre il canale. Quindi il problema
urbanistico ha una sua logica e l’abbiamo voluto prendere in considerazione.
Anche se a rigor di termini una simile proposta di aggiungere lì un ponte non
doveva neanche essere presentata. È elemento del tutto ”ultroneo”.
Cioé un pezzo aggiunto, che rovina l’esistente e la sua matrice storica.
Invece...
Invece abbiamo voluto verificare. Non appariva certamente plausibile, abbiamo
detto al sindaco, progettare un ponte come gli altri, viceversa si sarebbe
potuto pensare a una passerella con connotati di reversibilità, da poter
togliere insomma se un giorno le necessità urbanistiche fossero state risolte.
Chiedevo solo due bulloni da una parte e due bulloni dall’altra. Un permesso di
cinque anni rinnovabile di cinque. In 10 anni molte cose possono cambiare, un
ponte può anche diventare inutile.
È stato un onesto compromesso, insomma.
Un modo per salvare da un lato le buone motivazioni urbanistiche e dall’altro
l’integrità del canale. Ma se un domani quella zona cambiasse profilo, se si
creasse un percorso culturale che da palazzo Gopcevich (sede dei Civici musei,
ndr) portasse al nuovo polo di palazzo Carciotti...
Per palazzo Carciotti però attualmente ci sono scarse prospettive.
Ma non è vero, non è più vero. Il ministero ha confermato 2 milioni di
finanziamento attraverso la società Arcus che per suo conto gestisce una
porzione di lavori pubblici statali, quelli dei Beni culturali, per il restauro
della parte storica del palazzo, in modo da poterci un giorno installare la
Galleria d’arte antica e anche la collezione istriana. I soldi serviranno per
avviare anche la progettazione. Questa è la bella e fresca novità. È la prima
pietra per realizzare l’intero progetto. Intanto stiamo lavorando al restauro
delle facciate, abbiamo destinato oltre 250 mila euro e in più abbiamo trovato
sponsor privati per completare i lavori. È stata una bella collaborazione
Comune-Stato, perché il Comune teneva molto a palazzo Carciotti, e io stesso lo
considero una meraviglia, e ci tenevo assolutamente ad avviare le cose.
Invece in piazza Libertà, sotto le sue finestre, dove sembravano molto avviate,
sembra che tutto resti nei cassetti.
Abbiamo faticato anche per trovare una soluzione per piazza Libertà. In fondo
noi adesso non siamo più dei sanzionatori a cose fatte, cerchiamo sempre più di
essere dei consulenti delle amministrazioni, sarebbe bello avere addirittura uno
”sportello unico” dove prendere le decisioni subito in buon accordo. Ma tornando
alla piazza, è stato un accordo un po’ sofferto. Anche qui le esigenze del
Comune avevano dei lati molto positivi, soprattutto nell’intenzione di togliere
davanti alla stazione quella diagonale di traffico da ”pista per Ferrari” che
azzerava il valore della piazza stessa e del giardino rischiando di far finire
falciato chi usciva dalla stazione dei treni, e inoltre scagliava le macchine
sulle Rive, forti dell’iniziale accelerazione, a una velocità autostradale.
Nello stesso tempo dunque si convogliava il traffico attraverso una ”chicane”
moderatrice che sulle Rive avrebbe portato un flusso a velocità più adeguate.
Era stata aggiunta una corsia sul lato giardino, di fronte alla stazione, però.
Non avrebbe turbato l’intenzione. Una fermata del bus non avrebbe cambiato
molto.
Non sono state le sue prescrizioni dunque a bloccare il cammino dell’operazione?
No, un’amministrazione può fare progetti e poi decidere di non farli più. È
sempre difficile, molto difficile, intervenire sull’assetto di una città.
E i piani regolatori? Quello generale e quello per il centro storico?
Hanno un loro iter amministrativo autonomo, la Soprintendenza (dovrei dire
purtroppo) ha solo un parere non vincolante da esprimere dopo l’adozione, a cose
fatte. Sta all’amministrazione, poi, volerne fare un buon uso. In tutti i casi
il futuro di Trieste sta nell’allontanare il traffico dal centro città. Spero
inoltre che il piano del centro storico ne abbia allargato i confini, ci sono
tantissimi edifici che hanno superato i 50 anni di età e che sono di assoluto
pregio architettonico, dei veri gioielli, delle opere d’arte. C’è un accordo col
Comune, comunque, affinché si attivi per mandare alla Soprintendenza tutti i
progetti che riguardano il centro storico, quello antico e quello allargato.
Lei dice che siete dei «consiglieri», ma l’Ezit ha appena espresso malumore per
un vostro intervento negativo sull’insediamento di un’azienda.
Non conosco il caso specifico, ma la tutela dei Beni culturali comporta a volte
un restringimento dei diritti dei privati. La liberta individuale ha un limite
dove si scontra con il bene pubblico, è un concetto basilare.
Visto che parliamo di progetti difficili, com’è finito il contenzioso per i
magazzini di Greensisam in Porto vecchio?
Il contenzioso è appunto finito. Il progetto vecchio è stato sospeso, e un altro
è stato concordato e condiviso coi progettisti, le cose sono molto migliorate.
Se questo lavoro si fosse fatto prima, come avevo suggerito, si sarebbero
risparmiati tempo e lavoro, credo. Ancora meglio se si fosse agito ai tempi del
progetto Botta: Botta aveva letto correttamente quell’area, nella zona
Greensisam prevedeva una visuale completamente aperta da piazza Libertà al mare.
Bello, no?
Ma il progetto Botta aveva anche grandi altezze nel comprensorio...
Cose correggibili facilmente, l’impianto generale era corretto.
E adesso a che punto siamo? Lei ha già l’occhio sul progetto nuovo, quello
dell’associazione di imprese Maltauro-Rizzani de Eccher che ha vinto la gara?
Sì, lo stiamo valutando. È un progetto generale di restauro, ed è corretto.
Certo non esaurisce tutti i problemi dell’area, del suo riutilizzo, ma per
l’impianto generale, che è sostanzialmente di restauro della parte storica,
l’approccio è giusto. Naturalmente ci si fonda sul principio della concessione,
dunque tutto deve essere ancora autorizzato. Ci stiamo pronunciando, ci vorranno
ancora circa due mesi.
Che cosa manca a questo progetto?
Non è solo questione di restauro, servono standard urbanistici. Il restauro è la
condizione fondamentale e di base, siamo in presenza di un bene culturale,
monumentale, ma non sufficiente per fare del Porto vecchio il famoso ”terzo
quartiere” della città. Ci vogliono poi idee architettoniche per inserimenti
innovativi e coerenti, e soluzioni urbanistiche per renderlo una città viva, e
non un posto vuoto e morto.
Per carità, lo è adesso.
Appunto, bisogna garantire fruibilità.
Parliamo però anche di casa sua, questo palazzo Economo, le collezioni.
Stiamo ristrutturando i sottotetti, quanto alla collezione d’arte non è più qui,
è smembrata un po’ al Museo Revoltella e un po’ nei magazzini. S’era pensato di
sistemarla alle Scuderie del castello di Miramare, ma era un’idea sbagliatissima.
Arte antica fuori città. E per di più vicino al mare. Se un giorno salta
l’impianto di condizionamento con l’umidità si perde tutto il patrimonio. Eppoi
Miramare fa già da solo 250 mila visitatori all’anno, quanti in più ne avrebbe
grazie ai quadri? I quadri, con la collezione istriana, li metteremo al
Carciotti, una soluzione meravigliosa, ideale, che arricchisce la città.
E le Scuderie resteranno chiuse? I soldi statali per il castello di Miramare
erano stati cassati.
No, non restano chiuse. Credo che già a febbraio, prima che io lasci Trieste,
potremo fare l’inaugurazione. Diventeranno il ”punto di sbarco” del castello, lì
saranno spostati la biglietteria, il guardaroba, il ”bookshop”, che ora si
trovano all’ingresso, e lo guastano un po’, quando piove non si ha idea di
quanta gente si ammassa con ombrelli, cappotti e scarpe bagnate... Una
confusione.
Già tutto deciso e fatto, dunque?
C’erano pochi lavori di adeguamento da apportare, li stiamo finendo. Bisogna
anche riconsiderare l’offerta culturale di Miramare, la suggestione del mondo
asburgico di cui è simbolo, e che attualmente non è ben ricordata. Se penso ai
favolosi castelli di Ludwig di Baviera, e specialmente a quello che si trova sul
lago di Starnberg, vorrei che si realizzasse una cosa simile: c’è lì un punto
informativo, un museo che racconta del personaggio, della famiglia, di Wagner
che fu l’amico e il pupillo, una mostra permanente dell’arte di quei tempi e di
quei castelli, tra l’altro tutta arte italiana. Miramare fa parte di quella
temperie, e anche dal punto di vista artistico ha da raccontare molto, ma
attualmente il visitatore non trova suggerimenti e informazioni, e invece quello
è il luogo dove la presenza degli Asburgo a Trieste si materializza con più
immediata forza evocativa.
Ora lei sta per lasciare Trieste e anche per andare in pensione. Bene o male?
Mah, le condizioni di lavoro sono sempre più difficili, nelle Soprintendenze.
Quello che mi turba per davvero è che quando si va via tutte le cose iniziate
rallentano, o si fermano. Per Trieste mi dispiacerebbe molto.
Che poi è una città abbastanza votata ai rallentamenti.
Ma no, ma no. Ci sono dappertutto. Non le dico a Roma.
GABRIELLA ZIANI
Via all’autostrada Cimpello-Gemona - La Regione sblocca
la procedura per la costruzione della nuova arteria - BANDO ENTRO SEI MESI
PRAMOLLO: LA GIUNTA REGIONALE NEGA ALLA CORDATA
AUSTRIACA LA DICHIARAZIONE DI PUBBLICA UTILITA’ PER LA CABINOVIA DI PONTEBBA
TRIESTE La Regione sblocca la procedura per costruire una nuova autostrada.
La proposta per il completamento della Cimpello – Sequals fino a Gemona e la sua
trasformazione in autostrada, presentata quest’estate dalla cordata Autovie
Venete, Rizzani de Eccher e Impregilo, è stata ritenuta di pubblica utilità da
parte della giunta regionale. Già nel primo semestre dell’anno potrebbe essere
pubblicato il bando di gara per la progettazione preliminare. Il passo avanti è
arrivato ieri in giunta dove è stato discusso anche il progetto turistico di
Pramollo – rinviata per ora la decisione – ed approvato il testo unico in
materia di energia, telecomunicazioni e carburanti.
CIMPELLO – GEMONA La documentazione presentata dalla cordata che intende
realizzare il raccordo autostradale A28-A23 "Cimpello-Sequals-Gemona", come
emerso dalla relazione illustrata dall’assessore Riccardo Riccardi, ha i
requisiti minimi di uno studio di fattibilità, tali cioè da consentire l'avvio
della procedura a evidenza pubblica per aggiudicare, in project financing, la
progettazione definitiva ed esecutiva e la gestione dell'opera, sulla base della
progettazione preliminare che sarà offerta in sede di gara. Ora che è stata
definita la pubblica utilità dell’opera, la giunta dovrà adeguare gli strumenti
di pianificazione regionale – ad oggi è previsto solo il completamento della una
strada e non la sua trasformazione in autostrada a pagamento – per renderli
compatibili con l’offerta. «Entro giugno – spiega l’assessore Riccardo Riccardi
– modificheremo il piano regionale delle infrastrutture per renderlo coerente
con la dichiarazione di interesse pubblico. Stiamo, però, facendo uno sforzo in
più per vedere se è possibile pubblicare prima il bando di gara, legando la sua
validità alla modifica della pianificazione. Questo ci consentirebbe di
guadagnare ulteriore tempo».
Prematuro anche solo ipotizzare date di apertura dei cantieri. «Il nostro
obiettivo, per questa legislatura, è sempre stato sbloccare la proceduta
dell’opera - ricorda Riccardi - ma la decisione della giunta imprime una forte
accelerata a un’opera che attende da dieci anni di essere quanto meno
completata».
PRAMOLLO Non ottiene, almeno per il momento, la dichiarazione di pubblica
utilità, l’offerta di una cordata austriaca che propone di realizzare l'impianto
di collegamento a fune tra Pontebba e il comprensorio sciistico di
Pramollo-Nassfeld e la valorizzazione turistica dell'area del Comune di Pontebba.
La giunta ha deciso di affidare alla direzione centrale competente il compito di
approfondire con il proponente gli aspetti critici per valutare sia possibile
superarli. I nodi sarebbero l’insufficienza dei parcheggi previsti dal progetto
e la mancanza di ricadute evidenti per Pontebba e la valle. La proposta,
inoltre, presenterebbe richieste economiche più elevate rispetto alle
disponibilità previste dal bilancio della regionale (3 milioni di euro per
vent’anni).
ENERGIA E TELECOMUNICAZIONI In materia di energia, sempre su proposta
dell’assessore Riccardi, la giunta ha approvato il disegno di legge che riordina
le competenze degli enti locali in materia di energia (affidando i compiti più
rilevanti a Regione e Province) e promuove l’istituzione di un catasto
informatico comunale degli impianti termici degli edifici e un catasto
informatico regionale degli elettrodotti. L’esecutivo ha poi analizzato l’esito
della consulenza commissionata sul progetto per la costruzione dell’elettrodotto
tra Redipuglia e Udine Ovest e ha approvato la norma disciplina la
localizzazione, l'installazione, la modifica e il controllo degli impianti per
telecomunicazioni.
CARBURANTI Per quanto riguarda la distribuzione dei carburanti il testo unico
prevedrà l’estensione della disciplina valida per gli impianti stradali a quelli
posti sulle autostrade e sui raccordi autostradali. Intanto, in tema di
carburanti, raccoglie il favore di camera di commercio e gestori degli impianti
la proposta di legge (targata Roberto Asquini e Danilo Narduzzi) per
l’istituzione di uno sconto fisso che oscillerebbe tra i 15 centesimi al litro
di benzina e 10 centesimi al litro di gasolio nell’area confinaria orientale
fino ai 4 centesimi al litro benzina e 3 al litro gasolio nella fascia
occidentale.
MARTINA MILIA
Krsko, la centrale chiede una proroga fino all’anno
2030 - L’IMPIANTO NUCLEARE RADDOPPIA
LUBIANA La centrale nucleare di Krsko ha chiesto al
governo sloveno di autorizzare la proroga del suo pieno funzionamento per altri
vent'anni. Il direttore esecutivo dell'impianto, Stane Rozman, ha spiegato che
la modernizzazione effettuata negli ultimi cinque anni e gli investimenti di 100
milioni di euro previsti nei prossimi anni assicurano un normale e sicuro
funzionamento della centrale nucleare per altri due decenni. Questo significa
che l'impianto resterebbe attivo fino al 2043. Nel 2023 scadono infatti i
quarant'anni della durata standard di un impianto di questo tipo. Il reattore
esistente è stato messo in funzione nel 1983 come progetto congiunto della
Slovenia e della Croazia, all'epoca repubbliche della Jugoslavia federale. Il
governo sloveno, ricordiamo, ha più volte ribadito l'intenzione di costruire
anche un secondo reattore a Krsko, progetto che dovrebbe essere inserito nel
piano nazionale per lo sviluppo energetico e votato dal parlamento l'anno
prossimo. Secondo il ministro dell'economia Matej Lahovnik il nuovo reattore
dovrebbe essere completato tra il 2020 e il 2025, costerà tra i 3,5 e i 5
miliardi di euro e potrà funzionare sessant'anni. Un po' meno ottimista sui
tempi invece il direttore della centrale, Rozman, secondo cui ci vorranno circa
vent'anni per il raddoppio della centrale. Nel 2009, Krsko ha prodotto 5.487
gigawatt ore di energia elettrica, l'1,3 per cento in più del piano. Quest'anno
è stato anche molto tranquillo sotto il profilo della sicurezza: il reattore è
rimasto fermo solo 32 giorni per la revisione dell'impianto, e anche in quel
caso l'impatto sull'ambiente circostante è rimasto ben al di sotto dei livelli
limite previsti dalla legge.
L'anno prima, nel giugno del 2008, dalla centrale di Krsko era partito invece
un'allarme in tutta Europa, quando per una perdita d'acqua al sistema di
raffreddamento si è proceduto allo spegnimento del reattore. L'«incidente» si è
poi rivelato essere molto meno grave, ma intanto nei Paesi dell'Unione europea
era scattato il segnale d'emergenza, come per altro previsto dal sistema
comunitario per uno scambio rapido di informazioni (sistema ECURIE). In quel
caso, comunque, non c'era stata alcuna fuga radioattiva, e non erano in pericolo
né il personale della centrale né l'ambiente circostante. Si è risolto tutto,
fortunatamente, solo con un po' di paura. Tornando al presente, la Centrale
nucleare di Krsko ha »prodotto« quest'anno 30 metri cubi di scorie radioattive,
e si sta cercando una soluzione per immagazzinarle in futuro, visto che il
deposito di stoccaggio del materiale radioattivo, che doveva essere costruito
entro il 2013, non sarà pronto per tempo. Anche nel 2010 sono previsti
interventi di ammodernamento dell'impianto. Krsko, ricordiamo, è costruita con
tecnologia americana: il reattore ad acqua pressurizzata è stato realizzato
dalla Westinghouse ed ha una capacità di 632 megawatts.
Funziona con 121 elementi di uranio arricchito, acqua distillata come
rallentatore e 33 fasci da 20 barre di argento, cadmio e indio per regolare la
potenza. La centrale copre circa il 24 per cento del fabbisogno energetico della
Slovenia e il 17 per cento del fabbisogno croato.
Fiume, tutti contrari alla cokeria che l’Ina progetta a
Kostrena - Per cittadini e Comuni interessati lo studio ambientale è carente
FIUME Memori degli sfracelli ambientali combinati dalla
defunta cokeria locale dal 1976 al 1994, i consiglieri municipali di Buccari,
Kostrena e Portoré (Kraljevica) hanno opposto un netto rifiuto allo studio
d’impatto ambientale riguardante l’entrata in funzione di un impianto di coking,
da fare sorgere nell’ambito della raffineria Ina a Urinj, nel comune di Kostrena.
Qui, al confine Est di Fiume, si è tenuta una seduta dei consiglieri e dei
sindaci delle tre municipalità: tutti i presenti hanno espresso contrarietà
all’impianto che trasformerà il coke di petrolio in prodotti più leggeri e
remunerativi, come benzina, gas di petrolio liquefatto e gasolio da
autotrazione. Il progetto dell’impianto coking rientra nella modernizzazione
degli stabilimenti di Urinj (investimenti per un 1,5 miliardi di euro), accolta
molto male da opinione pubblica e Comuni interessati. Unanime è stata pertanto
la conclusione votata a Kostrena e inviata alla compagnia petrolifera
croato–ungherese Ina: «Lo studio d’impatto ambientale è lacunoso e non spiega a
sufficienza taluni aspetti legati alla presenza dell’impianto di trasformazione
del coke nel comprensorio. La documentazione offertaci in visione è pertanto
inaccettabile. Attendiamo che un secondo studio illustri in modo concreto e
chiaro le conseguenze per l’ambiente”. Duro l’attacco del sindaco di Kostrena
Miroslav Uljan (regionalista quarnerino): «Ci opponiamo e ci opporremo in modo
forte a simili tecnologie, di cui non abbiamo proprio bisogno. Gli abitanti di
Kostrena sono particolarmente scettici verso l’Ina perchè i suoi responsabili
non hanno mai realizzato quanto promesso. La raffineria Ina sta degradando da
decenni l’habitat, producendo un insopportabile inquinamento acustico. A
Kostrena, la qualità dell’aria rientra nella terza categoria, dunque stiamo
parlando di aria inquinata: ciò vuol dire che l’Ina non ha ancora avviato il
tanto atteso programma di risanamento. Prima di pensare all’ammodernamento,
l’Ina deve migliorare la qualità dell’aria che respiriamo a Kostrena e
dintorni». Categorico pure il sindaco buccarano Tomislav Klaric (Hdz,
centrodestra): «Abbiamo analizzato a fondo lo studio d’impatto ambientale,
concludendo che Buccari non può avere il coke–bis. Nel documento non è stato
trattato, a esempio, l’impatto sulla sorgente di acqua potabile Dobrica, né le
condizioni meteo dell’area. Tenuto conto di quello che combinano da noi i venti
di bora e scirocco, credo che qui il coke si troverebbe dappertutto. Dopo quanto
siamo stati costretti a sopportare a causa dell’ex cokeria, a Buccari nessuno
vuol più sentir parlare di nuovi impianti inquinanti».
Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco di Portoré Josip Turina (Partito
socialdemocratico): «Basta con il coke, gli abitanti di Portoré vogliono
respirare finalmente aria pulita. La nostra città è da considerarsi defunta a
causa dei grandi stabilimenti industriali presenti nel suo immediato
circondario. Se proprio impianto di coking deve essere, propongo l’istituzione
di una commissione indipendente, i cui esperti dovranno scegliere la tecnologia
migliore».
Vladimir Micovic, direttore dell’Istituto regionale per la Salute pubblica, si è
soffermato sulla qualità dell’aria nella zona di Urinj: «Da ormai quattro anni i
dati parlano di aria di terza categoria. Purtroppo le stazioni di misurazione,
gestite dall’Ina, risultano inattive per lunghi periodi dell’anno e dunque può
darsi che i risultati reali siano peggiori di quelli ufficiali».
Andrea Marsanich
SEGNALAZIONI - FERROVIE - Treni cancellati
Il 13 dicembre 2009 Trenitalia ha dato il via al nuovo
sistema delle Frecce. Treni ad alta velocità, ultra-moderni, puliti e puntuali.
Una nuova «linea per unire e far crescere il paese». Ma quella che dovrebbe
essere una svolta storica per il sistema di trasporti italiano sta già
provocando le ire dei viaggiatori e delle Associazioni dei Consumatori. Agli
aumenti drastici dei biglietti, che hanno raggiunto addirittura punte del 28%,
non sono seguiti significativi vantaggi a favore dei viaggiatori. Se è vero che
i tempi di percorrenza si sono ridotti per tratte centrali, come per la
Milano-Bologna-Firenze-Roma, è vero anche che in zone periferiche le durate dei
viaggi sono in certi casi addirittura aumentate.
Fino al 12 dicembre, prima cioè dell’entrata in vigore del nuovo orario
invernale, Trieste era collegata alla Capitale con un treno Eurostar diretto che
per arrivare a Termini impiegava 6 ore e 20 minuti. 61,80 euro in seconda
classe. In alternativa, si poteva scegliere un Regionale fino a Mestre, e da
Mestre a Roma un Eurostar, spendendo in tutto 69,80 euro, sempre in seconda
classe.
Con il nuovo orario, però le cose cambiano e già ad una prima occhiata ci si
rende subito conto che Trenitalia ha deciso di cancellare completamente tutti i
collegamenti diretti Trieste-Roma. Fanno eccezione due lentissimi Intercity che
impiegano però oltre 8 ore ed effettuano sedici fermate intermedie. I
viaggiatori triestini sono quindi obbligati a cambiare treno alla stazione di
Mestre. E come si sa, i cambi portano via tempo, aumentano i disagi, la durata
del viaggio e il prezzo del biglietto. Ecco quindi che il povero viaggiatore si
ritrova davanti ad una scelta: mettere mano al portafoglio optando per una
soluzione costosa Eurostar+Eurostar prediligendo la brevità del viaggio, o
scegliere la soluzione più economica - e più lenta - di un Regionale+Eurostar?
Nel primo caso il viaggiatore deve mettersi il cuore in pace, sborsare novanta
euro e cambiare a Mestre (dove per altro deve attendere 25 minuti), ma almeno
arriva nella Capitale in cinque ore e mezzo, ritardi permettendo. Nel secondo
caso invece impiega sei ore e mezzo (dieci minuti in più rispetto ad un tempo),
e deve spendere per il suo biglietto oltre 80,00 euro (ben 20 euro in più sulle
vecchie tariffe). Paradossalmente quindi l’aumento sproporzionato dei prezzi non
è in alcun modo bilanciato da una diminuzione reale dei tempi di percorrenza o
dai servizi offerti al viaggiatore.
Con il nuovo orario e le tariffe di Trenitalia, Trieste diventa sempre più
distante e irraggiungibile dal resto dell’Italia.
Giulio Cok
SEGNALAZIONI - ASPORTO Rifiuti ingombranti
Diversi cittadini, ci hanno segnalato la dilatazione dei
tempi di attesa per il ritiro di rifiuti ingombranti. A volte questo protrarsi
crea dei reali problemi poiché arrivano i nuovi oggetti senza che l’operazione
abbia avuto luogo.
Purtroppo è vero che molti cittadini abbandonano questo tipo di rifiuti
dappertutto creando un effettivo luridume nelle strade, già interessate dalla
pulizia a scaglioni programmati che non permettono una costante pulitura, ma
questo modo di procedere all’asporto può incoraggiare chi non ha il senso civico
o a chi basta poco per perderlo.
La chiusura di alcuni centri può senz’altro aver contribuito a questo stato di
cose, ma certamente non si possono giustificare anche 20 giorni di attesa.
Auspichiamo che chi di dovere sappia trovare una opportuna soluzione.
Vincenzo Cutazzo - vicepresidente Lega consumatori
IL PICCOLO - GIOVEDI', 17 dicembre 2009
Gas Natural: il progetto definitivo entro giugno 2010 - RESPINTI GLI ATTACCHI
AL RIGASSIFICATORE
Il direttore progetti de Carreras Roques: niente royalties, ma un gettito
fiscale fino a 10 milioni l’anno
Le accuse del tavolo tecnico italo-sloveno non lo turbano. Le perplessità
del presidente degli industriali nemmeno. E persino l’ombra delle carte false
gettata da Greenaction lo lascia indifferente. Sfoggia una calma olimpica e un
aplomb quasi inglese Narciso de Carreras Roques, il ”signor Gas Natural”
arrivato ieri in città con un bagaglio di risposte rassicuranti e una mission
quasi impossible da realizzare: convincere tutti i triestini della validità del
progetto del rigassificatore di Zaule. Progetto che, spiega il direttore
Progetti internazionali del gruppo spagnolo, offrirà garanzie di sicurezza e
porterà vantaggi a palate.
Quali saranno, in concreto? Le famose royalties (”tasse” da versare nelle casse
comunali in proporzione alla quantità di gas sbarcato ndr)?
No, non parlerei di royalties, ma di ricadute di diverso tipo. Lo spostamento
della sede a Trieste (nello studio dei commercialisti Valentincic e Giamporcaro
ndr) assicurerà gettiti fiscali importanti: le prime stime parlano di 150-200
milioni di euro per l’intera ”vita” del rigassificatore. In media arriveranno
alla Regione, e a caduta agli enti locali, tra i 7.5 e 10 milioni di tasse
all’anno per 20 anni. Ma non basta.
Cos’altro?
Nel conto vanno messi anche i 500 milioni di investimento complessivo e i 40
milioni previsti per la bonifica del sito.
E il coinvolgimento di Acegas-Aps nel business del gnl?
Non c’è ancora l’accordo. A breve però avremo un incontro decisivo.
Con la popolazione, invece, nessun confronto?
Da gennaio avvieremo una campagna di comunicazione ”pedagogica”. Vogliamo far
capire che questo progetto non è una minaccia ambientale e che noi non siamo
degli speculatori.
Perché aspettare tanto?
Perché prima del decreto di valutazione di impatto ambientale, il progetto di
fatto non c’era. Ora che il ministero, dopo 3,5 anni di lavoro, ha rilasciato
l’autorizzazione, possiamo concentrare l’attività su Trieste.
Ma il decreto di Via è arrivato in luglio e ora siamo in dicembre. Avete perso
sei mesi di tempo
Non parlerei di tempo perso. In questo periodo abbiamo dialogato con altri
interlocutori, dalla Regione al Porto. Esistono delle linee del progetto, come
il piano di bonifica, che devono ancora essere messe a fuoco per poi confluire
nel progetto definitivo.
A quando la conclusione dell’iter?
Contiamo di veder approvato il definitivo entro giugno 2010.
Nel frattempo continueranno a farsi sentire le voci critiche di docenti ed
esperti.
Non si tratta di esperti di sicurezza. Quel tavolo tecnico non è stato attivato
dai vigili del fuoco, ma solo da un sindacato. Detto questo, non vogliamo
metterci in contrapposizione con nessuno.
Le accuse però sono pesanti: sbagli nella documentazione.
Nel nostro progetto non ci sono sbagli. Lo dimostra il fatto che il ministero ci
ha rilasciato l’autorizzazione di compatibilità ambientale
E l’allarme carte false lanciato da Greenaction?
Nell’esposto si ipotizzavano precisi illeciti penali. Il fatto che la Procura
non li abbia ravvisati, dimostra che il castello non sta in piedi.
Anche il presidente degli industriali è scettico.
Nelle sue parole non ci sono critiche. Dice che senza sicurezza non ha senso
andare avanti? Esattamente ciò che diciamo noi. La sicurezza è una nostra
priorità.
Oltre a Zaule, resta in piedi anche l’ipotesi Taranto?
L’iter sta andando avanti, seppur più lentamente. Manca ancora il decreto di
Via.
Va avanti anche il progetto del gasdotto South Stream. Preoccupati?
No. Impianti di gas liquido e gasdotti sono compatibili e complementari. E la
concorrenza fa bene al mercato.
MADDALENA REBECCA
«Roma riveda l’autorizzazione ambientale» - LETTERA APERTA A PRESTIGIACOMO E
MARONI - L’appello lanciato dagli esperti e docenti coinvolti nel tavolo tecnico
«L’autorizzazione ambientale è stata ottenuta in base ad una rappresentazione
non veritiera della realtà, in palese violazione dei rigidi disposti normativi
in materia».È la conclusione a cui sono arrivati tutti i docenti coinvolti nel
tavolo tecnico sul rigassificatore attivato dalla Uil dei vigili del fuoco,
inserita in una lettera aperta inviate ai rappresentanti delle istituzioni
centrali e regionali.
Nella missiva - recapitata, tra gli altri, al ministro dell’Ambiente
Prestigiacomo, al responsabile del Viminale Maroni, ai sottosegretari Menia e
Nitto Palma e al presidente della Regione Tondo -, i professori universitari
tornano ad evidenziare i tanti dubbi sollevati dal progetto targato Gas Natural.
«Dagli esami effettuati - si legge nel testo a firma del coordinatore regionale
della Uil vigili del fuoco Adriano Bevilacqua -, è emerso in maniera chiara e
incontrovertibile che molti degli elaborati prodotti dal gruppo spagnolo sono
incoerenti, contraddittori e privi della necessaria scientificità che la
procedura di Via richiederebbe, vista la vicinanza del rigassificatore previsto
a Zaule con la centrale termoelettrica della Lucchini e il metanodotto Snam.
Dalle analisi è risultato che, in caso di incidente grave, le distanze di
sicurezza disponibili non sono compatibili con quelle necessarie ad assicurare
l’incolumità delle persone che risiedono a poche centinaia di metri di
distanza».
Rischi, secondo il gruppo di ”saggi”, che le istituzioni non hanno ancora messo
bene a fuoco o, peggio, fingono di non aver compreso. «Il fatto oggettivo -
scrive ancora la lettera aperta - che politici favorevoli al rigassificatore
asseriscano disinvoltamente che ”il metano non può esplodere”, rischia di creare
non poca confusione tra la popolazione e costringe a prendere posizioni nette
sull’argomento».
Di qui un appello forte e chiaro rivolto ai tecnici romani. «La gravità della
situazione è tale che da consigliare, se non addirittura imporre, al ministero
dell’Ambiente di rivedere secondo il principio dell’auto tutela amministrativa,
il contenuto del processo di Via. In particolare - viene spiegato ancora nella
nota - vanno riverificati tutti i pareri fin qui acquisiti. Pareri che recano un
tal numero di prescrizioni e condizioni da configurarsi in realtà come
valutazioni decisamente negative sul progetto».
Infine un affondo che chiama in causa direttamente le coscienze di chi ha
responsabilità nella delicata vicenda. «Si abbia il coraggio . concludono i
”saggi” - di riportare tempestivamente il tutto alla necessaria legalità, prima
che a ciò arrivino le autorità giudiziarie preposte, che non potranno non
cogliere queste evidenti illogicità nella tutela del pubblico interesse. È
evidente che l’eventuale mancato esercizio dell’auto tutela potrà essere fonte
di responsabilità, perlomeno civili ed erariali, in capo a coloro che dovessero
ostinarsi negli attuali atteggiamenti».
«Concessi solo 10 giorni per studiare 22 volumi» Protestano gli
ambientalisti: «Non ci è stata neanche fornita tutta la documentazione»
Dieci giorni per analizzare oltre 22 volumi. È questo, denunciano Wwf e
Legambiente, il tempo concesso dal ministero dell'Ambiente all'Ispra (Istituto
superiore per la protezione e ricerca ambientale) per esprimersi, nel febbraio
2009, sugli studi di impatto ambientale del rigassificatore di Zaule prodotti da
associazioni ambientaliste, governo sloveno e Gas Natural. Tempo che gli stessi
tecnici dell'Ispra nella relazione finale segnalano come insufficiente per uno
studio complessivo della documentazione fornita. Ancora più grave, segnala Lino
Santoro di Legambiente, che contemporaneamente alla richiesta all'Ispra il
ministero abbia domandato alla stessa Gas Natural di produrre controdeduzioni
sulle osservazioni slovene e delle associazioni ambientaliste. «Così è venuta
meno - commenta Dario Predonzan, del Wwf regionale - l'ultima parvenza di
imparzialità del ministero rispetto a Gas Natural, che ha goduto di trattamento
di favore». Secondo il Wwf poi all'Ispra non sarebbe stata fornita tutta la
documentazione inviata al ministero dalle associazioni ambientaliste: sono
scomparse, dicono, osservazioni spedite nel gennaio 2007, che fra l'altro
evidenziavano un problema legato al risollevamento dei fanghi inquinati da
mercurio dai fondali della baia di Muggia.
Comunque l'Ispra ha segnalato lacune negli studi di Gas Natural. «Ha rilevato -
spiega il biologo marino Carlo Franzosini - la mancanza totale dell'analisi,
prevista per legge, sugli effetti dell'impianto sulla salute pubblica, ma anche
la contraddittorietà di alcuni elaborati sui dragaggi nella baia di Muggia, la
mancanza di analisi sulla risospensione del mercurio, l'uso di modelli di
calcolo inadeguati per la valutazione del raffreddamento delle acque nella baia
e la mancanza di valutazione dell'effetto provocato dal cloro sugli organismi
marini. Valutazioni analoghe a quelle degli ambientalisti».
Neanche il parere dell'Ispra ha però condotto a una richiesta di integrazioni
dal ministero, che ha solo chiesto a Gas Natural di eseguire, una volta
costruito l'impianto, ulteriori studi e monitoraggi.
Su queste basi è stato integrato, il 30 novembre, il ricorso presentato da
Legambiente e Wwf al Tar del Lazio sul decreto con il giudizio di compatibilità
ambientale favorevole al progetto. I cittadini sono invitati, domani alle 18.30
al teatrino di San Giovanni, al dibattito organizzato da Wwf e Legambiente.
Giulia Basso
«Ponte sul canale, la Soprintendenza dica sì o no» -
Dipiazza: impossibile investire su un permesso a termine. Piazza Libertà,
ragioneremo sul nuovo progetto
LETTERA FIRMATA DAL SINDACO
Il destino del nuovo ponte sul canale di Ponterosso passa ufficialmente
nelle mani della Soprintendenza. Dal Comune, infatti, partirà oggi stesso una
lettera a firma del sindaco Roberto Dipiazza in cui - rigorosamente
nell’irrinunciabile “burocratese” - si formula al direttore regionale per i beni
culturali del Friuli Venezia Giulia, Roberto Di Paola, una richiesta molto
chiara: se si autorizza il progetto, lo si faccia in modo definitivo, senza
vincoli temporali. Oppure si dica che non si può fare.
I 5 ANNI Quel dettaglio dei «cinque anni rinnovabili» contenuto nel nulla osta
arrivato in Municipo quasi sette mesi fa, infatti, non è piaciuto al sindaco,
diventato nel frattempo anche assessore ai Lavori pubblici. Dipiazza ha messo in
dubbio la realizzazione dell’opera, perché sarebbe «sbagliato investire soldi
pubblici in qualcosa che, ipoteticamente, qualcun altro tra cinque anni potrebbe
decidere di levare via». Eventualità implicitamente contemplata dal parere della
Soprintendenza. Come a dire, insomma: no agli sprechi di denaro dei cittadini.
Precisamente 750mila euro. Per questo, ieri mattina, Dipiazza ha confermato di
aver preso carta e penna, come annunciato dieci giorni prima, per scrivere a Di
Paola, leggendo il testo ai consiglieri della Quarta commissione comunale, da
cui era stato convocato per fare il punto sulla passerella pedonale stessa e
sulla situazione di piazza Libertà. Per spiegare i motivi di rallentamenti
nell’iter che non necessariamente si tradurranno in bocciature definitive.
I QUESITI I commissari non hanno mancato di porre una lunga serie di quesiti e
sollecitazioni al sindaco. A partire da quello di Iztok Furlanic (Rifondazione
comunista) sul capitolo sulle spese sostenute fin qui. Risposta di Dipiazza:
«Nessuna finora». E, sempre dal versante del centrosinistra, Roberto Decarli
(Cittadini) ha ribadito la sua contrarietà alla passerella tanto cara all’ex
assessore Franco Bandelli, chiedendo di pensare a come reinvestire «i
finanziamenti non destinati al ponte». Questione giudicata ancora prematura dal
sindaco, in attesa della risposta della Soprintendenza.
Andrà poi considerata una variabile non trascurabile in questa partita, come
fatto notare dalla maggioranza di centrodestra, per voce di Piero Camber (Forza
Italia-Pdl): «Tra 14 giorni il direttore regionale per i beni culturali va in
pensione...». Ergo: non è detto che la nuova versione del parere arrivi entro la
fine dell’anno. L’incombenza potrebbe finire direttamente nella cartella della
posta in arrivo del successore di Di Paola. Intanto, per confermare la piena
sintonia con il primo cittadino, Camber ha speso una sorta di slogan: «Sì al
ponte, ma no al ponte a termine». Anche perché, la strategia complessiva del
Comune, non è destinata a mutare, visto che anche senza la passerella «si
continua con la pedonalizzazioni», ha promesso Dipiazza. Sempre lungo l’asse
piazza Venezia-piazza Libertà.
LA PIAZZA Ecco, appunto, piazza Libertà. Altro progetto di riqualificazione che
ha visto rallentare il suo percorso, a causa di quella corsia riservata agli
autobus introdotta con l’ultima variante e che andrebbe a spezzare il carattere
completamente pedonale dell’area rinnovata. Per questo «non essendo più
effettivamente una piazza - ha detto ieri Dipiazza -, consentitemi di fare un
ragionamento assieme ai miei uffici. Per il bene della città. Poi ci
confronteremo».
BAGARRE Prima che, in chiusura di seduta, Luciano Kakovic (Pd) chiedesse un
aggiornamento anche su palazzo Carciotti da calendarizzare alla prossima
riunione di commissione, c’è stato lo spazio pure per un piccolo screzio interno
al centrodestra. Protagonisti il forzista-pidiellino Piero Camber e l’ex Fi-Pdl
Claudio Frömmel, oggi componente del gruppo Sulli. «Ormai è un tutti contro
tutti nel centrodestra - ha voluto sottolineare Marco Toncelli del Pd -. Alla
fine, troveranno i numeri per approvare il bilancio, però è evidente come la
maggioranza non voglia neanche pensare a un rientro nei ranghi dei quattro».
Ovvero i bandelliani.
MATTEO UNTERWEGER
La Ferriera risarcisce i cittadini danneggiati - PER
L’EMISSIONE DI POLVERI E FUMI E I CONSEGUENTI IMBRATTAMENTI
L’ACCUSA - Il pm Frezza ha contestato ai 4 imputati
altri 66 sforamenti prima del 24 novembre
La Ferriera di Servola mette mano al libretto degli assegni e risarcisce i
cittadini che si sono costituiti in giudizio per non dover sopportare ulteriori
emissioni ”fuorilegge” di polveri e fumi.
La decisione della proprietà di versare il denaro, - un paio di migliaia di euro
per persona o poco più - è emersa ieri nell’aula del Tribunale in cui il
direttore dello stabilimento Francesco Rosato e i manager del gruppo siderurgico
Giuseppe Lucchini, Giovanni Gillerio ed Hervè Kerbat devono rendere conto alla
legge dei 240 sforamenti del limite delle polveri verificatisi tra il 2007 e il
2008 dagli impianti dello stabilimento.
«Le trattative sono positivamente avviate con la parte civile senza che ciò
presupponga una assunzione di responsabilità» ha precisato l’avvocato Giovanni
Borgna, storico difensore del gruppo siderurgico bresciano. In apertura di
udienza aveva aggiunto che la società «è sempre stata disponibile». Accanto a
lui era schierato l’avvocato Guido Fabbretti che rappresenta in questo processo
l’associazione ”Nosmog” e un gruppo di cittadini che hanno deciso di monetizzare
il loro disagio e l’abbassamento della qualità della loro vita. Anche Fabbretti
ha confermato che «le trattative sono molto avanzate». Perché la discussione tra
le parti possa concludersi favorevolmente, il giudice Paolo Vascotto ha concesso
alle parti un mese e mezzo di tempo. Il processo riprenderà il 3 febbraio e in
quella data dovrebbe anche concludersi perché il Gruppo Lucchini ha chiesto di
essere ammesso all’oblazione. Pagando una certa cifra dopo aver riportato le
emissioni nei limiti previsti dalla legge, il reato contestato dalla procura, si
estinguerà.
Ieri il pm Federico Frezza in apertura d’udienza ha contestato ai quattro
imputati, peraltro assenti, 66 nuovi episodi di sforamento accaduti prima del 24
novembre 2009. La nuova contestazione non vanifica la richiesta di oblazione
presentata dai vertici della Ferriera e tantomeno l’esito del processo perché la
Ferriera può legittimamente e lecitamente emettere una certa quantità di polveri
e fumi. Inoltre la proprietà ha eseguito tutti gli interventi migliorativi
indicati nella relazione del professor Marco Boscolo, consulente della Procura.
Sono stati adeguati il sistema di aspirazione del piano di colata, della
macchina a colare nonchè quello di irrorazione del parco minerali. La spesa
sostenuta è stata valutata in svariati milioni di euro, di fronte ai quali i
risarcimenti rischiesti dai cittadini costituitisi parte civile, appaiono
infinitesimali, poco più di una gratifica o di una generosa mancia.
CLAUDIO ERNÈ
Slitta a gennaio la discussione sulla privatizzazione
dell’acqua - LA MOZIONE DI RACOVELLI
Un eventuale impegno ufficiale da parte del Comune,
innescato da relativa mozione, contro la privatizzazione dell’acqua verrà
ridiscusso a gennaio. L’hanno stabilito ieri i componenti della Terza
commissione consiliare, da cui è scaturita la decisione di far slittare al nuovo
anno la presentazione dell’atto predisposto dal consigliere comunale dei Verdi,
Alfredo Racovelli, “Iniziative istituzionali contro il processo di
privatizzazione delle risorse idriche previsto nel decreto legge Ronchi”.
È lo stesso Racovelli a spiegare come la direzione individuata sarà quella «di
una proposta di modifica dello statuto del Comune, con cui si vuole andare a
definire al suo interno il servizio idrico come irrinunciabile per la comunità.
Spostando il punto di vista, quindi, dalla questione della rilevanza economica
del bene. C’è stato poi l’impegno dei presenti a votare favorevolmente la
mozione». La cui approvazione, al termine della discussione in Consiglio
comunale, verrà battezzata, quindi, da un consenso bipartisan. Almeno così
sembra. Qualcuno nel centrodestra, come Salvatore Porro (Dc-autonomie) ha già
confermato il suo sì: «Voterò sicuramente a favore della mozione di Racovelli».
«Museo del Porto vecchio, prime visite nel 2011» -
Investimento da 12,5 milioni, centrale idrodinamica e sottostazione elettrica i
due contenitori principali
«A metà 2011 il pubblico potrà visitare il Polo museale
del Porto Vecchio». Lo hanno annunciato ieri il presidente dell’Autorità
portuale Claudio Boniciolli e il presidente del neocostituito Istituto di
cultura marittimo portuale di Trieste Aldo Cuomo. La Barcolana del 2010 sarà
quella buona (doveva esserlo già quella passata, ma soprattutto a Trieste tutto
slitta) per la presentazione del Fecia di Cossato, il più grande sommergibile
d’attacco mai schierato dalla Marina militare italiana, oggi in disarmo a La
Spezia, che costituirà il maggior punto d’attrazione di un parco storico
tecnologico che, mentre il progetto del Parco del mare non decolla, si candida
ad essere, in tempi relativamenge rapidi, quel volano per il turismo cittadino
che oggi non esiste.
Attualmente il sommergibile Enrico Toti al Museo della scienza e della tecnica
di Milano, molto più piccolo del Fecia di Cossato, fa 85 mila visitatori
all’anno ed è proprio con questo museo lombardo rappresentato ieri a Trieste dal
direttore Fiorenzo Galli, e con la Fondazione Fincantieri che ieri alla Torre
del Lloyd è stato sottoscritto un protocollo d’intesa per il trasferimento a
Trieste del know-how acquisito, lo scambio di materiali e risorse umane,
l’organizzazione di eventi. «Conserviamo 600 o 700 mila documenti, migliaia di
foto e numerose attrezzature tra cui scegliere i reperti che potremo mettere a
disposizione», ha spiegato il direttore della Fondazione Fincantieri, Mauro
Martinenzi. «La nostra associazione - ha aggiunto Paolo Valenti dell’Aldebaran,
a propria volta coinvolta nell’iniziativa - in oltre 55 anni ha raccolto 600
modelli di navi di cui oltre un centinaio riguardano Trieste. Attraverso questi
modelli nel Museo potrà essere vissuta la storia delle compagnie di navigazione
di queste zone che purtroppo non esistono più».
L’investimento complessivo per la creazione del museo è di 12 milioni e mezzo di
euro di cui oltre 5 milioni stanziati dalla stessa Autorità portuale e i lavori
saranno conclusi completamente nel luglio 2012 anche se, come detto, visite
parziali saranno possibili già un anno prima. I due principali contenitori, a
propria volta gioielli di archeologia industriale, saranno l’ex Centrale
idrodinamica e la Sottostazione elettrica. La Centrale ha già le due torri
ingabbiate perché la Soprintendenza le sta mettendo in sicurezza, mentre è in
fase di svolgimento la gara per appaltare i lavori di riqualificazione veri e
propri che si protrarranno per poco più di un anno. Qui dentro saranno collocati
anche un bookshop, un bar e nuovi servizi. Lo spazio interno verrà diviso in due
aree: una dedicata al museo specifico del porto di Trieste e una predisposta per
narrare la storia della navigazione sottomarina con approfondimento sinergico
alla visita del sottomarino. Sarà ricavata anche una sala polifunzionale per
conferenze, incontri ed esposizioni. Gli stessi macchinari della Centrale però
diverranno pezzi del museo. All’interno della Sottostazione elettrica invece,
dove i lavori di riqualificazione partiranno in una fase immediatamente
successiva, nasceranno un archivio e spazi espositivi per documenti, modelli e
disegni con postazioni multimediali. Verrà creata anche una biblioteca su più
livelli.
SILVIO MARANZANA
PORTO VECCHIO - «Italia Nostra, forte contributo» -
L’ASSOCIAZIONE: L’AUTHORITY NON HA FATTO DA SOLA
In difesa del Porto Vecchio nasce intanto anche un’altra
Fondazione. L'associazione Italia Nostra infatti, come annuncia la sua
presidente provinciale Giulia Giacomich, insieme a promotori nazionali,
internazionali e a studiosi che negli anni hanno collaborato alla salvaguardia
dello scalo antico, porrà in essere le procedure per la Fondazione del Porto
Vecchio, mentre non parteciperà, perché al momento non ci sono le condizioni di
collaborazione, all’Istituto di cultura marittimo portuale di Trieste, la
fondazione costiutita dall’Autorità portuale.
«Italia Nostra si meraviglia - rilerva Giacomich in una nota - che, in più
occasioni, l'Autorità Portuale si presenti come l'unico protagonista del
finanziamento e del programma di restauro della Centrale idrodinamica e della
Sottostazione elettrica. Per correttezza e rispetto del lavoro svolto da tutti
coloro che hanno collaborato in questi anni per arrivare a tali importanti
restauri, finalizzati alla creazione del Museo del porto, è giusto chiarire che
tutta l'operazione è stata svolta insieme alla Regione Friuli Venezia Giulia
(area Istruzione e Cultura) e al Ministero per i Beni e le attività culturali,
con l'impegno costante della professoressa Antonella Caroli che si è dedicata,
con tutte le sue competenze, all'avvio procedurale per ottenere i finanziamenti
necessari ai restauri, alla creazione del Polo museale e alla messa in itinere
del progetto con i fondi europei. Il tutto seguito e sostenuto, dal punto di
vista culturale, da Italia Nostra».
«Il risultato - sostiene ancora Italia Nostra - è frutto di un lungo lavoro di
coordinamento tra gli enti culminato con la stipula del protocollo d'intesa
siglato il 25 ottobre 2007 tra Regione, Autorità Portuale e Ministero dei Beni
culturali e il merito non va soltanto all'Autorità Portuale, più volte
sollecitata ad andare avanti sia dalla nostra associazione (con lettere,
incontri e conferenze stampa), sia dalla Commissione cultura della Regione.
Senza contare che fu Italia Nostra, nel 2004, ad inviare la richiesta di avvio
della procedura a Ministero, Regione e Autorità Portuale».
SEGNALAZIONI - EDILIZIA - Cuboni riesumati
Desidero completare le informazioni riportate
nell’articolo di domenica 13 dicembre sul piano particolareggiato di
edificazione nel centro storico.
Il Comitato cittadino «via S. Giustina - via Belpoggio» è mobilitato con la
stessa forza a difesa di entrambe le aree relative ai cosiddetti Cubone 1 (fra
le vie S. Giustina e Belpoggio) e Cubone 2 (fra via Belpoggio e androna Campo
Marzio).
Con questo spirito il Comitato sarà presente in Consiglio Comunale per
contestare l’approvazione di questi progetti. Circola insistentemente la voce
che il Comune abbia riesumato i progetti per il Cubone 1 (via S. Giustina - via
Belpoggio) e Cubone 2 (via Belpoggio - androna Campo Marzio) nell’ambito della
pianificazione edilizia nella zona A O (Centro storico). In occasione della
discussione su Piano regolatore generale veniva previsto che la zona del centro
storico sarebbe stata tutelata da una ulteriore eccessiva cementificazione.
Secondo le stesse voci, invece, l’amministrazione comunale avrebbe proceduto a
definire in gran fretta progetti edilizi di pesante impatto. Tutto questo sotto
secretazione fino all’ultimo istante per impedire ai cittadini qualunque
protesta.
Riteniamo che il consiglio comunale abbia prima di tutto il dovere di mantenere
fede agli impegni presi pubblicamente di fronte ai cittadini e un preciso
obbligo di proteggere primariamente gli interessi della collettività e non
soltanto quelli dei privati.
Abbiamo capito male?
Marina Spaccini - per il Comitato - «via Belpoggio e S. Giustina»
COMUNICATO STAMPA WWF e LEGAMBIENTE - MERCOLEDI', 16 dicembre 2009
Rigassificatore di Trieste. WWF e Legambiente: “Nuovi
elementi sull’incredibile superficialità e parzialità del ministero
dell’ambiente.”
Trieste, 16 dicembre 2009
E’ ancora più incredibile di quanto già non fosse emerso, la superficialità con
cui il ministero dell’ambiente ha trattato il progetto del rigassificatore
proposto da GasNatural a Trieste-Zaule.
Se ne sono accorti WWF e Legambiente, che dopo un lungo braccio di ferro sono
riusciti ad ottenere i documenti tecnici, in base ai quali è stato redatto il
decreto del luglio 2009 - a firma dei ministri Prestigiacomo e Bondi - con il
giudizio di compatibilità ambientale favorevole al progetto.
Il decreto cioè che le due associazioni hanno impugnato un mese fa al TAR del
Lazio (come hanno fatto anche i Comuni di Muggia, S. Dorligo-Dolina e
Capodistria) con l’avv. Alessandro Giadrossi.
“I documenti ottenuti di recente – è stato sottolineato in una conferenza stampa
svoltasi oggi a Trieste – testimoniano, con grande evidenza, quanto lacunosa e
superficiale sia stata l’analisi tecnica degli organi ministeriali su un
progetto di grande complessità e dai rilevanti effetti sull’ambiente e la
sicurezza.”
Il Ministero ha affidato infatti all’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione
e la Ricerca Ambientale) il compito di analizzare sia il parere espresso -
nell’ottobre 2008 - dal Governo sloveno, sia le osservazioni formulate dalle
associazioni ambientaliste. Lo ha fatto però appena nel febbraio 2009, dando
all’ISPRA solo dieci giorni di tempo (!) e senza neppure fornire i documenti
relativi al progetto e agli studi di GasNatural (22 volumi!) in formato
digitale, ma soltanto cartaceo.
Il tutto dopo che nel giugno 2008 la Commissione VIA del ministero aveva già
espresso un parere favorevole sull’impianto!
Non solo: in parallelo, sia sul parere sloveno, sia sulle osservazioni delle
associazioni, il ministero dell’ambiente ha chiesto alla stessa GasNatural di
produrre delle “controdeduzioni”.
“In questo modo – hanno rilevato gli ambientalisti – è venuta meno anche
l’ultima parvenza di imparzialità degli organi ministeriali rispetto a
GasNatural, la quale ha ottenuto un trattamento di assoluto favore, mentre sono
stati gravemente penalizzati o ignorati gli apporti degli ambientalisti e dei
Comuni.”
Il ministero infatti non ha valutato le osservazioni degli ambientalisti del
gennaio 2007, che già allora evidenziavano chiaramente le tante anomalie, lacune
ed irregolarità negli studi di GasNatural (elaborati non firmati, basati su dati
non rappresentativi della situazione ambientale, traduzioni manipolate per
edulcorare le conclusioni, ecc.). Osservazioni letteralmente “scomparse” nei
documenti ministeriali (benché inviate per raccomandata con ricevuta di
ritorno), che tra l’altro evidenziavano e documentavano un grave problema,
negato da GasNatural, cioè quello del risollevamento di fanghi – inquinati da
mercurio e altre sostanze tossiche – dai fondali della baia di Muggia, per
effetto del moto delle navi gasiere.
“Scomparse” risultano anche le osservazioni WWF del gennaio 2009, sull’ultima
integrazione degli studi da parte di GasNatural, le quali demolivano, perché
inattendibile, l’ultimo studio (il terzo della serie!) presentato dalla società
spagnola nel tentativo di negare l’impatto dello scarico delle acque fredde
sulla baia di Muggia. Tutto ciò rappresenta una grave violazione delle norme
europee e statali sulla valutazione di impatto ambientale, che impongono di
esaminare e rispondere alle osservazioni del pubblico e dei Comuni.
Malgrado il pochissimo tempo concesso, l’ISPRA ha tuttavia, in alcuni casi,
potuto rilevare serie lacune e contraddizioni negli studi di GasNatural, come:
1) la mancanza totale (di cui in tre anni nessuno al ministero dell’ambiente si
era accorto!) dell’analisi – pur prevista per legge - sugli effetti del progetto
sulla salute pubblica; 2) la contraddittorietà di alcuni elaborati relativi ai
dragaggi nella baia di Muggia; 3) la mancanza di un’analisi sulla risospensione
di mercurio a seguito dei lavori previsti e del movimento delle navi nella baia;
4) l’uso di modelli di calcolo concettualmente inadeguati per la valutazione del
raffreddamento delle acque nella baia; 5) la mancanza di valutazioni
sull’eliminazione degli organismi marini a causa dell’uso del cloro
nell’impianto.
Tutto ciò avrebbe dovuto condurre ad una richiesta di integrazioni da parte del
ministero, che invece non c’è stata: lacune e contraddizioni sono state
“risolte” prescrivendo a GasNatural di eseguire, dopo la costruzione
dell’impianto (!) studi e monitoraggi sulle materie “dimenticate” negli studi
della società. “In questo modo – hanno concluso WWF e Legambiente - viene però
tradita l’essenza della valutazione di impatto ambientale, che è nata appunto
per chiarire gli effetti di un progetto sull’ambiente PRIMA della decisione e
della costruzione del progetto e non dopo!”
Questi aspetti sono riassunti nel documento dei “motivi aggiunti”, presentato il
30 novembre dai presidenti nazionali delle due associazioni ad integrazione del
ricorso al TAR del Lazio.
Se ne parlerà anche al dibattito sul rigassificatore, che si terrà al teatro di
S. Giovanni venerdì 18 dicembre (alle 18.30), presenti esperti sia italiani
(Lino Santoro di Legambiente e Carlo Franzosini del WWF), sia sloveni (Marko
Starman direttore della riserva naturale di Strugnano e Robert Turk
dell’Istituto sloveno per la tutela della Natura)
W.W.F. - Legambiente
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 16 dicembre 2009
Gas Natural prende casa in piazza Benco - Trovata una
sede provvisoria. Lettera dei ”saggi” al ministero
Gas Natural prende casa a Trieste. L’assemblea
straordinaria dei soci del colosso spagnolo riunita lunedì scorso ha approvato
lo spostamento della sede legale in città. L’indirizzo? Piazza Benco 1.
Gas Natural Rigassificazione Italia, la società che segue il progetto
dell’impianto di Zaule, si trasferirà infatti nello studio dei commercialisti
Valentinicic e Porcaro (e avrà quindi come vicini anche i Bandelli boys de
Un’altra Trieste). Un passaggio a cui seguirà, indicativamente tra un mese,
l’inaugurazione della nuova sede operativa per la quale il gruppo di Barcellona
sta definendo i dettagli. La scelta finale, assicurano dalla spa, non è stata
ancora fatta, e potrebbe rientrare in corsa anche l’opzione Friulia in via
Locchi.
Dell’operazione trasferimento e delle prossime mosse di Gas Natural a Trieste,
parlerà oggi stesso Narciso de Carrera Roques, il direttore progetti
internazionali del gruppo, atteso in città per una serie di incontri con i vari
attori del territorio. Incontri che al pari dell’apertura della nuova sede
legale, spiega il gruppo, «testimoniano la volontà di inserirsi a pieno titolo
nel sistema imprenditoriale triestino e di entrare a far parte del ”Sistema
Friuli Venezia Giulia”. Il trasferimento della sede, inoltre, rappresenta un
atto di notevole importanza per le importanti ricadute economiche e fiscali a
livello regionale. In base allo statuto speciale del Friuli Venezia Giuliala
Regione, infatti, il gettito fiscale derivante dall’attività dell’azienda sarà
versato direttamente alla Regione e agli altri enti locali».
Narciso de Carreras Roques non sarà però l’unico a parlare oggi delle strategie
di Gas natural e del progetto del rigassificatore di Zaule. Dell’impianto gnl
nell’area ex Esso si occuperanno infatti anche gli ambientalisti di Wwf e
Legambiente che, nel corso di una conferenza stampa indetta alle 11 in via
Rittmeyer, illustreranno i documenti sulla procedura di Via ottenuta dal
progetto e denunceranno quelle che definiscono «irregolarità e lacune nel
comportamento del ministero dell’Ambiente».
Lacune contro le quali hanno puntato il dito anche i tecnici, i docenti
universitari e gli esperti che hanno partecipato nei giorni scorsi agli incontri
promossi dalla Uil dei Vigili del fuoco. Le conclusioni di quel tavolo di
confronto, informa il coordinatore regionale della sigla sindacale Adriano
Bevilacqua, è confluito in una lettera inviata al governo e agli enti locali. In
quella missiva, chiarisce Bevilaqua, sono evidenziate «serie perplessità» sulle
procedure del progetto del rigassificatore di Zaule che «avrebbe ottenuto
un’autorizzazioni ambientale in base ad una rappresentazione non veritiera della
realtà, in palese violazione dei rigidi dispositivi normativi in matera».
(m.r.)
Piano particolareggiato, passa con 21 sì e 14 voti
contrari - Il «cubone» di via Santa Giustina sarà rivisto nelle altezze. Omero:
«Per Crosada, solo case di lusso»
Sul progetto per il centro storico si sono astenuti i Bandelli boys «Non abbiamo visto le carte»
Circa a mezzanotte di lunedì i consiglieri comunali hanno
votato il Piano particolareggiato del centro storico: 21 i sì, 14 i no
dell’opposizione, e 5 gli astenuti. Da chi scheda bianca? Dai «Bandelli boys»,
che il capogruppo di Forza Italia, Piero Camber, preferisce indicare come «banda
Bandelli», e che ufficialmente si presentano come «Gruppo Sulli», e da
Alessandro Minisini (Costituente di centro). Motivi diversi: «Non abbiamo potuto
consultare i documenti - dicono Bruno Sulli e Salvatore Porro -, il piano è
buono, ma vogliamo capire che cosa si vota». «Io - dice Minisini - non so se il
Piano regolatore generale verrà adottato, anteporre quello del centro mi sembra
proceduralmente sbagliato nei tempi».
Anche Fabio Omero, capogruppo Pd, ha eccepito sulla logica che interseca Prg e
piano del centro storico. Può il secondo modificare il primo? Ci sono state
consultazioni tecniche. Motivo della domanda: Omero disapprova il documento
anche perché in zona Crosada prevede edifici residenziali «e di lusso, un modo
per fare cassa», e non un completamento del progetto Urban «insediando residenze
sociali, case per studenti e ricercatori, il centro sociale mai realizzato e
attività artigianali e ricreative a sostegno del parco archeologico».
Omero si rifà al progetto di Alberto Cecchetto, consulente il cui lavoro è stato
usato solo in piccola parte: «Nella zona di Crosada prevedeva allestimenti
archeologici e in via Punta del Forno non case, ma un’area di mercato». «Questo
- sottolinea Camber - non è il piano Cecchetto, ma è prodotto dagli uffici
comunali, le attività che Omero chiede non hanno mercato, i fori di pianoterra
restano vuoti. Ma se arriveranno osservazioni, le terremo in conto».
Un risultato l’opposizione l’ha ottenuto. Accolto dal sindaco Dipiazza
l’emendamento sul «cubone» di via Santa Giustina. I parametri edilizi saranno
rivisti, le altezze abbassate. Anche Roberto Sasco (Udc) ha visto accolti i suoi
suggerimenti sull’obbligo di commissione paesaggistica per il decoro delle vie e
per il riuso delle antiche pietre: «Avevo avvertito: d’obbligo votare pro o
contro, è un documento che vale più del bilancio, ma i ”bandelliani” non hanno
voluto sentire. Quanto al centro storico, ha 1 milione e 350 mila metri quadrati
ma solo 17 mila abitanti: bisogna assolutamente ripopolarlo».
(g. z.)
Ok alla Ferriera per 4 anni. Via libera a Portolido -
Concessione rinnovata fino al dicembre 2013. Può decollare il progetto che
prevede 120 ormeggi
BOCCIATE LE PRESCRIZIONI AMBIENTALI PROPOSTE DAL
SINDACO DI MUGGIA NESLADEK E SOSTENUTE DA FANIGLIULO (UIL)
Un altro via libera, nonostante le proteste che si susseguono da anni e
l’auspicio di chiusura avanzato tra gli altri dallo stesso sindaco Roberto
Dipiazza, alla Ferriera di Servola. L’ha dato ieri il Comitato portuale che,
oltre ad affidare una concessione trentennale nell’area della Lanterna per la
realizzazione del porto nautico di Portolido come riferiamo anche a parte, ha
rinnovato alla Servola spa la licenza provvisoria per altri quattro anni: dal
primo gennaio 2010 al 31 dicembre 2013. Si è trattato in realtà di un parere
consultivo e non vincolante poiché per le concessioni uguali o inferiori a
quattro anni è l’Authority stessa alla fine a decidere.
Va comunque rilevato che in base agli accordi politici la dismissione
dell’impianto siderurgico con riconversione delle attività dovrebbe avvenire nel
2014, ma ieri una linea più ferma nei confronti della Lucchini per quanto
riguarda la salvaguardia ambientale è stata bocciata. L’ha proposta il sindaco
di Muggia Nerio Nesladek e l’ha sostenuta anche il sindacalista della
Uiltrasporti Giampiero Fanigliulo. Entrambi alla fine della discussione si sono
espressi in modo contrario al provvedimento, ma sono stati gli unici. Il Comune
di Trieste invece non ha mandato alcun rappresentante in Comitato, mentre la
presidente della Provincia, Maria Teresa Bassa Poropat, ha votato in modo
favorevole.
La Servola spa aveva presentato il 20 novembre istanza all’Autorità portuale
dichiarando di voler proseguire la propria attività in base al proprio piano
operativo e avendo effettuato notevoli investimenti sulla banchina e sulle aree
retrostanti e aveva chiesto di conseguenza il rinnovo quadriennale della
concessione sull’area che si estende per 342.993 metri quadrati. In base a una
relazione che è stata fatta ieri dal comandante della Capitaneria di porto
Antonio Basile riguardo in particolare alla dispersione in mare di carbone,
Nesladek e Fanigliulo hanno chiesto che fossero allegate al provvedimento una
serie di prescrizioni con l’obbligo alla Lucchini di ottemperarvi entro un
termine di tempo prefissato e che venissero pianificate opportune verifiche. È
prevalsa invece la linea in base alla quale è stata rinnovata la licenza e sarà
ora il presidente dell’Authority a inviare per lettera alla Servola spa le
prescrizioni cui attenersi.
«Il mio non è stato certo un voto per chiudere la Ferriera anche perché non sono
pochi i muggesani che vi lavorano - ha spiegato il sindaco Nesladek - ma
l’inquinamento della Ferriera danneggia anche il turismo a Muggia e in
particolare Porto San Rocco. Bisogna fare pressione affinché la Lucchini si
metta in regola». «Era più opportuno congelare il rinnovo della licenza - ha
aggiunto Fanigliulo - in attesa di verificare la messa in atto delle
prescrizioni, perché già più di una volta la Lucchini non ha rispettato impegni
presi».
Parere, in questo caso vincolante, completamente favorevole invece da parte del
Comitato portuale alla concessione per trent’anni a Italia Navigando di 17.577
metri quadrati nell’area Est del Molo Fratelli Bandiera e di uno specchio acqueo
di 23.937 metri quadrati in prossimità degli stabilimenti balneari Lantera e
Ausonia per la realizzazione di Portolido, un porto nautico con 120 ormeggi in
parte per megayacht e anche strutture tra cui una piccola piscina e un
ristorante a disposizione dell’intera collettività. L’investimento previsto è di
11.235.866 euro di cui 1.170.000 euro da contributo Cipe, 370.000 euro della
Regione e 9.695.866 eurco a carico della stessa società che fa comunque
riferimento al Ministero dello sviluppo economico. Il canone annuo è stato
fissato in 55.553 euro fatte salve eventuali riduzioni.
SILVIO MARANZANA
Bonifiche, 250 aziende respingono l’accordo - Le
categorie riunite alla Camera di commercio: «Non sono chiari i criteri per i
costi»
Bruni della Confartigianato: «Il testo stabilisce che
il danno ambientale deve essere imputato a chi ha la custodia del terreno, ma
non specifica quanto si deve pagare»
«Le cambiali in bianco noi non le firmiamo. O l’accordo di programma sulle
bonifiche quantificherà con esattezza i costi richiesti alle aziende per coprire
il danno ambientale, o saremo costretti a chiamarci fuori». È il messaggio forte
e chiaro lanciato al ministero dell’Ambiente dalle categorie economiche
rappresentate nella Camera di commercio, riunite l’altra sera in conclave per
definire la strategia con cui affrontare la partita della riconversione delle
aree inquinate.
Dall’Ures alla Confartiginato, dai costruttori agli industriali, tutti i
rappresentanti del comparto produttivo si sono detti pronti a passare alla linea
dura per difendere il principio del ”chi non ha inquinato, non paga”. Una vera e
propria levata di scudi che arriva a pochi giorni dal vertice romano presentato
dal sottosegretario Menia come l’incontro decisivo (ne riferiamo nell’articolo a
fianco ndr), e rischia quindi di far saltare il confronto sull’accordo di
programma da cui dipendono la ripresa delle caratterizzazioni e la bonifica vera
e propria dei terreni inseriti nel Sin.
Ma quell’accordo, secondo le categorie, al momento non può essere firmato.
«Mancano delle indicazioni essenziali - spiega il presidente di Confartigianato
Dario Bruni -. Il testo stabilisce che il danno ambientale dev’essere imputato a
chi ha la custodia del terreno, quindi al proprietario, ma non specifica quanto
le aziende saranno chiamate a pagare. È come se ci proponessero di acquistare un
appartamento senza comunicarcene però il prezzo. Allo stesso modo - continua
Bruni - l’accordo prevede la possibilità di differenziare le spese a seconda dei
diversi processi produttivi, ma non chiarisce in base a quali criteri
un’attività verrà giudicata impattante, super impattante o non impattante.
Insomma firmando quest’ultima bozza di accordo (versione aggiornata il 10
dicembre scorso ndr), ci viene chiesto di fare un salto nel buio».
Salto che appunto nessuna impresa, piccola o grande che sia, al momento è
disposta a compiere. Di qui la scelta di dare un mandato preciso al presidente
camerale Paoletti: portare in sede di confronto con enti locali, Regione e
ministero le forti perplessità delle categorie e, nel caso in cui queste non
vengano adeguatamente ascoltate, togliere la firma della Cciaa dall’accordo. Una
prospettiva sulla quale, per ora, Antonio Paoletti preferisce non sbilanciarsi:
«Mi pronuncerò solo che la giunta camerale avrà sottoscritto il documento
elaborato al termine dell’incontro dell’altra sera». Un documento dai toni duri
nel quale si fa riferimento alla «grave preoccupazione per l’impostazione della
bozza proposta» e in cui «si auspica che gli enti pubblici interessati vogliano
ripensare i termini essenziali dell’Accordo in discussione».
Argomenti tra l’altro non troppo diversi da quelli usati finora da Assindustria
che, non a caso, ha sposato la linea emersa nel vertice dell’altra sera. «In
quel vertice - spiega Vittorio Pedicchio, vicepresidente degli industriali -. è
emersa la consapevolezza dell’importanza di chiudere quanto prima l’accordo di
programma. Non vogliamo fare i disfattisti e siamo pronti a collaborare. Ma
questo non significa essere disposti ad approvare un testo che penalizzi 250
aziende, chiedendo loro di sborsare 236 dei 350 milioni richiesti
complessivamente per la riqualificazione del Sin». Un principio condiviso
pienamente anche da tanti altri attori, pronti a salire sulle barricate. «Che un
accordo vada fatto, lo pensiamo tutti - commenta Michele Barro, presidente di
Cna -. Ciò che non accettiamo invece è l’imposizione di cifre insostenibili a
carico delle imprese, specie se formulate prima ancora di aver completato le
caratterizzazioni e quindi in assenza di dati certi sul grado di inquinamento
dei terreni».
Sarà la riunione della giunta camerale di domani, come detto, a definire i
canali attraverso i quali portare avanti la protesta. Protesta che, già da
adesso, incassa comunque la ”solidarietà” di altri attori coinvolti
nell’operazione. «L’azione delle categorie è più che legittima - osserva il
presidente di Ezit Mauro Azzarita -. Ovviamente non entro nel merito di
iniziative a cui sono estraneo. Penso però che sia giusto da parte delle aziende
difendere i propri interessi».
MADDALENA REBECCA
BONIFICHE - Anche l’Ezit è entrato in gioco - Dovrà
eseguire i carotaggi sulle aree delle zone inquinate
LE ULTIME MODIFICHE AL DOCUMENTO
È fresca di stampa l’ultima bozza dell’accordo di programma sulle bonifiche,
che ha innescato nelle ultime ore le perplessità degli artigiani e degli
imprenditori insediati in zona industriale. Porta la data del 10 dicembre scorso
e non è né il primo né il secondo testo elaborato in materia, bensì la versione
numero 13. Un dato che chiarisce, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quanti
ostacoli abbia trovato sul suo cammino l’affaire aree inquinate e quanto fatichi
a decollare l’attesa soluzione.
La novità più sostanziale rispetto alla bozza prodotta nel novembre scorso,
riguarda la composizione della ”squadra” incaricata di gestire la delicata
partita. Accanto a Regione, Provincia, Comuni di Trieste e Muggia, Autorità
portuale e Camera di commercio (inserita in corso d’opera lo scorso mese), torna
infatti ad assumere un ruolo di primo piano l’Ezit. All’Ente, si legge
all’articolo 4 dell’ultima bozza, viene affidato il compito di realizzare, per
conto della Regione che opera in regime di delegazione amministrativa secondo
quanto previsto dalla legge 15 del 2004, «il completamento delle
caratterizzazioni delle aree a terra, con l’eccezione degli arenili antistanti
il territorio di Muggia». Un’indicazione che dovrebbe consentire di accelerare
la ripresa delle analisi del terreno in modo da avere finalmente una percezione
reale del grado di inquinamento dei terreni.
Sempre l’articolo 4, richiamando il successivo art.10, assegna poi ad Ezit il
compito di eseguire la messa in sicurezza e la bonifica dei «suoli e delle acque
di falda sottostanti ad aree alienate dall’ente pubblico e il cui inquinamento
non sia riconducibile all’attività produttiva del soggetto attualmente titolare
dell’area medesima». Il che, tradotto, significa che i privati riconosciuti non
responsabili delll’inquinamento non dovranno pagare gli interventi.
Una buona notizia, apparentemente, che in realtà nasconde un’insidia precisata
nelle righe immediatamente successive. Sì, perché la seconda parte del comma 13
dell’articolo 10 specifica che la singola impresa potrà beneficiare
dell’intervento diretto di Ezit ad una condizione: a patto che «il soggetto
titolare del dovere di custodia dell’area in questione (cioè il proprietario
ndr) abbia sottoscritto l’Atto transattivo in relazione al danno ambientale». Ed
è stato proprio questo ”Atto transattivo” - messo nero su bianco per la prima
volta nell’ultima bozza - a innescare le perplessità delle categorie. Il testo
elaborato in dicembre, infatti, per la prima volta chiarisce che tutte le
imprese dovranno accollarsi i costi del danno ambientale. Danno che andrà pagato
cioè anche da chi ha acquistato il proprio terreno dall’ente pubblico (ed è
andata così per la quasi totalità delle 250 aziende attualmente insediate) e ha
un’attività che non inquina affatto.
Quanto dovrà pagare al metro quadro, però, la bozza dell’accordo di programma
non lo dice. Il testo precisa e rivede invece rispetto alla versione precedente
alcune cifre relative al costo complessivo dell’operazione bonifiche e ai
finanziamenti disponibili. Le risorse regionali derivanti dai fondi Fas, per
esempio, non sono più 190, bensì 178 milioni di euro. Il fabbisogno finanziario
complessivo (articolo 5) invece non è più di 350 milioni e 300 mila euro ma un
po’ meno, 350 milioni e 130 mila euro. Non cambiano invece le ripartizioni dei
costi: i due terzi della spesa (236,3 milioni) saranno a carico dei privati. Il
resto lo metterà il pubblico 113,832 milioni lo metteranno ministero, Regione e
Autorità portuale. Un’altra novità rispetto alla stesura precedente, infine,
riguarda l’analisi del rischio, questa volta richiamata esplicitamente come
possibile alternativa alla bonifica vera e propria. (m.r.)
«San Dorligo, a breve piani d’azione per l’aria» -
L’ASSESSORE REPLICA A DROZINA - Sormani sulla Siot: massimo impegno nello
stabilire regole
«Altri impegni mi hanno impedito di raccogliere il gentile
invito del consigliere Drozina, ma vorrei rassicurarlo: sono bene al corrente
della situazione di grande disagio cui sono sottoposti i residenti di Mattonaia
e non solo loro». L'assessore all'Ambiente del Comune di San Dorligo Elisabetta
Sormani replica così alle parole del capogruppo consigliare del Pdl-Udc Roberto
Drozina che aveva invitato l'assessore a «prendere un caffè nella terrazza di
casa sua, a Mattonaia, per poter apprezzare in prima persona l’olezzo
proveniente dai vicini serbatoi dello stabilimento Siot».
«L’attenzione del gruppo politico dei Cittadini per San Dorligo per l’ambiente e
per la salute della popolazione è stata e continua ad essere di primaria
importanza - commenta la Sormani-. Già nella precedente Giunta, l’assessore del
mio gruppo politico ha profuso il massimo impegno affinché venisse posizionata
la centralina dell’Arpa a Mattonaia con il laboratorio mobile necessario per
rilevare le emissioni provenienti dallo stabilimento Siot e da altre realtà
presenti sul territorio».
Sormani poi evidenzia come «al Ceta, importante organismo di carattere
scientifico, sia stato affidato uno studio propedeutico alla predisposizione dei
Piani di azione che i Comuni devono adottare per la qualità dell’aria, per
l’inquinamento acustico e per l’inquinamento luminoso, previsti dalle
disposizioni comunitarie, nazionali e regionali». Tale studio è stato di recente
consegnato al Comune. «Ora si dovrà procedere sul doppio binario dell'analisi
delle rilevazioni delle emissioni da parte dell’Arpa e della predisposizione dei
Pal», prosegue la Sormani, «azioni della massima importanza perché si
riferiscono alla qualità della vita della popolazione e puntao a migliorarla».
«Mi impegnerò al massimo - chiosa la Sormani - affinché si possano, nel più
breve tempo possibile, emanare i piani e stabilire delle regole che la Siot e
altre realtà industriali dovranno rispettare».
Riccardo Tosques
Brioche, caffè e rose gratis contro i tagli alle coop
sociali - La manifestazione ieri davanti alla sede regionale durante la
discussione sulla Finanziaria
A manifestare in piazza Oberdan anche le associazioni
ambientaliste Wwf, Legambiente e Lipu insieme ai rappresentanti dei Pachi e
delle Aree protette regionali.
TRIESTE Caffè, the, brioches calde e rose rosse per le signore. Il mondo
della cooperazione sociale è sceso in piazza per protestare contro i tagli nella
Finanziaria regionale e lo ha fatto in maniera originale: una “colazione
sociale” offerta a consiglieri, assessori e passanti davanti all’entrata del
Consiglio regionale in piazza Oberdan dove ieri è iniziata la discussione della
Finanziaria 2010. Il tutto con prodotti rigorosamente usciti dalle cooperative
sociali del Friuli Venezia Giulia e condito dal galante dono di una rosa rossa
alle donne, prima di salire al primo piano per un incontro con i capigruppo.
«Abbiamo offerto il caffè come sveglia per la politica- ironizzano Dario
Parisini (Confcooperative Fvg) e Gian Luigi Bettoli (Legacoopsociali Fvg) –.
Abbiamo voluto rivendicare la nostra presenza e il nostro ruolo anche economico:
non gestiamo solo le situazioni ”sfigate” ma siamo un comparto da 200 aziende e
9000 lavoratori, di cui mille appartenenti a categorie disagiate”. Il mondo
delle cooperative sociali hanno lamentato un taglio del 43%, pari a oltre
700mila euro, ma dopo l’incontro il capogruppo del Pdl, Daniele Galasso, ha
assicurato un ulteriore stanziamento di 200 mila euro che “ammorbidiranno” i
tagli inizialmente previsti.
A manifestare in piazza Oberdan anche le associazioni ambientaliste Wwf,
Legambiente e Lipu insieme ai rappresentanti dei Pachi e delle Aree protette
regionali. «Complessivamente il settore parchi, riserve naturali, aree protette,
beni ambientali e paesaggistici, passa da 5,4 a 1,9 milioni di euro», fanno
sapere in una nota.
(r. u.)
Guida alla Trieste ”eco-solidale” - CURATA DA AGNESE
ERMACORA
Dieci città italiane da riscoprire, da vedere con altri
occhi, spazi lontani dai salotti buoni che restituiscono l'anima vera della
città. Nasce così ”L'Italia eco-solidale” una guida alternativa in dieci città
edita da Altreconomia. Da Milano verso Roma passando per Torino, Genova,
Firenze, e poi giù Napoli e Palermo per tornare al nord a Trento, Vicenza e
Trieste.
Come la ”Trieste sottosopra” di Mauro Covacich così la guida propone un viaggio
alternativo alla scoperta di luoghi dimenticati o di itinerari poco conosciuti.
Ed ecco che si suggeriscono acquisti nelle botteghe equo solidali, una cena in
un ristorante biologico, o ritrovi alternativi ai classici bar del centro,
teatri indipendenti, librerie e centri culturali e di aggregazione. Un'altra
faccia della città, la Trieste dei mati, per un fine settimana alternativo e
rispettoso dell'ambiente e del territorio. Nella mappa triestina si intrecciano
anche le attività delle associazioni, delle cooperative sociali, in città sono
più di venti, e la storia di Franco Basaglia e dell'ex Ospedale psichiatrico,
oggi Parco culturale di San Giovanni.
Troviamo i luoghi della Trieste multiculturale, le chiese di rito ortodosso dei
serbi e dei greci e quelle dei valdesi, armeni, luterani. E poi la miriade di
comunità, fino a quelle dei migranti di nuova generazione, senegalesi, libanesi
e albanesi.
Le pagine sono state curate da Agnese Ermacora della redazione culturale di
Radio Fragola e arricchite da un percorso, a basso costo, proposto dall'agenzia
di turismo responsabile Viaggi e Miraggi. L'idea infatti è quella di avere a
portata di mano non solo una guida turistica, ma anche un libro per tutti quei
triestini che vogliono conoscere e partecipare attivamente alle iniziative
cittadine, un modo per scoprire il consumo critico e, come spiegano gli autori,
incontrare le persone che cercano di cambiare la città in meglio, difendendo la
sua ”bellezza interiore” e le tradizioni più autentiche. Il volume sarà in
vendita nelle librerie dal prossimo anno. Per ora, lo si può trovare nelle
botteghe solidali o acquistarlo on line sul sito www.altreconomia.it/libri.
Ivana Gherbaz
SEGNALAZIONI - Clima: non paga il catastrofismo ambientale
Chi l'ha detto che il bombardamento mediatico sul
riscaldamento globale ha reso gli italiani più sensibili ai problemi ambientali?
I risultati appena diffusi di un sondaggio realizzato dall'Osservatorio Scienza
e società del centro Observa smentiscono clamorosamente un'affermazione del
genere. Negli ultimi due anni, la percezione che il clima della Terra si stia
riscaldando si è notevolmente ridotta: i cittadini convinti dei cambiamenti
climatici sono diminuiti dal 90 al 71,7 per cento. Tra gli scettici, quasi la
metà ritiene che gli ambientalisti esagerino. E tra gli incerti la metà crede
che gli scienziati non siano d'accordo tra loro.
Sono cifre che andrebbero meditate, ora che siamo alla stretta finale della
Conferenza sul clima di Copenhagen. Perché rappresentano l'ennesima conferma che
il catastrofismo ambientale non paga. Slogan tipo ”Salviamo il pianeta” o ”La
Terra in pericolo” provocano alla lunga una sorta di autodifesa psicologica e
dunque la rimozione dell'allarme. Oltretutto sono scientificamente falsi: la
Terra, nel corso della sua storia, ha conosciuto periodi assai più caldi e
concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera assai più elevate.
I problemi, semmai, riguardano l'impatto di un trend del genere su noi umani,
sulla nostra vita e sulle nostre attività: ondate di calore simili a quella del
2003 che provocò migliaia di vittime in Europa; la ritirata dei ghiacciai dalle
montagne; la drastica riduzione della calotta polare settentrionale (e magari
anche di quella meridionale); l'aumento del livello delle acque dei mari; le
migrazioni ambientali.
Quelli climatici sono infatti fenomeni a forte inerzia, che vengono da lontano e
che dureranno almeno un secolo anche se oggi - per un miracolo - riuscissimo a
stabilizzare le emissioni di anidride carbonica, quantomeno corresponsabili dei
cambiamenti in atto. Con i quali - volenti o nolenti - dovremo dunque imparare a
convivere. Era questo lo spirito con cui Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc,
mi parlava cinque anni fa (settembre 2004) durante un veloce pranzo a base di
pesce a Grignano, in una pausa dei lavori del panel degli scienziati i cui
rapporti stanno alla base del Protocollo di Kyoto. Il workshop era stato
organizzato al Centro di fisica teorica da Filippo Giorgi, il climatologo che
allora faceva parte del direttivo dell'Ipcc.
Pochissimo rilievo sui media ebbe quella riunione triestina dell'Ipcc: eppure
rappresentava il primo passo di un lungo e complesso itinerario che nel gennaio
del 2007 avrebbe portato al quarto rapporto sul clima, presentato a Parigi con
incredibile battage. Tanto che alla fine di quello stesso anno Rajendra Pachauri,
ingegnere ed economista, indiano di nascita e americano per cultura scientifica,
sarebbe andato a Oslo a ritirare il Nobel per la pace, assegnato congiuntamente
all'Ipcc e ad Al Gore.
Fabio Pagan
SEGNALAZIONI - ACEGAS - Spreco di luci
Sabato 12 dicembre. Come al solito quando mi alzo guardo
che tempo fa. Vedo le luci di via Roma e Milano accese e piazza Libertà
illuminata al completo, e sono le 8.20 del mattino. Pochi giorni fa ho
telefonato per lo stesso problema, solo che le luci erano accese in tutta la
città ed erano le ore 6! Quindi ho telefonato all’officina segnalazione guasti e
l’addetto mi dava il numero 040/7793680 dell’ufficio competente di Acegas. La
situazione, da anni, per quanto io veda, non è assolutamente cambiata; lo spreco
di luci è tantissimo, le fotocellule non sono tarate. La persona che mi ha
risposto era molto gentile e mi spiegava che loro cercano di fare il massimo per
il risparmio energetico, ma io purtroppo non vedo nulla di cambiato. Quello che
non riesco a capire e che dopo vari articoli sul Piccolo i nostri concittadini,
e in special modo i nostri politici, non si accargono assolutamente di niente;
non parliamo del sindaco, che in tv alla domanda di una signora sullo spreco di
luci, ha risposto: «signora, c’è già uno, che rompe!», non occorre molto per
capire chi è quell’uno.
Ma veniamo a oggi. Ho telefonato all’officina segnalazione guasti; mi ha
risposto l’addetto di turno che mi invitava a telefonare ai suoi superiori;
essendo sabato, gli chiedevo di segnalare il problema all’ufficio. Sbuffando
rispondeva che io stavo da anni rompendo e prendendoli in giro, poi mi ha chiuso
il telefono in faccia!
Dalla direzione vorrei una risposta. Ora l’Acegas ha mandato le istruzioni su
come risparmiare la luce, ci raccomanda di mettere le lampadine a basso consumo,
lo Stato fa altrettanto tramite spot televisivi, e loro non sono in condizioni
di regolare le fotocellule da anni. E poi c’è un conflitto di interessi: una
Società che eroga corrente, come può aver anche la manutenzione? Che si consumi
in più è tutto a favore degli azionisti e a sfavore di noi cittadini. Spero che
con questa mia qualcuno apra gliocchi e specialmente i miei concittadini che
dovrebbero segnalare al numero verde lo spreco di luce. Un appello ai nostri
politici: ogni tanto date un’occhiata alle luci, siete pagati anche per quello.
Guardo ancora fuori dalla finestra: sono le 10.20 e le luci di piazza Libertà
sono ancora tutte accese e chissà per quanto. Lo spreco non è solo via Roma,
Parco della Rimembranza di S. Giusto, via Milano, ecc. ma in tutta la città.
L’assessore alle relazioni con l’Acegas cominci a protestare e non solo per le
luci... Nettezza urbana, e altro, penso che pochi siano soddisfatti delle
prestazioni dell’Acegas.
Sergio Zerial
COMUNICATO STAMPA WWF E LEGAMBIENTE - MARTEDI', 15 dicembre 2009
Le politiche di spesa della Regione FVG rispetto alla
aree protette - La distruzione della natura nel Friuli Venezia Giulia
Mentre gli Stati di tutto il mondo sono riuniti per far
fronte all’emergenza climatica, che vede parchi e riserve naturali rappresentare
una significativa risposta alla crescita delle emissioni (ben il 15% della CO2 è
stoccato nelle aree protette), e mentre sta per iniziare il 2010, anno mondiale
della biodiversità, la
Regione Friuli Venezia Giulia decide di perseguire politiche in scandalosa
controtendenza.
Le previsioni di spesa per il 2010 collocano infatti i trasferimenti regionali
ai due parchi regionali sui 630.000 euro per il Parco delle Dolomiti Friulane
(che ha potuto godere, dal 1997 al 2009, di un lieve incremento di entrate
pubbliche, dal milione di euro iniziale a 1.400.000 euro circa) e sui 570.000
euro per il Parco delle
Prealpi Giulie (che nel periodo tra il 1997 e il 2009 è passato dagli iniziali
800.000 euro a 1.140.000).
Siamo quindi di fronte a un taglio del 50% compiuto su bilanci comunque esigui.
Le spese previste per il mantenimento del delicatissimo sistema dei prati
stabili passano da 110.000 euro a zero.
Da 50.000 euro a zero passano anche le spese per studi e attività
tecnico-faunistiche, finalizzate, tra l’altro, alla predisposizione del Piano
faunistico, strumento strategico per la gestione faunistica regionale.
La stazione biologica dell’isola della Cona vede le proprie risorse falcidiate:
da 100.000 a 20.000 euro.
Quanto alle risorse destinate a finanziare le Riserve naturali regionali (piani
di conservazione e sviluppo, attività di gestione), ad acquisire al patrimonio
regionale biotopi e altre aree di interesse naturalistico, e a svolgere attività
rivolte al mantenimento e incremento della biodiversità, alla fruizione
didattica del patrimonio naturalistico e alla ricerca, esse passeranno da circa
1.766.000 euro nel 2009 a 130.000 euro nel
2010!!
Complessivamente il settore parchi, riserve naturali, aree protette, beni
ambientali e paesaggistici, passa da 5.392.459,39 a 1.898.526,14 euro.
Detto in altri termini: viene di fatto smantellata, con una contrazione dell’80%
dello stanziamento, la rete di tutela ambientale presente in Friuli Venezia
Giulia, già sottodimensionata rispetto alla media nazionale nonostante il fatto
che la Regione sia caratterizzata per un verso da modesta pressione antropica e
dall’altro da eccezionale biodiversità.
Con ciò viene preclusa ogni possibilità di riorientare nella direzione della
sostenibilità attività economiche quali l’agricoltura e il turismo, con pesanti
ricadute anche occupazionali; si pensi al decennale lavoro di promozione delle
strutture espositive e didattiche a livello europeo: i centri visite, che
dovrebbero richiamare turisti e mettere in moto l'economia locale, dovranno ora
essere chiusi!
Se non bastasse, la Giunta ha azzerato la vigilanza ambientale sull’intero
territorio bloccando l’assunzione di guardie forestali abilitate da un recente
concorso pubblico regionale, omettendo di costituire il previsto corpo unico di
vigilanza ambientale e addirittura equiparando ruolo, formazione e compiti delle
guardie faunistiche e venatorie dipendenti delle Province a quelli dei vigili
urbani.
Associazioni ambientaliste, operatori del settore, naturalisti sono stanchi di
vedere i risparmi di bilancio attuati sempre a spese della tutela della natura e
della difesa del territorio, il settore già di gran lunga e senza paragone il
meno finanziato dalla Regione.
E sono stanchi di vedere che, all’inverso, settori che contribuiscono
oggettivamente alla devastazione ambientale, come ad esempio quello delle
infrastrutture viarie e quello delle stazioni sciistiche, riescono a fruire,
sempre, di stanziamenti colossali.
In tutto questo c’è qualcosa di vetusto e, senza offesa, di culturalmente
mediocre.
IL PICCOLO - MARTEDI', 15 dicembre 2009
Niente fondi, parco Falesie a rischio - I VERDI LANCIANO
L’ALLARME SUI TAGLI DELLA REGIONE - Rozza: dopo tanti ritardi sono stati
ridotti del 50% i finanziamenti
DUINO AURISINA Fondi a rischio per la riserva delle
Falesie di Duino Aurisina: scatta la protesta delle associazioni ambientaliste e
dell’opposizione. «Quello che la Regione sta per infliggere al sistema regionale
delle aree protette è un vero e proprio colpo mortale – osserva Maurizio Rozza,
consigliere dei Verdi -. Salvo ripensamenti dell’assemblea consiliare, i
finanziamenti destinati ai parchi regionali subiranno un taglio del 50% e ancora
peggio andrà alle 12 riserve naturali regionali, tra le quali appunto quella
delle Falesie di Duino, a cui verranno assegnate complessivamente 130mila euro,
ovvero in media 10mila euro a ognuna». Gli ambientalisti, in una nota, osservano
infatti che «mentre gli stati di tutto il mondo sono riuniti per far fronte
all’emergenza climatica, la quale vede parchi e riserve naturali rappresentare
una significativa risposta alla crescita delle emissioni (ben il 15% del CO2 è
stoccato nelle aree protette) la Regione decide di perseguire politiche in
scandalosa controtendenza».
«Le previsioni di spesa per il 2010 – commenta la Lipu - collocano i
trasferimenti ai due parchi regionali delle Dolomiti Friulane e delle Prealpi
Giulia rispettivamente nella fascia di 630mila e 570mila euro, con un taglio del
50% su bilanci passati comunque esigui». La situazione si ripercuote
negativamente, stando ai Verdi, anche per quanto concerne la gestione della
Riserva delle Falesie. «La situazione – sottolinea Rozza - ha in questo caso
dell’ironico: nel 1971 la legge 442 ha istituito qui e in altre zone del Carso
le prime riserve naturali d’Italia. Ma l’organo gestore che avrebbe avuto il
compito di proteggere l’area, non fu mai designato e così la riserva fu
progressivamente erosa dagli insediamenti circostanti. Formalmente nel 1996, con
la legge regionale 42, il Fvg istituì nella medesima area la riserva delle
Falesie di Duino, ma ancora una volta sulla carta. Solo adesso il Comune si
stava accingendo a completare gli atti di gestione dell’area. Ma il taglio dei
finanziamenti regionali renderà tale passaggio impossibile». (t.c.)
Slovenia, Krsko 2 sarà operativa nel 2020 - Il costo
previsto è di 3,5 fino a 5,5 miliardi di euro. Tondo rilancia: «L’Enel sia della
partita»
TRIESTE Il settore dell’energia è in grande movimento in
Slovenia. Sul versante dell’energia pulita, ad esempio, ci sono già operative
sul mercato numerose aziende tedesche che stanno lavorando sul territorio. In un
quadro macroeconomico più ampio il «gioiello» che Lubiana vorrebbe far diventare
operativo nel 2020 è il raddoppio della centrale nucleare di Krsko, la
cosiddetta Krsko 2, meglio nota in Slovenia come Nek2.
Per Lubiana, come sostengono fonti diplomatiche, Krsko 2 è un’occasione
impredibile per rilanciare lo sviluppo industriale e farlo rimanere stabile in
futuro, per la tutela dell’ambiente e per essere meno dipendenti dall’estero per
quanto riguarda l’approvvigionamento elettrico. Ovviamente al progetto manca
ancora la decisione del governo e il consenso popolare, fattore
indiscutibilmente da non sottovalutare. Ma c’è di più, solo con l’energia
prodotta dagli impianti termoelettrici o quelli che forniscono energia verde
alternativa non è possibile più in Slovenia colmare il gap tra l’elettricità
importata e quella venduta all’estero. Insomma serve un immediato rilancio per
non diventare troppo esterodipendenti.
I progetti e le fasi inziali per predisporre l’impianto Krsko 2 sono già in via
di perfezionamento da parte della società ”Gen Energij”. Sono già state fatte
numerose analisi. Ora si attende solo la decisione governativa. Se questa, come
si dà per scontato, sarà positiva la firma della nascita della seconda centrale
in calce ai progetti sarà posta tra il 2011 e il 2013, mentre la costruzione
vera e proprio è prevista per il 2015. L’inizio della produzione, come detto,
nel 2020.
Grande attenzione viene riposta nella sicurezza dell’impianto e nella
realizzazione di elettricità decisamente concorrenziale nel prezzo. Se si opterà
per una Krsko 2 da 1.100 megawatt il costo sarà attorno ai 3,5 miliardi di euro.
Se invece si dovesse scegliere un impianto da 1.600 megawatt il prezzo
lieviterebbe a 5,5 miliardi di euro. Anche se in giro circolano voci di costi
ancora più elevati. Il reattore potrebbe essere un Westinghouse, un Areve o un
Mitshubishi.
La ”Gen Enerij” è pronta, assieme ai suoi soci, a sovvenzionare Krsko 2 dal 30
al 40 per cento. Il resto giungerebbe da prestiti e dall’emissione di
obbligazioni. Il nuovo impianto avrà una durata di 60 anni con la possibilità di
rinnovarlo per altri venti. Quindi appare chiaro che know-how e investimenti
esteri sarebbero non solo i benvenuti, ma assolutamente necessari per portare a
termine l’opera. E qui si inserisce la cosiddetta ”opzione” italiana. Dal
gennaio 2007 (a lanciare l’idea fu l’allora ministro degli Esteri Massimo
D’Alema in un suo incontro a Lubiana) si parla di un interesse dell’Enel a
entrare a far parte del progetto. Interesse ribadito qualche settimana fa dallo
stesso ministro degli Esteri, Franco Frattini, al summit interministeriale
italo-sloveno di Brdo pri Kranju, con la parte slovena che dimostrava
un’assoluta apertura ad ascoltare le eventuali offerte dell’Enel. Idea questa,
perlatro molto cara al governatore del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, che
non più tardi di ieri a Mestre, ha rinnovato l’idea di una concreta e importante
partecipazione italiana nella realizzazione e nella gestione di Krsko 2.
Infine, al nucleare, è molto interessata anche la Serbia che ha già trovato
nella Russia un partner altrettanto interessato a fornire la tecnologia
necessaria.
MAURO MANZIN
Cherso, i cinghiali fanno strage di ovini - Nonostante
ne vengano abbattuti quasi 300 l’anno. Allevatori infuriati
CHERSO Ogni anno ne vengono uccisi a centinaia, in media
più di 300, ma i cinghiali continuano ad essere il peggiore degli incubi per gli
allevatori di ovini a Cherso. Va subito rilevato che i cinghiali sono una specie
alloctona nell’isola quarnerina, dove erano stati introdotti a metà degli anni
80 per dare sviluppo al turismo venatorio.
Una mossa incauta, anche se nei primi tempi tutto era filato via liscio e senza
nessun problema. I primi guai si erano avuti una decina di anni fa, con gli
irsuti animali che avevano sfondato le reti di recinzione delle zone venatorie,
dando subito grattacapi ai proprietari di pecore e agnelli, con quest’ultimi
sbranati senza pietà. Inizialmente, gli esperti e l’opinione pubblica non
volevano credere che i cinghiali banchettassero con carne ovina, ma poi – prova
dopo prova – si è accertato in modo inequivocabile che gli agnelli sono in cima
alla lista dei desideri mangerecci dei maiali selvatici. Da allora le proteste
degli allevatori chersini si sono susseguite in serie, con petizioni, blocchi
del ponte di Veglia, proteste a Fiume, missive inviate a Zagabria, ai competenti
ministeri. E’ stata così emendata la legge sulla Caccia, che permette durante
tutto l’ anno di abbattere la selvaggina alloctona presente nell’ area insulare,
ma i risultati sono alquanto modesti. Dapprima le scorribande dei cinghiali
riguardavano la zona di Tramontana, ossia la parte settentrionale di Cherso, ma
da diverso tempo gli animali – decidendo di allargare gli orizzonti di caccia –
si sono calati giù a Sud, causando gravi danni nei pascoli di Ustrine e Belej.
Dalla fine dell’estate ad oggi, all’allevatore Pierino Jurjako di Belej sono
state divorate una trentina di pecore. Sì, perché i cinghiali non si
accontentano più degli agnelli, ma attaccano anche le pecore, combinando
disastri. Il loro passaggio crea danni ad un settore plurisecolare e
profondamente radicato nei costumi dell’isola, incidendo anche sul paesaggio.
Parecchi infatti i muretti a secco, tipici del paesaggio chersino, che vengono
buttati giù durante le scorrerie dei cinghiali, i quali si accaniscono
naturalmente anche sulla vegetazione. I proprietari delle greggi vengono sì
rimborsati per ogni capo perduto, pagamenti che spettano al concessionario delle
zone di caccia, ma ciascuno di essi ha già fatto sapere che non gli interessa
tanto l’indennizzo, quanto l’eliminazione definitiva di questi animali
alloctoni. La presenza a Cherso dei cinghiali è frutto della dabbenaggine umana,
di coloro che un paio di decenni fa non pensarono (o forse sì) a quali rischi
stessero per sottoporre l’habitat chersino. L’ovinicoltura è insomma in pericolo
a Cherso e molti allevatori hanno già smesso o pensano seriamente di farlo,
impossibilitati ad avere un’attività remunerativa. Una tradizione che si perde
nella notte dei tempi, simbolo dell’isola, rischia purtroppo di scomparire per
sempre, con gravissime ricadute anche su turismo e settore ristorativo. A meno
che comune, regione e stato sappiano individuare una soluzione efficace, che
possa sradicare il deleterio, pauroso gironzolare di questi animali con le
zanne.
(a.m.)
IL PICCOLO - LUNEDI', 14 dicembre 2009
Nel buco della cava Faccanoni un bioparco nel giro di
10 anni - Costerà 8 milioni più Iva. Dipiazza: «Un’area favolosa»
IL PROGETTO DEL COMUNE
Ci vorranno circa dieci anni di lavori, minuziosamente contingentati, e otto
milioni più Iva, tra investimenti di start-up, costi di gestione e di chiusura.
Ma sulla carta, con un pieno di ecofondi regionali, nazionali ed europei, sarà
una partita redditizia per il soggetto gestore e pure per il soggetto
responsabile, cioè il Comune. In minima parte, per quest’ultimo, in realtà. Il
”guadagno” vero, in effetti, non si conterà in bigliettoni. Ma nel recupero,
pieno, di natura e paesaggio. Con l’impianto progressivo - via via che si
formerà un gradone di terra sopra l’altro - di alberi, arbusti, esemplari di
sottobosco nostrani che diventeranno una casa in più per gli animali selvatici
del Carso, dai caprioli ai cinghiali. E con la realizzazione - alla fine - di
appositi percorsi panoramici sul Golfo per triestini e turisti, dall’incrocio
tra Strada per Basovizza e Strada per Opicina fino al vecchio castelliere del
Monte calvo, circa 250 metri più sopra. Un ”bioparchetto”, una riserva insomma.
Ma dove tutto questo? Nel tratto di crinale più martoriato, al secolo Cava
Faccanoni. Un buco nel verde talmente grande - da 300 metri di larghezza per 150
d’altezza - che funge spesso da riferimento per chi va per mare. Ebbene, come
annunciato nei mesi scorsi, il buco che un tempo veniva sempre più svuotato
tornerà presto ad essere riempito di terra e roccia, diventando così area di
smaltimento di materiale inerte (non quello inquinato, però) proveniente dai
diversi cantieri del territorio triestino. Un primo assaggio da seicentomila
metri cubi di ”ripopolamento” è coinciso con gli scarti delle escavazioni per
fare le vicine gallerie Cattinara-Padriciano della nuova Grande viabilità. Ma
non basta.
IL PROGETTO Il riempimento, ideale s’intende, prevede un altro milione e mezzo
di metri cubi, pari a due milioni e 225mila tonnellate: ipotizzando un
trasferimento da cantieri provinciali alla Cava di 900 tonnellate al giorno, per
250 giornate lavorative all’anno, ecco che viene fuori il decennio di cui si
diceva. Un piano fattibile «senza particolari diffficoltà considerate le forti e
crescenti richieste di allocazione di materiali inerti che vengono espresse nel
bacino di riferimento della Cava». È quanto si legge all’interno del progetto di
«rinaturalizzazione morfologica e naturalistica della dimessa Cava Faccanoni» di
cui è responsabile il servizio Coordinamento amministrativo e Project financing
che fa capo al dirigente comunale Walter Toniati e, a livello politico, a
Roberto Dipiazza in quanto assessore ai Lavori pubblici.
LA VISITA È stato il sindaco in persona infatti, nei giorni scorsi, a ripetere
il sopralluogo fatto a fine estate. Stesso entusiasmo. Stesso convincimento. «È
un posto straordinario, che vista si godrà da lassù, fino alla vedetta. E in più
si farà rivivere un’area naturalistica enorme». Il fatto è che Dipiazza,
stavolta, si è portato dietro gli uomini della Regione. Gli stessi chiamati
adesso a esaminare il progetto nel suo insieme - spedito appunto dal Municipio
in Regione - nell’ottica di possibili finanziamenti, a cominciare dal direttore
centrale delle Risorse agricole, naturali e forestali Luca Bulfone. Uno dei due
interlocutori determinanti. L’altro è Roberto Menia, il sottosegretario
all’Ambiente.
TEMPI E SOLDI Il progetto di «rinaturalizzazione», a tale proposito, fissa la
road map - entro marzo 2010 lo svolgimento delle procedure di gara, entro
settembre l’assegnazione del progetto, la predisposizione dell’impianto e
l’avvio, entro il 2020 la gestione a pieno regime - e pure i soldi da mettere
sul piatto, contando anche l’Iva, nel prospetto di massima decennale: 5 milioni
e 316mila euro per l’avvio dell’attività, due milioni e 910mila per la gestione
nei dieci anni, un milione e 480mila per la chiusura dell’attività di
rinaturalizzazione. Una bella cifra. A questo punto, però, recita il piano
economico finanziario, entra in scena il «contributo di rinaturalizzazione»
legato ai fondi, previsto a 8,17 euro a tonnellata. Risultato, «ricavi di
gestione» e un Comune che, nel suo ruolo di regista e responsabile, «può
chiedere un contributo percentuale pari al 12% senza inficiare l’equilibrio del
rendiconto finanziario dell’operazione», vicino a «200mila euro annui
relativamente al primo anno di attività». «Il progetto - è la conclusione - si
presenta pertanto di notevole interesse consentendo di perseguire in modo
economicamente sostenibile molteplici benefici: soddisfazione economica
dell’investitore, introito per il Comune, rinaturalizzazione di un’area
strategica sotto il profilo paesistico per la città».
PIERO RAUBER
SEGNALAZIONI - «Trieste potrebbe insegnare molto sul
”valore” della decrescita»
«Nel 1901 il Consiglio industriale dell’Impero autorizzò
la costruzione della seconda congiunzione ferroviaria, la cosiddetta linea dei
Tauri o Transalpina...» (Elio Apih, Trieste, Laterza 1988). Si trattava di 414
km con 43 gallerie. Furono impiegati 70.000 operai. Nel 1909 l’opera era
conclusa.
I tempi di realizzazione, per i ritmi dello sviluppo industriale di allora,
erano fantastici. La ferrovia costituì un vero e proprio volano per il decollo
industriale della città, basato sulla cantieristica e sulla lavorazione delle
materie prime importate via mare, commercializzabili attraverso il porto. C'è di
che riflettere rispetto al progetto della Tav che oggi si vorrebbe realizzare.
Oggi i tempi di realizzazione sono immensamente più lunghi rispetto a
un’economia tumultuosa che pratica logiche completamente diverse da quelle di
cent’anni fa. Occorre essere economisti di vaglia per capirlo? Oggi le imprese
delocalizzano, oggi i centri si spostano: la direzione da una parte, la
produzione in capo al mondo; oggi la domanda muta continuamente e muta forma e
modi; oggi la rete brucia le idee e le tappe e una zona di scarsissimo interesse
può diventare il centro del mondo per poi sparire dopo pochi anni. A sapere
interpretare l’economia bisogna essere visionari.
La logica che continua ad ispirare la nostra classe dirigente è invece ancora
quella ottocentesca della ferrovia Transalpina. L’idea di progresso e sviluppo
implica la prevedibilità, implica la prefigurazione di tempi e modi nonché degli
obiettivi a lungo e medio termine. Lasciamo stare il lungo perché oggi anche il
medio termine è letteralmente polverizzato. La prevedibilità? Come insegna
l'ultima crisi, è un’arma spuntata. Il capitalismo oggi cresce e si sviluppa con
la velocità imprevedibile di una metastasi. Programmare il futuro, come intende
la nostra classe dirigente, è velleitario, piuttosto serve come armamentario per
tirare la morale pubblica. Promettere sviluppo, crescita, occupazione, modernità
a tutti i costi: non c'è differenza tra destra e sinistra in questa rincorsa.
L’unica cosa sulla quale ha senso lavorare è invece tirarsi fuori, rallentamento
intelligente e plastico. Non è un proposito bizzarro: c’è una letteratura in
campo. La scuola è quella della «decrescita» di Serge Latouche, di Georgerin
Roegen, di Ralf Steppacher. Certo, molte affermazioni possono sembrare folli,
appunto visionarie, ma la «decrescita» non ha nulla a che fare con l’abbandono
della crescita tout court, ha che fare con una ponderata gestione della
mutevolezza continua e con il contenimento dell’imprevisto nel rispetto della
biosfera. Valorizzare quello che abbiamo, subito, adesso, non domani. Proiezioni
corte e volte a conservare l'esistente e a migliorarlo per com’è. L’idea del non
sviluppo, del fermarsi per andare avanti, del marginalizzarsi per tornare al
centro, sfugge alla logica economicistica, fatta di tabelle e di cause ed
effetti.
Trieste è una città che è stata già lungamente in decrescita. Io credo che
potrebbe insegnare molte cose sotto questo punto di vista.
Marco Coslovich
SEGNALAZIONI - Parco del Mare
Strano, e contrario alla sua tesi, il paragone che il
presidente del Gruppo giovani Imprenditori usa nella replica alla mia lettera,
dove rimarcavo che, prima di ipotizzare un Parco del Mare a Trieste, andrebbero
risolte le carenze infrastrutturali esistenti, compreso il grave problema dei
parcheggi. Scrive infatti Andrea Gelfi che affrontare innanzitutto queste
questioni «equivarrebbe a voler costruire un autogrill in attesa che arrivi
l’autostrada». Appare chiaro a chiunque legga che «l’autogrill» del paragone
corrisponde al Parco del Mare, mentre «l’autostrada» ovviamente sta per le
infrastrutture di collegamento. Quindi è proprio Gelfi a proporre di costruire
il Parco del Mare anche se non ci sono ancora collegamenti sufficienti: cioè
l’autogrill prima dell’autostrada. A meno che non si voglia considerare
«autostrada» l’attuale A4, cioè quel serpentone di camion che condanna gli
automobilisti a interminabili code sotto il solleone. Può essere vero che
un’attrazione turistica contribuirebbe nel tempo ad aumentare i collegamenti, ma
è sicuramente anche vero che, fino ad allora, i visitatori sarebbero scoraggiati
dalla disastrosa situazione attuale (treni, aerei e strade del tutto
insufficienti): il classico serpente che si morde la coda.
Quanto alla grande opportunità di sviluppo per la città e di garanzia di
occupazione per i giovani, Gelfi si legga i resoconti sconfortanti sulla crisi
dei maggiori acquari italiani, contenuti nel dossier fornito dall’Enpa sul sito
www.enpa.it, dove uno studio corredato da grafici analizza le difficoltà
economiche in cui versano queste strutture a causa degli enormi costi di
gestione.
Perché mai a Trieste si vive solo di futuribili e fantasiosi progetti e si
distruggono le poche iniziative che potrebbero funzionare? Basti pensare alla
soppressione del Fest, unica manifestazione che stava facendo circolare il nome
di Trieste a livello internazionale (seguita addirittura da un collegamento
diretto su Rai Tre Scienza). Manifestazione che stava portando e avrebbe portato
in città un turismo di qualità, sfruttando una risorsa già a disposizione:
quella «cittadella della scienza» che tutti ci invidiano ma spesso sottovalutata
dai triestini. In realtà manca una promozione a largo raggio della specificità
storico-culturale di Trieste e delle sue bellezze naturalistiche, senza aver
bisogno di cimentarsi in un’impresa a rischio come quella di un acquario.
Perciò mi auguro che i giovani imprenditori abbiano delle «idee innovative» un
po’ meno condizionate da sparate di stampo pre-elettorale e da progetti che
resteranno probabilmente a livello di plastico illustrativo, come quello esposto
trionfalmente per mesi alla Camera di Commercio. Se già allora si fosse valutata
un po’ più seriamente l’operazione Parco del Mare, ci si sarebbe accorti che il
sito del mercato ortofrutticolo a Campo Marzio non era neppure tutto del Comune.
Giorgetta Dorfles - (per il Comitato in difesa delle Rive)
IL PICCOLO - DOMENICA, 13 dicembre 2009
Prestigiacomo: «Il nostro Paese vuole accelerare» -
«Martedì una proposta danese. Anche nel 2010 detrazioni del 55% sull’efficienza
energetica»
COPENHAGEN L'Italia spinge il piede sull'acceleratore dei
negoziati al 15.o vertice Onu sul clima in corso a Copenhagen. Per il ministro
dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, serve imprimere un'accelerazione.
Il quadro, ha detto, incontrando i giornalisti nella sede della delegazione
italiana al Bella Center al termine della riunione informale del pomeriggio in
cui è stato fotografato lo stato dei lavori, «non è molto progredito rispetto
alla partenza. La situazione non è negativa ma non c'è ancora chiarezza e gli
impegni sono ancora troppo generici».
Il ministro ha sottolineato che l'Italia lavorerà per un'accelerazione della
trattativa. «Bisogna lasciare aperti solo pochi e chiarissimi punti». E già
martedì, ha annunciato Prestigiacomo, potrebbe esserci «una nuova proposta della
presidenza danese». Da ora in poi, infatti, ha riferito il titolare
dell'ambiente, ci saranno una serie di consultazioni informali e bilaterali.
«Noi come Ue abbiamo le carte in regola - ha detto - abbiamo dato il via libera
a un congruo finanziamento e siamo pronti ad assumere impegni vincolanti». Anche
per il 2010 le detrazioni del 55% sull'efficienza energetica ci saranno. Lo ha
detto il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, rispondendo ai
giornalisti a margine di un incontro organizzato a Copenhagen per il vertice Onu
sul clima. «Per il 2010 - ha detto il ministro - è confermata nella Finanziaria
la detrazione del 55%». Per il ministro uno dei punti di incontro tra le
posizioni potrebbe essere la governance del finanziamento in modo che i paesi
sviluppati possano seguire la finalità degli interventi.
A livello Ue, ha riferito però Prestigiacomo, la posizione Usa viene considerata
«ancora insufficiente».
I giorni sono pochi. Sul tavolo duri negoziati soprattutto sul Protocollo di
Kyoto che in molti ora vorrebbero 'impallinarè ma non i paesi vittime dei
cambiamenti climatici che, guidati da Cina e India, ma anche Brasile e
Sudafrica, non sono disposti a negoziare il Trattato salva-clima che scade a
fine 2012 e che assicura loro risorse economiche. Da qui la loro 'marcià
negoziale per prorogarlo distintamente dal ramo parallelo della Convenzione Onu
sotto cui ricadono anche gli Usa.
Ma in molti, a metà strada del vertice che si è aperto il 7 dicembre scorso e si
chiuderà venerdì 18, sono convinti che, nonostante tutte le difficili manovre
che attendono i ministri, si riesca a portare a casa un risultato.
Primi tra gli ottimisti i francesi secondo i quali i negoziati sul clima alla
conferenza Onu di Copenhagen si «annunciano molto difficili» ma un accordo
dovrebbe comunque essere raggiunto nella notte del 18 dicembre, in occasione del
summit conclusivo dei capi di Stato e di governo, ha pronosticato Jean-David
Levitte, consigliere diplomatico e sherpa del presidente francese, Nicolas
Sarkozy. Oggi pausa di riflessione. Il Bella Center domenica chiude. Da domani
sarà di nuovo battaglia.
Piano particolareggiato, rispunta il «cubone»
- SDEGNO E AMAREZZA NEL COMITATO DI VIA BELPOGGIO, RAFFICA DI
LETTERE AI CONSIGLIERI COMUNALI
Marina Spaccini: «È inaccettabile che lo sgambetto
venga dall’amministrazione comunale»
Sdegno. Si è ristretta in una parola la reazione dei cittadini del «comitato
anti-cubone» di via Santa Giustina quando hanno saputo - secretazioni
permettendo - che il combattuto progetto edilizio sul retro di via Belpoggio,
per il quale hanno già vinto due battaglie al Tar e ottenuto una modifica
urbanistica che ha reinserito il blocco nel «centro storico» da cui era stato
enucleato nel nuovo piano regolatore, col piano particolareggiato del centro
storico stesso torna nel piatto tale e quale.
Morale. «Difendersi da costruttori e interessi privati fa parte della vita, ma
che lo sgambetto venga da un’amministrazione comunale è inaccettabile» afferma
la presidente del comitato, la dottoressa Marina Spaccini, che annuncia «stato
di agitazione» e una raffica di lettere a tutti i consiglieri comunali. «È un
fatto morale - rafforza Piero Sardos Albertini tra i fondatori del nucleo di
protesta - che crea grande sconcerto, siamo indignati e scandalizzati».
Metri. Progettata dall’architetto Lorenzo Gasperini, già sindaco di Muggia per
il Pdl, la serie di tre edifici è contestata come inaccettabile
«cementificazione». I cittadini hanno ottenuto, su proposta dell’opposizione,
che l’area fosse reinserita nel centro storico e con questo speravano di aver
ottenuto un progetto, perfino «partecipato», di minore impatto. Il piano del
centro storico invece riporta una scheda dove le tre case hanno altezza di 15
metri, come prima. Una discordanza tecnica tra documenti? Roberto Sasco,
presidente della commissione urbanistica: «No, centro storico non significa
inedificabilità, solo essere vincolati a prescrizioni costruttive. Ogni altra
cosa va affidata alle osservazioni dei cittadini».
In aula. Si ricomincia dunque daccapo, ma intanto il piano del centro storico va
già domani in consiglio comunale con l’intenzione - dice Sasco - di arrivare
all’adozione subito, lavorando in aula fino a esaurimento, anche perché per
lunedì 21 è pronto un nuovo calendario: Silos, park San Giusto e ampliamenti
all’Itis. Poi è Natale e si chiude.
Posti auto. Ma se questo cosiddetto «cubone» ha già una sua potente storia alle
spalle, nuove questioni si affacciano, da parte della stessa maggioranza e
dell’opposizione. Fabio Omero (Pd) osserva: «In commissione ho espresso
meraviglia per la scomparsa del Parco del mare, nonostante i 2300 posti auto
necessari se il progetto decollasse. Già il Piano regolatore indicava solo
genericamente che tali parcheggi andranno realizzati entro una distanza massima
di 500 metri di raggio dall’ambito, ovvero all’interno di un’area che comprende
all’incirca piazza Unità, villa Necker, Mercato ortofrutticolo. E 2300 posti
auto equivalgono a 56 mila metri quadrati - scrive Omero - qualcosa come otto
campi di calcio: da qualche parte andranno pur previsti.
Idee 2006. «Inoltre - aggiunge - i percorsi pedonali e le pavimentazioni di
pregio sono ripresi pari pari dal testo dell’architetto Alberto Cecchetto del
2006: per questo non comprendono il ponte di vetro sul Ponterosso, ma nemmeno la
pedonalizzazione di via Cassa di Risparmio e di piazza della Borsa».
Pietre. La maggioranza su proposta di Sasco porta due richieste di emendamento:
«Nel caso di rimozione di pavimentazioni in masegno o altre pietre originali,
essere devono essere recuperate e riutilizzate nello stesso sito, o comunque nel
centro storico; tutti gli elementi di arredo, dalle panchine alla fioriere, così
come i
GABRIELLA ZIANI
Terreni non più edificabili? Niente Ici - CONSEGUENZE
DEL NUOVO PIANO REGOLATORE «SENZA CEMENTO»
Per la perdita di valore commerciale. Ma il
proprietario deve segnalarlo
Qualcuno lo sa bene, ed è già andato a sistemare le cose. Qualcuno lo
scoprirà. Per i terreni privati marcati come «edificabili» che il Piano
regolatore ha trasformato in «non edificabili» non bisogna più pagare l’Ici, o
pagare una cifra diversa, talora piccolissima.
L’annullamento dell’imposta scatta dal momento dell’adozione del documento
urbanistico, senza aspettare l’approvazione finale e il sì definitivo della
Regione, e quindi la sua traformazione in legge.
«Il motivo è semplice - spiega Paolo Cavazzoni, direttore dell’agenzia di
riscossioni comunali Esatto -, i terreni pagano l’Ici non secondo un valore
catastale, come le case, ma secondo il prezzo commerciale dettato dal mercato:
anche la sola previsione che un terreno edificabile sia destinato a diventare
non edificabile ne fa crollare il prezzo di fronte a qualunque acquirente,
addirittura potrebbe esserci nessun acquirente, rendendo perciò pari a zero il
valore di quella proprietà, e dunque l’Ici non è più dovuta, oppure lo è nella
misura del nuovo valore della particella, che ciascun proprietario può farsi
certificare anche da un perito».
Ma il bello è che il cittadino ieri in possesso di un valore e oggi di nessuno
deve farsi parte attiva, e cioé andare a chiedere di persona che il bollettino
Ici non gli sia più inviato, oppure venga aggiornato, altrimenti il Comune
continua a riscuotere come prima. Viceversa, se un terreno acquisisce lo status
di «edificabile» e dunque il suo valore schizza in alto, gli uffici comunali ne
danno immediata comunicazione a Esatto, e l’Ici scatta d’ufficio.
Dunque l’operazione Piano regolatore «che non cementifica» e che toglie
edificabilità soprattutto in Carso, una scelta politica di cui l’amministrazione
Dipiazza e Dipiazza in prima persona si sono sempre detti orgogliosi per il bene
della città, avrà ripercussioni sulle casse del Comune stesso. «Io non credo di
molto» dice prudente Cavazzoni.
Ma Marco Milcovich, il presidente della circoscrizione di Altipiano Est che ha
fieramente avversato le scelte del Piano regolatore (soprattutto, come altri,
sostenendo che veniva violato il diritto delle famiglie a disporre di un terreno
per edificazioni a uso di contiguità familiare) afferma di aver fatto i conti:
«Solo in Carso - dice - è stata sottratta edificabilità a 535 mila metri
quadrati di terreno».
Se poi il Piano regolatore, ipotesi remota ma tecnicamente non impossibile,
venisse stravolto nei suoi principi fondamentali, oppure se i cittadini
firmatari di osservazioni e opposizioni vedessero accolte le proprie richieste
di revoca dei provvedimenti urbanistici e riavessero l’edificabilità, l’Ici
sarebbe automaticamente ripristinata. «Il terreno più grande che ha perso
attualmente valore in questo senso - spiega ancora Cavazzoni - è l’Area di
ricerca, per il resto sono tutte particelle piccole».
Un cittadino racconta di aver già fatto la pratica a Esatto, di corsa: «Ero
arrabbiato tempo fa perché il mio terreno, edificabile, in realtà non era
costruibile a causa delle misure, chiesi l’abbattimento dell’Ici: non era
possibile. Adesso invece me l’hanno reso agricolo, il sindaco mi ha penalizzato,
e io mi sono sganciato dall’imposta immediatamente».
(g. z.)
Treni, rincari dei biglietti fino al 17% - Attivo da
oggi il nuovo orario ferroviario Il Fvg salvato dopo una spesa di 3 milioni
Balzo delle tariffe per la seconda classe. I
collegamenti con Milano scendono da 13 a 11
TRIESTE Sono un po' di meno, viaggiano più veloci e costano di più. E' la
sintesi dei collegamenti ferroviari da Trieste direzione Milano e Roma fissati
nel nuovo orario di Trenitalia, attivo da oggi. I mezzi ad alta velocità da
Mestre verso le due maggiori città italiane determinano un adeguamento dei
prezzi dei biglietti, incrementati mediamente del 10%. Il ritocco all'insù
colpisce soprattutto la seconda classe: gli aumenti arrivano fino al 17%.
LA TRATTATIVA E' stata una partita faticosa per la Regione: nella prima bozza
del nuovo orario i diretti dal Friuli Venezia Giulia per Milano e Roma non
c'erano. Cancellati. L'assessore regionale ai Trasporti Riccardo Riccardi si è
incontrato più volte con Mauro Moretti, ad di Fs. La giunta ha pure partecipato
alle spese con 3 milioni di euro. E, alla fine, i diretti su Milano ci sono e i
treni per Roma vanno più veloci. «Ci siamo assunti un impegno e lo abbiamo
mantenuto - commenta Riccardi -, sono senz'altro soddisfatto. I 3 milioni? Uno
strumento di emergenza in uno sforzo congiunto con Trenitalia. Quanto al futuro,
il servizio migliorerà nella misura in cui migliorerà il sistema del trasporto
pubblico locale che contiamo di riuscire a rendere di anno in anno più
qualitativo».
MENO TRENI Tutto bene? Non proprio. Innanzitutto il numero dei collegamenti. Se
rimangono inalterati i trenta Trieste-Mestre quotidiani (purtroppo anche nei
tempi di percorrenza) e le partenze da Trieste verso Roma (14), diminuiscono (da
13 a 11) le possibilità giornaliere di andare a Milano. La novità del diretto
Frecciabianca delle 9.38 costa la diminuzione della frequenza mattutina. Dalle
4.30 alle 11.44 partivano fino a ieri 7 Trieste-Milano, ora solo 5.
IL RITOCCO DEL BIGLIETTO Meno treni su Milano e un po' più cari. Alta velocità,
alti prezzi. Il diretto (ai "vecchi" delle 6.35 e delle 17.02 si aggiunge quello
delle 9.38) costa 59,50 euro in prima classe e 44 in seconda, aumenti del 10,8%
e del 10,3% senza sostanziali risparmi di tempo: ci si continua a mettere circa
4 ore e 20 minuti. Biglietto ritoccato anche per le altre tratte su Milano (in
media dell'8%) e per quelle su Roma: tra il +4,6% e il +6,1% la prima classe e
tra il +16% e +17% la seconda.
I TEMPI L'Eurostar per Roma delle 7.49 impiegava 6 ore e 21 minuti. Ed era la
soluzione più veloce. Da oggi, almeno al mattino eccezion fatta per la partenza
delle 7.04, si va sotto le 6 ore. Il treno in partenza alle 6.35 porta nella
capitale in 5 ore e 38 minuti (fino a ieri erano 6 ore e 35 minuti), quello
delle 9.38 in 5 ore e 35 minuti. In sostanza poco meno di un'ora di tempo
guadagnato costa circa 7 euro in prima classe e 13 in seconda. Ma con l'obbligo
di cambiare a Mestre.
NEL RESTO D'ITALIA «Scelte che non stanno nelle autonomie della Regione»,
chiarisce Riccardi. Scelte che del resto Trenitalia ha fatto in tutta Italia. Al
netto di sconti e promozioni, con "batoste" anche più pesanti. A essere
maggiormente penalizzata è sempre la seconda classe: il Milano-Roma costa quasi
il 20% in più, il Bologna-Firenze il 32% in più, ma gli adeguamenti riguardano
anche gli Eurostar, non toccati dall'alta velocità. Per il Milano-Bologna
(seconda classe) si passa da 25,70 e 28,50: +10,9%.
L'ORARIO CARTACEO Dopo settimane di misteri il sito di Trenitalia riporta ogni
variazione di orari e prezzi. Con il computer sul tavolo si può programmare il
viaggio e prenotare il biglietto. Niente da fare, invece, con il metodo
tradizionale. L'orario su carta non c'è. Né in stazione né sul sito. Al link
Area Clienti compare la promozione di "In Treno", la linea editoriale della
compagnia che comprende pure la pubblicazione cartacea. Peccato che sia quella
con l'orario in vigore dal 14 giugno al 12 dicembre. Non serve più.
MARCO BALLICO
Controlli severi su ritardi, comfort e pulizia: multe
salate se Trenitalia non è in regola - LO PREVEDE IL CONTRATTO STIPULATO CON LA
REGIONE
TRIESTE Cinque treni sotto osservazione speciale, e
sessanta rilevazioni tra comfort e pulizia effettuate a partire da luglio: in
pratica, almeno una al mese. Questo il bilancio, a fine novembre, delle
operazioni di controllo su treni e effettuate dalla Regione nell'ambito del
nuovo contratto di servizio Regione-Trenitalia firmato nel mese di luglio. Un
contratto che, come si sa, prevede la possibilità di far pagare a Trenitalia una
serie di sanzioni nel caso non rispetti gli standard previsti. Oppure, nel caso
delle pulizie, che si impegni a effettuare pulizie supplementari nei casi in cui
quelle già fatte dovessero risultare, agli occhi dei «controllori regionali» non
soddisfacenti. Per quanto riguarda la puntualità, cinque sono i convogli che,
senza ulteriori interventi di Trenitalia, saranno colpiti dalla scure delle
multe: due viaggiano sulla linea Trieste- Portogruaro (il 2839 delle 6.26 e il
5811 delle 6.59), e tre sulla Venezia -Udine (il 5920 delle 6.18, il 5980 delle
15.18 e il 2838 delle 20.56). Treni, specialmente quelli provenienti da Trieste,
usati dai pendolari, e quindi particolarmente importanti dal punto di vista
della puntualità.
Importanti anche per Trenitalia, dal momento che su questi tre treni rischia la
multa: il contratto infatti prevede un parametro che prevede il 90,86% di treni
con un possibile lasco tra gli 0 e i 5 minuti, e il 97,72% di treni con un lasco
tra i 6 e i 15 minuti. Se Trenitalia non rispetterà tali indici di puntualità,
si vedrà affidare una multa di 15mila euro per ogni decimo di punto percentuale
in più. C'è poi il problema del sovraffollamento, che per alcuni convogli,
specie nelle ore di punta, diventa drammatico: un esempio è per l'Udine-Trieste
delle 6.46 (numero 2841) che diventa una bolgia dopo la fermata di Cervignano, o
il Venezia Udine delle 17.04 (anch'esso treno usato soprattutto da chi rientra
dal lavoro). Problemi che comunque, ha specificato Trenitalia, dovrebbero
risolversi a breve: erano infatti dovuti alla riparazione di alcune carrozze che
hanno dovuto restare in manutenzione per qualche periodo. Per quanto la
puntualità, invece, i tempi di recupero saranno più lunghi: secondo quanto
riferito dal direttore del Trasporto regionale in Fvg di Trenitalia Mario
Petenella, «saranno risolti all'80% con l'arrivo del nuovo materiale rotabile».
Che Trenitalia garantisce arriverà sulle rotaie regionali entro il 2011: proprio
in questi mesi infatti è partita la gara d'appalto per il reperimento dei nuovi
convogli. Si tratta di quattro Vivalto, per i quali Trenitalia ha già dato il
via alla procedura di acquisto: procedura complessa, dalla durata di oltre un
anno e mezzo, visto che parte dall'ordine di realizzazione dei convogli che sono
disponibili solo su commissione. I treni saranno utilizzati sulle linee di
maggior afflusso di viaggiatori e pendolari: la Trieste-Venezia, la
Trieste-Udine e la Udine Venezia, e andranno a sommarsi agli elettrotreni
modulari acquistati dalla Regione, con almeno 230 posti a sedere, omologati per
la circolazione sulla rete italiana e slovena andranno infatti a sostituire le
vecchie automotrici Ale 801 attualmente in servizio con un'anzianità media di
circa 32 anni.
ELENA ORSI
Hack: «Dovremo ricorrere al nucleare» - «Il vertice
darà più consapevolezza sui rischi del pianeta. L’Italia è arretrata»
L’INTERVISTA. SCARSO OTTIMISMO DELLA SCIENZIATA SUL
DOPO-COPENHAGEN
TRIESTE Nessuna illusione, secondo Margherita Hack dal vertice sul clima di
Copenhagen non arriverà nessuna misura concreta per migliorare la situazione
mondiale, ma «qualche cosina accadrà di certo», almeno finalmente «tutti si
renderanno conto di quali rischi corre il pianeta e che l’atmosfera non ha
confini». E per il futuro? la Hack non ha dubbi: il petrolio finirà e dopo non
resteranno che le energie rinnovabili e il nucleare «che non deve essere
demonizzato perché non ne potremo fare a meno».
Professoressa Hack, allora è pessimista?
No, non sono troppo ottimista, penso che quello di Copenhagen sarà un buon
vertice, ma non ci spero molto. Sicuramente, forse, ci sarà più consapevolezza
sui rischi che corre il pianeta con l’inquinamento che non ha barriere o confini
come l’atmosfera.
Dove nasceranno le difficoltà al vertice?
Con i Paesi in via di sviluppo, che diranno ”voi avete consumato, prodotto e
inquinato, ora tocca a noi perchè abbiamo bisogno di crescere e voi ora ci
mettete il freno”.
Cosa bisognerebbe fare allora?
I Paesi ricchi dovrebbero impegnarsi a versare più soldi ai paesi in via di
sviluppo e soprattutto dare tecnologie per spingerli a investire in energie
alternative e nelle produzioni con sistemi che inquinano meno. Inoltre i paesi
più ricchi dovrebbero ridurre gli sprechi e i consumi, a cominciare dalle
famiglie e dai singoli sino alle realtà industriali. Bisogna consumare di meno e
non si può tenere acceso il riscaldamento acceso con le finestre aperte.
L’Italia come si sta comportando?
Basta guardare all’invito fatto dal ministro ai trasporti Matteoli che vuole
portare il limite di velocità in autostrada a 150 all’ora! È una pura
stupidaggine perché vuol dire aumentare il consumo di carburante e immettere più
CO2 nell’atmosfera. Bisognerebbe fare il contrario e costruire delle auto che
non arrivino neppure ai 150 all’ora.
Ma in Italia qualcosina è stata fatta, è partita pure la raccolta differenziata
di rifiuti...
Certamente, ma alla fine la Germania ci fa pagare per ritirare questi rifiuti e
con questi si riscalda. Noi paghiamo il loro riscaldamento! Questo è il segno
della nostra arretratezza culturale.
Da Copenhagen arriverà almeno qualche invito?
Sì, a fare tanti piccoli passi per migliorare l’ambiente. Se lo facciamo in
Italia ci saranno 55 milioni di piccoli passi che diventeranno 6 miliardi se
tutto il mondo si muoverà e tutti cercheranno di risparmiare. Un’esempio tra i
tanti: gli allevamenti intensivi di animali. Ma lei sa che è una delle maggiori
cause di inquinamento atmosferico? Bisognerebbe mangiare meno carne e oltre a
ridurre l’inquinamento farebbe soffrire anche di meno gli animali. Penso che il
vertice darà qualche segnale, sensibilizzerà le persone.
E cosa ne pensa del futuro del petrolio?
È chiaro a tutti che non è inesauribile, finirà e dovremo ricorrere ad altre
fonti energetiche. Proprio per questo sarà necessario utilizzare il nucleare
accando all’aumento dell’utilizzo dell’energia alternativa data dal solare e
dall’eolico che putroppo non sono sufficienti. Il nucleare è stato troppo
demonizzato, le centrali di oggi sono molto più sicure di quella di Chernobyl.
Resta, certamente, il problema delle scorie che bisognerà stoccare in profonde
miniere. Rischi ce ne sono soprattutto in Paesi come l’Italia e bisognerà fare
grande attenzione perchè queste scorie non finiscano in qualche discarica
abusiva. Il pericolo in questo caso sarebbe enorme.
GIULIO GARAU
Tondo categorico: «no» all’atomo a Monfalcone - «Non se
ne parla: il nostro impegno è la sicurezza di Krsko»
IL PRESIDENTE FVG SULL’ENERGIA
MONFALCONE «Ipotizzare che Monfalcone possa essere inserita in una presunta
lista dei siti nucleari, significa fare terrorismo psicologico. E chiedermi che
posizione intendo assumere a riguardo è una falsa domanda. Piuttosto la Regione
è fortemente impegnata per la messa in sicurezza della centrale di Krsko.
Abbiamo coinvolto il governo in questo senso, tanto che mercoledì a Roma avrò un
incontro con Enel».
Il presidente della Regione, Renzo Tondo, insomma è stato lapidario:
«Smettiamola di fare terrorismo psicologico - ha obiettato -. Il nostro impegno
verso la Slovenia, peraltro, significa che non c’è alcuna ragione di chiamare in
causa Monfalcone. Pensiamo dunque alla vera priorità, che è quella oltreconfine».
Il presidente ieri è giunto in piazza della Repubblica nel pomeriggio, assieme
al coordinatore regionale Isidoro Gottardo, per incontrare e sostenere i
rappresentanti del Pdl, in occasione dell’avvio della campagna di tesseramento.
Il coordinatore comunale Giuseppe Nicoli ha fatto gli onori di casa. Tra gli
altri, c’erano i sindaci Antonio Calligaris, di Fogliano, e il consigliere
regionale di An, Roberto Marin, il consigliere comunale di An, Suzana Kulier e
il consigliere comunale di An a Staranzano, Pasquale Pusateri.
Danni in Val Rosandra, ditta condannata - Patteggiati
due mesi e 7mila euro di multa per il danno ambientale procurato
SAN DORLIGO Asportazione di un parapetto sul primo
ponticello all'imbocco del sentiero, rimozione di un muretto a secco delimitante
l'argine del torrente, scortecciamento di quattro piante ed abbattimento di
altre due, allargamento del sentiero mediante scalpellatura della roccia in più
punti, nonché demolizione del canale in pietra che anticamente portava l'acqua
ai mulini. Per queste ed altre “attività” Carlo Alberto De Cecco, legale
rappresentante della De Cecco - Opere a verde srl, ditta di Pozzuolo del Friuli
che aveva ricevuto in subappalto i lavori di sistemazione sentieristica nella
Riserva naturale regionale della Val Rosandra nell'ambito del progetto
Interregionale III A/Phare CBC Italia Slovenia “La Val Rosandra e l'ambiente
circostante” da parte della ditta appaltatrice Edilverde, ha patteggiato la pena
detentiva inflitta dal Tribunale di Trieste pari a due mesi (con sospensione
condizionale) e 7 mila euro di multa per “danno ambientale”.
Questo il verdetto dell'udienza preliminare svoltasi venerdì mattina al
Tribunale del capoluogo giuliano nella quale il Sindaco di San Dorligo della
Valle Fulvia Premolin si è costituito parte civile nel procedimento penale
contro Carlo Alberto De Cecco. Soddisfatto il primo cittadino di San Dorligo
presente in aula: «Tra 60 giorni verrà emessa la sentenza ed il nostro avvocato
Andrea Frassini valuterà quale sarà la possibile pena pecuniaria da proporre
come risarcimento del danno sia economico che morale». Dal reato contestato al
De Cecco il Comune di San Dorligo - come espresso tramite una delibera giuntale
del Comune - aveva chiesto “danni di natura patrimoniale e non patrimoniale,
nonché danni all'immagine dell'ente».
Tante infatti le “irregolarità” commesse da parte della ditta friulana come
ricorda anche il sindaco Premolin: «Per fortuna i danni sono stati subito
ripristinati ma ricordo perfettamente quando per sistemare i sentieri della Val
Rosandra gli operai della De Cecco si sono presentati nella Riserva naturale con
dei mezzi cingolati di grossa portata, decisamente inadeguati per questo
territorio estremamente delicato: non appena abbiamo capito che i lavori
venivano eseguiti in maniera errata abbiamo subito bloccato la ditta
subappaltatrice».
Il progetto Interreg «La Val Rosandra e l’ambiente circostante», risalente alla
seconda Giunta Pangerc, dopo oltre tre anni di attesa era partito concretamente
nella primavera del 2007.
Promosso dalle Comunelle di Dolina, Bagnoli e Sant'Antonio in Bosco ed altre
associazioni locali grazie ad un finanziamento europeo pari circa a 600 mila
euro, il progetto, coordinato dal Comune di San Dorligo della Valle, ha visto la
realizzazione di diverse opere di miglioria dell'area. Tra queste la
ristrutturazione del Centro visite di Bagnoli della Rosandra, la
riqualificazione delle vedette di Moccò, San Lorenzo e Crogole, una serie di
interventi sulla segnaletica e sui sentieri principali, nonché la restaurazione
della chiesetta di Santa Maria in Sauris.
Riccardo Tosques
IL PICCOLO - SABATO, 12 dicembre 2009
Rigassificatore, Muggia va al referendum - Nesladek:
«Abbiamo il dovere di sentire il polso del paese, è giusto che ci contiamo»
IL SINDACO UFFICIALIZZA LA SCELTA, PIÙ SIMBOLICA CHE
LEGALE
MUGGIA Una consultazione popolare per esprimere la propria opinione sulla
realizzazione del rigassificatore di Zaule. Questa la proposta lanciata in via
ufficiale da parte del sindaco di Muggia Nerio Nesladek il quale rincara la
dose: «Al momento di decidere i politici potranno prendere anche risoluzioni
impopolari, se lo riterranno, ma dovranno farlo ben sapendo qual è la volontà
dei cittadini».
L'INIZIATIVA Il progetto della consultazione secondo le intenzioni del primo
cittadino dovrebbe prendere forma entro il prossimo anno. Atta a tastare una
volta per tutte il sentimento dei cittadini sull'impianto di rigassificazione
proposto da Gas Natural, l'iniziativa, da un punto di vista prettamente
giuridico, non avrà però alcun peso: «Siamo consci - spiega Nesladek - che sarà
un “referendum” che non avrà purtroppo valore legale, anche perché riguarda
insediamenti che, seppur per pochi metri, non insistono sul nostro territorio ma
su quello di Trieste. Ad ogni modo -prosegue il sindaco - abbiamo il dovere di
sentire il polso del paese, anche per poter rispondere alle critiche di chi ci
accusa di essere una minoranza paladina del “no se pol” che vuole bloccare lo
sviluppo: noi invece pensiamo di rappresentare gli interessi e i sentimenti
della maggioranza della popolazione ed è giusto dunque che ci contiamo». Quello
che il primo cittadino di Muggia ha lanciato dunque chiaramente, un vero
“referendum”, che il Comune non potrebbe indire, perché territorialmente non
competente, ma solo una consultazione che «avrà sicuramente e comunque un forte
peso a livello istituzionale».
Ma a chi sarà aperto questo “referendum”? «Riteniamo utile che anche i residenti
di Trieste partecipino a questa consultazione - puntualizza Nesladek - perché se
ci sono rischi collegati al rigassificatore questi sono sì per Muggia e San
Dorligo della Valle, ma nondimeno potrebbero ripercuotersi in popolosi rioni di
Trieste come Valmaura, Borgo San Sergio e Servola». La macchina organizzativa
per la consultazione popolare partirà nelle prossime settimane con la
convocazione delle riunioni operative con i comitati e le forze della società
civile e politica che hanno espresso dubbi o contrarietà sul rigassificatore.
Nesladek ha infine lanciato un appello: «Chiediamo fin da ora l’aiuto
finanziario agli sponsor e a tutti quei privati che hanno a cuore la questione,
avendo già l’evidenza che non tutto il mondo economico e imprenditoriale è
favorevole al rigassificatore».
LE REAZIONI «Esprimendo la massima fiducia nel sindaco Nesladek, saluto
positivamente questa proposta, fermo restando la grande utilità della raccolta
porta a porta delle firme nel nostro territorio». Il sindaco di San Dorligo
della Valle Fulvia Premolin analizza così la proposta avanzata dal pari grado di
Muggia. Diversa invece la reazione del membro del comitato promotore contro il
rigassificatore di San Dorligo, Laura Riccardi Stravisi (Cittadini): «Apprezzo
il lavoro e la serietà del sindaco Nesladek che si sta battendo su un tema così
importante, ad ogni modo, se è vero che l'indizione di un vero referendum è
inammissibile, ritengo che sia più opportuno indirizzare i nostri sforzi su
azioni più concrete». La Stravisi ha ricordato che la firme raccolte dai due
comitati paralleli (San Dorligo e Muggia) «verranno presto consegnate ai
rispettivi sindaci che a loro volta le faranno pervenire al prefetto di
Trieste». Questo infine il punto di vista del coordinatore del Comitato per la
salvaguardia del Golfo di Trieste Giorgio Jercog: «L'iniziativa di Nesladek
potrebbe rivelarsi come un'utile consultazione informativa per far conoscere
ulteriormente il folle progetto del rigassificatore, quindi accolgo con un
plauso tale proposta».
RICCARDO TOSQUES
Industria triestina, un tavolo a Roma per sbloccare il
nodo delle bonifiche - Rigassificatore: favorevoli Menia, Dipiazza, Bassa
Poropat, Rosato.
ANNUNCIO DI MENIA: IL SUMMIT IL 21 DICEMBRE
O stavolta, o si perdono altri finanziamenti. Il monito arriva dal
sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, che ieri ha comunicato di aver
inviato agli enti coinvolti nell’accordo di programma per il Sito inquinato di
Trieste (Regione, Provincia, Comuni di Trieste e Muggia, Autorità portuale e
Camera di commercio) le lettera con la convocazione a Roma, il 21 dicembre, per
la firma dell’intesa.
L’annuncio è avvenuto durante la presentazione della dodicesima edizione
dell’annuario ”Impresa&economia” (CpL edizioni), alla Camera di commercio di
Trieste. Presentazione introdotta appunto da Menia, con un ampio excursus
sull’economia triestina e sui segnali di ripresa. Un quadro in cui il
sottosegretario ha parlato di elementi positivi (l’avvio dei lavori per la terza
corsia dell’A4, i fondi per la piattaforma logistica del porto di Trieste), ma
anche di fattori frenanti (collegamenti ferroviari, lentezze nel progetto Tav).
«Punto imprescindibile per lo sviluppo di Trieste – ha rimarcato Menia – è una
significativa presenza industriale, adesso troppo debole. E per questo va
sciolto il nodo delle bonifiche del Sito inquinato». Restando in tema di
industrie il sottosegretario ha poi affermato che «la chiusura della Ferriera
nel 2014 sarà possibile se si creano le condizioni per assorbire il personale e
insediare nuove attività. Ecco perchè – ha ribadito – sostengo la creazione del
polo energetico, e ritengo valida la scelta del rigassificatore, tenendo
presenti la sostenibilità ambientale e la salute pubblica».
Il tema del rigassificatore ha occupato gran parte degli altri interventi,
moderati da Roberto Morelli, direttore di ”Impresa&economia”. Il sindaco
Dipiazza ha ribadito i vantaggi (bonifica dell’area, catena del freddo, una
quota di gas annuo per AcegasAps), e rilevando che «le polemiche sono legate
agli interessi dei vicini Paesi».
«Il rigassificatore consentirebbe la bonifica – ha sostenuto la presidente della
Provincia, Bassa Poropat – e poi non possiamo permetterci di respingere alcun
investimento. Non sono assolutamente contraria. I cittadini hanno però diritto
di essere informati, e Gas Natural non ha ancora fornito i dati necessari per
decidere».
Oltre al vantaggio della bonifica, il presidente di Assindustria Sergio Razeto
ha messo in luce i 500 milioni di investimenti, ritenendo «doveroso che gran
parte di questi fondi veda coinvolte imprese del territorio».
A sostegno del rigassificatore si è dichiarato anche l’on. Ettore Rosato (Pd):
«Ci ho creduto molto, sin dall’inizio. Lo si può fare bene, in maniera utile per
la città. Bisogna garantire la massima sicurezza e spazi per nuovi insediamenti
industriali. Il rischio è però che l’iter diventi defatigante e improduttivo».
GIUSEPPE PALLADINI
Bandelli boys, in 160 brindano a Basovizza - Dopo il rigassificatore dubbi sul trasferimento del Burlo a Cattinara
Dal 14 dicembre al 28 febbraio, inoltre, “Un’altra Trieste” scenderà nelle piazze per raccogliere i suoi questionari sul rigassificatore
CENA DI ”UN’ALTRA TRIESTE”
Franco Bandelli e la sua creatura, l’associazione “Un’altra Trieste”
continuano a muoversi a tutto campo: dopo il rigassificatore, tocca alla sanità.
La prossima assemblea pubblica dell’associazione, che si terrà il 14 dicembre
alle ore 18 all’hotel Savoia, si intitolerà infatti «Sanità triestina, perché un
nuovo Burlo?».
L’approccio sarà quello che ormai contraddistingue la linea “bandelliana”:
adesione al Pdl, almeno formale, ma approccio critico. «A noi interessa proporre
una politica nuova, partecipata» - dice Bandelli, che per l’assemblea del 14
annuncia ospiti importanti: «Interverrà il dottor Secondo Guaschino, preside
uscente della facoltà di Medicina – afferma –, è un convinto e autorevole
assertore del trasferimento del Burlo a Cattinara, ascolteremo le sue
spiegazioni e diremo la nostra». Per quanto riguarda la posizione di “Un’altra
Trieste” niente è ancora stato deciso: «Non abbiamo un approccio preconcetto –
dice Bandelli – l’unico dubbio certo che abbiamo fino a ora è sull’opportunità
di utilizzare il project financing». Punto fermo è invece la funzione
d’eccellenza del centro: «Porteremo dati e analisi – spiega il fondatore di
“Un’altra Trieste” -: il 70% delle prestazioni erogate dal Burlo coprono
richieste provenienti da fuori città: vogliamo che la straordinarietà di questa
struttura sia garantita». Dal 14 dicembre al 28 febbraio, inoltre, “Un’altra
Trieste” scenderà nelle piazze per raccogliere i suoi questionari sul
rigassificatore: «Li abbineremo a una raccolta di firme per garantire il
risultato». Dal 14 dicembre al 28 febbraio, inoltre, “Un’altra Trieste” scenderà
nelle piazze per raccogliere i suoi questionari sul rigassificatore: «Li
abbineremo a una raccolta di firme per garantire il risultato».
In attesa dell’incontro i “Bandelli boys” rivendicano il successo
dell’associazione, che nel giro di poche settimane avrebbe raccolto 400
adesioni. Giovedì scorso si è svolta la cena di “Un’altra Trieste”, che ha visto
oltre 160 persone riempire l’Hotel Posta, gestito dall’ex sindaco di Monrupino
Alessio Krizman. Tra gli ospiti l’assessore regionale Alessia Rosolen e l’ex
deputato di Forza Italia Gualberto Nicolini. Il tutto mentre in Consiglio
comunale non tutto fila liscio per i ”Bandelli boys”. Calca la mano il
consigliere Salvatore Porro: «Qualcuno nel Pdl ci sta provocando – dice – così
da far cadere la giunta Dipiazza».
Giovanni Tomasin
«Il Prg non affronta i veri nodi» - Le associazioni ambientaliste bocciano la Variante 118 - OSSERVAZIONI
Wwf, Italia Nostra e Triestebella
Un Piano regolatore ”minimalista”, che non affronta le questioni di fondo
che pesano sulla città, aggravato per di più da quel Piano casa regionale che
distruggerà quel poco di buono che in città è rimasto, bypassando l’annunciata
riduzione dell’edificabilità del nuovo strumento urbanistico triestino.
E’ una bocciatura incondizionata quella che gli ambientalisti triestini hanno
riservato alla variante 118 del Piano regolatore cittadino, affidando al
protocollo comunale un documento con una cinquantina di osservazioni. Se ne è
parlato ieri in una conferenza stampa organizzata nella sede del Wwf da Dario
Predonzan, Fabio Zubin e Roberto Barocchi, rispettivamente di Wwf, Italia Nostra
e Triestebella. Ha aderito all’iniziativa anche Legambiente.
All’incontro era presente anche Marco Simic, in rappresentanza del Coordinamento
dei comitati cittadini e associazioni ambientaliste ”Più verde meno cemento” che
ha chiesto al Comune di partecipare alla futura discussione sulla Variante 118,
in merito all’iter relativo alla Valutazione ambientale strategica (Vas). «Sulla
Vas – hanno spiegato i relatori – c’è stato un grave errore di fondo. E’ uno
strumento di valutazione, condivisa e partecipata, sulle scelte di
trasformazione del territorio che il Comune ha limitato solo alla fase
successiva all’adozione della variante».
«Questo indica una mancanza di strategia – ha rincarato Predonzan – come
dimostra pienamente il fatto che nella variante non sono stati toccati alcuni
dei temi più importanti per il futuro della città, come la riconversione della
Ferriera, la realizzazione del rigassificatore di Zaule, le questioni della
residenza».
Su quest’ultimo punto gli ambientalisti hanno osservato come, a fronte di circa
5mila domande di alloggio inoltrate all’Ater, rimangano vuote e non riconvertite
in città almeno 7.500 abitazioni, e ulteriori 52mila siano sottoutilizzate.
«Perché non pensarci – ha sostenuto Predonzan – piuttosto che subire le deroghe
di quel Piano casa regionale che, rispetto ai paletti introdotti da altre
regioni, consentirà ai costruttori in regione di incrementare volumetrie,
vanificando tra l’altro la riduzione dell’edificabilità in città predisposta dal
nuovo strumento urbanistico?».
Sulle singole osservazioni, gli ambientalisti hanno ribadito l’inadeguatezza del
fronte Rive per il futuro Parco del mare, da realizzare invece nell’area del
Porto Vecchio. ”No” deciso pure alla residenzialità nell’ex Caserma di Banne e
nell’area della vecchia stazione di Campo Marzio. Sì invece a spazi verdi e
attrezzati nell’area del Burlo Garofolo, della Maddalena e della Fiera.
Maurizio Lozei
Park San Giusto ai privati, taglio del nastro nel 2014
- CONCESSIONI, VARIANTI E BUSINESS PLAN IN UNA SOLA DELIBERA
Ok al progetto della giunta Dipiazza, ma decisivo sarà
il voto del Consiglio comunale
Confermata l’uscita della partecipata Amt dalla lista dei soci. La maggioranza
passa ora ai costruttori. Entra con il 30% anche Friulia
Un tour de force di due settimane per chiudere un decennio di equivoci,
frenate e retromarce. E per immaginare, già all’inizio del 2014, il taglio del
nastro di un’opera così complessa da esser sembrata, a più riprese, praticamente
impossibile. Da qui a Natale si gioca infatti il destino di Park San Giusto, il
garage di cinque piani e 718 posti che l’omonima spa conta di realizzare con la
formula del project financing dentro la pancia del colle, alle spalle del Teatro
Romano, con accesso pedonale garantito da due ascensori di 60 metri che
spunterebbero a due passi dal piazzale della Cattedrale. Una partita colossale
che funge da premessa a tutte le possibili rivoluzioni del futuro Piano del
traffico.
LA DELIBERA A meno di cedimenti di maggioranza sempre in agguato da quando ci
sono Bandelli Boys e leghisti - ma l’idea di questo megaintervento nata nel ’99
in epoca Illy potrebbe anche trovare inediti consensi trasversali - lunedì 21
dicembre il Consiglio comunale voterà, dopo un passaggio preliminare nelle
commissioni Lavori pubblici e Urbanistica in agenda la prossima settimana, il
nulla osta già dato mercoledì dalla giunta Dipiazza e giovedì dalla Quarta
circoscrizione alla superdelibera su Park San Giusto, costruita su indicazione
dell’assessore delegato Paolo Rovis dal vicedirettore generale del Municipio
Mauro Silla, dal dirigente del Servizio Grandi opere Walter Toniati e dalla
referente dell’Ufficio Project financing Alice Turchetto.
Di superdelibera si tratta perché scavalca, con un unico documento, una serie di
scogli burocratici che avevano frenato l’iter. E vale al tempo stesso da
progetto definitivo, variante urbanistica e convenzione per le concessioni
pluriennali degli spazi che saranno gestiti dai soci della spa.
I PRIVATI Due giorni più tardi rispetto alla seduta del Consiglio comunale,
quindi mercoledì 23, l’antivigilia di Natale, andrà in scena infine un’assemblea
straordinaria dei soci della Park San Giusto spa, che ratificherà a sua volta
quella che è la condizione numero uno contenuta nella delibera targata Rovis:
l’uscita di scena di Amt - la partecipata del Comune che ne detiene l’87% delle
quote - dalla stessa spa, dove l’azienda di mobilità pubblica figura socio di
maggioranza con il 75% abbondante delle azioni, che oggi valgono circa 900mila
euro. A quel punto - e non sarà più affare del Municipio bensì dei soci rimasti
- sarà messo nero su bianco il nuovo assetto societario: Carena, Riccesi, Celsa,
Fedrigo, Mecasol e Arm Engeenering di Padova compreranno buona parte delle
azioni liberate da Amt, passando dal 2,74% a testa di oggi a una percentuale
paritaria superiore al 10%, così da arrivare assieme alle friulane Ssm e Acu
Park del gruppo Aci - che dovrebbero mantenere le quote attuali per un totale
vicino all’8% - a una proprietà attorno al 70% della Park San Giusto spa.
FRIULIA E COMUNE Il resto, come già circolava voce, sarà acquisito
(temporaneamente?) da Friulia, la finanziaria regionale che - oltre a sollevare
di un tot di oneri immediati i costruttori per la transazione delle quote stesse
- è stata l’ente estensore e certificatore del piano economico inserito nella
superdelibera. Il provvedimento transitato in giunta e atteso al voto del
Consiglio, cancellando Amt dalla lista dei proprietari dell’apposita spa, chiama
dunque fuori il Municipio e la sua partecipata dal rischio d’impresa. Rischio
che, se così lo si può chiamare, si limita di fatto ai 9 milioni di euro già
stanziati per compartecipare alle spese di un’opera di cui viene ribadita la
valenza strategica a livello di utilità collettiva, in cambio di 34 stalli
riservati.
IL NUOVO PROGETTO Ma quella dell’esenzione di Amt non è che la prima pedina di
un effetto domino. Nella delibera, come cambiato in corso d’opera rispetto al
progetto originale, il ”buco” per l’accesso delle automobili non coincide più
con il tunnel anti-aereo che incontra più in là la galleria Sandrinelli, tra la
pizzeria Copacabana e la scalinata di Santa Maria Maggiore, ma per minimizzare
le ricadute dei lavori si sposta davanti all’ormai ex succursale del Carli
tornata sede comunale. Da qui la necessità di approvare la novità come variante
urbanistica, che serve peraltro per l’apposizione di un vincolo di esproprio più
rapido. L’istituto giuridico passa in effetti dalla superficie di proprietà alla
«proiezione sotterranea» dalla quota di -10 metri.
TEMPI E COSTI Il documento benedice poi l’ultimo business plan col timbro
Friulia, che attesta come l’investimento totale sia lievitato da 26 a 34
milioni. E diventa, stringi stringi, il Vangelo per la realizzazione dell’opera:
i tempi di realizzazione sono fissati a manica larga a 48 mesi. La convenzione
definisce infine la durata delle concessioni alla nuova cordata di costruttori,
cui si dovrebbe accodare un ulteriore socio gestore: 36 anni che diventano 90
nel caso dei box cedibili a terzi, più 138 stalli a cielo aperto a cominciare
già dal primo gennaio 2011 nei dintorni dell’ingresso a valle attualmente
affidati ad Amt. L’assetto di San Giusto, invece, a parte i due ascensori
all’angolo di via della Cattedrale, non cambierà.
PIERO RAUBER
CENTRO STORICO - Dopo l’Epifania partono i sondaggi
archeologici - Rovis: «Era un’idea in coma assistito, l’abbiamo risvegliata»
«Era un progetto in coma assistito, l’abbiamo
risvegliato», si mostra ottimista l’assessore Paolo Rovis. Fu lui un anno e
mezzo fa - incassata la delega ai Project financing col rimpasto di giunta nato
dalle elezioni regionali - che decise di «mettere di fronte a una responsabilità
precisa i soci privati. Non era ad Amt che dovevano essere attribuite le quote
di maggioranza ma a loro perché il rischio d’impresa spettava a loro. E loro
hanno dimostrato di credere in questo progetto, che diventa project financing
puro». A questo punto la prima traccia che dirà se il progetto di Park San
Giusto è davvero decollato sarà già visibile dopo le festività natalizie. I
sondaggi archeologici, per verificare cosa c’è sotto, partiranno infatti nelle
giornate successive all’Epifania. Sono previsti sei mesi di scavi e accurate
valutazioni tecniche, per un impegno di spesa dedicato di 428mila euro. Nel
frattempo maturerà, dopo quella definitiva, anche la progettazione esecutiva.
Tempi e costi dipenderanno ovviamente da quali reperti saranno scovati.
Venissero fuori pezzi di pregio assoluti, la proiezione di quattro anni
finirebbe in discussione e la dicitura ”rischio d’impresa” tornerebbe
d’attualità di prepotenza, posto che il Comune i suoi nove milioni (su 36) li ha
messi. «Se gli eventuali reperti si riveleranno compatibili col procedere dei
lavori, questi saranno tutelati e resi visibili altrimenti si concorderà come
operare con la Soprintendenza», precisa Walter Toniati, il dirigente del
Municipio attuale responsabile del servizio Project financing, che tiene anche
ad assicurare chi abita sopra i futuri scavi per la realizzazione del
megaparceggio: «Gli interventi verranno effettuati con le tecniche più evolute,
che non prevedono esplosivi bensì macchine perforatrici e attività concomitanti
di tunnelling, cioè di avanzamento e d’immediato consolidamento del segmento
appena perforato». (pi.ra.)
Centro storico, via Crosada cambia volto - NEL PIANO
PARTICOLAREGGIATO MOLTE MODIFICHE ALL’ATTUALE ASSETTO URBANISTICO
Previsti nuovi edifici, come anche in via Punta del
Forno e nelle androne di Cavana
Proprio lì, dove si attende il park San Giusto, Trieste conserva la più
eclettica concentrazione di stili seguenti alla distruzione dell’ex ghetto, e in
più resti romani venuti alla luce coi lavori dell’area Urban (mai finiti).
L’ingresso su Crosada è sempre un cantiere, ma tutta la zona ha un che di
vecchio-nuovo che sa più che altro d’incompiuto. È da questa dichiarata
constatazione che è partito il lavoro dei progettisti del Piano
particolareggiato per il centro storico, che arditamente immaginano e propongono
nuove costruzioni a completamento.
Parlando del seme medioevale ancora ben leggibile, per via Crosada, via
Capitelli, via delle Mura il documento afferma che quella zona, ampiamente
recuperata, conserva una porzione «ancora non trasformata, per la gran parte di
proprietà pubblica, dove gli interventi di recupero non sono stati avviati». Che
cosa fare? Costruire in modo congruo negli spazi vuoti, è la risposta,
ricostituendo compattezza urbanistica «nel rispetto dei tracciati storici, degli
allineamenti, dei fronti strada».
In breve, su via Capitelli l’allegato C3 (edifici e manufatti) del piano del
centro storico prevede una costruzione alta da 12 metri a 13,80 metri che lascia
comunque allo scoperto l’area archeologica. Su via Crosada e via Sporcavilla,
tra via delle Mura e via Capitelli, sono disegnati tre nuovi blocchi edilizi, ai
lati di 11 e 12 metri di altezza e al centro di 14. Il maggiore impatto previsto
è proprio nel cuore di via del Teatro romano, subito dopo Santa Maria Maggiore e
la chiesetta di San Silvestro. I progettisti disegnano, in sequenza verso
Crosada, due edifici di altezza massima 8 metri (il parcheggio), e altri due
rispettivamente di 19 metri e 14 metri. Il più alto retrostante al primo.
Un’altra ardita proposta (trattandosi di zona storica) è individuata in via
Punta del Forno. Viene immaginato un basamento alto 4,5 metri, da cui salgono un
edificio di 19 metri d’altezza e altri due, separati, da 14 metri. Viene
inserita l’idea (che ritroveremo anche in via Economo a Campo Marzio) di
istituire in area un sottopassaggio pedonale largo almeno 2,5 metri.
Altre case il piano prevede per l’isolato tra via San Sebastiano e piazza Cavana,
lato destro procedendo da piazza Unità. Ovvero nelle antiche androne: del
Torchio e dei Coppa. Nel primo caso altezza massima di 12.80 metri e nel secondo
di 14.
L’intento dichiarato è di ripristinare allineamenti, altezze storiche e
coerenti, di ricostruire il nuovo là dove il vecchio è crollato o è stato
distrutto durante i lavori di riqualificazione. Certo le indicazioni sono di non
indifferente impatto, e vedremo come usciranno dal consiglio comunale.
GABRIELLA ZIANI
CENTRO STORICO - Tratti pedonali a Campo Marzio -
CONTRO DISORDINE E DISSESTO
«L’area di Androna Campo Marzio, pur trovandosi
all’interno del centro storico, è sempre stata caratterizzata da una struttura
morfologica diversa da quella dei borghi». Diversa e mai tessuta a nuovo.
Descrive chiaramente il Piano del centro storico (e del resto basta vedere) come
lì sia rimasto un pasticcio: ex opifici, archeologia industriale, magazzini,
tutto mischiato a edifici residenziali senza carattere. In fondo ad Androna
Campo Marzio c’è poi da qualche anno, malamente accessibile, l’ingresso alla
facoltà di Lettere, tra auto parcheggiate, ferri vecchi poggiati in strada e
pesante dissesto stradale. Proprio pensando agli studenti, i progettisti hanno
inserito «percorsi pedonali preferenziali» e una correzione all’impasto
disordinato anche «mettendo a sistema le androne, utilizzando soluzioni di
collegamento atraverso sottoportici e sfruttando i dislivelli del terreno».
Valorizzare l’architettura storica ricomponendola in un insieme più compatto,
anche con interventi in tempi diversi: questo l’intento per conferire
«unitarietà d’immagine e identità» a questa dimenticata area. Tutti gli
interventi previsti saranno consentiti con «strumento diretto» (basterà la
licenza edilizia).
In dettaglio: nuova edificazione di altezza massima a 16 metri tra il civico 12
e il civico 14 di via Economo con allineamento obbligatorio e sottopasso
pedonale di almeno 3 metri che colleghi la via con via di Campo Marzio. Un altro
transito pedonale viene suggerito tra la via Belpoggio, Androna Santa Tecla e
Androna Campo Marzio, e un terzo tra Androna Sant’Eufemia, Androna Santa Tecla,
Androna Campo Marzio e via Economo. Si intuisce la necessità di sciogliere un
grumo di «fondi ciechi» a uso probabilmente industriale, e oggi di soffocante
impatto. In tutta l’area è espressa l’esigenza di riallineare il disordinato
profilo edilizio con altezza vincolante fra 12 e 14 metri.
(g. z.)
CENTRO STORICO - Una copertura per il Museo ebraico -
SCALA ANTINCENDIO PER LA CHIESA GRECO ORTODOSSA
Interventi secondari, ma non tanto. Sono entrate nel Piano
particolareggiato del centro storico anche alcune apparenti «minimalia» rispetto
all’impianto urbanistico generale.
Il piano inserisce i lavori di copertura, insomma il tetto, del Museo ebraico
Wagner in via del Monte. Si prevede un ampliamento «dell’altezza massima di 5
metri funzionale alla copertura degli spazi espositivi e museali». Un’altra
particolare modifica urbanistica è stata concessa alla chiesa greco ortodossa di
San Nicolò, per la costruzione di una scala antincendio esterna.
Novità all’angolo tra via Tigor e via della Cereria. Si danno indicazioni di una
«nuova edificazione»: un parcheggio «con i parametri del Piano urbano dei
parcheggi», dell’altezza di 3 metri e copertura a verde. Altrettanto il piano
prevede per via Martiri della Libertà al civico 5: una nuova edificazione con
destinazione vincolante a parcheggio, e tetto altrettanto arboreo.
Qualche sorpresa ha già destato, al primo passaggio in commissione, quanto
l’allegato C3 al Piano particolareggiato indica per via Ginnastica-angolo via
Nordio: una nuova edificazione dell’altezza di 15 metri: «Si dovrà riprendere
l’allineamento storico - afferma la specifica scheda - prolungando quelli
esistenti di via Ginnastica e via Nordio».
Una identica scheda replica l’indicazione sull’angolo tra le vie Canova e
Palladio. Tutti «angoli» attualmente edificati, dunque ritenuti passibili di
profonda ristrutturazione, ovvero prossimi ad affrontarla.
Commissione sulle centraline senza l’Arpa Salta il
chiarimento sul black out dei dati - RINVIATA A VENERDÌ PROSSIMO
«Per impegni istituzionali precedentemente assunti, non
potremo essere presenti». Con queste poche righe inviate via fax alla vigilia
dell’incontro, i tecnici dell’Arpa hanno annunciato la scelta di non presenziare
alla seduta della Commissione trasparenza del Comune, convocata per ieri
mattina. Un forfait che ha deluso non poco i consiglieri e i componenti del
Comitato No Smog e Circolo Miani, decisi ad approfittare del faccia a faccia per
fare finalmente chiarezza sul ”giallo” delle centraline, vale a dire sul black
out nella trasmissione dei dati che per quasi due mesi ha impedito ai cittadini
di conoscere i valori di pm10 nell’aria.
Le ragioni fin qui addotte dall’Agenzia regionale per l’ambiente per
giustificare il gap di comunicazione («un’anomalia del sistema di
gestione/acquisizione dati, che ha impedito la pubblicazione on-line delle
informazioni raccolte ”in situ” dal Dipartimento provinciale»), non hanno
infatti convinto a pieno nè i consiglieri nè i cittadini di Servola. Anche se,
va chiarito, che i dati cartacei vengono spediti giornalmente
all’amministrazione comunale. «Trieste - ha commentato il presidente della
Commissione Alfredo Racovelli - è stata l’unica città del Nord Italia ad
interrompere per quasi due mesi, dal 2 ottobre al 30 novembre scorsi, la
trasmissione dei dati relativi ai monitoraggi dell’aria. Pare incredibile che le
risorse dell’agenzia non abbiano permesso di far fronte alla disfunzioni del
server».
«L’intera vicenda ha assunto contorni ridicoli - ha osservato Adriano Tasso del
Comitato No Smog che il 6 ottobre ha presentato un esposto in Procura per
segnalare la violazione all’obbligo di informare la cittadinanza sui valori di
smog -. Non solo è mancata per due mesi la comunicazione ma, quando il servizio
è stato ripreso, sono comparsi on-line dei valori allucinanti, come i 718 mg/mc
registrati il 28 ottobre. Ci chiediamo quindi se la partita viene gestita con la
serietà dovuta». La Commissione Trasparenza tornerà a riunirsi venerdì prossimo
alla presenza, questa volta confermata, dell’Arpa e del sindaco Dipiazza.
(m.r.)
Ai muggesani lezioni sull’inquinamento - I corsi delle
Pari opportunità metteranno in guardia dai rischi ambientali
Sono stati previsti anche approfondimenti sul tema
della difesa personale
MUGGIA Come fare attenzione ai campi elettromagnetici e agli effetti
negativi sulla salute di contaminanti che si possono trovare nella abitazioni di
tutti noi, dalle muffe ai coloranti ai detersivi agli acari della polvere fino
al fumo di sigaretta. Ma anche a scuola o sul luogo di lavoro, tra stampanti e
fotocopiatrici. Al via mercoledì alle 17.30 in sala Millo le lezioni
sull'inquinamento domestico che si inserisce nella ricca stagione di
appuntamenti aperti a tutta la cittadinanza promossi dalla Commissione per le
Pari Opportunità del Comune di Muggia presieduta da Roberta Vlahov. Sono
previsti inoltre corsi di autodifesa personale, di prevenzione degli incidenti
domestici e di pronto soccorso. Martedì alle 20.30 presso la palestra della Casa
di riposo comunale partiranno anche il secondo e il terzo corso di autodifesa. I
nuovi corsi di difesa personale - che si terranno i lunedì e i martedì dalle
20.30 alle 22 e per i quali ci sono ancora posti disponibili - sono stati
istituiti per venire incontro alle numerose richieste pervenute anche in
relazione alla possibilità di organizzare un ciclo di lezioni di
approfondimento. Per informazioni e adesioni, 3490713071.
Nel corso delle sei lezioni sull'inquinamento, organizzate dall'associazione
Ambiente è Vita, verranno trattati gli effetti sulla salute di contaminanti
biologici, come le muffe, gli acari, i pollini, o quelli chimici, come il
monossido di carbonio, i pesticidi, il fumo di tabacco o l'amianto. Spazio sarà
riservato ai campi elettromagnetici e alla casa biocompatibile. La prima lezione
informerà il pubblico su cosa e quali sono le fonti di batteri, pollini, muffe,
acari della polvere e allergeni degli animali domestici e come ridurre
l'esposizione. Successivamente ci si occuperà di monossido di carbonio, benzene,
ozono, particolati, fumo e pesticidi. Quindi si parlerà di campi
elettromagnetici e radon, del rumore, delle sue fonti e gli effetti sulla
salute. Di pareti, pavimenti e soffitti di casa, rivestimenti, materiali per
isolamento termico e acustico, tappezzeria, moquette, vernici, adesivi e
sigillanti, stufe e camini, apparecchi e impianti elettrici. E poi
condizionatori, abiti, deodoranti, prodotti per la pulizia e la cura personale e
insetticidi. Ma pure delle potenziali fonti di rischio a scuola e in ufficio:
stampanti, fotocopiatrici, pennarelli ed evidenziatori.
Gianfranco Terzoli
Rifiuti, a S. Dorligo il ”bidone” del cassonetto - LA
PREMOLIN ATTACCA I «FURBETTI» CHE SCAMBIANO I RACCOGLITORI
SAN DORLIGO «Questo è un ultimo richiamo ai quei furbetti
che dal primo gennaio 2010 rischieranno di incorrere in pesanti sanzioni». Il
sindaco di San Dorligo della Valle Fulvia Premolin ha analizzato così l'avviso
distribuito in questi giorni da parte dell'amministrazione comunale relativo al
servizio di raccolta rifiuti “porta a porta”.
Sotto accusa sono i proprietari dei cassonetti verdi dotati dei cosiddetti
microchip transponder, in grado di quantificare le levate dei rifiuti
indifferenziati prodotti dalle singole utenze. E' stato appurato infatti che
«dal mese di ottobre alcuni residenti non hanno esposto i bidoncini per la
raccolta dei rifiuti indifferenziati» e che qualcuno ha provveduto pure a fare
degli scambi sperando in qualche tornaconto economico.
A tale proposito l'assessore ai Servizi Elisabetta Sormani ha invitato «chi sia
a conoscenza di avvenuto scambio del cassonetto verde con altre utenze, di
avvisare l'ufficio competente al numero 040.8329238 in modo da poter proseguire
con la verifica in sito».
L’avviso inviato alla cittadinanza ha poi invitato gli utenti a «riportare il
proprio nominativo ed indirizzo, preferibilmente con un pennarello indelebile,
sul cassonetto o all’interno del coperchio, affinché eventuali sostituzioni di
cassonetti possano venire evidenziati e si possa porvi rimedio».
L'Unità operativa comunale dei Servizi ha anche voluto ricordare le giornate
nelle quali esporre il cassonetto verde. Il lunedì ed il giovedì sarà riservato
alle frazioni di Prebenico, Caresana, Crociata, Monte d'Oro, Dolina, Crogole,
Zona Industriale e Artigianale, Mattonaia. Il martedì ed il venerdì toccherà a
Bagnoli, Bagnoli Superiore, Domio, Lacotisce, Francovez ed Aquilinia, Infine il
mercoledì ed il sabato sarà la volta di San Giuseppe, Log, Puglie, Sant'Antonio,
Grozzana, Moccò, Draga, Pesek, San Lorenzo, Hervati e Bottazzo.
Dal prossimo mese di gennaio il sistema della raccolta con la lettura del
microchip sul cassonetto dell’indifferenziata, dopo tre anni di sperimentazione,
entrerà a pieno regime in tutto il territorio di San Dorligo ed i trasgressori
rischieranno di incappare nelle sanzioni previste dall’ordinanza che ha attivato
il servizio “porta a porta”.
(r.t.)
La Rockwool vince la causa giudiziaria con gli
ambientalisti - IL LEADER DEI VERDI: NON MI FERMO QUI
POLA La contestata fabbrica di lana di roccia Rockwool di Sottopedena in Istria ha vinto la causa in tribunale contro gli ambientalisti che l'hanno accusata di inquinare l'ambiente. La corte presieduta dalla giudice Mirna Franciskovic ha condannato il presidente del partito dei verdi Josip Anton Rupnik al pagamento dell'ammenda pari a 5440 euro per diffamazione nei confronti della Rockwool. La fabbrica, lo ricordiamo è aspramente contestata anche dalla popolazione locale che si lamenta continuamente di irritazioni agli occhi e disturbi respiratori. L'imputato è colpevole, ha spiegato la giudice, poiché non ha fornito valide prove a sostegno delle sue accuse sull'inquinamento della fabbrica. I rappresentanti della fabbrica,soddisfatti della sentenza non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Josip Anton Rupnik invece ha dichiarato che il suo partito non dispone di mezzi finanziari per cui non intende pagare la multa. Inoltre ha annunciato ricorso contro la sentenza di primo grado. Ma non solo, inoltrerà denuncia contro la Rockwool al Tribunale per i diritti umani di Strasburgo.
(p.r.)
IL PICCOLO - VENERDI', 11 dicembre 2009
Rigassificatore a Capodistria, l’opposizione attacca
Lubiana - Juri: «Governo sloveno ambiguo anche sull’impianto di Trieste»
«Il Ministero dell’economia prepara un nuovo
regolamento che rilancia il progetto»
CAPODISTRIA Rigassificatori nel Golfo di Trieste, sì o no? La questione sta
provocando malumori all'interno del governo sloveno: nonostante quelli che erano
gli accordi di coalizione, non tutte le forze politiche e tutti i deputati che
compongono la maggioranza sono disposti a chiudere del tutto all'ipotesi di un
terminal nell'area, e soprattutto, alcuni deputati e ministri sembrano propensi
a prendere in considerazione l'idea di costruire un terminal nell'area portuale
di Capodistria, sulla base del progetto della società tedesca «Tge Engineering».
La diversità di vedute all'interno della maggioranza, ossia un passo indietro
rispetto a quello che era l'accordo di coalizione, è stata denunciato da Franco
Juri e Franci Kek, deputati del partito Zares.
In conferenza stampa, i due hanno puntato il dito soprattutto contro il
Ministero dell'economia, guidato peraltro dal loro collega di partito Matej
Lahovnik – e con Janez Kopac, sempre di Zares, responsabile della Direzione per
l'energia – e contro la presidente del Comitato ambiente della Camera di Stato,
la socialdemocratica Breda Pecan. Il Ministero per l'economia sta preparando un
nuovo regolamento sulla concessione dei certificati energetici, e le modifiche -
questo il timore espresso da Juri - potrebbero far sì che alla «Tge Gas
Engineering» venga concesso il documento che finora le è stato negato e senza il
quale la società tedesca non può andare avanti con il progetto di costruzione
del terminal nell'area del porto di Capodistria. La deputata Pecan, invece, in
qualità di presidente del Comitato parlamentare per l'ambiente, avrebbe
insistito affinchè dai documenti parlamentari discussi in vista
dell'approvazione della Risoluzione sulla strategia per l'Adriatico si togliesse
il paragrafo nel quale si diceva esplicitamente che per i terminal
rigassificatori non c'è posto nel Golfo di Trieste. Juri ha criticato anche gli
esperti della Facoltà di marineria di Portorose e di Scienze chimiche di Lubiana
che, su commissione della «Tge Gas Engineering», hanno effettuato uno studio nel
quale sostengono che il terminal di Capodistria non avrebbe effetti negativi
sull'ambiente e sulla popolazione dell'area. Il lavoro è stato presentato la
settimana scorsa ed è già stato oggetto di polemiche, anche perché lo stesso
gruppo di esperti, non più di un anno fa, aveva espresso valutazioni diverse.
Resta il fatto che, per quanto abbia subito già diverse bocciature – non ultima
quella delle autorità comunali di Capodistria – Lubiana non ha ancora
definitivamente accantonato il progetto della «Tge», o perlomeno la società
tedesca continua a insistere. Il progetto prevede la costruzione di un impianto
di rigassificazione, di due contenitori di acciaio da 150mila metri cubi nella
zona di Sermino e di una centrale elettrica. Il terminal sarebbe in grado di
fornire 5 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Il valore del progetto
ammonterebbe a quasi 1 miliardo di euro e impegnerebbe 30 ettari di superficie
nell'area della Bonifica di Ancarano, all'interno del Porto di Capodistria.
Invitati dal quotidiano ”Primorske Novice” a commentare le preoccupazioni di
Juri, dal Ministero per l'economia hanno spiegato che attualmente non è in corso
alcun intervento di modifica del regolamento sulla concessione delle licenze
energetiche.
In Fvg pochi investimenti sui treni, tutti i soldi al
trasporto su gomma
SECONDO IL RAPPORTO DI LEGAMBIENTE LA REGIONE DESTINA
IL 99% DELLE RISORSE AI CANTIERI STRADALI
ROMA Continua a crescere il popolo dei pendolari: quelli che si muovono ogni
giorno sono 2 milioni e 630mila, 200.000 in più (+8,2%) rispetto al 2007. Gli
investimenti pubblici in infrastrutture però, prendono per i due terzi (67%)
altra vie, quelle delle strade e autostrade. Lo sostiene Legambiente che nel suo
Rapporto annuale 'Pendolaria 2009', fa le pulci alle Regioni che non investono
nel trasporto locale, dedicando «meno dello 0,1% del bilancio ai pendolari». Al
Veneto la maglia nera (0,04%), la Campania quella che ha investito di più
(1,52%). Il Fvg spende solo lo 0,2%,
UN TRENO SU 3 IN RITARDO - Immutato il capitolo ritardi, come anticipato già una
settimana fa dalla stessa Legambiente con un focus dall'indagine. Un treno
pendolare ogni tre in Italia arriva in ritardo: su 1.216 convogli, 430 (35%)
superano i cinque minuti. Va meglio a Roma (54%) che a Milano (57%), entrambe in
cima alla classifica delle attese nel monitoraggio, effettuato in 13 stazioni di
11 città. Seguono Palermo (43%), Salerno (37%), Torino (32%) e Messina (30%) e
Genova (18%). C'è però, secondo Legambiente, un colpevole preciso dei disagi
patiti dai pendolari, ed è la strada. «L'Italia è l'unico paese in Ue che
finanzia strade e autostrade con risorse doppie rispetto a quelle per ferrovie
nazionali e regionali» dice Edoardo Zanchini, responsabile trasporti di
Legambiente. Dal 2001 ad oggi tutti i governi hanno riversato il 67% delle
risorse per infrastrutture alle strade.
REGIONI COLPEVOLI - E su questo trend si sono messe le Regioni, «la metà delle
quali non spende per i propri pendolari nemmeno lo 0,1% del bilancio. Il Veneto
spende molto più per i veneti nel mondo che per i veneti pendolari nel Veneto»
ha detto Zanchini. Insomma, «una vera strategia per far crescere il traffico su
gomma in Italia» afferma Legambiente. Abruzzo, Basilicata, Calabria negli ultimi
7 anni non hanno stanziato alcuna risorsa per la ferrovia. Liguria, Friuli
Venezia Giulia, Molise, Sicilia hanno destinato il 99% delle risorse ai cantieri
stradali. E ancora, denunciano gli ambientalisti, nella Finanziaria ci sono ben
400 milioni per gli autotrasportatori e 470 milioni per il Ponte sullo Stretto,
oltre a 1,2 miliardi già stanziati dal Cipe. Mentre opere necessarie per
decongestionare i grandi centri urbani come l'anello ferroviario di Roma, i
passanti ferroviari di Torino e Palermo, i potenziamenti dei binari a Milano,
Bologna, Bari, restano al palo. Il gap infrastrutturale dell'Italia rispetto
all'Europa e soprattutto evidente nelle infrastrutture per il trasporto
pendolare, dice Pendolaria. «La rete metropolitana delle città italiane è con
soli 161,9 km, la più corta in Ue. Lo stesso per le ferrovie suburbane che
contano 591,7 km in totale. Pochissimi rispetto ai 2033 km della Germania per
esempio».
UN CENT PER PENDOLARE -«Per la vita disagevole del pendolare, i nuovi treni
annunciati da Fs sono una piccola goccia nel mare delle necessità, mentre il
progetto mille treni lanciato 2 anni fa è rimasto sulla carta» dice Legambiente
riferendosi alla gara da due miliardi lanciata da Fs per 400 nuove carrozze a
due piani e il rinnovamento di 100 locomotori, più altri 150. L'obiettivo, in
ordine alla sfida del taglio di CO2, è di «arrivare a 4 milioni di pendolari nel
2020». Come? «Richiamando governo e regioni alle proprie responsabilità per dare
certezze agli interventi di miglioramento del servizio». Di qui l'idea del
fondo, lanciata dall'ad di Fs Mauro Moretti. Un centesimo in più a km per ogni
pendolare, pari a un euro ogni 100 chilometri, per un totale di un miliardo di
euro, il tutto conservato in un fondo da destinare rigorosamente a investimenti
a favore del trasporto regionale. «Basta con il binomio tariffe basse-servizio
scadente» ha detto Moretti assicurando che le risorse «non serviranno per pagare
gli stipendi o coprire le spese». La proposta ora al vaglio delle Regioni.
Rete idrica come un colabrodo Cento litri erogati, 76
dispersi - Acqua perduta dalla rete, Trieste terza nella
graduatoria dei Comuni con più di 200mila abitanti
CENSIMENTO 2008 DELLE RISORSE
Trieste è al terzo posto, fra i comuni italiani con oltre 200 mila abitanti
in termini di acqua perduta dalla rete idrica. Esattamente 76 litri dispersi per
ogni 100 erogati. Una poco confortante classifica, che vede la nostra città
preceduta solo da Bari (106 litri immessi in più ogni 100 erogati) e da Palermo
(88 in rete in più per 100 erogati).
Il quadro emerge dal Censimento 2008 delle risorse idriche a uso civile, reso
noto dall’Istat. Una raffica di dati dai quali si ricava, comunque, che nel
nostro paese per ogni 100 litri erogati si prelevano 165 litri, cioè il 65% in
più. E in particolare, per l’acqua potabile lo scorso anno la perdita media è
stata del 47%. Dispersione che ha diverse ragioni: perdite vere e proprie,
prelievi non autorizzati e mancate regolazioni delle reti.
Tornando ai comuni con oltre 200mila abitanti, dispersioni superiori al 50% si
registrano a Catania, Roma, Napoli, Torino e Padova, città quest’ultima dove
opera come a Trieste l’AcegasAps.
O meglio operava fino ad alcuni anni fa, quando è stato creato l’Ambito
territoriale ottimale, che raggruppa i Comuni interessati al ciclo idrico nello
stesso bacino. Anche nella provincia di Trieste (una delle ultime a farlo in
Italia) qualche mese fa è stato costituito l’Ato, che vede appunto la presenza
di tutti i Comuni della provincia. Sono quindi ora i Comuni a stabilire gli
investimenti per la manutenzione della rete di distribuzione dell’acqua, delle
fognature e degli impianti di depurazione.
«La Siot ha usato i serbatoi più lontani dalla
centralina»
IL COMITATO PER LA SICUREZZA DEL GOLFO RITORNA SUL
PROBLEMA DELLE MISURAZIONI DELL’ARIA
Jercog solleva dubbi per il periodo delle rilevazioni. Drozina (Pdl-Udc):
l’assessore all’Ambiente si pronunci
SAN DORLIGO «Le ultime rilevazioni, che comunque non rispecchiano la
situazione reale del comprensorio, anche alla luce dei dati del 2008 scoperti
recentemente, ci insospettiscono: non vorremmo che anomalie emerse nel corso dei
rilievi venissero taciute per non creare allarmismi nella popolazione
residente».
Il coordinatore del Comitato per la salvaguardia del golfo di Trieste, Giorgio
Jercog, ritorna sulla vicenda dello stabilimento della Siot, posto sotto accusa
per le continue esalazioni odorifere che, anche dopo il monitoraggio compiuto
qualche mese dall'Arpa stanno continuando (anche in questi giorni) a interessare
l'aria nella zona di Mattonaia.
A non convincere l'ex consigliere di San Dorligo sono i dati emersi dalle
rilevazioni effettuate dall'Arpa. «Sapendo di essere monitorati (dalla
centralina mobile dell'Arpa posta a Mattonaia, ndr) non è che la Siot ha cercato
di mascherare le problematiche, utilizzando durante il periodo di monitoraggio
solo i serbatoi situati verso Caresana e Dolina?».
Il dubbio di Jercog è sorto in base a alcune recenti rilevazioni fotografiche
(come quella che pubblichiamo), che hanno ripreso lo stabilimento della Siot con
i serbatoi posti a Mattonaia completamente pieni, come se fossero inoperosi,
mentre i serbatoi collocati a monte, nei pressi di Dolina e Caresana, sono
apparsi con il ”cappello” abbassato e quindi in corso di svuotamento.
Un dubbio che per ora rimane, anche perché nella giornata di ieri, nonostate
diverse chiamate telefoniche, non è stato possibile contattare l'amministratore
delegato della Siot, Adriano Del Prete.
CENTRALINA Nel frattempo cresce l'attesa da parte dei residenti per
l'installazione della centralina fissa per il rilevamento dell'aria, che verrà
posizionata verosimilmente il prossimo febbraio a Mattonaia come spiega il
sindaco di San Dorligo. Fulvia Premolin: «Entro il mese organizzeremo una
riunione del Consiglio comunale, nella quale i tecnici dell'Arpa verranno a
illustrare il tipo di misurazione e i valori emersi negli ultimi mesi. Una volta
fatto ciò capiremo meglio quali strumentazioni acquistare, anche per capire come
affrontare il problema dei composti ridotti dello zolfo, fermo restando che la
Siot ha già messo a disposizione un finanziamento ad hoc».
Sulle tempistiche la Premolin è fiduciosa: «Spero che entro il febbraio del
prossimo anno la centralina fissa troverà finalmente la sua collocazione».
REAZIONI In queste ultime settimane – complici anche le condizioni meteo – i
residenti di Mattonaia e dintorni hanno vissuto di nuovo le problematiche legate
alle esalazioni odorose provocate dalla Siot. Tra questi il capogruppo
consiliare del Pdl-Udc di San Dorligo, Roberto Drozina: «Lunedì mattina –
afferma – c'era un odore a dir poco nauseabondo. Ho cercato di contattare
l'assessore all'Ambiente di San Dorligo, Elisabetta Sormani, per prendere un
caffè nella terrazza di casa mia, per una piena inspirazione polmonare degli
effluvi idrocarburici che aleggiano nell'aria, visto che in pochi mesi dalla sua
elezione l'esponente della maggioranza con delega all'Ambiente non ha ancora
avuto modo di esprimersi su tale vicenda».
Severa infine la presa di posizione del consigliere di maggioranza Rossana
Pettirosso (Pd): «Esattamente come ci si è dichiarati contro la Tav e il
progetto del rigassificatore di Zaule, allo stesso modo il Comune si dovrebbe
attivare contro la Siot, che emette nell’aria pericolosi idrocarburi, in attesa
di fare degli accertamenti anche sulla Wärtsilä, che potrebbe diventare
l'ennesima industria inquinante presente nel nostro territorio».
RICCARDO TOSQUES
IL PICCOLO - GIOVEDI', 10 dicembre 2009
«Omessi i rischi del rigassificatore» - IL DIBATTITO
PUBBLICO DEI VIGILI DEL FUOCO AL ”BOBBIO”
Il gruppo di docenti non è contrario al progetto,
contesta i documenti di Gas Natural
Nella baia di Zaule passerebbero due volte la settimana oltre 165 miliardi di
litri di metano
«I politici facciano i politici, per il resto si affidino alla scienza».
Ieri pomeriggio i docenti universitari chiamati a raccolta dal sindacato Uil dei
Vigili del fuoco per dire quanto il gas metano possa essere pericoloso e quanto
impreciso e anzi inaffidabile sia il progetto di Gas Natural per il
rigassificatore di Zaule, si sono presi una platea più larga rispetto alla
precedente conferenza stampa (peraltro affollatissima): al teatro Bobbio è
andata in scena una commedia seria. Un palco e nove professori, di cui uno
sloveno, supportato in sala da un parlamentare, una platea che pian piano si è
riempita per tre quarti. Tutta gente catturata da spiegazioni tecniche,
diapositive e documenti su schermo. Per tre ore non è volata una mosca fra le
poltroncine rosse del teatro leggero.
E il sindaco Dipiazza, in quanto sostenitore acceso di questo impianto, è stato
evocato anche malamente: «Non abbiamo politici, ma piazzisti che ci dicono
compri 3 e paghi 2» ha sparato Adriano Bevilacqua, il comandante dei vigili del
fuoco che allerta sui pericoli di un rigassificatore così fatto: «Nella baia di
Zaule passerebbero due volte alla settimana 165 miliardi e 200 milioni di litri
di gas metano, perché si mette in giro la voce che non esplode? Chi amministra
non può pensare agli interessi a scapito della sicurezza».
Niente hanno potuto, di fronte all’analisi tecnica, le risposte di Gas natural e
le assicurazioni del sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia. Marino Valle,
Tomaz Ogrin, Fulvio Crisciani, Franco Stravisi, Livio Sirovich, Radoslav
Nabergoj, Bruno Della Vedova, Giorgio Trincas hanno tenuto lezione più ampia:
gli studi sul mare e sul vento non sono corrispondenti alla realtà, in caso
d’incidente la fuoriuscita di gas andrebbe a investire zone industriali «che le
cartine vecchie di Gas natural nemmeno riportano», il metanodotto della Snam che
andrà ad attingere proprio nell’area degli enormi depositi a terra è già
predisposto per raccogliere nella sua corsa verso Grado anche il gas del
progetto a mare di E.On, ex Endesa, le prove tecniche del movimento navi nello
stretto canale navigabile sono, hanno ripetuto allarmati e sconcertati i
professori, imprecise e illeggibili.
Sirovich ha ingrandito alcune di queste tavole. Una, che i documenti dichiarano
realizzata a Delft, in Olanda, «è tuttavia scritta in spagnolo». Le traduzioni,
ribadisce Sirovich, da spagnolo a italiano almeno in un caso stravolgono proprio
le «conclusioni». Poco limpide, ha denunciato, le firme sui documenti,
l’attribuzione di studi a firmatari che poi non risultano lavorare per il
committente indicato, e le analisi sull’eventuale «effetto domino» di un
incidente o attentato depositate «in doppia copia, una delle due evidentemente
retrodatata».
Notizie nuove, e anche queste non buone, ha portato Bruno Della Vedova.
Documenti in mano, ha spiegato come anche il beneficio delle bonifiche del sito
inquinato che l’impresa spagnola promette non danno garanzie: «In quella zona il
basamento solido si trova appena a 40-50 metri sotto i terreni di riporto, i
carotaggi sono stati fatti fino a 10-15 metri, non sappiamo che cosa ci sia
sotto, la barriera a mare per impedire l’espandersi di sostanze inquinate in
mare assicura un drenaggio fino a 4 metri, ma l’inquinamento è stato trovato
fino a 8-12».
Giorgio Trincas (Ingegneria navale), ha rassicurato quelli che accusano il
gruppo di essere «partito del no». «Ci sono strategie mondiali, e c’è gas sicuro
da estrarre per 450 miliardi di metri cubi sul pianeta, e l’Italia dipende per
il 96% da metanodotti, quindi si capisce che l’Italia voglia, in ritardo,
passare al trasporto su nave. Il problema è come». E qui Trincas ha riesposto
l’esempio di Livorno, col rigassificatore che si ferma in mezzo al mare e porta
a terra il gas attraverso «pipeline» sottomarine (un filmato lo ha reso quasi
procedimento poetico): «L’idea di questo impianto è nata a Trieste - ha rivelato
-, chissà perché Trieste la ignora». Tra tutti i pericoli evocati, i piani di
sicurezza accusati di genericità, i dati del vento e del mare «sbagliati», tra
«l’incredulità che al ministero si siano accettati documenti spesso di nessuna
credibilità scientifica», Trincas ha portato un altro elemento: «Oggi si
producono navi gasiere molto più grandi, un impianto come quello di Trieste fra
qualche anno sarà già superato, nel canale navigabile quelle navi non entrano
proprio».
GABRIELLA ZIANI
Clò: nel nostro Paese c’è sempre una buona ragione per
non fare - L’ESPERTO DI POLITICHE ENERGETICHE
«Argomentazioni insufficienti per bloccare
l’operazione» Razeto: «Studi più approfonditi»
«Nel nostro Paese c’è sempre una buona ragione per non fare. Ma se c’è stata
la valutazione di impatto ambientale (Via), che è rigorosa, bisogna anche
abituarsi ad avere rispetto per le istituzioni....». Alberto Clò, economista ed
esperto di politiche energetiche (è professore straordinario in Economia
industriale ed Economia dei servizi pubblici all'Università di Bologna) vive a
distanza la questione triestina del rigassificatore. Con il giusto distacco ma
anche con la certezza di chi, sull’argomento, ha già avuto a lungo a che fare.
«Mi ricordo quando c’era stata l’opposizione al rigassificatore di Livorno... Lo
chiamavano il ”Bombolone” ma l’unica cosa che sono riusciti a dire, per
contestarne la realizzazione, era che rischiava di far cadere la Torre di
Pisa... Ma per piacere...! Non è possibile che a tutti sia consentito dire di
tutto».
La posizione di Clò, per molti versi ambientalista rigoroso, nasce anche da
altre motivazioni. Strategiche, in prima battuta. «Esiste un’indubbia necessità
di rafforzare i punti d’entrata del gas nel nostro Paese, ma finora siamo
riusciti a realizzare solo l’impianto di Rovigo, e ci sono voluti dieci anni...
Certo, il rigassificatore è costoso, ma se si trova un’impresa che ne supporta
anche tutti i rischi di mercato, non vedo proprio dove possano esserci
controindicazioni».
Le osservazioni di Clò, in effetti, sembrano partire da una considerazione
logica: l’Italia ha bisogno di energia, molta, ma si è mossa in ritardo. «Esiste
un obiettivo rischio Paese negli approvvigionamenti energetici. Per questo, a
chi si oppone chiederei, un domani, di rispondere, ma qui nessuno risponde di
niente... Tutti vogliono le case riscaldate ma poi protestano, e non mi sembra
che le argomentazioni siano sufficienti per bloccare l’opera. Mi ricordo quello
che accadde a Monfalcone col referendum del ’96... In realtà, informatevi, coi
rigassificatori non è mai successo niente...».
«Credo nel rigassificatore – aggiunge dal canto suo il presidente dell’Assindustriali,
Sergio Razeto – anche se ritengo sia giusto che vengano evidenziate le
problematiche, in modo di permettere di realizzarlo al meglio. Dunque, ben
vengano certi elementi oggettivanti per andare a verificare le cose». A detta di
Razeto «lo studio iniziale era un po’ superficiale» e ora servono degli studi ad
hoc. «Bisogna entrare nel dettaglio – osserva il presidente degli industriali –
individuare gli eventuali rischi e pericoli, senza dimenticare che comunque
l’iniziativa risulta positiva in termini di ricadute lavoro e all’interno della
catena del freddo, e dunque è opportuno far intervenire direttamente le aziende.
Di sicuro, comunque, i discorsi sicurezza e ambiente prevalgono, per evitare
inquinamenti, ed è questo lo spunto che noi vogliamo fornire alle autorità.
FURIO BALDASSI
Gasdotto, una bretella per Capodistria - IL PROGETTO
SOUTH STREAM CHE ATTRAVERSA IL MAR NERO
Un ramo si snoderà sull’asse Lubiana-Trieste-Monfalcone
Al golfo di Trieste non guardano solo la spagnola Gas Natural e la tedesca
E. On, con i rispettivi progetti per impianti di rigassificazione. Imprese
dell’energia ai massi livelli mondiali come la russa Gazprom, l’Eni e la
francese Edf, hanno in progetto la costruzione (entro il 2015) del gasdotto
South Stream, per aggirare l’”ostacolo” dell’Ucraina. Un tubo di 3.700
chilometri che attraverserà il Mar Nero e raggiungerà l’Italia con due ”rami”,
uno a Sud in Puglia e uno a Nord, a Monfalcone (ma è probabile si tratti del
nodo Snam di Villesse).
E proprio il tracciato del ramo Nord, dopo la recente adesione al progetto della
Slovenia, potrebbe coinvolgere il golfo. In un primo tempo il percorso del tubo
fra Lubiana a Monfalcone era previsto attraversasse zone interne della Slovenia.
Ora, invece, secondo voci riportate dalla stampa slovena, il gasdotto dovrebbe
transitare nel territorio di Capodistria, per raggiungere comunque la zona di
Monfalcone.
Viene logico chiedersi, dunque, per dove passerà quest’ultimo tratto del
gasdotto. Alcuni addetti ai lavori non escludono che il tubo possa innestarsi
sul gasdotto che la Snam ha progettato per il rigassificatore di Zaule. Una
condotta di alcune decine di chilometri, che attraverserà il golfo per approdare
nella zona di Fossalon e proseguire fino al ”nodo” con la rete nazionale
esistente a Villesse.
Per questo collegamento la valutazione d’impatto ambientale è in corso; il via
libera è atteso per l’autunno del prossimo anno. Non solo. Secondo qualche
tecnico il collegamento con South Stream giustificherebbe la costruzione del
gasdotto da Zaule a Villesse anche nel caso il progetto di Gas Natural non
dovesse essere realizzato.
L’ipotesi ha una sua razionalità. Innanzitutto perchè a livello internazionale
si punta a creare sempre nuovi collegamenti fra le reti di gasdotti che
attraversano l’Europa.
In secondo luogo uno scavo fra Capodistria e Monfalcone, attraverso il Carso
sloveno, comporterebbe costi, tempi e problemi tecnici e ambientali ben più
complessi di quelli necessari per portare il tubo da Capodistria a Zaule, dove è
previsto arrivi il gasdotto della Snam, che sarà collegato come detto alla rete
italiana.
RIGASSIFICATORI Mentre la Regione ha chiesto a Gas Natural di dare risposta alle
prescrizioni fissate dal decreto dei ministri Prestigiacomo e Bondi, procede con
rapidità la valutazione di impatto ambientale per l’impianto (ex progetto Endesa)
previsto dalla tedesca E.On in mezzo al golfo. Atteso entro l’anno, il via
libera dovrebbe slittare di un solo mese. Il progetto sarebbe già molto avanti,
ma prima di dare l’autorizzazione pare che il governo voglia consultare la
Slovenia. E nella gara con Gas Natural, E.On ha dalla sua il vantaggio che,
trattandosi di un impianto in mezzo al mare (e quindi in area demaniale) la
procedura finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, e non a una
conferenza dei servizi convocata dalla Regione.
GIUSEPPE PALLADINI
Nucleare a Monfalcone Scajola: nulla di deciso - Sarà
la futura Agenzia nazionale a indicare i siti per le nuove centrali
IL MINISTRO: «SOLO CHIACCHIERE»
Questa fantomatica lista, esiste o no? E la centrale termoelettrica di
Monfalcone, verrà convertita o no, in una delle nuove centrali nucleari
italiane? In città sono in tanti a chiederselo. Ma il caso dei siti papabili per
la costruzione degli impianti atomici continua ogni giorno a tingersi di giallo.
Da una parte i Verdi e alcuni deputati del Pd, che accusano l’Enel e il Governo
di aver già messo sul tavolo la mappa del futuro nucleare italiano, che
includerebbe anche la Città dei cantieri. Dall’altra il ministro Scajola, che
nega con forza e taccia come «pure chiacchiere» le dichiarazioni e i rumor
sentiti in questi giorni. In mezzo c’è una città che ha paura. Lo stesso sindaco
Pizzolitto, deciso a tenere alta la guardia, non nasconde la sua preoccupazione,
anche alla luce di alcune indiscrezioni giuntegli proprio ieri - dice il sindaco
- da fonti interne al Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), che
confermerebbero la presenza di Monfalcone nella tanto discussa lista.
Il risultato è che, per il momento, il futuro della città resta avvolto dal
mistero. Ed è probabile che i giochi si faranno a carte scoperte solamente la
prossima primavera, come spiegato ieri dal ministro per lo Sviluppo economico,
Claudio Scajola, a margine di un convegno alla Farnesina. «Tutto ciò che è stato
detto in questi giorni sono chiacchiere, ipotesi e ragionamenti fatti da
qualcuno. Ma non corrispondono alla realtà delle cose. Solamente in primavera
definiremo quali sono i siti che possiedono tutte le caratteristiche per poter
ospitare centrali di energia nucleare, attraverso impianti che le imprese
vorranno proporre per avere le concessioni necessarie». Il motivo dello
slittamento alla prossima primavera, come affermato dal ministro, è chiaro: «C’è
un percorso da affrontare. Lo statuto dell’Agenzia per il nucleare, che io ho
già firmato, è ancora in fase di approvazione da parte dei vari ministri». E poi
ha aggiunto: «Che ci siano discussioni e polemiche sul nucleare mi pare
naturale: dopo ben vent’anni è stato deciso il rientro dell’Italia nel nucleare
civile per produrre energia elettrica».
Al di là delle dichiarazioni del resposansabile dello Sviluppo economico, i
dubbi restano, eccome. Non bastavano le accuse lanciate dai Verdi e dal
responsabile Ambiente del Pd Ermete Realacci, che l’altro giorno ha sparato a
zero sull’Enel, dichiarando che il gruppo elettrico «sa benissimo quali siano i
siti che possono accogliere le centrali». Non bastava questo. Ora ci sono altre
indiscrezioni che rimbalzano da una parte all’altra di Monfalcone. L’ultima
arriva per voce del sindaco Gianfranco Pizzolitto, che spiega di aver ricevuto
nelle utlime ore notizie da fonti interne al Cnr, che vorrebbero la città dei
Cantieri come uno dei siti dati per più che probabili.
«Dipiazza deve dirci se ci sono altre sorprese» - La
maggioranza chiede lumi. Piero Camber: «Perderemo i fondi per piazza Libertà»
IL NODO DEI LAVORI PUBBLICI EREDITATI DALL’ASSESSORE
BANDELLI
Omero: già la corsia di traffico aggiunta davanti alla stazione toglieva senso
alla riqualificazione
Brandi (An): non so nulla sulle variazioni ulteriori, non credo che approveremo
a priori tutto quanto
Il progetto per piazza Libertà sta viaggiando di nuovo dagli uffici comunali
alla Soprintendenza (corretto, pare) ma gli amministratori comunali non hanno
idea di che cosa stia succedendo, e così afferma pure il co-progettista Luciano
Lazzari. «Non sappiamo niente - dice Piero Camber, capogruppo Fi -, così come
non sapevamo un bel niente del fatto che per il ponte sul canale del Ponterosso
la Soprintendenza avesse rilasciato solo un permesso temporaneo, tanto è vero
che molto presto verrà convocata una commissione Lavori pubblici in cui il
sindaco verrà invitato a rispondere alla domanda: ”Ora che apre i fascicoli dei
Lavori pubblici, vuol dirci se ci sono altre sorprese oltre a queste?”».
«Non sappiamo nulla - ripete Angela Brandi, capogruppo An -, solo che già la
variazione precedente, quella che istituiva la corsia di marcia sul lato
stazione non era più corrispondente al progetto votato in aula, adesso se ci
sono variazioni ulteriori io non credo che approveremo a priori tutto quanto,
perché sarà un’altra cosa». Iter da riprendere daccapo? «Credo di sì».
Lazzari, che nel 2006 vinse la gara europea assieme a due studi di Bolzano in
associazione temporanea di imprese (base di gara attorno ai 400 mila euro, ma si
vinse al ribasso) afferma di aver depositato l’altra settimana il progetto
esecutivo. I progettisti vengono pagati a tappe, attendono l’ultima «tranche». E
proprio adesso i finanziamenti sembrano a rischio. «Il lavoro si sarebbe dovuto
iniziare in estate» dice l’architetto. «Io credo che faremo solo un abbellimento
generico della piazza, e lasceremo tutto come sta» fa eco Camber.
E i soldi? Sul tavolo c’erano, vincolati alla data del dicembre 2009 alla
riqualificazione «socio-economica» (come fa notare Fabio Omero, capogruppo Pd)
di zone retroportuali e retroferroviarie, ben 3 milioni e 800 mila euro. Camber:
«Si richia di perderli». Brandi: «Se ci sono giustificate ragioni di ritardo si
può chiedere una proroga». Omero: «E pensare che ci hanno fatto tanta fretta per
approvare quel progetto, altrimenti, dicevano, perdiamo i soldi. Adesso sono
persi, è chiaro».
Se la maggioranza ha più che una mosca al naso perché «cade dalle nuvole»
scoprendo ponti a tempo e progetti in transito, il capo dell’opposizione Omero
riporta le cose al dibattito urbanistico in corso: «Piazza Libertà - afferma - è
evento emblematico di come questa Giunta gestisce le cose, il Piano
particolareggiato per il centro storico (che proprio ieri ha iniziato l’esame in
commissione, ndr) per piazza Libertà prevedeva qualche modifica ma la
conservazione della viabilità attuale, dunque questo progetto già gli si metteva
sopra, così come accaduto per le Rive e per Campo Marzio. Il finanziamento poi
era preso un po’ al volo, perché qui non si trattava di una riqualificazione
socio-economica di zone dismesse, l’unica contiguità è che si tratta di una
piazza di fronte alla stazione. Già la corsia di traffico aggiunta in seguito
toglieva senso alla ”riqualificazione”».
I fondi erano per un terzo della Regione, per un terzo dello Stato, per una
parte anche delle Ferrovie come opera di urbanizzazione in cambio degli ingenti
lavori all’atrio d’ingresso. «La corsia - spiega Lazzari - non fu una
prescrizione della Soprintendenza, ma una decisione presa assieme agli uffici
preposti al traffico, al verde e ai lavori pubblici, che cosa stia andando
adesso in Soprintendenza io non so». «Io prevedo - conclude Omero - che salterà
tutto e non si farà più niente».
GABRIELLA ZIANI
Coop Nordest in campo contro gli sprechi alimentari
”Lo spreco... solidale: il di più per chi ha meno”. Ha un
titolo che è tutto un programma l’iniziativa lanciata dalle Coop Nord Est a
sostegno delle famiglie e delle persone in difficoltà. Il progetto rivolto alla
popolazione triestina verrà illustrato domani alle 17.30 nella sala Vulcania
della Stazione Marittima dai tanti attori coinvolti nell’operazione benefica.
Le linee portanti saranno spiegate dall’economista Andrea Segrè, preside della
Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna e fondatore del progetto ”Last
minute market” contro gli sprechi alimentari. Vicino a lui, al tavolo dei
relatori, ci saranno Marisa Parmigiani, responsabile politiche sociali di Coop-
Accda, il fondatore della Comunità di San Martino al Campo don Mario Vatta e il
presidente della Caritas diocesana Mario Ravalico. Nell’operazione solidale
inoltre saranno coinvolte la Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin -
rappresentata nell’incontro di domani dal presidente Enzo Angiolini -, la
comunità dei frati di Montuzza, presenti con il priore padre Silvano Scolaro, e
la parrocchia dei Santi Giovanni e Paolo di Muggia con don Giorgio Petrarcheni.
In rappresentanza dell’amministrazione provinciale, infine, parteciperà
l’assessore alle Politiche sociali Marina Gugliemi.
ECOSPORTELLO ENERGIA NEWS - MERCOLEDI', 9 dicembre 2009
Cancellato l'emendamento taglia incentivi alle rinnovabili
Secondo alcune notizie emerse negli ultimi giorni è stato
ritirato l'emendamento alla Finanziaria 2010, che conteneva tagli
all'incentivazione delle fonti rinnovabili. La notizia arriva dopo che nei
giorni scorsi, con un comunicato congiunto, Anev, Aper, Federpern, Fiper,
Greenpeace Italia, Ises Italia, Itabia, Kyoto Club e Legambiente, rappresentanti
del settore dell’industria dell’energia rinnovabile e dell’ambiente, avevano
sottoscritto un documento per esprimere la loro netta contrarietà
all’emendamento di fonte governativa alla Finanziaria per il 2010.
A rivelare la retromarcia del governo sono state le stesse associazioni.
L'emendamento in questione, che avrebbe dovuto essere presentato alla Camera in
questi giorni, prevedeva sia una forte riduzione dei coefficienti di
incentivazione alle fonti rinnovabili non programmabili, a causa delle
difficoltà di dotare gli impianti di una capacità di accumulo dell'energia, sia
una notevole riduzione del valore del prezzo di riferimento del Certificato
Verde, che avrebbe dovuto passare da un prezzo medio di mercato di circa 85,00
euro/MWh a uno di circa 40,00 euro/MWh. Nel provvedimento era anche previsto che
Terna avesse il potere di stabilire la massima quantità di produzione di energia
elettrica da fonte rinnovabile non programmabile che potesse essere connessa ed
erogata.
In base alle analisi delle associazioni gli emendamenti, infatti, avrebbero
provocato la crisi di un settore, quello della produzione di energia da fonte
rinnovabile, in grande sviluppo, anticiclico e con notevoli prospettive
economico-occupazionali (almeno 250.000 addetti diretti ed indiretti al 2020).
Il provvedimento inoltre impedirebbe all’Italia di mantenere gli impegni per il
raggiungimento degli obiettivi vincolanti al 2020 (17% dei consumi finali di
energia coperti da fonti rinnovabili), definiti in sede europea nel pacchetto
Energia-Clima, con la grave conseguenza di dover pagare alti costi finanziari a
causa del mancato raggiungimento degli obiettivi.
E-GAZETTE.IT - MERCOLEDI', 9 dicembre 2009
Scajola firma decreto che anticipa la fine al 2010
degli incentivi Cip6
Roma, 9 dicembre – Stop agli incentivi previsti dal Cip6 a
partire dal prossimo anno. Come previsto dalla Legge Sviluppo, dal 2010 potranno
infatti essere anticipatamente risolte le convenzioni CIP 6/92 che stabiliscono
prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta, tra l’altro, da impianti
alimentati da fonti assimilate alle rinnovabili. È quanto prevede il decreto del
Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che definisce meccanismi per
la risoluzione facoltativa delle convenzioni in essere con il GSE-Gestore dei
Servizi Energetici, altrimenti in scadenza negli anni successivi fino al 2020,
salvaguardando la continuità delle produzioni energetiche connesse a processi
industriali.
“Il regime che era stato stabilito nel 1992”, ha commentato il Ministro dello
Sviluppo Economico, Claudio Scajola, “non è più efficiente rispetto all’odierno
mercato liberalizzato e grava sui prezzi dell’elettricità di tutti i
consumatori. L’attuazione di quanto previsto dalla Legge Sviluppo rappresenta un
importante passo verso un mercato dell’energia con prezzi sempre più competitivi
e trasparenti e a supporto di nuovi investimenti e della ripresa economica”.
Complessivamente, in relazione all’anno 2010, la capacità produttiva
riconducibile agli impianti potenzialmente interessati al provvedimento
ministeriale si attesta intorno ai 3.300 MW, ovvero l’80% del totale
dell’energia incentivata dal CIP 6. Le convenzioni CIP 6/92 potenzialmente
interessate dalle modalità di risoluzione volontaria definite dal decreto sono
quelle relative a impianti di produzione di energia elettrica alimentati da
combustibili di processo o residui o recupero di energia) e da combustibili
fossili (per esempio gas naturale).
L’attuazione del decreto porterà alla possibile uscita dalla produzione di
energia di quegli impianti meno efficienti, consentendo al sistema elettrico di
utilizzare risorse per una maggiore competitività a beneficio dei prezzi
dell’energia elettrica.
Ai produttori che aderiranno volontariamente alla risoluzione anticipata saranno
riconosciuti corrispettivi tali da contenere gli oneri che graverebbero sui
consumatori, cittadini ed imprese, nel caso le convenzioni andassero a scadenza
naturale, pur nel rispetto degli investimenti effettuati.
Soddisfatti gli ambientalisti: secondo Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, “lo
stop anticipato ai contributi sui cip6 è un fatto importante e ci dà ragione
delle battaglie fatte nella scorsa legislatura contro un sistema che non ha
permesso alle rinnovabili di decollare”. “Lo stop anticipato ai Cip6 è una buona
notizia - dice Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente - perché
gli incentivi alle fonti assimilate previsti da queste agevolazioni hanno tolto
soldi alle vere rinnovabili, mentre le risorse che sono state date in questi
anni alle fonti inquinanti sono stimabili in decine di miliardi". “C'è da
auspicare - ha detto Ermete Realacci (Pd) - che non si verifichino tentativi di
deroga", visto che "parliamo di un'operazione che è costata agli italiani oltre
30 miliardi di euro e ben 3,5 miliardi di euro nel solo 2006, non per
incentivare realmente le fonti rinnovabili, ma le cosiddette fonti assimilate
alle rinnovabili come i residui delle raffinerie e l'incenerimento dei rifiuti”.
Positivi i commenti anche del Governo. “La risoluzione anticipata delle
convenzioni Cip6, ha commentato Stefano Saglia, Sottosegretario allo Sviluppo
Economico con delega all’energia, porterà a una riduzione dei prezzi per tutti i
consumatori”.
Eni e Gazprom siglano l’accordo per far entrare Edf in
South Stream
Mosca, 9 dicembre – Dopo l’accordo siglato da Eni e
Gazprom per l’ingresso della francese Edf nell’affaire South Stream, si rafforza
il legame tra i tre Paesi sul fronte energia. “Di fronte alla crescente
instabilità dei mercati globali dell'energia - dicono in coro Scajola e il
collega russo Sergej Shmatko - solo la cooperazione con la Federazione russa,
anche nella realizzazione di progetti comuni nell'area dell'Asia centrale, può
assicurare all'Europa forniture di gas e petrolio stabili e certe nel lungo
periodo”. Per i due ministri “le opportunità ed i benefici di un'alleanza
strategica fra Russia e Ue superano i rischi”.
Si è intanto appreso, secondo voci vicine al dossier, che a Mosca Berlusconi e
Putin si sarebbero accordati anche per far passare il South Stream non solo fino
a Lubiana, ma anche per farne una diramazione fino a Trieste e Monfalcone, in
aperto contrasto con i progetti di rigassificazione di Gas Natural nel capoluogo
giuliano e di Eon a Monfalcone.
Nei giorni della firma per l’ingresso di Edf in South Stream è stata
sottoscritta dai ministri dell’Industria, anche una dichiarazione congiunta per
ampliare la collaborazione tra i due Paesi nel campo dell’efficienza energetica
e della produzione di energia da fonti rinnovabili.
Sul fronte bancario, invece, si è appreso attraverso il presidente di Zao Banca
Intesa, divisione di Intesa Sanpaolo, Antonio Fallico, che il finanziamento del
gasdotto South Stream, sarà superiore a quello previsto per North Stream. Il
banchiere ha poi aggiunto che "stiamo aspettando lo studio di fattibilità di
South Stream, che dovrebbe arrivare a febbraio"
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 9 dicembre 2009
Rigassificatore, le verità negate in un tavolo tecnico
al ”Bobbio” - Il parere di alcuni saggi in un’iniziativa promossa dalla Uil
vigili del fuoco
Le ”verità negate” sono quelle sul rigassificatore di
Zaule su cui il Tavolo tecnico aveva già espresso serie perplessità riguardo
carenze procedurali che sarebbero presenti nello sviluppo dei progetti di
rigassificatori Trieste. Verità che si vorrebbe emergessero nel corso della
conferenza pubblica, in programma oggi alle ore 17 al teatro Bobbio di Trieste,
a cura del Tavolo Tecnico Rigassificatori Trieste promosso dalla Uil Vigili del
Fuoco e costituito da esperti il cui compito consiste nell’elaborazione di una
valutazione oggettiva dei rischi industriali e antropici implicati nel progetto
del cosiddetto “Terminale di Ricezione e Rigassificazione Gnl Zaule-Gas Natural”.
Il Tavolo Tecnico non si occupa di stabilire la fattibilità del progetto, né
esprimere giudizi, ma esclusivamente di fornire delle osservazioni competenti
sulle implicazioni dell’impianto nell’ambito previsto. Obiettivo è
l’elaborazione di uno studio critico che, opportunamente integrato con ulteriori
parametri (ambientali, economici etc.), possa costituire uno strumento oggettivo
a disposizione di qualsiasi organo politicamente impegnato.
In pericolo il maquillage di Piazza Libertà - Nessun
dietrofront di Dipiazza, ma manca l’ok della Soprintendenza sulle modifiche
richieste
Anno nuovo, frontestazione vecchio. Sine die, forse, causa
intoppi - non previsti mesi addietro - nel rimpallo degli incartamenti tra
Comune e Soprintendenza. Nei cui uffici, la scorsa settimana, è entrata - ma non
si sa quando uscirà, che tenore avrà la risposta e chi la firmerà - l’ultima
versione del progetto esecutivo con gli adattamenti richiesti dal grande capo
territoriale delle Belle arti, il direttore regionale dei Beni culturali e
paesaggistici Roberto Di Paola. Non carbura infatti il progetto di
riqualificazione di piazza Libertà, che ne prospetta un’epocale cambio di
fisionomia estetico e viario - senza più macchine tra lo stesso ingresso della
stazione e la statua di Sissi - al costo di tre milioni e 800mila euro, coperti
per due terzi dal Ministero delle Infrastrutture e per il rimanente milione e
mezzo dalla Regione.
L’IMPASSE Da quando, a fine luglio, il Consiglio comunale ha approvato l’ultima
versione della variante urbanistica - quella che introduce una corsia
preferenziale per i bus a tagliare l’unicuum pedonale in modo da toglierne una
dietro il giardino storico salvandone così il perimetro - sulle tappe
burocratiche dell’opera è calato un silenzio sibillino. Un silenzio interrotto
solo ad ottobre da Roberto Dipiazza che, da neoassessore ai Lavori pubblici al
posto di Franco Bandelli, si era limitato a dire, parlando di tutti gli
interventi in piedi a carico dell’amministrazione cittadina, del via al
megacantiere nella prossima primavera. Posticipando, senza citarli, gli annunci
fatti in epoca Bandelli, secondo cui i lavori sarebbero partiti al più tardi
entro la fine del 2009. Ma ora che il 2009 sta per chiudersi, si fa largo a
palazzo - anche se nessuno s’azzarda a sbandierarlo pubbblicamente - il timore
che quel cantiere rischi di non partire proprio. Altro che primavera.
LE CAUSE Dopo lo stralcio del restyling da centomila euro dell’alabarda di Scala
dei Giganti, e soprattutto dopo la frenata sul terzo ponte in cristallo da
750mila euro sopra il canale, spunta pertanto una possibile ”terza incompiuta”.
La più grande. Solo che stavolta, a quanto è dato sapere per le vie informali
visto che il sindaco-assessore non ne parla, non sarebbe una marcia indietro. E
poco c’entrerebbero, pare, anche quelle diecimila firme raccolte da
ambientalisti e grillini per salvare gli alberi secolari di piazza Libertà. A
proposito: ad oggi non esiste un numero certo su quanti alti fusti sarebbero
effettivamente sacrificati. Dovrebbero essere cinque, stando alle carte
approvate in Consiglio in estate, mentre la conta dei trapianti rimane vaga. La
questione, detta altrimenti, non sarebbe dunque politica. Ma tecnica.
L’INCOGNITA Il cuore del problema porta dritti in Soprintendenza. O, meglio,
alla direzione regionale dei Beni culturali, la ”casa madre” cui spetta l’ultima
parola. L’ultimo timbro. Che, se sarà positivo, conoscendo i tempi per il vaglio
di progetti così incisivi nel modificare il paesaggio esistente, arriverà al
99,9% dopo il 31 dicembre. Ne consegue che l’incartamento consegnato a mano
dallo stesso Dipiazza la scorsa settimana in Soprintendenza non recherà
l’autografo dell’architetto Di Paola - che sta per andare in pensione, si veda
l’articolo a lato, ndr - ma del suo successore. Il cui nome, ad oggi, resta
sconosciuto. E non è escluso - stando a chi conosce questi cambi della guardia -
che il nuovo capo dei Beni culturali decida di riprendere in mano la pratica non
dall’ultimo passaggio, ma dall’inizio. Il che porterebbe l’attesa per l’ok
definitivo molto in là. Troppo in là, forse, per un’opera che si sarebbe dovuta
rendicontare, appaltando quanto meno i lavori, proprio entro il 31 dicembre del
2009.
L’ALTERNATIVA Una proroga ci sarà, ha fatto capire Dipiazza qualche settimana fa
parlando d’altro. Potrebbe già esserci, nella sua testa, l’alternativa da
presentare a Roma per non perdere i soldi promessi per piazza Libertà. Quale? Si
parla di piazza Ponterosso ma oggi, carte alla mano, la pista non regge:
soltanto un mese fa il Comune ha chiesto infatti al Ministero dell’Ambiente un
confinanziamento al 70% proprio per il rifacimento (da un milione e 865mila
euro, ndr) di piazza Ponterosso.
PIERO RAUBER
«Ma il Silos deve andare avanti» - IL CANTIERE NON
PARTIRÀ PRIMA DELLA METÀ DEL 2010
Sasco: l’iter non va rallentato. Lazzari: rispettate le
prescrizioni
La prima pietra era annunciata in questo periodo. E per entrambi i progetti.
Ma come accomunati dal medesimo destino burocratico pur avendo due storie
indipendenti, il cantiere del centro commerciale del Silos targato Coop NordEst
non inizerà prima della metà del 2010 e allo stesso tempo, come detto, potrebbe
andare perfino peggio alla rivoluzione di piazza Libertà con l’unicuum visivo
pedonale davanti all’ingresso della stazione e la viabilità spostata dietro con
una ”esse” di rientro verso il Silos e il collegamento da e per la città nelle
vie Ghega e Geppa. Un’opera colossale,per la quale nel maggio del 2008 - in
occasione della prima variante urbanistica richiesta al Consiglio comunale -
Bandelli auspicava un percorso rapido giacché «la viabilità di quella zona fra
due anni è destinata al collasso con l’apertura del Silos». Una fretta, quella
di allora, che stride con lo stato delle cose di adesso, anche alla luce della
possibile concessione dell’Autorità portuale della bretella da largo Santos a
piazza Duca degli Abruzzi, per smaltire i carichi ipotizzati col Silos a regime.
Del destino della zona stazione si tornerà gioco forza a parlare pubblicamente
forse già prima di Natale, considerato che il Consiglio comunale è chiamato a
esprimersi per le vie brevi sulla Via al progetto del Silos. «Le presunte
problematiche di piazza Libertà non devono rallentare l’iter del Silos»,
ammonisce l’Udc Roberto Sasco, che presiede la commissione Urbanistica e che si
permette ora di dare un ”consiglio” indiretto a Dipiazza, sindaco-multiassessore
con deleghe pesantissime. «Dipiazza è un grande sindaco ma non è un superman.
Non è una critica, anzi. È che avrebbe bisogno di una giornata di 48 ore»,
chiude Sasco, secondo cui - riguardo la frenata del primo cittadino sulla
passerella di Ponterosso - «il ponte si era ridotto a un ponticello di montagna,
meglio non far nulla a questo punto...». D’accordo con la strategia di Dipiazza,
quella di insistere con l’architetto Di Paola per un eventuale nulla osta
definitivo della passerella, è invece il capo dei berluscones Piero Camber: «Non
si può fare un’opera da 750mila euro avendo un permesso a termine».
Non sarà a termine - questo è certo - l’ok per piazza Libertà. Sempre che ci
sia. «Ma nel progetto esecutivo che abbiamo presentato alla Soprintendenza
abbiamo ottemperato alle richieste del direttore dei Beni culturali contenute
nel suo precedente parere positivo condizionato», annota l’ex presidente
dell’Ordine degli architetti Luciano Lazzari, che è uno dei professionisti che
compongono il team incaricato del progetto dal Comune.
Tra gli adattamenti - riferisce Lazzari - figurano la non copertura della
vecchia cabina Acegas, il verde spartitraffico da adottare e le finiture della
pavimentazione in porfido e calcestruzzo. E la corsia per i bus spuntata davanti
alla stazione? Non sarebbe un problema: niente segnaletica orizzontale
impattante, bensì «un lieve gradino e dei paletti per demarcare tale corsia,
esattamente come una zona a traffico limitato in area pedonale».
(pi.ra.)
Gli alberi preziosi alleati nella battaglia contro
l’inquinamento
Gli alberi di piazze, viali e giardini triestini sono
importanti alleati dell’uomo contro l’inquinamento atmosferico. Eppure rispetto
alle altre città italiane sono presenti nel centro in una percentuale minima. Di
alberature si è parlato nel convegno “L’albero in città, semplice costo o grande
risorsa?”, proposto dall’associazione “Tra fiori e piante” e dal club
“Triestebella” e organizzato dal Comitato per la salvaguardia degli alberi di
Piazza Libertà: relatori Francesco Ferrini, docente di Arboricoltura umana
all’Università di Firenze, Giorgio Valvason, dendrologo e Andrea Maroè, agronomo
del Verde pubblico del Comune di Udine.
È stato presentato un “Manifesto per gli alberi città”, sottoscritto dai
relatori, dagli organizzatori Mariangela Barbiero e Roberto Barocchi e, per
alzata di mano, dai presenti. Il documento propone semplici regole sulle piante
cittadine: piantarle a distanza conveniente e in spazi congrui, evitando
potature radicali e moncherini laterali perché creano problemi, spesso inutili,
agli esseri umani. L’albero triestino invece - è stato sottolineato - resta
spesso vittima di potature estreme che rappresentano il primo veicolo per
l’assalto di germi e la formazione di danni spesso fatali. Anche i continui
lavori nel sottosuolo feriscono l’apparato radicale di piante centenarie
causandone una fine immatura.
(m.l.)
Maddalena, pressing sulla Regione per ridurre il
cemento - Il Wwf chiede la valutazione d’impatto ambientale sul progetto per un
centro commerciale
Un invito ai cittadini a inviare osservazioni alla Regione
sul progetto che prevede un insediamento commerciale e residenziale sull’area
dell’ex ospedale Maddalena viene rivolto dal Wwf che lo ritiene di notevole
impatto ambientale.
Gli elaborati del progetto, noto con il nome di Generalgiulia 2, sono
consultabili alla Direzione ambiente e lavori pubblici della Regione - servizio
Via in via Giulia 75/1 e presso l’Area pianificazione territoriale del Comune,
in passo Costanzi 2, oltre che scaricabili dal sito web della Regione. Le
osservazioni devono essere consegnate o spedite entro il 2 gennaio alla stessa
direzione regionale in via Giulia.
È stata la società Generalgiulia 2, composta dalla cordata tra Riccesi, Cividin,
Carena e Palazzo Ralli, tutti con quote paritaria al 25 per cento ad acquistare
dall’Ass i 23 mila metri quadrati del comprensorio a oltre 11 milioni di euro.
L’intervento prevede una piastra commerciale da 5 mila metri quadrati che
dovrebbe vedere lo sbarco del colosso transalpino Carrefour, mentre altri 10
mila metri quadrati (rispetto ai 2 mila di un primo progetto) verrebbero
riservati a verde di quartiere. Ben trecento gli appartamenti previsti in
complesi edilizi alti fino a sei piani: cento sul lato di via dell’Istria e 200
lato monte. Di questi ultimi 53 dovevano essere appartamenti dell’Ater che però
ha annunciato di aver congelato questo intervento dal momento che non riceverà i
fondi necessari dalla Regione. È previsto poi sull’area anche un megaparcheggio
per 1.100 posti auto su tre livelli interrati in parte a disposizione del centro
commerciale e in parte a rotazione.
«Una verifica sul progetto era già stata fatta dalla Regione l’estate scorsa -
riferisce il Wwf - e si era conclusa con la decisione di sottoporlo alla
procedura di Via. La società ha allora deciso di modificare il progetto sperando
che una verifica bis abbia esito diverso». «Abbiamo il diritto di realizzare
l’opera - ha affermato di recente Donato Riccesi - Non si può scherzare con i
soldi dei privati disposti a riqualificare un pezzo di territorio cittadino nel
rispetto delle indicazioni degli enti e delle amministrazioni locali».
«Ci appelliamo ai cittadini sensibili alla qualità dell’ambiente urbano -
afferma ora il Wwf - affinché reclamino una seria procedura di Via sul progetto.
Solo così sarà possibile ottenere una riduzione delle volumetrie e ampi spazi
verdi fruibili da tutti, a vantaggio della cittadinanza e non solo della
speculazione immobiliare».
(s.m.)
Monfalcone: A2A conferma «Sì al metano, niente atomo» -
Definite infondate le voci di stop al progetto per la centrale Ammodernati i
gruppi a carbone
LA PARTITA ENERGETICA
MONFALCONE La via è tracciata: A2A procede nella riconversione dei gruppi ad
olio combustibile, per i quali, in virtù del completamento dell’iter
autorizzativo, da maggio s’è innescato il ”count-down” che prevede la
realizzazione del nuovo ciclo combinato da 815 megawatt entro 47 mesi, quindi
nel 2013. Con ciò contemplando la ”dismissione” obbligata dei gruppi 3 e 4. Non
solo. L’azienda intende impegnarsi, contestualmente, sul versante del
miglioramento anche della sezione a carbone, investendo su nuove tecnologie. Per
l’operazione di rinnovamento è da avviare l’intera procedura. Sul tappeto resta
il ripensamento in corso relativo al tracciato del gasdotto, che l’azienda
vorrebbe più breve.
A ribadire la ”tabella di marcia” è il direttore della centrale termoelettrica,
ingegner Luigi Manzo. Una conferma, dunque, che allontana lo spettro-nucleare in
città. Con il timore espresso dal sindaco Gianfranco Pizzolitto, che ha già
sollecitato via lettera il presidente Renzo Tondo a fornire garanzie alla luce
di voci ricorrenti, ma anche da Legambiente, di una possibile trasformazione
della centrale termoelettrica. Preoccupazione ricondotta proprio al
rallentamento del processo di metanizzazione dell’impianto di A2A. Ma
rallentamenti che l’azienda definisce esclusivamente tecnico-procedurali, quindi
non forieri di un cambiamento di rotta della politica produttiva.
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO/1
Ho letto le undici domande di Paolo Rumiz sul
rigassificatore, apparse sabato 28 novembre sul Piccolo. Pur non essendo un
tecnico, ho potuto capire benissimo tutte le questioni poste dal giornalista:
chiare e documentate, precise e allarmanti mi facevano sorgere mille e un dubbio
sul rigassificatore nel golfo di Trieste.
Ho dunque atteso con grande interesse le risposte del sottosegretario
all’Ambiente Roberto Menia. Pubblicate il giorno dopo, sono state
un’agghiacciante delusione: confuse ed evasive, vaghe e allarmanti.
Da cittadino, mi sento preso in giro: trovo fastidioso che un vice-ministro («minister»
in latino significa «servitore», dunque «al servizio della collettività»),
invece di rispondere per davvero e chiaramente, si nasconda dietro le cortine
fumogene di sistematiche e ripetute citazioni in stile burocratese delle
«vigenti normative in materia... come stabilito dagli articoli 28 e 29 del DL...
il proponente, finalizzato alla definizione di procedure... ovviamente, prima di
ogni fase autorizzativa, anche preliminare dell’impianto, gli organismi
competenti provvederanno ad effettuare tutte le analisi di compatibilità
previste dalle vigenti normative in materia».
Dopo aver letto questa pessima e illeggibile prosa da «copia e incolla» di uno o
più funzionari, da cittadino di Trieste posso dire solo questo: se prima i miei
dubbi sul rigassificatore erano 1001 adesso, dopo le rassicurazioni di Roberto
Menia, sono diventati 2001.
Luciano Comida
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO/2
Riguardo al proposto rigassificatore vorrei proporre uno
spunto di riflessione richiamando una parte del contenuto del libro scritto da
Piero Angela e Lorenzo Pinna ed intitolato «La sfida del secolo» dove riguardo a
un possibile incidente si legge che: «Una grande nave gasiera, che trasporta 125
mila metri cubi di gas liquefatto a bassissima temperatura, contiene un
potenziale energetico enorme. Se nelle vicinanze della costa, per un incidente,
dovesse spezzarsi e rovesciare in mare il gas liquefatto, potrebbe cominciare
una sequenza di eventi catastrofici.
Il gas freddissimo, a contatto con l’acqua del mare, molto più calda,
inizierebbe a ribollire, a evaporare e formare una pericolosa nube. Questa nube
di metano evaporato rimarrebbe più fredda e più densa dell’aria e potrebbe
viaggiare sfiorando la superficie marina, spinta dal vento, verso la terraferma.
Scaldandosi lentamente la nube comincerebbe a mescolarsi con l’aria. Una miscela
fra il 5 e il 15 per cento di metano con l’aria è esplosiva. Il resto è
facilmente immaginabile. Se questa miscela gassosa, invisibile ed inodore,
investisse una città, qualsiasi (inevitabile) scintilla farebbe esplodere la
gigantesca nube.
La potenza liberata in una o più esplosioni potrebbe avvicinarsi a un megaton:
un milione di tonnellate di tritolo, questa volta nell’ordine di potenza
distruttiva delle bombe atomiche. Le vittime immediate potrebbero essere decine
di migliaia, mentre le sostanze cancerogene sviluppate dagli enormi incendi
scatenati dall’esplosione, ricadendo su aree vastissime, sarebbero inalate in
”piccole dosi”, dando luogo a un numero non calcolabile, ma sicuramente alto, di
morti differite nell’arco di 80 anni». Per quanto riguarda invece
l’accessibilità al Porto nuovo di Trieste ritengo che al passaggio delle navi
gasiere non potrebbe navigare nemmeno «Mascalzone latino».
Fabio Longo - Italia dei Valori Circolo di Muggia - Comitato Sos di Muggia
LA REPUBBLICA - MARTEDI', 8 dicembre 2009
ENERGIA - I siti delle centrali nucleari - Verdi: "Daremo battaglia"
Il partito ambientalista rivela le località individuate dall'Enel per gli impianti.
Due sono vicine a Roma. Bonelli: "Faremo dei sit-in,
chiamiamo alla mobilitazione democratica"
ROMA - I Verdi rivelano i siti in cui si vorrebbero costruire le nuove
centrali nucleari in Italia. Due sono nel Lazio a pochi chilometri da Roma:
Montalto di Castro e Borgo Sabotino. Le altre localizzazioni, che sarebbero
state individuate in uno studio inviato dall'Enel al governo, sono: Garigliano
(Caserta), Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma
(Agrigento) e Monfalcone (Gorizia).
"Le aree sono idonee, secondo l'Enel, perché vicine a zone costiere e ai fiumi,
poiché come è noto le centrali necessitano di un gran quantitativo di acqua per
funzionare. Chiamiamo alla mobilitazione democratica le popolazioni per dire no
alle centrali nucleari", afferma il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. E
ancora: "Noi Verdi avvieremo il presidio dei siti nucleari per dire no al
nucleare e sì al solare. Il governo sta portando l'Italia in una pericolosa
avventura che porterà alla militarizzazione dei territori e a far aumentare la
bolletta elettrica degli italiani, perché i 20 miliardi di euro per la
costruzione delle centrali li pagheranno gli italiani. Berlusconi in Italia
ammazza le energie rinnovabili e finanzia la speculazione del costoso nucleare.
Daremo nel paese dura battaglia".
IL PICCOLO - MARTEDI', 8 dicembre 2009
«Nessun progetto di sviluppo per le Rive» - Il
capogruppo del Pd Omero fa a pezzi il Piano particolareggiato
Il piano particolareggiato del centro storico? Inutile
secretarlo, tanto è, come il piano regolatore, «un piano edilizio nel quale
mancano le strategie di sviluppo socio-economico per la città». L’opposizione di
centrosinistra in Comune esce allo scoperto per ribadire la propria assoluta
contrarietà alle scelte della giunta Dipiazza. «Lo abbiamo detto a proposito del
piano regolatore adottato in agosto e lo hanno ripetuto gli ordini professionali
degli ingegneri e degli architetti, lo ha sostenuto anche l'Assindustria per
bocca del suo presidente – hanno detto ieri Fabio Omero e Bruna Tam del Partito
Democratico, Alfredo Racovelli dei Verdi, Roberto Decarli dei Cittadini per
Trieste e Iztok Furlanic di Rifondazione Comunista – l’unico obiettivo
dichiarato è il consolidamento e il potenziamento della funzione residenziale,
tanto che Dipiazza vanta un aumento dei volumi di 117 mila metri cubi di nuova
edificazione e 10 mila di sopraelevazioni nel centro della città».
Secondo l’opposizione tante «stranezze» e altrettante omissioni sono
verificabili semplicemente riguardandosi la storia del piano particolareggiato.
«Nel 2001 – è stato detto – al momento del cambio di amministrazione il lavoro
di analisi era già stato concluso e consegnato dal gruppo di lavoro coordinato
dal “grande” storico dell’architettura Leonardo Benevolo. Un lavoro di
schedatura straordinario, che ora il sindaco vanta come merito suo». A detta
dello scomparso assessore della giunta Illy, Ondina Barduzzi, è stato ricordato,
sarebbero stati sufficienti 6 mesi per completare già allora il piano. Ma solo
nel 2006 venne consegnato dal nuovo progettista incaricato, l'architetto Alberto
Cecchetto, e dopo una fugace apparizione pre-elettorale venne chiuso nei
cassetti. E, una volta rispolverato, i progetti strategici urbani di Cecchetto
sono spariti. Anche a causa di una malattia dell’architetto veneziano.
In particolare, come ha ricordato Fabio Omero, non c’è traccia dei progetti di
sviluppo delle Rive, con il problema del collegamento tra i porti, i parcheggi
interrati previsti, progettati ma poi bloccati per diversi motivi, i contenitori
su cui non si è deciso cosa fare, il Parco del mare con i suoi specifici
problemi di collegamenti e parcheggi. E ancora: Piazza della Libertà con il
progetto poi affidato ad altri e contestato e il problema della viabilità del
Porto vecchio, Campo Marzio esteso a tutto l’ambito: Mercato ortofrutticolo,
Stazione e musei, area ex Fiat e androne varie.
Proprio nelle Rive è stata individuata la questione più calda perchè, come è
stato rilevato, l’impegno proposto dal centrosinistra di fare una ricognizione
di tutti gli studi e progetti avviati, che riguardano direttamente o
indirettamente il frontemare, da piazza della Libertà a Campo Marzio e di
promuovere un tavolo è stato disatteso, nonostante il suo accoglimento da parte
della maggioranza.
E quanto al teorico Parco del mare, manca ogni ipotesi di parcheggio,
fondamentale anche solo per pensare all’avvio della struttura. Come dire che
«nel piano particolareggiato del centro storico il Parco del mare scompare».
(f.b.)
La variante ha ignorato gli agricoltori - PIANO
REGOLATORE: LE OSSERVAZIONI DELLA COLDIRETTI
D’Amore: non si è tenuto conto del loro ruolo nella
gestione del territorio
TRIESTE E’ un piano regolatore che non tiene conto delle esigenze degli
agricoltori triestini, e che non li aiuta a sviluppare il territorio in modo
sostenibile. E’ questo il punto di vista della Coldiretti sulla variante
generale 118 al Prg del Comune, che al riguardo ha prodotto un articolato
documento con diverse osservazioni sul nuovo strumento urbanistico.
«Sui temi dell’agricoltura e del territorio la variante appare piuttosto
superficiale, redatta quasi sicuramente da qualcuno che in materia ha ridotta
competenza – sostiene il direttore della Coldiretti triestina e goriziana,
Baldassare D’Amore. Il problema – continua – è che pure in questa occasione
nessuno si è preoccupato di consultare le organizzazioni professionali.Un
confronto di questo tipo avrebbe potuto evitare tante inesattezze, e fornire una
maggiore perizia nella redazione del documento».
Per la Coldiretti il nuovo piano regolatore non avrebbe tenuto conto del ruolo
fondamentale dell’agricoltura nella gestione corretta del territorio e
dell’ambiente. «Coltivare e allevare bestiame in zone disagiate e particolari
come il comune di Trieste vuol dire anche prevenire dissesti idrogeologici e
mantenere al meglio paesaggio e territorio».
Accanto alla filosofia di fondo, le osservazioni alla variante prodotte dalla
Coldiretti entrano nel merito di diversi punti considerati inesatti o poco
chiari. Riguardo alle serre, ad esempio, si evidenzia come queste strutture non
debbano essere considerate alla stregua di fabbricati, risultando infatti
rimovibili e quindi da considerare come terreno coltivato.
E in tema di recinzioni e muri di contenimento e a secco, presenti quasi ovunque
in tutto il comune triestino, si chiede al Comune di riservare l’altezza massima
di un metro alle sole strutture a secco, valutando come i muri di sostegno a
terrazzamenti e pastini debbano essere ben più alti per consentire la stabilità
dei terreni.
Una delle osservazioni considerate fondamentali riguarda lo stralcio dei piani
attuativi nell’iter di richiesta per la realizzazione di interventi sul
territorio. Secondo la Coldiretti questa prassi rappresenterebbe un vero e
proprio balzello per le tasche degli agricoltori. Si giudica pertanto più che
sufficiente che gli interventi vengano ammessi con strumenti diretti, ovvero
attraverso la normale concessione edilizia.
Tra le altre osservazioni, l’associazione chiede che in termini di
fabbricabilità venga mantenuta invariata la superficie minima del lotto
edificabile, in quanto, pur essendo mutata la zonizzazione di alcune aree,
risultano invariate la struttura dei fondi agricoli e la dimensioni delle
aziende.
Molte di queste operano su aree minime e polverizzate, caratteristica che spesso
non consente di raggiungere le superfici minime previste dalla normativa
proposta dal nuovo piano regolatore.
Maurizio Lozei
«Il no della Soprintendenza motivato per zone
archeologiche lontane da noi» - L’AMPLIAMENTO DELLA MANCAR: INTERVIENE IL
TITOLARE
MUGGIA Marino Rodela, socio principale della Mancar Sas,
interviene nella vicenda che ha portato la Soprintendenza ai beni culturali e
architettonici ad annullare, per la seconda volta, la variante che avrebbe
permesso di aumentare il volume del capannone della sua azienda, costruito in
una zona posta sotto vincolo paesaggistico alle Noghere.
«Bisogna considerare – esordisce – che dal 2006 il mercato e la situazione
economica locale sono cambiati rispetto alle intenzioni iniziali del progetto.
In questi anni sono sorte altre industrie di rimessaggio, che in pratica
svolgono la nostra stessa attività. In presenza di tale variazione, pur
cominciando la costruzione dell'impianto grazie alla prima autorizzazione della
Regione, ho presentato la variante di tamponamento che non ci avrebbe permesso
di triplicare la superficie del capannone, che rimane di 3mila metri quadrati,
ma di aumentarne il volume».
«A sorpresa – continua Rodela – l'autorizzazione paesaggistica venne annullata
dalla Soprintendenza con motivazioni legate alla presenza di scoperte
archeologiche e di palestre di roccia molto lontane dalla zona del capannone.
Valutazioni che esulano dal potere della Soprintendenza e invadono le competenze
della Regione».
Nella primavera del 2009 la Mancar sas, l'Ezit e la Regione si sono appellati al
Tar regionale contro il decreto di annullamento della Soprintendenza, che ha
unito e respinto i tre ricorsi.
Umberto Dallegno, socio della Mancar (e alcuni anni fa direttore generale
dell'Ezit), si sofferma invece sull’operato del Tar: «La sentenza del Tar che ha
ribadito l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica – afferma – ha
evidenziato una carenza di istruttoria nell’autorizzazione della Regione, ma ha
confermato che le motivazioni addotte erano precluse alla Soprintendenza. Il Tar
ha inoltre giudicato una situazione neppure presa in considerazione
precedentemente, e cioè il fatto che la chiusura della tettoia lasciava
inalterata la superficie ma ne triplicava il volume. A quanto pare ha sbagliato
anche il Tar – commenta Dallegno –. Infatti l’esame del volume di una struttura
è previsto in ambito urbanistico ma non in quello paesaggistico. Per questo
motivo abbiamo fatto ricorso al Consiglio di Stato. Vorrei ancora sottolineare –
conclude – che nel sito, se tutto fosse andato secondo le previsioni, oggi
lavorerebbero 32 dipendenti, venti dei quali sarebbero stati assunti dopo la
chiusura della tettoia».
(a,d,)
«Se la Ferriera non chiude mi lascio morire di
fame» MAURIZIO FOGAR - Il fondatore del Circolo Miani lancia una
sfida ai politici «È in gioco la salute di tutti»
Non assume farmaci “salvavita” da più di un mese. Da
domenica ha smesso anche di mangiare. Tutto questo per protestare contro la
mancata chiusura della Ferriera. Ma ha ancora la forza per denunciare “chi non
provvede a compiere quest’atto dovuto e che la situazione imporrebbe come
immediato e necessario”. Maurizio Fogar, fondatore del circolo Miani, ha
annunciato ieri questa sua nuova iniziativa sul fronte della lotta
all’inquinamento prodotto dallo stabilimento di Servola.
«Stavolta – ha detto ieri – non si tratta di un semplice esposto, ma di una vera
e propria denuncia che riguarderà il sindaco, Roberto Dipiazza, come principale
responsabile della salute della collettività e il presidente della giunta
regionale, Renzo Tondo, che ha promesso più volte di chiudere la Ferriera.
Entrambi stanno violando numerose normative in essere – ha precisato – e la cosa
non può passare nel dimenticatoio, perché è in ballo la salute di decine di
migliaia di persone». Per evidenziare “l’assoluto immobilismo delle istituzioni
su questo argomento”, dal 26 di ottobre Fogar ha rinunciato all’assunzione di
farmaci indispensabili per la sua salute e, da domenica, anche a mangiare. «Non
mi resta altro da fare che mettere a repentaglio la mia persona – ha
sottolineato – perché vedo che il malcostume che regna nella politica nazionale
ha coinvolto anche i rappresentanti locali. L’impianto continua a produrre
sostanze nocive per tutti, le centraline non funzionano, siamo rimasti fra i
pochi a lamentare questa situazione e, per tutta risposta – ha aggiunto – c’è
chi vorrebbe tacitare il circolo Miani. Evidentemente ci deve essere una
cointeressenza fra politica e affari di cui richiamo di fare le spese tutti
noi».
Per domani sera, alle 18.30, Fogar ha ottenuto un appuntamento con i capigruppo
del consiglio comunale; forse potrebbe essere questa una prima svolta nella
vicenda. «Non so se verranno tutti – ha commentato – anche se spero che sia
proprio così. In quel caso, potrei esporre le mie ragioni e far capire a chi
opera quotidianamente nella politica che la situazione è drammatica, anche
perché nessuno si sta preoccupando della riconversione dei lavoratori». Il
portavoce del Miani ha ricordato, a questo proposito, che “l’unico piano in tal
senso è quello predisposto proprio dal nostro circolo e nessuno dei pubblici
amministratori della città e della regione sembra rammentare che comunque
arriverà, nel 2014, il giorno della chiusura della Ferriera e che quanti oggi
operano in quel contesto saranno in strada». Ieri, al fianco di Fogar, si è
seduto Maurizio Ferrara, capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale. «Per
quanto si è visto – è stato il suo commento – ritengo che l’intera classe
politica di Trieste e dell’intero Friuli Venezia Giulia non dovrebbe più avere
il coraggio di presentarsi ai prossimi appuntamenti elettorali amministrativi.
Il loro comportamento sul tema della Ferriera – ha concluso – è stato ed è
inqualificabile».
Ugo Salvini
Nucleare, l’Enel rinuncia a Monfalcone - L’impianto è
in produzione e quindi non rientra fra i siti destinati alla riconversione
LA SOCIETA’ A2A E’ INVECE PRONTA A PASSARE ALL’ENERGIA
PULITA GARANTITA DAL METANO
MONFALCONEMonfalcone non sarà sede di una centrale nucleare. Per due
ragioni: l’impianto esistente non appartiene ad Enel, che in joint-venture con
la francese Edf realizzerà gli studi di fattibilità per quattro reattori
nucleari di terza generazione in Italia, bensì alla sua concorrente A2a. Ma
anche perchè non è un impianto improduttivo da convertire al nucleare, anzi è al
centro di un piano di riconversione a metano. La città può tirare un respiro di
sollievo dopo le voci e i timori degli ultimi mesi ma soprattutto alla luce
della ”famigerata” lista di dieci siti nucleari possibili in cui Monfalcone
continua a comparire al primo posto. La notizia, trapelata ieri dalla stessa
Enel, fa tirare un respiro di sollievo anche al sindaco Gianfranco Pizzolitto si
era sentito in dovere, solo alcuni giorni fa, di inviare una lettera aperta al
presidente della Regione Renzo Tondo chiedendogli sostegno e garanzie, alla luce
delle notizie che si rincorrevano. La situazione, però, era sembrata addirittura
precipitare quando l’ad di Enel, Fulvio Conti, nella trasmissione ”Effetto
Domino” il 5 dicembre su ”La7”, ha affermato che l’azienda ha già individuato i
possibili siti sove sorgeranno le centrali nucleari in Italia. Aggiungendo: «Non
li rivelerò neanche sotto tortura».
Conti, in effetti, ha già le idee molto chiare sui siti possibili anche se la
scelta preliminare non spetta a lui bensì al governo tramite l’Agenzia per il
nucleare che, a quanto si sa, non sarà attivata prima della prossima primavera.
Conosce però bene, tanto da poter già restringere il numero dei siti
”candidati”, i parametri che le future centrali nucleari dovranno rispettare:
vicinanza alla rete nazionale di distribuzione e al mare, bassa sismicità della
zona e - aspetto che interessa assai da vicino Monfalcone - sottoutilizzazione
dell’impianto dell’Enel da riconvertire al nucleare. Monfalcone sarebbe un sito
ideale secondo i primi tre parametri ma non per l’ultimo, essendo la centrale di
proprietà di A2a, estremamente ”produttiva” e da tempo destinata a un piano di
riconversione a metano. Facile prevedere, quindi, che la scelta possa andare a
cadere su vecchi impianti nucleari in disarmo o su centrali alimentate a olio
combustibile senza piani di riconversione. Insomma, Trino Vercellese, Caorso e
Montalto di Castro potrebbero non dormire sonni tranquilli. Tranquillità quindi?
Relativa. Mentre il sindaco, a Firenze, aspetta di conoscere meglio i termini
della questione per esprimersi, Michele Tonzar, responsabile di Legambiente,
ritiene che il pericolo non sia ancora scongiurato e che la guardia dev’essere
mantenuta alta. «Già dal recente incontro con i vertici di A2a - afferma - era
emerso che l’ipotesi di una centrale nucleare a Monfalcone sarebbe stata
improbabile in prima battuta. In prima battuta, appunto. Ma il fatto che altre
Regioni coinvolte in questo pasticcio stiano già presentando o preparando
ricorsi di incostituzionalità per il mancato coinvolgimento degli enti locali
nel piano-nucleare, mentre la nostra non si sta esprimendo in termini ufficiali,
mi fa temere comunque che la partita non sia ancora del tutto chiusa». Più
rassicurante il consigliere della Lega Nord Federico Razzini: «È bastato che
l’ad di A2a non escludesse di poter operare anche nel nucleare per scatenare una
tempesta mediatica. Il presidente Tondo lo ha già ribadito. Io stesso in
numerosi coloqui avuti con A2a ho avuto rassicurazioni. Eppure il sindaco
Pizzolitto ha voluto chiedere ulteriori rassicurazioni a Tondo. Pizzolitto pensi
piuttosto alle centrali a biomase che lui e i suoi colleghi sindaci del
centrosinistra stanno facendo sorgere in Bisiacaria con dei veri e propri blitz,
senza consultare la gente».
FABIO MALACREA
I Verdi contro il rigassificatore di Veglia - Gli
ambientalisti chiedono uno studio scientifico anche per l’impianto di coking a
Urinj
I LAVORI DOVREBBERO INIZIARE NEL 2011 PER CONCLUDERSI
NEL 2014 CON 800 MILIONI DI INVESTIMENTO
FIUME Offensiva dei Verdi quarnerini nei confronti di due progetti da
realizzarsi nei prossimi anni, ovvero il rigassificatore di Castelmuschio (Omisalj),
nell’isola di Veglia, e l’impianto di coking, che sorgerà nell’ambito della
raffineria dell’Ina a Urinj, negli immediati dintorni di Fiume. La più
combattiva delle associazioni ambientaliste in questa regione nordadriatica, Eko
Kvarner, ha inviato una petizione al presidente della Regione del Quarnero e
Gorski kotar, lo zupano Zlatko Komadina, chiedendogli di avviare l’iter di
elaborazione di uno studio sull’impatto ambientale cumulativo dei due impianti.
Finora sono stati formulati soltanto studi che riguardano singole infrastrutture
e dunque si rende d’obbligo – sostengono gli ecologisti quarnerini – preparare
un’attenta e articolata analisi sulle conseguenze che riguarderanno
l’interazione fra terminal metanifero e impianto coking, situati a pochissimi
chilometri di distanza l’uno dall’ altro.
A ciò si aggiunge, così Eko Kvarner, la produzione di polietilene negli
stabilimenti petrolchimici Dina e la ristrutturazione dell’area dove sono
sistemati i maxi serbatoi dell’Oleodotto adriatico, Janaf, sempre a
Castelmuschio. «Anni fa abbiamo appoggiato la costruzione del rigassificatore
vegliota, per gli interessi strategici in campo energetico che esso comporta –
così nella petizione consegnata allo zupano Komadina – ma vogliamo mettere in
guardia le nostre autorità sul fatto che il Quarnero sia ormai al limite della
sopportabilità per quanto riguarda la presenza di grossi impianti industriali. A
questo si aggiunge la possibilità che a Fianona, in Istria, sia costruita la
terza centrale termoelettrica (capacità di 600 megavat), da far funzionare con
carbone giunto d’ oltre confine e probabilmente con alto tasso di zolfo».
Intanto è scaduto il tempo per il dibattito pubblico sullo studio d’impatto
ambientale del rigassificatore isolano. A esprimersi sul progetto è stato in
conferenza stampa il citato zupano, il quale ha rammentato che recentemente la
sua assemblea regionale ha detto sì al terminal Lng, a condizione però che il
“gigante di Castelmuschio” dia ampie garanzie in fatto di salvaguardia
ambientale. «Vogliamo e pretendiamo che si rispettino i più rigorosi criteri di
tutela dell’ habitat – ha detto Komadina – e d’ altra parte ci preme
sottolineare che il megaimpianto dovrebbe essere altamente remunerativo per le
autonomie interessate.Ogni anno, l’ amministrazione conteale dovrebbe intascare
poco più di 900 mila euro grazie al rigassificatore, somma che reputiamo
irrisoria. Siamo d’ accordo che vi saranno ricavi d’ altro genere, si apriranno
nuovi posti di lavoro, ma il terminal Lng costituisce pur sempre un serio
rischio per l’ambiente».
Il progetto di Castelmuschio, parliamo dei lavori, dovrebbe mettersi in moto nel
2011, per concludersi nel 2014. Costerà, senza l’ investimento per il gasdotto,
sugli 800 milioni di euro e dovrebbe avere una capacità di movimentazione annua
pari a 15 miliardi di metri cubi di metano.
Andrea Marsanich
Gorizia, svolta verde all’autoporto - Deliberato un
investimento da 3,5 milioni per un impianto fotovoltaico
AL VIA L’OPERAZIONE DELLA SDAG SOSTENUTA DAL FRIE
Svolta verde per l’autoporto di Gorizia. La Sdag, la società controllata dal
Comune che gestisce la struttura, ha deliberato un investimento da 3,5 milioni
di euro per l’installazione di un impianto fotovoltaico da 1,2 megawatt che
troverà posto sulle coperture dei padiglioni A e B – i due elementi principali
del complesso – e su quelle del nuovo polo intermodale, dove è collocata la
piattaforma di scambio gomma-rotaia, recentemente entrata in funzione con il
collegamento quotidiano per Brescia. L’operazione avverrà con il sostegno del
Frie, il fondo di rotazione per le iniziative economiche.
Oltre all’installazione dei pannelli, poi, sono previsti estesi interventi di
adeguamento degli impianti e delle reti tecnologiche. Una parte di questi lavori
verrà effettuata grazie ai fondi recentemente sbloccati dalla Regione,
attraverso la sottoscrizione di una convenzione direttamente con la Sdag, e
stanziati addirittura a margine degli accordi di Osimo, nel 1975. Il grosso
della cifra – che nel suo complesso ssi aggira attorno ai 10,3 milioni di euro –
servirà per il miglioramento della viabilità interna dell’autoporto e per il
completamente del tratto finale del raccordo autostradale Villesse – Gorizia,
formalmente di proprietà del Comune. Anche se, ricorda il presidente della Sdag,
Giorgio Milocco, «la sistemazione degli impianti resta una priorità assoluta».
Altrimenti, aggiunge, «le potenzialità dell’impianto fotovoltaico non potranno
essere sfruttate al meglio».
Negli intenti della soceità di gestione, infatti, non c’è solo la copertura dei
consumi interni. L’obiettivo è di riuscire a cedere alla rete una parte
dell’energia prodotta e generare così delle entrate con le quali coprire in
prima battuta l’investimento e, successivamente, trasformarsi in una fonte di
guadagno. Prima del posizionamento dei pannelli, almeno in relazione ai due
padiglioni, saranno effettuati anche dei lavori di manutenzione straordinaria
dei tetti. La riqualificazione energetica non è l’unica sfida che attende il
sito isontino. All’orizzonte, infatti, c’è anche il varo del progetto Tip –
Transborder integrated platform, ovvero il piano di raccordo con il
«dirimpettaio» autoporto di Vertoiba. Il progetto ha nella Sdag il suo lead
partner (tra gli altri attori si contano la Regione, Autovie Venete, il
ministero dei Trasporti sloveno, l’ente autostradale sloveno e la Log system di
Padova) e prevede una serie di interventi a 360° in ordine alla viabilità
stradale, a quella ferroviaria e alle modalità di gestione e stoccaggio delle
merci in transito. L’iniziativa ha un valore di 1,4 milioni, 218mila dei quali
saranno stanziati per rendere più agevole la mobilità attorno al complesso
confinario, venendo incontro alle esigenze delle comunità di Sant’Andrea e di
Vertoiba.
«Quelli che abbiamo messo in agenda sono degli investimenti impegnativi ed
ambiziosi – fa notare Milocco, facendo il punto della situazione – che puntano a
rendere competitivo sul mercato della logistica l’autoporto goriziano. C’è la
necessità di riconvertire la funzione della struttura. Si tratta, però, di un
processo che non può avvenire nel breve periodo ma che, anzi, avrà bisogno di
tempo per dare i suoi frutti». Oggi, il comprensorio autoportuale si estende su
una superificie di oltre 600mila metri quadrati, ospita una settantina di
aziende e su di esso gravitano più di 500 posti di lavoro.
NICOLA COMELLI
IL PICCOLO - LUNEDI', 7 dicembre 2009
LA CONFERENZA DI
COPENHAGEN - Il Nobel Giorgi: «Sul clima è
inutile porsi obiettivi per l’anno 2050»
TRIESTE Si apre oggi la 15a Conferenza delle Parti (COP
15) della Convenzione dell'Onu sul clima, programmata a Copenhagen fino al 18
dicembre, dove almeno 65 capi di Stato e di governo negozieranno le misure da
adottare contro i cambiamenti climatici. A Copenhagen si terrà anche il quinto
incontro delle parti contraenti del Protocollo di Kyoto, un trattato della
Convenzione del clima in cui i Paesi industrializzati si impegnano a ridurre le
emissioni di gas serra. Il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici
(Ipcc) invita i partecipanti a considerare due scadenze: il 2020, entro cui i
livelli di gas serra dovrebbero scendere del 25-40% rispetto a quelli del 1990;
e il 2050, in cui si dovrebbe toccare l'obiettivo dell'80-95% in meno di
emissioni (sempre calcolate sul 1990) per avere una chance di evitare quell'aumento
di 20C che rappresenta la soglia di "allarme" per gli ecosistemi e l'uomo.
Filippo Giorgi, direttore della Sezione di fisica del clima e coordinatore dei
programmi scientifici del Centro di fisica Abdus Salam di Trieste, e membro
dell'esecutivo dell'IPCC fino al 2008, organizzazione che ha vinto il Nobel per
la pace 2007 insieme ad Al Gore, ci dà la sua lettura di Copenhagen.
È lecito sperare che a Copenhagen si giunga a un accordo tra le nazioni?
Spero di sbagliarmi, ma dubito si arrivi a produrre un programma davvero
vincolante per i Paesi partecipanti: non sembra esserci una reale volontà a
livello politico. La Cop 15 probabilmente finirà per essere l'ennesimo evento
mediatico ad alto consumo di CO2: quella che sarà prodotta, come ha ricordato un
ambientalista, dagli aeroplani per condurre i delegati in Danimarca.
Porsi obiettivi intermedi come il 20% in meno delle emissioni entro il 2020
significa non volersi impegnare, o essere realisti?
Credo sia irrealistico porsi obiettivi per il 2050, anno in cui la maggior parte
dei politici odierni non sarà più qui. Meglio ragionare su periodi più brevi e
darsi mete fattibili.
La Svizzera si impegna a ridurre le emissioni del 30% "se" i Paesi
industrializzati si daranno simili obiettivi e "se" i Paesi emergenti freneranno
i gas serra… Giochiamo a "scarica barile"?
Messo così è un circolo vizioso. L'accordo dovrà essere globale ma gli impegni
individuali. Si tende a considerare più ingenui degli altri quei Paesi che si
mettono in moto per primi, senza avere la garanzia che anche gli altri seguano a
ruota. In realtà è il contrario: i lungimiranti sono i Paesi che hanno capito
l'importanza di puntare su efficienza energetica ed energie rinnovabili.
Germania, Danimarca e Regno Unito si muovono da tempo in questa direzione, ma
non perché sono sprovveduti. Semplicemente perché hanno capito che conviene. Se
l'Italia aumentasse l'uso delle rinnovabili, di cui abbiamo scorte praticamente
inesauribili, magari non dovrebbe preoccuparsi più di stipulare accordi con la
Russia per il gas e si potrebbe affrancare dai rischi legati a questa
condizione.
Qual è il ruolo delle foreste nel riscaldamento del pianeta? E' vero che il
disboscamento incide per il 20% sull'aumento di temperatura?
Credo che sostenere il ruolo chiave del disboscamento equivalga a non voler
vedere la realtà. Il disboscamento selvaggio è uno dei tanti problemi, ma il suo
rilievo nel contesto specifico non mi pare prioritario. Il problema reale è la
poca volontà dei Paesi di assumersi le proprie responsabilità e di attuare
misure di contenimento sul lungo periodo.
Obama sembra disponibile a ridurre le emissioni, ma ha preso come riferimento i
livelli statunitensi del 2005. Ciò causa uno sfasamento per difetto nelle
riduzioni finali. Come dobbiamo interpretare questa proposta?
È importante valutare che esiste l'intenzione di impegnarsi in questa battaglia.
È una delle prime volte in cui si quantificano con una certa precisione i tagli
in programma. C'è poi anche l'idea congiunta sino-americana di sfruttare
l'eolico: è previsto che una società cinese costruisca un impianto in USA con
manodopera e tecnologie americane. Sono segnali che non vanno trascurati.
India e Cina dichiarano che le loro emissioni devono poter aumentare, per non
compromettere la propria crescita economica far uscire dalla povertà milioni di
persone. Che ne pensa?
Il problema dello sviluppo economico è importante, ma questi paesi si stanno
rendendo conto che va affrontato nell'ambito di una sostenibilità ambientale. In
Cina capiscono di avere un grossissimo problema di inquinamento e iniziano a
prendere contromisure in direzione delle tecnologie verdi.
Dobbiamo attenderci scenari da Day After se non si raggiungeranno gli obiettivi
menzionati?
No. Ci saranno effetti importanti se la temperatura continuerà ad aumentare e il
mare a salire, ma nei prossimi 20-30 anni non arriveremo al collasso. Il
problema è non superare quella soglia di pericolo che porterebbe a mutamenti
fondamentali del clima. Vero è che se non faremo niente per salvaguardare il
pianeta lo lasceremo ai nostri discendenti in condizioni critiche.
CRISTINA SERRA
IL PICCOLO - DOMENICA, 6 dicembre 2009
La Provincia sul rigassificatore: «Mai dato parere
favorevole» Bassa Poropat resta isolata
«La Provincia di Trieste non ha mai espresso alcun parere
favorevole alla costruzione del rigassificatore di Gas Natural a Zaule». Lo
fanno notare con una presa di posizione congiunta i capigruppo della stessa
maggioranza di centrosinistra a Palazzo Galatti intendendo in questo modo anche
prendere le distanze dalla presidente Maria Teresa Bassa Poropat che più volte
in manifestazioni pubbliche ha affermato di considerare l’impianto
un’opportunità per l’economia della provincia e per i cittadini.
La nota è firmata dai capigruppo Maria Monteleone (Pd), Elena Legisa
(Rifondazione comunista), Carla Melli (Verdi per la pace) e Fabio Vallon
(Sinistra, ecologia e libertà). «Ribadiamo che dal 2006 allorché alla Provincia
è stato richiesto un parere consultivo - sottolineano - fino a oggi il Consiglio
provinciale non ha mai espresso pareri sulla costruzione dell’impianto per
carenza di documentazione. La Provincia dunque non ha deciso nulla, non si è
espressa in maniera favorevole in alcun atto ufficiale. La mancanza di
informazioni certificate, l’assenza di dibattito all’interno delle istituzioni,
il non coinvolgimento della cittadinanza nelle decisioni, le irregolarità emerse
nella documentazione presentata da Gas natural - concludono i capigruppo del
centrosinistra - ci lasciano perplessi nei riguardi di affermazioni sul fatto
che la Provincia sostenga la costruzione dell’impianto di Zaule».
E intanto l’Italia dei valori con il suo coordinatore provinciale Mario Marin
invita la stessa presidente Bassa Poropat a «scegliere il Tavolo tecnico
promosso dalla Uil Vigili del fuoco e composto da eminenti studiosi per
dibattere pubblicamente con i tecnici della Gas Natural e a convocare lo stesso
Tavolo per una relazione al Consiglio provinciale».
Gli ingegneri al sindaco: «Vogliamo un confronto sul
Piano particolareggiato» - CENTRO STORICO
Gli ingegneri scrivono al sindaco Dipiazza: «Ci convochi e
ci ascolti sul Piano particolareggiato del centro storico». Anche questo
documento dopo il Piano regolatore generale sta procedendo sotto il vincolo
della secretazione il che ha già suscitato le proteste dell’opposizione e ha
fatto inalberare l’Ordine degli architetti che con il presidente Andrea Dapretto
hanno invocato «la necessità di un confronto sulle scelte strategiche della
città». Ora un altro monito arriva dal neoletto direttivo dell’Ordine degli
ingegneri con il presidente Salvatore Noè. «Speriamo non si ripeta quant’è
accaduto con il Piano regolatore generale - ha dichiarato ieri l’ingegner Mario
Bucher delegato dall’Ordine per le relazioni pubbliche - sul quale siamo stati
ascoltati poco e soprattutto siamo stati consultati tardivamente».
La maggioranza conta di adottare il Piano particolareggiato già nella seduta del
Consiglio comunale del 14 dicembre, ma gli ingegneri chiedono al sindaco di
convocare preventivamente un tavolo di discussione «anche per non costringerci
poi a presentare osservazioni numerose e sostanziali - afferma Bucher - nella
fase che si aprirà successivamente». Sarà la fase appunto in cui il Piano sarà
visibile all’albo pretorio e saranno possibili le osservazioni oltre che le
opposizioni dei soggetti direttamente interessati.
«L’apporto di competenza e professionalità che gli ingegneri da sempre mettono a
disposizione dei cittadini e delle amministrazioni pubbliche - afferma Bucher -
è un patrimonio che non deve essere disperso o rigettato e che va quindi
utilizzato a piene mani da chi deve operare scelte che avranno grande influenza
sulla vita economica e sociale della comunità».
Uno dei principali obiettivi del Piano è ripopolare il cuore cittadino, un’area
di un milione e 300 mila metri quadrati tra Roiano, Campo Marzio e San Giusto
dove oggi abitano solo 17 mila persone. «Ma di questo - affermano gli ingegneri
- noi non sappiamo nulla e abbiamo l’impressione di essere considerati come
elementi di ingerenza anziché come opportunità grazie alle quali il Comune può
poi fare più oculate scelte politiche».
(s.m.)
Addio vecchie lampade, Muggia passa ai ”Led” - NUOVO
PIANO DI ILLUMINAZIONE PUBBLICA VARATO DAL COMUNE
MUGGIA Sta partendo una vera e propria rivoluzione
nell’illuminazione pubblica, all'insegna dell'aumento del numero dei lampioni,
della qualità della luce, della diminuzione dei costi ma anche di un maggior
rispetto dell'ambiente.
L'operazione decisa dall'amministrazione comunale coinvolgerà, entro i primi sei
mesi del 2010, 859 punti luce nei quali si passerà dalle lampade al sodio a
quelle a ”Led”, alcune già visibili in calle Bembo, salita di Muggia Vecchia e
in località Fontanella.
La convenzione che il Comune ha sottoscritto con Enel Sole, prevede di
utilizzare diverse tecnologie al fine di capire quale, tra quelle di ultima
generazione, offrirà i vantaggi maggiori. Tra queste nuove tecnologie troverà
spazio, come novità assoluta, anche quella detta a induzione; lampade che, per
stimolare il gas all'interno del tubo, la trasmissione dell'energia attraverso
campi magnetici e non tramite elettrodi come nelle vecchie lampadine. La prima
installazione con lampade a induzione sarà in via di Stramare.
Il nuovo progetto comporterà un investimento di circa 800mila euro, che il
Comune di Muggia rimborserà all’Enel in nove anni. I vantaggi dei "Led" sono
molteplici: il risparmio di circa 40mila euro annui per il minor consumo di
energia elettrica, le ridotte necessità di manutenzione (una lampada a Led dura
in media 14 anni) e la migliore qualità dell'illuminazione, in quanto la luce
bianca, propria di queste lampade, mantiene inalterata la cromaticità dei
colori.
L'inquinamento luminoso sarà minore e infine, non è un dato di poco conto, il
progetto comporterà una riduzione dell'anidride carbonica immessa nell'atmosfera
pari a 147 tonnellate annue.
L’amministrazione comunale prevede inoltre di aumentare i punti luce in diverse
località. «La localizzazione degli interventi - spiegano il sindaco di Muggia,
Nerio Nesladek, e il vice Franco Crevatin - risponde a precise richieste dei
cittadini. Il nostro intento è di procedere per gradi, ma con celerità, a
operare in zone che necessitano di essere illuminate meglio. Per noi –
proseguono – è molto importante anche il fatto di effettuare delle scelte
secondo criteri di sostenibilità ecologica e di risparmio energetico. Si tratta
di un cambiamento che nel giro di un anno riguarderà tutto il territorio
comunale».
(a.d.)
Noghere, altro no all’ampliamento della Mancar - La
Soprintendenza ha annullato di nuovo l’autorizzazione paesaggistica della
Regione
MUGGIA La Soprintendenza per i beni culturali e
architettonici ha nuovamente annullato il decreto di autorizzazione
paesaggistica, rilasciato dalla Regione, che avrebbe permesso alla Mancar sas,
ditta che si occupa di costruzione, allestimento, riparazione e rimessaggio di
automezzi e imbarcazioni, di triplicare il proprio fabbricato nei pressi dei
laghetti delle Noghere.
La ditta, che ha da poco costruito un capannone di mille metri quadrati con
annessa una tettoia di 2mila, è da anni al centro di polemiche di natura
ambientale, derivate dal fatto che la struttura è stata realizzata, grazie ad un
primo decreto di autorizzazione da parte della Regione, in una zona sottoposta a
vincolo paesaggistico.
Questo secondo ”no” della Sopraintendenza fa seguito di poco a quello contro il
quale Regione, Ezit e Mancar sas avevano fatto ricorso al Tar del Friuli Venezia
Giulia. Ricorso in relazione al quale, con una sentenza del 4 giugno scorso, il
Tar ha unito i tre appelli rigettandoli, giudicandone insufficienti le
motivazioni.
«La zona dove sorge la Mancar è a destinazione industriale, come prevede il
piano urbanistico regionale – commenta il direttore dell'Ezit, Paolo De Alti – e
il piano regolatore del comune di Muggia. Noi ci siamo limitati a richiedere
l'autorizzazione paesaggistica alla Regione, che questa volta ha aggiunto le
motivazioni che non hanno permesso di vincere il ricorso al Tar. Tengo anche a
precisare - continua De Alti - che abbiamo molteplici richieste di industrie che
vogliono insediarsi nel nostro territorio e le zone disponibili sono rimaste in
quell'area».
Dario Predonzan, esponente del Wwf, commenta: «Come ripetiamo da anni, lo
scempio poteva essere evitato se la Pianificazione territoriale regionale avesse
esercitato davvero il suo ruolo di tutela del paesaggio, ma anche se il Comune
di Muggia avesse modificato la destinazione urbanistica dell'area che ancor oggi
è industriale nonostante il vincolo paesaggistico».
Sulla vicenda interviene anche il sindaco di Muggia, Nerio Nesladek: «L'area
sottoposta a vincolo deve essere tutelata, e quando l'amministrazione si riunirà
per modificare il piano regolatore si potrà pensare di cambiare la destinazione
urbanistica. Intanto si potrebbe utilizzare la zona per insediamenti di natura
non impattante dal punto di vista ambientale».
«Tengo anche a precisare - conclude Dario Predonzan - che il progetto Mancar, in
base alla normativa regionale vigente all'epoca, avrebbe dovuto essere
sottoposto alla valutazione di impatto ambientale (Via) in quanto ”nuovo
intervento che comporta espansione urbana”, ma un cavillo interpretativo della
normativa ha eluso questo adempimento».
Andrea Dotteschini
SEGNALAZIONI - Rigassificatore, in Italia manca un
garante neutrale che garantisca un dibattito serio
Scrivo per dare un piccolo contributo all’interessante
dibattito a cui il Piccolo sta dando vita in relazione a un progetto importante
come quello del rigassificatore di Zaule. Sono un giovane ricercatore che si
occupa di conflitti ambientali ed è la prima volta che mi capita di assistere a
un dibattito potenzialmente così costruttivo. I dubbi che il Piccolo esprime
sono infatti, oltre che legittimi, quanto mai diffusi nella società in cui
viviamo. Preoccupazioni legate alla tutela della salute, dell’ambiente, alla
ragionevolezza di questo tipo di progetti e alla ripartizione di costi e
benefici. Probabilmente ci sarà già qualcuno che vi accusa di voler alimentare
un fantomatico «partito del no» o di farsi portavoce di posizioni ideologiche.
Personalmente credo che cerchiate solo di sottolineare quanto i cittadini di
Trieste e dintorni si sentano poco coinvolti nelle scelte che riguardano il
proprio territorio. Sentono di dover in qualche modo subire presenze esterne, di
dover farsi carico di un fardello non richiesto, senza nemmeno poi ricevere
niente in cambio. volutamente semplifico e parlo di sensazioni, però sono quelle
che contano, alla fine. Conta la sensazione di non riuscire a comprendere
appieno di quel che si sta parlando, di non essere coinvolti, di avere di fronte
frammenti di pubblica amministrazione che nemmeno si parlano tra loro. Il
risultato è scarsa trasparenza, scarsa fiducia. Nel suo recente articolo Paolo
Rumiz sottolinea che «non è Gas Natural il nostro interlocutore, non sono le
risposte dell’azienda che devono tranquillizzarci». In qualche modo dà per
scontato che un soggetto privato non possa in nessun modo farsi carico delle
esigenze di una comunità. E forse qui si sbaglia: Gas natural farà quello che
può, più probabilmente quel che le viene richiesto, sempre a patto che il suo
investimento venga remunerato. Ma il nodo centrale della questione è un altro:
voi giustamente richiedete un garante neutrale, che in questo momento in Italia
manca. Un soggetto che appaia privo di conflitti di interessi e possa tutelare
quelli di tutti i soggetti interessati. Un soggetto che possa fornire dei numeri
e dei dati che non siano contestabili. Un soggetto in grado di restituire
oggettività al dibattito. La richiesta di buonsenso ma vi invito a spostare la
vostra attenzione da una possibile soluzione (il Garante) a quello delle
esigenze che stanno alla base della vostra richiesta. Se il problema è quello di
superare la scarsa trasparenza e rigidità che caratterizza questo tipo di
processi decisionali, l’obiettivo deve essere quello di capire quali sono i
percorsi per arrivare a prendere decisioni che siano il più possibile
legittimate, qualificate e, di conseguenza, realizzabili. Tutti i Paesi avanzati
stanno cercando di attrezzarsi per trovare delle soluzioni che funzionino.
Qualche esempio può essere trovato all’interno del «Libro bianco su conflitti
territoriali e infrastrutture di trasporto», pubblicato dal gruppo di ricerca di
cui faccio parte e scaricabile dal sito www.conflittiambientali.it. L’assunto di
partenza, in Italia, sino ad ora è stato quello di pensare di poter decidere
qualsiasi cosa, per lo più in segrete stanze, annunciarlo in pompa magna e poi
vedere che succede. Nel caso qualcuno protesti ci si attrezza per difendersi
dalle contestazioni, che di solito vengono bollate come «ideologiche».
Questi passaggi vanno invece visti come utili elementi per alimentare la
discussione come elementi oggettivi. Tutto questo è possibile. Accade in Paesi
come la Francia, la Germania, l’Inghilterra e l’Olanda, dove si sono trovate
soluzioni differenti per problemi simili. Sul tavolo ci sono delle grosse
questioni. Oltre a capire come istituzionalizzare il dialogo con i vari attori
(e decidere chi includere, chi considerare rappresentativo, quali strumenti
adottare, quali tempi darsi) ci sono da affrontare altri due grandi temi: quello
delle compensazioni, per evitare che si trasformino in una inutile lista della
spesa e per far sì che si colleghino a un progetto di sviluppo del territorio. E
quello dei meccanismi e delle forme di garanzia.
Davide Agazzi - (ricercatore)
SEGNALAZIONI - Trasporti, dobbiamo imparare
dall’Austria
Di bene in meglio: dal 13 dicembre scomparirà anche l’Eurocity
da Venezia-Udine per Vienna «Allegro Johann Strauss» e non certo per volontà
delle ÖBB (Ferrovie Federali Austriache); infatti per loro questo collegamento è
importante perché molto frequentato (vien da chiedersi come mai per le ferrovie
italiane fosse in perdita!) e allora gli austriaci corrono ai ripari istituendo
addirittura quattro corse giornaliere di bus (denominato «Intercitybus») tra
Klagenfurt e Venezia con soste a Villaco e a Udine. Quindi, assodato che per le
ferrovie italiane Trieste non esiste proprio, non ci resta che fare un appello
alle ÖBB (cosa abbiamo da perdere, vista la considerazione di Trenitalia per il
NordEst?); però non saprei a chi indirizzare questa richiesta: fino a circa
vent’anni fa l’avrei inviata all’ufficio di rappresentanza delle ÖBB che
esisteva a Trieste (ora non c’è più; ma siamo o non siamo nel cuore della nuova
Europa?). Allora lo lancio, come un messaggio in bottiglia nell’oceano, sperando
che in qualche modo arrivi ai competenti uffici delle ÖBB. Si tratta di questo:
care ÖBB, potreste valutare anche l’istituzione di un Intercitybus giornaliero
da Klagenfurt per Trieste e viceversa? Credo che un collegamento del genere
troverebbe una clientela significativa: da un lato gli austriaci verso Trieste e
dintorni (siamo o non siamo «città turistica»?) e dall’altro i triestini che
potrebbero arrivare a Villaco in tempo utile per le coincidenze con Monaco e
Vienna evitando le incavolature e gli sbalzi della pressione arteriosa cui sono
sottoposti a causa dei frequenti e cospicui ritardi dei residui treni nostrani
su questa linea.
Mario Ravalico
IL PICCOLO - SABATO, 5 dicembre 2009
SEGNALAZIONI - Rigassificatore, una scelta impopolare
Ci voleva poco a capire che un impianto del genere, dentro
le dighe, in zona urbanizzata e vicino ad impianti pericolosi sarebbe stato
accolto come cosa «poco gradita» (e uso un asettico eufemismo).
Cosa succederebbe se Scajola o Burlando dicessero ai genovesi di piazzare un
rigassificatore tra Ponte Doria e Ponte dei Mille? E se Matteoli proponesse lo
stesso al Porto Americano di Livorno? Ma noi abbiamo alcuni rappresentanti che
fanno il gioco delle tre carte chiamando in causa la Slovenia e sperando di
suscitare così, per contrasto, un’opinione favorevole o almeno non ostile. È un
gioco che ormai non funziona più ed è tanto più sporco proprio perché con la
Slovenia siamo costretti a convivere così che svilendo l’attenzione su un tema
indifendibile come il rigassificatore, siamo indotti ad abbassare la guardia
verso quei furboni, sempre pronti e determinati ad approfittare di tutte le
occasioni e delle nostre debolezze.
Come mai - a fronte dell’attivismo per il rigassificatore - c’è stato (escluso
Il Piccolo) un silenzio greve da parte dei soliti noti sul fatto che le navi
della Maersk hanno scalato unicamente Capodistria perché attrezzata con le 4
nuovissime gru Post-Panamax? Come mai non si trovano i quattrini per
l’ammodernamento delle attrezzature del porto mentre si trovano per stupidaggini
«bipartisan» come il Parco del Mare o il Magazzino 26? Sarebbe davvero un bell’affare
se corrispondesse al vero che questo hangar sia stato ristrutturato stornando i
quattrini destinati al raddoppio dell’Adria Terminal! E non quattrini scritti
sul ghiaccio come quelli del Piano del Porto, ma soldi sonanti, caldi e pronti
alla spesa!
Adriano Verani
SEGNALAZIONI - URSUS - Memorie inutili
Finalmente uno che ha il coraggio di dire che il re è
nudo.
Mi riferisco alla segnalazione a firma del signor Paolo Liuzzi. A fronte del
giudizio di tanti ipocriti sulla «maestosa» bellezza di Ursus il signor Liuzzi
dice che, invece, è una vera schifezza e che non aggiunge alcuna attrattiva alla
città. Ma possibile che nessuno trovi il coraggio per disfarsene. Eppure per il
suo mantenimento e per il suo peregrinare nel golfo di Trieste qualcuno deve pur
sostenerne i costi: ma chi li paga?
Sono un fervente assertore che la memoria storica vada protetta perché un popolo
senza passato non può costruire il suo futuro, ma un ferrovecchio così cosa
rappresenta: è inutile e serve solo ad alimentare l’ego di qualche nostalgico
sul presunto «guinness world record» che la gru rappresenterebbe. Possibile che
Trieste non trovi altri must di cui inorgoglirsi.
Prendiamo ad esempio il tram di Opicina. Anche questo è all’apparenza un ferro
vecchio, in realtà è un mezzo di trasporto che sebbene abbia 107 anni, ancora si
rivela utile in quanto svolge egregiamente il suo compito di collegare, anche
servendo luoghi altrimenti inaccessibili ad altri sistemi di trasporto, il
centro città col più importante borgo carsico (a proposito, a quando la
promozione a Comune?).
Eppure, nonostante l’indubbia utilità di questo sistema di trasporto, la sua
importanza nel panorama storico del trasporto locale su ferro, l’unicità del
tipo di impianto, la forte attrattività ai fini turistici, ebbene periodicamente
saltano fuori dubbi sul mantenimento di questa linea paventandone la
soppressione.
Facciamo un paragone: cosa sarebbe Trieste senza il suo Ursus e cosa sarebbe
Trieste senza il suo tram? Ai posteri l’ardua sentenza!
Raffaele Nobile
LA REPUBBLICA - VENERDI', 4 dicembre 2009
Rinnovabili ed efficienza - Così l'Italia ce la può
fare - Lo scenario di Energy (R)evolution preparato da Greenpeace.
Con il rilancio di eolico e solare si possono tagliare
le emissioni serra del 70%. Ma le scelte attuali non sembrano quelle giuste
ROMA - L'Italia ce la può fare. Può raggiungere l'obiettivo indicato dai
climatologi per evitare la catastrofe: tagliare le emissioni serra del 70 per
cento entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. E può raggiungerlo senza il
nucleare. Come? Lo descrive lo scenario Energy [R]evolution Italia preparato da
Greenpeace con il supporto tecnico dell'Istituto di Termodinamica del Centro
Aerospaziale Tedesco (DLR).
Il punto di partenza è il forte rilancio delle rinnovabili chiesto dall'Europa
che ha fissato l'asticella ad altezza 20: 20 per cento di energia pulita entro
il 2020. Oggi il contributo delle rinnovabili alla domanda di energia primaria
in Italia è poco sotto il 7 per cento, mentre il 93 deriva da fonti fossili. La
strada è lunga e va divisa in tappe.
La prima mossa sono le misure di efficienza energetica che permetteranno di
ridurre l'attuale domanda di energia di circa il 32 per cento al 2050.
Alleggerito il carico dall'inutile fardello dello spreco, le rinnovabili
potranno soddisfare entro il 2050 il 61 per cento di questo consumo totale
dimagrito dall'aumento di efficienza. Il resto della domanda sarà coperto
principalmente dal gas, trascurabile il contributo del carbone.
Dal punto di vista della produzione di energia elettrica, entro il 2050 le
rinnovabili arriveranno al 76 per cento soprattutto per merito del solare,
dell'eolico e delle biomasse prodotte in modo sostenibile. Buona parte del
calore sarà ricavata usando collettori solari e geotermici. Nel settore dei
trasporti le fonti rinnovabili supereranno quota 50 per cento al 2050 grazie
all'adozione su vasta scala di mezzi elettrici; più limitata invece la
produzione di biocarburanti.
Queste scelte consentiranno, nello scenario virtuoso, alle emissioni annue pro
capite di scendere da 7,6 tonnellate a 2,1 tonnellate. Il costo
dell'elettricità, dopo un leggero aumento nel breve periodo (+0,5 euro per
chilowattora nel 2015), diminuirà: meno 4 centesimi per chilowattora nel 2050.
"Perseguire stringenti obiettivi ambientali rappresenta anche un vantaggio
economico per il sistema paese", conclude il rapporto. "Permetterebbe di
sostenere la ripresa economica, aumentare l'indipendenza energetica dall'estero,
rilanciare lo sviluppo tecnologico, l'innovazione, la competitività delle
industrie e della ricerca. Energie rinnovabili ed efficienza possono creare
circa 80 mila nuovi posti di lavoro verdi al 2020 considerando solo
l'occupazione diretta nel settore elettrico. Tenendo conto anche dei posti di
lavoro nell'indotto e il contributo del settore termico si arriva a 300 mila
nuovi occupati".
Ma per raggiungere questi obiettivi bisogna correggere la direzione di marcia.
Greenpeace ritiene profondamente sbagliati i criteri di assegnazione dei fondi
per stimolare l'offerta di energia: nel 2007 più dell'80 per cento dei sussidi
elargiti alle rinnovabili, circa 4,4 miliardi di euro, sono stati dati alle
fonti assimilate, mentre solare, eolico e altre fonti rinnovabili hanno ricevuto
appena 0,9 milioni di euro.
Secondo l'associazione ambientalista, l'Italia deve incoraggiare l'Unione
europea a introdurre nuovi standard di efficienza obbligatori per tutte le
apparecchiature che utilizzano energia e deve bandire a livello nazionale gli
apparecchi più inefficienti, come ha già fatto con le lampadine a incandescenza.
Tra le tecnologie da prendere in considerazione rientrano motori industriali a
bassa efficienza, stand-by, scaldabagni elettrici, lavatrici, frigoriferi e
televisioni ad alto consumo di energia. L'Italia, inoltre dovrebbe rendere
effettivo l'obbligo della certificazione energetica degli edifici, come
richiesto dalla legislazione europea.
ANTONIO CIANCIULLO
IL PICCOLO - VENERDI', 4 dicembre 2009
IL RIGASSIFICATORE - «Ma anche Menia dubita di Gas
Natural» - Il tavolo dei docenti: «Precauzioni ambientali assenti
nel progetto, sono solo annunciate»
Il professor Costa firma un documento di «osservazioni»
sulle risposte a Rumiz a nome del gruppo di esperti incaricato dalla Uil vigili
del fuoco
Accettano - o ne prendono atto, sarebbe meglio dire - le risposte di Roberto
Menia alle ”domande scomode” di Paolo Rumiz sul progetto del rigassificatore a
terra di Zaule. Le accettano - così giurano di fare i docenti universitari del
tavolo tecnico che la scorsa settimana, su iniziativa della Uil vigili del
fuoco, hanno messo a nudo i rischi scorti in quel progetto - perché «lo stesso
sottosegretario all’Ambiente riconosce che andrebbero garantite molte
precauzioni in più, a tutela della sicurezza, rispetto a quanto prevedono le
documentazioni su cui Gas Natural ha chiesto l’autorizzazione. Eppure tali
precauzioni non dovrebbero mica venire dopo l’autorizzazione, ma prima. La
politica è deputata e assolutamente legittimata a decidere, ma in base a un
tecnica corretta, senza buchi. Anche il sindaco Roberto Dipiazza può parlare di
opportunità tecniche se le informazioni tecniche che ha non sono complete».
LA REPLICA Sono parole del professore emerito di chimica della nostra Università
Giacomo Costa, che ha firmato un lungo documento di «osservazioni sulle risposte
di Menia alle domande di Rumiz», letto e condiviso da tutti i colleghi del
tavolo tecnico, coordinato da Adriano Bevilacqua. Che sono Bruno Della Vedova
(esperto di geologia e geofisica), Livio Sirovich (geologia), Franco Stravisi
(oceanografia e meteorologia), Fulvio Crisciani (fluidodinamica geofisica),
Pierluigi Barbieri (chimica), Tomaz Ogrin dello Jozef Stefan Institute sloveno
(chimico), Giorgio Trincas e Radoslav Nabergoj (ingegneria navale), Irene Valle
(architettura) e Marino Valle (ingegneria meccanica).
L’AREA A TERRA «Non c’è responsabilità delle autorità - si legge all’inizio del
documento - per la scelta del sito sul quale realizzare il rigassificatore. Essa
è stata liberamente fatta da Gas Natural, unicamente nel proprio interesse.
Rumiz chiede a Menia un parere responsabile sulle caratteristiche particolari
del sito. La risposta di Menia rinvia al know how di Gas Natural, che è appunto
l’oggetto della nostra critica... Come dice Menia, ”il decreto di Via richiede
l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili”. Egli però non fornisce prove
che questa richiesta sia stata accolta. La nostra critica chiede una verifica in
merito. Riguardo gli obiettivi sensibili e l’effetto domino, vale a dire la
situazione comprendente i depositi costieri triestini... i quartieri popolari e
lo stadio Menia cita obblighi di legge ordinaria e non lo studio straordinario
del possibile impatto del rigassificatore sulla realtà esistente, che il
richiedente deve compiere per ottenere l’autorizzazione e l’autorità competente
deve puntualmente verificare. La nostra domanda si riferisce a situazioni
speciali di rischio, agli studi di simulazione di incidente e alla distanza
minima da osservare, la ”exclusion zone”, intorno alle strutture del
rigassificatore. Le risposte di Menia rinviano ad accertamenti generici che non
sono stati fatti o non sono stati documentati correttamente, che devono
precedere l’autorizzazione e che, non offrendo risultati soddisfacenti,
giustificano la preoccupazione nostra e della pubblica opinione».
L’AREA A MARE Ma è sul mare che Costa e colleghi puntano a trasformare le loro
«osservazioni» in vere bombe di logica. «Il giudizio favorevole di compatibilità
ambientale, le prescrizioni imposte dal decreto di Via e i sistemi di
monitoraggio e controllo - recita in effetti lo stesso documento - sono solo
preannunciati e non sono quindi una risposta alla nostra indicazione di
trascuratezze ed errori negli studi di Gas Natural, ma ne sono, al contrario,
una conferma. È comprensibile dunque l’assicurazione di Menia di prevedere un
piano di monitoraggio, l’intenzione di disporre 5 stazioni di misura su un
transetto interno alla Baia di Muggia e 5 stazioni di misura su un transetto
disposto nell’area di transizione tra la Baia di Muggia ed il Golfo riconoscendo
la insufficienza dell’attuale progetto... Di fronte alla necessità, da lui
riconosciuta, di tanti nuovi strumenti di controllo non esistenti nel progetto,
Menia non può affermare che sono state adottate le soluzioni più adeguate a
garantire la tutela dell’ambiente marino. Egli ci dice semplicemente che si sono
individuate cautele per la sicurezza con provvedimenti che egli ipotizza si
assumeranno nel caso si realizzi il rigassificatore. Ma è proprio la decisione
di realizzare il rigassificatore che chiediamo di rivedere».
L’AFFONDO Morale: «È legittima, sotto il profilo politico, la sua personale
opinione (di Menia, ndr) favorevole alla realizzazione di un rigassificatore a
Trieste, dovuta, secondo quanto afferma ad una pluralità non specificata di
motivi, dei quali cita solo, senza dimostrarne la pertinenza, l’esigenza
energetica di carattere nazionale e le relative ricadute positive sul
territorio. Le domande di Rumiz non sono politiche ma tecniche e non hanno
ancora ricevuto risposta. Sinceramente riteniamo essere inaccettabile sul piano
tecnico-istituzionale e debole, anche sotto il profilo politico, la conclusione
della risposta di Menia che ”ognuno sostiene il suo”».
PIERO RAUBER
«Il consiglio di Muggia è unito contro il
rigassificatore» - Deciso intervento del sindaco Nesladek nella seduta
straordinaria dedicata al ricorso al Tar
«Fare un ricorso al Tar contro un'amministrazione statale
non ci riempie di orgoglio, ma abbiamo fondati motivi per portarlo avanti». Così
è iniziato mercoledì sera l’intervento del sindaco Nerio Nesladek nella seduta
straordinaria del consiglio comunale dedicata all’illustrazione dei motivi del
"no" al progetto del rigassificatore di Zaule. «Voglio sottolineare – ha
rimarcato – come il consiglio non si è diviso tra vecchi e nuovi rancori. Stiamo
dimostrando ai cittadini che su questioni così importanti siamo tutti schierati
dalla stessa parte».
Il primo cittadino ha poi rimarcato i gravi problemi ambientali a cui si andrà
incontro nell'eventualità che il progetto del rigassificatore diventi realtà:
«Parliamo di 600mila metri cubi d'acqua salata, che ogni giorno passeranno per
tubature piene di cloro. Il problema è che quest'acqua diventerà sterile facendo
morire i microorganismi, le piante e alterando tutto l'ecosistema del nostro
bacino. Dobbiamo poi considerare - ha continuato il sindaco - che l'acqua viene
riversata intorno ai 5 gradi e potrebbe cambiare la temperatura del nostro
vallone. Esiste poi il problema dei dragaggi e del movimento di un sedimento
marino inquinato che sicuramente causerà problemi».
Non sono solo gli aspetti ambientali a preoccupare il consiglio, ma anche quelli
legati al libero passaggio di tutte le imbarcazioni, come quelle dei pescatori,
che hanno giornalmente bisogno di prendere il largo. «Sfido Boniciolli
(presidente del Porto, ndr) - ha affermato Nesladek - a dimostrarmi come
entreranno le imbarcazioni quando ci sarà una nave gasiera in arrivo. Se
guardiamo a Porto Viro, che ospita un rigassificatore in mezzo al mare, vediamo
che la Capitaneria di porto, seguendo una normativa internazionale, ha emesso
un'ordinanza che non permette a nessuna imbarcazione di avvicinarsi al porto a
meno di 2,5 chilometri in concomitanza dell'arrivo di una nave gasiera. La
Capitaneria di Trieste dice che faranno delle ordinanze diverse, ma non ci dice
quali».
Il sindaco ha poi spiegato alcuni dei motivi per cui è stato avviato il ricorso
al Tar del Friuli Venezia Giulia: «Quando una commissione rilascia la
valutazione di impatto ambientale (Via) e non si accorge di grandi errori come
il cambiamento della posizione del rigassificatore su 40 diverse mappe
presentate, quando una commissione presenta carte senza firme e con traduzioni
infedeli dallo spagnolo, allora quella commissione non ha fatto bene il suo
lavoro. Non ci fidiamo, infine, di una commissione che ha separato, dal progetto
totale, la ”Via” del gasdotto che collegherà il rigassificatore alla rete
nazionale».
RACCOLTA FIRME Al mercatino di Natale di Bagnoli, fino a lunedì, è presente (ore
17-19) un banchetto per la raccolta di firme, in parallelo con Muggia, contro il
rigassificatore. L’obiettivo è un incontro col Prefetto per esporre i dubbi
della popolazione. Nel testo da sottoscrivere si afferma che i fautori
dell’impianto ”non sono stati in grado di fornire adeguate garanzie in merito
alla sicurezza dell’impianto, anche in relazione all’effetto-domino che potrebbe
verificarsi in caso di incidente, vista la presenza di numerosi altri impianti
pericolosi nella stessa area”. La raccolta di firme è promossa dai partiti di
maggioranza che reggono il Comune di San Dorligo.
Andrea Dotteschini
Cna: insostenibili i costi delle bonifiche - ACCORDO DI
PROGRAMMA, LA BOZZA OGGI ALL’ESAME DELLA CAMERA DI COMMERCIO
L’appello agli enti: «Respingere la logica del prendere
o lasciare»
Assindustria, quell’ultima bozza di accordo sulle bonifiche che fa pagare
indistintamente alle imprese una quota ancora ignota, ha già ammesso di non
digerirla. E da ieri s’è accodata anche la Cna - la sigla alternativa alla
Confartigianato che non siede con un proprio rappresentante nella giunta
camerale di Paoletti - che chiede proprio «alla Camera di Commercio ma anche
alla Provincia e ai comuni di Trieste e Muggia» (cioè ai soggetti territoriali
chiamati a vidimare l’accordo di programma sul Sito inquinato d’interesse
nazionale da girare poi alla Regione per la sigla decisiva col Ministero
dell’Ambiente, ndr) di «respingere la logica del ”prendere o lasciare”, ribadita
dal sottosegretario Roberto Menia, affinché il processo di bonifica possa
partire ma senza massacrare il comparto produttivo del territorio».
«La promessa di non far pagare nulla alle aziende insediate su terreni
inquinati, o presunti tali, per cause non da loro dipendenti - tuona in una nota
il presidente della Cna Michele Barro - viene smentita dalla previsione delle
transazioni per danno ambientale con cui i privati dovrebbero farsi carico di
236 dei 350 milioni di risorse previste. Che sono per lo più piccole e
piccolissime aziende, molte delle quali artigiane, che non inquinano ma in
compenso sostengono le difficoltà di una crisi economica: quante dovranno
chiudere, quante dovranno licenziare a seguito di questo ingiusto, forzoso
prelievo?».
A una sì perentoria domanda della Cna replica al momento, ma con i piedi di
piombo, proprio il segretario generale della Confartigianato, Enrico Eva, che
presiede in Camera di Commercio la commissione Ambiente: «Devo ammettere -
annota Eva - che finora il sottosegretario Menia ha fatto un ottimo lavoro di
cucitura dei testi in base alle norme vigenti. È presente purtroppo anche
nell’ultima versione il problema del cosiddetto danno ambientale, su cui
tuttavia siamo d’accordo se la via d’uscita è far pagare alle 353 imprese
insediate, a priori rispetto alle responsabilità individuali, una quota
simbolica per la transazione. Ho visto le cifre ipotizzate da Assindustria e
onestamente non me ne ritrovo. A livello non ufficiale mi consta che il danno
ambientale sia quantificato attorno ai tre euro al metro quadrato. Fosse così,
potremmo starci. Ma prima di dire sì vogliamo conoscere a quanto ammonta
effettivamente la ripartizione del danno ambientale».
Ed è per questo che nel pomeriggio di oggi in piazza della Borsa si riuniranno
le delegazioni di Camera di Commercio ed Ezit con tre ”saggi” i cui nomi restano
top-secret. Ordine del giorno: passare al microscopio l’ultima bozza, in
particolare il famoso articolo 10 comma 13 secondo cui chi non ha inquinato non
paga, per poi convocare tutte le associazioni di categoria affiliate per votare
un sì o un no da inviare alla Regione. «La Camera di Commercio - specifica a
questo proposito Antonio Paoletti - non vuole essere d’ostacolo all’iter delle
bonifiche ma non vuole nemmeno penalizzare le imprese. Se abbiamo certe garanzie
siamo disposti a pagare. Poco, ma pagare». Perché l’aumento del 20% del diritto
camerale, ricorda lo stesso Paoletti, non serve solo al Parco del mare ma anche
per fare ”musina” per le bonifiche.
(pi.ra.)
Fogar inizia lo sciopero della fame - L’EX PRESIDENTE
DEL MIANI: «FERRIERA, SILENZIO DALLE ISTITUZIONI»
Alla rinuncia ai farmaci «salvavita», ora Maurizio Fogar
aggiunge lo sciopero della fame. Per protestare in maniera sempre più clamorosa
contro la mancata chiusura della Ferriera di Servola, il fondatore ed ex
presidente del Circolo Miani ha deciso di sobbarcarsi, a partire da dopodomani,
questo ulteriore rischio per la salute. «Da domenica mi limiterò a bere acqua -
ha annunciato ieri sera in piazza dell'Unità d'Italia, dove si è recato seguito
da un gruppo di sostenitori e collaboratori del Circolo - nella piena
consapevolezza che questa scelta determinerà problemi ancor più gravi al mio già
difficile stato di salute. Ma non mi interessa - ha aggiunto - perché in questa
situazione, con lo stabilimento che continua a diffondere nell'aria sostanze
nocive per l'intera popolazione, non conta tanto la salute di una singola
persona, quanto il benessere di tutti».
Fogar anche ieri sera si è scagliato soprattutto contro «il colpevole
immobilismo del sindaco, Roberto Dipiazza, che per compito istituzionale avrebbe
proprio quello di tutelare la salute pubblica - ha sottolineato il fondatore del
Circolo Miani - e del presidente della Regione, Renzo Tondo, che aveva
formalmente promesso ai servolani che avrebbe chiuso lo stabilimento. Invece
siamo ancora al punto di partenza - ha proseguito - con la città invasa dal
benzopirene e nessuno di coloro che hanno il potere di farlo pronto a
intervenire in maniera adeguata».
Con la sua presenza in piazza dell'Unità d'Italia, dove oltre al Municipio e
alla sede della Giunta regionale c'è anche il palazzo della Prefettura, Fogar ha
inteso, com'egli stesso ha spiegato, «testimoniare alle istituzioni e alla
classe politica che le occupano che sono stufo, stanco della decennale presa in
giro della nostra comunità, ma non rassegnato. Mi considero - ha concluso -
l'ostaggio di una classe dirigente che in tutti questi anni ha messo a
repentaglio la salute e le vite di tanti miei concittadini, dai bambini ai
lavoratori, pur di favorire gli interessi di una multinazionale, condannando
Trieste a un futuro di miserie».
(u.s.)
Marzi: il Piano secretato è una commedia - IL DOCUMENTO
DEL COMUNE SUL CENTRO STORICO
Il difensore civico: la politica abbia un sussulto
d’orgoglio, serve trasparenza
Si scrive secretazione. Ma, per il difensore civico del Comune, si deve
leggere «commedia». Una di quelle che fanno ridere di gusto. Tale è, infatti,
secondo Maurizio Marzi, il richiamo alla segretezza piovuto dagli uffici del
Municipio con oggetto, prima, la variante generale al Piano regolatore. E ora,
pure il nuovo Piano particolareggiato del centro storico.
L’altro giorno l’avvocatura comunale, infatti, ha fatto sapere senza mezzi
termini come si tratti di un documento «sottratto all’obbligo della
comunicazione e al diritto di accesso». E, in merito, in concomitanza con la
prima analisi della Sesta commissione sul Piano del centro storico, è stato
ribadito che «gli atti e i documenti portati all’esame della Commissione
consiliare attengono alla fase istruttoria». Di conseguenza, «non possono essere
esaminati in sedute pubbliche». In piazza Unità, o meglio in largo Granatieri
nella fattispecie, qualcuno ha però iniziato a storcere il naso di fronte a
questa interpretazione. Quel qualcuno è proprio il difensore civico: «Dopo la
“perla” del Piano regolatore generale severamente secretato fra le mura del
Palazzo ma ampiamente diffuso attraverso gli organi di informazione - sono le
parole di Marzi -, la sceneggiata prosegue con il Piano del centro storico
secretato in Commissione ma pubblicato sul giornale».
Nella veste di garante della trasparenza del Comune nei confronti della gente, e
forte di quel ruolo attraverso cui, citando testualmente la definizione dallo
spazio web del Municipio, «ha il compito di tutelare il cittadino dagli abusi,
dalle disfunzioni, dai ritardi, dalle negligenze commesse dall’amministrazione
comunale», Marzi parla di una «burocrazia ottusa» che «non conosce il limite del
buon senso» e «sconfina nella farsa». E sostiene, continuando sulla linea dura,
come questo atteggiamento «che nasce dagli uffici» faccia tornare la città «agli
anni Quaranta, epoca cui risale la normativa sui piani regolatori e a cui si
rifanno gli indefessi paladini del segreto a tutti i costi».
Il pensiero di Marzi, chiaramente contrario alla logica delle secretazioni, si
fonda anche su alcuni precedenti nel ribadire che «in questo meccanismo qualcosa
non funziona». Quali precedenti? Li elenca: «i piani di Opicina, Servola,
Longera, Trebiciano, Basovizza solo per citare i più importanti». E sui quali
«basterebbe chiedersi come mai non siano mai stati secretati». Anzi, «per fare
un ulteriore esempio, all’epoca del Piano particolareggiato di Servola, i
cittadini si presentavano in commissione e discutevano assieme ai politici»,
aggiunge a margine il difensore civico. Che, fermo nel proprio ragionamento, si
chiede ironicamente: «O quella volta eravamo tutti dei pazzi fuori legge e
quindi dobbiamo essere tutti denunciati a partire dal sindaco in giù
(provocazione sostanzialmente identica a quella esternata tre giorni prima da
Alfredo Racovelli dei Verdi, ndr), oppure le norme venivano interpretate con
buon senso cercando di coniugare la rigida disciplina degli anni Quaranta con i
più moderni principi di pubblicità e trasparenza dell’attività amministrativa».
E, a corollario, sottolinea: «Se consideriamo, infine, che i dirigenti di allora
sono gli stessi di oggi, ecco che la perplessità si trasforma in sconcerto!
Tutti prendono paura, ma paura di cosa?».
Proprio per cancellare timori e possibili imbarazzi negli uffici, Marzi auspica
che «la politica abbia un sussulto d’orgoglio», assumendosi «la responsabilità
di cancellare una volta per tutte queste assurde secretazioni e che riprenda in
mano le redini di una procedura pubblica, trasparente e partecipata». Come? «Non
servono atti - conclude Marzi -. È sufficiente interpretare la legge in modo
sensato».
MATTEO UNTERWEGER
Stazione dei treni a Ronchi aeroporto la giunta da l’ok
- A DISPOSIZIONE 9,2 MILIONI
TRIESTE La Regione accelera sulla realizzazione della stazione ferroviaria Ronchi Aeroporto, fulcro del polo intermodale che include anche l’autostazione. La giunta ha approvato ieri il testo della convenzione proposta alla Provincia di Gorizia, al Comune di Ronchi, a Rfi e alla Aeroporto Fvg spa che individua le modalità operative per la realizzazione dell’opera. Soggetto attuatore dell’intervento, secondo la convenzione, sarà Aeroporto Fvg che dovrà predisporre, in collaborazione con il Comune di Ronchi, la variante dello strumento urbanistico e in particolare progettare e realizzare la viabilità interna, i parcheggi ed i collegamenti. La Provincia di Gorizia sarà chiamata a progettare e realizzare l’autostazione mentre Rfi si occuperà dello scalo ferroviario. Dovrà essere aggiornato lo studio di fattibilità, datato 2003, sulla base delle osservazioni dei Comuni di Ronchi, Monfalcone e San Canzian. «Sono disponibili per l’intervento 5,5 milioni per gli interventi in capo ad Aeroporto Fvg – ricorda l’assessore Riccardo Riccardi – e 500 mila euro per quelli di Rfi. Inoltre sono impegnati 2 milioni a favore del Comune di Ronchi e 1,2 per la Provincia di Gorizia». Sul fronte della sanità, intanto, la giunta ha individuato nell’Ass Isontina il soggetto che si occuperà della gestione del Ceformed (Centro regionale di formazione per l’area delle cure primarie), dopo la soppressione dell’Agenzia regionale della Sanità prevista per il 1° gennaio 2010. Sempre nella stessa data è prevista la cancellazione del Csc le cui funzioni, come preannunciato, saranno svolte dall’Azienda ospedaliero-universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine. Infine, la giunta ha approvato un protocollo d’intesa che verrà stipulato tra Regione, Federazione delle Bcc e parti sociali per il quale gli istituti di credito anticiperanno, a tasso zero, la cassa integrazione ordinaria e straordinaria per quelle aziende in cui i datori di lavoro non sono in grado di erogare gli ammortizzatori sociali.
(r.u.)
Eni-Gazprom, la Francia entra in South Stream -
L’Europa a rischio dopo le dispute sul prezzo del gas corre ai ripari con una
nuova linea
FIRMATO UN ACCORDO ALLA BILATERALE ITALIA-RUSSIA
Scaroni: «Discuteremo sulle quote». Accordi con Mosca su Alitalia, Finmeccanica
e Pirelli
ROMA Anche la Francia entra nel gasdotto South Stream. Eni e Gazprom faranno
spazio al gruppo elettrico a controllo pubblico Edf all'interno del consorzio
che guida la costruzione del sistema di gasdotti, attualmente allo studio, che
collegherà la Russia all'Unione Europea attraverso il Mar Nero.
«Abbiamo firmato un accordo di principio per favorire l'entrata di Edf in South
Stream», ha spiegato ieri nel corso del bilaterale Italia-Russia
l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, sottolineando di vedere «con
favore l'entrata di un partner così importante in questo progetto». Certo, ha
aggiunto l'a.d. del Cane a sei zampe, «dovremo negoziare le condizioni», con
particolare riferimento «all'ammontare della partecipazione, a cui sono
collegati i quantitativi di gas che verranno commercializzati». Dovrà essere
anche discusso «il valore della partecipazione, perchè abbiamo investito tempo e
denaro fino ad adesso» nel progetto che vede attualmente come unico partner di
Eni il gruppo russo Gazprom.
Fra i temi più «caldi» che verranno discussi, sicuramente la quota che finirà in
mano ad Edf. «È un tema su cui siamo aperti», risponde Scaroni a chi gli
chiedeva dettagli in materia. Il gruppo francese potrebbe rilevare il 10% del
gasdotto, ma non è ancora chiaro se Eni e il partner russo cederanno una quota
uguale di capitale (scendendo così entrambi al 45%) o se uno dei due gruppi
venderà una quota maggiore dell'altro. «Non è un gioco di potere, è tutto
commerciale», ha spiegato Scaroni, sottolineando che «vedremo durante la
negoziazione qual è il punto di caduta ideale per tutti». Il premier Silvio
Berlusconi si è detto «contento e orgoglioso» della firma, che secondo il
ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, rende il progetto veramente
pan-europeo e non solo più italo-russo.
Il commercio di gas lega a doppio filo Europa e Russia fin dagli anni '60 ed è
sempre stato gestito tramite gasdotti, che partono dalla Siberia Occidentale e
arrivano in Europa, passando per gli Urali. Varie sono le condotte che legano
Russia e Vecchio Continente: al momento, quella principale rimane la Brotherhood,
che trasporta circa 100 miliardi di metri cubi di gas all'anno e finisce la sua
corsa in Germania. Oltre a questo, il Northern Line, che attraversa Ucraina e
Bielorussia, e soprattutto il Tag, controllato da Eni, con una estensione di
1.018 chilometri e una capacità di 81 milioni di metri cubi al giorno, che
importa gas russo fino all'Italia. Mentre in Turchia finisce il Blue Stream,
dove sono presenti Eni e Gazprom, con una capacità di 16 miliardi di metri cubi
al 2010. È proprio il tracciato di queste condotte, che attraversano quasi tutte
l'Ucraina, ad aver causato i principali problemi di approvvigionamento per
l'Europa.
Le dispute sul prezzo del gas fra Mosca e Kiev hanno lasciato per due inverni al
freddo tutta l'Europa orientale, con gravi preoccupazioni anche per quella
occidentale. Per questo motivo sono nati i progetti North Stream e South Stream,
che mirano ad aggirare l'ostacolo Ucraina. Il primo (Gazprom 51%, E.On e
Wintershall 20% e Gasunie 9%) punta a portare in Germania attraverso il Baltico
55 miliardi di tonnellate a partire dal 2012. Mentre il secondo (Eni e Gazprom
al 50%, ma con il prossimo ingresso di Edf le quote cambieranno) mira ad
arrivare in Italia attraverso la Turchia.
Il vertice intergovernativo ha però consentito anche la stipula di altre
importanti intese: prima fra tutte il memorandum of understading fra Alitalia e
Aeroflot. «Le due società stanno discutendo di un accordo commerciale e
industriale per sviluppare tutte le possibili sinergie che possono esistere fra
le due compagnie», ha detto il presidente di Alitalia, Roberto Colaninno,
parlando di possibili voli dall'Italia a Mosca e viceversa, con la possibilità
di un collegamento diretto fra le due capitali. L'obiettivo è lanciare la sfida
«sia alle altre grandi compagnie aeree, sia alle low cost».
Anche Finmeccanica chiude due contratti: «uno con Russian Technologies sulla
sicurezza, l'altro con il Governatorato di San Pietroburgo sul trasporto
cittadino», ha spiegato il numero uno Pier Francesco Guarguagliani. Mentre
Pirelli amplia la già esistente partnership con la stessa Russian Tech, con la
quale acquisterà un impianto esistente per la produzione di pneumatici per
autovetture.
Un ospedale per animali selvatici
GORIZIA Anacleto II è il più famoso. Ed è anche tra i più
fortunati. Anacleto II, il gufo reale ferito da bracconieri, da giugno è tornato
a librasi in volo. È uno dei 700 animali che in media ogni anno vengono accolti
al Centro per il recupero della fauna selvatica allestito all’interno della
tenuta agricola di Terranova a San Canzian d’Isonzo gestito da Damiano e Armando
Baradel. Anacleto II rientra nel 70% degli animali che dopo le cure è tornato
libero nel suo ambiente naturale (nella tabella di sintesi messaci a
disposizione dall’ufficio Gestione faunistico venatoria i bilancio del Centro).
La Provincia, che dal 2000 ha una convenzione con il Centro di Terranova, ora va
alla ricerca, obbligata dalla normativa, di un terreno di almeno mille metri
quadrati per allestire un «ospedale per animali» tutto suo e allo stesso tempo
del gestore per i prossimi cinque anni. E lo fa con un bando di gara che prevede
un impegno di spesa pari a 140mila euro.
Il sito per il Centro di recupero per la fauna selvatica deve avere alcune
caratteristiche, tra le quali l’essere in una zona aperta, fuori dai centri
abitati, ed essere facilmente raggiungibile. Il gestore, poi, dovrà essere a
disposizione 24 ore su 24.
SEGNALAZIONI - Troppo poco verde per gli abitanti di
Trieste
In questi giorni il neopresidente dell’ordine degli
architetti triestini Andrea Dapretto ha preso una posizione chiara e pienamente
condivisibile sul futuro di Trieste, partendo da un’analisi critica ma
costruttiva frutto del lavoro di trenta architetti riuniti in 5 commissioni.
Molto interessante risulta l’analisi dei professionisti in questione che
denunciano l’attuale impostazine vecchia e obsoleta del piano regolatore ma nel
contempo suggeriscono sostanziali correzioni. Senza dubbio è fondamentale uscire
dall’attuale isolamento del capoluogo giuliano con una prospettiva di osmosi con
il territorio circostante vista l’adesione al Trattato di Schengen della
Slovenia, nel contempo è urgente definire priorità per lo sviluppo economico e
sociale. Entrando nel dettaglio gli amici architetti colgono nel segno le cose
da fare: il Parco del mare con un parcheggio di servizio capace di ospitare
vetture e corriere, un progetto unitario per le rive che vanno ricomprese in un
unicum architettonico e maggior attenzione al verde pubblico. Il dato che emerge
sulle aree verdi pubbliche è poi allarmante, ogni triestino dispone virtualmente
di appena 16 metri quadrati di verde pubblico contro una media nazionale di 94,
la nostra risulta quindi una città ipercementificata e poco fruibile soprattutto
per i bambini e gli anziani.
Un sentito grazie al presidente Dapretto per il suo grido d’allarme, la politica
ora di metta a un tavolo per progettare seriamente un futuro sostenibile per la
nostra città.
Luca Presot
IL PICCOLO - GIOVEDI', 3 dicembre 2009
SFIDA TRA RIGASSIFICATORI - TUTTI I PROGETTI IN GIOCO
Il ministero dell’Ambiente ha deciso di non scegliere: che
siano il mercato, la capacità di lobby e di investimento, la disponibilità di
metano liquefatto e i prezzi a stabilire quali rigassificatori avranno successo.
Il ministero ha approvato molti dei progetti presentati; è in arrivo il via
libera al rigassificatore di Brindisi della British Gas, mentre non fa
opposizione ai due progetti paralleli della Venezia Giulia.
Cioè quello (ex Endesa) dell’Eon al largo di Monfalcone e quello proposto dalla
catalana Gas Natural a Trieste-Zaule. Sarà il mercato a decidere quale andrà
avanti. Un mercato reso difficile dai prezzi bassi del metano — i prezzi bassi
scoraggiano gli investimenti e allungano i tempi di rientro — e dalla
competizione.
Se in tempo di vacche grasse i concorrenti sorridono benignamente, in questo
periodo — in cui il mercato del gas gira su prezzi stracciati e con una domanda
pietosa — la competizione ha quasi i toni della perfidia. La concorrenza si
gioca tra Paesi, tra interi sistemi economici in moto, e scende su tutti i
livelli fino a dentro alle singole aziende, dove un reparto cerca di spuntare un
successo a scapito dell’altra divisione.
Un esempio di competizione interna a un’azienda? L’Eon ha rilevato il progetto
dell’Endesa al largo di Monfalcone, un progetto che spicca per il suo costo
poiché i terminali gasieri al largo chiedono un investimento più sostanzioso, ma
la stessa Eon partecipa al progetto di rigassificatore nel golfo del Quarnaro,
in Dalmazia. Saranno realizzati entrambi i progetti oppure (più probabilmente)
vincerà solo uno dei due?
Un altro esempio simile di competizione interna alle aziende: Gas Natural non ha
in lizza solo Zaule. Un altro progetto, di ottima qualità industriale, è a
Taranto, in Puglia. Vista la vicinanza, ovvio che l’impianto pugliese è
concorrente con quello di Brindisi della British Gas.
Un esempio di grande competizione tra sistemi nazionali. Il rigassificatore di
Trieste dovrebbe sorgere proprio in faccia alla rada di Capodistria, con grande
dispetto degli sloveni. C’è da osservare che l’enorme carbonile (cominciato a
costruire peraltro ai tempi della Repubblica socialista jugoslava, ma per
fortuna i tempi sono cambiati e oggi Lubiana può lamentarsi a Bruxelles del
progetto triestino), e che ha occupato buona parte della baia di Capodistria dal
lato delle storiche saline venete, non ha un’estetica migliore di un
rigassificatore (...). Ma lo scenario è assai più vasto e il progetto triestino
si inserisce nei sistemi internazionali e nel «grande gioco». Nelle scorse
settimane, la Slovenia ha stretto un accordo a filo doppio con i moscoviti della
Gazprom per far passare il gasdotto South Stream, che percorrerà i Balcani
portando in Europa il metano dell’Asia Centrale. Del progetto fa parte l’Eni, e
Silvio Berlusconi se n’è fatto promotore con Vladimir Putin contrastando il
progetto franco-statunitense concorrente del gasdotto balcanico Nabucco. Basta
osservare gli schieramenti durante la breve e dolorosa guerra dell’estate 2008
tra la Russia e la Georgia, uno dei Paesi attraversati dal progetto Nabucco:
Sarkozy e gli Stati Uniti parteggiavano per la Georgia filo-Usa, Berlusconi per
la Russia putiniana. Oggi la Gazprom, diventata amica di Lubiana, non vede con
piacere un rigassificatore concorrente da 8 miliardi di metri cubi di metano
nella rada di Trieste: l’importazione di metano via nave costa un po’ di più
rispetto al metano che arriva da vecchie condutture già ammortate, ma costa
assai meno di quelle migliaia di chilometri di tubazioni da posare dall’Asia
Centrale fino al confine austriaco. E la Gas Natural sarebbe un concorrente
assai fastidioso al South Stream.
A fine ottobre intanto è stato avviato al largo di Porto Levante (Rovigo) il
primo rigassificatore italiano che non appartiene all’Eni, quello realizzato
dalla ExxonMobil e dalla Qatar Petroleum su progetto dell’Edison. Da qualche
settimana il metano portato via nave dagli impianti di liquefazione di Ras
Laffan, sulla sponda del Golfo Persico, arriva liquido a 162 gradi sotto zero
nei termos naviganti delle navi metaniere e viene immesso nei serbatoi del
rigassificatore. L’acqua di mare lo riscalda e a -160 il liquido comincia a
ribollire come una pentola sul fuoco e diventa vapore (...). Il metano tornato
gas viene pompato nella tubazione che arriva fino alla spiaggia, attraversa il
sottosuolo delle lagune e percorre gli argini, e il gas arriva a Minerbio, tra
Bologna e Ferrara dove un vecchio giacimento vuoto è stato trasformato nel
principale nodo italiano del gas e dove confluiscono i principali metanodotti di
importazione.
Tanto gas, ma se ne consuma poco. In settembre la domanda italiana era
precipitata del 9% circa rispetto a un anno fa, cioè 8 miliardi di mc circa in
meno l’anno, mentre gli stoccaggi sono pieni fino all’orlo e i metanodotti
appena potenziati (...). Di fronte a questa domanda bassa e a questa offerta
abbondante, hanno senso tutti i progetti di rigassificatori? Ne sono stati
censiti dodici, ma si stima che ne verranno realizzati non più di tre o quattro.
Di sicuro, gli 8 miliardi di metri cubi consumati in meno dagli italiani sono
pari alla taglia media di un terminale, e la caduta della domanda potrebbe
corrispondere alla cancellazione di un impianto. Inoltre, per un terminale di
costo fra 600 e 800 milioni, il servizio di rigassificazione costa circa un
centesimo per ogni metro cubo riportato allo stato gassoso: se l’impianto chiede
un investimento più cospicuo, il costo del servizio potrebbe rendere poco
competitivo il progetto. (...)
Jacopo Giliberto (testo integrale sul mensile Nordesteuropa.it)
«Rigassificatore, ricorso chiesto dalla gente» -
INCONTRO PUBBLICO A MUGGIA ANCHE CON I PRIMI CITTADINI DI SAN DORLIGO E
CAPODISTRIA
Nesladek: si è dovuto colmare un vuoto istituzionale a
causa dell’assenza di altri enti preposti
POPOVIC - «Finché sarò sindaco l’impianto non si farà. Quella struttura non la
vogliono neanche i cittadini istriani»
MUGGIA «E' un ricorso che non abbiamo fatto certo a cuor leggero, ma è stata
la gente a chiedercelo e a gran voce». Nerio Nesladek, sindaco di Muggia, ha
aperto così l'incontro pubblico organizzato ieri pomeriggio in piazza Marconi
per illustrare le motivazioni del ricorso presentato dal Comune di Muggia al Tar
regionale contro il progetto del rigassificatore di Zaule.
Alla riunione, svoltasi dinanzi a un folto pubblico, hanno presenziato anche gli
esponenti di altre due realtà comunali fortemente contrarie al progetto
presentato da Gas Natural: il sindaco del Comune di San Dorligo della Valle,
Fulvia Premolin, e il sindaco di Capodistria Boris Popovic, accompagnato dal suo
vice Alberto Scheriani.
MUGGIA «Il Governo nazionale vuole il rigassificatore, la Regione e il suo
governatore Renzo Tondo lo desiderano altrettanto fortemente, il sindaco di
Trieste Roberto Dipiazza ha sempre speso parole entusiastiche per questo
progetto, la Provincia non ha mai preso una posizione definita, e molti altri
partiti politici che compongono il quadro provinciale non hanno ancora deciso
dove stare».
Il primo cittadino di Muggia Nerio Nesladek ha analizzato in questi termini la
panoramica politica, a livello nazionale e locale, che caratterizza le opinioni
sul progetto del rigassificatore di Zaule.
Unica voce istituzionale fuori dal coro, assieme al Comune di San Dorligo,
quella dell'amministrazione di Muggia: «Dopo che il nostro Consiglio comunale ha
sempre dato parere negativo su tale progetto, ci siamo ritrovati a dover colmare
un pesante vuoto istituzionale a causa dell'assenza di altri enti preposti per
questo compito – ha spiegato Nesladek –. Un compito gravoso ma necessario».
SAN DORLIGO «Il nostro Consiglio comunale ha da sempre espresso parere negativo
sul rigassificatore, una scelta nata soprattutto dal volere della gente che
abita queste terre, ora messe in serio pericolo dalla possibile realizzazione di
un simile impianto». Fulvia Premolin, primo cittadino di San Dorligo, va di pari
passo con il pensiero di Nesladek. «Abbiamo presentato al Tar regionale un
ricorso di 53 pagine, nelle quali è riportata una serie di vizi su questo
progetto, sul quale non si può che essere contrari».
La Premolin ha ricordato poi nello specifico la situazione che contraddistingue
il territorio di San Dorligo, «caratterizzato da diverse aree con vincoli
ambientali, alle quali si affianca la parte industrializzata con la presenza di
diversi stabilimenti».
CAPODISTRIA «Finché sarò sindaco posso dare la mia parola che il rigassificatore
non si farà». Il primo cittadino di Capodistria, Boris Popovic, non hadubbi:
l'impianto proposto da Gas Natural non lo vogliono nemmeno i cittadini di
Capodistria. «Anche noi abbiamo presentato un ricorso al Tar del Friuli Venezia
Giulia, e siamo fiduciosi che questo basterà per evitare questo progetto che è
una stupidaggine», ha affermato Popovic. Il sindaco di Capodistria ha comunque
dichiarato di essere «pronto, se necessario, a ricorrere ai tribunali europei
per ottenere giustizia».
LA PLATEA Tra il pubblico è spiccata la presenza di alcuni simpatizzanti della
Lega Nord con tanto di bandiere e un colorito striscione, nonché l'esponente del
Comitato per la salvaguardia del Golfo, Arnaldo Scrocco, che in chiusura
dell'incontro ha citato davanti ai sindaci e ai presenti un articolo apparso
sulla stampa americana, secondo cui la società Gas Natural verserebbe in forti
difficoltà finanziarie.
RICCARDO TOSQUES
Piano del centro, l’incognita della Regione - Il Codice
edilizio che aumenta le cubature può «destabilizzare» il progetto
URBANISTICA - Sì alla secretazione, i dirigenti
avvertono
Pazienza se dallo scorso fine settimana è diventato un segreto di
Pulcinella, poiché già si discute dei suoi indirizzi più rivoluzionari, a
cominciare da quei 120 edifici di pregio minimo o nullo svuotabili e
traformabili in garage multipiano. Sul Piano particolareggiato del centro
storico, infatti, i membri della Sesta commissione del Municipio - quella
competente per l’Urbanistica, chiamata in questo periodo a vivisezionare il
provvedimento - non potranno aprir bocca fuori dalla porta della commissione
stessa. Porta che resterà rigorosamente chiusa, in primis per i giornalisti.
Parla chiaro il parere inviato dall’Avvocatura comunale ai capigruppo di
maggioranza del Consiglio comunale e per conoscenza al presidente dell’aula
Sergio Pacor, al direttore e segretario generale del Municipio Santi Terranova e
al vicesegretario generale Fabio Lorenzut.
IL PARERE «Il Piano regolatore particolareggiato - recita il parere firmato
dall’avvocato Oreste Danese - è equiparato al Piano regolatore generale e,
quindi, sottratto all’obbligo della comunicazione e al diritto di accesso». E
ancora: «Gli atti e i documenti portati alll’esame della Commissione consiliare
attengono alla fase istruttoria e, quindi, non possono essere esaminati in
sedute pubbliche».
IL DIBATTITO Il parere è stato letto ieri mattina dall’Udc Roberto Sasco,
presidente della Sesta commissione, proprio in occasione della prima delle
quattro sedute della commissione che precedono l’adozione dell’aula in agenda
per lunedì 14. Era la riunione dedicata all’illustrazione generale del
provvedimento che il sindaco nonché assessore all’Urbanistica Roberto Dipiazza,
assente, ha demandato ai dirigenti. Il documento col timbro dell’Avvocatura
chiude così una commedia degli equivoci in cui i tecnici evocavano la
secretazione mentre i politici non ci credevano poi tanto e nicchiavano in
attesa di comunicazioni dal supermanager Terranova, il custode di regolamenti e
interpretazioni. «Eppure il Piano è stato già presentato nelle circoscrizioni
senza essere secretato», hanno fatto notare dall’opposizione il capogruppo del
Pd Fabio Omero e il verde Alfredo Racovelli, il ”responsabile” autodichiarato
della fuga del plico dalle stanze ovattate del Palazzo. In commissione Antonio
Lippolis da An ha chiesto, a tale proposito, «quali provvedimenti prenderà il
Comune verso quei consiglieri che stanno diffondendo il Piano».
IL MONITO La secretazione però fa inalberare l’Ordine degli architetti, che in
una nota stampa firmata dal presidente Andrea Dapretto esprime «forte
perplessità. In un momento storico in cui i più avanzati processi decisionali e
democratici fondano le radici nella partecipazione dei cittadini e delle
categorie alle più importanti scelte, il Comune sceglie la strada della
segretezza. Siamo ad un passo dallo svuotamento ”sociale” del centro a favore di
una liberalizzazione edilizia preoccupante. La progressiva occupazione dei piani
terra dall’esercito di automobili, la carenza di standard di qualità, la
difficoltà ad individuare una struttura di mobilità in grado di abbassare i
tassi di inquinamento acustico ed atmosferico impongono la necessità di un
confronto sulle scelte strategiche della città».
L’INCOGNITA Tornando alla prima seduta della ”Sesta”, al di là della polemica
sulla secretazione questa si è indirizzata verso un altro nodo: il Piano del
centro storico rischia davvero di diventare, nelle sue prescrizioni di vincolo,
acqua minerale non gassata, se è vero che il freschissimo Codice regionale
dell’edilizia riprende e consente quel 20% in più di cubature indicato dal Piano
casa Berlusconi? Il direttore dell’area Pianificazione territoriale, Carlo
Tosolini, ha parlato in effetti di un Codice regionale «potenzialmente
destabilizzante, visto che ciò che pianifica il Comune può essere disatteso».
Disatteso di quanto e in che termini - e per questo Tosolini ci mette quel
«potenzialmente» - i tecnici del Comune lo sapranno domani, in occasione
dell’illustrazione a loro dedicata del Codice dell’edilizia da parte del
direttore centrale della Pianificazione territoriale dell’amministrazione
regionale, Luciano Agapito.
(pi.ra.)
Il Gruppo 78 vara a Trieste ”La città radiosa” -
URBANISTICA. NUOVA PROPOSTA ESPOSITIVA CURATA DA MARIA CAMPITELLI
Oltre venti progetti con ipotesi d’intervento nell’area
dell’ex Opp e in Porto Vecchio
TRIESTE Si inaugura domani a Trieste la nuova proposta espositiva curata da
Maria Campitelli del Gruppo 78 dal titolo ”La città radiosa”. Allestita in due
diverse sedi - la Casa Rosa all’ex OPP e alla Stazione Rogers - la mostra
raccoglierà le prime proposte di intervento nate a seguito della presentazione
dell’innovativo sito www.lacittaradiosa.eu per una mappatura, progettazione e
realizzazione di interventi artistici, architettonici su aree abbandonate,
“sospese” della provincia e della città di Trieste.
”La città radiosa” - ottimistico titolo che rimanda a Le Corbusier - è un
progetto collettivo aperto ai giovani e a nuove idee, che insiste sul territorio
con l’obiettivo di provocarne una rinnovata sensibilizzazione e una consapevole
appropriazione. Si articola in tre segmenti: mappatura o censimento dei siti
pubblici e privati definibili come ”luoghi dismessi”, progettazione e infine
realizzazione di uno o più interventi. La fase progettale, ora in atto, produce
questa prima mostra di ipotesi di intervento, a partire da domani, alle 18.30,
alla “Casa Rosa” nel Parco di S. Giovanni dell’ex Opp, e, alle 20.30, alla
Stazione Rogers in riva Grumula 14.
Vi approdano oltre 20 progetti, nei quali la volontà di evidenziare e
revitalizzare svariati luoghi dismessi spazia in situazioni disparate, dagli
alloggi abbandonati degli operai della Ferriera, ai residui militari della prima
e seconda guerra mondiale, dagli alberghi sfasciati a splendide ville
inghiottite dalla vegetazione, ai grandi impianti produttivi dismessi per il
mutare dei tempi e delle condizioni socio/economiche…. Due nuclei in particolare
destano uno spiccato interesse: l’ex Ospedale psichiatrico - da cui è partita la
rivoluzione basagliana - e il Porto Vecchio, dove sono anche ancorate
straordinarie strutture vetero-industriali come il pontone Ursus del 1914.
Ecco gli autori, per lo più artisti, fotografi, architetti, ma anche giovani
creativi di varia matrice: Carlo Andreasi, Elisabetta Bacci, Giuliana Balbi,
Anna Valeria Borsari, Roberta Cianciola, Pierpaolo Ciana, Florentia Corsani,
Myriam del Bianco, Cecilia Donaggio, Federico Duse, Fabiola Faidiga, Lucia Flego,
Daniela Frausin, Guillermo Giampietro, Lucia Krasovec Lucas, Cristina Lombardo,
Elena Marchigiani, professore di progettazione urbanistica con Marina Bradicic,
Eugenia Gotti, Elisa Longanes, Alice Martinelli studenti della facoltà di
architettura dell’Università di Trieste, Daniela Michelli, Lucio Perini,
Giuseppe Pedi, Massimo Premuda, Adriano Riosa, Alessandro Ruzzier, Sonia
Squillaci, Erika Stocker, Paolo Toffolutti, Cristina Treppo, Giancarlo Venuto,
Elisa Zurlo.
Paola Targa
SEGNALAZIONI - ENERGIA - Rigassificatore a Veglia
Ho letto le dichiarazioni fatte dal sottosegretario
Roberto Menia al riguardo del previsto rigassificatore che dovrebbe essere
costruito sull’isola di Veglia in Croazia e, più precisamente, a Omisalj. A
titolo personale e, convinto di interpretare il pensiero dei molti sostenitori
alla contrarietà del progetto di Zaule, voglio elencare alcuni punti per
evidenziare le enormi differenze che ci sono tra i due previsti rigassificatori:
1) A Omisalj e, più specificatamente nella baia, i fondali vicino alla riva
partono dai 50 metri, al centro della baia 56 metri e subito fuori della baia
andiamo dai 60 metri in poi; 2) nelle vicinanze del previsto impianto non ci
sono abitazioni; 3) è risaputo che nel Quarnaro le correnti sono notevoli; 4) in
caso di incidenti non ci sono intralci per le previste vie di fuga.
Il tutto facilmente verificabile con una semplice carta nautica dell’Istituto
idrografico della Marina. Un’articolo a firma di Andrea Marsanich del 3 novembre
2009 tratta del suddetto impianto e, tra l’altro, scrive: «Per un mese lo studio
d’impatto ambientale sarà sottoposto a pubblico dibattito», potrà essere preso
in visione, le persone interessate potranno fare proposte, suggerimenti,
eccetera.
Alla faccia della nostra democrazia!
Sergio Burlin
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 2 dicembre 2009
RIGASSIFICATORE, IO DUBITO - DOPO LE RISPOSTE DI MENIA
- Dopo le risposte del governo si attendono quelle di Provincia e Regione
Occorre un garante neutrale - A MARGINE DELL’INTERVENTO DELL’ONOREVOLE MENIA
Ringrazio l’on Roberto Menia per le sue risposte ampie e
rispettose. Anche se a mio giudizio incomplete e talvolta in burocratese, esse
segnano una svolta. Iniziano un dibattito che non c'è mai stato. Tolgono il
silenziatore attorno a un nodo-chiave dello sviluppo triestino. Insomma: ora
cominciamo a parlarne sul serio.
È importante che le risposte siano arrivate dal governo. Non è Gas Natural il
nostro interlocutore. Non sono le risposte dell’azienda che devono
tranquillizzarci. Non s’è mai visto un oste che dica che il suo vino non è
buono. Per fidarci della sua trattoria dobbiamo chiedere ad altri. A utenti che
conoscano il prodotto e non siano amici del ”paròn”.
Per questo non vorrei che l'informazione sul rigassificatore si riducesse a un
chiosco della Gas Natural aperto magari in Piazza Grande. Qui serve un garante
neutrale capace di accogliere i dubbi già espressi dal polo scientifico
triestino. Le risposte del governo sono un segnale. Ora aspettiamo una mossa
simile anche dalla Regione e dalla Provincia, che fanno il pesce in barile.
Le domande fatte sono state definite ”scomode”, ma credo siano solo domande
”semplici”. Doverose. Andrebbero, anzi, semplificate ancora di più. La gente si
chiede che ne sarà della qualità della vita. Pone questioni elementari ma
validissime. Ne elenco alcune, nel nostro dialetto. Così come le ho sentite.
L'acqua sarà ancora neta? Quanto la se sfredissi? Magneremo ancora sardoni? E se
ciapa fogo tuto? Cossa i ne dà in cambio? Perché i devi ciapar tuta quel'acqua
in golfo e no al largo? Cossa nassi quando che quele barche alte come un
grataciel le se meti in coda davanti a Punta Grossa? Cosa ghe entra i debiti de
l'Acegas coi bori dela Gas Natural? Perché cussì vizin al centro?
Offrendomi gli sfilatini del mattino, il mio insonne panettiere-filosofo mi ha
detto: «Dubitando, ad veritatem pervenimus». Giusto. Vorrei lo capissero anche i
politici prima di dire sì o no. È nostro dovere dubitare, essere scettici. Solo
esercitando questa facoltà insegnataci dai Greci antichi potremo avvicinarci a
qualcosa di simile al vero.
Le garanzie di Menia sono importanti. E lo sono anche le sue ammissioni. Per
esempio è arrivata conferma di alcuni nostri dubbi. La documentazione della Gas
Natural non è formalmente appropriata. In triestino si direbbe ”futizada”.
Mancano firme, intestazioni. Alcuni dati sono presi a caso. Non è mai stata
fatta un'indagine sul posto. Il materiale è tutto cartaceo.
Gli stessi disegni del sito riprodotti dal Piccolo dalla relazione
sull'effetto-domino (incidenti a catena in zona industriale o in città) sono
ingannatori, mostrano un quadro agreste, come se attorno all'impianto non ci sia
che campagna. Niente inceneritore, niente depositi costieri. Niente industrie.
Da un gigante come Gas Natural ci si aspetta altro. E ci si aspetta che il
governo sorvegli, informando. Non è possibile, ripeto, che un tema così
fondamentale sia lasciato alle ”ciacole”, ai comizi di questo e quello. O alla
guerra, come è stato detto, tra i fautori del ”no se pol” e quelli del ”se
devi”.
Ho sentito dire parecchie stupidaggini sul tema. Per esempio: «Finora non è mai
saltato in aria un deposito». Anche le Torri Gemelle non erano mai state colpite
da aerei prima dell'11 settembre. Però è successo. E il dovere di chi deve
sorvegliare sulla nostra sicurezza è di tenere conto dei fattori di rischio fino
ai limiti dell'inconcepibile.
Altra affermazione grossolana: il rigassificatore di Barcellona è altrettanto
vicino al centro. Falso, sta al doppio della distanza e tra l'impianto e la
città esiste una collina a far da schermo. E soprattutto è un impianto che con
le nuove norme andrebbe spostato molto più in là.
Si dice che l'impianto triestino darà una spinta determinante alla ”catena del
freddo”. Ma proprio a Barcellona la stessa Gas Natural ha dichiarato ai sindaci
invitati a fare una gita sull'impianto, che - fatta salva la sicurezza - le
applicazioni all'industria alimentare e alla catena del freddo sono
problematiche. Sta tutto su Internet, basta digitare Barcellona,
rigassificatore, freddo.
Nessuno dice che l'impianto di Boston, citato a modello, costringe l'aeroporto a
chiudere una delle sue piste ogni volta che una nave scarica al terminal. Ci
sarà pure un motivo. Quale? Rischio di incidenti. Quali saranno le ripercussioni
sul traffico navale alla luce della legislazione internazionale?
Non possiamo e non dobbiamo essere leggeri su questo punto, se non vogliamo che
la lotta per la sicurezza, di cui si parla ogni giorno, si riduca alle ronde e
ai lucchetti anti-immigrati.
Ripeto, non sono contro il rigassificatore. Non sono un pubblico ministero.
Esprimo solo dubbi legittimi, anzi indispensabili. Uno in particolare: ci è
stato promesso qualcosa in cambio? Che cosa? È stato messo nero su bianco? C'è
da fidarsi? Sappiamo che secondo la pagina economica del New York Times del 4
novembre la Gas Natural è in forte difficoltà?
I motivi per vederci chiaro sono molti, ed è allarmante che la politica non
pensi a farsi interprete di queste domande. Trieste dormicchia distratta, di
fronte a progetti immensi che devono, ripeto devono, fare i conti con la qualità
della vita del territorio. Il tracciato del Corridoio cinque, per esempio. O la
centrale a turbogas chiesta dalla Lucchini-Severstahl.
La questione rigassificatore non pone semplicemente un problema tecnico, ma una
questione di democrazia. Il dovere dei cittadini di chiedere e il diritto delle
istituzioni a informare in modo veritiero, sorvegliando che nessuno svenda
distrattamente l'ambiente o la sicurezza, la cui tutela sacrosanta è dovuta al
cittadino-elettore.
Paolo Rumiz
Rigassificatore, a Muggia confronto fra cittadini e
sindaci sul ricorso al Tar
MUGGIA Un incontro pubblico per illustrare il ricorso presentato al Tar del Friuli Venezia Giulia per l'annullamento del decreto di compatibilità ambientale per il progetto del rigassificatore di Zaule. Questo il tema dell'incontro indetto dall'amministrazione comunale di Muggia per quest'oggi alle 17 in piazza Marconi. L'incontro, aperto alla cittadinanza, si terrà un'ora prima della riunione straordinaria prevista dal Consiglio comunale che analizzerà in aula il ricorso presentato contro il rigassificatore. Assieme al primo cittadino di Muggia Nerio Nesladek, che fungerà da relatore, saranno presenti anche il sindaco di San Dorligo della Valle Fulvia Premolin che ha sottoscritto un ricorso con le stesse motivazioni presentate dal Comune di Muggia nonché il primo cittadino di Capodistria Boris Popovic. In una nota rilasciata dal Comune di Muggia che ricalca un passaggio del ricorso presentato al Tar si ricorda che «l’ubicazione di detto impianto è la baia di Zaule all’interno del porto di Trieste e a ridosso della stessa città», che «le dimensioni dell’opera proposta sono notevoli» e che «il sito individuato per la collocazione dell’impianto di rigassificazione è caratterizzato da una situazione altamente inquinante». Il Comune di Muggia, già nel corso della procedura di valutazione di impatto ambientale, ha presentato delle proprie osservazioni, evidenziando «una situazione di sofferenza sotto i diversi profili dell’impatto paesaggistico, idrico, geologico, della qualità dei siti, della sicurezza, che l’opera in questione, in quanto tale, è in grado di provocare, nonché dell’idoneità degli studi di compatibilità ambientale che la società proponente aveva presentato».
(r.t.)
Liquami in mare a causa della pioggia - SVERSAMENTO
LUNGO LE RIVE
Dalle Rive uno sversamento di liquami in golfo. È successo
ieri mattina all’altezza della Capitaneria e molti passanti hanno pensato a un
guasto del sistema dei collettori fognari.
In realtà il problema che si verifica quando c’è l’alta marea e precisamente
causato dall’eccessiva quantità di acqua piovana caduta durante l’altra notte.
Acqua che è finita nel sistema dei collettori fognari, ma che solo in parte è
stata trattata dal depuratore. Da qui lo ”sversamento” tenuto sotto controllo
dai tecnici dell’Acegas, ma che ha suscitato non poca apprensione da parte dei
passanti.
(c.b.)
S. Dorligo, cinque le aree incluse nel Piano antenne -
Il sindaco Premolin chiarisce: «Preferite zone di proprietà del Comune o delle
Comunelle»
OK DEL CONSIGLIO COMUNALE
Il Comune di San Dorligo della Valle ha approvato il piano di settore per la
localizzazione degli impianti fissi di telefonia mobile.
Il sì è arrivato durante la riunione del Consiglio comunale che ha votato
compattamente (l'unica astensione è arrivata dal consigliere di maggioranza
Rossana Pettirosso) l'approvazione del piano comunale. In base alla relazione
stipulata dall'architetto Emilio Savonitto (occupatosi recentemente già di Duino
Aurisina, Monrupino e Sgonico) sono state identificate cinque aree che in un
futuro prossimo, se le compagnie telefoniche lo dovessero ritenere necessario,
avrebbero i requisiti per ospitare altri impianti fissi di telefonia mobile. Le
zone preferenziali sono state individuate in Sant'Antonio in Bosco (vicino la
cava su terreno di proprietà della locale Comunella), San Giuseppe della Chiusa
(vicino a Barde su terreno della Comunella), Domio (campo sportivo), Caresana
(vicino al cimitero) e Dolina (vicino al cimitero). «Sono stati scelti dei
luoghi che avessero sostanzialmente due requisiti fondamentali: essere
posizionati lontano dai centri abitati e su proprietà appartenenti al Comune o
alle Comunelle», ha spiegato il sindaco di San Dorligo della Valle Fulvia
Premolin. Attualmente le antenne presenti sul territorio sono tre - come ha
ricordato il vicesindaco Antonio Ghersinich - ossia a Pesek, in zona industriale
e a Bagnoli. «Il piano comunale delle antenne era un passaggio necessario - ha
aggiunto Ghersinich - nel quale sono stati messi sotto tutela ambienti pubblici
come scuole ed asili, preferendo la possibile installazione di questi impianti
lungo i percorsi dell'alta tensione».
(r.t.)
Circolo della Stampa Weber presidente - ELETTE LE NUOVE
CARICHE
Roberto Weber, giornalista e scrittore, presidente dell’Swg,
è il nuovo presidente del Circolo della Stampa di Trieste. A designarlo è stata
l’Associazione della Stampa del Friuli Venezia Giulia, che ha anche indicato nel
direttivo i giornalisti Roberto Carella, Carlo Giovanella, Fulvia Costantinides
e Enrico Milic.
Sono stati eletti a rappresentanza dei soci nel Consiglio direttivo Marinella
Chirico e Fabio Amodeo per i giornalisti professionali, Tito Favaretto e Rossana
Paliaga per i giornalisti collaboratori e Nadia Bassanese e Antonio Paoletti per
i soci non giornalisti. I soci del Circolo hanno inoltre eletto Fabio Bidussi,
Arrigo Ricci e Laura Kraker nel Collegio dei Revisori dei conti, mentre
Aleksander Rojc e Gianfranco Battisti sono stati eletti revisori supplenti. Il
nuovo Consiglio direttivo - che resterà in carica per il prossimo triennio - a
breve assegnerà le cariche sociali e deciderà le linee di attività.
IL PICCOLO - MARTEDI', 1 dicembre 2009
«Gnl, accuse mai archiviate» - GREENACTION SMENTISCE
GAS NATURAL
L’accusa di falsa documentazione è stata chiarita davanti
alla Procura, e poi archiviata perché falsa? L’affermazione di Gas Natural viene
smentita in una nota dall’organizzazione ambientalista Greenaction
Transnational, che si richiama agli atti giudiziari pubblicati sul sito
greenaction-planet.org/. «Dagli atti - dichiara Greenaction - risultano aperte
due inchieste penali, su segnalazione rispettivamente degli ambientalisti,
inclusa Greenaction, e dei Comuni di Muggia e Dolina. La seconda indagine è in
corso, mentre nella prima la Polizia giudiziaria (Guardia di finanza Sezione
navale di Trieste) ha accertato le false documentazioni, proponendo il rinvio a
giudizio dei responsabili. A quel punto - così gli ambientalisti - risulta dagli
atti che la Procura di Trieste ha inviato parte del fascicolo istruttorio al
ministero dell’Ambiente coinvolto e lo ha poi trasmesso per competenza alla
Procura di Roma, che per archiviarlo non ha affatto dichiarato che l’accusa
fosse falsa, ma che la materia fosse amministrativa e non penale. E a livello
amministrativo sono stati ora presentati cinque ricorsi al Tar».
IL PICCOLO - LUNEDI', 30 novembre 2009
Italia dei valori contro il Gnl: «Progetto
approssimativo» - I DIPIETRISTI CHIEDONO CHIAREZZA
«Il progetto del rigassificatore di Zaule è lacunonoso e
approssimativo». Lo sostengono gli esponenti dell’Italia dei Valori che,
prendendo spunto dalle conclusioni del tavolo tecnico promosso dalla Uil Vigili
del fuoco, chiedono ora alle istituzioni senso di responsabilità e maggior
chiarezza sull’operazione gnl. «Le lacune della documentazione di Gas Natural
denunciate in questi giornisperti - osserva il coordinatore regionale Paolo
Bassi - sarebbero già emerse se il ministero dell’Ambiente avesse assolto con
più attenzione ai propri compiti. Evidentemente c’è stato scarso interesse da
parte della politica per la sicurezza della popolazione». «Finalmente è stata
fatta luce sui documenti approssimativi, i dati falsi e le simulazioni inesatte
fornite dal gruppo spagnolo - aggiunge il coordinatore provinciale dell’Idv
Mario Marin -. Ora attendiamo risposte agli allarmi sollevati».
«Posti auto nei palazzi, ma restano i park interrati» -
GLI INDIRIZZI DEL COMUNE PER IL CENTRO STORICO
Dipiazza: nessuna antitesi, avanti su due binari. Omero
(Pd): prima il Piano traffico
Il Piano particolareggiato del centro storico, nella parte in cui espone un
numero-limite di 120 palazzi di terza classe a ipotesi di svuotamento e
trasformazione in posteggi multipiano, non sconfessa il Pup, cioè il Piano
urbano dei parcheggi quasi tutti interrati da 18 strutture per oltre cinquemila
posti approvato due anni fa. Semmai lo affianca. Perché in una città da
«centomila auto e trentamila stalli, un gap folle, servirebbe di tutto di più»,
morde il problema Roberto Dipiazza. Il quale però insiste anche per
puntualizzare quello che, a suo modo di vedere, «è un indirizzo di massima e
nulla più. Non è che nel Piano particolareggiato del centro storico si sentenzia
che ben 120 immobili diventeranno parcheggi, si parla di ”possibilità” che è
diverso». Per il sindaco comunque i park interrati del Pup e quelli
eventualmente ”inscatolati” del Piano del centro storico «non sono in antitesi»,
perché per agevolare la vivibilità della Trieste di domani ce ne vuole.
FILOSOFIA MISTA Per la realizzazione di nuove aree di sosta in cui nascondere le
macchine, e consentire agli automobilisti di sgassare meno in cerca di un buco
attutendo al contempo il malvezzo dei posteggi volanti in terza o quarta fila,
si profila quindi una filosofia mista. Il Pup insomma resta la via maestra. Ma
in una città compressa tra il livello del mare e il colle di San Giusto con
torrenti sotterranei che dalle semiperiferie scendono verso le Rive - le
difficoltà e i ritardi di alcuni progetti-pilota come ad esempio park San Giusto
e Audace dipendono anche dalla necessità di approfondire le analisi geologiche -
il Pup dovrà per forza convivere altri contenitori esterni.
NUMERI-LIMITE Questo è in sintesi l’orientamento dell’amministrazione cittadina
che s’intuisce all’indomani dell’uscita dalle stanze del Municipio, per scelta
del verde Alfredo Racovelli, del plico riservato a ciascun consigliere sul Piano
particolareggiato del centro storico. Nel documento si legge che «le analisi
condotte per il Pup hanno evidenziato un fabbisogno, nelle aree oggetto del
Piano particolareggiato, stimabile attorno ai diecimila posti auto... L’esame ha
portato a individuare circa 120 edifici per i quali viene contemplata la
possibilità di una trasformazione del sistema interno, finalizzata alla
creazione di un’autorimessa».
LE PERTINENZE Altro paragrafo meritano le conversioni di fori commerciali e
privati a livello stradale: «Accanto alla possibilità di trasformazione di
interi edifici in strutture per il parcamento, vi è poi la possibilità, limitata
ai soli parcheggi pertinenziali, di realizzare i posti macchina in dotazione
all’unità immobiliare». A patto che il sito del garage sia compatibile con i
flussi di traffico e che l’edificio soggetto a modifica non ricada in classe 1,
quella dei palazzi di pregio intoccabili. «È logico - così Dipiazza - che non ci
sono gli stessi negozi di una volta, cambia il mondo, certi fori vanno
riutilizzati per ridurre i veicoli in sosta all’esterno».
IN NODO-MOBILITÀ Concorda in parte, ma frena l’automatismo evocato nel
documento, il capogruppo del Pd in Consiglio comunale Fabio Omero, secondo cui
senza un Piano del traffico alla mano rischia d’esser tutta aria fritta. «Le
indicazioni del Piano particolareggiato - rileva Omero - diventano fattibili, e
non finiscono in antitesi con il Pup, nel momento in cui si sa con certezza che
la realizzazione di un park in un edificio e soprattutto di un garage
pertinenziale al piano terra non pregiudica mobilità e arredi urbani. Non si può
pensare di fare un garage al posto di un negozio in una via destinata a
pedonalizzazione. Sennò sarà, al massimo, zona a traffico limitato».
PIERO RAUBER
POSTI AUTO - La mappa dei 18 contenitori - IL DOCUMENTO
APPROVATO NEL 2007
Il Piano urbano parcheggi, approvato a fine 2007 per dare
risposta alla storica carenza di posti auto in città, prevede diciotto
interventi. Tra questi i tre grandi contenitori sulle Rive: il posteggio da
realizzare davanti alla Marittima (486 stalli), il multipiano sotto il piazzale
dell’ex piscina Bianchi (200 posti macchina) e infine il park Audace, da
costruire in Riva 3 novembre tra palazzo Carciotti e il teatro Verdi (710
parcheggi). Quest’ultimo ha ottenuto di recente il via libera ambientale dalla
Regione e potrebbe quindi essere il primo intervento a decollare sulle Rive. Più
difficile, invece, immaginare un rapido avvio dei lavori davanti alla Marittima:
Saba Italia, che avrebbe dovuto realizzare l’opera, ha scelto infatti di
accantonare quell’impegno e di concentrarsi sul raddoppio del park di Foro
Ulpiano, a sua volta previsto dallo strumento urbanistico voluto
dall’amministrazione Dipiazza.
Un’altra importante partita contemplata dal Piano comunale riguarda il park san
Giusto: un multipiano (il più grande tra quelli ipotizzati in città) in grado di
accogliere 724 posti. Un’opera che i residenti attendono da più di otto anni.
Nell’elenco figurano poi il parcheggio previsto davanti all’Università centrale
(3 piani interrati in grado di accogliere fino a 500 auto), gli ulteriori 150
posti da ricavare al Giulia, il posteggio in via dei Moreri (344 stalli), in
largo Roiano (181 posti macchina) e quello piazza Sant’Antonio (ipotizzati 361
box).
Tre le strutture immaginate tra San Vito e Cittavecchia: in largo Canal (91
posti), tra via Tigor e via Cereria (75 stalli suddivisi su tre pastini) e in
largo Papa Giovanni XXIII (116 spazi). Per soddisfare la fame di posteggi dei
residenti dei rioni meno centrali, poi, il Comune aveva previsto il parcheggio
su quattro piani in largo Pestalozzi in grado di accogliere fino a 108 vetture,
quello in largo Sonnino (84 stalli), piazza Foraggi (130) e il grande park in
piazza delle Puglie (capacità complessiva 350 macchine).
Nella lista infine compare un’ultima opera, poi abbandonata nel tempo: il
parcheggio da 250 posti in via del Teatro Romano che, però, non si farà più.
Largo Roiano, via ai lavori nel 2010 - Pronto il
progetto definitivo. Altri 120 stalli previsti in via Tigor
Cantieri targati Riccesi in cambio della mancata
struttura di Ponterosso
Nel mare magnum dei park disegnati sulla carta ce n’è uno che aprirà salvo
imprevisti un cantiere verso la metà del 2010, essendo pronta l’ultima versione
del relativo project financing. È la struttura sotterranea firmata Riccesi
prevista a Largo Roiano, dove saranno ricavati 160 posti su tre livelli non a
rotazione oraria, in quanto verranno destinati a sub-concessioni pluriennali ai
residenti, con una parte residua eventualmente riservata al supermercato Coop
Essepiù per la sosta dei suoi clienti. Sopra spariranno i 35 stalli blu
attualmente gestiti dalla partecipata comunale Amt - vi rimarrà presumibilmente
qualche posto in deroga solo per i veicoli dei diversamente abili - perché verrà
realizzata una piazzetta di verde pubblico deputata ad ospitare il mercatino
rionale.
Quello di Largo Roiano è il project numero uno, il più blindato, dei tre park
sui quali la Riccesi e il Comune stanno trattando nell’ambito della novazione a
compensazione della mancata realizzazione del megaposteggio da 750 stalli che la
nota impresa di costruzioni avrebbe dovuto costruire sotto piazza Ponterosso,
sulla scia di un piano voluto in epoca Illy ma cassato nel corso del primo
mandato Dipiazza. Il secondo sito ”dovuto” come contropartita dal Municipio -
che ne ha modificato la destinazione urbanistica ad hoc in sede di nuovo Piano
regolatore ora in fase di vaglio delle osservazioni dei cittadini - è stato
individuato in un altro rione dove c’è fame vera di posteggi, ovvero San Vito,
tra via Tigor e via Cereria, dietro la palestra della Valle. Di stalli qui ne
sono annunciati un po’ di meno, 120, ma sempre su tre livelli. «In questo caso
il cantiere potrebbe essere avviato verso la fine dell’anno prossimo, dunque
successivamente rispetto all’apertura dei lavori a Roiano», ha precisato di
recente Donato Riccesi.
E la terza royalty? È ancora da giocare, ha fatto capire lo stesso Riccesi.
Stralciata ufficialmente la zona adiacente al Teatro Romano - la cui struttura
ipotizzata sarebbe stata troppo vicina al park San Giusto e soprattutto allo
stesso Teatro, presentando problemi a livello di scavi, vista per l’appunto la
presenza di reperti archeologici - resta a galla l’alternativa di piazzale
Rosmini, tra la chiesa e il giardino. «Ma non abbiamo avuto ancora conferme
dall’amministrazione comunale». In caso negativo? Si tornerà a parlare di soldi.
E la Riccesi è pronta a chiedere al Comune una cifra vicina al milione di euro.
«L’avevamo già detto - ha chiuso in effetti Donato Riccesi - che se non ci
veniva assegnata una terza area la soluzione sarebbe stata quella di un ristorno
economico». E di quanto? «Il progetto di Ponterosso era stato quantificato in
tre milioni e mezzo. Se ci viene data l’opportunità di realizzare due progetti
su tre, è logico che la compensazione economica sarà nell’ordine di un terzo
rispetto a quella cifra».
(pi. ra.)
SEGNALAZIONI - Rigassificatori e diportismo
Tralasciando tutti i gravosi e preoccupanti aspetti
ambientali e di vivibilità che si trascina dietro la non augurabile
installazione del rigassificatore all’imbocco del canale navigabile di Zaule,
viene inspiegabilmente dimenticato da molti, da troppi, che il terminale di
ragassificazione paralizzerebbe tutta l’attività diportistica da Muggia a
Trieste. Infatti il porto di Trieste con il suo traffico commerciale e
diportistico verrebbe assoggettato dall’ingombrante presenza del rigassificatore
e da quella altrettanto pesante delle navi gasiere che due volte alla settimana
arriverebbero per rifornire il terminale. Poiché le norme di sicurezza per la
realizzazione dei ragassificatori stabiliscono che nessuno possa navigare nelle
acque che circondano le gasiere in navigazione per un raggio di due miglia, la
paralisi per il nostro diportismo è assicurata, quanto meno per due giorni alla
settimana.
Stabilito però che le gasiere dovrebbero essere scortate da mezzi della Marina
militare essendo appetibili bersagli per attentati terroristici, non è dato
sapere per i comuni mortali, quando le stesse arrivano e quando partono.
Da ciò emerge ovvio che diventerebbe difficile se non impossibile, non solo
uscire in barca liberamente, ma principalmente rispettare i calendari delle
moltissime manifestazioni marinare di cui Trieste, Muggia, San Rocco e altri
sono protagonisti.
Riflettano i responsabili delle varie federazioni sportive e i presidenti di
tutti i circoli nautici.
Antonio Farinelli
SEGNALAZIONI - Rimuovere l’Ursus, brutto biglietto di
visita
Mi chiedo come sia possibile che nessuno protesti per la
presenza ingombrante e poco edificante di questa enorme gru galleggiante in
mezzo al centro storico della nostra città.
L’Ursus infatti non serve a niente e a nessuno né tanto meno a questa
fantomatica guardia costiera ausiliaria della quale non si capisce quali siano i
compiti specifici e per quali interventi mantiene questa struttura brutta e
deturpante in una posizione tanto inadeguata.
Non so se questa città ormai si abitua a tutto ma questa grù è come un pugno
nell’occhio, la si vede da ogni angolazione: da tutte le Rive, dai tetti della
case e anche dall’altipiano.
Bel biglietto di visita un pontone industriale vecchio e ruggine che non serve a
nulla, messo in bella vista proprio di fronte a palazzi che richiamano lo stile
di un’epoca passata.
A suo tempo ho letto che doveva essere ristrutturata per poi destinarla ad usi
diversi o aprirla al pubblico, per cosa? per fare bungee jumping su piazza
Unità? o ancora illuminarla per eventi sportivi o turistici stile albero di
natale?
Non scherziamo, questa schifezza (con tutto il rispetto per il guinness che
vanta) va rimossa dall’attuale posizione dove di industriale non c’è proprio
niente o messa in disarmo dove il recupero del suo acciaio potrà servire a
qualcosa che abbellisca la nostra città e non la rovini.
Paolo Liuzzi
SEGNALAZIONI - COLLEGAMENTI FERROVIARI - Dopo la
«cortina di ferro» Trieste dovrà subire la «cortina di ferrovia»
Sono ben note le problematiche di carenza e di minacciata
soppressione dei collegamenti ferroviari viaggiatori di Trieste e della regione
con il resto del Paese e con Milano e Roma in particolare. Pare che, bene o
male, grazie anche agli sforzi della nostra Regione, una soluzione si sia
trovata per mantenere quello che c’è, pur non senza discutibili oneri aggiuntivi
per la nostra collettività. Ciò che stupisce, e lascia fortemente perplessi, è
che nessuno sembra aver nemmeno preso in considerazione il fatto che Trieste, e
la regione, sono oggi, ed ormai da vari anni, quasi completamente privi di
collegamenti ferroviari viaggiatori con i paesi confinanti, non solo per quanto
riguarda i treni a lunga percorrenza (per Vienna, Budapest, Zagabria, ecc.) ma
anche per i semplici collegamenti di tipo interregionale (ad es. per Villaco e
Lubiana) a cavallo dei confini con Austria e Slovenia.
Oggi i tre valichi ferroviari della regione, Tarvisio, Gorizia e Villa Opicina,
sono diventati un deserto, mentre le ferrovie austriache hanno di propria
iniziativa attivato dei servizi pullman sostitutivi sulla relazione
Venezia-Udine-Villaco che bypassano la più moderna, costosa e sottoutilizzata
ferrovia che abbiamo in regione: la «Pontebbana». Nel contempo le ferrovie
slovene hanno dovuto tenersi in casa i treni «Pendolino», acquistati in Italia
per il collegamento Lubiana-Venezia che è stato soppresso (il treno «Casanova»,
che comunque già tagliava fuori Trieste e gli altri capoluoghi regionali).
Una situazione che è in stridente contrasto con la «Nuova Europa» e la caduta
dei confini e che rappresenta un fatto estremamente negativo (e umiliante) per
le nostre città, la nostra economia, il nostro turismo, la nostra cultura e la
nostra tradizione geostorica di città e regione al centro dell’Europa. Con il
sorgere dell’Euroregione e la collocazione della «capitale» a Trieste, si pensa
di porre mano a questa problematica che ha del paradossale, o si vuol lasciare
che si perpetui una grottesca «cortina di ferrovia» al posto della «cortina di
ferro» di triste memoria?
Leando Steffè
IL PICCOLO - DOMENICA, 29 novembre 2009
«Il rigassificatore di Zaule sarà un impianto sicuro
Trieste avrà solo benefici» - INTERVENTO DELL’ON. MENIA - IL
SOTTOSEGRETARIO RISPONDE A RUMIZ
«Al primo posto pongo la tutela della salute e
dell’ambiente L’arrivo di 120 gasiere ogni anno non bloccherà il porto»
Gentile dottor Rumiz,
sul Piccolo, del quale lei è autorevole firma, cortesemente mi ha chiesto di
sciogliere i suoi «italianissimi, anzi triestinissimi» dubbi.
Più che volentieri, latinamente le dirò che «dubitando ad veritatem pervenimus»
e dunque entrambi facciamo cosa utile ad interrogarci e risponderci
pubblicamente. E, nel risponderle, non posso che premettere che desidero
scindere due aspetti: quello politico e quello istituzionale.
Sotto il primo profilo, ben prima che mi trovassi a ricoprire una carica di
governo, ho sostenuto la bontà della scelta di realizzare un rigassificatore a
Trieste per una pluralità di motivi: risposta ad un’esigenza energetica di
carattere nazionale che ha ricadute positive sul territorio. Le ha bene indicate
l’altroieri il sindaco dicendo che «in un’area inquinata da 50 anni, con la
bonifica si ottengono tre vantaggi: indotto economico, catena del freddo,
energia a buon prezzo».
Sotto il profilo istituzionale, invece, ho ben presente quale sia il compito del
ministero che rappresento e cioè quello di garantire la sostenibilità ambientale
e la salute pubblica: non ho dunque dubbi nell’affermare che queste esigenze
siano comunque pregiudiziali e non negoziabili rispetto a qualunque altra di
carattere economico o politico. Ed in questo senso, desidero sottolineare che il
ministero, i suoi esperti e i suoi funzionari, svolgano il proprio ruolo con
trasparenza, passione, competenza e non sono accettabili allusioni, che in altre
sedi si sono fatte, su falsificazioni o sottovalutazioni.
Ciò premesso, inizierei dalla serie di questioni che a vario titolo si
riferiscono al luogo scelto per la costruzione del rigassificatore e agli
elementi connessi di rischio o pericolosità. Le scelte progettuali per un
impianto di rigassificazione off shore o on shore sono dettate da diversi
aspetti, ambientali, tecnologici, funzionali che vengono in tutta evidenza
valutati dal proponente il progetto stesso: a noi spetta verificarne la
congruità in sede politico amministrativa e la compatibilità ambientale per ciò
che riguarda il mio ministero.
L’affermazione che il progetto «a terra» sia di «forma obsoleta» pare più una
petizione di principio che non una affermazione basata sui fatti: Gas Natural
possiede un know how consolidato sulla tecnologia degli impianti di
rigassificazione, e comunque il decreto di Via richiede l’utilizzo delle
migliori tecnologie disponibili.
E’ utile peraltro ricordare che tutte le amministrazioni del territorio avevano
di fatto espresso comunque una chiusura piuttosto netta sull’ipotesi di un
impianto in mezzo al golfo.
A proposito dei potenziali obiettivi sembrerebbe corretto parlare piuttosto di
sorgenti di rischio: alcuni di essi, infatti, rientrano nell'ambito delle
disposizioni della normativa Seveso (D.Lgs. 334/99 e s.m.). Gli impianti
indicati sono stati oggetto di attente verifiche da parte degli organismi
competenti e, in particolare, è opportuno precisare che la prefettura di Trieste
ha già predisposto i cosiddetti Piani di emergenza esterni (Pee) per gli
stabilimenti a rischio di incidente rilevante ai sensi dell'art. 20 del citato
decreto legislativo. Per quanto concerne l'inceneritore di Trieste, va precisato
che questo non rientra nell'ambito di applicazione della normativa stessa.
La futura centrale a turbogas, all'epoca degli studi sui rischi indotti dal
rigassificatore in progetto, non era ancora stata prevista.
Ovviamente, prima di ogni fase autorizzativa, anche preliminare, dell'impianto,
gli organismi competenti provvederanno ad effettuare tutte le analisi di
compatibilità previste dalle vigenti normative in materia. Gli stessi organismi
hanno preso in considerazione tutti gli scenari di rischio ritenuti credibili e,
per ognuno di essi, sono state previste le necessarie misure di gestione delle
eventuali emergenze e di tutela della popolazione, con specifico coinvolgimento
di tutti gli organismi preposti (vigili del fuoco, Arpa, 118, polizia,
carabinieri, ecc.). Infine, per quanto concerne i rischi connessi alla safety
(sicurezza connessa con i rischi industriali e ambientali), va detto che tutta
l'area del comprensorio industriale, e specificatamente i siti soggetti alla
normativa Seveso, adottano delle puntuali procedure di security (sicurezza
connessa con i rischi legati agli atti terroristici/vandalici) finalizzate alla
prevenzione di ogni tipologia di atto vandalico in generale e terroristico in
particolare.
Altro punto sollevato si riferisce alla presunta non considerazione
dell’«effetto domino»: in ordine allo stesso va premesso che, in relazione
all'applicazione dei disposti dell'art. 12 del D.Lgs. 334/99, il Comitato
tecnico regionale dei Vigili del fuoco del Friuli Venezia Giulia (Ctr), all'atto
della validazione dei Rapporti di sicurezza di tutti gli stabilimenti rientranti
nell'ambito di applicazione dell'art.8 del decreto, ha accertato la non
sussistenza di rischi di effetti domino nell'ambito dell'area industriale del
Comune di Trieste e dei comuni limitrofi.
In particolare, per ciò che riguarda il nullaosta di fattibilità, rilasciato in
data 4 agosto 2005 dal ministero dell’Interno - Comitato tecnico regionale dei
vigili del fuoco, in esso si esprime un parere favorevole condizionato con
prescrizioni operative e si richiedono approfondimenti in sede di stesura del
Rapporto definitivo di sicurezza, in particolare riguardo all’analisi relativa
agli effetti domino conseguenti agli eventi incidentali considerati (interni ed
esterni – navi metaniere) con analisi di impatto sia sulle altri parti
dell’impianto che sul contesto territoriale.
Per rispondere con completezza alla domanda, voglio aggiungere che, se è ben
vero che la cartografia allegata al progetto manca di dettaglio, non è vero che
la Commissione Via «non si sia accorta di niente», bensì è prassi tecnica che le
mappe allegate a progetti similari rappresentino la situazione analizzata sotto
il profilo dei rischi correlati agli incidenti credibili alla scala più
opportuna per la migliore comprensione; nello specifico, lo stabilimento «Seveso»
più vicino è sicuramente la Dct SpA di Trieste che, in relazione agli eventi
rappresentati, non viene coinvolta.
Dalla terra spostiamoci ora al mare e veniamo alle obiezioni che riguardano gli
aspetti ad esso connessi.
Credo che, in proposito, più di ogni altro elemento valgano le prescrizioni
imposte dal decreto di Via il cui giudizio favorevole di compatibilità
ambientale prevede un sistema di monitoraggio e controllo come stabilito agli
articoli 28 e 29 del Dl 152/2006. In particolare «prima dell’inizio dei lavori,
con spese a carico del proponente ed in accordo con Ispra (Istituto superiore
per la protezione e la ricerca ambientale) ed Arpa regionale per tempi e
modalità di esecuzione, dovrà essere presentato un piano di monitoraggio, che
preveda cinque stazioni di misura disposte su un transetto interno alla Baia di
Muggia e cinque stazioni di misura su un transetto disposto nell’area di
transizione tra la Baia di Muggia e il Golfo di Trieste; il monitoraggio dovrà
essere aggiornato al riguardo dei parametri fisico, chimici, geochimici,
biologici e degli organismi zooplantonici sia sulla colonna d’acqua che sui
sedimenti. Tale piano dovrà essere messo in atto almeno un anno prima
dell’inizio dei lavori e dovrà protrarsi durante la fase sia di cantiere che di
esercizio.
I risultati dei monitoraggi dovranno essere trasmessi annualmente sulla base dei
monitoraggi che definiscono il quadro conoscitivo ante operam di cui alla
prescrizione precedente. Ispra ed Arpa regionale in accordo con il proponente
dovranno definire valori di temperatura e cloro, in corrispondenza delle
stazioni di misura sui due transetti, tali da rappresentare soglie di allarme
per la conservazione della varietà biotica e per la perdita di biomassa
fitoplanctonica. Prima dell’entrata in esercizio dovrà essere stipulato un
Protocollo operativo tra Regione Fvg, Arpa, Ispra e il proponente, finalizzato
alla definizione di procedure, tempi e modalità per la limitazione del processo
di rigassificazione in caso di superamento dei valori soglia individuati.
E’ vero che vi sono anche inesattezze e imprecisioni nella documentazione
prodotta da Gas Natural, ma la commissione che ha valutato il progetto le ha in
tutta evidenza ritenute non in grado di determinare una bocciatura dello stesso.
Posso convenire che sia poco logico richiedere mille bolli per una veranda a un
privato, ma non è su banali questioni di forma che dobbiamo ragionare. Che la
bora a Trieste non spiri a 36 km/h, ma piuttosto a 136 è pure fuor di dubbio, ma
prendo in proposito in prestito quanto ha dichiarato il presidente dell’Autorità
portuale, Claudio Boniciolli: «Le previste 120 gasiere portate al
rigassificatore in un anno non sono niente, non interferiscono con i traffici, e
la bora non ha mai fatto male a nessuna nave».
A proposito del porto e del traffico delle gasiere in particolare, l'eventualità
di prevedere le zone di interdizione e di quantificarne l'estensione sarà
sicuramente oggetto di analisi all'atto della già citata validazione del
Rapporto di sicurezza relativo al rigassificatore da parte dell'autorità
competente (Ctr).
Considerato che l'impianto di Porto Viro (Rovigo) è off shore mentre quello di
Zaule sarà on shore, è evidente che le aree di interdizione non siano tra loro
confrontabili. L'area di rispetto (non zone di interdizione) di 1,5 miglia
marine del rigassificatore di Porto Viro è una conseguenza di valutazioni sulla
probabilità di riconoscimento di un naviglio che si avvicina all'impianto; nulla
a che fare con le norme di rispetto all'interno della zona portuale di Trieste
dove sorgerà l'impianto di rigassificazione on shore.
A proposito della sicurezza del traffico marittimo fa fede invece quanto
dichiara l’autorità preposta, ovvero la Capitaneria di Porto di Trieste, il cui
parere, reso in data 15 novembre 2006, prevede che il posizionamento del
terminale Gnl è compatibile con le misure di sicurezza per la navigazione in
ambito portuale con le seguenti argomentazioni:
Le aree per gli ancoraggi delle navi di tipo gasiero (ricompresse nella
definizione di navi cisterna) non coincidono con le direttrici di traffico in
entrata/uscita per/da il porto di Trieste;
le modalità di effettuazione delle manovre di ingresso/uscita dal porto di
Trieste, già in uso per le altre navi cisterna, sono applicabili anche alle
metaniere, in quanto l’art. 6 dell’ordinanza n.08/06 vieta comunque la manovra
delle altre navi ormeggiate nel vallone di Muggia quando vi siano movimentazioni
di navi che trasportano prodotti liquidi infiammabili alla rinfusa;
non si riscontrano problematiche inerenti le navi da pesca in quanto l’attività
di pesca non è consentita in ambito portuale;
anche in caso di ormeggio contemporaneo di navi cisterna al terminale Gnl e
quello petrolifero, non viene preclusa la navigabilità per le navi destinate
agli ormeggi del Canale industriale.
Il citato parere contiene inoltre l’indicazione di una prescrizione consistente
nella dotazione del terminale Gnl di un apparato di videosorveglianza coadiuvato
e coordinato al locale sistema Vts, quale sistema di controllo del traffico
marittimo da attuarsi per rendere ancora più sicuro il traffico delle metaniere.
Non mi stupisce che su una zona di prevista reindustrializzazione vi siano più
progetti concorrenti, che rispondono, come è evidente, agli interessi di chi li
propone: lo Stato ha il compito di comporre gli interessi salvaguardando prima
di tutto quello generale, nella logica di uno stato liberale e non socialista.
Deve garantire il rispetto delle procedure, delle regole, della compatibilità e
della funzionalità dei progetti proposti. Se a Trieste sorgerà un polo
energetico in quella che oggi è solo un valle di lacrime, io personalmente ne
sarei solo felice.
Che progetti energetici d’interesse nazionale possano collidere con altri di
diversi stati è pure naturale. Ho sostenuto e sostengo che le obiezioni
ambientali slovene nascondessero altri interessi che sono venuti allo scoperto
con la dichiarazione della settimana scorsa del ministro dell'economia sloveno,
Matej Lahovnik: «La Slovenia è molto interessata all'idea di coprodurre un
rigassificatore sull'isola di Veglia, in Croazia, ma mantiene le sue obiezioni
su di un identico impianto nel Golfo di Trieste».
A proposito del Corridoio 5, va precisato invece che proprio noi siamo stati i
primi, pur volendo l'Alta velocità, a dire che quel tracciato è troppo
impattante. La Regione ha chiesto a Ferrovie la revisione di quel tracciato
chiedendo correzioni sull'impatto ambientale e sostenendo la necessità, proprio
a difesa del porto di Trieste e degli interessi italiani, della previsione
progettuale anche del collegamento diretto tra Trieste e Capodistria.
Infine, lei ritorna sull’abusato ritornello delle cose del passato e di chi se
ne occupa. Fin qui abbiamo parlato invero solo di presente e di futuro, e potrei
chiudere rispondendole, ancora latinamente, «historia magistra vitae», ma
desidero invece porgere alla sua attenzione una bella pagina di Francesco
Alberoni (Corriere della Sera, 12 febbraio 2001): «Sono le comunità nascenti,
ricche di solidarietà, di speranza e di fede che vanno nel passato per lanciarsi
verso il futuro. Quando invece un popolo, o un gruppo dirigente, o una classe
intellettuale o dei pedagogisti rifiutano la storia, vuol dire che non si
sentono più parte di una comunità in cammino. Vuol dire che hanno perso la
speranza, lo slancio, l'ideale. Vuol dire che hanno perso il futuro, che sono
morti».
Roberto Menia
Fiume, il Consiglio regionale approva il
rigassificatore - Presa d’atto dello studio d’impatto ambientale, parere
positivo per l’impianto da edificare a Veglia
Sì del Consiglio della Regione quarnerino–montana al
rigassificatore di Castelmuschio (Omisalj), nell’Isola di Veglia ma a patto che
risponda ai più rigorosi criteri di salvaguardia ambientale e permetta alla
Contea e ai Comuni interessati d’incamerare fondi adeguati all’importanza del
mega impianto. È quanto concluso dal parlamentino conteale, che ha preso in
esame lo Studio d’impatto ambientale del Terminal Lng vegliota, approvandola con
27 voti a favore e uno astenuto.
I consiglieri hanno focalizzato le richieste soprattutto sull’aspetto dei tre
serbatoi di metano liquido, che il progetto prevede siano alti ben 53 metri
ciascuno, modificando in modo radicale il panorama di questa porzione di Veglia.
È stato chiesto infatti che i contenitori siano interrati almeno in parte o che
l’Adria Lng (il consorzio concessionario) provveda all’edificazione di quattro
serbatoi di dimensioni minori. Ai consiglieri si è rivolta Veronika Tomas, a
nome della ditta ”Ekonerg”, che ha preparato lo studio d’impatto ambientale del
rigassificatore, attualmente sottoposto a pubblico dibattito. «Possiamo
affermare senza timore di smentita – ha detto la Tomas – che le conseguenze del
terminal metanifero saranno minime per il mare e i suoi microrganismi e
circoscritte all’ambito locale. I rischi per l’habitat saranno minimi, come pure
le possibilità di un incidente con fuoriuscita di gas. Stiamo valutando pure la
possibilità che un terzo dei serbatoi, quello inferiore, sia verniciato di
colore verde, per un migliore adattamento all’ambiente».
«È stato inoltre stimato - ha continuato - che le aziende croate potrebbero
intascare sui 300 milioni di euro per i lavori di costruzione mentre circa 30
andrebbero annualmente alle imprese quarnerino–montane per manutenzione e
trasporti marittimi». A prendere quindi la parola è stato Bernard Luka Baraka,
esponente dell’Adria Lng: ha dichiarato che il traguardo del consorzio è mettere
in funzione un rigassificatore concorrenziale e che risponda a tutti i criteri
legati alla sicurezza. «Vogliamo che l’impianto sia attivo almeno 30 anni – ha
affermato Luka Baraka –: il rigassificatore sarà un affare da 800 milioni di
euro, esclusi i costi per l’edificazione del gasdotto. I lavori dovrebbero
cominciare nel 2011 e concludersi tre anni dopo, con il terminal che dovrebbe
movimentare annualmente sui 15 miliardi di metri cubi di metano». Nel corso del
dibattito è stato rilevato che le aziende croate dovrebbero essere incluse nel
Consorzio Adria Lng nella misura minima del 25%, evitando così che la Croazia
diventi una pura e semplice ”autostrada del gas”, senza ricavi degni di tal
nome. Nel contesto, è stato evidenziato che la municipalità di Castelmuschio
dovrebbe realizzare ogni anno entrate grazie al rigassificatore per circa 14
milioni di kune (un milione e 915mila euro), somma fissata a 7 milioni di kune
(960mila euro) per l’amministrazione regionale. «Ricavi simbolici» ha commentato
il consigliere socialdemocratico Georg Zezelic.
(a.m.)
«Bonifiche, i due terzi a carico degli imprenditori» -
Assindustria: pazzesche le cifre chieste ai privati per il danno ambientale.
Menia: follia non firmare
PALAZZO RALLI BOCCIA LA BOZZA DI ACCORDO: «INVESTIMENTI
PENALIZZATI»
«Se quest’accordo va in porto le 200 aziende grandi e piccole comprese nel
perimetro del Sin si troveranno a dover pagare complessivamente oltre 263
milioni di euro senza avere perlopiù colpa alcuna dell’inquinamento dell’area».
CIFRA ENORME Non piace agli imprenditori nemmeno l’ultima bozza dell’accordo di
programma sulle bonifiche. Proprio mentre il sottosegretario all’Ambiente
Roberto Menia ieri ha affermato che conta «di ricevere nella settimana entrante
l’assenso definitivo della Regione raccolto il parere delle amministrazioni
locali per arrivare finalmente alla firma», Assindustria con il presidente
Sergio Razeto e il vice Vittorio Pedicchio è scesa ieri pesantemente in campo
con l’obiettivo di modificare ancora in extremis il testo per cambiare la
sostanza dell’accordo. «Il Ministero dell’Ambiente - ha affermato Razeto - ha
previsto di ottenere 236 milioni e 300 mila euro dalle transazioni con le
aziende che hanno sede all’interno del perimetro del Sin (anche se non colpevoli
di inquinamento) sui complessivi 350 milioni e 300 mila euro stimati come costo
totale del danno ambientale: la parte pubblica dunque interverrà a coprire solo
un terzo del fabbisogno complessivo».
DANNO AMBIENTALE Ma questi non sono i soldi per la bonifica dell’area, ma quelli
appunto che dovranno risarcire il danno ambientale. «La nuova bozza dell’accordo
- spiega l’assessore comunale allo sviluppo economico Paolo Rovis - prevede che
chi non ha inquinato e si è insediato in epoca precedente alla perimetrazione
del Sin non pagherà per la bonifica». «È un testo più favorevole alle imprese
rispetto a quello precedente - controbatte Menia - e recepisce anche altre
indicazioni delle amministrazioni locali. Quando lo abbiamo discusso il
presidente uscente dell’Assindustria Antonini se n’era andato felice, non
capisco ora questo irrigidimento. Sul danno ambientale vanno rispettate le leggi
nazionali, i regolamenti e tenuta una linea univoca rispetto a quanto applicato
in altri siti inquinati in Italia. Deve pagare chi è definito ”custode
dell’area”. È come quando arrivano i pompieri per spegnere un incendio a casa
tua. Poi devi pagare i danni che l’acqua fa nei piani sottostanti. E comunque le
cifre fatte sono ancora indicative. Non firmare quest’ultimo testo però -
conclude il sottosegretario - sarebbe pura follia».
ACCORDO DA FARE Sotto l’accordo sono previste le firme di Ministero, Regione,
Provincia, Comune di Trieste, Comune di Muggia, Autorità portuale e Camera di
commercio, non quella di Assindustria che però ora è fermamente intenzionata a
far sentire tutto il proprio peso. «Qui si tratta di cifre astronomiche che
ricadranno sulle aziende - ammonisce Pedicchio - non solo verranno penalizzati i
possibili futuri investimenti, ma ci saranno pesanti ricadute sull’occupazione.
Chi poi se ne farà carico? Noi chiediamo che vengano fatte tutte le
caratterizzazioni, che le aree non inquinate siano restituite agli usi legittimi
e che paghi solo chi ha effettivamente inquinato.»
CASO EMBLEMATICO Assindustria porta il caso concreto di un imprenditore che il
24 novembre è stato al Ministero dell’Ambiente a Roma per farsi fare un
preventivo di quanto gli costerebbe la transazione in base alla nuova bozza
d’accordo. Si tratta di un’azienda che ha un’area di proprietà di 130 mila metri
quadrati, che si è insediata tra il 2001 e il 2002 e che non ha alcuna
responsabilità dell’inquinamento. All’azienda sono stati addebitati 468 mila
euro (3,6 euro al metro quadrato) come quota del danno indistintamente
quantificato per tutte le imprese nel perimetro del Sin; 1 milione 717 mila euro
(13,2 euro al metro quadrato) quale azienda classificata dal ministero ”a medio
impatto inquinante”, un milione 560 mila euro (12 euro a metro quadrato) quale
onere di compartecipazione alla realizzazione del barrieramento della falda.
Il costo totale della transazione per quest’azienda è dunque pari a 3 milioni
775 mila euro, somma che secondo quanto prevede l’accordo potrà essere comunque
corrisposta in dieci anni e senza interessi. A questo onere va aggiunta la spesa
già sostenuta dall’azienda, per l’esattezza 490 mila euro, per la
caratterizzazione e una prima messa in sicurezza. E non comprende nemmeno la
spesa per la bonifica vera e propria che però appunto in base all’ultima bozza,
l’azienda non dovrà sostenere se potrà dimostrare di non aver inquinato.
AZIENDE PENALIZZATE Assindustria ha rilanciato ieri l’intenzione di riaprire il
dialogo con le istituzioni preposte a firmare l’accordo di programma. «Riteniamo
opportuno entrare nel dibattito con positività e trasparenza - ha concluso il
presidente Razeto - sottolineando ancora una volta il nostro ruolo a sostegno
delle imprese incolpevoli dell’inquinamento sebbene colpevoli, se questa è una
colpa, di avere sede all’interno del perimetro del Sin. L’Associazione
industriali da sempre chiede di arrivare a una soluzione che eviti di
penalizzare quelle imprese che non sono responsabili dell’inquinamento, in una
fase congiunturale già così critica per la loro attività produttiva e
commerciale».
SILVIO MARANZANA
Centro storico, 120 edifici destinati a posteggi -
Intervento previsto in otto immobili ogni cento. Nuove costruzioni in area
Crosada
Secretazione di piani urbanistici addio, capitolo secondo.
Il consigliere dei Verdi Alfredo Racovelli che mesi fa ha diffuso i contenuti
del Piano regolatore ieri ha fatto la stessa cosa con l’appena ricevuto «Piano
regolatore particolareggiato comunale di iniziativa pubblica del centro
storico».
È una forma di contestazione ai «segreti» comunali, ma anche, in questo momento
politicamente teso e poco chiaro dalle parti di piazza Unità, un gesto «contro
decisioni assunte senza condivisione della città, che diventano mezzi di
contrattazione, molto interni a una politica che vuol tutto succhiare come un
vampiro» accusa Racovelli, prossimo presidente della Commissione trasparenza.
Racovelli depreca le liti innescate da Udc e Lega che assieme alla situazione di
risicata maggioranza «rischiano - dice - di trasformare anche i documenti
urbanistici in interesse di parte».
Detto ciò, ecco il fascicolo, firmato «fino al 2006» da un coordinatore dei
progettisti, l’architetto Marina Cassin, e «dal 2007» dall’architetto Ave Furlan
dirigente del Comune e già responsabile tecnico del Piano regolatore. Si vede la
lunga gestazione del documento, che infatti suggerisce «due nuovi contenitori
culturali» in centro città, uno dei quali è la già attiva (più o meno) ex
Pescheria.
Il lavoro è pregevole, agli occhi del consigliere d’opposizione ma anche a
quelli del lettore interessato, per il gran lavoro di minuziosa analisi di tutta
l’area dei borghi antichi, della parte medioevale, della città «murata».
All’interno del perimento del Centro storico (che resta vincolato alle norme del
«piano colore» e a ben precise tipologie di serramenti e tetti) sono stati
censiti e schedati 1600 edifici «producendo - afferma il testo - un atlante di
valore documentale e scientifico di particolare significato».
Esaminando i valori storici, paesaggistici e di verde urbano, il Piano indica
soprattutto la necessità di parcheggi e riprende alcune già calpestate ipotesi:
propone di trasformare in parcheggio ben 120 edifici del centro, pari all’8% di
tutto l’edificato. Ovviamente non toccando quelli classificati come di
intoccabile pregio. Il fabbisogno di posti macchina è calcolato in 10 mila,
esclusi i parcheggi di strada. Viene consentito inoltre di trasformare in
autorimessa i fori su strada, pur con qualche criterio.
Per il consigliere dei Verdi si tratta di una trasformazione del centro in «case
per ricchi e deposito di automobili». I progettisti notano però che pur
cambiando nel tempo il cuore della città non ha patito fenomeni di spopolamento
ed è tuttora vivo e vegeto, anche per attività. Tra le quali si suggerisce di
incrementare attività economiche e sociali, alberghi a poche stelle, attività
turistiche, accessibilità, intervenendo sulle «zone marginalizzate» (tra cui
l’area di Campo Marzio).
Altra novità è nella parte medioevale. Su Crosada si propone la costruzione di
edifici nuovi, in parte di ripristino di case crollate prima o durante la
riqualificazione Urban. Suggerito altresì il vincolo non solo per il Canal
Grande, ma anche per le vie e case che lo costeggiano. Più genericamente il
Comune è invitato a curare lo «spazio pubblico» e a ripristinare alcune visuali
che costituiscono la bellezza specifica dell’area.
Come dovrebbe agire il Comune? Col piano triennale delle opere, quello
2009-2011, già approvato il 18 febbraio 2009. La cifra totale della lista degli
interventi (quasi tutti già noti, ma non sono citati i 120 palazzi da rendere
parcheggio) ammonta a circa 41 milioni di euro. Il costo più alto è per palazzo
Biserini (biblioteca civica), 9 milioni, il più basso per il consolidamento dei
piloni di piazza Unità, 60 mila euro.
GABRIELLA ZIANI
Baia di Sistiana preclusa ai pedoni, è polemica - IL
VERDE ROZZA SOLLECITA L’APERTURA DI TUTTI GLI ACCESSI ALLA BATTIGIA
Il sindaco: si arriva lo stesso con le scalette,
portoni chiusi per motivi di sicurezza
DUINO AURISINA Si ripristini al più presto il libero transito dei pedoni su
tutta la baia di Sistiana. E’ quanto “caldeggia”, per ricorrere a un eufemismo,
il consigliere comunale di opposizione Maurizio Rozza (Verdi). Che sul tema,
appoggiato nell'istanza da tutto il centrosinistra, venerdì ha depositato una
mozione urgente in municipio. Il documento denuncia la graduale chiusura della
baia al passaggio pedonale, rilevando in particolare che «l’area portuale in
direzione della Caravella è stata totalmente recintata e chiusa, impedendo il
libero transito delle persone in direzione delle Falesie di Duino». Un punto che
però il sindaco Giorgio Ret smentisce, assicurando che i cittadini vi possono
accedere attraverso delle scalette, passando davanti alla sede della Pietas
Julia. Rozza reputa l’attuale situazione «particolarmente preoccupante», in
quanto «impedisce altresì l’uscita dall’area di eventuali persone che si
trovassero nella necessità di prendere terra in quella frazione del porto per
avarie a imbarcazioni o natanti oppure per un malore». Già durante l’ultimo
consiglio comunale l’esponente dei Verdi aveva segnalato la criticità: «Forse ci
si dimentica – aveva detto – che quell’area è pur sempre un arco portuale e che
le persone devono avere liberamente accesso alla linea della battigia, cosa
evidentemente preclusa con i cancelli serrati. Il sindaco deve intervenire
immediatamente per ripristinare il varco e quindi il libero accesso di tutti i
cittadini». E ciò in virtù del fatto che «la baia di Sistiana assolve, oltre a
un ruolo turistico, un’evidente funzione sociale e ricreativa per la comunità di
Duino Aurisina», essendo «l’unica area marittima facilmente accessibile agli
abitanti anche con ridotte capacità motorie». La zona costiera in direzione
della Costa dei Barbari è stata infatti interdetta al libero transito dei pedoni
per motivi di sicurezza. La mozione trova l’appoggio compatto di tutto il
centrosinistra consiliare e, naturalmente, del capogruppo Massimo Veronese.
«Siamo tutti concordi con Rozza – spiega il consigliere di opposizione Walter
Ulcigrai –: è vero che le persone raggiungono lo stesso la spiaggia ma lo fanno
mettendo i piedi, con non pochi rischi, su delle pietre precariamente sistemate
a mo’ di passaggio. Sarebbe bene perlomeno posizionare un camminamento
temporaneo per evitare che qualcuno si faccia male». Il sindaco, investito della
questione, ha preso contatto nei giorni scorsi con i concessionari e dunque
replica così: «Il cancello viene chiuso ogni anno a fine stagione a tutela del
fatto che non vi possano essere danneggiamenti o furti nella proprietà privata.
I titolari, comunque, sono tranquillamente disposti ad aprilo, purché qualcuno,
a quel punto, se ne assuma la responsabilità in caso di incidenti a cose o a
persone. Le persone approdano ugualmente alla spiaggia e pure domenica scorsa si
è registrato un notevole afflusso di visitatori. Se il consiglio comunale, per
consentire l’apertura dei cancelli, intende prendersi la responsabilità di
assumere le spese di vigilanza o guardianaggio allora procederemo in tal senso,
ma la Corte dei conti come potrebbe esprimersi nei confronti di una tale scelta?
».
TIZIANA CARPINELLI
«Costiera, l’acqua è un pericolo» - Mancano impianti di
raccolta: area instabile geologicamente - RET SCRIVE A STRADE FVG
DUINO AURISINA Ha preso carta e penna e ha buttato giù una missiva che non ammette repliche, intimando a Strade Fvg di realizzare al più presto sulla Statale 14, la Costiera, un adeguato sistema di raccolta delle acque meteoriche. Anche all’assenza di impianti, infatti, si imputa la situazione di diffusa instabilità geostatica riscontrata nell’ambito A32 di Marina di Aurisina, lembo di territorio che si estende per 1200 metri sulla costa, dalle Ginestre fino a Canovella de’ Zoppoli. Letta l’esaustiva relazione geologica, geotecnica e geostatica elaborata dal geologo Bruno Grego, il sindaco Giorgio Ret si è dunque deciso a correre ai ripari, chiedendo quegli interventi che mai sono stati operati prima per mettere in sicurezza il territorio. Infatti, il geologo incaricato dal Comune ha evidenziato nell’ambito A 32 diversi gradi di pericolosità, altresì tracciando le azioni da compiere per un ripristino ambientale. La diffusa instabilità geostatica è dettata da una molteplicità di fattori, tra cui l’accertata mobilità del detrito di falda che costituisce gran parte dei terreni, l’assenza di manutenzione delle opere di terrazzamento per contrastare il dissesto idrogeologico e la pendenza dei versanti. Ma anche, come si legge a pagina 9 della redazione, «per l’assenza di un sistema di raccolta delle acque meteoriche, allo stato lasciate libere di scorrere in forma ruscellante lungo la principale arteria viaria interna all’ambito». E ancora: «In effetti – così Grego - gli effetti della mancata raccolta preventiva delle acque meteoriche, in parte provenienti dal tratto di strada sovrastante, risultano con evidenza segnalati nel tratto di strada che collega i due nuclei abitati di Marina di Aurisina, risultando questa parte di territorio, non a caso, tra quelle ove il dissesto idrogeologico è massimamente attivo con il suo carico distruttivo». Forte di queste considerazioni Ret ha subito sollecitato Strade Fvg a intervenire: «Ho chiesto che venissero cantierate le opere per la posa di impianti di reflusso delle acque piovane: al momento non ho ancora ricevuto risposta, ma se sarà necessario contatterò l’assessore regionale alle Infrastrutture Riccardo Riccardi per ottenere sostegno». Sul piede di guerra l’opposizione, che ha preso parte venerdì alla commissione durante la quale il geologo Grego ha esposto la relazione: «La Costiera – così Maurizio Rozza (Verdi) – è del tutto priva di sistemi di raccolta delle acque reflue: l’auspicio è che vengano al più presto adottati gli impianti a vasca utilizzati in Francia, ove attraverso un disoleatore si spara l’acqua dagli oli abbandonati dalle auto, reimpiegandola per l’agricoltura. Imprescindibile, poi, la reintroduzione dei pastini per arginare l’ulteriore erosione e frana dei terreni».
(t.c.)
SEGNALAZIONI - ACQUA - No alla privatizzazione
Nel prossimo futuro tra i tanti problemi di caro prezzi
avremo uno in più, il caro acqua dovuto alla sua privatizzazione recente, le
conseguenze future saranno le conseguenze passate di chi le ha già provate sulla
sua pelle come: Francia, Regno Unito, America Latina con tanto di rivolte
popolari.
Non credo, vista la mia indole, che andrò a lanciare bombe in una rivolta per
manifestare il mio disagio sull’acqua potabile venduta troppo cara e un servizio
di erogazione di pessima qualità di conseguenza per accettare il rigassificatore
nella mia vita quotidiana propongo di trattare. Il mio consenso in cambio di
garanzie che l’acqua marina di scarto dal rigassificatore venga come negli Stati
Uniti trasformata in una buona economica acqua potabile.
Il mio consenso se l’attuale depuratore di acque fognarie obsoleto venga
cambiato con uno moderno atto a depurare le acque nere di una tale qualità da
poter essere riutilizzate per l’agricoltura e industria. Il mio consenso se le
acque calde di scarto dalla Ferriera per esempio, vengano anziché sprecate
nell’ambiente, utilizzate per il teleriscaldamento potendo utilizzare
l’esperienza maturata dal comune di Brescia. Il mio consenso per saper quanto
andrò a risparmiare sulla bolletta del gas spiegato in maniera cristallina.
Segnalo che mettendo in atto quanto summenzionato ci sarebbero minimo 1000 nuovi
posti di lavoro.
Maurizio Iacobucci
IL PICCOLO - SABATO, 28 novembre 2009
«Rigassificatore, per noi la sicurezza è una priorità»
- Gas natural: «Studi falsati? Accuse già archiviate dalla
Procura. Dubbi chiariti davanti alle autorità»
La società sulle prescrizioni dettate da Roma:
«Chiariremo tutti i punti in fase di completamento della documentazione
necessaria per l’ok finale»
Il progetto del rigassificatore sarà completato, migliorato, adeguato a
tutte le normative europee e italiane in una fase successiva a questa. Un piano
di emergenza per la sicurezza sarà «ovviamente» messo a punto e scritto «in
ultimo sulla base della dettagliata progettazione finale, prima dell’avvio
dell’installazione, cosa obbligatoria per ottenere i permessi». Tutti gli
scenari di rischio sono stati valutati, al fine di evitarli: «La prevenzione è
il primo passo per la sicurezza». Documenti imprecisi? «Sono le accuse di alcuni
ambientalisti, già archiviate dalla Procura, siamo un leader mondiale nel
mercato del Gnl, vogliamo portare tutto il nostro ”know how” e la nostra
esperienza per creare a Trieste il miglior progetto per la città e i suoi
cittadini e per il settore energetico italiano».
Dopo le pesanti e circostanziate parole di allarme sull’impianto che Gas natural
sta per impiantare a Zaule espresse l’altro giorno dal gruppo tecnico di lavoro
formato da docenti universitari italiani e sloveni l’impresa spagnola è stata
interpellata per una risposta a così pesanti quesiti. C’è un piano di sicurezza?
Si può spostare il rigassificatore? Quando saranno inviate al ministero le
risposte alle prescrizioni date? Perché si è scelto un sito così vicino a tante
industrie a rischio in caso d’incidente?
A stretto giro di posta elettronica Gas natural ha risposto ieri a tutti i
quesiti, tranne a uno. Perché non è stata organizzata una confacente
informazione ai cittadini? «Vorremmo chiederlo a chi lo sa - in questo caso
risponde la società spagnola -, non l’abbiamo mai capito». Forse tuttavia è una
esplicita frase di dubbio e riflessione interna, l’unica peraltro rimasta solo
in spagnolo senza traduzione in inglese, in un testo che a ogni quesito risponde
con orgoglio, certezze, rassicurazioni e promesse.
Gas natural nello specifico afferma di non poter controbattere punto su punto
alle osservazioni dei docenti triestini, perché non in possesso dei testi
originali di contestazione. Osserva tuttavia che i loro argomenti sono quelli
ricorrenti, «e sono stati chiariti tempo fa davanti alle maggiori autorità. Si
può davvero credere - scrive Gas natural ricordando che da 40 anni sue
installazioni sono attive nei paesi più sviluppati, e che altre sono in
costruzione negli Usa, in Francia, in Olanda - che queste autorità potrebbero
ignorare gli errori macroscopici di cui ci accusano questi docenti? L’accusa di
falsa documentazione imputataci da alcuni ambientalisti è stata completamente
chiarita davanti alla Procura, e infine archiviata perché totalmente falsa».
Inoltre si ribadisce che Gas Natural aprirà una sede a Trieste e uno degli
obiettivi principali di questa presenza «sarà trovare i mezzi più efficaci per
comunicare il progetto alla popolazione, alle istituzioni, e per informare su
tutti i passi dell’intero procedimento».
Quanto alla dislocazione dell’impianto, così contestata, la società spiega: «La
selezione dei siti si basa su differenti aspetti: sicurezza, disponibilità di
infrastrutture, capacità del porto di trattare navi grandi, disponibilità di
personale qualificato per la costruzione e l’operatività del terminal di
rigassificazione, vicinanza ai consumatori finali nella rete italiana del gas, e
ragioni economiche in termini di sviluppo locale considerando sia la costruzione
in loco, sia la competitività in termini di apertura del mercato italiano del
gas a nuovi e competitivi operatori».
Infine: le risposte alle prescrizioni del ministero dell’Ambiente saranno
inviate via via che si completa la documentazione necessaria per
l’autorizzazione finale. «E saranno - dice l’impresa - la garanzia che il
progetto quando diventa operativo soddisferà tutte le esigenze ambientali,
tecniche e della sicurezza per il bene della popolazione, e del proprio
impianto».
Sui timori per la sicurezza, gli spagnoli sembrano seccati dai dubbi triestini:
«Si prenda nota - scrivono - che per una compagnia come Gas natural, che gode di
reputazione internazionale, che ha trasportato, distribuito e creato
installazioni di gas per oltre 100 anni la sicurezza è una priorità. Parliamo
seriamente - ammoniscono - di cose serie. Un centinaio di differenti misure di
sicurezza sono installate nel disegno di ogni singolo sistema nel terminal per
prevenire incidenti».
GABRIELLA ZIANI
Razeto: «Siamo distanti dal progetto definitivo» - Il
presidente di Assindustria: «L’impianto va fatto con tutti i crismi e i sistemi
più moderni»
«Un impianto come il rigassificatore deve avere tutti i
controlli possibili e immaginabili per la sicurezza. Se i docenti triestini che
criticano l’attuale progetto dicono che per fare si deve far bene, sono
completamente d’accordo, senza garanzie di sicurezza non ha nemmeno senso andare
avanti, il rigassificatore va fatto con tutti i crismi e i sistemi più moderni».
Lo afferma il presidente di Assindustria, Sergio Razeto, che aggiunge: «Casa mia
è a un tiro di schioppo, non voglio finire io per primo in una nube di gas...».
Razeto tuttavia è molto dubbioso sulle dure critiche del gruppo di docenti, che
non ha tuttavia potuto approfondire per motivi d’intenso lavoro: «Credo -
afferma - che siamo in una fase molto distante da un progetto vero, manca uno
studio di fattibilità, e ritengo che Gas natural abbia predisposto una prima
analisi di superficie, che sempre si fa per vedere se ci sono le condizioni per
realizzare un impianto industriale e metterci i quattrini, credo che l’attuale
documentazione passerà dallo studio approssimativo a un progetto certo».
Ieri tuttavia, sulla scorta delle argomentazioni del gruppo tecnico, il
consigliere regionale del Pd, Igor Gabrovec, ha chiesto a Tondo di «bloccare
immediatamente l’iter di approvazione del rigassificatore». Motivo: pericoli e
documentazione con «macroscopici errori», la cui sottovalutazione viene imputata
anche all’assessore all’Ambiente, Elio De Anna. Il quale dà invece dell’intera
vicenda una inedita versione: «Gas natural non ha ottenuto parere positivo alla
Valutazione d’impatto ambientale (Via), ma solo un parere di conformità limitato
agli impianti sottomarini. Manca ancora - dice l’assessore - pari procedura
anche per il tubo di collegamento tra la nave gasiera e i depositi a terra. Non
è cambiato niente, a oggi, da quando la giunta Illy disse che non poteva
esprimersi perché non erano chiariti rischi e sicurezza. Se il ministero
dell’Ambiente riavvierà le procedure di Via - prosegue De Anna - solo allora la
giunta Tondo acquisirà tutti i pareri da portare a quel tavolo: sentirà i Comuni
di Trieste, San Dorligo e Muggia, esperti, altri, costruirà insomma un suo
parere motivato. Avere poi la Via - conclude - non significa un’automatica
autorizzazione, che può ancora essere negata».
Per l’assessore alle Infrastrutture, Riccardo Riccardi, tutto è molto chiaro
invece: «Se c’è già la Via, data dal ministero che è organo dello Stato e quindi
della Repubblica italiana, chi crede nella Repubblica deve credere anche a un
suo parere, più che ai comitati. Il rigassificatore è strategico per l’economia
regionale, ha l’assenso degli enti locali anche triestini, e abbasserà il costo
delle bollette». Altrettanto ferme le considerazioni del presidente
dell’Autorità portuale, Claudio Boniciolli: «Le previste 120 gasiere portate al
rigassificatore in un anno non sono niente, non interferiscono coi suoi
traffici, e la bora non ha mai fatto male a nessuna nave».
Il sindaco Roberto Dipiazza: «Ecco puntuale il partito del ”no se pol”. È
un’area inquinata da 50 anni, e con la bonifica si ottengono tre vantaggi:
indotto economico, catena del freddo, energia a buon prezzo. Se scoppia la
centrale nucleare di Krsko diventiamo come Pompei, ma se scoppia il
rigassificatore c’è solo un botto».
(g. z.)
RIGASSIFICATORE - DUBBI ”TRIESTINI” SULL’IMPIANTO - A MENIA 11 DOMANDE SCOMODE
Abbiamo chiesto a Paolo Rumiz di porre al
sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia le domande più dirette e scomode sul
progetto del rigassificatore di Zaule. Domani le risposte di Menia.
Gentile sottosegretario onorevole Roberto Menia, vorrei capire meglio da lei
cos'è questo rigassificatore di Trieste. Essendo lei un sostenitore del
progetto, le chiedo di spiegarmelo. Non mi importa niente delle obiezioni
slovene, che del resto lei considera un’interferenza negli affari di casa. Qui
le porrò dubbi italianissimi. Anzi, triestini.
Ho posto alcune di queste domande all'azienda spagnola Gas Natural che si
prepara a costruire l'impianto, ma in questo delicato momento, con la città
scarsamente informata, ritengo debba essere lei a rispondere, in quanto
viceministro all'Ambiente, quindi direttamente coinvolto, e in quanto figlio di
questa città. Un'azienda fa i suoi interessi. Lei invece si occupa dei nostri.
Quindi anche dei miei e di quelli dei miei figli.
Premetto ancora: lei non è un politico che ha preso l'incarico istituzionale
come una sine-cura. L'on. Menia è uno che lavora, dicono a Roma, e ci credo. Lei
conosce il fatto, e la sua sensibilità ai problemi del territorio è
indubitabile. Non c'è oggi in Italia persona più adatta a rispondere. Dunque
sono certo che lo saprà fare con l'attenzione che il delicato argomento
richiede. Cominciamo.
IL LUOGO. Perché il rigassificatore di Rovigo sta a quindici chilometri dalla
costa mentre noi, che abbiamo un mare più chiuso, dobbiamo ospitarlo quasi in
città, e per giunta nella sua forma più obsoleta?
GLI OBIETTIVI. Lo sa che attorno al sito del rigassificatore esiste un'alta
densità di obiettivi "sensibili"? Glieli elenco: i depositi costieri triestini
(50 metri), la futura centrale a turbogas (50 metri), il terminal dell'oleodotto
(100), l'inceneritore (150), la ferriera (500) e i depositi di formaldeide della
Alder (700). La superstrada è a 120 metri, i quartieri popolari a 600, lo stadio
a mille.
I RISCHI. Pensando all'attentato del 1972 alla Siot e all'enfasi del suo governo
sul tema del terrorismo, non ritiene che la collocazione dell'impianto possa
costituire un problema? E in caso di incidente, sono stati valutati i pericoli
in ossequio alla legge Séveso?
EFFETTO-DOMINO. È a conoscenza del fatto che nel progetto della Gas Natural
approvato dal suo ministero, in particolare nelle cartografie allegate all'esame
dell'effetto-domino (incidenti a catena) mancano i depositi costieri,
l'inceneritore, i depositi di formaldeide, le industrie? Come mai la commissione
ambiente non si è accorta di niente?
IL MARE. Ha valutato gli effetti ambientali di un impianto che succhia 800 mila
metri cubi di acqua al giorno, in un anno l'equivalente del triplo della baia di
Zaule (tutto il mare a Est delle dighe)? Lo sa che in quel mare chiuso verrà
versato all'anno l'equivalente 70 tonnellate di cloro attivo? Lo sa che
autorevoli esperti del nostro polo scientifico temono alla lunga nella baia un
abbassamento di alcuni gradi di temperatura?
LO STUDIO. È a conoscenza del fatto che negli studi di Gas Natural l'accumulo
delle acque fredde non viene quasi considerato e le medesime vengono descritte
come tendenti verso l'alto, contro ogni legge fisica? Ha visto che nella
planimetria dell'impianto i serbatoi sono indicati a volte a destra e a volte a
sinistra? Lo sa che la bora viene indicata con punte massime di 36 orari contro
i cento della realtà?
IL CITTADINO. Perché al comune cittadino che deve allargare la veranda di casa
si chiede un progetto firmato su carta intestata da un geometra iscritto
all'Ordine, mentre alla grande compagnia energetica si è consentito di
presentare una documentazione spesso carente e densa di sviste formali?
IL PORTO. La Capitaneria di porto di Chioggia, in base alle direttive europee
sulla sicurezza, ha disegnato attorno al suo rigassificatore off shore una zona
d'interdizione larga due chilometri e mezzo, per la sicurezza delle gasiere. Non
teme che analoga disposizione, applicata a Trieste dove il canale d'accesso
delle grandi navi è minimo, possa significare la paralisi del porto?
LA CITTÀ. Non pensa che la città non avrebbe dovuto essere lasciata sola di
fronte a un progetto così grande? Perché non è stato istituito un team neutrale
e autorevole di esperti capace di valutare il progetto e renderne pubblici i
contorni? Perché la città - e l'Italia di conseguenza - deve trovarsi di fronte
a progetti energetici da accettare a scatola chiusa e sui quali discutere a
vuoto, magari in inutili referendum, tra i soliti due partiti, quello del "si
deve" e quello del "no se pol"?
IL FUTURO. Siamo di fronte a cinque progetti "sospesi": una centrale a turbogas,
un rigassificatore a terra, un rigassificatore a mare, un gasdotto sottomarino e
forse a un terminal di gas russo a Monfalcone, di cui si parla dopo l'incontro
Putin-Berlusconi. Cinque, che camminano separatamente nonostante siano nella
stessa piccola area. Esiste una scelta unitaria dietro tutto questo? Un
interesse nazionale? O c'è solo l'interesse delle compagnie? Che volto avrà
Trieste fra dieci anni?
LA SLOVENIA. Lei respinge le obiezioni ambientali slovene all'impianto.
Benissimo. Allora mi spieghi: come mai non ha avuto da ridire su un progetto
devastante per il Carso per il Corridoio 5 che le Ferrovie italiane hanno preso
pari pari da quelle slovene, nell'interesse prevalente del porto di Capodistria?
Ho finito. Qui vorrei esprimere solo un'opinione personale. Lei è molto
sensibile agli eventi tragici del dopoguerra in queste terre. E va bene. Il
rischio è che a furia di parlare di passato si dimentichi di vedere il presente.
Su una Trieste frastornata incombono cambiamenti epocali che rischiano di essere
ingovernabili, e non vorrei, per dirla come Carpinteri e Faraguna, che il gran
parlare di vecchie cose serva solo «a insiempiar la gente».
Confido, anche da elettore, in una sua gentile risposta.
Paolo Rumiz
CIRCOLO MIANI - «Inquinamento, Dipiazza deve garantire
la salute» - Fogar su Servola: «Il sindaco non rispetta le promesse elettorali»
Si chiude il centro a causa dello smog, ma la Ferriera
continua a diffondere nell’aria polveri e inquinamento atmosferico. È il
«paradosso» denunciato ieri dal fondatore del circolo Miani, Maurizio Fogar,
strenuo sostenitore della necessità di chiudere lo stabilimento di Servola «per
tutelare la salute di tutti i cittadini».
Apparso più combattivo che mai, nonostante la decisione di non assumere farmaci
«per protestare contro l’immobilismo delle istituzioni su questo gravissimo
problema», Fogar ha ripreso un ragionamento proposto più volte nel recente
passato. «Altri sindaci, a cominciare da quello di Piombino – dice il portavoce
del Miani – si sono comportati con maggiore coerenza davanti alla crescita
dell’inquinamento atmosferico, invece Roberto Dipiazza sembra essere sordo a
queste sollecitazioni, nonostante le promesse fatte sull’argomento in campagna
elettorale». E aggiunge: «Il nostro sindaco – prosegue Fogar – preferisce
scusarsi pubblicamente con i residenti dei rioni più vicini allo stabilimento di
Servola, dopo aver deciso le limitazioni al traffico veicolare, a causa
dell’inquinamento, piuttosto che porre fine a questo scempio provocato dal
funzionamento della Ferriera».
Fogar si è rifatto a una lunga serie di norme «che dovrebbero obbligare a
prendere gli opportuni provvedimenti, partendo dalla Costituzione, che
garantisce la salute pubblica – dice il fondatore del circolo Miani – per
arrivare a decreti e leggi regionali più recenti. Invece pur in presenza di
evidenti segnali di grave pericolo per la popolazione, nessuno sembra
preoccuparsi più di tanto. Dipiazza sembra dimenticare che possono essere tre le
cause di inquinamento che devono portare all’assunzione di provvedimenti e che
riguardano non solo il traffico e i sistemi di riscaldamento, ma anche il
settore industriale. Eppure qui a Trieste siamo costretti a coabitare con
un’atmosfera deleteria per la salute di tutti».
Fogar ha annunciato che, giovedì prossimo, «sempre che il mio stato di salute me
lo consenta» facendo intendere che continuerà lo sciopero dei farmaci, si
presenterà in piazza Unità, dove hanno sede consiglio comunale e giunta
regionale, per diventare «il promemoria vivente della situazione in essere».
(u. s.)
Tav, Chisso assicura: c’è l’accordo con il Fvg - A
VENEZIA POLITICI E MANAGER A CONFRONTO SUI PROGETTI DELLA «METAREGIONE»
CONFINDUSTRIA - Tomat: «Siamo pronti a un nuovo
progetto» - Ma l’assessore veneto non lo svela. Costa: «Un nuovo corridoio verso
i Paesi Baltici»
VENEZIA «Sull’alta velocità non c’è alcun conflitto tra Veneto e Friuli.
Sono solo balle che scrivono i giornali. Con il governatore Renzo Tondo sono in
contatto e stiamo già lavorando ad un accordo».
È difficile immaginare quale potrebbe essere il tracciato che metta d’accordo il
Veneto, che vuole il treno ad alta velocità lungo la costa adriatica, ed il
Friuli che invece lo vede correre parallelo all’autostrada A4. Ma l’assessore
regionale alle Infrastrutture del Veneto Renato Chisso ha esordito con queste
parole ieri mattina a Ca’ Corner, sede della Provincia di Venezia. L’occasione
era un convegno sulla Metaregione - organizzato da Confindustria Veneto - al
quale hanno partecipato rappresentanti delle sei aree coinvolte nel progetto:
Veneto, Friuli Venezia Giulia, Carinzia, Stiria, Slovenia e Croazia.
L’assessore veneto non ha fatto alcun accenno al tracciato, non è entrato nello
specifico, non ha dato nulla da intendere se non che, tra Veneto e Friuli,
scorre buon sangue. Ammesso che basti questo per dare vita ad un collegamento
ferroviario di tale portata, è tutto da vedere. Probabilmente, non prima
dell’esito delle elezioni regionali in Vento.
Certo il punto di domanda resta: che senso ha costruire un tracciato ad alta
velocità lungo le spiagge, vuote 9 mesi all’anno? Ma Metaregione non significa
solo Tav, ma anche Corridoi ferroviari ed autostradali ed un network di
collaborazione tra i porti del Nord Adriatico. Le idee sembrano esserci, ma
l’obiettivo appare ancora lontano.
Il presidente dell’Autorità Portuale Paolo Costa insiste sulla necessità di
pensare alla rete infrastrutturale della Metaregione come un tutt’uno e non un
insieme fatto di tanti pezzetti che non vengono portati a termine. «La
Commissione Europea avvii la procedura d’infrazione per gli Stati che non
portano a termine le tratte di competenza nazionale dei progetti prioritari
europei di trasporto - dice - i progetti prioritari europei servono l'intera
Europa e non possono essere ostaggio delle inefficienze di un singolo Stato
membro; il rallentamento, o peggio, la mancata realizzazione di una singola
tratta compromette l'intera funzionalità di un progetto».
Ieri, a Venezia, è stato sottoscritto un protocollo a sostegno del Corridoio
Baltico-Adriatico: «Come rappresentanti delle imprese e delle economie dell’area
ci siamo battuti per la realizzazione del Corridoio 5 - ha detto il presidente
di Confindustria Veneto Andrea Tomat - oggi condividiamo l’opportunità di
sviluppare un nuovo Corridoio, “spina dorsale” per gli scambi fra Austria,
Slovenia, Polonia fino ai paesi Baltici e fino alla Russia per entrare nei
mercati mondiali».
SILVIA ZANARDI
Ferrovie, tagliato il treno diurno che collegava
Trieste a Vienna - Soppresso l’Eurocity «Johann Strauss». E l’Austria ripiega
sui pullman
TRASPORTI PENALIZZATI
KLAGENFURT Dal 13 dicembre, giorno di entrata in vigore dell'orario
ferroviario invernale, sarà soppresso l'Eurocity per Vienna «Allegro Johann
Strauss», in partenza da Trieste alle 15.59, cambio a Udine alle 17.09, arrivo a
Vienna alle 23.35. Era l'ultimo collegamento diurno tra il Friuli Venezia Giulia
e l'Austria, dopo la soppressione dell'altro Eurocity del mattino decretata lo
scorso anno. Dal 13 dicembre, dunque, la nostra regione sarà ancor più isolata
dalla Carinzia e dall'Austria, alla faccia dell'istituenda Euroregione e dei
rapporti sempre più fitti con i nostri vicini danubiani.
Ma, come si usa dire, non tutto il male viene per nuocere. Perché dopo il 13
dicembre le possibilità di raggiungere di giorno la Carinzia e Vienna si
quadruplicheranno.
Una contraddizione? Soltanto apparente. I partner austriaci hanno reagito alla
soppressione del treno istituendo quattro corse sostitutive giornaliere di
pullman da Klagenfurt a Venezia, con tappa a Villaco e a Udine (e viceversa).
Per andare a Vienna si potrà quindi salire sul bus a Udine, che arriverà a
Villaco in coincidenza con la partenza di un treno per la capitale austriaca.
Dopo Pasqua le corse saliranno a cinque.
«Noi questi pullman li consideriamo come veri e propri treni - ci tiene a
sottolineare l'ingegner Christoph Posch, portavoce delle Öbb (le Ferrovie
austriache) - Li abbiamo chiamati Intercity-Bus, abbiamo dato loro un numero
come ai treni, il biglietto è lo stesso e si fa alla cassa della stazione, la
corsa è inserita nell'orario ferroviario (soltanto in quello austriaco, non in
quello italiano, ndr), a Udine e a Villaco non fermano alla stazione
autocorriere ma proprio davanti alla stazione ferroviaria, per favorire il
trasferimento di eventuali passeggeri giunti in treno. Ci sono prima e seconda
classe, prese elettriche per i lap-top, servizio bar, toilette, posti per
passeggeri con handicap, distribuzione di giornali».
La scelta di istituire un servizio di pullman è stata presa soltanto dopo che
era risultato vano ogni tentativo di convincere Trenitalia a recedere dalla sua
decisione. «Per noi il collegamento fino a Venezia è molto, molto importante -
dichiara Posch - e non comprendiamo perché Trenitalia abbia voluto cancellare
questa corsa. Era usata mediamente da 200-250 persone al giorno, un numero molto
alto. La gestione del nostro servizio era attiva e non capiamo come mai quella
di Trenitalia fosse in perdita».
Le Ferrovie austriache si erano offerte di gestire loro il servizio fino a
Venezia, pur di non sopprimere il treno, «ma le condizioni poste da Trenitalia
erano inaccettabili, con costi per il pedaggio 2 o 3 volte superiori al
normale». Da ciò la scelta di ripiegare sui bus. Il biglietto da Udine a
Klagenfurt costa 16 euro in prima e 12 in seconda classe (ma, acquistandolo in
anticipo, si può accedere a un numero contingentato di posti a soli 9 euro).
L'acquisto si può fare alla cassa di qualsiasi stazione o per internet con carta
di credito. Prezzi e orari dettagliati sono disponibili sul sito internet che le
Öbb hanno istituito appositamente per l'Italia (www.obb-italia.com). Perché il
servizio treno-bus dalla Carinzia funziona bene, ma meno bene dalla nostra
regione, dove se ne ignora persino l’esistenza.
MARCO DI BLAS
Mare-Carso, Nesladek presidente - L’ORGANISMO CHE
RAGGRUPPA I MUNICIPI COSTIERI E DELL’ALTIPIANO
Dalla Regione 55mila euro per migliorare la
comunicazione tra Comuni - Allo studio un sito web che consentirà consultazioni
in tempo reale
MUGGIA E’ il sindaco di Muggia, Nerio Nesladek, il nuovo presidente
dell’associazione intercomunale “Mare - Carso”, al suo fianco il vicepresidente
Giorgio Ret, sindaco di Duino Aurisina. Questa è stata una delle decisioni
assunte ieri mattina dalla conferenza dei sindaci che si è riunita per
l’adozione delle prime risoluzioni, facendo entrare nel vivo l’operatività
dell’associazione tra i cinque Comuni.
All’incontro hanno partecipato il sindaco di Muggia, Nerio Nesladek, il sindaco
di Duino Aurisina, Giorgio Ret, il sindaco di San Dorligo della Valle, Fulvia
Premolin, il sindaco di Monrupino, Marko Pisani, l’assessore delegato del Comune
di Sgonico, Nadia Debenjak. L’assemblea ha anche discusso della modifica di
alcuni aspetti della convenzione tra gli enti, delle prospettive future della
gestione in forma associata dei servizi, nonché dell’assunzione degli indirizzi
sul riparto dei contributi regionali.
L’associazione intercomunale tra Muggia, San Dorligo della Valle, Duino Aurisina,
Sgonico e Monrupino ha ricevuto infatti contributi regionali per circa 55mila
euro, parte dei quali è stata destinata al nuovo piano di comunicazione
dell’associazione intercomunale. Uno dei punti cardine di questo progetto sarà
infatti la realizzazione di un sito web che servirà ai cinque Comuni per
promuovere le iniziative che saranno svolte in forma associata ma anche per
facilitare ulteriormente la comunicazione tra gli enti e i cittadini.
Un’altra parte dei contributi regionali sarà destinata al finanziamento delle
attività correlate alla convenzione già in essere in tema di ambiente. Per
quanto riguarda le prospettive future dell’associazione “Mare - Carso”, dalla
seduta è emersa soprattutto una grande sintonia e un grande entusiasmo dei
sindaci, nell’ottica della valorizzazione della forma associativa fra gli enti
come migliore risposta che si possa dare per offrire servizi sempre più
qualificati al minor costo. Gli uffici infatti avranno, mediante questo
strumento, modo di scambiarsi informazioni ed esperienza, gli operatori dei
diversi Comuni potranno anche partecipare a progetti formativi associati, alcuni
dei quali sono già in fase di avvio.
I sindaci, va detto infine, guardano già ad altri progetti da mettere in campo
nel 2010, nell’ottica dell’efficientamento dei servizi offerti alla
cittadinanza.
IL SOLE 24 ORE - VENERDI', 27 novembre 2009
Fotovoltaico record, ritirato l'emendamento
anti-rinnovabili
La potenza installata degli impianti fotovoltaici italiani
ha superato i 700 megawatt. Secondo il censimento del Gestore dei servizi
energetici, che si occupa dell'incentivo, le centrali solari sono 56.285, in
massima parte piccolissime istallazioni domestiche. Le regioni con una maggiore
potenza sono la Puglia (96 megawatt), la Lombardia (84) e l'Emilia Romagna (62
megawatt), mentre il Gestore dei servizi energetici ha censito il maggior numero
di impianti in Lombardia (8.630), Emilia Romagna (5.293) e Veneto (5.166).
Intanto l'emendamento di fonte governativa alla Finanziaria per il 2010,
contenente drastici tagli all'incentivazione delle fonti rinnovabili, è stato
ritirato, con il sollievo delle associazioni Anev, Aper, Assossolare, Federpern,
Fiper, Greenpeace, Ises, Itabia, Kyoto Club e Legambiente. Secondo le
associazioni, se la proposta di modifica al testo della Legge Finanziaria 2010
fosse stata accolta, il settore delle rinnovabili avrebbe subito un duro colpo.
A parere di Massimo Orlandi, vicepresidente di Assoelettrica, l'associazione
confindustriale delle industrie elettriche, l'emendamento avrebbe aggiunto
incertezza a un settore che ha bisogno di grandi investimenti e grandi capacità
di previsione e inoltre non ha senso mettere vincoli a produzioni di energia
pulita «il cui mancato rispetto comporterà l'irrogazione di sanzioni economiche
anche di grande peso».
Procede intanto il ricorso presentato dalla Federpern al Consiglio di Stato, in
appoggio dell'Autorità dell'energia, contro una sentenza del Tar contro i prezzi
minimi garantiti nel settore idroelettrico.
Jacopo Giliberto
LA REPUBBLICA - VENERDI', 27 novembre 2009
RIGASSIFICATORE - Trieste alla guerra del metano contro l'impianto che fa paura
Citta' in rivolta per il progetto del rigassificatore vicino a fabbriche e case.
Paolo Rumiz
IL PICCOLO - VENERDI', 27 novembre 2009
«Rigassificatore, impianto ad alto rischio» - Studio italo-sloveno per la Uil Vigili del fuoco: errori macroscopici nei documenti di Gas Natural
il documento presentato dalla UIL - il video della conferenza stampa
DUBBI PESANTI SULL’IMPIANTO SOLLEVATI DA UN GRUPPO DI
DOCENTI UNIVERSITARI
Come può il ministero dell’Ambiente aver trascurato che la documentazione
presentata da Gas natural per il rigassificatore nell’area di Zaule contiene
macroscopici errori di cartografia, di calcolo, di analisi del vento («massimo
di bora di 36 km all’ora, sono dati raccolti a Caorle») e dei fondali marini?
Come può aver accettato che un impianto ad alto rischio sia posizionato a poche
centinaia di metri da Ferriera, centrale a turbogas, fabbrica di formaldeide,
metanodotto, depositi Siot, inceneritore che in caso d’incidente o atto
terroristico provocherebbero con effetto domino un enorme disastro umano e
ambientale?
E perché il ministero e le autorità locali non si sono accorti che nei documenti
una traduzione dallo spagnolo stravolge il testo originale e appare non firmata
dunque senza valore legale? Come hanno potuto gli amministratori pubblici non
vedere che nel progetto per 22 volte i depositi costieri sono disegnati sulla
parte sinistra, e nelle pagine successive nella parte destra? E «perché si fa
credere alla gente che il gas raffreddato se fugge dall’impianto evapora senza
rischi? Al contrario, diventa una nube pesante e soffocante, a rischio
d’incendio». Ancora, perché non si è scelto un impianto che non debba prelevare
quotidianamente 800 mila metri cubi di acqua al giorno rimettendola in natura
raffreddata di 5°?
Una raffica di dubbi pesantissimi sull’impianto del rigassificatore a terra è
stata espressa ieri da un gruppo tecnico formato da numerosi docenti
universitari e da un chimico sloveno che ha lavorato per conto del sindacato Uil
dei Vigili del Fuoco: «Noi conosciamo i rischi - ha detto il coordinatore
Adriano Bevilacqua -, non possiamo accettare che un’impresa proponente dia un
progetto senza accurata analisi dei rischi, noi l’abbiamo fatta e il risultato è
agghiacciante».
Mentre la Regione si dice impotente in questa fase e rimanda al ministero
dell’Ambiente che a propria volta attende risposte dagli spagnoli su alcune
indicazioni prescrittive, ieri mattina in piazza Unità si sono alternati al
microfono tecnici dell’Università di Trieste e di istituti scientifici, a nome
dell’intero gruppo di studio formato da Giacomo Costa (chimico), Bruno Della
Vedova (geologia e geofisica), Livio Sirovich (geologia), Franco Stravisi
(oceanografia e meteorologia), Fulvio Crisciani (fluidodinamica geofisica),
Pierluigi Barbieri (chimica), Tomaz Ogrin dello Jozef Stefan Institute sloveno
(chimico), Giorgio Trincas e Radoslav Nabergoj (ingegneria navale), Irene Valle
(architettura), Marino Valle (ingegneria meccanica).
Denunciate le omissioni, la scarsa chiarezza, la pochissima informazione, i
pericoli, e perfino la scarsa economicità di un impianto come questo rispetto a
quello di Livorno, gli specialisti tecnici con le carte alla mano hanno detto
come anche il già avviato gasdotto Snam si sia legato stretto al rigassificatore
di Zaule ma pure a quello off-shore di E.On (ex Endesa), il tutto senza pubblica
chiarezza, e nessuna condivisione coi cittadini per arrivare «a un patto col
territorio». Il senso era: «Se proprio serve un rigassificatore, che sia fatto
bene, non è ”un’opportunità” per Trieste, è un rischio da non sottovalutare».
GABRIELLA ZIANI
«Bora a 36 orari? Qui supera i 100» - LE INCONGRUENZE
EVIDENZIATE - Gli ingegneri giudicano migliori molte strutture realizzate in
altri Paesi
L’acqua della baia di Muggia ha 9° fino a 50 metri di
profondità? Questo dice il documento di Gas natural passato per la Valutazione
d’impatto ambientale, ha detto ieri Livio Sirovich dell’Ogs: «Ma questi sono i
dati medi del mare da Ancona in su, non analisi del canale navigabile». Il vento
che può incidere sul movimento delle navi gasiere è indicato a un massimo di 36
km all’ora? Fulvio Crisciani (Università e Cnr): «Ma la bora arriva a 100, in
ogni mese dell’anno». Il metano evapora silenzioso? Tomaz Ogrin (Lubiana),
mostrando un video: «Se raffreddato pesa più dell’aria, crea una pesante nebbia
sull’acqua, quando si riscalda e sale forma una fitta nube, da un litro di
metano liquido si formano 600 litri di gas, per di più senza odore e colore,
quindi di notte si potrebbe venirne colpiti senza accorgersi». Se si
incendiasse, la potenza sarebbe tale da provocare «ustioni irrimediabili» in
aree abitate.
Queste alcune delle terribili visioni date ieri dagli esperti sui rischi del
rigassificatore, senza contare gli esempi di impianti realizzati altrove che gli
ingegneri locali giudicano migliori. Giorgio Trincas (Ingegneria navale): «A
Livorno la nave gasiera si accosta al rigassificatore a 12 miglia dalla costa, e
spedisce il gas direttamente in tubi sottomarini. I coreani, all’avanguardia,
hanno già realizzato sette navi col rigassificatore a bordo, e scaricano fino a
50 miglia dalla costa». Di fronte all’allarme, molti interventi: del
contrarissimo sindaco di Muggia, Nerio Nesladek, del Wwf, di cittadini, di
comitati che da tempo invocano attenzione.
(g. z.)
Piano del centro storico al via, ma secretato - Sette
”progetti strategici” e recupero dell’esistente per ripopolare l’area da Roiano
a Campo Marzio
In base all’ultimo censimento in sole due
circoscrizioni del cuore cittadino sono concentrati oltre la metà degli alloggi
sfitti
Nel momento in cui il nuovo Piano regolatore raccoglie le osservazioni dei
cittadini, il Piano particolareggiato del centro storico riprende
improvvisamente una corsa ferma da tre anni, cioè da quando l’architetto Alberto
Cecchetto - cui era stato commissionato il ruolo di consulente scientifico del
Piano del centro nel 2002 - presentò il suo lavoro alla prima giunta Dipiazza.
Il plico, rielaborato dagli uffici del Comune, da qui a Natale sarà sottoposto
infatti a un autentico tour de force burocratico. Con tanto di secretazione.
LE TAPPE Mercoledì la giunta ha dato il suo primo via libera a un documento che
la maggioranza conta, ora, di adottare in Consiglio comunale già lunedì 14
dicembre, a chiusura di tre passaggi in altrettante circoscrizioni, di quattro
sedute in commissione Urbanistica e di un’ulteriore transito in giunta.
Un’accelerazione - spiega il presidente della stessa commissione Urbanistica, l’Udc
Roberto Sasco - dovuta dal fatto che «abbiamo l’occasione di far entrare in
vigore il prima possibile un provvedimento al quale il nuovo Prg, cioè proprio
quello che stiamo chiudendo, demanda le prescrizioni del centro storico». Il
Piano particolareggiato, dopo l’esame del Consiglio a metà dicembre, seguirà le
medesime tappe del nuovo Prg: pubblicazione all’albo pretorio, osservazioni,
riadozione, tibro di Regione (e Soprintendenza) prima dell’entrata in vigore.
LE CASE SFITTE L’obiettivo politico dichiarato è stimolare il ripopolamento del
cuore cittadino - un milione e 300mila metri quadrati di zone A0 e A3 secondo la
variante 66 tutt’ora in vigore, dai confini di Roiano a quelli di Campo Marzio
con appendice a monte fino a San Giusto, in cui abitano oggi 17mila persone -
affinché questo non sia solo il cuore degli affari. Il tutto, però, senza che da
terra spunti nuovo cemento, a meno di eccezioni trattate preventivamente a parte
come quella, e sarebbe l’unica, del cosiddetto ”cubone” di Campo Marzio targato
Cmc-Vittadello che dovrebbe sorgere sulle ceneri dell’ex concessionaria Fiat. E
come ripopolare senza nuovo cemento? Agevolando il recupero di ciò che già c’è
ma è vecchio e vuoto. Già nel 2001 - l’anno dell’ultima rilevazione Istat -
nelle due circoscrizioni più baricentriche, la Quarta e la Quinta, era
condensata più della metà degli alloggi sfitti di Trieste: 3.800 su 7.419.
LE ZONE SENSIBILI La strategia per centrare l’obiettivo si traduce in una nuova
classificazione di tutti gli edifici e gli isolati in tre categorie (intoccabili
perché di massimo pregio, intermedi e riqualificabili previo ampliamento),
nonché nell’eliminazione di ogni possibilità per un privato di raddoppiare le
cubature consentite dalle destinazioni urbanistiche vigenti passando per il
Consiglio comunale, compatibilmente col Piano Casa voluto da Berlusconi. Sono
poi previsti due «progetti di ricomposizione urbana» per altrettante location
degradate: via Crosada, in zona Urban, e androna Campo Marzio, coordinata
sibillina se è vero che a palazzo si assicura che il Piano del centro storico
rivisita le cubature oggetto di contenzioso. E proprio in androna Campo Marzio
la Luci Costruzioni aveva chiesto di fare un altro ”cubone” salvo poi vederselo
congelato dapprima da un vincolo d’«interesse culturale e industriale» sull’area
da parte della Soprintendenza, poi dai regimi di salvaguardia dell’estate 2007
propedeutici al nuovo Prg. Si finisce con sette «progetti strategici per lo
spazio pubblico», con nuovi percorsi pedonali, non meglio precisati edifici
attrattivi, siti ad uso collettivo e arredi urbani coerenti tra loro che
insistono in «ambiti strategici» individuati in particolare in viale XX
Settembre, in via Carducci e sul colle di San Giusto, ai confini del perimetro,
oltre che a Ponterosso.
IL SEGRETO Sono queste dunque le basi del Piano, pubblicamente ancora generiche
perché il provvedimento è soggetto a secretazione preventiva. Lo precisano il
direttore dell’area Pianificazione territoriale Carlo Tosolini e la numero uno
del Servizio Pianificazione urbana nonché responsabile del procedimento Ave
Furlan, demandati dal sindaco Roberto Dipiazza, in veste di assessore
all’Urbanistica, a fornire i primi dettagli all’esterno. I plichi ad ogni modo
sono già da ieri sui tavoli dei membri della commissione Urbanistica. «Non ho
ancora avuto alcuna indicazione sulla secretazione - così Sasco - ma è chiaro
che mi atterrò come ho già fatto alle indicazioni tecniche del segretario
generale Santi Terranova».
LA POLEMICA «La secretazione come si è visto per il Prg ha già fatto danni.
Errare è umano, perseverare è diabolico, ho in mano peraltro una sentenza della
Cassazione secondo cui non esiste la condanna per rivelazione del segreto
d’ufficio per colui che divulga notizie concernenti la pubblica
amministrazione», ironizza il capogruppo del Pd Fabio Omero. «Le premesse del
Piano - prosegue Omero - con la scheda casa per casa ricalcano quelle venute dal
gruppo di lavoro di Leonardo Benevolo ancora in era Illy. Rilevo poi come tale
provvvedimento sia molto riduttivo rispetto a quello di Cecchetto che ci era
stato illustrato nel 2006».
PIERO RAUBER
Sasco: il Prg? Nel Pdl serve un chiarimento - Udc: o si
lavora insieme oppure tutti a casa Osservazioni a quota 1080
Camber: ci vuole in Finanziaria una norma che consenta
le permute con il Demanio
Più si conta, più le osservazioni al Piano regolatore crescono. Ultimo dato:
sono 1080. Il parere della maggioranza comunale non cambia, è quello del
sindaco. «Sono poche comunque». Ma intanto sul documento urbanistico cala un
caso politico. Per oggi era annunciata una conferenza stampa, è stata annullata.
«La Lega aveva impegni, nulla di più, poi sono assente io» dice Camber. Maurizio
Ferrara conferma tranquillissimo: «Solo impegni personali, davvero».
Ma è dall’Udc, invece, dall’unico rappresentante, da quel Roberto Sasco capo
della commissione Urbanistica che ricorda di aver «lavorato e lavorato al Prg, e
fatto tutti i calendari di commissioni e d’aula, e di aver sempre votato per
salvare la maggioranza, senza discutere» che arriva un serio, ultimativo
avvertimento.
«Conferenze stampa? Prima ci vuole un chiarimento nel Pdl - annuncia -, la
maggioranza è in una fase di estrema delicatezza, vince 21 a 20, o si lavora
davvero insieme, oppure è meglio andare a una verifica, o direttamente a casa, e
votare in primavera». Sasco si sente dirimente, che cosa muove una stizza tale?
«Ho proposto di creare in consiglio una consulta per la famiglia, niente, ho
proposto di istituire un nuovo calcolo per l’Isee familiare, niente, ho chiesto
una revisione dei servizi sociali perché non basta spendere ma bisogna
rivalorizzare, e niente, qui si parla solo del crocefisso, io son cattolico, ma
mi sta più a cuore la sorte delle famiglie in difficoltà di un simbolo che pure
rispetto». Infine: «Udc e Lega assieme ormai rappresentano il 15% dei voti, se
non c’era l’Udc dov’era Dipiazza? In bottega. Ferrara? In dogana». Non è,
conclude Sasco, «un diktat», ma «un messaggio chiaro di persona ragionevole».
Intanto Omero (Pd) rigetta le ironie del sindaco su chi «era in Costa azzurra
quando fu approvato il piano precedente» e Camber dice quel che aveva da dire:
«Il Prg - enuncia - cala il potenziale di espansione da 50 mila abitanti a 30
mila, riutilizza come a Banne l’edificato e quindi risparmia suolo, non trascura
il verde come dicono gli architetti, lo standard della norma regionale è di 15
metri quadrati ad abitante, noi ne abbiamo 53, e se i residenti aumentano di 30
mila saremo a 46,33: più del triplo del dovuto». Di norma ci basterebbero 3
milioni e 600 mila metri quadrati verdi. «Ne abbiamo - cita Camber - 11
milioni».
Difesa per il discrimine storico-architettonico del 1918: «Prima i traffici
andavano a Vienna e a Nord, ora a Est e a Sud, un paletto serviva».
Progettazione poco sensibile all’oltreconfine? «No, abbiamo tenuto conto delle
aree artigiano-industriali di Dolina e Sesana». Parco del mare senza parcheggi?
«No, ne sono programmati tre, che disfattismo...».
Infine, cosa resta da fare? Anche veder inserire nella Finanziaria nazionale una
«leggina» che consenta di portare a termine l’operazione voluta dal sindaco, e
cioé la permuta col Demanio secondo diversi criteri: valorizzazione di siti nel
Prg e in cambio proprietà diretta della caserma di via Cumano. «Poi - conclude
Camber - ci sono le intese col demanio militare per villa Necker, con l’Autorità
portuale, con l’Ezit, con la Regione e la Forestale (entro il 9 gennaio),
seguirà il parere della Regione, quello della Soprintendenza, l’istruttoria
delle osservazioni (fino ad aprile). In aprile-maggio il Prg tornerà in
commissione, a giugno-luglio in aula per l’approvazione finale, quindi la
Regione verificherà che siano state recepite tutte le sue prescrizioni». Se ogni
cosa andrà così, e liscia, il Prg diventerà legge più o meno fra un anno.
(g. z.)
Computer in tilt, dati smog su carta - L’ARPA TRASMETTE
GIORNALMENTE IL MONITORAGGIO AL SINDACO - Protestano Idv e ambientalisti
Il monitoraggio dell’inquinamento in città? C’è ma non si
vede. Non si vede a causa del collasso di un supercomputer, oggi in fase di
rianimazione, preposto a prelevare i dati dalle centraline periferiche e a farli
arrivare al quartier generale dell’Arpa di Palmanova, diffondendoli
concomitantemente on-line, e mettendoli quindi a disposizione di tutti. Ma
questo monitoraggio c’è, assicurano dal dipartimento triestino dell’Arpa. È
costante e arriva ogni giorno sul tavolo del sindaco e assessore all’ambiente
Roberto Dipiazza, il quale ha così tutti gli strumenti per decidere se chiudere
il centro al traffico in base al Pac, il Piano d’azione comunale. Su quel tavolo
finiscono quotidianamente pure i valori ”fantasma” delle Pm10 di via Svevo, una
delle tre location di riferimento regionale con piazza Libertà e via Carpineto,
che non sforna pubblicamente parametri aggiornati dalla fine di settembre,
costituendo l’esempio più allarmante della pubblica inefficienza del sistema di
controllo sulla qualità della nostra aria.
AI RIPARI «Le centraline funzionano tutte e registrano costantemente i parametri
- spiegano ancora dalla direzione locale dell’Arpa - il problema è che per
l’avaria di un server dedicato alla centralizzazione regionale dei dati, avaria
che ora una ditta esterna specializzata sta risolvendo, gli stessi dati non
vengono trasmessi automaticamente a Palmanova. In questo periodo stiamo pertanto
lavorando ”alla vecchia”. Lì dove il sistema non garantisce la trasmissione
automatizzata acquisiamo i risultati sulle concentrazioni per via cartacea,
andando fisicamente con i tecnici nella via in cui è posizionata una stazione di
rilevazione. Il sindaco è messo sempre nelle condizioni di valutare lo stato
dell’aria e le eventuali contromisure». Stringi stringi, il livello dello smog è
«sotto controllo». E «anche in questi ultimi giorni siamo nei limiti di
guardia».
LA POLEMICA Il braccio tecnico della Regione in materia ambientale risponde
così, dunque, alle ripetute segnalazioni di questi giorni riguardo l’assenza di
dati pubblici puntuali in uscita dalle centraline di rilevazione dislocate sul
territorio cittadino. Un’assenza che, in un mondo condizionato a tal punto dagli
automatismi computerizzati, può mettere in ginocchio una comunità, facendo
avanzare pesanti dubbi. Del difetto di trasmissione, e del deficit di
trasparenza, se n’è discusso anche in Consiglio regionale, dove il capogruppo
dei dipietristi Alessandro Corazza si è fatto rispondere in aula dall’assessore
competente Elio De Anna a una sua interrogazione. «La mancata pubblicazione dei
dati - ha riferito Corazza, che non si è definito soddisfatto della risposta di
De Anna - è a tutti gli effetti una violazione di legge che espone la Regione a
grossi rischi di carattere giudiziario. La disfunzione permane da due mesi e già
dal 6 novembre gli uffici interessati erano al corrente di questa problematica
ma, a quanto viene confermato dalla stessa risposta di De Anna, non si è ancora
fatto nulla per risolvere il problema. Nel frattempo i cittadini sono esposti a
gravi rischi per la salute senza neppure esserne a conoscenza».
GLI AMBIENTALISTI Altri strali infine sono arrivati in questi giorni, sotto
cappa, dal Wwf, che ha parlato senza parafrasare di «gestione fallimentare delle
centraline». «I dati rilevati - si legge in una nota inviata dall’associazione
ambientalista - sono stati acquisiti dal dipartimento di Trieste dell’Arpa, ma
non sono stati divulgati attraverso i mezzi d’informazione, nemmeno attraverso
un report settimanale di sintesi. Era il minimo che ci si poteva attendere da
un’istituzione pubblica, tra l’altro in un periodo caratterizzato da condizioni
meteo che favoriscono l’accumulo di inquinanti».
PIERO RAUBER
Cipolletta: Tav, possiamo recuperare i ritardi E la
Trieste-Divaccia non è in discussione
«Il contributo regionale per salvare i treni? Non
possiamo né vogliamo riaprire il disavanzo»
TRIESTE «La collaborazione sulla Tav tra Friuli Venezia Giulia e Veneto c’è.
Così come c'è il massimo impegno italiano per il collegamento
Trieste-Capodistria». Innocenzo Cipolletta, dal 2006 presidente delle Ferrovie
dello Stato, rassicura Europa e Slovenia: l’alta velocità ferroviaria «è una
priorità per la politica italiana e per Fs». Ma i tempi lunghi, i dubbi sul
tracciato, le apparenti titubanze del viceministro Roberto Castelli, i rimbrotti
del coordinatore europeo del Progetto prioritario Ten 6 Laurens Jan Brinkhorst?
«Qualche ritardo c'è - ammette Cipolletta - ma non siamo fuori tempo massimo».
Quanto alla partita dei treni pre-Tav, quella del faticoso approdo all’orario
invernale, Cipolletta spiega la scelta di imporre alla Regione Fvg un contributo
finanziario di 3 milioni di euro: «Se siamo arrivati all’equilibrio di bilancio,
è perché abbiamo fatto azioni lungimiranti a vantaggio di tutti, in primis i
cittadini».
Veneto e Friuli Venezia Giulia parlano della Tav come di una priorità. Poi però
arriva il coordinatore Brinkhorst e denuncia una mancata collaborazione. Chi ha
ragione?
Per quello che mi risulta la collaborazione non manca perché è nell’interesse
delle due parti. Di certo vanno recuperati dei tempi e, anche da parte di
Ferrovie, si lavora per questo obiettivo.
Dunque il Nordest è in ritardo sulla Tav?
Siamo un po’ tutti in ritardo ma non fuori tempo massimo. Assieme alle Regioni,
completeremo la progettazione entro il 2010 rientrando così nei tempi fissati in
agenda.
Su cosa si basa la sua fiducia?
Sull’impressione che le cose procedano.
Qualcuno è colpevole dei ritardi?
Si sconta solo il problema chiave della tratta: il reperimento delle risorse
finanziarie. Dopo la progettazione, andrà inevitabilmente affrontato. Senza la
visibilità degli impegni finanziari è difficile immaginare un’accelerazione dei
tempi.
Compito del governo?
Compito di tutti. Il governo ha impegnato molti fondi pure sulla tratta
Milano-Venezia, propedeutica a quella nordestina. Si tratta di risorse
rilevantissime.
Quante ne serviranno?
Facciamo la progettazione e poi ne riparliamo. I calcoli del passato non possono
essere più ritenuti validi.
Ma quando vedremo davvero la Tav?
Dipende appunto dalle risorse. Impossibile fare previsioni in assenza di un
quadro finanziario.
Veniamo al nodo dei due tracciati su cui Veneto e Friuli Venezia Giulia devono
appunto mettersi d'accordo. La Tav scenderà a sud verso le spiagge venete o a
nord in direzione dell’autostrada A4?
Ferrovie non ha preferenze. Al massimo facciamo valutazioni tecniche, valutiamo
i costi dell'una e dell'altra ipotesi, pesiamo pro e contro. La discussione è in
atto, ma la scelta finale spetta al territorio.
Che cosa ne pensa delle posizioni espresse dal viceministro Castelli a proposito
della tratta transfrontaliera?
Il Corridoio 5 non si ferma a Trieste. Per noi come per il governo l’aggancio
con i Paesi dell’Est è fondamentale.
Quindi la Slovenia sbaglia a temere un disimpegno italiano?
Sì. Non è all’ordine del giorno.
In settimana si è risolta positivamente per il Friuli Venezia Giulia la
trattativa sul prossimo orario invernale di Trenitalia. Giusto che la Regione
abbia dovuto contribuire per salvare i collegamenti con Milano e Roma?
I treni servono alle popolazioni delle regioni. Il nostro è un servizio di
carattere nazionale non sovvenzionato, su quello dobbiamo far quadrare i conti.
Tutto ciò che si vuole ottenere in più necessita di un concorso finanziario. Se
fosse tutto gratis, le Regioni chiederebbero di tutto e di più.
In sostanza non volete aprire ”buchi” nel vostro bilancio?
Non abbiamo alcuna intenzione di riaprire il disavanzo. In tre anni siamo
passati da un deficit di 2 miliardi e 115 milioni di euro al pareggio. Lo
dobbiamo alla politica del buon senso. C'è una banale ma al tempo stesso grande
verità: pretendiamo che i segmenti della nostra produzione siano tutti in
equilibrio. È il solo modo per essere sicuri che le ferrovie italiane
cresceranno nel futuro ed eviteranno, nell'interessi di tutti, il rischio del
fallimento.
Del Friuli Venezia Giulia si parla di una regione al centro dell'Europa,
strategica per i trasporti. Verità o solo parole?
Verità. Ma sono considerazioni che non possono venire da un’azienda come la
nostra che deve far quadrare i conti e fornire il miglior servizio al prezzo più
basso. Devono invece venire dalle istituzioni, cui spetta il compito della
politica del territorio.
Voi mettete treni moderni, la politica se li paghi?
Ora come ora la prima urgenza è la carenza di materiale rotabile. Ma si
risponderà comunque in tempi brevi alla necessità di acquisto dei convogli. Dopo
di che arriveranno anche i nuovi tracciati.
C'è in prospettiva una concorrenza tra alta velocità ferroviaria e terza corsia
della A4?
No. Il sistema dei trasporti verso Est è carente ed è dunque opportuno
provvedere sia a treni eccellenti che a strade più sicure. Tra 20-30 anni
l'offerta dovrà essere pari a una crescita dei trasporti che si preannuncia
notevolissima.
MARCO BALLICO
Nel Tir all’imbarco 14 tonnellate di rifiuti con
amianto - GLI SCARTI EDILIZI PERICOLOSI PROVENIVANO DA UN’IMPRESA DI COSTRUZIONI
ITALIANA
Oltre 14 tonnellate di rifiuti provenienti dalla
demolizione di costruzioni edili con strutture di eternit sono state sequestrate
in Porto Vecchio dai militari della Guardia di finanza e dai doganieri del
servizio antifrode.
Il materiale, ritenuto altamente pericoloso, era stato caricato nel rimorchio di
un Tir con targa lituana ed era destinato a essere imbarcato nel traghetto per
l’Albania per poi essere trasportato in Kosovo, dove sarebbe stato depositato in
una discarica. Ma la merce - stando ai primi accertamenti della sezione
operativa del Punto franco vecchio della Guardia di finanza - non proveniva da
un Paese dell’Est, bensì da un’importante impresa di costruzioni italiana della
quale non è stato reso noto il nome, così come ignota resta la provenienza del
materiale. Il carico è stato esaminato dai tecnici dell’Arpa che hanno
effettuato un’analisi mineralogica scoprendo appunto che si tratta di amianto.
In pratica, secondo i primi accertamenti, per trasferire le 14 tonnellate
italiane era stato utilizzato un mezzo proveniente dall’Est europeo e destinato
al Kosovo. Una circostanza questa che è tuttora oggetto di verifiche da parte
degli investigatori. Indagini e verifiche mirate sono in corso anche sulle
modalità di smaltimento dell’eternit. Infatti per eliminare l’amianto sono
necessarie procedure e impianti particolari.
A carico dei responsabili del trasporto e dell’impresa di costruzioni è scattata
una denuncia all’Autorità giudiziaria.
Cinghiali, il branco di Melara ha scelto come trogolo il giardino del quadrilatero
I residenti: arrivano, devastano l’erba e tornano nel
bosco Provincia, abbattuti 70 capi sui cento previsti dal piano
Cinghiali da giardino. Dove? A Melara. «Facciamo l’impossibile o vedremo
l’incredibile», diceva il filosofo ecologista Murray Bookchin ormai più di un
trentennio fa. E il branco di cinghiali che ha fatto del giardino del
quadrilatero di Melara il proprio trogolo sembra essere venuto ad annunciare che
quella profezia si è avverata.
«Fino a un paio di anni fa erano soltanto in due – spiega l’inquilina Graziella
Gorian – ora sono molti di più: fanno le loro puntate nel giardino e poi si
ritirano nel bosco». Secondo la testimonianza di Gorian l’orario preferito dagli
invadenti suini è metà mattina: «Il più delle volte appaiono verso le dieci o le
undici», racconta, «devastano l’erba del giardino in cerca di cibo e poi si
rotolano nel fango che hanno portato allo scoperto: a quell’ora molta gente va a
fare la spesa al supermercato, e trovarseli davanti attraversando il cortile non
è divertente».
Gli abitanti di Melara auspicano ora «che le autorità competenti intervengano
per risolvere il problema». Anche Antonio Ius, direttore dell’Ater, riconosce il
problema: «Ci sono giunte diverse segnalazioni – dice – ma non è cosa di nostra
competenza: in realtà non sappiamo neanche noi cosa farci. Sappiamo però che la
Provincia sta facendo un buon lavoro e confidiamo che risolvano il problema in
modo adeguato».
ASSEMBLEA La presenza dei cinghiali nella fascia urbana e periurbana di Trieste
è dovuta a fattori naturali ma anche a comportamenti umani: l’incremento
generale del numero dei capi è stato favorito negli anni scorsi dalla
liberazione di una varietà non autoctona (proveniente forse dall’Appennino)
utilizzata per allevamenti. A sua volta l’usanza di molti cittadini di nutrire
gli animali ha portato molti branchi a uscire dal loro habitat naturale per
andare alla ricerca di una facile fonte di cibo tra case, giardini e cassonetti.
A questo proposito oggi alle 18 nell’auditorium della scuola media Rismondo si
terrà un’assemblea-conferenza a cura di Maurizio Rozza, maresciallo della
Polizia ambientale territoriale della Provincia, l’ente incaricato del piano di
abbattimenti. Tema della conferenza saranno le caratteristiche e le abitudini
del cinghiale, i rischi derivanti dalla sua presenza in area urbana e le
possibilità di raggiungere una convivenza tra l’uomo e le specie selvatiche che
premono sulla città. L’incontro rientra nel programma “Habitat/microaree, salute
e sviluppo della comunità” realizzato da Comune, Azienda per i servizi sanitari
Triestina e da Ater.
ABBATTIMENTI Si avvicina intanto a conclusione il piano di abbattimenti in
deroga di cento cinghiali nella zona periurbana di Trieste: «Ormai abbiamo
abbattuto circa 70 capi» - dice l’assessore provinciale all’Agricoltura, caccia
e pesca Walter Godina. Il piano era stato autorizzato dalla Regione l’agosto
scorso in aggiunta ai 450 capi già approvati per le riserve di caccia sul Carso:
«La filosofia del piano non è sterminare gli animali – spiega Godina – ma
colpirne alcuni per spingere i branchi nel loro habitat naturale: è una tecnica
che funziona, i dati sulle richieste di danni lo dimostrano».
DANNI Le richieste di risarcimento dei danni all’agricoltura dal 2007 a oggi
mostrano, afferma l’assessore, un calo significativo a partire dal 2009, in
corrispondenza all’attuazione del piano. Le pratiche per il risarcimento del
2007 sono 14 per un totale di 9.175 euro.; nel 2008 la cifra sale a ben 132.440
euro con 45 pratiche, mentre nel 2009 (fino a oggi) le pratiche scendono a 31
per 57.786 euro: in tutto 90 pratiche per una cifra complessiva di 199.401 euro.
A questi si aggiungono 39 richieste di contributi per interventi di prevenzione
per un totale di 99.189 euro, con un picco di 22 pratiche per 89.500 nel 2008.
«Le istruttorie sono complete solo per il 2007 – dice Godina – quindi i dati per
gli anni successivi cambieranno leggermente, ma l’andamento è chiaro».
CASSE VUOTE «Il piano funziona e questo ci conforta – afferma l’assessore – di
fronte all’entità delle cifre, però, non possiamo non guardare con estrema
preoccupazione agli imminenti tagli agli enti locali». La Provincia al momento
dispone di 22mila euro da destinare ai risarcimenti, ai quali la Regione
aggiungerà altri 16mila euro come saldo 2009: «Fondi largamente insufficienti –
dice Godina – destinati a diminuire nei prossimi anni».
PARAMETRI Secondo l’assessore il problema sono le modifiche recentemente
apportate ai parametri regionali per il conferimento dei fondi a riparazione dei
danni da fauna selvatica: «I nuovi parametri stabiliscono che i fondi erogati
siano proporzionali alla superficie boscata del territorio», afferma: «È chiaro
che questa Provincia, essendo la più piccola d’Italia, otterrebbe finanziamenti
completamente sproporzionati rispetto all’entità dei danni prodotti dai
cinghiali».
GIOVANNI TOMASIN
Muggia, via alla gara per la raccolta rifiuti - Fra gli
obiettivi quello di portare la quota di differenziata al 63% entro la fine del
2010
NUOVO BANDO PER L’AFFIDAMENTO TRIENNALE DEL SERVIZIO
La ditta vincitrice potrà vedersi prolungare l’incarico per altri due anni: fino
al 2015
Più cassonetti per la raccolta e un miglioramento del servizio e della
percentuale di differenziata. È con questi obiettivi che viene istituito il
bando di gara, a procedura ristretta, per l'assegnazione per i prossimi tre anni
(con possibilità di proroga per ulteriori due) del servizio di asporto rifiuti
nel comune di Muggia, attualmente gestito da Italspurghi (dal 1° febbraio 2009).
Scadrà infatti il 28 febbraio 2010 l'incarico conferito a Italspurghi Ecologia
Srl che si è aggiudicata la gara di rilevanza europea per 843.375 euro, con un
ribasso di circa 130mila alla base d'asta e apportando numerosi miglioramenti
rispetto a quanto previsto dal capitolato d'appalto. Italspurghi in realtà sta
già operando a Muggia dal 21 luglio 2008. Prima della gara europea, aveva già
svolto il medesimo servizio in via provvisoria in base a una trattativa privata
seguita alla rescissione del contratto con Ecoverde. La ditta che si
aggiudicherà l'appalto opererà dal 1° marzo 2010 al 28 febbraio 2013 con
possibilità di proroga fino al 28 febbraio 2015.
«Tendiamo a migliorare un servizio di cui siamo già soddisfatti - spiegano dal
Comune - e questo bando rappresenta un adempimento dovuto, in quanto l'attuale
contratto è in scadenza. Nei termini previsti abbiamo quindi pubblicato
l'avviso». La ditta vincitrice del nuovo bando dovrà garantire la presenza sul
territorio di 70 contenitori da 3200 litri per il verde e ramaglie, 80 campane
per il vetro, 160 cassonetti da 3200 litri per la raccolta differenziata di
carta e plastica, 252 cassonetti da 2400 litri e 185 da 1100 litri per la
raccolta indifferenziata, 114 bottini da 120 litri e 70 da 240 litri, 5
scarrabili da 30 e 3 da 10 metri cubi.
Dovrà disporre inoltre di un compattatore a carico laterale da 4.700 chili, di
uno da 10.100, di un compattatore a carico posteriore da 2.500, uno da 2.200 e
uno da 4.500, di un autocarro a doppia vasca da 640 chili, un autocarro a
sistema scarrabile da 14.150, un autocarro con sistema vuotacampane da 11.000
chili, un autocarro a sponda idraulica posteriore da 5.990 chili e una
spazzatrice.
Attualmente il servizio di asporto rifiuti prevede la raccolta differenziata
porta a porta da 120 utenti (negozi e pubblici esercizi) e dei cartoni da
imballaggio da 45 utenti. Le isole ecologiche sono 80, con la presenza in tutti
i punti di raccolta di cassonetti da 3.200 litri per carta e plastica e di
campane per vetro e lattine. Oggi sono presenti sul territorio 215 cassonetti
per la raccolta indifferenziata e 320 (80 per tipologia) per la raccolta di
carta, plastica, vetro e lattine e del verde.
A inizio estate la percentuale di differenziata - che nel 2006 era del 18% - si
attestava al 28%, con una punta del 33% ad aprile; l'obiettivo è il
raggiungimento del 55% entro il 2009, del 63 nel 2010 e del 71% nel 2011. Per
accordi intercorsi tra l'amministrazione e l'odierno appaltatore, c'è infine la
possibilità per il vincitore di acquistare da Italspurghi contenitori,
cassonetti e scarrabili al prezzo di 200mila euro o noleggiarli al prezzo di
ottomila euro mensili. «Ma - spiegano ancora in piazza Marconi - questa è solo
una possibilità, anche perché nel bando viene specificato che solo i soggetti
con determinate caratteristiche possono partecipare alla gara».
La base d'asta, comprensiva dell'eventuale proroga, è di 4.090.000 euro al netto
dell'iva al 10%. È ammesso il subappalto in misura non superiore al 30% del
prezzo. Le ditte interessate dovranno presentare la documentazione richiesta
entro il 18 dicembre all'Ufficio Protocollo del Comune. Eventuali chiarimenti
potranno essere richiesti via email fino all'11 dicembre.
GIANFRANCO TERZOLI
Altro ok per il Piano antenne: è quello di Sgonico -
INDIVIDUATE TRE AREE NEL TERRITORIO AMMINISTRATO DALLA GIUNTA SARDOC
SGONICO Il Consiglio comunale di Sgonico ha dato il suo
parere positivo per l'adozione del Piano di localizzazione degli impianti di
telefonia mobile.
IL PROGETTO Inserito come uno dei punti all'ordine del giorno della riunione
consiliare svoltasi ieri sera, l'amministrazione comunale retta dal sindaco
Mirko Sardoc ha dato il suo nulla osta al progetto presentato dall'architetto
Emilio Savonitto. Complessivamente sono risultate essere tre le aree individuate
sulle quali i gestori di telefonia mobile potranno in futuro installare -
eventualmente ove vi fosse la necessità - delle nuove antenne.
LE AREE La prima area è data dalla Palestra comunale, struttura che peraltro già
ospita un'antenna affidata a due gestori. La seconda zona suggerita dal piano
redatto da Savonitto invece indica come zona preferenziale il centro sportivo
Ervatti. La terza ed ultima area è costituita infine dalla stazione ferroviaria
di Prosecco. «Le aree prescelte sono state scelte in base a tre prerogative - ha
spiegato il sindaco Sardoc - ossia preservare la salvaguardia della salute dei
cittadini, rispettare le diverse zone poste sotto tutela ambientale (Sic e Zps,
ndr), e poi favorire in primis le aree pubbliche in maniera tale che la comunità
di Sgonico possa avere un tornaconto in seguito al ricavato dell'affitto
stipulato tra il Comune e le compagnie telefoniche».
LE ANTENNE Attualmente le antenne fisse presenti sul territorio sono tre: una
sistemata nella zona della Palestra comunale con due gestori differenti, una
posta sotto la copertura del tunnel autostradale sito nel comune di Sgonico ed
infine la terza installata a Gabrovizza vicino all'ex casello ferroviario di
proprietà delle Ferrovie.
MONRUPINO L'adozione del Piano di localizzazione degli impianti di telefonia
mobile fatta da parte del Comune di Sgonico segue di pochissimi giorni lo stesso
provvedimento preso dal Consiglio comunale di Monrupino. Nel territorio
amministrato dalla giunta guidata dal sindaco Marko Pisani, sono state due le
zone preferenziali individuate. La prima, nel campo sportivo di Repen, mentre la
seconda in un'altra area attigua della frazione di Monrupino.
Riccardo Tosques
Ambiente, nuove tecnologie e cambiamenti climatici spiegati agli studenti delle scuole medie
IL LICEO GALILEI FUNGE DA REALTÀ PILOTA
Iniziativa basata sull’esperienza dell’Addobbati Brunner con il Centro di fisica
e il premio Nobel Filippo Giorgi
Conoscere l’ambiente per tutelarlo meglio, garantendone il rispetto e la
conservazione. È questo l’obiettivo del progetto educativo “Ambiente,
cambiamenti climatici e tecnologie pulite” (Acct), promosso dal Liceo
scientifico Galilei, quale scuola pilota, che organizza, nel corso di quest’anno
scolastico, interventi e iniziative didattiche innovative, rivolte alle scuole
medie inferiori della provincia. Giovedì prossimo, a pochi giorni dall’apertura
della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in programma a
Copenhagen dal 7 al 18 dicembre, si terrà, alle 10.15, nell’aula magna del
Galilei, la presentazione del progetto.
Nella capitale danese si parlerà delle emissioni di gas serra nei paesi più
industrializzati, della previsione dei limiti di crescita delle emissioni da
parte di Cina e India, di aiuti ai paesi in via di sviluppo, della funzione e
dell’importanza delle foreste nell’assorbimento del carbonio atmosferico.
«Il Progetto Acct – spiega il professor Elvio Toselli, responsabile del
Programma di Educazione ambientale per la sostenibilità della Scuola media
Addobbati - Brunner e collaboratore del Dipartimento di Scienze della vita
dell’Università - rappresenta una risposta, la prima a livello nazionale per
spessore scientifico e completezza, all’appello lanciato a Parigi dal direttore
dell’Unesco lo scorso 27 luglio, in occasione dell’apertura del primo Seminario
internazionale sull’educazione al cambiamento climatico. Il Progetto Acct –
aggiunge Toselli - si basa sull’esperienza acquisita nel corso di questi anni,
operando alla Addobbati - Brunner, dove le attività didattiche promosse e già
sperimentate si sono svolte in collaborazione con istituti di eccellenza
scientifica, quali il Dipartimento di Scienze della vita dell’Università degli
studi di Trieste, con il contributo del professor Filippo Giorgi, responsabile
del settore di Fisica della Terra del Centro Internazionale di Fisica teorica di
Miramare e premio Nobel per la Pace 2007, e del dottor Sergio Nordio, tecnico
esperto dell’Osmer Arpa regionale». I temi trattati sono stati la biodiversità,
i cambiamenti climatici e il loro impatto sull’ambiente.
«Le attività attuate – conclude Toselli - hanno inteso sensibilizzare i giovani
su questi temi, per fornire solide e rigorose basi concettuali legate allo
studio dell’ambiente, mediante un approccio basato sul coinvolgimento attivo e
sull’esperienza diretta degli studenti per esaltare i processi di insegnamento e
apprendimento». Giovedì saranno comunicate le modalità di partecipazione
all’iniziativa educativa.
UGO SALVINI
SEGNALAZIONI - TRAFFICO - Largo alle bici
Già in una precedente lettera mi rammaricavo per la
mancata occasione di realizzare una pista ciclabile sulle rive, dove biciclette
e pedoni devono condividere uno stretto marciapiede. Spero che il nuovo piano
del traffico, di cui viene data poca pubblicità, preveda la realizzazione di
piste ciclabili e di stalli ai quali poter agganciare le biciclette. Non occorre
realizzare stalli da design estremo, ad esempio come quelli di piazza Hortis,
peraltro per niente funzionali. Sono sufficienti dei semplici paletti fissati al
terreno terminanti con un anello. Spero che Dipiazza recepisca cortesemente
anche questa mia segnalazione.
Bruno Spanghero
IL PICCOLO - GIOVEDI', 26 novembre 2009
Rigassificatore, Regione in pressing sugli spagnoli -
De Anna: prima di esprimerci aspettiamo che Gas Natural fornisca
risposte alle prescrizioni di Roma
L’ASSESSORE REGIONALE: IMPIANTO IMPORTANTE PER LO
SVILUPPO
«Il rigassificatore di Zaule è un’opera importante, se non determinante, per
lo sviluppo del territorio». Parola dell’assessore regionale all’Ambiente Elio
De Anna che ieri in aula, dopo aver sgombrato il campo da equivoci e chiarito
una volta per tutte l’orientamento favorevole della giunta Tondo all’ipotesi gnl
nel golfo, ha lanciato un monito forte e chiaro al colosso spagnolo intenzionato
a costruirlo.
«La Regione - ha spiegato De Anna, dopo aver risposto in consiglio
all’interrogazione presentata dall’esponente della Slovenska skupnost Igor
Gabrovec - aspetta che Gas Natural dia risposta alle prescrizioni richieste
dalla Commissione di valutazione di impatto ambientale per fornire poi il
proprio parere sulla realizzazione dell’impianto».
Un vero e proprio pressing sul gruppo iberico, dunque, che nasce dalla
convinzione dell’urgenza di definire tutti i passaggi necessari a mandare in
porto l’infrastruttura. Un pressing che però, fa anche capire chiaramente De
Anna, deve fare i conti con i pochi margini d’azione concessi in questa fase
all’esecutivo Tondo. «Il percorso di Via si gioca su un tavolo tutto nazionale -
precisa -. Fino a quando il ministero dell’Ambiente, del Territorio e delle
Acque non deciderà di riattivare il confronto relativo al parere di
compatibilità ambientale, noi non potremo intervenire».
Il fatto che sia Roma a tenere in quest’occasione le redini del gioco, spiega
anche il ”silenzio” ufficiale da parte della Regione sull’impianto targato Gas
Natural. Silenzio che dura ormai da più di due anni. «L’ultimo atto adottato in
materia è la delibera del 28 giugno 2007 dell’allora giunta Illy - precisa
ancora De Anna -. Con quella delibera la Regione precisava di non poter
esprimere parere di compatibilità ambientale sul progetto del rigassificatore,
non esistendo nella documentazione fornita dal gruppo spagnolo la dimostrazione
dell’assenza di pericoli, anche solo potenziali, per la salute umana e per
l’ambiente. Mancavano insomma tutta una serie di elementi indispensabili per
formulare il parere: dal progetto del gasdotto di collegamento tra l’impianto di
Zaule e la rete di distribuzione nazionale, al piano di bonifica per l’area ex
Esso. Dopo quella deliberazione, come Regione non siamo stati più coinvolti
nell’iter amministrativo di Via».
Di qui la volontà di riprendere al più presto il discorso lasciato in sospeso,
tornando a far sentire la voce del Friuli Venezia Giulia. «Quando verremo
riconvocati al tavolo nazionale - precisa De Anna - daremo il nostro parere alla
luce delle risposte alle prescrizioni richieste. Ci aspettiamo quindi che Gas
Natural le fornisca quanto prima».
Quando arriveranno realmente quelle integrazioni, però, Gas Natural al momento
non lo dice. Ad attenderle tra l’altro, oltre alla Regione, sono anche i
ministri dell’Ambiente Prestigiacomo e dei Beni culturali Bondi. Il decreto di
compatibilità ambientale firmato dai due componenti del governo Berlusconi,
richiedeva infatti espressamente che venissero chiariti, con documentazione
aggiuntiva, una serie di aspetti particolarmente spinosi. Tra questi, aveva
sottolineato il sottosegretario Roberto Menia, il piano di caratterizzazione
dell’area destinata all’impianto, i parametri sulla portata e la temperatura dei
getti d’acqua calda dall’impianto al mare, nonché precisi monitoraggi sulla vita
degli organismi marini, da iniziare già prima che il rigassificatore entri a
regime.
«È alla luce delle risposte a quelle richieste di chiarimento che formuleremo in
modo puntuale e informato il nostro parere - conclude De Anna -. Intanto però
ribadiamo la nostra perfetta sintonia con la linea del governo. Noi siamo
favorevoli al rigassificatore di Zaule perché lo riteniamo un intervento
importante, se non determinante, per lo sviluppo del territorio».
MADDALENA REBECCA
RIGASSIFICATORE - E la Cgil avverte: «Pronti a dire no
all’impianto» - IL SINDACATO
La Cgil è pronta ad assumere «una posizione contraria» sul
rigassificatore di Zaule. «Sicurezza, ambiente, coinvolgimento dei cittadini:
sono i tre punti su cui vogliamo sia fatta chiarezza», dice il segretario
provinciale Adriano Sincovich. E così mentre nel maggio 2006 il sindacato
esprimeva una posizione «di attenzione positiva fatta chiarezza su ambientale e
sicurezza – spiega Sincovich – Oggi prendiamo atto del mancato adempimento di
queste condizioni e pensiamo sia il caso di rompere il riserbo».
Il primo appello è rivolto a Gas Natural: «In questi tre anni abbiamo assistito
a un silenzio assordante da parte della società – sostiene la Cgil -,
considerato che ben due esposti alla procura della Repubblica pongono importanti
quesiti sulle documentazioni e che i Comuni di Muggia e San Dorligo hanno fatto
ricorso al Tar, chiediamo a Gas Natural di mettersi a disposizione per un
confronto pubblico su questi temi».
Il sindacato lancia un segnale anche alla pubblica amministrazione e al sindaco
Roberto Dipiazza, secondo Sincovich «l’atteggiamento del Comune fino a ora è
stato insufficiente: ci sono diverse dichiarazioni, per non chiamarle battute,
del sindaco sui vantaggi che deriverebbero dal rigassificatore: ora le battute
non bastano più». Infine Cgil chiama in causa la Confindustria, che secondo il
sindacato dovrebbe rendere noti eventuali progetti sull’indotto dell’impianto:
«Se ne fa un gran parlare – dice Sincovich – ma i fatti ancora mancano:
l’indotto è reale?». Se queste richieste non dovessero venire soddisfatte,
avverte il sindacato, la Cgil cambierà il suo atteggiamento.
Giovanni Tomasin
RIGASSIFICATORE - Esperti italiani e sloveni a
confronto su rischi e ricadute del progetto
Al progetto del rigassificatore di Zaule è dedicata anche
una due giorni di lavori promossa dalla Uil-Pa dei vigili del fuoco. Ieri il
tavolo tecnico, che vede riuniti assieme esperti italiani e sloveni, ha messo a
fuoco le strategie di sviluppo del rigassificatore, delle navi e delle gasiere.
L’analisi si è poi concentrata sulle varie esperienze legate ad insediamenti a
metano e gnl.
Oggi è in programma la seconda sessione di studio, che metterà al centro i
rischi antropici e industriali del progetto. I risultati della due giorni, che
porterà anche alla stesura di un documento riassuntivo, verranno illustrati nel
corso di una conferenza in programma questa mattina alle 11 al Caffè degli
Specchi.
Bonifiche, entro l’anno la firma sulla bozza -
L’impegno sull’accordo di programma sancito dall’incontro al ministero
LE GARANZIE - «Salve le aziende che non inquinano»
La firma sulla nuova bozza di accordo di programma per la riqualificazione
delle aree inquinate inserite nel Sin di Trieste arriverà entro fine anno. È
l’impegno assunto dai partecipanti all’incontro convocato ieri a Roma dal
ministero dell’Ambiente. Incontro che, a detta dei rappresentanti di Regione,
Comuni di Trieste e Muggia, Provincia, Autorità portuale e Camera di commercio,
segna un deciso passo avanti verso la soluzione del ”caso bonifiche”.
«In particolare - ha commentato al termine del vertice l’assessore comunale allo
Sviluppo economico Paolo Rovis - dal ministero sono arrivate precise garanzie a
tutela del principio del ”chi non ha inquinato, non paga”. Le verifiche fatte
dal numero uno della Direzione dell’Ambiente Marco Lupo con l’Avvocatura dello
Stato e con la Corte dei conti hanno infatti accertato la legittimità della
procedura prevista nella bozza per salvaguardare le imprese non inquinanti.
Queste, nel caso in cui si trovino all’interno di aree inquinate, non dovranno
sobbarcarsi i costi delle bonifiche, che verranno invece coperti dal pubblico».
Altro punto centrale del vertice romano, cui ha preso parte anche il
sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, il via libera al completamento delle
caratterizzazioni. «Finora è stata analizzata solo la metà delle aree a terra -
continua Rovis -. Il tavolo di oggi (ieri ndr) ha deciso di sbloccare l’impasse,
autorizzando l’Ezit a riprendere il prima possibile, senza attendere quindi la
conclusione dell’iter relativo all’accordo di programma, i sondaggi nelle zone
mancanti. Sondaggi per i quali esistono i finanziamenti: 2,5 milioni di euro che
la Regione ha già a disposizione».
Sempre in tema di finanziamenti, Menia ha ribadito agli attori istituzionali
presenti al tavolo la necessità di accelerare i tempi della firma della nuova
bozza di accordo per non correre il rischio di perdere i 2,6 milioni di euro
recuperati dal ministero tramite fondo di riserva. Di qui l’impegno manifestato
dalla Regione a convocare già nelle prossime settimane un nuovo incontro a
Trieste per limare il testo assieme agli enti locali, in modo da riportarlo a
Roma per la firma definitiva entro il 31 dicembreIn quel testo, tra l’altro, è
contenuta anche la conferma della disponibilità ministeriale a stanziare le
risorse per la realizzazione del nuovo depuratore di Trieste, e il via libera
all’ingresso ufficiale della Camera di commercio tra i soggetti pubblici
titolati a partecipare alla gestione dell’affaire bonifiche.
(m.r.)
Tav transfrontaliera La Slovenia teme il disimpegno
italiano - TIMORI PER LA TRIESTE-CAPODISTRIA
TRIESTE Ora Lubiana non ci sta. E sul Corridoio 5,
relativamente al collegamento Trieste-Capodistria, apre una vivace polemica
diplomatica. Secondo la Slovenia l’Italia vorrebbe costruire con priorità il
tratto transfrontaliero del cosiddetto progetto europeo Ten-t n° 6 passando da
Ronchi a Opicina, sfiorando Sezana per arrivare così a Divaccia.
Il collegamento tra il capoluogo giuliano e quello del Litorale sloveno verrebbe
così, per il momento, accantonato. Tanto che il governo di Lubiana ha chiesto
per la prossima metà di dicembre (la data non è stata ancora fissata) un
incontro tra il sottosegretario ai Trasporti, Igor Jakomin e il viceministro
italiano, Roberto Castelli, alcune dichiarazioni del quale al recente summit
interministeriale italo-sloveno a Brdo pri Kranju avevano suscitato polemiche
proprio su questa questione.
Sta di fatto che nel documento finale del suddetto vertice, sottoscritto per
l’Italia dal ministro degli Esteri, Franco Frattini e, per la Slovenia, dal
ministro per l’Ambiente Karl Erjavec si legge testualmente che Italia e Slovenia
si impegnano «per lo studio e la progettazione del tratto transfrontaliero (del
Corridoio 5, ndr) tra Trieste e Divaccia nell’ambito del progetto prioritario
Ten-t n°6 Lione-Trieste-Divaccia/Capodistria-Lubiana-Budapest-confine ucraino.
Più avanti, nello stesso documento, si legge che i due Paesi si impegnano
«successivamente al completamento dello studio di fattibilità per la costruzione
della linea Trieste-Divaccia/Capodistria-Divaccia per un’elaborazione coordinata
dei progetti» e per una comune linea di sviluppo dell’intera regione «per
incoraggiare la cooperazione tra le aree italo-slovene nella zona confinaria e
sul Mare Adriatico» e questo anche per una nuova forma di cooperazione dei porti
di Capodistria, Trieste, Venezia e Ravenna per cercare di arginare lo strapotere
degli scali del Nord Europa.
Dunque, la Slovenia prima sottoscrive un documento dove le scansioni temporali
dei progetti sono ben definite, per poi protestare contro il presunto
disinteressamento di Trieste del collegamento ferroviario tra il capoluogo e
Capodistria.
«Parliamo giornalmente con il coordinatore del progetto Ten-t n°6, Laurens Jan
Brinkhostorm (pochi giorni fa a Trieste a colloquio sul tema con il governatore
del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo e l’assessroe ai Trasporti, Riccardo
Riccardi) - sostiene un portavoce del ministero dei Trasporti sloveno - ci
scambiamo documenti e informazioni e questo senza guardare a quanto sta
succedendo in Italia». Insomma, toni duri che non lasciano preludere a una
facile soluzione.
Inoltre, sempre al dicastero sloveno, precisano senza remore che «il ministero
non rinuncia assolutamente al progetto Capodistria-Divaccia. Questo prosegue
secondo il calendario prestabilito - precisano - e riteniamo che i lavori
potranno iniziare già a metà del 2010». Al ministero puntualizzano poi che si
tratta di un progetto internazionale nell’ambito del quale ciascuno Stato decide
le proprie priorità separatamente dalla direzione del progetto stesso. «Per
questo motivo la Slovenia non può commentare - concludono - quanto avviene in
Italia e quali sono le sue decisioni».
È chiaro che la disparità di vedute farebbe «saltare» i tracciati fin qui
presentati. Secondo Lubiana l’Italia sarebbe pronta a rinunciare al raccordo
Trieste-Capodistria-Divaccia nell’area di Crni Kal (a Est della Val Rosandra)
così come stabilito nei colloqui precedenti tra i due Stati.
MAURO MANZIN
Piano regolatore, dai cittadini 800 osservazioni -
Dipiazza: «Un trionfo. Pronto a recepire le correzioni della gente, ma non
quello che dice la politica»
Per il piano regolatore di Trieste si sta per aprire il
secondo ”ciak”. Ieri si è chiuso il tempo per la presentazione di osservazioni e
opposizioni da parte dei cittadini, ora si attendono solo quelle inviate per
posta raccomandata. Al 20 novembre, all’ultimo sondaggio parziale negli uffici,
Roberto Dipiazza ne aveva contate 290. Ma ieri pomeriggio, in fase di chiusura,
le stime finali erano schizzate a una quota compresa tra le 750 e le 800
osservazioni, complici le 300 arrivate nella sola giornata di martedì.
«L’impennata in dirittura d’arrivo è normale - precisa il sindaco - ma il numero
complessivo delle osservazioni rimane molto basso, molto più basso rispetto a
quello registrato in occasione del Prg precedente in epoca Illy. Siamo a uno
0,4% scarso rispetto al totale della popolazione: un trionfo, bel messaggio per
chi aveva tanto denigrato il documento, si vede che i cittadini hanno
apprezzato. Sono pronto a recepire tutte le correzioni chieste da loro, ma non
quello che dice la politica, perché domando nuovamente: dov’erano i politici che
votarono il Prg precedente? Forse in Costa Azzurra con un viaggio pagato dai
progettisti?».
L’ITER Il capogruppo di maggioranza, Piero Camber (Fi-Pdl), oggi farà con gli
uffici un’analisi di tutti i plichi e anche un’elaborazione dei dati raccolti,
per poi parlarne pubblicamente domani assieme agli altri capigruppo di
maggioranza. L’inclinazione è la stessa: «Accoglieremo il più possibile le
esigenze specifiche dei cittadini, per singole necessità del loro terreno, della
loro famiglia, se le domande arriveranno dalle imprese l’esame sarà invece, come
dire, molto più approfondito». Osservazioni e opposizioni dovranno essere
vagliate dagli uffici che ne controlleranno la compatibilità, quelle accettate
saranno viste e votate una per una dal consiglio comunale.
LE VARIABILI Intanto tra le varie anime politiche del consiglio le opinioni
divergono: chi dice che ormai l’impianto del nuovo disegno urbanistico della
città è fatto, e nella sostanza non può più essere cambiato, e chi ritiene
invece che i giochi siano tutti ancora aperti, fino al giorno della definitiva
approvazione (dopo il vaglio della Soprintendenza e della Regione, che può
imporre prescrizioni). In più si aggiunge il Piano particolareggiato del centro
storico, che avrà una storia a sé, come un secondo Piano regolatore: Camber
ipotizza possa essere adottato entro Natale.
Sulla materia scende poi il Piano casa della Regione che recepisce quello
nazionale: 20% di libera costruzione in più in centro, 35% in costiera. Vincoli
cittadini stracciati? O il Comune può difendere le proprie scelte «non
cementificatorie»? Anche qui i pareri divergono. Per il verde Alfredo Racovelli
«non c’è niente da fare, chiederò comunque - aggiunge - che si spieghi nel
concreto che cosa questo piano edilizio comporta per Trieste. Il Piano
regolatore nella sua sostanza comunque è blindato, ormai non si può più cambiar
niente».
L’OPPOSIZIONE Non così la pensa il Pd. Il capogruppo Fabio Omero con Bruna Tam
ha depositato cinque osservazioni. I due consiglieri chiedono che per le zone
«strategiche» (Fiera, Caserma di Banne, Burlo, Ortofrutticolo, ex Bianchi) la
decisione su che cosa farci sopra torni in capo all’iniziativa pubblica. Il
nuovo Prg la lascia ai privati. Chiedono che il progetto del Parco del mare sia
corredato da credibili indicazioni su parcheggi e viabilità. E che il Piano casa
regionale «non si applichi affatto alla Costiera».
Per Iztok Furlanic di Rifondazione comunista «il Prg va migliorato, ribadiremo i
nostri emendamenti, il difetto peggiore è che il Carso viene destinato a zona
dormitorio senza alcuna possibilità di sviluppo economico, e inoltre bisogna
impedire che il Piano casa regionale consenta ampliamenti edilizi in Costiera.
Secondo noi si può ancora intervenire su tutto il documento».
GABRIELLA ZIANI e PIERO RAUBER
«Codice regionale edilizio - il Comune stia in guardia» - Sos degli ambientalisti: «Proteggere il territorio dal rischio speculazioni»
Wwf, Italia Nostra, Legambiente e Lipu lanciano un appello
agli enti locali triestini: solo attraverso una normativa chiara sarà possibile
tutelare il centro cittadino e la sua periferia dall’assalto sfrenato
dell’edilizia, avallato da quel nuovo Codice Regionale dell’ediliziadefinito
dagli ambientalisti «un vero e proprio abusivismo legalizzato». A esternare le
preoccupazione delle associazioni sul Piano casa regionale Lucia Sirocco,
Gianluca De Vido e Luciana Boschin, rispettivamente in rappresentanza di
Legambiente, Wwf e Italia Nostra.
Le associazioni contestano la legge regionale 19/2009 pubblicata sul Bur lo
scorso 18 novembre, quel Codice dell’edilizia che secondo i tecnici terrebbe
conto in modo quasi esclusivo gli articoli ispirati al Piano casa del Governo.
«La filosofia della legge regionale – osserva l’architetto Lucia Sirocco –
esplicita quella tendenza tutta italiana a considerare l’edilizia quale
serbatoio di manodopera e soluzione per superare la crisi. Considerazioni
errate, stando a quelle cifre che, se da una parte ci vedono tra i primi in
Europa per gli incidenti del lavoro, dall’altra non consentono all’economia di
trovare nuovo slancio per superare l’attuale impasse».
Secondo l’architetto la nuova legge regionale favorirà una deroga generalizzata
e selvaggia ai piani regolatori, con aumenti sino al 35% delle cubature degli
edifici residenziali e ricettive al di fuori dei centri storici. In
controtendenza, per esempio, a regioni quale il Veneto e la Lombardia che, a
detta di Gianluca De Vido hanno posti dei paletti ben marcati (attorno al 10
percento) alle cubature consentite.
I centri storici verranno risparmiati o, comunque, saranno protetti da eventuali
speculazioni o allargamenti? Secondo gli ambientalisti no, visto che la nuova
legge ammetterebbe all’interno degli stessi ampliamenti sino a 200 metri cubi
per un’altezza massima di 6 metri.
«Proprio per queste ragioni sarebbe importante che i Comuni potessero adottare o
meno le deroghe ai propri piani regolatori. Quello per Trieste, la variante 18 –
puntualizza Luciana Boschin – dove è stata prevista una diminuzione delle
volumetrie edificabili pari a circa 1.600.000 metri cubi, potrebbe a seguito
della Legge 19 ospitare 10 milioni di metri cubi aggiuntivi».
(ma.lo.)
Architetti: quel documento nasce già vecchio L’Ordine:
visione miope che non immagina sviluppo, nessuna integrazione con le aree d’oltreconfine
DECISA PRESA DI POSIZIONE: «MANCA ANCHE UN DISEGNO
UNITARIO PER LE RIVE»
Dapretto: scarsa anche la considerazione per il verde pubblico, questa è una
città cementificata al massimo
Un Piano regolatore che nasce vecchio, impostato su criteri superati dal
tempo e che necessiterà molto presto di sostanziali correzioni. È un giudizio
estremamente critico quello che una trentina di architetti triestini, in
rappresentanza dell’Ordine professionale di categoria, esprimono sul Piano
regolatore della città «che per giunta – sostiene il presidente, Andrea Dapretto
– è stato definito senza una consultazione di tutti i soggetti interessati, fra
i quali ci siamo anche noi».
Sintetizzando l’analisi fatta dalle cinque commissioni nelle quali si sono
distribuiti i trenta architetti, ciascuna delle quali ha affrontato specifiche
tematiche del Piano, Dapretto, eletto presidente pochi mesi fa, ha parlato ieri
di «visione miope del futuro della città, che non immagina crescita e sviluppo,
che chiude ogni prospettiva di osmosi con il territorio circostante, compresa la
vicina Slovenia, dalla quale, oramai – ha precisato – non siamo più separati da
confini e barriere».
Entrando nel dettaglio, il presidente dell’Ordine degli architetti ha spiegato
che «non è possibile prevedere la presenza del Parco del mare - per il quale si
prevedono di media tremila visitatori al giorno - senza un parcheggio di
servizio che disponga della relativa capacità di ospitare vetture e corriere».
Dapretto ha poi puntato l’indice sull’assenza, nel Piano, di «un progetto
unitario per le Rive, che vanno invece ricomprese in un unicum architettonico» e
sulla decisione del Comune di «individuare nel 1918 la data spartiacque fra gli
edifici che non si possono modificare e quelli sui quali si potrà invece
intervenire. Dopo il 1918 – ha spiegato Dapretto – sono stati realizzati edifici
e quartieri di notevole pregio, come per esempio l’intera area compresa fra il
Giardino pubblico e il viale XX Settembre, che hanno un loro prestigio e una
loro omogeneità».
Il presidente degli architetti triestini ha anche ricordato che «è comunque
difficile datare molti edifici, in quanto esistono indicazioni diverse fra il
momento della progettazione e quello della costruzione». Di notevole rilievo,
nella relazione di Dapretto, la «scarsa considerazione manifestata da parte
dell’amministrazione comunale nei confronti del verde pubblico. A Trieste – ha
sottolineato – ogni cittadino dispone, virtualmente, di 16 metri quadrati di
verde pubblico. La media nazionale – ha evidenziato – è di 94, quindi sei volte
maggiore. Non si può giocare sul fatto che esiste il Carso in quanto si tratta
di un’area ben definita e circoscritta, lontana dal centro cittadino, che può
alzare la media solo a livello statistico, ma non sul piano della reale
fruizione da parte della popolazione. Se guardiamo Trieste sotto questo aspetto
– ha continuato Dapretto – la nostra è una città cementificata al massimo».
Puntuale anche la critica sul versante della mobilità. «I mezzi pubblici – ha
affermato il presidente degli architetti – perdono ogni anno, da dieci anni,
circa 10mila utilizzatori. Il che sta a significare che, in proporzione,
aumentano le vetture private che circolano per le strade. Ebbene – ha sostenuto
– davanti a questo problema, si è deciso di delineare il piano del traffico
prima di por mano al Piano regolatore generale, mentre i due documenti
dovrebbero necessariamente camminare paralleli».
Infine Dapretto ha parlato di «necessità di aprire i confini progettuali della
Trieste del futuro, tenendo presente che, a pochi chilometri da noi, crescono a
grande velocità aggregati urbani come Capodistria, per fare l’esempio più
clamoroso, o come Sesana o altri. I piani vanno integrati e discussi in maniera
unitaria – ha proseguito – perché è questa la direzione da seguire. Trieste,
come immagina il Piano, non supererà i 240mila abitanti, ma coloro che la
attraverseranno saranno molti di più nei prossimi anni». Dapretto ha concluso
annunciando la convocazione di un pubblico dibattito «al quale inviteremo i
rappresentanti del Comune per discutere di tutte queste tematiche».
Ugo Salvini
MONRUPINO - Al via il Piano per le antenne - NUOVI SITI
PER LA TELEFONIA
Un piano comunale per individuare le aree più adeguate per
installare delle possibili nuove antenne per i telefoni cellulari. E' questo
l'obiettivo del piano per la localizzazione degli impianti fissi per la
telefonia mobile votato in questi giorni dal Consiglio comunale di Monrupino.
In base alla relazione stipulata dall'architetto Emilio Savonitto sono state
identificate due aree che in un futuro prossimo, se le compagnie telefoniche lo
ritenessero necessario, avrebbero i requisiti per ospitare altri impianti fissi
di telefonia mobile. Le zone preferenziali sono state individuate nel campo
sportivo di Repen e in un'altra zona attigua della frazione di Monrupino.
Una scelta che però non ha convinto appieno il consigliere di maggioranza
Maurizio Vidali: «Ho chiesto delucidazioni in merito visto che il campo sportivo
è frequentato da tanti atleti, soprattutto bambini, ma l'architetto Savonitto ha
fornito in aula rassicurazioni sul fatto che le emissioni prodotte dall'antenna
non sono nocive».
Va ricordato che attualmente a Monrupino esistono tre siti riservati alle
antenne telefoniche: uno posto a Col (il gestore è la Wind), una della
Vodafone-Omnitel presso il campo sportivo ed infine l'impianto di Fernetti con
tre antenne (Tim, Wind e Vodafone-Omnitel) poste su un'unica postazione.
L'ultima antenna installata nel comune di Monrupino - quella sita nella frazione
di Col - aveva destato non poche polemiche, anche perché la struttura era sorta
su un terreno privato con conseguente mancanza di introiti (derivanti
dall'affitto dello spazio) per il Comune.
Anche l'antenna di Fernetti era stata eretta non senza problemi e solo dopo un
ricorso al Tar fatto dai gestori in seguito ad una iniziale bocciatura da parte
del Consiglio comunale. «Per ora abbiamo solo votato l'adozione del piano - ha
precisato il consigliere di maggioranza Angelo Barani - ma prima di confermarlo
verranno fatti degli appositi incontri con la popolazione per dare voce al loro
pensiero».
Riccardo Tosques
Conoscere l’avifauna con ”Natura 2009” - Corso promosso
dalla Lipu (Lega protezione uccelli) e da BirdLife International
Partirà domani "Natura 2009", il corso per la conoscenza
dell'avifauna nella provincia di Trieste promosso dalla Lipu (Lega protezione
uccelli) e da BirdLife Intenational. In programma quattro incontri gratuiti che
si pongono l'obiettivo di divulgare le conoscenze sull'avifauna che frequenta il
nostro territorio: dalla Riserva naturale della Val Rosandra al Biotopo della
Valle delle Noghere, dal Golfo di Trieste al centro della città, dove molti
uccelli si sono adattati a vivere cambiando le proprie abitudini.
Tutti gli appuntamenti si terranno presso la sala convegni del Credito
Cooperativo del Carso di via del Ricreatorio 2, a Opicina, dalle 18.30 alle
20.30. Venerdì 27 Stefano Sava della Lipu di Trieste parlerà su "Il birdwatching
e gli uccelli della città di Trieste (centro storico e parchi urbani).
Il secondo appuntamento è previsto giovedì 3 dicembre, con Matteo Skodler, che
illustrerà la relazione su "Gli uccelli della Riserva naturale regionale della
Val Rosandra". "Gli uccelli del biotopo dei laghetti delle Noghere" è il tema
che verrà trattato venerdì 11 dicembre dall'ornitologo Enrico Benussi,
collaboratore scientifico della Stazione Biologica Isola della Corna. L'ultimo
incontro, venerdì 18 dicembre, su "Uccelli del golfo triestino" sarà tenuto
dall'ornitologo Fabio Perco, direttore della Stazione Biologica Isola della
Corna.
«Natura 2009 - spiega Ilario Zuppani, consigliere della Lega Italiana Protezione
Uccelli - vuole essere uno stimolo per riattivare l'attenzione sul mondo della
natura ed in particolare sugli uccelli, che sono gli animali più facili da
incontrare ed osservare. Infatti l'avifauna è riconosciuta quale bioindicatore
dello stato di salute degli ecosistemi proprio per la relativa facilità di
osservazione e monitoraggio».
Sono almeno 287 le specie di avifauna che sono state osservate solo a Trieste e
per una provincia così piccola sono veramente tante. Non a caso l'Unione
Europea, sulla base delle osservazioni effettuate da professionisti ed
appassionati, ha obbligato l'Italia e la Regione a porre sotto tutela 12.190
ettari del Carso triestino e goriziano, in quanto habitat di specie di uccelli
che sono in grave declino in Europa e nel Mondo. «Circa metà del nostro
territorio - continua Zuppani - è entrato così nella rete europea Natura 2000
promossa dall'Unione Europea per fermare la perdita di biodiversità negli
ambienti naturali, nella fauna e nella flora selvatica.
La Lipu, insieme agli altri portatori d'interesse, sta partecipando ai forum
promossi dalla Regione Fvg per la redazione di un Piano di gestione delle Aree
carsiche della Venezia Giulia che dovrà armonizzare localmente le attività umane
e la tutela della natura".
La Lipu partecipa anche alle attività di conservazione della natura promosse dai
Comuni di San Dorligo della Valle e di Muggia con l'intento di garantire una
migliore conservazione dei patrimoni naturali locali.
Per informazioni e iscrizioni ai corsi di "Natura 2009" è possibile contattare
la sezione provinciale della Lipu ai numeri di telefono 328-6951039 o
340-7399686. Ulteriori dettagli sono reperibili sul sito internet
www.liputrieste.it.
(s.s.)
SEGNALAZIONI - Privatizzare la gestione dell’acqua, scelta sbagliata
Non potremo più chiamarla ”Sorella acqua” : l’art. 15 del
DL 135/2009 sugli obblighi comunitari l’ha trasformata, ipso facto, in
”sorellastra”. Ciò significa che un bene essenziale della collettività cadrà in
mano private e, dal momento che, a memoria d’uomo, non si ricorda un privato
”benefattore puro” dell’umanità, prepariamoci a veder schizzare all’insù le
bollette per il consumo dell’acqua potabile.
E pensare che già all’epoca della legge Galli avevamo invocato la
”sprivatizzazione” di questo bene indispensabile alla vita; ma quella dei
consumatori è ”voce di uno che grida nel deserto” e solo il deserto ha raccolto
le raccomandazioni e le previsioni fatte, già allora, sugli aumenti che in dieci
anni sono lievitati del 61% contro il 25% del resto d’Europa.
Ed ora si riparte. A quale percentuale di aumento arriveremo con questa
liberalizzazione? Non azzardiamo ipotesi. Un’unica cosa è certa: aumenterà.
Senza piangere sul male dei fratelli d’Italia (al Sud c’è una dispersione idrica
pari al 34%) ma nemmeno senza rallegrarci nel constatare che siamo a metà
classifica riguardo il costo dell’acqua nel nostro Paese, notiamo, questo sì,
che in Regione siamo quelli che paghiamo di più (e anche questo era già stato
ribadito all’epoca della legge Galli) e paventiamo gli inevitabili aumenti che
ne deriveranno.
Siamo una Regione a statuto speciale, una Regione a cui chiediamo di non aderire
alla privatizzazione dell’acqua. Una regione a cui chiediamo, ancora una volta,
di dichiarare l’acqua bene comune varando una propria legge onde impedire che
aziende private intervengano alla ricerca di profitti perché tali saranno dal
momento che la nostra rete idrica è sana e che le uniche spese giustificate a
carico degli utenti dovrebbero essere le spese di gestione del flusso idrico e
delle eventuali riparazioni.
Ma ciò che soprattutto chiediamo è di non essere presi in giro: non ci si venga
a dire che non si privatizza l’acqua bensì la gestione della rete: questo è un
insulto all’intelligenza dei cittadini. Chiunque riesce a comprendere che chi si
trova a distribuire e vendere l’acqua, praticamente aprire e chiudere i
rubinetti, è di fatto il padrone della rete con tutte le conseguenze che ne
derivano per chi dai rubinetti dipende.
Lo ribadiamo: la privatizzazione dell’acqua e, ancora peggio, la precisazione
che ad essere privatizzata sarà la gestione, è una scelta sbagliata perché –
come al solito – porterà vantaggi a pochi potenti gruppi industriali e
finanziari e colpirà il cittadino che sta ancora faticando per uscire dalla
crisi.
Non si pongano a paravento gli obblighi comunitari: sono tante le Direttive
comunitarie che,
Luisa Nemez
SEGNALAZIONI - TRAFFICO - Parcheggio biciclette
Egregio comandante della Polizia municipale di Trieste, ho
letto la sua parziale risposta del 23 novembre scorso ai tanti ciclisti che
chiedono dove parcheggiare la bici nel rispetto del Codice della Strada. Io sono
uno di quelli che, dall’estate scorsa, si sono arresi, hanno rinunciato alla
bici e hanno ripreso ad utilizzare lo scooter, scoraggiati e spaventati dalle
multe per divieto di sosta. Speravo finalmente in una risposta chiara, ed invece
è solo parziale, perché ha detto dov’è proibito e questo lo sapevamo già, ma non
hanno spiegato dov’è permesso parcheggiare la bicicletta a Trieste.
Fabio Dapas
BORA.LA - MERCOLEDI', 25 novembre 2009
Rigassificatore: per la Regione la documentazione è
carente. Domani le conclusioni dei pompieri
Intoppo non previsto per la realizzazione del
rigassificatore di Zaule. Come reso noto dall’assessore Elio De Anna, la Regione
ha segnalato al Ministero dell’Ambiente “alcune carenze” nella documentazione
del progetto.
Le mancanze rilevate riguardano “la natura dell’intervento di bonifica, il
collegamento tra il gasdotto e la rete di distribuzione del gas, la non
quantificazione del rischio di incidenti e la temperatura delle acque della baia
di Muggia, in relazione agli scarichi” (Agenzia ASCA).
Gli stessi dubbi erano stati già avanzati da numerose organizzazioni
ambientaliste.
Nel frattempo, i Vigli del Fuoco annunciano per domani la conferenza di
presentazione dei risultati del tavolo tecnico transfrontaliero sul
rigassificatore. Al Tavolo, convocato ieri e oggi, partecipano degli esperti
italiani e sloveni, con l’obiettivo di valutrare i rischi per la popolazione e
per le attività industriali connessi all’impianto di Gas Natural
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 25 novembre 2009
Tomat: Tav, non esiste il tracciato perfetto - Il
Corridoio V arriverà a Nordest: un passo alla volta supereremo tutte le
difficoltà
IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA MINIMIZZA I TIMORI
EUROPEI
Il leader veneto degli imprenditori - «Ci sono due opzioni sul tavolo e si
stanno valutando pro e contro»
TRIESTE «Il Passante è stato fatto, la terza corsia si farà. Un passo alla
volta, con molte difficoltà, ma vedremo anche la Tav». Andrea Tomat, presidente
degli industriali veneti, ha nel dna l’ottimismo dell’imprenditore. Crede che il
Corridoio 5 diventerà realtà nonostante i tempi lunghi e le preoccupazioni di
Laurens Jan Brinkhorst, il coordinatore europeo del progetto prioritario 6 sulle
lentezze della politica del Nordest.
Presidente Tomat, la Ue sottolinea il mancato accordo tra Friuli Venezia Giulia
e Veneto sulla Tav. Condivide?
Si sta discutendo di due ipotesi e se ne sceglierà una. Non mi pare una cosa
drammatica di fronte a un tema su cui si gioca il futuro socio-economico dei
prossimi decenni.
Quale delle due prevarrà?
Visto l’interesse extra-nazionale del tracciato, un’azione dell’Europa potrebbe
essere utile alla ricomposizione della vicenda.
Insisto: i due tracciati sul tavolo, quello lungo le spiagge venete e quello più
vicino alla A4, dividono il Veneto o Veneto e Friuli Venezia Giulia?
Si stanno valutando pro e contro delle due soluzioni. Andranno individuati dei
parametri per la decisione finale ben sapendo che la coperta è corta: non c’è
l’opzione perfetta, entrambe hanno la loro pertinenza.
Come imprenditori non date indicazioni?
In questo momento ci mancano gli approfondimenti necessari. Ma è comunque
compito di altri soggetti, penso in primis all’Europa, giocare a carte scoperte
e individuare le ragioni alla base di scelte così importanti.
Insomma vi basta che la Tav si faccia in un modo o nell’altro?
Che si faccia nel miglior modo possibile.
Il governo sta facendo abbastanza?
Il viceministro Castelli sta seguendo la vicenda con particolare attenzione.
Presenza utile anche per ricomporre velocemente la questione del doppio
tracciato. Come associazione industriali, e mi permetto di parlare anche per il
collega del Friuli Venezia Giulia Alessandro Calligaris, lanciamo un appello
alla politica perché si trovino in fretta le risorse economiche per una rapida
realizzazione di quest’opera.
Eppure proprio Castelli avrebbe posto dei dubbi sulla Trieste-Divaccia.
Tratta evidentemente indispensabile. Ho estrema fiducia che il viceministro
possa incidere a favore della realizzazione di un’opera chiave per il Nordest
italiano, la vicina Slovenia, il Nordovest. Dobbiamo avvicinare territori
rimasti lontani per troppo tempo, anche nella prospettiva delle olimpiadi nel
2020 a Venezia, la vera capitale dell’Europa che si sta costruendo.
Nel frattempo però, mentre Mestre si consolida nodo fondamentale, il Friuli
Venezia Giulia pare ai margini delle scelte di Trenitalia. Che ne pensa?
Non conosco i dettagli ma non è una buona cosa. Con Calligaris la sintonia è
perfetta: la nostra è una visione integrata delle urgenze infrastrutturali delle
due regioni. Ed è dunque importante che anche Trenitalia ragioni trattandoci
come unico grande bacino allargato al centro dell’Europa. L’accordo condiviso
sull’Euroregione è una linea tracciata in modo molto chiaro.
(m.b.)
Veneto e Friuli Venezia Giulia: «Alta velocità
prioritaria» - Chisso e Riccardi rassicurano congiuntamente
l’Unione europea. Ma rimane il rebus della tratta ”balneare”
I DUE ASSESSORI: GIÀ FORNITE LE INDICAZIONI A FERROVIE
TRIESTE L’Unione europea, con il coordinatore olandese Laurens Jan
Brinkhorst, bacchetta il Nordest? E denuncia i suoi ritardi sulla Tav? «Veneto e
Friuli Venezia Giulia considerano assolutamente prioritaria l’alta velocità e
l’alta capacità ferroviaria tra Mestre e Trieste» garantiscono, all’indomani,
gli assessori regionali ai Trasporti Renato Chisso e Riccardo Riccardi. E lo
fanno, con nota congiunta, affermando che le due Regioni hanno fatto tutto quel
che dovevano fare: «Abbiamo già fornito le indicazioni necessarie di tracciato a
Rete ferroviaria italiana cui spetta il compito di predisporre il progetto
preliminare da presentare al Cipe». Di più: «Il Veneto ha messo a disposizione 6
milioni di euro per la progettazione preliminare e il Friuli Venezia Giulia ha
stanziato 4,1 milioni».
Resta un dubbio, però. Un dubbio che il Veneto, nonostante la nota ufficiale,
non chiarisce: la Tav, nel tratto che va da Quarto d’Altino a Portogruaro, dove
passerà? Scenderà a sud verso le spiagge, Caorle e Jesolo, oppure salirà a nord
verso l’autostrada A4? Italferr, la spa delle Ferrovie incaricata di disegnare
l’alta velocità da Mestre a Trieste, fa attualmente i conti con due opzioni: un
tracciato litoraneo lungo, più vicino alla costa, e un tracciato corto. E chi,
se non il Veneto, deve ancora scegliere qual è il migliore?
In attesa della risposta, non irrilevante per i destini della Tav, Chisso e
Riccardi ribadiscono l’importanza di un’infrastruttura «indispensabile per il
Nordest, l’Italia e i collegamenti con l’Europa mediterranea e
centro-orientale». Non solo: avvertono che la sua assenza, come i suoi ritardi,
sono destinati a farsi sentire sull’economia delle nostre due regioni e sulla
mobilità del territorio, dove una nuova linea ferroviaria consentirebbe di dare
concretezza all’esigenza di spostare quote significative di traffico da gomma a
rotaia».
Più treni per Milano, salta l’Eurostar per Roma - Ma il
viaggio da Trieste alla capitale durerà una quarantina di minuti in meno
Riccardi anticipa l’esito delle trattative con le
Ferrovie: «Collegamenti migliorati». Il sito non è ancora aggiornato
TRIESTE Trieste salva i treni diretti verso Milano, ne aggiunge anzi un
altro, partenza alle 9.38. Perde invece l’Eurostar direzione Roma, ma conquista
collegamenti con la capitale più rapidi di adesso. Molto più rapidi nonostante
il cambio obbligatorio a Mestre. Riccardo Riccardi svela il mistero a 19 giorni
dal nuovo orario di Trenitalia, in vigore dal 13 dicembre. Quello che ancora non
compare sul sito della compagnia ferroviaria ma che l'assessore ai Trasporti
dice essere cosa fatta.
La decisione della Regione di partecipare finanziariamente con 3 milioni di euro
- Riccardi punta a risparmiare qualcosa al momento della definitiva chiusura
dell’accordo - «ci permette di salvare l’unico collegamento diretto tra Udine e
Roma, che altrimenti sarebbe stato soppresso, di aumentare con un nuovo
convoglio l’offerta da Trieste verso Milano e di stabilire nuove migliori
intercorrenze con cambio a Mestre», riassume l’assessore.
Riccardi ha chiuso la trattativa con l’amministratore delegato di Fs Mauro
Moretti il 20 novembre. Attendeva la definizione della partita economica prima
dell’ufficializzazione. Ma, di fronte alle preoccupazioni rafforzate dalle
scarne informazioni del sito di Trenitalia, quello che ancora ieri sera impediva
a un triestino di prenotare il viaggio per le vacanze di Natale, esce allo
scoperto. E, a fronte di un sito che rimane appunto senza risposte, snocciola i
nuovi orari.
Innanzitutto su Milano, la partita più importante vista l’assenza del
collegamento aereo da Ronchi. C’erano due diretti verso la capitale della
finanza? Ora ce ne sono tre, con l'inserimento del nuovo EurostarCity in
partenza da Trieste alle 9.38 (in arrivo, dopo 4 ore e 17 minuti, alle 13.55).
La durata degli altri viaggi rimane inalterata: sempre 4 ore e 20 minuti con il
treno che parte alle 6.35 e 4 ore e 23 minuti con quello delle 17.02. Il ritorno
sul nuovo diretto? Si parte da Milano alle 18.05, si arriva a Trieste alle
22.22.
Su Roma niente più diretti. Ma, sottolinea ancora l’assessore, i tempi di
percorrenza sono ridotti non di poco e «Trieste verrà sicuramente collegata
meglio di adesso». L’Eurostar delle 7.49 ci metteva 6 ore e 21 minuti. Ed era la
soluzione più veloce. Dal 13 dicembre, eccezion fatta per la partenza delle
17.02, si va invece sotto le 6 ore. Il treno in partenza alle 6.35 porterà a
Roma in 5 ore e 40 minuti, quello delle 9.38 in 5 ore e 37 minuti. Ma, aggiunge
Riccardi sottolineando l’importanza della collaborazione con la collega Sandra
Savino, viene pure mantenuto, «con un significativo abbassamento del tempo di
percorrenza pari ad oltre 50 minuti», il diretto Udine-Roma (”Frecciargento”)
con partenza dal capoluogo friulano alle 5.50 e arrivo nella capitale alle 11.15
(durata del viaggio 5 ore e 25 minuti), mentre per il ritorno è fissata la
partenza da Roma alle 16.45 e l'arrivo a Udine alle 22.10. Il nuovo orario
consente inoltre un ulteriore collegamento con Roma da Udine con l'utilizzo del
treno Euronight delle 6.36 con interscambio a Mestre. Quanto al collegamento su
Milano, Udine vede confermato il treno delle 5.40 (arrivo 9.55).
Insomma, un ribaltone rispetto a quanto continua a comparire sul sito di
Trenitalia. Perché questa lentezza nell’inserimento dei dati? Riccardi assicura
che «le cose sono diverse da come appaiono», che «l’obiettivo è stato
raggiunto», che il sito «verrà aggiornato a breve». E fa infine sapere che la
direzione commerciale di Trenitalia ha dato la disponibilità ad avviare un
tavolo tecnico finalizzato al coordinamento degli orari tra i treni regionali e
il collegamento Eurostar in partenza da Mestre.
MARCO BALLICO
Pista ciclabile, il sogno si è avverato - Dopo dieci
anni di lavori, costati 6 milioni, sarà pronta entro la fine di dicembre
SOPRALLUOGO DELLA COMMISSIONE ACES CON LA PROVINCIA. DA
CAMPANELLE ALLA VAL ROSANDRA
Dopo un decennio di lavori e una gestazione nel cassetto dei desideri di
durata pluridecennale, la pista ciclabile che segue il percorso dell’antica
ferrovia austroungarica che portava in Istria è finalmente in dirittura
d’arrivo: l’architetto Wiliam Starc e la presidente della provincia di Trieste
Maria Teresa Bassa Poropat l’hanno mostrata ieri in anteprima alla commissione
italiana di Aces (Associazione europea capitali dello sport), in visita a
Trieste per valutare la candidatura della città a Capitale europea dello sport
2011. A bordo di due furgoni, la comitiva ha percorso il tratto di pista che da
Campanelle arriva in Val Rosandra: i commissari Aces hanno mostrato di
apprezzare l’opera, costata in tutto circa 6 milioni di euro. «I lavori sono
ancora in corso – ha spiegato Starc – e teoricamente questo tratto non dovrebbe
essere accessibile al pubblico, ma la gente se ne è già impossessata e difatti
la ditta che sta ultimando i lavori nemmeno chiude il portone». Nonostante la
giornata uggiosa, infatti, il gruppo ha incrociato numerosi ciclisti “abusivi”
che hanno deciso di non aspettare l’inaugurazione della pista: «Tempo
permettendo – ha affermato l’architetto – contiamo di finire i lavori entro
l’anno». Ancora da completare è il tratto urbano che va da Campanelle a San
Giacomo: «I lavori sono stati rallentati perché abbiamo dovuto espropriare un
deposito macchine – ha detto il dirigente –, ora stiamo ultimando i muri di
contenimento e la pista vera e propria». A questo va aggiunta la manutenzione
del percorso in vista dell’apertura: «Nella stazione iniziale c’è stato un
versamento d’acqua che ci ha costretto a lavori ulteriori». Il risultato finale,
nei progetti della provincia, sarà un tratto urbano che da San Giacomo ad Altura
presenterà una pista a doppia sezione: una corsia sarà esclusivamente pedonale,
l’altra permetterà di praticare, oltre al ciclismo, gli sport più diversi, dal
pattinaggio all’equitazione. Da Altura in poi la pista seguirà il modello del
percorso della Val Rosandra, con un fondo in terra battuta e ghiaia: «Parlando
con le associazioni ambientaliste abbiamo pensato che la scelta migliore fosse
quella di mantenere il sedime naturale per ridurre l’impatto sull’ambiente
circostante». La lunghezza totale del percorso è di 12 chilometri. Dalla Val
Rosandra la pista prosegue in Slovenia dove si dirama lungo diversi tragitti:
«La pista entrerà a far parte dei circuiti internazionali di cicloturismo – ha
aggiunto Starc –: dal prossimo anno partiranno i lavori per un nuovo tratto di
40 chilometri».
Giovanni Tomasin
PISTA CICLABILE - LA LUNGA GESTAZIONE - L’architetto
Starc: il progetto è del ’69
Per scoprire le origini della pista ciclabile bisogna
tornare indietro di una quarantina d’anni. L’opera mosse infatti i primi passi
nell’ormai lontano 1969, come spiega l’architetto Wiliam Starc: «Il piano
regolatore di quell’anno prescriveva la costruzione di raccordi autostradali con
il Lisert – precisa -. Era la Grande Viabilità. Ma il progetto prevedeva anche
che il percorso della vecchia ferrovia venisse utilizzato per un braccio
d’autostrada che doveva arrivare al Molo settimo».
Dalle proteste innescate dall’avvio di quel progetto, prese vita l’idea di
realizzare la pista ciclabile. Nel 1996 fu realizzato finalmente uno studio di
fattibilità e nel 1999 i lavori ebbero inizio. Ora, finalmente, l’inaugurazione
è imminente.
«L’opera finale è di grande valore – prosegue l’architetto Starc –. Sia sotto
l’aspetto naturalistico, sia dal punto di vista archeologico, industriale e
architettonico. Il fiore all’occhiello è probabilmente il ponte sopra il Burlo:
un intervento costato complessivamente 800mila euro».
(g.t.)
PISTA CICLABILE - LA SCHEDA
La pista ciclabile ha origine lontane: il primo studio di fattibilità risale
al 1996.
La lunghezza totale del percorso attuale è di 12 chilometri: dalla Val Rosandra
la pista prosegue in Slovenia dove si dirama lungo diversi tragitti.
Il tratto da Campanelle alla Val Rosandra è costato in tutto circa 6 milioni di
euro; di questi, 800mila euro sono stati richiesti per la realizzazione del
ponte sopra via dell’Istria, in corrispondenza del Burlo.
Mattonaia inquinata, ma si scopre un anno dopo
I RILIEVI DELL’ARPA AVEVANO REGISTRATO RIPETUTI SFORAMENTI DELLE
PM10 E DEL BENZOAPIRENE
Il sindaco Premolin: dati comunicati tardivamente. Del
Prete: è il traffico, non la Siot
SAN DORLIGO «Nella zona di Mattonaia si sono registrati 14 sforamenti dei
limiti di legge per il PM 10 in 25 giorni di monitoraggio ai quali si aggiunge
poi un vistoso superamento del benzoapirene». Parla chiaro il documento redatto
dal Dipartimento provinciale di Trieste dell'Arpa Fvg. I dati in questione, che
risalgono ai mesi di febbraio e marzo dello scorso anno ma che sono emersi
pubblicamente solo in questi giorni, citano «un valore medio di 68,8 mg/mc della
concentrazione atmosferica giornaliera delle polveri PM10», un valore
oggettivamente «sopra la norma visto che il limite di legge è fissato a 50 mg/mc».
Nella postazione mobile sita in località Mattonaia n. 166 sono stati riscontrati
esattamente «14 superamenti del limite di legge con un valore massimo pari a
190,3 mg/mc» registrato in data 24 febbraio 2008: in pratica in quel giorno il
limite massimo è stato sforato di quasi ben quattro volte rispetto a quanto
previsto dalla legge. Accanto ai PM 10 si aggiunge poi la situazione degli
idrocarburi policiclici aromatici: tra questi il benzoapirene (BaP), che a norma
di legge è fissato a 1,0 ng/mc, che invece ha registrato una concentrazione
atmosferica pari a 1,3 ng/mc.
IL SINDACO «Purtroppo i dati rilevati più di un anno fa non sono stati
comunicati in tempo reale altrimenti sarei intervenuta subito». Il sindaco di
San Dorligo della Valle Fulvia Premolin spiega così il fatto di non aver preso
dei provvedimenti in seguito agli sforamenti registrati a Mattonaia. Il primo
cittadino ha poi aggiunto che «all'epoca in cui sono arrivati i risultati io ero
fuori Trieste, ma il mio ufficio, non appena ricevuta comunicazione degli
sforamenti, ha contattato subito l'Arpa che però ha sconsigliato un intervento
di blocco del traffico anche perché oramai la situazione di emergenza era
rientrata visto che i valori erano tornati nella norma».
LA SIOT «Il PM 10 è un valore che non ha niente a che fare con la nostra
attività visto che noi utilizziamo dei motori elettrici». L'amministratore
delegato della Siot Adriano Del Prete non ha dubbi: gli sforamenti registrati
dalla centralina di Mattonaia, a due passi dallo stabilimento della Siot,
dipendono da altri fattori. «Il traffico delle automobili sulla Grande Viabilità
credo sia la risposta a questi dati che comunque esulano dal nostro lavoro», ha
sottolineato Del Prete, il quale ha poi posto l'accento sul superamento del
benzoapirene: «Anche questo dato non è da iscrivere al nostro operato poiché noi
trattiamo il petrolio, sostanza che non ha nulla a che vedere con il BaP».
L'INTERPELLANZA Sulla vicenda il capogruppo consiliare del Pdl-Udc di San
Dorligo della Valle Roberto Drozina ha già preannunciato un'interpellanza che
verrà presentata lunedì prossimo alla riunione del Consiglio comunale. Tra le
domande indirizzate al sindaco Premolin,Drozina chiederà in consiglio «come ed
in quali tempi si intende procedere per il monitoraggio, in tempo reale così
come auspicato dall’Arpa, dei composti ridotti dello zolfo, fra i quali si
colloca l’idrogeno solforato, elemento altamente tossico».
Riccardo Tosques
Grado, ok dal Comune alla caccia al cormorano -
L’assessore Polo contro gli ambientalisti del Wwf: «Prioritaria la difesa dei
pescatori»
BATTAGLIA FRA AMMINISTRAZIONE E ECOLOGISTI
GRADO «A dover essere tutelati sono i vallicoltori, non certamente i
cormorani. Apprezzo il lavoro svolto dal Wwf nel mondo. Sono d’accordo sul
lavorare per la conservazione del patrimonio naturalistico, ma non a danno della
specie umana». Lo dice l’assessore Elisa Polo replicando al Wwf di Monfalcone
sulla questione della caccia ai cormorani, accusando gli ambientalisti di
diffondere dei dati inesatti, ricavati «da qualche studio fatto con saltuarie
visite alle valli, a chissà che ora del giorno e probabilmente prendendone in
esame solamente alcune». Il problema dei cormorani interessa una trentina di
valli da pesca, alcune anche di ampie dimensioni, della laguna di Grado e una
decina di quelle di Marano.
«Invito i responsabili del Wwf a mie spese per 365 giorni in una valle da pesca
- continua la Polo -. Li faccio alzare all’alba per assistere a quello che non
esito a definire uno spettacolo drammatico. Facile venir a vedere cosa succede,
magari a ora di pranzo come fa qualcuno, e trovare pochi esemplari. Bisogna
essere sul posto all’alba, in tutte le valli».
È dura la replica dell’assessore alla Pesca di Grado che parla di una vera
invasione di cormorani tale da preoccupare che preoccupa vallicoltori e Comune.
«Sono i vallicoltori che rischiano l’estinzione. Vanno tutelati loro, non gli
uccelli. Facile per chi non è direttamente coinvolto criticare e parlare -
aggiunge l’assessore Polo -. Il Wwf dovrebbe mettersi nei panni dei vallicoltori
che, dopo anni di sacrifici si vedono derubare in questa maniera del prodotto
delle loro fatiche. Vorrei proprio vedere voi proteggere questi uccelli –
sottolinea la Polo rivolgendosi ai responsabili del Wwf - se gli stessi uccelli
iniziassero a prelevare le banconote dalla vostra busta paga.
«I metodi ecologici di dissuasione - continua l’assessore -, come suggerisce il
Wwf, potevano forse andar bene fino a una decina di anni fa quando non si
verificavano invasioni di questa portata».
I vallicoltori, ricorda sempre l’assessore comunale, le hanno provate tutte,
tanto che hanno dovuto sistemare orizzontalmente delle grandi reti a protezione.
Ma anche queste non si sono rivelate sufficienti, «perché alcuni cormorani si
tuffano e quindi nuotano sotto la rete per entrare nelle zone popolate del pesce
che, spaventato, esce allo scoperto. Anche altri tentativi ed esperimenti sono
già stati tentati ma senza risultato». L’assessore pone e si pone domande e
risposte: «Manufatti subacquei? i vallicolori devono lavorare nella valle, non
fare slalom e rischiare di rimanere loro impigliati. Tamburi, colpi di petardi?
Fanno scappare i cormorani solo all’inizio. Sono uccelli in grado di imparare
presto la lezione. Il sistema più efficacie alla fine resta sempre la presenza
costante di un vallicoltore.»
ANTONIO BOEMO
IL PICCOLO - MARTEDI', 24 novembre 2009
L’Unione europea: Nordest in ritardo sulla Tav - Il
coordinatore Brinkhorst: «Friuli Venezia Giulia e Veneto si accordino sui
progetti»
TRIESTE «Veneto e Friuli Venezia Giulia devono migliorare
la collaborazione e passare alla realizzazione dei progetti». Laurens Jan
Brinkhorst, il coordinatore europeo del progetto prioritario 6, l’«angelo
custode» del corridoio ferroviario che deve collegare Lione al confine
ungherese-magiaro, arriva a Trieste. E, quasi in sordina, partecipa a un vertice
allargato in piazza Unità. Ma, al termine, non fa sconti: il Nordest non vuole
perdere la Tav? E allora, anziché guardare a Lubiana, guardi a casa sua: superi
le contraddizioni interne, sciolga il rebus del tracciato ”litoraneo”, e
presenti la progettazione mancante. Da Mestre a Trieste.
IL VERTICE L’olandese Brinkhorst, un’agenda piena zeppa che include una tappa a
Roma e un incontro con il sottosegretario sloveno Igor Jakomin, si presenta in
piazza Unità di buon’ora. Il ”tavolo di monitoraggio”, come lo definisce il
padrone di casa Renzo Tondo, è affollato: c’è Renato Casale, l’amministratore
delegato di Italferr, la spa delle Ferrovie chiamata a ”disegnare” la Tav, e ci
sono gli europarlamentari Debora Serracchiani e Antonio Cancian. C’è il
presidente del Ppe al Comitato europeo delle Regioni Isidoro Gottardo e ci sono
l’assessore alle Infrastrutture del Friuli Venezia Giulia Riccardo Riccardi e
quello all’Economia del Veneto Vendemmiano Sartor.
LE PRIORITÀ Il tavolo non è annunciato, almeno non alla stampa. Ma, al termine
dei lavori, ”Mister Pp6” non si defila e avverte che il problema principale
della Tav non è la tratta italo-slovena, ma quella italiana. Sia chiaro: la
Trieste-Divaccia riveste «un’estrema importanza». E Brinkhorst, raccogliendo le
sollecitazioni del Friuli Venezia Giulia che invoca la nascita di una struttura
comune italo-slovena e difende a spada tratta il collegamento tra i porti di
Trieste e Capodistria, garantisce il suo appoggio: «Promuoverò la collaborazione
con la Slovenia». Il coordinatore nominato da Bruxelles, tuttavia, chiarisce: la
Trieste-Divaccia non è il nodo più urgente. «Credo che la tratta
transfrontaliera potrà essere realizzata solo se la parte italiana riuscirà a
risolvere i suoi problemi e avrà quindi la credibilità necessaria a convincere
la parte slovena che vale la pena di investire nelle infrastrutture sul
confine».
IL NODO Difficile equivocare. Ma Brinkhorst si spinge oltre: «In passato
ritenevo che il punto cruciale fosse proprio il passaggio del confine
italo-sloveno. Ma ora mi rendo conto che la priorità dev’essere data alla
soluzione dei problemi italiani. Veneto e Friuli Venezia Giulia devono
migliorare la collaborazione e passare alla realizzazione del progetto». Ancora:
«Il governo italiano deve sostenere le due Regioni e incoraggiarle a cooperare».
LE DIFFICOLTÀ L’olandese, dunque, punta il dito contro i ritardi ”domestici”
nella progettazione della Tav a Nordest. Italferr si impegna a rispettare la
scadenza di fine 2010 ma non nega, non può, le difficoltà: ci sono quelle in
casa friul-giuliana dove, ad esempio, vanno superati i rilievi di natura
ambientale sulla tratta Ronchi Sud-Trieste e ci sono soprattutto le difficoltà
in casa veneta dove va ancora definita la tratta Quarto d’Altino-Portogruaro,
dopo la controversa decisione di allontanare la Tav dall’A4 e portarla a Sud.
Verso il mare. La spa delle Ferrovie chiarisce che ci sono due ipotesi
progettuali sulla tratta litoranea: la ”variante lunga” che passa più vicina
alle spiagge e la ”variante corta” che scende meno a Sud, ed è oggi la più
gettonata.
LE REAZIONI Le due Regioni, chiamate in causa, rassicurano ”Mister Pp6”. O
almeno ci provano. «Siamo pronti a dare tutto il nostro contributo affinché la
progettazione di un’infrastruttura strategica per l’intero Paese venga
presentata all’Unione europea. Noi e il Veneto confermiamo l’impegno congiunto e
l’azione di stimolo sul governo italiano» afferma Tondo. Ma i tempi? E i modi?
Riccardi, nel giorno in cui porta all’esame di Brinkhorst anche il potenziamento
della rete ferroviaria esistente nell’attesa che la Tav veda la luce, rassicura:
«Il progetto è complesso e va perfezionato, ricercando il maggior consenso
possibile del territorio, ma va avanti. E, come da accordi, va presentato entro
il 31 dicembre 2010». I dissensi con il Veneto? Il ”tracciato balneare”?
Riccardi minimizza: «Non ci sono dissensi. Non possiamo mica dire noi ai veneti
dove devono far passare la Tav... E comunque, a Venezia, stanno lavorando e
presenteranno una soluzione nei tempi previsti».
L’IMPEGNO Il Veneto, con Sartor, conferma: «Non esistono problemi con il Friuli
Venezia Giulia. Dobbiamo solo trovare a casa nostra la soluzione meno impattante
per la tratta da Quarto d’Altino a Portogruaro: ci stiamo orientando sulla
”variante corta”, la più lontana dal litorale, e in ogni caso decideremo nel
rispetto delle scadenze». Nessuno ne dubiti, nemmeno il coordinatore olandese:
«Abbiamo già dimostrato con il Passante e il rigassificatore di saper scegliere
quando ci sono in ballo le grandi opere. Lo faremo anche con la Tav che rimane
una nostra priorità assoluta. La riprova? Cofinanzieremo con 5,5 milioni di euro
la progettazione». Gottardo e gli europarlamentari, lasciando il vertice, si
dicono pronti a dare una mano: l’alta velocità, costi quel che costi, va fatta.
Ma Serracchiani non sottovaluta il monito di Brinkhorst: «È emerso concretamente
un problema di coordinamento tra Veneto e Friuli Venezia Giulia e tra Italia e
Slovenia. E quindi, pena l’emarginazione, dobbiamo assolutamente superarlo».
ROBERTA GIANI
Il tracciato balneare è il nodo più spinoso - Ma
Italferr garantisce il rispetto dei tempi: consegna entro il 2010
TRIESTE Italferr, la spa delle Ferrovie impegnata a
”disegnare” la Tav da Mestre a Trieste, garantisce il rispetto dei tempi. Ma il
tracciato nordestino, quello che preoccupa Bruxelles, deve superare molti
ostacoli. E l’ad Renato Casale, fotografando lo stato dell’arte, lo conferma
indirettamente: la Mestre-Trieste-Divaccia viene divisa in cinque ”sezioni”. La
prima, da Mestre all’aeroporto di Tessera e a Quarto d’Altino, non presenta più
grandi difficoltà: «Il tracciato è concordato e definito» conferma l’assessore
veneto Vendemmiano Sartor. La seconda ”sezione”, da Quarto d’Altino a
Portogruaro, è la più spinosa: il tracciato doveva in origine affiancare
l’autostrada A4 ma, al fine dichiarato «di non intralciare la terza corsia», il
Veneto si è immaginato un tracciato ”balneare” per Jesolo e Caorle. Il Friuli
Venezia Giulia, con Riccardo Illy, ha protestato. Invano. Risultato? Allo stato
attuale ci sono due ipotesi di lavoro sul tavolo di Italferr: il tracciato lungo
che corre più vicino alle spiagge e quello corto che passa più vicino all’A4. Ma
il Veneto deve ancora dire l’ultima parola: «Siamo orientati sulla variante
corta ma stiamo lavorando sulla soluzione tecnica meno impattante» spiega Sartor.
La terza sezione, da Portogruaro a Ronchi sud, è forse la meno problematica: la
Tav correrà parallela all’autostrada, Renzo Tondo condivide il lavoro dei suoi
predecessori. La quarta sezione, da Ronchi sud a Trieste, presenta a sua volta
non pochi problemi: le risorse ci sono, ci sono persino per la progettazione
esecutiva, ma il tracciato deve fare i conti con i rilievi del ministero e lo
scarso consenso della popolazione, tanto che Italferr sta lavorando alle
modifiche.
Infine, la quinta sezione da Trieste a Divaccia, l’unica transfrontaliera:
Italferr sostiene che, se l’accordo tra i due paesi viene confermato, il
progetto regge. «È una priorità assoluta. Un’infrastruttura vitale per Trieste e
il Friuli Venezia Giulia che, in caso contrario, rischiano di essere più
emarginati di prima della caduta del confine» osserva, a fine vertice, Isidoro
Gottardo. Bruxelles, Roma e Lubiana ascolteranno?
Udine perde i treni diretti con Roma e Milano - Dal 13
dicembre tagli pesanti sul capoluogo friulano. ”Mistero” su Trieste
- L’ORARIO INVERNALE DI TRENITALIA
TRIESTE D’incanto, sul sito di Trenitalia, spuntano i
nuovi orari dei treni da e per Udine dal 13 dicembre, il primo giorno del nuovo
orario. Un ”click” e l’Eurostar in partenza alle 5.52 e in arrivo a Roma Termini
alle 12.10 non c'è più. E non c’è più nemmeno il treno per Milano in partenza
alle 5.40 e in arrivo alle 9.55 senza cambi. Tagliati a meno di inserimenti in
corso d’opera, obiettivamente difficili da attendersi nel momento in cui
Trenitalia ha lanciato in pompa magna le novità invernali. E i treni da Trieste?
Nessuna novità, non ancora. Ma, a trattativa evidentemente ancora aperta con la
Regione, c’è forse qualche spiraglio per salvare i collegamenti diretti.
I friulani, almeno loro, possono programmare le vacanze di Natale e prenotare il
viaggio. Il nuovo orario prevede, a fronte delle attuali 15 possibilità, solo 4
partenze: alle 8.25, alle 12.30, alle 14.30 e alle 16.30. E nessun diretto. La
discesa a Mestre è obbligatoria, dopo di che si sale sui ”Frecciargento”, un
elettrotreno (Etr 600) ad assetto variabile di ultima generazione, dotato di
motori distribuiti su tutto il convoglio, capaci di assicurare accelerazione e
velocità di punta fino a 280 km/h. La durata del viaggio? La soluzione più
mattutina impiega 5 ore e 48 minuti, le altre tre 5 ore e 43 minuti.
Stesso numero di collegamenti e stesse partenze sono incastrati nel nuovo orario
da Udine direzione Milano, con l’obbligo di cambiare addirittura due volte,
prima a Mestre e poi, dopo 40 minuti d’attesa, a Bologna da cui decollano pure i
Frecciarossa, 360 km/h di velocità massima, partendo dalla stazione friulana
alle 8.25 (durata del viaggio 5 ore e 20 minuti), alle 12.30 (5 ore e un quarto)
e alle 16.30 (5 ore a un quarto). Solo la partenza alle 14.30 (4 ore e 25)
prevede un unico cambio a Mestre.
Riassumendo: meno treni regionali, molti meno, razionalizzazione degli orari,
treni superveloci dal Veneto e dall’Emilia Romagna ma, da Udine, nessuna
possibilità di arrivare nelle due principali città italiane su un solo
convoglio. Quanto a Trieste, invece, permane il mistero. Digitando sul sito di
Trenitalia dal 13 dicembre in avanti la risposta è sempre la stessa: «Nessuna
soluzione trovata». Impossibile programmare un viaggio. Dalle Ferrovie dello
Stato nulla trapela. Si conferma che, non solo con il Friuli Venezia Giulia, «è
in corso una trattativa con gli enti pubblici». La premessa è la solita: le
tratte in perdita si tagliano.
È il motivo della sforbiciata che riguarda Udine, nonostante gli sforzi della
Regione e i vari incontri nella capitale dell'assessore Riccardo Riccardi con
l'amministratore delegato di Fs Mauro Moretti.
Si salveranno in extremis i diretti triestini, l'Eurostar delle 7.49 verso Roma
e il collegamento delle 6.35 verso Milano? La sensazione è che i tagli possano
essere stati già decisi. E che Trieste, dunque, possa esserne esente. La
soluzione del giallo nei prossimi giorni. Perché ne mancano solo venti al cambio
di orario di Santa Lucia. E qualcosa dovrà pure accadere.
Marco Ballico
Rifondazione in pressing: «Si rafforzi la rete attuale»
TRIESTE La Trieste-Divaccia è in alto mare? La
Mestre-Ronchi Sud-Trieste in grave ritardo? Meglio lasciar perdere, e
concentrare gli sforzi su una missione ”meno impossibile”. Rifondazione non ha
dubbi. E, con Igor Kocijancic, lo dice chiaramente: «Vanno adeguati i tracciati
esistenti all’alta capacità come giustamente affermato dall’assessore regionale
Riccardo Riccardi. E va aperto un confronto serrato con la Slovenia per il
collegamento ferroviario tra i due porti, lasciando perdere altre priorità e
progetti semplicemente velleitari. In un Paese normale non si perderebbe nemmeno
tempo a discutere su cosa convenga fare».
IL RIGASSIFICATORE AL CENTRO DEL CONVEGNO ”RISPARMIO
ENERGETICO” - Menia: «Interessi economici dietro il no di Lubiana»
Il sottosegretario: Slovenia e Croazia progettano un
altro impianto a Veglia - Il project manager Armesto: «Vogliamo diventare
triestini, coinvolgeremo tutti gli enti»
Pronta la bozza del nuovo accordo di programma per l’ambiente. C’è anche la Cdc
«La questione ambientale era solo un pretesto, dietro cui si nascondevano
interessi concorrenziali di ordine economico. L’interesse di Lubiana, confermato
ufficialmente, a costruire un rigassificatore sloveno-croato sull’isola di
Veglia lo spiega chiaramente».
L’affondo, pesantissimo, nei confronti della Slovenia, dichiaratasi a più
riprese contraria alla realizzazione del rigassificatore di Zaule, porta la
firma del sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia. A margine del convegno
“Risparmio energetico: la sfida del futuro”, organizzato alla Camera di
commercio di Trieste, l’esponente del governo Berlusconi si è riagganciato alla
recente uscita del ministro dell’economia sloveno, Matej Lahovnik, ripresa dai
media di Lubiana: «Il progetto del rigassificatore di Veglia assicura non solo
una diversificazione delle linee di rifornimento di gas, ma anche delle fonti di
questa importante risorsa energetica. A un rigassificatore su quell’isola, poi,
non si oppone nessuno», aveva affermato Lahovnik. Mentre al progetto triestino
del colosso spagnolo Gas Natural, Lubiana si è sempre opposta. «Le osservazioni
di tipo ambientale da parte slovena - ribadisce Menia - erano quindi
pretestuose. In ogni caso, loro hanno diritto di fare ciò che vogliono. Ma, allo
stesso modo, noi decidiamo autonomamente cosa fare sul nostro territorio
nazionale». Insomma, tutte scuse, secondo il sottosegretario, che difende a
spada tratta un impianto la cui creazione rappresenta una priorità strategica
del governo italiano.
GAS NATURAL Da parte sua Gas Natural, attraverso il project manager per Trieste
Ciro García Armesto, presente ieri al convegno, ha ribadito come il progetto di
Zaule rappresenti «un’opportunità di sviluppo per la città e per noi si tratta
di un impegno a lungo termine, una scommessa nel campo della sostenibilità.
Vogliamo diventare “triestini”». Per riuscire nell’intento, la società iberica
non solo coinvolgerà gli enti del territorio ma andrà anche, come già
annunciato, ad orchestrare un «lavoro di comunicazione per far conoscere alla
gente il nostro progetto - ha sottolineato Armesto -. Su cui non ci sono punti
oscuri. Illustreremo i benefici che deriveranno per i cittadini». Il dirigente
spagnolo ha poi ricordato come l’area scelta per il rigassificatore sia
«fortemente inquinata, pertanto necessiterà di un’opera di bonifica molto
pesante».
SIN A proposito di Sito inquinato di interesse nazionale, lo stesso Menia e il
presidente camerale Antonio Paoletti hanno confermato - a margine del convegno -
come sia ormai pronta la bozza del nuovo accordo di programma sugli interventi
di riqualificazione ambientale. Domani a Roma, nel corso di un incontro fra le
parti sarà presentato il testo, sul quale andranno rapidamente sciolte le
eventuali ultime riserve, per arrivare alla firma del documento entro la fine di
dicembre. «Così si potrà accedere ai 2,6 milioni di euro trovati dal ministero
tramite fondo di riserva - ha spiegato Menia -. Tra i firmatari, va segnalata
l’introduzione della Camera di commercio». L’ente camerale aveva da sempre
espresso la propria volontà di fungere da soggetto di raccordo fra i privati
interessati dal problema e lo Stato per la questione delle bonifiche. Ora, come
si riferisce anche a parte, a meno di improvvisi intoppi, potrà farlo.
MATTEO UNTERWEGER
I dubbi di Bandelli sull’impianto Gnl: «Ma a chi
servirà?» - CRITICHE ANCHE AL PDL
«Non siamo degli apostati». Franco Bandelli si infervora
nel rispondere al coordinatore regionale del Pdl Isidoro Gottardo, che nei
giorni scorsi aveva lanciato un avviso preventivo ai membri del Pdl che
sostengono il movimento “Un’altra Trieste”, fondato un mese fa dall’ex assessore
ai lavori pubblici. «Non vogliamo fondare una lista civica e non abbiamo
posizioni preconcette sul rigassificatore: siamo solo esponenti del Pdl
interessati al dialogo con la cittadinanza. Avremo mica paura di un
questionario?».
Esternazioni arrivate a margine del primo incontro pubblico organizzato da
“Un’altra Trieste” sul tema “Energia, bonifiche, rigassificatore e AcegasAps”.
Bandelli ha approfittato dell’appuntamento pubblico per togliersi qualche
sassolino dalla scarpa: «Le nostre posizioni non sono in contrasto con il
partito – dice –. Se Gottardo pensa il contrario è male informato, forse perché
da quando non sono più assessore non ha mai accettato un incontro». E aggiunge:
«I consiglieri regionali possono proporre un referendum contro le leggi della
giunta mentre noi non possiamo fare un’assemblea pubblica: sono confuso».
Il suo modo di fare politica, rivendica l’ex assessore, trova riscontro: a
sostenere la sua tesi porta il pubblico che ieri ha riempito la sala. Nel suo
intervento Bandelli rinnega posizioni aprioristiche sul progetto Gas Natural: «I
dubbi sulla sicurezza dell’impianto – dice a riprova della sua buona fede - sono
poco fondati». Poi però colpisce duro sui punti nodali del progetto: «Chi trarrà
beneficio dal rigassificatore? – si chiede – L’occupazione sarà ridotta a poche
unità, le gasiere non saranno italiane, i risparmi per la comunità locale non ci
saranno e le tecnologie saranno straniere. Cosa resterà a Trieste?». Bandelli
esprime infine i suoi dubbi anche sul futuro del porto: «Le navi gasiere
costringeranno a sospendere le attività di cabotaggio del porto. Chi può
smentire questa affermazione lo faccia». Quanto alla gestione delle aree
inquinate «la perimetrazione venne fatta in modo discrezionale e i soldi per le
bonifiche non ci sono, il sottosegretario all’ambiente faccia qualcosa». Per
concludere una stoccata ad AcegasAps: «Il valore della azioni è calato:
rischiamo di trovarci con un pugno di mosche».
Giovanni Tomasin
BONIFICHE - Paoletti: «Per i privati un milione e
mezzo» - IL PRESIDENTE CAMERALE - «Abbiamo fondi da destinare al lavoro di
caratterizzazione»
Ministero dell’Ambiente, Ministero dello Sviluppo
economico, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Regione, Provincia,
Comune di Trieste, Comune di Muggia, Autorità Portuale e Camera di commercio di
Trieste. Ecco l’elenco aggiornato dei soggetti chiamati ad analizzare e firmare
entro la fine dell’anno il nuovo accordo di programma sul Sito di interesse
nazionale.
«Il ministero metterà dei soldi per la bonifica delle aree di proprietà pubblica
- spiega il presidente della Camera di commercio, Antonio Paoletti - mentre
l’ente camerale interverrà invece per quelle dei privati». Un supporto che potrà
da subito tradursi in aiuti concreti, una volta firmato il nuovo testo: «Nel
2006 avevamo deciso di aumentare la quota del diritto camerale - approfondisce
Paoletti -, legandola a due destinazioni condivise dalle categorie (ovvero il
progetto del Parco del mare per il 60 per cento e appunto le bonifiche per il
restante 40, ndr), e oggi la nostra lungimiranza viene premiata. Alcuni privati
hanno già provveduto alla caratterizzazione delle aree di loro proprietà, ma
tanti altri non sono in grado al momento. Noi potremo dare loro un aiuto, a
questo punto, con il milione e mezzo di euro accantonato e già disponibile, da
distribuire attraverso la futura istituzione di un apposito bando attivato a
supporto delle imprese. Una volta caratterizzato il tutto, sapremo esattamente
il grado di inquinamento del sito. Così - conclude infine Paoletti - si potrà
procedere eventualmente a un accordo con la Regione per pianificare
finanziamenti a lungo periodo agli imprenditori per i successivi e necessari
interventi di bonifica».
(m.u.)
Fedriga e Kocijancic: «Salviamo Fogar» - INCONSUETO
APPELLO - Il presidente del ”Miani” da 28 giorni non prende i farmaci salvavita
«Maurizio Fogar deve riprendere quanto prima l’assunzione
dei farmaci necessari per la sua salute, perché abbiamo bisogno della sua
presenza nella battaglia per la chiusura della Ferriera». Questo l’appello
unitario lanciato ieri, nel corso di un’inedita conferenza stampa, da due
rappresentanti politici che, tradizionalmente, vivono l’agone politico da banchi
contrapposti: il parlamentare della Lega Nord, Massimiliano Fedriga e il
consigliere di La Sinistra – L’arcobaleno, Igor Kocijancic. Fogar, da 28 giorni
ha adottato questa singolare forma di protesta, che consiste nel rinunciare a
farmaci indispensabili alla sua salute. Ieri, Fedriga e Kocijancic, preoccupati
per la gravità della situazione e «per lo scarso interesse che le istituzioni
stanno manifestando sull’argomento», hanno indetto un incontro con la stampa per
spiegare le loro ragioni. «Fogar – hanno precisato – è il fondatore del Circolo
Miani, organizzazione che si è sempre battuta per la chiusura dello stabilimento
di Servola, avendo in grande attenzione la salute della popolazione di quell’area
e dell’intera città. A sostegno della bontà dell’azione del Circolo – hanno
aggiunto – è stata recapitata alle istituzioni una lettera con ben 565 firme di
cittadini. Tutto questo conferma che il Miani deve poter continuare la sua
battaglia – hanno sottolineato i rappresentanti della Lega Nord e della Sinistra
Arcobaleno – pur nell’ambito di una discussione sui metodi e sui tempi che ci
può trovare su posizioni anche molto diverse».
Fedriga è per la chiusura immediata, Kocijancic immagina un iter più lento «per
dare il massimo risalto alla salvaguardia dei livelli occupazionali». Entrambi
però sono perfettamente d’accordo sull’urgenza di «rinunciare, da parte di Fogar,
a una protesta che rischia solo di provocare danni al diretto interessato e di
non risolvere il problema principale che riguarda la Ferriera».
Ugo Salvini
IL PICCOLO - LUNEDI', 23 novembre 2009
Costa: «Tav? Non ci sono finanziamenti» - L’INTERVISTA
IL PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ PORTUALE DI VENEZIA
TRIESTE-DIVACCIA - «Impegno europeo ma solo a parole»
TRIESTE «Sul piano formale il governo non può decidere sui progetti per la
Tav, si tratta di impegni europei». Paolo Costa, presidente dell’Autorità
portuale di Venezia ed ex presidente della Commissione trasporti dell’Unione
europea, è categorico. L’Italia, così come la Slovenia e qualsiasi Paese
europeo, non ha la potestà formale di bloccare progetti decisi dall’Unione
europea anche se «sul piano sostanziale non ci sono finanziamenti. Bisognerebbe
mostrare interesse non solo a parole ma anche nei fatti». E se questa è la
sostanza, il Friuli Venezia Giulia, e Trieste in particolare, rischia di
trovarsi in posizione periferica e non nel tanto decantato cuore d’Europa.
Il viceministro Castelli ha confermato che la Trieste-Divaccia è una priorità
del governo. Un fatto positivo?
Sicuramente è un bene, sarebbe stato grave se questa smentita non ci fosse
stata. Adesso però devono anche seguire i fatti concreti e, per quanto visto
finora, non vediamo dal governo prospettive finanziarie certe per questa tratta
del Corridoio V.
Le voci sul disimpegno italiano tuttavia si rincorrono. Come le valuta?
Si è diffusa un’idea molto strana, ovvero che la realizzazione della
Trieste–Divaccia sia nella disponibilità di Italia e Slovenia quando in realtà
si tratta di impegni presi dalla Commissione e dal Parlamento europeo e non
differibili con decisione unilaterale. Questo sul piano formale.
E su quell sostanziale?
Non ci sono i finanziamenti, l’interesse è solo a parole. Il Cipe non ha
finanziato nemmeno la progettazione della Tav e anche il Veneto ci ha messo del
suo proponendo due alternative per il tracciato. E solitamente quando siamo di
fronte a due progetti ci si ferma: si scelga una soluzione e la si porti avanti.
Dal Cipe si attende anche il via libera per i finanziamenti alla piattaforma
logistica.
Ma senza i necessari investimenti ferroviari i porti di Venezia e Trieste
finiranno per venire strozzati. I due scali hanno bisogno che si sblocchi la
situazione perché necessitano di due binari per il trasporto merci, altrimenti
saranno incapaci di dare sfogo al loro potenziale. E non parlo solo di
Trieste–Divaccia o di alta velocità nel Nord Est; Trieste e Venezia hanno
bisogno anche della Tav nella val di Susa per sviluppare i traffici con la
Francia. All’Italia serve l’intero tracciato del Corridoio V e deve fare il
massimo perché gli impegni europei vengano rispettati. Sarà necessario chiedere
al commissario europeo, che mi risulta sarà nuovamente Tajani, che si vada
avanti sulla strada tracciata.
Il piano investimenti per la terza corsia della A4 ha ricevuto il via libera. Un
dato positivo?
Indubbiamente ma anche qui ci sono degli elementi di criticità. In particolare
si è dimostrata l’incapacità di prevedere l’affiancamento del tracciato
ferroviario. Come al solito si lavora per emergenze e si lavora per emergenze
senza una visione complessiva. Sarebbe stato preferibile quantomeno prevedere la
possibilità della progettazione del tracciato ferroviario, così invece di
troviamo con un «cul de sac».
Il Friuli Venezia Giulia si trova ad affrontare anche il problema dei
collegamenti aerei.
Qui entrano in gioco questioni di mercato ma non è estraneo nemmeno il tema del
Corridoio V. Con l’alta velocità Trieste non è più l’ultimo avamposto ma la
porta verso l’est e Ronchi potrebbe diventare una sorta di aeroporto di Lubiana.
Il problema è che in Italia si continua a ragionare come se ci fosse ancora la
Cortina di Ferro e non si punta a conquistare dei mercati in espansione. E qui
si gioca il futuro di Trieste che può acquistare centralità ma anche, se non si
lavorerà nella giusta direzione, rimanere chiusa in un angolo.
ROBERTO URIZIO
Piccole imprese, energia solare contro la crisi - A
Gorizia sette aziende si consorziano per realizzare un impianto fotovoltaico
PARTE UN PROGETTO-PILOTA NELL’ISONTINO
GORIZIA Produrre energia solare, sia per coprire i propri consumi che per
venderla, e acquisire un know how con il quale trovare nuove opportunità di
business. È questo il ragionamento che ha spinto sette piccole aziende isontine
a consorziarsi, sotto la regia dell’Associazione piccole e medie industrie (Api)
della provincia di Gorizia. Si tratta di uno dei primi casi di questo genere a
livello regionale che traduce in realtà una delle soluzioni anti-crisi
prospettate a tutti i livelli dalle associazioni di categoria: ovvero, fare
squadra e abbandonare quella scarsa propensione alla collaborazione che
caratterizza il mondo delle pmi e che oggi si sta trasformando in un fattore di
debolezza. Il progetto è ambizioso e si svilupperà i diverse fasi.
La prima prevede la realizzazione di un impianto fotovoltaico che metta in rete
i sette stabilimenti (ciascuno dei quali ha coperture per una superficie
compresa tra i 1500 e i 2000 metri quadrati). In seconda battuta, la quota parte
di energia prodotta eccedente i consumi, che indicativamente dovrebbe attestarsi
attorno al 30 – 35% verrà ceduta, con il fine primario di andare a coprire i
costi di realizzazione dell’impianto. Quindi, il consorzio tenterà di fare il
salto di qualità, mettendosi sul mercato e riversare a terzi l’esperienza
acquisita. Un’ipotesi – quest’ultima – forse non prioritaria ma alla quale da Api
Gorizia si sta guardando con un certo interesse. Anche perché, tra le sette
realtà pronte a ”fare squadra”, ci sono aziende attive nel settore della
meccanica, della carpenteria, dell’isolamento termico, nella quadristica
elettrica di controllo e nell’elettronica che hanno – sommate tra loro – le
competenze per poter giocare un ruolo attivo.
E poi, queste aziende contano complessivamente tra i 120 e i 150 dipendenti: in
altre parole, numeri da realtà industriale vera. «Maggiore è la massa critica
che si riesce a creare, maggiori sono le potenzialità che si riescono ad
esprimere sul mercato – spiega Carlo Giorgio Pecora, presidente di Api Gorizia.
Muoversi conservando piccole dimensioni oggi si sta rivelando penalizzante. Per
questo riteniamo che sviluppare un progetto di questo genere sia di grande
importanza, anche alla luce della crisi che stiamo vivendo». A fare parte della
”squadra” c’è, tra gli altri, anche Intelergy, una società di consulenza
specializzata nel campo della pianificazione e del risparmio energetico che avrà
il compito di gestire sotto il profilo economico e finanziario l’intero
progetto. L’investimento iniziale è stato quantificato in circa 1 milione di
euro. Entro dicembre tutta la fase di pianificazione verrà conclusa, mentre tra
marzo e aprile comincerà l’installazione degli impianti.
A regime produrranno tra i 3 e i 4 milioni di kilowatt: tra il 35 e il 40% di
questa energia, ovvero la parte eccedente alla copertura dei consumi dei singoli
attori del consorzio, sarà ceduta alla rete e nel giro di qualche anno dovrebbe
permettere il recupero di una parte delle spese (un’altra parte, invece, è
coperta dai contributi pubblici e dagli sgravi fiscali). E poi, c’è la partita
delle installazioni a terzi. «Il portafoglio ordini che si sta prospettando
all’orizzonte è stimabile tra i 2 e i 2,5 milioni di euro – anticipano dall’ente
consortile. E sono già in corso dei contatti con diverse realtà industriali
pronte a chiederci di installare e gestire per loro conto impianti di questo
genere».
NICOLA COMELLI
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore
Da un po’ di tempo a questa parte si possono leggere su
questo giornale le segnalazioni del signor Luciano Emili riguardo al proposto
rigassificatore di Zaule.
Nelle stesse ci sono scambi di opinioni con gli ambientalisti e non solo.
L’ultima in ordine di tempo è stata pubblicata il 17 novembre. Devo dire che la
cosa mi ha lasciato perplesso considerato che Emili in un passato recente è
stato il responsabile del Wwf - sezione di Trieste, con cui, peraltro, ha
successivamente avuto una divergenza di opinioni.
In ogni caso, senza polemiche alle quali non sono abituato (hanno rilevanza
soltanto i fatti), viste le affermazioni di Emili, lo invito nella sede
dell’associazione che presiedo quando più gli farà piacere per presentargli il
fascicolo contenente gli accertamenti svolti dalla Guardia di finanza dove
vengono messe in evidenza una serie di «irregolarità» rilevate su una parte di
documenti relativi alla Valutazione di impatto Ambientale.
Riguardo al proposto rigassificatore su una cosa soltanto concordo con Emili e
cioè sul fatto che ognuno debba esercitare il «mestiere che conosce». Infatti i
membri della Guardia di finanza che hanno studiato il caso si sono dimostrati
validi professionisti.
Fabio Longo - presidente del comitato Sos Muggia
IL PICCOLO - DOMENICA, 22 novembre 2009
Castelli: la Trieste-Divaccia è prioritaria - «Nessun
disimpegno italiano sulla Tav, nemmeno per la tratta a Est di Mestre»
PARLA IL VICEMINISTRO ALLE INFRASTRUTTURE
«Al vertice di Brdo ho semplicemente detto che c’è un problema di consenso delle
popolazioni sul tracciato ipotizzato»
«Privilegiamo solo il Nord-Ovest d’Italia? Non è vero: le opere per il Nord-Est
verranno completate prima»
TRIESTE «Non c’è nessun disimpegno italiano sulla Trieste-Divaccia. Anzi,
stiamo lavorando alacremente». Il vertice italo-sloveno di Brdo scatena nuove
preoccupazioni, al di qua e al di là del confine, sui destini della tratta
transfrontaliera del Corridoio V? E, complice una progettazione ancora in alto
mare, alimenta a cascata i timori sull’arrivo effettivo dell’alta velocità in
Friuli Venezia Giulia? Roberto Castelli, il viceministro alle Infrastrutture,
scende in campo. Rassicura. Garantisce: «Quella tratta, come l’intero progetto
prioritario 6 da Lione al confine ungherese-ucraino, è e resta una priorità del
governo».
Viceministro Castelli, che ha detto esattamente al vertice italo-sloveno con il
suo omologo Igor Jakomin?
Ho semplicemente detto, come hanno più volte segnalato il presidente Renzo Tondo
e altre forze locali, che c’è un problema di consenso delle popolazioni locali
sul tracciato ipotizzato. E ho spiegato che, nell’interesse di tutti, stiamo
cercando di superarlo.
Come?
Trovando la soluzione maggiormente condivisa perché non vogliamo un altro caso
come quello del Frejus.
Non ha mai parlato di un disimpegno italiano sulla Trieste-Divaccia? Sono
filtrate sue forti perplessità sulla praticabilità del progetto
transfrontaliero, per motivi ambientali, finanziari, trasportistici.
Assolutamente no. E trovo francamente sorprendente che qualcuno possa aver detto
una cosa del genere: la dichiarazione congiunta di Brdo non si presta a
equivoci. La Trieste-Divaccia va fatta il prima possibile.
Ma, visto che al momento c’è solo uno studio di fattibilità, quali sono i tempi?
Quelli definiti. Abbiamo un accordo con la Slovenia e lo rispetteremo. A fronte
dei problemi di tracciato, lo ripeto, stiamo cercando la soluzione più
conveniente e condivisa. E non mi limito a dirlo.
Che vuol dire?
Al rientro da Brdo ho sentito il coordinatore europeo del progetto prioritario
6: ci vedremo ai primi di dicembre a Roma. Al contempo ho attivato personalmente
le Ferrovie affinché valutino celermente tutte le possibili soluzioni
progettuali. Davvero, non capisco come si possa pensare a un disimpegno
italiano...
Non c’è solo la tratta transfrontaliera. L’alta velocità, da Mestre in poi, è in
alto mare. La Regione Veneto pensa a un ridicolo tracciato lungocosta, che pare
proposto apposta per non fare nulla. Non è che il governo reputa più strategici
i collegamenti a nord-ovest?
Assolutamente no. L’Italia sta in mezzo al progetto prioritario 6 e ha uguale
interesse per i collegamenti a ovest e a est. Dico di più: la Trieste-Divaccia
costa meno del traforo del Frejus e, quindi, arriverà probabilmente prima. È una
tratta fondamentale per collegare Trieste e il suo porto all’Ungheria, alla
Russia, all’Est europeo.
A proposito di porto di Trieste, quando arriveranno i soldi promessi per la
piattaforma logistica?
La delega ai porti non è mia, quindi non posso rispondere per altri. Ma posso
garantire che questo governo considera un punto di assoluto riferimento la
portualità dell’Alto Adriatico.
C’è chi sostiene che lei si preoccupa poco del Nordest e assai di più del
Nordovest: il Cipe ha finanziato la Tav da Genova verso Milano e il Nord. La Tav
a Est di Verona è all’anno zero.
Si rileggano gli atti parlamentari del ’92: al tempo io ero uno dei pochissimi
sostenitori del Corridoio V. Vent’anni dopo sono tutti d’accordo ma, intanto,
abbiamo accumulato ritardi... E, comunque, ricordo che il triplicamento della A4
rientra nel Corridoio V: è un’opera che si sta realizzando anche grazie a questo
governo.
Il Nordest chiede che l’autostrada A4 rimanga in gestione alle Regioni quando,
nel 2017, scadrà la concessione con l’Anas.
Proprio pochi giorni fa ho incontrato il senatore Ferruccio Saro a riprova di
quanto mi sto interessando al Friuli Venezia Giulia e al Veneto. E mi sono
impegnato affinché il governo onori l’ordine del giorno già approvato al Senato.
Il governo, quindi, autorizzerà una società mista tra le due Regioni e l’Anas?
Quando?
Stiamo lavorando per trovare la soluzione migliore sul modello di quanto già
realizzato, con grande positività, in Lombardia.
ROBERTA GIANI
TRIESTE-DIVACCIA - Mercoledì a Roma un summit con
l’Unione europea - L’ASSESSORE RICCARDI ASSICURA: «SI VA AVANTI CON IL PROGETTO»
TRIESTE «Per il Friuli Venezia Giulia l’alta velocità e
senza dubbio una priorità». Aldilà delle perplessità più o meno nascoste del
governo italiano, l’assessore regionale ai trasporti, Riccardo Riccardo, tira
avanti dritto per la sua strada. «Non è questione di posizioni ufficiali o meno
ufficiali. – sostiene – Da quanto ne so l’Italia conferma il suo impegno per la
Tav anche nel Nord Est, ne ho parlato con il capo del Dipartimento del
Ministero. Questo naturalmente non nasconde che il progetto ha una serie di
elementi complessi che vanno gestiti».
La questione del tracciato, il collegamento tra i porti di Trieste e Capodistria
e le opere da realizzare in attesa di avere la Trieste-Divaccia e la ferrovia ad
alta velocità/alta capacità sono i punti cardine da qui ai prossimi mesi e anni,
visto che la realizzazione delle infrastrutture previste non è certo questione
di pochi giorni. Sulla questione tracciato, Riccardi ammette che «c’è un
dissenso elevato e che vanno trovate soluzioni attraverso il confronto con il
territorio». Un passaggio necessario per un’opera sulla quale, assicura
l’assessore, «c’è l’interesse italiano a garantire il collegamento, purché sia
prevista la connessione tra i porti di Trieste e Capodistria», esigenza peraltro
da far combaciare con quella della Slovenia di collegare Capodistria con
Divaccia per connettersi al tracciato della Tav. Bisogni da far coincidere «ma
ciò non significa – puntualizza Riccardi – che non sia una priorità per il
Governo italiano». La Regione nel frattempo non sta con le mani in mano e
continua nell’opera di pressing, anche a livello comunitario. Domani Riccardi e
il presidente Tondo incontreranno i parlamentari europei e il responsabile
dell’Unione Europea, Bronckhorst, il quale mercoledì sarà a Roma al Dipartimento
del Ministero delle Infrastrutture per esaminare la situazione degli interventi
dell’Unione Europea in Italia.
«Da quanto mi risulta – afferma Riccardi – verrà confermata la linea dell’Italia
che considera una priorità l’asse infrastrutturale del Nord Est. Per il Friuli
Venezia Giulia è sicuramente una priorità seppure in un quadro di complessità.
Continueremo a lavorare perché le cose vadano avanti».
Roberto Urizio
TRIESTE-DIVACCIA - Sonego: «Rischiamo l’isolamento» -
L’ex della giunta Illy: «Intanto Capodistria e Fiume corrono»
TRIESTE Trieste–Divaccia e Corridoio V a rischio? Ne è
convinto l’esponente del Pd, Lodovico Sonego, ex assessore regionale alle
infrastrutture della Giunta guidata da Riccardo Illy. Trieste e il Friuli
Venezia Giulia si trovano a fronteggiare l’ennesima situazione di isolamento
infrastrutturale, secondo Sonego, mentre la Slovenia approfitta dei
tentennamenti italiani per guardare altrove.
E’ davvero convinto che il Corridoio V verrà messo nel cassetto?
Trieste corre un grande rischio. E’ possibile che il Corridoio V non si faccia
più perché settori del Governo Berlusconi lavorano per abbandonare di fatto, o
persino formalmente, il progetto. E nel frattempo i governi di Lubiana e
Zagabria fanno il loro mestiere. Il primo lavora per il disaccoppiamento della
linea Capodistria-Divaca dalla Trieste-Divaca. In altri termini opera per poter
ricevere i fondi dell’Europa per la Capodistria-Divaca anche se non si fa la
Venezia-Trieste-Divaca e, anzi, spera di far convergere completamente in
Slovenia le risorse comunitarie che diversamente vanno spartire tra i due paesi
adducendo a motivazione proprio la rinuncia italiana.
E la Croazia come si muove?
Zagabria ha dimostrato in questi anni una grande vitalità infrastrutturale e dal
canto suo ha deciso di realizzare una moderna ferrovia che collegherà il confine
ungherese a Fiume assegnando così un grande vantaggio competitivo al suo porto.
Il programma sarà più rapido di quelli italiano e sloveno. I governi di Lubiana
e Zagabria fanno il loro mestiere, il problema siamo noi».
Cosa fa, o non fa, l’Italia?
In questo quadro quei settori del governo Berlusconi che lavorano per
abbandonare il Corridoio V decidono deliberatamente di uccidere il porto di
Trieste per mancanza di infrastrutture mentre Capodistria e Fiume corrono;
decidono anche che non serve raddoppiare il Molo VII né costruire la nuova
piattaforma logistica perché poi non ci saranno le ferrovie per portare via le
merci.
(r.u.)
RIGASSIFICATORE - Muggia, la Lega entra nel comitato
per il no - I partiti di centrosinistra aprono all’opposizione: «Un interesse
comune»
MUGGIA Inedita ”alleanza” a Muggia contro il
rigassificatore. La sezione della Lega Nord, ignorando il monito di Isidoro
Gottardo, secondo il quale opporsi al rigassificatore equivarrebbe a mettersi in
contrasto con il Pdl, entra nel comitato impegnato nella raccolta di firme per
dire no all'impianto di rigassificazione, comitato del quale, a livello
politico, facevano parte finora solo forze della maggioranza.
La lotta al rigassificatore, almeno a Muggia, si fa quindi trasversale, con il
comitato promotore, costituito dalle segreterie dei partiti del centrosinistra,
che si apre anche a un partito d'opposizione.
Il segretario della sezione comunale della Lega Nord, Tullio Pantaleo, precisa:
«Ci uniamo non solo alle forze politiche ma a tutte le associazioni che, per i
motivi noti e descritti nella petizione, si schierano contro l'impianto».
Nessuna apertura, ma «un atto di semplice coerenza. Ricordiamo che più volte, e
in tempi precedenti alle parole di Gottardo, l'intero Consiglio comunale
muggesano - e quindi anche le forze dell'opposizione - aveva votato compatto
contro l'impianto di rigassificazione di Zaule».
Di fatto, comunque, la posizione leghista a Muggia si scontra con quella
regionale. Pantaleo non intende rispondere direttamente a Gottardo, ma ribadisce
che «la sezione muggesana della Lega proseguirà per la sua strada, informando i
cittadini sulla pericolosità dell'impianto di Zaule e raccogliendo altre firme».
Il gazebo per la raccolta sarà allestito in piazza della Repubblica ogni giovedì
dalle 9 alle 13.
«La sezione locale della Lega aveva attivato autonomamente un banchetto di
raccolta – commenta il portavoce del comitato, Maurizio Coslovich – e ci ha
chiesto di unire le firme. Nell'interesse comune il suo ingresso è stata
accettato. Auspichiamo la partecipazione anche di altre realtà politiche,
sociali, sportive ed economiche».
Gianfranco Terzoli
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO/2
Il 20 novembre compare un intervento a mio nome nella
pagina Segnalazioni. In realtà si tratta di una libera rielaborazione di un
testo che avevo inviato in risposta a uno dei tanti interventi di un lettore che
ha avuto molto spazio nella rubrica per contestare le posizioni degli
ambientalisti contrari al progetto del rigassificatore di Zaule. Il mio testo da
una parte ironizzava sulle esternazioni tecnico-scientifiche di questi
interventi (che pure dimostrano che l’estensore conosce, almeno in parte, gli
argomenti in cui si addentra) d’altra parte tentava di dare alcune informazioni
per aiutare i lettori a orientarsi in questo labirinto di elucubrazioni.
Non intendo riprendere in mano l’argomento. Mi diverte però sottolineare che chi
ha battuto il testo comparso in Segnalazioni per un refuso ha scritto «rigasisficatore»,
forse inconsciamente percependo il rigassificatore come una grande sfiga per
Trieste.
Lino Santoro
BORA.LA - DOMENICA, 22 novembre 2009
Scheda 1: Cos’è un rigassificatore? Cosa prevede il progetto di Gas Natural?
La questione rigassificatore è una delle più delicate
nell’agenda politica triestina.
La nostra impressione è che a mancare sia soprattutto un’informazione di base, e
che questa confusione finisca per facilitare il compito di chi vorrebbe
sottrarre la questione al dibattito pubblico. Abbiamo quindi chiesto a Paolo
Menis e Aris Prodani, del Meet-up triestino di Beppe Grillo, di inquadrare il
problema con alcune schede mirate.
IL PICCOLO - SABATO, 21 novembre 2009
Rigassificatore, Gottardo avverte la Rosolen - «È un
progetto strategico del governo. Chi lo boicotta, si mette in contrasto con il
Pdl»
TRIESTE «Il rigassificatore di Trieste costituisce una
priorità strategica del governo Berlusconi. Regione e Comune sono d’accordo nel
ritenerlo un’assoluta necessità. E il Pdl lo sostiene con tutte le sue forze.
Pertanto, chi cercasse di boicottare il progetto, si metterebbe inevitabilmente
in contrasto con il partito». Franco Bandelli prepara, con l’associazione
”Un’altra Trieste”, una sorta di consultazione popolare sull’impianto di Zaule,
un questionario per sentire il polso dei cittadini? Isidoro Gottardo dosa le
parole, ma non sta a guardare. Il coordinatore regionale manda un avviso
preventivo a chi è stato eletto nel Pdl e, ancor più, a chi «ha responsabilità
istituzionali».
Non è un’uscita casuale. Le frizioni triestine tra ex aennini, quelle che hanno
come protagonista l’ex assessore comunale ai Lavori pubblici, tengono banco
ormai da mesi nei palazzi di piazza Unità e piazza Oberdan. E alimentano un tam
tam sempre più insistente sul futuro di Alessia Rosolen, l’assessore regionale
al Lavoro e all’Università, finita nel mirino in quanto legata a Bandelli.
Gottardo lo sa e, dopo aver ricordato che nomine o revoche di assessori spettano
solo al presidente della Regione, getta acqua sul fuoco: «Il Pdl non ha mai
chiesto la testa dell’assessore Rosolen e men che meno l’ha fatto Roberto Menia.
Chi lo afferma, cercando di far passare il sottosegretario per quello che non è,
cosa che mi dispiace molto, afferma il falso». La questione, aggiunge il
coordinatore del Pdl, è un’altra. Ed è tutta politica: «Menia ha una serie di
principi che io apprezzo: chi sta in un partito può discutere e dissentire, ma
sicuramente non può lavorare a una lista civica in contrasto con il suo partito,
magari per assecondare le proprie aspirazioni. Né può mettere in discussione
scelte strategiche come quella del rigassificatore».
Insomma, in altri termini, il Pdl non potrebbe accettare che l’assessore Rosolen
sposasse un’iniziativa contro il rigassificatore: «Ma, da quanto mi risulta, è
un’ipotesi, un’illazione priva di fondamento. E infatti non ho dubbi - aggiunge
Gottardo - che l’assessore regionale, una persona di esperienza politica e
intelligenza, conosca bene le regole di partito. E sappia altrettanto bene quali
siano gli spazi compatibili di manovra con la sua responsabilità di assessore
della giunta regionale in nome e per conto del Pdl». Intanto, però,
l’avvertimento è lanciato.
«Rigassificatore, anomalo l’iter che ha portato al sì»
- Il ricorso di Greenaction illustrato da Mocnik: «Commissione senza poteri»
«Il ricorso al Tar del Friuli Venezia Giulia contro il
progetto per il rigassificatore è il primo passo. Nel caso venisse rigettato, e
a respingerlo fosse anche il Consiglio di Stato, il documento è stato pensato
per arrivare alla Corte di giustizia europea». A sottolineare la decisione con
cui Greenaction Transnational porta avanti la sua battaglia contro l’impianto di
Gas Natural è stato ieri Roberto Giurastante, durante l’illustrazione del
documento che l’associazione ha presentato al Tar una settimana fa. Un’analoga
illustrazione alla stampa è stata fatta venerdì scorso a Lubiana.
Ad entrare nei dettagli del ricorso, che chiede l’annullamento del decreto sulla
compatibilità ambientale, è stato l’avvocato Peter Mocnik, il quale ha esordito
sottolineando che «il decreto sulla valutazione d’impatto ambientale è un
procedimento anomalo perché la commissione Via che ha dato quattro dei cinque
pareri, che sono parte integrante del decreto, è stata annullata dal Tar del
Lazio, con una sentenza dello scorso maggio in cui ha dato ragione ai componenti
esclusi dalla nuova commissione. Quindi il parere sull’impatto ambientale è
stato rilasciato da una commissione che non ha poteri».
Il parere del ministero dell’Ambiente, sempre secondo Mocnik, è poi «tutto
fuorché un parere, in quanto tralascia e rinvia a valutazioni future elementi
che dovevano invece essere esaminati prima di pronunciarsi». Di questi elementi
il legale ha citato in particolare tre: l’inserimento nel paesaggio, il gasdotto
di collegamento alla rete del metano, i possibili danni alla salute dei
cittadini e agli impianti circostanti.
Quanto al gasdotto, che per una buona metà correrebbe sul fondo del golfo, il
legale ha rimarcato come «i nostri fondali siano tra i più inquinati del
Mediterraneo, con metri di sedimenti carichi di mercurio giunti in mare dalle
miniere di Idria attraverso l’Isonzo, per non parlare dei residui dell’attività
siderurgica a Trieste». E sugli eventuali danni alla salute dei cittadini ha
osservato che «l’ambiente del rigassificatore comprende le migliaia di persone
che vi abitano attorno. Come si può dare un parere favorevole se non si valuta
prima questo danno?».
Quanto alle conseguenze di possibili incidenti sugli impianti industriali
circostanti, Mocnik ha ricordato che con la Direttiva Seveso la Commissione
europea ha già affermato come non si possa realizzare un impianto senza
valutarne prima gli effetti, in caso di incidente, su quelli attigui.
In tema di compatibilità paesaggistica, avallata dal ministro Bondi, il legale
ha infine ricordato che «la Soprintendenza ha dato quattro pareri negativi. Il
quinto era positivo, ma firmato da un funzionario diverso. Ciò solleva dei
dubbi: cosa è accaduto per far cambiare parere? E il fatto che il quinto parere
non sia stato motivato costituisce un vizio del procedimento».
(gi. pa.)
La Trieste-Divaccia a rischio ”siluramento” - Frenata
di Castelli al vertice bilaterale di Brdo: non è una priorità italiana.
Irritazione a Lubiana
MENTRE LA REGIONE LAVORA AL POTENZIAMENTO DELLA RETE
ESISTENTE
TRIESTE La Trieste-Divaccia? Non è una priorità, almeno non per Roberto
Castelli. Il viceministro alle Infrastrutture non avrebbe dubbi e l’avrebbe
detto, senza troppi giri di parole, al vertice italo-sloveno di Brdo. Le
conferme, seppur non ufficiali, rimbalzano da Roma a Lubiana. E alimentano nuove
tensioni: il Friuli Venezia Giulia, se l’Italia ”scaricasse” davvero la tratta
transfrontaliera, rischierebbe l’isolamento totale. Trieste e il suo porto, il
colpo di grazia.
La Trieste-Divaccia, con i suoi 35 sofferti chilometri, costituisce infatti la
”porzione” italo-slovena del corridoio ferroviario europeo che deve unire, nel
segno dell’alta velocità, Lione al confine ungherese-ucraino. L’Ovest all’Est al
di sotto delle Alpi. Ma, se l’Italia si tirasse indietro e lasciasse un ”buco”
sul suo confine orientale, perché mai dovrebbe allungare la Tav sino a Trieste o
comunque in Friuli Venezia Giulia? Chi o cosa ne giustificherebbe il costo?
L’antefatto. Il 9 novembre a Brdo, alle porte di Lubiana, si tiene l’atteso
summit interministeriale italo-sloveno: i temi sul tappeto sono tanti, c’è
quello caldissimo del rigassificatore di Trieste, ma c’è anche quello non meno
importante delle infrastrutture. Castelli ne discute con l’omologo sloveno e, a
quanto confida più d’uno, ”affonda” a parole la Trieste-Divaccia: adduce motivi
economici, ambientali, di consenso. Non basta. Il viceministro leghista si dice
pronto ad andare sino in fondo affinché il ministro Altero Matteoli e l’intero
governo rinuncino al progetto. E, chissà, magari concentrino gli sforzi e le
risorse più a nord-ovest del Paese, a tutto vantaggio dell’area ”padana” da
sempre assai cara al Senatur e alle sue truppe.
Le reazioni. Lubiana, a quanto trapela, non gradisce. Non è un segreto che ha
messo più volte i bastoni tra le ruote alla Trieste-Divaccia, facendo infuriare
persino l’algido Riccardo Illy, ma non si aspetta una retromarcia italiana. E
così, in via diplomatica, fa arrivare le sue proteste sino a Bruxelles: la
tratta italo-slovena della Tav, nonostante gli ostacoli tecnici e gli alti
costi, i tempi e le resistenze, gode non solo della benedizione ma anche di un
robusto cofinanziamento europeo, proprio a fronte della sua natura
trasfrontaliera.
In parallelo, e altrettanto in silenzio, si muove pure il Friuli Venezia Giulia.
Attiva i suoi canali con Roma, con il ministero ”amico”, in difesa di un’opera
ritenuta «assolutamente strategica»: l’allungamento della Tav da Mestre a
Trieste e da Trieste verso l’est europeo, anche ai tempi di Renzo Tondo, rimane
«una priorità assoluta». E Riccardo Riccardi, l’assessore regionale ai
Trasporti, non esita a ribadirlo. Al contempo, però, getta acqua sul fuoco: «Non
mi risultano dietrofront italiani. Mi risulta che l’Italia è impegnata a
presentare la progettazione nei tempi previsti, superando le difficoltà e
allargando il consenso».
La partita della Tav, al di là dell’incognita Castelli, resta comunque
complicatissima. Piena di ostacoli e incognite. La tratta Mestre-Ronchi sud,
complici le fughe venete in avanti su un tracciato litoraneo, è ancora in alto
mare: la progettazione dovrebbe essere consegnata, come concordato con Bruxelles
a fine ottobre, appena a fine 2010. Entro il 2012 dovrebbe essere pronta la
progettazione definitiva della tratta Ronchi sud-Trieste, già contestata dal
ministero all’Ambiente, i cui lavori costano poco meno di 2 miliardi. Ancor più
onerosa, 2 miliardi e 400 milioni, e non meno complicata la Trieste-Divaccia
(inclusa la connessione con Capodistria): la progettazione preliminare non c’è,
c’è ”solo” uno studio di fattibilità finito sotto accusa, in particolare per la
curva che interessa la Val Rosandra, e si stanno attendendo le promesse
modifiche all’ipotesi iniziale di tracciato.
E così, visto che i tempi si preannunciano ben che vada assai lunghi, la Regione
corre ai ripari. E lavora a una soluzione di medio periodo: Riccardi punta
infatti sul rafforzamento delle linee ferroviarie già esistenti - a partire da
quelle che devono collegare il porto di Trieste al resto del mondo - «in modo da
non restare bloccati per troppo tempo nell’attesa della nuova infrastruttura».
Ma l’assessore regionale esclude, categorico, ripensamenti o peggio
contraddizioni: «Noi andiamo avanti con la Tav. Ma, in attesa della sua
realizzazione, dobbiamo riqualificare l’esistente perché, se non lo facciamo,
rischiamo di deprimere lo sviluppo portuale di Trieste».
ROBERTA GIANI
Trasporti ferroviari peggio di un secolo fa - NEL 1910
C’ERANO PIÙ BINARI DI OGGI PER IL TRAFFICO MERCI
La nuova linea transfrontaliera porterebbe la capacità
totale a 350 convogli al giorno
TRIESTE Nel 1910 Trieste aveva quattro binari adeguati per il trasporto
delle merci dell’epoca. Nel 2009, un secolo dopo, ne ha solo due: Genova, e non
è un esempio banale, ha nove binari. Pochi numeri, ma sufficienti a dimostrare
quanto Trieste e il suo porto abbiano disperatamente bisogno di un potenziamento
del trasporto ferroviario.
Ce ne sono altri, di numeri ”nudi e crudi”, a dare man forte: ci sono 140 treni
che percorrono quotidianamente i binari da Trieste a Bivio Aurisina e ce ne sono
160 che macinano quelli da Bivio Aurisina a Ronchi dei Legionari, a fronte di
una capacità massima di circa 190 treni al giorno. I dati, riferiti al traffico
ferroviario del 2008, dimostrano che la linea è quasi al limite.
Lo studio di fattibilità della Trieste-Divaccia, realizzato dall’italiana
Italferr e dalla slovena ”Sz”, conferma: la tratta italiana è ”quasi
completamente saturata”. E aggiunge: la nuova linea transfrontaliera porterebbe
la capacità complessiva a più di 350 treni al giorno e sarebbe sufficiente
almeno sino al 2040.
Ma Trieste, ammesso che tutto fili liscio, può attendere almeno tre anni di
progettazione e almeno altri sette o più probabilmente nove di lavori? E può
attendere il suo porto che si pone, seppur come ambizioso obiettivo di lungo
termine, una movimentazione di 3,5 milioni di Teu? I numeri, sempre quelli,
dicono di no: una movimentazione di 3,5 milioni di Teu equivale a 240 treni di
peso e dimensione attuali sulla linea esistente ovvero a 160 treni di peso e
dimensione superiori sulla linea ad alta capacità.
Non a caso, allora, pur ribadendo che non c’è contraddizione con la Tav,
l’assessore alle Infrastrutture Riccardo Riccardi incalza sulla necessità di
potenziare l’infrastruttura esistente. Senza perdere tempo. Ma come? Gli
interventi di miglioramento possibili sono molteplici: alcuni sono già
programmati, come l’adeguamento della galleria Campi Elisi, altri sono allo
studio o da valutare. Ma bisogna fare in fretta: il tempo, ormai, è agli
sgoccioli.
Piano regolatore, parola ai cittadini - OSSERVAZIONI
ENTRO IL 24 NOVEMBRE
Il coordinamento Più verde meno cemento, costituito da
comitati rionali e associazioni ambientaliste, ricorda che è ancora possibile
presentare osservazioni e opposizioni sul nuovo Piano regolatore che il Comune
ha adottato. «Il nuovo Piano - scrive il Coordinamento - condizionerà l'uso del
nostro territorio e le edificazioni concedendo i permessi per nuove costruzioni
nelle periferie e per le grandi opere nella nostra città e sul Carso». Chi
desidera dare suggerimenti, proposte o critiche, può farlo fino al 24 novembre:
«Dopo questa data da parte dei cittadini non sarà più possibile chiedere
modifiche». Le associazioni e i comitati sono a disposizione per dare
spiegazioni e accogliere osservazioni e opposizioni da inoltrare al Consiglio
comunale. Ci si può rivolgere a: Legambiente, e-mail info@legambientetrieste.it;
Wwf, e-mail wwfts@libero.it; Italia Nostra, su appuntamento telefonando al
3475989410; Pro Loco San Giovanni Cologna (martedì e giovedì dalle 9 alle 10,
via S.Cilino 44a), su appuntamento telefonando al 3289074018; Coordinamento Più
verde meno cemento 3, cell. 381413563.
«Il Parco del mare facciamolo in Porto Vecchio» -
ASSEMBLEA PD - Omero: «Dipiazza ha fatto un prg edilizio, che dimentica i
progetti veri»
Le relazioni alla Marittima
Il Pd targato Bersani si fa sentire. E dunque: butta alle ortiche i
discorsoni, esprime concetti semplici, basici, fa finalmente chiarezza sul
futuro di Trieste dal suo punto di vista. In un concetto: si fa capire e riapre
quel dialogo con la gente che, forse, negli ultimi anni, era andato disperso. In
una stipata ”Marittima”, sede della prima assemblea post-primarie, il segretario
Roberto Cosolini dà miele alle api parlando «della responsabilità di lavorare
perché la politica, il governo della polis, voglia dire sviluppo, opportunità,
progresso per la nostra comunita’ locale». E spiega, ad esempio, che il Parco
del Mare andrebbe benissimo, ma in Porto vecchio, che la Fiera andrebbe chiusa «perchè
costa e non rende e per fare quelle due manifestazioni all’anno basterebbe la
Camera di commercio», che mai come adesso si avverte la necessità «di attrarre
flussi di immigrazione intellettuale, di attrarre giovani, di riproiettare
Trieste in una dimensione internazionale ora accantonata».
E chiosa su di un piano regolatore «inconcludente» e un piano regionale del
commercio «che ha sortito l’unico effetto di trasformare l’assessore Ciriani in
vigile urbano». «Trieste può essere città d’arte, è vero – precisa – ma solo
nell’ambito di un discorso coerente sulla cultura. E invece cosa vediamo? Ai
teatri vengono inflitti solo tagli pesanti mentre vengono destinati a quei
deliri leghisti sulla sicurezza fondi importanti...».
Bisogna, allora, invertire la tendenza? Compito impari se è vero, come sostiene
Cosolini, che «Trieste è in declino, e per dirlo non occorre nemmeno essere di
sinistra, se è vero che l’assessore Giovanni Ravidà lo dice spessissimo,
condendo il tutto con cifre inoppugnabili, mentre magari il sindaco continua a
parlare di “momento magico”».
Torna ancora al Parco del Mare, l’sponente del Pd, non foss’altro che per
chiarire definitivamente l’idea che si nutre attornio al progetto che più d’uno
tratteggia come l’ultima spiaggia per Trieste. «Non siamo contrari – precisa
Cosolini – ma come Pd abbiamo chiesto di conoscere subito il partner privato
dell’iniziativa, esattamente come ha fatto Tondo. Se esiste/ono, si faccia
subito una gara. Diversamente, si prenda atto che il progetto non sta in piedi
con le sue gambe».
Ma qual è la possibilità di un progetto politicamente comune per la città?
Praticamente prossima allo zero se, come annota il capogruppo in Comune Fabio
Omero, «il problema principale degli assessori ultimamente sembra quello di
farsi tagliare i capelli per dimostrare che non sono fatti di cocaina...». «A
dirla tutta – ha precisato Omero – ci trovianmo di fronte a un prg edilizio e
non urbanistico, con un Dipiazza che si fa una gran merito della
ristrutturazione di quella che io chiamo l’autostrada delle Rive, dimenticando i
progetti strategici, tutti quei tunnel, tra il Porto Vecchio e il Porto nuovo o
davanti a piazza Unità che si è ben guardato dal rendere operativi».
FURIO BALDASSI
Sindaci riuniti sul Piano casa: «È incostituzionale» -
LA RIVOLTA DEGLI ENTI LOCALI CONTRO LA REGIONE
Il primo cittadino udinese Furio Honsell: «Non promuove
le autonomie locali». Un documento a Berlusconi
UDINE «Il Codice regionale dell'edilizia è incostituzionale». A dirlo, ieri,
durante il convegno "Il piano casa regionale: il principio di autonomia dei
comuni a garanzia della qualità urbana", il sindaco di Udine, Furio Honsell. La
legge, infatti, violerebbe «l'articolo 5 della Costituzione perché, di fatto,
non promuove le autonomie locali».
E, durante il convegno, è stato distribuito il documento che il primo cittadino
intende recapitare al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «per
difendere l'autonomia dei Comuni nelle scelte di pianificazione urbanistica,
chiedendo di impugnare la legge regionale per incostituzionalità».
«La legge regionale - si legge nel documento che da lunedì sarà sottoscrivibile
direttamente dal sito internet del Comune - non prevede in alcun modo la
possibilità che i singoli Comuni possano intervenire, previa valutazione di
specifiche peculiarità di natura urbanistica, edilizia paesaggistica e
ambientale, per eventualmente disporre modalità applicative diversificate della
norma in esame, adattando la stessa alle singole frastagliate realtà che
compongono il tessuto degli enti locali della regione».
L'assessore comunale alla pianificazione territoriale, Mariagrazia Santoro, nel
domandarsi se «investire nell'edilizia sia l'unico modo possibile per uscire
dalla crisi», ha precisato che le paure del Comune «non riguardano certo la
chiusura di legnaie o verande, ma gli incrementi fino al 35 per cento
dell'esistente possibili, in modo indiscriminato, per edifici plurifamiliari e
industriali».
«Dobbiamo -ha proseguito Santoro- prestare attenzione alla qualità della città
perché altrimenti ne perderemo tutti».
Per Andrea Baldanza, magistrato della Corte dei conti se e componente del
comitato scientifico Ifel su "La pianificazione territoriale nelle pronunce
della Corte costituzionale", "si è voluto creare un diritto soggettivo dei
cittadini nei confronti dl Comune".
Inoltre, assisteremo "alla trasformazione delle nostre città - ha aggiunto
l'urbanista Paola Di Biagi - secondo un'idea obsoleta di divisione fra centro e
periferia».
E, Fabio Refrigeri, vice coordinatore nazionale dell'Anci, ha sottolineato come
la «perdita di potere dei Comuni si traduca in un minor potere anche per i
cittadini».
Infine, Roberto Tricarico, assessore all'ambiente del Comune di Torino ha fatto
sapere che anche lui sottoscriverà il documento proposto da Honsell.
Michela Zanutto
”Miani”, lettera aperta sulla Ferriera - A SOSTEGNO DI
MAURIZIO FOGAR
Una «lettera aperta a Trieste» per valorizzare il gesto di
Maurizio Fogar, ex presidente del Circolo Miani che a fine ottobre ha deciso di
sospendere l’assunzione dei farmaci salvavita come protesta contro l’annosa e
irrisolta vicenda della Ferriera. A sottoscriverla «in tre giorni», scrive il
Circolo Miani, 565 cittadini, che accusano «il silenzio delle istituzioni, della
società civile, della politica attorno alla scelta di Fogar, che sostanzialmente
chiede il mero rispetto delle leggi». «Non siamo intellettuali né uomini
politici, e non ne sentiamo alcuna mancanza, ma siamo dei normali cittadini che
cominciano a vergognarsi nel definirsi triestini», recita la lettera che cita
«il silenzio decennale dei primi che non hanno mai speso parola per il dramma
che decine di migliaia di concittadini, abitanti e lavoratori stanno vivendo
sulla propria pelle per gli affari della proprietà della Ferriera». La lettera
accusa anche «la strumentalizzazione politica ed elettorale che i partiti e le
istituzioni da loro occupate hanno fatto in questi anni, testimoniando con la
propria incapacità o peggio come la Ferriera sia la cartina di tornasole del
fallimento della politica a Trieste». I banchetti di raccolta firme
proseguiranno nei prossimi giorni.
MONRUPINO - Telefonini, piano per le antenne
L'adozione del Piano comunale di settore per la
localizzazione degli impianti per la telefonia mobile, e il rinnovo della
convenzione tra i Comuni di Sgonico e Monrupino per la gestione dell'Ufficio per
il territorio carsico.
Sono questi i due punti principali all’ordine del giorno della prossima riunione
straordinaria del Consiglio comunale di Monrupino, prevista per le 17.30 di
martedì prossimo.
Tra gli altri punti in calendario, l'assestamento al bilancio di previsione
2009, che però non dovrebbe prevedere significativi cambiamenti.
Grande attenzione verrà dunque posta all’adesione al piano per il posizionamento
delle antenne telefoniche, piano peraltro redatto assieme ai Comuni di Sgonico e
Duino Aurisina.
(r.t.)
Duino Aurisina, in arrivo i cassonetti blindati - Solo
i residenti avranno le chiavi Si vuole bloccare il deposito di spazzatura da
fuori comune
NELLE ZONE PERIFERICHE
In arrivo i cassonetti blindati, che impediranno l’arrivo di spazzatura da
fuori provincia, che solo lo scorso anno ha determinato, per il Comune, un
aggravio della spesa pubblica stimato in 20mila euro.
Il sindaco Giorgio Ret intende introdurre sul territorio i primi contenitori di
raccolta dell’immondizia dotati di lucchetto e chiave. Lo ha annunciato ieri
mattina, mentre la Terza commissione presieduta dal consigliere Gianpietro
Colecchia (An) era riunita in municipio.
«Nel prossimo bando per la gestione del servizio – così il primo cittadino –
voglio richiedere per i territori periferici del Comune, come per esempio San
Giovanni di Duino e tutte le altre aree di passaggio, i cassonetti con il
lucchetto. In questo modo solo ai cittadini residenti potrà essere assegnata la
chiave con cui aprire i contenitori, e sarà quindi evitato l’accumulo di sacchi
neri portati da fuori. I camioncini delle ditte che scaricano interi bottini di
spazzatura a Duino Aurisina sono destinati a sparire una volta per tutte».
Il sindaco ha deciso di dare questo input alla giunta soprattutto in ragione
della spesa, 20mila euro appunto, che l’ente si è visto costretto a sborsare nel
2008 a causa della ”cattiva abitudine” di qualche automobilista di passaggio.
L’attuale bando, che ha validità triennale e scadrà a giugno, non contiene
infatti l’opzione allo studio degli uffici. Proprio in questi giorni
l’amministrazione ha avviato la redazione del nuovo contratto e la novità ha già
trovato il consenso dell’opposizione.
«Mi trovo d’accordo – così il consigliere Maurizio Rozza (Verdi) – e, in
generale, credo sia necessario avviare una profonda riflessione sulla gestione
del servizio e in particolare del passaggio dalla Tarsu alla Tia».
E in tema di Tarsu l’assessore ai Tributi Daniela Pallotta, illustrando il nuovo
regolamento fiscale, ha presentato le due riduzioni a beneficio dei gestori di
aziende agrituristiche e di realtà commerciali o turistiche: «La delibera che
verrà portata in consiglio prevede uno sconto del 20%, a partire da gennaio, per
gli imprenditori che, con fatture debitamente quietanzate, svolgono interventi
per migliorare l’accoglienza nelle proprie strutture. Una simile riduzione
spetta pure ai titolari di agriturismi, i quali spesso smaltiscono
autonomamente, con il compostaggio, una buona parte dei rifiuti prodotti».
Le altre tariffe non sono state modificate: permangono gli esoneri fissati per
gli over 65 e le riduzioni per le persone rimaste vedove (unico occupante di
abitazione, ndr).
Il consigliere Rozza ha invece proposto uno sconto del 20% per «i locali
pubblici che si impegnano a fare la raccolta differenziata del vetro».
La Pallotta ha infine reso noto che la Regione ha assegnato i 54mila euro
richiesti per la pubblicizzazione del compostaggio privato. I cittadini
riceveranno a breve un composter gratuito e un volantino con tutte le
delucidazioni in merito.
Tiziana Carpinelli
IL PICCOLO - VENERDI', 20 novembre 2009
Muggia, ecosportello per scoprire i vantaggi degli
impianti ”bio” - APRIRÀ A GENNAIO
MUGGIA Aprirà ufficialmente a gennaio la sede
dell'Ecosportello a Muggia. L'annuncio arriva direttamente dall'assessore
provinciale all'Educazione ambientale Dennis Visioli. Attivato dal circolo
Legambiente di Trieste grazie al finanziamento della Provincia, e aperto per due
ore a settimana per complessive 30 aperture, avrà la finalità di informare i
cittadini sui vantaggi economici ed energetici conseguenti all'installazione di
pannelli fotovoltaici, isolamenti termici e caldaie di nuova generazione, su
case private nuove o da ristrutturare. Lo sportello di Muggia sarà aperto ogni
mercoledì dalle 10 alle 12 e sarà ospitato nel punto informativo di via Roma 20.
«Grazie alla sensibilità del Comune di Muggia - sottolinea Visioli - i muggesani
non dovranno recarsi alla sede di Trieste, ma potranno usufruire del servizio
direttamente nel loro comune. La nostra sensazione è che i cittadini abbiano una
spiccata sensibilità ecologica, ma vadano aiutati a renderla concreta. Tramite
l'Ecosportello i muggesani potranno collaborare più facilmente all'impresa di
rendere il mondo più pulito per i nostri figli».
Anche nella cittadina, i giovani operatori di Ecosportello, formati attraverso
un apposito corso avviato da Legambiente e che si concluderà il 3 dicembre,
forniranno agli interessati informazioni sugli aspetti normativi e fiscali e
sugli incentivi previsti per gli interventi di ristrutturazione e utilizzo di
fonti alternative per la climatizzazione delle proprie abitazioni.
(g.t.)
Cala lo smog, via libera al traffico - Abbassati i
valori di Pm10, da oggi niente più limiti alla circolazione
Dopo un giorno e mezzo di stop, il centro riapre al
traffico veicolare. Da questa mattina, infatti, niente più limitazioni alla
circolazione: via libera per tutti i mezzi.
L’ORDINANZA Il sindaco Roberto Dipiazza ha firmato ieri l’ordinanza di revoca
della chiusura al traffico, confortato dalle comunicazioni arrivate dall’Arpa,
le cui centraline hanno registrato un abbassamento nella concentrazione delle
pm10 nell’aria. Tanto che, per l’appunto, i relativi valori sono risultati
inferiori ai limiti normativi: va rammentato, a proposito, che il provvedimento
di blocco del traffico deve scattare in caso di superamento per il terzo giorno
consecutivo della soglia massima di 50 microgrammi per metro cubo di polveri
sottili, oppure se anche per un solo giorno venga registrato un valore medio
giornaliero di 70 microgrammi per metro cubo di pm10 o orario di 400 microgrammi
per metro cubo di biossido di azoto.
I DATI Gli ultimi dati registrati dalle centraline dell’Arpa disseminate in
città hanno verificato una concentrazione di pm10 inferiore alla fatidica quota
di 50. A cosa si deve il miglioramento della situazione con l’abbassamento dello
smog? «La leggera pioggerellina di mercoledì - spiega il meteorologo Gianfranco
Badina - ha avuto effetti positivi sull’inquinamento. Le gocce d’acqua, infatti,
cadendo, inglobano le particelle inquinanti presenti nell’aria e le portano così
al suolo».
Il sindaco Roberto Dipiazza, firmata la nuova ordinanza, ribadisce il suo punto
di vista: «È tutto un rito, è vergognoso dover chiudere il centro al traffico
per uno sforamento di uno o cinque punti, mentre sulla Ferriera stanno tutti
zitti. È paradossale. Siamo in un paese ridicolo, che utilizza due pesi e due
misure. Sono cose da Striscia la notizia, che, anzi, non escludo di
chiamare...».
IL RISCHIO Non è detto, però, che nei prossimi giorni la situazione non peggiori
nuovamente. Le previsioni meteo, infatti, non sembrano essere particolarmente
confortanti: «Domani e dopodomani (oggi e domani, ndr), con l’alta pressione che
si rafforzerà, resterà una debole circolazione d’aria - aggiunge Badina -: ci
saranno quindi condizioni favorevoli per la formazione degli agenti inquinanti.
Tra domenica e lunedì ci sarà un peggioramento nella nuvolosità, con il rischio
di qualche debole precipitazione, che comunque non cambierebbe le cose. Il
quadro, poi, dovrebbe rimanere questo fino a giovedì prossimo».
LE MULTE Nella sola giornata di ieri, il personale della Polizia municipale ha
sanzionato 55 automobilisti (nel pomeriggio di mercoledì erano state comminate
27 multe: in tutto, dunque, si è arrivati a 82), colti a non rispettare
l’ordinanza di chiusura al traffico del perimetro del centro urbano. Per ognuno
di loro, di conseguenza, 78 euro da versare nelle casse del Comune. In tutto, i
controlli mirati effettuati ieri dai vigili urbani sono stati 227, di cui 143 di
mattina e 84 nel pomeriggio.
MATTEO UNTERWEGER
Park di Opicina, la scure della Corte dei conti - Danno
erariale, la Procura contabile apre un fascicolo sulla cessione dell’area
TERRENO VENDUTO DALLA REGIONE ALL’IMMOBILIARE PALAZZO
RALLI
L’area di oltre 15mila metri quadrati in prossimità del quadrivio di Opicina
ceduta nel 2007 con una procedura di cartolarizzazione dalla Regione
all’immobiliare Palazzo Ralli Srl per la somma di 258mila euro, è finita sotto
la lente della Corte dei conti. Il procuratore Maurizio Zappatori ha aperto un
fascicolo ipotizzando un consistente danno erariale che avrebbe subito
nell’affare la Regione stessa e ha disposto una serie di accertamenti da parte
della Guardia di finanza.
In pratica la Regione avrebbe perso, con la vendita del terreno del valore
attuale mercato di almeno 400mila euro, - secondo questa ipotesi - una somma di
oltre 150mila euro. La cessione (peraltro non ancora tecnicamente perfezionata
secondo gli atti in possesso alla procura della Corte dei conti) dell’area
davanti al distributore Esso all’immobiliare Palazzo Ralli Srl, (che fa
riferimento a un gruppo di imprenditori veneti), è avvenuta poi mentre era in
corso da parte del Comune una procedura di esproprio che - secondo i giudici
contabili - se fosse andata a buon fine avrebbe comportato sicuramenti spese
minori.
Ma non solo. Gli investigatori della Finanza hanno anche accertato che la
trasformazione di circa 10mila metri quadri in area edificabile prevista dalla
variante numero 118 del piano regolatore - successiva alle indicazioni di cambio
di destinazione d’uso da parte della Regione al momento della cessione - farebbe
lievitare decisamente il valore di mercato del terreno dove potrebbe essere
costruita una palazzina di una decina di appartamenti senza grandi difficoltà.
In pratica il procuratore Zappatori vuole capire se ci sia un nesso oggettivo,
un filo di collegamento, tra la cessione avvenuta al prezzo di 258mila euro del
terreno (in parte alberato) e la sua possibile valorizzazione per circa 10mila
metri quadri, come area edificabile. In questo caso il prezzo al metro quadro
del terreno varierebbe dagli iniziali 17 a 300 euro. Per il proprietario insomma
il guadagno sarebbe fortissimo: quasi il 300 per cento. Il valore del terreno
passerebbe in poche ore da circa 170mila a 3milioni di euro. Neanche negli anni
d’oro della Borsa si ottenevano simili remunerazioni con investimenti anche più
consistenti.
Anche un altro punto è finito sotto l’esame della Procura della Corte dei conti.
Il parcheggio di circa 500 metri quadri adiacente all’area destinata ad essere
edificabile sarebbe oggetto, come ha recentemente dichiarato il sindaco Roberto
Dipiazza, di una trattativa tra l’immobiliare e il Comune stesso che in passato
aveva comunque provveduto a finanziare una serie di interventi di asfaltaura
costati circa 400mila euro. In pratica, secondo la Procura contabile, oggetto
dello scambio sarebbe un’area acquisita dall’immobiliare Palazzo Ralli dalla
Regione sulla quale aveva messo soldi il Comune.
CORRADO BARBACINI
La rivolta dei Comuni contro il piano casa - «IL GOVERNO LO IMPUGNI»
TRIESTE Oltre duecento Comuni ed enti locali si riuniscono oggi a Udine per confrontarsi sul Codice regionale dell’edilizia in attuazione da gennaio. E per contestare ancora una volta le modifiche che la Regione ha «calato dall’alto», in barba alla sussidiarietà, espropriando i Comuni del diritto di decidere dove e come applicare il piano casa. Tra gli interventi previsti quello del magistrato Andrea Baldanza. Al termine del convegno, sarà chiesto ai singoli Comuni intervenuti di firmare una lettera per chiedere al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di difendere l’autonomia dei Comuni nelle scelte di pianificazione urbanistica e di impugnare la legge regionale, ritenuta incostituzionale. «È una norma anarchica – ha spiegato lo stesso sindaco di Udine, e promotore del convegno, Furio Honsell – tutta a danno dei cittadini. Porterà alla svalutazione delle loro abitazioni».
(e.o.)
«Rigassificatore, parola ai cittadini» - Bandelli
lancia un questionario: «Nessuna posizione preconcetta»
LUNEDÌ NUOVO INCONTRO DELL’ASSOCIAZIONE ”UN’ALTRA
TRIESTE”
E per il 14 dicembre in programma una riunione pubblica dedicata alla sanità
triestina
Un questionario per capire quali siano le opinioni della cittadinanza sul
progetto del rigassificatore. E una nuova assemblea pubblica per parlare proprio
di energia, ambiente, AcegasAps e bonifiche, e anche dell’ipotesi legata alla
possibile futura costruzione dell’impianto di rigassificazione nel territorio
triestino. “Un’altra Trieste”, l’associazione fondata dall’ex assessore comunale
Franco Bandelli e dai suoi fedelissimi, scopre le carte snocciolando le prossime
iniziative del suo percorso improntato al confronto con la gente.
Il primo appuntamento sarà quello di lunedì prossimo, il 23 novembre, quando
alle 18 all’hotel Savoia si terrà l’appuntamento aperto a tutti, al quale è
annunciata la presenza di esperti del settore, per un totale di «4 o 5
interventi - ha spiegato ieri Bandelli -, tra cui sono confermati quelli dei
sindacalisti della Uil e dell’Ugl, e dell’ingegner Sergio Bisiani di Ambiente
e/è vita». Il presidente di “Un’altra Trieste” ha poi chiarito come sul
rigassificatore, da parte della “sua” creatura, «non vi sia alcuna presa di
posizione pregiudiziale. Anche perché in questa associazione coesistono persone
che su determinati temi possono pensarla in modo diverso fra loro». Prima di
anticipare che il 14 dicembre sarà la volta di un nuovo incontro pubblico sul
tema della sanità triestina, Bandelli ha sottolineato che «dai primi di
dicembre, probabilmente proprio dal 1°, partirà la consultazione popolare sul
progetto del rigassificatore attraverso le schede che distribuiremo in vari
banchetti sistemati in centro e in periferia». Tre le domande stampate sul
materiale cartaceo: “Condividi il progetto di realizzare un rigassificatore
nella provincia di Trieste?”, “Perché lo condividi?” e “Perché non lo
condividi?”. È intuitivo che la risposta dei triestini si restringerà a due soli
quesiti. Riscontri confortanti in termini di partecipazione, “Un’altra Trieste”
spera di ottenerli anche sul web, sul suo sito:
www.unaltratrieste.it.
(m.u.)
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - REPLICA
Non rientro nel novero dei comitati (per alcuni dei quali
nutro però un grande rispetto per le capacità di mobilitazione dei cittadini e
di interpretazione delle problematiche ambientali locali), ma appartengo a
un’associazione come Legambiente che considera l’ambientalismo scientifico il
metodo interpretativo delle crisi ambientali. Replico dunque ad alcune
argomentazioni svolte in questa pagina nel rigasisficatore. Per quanto riguarda
il rischio di esplosione, il gas naturale esplode solo se non è libero di
espandersi. La nube fredda non esplode, se non si trova in queste condizioni, si
incendia, se la sua miscela con l’aria è nelle proporzioni opportune (5-15%).
Tank fire vuol dire accensione del contenuto di un serbatoio, jet fire vuol dire
formazione di un dardo di fuoco, ovvero accensione di un getto di gas compresso
- e qui non c’entra - , fireball vuol dire sfera di fuoco e riguarda il Gpl,
ovvero un gas compresso, pool fire è accensione di una pozza, e questo va bene
pure per una pozza di gas naturale liquefatto che evaporando potrebbe anche
prendere fuoco. Per quanto riguarda i codici del progetto Sigem (sistema
informativo computerizzato per la gestione delle emergenze nell’industria e nei
trasporti con coinvolgimento di sostanze chimiche e infiammabili pericolose),
utilizzati a partire dall’86, attualmente i metodi di modellizzazione di tali
fenomeni sono più raffinati. Sono i codici Cfd (termofluidinamica computazionale).
Il comportamento del metano liquefatto (a –162°C mantenuto a pressione ambiente)
è ben diverso dal gas di petrolio liquefatto (GPL, ovvero il gas di petrolio
liquefatto – propano e butano - delle bombole da cucina, che è liquido perché
compresso).
Il metano è contenuto liquido nei serbatoi a pressione ambiente - cioè alla
nostra usuale pressione - non è compresso, perché è a una temperatura
sufficientemente bassa (162 gradi sotto lo zero). Di conseguenza il gas naturale
in forma liquida che esce dai serbatoi in cui è contenuto vaporizza. Se gli
viene fornita energia termica sufficiente potrebbe accendersi. Però l’energia di
vaporizzazione unitaria è così alta che anche l’energia d’impatto di un missile
potrebbe essere troppo bassa per provocarne l’accensione. L’irraggiamento
termico corrisponde a un’energia per unità di tempo e per unità di superficie,
non ha quindi le dimensioni di un’energia. I dati che abbiamo riportato sono
stati tratti dalla letteratura scientifica.
Lino Santoro
IL PICCOLO - GIOVEDI', 19 novembre 2009
Centro chiuso, anche oggi non si circola - OPERATIVO DA IERI IL PROVVEDIMENTO DEL SINDACO
Parcheggi liberi ovunque nell’area proibita ma file e
ingorghi nelle vie esterne
Divieti al mattino dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19. Niente superlavoro
per bus e taxi. I triestini preferiscono camminare
Dentro, il deserto dei Tartari. Fuori, il carnevale di Rio. Trieste reagisce
al centro blindato alla solita maniera: rispettando, asburgicamente, i divieti,
ma allo stesso tempo incuneandosi in file interminabili e dando sfogo a tutta
l’ira repressa ai margini della città proibita. L’ordinanza del sindaco ha dato
ieri l’impressione di essere stata raccolta anche troppo alla lettera. O, forse,
di non essere stata letta a fondo, perché anche parecchie vetture Euro 4 si sono
perse tra l’umanità dolente che cercava parcheggi o semplici spazi di fuga nel
calderone delle vie laterali. E oggi e magari anche domani si replica (chiusura
tra le 9.30 e le 12.30 e tra le 16 e le 19), perché le condizioni climatiche
sono rimaste le stesse.
Ai classici varchi, pochi vigili. Si sono piazzati ieri prevalentemente
all’interno del perimetro sicuri di pescare prima o poi qualche smemorato o
qualcuno che, comunque, ci provava. Rientra di sicuro nella prima categoria
l’anziana signora bloccata attorno alle 16.30 in pieno corso Italia, tradita
dalla sua stagionatissima Renault Clio. Del resto non occorre essere Einstein:
tutte le macchine, ad esempio, la cui targa inizia per A sono troppo in là con
gli anni per rientrare nei dettami anti-inquinamento. E dunque spiccano come le
mosche nel latte.
Ma c’è stato un altro dato singolare, ieri, ai margini della prima chiusura
stagionale: l’improvviso proliferare di parcheggi. Da via dell’Orologio a via
del Teatro Romano e su su oltre il Corso Italia e verso Ponterosso erano di più
le strisce blu vuote che quelle occupate. Si tratta di parcheggi a pagamento,
certo, per giunta con tariffe di sicuro non regalate, ma nei giorni normali, sia
pure con una certa rotazione, sono comunque pieni. Delle due l’una: o i suoi
frequentatori abituali raggiungono il centro tutti a bordo di vecchie ”carrette”
fuorilegge o la gente ha preso troppo alla lettera il significato di ”chiusura”.
Misteriosi rimangono anche i metodi di avvicinamento dei triestini al centro. Il
direttore di TriesteTrasporti, Piergiorgio Luccarini, ha assicurato che «le
corse sono state assolutamente normali, anche perchè nessuno ci ha chiesto di
fare aumenti. È stata comunque una giornata andata via nella tranquillità
assoluta». Notazione sicuramente singolare che può a sua volta significare due
cose: o il parco bus triestino è ampiamente soprastimato o i ”patocchi” hanno
riscoperto improvvisamente i piedi. A maggior ragione di fronte alle
dichiarazioni degli stessi tassisti. «Per me è stata una giornata assolutamente
normale – assicura il signor Franco – anzi, forse con un movimento addirittura
inferiore al solito». Dato poi confermato dalla stessa cooperativa radiotaxi.
Visto che il fenomeno, ne riferisce qui sotto il metereologo, è destinato a
durare parecchi giorni, che all’utilità della chiusura credono in pochi, sindaco
in primis, e che il suo verificarsi è ormai ciclico, bisognerà adesso studiare
le nuove abitudini dei triestini. Che il nuovo motto diventi: riscopriamo la
periferia?
FURIO BALDASSI
Marina di Aurisina, spiagge a rischio frane
- RESA NOTA DAL COMUNE L’INDAGINE GEOLOGICA SUL TRATTO DI COSTA
FRA LE GINESTRE E CANOVELLA
Il sindaco Ret: «I luoghi frequentati dalla gente vanno
messi in sicurezza a spese dei proprietari»
DUINO AURISINA Chi accampava pretese edificatorie sulla fascia costiera di
Marina di Aurisina rimarrà deluso. La relazione geologica, geotecnica e
geostatica elaborata dal geologo Bruno Grego lascia infatti ridottissimi margini
di manovra, evidenziando anzi i diversi gradi di pericolosità insiti nelle aree
bisognose di una regolare manutenzione e messa in sicurezza. Pericolosità che
obbligherà i privati a mettere mano al portafoglio per operare il ripristino
ambientale.
Il documento, reso pubblico sul sito del Comune, contiene i risultati
dell’indagine geologica sviluppata nell’ambito A32: zona che si estende sulla
costa per circa 1200 metri, dalle Ginestre fino a Canovella de’ Zoppoli.
LA RELAZIONE Commissionata a luglio dall’ente, definisce il quadro geologico
d’insieme, alla luce della pianificazione territoriale espressa dalla variante
24 e 25. E rileva una situazione di diffusa instabilità geostatica, data da una
molteplicità di fattori, tra cui l’accertata mobilità del detrito di falda che
costituisce gran parte dei terreni, l’assenza di manutenzione delle opere di
terrazzamento per contrastare il dissesto idrogeologico, e la pendenza dei
versanti.
Insomma una situazione di rischio resasi evidente dalla frana nel cantiere
dell’ex Hotel Europa e dai ripetuti dissesti lungo la costa. Lette le
conclusioni del geologo, il sindaco Ret ha inviato una lettera in cui «si
invitano in particolare coloro che risiedono, o risultano proprietari dei
terreni, a consultare la documentazione per meglio comprendere la situazione
idrogeologica e dare attuazione alle indicazioni». Insomma, correre ai ripari
subito, per evitare le grane che potrebbero derivare da incidenti alle persone.
L’OPPOSIZIONE «Sì alla messa in sicurezza pubblica, avvalendosi del Dipartimento
di ingegneria ambientale di Trieste, a tutela dell’area – afferma il consigliere
Maurizio Rozza (Verdi) –. Ma il ripristino non deve essere il grimaldello per
operare speculazioni edilizie. Ordinare ai privati di fare gli interventi,
perché l’ente non ha i soldi, non ingeneri una contropartita per offrire il via
libera all’edificazione, sulla scia di quanto avvenuto nella baia di Sistiana».
IL SINDACO «Nessuna speculazione – replica Ret – la relazione offre pochi
margini di manovra: a me interessa solo che i luoghi frequentati dai cittadini,
come le spiaggette, vengano messi in sicurezza. Se qualche privato interviene
per attrezzare l’area con servizi igienici e una sistemazione delle stradine,
daremo la possibilità di inserire uno o due chioschi, ma niente di più».
CAUSE DEL DISSESTO Le acque che scendono in occasione dei maggiori piovaschi
sono il principale elemento scatenante il dissesto, su un territorio
caratterizzato da pendenze e scarsa manutenzione delle opere di contenimento a
pastino.
AMBITI NON PERICOLOSI Le uniche aree a non essere pericolose sotto il profilo di
nuove costruzioni sono quelle dedicate all'attività agricola a Canovella de’
Zoppoli e nella fascia di terreni immediatamente sovrastanti il nucleo più
orientale dell'abitato di Marina di Aurisina. La cura e la manutenzione delle
opere di sostegno a pastino, dispendiose e mai di facile realizzazione, hanno
reso inefficaci le erosioni.
AMBITI A RISCHIO Attualmente non lo sono, ma potrebbero diventarlo in caso nuove
costruzioni, i due nuclei abitati di Marina di Aurisina. Oltre a questi,
parzialmente a rischio sono le aree di pertinenza, gli spazi pianeggianti privi
di elementi che impediscano le frane, i parcheggi dedicati alla residenza e alla
balneazione.
AMBITI DISSESTATI Sono quelli rappresentati delle aree sovrastanti e adiacenti
l'ex Hotel Europa, nonché l’area a monte e a valle della stradina di
collegamento tra i due nuclei abitati di Marina di Aurisina.
RIQUALIFICAZIONE La riqualificazione del fronte mare, anche con attrezzature
turistiche, è compatibile con le prescrizioni della relazione geologica, in
presenza di strutture modeste, da proteggere dal moto ondoso.
TIZIANA CARPINELLI
«Beni in eccesso un valore sociale» - L’ECONOMISTA
SEGRÈ IN CITTÀ
Le sue idee, dice, si devono anche alla sua origine: Andrea Segré imputa il suo interesse per lo sviluppo sostenibile alle sue radici giuliane. E sventola il “Decalogo dei Lussiniani”, testo dell’800 che già ammoniva il bravo cittadino a privilegiare «nel vestir e nel magnar l’utile ma non el superfluo», presentando nella sede dell’Associazione donne ebree d’Italia il suo «Last minute market». Il progetto dell'economista permette di smaltire l’eccesso non consumato di beni alimentari ridistribuendoli ai «consumatori senza potere d’acquisto». Erano ancora gli anni ’90 quando l’economista, entrando per caso nel magazzino di un supermercato, fu fulminato dalla visione di un enorme quantitativo di beni destinati al macero perché troppo vicini alla data di scadenza. «C’era un’offerta potenziale enorme non sfruttata – riflette – e d’altra parte un’enorme domanda potenziale da parte di chi non poteva acquistare quei beni. Capimmo che bisognava creare un sistema, cui dovevano partecipare tutti gli attori e in cui ognuno aveva qualcosa da guadagnare: il valore economico dei beni in eccesso diventa valore sociale». Nasce così il «Last minute market».
(g.t.)
SEGNALAZIONI - «Auto in doppia fila, ma la colpa è
della bici» - OSTRACISMO AI CICLISTI
Nei mesi scorsi sono comparse numerose segnalazioni di
ciclisti le cui biciclette sono state sequestrate e multate di 78 euro per
divieto di sosta. Si trattava di lettere garbate e preoccupate, in cui i
ciclisti chiedevano al comandante della Polizia municipale di Trieste, Sergio
Abbate, un parere, un consiglio, un suggerimento per parcheggiare le biciclette
nel rispetto del codice della strada. Sono passati parecchi mesi, ma nessuna
risposta del comandante Abbate, pronto ed efficace invece a ribattere a tono
agli automobilisti che protestano. Forse il suo silenzio indica che non esiste
la possibilità di parcheggiare le biciclette nel rispetto del Codice, perché il
Comune ha riservato solo qualche decina di posti bici (a fronte di decine di
migliaia di parcheggi per auto e scooter) e non ha intenzione di crearne di
nuovi. Forse il suo silenzio sta a significare che aveva ragione quel vigile
che, mentre pedalavo in via Coroneo, intasata da auto parcheggiate in doppia e
tripla fila su entrambi i lati, tanto che l'autobus numero 17 procedeva dietro
di me perché non aveva spazio per superarmi, invece di multare e far rimuovere i
veicoli in divieto, mi ha gridato: ”La se sposti, no la vedi che la intriga? La
vadi a pedalar in Carso che xe aria più bona, che Trieste no xe fatta per girar
in bici”.
Forse il silenzio del comandante Abbate sta ad avvalorare questa mentalità, cioè
che sono le bici ad intralciare, non le migliaia di automobili in divieto di
sosta.
Intanto prepariamoci a rileggere nei prossimi mesi, come ogni anno in inverno, i
soliti titoli «Emergenza smog» e «Traffico in tilt», intervallati dai minacciosi
quanto inutili «Tolleranza zero» del sindaco Dipiazza.
Alessio Vremec
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 18 novembre 2009
Centro chiuso per smog, dalle 16 scattano i divieti -
Da oggi le limitazioni, in vigore fino a quando non caleranno le concentrazioni
di polveri sottili
ORDINANZA FIRMATA DAL SINDACO
Fino all’ultimo, in Comune, si è sperato nella comparsa della bora, in grado
di spazzar via la cappa di smog e umidità che avvolge Trieste ormai da giorni.
Il vento tanto atteso, però, non è arrivato, così come non si è registrato alcun
cambiamento del quadro meteo. Di qui la decisione, drastica ma inevitabile, di
chiudere il centro al traffico veicolare. Misura che entrerà nel vivo questo
pomeriggio e resterà in vigore fino a quando le concentrazioni di polveri
sottili nell’aria non saranno rientrate nei limiti.
BLOCCO Il divieto di circolazione per tutte le auto, le moto e gli scooter
classificati come inquinanti scatterà oggi dalle 16 alle 19. Domani, invece, le
limitazioni interesseranno l’intera giornata: non ci si potrà muovere
all’interno del perimetro off-limits dalle 9.30 alle 12.30 e, nel pomeriggio,
dalle 16 alle 19. E non finisce qui. Il blocco del traffico, infatti, rimarrà in
piedi anche nei giorni seguenti. «Il divieto totale di circolazione per tutti
gli autoveicoli e motoveicoli alimentati sia a benzina che a gasolio - si legge
nell’ordinanza firmata dal sindaco Roberto Dipiazza - proseguirà fino alla
revoca che scatterà il giorno successivo all’avvenuto rientro dei valori limite
degli inquinanti». Fino a quando le centrali dell’Arpa continueranno a
registrare sforamenti delle pm10, dunque, proseguirà inevitabilmente il blocco
del traffico. Blocco del quale, al momento, è impossibile prevedere la durata.
DEROGHE Oltre a definire le coordinate del provvedimento di chiusura,
l’ordinanza comunale individua però anche un lungo elenco di deroghe. L’obbligo
di restare fuori dal centro non si applicherà ai veicoli ad emissione zero e a
quelli a metano o gpl. Via libera pure alle auto omologate Euro 5 e Euro 4 (per
accertare l’omologazione è necessario controllare il libretto di circolazione
ndr). Per quanto rigurda le due ruote, il blocco non interesserà motoveicoli e
ciclomotori omologati Euro 3 e Euro 2. Previste deroghe poi per mezzi pubblici
(bus e taxi), veicoli a servizio di invalidi, ambulanze, auto utilizzate da
forze dell’ordine, medici e personale infermieristico, macchine con targa C.C.
Consentita pure la circolazione di veicoli destinati al trasporto merci, quelli
utilizzati da lavoratori autonomi o dipendenti in possesso di certificazione
dell’orario di servizio, e quelli che trasportano a bordo almeno 3 persone.
Formula, quest’ultima, nota come ”car-pooling”.
PERIMETRO La zona off-limits comprende il centro storico e le aree
semi-periferiche delimitate dai grandi assi di scorrimento. Il perimetro
percorribile si snoda lungo largo Roiano, via Stock, via Commerciale, Strada
Nuova per Opicina, via Valerio, via Cologna, via Giulia, viale al Cacciatore,
via Marchesetti. Auto ammesse lungo via San Pasquale, via Revoltella (fino
all’incrocio con via Rossetti), Strada per Cattinara, Strada di Fiume, via
dell’Istria (tra via Marenzi e piazzale Valmaura). Transito consentito infine
lungo la Grande viabilità, Passeggio Sant’Andrea, Campo Marzio, le Rive, Corso
Cavour, piazza Libertà e Viale Miramare.
Oltre ai grandi assi di scorrimento, la circolazione sarà autorizzata anche in
alcune strade interne: via Salata, galleria di Montebello, piazza Foraggi, viale
Ippodromo, via Udine (tra Salita di Gretta e via Barbariga), via Barbariga (fino
a via dei Saltuari) e via Pauliana.
PARCHEGGI Al fine di incentivare l’uso dei posteggi e limitare così il numero di
auto in circolazione, l’ordinanza comunale ha scelto di escludere dalle zone
off-limits anche le strade di accesso e uscita ai contenitori e ai piazzali
attrezzati per la sosta. Si potrà quindi circolare liberamente in via Carli
(park Sant’Andrea), via Marchesetti (parcheggio Ferdinandeo), rampa della Grande
viabilità a cui si accede da via Svevo, via D’Alviano, via Doda e piazzale delle
Puglie (posteggio del Palasport di Chiarbola), via Fabio Severo, via Cicerone,
via Coroneo (park Ulpiano).
VARCHI Per assicurare il rispetto del blocco e dissuadere eventuali
automobilisti intenzionati a fare i ”furbi”, a partire da questo pomeriggio
scatteranno varchi e controlli da parte degli agenti della Polizia municipale. E
non servirà a nulla implorare la loro clemenza adducendo come scusa la mancata
presenza di pannelli con l’indicazione dei provvedimenti anti-smog. L’ordinanza,
infatti, precisa che «il provvedimento avrà validità anche in assenza di
segnaletica stradale, per cui saranno sufficienti le comunicazioni e gli avvisi
alla cittadinanza diramati tramite i mezzi di informazione»
NORMATIVE Come detto, la scelta di ricorrere al blocco del traffico è stata una
mossa ineludibile per l’amministrazione Dipiazza. Ad imporre l’adozione del
divieto, infatti, è il ”Piano di azione comunale per il contenimento e la
prevenzione degli episodi acuti di inquinamento atmosferico”. Documento che
stabilisce l’obbligo di far scattare la limitazione totale al traffico in caso
di superamento per il terzo giorno consecutivo delle soglie massime di pm10 (50
microgrammi per metro cubo ndr), o nell’eventualità che, anche per un solo
giorno, si tocchi un valore medio giornaliero di 70 mcgr/mc di pm10 o una valore
orario di 400 microgrammi per metro cubo di biossido di azoto.
MADDALENA REBECCA
CENTRO CHIUSO - Dipiazza: «Dovevo farlo, ma è una
fiction» - Il primo cittadino: «Mi sento soprattutto in colpa nei confronti dei
servolani»
Dicono, ieri, gli abbiano messo la carta sotto gli occhi e la penna in mano. Soltanto 24 ore prima di firmare l’ordinanza, Roberto Dipiazza aveva infatti tentato di esorcizzare l’ombra dello smog e del centro chiuso pensando «a Napoli, dove chissà se il centro lo chiudono per davvero quando serve...». Ma qui gli uffici sono asburgici. E la legge parla chiaro: per fermare il traffico privato ci vogliono tre giorni di sforamenti continui e diffusi in più punti di rilevazione se la concentrazione di Pm 10 è superiore ai 50 microgrammi per metro cubo, ma ne basta una sola, di giornata, se la soglia varcata è quella dei 70. E ieri i dati dell’Arpa, riferiti a lunedì, non hanno dato scampo: 99 segnava la centralina di piazza Libertà, davanti alla stazione, e 93 quella di via Tor Bandena, in piena Cittavecchia, ma un 84 lo faceva registrare pure la stazione mobile di via San Lorenzo in Selva. Zona Ferriera, dove a fine ottobre un’altra centralina localizzata poco più su, a Servola, in via Carpineto, secondo le serie storiche disponibili sul sito dell’Arpa aveva toccato i 718 e 361 microgrammi per metro cubo rispettivamente mercoledì 28 e giovedì 29. Per il resto, nell’ultimo mese, calma piatta anche lì. Sebbene sul sito della Regione compaia un 210 fatto risalire a sabato scorso, di cui però nei tabulati dell’Arpa stessa non c’è traccia. Il sindaco, stringi stringi, al di là dei numeri sull’inquinamento, quell’ordinanza che blinda il centro alle auto non pubbliche e non ecologiche l’ha firmata certamente controvoglia. Dando ancora una volta, senza acrobazie diplomatiche, tutta la colpa alla Ferriera. «Premesso che è un atto che dovevo fare perché la legge me lo impone - sbotta a questo proposito Dipiazza - considero questo provvedimento una presa per i fondelli per i cittadini di Servola. Le cose finte proprio non mi piacciono». Eppure la morsa delle polveri sottili ha colpito in pratica tutti i grandi centri di questo pezzo di Nord-Est, ma la Ferriera è solo qui: si balza dai 52 ”light” di Gorizia fino ai 100 tondi di Udine, passando per i 91 di Pordenone e i 93 di Porcia, come risulta ancora dal portale della Regione Friuli Venezia Giulia per quanto riguarda la giornata di lunedì. «Ogni anno a novembre è così - puntualizza a questo punto il sindaco - fra due-tre giorni staremo meglio perché qui, almeno, prima o dopo una puntata di borino ci arriva». Ma la morale, verso i servolani, non cambia... E Dipiazza, anzi, la ripete: «Mi sento un verme».
(pi.ra.)
Park di Opicina, esposto contro il Comune -
L’Associazione per la difesa del borgo contesta: danno erariale e condotta poco
trasparente
DOPO LA DISCUSSA OPERAZIONE CHE HA RESO EDIFICABILE UN
AMPIO TERRENO
OPICINA «Grave danno erariale per la collettività» provocato da una
«condotta poco trasparente». Muove da queste accuse l’esposto che l’Associazione
per la difesa di Opicina ha presentato all’Ufficio di polizia giudiziaria dei
vigili urbani e ai carabinieri dell’altopiano contro il Comune di Trieste. A
scatenare la reazione dell’organizzazione presieduta da Gianna Crismani e da
Paolo Milic è la variante n. 118 del Piano regolatore, in corso di approvazione.
Essa prevede la trasformazione da bosco e parcheggio a zona edificabile di
un’area vicina al quadrivio di Opicina, situata di fronte al distributore della
Esso. Stando all’opinione dei due presidenti, la variante sarebbe «viziata nella
procedura». «La Regione, proprietaria del terreno – spiegano la Crismani e Milic
– all’atto dell’acquisizione la destinò ad area di servizi e, nello specifico, a
verde pubblico e parcheggio. Quest’ultimo fu realizzato nel 2000 dal Comune, con
una spesa di 400mila euro – precisano i presidenti dell’Associazione – ma
l’amministrazione di piazza dell’Unità d’Italia si dimenticò di trascrivere
l’intera area nel proprio demanio. La Regione, iniziando qualche anno fa il
processo di cartolarizzazione, inserì l’intera area in una pubblica asta.
Protestammo – ricordano – chiedendo al Comune di parteciparvi per evitare
sorprese, ma l’invito cadde nel vuoto. Nel 2007 – proseguono i due presidenti –
la srl Palazzo Ralli si aggiudicò l’area per 258mila euro, perciò con una secco
danno erariale di 142mila euro, determinato dalla svalutazione rispetto alla
spesa sostenuta dal Comune. Recentemente – continuano la Crismani e Milic – il
Comune, per porre rimedio alla propria negligenza, ha proposto alla srl Palazzo
Ralli di dividere il terreno in due lotti, per acquisire finalmente la proprietà
del parcheggio, dando in cambio la possibilità di edificare, attraverso la
citata variante, su di una zona che attualmente ospita ben 5mila metri quadrati
di bosco, che rappresentano un polmone per l’intera comunità di Opicina». La
reazione della Crismani e di Milic è determinata dalla considerazione che,
«oltre a penalizzare il bene pubblico a favore dell’interesse privato», si
origina una situazione «che permette, al titolare dell’area interessata dalla
variazione di destinazione d’uso, di veder crescere il prezzo a metro quadrato
dagli iniziali 17 euro ai 300 che si potranno chiedere dopo approvata la
variante». A conclusione dell’esposto, i rappresentanti dell’Associazione per la
difesa di Opicina chiedono che «si faccia la massima chiarezza su entrambe le
operazioni, nell’interesse della collettività e, se del caso, di procedere
all’annullamento sia dell’asta, sia della nuova destinazione d’uso».
La Crismani e Milic hanno scritto anche al Prefetto, Giovanni Balsamo,
preannunciando la presentazione dell’esposto alle forze dell’ordine. «Siamo
stufi – concludono – di vedere Opicina e tutto l’altopiano sottoposti alla
cementificazione e alla sottrazione di aree verdi”.
Ugo Salvini
Arpa: a San Dorligo manca il monitoraggio dello zolfo
nell’aria
«Per quanto riguarda le esalazioni di composti dello zolfo, responsabili degli episodi di disturbo odorigeno percepito dalla popolazione, si ribadisce l’opportunità dell’acquisizione di una idonea strumentazione di monitoraggio al fine di verificare il corretto funzionamento degli impianti industriali ed eliminare il disagio alla popolazione». È la conferma giunta da parte del direttore Arpa Fvg di Trieste Stellio Vatta sull’attività condotta dall'Arpa nel Comune di San Dorligo della Valle, nell'area adiacente allo stabilimento industriale Siot, per indagare sulle condizioni ambientali del territorio. Utilizzando cinque postazioni di rilevamento (laboratorio mobile in località Mattonaia e quattro postazioni fisse con captatori passivi) distribuite “strategicamente” nel territorio comunale si è definito il seguente quadro ambientale: «Nel periodo di osservazione le concentrazioni atmosferiche di Pm10, Benzene, Benzo(a)pirene (cioè gli inquinanti ritenuti oggi i più pericolosi per la salute) sono risultate ampiamente inferiori ai valori limite fissati dalla vigente normativa». Vatta ha poi aggiunto che “nel corso dell’indagine sono stati altresì rilevati composti organici volatili (Cov), attualmente non normati, ragionevolmente ritenuti responsabili delle esalazioni odorigene». Sui risultati emersi dalla relazione dell'Arpa il sindaco di San Dorligo Fulvia Premolin aveva espresso da subito «soddisfazione», mentre i capogruppi Roberto Drozina (Pdl-Udc) e Boris Gombac (Unt) si erano dichiarati preoccupati. Sulla vicenda è intervenuto anche il capogruppo della Lega Nord Sergio Rudini il quale ha evidenziato come i sospetti restino, «anche perchè oltre alla Siot, vi sono altri insediamenti che come la Wartsila e la Grande Viabilità».
(r.t.)
Discarica abusiva, il pm vuole processare Bruno -
Chiesto il rinvio a giudizio per numerosi imprenditori, tra cui il
vicepresidente dell’Unione
I rifiuti speciali durante il trasporto diventavano
normali detriti
NELL’AMBITO DEL SECONDO TRONCONE DELL’INDAGINE PER LO SCALO LEGNAMI
Non era una «bolla di sapone» l’inchiesta della Procura sulla discarica
abusiva di rifiuti «speciali» finiti nella maxi discarica dello Scalo legnami.
Lo si è compreso ieri nell’aula del presidente del gip Raffaele Morvay, quando
il pm Giuseppe Lombardi ha chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli ”indagati”
- compreso l’impresario edile Raffaele Bruno - per uno dei due tronconi
dell’inchiesta avviata e gestita dagli investigatori del Gico della Guardia di
finanza. Per il primo troncone il rappresentante dell’accusa ha invece chiesto
l’archiviazione, come peraltro era emerso pubblicamente da tempo.
«La contestazione mossa non è procedibile perché a seguito delle indagini
svolte, non sono emerse responsabilità» aveva scritto il pm Maddalena Chergia
nella richiesta di archiviazione parziale. Entrambe le istanze verranno discusse
nell’udienza del 17 gennaio. Lo ha deciso ieri il presidente Morvay. L’indagine
si era avviata nel maggio del 2008 e aveva coinvolto non solo gli imprenditori
Diego Romanese e Cataldo Marinaro, soci della Isp riciclati di Monfalcone,
ritenuti dagli inquirenti gli organizzatori del traffico di rifiuti speciali
verso una discarica autorizzata ad accogliere e riciclare solo rifiuti non
pericolosi provenienti da scavi e demolizioni, ma anche impresari edili,
titolari di ditte specializzate nel movimento terra e a padroncini di numerosi
camion. Erano finiti sul registro degli indagati, oltre a Raffaele Bruno, legale
rappresentante della Bruno Costruzioni, anche Mario Leone, titolare della Leone
srl; Damiano Purger, rappresentante della Purger scavi & trasporti; Paolo Rosso
della Trieste manutenzioni; Mario Voinovich titolare dell’omonima ditta
individuale; Enrico Tiberio della Ist e Sebastiano Pulafito. Tutti «indagati»
per aver trasportato nella discarica dello Scalo legnami materiali per cui la
Isp Riciclati non aveva ottenuto l’autorizzazione al trattamento.
A denunciare la violazione di legge che coinvolge un’area delle dimensioni di
quattro campi di calcio, era stata la lettura approfondita delle «bolle» di
accompagnamento dei rifiuti. L’aveva fatta la Guardia di finanza in
collaborazione con la Forestale. Era emerso, secondo l’accusa, che le bollette
venivano corrette una volta che il carico era giunto a destinazione. In altri
termini i rifiuti che nel corso del trasferimento via strada erano indicati come
«speciali», una volta giunti a destinazione, diventavano normali detriti di
scavo. In sintesi inerti.
«Noi costruttori siamo le vere vittime di Paolo Romanese e Cataldo Marinaro.
Abbiamo agito in buona fede, pagando quanto è previsto per lo smaltimento di
rifiuti speciali non di inerti. I nostri documenti sono in regola e lo possono
dimostrare» aveva affermato Raffaele Bruno nel maggio del 2008, quando
l’inchiesta era deflagrata con grande rumore. «Non è assolutamente vero che
abbiamo pagato meno. Sporgerò querela nei confronti della ditta Isp che ha
riciclato in modo illegale molti rifiuti dell’attività di demolizione effettuata
dalla mia azienda sulle strade di Trieste. Specie sulle rive. Trascinerò i
titolari davanti ai giudici».
CLAUDIO ERNÈ
Tonnellate di cibo e pasti da girare all’assistenza -
Un progetto anti-spreco
NUOVE INIZIATIVE - Si chiama «Last minute market» e
prevede anche sgravi fiscali per supermercati e negozi aderenti. Già 40 città lo
hanno attivato: «Un calo enorme di inquinamento»
Lo ha firmato il triestino Andrea Segrè, preside di Agraria a Bologna, che oggi
viene a illustrarlo
Se tutti i supermercati e i negozi alimentari di Trieste cedessero in modo
appropriato l’intera grande quantità di beni alimentari rimasti per diversi
motivi invenduti e li cedessero al più vicino ente assistenziale della zona lo
spreco si ridurrebbe di 2130 tonnellate. Per un valore di oltre 8 milioni di
euro. Si potrebbero distribuire più di 5 milioni di pasti all’anno a 5547
persone in difficoltà. Diminuendo così tanto lo smaltimento dei rifiuti,
nell’aria entrerebbero 2541 tonnellate di anidride carbonica in meno. Per
«neutralizzare» la quale, invece, servirebbero 5 milioni di metri quadrati di
aree boschive, pari all’estensione di 10.224 campi da calcio.
Cifre strane? Per niente. In questi calcoli sta una possibilità molto attraente,
che 40 città italiane hanno già realizzato sviluppando un’idea messa a punto
dalla facoltà di Agraria di Bologna, e inventata dal suo preside, il triestino
Andrea Segrè, assieme a laureandi e dottorandi. L’idea, diventata uno «spin off»
di successo della ricerca universitaria, si chiama «Last minute market», e sarà
presentato oggi alle 16.30 dallo stesso Segrè all’Associazione donne ebree
d’Italia in piazza Benco 4.
Ma non basta, il «Last minute market» ha sviluppato anche un «recupero cibi»
dalle mense scolastiche. Elaborando anche qui dati ufficiali, Segrè ha calcolato
che a Trieste si potrebbero recuperare ben 137.346 chilogrammi all’anno di pasti
cotti e pronti all’uso.
«Naturalmente - racconta - non basta raccogliere verdure, cibi, latte e yogurt,
farmaci e altro vicini alla scadenza per far bene questo lavoro. Bisogna stare
attenti all’igiene, alla salubrità delle vivande, e soprattutto distribuire gli
alimenti all’ente assistenziale più vicino in assoluto, per conservare la
freschezza, garantire il rapido consumo e risparmiare sui trasporti. La vera
novità del nostro ”Last minute market” è proprio nell’organizzazione logistica».
Il progetto ha preso forma nel 1999, è costato molto lavoro, nel 2003 è
diventato operativo. Prevede sgravi fiscali per chi aderisce: «Negozi,
supermercati, mense, pasticcerie, farmacie ecc. hanno sconti dal Comune e dalle
”multiutility” sulla tassa immondizie». Più che carità e assistenza (che pure è
lo scopo finale) questo progetto è una formidabile lotta allo spreco. «Poiché
oggi vale la legge europea secondo la quale chi inquina paga, è meglio non
inquinare». Ciò che nei supermercati è vicino alla data di scadenza è ancora ben
commestibile, ma non verrà mai più acquistato, viene stipato su camion che
corrono a discariche. Mentre poi le Caritas, le Comunità di San Martino al Campo
e i Comuni devono trovare soldi per aiutare ceti sociali in difficoltà o senza
alcun mezzo di sussistenza.
Il «Last minute market» è stato accolto in città sparse per tutta Italia. «A
Trieste me l’hanno un po’ copiato senza interpellarmi - sottolinea Segrè -, un
gruppo di Muggia ha perfino chiesto finanziamenti per realizzarlo, un’assurdità
davvero, e la Provincia ha accolto le offerte della Coop, che ha intrapreso
questa via per conto suo. Ma il senso dell’operazione - conclude Segrè -, è che
va coinvolta la città. Io non amo i brevetti, ma chi usa il nostro progetto deve
farlo bene...». Vediamo se Trieste lo accoglierà.
GABRIELLA ZIANI
Ventidue nidi artificiali per passeri e pipistrelli -
L’intervento del Comune in via del Moncolano per tutelare la fauna carsica -
UFFICIO ZOOFILO
Ventidue nidi per varie tipologie di uccelli, dai
passerotti ai pipistrelli, verranno posizionati in Strada del Friuli,
all’altezza del tornante Moncolano, non appena saranno conclusi i lavori per la
messa in sicurezza della zona. Affiancando così all’intervento infrastrutturale
sul territorio un’iniziativa per la tutela della caratteristica fauna carsica.
«Come amministrazione pubblica - spiega Michele Lobianco, assessore comunale
all'Organizzazione, Risorse Umane, Formazione e Affari zoofili - vorremmo
trasmettere alla cittadinanza un segnale di forte attenzione nei confronti
dell'ambiente. Nella speranza che questa buona pratica venga presa ad esempio
anche dal singolo cittadino». Si tratta del primo intervento di questo tipo da
parte del Comune, racconta Lobianco, ma che l'amministrazione ha intenzione di
ripetere anche in altre zone d’interesse ambientale e paesaggistico. Anche
perchè i costi sono davvero ridotti: i nidi, di materiale cementizio, sono a
lunga durata e necessitano di scarsa manutenzione. Tra le specie che potranno
usufruire di questi nuovi rifugi spiccano i passeri, che a Trieste, così come in
molte altre aree d'Europa, sono diminuiti negli ultimi vent'anni di oltre l’80%.
Ma anche rondoni, balestrucci, cince e codirossi. Senza dimenticare le api
selvatiche e i pipistrelli, che anzichè esser appassionati di chiome più o meno
voluminose, come vorrebbe la tradizione popolare, sono amanti degli insetti, in
particolare di tarme, zanzare e altri parassiti. E diventano quindi efficienti
alleati dell'uomo nella lotta contro queste fastidiose creature alate e contro
gli insetti dannosi per le colture. Per i pipistrelli, che per dimora di solito
scelgono anfratti, spaccature e fessure che riescono a ricavare nell’ambiente
circostante, verranno posizionati degli appositi rifugi. I nidi verranno
incorporati nel muro di contenimento antifrana, imitando così gli anfratti
naturali ed evitando che gli uccelli vadano a nidificare in luoghi dove i
piccoli potrebbero essere facile preda di gatti e altri animali.
Giulia Basso
Gasperini non diffamò gli Amici della Terra -
L’associazione ambientalista dovrà anche restituire i 10mila euro ricevuti
ASSOLTO L’EX SINDACO DI MUGGIA
La Corte di appello ha assolto l’ex sindaco di Muggia Lorenzo Gasperini
dall’accusa di aver diffamato la sezione di Trieste dell’associazione
ambientalista «Amici della terra- Friends of the Earth». I giudici di secondo
grado, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Dario Miani, legale di
Gasperini, hanno completamente rovesciato l’esito del processo svoltosi in
Tribunale il 19 dicembre 2006 e in cui l’esponente di Forza Italia era stato
condannato a pagare cinquemila euro di multa. Inoltre il giudice Francesco
Antoni con la stessa sentenza gli aveva ordinato di versare agli «Amici della
terra» una provvisionale immediatamente esecutiva di diecimila euro.
L’associazione si era infatti costituita in giudizio con i propri dirigenti,
Alessandro Claut e Roberto Giurastante, chiedendo i danni per quanto era stato
affermato delle loro iniziative. «Offendono la nostra reputazione».
Nel giudizio di appello i giudici della Corte presieduta da Filippo Gullotta
hanno ritenuto che le affermazioni che l’architetto Gasperini aveva fatto nel
corso di una seduta del Consiglio comunale di Muggia e che erano state ritenute
diffamatorie, appartengono al contrario a quello che è definito «diritto di
critica politica». Dunque nessuna diffamazione. In più i dirigenti
dell’associazione ambientalista dovranno restituire all’ex sindaco i diecimila
euro ottenuti tre anni fa come «provvisionale» sull’eventuale futuro
risarcimento danni.
(c.e.)
Acqua ai privati, il governo pone la fiducia - Il testo
non piace alla Lega. Contrari Pd e Italia dei valori. Legambiente insorge
Il decreto Ronchi già approvato al Senato oggi alla
Camera. In ballo un affare da 8 miliardi
ROMA Il governo chiede la fiducia alla Camera sul decreto Ronchi, già
approvato a Palazzo Madama, in tema di risoluzione di infrazioni comunitarie e
che prevede tra l’altro la liberalizzazione dei servizi pubblici locali compresa
l’acqua. L’acqua è un affare da 8 miliardi di euro.
Finora era un bene pubblico, con il decreto che si approverà oggi diventa una
merce. Una merce che viene data in gestione a società private. È una cosa che in
alcune città italiane avviene già, anche se spesso dove i privati hanno la
maggioranza del capitale delle società di gestione le decisioni sono comunque
appannaggio dei rappresentanti degli enti pubblici.
La ragione è semplice: essendo un servizio essenziale, vitale per definizione,
la distribuzione dell’acqua non può sottostare solo a leggi di mercato, al
profitto. La gestione deve essere fatta nell’«interesse pubblico», non per
quello «privato». Da oggi si cambia. I privati mettono le mani per legge sulla
risorsa più preziosa e si possono spartire una torta da otto miliardi di euro
che da qui al 2023 crescerà del 17-20%.
Fiducia, dunque, con i tempi di conversione ristretti e il testo che va
approvato in via definitiva entro il 24 novembre. Ma la scelta del governo fa
infuriare le opposizioni e crea qualche mal di pancia nella Lega. «Il testo
arrivato dal Senato - ragiona il vice presidente del gruppo del Carroccio alla
Camera Marco Reguzzoni - è migliorativo rispetto a quello originario però la
Lega sull’articolo riguardante i servizi pubblici locali avrebbe voluto
migliorarlo ancora e farlo corrispondere alla propria posizione storica a favore
dell’acqua pubblica».
L’argomento è in ogni caso oggetto di un ordine del giorno del gruppo della Lega
alla Camera e il partito di Bossi non esclude nemmeno di chiedere limature
magari già in sede di Finanziaria. E anche il deputato finiano Fabio Granata
esprime perplessità sull’utilizzo dello strumento della fiducia su un argomento
delicato come la privatizzazione dell’acqua.
Oggi si vota, ma la partita poi si sposterà comunque, come spiega anche il
ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto, sul regolamento attuativo
dell’articolo 15 del provvedimento, quello riguardante, appunto, i servizi
pubblici locali. «Si tratta - dice la relatrice del provvedimento, Annamaria
Bernini - di un approccio rapido e preventivo per evitare di incorrere in
infrazioni». Intanto, sia l’Italia dei valori che i Verdi annunciano una
raccolta di firme per indire un referendum contro la liberalizzazione dell’acqua
e anche Pd e Udc, che hanno presentato due questioni pregiudiziali bocciate
dall’aula sono sulle barricate.
«Pochi grandi gruppi - attacca la vicepresidente del Pd Marina Sereni - faranno
affari d’oro a discapito dei cittadini che subiranno l’aumento delle tariffe
dell’acqua».
«Assurdo e spregiudicato porre la fiducia su un tema come la privatizzazione
dell’acqua», dice Leoluca Orlando, Italia dei valori. «Metterannno la fiducia
anche sull’aria», ironizza Touadi, Pd.
Legambiente insorge: «Sono favoriti grandi interessi, l’acqua è un bene
primario, indisponibile. Così i cittadini non avranno alcuna agevolazione», dice
Luigi Rambelli, presidente Legambiente Emilia Romagna.
Oggi, a partire dalle 15 ci saranno le dichiarazioni di voto e il voto di
fiducia sul provvedimento. Di seguito verrà votato il testo.
(a.g.)
BORA.LA - MARTEDI', 17 novembre 2009
Rigassificatore: le risposte di Predonzan sull'impatto economico
IL PICCOLO - MARTEDI', 17 novembre 2009
Menia: sul rigassificatore siamo in regola - DOPO LA
SENTENZA DEL TAR DEL LAZIO E LA PRESA DI POSIZIONE DEL WWF
Il sottosegretario: «Le decisioni della Commissione Via
non vengono mutate»
«Gli atti della commissione Via sono fatti salvi, è un principio generale
della pubblica amministrazione». Il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia,
è tranquillo di fronte alla sentenza con cui il Tar del Lazio, lo scorso 30
ottobre, ha dichiarato illegittima la nomina della commissione Via (valutazione
di impatto ambientale), in seguito al ricorso di una ventina di componenti
rimasti esclusi dalla commissione dopo il decreto del giugno 2008 che ne aveva
riformulato la composizione.
La sentenza del Tar del Lazio è stata inclusa in alcuni dei ricorsi contro il
progetto di Gas Natural presentati in questi giorni, tra cui quelli dei Comuni
di Muggia e di San Dorligo della Valle.
«Non credo – prosegue Menia – che la sentenza del Tar del Lazio sia decisiva.
Non sono un partigiano del rigassificatore – conclude –. Come ministero il
nostro compito è di garantire che le procedure siano corrette».
In tema di ricorsi, parallelamente a quello presentato da Muggia, anche il
Comune di San Dorligo ha fatto ricorso al Tar del Friuli Venezia Giulia.
«Dovevamo presentarlo congiuntamente – osserva il sindaco Fulvia Premolin – ma
ci è stato consigliato di fare due ricorsi. Il legale è lo stesso (Francesco
Longo di Pordenone, ndr), e anche il testo. In esso si punta soprattutto sulla
sicurezza e sui rischi dell’effetto domino».
Sempre contro il progetto di Gas Natural, al Tar del Lazio hanno intanto fatto
ricorso le sezioni di Trieste di Wwf, Legambiente e Italia Nostra.
Il rischio di un accordo fra Lubiana e Roma, con il governo sloveno che
accetterebbe il rigassificatore per poter avere, in cambio, il permesso di
raddoppiare la centrale nucleare di Krsko, è l’ipotesi avanzata ieri, in una
conferenza stampa, dai responsabili locali delle tre associazioni ambientaliste,
in un incontro convocato appunto per illustrare le motivazioni del ricorso al
Tar del Lazio.
Dario Predonzan, responsabile energia e trasporti del Wwf regionale, oltre a
precisare le critiche più severe, in parte note, rivolte in particolare alla
Regione, «che non ha svolto tutti i controlli necessari, non ha ascoltato la
gente, non ha dato risposta alle osservazioni fatte dalle organizzazioni
ambientaliste», è andato oltre. «Questo modo di operare dei pubblici
amministratori – ha detto – scavalca l’iter previsto dalla legge e ripreso
dall’Unione europea, e indica un inaccettabile appiattimento sugli studi,
peraltro del tutto insufficienti, portati a termine da Gas Natural. I rischi di
disastro ambientale – ha proseguito il rappresentante del Wwf – sono reali e
gravissimi. Per questi motivi ci rivolgeremo anche alla magistratura ordinaria,
per denunciare il ritardo con cui il ministero competente ha risposto alle
nostre sollecitazioni e alla Commissione europea, per evidenziare il fatto che
non è stata consultata la popolazione coinvolta, come invece previsto da una
direttiva europea».
Lino Santoro, presidente locale di Legambiente, ha spiegato che «non siamo per
principio contrari all’installazione di rigassificatori, ma lo diventiamo nei
casi nei quali, come sta per accadere a Trieste, si vuole realizzare una
struttura di questo tipo in mezzo ad aree densamente popolate. È per questa
ragione che il nostro presidente nazionale, Vittorio Cogliati-Dezza, alla pari
di quello del Wwf, Stefano Leoni, ha firmato il ricorso al Tar del Lazio».
Giulia Giacomich, presidente della sezione triestina di Italia Nostra, ha
precisato che la sua organizzazione, non avendo firmato il ricorso in prima
battuta «a causa di un disguido, procederà a breve con un autonomo ricorso, con
argomentazioni che andranno ad aggiungersi a quelle già indicate da Wwf e
Legambiente».
(gi. pa.) (u.s.)
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO
Gli interventi della signora Graziella Albertini e signor
Franzosini, Predonzan, Santoro e Sirovich (Il Piccolo dell’8 e 9 novembre)
contribuiscono a rendere il gioco delle analogie ancora più interessante e
chiaro. Presa nel punto attuale, la parabola «rigassificatori» dimostra la
machiavellica strategia adottata dai soggetti contrari. In tutto questo tempo il
progetto è stato sottoposto a una pressione eccezionale, con mezzi e scopi fuori
della norma al fine di stroncarlo. La società multi-tecnica ne sarà rimasta
sorpresa.
Detto questo, c’è però una considerazione che è doveroso fare. La previsione di
uno scenario parte da certe condizioni iniziali e dalla conoscenza tecnica dello
scenario stesso. Stabilito il grado dell’emissione, è necessario determinare la
portata e gli altri fattori che possono influenzare il tipo e l’estensione della
zona.
Un elemento fondamentale per la determinazione del tipo di zona pericolosa e
pertanto di incidente è necessariamente l’identificazione delle sorgenti di
emissione e del grado di emissione. Per quanto concerne la determinazione dei
flussi termici dichiarati sono il risultato di uno studio fatto dall’ing. A. Fay
«Modello di incendi grande pozza», che ha presentato al Journal of Hazardous
Materials riferito al modello di una fuoriuscita da una nave metaniera fissando
dei parametri ben definiti di: estensione della falla 10 m2, portata del liquido
(Spill volume), estensione della pozza, raggio massimo pozza, ecc. Quindi, come
viene sottolineato dallo studio dell’ing. Fay, non si tratta di un incendio di
dimensioni limitate. Come erroneamente è stato definito.
Relativamente alla distanza di rispetto, la stessa rappresenta il valore minimo,
stabilito dalla norma, delle distanze misurate orizzontalmente tra il perimetro
in pianta di ciascun elemento pericoloso di un’attività e il perimetro del più
vicino fabbricato esterno alla attività stessa. Sarebbe bene sapere che molti
dei termini utilizzati nella prevenzione incendi hanno un preciso significato,
stabilito dalle norme che regolano questa disciplina (DM 30 novembre 1983, le
definizioni del decreto 10 marzo 1998).
Come disse Aristofane: «Faccia il cielo che ognuno eserciti il mestiere che
conosce».
Luciano Emili
Smog, torna l’ombra del centro chiuso
A ieri, in Municipio, non veniva ancora vissuto come un
problema. Ma, a breve, la cappa di smog calata sulla città potrebbe tornare ad
essere una rogna, e non solo per i nostri polmoni. Una rogna che l’ultima volta
- era il febbraio del 2008 - aveva portato a nove giorni di chiusura del centro
alle macchine. La concentrazione di Pm 10 nell’aria di Trieste, infatti, dallo
scorso week-end è tornata al di sopra dei livelli di guardia, cioè 50
microgrammi per metro cubo. Una condizione che, in caso di sforamenti
contemporanei in più zone e per tre giornate di fila, induce l’amministrazione
municipale ad adottare i provvedimenti restrittivi previsti dal Piano d’azione
comunale, che a Trieste si traducono appunto in chiusure del centro al traffico
privato nelle ore di punta. Sabato scorso, secondo il sito della Regione, la
centralina dell’Arpa di via Carpineto ha fatto registrare una media quotidiana
di 210, cui domenica non ha fatto seguito nessun valore vidimato. La stazione di
rilevamento di piazza Libertà, invece, sabato segnava 45 e domenica 73. La terza
centralina di riferimento regionale, quella di via Svevo, non sforna più dati
dalla fine di settembre, ma le altre in funzione domenica - via Tor Bandena e
via San Lorenzo in Selva - hanno detto rispettivamente 73 e 60. Molto dipenderà,
a questo punto, dai numeri che saranno resi noti oggi e domani per la giornate
di ieri e oggi. (pi.ra.)
«Ignorate le esalazioni di zolfo della Siot» - SAN
DORLIGO: LE REAZIONI DELL’OPPOSIZIONE AI DATI SULL’ARIA RILEVATI DALL’ARPA
Drozina (Pdl-Udc): «Vorrei che la soddisfazione del
sindaco fosse confermata dai magistrati»
SAN DORLIGO Forti perplessità sulla mancanza del monitoraggio dei composti
dello zolfo e ampia preoccupazione per il fatto che a Trieste, sia in piazza
Libertà che in via Carpineto, a due passi dalla Ferriera di Servola, si
respirino meno polveri sottili (pm10) rispetto a Mattonaia. Ma c'è anche chi
auspica un possibile intervento della Magistratura.
Sono questi i leit motiv delle reazioni da parte dei partiti di opposizione nel
Comune di San Dorligo della Valle, dopo la pubblicazione dei risultati del
monitoraggio dell'aria svolto da parte dell'Arpa nelle zone circostanti il parco
serbatoi della Siot.
«L’amministratore delegato della Siot (Adriano Del Prete, ndr) non capisce
perché l’Arpa suggerisca di modificare e/o integrare le dotazioni dei suoi
impianti di stoccaggio, mentre il sindaco Fulvia Premolin si dichiara
soddisfatta. Anch'io vorrei poter condividere la soddisfazione del nostro primo
cittadino, ma vorrei che fosse qualcun altro a dirmelo, magari forse la
magistratura», ha commentato il capogruppo del Pdl-Udc Roberto Drozina.
L'esponente del centrodestra, residente proprio a Mattonaia – l'area risultata
quella con l'aria più inquinata nel comune di San Dorligo – ha evidenziato
alcune anomalie nella documentazione rilasciata dall'Arpa: «Le esalazioni che
continuamente s'inalano includono composti dello zolfo, e fra questi c’è
l’idrogeno solforato, altrimenti definito acido solfitrico, una delle sostanze
più tossiche che esistano, che in questo monitoraggio l'Arpa non ha rilevato
alla pari degli altri composti di tale natura».
Drozina ha evidenziato poi che «del benzo(a)pirene, un idrocarburo policiclico
aromatico altamente cancerogeno, l'Arpa ha comunicato solo i dati relativi a un
bimestre, inferiori al periodo di legge, che però è stabilito su base annua».
Il capogruppo di Uniti nelle tradizioni, Boris Gombac, ha invece posto
l'attenzione sugli impianti di stoccaggio della Siot. «L'amministratore delegato
della Siot, Adriano Del Prete, non ha più alcun alibi poiché i dati forniti
dall'Arpa sono lapidari: per ridurre l'intensità delle esalazioni percepite a
Mattonaia, e non solo, visto che ultimamente tali nauseabondi odori vengono
percepiti anche nella parte collinare del territorio comunale, dovrà metter
finalmente mano al portafoglio per attuare quelle soluzioni tecniche ”atte a
modificare e/o integrare la dotazione degli impianti interessati allo stoccaggio
del greggio”, richieste peraltro già formulate da alcuni lustri dalla
popolazione locale».
Gombac ha poi aggiunto che «non meraviglia che l'ad della Siot si dimostri di
manica larga nell'erogare i contributi necessari per le centraline (per
effettuare un monitoraggio costante dell'aria, ndr), ma di converso, per quanto
concerne gli investimenti, a cui sarà obbligato per salvaguardare la salute
pubblica, dichiari di non capire il senso della richiesta avanzata dall'Arpa
ripromettendosi di analizzare la relazione».
Più pragmatico infine il coordinatore provinciale di Italia dei Valori, Mario
Marin: «I dati rilevati e resi pubblici dall’Arpa sono al di sotto dei limiti
consentiti dalla legge e questo dovrebbe tranquillizzarci. A renderci meno
tranquilli sono le rilevazioni odorose che il nostro naso fa giornalmente,
inducendoci a dubitare che tutto vada bene. Ritengo dunque assolutamente
necessario formulare procedure e norme che eliminino, quanto più possibile,
questo genere di disagi, anche se non ancora contemplati come pericolosi per la
salute».
RICCARDO TOSQUES
Sistiana: strage di alberi, in nome della sicurezza -
LUNGO LA STRADA CHE PORTA ALLA BAIA
Quando si dice un taglio radicale, per quanto necessario e
sottoscritto sul fronte della sicurezza dall'amministrazione comunale e dalla
prefettura. È terminata, lungo la strada che porta alla baia di Sistiana,
l'operazione di eliminazione di un gran numero di alberi, alcuni anche secolari.
A bordo della strada, e fino a una distanza di due metri dal ciglio, buona parte
degli alberi e degli arbusti sono stati tagliati fino alla base. Un’operazione
effettuata per buona parte dalla proprietà della baia di Sistiana, cui
appartiene la maggior parte dei terreni confinanti la strada, e che ha richiesto
un esborso di qualche decina di migliaia di euro. Cifra alla quale si è sommato
un budget pubblico, perché alcune parti dei terreni appartengono al Comune o
sono di competenza della Provincia.
Il risultato è impressionante: scendendo nella baia, infatti, molti dei pini
marittimi sono stati abbattuti. Lo stesso per alcuni dei grandi platani che
costeggiavano la strada nella parte bassa, nelle vicinanze del tornante
principale.
Una scelta praticamente obbligata, visto che negli ultimi anni più volte gli
alberi si erano abbattuti sulla strada dopo forti piogge. Per fortuna nessuno
era mai stato coinvolto, ma la caduta aveva sempre provocato l'isolamento della
baia per qualche ora, fino all'intervento dei Vigili del fuoco e della
Protezione civile.
L'ultimo episodio, all'inizio dell'anno, aveva fatto scattare l'allarme. Il
sindaco, con il permesso della prefettura, per questioni di sicurezza aveva
ottenuto il nulla osta. La proprietà della baia aveva anche cercato soluzioni
alternative, consultando più ditte, nella speranza, almeno per gli alberi più
sani e ”scenografici”, di trovare il modo di puntellarli senza tagliarli, ma
nessuna ditta aveva voluto assumersi la responsabilità.
Di qui la grande eradicazione, effettuata in due tranche: la prima all'inizio
dell'estate, per gli alberi più pericolosi e quelli più facilmente smaltibili,
la seconda in questi giorni.
Per chi scende nella baia lo scenario è comunque ”lunare”, con tanti tronchi
mozzati in nome della sicurezza, lungo una strada che, quando piove forte,
mostra tutti i suoi punti deboli. A partire dalle cascate che si formano lungo
la discesa, e che provengono non dalla strada ma dalla parete di terra,
dall'abitato di Sistiana fino al mare, con il trasporto di detriti sulla
carreggiata.
(fr.c.)
Ci vogliono ben quattro ”R” per fare dei rifiuti una
risorsa - STEFANO GREGORIO AL ROTARY MUGGIA
«Rifiuti: problema o risorsa?», argomento di grande
attualità, analizzato da Stefano Gregorio, direttore del Termovalorizzatore di
Trieste, nel corso della conviviale del Rotary Club Muggia.
Attualmente, l’unico inceneritore nella nostra regione è quello di Trieste
che copre circa 160.000 t/a, il rimanente va a discarica o a impianti di
trattamento meccanico o biologico. Considerando che nei prossimi anni le
discariche si esauriranno, appare necessario incrementare l’offerta
impiantistica. Le strategie da adottare per una corretta gestione dei rifiuti
sono la ”4R”: riduzione della quantità di rifiuti prodotti; riutilizzo di
prodotti che, seppur scartati, non hanno terminato la loro vita (contenitori per
liquidi); riciclaggio (vetro, carta); recupero di energia (combustione).
In Italia, il 52% dei rifiuti viene smaltito in discarica, il 12% viene
incenerito e il resto va a recupero e riciclaggio. In Europa vi sono circa 400
inceneritori, in Italia 55. Per quanto attiene allo smaltimento dei rifiuti
solidi urbani in discarica controllata, i vantaggi sono rappresentati dal
ridotto investimento iniziale (economico e tecnologico), dalla facilità
gestionale, dai ridotti costi di gestione, dal possibile recupero a verde di
un’area precedentemente degradata, e dal sistema di smaltimento finale. Gli
svantaggi consistono nello spreco delle risorse materiali ed energetiche ancora
contenute nel rifiuto, nella difficoltà di reperimento di siti con adeguate
caratteristiche idrogeologiche, nel rischio latente di rilascio di sostanze
tossiche nei bacini idrici, nel notevole dispendio di territorio, nella
possibile emissione di odori e proliferazione di insetti e roditori, emissione
di composti tossici, gas con forte effetto serra (metano) e gas dannosi per
l’ozono.
Relativamente allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani tramite incenerimento,
i vantaggi sono costituiti dalla salvaguardia dell’ambiente, ridotto utilizzo di
aree, recupero di materiali prelevati (es. ferro) e del calore sviluppato dalla
combustione, risparmio di fonti primarie d’energia (carbone, petrolio, metano,
ecc.), vendita d’energia elettrica e relativi vantaggi economici, inquinamento
atmosferico controllato. Gli svantaggi sono rappresentati dall’elevato
investimento iniziale, spese di gestione e manutenzione, presenza di scorie da
combustione e polveri, sistema di smaltimento non finale e necessità di altri
siti di trattamento finali per i residui (scorie e polveri).
Fulvia Costantinides
Salvi i treni da Trieste per Roma e Milano -
L’assessore Riccardi lancia ora l’ipotesi di «una compagnia ferroviaria
regionale»
«Il Porto non può aspettare il Corridoio V, va
riqualificata la stazione di Campo Marzio e va creato il collegamento con
Capodistria»
Sarà per il «buon rapporto personale» che ha ricordato di poter vantare con
l’amministratore delegato del gruppo Fs Mauro Moretti. E sarà, soprattutto, per
quei tre milioni firmati Regione che l’hanno portato a confermare che «la
Finanziaria regionale 2010 prevede una norma che consente di intervenire anche
economicamente a sostegno dei collegamenti ferroviari». Fatto sta che ieri sera
- all’audizione in Consiglio comunale sul ”rischio marginalizzazione” di Trieste
- l’assessore regionale ai Trasporti Riccardo Riccardi si è sbilanciato: «Nel
nuovo orario ferroviario in vigore dal 13 dicembre i livelli di servizio da
Trieste verso Milano e Roma e viceversa non solo manterranno il numero dei
collegamenti ma diventeranno pure più adeguati per tempi di percorrenza. La
linea Trieste-Roma sarà più veloce di 50 minuti rispetto alle attuali 6 ore e
40, mentre la Trieste-Milano manterrà le 4 ore e 20». È questo, dunque, ha
giurato Riccardi, «lo stato della trattativa», che non è chiusa ma nella quale
«non abbiamo ceduto di un passo di fronte ai ventilati tagli del Gruppo Fs».
Un passaggio, questo, racchiuso - come ha lasciato intendere l’assessore, che
nella Finanziaria Tondo ha un portafogli da 335 milioni di euro - in una
strategia più ampia, se è vero che «è opportuno interrogarci sulla costituzione
di una vera compagnia ferroviaria regionale, di realizzare un nostro sistema
autonomo per raggiungere l’hub di Mestre». Al punto che - guardando ad esempio
alla direttrice Trieste-Milano - «se risorse devono essere destinate ai
collegamenti, meglio che vadano oggi sul sistema ferroviario piuttosto che su
quello aeroportuale per il ripristino di un volo meno competitivo rispetto alla
gomma ora che c’è il passante di Mestre».
Al di là del tema bollente, l’intervento di Riccardi - alternato a un paio di
battute del sindaco Roberto Dipiazza e alle domande di tutti i gruppi consiliari
- è diventato una sorta di ricognizione a 360 gradi sulle grane di oggi e le
soluzioni di domani per i collegamenti fra Trieste come «porto della Regione» e
il resto del mondo. Punto primo: il porto, appunto: «Non è immaginabile, mentre
si parla di Piattaforma logistica e allargamento del Molo settimo, che Trieste
ed il suo porto aspettino la Tav. Servono interventi per riqualificare la
stazione di Campo Marzio e serve il collegamento ferroviario col porto di
Capodistria», ha aggiunto Riccardi annunciando che «nei giorni scorsi sono state
consegnate alla Regione alcune simulazioni degli interventi di
infrastrutturazione indispensabili in attesa della concretizzazione del
Corridoio V».
Punto secondo: la questione aeroporto. Dove la Regione è pronta a diventare
socio di maggioranza, per la felicità dello stesso Dipiazza, «anche attraverso
la fusione con il Consorzio degli enti locali, affinché l’aeroporto di Ronchi
non sia lo scalo di Trieste ma del Friuli Venezia Giulia». «Se il Consorzio
vorrà - così Riccardi - la Regione sarà pronta ad assumere la guida».
Il terzo punto? La terza corsia ovviamente. Che si fermerà a Villesse, vero
snodo verso Trieste ma anche Gorizia, le due direttrici transnazionali su gomma.
«Andremo incontro - ha chiuso l’assessore - a cinque anni di difficoltà e il
traffico continuerà ad esserci». Resta questa, per ora, l’unica certezza.
PIERO RAUBER
«Siamo pronti al referendum sull’acqua» - Il deputato
cividalese Carlo Monai (Idv) si schiera contro le privatizzazioni
Oggi il voto in aula, ma i dipietristi dicono che non
ci stanno
TRIESTE "Siamo pronti al referendum per difendere il patrimonio acqua".
Carlo Monai, nel giorno in cui si inizia a discutere alla Camera della
privatizzazione dell’acqua (oggi il voto in aula), ufficializza la linea dell’Idv,
emersa nell’esecutivo nazionale. Referendum, aggiunge il deputato di Cividale,
che riguarderà anche nucleare e processo breve.
La questione acqua è in primo piano. Dopo il via libera in Senato è approdato a
Montecitorio il decreto che, se approvato, chiuderebbe il cerchio sulla
privatizzazione imponendo agli enti locali di mettere a gara il servizio idrico.
In sostanza, entro il 2011, Ato e Comuni dovrebbero consegnare al mercato la
gestione dell’acqua potabile, così come è già accaduto a Latina e in altre città
del centro Italia con il conseguente aumento, perfino del 300%, delle tariffe.
«In commissione ho espresso la mia contrarietà al provvedimento - spiega Monai
-: l’acqua deve essere considerata pubblica come proprietà ma anche come
gestione».
La stessa posizione della Lega Nord in regione. È’ stato tirato per la giacca,
gli è stata chiesa una posizione netta, è stato oggetto di ironie da parte del
Pd, sabato scorso a Udine in conferenza stampa. Il Carroccio risponde, con il
responsabile della commissione ambiente del partito e vicecommissario
dell’autorità di bacino Loris Mestroni, con un secco "giù le mani dall’acqua".
Una posizione che considera indiscutibilmente la risorsa idrica come bene
pubblico e non teme di dividere il centrodestra che, con Ferruccio Saro e
Isidoro Gottardo, distingue invece tra proprietà pubblica e gestione mista.
Mestroni attacca il Pd: «Siamo sorpresi della svolta ambientalista di Moretton
che da vicepresidente della giunta di sinistra si era inchinato ai diktat di
Illy, avallando la proposta di svendere l’acqua friulana a Nord Est Servizi». E
punzecchia il Pdl, in particolare "l’area ex socialista". «Non esiste nessuna
distinzione tra la proprietà dell’acqua e la sua gestione: tutto deve essere
pubblico, i privati non devono metterci il naso. E non vengano a parlarci di
società miste».
Il coordinatore del Pdl Gottardo ribatte invece al Pd: «Obbligare i servizi
locali a misurarsi con il mercato è esattamente l’opposto delle paure che vuole
evocare Moretton. L’acqua come bene non è privatizzabile, la gestione, quando
serve e conviene al cittadino, lo può essere». Caso aperto perché il capogruppo
del Pd risponde a stretto giro di posta, pure a Saro: "Solo la gestione pubblica
garantisce che l’acqua non diventi un business".
(m.b.)
FIUME - Verso un’energia sostenibile
Fiume è la prima città in Croazia ad entrare a far parte
dell’associazione Energie cities, che raccoglie gli enti locali per la
promozione di politiche energetiche sostenibili, e una dei pochi centri croati
ad aver firmato la Carta europea dell’Energia, impegnandosi a promuovere
politiche in materia di efficienza energetica compatibili con lo sviluppo
sostenibile, ad incentivare un utilizzo più efficiente e più sano dell'energia e
ad incoraggiare la cooperazione nel settore dell'efficienza energetica.
Nei giorni scorsi, nell’ambito del progetto Bulb attuato grazie ai fondi europei
e del valore di 315 mila euro, è stata portata a termine l’installazione
dell’illuminazione pubblica efficiente ed ecologica in via Marino Jakominic (a
Mariljeva Draga, rione occidentale di Fiume) grazie alla quale verranno ottenuti
risparmi pari al 50 per cento.
(v.b.)
CONFERENZA STAMPA WWF, LEGAMBIENTE E ITALIA NOSTRA - LUNEDI', 16 novembre 2009
Rigassificatore di Trieste. WWF e Legambiente ricorrono
al TAR del Lazio: “Incredibile superficialità nella procedura VIA
da parte del ministero dell’ambiente.”
E’ stato depositato nei giorni scorsi al TAR del Lazio il
ricorso contro il rigassificatore di Trieste- Zaule proposto dalla
multinazionale spagnola GasNatural. Il ricorso, a firma dei presidenti nazionali
del WWF, Stefano Leoni, e di Legambiente, Vittorio Cogliati-Dezza, chiede
l’annullamento del decreto VIA, sottoscritto nel luglio scorso dai ministri
dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dei beni culturali, Sandro Bondi. Anche
Italia Nostra si affiancherà alle altre due associazioni, con un intervento “ad
adiuvandum”.
Le motivazioni del ricorso – redatto dall’avv. Alessandro Giadrossi - sono state
illustrate nel corso di una conferenza stampa, oggi a Trieste, dai
rappresentanti delle tre associazioni.
Vengono contestate in particolare:
1) alcune prescrizioni del decreto VIA, come quella sulla bonifica del sito
inquinato (GasNatural ha eseguito solo una piccola parte delle analisi
indispensabili per capire se e in che modo la bonifica sarà possibile, e quindi
non si può stabilire se gli impianti previsti potranno essere realizzati nel
sito ex Esso);
2) la non conformità del progetto con le previsioni del piano regolatore di
Trieste;
3) la mancata valutazione, da parte della Commissione VIA ministeriale, di molte
osservazioni presentate da WWF e Legambiente, soprattutto quelle che rilevavano
le gravi incongruenze egli errori negli studi presentati da GasNatural e dai
suoi consulenti (soprattutto negli studi sull’impatto delle acque di scarico
sulla temperatura della Baia di Muggia e sulla risospensione dei sedimenti
fortemente inquinati);
4) la totale omissione, nel decreto VIA, di aspetti fondamentali dell’impatto
del rigassificatore sulla vita degli organismi marini, come la “sterilizzazione”
di ogni forma di vita nella Baia di Muggia (e non solo) conseguente all’impiego
di cloro come biocida e all’utilizzo dell’acqua marina come vettore di calore
nel processo di rigassificazione;
5) l’”appiattimento” della Commissione VIA su quanto sostenuto negli studi di
GasNatural, senza alcuna analisi critica sui medesimi, anche nel caso del
fondamentale studio sull’”effetto domino”;
6) la mancata sottoscrizione degli studi stessi e la conseguente impossibilità
di identificarne gli autori;
7) la mancata partecipazione alle riunioni della Commissione VIA ministeriale
del rappresentante della Regione Friuli Venezia Giulia, pur prevista per legge;
8) il procedimento anomalo e illegittimo, seguito dal ministero dei beni
culturali per “scavalcare” i pareri negativi, sotto il profilo paesaggistico,
espressi dal Soprintendente del Friuli Venezia Giulia e per annullare altresì le
prescrizioni contenute nel parere positivo che lo stesso era stato poi costretto
ad emettere;
9) il “frazionamento” irrazionale e illegittimo della procedura VIA in due
tronconi indipendenti, uno relativo al rigassificatore di GasNatural, l’altro al
gasdotto SNAM Trieste-Grado-Villesse, sebbene i due progetti siano logicamente e
fisicamente interconnessi, per cui si imponeva una valutazione integrata di
entrambi (come fatto nel caso del progetto del rigassificatore off shore
proposto da Endesa - E.On);
10) la mancata consultazione del pubblico sul progetto, pur prescritta dalla
Direttiva europea n. 35 del 2003.
“E’ incredibile – hanno sottolineato gli ambientalisti – la superficialità con
cui il ministero dell’ambiente e la Commissione VIA hanno affrontato l’analisi
di un progetto complesso e con tanti gravi risvolti per l’ambiente e la
sicurezza, come quello di GasNaural.”
”Non contento di ciò, il ministero ha anche incredibilmente ritardato la
consegna della documentazione istruttoria (relazioni tecniche, corrispondenza
con il Governo Sloveno, ecc. ) richiesta dalle associazioni e pervenuta alle
medesime quasi tre mesi dopo la richiesta, quando la legge fissa un termine di
30 giorni per la consegna. Di questo sarà debitamente informata la
magistratura.”
“Ci auguriamo – hanno concluso WWF, Legambiente e Italia Nostra – che il TAR
faccia giustizia, fermando l’iter di un progetto devastante per l’area triestina
e sanzionando un comportamento inqualificabile dei supremi organi ministeriali
preposti alla tutela dell’ambiente, rivelatisi invece del tutto inadeguati ai
compiti e tutt’altro che imparziali.”
La contestazione delle tre associazioni contro il progettato rigassificatore si
estende necessariamente al già citato gasdotto SNAM e alla centrale
termoelettrica da 400 MW, che Lucchini-Severstal vorrebbe costruire nel porto di
Trieste: “un insieme di impianti – è stato osservato – previsti nell’esclusivo
interesse dei proponenti, in assenza di qualsivoglia piano energetico e con
assoluto disprezzo per l’accettabilità degli stessi rispetto alle condizioni
ambientali dell’area triestina, con l’aggiunta di un assurdo e irrazionale
appoggio a priori da parte di tutti gli enti locali: Regione, Provincia e Comune
di Trieste .”
Gli ambientalisti auspicano anche un atteggiamento fermo da parte del Governo
sloveno, dichiaratosi contrario al rigassificatore di Trieste-Zaule per i
possibili riflessi negativi sul proprio territorio. “Esiste tuttavia il rischio
– hanno osservato – che Lubiana finisca per cedere alle pressioni del Governo
italiano, che da anni sta tentando di convincere la Slovenia ad accettare il
rigassificatore di Trieste, offrendo in cambio il proprio sostegno per il
raddoppio della centrale nucleare di Krško. Con il che, ad una iattura se ne
aggiungerebbe un’altra forse ancora peggiore”.
Il ricorso al TAR del Lazio è stato possibile anche grazie alle donazioni dei
cittadini a sostegno della campagna delle tre associazioni.. Campagna che
prosegue; di qui l’appello a versare contributi sul conto corrente postale n.
12559340 intestato a: Legambiente Trieste - Circolo Verdeazzurro, via Donizetti
5/a, 34133 Trieste, oppure mediante bonifico allo stesso Circolo (codice IBAN:
IT64 I076 0102 2000 0001 2559 340), specificando la causale: "donazione pro
spese azioni legali contro rigassificatore Trieste-Zaule".
IL PICCOLO - LUNEDI', 16 novembre 2009
Gemme (Asi): nel 2010 il piano per il parco eolico -
«Cerchiamo un partner industriale». Da definire l’accordo con gli olandesi di
Blue H
TRIESTE Ansaldo sistemi industriali punta a dare avvio
entro il 2010 al progetto di parco eolico offshore nel golfo di Trieste. Il
percorso, iniziato ad aprile con la presentazione alla commissione
infrastrutture del Consiglio regionale, è però ancora tutto in divenire, come
conferma lo stesso amministratore delegato di Asi Claudio Gemme dall'America.
«Stiamo comunque lavorando al progetto con dei partner tecnologici per la parte
elettrica e meccanica del progetto - afferma Gemme - e per assicurarci le
banchine necessarie a varare le attrezzature che verrebbero realizzate a
Monfalcone».
Asi sta cercando quindi le giuste sinergie con altre aziende della regione e
dell'area monfalconese, anche per quel che riguarda lo sbocco a mare. «Stiamo
cercando una partnership locale a Monfalcone», conferma l'ad di Asi il cui
stabilimento è confinante con quello di Fincantieri, in grado di offrire proprio
le banchine utili al varo dei manufatti. Asi non è ancora giunta comunque a un
accordo definitivo con la società olandese Blue H che ha adattato la tecnologia
subacquea utilizzata nel settore dell'oil and gas per sviluppare delle
piattaforme stabili su cui piazzare delle turbine eoliche. La stessa che sarà
impiegata per realizzare la centrale con turbine flottanti da 92 Mw al largo di
Tricase, in Puglia.
Nonostante le incertezze ancora esistenti, Asi ha intenzione di tirare a breve
le fila del progetto per capire quali volumi di lavoro può attendersi già per il
prossimo anno anche nello stabilimento di Monfalcone, specializzato nella
produzione di grandi motori elettrici. Di ritorno dagli Stati Uniti e dal
confronto con l'azionista Patriarch Partners, l'ad di Asi conta di definire in
settimana il piano industriale e di budget per il 2010. La società si è
impegnata del resto a chiarire le prospettive per il prossimo anno con le
organizzazioni sindacali entro la fine del mese. Nel caso non sia acquisito il
volume di ordini atteso anche a Monfalcone non è escluso che il 2010 si apra con
il ricorso agli ammortizzatori sociali.
A Monfalcone, il più grande stabilimento del gruppo in Italia, 450 dipendenti,
sta comunque proseguendo la realizzazione dell'ampliamento delle strutture con
un investimento di quasi 15 milioni di euro, finalizzato alla produzione di
motori di ancora maggiori dimensioni. «Purtroppo siamo in un momento in cui non
ci sono volumi di lavoro così grandi da consentire di reinvestire utili in
questo progetto», ammette così Gemme, secondo il quale ci vorrebbe quindi un
sostegno più deciso da parte delle istituzioni. Il progetto prevede un
investimento di circa 5-6 milioni di euro per quanto concerne il sistema di
infrastrutture legate alla produzione e di 30-40 milioni relativi alla
realizzazione della piattaforma eolica vera e propria.
Il piano presentato ad aprile da Asi assieme alla Società Bulloneria Europea di
Monfalcone riguarda la creazione di piattaforme eoliche offshore per la
produzione di 30 megawatt di energia (il corrispettivo del consumo annuo di
circa 10 mila famiglie) che verrebbero immessi nella rete distributiva. Le
piattaforme, consistenti in una base su cui poggia la torre eolica, verrebbero
realizzate a terra nello stabilimento monfalconese per poi venire trasportato al
largo. La base viene sommersa sotto acqua lasciando emersa soltanto la torre.
L’impianto verrebbe installato ad almeno 15 miglia dalla costa con un impatto
visivo quindi non particolarmente significativo, secondo Asi. La presenza
dell’impianto di energia eolica comporterebbe, secondo i promotori del progetto,
la possibilità di occupare un centinaio di operai specializzati.
LAURA BLASICH
Doberdò e Pietrarossa, laghetti a rischio - Fondi
regionali bloccati: in ritardo il rilancio turistico
IL VICESINDACO GERGOLET LANCIA L’ALLARME
Il lago di Doberdò è un fiore all’occhiello del Comune, un’esclusività in
Europa, e il punto di riferimento per il decollo del turismo naturalistico della
Riserva regionale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa. Un’area di 726 ettari,
gioiello della biodiversità sia animale sia vegetale e una bellezza particolare,
specie in questo periodo, per i colori autunnali in particolare quello
giallo-rossiccio del “sommàco”. Il tutto corredato da una ricca varietà di
volatili. Ma il rilancio turistico definitivo dell’area purtroppo ha subito una
brusca frenata, poiché la Regione continua a bloccare i fondi. E con la
Finanziaria di quest’anno, la voce relativa a parchi e riserve è stata
fortemente ridimensionata. Inoltre la Comunità europea ha posto un vincolo di
destinazione d’uso del lago come “Paludario“, ma senza concedere mai
finanziamenti.
«Per l’amministrazione comunale – spiega la vicesindaco Luisa Gergolet - il lago
di Doberdò rappresenta una delle massima priorità poiché oltre a tenere in vita
un’area naturalistica unica, potrebbe essere il volano per uno sviluppo
turistico della nostra zona. Vorremmo trovare, quindi, finanziamenti
innanzitutto per ripulire il lago e dare un aspetto ambientale corretto, dando
forza alle piante autoctone ed eliminando quelle che danneggiano».
SEGNALAZIONI - PIANO REGOLATORE - «Tutta Banne dice no
alla cementificazione»
Voglio spendere qualche parola in difesa di chi fa il
proprio lavoro e cerca di farlo nel migliore dei modi. Mi riferisco all’articolo
apparso sul Piccolo il 29 ottobre scorso, dove il sindaco di Trieste accusa
Marko Milkovic, presidente della Circoscrizione Altipiano Ovest, di dare
informazioni errate sul piano regolatore.
Le trovo accuse sbagliate e ingiuste. Non crede, signor sindaco, che se il
progetto fosse stato gestito con trasparenza e nel rispetto della popolazione
residente (non solo slovena ma anche italiana) ogni cosa sarebbe stata da subito
più semplice e onesta? Certamente tutti hanno la bocca per parlare e grazie a
Dio anche un cervello per pensare ma non sempre li usano a dovere: quando si
costruirono le quattrocento case a Opicina vi fu il silenzio, chi doveva
protestare non lo fece e ora chiunque può vedere le conseguenze. Ci tengo a
precisare che l’iniziativa di noi abitanti di opporci al piano regolatore e alla
conseguente cementificazione della Caserma Monte Cimone e di una parte del
prezioso e insostituibile territorio carsico è stata spontanea: vi aderisce
quasi tutta la popolazione del borgo di Banne. Negli ultimi cinquant’anni in
Italia è stata coperta dal cemento una superficie uguale a due volte la
Lombardia: un massacro che lasceremo in eredità (avvelenata eredità) alle
prossime generazioni. Perché continuare su questa sciagurata strada anche a
Trieste, rovinando il nostro splendido territorio invece di valorizzarlo come
merita? Negli ultimi tempi, tutti abbiamo capito una cosa: oggi o sei con le
politiche del signor sindaco o contro le sue politiche, non ci sono vie di
mezzo. Io sto con il territorio e dunque contro queste politiche avvelenate.
Annamaria Monassi
IL PICCOLO - DOMENICA, 15 novembre 2009
Rigassificatore, Muggia fa ricorso - Nesladek: si
realizzi al suo posto una vasta area retroportuale
MUGGIA Il Comune di Muggia ha presentato ricorso al Tar
del Fruli Venezia Giulia contro il progetto per il rigassificatore di Zaule,
affidandolo all'avvocato Francesco Longo di Pordenone. Un Consiglio comunale
straordinario è previsto per illustrare i motivi del provvedimento.
Confidando in un accoglimento del ricorso, il sindaco di Muggia coglie la palla
al balzo per lanciare una controproposta: creare al posto del rigassificatore
una vastissima area di retroporto grazie alla rete di infrastutture viarie e
ferroviarie esistenti, con la possibilità di realizzare una banchina nell'area
dell'ex tiro a volo.
Il ricorso, accanto a quelli già noti, punta su un aspetto finora mai emerso: la
legittimità della commissione tecnica Via. «La novità - sottolinea Nesladek - è
che l'autorizzazione si basa su due pareri rilasciati da una commissione che ha
visto avvicendarsi alcuni componenti, il cui decreto di nomina però è stato reso
nullo dal Tar del Lazio il 30 ottobre. Per effetto retroattivo, pertanto, la
commissione apparirebbe illegittimamente costituita e anche i pareri emessi
potrebbero essere illegittimi. Non siamo ancora in grado di valutarne la
valenza, ma, grazie alla nostra tenacia, emerge un elemento nuovo nella
battaglia contro l'impianto. Ribadisco - aggiunge Nesladek - che non lavoriamo
per bloccare lo sviluppo economico, ma perchè convinti che quella zona debba
avere una vocazione portuale. Riteniamo infatti che tutta l'area delle Noghere e
dell'ex Aquila rappresenti un formidabile retroporto, non solo per la grande
estensione ma anche per la presenza delle reti autostradale e ferroviaria e per
la vicinanza con Capodistria. Dalla ferrovia slovena ci separa solo qualche
chilometro, e perciò gli investimenti per collegarci al porto di Capodistria
sarebbero poco costosi e le opere scarsamente impattanti sul territorio. Ma la
presenza del rigassificatore non può coesistere con queste prospettive». (g.t.)
San Dorligo, inquinanti sotto i limiti di legge - Non
rilevati però i composti di zolfo. L’Arpa consiglia modifiche agli impianti per
lo stoccaggio del greggio
IL MONITORAGGIO DELLA SCORSA PRIMAVERA NELLE AREE
ATTORNO AL PARCO SERBATOI DELLA SIOT
Gli inquinanti nell’aria di San Dorligo sono entro i limiti di legge. Lo si
ricava dai risultati dal monitoraggio effettuato dall’Arpa dal 3 marzo al 30
aprile scorsi (59 campionamenti) su incarico dell’amministrazione comunale. Non
sono stati però misurati i composti di zolfo, all’origine dei cattivi odori
lamentati dalla popolazione. Per limitare queste emissioni l’Arpa propone la
modifica o l’integrazione degli impianti di stoccaggio del greggio.
ODORI E IDROCARBURI «In relazione alla natura delle esalazioni nell'area
abitativa circostante il parco serbatoi Siot – si legge nella relazione – i
rilievi di composti aerodispersi indicano la presenza episodica di idrocarburi,
prevalentemente in località Mattonaia, in condizioni meteoclimatiche
caratterizzate da venti di bassa intensità tali da favorire il ristagno degli
inquinanti al suolo».
I composti organici volatili di prevalente origine idrocarburica si sono dunque
registrati a Mattonaia, con situazione simile nelle centraline della Wärtsilä e
in via di Muggia. A Caresana e a Bagnoli il livello di concentrazione è
risultato nettamente inferiore.
«Alle esalazioni percepite – ricorda l'Arpa – possono contribuire pure i
composti dello zolfo, tra cui idrogeno solforato e solfuri organici», che però
in questo monitoraggio non sono stati registrati.
SOLUZIONI Per ridurre l'intensità delle esalazioni percepite a Mattonaia l'Arpa
ha segnalato alla Siot «soluzioni tecniche atte a modificare e/o integrare la
dotazione degli impianti interessati allo stoccaggio del greggio, con
particolare attenzione agli interventi da predisporre durante le operazioni di
carico/scarico serbatoi».
Non solo. L'Arpa ha infatti suggerito di «monitorare in tempo reale la
situazione ambientale con rilievo automatico degli inquinanti aerodispersi Crs
(composti ridotti dello zolfo) e Cov (composti organici volatili) responsabili
del fenomeno odoroso». A questo riguardo viene raccomandata «l'adozione di
efficaci sistemi di rilevamento, di tali inquinanti da collocare presso una
postazione sensibile di accertata criticità quale quella individuata a
Mattonaia».
ALTRI MONITORAGGI Nel periodo di rilevazione, nel comprensorio esaminato
comprendente cinque postazioni (Bagnoli, Wärtsilä, Mattonaia, strada per
Caresana e via di Muggia), secondo l'Arpa «le concentrazioni atmosferiche degli
inquinanti monitorati – pm10 (polveri sottili), benzoapirene e benzene – si sono
mantenute ampiamente entro i limiti di legge sulla qualità dell'aria».
Pm 10: i valori delle polveri sottili con diametro inferiore a 10 micrometri
hanno registrato una media totale di 25 µg/mc giornalieri, rimanendo dunque nei
limiti di legge che fissano la soglia a 50 µg/mc al giorno. Tuttavia i valori di
Mattonaia sono risultati superiori rispetto ai monitoraggi effettuati a Trieste
con le centraline di via Carpineto (24 µg/mc) e di piazza Libertà (16 µg/mc).
Ipa: tra gli idrocarburi policiclici aromatici, contaminanti che si formano per
combustione incompleta di sostanze come il petrolio, il BaP – benzo(a)pirene – è
quello dotato della più elevata tossicità. La concentrazione media di BaP
registrata in due mesi a Mattonaia si è attestata a 0,3 ng/mc, valore inferiore
rispetto alla norma che prevede come limite un valore di 1,0 ng/mc, fissato però
su base annua.
Benzene e toluene: idrocarburi quali benzene e toluene (solvente meno tossico
del benzene) sono risultati al di sotto della norma. Per il benzene Mattonaia e
Caresana hanno registrato una media di 2,2 ng/mc (dal 2010 il limite verrà
abbassato da 6,0 a 5,0 ng/mc). Il toluene ha mostrato una concentrazione da 1 a
3 volte maggiore rispetto al benzene. La concentrazione maggiore di toluene si è
registrata alla Wärtsilä (media di 4,4 ng/mc), seguita da Mattonaia (4,2 ng/mc).
A norma di legge però non c'è alcun limite per la cocentrazione del toluene in
ambiente esterno.
RICCARDO TOSQUES
Moretti: gara da un miliardo per l’alta velocità - IL
BANDO USCIRÀ LA PROSSIMA SETTIMANA
L’amministratore delegato Fs: «Spero vinca un’impresa
italiana». Napolitano: «Con i treni veloci più unità nazionale»
MILANO «La prossima settimana uscirà il bando di gara per la costruzione dei
nuovi treni per l'Alta Velocità», lo ha annunciato l'amministratore delegato di
FS Mauro Moretti. «Sarà una gara da oltre 1 miliardo di euro - prosegue Moretti
in una intervista a La7- È una gara che pone un progetto completamente
innovativo di treni che oggi non esistono sul mercato. Parteciperanno tutti. Io,
naturalmente, auspico che vinca un'impresa italiana».
«Noi, con questo progetto - aggiunge - abbiamo dato alle nostre imprese la
possibilità di essere i primi al mondo nella competizione globale, le imprese
italiane stanno vincendo gare in tutto il mondo per i sistemi dell'Alta
Velocità. Se riuscissero a vincere l'appalto parteciperebbero a questa nostra
avventura comune: affiancando il nostro sistema tecnologico di controllo, che è
diventato standard europeo, al migliore treno, la nostra industria potrà vincere
anche gli appalti mondiali».
«L'alta velocità rende il Paese più unito, avvicina il Nord ed il Sud»: ha detto
il presidente Giorgio Napolitano commentantando così il viaggio inaugurale
dell'ultimo tratto della Tav sulla linea Roma-Napoli. Soddisfazione evidente da
parte del Capo dello Stato, anche per quello che la sua città natale ha potuto
dimostrare. Questa grande opera, spiega, «non si è fatta attendere
all'infinito».
Grazie a queste opere -ha detto Napolitano- si «consolida materialmente e anche
sul piano delle relazioni umane l'unità nazionale e i rapporti tra il Nord e il
Sud». Non solo: «abbiamo davvero fatto un salto di qualità», e questa è «una
delle tante cose che l'opinione pubblica nazionale dovrebbe acquisire come un
dato di fatto». Una «realizzazione perfetta», «un segno che va nella direzione
opposta» rispetto a tanti luoghi comuni. Insomma, «un impegno straordinario
delle Ferrovie» frutto di un «lavoro tutto italiano operato grazie
all'esperienza e alla conoscenza delle tecnologie che riusciamo a valorizzare
ovunque» nel mondo.
Intanto arriva «un invito a dedurre»: è quello che la procura regionale presso
la Corte dei Conti sta inviando ad una serie di figure, politiche e tecniche,
relativamente alla vicenda della realizzazione dell'Alta velocità. Lo ha reso
noto il presidente della giunta regionale della Toscana, Claudio Martini, e
l'onorevole Vannini Chiti, all'epoca della vicenda a sua volta presidente della
giunta regionale, i fatti risalirebbero ai periodi nei quali erano al lavoro le
amministrazioni 1990-1995 e 1995-2000. «Chiariamo subito - ha detto Martini -
che l'ipotesi è semplicemente relativa a questione erariali. Ci sembra
oltretutto curioso - ha proseguito Martini - che l'invito a dedurre sia relativo
soltanto a un livello regionale, lasciando fuori completamente il livello di
governo centrale che è quello maggiormente coinvolto dal progetto».
Il Pd: no alla privatizzazione dell’acqua - «Tondo
impedisca che il prezzo triplichi». Ogni giorno si consumano 196 litri a testa
DAL 2011 - È la data entro la quale partirà la
rivoluzione
TRIESTE La Regione faccia valere la sua specialità, chieda autonomia da Roma
nella gestione dell'acqua, pensi all'Ato regionale unico. Perché altrimenti,
sulla via della privatizzazione, quel patrimonio verrà sacrificato al business e
i cittadini pagheranno bollette triplicate rispetto a oggi. L'allarme lanciato
dal CeVi un paio di settimane fa in un convegno a Udine viene fatto proprio dal
Pd che presenta una mozione per la difesa del servizio pubblico, si appella a
Renzo Tondo e sfida la Lega Nord: «Si comporti coerentemente con la sua visione
federalista».
E' un caso sociale e politico. Da un lato il rischio di un'acqua molto più
costosa, dall'altro la polemica dell'opposizione, in particolare contro il
Carroccio, accusato di non difendere più un bene pubblico e locale di
inestimabile valore, contrariamente a quanto fece in era Illy quando sembrò a un
certo punto decollare il progetto di una multiutility del Nordest.
La causa è nota. Nel settembre scorso un decreto emanato dal governo,
accelerando la disciplina prevista dall'articolo 23 bis della legge 133 del
2008, ha chiuso il cerchio sulla privatizzazione imponendo agli enti locali di
mettere a gara il servizio idrico. In sostanza, entro il 2011, Ato e Comuni
dovranno consegnare al mercato la gestione dell'acqua potabile. Un percorso già
avviato a Latina e in altre città del centro Italia con il conseguente aumento,
perfino del 300%, delle tariffe.
Ieri in conferenza stampa Debora Serracchiani, Gianfranco Moretton e Paolo Menis,
con i responsabili locali Cristiano Shaurli e Francesca Papais, oltre al
capogruppo in Provincia di Udine Francesco Martines, hanno ribadito l'allarme
del CeVi. Con tanto di mozione per impegnare Tondo e giunta ad attivarsi perché
in caso di conversione del decreto in legge (domani il provvedimento approda
alla Camera) il bene acqua sia dichiarato «privo di rilevanza economica» e «ad
attivare un tavolo di confronto con il governo per ottenere lo stralcio della
gestione del servizio idrico dalla normativa nazionale avocando a sé la
competenza in materia».
«La nostra è una posizione forte e chiara - afferma il neosegretario regionale
del Pd annunciando un'iniziativa di piazza a dicembre -: l'acqua è e deve
rimanere un bene pubblico». Da parte di Moretton, dopo la ricostruzione del
percorso che ha portato nel 2005 al recepimento della legge Galli, arriva quindi
l'attacco politico: «Sono state sin qui molto gravi le assenza di Tondo e di una
Lega che, al Senato, ha votato a favore del decreto. Vedremo se in Friuli
Venezia Giulia i leghisti sapranno essere coerenti con le loro posizioni
storiche».
La privatizzazione dell'acqua, aggiunge Menis, «non è un obbligo imposto dalla
Ue ma una precisa scelta del governo per rispondere agli interessi delle
multiutility del Nord». E ancora: «La Lega ha venduto l'acqua a Tremonti». Il
segretario Fvg Pietro Fontanini non raccoglie la polemica ma assicura che il
Carroccio «continuerà a difendere l'acqua dalla privatizzazione. Non a caso
stiamo chiedendo che gli Ato passino alle Province, più pubblico di così…».
Con l'aiuto del CeVi ci sono anche i numeri. Ciascun cittadino della regione
utilizza mediamente 196 litri di acqua al giorno, come in Germania (in Italia
sono 293, in Francia 211), con uno spreco del 37% a causa del cattivo
funzionamento delle reti idriche. Servirebbero 1,2 miliardi per rimettere a
posto gli acquedotti regionali e un minimo aumento della tariffa, suggerisce
Menis, «per convincere molta gente a contenere i consumi». Ieri intanto a Udine,
in occasione della manifestazione "Funerale dell'acqua", il CeVi ha consegnato
ai parlamentari 4mila firme. Un altro appello, spiegano Massimo Moretuzzo e
Marco Iob, «prima che il bene più prezioso diventi nuovo business per privati e
banche». (m.b.)
Wwf: meno neve, assurdo investire sulle funivie - Gli
ambientalisti: la Regione spende 115 milioni con precipitazioni in calo del 30%
Tra pubblico e privato impieghi che sfiorano i 200
milioni Gli ecologisti: va trovato un punto di equilibrio per la montagna
TRIESTE Sono giustificati investimenti esponenziali sulle piste da sci
quando il boom dell'attività è largamente alle spalle? Ha senso incrementare le
risorse per il turismo da neve quando imponenti modificazioni climatiche portano
a ben oltre il 30% la riduzione delle precipitazioni? E' strategico pianificare
una ricettività bulimica in alta montagna quando il mercato chiede altro? Più in
generale è legittimo, per tutto questo, devastare l'ambiente? A meno di un mese
dall'entrata in funzione della funivia del Canin (l'apertura è prevista il 5
dicembre), collegamento tra Sella Nevea e Bovec, il Wwf aggiorna il dossier 2007
"Alpi e Turismo" e investe di interrogativi la politica turistica invernale
della Regione.
IL DOSSIER Sono undici pagine siglate anche da Legambiente, Mountain Wilderness,
Italia Nostra, Cai Pordenone, Società Alpina Friulana.
L'attualità è la funivia che da Sella Nevea si arroccherà ai 2.133 metri di
Sella Golovec, 200 sciatori alla volta, a un chilometro o poco più da Sella
Prevala, sul confine, anticamera di un altro viaggio in funivia verso il demanio
di Bovec, un investimento che pesa 16 milioni di euro sulle casse regionali. La
netta bocciatura della Valutazione di incidenza del progetto, si legge nel
dossier ambientalista, non ha fermato sminamenti e ruspe. E tra poche settimane
le due cabine inizieranno a funzionare.
IL PIANO DI PROMOTUR Opere dall'enorme costo economico e ambientale. Non solo a
Sella Nevea. Per il periodo 2006-2010 il piano industriale di Promotur (la
società partecipata dalla Regione con il 35% delle quote), "non assoggettato ad
alcuna procedura di Vas, Valutazione ambientale strategica, nonostante i suoi
effetti dirompenti su ambiente e paesaggio e le pesantissime ricadute sulla
pianificazione urbanistica e di settore", rilevano il presidente regionale del
Wwf Roberto Pizzutti e il referente aree protette e montagna sempre del Wwf
Guido Pesante, prevede un investimento che, in valore indicizzato, tocca i 115,8
milioni di euro per migliorie agli impianti e ai servizi di località, e i 2,5
milioni per la creazione di un centro unico di gestione dell'offerta. Ma ci sono
anche i 18,8 milioni (il privato, in project financing, ne deve aggiungere altri
48,2) per 1.600 nuovi posti letto, un'espansione dell'offerta ricettiva in
contraddizione però con l'occupazione dei posti letto nella stagione invernale
in regione (non più del 42%).
I FONDI In era Illy Promotur ha incassato i fondi per sostenere il piano: 10
milioni di euro all'anno per vent'anni a partire dal 2006, un totale di 200
milioni, con la Regione intervenuta a sostegno pure di un sesto polo sciistico
Pontebba-Pramollo e a supporto dello sviluppo del centro di Sauris. Il versante
italiano di Passo Pramollo, soggetto a vincolo idrogeologico e paesaggistico, è
ancora intatto. "Ma ancora per poco - osservano Pizzutti e Pesante -: l'iter per
il project financing sta per decollare". La Regione ha messo in preventivo una
spesa di 65 milioni - gli altri arriveranno dal privato, è sotto esame l'offerta
del gruppo guidato dal colosso degli impianti di risalita Deppelmayr - per la
realizzazione di un villaggio turistico da 600 posti letto, strutture sportive e
commerciali, un caravan park, 7 km di piste da discesa.
L'IMPATTO AMBIENTALE Quel Passo Pramollo dotato naturalisticamente di un
eccezionale valore vista la presenza di due Siti di importanza comunitaria. Ma
gravissimi impatti ambientali - con un quadro normativo europeo che diventa
sempre più cogente per gli Stati membri - riguardano un'ampia area oggetto di
interesse turistico regionale: Sella Prevala al Canin, patrimonio naturalistico
ma anche storico, i monti Tamai, Lussari e Varmost, il gruppo del monte Cavallo.
Zone su cui si progettano appunto villaggi turistici, funivie, estensioni del
demanio sciabile, prolungamenti di impianti e piste, attraversamenti di borghi
storici.
LA PROSPETTIVA ECONOMICA L'impatto ambientale è la prima preoccupazione degli
ambientalisti. Ma non è la sola prospettiva stavolta. Ne emerge una economica,
anche questa approfondita a suon di cifre. La domanda del mercato innanzitutto,
che dipende in primis dalla dinamica demografica: la popolazione in età
sciisticamente attiva, tra i 15 e i 60 anni, si ridurrà in Italia di 13 milioni
di unità nel 2050 e di 6 milioni già nel 2030. Nel frattempo sta aumentando
l'interesse per il turismo naturalistico e culturale che, con riferimento al
sistema delle aree protette nazionali, è cresciuto nel 2006 del 12,7% rispetto
all'anno precedente. Un trend che continua.
LA CONCORRENZA Ma non basta. Perché, a fronte di massicci investimenti sul
prodotto sci, sottolineano gli ambientalisti, la nostra regione non può comunque
avere le armi per competere. I cinque poli di Promotur assommano poco più di 100
km di piste da discesa, mentre nella sola Val Gardena il comprensorio offre 175
km di piste e 81 impianti di risalita. Altro raffronto, la vendita degli ski
pass: Tarvisio, la stazione più ricercata del Friuli Venezia Giulia, ne vende un
decimo di quelli della Val Gardena.
IL CLIMA Ma ci sono anche dati sportivi e climatici. Tra il 1997 e il 2004 si
registra una riduzione del 24% degli sciatori, effetto anche delle minori
nevicate, con punte del 35% nelle Alpi orientali veneto-friulane e addirittura
del 50% a Forni di Sopra. Serve di conseguenza sempre più neve artificiale. Un
dato: sull'arco alpino il consumo d'acqua per l'innevamento artificiale a
stagione sciistica varia da un minimo di 52 milioni a un massimo di 95 milioni
di metri cubi d'acqua (quantità che corrisponde al consumo domestico annuo di 1
milione di italiani).
PUNTO DI EQUILIBRIO La conclusione del dossier? La necessità che il Friuli
Venezia Giulia individui un nuovo punto di equilibrio tra turismo invernale e
tutela dell'ambiente alpino. Perché, ed è la questione principale, non pare che
l'onere finanziario sopportato dal pubblico sia adeguatamente ripagato dai
risultati economici.
Preoccupazione dell'oggi, ma soprattutto del domani.
MARCO BALLICO
Centrale a biomasse da record mondiale - NUOVO IMPIANTO
A GORIZIA
GORIZIA Sarà il secondo impianto a oli vegetali più
potente al mondo. Avrà una potenza di 38 megawatt, una ”producibilità” (questo
il termine tecnico) di 300 milioni di kilowattora e contribuirà al fabbisogno
energetico della provincia di Gorizia e della regione. In una prima fase darà
lavoro a una ventina di persone. Il costo? 40 milioni. Quando sarà pronto? Fra
luglio e settembre del prossimo anno.
Questi, in sintesi, i numeri della nuova centrale a biomasse che sta per essere
realizzata nella zona industriale di Gorizia. I lavori sono già iniziati, come
spiega l’ingegner Giuseppe Fiannacca, promotore e progettista dell’iniziativa,
realizzata finanziariamente dal gruppo ”Setramar” di Ravenna, che sostiene
l’iniziativa della società ”Energia Pulita spa” con sede legale a Trieste.
Lubiana nel progetto del gasdotto dal Mar Nero -
Firmato a Mosca il protocollo d’intesa tra Slovenia e Russia. Nell’opera
coinvolto anche l’Eni
APERTI I GIOCHI PER LA SUPREMAZIA ENERGETICA VERSO
OVEST. LA LUKOIL GUARDA AL RIGASSIFICATORE DI CHERSO
TRIESTE Era l’ultimo tassello del mosaico. E ieri il quadro si è chiuso con
la firma a Mosca della partecipazione della Slovenia al cosiddetto «Progetto
South Stream», ossia il metanodotto che collegherà il Mar Nero con Monfalcone.
Dunque, dopo tante trattative e dopo aver informato il ministro degli Esteri
italiano, Franco Frattini lunedì scorso a Brdo pri Kranju, la Slovenia ha
siglato l’agognato accordo con la Russia per la partecipazione al progetto di
gasdotto South Stream, frutto di una joint venture Gazprom-Eni, nel corso di un
incontro tra i rispettivi premier a Novo-Ogarievo, alle porte di Mosca.
L'accordo di cooperazione intergovernativa sul South Stream è stato firmato dal
ministro russo dell'Energia, Serghiei Shmatko, e dal suo collega sloveno, Matej
Lahovnik, alla presenza dei rispettivi premier, Vladimir Putin e Borut Pahor. Il
gasdotto porterà il gas russo nell'Europa sudorientale passando sotto il Mar
Nero ed evitando l'Ucraina. Avrà una capacità di 63 miliardi di metri cubi di
gas all'anno. Il progetto è considerato concorrenziale rispetto a quello del
Nabucco, il gasdotto sponsorizzato dalla Ue per trasportare il metano dal mar
Caspio in Europa bypassando la Russia per ridurre la dipendenza energetica del
vecchio continente da Mosca.
E proprio martedì scorso il programma d'azione legato alla costruzione del
tratto sottomarino del gasdotto South Stream è stato al centro di un colloquio
che l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, ha avuto a Mosca con l'ad
di Gazprom Aleksiei Miller.
Come riferisce l'agenzia Itar-Tass, che cita un comunicato del colosso
energetico russo, «nell'incontro sono state esaminate le questioni della
cooperazione bilaterale in campo energetico». «Le parti - aggiunge il comunicato
- hanno valutato positivamente il lavoro comune per la realizzazione della fase
di preinvestimento del progetto South Stream. L'Italia - nota Gazprom - è il
terzo importatore di gas russo in Europa, e nel 2008 ha ottenuto dalla compagnia
russa 22,4 miliardi di metri cubi di gas naturale. Nel novembre 2006 Gazprom e
Eni firmarono un accordo di partnership strategica in base al quale Gazprom ha
avuto la possibilità a partire dal 2007 di inviare forniture dirette di gas
russo sul mercato italiano.
«Mosca ha firmato un accordo per attuare il progetto di gasdotto South Stream
con tutti i suoi partner chiave», ha sottolineato il premier russo, Vladimir
Putin, dopo la firma odierna per la partecipazione al progetto anche della
Slovenia. «Abbiamo così siglato la fine con tutti i partner europei chiave che
ci sono necessari per mettere in pratica questo progetto», ha dichiarato il capo
del governo russo, dopo i colloqui con il suo collega sloveno, Borut Pahor, come
riferisce l'agenzia Interfax. Per il premier russo uno dei compiti del gasdotto
South Stream è anche quello di «disciplinare» l'Ucraina. «La diversificazione
nelle forniture dei nostri prodotti energetici aumenta la loro stabilità e
affidabilità. E ciò servirà a disciplinare anche i nostri partner di transito»,
ha detto Putin. «Io spero che il nostro principale Paese di transito, l'Ucraina,
rispetterà tutti i punti del contratto firmato nel gennaio scorso».
La firma di Lubiana potrebbe apparire in correlazione con il veto opposto alla
costruzione del rigassificatore di Zaule a Trieste. E, in effetti, in parte lo
è, considerando che gli organi governativi sloveni stanno «strizzando l’occhio»
all’impianto di rigassificazione che la Croazia sta preparando a Castelmuschio
sull’isola di Veglia. Stranamente lì non ci sono pericoli ambientali per i 46 Km
di costa slovena. Ma, guarda caso, l’impianto dovrebbe essere gestito dalla
russa Lukoil. Insomma, per l’energia, la Slovenia guarda decisamente a Est e
adesso che le carte si stanno scoprendo si può non fare peccato a pensare che
dietro all’ostinato «no» al rigassificatore di Trieste ci siano altri grandi
giochi internazionali, non fosse altro che la Gazprom sarebbe alquanto
interessata all’acquisizione della slovena Petrol.
MAURO MANZIN
Nel 2011 il metano arriverà anche in Dalmazia - LE
NUOVE PROSPETTIVE ENERGETICHE DELLA CROAZIA
Avvantaggiato lo Zaratino nella costruzione del
gasdotto che giunge sino alla costa da Zagabria
FIUME Tra circa un anno e mezzo il metano potrà cominciare a scendere verso
la Dalmazia, ma perché poi possa raggiungere gli utenti nelle case ci vorrà
ancora del tempo. Probabilmente non meno di un anno. Bene che vada, a Spalato e
dintorni il gas naturale, come fonte energetica più razionale e pulita, potrebbe
fare la sua entrata trionfale verso la fine del 2011. Prima però oltre all’asse
principale del metanodotto di circa 290 km che dai sobborghi a Sud di Zagabria
scenderà verso l’area dalmata, sarà necessario apprestare chilometri e
chilometri di rete distributiva ora praticamente inesistente e ancora tutta da
progettare. E in questo senso al momento appare chiaramente avvantaggiato lo
Zaratino, dove ci si è mossi con maggiore tempestività e dove alla
concessionaria austriaca EVN AG è già stata affidata l’esecuzione del progetto
dei 350 km di rete distributiva locale. Un appalto da 25 milioni di euro,
“ripartito” in un primo tempo fra 25-30 mila potenziali utenze. A Zara e nelle
località circostanti il metano potrebbe diventare realtà nella primavera del
2011. A Spalato si è invece in ritardo e attualmente si sta ancora arzigogolando
sui termini del contratto da stipulare con la stessa EVN AG.
Nel caso della regione spalatina, dove il reticolo distributivo di quasi 350
chilometri dovrebbe avvolgere anche le municipalità dei Castelli, Traù (Trogir)
e Salona (Solin), un colpo di acceleratore potrebbe arrivare dalle maniere
spicce del nuovo sindaco-imprenditore Zeljko Kerum. Ma neppure lui e la sua
amministrazione “a gestione familiare” potranno recuperare il ritardo accumulato
fin qui nella progettazione delle condutture che dovrebbero servire un
agglomerato di circa 81-82.000 utenti, in grado di assorbire sui 300 milioni di
metri cubi di gas all’anno. Data la vastità e complessità orografica del
territorio, la rete distributiva locale dovrebbe costare un po’ più di quella
zaratina. Senza peraltro raggiungere le isole. Ancora più consistente è il
ritardo in cui versa la regione di Sebenico, dove non si è neppure deciso a chi
affidare la concessione sulla rete locale. I favori del pronostico pendono
comunque tutti dalla parte della predetta EVN AG. Qui i chilometri di condutture
per raggiungere sulle 52 mila utenze dovrebbero essere addirittura 430. Dati e
cifre di qui sopra sono emersi da un convegno svoltosi nei giorni scorsi a
Spalato e incentrato sulla strategia di metanizzazione a livello nazionale,
durante il quale è stato posto l’accento proprio sull’area dalmata, l’unica
rimasta fin qui totalmente emarginata dalle mappe sull’utilizzo del gas
naturale. Durante il convegno si è così appreso che l’asse principale del
gasdotto da 500 mm sta lentamente scendendo verso sud ed è arrivato in località
Josipdol. I segmenti successivi dovrebbero portare la condotta fino a Graèac e
Benkovac, nell’immediato entroterra zaratino.
Poi proprio da Benkovac il gasdotto dovrebbe proseguire verso Sebenico e
Spalato. Un’opera del costo stimato sui 240 milioni di euro e appaltata a “Plinacro”,
indicata come ”asse croato” del metanodotto adriatico-ionico, che in un futuro
dalla fisionomia ancora piuttosto remota dovrebbe calarsi dal confine ungherese,
via Zagabria, fino all’estremo sud della Dalmazia e sino al Montenegro e
l’Albania per chiudere un anello le cui chiavi resterebbero in territorio
magiaro e quindi nelle mani del gigante russo Gazprom. Lo stesso che sta al
vertice di “South Stream”, ossia del metanodotto di cui a Mosca i premier russo
Putin e sloveno Pahor hanno appena sottoscritto l’accordo per il transito entro
i confini sotto la giurisdizione di Lubiana. Tornando però all’anello croato (la
diramazione da Zagabria al confine ungherese è già in allestimento), un ruolo
importante sarà chiamato a svolgerlo pure il pianificato rigassificatore (o
terminal GNL) in località Castelmuschio (Omisalj), sull’isola di Veglia, che si
spera operativo entro il 2014. Il rigassificatore quarnerino – contrariamente a
quello praticamente analogo che si vorrebbe a Trieste – avrebbe anche tutto
l’appoggio sloveno. Con un futuro allacciamento al terminal GNL di Veglia,
infatti, Lubiana potrebbe “diversificare” le sue fonti di approvvigionamento e
non dipendere esclusivamente dai metri cubi erogati dal gigante russo.
(f.r.)
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore
L’incontro di Brno con le autorità slovene termina con un
risultato di zero a zero.
Era logico, che dopo la opposizione della Slovenia all’impianto di Zaule, lo
Stato italiano avviasse dei cololqui di chiarimento sulla pericolosità
dell’impianto di Zaule, fornendo come richiesto, tutti i dati disponibili. Sia
per tanquillizzare lo Stato confinante, che per poter sbloccare l’impasse sul
progetto. Ora se guardiamo la carta marittima, vediamo che la Slovenia si trova
in condizioni di difficoltà per il trasporto navale, in quanto per arrivare alla
zona libera deve obbligatoriamete attraversare la zona marittima della Croazia.
Questo gioca molto a suo sfavore e le liti per la pesca nel golfo di Pirano ne
sono un esempio. La Slovenia non ha mai contestato l’impianto dell’isola di
Veglia che la Croazia sta realizzando, perché lontano dal golfo di Capodistria.
A parte il fatto che a trattare, se si farà o meno, questo rigassifigatore nella
provincia di Trieste, dovrebbero essere interpellate le popolazioni della nostra
provincia in primis e per seconde, l’autorità regionale del Friuli Venezia
Giulia, oggi completamente escluse da qualsiasi trattativa. Non comprendiamo
perché, se si ha la necessità di un rigassificatore si vuole metterlo proprio a
Trieste, con tanta costa libera nell’Adriatico e se vogliamo nel Tirreno o nella
zona di Ostia. Evidentemente, sotto vi è un qualche disegno a noi non
comprensibile e taciuto. Sarà bene ricordarsi che la nostra provincia dovrebbe
essere interpellata, e non dare per scontato che dirà, sempre e solo sì,
abbassando la testa obbediente per non avvelenare i buoni rapporti con la
Slovenia e con le popolazioni che abitano e convivono a Trieste.
Sarà bene che il ministro Frattini ne tenga conto, altrimenti subiremo un altro
diktat, come fu per Osimo. Auguri comunque che tutto vada per il meglio, anche
se io ritengo di no.
Gualtiero Grassi
SEGNALAZIONI - Alberi abbattuti - EX MADDALENA
Riferendomi alla recente notizia sul mancato finanziamento
regionale per la costruzione di alloggi popolari nell’area dell’ex Maddalena,
non posso dimenticare l’incredibile solerzia con cui i novelli vandali, degni
epigoni del buon Genserico, distrussero in men che non si dica gli alberi che
facevano bella mostra di sé in quel comprensorio. A noi sfortunati abitanti di
quelle ormai inospitali lande non resta che respirare i mortiferi miasmi che
giornalmente provengono dalla vicina Ferriera. Come più volte invano richiesto
da altri lettori, vorrei soltanto conoscere il nome dell’artefice di tale
scempio, per poterlo additare al ludibrio dei nostri concittadini.
Franco Zivec
SEGNALAZIONI - «Vicolo delle Rose abbandonato ai rifiuti e ai detriti del maltempo»
Desidero segnalare pubblicamente lo stato di degrado e
abbandono in cui versa vicolo delle Rose. Questa strada, quotidianamente
percorsa dagli stessi residenti ma non solo, essendo un'alternativa alla via
Commerciale, vede presenti nella parte più alta, quella che attraversa il tratto
boschivo e che congiunge vicolo delle Rose con via Commerciale, detriti e
rifiuti ancora risalenti ai forti temporali dello scorso agosto. Ai bordi della
già stretta carreggiata, ma non solo, sono presenti rami, sassi e quanto le
forti precipitazioni sono riuscite a ribaltare dal sottobosco che in alcuni
tratti si affaccia sulla carreggiata stessa in maniera impervia. Chi percorre
questo tratto stradale è quotidianamente costretto ad effettuare vere e proprie
gimkane per schivare i detriti franosi, in alcuni casi veri e propri massi ed in
questo periodo viene anche ad aggiungersi l'accumulo di fogliame che rende il
selciato ancor più sdrucciolevole. Per i residenti, ma ripeto non solo,
costituisce la via più rapida per raggiungere il complesso sportivo e
soprattutto scolastico di Cologna. A ciò si aggiunga il fatto che essendo vicolo
delle Rose a doppio senso di marcia, la presenza di tali detriti impone, nel
caso di incrocio di due veicoli provenienti dalle direzioni opposte, lunghe
retromarce all’uno o all'altro dei conducenti essendo di fatto ulteriormente
ridotta la carreggiata percorribile. Ma non solo, i detriti sono spesso presenti
anche nel centro della carreggiata trattandosi di materiale non sedimentato ma
in costante movimento e che solo grazie alle finora scarse precipitazioni
autunnali non è aumentato in volume; cionondimeno costituiscono un notevole
fattore di rischio e pericolo sia per i veicoli a due che a quattro ruote.
Vicolo delle Rose, attraversando nella sua parte più alta un tratto boschivo, è
naturalmente soggetto ad eventi franosi sia a causa di fenomeni meteorologici
sia a causa del costante attraversamento di fauna fortunatamente ivi presente
(daini e cinghiali) ma non è altrettanto naturale l'abbandono in cui versa e i
tempi di normale manutenzione che non vedono, ad oggi, un termine. Ovviamente la
situazione è stata segnalata agli uffici competenti del Comune senza né un cenno
di risposta né tantomeno un'azione di riparo.
Bruno Perfetto
IL PICCOLO - SABATO, 14 novembre 2009
La riserva naturale della Val Rosandra a rischio per i
”tagli” - FINANZIAMENTI DELLA REGIONE
SAN DORLIGO Il preannunciato taglio delle risorse
economiche da parte della Regione sta per mettere a serio rischio il futuro
della riserve naturali della Val Rosandra e delle Falesie di Duino. E' questo
l'appello lanciato ieri dal Comune di San Dorligo della Valle, che si è reso
promotore di un'iniziativa congiunta con altre realtà regionali (tra cui il
Comune di Duino Aurisina) per promuovere alcune ”azioni finalizzate alla
sensibilizzazione dell’amministrazione regionale sui danni che i pesanti tagli
alla gestione delle riserve comporterebbero dal punto di vista sociale ed
ambientale”.
La riserva naturale regionale della Val Rosandra ha come organo gestore il
Comune di San Dorligo, il quale amministra l'area grazie ai finanziamenti che
giungono direttamente dalla Regione. Nel 2008 i fondi erogati
dall’amministrazione regionale sono ammontati a circa 180 mila euro.
Quest'anno la cifra si è abbassata a 120 mila, ma quello che più preoccupa
l'amministrazione Premolin è la spesa prevista dalla Regione per il 2010 che,
secondo i dati raccolti dal Comune, dovrebbe essere di soli 15 mila euro. Una
riduzione del 90% rispetto agli accordi di programma che coinvolgerebbe anche la
riserva naturale delle Falesie di Duino, affidata in gestione al Comune di Duino
Aurisina.
«È nostra intenzione chiedere immediatamente un incontro tra l’assessore
regionale alle Risorse agricole, naturali e forestali Claudio Violino e al
presidente della Regione Renzo Tondo, per discutere del futuro della riserva e
della sua importanza per il territorio come risorsa naturale, economica e
sociale», ha dichiarato l’assessore all’Ambiente di San Dorligo Elisabetta
Sormani.
L'esponente della giunta Premolin ha poi evidenziato «le importantissime
ricadute economiche e turistiche che si potrebbero verificare tagliando i fondi,
e che renderebbero vani gli investimenti compiuti negli ultimi anni».
All'appello lanciato da San Dorligo hanno aderito le altre riserve naturali
della regione, tra le quali quelle dei Laghi di Doberdò e Pietrarossa e della
Foce dell'Isonzo.
Riccardo Tosques
Scaroni: la ripresa ci sarà, all’Italia serve il
nucleare - Il rigassificatore di Trieste «necessario al Nord». Io futuro
presidente Generali? «Chiedetelo a loro»
TRIESTE - Una autentica standing ovation. C’era tutto il
mondo della finanza che conta ieri sera alla consegna del diploma honoris causa
del Mib, la scuola di management di Trieste, all’amministratore delegato
dell’Eni, Paolo Scaroni. «Hic sunt leones», ha detto Scaroni riferendosi alle
origini romane dell’antica Tergeste e rivolto alla platea triestina che gli ha
tributato un’autentica ovazione alla fine della sua ”lectio magistralis”
intitolata: «La lupa e il cane a sei zampe».
Per il numero uno della più grande azienda globale del Paese l’Italia deve
recuperare gli ideali, l’organizzazione e il coraggio dell’antica Roma, un
impero durato mille anni, «per uscire dalla crisi e ricominciare a primeggiare
nel mondo». Gli italiani devono insomma ritrovare «da qualche parte nei
cromosomi» le qualità di quell’antica civiltà. Scaroni ha ricevuto il
riconoscimento da Enrico Cucchiani, presidente del Mib School of management e
membro del Board of management di Allianz Se, il colosso delle polizze tedesco.
Il Mib di Trieste -ha detto Scaroni- «è focalizzato sul management
internazionale e l’internazionalizzazione è sempre stata una caratteristica di
questa città. Io ho avuto il privilegio di lavorare per multinazionali di Paesi
diversi. Il riconoscimento del master triestino mi gratifica come riconoscimento
a una carriera internazionale».
In prima fila ad ascoltare Scaroni c’erano anche gli ad delle Generali, Giovanni
Perissinotto e Sergio Balbinot. Scaroni, che fa parte del cda del gruppo
triestino e in tempi recenti è stato indicato in ambienti finanziari come un
possibile candidato alla presidenza delle Generali al posto di Antoine Bernheim
(il consiglio del Leone scadrà in aprile), all’inevitabile domanda se fosse
interessato si è limitato a dire: «Chiedetelo alle Generali».
Per Scaroni la crisi economica internazionale «ha dimostrato che c'è molta
carenza di leadership nel mondo». Come uscirne? «Io sono ottimista sulla ripresa
anche se riceviamo segnali contraddittori. Ogni volta che nel mondo i tassi di
interesse scendono, circola molta liquidità e i prezzi dell’energia non sono
molto alti, ci sono tutte le premesse perchè si realizzi una ripresa e ci sarà
anche questa volta». La ripresa rischia di essere frenata dai mancati
investimenti? «Il problema se ci sarà o meno la ripresa non riguarda solo
l’Italia ma investe l’Europa e va considerato su scala globale. I governi
nazionali possono fare molto poco. Solo un’azione concertata può condurci alla
vera ripresa». Sui mercati finanziari per Scaroni esiste la necessità oggi una
regolamentazione perchè «quanto è accaduto negli ultimi due anni dimostra che su
questo fronte «le regole erano confuse».
Scaroni promuove sul piano strategico il progetto di rigassificatore progettato
a Zaule nel Golfo di Trieste da Gas Natural: «In Europa ci sono molti progetti
di rigassificatori. È logico realizzarne uno nel Nord Italia perchè il 70% del
gas nel nostro Paese viene utilizzato dalle regioni del Nord». Tuttavia «sul
mercato del gas l’offerta è molto più abbondante della domanda e anche se ci
sarà la ripresa non penso ci saranno problemi di approvvigionamento». L’Italia
deve invece dotarsi di fonti alternative per produrre energia elettrica: il
nucleare è una necessità che ormai è avvertita da tutti».
Nella sua «lectio» («mi sono molto divertito a scriverla») Scaroni ha sviluppato
il tema della leadership e dell’internazionalizzazione raccontando le conquiste
«dell’impresa globale di maggior successo: l’impero romano». Una riscoperta di
orgoglio e di appartenenza a una civiltà dove «le strade erano tutte uguali,
diritte, larghe 12 piedi e con una pietra a destra per marcare ogni miglio».
Un’azienda che ha «schemi organizzativi chiari e definiti, preserva l’identità e
i valori aziendali, anticipa i cambiamenti innovando prodotti e servizi». Di
fronte ai super-manager del Nordest e della grande finanza confluita nella sala
del Mib Scaroni invita a seguire «i cinque pilastri sui quali si fondava
l'organizzazione internazionale dell'impero romano: standardizzazione
organizzazione, meritocrazia, integrazione, innovazione e comunicazione». «Gli
stessi principi - ha precisato - valgono ancora per chiunque si trovi a gestire
oggi un'organizzazione internazionale, come un'azienda globale. È il momento -
ha concluso - di recuperare queste qualità e utilizzarle per uscire dalla crisi
e ricominciare a primeggiare nel mondo». La politica di Roma, aggiunge il
presidente dell’Eni «era basata su un sistema che permetteva alle eccellenze di
emergere, anche quando nascevano fuori dalle mura cittadine». E anche l’Eni, ha
aggiunto, è una azienda che «beneficia di decisioni coraggiose prese da persone
che mi hanno preceduto 15-20 anni fa».
PIERCARLO FIUMANÓ
Nel 2008 in Friuli Venezia Giulia 4771 sinistri
stradali con 110 morti
TRIESTE Nel 2008 in Friuli Venezia Giulia si sono
verificati 4.771 incidenti stradali con complessivi 110 morti e 6.459 feriti.
Udine risulta la provincia con il più alto numero di sinistri (1.897) seguita da
Trieste (1.195), Pordenone (1.081) e Gorizia (598). Spetta a Udine anche il
maggior tributo di sangue con 54 morti, poi vengono Pordenone (31), Trieste (18)
e Gorizia (7). Per quanto riguarda i feriti il primato spetta a Udine (2.659)
seguita da Pordenone (1.482), Trieste (1.478) e Gorizia (840). Limitando
l’analisi agli incidenti mortali, il Friuli Venezia Giulia ne conta nel 2008 105
con un totale di 110 morti e 77 feriti. Il numero maggiore di incidenti mortali
è avvenuto a Udine (31) seguito da Pordenone (31), Trieste (16) e Gorizia (7).
In questo caso i feriti sono così ripartiti: Udine 44, Pordenone 16. Trieste 9 e
Gorizia 8.
I dati sono contenuti nel rapporto presentato ieri da Aci e Istat. A livello
nazionale nel 2008 sono state 4.731 le vittime sulle strade italiane, con un
meno 7,8 per cento significativo rispetto all’anno precedente. I più colpiti
però sono sempre i giovani tra i 25 e i 29 anni.
Un’alga killer attacca i fondali dell’isola di Cherso -
La ”Racemosa” si è ormai sviluppata su una vasta superficie. Allarme ecologico
Laddove appare non c’è più vita per altre specie
vegetali. L’allarme degli studiosi croati
CHERSO La notizia era stata svelata da uno dei più bravi pescatori subacquei
croati, il lussignano Danijel Gospic, rivoltosi agli ambientalisti di
Lussingrande per riferire che sui fondali chersini aveva notato un’ estesa
colonia di Caulerpa racemosa. Parliamo della ben nota alga tropicale invasiva,
che assieme alla consorella Caulerpa taxifolia è da anni l’incubo di biologi e
ambientalisti croati. Laddove appare la racemosa (e l’identico discorso vale per
la taxifolia), l’habitat marino – se non si interviene in tempo – è destinato ad
andare incontro ad un processo di desertificazione, che riguarda le altre specie
vegetali e, di conseguenza, anche pesci, molluschi e crostacei. La racemosa, che
ha un’incredibile capacità riproduttiva, superiore alla taxifolia, riesce a
coprire in tempi rapidi ogni tipo di fondale, privandolo così del necessario
ossigeno (fenomeno dell’ anossia) e favorendo lo sviluppo di anidride solforosa.
Inoltre è velenosa, non costituendo pertanto un alimento per la fauna marina.
Una miscela di pericolose caratteristiche, che ne fanno un’ intrusa temibile, da
debellare senza indugi. Infatti, laddove appare, non c’è più vita per le altre
specie vegetali e gli animali marini, al punto che l’ area attaccata diventa una
landa desertica, senza il minimo accenno di biodiversità. Purtroppo la racemosa,
scoperta per la prima volta nelle acque croate nove anni fa, è riuscita a
compiere una lunga traversata verso l’ Alto Adriatico, venendo individuata anche
sui fondali di Cherso. Per onor di cronaca, va rilevato che la racemosa era
stata scoperta anni fa sui fondali antistanti Orsera, in Istria. L’informazione
fornita dalla fiocina lussignana si è rivelata esatta: l’alga ha attecchito sui
fondali dell’insenatura di Lukovac, sulla costa orientale dell’isola. Lo ha
fatto su una superficie di circa 6.700 metri quadrati, individuata dalla biologa
Nikolina Rako, responsabile del settore ricerche di Plavi Svijet (Mondo blu in
italiano), l’organizzazione ambientalista di Lussingrande che si occupa di
tutela delle risorse e dei paesaggi marini.
Tra l’altro, Mondo blu è da tanti anni impegnato nella salvaguardia della
colonia di delfini lussignani (più di 100 esemplari), che costituisce il simbolo
più rappresentativo dell’ isola quarnerina. Imbeccata da Gospic, la Rako ha
constatato “de visu” che la racemosa ha preso possesso di una vasta superficie,
rilevando quindi ai giornalisti che, pena il progressivo proliferare in altre
zone del golfo del Quarnero, questa alba tropicale deve essere neutralizzata
senza tentennamenti. In questo momento non è dato sapere se la micidiale
racemosa – che non è assolutamente pericolosa per la salute dell’ uomo – abbia
attecchito altrove sui fondali di Cherso. La biologa ha infine ricordato che né
la racemosa, né la taxifolia, vanno estirpate e magari rigettate in mare: basta
un piccolo pezzo di queste alghe per garantire la loro veloce riproduzione.
(a.m.)
BORA.LA - VENERDI', 13 novembre 2009
Qual è l’impatto ambientale del rigassificatore? Parla Predonzan del Wwf
WWW.LAVOCE.INFO - VENERDI', 13 novembre 2009
IL CLIMA CHE VERRÀ DA COPENHAGEN - Energia e Ambiente /
Internazionali
La conferenza di Copenhagen è fondamentale per il futuro
della lotta ai cambiamenti climatici. Ma è probabile che ne esca un accordo non
sufficiente a raggiungere un significativo abbattimento delle emissioni e anche
troppo costoso. Si dovrebbe invece puntare a un'intesa su alcune azioni
immediate e su pochi principi di massima, oltre a fissare una tabella di marcia
in vista di un accordo generale nel 2015. Sul tavolo resterebbe così un unico
problema: l'allocazione dei permessi tra i diversi paesi, che dovrebbe essere
più generosa per quelli in via di sviluppo.
Jean Tirole
IL PICCOLO - VENERDI', 13 novembre 2009
Al via il primo treno fra Gorizia e Brescia per
trasferire i Tir - LUNEDI’ PARTE IL SERVIZIO DELLA SDAG
GORIZIA Partirà lunedì sera il primo convoglio ferroviario
carico di Tir dalla piattaforma di scambio gomma-rotaia Ro-La-Go della stazione
confinaria della Sdag. Il treno si muoverà alle 18 in direzione di Ospitaletto,
in provincia di Brescia, dove arriverà in nottata. Subito dopo, sempre con dei
camion drizzati sui vagoni, farà ritorno a Gorizia. E così avverrà per quattro
giorni alla settimana. A organizzare questo vero e proprio servizio navetta Alpe
Adria spa, in collaborazione con Trenitalia e le due società terminaliste di
Gorizia e Ospitaletto, ovvero la Sdag e la Bertani. Ad aver prenotato la tratta
Gorizia – Ospitaletto sono stati per lo più operatori ungheresi, croati e
polacchi che, in questo modo, si risparmieranno il congestionamento dell’A4, con
evidenti vantaggi in termini di sicurezza, di usura dei mezzi e, per quanto
concerne il territorio, di impatto inquinante. Per l’autoporto isontino, la
partenza di lunedì rappresenta un evento storico, che apre definitivamente una
nuova stagione di operatività, dopo il lungo periodo di difficoltà apertosi con
l’allargamento dell’Unione europea, avvenuto il 1° maggio del 2004. Allora, la
scomparsa delle barriere doganali interruppe l’intera economia legata ai servizi
confinari che aveva proprio nella Sdag il suo cuore pulsante.
«Finalmente – osserva il presidente della società, Giorgio Milocco – dopo tanti
sforzi e tanti investimenti vediamo concretizzarsi un progetto strategico per il
futuro di questa infrastruttura e dell’intero settore locale legato alla
logistica». In realtà, però, quella che decollerà lunedì è solo la prima fase di
un disegno più ampio, in parte ancora da completare. L’obiettivo, nel medio
termine, è quello di fare della Sdag un «motore» della logistica, ovvero un sito
capace di dare impulso autonomamente ai traffici merci da e per l’est europeo in
un’ottica intermodale, con un preciso ruolo «retro-portuale» nei confronti degli
scali di Trieste e Monfalcone. Ultimata circa un anno fa, per una spesa di oltre
5,5 milioni, la piattaforma di scambio è l’elemento centrale di questo piano. È
composta da un binario di 600 metri e da una struttura coperta progettata
appositamente per la movimentazione degli autoarticolati.
Poco distante, all’interno del perimetro dell’autoporto, è stato ormai
completato il cosiddetto terzo lotto, composto da una struttura da 8400 metri
quadrati coperti destinata a supportare le diverse realtà della logistica decise
a fare base su Gorizia. Oggi, all’interno della Sdag, le imprese insediate sono
74, per 500 posti di lavoro complessivi. Intanto, entro il 2011, con un
ulteriore investimento da 5 milioni, saranno realizzate altre strutture che, una
volta rese utilizzabili, porteranno a 125mila i metri quadrati di superficie
complessiva l’impianto isontino.
NICOLA COMELLI
IL PICCOLO - GIOVEDI', 12 novembre 2009
Riaperto l'ECOSPORTELLO di via Donizetti
A dicembre nuova sede a Muggia
La Regione stanzia tre milioni di euro per salvare i
treni diretti a Roma e Milano - MANOVRA FINANZIARIA 2010
TRIESTE La partita è durissima. E Riccardo Riccardi lo sa
bene. Ma l’assessore regionale ai Trasporti, adesso, ha un’arma in più: tre
milioni di euro, seppur come tetto massimo di spesa, per convincere l’ad di
Ferrovie Mauro Moretti a non tagliare sin dal 13 dicembre i treni che collegano
direttamente Trieste e Udine a Roma e Milano.
La Finanziaria 2010, oggi all’approvazione definitiva della giunta, contiene
infatti una norma di legge ad hoc: quella norma autorizza la Regione a farsi
carico in prima persona degli «oneri del miglioramento dei collegamenti
ferroviari passeggeri di lunga percorrenza tra le città di Trieste e Udine e le
città di Roma e Milano». Poi, stabilendo in tre milioni di euro la
partecipazione massima, la stessa norma demanda a una convenzione con Trenitalia
il compito di stabilire le modalità del miglioramento nonché della
partecipazione finanziaria regionale.
Ma basteranno tre milioni di euro per evitare un ulteriore isolamento
ferroviario del Friuli Venezia Giulia? E mantenere i collegamenti ”veloci” con
Roma e Udine anche nell’orario invernale? Riccardi, incontrando i sindacati dei
trasporti e illustrando la manovra complessiva sulle infrastrutture, ribadisce
la priorità della Regione: «Come minimo vogliamo confermare lo stesso numeri di
treni. Ma il nostro sforzo è teso a garantire anche tempi di percorrenza
inferiori tra Trieste, Udine e la capitale. La trattativa è in corso». Riccardi,
infatti, deve reincontrare a breve Moretti. L’incontro non è ancora fissato ma
dovrebbe svolgersi già nei prossimi giorni.
Ogs, firmato un accordo con il liceo ”Galilei” -
L’istituto di oceanografia formerà gli studenti sugli ecosistemi costieri
Sarà ufficialmente formalizzato tra qualche giorno un
accordo di rete tra il Dipartimento di Oceanografia Biologica (BiO)
dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS e il
liceo scientifico Statale Galileo Galilei, accordo che prevede la realizzazione
di un percorso d'istruzione e formativo su tematiche legate al mare. Il progetto
“Biologia marina” è già stato inserito nel Pof (il Piano di Offerta Formativa)
del Liceo G. Galilei, diventando dunque parte integrante del programma di studio
per le classi individuate dalla professoressa Eva Godini.
«Le tematiche prescelte – spiega Paola Del Negro, ricercatrice al Dipartimento
Bio e già coinvolta in passato in analoghe iniziative didattiche – sono legate a
temi d’obbligo per una città di mare come Trieste: gli approfondimenti
riguarderanno gli ecosistemi costieri, la qualità delle acque, la microbiologia
e la biologia marine, la chimica ambientale, ma sono previste anche attività di
laboratorio in cui gli studenti apprenderanno l’approccio alla ricerca, con
particolare enfasi sul metodo scientifico». Campionamenti, vita di laboratorio,
e forse anche i fisiologici alti e bassi della sperimentazione scientifica e
della ricerca saranno dunque le costanti che accompagneranno il nuovo percorso
didattico che gli studenti intraprenderanno da gennaio 2010, che sarà
indirizzato, in parte, anche al personale docente per il quale il BiO prevede di
progettare e produrre materiali informativi/formativi.
Se la sede pratica è, per ovvi motivi, il laboratorio BiO situato sul mare, le
lezioni teoriche si svolgeranno nella sede del Liceo G. Galilei. «È un accordo
che sono felicissima di firmare – commenta Lucia Negrisin, dirigente scolastico
del liceo G. Galilei – perché, grazie alle competenze dei ricercatori Ogs e
all’entusiasmo e professionalità dei nostri insegnanti - in particolare della
professoressa Godini, appassionata di biologia marina e vera sostenitrice
dell’iniziativa - siamo in grado di fornire ai ragazzi che frequentano il nostro
Istituto un valore aggiunto nella loro preparazione. Il curriculum specialistico
creato dal Dipartimento BiO e calato nella didattica quotidiana rappresenta un
momento propedeutico al percorso universitario che i ragazzi saranno chiamati a
scegliere e a intraprendere».
«La lettera sul rigassificatore? Una scorrettezza» - LA
MISSIVA ALLA SLOVENIA: IL PD DI SAN DORLIGO CRITICA GLI ALLEATI
SAN DORLIGO «La lettera di plauso al premier sloveno Pahor
contro il rigassificatore di Zaule è stata un'azione scorretta nei confronti
delle istituzioni italiane». Il coordinatore del circolo Pd di San Dorligo della
Valle nonché consigliere provinciale Emilio Coretti ha motivato così la
decisione da parte del partito di maggioranza dell'amministrazione Premolin di
non sottoscrivere la missiva inviata a Borut Pahor nonché al ministro
dell'Ambiente della Repubblica slovena Karl Viktor Erjavec da parte delle
segreterie politiche di centrosinistra e firmata da Rifondazione comunista,
Comunisti italiani, Unione slovena e Cittadini per San Dorligo della Valle. Nel
documento, sottoscritto dai partiti di centrosinistra di Muggia con l'esclusione
anche qui del Pd, è stato espresso apprezzamento per «l’atteggiamento e la ferma
contrarietà assunti dal Governo sloveno sul previsto impianto di
rigassificazione a Zaule». Una mossa questa non digerita dal Pd di San Dorligo
come spiega Coretti: «Noi siamo una realtà troppo piccola per confrontarci con
il primo ministro della Repubblica di Slovenia, un'istituzione che con questa
lettera corriamo il rischio di sminuire».
Coretti ha poi ricordato l'impegno del Pd nel continuare a raccogliere le firme
contro il progetto del rigassificatore di Zaule e l'obiettivo finale di questa
azione: «Entro l'anno queste adesioni verranno consegnate ai rispettivi sindaci
di San Dorligo e Muggia che a loro volta le trasmetteranno al prefetto di
Trieste. Questo è l'iter che si era prefissato assieme alle altre segreterie
della maggioranza, un percorso che quindi va contro la lettera di sostegno ad un
Governo sicuramente amico, ma pur sempre appartenente ad uno stato estero, al
quale peraltro i firmatari della lettera hanno garantito la disponibilità per
eventuali azioni da svolgere congiuntamente, una promessa - secondo il
coordinatore comunale del Pd - decisamente inappropriata poiché travalica le
nostre istituzioni, in primis il prefetto al quale presto verranno consegnate le
firme contro il rigassificatore di Zaule».
(r.t.)
SEGNALAZIONI - «Rigassificatore: confermiamo che
l’Italia ha violato la direttiva Seveso» - LA REPLICA
Nei giorni scorsi
(Piccolo 4/11,
p. 10) il sottosegretario Roberto Menia e il
parlamentare Isidoro Gottardo hanno attaccato la credibilità di Greenaction
Transnational, e quella mia personale, affermando fosse non vera la notizia che
in relazione ai progetti di rigassificatori a Trieste vi sarebbe già una messa
in mora dell’Italia da parte dell’Unione Europea per violazione della direttiva
comunitaria «Seveso» sugli impianti pericolosi. I due esponenti politici
difendono il progetto del rigassificatore di Gas Natural nel porto industriale
della città e affermano di avere attinto le proprie informazioni da canali
ministeriali italiani e da non precisate «fonti interne alla Commissione»
europea.
Greenaction Transnational risponde quindi, a tutela della verità e mia propria,
confermando la notizia della messa in mora come dai documenti già resi pubblici
dal 26/10 sia in conferenza stampa che sul sito www.greenaction-planet.org.
Si tratta di una comunicazione specifica (13/10/09 n. 317455) della presidente
della commissione per le petizioni Parlamento Europeo, che in relazione a due
prime petizioni presentate nel 2007 e 2008 contro i rigassificatori allega gli
esiti dei primi accertamenti svolti su sua richiesta dalla Commissione Europea.
In sintesi, vi si legge che gli accertamenti sulle violazioni denunciate sono
ancora aperti, ma la Commissione ha già deciso il 19/3/2009 la messa in mora
dell’Italia per violazione della direttiva comunitaria 96/82/CF, art. 13, par. 1
(cui potrebbe quindi seguire la procedura d’infrazione con le relative
sanzioni).
Le petizioni segnalavano infatti anche che il progetto inserirebbe il
rigassificatore in una concentrazione non rilevata e già abnorme di altri
impianti pericolosi, per i quali la direttiva non risulta rispettata nemmeno
sotto questo profilo elementare che riguarda i piani d’emergenza e
l’informazione alle popolazioni.
Il fatto risulta impeditivo perché in presenza di questo genere di violazioni
l’art. 17 della stessa direttiva, che riguarda anche gli impianti
transfrontalieri, impegna gli Stati membri a vietare «l’attività o l’avvio
dell’attività di qualsiasi stabilimento, impianto o deposito o parte di essi,
qualora il gestore non abbia presentato entro il termine stabilito, la notifica,
i rapporti o altre informazioni previste dalla presente direttiva».
Mentre le autorità italiane non risultano aver provveduto né a mettere in regola
gli impianti esistenti, né a far adeguare il progetto del rigassificatore che,
come ricorda la stessa comunicazione del Parlamento Europeo, deve anch’esso
«coprire i pericoli di tali impianti per la salute pubblica e l’ambiente
marino».
Le denunce delle violazioni in accertamento a Bruxelles sono state inoltre
perfezionate il 2/10/2009 con una nuova petizione al Parlamento Europeo e una
denuncia alla Commissione Europea presentate da parte della rete ambientalista
internazionale Alpe Adria Green (AAG), di cui Greenaction è co-fondatrice, e
anch’esse pubblicate sul suo sito internet.
Roberto Giurastante - presidente di Greenaction Transnational
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 11 novembre 2009
Prestigiacomo: altri dossier sul rigassificatore - Il
ministro: «Su Zaule verranno inviati ulteriori documenti per fugare i dubbi di
Lubiana»
IL DOPO VERTICE ITALO-SLOVENO SU AMBIENTE E
COOPERAZIONE
Impatto ambientale per i link mare-terra e alla rete nazionale agli sloveni
appena ultimato
Ho riscontrato grande disponibilità al confronto e volontà costruttiva Siamo
Paesi amici
TRIESTE «Gli ulteriori documenti che presenteremo convinceranno gli sloveni
della bontà del rigassificatore di Zaule» afferma Stefania Prestigiacomo. Il
vertice bilaterale italo-sloveno di lunedì a Brdo, alle porte di Lubiana, ha
visto confrontarsi il nostro ministro dell’Ambiente e l’omologo sloveno Karl
Erjavec, con i ”buoni uffici” del titolare della Farnesina Franco Frattini. Se
sui Balcani e i collegamenti pan-europei, nella fattispecie l’asse
Trieste-Divaccia, Lubiana ha mostrato una chiara volontà di cooperazione,
altrettanto evidente è stata la rigida contrarietà degli ospiti sul progetto di
rigassificatore che l’Italia vuole realizzare nel Golfo di Trieste.
È stata quindi l’esponente siciliana dell’esecutivo a dovere affrontare le
maggiori difficoltà della giornata, alla fine ”incassate” con una sicurezza che
l’ha portata a definire il clima del summit ”costruttivo”. Una sicurezza, sui
passi finora compiuti da parte dell’Italia che sostiene il progetto della
società spagnola Gas Natural, ribadita anche in una sorta di riflessione ”del
giorno dopo”.
Quali sono i punti di forza del progetto italiano del rigassificatore a Trieste
e quali, eventualmente, quelli su cui trattare con la Slovenia?
Il rigassificatore di Zaule è stato sottoposto alla procedura di Valutazione
impatto ambientale, la ”Via”. Tutta la documentazione è stata trasmessa e
visionata dalle autorità slovene che hanno proposto alcune osservazioni in gran
parte recepite. La procedura ”Via” si è conclusa con una serie di prescrizioni
volte ad assicurare un impatto ambientale del progetto esattamente in linea con
le normative italiane e comunitarie.
Siamo convinti che le ulteriori documentazioni trasmesse a Lubiana consentiranno
di fugare ogni potenziale contenzioso. Confermando la piena osservanza
dell'Italia di tutte le normative in materia d’informazione riguardo a progetti
transfrontalieri.
D'altro canto è interesse primario del nostro Paese assicurare che le
infrastrutture energetiche sul nostro territorio siano realizzate nel pieno
rispetto dell'ambiente e, di conseguenza, non vi possa essere alcun problema per
i territori vicini. Per quanto riguarda, poi, i progetti del gasdotto, da Zaule
alla rete nazionale e del terminale offshore, le procedure ”Via” non state
ancora ultimate ma anche in questo caso alle autorità slovene sarà fornita tutta
la documentazione necessaria.
La Slovenia spesso si comporta con atteggiamento opportunistico, anche in altri
settori: che impressione ha avuto a riguardo?
Ho riscontrato nel corso dei colloqui bilaterali una grande disponibilità al
confronto e una volontà costruttiva. Questa deve essere la chiave di rapporti
fra due Paesi che hanno saldi legami di amicizia e che appartengono alla
medesima famiglia europea.
Il progetto South Stream potrebbe creare problemi all'Italia? E per gli
elettrodotti: cosa è stato concordato o accennato?
Né il progetto South Stream né gli elettrodotti sono stati oggetto di
approfondimento riguardo alle tematiche ambientali nel corso del colloquio che
ho avuto con il collega sloveno. Si tratta di progetti che non sono ancora
giunti nella fase che richiede le necessarie valutazioni sotto questo profilo.
PIER PAOLO GAROFALO
RIGASSIFICATORE: I media sloveni snobbano il summit -
Il motivo spiegato da ”Primorske Novice”: «È stasi» - SCARSA COPERTURA
CAPODISTRIA I media sloveni hanno dedicato meno spazio del
solito al vertice italo–sloveno di Lubiana. Il perché, l’ha riassunto in modo
efficace il quotidiano ”Primorske Novice” di Capodistria, che nell'occhiello del
titolo di apertura del giornale spiega che «i ministri hanno disputato una
partita noiosa senza gol».
Sul terminal rigassificatore di Zaule, nel Golfo di Trieste, scrive il giornale,
tutto è rimasto come prima: l'Italia vuole costruirlo, la Slovenia minaccia di
ricorrere alla Corte di giustizia europea. Il quotidiano capodistriano è anche
l'unico che dedica un commento all'incontro, nel quale rileva come la diatriba
sul terminal sta avendo ripercussioni anche sul finanziamento della minoranza
slovena. «Una soluzione per il rigassificatore potrebbe essere un accordo tra
Roma, Lubiana e Zagabria - scrive ancora il giornale - ma manca la volontà
politica per un'intesa nello spirito europeo». ”Primorske Novice” pubblica
inoltre i risultati di un sondaggio dal quale emerge che più del 60% degli
abitanti del Litorale sia contrario ai terminal nel Golfo di Trieste. Il vertice
ha trovato spazio in prima pagina ancora solo sul ”Vecer” di Maribor. «Roma e
Lubiana sono rimaste ognuna sulle proprie posizioni», rileva il giornale.
Neanche una riga in prima pagina invece sul ”Delo” e sul ”Dnevnik”, almeno per
quanto riguarda le prime edizioni, penalizzate dall'orario del vertice. Il
”Delo” ha dedicato ai colloqui di Lubiana tre articoli in terza pagina: uno di
cronaca, un altro sulla protesta degli ambientalisti di fronte al Parlamento
sloveno, un terzo infine su quello che la stampa italiana ha scritto alla
vigilia della trasferta di Frattini e della Prestigiacomo in Slovenia. Più
spazio invece nei telegiornali e giornali radio. Al summit hanno dedicato i
servizi d’apertura sia Tv Slovenia che Tv Capodistria. Oltre che al
rigassificatore, è stato dedicato spazio alla problematica delle minoranze, in
particolare alla questione del loro finanziamento in un momento di crisi come
questo.
Rigassificatore, San Dorligo e Muggia si schierano con
i vertici della Slovenia - LETTERA DELLE SEGRETERIE POLITICHE DI MAGGIORANZA
SAN DORLIGO Una lettera indirizzata al premier sloveno
Borut Pahor e al ministro dell'Ambiente della vicina Repubblica Karl Viktor
Erjavec per esprimere «apprezzamento per l’atteggiamento e la ferma contrarietà
assunti dal governo sloveno sul previsto impianto di rigassificazione a Zaule».
È questa l'iniziativa intrapresa congiuntamente da alcune delle segreterie
politiche che reggono la maggioranza a San Dorligo della Valle e Muggia.
Nell'amministrazione Premolin hanno dato la loro adesione Rifondazione
comunista, Comunisti italiani, Unione slovena e Cittadini per San Dorligo della
Valle, mentre per quanto concerne l'amministrazione Nesladek la lettera è stata
firmata da Rifondazione comunista, Partito dei comunisti italiani, Cittadini per
Muggia, Italia dei valori, Partito socialista e Sinistra e libertà ecologia.
Grande assente dunque il Partito democratico, che nonostante la presenza ai
banchetti per la raccolta di firme attuata sia a Muggia che a San Dorligo della
Valle, ha preferito defilarsi dall'iniziativa sottoscritta da tutti gli altri
partiti di maggioranza.
Nella lettera, che reca la data di ieri, i firmatari hanno espresso «grande
preoccupazione in merito al progetto di installazione di un rigassificatore a
Zaule e del collegato gasdotto sottomarino voluto dal Governo italiano e da
altri esponenti appartenenti agli schieramenti di destra, per gli effetti che
tale impianto potrebbe comportare a danno della sicurezza della popolazione e
dell’ambiente».
Ribadendo il concetto che «la tutela della salute e dell’ambiente rappresenta
per la popolazione un bene non commerciabile o da porre in secondo piano
rispetto a motivazioni di carattere economico», le segreterie politiche
ricordano poi che i due comuni confinano con la Slovenia e «annoverano fra la
popolazione una grande comunità di lingua slovena»,
Le segreterie politiche delle due maggioranze dichiarano infine la propria
«disponibilità per eventuali azioni da svolgere congiuntamente al fine di
scongiurare i pericoli sopra indicati», auspicando che «la fermezza finora
dimostrata (dal Governo sloveno, ndr) possa portare ai risultati auspicati sia
dalla Repubblica di Slovenia che dai Comuni firmatari (della lettera, ndr).
Riccardo Tosques
Prg, prove di dialogo fra il sindaco e il Pd - Ma Omero
insiste: «È il nostro futuro, bisogna coinvolgere tutta la città» - INCONTRO
ALLA MARITTIMA
Il piano regolatore deve tener conto dello sviluppo comune
con la vicina Slovenia. Non ha avuto dubbi il sindaco Roberto Dipiazza arrivato
ieri alla Marittima, anzi «nella tana del lupo» come ha detto ironicamente Fabio
Omero quando gli ha dato il benvenuto al dibattito dal titolo «Piano regolatore:
strategie per Trieste nella compatibilità ambientale» organizzato dal Partito
democratico.
Si è parlato di sviluppo e di futuro di una città «in calo demografico», come ha
osservato Francesco Russo, vicepresidente di Area scienze park. Molti sorrisi e
anche qualche complimento tra l’opposizione e il sindaco. Al punto che il
segretario provinciale del Pd Roberto Cosolini alla fine, tra il serio e il
faceto, ha pure proposto per Dipiazza un incarico di marketing per la città,
«quando saremo noi al governo». Dipiazza gongolando ha chiosato: «Bisogna
governare assieme per fare il bene della città». Nel suo intervento il sindaco è
stato perentorio: «Abbiamo tolto un milione 600 mila metri cubi edificabili,
bloccato parecchie cose come il cemento al posto dei laghetto di Basovizza. Ma
il nostro scopo è quello di recuperare i palazzi del centro. Sul Carso ho
individuato l’investimento nell’area di Trebiciano. Credo che la città debba
puntare a un circuito che porti ricchezza. Il Burlo, sono d’accordo con Omero,
potrebbe anche diventare un parco».
Nel suo intervento Dipiazza ha rivendicato le linee guida del Prg: «Quando un
piano non è chiacchierato significa che è un buon piano, abbiamo tenuto conto di
tutti gli indirizzi del Consiglio comunale». Ma nella sua introduzione il
capogruppo in Consiglio comunale del Pd, Fabio Omero, aveva evidenziato anche
una serie di critiche: «Avremmo voluto un piano concordato con la città perché
rappresenta la strategia per lo sviluppo di Trieste. La compatibilità
dell’ambiente in un momento di crisi in cui sociale e ricerca possono
rappresentare il volano dell’economia». Secondo l’esponente del Pd il piano per
certi versi appare «di natura privata», lanciando anche una provocazione. Quella
di realizzare nello spazio occupato dalla Fiera «la city del terzo millenio con
i grattacieli alti trenta piani». Omero ha inoltre osservato che il «nuovo
codice edilizio approvato dal governo Berlusconi vanifica soprattutto in
Costiera il piano di Dipiazza, perché lì si continuerà a cementificare».
Nel suo intervento il presidente dell’Authority Claudio Boniciolli e prima
ancora il vicepresidente della Provincia Walter Godina si sono soffermati sui
collegamenti e i trasporti. Godina ha rilevato che «manca una strategia
complessiva come se tutto il Prg si esaurisca all’interno di una città». E
parlando di sviluppo e futuro Boniciolli ha ricordato il piano regolatore
generale del porto che «entro dicembre potrebbe essere approvato dal consiglio
dei lavori pubblici». Adesso servono i collegamenti. (c.b.)
«Percorso più rapido sulle bonifiche» - Lo assicura
l’assessore De Anna dopo una lettera della Bassa Poropat a Tondo
L’assessore regionale all’Ambiente Elio De Anna cercherà
con il ministero una strada più rapida, di quelle seguite finora, per arrivare
all’accordo di programma sul Sito inquinato. La scelta di un percorso
alternativo fa seguito alla lettera che la presidente della Provincia, Maria
Teresa Bassa Poropat, ha inviato al presidente della Regione, Renzo Tondo,
sollecitando un intervento con il ministero, che avrebbe dovuto inviare il nuovo
testo dell’accordo entro la prima decade di ottobre.
Ricordando che «la prevista trasmissione non sembra essere intervenuta – scrive
la Bassa Poropat – esprimo la più viva preoccupazione per le ripercussioni gravi
che questi ulteriori ritardi nella sottoscrizione dell’accordo comportano non
solo nel ripristino ambientale di un sito già da tempo compromesso, ma
soprattutto – in un periodo caratterizzato dalla pesante recessione in atto –
alle attività delle tante aziende interessate, ancora paralizzate e
impossibilitate ad avviare qualsiasi ipotesi progettuale di sviluppo, con
gravissimo danno all’intera economia locale».
L’accordo di programma è uno strumento complicato, che richiede tempi lunghi,
con modifiche e approvazioni da parte dei diversi enti interessati. E solo dopo
la firma definitiva le bonifiche essere avviate. «Nell’ultima riunione a Roma,
in cui erano presenti anche Comune, Provincia e Autorià portuale – ricorda De
Anna – il nuovo direttore generale del ministero, Marco Lupo, ha detto in
sostanza che bisogna riscrivere l’accordo. Se quindi riusciamo a inserire il
quadro delle caratterizzazioni come allegato dell’accordo, i tempi si
velocizzano. Nel percorso delle caratterizzazioni – rileva – si troveranno
sicuramente terreni che non sono inquinati, e quindi possono essere svincolati
subito».
La verifica che De Anna si ripromette di fare a giorni è quindi di vedere se la
Regione dispone di fondi per sveltire i tempi delle caratterizzazioni. «Se
abbiamo questi fondi – spiega l’assessore – la richiesta al ministero sarà:
mandiamo avanti le caratterizzazioni, attraverso l’Ezit, l’Arpa o un altro ente,
e poi creiamo un tavolo di lavoro in cui un allegato con i risultati delle
caratterizzazioni stesse diventa parte integrante dell’accordo di programma».
GIUSEPPE PALLADINI
«Anche eternit nell’asilo di San Giovanni» - La
denuncia di un genitore dopo il crollo dei pannelli nella scuola ”Nuvola Olga”
Non ci sono solo i problemi al tetto alla scuola materna
”Nuvola Olga” di San Giovanni, dove lunedì mattina, alla riapertura, si è
scoperto che diversi pannelli del soffitto della sala, dove i bambini
(complessivamente 75) mangiano, erano caduti a terra assieme, ad alcune lampade,
a causa delle infiltrazioni dovute alle abbondanti piogge di questi giorni. Nel
giardino dell’asilo esiste anche un fabbricato del Comune il cui tetto in
eternit (amianto) si sta sfaldando da tempo.
A denunciare questo ulteriore pericolo, ben più grave dei pannelli crollati, è
il genitore di uno dei bimbi che frequentano l’asilo, che ha inteso mantenere l’anomimato
per il timore di ritorsioni.
«A una cinquantina di metri dall’edificio dell’asilo, nel giardino dove i
bambini giocano – racconta il genitore – c’è un fabbricato del Comune, pare
adibito a deposito di materiale elettorale, il cui tetto in eternit è rotto e
sfaldato, con diversi pezzi finiti a terra. C’è un progetto per la rimozione
dell’eternit, ma finora nessuno ha fatto niente. Alle spalle dell’asilo –
aggiunge – sempre nell’area all’aperto c’è un edificio in muratura, adibito in
passato a stalle, e anche questo ha un tetto, in coppi, che vanno a pezzi e
cadono sul terreno».
L’edificio adibito ad asilo, un prefabbbricato che risale ai tempi del Governo
militare alleato, è ”provvisorio” da molti anni. «Sono trent’anni – ricorda
sempre il genitore – che il rione di San Giovanni attende un asilo come si deve.
Le infiltrazioni non hanno causato solo il crollo di diversi pannelli del
soffitto nella sala centrale. Altri pannelli sono caduti in una delle aule,
vicino al guardaroba. Una è stata chiusa, e i bambini costretti in due sole
aule. Dire che noi genitori siamo preoccupati è poco».
Dopo il sopralluogo del sindaco Dipiazza lunedì, ieri è stato l’assessore
all’Educazione, Giorgio Rossi, a verificare di persona le condizioni dell’asilo
e gli interventi attuati per tamponare la situazione. «I tecnici – spiega Rossi
– hanno verificato le condizioni del tetto e sigillato il buco nella copertura
che ha determinato le infiltrazioni. E’ stato riparato anche l’impianto
elettrico e riattivato il riscaldamento. L’attività dell’asilo ha così potuto
riprendere in pieno».
Domani pomeriggio l’assessore incontrerà i genitori, in un’assemblea in cui
verrà fatto il punto della situazione. «Faremo un’attenta disamina – annuncia
Rossi – su una struttura che una delle più precarie, una delle ultime rimaste
con i prefabbricati».
Da tempo il Comune sta studiando di creare nell’area un polo scolastico,
demolendo i prefabbricati e costruendo un edificio ex novo. Il progetto si sta
concretizzando dopo la recente acquisizione dal Demanio della vicina caserma
dismessa dall’Esercito. «I fondi, circa tre milioni, saranno inseriti nel piano
delle opere per il 2010 che stiamo mettendo a punto – spiega l’assessore –. Il
progetto del complesso comprenderà un asilo nido, la scuola materna e la scuola
elementare, in modo da soddisfare tutta l’utenza del rione di San Giovanni».
(gi. pa.)
Energia solare, come sfruttarla - Esperti e tecnici al
Mib per un convegno sulle tecnologie in materia
Grisafi: «Opportunità da cogliere al volo anche in
un’ottica ambientale»
Oltre un centinaio di persone hanno seguito con grande interesse e
coinvolgimento il convegno volto a divulgarne le tecnologie e le modalità di
utilizzo dell'energia solare, fonte di energia pulita e rinnovabile, che si è
tenuto nella sala Riunioni del Mib School of Management di Trieste organizzato
dalla Junior Chamber International di Trieste.
Il Presidente della JCI di Trieste, l'avvocato Michele Grisafi ha commentato
così la riuscita dell'evento: «Sono molto soddisfatto della riuscita del
convegno e dell’ottima capacità organizzativa dimostrata dalla nostra
associazione. Oltre 100 persone si sono rivelate molto interessate ad una
tematica non semplice come quella delle fonti di energia rinnovabile e di quella
solare in particolare, a dimostrazione che i cittadini sono sempre più sensibili
nei confronti delle problematiche ambientali. D’altronde, i cambiamenti
climatici e i danni al nostro ecosistema sono sempre più evidenti, e si sta
consolidando la consapevolezza che l’uomo non è solo autore ma anche la
principale vittima di questa allarmante realtà».
Esperti della materia in campo scientifico, tecnico, amministrativo e
commerciale si sono susseguiti trattando, attraverso un linguaggio semplice e
comprensibile, i diversi aspetti della tecnologia necessaria a rendere effettivo
l'utilizzo di questa fonte naturale di energia e le sue reali opportunità
applicative a livello territoriale, anche in termini di risparmio economico.
Ad aprire la mattinata di approfondimento è stato il geom. Davide Mezzina che ha
illustrato quali siano state le fonti di energia maggiormente impiegate fino ad
oggi e la loro inadeguatezza di fronte ad una richiesta energetica in costante
aumento. L'ing. Paolo Guglia ha ripercorso la strada della sostenibilità che ha
portato dal protocollo di Kyoto, primo passo concreto verso una coscienza
ambientale, al G8 dell'Aquila, dove si è sottolineata l'importanza di limitare
l'aumento della temperatura globale entro i 2°C.
SEGNALAZIONI - «La bonifica del sito inquinato
significa lavoro e tranquillità per le famiglie»
Gentile presidente Tondo, non avendo alle spalle né
ministri, né sottosegretari, né consiglieri regionali e comunali, ci rivolgiamo
a lei a mezzo stampa per esprimere e sintetizzare il parere delle migliaia di
persone che ricorrono a noi (e sono quelle che l’hanno votata perché lei ha
detto «no» al rigassificatore) per far sentire la propria voce. E dal momento
che lei continua a ripetere che la coperta è corta e che se viene tirata da una
parte, dall’altra si resta scoperti, e ciò è incontrovertibile, vediamo di
analizzare le priorità, quelle priorità reclamate dalla gente comune, che è pure
sempre società civile, che è la base su cui si regge tutto il sistema, che è
quella a cui ci si rivolge per essere eletti o rieletti e che, quindi, deve
essere ascoltata.
Per quanto si possa e si debba essere ottimisti (la speranza – come dicevano i
nostri padri – deve essere l’ultima a morire), stiamo osservando un
encefalogramma quasi piatto: i consumi sono in calo, il rapporto congiunturale
della Confindustria segnala per il terzo trimestre produzione e vendite in calo
per il 18% e manca il coraggio di investire e, come conseguenza diretta, non si
creano nuovi posti di lavoro... Ma anche se in qualcuno questo coraggio esiste
ancora, poteri occulti lo frenano. Parliamo della bonifica del «sito di
interesse nazionale» (e la gente comune non sa spiegarsi perché lo chiamino di
«interesse nazionale», se così fosse, dice la gente, il problema dovrebbe essere
già risolto e non si starebbe trascinando per otto anni) sul quale aspettano di
insediarsi una cinquantina di aziende – come vede i coraggiosi esistono ancora –
il che significherebbe lavoro per centinaia di persone.
Lei, presidente Tondo, sa molto bene che quando c’è lavoro, quando si può
contare su uno stipendio a fine mese, si guarda al domani con maggiore serenità,
con più ottimismo, i consumi aumentano e l’economia torna a girare. Diremmo che
questa è una priorità assoluta, con ricaduta economica certa sulla città, sulla
quale bisognerebbe riflettere. Ci pensino i signori consiglieri anche perché
milioni per avviare con celerità questo processo di bonifica ci sono. Panem et
circenses, formula amata da Nerone. Noi auspichiamo: prima il pane, il
divertimento sarà una conseguenza. Non è con il chiasso dei turisti occasionali
che si risolleva la città, turisti che consumano un panino di cotto presso un
gazebo e tutto finisce là.
La città ha modo di presentarsi in tutta la sua bellezza, basterebbe togliere le
brutture e una di queste è l’imbragatura che nasconde e sorregge quel gioiello
architettonico che il Palazzo Carciotti, con progetto bello e pronto per farne
uno splendido palazzo congressi apportatore di un turismo di qualità, un turismo
stanziale che occupa alberghi e riempie ristoranti. Potremmo continuare ma se
vogliamo segnalare le priorità invocate dalla gente preferiamo, per il momento,
fermarci. Ci scusi per l’ardire e accetti i nostri migliore auguri per un lavoro
saggio, proficuo e buono.
Luisa Nemez - presidente Otc Organizzazione tutela consumatori Fvg
IL PICCOLO - MARTEDI', 10 novembre 2009
Rigassificatore, Lubiana non toglie il veto -
Prestigiacomo rassicura: il dossier fugherà ogni dubbio. Nessun segnale su Krsko
ITALIA-SLOVENIA - VERTICE BILATERALE
A Brdo i padroni di casa s’impegnano a organizzare un super summit per i Balcani
Orientali. Cooperazione su Trieste-Divaccia ed elettrodotti
BRDO Rigassificatore? No, grazie. Lo ha ribadito ieri il ministro sloveno
dell’Ambiente Karl Erjavec alla collega Stefania Prestigiacomo. Ma quello che ha
più lasciato allibiti è che il diniego Erjavec lo ha annunciato ancora prima
dell’inizio del summit del Comitato interministeriale italo-sloveno.
Meno ”catastrofica” la ministra Prestigiacomo, la quale ha confermato che tutta
la documentazione richiesta dalla Slovenia sarà inviata a breve. «L’Italia - ha
detto - ha seguito scrupolosamente gli effetti dell’impatto ambientale, secondo
le regole europee, le convenzioni internazionali tra Stati contermini e abbiamo
altresì tenuto conto dei giusti suggerimenti sloveni». «Ritengo - ha concluso -
che la nostra documentazione sarà più che esaustiva e che non ci sarà quindi
bisogno che Lubiana ricorra in merito alla Corte europea». Ma il suo collega
sloveno Karl Erjavec ha prontamente replicato che «non è detto che la
documentazione italiana soddisfi la Slovenia». E poi ha precisato: «C’è un punto
su cui siamo in disaccordo, quello della sicurezza a cui gli italiani obiettano
che fa parte di una fase successiva e attiene al Ministero dei trasporti».
A placare le acque ci ha pensato il ministro degli Esteri Franco Frattini, il
quale ha parlato di un confronto estremamente positivo e di larghe convergenze.
Sono stati affrontati, ha spiegato il capo della Farnesina, temi bilaterali ma
anche internazionali come la crisi in Afghanistan, che vede impegnato un
contingente militare sloveno, come i Balcani Orientali. E qui c’è stato un
grande impegno sloveno nell’organizzazione di una Conferenza europea sul tema
che si svolgerà sotto la presidenza spagnola dell’Ue. Frattini ha anche espresso
enorme soddisfazione per l’accordo sui confini raggiunto tra la Slovenia e la
Croazia che permette ora a Zagabria una forte accelerazione nel processo di
adesione all’Ue.
Da parte sua il ministro degli Esteri sloveno ha garantito una forte
cooperazione in campo infrastrutturale soprattutto nel collegamento
Trieste-Divaccia che fa parte del Corridoio 5 e ha auspicato una più accentuata
cooperazione tra i porti dell’Alto Adriatico. «Che devono fare rete - secondo il
viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, anche lui presente
all’incontro - per combattere la concorrenza degli scali del Nord Europa
diventando così una sorta di porta per l’Oriente». Sempre dal punto i vista dei
trasporti è stato annunciato un prossimo collegamento aereo tra Portorose e
Roma. Tra i temi trattati riguardanti l’energia, oltre il rigassificatore anche
la costruzione di elettrodotti tra i due Paesi, mentre Lubiana ha comunicato
all’Italia di stare per firmare il protocollo d’intesa per l’oleodotto ”South
Stream”.
«Di Krsko non si è parlato - ha concluso Frattini - anche se l’Enel ha già
espresso la propria volontà di cooperare al raddoppio della centrale nucleare.
Ora attendiamo il responso della parte slovena».
MAURO MANZIN
Piano regolatore Oggi un seminario - ALLA MARITTIMA
Si intitola «Piano regolatore: strategie per Trieste nella
compatibilità economica, sociale e ambientale» il seminario pubblico che il
gruppo del Pd al Comune ha organizzato per oggi con inizio alle 17.30 nella sala
Oceania della Stazione marittima. Il Pd annuncia vari relatori: il sindaco
Roberto Dipiazza, il vicepresidente della Provincia Walter Godina, Claudio
Boniciolli, presidente dell’Autorità portuale, Francesco Russo, vicepresidente
di Area science park, e Antonio Ius, direttore dell’Ater. A moderare Fabio
Omero, capogruppo del Pd in consiglio comunale.
Monfalcone, centrale pronta a passare al nucleare
La A2A respinge le accuse di inquinamento. «Se il
governo decide per il sì noi siamo pronti»
MONFALCONE «La centrale di Monfalcone dispone della certificazione europea
Emas, e questo significa che l’impatto ambientale rientra nei limiti previsti
dalla normativa». A2A, dopo le preoccupazioni che in questi ultimi giorni sono
piovute dall’una e dall’altra parte del confine (da parte dei primi cittadini di
Monfalcone e Nova Gorica, Pizzolitto e Brulc), interviene per dire la sua
sull’impianto che recentemente ha rilevato da E.On. Anche per ricordare che, sul
nucleare, «intende essere della partita». Del resto, il presidente della
multiservizi bresciano-milanese, Giuliano Zuccoli, si era esposto già da tempo
sul questo tema, affermando in diverse occasioni, che la società che guida «è
pronta a giocare un ruolo attivo in materia di politica energetica nazionale».
Anche se, ricordano da A2A, «se, e dove, le centrali nucleari verranno
realizzate nel nostro Paese lo deciderà il Governo, e più precisamente il
ministero per lo Sviluppo economico. Non certo noi». Al momento, la società
intende concentrarsi sul piano di riconversione ”pulita” della centrale
monfalconese. Un piano, ricordano dalla multiutility, «del quale sono a
conoscenza tutti gli enti locali, a cominciare dal sindaco di Monfalcone, che sa
perfettamente quali sono gli interventi messi in calendario e gli investimenti
previsti». Al momento, comunque, la certificazione Emas garantisce «la massima
copertura di natura ambientale».
Periodicamente, spiegano i tecnici della società, «gli esperti dell’ente
certificatore si recano negli impianti che richiedono, o sono già in possesso,
della certificazione, per verificare che strutture, procedure di gestione e
modalità di funzionamento rispettino gli standard previsti. E se qualcosa non
torna allora il ”diploma di qualità ambientale” viene immediatamente sospeso,
fino a quando tutti i parametri non rientrano nei limiti previsti».
NICOLA COMELLI
Piace il latte alla spina: venduti 110 litri in tre ore - Successo del distributore automatico al mercato coperto, ai meno giovani ricorda i «tempi andati»
C'è chi si è portato da casa le bottiglie di plastica
usate per risparmiare, chi passava per caso di lì e incuriosito si è messo in
fila «solo per provare» e chi, invece, è venuto appositamente per riscoprire i
sapori di un tempo.
Al mercato coperto di via Carducci sono da poco passate le 11, ma il latte alla
spina ha già conquistato decine di triestini che non hanno esitato a mettersi in
fila pur di non perdersi questo connubio tra risparmio e genuinità. Già, perché
sono questi i due punti di forza del nuovo distributore automatico di latte
crudo, il primo a essere stato aperto sul territorio triestino, e che a breve
verrà replicato anche in altri rioni. Il latte, in sostanza, passa direttamente
“dalla mucca al bicchiere”, saltando tutti gli altri passaggi della filiera con
notevoli risparmi per i consumatori. Per avere il latte freschissimo (che va poi
bollito prima di essere utilizzato) non bisogna fare altro che presentarsi alla
casetta di legno all'interno del mercato coperto con in mano una moneta da un
euro e una bottiglia di plastica vuota. A quel punto, basta chiudere lo
sportello per veder uscire un litro di latte crudo munto, filtrato e refrigerato
senza trattamenti aggiuntivi.
Un'idea che a Trieste ha fatto subito centro, come dimostra il boom registrato
ieri mattina, primo giorno di apertura del distributore: nelle prime tre ore
sono stati venduti oltre 110 litri di latte sfuso, l'equivalente di un'intera
giornata di distribuzione nell'omologo apparecchio di Monfalcone. Alle 13 i
litri avevano già sfondato quota 150.
In pochi però si sono attrezzati portandosi da casa le bottiglie vuote, tanto
che quelle messe a disposizione dei clienti per 20 centesimi l'una – all'incirca
un centinaio - sono sparite nel giro di poche ore. A spingere tanti pensionati a
mettersi in fila, però, non è stata tanto la voglia di risparmiare, quanto la
nostalgia per i tempi andati: «Qualche giorno fa ho letto di questo distributore
e, trovandomi in zona, ho voluto provare – racconta un signore -. Questo latte
va bollito e così facendo in superficie si forma una sorta di panna che mi
ricorda i bei tempi di quando ero giovane. Ad ogni modo sono convinto che questo
latte naturale sia comunque migliore rispetto a quello che si trova nei
supermercati». «Mi ricorda tanto quello che mi dava mia madre da piccola –
conferma un'altra signora -, senza contare che è più buono e costa meno di
quello pastorizzato. Per questo ne ho comprato un litro e mezzo per me e un
altro per mia figlia, che ha un bimbo piccolo».
Elisa Lenarduzzi
”Trash”, l’ecologia sale in palcoscenico - STASERA AL
TEATRO MIELA LO SPETTACOLO DI LEGACOOP
Una proposta che ambisce a favorire azioni responsabili
volte allo sviluppo di una città ecologica e solidale. Si tratta di ”Trash”, lo
spettacolo didattico di teatro d'impresa, che Legacoop Fvg ha organizzato oggi
alle 20.30 al teatro Miela. L'evento, a ingresso libero, è ideato da Dof
Consulting, progettato dalla form-attrice Daunia Del Ben e si inserisce
all'interno della ”Settimana Unesco di educazione allo sviluppo sostenibile
2009” (9-15 novembre), ispirata, quest'anno, al tema ”Città e cittadinanza”. Una
proposta che ambisce a favorire azioni responsabili volte allo sviluppo di una
città ecologica e solidale. Presenzierà alla serata anche l'ex ministro
dell'Ambiente Edoardo Ronchi, il cui decreto ha recepito, nel 1997, le direttive
europee in materia di gestione dei rifiuti.
«L'iniziativa dell'Unesco - spiega Renzo Marinig, presidente di Legacoop Fvg -
mira ad accrescere consapevolezza e responsabilità di cittadini, enti locali e
imprese nei confronti dell'ambiente e a sollecitare stili di vita improntati su
una cittadinanza partecipata. È proprio perché condividiamo tale intento che
abbiamo dato il nostro contributo con questo spettacolo, supportandone e
coordinandone l'ideazione».
L'evento si interrogherà su chi, o che cosa, è Trash, se l'entità dispettosa che
si aggira tra sacchetti ammonticchiati di immondizia o l'energia positiva che
indica una nuova strada, e intende mettere in risalto proprio questa
ambivalenza. Trash, in inglese, è la spazzatura, e quindi ciò che, più o meno
consapevolmente, ogni persona lascia alle spalle, senza magari chiedersi dove
vada a finire. Nel corso dello spettacolo i personaggi testeranno entrambe le
soluzioni interrogandosi su come poter utilizzare i rifiuti, per convenire,
infine, sul fatto che Trash può essere inteso con accezione positiva oppure
negativa e che la scelta sta solo ai cittadini.
L'evento nasce da uno dei gruppi di lavoro di Counseling Theatre, progetto
permanente di teatro d'impresa fondato in regione da Dof Consulting e Css Teatro
stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, con il patrocinio di Legacoop
Fvg ed Enaip Fvg.
Coloro che desiderano ulteriori informazioni possono contattare Lorenzo
Cargnelutti, responsabile dei progetti di formazione di Legacoop Fvg, tramite
l'indirizzo e-mail cargneluttil@fvg.legacoop.it.
COMUNICATO STAMPA AAG - LUNEDI', 9 novembre 2009
LUBIANA - PROTESTA CONTRO IL RIGASSIFICATORE
L'organizzazione internazionale AAG in collaborazione con
la Lega per la salvaguardia ambientale della Slovenia il 9.11.09 alle ore 10.00,
davanti al Parlamento sloveno, in coincidenza con la seconda sessione della
Commissione interministeriale fra le Repubbliche d'Italia e Slovenia ORGANIZZA
UNA MANIFESTAZIONE DI PROTESTA CONTRO LA COSTRUZIONE DEI RIGASSIFICATORI NEL
GOLFO DI TRIESTE
Programma:
ore 10.00 inizio della protesta
ore 11.55 consegna del memorandum al Presidente della Repubblica Slovena
dopo la consegna in corteo andremo all'Ambasciata italiana dove
consegneremo il memorandum all'ambasciatore.
La conclusione e' prevista per le ore 13.00.
Il Presidente V. Bernard
IL PICCOLO - LUNEDI', 9 novembre 2009
Italia e Slovenia, il nodo energia - Il rigassificatore
di Trieste e la centrale di Krsko al tavolo di Brdo
Si riunisce oggi il comitato interministeriale
italo-sloveno Per l’Italia Frattini, Zaia, Matteoli, Prestigiacomo e Pizza
TRIESTE Per la realizzazione del rigassificatore di Trieste potrebbe essere
il passo determinante. Per la collaborazione tra l’Enel e la Slovenia per la
realizzazione del secondo reattore nucleare di Krsko potrebbe essere l’inizio di
un dialogo molto costruttivo. Sono questi i due punti principali che saranno
discussi oggi a Brdo pri Kranju dal Comitato interministeriale italo-sloveno. La
delegazione italiana al summit sarà capitanata dal ministro degli Esteri, Franco
Frattini che sarà affiancato dal ministro per i Trasporti, Altero Matteoli, da
quello dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, dal ministro dell’Agricoltura,
Luca Zaia e dal sottosegretario all’Università, Pizza.
Gli obiettivi e temi principali dell'incontro saranno, inoltre,
l’intensificazione del dialogo e della cooperazione bilaterale che continuano a
registrare vischiosità in particolare sui finanziamenti alla minoranza slovena
in Friuli e, come detto, sul rigassificatore nel Golfo di Trieste. «In tale
ottica e ad un anno dal lancio del Comitato dei ministri - spiegano fonti della
Farnesina - evidenziamo le nostre aspettative affinché questo strumento si
focalizzi su progetti concreti di mutuo interesse e che - pur affrontando anche
i punti di divergenza - miri a valorizzare gli aspetti positivi della
cooperazione bilaterale. Lo spirito che portò alla finalizzazione del Protocollo
di cooperazione nel 2007 mirava proprio ad evitare che le divergenze - legate
anche all'eredità del passato - caratterizzassero in via esclusiva l'articolato
rapporto bilaterale che peraltro si sviluppa costruttivamente su molti altri
fronti».
L’obiettivo prioritario è quello di realizzare sinergie - coinvolgendo anche la
Croazia - per promuovere l'Alto Adriatico quale hub internazionale di servizi.
In tal senso, si esprime, da parte del nostro ministero degli Esteri,
preoccupazione per la decisione di Lubiana (5 ottobre) di rafforzare la
cooperazione con la Germania per lo sviluppo delle ferrovie slovene (a cui è
legato il porto di Capodistria) che nell’ottica italiana rischia di essere
concorrenziale al Nordest».
Per il futuro (nel 2010 la riunione si terrà in Italia) si auspica che il
Comitato dei ministri rafforzi la propria capacità di coinvolgere le realtà
locali come le regioni italiane e la società civile, affrontando anche tematiche
connesse alle politiche del lavoro transfrontaliero.
Si discuterà inoltre della necessità di ribadire l'esigenza di rilanciare la
prospettiva europea dei Balcani Occidentali attraverso l'organizzazione di un
incontro politico di alto livello Ue-Balcani Occidentali nel I semestre 2010,
sotto Presidenza spagnola, aperto a Usa e Russia. Evidenziare le opportunità
offerte dagli strumenti della cooperazione regionale quali Iai e Ince a favore
della prospettiva europea della regione.
Per l’Italia è fondamentale confermare il nostro forte impegno a favore della
liberalizzazione dei visti per i Balcani Occidentali, in primis per Serbia,
Macedonia e Montenegro, sottolineando l'esigenza di continuare ad assistere
Bosnia e Albania affinché procedano nelle riforme richieste dalla Commissione.
La Farnesina, infine, esprime vivo apprezzamento per gli sviluppi positivi sulla
disputa confinaria con Zagabria e la ripresa dei negoziati di adesione Ue della
Croazia, ribadendo il nostro forte incoraggiamento alle due parti per una
composizione definitiva del contenzioso in linea con l'intesa raggiunta dai
primi ministri Kosor e Pahor. La Farnesina cercherà, infine, di sensibilizzare
la Slovenia affinché le conclusioni del Consiglio Europeo di giugno in tema di
lotta all'immigrazione clandestina nel Mediterraneo trovino concreta
applicazione in ambito Ue.
MAURO MANZIN
ITALIA - SLOVENIA - L’Ue non unisce i due Paesi - Gli
interessi di parte prevalgono su quelli comuni
Per valutare lo stato attuale dei rapporti tra Italia e
Slovenia vanno tenuti in considerazione due dati fondamentalie sostanzialmente
collegati tra di loro.
Il primo è rappresentato dal fatto che si tratta di rapporti storicamente non
facili. L’Adriatico Nord Orientale è stata infatti una delle aree lungamente
contese e focolaio di conflitti e tensioni, una delle “faglie” destabilizzanti
del continente europeo nel secolo scorso.
Il secondo dato sta invece nel fatto che ambedue i Paesi sono oggi membri della
stessa Unione Europea, costituita proprio per creare condizioni tali che
impediscano il ripetersi delle conflittualitàsopramenzionate. Queste condizioni
si ottengono valorizzando progressivamente gli interessi comuni e con il
superamento dell’esaltazione di quelli particolari dei singoli Stati, il che
–come nel nostro caso- porta anche ad una “ottimizzazione” dell’uso delle
risorse sul piano economico, sociale, culturale e politico.
Rispetto al retaggio storico, ritengo si possa dire con soddisfazione chefinora
si sono fatti progressi enormi in fatto di distensione, superamento dei rancori
e maturazione graduale di rapporti interetnici edinterstataliamichevoli e
rispettosi. Tuttavia non possiamo nasconderci che le diffidenze reciproche
rimangono, che i rancori non sono ancora del tutto sopiti e che a tale proposito
è ancora necessaria un’azione politica fatta con equilibrio e sensibilità. E
ritengo sia altresì opportuno manifestare la consapevolezza che, anche se in
buona fede, si continua troppo spesso da ambedue le parti del confine a
“valorizzare” gli interessi di parte, materiali ed emotivi,dando ad essi
precedenza su quelli comuni.
Ed è proprio rispetto al secondo dato che dobbiamo porci con schiettezza la
domanda se i rapporti tra i due Paesi sono davvero all’insegna dell’UE.
Prendiamo in considerazione come esempio due questioni che rimangono da tempo di
attualità nella nostra area: quella energetica e quella delle infrastrutture del
sistema di comunicazioni.
E’ significativo che i singoli Paesi trattino i progetti relativi
all’approvvigionamento energetico ciascuno per sé e che non vi sia alcun accenno
alla possibilità ( non dico necessità…) di affrontare la questione assieme con
un percorso comune, magari coinvolgendo anche la “europeanda” Croazia. Stando
alle caratteristiche dell’area composta dal Nord Est italiano, dalla Slovenia,
dalla Croazia e dalle regioni limitrofe sembrerebbe molto più conveniente e
razionaleche i progetti per i rigassificatori, per le centrali nucleari, le reti
elettriche e per i gas-oleodotti venissero affrontati da una pianificazione
unica e comune. In un’area dal raggio di alcune centinaia di chilometri,
omogenea anche in fatto di necessità, ciò risulterebbe certamente più
conveniente dal punto di vista economico, ambientale e anche quello politico e
sociale. Si eviterebbero eventuali doppioni- ed è uno degli obiettivi che danno
senso all’UE!-, i relativi sprechi, anche quelli ambientali, e si eviterebbero
certe diatribe politiche che, sortite da problemi singoli, si ripercuotono
negativamente sulla generalità dei rapporti tra Stati vicini. Tra l’altro, non
sembrano affatto inconciliabili gli interessi dei soggetti interessati, sia di
quelli istituzionali sia di quelli specifici, pubblici e privati che operano nel
settore. Certo, sono necessarie la volontà e l’azione politica: ma è proprio
questo il modo per dare concretezza all’UE.
Penso che ciò sia altrettanto valido anche per le infrastrutture viarie,
ferroviarie e marittimo-portuali. A me pare che la necessità di questa
impostazione si imponga con forza nel caso del collegamento ferroviario del
corridoio 5. E’ difficile togliersi la sensazione che anche l’ultima( per
fortuna non definitiva) proposta del relativo progetto fa riferimento a due
porti e a due territori come a due realtà distinte, distanti e divise che hanno
bisogno ciascuna del proprio collegamento del tutto autonomo con l’asse
principale della tratta transfrontaliera. C’è da chiedersi se l’intera opera non
sarebbe più semplice, meno costosa e meno “impattante” qualora potesse venir
collegata con un unico riferimento ad ambedue gli scali, ovviamente se questi
fossero direttamente collegati tra di loro. E’ vero che ci sono due Stati e due
porti, ma è anche vero che c’è un unico territorio con distanze minime, un’unica
Unione Europea e …un unico futuro.
Certo, non si è così ingenui da pensare che l’impostazione seguita in Italia e
in Slovenia (ed in Croazia) finora per l’energia, per il corridoio 5 e per le
altre questioni di potenziale interesse comune, sia frutto di distrazioni: non
per caso abbiamo parlato all’inizio del background storico, sappiamo che ci sono
comunque interessi esistenti consolidati come anche esigenze di certezze per il
futuro cui nessuno degli Stati è disposto a rinunciare. Ma non credo si possa
contestare che nei rapporti tra i due Paesi o, meglio, tra i tre Paesi dell’Alto
Adriatico vi sia un forte deficit di sostanza europeista nei fatti concreti.
E’ un deficit che andrebbe gradualmente ripianato per poter definire davvero
buoni i rapporti in questo avvio del terzo millennio. In fondo, l’iniziativa del
Comitato dei Ministri Italia-Sloveniapromossa dai governi Prodi e Jansa nel
maggio del 2007 e avviata poi dai governi Pahor e Berlusconi è sorta con questi
obiettivi. Sono persuaso che valga la pena intensificare gli impegni in questo
senso, in favore di un vero e proprio “Polo di sviluppo nell’Alto Adriatico”.
MILOS BUDIN - ex sottosegretario alle Politiche europee ed al
commercio internazionale nel governo di Romano Prodi
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore
Nella sua segnalazione del 31 ottobre, il lettore Emili se
la prende con un dettaglio dell’inserto sul rigassificatore, che abbiamo curato
per Konrad. Ma, secondo noi, i numeri da lui citati hanno poco significato,
perché il calore prodotto da nubi di gas incendiato dipende principalmente dalla
quantità di gas rilasciato in atmosfera (e comunque l’irraggiamento termico non
si esprime in energia, ma in potenza termica per unità di superficie). Al
quesito sulla pericolosità per incendio di fuoriuscite di gas rispondono
tuttavia gli stessi progettisti dell’impianto, che accreditano gli identici 5 kW/mq
citati dal lettore. Ci riferiamo al documento «03246-E&E-R-0-116 INT SIA
Zaule.pdf» dell’anonima lussemburghese Medea (stranamente non firmato, sono
indicati i soli cognomi degli autori: Giunto, Pastorelli, Ciccarelli). Pagina 4:
«la tipologia di mezzi impiegati e le relative modalità realizzative di un atto
terroristico, rendono altamente probabile, se non scontato, l’immediato innesco
di un pool-fire (incendio di pozza di gas liquido) di dimensioni limitate e tali
da presentare una distanza di rispetto compatibile con il dimensionamento del
canale di accesso e del bacino di evoluzione». Cosa vuol dire «distanza di
rispetto»? Lo spiega la nota a piè di pagina: «distanza definita sulla base di
un valore limite di irraggiamento pari a 5 kW/mq ed un tempo di esposizione
superiore ai 40 secondi in assenza di protezioni o riparo, in grado di causare
serie ustioni sulla pelle». In pratica, i progettisti valutano che la larghezza
della baia sia sufficiente ai muggesani per non rimanere gravemente ustionati in
pochi secondi, pur con un incendio «di dimensioni limitate» ed un irraggiamento
di soli 5 kW/mq. Tacciono invece gli esperti dell’anonima lussemburghese sugli
effetti verso la zona abitata Giarizzole-Errera, sull’adiacente terminal
petroli, sui Depositi costieri triestini, sui serbatoi chimici Alder eccetera.
Ci sembra evidente che ci troviamo davanti ad una situazione molto delicata,
affidata a valutazioni di esperti sostanzialmente anonimi. Il nostro unico
intento è di favorire la tutela della sicurezza pubblica e dell’ambiente.
Carlo Franzosini - Dario Predonzan - Lino Santoro - Livio Sirovich
IL PICCOLO - DOMENICA, 8 novembre 2009
La Regione pagherà per salvare i treni - A rischio i
collegamenti diretti per Milano e Roma. Riccardi torna da Moretti
RISORSE IN FINANZIARIA PER SCONGIURARE LA SOPPRESSIONE
DEGLI EUROSTAR
TRIESTE La Regione si fa carico di parte dei costi per salvare i treni verso
Roma e Milano. Lo fa con un passo politico che è anche un passo finanziario: la
giunta infila infatti in Finanziaria norme e risorse per blindare i collegamenti
ferroviari, tentando di convincere Trenitalia, sempre intenzionata a privare il
Friuli Venezia Giulia dei collegamenti diretti per le due principali città
italiane, a cambiare idea e confermare le tratte al prossimo cambio di orario,
il 13 dicembre.
Sollecitato a margine del convegno ”Trasporto ferroviario in Fvg - ieri, oggi e
domani: prospettive attuali e future”, Riccardo Riccardi non si sbottona sulle
cifre ma fa sapere che la giunta Tondo ha inserito nella bozza della manovra
«gli strumenti d’intervento indispensabili a garantire i treni diretti». La
prossima settimana l’assessore ai Trasporti sarà a Roma per incontrare
nuovamente l'amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti. Porterà al
tavolo il passo avanti della Regione e ne chiederà uno a Trenitalia. Perché la
nostra regione, rileva Riccardi, «non si può permettere di restare senza
collegamenti verso le due "capitali", quella politica e quella finanziaria, del
Paese: tutto il Friuli Venezia Giulia, il suo tessuto imprenditoriale, le nostre
comunità, Trieste e Udine non ammetteranno di scontare una carenza di
collegamenti così grave».
Che cosa è successo in giunta giovedì? «Abbiamo adottato le norme che assicurano
l’impegno per il mantenimento di collegamenti fondamentali». Ci sono anche i
finanziamenti? «Sì, anche quelli». Riccardi non parla del ”quantum” ma spiega
che la Regione «non farà passi indietro sul fatto che le tratte per Milano e
Roma dovranno essere mantenute». Adesso, dunque, «il passo tocca a Trenitalia».
Che la trattativa sia aperta è confermato dal fatto che digitando sul sito di
Trenitalia a caccia di un biglietto non esistono soluzioni dal 13 dicembre in
poi. Insomma, chi deve partire tra un mese direzione Milano o Roma non può
prenotare il viaggio. Situazione sorprendente rispetto a quanto accadeva fino
all’anno scorso, con conferenze stampa e presentazione in pompa magna del nuovo
orario. Altra certezza è che Trenitalia, non si fosse mossa la Regione, avrebbe
già scritto nero su bianco la cancellazione di Eurostar ed Eurocity da Venezia
direzione est. La croce sopra.
Qualcosa, invece, si dovrebbe riuscire a salvare. La più probabile conferma è il
diretto Udine-Roma. Quanto al resto, Trieste dovrebbe salvare l’Eurostar su
Milano, non quello su Roma. L’alternativa sul piatto rimane quella di un cambio
a Mestre con tempi però accorciati grazie a un treno ”dedicato” Trieste-Mestre:
meno di 4 ore per arrivare a Milano, meno di 6 per raggiungere Roma.
Qualcosa, non tutto. C'è chi sta molto meglio. Pochi giorni fa, a Roma Termini,
è stata presentata l'offerta ad alta velocità ”Frecciargento per il Nordest”. Un
totale di 26 treni Venezia Mestre-Roma, di cui 4 Fast capaci di raggiungere la
capitale in 3 ore e un quarto, 6 convogli Verona-Roma (tre ore) di cui 2 in
prosecuzione su Brescia, mentre da Mestre sono previste solo connessioni con
Udine e Trieste. Si ripete, dunque, l'operazione emarginazione del Friuli
Venezia Giulia già attuata all'atto del lancio degli Eurostar e teorizzata dal
piano impresa del Gruppo Fs.
MARCO BALLICO
Marcia della pace, festa in piazza Unità - La carovana
accolta a Opicina da alcune scuole e da un gruppo di atleti
Testimoniare i consolidati valori su cui si fonda la città
di Trieste: multietnicità, interculturalità e pluriconfessionalità. E' questo il
messaggio che il capoluogo regionale ha voluto trasmettere alla carovana della
Marcia mondiale della Pace e della Nonviolenza giunta ieri a Trieste dopo un
lungo viaggio iniziato il 2 ottobre scorso a Wellington in Nuova Zelanda.
FERNETTI E OPICINA. Il pullman della Pace è giunto poco prima delle 10 all'ex
valico di frontiera di Fernetti. Ad attendere la ventina di
rappresentanti-marciatori sono stati il sindaco di Monrupino Marko Pisani e
l'assessore alla Cultura Roberta Skabar. Contemporaneamente una delegazione con
un centinaio di persone ha iniziato una minimarcia dal vecchio confine sino a
giungere nel cuore di Opicina in piazzale Monte Re, già riempito da una
rappresentanza di circa dieci scuole triestine con lingua d'insegnamento slovena
e italiana che una volta arrivato il pullman ha intonato alcuni canti tra cui i
versi della nota canzone dylaniana Blowind in the wind. Dopo il discorso del
presidente circoscrizionale Marco Milkovic che ha ricordato come «in queste
terre in cui s'incontrano cultura latina e slava vige una pacifica convivenza
frutto di un sofferto passato», una cinquantina di marciatori (tra i quali anche
alcuni studenti del Collegio del Mondo Unito) sono partiti alla volta della
città.
TRIESTE. All'ex Narodni Dom, sede della Scuola traduttori e interpreti
dell'Università degli Studi di Trieste, si è celebrata il momento più
istituzionale della tappa giuliana della Marcia mondiale della pace. Dopo aver
ascoltato il coro interreligioso diretto dal maestro Nossal, una carta d'intenti
-frutto delle diverse Tavole interconfinarie svoltesi in questi mesi tra Italia,
Slovenia e Croazia- è stata sottoscritta per la parte italiana, in nome di tutti
i comuni di Trieste e della Provincia di Gorizia, da Maria Teresa Bassa Poropat
e Roberto Dipiazza, per tutti i comuni dell'Istria croata è Doriano Labinjan
(sindaco di Verteneglio) ed infine per la parte slovena da Ester Mihalic
(Cosina) e Maria Pia Casagrande (Capodistria). Al termine della riunione tutti
si sono riversati in piazza Unità con l'obiettivo di realizzare un enorme
simbolo della pace. All'appello - secondo le stime degli organizzatori - hanno
risposto in circa cinquemila persone, un numero considerato decisamente
“positivo”. Oggi la Marcia mondiale della pace e della nonviolenza farà tappa a
Vicenza e proseguirà ininterrottamente sino al 2 gennaio quando arriverà ai
piedi del monte Aconcagua in Argentina.
Riccardo Tosques
SEGNALAZIONI - RIGASSIFICATORE - Il prezzo del gas
-ENERGIA
Ho letto l’articolo di Ivana Gherbaz su quello che ha
detto il signor Pedicchio sul rigassificatore di Zaule e cioè che il costo del
gas nel nostro paese è del 40% superiore a quello della Francia e che il governo
italiano ha un grande dovere: quello di far scendere i costi...
Allora io mi domando: per far scendere i costi del gas bisogna mettere una bomba
in mezzo alle case? Il signor Pedicchio non si è mai chiesto qual è la causa di
questo divario? Non certo dei meriti dei rigassificatori, bensì del governo
francese che mette meno tasse sul gas. Abbiamo visto in questi giorni cos’è
successo con la benzina. La Slovenia l’ha diminuita, nella maggior parte degli
altri stati europei pure, come mai da noi è aumentata nonostante il calo del
petrolio? Non mi dica che con quei soldi avremo più servizi perché tagliano
tutto: sanità, scuola, trasporti, cultura, tutte le cose più importanti, allora
dove vanno a finire questi soldi? Se lo so io come semplice cittadina, non mi
dica il signor Pedicchio che non sa che l’Autorità per il gas e l’energia
elettrica ha emanato il decreto 178/05 Art. 13 comma II nel quale si dice che,
chi del settore vuole costruire un impianto di rigassificazione di GNL, per
ovviare ai pericoli del mancato approvigionamento del gas, ha stabilito che il
proponente (in questo caso Gas Natural) nel caso in cui non riuscisse a
sfruttare la totale potenzialità annua dell’impianto, lo Stato italiano
interverrebbe ricompensando le perdite con l’80% (ora ridimensionato al 71,5%)
dell’utile non maturato, addebitandolo sulle bollette dei consumatori. Dunque se
un giorno dovesse esserci meno gas per tutti, Gas Natural avrebbe delle perdite
che noi cittadini saremmo costretti a pagare, altro che bollette meno care! È
ora che la gente capisca che i politici pur di avere un guadagno subito, se ne
fregano di quanto potrebbe succedere più tardi, tanto saremo sempre e soltanto
noi cittadini a pagare!
E un breve appunto al signor Luciano Emili sul suo scritto del 31 ottobre. Se
malauguratamente il progetto di questo odiato rigassificatore dovesse andare in
porto e ci fosse un giorno un disastro (per guasto, attentato o altro), stia pur
certo che chi perderebbe case e affetti non porrebbe certo il problema di sapere
se il disastro è avvenuto per irraggiamento da tank fire, pool fire, jet fire e
fireball, tanto più che in tutti i disastri i colpevoli, anche se accertati, non
sono mai andati in galera. La conclusione è che bisogna pensarci prima!
Graziella Albertini
IL PICCOLO - SABATO, 7 novembre 2009
Tre tracciati per un treno Gorizia-Lubiana Pronto lo
studio finanziato dal ministero
TRIESTE Sviluppo dell’area transfrontaliera orientale e
completamento di quel percorso di potenziamento infrastrutturale già ben avviato
sul fronte autostradale, in virtù della confermata trasformazione del raccordo
Villesse-Gorizia e del completamento del tratto Gorizia-Radzrto. Con questi
obiettivi, ecco spuntare la novità dell’ipotesi di creazione di un asse
ferroviario che colleghi Villesse e Gorizia a Lubiana, la capitale della
Slovenia. E che non interessa direttamente il Corridoio 5, né il discorso Alta
velocità.
A VENEZIA Nessuna boutade, ma dati, analisi e approfondimenti, tutti condensati
in uno Studio di prefattibilità voluto dalla Provincia di Gorizia e finanziato
dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. I contenuti del lavoro,
servitosi anche delle consulenze dell’Ai Engineering e dell’Ai Studio
architettura, ingegneria, urbanistica di Torino oltre che di quella della
Facoltà di ingegneria civile dell’Università di Lubiana, verranno presentati
questa mattina alle 9.30 a Venezia, nell’ambito di UrbanPromo 2009.
VARIANTE 1 All’interno dello studio, che non va quindi a concentrarsi sul
settore dell’Alta velocità quanto invece sulle possibilità di ammodernamento
della rete ferroviaria esistente, sono contenute tre diverse opzioni per la
realizzazione del collegamento. La prima, la variante 1, è quella cosiddetta
“asse lungo l’autostrada” per una lunghezza totale della linea di 116
chilometri. Prevederebbe fra le altre cose la creazione di un nuovo nodo
Šempeter pri Gorici per 500 metri al fine di garantire la continuità con la rete
esistente, che attraversa la parte pianeggiante della Valle del Vipacco. Oltre a
ciò, andrebbero creati attraversamenti in viadotto o galleria, anche per colmare
la differenza di altitudine in certi casi (dalla stessa area del Vipacco a
Postumia il dislivello è di 350 metri, ad esempio). Per progettare questa
variante ci vorrebbero 5 anni, per costruirla 20. Il costo economico
dell’investimento totale, stando al lavoro degli esperti, sarebbe superiore a un
miliardo e 688 milioni di euro.
VARIANTE 2 Decisamente più breve, pari a 80 chilometri, sarebbe invece il
percorso previsto dalla variante 2, “via Aidussina”. La cui caratteristica
chiave è quella di seguire la rotta aerea più corta lungo la linea da Sant’Andrea
a Lubiana: cosa che potrebbe avvenire - secondo lo studio - grazie ad una
galleria di 29 chilometri in grado di congiungere la Valle del Vipacco e la
Brughiera di Lubiana. Sono questioni di carattere geologico, e i conseguenti
interventi necessari, a rendere la relativa ipotesi di investimento
particolarmente costosa: un miliardo, 827 milioni e 925mila euro. Inoltre,
rispetto alla soluzione numero 1, gli anni necessari per completarla salirebbero
a 25.
VARIANTE 3 Infine, la variante 3, “via Divaccia”, che sposerebbe la logica di
ripercorrere il tracciato esistente, da riqualificare e adeguare con la
realizzazione di 5 chilometri di nuove gallerie e la correzione di alcune
caratteristiche geometriche delle strutture, in modo da permettere il
raggiungimento di una velocità pari ai 100 chilometri all’ora. La variante 3,
alla fine, risulterebbe la più lunga con i suoi 135 chilometri totali, ma anche
la più economica (501 milioni e 866mila euro di investimento) e quella
completabile in un periodo di tempo maggiormente ristretto: tre anni di
progettazione più 12 per la costruzione.
MATTEO UNTERWEGER
Gherghetta: «L’ipotesi via Divaccia è economica e
facile da realizzare» - IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA ISONTINA
TRIESTE «È uno studio che nasce da un indirizzo dato dal
sottoscritto nel giugno del 2006 alla giunta provinciale con una delibera:
l’obiettivo era quello di verificare la possibilità di mettere a punto una
strada ferroviaria fra Gorizia e Lubiana». Il presidente della Provincia
goriziana, Enrico Gherghetta, riepiloga così il percorso da cui ha avuto origine
il lavoro sull’ipotesi del nuovo asse ferroviario italo-sloveno. «Politicamente,
la mia, nostra innovazione è la nuova centralità geografica di cui gode il
territorio di Gorizia - prosegue Gherghetta - e che nessun altro ha. Contiamo
sull’area retroportuale più a nord del Mediterraneo, sull’unico valico di
pianura delle Alpi e abbiamo le prime pianure che si incontrano arrivando da
Est. Chiaramente, ci siamo posti il problema di sfruttare questi vantaggi». Nel
dettaglio, il fine individuato era stato quello di riuscire a far fermare merci
e passeggeri «sul territorio, negli spazi del retrobanchina del sistema portuale
che va da Capodistria a Porto Nogaro. C’è una considerazione però: manca la
ferrovia».
Delle tre varianti, Gherghetta scommette su una in particolare, senza comunque
scartarne a priori nessuna: «Dico sì al Corridoio 5, prendo atto che prima o poi
verrà realizzato, ma possiamo ugualmente utilizzare le ferrovie esistenti. La
soluzione via Divaccia costerebbe poco più di 500 milioni di euro, risultando
particolarmente economica e realizzabile in tempi ragionevoli. La Slovenia ha
già mostrato interesse a intervenire su questo tratto. L’idea è forte perché
concreta, immediata, fattibile». E il futuro, dunque? «Ci sono alcune
possibilità - conclude Gherghetta -: pare che lo Stato ci voglia dare un
ulteriore contributo da 260mila euro per andare avanti con gli studi. Forse si
potrà già parlare di progetto preliminare. Ne discuteremo ancora con l’assessore
regionale Riccardo Riccardi. È il primo progetto di questa portata in Italia».
(m.u.)
IPOTESI ALLO STUDIO - Sicurezza sui treni, Fvg
«laboratorio»
TRIESTE Il Friuli Venezia Giulia «laboratorio pilota» per
i controlli di sicurezza sulle reti e sui mezzi ferroviari. È questa l’ipotesi
che l’assessore regionale alla Viabilità Riccardo Riccardi e il direttore
nazionale dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie Alberto
Chiovelli hanno valutato ieri a Udine, sottolineando come il Friuli Venezia
Giulia abbia le caratteristiche utili a rappresentare un’«area-test» per le
nuove procedure e nuove metodologie di controlli, in particolare sul parco
circolante. Chiovelli ha inoltre aggiunto che il Friuli Venezia Giulia, in base
alle tipologie dei mezzi circolanti «su ferro», non presenta alcun problema di
sicurezza, nè sulle reti nè sui vagoni.
Fogar da 11 giorni senza cure vitali: «Non mollo finché
non ci ascoltano»
Prosegue la protesta sul caso Ferriera e per il taglio
dei fondi regionali al Circolo Miani: «Non mi resta molto»
Privo ormai da undici giorni di cure mediche vitali, l’ex presidente del
circolo Miani Maurizio Fogar ha indetto ieri una conferenza per marcare
nuovamente le ragioni della sua protesta estrema. Davanti ad un pubblico di una
trentina di persone, il fondatore del circolo ha confermato la sua intenzione di
proseguire nella sospensione dei farmaci: «Credo di avere autonomia ancora per
una decina di giorni - afferma Fogar - ma non mi fermerò fino a quando le
autorità non daranno ascolto alle nostre richieste». Delle istanze che lo hanno
spinto a rinunciare alle cure Fogar attende ancora responso: «Come prima cosa
chiediamo che la Regione - spiega Fogar - fissi finalmente una data per la
riconvocazione della conferenza dei servizi per riesaminare il rilascio
dell’Autorizzazione integrata ambientale alla Ferriera di Servola». «La sua
riconvocazione non è questione lasciata all’arbitrio - insiste Fogar - ma
dettata dalla legge». Il secondo punto critico, l’esclusione del circolo Miani
dai finanziamenti pubblici, è per Fogar un argomento amaro: «In trenta anni di
attività il circolo si è contraddistinto come una delle più importanti realtà
culturali della Regione - dice Fogar -: stiamo pagando le antipatie del
centrosinistra, che ci accusa di aver contribuito alle sue molte sconfitte
elettorali. Antipatie che si sono dimostrate ingiustificate, visto che il
centrodestra non ha poi cambiato la loro decisione». Il problema, secondo Fogar,
è l’attività di controinformazione che il circolo svolge sul tema Ferriera:
«Siamo una voce che va eliminata - dice - perché senza di noi i politici
potranno tornare a guadagnare voti promettendo la chiusura dell’impianto senza
che qualcuno vada poi a chiedergliene conto».
Nuovamente Fogar si scaglia contro il piano del sindaco Roberto Dipiazza per la
chiusura della Ferriera: «Il sindaco intende ricollocare gli oltre settecento
lavoratori di Ferriera e Sertubi - dichiara - tramite il cordificio, la centrale
termica e il rigassificatore: impianti che in tutto possono fornire circa un
centinaio di posti». «L’informazione è un nodo centrale - chiude Fogar -: i
media devono portare allo scoperto l’agire poco limpido della classe politica
regionale. E non solo sulla Ferriera. Un esempio? L’assegnazione a ditte colluse
con la criminalità organizzata di affari milionari come quello della Pedemontana».
Giovanni Tomasin
Latte crudo, c’è il distributore - PRIMO PUNTO VENDITA
AUTOMATICO AL MERCATO COPERTO
I distributori automatici di latte crudo sul territorio
italiano sono a oggi millecento: da lunedì il primo distributore triestino
entrerà in funzione al mercato coperto di via Carducci. «È un sistema innovativo
– spiega l’assessore Paolo Rovis presentando l’iniziativa – che consente di
recuperare un aspetto della tradizione che oggi si rivela utile dal punto di
vista ambientale: il riutilizzo delle bottiglie». Il punto vendita nel mercato
coperto rientra nel progetto “Latteplus” dell’azienda Vegazone di Ronchi dei
Legionari, il cui obiettivo è lavorare nella distribuzione di progetti di tipo
caseario nell’ottica della “filiera corta”: «Portiamo il latte dal produttore al
consumatore – dice Marco Mansutti di Vegazone – evitando inutili, costose e
macchinose intermediazioni». Il latte distribuito proviene infatti dall’azienda
agricola Tercon di Ceroglie. Il latte crudo viene munto, filtrato e refrigerato
senza trattamenti aggiuntivi: «Per legge il latte andrebbe bollito prima di
essere consumato» - precisa Mansutti.
Il progetto prevede l’installazione di altri cinque distributori sul territorio
di Trieste, le cui posizioni sono già state individuate: «Sicuramente due
andranno a San Giacomo e Roiano – afferma il responsabile di Vegazone -, in modo
da coprire un ampio gruppo di consumatori».
Ma il latte non è l’unica novità a comparire nel mercato coperto: ha aperto ieri
il banco del pesce della Cooperativa pescatori. «Questo nuovo punto vendita sarà
un fiore all’occhiello – dichiara Guido Doz, responsabile regionale dell’Acgi
Agrital -: a differenza degli altri cinque smerci dei pescatori venderà
solamente pesce di primissima qualità, selezionato appositamente». In questo
modo, affermano i pescatori al fine di evitare potenziali polemiche, il banco
non entrerà in competizione con le vicine pescherie. La scelta offerta dal banco
includerà prodotti ittici di nicchia, primizie di stagione, pesce biologico di
valle e molluschi freschi.
«Il mercato coperto ha ancora una trentina di posti disponibili – commenta Rovis
– pronti ad accogliere nuove iniziative commerciali, per un affitto mensile di
soltanto 700 euro annui».
Giovanni Tomasin
Sequestrato Tir con 20 tonnellate di pellets -
Verificata una quantità di cesio 137 duecento volte superiore al massimo
consentito
FERMATO AL VALICO DI FERNETTI - La merce proveniva
dalla Bielorussia Inchiesta al pm Montrone
Un Tir che trasportava 20 tonnellate di pellets contenenti l’isotopo
radioattivo cesio 137 in quantità 200 volte superiore al massimo consentito, è
stato bloccato l’altra sera nell’area doganale del valico di Fernetti. Il
materiale - come hanno accertato i funzionari della Dogana e i carabinieri del
Noe - proveniva dalla Bielorussia ed era destinato a un’azienda del Nord Italia.
Il camion era arrivato in Italia dopo aver attraversato l’Ungheria e la
Slovenia.
La merce e il camion sono stati sequestrati su ordine del pm Pietro Montrone che
ha aperto un fascicolo. Il Tir è stato individuato dopo un normale controllo dei
documenti: sono scattate le verifiche tecniche da parte dei carabinieri del Noe
e il mezzo è stato bloccato e sistemato in un’area lontana dall’ingresso. Dai
primi accertamenti sul campione è stata rilevata la presenza di cesio 137 in
quantità rilevante. La sostanza radioattiva trovata è quella prodotta dalla
detonazione di armi nucleari e dai reattori delle centrali. Tuttavia la
radioattività si manifesta solo quando il combustibile viene bruciato in una
stufa. Nessun problema invece se il materiale rimane inutilizzato.
Nello scorso mese di luglio era stato bloccato, sempre a Fernetti, un Tir
proveniente dall’Ucraina con 24 tonnellate di pellets radioattivi. Il sequestro
dell’altra sera fa seguito alle analisi effettuate dai vigili del fuoco e
dall’Arpa sulle confezioni di pellets vendute a Trieste durante la scorsa estate
dopo l’allarme lanciato dalla procura di Aosta.
Il materiale è stato accertato non presenta contaminazioni pericolose per gli
acquirenti. Le analisi era state effettuate per far rientrare l’allarme scattato
dopo il sequestro ad Aosta di una partita rivelatasi radioattiva. Secondo i test
tutto il materiale raccolto nei punti vendita in città era risultato conforme
alla legge, con un contenuto di cesio pari a quello presente di norma in questa
tipologia di combustibile. Anche la più alta concentrazione di cesio misurata
nei campioni triestini, avevano accertato le analisi, rientrava al di sotto
della soglia massima fissata per legge, ed è tra l’altro inferiore di ben dieci
volte rispetto a quella analizzata nei campioni di pellets del tipo ”Pellet
Naturkraft 6mm P.Q” sequestrati in Val d’Aosta. Nell’area triestina, d’altra
parte, non è stato trovato il ”Pellet Naturkraft 6mm”, ma altre tipologie di
prodotto riconducibili alla stessa azienda produttrice.
(c.b.)
Arriva la Marcia per la pace Il clou alle 15 in piazza
Unità
I primi che hanno messo firma e faccia sono Pino Roveredo,
Margherita Hack, Boris Pahor, Paolo Salucci, Susanna Tamaro e Paolo Rumiz, Ma
non sono gli unici. E il Comitato pace convivenza e solidarietà ”Danilo Dolci”
ne aspetta altri oggi, in concomitanza con la sosta a Trieste della Marcia
mondiale per la pace e la non violenza. Si tratta degli intellettuali e degli
scienziati della città, ai quali il Comitato ha rivolto in questi giorni un
appello per l’adesione tramite l’e-mail comitatodanilodolci@libero.it. Un
appello nel nome della Pace, per la quale è come detto il grande giorno a
Trieste. La tappa nostrana della Marcia mondiale, proveniente dai Balcani e
diretta a Ginevra, patrocinata da Provincia, Comune e Università - oltre che dal
Commissario europeo per l’Allargamento dell’Unione Ollin Rehn - avrà come
prologo Sesana, dove il serpentone giungerà alle 9. Da lì si metterà in
movimento una mini-marcia aperta a tutti, da Fernetti a Opicina. In piazzale
Monte Re gli alunni della scuola di Opicina proporranno canti e poesie. Alle 10
la Run for peace, staffetta verso piazza Oberdan con tappa in piazzale Europa,
dove sarà innalzata la bandiera della pace. Alle 11.30, alla Scuola interpreti
di via Filzi, il benvenuto ufficiale della presidente della Provincia Maria
Teresa Bassa Poropat e del sindaco Roberto Dipiazza, nonché la presentazione
della Tavola della pace interconfinaria e l’assegnazione del premio Dolci. Alle
15, in piazza Unità, come annunciato, si cercherà di realizzare il più grande
simbolo della pace umano d’Europa: l’obiettivo è radunare almeno 10 mila
persone. Alle 17 al Cavò di via San Rocco 1 verrà inaugurata la mostra degli
elaborati del concorso «Ci siamo innamorati della parola Pace: la nonviolenza è
in cammino». Alle 18, nella sala parrocchiale di via del Collegio 6, i cori per
la pace. Nella vicina sala conferenze “Jak Bank”, un incontro curato dal Gruppo
Beppe Grillo con il giornalista Giorgio Simonetti e la Banca Etica Trieste.
Infine alle 20.30 al Miela il concerto del chitarrista Stefano Barone.
IL PICCOLO - VENERDI', 6 novembre 2009
La Marcia della pace fa tappa in città-
Manifestazione partita dalla Nuova Zelanda - Gli organizzatori puntano a
radunare domani 10mila persone in piazza Unità
È partita dalla Nuova Zelanda il 2 ottobre, giorno
commemorativo della nascita del Mahatma Gandhi. È giunta in Europa percorrendo
Turchia e regioni balcaniche. Domani la Marcia mondiale per la pace e la
nonviolenza, ideata dall'associazione internazionale umanista Mondo Senza
Guerre, farà tappa a Trieste. Tanti i sostenitori dell’evento che percorrerà i
cinque continenti: dai Nobel Jimmy Carter e Rigoberta Manchù al linguista Noam
Chomsky, all'astrofisica Margherita Hack, al giornalista Paolo Rumiz, ma anche a
personaggi come Pedro Almodovar e Jury Chechi. Elenco che il Comitato "Danilo
Dolci" invita ad allungare lanciando un appello a «intellettuali e scienziati
triestini» (adesioni a comitatodanilodolci@libero.it).
Il serpentone pacifista giungerà domani alle 9 a Sesana, accolto dal locale
sindaco Davorin Tercon. Contemporaneamente partirà una mini-marcia aperta a
tutti, da Fernetti a Opicina. In piazzale Monte Re gli alunni della scuola di
Opicina proporranno canti e poesie. Alle 10 la Run for peace, staffetta che da
Opicina porterà a piazza Oberdan con tappa in piazzale Europa, dove sarà
innalzata la bandiera della pace. Alle 11.30, alla Scuola interpreti di via
Filzi 14 il benvenuto ufficiale alla Marcia con il saluto del presidente della
Provincia Bassa Poropat e del sindaco Dipiazza, nonché la presentazione della
Tavola della Pace interconfinaria e l'assegnazione del premio Dolci.
Alle 15, in piazza Unità,si cercherà di realizzare un immenso simbolo della Pace
umano: l'obiettivo degli organizzatori è di radunare almeno 10 mila persone per
creare il simbolo pacifista più grande d'Europa. Alle 17 al Cavò di via San
Rocco 1 verrà inaugurata la mostra degli elaborati del concorso «Ci siamo
innamorati della parola Pace: la nonviolenza è in cammino». Alle 18, nella sala
parrocchiale di via del Collegio 6, i cori per la pace: il coro Scout di
Trieste, il Vesela Pomladabjan, il coro del Collegio del Mondo Unito e il gruppo
Soul Diesis. Nella vicina sala conferenze alle 18 “Jak Bank”, un incontro curato
dal Gruppo Beppe Grillo con il giornalista Giorgio Simonetti e la Banca Etica
Trieste per discutere di «modelli alternativi per una finanza sostenibile e
un'economia realmente al servizio dei più deboli». Infine alle 20.30 al Miela
con il concerto del chitarrista Stefano Barone.
Domani, intanto verrà sottoscritto dalla Provincia, dai Comune di
Capodistria(Slovenia) e Verteneglio (Croazia) un documento d'intenti per
instaurare un rapporto di collaborazione permanente con l'ottica di rafforzare i
rapporti interconfinari tra Italia, Slovenia e Croazia. È questo il risultato
emerso dalla riunione svoltasi a Buie (Croazia) durante la Terza tavola della
Pace interconfinaria, cui hanno presenziato per il territorio triestino i Comuni
di San Dorligo, Muggia e Sgonico.
La balenottera non se ne vuole andare - Avvistata nel
vallone di Muggia e davanti al canale navigabile. Coppia di delfini vicino alla
Diga vecchia
SCORTATO DA UNA MOTOVEDETTA DELLA CAPITANERIA, IL
CETACEO NON SI È LASCIATO AVVICINARE
Due giorni fa la balenottera comune, giunta nelle acque del golfo, aveva
”ispezionato” a lungo il braccio di mare antistante il Porto vecchio. Ieri
invece di buon mattino il cetaceo è entrato nuotando in superficie nel vallone
di Muggia, si è soffermato a un centinaio di metri dal pontile dell’oleodotto
transalpino, si è affacciato brevemente al canale industriale di Zaule ed è
passato davanti alla banchina ”rinfuse” della Ferriera di Servola. Lì, immerso
nel fango, giace dal 9 dicembre 1917 lo scafo della corazzata Wien, affondata
dai siluri lanciati dal mas di Luigi Rizzo.
La balenottera, lunga una dozzina di metri, è stata scortata da una motovedetta
della Capitaneria di Porto. Per due o tre volte lo scafo a motore ha cercato di
avvicinarsi alla balenottera, ma il grande mammifero non ha dato confidenza e ha
ristabilito subito le distanze, immergendosi e sparendo alla vista dei marinai.
Lì, nel canale delle petroliere, la profondità raggiunge i 25-26 metri. In
questi giorni l’acqua è opaca e come hanno raccontato i sub dei vigili del fuoco
«non si vede a un metro di distanza». Il cetaceo, col suo sofisticato sistema di
ecolocalizzazione a onde sonore, non ha avuto problemi a orientarsi.
Alla stessa ora, poco al largo di Barcola e poi della Diga vecchia, sono stati
visti nuotare in superficie due delfini o meglio due Tursiopi: uno grosso,
l’altro di minori dimensioni, tant’è che Maurizio Spoto, direttore della Riserva
che il Wwf gestisce a Miramare, ritiene probabile che si possa trattare di mamma
e figlio. «Ho visto i due delfini dalla finestra della nostra caserma» ha
raccontato il colonnello Davide Capano, comandante del reparto operativo
aeronavale della Guardia di Finanza che ha sede in Sacchetta: «La coppia era a
pochi metri dal fanale rosso della Diga vecchia. Un nostro equipaggio a bordo di
un gommone ha seguito i due mammiferi per una mezz’ora tenendosi a debita
distanza».
Un altro delfino della stessa specie ieri mattina tra le 6.30 e le 7 è stato
portato in salvo da tre persone che si allenavano correndo sull’arenile di
Grado. L’animale, un metro e mezzo di lunghezza e dal peso stimato di una
ottantina di chili, è stato a fatica riportato in acque più profonde dove ha
ripreso a nuotare normalmente. Mistero sui motivi dello spiaggiamento.
Va aggiunto che la presenza di svariati esemplari di Tursiope nell’Alto
Adriatico è ormai stabilizzata. Una popolazione di un centinaio di esemplari ha
scelto di insediarsi nel Quarnero, in un’area delimitata dalle isole di Cherso e
Lussino e dagli isolotti di Cutin, Trstenik, Oruda.
Per censire tutti i cetacei presenti nel Mediterraneo, da più di vent’anni è
attivo l’Istituto Thetys che attraverso le immagini fotografiche realizzate in
anni e anni di campagne è riuscito a identificare 1300 tra balenottere comuni,
capodogli, zifi, globicefali, grampi, tursiopi e delfini comuni. Le loro
”impronte digitali” sono rappresentate dai segni particolari presenti sulle
pinne e sulle code. Ecco perché è tanto importante realizzare immagini ben
leggibili degli esemplari presenti in golfo. Va aggiunto che in Adriatico è
stata finora storicamente censita la presenza di sole 26 balene.
CLAUDIO ERNÈ
Capodistria, il Consiglio boccia il Piano regolatore
del porto - Contrarietà al terzo molo e alla non esclusione di un
rigassificatore
Popovic: «L’ente di gestione può modernizzare i due
attracchi già esistenti»
CAPODISTRIA Il Consiglio comunale di Capodistria ha bocciato ieri quasi
all'unanimità, con un solo voto contrario, il nuovo Piano regolatore del porto.
Più precisamente i consiglieri hanno votato una mozione con la quale chiedono al
Ministero dell'ambiente sloveno di ritirare il documento e di procedere alla sua
armonizzazione con le autorità locali prima di ripresentarlo per l'approvazione
definitiva.
I piani di ampliamento dell'area portuale, gestita dalla società "Luka Koper", e
in particolare la costruzione del nuovo molo, lungo un chilometro, dovranno
pertanto aspettare ancora un po'. Questo alt imposto dal Consiglio comunale non
dovrebbe però incidere più di tanto sullo sviluppo del porto di Capodistria,
visto che gli interventi previsti dal Piano regolatore non erano comunque di
realizzazione immediata ma sono da portare avanti nei prossimi 10-20 anni. È
stato proprio il "terzo molo", quello nuovo, da un chilometro, il punto più
contestato del Piano regolatore. «Il Ministero dell'ambiente ha ignorato quasi
tutte le osservazioni avanzate da Capodistria» si è lamentato il sindaco Boris
Popovic, che ha definito il Piano «un documento imposto».
Il terzo molo nell'area di Ancarano potrebbe essere accettabile solo se fosse
messo in funzione dello sviluppo turistico dell'area. «La "Luka Koper" - si è
detto convinto Popovic - non ha bisogno di un terzo molo, né ora né in futuro,
visto che il prolungamento e la modernizzazione dei due già esistenti sono più
che sufficiente per aumentare, e anche di molto, la manipolazione dei
container». Rivolgendosi ai consiglieri, il sindaco ha sottolineato altri due
punti del Piano che secondo lui non possono andare bene: uno è la prevista
costruzione di un deposito coperto per merci alla rinfusa, alto oltre 40 metri,
l'altro è la mancanza di un esplicito ”no” alla possibilità di costruire anche
un rigassificatore nell'area portuale. L'opposizione, in particolare il
consigliere socialdemocratico Luka Juri, hanno accusato il sindaco di avere
cambiato idea sullo sviluppo del Porto e di avere voluto convocare la seduta
stroardinaria del Consiglio ad Ancarano esclusivamente in funzione della
campagna in vista del referendum di domenica prossima, quando gli abitanti di
Ancarano saranno chiamati a decidere se restare all'interno del Comune di
Capodistria o costituirsi muinicipalità a parte. Il promotore del referendum per
la separazione di Ancarano, Gregor Strmcnik, è stato molto chiaro su questo
punto: le stesse persone del comune di Capodistria che hanno collaborato alla
stesura del Piano regolatore ora stanno criticando il documento. Contro il Piano
regolatore si è schierata anche la Comunità autogestita della nazionalità
italiana di Capodistria.
Ogm, pressing sul ministro Zaia - INTERROGAZIONE
PARLAMENTARE
TRIESTE Pressing sul ministro all’Agricoltura Luca Zaia
affinché firmi il decreto legislativo per la sperimentazione di ogm congelato da
12 mesi. A Montecitorio il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova presenta
un’interrogazione parlamentare, in cui chiede a Zaia di spiegare la mancata
approvazione dei protocolli tecnici per la sperimentazione in campo aperto di
organismi geneticamente modificati, che di fatto «bloccano la ricerca italiana
di settore». A dar man forte al deputato del Pdl c’è Futuragra, l’associazione
di agricoltori del Friuli Venezia Giulia e del Veneto che si batte per
l’introduzione delle biotecnologie nei campi: «Noi agricoltori chiediamo di
poter vivere del nostro lavoro, non di finanziamenti pubblici. Per fare questo,
però, abbiamo bisogno degli ogm» afferma il vicepresidente Silvano Dalla Libera.
E ricorda la battaglia in atto da anni «per far valere il diritto, garantito
dalla Commissione europea, di coltivare varietà agricole legalmente
autorizzate», perché «senza ogm siamo costretti a usare molta chimica, dannosa
sia per l’ambiente che per la nostra salute».
IL PICCOLO - GIOVEDI', 5 novembre 2009
Carrefour sbarca all’ex Maddalena - Ma sul piano di
recupero la Regione frena: serve l’ok sull’impatto ambientale
PREVISTI ANCHE CENTO APPARTAMENTI, 1100 POSTI AUTO E
UNA NUOVA STRADA: CINQUE ANNI DI LAVORI
L’area di 23 mila metri quadri è costata poco oltre 11 milioni alla
GeneralGiulia 2 che l’ha rilevata dall’Ass sulla base di un accordo di programma
sottoscritto anche da Comune e Regione
L’ultima volta che se n’è parlato, nelle pubbliche sedi, risale a otto mesi
fa, quando un Consiglio comunale straordinario a maggioranza inedita -
favorevoli Alleanza nazionale, Udc, Lista Dipiazza, Partito democratico,
Cittadini e Rifondazione comunista, astenute Forza Italia e Lega, contrari i
Verdi - ratificò in extremis l’accordo di programma tra Regione, Municipio, Ater
e Azienda sanitaria per ricavare in quel megaquadrilatero 53 alloggi di edilizia
popolare lato via Molino a vento.
Da allora, sull’operazione immobiliare nell’area dell’ex Maddalena - dove oggi
persiste la desolante ”spianata” senz’alberi sul lato di via dell’Istria - è
calato di nuovo il silenzio. E il silenzio è destinato a durare ancora, con ogni
probabilità per un buon pezzo di 2010. Fino al momento in cui la GeneralGiulia 2
Srl - la cordata tra Riccesi, Cividin, Carena e Palazzo Ralli, titolari di quote
paritarie al 25 per cento, che nel 2002 aveva acquisito dall’Ass i 23mila metri
quadrati del comprensorio a più di 11 milioni di euro in base a un accordo di
programma dell’anno precedente tra Comune, amministrazione regionale e Azienda
sanitaria stessa - saprà se avrà ottenuto il via libera definitivo
all’intervento di riqualificazione.
L’INTERVENTO Un intervento che però, frattanto, sulla carta sta prendendo forma.
Per la piastra commerciale da cinquemila metri quadrati sarebbe interessato a
sbarcare a Trieste il colosso transalpino Carrefour, altri diecimila (e non più
duemila) verrebbero riservati a verde di quartiere. Una strada taglierebbe
longitudinalmente il quadrilatero da via Costalunga a via Marenzi e sarebbero
quindi realizzati 1100 posti auto su tre livelli sotterranei, in parte per il
centro commerciale in parte a rotazione (da cedere al Comune come oneri di
urbanizzazione).
I complessi edilizi alti fino a sei piani, infine, si tradurrebbbero in cento
appartamenti lato via dell’Istria e duecento lato monte, di cui 53 Ater (pari a
un primo lotto da consegnare nell’autunno 2011) e un numero al momento non
quantificato di alloggi di edilizia convenzionata agevolata.
I TEMPI Siamo ancora nel mondo delle idee, tuttavia, perché quel via libera
decisivo, a oggi, risulta sempre incastrato nei circuiti burocratici
Regione-Municipio. E c’è un fresco ”invito”, vincolante, a ripresentare
incartamenti più approfonditi. Una grana ma al tempo stesso un’occasione, per i
proponenti privati, per depositare in Regione previo transito in Comune l’ultima
versione del progetto, modellata proprio in base ai contatti con Carrefour, con
tanto di allegato relativo a un nuovo studio sull’impatto delle nuove
urbanizzazioni, in particolare sulla tenuta del traffico in zona.
Ma ci vorrà tempo, presumibilmente dai due ai dieci mesi a partire da questo
novembre, per chiudere la pratica e dare il via, in caso di nulla osta, ai
lavori. Lavori che a loro volta necessiteranno di tempo: circa cinque anni.
LA FRENATA La data che riapre una partita di fatto mai chiusa è quella dell’8
settembre scorso: quel giorno la direzione centrale Ambiente e lavori pubblici
del Friuli Venezia Giulia ha firmato un decreto elaborato dal servizio Via -
Valutazione impatto ambientale - chiamato ad accertare con uno ”screening”
preliminare se la riconversione dell’ex Maddalena dovesse passare o meno, prima
del rilascio della relativa concessione edilizia comunale, attraverso la
procedura ordinaria di Via. Nel decreto gli uffici regionali rilevano, nello
specifico, che «la necessità di un’analisi più approfondita, garantibile
unicamente da un procedimento di Via, è peraltro evidente anche dalla natura del
progetto in esame che consta di fatto nella realizzazione di un centro
commerciale in un’area urbanizzata già oggi caratterizzata da rilevanti flussi
di traffico».
Morale: «il progetto riguardante la riconversione dell’area ex Maddalena in
Comune di Trieste, presentato dalla Generalgiulia 2, è da assoggettare alla
procedura di Via».
PIERO RAUBER
RICCESI: I DOCUMENTI PARLAVANO CHIARO, SU QUELLI CI SIAMO MOSSI «Abbiamo tutto il diritto di costruire»
«Curioso se cambiassero le carte in tavola: sarebbe
come vendere patacche»
Le novità introdotte nell’ultima versione del piano di riqualificazione
dell’ex Maddalena che sarà ripresentato a breve potrebbero accelerare l’iter, si
augurano i proponenti stessi. I quali costruttori, tuttavia, non nascondono una
certa ansia. Un certo fastidio. «Noi - spiega in merito Donato Riccesi - abbiamo
acquistato un’area soggetta a un accordo di programma fra Ass, Regione e Comune,
in cui erano state stabilite le caratteristiche di urbanizzazione e quelle
infrastrutturali. Di conseguenza è stato sviluppato un piano particolareggiato
proposto dall’Ass e approvato dal Consiglio comunale, che è vigente. E su quello
ci siamo mossi. Abbiamo il diritto di realizzare l’opera. Contiamo di riprendere
le opere di urbanizzazione a inizio 2010. Sarebbe curioso che cambiassero le
carte in tavola, vorrebbe dire che la pubblica amministrazione vende patacche.
Certo si può condividere o meno quell’intervento, ma non scherzare con i soldi
dei privati disposti a riqualificare un pezzo di territorio cittadino nel
rispetto delle indicazioni degli enti stessi. Nel caso siamo pronti pure a
restituire il bene, e poi se lo vogliono lì ci facciano anche una foresta
subtropicale».
«Non si comprende - scriveva tempo fa il Wwf in una nota auspicando al contrario
una Via ben approfondita - perché la procedura di ”verifica” sia posteriore alla
distruzione del preesistente comprensorio ospedaliero e delle alberature
secolari. La verifica si sarebbe dovuta fare prima dell’approvazione
dell’accordo di programma nel marzo 2001 o almeno prima del successivo piano
particolareggiato nel febbraio 2006 cioè prima dell’approvazione degli atti con
valenza urbanistica che hanno determinato il destino dell’ex ospedale».
«Con le ultime modifiche si ricaveranno ben 10mila metri quadrati di verde, di
parco alberato», ribatte Roberto Dipiazza, che ha il super-assessorato
Urbanistica-Lavori pubblici. Il sindaco lascia intendere come ora, a suo avviso,
si sia raggiunto un equilibrio tra cemento, ambiente, interessi privati e
pubblici. E conclude rispolverando una vecchia polemica: «Quello dell’ex
Maddalena è uno degli ultimi regali alle cubature di chi è venuto prima di me».
Raddoppio di Barcola, tutti d’accordo - Ampliamento della
linea di costa: la mozione di Giorgi (Fi-Pdl) trova consensi
Il nuovo piano regolatore di Trieste ha offerto fin dalla
sua nascita abbondante materiale di dibattito. L’ultima occasione viene dalla
mozione presentata il mese scorso dal consigliere comunale di Forza Italia-Pdl
Lorenzo Giorgi e discussa ieri dalla Commissione consiliare urbanistica nel
corso di un’animata riunione. Il tema è l’ampliamento del lungomare di Barcola:
«La nuova variante al piano regolatore prevede un allargamento della linea di
costa – spiega Giorgi – e se la mia mozione verrà approvata dal Consiglio
comunale, darà finalmente il via all’iter progettuale di un intervento tanto
importante per la città e per il suo futuro turistico».
Un’idea, l’ampliamento del lungomare, che torna ciclicamente alla ribalta dal
lontano 1998, quando il Collegio costruttori presentò alla Capitaneria di porto
un progetto per il pareggiamento della linea di costa con la pineta di Barcola.
Ma questa volta, assicura il presidente della commissione Roberto Sasco (Udc),
il tempo delle chiacchiere è finito: «Anni fa la Fondazione CRTrieste finanziò
un ottimo progetto – dice – che attende di venire riesumato: visto che il piano
regolatore prevede l’allargamento, quel progetto potrebbe diventare il punto di
partenza, una volta approvata la mozione Giorgi».
Dal dibattito della commissione è emerso un sostanziale accordo delle forze
politiche sul progetto, anche se non mancano le perplessità: «L’idea non mi
trova contrario – afferma Iztok Furlanic del Prc – ma un progetto così costoso
necessita di fondi privati, e se questo dovesse ledere la fruibilità gratuita di
Barcola forse sarebbe meglio lasciare tutto così com’è». «La mia mozione è
volutamente semplice - risponde Giorgi - in modo da accogliere il più ampio
numero di consensi e modifiche».
Secondo i sostenitori della mozione, l’ampliamento di Barcola è necessario a
rivoluzionare la funzione del lungomare nell’economia cittadina, tramutandolo in
un’autentica riviera: dalla pineta al bivio di Miramare lo spazio guadagnato,
ottenuto con materiali di scavo non inquinanti, ospiterebbe diversi tipi di
servizi. «Il piano regolatore classifica Barcola come zona balneare – dice Sasco
– ma bisognerebbe adottare una prospettiva più ampia: oggidì dall’hotel Greif al
bivio non vi sono strutture di ricezione turistico alberghiera, che andrebbero
invece realizzate contestualmente alla riviera di Barcola». L’idea di
trasformare Barcola in un polo turistico si abbina al progetto, per ora
delineato solo a parole, di realizzare un collegamento via cavo con il monte
Grisa: «Barcola farebbe da ponte tra i visitatori del santuario, i turisti di
Miramare e il centro cittadino» - specifica Sasco. Al di là della funzione
turistica, l’ampliamento di Barcola non trascurerà, secondo i suoi sostenitori,
il ruolo che il lungomare riveste per la comunità di Trieste: «Potrebbe anzi
diventare un nuovo punto di aggregazione giovanile – assicura Sasco – in
sostituzione di Sistiana, troppo lontana, o del centro cittadino, soggetto a
ovvie limitazioni».
Giovanni Tomasin
«Tondo dica no alla centrale nucleare di Monfalcone» -
MORETTON (PD): « KRSKO È A RISCHIO»
TRIESTE «Renzo Tondo dica no alla centrale nucleare a
Monfalcone». Gianfranco Moretton usa l'imperativo il giorno dopo l'invito del
governatore a coinvolgere l'Enel al raddoppio della centrale nucleare di Krsko.
Il capogruppo del Pd ricorda innanzitutto al presidente Tondo che il Consiglio
regionale, all'inizio della legislatura, ha già discusso il tema del nucleare,
quindi, preoccupato, invita il presidente della Regione a rivolgersi all'aula.
Il gruppo Pd con il centrosinistra, ricostruisce Moretton, «ha presentato un
apposito ordine del giorno sull'argomento subito dopo il guasto alla centrale di
Krsko del 4 giugno 2008 che ha allarmato l'intera cittadinanza europea. Tutti i
gruppi politici convenivano sulla necessità di puntare sulle fonti energetiche
rinnovabili e di pensare all'energia nucleare ma solo riferita a quella prodotta
dagli impianti di quarta generazione. Pure sull'idea di Tondo che Friulia
potesse entrare nella società slovena per il raddoppio della centrale di Krsko,
la politica regionale, in particolare il centrosinistra, aveva manifestato ferma
contrarietà, invitando il presidente ad affrontare la questione in Consiglio
regionale vista la sua delicatezza».
Tondo rilancia? Invita non più Friulia ma l'Enel a partecipare alla costruzione
del raddoppio della centrale? «Il gruppo Pd - afferma il capogruppo - si augura
che il governatore, prima di esprimersi su questioni così delicate, coinvolga
tutti i gruppi consiliari per spiegare e giustificare le sue dichiarazioni che,
tra l'altro, sono in controtendenza all'ordine del giorno approvato. E,
nell'attesa, dica chiaramente "no" all'ipotesi di costruzione della centrale
nucleare a Monfalcone». Tondo «si renda consapevole - conclude Moretton - che un
impianto nucleare vetusto come quello di Krsko, per di più non adeguato alle
norme stabilite dalla Ue, non garantisce la sicurezza dei cittadini dei Paesi
confinanti».
(m.b.)
DUINO AURISINA -Piano antenne: un ”sì” unanime
DUINO AURISINA E’ stata votata all’unanimità dei 16 consiglieri presenti ieri al consiglio comunale di Duino Aurisina l’adozione del Piano di localizzazione degli impianti di telefonia mobile. Il presidente della commissione competente Fabio Eramo ha sottolineato «l’importanza della mappatura inserita nel piano, volta a individuare soprattutto le zone controindicate e quelle assolutamente vietate al posizionamento di antenne, quali scuole ed edifici pubblici». Mentre l’opposizione ha raccomandato la massima attenzione alle fasi successive: «Il nostro voto è un’apertura di credito a un percorso che comincia oggi – ha affermato il capogruppo di Insieme Massimo Veronese – e non un’approvazione definitiva. Apriamo il confronto su ogni aspetto del piano, facendo in particolare attenzione alla situazione di Precenicco, dove la cittadinanza è contraria». L’assessore Andrea Humar è intervenuto per garantire “l’applicazione rigida del principio di salvaguardia” nel rispetto del piano durante il lungo iter di approvazione. Infine il sindaco Giorgio Ret ha accolto la richiesta di svolgere incontri con la popolazione.
(ti. ca.)
Arriva a Fernetti la Marcia per la pace - SABATO PRIMA
TAPPA ITALIANA DEL GRUPPO DI NONVIOLENTI
Saranno accolti alle 9.30 a Opicina dagli alunni di
alcune scuole
Prima tappa italiana di un percorso lungo 160 mila chilometri, che si snoda
in novanta paesi percorrendo cinque continenti. Si tratta della Marcia Mondiale
per la Pace e la Nonviolenza, promossa dal Movimento Umanista e
dall’associazione Mondo Senza Guerre, per chiedere la fine dei conflitti, lo
smantellamento delle armi nucleari e la fine di ogni tipo di violenza.
L’iniziativa è partita da Wellington in Nuova Zelanda il 2 ottobre. Vi hanno
aderito, tra gli altri, la Provincia, il Comune e l’università di Trieste ma
anche molti intellettuali quali Pino Roveredo, Margherita Hack, Boris Pahor,
Paolo Rumiz, Susanna Tamaro, Paolo Salucci.
Il gruppo di pacifisti, che entrerà in Italia il 7 novembre dall’ex confine di
Fernetti, è partito da Istanbul il 28 ottobre, passando poi per Salonicco, Ohrid,
Skopje, Pristina, Belgrado, Sarajevo, Zagabria e Lubiana. Dopo la sosta a Sesana,
ad accoglierli alle 9.30 al Piazzale Monte Re di Opicina ci saranno gli alunni
delle scuole italiane e slovene. Da qui partirà la staffetta accompagnata
dall’associazione Evin Rude di Muggia verso piazza Oberdan, fermandosi alle
10.45 all’Università centrale per srotolare la bandiera arcobaleno cucita a mano
dalla comunità di Sesana. Alle 11.30 nell’Aula Magna della Scuola Superiore di
Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, Sandro Capuzzo e Luciano Ferluga del
Comitato Pace, Convivenza e Solidarietà Danilo Dolci, in presenza delle
autorità, consegneranno l’annuale premio, assegnato in questa edizione alla
Marcia mondiale e a Flavio Lotti, presidente della Tavola della Pace di Perugia,
associazione a cui si ispira il nuovo progetto della Tavola interconfinaria tra
Italia, Slovenia e Croazia. Alle 15 l’appuntamento è in piazza Unità per dare
forma al simbolo vivente della pace più grande d’Europa, mentre alle 17 al Cavò
di via san Rocco 1 sarà inaugurata la mostra del concorso “Ci siamo innamorati
della pace: la nonviolenza è in cammino”. I vincitori delle quattro categorie
(Immagini, Parole e Racconti, Suoni e Segnalibro), selezionati tra mille ragazzi
di trentacinque scuole, ricreatori e centri estivi triestini, croati e sloveni,
saranno premiati alle 18 nella sala parrocchiale di Santa Maria Maggiore, dove
alla stessa ora si esibiranno il Coro Scout di Trieste, il Vesela Pomlad, quello
del Collegio del Mondo Unito e il Soul Diesis. Contemporaneamente, nella sala
conferenze attigua alla chiesa, si parlerà di economia al servizio dei più
deboli. Gli appuntamenti della Marcia by-night, patrocinati come quelli diurni
da Comune, Provincia e Università di Trieste, Comune di Muggia e Provincia di
Gorizia, si terranno invece al Teatro Miela a partire dalle 20.30, dove il
virtuoso della chitarra Stefano Barone si esibirà in concerto.
(d.b.)
SEGNALAZIONI - «Gli inerti favoriscono le piante
velenose» - SULLA PROPOSTA DEL SENATORE CAMBER
Il Piccolo di venerdì 30 ottobre riporta la proposta del
senatore Camber di istituire delle «zone di recupero ambientale». Il bel nome
ecologista non deve però trarre in inganno. Il senatore infatti propone di
distribuire i materiali di scavo e demolizione su terreni agricoli su cui poi
impiantare, ad esempio, un vigneto, invece di conferirli in apposite discariche
o in impianti di trattamento dove possano essere trasformati in inerti
riutilizzabili in edilizia, come avviene ora. Caso vuole che lo stesso giorno al
Centro didattico naturalistico di Basovizza si sia svolta un’affollata
conferenza, organizzata da Triestebella, per proporre un disegno di legge
regionale per la lotta alla piante infestanti dannose per l’ambiente (in
particolare per la biodiversità e per il paesaggio della nostra regione) e per
la salute umana (rischio di avvelenamento del latte e del miele, produzione di
pollini allergenici), provenienti perlopiù da altri continenti. In questa
conferenza è stato ampiamente illustrato dal prof. Livio Poldini e ribadito da
altri che queste piante infestanti, che dalla città stanno invadendo il nostro
Carso, amano proprio i terreni ruderali e sono anche veicolate dal materiale
inerte che viene gettato sui sentieri, sulle discariche abusive o utilizzato per
coprire scavi o scarpate stradali, tanto che è stato proposto che nel disegno di
legge sia inserito il divieto di usare tali materiali consentendo unicamente
l’uso di terre certificate prive di semi di piante infestanti. Lasci quindi il
senatore Camber che i materiali di scavo e demolizione vadano dove devono andare
e non contribuiscano all’inquinamento vegetale del nostro Carso.
Club Triestebella -
www.triestebella.it
SEGNALAZIONI - FERRIERA - Con Fogar
Desidero esprimere preoccupazione e solidarietà all’ex
presidente del Circolo Miani per la sua disperata decisione di interrompere
l’uso dei farmaci salvavita, nonché significare tutta la mia profonda
indignazione per le varie promesse dispensate in campagna elettorale sulla
chiusura dell’antidiluviana e inquinante Ferriera e mai esaudite.
Edda Ban
NOTIZIARIO WWF - MERCOLEDI', 4 novembre 2009
Il Wwf: perchè spendere 2,4 miliardi nella Tav quando
basterebbe un collegamento ordinario fra Trieste e Divaccia?
Deludenti per un verso, interessanti per un altro le
anticipazioni di stampa sul “nuovo” tracciato della linea TAV Trieste-Divaccia.
Secondo quanto pubblicato (v. IL PICCOLO del 17 ottobre), infatti, le modifiche
allo studio di fattibilità di RFI si limiterebbero a spostare di poche centinaia
di metri le gallerie previste, per allontanarle un po’ dal sottosuolo della Val
Rosandra.
Le gallerie medesime verrebbero così allungate da 35,6 a 38 km, con ovvio
incremento dei costi di costruzione previsti. Costi già oggi a livelli
stratosferici: circa 2,4 miliardi di Euro per la tratta Trieste-Divaccia, da
aggiungere ai 1,93 miliardi stimati per la tratta Ronchi-Trieste (ma in base al
vecchio progetto del 2003, in corso di revisione) e ai 4,2 miliardi per la
Mestre-Ronchi, il cui tracciato è però ancora in alto mare. In totale circa 8,6
miliardi, destinati certo ad aumentare una volta definiti tracciati e progetti.
I miliardi com’è noto non ci sono e, se anche per qualche miracolo si
trovassero, permetterebbero di andare soltanto da Mestre a Divaccia: la
prosecuzione della TAV verso est (il “Corridoio 5”, com’è noto, dovrebbe in
teoria arrivare al confine ucraino…) è infatti solo una vaga intenzione, non
esistendo né studi né tanto meno progetti in merito.
Delude, quindi, che manchi il coraggio di rivedere radicalmente l’impostazione
alla base dello studio di fattibilità di RFI che, peraltro, esegue direttive del
Governo e continua perciò a prevedere la tripla mega-galleria e il “toboga”
sotto il Carso, la stazione passante sotterranea a Roiano, ecc. Cioè le cose
demenziali che anche il sindaco di Trieste, Di Piazza, ha dichiarato più volte
inaccettabili.
La stampa riferisce però che si starebbe studiando anche il collegamento di soli
6 km – linea ferroviaria normale, non TAV – tra Trieste e Capodistria, e tra i
relativi porti. Questo perché la posizione ufficiale slovena, finora contraria a
questa ipotesi, si sarebbe ammorbidita. La delusione perciò si stempera: un po’
di ragionevolezza pare finalmente farsi strada.
Uno studio dell’anno scorso, commissionato dal WWF a uno dei migliori esperti
italiani di ferrovie, spiega con dovizia di dati come non di TAV e di gallerie
sotto il Carso abbiano bisogno il Friuli Venezia Giulia ed il porto di Trieste,
bensì di alcuni interventi di ammodernamento e potenziamento sulla rete
esistente. Tra questi, i famosi 6 km tra Trieste e Capodistria, che da un lato
consentirebbero alle merci da e per il porto di Trieste di utilizzare anche la
nuova linea Capodistria-Divaccia (strategica e irrinunciabile per la Slovenia),
dall’altro permetterebbero di attivare un servizio passeggeri tra Trieste e
l’Istria.
Accanto a ciò, gradualmente e a costi di un ordine di grandezza inferiori a
quelli della TAV, bisognerebbe realizzare ulteriori interventi sulla rete
esistente (raddoppio della Cervignano-Udine e della tratta Monfalcone-Bivio di
Aurisina), per eliminare i “colli di bottiglia” e permettere di sfruttare al
massimo le potenzialità delle linee attuali (Pontebbana in primis), sia per le
merci, sia per i passeggeri, con notevoli benefici anche a breve termine per
esempio in termini di riduzione dei tempi di percorrenza.
A questi interventi andrebbero quindi, semmai, destinati i fondi europei (circa
50 milioni di Euro ai quali comunque l’Italia dovrà aggiungerne almeno
altrettanti), che invece si stanno per sprecare solo per i progetti delle
assurde linee TAV tra Mestre e Divaccia e che rappresentano – va detto – una
torta decisamente appetitosa per tanti progettisti e consulenti…
Serve insomma un’intelligente politica dei trasporti, finora del tutto
inesistente, che trovi poi un’indispensabile sponda nella politica estera, per
superare le residue resistenze slovene e proporre ad esempio la partecipazione
dell’Italia alla costruzione della nuova linea Capodistria-Divaccia,
contestualmente ai 6 km della Trieste-Capodistria. Il tutto nell’ambito di un
piano dei trasporti attento alla sostenibilità ambientale ed economico-sociale
degli interventi. Ne guadagnerebbero tutti: tra questi il porto di Trieste, che
potrebbe contare su adeguati miglioramenti infrastrutturali in tempi ragionevoli
(e non – forse – fra 30 anni come con la TAV…). Non converrebbe che Frattini &
co proponessero questo al Governo sloveno, piuttosto che cercare di fargli
inghiottire il rospo del rigassificatore a Zaule, magari offrendo in cambio il
sostegno italiano al raddoppio della centrale nucleare di Krško?
Andrea Luchetta
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 4 novembre 2009
Rigassificatore, nessun veto europeo - Menia e Gottardo: «Per la Commissione
Ue non ci sono violazioni»
NON TROVA RISCONTRO LA DENUNCIA DI GREENACTION
TRIESTE «Non c'è alcuna messa in mora europea nei confronti dell'Italia per
il rigassificatore di Zaule». Roberto Menia e Isidoro Gottardo spiegano di aver
verificato la denuncia di Greenaction transnational senza trovare riscontro.
«Non è stata contestata alcuna violazione», ribadiscono i due deputati del Pdl
sottolineando che le certezze sono fondate su un'informativa scritta nero su
bianco proveniente dalla Commissione europea.
All'Italia, aveva fatto sapere Greenaction, sarebbe stata contestata la
violazione alla direttiva comunitaria 96/82/CE «sul controllo dei pericoli di
incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose».
«Ciò significa - è stata l'interpretazione di Roberto Giurastante, responsabile
locale dell'associazione - che se risulterà non approntato un piano di sicurezza
e di evacuazione, la messa in mora sfocerà in un procedimento di infrazione».
Menia parla esplicitamente di «bufala» e segnala che Greenaction «ha fatto
credere di aver ricevuto risposta dalla Commissione europea, cosa già di per sé
impensabile».
Il sottosegretario triestino precisa ulteriormente di aver approfondito
attraverso il consigliere diplomatico del ministero e di aver appurato che
l'associazione «non ha fatto altro che rivolgersi via petizione al Parlamento
europeo».
Ancora Menia precisa che «la commissione non ritiene che vi siano violazioni del
diritto comunitario per quanto concerne le procedure di Via e Vas, ovvero quelle
direttamente connesse all'impianto di Gas Natural».
Pure Gottardo, attraverso i canali del ministero degli Esteri, si è messo in
moto non appena informato delle affermazioni dell'associazione ambientalista. Da
fonti interne alla commissione, riferisce il parlamentare, emerge che
«Greenaction ha fornito alla stampa informazioni sbagliate», che insomma «non
c'è alcuna procedura riguardante una cattiva applicazione delle direttive
europee o comunque legate a impianti di rigassificazione nell'area del golfo di
Trieste».
Secondo la commissione l'Italia avrebbe invece infranto l'articolo 13, paragrafo
1 della Direttiva Seveso, per quanto riguarda l'informazione della popolazione
sui rischi connessi alle attività industriali pericolose. Questa violazione non
è dovuta al rigassificatore di Zaule, insistono Menia e Gottardo, ma agli
impianti già presenti in zona: in sostanza, l'Italia ha omesso di informare le
popolazioni residenti nella zona industriale dei rischi connessi ad attività
come quella del terminale petrolifero Siot.
m.b.
Tondo: «L’Enel partecipi alla costruzione della seconda centrale di Krsko» -
Conti: «Ora è tutto fermo anche perché l’impianto è anche della Croazia»
Così, secondo il governatore del Friuli Venezia Giulia, non sarebbe
necessario un impianto atomico in regione
TRIESTE Il governo sloveno ha deciso il raddoppio della centrale nucleare di
Krsko. Una notizia che per il governatore del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo
vale il doppio: conferma le sue tesi di un’importante compartecipazione italiana
al centro atomico sloveno, ma poi apre nuove prospettive. «Se a cento chilometri
da Trieste si vuole costruire una nuova centrale nucleare - afferma- perché non
coinvolgere l’Italia, leggi Enel, in questo progetto, seguito anche dalla
gestione dell’impianto». Insomma per Tondo prenderemmo i classici due piccioni
con una fava: il programma nucleare italiano andrebbe avanti, ma senza il
bisogno che nessuna centrale venga edificata nel Friuli Venezia Giulia,
soprattutto quando si parla sempre di più del sito di Monfalcone quale possibile
centro della nuova installazione atomica, anche se il sottosegretario
all’Ambiente, Roberto Menia sostiene di non sapere nulla della lista dei siti
che la speciale commissione italiana sta preparando e di aver sentito parlare di
Monfalcone solo dalla stampa.
La proposta di Tondo (un suo vecchio chiodo fisso) parte dalle dichiarazioni
dell’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti il quale definisce l’iter
della sua azienda «da multiutility nazionale a leader globale: una grande
azienda attiva in oltre 20 Paesi e su tutta la gamma della generazione.
Disponiamo di una posizione di forza - precisa Conti - in molti dei mercati su
cui operiamo e ci siamo costruiti un mix produttivo bilanciato sia in termini di
attività regolate e non regolate, sia per quanto attiene alle diverse fonti
poiché copriamo tutta la gamma oggi presente sul mercato, anche quella in fase
di sviluppo».
Parole che per il presidente Tondo suonano come una sorta di litania. Eccolo
allora prendere carta e calamaio e scrivere direttamente all’ad di Enel Fulvio
Conti l’idea, o meglio la volontà di progetto affinché la società italiana
costruisca il secondo impianto di Krsko, investendo così anche nella gestione
dell’energia ed evitando progetti di nuovi impianti nucleari nel Friuli Venezia
Giulia. Tondo conferma la sua idea: «Sì, è questo il mio progetto e lo
trasmetterò all’ad di Enel».
Da un punto di vista del governo sloveno non ci sono preclusioni di sorta. Il
primo ministro di Lubiana, Borut Pahor, recentemente a Roma, ha detto che non ci
sono pregiudiziali ad esaminare eventuali offerte dell’Enel su Krsko2. Ma L’ad
Conti non sembra così ottimista. «Ne abbiamo parlato - dice - ma tutto per ora è
fermo anche perché il più grosso ostacolo è che la proprietà di Krsko1 e al 50%
tra Slovenia e Croazia».
MAURO MANZIN
Da Legambiente consigli sul risparmio energetico - INCONTRO NELLA SEDE CNA
Si intitola ”Energia, perchè ridurne i consumi e come risparmiare sui costi”
l’incontro che il Circolo Verdeazzurro di Legambiente organizza venerdì prossimo
per sensibilizzare la cittadinanza sull’uso consapevole dell’elettricità.
All’appuntamento, in programma dalle 16 alle 20 nella sede della Cna in piazza
Venezia 1, prenderanno parte il presidente regionale di Legambiente Giorgio
Cavallo, il docente universitario Vanni Lughi, Alessandro Bon del Centro di
Ecologia teorica applicata, il presidente del Circolo Verdeazzurro Lino Santoro
e Franco Delben di Banca etica. I lavori saranno introdotti dal direttore di
Legambiente Trieste Daribor Zupan
Marcia mondiale della pace, sabato l’arrivo a Trieste
TRIESTE Fervono i preparativi per l’mminente arrivo della
Marcia mondiale della pace nel territorio triestino. Sullo stesso tema, oggi a
Buie si svolge la Terza tavola della pace interconfinaria, un incontro tra i
Comuni e alcune associazioni provenienti da Croazia, Slovenia e Italia, con
l'obbiettivo di siglare una lettera d'intenti per instaurare una collaborazione
permanente a livello interconfinario, nonché per promuovere la Marcia mondiale
per la pace che domani passerà per Zagabria, per dirigersi verso la Slovenia e
arrivare a Trieste sabato prossimo. L'incontro, organizzato dall'Agenzia della
democrazia locale di Verteneglio assieme al Comune di Buie, vedrà la presenza
tra gli altri della Provincia di Trieste e di tutti i Comuni locali.
È stato intanto delineato il programma per la giornata di sabato. Alle 9 i
marciatori arriveranno a Sesana, dove saranno accolti dal primo cittadino
Davorin Tercon. Alla stessa ora inizierà ”Cammina per la pace”, una mini-marcia
aperta a tutti con itinerario da Fernetti a Opicina. Alle 10 spazio invece a
”Run for peace”, staffetta per la pace da Opicina (piazzale Monte Re) sino a
Trieste. Infine alle 15 tutti i partecipanti si sposteranno in piazza dell’Unità
per realizzare il simbolo della pace.
Particolarmente entusiasta dell'evento è l'assessore alla Cultura di Sgonico
Monica Hrovatin: «Sono molto soddisfatta che dal movimento dei giovani che hanno
organizzato negli anni il concerto per la pace a Sgonico, assieme alle
organizzazioni e alle associazioni pacifiste, vi sia stata nel tempo una così
grande adesione da parte di enti comunali e provinciali, in tre nazioni, legata
al tema della pace».
L'assessore della giunta Sardoc ha aggiunto poi di «auspicare che gli incontri
della Tavola della pace continuino con azioni concrete e congiunte da parte di
tutti i soggetti coinvolti in questo importante processo teso al futuro».
(r.t.)
Mattonaia, preoccupa il silenzio sui dati dell’aria -
PERPLESSITÀ E SOSPETTI DI POLITICI E AMBIENTALISTI
I rilevamenti dell’Arpa nei pressi della Siot conclusi
il 5 giugno. Continuano i forti odori di nafta e zolfo
SAN DORLIGO Forti perplessità, e pure qualche sospetto. Ambientalisti e
politici di diverse fazioni stanno reclamando a gran voce la pubblicazione dei
dati raccolti in questi mesi dall'Arpa (Agenzia regionale per l’ambiente)
durante il monitoraggio della qualità dell'aria nei pressi del parco serbatoi
della Siot.
All’inizio dello scorso marzo, nella frazione di Mattonaia era stata infatti
installata una centralina mobile per verificare l’eventuale presenza nell’aria
di benzene, polveri sottili (pm10) e idrocarburi policiclici aromatici (ipa).
Una decisione presa in accordo con il Comune di San Dorligo della Valle, in
seguito alle continue lamentele da parte degli abitanti di Mattonaia che
risiedono nella zona circostante la Siot, fortemente preoccupati per i continui
odori nauseanti provenienti dal parco serbatoi dell’oleodotto.
L’Arpa aveva comunicato ufficialmente che i rielvamenti erano terminati il 5
giugno. Si era parlato della fine di ottobre per la comunicazione dei risultati,
ma finora nessun dato è emerso. Eppure i cattivi odori proseguono.
«Purtroppo non possiamo che esprimere una valutazione estremamente negativa per
un organismo tecnico qual è l’Arpa, che istituzionalmente dovrebbe garantire la
completa trasparenza e precisione nelle procedure e nella fornitura dei dati»,
commenta il coordinatore provinciale dell'Italia dei valori, Mario Marin.
«Da tempo il nostro consigliere di San Dorligo Dino Zappador (eletto nella lista
unitaria Idv e Verdi, ndr) sta chiedendo la diffusione dei risultati – prosegue
Marin – che però non sono mai arrivati. Riteniamo dunque grave offuscare, con
ritardi incomprensibili, questo importante e indispensabile strumento di
verifica e controllo. Quindi sollecitiamo con forza la diffusione immediata e
completa dei dati, fugando con ciò le ombre che incombono su questa vicenda».
Fortemente contrariato anche il capogruppo del Pdl-Udc di San Dorligo, Roberto
Drozina: «Esprimo la massima perplessità per questo silenzio sui dati rilevati
presso la Siot, un silenzio che sia in qualità di consigliere che come residente
della frazione di Mattonaia non può che procurarmi qualche timore».
Critico anche il capogruppo di Uniti nelle tradizioni, Boris Gombac: «Proprio
l'altra settimana l'odore di nafta e zolfo proveniente dallo stabilimento della
Siot è arrivato sino a San Giuseppe. Non oso immaginare l'odore che poteva
esserci a valle, un odore che però il sindaco Fulvia Premolin ha recentemente
dichiarato non essere dannoso».
A smorzare la polemica interviene proprio il primo cittadino di San Dorligo
della Valle: «L'Arpa – rileva – si è sempre dimostrata collaborativa e
tempestiva, credo che questo ritardo sia dovuto ad un prolungamento delle
analisi. E comunque sono sicura che, se fosse emerso qualcosa di pericoloso,
sarei già stata avvisata da chi di dovere».
Tra l'ironico e il preoccupato, infine, il commento dell'ambientalista Giorgio
Jercog, coordinatore del Comitato per la salvaguardia del golfo di Trieste: «Al
di là dei risultati che sicuramente diranno che l'odore provocato dallo
stabilimento è a norma di legge, la Siot, dopo quarant'anni di operatività,
dovrebbe pensare seriamente a rifare il parco serbatoi con nuove tecnologie, per
ridurre i disagi provocati alla popolazione residente, che è davvero stufa di
questa situazione».
Riccardo Tosques
Antenne per i telefonini, il consiglio di Duino
Aurisina discute l’adozione del piano - STAMANE LA SEDUTA
Il consiglio comunale di Duino Aurisina, convocato oggi
alle 9.30, discuterà l’adozione del Piano di localizzazione degli impianti di
telefonia mobile, affrontato venerdì dalla Seconda commissione. Si tratta del
primo passo di un iter che tra 4-5 mesi porterà all’approvazione definitiva del
documento, una volta espletati i rilievi e le osservazioni dei cittadini.
L’adozione è data per scontata, poiché anche l’opposizione ritiene necessario
avviare la procedura onde fissare sulla carta le aree interdette a nuove
antenne. Il sindaco Ret ha già fatto sapere di «non volere impianti né sul campo
sportivo di Aurisina né sul Sentiero dei pescatori».
Tra le altre deliberazioni il consiglio approfondirà l’affidamento del servizio
di tesoreria dal 1° gennaio al 31 dicembre 2013, con la stipula di una
convezione.
Tra le interrogazioni, quella del consigliere Bradas sulle presunte violazioni
alle norme della concessione demaniale rilasciata dalla capitaneria di Porto,
con riferimento agli ormeggi per barche da diporto; Rozza interverrà invece sul
presunto avvio di una variante urbanistica nel tratto di costa dall'ex hotel
Europa al porticciolo di Canovella e sul Fondo per il contrasto ai fenomeni di
povertà e disagio sociale.
(t.c.)
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore
Discutendo di cose serie è bene che i protagonisti del
dibattito forniscano informazioni corrette, quando sono in gioco decisioni di
rilievo sotto il profilo economico, ma con risvolti importanti anche per
l’ambiente e la sicurezza.
La recente affermazione del presidente di Assindustria Trieste, Vittorio
Pedicchio (v. Il Piccolo del 30 ottobre 2009), secondo cui «In Italia il costo
unitario del gas è superiore del 40% rispetto a quello della Francia», merita
quindi una verifica. L’affermazione (Pedicchio non è il primo: altri, politici e
imprenditori lo hanno preceduto) fa parte infatti di un intervento a sostegno
della costruzione del rigassificatore di Zaule proposto da Gas Natural.
I dati disponibili (della fonte più autorevole, cioè Eurostat) mostrano però una
realtà differente. Nel 2008, il costo del gas in Italia - per le medie industrie
e al netto delle tasse - è stato infatti pari a 8,77 Euro per Gigajoule, contro
9,06 della Francia (dove quindi il gas costa il 3,3% in più, non il 40% in
meno!), i 7,64 della Spagna, gli 11,28 della Germania e i 9,34 della media dei
Paesi nell’area euro.
Per le famiglie, invece, il costo è stato di 12,03 in Italia, 12,29 in Francia
(il 2,2% in più…), 13,78 in Spagna (il 14,55% in più!), 13,32 in Germania e in
media 12,74 nell’area euro. Non pare quindi incidano favorevolmente sul prezzo
finale i tre rigassificatori in funzione in Francia (contro l’unico esistente
nel 2008 in Italia), né - almeno per quanto riguarda i prezzi pagati dalle
famiglie - i cinque rigassificatori spagnoli...
Questo almeno, come detto, per quanto concerne i prezzi al netto delle imposte.
È verosimile, infatti, che la situazione cambi alquanto aggiungendo ai prezzi
suddetti il peso delle imposte, che è probabile siano più alte in Italia
rispetto alla Francia e ad altri Paesi, ma… tanto più alte da produrre un
differenziale del 40%? Se così fosse, pare ovvio che la battaglia di
Assindustria e soci dovrebbe concentrarsi semmai nel indurre il Governo a
ridurre l’incidenza delle imposte sui prezzi del gas, anziché sulla costruzione
di rigassificatori.
I quali rigassificatori possono certo rappresentare una garanzia di
diversificazione dei fornitori, rispetto al rischio che qualcuno «chiuda i
rubinetti» dei gasdotti, ma ben difficilmente potranno mai rappresentare un
fattore di calmieramento dei prezzi, per due semplici ragioni (che pur
dovrebbero essere note anche al mondo industriale): 1) la capacità di
rigassificazione installata nel mondo è circa il doppio di quella degli impianti
di liquefazione, con l’ovvia conseguenza di innescare un’aspra competizione tra
i compratori e indurre i fornitori ad aumentare i prezzi; 2) la filiera del Gnl
implica costi rilevantissimi (per la costruzione e gestione degli impianti di
liquefazione e di rigassificazione, nonché delle navi gasiere), i quali sono poi
ovviamente scaricati dai gestori sul prezzo finale del gas.
Senza ovviamente dimenticare i fondamentali aspetti ambientali e di sicurezza, i
sostenitori del progetto farebbero bene a confrontarsi con gli oppositori in un
contesto di onestà intellettuale e basandosi su dati affidabili e completi, per
quanto concerne i benefici che secondo loro l’impianto di Zaule porterebbe
all’economia e ai cittadini.
Dario Predonzan - responsabile Energia e Trasporti Wwf Friuli Venezia Giulia
IL PICCOLO - MARTEDI', 3 novembre 2009
Emissioni inquinanti dalla Ferriera Nuovi monitoraggi
dalle centraline - LA DECISIONE DEL PM FEDERICO FREZZA
A Servola ritornano in funzione le centraline che hanno
già monitorato in passato la qualità dell’aria, misurando i livelli di
benzoapirene.
Lo ha deciso il pm Fedrico Frezza in conseguenza dell’entrata in funzione
dell’altoforno numero 3 e della ripresa a pieno ritmo dell’attività della
cokeria. «Quanto eventualmente inquinano questi impianti? Gli interventi di
miglioramento effettuati dal gruppo Lucchini-Severstal, sono stati efficaci?»
A questa domanda deve giocoforza seguire una risposta documentata e il
magistrato inquirente non ha perso tempo e ha deciso le nuove verifiche.
Per questo motivo ha disposto un approfondito monitoraggio delle emissioni di
benzoapirene ed eventualmente di altri marcatori dell’attività industriale e ha
affidato la gestione delle centraline al dottor Pierluigi Barbieri e al collega
Ranieri Urbani dell’Università di Trieste. Le misure si protrarranno fino al
prossimo 31 dicembre.
La consulenza tecnica è stata disposta anche per un secondo motivo. Le verifiche
si inseriscono infatti in un processo penale che vede tra gli altri sul banco
degli imputati l’ingegner Francesco Rosato, direttore dello stabilimento
siderurgico. Nell’ambito di questo procedimento non ancora definito, Rosato ha
chiesto di essere ammesso all’oblazione. Perché il giudice Paolo Vascotto dica
«sì» alla richiesta proveniente dalla difesa, è però necessario che le
immissioni di benzoapirene nell’atmosfera di Servola siano sempre al di sotto di
quanto stabilito dal Codice dell’ambiente che limita a 35 gli «sforamenti» nei
dodici mesi. Il reato contestato - l’imbrattamento ma anche alcune violazioni
del codice dell’ambiente - non devono in altri termini essere portate a
ulteriori conseguenze. Se questo accade, niente oblazione.
Ecco perché le centraline del Cigra stanno per avviarsi nelle prossime ore. I
punti di monitoraggio sono fissati, com’è accaduto in passato, nel mezzo del
centro abitato di Servola: in via Pitacco e in via dei Giardini. La terza
centralina - quella posta dall’Arpa in via San Lorenzo in Selva, nei pressi
della stazione ferroviaria di Servola e a immediato ridosso della recinzione
della ferriera - non rispetta i parametri di distanza previsti dalla legge e i
dati che fornisce ai tecnici non sono utilizzabili nelle indagini.
Gli eventuali sforamenti di benzoapirene dovranno essere comunicati al
magistrato inquirente con immediatezza. Oltre alle misure sull’immissione di
benzoapirene nell’atmosfera del rione, i consulenti dovranno indicare il regime
prevalente dei venti nelle 24 ore. Il vento da Nord spazza l’atmosfera, quelli
da Sud spingono le emissioni dagli impianti sull’abitato. Inoltre gli
investigatori della polizia terranno puntati i loro teleobiettivi sullo
stabilimento e premeranno il pulsante di scatto dell’apparecchio fotografico se
vedranno levarsi qualche nube di polvere o di fumo dall’interno dello
stabilimento.
CLAUDIO ERNÈ
Rigassificatore di Veglia, pubblico lo studio
sull’impatto ambientale - Le variazioni delle temperature marine non sarebbero
invasive
Non rese note le quantità necessarie di ipoclorito di
sodio
FIUME Un altro passo verso la realizzazione del rigassificatore di
Castelmuschio (Omisalj), sull’Isola di Veglia. Da ieri e per la durata di un
mese, lo studio d’impatto ambientale dell’impianto sarà sottoposto a pubblico
dibattito, con il documento che potrà essere preso in visione nell’aula
consiliare di Palazzo comunale a Castelmuschio e al Dipartimento regionale per
l’edilizia e la tutela ambientale, con sede in Riva 10 a Fiume.
In questo periodo, come annunciato ieri in conferenza stampa dal presidente
della Regione quarnerino-montana, lo zupano Zlatko Komadina, gli interessati
potranno sia esaminare lo studio, sia inviare proposte o semplici suggerimenti
connessi al funzionamento e all’aspetto del terminal metanifero, come pure
riguardanti le conseguenze che un simile maxi impianto potrebbe avere sull’uomo
e sugli habitat, terrestre e marino. Oltre al dibattito, i cittadini potranno
assistere alla presentazione pubblica dello studio, in programma il 19 novembre
(alle 18) nella palestra della Scuola elementare Fran Krsto Frankopan di
Castelmuschio. Quello che probabilmente interesserà di più agli abitanti
dell’area quarnerina sarà l’abbassamento della temperatura dell’acqua marina,
che sarà utilizzata per il processo di rigassificazione del metano, portato da
circa 160 gradi sottozero a temperatura ambiente.
È stato calcolato anzitutto che saranno necessari 58mila e 500 metri cubi di
acqua all’ora. Le simulazioni, i cui risultati sono compresi nel documento, sono
state effettuate nel periodo ritenuto maggiormente critico, ovvero nei mesi
invernali. La differenza della temperatura del mare a 70 metri dallo scarico
sarà di 0,5 gradi centigradi, mentre risulterà essere di 0,2 gradi nel raggio di
un chilometro. Secondo gli esperti, questa variazione termica avrà conseguenze
praticamente irrilevanti sul patrimonio ittico e sulla pesca praticata nelle
acque del Golfo di Fiume, come pure sulle attività turistiche nell’Isola di
Veglia e nel resto del Quarnero. Non è invece dato sapere l’ammontare dei
quantitativi di ipoclorito di sodio, che saranno impiegati per la pulizia degli
scambiatori termici ad acqua di mare. La fruizione e l’intensità della cloratura
saranno fissate solo dopo che l’impianto di rigassificazione entrerà in
funzione. Ma oltre alla salvaguardia ambientale, è scontato che gli interessati
chiederanno quale sarà l’impatto visivo del Terminal Lng.
Nello studio si fa presente che il maggiore cambiamento riguardo al paesaggio
sarà costituito dai serbatoi contenenti Gnl e dunque si raccomanda l’ingaggio di
un architetto paesaggista e la messa in atto di diverse soluzioni, tra cui
l’impiego di colori adeguati nella verniciatura degli impianti e l’uso di piante
adatte a rendere quanto più ”digeribile” la presenza del terminal. All’”Adria
Lng”, che ha la concessione per la costruzione e la gestione
dell’infrastruttura, hanno confermato che il permesso di costruzione potrebbe
essere rilasciato nei primi mesi dell’anno prossimo. Se tutto procederà per il
verso giusto, i lavori dovrebbero partire nel 2010 e concludersi quattro anni
dopo. L’impianto isolano, che dovrebbe dare lavoro, con l’indotto, a circa
10mila persone, riuscirà a movimentare annualmente da un minimo di 10 a un
massimo di 15 miliardi di metri cubi di gas.
La Croazia l’ha definito un progetto d’importanza strategica per i destini
energetici del Paese, in quanto consentirà di utilizzare metano da forniture
alternative a quelle (costantemente a rischio) che giungono, tramite l’Ucraina,
dai giacimenti russi.
Andrea Marsanich
MUGGIA: da spazio riservato alle attività dei
fuoristrada a parco urbano. - Club Nordest 4x4 «L’area del nuovo parco ci è
stata tolta perché inquinata»
MUGGIA: IL CLUB NORDEST 4X4 (FUORISTRADA) AVEVA IN
CONCESSIONE LA ZONA ACCANTO AL MOLO BALOTA
È stato presentato poco più di una settimana fa il progetto del parco urbano
che a primavera sorgerà nell'area ”Fido Lido”, il terrapieno di 20mila metri
quadri attiguo al Molo Balota, ma il nuovo utilizzo dell’area fa già discutere.
A intervenire è il Club Nord Est 4x4, che dal 2002 al 2007 aveva in concessione
il terrapieno. «In quegli anni - sottolinea il presidente, Andrea Olivetti -
abbiamo anche mantenuto la pulizia e la cura dell'area attraverso lavori di
potatura e altri interventi. Poi, improvvisamente, nel 2007 il Comune ci ha
revocato la concessione, adducendo di aver ricevuto pareri negativi dalle
autorità competenti in campo ambientale in merito alle nostre attività. Il sito
sarebbe inserito in quello d'interesse nazionale per la presenza di polveri
inquinanti. Ora – prosegue – invece veniamo a sapere che sarà sede di un parco
urbano e vi si svolgeranno attività che prevedono la presenza anche di bambini,
senza che si sia provveduto a bonifiche. Ci chiediamo allora se gli ipotizzati
pericoli che hanno spinto il Comune a revocarci la concessione non verranno
corsi dai frequentatori di quell’area».
«Nessuna preclusione per l'associazione – precisa il sindaco, Nerio Nesladek –.
La revoca si deve a un parere negativo espresso dagli uffici competenti, legato
proprio alle particolari caratteristiche dell'attività dei fuoristrada. Dal
punto di vista degli uffici non c'è contrarietà all'utilizzo dello spazio, se
non sottoposto alla movimentazione, e conseguente dispersione nell'aria, del
terreno. È quindi possibile una fruizione ”delicata” dell'area. Vi potranno così
passare a piedi persone e animali, il cui transito ha effetti diversi rispetto a
quello dei mezzi a quattro ruote. C'è da rimarcare – conclude – che quello
spazio potrà essere a disposizione dell'intera cittadinanza, rispetto al
ristretto numero di iscritti a un sodalizio sportivo».
I due terzi dell'area (14mila metri quadri) saranno trasformati in un parco
urbano aperto a tutti, mentre saranno specificamente dedicati agli amici
dell'uomo i rimanenti 6mila, dove i cani disporranno di una spiaggia con accesso
al mare e di un ring per la sgambatura gestito da personale qualificato. La
struttura sarà gestita in convenzione con il Comune dall'associazione Crescere
insieme, che si occuperà della manutenzione del verde, della pulizia e
vigilanza.
Gianfranco Terzoli
SEGNALAZIONI - TRAFFICO/1 - Scooter pericolosi
Negli ultimi tempi, causa del ripetersi di spaventosi
incidenti, c'è un po' di attenzione al problema della circolazione di un numero
impressionante di motorini, scooter e altri mezzi su due ruote per le strade del
centro cittadino.
Il numero è tale da giustificare di per sé, per semplice necessità statistica,
incidenti anche mortali oltre ai quotidiani ferimenti e ricoveri; se poi ci
mettiamo anche una certa spericolatezza, mai seriamente sanzionata se non a
parole, ed anzi a volte esaltata persino dagli amministratori (ricordiamo un
assessore che diceva di scendere a 100 all'ora per via Commerciale), si arriva
inevitabilmente a ciò che è successo più volte negli ultimi mesi.
La responsabilità di tutto ciò sta nella mancanza di una qualsiasi politica
della mobilità in città, che viene affidata ai mezzi a due ruote in quanto le
automobili non riescono più a muoversi: la motocicletta, un tempo simbolo di
libertà e avventure in territori più o meno lontani (chi scrive a nome del
Circolo, a scanso di equivoci, è un appassionato motociclista da tutta una vita)
è diventata mezzo di spostamenti quotidiani più o meno convulsi da parte di
tutti, anche di chi non ha mai avuto la necessaria esperienza. L'unico modo di
limitare progressivamente i danni è incentivare il trasporto pubblico: a tale
scopo probabilmente servirebbe interdire anche ai motorini l'accesso a zone
pedonalizzate allargate raggiungibili soltanto a piedi o col mezzo pubblico,
così qualcuno comincerebbe a pensarci su.
Altrimenti è assolutamente inutile e grottesco parlare di tolleranza zero: chi
monta su questi mezzi oggettivamente pericolosi conta di muoversi più in fretta
che in macchina, bus, o a piedi, quindi certamente sorpasserà a destra, farà
slalom tra le vetture, posteggerà sul marciapiede, altrimenti che senso avrebbe
beccarsi freddo e pioggia in una città che non ha certo un clima favorevole a
questo modo di muoversi, e ci possiamo infatti aspettare situazioni di ancor
minore sicurezza durante l'inverno, per chi si muove in scooter su neve, sale,
brina, strade umide... ma tant'è, molti si sono "organizzati" la vita così e
devono per forza continuare... per necessità "di famiglia", spesso, e così a
Trieste si vedono persino bambini di tre-quattro anni sfrecciare su mega-scooter
dietro a genitori incoscienti e nevrotici.
Quanto alle contromisure annunciate, non ci siamo proprio: i dissuasori verranno
scartati, come già avvenuto in passato, con la motivazione delle autoambulanze,
e poi è dubbio che in una situazione del genere rendano più sicure le strade;
quanto alle sanzioni sarà come per i parcheggi in sosta vietata: non si deve
sanzionare troppo per non perdere voti, e quindi, tolleranza mille, altro che
zero.
Paolo Privitera - Circolo Verdazzurro Legambiente Trieste
SEGNALAZIONI - TRAFFICO/2 - Autisti pericolosi
Nelle scorse settimane si è letto molto della
maleducazione (intesa in senso lato, anche come maleducazione stradale) dei
motociclisti.
Sarebbe comunque prudente vedere il problema con un’ottica più globale: è
verissimo che a Trieste c’è un’alta concentrazione di mezzi a 2 ruote ma vi sono
anche altri fattori che possono concorrere al verificarsi di incidenti, spesso
fatali non solo per i pedoni ma anche per i motociclisti stessi.
Utilizzando le due ruote per recarmi al lavoro mi trovo ogni giorno immerso in
una giungla d’asfalto e per arrivare alla meta devo sopravvivere a svariati
«pericoli» urbani: ci sono i ragazzini che al mattino - giovani emuli di
Valentino Rossi - sfrecciano sulle Rive come al GranPremio in sella a motorini
molto spesso «elaborati», gli anziani maxi scooteristi che rivivono una seconda
giovinezza e «pestano» sull’acceleratore e poi ci sono loro... gli
automobilisti. Sì perché in oltre 20 anni in sella alle due ruote gli unici
incidenti in cui sono stato coinvolto con conseguenze più o meno serie sono
stati provocati da automobilisti indisciplinati senza che io ne avessi
responsabilità alcuna.
Quante macchine vedo ogni giorno non rispettare gli attraversamenti pedonali,
cambiare corsia senza indicarlo, non usare le frecce di segnalazione e mancare
le precedenze. Quante volte mi capita di vedere automobilisti che
tranquillamente parlano al cellulare mentre stanno guidando!
Vorrei quindi anche sapere quante contravvenzioni annue (in percentuale) vengono
rilevate perché sicuramente una maggiore sicurezza in strada per le migliaia di
motocicisti che ogni giorno si spostano in città sarebbe un ottimo incentivo a
rendere le nostre strade più sicure per tutti, pedoni inclusi. Mi incuriosisce
inoltre vedere negli ultimi tempi (e specialmente il sabato) i vigili urbani
camminare a coppie. Generalmente intenti a rilevare contravvenzioni sulle soste,
non mi pare seguano molto quello che i pochi spericolati fanno in strada. Forse
sarebbe più utile impiegarli singolarmente e posizionarli in punti strategici a
controllare il traffico e a rilevare infrazioni del codice stradale. Mi rendo
conto che è sicuramente meno redditizio delle contravvenzioni «fisse», ma
potrebbe anche questo aiutare a migliorare la circolazione in centro, senza
ricorrere «alle mani» come provocatoriamente paventato dal nostro primo
cittadino. Un maggior rigore infine nel rilasciare patenti e patentini a giovani
e «meno» giovani unito ad un controllo accurato dei mezzi «truccati» sarebbe
anche una buona misura per evitare poi generiche caccie alle streghe che
colpiscono indistintamente tutti i motociclisti e che alla fine non portano a
nulla.
Matteo Rizzi
IL PICCOLO - LUNEDI', 2 novembre 2009
De Magistris: rigassificatore, bisogna conoscere i
rischi - INTERROGAZIONE DELL’EUROPARLAMENTARE
«Se le autorità italiane pensavano di aver chiuso la
partita sul rigassificatore di Trieste, bypassando la contrarietà dei cittadini
e delle associazioni ambientaliste, si sono sbagliate di grosso».
Lo afferma in una nota l'europarlamentare dell’Italia dei Valori, Luigi de
Magistris (foto). «La messa in mora dell'Italia da parte della Commissione
europea per violazione della direttiva Seveso che il progetto del
rigassificatore comporterebbe, conferma come dall'Europa si possa ripartire per
fermare un piano scellerato, che ha il solo obiettivo di soddisfare gli appetiti
rapaci delle lobby ancorate al potere politico», ha aggiunto l’europarlamentare.
De Magistris, che ha annunciato un'interrogazione alla Commissione, spiega che
«al centro dell'attenzione europea c'è la violazione di una direttiva non
eludibile, come appunto la Seveso, che nelle scorse settimane ho ricordato
pubblicamente più volte».
Sul caso del rigassificatore si è espressa anche la commissione petizioni del
Parlamento europeo evidenziando la violazione delle norme Ue. «In particolare -
scrive De Magistris - la Commissione contesta all'Italia il mancato rispetto
della normativa comunitaria che impone che gli "Stati membri provvedono affinché
le informazioni sulle misure di sicurezza da adottare e sulle norme di
comportamento da osservare in caso di incidente siano fornite d'ufficio alle
persone che possono essere colpite da un incidente rilevante verificatosi in uno
degli stabilimenti." La messa in mora riguarderebbe i segnalati impianti di
trattazione di sostanze pericolose accanto al rigassificatore progettato dalla
società Gas Natural, che potrebbero costituire dei rischi enormi, anche per
l'effetto "domino" in caso di eventuali incidenti e possibili attentati.
Nonostante questo, il Governo italiano ha egualmente concesso le necessarie
autorizzazioni per la costruzione del rigassificatore. Quali misure urgenti -
chiude De Magistris - intende prendere la Commissione nei confronti del Governo
italiano per evitare che la popolazione della zona coinvolta corra inutili
rischi ?»
«Informazioni sul piano regolatore, il sindaco non
risponde ai cittadini» - COMITATO PIUVERDEMENOCEMENTO
Una serie di richieste sono state avanzate nel corso di un
incontro con il sindaco Roberto Dipiazza dal Coordinamento ”Piùverdemenocemento”,
costituito da comitati rionali e da associazioni ambientaliste per agevolare i
cittadini che possono in questi giorni e fino al 25 novembre proporre
osservazioni e opposizioni alla variante 118 del Piano regolatore generale del
Comune.
Il Coordinamento ha fatto le seguenti richieste: assemblee pubbliche nelle
Circoscrizioni con i tecnici per far conoscere il Piano ai cittadini nei singoli
rioni, possibilità di visionare gratuitamente il Piano presso le Circoscrizioni
tramite personal computer e di scaricarlo sulla pen-drive, "rinforzo" di
operatori agli sportelli del Comune per assistenza alla visione del formato
cartaceo.
«Le nostre richieste inoltrate in quell'incontro - informa una nota di
”Piùverdemenocemento” - dopo una settimana non hanno avuto risposta. Ci
chiediamo: qual è il servizio che si rende ai cittadini in un'occasione così
importante e significativa per la vita stessa della nostra città? Hanno diritto
i cittadini di essere informati e di poter fare le loro richieste?»
Intanto Italia Nostra, Pro Loco e Comitato dei cittadini di S.Giovanni e Cologna,
Lega Ambiente, Greenaction Transnational, WWF si pongono a disposizione della
cittadinanza.
Italia Nostra: troppi ritardi su Porto Vecchio - «Mai
reso noto il progetto prescelto, spuntati solo ora i due ricorsi, scadenze
procedurali a rischio»
ANNUNCIATA UN’ASSEMBLEA PUBBLICA SUL TEMA
«Del ”grande gioco” su Porto Vecchio che dura ormai da quarant’anni si sa
ben poco ed è essenzialmente ciò che si legge sulla stampa. Perché la città non
conosce i progetti presentati e quello prescelto? Perché si è aspettato tanto
tempo prima di far partire le procedure?» In base a queste considerazioni Italia
Nostra si accinge a convocare un’assemblea pubblica su Porto Vecchio con invito
alle istituzioni e a esponenti del mondo imprenditoriale e culturale.
Ne dà notizia la presidente provinciale Giulia Giacomich. «Ci chiediamo afferma
in una nota - perché si è aspettato tutto questo tempo, prima di iniziare le
procedure del Porto Vecchio, considerato che l'approvazione della variante al
Piano regolatore portuale risale al 2007. Con il progetto della Maltauro-
Rizzani de Eccher prescelto dall'Autorità Portuale (con i lavori da iniziare
probabilmente nel gennaio 2010, si era detto), pareva che quasi tutto fosse
risolto o almeno che si fosse sulla strada di una concessione definitiva. Ci si
chiede come mai spuntino così in ritardo i due ricorsi di Save e Zamparini,
quando sulla stampa appariva già negli scorsi mesi una dichiarata disponibilità
delle imprese prescelte a collaborare con gli altri. Non conosciamo neanche se
sono sanate le incomprensioni con la Soprintendenza».
«E poi - continua Italia Nostra - perché la città non conosce i progetti? Era
abitudine in passato che la città fosse informata anche attraverso presentazioni
al pubblico; invece ora non si conosce nemmeno il progetto vincente. Non si
capisce perché ai cittadini non possano essere forniti gli elementi di giudizio
per valutare le iniziative relative a un'area così vasta e di pregio, destinata
a ridiventare un pezzo di città».
Giulia Giacomich rileva poi come sia stata invece proprio Italia Nostra a
sollecitare gli interventi di restauro della Centrale idrodinamica e della
Sottostazione elettrica e il Protocollo di intesa del 2007 per la tutela del
patrimonio storico del Porto Vecchio. «Come mai - si chiede ancora - il restauro
del magazzino 26, ottima opera dell'architetto Portoghesi non è stato mai
presentato alla città malgrado i lavori siano finiti nel 2008 e vi sia previsto
lo spazio per un centro congressi?»
«Infine - conclude Italia Nostra - non si capisce se la questione del Punto
franco sia stata risolta o debba essere ancora affrontata. Vorremmo anche sapere
la relazione che potrebbe esserci tra il regime di Punto franco del nostro porto
e le recentissime proposte istituzionali sulle zone franche urbane. Sarebbe
opportuno anche approfondire quali potrebbero essere i vantaggi, pur con
l'esistenza del Punto franco, per intervenire immediatamente con i restauri dei
magazzini».
«Cinghiali abbattuti, le carcasse vanno vendute per
ripagare i danni che provocano»
BUCCI (PDL): SI MODIFICHINO ORARI DI CACCIA E
CALENDARIO VENATORIO
«Modificare gli orari di caccia e il calendario venatorio per la specie dei
cinghiali e utilizzare le carcasse per la vendita delle carni, in modo da
ottenere denaro utile per risarcire i danni provocati dagli animali ad
agricoltori, proprietari di fondi ed automobilisti». A chiederlo è il
consigliere regionale triestino del Pdl Maurizio Bucci assieme ai colleghi
Alessandro Colautti, Luigi Cacitti, Daniele Galasso, Roberto Marin, Gaetano
Valenti e Franco Dal Mas in un'interrogazione presentata all'assessore
competente.
«La presenza dei cinghiali si sta moltiplicando in maniera esponenziale - rileva
il primo firmatario dell'interrogazione Maurizio Bucci - ed è un aumento che
comporta un problema serio sia per i danni alle colture agricole che per
l'incolumità delle persone». Per questo - prosegue l'esponente del Pdl - «è
urgente intervenire». In quest'ottica «sarebbe opportuno, innanzi tutto,
attivare un miglior coordinamento tra la Regione e le Province, al fine di
gestire in maniera più efficace i piani di abbattimento e per modificare gli
orari di caccia ed il calendario venatorio per la specie cinghiale, consentendo
così ai cacciatori di prestare un servizio utile alla comunità intera».
Secondo Bucci occorre « intervenire anche sotto il profilo igienico-sanitario
tramite un'apposita convenzione con il servizio veterinario della Regione,
affinché le carcasse dei cinghiali, una volta controllate, siano utilizzabili ai
fini dell'alimentazione umana. In questo modo si potrebbe ricavare dalla vendita
delle carni denaro utile per risarcire i danni fisici e materiali provocati
dagli animali».
Cherso tira un sospiro di sollievo: salvo il lago di
Vrana - Il bacino d’acqua dolce che rifornisce tutta
l’isola è tornato ai livelli normali dopo anni di estati siccitose
Ogni anno l’enorme serbatoio fa fronte a consumi pari a
1,5 milioni di metri cubi
RICOMPARSE ANCHE MOLTE SPECIE ITTICHE MA FARE IL BAGNO È OVVIAMENTE VIETATISSIMO
CHERSO Agli inizi degli anni 90, un giornalista fiumano della Tv croata
lanciò una notizia – tramite il telegiornale della sera – che fece accapponare
la pelle agli abitanti di Cherso e Lussino. «Il lago di Vrana è come se fosse
forato – disse – e probabilmente si svuoterà del tutto in capo a 3 anni». Nulla
di vero, per fortuna, con l’unica riserva di acqua potabile che invece dimostra
di essere in piena salute e continua a fornire normalmente il prezioso liquido
alle migliaia di utenze dell’arcipelago chersino – lussignano. È anche vero che
il pezzo del giornalista televisivo si basava su quanto verificatosi dal 1985 al
1990, con il livello di questo lago di origine carsica in continuo calo. Ma
successivi studi dimostrarono che l’abbassamento aveva una semplice e non
drammatica spiegazione, ossia era stato provocato da anni di scarse
precipitazioni piovose.
È la pioggia che rifornisce d’acqua il lago e non, come si era pensato in un
lontano passato, i corsi d’ acqua che scendono dal Monte Maggiore, in Gorski
kotar, oppure dal Velebit (le Alpi Bebie). Con il fondale lacustre che arriva
fino a 60 metri sotto il livello del mare (la profondità massima di Vrana è di
71 metri), questo naturale bacino isolano è preziosissimo poiché praticamente
inesauribile per quello che è il fabbisogno idrico di abitanti e settore
economico. Bastino queste cifre: il lago, grazie ai 5,5 chilometri di lunghezza
e 1,5 di larghezza, ha una superficie di 5,75 kmq e possiede una media di 220
milioni di metri cubi d’ acqua. Il consumo medio annuale va da 1,3 a 1,5 milioni
di metri cubi. È stato calcolato che le sue capacità erogative massime possono
variare da 250 a 305 litri al secondo, anche se il consumo medio annuale non
supera i 63 litri al secondo.
In estate, quando a Cherso e soprattutto a Lussino arrivano decine di migliaia
di villeggianti, i consumi toccano i 120 litri al secondo, che si riducono a non
più di 40 durante i mesi invernali. In questo momento il livello del lago
risulta abbassato di 2,2 metri – sostengono gli esperti – rispetto al livello
senza alcun pompaggio verso i consumatori isolani. Nulla di preoccupante,
comunque.
Inoltre, come noto, a Vrana è vietatissimo fare il bagno o pescare, anzi è
impossibile avvicinarsi a questo fenomeno della natura per l’importanza che
riveste. Ricomparse anche le specie ittiche tradizionali: ovvero il luccio, la
lasca, il cavedano e la tinca.
Vrana non ha mai avuto la superficie gelata, con temperatura dell’acqua che in
inverno si abbassa a 4 gradi, mentre nei mesi caldi raggiunge i 25 gradi. La
costruzione dell’acquedotto, va ricordato, ebbe inizio nel 1946 e nel 1952 Orlec
(Aquilonia) fu la prima località a ricevere l’acqua. L’anno dopo arrivò a Cherso
città e nel 1962 a Lussinpiccolo. Nel 2001, la rete idrica è giunta a Lubenizze
e a Punta Croce, mentre oggi ad attendere l’acqua di Vrana sono Caisole (Beli),
l’ area di Tramontana, come pure le isole di Sansego, Unie e Sanpiero (Ilovik).
A proposito di Sanpiero: entro la fine dell’ anno dovrebbe esserci il placet al
progetto principale per la costruzione dell’ acquedotto, i cui lavori
comincerano non appena saranno assicurati 8,5 milioni di kune (1,17 milioni di
euro). È l’investimento che permetterà ai sanpierini di avere finalmente l’acqua
di Vrana. Da aggiungere infine che nel 2006 è entrata in funzione la tangenziale
di Vrana, posta lungo la Faresina – Lussingrande: questa circonvallazione
permette al lago di non correre più pericoli in caso di ribaltamento di
automezzi con sostanze inquinanti e relativo sversamento. La vecchia strada,
invece, passava non distante dal bacino e ci sono voluti anni di proteste della
popolazione isolana per vedere realizzata la tangenziale.
ANDREA MARSANICH
LA REPUBBLICA - DOMENICA, 1 novembre 2009
COMMISSIONE VIA - Il Tar del Lazio sconfessa la
Prestigiacomo - "Quelle nuove nomine sono illegittime"
vedi articolo dell'Espresso del 3.7.2008
Via quella Commissione
(
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I giudici amministrativi contestano la revoca degli
incarichi alle persone che componevano le commissioni chiave per autorizzare
centrali elettriche, ponti, aeroporti, autostrade, ferrovie
ROMA - Il Tar del Lazio boccia la nomina, da parte del ministero
dell'Ambiente, delle commissioni chiave per autorizzare centrali elettriche e
ponti, aeroporti e autostrade, porti e ferrovie. Una sconfessione secca
contenuta nelle sentenze pubblicate il 30 ottobre che danno al ministero 45
giorni di tempo per rimettersi in regola.
Secondo il Tar, vanno annullati gli atti ministeriali che hanno portato alla
riduzione dei membri delle commissioni Via (valutazione d'impatto ambientale),
Covis (si occupa delle transazioni in materia di danno ambientale, in qualche
caso sopra il miliardo di euro) e Ippc (valutazione dell'inquinamento).
Il Tar dichiara illegittima la nomina dei nuovi membri delle commissioni perché
"la revoca è stata disposta nei confronti dei componenti ancora in carica, prima
della scadenza del mandato, senza alcuna istruttoria volta all'accertamento e
alla valutazione dei risultati dell'attività compiuta da ciascun componente e
dalla Commissione nel suo complesso, e quindi senza l'indicazione di elementi
idonei a motivare la mancata conferma dei ricorrenti nell'incarico ancora in
corso".
In sostanza, il Tar sostiene che la "procedura sprint" con la quale il ministero
dell'Ambiente ha mutato la composizione delle commissioni è irregolare perché i
vecchi membri non erano decaduti, né nei loro confronti, come ammesso anche
dall'Avvocatura dello Stato, era applicabile lo spoil system.
"La sentenza del tribunale amministrativo regionale dimostra l'inadeguatezza e
l'approssimazione con le quali si è mosso il ministero dell'Ambiente", commenta
Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. "Ha tentato la decapitazione di
commissioni di fondamentale importanza per il governo del territorio ed è stato
fermato dalla magistratura. Un segnale che dovrebbe far riflettere sulle sorti
del prossimo blitz annunciato: l'attacco agli enti parco".
ANTONIO CIANCIULLO
IL PICCOLO - DOMENICA, 1 novembre 2009
Piano antenne, scontro sul Sentiero dei pescatori -
Rozza (Verdi): «Collocarne una lì sarebbe devastante». Sono 21 le stazioni radio
autorizzate
DUINO AURISINA. IL DOCUMENTO MERCOLEDÌ IN CONSIGLIO
COMUNALE PER L’APPROVAZIONE
Verrà discusso mercoledì in Consiglio comunale, per essere adottato, il
Piano comunale di settore per la localizzazione degli impianti fissi per la
telefonia mobile. Venerdì la presentazione in sede di Prima commissione, durante
la quale i Verdi hanno già fatto capire che almeno per un’antenna ci sarà
battaglia: quella ad Aurisina, nei pressi del cosiddetto Sentiero dei pescatori.
I dati comunicati dal catasto dell’Arpa vedono autorizzate 21 stazioni radio
base, di cui 16 già esistenti, una in corso di realizzazione (Tim appunto in
zona Aurisina) mentre 4 sono autorizzate ma non verranno realizzate dai gestori.
Indicate, infine, anche due microcelle di potenza irradiante inferiore ai 5
watt. Tutti i gestori (Tim, Vodafone, Wind, H3g, Rfi) sono presenti sul
territorio. La disposizione delle antenne è più concentrata nella fascia
compresa tra la costa e la statale 202, nella parte a nord di Aurisina e in
corrispondenza dei centri urbani di Duino, Sistiana e appunto Aurisina. Esito
certo del piano, come convenuto da maggioranza e opposizione, sarà quello di
razionalizzare la collocazione delle stazioni radio base (srb), al fine di
minimizzare i campi elettromagnetici, non solo e soprattutto in un’ottica di
protezione della salute collettiva (anche se in Italia i limiti sanitari di
esposizione sono ben al di sotto della media degli altri paesi: 1 watt a metro
quadrato) ma per evitare altresì lo stravolgimento del quadro paesaggistico. «Un
peccato che 9 anni fa, ai tempi dell’amministrazione Vocci, la redazione del
piano sulle antenne si sia arenato – così il consigliere Maurizio Rozza (Verdi)
– perché se l’iter fosse stato perfezionato, si sarebbero evitati dei grossi
danni al territorio. Oggi, purtroppo, si arriva tardi. La lentezza non è
imputabile a questo Comune in particolare ma a tutte le amministrazioni del
Carso. Speriamo dunque che l’osservazione dei cittadini ci aiuti a scongiurare
ulteriori disastri». I “disastri”, per Rozza, sarebbero innanzitutto l’antenna
sul Sentiero dei pescatori, definita «devastante dal punto di vista
paesaggistico». Il consigliere dei Verdi storce il naso anche davanti
all’esistente impianto sul monte Bercizza. «Si deve superare il caso di
Precenicco – prosegue – mentre per quanto riguarda l’antenna che sulla carta
dovrebbe essere installata sul campo sportivo di Aurisina, speriamo che la
maggioranza faccia il proprio dovere, in termini di dissuasione con le
compagnie, trattandosi di zona definita dal piano “controindicata”. Dopotutto
non ce l’ha consigliato il dottore di fare i consiglieri…». Rozza punta infine
il dito contro il «sovraffollamento di impianti nella zona tra San Giovanni e
Sistiana, dove ne figurano sulla carta addirittura 3 o 4». «Nostro compito –
afferma dal canto suo il presidente della Prima commissione ed esponente della
maggioranza Fabio Eramo – sarà quello di assicurare che non vi siano influenze
negative sulla popolazione e che le antenne non risultino vicino a strutture
scolastiche o assistenziali, come previsto dalla legge. In particolare porremo
una riflessione profonda sulla situazione relativa al campo sportivo di Aurisina
e in generale sui siti individuati dal piano come aree di ricerca». Eramo
sottolinea come l’adozione del piano, fissata al prossimo Consiglio comunale,
avvenga in realtà «a tempo di record, essendo stato protocollato il documento
appena lo scorso 19 ottobre». «Intanto – conclude – con questo primo passo
cristallizziamo le situazioni in itinere e definiamo le aree su cui è
impossibile installare antenne, impedendo quindi che le società avanzino
ulteriori richieste. Perché, si sa, in assenza di norme tutto può essere
lecito». Le quattro aree di ricerca comunque definite ma non confermate
riguardano: il bivio per Ternova, Duino nord, tra Aurisina centro e Sistiana
(sopra l’autostrada) e il punto di incontro tra la strada provinciale, quella
che porta a Slivia, e quella che conduce a Malchina.
TIZIANA CARPINELLI
SEGNALAZIONI - Corso Italia, una pedonalizzazione
coraggiosa
Il coraggioso atto/scelta del signor sindaco, teso a una
pedonalizzazione di corso Italia, consentirebbe alla città un percorso pedonale
e omogeneo da piazza Venezia a piazza Goldoni, ciò nella visione coerente di una
rivalorizzazione del centro cittadino, soprattutto a fronte di parallele e
chiare scelte in funzione di una seria ridefinizione dei parcheggi auto/moto
(annoso, stradibattuto e mai sufficientemente risolto problema). All’ingegner
Sasco un cordiale invito e un augurio, nonché una speranza: auguriamoci che sul
tema della chiusura/pedonalizzazione di corso Italia (tema noto da anni) nei
suoi cassetti vi sia un progetto ricco di idee e di proposte concrete, non solo
di contrapposizioni. Ne uscirebbe eventualmente un bel confronto esaustivo e
completo, perché su ogni argomento posto all’attenzione dell’opinione pubblica,
vi è sempre immediatamente pronto un comitato a raccogliere le firme (pro e
contro) e spesso arriva il puntuale «no se pol». Se lungimirante e futuribile
scelta sta per essere eventualmente compiuta, si valutino i riverberi che essa
comporterà per chi vive e per gli operatori attivi in via Mazzini. Persone che,
da troppo tempo, attendono chiare indicazioni e prospettive certe (Stream... a
parte).
Fulvio Chenda - direttore Aott
SEGNALAZIONI - Mai un colpevole - AMBIENTE / 1
Messina è oggi motivo di dolore, e non può essere
differente il sentimento che ci anima, quando il pensiero va a coloro che tutto
hanno perso, averi e talora anche famigliari e amici.
Di tutto questo conosciamo se e chi sono responsabili? No! Non ne conosciamo,
perché nessuno è colpevole; il fango è stato fatto diventare valanga dalla
pioggia mandata dal cielo, ma di chi è la colpa dell’abbandono della
manutenzione del terreno? Di chi è la colpa del disboscamento che consolidava il
terreno? E per ultimo, di chi è la colpa di abusivismi edilizi? Forse non
concernono questo caso, ma lo sono in altri casi.
Vediamo un caso mastodontico di abusivismo edilizio: Napoli, le falde del
Vesuvio. Il Vesuvio è una grossa, anzi mastodontica bomba a tempo, più di mezzo
milione di persone vivono in quel posto, se il vulcano decide di ridestarsi
senza preannunciarsi come si mette in salvo in breve tanta gente? Lo ha fatto
già più di una volta, ricordo l’ultima fu durante la seconda guerra, nel 1944,
forse lo ha fatto in onore dei soldati alleati, non è stato molto violento ma la
lava, pur rotolando lentamente, ha distrutto tutto al suo passare; per coloro
che hanno perso ogni loro avere, quella eruzione non è stata inferiore a quella
che sommerse Pompei.
Cominciamo la lotta all’abusivismo, causa prima di tanti disastri.
Nereo Turco
SEGNALAZIONI - Pochi controlli - AMBIENTE / 2
Presa visione dei disastri annunciati avvenuti nella città di Messina anche
a causa di disboscamenti, incendi procurati, chi di dovere rifletterà
sull’abbattimento indiscriminato degli alberi nella nostra città e sulle
conseguenze nefaste per la sistemazione eventuale di un rigassificatore nel
racchiuso golfo della nostra Trieste?
C’è qualcuno che controlla il dissesto dei marciapiedi e la mancanza di pulizia
delle strade?
Luigia M. Cescutti
IL PICCOLO - SABATO, 31 ottobre 2009
Acqua, allarme privatizzazione - L’assessore goriziano
Cernic: «È un bene inalienabile. Va difeso»
CONVEGNO A UDINE DEL CEVI. APPELLO A TONDO: «PRESSING
SU ROMA»
TRIESTE L'acqua verso la privatizzazione? I cittadini costretti a pagare
bollette triplicate? L'allarme non è esagerato, la parola passi alla politica. A
Renzo Tondo, in primis: serve un pressing della Regione a Roma a contrastare il
provvedimento governativo che impone di mettere a gara il servizio idrico anche
in Friuli Venezia Giulia. Dal convegno del CeVi, ieri a Udine, ecco l'appello al
governatore: vanno alzate le barricate.
A Palazzo Florio, davanti a una platea di amministratori locali e consiglieri
regionali, Massimo Moretuzzo, responsabile settore acqua del CeVi, riassume
quanto già scritto via lettera ai sindaci della regione: con il decreto legge
dello scorso 9 settembre il consiglio dei ministri sancisce l'obbligo per Ato e
Comuni di consegnare al mercato, entro il 2011, la gestione dell'acqua potabile.
In sostanza, è la denuncia del Cevi, un regalo agli interessi delle grandi
multinazionali, un «nuovo business per i privati e gli istituti di credito».
In sintesi il governo, con questo provvedimento, sancisce come via ordinaria per
la gestione dei servizi pubblici locali, acqua inclusa, l'affidamento al mercato
attraverso gara o l'assegnazione a società mista, in cui il socio privato,
scelto attraverso gara, possieda non meno del 40%. Se il decreto verrà
convertito in legge entro il termine previsto del 24 novembre, consigli comunali
e sindaci saranno espropriati della gestione idrica consegnata appunto al
mercato. Una novità che a Roma ha già creato diffuse perplessità anche
all'interno della maggioranza. L'altro ieri, al primo passaggio per la
conversione in legge del decreto, sono stati presentati oltre cento emendamenti
in commissione Affari istituzionali del Senato.
In regione la prima reazione arriva da Gorizia. «Si dovrà fare tutto il
possibile per evitare che si chiuda il cerchio sulla privatizzazione» dice
l'assessore provinciale all'Ambiente Mara Cernic ricordando che Gorizia è,
sull'acqua, pubblica al cento per cento e con le tariffe più basse possibili: un
euro a metro cubo. «Ci faremo parte attiva in tutte le sedi per difendere un
bene inalienabile», sottolinea l'assessore isontina. L'amministratore delegato
di IrisAcqua Paolo Lanari aggiunge: «Siamo l'unica società concessionaria in
regione in regola con le norme comunitarie, abbiamo avviato un piano di
investimenti da 250 milioni di euro totalmente finanziati, di cui 63 milioni già
in corso. Per la nostra azienda sarebbe folle trovarci costretti alla
privatizzazione».
Oltre all'appello alla politica ci sono anche le buone pratiche. Il CeVi propone
tra l'altro una campagna a favore del consumo dell'acqua di rubinetto nelle
famiglie, nelle scuole e nei luoghi pubblici, come per esempio ha fatto il
comune di Remanzacco che avvierà a breve il progetto «casa nell'acqua». E ancora
si pensa a una revisione della legge regionale per permettere almeno ai piccoli
comuni e ai comuni di montagna di gestire in proprio il servizio. Questo a
fronte dell'esperienza maturata in regione dopo il recepimento della legge Galli
che, ricorda il CeVi, ha visto la conseguente tenace protesta di alcuni sindaci
montani critici sulla gestione di Carniacque, «più costosa, meno efficiente e
più lontana dai cittadini della precedente gestione comunale».
(m.b.)
Maxidiscarica, chiesta l’archiviazione - Rifiuti
speciali in una zona non abilitata
AREA DELLO SCALO LEGNAMI: TRA I COINVOLTI IL
COSTRUTTORE BRUNO
Una bolla di sapone.
Questo si è rivelata per la stragrande maggioranza degli indagati l’inchiesta
della Procura di Trieste sullo smaltimento di rifiuti ”speciali” nella maxi
discarica dello Scalo legnami, abilitata ad accogliere e riciclare solo rifiuti
non pericolosi, provenienti da scavi e demolizioni.
«La contestazione mossa non è procedibile perché a seguito delle indagini svolte
non sono emerse responsabilità», scrive il pm Maddalena Chergia nella richiesta
di archiviazione parziale presentata alla cancelleria del gip pochi giorni fa.
La decisione finale spetterà al presidente Raffaele Morvay che ha convocato le
parti in aula il prossimo 17 novembre.
In questa data, se la richiesta sarà accolta, usciranno di scena a quasi due
anni di distanza dall’apertura delle indagini, Fabrizio Davoli, Raffaele Bruno,
Mario Leone, Damiano Purger, Paolo Rosso, Dario Voinocich, Demmi Avanzi, Alfredo
Cok, Paolo Marinig, Enrico Tiberio e Sebastiano Puliafito.
Separatamente verranno definite le posizioni processuali di quegli indagati per
i quali non è stata al momento chiesta l’archiviazione. In dettaglio Diego
Romanese, legale rappresentante della ”Isp Riciclati srl”, la ditta con sede in
via Timavo 69/8 nella zona portuale di Monfalcone che gestiva nei pressi della
Diga Scarl dello Scalo legnami, il ricupero e il riciclaggio di rifiuti non
pericolosi.
Secondo l’inchiesta avrebbe consentito, assieme al socio Cataldo Marinaro, che
in questa area venissero scaricati rifiuti che non potevano ottenere
l’autorizzazione al ricupero. In dettaglio rifiuti provenienti da demolizioni e
scavi in aree cittadina. Tra i rifiuti finiti nel mirino dei militari della
Guardia di finanza si era anche l’asfalto rimosso dalla Rive dalla ”Bruno
Costruzioni sas”. «Sporgerò querela nei confronti della ditta Isp che ha
riciclato in modo illegale molti rifiuti dell’attività di demolizione effettuata
dalla mia azienda sulle strade di Trieste. Trascinerò i titolari davanti ai
giudici», aveva affermato nel momento caldo dell’inchiesta Raffaele Bruno, 53
anni, amministratore della società che porta il nome di famiglia, sbarcata a
Trieste da Potenza 15 anni fa. «Anche noi costruttori siamo vittime di questa
vicenda. Non è vero che abbiamo speso meno per il trasporto dei rifiuti. Avevamo
scelto quella azienda perché la discarica dello Scalo legnami era la più
funzionale alle nostre esigenze».
CLAUDIO ERNÈ
Cividin: materiali di scavo, sì alla proposta di Camber
«Ringraziamo il senatore Giulio Camber per la sua
osservazione, che speriamo venga ascoltata: da tempo anche noi lanciamo un
appello in questo senso, ma finora non è mai stato accolto». Con queste parole
Donatello Cividin, presidente provinciale dell’Ance, l’associazione dei
costruttori, commenta l’osservazione che Camber (Pdl) ha presentato al piano
regolatore comunale, chiedendo che nel nostro territorio vengano individuate
delle aree in cui riutilizzare i materiali non pericolosi né inquinanti
provenienti da attività di scavo presenti in città. Siano questi «cave dismesse
o terreni agricoli di proprietà pubblica o di privati oggi non utilizzati, ma
riattivabili», specifica Camber.
«Speriamo che l’appello di Camber venga accolto - dice Cividin - perché per noi
triestini il costo del trasporto» dei materiali di scavo «costituisce
un’incidenza anche per chi acquista, per esempio, un appartamento: i materiali
li si deve oggi trasportare almeno fino a Gorizia». Di qui, appunto, l’auspicio
perché venga accolta l’osservazione del senatore.
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO (1)
Il rigassificatore sarà un bene? I nostri «geniali
comandanti» hanno deciso che, oltre Rovigo, anche Trieste potrà vantare il suo
rigassificatore. Sostanziale differenza è che quello di Rovigo è posizionato in
mezzo al mare a diciassette chilometri dalla costa, mentre non ce l’avremo - per
così dire - nello scantinato di casa. Io abito vicino al luogo dove, poco tempo
fa, un signore per protestare contro il disagio - secondo lui - subìto, fece
esplodere una bombola di gas nel garage del nuovo caseggiato, costruito a
ridosso della sua casetta, sconvolgendone la tranquillità preesistente.
Purtroppo ha pagato con la vita il suo gesto disperato. Questo fatto di cronaca
dovrebbe far pensare, considerando le debite proporzioni, su cosa potrebbe
succedere nel caso di un’esplosione accidentale o ancora peggio dolosa, del
rigassificatore. Visti i tempi che corrono, un’ampia pausa di riflessione a
riguardo sarebbe doverosa, perché il nostro Paese è avvezzo a piangere sul latte
versato. Se il vantaggio economico del costruendo impianto per noi utenti è del
tutto opinabile, altrettanto non può esserlo, per le certezze date dal costo
della realizzazione del progetto e del traporto del gas via mare, dal danno
ecologico e paesaggistico della baia di Muggia, al probabile divieto di
balneazione e all’ulteriore impoverimento della fauna ittica, con i suoi
squisiti sardoni barcolani.
Concludo, invitando tutti i sostenitori dell’opera, a riprova della sua bontà e
sicurezza, a trasferirsi nell’area adiacente alla sua futura collocazione.
Mario Barovina
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO (2)
Premetto di non essere contrario a priori alle innovazioni
tecnologiche nonostante quello che il cosiddetto «progresso» ci sta regalando, a
scapito della qualità della vita e dell’ambiente in cui viviamo.
Tuttavia vorrei che la società Gas Natural e gli amministratori triestini,
regionali e nazionali, dimostrassero che il rigassificatore previsto in località
Zaule nell’angusto e poco profondo Vallone di Muggia non comporterà
l’irrimediabile inquinamento delle acque marine e dell’ambiente circostante. Per
non parlare di tutte le altre problematiche connesse, quali la sicurezza della
navigazione, la prevenzione dagli atti di sabotaggio e terrorismo ecc., il
cosiddetto sviluppo turistico che ne verrebbe danneggiato. Non possiamo
paragonare il nuovo impianto in Adriatico sito a Rovigo (al largo, a parecchie
miglia dalla costa) con quello di Zaule. Dimostratelo e confutate ciò che hanno
esposto alla popolazione (anche su questo quotidiano) i numerosi addetti ai
lavori e gli ambientalisti (anche quelli non integralisti), sottoponete alla
popolazione un quesito referendario sul tema e io sarò pronto, come tanti altri
cittadini, credo, a cambiare idea sulla validità ambientale ed economica del
progetto.
Salvo Basti
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO (3)
Nel numero 149 di settembre della rivista Konrad troviamo
l'inserto speciale: Rigassificatore di Trieste. Nella parte "Come ti surgelo e
poi ti cucino i triestini e i muggesani" rilevo, come spesso succede, con tutti
i comitati del «no», che le osservazioni e i dati riportati sono spesso molto
imprecisi.
Quando si parla di esplosioni, la prima domanda è quella di chiedersi cosa sia
un'esplosione. Il termine, infatti, è stato impropriamente utilizzato per
indicare un repentino processo chimico o fisico al quale sono connesse varie
manifestazioni sensibili quali: rapida espansione di gas; produzione di calore,
fiamma, luce; produzione di sovrappressione di onda d'urto; tutto questo
nell'articolo non è specificato. Si parla di una nube di metano in modo troppo
generico. Per capire l'entità di una nube di gas bisogna prima determinare le
cause e la fonte di fuga del gas stesso (è tecnicamente indispensabile). Per
parlare di danni determinati dall'incendio bisogna capire se si tratta
dell'irraggiamento da: tank fire; pool fire; jet fire; fire-bal. Anche queste
questioni non sono trattate nell'articolo. Inoltre nell'articolo si citano i
dati dell'energia prodotta in caso di incendio: dai 3 ai 7 km dal punto di
ignizione il fronte di fiamma è di 5 kW/mq; dai 2 ai 6 Km dal punto di ignizione
il fronte di fiamma è di 12,5 kW/mq; dai 1 ai 5 km dal punto di ignizione il
fronte di fiamma è di 37,5 kW/mq
Mentre dagli studi Fay, Lehr, Quest & Vallejo i dati sono sensibilmente diversi
(sono dati ufficiali riconosciuti anche dalla Ferc - Federal Energy Regulatory
Commission).
Fay: a 930 m 25 kW/mq, a 1900 m 5 kW/mq; Vallejo: a 1290 m 5 kW/mq; Quest: a 280
m 25 kW/mq, a 490 m 5 kW/mq. Capisco che i sig. Predonzan, Franzosini, Longo,
Santoro e Sirovich (autori dell'articolo) non vogliono perdere la faccia in
questa loro battaglia. Ma pubblicare dei dati sensibilmente diversi da quelli
ufficiali mi sembra un po' troppo.
Luciano Emili
IL PICCOLO - VENERDI', 30 ottobre 2009
Approvato il piano casa ma è bagarre tra Pdl e Pd Tondo
attacca e se ne va
il piano casa e la nuova edilizia del Friuli Venezia Giulia
«Sono imbarazzato. Serve più responsabilità» Via libera
ad ampliamenti sino al 35% del volume
TRIESTE Codice edilizia e piano casa passano senza sorprese ma con il veleno
nella coda. Il presidente Renzo Tondo giudica “imbarazzante” il clima creatosi
in aula, si alza e se ne va mentre il presidente del Consiglio, Edouard Ballaman,
annuncia la proposta di aggiungere un quarto giorno di seduta ai tre attualmente
previsti. Ci sono voluti tre giorni di dibattito per arrivare all’approvazione
definitiva del codice dell’edilizia che contiene anche le norme del piano casa.
La norma prevede la possibilità di ampliamenti fino al 35% delle cubature
esistenti al di fuori dei centri storici e fino a 200 metri cubi nelle zone A e
B0, purchè non si alzino gli edifici oltre i 2 piani o i 6 metri. Possibili
anche i recuperi dei sottotetti (con possibilità di alzare gli edifici fuori dai
centri storici) e gli ampliamenti del 35% della superificie nelle zone
produttive, purchè non superino i 1.000 metri quadrati.
Gli interventi previsti dal piano casa prevedono l’obbligo del miglioramento
energetico e architettonico e sono possibili purchè i lavori inizino entro
cinque anni dall’entrata in vigore della legge. Rientrano nel piano anche le
norme relative ai ‘mostri edilizi’: chi li abbatte potrà ricostruire un edificio
fino al 50% più grande in aree individuate dai Comuni. Numerosi gli interventi
che vengono considerati attività libera e che non avranno limiti temporali: dal
cambio degli infissi alla realizzazione di pertinenze (fino al 10% del volume
esistente per gli edifici residenziali e fino al 5% per quelli non residenziali
e comunque non oltre i 100 metri cubi), dall’eliminazione delle barriere
architettoniche alla realizzazione di barbecue, tettoie e verande non più ampie
di 20 metri quadrati. «È una norma che introduce semplificazione e trasparenza –
afferma l’assessore Federica Seganti – che farà bene ai nostri artigiani e alle
piccole imprese». Contraria l’opposizione. Per Gianfranco Moretton (Pd) “la
legge consente di realizzare opere che i Comuni non potranno verificare”.
«Parlare di volano per l’economia è ipocrisia. – sostiene Stefano Pustetto (Sd)
– Se così fosse stato si sarebbe varato prima il piano casa». La legge è stata
approvata nel tardo pomeriggio dopo un’aspra polemica sull’ordine dei lavori. E
il clima si è surriscaldato ulteriormente quando ha preso la parola Renzo Tondo
che “da consigliere” ha invitato alla responsabilità. «Se facessimo valutare ai
cittadini il dibattito in aula a un passo dall'approvazione della legge
sull’edilizia, i cittadini non capirebbero. La maggioranza abbassi i toni e
l'opposizione faccia un passo indietro» ha concluso Tondo prima di andarsene
“imbarazzato”. Dal canto suo Ballaman, che ha deciso di portare al voto la legge
prima di passare alle interrogazioni portando la seduta a oltranza, ammette di
avere “forzato il regolamento ma in maniera legittima. Prima di mettermi dalla
parte della maggioranza o dell’opposizione mi metto dalla parte dei cittadini
che pretendono che il Consiglio faccia il suo lavoro. Proporrò – ha concluso
Ballaman – di aggiungere un giorno di lavori a ogni sessione di aula”. Per
Moretton “il rumoreggiare dell'aula da parte dei consiglieri è dovuto
all'inaffidabilità del presidente del Consiglio, Edouard Ballaman, che ha
irritato le opposizioni per non aver mantenuto fede alla promessa di dare
risposta alle interrogazioni a risposta immediata a partire dalle ore 16:40.
ROBERTO URIZIO
«Prg, vanno previste zone di recupero ambientale» - Il
senatore Giulio Camber: «Materiali non pericolosi in ex cave o terreni agricoli»
Individuare aree nel territorio comunale dove riutilizzare
i materiali non pericolosi né inquinanti provenienti da attività di scavo
effettuate in città. Siano queste «cave dismesse o terreni agricoli di proprietà
pubblica o di privati oggi non utilizzati, ma riattivabili», precisa il senatore
Giulio Camber. Sono questi in sintesi i contenuti di un’osservazione alla
variante 118 del Piano regolatore comunale presentata dallo stesso esponente del
Pdl. Nel documento si chiede l’aggiunta di un articolo “Zone di recupero
ambientale”, che dovrebbe recitare: «Nell’ambito del territorio comunale - è il
contenuto dell’osservazione -, al fine di promuovere il riuso dei materiali non
pericolosi provenienti dalle attività di scavo, il Comune procederà a
individuare, previa acquisizione di conforme parere da parte della Provincia e
della Regione, aree suscettibili di utilizzo per attività di recupero
ambientale», in conformità alle norme vigenti.
«Ho deciso di inviare al sindaco questa osservazione come cittadino, per una
questione generale, senza alcun interesse - spiega Camber -. Individuando dei
siti, anche a medio e lungo periodo, si risparmierebbero spese da decine di
milioni per lo smaltimento di questi materiali fuori città. A ciò si legherebbe
una riduzione dell’inquinamento e del traffico prodotti dai camion che
solitamente li trasportano. Ad esempio, se un proprietario si trovasse a
disposizione subito un buon terreno nuovo, frutto di quanto portato via durante
i lavori di scavo da un cantiere come quello di Campo Marzio o in futuro del
Park San Giusto, potrebbe utilizzarlo senza doversi rivolgere altrove per
acquistarlo. Lì poi qualcuno avrebbe l’opportunità di metterci un vigneto, per
esempio».
(m.u.)
Pedicchio: il rigassificatore è necessario - DIBATTITO
AL ROTARY SULL’IMPIANTO PROGETTATO DA GAS NATURAL
Il numero due di Assindustria: abbattimento dei costi
dell’energia e benefici economici per la città
In un momento in cui il dibattito sul progetto di Gas Natural per il
rigassificatore da costruire a Zaule è di grande attualità, a cogliere la palla
al balzo per discuterne è il Rotary club Trieste. Nell'incontro conviviale
organizzato all'hotel Greif Maria Theresia si sono dati appuntamento i soci e
alcuni esperti.
Il proposito, come spiegato dal presidente del Rotary Trieste Pierpaolo
Ferrante, è quello di dare un servizio alla città, ma anche di fare chiarezza su
un argomento difficile come quello dei rigassificatori. «Trovare - ha detto
Ferrante - delle posizioni comuni per esprimerle poi alla collettività».
L'intervento di apertura è stato affidato al vicepresidente di Assindustria
Vittorio Pedicchio, che ha fatto il punto della situazione sulle opportunità che
possono derivare dall'impianto di rigassificazione che dovrebbe essere
realizzato nella zona ex Esso. «In Italia il costo unitario del gas è superiore
del 40% rispetto a quello della Francia - dice Pedicchio - c'è nei nostri
confronti un grande dovere da parte del Governo italiano: quello di far scendere
i costi».
«Un problema che rende il nostro paese - ha sottolineato il vice di Assindustria
- dipendente dall'estero, da paesi come l'Ucraina e la Russia che possono, come
hanno già fatto, chiudere i rubinetti». Pedicchio si è poi soffermato sul perché
sia stata data la priorità al progetto presentato dagli spagnoli di Gas Natural,
che prevedono la realizzazione di un impianto on-shore. Sulla bilancia rimane
ancora l'altro progetto presentato da Endesa Italia (oggi entrata in E.On) per
un impianto off-shore nel Golfo di Trieste. «Le potenzialità del progetto della
Gas Natural - spiega Pedicchio - si coniugano con motivazioni di carattere
economico e ambientale. Dal punto di vista ambientale spetterà a spese della
società la bonifica del sito inquinato».
Per quanto riguarda l'aspetto economico, secondo Pedicchio con l'impianto di
rigassificazione sarà possibile ottenere un abbattimento dei costi dell'energia
sia per le imprese, sia per i cittadini, oltre a rimpinguare le casse del Comune
con entrate da utilizzare per scopi di pubblica utilità. Finora tutti aspetti
positivi: ma rimangono ancora scoperti alcuni quesiti legati al rischio e
all'impatto ambientale dell'impianto. «Ci aspettiamo - ha rimarchiato Pedicchio
- che a breve Gas Natural metta in campo una strategia di comunicazione per far
chiarezza anche in questi ambiti».
Ivana Gherbaz
Piante ”malefiche” si diffondono in regione - CONVEGNO
AL CENTRO DIDATTICO NATURALISTICO DI BASOVIZZA
I mutamenti climatici e il riscaldamento complessivo della
terra sono protagonisti di cambiamenti che stanno interessando il nostro
territorio. Piante infestanti provenienti da altri continenti invadono la nostra
regione: la loro presenza è foriera di danni per la salute umana e per
l’ambiente. Di queste silenziose e inquietanti presenze si parlerà oggi, alle
18, al Centro didattico naturalistico di Basovizza. Aldo Cavani, direttore
dell’Ispettorato ripartimentale delle foreste di Trieste introdurrà i lavori.
Seguirà Livio Poldini, professore emerito di botanica dell’Università di
Trieste, che parlerà di queste piante e dei danni che arrecano. Assieme a
Poldini, Roberto Barocchi, del club “Triestebella”, illustrerà un disegno di
legge con il quale contrastare l’avanzata di queste piante altamente dannose per
il nostro ambiente e per la salute dell’uomo.
Ma quali sono le protagoniste di questo repentina e imprevedibile invasione
verde, per molti versi simile a quella dei pesci tropicali che stanno popolando
il mare Adriatico? L’Ambrosia artemisiifolia proveniente dal Sudamerica, per
esempio, è una pianta erbacea molto invasiva che produce enormi quantità di
polline particolarmente allergenico,e si sta diffondendo nelle aree ruderali e
nei greti dei fiumi. Il Senecio inaequidens proviene invece dall’Africa; è una
specie erbacea perenne, con un fiore giallo simile alle margherite che contiene
dei potenti alcaloidi tossici per il fegato e particolarmente nocivi per i
bambini, che si possono ritrovare nel miele e nel latte.
Il Food and Drug Administration americano ha vietato la vendita di alimenti che
contengono anche solo tracce di questi alcaloidi. La specie fra queste più
conosciuta anche dai triestini è l’ailanto, un albero proveniente dalla Cina
caratterizzato da foglie lanceolate puzzolenti e da un legno di alcun valore
pratico, che si espande e si sviluppa velocissimamente. L’ailanto, che ama i
terreni poveri, ha prima invaso i bordi delle strade e ora sta invadendo anche i
prati e boschi del Carso togliendo spazio alle specie autoctone e modificando il
nostro paesaggio. Che fare per contrastare queste invasioni? La Regione potrebbe
approvare norme di legge per la lotta a queste piante.
L’Anas, la regione, i Comuni e le Province potrebbero eliminare le piante
infestanti e nocive dai bordi delle strade, le Associazioni degli agricoltori
potrebbero sensibilizzare al riguardo i propri iscritti. Il Club Triestebella
propone un disegno di legge regionale che dia mandato alla Regione di operare la
lotta a queste piante mediante estirpazione o diserbo con prodotti non nocivi
all’uomo e di fare opera di divulgazione. Nel disegno si propone inoltre di
vietare la piantagione e coltivazione di queste piante, consentendo ai cittadini
disposti a collaborare a questa lotta di poter procedere al riguardo.
(ma.lo.)
Acqua privatizzata, si rischiano aumenti del 300% -
OGGI A UDINE IL SEMINARIO SUI RISCHI PER GLI UTENTI. NONINO (AMGA):
«RINCARI INEVITABILI».
Scatta l’allarme superbollette. Il Centro di
volontariato internazionale: «Il Parlamento deve intervenire»
TRIESTE «Il futuro dell’acqua? Con la privatizzazione costerà sempre di
più». Antonio Nonino, presidente di Amga Multiservizi di Udine, non ha dubbi:
«Gli investimenti si riverseranno sulle bollette». Ma di quanto? Il CeVi, Centro
di volontariato internazionale, fa sapere che nel Centro Italia, lì dove la
privatizzazione è già un fatto compiuto, a Latina e Arezzo per esempio, le
tariffe sono aumentate del 300%.
IL DECRETO Questione legislativa. Tale da stravolgere l’impianto normativo
regionale, quello che ha recepito nel 2005 la legge Galli. Nel settembre scorso,
infatti, un decreto emanato dal governo, accelerando la disciplina prevista
dall’articolo 23 bis della legge 133 del 2008, ha chiuso il cerchio sulla
privatizzazione imponendo agli enti locali di mettere a gara il servizio idrico.
In sostanza, entro il 2011, Ato e Comuni dovranno consegnare al mercato la
gestione dell’acqua potabile.
IL SEMINARIO Per approfondire gli effetti di una novità epocale per il nostro
Paese proprio il CeVi promuove oggi a Udine (dalle 16.30 alle 18.30), a Palazzo
Florio, il seminario ”Il futuro dell’acqua in Friuli Venezia Giulia: bene comune
o business per pochi?” (occasione anche per lanciare l’adesione alla campagna
nazionale ”Salva l’acqua”), al quale sono invitati una trentina di
amministratori locali, consiglieri regionali e parlamentari, tra gli altri
Debora Serracchiani e Furio Honsell.
IN PARLAMENTO L’obiettivo, fa sapere Massimo Moretuzzo, responsabile settore
acqua del CeVi, è di attivare quante più persone possibili «affinché facciano
sentire la loro voce, chiedendo al Parlamento che, al momento della conversione
in legge del decreto (il 3 novembre è prevista la prima discussione in Senato),
il testo venga modificato togliendo l’acqua dalle privatizzazioni».
LIBERALIZZAZIONE Soluzioni alternative? Secondo Nonino la migliore è quella
della liberalizzazione. «Da amministratore di un’azienda pubblica - spiega -
dovrei difendere pubblicità e monopolio. Premesso questo, il tema va affrontato
nel contesto storico e di evoluzione dei servizi pubblici. Nell’interesse dei
cittadini si dovrebbe procedere a una liberalizzazione trasparente, regolata da
un’authority realmente terza, la sola via per contenere l'inevitabile aumento
delle tariffe dovuto alla nuova impostazione, soprattutto normativa».
MULTINAZIONALI Il rischio, spiega il Cevi è che con la privatizzazione i gestori
locali dei servizi idrici vengano «smantellati e spazzati via da colossi
multinazionali europei, che arriveranno anche nella nostra regione a occuparsi
della gestione del servizio. I centri decisionali di un bene locale come l'acqua
- prosegue il Centro - verranno spostati per lo meno fuori regione, se non
direttamente fuori Italia e i cittadini diventeranno semplici clienti, mentre i
sindaci verranno espropriati del loro ruolo di gestori delle risorse idriche del
territorio».
CARABINIERI Paolo Menis (Pd) sottoscrive la preoccupazione: «È in gioco il
futuro di un bene primario, la Regione deve intervenire con la massima
celerità». Per evitare che, come accade a Latina, «le multinazionali mandino a
casa i vigilantes armati con carabinieri al seguito per staccare i contatori di
chi non riesce a pagare le super bollette».
Marco Ballico
Finanziaria, sparisce il 5 per mille La denuncia di
Barbolini (Pd): la maggioranza ha votato contro
Tremonti sblocca i fondi del 2007
ROMA «Il Pdl e la Lega hanno affossato il cinque per mille». Così il
senatore Giuliano Barbolini capogruppo del Pd in commissione Finanze che
riferisce della «bocciatura, nel corso della votazione della Finanziaria in
commissione, da parte della maggioranza» degli emendamenti del Pd sul cinque per
mille. «Sia su quello che riprende i contenuti del ddl che istituisce la misura
”a regime” fermo in commissione da molti mesi, sia su quello che avrebbe
ripristinato la copertura finanziaria per gli anni 2010, 2011 e 2012» spiega
Barbolini, che accusa il centrodestra di aver «affossato una misura di grande
valore etico, tesa a favorire un tessuto sociale solidale che offre servizi
attraverso associazioni di volontariato, no profit, ricerca, ambientaliste».
«Con evidente difficoltà e imbarazzo - sottolinea Barbolini - Pdl e Lega hanno
rinviato ogni finanziamento per il cinque per mille a quando il governo disporrà
delle risorse necessarie. Non vorrei che questa disponibilità derivasse dallo
scudo fiscale. Non vorrei che una misura di grande qualità e importanza per i
valori etici e i principi di sussidiarietà cui si ispira fosse sporcata dal
denaro dello scudo proveniente da attività poco trasparenti».
«Oggi il mondo dell'associazionismo e del volontariato è stato deluso, così come
milioni di persone che attendevano una risposta certa sia alle forme di sostegno
alla comunità sia al riconoscimento del valore morale del loro operato» conclude
Barbolini che annuncia l'intenzione del Pd di ripresentare in aula gli
emendamenti bocciati.
Oltre 355 milioni in favore delle organizzazioni di volontariato, della ricerca
scientifica e sanitaria: sono i fondi del 5 per mille del 2007 sbloccati invece
dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti e ripartiti dall'Agenzia delle
Entrate. Nella ripartizione delle somme - spiega una nota dell'Agenzia delle
Entrate - il volontariato si conferma come il settore di maggior richiamo e
riceverà 234,5 milioni di euro, seguito dalla ricerca sanitaria (62,9 milioni) e
scientifica (57,8 milioni).
A scegliere l'opzione, 15,6 milioni di contribuenti (di cui 2,1 milioni però con
dichiarazione d'imposta pari a zero e quindi irrilevante ai fini del beneficio),
per un importo medio di 27,14 euro da ogni contribuente. Il cinque per mille -
aggiunge la nota - fa il pieno nelle dichiarazioni 730, dove il 71,93% dei
contribuenti ha effettuato una scelta, contro il 27,24% di chi ha presentato
Unico. Quanto ai beneficiari, nel complesso sono 24.417, di cui 23.906
associazioni di volontariato, 425 enti e università che svolgono ricerca
scientifica e 86 soggetti che svolgono ricerca sanitaria.
IL PICCOLO - GIOVEDI', 29 ottobre 2009
CODICE DELL’EDILIZIA, OGGI L’OK FINALE - Non servono
permessi per le verande, gli infissi e i depositi
TRIESTE Cambiare le finestre, realizzare un deposito attrezzi o una veranda, installare impianti per il risparmio energetico: tutti interventi che potranno essere realizzati come attività edilizia libera, senza la necessità del permesso a costruire nè della dichiarazione di inizio attività. Il Consiglio regionale ha approvato ieri la parte del codice dell’edilizia che sburocratizza il settore, definendo le attività libere, senza autorizzazioni se non quelle previste dalla legge nazionale relativi alla tutela dei beni culturali e del paesaggio. Rientrano gli interventi di manutenzione ordinaria, come il cambio degli infissi, l’eliminazione di barriere architettoniche, la realizzazione di pertinenze come bussole, verande e serre fino al 10% dell’esistente (che scende a 5% per edifici non residenziali) e comunque per non più di 100 metri cubi, l’installazione di pannelli solari o fotovoltaici (che non modifichino la sagoma degli edifici) e di generatori eolici non più alti di un metro mezzo e con un diametro inferiore al metro. Approvato anche l’articolo che introduce il silenzio-assenso, ovvero il permesso di costruire a 30 giorni dalla presentazione della domanda. L’approvazione della legge nel suo complesso dovrebbe arrivare durante la seduta di oggi quando l’aula sarà chiamata ad affrontare gli articoli che contengono il piano casa regionale che consentirà l’ampliamento fino a 200 metri cubi, anche nei centri storici, e del 35% solo al di fuori dei centri cittadini. La maggioranza fa quadrato intorno alla previsione di garantire la possibilità di ampliamenti per cinque anni dal momento dell’entrata in vigore della legge. Il Pd, con il relatore Giorgio Brandolin, ha proposto un emendamento per ridurre a tre anni il tempo di validità del piano casa. «Riducendo i tempi – sostiene il capogruppo del Pdl Daniele Galasso – finiremmo per escludere dalle opportunità della legge le persone maggiormente coinvolte dalla crisi mentre il piano casa è stato pensato proprio come strumento per uscire dal momento di difficoltà economica».
(r.u.)
«No alle ingerenze di Lubiana sul Prg» - Camber e
Brandi: invasione di campo. Dipiazza: se i capigruppo devono dirmi qualcosa mi
chiamino
Il sindaco Dipiazza fa la pace con gli sloveni sul piano
regolatore? Bene, anzi, male. Perché gli si è subito aperto un fronte di
contestazione, per giunta interno, che vede nel suo confronto con le
associazioni della minoranza alla presenza del console generale di Lubiana,
Vlasta Pelikan, «una spaventosa invasione di campo». Parola di Piero Camber e
Angela Brandi, i due capigruppo in Consiglio comunale di Forza Italia e di An,
che in un’acida nota ribadiscono «la netta contrarietà a qualsiasi ingerenza di
uno stato straniero nelle vicende che interessano esclusivamente Trieste, il suo
territorio e lo stato italiano, che si tratti del piano regolatore come del
rigassificatore». Come dire, ognuno balli con sua zia e cerchiamo un po’ di
rispettare i ruoli.
«Io capisco la tutela della lingua, la toponomastica, le scuole, le altre
tematiche relative alla minoranza – chiosa Piero Camber – ma che uno intervenga
per rendere certe zone edificabili per gli sloveni del Carso, che evidentemente
sono cittadini di serie A, mi sembra inaccettabile. Siamo disposti ad ascoltare
le richieste di chiunque, è un discorso di gestione del territorio. Qui non si
vuole né premiare né punire alcuno, e anzi aspettiamo il 25 novembre, termine
ultimo per la presentazione delle opposizioni e delle osservazioni al piano
regolatore da parte dei cittadini. Certo, ci chiediamo entrambi quando il
console italiano verrà invitato a parlare del piano regolatore di Capodistria o
di Lubiana...».
«È stata una pesante ingerenza che non è tollerabile. Ovvio – aggiunge Angela
Brandi – che le parole del sindaco sono state male interpretate, evidentemente,
era un incontro di buon vicinato non altro. Perché non dimentichiamoci che
l’ultima parola spetta al consiglio comunale e quindi ai cittadini. A buon
intenditor...».
Il sindaco sembra peraltro di una calma olimpica e non si fa coinvolgere. Salvo
tirare in ballo vecchie critiche a esponenti sloveni. «Il problema di base è che
Milkovic (Marko, presidente della circoscrizione Altipiano est, ndr) e altre
persone danno informazioni prive di fondamento. Hanno parlato di 80 milioni di
meno di valore sul Carso... Ma tutti parlano perché hanno la bocca per parlare o
fanno politica. Ai rappresentanti degli sloveni ho spiegato nei dettagli il prg
ed erano tutti soddisfatti. Peraltro mi chiedo: prima quando sono state fatte
400 case a Opicina dove erano, tutti zitti?».
Veleno nella coda, non manca una vis polemica nei confronti dei due capigruppo.
«Camber e la Brandi – avvisa Dipiazza – prima di fare un comunicato, se hanno
qualcosa da dirmi mi chiamino. Se cominciano così faccio anch’io un comunicato
al giorno, ma è un comportamento che non esiste. Facciano un drin: il telefono
allunga la vita...».
FURIO BALDASSI
TRENITALIA - «Il sito oscura i treni meno cari»
TRIESTE I treni regionali ”scompaiono” dall’orario di
Trenitalia, cedendo il passo a Intercity o Eurostar, e rispuntano solo se si
effettua una ricerca mirata. A denunciarlo è il Comitato pendolari del Friuli
Venezia Giulia. Un esempio? Impostando sul sito di Trenitalia il viaggio
Udine-Bologna centrale, con l’obiettivo di spendere poco e utilizzare treni
regionali Udine-Mestre e Mestre-Bologna, tale collegamento non viene
visualizzato: «Appaiono sul sito solo collegamenti Regionale ed Eurostar oppure
Regionale e Intercity. La soluzione desiderata si visualizza solo se si imposta
la ricerca indicando le opzioni dei tempi di percorrenza o per numero di cambi.
Ma certo non è una cosa intuitiva» spiega Marco Chiandoni, l’ex presidente del
Comitato Pendolari.
«L’unico modo per arrivare a visualizzare anche questa opzione è il tasto ”Tutte
le soluzioni” che non è intuitivo». Il Comitato Pendolari ritiene questo un
segnale del fatto che c’è ancora del lavoro da fare per rendere efficiente e
trasparente la comunicazione di Trenitalia. «Altra pecca del sito – continua
Chiandoni – è che non è possibile conoscere la tariffa dei treni
interregionali».
(e.o.)
Francovez, ultima chance per la ”differenziata” - LA
QUERELLE RIFIUTI - Il Comune di San Dorligo cercherà un accordo con i 50
condomini
SAN DORLIGO Gli oltre cinquanta condomini di Francovez che
non hanno mai applicato la raccolta differenziata dei rifiuti “porta a porta”
avranno ancora una possibilità per cercare un accordo con il Comune di San
Dorligo della Valle. E' questo il responso emerso dall'accesa assemblea indetta
ieri pomeriggio nella sala consiliare del municipio nella quale il vice sindaco
Antonio Ghersinich e l'assessore ai Servizi esterni Elisabetta Sormani hanno
incontrato i residenti dei numeri civici 411, 412 e 413 della frazione di
Francovez, i condomini che di fatto, sino ad ora, sono gli unici nel territorio
di San Dorligo a non aver mai applicato la raccolta differenziata dei rifiuti a
ben due anni dalla sua attivazione. Alla rigida posizione assunta dall'assessore
Sormani, che aveva dichiarato - in accordo con il sindaco Fulvia Premolin - che
«i residenti avrebbero dovuto adeguarsi alla legge in vigore sulla raccolta dei
rifiuti», a mediare tra le due parti è stato il vicesindaco Antonio Ghersinich
che ha annunciato che la vicenda verrà nuovamente analizzata dalla Giunta e che
nel frattempo i residenti potranno proporre delle soluzioni alternative a quella
presentata dalla Sormani. In platea era presente all'assemblea il capogruppo di
Uniti nelle Tradizioni Boris Gombac, rimasto nell'aula nonostante la richiesta
di allontanamento avanzata da parte della Sormani riguardante «tutte le persone
non coinvolte direttamente nella vicenda»: «Finalmente i nostri concittadini
coinvolti in questa vicenda potranno fare le loro rimostranze avanzando delle
controproposte al diktat imposto dall'assessore Sormani», ha commentato Gombac,
il quale è rimasto in aula vista la non contrarietà dei residenti. Non
particolarmente soddisfatta invece dell'esito dell'assemblea il sindaco di San
Dorligo Fulvia Premolin: «L'unico modo per raggiungere la percentuale di rifiuti
indifferenziati richiesta dalle norme europee è quella di utilizzare il porta a
porta, quindi anche i cittadini di Francovez dovranno adeguarsi di conseguenza,
ad ogni modo daremo loro ancora una possibilità per chiudere definitivamente la
querelle».
Riccardo Tosques
LA REPUBBLICA - MERCOLEDI', 28 ottobre 2009
Trenitalia, aumentano le "Frecce" - "Attenzione al
nordest e ai pendolari"
Le nuove offerte di Trenitalia, che diventa competitiva
anche sul Roma-Torino e sul Roma-Bari
ROMA - Roma-Milano in tre ore, Milano-Napoli e Torino-Roma in 4 ore e 10
minuti, Bologna-Firenze in 37 minuti. Il prossimo 13 dicembre parte il nuovo
orario ferroviario 2010 di Trenitalia, che inaugura il sistema delle Frecce
(Rossa e Argento) aumentando frequenza e velocità e qualità nei collegamenti. Ad
annunciarlo è l'amministratore delegato di Fs Mauro Moretti.
Con l'inagurazione della nuova offerta commerciale, la flotta degli Etr 500
Frecciarossa tra Roma e Milano arriverà a 72 treni. Di questi, 28 Eurostar AV
permetteranno di unire la Capitale al cuore finanziario dell'Italia in 2 ore e
59 minuti senza fermate intermedie, grazie all'apertura della nuova linea
Bologna-Firenze. Il tratto, che si sviluppa quasi del tutto in galleria per 79
chilometri, consente velocità di esercizio sull'ordine dei 300 all'ora.
Nelle fasce di maggior traffico ci sarà un Frecciarossa in partenza ogni 15
minuti, con orari contemporanei nelle due stazioni di Roma Termini e Milano
Centrale e facili da memorizzare (partenze ai minuti 00, 15 e 30). Le ultime
corse utili sono fissate per le 21.
Tra Milano e Napoli i Frecciarossa saranno 36 al giorno. I tempi di percorrenza
variano da 4 ore e 10 senza fermate intermedie a 4 ore e 25 con un'unica fermata
a Roma, 4 e 55 con fermate a Bologna Centrale, Firenze Santa Maria Novella e
Roma Termini. Gli Etr 500 impiegheranno 4 ore e 10 anche da Roma a Torino,
mentre sulla Bologna-Firenze si uniranno agli Etr 600 Frecciargento per coprire
il percorso in soli 37 minuti con 70 treni al giorno. Infine, scenderà a un'ora
e 10 il collegamento tra Roma e Napoli, con l'apertura del tratto ferroviario di
penetrazione urbana Gricignano-Napoli.
Buona l'attenzione a Nord-Est, con quattro Frecciargento tra Roma e
Venezia da 3 ore e 15 e sei tra Roma e Verona da tre ore esatte, di cui due
prolungati su Brescia. Le destinazioni di Venezia e Verona assicureranno il
proseguimento su treni coincidenti rispettivamente verso le direttrici
Udine-Trieste e Trento-Bolzano.
Novità anche per il Sud Italia, dove dal 13 dicembre partiranno due Eurostar
Fast Roma-Bari da 3 ore e 59 minuti, mentre il Frecciargento raddoppierà le sue
corse Fast verso la Calabria: passeranno da due a quattro, infatti, gli Etr tra
Roma e Lamezia Terme, di cui uno con proseguimento su Reggio. Sul paventato
taglio dei treni notturni verso Calabria e Sicilia, Moretti parla di "un
contratto che si sta facendo con lo Stato e che mantiene sostanzialmente i treni
che ci sono".
I prezzi del nuovo programma Alta Velocità, riferiti alle tariffe base di
seconda classe, variano da 57 a 98 euro a persona, ma Trenitalia ha messo in
campo una notevole serie di offerte e promozioni a seconda dell'anticipo con cui
si prenota, oltre al blocco dei prezzi in prima classe e alla tariffa fissa di
48 euro in seconda fino al 28 febbraio.
Per quanto riguarda i pendolari, Moretti conferma quanto comunicato a settembre,
cioè lo stanziamento di due miliardi di euro per l'acquisto di nuovi treni. "Le
gare sono già partite - afferma il numero uno di Fs - alcune sono già state
attivate. Abbiamo in agenda 100 locomotive per il trasporto locale, più
un'opzione da 150. Sono anche partite le gare per le carrozze a due piani, e
aspettiamo le offerte per la seconda metà di novembre".
Il completamento di tutto il sistema Alta Velocità Torino-Milano-Roma,
aumentando la capacità concorrenziale del treno nei confronti dell'aereo, farà
pendere ancor di più la bilancia ecologica a favore delle ferrovie. Nel 2008,
grazie al trasferimento di quote di mercato dalla strada alla rotaia, nell'aria
sono state riversate 27 mila tonnellate in meno di anidride carbonica. L'anno
scorso, ogni giorno, 100 mila pendolari in più rispetto al 2007 hanno scelto di
spostarsi con i treni locali: il che significa l'equivalente di 65 mila viaggi
al giorno in auto. Sul fronte del risparmio energetico, il treno consuma il 91%
in meno dell'aereo, il 77% in meno dei camion e il 68% in meno dell'auto;
abbattendo in misura drastica i valori delle polveri sottili, incide solo in
minima parte sul riscaldamento del pianeta. Tutti questi dati, dal 13 dicembre,
saranno evidenziati - oltre a quelli di viaggio - sui biglietti ferroviari, come
anticipato da Repubblica: ogni passeggero saprà con esattezza quante emissioni
in CO2 avrà risparmiato all'ambiente scegliendo il treno. L'energia risparmiata
sarà poi convertita in punti verdi, con premi in biglietti gratuiti, sconti e
cambi di classe.
Gli annunci di Moretti non piaccioni ai consumatori. "Si chieda ai pendolari se
per loro la situazione è migliorata" afferma Lorenzo Miozzi, presidente del
Movimento Consumatori. La netta impressione è che si vada avanti solo per una
strada, ignorando i disservizi che quotidianamente devono subire le persone che
viaggiano in treno. "Ogni giorno - spiega Miozzi - riceviamo segnalazioni dai
cittadini di ritardi, di vetture affollate e sporche, di bagni impraticabili o
non funzionanti".
VINCENZO FOTI
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 28 ottobre 2009
LA POLEMICA SUL PIANO REGOLATORE - Dipiazza fa pace con
gli sloveni «Padriciano, si può cambiare»
All’incontro presente anche il console Vlasta Pelikan
Qualcuno non lo sapeva, e qualcun’altro preferiva che non si sapesse. In
questo spazio, stranamente riservato (ma alla fine non tanto), il sindaco
Dipiazza ha fatto ieri pace con i rappresentanti della minoranza slovena in
materia di Piano Regolatore. Ovviamente, la «Pax» riguarda solo chi ha trascorso
un’ora e mezzo a parlare di Carso, di Padriciano, di caserma di Banne, di legge
di tutela davanti a due illustrissime convitate: il console generale di
Slovenia, Vlasta Pelikan, il console sloveno, Bojana Cipot.
Con loro si sono ritrovati i rappresentanti dell’Unione delle associazioni
culturali slovene, Rudi Pavsic, e il presidente della Confederazione delle
organizzazioni slovene, Drago Stoka. Il sindaco afferma di aver quindi deciso,
per non dover riferire a posteriori, di invitare anche i tre consiglieri
comunali che fanno parte della minoranza slovena e, cioè, Stefano Ukmar (Pd),
Iztok Furlanic (Rifondazione) e Igor Svab (Pd-Unione slovena).
Risultato in sintesi? Pavsic e Stoka hanno appreso che il sindaco è disposto a
tener conto delle esigenze abitative e produttive del Carso e, persino, a
rivedere i piani sul chiacchieratissimo terreno di Padriciano destinato ai
golfisti. Li ha convinti che si tratta di gente «benestante», che fa bene
all’economia, ma anche aggiunto che se c’è un’opposizione fondata si può
cambiare idea. Dipiazza (che ha, tra tante, anche la delega alle Legge 21 sulla
minoranza) ha accettato l’idea che è meglio concordare di più, interpellare di
più.
Ukmar, quello cui meno piace il fatto che l’incontro a porte chiuse sia
diventato di dominio pubblico, e che è più «partitico» che «etnico», afferma che
ormai in quest’epoca la tutela della minoranza non può essere «territorializzata».
Ma apprezza che il sindaco non sia più così netto sulla non edificabilità in
Carso, a beneficio delle famigliole. Tranne che alla contestata caserma di Banne.
Furlanic ha preso nota che il sindaco ha annunciato l’ingresso di un esponente
sloveno nella Commissione paesaggio. I due consoli - si dice - diplomaticamente,
come di dovere, hanno affermato di «seguire con interesse» la materia, pur
tenendosene fuori.
Per tutti, comunque, «un bell’incontro, chiaro, fruttuoso, costruttivo». Per
Dipiazza un gran momento favorevole, dopo le pesanti accuse arrivate dal
parlamentino di Altipiano Est, ma soprattutto dall’Unione slovena, col
segretario Peter Mocnik, che aveva minacciato ricorso al Tar. «Mi ha fatto molto
piacere questa conversazione - afferma -, è piaciuta la mia idea di Carso senza
confini da una parte e dall’altra e quella di farne un luogo di grandi
collaborazioni, una sorta di ”Austria” e di ”Toscana”, sono convinto che
dialoghi come questi vadano fatti più spesso».
Ma è proprio nell’evento organizzato che vengono, o restano, in luce le
differenze. Mocnik (di cui il consigliere Svab è il braccio destro) rappresenta
l’area più dura del movimento, per il Prg in costruzione era stata anche fatta
arrivare voce di presunti «danni» per gli sloveni del Carso fino a Lubiana. Che
aveva rimandato parola all’Unione europea. Che aveva richiamato l’Italia.
Insomma, da un lato un incidente diplomatico e dall’altro una sorta di
«ingerenza» di uno Stato (come disse la maggioranza comunale) nelle vicende
interne di una città. Le più soddisfatte, invece, sono le organizzazioni
culturali, che hanno da un po’ di tempo preso in mano le grane più serie della
comunità slovena, e che sono entrate in campo sui debiti del Teatro sloveno,
rompendo il fronte del «dammi» e «non ti do», e decidendo per una verifica dei
bilanci. «Noi - dice Pavsic - siamo più o meno un sindacato etnico». «Mi piace
molto Pavsic - fa eco il sindaco - è persona di grandissima intelligenza».
Quanto alle scelte territoriali, «quando riesco a spiegarmi - prosegue Dipiazza
- tutti capiscono quello che voglio fare e mi riconoscono ragione, ma il tempo
per spiegare tutto non c’è».
In concreto, questo abboccamento porterà a un risultato. Che le opposizioni
presentate da cittadini sloveni del Carso, che chiederanno di poter ampliare,
per buoni motivi, la casa su terreno ieri edificabile, ma oggi dal nuovo
documento reso inedificabile, saranno probabilmente accettate. Su Banne, la
caserma il cui valore aggiunto con la trasformazione in residenziale è stato
parte del baratto col Demanio, Dipiazza si è però mostrato non convincibile, non
trattabile, e nemmeno discutibile. Banne - se sarà realizzato il comprensorio -
raddoppierà gli abitanti e punto, pazienza.
GABRIELLA ZIANI
Stagni del Carso: via alla pulizia
MONRUPINO Gruppo tutori degli stagni di Trieste e Protezione civile di Monrupino insieme per ripulire gli specchi lacustri del Carso. Per la prima volta i due enti hanno stipulato un rapporto di collaborazione qualche giorno fa, occupandosi della bonifica dello stagno 10 situato nella zona del Col dell'Anitra. «Nello stagno erano presenti vari rottami metallici abbandonati da anni, la situazione è stata dunque segnalata dal nostro gruppo alla Protezione civile che si è prontamente attivata», ha spiegato Gaia Fior, membro del Gruppo tutori stagni e zone umide Friuli Venezia Giulia. «Lo stagno in questione è molto importante sia per la sua lunga tradizione legata al paese - ha aggiunto la Fior - sia per la presenza di svariate specie di anfibi di grande interesse naturalistico». I lavori sono durati complessivamente sei ore ed hanno interessato due membri della Protezione civile di Monrupino con tanto di mezzi di trasporto. «Il territorio del Carso brulicava di stagni, ora bisogna cercarli con il lanternino», ha commentato malinconicamente il coordinatore della Protezione civile di Monrupino, Angelo Barani. Su indicazione degli anziani del luogo il gruppo dei tutori degli stagni dovrebbe ora, entro breve, provvedere alla ricostruzione del muretto che divideva il pozzo preesistente dallo stagno, ridando la fisionomia originale al sito. Tra i prossimi interventi, un lavoro di pulizia dello stagno sito vicino alla frazione di Col di proprietà degli Usi civici di Vogliano.
(r.t.)
Il cubo vede l’inquinamento - È L’UV POMO MESSO A PUNTO
A TRIESTE
Pare un cubo di 30 centimetri di lato, ma è un sofisticato
sistema di rilevamento che capta film di idrocarburi spessi pochi micron sulla
superficie marina. Si chiama UltraViolet Pollution Monitor, e individua gli
inquinanti con sensori che lavorano nell’ultravioletto. Messo a punto dal Centro
di Ricerca Avanzata per l’Ottica Spaziale - azienda triestina di Area Sciente
Park che opera nel settore dell’elettro-ottica per lo spazio, specializzatasi
anche in apparecchiature e tecnologie applicabili sulla Terra - UV PoMo potrà
soddisfare le richieste di sicurezza marina di oltre 250 autorità portuali
europee, oltre che italiane.
«UV PoMo – spiega Paolo Trampus, direttore di Carso – è nato da una richiesta
dell’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, cui serviva
un’apparecchiatura facile da usare per mappare rapidamente un territorio
dall’alto. È figlio di Uvstar, strumento che abbiamo realizzato in quattro anni
di lavoro, e testato in tre voli sullo Space Shuttle. Così, adattando a esigenze
terrene una tecnologia pensata per lo spazio, abbiamo ottenuto un risultato in
tempi relativamente rapidi: un anno di ore/uomo».
Prima di essere installato su aeromobili simili a quelli da turismo UV PoMo
viene programmato da un operatore. Una volta a bordo, l’apparecchio lavora in
autonomia raccogliendo le informazioni che l’operatore analizzerà a terra.
(c.ser.)
COMUNICATO STAMPA di LEGAMBIENTE, WWF, ITALIA NOSTRA - MARTEDI', 27 ottobre 2009
Il “Codice regionale dell’edilizia”: verso un
abusivismo legalizzato?
Le associazioni WWF, Legambiente, Italia Nostra e LIPU,
considerati i contenuti del Ddlr 80 “Codice dell’edilizia”, che per come si sta
delineando, avrà effetti molto negativi per l’ambiente e il territorio del
Friuli Venezia Giulia, propongono le seguenti riflessioni.
In primo luogo manca una concreta politica anticrisi: l’unica politica
rinvenibile nel ddlr 80 è quella di concedere in deroga a tutti la possibilità
di edificare metri cubi aggiuntivi per un periodo di 5 anni, il che sembra
effettivamente troppo poco per un provvedimento efficace contro la crisi
economica in atto. Oltretutto si tratterebbe di norme applicabili anche agli
edifici abusivi, cioè un premio a chi fa il furbo e non rispetta le regole.
Manca altresì un minimo di accenno a politiche di facilitazione per la vendita o
l’affitto delle case esistenti; a tale proposito si ricorda che in Friuli
Venezia Giulia ci sono 41 mila case disabitate, secondo Assoedilizia; perché
allora continuare a edificare e ampliare case e appartamenti, quando quelli che
ci sono già restano vuoti ad invecchiare senza alcun utilizzo concreto?
Entrando nel dettaglio, il ddlr 80 – che verrà discusso in questi giorni dal
Consiglio regionale – prevede la deroga generalizzata e selvaggia ai piani
regolatori, procedure sbrigative per l’approvazione di opere pubbliche comunali
(scavalcando di fatto anche i vincoli paesaggistici, architettonici e
ambientali), con aumenti fino al 35% delle cubature degli edifici residenziali e
ricettivi al di fuori dei centri storici (Zone A e B0), mentre all’interno di
questi sono ammessi comunque ampliamenti fino a 200 metri cubi per un’altezza
massima di 6 piani. Un insieme di deroghe che dovrebbe protrarsi per 5 anni:
termine troppo lungo, che dovrebbe essere drasticamente ridotto, stante il
rischio di innescare fenomeni di “speculazione edilizia autorizzata”.
Altra nota dolente: si prevedono sopraelevazioni degli edifici, all’unica
condizione che si tenga conto delle normative antisismiche e di sicurezza
statica. Ma chi verificherà questi aumenti volumetrici, se la norma non prevede
alcuno strumento di controllo? Inoltre le sopraelevazioni dovrebbero
corrispondere ad interventi sulle fondazioni, per consentire di sopportarne il
peso, ma allora, oltre alle sopraelevazioni, gli edifici dovrebbero subire anche
interventi alla struttura portante: a quali costi? Ci sono gli spazi tecnici per
realizzare gli interventi? E che impatto avranno sugli edifici circostanti?
Il ddlr 80 prevede inoltre che i servizi per il mantenimento degli standard
urbanistici non possano essere realizzati dov’è avvenuto l’aumento di cubatura
dell’edificio, ma si possano localizzare in un raggio non superiore ad un
chilometro. Nei piccoli centri tale distanza significa dall’altra parte del
paese; inoltre, se gli aumenti di cubatura riguardano più edifici nella stessa
area, come si calcolerà questa sommatoria di servizi aggiuntivi da realizzare?
Chi la farà? Ci saranno abbastanza aree nel raggio di un chilometro per
soddisfare tutte le richieste di aree a servizi?
L’articolo 60 prevede che chi demolisce, totalmente o in parte, un edificio o
una serie di edifici non coerenti con le caratteristiche storiche,
architettoniche o paesaggistico-ambientali individuate dagli strumenti
urbanistici comunali, li possa ricostruire in un’altra area aumentata del 50%:
così si incrementerebbero però notevolmente sia le speculazioni immobiliari, sia
il consumo del territorio.
Il disegno di legge dovrebbe semmai mirare alla qualità dell’edificato e a un
aumento controllato delle cubature, gestito dalle amministrazioni locali, in
aree dove questo aumento è possibile e verificato; inoltre dovrebbe occuparsi
della riqualificazione delle aree urbane degradate e dismesse e del patrimonio
edilizio inutilizzato, che rappresenta un’opportunità insediativa da sfruttare.
Il ddlr 80 rappresenta quindi un nuovo colpo all’ambiente naturale e al
territorio agricolo: l’aumento di cubatura degli edifici si tradurrà in maggior
traffico sugli assi viari esistenti (non progettati per tale aumento), in una
diminuzione degli spazi per servizi pubblici procapite e quindi in una minore
qualità della vita per tutti. Inoltre, gli aumenti previsti incideranno sulla
qualità del patrimonio edilizio urbano: in assenza di controlli, potranno
esserci interventi che stonano architettonicamente con il costruito.
Sarebbe opportuno che venisse prevista almeno la facoltà per i Comuni di
adottare o meno le deroghe ai propri Piani regolatori: in assenza di ciò, anche
piani attenti alla qualità ambientale e paesaggistica del territorio (o che
riducono sensibilmente le volumetrie edificabili, come quello di recente
adottato dal Comune di Trieste) verrebbero vanificati, senza che il Comune abbia
la possibilità di opporvisi.
IL PICCOLO - MARTEDI', 27 ottobre 2009
INDAGINE DI LEGAMBIENTE- Gorizia nella «top ten» della qualità ambientale - Decisivi il calo registrato delle polveri sottili e l’aumento della differenziata
il rapporto di LEGAMBIENTE
(
6.530KB)
GORIZIA Un balzo in avanti di 29 posizioni e Gorizia entra
nella top ten delle città più attente all’ambiente in Italia. A permettere
questa performance sono soprattutto due dati: quello relativo alle polveri
sottili e quello relativo alla raccolta differenziata. Da sole, le due voci
pesano sul risultato finale per il 20% del totale; nel primo caso il capoluogo
isontino occupa la settima posizione, nel secondo la sesta.
A dare i voti e mettere in fila i 103 capoluoghi di provincia della Penisola è
come ogni anno la ricerca “Ecosistema urbano” realizzata da Legambiente insieme
all’Istituto di ricerca Ambiente Italia e al quotidiano economico Il Sole 24
Ore. I dati si basano su 125 parametri ambientali raccolti con questionari e
interviste ma anche da altre fonti statistiche esterne alle amministrazioni
pubbliche interessate. Le diverse voci sono state sintetizzate in 27 indicatori
ai quali sono state poi aggiunte le capacità di risposta degli enti ai
questionari inviati. Le singole voci hanno poi permesso di stilare la classifica
finale.
Nel complesso, secondo Legambiente, c’è un “timido progresso”, ma nel 2008 la
fotografia dell’ambiente nelle città italiane non muta rispetto al 2007. La
classifica generale vede il dominio del nord. Verbania guida la classifica
davanti a Belluno (spodestata dopo due anni) e a Parma. Per quanto riguarda
invece la pattuglia regionale Gorizia è di gran lunga il capoluogo più vivibile
del Friuli Venezia Giulia. Trieste è ventitreesimo (+27 posizioni), Udine è
trentatreesimo (-11) e Pordenone trentasettesimo (+25).
Entrando nello specifico delle singole classifiche, la prestazione migliore del
capoluogo isontino è quella ottenuta per le certificazioni ambientali Iso 14001.
La protesta di Fogar: non mi curo più - Gesto estremo contro Comune e Regione: «Ferriera, anni di promesse ma è sempre lì»
L’ex presidente del Miani chiede un nuovo tavolo
Ha deciso di smettere, da subito, l’assunzione dei farmaci salvavita che
dall’88 ad oggi gli hanno consentito di convivere con le sue patologie. Sul
medio termine, praticamente un suicidio. Di sicuro una protesta forte, finale.
Contro Regione e Comune che, a suo dire, sul caso Ferriera ci hanno solo
marciato politicamente, senza alcuna idea precisa. Tranne quella di segare la
sua ”creatura”, il circolo Miani, che ha avuto il diritto di primogenitura nel
sollevare la questione. Maurizio Fogar si conferma personaggio estremo.
Sollevato il polverone (è il caso di dirlo...) di Servola, dato vita a un poco
fortunato movimento politico (La tua Trieste), scatenata la folla sulla, diciamo
così, scarsa salubrità di Valmaura e zone limitrofe, dopo un giro a 360 gradi si
è reso evidentemente conto di essere tornato al punto di partenza. Nel senso che
nulla si è mosso. «Ma ve lo ricordate il sindaco Dipiazza nel 2001 – ha esordito
– che prometteva di chiudere la Ferriera in pochi mesi e di non aprire mai la
terza linea dell’inceneritore? E Tondo, alla tornata elettorale per la Regione,
che diceva la stessa cosa e assicurava l’impegno prioritario per Servola?
Peccato che la terza linea sia già in funzione e la Ferriera lo sia sempre
stata...».
A detta di Fogar, insomma, le sue pubbliche campagne di sensibilizzazione non
sarebbero state gradite ai piani alti e ci sarebbe stato, anzi, «un accanimento
terapeutico» contro il suo circolo. «Sembra che la precedenza – ha scherzato –
sia quella di chiudere il ”Miani” e non la Ferriera». Di qui il racconto dei
contributi tagliati dalla Regione, col risultato di azzerare praticamente
l’attività, con un gesto unilaterale che «ha sollevato solo la protesta di
Rifondazione comunista e della Lega Nord».
Fogar accredita alle due amministrazioni di centrodestra, tout court, un vero
fallimento politico «perchè nell’arco di 25 tavoli non si è riusciti neanche a
individuare un percorso di ricollocazione per 5-600 persone». E pertanto chiede,
per fermare la sua protesta finale, almeno un... ventiseiesimo tavolo, «una
conferenza dei servizi con tutti i soggetti interessati». Oltrechè, ovviamente,
il ripristino dei finanziamenti al ”Miani”, «dove sono stati di casa per anni
Enzo Tortora, Gherardo Colombo, Adriano Sofri, Nando Dalla Chiesa e decine di
altri». «Checchè se ne dica – ha polemizzato Fogar – la magistratura non ha
accertato nessun caso di malversazione economica nel nostro circolo ma lavora
ancora soltanto su un problema di consiglio direttivo. Dal dicembre 2008,
comunque, non sono più presidente e comunque la Regione, che ha minacciato di
rivalersi come parte civile, potrà prendersela solo con me. Sarà un confronto
interessante».
Una prima solidarietà arriverà oggi alle 18 nella sede di via Valmaura 77, con
una riunione congiunta del Circolo Miani, Servola Respira, La Tua Muggia e il
Coordinamento dei Comitati di quartiere, che appoggeranno la battaglia di Fogar,
«una scelta ragionata per mettere le istituzioni di fronte alle loro
responsabilità».
FURIO BALDASSI
Oltre cinquemila gli esposti all’amianto - Il numero
dei triestini iscritti nell’apposito registro costituisce un triste record
Inaugurato un laboratorio dell’Azienda sanitaria nel
padiglione Sai all’ex Opp
Trieste e Gorizia sono le due città che in Italia registrano il più alto
numero di morti per patologie legate all'amianto. Una sostanza altamente nociva,
il cui uso è stato vietato agli inizi degli anni Novanta e che è stata molto
utilizzata soprattutto nei cantieri navali di Monfalcone e nel porto triestino.
Oggi, secondo i dati forniti dalla Commissione regionale amianto, sono 8251 le
persone iscritte al registro esposti all'amianto, di cui 5440 solo nella
provincia di Trieste, mentre sono 951 le denunce per malattie collegate
all'asbesto.
Dati che sono stati esposti al convegno "L'amianto nella provincia di Trieste"
organizzato dall'Azienda per i servizi sanitari triestina. All'incontro è stato
presentato anche il progetto sostenuto dalla Regione in collaborazione con le
aziende sanitarie di Trieste e di Gorizia per la realizzazione di un Libro
Bianco degli esposti all'amianto. Il progetto ha lo scopo di raccogliere i dati
provenienti dalle diverse istituzioni pubbliche (Inps, Università, Inail) e
aggregarli a quelli già in possesso dai Dipartimenti di prevenzione delle
aziende sanitarie. Ciò consentirà una mappatura più precisa di tutti i
lavoratori esposti all'amianto.
Attraverso la realizzazione di una banca dati, gli enti coinvolti potranno
inserire le informazioni in loro possesso oltre che accedere ai dati utili per
la ricerca. Questo sistema, consentirà di semplificare le procedure burocratiche
e garantire un intervento più tempestivo da parte degli enti in favore dei
lavoratori, soprattutto se malati. Sarà possibile anche avere un elenco delle
aziende che hanno utilizzato materiali contenenti asbesto o, che in caso di
bonifica, hanno manipolato l'amianto. Il progetto oltre ad evidenziare l'impatto
sociale del fenomeno, andrà a colmare quell'assenza di collegamento tra enti
coinvolti nelle problematiche legate all'amianto. Oltre a ciò l'Azienda
sanitaria triestina è attiva da più trentanni sul fronte delle bonifiche. Il
Dipartimento di prevenzione si occupa dei controlli per la sicurezza negli
ambienti di lavoro attraverso la ricerca di fibre di amianto nei cantieri edili
dove sono in corso interventi di abbattimento di edifici a rischio.
Ieri è stata anche l'occasione per inaugurare il nuovo laboratorio per l'amianto
dell'Azienda sanitaria che trova spazio al pianoterra del Padiglione Sai, nel
parco di San Giovanni. Mentre nello spazio Villas, sempre nel parco di San
Giovanni, è stata inaugurata la mostra fotografica "Istantanea sul lavoro", una
raccolta di fotografie che raccontano la Trieste dei cantieri, ma anche gli
importanti interventi di bonifica realizzati in città nel corso degli anni. La
mostra sarà visitabile da martedì a venerdì dalle 16 alle 20 fino al 20
novembre.
Ivana Gherbaz
Francovez, è battaglia sui rifiuti - Chiesto lo
spostamento dei cassonetti che raccolgono l’immondizia - DOPO LA POLEMICA SULLA
”DIFFERENZIATA”
Gli inquilini contestano i forti odori rilasciati dal
pattume
SAN DORLIGO Si complica ulteriormente la già intricata vicenda della
raccolta dei rifiuti “porta a porta” nella frazione di Francovez. Dopo il
braccio di ferro venutosi a creare tra gli oltre cinquanta condomini dei numeri
civici 411, 412 e 413 e l'amministrazione comunale di San Dorligo in seguito al
diniego da parte dei residenti di ospitare su aree proprie i bidoni per la
raccolta dei rifiuti, (di fatto i tre condomini di Francovez sono gli unici
stabili dell'intero comune a non aver ancora applicato la raccolta differenziata
dei rifiuti a ben due anni dalla sua attivazione) nella vicenda ora si sono
inseriti anche gli altri cittadini del borgo.
Con una lettera indirizzata al Comune una ventina di rappresentanti che vivono
nei pressi dei tre condomini hanno ufficialmente chiesto lo spostamento
immediato dei cassonetti attualmente posti lungo la strada pubblica ed
utilizzati per gettare tutte le immondizie dei tre condomini.
I TRE CONDOMINI Mancanza di spazio negli appartamenti, nelle aree di proprietà
adiacenti, ma anche forti odori. Queste le motivazioni con le quali i cinquanta
residenti dei civici 411, 412 e 413 non hanno mai accettato i tre bidoni della
raccolta differenziata. In alternativa i residenti hanno chiesto al Comune di
poter usufruire gratuitamente di un'area di uso pubblico, corrispondente alla
zona nella quale attualmente sono collocati i bidoni per le immondizie, creando
così una vera e propria piazzola ecologica.
IL COMUNE Dinnanzi a tale situazione l'assessore comunale ai Servizi esterni
Elisabetta Sormani, dopo aver proposto (con secca bocciatura da parte dei
diretti interessati) di posizionare i cassoni all'interno delle singole
abitazioni oppure di attrezzare delle apposite aree private di pertinenza
dell'immobile, aveva offerto la propria disponibilità per concedere uno spazio
pubblico creando un'isola ecologica, ma a pagamento. Lo scenario però, dopo la
lettera di proteste da parte degli altri residenti di Francovez che hanno
chiesto la rimozione degli attuali bidoni della spazzatura lungo la strada
pubblica, è cambiato: «Ora devo tenere conto della volontà anche degli altri
cittadini del borgo e quindi sarà alquanto difficile fare delle deroghe
esclusive poiché le regole valgono per tutti», ha spiegato la Sormani. Lo stesso
assessore ha poi annunciato che per trovare una soluzione definitiva a questa
vicenda ha indetto un incontro pubblico in Municipio previsto per le 17.30 del
28 ottobre nel quale saranno coinvolti tutte le parti interessate.
Riccardo Tosques
SEGNALAZIONI - «Il rigassificatore di Rovigo: una politica energetica inutile e costosa»
Il rigassificatore di Porto Levante (Rovigo) non tragga in
inganno : avrà, forse, costantemente il Gnl (gas naturale liquefatto) per poter
funzionare, ma questo rigassificatore, primo e unico modello sperimentale al
mondo, è il risultato di una società internazionale: l’Adriatic Lng, controllata
al 45% dal Qatar Terminal Limited, un ulteriore 45% dalla Exxon Mobil Italiana
gas ed il rimanente 10% dall’italiana Edison. Dicemmo in apertura «non tragga in
inganno». Facevamo riferimento soltanto al trionfalismo smodato su questo mostro
d’acciaio e cemento da parte dei «furbacchioni» che non perdono occasione per
inneggiare allo scopo raggiunto: «Chissenefrega dei rischi noi pensiamo al
business!».
Parleremo ancora di tutti i costi pendenti sulla «gobba dei cittadini», del
relativo pericolo che la struttura comporta e dell’alto tasso d’inquinamento del
mare e dell’aria che, ai fini dell’effetto serra, è assai più pesante di quello
legato alla CO2.
Per il momento ci limitiamo a segnalarvi che i rifornimenti di Gnl, qui sono più
sicuri per una ragione scontata: il coinvolgimento attivo del Qatar nella
società con il 45% delle quote di partecipazione. Questa formula trova dunque
tra i soci, il Qatar, che è il detentore dei più estesi giacimenti di gas
naturale al mondo. Per questa ragione, ma solo per questa ragione, s’innesca una
formula di garanzia della fornitura necessaria al funzionamento del
rigassificatore. Tuttavia, dobbiamo prefigurare nella fattispecie, anche
un’eventuale contrapposizione di molteplice natura: economica, socio-politica,
religiosa, tra l’Occidente e l’Oriente dei paesi arabi. Il Qatar fa parte fin
dal 2001 di una «società-cartello» del gas, che ha maggiormente sancito e
prescritto le regole a cui dovranno attenersi tutti i soci della G.E.C.F. (Gas
Exporting Contries Forum ). Il suo Comitato Tecnico è stato istituito proprio
nel Qatar a Doha nel 2007. Orbene, riteniamo di non esagerare con la fantasia se
prefigurassimo da quale parte il Qatar si schiererebbe, prevarrebbero le ragioni
del G.E.C.F. con il suo cartello, piuttosto che quelle dell’Adriatic LNG che
resterebbe isolata e sicuramente priva dell’indispensabile Gnl.
Siamo fatalmente convinti che il rigassificatore di Rovigo ha dato la spinta
inerziale ad una politica energetica costosa, inutile e che poteva essere
rimpiazzata pacificamente con un aumento delle ramificazioni di metanodotti, tra
l’altro già in atto, il che fa presumere quanto questa scelta scellerata
aggraverà profondamente il rapporto tra Istituzioni e cittadini. Quest’ultimi,
sebbene con grave ritardo hanno aperto gli occhi per vedere quanta ingordigia,
preconcetto politico e grave carenza intellettiva muova le caste del potere in
Italia e la faccia tosta istituzionale che ha mutato il significato alle parole:
gli «interessi di casta» sono diventati «necessità nazionale».
Arnaldo Scrocco
SEGNALAZIONI - Antenna pericolosa - BORGO S. SERGIO
Se fossimo nel Medioevo, i nostri politici locali
sarebbero messi nell’antinferno nel girone degli ignavi, perché in vita hanno
cercato solo di mantenere il loro potere senza fare nulla per la società.
Oggi possiamo chiedere la loro «rimozione» dagli incarichi, perché incapaci di
condurre gli affari amministrativi necessari a garantire la sicurezza ai
cittadini. I fatti parlano chiaro, a proposito dell’antenna installata a Borgo
San Sergio in via Maovaz sul tetto dello stabile n. 11.
La petizione di 2204 firme raccolte a Borgo San Sergio, l’istanza scritta dal
comitato del rione, presentata al sindaco e per conoscenza alle altre
istituzioni comunali e regionali, i numerosi articoli pubblicati sul «Piccolo»
sul tema antenne, in questa élite al potere non ha prodotto alcun risultato, in
spregio ai cittadini, alla democrazia e alle leggi. Nulla li scuote, rimangono
ancorati alle loro poltrone, forse... attivarsi per rispondere ai propri
elettori è un impegno troppo gravoso per loro e preferiscono forse... dedicarsi
ad attività più remunerative.
Sindaco, giunta, consiglio comunale, cosa state facendo? Forse siete in attesa
di qualche miracolo che vi risolva il problema?
Ricordiamo ai lettori e agli elettori di questi signori, che in barba alle
leggi, nessuna perizia reale è stata fatta sull’antenna in questione in 21 mesi
dalla sua installazione, e che l’unico risultato alla nostra istanza è stato il
consiglio beffardo di rivolgerci direttamente all’Arpa, la quale dietro nostro
pagamento avrebbe provveduto al monitoraggio dell’antenna. Scaricando di fatto,
l’onere del contributo su di noi, contrariamente a ciò che dice la legge.
Quanto detto è riportato integralmente nella risposta alla nostra istanza con
altre amenità che abbiamo il buon gusto di tralasciare.
Suggerimento ai nostri politici: svegliatevi, datevi da fare, lavorate, siete
pagati profumatamente, quindi operate nel rispetto del mandato che avete
ricevuto, ma soprattutto nel rispetto dei vostri elettori che si aspettano che
svolgiate i vostri incarichi con diligenza, onestà e competenza per il bene di
tutti.
Romano Umer
Blog di Luigi de Magistris (parlamentare europeo IDV) - LUNEDI', 26 ottobre 2009
Rigassificatore Trieste, l'Italia è messa in mora
Se le autorità italiane pensavano di aver chiuso la
partita sul rigassificatore di Trieste, bypassando la contrarietà dei cittadini
e delle associazioni ambientaliste, si sono sbagliate di grosso. La notizia
della messa in mora dell’Italia da parte della Commissione europea, per
violazione della direttiva Seveso che il progetto del rigassificatore
comporterebbe, conferma come dall’Europa si possa ripartire per fermare un piano
scellerato, che ha il solo obiettivo di soddisfare gli appetiti rapaci delle
lobby ancorate al potere politico.
Su questo tema oggi presenterò una interrogazione alla Commissione, perchè al
centro dell’attenzione europea c’è la violazione di una direttiva non eludibile,
come appunto la Seveso, che nelle scorse settimane ho ricordato pubblicamente
più volte.
E’ inaccettabile pensare di procedere ad un’opera, quale il rigassificatore
triestino, senza rispettare l’obbligo ad informare la popolazione su misure e
norme di comportamento da adottare in caso di incidenti.
Ora le autorità italiane, informate da tempo sulla messa in mora, hanno il
dovere di rispondere alla Commissione e soprattutto ai cittadini, i quali
chiedono di fermare la realizzazione di un impianto che non solo è pericolosa ma
anche anti-democratica, concepita dall’alto e imposta d’imperio alla comunità
locale. Sarebbe degno di un Paese civile e moderno.
COMUNICATO STAMPA di Rifondazione Comunista -
LUNEDI', 26
ottobre 2009
Il terminale off-shore di Rovigo basta e avanza: parola di Scajola
Il nuovo impianto di rigassificazione off-shore Adriatic LNG, inaugurato la
settimana scorsa al largo della costa di Rovigo, consentirà di fornire il 10%
del fabbisogno nazionale di gas, che sarà garantito per i prossimi 25 anni dal
Qatar, primo produttore mondiale di gas naturale.
Entusiasmo della Edison, del Governo tutto ed in particolare del ministro allo
sviluppo economico, Claudio Scajola, orgoglioso del nuovo impianto che potrà
iniettare in rete fino a 8 miliardi di metri cubi di gas, più o meno il 10% del
fabbisogno nazionale (quando però dicono “fino a” significa che pensano di
iniettarne di meno).
Parole di Umberto Quadrino, amministratore delegato di Edison, e dello stesso
ministro Scajola: l’impianto di Rovigo, da solo, basta a mettere il paese in
sicurezza dal rischio black out, ma non è sufficiente per rendere meno pesanti
le bollette delle famiglie.
Il ministro Scajola aggiunge che bisogna accelerare anche sugli impianti di
Priolo e Trieste (Zaule), “perché la nostra politica è quella di fare
dell’Italia l’hub energetico del Mediterraneo, punto di arrivo e di transito
anche per altri paesi europei”.
Nel dire questo Scajola ammette che ulteriori rigassificatori non servirebbero,
anche perché negli stessi giorni in cui si inaugurava l’impianto di Rovigo - si
è svolto in Russia uno dei vertici “informale” più pubblicizzati degli ultimi
anni - quello tra Putin e Berlusconi - che hanno dialogato in videoconferenza
con il primo ministro turco Erdogan, lo sceicco del Qatar e l’ex cancelliere
tedesco Schroeder, attualmente a capo del comitato internazionale per la
costruzione del gasdotto Itgi, meglio conosciuto con la denominazione di South
Stream (flusso meridionale), che dovrebbe garantire ulteriori forniture dal
bacino del Caspio (bypassando l’Ucraina attraverso Turchia e Grecia) per dieci
miliardi di metri cubi di gas all’anno, ben oltre un ulteriore 10% del
fabbisogno nazionale. Non parliamo poi degli altri progetti di gasdotto che ci
interessano da vicino e dagli investimenti ENI in Russia (tecnologia per
ulteriori forniture di gas), che dimostrano profonde sinergie tra i due stati e
rendono davvero difficile una previsione di future “chiusure di rubinetti” russe
a svantaggio dell’Italia.
É evidente, parole del ministro Scajola, che Trieste (Zaule) diventa
“indispensabile nella politica energetica italiana” non già per garantire
continuità di fornitura a tariffe ridotte, ma solo per poterlo rivendere ad
altri paesi dell’UE (e dell’Europa extra UE). Noi ribadiamo di non starci e di
non volere un rigassificatore a Trieste, sempre molto impattante e di ora in ora
più inutile.
Igor Kocijančič - Consigliere regionale PRC – SE - Presidente gruppo
consiliare La Sinistra L'Arcobaleno
IL PICCOLO - LUNEDI', 26 ottobre 2009
Sasco: sul traffico pensiamo agli assi di ingresso alla
città - PEDONALIZZAZIONI E NUOVI SENSI DI MARCIA
L’esponente Udc: senza parcheggi inutile parlare di un nuovo piano Lega: priorità al trasporto pubblico
«Bisogna pensare soprattutto ai parcheggi, ma anche alle
criticità della viabilità in periferia». Con queste parole il capogruppo dell’Udc
in Comune nonché presidente della commissione urbanistica Edoardo Sasco entra
nel dibattito sul piano del traffico: un piano redatto a suo tempo da Roberto
Camus, congelato poi dal Comune e tornato ora in scena - in alcune delle sue
linee fondamentali - con la aggiornata ”bozza Dipiazza”.
Spiega ora Sasco, alla luce delle dichiarazioni fatte ieri da Camus: «Sono gli
ingressi della città, come quello nord dalla Costiera o via Nazionale a Opicina
e via Flavia dove ogni pomeriggio si verificano code e rallentamenti, i problemi
più gravi da risolvere per rendere scorrevole la viabilità in centro e
decongestionare certe zone. A Trieste, nel centro, non esiste alcuna particolare
situazione di criticità. Ma dobbiamo considerare che tutte le simulazioni sono
state fatte tenendo conto del raddoppio dei parcheggi: da quello di Foro Ulpiano
a quello di San Giusto. Senza i parcheggi non si può parlare di piano del
traffico».
L’esponente Udc affronta anche la questione delle modifiche al piano del
traffico rispetto alla versione originale. «Credo che comunque l’uso a doppio
senso di via Torrebianca costituirebbe qualche problema proprio per le
dimensioni delle carreggiate».
«Sono contrario a rivoluzioni ma favorevole a iniziative che migliorino la
viabilità cittadina in alcune zone critiche della città», afferma intanto il
capogruppo della Lega Nord Maurizio Ferrara. «Quanto proposto dal sindaco -
aggiunge il leghista - dovrà prevedere un percorso che comprenda sia la
soluzione al problema dei parcheggi sia il miglioramento del trasporto pubblico.
Mi riferisco in particolare a quelli interrati sulle Rive, all’ampliamento del
parcheggio di Foro Ulpiano e all’individuazione di aree di scambio in periferia.
Ma bisognerà anche considerare l’acquisto di bus navetta. In caso contrario non
solo il progetto risulterebbe inutile ma potrebbe produrre più danni che
benefici».
Per questo, aggiunge Ferrara, «solo dopo aver condiviso in maggioranza questa
strategia la Lega Nord sarà disponibile a valutare il contenuto dell'iniziativa
annunciata dal sindaco».
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore
Gentili Signori Corradini ed Emili, mi permetto di
ricordarvi che viviamo in un Paese democratico ove le opinioni di tutti i
cittadini, se non offensive o diffamatorie, hanno lo stesso peso e dignità. Sta
a chi legge ed ascolta soppesarne i contenuti, riflettere e formarsi una sua
opinione.
Ciò premesso, a mio giudizio è preoccupante che, ad oggi, siano state divulgate
pochissime informazioni sui potenziali pericoli ed eventuali danni ambientali
che la realizzazione del progetto Gas Natural può comportare. Il dibattito
sull’argomento rimane circoscritto per lo più fra le associazioni ambientaliste,
privati cittadini e rari interventi di docenti universitari. Le istituzioni non
pare abbiano invece intrapreso iniziative a carattere divulgativo, promosso
pubblici dibattiti, conferenze, etc..
La nota legge 334/99 (Seveso), nel caso si prospetti la realizzazione di
impianti di rigassificazione, all’articolo 23 obbliga invece le autorità a
provvedere alla informazione ed alla organizzazione della consultazione della
popolazione interessata. A tale proposito la circolare del ministero
dell’Interno DCPST/A4/RS3600 del 20/12/2005, indirizzata anche al Commissario
del Governo nella Regione Friuli Venezia Giulia, sull’argomento, precisava
quanto segue:
m) Consultazione della popolazione
«Si richiama l’attenzione sul contenuto dell’art. 23 del decreto in ordine al
diritto della popolazione interessata di esprimere il proprio parere nei casi
previsti dal comma 1. In attesa del trasferimento alle Regioni delle competenze
amministrative in materia di incidenti rilevanti, secondo quanto disposto
dall’art. 72 del D.Lgs. 112/98 e dall’art. 18 del D.Lgs. 334/99, i Comitati
tecnici regionali, contestualmente all’avvio dell’istruttoria di cui all’art.
21, chiederanno al Sindaco di provvedere alla consultazione della popolazione
nelle forme ritenute opportune...».
Egregio signor sindaco. ha mai ricevuto questa circolare? E se sì, come e quando
intende provvedere?
Ugo Simone
IL PICCOLO - DOMENICA, 25 ottobre 2009
L’ex governatore: «A rischio la Tav italo-slovena» -
«LA UE DEVE METTERCI PIÙ SOLDI O NON SI FARÀ MAI»
TRIESTE «L’Unione europea deve metterci più risorse,
almeno l’80%, perché altrimenti la Tav tra Trieste, Lubiana e Budapest non si
farà mai». Riccardo Illy, fedele a sé stesso, non usa giri di parole. Ma lancia
un allarme forte sui destini di un’opera, l’alta velocità (e capacità)
ferroviaria, di cui è da sempre paladino. Quando gli arriva una domanda sulle
infrastrutture, e su quel progetto prioritario 6 che l’ha visto combattere con
assoluta determinazione, l’ex presidente della Regione non si trattiene: la Tav
fa fatta, ovviamente, ma il problema vero non riguarda la tratta italiana. Bensì
quella transfrontaliera: «La Slovenia non ha nessun interesse a favorire
un’opera che prevede un’unica fermata sul suo territorio, quella a Lubiana, e
l’Unione europea deve rendersene conto». L’ex presidente della Regione l’ha già
detto a Bruxelles, ma lo ripete: l’Unione europea deve portare il
cofinanziamento almeno all’80% perché, in caso contrario, la tratta
italo-slovena non vedrà mai la luce.
«Prima i parcheggi, poi si chiuda Corso Italia» - Il
professor Camus: «Ma via Gallina deve restare aperta per non congestionare via
Carducci»
L’IDEATORE DEL NUOVO PIANO TRAFFICO ORA RICICLATO DAL
COMUNE
L’avevano scaricato e, in maniera più o meno esplicita, bocciato. Per i
vertici del Comune, il percorso avviato nel 2003 con l’affidamento dello studio
e della progettazione del nuovo Piano del traffico al professor Roberto Camus
non aveva portato ai risultati sperati: la parola fine al rapporto con il
consulente era arrivata poi nel dicembre del 2008, con l’ufficializzazione della
risoluzione consensuale dell’accordo. Una conclusione che al Municipio era
comunque costata una cifra pari all’80 per cento del compenso di 137 mila 332
euro pattuito in origine. Oggi, però, tra anticipazioni del sindaco e qualche
indiscrezione ufficiosa, si fa largo una tendenza evidente: il nuovo Piano del
traffico ultimato dagli uffici comunali, per molti aspetti, si ispira alla bozza
Camus. E lui, l’attuale preside della facoltà di Ingegneria dell’Università di
Trieste, rompe il silenzio e, senza scivolare sull’insidioso terreno della
polemica, rivendica la bontà del suo lavoro e soprattutto la paternità di certe
idee.
Professor Camus, cosa pensa del nuovo Piano del traffico ultimato dal Comune, in
base alle varie anticipazioni rese dal sindaco?
Tutto ciò che sta emergendo evidenzia come ci siano solo alcune modifiche
rispetto all’ossatura messa in piedi all’epoca dal sottoscritto e dai miei
collaboratori. Sono soddisfatto nel vedere che parte delle idee rivoluzionarie
proposte quella volta siano adesso considerate praticabili, a partire da corso
Italia pedonale.
Quindi più che bozza Dipiazza, quella attuale andrebbe ribattezzata piuttosto
come “Camus modificata”?
Ritengo sia giusto che la proprietà intellettuale di certe idee vada conservata.
Come per la riqualificazione delle Rive, dove l’idea è stata mia, anche se poi
il progetto l’ha realizzato il Comune. Allo stesso modo, la soluzione di corso
Italia pedonalizzato è venuta dal nostro piano. E mi fa piacere pure un
ulteriore aspetto.
Quale?
Il fatto che si stia affrontando il problema complessivo dal punto di vista
tecnico-scientifico e modellistico come è giusto. Chi lavora oggi così, infatti,
lo fa grazie alle nozioni recepite nella mia facoltà. Il mobility manager del
Comune, l’ingegner Giulio Bernetti, per esempio, è stato un mio dottorando. Lui
e i suoi collaboratori stanno utilizzando modelli usati sempre già nel 2003.
Abbiamo insomma preparato i tecnici comunali che ora si stanno occupando del
progetto.
Dunque, ripartiamo dai presupposti di base del Piano, suo e nella versione
rivista: a quali emergenze deve far fronte?
Punti veramente critici in città, sotto il profilo del traffico, non ce ne sono.
Ci sono però dei momenti nelle ore di punta, in cui alcuni nodi specifici o
tratti di strada vedono il formarsi di code. Mi riferisco, ad esempio, a viale
Miramare in ingresso, via Commerciale, via Giulia. O ancora alla galleria
Sandrinelli in uscita verso piazza Goldoni. Tutti elementi che erano stati messi
in chiara evidenza nel nostro piano, per tentare di alleviarne le sofferenze.
Eravamo partiti cioè dall’individuazione delle zone critiche per volumi di
traffico e numero di incidenti.
Torniamo alle anticipazioni sul nuovo Piano, dalla fine di via Torrebianca pare
si potrà girare verso piazza Goldoni. Concorda?
Chiudendo via Gallina, come sembra si voglia fare, si trasferirà su via Carducci
una maggior mole di traffico a doppio senso, restringendone così le sezioni. È
più complicato, ritengo. Nella mia ipotesi, infatti, da via Torrebianca si
raggiungevano piazza Goldoni e corso Saba, passando per via Gallina, dopo aver
girato subito in via Reti, in modo da non intervenire su via Carducci. Inoltre,
ci potrebbero essere problemi anche per chi vuole salire verso il Giardino
pubblico: se non viene data prosecuzione al senso di marcia di via Torrebianca
lungo via San Francesco, con l’ultimo tratto di via Battisti solo in discesa,
bisognerà transitare per forza tramite le vie Coroneo e Rismondo. Ci vorrà un
po’ più di tempo, insomma.
E corso Italia pedonale?
Avevo studiato tre soluzioni diverse per corso Italia: una completamente
pedonale con via Mazzini riservata ai mezzi pubblici, un’altra con i bus solo in
salita per farli scendere in via Mazzini. O, infine, corso Italia solo per mezzi
pubblici nelle due direzioni pedonalizzando via Mazzini. Personalmente però,
credo sia più coerente la prima opzione. Il doppio senso per i bus in corso
Italia sarebbe un problema perché via Einaudi viene chiusa al traffico:
soluzione interessante dal punto di vista estetico, ma certe scelte precludono o
rendono più difficili gli interventi in tema di traffico. Come si farebbe, a
quel punto, per collegare il corso alle Rive? Un senso di marcia alternato in
via Canal piccolo oppure la svolta in via Roma per chi scende, continuando poi
in giù per via Mazzini.
Via Rossetti a senso di marcia invertito?
Non è chiaro se sarà tutta a senso unico o solo un tratto. Però, ricordiamoci
che oggi via Rossetti è uno sbocco importante, anche per chi arriva da Foro
Ulpiano. Ma, su tutto, ci deve essere un disegno organico, unico, pensato per
l’utenza. Tutto si può fare, se verificato al meglio. Per ora, le informazioni
sono arrivate a spot, dai quali vedo fiorire idee non di Dipiazza ma mie.
Qualche contributo positivo l’ho dato evidentemente, ma con le modifiche
apportate dai tecnici del Comune la responsabilità non sarà mia, ma loro.
Ci può essere un nuovo Piano del traffico senza nuovi parcheggi?
Il Piano che avevo proposto teneva conto delle caratteristiche dei parcheggi da
realizzare, includendo già la presenza anche del Park San Giusto. Si proponeva
la pedonalizzazione di corso Italia vincolata a questo approdo per le macchine,
che da via del Teatro romano avrebbero così avuto l’unico sbocco di via San
Spiridione.
In generale, con le novità emerse nelle settimane passate, il trasporto pubblico
trarrà vantaggi o sarà penalizzato dal nuovo Piano?
Il mio lavoro era partito proprio per favorire i mezzi pubblici. Finora si è
parlato solo di corso Italia e via Torrebianca: non so cosa succederà nelle
altre zone, se sarà incentivato il numero di corsie per bus e taxi o rimarrà
tutto così. È un piano per ora un po’ misterioso.
MATTEO UNTERWEGER
PIANO DEL TRAFFICO - Un percorso tormentato iniziato
nel 2003 e chiuso con la rescissione del 2008 - IL RAPPORTO CON IL COMUNE
Era il 2003, durante il primo mandato del sindaco Roberto
Dipiazza, quando la giunta comunale affidò a Roberto Camus l’incarico di
predisporre il nuovo Piano del traffico. L’attuale preside della facoltà di
Ingeneria dell’ateneo triestino consegnò in Municipio il suo lavoro nel febbraio
del 2005. A quel punto, però, il dibattito politico sulla famosa bozza iniziò a
farsi sempre più in salita. Specie sul nodo della pedonalizzazione di corso
Italia, che incontrò presto la contrarietà della corrente aennina. Ma non solo:
anche sulla proposta di via Torrebianca e via San Francesco aperte al traffico
in salita non mancarono i classici botta e risposta, ad esempio.
Tra tornate elettorali, in primis quella comunale del 2006 ma poi anche le
regionali del 2008 (con le conseguenze dirette in termini di assetto di giunta e
consiglio comunali), e approvazione del “piano parcheggi”, la discussione è
proseguita negli anni. Nel mezzo, anche la pubblicazione sulle pagine de Il
Piccolo dei contenuti della bozza Camus, arrivata alla redazione per mano di
ignoti. Alla fine del 2008, la rescissione contrattuale con Roberto Camus, con
il pagamento al professionista dell’80 per cento del compenso previsto in
origine: un’operazione che, di fatto, ha permesso al Comune di fare proprio quel
piano e metterci successivamente mano con i suoi tecnici.
(m.u.)
PIANO DEL TRAFFICO - «Zebre rialzate? Può essere
pericoloso»
IL PROFESSIONISTA RISPOLVERA ANCHE L’IPOTESI DEI
POSTEGGI A PAGAMENTO PER MOTORINI
Traffico, due ruote e incidenti. Spesso, troppo spesso mortali, negli ultimi
mesi. Il sindaco Roberto Dipiazza ha affermato di recente che ricorrerà alla
soluzione delle strisce pedonali rialzate nel territorio comunale per tentare di
farli diminuire. Proprio sull’ipotesi delle “zebrate” nella duplice versione
“attraversamento per pedoni-dissuasori per i veicoli”, da esperto di trasporti e
viabilità Roberto Camus riflette: «Il problema dei motorini è in effetti
diventato critico a Trieste, ce ne sono una miriade. Oltretutto chi li guida, ha
spesso un comportamento indisciplinato, sgattaiolando in tutti gli spazi
possibili: così facendo, si creano problemi a chi è al volante delle automobili.
I mezzi a due ruote sono peraltro fonte primaria di molteplici incidenti molto
gravi o mortali. Chi ci viaggia sopra, infatti, è particolarmente esposto.
Manca, nella cultura di quanti li guidano, la conoscenza del vero significato di
termini quali energia cinetica, velocità e della possibilità di fermarsi. I
rialzi delle strisce pedonali, poi, a loro volta hanno delle controindicazioni:
con scarsa visibilità, per pioggia o nebbia, diventerebbero pericolosi. Forse
sarebbe meglio sistemare delle pavimentazioni particolari, con segnaletica
orizzontale in colore rosso, giallo o bianco, ben evidente». Camus recupera
infine un’idea volta anche alla riduzione del numero di moto o scooter in
circolazione: «A suo tempo, avevo proposto di far pagare il parcheggio pure ai
motorini in alcune zone della città dove ci sono maggior richiesta e affluenza».
(m.u.)
COMITATO NO SMOG, L’ACCUSA BIPARTISAN DEI
CONSIGLIERI REGIONALI BUCCI E LUPIERI - La presidente Sancin: «Rilevata una
cinquantina di superamenti: il limite è di 35»
«De Anna si disinteressa degli sforamenti della
Ferriera»
Un duro attacco a tutte le istituzioni «che non hanno mai risposto alle
nostre numerose richieste di chiarimento e continuano a permettere la
devastazione sotto il profilo ambientale del rione di Servola e dell'intera
città». Lo muove il Comitato No smog. Ma anche una severa presa di posizione del
consigliere regionale triestino, Maurizio Bucci, che non ha esitato a criticare
la giunta regionale, sostenuta da una maggioranza di centrodestra della quale
egli stesso fa parte, «responsabile - ha detto - dell'inerzia che permette alla
Ferriera di continuare a lavorare, con continui sforamenti, nonostante
l'importante impegno elettorale assunto da Renzo Tondo di chiudere lo
stabilimento di Servola e di riconvertire i lavoratori».
Bucci ha aggiunto che «nominare De Anna assessore regionale all'ambiente è stato
un errore, in quanto egli risiede a Pordenone, mentre la situazione di Servola e
della città devono essere quotidianamente monitorate di persona».
I responsabili del comitato ”No smog” hanno parlato della «totale inutilità
sotto il profilo occupazionale e delle estrema pericolosità - ha detto il
segretario del comitato, Adriano Tasso - della realizzazione di una nuova
centrale termoelettrica nel porto industriale di Trieste e dell'ipotizzata
diversificazione produttiva dell'area della Ferriera».
Prima della Tasso, che ha illustrato con l'utilizzo di diapositive molto
esplicite la situazione dell'aria a Servola, ha parlato la presidente del
comitato, Alda Sancin. «Abbiamo registrato - ha affermato - una cinquantina di
sforamenti, che superano ampiamente il tetto dei 35 previsti. Questa situazione
- ha aggiunto la Sancin - mette a repentaglio la salute non solo dei servolani,
ma anche di tutti i residenti a Trieste».
La Tasso ha definito Trieste e il suo golfo «un ricettacolo di immondizie che
raramente si ha l'opportunità di incontrare, e tutto a causa dell'inerzia dei
pubblici amministratori», spiegando che «il comitato non è il vessillifero del
”no se pol” ma piuttosto del ”far, ma giusto”, che dovrebbe sempre ispirare
l'azione di chi ci governa».
Bucci non ha esitato a rimandare «alla concessione dell'autorizzazione integrata
ambientale, alla proprietà dello stabilimento, la causa primaria e originale del
gravissimo stato di inquinamento nel quale versa Servola in conseguenza della
presenza della Ferriera».
Il vicepresidente della terza commissione regionale Sanità e protezione sociale,
Sergio Lupieri, ha criticato «la proroga agli sforamenti concessa. su richiesta
della Regione, dalla Comunità europea sino al giugno 2010. Dall'ottobre del
prossimo anno - ha precisato - dovremmo invece avere nuovi valori di riferimento
molto inferiori. Tutto questo ci fa parlare di inquinamento legalizzato. Sarebbe
opportuno - ha concluso - che la Regione investisse sul monitoraggio con più
centraline autonome e verificasse il motivo dei continui sforamenti, nonostante
la proprietà dichiari di aver ottemperato alle prescrizioni dell'autorizzazione
integrata ambientale con importanti lavori di bonifica». Sulla proroga è
intervento anche Bucci, definendola «vergognosa per la salute della
collettività».
In serata la replica di De Anna a Bucci: «Dispiace che un ex assessore comunale
che comunque continuerò a stimare non sappia che l’ordinanza di chiusura per gli
sforamenti è competenza del sindaco e non della Regione. Io comunque - ha
concluso De Anna - continuo a lavorare in base all’accordo di programma che
porterà alla diversificazione produttiva con la chiusura della ferriera».
Ugo Salvini
Al terminal boom di sbarchi di carbone - ATTIVITA’
CRESCIUTA PER ALIMENTARE L’ALTOFORNO 3 - Ma gli addetti sono sempre 20
E intanto gli sbarchi di carbon fossile e di minerali al
terminal della Ferriera di Servola hanno fatto impennare una delle voci del
bilancio mensile del porto di Trieste, quella che si riferisce alle rinfuse
solide cresciute del 71 per cento rispetto a settembre dell’anno scorso. Un
paradosso solo apparente perché l’attività terminalistica anche per conto terzi
viene considerata una delle prospettive di diversificazione in vista della
chiusura della ferriera. Altre due attività di riconversione sono conisiderate
la centrale termoelettrica che sorgerà nell’area ex Esso e per la quale è stato
avviato l’iter di autorizzazione ambientale e la fabbrica di funi d’acciaio
della Redaelli Tecna sul canale industriale che ha appena iniziato l’attività,
ma che si appresta già a collocare un secondo macchinario e a fare nuove
assunzioni.
Recentemente, proprio nell’ottica di un rafforzamento dell’attività logistica,
Servola spa ha investito 5 milioni per rinforzare la banchina e il retrobanchina
e per consolidare l’area disponibile per lo stoccaggio delle merci. È entrata
anche in funzione una gru da 30 tonnellate che si trovava al Molo Settimo e che
ha subito un’operazione di revamping. La Lucchini ha dichiarato recentemente che
nel 2011 punta a raggiungere l’obiettivo di 2 milioni 400 mila tonnellate di
rinfuse solide di varie tipologie stoccate e movimentate.
I molti sbarchi di settembre sono stati però legati all’accensione
dell’altoforno 3 e al ritorno all’attività pressoché piena dopo mesi di cassa
integrazione. Una situazione che di conseguenza non ha acceso entusiasmi
eccessivi tra i lavoratori. «Il numero degli addetti al terminal, una ventina,
non è stato aumentato - ha commentato ieri Franco Palman della Uilm - in realtà
siamo tranquilli fino a fine anno, poi non è escluso che si riaffacci qualche
difficoltà».
La movimentazione complessiva di merce all’interno dello scalo triestino è
cresciuta del 2 per cento rispetto al settembre 2008 (4 milioni 150 mila
tonnellate contro 4 milioni 72 mila). Dopo mesi di crollo verticale per il
secondo mese consecutivo si è riaffacciato il segno +, ma la ripresa è lenta
anche in due settori considerati punti di forza. Al Molo Settimo i teu
movimentati sono stati 20.375 contro i 25.426 dell’anno scorso e sono in corso
trattative con i sindacati per evitare la cassa integrazione. Nel comparto dei
traghetti turchi segnali confortanti sono giunti dal raddoppio della linea con
Mersin località della Turchia meridionale da dove i camion proseguono per Siria,
Iran e Irak.
(s.m.)
San Dorligo, a scuola cibi biologici - LO CHIEDE AL
COMUNE IL COMITATO DEI GENITORI
SAN DORLIGO Introdurre i prodotti biologici e tipici nel
servizio di refezione scolastica di San Dorligo della Valle. E' questo
l'obbiettivo del comitato dei genitori delle scuole slovene e italiane, che in
collaborazione con il Comune hanno indetto nei giorni scorsi al centro visite
del Teatro Prešeren di Bagnoli un incontro sul tema ”Alimentare il bambino in
modo sano: la prevenzione alimentare e i prodotti biologici”.
Al meeting, organizzato dalle coordinatrici nonché consigliere comunali Rossana
Pettirosso (Pd) e Roberta Clon (Pdl-Udc), hanno partecipato il pediatra Renzo
Colautti e il docente universitario Michele Codogno.
Colautti ha incentrato il suo intervento «sull’importanza di alimentare in modo
sano il bambino per favorire la prevenzione di alcune delle malattie più
diffuse: diabete, obesità, malattie cardiovascolari. Si tratta – ha precisato –
di capovolgere le tendenza e di porre attenzione più alla prevenzione che alla
cura. In questo senso è fondamentale acquisire sane e corrette abitudini
alimentari fin da piccoli».
Codogno si è soffermato invece sulle differenze - anche dal punto di vista
chimico e molecolare - tra l’agricoltura tradizionale e l’agricoltura biologica
e biodinamica, e le motivazioni che portano a preferire queste ultime per
l’alimentazione, in special modo dei bambini.
Il comitato dei genitori per la promozione della refezione scolastica,
costituitosi nel luglio 2008, a maggio ha consegnato al Comune il programma e la
raccolta delle firme dei genitori (quasi il 93 % del totale) per introdurre il
biologico.
Attualmente la spesa per la mensa è sostenuta per metà dai genitori e per
l’altra metà dal Comune. A seguito di ulteriori incontri con il Comune, si è
chiarito che il costo della mensa con prodotti tradizionali, tipici e biologici
aumenterebbe per entrambi, nella parte relativa a questi prodotti, circa del
40%.
«Il contributo regionale non potrà concorrere alla diminuzione del costo del
pasto a carico dell’utenza, ma potrebbe compensare solamente il maggior costo
sostenuto dal Comune», spiega il consigliere Clon.
Riccardo Tosques
SEGNALAZIONI - TRAFFICO - Rispettare le regole
Il terribile incidente motociclistico avvenuto
recentemente in via Giulia ha dato adito alla considerazione che i motociclisti,
a Trieste, la fanno da padrone. La verità è che tutti in misura variabile la
fanno da padrone, il che significa andare da un abuso delle norme del traffico,
spesso passando attraverso il conseguente disprezzo degli altri, fino ad
arrivare al morto.
Per tutti, si intendono tutti comprendendo anche le categorie più
insospettabili. Credo si salvino solamente l’autista del vescovo e i conducenti
delle ambulanze e certamente più di qualche religioso al volante che non ha
fretta di mandare gli altri in Paradiso o ai piani più sotto.
Il sindaco parla di tolleranza zero che senza dubbio è uno sfogo umanissimo
quale conseguenza del funesto episodio, forse è anche un monito alla popolazione
ma come sarebbe utile per tutti che l’auspicata tolleranza zero diventasse
direttiva da far applicare senza alcuna soluzione di continuità. Compito
difficile perché ora che ha fatto Trieste rimane da fare i triestini, non tutti
ma molti e sicuramente troppi.
Per applicare la tolleranza zero ci vorrebbe un doppio cambio di mentalità (qui
sta la parte difficile) che tramuti uno slogan troppe volte sentito in ogni
parte della nostra nazione. Da un lato far comprendere alla popolazione che
chiedere l’osservanza delle leggi non è una forma di costrizione ma un bene a
favore di tutti e dall’altro abrogare del tutto quella facoltà discrezionale che
hanno le forze dell’ordine municipali di intervenire come di non intervenire. In
pratica si tratta di riprogrammare un’attitudine e una facoltà in un obbligo
ritornando al sano Abc delle ordinanze e del codice della strada.
Nessuno può pretendere di avere un poliziotto urbano ogni dieci metri lineari
del territorio ma credo sia lecito, per il bene di tutti, che anche quei pochi
disponibili sulla strada e per quanto possibile, in termini del numero di
interventi inizino a dare le multe al pedone che passa con il rosso, al signore
all’apparenza signore che butta il mozzicone per terra a un metro dal
cassonetto, al ciclista che pedala sul marciapiede o che passa con il rosso, al
furgone che taglia la strada a quello in vespa, a quello in vespa che svolta
affiancato alle automobili, a quello che ti sorpassa a destra, alla moto che va
contromano, a quel cospicuo numero di automobilisti che circolano senza la
cintura allacciata, a quello che parcheggia in zona pedonale, a una delle tante
automobili che non si fermano per far passare i pedoni sulle strisce pedonali, a
quelli che viaggiano di giorno a settanta, ottanta all’ora in via Flavia, a
quegli imbecilli che posteggiano in via Roma alla fermata del bus impedendo che
questo riesca a svoltare dalla via Mazzini, cosa molto frequente in quanto io
stesso ho provveduto a sfilare e naturalmente a reinserire uno o due paletti per
consentire all’autista di montare un po’ sul marciapiede e svoltare a filo.
Figuriamoci quante volte succede se in quel punto ci passo due, tre volte alla
settimana!
Questa città è diventata pascolo e dominio, territorio e campo giochi di persone
che per svariati motivi la fanno da padrone e la tolleranza zero auspicata sta a
significare che per troppo tempo si è permesso che certi corressero a briglia
sciolta. La parte rispettosa e sana di questa città dice che è ora di finirla
che si permetta alla gente di farla da padrone.
Roberto Steidler
IL PICCOLO - SABATO, 24 ottobre 2009
Bruxelles mette in mora il rigassificatore di Zaule -
Gas Natural non si scompone: rispettate tutte le normative
richieste dal ministero - SODDISFATTI GLI AMBIENTALISTI
La Commissione europea ha messo in mora l’Italia sia per
il progetto del rigassificatore di Gas Natural previsto a Zaule e che ha già
ottenuto il via libera del Governo italiano che per quello off-shore nel golfo
triestino avviato dal gruppo spagnolo Endesa e ripreso dal colosso tedesco E.On.
Lo ha annunciato ieri la sede triestina dell’associazione ambientalista
Greenaction transnational riferendo che la decisione è stata presa già
nell’aprile scorso, ma è stata notificata alla stessa associazione appena il 22
ottobre. All’Italia sarebbe stata in particolare contestata la violazione alla
direttiva comunitaria 96/82/CE «sul controllo dei pericoli di incidenti
rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose».
«Ciò significa - è l’interpretazione di Roberto Giurastante, responsabile locale
di Greenaction - che se risulterà che non è stato approntato un piano di
sicurezza e di evacuazione che preveda anche campagne di addestramento della
popolazione entro un raggio di un certo numero di chilometri, la messa in mora
sfocerà in un procedimento di infrazione che verrà aperto nei confronti
dell’Italia da parte dell’Unione europea». La notizia non ha minimamente
scomposto i vertici del gruppo spagnolo che punta forte su Trieste. «Non abbiamo
nulla da commentare in merito - ha riferito Giuseppe Muscio, portavoce di Gas
Natural Italia - La nostra posizione è sempre la stessa: abbiamo seguito il
processo previsto dalla normativa italiana che è terminato con l’emanazione del
decreto Via del luglio scorso».
La necessità di procedere alla realizzazione del rigassificatore di Zaule è
stata ribadita dal ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola non più
tardi di mercoledì anche se la Slovenia ha riaffermato la propria contrarietà in
attesa del vertice intergovernativo del 9 novembre a Lubiana. «Se l’Italia
insisterà in questo modo - hanno attaccato anche ieri i ministri sloveni degli
Esteri Samuel Zbogar e dell’Ambiente Karl Erjavec - ci rivolgeremo a una Corte
europea».
Secondo Greenaction transnational la Commissione europea ha anche confermato che
i progetti dei rigassificatori rimangono condizionati al parere della Slovenia
secondo la convenzione Unece di Espoo del 1991 sulla valutazione dell’impatto
ambientale in un contesto transfrontaliero «per i pericoli di tali impianti per
la salute pubblica e l’ambiente marino», oltre ad essersi riservata la
valutazione di altre ipotetiche violazioni ambientali in base a nuovi
accertamenti.
«Le decisioni di Bruxelles - sottolinea Greenaction - dovevano essere note fin
da aprile al Governo italiano che ha invece accelerato le procedure per
realizzare egualmente i due rigassificatori negando a livello ministeriale sia
le irregolarità che il diritto d’intervento della Slovenia (dichiarazioni di
Frattini, Prestigiacomo, Matteoli, Scajola, Menia». «La situazione di Trieste è
particolare - accusa Giurastante . perché nove impianti potenzialmente
pericolosi risultano essere insediati o progettati entro un raggio di soli
cinque chilometri». Va rilevato che sta avanzando anche la procedura per
l’autorizzazione ambientale per il rigassificatore off shore che potrebbe
giungere già prima della fine dell’anno. Sembra comunque abbastanza logico che
uno escluderà l’altro. Lunedì comunque alle 10.30 in via San Francesco 2,
Greenaction Transnational e Alpe Adria Green forniranno alla stampa la
documentazione della presa di posizione della Commissione europea.
(s.m.)
A Muggia sono già in 900 contro il rigassificatore - I
banchetti verranno anche esportati nel comune di Trieste - LA RACCOLTA DI FIRME
MUGGIA Sono già 900 i cittadini di Muggia che hanno detto
no al rigassificatore, mentre prosegue oggi dalle 9 alle 13 ad Aquilinia, nei
pressi della farmacia, la raccolta di firme contro la realizzazione
dell’impianto nel Vallone di Muggia. La raccolta proseguirà capillarmente nelle
prossime settimane. Il banchetto sarà giovedì - giorno del mercato settimanale -
in piazza della Repubblica, e sabato prossimo nel rione di Fonderia per
spostarsi in seguito anche nei centri di aggregazione, presso i supermercati e
davanti alle scuole «allo scopo - spiegano i promotori - di ottenere la maggiore
adesione popolare possibile». «Verranno toccati tutti i rioni di Muggia -
assicura il portavoce del comitato promotore, composto da tutti i partiti che
sostengono la maggioranza a Muggia e San Dorligo, Maurizio Coslovich -: da
Lazzaretto a Muggia Vecchia e da Santa Barbara a Montedoro prima di spostare i
banchetti anche nel resto della provincia «per vedere cosa ne pensa anche la
cittadinanza di Trieste, dove la raccolta è già iniziata nelle sedi di partito».
L’invito rivolto da Coslovich a chi è chiamato a decidere sul rigassificatore è
di «non sprecare soldi su impianti che tra trent’anni saranno obsoleti, ma
impiegarli piuttosto nella ricerca sulle energie alternative. L’augurio -
conclude - è di riuscire a bloccare l’insediamento, analogamente a quanto già
avvenuto in passato con altre ipoetesi di poli industriali nella medesima area
che mettevano a rischio la salute e la sicurezza dei cittadini».
Gianfranco Terzoli
PIANO TRAFFICO - Spunta la direttrice
Torrebianca-Goldoni - Via Carducci a doppio senso, il percorso sarà
l’alternativa a corso Italia pedonalizzato
Nuovi assi di collegamento
Da via Torrebianca, sbucando in via Carducci, si potrà
girare in due direzioni. Non solo a sinistra, verso piazza Oberdan, ma anche a
destra, per raggiungere così piazza Goldoni. Tra parole sussurrate, assenza di
conferme ufficiali ma solo ufficiose, e bocche cucite sul fronte istituzionale,
spunta un ulteriore tassello della nuova bozza di quel Piano del traffico che
gli uffici comunali hanno ormai completato. D’altro canto, è stato proprio il
sindaco Roberto Dipiazza, titolare della delega a mobilità e traffico, ad
affermare qualche giorno fa, di fronte al Consiglio comunale, che «il lavoro è
finito». Ed è lo stesso primo cittadino, dopo le anticipazioni fornite nelle
scorse settimane, a non voler aggiungere ora ulteriori dettagli. «Adesso devo
portare il documento all’attenzione dei capigruppo - ha spiegato Dipiazza,
tagliando corto sulla questione - e quindi ritengo giusto non dire altro».
Alla fine, comunque, emerge un altro elemento del complesso mosaico destinato -
nelle intenzioni del Comune - a rivoluzionare la viabilità cittadina: ferma la
volontà di individuare in via Torrebianca un nuovo asse di collegamento “in
salita” fra le Rive, e poi via Roma, e via Carducci, ad automobilisti e
motociclisti verrà assicurata una doppia possibilità di svolta. Allo sbocco
finale di via Torrebianca, quindi, a patto ovviamente che questo Piano sia un
giorno effettivamente approvato e applicato, si potrà girare a destra, per
raggiungere piazza Goldoni. Su un altro breve tratto di via Carducci, di
conseguenza, sarà esteso quindi il doppio senso di marcia per i mezzi privati
(oggi la percorrono in entrambe le direzioni solo quelli pubblici o di
servizio), già previsto nel maxi-documento per la sezione compresa tra via
Battisti e proprio piazza Goldoni.
Non ci sarà, invece, nessuna inversione del senso di marcia di via San
Francesco, che è e rimarrà percorribile solamente da via Fabio Severo a via
Carducci. Di conseguenza, tramonta l’ipotesi di una sorta di unico asse di
scorrimento in salita, da creare assieme a via Torrebianca, come invece aveva
previsto il professor Roberto Camus nella sua bozza. Un lavoro da cui pare che,
in ogni caso, i tecnici del Municipio abbiano attinto a piene mani.
(m.u.)
COMUNICATO STAMPA da Greenaction - VENERDI', 23 ottobre 2009
Greenaction sul rigassificatore: l’Ue ha messo in mora
l’Italia
La Commissione europea ha messo in mora l’Italia per i due
progetti di rigassificatori nel Golfo di Trieste, uno a terra e l’altro su
piattaforma al largo. Le contesta di avere violato la direttiva
comunitaria 96/82/CE “sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi
con determinate sostanze pericolose”, mancando anche i piani di sicurezza e le
relative informazioni alla popolazione coinvolta.
La Commissione si è inoltre riservata la valutazione di altre violazioni
ambientali (nelle valutazioni d’impatto e strategica) in base a nuovi
accertamenti, ed ha confermato che i progetti dei rigassificatori rimangono
condizionati al parere della Slovenia secondo la convenzione UNECE di Espoo del
1991 sulla valutazione dell’impatto ambientale in un contesto transfrontaliero,
“per i pericoli di tali impianti per la salute pubblica e l’ambiente marino”.
L’intervento della Commissione Europea è stato determinato dalle specifiche
petizioni al Parlamento Europeo n. 483/2007 e 1147/2008, presentate da Roberto
Giurastante per l’ex Club FoE-AdT di Trieste ora Greenaction Transnational, e
dall”interrogazione P 2006/2700 dell’europarlamentare slovena Mojca Drc˘ar-Murko,
alle quali sono state aggiunte integrazioni ora in istruttoria e dal 2 ottobre
di quest’anno due denunce della rete internazionale Alpe Adria Green, di cui
Greenaction è confondatrice.
La comunicazione ufficiale da Bruxelles è pervenuta all’associazione ieri
(22.10), ma le decisioni della Commissione risalgono già all’aprile di quest’anno.
Dovevano essere quindi note da allora al Governo italiano, che ha invece
accelerato le procedure per realizzare egualmente i due rigassificatori negando
a livello ministeriale sia le irregolarità che il diritto d’intervento della
Slovenia (dichiarazioni Frattini, Prestigiacomo, Matteoli, Scaiola, Menia).
Greenaction Transational ed Alpe Adria Green forniranno la documentazione
europea ed ogni chiarimento sullo stato degli atti in conferenza stampa a
Trieste lunedì 26 ottobre, alle ore 10.30 presso la sala conferenze del CSV
(Centro Servizi Volontariato) di Trieste, via San Francesco d’Assisi 2
IL PICCOLO - VENERDI', 23 ottobre 2009
Riccardi: «In attesa della Tav rinforziamo le reti
esistenti» - «Sul tracciato Trieste-Divaccia aspetto risposte dalle Ferrovie»
L’ASSESSORE REGIONALE IN PROVINCIA
Massima trasparenza sul progetto, risposte urgenti da Italferr e Rfi ma
anche l’ipotesi di «trovare una soluzione nel rinforzare le reti ferroviarie già
esistenti per non restare bloccati in attesa della realizzazione dell’Alta
velocità». Questi i punti principali toccati ieri dall’assessore regionale ai
Trasporti e infrastrutture, Riccardo Riccardi, nel corso di un’audizione in
Provincia, a palazzo Galatti. Di fronte al Consiglio provinciale l’esponente
della giunta Tondo ha parlato del tema della Tav, nello specifico in riferimento
al tratto Trieste-Divaccia. Porzione del Corridoio 5 che oggi non è né più né
meno che uno studio di fattibilità: sta cioè uno scalino più in basso rispetto a
un progetto preliminare.
Partendo dal presupposto che «le reti esistenti, come quelle che toccano Opicina
o Aurisina, non sono poi così distanti da Divaccia», e tenendo presente che per
costruire un’opera «strategica importante» come la Tav (che per la sola
Trieste-Divaccia si snoderebbe per oltre 35 chilometri) ci vorranno anni e anni,
Riccardi ha chiamato in causa la possibilità di «rinforzare le reti ferroviarie
ordinarie già esistenti, in modo da non restare bloccati per troppo tempo
nell’attesa che venga realizzata la nuova infrastruttura. Ciò non
significherebbe, comunque, smentire il lavoro fatto fin qui». Un lavoro in
merito al quale l’assessore regionale aspetta ancora «risposte da Italferr e Rfi»,
informazioni puntuali e complete per comprendere la reale «sostenibilità» del
passaggio del percorso in alcune zone delicate come, in primis, quella della Val
Rosandra. Oltre alla panoramica sulla partita ambientale, molto sentita a
livello provinciale e nella quale rientra anche il parere negativo del Ministero
dell’ambiente sul tracciato della Ronchi-Trieste, le Ferrovie - secondo Riccardi
- dovranno fornire anche una proiezione dell’attività del porto di Trieste da
oggi e fino alla costruzione della Tav, proprio per capire come intervenire
eventualmente sulla rete attuale, supportando così il traffico di merci.
Fondamentale, secondo Riccardi, sarà pure «l’allargamento del consenso sul
progetto Tav Trieste-Divaccia, nella consapevolezza che la condivisione non
potrà essere totale». Un obiettivo che la Regione perseguirà, proseguendo con il
costante «coinvolgimento dei Comuni e della Provincia» per informare nella
maniera più dettagliata possibile i cittadini. «La diffusione di informazioni è
una delle condizioni previste dal Geie. Dal canto mio, chiederò siano messe a
disposizione della cittadinanza prima della costituzione dello stesso Geie (il
Gruppo europeo di interesse economico che non è stato ancora formato per il
progetto italo-sloveno, ndr)», ha assicurato Riccardi.
Proprio la «necessità di avere un’informazione preventiva» è stata sottolineata
anche dalla presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat. Un impegno,
in questa direzione, è arrivato anche dall’ingegner Mario Goliani, già
responsabile del progetto per le ferrovie e oggi tramutatosi in consulente
esterno delle stesse dopo il pensionamento: «Anche il posizionamento dei
cantieri è una proposta all’interno dello studio di fattibilità, ma andrà
anch’esso condiviso con gli enti locali. La cosa si legherà poi al passaggio
sulle strade locali dei camion che porteranno via i materiali frutto degli
scavi: si potrebbe, ad esempio, spostare queste finestre costruttive in modo da
creare degli innesti provvisori alla Grande viabilità».
MATTEO UNTERWEGER
L’Anci: «Il piano casa è incostituzionale» - IN
APPROVAZIONE A FINE MESE
TRIESTE Nonostante gli sforzi, i confronti, il lavoro del
gruppo di studio presieduto da Nerio Belfanti, è stato giudicato inaccettabile
il testo licenziato dalla commissione regionale sul nuovo Codice regionale
dell'edilizia che sarà portato all'esame del Consiglio regionale il 28 ottobre.
«Il nostro giudizio - ha detto il presidente dell'Anci Gianfranco Pizzolitto a
nome del Comitato esecutivo che si è svolto ieri a Duino Aurisina - è negativo
nel merito (non sono stati rimossi i problemi che abbiamo più volte denunciato e
che rischiano di bloccare l'attività nei comuni) e nel metodo (la Regione
continua a procedere in totale solitudine, calpestando i principi di leale
collaborazione con i comuni che sono parte fondante del sistema degli enti
locali e non controparte) arrivando ad approvare una norma incostituzionale».
«Speriamo, per il bene dell'economia e delle nostre comunità - prosegue
Pizzolitto - che il Consiglio regionale accolga i rilievi che abbiamo posto con
spirito collaborativo nel documento di osservazioni e proposte presentato al
presidente della IV commissione Alessandro Colautti il 21 settembre 2009».
Durissime le critiche dell'Anci non appena si entra nel merito. «Non avendo
voluto limitarsi a fare una legge che recepisse le proposte del piano casa
nazionale, riconsiderate in sede di Conferenza Stato-Regioni, con il disegno di
legge regionale 80, la Regione costringe tutti i Comuni del Fvg a modificare i
Piani Regolatori (con quali risorse?), con il rischio di smantellare 30 anni di
cultura urbanistica. L'immediata entrata in vigore della norma- conclude la nota
- non consente una adeguata informativa agli uffici comunali e ai tecnici per
comprendere e recepire le procedure».
Park San Giusto, Friulia punta a un terzo delle quote -
I sei costruttori della cordata deterranno all’incirca il 60%
delle azioni. Rovis: a dicembre i primi scavi
SI DELINEA IL NUOVO ASSETTO DOPO
L’ANNUNCIATA USCITA DI SCENA DI AMT, LA CONTROLLATA DEL COMUNE CHE CONTA IL
75,5% DELLA TORTA
Per un’Amt che cede le sue quote ed esce di scena, ecco una Friulia
pronta a entrare con una partecipazione pari a un terzo della torta azionaria.
Entro la fine di novembre, a meno di inattesi slittamenti, verrà ufficializzata
la nuova composizione della Park San Giusto Spa, la società che si occuperà
della realizzazione del parcheggio sotto il colle di San Giusto. Una storia
tormentata, decennale, quella del progetto, avviata nel 2000, quando allora il
Comune era guidato da Riccardo Illy, prima dell’era Dipiazza. Ma anche una
storia che, in base al nuovo scenario che va delineandosi, vede finalmente la
luce in fondo al tunnel, se è vero che, come riferisce l’assessore comunale con
delega ai project financing Paolo Rovis «i primi scavi archeologici nell’area,
propedeutici ai futuri lavori, partiranno per la fine dell’anno». A dicembre,
insomma. Così, quel parcheggio destinato a risolvere - nelle intenzioni del
Municipio - buona parte dei problemi legati alla mancanza di stalli disponibili
in centro, inizierà a prendere forma. «Un’opera strategica, specie se collegata
al nuovo Piano del traffico», aggiunge Rovis. Da più parti, infatti, tenendo
presenti le anticipazioni del sindaco sul nuovo assetto della viabilità urbana
(che potrà diventare realtà solo dopo i necessari passaggi burocratici, su tutti
l’esame del Consiglio comunale), era stata in effetti sollevata la questione dei
posti macchina.
Tornando alla partita delle quote della Park San Giusto, Friulia, la finanziaria
regionale, fungerà insomma da socio e anche da «soggetto certificatore del piano
finanziario», per dirla con le parole di Donato Riccesi, uno dei sei costruttori
facenti parte dell’attuale assetto. Soggetti, questi, che rimarranno compatti in
seno alla Spa: si tratta delle società Riccesi, Celsa, Mecasol, Fedrigo, Carena
e Arm enginering di Padova, che «in proporzioni uguali per ciascuno» deterranno
così una fetta totale «attorno al 60 per cento», chiude Riccesi. Dal canto suo
Friulia entrerà con una percentuale del «33 o 34, indicativamente un terzo del
pacchetto. Stiamo definendo il tutto. In ogni caso, il nostro statuto non ci
consentirebbe una partecipazione superiore al 35%», puntualizza Gianfranco
Depinguente della Direzione finanza e controllo della finanziaria regionale.
Una nuova situazione innescata, a monte, dalla cessione di quel 75,5% detenuto
ad oggi da Amt, controllata del Comune di Trieste. Il che permetterà all’iter
realizzativo di assumere i contorni del project financing. Completerà il quadro
azionario la conferma delle due società di gestione del settore parcheggi, la
Ssm spa di Udine, che ha il 5%, e l’Acupark srl del gruppo Aci con il suo 1%.
«Entro il mese di novembre - conferma l’assessore Rovis - è previsto il
passaggio in giunta dell’approvazione della nuova convenzione, con la modifica
statutaria della Park San Giusto e l’ok al nuovo piano economico datato giugno
2009. Le quote di Amt, pari al valore complessivo di 900 mila euro, vengono
cedute: l’accordo c’è già, sulla base della delibera di indirizzo emanata dal
Comune all’inizio dell’anno. Alle spalle di questo punto di svolta c’è stato un
lungo e silenzioso lavoro di trattativa fra i vari soggetti coinvolti. Grandi
meriti vanno riconosciuti in questo senso ai dirigenti del Comune Mauro Silla e
Walter Toniati, più ovviamente ai vertici di Amt».
MATTEO UNTERWEGER
Bucci: pedonale anche via Mazzini - IL PIANO DEL
TRAFFICO E LE CHIUSURE DELLE ARTERIE PRINCIPALI
E su corso Italia Sasco (Udc) attacca: nessuna intesa,
è un’idea di Forza Italia
Corso Italia pedonale? Piace a Forza Italia, dispiace al resto della
maggioranza. Già ieri Angela Brandi, capogruppo An-Pdl, si diceva all’oscuro del
piano del traffico, ma anche «contraria» alla soluzione del corso, «finché
qualcuno non mi spiega dove andranno le macchine». Favorevolissimo invece Piero
Camber, capogruppo Fi-Pdl.
Durissima contrarietà arriva da un altro alleato politico, l’Udc. Roberto Sasco,
presidente della commissione urbanistica, non condivide niente: «Non c’è stata
nemmeno una consultazione, un’intesa, io non sono disposto a votare passivamente
e il mio voto è tutt’altro che scontato, il piano del traffico col piano
regolatore e quello del centro storico sono gli atti politici più importanti,
quelli con cui il centrodestra andrà a elezioni. Ma soprattutto - dice Sasco che
confessa di avere l’ufficio proprio in quella via Torrebianca che il nuovo piano
del traffico renderebbe porta d’ingresso in città al posto del corso - nessuno
dal 1934 a oggi ha potuto cambiare l’assetto viario, oggi invece si vuole creare
il salotto buono in corso con bar e negozi per ricchi, e per arieggiare le case
di altri ricchi che vi abitano, e si vuole buttare il traffico nei borghi
storici, renderli una camera a gas. Ma come può transitare in via Torrebianca il
flusso di macchine su tre corsie che oggi ingorga il corso? Qui c’è una
componente ideologica e non tecnica - conclude il consigliere-ingegnere -, è
un’idea di Forza Italia».
Infatti arriva il plauso dell’ex assessore al traffico, il forzista Maurizio
Bucci, oggi consigliere regionale, che rivendica a sé la prima idea di togliere
le macchine dalla centrale arteria. E contribuisce: «Pedonale via Roma oppure
via Mazzini? Mi sento di proporre una terza ipotesi: ambedue pedonali». Ma Bucci
poi precisa: due corsie per autobus in corso, scarico merci solo al mattino
presto e alla sera, alberature da piazza Borsa fino all’Upim, e sotto gli alberi
panchine: un’area pedonale nel verde». Via Mazzini, invece, tutta pedonale fino
all’incrocio con via Roma.
«Avanti con la demagogia». Questo il pensiero di Alfredo Racovelli dei Verdi,
che sottolinea come prevedere sempre più parcheggi in centro idealmente per
favorirne la pedonalizzazione non fa che aumentare le macchine là dove si
vorrebbero togliere: «Il piano parcheggi - scrive - ne prevede 28 di nuovi, di
cui 7 sulle rive, per permettere a 5000 automobili di transitare quotidianamente
in centro. Il sindaco dice che le macchine sparirebbero, perché starebbero
”sotto”...». Racovelli elenca le soluzioni antismog, i rinforzi del trasporto
pubblico e la massiccia previsione di piste ciclopedonali messe in campo a
Bolzano, a Padova, a Udine: «Se tutto questo Dipiazza non lo fa e pensa di
realizzare 28 parcheggi in centro per concessioni ultradecennali a imprese
private, non è forse l’ennesima operazione di utilizzo privatistico e
speculativo del territorio, a danno della salute di tutti i cittadini?».
«A me sembra - dice invece Fabio Omero del Pd - che Dipiazza stia costruendo la
scala mobile del suo supermercato senza sapere se ha un piano interrato o
superiore, oppure no. Ho fiducia nel ”mobility manager” Giulio Bernetti -
aggiunge Omero -, affinché questo piano coinvolga porzioni più ampie di città,
non vogliamo la scala mobile prima di capire il contesto. E ricordo come
Dipiazza appena arrivato cancellò l’unico progetto che avrebbe davvero
consentito di pedonalizzare corso Italia garantendo i flussi di traffico: la
galleria tra via D’Alviano e viale D’Annunzio. Tutto era già pronto, si erano
già fatte perfino prove antisismiche e di vibrazioni sulle case. Poi
informalmente il sindaco lo ha riconosciuto, aveva sbagliato».
(g. z.)
Zebre rialzate, via libera da motociclisti e pedoni -
«Sì alla riduzione di velocità» Aci: verificare la compatibilità tra dissuasori
e codice stradale
INIZIATIVA DI DIPIAZZA
Le nuove strisce pedonali rialzate annunciate dal sindaco Roberto Dipiazza
per far rallentare le due e le quattro ruote piacciono tanto dai pedoni quanto
dai motociclisti. «Ben vengano i dissuasori - dice Claudio Birri, delegato
provinciale della Federazione italiana motociclisti - sono un’ottima soluzione
per contrastare il numero sempre crescente di incidenti sulle strade. È ora
importante localizzare i punti in cui è prioritario intervenire».
Anche Sergio Tremul, presidente del Coped - CamminaTrieste, dice sì alle zebre
rialzate: «L’iniziativa è ottima, credo vada controllato meglio l’intervento. Le
zone bisognose di rapido intervento indicate dal sindaco (via De Marchesetti,
via Costalunga, via Giulia, Via Battisti, via Valmaura e via Flavia) necessitano
senz’altro di un’operazione che miri a ridurre la velocità, ma a mio avviso ve
ne sono altre da non dimenticare, come piazza Goldoni e largo Barriera, entrambe
zone ad alta densità pedonale». Sia Birri che Tremul si propongono per una
collaborazione con l’assessorato al traffico in modo da individuare al meglio i
punti cruciali della città dove sistemare i dissuasori.
L’unico a non essere pienamente convinto dell’iniziativa è Giorgio Cappel,
presidente dell’Aci: «È indubbia la necessità di intervento, ma l’iniziativa del
sindaco, seppur lodevole, a mio avviso lascia perplessi. Occorre una veloce
verifica della compatibilità di questi dissuasori con il codice stradale,
seguita da una fase di sperimentazione in limitate zone della città. Ciò per
provare l’effettivo guadagno e non il danno apportato dall’uso dei dissuasori in
prossimità degli attraversamenti pedonali in tema di sicurezza, mobilità e
tempi. Mi lasciano dubbioso i numerosi disagi che questa introduzione potrebbe
portare ad autobus ed ambulanze».
«L’introduzione dei dissuasori - interviene Birri - non è però l’unica
soluzione». Il delegato provinciale della Fmi sostiene che per una maggiore
sicurezza basterebbero piccole accortezze, come spostare gli attraversamenti
pedonali prima delle fermate dei bus. «In tal modo - spiega Birri - i pedoni
dovrebbero attraversare la strada rimanendo sempre ben visibili ai mezzi che
sopraggiungono o che stanno superando il bus fermo». Birri suggerisce inoltre di
spostare i bidoni dei rifiuti dopo le strisce pedonali, «per l’incolumità dei
pedoni e anche degli automobilisti che li vedono ”sbucare all’improvviso”.
Inoltre ricordo, soprattutto in caso di pioggia, la pericolosità delle vernici
usate per gli attraversamenti pedonali. Sebbene permettano una grande visibilità
della zona di attraversamento anche a discreta distanza, risultano troppo lisce
e compatte e portano i mezzi a due ruote a scivolare».
Sara Giroldo
IL PICCOLO - GIOVEDI', 22 ottobre 2009
Rigassificatore, resta il no della Slovenia - Lubiana
chiede ulteriori precisazioni relative soprattutto al gasdotto tra Zaule e
l’area di Grado
INCONTRO BILATERALE INTERMINISTERIALE A LUBIANA IL
PROSSIMO 9 NOVEMBRE. ROMA: PRONTI A FORNIRE OGNI DETTAGLIO
TRIESTE «Il progetto per il rigassificatore di Trieste, così come quello di
Priolo (Siracusa) ha concluso il suo iter organizzativo: ora si deve procedere
alla costruzione». Così il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola
parla della futura politica energetica nazionale. Ma se per Siracusa non ci
sembrano essere problemi, per il rigassificatore di Triestre la partita sembra
essere tutt’altro che conclusa.
Dalla Slovenia, infatti, giunge il messaggio che tra i ministri dell'Ambiente di
Slovenia e Italia, per affrontare la questione del «no» sloveno al
rigassificatore di Zaule, non sono previsti incontri, né formali, né informali,
prima del vertice intergovernativo italo-sloveno del 9 novembre a Lubiana. La
data del prossimo colloquio con la ministra Stefania Prestigiacomo è stata resa
nota dal ministro sloveno Karl Erjavec a margine del Consiglio dei ministri
dell'ambiente dell'Unione europea, che si è svolto ieri in Lussemburgo.
Nell'occasione, Erjavec ha dichiarato di aver già ricevuto la lettera di
risposta della Prestigiacomo alla sua richiesta di spiegazioni aggiuntive sul
progetto di «Gas Natural», ma che queste spiegazioni sono ancora considerate
insufficienti per la parte slovena, per cui Lubiana sta preparando una replica
da inviare a Roma nei prossimi giorni, in modo che la ministra italiana possa
fornire tutti i chiarimenti richiesti già all'incontro del 9 novembre.
«Non siamo soddisfatti perché manca una valutazione strategica complessiva. Non
siamo soddisfatti perché si prevede che il gasdotto passi per i fondali marini.
Non siamo soddisfatti per quanto riguarda le misure di sicurezza. Crediamo che
non siano sufficienti e che esista il reale pericolo che, in caso di incidente,
si verifichi un effetto domino», ha sintetizzato Erjavec i punti che Lubiana
considera irrisolti. La Slovenia spera in una soluzione bilaterale della
controversia, ma si prepara anche a scenari diversi. Se non si dovesse trovare
un accordo con Roma, Lubiana sta preparando tutta la documentazione necessaria
per rivolgersi prima alla Commissione europea e, successivamente, alla Corte di
giustizia dell'Ue. È comunque troppo presto per parlarne, ha ribadito Erjavec.
Sarà il governo sloveno a decidere le prossime mosse, non prima però di vedere
come procederanno i colloqui bilaterali.
Già alla fine di settembre, ricordiamo, il presidente della Commissione
interministeriale slovena incaricata di seguire la problematica dei terminal, il
sottosegretario all'Ambiente Zoran Kus, aveva annunciato la costituzione di un
gruppo di esperti di diritto internazionale, che in caso di fallimento
dell'incontro bilaterale, avrà il compito di raccogliere tutti gli elementi
necessari per portare l'Italia di fronte alla Corte di giustizia europea. Il
caso del rigassificatore di Zaule, del resto, è già arrivato a Bruxelles.
Le presunte irregolarità nella preparazione del progetto di «Gas Natural» sono
state denunciate infatti dalla rete internazionale di associazioni ambientaliste
«Alpe Adria Green», che ha inviato una petizione e un ricorso al Parlamento e
alla Commissione europea per chiedere che si fermi la costruzione dell'impianto.
L'Italia, questa era la motivazione di Aag, avrebbe tentato di minimizzare i
rischi del terminal ed avrebbe di fatto consentito a «Gas Natural» di esibire
una documentazione incompleta nel richiedere i permessi necessari per portare
avanti il progetto. Contro il rigassificatore di Zaule, ma anche contro un
analogo progetto della tedesca Tge Engineering a Capodistria, la politica
slovena è stata finora compatta e decisa.
L'unica soluzione per il futuro, per garantire uno sviluppo sostenibile
dell'Alto Adriatico, Lubiana la vede in una gestione comune e concordata
dell'Adriatico da parte di Italia, Slovenia e Croazia, con regole chiare e
precise su come e dove costruire impianti ad alto impatto ambientale, come
appunto i rigassificatori. Questa idea è stata già inserita in una proposta di
Risoluzione inviata in Parlamento da un gruppo di deputati della maggioranza di
governo.
Nella «vexata quaestio» interviene il sottosegretario all’Ambiente, Roberto
Menia, il quale, evidentemente seccato afferma che l’Italia fornirà tutte le
ulteriori informazioni chieste dalla Slovenia sul rigassificatore di Zaule e sul
gasdotto verso Grado. «Mi sembra lunare - sostiene Menia - che la Slovenia abbia
da rididire sul gasdotto verso Grado che si dirige verso Ovest e quindi lontano
dalle acque territoriali slovene e poi - scusate - ma non sarà certo Lubiana a
decidere che cosa facciamo a casa nostra!».
MAURO MANZIN
Piano casa: i sindaci vogliono dire la loro - Richiesta
la facoltà di intervenire almeno col ”silenzio-assenso” - INCONTRO A PALMANOVA
TRIESTE Piano casa all'esame di sindaci e consiglieri
regionali: per chiedere un'importante modifica al documento appena approvato
della Regione, ovvero introdurre la possibilità di un parere delle
amministrazioni locali, che ora come ora possono solo accettare le decisioni che
vengono imposte dell'alto. Questo il motivo per cui i consiglieri regionali del
Partito democratico hanno chiamato raccolta a Palmanova tutti i sindaci della
regione (di destra e sinistra) e anche i consiglieri regionali di ogni
schieramento. «Questo perchè la nostra posizione non è di ostacolo al Piano casa
– spiega il consigliere Giorgio Brandolin, relatore di minoranza del
provvedimento –. Quello che però vogliamo fare, assieme ai diretti interessati,
è riflettere sui miglioramenti che si possono proporre».
Due essenzialmente le critiche rivolte al piano: la principale è appunto quella
di non prevedere la possibilità di un intervento da parte di sindaci e Comuni,
che sono invece gli enti più vicini al territorio e che quindi lo conoscono
meglio di chiunque altro. «Messo così com'è – spiega Brandolin – il piano non
prevede che i Comuni possano intervenire nel processo decisionale: devono solo
accettare quello che viene deciso a livello regionale». La controproposta è
quindi di prevedere almeno un silenzio-assenso, dando ai Comuni un determinato
lasso di tempo entro cui poter intervenire, dopodichè verrà applicato quanto
deciso a livello regionale.
La seconda osservazione riguarda il fatto che si è voluto per forza mettere
assieme due provvedimenti (Piano casa e Codice dell'edilizia) che in realtà sono
due cose completamente differenti: la prima infatti può essere di validità
continuata, l'altra deve essere giocoforza legata al presente.
Sul provvedimento, poi, potrebbe anche pendere, secondo i consiglieri del
Partito democratico, una minaccia di incostituzionalità, visto che la Regione
«va a toccare elementi che non sarebbero di sua competenza». Ecco perchè il Pd
ritiene che una riflessione sul documento sia urgente, e debba vedere coinvolti
i principali protagonisti, ovvero appunto i Comuni e i sindaci.
Elena Orsi
Dipiazza: «Corso Italia solo per i pedoni» - Ora la
proposta sarà presentata ai capigruppo. Le macchine dirottate per via
Torrebianca
IL NUOVO PIANO DEL TRAFFICO - Lippolis (An): «È una
zona da riqualificare, poco passaggio e marciapiedi stretti»
C’è il 90% di possibilità che corso Italia diventi pedonale. L’altro 10% è
fatto dei problemi da risolvere ma il piano del traffico firmato Dipiazza è
ormai fatto. Manca di esaminarne gli effetti e decidere defintivamente.
Automobiline, lucette e stradine. È quanto sul monitor di un computer stanno
studiando in questi giorni gli staff tecnici del Comune. Quelli sul loro video
siamo noi, gli straziati dal traffico delle ore di punta. Il «mobility manager»
Giulio Bernetti ha in mano un gioco di simulazione perfezionato dall’Università
di Trieste, che gioco non è. Dall’esame dei flussi, delle forze di gravitazione
attive sui vari assi viari, verrà fuori la proposta ufficiale. Fatta delle idee
del sindaco, assessore alla mobilità, ma con ampi prestiti del precedente piano
dell’ingegner Camus, mai realizzato.
Dipiazza nelle scorse settimane ha anticipato pubblicamente qualche novità e
qualche ipotesi. L’altra sera in Consiglio comunale ha annunciato che «il lavoro
è finito», che sarà presentato ai capigruppo e quindi al consiglio comunale.
Centro dell’attenzione (da sempre) è il nodo più importante e più ostico: corso
Italia pedonale o no?
Ecco dove sta l’occhio dei tecnici, fissi su quel monitor. Guardano le
macchinine districarsi per le vie e gli incroci da San Giacomo o da San Giovanni
alle rive, e ritorno, tra le 7.30 e le 8.30 del mattino e in altre ore in cui
l’ammasso di lamiere è soffocante. Le ipotesi sono ancora aperte, ma sono
peraltro solo due: o si pedonalizza l’intero corso Italia, e via Mazzini resta
agli autobus (ma con la decisione ormai presa di riasfaltare, magari coprendo il
binario di Stream anche prima che vadano a conclusione le vicende giudiziarie in
piedi con Ansaldo), oppure il contrario. Se fosse pedonalizzata via Mazzini, il
corso Italia diventerebbe la strada dei bus, ma con marciapiedi ampliati.
Per consentire il passeggio libero sul corso si pensa di aprire via Torrebianca
al flusso verso via Carducci, ma si è spenta l’ipotesi di cambiare direzione di
marcia a via San Francesco, che resterebbe in direzione discendente da via Fabio
Severo a via Carducci. A questa opzione è allegata anche l’eventualità di
chiudere al traffico via Gallina, che collega piazza San Giovanni e piazza
Goldoni.
Altre conseguenze: se il corso diventa pedonale diventa un largo «boulevard»
senza i marciapiedi, e acquista licenze per nuovi esercizi pubblici con terrazza
esterna. In Comune ci si chiede se la città potrebbe reggere tanta profluvie di
tavolini, bar e ristorantini e buffet sparsi già ora dappertutto. E ancora è da
analizzare tecnicamente il capitolo introduttivo e basilare: i parcheggi,
attuali e prossimi, e la sostenibilità economica cui andrebbero incontro col
nuovo panorama del movimento.
«Io sono del tutto a favore dell’opzione corso Italia chiuso al traffico - dice
Piero Camber, capogruppo di Forza Italia -, anche se restano alcuni punti
interrogativi, e sarei a favore perché m’immagino la nuova struttura della
città, dove si andrebbe a piedi da piazza Venezia, che un giorno potrebbe avere
di fronte il Parco del mare e non più i resti del magazzino vini, a via Torino,
già oggi senza auto, a piazza Hortis, a piazza Cavana, a piazza Unità e piazza
della Borsa, proseguendo per il corso, fino a piazza Goldoni, e per via Gallina
traversando solo via Carducci fino in viale, e dunque alla fine del viale». Una
camminata, insomma, dal fondo delle rive a San Giovanni.
Ma altre pressioni esistono in questo senso, e con altri contenuti. «Ho chiesto
al sindaco in aula - riferisce Antonio Lippolis, consigliere di An - se intende
far qualcosa per corso Italia, perché con tante via adiacenti pedonali ormai i
negozi soffrono per minore passaggio, anche i marciapiedi sono stretti, specie
quelli della parte alta verso piazza Goldoni, c’è rischio di ulteriori chiusure,
gli affitti invece restano cari come se la zona fosse ”al top” degli anni
passati: 3000, 4000, anche 6000 euro di affitto al mese. Il sindaco mi ha
risposto che al 90% il corso sarà pedonale». Ma il capogruppo di An, Angela
Brandi, ancora non sa ciò che Camber già apprezza: «I contenuti del piano - dice
- non ci sono stati presentati, conosco quello che è stato detto in aula e
basta».
GABRIELLA ZIANI
SODDISFAZIONE DEI COMMERCIANTI DEL CENTRO - «L’unica
soluzione per sopravvivere»
«In tutte le grandi città è così, ma bisogna trovare
altri parcheggi»
«Ma è logico, bisognerebbe rendere pedonale corso Italia, io quando esco dal
negozio alle 13.15 non trovo mica una strada, trovo l’autostrada». Vetrine su
vetrine di grande marca, marciapiedi dove in due ci si dà di gomito e si impara
a dare la precedenza, sgambate finali dei motori prima di piazza Goldoni, e la
fatica di stare lì: «Il negozio è tutto bianco - dice la responsabile -, ma
dentro è sempre tutto nero di smog e bisogna pulire continuamente. Può anche
essere difficile trovare soluzioni, ma oggi come oggi è questo il futuro nelle
città, strade libere. E negozi aperti, però».
E qui siamo nella parte alta di corso Italia, dove il passaggio dei pedoni si
sta prosciugando, perché hanno acquisito forza d’attrazione via San Nicolò, via
San Lazzaro, e strade che via via si liberano dalle macchine. Scendiamo a metà.
Ecco un altro bel negozio, che non fa parte di marchi o «catene». «Ottima idea
certamente - risponde la titolare -, ma il traffico poi dove passerà? Come si
viene in centro a Trieste se non c’è dove passare? Già adesso c’è una tale
carenza di parcheggi. Io penso comunque che il corso è sempre il corso, con o
senza macchine».
La signora ricorda i comitati sorti fra negozianti, specie su via Mazzini, per
chiedere un miglioramento della situazione. «È finita che ci siamo messi l’uno
contro l’altro, chi non voleva i bus e chi non voleva le macchine, e che dire
invece dei cassonetti piazzati in piazza Borsa? E del fatto che a noi nessuno
smaltisce la plastica? Io pago 1000 euro all’anno per farmi portar via solo gli
imballaggi di cartone...».
Un passo ancora e si arriva sulla parte bassa di corso Italia, quella che sbocca
in piazza della Borsa, tecnicamente meno penalizzata dalla posizione.
Un altro negozio di nome: «Sono assolutamente d’accordo sul pedonale - afferma
senza dubbi la titolare -, in tutte le grandi città si fa così, e tutti vivono
lo stesso, sarà anche difficile trovare una soluzione, ma non è impossibile,
avere un corso all’altezza sarebbe una cosa molto giusta per Trieste,
significherebbe anche valorizzare tutto quello che la città può offrire».
Park San Giusto, le quote in vendita ai costruttori -
Verso l’uscita definitiva il soggetto pubblico rappresentato da Amt - SOLUZIONE
VICINA
Il diverso assetto del traffico poggia su un mattone senza
il quale ogni castello crolla: i parcheggi. «Il progetto - racconta Piero Camber
- si concentra per adesso nell’area tra rive, via Carducci, Ponterosso, e su un
quadrilatero costituito dai parcheggi. Finora abbiamo il Silos e Foro Ulpiano
(dove è previsto il raddoppio sotto via Giustiniano), sono scoperti due lati, e
cioé Teatro romano e piazza Sant’Antonio».
Anche qui novità imminenti. Si è sbloccata la brutta vicenda del Park San
Giusto, corredata di vicende legali, catastali, societarie e d’ogni genere.
Sembra che molto presto la parte privata acquisterà, come stabilito, tutte le
quote della vecchia società, e verrà così sancita la rinuncia ufficiale di Amt
alla pesante partita. Per piazza Sant’Antonio le decisioni sono invece già
prese. E un diverso piano del traffico, si è ragionato in Comune, può essere
attivato in centro città solo a condizione che i cantieri di questi due
parcheggi siano almeno avviati.
Il perché sta nella logica. Come offrire spazi pedonali se non c’è modo di
mettere la macchina da qualche parte? Un altro parcheggio ancora sta per
diventare possibile, quello in via della Valle dietro il liceo Carducci. Lo
spazio c’era, serviva una notula nel Piano regolatore ed è stata scritta.
Resta il fronte mare, dove Saba Italia ha di recente annunciato di non voler più
realizzare il park interrato davanti alla Stazione marittima (già autorizzato)
mentre di più complessa gestazione rimane l’Audace, fra palazzo Carciotti e
teatro Verdi, dell’Interparking. Sembra che all’origine del passo indietro della
Saba vi sia un mancato accordo, più che col Municipio, con l’Autorità portuale,
che gestisce ora i parcheggi di superficie e vorrebbe continuare a farlo. Ma
costruire una così delicata struttura sul mare per avere ugualmente il
parcheggio in strada non è nell’interesse dell’imprenditore, ma nemmeno del
Comune che non raggiungerebbe lo scopo di riguadagnare spazio, equilibrio
urbanistico, bellezze di litorale cittadino.
Per quanto sembri a molti azzardato anche scavare davanti alla chiesa
neoclassica di Sant’Antonio, non si trova nessuno che eluda il problema. «Il
guaio vero di Trieste non è il traffico, tutto sommato sopportabile, ma ancora
oggi sono i parcheggi». Lo dicono i politici, ma anche la gente e naturalmente i
commercianti.
(g. z.)
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 21 ottobre 2009
Rigassificatori, Scajola: «Dopo Rovigo c’è Trieste, Lubiana non può opporsi»
il rigassificatore di Porto Levante
«L’iter è concluso, dobbiamo procedere subito. Paghiamo
il gas il 30% in più rispetto all’Europa»
«Per il 2030 l’Italia deve ricavare energia per il 50% dal fossile e il resto da
nucleare e fonti rinnovabili»
ROVIGO Due giorni fa, l’inaugurazione del rigassificatore al largo di Porto
Levante (Rovigo); ieri, durante una prima visita all’impianto con i motori
avviati, il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha colto la palla
al balzo: «Il progetto per il rigassificatore di Trieste, così come quello di
Priolo (Siracusa), ha concluso il suo iter organizzativo: ora si deve procedere
alla costruzione».
Nonostante le accese opposizioni del governo sloveno, disposto a ricorrere alla
Corte di giustizia europea (proprio ieri tra l’altro un gruppo di deputati
parlamentari sloveni appartenenti ai quattro partiti di maggioranza hanno
presentato un documento contro l’impianto di Trieste) il rigassificatore di
Zaule sarebbe dunque a pochi passi dalla realizzazione. «Con la Slovenia abbiamo
già parlato- afferma Scajola- e non abbiamo mai trovato nessuna motivazione
opposta che potesse costituire un reale blocco alla costruzione dell’impianto».
Dunque, si farà.«L’ultimo rigassificatore, prima di quello appena battezzato a
Porto Levante- dice il ministro - è stato costruito 40 anni fa a Panigallia.
Questo grazie alla politica dei no al nucleare, al gas naturale e
all’idroelettrico, sbloccata dal precedente governo Berlusconi».
E ancora: «L’Italia, per il gas, paga il 30% in più rispetto all’Europa-
continua- il nostro paese ha dunque un’emergenza: recuperare il tempo che ha
perduto: Trieste e Priolo sono i primi obiettivi». «Per il 2030- conclude
Scajola- l’Italia deve poter ricavare energia per il 50% dal fossile; per il 25%
da fonti rinnovabili e il restante 25% dal nucleare.»
Il rigassificatore di Rovigo Emerge dalle acque dell’Adriatico, è largo quanto
due campi da calcio e alto come un palazzo di dieci piani. Dista 17 chilometri
dalla costa e, alimentato da gas del Qatar, soddisferà il 10% del fabbisogno
italiano. Al largo di Porto Levante, il terminale Adriatic LNG è la prima
struttura al mondo offshore - in cemento armato - che servirà per la ricezione,
lo stoccaggio e la rigassificazione del gas naturale liquefatto (GNL).
Si tratta di una grande infrastruttura energetica che ospita due serbatoi per il
gas naturale; un impianto di rigassificazione e le strutture per l’ormeggio e lo
scarico del gas naturale liquefatto dalle navi metaniere. Il costo complessivo è
di 2,5 miliardi di euro: il 45% investito da Qatar Terminal Limited, affiliata
di Qatar Petroleum, un altro 45% da ExxonMobil Italiana Gas ed il restante 10%
dall’italiana Edison (10%). Chi utilizzerà il gas Per la durata di 25 anni, un
contratto impegna Edison ad utilizzare l’80% della capacità del terminale.
Il rimanente 20% sarà disponibile per altri operatori, mentre il 12% verrà
assegnato dal ministero dello Sviluppo Economico. «Edison - ha affermato
l’amministratore delegato Umberto Quadrino durante una prima visita al
rigassificatore avviato - ha già venduto il gas di sua spettanza, pari a circa
6,4 miliardi di metri cubi all’anno: il 50-55% sarà destinato alle nostre
centrali elettriche».
Gran parte del gas arriverà dal giacimento North Field, al largo della costa del
Qatar: è il più grande giacimento al mondo di gas naturale. A regime la
struttura potrà immettere nella rete nazionale fino a 8 miliardi di metri cubi
di gas naturale l’anno, pari a circa il 10% del fabbisogno nazionale.
«Dell’85% di gas di cui siamo importatori, il 75% arriva dalla Russia e
dall’Algeria- spiega il ministro Claudio Scajola- in questo nuovo impianto,
invece, l’80% del gas proviene dal Qatar: è un primo grande esempio di
diversificazione delle fonti. Per essere concreto il rischio di un blackout
delle forniture di metano, come quello verificatesi negli inverni scorsi per i
problemi tra Russia e Ucraina, può ritenersi scongiurato».
SILVIA ZANARDI
Parlamentari sloveni, mozione per la gestione comune
dell’Adriatico - APPELLO A ITALIA E CROAZIA
LUBIANA Per la gestione dell'Adriatico ci vuole una
strategia comune di Italia, Croazia e Slovenia. Se ne parla ormai da tempo ma
stavolta un gruppo di parlamentari sloveni ha deciso di passare dalle parole ai
fatti. I capodistriani Franco e Luka Juri (il primo eletto nelle file del
partito Zares, il secondo socialdemocratico) e i loro colleghi Borut Sajovic
(Democrazia liberale) e Franc Znidarsic (Partito dei pensionati – DeSus), tutti
appartenenti alla maggioranza di governo, hanno inviato in Parlamento una
proposta di Risoluzione per definire le direttrici slovene sulla tutela e lo
sviluppo dell'Adriatico.
Se dovesse ottenere il consenso necessario, il documento - secondo gli autori –
potrebbe diventare la base per un negoziato con Roma e Zagabria, con l'obiettivo
finale di formulare una Strategia comune per il Mare Adriatico, sulla falsariga
di quello che già esiste, per esempio, per il Baltico. Un punto chiave della
strategia sarebbe l'accordo tra i tre Paesi su dove e come sia possibile
costruire impianti ad alto impatto ambientale, come a esempio i terminal
rigassificatori. «Quello che vogliamo – ha spiegato ieri Franco Juri – è uno
sviluppo sostenibile dell'Alto Adriatico. La Risoluzione dovrebbe essere un
primo passo verso una gestione comune del mare comune, che non vada a danno né
delle popolazione attuale né delle generazioni future». Per Luka Juri, la
Strategia avrebbe il compito di stabilire dove e a quali condizioni possono
essere costruiti determinati impianti, come appunto i rigassificatori. Fino a
quando non ci sarà un approccio condiviso la Slovenia, è convinto il deputato
socialdemocratico, dovrebbe sospendere ogni dibattito sui terminal.
Nella proposta di Risoluzione formulata dai quattro deputati, al governo sloveno
vengono suggerite anche iniziative concrete, come la proclamazione congiunta
(con Croazia e Italia) dell'Alto Adriatico ”area protetta”. A giudizio di Franco
Juri, è necessario opporre un netto rifiuto a impianti che non dovrebbero essere
situati in acque chiuse e poco profonde e in aree ad alta densità di
popolazione. Anche qui è stato fatto l'esempio dei terminal rigassificatori. Non
è ancora noto quando la proposta di Risoluzione sarà discussa dalla Camera di
stato, ma è alquanto probabile che, se messa ai voti, sarà approvata. La
Slovenia, del resto, è impegnata ormai da mesi nella battaglia contro il
progetto del terminal rigassificatore di Zaule, presso Muggia, e non ha escluso
nemmeno il ricorso alla giustizia europea contro l'Italia, qualora si dovesse
comunque procedere alla costruzione dell'impianto senza trovare prima un accordo
tra Lubiana e Roma. Le autorità slovene, come noto, hanno respinto recentemente
anche il progetto per la costruzione di un terminal rigassificatore nell'area
del porto di Capodistria ma la società che lo ha proposto, la tedesca ”Tge
Engineering”, non si è data ancora per vinta e continua a insistere, portando
avanti tra l'altro tutta una serie di attività promozionali per convincere anche
la popolazione locale della bontà del progetto. Finora, comunque, senza ottenere
alcun risultato.
Tav, confermati i 50 milioni dell’Ue - Sì al
finanziamento dei progetti per la tratta Mestre-Trieste - La chiusura dell’iter
entro il 2012
INCONTRO AL MINISTERO CON VENETO E FRIULI VENEZIA
GIULIA
Entro il prossimo anno verranno armonizzate le due ipotesi sul tappeto
TRIESTE Il pericolo è scampato, almeno per ora: l’Unione europea conferma
che i soldi per ”disegnare” la Tav, l’agognata alta velocità (e capacità)
ferroviaria che deve accorciare le distanze tra Mestre e Ronchi sud, ci sono.
Veneto e Friuli Venezia Giulia ringraziano e si impegnano a non sforare i tempi,
trovando una soluzione condivisa, e presentando i progetti della tratta entro e
non oltre la fine del 2010.
Il cessato allarme arriva, nel pomeriggio di ieri, al termine del vertice al
ministero di Altero Matteoli cui partecipano, con il capo dipartimento delle
infrastrutture Domenico Crocco, le due Regioni interessate. A portare la voce di
Bruxelles, escludendo il rischio di un definanziamento, è l’Agenzia esecutiva
europea per la rete transeuropea di trasporto, con Pablo Serrano: l’Unione
europea mette a disposizione quasi 4 milioni di euro per la Mestre-Ronchi sud a
cui vanno aggiunti, sempre sotto forma di cofinanziamento, 24 milioni di euro
per la Ronchi sud-Trieste e 22 milioni di euro per la Trieste-Divaccia. In tutto
50 milioni.
Il vertice, definito di ”coordinamento”, serve non solo a rassicurare sulle
risorse comunitarie. Ma anche a confermare la volontà politica del governo di
realizzare il corridoio ferroviario: «L’Italia ha ribadito all’Unione europea la
strategicità del progetto prioritario numero 6, quello che va da Lione al
confine ungherese-ucraino, mentre Friuli Venezia Giulia e Veneto si sono
impegnati a lavorare assieme allo Stato e a Rfi per centrare l’obiettivo dei
tempi» spiega Riccardo Riccardi, l’assessore alle Infrastrutture del Friuli
Venezia Giulia, al termine della riunione.
E in effetti, nel corso del vertice, vengono fissati tempi e criteri della
progettazione della Tav: «Abbiamo concordato con il ministero delle
Infrastrutture, il Veneto e Rfi l’avvio della progettazione preliminare della
tratta Mestre-Ronchi sud che riteniamo di poter proporre all’Agenzia Ue entro la
fine del 2010» aggiunge, ancora, Riccardi.
Le difficoltà non mancano, le fughe venete in avanti su un tracciato ”litoraneo”
ne sono la conferma, e l’assessore alle Infrastrutture non le nasconde: «Siamo
consapevoli che il lavoro da fare non è facile. Dobbiamo impegnarci, in
particolare, per allargare il consenso su un’opera basilare per lo sviluppo del
nostro Paese e del Nordest. E quindi dobbiamo congiuntamente sforzarci di
proporre all’Unione europea soluzioni condivise con il territorio». Non c’è
tempo da perdere, però. Bruxelles, pur confermando che le risorse ci sono,
pretende il rispetto della scaletta: «Le difficoltà ci sono, sono oggettive, e
le abbiamo rappresentate all’Agenzia europea, ma dobbiamo superarle».
E la tratta Ronchi sud-Trieste? «Ci siamo impegnati a presentare la
progettazione preliminare e quella definitiva entro il 2012» risponde Riccardi.
Aggiungendo d’aver rassicurato anche su questo versante l’Agenzia Ue: la giunta
oggi al governo del Friuli Venezia Giulia condivide e prosegue il lavoro che
quella precedente ha portato avanti perché la Tav non ha colore.
Park e asilo a Roiano, c’è la firma di Roma - Accordo
Stato-Comune: Polstrada a San Sabba, nel 2013 la gara per la nuova area
La caserma della Polstrada trasferita a San Sabba, due
megaparcheggi, una piazza e un asilo nido al suo posto a Roiano. È il succo del
baratto concluso ieri a Roma tra il Comune e lo Stato con le firme del direttore
dell’Agenzia del Demanio Maurizio Prato, del sindaco Roberto Dipiazza e del
prefetto Giovanni Balsamo poste sotto lo specifico accordo di programma che
fissa tempi e modi dei traslochi.
«Missione compiuta - ha commentato il sindaco Roberto Dipiazza che era
accompagnato dal direttore dell’Area pianificazione territoriale del Comune,
Carlo Tosolini - stiamo concretizzando l’iter dei tanto attesi trasferimenti. Mi
auguro che nel 2015 Roiano possa avere gli agognati parcheggi». In effetti la
fase burocratica, i lavori e i vari travasi porteranno via non poco tempo. Ieri
però sono stati dettati i tempi massimi per i primi passaggi. Il Ministero
dell’Interno si impegna entro quattro mesi a dismettere parte del complesso già
oggi occupato e costituito dalla Caserma duchessa d’Aosta (dove tra l’altro ha
sede il Commissariato di San Sabba) per consentire appunto lo svolgimento dei
lavori per la realizzazione della nuova sede della Polstrada. Il Comune invece
si impegna a espletare entro sei mesi dalla presa in consegna di quest’area la
gara d’appalto per l’esecuzione dei lavori. E secondo quanto ha anticipato ieri
lo stesso ingegner Tosolini il bando di gara sarà effettivamente pronto entro
febbraio anche se poi verranno logicamente rispettati i termini di legge.
In realtà l’idea di trasferire la caserma era nata ben undici anni fa quando il
sindaco era ancora Riccardo Illy e nell’arco delle varie amministrazioni ben tre
sono stati i siti dapprima scelti e scartati a partire da viale Miramare, per
proseguire con Campo Marzio, dove era stata identificata allo scopo la palazzina
dell’ex Centro meccanografico delle Ferrovie, fino al complesso dell’ex ospedale
Maddalena. Solo successivamente è stata trovata la soluzione definitiva.
E con l’accordo di ieri l’amministrazione comunale ha preso anche l’impegno a
effettuare a proprie spese il collaudo definitivo della nuova caserma entro 36
mesi dalla presa in consegna dell’area e a consegnarla all’Agenzia del Demanio.
Se ne deduce che a inizio del 2013 la caserma sarà pronta. Ma è sempre l’accordo
di ieri a fissare i due successivi passaggi e a sottolineare che l’atto di
trasferimento al patrimonio comunale della caserma Emanuele Filiberto di Roiano
sarà sottoscritto entro tre mesi dal collaudo del nuovo complesso di San Sabba e
la sua formale consegna al Comune avverrà entro 6 mesi dalla consegna della
nuova caserma. Si arriverà dunque alla seconda metà del 2013 allorché sarà
possibile bandire la gara per i lavori di Roiano un rione che urbanisticamente
subirà una rivoluzione. Nell’area oggi off-limits nel cuore del quartiere
troveranno infatti collocazione una piazza, un asilo nido, strutture a uso di
associazioni e due parcheggi su due livelli per complessivi 400 posti auto. La
nuova caserma di via Mascagni invece si estenderà su sette piani: cinque fuori
terra e due interrati e comprenderà anche un garage, una foresteria e alloggi
per gli ufficiali. «Sono interventi già finanziati per complessivi 16 milioni -
ha specificato ieri Tosolini - 8,5 per Roiano e 7,4 per San Sabba».
SILVIO MARANZANA
ESPOSIZIONE AMIANTO - Bonanni: «Migliaia di casi a
Trieste»
In Friuli Venezia Giulia, nei prossimi decenni, potranno
emergere migliaia di casi di lavoratori esposti ad amianto: è la stima
dell'avvocato Ezio Bonanni, da anni attivo nella tutela di malati e famiglie,
secondo cui il picco della manifestazione delle forme di malattie fatali si avrà
tra il 2015 e il 2030.
«Molte persone - ha detto Bonanni - hanno subito l'esposizione, ma la malattia
non si è ancora manifestata. Patologie da esposizione ad amianto come
mesoteliomi, carcinomi o asbestosi, emergono con una latenza dai 35-40 anni in
su, specialmente per quanto riguarda il mesotelioma».
«In Friuli Venezia Giulia - ha aggiunto l'avvocato, che ieri sera ha presentato
a Trieste uno sportello online di consulenza legale gratuita - i casi sono in
forte aumento, giornalmente ricevo telefonate di gente che contrae questa
patologia».
Ma oggi ci sono ancora lavoratori esposti ad amianto, in regione?, gli è stato
chiesto. «Credo di sì - ha risposto Bonanni - c'è stata sicuramente
un'esposizione senza alcuna protezione quantomeno fino al 2002-2003».
Mucillagini, trappole vaganti piene di batteri e virus
che fanno ammalare il mare
Il muco diffonde microrganismi nocivi, secondo i gruppi
di ricerca di Trieste e delle Marche
Mucillagini? Ma siamo in autunno! Non conta. L’Alto Adriatico, per la sua
ridotta profondità è, tra i mari più interessati dal fenomeno, anche nella
stagione fredda. La loro comparsa sarebbe parzialmente imputabile all’aumento di
temperatura che favorisce la formazione di conglomerati viscidi e filamentosi –
come suggerisce una ricerca triestino-anconitana dal titolo “Cambiamenti
climatici e potenziale diffusione di mucillagini marine e organismi patogeni nel
Mar Mediterraneo”.
Ma c’è di più. Le mucillagini, dice ancora lo studio pubblicato dalla rivista ”PLoSONE”,
potrebbero rivestire un ruolo di rilievo comportandosi da controllore e
dispersore della diversità batterica marina. Si tratterebbe, insomma, di una
vera e propria trappola per batteri e virus, che il muco ingloba in modo del
tutto casuale, i quali vengono così trasportati nei siti più diversi. Con danni
potenziali all’ecosistema e alle persone. La scoperta è frutto della
collaborazione tra il gruppo di Serena Fonda Umani, professore di Biologia
Marina al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, e i
colleghi Roberto Danovaro e Antonio Pusceddu, entrambi del Dipartimento di
Biologia Marina, Università Politecnica delle Marche.
Noto sin dal 1729 il “mare sporco” era, per lo meno all’inizio, una gran
seccatura principalmente per i pescatori, dal momento che i filamenti mucosi
imbrigliavano le reti ostacolando le loro attività. In anni recenti il fenomeno
ha acquisito un rilievo maggiore in ambito turistico a causa delle ripetute
recrudescenze: esplosioni di muco si sono verificate con periodicità
bi-triennale, soprattutto dagli anni ’90, guastando le vacanze di molti bagnanti
per nulla contenti di uscire dall’acqua ricoperti da un velo appiccicoso e
maleodorante. E talvolta con qualche dermatite. Tuttavia sono solo gli studi più
recenti, come quello realizzato dall’Università di Trieste, che hanno messo in
luce un fenomeno mai ipotizzato prima.
«Studiando il contenuto delle mucillagini – spiega Serena Fonda Umani, biologa
marina con una lunga esperienza in fatto di ecosistemi marini – abbiamo
confermato una nostra recente ipotesi, e cioè che questa masse siano in grado di
concentrare al loro interno alcune specie batteriche proprio perché, essendo
ricche di nutrienti, creano un ambiente in cui i microrganismi prosperano
facilmente, ben protetti dall’ambiente circostante. A conferma, l’analisi
molecolare del muco ha rivelato che si comporta effettivamente come trappola per
batteri, il 90 per cento dei quali non appartiene alle specie presenti
nell’acqua circostante. Tra gli organismi individuati c’è l’Escherichia coli, un
indicatore di acque non proprio pulite la cui presenza è spesso associata ad
altri microbi patogeni. Oltre a ciò abbiamo trovato anche alcuni batteriofagi,
virus che aggrediscono i batteri. Se pensiamo all’estrema mobilità delle
mucillagini, che si spostano con le correnti, è plausibile supporre che i
microrganismi intrappolati all’interno possano raggiungere località lontane dal
punto di origine». Alterando i siti di arrivo o diffondendo malattie marine.
Ma come mai il fenomeno si è intensificato? «La nostra ipotesi – prosegue Fonda
Umani - è che l’aumento della temperatura superficiale del mare, determinato dal
riscaldamento cui sta andando incontro il pianeta, concorra a stabilizzare la
colonna d’acqua, dalla superficie a circa 5-10 mt dove si situa il salto termico
(il cosiddetto termoclino) e dov’è favorita l’aggregazione della cosiddetta neve
marina (piccoli agglomerati amorfi colloidali) in quelle mucillagini brunastre,
appiccicose e maleodoranti che conosciamo».
Che il fenomeno interessi il Mediterraneo è significativo: in controtendenza con
altri mari, il nostro sta vivendo un momento di oligotrofizzazione. In altri
termini: non sono i nutrienti di origine antropica la spiegazione di questo
fenomeno. Bisogna cercare più in là, a livello globale.
CRISTINA SERRA
L’energia che il suolo ci regala - PROGETTO DA 16
MILIONI DI EURO
L’energia geotermica, quella che il suolo ci regala, se
impariamo a sfruttarla, è assai importante per i Paesi in via di sviluppo. Così
non stupisce che la Commissione dell’Unione Africana (Cua) abbia proposto all’Ue
un progetto da 16 milioni di euro per sviluppare risorse in tale settore. Né
stupisce che la Cua si sia rivolta al Centro Internazionale per la Scienza e
l’Alta Tecnologia (Ics) di Trieste per definire il progetto sulla base della
Dichiarazione sottoscritta ad Addis Abeba (giugno 2009) in cui i Ministri
dell'Energia hanno dato al Centro preciso mandato a tal fine. Il progetto sta
seguendo a Bruxelles un iter accelerato per l’approvazione e il finanziamento
con fondi della cooperazione europea.
Tra i programmi dell'Ics, quello sull'Energia Geotermica si avvale di una rete
di collaborazioni con i principali Istituti del settore: la International
Geothermal Association e il Centro di Reykjavik dell’Università delle Nazioni
Unite.
«Il ricorso al geotermico nei Paesi emergenti – dice Giorgio Rosso Cicogna
direttore dell’Ics – è cresciuto del 100% negli ultimi 30 anni. È un’energia
versatile ed economica, che può diventare fruibile per comunità isolate. Non è
di immediato sfruttamento, ma è qui che gli esperti dell’Ics entrano in gioco:
individuando i siti più promettenti, analizzando la fattibilità dei progetti in
base alle condizioni locali, affrontando questioni critiche come tecnologie di
perforazione, ottimizzazione degli impianti, monitoraggio dei giacimenti».
(cri.se)
Torri per catturare la forza del sole - Sviluppato un
impianto fotovoltaico di nuova generazione
COSÌ È RINATA UN’AZIENDA GORIZIANA IN CRISI
Un anno fa era sull’orlo del fallimento. La crisi dei mercati finanziari,
però, in questa storia, non c’entra. Perché la goriziana Aerostudi, come tutte
le altre piccole e medie aziende attive nel comparto dell’aerospazio, qualche
anno fa sono state colpite da uno shock paragonabile al fallimento di Lehman
brothers ma che oggi quasi si fatica a ricordare: è la disintegrazione dello
shuttle Columbia, avvenuta il 1° febbraio del 2003, al momento del suo rientro
nell’atmosfera terrestre, sui cieli del Texas. Dopo l’attacco dell’11 settembre,
che aveva già avuto ripercussioni traumatiche sull’industria aeronautica
internazionale, si trattò del colpo di grazia. Nata nel 1989, Aerostudi anno
dopo anno era riuscita a macinare progetti, iniziative e ricavi, stringendo una
salda collaborazione con Alenia spazio, sia sul fronte della ricerca
ingegneristica, sia su quella della produzione di componentistica, in
particolare per la Iss, la stazione spaziale internazionale. Nel 2003, il picco:
80 dipendenti e 6,5 milioni di fatturato. «La tragedia del Columbia paralizzò di
colpo l’intero indotto aerospaziale a livello mondiale – spiega Paolo
Vagliasindi, oggi direttore tecnico della rinata Aerostudi, che ha cambiato nome
in Aest -. E realtà non troppo strutturate come la nostra ne hanno fatto le
spese».
Il percorso per risollevarsi è stato lungo e difficile. «Dovevamo trovare il
modo di non sprecare il know how maturato in oltre 15 anni di lavoro ma, al
tempo stesso, anche orientarci verso un nuovo business, dal momento che quello
aerospaziale non ci garantiva prospettive solide di crescita».
Alla fine, la scelta è stata quasi obbligata: le energie rinnovabili. In
particolare, le tecnologie legate allo sfruttamento del sole. Alla fine del 2007
cominciano i primi studi e le prime valutazioni. Quindi, nella primavera del
2008, quando la riserva di ossigeno sembra essere terminata, avvengono i
contatti con potenziali finanziatori. Un gruppo di imprenditori veneti si fa
avanti e Aest, che fino allora era una semplice divisione interna di Aerostudi,
si trasforma in un’azienda vera. «Abbiamo sviluppato un impianto che consente di
massimizzare l’energia solare – anticipa Vagliasindi -. Finora i pannelli
esistenti in commercio riescono a sfruttare solo una parte di quest’energia. Il
sole emana radiazioni che coprono uno spettro molto ampio. La torre fotovoltaica
che abbiamo realizzato permette di massimizzare la quantità di energia catturata
e di assicurare performance di produzione di gran lunga migliori rispetto a
quelle che oggi propone il mercato».
A livello internazionale gli studi in materia sono ancora limitati e Aest è tra
le poche realtà a costruire questi impianti di nuova generazione. L’intuizione
di fondo è semplice: concentrare la luce del sole su una lente da 450 millimetri
e indirizzarla su un pannello solare a tripla giunzione di 15 centimetri per 15
(in grado di sfruttare un raggio particolarmente ampio dello spettro solare). Il
raggio che colpisce quest’ultimo a un’intensità tale da permettere a questi
pannelli di esprimere al meglio le loro potenzialità. «Teoricamente si
potrebbero anche realizzare specchi ricoperti da questi pannelli a tripla
giunzione. Il problema è che questi speciali pannelli sono estremamente costosi
e il loro uso sul fronte industriale è ridottissimo. Con la nostra idea abbiamo
infranto la barriera dei costi e siamo riusciti a proporre un prodotto
commercialmente valido».
La “benedizione” è arrivata all’ultimo Solarexpo di Verona, del maggio scorso.
Le manifestazioni d’interesse non sono mancate. Ora Aest, che ha una decina di
dipendenti (metà dei quali ingegneri), è impegnata nell’industrializzazione del
processo produttivo (per questa ragione il fatturato resta ancora trascurabile).
Ogni torre misura 9 metri di larghezza per 6 di altezza ed è in grado di
produrre 10 kilowatt di energia. Cento installazioni genererebbero 1 megawatt e
potrebbero dare corrente a 300 famiglie. «È chiaro che una struttura di questo
genere è pensata non certo per essere montata sul tetto di un’abitazione ma solo
per equipaggiare dei parchi solari – sottolinea Vagliasindi. - Solo in questi
termini risulterebbe economicamente valida».
NICOLA COMELLI
Migliora la marmitta catalitica con palladio e ossido
di cerio - I risultati da una ricerca dell’Università di Udine con Sissa e
Democritos
NUOVE SOLUZIONI PER RISPARMIARE
Inventata una sorta di spugna capace di effettuare scambi gassosi più efficaci
Proviamo a entrare nella marmitta catalitica di un’automobile. Troviamo un
supporto resistente al calore su cui giace un metallo prezioso, deposto in forma
di minute particelle, che funge da catalizzatore: accelera la reazione chimica
che trasforma, per esempio, il monossido di carbonio (ad alta affinità per
l’emoglobina nei polmoni) nella meno nociva anidride carbonica. Tutto bene se
non fosse che, a essere attiva, è solo una piccola parte del metallo nobile; da
qui la necessità di usarne in eccesso, cosa che fa lievitare i costi di tali
marmitte.
Nuove soluzioni sono, però, all’orizzonte. Come quella realizzata dai
ricercatori del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell’Università di
Udine assieme a colleghi della Scuola Internazionale Superiore di Studi
Avanzati, Democritos (Cnr) di Trieste e del Politecnico della Catalogna.
A spiegare la scoperta sulla rivista ”Angewandte Chemie” è Alessandro Trovarelli
docente di chimica industriale e catalisi a Udine: «Abbiamo sintetizzato un
nuovo materiale combinando il palladio (metallo nobile) con una base di ossido
di cerio (il supporto). Introducendo un’innovazione significativa: invece di
stratificare il palladio, lo abbiamo inserito nella struttura stessa del
supporto ottenendo una sorta di spugna capace di effettuare scambi gassosi con
più efficacia».
I test di combustione del metano hanno dato risultati positivi: una reazione più
efficiente, l’uso di temperature inferiori per il processo, e soprattutto, l’uso
di una minor quantità di metallo nobile. Concretamente, un bel risparmio. «Era
fondamentale capire perché, a parità di quantità di metallo, questa nuova
struttura fosse più efficiente nel trasformare il metano in acqua e Co2»,
sottolinea Stefano Fabris, ricercatore del Cnr alla Sissa. «I colleghi di
Barcellona avevano fornito una prima analisi al microscopio ma l’interpretazione
delle immagini era poco chiara. Alla Sissa con supercomputer e tecniche di
simulazione numerica siamo riusciti a descrivere l’esatta disposizione degli
atomi nella struttura e a capire che l’efficienza maggiore deriva dal fatto che
il palladio mostra una particolare faccia al metano durante la reazione».
Le applicazioni non saranno immediate, ma si possono immaginare sin d’ora. Dice
Trovarelli: «La combustione efficiente è fondamentale per i microcombustori,
piccolissimi dispositivi – ancora sperimentali – in cui la reazione avviene in
spazi ridotti producendo elevata densità di potenza. I microcombustori
potrebbero essere usati in futuro per alimentare i computer. Ma ci vorrà del
tempo».
(cri.se)
SEGNALAZIONI - DIBATTITO - Sul rigassificatore
Dal Piccolo apprendiamo che la sede della Friulia verrà
delocalizzata da Trieste a Cervignano del Friuli per renderla più «centrale»:
sarà la Regione a spiegarne i motivi.
Preso atto di tale decisione, ci si domanda come mai il rigassificatore dovrebbe
venir costruito nel «cul de sac» del golfo di Trieste, invece che studiarne
un’ubicazione più baricentrica sulla costa alto adriatica della nostra regione,
in zone centrali e marittime come San Giorgio di Nogaro o Lignano Sabbiadoro.
Come al solito, invece, la nostra città, sempre con la schiena piegata dinnanzi
alla Madre Patria, e ai suoi portavoce locali e regionali, verrà costretta – suo
malgrado – ad accettare supinamente la bomba atomica ad orologeria di quel
mostro denominato rigassificatore. Quello che nel 1918 era il secondo porto del
Mediterraneo potrebbe diventare un porto «tombale».
Marco Audolli
SEGNALAZIONI - RIFIUTI - Differenziata finta
A metà dello scorso agosto Il Piccolo riportava
dettagliatamente la notizia che il Comune di Trieste avrebbe dato corso, in
autunno, al nuovo regolamento dell'igiene urbana col fine di portare al 30% la
raccolta differenziata; iniziativa che io, sensibile ai problemi dell'ambiente,
ho accolto con grande favore, compresa la notizia delle pene pecuniarie per gli
inadempienti. Nei giorni scorsi, fatta pulizia nel garage, ho disciplinatamente
selezionato materiali ingombranti, ferro, vetro, plastica, polistirolo e
gommapiuma e li ho portati in un centro di raccolta. I primi tre sono stati
riposti in appositi grandi contenitori mentre plastica, polistirolo e gommapiuma
sono stati triturati in un automezzo destinato a vuotare i cassonetti, insieme
alle immondizie casalinghe (del resto un paio di anni fa ad Opicina ho visto gli
addetti alla raccolta vuotare tranquillamente il raccoglitore di batterie
scariche nell'immondizia generica). E la diossina? La mia domanda è: chi pagherà
la multa per questa inadempienza? L'Acegas, il Comune, l'assessorato allo
Sviluppo? Del resto che senso ha la raccolta differenziata di carta e cartone
quando il signor sindaco, nel corso di una trasmissione televisiva di qualche
mese fa, confermava che questo materiale viene incenerito in quanto la raccolta
costa più del ricavo conseguente. Perché i cittadini dovrebbe sobbarcarsi il
fastidio della cernita quando il loro sacrificio viene vanificato dai reggitori
pubblici? E dopo aver pagato probabilmente la tariffa più cara d'Italia? Curioso
è poi il fatto che nei comuni minori la Tarsu costa molto meno che a Trieste, in
certi casi la metà, per non parlare della Slovenia dove - al pari di altri paesi
civili - la tassa sull'immondizia si paga a persona (euro 36 all'anno, sì,
proprio così); e non al metro quadrato, come si fa in quelli furbi: non sono,
infatti, i metri che producono l'immondizia ma le persone. A causa di una vasta
soffitta e cantina io pago euro 1006 all'anno e in famiglia siamo in due,
fossimo in venti sarebbe lo stesso. Che logica è mai questa? Per questo motivo
ho seguito le indicazioni della stampa ed ho fatto ricorso al Comune per la
restituzione del 37% di aumento da un anno all'altro: non avendo avuto risposta
sono ricorso al giudice di pace e mi auguro che tutti i triestini contrastino
questa prepotenza, che serve solamente a far aumentare gli utili dell'Acegas
senza che questi producano un servizio decente a favore della città.
Bruno Cavicchioli
IL PICCOLO - MARTEDI', 20 ottobre 2009
«Rigassificatore, la Provincia agisca presto»
COSOLINI A BASSA POROPAT: ACCELERARE I TEMPI. PDL E
LISTA DIPIAZZA CRITICI SUL CONFRONTO
Il tema rigassificatore divide il mondo politico. E le divergenze sono
trasversali. Capita così che il segretario provinciale del Pd, Roberto Cosolini,
faccia dei «suggerimenti» alla presidente della Provincia Maria Teresa Bassa
Poropat sul percorso da intraprendere dando, per così, un’accelerata.
Suggerimento trasformato in bacchettata dai capigruppo del centrodestra a
palazzo Galatti, che sul rigassificatore accusa la Bassa Poropat di «spendere
risorse pubbliche per chiarire i dubbi e assecondare il dibattito interno al Pd».
«Consapevoli anche delle diverse sensibilità e posizioni che non possono non
esserci perciò anche al nostro interno, come Pd - dice Cosolini - abbiamo
proposto alla Provincia di coordinare un percorso di approfondimento e di
trasparente informazione delle criticità temute e delle condizioni per effettive
ricadute». Una proposta accettata, ma ora secondo Cosolini è necessario «partire
senza indugio programmando i diversi appuntamenti e da questo punto di vista mi
sento però di suggerire alla presidente Bassa Poropat - aggiunge però il
segretario provinciale del Pd - un’accelerazione rispetto alla previsione di un
primo incontro tra fine 2009 e inizio 2010». Una richiesta condita in
particolare con un punto da chiarire, più importante di altri: la compatibità o
meno del traffico di navi con la movimentazione delle gasiere. «Penso che su
questo tema la Provincia - dice Cosolini - possa e debba anticipare perciò i
tempi rispetto agli altri aspetti che magari richiedono un preventivo lavoro di
preparazione dei confronti».
Ma questo tipo di «approfondimenti» piacciono fino a Claudio Grizon (Fi), Marco
Vascotto (An), Paolo de Gavardo (Lista Dipiazza), Fabio Scoccimarro (Casa della
Libertà). «Ben vengano, ma pensare che la Provincia, dopo aver deliberatamente
taciuto su questo tema per tre anni e mezzo, spenda risorse pubbliche - dicono i
capigruppo - per chiarire i dubbi e assecondare il dibattito interno al Pd ci
appare alquanto improprio, inopportuno e risibile». Il tema del rigassificatore,
secondo i banchi dell’opposizione, ha visto la Provincia «restare sempre fuori
dal dibattito politico, evitando in tutti i modi la presentazione dei richiesti
pareri dell’ente per non dividere ulteriormente la sua variegata coalizione».
Ecco che il centrodestra «vigilerà attentamente sui prossimi impegni di spesa
della giunta provinciale e sulle loro reali finalità. Non tollereremo che il Pd
appalti la soluzione ai propri dubbi alla Provincia, lo faccia con i soldi
suoi».
Il sindaco al nuovo console: serve intesa con la
Slovenia - Sul tappeto i nodi irrisolti dal metanodotto alla vignetta e al
futuro del Teatro sloveno
«Un’intesa reciproca». Da trovare in primo luogo su
rigassificatore e vignetta, in chiave di rapporti con la vicina Repubblica, e da
estendere al nuovo Piano regolatore e al Teatro sloveno per i temi attinenti
l’intesa con la locale comunità slovena. Sono stati questi gli argomenti passati
in rassegna dal sindaco Roberto Dipiazza ieri, durante l’incontro ufficiale con
il nuovo console generale della Repubblica di Slovenia, Vlasta Valencic Pelikan,
in visita di presentazione in Municipio accompagnata dal console di Slovenia
Bojana Cipot.
«Ho sottolineato come il rigassificatore sia una grande opportunità per la
nostra città», ha aggiunto Dipiazza dopo l’incontro, in cui non ha dimenticato
di sottolineare l’impegno che il Comune sta profondendo per tentare di trovare
una soluzione al caso della vignetta, oggi necessaria per poter transitare su
tutte le autostrade e strade a scorrimento veloce della Slovenia. Una questione
della quale venerdì scorso, a Udine, Dipiazza aveva parlato direttamente con il
ministro degli Esteri, Franco Frattini. Riflessioni, quelle del primo cittadino,
condite dall’impegno a lavorare per giungere a «un’intesa reciproca» fra i due
paesi.
Sull’attualità cittadina, il sindaco ha auspicato l’intervento della Regione per
arrivare a una soluzione della difficile situazione in cui versa il Teatro
sloveno, mentre sul Piano regolatore ha promesso a breve «un incontro con la
comunità dell’Altipiano». Nel corso della visita del console generale, Dipiazza
ha anche rimarcato «i significativi passi in avanti compiuti negli ultimi anni
nei rapporti tra Italia e Slovenia e, nella nostra città, tra la comunità di
lingua italiana e quella di lingua slovena», snocciolando esempi concreti quali
l’apposizione dei cartelli stradali bilingui e le ottime relazioni
transfrontaliere instaurate con i sindaci sloveni.
Una diplomatica apertura sui vari temi toccati da Dipiazza è poi arrivata da
Vlasta Valencic Pelikan, che ha individuato la strada da percorrere nel
continuare a «puntare al dialogo e al mantenimento del clima di ottima
collaborazione che ha sempre contraddistinto i due paesi, auspicando buone
soluzioni e reciproci accordi».
Alla fine dell’incontro, il sindaco ha consegnato al console generale, in carica
ufficialmente dal 24 settembre scorso (per la seconda volta a Trieste, dopo la
prima esperienza dal 1995 al ’99), una medaglia ricordo del Municipio e un mazzo
di fiori.
San Dorligo, 700 firme contro il rigassificatore - A UN
MESE DALL’INIZIO DELLA RACCOLTA E DOPO LA ”TAPPA” DI BAGNOLI
SAN DORLIGO Oltre 700 firme in meno di un mese. È stata
una settimana decisamente positiva, quella messa in archivio da parte del
Comitato contro il rigassificatore di Zaule. Composto dai cinque soggetti
politici che appoggiano la maggioranza del Comune di San Dorligo della Valle –
Partito democratico, Rifondazione comunista e Comunisti italiani, Slovenska
skupnost e Cittadini per San Dorligo – il comitato ha raccolto grazie ai
banchetti allestiti a Domio, e nel piazzale dell’ex Grandi Motori,
complessivamente circa 400 sottoscrizioni che, tenendo conto delle adesioni
ricevute nella piazza di Bagnoli della Rosandra due settimane or sono, hanno
fatto salire il numero complessivo a quota 700 firme.
«E' decisamente un inizio incoraggiante ma certo non ci fermeremo qui», ha
commentato il componente del comitato promotore Laura Riccardi Stravisi, la
quale ha confermato che a breve partirà la raccolta firme «porta a porta, per
coprire così tutte le frazioni del territorio».
Tra i firmatari, tutti gli amministratori che formano la giunta si sono espressi
favorevolmente. L’iniziativa sta però assumento anche un valore che va al di là
degli schieramenti politici: «Sono venute a dare il loro sostegno tante persone
di centrodestra o che verso la politica non hanno interesse, ma che condividono
appieno la preoccupazione per l'eventuale costruzione di un rigassificatore», ha
precisato la Stravisi.
Forti critiche sulla raccolta delle firme sono piovute intanto dal consigliere
d'opposizione Boris Gombac, che ha sottolineato come «ai banchetti vengano
raccolte anche le firme dei triestini residenti in città, e non esclusivamente
di quelli che abitano nel comune di San Dorligo della Valle, falsando la volontà
popolare degli abitabitanti locali».
Secca la risposta della Stravisi: «Quello del rigassificatore è un argomento che
coinvolge tutta la provincia, e non solo gli abitanti di San Dorligo, fermo
restando che non abbiamo sicuramente potuto accettare le firme di persone
provenienti dal Friuli o da altre zone, apprezzando comunque la solidarietà
espressaci in questa battaglia su un tema che appartiene a tutta la popolazione
della provincia di Trieste»
(r.t.)
”Zebre” rialzate per rallentare moto e auto - Dipiazza:
nuova strategia anti-incidenti, le strisce pedonali fungeranno anche da
dissuasori di velocità
IL PIANO COINVOLGERÀ I PRINCIPALI ASSI DI SCORRIMENTO:
OGNI SINGOLO INTERVENTO COSTERÀ 10MILA EURO
Il sindaco dice basta. E annuncia una nuova soluzione concreta per tentare
di mettere la parola fine al lungo elenco di vittime della strada. E invertire
quella terribile tendenza che ha generato la media di quasi due morti al mese in
città, a seguito di incidenti con scooter e moto coinvolti.
«Andremo a realizzare il rialzo del manto stradale nei punti dove oggi sono
sistemate le strisce pedonali nei principali assi di scorrimento cittadini», va
subito al dunque Roberto Dipiazza. Si creeranno, quindi, dei dissuasori più
larghi di quelli classici neri e gialli, in coincidenza con gli attraversamenti
dei pedoni. Per i primi interventi non bisognerà attendere tanto tempo: «Dove è
già in programma la riasfaltatura delle strade adegueremo subito la situazione -
prosegue il sindaco, dall’alto della sua delega a mobilità e traffico -. Così,
trovandosi davanti questo dissuasore, motociclisti e automobilisti dovranno
rallentare. Sommando a ciò la presenza delle varie rotatorie, puntiamo a
spezzare la possibilità di accumulare velocità nelle vie del centro».
«Sistemeremo questa soluzione un po’ dappertutto: ogni singolo intervento ci
costerà circa 10mila euro», è il dettaglio di spesa aggiunto da Dipiazza. Dal
Municipio, emerge poi come questo stratagemma comporterà un rialzo delle zone
d’asfalto “zebrate” di 12-15 centimetri, determinando quindi un allineamento ai
marciapiedi. Le relative verifiche sono allo studio degli uffici comunali, ma il
sindaco ha già fissato nell’agenda dei suoi tecnici una missione «a Padova, per
dare un’occhiata e vedere come hanno realizzato la modifica lì».
Se un elenco preciso ancora non è stato messo nero su bianco, Dipiazza ha già le
idee chiare sulle strade dove intervenire in tempi brevi è prioritario: «Penso
alla zona di San Luigi, nello specifico a via De Marchesetti, lungo la quale i
mezzi in discesa vanno troppo veloci. Poi sarà la volta di altri assi di
scorrimento principali del territorio: da via Costalunga, dove poco più di un
anno fa è morto un bambino (la promessa del pattinaggio Davide Bressan,
investito da un’auto, ndr), a via Giulia e via Battisti e ancora via Valmaura e,
andando verso Muggia, via Flavia». Ma non solo: il Comune effettuerà un’azione
capillare nella quale rientrerà ad esempio anche strada di Fiume, lungo la quale
una settimana fa ha perso la vita lo scooterista di 36 anni Alex Bobich.
La novità anticipata dal sindaco incassa immediatamente la condivisione di chi,
con l’emergenza sulle strade, ha avuto e continua ad avere quotidianamente a che
fare, cioè il comandante della Polizia municipale, Sergio Abbate: «Come il
sindaco, sono altrettanto interessato a porre fine a questa carneficina -
afferma il numero uno dei vigili urbani -. Tutto ciò che si può fare, lo faremo.
Qualsiasi sistema preventivo, repressivo, strutturale in questo senso non può
che trovarmi favorevole. Peraltro, stiamo portando avanti la nostra prevista
opera di rafforzamento sul territorio: mediamente, non solo per questa emergenza
ma anche per le altre attività che ci vedono impegnati, abbiamo ogni giorno
20-25 pattuglie (cioè una cinquantina di agenti, ndr) per singolo turno,
disseminate in tutta l’area urbana».
MATTEO UNTERWEGER
Una super-centralina vigilerà sull’intero sistema semaforico -
L’apparecchiatura elettronica sarà installata in largo
Granatieri: i 400mila euro pagati dall’Acegas
Una nuova centralina elettronica all’avanguardia, per monitorare il regolare
funzionamento dei semafori di tutto il territorio comunale. E non solo: anche
per avere un quadro generale sulla situazione del traffico veicolare 24 ore su
24, grazie al collegamento costante con sensori piazzati sulle strade più
trafficate del centro (fra le altre, via Giulia, via Battisti, viale D’Annunzio
e anche le Rive).
La delibera per la sostituzione del vecchio sistema con quello nuovo, targato
Siemens e dal valore di 400mila euro, è stata approvata ieri dalla giunta
comunale e, in pochi giorni, i lavori per la sistemazione dell’apparecchiatura
saranno ultimati. Dove? In largo Granatieri, a brevissima distanza dalla
centrale operativa della Polizia municipale, che è ovviamente il principale
destinatario della dotazione.
«Con questo sistema altamente innovativo, avremo tutta la situazione dei
semafori sempre sotto controllo», gongola il sindaco Roberto Dipiazza. La
centralina rivelerà eventuali guasti alle singole lampadine di un impianto, i
problemi di sincronizzazione fra diversi semafori o l’eventuale interruzione del
collegamento: tutti episodi che potrebbero innescare problemi non da poco alla
circolazione. In questo modo, la segnalazione in tempo reale assicurerà
interventi risolutori ancora più tempestivi del solito. Inoltre,
l’apparecchiatura fungerà pure da banca dati, conservando le informazioni
registrate nel corso della giornata sullo stato degli impianti e rendendole
consultabili agli operatori.
Nell’ambito della ventennale convenzione stipulata dal Comune con l’AcegasAps
per la gestione degli impianti semaforici, i 400mila euro per il rinnovo della
centralina saranno pagati proprio dall’ex municipalizzata. A proposito di quest’ultima,
il mobility manager del Comune, Giulio Bernetti, coglie l’occasione per fare i
«complimenti ai tecnici dell’AcegasAps per la grande professionalità dimostrata
ancora una volta con questa operazione».
Attualmente i piani semaforici che ruotano in città, sulla base dell’ora e della
giornata di riferimento (c’è differenza fra un giorno feriale e la domenica, per
esempio), sono quattro, abbinati a cicli da 90 secondi, in due casi, 75 e infine
60.
(m.u.)
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO (1)
Spesso sulle Segnalazioni appaiono considerazioni sul
rigassificatore fatte per la gran parte da persone non addette ai lavori, e
perciò prive di cognizioni tecniche in materia, e per lo più critiche in senso
negativo.
Mi sembra si stia ripetendo quanto avvenuto 20 anni fa a proposito della
costruzione delle centrali nucleari. In quell’occasione i vari circoli di
ecologisti e verdi, cavalcando l’onda del disastro di Chernobyl, hanno influito
in modo determinante sull’opinione pubblica quando è stato fatto il relativo
referendum, bloccando in tal modo la costruzione delle centrali nucleari.
Risultato?
Siamo circondati da centrali atomiche, vedi Krsko che praticamente è in casa
nostra, e da 20 anni stiamo pagando l’energia elettrica il 30% in più rispetto a
tutti i Paesi europei.
Certamente un minimo di rischio c’è, come del resto in tutte le cose: viaggiare
in aereo, in macchina, camminare in città; attraversare le vie anche sulle
strisce pedonali, si può venire investiti, come è capitato a me alcuni anni fa
costringendomi poi per sei mesi a camminare con le stampelle. Ma per questo
fatto non mi sono certamente chiuso in casa.
Ritornando all’argomento rigassificatore desidererei che tale argomento fosse
trattato da persone competenti in modo specifico sulla materia e inviterei i
critici e i dubbiosi a chiedere chiarimenti sull’impatto ambientale e in special
modo marino agli addetti ai lavori della città di La Spezia, dove da 16 anni è
in funzione il rigassificatore situato in fondo al golfo, notevolmente più
piccolo di quello di Trieste, alla periferia della città nel porto della Marina
militare e non molto lontano da Porto Venere.
Nel settembre dello scorso anno sono stato per alcuni giorni a La Spezia e ho
potuto vedere, con invidia di pescatore sportivo, catturare delle bellissime
orate dal molo grande del porto. Vorrei invitare qualche luminare della materia,
a illustrare possibilmente sul Piccolo il pro ed il contro di detta
installazione, in modo che la cittadinanza sappia chiaramente ciò che si vuol
fare.
Pino Corradini
SEGNALAZIONI - Sul rigassificatore - DIBATTITO (2)
Con i due articoli apparsi sul Piccolo del 12 ottobre si è
quasi raggiunto il massimo livello evolutivo su "il rigassificatore".
Sorprendente il livello conoscitivo del problema espresso da Italo Gabrielli.
Collegare i rigassificatori al problema degli esuli è frutto di una profonda
capacità di analisi e soprattutto di sintesi della questione.
È ancora più sorprendente l'affermazione che le attività operative
dell'oleodotto Siot non inducono benefici al di fuori dell'area aziendale. Fatto
noto a tutti che la Siot ha un'intensa attività di lavoro che coinvolge non
poche aziende triestine. Gabrielli vada a vedere i bilanci annuali della società
che, come ben sa, sono pubblici e depositati presso la Camera di commercio.
Il secondo intervento è firmato Nevia Babich. L'espressione "patacca" racchiude
in sé tutto il significato del suo pensiero lettere di questo spessore fanno
capire il livello tecnico/culturale, del popolo del "no Rigassificatori",
rapportato alla questione dei rigassificatori stessi.
Luciano Emili
SEGNALAZIONI - Treni regionali - REPLICA
Rispondiamo alle questioni di natura ferroviaria poste da
una lettera pubblicata lo scorso 16 ottobre.
Il treno regionale 2861, Venezia-Trieste, il 9 ottobre scorso era composto da
cinque carrozze, invece delle sei previste dal turno, per l'indisponibilità di
una vettura in manutenzione straordinaria. Questo fatto potrebbe avere
determinato un sovraffollamento nel primo tratto del viaggio, di cui ci
scusiamo. Tuttavia il servizio di prima classe su quel treno viene svolto sempre
e soltanto su metà vettura, perché i posti offerti, sulla base delle
frequentazioni statisticamente rilevate, sono sufficienti a soddisfare la
domanda.
Siamo consapevoli dell'elevata età media dei treni per i pendolari, una
situazione creata da decenni di investimenti e risorse insufficienti. All'estero
le compagnie ferroviarie che gestiscono i servizi regionali hanno ricavi doppi
rispetto a Trenitalia e le amministrazioni pubbliche concorrono ad acquistare
nuovi treni o lo fanno direttamente. Dopo molti anni, finalmente i nuovi
Contratti di Servizio fra le Regioni e Trenitalia prevedono una durata idonea
per consentire a Trenitalia di reperire le necessarie risorse finanziarie ed
acquistare nuovi treni. A settembre abbiamo annunciato un piano da due miliardi
di euro - il più ingente mai lanciato da Trenitalia - con cui sarà possibile
rinnovare gradualmente il parco dei treni regionali.
Ufficio Stampa Friuli Venezia Giulia - Ferrovie dello Stato
COMUNICATO STAMPA DI GREENACTION TRANSNATIONAL - LUNEDI', 19 ottobre 2009
Martedì 20 ottobre alle ore 11 a Trieste presso la sala convegni del Centro Servizi Volontariato, via San Francesco 2 si terra' una conferenza stampa sul tema
"DUE RIGASSIFICATORI NEL GOLFO DI TRIESTE ?"
Mentre il governo italiano ha approvato e continua a forzare clamorosamente il
progetto di un rigassificatore della spagnola Gas Natural nel porto di Trieste,
sta passando in silenzio anche un secondo progetto, quello per un
rigassificatore su piattaforma marina in mezzo al golfo, già avviato dall’Endesa
ed ora ripreso della tedesca EON, impegnata contemporaneamente per un grande
rigassificatore nell’isola croata di Krk/Veglia che dovrebbe rifornire anche
l’Italia.
La EON ha infatti già presentato le integrazioni allo
studio di impatto ambientale del suo progetto che prevede una piattaforma alta
35 metri in faccia ai porti ed alle località turistiche della costiera triestina
ed isontina, di Grado e della costa della Slovenia. La procedura d’approvazione
potrebbe concludersi entro pochi mesi.
Nella conferenza stampa verranno chiarite le possibilità che i due progetti
vengano imposti alle popolazioni senza le consultazioni locali e
transfrontaliere previste dalle norme europee, con quali rischi e quali logiche
segua questa concentrazione abnorme di rigassificatori (dopo quello al largo di
Rovigo) nell’Alto Adriatico.
Verrà fatto anche il punto delle opposizioni al progetto Gas Natural dopo i
ricorsi presentati da Grrenaction Trasnational e da AAG alla Commissione ed al
Parlamento europei.
GREENACTION TRANSNATIONAL (aderente ad AAG-Alpe
Adria Green)
Via Palestrina 3 - 34133 Trieste (Italy)
tel.+39 040-2410497
info@greenaction-planet.org
IL PICCOLO - LUNEDI', 19 ottobre 2009
Risparmio energetico, nuovi fondi regionali - Stanziati
altri 3 milioni per la regione. Scaduta la vecchia graduatoria: ne serve una
nuova
SARANNO RIFINANZIATI GLI INTERVENTI DI RISTRUTTURAZIONE
TRIESTE La Regione rifinanzierà, nel 2010, il capitolo dedicato agli
interventi di manutenzione straordinaria per il risparmio energetico, con altri
3 milioni di euro. Ma, attenzione: non si andrà all'esaurimento della
graduatoria già esistente bensì si ricomincerà da capo. A tranquillizzare i
cittadini che in massa si sono fiondati sul provvedimento di sostegno voluto
dall'ex-assessore Lenna è Elio De Anna, attuale assessore ai Lavoro Pubblici,
che ha preso in carico il progetto.
Il finanziamento serve a contribuire alle spese per il rifacimento di servizi
igienico - sanitari e tecnologici, il miglioramento dell’efficienza energetica
(tramite isolamento dell’involucro edilizio, utilizzo di impianti ad alto
rendimento o di sistemi schermanti esterni), e la messa a norma degli impianti
tecnologici, di utilizzazione dell'energia elettrica, di protezione contro le
scariche atmosferiche, e per l'automazione di porte, cancelli e barriere, nonché
per il rifacimento di riscaldamento, climatizzazione, condizionamento o
distribuzione e l'utilizzazione di gas o ancora di protezione antincendio.
Beneficiari dei contributi sono i soggetti privati proprietari o comproprietari
di immobili ''prima casa''. I contributi sono assegnati nella misura del 50 per
cento del costo dell’intervento ritenuto ammissibile, e saranno compresi tra un
massimo di 10.000 euro e un minimo di 3mila.
Alla chiusura dei termini erano arrivate 2147 domande, di cui 1870 ammissibili,
di cui 939 da Udine, 196 da Gorizia, 214 da Pordenone, 521 da Trieste. Di
queste, però, sono ammissibili solo 641: 283 a Udine,l 75 a Gorizia, 128 a
Pordenone e 155 a Trieste.
A disposizione infatti ci sono 3 milioni di euro, di cui un milione e 248mila a
Udine (44%), 337 a Gorizia (11%), 735 a Pordenone (24%) e 643 a Trieste (21%).
Al momento dell'approvazione del regolamento, la giunta partiva da una
previsione di domande che viaggiava sulle 300 unità. Come si vede, i numeri sono
di gran lunga superiori.
«Le graduatorie – spiega l'assessore De Anna – saranno realizzate con due
criteri: secondo l'importo dei lavori e la data di arrivo della lettera. Si
basano inoltre sulla coincidenza tra la somma che si preventiva e quella che si
andrà a spendere effettivamente».
Ovvero: se si dichiara un preventivo di 20mila euro, se poi la spesa
rendicontata è diversa si perde il contributo. «Questo è stato necessario per
snellire le pratiche di finanziamento – spiega ancora De Anna – perchè il
provvedimento è stato voluto per i cittadini ma anche per sostenere artigiani e
piccole imprese, per le quali non esistono ammortizzatori». Ecco perchè,
finanziaria permettendo, tutto verrà riproposto nel 2010. IL 2010. «Il
provvedimento si è dimostrato utile e quindi l'intenzione è di riproporlo –
spiega De Anna – con uguale finanziamento, di 3 milioni di euro, anche nel
2010,. Non si andrà però a esaurimento delle domande presentate, ma l'intera
graduatoria verrà rifatta da capo con le nuove richieste».
(e.o.)
IL PICCOLO - DOMENICA, 18 ottobre 2009
Nuovi 8 treni per la regione anche da Svizzera e Spagna
- Sono arrivati i cinque plichi con le offerte per la gara Investimenti per 74
milioni
TRIESTE Nuovi treni dalla Spagna e dalla Svizzera, oltre
che dall'Emilia Romagna e altre regioni italiane. Da queste località infatti
provengono i cinque plichi pervenuti alla Regione Fvg dopo la chiusura
(mercoledì 14) della gara per le nuove dotazioni di mezzi per le Ferrovie
regionali, indetta subito dopo la firma del nuovo contratto con Trenitalia. Un
acquisto previsto appunto tra le azioni imposte dal nuovo accordo e destinata a
migliorare il parco mezzi regionale. Dopo il rinvio del termine ultimo (da fine
settembre a metà ottobre) le proposte pervenute sono state cinque.
IL BANDO DI GARA Prevede l’affidamento della fornitura di otto elettrotreni
modulari per i servizi ferroviari, di nuova costruzione, con almeno 230 posti a
sedere, omologati per la circolazione sulla rete italiana e slovena. Il prezzo a
base d'asta è quantificato in 53milioni 650mila euro. Gli otto elettrotreni
andranno infatti a sostituire le vecchie automotrici "Ale 801" attualmente in
servizio con un'anzianità media di circa 32 anni.
LE PROPOSTE Alla chiusura dei termini erano cinque i pacchi arrivati al
Protocollo: tre italiani e altri due stranieri, uno dalla Svizzera e uno dalla
Spagna. La gara prevedeva infatti una procedura aperta, con il criterio di
aggiudicazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa in base alle
indicazioni riportate nel capitolato d'oneri e nelle specifiche. Adesso la
Regione vaglierà le offerte pervenute e nel giro di qualche mese sceglierà il
vincitore. Già dal 2010, come previsto, i nuovi mezzi quindi potranno arrivare
sulle rotaie regionali, come appunto indicato dal piano investimento redatto a
metà 2009.
GLI INVESTIMENTI La Regione Fvg ha in programma investimenti pari a 74 milioni
di euro nel prossimo triennio ai quali si aggiunge, come indicato dal contratto
di servizio per il Tpl siglato lo scorso 8 maggio, un impegno finanziario di
Trenitalia per 29 milioni di euro, con l'obiettivo di rinnovare il parco
rotabile a disposizione del traffico pendolare sulle linee regionali.
Elena Orsi
Prg e terreni ”miracolati” Il sindaco: chi si sente
beffato faccia un esposto in Procura - Parcheggio di Opicina: il valore
dell’area è stato moltiplicato
«Dubbi sul Prg? Ho già chiesto che agisca la Procura, chi
si sente beffato faccia un esposto. Non sono io che devo verificare gli affari
che intercorrono tra privati. Se ci sono state fughe di notizie o intrallazzi è
la magistratura che deve intervenire. Non so niente e non voglio sapere niente,
non partecipo a queste cose». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste si chiama
fuori definitivamente dai veleni del dopo piano regolatore. Ma i buchi neri
restano.
Sono almeno due le questioni controverse legate a quel documento: sulla prima,
la famosa pulcinaia ”miracolosa” di Padriciano, che ha più che decuplicato il
suo valore dopo un mese a causa del cambio di destinazione dell’area, divenuta
edificabile, sembra sia appena approdata in Procura un’indagine conoscitiva.
Sulla vicenda bocche cucite, com’è di prammatica, ma l’intera transazione sembra
aver sollevato più di qualche perplessità.
Dubbi che diventano monumentali di fronte alla vicenda del parcheggio di
interscambio di Opicina, che il Comune, in una partita di giro, si è ripreso
concedendo all’immobiliare Palazzo Ralli l’edificabilità per circa 6000 metri
quadrati. Col risultato che il loro valore è schizzato a 300 euro al metro
quadro. Al netto fa un milione e 800mila euro a fronte di un investimento totale
di 258mila. Aldo Cocolet, titolare di un’impresa, il geometra che con un lavoro
personale di intelligence ha scoperchiato il calderone del Prg, non demorde.
«Sono stato anche in Regione – racconta – e là ho finalmente capito perché
quell’amministrazione ha venduto quel lotto. Semplicemente perché il Comune non
ha portato a compimento il lavoro di esproprio su quell’area che doveva fare.
Perso, insabbiato». S’infervora, Cocolet, quando osserva che il Comune, in
realtà, poteva tranquillamente non fare a Palazzo Ralli il ”favore” della
trattativa. «Quell’area, è appurato, era destinata a parcheggio pubblico e
caserma dei carabinieri. I suoi nuovi proprietari avrebbero potuto al massimo,
sentito il Comune, chiedere un pedaggio e basta. Perché, invece, sono stati
agevolati in quella maniera?».
FURIO BALDASSI
Ambientalisti agguerriti: adesso tocca ai cittadini
farsi sentire sul Piano
Quattro copie, sulla prima delle quali deve essere apposta
una marca da bollo di 14,62 euro. Questa la forma che devono assumere le
osservazioni e le opposizioni relative al Piano regolatore, che possono essere
presentate all’ufficio del Protocollo del Comune, in via Punta del Forno, dal
lunedì al venerdì fra le 8.30 e le 12.30 e al lunedì e al mercoledì anche dalle
14 alle 16.30, fino al 24 novembre. Queste informazioni, unite all’invito ad
attivarsi rivolto all’intera cittadinanza, sono state rese pubbliche ieri dagli
ambientalisti di Trieste. Nel corso di una conferenza stampa che ha visto
partecipare i rappresentanti di “Piùverdemenocemento”, Italia nostra, Wwf, Pro
Loco e Comitato dei cittadini di San Giovanni e Cologna, Legambiente e Green
Action transnational, sono state indicate le strade ufficiali «per inoltrare al
Comune – è stato ribadito – le opinioni dei cittadini».
«Le opposizioni possono essere presentate solo dai proprietari o dai loro
rappresentanti – ha precisato Dario Vremez, del Comitato per la difesa di
Opicina – ma le osservazioni possono essere avanzate da chiunque e auspichiamo
che siano tanti i triestini a farle». Marco Simic, del Coordinamento degli
ambientalisti, Vera Puiatti di Italia nostra, Carlo Della Bella del Wwf, Luciano
Ferluga e Annamaria Mozzi della Pro Loco di San Giovanni e Cologna e Roberto
Giurastante di Green Action transnational hanno tutti evidenziato «lo scarso
coinvolgimento della popolazione nella fase preparatoria del Piano». (u.s.)
Ordine degli Architetti, è Dapretto il nuovo presidente
- A BREVE LA NUOVA SEDE IN VIA GENOVA
«Pensare a un modello di città costruito sulla
condivisione degli obiettivi e sulla partecipazione dei cittadini, delle
associazioni, delle categorie e dei portatori d'interesse. Un modello che veda
Trieste come un grande organismo ecologico, che deve ridurre i flussi energetici
in entrata e diminuire quelli inquinanti in uscita, migliorando il suo
metabolismo attraverso il riciclo delle risorse».
È questa la Trieste del futuro immaginata da Andrea Dapretto, neoeletto
presidente dell'Ordine provinciale degli architetti. Consapevole del fatto che
la città è all'inizio di un percorso di profonda trasformazione, da attuare con
il Piano regolatore generale «le cui finalità - precisa - dovrebbero essere di
proporre una visione complessiva da un lato e governare il rapporto tra
interessi pubblici, collettivi di una comunità e quelli privati dall'altro»,
Dapretto esprime una critica all'attuale Prg. «Nel Piano - sostiene - le nuove
aree di espansione si situano in Carso mentre quelle strategiche si collocano
sulle Rive, dove però traspare incertezza nelle scelte. In questo quadro -
prosegue - la vera questione strategica, l'annosa vicenda del Porto Vecchio,
area da unirsi e non da restituirsi alla città, rimane incerta. È in questo
contesto - afferma Dapretto - che dobbiamo collocare anche il progetto di piazza
Libertà. Se da un lato appare sensata la pedonalizzazione dell'accesso alla
Stazione, dall'altro si fatica a riconoscere le strategie di mobilità cittadina
che vadano oltre alle mere esigenze viabilistiche, che portano al sacrificio di
alcune alberature, patrimonio di valore naturale e storico e una delle poche
risorse ancora esistenti a Trieste. A questo modello, privo di adeguate
strategie e deregolamentato nella sua pianificazione, dove bonus edilizi
attuabili attraverso il Piano casa appaiono condoni preventivi a scapito degli
sforzi pianificatori - conclude - si preferirebbe contrapporne uno di gestione
urbana, sostenibile per l'ambiente e per il cittadino che lo abita».
Accanto a Dapretto, capo della lista "Architetti per la città" che ha vinto le
elezioni dell'Ordine (che conta 370 iscritti) opereranno per il prossimo
quadriennio il segretario Tazio Di Pretoro, il tesoriere Eugenio Meli, il
presidente della Commissione parcelle Paolo Vrabez e i consiglieri Andrea
Benedetti, Thomas Bisiani, Claudio Farina, Piero Ongaro. Paola Tolloi sarà
consigliere rappresentante degli architetti junior.
Parole di apprezzamento per la linea dettata da Dapretto ha espresso il
presidente uscente, Luciano Lazzari: «Sarò vicino all'Ordine nel mio ruolo di
delegato degli architetti italiani a Bruxelles». A breve l'Ordine inaugurerà la
nuova sede in via Genova 14 e potrà utilizzare la vicina sala della comunità
serbo ortodossa. Fra le prime iniziative la creazione di una "Casa
dell'architettura" dove discutere delle tematiche locali.
Ugo Salvini
In 200 in piazza Marconi contro il rigassificatore
MUGGIA «No al rigassificatore». Partecipata manifestazione
indetta dai partiti che costituiscono il comitato promotore della raccolta di
firme e banchetto affollato da duecento cittadini ieri mattina in piazza Marconi
a Muggia per ribadire la contrarietà della cittadina all'impianto di
rigassificazione che dovrebbe trovare sede nel Vallone. In piazza erano presenti
i segretari dei partiti che sostengono la maggioranza che hanno illustrato le
motivazioni del proprio no. «Per la pericolosità dell'impianto - ha detto il
segretario del circolo di Muggia di Rifondazione comunista, Maurizio Coslovich -
e per problemi di sicurezza legati al rischio di attentati come quello del '74,
per il fatto che le abitazioni sul territorio circostante subiranno un
deprezzamento, per il conseguente blocco delle attività portuali a causa del
passaggio delle gasiere. Non è vero poi che il gas costerà di meno agli utenti,
perché sappiamo già che l'impianto non lavorerà a pieno regime, e non ci saranno
nemmeno gli 80 nuovi posti di lavoro prospettati per i residenti perché la
manodopera specializzata arriverà dalla Spagna. Infine subiremo la moria di
pesci e la morte del golfo e dell'attività di pesca con restrizioni al movimento
dei pescherecci e a causa dello sbalzo termico derivante dall'utilizzo
dell'acqua marina per il raffreddamento dell'impianto in un fondale profondo
appena venti metri con gravi mutamenti del microclima marino e la sparizione del
fitoplancton». A rischio sarebbero anche l'attività remiera della società
Pullino che non potrebbe più usufruire dell'attuale bacino di allenamento, del
circolo della vela oltre alle attività di pesca sportiva.
Il segretario Gianfranco Dragan ha confermato la posizione di contrarietà del Pd
di Muggia per «la totale mancanza di un progetto di sviluppo sostenibile per
Trieste: gli amministratori del capoluogo pensano ai loro vantaggi, ma
l'impianto, pur insistendo sul territorio triestino, non può certo essere visto
come "staccato" dal resto della provincia. E le conseguenze per Muggia sarebbero
pesanti».
(g.t.)
Risorgive del Timavo, presto il parco - Ret: entro
ottobre terminata la bonifica degli ordigni dall’acqua - Si sta definendo l’iter
dell’intervento
DUINO AURISINA E’ finalmente ai blocchi di partenza l’iter
di riqualificazione delle risorgive del Timavo. Il Comune stringe i tempi e
presenta l’intervento per la messa in sicurezza e la sistemazione delle sponde,
collegata all’operazione di bonifica dagli ordigni bellici abbandonati lì nel
secondo dopoguerra dalle truppe anglosassoni. «Entro la fine di ottobre –
afferma il sindaco Giorgio Ret – i proiettili verranno rimossi e portati via dai
militari, che provvederanno a far brillare gli esplosivi in un’area
preventivamente individuata». Per questo gli uffici comunali hanno predisposto
il progetto di riqualificazione dell’area, che prevede oltre al ripristino di
alcuni percorsi verdi anche l’inserimento di un’area giochi per bambini. La gara
per l’affidamento dell’esecuzione dei lavori verrà indetta la prossima
settimana. La Regione, con decreto datato 27 dicembre 2007, ha stanziato al
Comune di Duino Aurisina un finanziamento pari all’ammontare di 250 mila euro
per eseguire gli interventi urgenti di messa in sicurezza e sistemazione. L’area
interessata è compresa tra la statale 14, il piazzale in prossimità della
Cartiera e la strada che, sfiorando la terza risorgiva, porta da un lato sulla
14 e dall’altro al Villaggio del Pescatore. Dunque subito dopo la conclusione
dell’intervento preliminare di bonifica, verrà sistemato il manto stradale
esistente e quello relativo alle aree di parcheggio in prossimità della chiesa,
ma anche un breve tratto di strada carraia di servizio in forte pendenza e in
stato di notevole degrado. Saranno contestualmente ripristinale le canalette per
lo sgrondo delle acque piovane (con posizionamento di griglie, caditoie e
pozzetti). Gli interventi di miglioramento ambientale prevedono la ricostruzione
parziale della “duna” occupata da salici e vegetazione palustre e il ripristino
delle superfici boschive danneggiate durante le operazioni di rimozione degli
ordigni. Il Comune intende poi inserire delle siepi per creare nuove quinte di
schermatura e incrementare la biodiversità, nonché piantare alcuni esemplari di
ontano nero e frassino ossifillo. Potranno esserci potature o abbattimenti di
alberi caduti o pericolanti: verrà svolta la pulizia generale e l’asporto
rifiuti, comprensivo dei resti di un vecchio furgone abbandonato da anni sulla
penisola tra la prima e la seconda risorgiva. Farà seguito l’inserimento di
arredi e attrezzature, in particolare una serie di staccionate a protezione
delle posizioni più pericolose e i dissuasori per impedire l’accesso ai veicoli
in zone riservate ai visitatori. Il progetto prevede altresì il posizionamento
di cartelli tematici che illustrano le caratteristiche storico-archeologiche e
naturalistiche dei luoghi, cestini portarifiuti, tavoli e panche, giochi per
bambini. Infine è programmata la sostituzione di una recinzione pericolante per
impedire l’accesso in una zona delle risorgive a suo tempo soggetta a crolli; la
realizzazione di murature verticali in pietrame a rinforzo di punti interessati
da cedimento; e il rivestimento di alcuni cippi esistenti, senza modificarne la
funzione, in prossimità dei Lupi di Toscana.
Tiziana Carpinelli
IL PICCOLO - SABATO, 17 ottobre 2009
Tav, la Trieste-Divaccia si allontana dalla Val
Rosandra
LA CURVA DELLA DISCORDIA SPOSTATA A NORD DI ALMENO 100
METRI - LA BRETELLA
Da San Dorligo un collegamento diretto al porto con un chilometro in galleria
Previste alcune modifiche al percorso contenuto nello studio di fattibilità
italo-sloveno
I tecnici di Rfi - Rete ferroviaria italiana stanno tentando di far quadrare
il cerchio. Di radunare, per la verità, tutte le novità che il prossimo 20
ottobre, a Roma, dovranno dimostrare ai funzionari dell’Unione europea che il
tratto della Tav dal Veneto al Friuli Venezia Giulia e oltre, fino allo
sconfinamento transfrontaliero in Slovenia, non è solo una nuvola di parole care
alle istituzioni. In questo quadro, accessorie ai discorsi complessivi, ma
fondamentali per il territorio triestino ci saranno anche alcune novità sul
settore Trieste-Divaccia dell’Alta velocità, componente del Corridoio 5. Di
modifiche si parla da settimane e di modifiche, anche se non sostanziali, ci
sarà traccia sulla versione rivista dell’ipotesi progettuale. Che era e resterà,
per ora, uno studio di fattibilità e non un progetto preliminare.
LA CURVA La famosa curva della discordia, quella che - stando alla bozza redatta
dai tecnici italo-sloveni - doveva interessare la zona della Val Rosandra, per
permettere al percorso di scendere dall’Altipiano verso San Dorligo della Valle,
sarà spostata. Più su, di una manciata di centinaia di metri, fra i cento e i
trecento, quasi a sfiorare proprio il territorio della vicina Slovenia. La cosa
determinerà - assicurano fonti vicinissime ai progettisti - un allungamento del
tratto Trieste-Divaccia dagli annunciati 35,6 chilometri agli indicativi 38.
L’allargamento del raggio di curvatura comporterà, secondo i sostenitori della
soluzione, un minor impatto di tipo ambientale su un’area tutelata anche a
livello comunitario. Il disegno targato 2003 e contenuto all’interno dello
studio congiunto fa transitare al momento il tracciato a mezzo chilometro dalla
delimitazione geografica dell’area della Val Rosandra.
Variazioni sostanziali alla linea del percorso, in effetti, paiono difficilmente
pensabili da parte di quanti stanno curando il progetto: esiste un paletto
praticamente insuperabile, quello inserito nell’accordo di base sul tratto
transfrontaliero fra Italia e Slovenia, ossia che il tratto si concluda il più
vicino possibile a Divaccia. Perché? Per favorire l’aggancio a quel collegamento
già realizzato in anticipo dai tecnici sloveni fra Divaccia stessa e
Capodistria, l’unico scalo del Paese.
BRETELLE Non solamente il collegamento dal doppio tunnel sotterraneo verso il
centro, diretto alla stazione centrale di Trieste (partendo all’altezza di Santa
Croce), ma il perfezionamento della seconda bretella, una delle chiavi
principali del tracciato, è allo studio della controllata delle Ferrovie dello
Stato. Si tratta della confermata linea che dovrebbe legare direttamente la Tav
al porto di Trieste, snodandosi da San Dorligo, nei pressi dello stabilimento
della Wärtsilä, per congiungersi infine al tratto ferroviario in superficie già
esistente che termina ad Aquilinia. Il tutto per valorizzare e sostenere
adeguatamente quei traffici portuali che nel 2020, stando alle analisi di
esperti del settore, dovrebbero arrivare a toccare la quota di un milione e 200
mila in fatto di teu movimentati all’anno. Questo sarà dunque un secondo accesso
su rotaia al porto, oltre a quello già operativo della galleria di cintura. Nel
dettaglio, la bretella di San Dorligo dovrebbe essere realizzata su un unico
binario con la creazione di un tunnel della lunghezza di circa un chilometro che
si agganci all’impianto ferroviario presente nell’area della Wärtsilä. Avrà già
una sagoma adeguata all’Alta capacità, il che - nelle intenzioni - andrebbe a
consentire la chiusura temporanea della galleria di cintura per garantirne a sua
volta l’adeguamento.
IL PONTE A proposito del collegamento dal tratto Tav Trieste-Divaccia alla
stazione centrale di Trieste, per evitare problemi di sovraccarico di traffico e
consentire un più agevole scorrimento una delle ulteriori ipotesi ventilate
negli ultimi tempi è quella del raddoppio del ponte di ferro di Barcola.
MATTEO UNTERWEGER
L’incognita dell’asse verso Capodistria - I sei
chilometri diretti fra i due scali potrebbero rivoluzionare tutto
APERTURA DALLA VICINA REPUBBLICA A UN APPROFONDIMENTO
Un doppio nodo andrà sciolto da qui ai prossimi mesi. Quello più urgente,
chiamato a dimostrare all’Europa unita e ai suoi delegati l’identità di vedute
tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, dovrà trovare risposta già martedì prossimo
a Roma e interessa il punto di allacciamento infra-regionale del collegamento.
Lungo la costa o in affiancamento all’autostrada? Gli uffici regionali stanno
lavorando alacremente per arrivare all’intesa, consapevoli del fatto che per il
tratto Venezia-Ronchi non c’è più tempo da perdere: una progettazione
preliminare dev’essere presentata entro il 31 dicembre del 2010, ultima proroga
accordata dall’Unione europea in merito. Pena, la restituzione dei fondi
comunitari già stanziati. Di questo, i rappresentanti degli enti coinvolti
avevano già discusso lo scorso 30 settembre, sempre a Roma, nel vertice che ha
in sintesi gettato le basi per il nuovo aggiornamento della prossima settimana.
Ma quanto al futuro della sola Trieste-Divaccia, oggi non più di un’iniziale
ipotesi progettuale, questo potrebbe essere messo in qualche modo a rischio
anche da una questione collegata. Questione che riporta in primo piano la
portualità, triestina e capodistriana. Da anni, infatti, si dibatte sulla
possibilità di realizzare un collegamento ferroviario diretto fra i due scali:
un asse da sei chilometri, di cui un paio in territorio italiano. Si tratterebbe
dell’ideale e concreta prosecuzione verso la Slovenia della linea che oggi si
conclude ad Aquilinia. Ebbene, se l’Unione europea darà il suo benestare, già a
gennaio potrebbe partire uno studio di fattibilità per la retta
Trieste-Capodistria, sempre nell’ambito dell’Interreg 2007-2013, il programma di
cooperazione transfrontaliera fra i due paesi.
C’è da dire che, per la prima volta, in questa direzione la Regione ha
registrato una certa disponibilità da parte dei colleghi sloveni, che finora non
avevano mai manifestato aperture sul tema. Affrontare eventualmente il tema con
determinate prospettive, quindi, è possibile. Probabilmente, in precedenza, la
Slovenia aveva sempre frenato per paura di vedere sminuito in qualche modo il
ruolo del suo unico porto nazionale.
(m.u.)
La profondità massima arriva a 350 metri - La pendenza
va dallo 0,9 all’1,7 per cento, quota toccata prima del confine - IL TRACCIATO
NON RIVISTO
Un massimo di 350 metri di profondità rispetto alla
superficie, in corrispondenza del ripetitore Rai di Monte Belvedere. Un minimo
che arriva a zero, invece, all’imbocco delle gallerie, in territorio sloveno,
quando nel tratto italiano il dato non dovrebbe invece risultare mai inferiore a
60.
Sono alcune delle cifre della versione già depositata, quella “non ancora
modificata” quindi, del tratto Tav Trieste-Divaccia. Ma non le uniche: visto che
le oscillazioni del territorio tresitino, e del suo ciglione carsico in primis,
determinano sulla carta un altrettanto ondulatorio andamento della profondità
del collegamento. Si va dai 100 ai 230 metri e, ancora, a 280 o 300. Il valore
medio è stato incluso nell’intervallo fra i 100 e i 130 metri. Attorno alla Val
Rosandra, modificando il termine di riferimento, la doppia canna dell’Alta
velocità è stata piazzata dai progettisti a 140 metri sopra il livello del mare,
quando il corso sotterraneo del torrente Rosandra si trova a 120. Una ventina di
metri più giù, dunque.
La pendenza del tracciato oscilla fra lo 0,9 per cento e l’1,7 toccato poco
prima di passare in Slovenia. Quello praticamente rettilineo fra Ronchi e
Trieste si attesta sullo 0,9 costante. Facendo un paragone ulteriore con
un’altra importante infrastruttura su rotaia del Friuli Venezia Giulia, va
tenuto presente che la pendenza della ferrovia Pontebbana, che da Tarvisio si
innesta poi sulla rete austriaca, è dell’1,5. La pendenza, in ogni caso, non è
uno dei parametri ufficiali che, a livello comunitario, vengono tenuti in conto
per catalogare un percorso come tratta dell’Alta velocità.
(m.u.)
Muggia scende in piazza contro il rigassificatore -
OGGI LA MANIFESTAZIONE
MUGGIA Muggia ribadisce il proprio no al rigassificatore
con una manifestazione in programma stamattina dalle 9 alle 13 in piazza Marconi.
Nella piazza principale della cittadina saranno presenti tutti i segretari dei
partiti che costituiscono il comitato promotore della raccolta di firme iniziata
il 27 settembre con un presidio ad Aquilinia. La raccolta, che ha raggiunto le
500 sottoscrizioni in sole due uscite, proseguirà nelle prossime settimane in
tutti i rioni della cittadina. I rappresentanti delle forze politiche che
costituiscono il comitato - composto dalle segreterie dei partiti che sostengono
la maggioranza a Muggia in collaborazione con San Dorligo - illustreranno le
motivazioni della propria contrarietà al rigassificatore.
Nel corso dell'ultima riunione delle segreterie è stato stilato il calendario
delle presenze di ottobre nei vari rioni di Muggia (sempre dalle 9 alle 13): il
giovedì in piazza della Repubblica in occasione del mercato settimanale, sabato
24 ad Aqulinia nei pressi della farmacia e sabato 31 nel rione di Fonderia bassa
nei paraggi della tabaccheria. Nelle prossime settimane - rassicurano - verranno
toccati tutti i rioni.
(g.t)
SEGNALAZIONI - TRASPORTI - Treni che partono
Non so se la notizia è già giunta in regione, ma dal 12
dicembre rischiano di sparire Eurostar e Cisalpino, quindi rimarrebbero da e per
Trieste solo treni regionali con cambio a Venezia.
Per chi, come me, lavora a Roma e ogni tanto vorrebbe anche tornare a casa, la
notizia mette sgomento.
Ma soprattutto come si può pensare a un futuro turistico per Trieste o ad una
prospettiva per l'intero Fvg di relazioni, anche lavorative, con il resto del
Paese dati i tagli previsti?
Spero proprio che Trenitalia non voglia relegare la nostra Regione ai margini.
m.c.
LA REPUBBLICA - VENERDI', 16 ottobre 2009
Trasporto merci su rotaia - In Italia è in via di
estinzione- Appena il 9,9% dei prodotti viene caricato sui vagoni. Il Tir fa la
parte del leone
IL TRASPORTO merci su rotaia è in via d'estinzione. In
Italia appena il 9,9% dei prodotti viene caricato sui treni contro l'11,8%
dell'Inghilterra, il 15,7% della Francia e il 21,4% della Germania. In Europa la
media si aggira intorno al 17%. E' quanto si legge in uno studio dell'Eurostat
divulgato dall'associazione Federmobilità, che per il 19 e 20 novembre ha
organizzato a Roma una 'due-giornì dal titolo "Mercintreno" presso la sede del
Cnel a Villa Borghese.
Nel 2007 il traffico combinato si trovava agli stessi livelli del 2002; per gli
ultimi due anni non si hanno dati ufficiali, ma il trend è in calo. Mentre la
quantità di merce movimentata sui binari sfiora a fatica il 10%, quella
trasportata sui camion - che si avventura su autostrade tipo l'A3 Salerno-Reggio
Calabria - supera il 60% (Conto nazionale dei Trasporti 2009). Stando invece
allo studio di Eurostat i tir vincono addirittura al 90%. Alfredo Peri,
presidente di Federmobilità e assessore ai Trasporti dell'Emilia-Romagna, non
usa mezzi termini: "L'emergenza ambientale impone una forte riflessione sulle
politiche fin qui adottate in tema di trasporto ferroviario delle merci. La
liberalizzazione non ha sviluppato un vero mercato dei servizi ferroviari né
aumentato il volume delle merci trasportate".
Negli ultimi anni, le politiche a favore della modalità ferroviaria sono state
discontinue, oggi persino inesistenti. "In Italia non si è fatto e non si fa
nulla" sostiene Edoardo Zanchini, responsabile trasporti di Legambiente. "La
Francia ha invece intenzione di investire sulle merci per ferrovia, tanto che
alcuni treni Tgv sono stati appositamente adibiti per garantire alle derrate
stesse viaggi rapidi ed efficienti. Da noi il ministero dei Trasporti ha
delegato tutto alle Ferrovie, per le quali però i treni merci rappresentano un
buco nero". Eppure, all'inizio del 2008, il Gruppo Fs ha creato con Poste
Italiane una società, Italia Logistica, dedicata al trasporto merci su rotaia
con consegna 'fino all'ultimo miglio', cioè direttamente al dettaglio e in modo
capillare. La società, attiva su tutta la rete nazionale, effettua 12 treni la
settimana per un totale di 7.200 tonnellate di prodotti (anche derrate
alimentari).
Sui binari italiani comunque, le merci non hanno vita facile. Nel 2009
Confindustria di Catanzaro e il sindacato Fit-Cisl di Messina hanno denunciato
l'esclusione di alcuni terminali di carico di Calabria e Sicilia dalla rete di
Trenitalia Cargo. L'azienda ha risposto che la contrazione della domanda di
trasporto e lo sfruttamento razionale dei fondi pubblici impongono di evitare
gli sprechi laddove non c'è ritorno economico. Così facendo però in Sicilia
vengono a mancare circa 300 posti di lavoro (anche sull'altra sponda qualche
ferroviere deve rinunciare alla giornata per cancellazione del proprio treno
merci).
Nel nostro Paese la maggior parte delle aziende ferroviarie private, molte delle
quali acquistate da big europei, concentrano la loro attività nelle regioni
settentrionali, sulle direttrici nord-sud, come Sbb Cargo Italy o Rail Traction
Company. Secondo il direttore di Federmobilità Annita Serìo "il quadro normativo
comunitario ha reso possibile lo sviluppo di un mercato interno, favorendo la
creazione di nuove imprese, ma evidentemente si tratta ancora di un mercato non
competitivo con la gomma, che attrae poco gli investimenti privati, ingessato da
un contesto di servizi e infrastrutture insufficienti".
MercinTreno si articolerà in un convegno introduttivo e in cinque
incontri-seminari. Il primo, il 19 novembre, farà il punto sulle infrastrutture
ferroviarie, il secondo si concentrerà sulla gestione dei servizi. Nella
giornata del 20 novembre si parlerà invece della pianificazione istituzionale
per lo sviluppo di un sistema integrato per il trasporto ferroviario delle
merci, delle strategie per avvicinare le merci alla ferrovia e sulle società
ferroviarie regionali. Verrà inoltre aperto uno Spazio Bacheca dove gli
espositori potranno mostrare le loro iniziative. Infine, il Forum sarà anche
virtuale: è già attivo il profilo MercinTreno su Facebook, una piazza virtuale
dove commentare notizie e novità dal mondo del trasporto ferroviario delle
merci. I comunicati stampa e le comunicazioni dal Forum saranno diffuse anche su
Twitter.
VINCENZO FOTI
IL PICCOLO - VENERDI', 16 ottobre 2009
”Operazione trasparenza” sul rigassificatore - Incontri
pubblici e un comitato scientifico: così la Provincia punta a informare i
cittadini
Palazzo Galatti incassa il sì dei sindaci
Davanti a un Comune di Trieste che da capofila guarda al rigassificatore
come alla prima chiave di sviluppo economico del territorio, e davanti a una
comunità slovena (ma non solo) che in buona parte teme riflessi nefasti per
l’ambiente, la Provincia tenta di riportare il dibattito lungo i binari della
comunicazione asettica ma al tempo stesso autorevole, né pro né contro, ripulita
da posizioni di parte o scelte politiche. Una comunicazione in mano a un gruppo
di ”saggi” provenienti da quel mondo della scienza di cui la stessa politica
locale, di destra e sinistra, va orgogliosa. Obiettivo: «Informare i cittadini
senza suggerire direzioni, in modo più oggettivo possibile», promette la
presidente di Palazzo Galatti Maria Teresa Bassa Poropat, che delinea lo
strumento per raggiungere l’obiettivo: «Tre o quattro incontri tematici, il
primo tra dicembre e gennaio, durante i quali far sedere attorno allo stesso
tavolo sindacati, categorie economiche, ambientalisti, portatori di interessi,
esperti di Gas Natural, delegati degli enti locali». E, soprattutto, «i membri
di un comitato tecnico-scientifico nominati in totale autonomia dalle locali
istituzioni di ricerca, Area Science Park, Ogs, Sissa e Università».
L’amplificatore sarà internet, il portale www.provincia.trieste.it, dove si
raccoglieranno le domande della gente e le risposte che nasceranno da quegli
incontri tematici». La Provincia si fa dunque «garante di trasparenza» nella
partita colossale e controversa del rigassificatore, e si permette di
comunicarlo soltanto dopo aver incassato il consenso di tutti i sindaci del
territorio (o loro delegati), appositamente convocati ieri pomeriggio a Palazzo
Galatti. «La risposta di Roberto Dipiazza a quest’iniziativa? Positivissima»,
puntualizza la Bassa Poropat a chi gli chiede come l’ha presa l’attore
protagonista dei corteggiamenti e delle trattative per le royalties con Gas
Natural, peraltro uno dei due primi cittadini (l’altro era Fulvia Premolin per
San Dorligo) presenti di persona alla chiamata della Provincia e non attraverso
un delegato. Il dado è tratto, insomma, la cosa si fa. Anche perché - come
ricorda la numero uno dell’ente provinciale durante la conferenza stampa
organizzata sul tamburo assieme al suo assessore all’Ambiente Vittorio Zollia
alla fine del confronto con i rappresentanti dei comuni - le altre parti non
politiche già ci stanno. «Gas Natural si è detta disponibile - aggiunge la Bassa
Poropat - e con gli enti di ricerca abbiamo già fatto la scorsa settimana un
incontro informale. Ora li contatteremo per dare il via al progetto». «Riteniamo
opportuno - fa eco Zollia - poter fornire una corretta informazione alla
popolazione, di matrice scientifica, dopo il Via ministeriale e in vista delle
procedure di rilascio autorizzativo della Regione».
(pi.ra.)
Opposizioni al Prg entro il 25 novembre - PER TUTTI I
CITTADINI
Consultabile sul Bollettino ufficiale della Regione, sul
sito internet del Municipio (www.retecivica.trieste.it) oppure, in forma
cartacea, alla sede del Comune di via Capitelli 8, con accesso da Androna
dell’Olio 5. Dal 14 ottobre scorso, infatti, la variante generale al Piano
regolatore, completa di rapporto ambientale e sintesi non tecnica, è
consultabile attraverso questi canali per tutti i cittadini. I quali, dunque,
avranno tempo sino al 25 novembre prossimo per presentare osservazioni e
opposizioni, queste ultime motivate da interessi legittimi: il modulo è
disponibile anche sul web. La consultazione in via Capitelli sarà possibile dal
lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 (lunedì stesso e mercoledì pure dalle 14 alle
16).
Osservazioni e opposizioni al nuovo Prg andranno consegnate all’Ufficio
accettazione atti del Protocollo generale del Comune, al piano terra di palazzo
Zois, in via Punta del forno 2, con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì
dalle 8.30 alle 12.30 (lunedì e mercoledì anche dalle 14 alle 16.30). In caso di
invio postale, da effettuare con raccomandata con ricevuta di ritorno, infine
faranno fede il timbro e la data apposti dall’ufficio postale di spedizione. A
spiegare i dettagli della situazione sono stati ieri gli esponenti della
maggioranza in Consiglio comunale. «Ogni osservazione e ogni opposizione saranno
poi votate in aula», ha spiegato il forzista Piero Camber. Mentre l’aennnina
Angela Brandi ha ricordato che «la Regione avrà poi tempo fino al 3 febbraio per
esprimersi di nuovo sul Prg, con parere vincolante. Dopo, saranno 60 i giorni di
tempo per il rapporto per la Valutazione ambientale strategica. Infine, i
documenti torneranno alle commissioni e in Consiglio comunale. Il Piano potrebbe
essere adottato entro l’estate».
Ieri, all’incontro, si è notata fra i capigruppo del centrodestra l’assenza del
solo leghista Maurizio Ferrara, ufficialmente per motivi di lavoro. L’altro
giorno il deputato e segretario provinciale del Carroccio, Massimiliano Fedriga,
aveva affermato: «La Lega Nord si batterà affinché le eventuali osservazioni e
opposizioni al Prg legate al cambio di destinazione di terreni privati a cui è
stata tolta l’edificabilità vengano accolte. Il Comune salvaguardi quelle
famiglie che dispongono di un piccolo patrimonio da lasciare in eredità ai
propri figli». Facendo uno più uno, viene da pensare che il forfait di Ferrara
non sia stato proprio così casuale.
(m.u.)
Acquistato a Muggia il pellet radioattivo - Lo ha
confermato la famiglia alla Federconsumatori di Monfalcone - Il legno
contaminato scoperto a Sistiana
MONFALCONE Il pellet radioattivo che una famiglia di
Sistiana ha scoperto di aver utilizzato nella stufa si casa, già posto sotto
sequesto dai tecnici dell’Arpa e dal vigli del fuoco, era stato acquistato in un
negozio di Muggia. Lo ha confermato la stessa famiglia, precisando che i sacchi
del combustibile contaminato da Cesio erano della marca Naturkraft.
A comunicarlo è Silvia Padovani, presidente di Federconsumatori della provincia
di Gorizia, cui la famiglia si è rivolta, e che seguirà, anche legalmente, il
caso.
Lo scorso giugno, a seguito della denuncia di un cittadino di Aosta, che aveva
scoperto la radioattività del pellet acquistato riscontrando un’anomalia nella
combustione. L’allarme di era esteso a macchia d’olio. Una partita di quel
pellet, importato dalla Lituania, era stata messa in vendita dal centro
Castorama di Muggia, che si era subito detto disposto a ritirare i sacchi
venduti.
In quell’occasione la prefettura aveva precisato che il pellet sequestrato era
della marca Naturkraft Premium e che «il materiale in questione non costituisce
alcun pericolo in condizioni normali. Possono invece risultare dannose le ceneri
prodotte dalla combustione», invitando a non usarlo per il riscaldamento e a
riportarlo al rivenditore o a contattare i vigili del fuoco.
A Trieste le denunce di cittadini allarmati per aver usato il pellet acquistato
in città erano state decine. Adesso, a distanza di mesi, a cadere nella
”trappola” del pellet radioattivo è stata una famiglia di Sistiana, insospettita
anch’essa da alcune anomalie nella combustione del materiale, e dando così
’allarme.
«La famiglia ha confermato di aver acquistato pellet di marca Naturkraft -
spiega Silvia Padovani, che ieri ha incontrato queste persone nella sede
monfalconese di Federconsumatori -. Uno dei componenti della famiglia, affetto
da una malattia rara, ha già accusato un sensibile peggioramento delle proprie
condizioni di salute e si sta sottoponendo a visite specialistiche per capire
quali siano le conseguenze del contatto con il Cesio contenuto nel legno. La
signora in questione - continua - era infatti solita rimuovere ogni giorno le
ceneri dalla stufa. Il problema sta proprio qui: il Cesio si deposita nelle
ceneri. Quindi, il fatto che lei sia stata per due mesi quotidianamente a
diretto contatto con la sostanza tossica potrebbe anche averle causato danni
alla salute. Tutto ciò verrà comunque verificato dalle analisi mediche».
(el.col.)
SEGNALAZIONI - «Un’altra colata di cemento in via del
Pucino» - AREA A RISCHIO DISSESTO IDROGEOLOGICO
C’è un legame tra mancata cura del territorio,
speculazione edilizia e frane. Vogliamo raccontarvelo. Abbiamo potuto vedere la
planimetria di un progetto di costruzione all’altezza del n. civico 9 della via
del Pucino di numerose ville di cui due bifamiliari e tre per la realizzazione
di sette miniappartamenti a scopo turistico. Facciamo presente che non è ancora
terminato il cantiere dell’impresa Prodan-Saccomani relativo a ben dodici ville
anche bifamiliari. In questo modo una vastissima zona ricca di verde e di boschi
rimasti fino a ieri incontaminati verrà completamente distrutta dalla
cementificazione che viene attuata in particolar modo per la realizzazione di
strade di accesso molto ripide. Tutto ciò avverrà in una situazione
idrogeologica della zona molto precaria: nel dicembre 2006 è stato presentato al
sindaco E depositato negli uffici tecnici un autorevole studio al riguardo che
aveva ritenuto la zona molto a rischio. Ormai la via del Pucino è percorsa
necessariamente da grossi Suv e fuoristrada e l’assetto del fondo stradale è
completamente dissestato. Ci chiediamo allora come siano state rilasciate
ulteriori concessioni edilizie per la costruzione di 11 appartamenti!
Siamo indignati per l’impatto ambientale che ne deriverà e seriamente
preoccupati per la pendenza della strada di accesso che verrebbe costruita sopra
un muro confinante con proprietà private e proprio nel luogo dove in data
4/8/2006 è avvenuto uno smottamento provocando una frana di grossi massi di
pietra. Tutto ciò è stato a suo tempo denunciato ai Vigili del fuoco e alle
autorità comunali competenti. Ci chiediamo: cosa potrà succedere con questa
nuova speculazione edilizia? Avremo anche qui i disastri appena successi a
Messina?
Rosa Bertozzo - Comitato ”Salviamo via del Pucino e via Plinio”
IL PICCOLO - GIOVEDI', 15 ottobre 2009
«Ferriera, durante il black out Pm10 e benzene nella
norma» - LA REPLICA DELL’AZIENDA
Durante l’accensione delle torce di sicurezza della
Ferriera, lo scorso 10 ottobre, in seguito al black out sulla rete ad alta
tensione, i valori delle polveri sottili e del benzene rilevati dalle centraline
di via Pitacco e via Svevo sono rimasti nei limiti di legge.
Lo evidenzia la Lucchini in una nota. Sabato scorso su Servola si era alzata una
nube nera, che aveva suscitato anche polemiche e accuse da parte del Wwf
regionale. Senza citare gli ambientalisti, Lucchini precisa che i valori medi
delle polveri sottili sono stati di 15 e 21 microgrammi per metro cubo
rispettivamente in via Pitacco e in via Svevo; quelli del benzene, nelle stesse
due centraline, pari ai 2 e a 0.9. Quanto ai valori massimi, sempre sabato fra
le 10 e le 18 le polveri sottili hanno toccato in via Pitacco i 23,4 microgrammi
per metro cubo (alle 11) e i 30,1 in via Svevo (alle 10). Per il benzene, questi
massimi sono stati di 3,855 in via Pitacco (alle 12) e di 2,979 in via Svevo
(alle 10). Sul piano tecnico, Lucchini spiega che le torce sono un sistema di
sicurezza in caso di fermata dell'impianto di estrazione dei gas di cokeria. Gas
che, anche in caso di black out, continua a prodursi. L’intervento dei tecnici,
immediato, ha portato all’accensione delle fiaccole, seguendo le procedure per
il mantenimento dei livelli di sicurezza. Accese le fiaccole si è dovuto avviare
l'estrattore di riserva: la macchina prima in servizio aveva subito un’avaria
causa la mancanza di tensione.
Centrale termoelettrica, parte il progetto - Nell’area
ex Esso 30mila metri quadri in parte ricavati da una cassa di colmata a mare
L’IMPIANTO DEL GRUPPO LUCCHINI - DOMANI AL MINISTERO LA
RIUNIONE PER L’AVVIO DELL’ITER AUTORIZZATIVO
Il progetto della centrale termoelettrica da 400MW che il gruppo Lucchini
intende realizzare nell’area ex Esso, a poca distanza dal termovalorizzatore di
AcegasAps, entra nella fase autorizzativa. Dopo l’apertura della conferenza dei
servizi, agli inizi dello scorso luglio, domani al ministero dell’Ambiente è
fissata la riunione per l’avvio della procedura di autorizzazione ambientale,
incontro al quale parteciperanno i manager del gruppo Lucchini.
La pronuncia sulla compatibilità ambientale è prevista entro l’anno, al più
tardi sette mesi dopo l’avvio della procedura per l’autorizzazione, che risale
al 3 giugno scorso. Data dalla quale è scattato il periodo di 150 giorni, più
altri eventuali 60, previsto per legge; in totale appunto sette mesi.
L’AREA L’area individuata per realizzare la centrale – che complessivamente
occuperà 30mila metri quadri – è inserita in quella denominata ex Esso, nel
porto industriale, accanto al termovalorizzatore. Parte della zona interessata
al progetto è attualmente assegnata in concessione al Comune dall’Autorità
portuale. L’area restante sarà strappata al mare, attraverso la realizzazione di
una cassa di colmata.
SITO INQUINATO La zona prevista per l’intervento rientra nel Sito inquinato di
interesse nazionale. Di conseguenza, prima di iniziare qualsiasi opera edilizia,
l’area dovrà essere sottoposta alle lunghe e costose procedure per il
risanamento ambientale: caratterizzazione del terreno, per conoscere numero e
quanità degli inquinanti, messa in sicurezza, e bonifica. Il tutto, secondo
procedure che devono essere approvate via via dal ministero dell’Ambiente.
FUNZIONAMENTO Anche se il rigassificatore progettato da Gas Natural, e previsto
a fianco della centrale elettrica (lato Ovest), è considerata un’infrastruttura
complementare alla centrale stessa, il futuro impianto termoelettrico funzionerà
autonomamente dal rigassificatore stesso. «Qualora la società che realizzerà e
gestirà il rigassificatore – spiega Francesco Rosato, amministratore unico di
Lucchini Energia – non dovesse offrire materia prima a prezzi competitivi,
avremmo comunque la possibilità di approvvigionarci sul mercato internazionale
del gas. In ogni caso la centrale sarà allacciata direttamente alla rete gas
della Snam, indipendentemente dal fornitore di gas prescelto».
RIGASSIFICATORE La posizione scelta per la centrale, accanto come detto al
rigassificatore, ha fatto sì che, già nella fase progettuale, sia stato prevsito
uno schema di funzionamento tale da interagire con l’impianto di Gas Natural.
Nella fattispecie, la grande quantità di acqua fredda prodotta giornalmente dal
rigassificatore (e destinata a finire nel Vallone di Muggia) potrebbe essere
utilizzata quasi interamente per il raffreddamento della centrale elettrica,
riducendo in maniera rilevante l’impatto dell’acqua fredda sull’ambiente marino.
«Nel progetto e nelle opere connesse – precisa ancora Rosato – abbiamo scelto la
configurazione ottimale, che prevede la presenza del rigassificatore e
l’estensione della rete nazionale di trasporto per il metano. Il
rigassificatore, in tal senso, viene considerato un’opportunità strategica per
la centrale e per tutto il territorio, sia per ragioni ambientali e di
rendimento degli impianti, sia per quelle legate all’approvvigionamento
energetico, ovvero al costo della matera prima».
INCARICHI Il direttore della Ferriera, Francesco Rosato, ha assunto un nuovo
ruolo nel gruppo Lucchini. Pur mantenendo l’incarico triestino, Rosato è stato
nominato responsabile per tutte le attività del gruppo in Italia, che oltre allo
stabilimento di Servola comprendono quello siderurgico di Piombino e i laminatoi
di Lecco e Bari.
GIUSEPPE PALLADINI
CENTRALE TERMOELETTRICA - Investimento da 300 milioni, due anni per costruirla
Non quantificabile la spesa per la bonifica ambientale. Previsti 50 posti di lavoro, più l’indotto
La centrale termoelettrica è una delle iniziative previste
dal gruppo Lucchini nel programma di riconversione della Ferriera di Servola,
iniziative che riguardano attività nei settori della meccanica, della logistica
e della movimentazione delle merci, e delle infrastrutture energetiche.
Il gruppo – si legge nel sito internet www.lucchinienergia.it – considera
obiettivo prioritario la minimizzazione degli impatti socio-economici e
ambientali legati a una diversificazione delle attività, che deve prevedere una
ricollocazione certa del personale impiegato nel ciclo siderurgico e nei
processi collegati.
OCCUPAZIONE Nei 25 mesi stimati per la costruzione della centrale, è previsto
l’impiego di 300 persone, che in certi periodi potrà anche raddoppiare. Nella
fase di esercizio (che dovrebbe iniziare non prima del 2013) per il
funzionamento dell’impianto il personale impiegato direttamente sarà di 30-50
unità, cui si aggiungeranno 80-100 persone nell’indotto. Un altro centinaio di
persone sarà impiegato nelle manutenzioni periodiche della centrale.
INVESTIMENTO Per la costruzione della centrale è previsto un investimento di 300
milioni, cui andrà aggiunto il costo delle attività per la bonifica ambientale,
al momento non quantificabile. Questi secondi interventi, propedeutici alla
costruzione, riguarderanno la caratterizzazione, la messa in sicurezza e la
bonifica sia del terreno sia della falda acquifera.
RETE ELETTRICA La centrale sarà collegata alla rete nazionale per la
trasmissione dell’energia elettrica, gestita da Terna. Il collegamento è
previsto in corrispondenza della stazione elettrica di Padriciano, attraverso un
elettrodotto di circa 11 chilometri, realizzato interrando un cavo da 220 kV. Il
tracciato si sviluppa dall’area della centrale per circa un chilometro in
direzione nord-ovest, e poi per circa dieci chilometri in direzione nord-est,
correndo in parallelo al ”cavidotto” esistente da 132 kV che collega la centrale
termoelettrica di Servola alla stazione elettrica di Padriciano.
CICLO COMBINATO La centrale sarà del tipo a ciclo combinato. Al suo interno sono
previsti infatti due sistemi per la produzione di energia: un ciclo a gas e un
ciclo a vapore. La centrale sarà composta da tre elementi principali: una
turbina, un alternatore e un generatore di vapore. Data l’importanza del vapore
nel ciclo produttivo, l’impianto utilizzerà acqua, dolce o salata.
OPERATIVITÀ Caratteristica della tecnologia a ciclo combinato è di coprire una
parte del fabbisogno, e in particolare gli incrementi della domanda di energia.
Altre forme di produzione o fornitura (idroelettrica, importazione) coprono la
domanda di base. Non è quindi ipotizzabile un funzionamento 24 su 24 della
centrale, ma un funzionamento variabile a seconda della domanda.
(gi. pa.)
Provincia, contributi a chi elimina l’amianto - Sul
sito dell’ente da oggi il bando rivolto ai cittadini Stanziati 150mila euro
Entra nel vivo la seconda fase del progetto avviato dalla
Provincia per incentivare la rimozione di manufatti in amianto presenti sul
territorio triestino. Progetto che prevede l’erogazione di contributi fino a 2
mila euro per chi deciderà di eliminare grondaie, tettoie e serbatoi realizzati
con quel materiale.
Dopo aver stilato un elenco di ditte accreditate e disposte ad eseguire
interventi di bonifica a prezzi calmierati, l’amministrazione provinciale
pubblicherà oggi sul proprio sito internet il bando rivolto ai cittadini. A
partire dal 4 novembre tutti i soggetti interessati potranno presentare
richiesta per accedere alle risorse, complessivamente 150 mila euro, stanziate a
questo fine. Per ottenere il contributo, i cittadini dovranno compilare
un’apposita domanda, scaricabile sempre on-line, e allegare anche il preventivo
e il piano operativo rilasciato gratuitamente da una delle ditte segnalate
nell’elenco e pronte a rispettare i tariffari concordati con la Provincia. I
termini per la presentazione delle richieste cadranno il 17 dicembre prossimo.
«Con il budget attualmente a disposizione contiamo di soddisfarne circa 70 -
spiega l’assessore all’Ambiente Vittorio Zollia -. Si tratta tuttavia di una
stima del tutto indicativa. Noi erogheremo contributi per la rimozione di
coperture fino a un massimo di 25 metri quadrati non superiori ai 2mila euro.
Quella, quindi, è la soglia limite, ma la maggior parte degli interventi
dovrebbe attestarsi a quota 1200-1300. È importante ricordare infatti che il
sostegno economico previsto dal progetto non coprirà l’intera spesa, ma al
massimo il 50% del costo dell’intervento».
Una volta scaduto il termine per la presentazione delle domande, verrà elaborata
la graduatoria degli aventi diritto che la Provincia si impegna ad affiggere
all’albo e a pubblicare sul sito internet entro il 31 gennaio 2010. «Ai fini
della selezione - continua Zollia - il criterio determinante sarà l’ampiezza
dell’area rimossa. Per noi chi fa di più, in questo caso, va privilegiato perché
elimina una maggior quantità di amianto. Se poi dovessero esserci situazioni di
parità, peserà l’ordine di presentazione delle domande».
Oltre che a supportare economicamente i cittadini alle prese con manufatti
costruiti con il pericoloso materiale, il progetto punta poi a monitorare le
esigenze del territorio, anche nell’ottica di possibili, ulteriori iniziative.
«Calibreremo gli interventi futuri a seconda della risposta della popolazione e
del numero di domande - conclude l’amministratore provinciale -. L’attenzione su
questo tema è molto alta. E, già da adesso, c’è disponibilità a destinare nuove
risorse, spostandole eventualmente da altri capitoli».
(m.r.)
Piano casa, stop agli ampliamenti senza scadenza -
Dietrofront in commissione: la deroga sugli 80 metri quadrati varrà ”soltanto”
per cinque anni
PRIMO VIA LIBERA ALLA ”RIVOLUZIONE EDILIZIA”
TRIESTE Anche gli ampliamenti di 200 metri cubi (circa 80 metri quadrati)
previsti dal piano casa regionale dovranno essere effettuati entro cinque anni.
Il codice dell’edilizia ottiene l’approvazione della quarta commissione
consiliare con il passo indietro della maggioranza. Se in un primo momento
l’ampliamento, effettuabile anche all’interno dei centri storici, era stato
pensato come misura strutturale e quindi illimitata nel tempo, il confronto
fitto e continuo tra maggioranza e opposizione ha fatto rientrare anche questa
deroga da 200 metri cubi all’interno degli interventi previsti per fare fronte
alla crisi e quindi limitati nel tempo. Cinque anni dall’entrate in vigore della
legge per far partire i lavori, dunque, un limite che vale anche per gli
ampliamenti del 35%, effettuabili fuori dai centri storici e comunque per non
più di due piani o sei metri di sopraelevazione (paletto che vale anche per gli
ampliamenti all’interno dei centri storici). Via libera anche agli ampliamenti,
sempre per un massimo del 35% del volume esistente, degli edifici produttivi
purchè in un limite di 1.000 metri quadrati, con la possibilità di aumentare la
superficie utilizzabile anche con la realizzazione di solai interpiano. Voto
favorevole anche agli interventi contro i ”mostri” edilizi con la possibilità,
in caso di demolizione di edifici «non coerenti con le caratteristiche storiche,
architettoniche o paesaggistiche e ambientali», di ottenere un cosiddetto
“credito edificatorio” del 50%: insomma, demolisci un edificio, ne costruisci
uno e mezzo. Qualche novità è stata introdotta per gli interventi considerati di
edilizia libera: per la realizzazione di pertinenze di edifici (per esempio,
verande, serre e depositi attrezzi) resta il limite del 10% dell’esistente (5%
se non residenziale) ma fino a 100 metri cubi (30-40 metri quadri) e non più 20.
Per l’assessore Federica Seganti il voto di ieri «è un altro passo verso la
riforma urbanistica che è una delle priorità di questa giunta regionale». Per
Daniele Galasso, capogruppo del Pdl, «c’è stato un confronto anche duro ma non
si è perso tempo. Il testo è migliorato grazie anche all’opposizione e abbiamo
approvato un testo che garantisce semplificazione e certezze, oltre a dare un
impulso all’economia». Non è d’accordo l’opposizione; per Mauro Travanut (Pd)
«questo provvedimento è un passo avventato. Servono norme più chiare e precise
per evitare di arrivare ad uno scempio del territorio».
Roberto Urizio
Benzina, arriva la legge ”salva-sconti” Incentivi a chi
acquista l’auto ecologica - PROPOSTA ASQUINI-NARDUZZI. PDL E UDC: «CHI PAGA?»
TRIESTE Trasformano gli sconti nel mirino di Bruxelles in
”contributi all’acquisto” e, suddividendo il territorio in tre aree, abbattono
da 3 a 15 centesimi il prezzo di un litro di benzina o gasolio. Lanciano un
bonus di 1.500 euro, 3.000 nei primi dodici mesi, a favore delle auto
ecologiche. E, puntando a un Friuli Venezia Giulia all’avanguardia nel campo
della mobilità, investono in ricerca. Roberto Asquini e Danilo Narduzzi, il
”papà” del pieno a prezzo ridotto e il capogruppo della Lega nord, uniscono le
forze e presentano una proposta di legge a misura di automobilista. L’obiettivo
primario? Salvare gli sconti sostituendoli con contributi regionali ai privati
cittadini su cui l’Unione europea nulla potrebbe obiettare. «Ma la proposta di
legge, superando il sistema attualmente in vigore, si articola in tre direzioni»
rivendicano i due proponenti. La prima, appunto, è il supporto all’acquisto dei
carburanti attraverso i nuovi sconti sino a 15 centesimi al litro. La seconda è
la diffusione di veicoli ibridi o a emissione zero con gli incentivi da 1.500 a
3.000 euro. La terza è la promozione dell’uso degli stessi veicoli ecologici con
sconti aggiuntivi di 5 centesimi. Un esempio concreto? L’automobilista triestino
o goriziano, nella proposta Asquini-Narduzzi, risparmia 15 centesimi al litro
sulla benzina e 10 sul gasolio. Ma, usando un’auto ”verde”, ne risparmia
rispettivamente 20 e 15.
Non male. C’è un problema, però: la Regione è alle prese con la Finanziaria più
dura degli ultimi anni. E, come confidano gli ambienti vicini al presidente,
Renzo Tondo non può né vuole aprire nuovi canali di spesa. Non a caso, a
proposta salva-sconti appena depositata, i partner di maggioranza manifestano
perplessità. «Sono ovviamente d’accordo su tutti i benefici a favore dei
cittadini. Ma chi li paga? La situazione di bilancio è molto pesante e quindi,
prima di tutto, va verificato se il provvedimento di Asquini e Narduzzi è
economicamente sostenibile» afferma il capogruppo del Pdl Daniele Galasso. Il
segretario dell’Udc Angelo Compagnon è ancor più duro: «Mi pare che la proposta
di Asquini e Narduzzi sia una fuga in avanti e una ricerca di facile pubblicità.
È ovvio che a tutti, a me per primo, piacerebbe tagliare del 50% il costo della
benzina, ma ci vuole più realismo e più responsabilità, soprattutto in tempi di
crisi».
Asquini e Narduzzi, però, non mollano. Al contrario, rilanciano: «I costi della
nostra proposta di legge sono ampiamente coperti dai finanziamenti che lo Stato
eroga sin dai tempi della vecchia legge sugli sconti. E anzi, visto che
intendiamo limitare gli incentivi agli automobilisti meno attenti all’ecologia,
i costi sono destinati a scendere e gli avanzi ad aumentare» afferma l’ex
sottosegretario. Non è un segreto che, tra accise e Iva, la Regione incamera più
di un centinaio di milioni all’anno: «Ma attualmente ne riversa solo un terzo
sugli sconti» ricorda Giorgio Moretti. Che, a nome dei benzinai in crisi,
accoglie con favore l’offensiva di Asquini e Narduzzi: «La prudenza è d’obbligo.
Ma la proposta, che andrà approfondita, ha il merito indiscusso di lanciare un
sasso nello stagno. E di rompere il silenzio assordante sul destino degli
sconti».
(r.g.)
BONIFICHE - Nesladek: Teseco, ora si può davvero partire
Sgavetta (Coop Nordest): «Le differenze con Freetime?
Ci penseremo». Paoletti: «Vista la crisi, è un suicidio»
DOPO L’APPROVAZIONE IN CONSIGLIO E L’ADOZIONE DEL PIANO PARTICOLAREGGIATO VIA
LIBERA AL CENTRO COMMERCIALE
Ci sarà un nuovo centro commerciale nell’area Teseco, a due passi dal
tuttora imperscrutabile Freetime? Le premesse, dopo il via libera del consiglio
comunale di Muggia sembrano esserci tutte. Fa discutere, semmai, l’opportunità o
meno di farlo. Dice il sindaco di Muggia Nesladek: «Martedì abbiamo adottato il
Pac (piano particolareggiato) ed è ragionevole pensare che questo venga
approvato entro fine anno e la firma della convenzione con Teseco e Immobiliare
Nordest avvenga nei primi mesi del 2010. L'iter burocratico si è concluso con
l'adozione del Pac».
A lasciare perplessi, semmai, sono i tempi. Dopo la firma della convenzione
l'azienda (Immobiliare Nordest) ha dieci anni di tempo per realizzare l'opera.
In linea teorica, visto l’esito non proprio entusiasmante di Freetime, potrebbe
anche decidere di temporeggiare. Ma il vicepresidente di Coop Nordest, Roberto
Sgavetta, non sembra lasciar margini in tal senso. «Dobbiamo prender atto di
questo importante passo progettuale, poi ufficializzeremo i nostri tempi
operativi. Adesso si cambia veramente fase. si può entrare nella seconda, quella
dell’operatività vera. Se l’insediamento sarà di tipo diverso da quello di
Freetime? Beh, lasciateci almeno pensare...».
Di sicuro c’è che il recupero dell’area può, anzi, deve marciare separatamente
dall’insediamento commerciale. «Attenzione – ammonisce Nesladek – i dieci anni
riguardano la costruzione del centro commerciale ma ci sono opere aggiuntive
rispetto a quelle previste per legge che abbiamo esplicitamente richiesto e
verranno consegnate ben prima, e questo indipendentemente dalla realizzazione
del centro commerciale».
Nel dettaglio si tratta dell’ex caserma della GdF, da adibire entro il 2010 a
centro servizi per la popolazione di Aquilinia e centro diurno per anziani, del
parco circostante di 20mila mq e del bosco con pista ciclabile realizzato lungo
via Flavia di Stramare. Entro tre anni dovrebbe anche prendere forma il parco di
via Flavia di Stramare. Inoltre entro un mese dalla firma della convenzione
entreranno nelle casse comunali un milione e mezzo di euro da destinare a
interventi sul territorio comunale. Un loro possibile utilizzo, anticipa
Nesladek, riguarda il ripristino di Acquario, « se come speriamo ci saranno le
copndizioni per farlo dal punto di vista dell'inquinamentio e risuciremo a
ottenere i relativi permessi da parte della Regione». La parte rimanente delle
risorse verrà impiegata sul territorio in opere di mautenzione e servizi.
L’avvio ufficiale dell’opera riapre una vecchia ferita ancora aperta. Il
presidente della camera di commercio Antonio Paoletti, ad esempio, ribadisce
ancora una volta la sua avversità all’insediamento. «A dirla tutta, è un
suicidio, ma capisco le Coop Nordest che hanno comprato e vogliono realizzare .
Come consiglio gli direi di mettere quel terreno sul mercato. In tutta la
regione c’è una crisi incredibile, e una scelta del genere non riesco proprio a
capirla». Un commento indiretto arriva però dallo stesso Nesladek. «La
coesistenza con Freetime? Intanto uno esiste e l'altro ancora no, ma sono
convinto che nessun imprenditore dell'esperienza delle Coop Nordest metterebbe
in piedi un'attività valutata non remunerativa. Non so cosa succederà nei
prossini dieci anni, se il progetto verrà modificato o altro, ma ogni eventuale
modifica sarà oggetto di trattativa per quanto di nostra competenza».
FURIO BALDASSI (ha collaborato Gianfranco Terzoli)
S. Dorligo, 270 firme contro il ”porta a porta” -
PARTITA CON SUCCESSO L’INIZIATIVA SULLA RACCOLTA DEI RIFIUTI
Gombac: se avremo il quorum chiederemo le dimissioni
del sindaco Premolin
SAN DORLIGO Oltre 270 firme raccolte tra la popolazione di San Dorligo della
Valle per abolire la raccolta dei rifiuti “porta a porta”. Ieri pomeriggio il
presidente del Comitato referendario Massimiliano Dazzi si è presentato alla
segreteria comunale depositando un numero superiore di firme necessarie (271
rispetto alle 200 come esige il regolamento) per avviare l'iter dell'indizione
di un referendum popolare consultivo sulla raccolta differenziata dei rifiuti.
«Una volta ricevuta la comunicazione di fattibilità da parte del sindaco
Premolin si continuerà nella raccolta delle firme sino al raggiungimento del
quorum necessario pari ad un quarto del corpo elettorale di San Dorligo della
Valle», ha spiegato.
Il presidente del Comitato ha poi ricordato come gli elettori totali siano 5
mila 218 e che quindi la firme necessarie dovrebbero essere esattamente 1304:
«Alle ultime elezioni politiche hanno votato 3 mila 640 persone: considerando
che si vince con il 50%+1 e che ai referendum partecipano molte meno persone, se
tutti i sottoscrittori andassero a votare il referendum avremmo già vinto - ha
aggiunto Dazzi- a testimonianza dell'iniquità del regolamento fatto
appositamente affinché richiedere e portare a termine un referendum sia
praticamente impossibile». Sull'argomento referendum è intervenuto il
consigliere Boris Gombac, capogruppo della Lista Uniti nelle Tradizioni, fautore
e sostenitore dell'iniziativa: «Ho già promesso che darò battaglia in Consiglio
perché bisogna cambiare lo statuto e il regolamento comunale che creano ostacoli
anche per la realizzazione di un referendum di tipo consultivo». Gombac ha poi
annunciato che «in caso di raggiungimento delle firme verrebbero chieste le
immediate dimissioni del sindaco, perché avendo il 25% del consenso della
popolazione su un argomento così delicato significherebbe un fallimento totale
dell'amministrazione». Questa la posizione invece del capogruppo Pdl-Udc Roberto
Drozina: «In origine avevamo appoggiato la proposta referendaria, ma poi abbiamo
preferito puntare sul miglioramento del porta a porta, sistema sul quale bisogna
ancora lavorare affinché venga portato ai massimi livelli di efficienza nonché
di beneficio e tornaconto dei cittadini, cosa che finora non è successa». Questa
infine la replica del sindaco Premolin: «Faremo un'attenta verifica delle firme,
ma comunque un po' di malcontento su questo servizio ci può stare anche perché
siamo sempre in continua evoluzione, anche se con il prossimo anno si vedranno
le prime gratificazioni economiche dell'ottimo lavoro che stanno svolgendo i
nostri cittadini». Sull'argomento dimissioni ipotizzate da Gombac questa la
risposta della Premolin: «Se verrà raggiunto il quorum per proporre il
referendum e se la raccolta porta a porta verrà bocciata allora significa che
avrò sbagliato e mi prenderò le mie responsabilità, fermo restando che pochi
mesi fa il 63% degli elettori di San Dorligo ha voluto affidarmi il compito di
amministrare questo comune».
Riccardo Tosques
Pellet radioattivo dalla Lituania nella caldaia di casa
a Sistiana - INQUIETANTE SCOPERTA DI UNA FAMIGLIA
SISTIANA È allarme pellet radioattivo. Sarebbe stato
acquistato quest’estate da un grossista del Triestino un quantitativo di pellet
contaminato dal cesio, con cui una famiglia dell’altopiano, a Sistiana,
intendeva riscaldarsi. Legna proveniente dalla Lituania che è stata posta sotto
sequestro dopo un sopralluogo nell’abitazione da parte dei tecnici dell’Arpa,
dei vigili del fuoco e degli uomini della Protezione civile.
Il caso è stato segnalato alla Fedeconsumatori di Monfalcone che lancia un
appello a tutte le famiglie che utilizzano il pellet per riscaldarsi: «È
opportuno far controllare bene il legname, soprattutto se non si dimostra
efficace». L’episodio, secondo quanto denuncia Federconsumatori sarebbe stato
anche segnalato all’Ass Triestina «che non sarebbe intervenuta». La scoperta è
stata fatta qualche settimana fa: la famiglia di Sistiana, accortasi che il
pellet acquistato qualche mese prima «non bruciava bene», si è preoccupata anche
perchè all’inizio dell’anno era emersa la notizia che partite di pellet lituano
e contaminate dal Cesio 137 fossero giunte in Italia. Da qui l’allarme.
Nell’abitazione di Sistiana sono piombati tecnici dell’Arpa, vigili del fuoco e
Protezione civile che hanno esaminato il materiale contenuto nella stufa e in
cantina, misurando il tasso di radioattività. Una volta constatata la presenza
del cesio, i tecnici hanno provveduto a bonificare il pellet depositato,
rendendolo ”neutro”, e a sigillare la griglia della stufa nella quale il legname
era stato bruciato. La stessa griglia è stata poi lasciata in deposito alla
famiglia, che la custodisce in cantina. Federconsumatori attende ora di
verificare gli esatti termini della questione, per definire eventuali strascichi
giudiziari e anche per tutelare la famiglia da eventuali conseguenze sulla
salute per la presenza del pellet radioattivo. «Questo non sarebbe l’unico caso
verificato nella nostra zona - ha annunciato la presidente provinciale di
Federconsumatori Silvia Padovani - anche se certamente uno dei più gravi».
La vicenda del pellet al cesio è scoppiata meno di un anno fa. L’ecocombustibile
contaminato arriva dalla Lituania, e sarebbe prodotto dalla detonazione di armi
nucleari e dai reattori delle centrali nucleari. I pellet contaminati non sono
pericolosi per la salute se inerti, ma possono esserlo i fumi prodotti dalla
combustione e le ceneri.
La vicenda ha anche un risvolto-beffa: la famiglia di Sistiana non può
utilizzare la sua stufa. proprio ora che sta arrivando il freddo. «E adesso chi
pagherà i danni di tutto questo?», chiede Federconsumatori. «Chiediamo a tutte
le famiglie che hanno eventualmente vissuto la stessa vicenda di contattarci,
per vedere tutti assieme se è possibile ottenere qualche riscarcimento». Per
evitare il problema alla radice, Coldiretti consiglia di scegliere il made in
Italy, con prodotti che garantiscano la tracciabilità.
SEGNALAZIONI - «Caccia di selezione e mangiatoie sul
Carso per fermare i cinghiali»
Da cacciatore e presidente onorario della sezione di
Trieste della Federazione della caccia, credo che sia doveroso, oltre che
necessario, dire qualcosa sul problema cinghiali. Bisogna dare atto
all’amministrazione provinciale degli sforzi e provvedimenti presi, onde
arginare il fenomeno. I provvedimenti saranno non risolutivi, come qualche
lettore scrive e non ha tutti i torti, ma a monte sta la trasformazione del
nostro territorio.
La landa carsica, che insisteva fino agli anni ’50 è sparita ed è avanzato il
bosco, per tante ragioni che sono lunghe da elencare e il posto dei selvatici
presenti allora è stato preso da specie più adattabili al bosco e al sottobosco.
Questi sono gli ungulati, per primo il capriolo, poi il cinghiale e anche il
camoscio e il cervo. Queste specie hanno abitudini e bisogni alimentari diversi.
È chiaro e lampante che il cinghiale in un terreno arido e con scarsa
disponibilità alimentare è spinto verso la periferia della città. Ha
perfettamente ragione il maresciallo Rozza quando elenca le cause. Primo, il
cibo dato dai residenti. Secondo, la presenza di acqua praticamente tutto
l’anno, cose che il resto dell’altipiano non dà.
Soluzioni? Primo, permettere ai cacciatori che praticano la caccia di selezione
di prorogare l’orario di caccia per tutta la notte e non solo due ore dopo il
tramonto. I cinghiali si nutrono di notte quando i cacciatori non ci sono (e di
ciò abbiamo le prove con dati di monitoraggio elettronico). Secondo, predisporre
delle mangiatoie, al di sopra del ciglione carsico, costantemente fornite di
granoturco in modo da fermarli lontano dai centri abitati. Il provvedimento
dell’amministrazione provinciale atto a ridurre i cinghiali nella periferia
della città è valido, ma per ottenerlo è stato necessario passare sotto le
forche caudine della burocrazia e della legge. D’altro canto come il prof.
Filacorda afferma, abbattere 100 cinghiali equivale a togliere un bicchiere
d’acqua dall’Adriatico. Non corrisponde a verità l’affermazione che la causa
dell’aumento dei cinghiali sia dovuta a quelli, a suo tempo, fuggiti dalla cava
Faccanoni. I cinghiali della cava Faccanoni erano cinghiali maremmani che, com’è
risaputo, arrivano al massimo a 70 chilogrammi. I nostri sono cinghiali che
arrivano tranquillamente ai 100 e passa, perciò sono di razza centroeuropea.
Per quanto riguarda i mangimi forniti a suo tempo dal Comitato caccia alle
Riserve di caccia, erano finalizzati ad alimentare i caprioli, in zone non
coltivate, onde tenerli al di fuori dei coltivi e limitare di conseguenza i
danni all’agricoltura. La stessa cosa va fatta onde tenere i cinghiali lontano
dalla periferia della città.
Bene ha fatto il sindaco a sanzionare la fornitura di cibo ai selvatici
nell’ambito cittadino e sarebbe anche il caso che nello scrivere, a proposito
del problema cinghiali, ci si informasse prima della situazione, ci sono 12
riserve di caccia e due associazioni venatorie nella nostra provincia. Mi
riferisco alla gentile signora che ha scritto di tener conto che presto si
aprirà la stagione di caccia: cara signora, la caccia al cinghiale è aperta dal
15 di maggio, come ogni anno.
Pietro Petruzzi - presidente onorario Federazione della caccia di Trieste
BORA.LA - MERCOLEDI', 14 ottobre 2009
Rigassificatore: la Provincia incontra i sindaci del territorio (giovedì 15)
Trieste La
Presidentessa della Provincia di Trieste, Maria Teresa Bassa Poropat, ha
invitato i sindaci del territorio, giovedì 15 ottobre, (alle 16.00) a Palazzo
Galatti. In questa sede si terrà un confronto per la definizione delle attività
e delle modalità più opportune per informare i cittadini in tema di
realizzazione di un impianto di rigassificazione a Trieste.
Già attivati, sempre da parte dell’amministrazione provinciale, i contatti con
le principali realtà scientifiche e di ricerca del territorio, quali
l’Università di Trieste, la Sissa e Area Science Park.
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 14 ottobre 2009
«La cokeria non può andare in tilt per un blackout» - Il Wwf: «Manca un generatore di corrente autonoma da azionare in questi casi»
INSORGONO
GLI AMBIENTALISTI DOPO L’INCIDENTE DI SABATO SEGNALATO DA CENTINAIA DI PERSONE
Cos’è finito sabato nel cielo di Trieste e nei polmoni dei triestini a causa
della colonna di fumo levatasi all’improvviso dalla cokeria delle Ferriera? Sono
in molti a porsi questo interrogativo e il Wwf regionale chiede spiegazioni
sull’accaduto alle autorità sanitarie, alla magistratura e alla proprietà dello
stabilimento di Servola. Di certo nel fumo erano presenti ossido di carbonio,
benzopirene e idrocarburi aromatici policiclici. Ma in quale quantità?
Attorno alle 13 di quel giorno, è stata vista levarsi una colonna di fumo nero.
Sono fioccate decine di telefonate ai centralini dei vigili del fuoco, a quello
di polizia, carabinieri e vigili urbani, Poco dopo è emerso che si è trattato di
un blackout elettrico che ha coinvolto per breve tempo il rione di Servola ma
che ha provocato parallelamente la fuoriuscita dalla cokeria una una massa di
gas. Il gas si è poi incendiato all’aria e la colonna di fumo nero si è elevata
alta nel cielo tanto da essere stata notata anche da diversi chilometri di
distanza.
Il fenomeno è durato alcuni minuti secondo il direttore dello stabilimento
Francesco Rosato; una mezz’ora secondo alcuni abitanti di Servola e Valmaura che
seguono da anni con apprensione i vari problemi collegati all’attività della
Ferriera.
Il Wwf regionale ha diffuso un comunicato su quanto è accaduto: nel documento
tra l’altro si legge: «poiché, secondo le dichiarazioni del direttore
dell’impianto siderurgico, non si tratta di un fatto raro, in quanto connesso a
brevi blackout elettrici, chiediamo di essere informati dalle autorità che hanno
rilasciato recentemente l’autorizzazione integrata ambientale, perché non siano
stati presi provvedimenti per impedire il ripetersi di tali eventi».
«Ci sembra incredibile - continua la nota - che nel 2009 non esistano
contromisure adeguate a impedire che un impianto pericoloso come la cokeria,
vada completamente in tilt per una breve mancanza di elettricità. Perché nella
Ferriera non ci sono generatori autonomi di energia elettrica o linee elettriche
alternative come avviene, ad esempio, nel caso degli impianti degli acquedotti e
delle sale operatorie degli ospedali?» Va aggiunto che in tempi passati la
Procura della Repubblica avrebbe reso nota l’apertura di una inchiesta per
verificare eventuali responsabilità penali. Ma la nuova organizzazione del
lavoro disposta dal procuratore capo Michele Dalla Costa, il problema Ferriera,
non sembra più essere di competenza del pm Federico Frezza che a questo lavoro,
assieme alla sua squadra di investigatori- tecnici, ha dedicato anni di
attività, ottenendo risultati importanti a tutela della salute della
popolazione. Tutto è demandato a un gruppo di magistrati che si occupano del
settore ambiente e che della cokeria, non sembra si siano mai occupati
direttamente.
Priorità al
museo de Henriquez e al Gregoretti2 - Dipiazza: «Per il Comune una partita
edilizia da 77 milioni e 720 mila euro»
I LAVORI
PUBBLICI DOPO IL CICLONE BANDELLI
Anche lo sport costa. Alla fine avrà impegnato 14 milioni e 340 mila euro il
restauro completo dello stadio Grezar, realizzato in quattro lotti successivi.
Da 6 milioni e 490 mila dei primi due interventi ai 4 milioni e 850 mila dei
lavori attualmente in corso, fino ai 3 milioni già finanziati che sono ora nella
fase della gara d’appalto.
Due residenze «sociali» realizzerà il Comune in via dei Soncini e in via
dell’Istria, di cui la progettazione è in corso. Il costo sarà di 2 milioni e
600 mila euro. Bioedilizia e risparmio energetico: soluzioni piaciute anche al
centrosinistra che, dopo aver a fondo studiato l’argomento, fece i complimenti a
Bandelli, allora ancora assessore.
Sarà possibile creare parcheggi ai piedi delle case anche nel centro storico. È
questa la novità attesa dal piano particolareggiato per l’area sotto San Giusto
dove alcuni vincoli saranno riveduti e corretti. Il piano conterrà anche regole
per il colore delle facciate e modifiche alla viabilità. Documento quasi pronto,
ma non ancora «licenziato».
Se per caso qualcuno si chiedesse che filosofia guiderà i cantieri
nell’epoca del post-Bandelli, da quando cioé dei Lavori pubblici si occupa
direttamente il sindaco Dipiazza che ormai governa in presa diretta sulle ossa
della città, avendo già in mano l’Urbanistica con cui ha prodotto il Piano
regolatore, la risposta è una cifra prima di tutto: tra cose in lavoro, o in
agenda a tempi stretti, il Municipio sta conducendo una partita edilizia del
valore complessivo di 77 milioni e 720 mila euro.
CARCIOTTI. Tolto il fatto che proprio dall’agenda è uscito in modo esplicito
palazzo Carciotti, ovvero la relativa ricerca di fondi per la realizzazione del
progetto congressuale regalato da Francesco Cervesi, molte cose restano
confermate ma proprio di ieri è invece una grande novità.
GREGORETTI. «La Regione - dice Dipiazza - ha appena sbloccato il finanziamento
di 3 milioni e 800 mila euro per trasformare il secondo Gregoretti, nel parco di
San Giovanni, in una struttura per malati di Alzheimer, per fortuna
ristrutturando a residenza per anziani il primo palazzo abbiamo già fatto
costruire un tunnel di collegamento, ora possiamo far partire i lavori, ma il
Comune dovrà aggiungere altri 900 mila euro, dunque ho dato disposizione agli
uffici di ricavarli da altre voci: meno strade, meno verde. Il programma dei
lavori pubblici - prosegue - deve anche adattarsi alle nuove situazioni».
PIAZZE. Non si cambia invece il calendario per piazza Libertà, a primavera parte
il ridisegno della monumentale area davanti alla stazione (costo: 3 milioni e
800 mila euro). Prosegue, e si vede, quello di piazza della Borsa (3 milioni e
200 mila), sempre nell’area «storica» della città è in rifacimento via del
Lazzaretto vecchio (960 mila euro). In progettazione, ma già finanziato con 700
mila euro, è il lavoro su via Torino, asse di collegamento pedonale tra piazza
Venezia e piazza Hortis e già oggi affollata di buffet e ristorantini
all’aperto.
CANAL GRANDE. E la passerella sul Canal grande, a Bandelli tanto cara? C’è.
«Costerà 750 mila euro e la faremo nel primo trimestre 2010» assicura il
sindaco-assessore. Che conferma altrettanto la ripulitura e il consolidamente
(urgenti) della Scala dei Giganti, e ha appena concluso la riqualificazione del
teatro Bobbio partecipando alle spese per palcoscenico, aria condizionata e
impianto di riscaldamento. Si annunciano appena «in progettazione» invece le due
rotatorie in attesa: quella già rimandata dalla primavera scorsa di Largo
Tomizza (ex Largo Giardino) in via Giulia e quella di Opicina. Costo
complessivo: 700 mila euro.
CATTINARA. Un’altra novità interessante è che si sta progettando anche la strada
di accesso dalla Grande viabilità verso l’ospedale di Cattinara. È quella voluta
dallo stesso sindaco che optando per questa soluzione dopo gli accordi già
firmati in Regione fece slittare di mesi e mesi il procedimento burocratico per
l’indizione della gara, e che il direttore dell’Azienda ospedaliera Franco
Zigrino ha nei giorni scorsi specificato per lettera a Dipiazza essere
strategica per dare avvio ai lavori del nuovo Burlo: «Senza nuova strada non
passano nemmeno i camion di cantiere». La spesa sarà di 4,6 milioni di euro,
pattuiti con la Regione.
FORAGGI. Da qualche parte mancano invece i soldi. «La galleria di piazza Foraggi
ci costerà 9 milioni di euro, la progettazione è in corso, ma i finanziamenti
sono ancora da reperire, è una bruttura davvero - commenta il sindaco -, anche
se a Genova ho visto ben di peggio...».
MUSEI. C’è il polo dei musei scientifici di via Cumano in costruzione (4 milioni
e 800 mila euro): «Lo stiamo ultimando». E c’è da creare il Museo de Henriquez,
1 milione e 800 mila euro: «Imminente la gara d’appalto». In questa zona si
gioca una delle grandi partite che il Comune ha messo in tavola col Demanio e
che ha chiuso prima di licenziare il Piano regolatore. «Il risultato è che
nell’arco di pochi anni - assicura Dipiazza - l’ex caserma di via Cumano sarà di
proprietà comunale e non pagheremo più i 100 mila euro di affitto attuali».
BASTIONE. Per la caserma della Polizia di via Revoltella stanno uscendo dalle
casse 3 milioni di euro, i lavori sono in corso, e 1 milione sta fluendo per il
restauro del Bastione fiorito (o Pomis) del castello di San Giusto, che ospiterà
anche una sala per convegni.
CHIESA. In fase di appalto è il rifacimento della chiesa di Sant’Antonio, del
costo di 1 milione e 300 mila euro, così come il quarto lotto dello stadio
Grezar (da 3 milioni). Il terzo lotto è appena partito (4 milioni e 850 mila
euro) e i due primi (da 6 milioni e mezzo) sono conclusi. In tutto lo stadio da
aggiustare sarà dunque costato oltre 14 milioni di euro.
SANT’ANNA. Ma un altro importante intervento è stato di recente finanziato dalla
Regione e dunque diventa realizzabile a breve e riguarda il cimitero di Sant’Anna:
«I campi 31 e 32 - ricorda Dipiazza - li ho fatti vuotare e lì realizziamo
un’area per loculi sotterranei, cambia anche la viabilità poiché i camion
entrano da via Costalunga». I soldi finora in cassa sono 4 milioni e 200 mila
euro, ma ne manca quasi un’altra metà, e cioé 1 milione e 800 mila.
VINCOLI. Parlando a parte di scuole, resta un capitolo finora inesplorato dei
destini urbanistici di Trieste, e cioé quel centro storico (il perimetro da San
Giusto in giù) che lo stesso Piano regolatore ha demandato a un piano
particolareggiato a parte, con uno specifico progettista. Il lavoro è pronto, ma
non licenziato. Ritardi sono stati causati dalle condizioni di salute
dell’autore del progetto. Sostanzialmente però, anticipa il sindaco, «verranno
tolti o cambiati molti di quei vincoli che nella Trieste per sempre asburgica
hanno impedito fin qui molte cose utili».
COLORE. Traducendo, ci sarà un «piano colore» per le facciate delle case, verrà
modificata la viabilità, e soprattutto si renderà possibile ciò che finora non
lo era: ricavare parcheggi a parete ai piedi delle case, specie là dove
spariscono negozi e restano fori vuoti.
Vedremo come si materializzerà la faccenda. Certo è che larga parte di centro
storico, là dove non è pedonale, è sfregiata da macchine parcheggiate in triste
ma inevitabile disordine, tanto da rendere invisibile il patrimonio
architettonico e la sua a volte monumentale bellezza.
GABRIELLA ZIANI
«Sul Piano
regolatore non ho fatto accordi Mai preso un euro» - IL SINDACO BATTAGLIERO
«Ma come
sarebbe a dire ”come vanno i lavori pubblici adesso che non c’è Bandelli”? Si sa
come faccio il sindaco io? Anche quando Bandelli c’era ero al corrente di tutto,
sapevo tutto e autorizzavo tutto». Dipiazza non si accende ora specificamente,
si sa che è acceso sempre, ma toccare questo tasto non apre il dialogo sulla
nuova delega che il sindaco si è assunto, oltre a quella dell’Urbanistica e le
altre, dopo che l’assessore titolare è stato sollevato per le note vicende. La
lista dei lavori è lì, lunga, sotto controllo, con cantieri in corso e di
prossima apertura, soldi assegnati, da cercare, da spostare.
Così altrettanto Dipiazza rigetta quello che resta uno dei punti contestati del
«suo» Piano regolatore: i campi di Padriciano destinati a struttura per il golf,
e acquisiti giusto un attimo prima da una società nata quasi per l’occasione di
cui è titolare il Michele Genna risultato ora sotto inchiesta per aver
minacciato con video porno il presidente del Tennis club di Muggia, in un’altra
questione di compravendite di terreni: «Non ne so nulla e nulla ne voglio
sapere, se la gente si è spartita terreni non è problema mio, non ho fatto
accordi con nessuno e da nessuno ho preso un euro, anzi ho tolto un milione e
600 mila metri cubi di edificabilità a Trieste, vieto di associare il nome del
sindaco a cose di affari».
( g.z.)
«Scuole
fatiscenti, le rifacciamo tutte» - MA PER IL DANTE LA PROGRAMMAZIONE SI SPOSTA
AL 2010
«Prima della
fine del mio mandato voglio ristrutturare per intero tutte le scuole». È
l’impegno che Dipiazza si è preso. «Tra fare strade e marciapiedi, pur
importanti, preferisco dare un tetto stabile a bambini e studenti che oggi
stanno ancora in luoghi fatiscenti». Per il Dante, però, comunale con la scuola
media e provinciale con il liceo classico, gli accordi fra i due enti sono
fatti, ma la realizzabilità «è complessa - dice il sindaco -, fa andare fuori di
testa, pertanto l’ho rimandata al 2010».
Invece la scuola materna di Rozzol si è guadagnata (indirettamente grazie alla
Lega, si potrebbe dire) un restauro da 780 mila euro. «Ho messo lì i soldi
destinati al campo nomadi» detta Dipiazza. Nessuno lo voleva, e la Lega
specialmente ha alzato le consuete minacce. Dunque il campo nomadi, a suo tempo
già contestato in Carso, non si farà, e i quattrini vanno all’asilo. In
conclusione sono anche i lavori del primo lotto al nido di via Tigor (500 mila
euro), in avvio è il secondo tempo (900 mila). In ultimazione, specifica
Dipiazza, sono poi grossi interventi all’elementare Slataper di via Bastia: 2
milioni e 100 già messi a frutto, gara in corso per il successivo milione e 400
mila euro.
Si ristruttura anche la «Ruggero Manna», 900 mila euro quasi spesi, e gara in
corso per il secondo lotto da oltre 2 milioni. In ultimazione è il cantiere da
650 mila euro alla media «Divisione Julia», è stata bandita la gara il
successivo lotto, piccolino (250 mila) che concluderà tutto l’intervento. Infine
con 1 milione e 800 mila euro sono stati pagati i lavori, in ultimazione, alla
elementare «Filzi Grego».
«Ho deciso di dare priorità assoluta alle scuole - conclude Dipiazza - ma non
aggiustando un’aula qui e una lì, svuotando bensì e rimettendo in sesto gli
ambienti completi».
Nel mirino
Ue l’accordo fra Lubiana e Gazprom - L’intesa violerebbe le regole imposte da
Bruxelles per la distribuzione del gas
GASDOTTO
SOUTH STREAM
LUBIANA Nel caso che la Slovenia firmi con la Russia l'accordo sulla
costruzione di un tratto del gasdotto South Stream, il cui testo è gia stato
definito tra i due governi, saranno violati alcuni regolamenti sulle politiche
energetiche dell'Unione europea. Lo scrivono fonti di stampa slovene.
Secondo il giornale Dnevnik di Lubiana, la firma definitiva dell'accordo con la
Russia è per ora poco probabile date le obiezioni della Commissione europea. Il
testo attuale dell'accordo prevede che la società di gestione del gasdotto in
Slovenia sia di proprietà congiunta della russa Gazprom e della slovena Geoplin.
Tale soluzione è in contrasto con la normativa europea in vigore da settembre,
che vieta che l'infrastruttura per la distribuzione del gas sia in possesso di
società che lo vendono. Inoltre, l'Ue proibisce che la proprietà di gasdotti sul
suo territorio sia di società con base in «paesi terzi».
Secondo il giornale il testo dell'accordo è ora sottoposto al vaglio di
Bruxelles. L'incompatibilità con le citate norme europee sarebbe stata
confermata da varie fonti e l'Ue avrebbe già informalmente segnalato a Lubiana
di non firmare l'accordo con la Russia e con Gazprom. La Bulgaria, l'Ungheria e
la Grecia hanno già firmato simili accordi con Gazprom, ma prima che le nuove
norme entrassero in vigore.
L'interesse in Slovenia perchè un tratto del South Stream attraversi il suo
territorio è fortissimo, data l'importanza strategica del progetto per la
politica energetica dell'Ue. La settimana scorsa il presidente, Danilo Turk, ha
espressamente detto che la Slovenia «non si può permettere di non essere inclusa
nelle arterie energetiche europee e farà tutto il possibile affinchè un tratto
del South Stream attraversi il territorio sloveno». «Nel raggiungere questo
obbiettivo - ha aggiunto - non dobbiamo temere le varie intrusioni burocratiche,
alcune delle quali sono arrivate anche dall'Ue».
Secondo i progetti il braccio nord del South Stream avrebbe inizio in Bulgaria,
dove tramite il Mar nero arriva dalla Russia, per attraversare la Serbia,
l'Ungheria, la Slovenia e terminare in Austria.
Il Pd fa le
barricate contro il piano casa - OGGI MARATONA IN COMMISSIONE
TRIESTE
Opposizione dura del centrosinistra al Codice dell’edilizia. I lavori della IV
Commissione, chiamata a votare i 63 articoli del disegno di legge, sono andati a
rilento ieri, tanto che si sono discussi e votati solo i primi due articoli dopo
un’interruzione chiesta dal Partito democratico per valutare gli emendamenti
proposti dal centrodestra. Per i consiglieri di opposizione «anche questo
provvedimento verrà impugnato dal governo – afferma il capogruppo del Pd
Gianfranco Moretton –. Il Piano casa collide rumorosamente con le norme del
Codice dell’edilizia e si va a interferire sulle competenze comunali di gestione
del territorio. Ma le nostre istanze nel tavolo tecnico non sono state
ascoltate».
Per il capogruppo del Pdl Daniele Galasso «il centrosinistra sta attuando un
ostruzionismo strumentale. Noi abbiamo accettato di rinviare la discussione sul
disegno di legge per confrontarci con l’opposizione. Quando eravamo
all’opposizione non abbiamo fatto ostruzionismo all’approvazione a marce forzate
della legge urbanistica; quindi non ci facciamo dare lezioni da nessuno sul
metodo». Il centrosinistra chiede quantomeno di stralciare il Piano casa e
prevedere canali diversi per la norma con possibilità di ampliamenti per gli
edifici e il Codice per l’edilizia. «Il Piano casa serve per l’economia –
afferma Mauro Travanut (Pd) – anche se per noi andrebbe modificato, il codice
invece non è assolutamente urgente». Oggi lavori dalla mattinata: dovrebbero
proseguire ad oltranza con il voto finale.
(r.u.)
ECOSPORTELLO.ORG - MARTEDI', 13 ottobre 2009
Salgono a 13 le Regioni che si schierano contro il nucleare
Dopo le dichiarazioni del Governo in merito alla ritorno al nucleare in Italia e la localizzazione delle nuove centrali, sono salite a tredici le Regioni che hanno deciso di
passare
ai fatti impugnando la legge del governo sul nucleare. Le regioni coinvolte sono
Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche,
Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e rappresentano circa il 56% del territorio
italiano. Oltre a queste, Sardegna e Veneto hanno detto no al nucleare sul
proprio territorio con ordini del giorno o dichiarazioni del presidente. Tra le
regioni che non hanno aderito all’invito delle associazioni a impugnare la
legge, la Sicilia aveva manifestato l’intenzione di impugnare comunque la legge,
ma non si ha notizia di una delibera in tal senso.
Il nucleare trova quindi una decisa opposizione nel momento in cui si dovrebbe
passare dagli annunci alle scelte concrete sul territorio. La scelta delle
regioni arriva dopo l’appello rivolto l’11 settembre da Greenpeace, Legambiente
e WWF, che invocava il ricorso alla Corte Costituzionale per fermare il
provvedimento sul nucleare di sostanziale centralizzazione delle procedure e
militarizzazione del territorio. “Il Governo deve tener conto di quanto sta
succedendo nel Paese - hanno dichiarato le tre associazioni - e fare marcia
indietro rispetto a una prospettiva, quella del nucleare, costosa e insicura,
oltre che inutile rispetto ai problemi energetici italiani”.
Le Regioni difendono le proprie competenze e sanno che gli elettori, con ogni
probabilità, non premierebbero un governatore (o un candidato governatore) che
accettasse una centrale nucleare sul proprio territorio.
IL PICCOLO - MARTEDI', 13 ottobre 2009
Matteoli: il
rigassificatore si deve fare. I veti di Lubiana vanno risolti a Bruxelles - IL
MINISTRO ALLE INFRASTRUTTURE E TRASPORTI
TRIESTE
«Ridicola, se è di natura ambientale». Il ministro delle Infrastrutture e
trasporti, Altero Matteoli, ha bollato così, tutelandosi all’interno di una
gabbia ipotetica, l’opposizione slovena al progetto del rigassificatore di
Trieste. Ma, prima e durante l’assemblea degli Industriali, l’esponente del
governo Berlusconi ha spaziato anche fra il futuro del porto triestino,
l’attuale condizione della rete ferroviaria e il possibile ripristino del
collegamento aereo Ronchi-Linate, ampliando i suoi ragionamenti fino al ponte
sullo stretto di Messina, i cui primi lavori «partiranno a dicembre», e alla
«privatizzazione di Tirrenia, da chiudere con le regioni interessate entro il 15
ottobre».
Ministro, come risolvere le resistenze slovene a un progetto, quello del
rigassificatore di Trieste, che il governo italiano ritiene irrinunciabile?
So che c’è un problema, ma siamo sulla strada giusta per arrivare a un accordo.
In ogni caso, dobbiamo trovarlo, perché il nostro Paese ha bisogno di
rigassificatori, altrimenti le aziende italiane non saranno competitive in
termini di costi dell’energia.
Lubiana, tuttavia, pare perplessa in fatto di impatto ambientale.
Se l’opposizione è di natura ambientale, allora è ridicola. Ma siamo in Europa e
una soluzione comune va trovata. A riguardo, poi, serve un tavolo con
l’opposizione. La questione fra Italia e Slovenia, comunque, non interessa il
mio ministero, però la sto seguendo come componente del governo.
E come ex ministro dell’Ambiente (dall’aprile 2005 al maggio 2006), no?
In Italia abbiamo bisogno di un certo numero di rigassificatori. Ricordo,
appunto, di essere stato io a firmare i precedenti decreti di Via per gli altri
impianti.
A proposito di Trieste e del suo porto, a che punto è l’iter per la piattaforma
logistica?
Si tratta di una necessità per la città e per il suo porto, il cui sviluppo è la
cosa più importante per questo territorio. Ma la realizzazione della piattaforma
logistica interessa tutto il Friuli Venezia Giulia, il Nordest e l’intero Paese.
In ogni caso, stiamo accelerando per sbloccare velocemente i fondi previsti dal
Cipe (alla cui attenzione il progetto della piattaforma logistica verrà portato
giovedì, ndr). Al tempo stesso, però, dobbiamo sempre fare i conti con la
quantità di risorse disponibili.
Un porto che funzioni ha bisogno anche del supporto di infrastrutture di
collegamento adeguate: la situazione a Trieste e in Friuli Venezia Giulia?
I porti non possono esistere senza collegamenti ferroviari. Non è possibile
destinare loro dei finanziamenti senza avere le ferrovie. Questo vale non solo
per Trieste e la sua regione, ma per tutta l’Italia, dove si soffre della
cosiddetta crisi dell’ultimo miglio per congiungere porti e trasporti su rotaia.
Con l’amministratore delegato delle Ferrovie di Stato, Mauro Moretti, e con le
risorse messe in campo, già approvate dal Cipe, miriamo a risolvere questa
situazione in tutti i porti italiani.
Con il contributo delle Regioni?
Per i treni locali le Regioni devono fare la loro parte. Il governo ha stanziato
quasi due miliardi in tre anni per nuovi treni regionali. Ma questi soldi
vengono gestiti direttamente dalle Regioni stesse che si occupano delle gare.
Sulle tratte regionali e transfrontaliere (con lo sconfinamento in Slovenia) del
Corridoio 5 quando avremo novità?
Sui corridoi stiamo andando avanti nel rispetto dei programmi, anche con i
nostri partner europei.
Considerate le ultime notizie in tema di collegamenti ferroviari e l’attuale
assenza di quelli aerei, da Milano a Trieste e viceversa ormai si può viaggiare
solo in auto?
Come hanno riferito nelle scorse settimane sia il sottosegretario Roberto Menia,
sia il presidente della Regione, Renzo Tondo, l’amministratore delegato di
Cai-Alitalia Rocco Sabelli, sul possibile ripristino del volo Linate-Ronchi, mi
aveva risposto di recente: «Si può fare», magari con un aereo grande. Ritengo
che ora chi di dovere stia studiando come e quando riattivarlo, visto che da
quel colloquio non ho avuto novità contrarie. Stasera (ieri sera, ndr), però, lo
rivedrò e gli chiederò di aggiornarmi sui passi avanti fatti.
MATTEO UNTERWEGER
Risparmio
energetico, arriva l’Ecosportello - MUGGIA: A NOVEMBRE
MUGGIA
Risparmiare grazie all'energia solare e conoscere tutte le agevolazioni previste
per chi decide di passare alle fonti rinnovabili (pannelli fotovoltaici, caldaie
a condensazione, serramenti e altri sistemi per isolare termicamente la propria
abitazione). Per i cittadini di Muggia, unica località della provincia oltre a
Trieste fornita di questo servizio, tra breve sarà ancora più facile. E' infatti
in arrivo a novembre l'Ecosportello, attivato dal circolo Legambiente di Trieste
grazie al finanziamento della Provincia, la cui finalità è informare i cittadini
sui vantaggi economici ed energetici conseguenti all'installazione di pannelli
fotovoltaici, isolamenti termici e caldaie di nuova generazione.
Lo schema di convenzione con la Provincia per l'attuazione del progetto verrà
votato oggi dal Consiglio comunale, mentre è già partito nella sede di
Legambiente il corso di formazione per gli operatori.
Lo sportello di Muggia, la cui istituzione era stata sollecitata dai residenti
nell'ambito di Agenda 21, sarà aperto ogni mercoledì, dalle 10 alle 12, fino ad
aprile e avrà sede nel palazzo municipale di piazza Marconi. Al suo interno si
potranno reperire informazioni su risparmio ed efficienza energetica, e in
particolare sugli incentivi e gli sgravi fiscali.
L'Ecosportello offrirà infine un servizio professionale di installazione e
assistenza in collaborazione con Confartigianato, Cna, Ures, la possibilità di
far eseguire la certificazione energetica del proprio edificio a prezzi
concordati e l'opportunità di usufruire di strumenti finanziari a tassi
agevolati messi a disposizione da Banca Etica.
(g.t.)
SEGNALAZIONI
- TRASPORTI - Il tram si può
Ho letto con
molta attenzione l’intervento del signor Sergio Callegari (7 ottobre) relativo
alle possibili soluzioni da adottare per migliorare il trasporto pubblico
locale.
Condivido la puntuale analisi sulla quale non sono d’accordo su un unico punto:
secondo il signor Callegari il ritorno del tram a Trieste sarebbe inattuabile a
causa delle strade strette e tortuose.
A mio avviso la circolazione tranviaria a Trieste dal punto di vista
tecnico/viabilistico è attuabilissima, basta volerlo! Molte città in Italia e
nel resto d’Europa hanno scelto negli ultimi anni di ritornare all’utilizzo del
tram; città che hanno gli stessi problemi (se non maggiori) di Trieste per
quanto riguarda la ristrettezza delle vie centrali, ma se c’è la volontà
politica le soluzioni tecniche si trovano (per favore, basta col mefitico «no se
pol»). A titolo d’esempio vorrei solo ricordare che il tram a Padova passa per
le strade del centro che non sono certo più larghe di via Mazzini o di via Roma,
mentre il nuovo tram a Firenze sfiora il duomo e il battistero incuneandosi
nelle stradine del centro storico; certo bisogna operare delle scelte (cosa che
la nostra attuale amministrazione comunale si rifiuta di fare): interdire al
mezzo privato ampi spazi del centro, privilegiando il transito delle vetture
tranviarie, dei pedoni e delle biciclette; se lo hanno fatto in altri centri
urbani, perché non dovrebbe essere possibile qui da noi?
Dove sta scritto che l’automobile deve per forza farla da padrona occupando (il
più delle volte irregolarmente) ampi spazi di suolo pubblico che potrebbe essere
utilizzato in modo molto più ecosostenibile? Tram, biciclette e pedoni possono
coesistere tranquillamente: in numerose realtà europee vi sono arterie stradali
centrali dedicate esclusivamente al traffico tranviario, ai ciclisti ed ai
pedoni con risultati più che positivi per quanto riguarda il livello di qualità
della fruizione del contesto cittadino. Non vedrei comunque difficoltà tecniche
che non possano essere superate abbastanza facilmente per una nuova linea
tranviaria nella nostra città che dalla Stazione Centrale raggiunga Valmaura
attraverso Ghega, Carducci, D'Annunzio, Foraggi, Galleria di Montebello.
L’auspicata metropolitana leggera potrebbe poi integrarsi abbastanza facilmente
con la tranvia cittadina mediante la tecnologia «tram-treno» (già ampiamente
utilizzata soprattutto in Germania ed in Austria) che prevede l’impiego di
materiale rotabile in grado di operare sia sulla rete ferroviaria sia su quella
urbana.
Mario Ravalico - Consigliere comunale Pd
COMUNICATO STAMPA - LUNEDI', 12 ottobre 2009
PIANO REGOLATORE del Comune di Trieste
Si informano i
cittadini che, mercoledi' 14 ottobre, dalle 17.00 alle 18.00, presso la sede del
circolo Verdeazzurro di LEGAMBIENTE in via Donizetti n. 5/a, un esperto fornira'
informazioni e assistenza sul nuovo Piano Regolatore approvato dal Comune di
Trieste.
Circolo Verdeazzurro LEGAMBIENTE di Trieste
IL PICCOLO - LUNEDI', 12 ottobre 2009
Risparmiare
energia in casa? Basta chiedere all’Ecosportello - Dall’impianto fotovoltaico
alla caldaia da sostituire: nasce un punto informativo
AMBIENTALISTI E PROVINCIA
Per avere informazioni sul risparmio energetico da applicare nell’immediato
e concretamente, il cittadino può oggi contare su un nuovo punto di
informazione. Su iniziativa del circolo Legaambiente, in collaborazione con
l’Arci Nuova Associazione e la Banca popolare etica, è stato attivato il nuovo
“Ecosportello per il cittadino”, mirato a garantire alla comunità un punto di
informazione dove approfondire i temi del risparmio e dell’efficienza energetici
nelle abitazioni private. L’iniziativa è stata finanziata e patrocinata dalla
Provincia.
«Ci troviamo di fronte a una crescente sensibilità dell’opinione pubblica sulle
questioni di salvaguardia e tutela dell’ambiente», spiega l’assessore
provinciale all’educazione ambientale Denis Visioli presentando l’iniziativa:
«Spesso però le persone che intendono approfondire tali questioni si trovano in
difficoltà per mancanza di punti di riferimento. L’Ecosportello – continua
Visioli – sarà in grado di soddisfare tutti coloro che intendono saperne di più,
garantendo le informazioni opportune e pertinenti per le azioni che il privato
intende intraprendere».
L’Ecosportello triestino sarà aperto due volte la settimana, il martedì dalle 10
alle 12 e il venerdì dalle 17 alle 19, in via Donizetti 5/a. Sarà possibile
rivolgersi al numero telefonico 336/5239111, al fax 040/9890553 oppure all’email
info@legambientetrieste.it. Un ulteriore Ecosportello verrà attivato a Muggia.
Ma quali sono le informazioni che si possono ottenere da questa nuova struttura?
Si possono rivolgere all’Ecosportello coloro che vogliono saperne di più sugli
impianti fotovoltaici e sulla messa a punto di pannelli solari. Oppure coloro
che intendono sostituire le caldaie, o che vorrebbero capire quali serramenti
provvedere alle proprie abitazioni, o come effettuare le coibentazione dei
propri ambienti. Dal nuovo sportello sarà possibile ottenere il calcolo del
rientro economico in seguito agli interventi effettuati, utilizzando specifici
software. E conoscere gli incentivi e gli sgravi fiscali, con le relative prassi
e modulistiche, messi a disposizione di coloro che intendono procedere a
cambiamenti nel proprio uso energetico. Ulteriore facilitazione, la possibilità
di essere assistiti nella compilazione dei moduli previsti per tali benefici e
facilitazioni.
Maurizio Lozei
SEGNALAZIONI
- CRITICHE / 1 - Sul rigassificatore
I politici sia
a Roma sia a Trieste sono concordi nel voler imporre a triestini e muggesani il
rigassificatore, benché la grande maggioranza della gente, per un istintivo
senso di sopravvivenza, sia contraria all’installazione di una bomba ecologica a
ridosso delle proprie case.
Già eventi «naturali», per semplice distrazione di addetti ai lavori, possono
causare tragedie come quella di Viareggio. In quel caso la «bomba» era
costituita da qualche vagone-cisterna. Figuriamoci che cosa potrebbe succedere
per l’incendio di un deposito o di una nave gasiera. Ricordo che, quando ignoti
terroristi incendiarono un serbatoio dell’oleodotto, ho potuto vedere fin da
Pola la nube nera sopra Trieste. E oggi i terroristi sono attivi più che mai.
Quanto al confronto costi-benefici, abbiamo già l’esempio dello stesso
oleodotto. Esso dà lavoro a un limitato numero di addetti, senza alcun indotto,
mentre l’impianto occupa enormi spazi sottratti a più utili e redditizie
attività portuali o industriali. È comprensibile che vogliano il rigassificatore
i politici romani, eredi e continuatori di quelli che, per oltre 60 anni,
mantengono esuli e triestini nella scomoda posizione di «vittime sacrificali
della Patria», facendo pagare solo a loro le colpe e le riparazioni per la
guerra alla Jugoslavia. Non si capisce invece come le autorità locali e i
parlamentari eletti dal popolo di Trieste vadano supinamente dietro ai loro
amici/padroni di Roma. Malgrado i nostri sforzi, veramente non riusciamo a
capire i nostri eletti.
Prendiamo atto che anche i nostri vicini sloveni contestano il rigassificatore.
Siamo fin d’ora certi che se dovessero cambiare idea a pagare il prezzo saremo,
come sempre noi, istriani e triestini. Comunque vada una bomba resta una bomba,
anche se teoricamente disinnescata, come le mine della strage di Vergarolla a
Pola nel 1946.
Italo Gabrielli - del Gruppo Memorandum 88 di esuli istriani fiumani e
dalmati
SEGNALAZIONI
- CRITICHE / 2 - Sul rigassificatore
Martedì 15
settembre alla conferenza economica tenutasi a Porto S. Rocco abbiamo avuto modo
di sentire dire la presidente della Provincia, Bassa-Poropat, in quanto a
sviluppo e futuro, che lei personalmente è favorevole al rigassificatore
nell’area di Zaule, ma che bisogna avere il consenso della gente e per questo si
sono attivati stanziando dei fondi per fare informazione, contattando le varie
realtà scientifiche: Università, Sissa...
Considerato che, oltre che per la sciagurata collocazione dell'impianto, il
progetto presentato e con le successive «integrazioni» ha non poche lacune, mi
chiedo e chiedo al presidente della Provincia e ai suoi collaboratori: a)
vogliono creare consenso su una «patacca»?; b) sprecano denaro pubblico, cioè
nostro, per creare consenso su una «patacca»? c) questo, almeno nel sentire
comune, non significa «complicita»?
Nevia Babich
SEGNALAZIONI
- «Vicolo delle Rose trasformato in discarica» - STERPAGLIA E MATERIALI EDILI
Vicolo delle
Rose si inerpica per le alture del quartiere di Roiano per arrivare poi in via
Commerciale all’altezza del capolinea del bus 28 e dovrebbe rappresentare uno
scorcio storico e polmone verde del quartiere: invece sta diventando sempre più
una discarica a cielo aperto.
Non solo i cantieri aperti per le nuove costruzioni stanno deturpando l’ambiente
originario e creando difficoltà alla viabilità sempre più caotica nello storico
vicolo, ma anche il manto stradale sconnesso (nella parte iniziale da Roiano e
finale verso via Giaggioli), immondizie, carcasse di motorini e materiali edili
lasciati in abbandono, stanno degradando sempre più quest’area.
Alle immondizie visibili nella parte alta (verso la curva, prima del rettilineo
che porta all’immissione in via Giaggioli), si aggiungono le sterpaglie lasciate
quasi a lato della strada: tutto è emerso probabilmente in seguito al mancato
lavoro di pulitura dopo la falciatura del sottobosco adiacente alla strada.
È molto triste vedere la strada ridotta così: la parte più alta della via rimane
uno dei pochi spazi dove non è stato, per fortuna, ancora edificato e per di più
è nelle vicinanze di un corso d’acqua.
In tema di sicurezza, poi, la strada in forte pendenza e molto vicina al bosco
nella parte alta fa temere per come reagirà il terreno al primo grande evento
piovoso autunnale.
Dario Fabbri
IL PICCOLO - DOMENICA, 11 ottobre 2009
Gas Natural:
«Per l’ambiente c’è grande attenzione»
Gas Natural
esce allo scoperto per rintuzzare gli attacchi degli ambientalisti sul progetto
del rigassificatore. La società spagnola sostiene che per il progetto di Trieste
sta seguendo il procedimento prescritto dalla normativa vigente in Italia e
ribadisce di essere un’impresa responsabile e scrupolosa nell’esecuzione di
tutti i progetti, non solo in Italia.
Sempre Gas Naturale aggiunge di essere la prima interessata a pretendere che
questi vengano realizzati nel pieno rispetto di quanto prescritto in materia
ambientale. Il caso di Trieste non è differente.
«Vantiamo una grande esperienza in questa tipologia di impianti ed è nota
l’attenzione del Gruppo verso l’ambiente, così come confermato dalla nostra
ripetuta presenza nei più importanti indici di responsabilità e sostenibilità».
Ferriera,
Servola coperta da una nube nera - Fuoriuscito dalla cokeria tutto il gas che si
era bloccato a causa di un blackout
Decine di
telefonate ai vigili del fuoco
Nuvole nere si sono levate ieri sopra la Ferriera e poi, spinte dal vento,
sul mare e sulla città coprendo per un buon quarto d’ora anche le vele della
Barcolana.
L’allarme è scattato pochi minuti prima delle 13 e al centralino dei vigili del
fuoco sono giunte più di cento telefonate. Il timore, in un primo momento, era
quello di un incendio. Ma poi in breve il mistero è stato chiarito. I fumi sono
stati provocati da un improvviso blackout elettrico che per alcuni minuti, come
ha spiegato il direttore della Ferriera, Francesco Rosato «ha bloccato
l’estrazione del gas della cokeria». L’interruzione dell’erogazione, sempre
secondo il responsabile dello stabilimento, è stata causata da «fenomeni
temporaleschi».
«Non è un fenomeno raro», ha dichiarato il direttore della Ferriera. Ma molti
abitanti di Servola e anche di altre zone della città si sono spaventati.
Certo è che all’improvviso il gas prodotto della cokeria che si era bloccato è
fuoriuscito dalle ciminiere bruciando e provocando, nella combustione, il denso
fumo nero. Le nuvole scure hanno coperto per oltre dieci minuti prima l’area di
Servola e poi, come detto, spinte dal vento sono andate verso il mare.
Non è stato però necessario l’intervento dei vigili del fuoco in quanto, quando
l’erogazione della corrente elettrica è stata ripristinta, la situazione si è
progressivamente normalizzata.
Ma si sono attivati, su chiamata degli stessi pompieri, i tecnici dell’Arpa,
l’agenzia regionale per l’ambiente, che hanno effettuato nel primo pomeriggio
una serie di sopralluoghi e controlli in tutte le aree interessate prelevando
ove possibile i campioni. Infatti i fumi hanno sfiorato i piani alti di diverse
abitazioni lasciando tracce di polveri che una volta analizzate possono
consentire di risalire al contenuto delle sostanze.
Appena pochi giorni fa la proprietà della Ferriera di Servola è stata ammessa a
pagare 26 mila euro per chiudere senza ulteriori danni sul piano penale la
vicenda dell’altoforno numero 2 che nello scorso inverno aveva funzionato per
dieci settimane privo dell’autorizzazione ambientale concessa dalla Regione. In
pratica era fuorilegge perché il nullaosta era scaduto il 31 dicembre e il
gruppo Lucchini aveva cercato l’ennesima proroga, trovandosi però di fronte al
«no» di tutte le forze politiche, regionali e cittadine.
Nel frattempo dal camino erano continuate a riversarsi nell’atmosfera -
nonostante le ripetute diffide - polveri e gas contenenti benzopirene e anidride
solforosa. Il pm Federico Frezza per queste prolungate violazioni di legge aveva
iscritto nei primi giorni di gennaio sul registro degli indagati i nomi di
Francesco Rosato, direttore dello stabilimento di Servola e amministratore
delegato della società proprietaria, nonché quelli di Giuseppe Lucchini - patron
del gruppo siderurgico bresciano - e del rappresentante della Severstal, Hervè
Kerbat.
(c.b.)
FERRIERA -
«Un bel biglietto da visita per la Barcolana» - L’ATTACCO DEL CIRCOLO MIANI
«Quello che è
accaduto è la migliore risposta all’incredibile comunicato della
Lucchini-Severstal (che elencava la diminuzione delle emissioni dall’impianto,
ndr). Il “tutto va bene – anzi meglio – madama la marchesa” ha trovato puntuale
smentita nei fatti». È la risposta del Circolo Miani, in una nota a firma
Maurizio Fogar, che oltre a definire «normale amministrazione quanto accaduto»
lo ricollega alla Barcolana. «Così tutti hanno potuto ammirare per ore, quale
prestigioso “biglietto da visita” offra la città, oltre che per la salute dei
suoi concittadini, anche per quella degli ospiti».
IL PICCOLO - SABATO, 10 ottobre 2009
Regione,
alla Savino la delega per l’energia - LA DELIBERA DI GIUNTA RIORDINA ANCHE LE
DIREZIONI
TRIESTE La
delega all’Energia passa ufficialmente di mano. Ieri la giunta regionale ha
approvato una delibera e un regolamento, proposti dall’assessore Andrea Garlatti,
che ridefiniscono l’organizzazione interna del’apparato regionale e le
competenze delle strutture direttive. In particolare arriva la formalizzazione
di quanto annunciato dal presidente Tondo al momento di nominare lo stesso
Garlatti come sostituto di Vanni Lenna: la delega all’Energia passa sotto la
direzione della Pianificazione e risorse, trasferendo quindi la competenza
dall’assessore Riccardo Riccardi a Sandra Savino.
Inoltre la Direzione centrale organizzazione cambierà denominazione allineandosi
al governo nazionale e prenderà il nome di Direzione della funzione pubblica.
Una denominazione che riflette la volontà di non guardare esclusivamente
all'apparato della Regione ma a tutto il pubblico impiego. E dunque ai
dipendenti dei diversi Enti locali e anche a quelli della Sanità, garantendo
un’unica ”regia” anche nella formazione professionale. Novità anche per quanto
concerne la Direzione relazioni internazionali: verrà annoverata tra le
Direzioni centrali. «La logica dei due provvedimenti è di razionalizzare e
semplificare - spiega l'assessore Garlatti – e comporterà anche l’obbligo per i
vice direttori centrali di essere anche a capo di un servizio». Ora i due
documenti approvati ieri in via preliminare dalla giunta dovranno superare il
passaggio con i sindacati e il parere del Consiglio regionale. L’esecutivo ha
approvato anche il bando per la realizzazione di progetti di ricerca industriale
nel campo della domotica a cui sono stati destinati 5 milioni di euro.
«Ci proponiamo - ricorda l'assessore Alessia Rosolen - di sostenere progetti
destinati al rafforzamento sia delle reti della ricerca e dell'innovazione che
dei distretti tecnologici dell'innovazione, con l'obiettivo di rafforzare la
competitività delle imprese e sostenere il loro sviluppo dal punto di vista
scientifico e tecnologico». Il bando prevede finanziamenti tra uno e due milioni
di euro a favore di progetti per migliorare la qualità di vita in ambienti
casalinghi o di lavoro; il bando riguarda progetti relativi a sistemi
energetici, apparecchiature domestiche, telecomunicazioni, illuminazione,
salute, ergonomia. Beneficiari dei contributi sono le imprese regionali, gli
enti gestori dei parchi scientifici e tecnologici regionali, le università e i
poli di ricerca, purché operino in stretta collaborazione tra loro. È prevista
la partecipazione delle Camere di commercio del Fvg. Approvato infine un riparto
di 1.584.000 euro a favore delle Province di Gorizia, Pordenone e Udine per
viabilità e adeguamento di edifici scolastici. A Gorizia andranno 264 mila euro
per manutenzione straordinaria sui ponti e sulla viabilità ordinaria e
ciclistica, specie sulle arterie che collegano Grado.
Roberto Urizio
SEGNALAZIONI
- VIA TIMEUS - Traffico insostenibile
Sono pienamente
solidale con i residenti della via San Michele, ma vorrei ricordare che codesti
problemi così ben esposti, sono presenti ahimé in altre vie di Trieste. Parlo
della via Timeus-Xydias (per esempio) perché qui vivo e da residente posso
testimoniare e rivendicare ogni parola scritta dal signor Citti.
Anche qui il sindaco ha espresso compiacimento: a nostro modesto parere per noi
residenti c’è stato solo un aggravarsi della già precaria situazione esistente,
e anche la viabilità, unica prerogativa affrontata non è stata minimamente
risolta. Il traffico è insostenibile lungo la via Timeus-Xydias: tali vie come
la via S. Michele, sono (altrettanto) inadeguate a sostenere il ruolo
assegnatole di principale arteria di scorrimento. La ristrettezza delle
dimensioni, l’altezza degli edifici fanno sì che la notevole mole di traffico
veicolare determini condizioni ”intollerabili” di inquinamento atmosferico e
acustico per i residenti, con potenziale danno alla loro salute. La mancanza di
dissuasori di velocità unitamente alla ristrettezza della via e dei marciapiedi,
peraltro privi di manutenzione e di rifacimento da anni, mettono a repentaglio
l’incolumità dei pedoni.
Ai nostri amministratori va richiesto lo sforzo di avere maggiore sensibilità
«verso le idee della sostenibilità e qualità del vivere urbano»... e della
«rivendicazione di Trieste quale città d’arte».
Mi limito a riportare ancora la stessa conclusione del signor Citti: «Si
auspica... che una seria considerazione di tali questioni possa finalmente
giungere dal nuovo piano del traffico... che sia finalizzato al perseguimento di
valori di interesse generale per la collettività, quali la riduzione
dell’inquinamento atmosferico ed acustico, per la salute degli abitanti».
Cambiare le prospettive, guardare in direzione dei pedoni, trasformare la nostra
città a misura d’uomo... a piedi.
Sperando di ricevere quanto prima una ragionevole risposta dal sindaco per tutte
queste vie di Trieste, interessate dal problema traffico, credo che sia molto
civile almeno riconoscere ed ammettere che il problema esiste. Questione di
stile?
Roberta Mevi
IL PICCOLO - VENERDI', 9 ottobre 2009
Rigassificatore, il caso arriva a Bruxelles - La rete ecologista Alpe Adria
Green porta il caso di Zaule davanti agli organismi Ue
LUBIANA Il caso
del rigassificatore di Zaule, a Trieste, arriva a Bruxelles. A denunciare le
presunte irregolarità nella preparazione del progetto della società Gas Natural
ci ha pensato la rete internazionale di associazioni ambientaliste Alpe Adria
Green, i cui attivisti, nel corso di una conferenza stampa, hanno presentato
ieri a Lubiana i contenuti della petizione e del ricorso inviati venerdì scorso
al Parlamento e alla Commissione europei per chiedere che si fermi la
costruzione dell'impianto.
L'Italia, questa la motivazione di Alpe Adria Green, avrebbe tentato di
minimizzare i rischi del terminal e avrebbe di fatto consentito a Gas Natural di
esibire una documentazione incompleta nel richiedere i permessi necessari per
portare avanti il progetto. Il presidente della rete ambientalista, Vojko
Bernard, ha spiegato che «Alpe Adria Green insisterà affinché anche il governo
sloveno denunci le presunte irregolarità e chieda chiarimenti a Roma». Da parte
italiana, secondo Aag, sarebbero state violate diverse norme europee. In primo
luogo, nella documentazione di Gas Natural sarebbero stati omessi o falsati
alcuni dati sull'impatto ambientale, in particolare quelli sulla profondità
delle acque del Golfo di Trieste e sull'esistenza, nell'area, di altri impianti
industriali con forte impatto sull'ambiente.
In secondo luogo, il terminal e le navi gasiere non potrebbero essere protette e
potrebbero facilmente diventare meta del terrorismo internazionale. Come terzo
punto, sarebbero state violate le norme europee sugli studi ambientali, sia per
quanto riguarda il terminal, sia per quanto riguarda il gasdotto che dovrebbe
collegare l'impianto alla rete nazionale. Infine, non sarebbero state rispettate
le procedure legate alla valutazione dell'impatto ambientale transfrontaliero,
nonché le norme sulla concorrenza, visto che il progetto prevede – secondo Alpe
Aadria Green - un forte sostegno dello Stato italiano qualora dovessero
verificarsi degli scompensi sul mercato internazionale del gas. Se un terminal
rigassificatore nell'Alto Adriatico deve comunque esserci, Alpe Adria Green
suggerisce che Italia, Slovenia e Croazia lo pianifichino insieme. Una
soluzione, a giudizio degli ambientalisti, potrebbe essere quella di
riutilizzare a questo scopo alcune piattaforme petrolifere ormai abbandonate a
largo della costa istriana, in acque territoriali croate, alcune decine di
chilometri da Pola: hanno il vantaggio di essere distanti dalle rotte marittime.
Il destino del progetto del terminal rigassificatore di Zaule sarà più chiaro
dopo l'incontro del 13 ottobre a Lubiana tra i rappresentanti dei Ministeri
dell'ambiente di Italia e Slovenia. Se i colloqui dovessero fallire, Lubiana ha
già annunciato di essere pronta a portare l'Italia di fronte alla Corte di
giustizia europea.
Diossina
dall’inceneritore, cinque indagati - Dopo il sequestro dell’impianto AcegasAps
aveva dovuto trasferire l’immondizia fuori provincia
Il
magistrato chiederà il rinvio a giudizio oppure l’archiviazione
IL PM CHERGIA HA CHIUSO LE INDAGINI SUGLI EPISODI VERIFICATISI TRA IL 2006 E IL
2007
Il pm Maddalena Chergia ha chiuso le indagini sulle ripetute fuoriuscite di
diossina verificatesi da due delle tre linee di smaltimento rifiuti
dell’inceneritore di via Errera. Le fuoriuscite a cui era seguito il sequestro
degli impianti disposto dalla magistratura, risalgono al dicembre 2006 - gennaio
2007 e hanno provocato un danno all’Acegas-Aps valutato in quattro, cinque
milioni di euro, spesi per il trasferimento in altre sedi di buona parte
dell’immondizia prodotta in quei mesi a Trieste e provincia, ma anche a
Monfalcone e Gorizia e in alcune aree del pordenonese.
L’esito delle indagini che occupano nove corposi faldoni zeppi di atti,
consulenze tecniche e diagrammi di funzionamento delle linee di incenerimento, è
ora a disposizione dei legali dei cinque indagati. Ecco i nomi di chi è finito
sul registro della Procura e ha ricevuto nei giorni scorsi l’avviso di
conclusione dell’inchiesta. Un atto che prelude alla richiesta di rinvio a
giudizio o di archiviazione. L’avviso è stato recapitato a Marina Monassi,
direttore generale di Acegas-Aps; Paolo Dal Maso, responsabile della Divisione
ambiente; Stefano Gregorio, direttore dell’inceneritore; Maurizio Malagoli, ex
direttore generale e Francesco Giacomin, già amministratore delegato della
stessa Acegas-Aps.
Secondo le misurazioni effettuate due anni e mezzo fa dai tecnici dell’Azienda
regionale per la protezione ambientale, la quantità di diossina finita
nell’atmosfera di Trieste ha costantemente superato i valori di legge.
L’episodio più inquietante è quello del 20 dicembre 2006 con 0,970 nanogrammi di
diossina per metro cubo d’aria. Dieci volte più del valore limite. Altre misure
hanno rivelato vistosi sforamenti. Sono quelle del 21 dicembre 2006, dell’11 e
12 gennaio 2007, rispettivamente con 0,189, 0,300 e 0,200 nanogrammi.
L’Arpa aveva informato delle ripetute anomalie i carabinieri del Nucleo
operativo ecologico e la Procura della Repubblica. Prima il pm Federico Frezza,
poi la collega Maddalena Chergia avevano chiesto il sequestro preventivo
dell’impianto. Il giudice Massimo Tomassini lo ha concesso in meno di 48 ore. Il
14 febbraio 2007 le linee di smaltimento erano state bloccate perché ritenute
pericolose per la salute pubblica. Secondo i magistrati, sarebbe stato omesso
per colpa il doveroso controllo del ciclo di smaltimento e l’impianto non
sarebbe stato adeguato alla migliore tecnologia disponibile.
«Confutiamo ogni responsabilità. Siamo stupiti per questo sequestro» aveva
affermato all’epoca l’avvocato Tiziana Benussi, legale del presidente di
Acegas-Aps Massimo Paniccia, poi risultato del tutto estraneo all’inchiesta.
«Cercherò di chiarire la posizione della società. Nostro scopo è quello di
ottenere al più presto il dissequestro dell’impianto: ben 140 esami sulle
emissioni dell’inceneritore effettuate negli ultimi due anni attestano che tutto
è regolare, ben al di sotto dei limiti di legge» aveva aggiunto l’avvocato
Giovanni Borgna.
La presenza di diossina - hanno spiegato i tecnici - è direttamente collegata ai
rifiuti contenenti Pvc. Inoltre si forma in seguito a una combustione incompleta
di qualsiasi materiale organico. Questo avviene quando la temperatura è troppo
bassa, tra i 200 e i 600 gradi. Se al contrario vi è aria sufficiente e la
temperatura di combustione supera i 950 gradi, tutta la diossina viene distrutta
in maniera efficace.
CLAUDIO ERNÈ
«Ferriera,
in miglioramento la situazione ambientale» - Lucchini: diminuiti gli sforamenti
Attivato un sito Internet dedicato alla nuova centrale
Secondo la
Lucchini la situazione ambientale attorno alla Ferriera di Servola è in
miglioramento. La proprietà in una nota sostiene che «i dati ufficiali delle
centraline di monitoraggio della qualità dell’aria sia nei valori medi del Pm10
che nel numero degli sforamenti da gennaio a settembre 2009 confermano un trend
di miglioramento della situazione rispetto ai primi nove mesi del 2008».
Questo il resoconto della Servola spa: in via Pitacco 8 sforamenti (contro i 18
dello stesso periodo gennaio-settembre 2008), in via Svevo 16 sforamenti (25 nel
2008), in via Carpineto 11 sforamenti (25 nel 2008). «Da rilevare - prosegue la
nota della Lucchini - che anche i dati registrati dal mezzo mobile posizionato
in via San Lorenzo in Selva, in un’area completamente ”inviluppata” dallo
stabilimento e dalle sue pertinenze, rilevano una diminuzione degli sforamenti
di Pm10 del 53,7 per cento: 50 quelli segnalati tra gennaio e settembre 2009
contro i 108 dello stesso periodo del 2008. Inferiore del 25,4% anche la media
dei microgrammi/m3 (34,1 nel 2009 contro i 45,7 nel 2008)».
Infine si fa riferimento all’inquinante benzoapirene monitorato sulla postazione
di via Pitacco. Il valore medio nel trimestre giugno, luglio e agosto 2009
quando l’attività era ripresa con l’apertura dell’altoforno 3 «risulta essere
inferiore di circa il 50 % - fa rilevare l’azienda - rispetto allo stesso
periodo del 2008».
La Lucchini informa anche che sta continuando gli interventi nel campo della
sicurezza e in particolare «sta avviando una nuova e più vigorosa azione di
coinvolgimento di tutto il personale attraverso alcuni strumenti quali Comitati
di stabilimento e di area, formazione, piani di miglioramento impiantistico e
ambientale».
E proprio ieri è stato anche messo in linea il nuovo sito Internet dedicato alla
nuova centrale termoelettrica, progetto definito dal Gruppo Lucchini nell’ambito
di un programma di riconversione produttiva dello stabilimento siderurgico di
Servola che prevede lo sviluppo di nuove attività tra cui si inserisce la nuova
centrale a ciclo combinato. Il sito, www.lucchinienergia.it, ha l’obiettivo di
essere un mezzo di comunicazione diretto e trasparente con i cittadini, le
istituzioni e le categorie socio-economiche.
Milkovich:
il nuovo Prg danneggia Opicina - La circoscrizione Altipiano Est continua nella
raccolta di firme contro le nuove aree edificabili
ASSEMBLEA AL
CIRCOLO TABOR
OPICINA C’era il pienone al circolo Tabor di Opicina per l’ultimo incontro
di approfondimento sulla nuova variante al Piano regolatore comunale organizzato
dalla seconda circoscrizione. Un ciclo di assemblee pubbliche che ha permesso ai
residenti delle diverse località a Est dell’Altipiano carsico di esternare le
proprie osservazioni sul nuovo strumento urbanistico. Anche a Opicina sono state
diverse le persone che hanno evidenziato le loro perplessità. «Pure in questa
frazione ben 148 mila metri quadrati di terreni di privati cittadini sono
diventati da aree edificabili a zone verdi – ha puntualizzato il presidente del
parlamentino Marco Milkovich –. Un’operazione che in concreto priva i cittadini
di circa 30 milioni di euro e quindi di poter edificare o ampliare le proprie
residenze». Sconcerto ha suscitato pure la creazione di un nuovo spazio
edificabile a fianco del parcheggio presente sulla ex 202 posto di fronte a un
distributore di carburante. «L’area di sosta, acquisita di recente dalla Regione
da una immobiliare triestina, realizzata in precedenza dal Comune con soldi
pubblici – hanno osservato alcuni cittadini – è ora pronta per accogliere le
automobili di coloro che andranno presumibilmente a risiedere nella nuova e
contigua area ora edificabile». La circoscrizione ha continuato la raccolta di
firme a supporto di un’osservazione per l’opposizione contro le due aree
individuate dalla variante a ospitare nuove edificazioni, quella dell’ex caserma
di Banne e quella di Padriciano non lontana dall’ex campo profughi. Si potrà
firmare anche nei prossimi giorni negli esercizi commerciali e di ritrovo
opicinesi e in altri punti cittadini.
(ma. lo.)
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore - CONSULTAZIONE
In linea di
principio non sono contrario alla costruzione dei rigassificatori, sempre che
siano costruiti in luogo adatto e con criteri di sicurezza adeguati. La scelta
di Zaule non convince né per l’approccio seguito dall’iter autorizzativo, né per
la collocazione (mare chiuso, impianti esistenti pericolosi, insediamenti urbani
ed impianti sportivi distanti poche centinaia di metri).
La convenzione di Aarhus stabilisce che ogni decisione relativa ad attività
suscettibili di causare effetti pregiudizievoli sull’ambiente, quali i
rigassificatori, sia preceduta sin dalla fase iniziale e poi per tutte le fasi
del processo decisionale, da una informazione adeguata, tempestiva ed efficace
del pubblico interessato. Stabilisce anche che il pubblico può intervenire e
sottoporre tutte le osservazioni, le informazioni, le analisi o le opinioni che
ritiene pertinenti in merito all’attività proposta.
La legge 334/99 (legge Seveso) prevede la consultazione della popolazione nel
caso di realizzazione di nuovi stabilimenti ove siano presenti sostanze
pericolose (fra questi i rigassificatori) rimettendo all’Autorità competente
l’individuazione delle modalità di attuazione della stessa.
Gas Natural ha pubblicato il 3/03/2006 su Repubblica ed Il Piccolo l’avviso di
avvio della procedura di Via e di deposito presso la Regione Fvg della
documentazione prevista per la consultazione da parte del pubblico. Il Nof
(Nulla Osta di Fattibilità) è stato rilasciato dai Vv Ff, con note, il 5/08/05
ben prima quindi dei primi di marzo 2006 impedendo, di fatto, le iniziative e le
osservazioni da parte del pubblico previste dalla legislazione vigente.
Il 2/10/06 la Commissione Via richiedeva a Gas Natural di produrre una relazione
dettagliata sull’effetto Domino. Tale documento non risulta accessibile al
pubblico.
Si ritiene pertanto che la popolazione non sia stata sinora né sufficientemente
informata, né messa in condizione di esprimersi nei termini previsti dalla legge
Seveso e dalla convenzione di Aarhus. Nemmeno la procedura di Via appare
rispettata, per la mancata divulgazione al pubblico in forma adeguata di
documenti fondamentali quali il rapporto di sicurezza preliminare (non presente
su internet) e sull’effetto Domino.
Del possibile versamento in mare di Gnl dalla metaniera non si trova traccia né
nella documentazione Gas Natural ne nei commenti della commissione Via, Nof dei
Vv Ff e note della Guardia Costiera. Lo studio del Sandia National Laboratories,
elaborato per conto del Dipartimento dell’Energia Usa (2004/2008), prevede tale
evento e stima, in estrema sintesi, che il possibile incendio di una «nube» di
gas derivante da una perdita di Gnl da un foro da 5 mq possa causare gravi
ustioni alle persone entro un raggio di ca 1500 mt.
In conclusione, si chiede alle Autorità di dar corso a una pubblica discussione
sull’argomento, allo scopo di giungere alla inevitabile consultazione della
popolazione.
Ugo Simone
LA REPUBBLICA - GIOVEDI', 8 ottobre 2009
Nucleare, tre italiani su quattro non vogliono centrali in 'casa'
Il sondaggio
Il 72% della popolazione continua a non fidarsi dell'atomo e vorrebbe puntare
sulle alternative eolica e solare
Tre italiani su quattro non vogliono nemmeno prendere in considerazione
l'idea di una centrale nucleare nella propria provincia. E il 72 per cento non
crede che le attuali tecnologie nucleari garantiscano elevati standard di
sicurezza.
E' il verdetto che esce dall'indagine sulla democrazia energetica condotta
dall'Istituto Format per conto di Somedia su un campione statisticamente
rappresentativo della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni (sono
state effettuate 1.000 interviste con il sistema Cati dal 14 al 17 settembre
2009). L'atomo esce bocciato in modo netto, nonostante il lungo pressing del
governo che ha aperto all'industria francese del settore, in forte difficoltà di
bilancio e alle prese con l'aspro contenzioso giudiziario per l'impianto di
nuova generazione che sta subendo un rinvio dopo l'altro in Finlandia.
Che il nucleare non piaccia agli italiani del resto sembra essere una
conclusione alla quale è arrivato anche Palazzo Chigi: il governo ha deciso di
rinviare la definizione dei siti per le quattro centrali che intende costruire a
un periodo successivo alle elezioni regionali di primavera. Ma come produrre
l'energia che sarà comunque necessaria, anche spingendo al massimo sulla leva
dell'efficienza? Ecco l'indice di gradimento sulle rinnovabili che emerge
dall'indagine di Format diffusa oggi al convegno Energetica, organizzato da
Somedia. Al primo posto c'è il solare fotovoltaico con il 48,6 per cento. Al
secondo l'eolico con il 25,9 per cento. Al terzo il solare termico con il 17,3
per cento. Poi vengono le biomasse (2,6 per cento), le onde marine (3,3 per
cento), la geotermia (1,3 per cento), il mini idroelettrico (1,0 per cento).
Il livello di conoscenza delle fonti di energia rinnovabili non è risultato
molto alto. Ha affermato di conoscere “molto bene” l'energia solare fotovoltaica
il 26,4% del campione, l'energia solare termica il 17,1 per cento, l'energia
eolica il 26,6 per cento, l'energia da biomasse il 12,3 per cento, l'energia
dalle onde del mare il 7,5 per cento, la geotermia il 10,8 per cento ed il
mini-idroelettrico il 6,3 per cento.
ANTONIO CIANCIULLO
IL PICCOLO - GIOVEDI', 8 ottobre 2009
A rischio
gli ultimi treni internazionali - Riguardano i collegamenti con Vienna. Riccardi
tenta di smuovere le Ferrovie
L’unica
certezza sarebbe il salvataggio dei collegamenti con Roma e Milano
Nella capitale anche Bonicciolli per contrattare collegamenti porto-rotaie
TRIESTE Seconda missione di Riccardo Riccardi, oggi nella capitale, per
incassare da Mauro Moretti, amministratore delegate delle Ferrovie dello Stato,
il definitivo salvataggio dei treni diretti verso Roma e Milano. Obiettivo
possibile, stando all'esito del primo incontro dell'assessore con il
supermanager che si trova alle prese con il compito titanico di risanare le
Ferrovie. Più complicato, invece, difendere la tratta internazionale direzione
Vienna. Persi il diurno verso la capitale austriaca e il collegamento con
Lubiana, sicuramente tagliato quello con Basilea, ecco che il Friuli Venezia
Giulia rischia di vedersi isolato sul fronte dei traffici ferroviari
internazionali.
IL VERTICE. A Roma Riccardi verrà accompagnato dal presidente dell'Autorità
portuale Claudio Bonicciolli, interessato a discutere dei collegamenti
porto-ferrovia. L'argomento chiave rimane però il nuovo orario dei treni, in
vigore dal prossimo 14 dicembre. Un orario che, è emerso dal primo colloquio tra
l'assessore regionale e Moretti diversamente da quanto era trapelato sulle bozze
di lavoro di Trenitalia, non dovrebbe contenere ridimensionamenti dei convogli
diretti dal Friuli Venezia Giulia verso Roma e Milano. Nei piano di Ferrovie ci
sarebbero nuovi modelli organizzativi non penalizzanti per il Fvg né in termini
di numero dei collegamenti né di tempi di viaggio.
RASSICURAZIONI. I tempi rendono più evidente una situazione preoccupante. Se
infatti il rapido degli anni Sessanta impiegava 4 ore per portare un triestino a
Milano, e se il Cisalpino Trieste-Milano ci mette attualmente 4 ore e 20 minuti,
un doppio treno (regionale ed Eurostar con cambio a Mestre) allungherebbe la
percorrenza di qualche altra decina di minuti. Pericolo scampato, a quanto pare.
Parole di Moretti, dieci giorni fa. «Oggi da Trieste a Roma si impiegano dalle 6
alle 7 ore - ha precisato l'ad di Ferrovie -. Potremmo arrivare, sin dal 14
dicembre, a 5 ore e 45 minuti. Così come potremmo scendere sotto le quattro ore
sulla linea Trieste-Milano. Sarebbe un risultato eccezionale». Un cambio a
Mestre, per ottenere questi tempi, sarebbe un prezzo da pagare accettabile?
Moretti non ha dubbi: sì. Tanto più che tra Trieste e Mestre non viaggerebbe un
lento treno regionale ma un rapido treno "dedicato": "Uno come l'Eurostar city".
COLLEGAMENTI INTERNAZIONALI. Ma, ecco un ulteriore nodo, non sono sin qui
arrivate rassicurazioni sul treno transfrontaliero per Vienna. Attualmente, a
garantire il collegamento con l'Austria sono gli Eurocity numero 30, in partenza
da Venezia alle 15.48 con passaggio a Udine alle 17.37 e arrivo a Vienna alle
23.35, e il numero 31, che parte da Vienna alle 6.23, lascia Udine alle 12.14 e
giunge a Venezia alle 14.20. Si tratta degli ultimi treni internazionali in
Friuli Venezia Giulia dopo la scomparsa del Venezia-Lubiana che transitava per
Opicina e il prossimo stop al Cisalpino che univa Trieste a Basilea.
Evidentemente troppo poco, per una regione presentata come "cuore dell'Europa
allargata" ed esaltata per la sua posizione strategica.
PARTITA DIFFICILE. Rassicurazioni, su Roma e Milano, da veder confermate con i
fatti e tentativi di difendere l'ultimo viaggio europeo. Per Riccardi la partita
non è facile, tanto più vista la strategia di contenimento dei costi di
Ferrovie, che non intende far finta di non vedere che alcune tratte sono in
perdita. Fino al punto di metterci una croce sopra. A rafforzare gli sforzi
della Regione ci sono però le posizioni decise del mondo economico - il primo a
lanciare l'allarme isolamento è stato l'ad di Generali Perissinotto -, che non
vuole accettare il ridimensionamento infrastrutturale della regione.
L'ECONOMIA. "Salvate i nostri treni", è stato l'appello rivolto alla giunta
Tondo da parte in particolare degli industriali. «Sarebbe un taglio devastante,
l'ennesimo», è il riassunto del presidente di Confindustria del Friuli Venezia
Giulia Alessandro Calligaris rispetto alle voci di una regione sempre più
all'angolo anche sul fronte ferroviario. La pensa allo stesso modo Sergio Razeto,
amministratore delegato di Wärtsilä Italia, che parla di un potenziale
«danneggiamento pesante del tessuto industriale triestino e non solo. La nostra
e altre aziende - racconta - sono già fortemente penalizzate dalla lentezza dei
trasporti ferroviari, tanto che siamo spesso costretti a optare per il più
costoso spostamento su strada».
MARCO BALLICO
Disponibile
nella sede Wwf il nuovo Piano regolatore - IN VIA RITTMEYER
Il nuovo Piano
regolatore è a disposizione di tutti nella sede del Wwf Trieste, in via
Rittmeyer 6, dove può essere consultato previo appuntamento telefonando allo 040
360551 (tel. e fax) o scrivendo a wwfts@libero.it. «Si tratta – osserva
l’associazione – di un doveroso gesto di trasparenza, che cerca di sopperire
all’inerzia del Comune. Il piano è stato infatti adottato dal Consiglio comunale
nella seduta del 5 agosto 2009, ma da allora non è stata presa alcuna iniziativa
di divulgazione e spiegazione, rivolta alla cittadinanza, sui contenuti del
piano stesso. Il Wwf e varie altre associazioni e comitati avevano ripetutamente
sollecitato il sindaco Dipiazza affinché mettesse a disposizione di tutti, nel
sito internet del Comune, gli elaborati del piano e organizzasse incontri
pubblici per illustrarne i contenuti e raccogliere le valutazioni dei cittadini.
Nessuna risposta» dal Comune, precisa il Wwf che ha così deciso di «provvedere
alla divulgazione degli elaborati».
SEGNALAZIONI
- EDILIZIA - Alberi sacrificati
Ed ecco che un
altro pezzo di verde se ne va, senza che si possa in alcun modo prendere le sue
difese: perché ti svegli una mattina, scendi a prendere il giornale e vedi che
quel boschetto che fino a ieri era lì, non c’è più. C’è un cartello sul muretto
rimasto che avvisa lavori di edilizia residenziale (sottinteso con vista mare,
mozzafiato?). C’è già installato il cantiere, hanno fatto tabula rasa e hanno
cominciato a scavare. Ci dovranno mettere un bel po’ di cemento armato e
speriamo che la strada (Salita di Gretta, a sinistra prima della via Cisternone)
non abbia problemi di frane, come era successo diversi anni fa durante la
costruzione del condominio all’inizio della salita stessa. La strada infatti
presenta un fondo alquanto malridotto, con lunghe fessurazioni e l’asfalto in
più punti è scomparso, mostrando avvallamenti.
Più che città d’arte, Trieste sembra piuttosto diventata la città che taglia gli
alberi e inconsciamente, senza alcuno scrupolo, fa scomparire le zone verdi per
costruire palazzine con vista mare (mozzafiato, naturalmente!).
Francesca Manzoni
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 7 ottobre 2009
Altoforno-2,
la Ferriera paga 26mila euro - I tre imputati, Rosato, Lucchini e Kerbat, hanno
scelto l’oblazione - Era in funzione senza l’autorizzazione
La proprietà
della Ferriera di Servola dovrà pagare solo 26 mila euro per chiudere senza
ulteriori danni sul piano penale la vicenda dell’altoforno numero 2 che nello
scorso inverno ha funzionato per dieci settimane privo dell’autorizzazione
ambientale concessa dalla Regione. In pratica era fuorilegge perché il nulla -
osta era scaduto il 31 dicembre e il gruppo Lucchini aveva cercato l’ennesima
proroga, trovandosi però di fronte al «no» di tutte le forze politiche,
regionali e cittadine.
Nel frattempo dal camino erano continuate a riversarsi nell’atmosfera -
nonostante le ripetute diffide - polveri e gas contenenti benzopirene e anidride
solforosa. «Non ci sono alternative. Devono ottemperare alle norme di legge.
Il pm Federico Frezza per queste prolungate violazioni di legge aveva iscritto
nei primi giorni di gennaio sul registro degli indagati i nomi di Francesco
Rosato, direttore dello stabilimento di Servola e amministratore delegato della
società proprietaria, nonché quelli di Giuseppe Lucchini - patron del gruppo
siderurgico bresciano - e del rappresentante della Severstal, Hervè Kerbat. Allo
stesso tempo aveva chiesto il sequestro del camino dell’altoforno «fuorilegge»
perché il reato contestato non fosse portato a ulteriori conseguenze. Di fronte
a queste iniziative la Ferriera aveva autonomamente deciso lo spegnimento,
vanificando la richiesta di sequestro finiti sul tavolo del giudice Enzo
Truncellito.
Ieri i tre imputati sono stati convocati nell’aula del Tribunale davanti al
giudice Giorgio Nicoli. I loro difensori, gli avvocati Michele Bontempi e
Giovanni Borgna, hanno chiesto che fossero ammessi all’oblazione, perché
l’altoforno numero 2, per quanto in ritardo, è stato spento nello scorso marzo.
Rosato, Lucchini e Kerbat, pagheranno ciascuno 8.666 euro e dovranno dare prova
al giudice dell’effettuato versamento nell’udienza fissata per il 7 dicembre.
L’ipotesi di reato sarà cancellata perché l’oblazione sposta la contestazione
dal piano penale a quello amministrativo. Insomma caso chiuso con 26 mila euro,
a cui dovranno sommarsi le spese che la Procura ha sostenuto per l’inchiesta.
Lo spegnimento dell’altoforno numero 2 aveva provocato una serie di contraccolpi
in città, a cui si erano sommati poco dopo quelli della crisi finanziaria
mondiale. Più di trecento operai e tecnici della Ferriera sono stati messi in
cassa integrazione a partire dal 12 marzo e i loro introiti hanno subito per 13
settimane una pesante erosione, scendendo a poco più di 800 euro mensili. «La
cassa integrazione provocherà anche una riduzione delle tredicesime, anche se
l’azienda si è riproposta di integrarle» ha spiegato ieri Antonio Saulle,
sindacalista della Cgil da anni. «La cassa integrazione ora si è conclusa e
tutti i dipendenti sono rientrati in fabbrica a partire dallo scorso primo
settembre».
CLAUDIO ERNÈ
«L’ex
Europa, uno scempio che deturpa la nostra costa» - CRITICHE DEL WWF
AURISINA «Uno
scempio che interrompe bruscamente ogni continuità vegetazionale e
geomorfologica, alterando tutti gli equilibri paesaggistici della Costiera».
Così l’esponente del Wwf Guido Pesante bolla l’ex hotel Europa, che diventerà un
residence con appartamenti di prestigio. «Si fa presto ad indignarsi contro
costruzioni come il ”Fuenti” della costiera amalfitana, peraltro realizzato in
assenza di licenze - conclude Pesante -. Bisognerebbe invece puntare il dito
contro l’ecomostro di Marina d’Aurisina».
SEGNALAZIONI
- TRASPORTI - Tram impopolare
Sono apparse
sul quotidiano alcune lettere di cittadini che propongono il riuso del tram in
città, adducendo motivi condivisibili ma inattuabili.
Il tram a Trieste è stato tolto perché incompatibile con le strade strette e
tortuose. Una delle due: o il tram o le auto. E siccome le auto significano
soprattutto un giro economico notevole perché le compri, le usi, le ripari,
paghi il bollo e il carburante cioè dai lavoro a un sacco di gente che
altrimenti resterebbe sullo stomaco di noi tutti perché improduttiva, ecco la
loro incontrollata diffusione. Dico incontrollata perché le si comprano anche se
uno non ha il posto macchina, tanto già si possono mettere sul marciapiede, in
doppia fila, in sosta vietata, sotto le finestre del vicino e via dicendo. Il
problema annoso in questa città è di trovare un decente parcheggio per tutte. E,
a parte i progetti faraonici tutti rimasti sulla carta (raddoppio di foro
Ulpiano, sotto San Giusto, 2 sulle Rive, 1 in piazza Sant’Antonio, ecc.) si dà
il caso che le auto circolanti siano 160.000, di cui almeno per 100.000 bisogna
trovare un posto decente. Ciò significa costruire nel recinto cittadino almeno
50 torri di almeno 2000 posti ciascuno se si vogliono togliere le auto dalla
strada e far rivivere la città almeno come sessant’anni fa. Poiché tale mole di
lavoro presumo non si farà nemmeno tra cinquant’anni, c’è il problema di ridurre
almeno il traffico in città: per questo alcuni propongono il tram. Che è però
inattuabile! Perché non riutilizziamo tutti i vecchi rami ferroviari che
circondano la città? Ci costruiamo una metropolitana dal momento che le linee ci
sono, la stazione primaria anche (Campo Marzio), altre vecchie stazioni pure.
Dove necessario, ci mettiamo delle pensiline e delle banchine. Non c’è molto da
fare. Ossia il vero daffare sarebbe nel costruire nuove stazioni (almeno tre)
nella circonvallazione sotterranea e nel ripristinare la vecchia ferrovia della
Val Rosandra (ora pista ciclabile) almeno fino ad Altura. Così si dovrebbe
riorganizzare tutto il sistema di trasporto autobus locale che verrebbe
fortemente ridotto decongestionando soprattutto l’area centrale della città.
Dispiace che i nostri amministratori abbiano sempre snobbato questa semplice
soluzione. Hanno preferito buttar via un sacco di soldi per un aeroporto che non
decollerà mai come vogliono farci credere perché serve un’area di popolazione
ridotta e perché ha come concorrenti Venezia e Lubiana a pochi passi! Unica a
dedicarsi anima e corpo all’impresa del metro cittadino è stata una donna:
l’ingegner Ondina Barduzzi, tecnico dei trasporti. Ha cercato di farlo trovando
tutti contrari: non solo i politici ma colpevolmente zitti tutti quegli
ambientalisti che però quarant’anni fa si dimenavano tanto per costruire un
metro in città. Purtroppo la scomparsa di questa giovane donna ha segnato la
fine di un sogno, peraltro condiviso da pochi come me. Ma ci sarà sempre qualche
politico che ci farà un grandioso piano del traffico, redatto da un illustre
accademico, dai costi stratosferici, che poi... si butterà nel cestino.
Sergio Callegari
SEGNALAZIONI
- PRG - Riviera barcolana
Non molti anni
fa (una, due generazioni?) gli studiosi di urbanistica, i «pianificatori»
territoriali (Astengo, Samonà, Benevolo...) predicavano fino all’esaurimento che
i piani regolatori, per quanto belli possano essere agli occhi di chi li fa, non
valgono un’«acca» se non entrano nello spirito della cittadinanza, dell’utenza.
Se non sono capiti, condivisi, apprezzati dalla comunità, non c’azzeccano.
Restano lettera morta, un pezzo di carta straccia, non se ne farà niente. O
peggio, si farà del male. È quindi di vitale importanza che un Piano regolatore
generale sia approvato, capito e voluto, dalla «gente»: e per poterlo volere,
bisogna conoscerlo, divulgarlo, commentarlo, giudicarlo, ritoccarlo,
perfezionarlo, migliorarlo, finché non diventa proprietà di tutti e tutti vi si
identificano.
Certo, ci saranno dei dettagli che potranno fare scomodo a questo o a quello,
qua e là, ma alla fine tutti capiranno che, in un modo o nell’altro e a conti
fatti, ci sarà più da guadagnare che da perdere. Ma se la attuale Variante verrà
approvata entro poche settimane e la popolazione non solo non potrà venirne a
conoscenza perché le «tavole rotonde» avvengono a porte semichiuse nelle stanze
dei bottoni ma per la maggior parte neppure lo sa ciò che avverrà, come si può
pensare che questo Piano, dopo circa una decina d’anni e di... danni, potrà
aggiornare la situazione e recuperare il tempo perduto e i (gravi) errori
commessi e realizzare qualcosa di ottimale?
Un esempio per tutti e non è un segreto perché già pubblicato assieme ad altre
ipotetiche tracce di questo «Piano»: la riviera barcolana. Già ai tempi del
comandante Staffieri vs Primo Rovis, quest’ultimo candidato a sindaco aveva
proposto di interrarla per un altro centinaio di metri e trasformarla in un
sorta di Capocabana. Ebbene, oggi «qualcuno» ne ha riproposto lo spirito. Ma
come? L’unico tratto di fondale basso sabbioso da Grado fino in Croazia, dove si
possa fare tranquillamente una nuotatina, d’estate, lo si vuole eliminare? Solo
chi è nato e ha vissuto la «mulerìa» in qualche borgo o contado dell’entroterra
può non capire il valore inestimabile di un fondale limpido e basso. Solo chi
non sa fare un «toch» o lo fa in piscina o da una barca può non capire
l’importanza della Riviera di Barcola così com’è ed è sempre stata (o quasi). E
costui, vorrebbe far approvare una simile nefandezza solo per trovare il
pretesto per un’altra discarica vicino alla città? Grazie, no!
Bruno Benevol
IL PICCOLO - MARTEDI', 6 ottobre 2009
Frane e
alluvioni in Friuli Venezia Giulia Solo un comune su due ha un piano d’emergenza
- L’ALLARME DI LEGAMBIENTE
UDINE Solo un
sindaco su due in Friuli Venezia Giulia ha nel cassetto un piano di emergenza
anti-frane o anti-alluvioni. Una mancanza grave visto che il 68% dei comuni
della regione è a rischio idrogeologico. Il disastro di Messina rafforza
l’allarme lanciato ieri a Udine in conferenza stampa da Legambiente. Allarme a
suon di numeri. Secondo l’indagine ”Ecosistema Rischio 2009”, realizzata da
Legambiente e dal dipartimento nazionale di Protezione civile, in Friuli Venezia
Giulia, «nonostante il 91% delle amministrazioni monitorate preveda nei propri
piani urbanistici vincoli di edificabilità per le zone a rischio», precisa Paola
Tartabini, portavoce di Operazione Fiumi di Legambiente, il 77% dei comuni
presenta abitazioni in aree golenali, negli alvei dei fiumi e in zone franose,
mentre il 36% vi ha edificato fabbricati industriali. Pericoli per le persone?
Impossibile prevedere il ”dove” e il ”quando” ma certamente, dicono anche il
presidente regionale di Legambiente Fvg Giorgio Cavallo e il presidente del
Circolo Carnia Val Canale Marco Lepre, ce ne sono: l’11% dei casi presi in esame
vede scuole, ospedali, alberghi e campeggi costruiti in aree non sicure.
L’indagine sforna anche una classifica dei comuni più attivi contro il rischio
idrogeologico: Pontebba, Lignano e Udine sono in testa, mentre in coda, con
Forni di Sopra all’ultimo posto, presentano voti insufficienti pure Resia,
Stregna, Amaro, Socchieve, Vito d'Asio, Premariacco e Grimacco. Complessivamente
i comuni a rischio frana sono 68 (nessuno in provincia di Gorizia e in provincia
di Trieste), quelli a rischio alluvione sono 58 (12 in provincia di Gorizia,
Cormons viene classificato come ”scarso”, Sagrado ”insufficiente”). I numeri
positivi? Pochi. Nell’85% dei comuni sono stati realizzati interventi di messa
in sicurezza dei corsi d'acqua e consolidamento dei versanti franosi ma, rileva
ancora l’indagine, «talvolta queste opere si ispirano a filosofie superate e non
adeguate». Non è nemmeno elevatissimo (66%) il numero dei comuni che svolge una
ordinaria manutenzione dei fiumi e delle opere di difesa idraulica e ancora più
basso (51%) il numero dei sindaci provvisti di un piano di emergenza con cui
fronteggiare situazioni di crisi.
(m.b.)
Ambiente,
ozono in aumento - L’ALLARME DELL’ARPA
UDINE «Quello
che dobbiamo aspettarci per i prossimi anni è un incremento di inquinanti che
saranno costituiti soprattutto dall’ozono che si distribuisce in modo pressochè
generale in tutto il Friuli Venezia Giulia e per la riduzione del quale
occorrerà operare sulle emissioni di tutti gli inquinanti organici generici». Lo
ha detto Giorgio Mattassi, direttore tecnico scientifico dell’Arpa, presentando
il Piano regionale di miglioramento della qualità dell’aria alla presenza
dell’assessore regionale all’Ambiente, Elio De Anna. La previsione di Matassi, a
margine del convegno, è che «non sarà presumibilmente possibile rispettare i
limiti imposti dalla direttiva europea in materia di qualità dell’aria per il
2015». Secondo l’Arpa anche la riduzione delle polvere sottili sarà fortemente
condizionata non solo dalle azioni locali e dalla viabilità ma anche dal sistema
padano.
Enel,
quattro centrali nucleari in Italia - LA PRIMA DOVREBBE ESSERE COMPLETATA NEL
2020: I SITI SARANNO TRE
ROMA Il
nucleare in Italia ripartirà seguendo il modello che Edf ed Enel stanno
realizzando a Flamanville, in Normandia, dove è in costruzione un reattore di
terza generazione Epr (European Pressurized Reactor). Partendo proprio da questa
esperienza, l'accordo tra il gruppo italiano e quello francese prevede la
realizzazione in Italia di quattro reattori su almeno tre siti con la prima
unità che dovrebbe entrare in attività entro il 2020. La tecnologia usata sarà
quella di Flamanville 3 (si chiama così perchè esistono già 2 reattori
funzionanti nel sito, il terzo dovrebbe essere operativo entro il 2012), ossia
l'Epr con una potenza netta di 1.600 Mw a reattore per una potenza pari a 6.400
Mw. Questa cifra corrisponde a circa la metà degli obiettivi del governo che
punta a un 25% di energia proveniente da fonte nucleare entro il 2020. La
restante quota sarà di spettanza di altre società che vorranno partecipare al
«Rinascimento nucleare» nel nostro Paese. Enel ha una quota del 12,5 in
Flamanville e sta consolidando l'esperienza in questo settore attraverso il
training di circa 50 ingegneri in Francia.
La scelta dei siti sarà forse il passaggio più difficile viste le resistenze
delle popolazioni locali ad accettare un'ipotesi del genere. «Contiamo - ha
spiegato Livio Vido, direttore Ingegneria e Innovazione Enel nel corso del
seminario organizzato a Flamanville - di far capire alle persone che il nucleare
è una fonte assolutamente sicura e altrettanto pulita. Per quanto riguarda i
luoghi delle future centrali, stiamo lavorando alla individuazioni dei siti».
Presumibilmente i tre che verranno scelti si troveranno distribuiti per aree
geografiche e quindi, una centrale al Nord, una al Centro e la terza al Sud. In
Francia e anche nella stessa Flamanville la popolazione è decisamente favorevole
all'impianto visti i vantaggi sulla bolletta elettrica e a livello lavorativo
visto che una centrale crea sia direttamente che indirettamente lavoro. Circa i
tempi in cui gli italiani sapranno dove sorgeranno le centrali, probabilmente
bisognerà aspettare un pò oltre rispetto al febbraio 2010. In quella data
infatti verranno emanati i decreti legislativi con i criteri in base ai quali
verranno scelti i siti, decisione che però spetta in ultima istanza alla impresa
che dovrà realizzare materialmente l'impianto. Secondo Francesco Giorgianni,
responsabile affari istituzionali Enel, i luoghi «si conosceranno probabilmente
alla fine del prossimo anno». Tra le caratteristiche dei luoghi che ospitano una
centrale ci devono essere la presenza d'acqua, la bassa sismicità e una rete
elettrica abbastanza sviluppata da poter trasportare e distribuire l'elettricità
prodotta dall’impianto.
Quattro astrofisici europei su ”Nature”: «E se la materia oscura non esistesse?»
- Paolo Salucci della Sissa e Gianfranco Gentile tra gli autori della
rivoluzionaria ipotesi
UN ARTICOLO
SULLA RIVISTA INGLESE
TRIESTE Forse astrofisici e cosmologi devono cominciare a ripensare dalle
fondamenta l'enigma della “dark matter”, la materia oscura che costituirebbe il
90 per cento della materia dell'Universo. Forse non abbiamo capito nulla di come
si formano le galassie. Forse – più semplicemente – la materia oscura non
esiste.
Sono le rivoluzionarie conclusioni implicite in un articolo che appare
sull'ultimo numero del settimanale britannico “Nature” a firma di quattro
astrofisici che lavorano in Europa: tra i quali Paolo Salucci, professore
associato alla Sissa di Trieste, e Gianfranco Gentile, già postdoc con Salucci
alla Sissa e ora all'Università di Gent, in Belgio. Salucci – da buon fiorentino
– ama notoriamente le espressioni d'effetto: «In termini astrofisici, è come se
fossimo tre, quattro, cinque passi oltre il delirio. Ma questo è il risultato
delle nostre ricerche degli ultimi quindici anni, la nostra ”punta di freccia”.
Via via che scopriamo le proprietà della materia oscura vengono fuori le cose
più strane, non spiegate dalla teoria comunemente accettata. Più conosciamo
della materia oscura, più le sue proprietà si allontanano dalla teoria
standard».
La materia oscura deve il suo nome al fatto che non è possibile osservarla
direttamente in quanto non emette luce visibile né altre forme di radiazioni
elettromagnetiche. Ma ne è stata ipotizzata l'esistenza per spiegare il
comportamento anomalo della materia che conosciamo, la cosiddetta materia
barionica (vale a dire gli atomi di cui sono fatte le galassie e siamo fatti noi
stessi). Stelle e galassie, infatti, ruotano nel cosmo a una velocità molto
maggiore di quella consentita dalla loro massa: è come se ci fosse una “massa
mancante”, e quindi un potenziale gravitazionale invisibile. Appunto la materia
oscura, autentico rompicapo da ormai trent'anni.
Ma di che cosa sarebbe fatta questa materia oscura? Le analisi della radiazione
cosmica condotte negli Stati Uniti e in Europa (ad esempio, nei laboratori
“underground” sotto il Gran Sasso) hanno portato a immaginare l'esistenza di una
nuova particella elementare, il neutralino, capace di interagire con elettroni,
protoni e neutroni della materia ordinaria solo attraverso la forza di gravità.
Sarebbe dunque questo fantomatico neutralino il responsabile della forza di
gravità che tiene insieme le galassie e che gioca un ruolo determinante nella
loro formazione: gli aloni di materia oscura che avvolgono le galassie si
formerebbero per instabilità gravitazionale e su di essi collasserebbero
successivamente gli atomi di idrogeno che formeranno poi le stelle. Alla fine di
questo processo, la distribuzione della materia oscura sarebbe uguale in tutte
le galassie, mentre la distribuzione della materia visibile sarebbe molto
diversa da galassia a galassia. Queste due componenti della materia, insomma,
sarebbero disaccoppiate, nettamente separate l'una dall'altra.
«È proprio questa conclusione che non trova conferma nel nostro lavoro», afferma
Paolo Salucci. «La materia oscura e la materia ordinaria sono distribuite nelle
galassie in modo molto più complesso di quanto finora si supponesse. E,
soprattutto, sono intimamente collegate, a differenza di quanto sostengono le
attuali teorie». Questo, almeno, è il risultato cui sono giunti Salucci e
colleghi sulla base delle osservazioni di diversi tipi di galassie condotte con
telescopi e radiotelescopi di mezzo mondo (tra cui i potentissimi “occhi” degli
strumenti europei piazzati a La Silla, nel deserto cileno di Atacama).
Continua Salucci: «Da queste ricerche risulta dunque che materia oscura e
materia visibile non solo ”si conoscono” ma sono addirittura molto intime tra
loro, per così dire. Il che sarebbe confermato da da un'interazione complessa,
difficilmente spiegabile secondo le leggi della fisica che conosciamo: la
densità superficiale della materia luminosa all'interno di una zona
caratteristica della materia oscura è la stessa in tutte le galassie,
indipendentemente dalla loro grandezza e morfologia».
Tre le possibili ipotesi: «O la materia oscura è formata da una nuova particella
elementare ancora più esotica del neutralino. Oppure nella formazione delle
galassie c'è un processo fisico che ancora ci sfugge e che le simulazioni al
computer non riescono a rappresentare. Oppure, infine, quello che noi
identifichiamo come materia oscura non esiste ed è l'errore che facciamo
assumendo come legge di gravitazione universale quella formulata da Newton e
modificata da Einstein al posto di quella reale. Una legge di gravitazione
ancora tutta da scoprire, ma di cui comunque vediamo gli effetti. In questo
caso, materia oscura e materia visibile sarebbero collegate intimamente perché
in realtà sono la stessa cosa».
Conclusione a dir poco provocatoria, almeno alla luce delle conoscenze
astronomiche attuali. E non basta, perché Salucci punta il dito sul ruolo
eccessivo che le simulazioni al computer hanno assunto oggi in astrofisica e in
cosmologia: «È forse giunto il momento di cambiare paradigma. La cosmologia non
deve più partire dalla teoria e dalle simulazioni, bensì tornare
all'osservazione diretta dei fenomeni. È l'osservazione al telescopio e al
radiotelescopio che deve essere al centro dell'attenzione, che deve venire prima
di ogni altra cosa. Solo in un secondo momento sarà il turno dei teorici e degli
specialisti delle simulazioni al computer».
FABIO PAGAN
IL PICCOLO - LUNEDI', 5 ottobre 2009
SEGNALAZIONI
- Smog a Servola - SFORAMENTI
Visto che abito
nel rione di Servola, ho chiesto chiarimento all’Arpa sui superamenti dei limiti
di legge delle polveri sottili Pm 10 registrati dalla centralina Arpa sita in
Rfi-Servola in via S. Lorenzo in Selva per il 2008. La risposta dell’Arpa è
stata la seguente: la normativa vigente per l’anno 2008 prevedeva, un valore
medio annuale sulle concentrazioni di Pm 10, per la protezione della salute
umana che risulta essere di 40 ug/m3; il numero dei superamenti del valore
limite della media giornaliera per la protezione della salute umana (50 ug/m3)
da non superarsi più di 35 volte all’anno. Nel corso del 2008 il valore medio
annuale delle concentrazioni di Pm 10 rilevate presso la stazione Rfi è
risultato pari a 41 ug/m3 e il valore medio giornaliero di 50 ug/m3 è stato
superato 115 volte. Avendo appreso dal nostro Piccolo che gli sforamenti erano
152, ho chiesto all’Arpa chiarimenti sul suo comunicato in cui mi veniva
riferito che il numero di superamenti era 115. Ecco i chiarimenti dell’Arpa
relativi ai rilievi di Pm 10 aerodisperso presso la stazione Rfi di Servola: «si
informa che dal 24/7/07 presso la postazione richiamata, Arpa Fvg ha predisposto
rilievi giornalieri: della concentrazione atmosferica di Pm 10 con due distinti
sistemi di misura e captazione di cui: analizzatore automatico mod.
Environnement Mp 101 M all’interno del mezzo mobile di rilevamento della qualità
dell’aria, a una distanza di circa 3 metri dalla linea ferroviaria (altezza
testa di prelievo: 3,5 metri dal piano di campagna); campionatore ad alto volume
mod. Digitel Ha 80, esterno al mezzo mobile, a una distanza di circa 5 metri in
direzione No dall’analizzatore automatico (altezza testa di prelievo: 2,0 metri
dal piano di campagna).
Quindi su 364 rilevazioni effettuate con analizzatore automatico nel corso 2008,
si sono registrati 115 superamenti della concentrazione limite giornaliera
fissata a 50 ug/m3 dalla vigente normativa (D.M. 60/02). Invece, sempre nel
2008, su 360 rilevazioni giornaliere, effettuate con campionatore ad alto
volume, si sono riscontrati 155. Mi chiedo com’è possibile dopo 35 superamenti
limite massimo di legge non sia intervenuto nessuno nei confronti degli
inquinatori. Chi è l’Autorità che deve tutelare la salute dei cittadini? Nel
2009, la centralina sita in via S. Lorenzo in Selva ha già registrato 49
superamenti di polveri sottili Pm 10.
Nevio Tul
SEGNALAZIONI
- «Scendere a piedi a Sistiana mare è un percorso nell’immondizia»
Avete mai
provato a scendere a piedi a Sistiana mare lungo uno dei tanti accidentati
itinerari che attraversano quel magnifico e trascurato polmone verde che
sovrasta il mare? Io, da residente, come numerosi turisti, lo faccio quasi
quotidianamente ed inviterei anche i nostri amministratori ad avventurarsi. Il
loro sguardo incrocerebbe uno scenario da terzo mondo, molto lontano da quello
fiabesco che si vorrebbe proporre sui depliant turistici: centinaia di lattine,
bottiglie e buste di plastica, cartacce e ogni genere di rifiuto lordano i
sentieri e le scalinate, completamente privi di manutenzione, che conducono alla
baia. Se percorrendo, a proprio rischio e pericolo, lo sconnesso sentiero che
parte dall’ex Aiat per raggiungere la Caravella, gran parte dei rifiuti si
concentra alla fine del percorso, nei pressi del posteggio, lo scenario è
davvero deprimente lungo la via pedonale che parte da Sistiana centro per
raggiungere la zona dei cosiddetti «baracchini», nel porticciolo della baia.
Sorvolando sulle condizioni della scalinata, danneggiata dai soliti vandali (mai
trovati e mai perseguiti dalle nostre parti), lo spettacolo si fa incredibile
nell’ultimo tratto della passeggiata, a monte dei punti di ristoro; centinaia di
barattoli e bicchieri di carta si confondono con la vegetazione come in una
discarica, a memoria delle serate alcoliche trascorse dai numerosi frequentatori
della baia nelle notti d’estate. La quantità di immondizia vista quest’anno è
decisamente superiore a quella degli anni scorsi e questo mi porta a pormi una
domanda: la gente ogni anno è più maleducata, oppure chi si dovrebbe occupare
della pulizia di una delle perle della nostra provincia non fa il suo dovere?
Con questa mia segnalazione vorrei sollecitare il sindaco Ret, sempre molto
attento quando si parla di turismo a Duino Aurisina, a prendere i provvedimenti
del caso per assicurare una maggiore pulizia nelle aree del Comune, dove non si
incontrano quasi mai spazzini all’opera (si veda, ad esempio, il posteggio
antistante al sentiero Rilke a Sistiana) e ad adoperarsi affinché vengano
responsabilizzati anche i gestori dei «baracchini», il cui guadagno verte quasi
esclusivamente sulla vendita di bibite alcoliche ed analcoliche nelle lunghe
notti estive, perché tengano pulito non solo il proprio esercizio commerciale,
ma anche le zone ad esso antistanti e retrostanti. Credo che la splendida natura
che abbiamo in dono debba essere maggiormente tutelata, altrimenti possiamo
scordarci il tanto auspicato sviluppo turistico della nostra provincia, superati
da località più organizzate ed i cui cittadini hanno maggiormente a cuore il
proprio patrimonio naturale. Aspetto fiducioso una risposta dall’amministrazione
comunale di Duino Aurisina, sperando di non assistere al solito scarica barile –
tipicamente italiano – «non è compito mio».
Flavio Biasatto
IL PICCOLO - DOMENICA, 4 ottobre 2009
Bagnoli, 300
firme contro il rigassificatore - Ieri mattina, in poco più di tre ore. E Omero
bacchetta Lupieri per l’appoggio a Nesladek
SAN DORLIGO
Quasi 300 firme in poco più di tre ore. Questo il notevole numero di adesioni,
raccolte ieri mattina nella piazza di Bagnoli della Rosandra, per dire no
all'impianto di rigassificazione di Zaule. Promossa dalle segreterie dei cinque
partiti che appoggiano la maggioranza di centrosinistra del Comune di San
Dorligo (Partito Democratico, Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani,
Slovenska Skupnost e Cittadini per San Dorligo) la raccolta di firme ha dato i
frutti sperati, come spiega Laura Riccardi Stravisi, membro del comitato
promotore: «E' sicuramente un buon inizio, ma non ci fermeremo certo qui, anche
perché la gente vuole dire la sua su un progetto che non dà certezze di
sicurezza alla popolazione».
Tra i firmatari del documento il sindaco di San Dorligo Premolin, il vicesindaco
Ghersinich, l'assessore Turco, il consigliere provinciale Coretti ed il
consigliere comunale di Trieste Decarli. Nelle file del centrodestra di San
Dorligo ha firmato soltanto Massimiliano Dazzi, della Lista Uniti nelle
tradizioni, rappresentata in consiglio comunale da Boris Gombac. Tra gli
ambientalisti, in prima linea il coordinatore del Comitato per la salvaguardia
del golfo Giorgio Jercog. Presenti ai banchetti anche esponenti della giunta di
Muggia, tra i quali gli assessori Omero Leiter e Giorgio Kosic.
Il prossimi appuntamenti del Comitato contro il rigassificatore per la raccolta
di firme sono fissati sabato 10 ottobre, dalle 9 alle 12, davanti alla
cooperativa Super M a Domio, e mercoledì 14 ottobre, dalle 13 alle 15, nel
piazzale ex Grandi Motori.
Intanto sul rigassificatore si apre una polemica nel centrosinistra triestino.
In una lettera aperta il capogruppo del Pd in consiglio comunale Fabio Omero
replica duramente al consigliere regionale Sergio Lupieri, che sul progetto di
Gas Naturali ha appoggiato la posizione contraria del sindaco di Muggia Nesladek.
«Non abbiamo bisogno di ”primi della classe” – scrive Omero a Lupieri –
soprattutto quando il nostro partito - a fatica, in ritardo, con difetto che
condivido - una decisione a maggioranza in assemblea l'ha assunta. Mi spiace che
in quella occasione tu non abbia potuto sostenere le tue posizioni, ma dopo il
confronto abbiamo votato e quel voto ci impegna tutti. Del resto – prosegue – il
percorso di avviare una serie di consulenze e confronti sulle questioni critiche
è stato condiviso dalla presidente della Provincia. Potremo ragionare poi su
come coinvolgere i cittadini e i nostri elettori nella decisione finale per il
rigassificatore. Io propendo per un referendum del Pd. Ma vedi – conclude –
tutto questo è ”laicità” di cui il nostro partito ha un gran bisogno, intesa
come metodo che propone valori, non li impone».
Riccardo Tosques
Dossier
Legambiente «Sette comuni su 10 rischiano il disastro»
ROMA Sono tutti
al centro-nord i comuni più meritori nella prevenzione delle frane e delle
alluvioni. Ma a potersi fregiare di un bel dieci, il massimo del voto, sono solo
tre Comuni: Vallerano, in provincia di Viterbo, Santa Croce sull’Arno, in
provincia di Pisa, e Finale Emilia nel modenese. Maglia nera, invece, proprio a
due comuni del messinese, Ucria e Alë (entrambi con voto zero), che «pur avendo
interi quartieri e aree industriali in zone a rischio, non hanno messo in campo
praticamente nessuna azione di mitigazione del rischio idrogeologico». È questo
il quadro che emerge dal recente montioraggio «Ecosistema rischio 2008»,
realizzato da Legambiente e dal Dipartimento di Protezione civile. Di fatto, si
legge nel rapporto, il rischio di frane e alluvioni interessa praticamente tutta
Italia: 5.581 i comuni a rischio idrogeologico, il 70% del totale, di cui 1.700
a rischio frana, 1.285 a rischio di alluvione e 2.596 a rischio di entrambe. Ma
intervenire mettendo a punto dei piani di mitigazione si può, giura il sindaco
di Finale Emilia, Raimondo Soragni, ricordando l’alluvione che nel 1982 colpë il
paese. «La parola chiave è prevenzione», spiega oggi il sindaco di una comunità
che stando alle mappe è gravata anche dal rischio sismico. Vale a dire costanti
esercitazioni di protezione civile, monitoraggio quotidiano del fiume Panaro e,
soprattutto, rispetto rigorosissimo delle regole urbanistiche. «È il piano
regolatore - aggiunge orgoglioso Soragni - il punto cardine per la difesa del
suolo».
Realacci: il
dissesto del Paese causato dai condoni edilizi, ci sono responsabilità politiche
ROMA «I
ministri del governo non piangano lacrime di coccodrillo. Ci chiediamo dove
fosse la Prestigiacomo quando Berlusconi varava sanatorie e Tremonti tagliava i
fondi per il dissesto idrogeologico». Ermete Realacci, deputato del Pd e
responsabile ambiente del partito, respinge al mittente le accuse di
sciacallaggio che gli sono state rivolte da più di un esponente politico. «Perchè
la tragedia di Messina ha alle spalle responsabilità politiche che sono sotto
gli occhi di tutti - ribadisce - e sulle quali non si può sottacere. Soprattutto
davanti al tributo in vite umane che gli italiani sono stati chiamati nuovamente
a pagare».
Bertolaso ha lanciato accuse gravi mettendo in primo piano la piaga
dell’abusivismo. Ma ci sarà mai un’inversione di rotta? «Il punto è proprio
questo. Il punto sono i segnali che vengono da un governo che ha varato due
sanatorie e progettato un piano casa che aveva addirittura le forme di un
condono preventivo. Le sanatorie, si sa, generano nei cittadini disonesti
un’aspettativa di impunità e sono un incentivo incredibile proprio
all’abusivismo che, guarda caso, ha un picco ad ogni promessa di condono».
Continua Realacci: «Nel solo 2003 il regalo di Berlusconi ha fatto nascere
40mila case illegali. Come per lo scudo fiscale, è una questione che lede gli
interessi generali. E questo per noi è inaccettabile». Allora come si possono
produrre cambiamenti nel governo del territorio? «Le strade ci sono; anche per
reperire le risorse. Le Regioni, ad esempio, hanno chiesto che la restituzione
del 55 per cento del credito d’imposta prevista per chi investe nel risparmio
energetico sia estesa agli interventi di consolidamento antisismico. E’ un
percorso di investimento sulla bellezza e la sicurezza che metterebbe in moto
capitali privati e che potrebbe creare nuovi posti di lavoro».
(n.a.)
Bus per
Sesana, gli sloveni continuano da soli - Risultati deludenti, Trieste Trasporti
aveva rinunciato: ma Avrigo rilancia senza partner italiano
IL
COLLEGAMENTO SPERIMENTALE AVVIATO UN ANNO FA
Palazzo Galatti ha già dato parere favorevole. Ora spetta alla Regione
autorizzare Lubiana
TRIESTE La linea internazionale Trieste-Sesana non sarà sospesa, come
annunciato qualche settimana fa da Trieste Trasporti, a causa della gestione in
perdita, ma verrà proseguita dalla società slovena Avrigo, con sede a Nova
Gorica, che l’ha gestita sin dall’inizio assieme all’azienda triestina.
La Avrigo ha infatti chiesto alla Regione, per il tramite del ministero dei
Trasporti di Lubiana, di poter esercitare in proprio il collegamento
sperimentale, avviato poco più di un anno fa, anche se con programmi e orari
diversi dagli attuali. Orari e programmi che al momento devono ancora essere
definiti.
In seguito a tale richiesta, e per consentire ad Avrigo di ottenere tutte le
autorizzazioni necessarie, Trieste Trasporti ha annunciato che continua ad
effettuare la propria parte del servizio (le corse del pomeriggio) fino a domani
compreso.
La decisione di Trieste Trasporti di ritirarsi dopo un anno di sperimentazione
era stata presa, di concerto con la Provincia, cui fa capo la gestione del
trasporto pubblico locale, visto lo scarso utilizzo della linea. Nell’anno di
sperimentazione, in media ogni corsa non ha visto mai più di dieci passeggeri,
ciascuno dei quali pagava un biglietto di un euro.
Un quadro economico che, nonostante il sostegno della Banca di credito
cooperativo di Opicina per i primi sei mesi (fino allo scorso marzo), ha
comportato importanti perdite per Trieste Trasporti.
La situazione non è diversa per Avrigo, che al di là della motivazione per
continuare (”la richiesta è venuta dagli utenti”), deve disporre evidentemente
di adeguate sponsorizzazioni.
«Oltre alle sponsorizzazioni – sottolinea il vicepresidente della Provincia,
Walter Godina – per gli sloveni il collegamento fra Sesana e Trieste è una
tratta importante, dal forte significato».
La Provincia ha intanto dato parere positivo per la continuazione del servizio,
come riferisce l’assessore ai Trasporti Vittorio Zollia, e lo ha trasmesso alla
Regione, che ora dovrà rilasciare l’autorizzazione al ministero dei Trasporti di
Lubiana.
Lo scarso ritorno economico ottenuto dalla linea può essere ascritto a vari
fattori. Tra questi anche il fatto che, trattandosi di un collegamento
internazionale, i passeggeri che salgono in Italia possono scendere solo nelle
fernate in Slovenia e viceversa. Non è così possibile utilizzare il pullman
transfrontaliero per raggiungere, ad esempio, Opicina partendo da Trieste.
Risolvere questo nodo, per consentire un uso più intenso del collegamento, non
sarà nè semplice nè breve. «La linea internazionale – spiega ancora Godina – non
è prevista dal capitolato di aggiudicazione e autorizzazione del trasporto
locale alla Trieste Trasporti. La concessione scade alla fine del prossimo anno.
Bisognerà attendere il bando, nel quale si potrebbe pensare di inserire la linea
internazionale, ma la sua concreta attuazione dipende dalla percorrenza
complessiva che la Regione autorizza per ciascun anno, e dalla verifica che
questo nuovo eventuale percorso non incida negativamente sul numero e sulla
frequenza delle linee urbane».
GIUSEPPE PALLADINI
Caprioli e
cinghiali saccheggiano i vigneti - PESANTI DANNI AGLI AGRICOLTORI DI SAN DORLIGO
SAN DORLIGO «Sa
qual è l'ultimo hobby? Rovinare i muri a secco abbattendo le pietre dei
terrazzamenti alla ricerca di insetti, soprattutto formiche». Roberto Ota,
coltivatore di Bagnoli, è esasperato. Ad essere nel mirino sono ancora una volta
loro, i cinghiali. Ma non solo.
«Da un anno e mezzo a questa parte la situazione è peggiorata per l’elevato
numero di maiali selvatici, ma anche per quanto concerne i caprioli che mangiano
i germogli delle viti in maggio e l’uva poco prima della vendemmia», spiega Ota.
Complessivamente il viticoltore ha stimato una perdita di circa 25 ettolitri di
vino.
Sulla stessa lunghezza d’onda il punto di vista di Rado Kocjancic, proprietario
di un’azienda agricola a San Dorligo, in zona Dolga Krona. «A causa dei caprioli
ho perso circa 70 quintali d’uva, ma il fatto è che questi animali sono anche
ghiotti di olive nei mesi invernali».
Una soluzione per arginare le ”scorpacciate” ci sarebbe, ma è piuttosto
dispendiosa: recintare vigneti e uliveti. «Ho speso complessivamente 4 mila
euro, facendo i lavori manuali da solo, per mettere i recinti con pali in ferro
e rete elettrosaldata che tengono lontani sia i caprioli che i cinghiali»,
spiega Boris Mihalic, ex assessore di San Dorligo e già al vertice Cooperativa
agricola, attualmente proprietario di alcuni vigneti in diverse zone del
territorio.
Mihalic ammette che le istituzioni non sono presenti: «C’è molta rabbia tra gli
addetti ai lavori, e credo che si rischi anche una piccola rivoluzione perché
esiste un capitolo nelle spese della Provincia inerente i risarcimenti per i
danni e i contributi per porre rimedio a questi disagi, che però non viene
finanziato dalla Regione».
La conferma arriva dal segretario dell’Associazione agricoltori, Edi Bukavec:
«Esiste una legge regionale che prevede sovvenzioni agli agricoltori, ma
purtroppo le domande per il risarcimento danni inoltrate all’ente che gestisce
questo capitolo, ossia la Provincia, non ricevono nemmeno una risposta perché
non ci sono i fondi».
In questi giorni sono in programma alcune riunioni sul problema degli animali
selvatici, ma Bukavec non è ottimista: «Sono sfiduciato perché i fondi a
disposizione non coprono più del 10% delle richieste avanzate nel 2008, un dato
che evidenzia bene la difficoltà con la quale gli agricoltori proseguono il loro
operato in una terra difficile come il Carso, che costa sempre più fatica e dà
sempre meno tornaconto».
(r.t.)
SEGNALAZIONI
- Rifiuti ingombranti - CIVILTÀ
Purtroppo chi
imbratta i muri o lascia oggetti di ogni genere ai lati delle strade o nei
boschi non viene mai colto sul fatto, rimanendo impunito e annullando l’effetto
deterrente di qualsiasi punizione sia prevista dalla legislazione vigente. In
controtendenza con le necessità cittadine è stato chiuso di recente il centro di
raccolta di oggetti ingombranti e inquinanti di Strada di Cattinara, e
naturalmente ai cancelli chiusi del sito vengono regolarmente abbandonati
mobili, elettrodomestici, ecc. secondo una tradizione ultradecennale. Situazione
analoga la ritroviamo sulla via Di Peco, poco sopra la Casa del popolo. Dove la
strada piega a destra verso S. Giuseppe si trova una vasta gamma di schifezze.
Poco più avanti, dove la strada sottopassa la Grande viabilità, si è formata una
nuova discarica abusiva, in cui troviamo motorette, materassi, mobili, macerie,
ecc. Chissà se mettendo qualche telecamera si riuscirebbe a porre fine a questo
sconcio, con qualche sanzione esemplare agli impestatori? Una giusta punizione
sarebbe, applicando la regola del contrappasso, costringere i colpevoli a
ripulire qualche ettaro del nostro amato Carso, nelle aree che sono state più
pesantemente lordate. E non occorrerebbe andare tanto lontano. La via Rio Storto
va da San Giuseppe verso Altura. Asfaltata fino all’Impianto metano Acegas,
diventa poi carrareccia ad uso agricolo, scendendo nel vallone formato dal ramo
Ovest del rio Storto. Lungo la scarpata tra la strada e il fondo torrente questo
è il materiale visibile: vari bidoni in plastica e ferro, bottiglie e vasi in
vetro, profili in ferro e alluminio, tubi da stufa, sedie e telai misti,
veneziane, un fornello e tre cucine a gas, vari pneumatici auto, una Vespa,
un’auto Mini Minor, un’Ape, nonché una targa auto TS 3..4317. Quest’area
compresa tra gli abitati di Cattinara, Borgo S. Sergio, S. Giuseppe, passo
Longera, ripulita dalle citate ”scovaze” e da molte altre ancora (il patoc di S.
Giuseppe è nelle stesse condizioni) potrebbe diventare una splendida area
naturalistica. È attraversata da diverse stradine e facili sentieri e tagliata
nella parte alta dalla pista ciclopedonale; i torrenti formano alcune belle
cascate; su alcuni dei numerosi pastini ormai incolti si trovano le
caratteristiche ”casite”; incontrare caprioli è molto frequente. La proposta per
Legambiente è di prendere in considerazione l’opportunità di un intervento in
questa zona.
Nico Zuffi
IL PICCOLO - SABATO, 3 ottobre 2009
Lupieri:
Muggia rischia grosso - APPOGGIO A NESLADEK CONTRO L’IMPIANTO GAS NATURAL
MUGGIA Il tema
sul rigassificatore tiene ancora banco a Muggia. A favore del sindaco, Nerio
Nesladek, e contro l'impianto nel vallone muggesano si schiera oggi il
vicepresidente della terza commissione regionale sanità, Sergio Lupieri. «Il
sindaco di Muggia ha completamente ragione, quando sostiene che il
rigassificatore Gas Natural bloccherà il futuro del porto e non risolverà il
problema occupazionale legato alla chiusura della Ferriera», afferma l'esponente
muggesano del Pd, da sempre contrario all'insediamento del rigassificatore,
«specie in mancanza di risposte chiare alle prescrizioni poste già a suo tempo
dalla Giunta Illy come dalla Provincia di Trieste».
«Una cosa è certa: non ci sono le condizioni, anche in assenza di risposte
convincenti alle prescrizioni, per rigassificatori in provincia di Trieste, e
comunque il vallone di Muggia è la sede meno adeguata per un rigassificatore.
Non è pensabile infatti - afferma ancora Lupieri - che il vallone veda il
passaggio di navi portacontainer dirette al molo VII o alla futura piattaforma
logistica; petroliere dirette ai pontili della Siot; traghetti turchi diretti al
nuovo terminal che verrà collocato all'inizio del canale navigabile e gasiere
dirette al rigassificatore. E tutto questo anche considerando il fatto che
quando una gasiera si muove, tutto attorno dev'essere immobile. Per non parlare
della sede, collocata nel punto meno profondo dell'Adriatico, nella provincia
più piccola d'Italia e vicino ad altri insediamenti industriali violando quindi
la normativa Seveso».
Quanto ai benefici per la popolazione e le possibili ricadute occupazionali -
secondo il consigliere «ci sono solo alcune ipotesi, peraltro insufficienti».
Lupieri si scaglia invece contro il Comune di Trieste che a suo dire sosterrebbe
l'impianto per un proprio vantaggio.
Certo per Lupieri sarebbe infatti solo «il business tra il Comune di Trieste, la
sua multiutility e Gas Natural. La logica direbbe che se il rigassificatore si
vuole a tutti i costi, meglio sarebbe la scelta di Endesa, in mezzo al golfo di
Trieste. Ma così sarebbero coinvolti molti altri Comuni, riducendo il business
che quello di Trieste - conclude Lupieri - vuole invece tutto per sé».
(g.t.)
Intesa sul
rigassificatore fra Idv e Bassa Poropat
«L’Italia dei
valori apprezza la linea intrapresa dalla Provincia sul rigassificatore». È la
posizione espressa dal coordinatore provinciale dei dipietriesti, Mario Marin,
dopo l’incontro a palazzo Galatti con la presidente Maria Teresa Bassa Poropat.
«La linea intrapresa dalla Provincia tende ad approfondire gli aspetti tecnici
di sicurezza ed impatto ambientale insieme a quelli economici e di ricaduta
occupazionale - spiega Marin - La presidente ha spiegato che sono in atto dei
contatti, con vari organismi scientifici locali, che potranno fornire le
competenze necessarie con criteri di assoluta imparzialità». E massima
trasparenza viene invocata da Marin: «Auspichiamo che la Provincia possa dare un
contributo importante alla chiarificazione di tante incognite - sottolinea il
coordinatore provinciale dell’Idv - per questo impianto industriale di cui si è
parlato molto in modo superficiale e molto poco in modo approfondito. Non si
deve e non si può passare sopra la testa dei cittadini che devono invece
conoscere e condividere queste scelte».
SAN DORLIGO
- Rigassificatore: apre la raccolta firme - DA OGGI I BANCHETTI
E' tutto pronto
a San Dorligo della Valle per l'avvio della raccolta firme contro il progetto
del rigassificatore di Zaule.
A partire dalle 9 sino alle 12 nella piazza di Bagnoli della Rosandra, davanti
alla panetteria, saranno allestiti i banchetti da parte del Comitato promotore
composto dai cinque soggetti politici che appoggiano la maggioranza del Comune
di San Dorligo della Valle: Partito Democratico, Rifondazione Comunista e
Comunisti Italiani, Slovenska Skupnost e Cittadini per San Dorligo.
«Invito non solo i residenti del comune di San Dorligo ma anche i triestini
intenzionati a recarsi in Val Rosandra a venire a firmare contro il progetto del
rigassificatore», ha commentato Laura Riccardi Stravisi, membro del Comitato
promotore, la quale ha ricordato la necessità di esibire al momento della
sottoscrizione un documento d'identità valido.
Già assicurata tra i firmatari la presenza del sindaco di San Dorligo Fulvia
Premolin che si recherà presso il banchetto prima di partire subito dopo alla
volta di Marzabotto per le celebrazioni del 65.esimo anniversario dell'eccidio
di Monte Sole.
Ci sarà anche il coordinatore del Comitato per la salvaguardia del Golfo di
Trieste Giorgio Jercog, che ovviamente ha preannunciato la propria adesione,
dfopo essere stato tra i primi ad avviare la battaglia contro l’impianto: «Spero
di essere anche tra i primi a firmare, perché la lotta contro la realizzazione
del rigassificatore è una questione bipartisan nella quale tutte le forze
politiche dovrebbero far quadrato e trovare un accordo poiché la salvaguardia
del nostro territorio dev'essere un obbiettivo primario per tutti quanti».
Il Comitato promotore ha infine già annunciato i prossimi appuntamenti per la
raccolta firme. I banchetti raccoglieranno le adesioni anche sabato 10 ottobre
dalle 9 alle 12 a Domio e mercoledì 14 ottobre nel piazzale della Grandi Motori.
(r.t.)
Sito
inquinato, dal governo nessun segnale - Fermo il testo dell’accordo di
programma, mentre l’Ezit attende il nuovo presidente
A UN MESE
DAL TAVOLO NELLA CAPITALE CON GLI ENTI LOCALI
L’incarico di Mauro Azzarita indicato dal centrosinistra scade a fine 2010, la
nomina spetta all’assessore Ciriani
Da Roma nessun segnale. A quasi un mese dall’incontro fra la delegazione
degli enti locali e il nuovo direttore generale del ministero dell’Ambiente,
Marco Lupo, sul documento unitario per l’accordo di programma per il Sito
inquinato non ci sono riscontri.
Al termine della riunione con gli assessori regionali Savino e De Anna, il
senatore Lenna, l’assessore comunale Rovis, e i rappresentanti del Comue di
Muggia, della Provincia e dell’Autorità portuale, i vertici del ministero
dell’Ambiente avevano detto che le parti sarebbero state riconvocate non appena
ultimati controlli e perfezionamenti alla della bozza.
Come aveva spiegato l’assessore Rovis, fra le verifiche previste dal ministero
c’è anche quella sulla possibilità dell’intervento pubblico per la messa in
sicurezza delle aree private ma inquinate da attività pubbliche. Un percorso,
era stato detto, da sottoporre all’Avvocatura dello stato e della Corte dei
conti.
Da allora sul documento è sceso il silenzio. E’ per questo che il senatore Lenna,
già assessore regionale all’Ambiente, ha chiesto un appuntamento per la
settimana prossima al direttore generale del discatero. «Desidero capire –
spiega lo stesso Lenna – se vi sono problemi o perplessità».
Al di la dei tempi procedurali richiesti dai vari organismi dello Stato, e della
difficoltà nel reperimento degli ingenti fondi per attuare l’accordo di
programma, fra le ragioni che vengono addotte per tentare di spiegare i tempi
ormai biblici della vicenda del Sito inquinato c’è anche il non perfetto
”allineamento dei pianeti”.
E il ”pianeta” non allineato sarebbe l’Ezit, che negli scorsi anni ha svolto un
ruolo determinante come braccio operativo della Regione, nella caratterizzazione
di vaste aree del Sito, ma che successivamente, con l’approdo del centrodestra
al governo della Regione, è stato escluso dagli enti chiamati a discutere e
firmare l’accordo di programma.
Il mandato del presidente dell’Ezit, Mauro Azzarita, indicato dal
centrosinistra, scadrà nel dicembre 2010. La nomina del suo successore spetterà
all’assessore regionale all’Industria Luca Ciriani, uomo molto vicino al
sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia. Voci ricorrenti riportano così che
l’annosa questione del Sito inquinato potrebbe sbloccarsi con l’ingresso
all’Ezit di un nuovo presidente. Da qui la non urgenza nel definire il testo
dell’accordo. (gi. pa.)
Inquinamento, entro l’anno il piano dell’aria - MESSO A PUNTO IL PROGRAMMA
REGIONALE PER CONTENERE LE EMISSIONI
Lunedì al
via le consultazioni pubbliche. Previste molte limitazioni al traffico
TRIESTE Limitazioni al traffico (specie quello pesante), miglioramento del
sistema di trasporto scuola-abitazione, noleggio di automobili o acquisto in
multiproprietà, ma anche il «bollino blu» per le auto e campagne per la
sostituzione di elettrodomestici ad alto consumo. Questo e altro è previsto dal
Piano di miglioramento dell'aria, elaborato dalla Regione nel corso del 2009 per
essere poi approvato entro il 2010, che da lunedì inizia il suo iter di
consultazioni pubbliche.
LE AZIONI Il Piano vede un sistema di interventi per garantire la minima soglia
di inquinamento, specie in presenza di situazioni sensibili. Tra le azioni, ecco
quella di «attivare per alcune zone del centro abitato limitazioni totali o
parziali del traffico (zone pedonali o zone a traffico limitato) per l’intero
anno e per un numero significativo di ore con sistemi automatici di controllo»,
estendere «il servizio di accompagnamento pedonale per gli alunni nel tragitto
casa-scuola « oppure prevedere «interventi di riorganizzazione del trasporto
pubblico per migliorare la flessibilità del servizio in termini di corse,
percorsi e fermate orarie».
Per disincentivare l'uso dell'auto ecco le facilitazioni per attuare «un
servizio di biciclette per gli spostamenti urbani», come già avviene in alcuni
Comuni regionali e all'estero è ormai una realtà consolidata.
Sulla stessa scia si collocano gli interventi per attuare il car shearing o car
pooling: ovvero il noleggio di un’auto solo per i chilometri che servono o
l’acquisto in multiproprietà di un mezzo di trasporto, formule che all'estero
sono già una realtà ma che in Italia stentano ancora a prendere piede.
Interventi previsti anche per migliorare l'utilizzo del trasporto pubblico: per
gli studenti ecco previste «tariffe scontate sugli abbonamenti», mentre per
tutti ecco l'idea di «attuare una politica dei parcheggi che renda conveniente
il Trasporto Pubblico Locale»: in pratica, il costo mensile per parcheggiare su
suolo pubblico deve essere pari almeno al costo di un abbonamento mensile per il
Tpl urbano.
Prevista anche l'ntroduzione di un sistema generalizzato di verifica periodica
dei gas di scarico (bollino blu) dei veicoli, ciclomotori e motoveicoli in
analogia a quanto già in vigore nel comune di Trieste. Ma anche campagne di
sensibilizzazione per la sostituzione di elettrodomestici e di sistemi di
illuminazione a bassa efficienza energetica, o l'ncentivazione per
l’installazione di impianti di generazione combinata di energia elettrica e
calore e eolico.
I TEMPI Una relazione sulla valutazione della qualità dell’aria era già stata
fatta nel 2005; ad essa era seguita una prima zonizzazione del Friuli Venezia
Giulia, con l'inserimento di Trieste, Udine, Pordenone, Porcia, Cordenons,
Gorizia e Monfalcone nella mappa dei territori in cui far scattare i
provvedimenti.
Il Piano, adesso, amplierà e aggiornerà la zonizzazione in base ai nuovi dati
acquisiti grazie al monitoraggio condotto con l’Arpa e a fronte del ripetersi di
«situazioni di episodi acuti di inquinamento atmosferico». In quanto tempo?
Secondo la Regione, a breve: se le consultazioni come previsto partiranno questa
settimana, il provvedimento è probabile che diverrà una realtà entro il 2009, e
sarà quindi applicabile dal 2010.
ELENA ORSI
RIGASSIFICATORE - Castelmuschio, mostra sull’Lng
FIUME È stata dedicata al progetto Adria Lng la mostra rimasta aperta fino a ieri alla Galleria Lapidarij a Castelmuschio (Omišalj) sull’Isola di Veglia. L’esposizione ha dato modo a tutti gli interessati di conoscere più da vicino il progetto infrastrutturale molto ambito, che prevede un investimento di 700 milioni di euro e l’assunzione di 10 mila posti di lavoro. I lavori di approntamento del terminal metanifero dovrebbero prendere il via nel 2010 per concludersi nell’arco di quattro anni. Il nuovo rigassificatore avrebbe all’inizio una capacità di movimentazione di 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno e sarebbe strutturato per accogliere navi metaniere capaci di trasportare fino a 265mila metri cubi di gas allo stato liquido.
(v.b.)
SEGNALAZIONI
- ALTA VELOCITÀ E AMBIENTE - «Il parco nella cava si concilia con la Tav?»
Come
organizzazione operante sul territorio, abbiamo partecipato a tutte le riunioni
sia per quanto riguarda il Piano regolatore che la ormai famigerata Tav,
contribuendo alla riuscita delle varie iniziative, ultima la molto partecipata
assemblea del 21 settembre.
Per quanto ci riguarda, avevamo già espresso le nostre perplessità nella
segnalazione, gentilmente pubblicata il 16 giugno, dove si spiegavano le ragioni
per le quali eravamo e siamo contrari allo sventramento totale del nostro, e
ribadisco nostro, territorio. Puntualmente, durante l’ultima assemblea, gli
esperti presenti, hanno confermato le nostre ipotesi, di totale sventramento del
territorio rionale.
Oltre alle due gallerie passanti nella parte alta del rione (zona del Capofonte)
con tutte le implicazioni riguardanti le vene d’acqua sotterranee, è prevista
nella ex cava Faccanoni una finestra di servizio, e una doppia galleria per il
passaggio dei camion che dovrebbero asportare milioni di metri cubi di
materiale, con le conseguenze che si possono immaginare, per la vivibilità del
rione.
Con somma meraviglia, abbiamo appreso che, nel sito della cava Faccanoni, il
Comune di Trieste vuole fare un aspecie di parco urbano, riempiendo la stessa
con materiale di riporto. L’iniziativa va molto bene, ma qualcuno ci dovrebbe
spiegare come si concilia con il progetto della Tav.
In base alla legislazione sulla trasparenza degli atti amministrativi, chiediamo
al sindaco che ci renda edotti di come i due progetti possono convivere, oppure
se l’iniziativa è solo propedeutica alla futura apertura della finestra per la
Tav.
Stelio Zivic - Sindacato pensionati italiani Cgil - Lega di San Giovanni
IL PICCOLO - VENERDI', 2 ottobre 2009
PIANO DEL TRAFFICO: UFFICI
COMUNALI AL LAVORO - Via Carducci a doppio senso nel tratto Battisti-Goldoni
Un ”ring” completato dal percorso
Ginnastica-Rossetti. Isola pedonale in via Gallina
Ancora da sciogliere il nodo che riguarda il futuro delle arterie parallele
Mazzini-corso Italia: si attende la soluzione della vicenda Stream
Poche decine di metri per chiudere il cerchio. O meglio l’anello, visto che
si tratta del secondo dei due ring sui quali dovrà svilupparsi, stando alla
bozza del nuovo Piano del traffico, la circolazione veicolare della Trieste del
futuro. La congiunzione finale della connessione composta da via Ginnastica (in
salita), via Rossetti (in discesa nell’ultimo tratto) e via Battisti (a senso
unico in direzione via Carducci) sarà rappresentata dal breve tratto di via
Carducci che dalla stessa via Battisti arriva sino all’altezza di piazza Goldoni.
Spuntano nuovi dettagli sul maxi-documento che gli uffici comunali stanno
predisponendo, sotto la guida del sindaco Roberto Dipiazza, proprio in un
momento in cui la questione del traffico, collegata al giro di vite sulle moto e
al tema della sicurezza, è tornata di grande attualità.
LA NOVITÀ Il ring numero due, dopo quello di scorrimento tra corso Italia o via
Mazzini, via Carducci, via Valdirivo e via Roma (oppure addirittura le Rive),
prende definitivamente forma. Con un’indiscrezione che già il sindaco aveva
fatto intuire qualche tempo fa: arrivando da via Battisti, rivista con il senso
unico verso il basso, gli automobilisti si troveranno di fronte a una nuova,
duplice possibilità di svolta in via Carducci. A destra, come già è possibile
fare oggi, e - ed è questa la grande novità - a sinistra, in direzione piazza
Goldoni. Già, il progetto infatti prevede la trasformazione di quella breve
porzione di via Carducci in una strada a doppio senso di marcia, opzione
attualmente riservata solo ai mezzi pubblici. Una soluzione, quella inserita
nella nuova bozza, che permetterà così a quanti scenderanno da via Rossetti di
raggiungere la galleria Sandrinelli, transitando per piazza Goldoni. E per
girare, invece, in via Ginnastica come si farà? Bisognerà proseguire dalla
piazza lungo passo Goldoni, risbucare in via Carducci e da lì svoltare infine a
destra.
VIA GALLINA Altro cambiamento nelle immediate vicinanze di piazza Goldoni. Una
variazione, peraltro, non impattante sul traffico privato, bensì su quello
pubblico. Il riferimento è a via Gallina, oggi habitat esclusivo di taxi e
autobus ma, un domani, destinata a tramutarsi in ennesima oasi felice del centro
riservata ai pedoni. È un altro dei punti racchiusi nel nuovo Piano. La
trasformazione di via Gallina in isola pedonale permetterà ai triestini di
passeggiare tranquillamente da piazza Goldoni a piazza San Giovanni, sino
all’asse che unisce via Imbriani a via Carducci.
IN SILENZIO Roberto Dipiazza, ieri, ha preferito non fornire chiarimenti sulle
ulteriori anticipazioni relative al Piano del traffico, optando per la via del
silenzio. Quanto all’approvazione del maxi-documento e alle modifiche alla
viabilità in esso contenute, va ribadito tuttavia che lo stesso sindaco ha
sempre ripetuto di volerle discutere e condividere con il Consiglio comunale.
VIA TORREBIANCA Nel frattempo, trapela anche un’altra innovazione che il Piano
porterebbe in dote. Oggetto, nello specifico, via Torrebianca, prossima (a meno
di intoppi o brusche revisioni in corsa legate all’iter amministrativo) a un
autentico ribaltone nel suo tratto da via Roma a via Carducci. Un ribaltone che
lo vedrà percorribile a senso unico in salita. Con tanto di apertura al traffico
dell’ultimo isolato, oggi off-limits, e inversione del senso di marcia lungo due
segmenti dei tre precedenti. Uno, infatti, vede già i mezzi transitare in su.
IL NODO In tutto questo quadro, rimane il dubbio sul futuro di via Mazzini, per
cui si attende sempre la parola fine nella telenovela giudiziaria con Stream. È
chiaro che, a doppio filo, si legherà a questa direttrice la decisione condivisa
che il Comune prenderà su corso Italia.
MATTEO UNTERWEGER
Innovazione Torrebianca
nell’«eredità» Camus - Riemergono soluzioni ipotizzate dall’ingegnere che studiò
la prima bozza
Quella via Torrebianca a senso unico,
a salire verso via Carducci, era stata uno dei must della famosa “bozza Camus”.
Doveva diventare un importante collegamento fra le Rive e, addirittura, via San
Francesco, la cui direzione di marcia sarebbe quindi stata ribaltata rispetto a
quella attuale (che va da via Fabio Severo in giù). Come noto, però, quel lavoro
predisposto dal preside della facoltà di Ingegneria dell’Università di Trieste
non verrà applicato, quanto meno non integralmente. La rescissione consensuale
del contratto con Roberto Camus ha permesso tuttavia al Comune di fare proprio
quello studio, con la conseguente libertà di attingerne a piene mani.
Ecco che, nella nuova bozza del Piano del traffico, ancora oggetto d’analisi
negli uffici tecnici del Municipio, ritorna prepotentemente l’innovazione
riguardante via Torrebianca. Con un distinguo: la direttrice a senso unico
congiungerà via Roma a via Carducci, sempre a salire. Dalle Rive alla stessa via
Roma, quindi, cosa succederà? Non trapelano ulteriori dettagli, ma a questo
punto appare evidente che i mezzi procederanno in direzione opposta, sbucando
così in corso Cavour. Per i dettagli, però, bisognerà aspettare.
In ogni caso, seppur parzialmente, anche in questa soluzione c’è lo zampino di
Camus e del suo progetto. Non è infatti questo l’unico aspetto ispirato al
lavoro del professionista: prova ne siano, stando alle anticipazioni fornite
oltre un mese fa dal sindaco Roberto Dipiazza dall’alto della sua delega al
traffico e mobilità, la rivoluzione che dovrebbe portare a via Ginnastica
percorribile solo in salita (con l’ultimo tratto di via Rossetti invece in
discesa) e l’impegno a tentare di approvare l’ipotesi di corso Italia chiuso al
traffico veicolare privato e aperto solo ai mezzi pubblici. Camus aveva già
ipotizzato entrambe le modifiche, abbinando a quella di corso Italia l’input
della direzione obbligatoria verso piazza Goldoni. Infine, l’ingegnere
“ingaggiato” dall’amministrazione comunale nel 2003 aveva anche messo in
preventivo via Battisti a senso unico, non già da via Rossetti come vorrebbe la
“bozza Dipiazza”, bensì dall’incrocio con via Gatteri. Pure qui, una conferma
del binomio ispirazione-correzione.
(m.u.)
Firme contro il rigassificatore -
DOMANI A BAGNOLI
BAGNOLI Prenderà il via domani
mattina nella piazza di Bagnoli della Rosandra la raccolta firme contro il
rigassificatore di Zaule. I banchetti saranno allestiti dal Comitato promotore
composto dalle cinque realtà politiche che appoggiano la maggioranza a San
Dorligo della Valle: Partito democratico, Rifondazione comunista e Comunisti
italiani, Slovenska skupnost e Cittadini per San Dorligo. «I promotori della
realizzazione dell’impianto di rigassificazione a Zaule, e del relativo gasdotto
che dovrebbe attraversare il golfo di Trieste, non sono stati in grado di
fornire adeguate garanzie in merito alla sicurezza dell’impianto – recita la
prima parte del documento che sarà proposto ai cittadini – anche in relazione
all’effetto ”domino” che potrebbe verificarsi in caso di incidente, e vista la
presenza di numerosi altri impianti pericolosi nella stessa area». Preannunciata
tra i firmatari la presenza del sindaco di San Dorligo, Fulvia Premolin. I
banchetti saranno disponibili a partire dalle 9, sino alle 12.
(r.t.)
«Tolti a Gropada 16 mila metri
quadri di zone edificabili» - ASSEMBLEA SUL PIANO REGOLATORE
GROPADA Anche a Gropada la gente
protesta per il cambio di zonizzazione che la variante al piano regolatore ha
stabilito per diverse proprietà private. Circa 16mila metri quadri, sinora
edificabili, sono diventati zone agricole. «Quantificando il cambiamento – ha
spiegato il presidente del parlamentino Marco Milkovich, nell’incontro
dell’altra sera con la popolazione – la perdita per i privati è di circa 3
milioni di euro. Alcune famiglie – ha rincarato – si trovano nell’impossibilità
di edificare a favore dei figli o dei nipoti. E c’è chi si ritrova con le
fondamenta di un nuovo edificio già realizzate, ma nell’impossibilità di
continuare proprio a causa del nuovo indirizzo dello strumento urbanistico».
Molto affollata anche questa assemblea, come le precedenti organizzate dalla
Circoscrizione, con ben cinquanta partecipanti al centro culturale Skala, su un
totale di 285 abitanti della frazione. Diversi residenti hanno denunciato anche
come la variante permetta di costruire nell’area della vecchia caserma, nei
pressi del valico agricolo. Paradossale – secondo alcuni – che a poca distanza
dal sito la variante impedisca al privato di fare altrettanto attraverso la
nuova zonizzazione agricola.
Nell’assemblea è stato evidenziato anche come dal nuovo strumento urbanistico
siano sparite alcune aree destinate al parcheggio nel centro di Gropada. Aree di
sosta assolutamente necessarie per una frazione caratterizzata da strade strette
e molto ”sfruttate”. L’incontro pubblico è stato pure occasione per uno sfogo
sullo stato generale della borgata. «Viviamo in una Gropada trascurata – hanno
lamentato – dove, salvo la nuova illuminazione, difettano le altre
infrastrutture e dove la vecchia scuola non è stata ancora riqualificata e
riaperta».
(ma. lo.)
«Polveri e rumore con la centrale
a biomasse» - Massimiliano Dazzi (Lista Uniti) denuncia le conseguenze
dell’impianto previsto a Bagnoli
SAN DORLIGO Aumento delle emissioni
di polveri, del rumore, aumento smisurato del traffico, degrado turistico.
Queste alcune delle principali ripercussioni che potrebbe comportare la
realizzazione della centrale a biomasse, a Bagnoli della Rosandra, secondo
Massimiliano Dazzi, componente il direttivo della lista civica Uniti nelle
tradizioni, il partito rappresentato in Consiglio comunale dal capogruppo Boris
Gombac.
L'accusa mossa da Dazzi riguarda la «vera natura del cogeneratore a biomasse,
ossia un inceneritore che bruciando i rifiuti ecocompatibili (legname, residui
agricoli e forestali, scarti dell'industria agroalimentare, reflui degli
allevamenti) trasforma l’energia termica in energia elettrica, con conseguente
emissione di grandissime quantità di polveri sottili, poiché dal punto di vista
ecologico, nessun combustibile è peggio del legno, ad esclusione del carbon
fossile».
Il braccio destro del consigliere Gombac ricorda poi che l'obiettivo del
cogeneratore sarebbe quello di «produrre energia elettrica da rivendere all'Enel,
ma soprattutto di teleriscaldare il complesso del teatro comunale France
Preseren, il vicino asilo e la scuola elementare Umberto Pacifico, il tutto a
due passi dalla Val Rosandra», utilizzando come combustibile per alimentare la
centrale «oltre a quello che resterà dalla spremitura delle olive del nostro
territorio, il prodotto scartato dai comuni limitrofi, sia italiani sia sloveni,
ben contenti di aderire all'iniziativa pur di tenersi lontano da casa il
problema dello smaltimento dei rifiuti».
Per l'esponente di Uniti nelle tradizioni, la realizzazione della centrale,
prevista grazie a un contributo pari a 622 mila euro da parte della Provincia,
in seguito all'adesione al piano di azione locale del Comune di San Dorligo,
comporterà inoltre «un aumento della quantità di traffico, dovuto
all'andirivieni dei camion per il rifornimento di combustibile necessario al
funzionamento, con conseguente aumento dei rumori, sia diurni che notturni dato
la centrale funziona 24 ore su 24, e 365 giorni l'anno».
Dazzi sottolinea infine come «la giunta comunale presieduta da Fulvia Premolin
non ha ritenuto necessario informare, né interpellare, i propri cittadini ed
elettori su un argomento così delicato ed importante, pregiudicante la salute
degli abitanti e con notevoli ripercussioni sul piano della vivibilità della
frazione di Bagnoli».
Riccardo Tosques
Riccardi sul nucleare: nessun sito
individuato - LE VOCI RELATIVE A MONFALCONE
TRIESTE «Né in sede governativa
nazionale né altrove sono stati individuati o ipotizzati siti adatti o possibili
per l'insediamento di una centrale nucleare in Friuli Venezia Giulia»: lo ha
affermato l'assessore regionale alle Infrastrutture, Riccardo Riccardi al
question time in Consiglio regionale.
Rispondendo al consigliere Giorgio Brandolin (Pd), che chiedeva spiegazioni
circa le voci che indicavano Monfalcone come possibile sede per la costruzione
di una centrale, Riccardi ha sottolineato che «la Regione Friuli Venezia Giulia
condivide l'impostazione al nucleare varata dal governo». «Però al momento - ha
sottolineato Riccardi - né in sede governativa nazionale né altrove sono stati
individuati o ipotizzati siti adatti o possibili».
«È nota la posizione del Presidente della Regione, Renzo Tondo, su questo tema -
ha anche aggiunto l’assessore regionale alle Infrastrutture - che in più
occasioni ha ipotizzato delle soluzioni o delle sinergie con altre centrali
anche al di fuor del territorio nazionali».
Intanto, l'intesa Italia-Usa in materia di sviluppo dei sistemi per l'energia
nucleare «avrà certamente positive ricadute economiche anche sulle piccole e
medie imprese industriali e di servizi locali»: quindi, la decisione della
Regione Liguria di far ricorso alla Corte costituzionale contro la legge che
sancisce il ritorno del nucleare appare in contraddizione con le opportunità che
ne potranno derivare» afferma una nota confindustriale.
Veglia, i segreti del
rigassificatore - IL PROGETTO VERRÀ ILLUSTRATO UFFICIALMENTE QUESTA SERA
FIUME Fissata per questa sera nella
sede della locale Scuola elementare a Veglia, capoluogo dell’isola omonima (Krk),
la presentazione ufficiale del progetto Adria-Lng o rigassificatore Gnl, ossia
Gas naturale liquefatto (nella prassi croata viene però indicato con l’acronimo
inglese): impianto che dovrebbe essere dislocato in località Castelmuschio (Omišalj),
nelle immediate vicinanze del petrolchimico Dina e del porto petroli
dell’oleodotto Janaf. La presentazione del progetto Lng avrà inizio alle 19 e
sarà aperta a tutti gli interessati. Si tratta di un’iniziativa mirata a fugare
le diffidenze degli isolani nei confronti dell’insediamento.
Per fugarle stasera scenderà in campo Michael Mertl, a capo della cordata
multinazionale interessata alla realizzazione del rigassificatore, assistito
dallo staff dei suoi principali collaboratori. Annunciata pure la presenza dei
rappresentanti di “Zelena Istra-Istria Verde”, da cui finora sono giunte le più
recalcitranti dissociazioni nei confronti del progetto.
La presentazione odierna del rigassificatore fa parte di un’azione coordinata
che procede praticamente di pari passo con l’avvio la settimana scorsa del
dibattito pubblico sullo Studio di impatto ambientale a opera del ministero
competente.
Da aggiungere pure che i dirigenti delle imprese accomunate nell’ Adria Lng ieri
l’altro hanno effettuato un sopralluogo nell’area in cui dovrebbe sorgere l’impian
to. Il progettato rigassificatore fa riferimento a un conglomerato
transnazionale in cui sono le tedesche E.On Ruhrgas ed Erw Gas Ag a guidare la
cordata, che vede peraltro far parte della joint-venture anche membri di Austria
(Omv), Francia (Total), Ungheria (Mol), Cechia (Transgas) e financo Slovenia (Geoplin).
Una squadra variegata, quindi (con la partecipazione croata fissata al 25%, ma
accomunata da un unico interesse: quello di potersi avvalere di una fonte di
approvvigionamento che non dipenda esclusivamente dalle voglie Cremlino.
(f . r.)
La Nato recupera le bombe al largo
dell’Istria - Erano state sganciate per motivi di sicurezza dai jet al rientro
dai raid in Serbia
EX UFFICIALE CROATO RIESUMA LA
VICENDA: GLI ORDIGNI SAREBBERO DECINE - RISCHI PER LA SICUREZZA IN ADRIATICO
FIUME Sarebbero perlomeno una quindicina le bombe scaricate - e non ancora
individuate - nelle acque nordorientali dell’Adriatico dagli aerei della Nato al
loro ritorno dalle missioni sulla Serbia durante il conflitto innescato dalla
crisi in Kosovo. Ordigni che avrebbero dovuto essere sganciati in zone di mare
esattamente delimitate (almeno in teoria) da velivoli in difficoltà per i danni
subiti dalla contraerea serba o comunque in avaria: “alleggerimenti” effettuati
per motivi di sicurezza prima del rientro nelle basi in territorio italiano, in
primis quella di Aviano. È tuttavia assai probabile che gli ordigni scaricati
nella zona al termine dei raid di dieci anni fa sulla Serbia siano in realtà
parecchi di più. Tra i quali anche le micidiali bombe a frammentazione o i
missili anticarro all’uranio impoverito, usati per certo in Kosovo e in
territorio serbo. Che siano “soltanto” una quindicina o probabilmente di più,
resta il fatto che costituiscono un pericolo incombente che si dovrebbe fare in
modo di eliminare. Delle “bombe americane” in Adriatico s’era parlato, quasi di
sfuggita, solo durante i raid aerei o, per poco tempo, al termine delle
incursioni. Poi sul problema (e sul pericolo latente) era calato il silenzio.
A sollevare di nuovo la questione è stato un ex ufficiale croato, che a qualche
anno dal pensionamento ha deciso fosse il momento di riproporre il problema del
recupero e disinnesco degli ordigni prima di qualche disastro, anche di profilo
ambientale. Secondo Nediljko Pusic, questo il nome dell’ufficiale a riposo,
nella fascia orientale dell’Adriatico, incluse le acque territoriali croate,
dalla primavera 1999 ci sarebbero ancora almeno una quindicina di ordigni
esplosivi scaricati dai cacciabombardieri della Nato (soprattutto Usa) che
dovrebbero essere localizzati e recuperati.
Non sarebbe neanche da escludersi che pure la tragedia del tuttora misterioso
incendio su una delle Incoronate (Kornati), in cui il 30 agosto del 2007 vennero
carbonizzati 12 pompieri spediti a domare un incendio di sterpaglia su un
isolotto quasi del tutto disabitato, fosse dovuto proprio a un qualche ordigno
inesploso. Un’ipotesi che i governanti di Zagabria si sono sempre rifiutati di
prendere in considerazione, senza tuttavia spiegare i motivi dell’invio
sull’isola di un distaccamento di truppe speciali, giunto sul posto ben prima
dei soccorritori. Così come resta inspiegata la misteriosa scomparsa dei
registratori di volo degli elicotteri fatti intervenire dopo il “distaccamento
speciale”.
Il problema degli ordigni disseminati in Adriatico resta comunque attuale e
potrebbe originare nuovi disastri. Al riguardo il succitato Pusic ha avviato una
propria indagine personale, raccogliendo sull’argomento un dossier di oltre 18
kg di documenti. I suoi più recenti tentativi di richiamare l’attenzione sulla
vicenda delle “bombe di scarto” e i suoi precedenti appelli non hanno suscitato
la benchè minima reazione da parte del governo. Stando a quanto emerso dalla
Conferenza internazionale sullo sminamento e la bonifica dagli ordigni
esplosivi, svoltasi nell’agosto 2004 in Danimarca, in Adriatico gli aerei Nato
al rientro dai raid in Serbia avrebbero scaricato più di 230 tra bombe di vario
tipo e missili.
Gli “alleggerimenti” sarebbero avvenuti in aree di mare ben delimitate,
suddivise fra il Medio e l’Alto Adriatico. Le successive operazioni di recupero
avrebbero tuttavia individuato anche degli ordigni al di fuori di tali aree. In
tutto l’opera di bonifica o “decontaminazione”, suddivisa in due tranche,
avrebbe interessato oltre 1.040 miglia quadrate di mare. Secondo un rapporto
ufficiale Nato, “gran parte degli ordigni sarebbero stati recuperati”. Gran
parte, ma non tutti. La quindicina o forse più di quelli non individuati
sarebbero disseminati soprattutto in un quadrilatero situato a Nord della
congiungente Capo Promontore-Venezia. Un’altra zona potenzialmente a rischio
sarebbe poi costituita da un’area circolare proprio al largo delle Incoronate.
Sullo stesso argomento da aggiungere un’ultima novità. Domenica a Spalato, in
chiusura dell’esercitazione congiunta “Jackal Stone” (reparti speciali
antiterrorismo di una decina di Paesi sotto l’egida Nato) sarebbe stato
l’ammiraglio Usa Mark Fitzgerald, che a Napoli è a capo dello Stato maggiore
delle forze combinate del Fronte Sud dell’Alleanza, ad accennare al problema.
Dichiarando la disponibilità Nato a mettere a disposizione della Croazia i mezzi
tecnici, il personale specializzato e la documentazione necessaria per il
recupero delle “bombe disperse”.
(f. r.)
SEGNALAZIONI - REGIONE - Trasporti
trascurati
L’articolo «Il Friuli Venezia Giulia
isolato dalle Ferrovie», apparso il giorno 23, induce a delle riflessioni.
Intanto guardando la rete ferroviaria italiana (in teoria privatizzata ma in
pratica sempre dello Stato) si nota subito una cosa: dove i politici si danno da
fare i treni ci sono e magari aumentano, dove latitano i treni spariscono. E
qui, dal 1993 in poi i politici si fanno sentire sempre dopo, e non prima.
Riccardo Illy, tutto preso dal corridoio Cinque e dall’Euroregione, cose
ipotetiche e casomai future, trascurava di fatto le ferrovie esistenti,
coadiuvato in ciò dal suo assessore Sonego che dichiarava pubblicamente che le
linee esistenti sono obsolete e da chiudere.
I ferrovieri, quelli veri, del Friuli Venezia Giulia perciò, al di là delle idee
politiche, hanno visto in Tondo la possibilità di cambiamento. Ma Tondo sulla
questione ferroviaria pare fare il «bell’addormentato». E i risultati si vedono.
E la «metropolitana leggera»? Se ne parla da una decina di anni, si fanno
progetti e intanto parte della rete dove dovrebbe correre è stata smantellata.
Abbiamo dei politici che stanno in Parlamento o al governo; ma a loro i treni
non interessano, anzi il collegamento con Capodistria va evitato perché il
nemico è alle porte. Intanto le navi da crociera se ne vanno e non perché il
molo è corto, ma per l’impossibilità dei crocieristi centro-europei di
raggiungere Trieste in treno, come avviene invece in tantissimi altri porti
dell’Europa.
Ormai bisogna rassegnarsi. Se si deve andare nell’Europa centro-orientale si va
in auto a Sesana, stazione «Trieste Nord-Est». Se si vuole andare in Centro e
Nord Europa, si va in auto a Villaco, stazione «Trieste Nord». Se si va a
Occidente, si va a Mestre, stazione «Trieste Ovest», e per fortuna si può ancora
andarci in treno.
Trieste capitale dell’Euroregione, da dove non si può andare in treno nemmeno a
Sesana... Per la serie «Oggi le comiche».
Paolo Petronio
IL PICCOLO - GIOVEDI', 1 ottobre 2009
Arpa:
monitoraggi continui alla Siot E valori rassicuranti - Pm10, benzene e Ipa: tra
marzo e giugno non si sono avuti sforamenti dei limiti di legge
SAN DORLIGO «La
campagna di monitoraggio della qualità dell’aria nella zona in prossimità della
Siot è iniziata il 3 marzo scorso e terminata il 5 giugno». Lo precisa l’Arpa
locale, intervenendo su una recente polemica.
Tali monitoraggi, viene spiegato, si inseriscono all’interno di uno studio più
ampio per la caratterizzazione ambientale dell’area attigua al comprensorio.L’analisi
dei campioni, dicono ancora i tecnici dell’Arpa, è già stata avviata,
«compatibilmente con il carico di lavoro istituzionale a cui non può sottrarsi
questo Dipartimento (controlli su scarichi, balneazione, siti inquinati,
gestione reti di monitoraggio, ecc.)».
Sono in fase di completamento anche le indagini per la valutazione di sostanze
odorigene maleodoranti avvertite dalla popolazione. La conclusione dell’attività
analitica è prevista entro il mese di ottobre.
«Dalle prime elaborazioni – viene annotato – si rileva tuttavia che nel periodo
marzo-giugno 2009 non si evidenziano superamenti dei limiti di legge per Pm10,
benzene e Ipa, né particolari criticità, fatte salvo le problematiche delle
sostanze odorigene».
Microalga
tossica nel golfo ma i tecnici minimizzano
TRIESTE La
presenza di una microalga unicellulare tossica, la Ostreopsis ovata, nel tratto
di mare tra Grignano a Marina di Aurisina, è stata accertata dai tecnici
dell'Osservatorio Alto Adriatico dell'Arpa del Friuli Venezia Giulia. Sulla base
di una segnalazione, i tecnici - informa una nota - hanno compiuto un
sopralluogo in località Canovella de’ Zoppoli, rilevando in una vasta pozza
d'acqua marina naturale la presenza di una patina brunastra gelatinosa che
ricopriva completamente il fondo, con diversi flocculi galleggianti nello strato
superficiale. L'osservazione al microscopio ottico del materiale prelevato -
effettuata dagli esperti dell'Osservatorio Alto Adriatico e del Dipartimento Ogs
Bio - ha confermato la massiccia presenza di Ostreopsis ovata. Si tratta della
prima segnalazione in Friuli Venezia Giulia di una fioritura significativa di
questa specie microalgale, la cui presenza lungo il litorale regionale era già
stata segnalata nel 2007.
L'Ostreopsis ovata provoca conseguenze per la salute umana prevalentemente a
carico dell'apparato respiratorio, a causa dell'inalazione di aerosol formatosi
in presenza di fioriture microalgali. Si possono manifestare anche irritazioni
agli occhi, congiuntiviti, dolori addominali, febbri e dermatiti da contatto.
«Al momento non ci sono ragioni per alimentare allarmismi generalizzati», ha
detto il direttore tecnico scientifico dell'Arpa regionale, Giorgio Mattassi.
«La stagione balneare è quasi finita e l'area è confinata ad una porzione
limitata della costiera. L'assenza di fenomeni ventosi da Sud non ha consentito
la formazione di aerosol respirabili dalla popolazione, con rischi significativi
per la salute, come avvenuto in Liguria nel 2005 e 2006».
SEGNALAZIONI
- Sulla Tav - PRECISAZIONE
A proposito
dell’articolo intitolato: «Tav, una galleria sotto San Giovanni (23/9/09 pag.
22), le mie modeste spiegazioni sul Corridoio 5 sono uscite un po’ malconce
dall’inevitabile sintesi di cronaca dello scorso 23 settembre (pag. 22).
Non ho detto affatto che l’opera possa risultare «altamente stabilizzante» per
il rione di San Giovanni. Viceversa, ho ripetuto più volte che - dal punto di
vista tecnico - tutta la linea sarebbe fattibile e che, con gli accorgimenti
moderni, anche l’uso dell’esplosivo non produrrebbe danni («ma disturbo, sì»).
Quella che non convince, ho spiegato, è l’intera concezione dell’opera, per il
suo tracciato assurdo frutto di oscuri patteggiamenti, tecnicamente complicato e
costoso, che non serve bene il porto di Trieste ma solo quello di Capodistria,
con la stazione passante di Trieste ridotta a futuribile specchietto per
allodole. Troppi costi e pochi benefici insomma.
Livio Sirovich
SEGNALAZIONI
- RIO MARTESIN - Paesaggio distrutto
Non so chi
ringraziare, il ministro Bondi, l’attuale soprintendente Di Paola, presente ma
sul punto di partenza o quello che dovrebbe sostituirlo, Luca Rinaldi, che non
vuole venire. Di fatto è che la nostra regione è diventata, tra i vari
contendenti, di serie B.
Chi dovrebbe per titolo tutelare il paesaggio dice di non avere né mezzi né
tempo: lascia che tutto proceda con la formula del silenzio-assenso: scaduti i
60 giorni tutti i progetti vengono approvati buoni o cattivi che siano.
La richiesta pressante dei cittadini e del consigliere comunale Lorenzo Giorgi
perché la Soprintendenza desse un giudizio paesaggistico sulla Valle del Rio
Martesin a rischio cementificazione selvaggia, è stata negata.
Per i pionieri, che cent’anni fa vennero a vivere nelle periferie, viene abolito
tra i vari diritti, anche quello di godersi ancora il paesaggio, che viene
deturpato e sconvolto, occultato dai «mostri di cemento».
Il paesaggio, quello verde naturale, scompare, viene sostituito dalla «vista
mare» che diventa prelazione per i nuovi colonizzatori, per i «manager del
cemento» che con essa fanno lievitare i loro guadagni.
Una società «democratica» moderna tutela tutti i cittadini, il rilancio
economico lo attua con la ricerca, progetti innovativi, produzioni di qualità.
Questa Italia vuole il rilancio economico dando il via libera alla
cementificazione di tutto il territorio (il Friuli Venezia Giulia, dati del
2000, con 581 mq di superficie urbanizzata pro capite, è la prima regione del
Paese per il consumo del territorio).
E non piangano lacrime di coccodrillo i signori costruttori. Il governo se
«volesse» potrebbe offrire loro al posto di distruzione e rovina del territorio,
anni di lavoro per la costruzione di opere pubbliche e infrastrutturali utili,
nelle quali, rispetto al mondo più progredito, siamo in spaventoso ritardo.
Il turista va nei Paesi dove esistono richiami come storia, natura, paesaggi,
costruzioni moderne ardite all’avanguardia. Pertanto l’indipendenza, il
finanziamento della Soprintendenza ai beni culturali e paesaggistici è
determinante per la salvaguardia del patrimonio, dell’identità della nostra
Bella Italia!
Dario Ferluga
SEGNALAZIONI
- PIANO REGOLATORE - Strade più larghe
Premetto che
non ho titoli accademici per dare suggerimenti riguardo ai piani regolatori; ma
quello che mi rende perplesso è come mai nella loro stesura non venga presa in
considerazione la larghezza delle strade.
In tutte le zone residenziali e non realizzate fino ad ora, le strade seguono la
larghezza delle vecchie carrettiere; credo che il buon senso voglia che le nuove
strade debbano accogliere comodamente la sosta di due veicoli a bordo strada più
il passaggio di altri due veicoli che si incrociano.
Se siete andati a far visita a qualche amico o conoscente in queste nuove zone
avete potuto facilmente notare che di parcheggio non si parla, pensate ad
effettuare un trasloco con un camiom, non dico di grandi dimensioni ma medie,
immaginate se dovete farvi consegnare un elettrodomestico o qualsiasi oggetto
voluminoso con un furgone tipo «Ducato».
I mezzi rimangono a dir poco intrappolati o sono costretti a un parcheggio di
fortuna nelle vicinanze ed effettuare la consegna con carretti a mano!
Quando non capita che al momento di organizzare la consegna non venite
apostrofati con un «se la sta là ghe devo meter in conto un extra»!
Non resta che commentare che le prime strade larghe sono state fatte
dall’Austria, le seconde «col bieco Ventennio» le terze col Governo Alleato e
dopo?
Ritengo cosa opportuna che il piano regolatore preveda strade e viali larghi in
previsione di un aumento dell’uso delle stesse e sono sicuro che il piano
regolatore si autoregolerà da solo per le zone destinate ad uso edilizio.
Giampaolo Lonzar
NEXTVILLE - MERCOLEDI', 30 settembre 2009
Cielo più sereno o gravi nubi all’orizzonte? Ancora
incertezze sul 55%.
Sembrava una bella notizia, quella sull’arrivo di
semplificazioni nelle procedure 55%. Ma nello stesso giorno si è diffusa la
notizia del blocco dell’intera “operazione detrazioni per l’efficienza
energetica” alla fine dell’anno…
Andiamo con ordine. Il decreto del ministero dell'Economia 6 agosto 2009
(pubblicato in G.U. n. 224 il 26 settembre 2009) modifica in alcuni punti
procedurali il Dm 19 febbraio 2007 in materia di detrazioni 55%. Si tratta in
gran parte di precisazioni tecniche, che ci limitiamo ad elencare, rimandando
per gli aggiornamenti della materia alle pagine del sito segnalate nei
“Riferimenti” in fondo alla news.
• Asseverazione di tecnico abilitato: casi in cui può essere sostituita – o
inglobata – in altra documentazione obbligatoria.
• Allegati all’asseverazione per finestre comprensive di infissi, pannelli
solari auto-costruiti, caldaie a condensazione e pompe di calore. Cade l’obbligo
della certificazione dei singoli componenti.
• Pompe di calore: cambiano i requisiti minimi prestazionali per gli interventi
effettuati a partire dal 31 dicembre 2009. Un nuovo allegato sostituisce il
precedente.
• Metodi di calcolo per la prestazione energetica degli edifici: il vecchio
Allegato I al Dlgs 192/2005, contenente norme transitorie, è stato sostituito
dal regolamento attuativo a suo tempo richiesto dal Dlgs stesso. Si tratta del
Dpr n. 59 del 2 aprile 2009, entrato in vigore il 25 giugno 2009.
• Non cumulabilità del 55% con il “premio per gli impianti fotovoltaici abbinati
ad uso efficiente dell'energia”.
• Un punto di difficile interpretazione: il nuovo provvedimento precisa che i
generatori di calore a condensazione possono essere “ad aria o ad acqua” e che
le valvole termostatiche a bassa inerzia termica vanno installate “ove
tecnicamente compatibile”. Ci auguriamo che qualche lettore esperto chiarisca
alla redazione l’esatto significato di queste precisazioni normative.
Veniamo al punto più importante. Si sta diffondendo un grande allarme via web
per l’assenza della voce Detrazioni 55% nella Finanziaria Light del Ministro
Tremonti, approvata pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri. E’ vero, nelle
previsioni di massima 2010/2012 la voce non esiste, mentre un lungo commento
viene riservato nella relazione tecnica alle detrazioni 36%, prorogate fino al
2012.
Pur confessando qualche difficoltà ad interpretare il nuovo metodo con il quale
vengono varate le Finanziarie triennali, la nostra opinione è che il minor
gettito fiscale relativo al 55% per il 2010 (su interventi effettuati nel 2009)
e per il 2011 (su interventi effettuati nel 2010) fosse già stato valutato e
stanziato nelle precedenti Finanziarie. Le detrazioni 36%, al contrario, essendo
prolungate fino al 2012, un anno in più rispetto alla precedente scadenza,
trovano posto specificamente nelle considerazioni triennali.
Speriamo di non sbagliare, e anche a questo proposito chiediamo l’opinione di
chi è più esperto. Sarebbe curioso, d’altronde che proprio il neo-pubblicato
decreto del ministero dell'Economia si riferisca ai nuovi requisiti per le pompe
di calore per interventi effettuati “a partire dal 31 dicembre del 2009” se
proprio in tale data le detrazioni 55% dovessero morire.
Una cosa è sicura: per il momento sembra certo che questo importante incentivo
all’efficienza energetica degli edifici sia destinato a estinguersi con il 2010.
Cosa inventeremo di sostitutivo (e di meno costoso per le casse dello stato) per
raggiungere gli obiettivi che l’Europa ci richiede?
Anna Bruno - http://www.nextville.it/news/166
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 30 settembre 2009
Rigassificatore, Lubiana pronta a reagire - Se dovessero fallire i colloqui del
13 ottobre con l’Italia scatterebbe la denuncia alla Corte Ue
GLI
INTERLOCUTORI SLOVENI SPERANO IN UN ACCORDO ANCHE DOPO L’INCONTRO
BERLUSCONI-PAHOR
CAPODISTRIA La Slovenia si sta preparando per un'evenutale denuncia contro
l'Italia per la costruzione del terminal rigassificatore di Zaule. La
Commissione interministeriale incaricata di seguire la problematica dei terminal
ha predisposto infatti la costituzione di un gruppo di esperti di diritto
internazionale che - qualora l'incontro italo-sloveno del 13 ottobre tra i
rappresentanti dei due ministeri dell'Ambiente non dovesse dare risultati - avrà
il compito di raccogliere gli elementi necessari per portare l'Italia di fronte
alla Corte di giustizia europea. L'annuncio è stato fatto dallo stesso
presidente della Commissione interministeriale, il sottosegretario sloveno
all'Ambiente Zoran Kus, nel corso di una tavola rotonda dal titolo «I terminal
rigassificatori nel Golfo di Trieste alla luce della politica energetica
dell'Unione europea», organizzata dal Centro sociale «Rotunda» di Capodistria.
Nel suo intervento, Kus si è detto comunque fiducioso nella possibilità di
risolvere i problemi aperti senza dover ricorrere alla giustizia internazionale.
Se l'Italia sarà disposta a tener conto delle osservazioni slovene legate alla
costruzione e al funzionamento del terminal, i colloqui bilaterali potranno
continuare, altrimenti, così Kus «valuteremo l'ipotesi di un'eventuale
denuncia». Si tratterebbe comunque di un procedimento lungo e costoso, ha
ammesso Kus, che rischierebbe di incrinare i rapporti tra i due Paesi, per cui
sarebbe molto meglio se si riuscisse a risolvere la questione con il dialogo. Un
auspicio in questo senso è stato espresso anche dall'eurodeputata Romana Jordan
Cizelj, presente al dibattito capodistriano. Come noto, il ministro degli esteri
italiano Franco Frattini, in un'intervista rilasciata al «Piccolo» all'indomani
del recente incontro a Roma tra i premier Pahor e Berlusconi, aveva dichiarato
che non esiste alcun fondamento giuridico per un'eventuale azione giuridica di
Lubiana sulla questione del terminal, mentre il sottosegretario all'Ambiente
Roberto Menia aveva promesso che tutta la documentazione sul progetto sarebbe
stata messa a disposizione della Slovenia. Per il 13 ottobre, dunque, è atteso
l'incontro chiarificatore tra gli esponenti dei due ministeri.
Tornando alla tavola rotonda di Capodistria, gli ecologisti sloveni hanno
ribadito le loro riserve sul progetto di Gas Natural. Per Franc Maleckar, di
Alpe Adria Green, la costruzione di terminal rigassificatori è soprattutto una
questione di «lobbies energetiche», visto che questi impianti producono più gas
serra del petrolio. In quanto al progetto per un rigassificatore nell'area del
Porto di Capodistria, finora sistematicamente respinto dalle autorità ma i cui
promotori – la tedesca Tge – ancora non demordono, Maleckar ha sottolineato che
con le celle fotovoltaiche e lo sfruttamento dell'energia solare, nella stessa
area portuale sarebbe possibile produrre la stessa quantita di energia che con
il rigassificatore e una centrale elettrica a gas. Il presidente delle
Associazioni ecologiste della Slovenia Karel Lipic ha toccato anche la questione
del nucleare. «Siamo contrari – ha detto Lipic – alla costruzione di un secondo
reattore della Centrale nucleare di Krsko».
L’aria nei
pressi della Siot Idv sollecita i dati dell’Arpa - Il sindaco Premolin:
«Dovevano essere pronti mesi fa. Ho chiesto ai nostri uffici di intervenire»
LA
CENTRALINA A MATTONAIA
SAN DORLIGO «Nell’intento primario di tutelare la salute dei cittadini e
nell’ottica di essere attenti alle richieste che da essi provengono, Italia dei
valori, attraverso il suo consigliere comunale Dino Zappador, ha chiesto
urgentemente di conoscere i dati della centralina mobile dell’Arpa che dopo
diversi mesi non sono ancora pubblici». Il coordinatore provinciale dell'Idv,
Mario Marin, ricorda così la situazione dei residenti di Mattonaia che «da tempo
denunciano forti preoccupazioni per gli odori di gas, imputabili a loro dire ai
depositi della Siot». Un problema che il Comune di San Dorligo, assieme alla
Siot e all’Arpa, hanno cercato di affrontare installando nel marzo scorso una
centralina mobile per monitorare la qualità dell’aria nella frazione.
I risultati, però, rispetto alla tabella di marcia, stanno tardando. «In effetti
i dati dovevano essere pronti un paio di mesi fa – ammette il sindaco Fulvia
Premolin –. L’Arpa e la Siot hanno dato il massimo appoggio per fare chiarezza
su questa situazione. Ho chiesto comunque ai nostri uffici di sollecitare i
risultati, che presto saranno pubblici”.
Uno dei maggiori promotori dell'installazione della centralina era stato l'ex
consigliere comunale del centrodestra Giorgio Jercog: «E' molto strano che i
dati non siano ancora disponibili, visto che le rilevazioni dovevano avere una
scadenza trimestrale – chiosa –. Il problema rimane, dato che quest'estate gli
odori legati alla Siot non sono certo cessati, e credo che i residenti di
Mattonaia attendano sempre più con ansia il risultato sulla qualità dell'aria».
Riccardo Tosques
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore - RISCHI (1)
Ho seguito
attentamente i problemi connessi al progetto del «Rigassificatore». Quando si
legge su «Il Piccolo» che le società ambientaliste Lega ambiente e Wwf in
particolare, si battono contro il posizionamento del rigassificatore a Muggia e
contro il percorso tal quale della Tav, si tira un sospiro di sollievo, poiché
nel Canavese (Piemonte) hanno contribuito molto a migliorare il percorso
iniziale devastante.
Così pure quando si legge su «Il Piccolo», che «il ministro degli Esteri sloveno
Samuel Zbogar afferma che il ministro dell’Ambiente sta studiando a fondo il
problema del terminal a Trieste», si prova altrettanto un certo sollievo, poiché
ritengo che il ministero dell’Ambiente sloveno sia retto da una persona e da
collaboratori seri.
Ancor più tranquillizzante appare quanto riportato da «Il Piccolo» e cioè che
«il 31 agosto un’apposita commissione interministeriale, presieduta dal
sottosegretario all’Ambiente Zoran Kus aveva giudicato inaccettabile il progetto
del rigassificatore per la Slovenia, dal punto di vista dell’impatto ambientale
transfrontaliero».
Presento quindi le seguenti osservazioni:
1) in provincia di Rovigo, nell’alto Adriatico e lontano dal piccolissimo comune
di Porto Viro, a poche decine di miglia in linea d’aria da Trieste, si trova già
installato a circa 15 miglia al largo e da poco funzionante un rigassificatore;
ciò rappresenta già di per sé, assieme a quello previsto per Muggia, un’alta
concentrazione del cosiddetto «rischio ambientale» in una zona di mare chiusa a
Nord; inoltre appare incomprensibile la ragione di una nuova installazione a una
distanza così breve.
2) La localizzazione del rigassificatore di Trieste risulta proprio alla fine
dell’Adriatico, vicinissimo alla città e alle costiere turistiche del golfo,
fino a Duino da una parte e di Muggia dall’altra, con alta densità di
popolazione, per cui l’impatto ambientale è comunque altissimo e rientra in una
«zona rossa», cioè ad altissimo rischio per possibili danni alle persone e cose.
3) La posizione contemplata di fatto si trova su fondali molto bassi (circa 20
m) per tutto il golfo e con correnti circolatorie nello stesso d’intensità molto
limitate; spessissimo la costa risulta soggetta a venti di scirocco o libeccio e
quindi con immediato raggiungimento della stessa di tutto ciò che viene
riversato in mare, con conseguente grave mutamento ambientale.
4) Necessitano circa 25.000 mc/ora d’acqua di mare per il funzionamento del
rigassificatore e poiché l’acqua del golfo è poco profonda si può facilmente
ipotizzare un ricircolo sterilizzante del mare e anche probabilmente
un’elevazione intollerabile della temperatura dello stesso con conseguente
mutamento inaccettabile dell’attuale ecosistema.
5) Non può che essere negata ogni installazione ad altissimo rishio in siti
altamente popolati come Trieste.
6) Poiché, in quanto a sicurezza, non esiste il rischio nullo, un simile
impianto può essere soggetto, in termini probabilistici, a irregolarità di
funzionamento (probabilità forse alquanto bassa), ma può essere interessato, e
quindi vulnerabile, da avvenimenti esterni facilmente intuibili (si pensi al
continuo transito delle navi da trasporto e ai possibili attentati, ecc.);
7) Un simile impianto dovrebbe essere installato, qualora se ne rilevasse la
fondamentale necessità, in zone costiere lontanissime dai centri abitati, in
prossimità di mari profondi e costiere aperte, cioè molto lontane da golfi
chiusi o dalle parti terminali dei mari.
Ing. Bruno Strukel
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore - RISCHI (2)
Mi sento in
dovere di intervenire su quello che ha detto il ministro Frattini
nell’intervista al «Piccolo» del 20 settembre. Ha detto: «Come è noto stiamo
attendendo la valutazione di impatto ambientale (Via) definitiva...». Allora io
domando: ma come, stanno ancora attendendo la valutazione d’impatto ambientale e
i ministri Bondi e Prestigiacomo hanno già tempo fa firmato l’autorizzazione a
procedere? Su che impatto ambientale si sono basati se non lo avevano ancora?. E
poi dobbiamo dare la nostra fiducia a queste persone? È questo il Paese serio
descritto da Menia? Io spero solo che la Slovenia ricorra alla Corte di
giustizia europea e non si lasci ricattare dall’Italia perché abbiamo dimostrato
di essere tutto meno che un Paese serio. Se fossimo un Paese serio i nostri
ministri non userebbero le frasi mafiose che si sono sentite in questi giorni. I
cittadini chiedono fortemente un referendum e saremo noi a dire l’ultima parola
perché i nostri unici interessi sono la salvaguardia della nostra salute e
quella dei nostri figli e nipoti.
Graziella Albertini
IL PICCOLO - MARTEDI', 29 settembre 2009
«Il
rigassificatore blocca il futuro del porto» - Nesladek: non risolverà il
problema occupazionale legato alla chiusura della Ferriera
IL SINDACO
DI MUGGIA SUL DISCUSSO PROGETTO E SULLE INIZIATIVE IN ATTO
«Le autorità dicano con chiarezza se due strutture del genere possono coesistere
nel golfo»
MUGGIA Il sindaco Nesladek si muove a 360 gradi contro il rigassificatore di
Zaule. Mentre i legali stanno predisponendo il ricorso al Tar del Lazio, sabato
scorso ha firmato la petizione avviata dal centrosinistra. E intanto ribatte a
una domanda a distanza rivoltagli dal suo collega Dipiazza.
Il sindaco di Trieste ha chiesto: ”Nesladek sa che se facciamo il
rigassificatore si chiude la Ferriera, che inquina anche Muggia? Se è contrario
all’impianto allora difende la Ferriera. Come lo spiega ai suoi cittadini?” Lei
come risponde?
È una questione di numeri. C’è scritto dappertutto che i dipendenti del
rigassificatore saranno 80, mentre alla Ferriera ce ne sono 600. E Dipiazza sa
che, se si fa il rigassificatore, sarà difficile realizzare il terminal ro-ro
previsto dal piano regolatore portuale all’ex Aquila? Per noi esiste
incompatibilità fisica fra i due progetti. Il problema della Ferriera, posto che
non si possono mandare le persone sulla strada, va risolto in maniera diversa.
Se ha a cuore l’industria e l’occupazione, Dipiazza si dia da fare per sbloccare
il nodo del Sito inquinato.
Intanto continua la procedura per l’autorizzazione ambientale dell’altro
rigassificatore, quello off-shore in mezzo al golfo. Cosa ne pensa?
Questo progetto aggiunge confusione alla confusione. Mi domando come le
autorità, dallo stato al sindaco Dipiazza, pensino di poter gestire la cosa.
Stanno andando avanti con l’ipotesi che ci siano addirittura due
rigassificatori. Menia, Dipiazza e i ministeri pensano che ci sia spazio per due
impianti? Se non lo pensano, scelgano e dicano quale procedura va portata
avanti. Se invece ritengono che due rigassificatori possono stare nel golfo, lo
dicano chiaramente.
A che punto è il ricorso al Tar del Lazio contro il rigassificatore di Zaule,
che state predisponendo assieme a San Dorligo?
Confermo che il ricorso lo faremo assieme al Comune di San Dorligo. Gli avvocati
stanno lavorando sugli aspetti amministrativi, relativamente a imprecisioni
nelle traduzioni, al coinvogimento della popolazione, al cambio di pareri di
alcune amministrazioni pubbliche. Puntiamo a evidenziare irregolarità
amministrative, forti appunto dei dubbi amministrativi espressi dalla polizia
giudiziaria nell’inchiesta romana, poi archiviata dal punto di vista penale.
Sia Muggia sia San Dorligo non parteciperanno alla conferenza dei servizi, in
quanto il progetto non ricade sul loro territorio, pur essendo previsto a
pochissima distanza. Sarà anche questo uno temi del ricorso?
Il motivo fondante del ricorso è l’assoluta mancanza del coinvolgimento della
popolazione locale, previsto sia da norme europee sia dalla legge Seveso. Sfido
chiunque a trovare in questi anni iniziative di enti, o dei proponenti il
progetto, per informare e sensibilizzare la realtà locale. Per noi è un illecito
anche di carattere amministrativo. E all’interno di questo contesto stride che
Muggia e San Dorligo non siano presenti alla conferenza dei servizi.
La raccolta di firme contro il rigassificatore, avviata da Rifondazione
comunista con il presidio ad Aquilinia sabato mattina, vede intanto lei tra i
primi firmatari.
L’iniziativa non è solo di Rifondazione, ma viene portata avanti da tutto il
centrosinistra muggesano, con la singolare e incomprensibile assenza dei Verdi.
Sono i partiti che sostengono la mia giunta, e quindi era leggittimo e doveroso
che io firmassi. Sottolineo la civiltà della protesta: è la prima iniziativa per
dare visibilità alla contrarietà della popolazione muggesana.
GIUSEPPE PALLADINI
SEGNALAZIONI
- Venezia-Trieste-Vienna: una linea ferroviaria che resterà solo un ricordo
Ho saputo che i
dirigenti della RFI intendono sopprimere il treno superstite della linea Venezia
- Udine-Vienna. Mi ricordo dei bei tempi quando quasi quarant’anni fa andavo a
lavorare come ferroviere a Pontebba, ed assieme ad altri giovani colleghi
triestini prendevamo posto sul treno delle 7.15 nella carrozza diretta a Vienna.
Il treno arrivava a Udine circa alle ore 8.10 e poi alle ore 8.45 la carrozza
veniva agganciata al direttissimo Roma-Vienna dove c’era pure la carrozza
ristorante. Mi rammento ancora il buonissimo sapore dei würstel con senape che
consumavamo durante il viaggio accompagnati da un’ottima birra Villacher. Ora
tutto è finito e sembra di parlare dei tempi preistorici. Comunque la situazione
attuale è questa: se uno per andare a Vienna non vuole viaggiare in treno di
notte, deve rassegnarsi a salire sul pullman austriaco Venezia-Klagenfurt
(ignorato totalmente dagli orari ferroviari) che passa davanti alla stazione di
Udine alle ore 13.15 e poi prendere a Villaco il treno per Vienna alle ore
14.45. Alla biglietteria di Trieste C.le viene fatto un normale biglietto
internazionale da Udine a Villaco con tanto di numero di treno, carrozza e posto
a sedere. Poi quando il viaggiatore arriva a Udine ha la bella sopresa di
constatare che si tratta di un trasporto su gomma. Lascio immaginare le
complicazioni con la sistemazione dei bagagli e per la ricerca dei numeri giusti
dei posti a sedere. Questo è un altro dei regali che ci hanno fatto RFI e
Trenitalia. E comunque ora sembra verrà cancellato anche questo. Complimenti e
grazie. Un mio amico austriaco ha ironizzato dicendo che le cose dal punto di
vista ferroviario andavano molto meglio ai tempi di Cecco Beppe. Proprio vero.
Certo che i tempi in cui esisteva una coppia di treni chiamata Romulus e Remus
che effettuava il servizio diretto Roma-Vienna sono ormai lontani. Poi ho saputo
che a Vienna si può sempre andare via Lubiana perché ci sono ben tre relazioni
giornaliere compresa quella notturna sempre in coincidenza con treni da
Capodistria, e noi li possiamo prendere a Erpelle. Per fortuna in Slovenia le
ferrovie funzionano ancora.
Gianni Ursini
IL PICCOLO - LUNEDI', 21 settembre 2009
SEGNALAZIONI
- I tagli delle Ferrovie per la turistica Trieste - TRENI SOPPRESSI
Entro pochi
anni, per l’alta velocità, dovrebbero volutamente sparire i treni notturni
nonostante il loro potenziale nel Paese delle 100 città. Il povero «Marco Polo»
Napoli-Udine/Trieste ha perso un anno fa la prima classe e un vagone di seconda
su entrambe le sezioni. E dall’attuale orario estivo tolte le 2 decennali
cuccette per la «turistica» Trieste, nell’indifferenza di tutti, ripristinando
in compenso il secondo vagone letto.
Ora a Trieste arriva un trenino di 5 vagoni, 7 prima e 12-13 fino a metà anni
90, seppure solo da Roma.
Per salvare il salvabile si potrebbe avere un unico treno di 8 vagoni
Napoli-Udine-Gorizia-Trieste sacrificando Portogruaro, Latisana, Cervignano,
ecc. A Bologna inoltre si unirebbe la sezione Napoli-Bolzano che circola
separatamente.
Quanto risparmiato servirebbe a creare un nuovo notturno Salerno-Napoli-Venezia
con orari decenti rispetto al Marco Polo e al Sicilia-Salerno-Venezia, per città
così importanti. Accorciato di 2 vagoni di seconda classe anche il Trieste-Lecce,
salve le 2 cuccette e la prima classe, poco usato fino a Venezia. Si potrebbe
deviarlo con fermate solo a Monfalcone, Gorizia, Udine, Pordenone, Conegliano
rimettendoci il vagone letto, dopo esperimenti passati, per servire un nuovo
bacino di altre 100 mila persone rispetto a Cervignano ecc. Il perditempo di
40-50 minuti tra Monfalcone e Mestre si recupera velocizzando i due treni
durante la notte.
Un ennesimo compromesso per Trieste mentre Gorizia ci guadagnerebbe due volte e
Udine e il resto una.
Il passaggio da Udine venne già sperimentato nel 1994-95 con l’altro decennale
notturno Trieste-Ventimiglia/Torino, soppresso lo stesso per gli orari assurdi.
Andrebbe ripristinato e velocizzato come Pola/Fiume-Nizza/Torino per unire in un
colpo solo tutto il nord.
Da sfruttare poi anche la rampa di Trieste dell’auto al seguito, usata con
successo dai soli treni tedeschi.
Patrick Mazzieri
IL PICCOLO - DOMENICA, 27 settembre 2009
”No al
rigassificatore” Rc rallenta il traffico - Distribuiti volantini e iniziata una
raccolta di firme
MUGGIA ”No al
rigassificatore”. Traffico rallentato ieri mattina ad Aquilinia, in seguito al
presidio attuato da una cinquantina di rappresentanti di Rifondazione comunista,
presenti con bandiere, striscioni e cartelli, che hanno allestito un banchetto
per la raccolta di firme contro l'insediamento del rigassificatore nel vallone
di Muggia.
Hanno attraversato la strada ripetutamente sulle strisce per distribuire oltre
mille volantini, allo scopo di sensibilizzare la cittadinanza sui «pericoli
connessi al rigassificatore». Per ribadire il proprio ”no”, ieri hanno inziato
un raccolta di sottoscrizioni arrivata a quota 250 in sole due ore, che
proseguirà nelle prossime settimane in varie zone di Muggia. Tra i primi
firmatari, il sindaco di Muggia, Nerio Nesladek, e l'assessore provinciale
Dennis Visioli.
Si è costituito frattanto un comitato promotore, composto dalle forze politiche
che sostengono le maggioranze di centrosinistra a Muggia e a San Dorligo della
Valle, le quali hanno sottoscritto un documento unitario. Al termine, le
sottoscrizioni raccolte verranno consegnate, assieme alla petizione, ai sindaci
dei due Comuni affinché le consegnino al prefetto di Trieste.
«L'intento – spiega il segretario del circolo di Rifondazione a Muggia, Maurizio
Coslovich – è di bloccare l'insediamento, analogamente a quanto avvenuto in
passato con altre ipotesi di poli energetici nella medesima area, che mettevano
a rischio la salute e la sicurezza dei cittadini. Dagli anni ’50 in poi ci siamo
sempre opposti con successo». Alla campagna, lanciata da Rifondazione, hanno
aderito i Cittadini per Muggia, il Pd, il Partito socialista e i Comunisti
italiani. «Ora - prosegue Coslovich - la nostra azione proseguirà con la
presenza di banchetti al mercato del giovedì e nei vari rioni. Analoghe raccolte
verranno svolte dagli altri partiti aderenti al comitato».
Gianfranco Terzoli
LA REPUBBLICA - SABATO, 26 settembre 2009
FINANZIARIA
2009 Spreconi premiati, via il 55 per cento
Lo sgravio
fiscale del 55 per cento sugli interventi per evitare gli sprechi energetici in
casa è una delle misure che hanno funzionato: ha consentito a centinaia di
migliaia di famiglie di risparmiare, ha costruito nuovi posti di lavoro, ha
evitato l’emissione di gas serra. Dunque verrà tolto. Nella nuova Finanziaria al
momento non c’è traccia della copertura necessaria a sostenere l’applicazione
della norma nel 2010. Mentre le Regioni chiedono di renderla stabile e di
integrarla con le misure per la prevenzione antisismica, il governo di fatto ne
anticipa il pensionamento: era stato deciso di mantenere lo sgravio fino alla
fine del 2010, potrebbe morire il 31 dicembre di quest’anno. Gli spreconi
saranno premiati.
Per il secondo anno consecutivo (l’anno scorso ci fu una marcia indietro
all’ultimo minuto) il governo dà un segnale di smobilitazione al mercato:
mettete i soldi sull’efficienza energetica? bene, il rischio è tutto vostro.
Un’indicazione in evidente contro tendenza rispetto all’andamento delle maggiori
economie mondiali che stanno puntando sulla diminuzione dei consumi energetici
per unità di prodotto e sulle fonti rinnovabili. «Il bonus del 55 per cento è
stata una misura che ha ottenuto effetti importanti», ricorda il responsabile
ambiente del Pd Ermete Realacci. «Lo hanno utilizzato centinaia di migliaia di
famiglie e ha messo in moto un volano di affari superiore ai 3 miliardi di euro
favorendo l’emersione del sommerso e l’attivazione di una nuova economia.
Eliminarlo significa dare un colpo al sistema delle piccole e medie imprese che
attraverso l’edilizia legata di qualità si qualificano nel mercato più avanzato
e significa anche mettere le mani nelle tasche delle famiglie: tra una casa ben
costruita, con le migliori apparecchiature per l’illuminazione e per gli
elettrodomestici, e una casa costruita male c’è una differenza di spesa annua
che vale circa mille euro a famiglia».
Antonio Cianciullo
IL PICCOLO - SABATO, 26 settembre 2009
Festa
dell’acqua per due giorni a Bagnoli - MEDITAZIONI, CONVERSAZIONI E UNA
CONFERENZA SULLA TAV
Oggi e domani
si terrà a Bagnoli della Rosandra la prima Festa dell'Acqua, promossa
dall'Associazione Bioest in collaborazione con le realtà associative del
territorio e con il patrocinio del Comune di Dolina-San Dorligo della Valle.
L'iniziativa è volta a sensibilizzare i partecipanti sul tema del bene primario
per la sopravvivenza dell'uomo. Conferenze, dibattiti, rappresentazioni
teatrali, poesie, passeggiate con i piedi nel torrente, meditazioni, danze
africane e canti indiani, nonché attività per bambini e molto altro ancora
accompagneranno le due giornate di festa.
Spiega Alessandro Severi, coordinatore dello spazio cerimonie e meditazioni:
«Domani pomeriggio, a Bagnoli, intorno al lavatoio verranno eseguite cerimonie,
canti, danze e cerimonie per onorare lo spirito dell' acqua secondo le
caratteristiche di diverse culture; si inizierà con dei canti dei nativi
americani, per passare poi al suono del didgeridoo australiano, alla danza
dell'acqua mediorientale ed indiana, all'Africa, al Brasile, per arrivare poi
alla cultura tradizionale europea, quella celtica e legata al culto della Madre
Terra. Verrà poi eseguita una meditazione collettiva, cui tutti sono invitati a
partecipare, che si concluderà con una cerimonia simbolica di unione di acque
sacre provenienti da varie parti del mondo con l'acqua della Val Rosandra».
La manifestazione si apre oggi alle 15. Alle 15.30 Paolo Menis terrà una
conferenza sull”Acqua story”, quindi ci saranno poesie e letture, danze e
vocalità per l’acqua secondo il sistema Rio Abierto e, alle 19, una conferenza
sul parto naturale dell’ostetrica Luciana Zobin. Dalle 19.30, musica con la
chitarra di Paolo Maineri e poi rinfresco vegetariano.
Domani, dalle 14, escursione naturalistica, quindi meditazione, guida alla
storia e ai segreti della Val Rosandra con Maurizio Radacich e, alle 17.30,
conferenza sulla Tav. Ancora musica dalle 19.
Per info: www.bioest.org; info@bioest.org (g.d.m.)
IL PICCOLO - VENERDI', 25 settembre 2009
Rigassificatore nel Golfo: riprende quota il piano E.On - Il via libera
ambientale atteso entro la fine dell’anno: concorrenza con Gas Natural
INCONTRO FRA
L’AD E IL MINISTRO FRATTINI - La procedura per l’autorizzazione finale fa capo
solo al ministero per lo Sviluppo economico
TRIESTE Il progetto per il rigassificatore off-shore nel golfo di Trieste,
avviato a suo tempo dal gruppo spagnolo Endesa e continuato dal colosso tedesco
E.On, va avanti e rischia di ”sorpassare”, sul fronte delle autorizzazioni,
quello di Gas Natural per un analogo impianto nella zona industriale triestina.
La procedura per l’autorizzazione ambientale del rigassificatore off-shore è
infatti in fase avanzata. Come annunciato a suo tempo dal consigliere del gruppo
E.On Lutz Feldmann, il via libera è atteso entro l’anno.
Che E.On persegua con decisione questo progetto è dimostrato poi dal recente
incontro fra l’amministratore delegato di E.On Italia, Klaus Schäfer, e il
ministro degli Esteri, Franco Frattini, in cui si è parlato anche dell’impianto
nel golfo di Trieste e di quello al largo di Livorno (il cui cantiere dovrebbe
partire entro ottobre). E se n’è parlato per il fatto che, anche sul progetto
nel golfo di Trieste (come per quello on-shore) la Slovenia ha già avanzato
pesanti critiche, definendolo «inaccettabile» per le conseguenze
transfrontaliere.
L’interesse di E.On per l’Adriatico non si ferma al rigassificatore in mezzo al
golfo. Il colosso tedesco dell’energia è infatti uno dei soci ”forti”, tramite
la controllata E.On Ruhrgas, del consorzio Adria Lng per il rigassificatore
sull’isola di Veglia, consorzio al quale partecipano anche l’austriaca Omv, la
francese Total, l’ungherese Mol, la ceca Transgas e la slovena Geoplin.
Tornando alla ”corsa” alle autorizzazioni, il ”vantaggio” di E.On su Gas Natural
sta nel fatto che il progetto per l’impianto off-shore include il gasdotto di
collegamento alla rete nazionale, mentre in quello per il rigassificatore di
Trieste, che ha già ottenuto il via libera ambientale, il gasdotto è ”separato”.
La procedura di Via (valutazione d’impatto ambientale) è in corso, e non
dovrebbe concludersi prima dell’autunno 2010. E finchè non ci sarà questo
secondo via libera non potrà partire, in base al recente decreto dei ministri
Bondi e Prestigiacomo, la conferenza dei servizi, organizzata dalla Regione
Friuli Venezia Giulia, cui spetterà l’autorizzazione finale.
La procedura per l’impianto off-shore, invece, per il fatto che l’area
interessata (a circa 13 chilometri al largo di Grado) è demaniale, fa capo al
ministero dello Sviluppo economico. La Regione sarà chiamata a un’autorizzazione
propedeutica a quella finale del ministero, che però potrebbe darla anche in
mancanza del parere regionale.
La Regione, intanto, sul progetto E.On è cauta. Il nuovo assessore all’Ambiente,
Elio De Anna, precisa che, avendo assunto l’incarico da poco, sta assumento
informazioni. «Non ho mai avuto contatti con E.On – dichiara –. Anche di questo
progetto dovrò parlarne con il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia, non
appena ritorna dall’estero».
Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, è invece contrario all’impianto
off-shore. «Sono a favore di Gas Natural – spiega – perchè si bonifica un’area
inquinata, si valorizza la multiutility AcegasAps di cui il Comune è socio (con
Padova, ndr) e ci saranno vantaggi per la città con le royalties».
GIUSEPPE PALLADINI
Monfalcone,
la centrale frena sulla riconversione a gas - RALLENTA LA SOSTITUZIONE DEI DUE
GRUPPI ALIMENTATI A OLIO COMBUSTIBILE
La nuova
società «A2a» avvia un ripensamento sul progetto da 400 milioni di euro
ereditato dalla precedente proprietà
MONFALCONE La riconversione a metano dei due gruppi a olio combustibile
della centrale termoelettrica di Monfalcone frena. La nuova proprietà
dell'impianto, la lombarda A2a, ha deciso di effettuare una revisione generale
del progetto, già autorizzato dal ministero dell'Ambiente, per quel che riguarda
gli aspetti finanziari ed esecutivi, ma non solo. La società conferma di aver
avviato un ripensamento anche sul tracciato del gasdotto di collegamento di 17
chilometri tra la rete Snam a Villesse e la centrale termoelettrica, che aveva
ottenuto tutti i via libera necessari in campo ambientale. Il nuovo percorso del
metanodotto, secondo le intenzioni di A2a, sarà migliore sotto il profilo degli
impatti rispetto al precedente, che avrebbe dovuto transitare in zona carsica
tra Ronchi dei Legionari e Monfalcone, ma ogni variante al progetto originario
dovrà però essere autorizzata. La società lombarda ha pure chiarito di aver
previsto la realizzazione del nuovo ciclo combinato da 815 megawatt entro il
2013, cioè entro il tempo massimo concesso dal ministero dell'Ambiente
nell'Autorizzazione integrata ambientale dell'impianto energetico di Monfalcone
rilasciata a fine marzo alla precedente proprietà, E.On.
Una modifica sostanziale del progetto potrebbe però riaprire questo termine e
allungare ancora la realizzazione di un intervento atteso da anni a Monfalcone e
dal territorio circostante, mentre in tasca l'Aia, la società avrebbe potuto
ottenere il decreto autorizzativo del ministero dello Sviluppo economico alla
costruzione dei ciclo combinato nell'arco di qualche mese per poi dare il via ai
lavori in breve tempo.
Un passaggio questo che la società, stando a indiscrezioni, avrebbe per il
momento stoppato proprio a fronte dell'intenzione di verificare l'operazione, da
400 milioni di euro, nel suo complesso. «Non c'è alcun blocco del progetto -
chiarisce in ogni caso il direttore della centrale termoelettrica di Monfalcone,
ingegner Luigi Manzo -, ma c'è un rallentamento dovuto al cambio di proprietà.
A2a vuole definire appalti e aspetto finanziario, insomma effettuare una
revisione generale del progetto. C'è un ripensamento in atto sul tracciato
definitivo del gasdotto, perché si stanno studiando soluzioni meno impattanti
del progetto che ha già completato il suo percorso autorizzativo». Tutte le
varianti, come conferma il capocentrale, dovranno però essere riautorizzate.
Edilizia,
arriva la Vea Le abitazioni a prova di energia e ambiente - VIA LIBERA DALLA
GIIUNTA
TRIESTE Case
più sicure dal punto di vista energetico ma anche (e soprattutto) da quello
ambientale con la Valutazione energetica ambientale (Vea) approvata
definitivamente dalla giunta regionale. Una vera rivoluzione nel campo
dell'edilizia del Fvg sia perchè è il primo provvedimento di questo tipo a
essere approvato definitivamente a livello nazionale, sia perchè comporterà una
nuova valutazione degli immobili, di nuova e vecchia realizzazione. In sostanza,
il Vea prevede l'assegnazione alle case di vere e proprie «pagelle» di
eco-sostenibilità. Il protocollo determinerà il valore energetico e sostenibile
assegnando una classe alfanumerica all’edificio, che potrà andare da quella
inferiore (classi G3, G2 e G1) fino a salire a quelle massime (A+3, A+2 e A+1),
quindi più rispettose dell'ambiente non solo nei consumi ma anche nei materiali
impiegati per la loro realizzazione.
In totale, il sistema di valutazione Vea prevede la compilazione di 22 schede
tematiche suddivise per 6 diverse aree: valutazione energetica, impianti per la
produzione di energia da fonti rinnovabili, materiali da costruzione, risparmio
idrico e permeabilità dei suoli e, infine, una doppia qualità esterna ed
interna. Il soggetto pubblico e privato proprietario dell'edificio dovrà,
contestualmente alla richiesta di permesso di costruzione o alla denuncia di
inizio attività, depositare presso il Comune le schede di valutazione del
protocollo Vea e la scheda tecnica, compilate da un soggetto abilitato a tale
certificazione. Il Comune e la Regione definiranno poi, ove presenti, le
agevolazioni e/o contributi da erogare. I dati della certificazione Vea verranno
inseriti nel catasto energetico-ambientale che sarà consultabile sul sito web
della Regione. La certificazione, che avrà una durata massima di 10 anni,
sostituirà gli attestati di qualificazione e di certificazione energetica degli
edifici (previsti dal decreto legislativo 192/2005): dal 1 gennaio 2010 per gli
edifici pubblici e dal 1 giugno 2010 per gli altri edifici.
(e.o.)
IL PICCOLO - GIOVEDI', 24 settembre 2009
Muggia
studia il ricorso contro il rigassificatore - Il sindaco Nesladek: il legale sta
valutando. I presupposti sembrano esserci tutti
DOPO
L’ANNUNCIO DI SAN DORLIGO
Il Comune di Muggia sta concretamente valutando se ci sono i presupposti per
fare un ricorso al Tar del Lazio contro il progetto del rigassificatore a Zaule.
A confermare quanto anticipato pochi giorni fa dal sindaco di San Dorligo della
Valle, Fulvia Premolin, è lo stesso primo cittadino della cittadina rivierasca,
Nerio Nesladek: «Il nostro ufficio legale, rappresentato dall'avvocato Giadrossi,
sta ancora approfondendo la questione, ma gli elementi per un ricorso sembrano
esserci tutti».
Nesladek infatti evidenzia che «emergono alcune irregolarità che possono
rientrare nell'illecito amministrativo, in particolare pareri di soggetti
pubblici diventati positivi invece che negativi, una probabile mancata
ottemperanza al Codice dell'ambiente nonché un’ incongruenza nella traduzione
dei documenti». Il sindaco di Muggia precisa comunque che ci sono ancora 50
giorni prima che scadano i termini entro i quali presentare il ricorso.
Nella ”crociata” contro il rigassificatore, il Comune di Muggia ha già trovato
da tempo un valido alleato nel Comune di San Dorligo della Valle: «Attenderemo
ancora qualche giorno per vedere l'evolversi della situazione – conferma il
sindaco Fulvia Premolin – ma come già detto San Dorligo presenterà sicuramente
un ricorso che, speriamo, venga seguito anche da Muggia».
(r.t.)
Il
governatore: con Lubiana rapporti non facili «Legittimo che chiedano
informazioni sul rigassificatore ma della centrale di Krsko non sappiamo nulla»
AUDIZIONE
ALLA COMMISSIONE AFFARI INTERNAZIONALI. IL PD CRITICO
TRIESTE «I rapporti con la Slovenia non sono facili». Renzo Tondo descrive
così i rapporti con la vicina Repubblica illustrando le attività internazionali
e i programmi comunitari della Regione alla V Commissione consiliare. Il
governatore si riferisce alla questione rigassificatore ma fa un discorso più
ampio: «Giustamente la Slovenia, essendo uno Stato, tende a relazionarsi con il
Governo centrale – ha spiegato Tondo – tuttavia ho delle perplessità sul loro
atteggiamento, sia con Rupel che con Pahor. Appena si apre un dialogo la prima
partita diventa quella delle minoranze e ciò, nel momento in cui siamo tutti in
Europa, non mi pare la prima questione».
Il presidente della Regione punta l’attenzione sul tema energetico lasciando
intendere che se da una parte Lubiana vuole essere informata, dall’altra «su
Krsko non ci viene detto niente».
Sul rigassificatore Tondo è chiaro: «E’ legittimo chiedere informazioni e mi
risulta che siano state fornite ma ognuno è padrone a casa propria». Quanto ai
progetti comunitari in piedi, Tondo, insieme all’assessore competente Federica
Seganti, ha annunciato che entro la fine del 2009 saranno messe a bando risorse
per 87 milioni di euro e altri 53 milioni saranno attivati entro il primo
trimestre del 2010. «La Regione – ha aggiunto la Seganti - è autorità di
gestione anche nel programma Italia-Slovenia che tra il 2007 e il 2013 metterà
sul piatto transfrontaliero 136 milioni. Per quanto riguarda gli altri
programmi, nei quali il Friuli Venezia Giulia è partner, sono in gioco 277
milioni». Tondo ha infine espresso l’intenzione di compiere una sorta di
ricognizione delle relazioni attualmente in piedi: «Non abbiamo le dimensione
per essere presenti ovunque, dobbiamo capire entro l’anno quali di queste
relazioni effettivamente ci danno qualcosa». La prossima settimana Tondo
incontrerà le Camere di Commercio, e nei giorni successivi anche le Fiere e le
Province, per impostare questo tema.
Critica l’opposizione che con Franco Iacop (Pd) sottolinea come «ancora nessun
bando sul programma comunitario Obiettivo competitività è stato avviato.
Purtroppo si privano ancora le imprese di risorse fondamentali in questa fase di
crisi». Per Iacop «l'audizione del presidente Tondo ha palesato, per l'ennesima
volta, come la Giunta regionale sul tema dell'Europa e delle relazioni
internazionali sia gravemente in ritardo, priva di idee e con scarsissimi
risultati». L’ex assessore, in una nota scritta con i colleghi di partito Franco
Brussa, Alessandro Tesini e Mauro Travanut, sostiene che «a fronte della
segnalazione dei sui pesanti ritardi per la pubblicazione dei bandi per i fondi
europei, il presidente ha risposto con vaghi impegni futuri, verso i quali
l'attenzione e la sorveglianza del Partito Democratico sarà costante».
(r.u.)
«Cinghiali
foraggiati da tanti anni Numero accresciuto per i cacciatori» - AMBIENTALISTI
ALL’ATTACCO: COLPE PRECISE
Le associazioni
ambientaliste Wwf, Legambiente, Lipu, Lega abolizione caccia e Italia Nostra,
stanche del dibattito sui cinghiali scatenato dal piano varato dalla Regione e
attuato dalla Provincia per abbatterne cento esemplari, prendono la parola: «Il
problema dei cinghiali non è riconducibile all’operato dei guardacaccia della
Provincia. Dagli atti di pianificazione venatoria degli ultimi 15 anni -
sostengono in coro - si può esattamente capire su chi ricada la colpa
dell’attuale situazione».
Secondo gli ambientalisti, da quando i cinghiali sono usciti dall’allevamento
della cava Faccanoni nel mondo venatorio vi è stato un ingente foraggiamento
delle bestie mirato ad aumentarne il numero in aree di facile accesso. Il tutto
con il supporto economico dell’allora Comitato provinciale della caccia.
«Era già il 1997 quando noi associazioni abbiamo inteso a cosa si stava andando
incontro, chiedendo l’intervento delle amministrazioni pubbliche affinché
venisse messa la parola fine al foraggiamento artificiale. Ciò in vista
dell’attivazione di una corretta e partecipata gestione basata sulla
collaborazione del mondo faunistico e di quello della caccia».
Secondo gli ambientalisti i cinghiali erano all’epoca meno di cento. «Era
possibile evitare l’esplosione dei danni e gli interventi di contenimento così
cruenti. Ma le richieste di noi ambientalisti sono finite senza ascolto nei
cassetti del piano faunistico di Provincia e Regione». Secondo le associazioni
ora occorre istituire un tavolo tecnico permanente che veda cooperare
ambientalisti, agricoltori ed enti locali alla ricerca di tecniche alternative
all’uso della carabina.
Dello stesso avviso è la Lav, che dà la propria disponibilità a collaborare con
qualsiasi ente politico per la risoluzione del problema cinghiali. La Lav
riconduce la responsabilità della situazione alle associazioni venatorie: i
cacciatori avrebbero reintrodotto gli animali selvatici per ottenere poi ricchi
bottini. La Lav ricorda di essersi adoperata già nella ricerca di soluzioni
efficaci a risolvere l’emergenza animali, molto meno drastiche rispetto
all’abbattimento, in linea con quelle proposte dal consigliere comunale Marino
Andolina come barriere elettriche di contenimento, spostamento progressivo dei
punti di alimentazione verso l’altipiano.
Sara Giroldo
Diecimila
persone in piazza Unità per l’arrivo della Marcia della pace - DALLA NUOVA
ZELANDA ALLE ANDE CON TAPPA A TRIESTE
La Marcia
mondiale della pace e della nonviolenza è la grande iniziativa, promossa
dall’Associazione internazionale umanista, che fermerà a Trieste il 7 novembre
per la sua prima tappa italiana. La marcia inizierà il 2 ottobre in Nuova
Zelanda e attraverserà cento Paesi fino alle Ande, per unire idealmente il mondo
nella pace: arriverà a Trieste dopo aver attraversato due tra le aree più
colpite dalla guerra, il Medio oriente e i Balcani. Al progetto aderiscono
personaggi celebri come il Dalai Lama o Lou Reed, e anche Trieste dà il suo
contributo: alla presentazione della tappa triestina c’erano ieri lo scrittore
Pino Roveredo e l’astronoma Margherita Hack.
«La marcia è un’iniziativa straordinaria – dice la Hack – che dimostra come la
Terra sia ormai davvero un villaggio globale». L’astronoma si riferisce
all’attualità per spiegare la necessità della pace: «Abbiamo davvero portato la
democrazia in Afghanistan o in Iraq? Non sarebbe meglio lasciare che i popoli si
conquistino la democrazia quando ne sentono il bisogno?». Per Roveredo «pace fa
rima con coscienza: che non è un colore politico ma un obbligo, se non si è
coscienti dell’importanza della pace si diventa indifferenti». L’arrivo della
Marcia prevede molte iniziative, tra cui la creazione di un enorme simbolo della
pace formato da 10mila persone in piazza Unità: «Abbiamo preso contatto con le
scuole triestine – afferma Elena Giuffrida del comitato promotore – per riuscire
a realizzarlo». Ed è dedicato alle scuole un concorso in cui i bambini
realizzeranno opere sulla pace da esporre all’arrivo della marcia a Trieste.
Tra le altre iniziative, il teatro Miela ospiterà un concerto di Stefano Barone,
virtuoso della chitarra. Anche la Provincia aderisce con un contributo di 2mila
euro e con un supporto logistico: «Soldi ottimamente spesi – dice l’assessore
alla pace Dennis Visioli -: l’importante è non dimenticare il termine
nonviolenza, senza cui anche pace perde il suo valore». Particolari sulla marcia
su www.marciamondiale.org e www.theworldmarch.org.
Giovanni Tomasin
SEGNALAZIONI
- TRASPORTI - Il ritorno del tram
Ho letto con
interesse e piacere l'intervento del consigliere Mario Ravalico del 15 settembre
circa l'eventuale reintroduzione del tram a Trieste. Intervento quanto mai
opportuno in vista della restituzione alla città dell'area del Porto Vecchio,
grazie alla quale sarà inevitabile il ripensamento del sistema dei trasporti
cittadino. Mi permetto tuttavia, nel mio piccolo, di fare qualche osservazione.
È difficile immaginare un «metrotram» efficiente per la nostra città, a meno di
ipotizzare la reintroduzione della scomparsa «linea delle Rive» e una sparizione
dei parcheggi là presenti. Un binario a scartamento ordinario per il centro
città non appare una idea praticabile per Trieste. Forse tale idea sarebbe
applicabile all'area del Porto Vecchio. Più che di un tram, per Trieste, visto
il suo impianto urbano ottocentesco, sarebbe auspicabile una reintroduzione dei
filobus, magari per le linee a più lunga percorrenza e meno acclivi, visto anche
il grande progresso tecnologico che tale mezzo ha vissuto (per non parlare dei
minori costi delle infrastrutture). Infine, forse non è sbagliato riconsiderare
il già esistente tram di Opicina per farlo uscire dall'alveo storico-turistico
in cui si è voluto confinarlo (e che ormai gli va stretto, come si evince dai
numeri forniti dalla Trieste Trasporti) per renderlo più operativo nei confronti
della città: espansione verso il centro (come ipotizzato dal consigliere Lupieri
tempo fa), verso piazza Sant’Antonio, o largo Barriera; lo scartamento metrico
lo renderebbe adatto per una realtà come il centro triestino. Il tutto
ovviamente accompagnato da nuovi mezzi, nuove figure professionali e, in
definitiva, nuovi posti di lavoro.
Sarebbe interessante che questa pagina fosse occasione per uno scambio di idee,
suggerimenti e confronti in merito a questo argomento. In qualsiasi caso, faccia
al signor Ravalico e agli amministratori che la pensano come lui i migliori
auguri per quella che potrebbe essere una vera innovazione, un vero passo avanti
per una Trieste sempre più vivibile e veramente europea.
Massimiliano Di Biagio
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 23 settembre 2009
RIGASSIFICATORE - Raccolte 500 firme dagli ambientalisti CONTRO L’IMPIANTO
«Sono già più
di 500 le firme contro il rigassificatore raccolte in due pomeriggi, venerdì 18
e sabato 19 settembre scorsi, al banchetto allestito da Wwf, Legambiente e
Italia Nostra in via delle Torri». Lo sostengono in una nota le tre associazioni
ambientaliste che stanno distribuendo del materiale informativo e raccogliendo
«fondi per le azioni legali e firme su una petizione contro il progettato
impianto». La campagna continuerà anche nel prossimo week end (venerdì e
sabato), sempre in via delle Torri, dove sarà collocato il banchetto dalle 15
alle 20. Nei week end di ottobre, invece, il banchetto sarà collocato in largo
Bonifacio (nell’area pedonale adiacente la fontana all'inizio di viale XX
Settembre).
«Il successo della raccolta di firme dimostra», a giudizio degli organizzatori,
«quanto grande sia il dissenso della cittadinanza» verso l’impianto.
Gas Natural
a caccia di una sede in città - L’ipotesi di Dipiazza: uffici in Friulia. E la
società studia le strategie di comunicazione sul progetto
IN VISITA
UNA DELEGAZIONE DEL COLOSSO SPAGNOLO INTENZIONATO A REALIZZARE IL
RIGASSIFICATORE
Entra nel vivo la caccia di Gas Natural alla sua nuova sede triestina. Una
delegazione del colosso spagnolo è infatti tornata in città per l’annunciata
visita settembrina. Un giro in centro, per individuare una serie di location
potenzialmente ideali per gli uffici della controllata Gas Natural
rigassificatori Italia, ma non solo: i rappresentanti della società iberica
hanno messo assieme una serie di incontri strategici. In Assindustria, nella
serata di lunedì, e ieri in Comune e in Camera di commercio. Un modo per sondare
la situazione, alla luce anche delle ultime evoluzioni sui non facili rapporti
fra Italia e Slovenia in relazione al progetto del rigassificatore di Zaule e
della contrarietà di una fetta della popolazione della provincia allo stesso. Al
tempo stesso, una maniera per confermare la convinzione di Gas Natural nel
continuare lungo la strada intrapresa.
«L’incontro è stato molto positivo: si tratterà di una grande occasione per
l’AcegasAps, per Trieste e per arrivare finalmente alla chiusura della Ferriera
- gongola il sindaco Roberto Dipiazza, a margine del faccia a faccia -. Il fatto
che la sede della società verrà trasferita qui, determinerà peraltro il
versamento delle tasse in città, con tutti i vantaggi del caso». A proposito di
sede, il primo cittadino si lascia scivolare un’ipotesi «Friulia (i cui uffici
si trovano in via Locchi, ndr), ma su questo punto di vedrà. Poi, una sede la
trovo domani mattina in otto secondi, non è un problema: mi basta una
telefonata», chiude il sindaco.
Gas Natural ha anche esibito un nuovo asso nella manica, tanto per ribadire la
sua solidità in ambito internazionale nel panorama dell’energia: «Siamo tornati
a Trieste con due obiettivi - afferma Giuseppe Muscio, portavoce di Gas Natural
Italia -. Il primo era quello di comunicare agli interlocutori locali la fusione
con Union Fenosa, terza utility spagnola dell’energia elettrica. Un’operazione
che ci ha consentito quasi di raddoppiare il nostro portafoglio clienti,
passando da 11 milioni a 20. In secondo luogo, volevamo prendere dei contatti
per ascoltare le ultime novità e iniziare ad accordarci sulle modalità di
comunicazione del progetto alla gente».
In questa direzione, ma non solo, è andato il vertice con il presidente della
Camera di commercio Antonio Paoletti, scortato nell’occasione dai vicepresidenti
Alessandro Settimo e Dario Bruni. Al centro del confronto, c’è stato soprattutto
il ruolo dell’ente camerale per quanto concerne i rapporti con la società
spagnola: un’azione che si tradurrà in un concreto supporto al coinvolgimento
diretto delle imprese della provincia di Trieste in tutte le varie fasi del
progetto. Su possibili garanzie occupazionali per i trestini, però, per il
momento Muscio non ha voluto sbilanciarsi. Inoltre, come accennato, i vertici
della Cciaa hanno confermato la loro disponibilità a collaborare nell’opera di
informazione verso i cittadini per tutto ciò che riguarda l’impatto ambientale
dell’opera.
Nella serata precedente, l’incontro con il direttore di Assindustria, Paolo
Battilana: «Ci siamo visti per fare un punto della situazione sui loro progetti
sul territorio e per tracciare una panoramica in termini di interesse per le
aziende triestine. Sostanzialmente, è stata un’ennesima presa di contatto dopo
la pausa estiva», ha spiegato proprio Battilana.
MATTEO UNTERWEGER
«Tav, una
galleria sotto San Giovanni» - AFFOLLATA ASSEMBLEA PUBBLICA: «PROGETTO
DESTABILIZZANTE PER IL RIONE»
Il progetto per
la realizzazione della Tav tocca da vicino - in fase di cantiere - una buona
parte del comprensorio di San Giovanni. Circa 35 metri al di sotto del greto del
torrente Grande del Farneto dovrebbe essere infatti ricavato un enorme vano da
cui partirebbe una galleria di servizio sino alla Cava Faccanoni, utile ai
camion per trasportare tonnellate e tonnellate di metri cubi di roccia asportate
per la costruzione della linea ad alta velocità. Una struttura giudicata
«altamente destabilizzante per i residenti del popoloso rione».
Così l’hanno definita ieri i relatori dell’assemblea-convegno pubblico dedicati
alla Tav, di cui l’altra sera si è discusso al teatro di via San Cilino. Di
fronte a una platea numerosa Dario Predonzan, responsabile regionale del settore
trasporti per il Wwf, Andrea Wehrenfennig, responsabile dei trasporti per
Legambiente Fvg, e il geologo e ricercatore Livio Sirovich hanno affrontato
diversi aspetti della discussa progettazione dell'Alta Velocità triestina,
moderati da Willi Mikac. Tutti concordi nell'evidenziare come la colossale opera
risulti del tutto inutile e dannosa per un territorio complesso e delicato come
quello della piccola provincia triestina. «Di fronte a un progetto così contorto
e costoso - ha evidenziato Predonzan - è importante che vi sia una presa di
coscienza generale della popolazione. Ferma restante la necessità di una
capillare informazione e discussione su questi temi - ha continuato il
rappresentante del Wwf - è fondamentale che il cittadino si senta investito in
prima persona di questo problema e reagisca di conseguenza, facendo conoscere
agli amministratori il proprio dissenso alla realizzazione dell'opera».
Andrea Wehrenfennig ha posto un particolare accento su una presunta
antieconomicità dell'opera, giudicata anacronistica nel contesto logistico in
cui dovrebbe trovare sviluppo. «Ci troviamo di fronte a una linea ferroviaria
Trieste - Divaccia che oltre a deturpare il territorio si rivela del tutto
antieconomica e inutile di fronte alla mancanza di altrettante infrastrutture
esistenti nei Paesi contigui. Che senso ha arrivare a Divaccia e trovare zero
infrastrutture?», ha rincarato l'esponente di Legambiente.
«La scelta del percorso della Tav triestina è semplicemente irrazionale - ha
sostenuto Livio Sirovich - e il progetto che ci troviamo oggi tra le mani sembra
giustificarsi soprattutto per garantire una bretella di collegamento ferroviaria
al porto sloveno di Capodistria. Con tanta felicità per la lobby degli scavatori
di tunnel, che in questo progetto hanno di che lavorare e fatturare».
Maurizio Lozei
Il Friuli
Venezia Giulia isolato dalle Ferrovie - Dal 12 dicembre rischiano di sparire
Eurostar e Cisalpino: solo treni regionali e cambio a Venezia
I treni soppressi dal prossimo 12 dicembre in FVG
Trenitalia
potrebbe accettare le proposte di Rfi per il nuovo orario Milano e Roma sempre
più lontane, si allungano anche i tempi
TRIESTE Treni soppressi, coincidenze cancellate, tempi allungati.
Trieste, Udine e Gorizia tagliate fuori. I cittadini del Friuli Venezia Giulia
costretti a cambiare il treno a Mestre per andare a Milano o a Roma. E' lo
scenario che si prefigura se Trenitalia accetterà le proposte di Rete
ferroviaria italiana (Rfi) per il prossimo cambio di orario. L'orientamento
attuale è di procedere a tagli sostanziali: dal 12 dicembre la regione potrebbe
essere spinta ai margini dei servizi ferroviari. Eurostar, Eurocity, Cisalpini
da Venezia direzione Est? La croce sopra. Altro che cuore dell'Europa. Altro che
Tav. Persi i centri decisionali, rischiano di andarsene ora anche i treni. A
sopravvivere, i soli convogli regionali.
I TAGLI Non che oggi ci sia abbondanza: i collegamenti diretti si contano sulle
dita di una mano, l'unica relazione internazionale è la Trieste-Basilea. Ma
almeno sono garantite le tratte fondamentali da Trieste e Udine, quelle verso
Milano e Roma. Tra poco più di due mesi le ferrovie del Friuli Venezia Giulia
potrebbero essere però letteralmente all'angolo. A quanto risulta, nell'agenda
di Trenitalia, sulla base degli indirizzi di Rfi, con l'obiettivo di contenere i
costi e tagliare le partite non remunerative, sono previste le soppressioni -
andata e ritorno - dei collegamenti Eurostar oltre Venezia per Trieste e Udine;
degli Eurocity che, unico collegamento internazionale, raggiungono, passando per
Udine, Vienna e Venezia; dei Cisalpini in partenza da Trieste verso Milano e
Basilea. Una sforbiciata pesantissima. Niente più Trieste-Roma, Trieste-Milano,
Udine-Roma. Con l'aggiunta della perdita di coincidenze a Mestre tra gli
Interregionali per Udine e Trieste e gli Eurostar Venezia-Roma.
IL RIDIMENSIONAMENTO Oggi a Roma è in programma una riunione: il nuovo orario è
in via di definizione. Ma l'orientamento è chiaro: con questi nuovi tagli le
Ferrovie completerebbero l'operazione dimagrimento lasciando al Friuli Venezia
Giulia solo lo scheletro del servizio.
Prendi il treno regionale e poi ti arrangi: l'ultima tappa di un
ridimensionamento progettato da Rfi senza che ci si preoccupasse di assicurare
valide coincidenze per il traffico nazionale e i collegamenti internazionali
attraverso Tarvisio, Gorizia e Opicina. I nostri transiti internazionali,
strategici in vista del lancio dei grandi corridoi europei, sono di fatto
emarginati.
GLI ORARI Dal punto di vista pratico la penalizzazione più evidente è quella dei
tempi. Senza il diretto e con l'obbligo di scendere dal treno regionale e salire
sull'Eurostar a Mestre, il passeggero del Friuli Venezia Giulia viaggerà a ritmo
di lumaca. Se negli anni Sessanta il rapido da Trieste impiegava 4 ore per
raggiungere Milano, adesso ci mette 20 minuti in più, ma dal 12 dicembre, in
caso di sfortunata coincidenza, si supereranno le 5 ore. Tutto questo in tempi
in cui il Frecciarossa impiega 65 minuti da Milano a Bologna, tre ore e mezza da
Milano a Roma, quattro ore e cinquanta da Milano a Napoli.
L'ALLARME DELLE GENERALI Il quadro pessimistico disegnato da Giovanni
Perissinotto l'altro giorno al convegno organizzato da Il Piccolo e
NordestEuropa.it aggiunge dunque un'altra tessera preoccupante. L'ad delle
Generali ha lanciato un avvertimento: il gruppo triestino fatica ad attirare a
Trieste giovani manager "perché qui si ha l'impressione di essere tagliati fuori
da tutto". Senza treni, sarà anche peggio. Ci sarà un auspicabile dietrofront?
Il primo segnale non è positivo.
Cercando un posto dal 12 dicembre in poi sui treni a rischio taglio, già ora,
sul sito di Trenitalia, si legge: soluzione non trovata.
L'INTERROGAZIONE Del resto, già da qualche settimana, si sentiva puzza di
bruciato. La Cgil aveva denunciato il passaggio dei centri decisionali dalla
nostra regione al Veneto. Ed è di questi giorni l'interrogazione bipartisan
firmata da Rosato, Maran, Strizzolo (Pd), Monai (IdV), Antonione (Pdl) e
Compagnon (Udc): "Le Ferrovie dello Stato non abbandonino il Friuli Venezia
Giulia". Nel testo indirizzato al ministro Altero Matteoli si denuncia come,
"nonostante l'attività merci sia tra le più rilevanti in ambito nazionale per la
presenza dei poli industriali, dei valichi con Austria e Slovenia, di tre porti
regionali e dello scalo di Cervignano, è rimasto un unico centro direzionale del
traffico merci, a Udine". I deputati chiedono inoltre a Matteoli di "assicurare
un direttore regionale e un direttore commerciale pienamente responsabili, in
grado di studiare il mercato, di impostare un dialogo con istituzioni e imprese
e di interfacciarsi proficuamente con la sede centrale".
MARCO BALLICO
Inceneritore
fuorilegge a Prosecco - Indagini dei carabinieri, mancavano le autorizzazioni
per i fumi - Smaltisce le carcasse degli animali
L’inceneritore
di Prosecco utilizzato per la cremazione delle carcasse degli animali e che
serve tutto il Nord Est è finito nel mirino della Procura. Il pm Cristina Bacer
ha aperto un fascicolo perché la struttura ha funzionato pur in mancanza
dell’autorizzazione relativa all’emissione dei fumi. In particolare, secondo gli
accertamenti dei carabinieri del Noe disposti dal magistrato, non sarebbe stata
effettuata la voltura tra l’autorizzazione concessa alla vecchia proprietà dello
scalo bestiame dove appunto ha sede l’inceneritore e l’Azienda sanitaria
subentrata quattro anni fa. Un inghippo amministrativo che è stato sanato solo
recentemente da un provvedimento della Regione dopo che per molto tempo la
stessa Azienda sanitaria ne aveva sollecitato il rilascio. Ma per il pregresso,
secondo la procura, sussistono comunque le responsabilità. La struttura intanto
è stata fermata non su disposizione del magistrato. Ma per consentire una serie
di interventi di manutenzione e di sostituzione di alcune apparecchiature con
altre più nuove e più efficienti.
Il sopralluogo dei carabinieri del Noe di Udine all’inceneritore che si trova in
Comune di Sgonico era avvenuto nello scorso mese di agosto. I militari pur
constatando il corretto funzionamento dell’inceneritore utilizzata non solo da
privati e da veterinari ma anche dalle guardie venatorie e dalla forestale e
ritenuto molto importante ed indispensabile per evitare il propagarsi di
epidemie tra gli animali, avevano accertato una serie di irregolarità
documentali intimando la loro regolarizazione da parte dell’Azienda sanitaria.
La principale, di rilevanza penale, era appunto quella della mancanza della
voltura tra la vecchia e la nuova gestione. In pratica non era stata trasferita
l’autorizzazione. Ma sono state anche contestate violazioni riguardanti la
mancata dichiarazione di carico e scarico delle ceneri considerate rifiuti
inerti e non pericolosi. Per questa violazione è stata comminata una sanzione
amministrativa alla quale è stato già proposto ricorso.
L’inceneritore di Prosecco smaltisce più di cento tonnellate all’anno di spoglie
di animali. Le carcasse provenienti fin dal Veneto vengono trasportate da mezzi
particolari e con specifiche autorizzazioni. Vengono cremati animali «da
reddito» come vacche, cavalli, pecore e suini morti sia per cause naturali e
anche per particolari patologie che impongono la loro distruzione per ragioni di
salute pubblica. Ma nella struttura finiscono anche animali domestici e da
compagnia che muoiono in casa. In caso di cremazione singola le ceneri vengono
consegnate ai proprietari che le conservano in un’urna.
(c.b.)
IL PICCOLO - MARTEDI', 22 settembre 2009
Rigassificatore, i dubbi del Partito democratico - Una serie di
incontri della Provincia dopo il no di Muggia e San Dorligo Nesladek: «Meglio
tardi che mai»
RIUNIONE A
PALAZZO GALATTI
Una serie di incontri, a carattere tecnico scientifico, sui principali
problemi legati al progetto del rigassificatore. Li organizzerà la Provincia, a
partire da ottobre, e le risposte che scaturiranno da ricercatori, tecnici ed
esperti saranno pubblicate sul sito di palazzo Galatti.
L’input è arrivato da una riunione fra la presidente Maria Teresa Bassa Poropat
e una delegazione del Partito democratico, guidata dal segretario Roberto
Cosolin e di cui facevano parte i capigruppo in Provincia, Maria Monteleone, e
in Comune, Fabio Omero, e il sindaco di Muggia Nerio Nesladek.
All’amministrazione provinciale il Pd ha chiesto di attivare un percorso di
approfondimento sulle criticità d’impatto e sui potenziali benefici derivanti
dall’insediamento del rigassificatore. Percorso che coinvolga la comunità
scientifica, i detentori di interessi ambientali, economici e sociali, l’azienda
e altre istituzioni. Il tutto allo scopo di dare le risposte per una valutazione
definitiva su sostenibilità e benefici, attuando così obiettivi di trasparenza,
informazione e partecipazione.
Obiettivi, questi, dichiarati nell’ordine del giorno sul rigassificatore varato
dall’assemblea del Pd lo scorso 29 luglio. Un’approvazione a maggioranza, che
aveva però portato alla luce la diversità di vedute sul progetto in seno al
Partito democratico. In quell’occasione si erano espressi contro il documento i
circoli di Muggia e di San Dorligo, e alcuni consiglieri comunali triestini come
Bruna Tam e Mario Ravalico.
«È bene che questo percorso, di cui c’è bisogno – precisa il segretario
provinciale del Pd, Roberto Cosolini – lo faccia un’istituzione, e in
particolare la Provincia che ha una funzione di coordinamento. Ci sono molte
posizioni sfumate che aspettano risposte, non ancora note o non diffuse in
maniera trasparente».
Il segretario del Pd sottolinea poi che si fa poco per far sottostare il
completamento del percorso autorizzativo a determinate garanzie. «Ricordo –
prosegue – che la giunta Illy decise di non dare un parere sul progetto perchè
la documentazione era carente. La gente deve sapere se la movimentazione delle
navi, l’impatto sulle acque del golfo e altri aspetti costituiscono dei problemi
o meno. E un ente come la Provincia – conclude – ha gli strumenti per chiarire
questi punti e spiegarli alla gente».
Ma come si spiega la presenza all’incontro di Nesladek, dopo che i circoli di
Muggia avevano votato no all’assemblea del Pd? «Come sindaco – risponde – mi
muovo secondo la volontà del consiglio comunale e della città. E come iscritto
al Pd mi è sembrato giusto essere anch’io a sollecitare la Provincia, come ente
terzo che ha un giusto ruolo, a mettere in piedi un percorso di approfondimento
e confronto».
Ma non è un po’ tardi, dopo che il progetto ha ricevuto da Roma il via libera
ambientale? «Meglio tardi che mai», commenta Nesladek, che aggiunge: «Considero
anch’io tardiva la cosa, la si poteva fare prima. È comunque un’opportunità da
cogliere, non ce ne saranno molte altre. Sono contento – prosegue – che siano
state recepite le istanze che sostenevamo su questo percorso, che a Muggia è già
stato fatto in parte. Sarò contento se altri prenderanno posizione».
Dal canto suo, la presidente della Provincia ricorda che la giunta, pur non
essendo chiamata a dare un parere, aveva espresso una serie di osservazioni sul
progetto, poi recepite dalla Regione.
L’interesse ad approfondire c’era dunque già in precedenza. Ora la richiesta del
Pd giustifica l’organizzazione di una serie di incontri, per mettere le
conoscenze tecniche a disposizione della cittadinanza e arrivare a risposte
definitive. «Sto fissando una serie di appuntamenti con l’Università, la Sissa,
l’Area science park – spiega la Bassa Poropat – per definire il calendario degli
approfondimenti. Incontri ne faremo anche con i sindacati, le associazioni
ambientaliste e altri esperti. Bisogna capire quali saranno le ricadute
effettive sul territorio, anche occupazionali».
E i tempi? «Gli incontri, che saranno a invito, verteranno su singoli argomenti
e potrebbero partire agli inizi di ottobre. Saranno aperti a tutte le parti
interessate, che potranno confrontarsi con esperti e con l’azienda. Contiamo
inoltre di pubblicare le risposte sul sito della Provincia entro fine anno».
GIUSEPPE PALLADINI
Transpadana,
cda in Francia per fare pressing sulla Tav
TRIESTE Sotto
la guida di Franck Riboud, presidente del Comitè pour la Transalpine, si è
svolto a Chambery in Francia un consiglio di amministrazione straordinario che
ha visto la partecipazione dei vertici del Comitato Transpadana, Luigi Rossi di
Montelera, presidente per la parte privata e Antonio Paoletti, presidente della
Camera di Commercio di Trieste e presidente per la parte pubblica. I due
esecutivi hanno deciso di istituzionalizzare la loro collaborazione ventennale
con un'adesione reciproca alle rispettive compagini sociali che permetterà di
rafforzare la loro coesione a favore del progetto prioritario n° 6 dell'Unione
Europea Lione-Torino-Lubiana-Budapest.
Definiti nell'incontro i punti per importanti azioni comuni di promozione,
sensibilizzazione e informazione, nonchè un pressing sui rispettivi governi in
vista del prossimo summit italo-francesce. Infatti, per quanto concerne una
tratta fondamentale di tale progetto europeo, la futura linea Torino-Lione, i
due Comitati hanno appreso la volontà dei governi italiano e francese, espressa
in occasione del vertice del 24 febbraio scorso, di firmare un nuovo trattato
internazionale, complementare al trattato siglato nel gennaio 2001, durante il
prossimo vertice italo-francese e porteranno le loro istanze ai rispettivi
governi affinchè ciò avvenga senza ulteriori ritardi.
Tav, i due comitati rilanciano il progetto - Verso un vertice a tre con Francia e Slovenia per unificare gli sforzi
TRANSPADANA
- RIUNIONE A CHAMBERY - Al triestino Paoletti l’incarico di verificare i tempi e
i modi per organizzare subito l’incontro trilaterale
I comitati «Transpadana» e «La Transalpine» uniscono gli sforzi per
rilanciare il progetto prioritario europeo numero 6 dell’Alta velocità
ferroviaria Lione-Torino-Trieste-Lubiana-Budapest. Sotto la guida di Franck
Riboud, presidente del Comité pour la Transalpine, si è svolto a Chambéry un
consiglio di amministrazione straordinario che ha visto la partecipazione dei
vertici del Comitato Transpadana: Luigi Rossi di Montelera, presidente per la
parte privata e Antonio Paoletti, presidente della Camera di Commercio di
Trieste e presidente per la parte pubblica. I due esecutivi hanno deciso di
istituzionalizzare la loro collaborazione ventennale con un'adesione reciproca
alle rispettive compagini sociali. Infatti, per quanto concerne una tratta
fondamentale di questo progetto europeo, la futura linea Torino-Lione, i due
Comitati hanno appreso la volontà dei governi italiano e francese, espressa in
occasione del vertice del 24 febbraio scorso, di firmare un nuovo trattato
internazionale, complementare al trattato siglato nel gennaio 2001.
In linea con le raccomandazioni del Coordinatore europeo del progetto 6, Laurens
J. Brinkhorst, di considerare il progetto nella sua interezza superando le
reticenze nazionali e i localismi, gli esecutivi hanno deciso di organizzare per
la prima volta un vertice che veda coinvolte le Commissioni ministeriali
Italo-Francese e Italo-Slovena. Sarà Transpadana in particolare, attraverso il
presidente Antonio Paoletti, a verificare da subito i tempi e i modi per
l'incontro, ritenuto ormai di fondamentale importanza e urgenza, da realizzare
entro la fine del 2009. Saranno analizzati in questa occasione assieme alle
autorità slovene le tematiche inerenti l'altro importante attraversamento alpino
ad est, la Trieste-Lubiana. Per la linea di valico tra Italia e Slovenia (36,5
chilometri e un costo stimato di 2,4 miliardi di euro) è stato approvato da
un'apposita Commissione intergovernativa nel 2008 uno studio di fattibilità che
dovrà tradursi, nei prossimi anni, in progetto preliminare.
Ingegneri,
vince la lista Gregori. Battuto Cervesi - EMERGONO I QUARANTENNI NELLE ELEZIONI
PER IL DIRETTIVO DELL’ORDINE PROFESSIONALE
Salvatore
Noè il più votato, ma è probabile che venga riconfermato il presidente uscente
Vianelli
Golpe dei quarantenni all’Ordine degli ingegneri. La lista guidata da Giulio
Gregori e che proponeva un ricambio generazionale oltre che d’immagine al
vertice della categoria ha occupato sei posti dei dieci a disposizione nel nuovo
consiglio direttivo. Tre soltanto sono stati appannaggio della lista di quello
che ”politicamente” è il più noto ingegnere triestino, oltre che l’uomo forte
della categoria che complessivamente ha guidato per dodici anni: Giovanni
Cervesi. Assieme a lui, piazzatosi solo all’ottavo posto nella votazione, della
lista tradizionalista sono risultati eletti unicamente Franco Frezza, segretario
uscente, e Fausto Rovina al terzo posto tra i più votati.
I ”contras” occuperanno sei caselle con Salvatore Noé risultato il più votato
con 155 preferenze e Giulio Gregori al secondo posto con 151 e poi Renzo Simoni,
Elisabetta Delben, Stefano Patuanelli e Mario Bucher. Noé e Gregori non sono di
primo pelo avendo rispettivamente 52 e 49 anni, ma Patuanelli ed Elisabetta
Delben ne hanno solo 35. L’unico non compreso in nessuna delle due liste che è
stato eletto è Mario Vianelli, il presidente uscente, che a questo punto è il
naturale candidato a proseguire sullo scranno più alto della categoria e già
ieri ha dato in qualche modo la propria disponibilità. «Quello che si conclude è
stato un gran bel periodo, abbiamo smosso diverse situazioni e imposto un tipo
di lavoro che andrebbe proseguito - ha commentato Gregori - Ci siamo fatti
sentire dalle istituzioni e collaborato costantemente con la Regione. Gli
ingegneri che dicono il contrario sono quelli che non vivono la vita
dell’Ordine».
Vianelli era subentrato nel 2006 a Cervesi allorché quest’ultimo aveva dato le
dimissioni in quanto eletto nel Consiglio nazionale degli ingegneri a Roma.
Successivamente però quelle elezioni sono state invalidate e Cervesi è così
rimasto escluso da entrambi i Consigli. In quello provinciale vi rientra ora,
con ben poche possibilità però di tornare a fare il presidente, ruolo a cui
aveva esplicitamente dichiarato di puntare. Ieri però non ha mostrato alcuna
delusione per l’esito delle elezioni, anzi. «Sono molto soddisfatto di come sono
andate, onore al merito di chi è riuscito a portare ben 400 colleghi a votare: a
Trieste non era mai successo in tutta la storia dell’Ordine, per cui mi sono
complimentato con i colleghi più giovani. Siamo in una ventina che abbiamo
ricevuto oltre cento preferenze. Significa che le indicazioni sono state
abbastanza univoche, ma soprattutto che c’è un rinnovato interesse verso
l’organismo che rappresenta la categoria».
Categoria che a Trieste non conosce disoccupati. Al Nord i neoingegneri trovano
lavoro nel giro di 3 mesi, al Centro-Sud in 7 mesi. «Chi farà il presidente non
è un problema - sostiene Cervesi - dipende anche dalle disponibilità di tempo di
ciascuno. All’interno dell’Ordine ci sono tanti ruoli importanti: quello del
segretario, quello dei presidenti delle varie commissioni. Io di certo mi
impegnerò al massimo affinché sia valorizzato il ruolo della categoria,
soprattutto nel rapporto con le istituzioni».
«Soprattutto due i motivi di soddisfazioni per come sono andate queste elezioni
- commenta Gregori - innanzitutto il gran numero di colleghi che sono andati a
votare e poi l’età media degli eletti che risulta comunque piuttosto bassa». «Io
ho sempre cercato di spingere a favore dei giovani perché a mia volta ritenevo
indispensabile un ringiovanimento e un rinnovamento - ha commentato ancora
Vianelli - mi sono battuto per la norma che ora limita a due i mandati
consecutivi, cioé 8 anni, di possibile permanenza all’interno del consiglio
direttivo. Sono contento però di non essermi schierato in alcune delle due liste
e di aver corso al di fuori dei due schieramenti».
SILVIO MARANZANA
INGEGNERI -
Si punta su sicurezza e risparmio energetico - È su questi temi che si
concentrerà l’aggiornamento per i neolaureati
Scatta il
trasloco in via Genova 14
«Il rigassificatore e il Piano regolatore sono i due temi politici forti sul
quale il prossimo direttivo dell’Ordine degli ingegneri chiederà di essere
consultato - annuncia Mario Vianelli presidente uscente con buone probabilità di
riconferma - ma dovremo affrontare in particolare altre due questioni che sono
di stretta attualità e riguardano rispettivamente la sicurezza sui posti di
lavoro, dove ci sono ancora troppi infortuni, e il risparmio energetico negli
edifici».
Sulla prima questione Vianelli ritiene fondamentale che siano entrati nel nuovo
direttivo Fausto Rovina dipendente dell’Arpa oltre che uno dei coordinatori a
livello nazionale sulle questioni della sicurezza e Renzo Simoni, dipendente Asl.
Quanto al tema energetico è ritenuto urgente intervenire sulla tipologia delle
costruzioni e sugli isolamenti. «Per quanto concerne tutti questi aspetti -
spiega Vianelli - l’Ordine punterà molto sulla formazione in particolare dei
giovani ingegneri».
Il consiglio direttivo affiancherà ai dieci ingegneri eletti, un undicesimo
componente, e cioé da Roberta Manzi che ha ottenuto il maggior numero di voti
(139) nella cosiddetta sezione B, quella che riguarda le lauree brevi. La sede
dell’Ordine, che deve liberare il complesso del Tergesteo dove sono partiti i
lavori di ristrutturazione, si trasferirà proprio nei prossimi giorni in un
appartamento di via Genova 14 che è stato preso in affitto dalla Comunità
serbo-ortodossa, proprietaria del palazzo.
Il vertice uscente rimane comunque in carica fino al 12 ottobre. A cavallo di
quella data si riunirà il nuovo direttivo che dovrà eleggere al proprio interno
presidente, segretario e tesoriere. È in quella sede che Mario Vianelli si
presenterà con buone possibilità di poter proseguire il suo lavoro al vertice.
Non è propriamente un giovane avendo già compiuto 65 anni ed è andato in
pensione dopo essere stato il direttore del settore Acqua dell’Acegas. Oggi è il
direttore gestionale del Mib, School of managment che ha sede al Ferdinandeo.
Svolge anche consulenze da libero professionista.
Nella riunione dei neoletti saranno anche nominati i presidenti delle
commissioni che sono ben nove: Ambienti, Impianti e sicurezza, Informatica e
processi innovativi, Lavori pubblici, Rapporti dipendenti privati, Rapporti
dipendenti pubblici, Strutture, Qualità, Urbanistica e edilizia.
(s.m.)
Altipiano
Est, incontri sul Piano regolatore - DOMANI IL PRIMO A BANNE
TRIESTE Con un
incontro dedicato all'approfondimento della nuova variante al Piano regolatore
comunale si apre domani al Circolo Grad di Banne (ore 20.30) una serie di
appuntamenti sul tema organizzata dal parlamentino Altipiano Est. I consiglieri
illustreranno ai cittadini di quella parte del Carso la versione aggiornata del
nuovo strumento urbanistico adottato lo scorso 6 agosto dal Consiglio comunale,
con il relativo parere da loro emesso e le diverse indicazioni formulate per
migliorarlo. Con l'ausilio degli elaborati presenteranno le modifiche apportate
alle norme tecniche di attuazione e le mappe di zonizzazione. Nella seconda
parte dell'incontro verrà dato spazio alla discussione, con particolare
attenzione per le opposizioni e le osservazioni dei proprietari di edifici e
particelle, e le osservazioni a carattere collettivo.
«L'appuntamento di Banne è un’occasione per parlare tutti assieme del futuro del
comprensorio dell'ex Caserma Monte Cimone – afferma per il parlamentino, il
presidente Marco Milkovich – a confermare come il sito non debba essere
destinato a uso residenziale, bensì a spazio di utilità pubblica. I residenti di
Banne – continua Milkovich – sono concordi nell'identificare in quell'area
utilizzi che vadano a beneficio della comunità locale e del resto
dell'altipiano».
Giovedì il consiglio circoscrizionale parlerà di nuovo di Piano regolatore con i
residenti di Padriciano, nella sede del Consorzio boschivo locale. L'incontro è
previsto per le 20.30, e avrà quale tema principale l'osteggiata nuova zona
turistica individuata in un'area verde di fronte al campo profughi. L'iniziativa
del parlamentino continuerà anche la settimana ventura, con ulteriori incontri
riservati alle comunità di Basovizza, Gropada e Trebiciano, in date da
definirsi. Chiuderanno la serie ulteriori incontri, probabilmente due, nella
frazione di Opicina.
Maurizio Lozei
Muggia, in
bici da Santa Barbara a Rabuiese - IL PERCORSO SARÀ RIPRISTINATO CON I FONDI DEL
PIANO PROVINCIALE
Un intervento
per ripristinare il collegamento ciclopedonale tra Santa Barbara e Rabuiese,
valorizzando così una zona di pregio, e due caldaie a biomasse da installare in
un plesso scolastico.
Sono i progetti del Comune di Muggia inseriti nel Piano di azione locale
2009-2011 della Provincia, per il quale la bozza di accordo è stata approvata
nei giorni scorsi dal Consiglio comunale, con l'astensione dell'opposizione.
Il primo progetto riguarda un intervento di manutenzione del collegamento viario
tra Santa Barbara e Rabuiese, il cui primo lotto interessa il tratto stradale
tra Santa Barbara e via del Serbatoio. L'obiettivo è di ripristinare i
collegamenti tra Santa Barbara, Rabuiese e strada di Farnei, rimettendo in sesto
parte di un'antica strada, per collegare la zona della Parenzana, dei Laghetti
delle Noghere e di Vignano con Santa Barbara, le vecchie cave di arenaria, il
restaurato castelliere di Elleri e quindi, attraverso il cosiddetto sentiero dei
”graniciari”, Muggia Vecchia, Chiampore e Lazzaretto.
«Questo – osserva il sindaco – è solo uno dei vari interventi che porteranno
alla sistemazione di quel percorso archeologico e naturalistico che, secondo
quanto ribadito anche in sede di conferenza economica, rappresenta un mattone
fondamentale del futuro turistico e ricreativo di Muggia».
Il secondo progetto - che interessa anche San Dorligo – riguarda invece
l'utilizzo delle biomasse e la relativa installazione di due caldaie presso due
siti: uno nel comune di San Dorligo (il teatro Preseren) e l'altro in alcune
scuole muggesane (si pensa alla De Amicis con relativa palestra, alla materna
adiacente e all'asilo di Chiampore).
L’adessione alla bozza di accordo è solo un primo passo, sul quale peraltro
l'opposizione ha ritenuto di astenersi. «Perché - spiega il consigliere di An
Christian Gretti - permangono molte perplessità. A creare dubbi, i costi per la
realizzazione, ma soprattutto le spese, legate in particolare
all'approvvigionamento del combustibile. Quanto più da lontano arriva, tanto più
alto è il costo».
Risponde Nesladek: «Grazie all'accordo con la Coldiretti e con l’Associazione
degli agricoltori sloveni, partners della prima ora in questo progetto,
l'approvvigionamento non sarà un problema. Esiste sufficiente materia prima, si
tratta soltanto di organizzare la raccolta in un'ottica di fililera corta. Poi,
non solo non si dovrà pagare il combustibile, ma gli operatori agricoli non
dovranno più sobbarcarsi il costo dello smatimento».
Gianfranco Terzoli
La centrale
idrodinamica del Porto nel libro della Caroli
PRESENTAZIONE DEL PRIMO VOLUME DELLA COLLANA DI ”ITALIA NOSTRA”, OSPITE
L’ARCHITETTO PORTOGHESI
Verrà illustrato oggi il volume ”La centrale idrodinamica” di Antonella
Caroli, primo della collana curata da Italia Nostra, edito dalla Italo Svevo.
L’appuntamento è alle 17.30, nella sala Baroncini delle Assicurazioni Generali.
Presenterà il libro l’architetto Paolo Portoghesi.
Italia Nostra ha cercato di salvare le architetture uniche del Porto Vecchio
grazie agli studi e alle ricerche svolte in particolare dall’architetto Caroli
che, per lunghi anni, ha trovato e analizzato documentazione italiana ed europea
sul valore di questo importante patrimonio. Studi e ricerche che sono serviti
non solo a porre i vincoli di tutela ma anche a trovare il percorso dei
finanziamenti per il restauro e le nuove destinazioni d'uso. Pubblicazioni e
convegni hanno contribuito a far conoscere il comprensorio storico del Porto
Vecchio e i suoi straordinari magazzini.
Con questo primo saggio sulla centrale idrodinamica, ora in corso di restauro,
Italia Nostra inizia a pubblicare la storia e le vicende costruttive di queste
strutture per accompagnare i progetti approvati e in corso d'opera che andranno
a trasformare il vecchio sito portuale in un'area di grande interesse culturale
ed economico, oggetto di attenzione da parte della comunità internazionale.
Il patrimonio del Porto Vecchio di Trieste, ”lagerhauser” (brano di città
destinato alla movimentazione delle merci), la centrale idrodinamica e la
sottostazione elettrica di riconversione sono edifici monumentali che, assieme
al magazzino 26 e alle altre costruzioni portuali, hanno portato alla ribalta
mondiale il comprensorio portuale storico triestino. La ”Centrale Idrodinamica”
(1890), l'unico impianto di potenza idraulica completo che comprenda ancora
intatte tutte le macchine originarie, ha prodotto energia per la movimentazione
di tutti i mezzi di sollevamento del Porto Vecchio di Trieste fino al 1988.
Collegata ad essa si trova anche la ”Sottostazione elettrica di riconversione”,
di epoca successiva (1913), che tuttora conserva trasformatori, riduttori e
strumentazione elettrica d'epoca, che restano ancor'oggi parzialmente in
funzione.
Così rivive
la centrale idrodinamica del Porto Vecchio - ARCHITETTURA. OGGI LA PRESENTAZIONE
DEL LIBRO DI ANTONELLA CAROLI
Porto Vecchio,
atto primo: inizia con una pubblicazione su ”La centrale idrodinamcia del porto
di Trieste” la Collana di Italia Nostra - Sezione di Trieste consistente in una
serie di saggi dedicati a quell’area, in cui si svela ancora, sostenuta da un
fascinoso e inequivocabile “genius loci”, tuttora vivo tra le possenti
strutture, la vocazione al mare di Trieste e la sua storia.
Il libro, che sarà presentato da Paolo Portoghesi oggi alle 17.30 alla Sala
Baroncini delle Assicurazioni Generali, porta, come gli altri in corso di
preparazione, la firma di Antonella Caroli, già segretario generale
dell’Autorità Portuale del capoluogo giuliano, ex presidente di Italia Nostra e
appassionata studiosa di portualità internazionale, accanto a un’acuta
introduzione dell’architetto Portoghesi e a una riflessione di Giulia Giacomich,
presidente di Italia Nostra. È prevista la partecipazione dell'architetto
Roberto Di Paola , direttore regionale dei Beni Culturali.
Il volume, edito per i tipi della “Italo Svevo” di Trieste (pgg. 77, € 15,00),
si avvale anche di un intervento dell’ingegner Ferruccio Carbi, dei disegni
dell’architetto Alessio Floreancig e di interessantissime foto d’epoca, che ci
riportano a un passato importante e internazionale, quando Trieste era il
secondo porto d’Europa e l’unico del vasto Impero asburgico. E nel contempo
suggerisce la necessità di un riuso in chiave contemporanea, della tutela, della
conservazione e della valorizzazione di tutta l’area del Porto Vecchio: un
processo che, per la centrale idrodinamica, ora in corso di restauro, è
fortunatamente iniziato, così come è già stato realizzato il ripristino del
Magazzino 26 e dell’Hangar I del Molo IV. Interventi, intorno ai quali si
focalizza l’interesse di Italia Nostra, che, come afferma Giacomich, ha sempre
cercato di salvare tali architetture uniche grazie agli studi e alle ricerche
svolte in particolare dalla Caroli.
Il saggio sulla Centrale idrodinamica testimonia, tra l’altro, con chiarezza
l’avanguardia tecnologica con cui fu costruito il nostro porto, un tempo, a
differenza di oggi, parte integrante del tessuto urbano della città. Realizzata
nel 1890, la Centrale ha prodotto energia per la movimentazione di tutti i mezzi
di sollevamento del Porto Vecchio fino al 1988 e rappresenta un capolavoro di
archeologia industriale: i primi alternatori furono infatti presentati
all’Esposizione di Parigi soltanto nel 1881 e il primo motore elettrico a
corrente fu ideato da Galileo Ferraris nel 1885. Così, il porto triestino fu uno
tra i primi al mondo, assieme a quelli di Buenos Aires, Calcutta, Genova e
Amburgo, a dotarsi di un tale sistema energetico.
Al libro seguiranno altre pubblicazioni, tra cui una guida storica del Porto
Vecchio prima della sua riqualificazione (attualmente in fase di stampa), altri
saggi sulle costruzioni del Porto Nuovo, sulle sottostazioni elettriche di
riconversione del Porto Vecchio e del Porto Nuovo, sull’archivio storico
dell’Ente Porto e sul Polo Museale del porto stesso.
Marianna Accerboni
IL PICCOLO - LUNEDI', 21 settembre 2009
Il
rigassificatore di Zaule: l’Italia rassicura Lubiana nessun segreto sul progetto
- IL GOVERNO ITALIANO NON CAMBIA LA LINEA ADOTTATA
Il
sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia promette: tutta la documentazione
sarà a disposizione della Slovenia
TRIESTE Sul rigassificatore di Zaule l’Italia non cambia linea e il
ministero dell’Ambiente presenterà tutta la documentazione fin qui esistente
alla controparte slovena nella prossima conferenza interministeriale. Nessun
segreto, dunque, nessuna volontà di inasprire gli animi, anzi, è con uno spirito
costruttivo che il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia affronta la
questione.
Quale sarà la posizione del ministero dell’Ambiente sul rigassificatore di Zaule
alla prossima conferenza interministeriale tra Italia e Slovenia?
«Manterremo la posizione fin qui attuata e già espressa. Vorrei ricordare che
abbiamo inviato una missione a Lubiana con i tecnici del ministero assieme al
consigliere diplomatico del ministro che aveva portato il dossier quando era
stata conclusa la procedura della commissione sulla valutazione di impatto
ambientale (Via) con la quale ritenevamo di aver adempiuto a tutto il patto di
consultazione e a quello che era previsto. Manterremo la posizione già
espressa».
Ma ora la Slovenia chiede anche la documentazione relativa al gasdotto
sottomarino che da Zaule si collegherà a Grado alla rete nazionale...
«Su questa questione, come è noto, la Commissione Via non ha ancora espresso il
suo parere. E questo è un problema differente. Uno è l’impianto di
rigassificazione, l’altro è l’allacciamento con la rete nazionale che è la
famosa questione del gasdotto. Anche se mi sembra palese che la realizzazione di
quest’ultimo si allontana dalla cosiddetta zona critica, quindi, a logica,
dovrebbe sollevare ancora minori questioni. Però sul gasdotto c’è una
valutazione differente della Commissione Via che stiamo ancora attendendo.
L’Italia, comunque, risponde a criteri tecnici e alla legislazione sull’impatto
ambientale. È un fatto che è separato dalle volontà politiche. E poi spetta alla
Regione Friuli Venezia Giulia l’ultima parola».
Spostiamoci sul tema del nucleare. È già stata elaborata la lista dove saranno
ubicate le centrali atomiche che l’Italia ha intenzione di costruire?
«Il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola ha in alcune occasioni
dichiarato che vorrebbe comunque prima della fine dell’anno illustrare la
possibile localizzazione dei luoghi individuati dalla commissione preposta. È
evidente che si tratterà di una serie di proposte, dopo di che ci sarà ancora
una lunga strada da percorrere».
Anche perché continua a spuntare il nome di Monfalcone come uno di questi
probabili siti nucleari...
«Se è per questo si fanno mille nomi. Personalmente penso che sulle questioni
energetiche nazionali mi pare di poter dire che è abbastanza logico che l’Italia
rientri in un programma nucleare. La nostra bolletta la paghiamo il trenta,
quaranta per cento in più rispetto ai cittadini di altri Paesi della Comunità
europea. E questo perché? Perché noi andiamo ad acquistare energia in Paesi che
la producono con il nucleare e che ci sono peraltro contermini. Come è noto noi
uscimmo dal programma atomico, nonostante avessimo capacità tecniche e
conoscenze, mentre per me, anche da un punto di vista logico sarebbe stato
giusto procedere sulla strada del nucleare, comunque dopo Chernobyl ci fu quel
famoso referendum quando si votò soprattutto sull’onda emozionale e l’Italia
uscì dal nucleare. Oggi per me, anche perché sono peraltro cambiate le
condizioni di sicurezza, è logico che in Italia si ritorni al nucleare. E questo
per una questione di scelta energetica che è funzionale allo sviluppo del Paese.
Dopo di che, quando si imbocca questa strada, non bisogna cominciare a soffrire
della”sindrome nimby”, ossia ”not in my backyard”, ossia non nel mio giardino.
Se per ipotesi il rigassificatore si fa vicino a casa mia non è che io possa
dire: ”Sì, si deve fare, ma fatelo da un’altra parte”. Quindi credo che anche
sotto questo profilo ci devono essere caratteristiche tecniche che devono essere
lasciate alla valutazione di chi tecnicamente e scientificamente è più indicato
a farle, in termini di sicurezza, di compatibilità e poi su quella base si
sceglie».
Ma Monfalcone è tra i siti papabili sì o no?
«È una delle tante cose che si dicono. Io l’ho letta solo su organi di stampa.
Non l’ho sentita né nell’ambiente del mio ministero, né in quello dello Sviluppo
economico. È una delle cose che si dicono. Poi ripeto, se domani capita una cosa
simile vicino a me che cosa dico? Dico no, non la voglio. Sarebbe piuttosto
incoerente».
Lei prima ha accennato a Paesi contermini che producono energia dal nucleare.
Uno di questi è certamente la Slovenia. Venerdì scorso a Roma a precisa domanda
il primo ministro sloveno, Borut Pahor non si è detto a priori contrario a
contatti con l’Eni per la gestione dell’impianto di Krsko. «Ascolteremo quanto
hanno eventualmente da dirci e da proporci - ha affermato - poi valuteremo il
tutto e prenderemo le nostre decisioni». Lei come vede la questione?
«L’Eni, come è logico, ha una strategia nazionale e di penetrazione anche su
altri mercati su rete europea. Quindi io, ovviamente, non ho niente in
contrario. Auspico anzi che il sistema Italia possa anche nei Paesi a noi
vicini, in questo caso magari in Slovenia, partecipare e collaborare e quindi
portare, fra l’altro, tecnologia, capacità e anche ricchezza a casa nostra».
Tutto questo però va inserito in un preciso quadro...
«Certo il tutto va inserito in un quadro di rapporti normali tra Italia e
Slovenia. Sarebbe abbastanza paradossale dire che noi colloboriamo a Krsko ma
loro ci impediscono di fare il rigassificatore. In questo modo il dialogo non
funziona».
MAURO MANZIN
«Costi alti
e natura deturpata»: scende in campo ”No Tav così” - DALL’ALTA VELOCITÀ AL PIANO
REGOLATORE
Oggi un
convegno: ambientalisti, geologi e Pro Loco discutono anche la cementificazione
di San Giovanni
Scende in campo il ”Raggruppamento no Tav così”. Per discutere del nuovo
piano regolatore ma anche dei progetti dell’Alta velocità che riguardano il
comprensorio triestino, il gruppo - con la collaborazione di Spi Cgil, Pro Loco
e Comitato cittadini di San Giovanni Cologna - organizza oggi alle 18
un’assemblea pubblica al Teatro dell’oratorio di San Giovanni, in via San Cilino
101; relatori il responsabile trasporti del Wwf Dario Predonzan, il geologo
Livio Sirovich e il responsabile trasporti di Legambiente Andrea Wehrenfennig.
«Sono in fase di progetto - si legge in una nota - nuovi e importanti lavori e
scavi di gallerie sotto il Carso e nei rioni per la Tav: Tav che tuttavia non
risolverà il problema dei trasporti - che si può affrontare in altro modo - e
costerà moltisimo ai cittadini, deturperà il territorio provocando danni
ambientali anche gravi». È prevista la raccolta di firme per una petizione
popolare di richiesta di trasparenza sui progetti Tav da inoltrare al sindaco
Dipiazza.
Nella parte introduttiva verranno invece presentate le problematiche più urgenti
relative alla necessità delle osservazioni e opposizioni da tenere nei confronti
del nuovo piano regolatore del Comune. «Spicca con tremenda attualità – spiega
Luciano Ferluga per il comitato organizzatore – l’episodio accaduto la scorsa
settimana in via delle Linfe, con la morte di un concittadino esasperato da un
progetto edilizio mastodontico realizzato in un contesto urbanistico e
paesaggistico dai tratti antichi e a misura d’uomo. Questo deve indurci a una
severa e attenta riflessione sui cambiamenti urbanistici che interessano un
territorio dove al cittadino non viene concessa possibilità di coinvolgimento in
una visione partecipata del futuro del nostro rione e della città».
Nell’assemblea verrà data informazione agli intervenuti sui prossimi grossi
interventi previsti in San Giovanni, in via Dudovich e in Strada per Longera/Timignano.
Un ulteriore palazzo di sei piani per 36 appartamenti dovrebbe sorgere ancora in
via delle Linfe, sovrastando lo spazio dell’Oratorio di San Giovanni.
Maurizio Lozei
Italia
Nostra lancia l’Sos: «Le Rive vanno tutelate» - PAESAGGI URBANI A RISCHIO
Da piazza
Libertà fino alla Lanterna di molo fratelli Bandiera, passando per il Porto
Vecchio, per le Rive e per il canale di Ponterosso. La sezione triestina di
Italia Nostra non nasconde le proprie preoccupazioni per il frontemare
cittadino: non per nulla l’associazione l’ha inserito tra i dieci casi-simbolo
in Italia, su un totale di quaranta inseriti nell’apposito elenco, della seconda
giornata nazionale dei ”Paesaggi urbani”. Il pericolo, secondo l’onlus per la
tutela del patrimonio storico e architettonico della Penisola, è quello della
«deformazione del paesaggio, legata a progetti che non ci convincono», come
ricorda Giulia Giacomich, presidente locale di Italia Nostra. Che sottolinea
anche il caso del «grosso finanziamento regionale per il restauro della
sottostazione elettrica e della centrale idronamica, al momento bloccato perché
l’Autorità portuale non si muove, con il pericolo di perdere i fondi».
Tra le varie situazioni da bocciare, secondo Giacomich, anche «l’ultimo progetto
per la riqualificazione di piazza Libertà, visto che non rispetta le
caratteristiche del giardino storico in quanto ne viene tagliata una fetta sul
versante di via Ghega. Una decisione per noi ingiustificata: non c’è motivo di
deformare la piazza. La circolazione, poi, è scorrevole». E sul canale di
Ponterosso: «Non vediamo la necessità di crearci un nuovo ponte, e come noi la
pensano tanti architetti». Inoltre, l’eterno problema del Porto Vecchio, che
«Italia Nostra grazie agli studi di Antonella Caroli (che domani alle 17.30 alla
sala Baroncini presenterà assieme all’architetto Paolo Portoghesi il libro sulla
centrale idrodinamica, ndr) ha fatto conoscere alla città e i cui caratteri
stilistici, tecnici e architettonici di livello vanno tutelati». La Giacomich ne
ha anche per i futuri «park sotterranei sulle Rive. Si facciano, purché la forma
del lungomare non venga modificata dai rialzi per l’entrata e l’uscita delle
automobili».
(m.u.)
«Prima la
Capodistria-Divaccia poi il collegamento con Trieste» - Il ministro sloveno
Vlacic: «Nessun accordo segreto a Roma»
Volk:
«Lubiana rischia di fatto di investire prima in una tratta destinata a favorire
la concorrenza italiana»
CAPODISTRIA La nuova tratta ferroviaria Trieste-Divaccia sarà costruita
prima ed è considerata anche a Lubiana più importante della Capodistria-Divaccia?
«È solo una disinformazione, e non riesco a capire come sia potuta apparire». Il
ministro dei trasporti sloveno, Patrick Vlacic, ha smentito seccamente le accuse
- apparse sulla stampa slovena e sostenute da alcuni ex diplomatici - su un
presunto accordo tra Lubiana e Roma di considerare prioritaria la
Trieste-Divaccia rispetto alla Capodistria–Divaccia. Le tratte partono dai due
porti dell'Alto Adriatico e convergono entrambe su Divaccia dove si uniscono al
Corridio paneuropeo numero 5, tra Barcellona e Kiev. A scatenare i sospetti -
definiti infondati anche dal ministro degli Esteri Samuel Zbogar - è stato il
testo del documento che il governo sloveno sta preparando per definire insieme
all'Italia le modalità operative della progettazione della tratta tra Divaccia e
il capoluogo giuliano, comprese le modalità di sfruttamento dei fondi europei
destinati a preparare la documentazione necessaria.
Il testo presentato dal ministro dei trasporti Vlacic, secondo indiscrezioni,
avrebbe provocato malumori tra i funzionari del Ministero esteri, in quanto non
contiene un'affermazione esplicita sul fatto che Lubiana consideri prioritaria
la ferrovia Capodistria-Divaccia. Secondo Vojko Volk, ex ambasciatore sloveno in
Italia, che ha rilasciato in merito una dichiarazione al quotidiano lubianese «Dnevnik»,
Lubiana rischia di fatto di investire prima in una tratta che favorirà la
concorrenza italiana piuttosto che in quella di cui ha bisogno il porto di
Capodistria. Il giornale lubianese rileva a sua volta che il tracciato della
Divaccia-Trieste entrerà in territorio italiano già all'altezza di San Servolo.
Visto che sul versante sloveno le misurazioni e i sondaggi del terreno sono
iniziati a Divaccia e non a Capodistria, diventa pertanto possibile, se l'Italia
da parte sua farà in fretta, che alla fine sia pronta prima la documentazione
per la Divaccia-Trieste che quella per la Divaccia-Capodistria. Il ministro
Vlacic smentisce. «Le nostre priorità sono sempre le stesse. Per la
Trieste-Divaccia stiamo appena preparando la documentazione progettuale, mentre
per la Capodistria-Divaccia, se non ci saranno altri intoppi, inizieremo con i
lavori già nel 2010» ha spiegato il ministro, che ha avuto comunque un incontro
con il responsabile del dicastero Esteri Samuel Zbogar per chiarire i dubbi
espressi dalla stampa. Anche Zbogar, a sua volta, si è detto tranquillo, ed ha
smentito l'esistenza di attriti tra i due dicasteri.
La progettazione e tutta la procedura per le due tratte procede in parallelo,
hanno comunicato nel frattempo dal Ministero dei Trasporti, ma per la
Capodistria-Divaccia si è in una fase molto più avanzata. Per non perdere tempo,
anzi, Lubiana ha deciso di dividere il collegamento tra Divaccia e Capodistria
in più sezioni, in modo da poter cominiciare con la costruzione immediatamente
laddove sarà pronta la documentazione necessaria. Presumibilmente, questo
avverrà tra Capodistria e Crni Kal, con le prime ruspe che potrebbero mettersi
al lavoro entro la fine del prossimo anno. La nuova tratta Capodistria-Divaccia
dovrebbe essere ultimata nel 2016 o 2017.
Operatori
della Riserva e studenti del Collegio di Duino protagonisti della giornata di
”Puliamo il mondo”
Spazzini
volontari al lavoro per liberare le spiagge da mozziconi e plastica A MIRAMARE E
SISTIANA
Sotto accusa vanno soprattutto i fumatori. Lasciando i mozziconi sulle
spiagge, non si rendono conto del grave danno ambientale provocato: gli esperti
dicono che ci vogliono almeno due anni perché i residui delle sigarette possano
essere smaltiti. È questo il dato più rilevante della giornata di ieri, che ha
visto una decina di volontari attivarsi nell’ambito dell’operazione denominata
”Clean up the world - puliamo il mondo...a partire da casa nostra”. In provincia
di Trieste erano due le spiagge coinvolte dal progetto: quella della Riserva
marina di Miramare e quella di Sistiana. «Abbiamo iniziato al mattino presto –
ha spiegato Sara Famiani, una delle artefici della giornata, portavoce della
Riserva di Miramare – con la presenza di alcuni bambini, perché volevamo che la
giornata fosse da un lato un’occasione per pulire le nostre spiagge, dando il
buon esempio a tutti, dall’altro che servisse ai giovanissimi come momento
educativo e di formazione in tema di tutela e conservazione dell’ambiente».
Sotto il castello di Miramare sono state prelevate soprattutto plastiche,
probabilmente sospinte verso riva dalle maree. A Sistiana, dove l’accesso al
pubblico è libero, a differenza della Riserva, all’interno della quale non è
possibile entrare se non muniti della necessaria autorizzazione, sono stati
raccolti principalmente mozziconi di sigaretta. «Nel centro balneare del Comune
di Duino-Aurisina – ha proseguito la Famiani – siamo stati aiutati da alcuni
ragazzi del Collegio del Mondo unito. In quel sito purtroppo abbiamo dovuto
constatare il grave problema della presenza di residui abbandonati dai fumatori.
Probabilmente la gente non si rende conto del problema che crea lasciando sulla
spiaggia i mozziconi – ha precisato – in quanto i tempi di assorbimento naturale
sono lunghissimi, nell’ordine dei 24 mesi».
Nel corso dell’operazione, i volontari della Riserva hanno potuto utilizzare
un’imbarcazione denominata “spazzamari”, messa a disposizione dal ministero
dell’Ambiente, che ha assicurato il trasporto dei sacchi neri, colmi di
plastiche, pezzi di polistirolo, avanzi di reti abbandonate dai pescatori e
portate a riva dalle maree, sigarette, nei punti destinati alla raccolta prima
dello smaltimento.
L’intervento di ieri è inserito in un programma a respiro europeo, promosso
dalle Nazioni unite e che va nella direzione della conservazione dell’ambiente e
dell’educazione della popolazione al rispetto per la natura. Oltre alle spiagge
della Riserva marina di Miramare e di Sistiana, nell’ambito del territorio del
Friuli Venezia Giulia sono state coinvolte anche la Riserva naturale della valle
Cavanata, ubicata in comune di Grado, località Fossalon, nella porzione più
orientale della Laguna di Grado e utilizzata in passato come ”valle da pesca” e
l’isola della Cona, situata alle foci dell’Isonzo.
Ugo Salvini
SEGNALAZIONI
- Città cementificata - EDILIZIA
Il triste caso
del signor Castriotta ha portato alla luce la mala pianta speculazione edilizia
nella nostra città.
Il piano regolatore del 1997 era studiato per una città di 250.000 abitanti
ipotizzando un'inversione di tendenza sul calo fisiologico della popolazione. I
piani regolatori precedenti studiati dal regime democristiano, vedevano
addirittura una città futura con 300.000 e anche 350.000 abitanti. Ricordate lo
slogan Dc «Costruiamo assieme la Grande Trieste degli Anni Settanta»?
L'eco-mostro dei Campi Elisi eretto sulle rive davanti alla Sacchetta negli anni
Sessanta, è figlio di quella mentalità.
Attualmente Trieste conta meno di 200.000 abitanti, e la riduzione progressiva
del numero dei residenti, lenta ma inesorabile, non accenna ad arrestarsi.
Speriamo che l'attuale piano regolatore tenga maggiormente conto di codesti
fattori ed impedisca la costruzione di palazzine mostruose come quella in via
delle Linfe che ha provocato la tragedia del sig. Castriotta. Codesta situazione
è diffusa a macchia d'olio in tutta la città, specie in zone verdi panoramiche
come la strada del Friuli e la via Commerciale dove fervono lavori di
costruzione di enormi complessi edilizi cementificati con pessimo impatto
ambientale. Anche in quel caso vi sono state ampie proteste della popolazione
locale, rimaste senza risposta. Aggiungo che mi risulta che a Trieste vi siano
oltre 15.000 alloggi sfitti, più che sufficienti per le attuali esigenze della
popolazione, ma i proprietari sono recalcitranti, non intendono affittare, e
come tutti sanno la proprietà nel Bel Paese è una cosa sacra. In via delle Linfe
gli eredi della villetta prospicente la casa del signor Castriotta hanno
preferito vendere invece di affittare, e queste situazioni si stanno ripetendo
in tutta la città. Intanto ci sono circa 5.000 domande di alloggio all'Ater
inevase perchè non sono stati costruite le nuove abitazioni per i cittadini meno
abbienti. Tutto questo ha portato la città ad una situazione esplosiva.
Spero proprio che il gesto di esasperazione del signor Castriotta rimanga un
caso isolato.
Gianni Ursini
IL PICCOLO - DOMENICA, 20 settembre 2009
Frattini:
sul rigassificatore il dialogo continua, ma non vedo basi per ricorrere alla
Corte Ue
«L’Italia
consegnerà tutta la documentazione a Lubiana ma la decisione finale spetta al
Friuli Venezia Giulia»
«Spero che i ricorsi preannunciati al Tar si svolgano in tempi molto rapidi.
Siamo già in grande ritardo»
TRIESTE Rigassificatore di Zaule: il dialogo tra Roma e Lubiana va avanti.
Nessun muro a muro anche se il premier sloveno, Borut Pahor non ha ancora
escluso l’ipotesi di un ricorso del suo governo alla Corte di giustizia europea.
Ipotesi peraltro su cui il ministero degli Esteri, Franco Frattini, presente
venerdì al summit tra lo stesso Pahor e il presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi, rimane molto scettico,
Ministro Le ritrosie della Slovenia sul rigassificatore di Zaule permangono.
Sembra una storia infinita...
«Sì, è una storia infinita, Noi abbiamo comunque fatto presente alcune cose. Per
quanto riguarda l’impianto è stata completata la valutazione in modo positivo e
noi abbiamo sempre informato la Slovenia e abbiamo anche raccolto alcune delle
osservazioni di Lubiana, quindi abbiamo applicato in pieno il principio di mutua
consultazione cui ci eravamo impegnati».
Resta però aperta la parte relativa al gasdotto che sembra preoccupare molto
Lubiana...
«La questione è ancora in fieri, è ancora in preparazione. Come è noto stiamo
attendendo la valutazione d’impatto ambientale (Via) definitiva, quindi anche su
questa noi ci siamo impegnati a continuare questa consultazione e cioè informare
la Slovenia sulle valutazioni della commissione per il Via, sulle osservazioni e
abbiamo detto anche che senza alcuna difficoltà faremo avere la documentazone
che è alla base della valutazione in corso. La procedura, in ogni caso,
prosegue».
Ma la Slovenia chiede anche la documentazione elaborata da Gas Natural che
dovrebbe materialmente costruire l’impianto...
«Noi non abbiamo difficoltà a consegnare tutta la documentazione pubblica che
abbiamo in nostro possesso. Evidentemente non possiamo fornire la documentazione
aziendale, salvo quella che è stata evidentemente valutata dalla commissione
Via, quella costituisce oramai un atto pubblico della procedura e quindi nessuno
può rivendicare una riservatezza di quei dati. E su questo non ci saranno
problemi.
Qual è allora la questione vera?
«È che poi, come è a tutti noto, la decisione finale la prende la Regione Friuli
Venezia Giulia non la prende il governo centrale. Il Comune di Trieste ha già
fatto sapere la sua opinione fortemente favorevole».
Mentre i Comuni di San Dorligo della Valle e di Muggia hanno preannunciato un
ricorso al Tar del Lazio...
«Questa è la storia di tutti i rigassificatori ed è la ragione per cui l’Italia
è arretrata rispetto al resto d’Europa. Io credo che questa arretratezza noi la
dobbiamo rapidamente recuperare. Riteniamo che il rigassificatore di Zaule sia
assolutamente sicuro e l’impatto anche quello transfrontaliero sia un impatto
nei limiti nella norma e quindi non tale da imporre il fermo dell’opera ed è
chiaro che la consultazione proseguirà. Certamente la commissione d’impatto
ambientale del ministero dell’Ambiente è una commissione autonoma, quindi sul
gasdotto faranno le loro valutazioni».
Lei ha fiducia che si possa andare avanti, nonostante tutti questi ostacoli?
«Sì, io ho fiducia ma evidentemente ho anche l’impegno a tenere informata la
Slovenia su tutti i passi che noi faremo».
E i contenziosi da parte dei Comuni?
«È noto che le opere pubbliche in Italia non si fanno perché valgono i principi
di mille blocchi e di lacci e lacciuoli amministrativi per cui ognuno ha diritto
di fare ricorso al giudice. Per carità, ma è evidente che l’interesse nazionale
impone che se vi sarà una procedura di ricorso essa sarà da concludere in tempi
rapidissimi. Ognuno ha diritto ad adire il giudice che vuole, ma in questi casi
si deve lavorare con assoluta rapidità e sono certo che vi potrà essere una
soluzione positiva rispetto alla volontà di andare avanti».
Secondo lei su quali basi giuridiche la Slovenia potrebbe ricorrere alla Corte
di giustizia europea per bloccare il progetto?
«Questo francamente non lo so perché si tratta di una valutazione che io ho
visto ventilare ma mai argomentare sotto il profilo giuridico».
Lei però di giurisprudenza se ne intende...
«Mettendomi un po’ nei panni del giurista che ho vestito nella mia vita
professionale credo che non ci siano dei fondamenti basati sui trattati. Sui
trattati esiste ovviamente un principio di buon vicinato, che è un principio
assolutamente generale e questo principio di buon vicinato noi ovviamente lo
rispettiamo proprio attraverso la consultazione. Ma la consultazione è qualcosa
di diverso della codecisione. Quindi noi vogliamo lavorare in spirito di
assoluta collaborazione, francamente quando sento ventilare ricorsi alla Corte
di giustizia mi chiedo sinceramente quale ne potrà essere la base giuridica. Ma
io spero che non ci sarà questa eventualità».
MAURO MANZIN
Gnl, firme
contro l’impianto a San Dorligo e a Muggia - La raccolta sarà supportata da un
documento dei partiti di maggioranza nei due Comuni
SAN DORLIGO Una
raccolta di firme contro il rigassificatore. L’hanno decisa le segreterie dei
partiti che sostengono la maggioranza a San Dorligo e a Muggia, che hanno
condiviso un documento finalizzato a consentire alla popolazione di esprimere il
proprio dissenso sull’impianto di rigassificazione.
«Le forze di maggioranza di entrambi i Comuni – si legge in una nota –
condividendo la contrarietà alla realizzazione dell'opera, hanno deciso di
attivare una serie di azioni per sensibilizzare l'opinione pubblica e le
istituzioni sui rischi in merito alla sicurezza della popolazione e alla tutela
ambientale, nonchè sugli effetti per le attività portuali, marittime e
turistiche del golfo di Trieste qualora venissero realizzati l'impianto di
rigassificazione a Zaule e il gasdotto sottomarino».
Sempre con riguardo al rigassificatore, le segreterie dei partiti di maggioranza
a San Dorligo (Pd, Rc-Comunisti italiani, Unione slovena e Cittadini per San
Dorligo) hanno chiesto ai consiglieri provinciali eletti nei collegi di San
Dorligo di «assumere una chiara e inequivocabile posizione sul rigassificatore
di Zaule e il connesso gasdotto sottomarino».
Nel corso della stessa riunione sono stati esposti ai consiglieri provinciali
Emilio Coretti, Sandy Klun e Boris Pangerc (assente Liza Slavec) diversi
problemi su materie di competenza della Provincia che riguardano il territorio
di San Dorligo, tra le quali viabilità, manutenzioni stradali, verde pubblico.
(r.t.)
PIANO
REGOLATORE. RICORSO CONTRO LA PRONUNCIA DEL TAR A FAVORE DEI GEOLOGI
Attesa per
la sentenza del Consiglio di Stato Omero: si rischia di dover riavviare tutto
l’iter
La spada di Damocle di una sentenza che potrebbe costringere il Comune «a
riavviare l’intero iter di approvazione del nuovo Piano regolatore». Lo ipotizza
il capogruppo del Pd in Consiglio comunale, Fabio Omero, mentre in Municipio si
aspetta di sapere come si esprimerà il Consiglio di Stato sul ricorso presentato
dall’Avvocatura comunale contro la decisione del Tar del Friuli Venezia Giulia,
depositata il 24 aprile scorso. Il tribunale amministrativo regionale aveva
infatti accolto la richiesta del Consiglio nazionale dei geologi e del relativo
ordine regionale di annullare il provvedimento con cui erano stati stabiliti i
criteri per la predisposizione della Relazione geologica allegata al Prg. Già,
proprio quei documenti che, per non essere arrivati alle circoscrizioni, avevano
indotto il sindaco Roberto Dipiazza a ritirare la variante generale 118 alla
fine di luglio, colmando poi la lacuna e richiamando il Consiglio comunale in
aula il 5 agosto.
I geologi avevano contestato la legittimità dell’affidamento al Dipartimento di
scienze geologiche dell’Università di Trieste dell’attività di supporto e
ricerca utile a redigere poi, attraverso un funzionario qualificato del Comune
stesso, la Relazione geologica. Secondo i ricorrenti, infatti, «l’incarico
affidato all’Università costituisce la Relazione geologica stessa, cioè consta
di una vera e propria attività professionale di esclusiva competenza dei
geologi». A loro avviso, poi, la convenzione tra Comune e ateneo non sarebbe
stata valida, a causa di un’attribuzione del lavoro non passata dallo
«svolgimento di gara ad evidenza pubblica». Il Tar aveva dato ragione ai geologi
su entrambi i punti, annullando «il provvedimento impugnato», relativo
all’affidamento del lavoro di supporto all’Università. Il Comune ha poi
inoltrato il suo ricorso al Consiglio di Stato. Ora si attende.
Nelle stanze dell’Avvocatura comunale non manca però l’ottimismo: «A nostro
avviso - spiega l’avvocato Oreste Danese - la relazione del nostro geologo è
indipendente dall’eventualità della gara per l’affidamento. L’Università ci ha
girato dei dati, ma il prodotto l’abbiamo fatto in casa. Dovremmo rifarlo
spendendo dei soldi pubblici pur avendo già tutto in possesso?». «Casomai -
aggiunge Danese - il Consiglio di Stato potrebbe al limite decidere per un
risarcimento del danno ai geologi. In ogni caso, non riteniamo che la variante
generale al Piano regolatore si debba considerare sub-judice perché il
contenzioso non riguarda in sé la Relazione geologica, ma le modalità di
affidamento del servizio a supporto della sua realizzazione». Pertanto, l’iter
previsto per ciò che riguarda il Prg andrà avanti: dopo essere rimasto esposto
all’Albo pretorio, l’incartamento finirà in Regione per la pubblicazione sul Bur.
Poi da quel momento, per 30 giorni potranno essere presentate dai cittadini
osservazioni e opposizioni. Indicativamente, si potrebbe partire dal «10
ottobre», pronostica Omero. Che, però, getta altre ombre sul lavoro
dell’amministrazione per il Piano: «I verbali, contenenti i nostri vari
interventi, della seduta precedente a quella del 5 agosto dovevano diventare
parte integrante della nuova delibera. Eravamo tutti d’accordo, era un modo per
non perdere altro tempo. Però, - continua Omero - alla versione che si trova
all’albo pretorio, non sono stati allegati. Se ne sono dimenticati. Il
segretario mi ha detto che erano già stati pubblicati con la precedente
delibera, ma non si è mai visto che una delibera ritirata (dal sindaco in questo
caso, ndr) venga pubblicata. Teoricamente dovrebbero riportare tutto di nuovo
all’albo».
Omero contesta anche la mancata pubblicazione del documento sulla home page
della Rete civica del Comune. L’aveva richiesta lui stesso «con la condivisione
degli altri capigruppo». Sul sito, è apparso solo l’avviso di pubblicazione
all’albo pretorio. Ma proprio ieri il sindaco ha assicurato che sul web apparirà
tutto a inizio ottobre.
MATTEO UNTERWEGER
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore (1)
Il titolo «Gas
decida Trieste», ben poco riscontro trova poi nel contenuto, ma più che critica,
la mia è soltanto riflessione nel senso che il tema del rigassificatore, ancora
una volta viene sbattuto nel mixer cercando di creare un aperitivo politico da
elargire ai cittadini meno informati che serve più a ubriacare che a far
riflettere.
Trieste - rigassificatore - Slovenia - edificazioni in Carso.
Il problema dell’energia è fonte di dibattito oggi più che mai, ma la soluzione
di questo problema, che non dimentichiamo, ha importanti risvolti etici,
cerchiamo di delegarlo a persone competenti, aggiungendo magari pure noi una
briciolina, soprattutto cercando di risparmiare, anziché farsi usare da un
sistema consumistico senza regole.
Il prof. Rubbia presente a Trieste per un importante congresso sul tema,
manifestava senza remore questo concetto, anche perché, pur non richiamandomi al
secondo principio della termodinamica, non è difficile capire che stiamo, in
questo momento, sottraendo risorse a chi verrà dopo di noi a popolare il pianeta
Terra (ma chi se ne frega... noi, tanto non ci saremo!)
Tornando nel nostro orticello di casa, sul rigassificatore sarebbe opportuno
soprattutto per chi intende dibattere il tema, un aggiornamento e un confronto.
Abbiamo la nostra Università che dispone di tecnici molto competenti dai quali
si può attingere una serie di dati significativi in relazione a tale progetto.
E dal momento che tutti gli schieramenti politici si proclamano democratici è
giunto il momento di dare prova di tale affermazione interpellando tutti i
cittadini, ma soltanto dopo aver elargito una serie di informazioni scaturite da
una serie di dibattiti pubblici tra tecnici ben preparati, sostenitori della
linea di rifiuto motivata, slegati da interessi economici e chi vuole far
entrare «il cavallo di Troia» entro le mura, tralasciando però l’uso di
demagogie e faziosità di ordine politico/etnico.
Questo sarà democratico, e non ci saranno questa volta sì, code di paglia!
Stelio Cerneca
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore (2)
Egregio signor
Dipiazza, a causa della canicola ero in dubbio se commentare la sua
dichiarazione apparsa sul Piccolo del 20 agosto; ma ho letto la lettera del
sindaco Nesladek (pubblicata il giorno dopo) il quale, con toni del tutto pacati
in netto contrasto con i suoi, illustra quali sono le preoccupazioni e le
domande che si stanno facendo in tanti, politici e associazioni per non parlare
di gente semplice e indipendentemente dalla loro opinione politica. Quello che a
me non va assolutamente giù, oltre ai dubbi già illustrati dal dottor Nesladek,
sono due sue dichiarazioni. Lei parla del «suo» rigassificatore e allora io le
chiedo: perché non lo mette nel «suo» giardino? Però, e qui le cose si fanno
molto più serie, lei dichiara che «se salta Krsko, probabilmente abbiamo qualche
milione di morti, se salta il mio rigassificatore, sentiamo un botto»: queste
sono le parole di una persona che non si documenta per niente! Basterebbe che
lei navigasse un poco in internet come ho fatto io. La Gas Natural non lo dice
ma «se la miscela gassosa, invisibile e inodore, generata dalla fuoriuscita del
gas liquido a contatto con l’acqua del mare, investisse una città, qualsiasi
(inevitabile) scintilla farebbe esplodere la gigantesca nube. La potenza
liberata in una o più esplosioni potrebbe avvicinarsi a un megaton: un milione
di tonnellate di tritolo, questa volta nell’ordine di potenza distruttiva delle
bombe atomiche, con le stesse conseguenze» (parole di Piero Angela). A questo
punto io le chiedo: i triestini per lei sono figli di un Dio minore? Possono
morire perché il loro numero forse sarà inferiore a quello generato (si spera
mai) da un’altra Chernobyl a ridosso della nostra città? E poi, parliamoci
chiaramente: se già abbiamo una bomba potenziale alle spalle, perché mettercene
una anche di fronte?
Vera Cattonar
IL PICCOLO - SABATO, 19 settembre 2009
I premier si
parlano, spiragli sul rigassificatore - Ma Pahor insiste: «Documentazione
incompleta». E non esclude il ricorso alla Corte europea
IL VERTICE
BERLUSCONI-PAHOR A ROMA
«Ci intendiamo perché parla italiano e ha fatto uno studio su Canale 5»
Previsto un incontro ai primi di ottobre fra i ministri degli Esteri per trovare
una soluzione
ROMA Nulla ancora di definitivo sul rigassificatore di Zaule. Non è bastata
una colazione di lavoro a palazzo Chigi durata più di due ore tra il presidente
del Consiglio, Silvio Berlusconi e il premier sloveno, Borut Pahor a sciogliere
il nodo gordiano che sembra sempre più avvolgere il progetto presentato dalla
spagnola Gas Natural è già approvato dall’esecutivo di Roma quale punto
qualificante del piano energetico nazionale.
Già, perché, nonostante le belle dichiarazioni finali, le battute berlusconiane
(«con Pahor ci intendiamo perché parla bene l’italiano e poi ha fatto uno studio
su Canale 5») e le calorose strette di mano il «no» di Lubiana al progetto
permane ben saldo. Diplomatically correct Pahor esordisce con la non volontà
della Slovenia di creare un caso di disaccordo con l’Italia, ma poi pone dei
paletti ben precisi. «Noi - afferma il primo ministro sloveno - aspettiamo di
avere dall’Italia la documentazione completa relativa al progetto, sia quella
elaborata da Gas Natural, sia quella predisposta dall’esecutivo italiano». «Nel
colloquio a quattr’occhi con Berlusconi - prosegue Pahor - abbiamo saputo che il
governo italiano sta ancora lavorando alla documentazione. Berlusconi poi -
precisa - ammette di non aver seguito approfonditamente la questione, ma che lo
farà da ora in avanti». La Slovenia, sono sempre parole di Pahor, vuole un
approfondita valutazione di impatto ambientale, sia per quanto riguarda il
terminal di Zaule, sia per il gasdotto sottomarino che dovrebbe collegarlo
all’area di Grado. E poi la doccia fredda: «Ho personalmente spiegato al
presidente Berlusconi - precisa un serissimo Pahor - che se il tutto sarà
valutato negativamente o insufficinte dalla Slovenia, Lubiana è pronta a
rivolgersi alla Corte di giustizia europea». Ma il tutto sarà oggetto
dell’incontro interministeriale previsto per i primi di ottobre a Lubiana.
Se alla posizione slovena, peraltro non discostatasi di un millimetro da quelle
che furono le sue prime affermazioni ufficiali sul progetto di Zaule, pesa anche
la minaccia del ricorso al Tar del Lazio contro il rigassificatore preannunciato
dai Comuni di San Dorligo della Valle e di Muggia, nonchè le iniziative di
protesta presentate nei giorni scorsi dalle associazioni ambientaliste triestine
e regionali.
Nelle dichiarazioni rilasciate dai due primi ministri al termine dei colloqui
non c’è stato alcun accenno preciso di Berlusconi al «nodo» rigassificatore. Il
presidente del Consiglio si è limitato a parlare di «piccole problematiche che
saranno risolte». Berlusconi ha invece voluto puntualizzare gli ottimi rapporti
politici e diplomatici esistenti tra Roma e Lubiana che anche sui «banchi»
europei si trovano sempre sulle medesime posizioni. Il presidente del Consiglio
ha parlato anche dei rapporti economici che vedono l’Italia al secondo posto
nell’interscambio con la Slovenia (superata solo dalla Germania) e, a questo
proposito, ha preannunciato un Forum economico bilaterale per incrementare ancor
più le sinergie commerciali e imprenditoriali italo-slovene che, a detta di
Berlusconi, «hanno sofferto poco della crisi economica mondiale».
Terzo «piatto» nel menù diplomatico di palazzo Chigi anche il tema delle
minoranze. Berlusconi le ha definite una realtà fondamentale per incrementare i
buoni rapporti bilaterali, ricordando i 3mila italiani che vivono sul Litorale
sloveno e i 30mila sloveni che vivono in Italia. A tale proposito Pahor ha
chiesto rassicurazioni precise a Berlusconi perché nella prossima legge
Finanziaria non ci siano tagli per la minoranza slovena in Italia. Incalzato
sulla cifra del finanziamento il premier sloveno Pahor non ha risposto, ha
comunque precisato che si tratta di un importo superiore a quello dello scorso
anno.
Infine, il tema dei Balcani occidentali e dell’allargamento dell’Ue verso quella
regione. «Ho ascoltato attentamente il punto di vista del premier sloveno -
spiega Berlusconi - per la sua approfondita conoscenza della situazione».
Insomma, l’Italia considera in questa fase fondamentale il know-how che la
Slovenia può mettere sul piatto in campo europeo.
MAURO MANZIN
Waterfront
tra i Paesaggi sensibili - INIZIATIVA DI ITALIA NOSTRA IN TUTTA LA PENISOLA
Sono quaranta
le città italiane protagoniste della seconda giornata nazionale di ”Paesaggi
Sensibili 2009”, itinerario che parte oggi alla riscoperta dell’identità e dei
valori del loro patrimonio culturale e architettonico per denunciarne il degrado
fisico e sociale. Celebrando il cinquantenario della Carta di Gubbio e del
principio del centro storico come organismo urbano unitario, una serie di eventi
presenteranno a Trieste e lungo tutta la Penisola i dieci ”paesaggi urbani” più
esemplificativi della campagna di Italia Nostra (associazione nazionale per la
tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della Nazione). «La tutela
dei centri storici e la costruzione dei nuovi insediamenti sono operazioni
diverse nel metodo ma complementari, perché insieme concorrono a definire la
complessa identità dell'unitario insediamento e del comune paesaggio urbano» ha
dichiarato Giovanni Losavio, presidente di Italia Nostra.
La scelta della città-simbolo della campagna di quest’anno è ricaduta su
L’Aquila perché, come sostiene Antonello Alici, segretario generale di Italia
Nostra, «la storia e l'identità degli abruzzesi, non può andare perduta nella
ricostruzione». Anche Trieste si colloca tra le dieci città più significative
grazie al suo frontemare storico, la cui sede commerciale, progettata a maglie
ortogonali con il canale di Ponterosso come asse urbanistico, affonda le sue
radici nel lontano 1700. Un secolo più tardi, sia l’espansione a sud con le
nuove Rive e a nord-ovest con il grande porto, sia l’insediamento delle famiglie
di commercianti e di armatori (provenienti dall’Austroungheria e dal
Mediterraneo) hanno offerto al frontemare l’impronta più indicativa: palazzi con
magazzini al pianterreno e con uffici assicurativi ai piani superiori. Numerosi
sono oggi i progetti urbanistici che, secondo Italia Nostra, minacciano di
diminuire la continuità paesaggistica e prospettica dell’affaccio sul mare. Gli
altri dieci paesaggi urbani a rischio di scomparsa si estendono dai Quattro
Canti al Teatro Massimo di Palermo e dalle piazze storiche di Cosenza al nuovo
paesaggio urbano di Torino e a quello lacustre del Verbano; e poi dal centro
storico di Sassari a Bologna, Lucca e Perugia, esempi anche questi di città
storiche sfidate dalla modernità.
Izabel Dejhalla
”Puliamo il
mondo”: domani Wwf e volontari anti-rifiuti a Sistiana e Miramare - OPERAZIONE
ECOLOGICA IN REGIONE
Coinvolta
anche la Riserva delle Falesie di Duino, in omaggio agli ”spazzini” guanti e
borsa di tela
Puliamo il Mondo è l'edizione italiana di ”Clean Up the World”, il più
grande appuntamento di volontariato ambientale del mondo. È un'iniziativa di
cura e di pulizia, un'azione allo stesso tempo concreta e simbolica per chiedere
ambienti più puliti e vivibili. Alla quindicesima edizione hanno aderito 1.800
comuni e circa 500 mila volontari - tra famiglie e associazioni, insegnanti e
studenti - che si sono rimboccati le maniche per ripulire 5.000 aree da rifiuti
abbandonati. Ancora una volta è stata l'occasione per ribadire come, attraverso
la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti, questi ultimi possano
trasformarsi in risorse utili per la nostra economia e il nostro ambiente.
Per questa edizione quattro aree protette costiere della regione hanno deciso di
unire gli sforzi domani in un'azione dimostrativa di pulizia del litorale.
L'Area Marina Protetta di Miramare con i volontari del Wwf, si dedicherà alla
pulizia della spiaggia di Miramare (ex Scuderie) , zona tutelata dall’area
protetta, purtroppo non per questo immune dalla immondizia che si deposita con
le alte maree e le mareggiate. L’iniziativa è aperta a tutti e il ritrovo è alle
10 al Castelletto di Miramare (Grignano): ai volontari verranno forniti i guanti
e alla fine della pulizia sarà possibile effettuare un giro guidato del Centro
Visite con un approfondimento sul tema dei rifiuti e dei tempi necessari al loro
degrado in natura, e verrà offerta in omaggio una borsa in tela, per contribuire
al contenimento dei sacchetti di plastica nella vita quotidiana.
La Riserva Naturale Regionale delle Falesie di Duino in collaborazione con
l'Area di Miramare e gli studenti del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico e
il Comune di Duino Aurisina promuove la pulizia della spiaggia di Sistiana e di
quella posta sotto Castello di Duino, residenza dei Principi della Torre e
Tasso. I rifiuti raccolti saranno poi rimossi grazie al battello ecologico
Spazzamare, messo a disposizione dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del
Territorio e del Mare.
L'iniziativa di pulizia si svolgerà anche della zona protetta di Valle Cavanata:
l’incontro è previsto alle 9 al centro visite della Riserva naturale regionale
della Valle Cavanata poi (con inizio alle 10), quindi ci sarà un percorso in
canoa all'interno dell'area protetta, e dopo la pausa pranzo, con inizio alle
14,30 una biciclettata. Infine alle 16.30 un'azione dimostrativa di pulizia.
La Riserva Naturale Regionale Foce dell'Isonzo promuove un ”Cleaning Day” per
ripulire l'Isola della Cona dai rifiuti portati dalla marea o lasciati dai
turisti meno attenti. L'incontro con i volontari è fissato per le 8.30 di domani
al Centro Visite dell'Isola della Cona. Il gruppo verrà accompagnato in barca o
a piedi (dipenderà dal numero di partecipanti e dalle condizioni meteo) verso
l'osservatorio del Cjoss dove verranno espletate le operazioni di raccolta
rifiuti. Ai volontari è richiesto abbigliamento adeguato comprensivo di guanti
per la raccolta dei rifiuti. L'escursione verrà organizzata in barca o a piedi a
seconda del numero di adesioni.
IL PICCOLO - VENERDI', 18 settembre 2009
Francovez,
battaglia sulla ”differenziata” - CONTESTATA LA SCELTA DELL’AMMINISTRAZIONE DI
SAN DORLIGO SUI RIFIUTI
I residenti non vogliono i bottini in casa. Il Comune: si paghino un’area
SAN DORLIGO E'
guerra fredda tra una decina di residenti di tre condomini di Francovez ed il
Comune di San Dorligo della Valle. Oggetto della disputa, il posizionamento dei
bottini riservati alla raccolta differenziata ed indifferenziata.
Ereditata ancora dalla precedente amministrazione quando la delega dei Servizi
esterni e pubblici locali era affidata all'ex assessore Igor Tul, la questione
riguarda il diniego da parte dei residenti dei numeri civici 411, 412 e 413 di
ospitare su aree proprie (dunque private) i cassoni necessari per la raccolta
dei rifiuti, un diniego che di fatto non ha mai fatto partire la raccolta “porta
a porta” a due anni dalla sua attivazione su tutto il territorio comunale.
«Abbiamo proposto ai condomini una doppia soluzione: posizionare i cassoni
all'interno delle proprie singole abitazioni oppure attrezzare delle apposite
aree private di pertinenza dell'immobile, una soluzione quest'ultima ritenuta
almeno secondo il nostro punto di vista sicuramente migliore», ha commentato
l'assessore comunale ai Servizi esterni Elisabetta Sormani.
Due proposte cassate a pie pari, come spiega Anna De Marco, una dei residenti
coinvolti nella vicenda: «Tenere i cassoni all'interno delle nostre case è
impossibile perché sono grandi e perché c'è gente anziana che dal terzo piano
non può certo portare in strada i bottini. La proposta di posizionare il tutto
nella nostra corte invece comporterebbe dei disagi sia agli operatori visto che
i camion non riuscirebbero a passare, sia a noi residenti a causa degli odori,
soprattutto nei mesi più caldi».
In alternativa i condomini hanno chiesto di poter usufruire di un'area di uso
pubblico, corrispondente alla zona nella quale attualmente sono collocati i
bidoni per le immondizie, nella quale posizionare i contenitori per la
spazzatura, una richiesta accolta dall'assessore Sormani ma con un sostanziale
obbligo: pagare un affitto di 200 euro all'anno. «Si tratta di una vera e
propria occupazione di suolo pubblico quindi non possiamo creare un precedente
riservando l'area in maniera gratuita», ha motivato la Sormani. La vicenda è
stata portata in Consiglio comunale da parte del capogruppo di Uniti nelle
Tradizioni Boris Gombac: «L'amministrazione comunale vuole far pagare ai
cittadini l'installazione di una ecopiazzola? Bene, allora noi presenteremo a
giorni le firme per attivare un referendum per abolire il porta a porta attuale
ed istituire le isole ecologiche gratuite in tutto il comune e rendere davvero
efficace la raccolta differenziata dei rifiuti»»
Riccardo Tosques
SEGNALAZIONI
- «Sono le amministrazioni locali a scoraggiare l’uso della bicicletta»
Ho letto
numerosi interventi sulle recenti disposizioni in merito all’uso della
bicicletta e alcuni articoli su avvenimenti successi in Italia che la
riguardano. In qualità di presidente del comitato provinciale della Federazione
Ciclistica Italiana mi sento in dovere di intervenire a riguardo. La bicicletta
è un mezzo le cui di modalità di utilizzo sono diverse e perseguono scopi molto
diversi. Innanzitutto la bicicletta è un mezzo di trasporto e come tale il suo
utilizzo è regolamentato dal codice della strada. Ma è un mezzo ecologico e di
questo generalmente non si tiene molto conto, quindi può essere utile a
combattere l’inquinamento delle nostre città. In secondo luogo la bicicletta è
un attrezzo sportivo che può essere utilizzato da tutti. Aiutando a combattere
malattie quali l’obesità, il diabete, problemi di circolazione, ipertensione,
ecc. e migliorando l’efficienza psico-fisica di chi la pratica, può essere
utilizzata per contenere i costi della sanità. Per ultimo può essere utilizzata
per la pratica dell’agonismo, secondo le regole stabilite dalla Federazione
Sportiva e dagli enti di promozione.
In conclusione questo semplice mezzo può essere utilizzato per gli spostamenti
urbani, per turismo e per la pratica sportiva.
In base alla mia ventennale esperienza nell’uso della bicicletta, a discapito
del numero di praticanti che è in continua ascesa, a Trieste pochi interventi
sono stati fatti per incentivarne l’uso e renderlo più sicuro. A livello di
mobilità ciclistica non è stato programmato nessun intervento specifico, come la
creazione di percorsi ciclabili all’interno della città, con segnaletica, corsie
e impianti semaforici dedicati, come succede in altre parti dell’Europa e
d’Italia. A livello turistico le poche piste ciclabili si riducono a tratti più
o meno isolati, qualche volta percorribili a senso unico o dove il traffico
ciclistico convive con quello motorizzato degli automobilisti autorizzati a
percorrerlo oppure dove si devono schivare cassonetti e lampioni. Dal punto di
vista sportivo, non esistono e non sono mai esistiti impianti o circuiti
ciclabili chiusi al traffico che possano diffondere lo sport del ciclismo tra i
più giovani in tutta sicurezza.
Come se non bastasse, i recenti episodi accaduti a Trieste stanno punendo chi
crede nell’utilizzo di questo mezzo in sostituzione dell’automobile o della moto
e spingendo le persone a metterla in soffitta.
Questo fa pensare che gli amministratori locali non si ricordino che esiste
anche la bicicletta e quali siano i benefici sociali che questo mezzo può
portare. Mi auguro che nel prossimo piano del traffico si facciano queste
considerazioni e si valuti la possibilità di creare una viabilità ciclistica e
non solo parcheggi per auto e scooter.
Inoltre spero che prima o poi si possa trovare uno spazio dove le società della
provincia di Trieste possano avviare e avvicinare i giovani all’uso della
bicicletta non solo in una prospettiva agonistica, ma anche di miglioramento
della mobilità cittadina e della salute pubblica.
Francesco Seriani - presidente Comitato provinciale di Trieste Federazione
Ciclistica Italiana
IL PICCOLO - GIOVEDI', 17 settembre 2009
Ambientalisti uniti contro il rigassificatore: altro ricorso al Tar - WWF,
LEGAMBIENTE E ITALIA NOSTRA
Le associazioni
ambientaliste si uniscono nel presentare un nuovo ricorso al Tar contro il
progetto del rigassificatore di Zaule: lo hanno annunciato ieri in una
conferenza stampa congiunta i rappresentanti di Legambiente, Wwf e Italia
Nostra. «Ci appelliamo ai cittadini per avere sostegno in questa battaglia –
afferma Dario Predonzan del Wwf - e auspichiamo la nascita di un movimento
popolare paragonabile a quelli che negli anni ’70 e ’80 si opposero a progetti
altrettanto distruttivi». La necessità di un secondo ricorso dopo quello
presentato dal comune di San Dorligo, spiegano gli ambientalisti, sta nel
controbilanciare il forte sostegno che la proposta di Gas Natural trova nel
panorama politico: «Perfino nel recente incontro tra Berlusconi e Zapatero il
tema è stato affrontato – dice Giorgetta Dorfles di Italia Nostra – e ciò non ci
sorprende perché Gas Natural è una società legata a doppio filo al Ppe del primo
ministro spagnolo. Certi governanti sono più abili come procacciatori d’affari
per le grandi multinazionali energetiche che come difensori degli interessi dei
cittadini». Tali condizioni, secondo Dorfles, si ripercuoteranno anche
sull’incontro Berlusconi-Pahor di domani: «Speriamo che il no di Lubiana rimanga
tale – dice – ma temiamo che Berlusconi metta sul piatto della bilancia la
partecipazione italiana al raddoppio della centrale nucleare di Krsko. Sapremo
presto se il premier sloveno avrà ceduto alle offerte italiane, svendendo così
anche i propri concittadini oltre ai triestini».
I guadagni per la città, secondo gli ambientalisti, sarebbero minimi: «Le tanto
pubblicizzate bonifiche che Gas Natural dovrebbe effettuare all’interno del Sito
d’interesse nazionale si limitano soltanto al terreno occupato dal
rigassificatore – dicono – e non un metro di più. È quello che sono obbligati a
fare per legge». Anche le riduzioni del prezzo del gas in bolletta sarebbero
soltanto teoriche, spiega Lino Santoro di Legambiente: «Esistono pochi impianti
di liquefazione del gas a fronte di un numero crescente di rigassificatori –
dice – ma gli accordi prevedono che oltre il 70% dei profitti sia in ogni caso
garantito al gestore. Quando si vedrà che l’impianto lavora al 20% la cifra
dovuta a Gas Natural ricadrà sulle bollette». Per sostenere la battaglia legale,
le tre associazioni organizzeranno dei banchetti per la diffusione di
informazioni e la raccolta di fondi: l’iniziativa partirà domani e sabato dalle
15 alle 20 nell’area pedonale di via delle Torri. «Vogliamo dare la massima
diffusione alle informazioni sull’impatto ambientale e sui rischi per la
sicurezza – dichiarano – scandalosamente manipolate da Gas Natural e ignorate
dai competenti organi ministeriali».
Giovanni Tomasin
ITALIA-SLOVENIA - Berlusconi-Pahor, summit a Roma Il rigassificatore di Zaule in
agenda - Si parlerà anche di Balcani orientali e di lotta
all’immigrazione
Il Comune di Muggia e quello di San Dorligo della Valle hanno già preannunciato un ricorso comune al Tar del Lazio.
Le associazioni ambientaliste Wwf, Legambiente e Italia Nostra chiedono una «forte reazione dei cittadini».
TRIESTE
Berlusconi-Pahor: un faccia a faccia per risolvere il contenzioso relativo al
rigassificatore di Zaule. L’incontro avverrà domani a Palazzo Chigi presente
anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Un’agenda ricca quella che
attende i due premier, ma che vede al primo posto proprio la nascita
dell’impianto della Gas Natural a Zaule.
«L’approccio italiano - anticipa il sottosegretario all’ambiente, Roberto Menia
- è quello di fornire un’ulteriore, l’ennesima, chiarificazione alla controparte
slovena». «Ci troviamo di fronte - spiega - a una procedura durata più
dell’usuale e svoltasi nel rispetto delle regole comunitarie proprio per fornire
a Lubiana tutte le delucidazioni che ci sono state richieste». «Dati elaborati -
ci tiene a precisare Menia - tutti da tecnici indipendenti». «In effetti -
puntualizza il sottosegretario - la Slovenia non ha mai detto ”no” al
rigassificatore di Zaule, ma ha basato tutte le sue perplessità su alcune
affermazioni di certe associazioni ambientaliste. Lubiana si fa forza su questo,
ma noi abbiamo tutte le carte a posto».
Dunque, l’approccio diplomatico italiano alla questione appare sempre più
incanalato nel trovare una soluzione a breve (il rigassificatore di Zaule fa
parte del programma energetico nazionale) ma sta di fatto che le perplessità
slovene rimangono. Già nel Comitato dei ministri italo-sloveno dell’8 settembre
2008, dove ovviamente si parlò del progetto del rigassificatore di Zaule, ci fu
qualche perplessità slovena. Nel corso dei lavori, infatti, ci fu un grande e
concitato via vai dei funzionari sloveni che a mezza bocca affermavano che i
documenti italiani nono erano quelli richiesti da Lubiana. Consultazioni
frenetiche all’ultimo minuto e poi la diplomazia italiana che annunciava la
presentazione di qualsivoglia documento richiesto in materia. Ma evidentemente
la questione, almeno per Lubiana, non era chiusa affatto.
Ma se la questione ha una notevole eco diplomatica tra i due Paesi, altrettanto
si può dire anche a livello locale. Infatti il Comune di Muggia e quello di San
Dorligo della Valle hanno già preannunciato un ricorso comune al Tar del Lazio
contro il rigassificatore. Mentre le associazioni ambientaliste Wwf, Legambiente
e Italia Nostra chiedono una «forte reazione dei cittadini» alla costruzione del
rigassificatore che Gas Natural vuole realizzare a Zaule, nei pressi di Trieste.
Ieri, in una conferenza stampa, hanno annunciato che saranno attivati dei punti
di informazione nel centro giuliano in cui sarà possibile firmare una petizione
contro l'impianto. Da domani, giorno in cui a Roma il premier della Slovenia,
Borut Pahor, incontrerà il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per
parlare anche del rigassificatore, definito da Lubiana «inaccettabile» per
l'impatto transfrontaliero ambientale, le associazioni organizzeranno dei
banchetti per informare e dare sostegno alle azioni legali delle associazioni,
che hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Trieste,
inoltrato alla Procura romana e archiviato, denunciando le irregolarità nella
procedura per il decreto di Via. Le associazioni hanno detto di voler diffondere
le informazioni sull'impatto ambientale e sui rischi per la sicurezza,
«scandalosamente manipolate - a loro dire - da Gas Natural e ignorate dai
competenti organi ministeriali».
Ma non solo di rigassificatore si parlerà domani a Palazzo Chigi. Berlusconi e
Pahor affronteranno anche il tema dello sblocco da parte di Lubiana
dell’adesione di Zagabria all’Ue, si parlerà di lotta all’immigrazione, della
crisi economica internazionale ma anche della situazione nei Balcani orientali
con l’Italia che preme per una liberalizzazione dei visti nei confronti dei
Paesi Ue in favore della Serbia.
È chiaro che, a questo punto, i due interlocutori non si potranno esimere dal
discutere dell’ulteriore allargamento a Est dell’Unione europea. Dopo l’ingresso
della Croazia l’Italia spinge in favore della Serbia con cui ultimamente anche
la Slovenia ha ripreso notevoli contatti commerciali. Ma il ragionamento si
allargherà anche al Montegero, alla Bosnia-Erzegovina, alla Macedonia e
all’Albania. Senza dimenticare il nodo Kosovo che vede impegnate sul terreno sia
truppe italiane che un contingente sloveno.
MAURO MANZIN
ELEZIONI -
Ingegneri ai ferri corti: Cervesi ripunta al vertice Ma i giovani si oppongono
Si vota fino a domani per l’Ordine. L’ex assessore di Illy: «Rifarò il presidente perché i politici devono ascoltarci»
«Ci sono due questioni di rilievo cruciale in vista per le quali l’apporto degli ingegneri potrà rivelarsi essenziale - sostiene Frezza - e sono l’insediamento a Trieste del rigassificatore e l’approvazione definitiva di questo Piano regolatore».
È battaglia
all’interno dell’Ordine degli ingegneri con Giovanni Cervesi che questa
settimana ritenta la grande scalata al vertice. Si vota ancora oggi e domani
nella sede di via del Teatro e l’ex assessore di Riccardo Illy, oltre che papà
del penultimo Piano regolatore, quello ancora in vigore per il quale settori
ambientalisti gli hanno rivolto l’epiteto di ”cementificatore”, è spalleggiato
da un altro ex uomo di Illy, Franco Frezza e da Roberto Marzi, ex consigliere
Lista Illy, ma pure da Sergio Ashiku, direttore del Servizio strade del Comune
oggi diretto subalterno di Roberto Dipiazza, neoassessore ai Lavori pubblici,
oltre che sindaco.
GLI ANTI CERVESI
A guidare i ”contras”, che hanno apprezzato l’operato del presidente uscente
Mario Vianelli, Giulio Gregori, ex dirigente del Comune di Trieste trasferitosi
a Duino Aurisina al momento dell’arrivo di Dipiazza, ma in seguito per un certo
periodo membro dell’ex Commissione edilizia del Comune, supportato da Sergio
Patuanelli, portavoce tra l’altro del Gruppo Beppe Grillo, e poi da Mario Bucher,
Elisabetta Delben, Roberto Flora (liberi professionisti), Stefano de Marco (Wartsila),
Massimiliano Liberale e Riccardo Zangrando (Burlo), Salvatore Noé (docente
università), Renzo Simoni (Ass).
SPARTIACQUE ANAGRAFICO
Più che uno spartiacque di schieramento politico, a dividere i due gruppi sono
la militanza pubblica, marcata nella prima squadra (supportata secondo i
”contras” anche da Pierpaolo Ferrante, forzista ex presidente dell’Ezit che pure
si presenta da ”cane sciolto”) e molto meno nella seconda e l’età anagrafica:
Cervesi ha 64 anni e Gregori 49, Frezza 69 e Roberta Flora 31. «È ora di
cambiare - sostiene Gregori - noi ci proponiamo nell’ottica di un indifferibile
rinnovamento che è anche l’unico modo per portare la categoria a contare di più
con idee nuove».
PRESIDENTE STORICO
Giovanni Cervesi è stato molto esplicito ieri, poco prima dell’una, proprio
mentre si apprestava a esprimere il proprio voto. «Sono stato per dodici anni al
vertice - ha affermato - e punto a ritornarci, perché non vorrei sembrare
presuntuoso, ma dico che il mondo va avanti grazie agli ingegneri. Le valvole
cardiache, i treni, le case: sono gli ingegneri a farli permettendo così alla
medicina, ai trasporti, alla qualità della vita di progredire. Ma ecco il punto:
gli ingegneri nemmeno a Trieste sono sufficientemente ascoltati e tutta la scena
è occupata dai politici. Nel mio programma - ha spiegato ancora Cervesi - vi è
anche l’istituzione di un Organo tecnico permanente di consultazione con un
nucleo fatto da ingegneri affiancati anche da architetti e da geologi che gli
amministratori dovrebbero obbligatoriamente consultare». Cervesi, ”storico”
presidente si era dimesso nell’aprile 2006 perché, in quanto eletto nel
Consiglio nazionale degli ingegneri a Roma, non poteva mantenere due cariche
considerate incompatibili. La votazione nazionale era stata successivamente
invalidata, ma nel frattempo a Trieste era stato eletto Vianelli che ha così
governato per neanche tre anni e mezzo.
LA VOCE DEI TECNICI
«Ci sono due questioni di rilievo cruciale in vista per le quali l’apporto degli
ingegneri potrà rivelarsi essenziale - sostiene Frezza - e sono l’insediamento a
Trieste del rigassificatore e l’approvazione definitiva di questo Piano
regolatore». Proprio al principale strumento urbanistico del Comune gli
ingegneri hanno riservato a luglio un pesante attacco frontale assieme agli
architetti, ai costruttori, ai geometri e ai periti attraverso i rispettivi
Ordini. Acquistando una pagina del Piccolo hanno chiesto al sindaco di
posticipare la procedura di adozione di due-tre mesi per ridiscutere con le
categorie un Piano che «con una potenzialità edificatoria pressoché cancellata
impoverisce i cittadini e con la secretazione avrebbe ridotto gli Ordini
professionali «al ruolo di spettatori».
RAPPORTO COI POLITICI
«La Regione Friuli Venezia Giulia ha competenza primaria cioé fa le leggi in
materia urbanistica - calca la mano Ferrante - ebbene il livello di ascolto che
ha nei confronti degli ingegneri è sotto zero».
Su questo la lista dei giovani dissente. «Non è vero - ribatte Gregori - il
consiglio uscente è stato un forte interlocutore con le istituzioni, grazie
anche al ruolo attivo del presidente Vianelli. La commissione urbanistica ed
edilizia dell’Ordine che ho presieduto ha svolto un lavoro impegnativo e
importante e tutta l’attività fatta è consultabile sul sito web».
Anche il programma degli anti-Cervesi prevede però che all’Ordine venga ridata
«la capacità di essere soggetto attivo nell’ambito della comunità, garantendone
la visibilità e soprattutto rinnovando e amplificando il proprio ruolo di
interlocutore privilegiato e indipendente per le istituzioni pubbliche e
private».
Il Consiglio direttivo uscente nella lettera inviata agli iscritti ha comunque
ammesso che «la crisi della nostra professione è accentuata dalla nostra
incapacità di fare ”lobby”, di compattarci superando individualismi e posizioni
personali. L’importante - si legge - è dare forza all’Ordine e alla categoria
partecipando sia direttamente che indirettamente attraverso i suoi organi, le
sue commissioni, le sue iniziative».
LE URNE APERTE
Un richiamo questo che non è stato completamente ascoltato. Nella prima tornata
di voti infatti non è stato centrato il quorum del 50 per cento degli iscritti
che sono complessivamente 1120, nella seconda non si è arrivati al 25 per cento
anche se sarebbero bastati 280 voti. Via dunque alla terza votazione, valida
qualsiasi sarà il numero dei votanti, e che si protrae per ben cinque giornate.
Si è partiti già lunedì e si potrà votare ancora oggi e domani dalle 9 alle 13 e
dalle 15 alle 19. Sabato mattina lo scrutinio. I candidati sono quaranta, gli
eletti saranno undici.
SILVIO MARANZANA
Anche gli
architetti vogliono farsi sentire - ELETTO IL DIRETTIVO
A fine mese
eleggerà il proprio presidente anche l’Ordine degli architetti che conta
all’incirca 400 iscritti. Il nome sarà scelto tra gli otto che sono risultati
eletti nelle votazioni svoltesi la settimana scorsa: Andrea Dapretto, Paolo
Vrabec, Andrea Benedetti, Claudio Farina, Eugenio Meli, Piero Ongaro, Tazio Di
Pretorio e Enzo Angiolini (ai quali si aggiunge Paola Tolloi per le lauree
brevi).
Anche gli architetti intendono alzare la voce nei confronti della politica. «È
essenziale ridare forza e prestigio all’Ordine - sostiene Enzo Angiolini che
entrerà nel nuovo direttivo - sintomatico di come le amministrazioni pubbliche
ci ignorino è il caso del Centro congressi a Trieste: i politici hanno cambiato
quattro o cinque volte il sito senza ascoltare alcun tecnico. E ancora, la
grande occasione persa del ponte sul Canale di Ponterosso: era opportuno fare un
concroso di idee, magari dando spazio ai nostri giovani. Purtroppo - conlude
Angiolini - Renzo Piano l’ha scritto anche in giapponese: ”l’unico posto dove
non ho potuto realizzare un mio progetto è stato vicino a Trieste”. E si
riferiva alla Baia di Sistiana».
(s.m.)
Il futuro di
Muggia? Una nuova spiaggia - Evidenziata anche la necessità di puntare sulle
fonti rinnovabili come le biomasse e l’eolico
LE
CONCLUSIONI DEL CONVEGNO ECONOMICO RAFFORZANO L’OPZIONE TURISTICA
MUGGIA Ci potrebbe essere anche una grande spiaggia nel futuro di Muggia.
D’accordo che nella Conferenza economica del Comune, conclusasi ieri al centro
congressi di Porto San Rocco, si parlava di ”sfide del XXI secolo”, ma di questi
tempi, con l’opzione turistica in crescita, una proposta del genere ci può
stare. Le ipotesi che sono emerse dai relatori, chiamati a portare un commento
propositivo per l’area muggesana, alla luce dello studio preparatorio realizzato
dall’Istiee, hanno quindi riguardato anche la possibilità di realizzare
nell’area muggesana una spiaggia di rilevante dimensioni e di adeguata
configurazione qualitativa, «in grado di dare concreto supporto allo sviluppo
turistico dell’area». Il tutto sembra però dover preludere a un approccio
diverso con il discorso ambientale. Per essere chiari, i relatori hanno anche
parlato della necessità di puntare sulle fonti rinnovabili secondo una scansione
temporale che prevede nell’immediato il ricorso alle biomasse e all’eolico,
sottolineando per il fotovoltaico la possibilità di più concreti sviluppi per
effetto di una mirata attività di ricerca scientifica nel campo delle
nanotecnologie. E ancora: è stata affrontata l’annosa questione della
possibilità di convivenza tra grandi strutture commerciali di vendita e
commercio urbano, nonché le sfide poste dal recupero delle aree da bonificare e
la loro restituzione a un utilizzo produttivo, compatibile con le vocazioni
industriale, di piccola e media impresa dell’area e commerciale.
Una sua nicchia di interesse se lo è ritagliata anche la possibilità di
valorizzazione dei caratteri territoriali, con lo sviluppo di un’agricoltura di
qualità e di attività turistiche connesse a questa, nell’ottica della
sostenibilità e della valorizzazione delle risorse locali. Nelle conclusioni del
prof. Franco Mosconi, infatti, la realtà muggesana si inserisce in quella realtà
di imprese manifatturiere piccole e medie che caratterizzano il nordest, la cui
presenza rappresenta un’opportunità per la valorizzazione e lo sviluppo
dell’area.
La giornata di ieri, dopo la presentazione dei lavori avvenuta martedì, ha
ospitato una sessione tecnico-scientifica nel corso della mattina, cui sono
seguite due tavole rotonde conclusive nel pomeriggio, dedicate a ospitare gli
interventi rispettivamente degli attori economici e di quelli territoriali
interessati al territorio muggesano.
Nel pomeriggio si sono succedute due tavole rotonde, la prima coordinata dal
presidente dell’Istiee Giacomo Borruso e la seconda dal Sindaco di Muggia Nerio
Nesladek, che hanno coinvolto rispettivamente gli attori economici e gli attori
territoriali in riflessioni riguardanti lo sviluppo futuro dell’area muggesana e
i sui rapporti con le realtà limitrofe. Sono emersi elementi utili a definire
l’agenda per gli sviluppi futuri dell’area. In particolare, elementi quali la
cooperazione tra i porti dell’alto adriatico, l’eliminazione dei vincoli
esistenti al processo di bonifica e recupero delle aree inquinate, il
perseguimento di obiettivi di sostenibilità ambientale ed economica, lo sviluppo
delle attività economiche caratterizzanti il territorio, solo per citarne
alcune.
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore - POLITICI - 1
Mi riesce
difficile comprendere come il sindaco sia un così entusiasta fautore del
progetto di un rigassificatore a Zaule, visto che ha dichiarato più volte di
amare questa città...
Non mi stupisce più di tanto che a Roma abbiano una dannata fretta di costruire
15 - dico 15 - rigassificatori quando al mondo attualmente ce ne saranno sì e no
una cinquantina, con il falso pretesto di ridurre i costi di approvvigionamento.
Agli intrallazzi in questo paese ci siamo ormai abituati, ma deidererei che il
mio sindaco fosse meno reticente nell’esporre i rischi che un impianto del
genere comporta, dando per scontato che li conosca: se così non fosse sarebbe
ancor più grave...
Partiamo dal motivo dell’insediamento: perché ci sono aziende così ansiose di
investire milioni di euro in Italia? Un motivo c’è, e non occorre cercare chissà
dove, basta aprire il giornale. Da «Il Sole 24 Ore» del 26/10/06: «Nell’estate
del 2005 l’Autorità per l’Energia ha emanato una Delibera (la n. 178 art. 13
comma 2) per incentivare la concorrenza, azzerando del tutto il rischio
d’impresa per chi costruisce un rigassificatore».
Bello, vero? Quando lavoro incasso, quando non c’è materia prima (e mi risulta
che i gassificatori attualmente coprono appena il 50% della domanda mondiale...)
lo Stato copre le spese. Per inciso, inoltre, il prezzo del metano così
trasportato è il triplo di quello proveniente dai metanodotti, dato che la
compressione e il trasporto hanno dei costi notevoli.
Ci vuole un bel coraggio a spacciare un rigassificatore per uno strumento per
abbattere i costi, È lampante che nei paesi dove l’energia costa il 30% non è
certamente merito di quel paio di rigassificatori che in media possiedono, e gli
stessi paesi hanno in programma al massimo un paio d’impianti nell’immediato
futuro...
Non voglio dilungarmi sull’impatto ambientale, ricorderò solamente alcuni fatti.
Il riscaldamento necessario per la rigassificazione dovrebbe venir garantito
dall’acqua di mare: milioni di metri cubi di acqua marina dovrebbero venir
pompati negli scambiatori e ributtati in mare di 5 gradi più freddi, il che in
un golfo chiuso come il nostro, con scarso ricambio d’acqua, non mancherà di
ripercuotersi sulla pesca e sull’acquacoltura. Ma c’è di peggio: per evitare
l’intasamento a causa di alghe e microorganismi vari ovviamente è necessario
aggiungere all’acqua composti di cloro, varechina per intenderci, che alla fine
arriverebbe in mare sterilizzando anche i fondali.
Un mare morto da lasciare in eredità ai nostri figli non è la mia idea di un
futuro sostenibile, spero non sia quella del sindaco...
Un altro punto che va chiarito è il presunto risparmio che ne deriverebbe alle
famiglie della città: l’ex a.d di Acegas Aps, Giacomin, quantificò il possibile
risparmio per i consumatori nell’«offensiva» cifra di circa 20 centesimi di euro
per metro cubo di gas; il che, fatte le proporzioni, per una famiglia triestina
(media 3 persone), porterebbe a un risparmio annuo di circa 25 euro. Noi
cittadini dunque potremmo risparmiare qualche decina di euro all’anno, e in
cambio dovremmo vivere con l’incubo di un centinaio e passa di gasiere all’anno
che fanno manovra in mezzo al canale navigabile, ottimi bersagli per una
qualunque organizzazione terroristica piuttosto che di qualche pazzoide
fanatico, per non parlare del rischio, sempre presente di errore umano. Non è
vero che incidenti gravi non ce ne sono stati, anzi...
Nel 1984 a Città del Messico sono esplosi in successione 6 serbatoi di 5000
metri cubi di gas, e il bilancio è stato di 200 morti, 4000 feriti e 200.000
senzatetto (da «Repubblica» 22 novembre 1984).
Da noi avremmo gasiere fino a 250.000 tonnellate in mezzo a una città di 220.000
persone: signor sindaco, le sembra una decisione saggia?
Guido Donvito
SEGNALAZIONI
- Sul rigassificatore - POLITICI - 2
Leggo con
allegria le nuove esternazioni del nostro «dipendente» Menia.
A partire dalle frasi quali «non accetto lezioni da un Paese ex-socialista»,
frase infelice, sciocca e facilmente contrattaccabile da parte slovena con un
«non accettiamo lezioni da un Paese ex-fascista», frase che peraltro al sig.
Menia potrebbe apparire un complimento.
Inoltre, attaccare le Slovenia dicendo io inquino nel mio golfo col
rigassificatore quanto voglio, dato che tu inquini con la tua fonderia, pare una
bella schermaglia tra bambini cresciuti che si scherniscono su chi ce l’ha più
lungo.
Appare sensato che una persona matura o presunta tale, con incarichi prestigiosi
e di potere, consideri il dispetto o l’affronto o la rappresaglia ecologica una
buona arma per difendere lo Stato italiano dalle presunte prevaricazioni
slovene? Il dialogo, la comprensione e gli accordi non sarebbero vie preferibili
da persone dotate di cultura e raziocinio?
Se lo stesso ritiene che la Slovenia danneggi il nostro Stato segua le
istituzioni come hanno fatto gli sloveni e si adoperi attraverso i canali legali
per impedire che il danno prosegua. Un arbitro non di parte, in tal caso,
deciderà su queste cose.
Inoltre tempo fa sul Piccolo erano apparsi studi di enti scientifici triestini
che hanno palesato qualche dubbio sulla veridicità e sulla validità dei dati
della Gas Natural rispetto all’impatto ambientale dello stesso nel golfo.
Appare quindi evidente che il rigassificatore, cui la maggior parte della
popolazione è avversa, appare un assurdo che solo evidenti aderenze tra mondo
imprenditoriale e politica cala sulla testa dei cittadini per perseguire scopi
di lucro senza la benché minima sensibilità verso la cittadinanza che li ha
votati e che allo stesso rigassificatore farebbe bene a meno.
Oltretutto ci sono svariati motivi per i quali il rigassificatore sarebbe un
enorme danno che la collettività andrebbe a pagare a favore di pochi.
Ha senso costruire tale struttura nella zona di Mediterraneo meno profonda e con
correnti marine molto lente? Quale sarebbe l’impatto del cloro immesso in
quantità massicce nel golfo sull’ecosistema marino? Quali specie native
scomparirebbero? La pesca potrebbe continuare nel golfo? Sulla balneazione che
impatto avrebbe? Per non parlare della pericolosità insita in tali impianti.
Inoltre vedo come nella classe politica continua imperterrita la bagarre e la
faziosità per dividere e seminare zizzania tra popolazioni ed etnie, mentre c’è
sempre maggior necessità di educazione, tolleranza, conoscenza delle diverse
culture e dialogo.
Leo Fabiani
COMUNICATO STAMPA - MERCOLEDI', 16 settembre 2009
RIGASSIFICATORE - “Appello ai volenterosi” di WWF, Legambiente e Italia Nostra:
“Solo una
forte reazione dei cittadini potrà contrastare le manovre dei potenti sul
rigassificatore di Trieste”.
Il premier spagnolo Zapatero e Berlusconi a Madrid hanno parlato del
rigassificatore di Trieste-Zaule. Venerdì 18 settembre sarà il primo ministro
sloveno, Pahor, a recarsi a Roma per parlare del rigassificatore con Berlusconi.
Contemporaneamente, GasNatural rompe un silenzio che dura da anni e annuncia
(ora!) di voler “rassicurare le associazioni ed i cittadini sull’ambiente e la
sicurezza”.
Dopo lo scandaloso decreto VIA favorevole al progetto del rigassificatore di
Trieste, firmato l’11 luglio dai ministri dell’ambiente, Prestigiacomo, e dei
beni culturali, Bondi, sono cominciate quindi le manovre finali per mettere i
cittadini (triestini e non solo) di fronte al fatto compiuto.
Occorre quindi - hanno sostenuto oggi in una conferenza stampa i rappresentanti
di WWF, Legambiente e Italia Nostra - una forte reazione dei cittadini, che
contrasti tutto ciò. Le tre associazioni lanciano quindi un “appello ai
volenterosi”, affinché sostengano concretamente le iniziative dirette a
contrastare la realizzazione di un impianto, nefasto per la sicurezza ed il
futuro ambientale ed economico di Trieste e delle aree circostanti.
“Nella seconda metà degli anni ’70 Trieste si mobilitò contro la zona franca
industriale sul Carso – è stato ricordato nella conferenza stampa – e alla metà
degli anni ’80 si oppose al progetto di costruire una mega-centrale a carbone.
Entrambi i progetti furono poi accantonati. Trieste ed il suo territorio sono
ancora capaci di reagire contro un’altra grave minaccia al loro futuro?”
A cominciare da venerdì 18 e sabato 19 settembre, nell’area pedonale di via
delle Torri saranno attivi – tra le 15 e le 20 – dei banchetti per la diffusione
di informazioni sul rigassificatore e per il sostegno alle iniziative legali
delle associazioni. “Vogliamo dare la massima diffusione alle informazioni
sull’impatto ambientale e sui rischi per la sicurezza, scandalosamente
manipolate da GasNatural, e ignorate dai competenti organi ministeriali, ma
anche sulle pesanti ricadute negative dal punto di vista economico”.
Anziché gli annunciati benefici in termini di riduzione del prezzo del gas agli
utenti, infatti, i documenti e i dati dimostrano che il prezzo finale
verosimilmente aumenterebbe, e che gli unici a non rimetterci mai – in virtù di
incredibili meccanismi normativi – qualunque cosa accada, sarebbero i
costruttori e gestori dell’impianto. Inoltre, la costruzione del rigassificatore
nel cuore del Porto di Trieste, rappresenterebbe con ogni verosimiglianza la
fine di qualsiasi velleità di espansione dei traffici commerciali marittimi nel
Porto stesso. “E’ incredibile che tutto ciò – hanno sottolineato gli
ambientalisti – ancorché ben noto e documentato, non sia stato tenuto in alcuna
considerazione dalla grande maggioranza dei politici locali, o perché affetti da
patologico pressapochismo, o perché succubi di direttive superiori.”
Ai banchetti previsti sarà anche possibile firmare una petizione contro
l’impianto di GasNatural. “Vogliamo così dare ai cittadini, finalmente, la
possibilità di esprimere la propria opinione, visto che le promesse – del
sindaco Dipiazza e di altri - di indire un referendum consultivo sull’argomento,
non hanno avuto alcun seguito. Eppure a Monfalcone nel ’96 la cittadinanza fu
consultata: perché a Trieste no?”
Che Zapatero si attivi per sostenere il progetto di GasNatural non sorprende gli
ambientalisti: “Lo aveva già fatto, come ha rivelato la stampa italiana l’anno
scorso, ed era riuscito a sbloccare la procedura VIA che infatti si è poi
conclusa, contro ogni logica, con esito favorevole al progetto. Taluni
governanti sono più abili come procacciatori d’affari per le grandi
multinazionali energetiche, che come difensori degli interessi dei cittadini.”
Gli ambientalisti si interrogano anche sulla tenuta del Governo di Lubiana,
finora ufficialmente contrario al progetto di GasNatural. “Gli ultimi due
Governi italiani – ricordano WWF, Legambiente e Italia Nostra – hanno proposto
con insistenza una “partnership” in campo energetico alla Slovenia, che
comprenda anche l’ingresso dell’ENEL nel progetto di raddoppio della centrale
nucleare di Krško, in cambio di un “ammorbidimento” sul rigassificatore di
Trieste. Il che significherebbe per Trieste (ma anche per Capodistria e molti
altri centri) il raddoppio dei rischi di incidente nucleare, cui andrebbero ad
aggiungersi quelli legati all’impianto di GasNatural. Sapremo presto se il
premier sloveno avrà ceduto alle profferte italiane, svendendo così anche i
propri concittadini oltre ai triestini. ”
WWF - LEGAMBIENTE - ITALIA NOSTRA
LA REPUBBLICA - MERCOLEDI', 16 settembre 2009
Pannelli solari, boom di furti - rubati impianti per 100milioni di euro- Le centinaia di denunce in tutta Italia nel 2008 mostrano un fenomeno in crescita
I ladri
colpiscono nelle abitazioni private, ma anche in scuole e centrali dell'Enel -
Caccia con il satellite alla 'refurtiva' spesso rivenduta nei Paesi del Nord
Africa
Solare o fotovoltaico, il pannello piace sempre più. Soprattutto ai ladri.
Nel 2008 le denunce per furti di strutture destinate alla produzione di energia
rinnovabile sono state centinaia in tutta Italia, per un valore complessivo
della refurtiva pari a oltre cento milioni di euro. E le stime parlano di un
fenomeno in crescita anche per il 2009.
Ne sa qualcosa un - romantico - installatore di Signa, vicino Firenze. A fine
luglio si trovava a passare dalle parti del suo primo impianto fotovoltaico (che
non si scorda mai), un'abitazione privata il cui tetto era stato ricoperto di
pannelli. Quando, con sgomento, l'elettricista ha visto i tetti di casa nudi e
opachi ha fatto subito una telefonata al vecchio cliente, dandogli in anteprima
la brutta notizia. A seguire è arrivata la denuncia ai carabinieri, e ora sono
in corso le indagini per scoprire dove sono finiti quei centoventi moduli, e
soprattutto quei centomila euro investiti nel risparmio energetico.
Stessa angosciosa attesa nel piccolo comune di Bene Vagienna, in Provincia di
Cuneo. Lì, tra fine agosto e inizio settembre, qualcuno ha fatto sparire dalla
scuola elementare A. Carena ben ottantasette pannelli, alti un metro mezzo
l'uno. Il mutuo acceso dall'amministrazione comunale resta tutto da pagare: e
chi ci pensava a fare un'assicurazione contro il furto?
Il furto dei furti risale al 2007, quando settemila pannelli della centrale
elettrica Enel di Serre, vicino a Salerno, si volatilizzarono. A quel tempo ci
si muoveva soprattutto per grossi malloppi. Negli ultimi tempi, invece, la
raccolta si è fatta più capillare, i ladri si sono organizzati in piccole
squadre d'assalto che puntano siti dotati di un capitale medio, tra i cinquanta
e i centocinquanta pezzi.
La più grande retata di ecoladri finora registrata in Italia è stata quella
dello scorso febbraio: diciannove persone arrestate dalla Squadra Mobile di
Matera al termine dell'Operazione Kyoto, lunghi mesi di indagini per una banda
che aveva depredato impianti solari e fotovoltaici in tutto il Sud, arrivando a
totalizzare un bottino di circa sei milioni di euro. La banda del pannello
operava con grande efficienza smontando in una sola notte un centinaio di
moduli, che venivano immediatamente spediti via furgone nel Nord Africa.
Nei Paesi nel Maghreb la domanda di energia a basso costo sale a dismisura di
anno in anno. E il mercato nero fa affari d'oro: un pannello (che in Italia
costa 700 euro) viene ceduto a circa 200 euro. Del resto, in Italia, i pannelli
rubati sono inservibili. Quando vengono allacciati per la prima volta alla rete
elettrica, il gestore assegna loro un codice di riconoscimento che li marchia
per sempre. Se si tentasse di riallacciarli, verrebbe subito identificati. Magra
consolazione? No, si può fare qualcosa di più. L'Enea (Ente per le nuove
tecnologie, l'energia e l'ambiente) ha brevettato il Pv-Guardian, un vero e
proprio antifurto che oltre a inibire il funzionamento del modulo in caso di
spostamento non autorizzato è in grado di inviare un segnale per localizzare la
posizione.
Il dispositivo rileva infatti le coordinate geografiche di un'eventuale nuova
installazione grazie all'applicazione del Global Position System-GPS, tramite
una scheda laminata che è parte integrante del pannello fotovoltaico,
assolutamente impossibile da rimuovere (se non distruggendolo). Un altro sistema
di protezione, progettato e realizzato da MARSS srl, è il Solar Defender, basato
su sensori ottici applicati direttamente sul pannello. Attraverso un sofisticato
algoritmo, il sensore rileva e segnala immediatamente ogni tentativo di strappo,
rimozione, mascheramento e manomissione sia del singolo pannello che dell'intero
impianto.
Eppure, a volerla trovare, la buona notizia c'è. Secondo stime riportate
dall'Enea, i furti di pannelli si aggirano sul 6% del venduto totale. Quindi
sappiamo che diverse aree a economia (ed ecosistema) assai fragile si stanno
dotando di sistemi energetici puliti. Origine a parte.
CHIARA PAOLIN
IL PICCOLO - MERCOLEDI', 16 settembre 2009
Conconello,
vicino il trasloco delle antenne - IL TRASFERIMENTO PER ORA RIGUARDA SOLO LE
RADIO
Una doppia
concessione sblocca l’impasse: i ripetitori saranno spostati su Monte Belvedere
Croci sul calendario non ce ne sono ancora. E in Italia, sui tempi della
burocrazia, è meglio andarci coi piedi di piombo. Questa però, per lo sblocco
del vecchio piano di ”liberazione” dell’abitato di Conconello dall’invasione
delle antenne radiofoniche, sembra davvero la volta buona. Nel giro di qualche
mese, infatti, i ripetitori della discordia - tra cui diversi pezzi installati
abusivamente - potrebbero già essere disattivati. Dopo di che verranno smontati
pure i piloni su cui s’agganciano le antenne. Tanto per togliere, oltre alle
onde elettromagnetiche, anche il pugno nell’occhio. Al loro posto, verso Monte
Belvedere direzione Banne - a un buon mezzo chilometro di distanza dall’abitato,
e 200-300 metri a valle rispetto ai grandi ripetitori di Rai e Mediaset -
sorgeranno due nuovi tralicci regolari, uno di Radio Radicale e l’altro di Radio
Punto Zero, su cui saranno trasferiti in affitto i ”ponti” di tutte le altre
emittenti private.
LO SBLOCCO Lo spartiacque di questa storia che ha dell’interminabile coincide
con la recente approvazione, da parte della giunta Dipiazza, di uno schema di
convenzione con la Centro di produzione Spa di Roma, braccio tecnico di Radio
Radicale, qualificato nel documento stilato in Municipio come «titolare di
concessione ministeriale per l’esercizio della radiodiffusione sonora privata in
ambito nazionale». Contestualmente, «al fine di garantire uniformità di
trattamento, verrà redatto un atto integrativo alla convenzione, già stipulata
dal Comune con Radio Punto Zero, che recepirà i contenuti sopra esposti». Fermo
restando che «la stipula della convenzione con la Centro di produzione Spa non
pregiudica la possibilità per il Comune di accogliere ulteriori istanze di
concessione di diritto di superficie nonché di concessione edilizia per
l’installazione di impianti di radiodiffusione nella zona in questione».
LA STRATEGIA L’amministrazione Dipiazza, insomma, per uccidere l’impasse ha
scelto la via della doppia concessione - e del doppio traliccio anziché uno solo
- accettando le richieste tanto dell’emittente romana quanto di quella nostrana,
che era stata la prima delle due a presentare un progetto di traliccio ”buono”
per tutti ancora agli inizi degli anni Novanta (la Centro di produzione avrebbe
fatto poi lo stesso a fine ’99, ndr). Radio Punto Zero, peraltro, che oggi a
Conconello è ospite in affitto del pilone di Radio Radicale, si era vista
concedere una convenzione dal Municipio per Monte Belvedere già nel novembre del
2005, ma «il relativo provvedimento autorizzativo non è stato però ancora emesso
in quanto la richiesta deve essere integrata con alcuni documenti», dal parere
dell’Arpa alla Valutazione d’impatto ambientale.
I DETTAGLI La zona in cui troveranno spazio i due nuovi tralicci è un ex terreno
militare ora di proprietà del Comune, che per rilevarlo ha pagato 28.500 euro.
Infatti, come si legge nello schema di convenzione, «il canone di concessione
del diritto di superficie» chiesto alla Centro di produzione è di «2.850 euro
all’anno» - per «18 anni» - «corrispondente a un decimo dell’indennità di
esproprio versata all’Agenzia del demanio». Non è dato sapere a quanto ammonta
il canone analogo che sarà applicato a Radio Punto Zero ma la cifra non dovrebbe
discostarsi di molto. Entrambe le emittenti titolari dei tralicci si faranno a
loro volta riconoscere un affitto dalle altre emittenti ospiti.
LE REAZIONI Un’ulteriore area nei pressi di Monte Belvedere sarebbe in odore di
acquisizione da parte del Municipio per trasferire invece le antenne televisive
private. Ma l’urgenza - come assicura il sindaco Roberto Dipiazza che detiene in
giunta la delega competente sulla materia, cioè quella all’Urbanistica - erano
le antenne delle radio, da cui rimbalzano «le onde potenzialmente più dannose».
«Con questo atto - si dice soddisfatto il primo cittadino - abbiamo chiuso una
partita che si trascinava da un ventennio». «È un bene per tutti - chiude
Filippo Busolini, editore di Radio Punto Zero - che finalmente le antenne
abbiano una collocazione lontana dall’abitato. Spiace però che dopo così tanti
anni la cosa si sia risolta solo con una seconda concessione, che in realtà non
serviva perché il nostro progetto prevedeva che su un solo traliccio ci
sarebbero potute stare tutte le radio, con affitti oltretutto molto contenuti».
(pi.ra.)
San Dorligo,
620mila euro per la centrale a biomasse - Il progetto prevede un
centro di raccolta della materia prima e un impianto per la generazione di
energia
IN SEGUITO
ALL’ADESIONE AL PIANO PROVINCIALE DI AZIONE LOCALE
SAN DORLIGO Un finanziamento di 622 mila euro per realizzare una centrale di
cogenerazione che utilizzi le biomasse. E' questa la somma che il Comune di San
Dorligo riceverà dalla Provincia (tramite la Regione) in seguito all'adesione al
Piano provinciale di azione locale, avvenuta due giorni or sono nel corso del
consiglio comunale, con una votazione all'unanimità.
Il progetto, che vede anche la partecipazione del Comune di Muggia, consiste nel
destinare una zona – verosimilmente un'area dell’Ezit vicino alle Valle delle
Noghere – a centro di raccolta di biomasse (tronchi e ramaglie). Il materiale
sarà poi trasportato ad una centrale che trasforma la biomassa in energia
elettrica, centrale che dovrebbe trovare posto nei pressi del teatro comunale
”France Preseren”, vicino all'attuale centrale del gas.
In questo modo si potrebbe generare energia termica ed elettrica, da destinare
al centro visite della Riserva naturale della Val Rosandra, all'asilo e allo
stesso teatro comunale.
«Ora siamo in attesa che la Regione riceva la nostra adesione, per partire con
la cantierabilità delle strutture», commenta il vice sindaco Antonio Ghersinich.
Tra i vantaggi degli impianti sottolineati dall'amministrazione Premolin, anche
l'abbassamento dei costi di materiali che attualmente vengono trasportati
all'inceneritore.
All'adesione al Pal e alla conseguente realizzazione delle due centrali ha
votato favorevolmente, ma con riserva sul procedimento, il capogruppo del
Pdl-Udc Roberto Drozina: «Credo che l'argomento sia degno del coinvolgimento del
consiglio comunale, nel cui interno sono reperibili professionalità per
esprimere suggerimenti su tale progetto. Confido dunque – ha chiosato Drozina –
che l'amministrazione tenga conto di questa procedura, a differenza di quanto
fatto recentemente con la piazza di Bagnoli».
Di pari passo il Comune di San Dorligo della Valle è in prima linea per la
costituzione del distretto agroenergetico transfrontaliero. Il progetto,
intitolato Biodistrict, inserito nell'ambito del Programma per la cooperazione
transfrontaliera Italia–Slovenia 2007-2013, e pensato in collaborazione con il
Centro di ecologia teorica ed applicata sullo sfruttamento delle biomasse, sarà
di più ampio respiro. Oltre a San Dorligo saranno infatti coinvolti la
Provincia, i Comuni di Muggia, Sgonico, Monrupino e Duino Aurisina ed i Comuni
sloveni di Erpelle Cosina. Comeno, Ilirska Bistrica e Divaccia.
Le attività di questo progetto saranno diverse: la raccolta dei dati
territoriali sulla consistenza e sulla disponibilità effettiva di biomasse,
l'analisi delle utenze termiche degli edifici pubblici, la progettazione di un
sistema integrato nell'area transfrontaliera (con gli obiettivi di raccogliere,
tagliare e stoccare le biomasse), la sostituzione delle caldaie a combustibile
fossile con quelle a biomasse.
(r.t.)
COMUNICATO STAMPA - Sulla vicenda dei cinghiali a
Trieste - Trieste, 15 settembre 2009.
Quanto pubblicato sulla stampa in questi giorni in merito
alla vicenda dei cinghiali a Trieste sembra ribadire un anacronistico quanto
pericoloso assioma: la gestione della fauna selvatica deve rimanere una “cosa
nostra” del mondo venatorio.
In questo senso vanno le dichiarazioni di chi, attaccando i guardiacaccia invita
la Provincia a utilizzare i cacciatori per abbattere gli animali anche nelle
zone urbane; e di chi si scandalizza per il fatto che i guardiacaccia sparano in
aree urbane o suburbane ignorando che i cacciatori da anni usano carabine e
doppiette nelle aree prossime alla città di Trieste arrivando fino a 100 metri
dalle case e a 50 metri dalle strade. E’ inoltre doveroso ricordare che da
questa primavera alcuni cacciatori sparano anche nel centro abitato di Trieste.
In questo coro variegato filo venatorio va letto anche e soprattutto l’attacco
al, rappresentante delle associazioni ambientaliste Maurizio Rozza, “reo” di
partecipare nella sua attività lavorativa di guardiacaccia provinciale al piano
di contenimento dei cinghiali, pur facendo parte, dell’unico organismo regionale
di consulenza tecnica che la Regione ha attivato per la gestione faunistica
venatoria, composto inoltre da ben nove cacciatori . Ma l’attuazione dei piani
di abbattimento per motivi di sicurezza pubblica e di difesa delle colture
agricole è prevista dalla legge nazionale quale compito di istituto proprio dei
guardiacaccia provinciali. Dovremmo dunque tornare alla situazione di parecchi
anni fa, quando il possesso della licenza di caccia era requisito di base per
poter esercitare la professione di guardia venatoria provinciale? O dovremmo,
come vogliono il Sindaco Dipiazza e l’Assessore regionale Violino, affidare
anche questi compiti esclusivamente al mondo venatorio?
In entrambi i casi sarebbe come affidare la cura della malattia ad uno degli
agenti che hanno causato la patologia stessa. Basta leggere gli atti di
pianificazione venatoria degli ultimi 15 anni, per capire esattamente chi ha
causato questa situazione. Dall’epoca della fuoriuscita dei cinghiali
appenninici dall’allevamento della cava Faccanoni, è stata attuata un’enorme
attività di foraggiamento di quegli animali con lo scopo di fermarli nell’area
periurbana e di farli crescere a dismisura di numero. L’attività di
foraggiamento, finalizzata ad avere un’enorme quantità di selvaggina in aree
facilmente accessibili, è stata eseguita dal mondo venatorio con il supporto
economico dell’allora Comitato Provinciale della Caccia. Purtroppo anche alcuni
zoofili hanno contribuito alla crescita della popolazione di cinghiale,
lasciando sul territorio urbano e suburbano ingenti quantità di cibo.
Già nel 1997 le associazioni ambientaliste triestine – WWF in testa – avevano
previsto quanto sarebbe successo ed avevano chiesto l’intervento immediato delle
amministrazioni pubbliche per fermare i foraggiamenti artificiali e attivare una
corretta e partecipata gestione faunistica venatoria. All’epoca la popolazione
dei cinghiali era sotto le 100 unità e sarebbe stato quindi ancora possibile
evitare l’esplosione dei danni ed interventi di contenimento così cruenti. Ma le
richieste degli ambientalisti, formulate in forma di osservazioni al Piano
Faunistico Provinciale e al Piano Faunistico Regionale, sono state riposte in un
cassetto e i Piani mai attuati.
Le responsabilità di questa situazione quindi ci sono, e non sono certo dei
guardiacaccia della Provincia di Trieste.
Serve un tavolo tecnico permanente in cui siano presenti ambientalisti,
agricoltori ed enti locali e in cui si diano indicazioni non solo sulla
pianificazione della gestione venatoria ma soprattutto sulle tecniche
alternative all’uso delle doppiette
Non si tratta di pretese astratte: il 29 maggio di quest’anno, con la sentenza
n. 165 la Corte Costituzionale ha sancito l’illegittimità della nostra normativa
regionale che affida ai soli cacciatori la gestione della fauna selvatica
ignorando il principio cardine della norma nazionale che impone che «negli
organi direttivi degli ambiti territoriali di caccia deve essere assicurata la
presenza paritaria, in misura pari complessivamente al 60 per cento dei
componenti, dei rappresentanti di strutture locali delle organizzazioni
professionali agricole maggiormente rappresentative a livello nazionale e delle
associazioni venatorie nazionali riconosciute, ove presenti in forma organizzata
sul territorio. Il 20 per cento dei componenti è costituito da rappresentanti di
associazioni di protezione ambientale presenti nel Consiglio nazionale per
l’ambiente e il 20 per cento da rappresentanti degli enti locali».
Ma la Regione, fino ad oggi, ha fatto orecchie da mercante. E la situazione dei
cinghiali a Trieste è solo uno degli evidenti risultati di questo comportamento
omissivo che perdura.
Per le associazioni ambientaliste:
Per WORLD WILDLIFE FUND - FRIULI VENEZIA GIULIA: Roberto Pizzutti
Per LEGAMBIENTE - FRIULI VENEZIA GIULIA: Giorgio Cavallo
Per LEGA ITALIANA PROTEZIONE UCCELLI - FRIULI VENEZIA
GIULIA: Stefano Sava
Per LEGA PER L'ABOLIZIONE DELLA CACCIA - FRIULI VENEZIA GIULIA: Alessandro
Sperotto
Per ITALIA NOSTRA - FRIULI VENEZIA GIULIA: Francesca Boschin
Per LEGA ANTI VIVISEZIONE - TRIESTE: Fulvio Tomsich
Caruso
IL PICCOLO - MARTEDI', 15 settembre 2009
Rigassificatore, ricorso al Tar del Lazio - L’ANNUNCIO
IN AULA DEL SINDACO FULVIA PREMOLIN
Iniziativa congiunta dei Comuni di San Dorligo e Muggia. Approvata la mozione Pdl-Udc
SAN DORLIGO La giunta di San Dorligo della valle è pronta
a presentare un ricorso al Tar del Lazio contro il progetto del rigassificatore
di Zaule. Il nulla osta alla delibera per l’affidamento dell'incarico
professionale – all'avvocato Alessandro Giadrossi – è stato comunicato ieri
mattina dal sindaco Fulvia Premolin durante la seduta straordinaria del
consiglio comunale.
«Era un atto doveroso, coerente con il nostro pensiero e le nostre azioni – ha
spiegato la Premolin – un procedimento che verrà portato avanti assieme al
Comune di Muggia (che giovedì si riunirà in consiglio, ndr)». L'annuncio della
delibera è avvenuto poco prima della votazione, da parte del consiglio, sulla
mozione presentata dal gruppo consigliare Pdl-Udc proprio sul progetti di
insediamento del terminale di rigassificazione nell’area ex Esso a Zaule.
Il consigliere di opposizione Roberta Clon (Pdl-Udc) ha letto in aula una
mozione sottoscritta assieme a Roberto Massi e Roberto Drozina, in cui si
esprimoni forti dubbi sulla realizzazione del terminale di rigassificazione
nell'area di Zaule. «Siamo molto preoccupati per la salute dei cittadini e per
le conseguenze che questo impianto potrebbe avere sull'ambiente – ha spiegato la
Clon – perché i dati in nostro possesso tendono a proporre conclusioni
contraddittorie. È per questo che aspettiamo chiarimenti e verifiche da parte
dei tecnici preposti».
Soddisfatto della mozione il consigliere dei Verdi-Idv, Dino Zappador: «Il testo
originario presentato dai tre esponenti del centrodestra è stato modificato in
una sua parte (su richiesta del consigliere della Slovenska skupnost Marko
Savron, ndr), e ricorda l'impegno precedente del consiglio comunale su un tema
molto importante come questo, portato avanti con coraggio da Drozina e dagli
altri esponenti di centrodestra, tanto da andare contro le posizioni di politici
della stessa appartenenza politica, come il senatore Camber o il sindaco di
Trieste Dipiazza».
La mozione è stata votata da tutto il consiglio, tranne che da Boris Gombac. Il
capogruppo di Uniti nelle tradizioni, al momento di esprimere il proprio voto è
uscito dall'aula: «Ritengo che sia incoerente il fatto che la mozione sia stata
presentata due giorni prima dell'incontro tra i primi ministri Berlusconi e
Pahor, tenendo conto poi che la mozione presentata dagli esponenti del Pdl-Udc
dice le stesse cose della giunta riguardo al ricorso al Tar».
Gombac ha inoltre rimarcato come sia «strano che l'opposizione di San Dorligo
della Valle, che è di centrodestra, si sia imbarcata assieme all'opposizione
nazionale di centrosinistra su un argomento che comunque verrà risolto da più
alti organi istituzionali».
La votazione favorevole alla mozione presentata dal Pdl-Udc, e l'annuncio
dell'approvazione della delibera della giunta per il ricorso al Tar del Lazio,
sono le ultime espressioni delle forti perplessità che il progetto del
rigassificatore stanno creando nel territorio di San Dorligo della Valle, una
realtà che però – assieme al Comune di Muggia – sarà esclusa dalla conferenza
dei servizi che verrà indetta dalla Regione, in quanto il progettato impianto
non ricadrà sul suo territorio.
RICCARDO TOSQUES
Il Pd ”pungola” la Provincia - CRITICITÀ E BENEFICI
DELL’IMPIANTO
TRIESTE Il Partito democratico ha proposto alla Provincia
di attivare un percorso di approfondimento sulle criticità d'impatto e sui
potenziali benefici del rigassificatore, coinvolgendo comunità scientifica,
detentori di interessi ambientali, economici e sociali, azienda e altre
istituzioni pubbliche. Tutto ciò in modo da favorire le necessarie risposte,
dalle quali può dipendere una valutazione definitiva di sostenibilità e
benefici.
La richiesta è stata avanzata alla presidente della Provincia, Maria Teresa
Bassa Poropat, da una delegazione del Pd, guidata dal segretario Roberto
Cosolini e composta dai capigruppo in provincia, Maria Monteleone, in Comune,
Fabio Omero e dal sindaco di Muggia Nerio Nesladek. La proposta è stata
formulata a seguito all’ordine del giorno approvato dall'assemblea del Pd, in
cui si rimarca l'esigenza di un'autorevole azione delle istituzioni per valutare
gli effettivi impatti economici dell’impianto, e se, e come, possano essere
superate le preoccupazioni su movimentazione delle navi, impatto sull'ambiente
marino e sicurezza.
Di fronte alla richiesta del Pd la presidente della Provincia ha risposto di
condividerne motivazioni e caratteristiche.
Autovie, meno Tir ma più auto (+6,44%) - Passante e
flessione dei camion taglieranno gli utili di 5 milioni
TRIESTE Cinquencentomila camion in meno sulla rete
autostradale di Autovie nel primo semestre 2009 mentre il transito delle
automobili non ha mai smesso di crescere (+ 3,7 per cento). Ma l’estate ha
invertito la tendenza: boom per la circolazione di autovetture (+ 6,44 per
cento) e riallineamento dei volumi di camion in circolazione. C’è il calo del
traffico – soprattutto nella seconda parte del 2008 e nei primi cinque mesi del
2009 - dietro alla diminuzione degli utili di Autovie Venete che si attestano,
comunque, su una cifra di tutto rispetto: 33 milioni 422 mila euro.
Il calo tiene conto della crisi economica, ma anche dell’entrata in funzione del
passante di Mestre che, nei primi sei mesi d’esercizio (l’apertura è avvenuta
l’8 febbraio scorso), ha rosicchiato al fatturato della concessionaria circa due
milioni di euro. Questo «ammanco», che sarà quantificabile solamente su base
annua – le proiezioni parlano di una diminuzione che potrebbe attestarsi sui
cinque milioni di euro -, dovrà essere compensato in sede di rinnovo della
concessione con Anas. Concessione che l’assemblea di Autovie licenzierà – salvo
ulteriori ritardi di Anas – il 28 settembre. Il bilancio, illustrato ieri al cda
dall’amministratore delegato Pietro Del Fabbro, sarà invece portato in assemblea
il 15 ottobre insieme al rinnovo delle cariche e alle relative modifiche
statutarie, oggetto di discussione in consiglio per il rapporto che in questo
modo si creerà tra Autovie e Friulia in un momento delicato quale il rinnovo
della convenzione con Anas. Le modifiche su cui è stato chiamato ad esprimersi
il cda– passate con l’astensione del consigliere Maurizio Ionico (Pd) – hanno
riguardato l’introduzione di un vicario (lo statuto prevedrà la figura di «uno o
più vicepresidenti»). A queste, però, si aggiungerà la modifica portata
direttamente in assemblea da Friulia (su indicazione della Regione) per
garantire un posto di diritto all’ad della holding nel cda della società.
Un’operazione che mostra la volontà politica della Regione di rafforzare il
rapporto tra le due società in vista di una riorganizzazione della holding, ma
che secondo alcuni esponenti del consiglio di amministrazione uscente pone
problemi di opportunità.
Friulia ha già funzioni di coordinamento e controllo sugli atti di Autovie in
base al regolamento di gruppo approvato a gennaio. La presenza del «controllore»
nel cda della società controllata potrebbe portare a un maggior condizionamento
e quindi a un indebolimento dell’organo di amministrazione della spa proprio in
un momento delicato quale il rinnovo del piano finanziario. La strategia della
Regione sembra guardare oltre Autovie. Il processo di ricapitalizzazione della
spa, necessario per coprire i maggiori costi degli investimenti, va di pari
passo con la riorganizzazione della holding. Una ricapitalizzazione di Autovie
imporrebbe di non far scendere le quote del socio pubblico sotto i due terzi del
capitale della concessionaria.
(m. mi.)
L’energia più efficace? Il risparmio - Il fisico Renzo
Rosei fa lezione in piazza Sant’Antonio a ”Casa verde casa”
Ristrutturare Cattinara e costruire il nuovo Burlo secondo
i principi dell'architettura sostenibile farebbe risparmiare 30 mila Mhw
all'anno. Ognuno di noi consuma quasi 100 volte quanto consumava un uomo
dell'età della pietra. Il petrolio non sta finendo, ma sarà sempre più difficile
estrarlo e il suo costo aumenterà vertiginosamente.
Così, alternando il micro e il macro, il locale e il globale, Renzo Rosei -
docente di Fisica della materia all'Università di Trieste e, tra le altre molte
cose illustri, protagonista della nascita del Laboratorio di Luce di Sincrotrone
Elettra come stretto collaboratore del professor Luciano Fonda - ha catturato
l'attenzione del pubblico accorso sabato scorso alla sua lezione all'aria aperta
sulle energie rinnovabili in piazza Sant'Antonio, nell'ambito della
manifestazione ”Casa Verde Casa - Dalla casa efficiente alla città sostenibile”.
Con gran successo delle ”ecosedie” realizzate con i pacchi dei quotidiani
invenduti, e significativa presenza, oltre ad Antonio Paoletti e Alessandro
Settimo, presidente e vicepresidente della Camera di Commercio organizzatrice
dell'evento, di addetti ai lavori in ambito imprenditoriale.
Partendo dall'escalation dei consumi energetici di oggi - 120 miliardi di kw
all'anno, pari all'energia generata da 14mila centrali nucleari: 35% dal
petrolio, 25% dal carbone, 21% dal gas naturale, 10% dalle biomasse, 6% dal
nucleare, 2% dall'idroelettrico e appena l'1% dalle altre rinnovabili - Rosei,
affiancato da una solida massa critica a livello di comunità scientifica
internazionale, propone una valutazione delle fonti e tecnologie energetiche in
base a parametri nuovi di produttività, resa e sostenibilità: devono essere in
grado di produrre quantità significative di energia, devono produrne molta più
di quanta non ne richieda il loro funzionamento e devono essere in grado di
produrre per tempi molto lunghi senza fare danni ad altre attività e agli esseri
umani.
Il ”numerello” da tenere in considerazione è l'Eroei, acronimo di Energy Return
On Energy Investment: significa, come detto, che la tecnologia deve produrre più
energia di quanta non ne richieda per essere prodotta. Più alto è l'Eroei, più
conveniente è la tecnologia. Se ai primordi della sua estrazione l'Eroei del
petrolio era 100, oggi è appena 15. Appena più sopra, ma comunque in costante
calo, l'Eroei del carbone, mentre il nucleare è appena sopra la soglia di
sostenibilità, il 5, e il bioetanolo attuale è addirittura sotto tale soglia.
Qual è la sorpresa? Che il risparmio energetico già oggi è di gran lunga la
fonte più redditizia, seguita dal solare e dall'eolico. Sono queste le fonti di
energia del futuro: efficaci e sostenibili. La soluzione c'è. Il problema è che
non esiste ancora la consapevolezza e la maturità per metterla in pratica. La
chiusura di Rosei è infatti piuttosto sconfortante: «Sono scelte che coinvolgono
la politica, l'economia, la sociologia, la cultura. Credo purtroppo che ci
renderemo veramente conto dei problemi del risparmio energetico e dell'impatto
ambientale solamente quando sbatteremo il muso contro le loro più negative
conseguenze».
SEGNALAZIONI - TRASPORTI - Ripensare al tram
Nell’ambito della recente lunga discussione in consiglio
comunale sul nuovo piano regolatore generale, avevo messo in evidenza tra
l’altro il fatto che in questa occasione ci si sarebbe aspettata dalla
maggioranza di centrodestra la formulazione di una proposta moderna e innovativa
per il trasporto pubblico locale (Tpl). Tanto più sarebbe stato logico che tale
argomento costituisse una parte non secondaria nel nuovo piano del traffico che
è tornato alla ribalta in questa fine d’estate, grazie ad altre anticipazioni
parziali che il sindaco magnanimamente ci concede, come succede periodicamente
ormai da anni.
Quando parlo di trasporto pubblico locale moderno ed innovativo mi riferisco
specificatamente ad un’auspicata reintroduzione a Trieste di un sistema
tranviario, a ridottissimo inquinamento acustico e ad inquinamento atmosferico
nullo.
L’innovazione tecnologica gioca un ruolo essenziale mettendo a disposizione
rispetto al passato un numero maggiore di soluzioni (tram su gomma, metro
leggera, tram-treno, ecc.).
Ma si assiste negli ultimi 10/15 anni anche a un rilancio in chiave moderna del
sistema tranviario classico. Questa tendenza, avviata negli anni 80 in Francia
(Nizza, Grenoble, Strasburgo e nella stessa Parigi) si è progressivamente
diffusa in tutta Europa, Italia compresa; nel nostro Paese, dopo le
indiscriminate dismissioni delle reti tranviarie cittadine (tra cui la nostra)
degli anni 60 e 70, rimanevano solo le reti di Milano, Roma, Torino e Napoli.
Dagli anni ’90, amministratori locali accorti ed un’intensa attività progettuale
sostenuta da mirati finanziamenti europei hanno consentito l’ammodernamento
delle reti esistenti, il ritorno del tram in centri urbani dai quali era stato
cancellato (Messina, Genova, Padova), mentre nuove linee sono in costruzione o
già parzialmente in esercizio a Cagliari, Sassari, Bergamo, Firenze e Palermo.
Rispetto a vent’anni fa, oggi per gli esperti del settore è assodato che il tram
si inserisce in modo armonioso negli ambienti urbani: le moderne tecniche
utilizzate per la posa delle rotaie consentono l’abbattimento quasi totale di
vibrazioni e rumorosità; vi è poi da considerare il fatto che tram e pedoni
possono coesistere tranquillamente: in numerose realtà europee vi sono arterie
stradali centrali dedicate esclusivamente al traffico tranviario ed ai pedoni
con risultati più che positivi per quanto riguarda il livello di qualità della
fruizione del contesto cittadino.
Per Trieste penso ad esempio alla possibile realizzazione della metropolitana
leggera e alla sua successiva integrazione con una tranvia cittadina mediante la
tecnologia «tram-treno» (già ampiamente utilizzata soprattutto in Germania ed in
Austria) con l’impiego di materiale rotabile in grado di operare sia sulla rete
ferroviaria che su quella urbana.
Forse siamo ancora in tempo, in accordo con la Provincia, nell’ambito del piano
regionale dei trasporti ed in previsione del nuovo bando regionale per il Tpl
del prossimo anno; purché ci sia la volontà di farlo.
Mario Ravalico - consigliere comunale Pd
IL PICCOLO - LUNEDI', 14 settembre 2009
MUGGIA - Braccio di ferro con Trieste sul
rigassificatore di Zaule - Nello studio dell’Istiee emerge il
delicato rapporto fra l’ambiente e le opportunità di sviluppo
«È necessario tenere conto di variabili esterne che
potrebbero costituire delle opportunità di sviluppo, o delle minacce per le
attività economiche e per la qualità dell’ambiente».
La frase è riportata nel capitolo finale dello studio dell’Istiee, intitolato
”approfondimento”, e introduce il capitoletto relativo al progettato
rigassificatore di Zaule.
Il progetto, si legge, sebbene interessi l’area ex Esso nel Comune di Trieste,
richiede la valutazione dei possibili effetti che il terminale di
rigassificazione potrebbe esercitare sul vicino territorio di Muggia.
In questa ottica lo studio mette in luce possibili opportunità, ma anche
minacce. Due le opportunità: a) offerte di impiego per gli abitanti e la
creazione di un indotto di servizi e forniture attorno all’impianto; b) un
effetto traino del nuovo insediamento industriale, che attiri nuove industrie
nell’area Ezit anche nelle zona di Muggia.
«Svariate e tangibili – prosegue lo studio – sono anche le minacce portate dalla
realizzazione del nuovo impianto». Minacce che, tralasciando i rischi di
incidenti, a terra o in mare, vengono sintetizzate in tre punti: a) l’aumento
del traffico marittimo causato dalle navi gasiere, che potrebbe incidere
significativamente sulle attività di pesca e diportistiche; b) il degrado
paesaggistico, sebbene il terminale sia collocato in un’area tradizionalmente
destinata all’industria pesante; c) il deterioramento dell’ambiente marino,
causato dallo scarico a mare delle acque fredde prodotte dal vaporizzatore di
Gnl e dall’immissione accidentale di altri tipi di rifiuti.
Un’opportunità per Muggia, si legge nel documento sul quale si insiste molto, è
piuttosto costituita «dalla realizzazione di un impianto per il trattamento dei
rifiuti». La manifestazione di volontà da parte della Regione di stipulare un
accordo tra le quattro Province, Regione e Slovenia per la sperimentazione della
”dissociazione molecolare”.
Questo nuovo procedimento, attualmente applicato in Islanda, il materiale
organico può essere trasformato in energia, per la precisione in un gas
sintetico ad alto valore energetico chiamato Syngas, risolvendo nel contempo i
problemi che presentano i classici termovalorizzatori. Con i dissociatori
infatti si abbattono tutte le problematiche legate sia all’aspetto sanitario sia
all’aspetto ambientale derivanti dall’incenerimento.
Petroliere, gasiere e centri commerciali Muggia si
interroga sul proprio futuro
Il consolidamento di un’attività industriale sostenibile,
i progetti sul fronte mare, il recupero della dimensione agricola, un nuovo
slancio del terziario, ma anche uno sviluppo armonico fra grande distribuzione e
commercio nel centro storico. E ancora una pianificazione territoriale con i
Comuni limitrofi, le questioni ambientali ed energetiche, e le politiche legate
alla mobilità.
Un articolato ventaglio di linee di sviluppo per il territorio di Muggia viene
individuato dallo studio elaborato dall’Istiee (Istituto per lo studio dei
trasporti nell’integrazione economica europea) e intitolato ”Il Comune di Muggia
nelle sfide del XXI secolo”, che costituisce l’asse portante e la base del
dibattito della Conferenza economica organizzata dal comune rivierasco domani e
mercoledì a Porto San Rocco.
Una grande tela di ragno blocca da diversi anni lo sviluppo su fronti
fondamentali (industria e turismo, ma anche commercio): è il Sito inquinato di
interesse nazionale, che include buona parte del comune rivierasco, fra cui
anche un importante tratto della sua costa. Le aree inquinate vengono definite
nello studio come il vincolo principale, un freno alle diverse iniziative da
sviluppare. E se le bonifiche in certe zone del Sin potrebbero essere fatte in
tempi relativamente brevi, «rimangono freni molto forti – si legge – dovuti al
blocco da parte del ministero dell’Ambiente di alcuni successivi passaggi
fondamentali».
Preme quindi il recupero, attraverso le bonifiche, delle aree nella Valle delle
Noghere e nell’alveo del Rio Ospo, per restituire alla produzione superfici
importanti già prese in considerazione per progetti di sviluppo (portuale,
industriale e commerciale) che interessano l’intera provincia ma che sono
localizzati in buona parte sul territorio muggesano.
In tema di progetti a mare, nello studio si ricorda come i piani di espansione
portuale vadano a insistere sul territorio muggesano con il terminal Ro-ro sulla
costa delle Noghere, ma anche indirettamente con l’aumento generalizzato dei
traffici e quindi della movimentazione navale.
Una concentrazione di traffico marittimo si svilupperebbe molto prossima alla
costa muggesana, che non può non tenere conto delle navi gasiere, che «andrebbe
a sovrapporsi, si legge nello studio, in uno stretto canale a quello già
esistente del traffico containerizzato e del petrolifero creando, nelle ipotesi
di sviluppo delle attività portuali, fenomeni di congestione nella
movimentazione marittima».
Sul fronte del commercio si rileva la concentrazione di attività della grande
distribuzione nel territorio di Muggia, suscettibile di ulteriori sviluppi con
una nuova realtà nella valle delle Noghere, affiancata da altre strutture
commerciali come il centro all’ingrosso e il riposizionato mercato
ortofrutticolo. La possibile presenza in quell’area di importanti strutture
commerciali, ma anche industriali e portuali richiede, secondo lo studio, una
riflessione e un maggiore approfondimento.
GIUSEPPE PALLADINI
Gemellaggio Napoli-Trieste su ambiente e riciclaggio -
MERCOLEDÍ UN CONVEGNO
Napoli invita Trieste a un confronto scientifico sul tema
della tutela ambientale. L’associazione culturale ”Tempolibero” del capoluogo
campano (www.associazionetempolibero.it) promuove infatti il 16 settembre, alle
16.30, all’auditorium della stazione zoologica Anthon Dohrn di Napoli un
dibattito su ”Ri-proponiamo l’ambiente”. In considerazione dei molti punti di
contatto tra Trieste e Napoli - un golfo da preservare e tutelare, alcuni
importanti quesiti ambientali che meritano un approfondimento e una risposta e,
soprattutto, l’associazionismo ”verde” molto vivace e attento - ”Tempolibero”
invita Trieste a uno scambio di informazioni e energie su questi temi.
All’appuntamento di mercoledì interverranno Umberto Arena, docente di Scienze
ambientali alla II Università di Napoli, il magistrato Donato Ceglie, il
direttore regionale di Legambiente Campania Raffaele Del Giudice, Lidia Genovese
e Rosalba Cerqua, rispettivamente commissario straordinario e consulente della
Fondazione Banco di Napoli assistenza infanzia, e Claudio Agrelli, ideatore di
”Città di Partenope”. I relatori interveranno sulla scorta della presentazione
di documenti quali ”Mare sostenibile” di Flegra Bentivegna, curatrice della
stazione zoologica Dohrn, e di scene dal film ”Biùtiful cauntriy.
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di fornire informazioni corrette e
scientifiche sull’argomento e offrire un’occasione di consapevolezza sulle
questioni ambientali in un momento in cui le emergenze sembrano moltiplicarsi e
gli ultimi allarmi sul mare hanno rinnovato paure e dubbi dei cittadini.
”Tempolibero” punta a un’ideale prosecuzione del convegno con una campagna
prenatalizia rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, finalizzata a limitare
l’uso del packaging e a invogliare al massimo il riciclo degli imballaggi di
doni e affini. E anche su questo tema, può tornare utile l’esperienza triestina
per esempio dell’iniziativa ”3 Erre: risparmio, riciclo, riuso” che - sotto
l’egida di Comuni e Provincia - ha coinvolto le scuole di tutto il territorio in
iniziative di sensibilizzazione sui temi dell’ambiente, della raccolta
differenziata e del ciclo integrato poi sfociate in mostre, laboratori di
creatività, ”mattinate ecologiche”.
Chi fosse interessato a saperne di più sul convegno napoletano può contattare
Clorinda Irace, presidente di ”Tempolibero” (cli@fastwebnet.it) o Fiorella
Mainenti, curatrice del convegno (f. mainenti@libero.it).
SEGNALAZIONI - «Piazza Libertà non è da riqualificare»
- STATUA DI ELISABETTA E ALBERI SECOLARI
In merito all’articolo su piazza Libertà apparso il 1° settembre, riteniamo
di fare alcune precisazioni. La svista più evidente riguarda il posizionamento
della statua di Elisabetta d’Austria; si dice infatti che «è stata ricollocata
nel suo sito originario... appunto all’ingresso della stazione». Bene, quest’affermazione
non corrisponde al vero, dato che il suddetto monumento era stato inserito nella
piazza nel 1912, ma nel giardino di fronte al Silos. Un’altra inesattezza
riguarda il contestato progetto di riqualificazione della piazza. Si riporta
nell’articolo che, con il nuovo assetto, «il perimetro del giardino storico...
resterà comunque intatto». Questo non può essere vero, visto che saranno
abbattuti non «alcuni», ma un’intera fila di dieci alberi secolari, operazione
che modificherà inevitabilmente la struttura, rimasta invariata dal 1878, pur
dopo i vari interventi citati nell’articolo. È dunque per questo motivo che si
sono mobilitati il comitato e i cittadini firmatari della petizione, che si sono
anche sentiti presi in giro dall’assicurazione che cinque di questi alberi
verranno trapiantati altrove, non si sa dove e con quale esito, visto che
perfino il sindaco, durante l’incontro tenutosi il 29 aprile a S. Maria
Maggiore, ha espresso delle perplessità sulla fattibilità del trapianto.
Piazza Libertà non è assolutamente un’area degradata, visto che è già stata
restaurata pochi anni fa, tra il 1998 e il 2004, su progetto dell’architetto
Cervi, che l’ha ripristinata nel rispetto filologico della struttura
ottocentesca, mantenendo quindi il disegno originale del giardino sia nella
forma che nelle dimensioni. Quanto alle immondizie lasciate dai frequentatori
notturni, non si può certo pensare che una nuova sistemazione del giardino potrà
scoraggiare lo stazionamento di persone allo sbando.
Ilaria Ericani - portavoce del Comitato per la salvaguardia del giardino
storico di piazza Libertà
SEGNALAZIONI - Alta velocità - GALLERIA
Un po’ di memoria per incominciare. Il 14 maggio 1850
Francesco Giuseppe collocò la prima pietra della stazione ferroviaria di
Trieste, Nel 1857 funzionerà la linea ferroviaria Trieste-Vienna.
La posizione scelta per la stazione obbligò a grandi spese, per tagliare da un
lato la montagna e per riempire dall’altro lato una porzione di mare.
Partendo dalla situazione dei traffici attuali, alcuni economisti contestano la
necessità del Corridoio 5. Quasi allo stesso modo, nel 1842-1848, non era di
fatto scontato che il volume dei traffici europei giustificasse l’opera,
considerata pazzesca per l’epoca, di costruire una ferrovia da Vienna a Trieste.
Detto questo viene spontaneo chiedere: sarebbe stato facile, nel 1850,
realizzare la stazione e linea ferroviaria, se ci fossero stati i vari comitati
«Nimby», associazione ambientaliste (Wwf, Italia Nostra ecc.), sindaci e
politici locali? Mi auguro che, anche questa volta, per quanto riguarda la Tav,
non sia così.
È sempre utile ricordare che i fondamentali obiettivi dell’Alta velocità/Alta
capacità italiana sono di aumentare: la quantità, l’offerta ferroviaria
italiana, l’integrazione con la rete europea, indirizzare il trasporto su gomma
al trasporto su ferrovia. Le nuove linee – parte integrante delle reti di
comunicazione e trasporto transeuropee programmate dall’inizio degli anni ’90 a
livello comunitario (Ten-T: Transeuropean Networks-Transport) – rappresentano un
tassello fondamentale dei piani di sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria
italiana e si accompagnano a importanti interventi di riorganizzazione del
trasporto e di riqualificazione delle aree attraversate: nuove stazioni, servizi
ferroviari regionali e metropolitani, itinerari dedicati alle merci ecc.
Detto ciò, a fronte del progetto fin qui presentato da Rfi (Rete ferroviaria
italiana), sono certo, pur condividendo la soluzione «in galleria», che ai più
il tragitto che prevede l’enorme «S» per raccordare Trieste a Divaccia e
relativa linea per Capodistria è incomprensibile. Mi sembra più logico pensare
ad un collegamento Trieste-Pivka. Di fatto con i 35,5 km previsti dall’attuale
progetto Trieste-Divaccia si potrebbe arrivare a Pivka punto più avanzato di
12-15 km rispetto a Divaccia. Dato non trascurabile in termini di costi ed ai
fini del collegamento con Fiume essendo - Pivka - già nodo ferroviario con la
linea di Fiume-Lubiana. Un tanto per fare sistema. In questo caso il previsto
raccordo per la ferrovia di Capodistria si potrebbe fare a Kosina. Adottando
questa soluzione, i parametri quali angolo di curvatura, dislivello ecc.
sarebbero facilmente rispettati. Il tutto in accordo con le norme che
regolamentano le reti ad alta velocità. In modo particolare ai problemi
geologici (grotte e idrologia), al rumore/vibrazioni, ai materiali di risulta,
ulteriori espropri in aree del Carso per la nuova eventuale linea (abbiamo già
dato) ecc.. Tutti argomenti cui si possono dare delle spiegazioni razionali e
tecniche a favore della realizzazione della linea Av/Ac in galleria.
Luciano Emili
IL PICCOLO - DOMENICA, 13 settembre 2009
INIZIATIVA CONTRO IL RIGASSIFICATORE - Il Comitato per
il golfo: i punti dolenti del Gnl
Un opuscolo in 10 mila copie distribuito a sindaci,
assessori, consiglieri e ad altre istituzioni
MUGGIA Diecimila copie distribuite in tutta la provincia. Titolo
dell’opuscolo: ”Tutti i punti dolenti sul rigassificatore”. Torna alla carica il
Comitato per la salvaguardia del golfo sul progetto per il terminal di
rigassificazione. Il foglio, composto da quattro pagine, ripercorre le tappe del
progetto, anche a seguito del nulla osta sull’impatto ambientale rilasciato dai
ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali. «Il rigassificatore a Trieste era
ed è improponibile – spiega il responsabile comunicazione del Comitato, Arnaldo
Scrocco –. Per questo abbiamo voluto redigere questo opuscolo (reperibile nella
sede dell’Otc, in via Udine, ndr) che abbiamo iniziato a distribuire e che è
stato recapitato a tutti i consiglieri, gli assessori, i sindaci e le figure
istituzionali coinvolte».
Tra i punti, la critica al Comune di Trieste per la mancata informazione alla
popolazione e le forti perplessità sul ruolo della Provincia, ”rea” di non aver
mai preso una posizione ufficiale. «C’è una sudditanza psicologica dei poteri
politici ed economici verso questo progetto – spiega il coordinatore del
Comitaro Giorgio Jercog –. Se venisse realizzato porterebbe conseguenze
disastrose per la salute e il benessere dei cittadini».
Domani il Comune di San Dorligo sarà intanto chiamato a votare una mozione del
capogruppo del Pdl-Udc Roberto Drozina contro il rigassificatore. «È un segnale
importante perché il documento è proposto da un consigliere del centrodestra –
chiosa Jercog – a riprova che non tutti stanno operando come la maggioranza
retta dal sindaco Dipiazza».
(r.t.)
Scajola: «A febbraio i siti delle centrali nucleari» -
ALLA FIERA DEL LEVANTE
ROMA Sgombra il campo dalle troppe «chiacchiere» sui siti
dove potrebbero nascere le nuove centrali nucleari, il ministro per lo Sviluppo
Economico Claudio Scajola. «Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere: stiamo
lavorando sui criteri che un territorio deve avere, non sui luoghi», ha
assicurato ieri il ministro all'inaugurazione della Fiera del Levante di Bari,
ai giornalisti che gli chiedevano conferme sulle voci secondo cui il governo
avrebbe già individuato alcuni siti per la realizzazione di impianti nucleari. E
nel garantire l'impegno a rispettare la vocazione dei territori, Scajola ha
chiarito che il progetto riguarda la realizzazione di al massimo quattro
centrali, che prevede di concludere a febbraio la definizione dei criteri per
l'ubicazione degli impianti e che l'Italia non intende importare dalla Francia
le centrali, ma che saranno costruite da «grandi industrie italiane».
E ancora, Scajola ha sottolineato che «l'obiettivo del governo Berlusconi è
trasformare il Mezzogiorno in una piattaforma energetica e logistica che
valorizzi la sua posizione strategica tra Europa e Mediterraneo e in questo
quadro la Puglia ha assunto un ruolo significativo per lo sviluppo delle energie
rinnovabili». Secco il commento il presidente della Regione Puglia, Nichi
Vendola, che ha liquidato il discorso del ministro come «propagandistico, con la
ripetizione di spot pubblicitari infondati».
In generale, il piano per il nucleare prevede «un gruppo di dodici reattori
raggruppabili in tre-quattro centrali - ha detto Scajola - per cui l'Italia in
tutto il suo territorio, da qua al 2030 ha come obiettivo di produrre il 25% di
energia nucleare attraverso la costruzione di un numero simile di centrali». In
ogni caso, ogni progetto dovrà ricevere «l'autorizzazione alla costruzione
avendo sentito i territori nelle quali le centrali saranno ubicate» ha spiegato
ancora il ministro, aggiungendo che «l'accordo fatto con la Francia si riferisce
a quattro unità». Per il momento si stanno ancora definendo «i criteri per
l'ubicazione delle centrali, un lavoro che finiremo entro febbraio - ha detto
Scajola - e che servirà a definire le caratteristiche tecnologiche, morfologiche
del territorio e di sicurezza».
EMERGENZA CINGHIALI INSORGONO VITICOLTORI E COLDIRETTI
- Bole: «Hanno divorato il 50% della mia uva»
Ferfoglia: «Distruggono le nostre piantagioni, la
Provincia doveva intervenire»
«Credetemi, a nessuno fa piacere abbattere un animale, specialmente a chi,
come noi, vive dei frutti della terra e d’allevamento. Ma i danni e i problemi
causati dai cinghiali erano ormai sotto gli occhi di tutti. Plaudo alla
Provincia per essersi rimboccata le maniche e aver iniziato a ridurne il
numero». E’ questo il punto di vista di Andrej Bole, viticoltore di Pischianzi,
Roiano, e presidente del Consorzio di Tutela della Doc Carso. Un pensiero che
risulta ampiamente condiviso dalla sua categoria. «Non ho nulla contro gli
animali – insiste Bole - ma i cinghiali l’anno scorso mi hanno divorato il 50
per cento della mia intera produzione. Ora è necessario essere realisti:
importiamo l’orso e il lupo per contrastarli naturalmente, oppure cerchiamo di
sterilizzarli? Una soluzione potrebbe essere che lo Stato ci paghi con
puntualità di danni subiti, mantenendo i cinghiali vivi per non turbare
l’opinione pubblica. Si dà il caso però che sono al corrente che vi siano fondi
minimi per rifonderci i danni che abbiamo denunciato nel 2007 e nel 2008. E
dunque è giusto aver avviato i piani di prelievo».
Dello stesso avviso pure Andrej Ferfoglia, viticoltore sulla collina di Roiano,
che l’anno scorso aveva denunciato tra i primi l’invasione dei cinghiali
nell’area appena sottostante la via Commerciale. «Capisco che molte persone non
riescano a rendersi conto di quanto pesante possano risultare i raid di questi
ungulati. Trascurando la loro fame d’uva – afferma Ferfoglia – posso
testimoniare come durante il loro passaggio vengano distrutte tante piante di
vite, pali e fili d’impianto, addirittura i muri di contenimento dei nostri
terrazzamenti. Questa è la realtà. Era ora che