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IL PICCOLO - VENERDI', 14 maggio 2021

 

 

Altre 6 strade chiuse al traffico per dare spazi ai tavoli dei locali
Da oggi l'elenco definito dal Comune si allunga: da via Beccaria a via della Geppa - Il Pd propone poi pedane per eventi su aree all'aperto ma l'assessore Rossi frena
Sei ulteriori vie verranno chiuse al traffico questo fine settimana per agevolare i pubblici esercizi che non hanno sufficienti spazi all'aperto e che così potranno disporre tavoli, sedie e ombrelloni su marciapiedi e parcheggi. Lo ha annunciato ieri in una nota il Comune di Trieste, precisando che le autovetture potranno comunque continuare a sostare nei tratti, percorrendoli a passo d'uomo, e che è inoltre assicurata la possibilità per i proprietari di passi carrabili e di posti auto riservati di accedervi e uscirvi. Ecco l'elenco dei nuovi tratti di strada interessati (dal venerdì sera alle 24 di domenica): via Petronio dal numero civico 1 a via Conti, via della Geppa tra corso Cavour e via Trento, via del Ghirlandaio tra via Padovan e via Signorelli, via Zaccaria, via Beccaria e via Broletto. Quest'ultima verrà chiusa nella sua parte alta, tra via San Marco e via Tacco, e quindi non verranno creati intralci alla circolazione dei bus verso il deposito della Trieste Trasporti. Si tratta della terza ordinanza in materia, che fa così salire a una ventina il numero complessivo di strade chiuse, mentre sono quasi cinquecento le dichiarazioni di ampliamento degli esercizi ricevute dal Comune. Le opposizioni riconoscono lo sforzo compiuto sin qui dall'amministrazione ma, attraverso due mozioni che sono state presentate ieri nella seduta congiunta della Terza e della Sesta commissione consiliare, chiedono che si faccia ancora di più. La prima, a firma della consigliera comunale Antonella Grim di Italia Viva, domanda di ampliare la concessione di aree pedonali che possano essere utilizzate dagli esercenti di bar e ristoranti per il posizionamento di dehors e tavolini, con particolare attenzione ai quartieri periferici, anticipando inoltre questa possibilità di fruizione almeno dal pomeriggio di giovedì alla serata di domenica. L'assessore Serena Tonel ha spiegato che attualmente si sta cercando di mantenere un equilibrio tra le esigenze economiche degli esercenti e la mobilità urbana, che però risulterebbe già molto fragile e quindi da non sottoporre a ulteriori modifiche. L'altra mozione del Pd guarda invece all'estate in avvicinamento e propone di collocare delle pedane in alcuni luoghi suggestivi della città per ospitare eventi all'aperto, oltre a un palco dedicato ai teatri cittadini dove organizzare degli spettacoli a pagamento e con possibilità di repliche. Interpellato sul tema, l'assessore alla Cultura, Giorgio Rossi, ha riferito che non è possibile posizionare palchi nei luoghi pubblici come strade, piazze e giardini, poiché non sarebbe facile contingentare il numero di persone presenti. «Ma se qualcuno vuole organizzare eventi - ha aggiunto Rossi - lo può fare in spazi controllati come il museo Sartorio, il Revoltella o il castello di San Giusto».

Simone Modugno

 

 

Centro di ricerche  dedicato all'idrogeno - Confindustria chiede il sì per la centrale
Il presidente Agrusti ribadisce il sostegno al progetto di A2A al sindaco Cisint che preme per fermare il carbone
Confindustria è favorevole alla riconversione della centrale A2A attualmente a carbone e alla realizzazione del nuovo impianto a gas «se tutti gli attori che devono esprimere i diversi pareri autorizzativi si pronunceranno favorevolmente» perché è una transizione green e il metano determina un minor impatto. Non solo, gli Industriali sosterranno, come aveva chiesto all'inizio anche il Comune di Monfalcone, la realizzazione di un Centro competenze e di ricerca per l'idrogeno a Monfalcone. Potrebbe essere una chiave di svolta sul progetto di riconversione in grado di "ammorbidire" la posizione contraria alla centrale del Comune. Un sostegno ribadito ieri dal presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, al sindaco Anna Cisint al termine dell'incontro in Comune in cui, oltre all'«analisi a tutto campo» delle prospettive industriali e dell'occupazione E' stata l'occasione per confrontare le reciproche posizioni sul tema della centrale. Il sindaco infatti ha illustrato le ragioni dell'attuale no del Comune, sottolineando le preoccupazioni per la salute, la riduzione dell'occupazione che ne deriverebbe e il fatto che «non si è in presenza di un investimento industriale, quanto ad un'operazione finanziaria legata al capacity market (un meccanismo con cui Terna si approvvigiona di capacità di energia elettrica mediante contratti a termine aggiudicati attraverso aste competitive), non giustificata da un fabbisogno energetico».E la riunione si è chiusa con il sindaco Cisint che ha rilanciato la proposta di chiudere la centrale a carbone a fine anno e iniziare i lavori di risanamento da gennaio, sulla quale il presidente Agrusti si è riservato un approfondimento. In ogni caso il vertice in municipio è servito anche per avviare una serie di iniziative per la città, che saranno approfondite in specifici tavoli di confronto, per «valorizzare le potenzialità e le risorse del territorio». Sia pre dunque, come sottolinea una nota congiunta una nuova fase di relazioni nei rapporti tra Comune e Confindustria «basata sulla volontà di risolvere nodi in sospeso e puntare a nuove condizioni di sviluppo». Cisint ha illustrato l'azione del Comune nel rilancio e nella riqualificazione della città sia attraverso «un piano di investimenti per infrastrutture e opere pubbliche di oltre 30 milioni di euro, sia sostenendo settori innovativi come quello della nautica e del turismo». Il sindaco ha spiegato di «Aver agito per cambiare un modello produttivo che ha scaricato pesanti contraddizioni sociali sul territorio e puntato attraverso una visione generale dello sviluppo a promuovere le tante opportunità di una città che svolge un ruolo strategico nella dimensione regionale». Sostenibilità, innovazione, lavoro, formazione qualificata: questi i cardini dell'azione secondo il Comune. Fattori, spiega la nota congiunta, condivisi dal presidente di Confindustria Agrusti che ha presentato le progettualità a servizio dell'intera regione che si stanno mettendo in campo in termini di tecnologie digitali e di competenze per le risorse umane che hanno raggiunto una posizione di vertice a livello nazionale e internazionale, come per la "fabbrica modello LEF" che sarà inaugurata in luglio a Pordenone. Proprio su questo ambito si è trovato un terreno di lavoro comune. Toccato infine anche il problema della "filiera corta" delle produzioni navalmeccaniche, cioè la possibilità di sviluppare l'indotto, quello più innovativo, nel territorio e le reti d'impresa nelle forniture e nei servizi.

Giulio Garau

 

 

Rubati i piccoli cigni dal nido - Gli animalisti si mobilitano
A Capodistria per il terzo anno maltrattati gli uccelli giunti per nidificare - Polizia allertata, i volontari chiedono telecamere e recinzioni: appello al Comune
Trieste. Da tre anni ormai i due cigni che nidificano in un'insenatura del parco sportivo di Bonifika a Capodistria sono oggetto di maltrattamenti. Pochi giorni fa a una coppia sono stati rubati i piccoli appena nati. Qualcuno è entrato nel recinto che delimita l'area loro dedicata, e malgrado il maschio abbia tentato di difendere il nido - l'animale ha delle evidenti ferite - è riuscito a strappare alla coppia i piccoli. La cittadinanza è rimasta molto scossa dal triste episodio, e i volontari che si prendono cura di quegli animali non si danno pace: da tempo chiedono maggior protezione per questi uccelli acquatici, senza ricevere risposta dall'amministrazione comunale.«Il fatto anomalo - sostengono i volontari che hanno denunciato alla polizia la sparizione dei piccoli e il maltrattamento agli animali - è che ci stavamo organizzando per fare dei turni di controllo, e proprio nelle ore precedenti l'inizio del nostro turno di vigilanza è avvenuto il furto: non pensiamo sia un caso».Già nel 2019 la coppia di cigni aveva scelto di nidificare in quell'ansa del parco. Uno spettacolo al quale molti cittadini assistevano con interesse, postando foto sui social media, i bambini entusiasti nel vedere quello spettacolo della natura. Ma già allora degli ignoti, nati i piccoli, ne avevano rubato uno e avevano avvelenato l'esemplare maschio. Per questo motivo, lo scorso anno, appena i cigni sono tornati per nidificare - la femmina depone dalle 5 alle 8 uova e poi le cova per circa 35 giorni, mentre il maschio fa da guardia al nido - un gruppo di volontari ha iniziato a prendersene cura cercando di proteggerli e creando un movimento a supporto degli animali che ha coinvolto molti residenti. Eppure, malgrado la sensibilità nei confronti di quelle bestiole fosse cresciuta, è stata messa a segno un'altra incursione, con il tentativo di rubare l'intera nidiata. Due uomini hanno sistemato del cibo in alcuni punti dell'area dove i cigni avevano nidificato, con l'intenzione di distrarre i due esemplari adulti e avere via libera per raggiungere il nido. Il blitz è stato interrotto dall'arrivo delle forze di polizia allertate da una persona che aveva visto la scena e colto le cattive intenzioni. Quest'anno i cigni non sono mancati al loro appuntamento con il parco di Bonifika. La femmina ha nuovamente deposto le uova, nove in totale. «Il primo maggio si sono schiuse le prime tre - racconta Jasmina Cuturic, una rappresentante dei volontari - e sono nati tre piccoli, il giorno successivo altri quattro; due uova invece erano già sparite da giorni, ma non escludiamo siano state sottratte da qualche animale».«Attendiamo la polizia individui chi ha compito un gesto così malvagio, - aggiunge Cuturic - ma chiediamo al Comune di tutelare quelle bestiole, con una recinzione più sicura e telecamere a tutela degli animali, nonché per dare un segnale di civiltà. Perché - aggiunge - la cultura e il progresso di una comunità e di chi la amministra si leggono anche nell'importanza che viene riservata al benessere degli animali. Non possiamo tollerare che nella nostra Capodistria si passi sopra a simili atti di violenza».

Laura Tonero

 

 

SEGNALAZIONI - Molte case vuote - Non occorre cementificare il verde

Caro direttore,da qualche mese è cominciata la nuova costruzione di una palazzina su una via laterale di vicolo delle Rose a Roiano: prevede lo sbanco di pastini centenari sostenuti con muri a secco, sui quali cresceva un bel boschetto di querce, frassini e acacie. Da una decina d'anni questo bel triangolo di terreno è diventato edificabile, gli alberi sono stati tagliati e con le ruspe si sono costruite abitazioni su un terreno impervio e stretto, su due pastini sfalsati, dove hanno iniziato lo sbanco degli antichi muri a secco. Non dico nulla su chi costruisce, lo fa seguendo la normativa, avendo ottenuto tutte le autorizzazioni degli enti preposti. La mia considerazione è un'altra. Trieste è una bellissima città con pochissimo territorio verde alle spalle, visto il confine a ridosso del centro e anche il centro stesso non è che sia proprio tanto verde. La città si sta spopolando sempre di più, esistono palazzi interi chiusi, si stimano più di 10 mila alloggi vuoti. Negli ultimi anni si è persa una consistente quota di residenti: il 1961 dava un dato ufficiale di 272.723 abitanti, nel 2020 ne contiamo 201.613. Abbiamo perso tanti abitanti quanti due volte Gorizia. Allora, vorrei proprio capire perché si continuano a costruire case nuove allargando il centro urbano disboscando, spianando, riempiendo di cemento e bitume tutto il territorio a ridosso della città. Basta passare per via Commerciale per constatarlo: ci sono molti muri puntellati, oltre ai crolli continuano a verificarsi. Nel 2017 una casa rimase sospesa nel vuoto e quattro macchine rimasero schiacciate. E l'elenco è lungo, ultimo quello di strada del Friuli di dicembre. Nella parte alta di Roiano negli ultimi decenni sono state costruite decine e decine di case e palazzine eliminando pezzi di bosco in zone impervie, che necessitato di tanti muri di contenimento per i quali non c'è bisogno di fantasia per capire quali problemi creeranno in futuro. Nei secoli scorsi la popolazione che ci abitava e coltivava le zone verdi ha fatto un lavoro certosino di contenimento dei pendii proprio con la creazione dei pastini e con il contenimento delle acque che scorrono nel sottosuolo, che andavano ad alimentare numerosi pozzi per irrigazione e per l'uso domestico. Questo territorio è fragile, si muove facilmente, ma è anche prezioso, sia per la presenza delle specie botaniche del territorio che per le specie animali dimoranti. Ci lamentiamo che i cinghiali arrivano in città, ma forse ciò è dovuto al fatto che la città ha invaso i territori dei cinghiali. Insomma, forse è arrivato il momento da parte dei nostri amministratori di cambiare passo, di illuminarsi per la creazione di città vivibili. Basta aumentare le zone costruibili a ogni nuovo piano regolatore. Non si deve permettere più la costruzione di case e palazzi in aree verdi, soprattutto quelle su pendii, si deve chiudere i centri storici sempre di più al traffico, creare dei giardini e degli orti urbani, anche nei parchi delle ville storiche di proprietà del Comune desolatamente chiuse. Bisogna incentivare la ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente, di quei gioielli di case d'epoca che ci sono in città, dando contributi che incentivino questa scelta, in modo da creare anche lavoro nel settore dell'edilizia. Si deve ripensare il tessuto urbano con una nuova concezione, guardiamo a Milano e ai suoi giardini verticali, ricreiamo un centro città a misura di persona, per ripopolarlo in chiave ecologica piantumando alberi invece di tagliare quelli secolari esistenti e, dove si può, creando terrazzi e giardini pensili, aree di gioco per bambini, di passeggio e incontro. Insomma, progettare un ambiente gradevole e bloccare lo scempio del territorio boschivo e naturale. Abbiamo le prove di quanto danno crea la cementificazione del territorio. È importante capire che le città che hanno molto verde abbassano anche di due gradi la temperatura estiva e rischiano meno alluvioni, oltre ad avere meno inquinamento: una vegetazione a strati, ovvero prato, siepe, piante a portamento basso e poi a portamento alto riducono sia l'inquinamento atmosferico che l'acustico, oltre a permettere a molti uccellini di dimorarci e allietarci con il loro canto, aiutandoci nel contempo a contenere insetti fastidiosi come mosche e zanzare.

Linda Vuk

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 13 maggio 2021

 

 

Dall'acciaio all'aeroporto - Il Friuli Venezia Giulia alla sfida dell'idrogeno
Siderurgia a basso impatto, autobus non inquinanti e motori marini puliti sono i fronti più vitali di ricerche e progetti sulla transizione energetica in regione
Trieste. Siderurgia pulita, autobus a impatto zero, moli elettrificati e motori marini non inquinanti. Il Friuli Venezia Giulia mette un piede nella rivoluzione dell'idrogeno, che rappresenta uno dei cardini della transizione energetica che ci aspetta. L'annuncio del gruppo Arvedi sulla produzione di idrogeno a Servola è la punta di una serie di progetti che vede soggetti pubblici e privati lavorare a un futuro più sostenibile, anche grazie ai finanziamenti che l'Ue concentrerà sul settore. Arvedi investirà 20 milioni di euro su un impianto che già dall'anno prossimo potrebbe produrre idrogeno per alimentare il laminatoio in via di potenziamento. La cornice è quella della decarbonizzazione del ciclo produttivo che la società siderurgica sta perseguendo fra Trieste e Cremona. A Servola si userà idrogeno green, grazie a un impianto fotovoltaico da 6 megawatt posto sui nuovi edifici. L'energia innescherà l'elettrolisi: l'idrogeno prodotto sostituirà parzialmente il gas naturale destinato ai forni di riscaldo dei laminati e un'altra parte sarà stoccata e utilizzata quando necessario. Il tutto alimenterà una ulteriore linea di zincatura, che Arvedi ha annunciato due giorni fa di voler installare in un nuovo capannone da 25 mila metri quadrati, con una spesa da 80 milioni di euro. Il gruppo lavorerà inoltre con Snam per l'impiego di idrogeno nella produzione di acciaio a basse emissioni a Cremona. Snam avrà un ruolo centrale anche in altri progetti in Fvg, dopo il protocollo siglato nel settembre scorso assieme alla Regione. L'obiettivo del presidente Massimiliano Fedriga è rispondere agli obiettivi del Green deal europeo, raggiungendo entro il 2050 un'economia a emissioni zero. Il piano coinvolge il Trieste Airport, il porto e Confindustria Udine, ma c'è anche l'intenzione di sviluppare un centro di ricerca dedicato. A muoversi sulla scena sono anche i privati, da Wärtsilä a Danieli, passando per A2a e startup dell'Area di ricerca: tutti al lavoro per dare vita a motori a basso impatto, acciaio meno inquinante e centrali termoelettriche più ecologiche. E pure la multiutility Hera comincia a guardare alle possibilità offerte dall'idrogeno green, per ora in Emilia Romagna.Si tratta per ora di studi e progetti, ma per alcuni di essi la trasformazione in realtà potrebbe non essere lontana. È il caso di quanto si sta pianificando al Trieste Airport, che potrebbe diventare in pochi anni distributore di idrogeno per la trazione degli autobus del trasporto pubblico. Antonio Marano presiede lo scalo ed è contemporaneamente membro del cda di Snam: il manager funge da cerniera tra il Friuli Venezia Giulia e la società di infrastrutture energetiche. «In cantiere ci sono molte cose - dice - e la regione può essere una piattaforma importante della transizione energetica, sia nel campo del trasporto merci che in quello delle persone». Per quanto riguarda l'aeroporto, è prevista l'installazione di pannelli fotovoltaici da 3 megawatt: una parte dell'energia andrebbe a soddisfare metà del fabbisogno dello scalo e dei mezzi elettrici che sempre più vi saranno impiegati, mentre il resto azionerebbe elettrolizzatori capaci di produrre idrogeno, che sarebbe stoccato e impiegato come combustibile per gli autobus che collegano l'aeroporto. Il progetto costa 4 milioni, finanziabili in parte dall'Innovation Fund dell'Ue. «La risposta dovrebbe arrivare a settembre - dice il direttore di Ronchi Marco Consalvo - ma non sarà condizione indispensabile per partire. È un'idea che non ha simili in Europa: entro l'inizio del 2022 possiamo concludere la progettazione, mentre la realizzazione richiede un anno e mezzo». Consalvo stima una produzione di 44 tonnellate di idrogeno all'anno, capace di coprire 420 mila chilometri di percorrenza: «Con un solo punto di rifornimento - precisa - possiamo far funzionare tre autobus. Sarebbe ideale avere altri luoghi di rifornimento e produzione, ma tutto deve andare di pari passo con la transizione della flotta del trasporto pubblico: un bus tradizionale costa 250 mila euro contro i 450 mila di uno a idrogeno, ma con programmi di acquisto decennali si possono abbattere le spese».L'idrogeno è anche sul tavolo del presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino, che con alcuni grandi player studia la possibilità di impiego in ambito marittimo. «Sono in corso - spiega - studi di fattibilità per valutare come l'idrogeno possa coprire il fabbisogno di energia nei momenti di picco di consumo, senza ulteriormente gravare sulla rete elettrica cittadina». Il campo è quello dell'elettrificazione delle banchine, che verrà sostenuto con le risorse del Recovery Fund e che punta ad alimentare le navi in ormeggio con la rete elettrica: l'idrogeno potrebbe essere un valido alleato da questo punto di vista. Per restare sul mare, c'è poi l'impegno di Wärtsilä. Come spiega il presidente Andrea Bochicchio, «lo stabilimento di Trieste sperimenterà anche combustibili con miscele crescenti di idrogeno. La prima sfida si gioca sulla percentuale di idrogeno presente nel blend di carburanti innovativi. L'altro campo riguarda l'utilizzo di idrogeno per produrre l'energia necessaria a realizzare nuovi carburanti a basso impatto: è un approccio che promette di essere ottimizzato in un periodo più breve».

Diego D'Amelio

 

Tre tecniche in campo ma il nodo da risolvere è sempre quello dello stoccaggio
Le conoscenze attuali consentono di creare e consumare "sul posto" - Ancora difficile procedere all'accumulo: le prospettive all'orizzonte
Idrogeno da produrre e consumare direttamente "sul luogo". Lo stoccaggio? Con le tecnologie attuali molto difficile, pericoloso, se non ancora al limite dell'impossibile. Lo sa bene la Snam che gestisce la rete del gas in Italia, e che ha predisposto un piano in cui sostiene che l'idrogeno sarà l'energia del futuro e avrà un ruolo chiave per raggiungere l'ambizioso obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050. Alcuni grandi risultati potranno essere raggiunti presto, come dimostra il progetto di riconversione della centrale A2A di Monfalcone da carbone a gas entro il 2024: la nuova turbina a gas potrà funzionare anche a idrogeno. Ma non solo idrogeno, impossibile: gas metano miscelato a idrogeno. Snam è già pronta a miscelare il 10% di idrogeno con il gas, arriverà al 20% e già ora il 70% delle tubazioni a gas sono pronte per questa miscela. Una produzione continua di idrogeno che sarà immesso direttamente nella rete appena prodotto, derivante da energie rinnovabili, il cosiddetto idrogeno verde (solare dall'Italia o il Nord Africa, eolico o altro) con la produzione notturna. Ma magari anche dallo stesso gas naturale (idrogeno grigio). Ma niente stoccaggio. Lo sanno bene anche in Austria dove la Voest Alpine vedrà realizzata grazie alla Mitsubishi la più grande acciaieria a idrogeno del mondo: e questo gas sarà utilizzato come combustibile al posto del gas naturale e del carbone. Ma da dove arriverà l'idrogeno? Nel 2019 Voestalpine ha realizzato nel suo stabilimento principale di Linz, grazie alla Siemens, un impianto che produce idrogeno dall'acqua utilizzando fonti di energia rinnovabili, quindi a zero emissioni di gas serra: 1.200 metri cubi di idrogeno verde all'ora. Zero stoccaggio però. Perché attualmente accumulare idrogeno è un'impresa che troverà soluzioni forse solo per il mondo dell'automotive. Tre le tecniche conosciute, e tutte e tre hanno risvolti più o meno negativi. Eccole. Stoccaggio gassoso: è necessario avere bombole capaci di sopportare pressioni dell'ordine dei 700 bar. Per avere un'idea, quelle attuali del metano nelle auto hanno una pressione di 220 bar. Impossibile avere serbatoi sicuri in metallo, si stanno valutando materiali compositi e speciali resine rinforzate con le fibre di carbonio. Stoccaggio liquido: è quello che promette il miglior rendimento, ma incontra i maggiori ostacoli tecnologici. L'idrogeno infatti evapora a -253 gradi centigradi e per mantenerlo nello stato liquido è necessario conservarlo a temperature inferiori: tanto per avere un'idea siamo a 20 gradi sopra lo zero assoluto. E i serbatoi? Tecnologicamente avveniristici, simili a dei thermos: due serbatoi separati da una camera d'aria, rarefatta o sottovuoto. Ma si sta ancora studiando questi serbatoi criogenici. Stoccaggio in materiali solidi: non vale nemmeno la pena di soffermarsi, è il sistema meno sviluppato e meno efficace praticamente. Questo processo utilizza gli idruri metallici, una sorta di sfere speciali, che hanno la capacità di immagazzinare idrogeno e rilasciarlo. Ma attualmente la capacità di stoccaggio non supera il 2% del peso del serbatoio stesso.

Giulio Garau

 

Via il carbone dalla centrale entro il 2022
È quanto emerso ieri dal tavolo di confronto in Regione. Il Comune ha chiesto ad A2A di anticipare di tre anni la dismissione
Ora si gioca d'anticipo. Se la partita per la centrale 2.0 è ancora in piedi, e ieri l'amministrazione Cisint al tavolo in Regione ha ribadito che «continuerà a fare quanto in suo potere per ostacolare la riconversione in un nuovo impianto a gas («con idrogeno, in miscela o senza»), è sulla decarbonizzazione che adesso si chiede ad A2A un «passo in avanti concreto». Così, la quadra trovata è quella di un accordo di programma, verosimilmente da chiudersi entro l'anno, per la dismissione dei gruppi carbonili nel 2022. La normativa italiana ha fissato il phase out del minerale fossile al 2025. In caso di proroghe governative per qualsivoglia motivo, da un punto di vista meramente ipotetico, l'azienda ha facoltà di continuare i processi fino al 2028. Sicché anticipare il pensionamento del carbone sarebbe comunque un punto a favore dell'ente, in termini di obiettivi centrati. La cronaca, dunque. Ieri alle 15.30 si è riunito a Trieste il tavolo di confronto sul progetto di riconversione della centrale del rione Enel. Step successivo alla delibera con cui la giunta Fedriga ha espresso 13 condizioni di natura ambientale al parere collaborativo richiesto alla Regione nell'iter di Via (valutazione di impatto ambientale), di competenza statale, sul progetto di modifica dell'impianto. Il vertice, convocato dall'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Fabio Scoccimarro, è stato aperto dal vicegovernatore. Riccardo Riccardi ha posto un punto fermo sia sulla centralità del confronto che sulla vigilanza sulla salute pubblica: «Questo tavolo rappresenta un punto di equilibrio istituzionale. L'operazione su cui ci si sta confrontando va gestita in massima trasparenza e rispetto della procedura di cui la Regione è puntuale garante». Che per la vigilanza «sarà presente e attiva in tutte le azioni». D'altra parte il sindaco Anna Cisint ha espresso preoccupazione per l'impatto del progetto di A2A su ambiente e salute, considerando poco rilevanti le ricadute occupazionali (ha esibito un «accordo sindacale, nel quale si parla di 50 addetti») e ha rilanciato con l'illustrazione della sua alternativa di sviluppo. Una proposta illustrata lunedì, redatta da esperti, che punta alla graduale dismissione del sito: in sua vece un polo per la crocieristica, con marina e ristorante panoramico sul cucuzzolo dell'attuale camino, in stile Shangai. Da parte dell'azienda (presente l'ingegner Giuseppe Monteforte), come trasmesso da nota ufficiale, è giunto «un messaggio di apertura che considera i piani di sviluppo del Comune compatibili con gli obiettivi di riconversione della centrale e di mantenimento degli equilibri energetici da fonte rinnovabile richiesti dalle norme nazionali». A2A ha parlato della centrale 2.0 come di un sito "pulito" e in regola. Scoccimarro ha fatto sintesi convenendo sull'«accordo di programma», un bis della riconversione di Servola. «Il tavolo pone le basi per quello che potrà essere il futuro sostenibile dell'area - così l'assessore -. La nostra linea politica, come si è fatto per l'area a caldo della ferriera, non è di scontro, bensì di un accordo con la società. La Regione ha già espresso una posizione chiara con le prescrizioni accluse al parere». La Regione condurrà una «mediazione» che porti in tempi brevi al patto per la transizione ecologica, «punto di equilibrio tra istanze industriali e territoriali».

Tiziana Carpinelli

 

«Un impianto non essenziale che condiziona l'intero sito» - la posizione del sindaco
Non c'era solo il Comune di Monfalcone, al tavolo di ieri. Ma pure le vicine municipalità e mezza giunta Fedriga: oltre al vicegovernatore Riccardo Riccardi (il presidente era a Roma), gli assessori Sergio Emidio Bini (Attività produttive), Alessia Rosolen (Lavoro) e Sebastiano Callari (Demanio). Quindi le amministrazioni di Duino Aurisina, Monrupino, Staranzano, Ronchi, San Pier, San Canzian, Turriaco, Doberdò, Fiumicello Villa Vicentina e Grado. Per A2A Giuseppe Monteforte e altri tre delegati. Il sindaco Anna Cisint ha ribadito concetti ripetuti allo sfinimento negli ultimi mesi. Relativamente alle prospettive dell'impianto termoelettrico, «che peraltro non è una centrale tra quelle essenziali in Italia, e non lo dico io, ma Terna», l'intervento «trova motivazione soprattutto nella possibilità di impiegare il capacity market», in sostanza «un'operazione finanziaria per usufruire di queste risorse». Circa il fabbisogno energetico regionale «la verità è che già l'esistente centrale di Torviscosa lavora al 25% per coprire l'intera esigenza territoriale». Quindi le preoccupazioni della città per le ricadute che un nuovo impianto a gas di 850 MW, «praticamente il triplo dell'attuale», verrebbe ad avere. Un impatto «pesante in termini di produzione di Co2», con «riduzione significativa degli attuali posti di lavoro». Altresì «condizionerebbe, in futuro, la possibilità di uno sviluppo, nell'area, della logistica e dei servizi di carattere innovativo e sostenibile». Diversa la prospettiva dell'alternativa illustrata ieri anche alla Regione, che potrebbe portare lavoro: «Con un traffico pari al 10% dell'attuale movimento crocieristico che ha base a Venezia ci sarebbero 4 mila addetti», ha riferito. A chiudere Cisint ha proposto che il «primo punto dell'accordo sia la chiusura dell'impianto a carbone nel 2022 e il ripristino delle aree: un segnale per la città».

T.C.

 

 

La maggioranza si divide sulla riqualificazione del Giardino San Michele - la mozione di FI sostenuta dai voti delle opposizioni
Il Consiglio comunale chiede alla giunta di ripristinare i servizi igienici del Giardino San Michele e di riqualificare la contigua Androna degli Orti: è il contenuto di una mozione presentata dai forzisti Michele Babuder e Alberto Polacco, approvata a maggioranza con il voto delle opposizioni e l'astensione di FdI e Lega. Sempre sul tema dei bagni pubblici, la capogruppo del M5s Elena Danielis rende noto: «Da oltre un anno quelli del Cimitero ex Militare sono fuori uso. Quando sara completata la ristrutturazione? Stante la vigente normativa, la struttura può considerarsi agibile?». Il civico consesso ha anche discusso in maniera accesa alcune mozioni latenti, tra cui quella che stigmatizzava il gesto del vicesindaco Paolo Polidori del 2018 (la coperta del mendicante), rivendicata dal centrosinistra e infine respinta dall'aula. Roberto Cason (Lista Dipiazza) chiarisce di non aver votato per problemi tecnici: si sarebbe comunque espresso a sostegno del vicesindaco. «Non per nostra volontà - è il commento della capogruppo Pd Fabiana Martini - ci ritroviamo a discutere adesso mozioni di quasi tre anni fa, pur ritenendole tuttora politicamente valide: idem per quelle su Giorno del Ricordo e pietre d'inciampo. All'epoca non ottennero l'urgenza». Durante il question time, rispondendo a una domanda di Marco Gabrielli (Cambiamo) sulla Polizia locale, Polidori ha fornito dati sulle confische di autovetture: dal 1° gennaio all'8 maggio 2021 eseguiti 209 sequestri finalizzati alla confisca, 51 fermi amministrativi, 7 confische amministrative, 4 conferimenti a custodia acquirente, 8 rimozioni coattive, un invito alla consegna del veicolo.

Lili Goriup

 

 

Il sondaggio online: «No ai supermercati al Mercato coperto»
Gli esiti del questionario di Adesso Trieste compilato da 850 persone: «Filiera locale»
«Netta contrarietà alla grande distribuzione nel Mercato coperto», è quanto emerso dai dati raccolti nel questionario di Adesso Trieste sul futuro del sito, compilato da più di 850 persone e presentato in videoconferenza: «Al contempo, c'è volontà di renderlo un centro di supporto all'economia, all'offerta del territorio, in un rapporto più stretto con il rione - spiega la civica -. Quest'ultimo punto è particolarmente caldeggiato sia dagli operatori attualmente presenti che potenziali. Altre idee? Incentivi al consumo locale, come buoni spesa per prodotti km0, fermata del tram nei dintorni e percorsi ciclabili con stalli per bici nella struttura». Tra gli altri hanno partecipato il poeta Luigi Nacci e Luca Garibaldo dell'agenzia di ricerca Dynamoscopio, che ha gestito la progettazione della nuova vita del Mercato di Lorenteggio a Milano. Si è trattato di un'anticipazione dell'assemblea pubblica di sabato, dalle 10.30 in campo San Giacomo: alle 13.30 sarà illustrata la partecipazione partecipata sul sito di via Carducci. Prima saranno annunciati il candidato sindaco (al momento in pectore) Riccardo Laterza, e il programma elettorale: ecologia, economia, sociale, cultura, partecipazione i punti chiave, da arricchire successivamente con le proposte dei cittadini. «Frutto del lavoro di un centinaio di persone durato cinque mesi, il nostro programma è una visione per Trieste da qui al 2031 - si legge in una nota -. Si ispira all'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il piano d'azione per le persone, il pianeta e la prosperità».

Lilli Goriup

 

Rimessa a nuovo la scalinata fra Barcola e il Faro della Vittoria
La ristrutturazione è stata finanziata con 55 mila euro dal Municipio
È stata ristrutturata e rimessa in sicurezza, dopo un'attesa che si protraeva da anni, l'antica scalinata in pietra che da via San Bortolo porta a via del Perarolo, nel rione di Barcola. È stato il Comune, con una spesa di 55 mila euro, a realizzare l'intervento. «Si tratta di un'opera che potrebbe apparire secondaria - spiega l'assessore per i Lavori pubblici, Elisa Lodi - ma in realtà non è così, perché la scala rientra in uno degli itinerari pedonali che i turisti percorrono per salire al Faro della Vittoria o per raggiungere la riviera barcolana dopo averlo visitato». A piedi infatti il tragitto più breve che collega il Faro alla pineta di Barcola comprende proprio quella scala, costruita in pietra più di un secolo fa, come gran parte delle costruzioni che la circondano. Da parecchi anni poi, essa è utilizzata dagli allenatori delle varie canottiere che hanno sede a poche centinaia di metri, lungo viale Miramare, e che portano i loro atleti a faticare su e giù per quei gradini, per raggiungere la migliore forma atletica. Nell'occasione, Lodi ha ricordato che il Comune, recentemente, ha provveduto a sistemare numerose scalinate, in Ratto dei Mandrieri, nelle vie Umago, Ciamician e Molino a vento, in piazza del Sansovino, largo San Luigi, viale D'Annunzio e le scale denominate "Dublino" e "Borgo San Sergio". Ridiventata percorribile senza rischi, ora la scala di Barcola attende di ricevere una denominazione. Nei decenni infatti nessuno ha mai pensato di intitolarla a qualche personaggio; ora che non si presenta più come un manufatto abbandonato, l'ipotesi può diventare attuale. «È molto presto per assumere una decisione in tal senso - dice l'assessore competente, Michele Lobianco - e attualmente non abbiamo intenzione di battezzare quella scala». Bisognerà avere pazienza dunque, ma i residenti di Barcola vedrebbero di buon occhio un'intitolazione della storica scala.

Ugo Salvini

 

 

Area Marina di Miramare: status al top confermato - Superato l'esame della commissione
Esame superato, con i complimenti della commissione: per la terza volta nella sua storia l'Area Marina Protetta di Miramare ha passato il vaglio del Comitato tecnico internazionale di valutazione e ha ottenuto il riconoscimento di Aspim - Area specialmente protetta di importanza mediterranea. Miramare conserva così un titolo che ha ottenuto nel 2008 e che viene sottoposto a verifica ogni 6 anni. Ad essere premiata è la gestione dell'Area, affidata fin dalla sua istituzione nel 1986 al Wwf Italia. Per ottenere e mantenere questo prestigioso e importante status non è infatti sufficiente (anche se necessario) avere un elevato grado di biodiversità, habitat di particolare rilevanza naturalistica e specie rare, minacciate o endemiche: bisogna assicurare una capacità di gestione tale da garantirne la salvaguardia, promuovendo costantemente iniziative di studio che permettano di monitorare annualmente lo stato di salute, verificare il mantenimento di un elevato grado di biodiversità, nonché ottimizzare il funzionamento della struttura tecnica e di sorveglianza. Tutti obiettivi che Miramare ha raggiunto. Il riconoscimento è arrivato al termine di una video-riunione, cui hanno partecipato il direttore dell'Amp Maurizio Spoto con i colleghi Carlo Franzosini e Saul Ciriaco, e il Comitato tecnico.

 

 

Bonifica bellica al via sulla costa di Muggia
Necessario anche un intervento con macchinari ad hoc per rimuovere materiali pesanti trovati sul fondale marino
Muggia. Prosegue la riqualificazione del tratto costiero muggesano, quello che da Porto San Rocco arriva fino alla fine del terrapieno di Acquario, zona, quest'ultima, dove i lavori, come afferma il vicesindaco e assessore ai Lavori pubblici, Francesco Bussani, «proseguono a ritmo sostenuto». Al milione 230 mila euro utilizzati per il primo stralcio funzionale di riqualificazione costiera, quello già concluso, si aggiungono il milione 316 mila euro previsti per la riqualificazione del tratto costiero da Porto San Rocco a Punta Olmi. Un progetto per il quale si è proseguito l'iter di verifiche conseguente alle necessarie istruttorie. È stata infatti, in questo periodo, effettuata la perizia bellica affidata all'impresa Ediltecnica di Carrara, in Toscana: sono stati eseguiti sondaggio, analisi, mappatura e individuazione di eventuali reperti bellici subacquei risalenti al primo e al secondo conflitto mondiale. Attraverso un magnetonomo, infatti, sono state concretizzate delle verifiche che hanno fatto emergere la presenza di vari elementi sul fondale marino. Permangono masse magnetiche che per le dimensioni sono risultate inamovibili manualmente dagli operatori subacquei impiegati. Per consentire la chiusura delle attività di bonifica bellica, si è reso, quindi, necessario asportare tutto il materiale riscontrato che interferisce con la bonifica del fondale marino, affiancando all'operatore subacqueo un mezzo nautico dotato di escavatore o apparecchio di sollevamento. L'esecuzione delle operazioni richieste per l'asportazione di corpi morti, zavorre e altri materiali nell'area a mare antistante il pontile per la balneazione in strada per Lazzaretto, nel terrapieno Ronchi est/Punta Olmi, è stata affidata alla ditta Kdm Sub Service di Trieste, a fronte di una spesa di 29 mila 890 euro. «Quest'area costiera - spiega Bussani - poteva presentare dei potenziali rischi derivanti dalla presenza di residui bellici, considerato anche il recente rinvenimento di altri ordigni inesplosi in prossimità del cosiddetto Molo a T». Motivo per il quale si è provveduto all'effettuazione della bonifica bellica sistematica in un'area che sarà, a seguire, interessata dai controlli archeologici e da azioni comunque propedeutiche alla successiva realizzazione dell'intervento di riqualificazione del tratto. «I lavori di ricognizione, finalizzati alla valutazione del rischio bellico, sono un atto necessario volto a escludere problematiche che potrebbero altrimenti presentarsi in fase di realizzazione dell'opera», ha spiegato Bussani. «Il prossimo passo - ha concluso il vicesindaco e assessore - sarà l'analisi del sito dal punto di vista archeologico per verificare la presenza di eventuali reperti assieme alla Soprintendenza». -

Luigi Putignano

 

 

Dall'aula di Duino Aurisina il «no» al raddoppio della Capodistria-Divaccia - Le opposizioni tra non voto e astensioni
DUINO AURISINA. Quattro componenti dell'opposizione di centrosinistra che non partecipano al voto sulla mozione presentata dalla maggioranza. Altri due che si astengono. I consiglieri di centrodestra che votano invece compatti il "sì" al testo, ribadendo ancora una volta la loro netta contrarietà al progetto. Ha tenuto banco anche ieri, nel Consiglio comunale di Duino Aurisina, la discussione sul piano che prevede la costruzione del secondo binario della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, lambendo la Val Rosandra e il Carso triestino. «Il Comune di Duino Aurisina - si legge nel testo della mozione - conferma la propria contrarietà al progetto e chiede il sostegno alla Regione, chiamata a intervenire, e alle competenti autorità la massima attenzione sullo sviluppo dei cantieri. Ritiene inoltre necessario tenere alta l'attenzione sul tema, oltre che vigilare anche sulle progettualità del tratto Ronchi - Trieste». È quest'ultima considerazione a evidenziare la motivazione che sta spingendo l'esecutivo Pallotta a prendere una ferma posizione sull'argomento. «Mai - ha detto Chiara Puntar, capogruppo di Alleanza per Duino Aurisina e relatrice della mozione - vorremmo trovarci davanti a una situazione come quella che sta attanagliando il Comune di San Dorligo della Valle, un territorio in cui il progetto ha suscitato la contrarietà degli ecologisti sloveni e italiani e della cittadinanza». Igor Gabrovec (Insieme) ha replicato, ricordando che «il progetto ha superato il vaglio dell'Unione europea, che lo ha pure finanziato con 200 milioni di euro, ritenendolo strategico. Sbaglia chi vede nel raddoppio della linea un'infrastruttura contraria agli interessi del porto di Trieste, perché ci sono i presupposti per una collaborazione fra i due scali». Più secca Elena Legisa (Rifondazione): «Non partecipo al voto perché questa mozione è uno spot politico». Assenti al voto anche i due esponenti del Pd: Marisa Skerk e Massimo Veronese. Astenuti Lorenzo Celic (M5s) e Stefano Sacher (Lista per il Golfo). Puntar ha poi ricordato che «nel 2013 la Regione aveva bocciato il progetto e il ministero dell'Ambiente italiano aveva inviato alla Slovenia una nota che sollevava perplessità sull'impatto ambientale dell'opera».

Ugo Salvini

 

Binari al servizio del porto - Sì in Sesta commissione - Il passaggio sul potenziamento ferroviario

Un altro passo in avanti per il potenziamento delle reti ferroviarie del Porto di Trieste e della stazione di Campo Marzio. Sono stati deliberati con esito favorevole, ieri in Sesta commissione consiliare, l'adeguamento tecnico-funzionale del Piano regolatore portuale e la variante di quello generale per la rifunzionalizzazione dello scalo di Campo Marzio. Si è trattato di un semplice passaggio burocratico, poiché Autorità di sistema portuale e Rete ferroviaria italiana hanno podestà autonoma in materia di pianificazione, quindi il Comune si è limitato a riconoscere un atto dovuto. Nel concreto, si potrà ora procedere con l'allargamento di alcuni ormeggi della riva Traiana e del Molo V, l'avanzamento a mare della riva sud del Molo VII, la realizzazione di un attracco Ro-Ro nello Scalo Legnami e il dragaggio del canale di accesso alla Piattaforma Logistica. Inoltre, verrà demolito il magazzino merci sulla riva Traiana per realizzare ulteriori quattro binari previsti nel progetto definitivo di ampliamento della stazione di Campo Marzio.«Sono contenta di questi passi in avanti perché più potenziamo la rotaia e più sarà facile togliere dalle strade i camion: con il tempo i mezzi verranno sempre più caricati sui treni fino al paese di destinazione», ha commentato l'assessore comunale all'Urbanistica, Luisa Polli.

Simone Modugno

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 12 maggio 2021

 

 

Arvedi punta altri 100 milioni su Servola

Nella Ferriera un nuovo capannone e un sistema per produzione di idrogeno alimentato a energia solare: piano da 30 posti
TRIESTE. Il gruppo Arvedi è interessato a investire altri 100 milioni di euro sulla Ferriera di Servola per realizzare un nuovo capannone per la zincatura e un sistema per la produzione di idrogeno alimentato a energia solare. È quanto comunicato ieri dall'azienda durante un incontro tecnico del comitato esecutivo per l'Accordo di programma sullo stabilimento industriale. Il nuovo investimento, se confermato, dovrebbe portare a 30 posti di lavoro. Così il gruppo siderurgico cremonese sintetizza i termini della proposta presentata al tavolo del Mise: «Arvedi è disponibile ad investire a Trieste ulteriori 100 milioni per realizzare un nuovo capannone all'interno del qual installare una nuova linea di zincatura per produrre un rivestimento di zinco e leghe speciali». L'investimento, spiega, «si completerebbe con l'installazione di due elettrolizzatori per la produzione di idrogeno destinato ai forni di riscaldo in parziale sostituzione del gas naturale. È previsto che gli elettrolizzatori siano alimentati a energia solare». L'azienda elenca però una serie di condizioni a cui è «subordinato» l'intervento: un Contratto di sviluppo (lo strumento di finanziamento del Mise), una modifica al piano regolatore per consentire la costruzione del capannone, il rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie, il completamento del processo di sdemanializzazione delle aree. Il gruppo Arvedi assicura che con questo ulteriore investimento assumerà «almeno 30 persone»: «Priorità verrà data ai lavoratori a tempo determinato che, al momento della chiusura dell'area a caldo, cessarono l'attività presso l'unità produttiva di Trieste di Acciaieria Arvedi». Nel corso dell'incontro l'azienda ha rilevato il rispetto degli adempimenti contenuti nell'Accordo di programma: «Nei tempi previsti dall'AdP e dall'accordo sindacale - afferma l'azienda -, Arvedi avvierà i nuovi impianti e impiegherà il numero di addetti previsti. L'obiettivo è limitare a soli due anni la cassa integrazione». L'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro accoglie con soddisfazione l'ipotesi del sistema per la produzione di idrogeno: «Vedo con favore il vero elemento di novità, la produzione di idrogeno tramite pannelli solari, perché si sposa con la nostra idea di sviluppo sostenibile». Questa idea, prosegue l'esponente dell'amministrazione, «è alla base della richiesta di due anni fa, con la quale abbiamo avviato la riconversione dell'area a caldo. Ora attendiamo i dati tecnici per le opportune valutazioni con gli uffici della Regione che dovrà rilasciare le autorizzazioni del caso». Sempre ieri l'azienda ha diffuso un comunicato sulla nube di polveri sollevatasi dallo stabilimento nello scorso fine settimana. La causa del fenomeno, dice la proprietà, è da ricercarsi nel maltempo «eccezionale»: «Gli eventi meteorici intensi come quello di venerdì possono dar luogo ad eventi visibili a causa della polvere che si solleva dalle aree dove ancora non è terminata l'attività di smantellamento». In ogni caso, prosegue il gruppo Arvedi, «sono eventi estremamente diversi dagli spolveramenti osservati negli scorsi anni quando le polveri venivano risollevate da materiali in stoccaggio nel parco fossili e nel parco minerali». Queste aree saranno messe in sicurezza, dice il Gruppo, «come da progetti presentati a settembre 2020 e ancora in corso di approvazione presso il ministero dell'Ambiente».

Giovanni Tomasin

 

Arvedi rassicura: «La nube scura? Solo forte pioggia» - il gruppo: «nessuna criticità a Servola»
Il gruppo Arvedi informa che nell'area della Ferriera di Servola sono in corso le operazioni di dismissione e smantellamento ai sensi dell'accordo di programma sottoscritto in data 26 giugno. «Gli eventi meteorici intensi come quello registrato nella giornata di venerdì 7 - spiega una nota - possono dar luogo ad eventi visibili a causa della polvere che si solleva dalle aree dove ancora non è terminata l'attività di smantellamento e ripristino soprattutto in concomitanza con l'eccezionalità dell'evento come quello di venerdì». «Tali eventi visibili possono verificarsi anche in questa fase di dismissione ma sono eventi estremamente diversi - puntualizza l'azienda cremonese - dagli spolveramenti osservati negli scorsi anni quando le polveri venivano risollevate da materiali in stoccaggio nel parco fossili e nel parco minerali. Tali parchi come altre aree dello stabilimento saranno oggetto di attività di messa in sicurezza permanente come da progetti presentati a settembre 2020 e ancora in corso di approvazione al ministero dell'Ambiente». «L'azienda sta operando nel rispetto delle procedure che sono state comunicate agli enti nel luglio 2020 - conclude il comunicato - mettendo in campo tutte le attività di contenimento necessarie per effettuare lo smantellamento dell'impianto. Dalle risultanze sulla qualità dell'aria non vi è comunque evidenza di alcuna criticità ambientale».Sull'episodio era intervenuto anche l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro. «Mi sono immediatamente confrontato con l'Arpa e la mia direzione Ambiente, è già stata chiesta - aveva spiegato - anche una relazione alle due società Icop e Acciaierie Arvedi su quanto accaduto. Qualche disagio ancora potrebbe esserci, come avevamo già anticipato, poiché si sta demolendo una struttura di oltre cento anni e ci sono molte aree non ancora pavimentate». L'assessore aveva sottolineato che «l'aver avviato la riconversione dell'area nell'ottica dello sviluppo sostenibile non ci fa abbassare la guardia e, come per la questione dei possibili odori, valuteremo eventuali prescrizioni».

 

 

La Sottostazione elettrica sede dell'Unione mondiale dei fisici
Regione, Comune, Fit e gli enti di ricerca: «Altro riconoscimento per la città» - Fantoni: «Verso un polo tecnoscientifico capace di dialogare con le imprese»
Trieste diventa un punto di riferimento per la comunità internazionale dei fisici. Non che prima non lo fosse, basti pensare all'Ictp, ma ieri è stato annunciato il trasferimento nel capoluogo giuliano della segreteria della Iupap (International Union of Pure and Applied Physics), che prenderà sede nel quartiere generale della Fondazione internazionale Trieste, alla Sottostazione elettrica. Ovvero all'interno del Porto vecchio. Anche per questo la novità è stata data in gran pompa nel palazzo della Regione dall'assessore regionale all'Istruzione Alessia Rosolen, dal sindaco Roberto Dipiazza, dal presidente della Fit Stefano Fantoni, dal presidente della Iupap Michel Spiro (da remoto), dal direttore della ricerca di Ictp Sandro Scandolo, dal direttore della Sissa Stefano Ruffo e dal professor Giovanni Comelli del dipartimento di Fisica di Units. La Iupap è un'associazione nata nel 1922 a Bruxelles, dove ora ha sede. Entro il 2021 Trieste diventerà la sede amministrativa del sodalizio, che riunisce i fisici di tutte le nazioni e funge da camera di coordinamento per le ricerche a livello globale. La Iupap organizza convegni e momenti di incontro per la comunità scientifica in tutto il mondo, oltre a assegnare premi prestigiosi come la medaglia Boltzmann per gli studi di meccanica statistica. Sempre a cura della Iupap è la definizione delle unità di misura. Per l'assessore Rosolen «l'arrivo alla Fit è un riconoscimento per la città e per la comunità triestina dei fisici»: «Aiuterà a portare altra attenzione sulla città - ha detto -. È quel che la Regione fa con Fit e gli altri enti scientifici cittadini. In questo senso si colloca la richiesta nel Pnnr di istituire a Trieste l'istituto di ricerca per le tecnologie quantistiche, da insediare in Porto vecchio». Il sindaco ha ringraziato Fantoni per il risultato ottenuto: «Il Porto vecchio continua a riscuotere interesse incredibile. Io penso che in 7-8 anni potremo vedere dei risultati molto interessanti, nonostante la burocrazia di questo Paese». Nel suo discorso il professor Fantoni ha annunciato che l'anno prossimo si terrà il centenario della Iupap, appuntamento che in parte verrà festeggiato anche a Trieste. Il presidente della Fit coglie l'arrivo dell'unione dei fisici come uno sprone alla comunità scientifica e alle istituzioni triestine a fare massa critica: «Qui c'è una concentrazione di ricerca scientifica e attenzione all'innovazione molto più alta che in altre zone d'Italia e d'Europa». Questo potenziale, ha proseguito, può esser impiegato nel risveglio del Porto vecchio: «Penso sia importante andare verso un polo tecnoscientifico che, nel riconoscere il dialogo fra scienza e imprenditoria, non dimentica che i risvolti della ricerca sono importanti di per sé. Trieste può farlo meglio di molti altri». Il presidente della Iupap Spiro è intervenuto in videoconferenza: «Speriamo che Trieste ospiti il segretariato centrale dell'Unione per molto tempo. La città è stata selezionata fra tante candidate in ogni parte del mondo, siamo lieti e onorati che l'abbia fatto anche la Fit. Darà una spinta in più alla Iupap, che entra nel suo secondo secolo di storia». Scandolo ha tessuto le lodi delle attività della Iupap: «Una grande rete che speriamo di riuscire a portare qui». Ruffo ha sottolineato il ruolo della Iupap anche su temi che esulano dalla ricerca, come quello dei diritti civili per gli scienziati. Comelli ha ricordato che l'anno prossimo è il centenario di Iupap: «Nel 2023, invece, ricorrono i cent'anni dall'ingresso dell'Italia nell'Unione, mentre nel 2024 compie un secolo Units. Una serie di occasioni che potranno servirci a guardare al passato, al presente e al futuro». A margine dell'incontro, Fantoni è tornato sul tema del polo tecnoscientifico: «La speranza è che, come avviene negli Usa, Trieste diventi un luogo in cui le imprese vengono perché sanno che lì possono dialogare con gli scienziati. Stiamo creando le condizioni perché ciò avvenga». Elenca Fantoni: «Prima Esof, ora l'arrivo di Iupap, la possibilità della Summer School, l'Ogs al Magazzino 26 sono elementi di un modello interessante, che ancora non c'è ma potrebbe realizzarsi».

Giovanni Tomasin

 

La "terapeutica" in Porto vecchio: Dipiazza apre all'iberica Supera

Il sindaco, stanco di aspettare Terme Fvg e Icop, ha ricevuto ieri la delegazione spagnola che punta sugli spazi del Magazzino 30
Roberto Dipiazza apre il secondo fronte. Non aveva gradito le lungaggini del trio Terme Fvg-Icop-Myrtha Pools nel preparare il progetto della nuova piscina terapeutica in Porto vecchio, così ieri pomeriggio ha ricevuto una delegazione di Supera, un gruppo spagnolo che aveva già presentato un anno fa le proprie credenziali. Presenziava anche il direttore dei Lavori pubblici, Enrico Conte. Al termine dell'incontro il sindaco era soddisfatto, perché l'interlocutore iberico, che gestisce 24 centri "acquatici" tra Spagna e Portogallo, si è impegnato a presentare un progetto nel giro di un paio di settimane. Ma non sarà l'ex quartiere Ford dietro al Centro congressi il sito prescelto, bensì il Magazzino 30 davanti al Bacino 0.Il Comune deve aver rivisto le opinioni al riguardo, perché in precedenza aveva storto il naso sul "30", un'area assai più piccola rispetto alle vetuste strutture del "32" e del "133". Ma il "30" presenta un vantaggio non dappoco: è libero da vincoli della Soprintendenza, per cui può essere abbattuto e sulle sue ceneri rinascerebbe qualcosa di radicalmente nuovo. Si rammenta che il "30" aveva avuto alcuni anni fa il suo momento di notorietà, quando il Comune aveva monitorato il mercato alla ricerca di investitori desiderosi di trasformare quella baracca color rosa in un nuovo mercato ittico, accompagnato da un ristorante panoramico con musica jazz. A un certo punto sembrava che Eataly fosse interessata all'operazione, ma l'interesse tramontò ben presto. Dipiazza ha aggiunto che Supera avrebbe espresso l'intenzione di provvedere anche alla "vecchia" terapeutica, quella parzialmente crollata nell'estate 2019. Comunque il sindaco non ha chiuso la porta in faccia al terzetto Terme-Icop-Myrtha: la sua volontà è quella di mettere a confronto i progetti e verificarne la migliore adattabilità tecnico-finanziaria.

Massimo Greco

 

 

Bluenergy punta sul superbonus - Lavori per 20 milioni su 32 case
I cantieri edili interesseranno complessivamente 950 famiglie, da piazzale De Gasperi a Roiano
Quota 32: Bluenergy Group, importante utility specializzata nella fornitura di luce-gas-servizi, annuncia con un comunicato la partenza di 18 nuovi cantieri Superbonus 110% a Trieste, ai quali se ne aggiungeranno quattordici entro la fine di maggio. Interesseranno 950 famiglie e implicano un investimento di circa 20 milioni di euro. Tra i cantieri già avviati a Trieste il complesso residenziale De Gasperi 3- Lamarmora 11-Brigata Sassari 24 in piazzale De Gasperi, il condominio "Pagliaricci 26" in via dei Pagliaricci a San Giovanni, il condominio "Giusti" di via Giuseppe Giusti a Roiano, il condominio "Commerciale" in via Commerciale 158-158/1, che era già partito a dicembre. Bluenergy ha coordinato il progetto di riqualificazione energetica degli edifici, configurandosi - spiega il comunicato aziendale - come riferimento per la conduzione dei diversi attori impegnati nell'opera e come realizzatore diretto di tutte le opere impiantistiche condominiali. Il progetto ha visto la cooperazione tra diverse imprese del territorio (Cos Drenica, Goni Srl, Schiavone Costruzioni Srl, Ad Gulf, Ilse Costruzioni, Costruzioni Generali Trieste, Sp Group, Cp Costruzioni Srl, Omnia Costruzioni Srl). A esso hanno collaborato lo studio Marangon Maiorano, lo studio Celli, lo studio Gasperini, Diego Piazzolla dello studio System Mind.«L'avvio di questi numerosi cantieri a Trieste è motivo di grande orgoglio per Bluenergy - è il commento di Alberta Gervasio, amministratore delegato di Bluenergy Group - crediamo che la riqualificazione energetica del parco immobiliare di una città come Trieste sia fondamentale per favorire e supportare una quotidianità sempre più sostenibile, un impegno concreto anche verso le generazioni future».«In questo senso il Superbonus 110% rappresenta un'occasione unica sia per il territorio ma anche per i cittadini - insiste la Gervasio -, per questo riteniamo che sia indispensabile affidarsi a un partner specializzato che possa seguire tutti gli step dei lavori dalla progettazione alle pratiche amministrative, vista la complessa articolazione dell'iter per poter accedere ai benefici fiscali, garantendo la qualità dell'esecuzione dei lavori sia sotto il profilo tecnico che finanziario».L'obiettivo di Bluenergy - argomenta ancora il manager - è realizzare interventi capaci di rendere il più efficiente possibile i consumi quotidiani, quindi di consumare di meno e di produrre meno CO2 per scaldare o rinfrescare case, uffici, aziende. In quest'ottica, la scelta Bluenergy - conclude la nota - è fornire esclusivamente energia proveniente da fonti rinnovabili e gas compensato grazie alla collaborazione con Carbonsink, società italiana che si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso il meccanismo dell'annullamento dei crediti carbonio prodotti dalle emissioni di CO2. Inoltre, fungendo da hub di riferimento per la conduzione dei diversi attori impegnati nelle opere di riqualificazione energetica, si punta a favorire la collaborazione tra le maestranze locali.

 

 

Discarica a cielo aperto scoperta a Rabuiese
Un'area di 3.000 metri quadrati vicina al confine piena di rifiuti posta sotto sequestro. Si indaga per risalire ai responsabili
Muggia. Frigoriferi, sacchi neri e secchi, colmi di materiale inerte, e diverse apparecchiature elettriche. Ecco che cosa hanno trovato gli uomini del Nucleo Operativo di Protezione ambientale della Capitaneria di porto di Trieste al confine di Rabuiese, in un'area di tremila metri quadrati ora posta sotto sequestro: una discarica a cielo aperto in una zona di passaggio, che si affaccia sulla strada principale verso il valico, vicina al torrente Rabuiese, affluente del Rio Ospo. «Abbiamo ravvisato l'urgenza di intervenire con il sequestro preventivo dell'area e l'immediata comunicazione alla competente Autorità giudiziaria - precisa il capitano di vascello Fabio Poletto alla guida del Centro di coordinamento ambientale marino della Direzione marittima del Fvg - anche per impedire che l'inquinamento del suolo, dovuto alla giacenza dei rifiuti abbandonati di varia natura, a seguito del dilavamento delle piogge, potesse riversarsi nel rio adiacente e di lì nel mare». Il reato contestato è abbandono incontrollato di rifiuti, riconducibile a un'attività imprenditoriale. Su queste basi sono state avviate delle indagini dalla Procura a cui contestualmente sono stati segnalati dai militari alcuni presunti responsabili. Da una prima verifica, sono diversi i soggetti che s'ipotizza possano avere dei legami con lo scarico dei materiali. A partire dalla ditta di impianti elettrici che ha depositato delle impalcature nell'area sotto sequestro, di proprietà demaniale. Nella lista rientrano anche i soggetti che hanno partecipato a un bando indetto dall'Agenzia per l'assegnazione in locazione dello stesso terreno e pure un soggetto che aveva un'attività in loco, ora in fallimento. Sotto sequestro è finito anche lo spazio retrostante un discount, riconducibile a un privato. Il Nucleo operativo di Protezione ambientale sta procedendo, insieme alla Procura, alla ricostruzione dei fatti per trovare il reale autore dell'abbandono incontrollato di rifiuti, individuati in modo fortuito dal Nucleo ispettori pesca durante dei controlli al confine. Tuttavia questa operazione rientra in una più complessa attività di tutela dell'ambiente marino e costiero, condotta anche dagli altri nuclei regionali, coordinati dalla Direzione marittima del capoluogo giuliano. In Fvg sono state quindi portate a termine diverse altre operazioni - oltre, che a Trieste, anche a Grado, Aquileia, Fiumicello e Lignano Sabbiadoro - con il supporto inoltre dell'elicottero della base di Sarzana (La Spezia) e incentrate in particolare sul controllo del ciclo rifiuti: fanno parte di due programmi nazionali, denominati "30 days at sea 3.0" e "Onda Blu", con il coinvolgimento nel primo caso pure del ministero dell'Interno, poiché l'attività coinvolgeva, per il tramite dell'Interpol, ben 67 Stati in tutto il mondo.

Benedetta Moro

 

SEGNALAZIONI - Rifiuti - Cassonetti male utilizzati

Caro direttore, devo constatare che in via Bonomea come in svariate altre parti della città, Carso compreso, c'è l'abitudine di versare nel cassonetto dell'indifferenziata di tutto: contenitori di cartone, metallici, umido. Dato l'ingombro, spesso il coperchio rimane aperto fino al prossimo svuotamento, con "gioia" dei visitatori notturni a quattro zampe. Pare che l'educazione a usare correttamente la serie dei cassonetti presenti sia andata perduta? Felicemente no, perché ho notato che la causa sono le piccole rotonde aperture dei contenitori della plastica e del vetro e che alcuni cassonetti non hanno la leva a pedale per aprire il coperchio. Bisogna usare le mani e in tempi normali forse si poteva sopportare questo infelice disguido ma in tempi di Covid-19 ritengo proprio di no. Ma la cosa che mi dà da pensare sono quei disgraziatissimi contenitori che hanno degli oblò rotondi dal diametro infelicemente stretto. Non tutti hanno le aperture rettangolari che permettono una veloce e sicura discarica sia di sacchetti di plastica sia di scatoloni. Per scaricare l'immondizia si deve prelevarla dai nostri contenitori con le mani e  lentamente, cercando di evitare le inevitabili dispersioni di materiale, sia carta sia plastica o vetro con conseguente impiastricciamento delle mani, vedi yogurt, liquidi vari, contenitori di plastica dei salumi che rimane grassa, eccetera. Di questi tempi poi dove l'igiene è raccomandata a tutti e sempre, l'uso di questi manufatti è veramente detestabile e insicuro. C'è da domandarsi chi li ha comperati, questi odiosi affari e chi è preposto all'arredo urbano cosa faceva quando quel qualcuno li voleva comperare? A mio parere sono assolutamente da eliminare e da sostituirli con altri aventi le aperture rettangolari e la leva a pedale, ma che sia funzionante! Ho constatato che questa tipologia di contenitori, che contribuisce a creare disservizi, è presente in varie parti della città e anche sul Carso.

Sergio Lorenzutti

 

 

L'isoletta di Pomo dove non si pesca più e con la benedizione dei pescatori
L'area protetta istituita con un accordo fra Italia e Croazia nel 2017 ha portato a un massiccio incremento della fauna ittica
Spalato. Nel mezzo dell'Adriatico, tra le coste della Dalmazia e quelle delle Marche, si trova una minuscola isola vulcanica, quasi uno scoglio di grandi dimensioni: Jabuka, Pomo in italiano. Quest'isoletta solitaria dà il suo nome a una vicina fossa, profonda fino a 250 metri, importantissima per la riproduzione della fauna ittica, in particolare naselli e scampi. Dal 2017 un accordo tra Italia e Croazia vieta la pesca in quest'area. E i risultati raggiunti sono sorprendenti, tanto che Jabuka sta diventando un modello per tutto il Mediterraneo.«Oggi quest'isoletta è una celebrità in materia di pesca sostenibile e di protezione degli stock ittici», scherza Igor Isajlovic, ricercatore all'Istituto di oceanografia e pesca di Spalato. «Appena qualche anno fa, però, la situazione era molto diversa: la fossa di Pomo, ricchissima di pesci per via delle sue caratteristiche che ne fanno un luogo di riproduzione privilegiato, era l'obiettivo principale dei pescatori croati e italiani», spiega Isajlovic. Un trend pericoloso - I battelli che praticano la pesca a strascico percorrevano quest'area in lungo e in largo, catturando pesci sempre più piccoli e sempre meno numerosi. «I trend negativi negli ultimi vent'anni erano evidenti, soprattutto se confrontati con i dati raccolti all'indomani della Seconda guerra mondiale, quando la pesca era molto meno sviluppata in Adriatico», ricorda il ricercatore. Partendo da queste constatazioni, gli scienziati di entrambe le sponde hanno cominciato a fare pressione sui rispettivi governi e sul settore della pesca. E fra Roma e Zagabria si è arrivati a un accordo che inizialmente sembrava impossibile. Nell'estate 2017 un'area di restrizione della pesca di circa 2.700 chilometri quadrati è stata istituita in Adriatico, comprendendo anche due "buffer zone", zone cuscinetto in cui la pesca è consentita ma a condizioni molto rigide e solo in determinate occasioni. Il ritorno dei predatori - Il ritorno delle razze e di alcune specie di squali - quei predatori che solitamente scompaiono per primi quando cala la biodiversità in mare - indicano oggi che l'esperimento di Jabuka sta funzionando alla grande. Ed è una buona notizia anche per i pescatori. «I pesci migrano, si muovono, non rispettano i limiti della zona di interdizione di pesca - aggiunge Isajlovic - per questo i pescherecci che lavorano al limite della zona proibita catturano naselli e scampi più grandi rispetto a qualche anno fa e guadagnano di più». I pescatori soddisfatti - A 50 miglia nautiche da Spalato, Darko Kos, il capitano del peschereccio Peter Pan, ha l'aria soddisfatta. «Certo che è meglio di prima. Preferisco catturare 10 chilogrammi di scampi di prima classe, grandi, piuttosto che 50 di scampi piccoli. Lavoro meno e guadagno di più», esclama Kos, mentre osserva i suoi dipendenti separare il pescato. Ogni giorno, un peschereccio come il Peter Pan cattura nelle profondità dell'Adriatico tra i 400 e i 500 chilogrammi di pesce, attraverso una rete lunga circa un chilometro trascinata per cinque ore sul fondale. Assieme alla "no-take zone" - com'è detta in gergo la Fossa di Pomo il cui accesso è proibito ai pescherecci - sono arrivati anche tanti strumenti di controllo. Ma anche questi non sembrano preoccupare Darko Kos. «Vent'anni fa, subito dopo la guerra, tutti pescavano, era una necessità. All'epoca c'erano meno controlli ma tutto era più complicato, i documenti, gli incontri in mare con gli ispettori, la comunicazione...», ricorda il capitano. Nella sua cabina di pilotaggio, diversi schermi touch-screen permettono oggi di inviare in tempo reale la posizione del Peter Pan alle autorità croate: è il sistema Vms (Vessel Monitoring System), obbligatorio su ogni peschereccio. Grazie a questo tipo di apparecchiature satellitari, gli ispettori ricevono ogni 15 minuti la posizione di ogni nave da pesca e possono verificare che nessuno entri nell'area proibita. «Non ci sono molte violazioni», assicura l'ispettore Mario Skorjanec, sbarcato sulla Peter Pan per un controllo di routine. «Oltre alla posizione della nave e alle autorizzazioni di pesca, verifichiamo le dimensioni delle aperture nelle maglie e misuriamo il pescato, obbligando a ributtare in mare i pesci troppo piccoli», prosegue Skorjanec, che assicura «c'è meno pesca illegale di un tempo perché i pescatori sanno di essere seguiti» tanto da parte italiana quanto croata. Il monitoraggio a Zagabria - Al centro di monitoraggio del ministero dell'Agricoltura e della Pesca di Zagabria, due grandi schermi mostrano in tempo reale l'attività in tutto l'Adriatico. Nel centro, un puntino blu indica l'isola di Jabuka, a nord della quale si estende l'area protetta. I pescherecci, rappresentati da delle freccine luminose, seguono diligentemente il confine della no-take zone senza entrarvi. «Jabuka è un esempio di buona collaborazione tra Italia e Croazia che sta producendo altri accordi. Oggi, assieme ai colleghi italiani, ragioniamo assieme alle misure di tutela dell'Adriatico e attuiamo a volte dei controlli congiunti anche gli sloveni», afferma Ante Misura, direttore a Zagabria del Dipartimento della pesca. Un modello di successo - Il segreto del successo dell'operazione Jabuka, secondo Misura, è stato l'aver coinvolto fin dall'inizio nella discussione i pescatori di entrambe le sponde. «La decisione di vietare la pesca in quell'area non è stata imposta dall'alto, ma presa assieme dopo che anche chi vive delle risorse ittiche ha capito che si trattava di un passo necessario», spiega Misura. Oggi, per diverse organizzazioni di protezione dell'ambiente come il Wwf, Jabuka è un modello per tutto il Mediterraneo, un mare dove si stima che oltre il 90% delle specie acquatiche sia vittima di overfishing, ovvero di pesca eccessiva. Proteggere i luoghi in cui i pesci si riproducono potrebbe permettere di ripopolare il Mediterraneo e ricostruire la biodiversità distrutta da decenni di attività umana. Per riuscirci, sostiene il Wwf, bisogna proteggere entro il 2030 il 30% di tutti i mari.

Giovanni Vale

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 11 maggio 2021

 

 

Dal Mascherini fino al Guardiella: giardini pubblici pronti al restyling

Il Comune investe 300 mila euro per interventi in estate anche in villa Revoltella, villa Cosulich e a Borgo San Sergio

I giardini comunali si vestono di nuovi colori. Per la verità nell'edizione originale di Lucio Battisti i giardini sono ambientati in marzo, ma la delibera dell'assessore Elisa Lodi è passata all'esame della giunta una decina di giorni fa ed è presumibile che la riqualificazione delle aree verdi vada in scena la prossima estate. Il Comune scommette sull'operazione "green" 300.000 euro scavati dall'avanzo vincolato e dalla vendita del Broletto a Trieste Trasporti. Serviranno 343 giornate lavorative per far rifulgere il verde municipale di Guardiella al principio della salita al Cacciatore, di villa Revoltella, del "Mascherini" in piazza Carlo Alberto, di villa Cosulich in strada del Friuli, del "Fumaneri" a borgo San Sergio. A progettare l'intervento riqualificativo i civici architetti Carmelo Trovato e Laura Visintin. Il clou del programma - come si evince dalla loro relazione - riguarda i giardini di Guardiella. L'area, da cui è possibile osservare il Boschetto, si estende per 950 metri quadrati all'incrocio di strade urbane ritenute «piuttosto trafficate»: è attraversata da percorsi in terra battuta, c'erano giochi parzialmente demoliti, una recinzione in legno, alcuni dissuasori nella parte alta. Dalla zona a monte scende acqua. Insomma, c'è bisogno di urgente manutenzione. L'idea è di realizzare una rete di vialetti in pavimentazione in conglomerato ecologico drenante, di collocare una nuova area gioco dotata di attrezzature ludiche poste su una superficie anti-trauma, corredata da panchine. Sarà inoltre spostato l'attraversamento pedonale all'incrocio con salita al Cacciatore. Il giardino sarà reso accessibile alle persone con ridotte capacità motorie. La pavimentazione "drenante" non influirà sull'attuale assetto idrogeologico. Il programma coinvolge nuovamente villa Revoltella, già al centro del recupero finanziato dal governo per redimere le periferie. Nel parco inventato dal barone Pasquale si lavorerà sulla scalinata centrale verso il parco giochi, sulla messa in sicurezza dell'ex voliera fino a un'altezza di 3 metri, sul restauro della grande giostra storica metallica che, pur non funzionando, rimarrà elemento decorativo. Si provvederà a rimettere in sesto il vialetto in cubetti che scende dalla serra verso lo chalet. Il giardino dedicato allo scultore Marcello Mascherini in piazza Carlo Alberto richiede l'asporto della recinzione esistente, che sarà rimpiazzata da una nuova in polietilene verde. Poi due puntate in periferia e semi-periferia. Nel giardino di villa Cosulich in strada del Friuli l'obiettivo è di sostituire le vecchie panchine ammalorate. Più o meno analogo trattamento verrà dedicato al "Fumaneri" in Borgo San Sergio: manutenzione delle panchine e dei manufatti in ferro, il ripristino di gradini e di rivestimenti in pietra. In parallelo a questo quintetto di verdi recuperi, si porrà mano all'area giochi nel giardino che rimembra il podestà Muzio de Tommasini. Proprio de Tommasini decise di creare tra il 1854 e il 1864 un parco sui terreni acquistati dalle monache benedettine, anche se il progetto originario prevedeva la costruzione di una chiesa e di alcuni edifici. Lì c'era un vecchio aereo di legno, che sarà sostituito da riferimenti ludici più freschi: sarà comunque necessario passare prima in commissione paesaggistica e in Soprintendenza. Insomma, è in atto una verde "offensiva" comunale tesa a rendere più vivibili gli scorci ombreggiati dove ossigenarsi e giocare: qualche giorno fa la giunta aveva "licenziato" un intervento da 200.000 euro nel giardino tra vicolo dell'Edera e Pendice Scoglietto.

Massimo Greco

 

Corsi per le emergenze in mare nella casetta dello Skabar - a Barcola, organizzati dagli "amici del bunker"
Un anno di lavori per partire a pieno regime nel 2022. L'associazione dilettantistica "Amici del bunker", sodalizio che può contare su 250 soci, ha preso possesso della casetta di legno nel giardino Skabar. «L'obiettivo - spiega il presidente Alfonso Lattanzio - è di attivare corsi per il settore giovanile incentrati sulle basi della marineria e su come affrontare le emergenze in mare. Altre attività saranno dedicate all'apnea e alla subacquea, discipline nelle quali abbiamo una tradizione importante. Durante quest'anno abbiamo già 15 adesioni, contiamo dal 2022 di arrivare a pieno regime con maggiori disponibilità». La casetta del giardino, la cui concessione gratuita durerà 9 anni, verrà sottoposta a interventi di adeguamento: «Saranno a nostro carico - aggiunge Lattanzio -, speriamo di completarli entro un anno. Cerchiamo sempre di fare tutto in proprio, l'interno è in condizioni buone, il problema è la parte sotto dove alcune persone hanno vissuto in maniera abusiva. Qualcuno addirittura convinto di avere un contratto di subaffitto». «Quando sarà completato l'intervento, Covid permettendo - riprende il presidente -, vorremmo fare una grande festa anche per ringraziare il Comune che ha concesso la struttura». Lattanzio, che ha ricordato l'impegno del presidente della IV commissione consiliare, il forzista Michele Babuder, sottolinea anche: «A giugno avvieremo la pulizia della scogliera, mentre a settembre provvederemo al porticciolo di Barcola, un appuntamento a cui prendono parte sempre tante persone». La casetta nel giardino si aggiunge alle altre due mini sedi degli "Amici del bunker", la prima è quella visibile sul molo di Barcola e la seconda è uno dei locali situati nell'edificio tra il giardino e il porticciolo.

Andrea Pierini

 

«Più manutenzione e vigilanza» Le richieste di mamme e papà per gli spazi dedicati ai bambini
Da via Giulia a San Vito e ancora a via del Veltro e Strada di Fiume: i genitori reclamano un aumento delle attrezzature e attenzione contro i comportamenti scorretti dei più grandi
Più giochi a disposizione dei bambini. E, soprattutto, una manutenzione più attenta, oltre che un controllo più puntuale per evitare vandalismi e danneggiamenti, come peraltro già capitato più volte e in differenti quartieri. È quanto reclamano le tante famiglie che frequentano i parchi cittadini. Ieri pomeriggio il giardino "de Tommasini" di via Giulia era pieno di bimbi, genitori e nonni, tra file davanti alle altalene, sentieri invasi da "baby ciclisti", mamme e neonati sulle panchine. «Serve sicuramente qualche gioco in più», spiega un papà, Sheriff Bekijri: «L'aeroplano è stato tolto già un anno fa, seguito da uno scivolo per i bimbi con una casetta vicino. Spesso si fa la coda per le altalene. Questo giardino è molto frequentato, e gli spazi certamente non mancano, si potrebbero però aggiungere delle attrezzature, e sistemare quelle esistenti, perché qua e là c'è qualche pezzo rotto». Segnalazioni simili anche da tre mamme, Nicole Perhauz, Anja Popovic e Alice Cavagneri Gestro. «Veniamo qui molto spesso. È comodo e anche bello, però si potrebbe fare di più. Le panchine andrebbero messe a posto, soprattutto quelle più vicine al parco giochi, così come alcuni pezzi delle altalene. Eppoi andrebbe controllata meglio tutta la zona, talvolta i ragazzi più grandi rischiano di fare danni tenendo dei comportamenti poco corretti».Anche nel giardino di piazza Carlo Alberto alcuni genitori chiedono di migliorare gli spazi attrezzati. «Non ce ne sono tanti e alcuni di quelli che ci sono, peraltro, sono imbrattati con lo spray», indica una mamma: «Qui nella zona abitano molte famiglie e questo parco è una valvola si sfogo importante. E poi serve una manutenzione più costante. Alcune transenne sono da mesi nell'erba, cadute a terra, i bambini possono farsi male. La fontana inoltre è chiusa ed è diventata una sorta di stagno verde maleodorante. La paura è che tra poco, con il caldo, arriveranno tante zanzare». Per i ragazzini che si sfidano ogni giorno nei campetti sportivi presenti, serve rimettere in sesto soprattutto lo spazio per il calcio. «Quello per il basket va bene, ma qui la recinzione - mostrano i diretti interessati - è mal messa e anche la pavimentazione in alcuni punti andrebbe rifatta». E giochi nuovi vengono auspicati dai genitori anche per Villa Revoltella, lasciando sì quelli storici ma affiancandoci qualche novità, pensata magari per i più piccoli. Tra i giardini comunali per i quali le famiglie chiedono più attenzione ormai da anni c'è poi pure quello incastonato tra via del Veltro e Strada di Fiume: un'ampia area verde su tre livelli collegati da una serie di rampe di scale per una superficie complessiva di ben 1.800 metri quadrati, in parte occupati da giochi, spesso meta di vandali e ragazzi che bivaccano fino a tarda ora.

Micol Brusaferro

 

 

Sbarca al Mercato coperto una nuova pescheria - commissione trasparenza
Dal 2013 ad oggi gli operatori all'interno del Mercato coperto si sono dimezzati, e il Comune deve definire quanto prima il futuro della struttura. Intanto a breve farà ingresso sui banchi di via Carducci una pescheria. È quanto è emerso dalla Commissione Trasparenza convocata ieri per far luce su alcuni aspetti che riguardano quella realtà. «In totale il Mercato coperto - ha illustrato il vicecomandante della Polizia locale Paolo Jerman - dispone di 164 stalli: nel 2013 gli operatori erano 53 oggi se ne contano 27, qualcuno occupa più di un banco». Oltre a venditori di frutta e verdura e alcuni stalli dedicati all'abbigliamento e alle calzature, attualmente c'è un banco gestito da un macellaio, uno da un calzolaio, una sarta, un'estetista, una rivendita di oggettistica, un'edicola e un bar. «Il regolamento che detta le linee delle attività che possono insediarsi all'interno di quella struttura - ha spiegato il comandante della Polizia locale Walter Milocchi - risale al 1982 e prevede commercio su area pubblica oltre alla possibilità di un unico pubblico esercizio. Se si intende ampliare l'offerta o creare un'area dedicata ai coltivatori diretti, servirà aggiornarlo». Fin qui la parte tecnica, ora spetta invece alla politica decidere che direzione prendere. «Serve dare delle linee guida da seguire, - ha spiegato il vicesindaco Paolo Polidori - affinché anche un privato che vuole presentare delle proposte sappia entro quale perimetro muoversi». I tempi medi per il rilascio di una concessione sono di 7 giorni. Nelle ultime settimane le richieste per accedere sono state diverse, e la realtà che ha già completato l'iter di ingresso presentando tutta la documentazione necessaria, farà ingresso a breve: una ditta allestirà una pescheria. «Sono lieta che l'attenzione che abbiamo fatto riemergere sull'attuale situazione del Mercato coperto abbia portato alla decisione che, prima di "affidarsi "ai progetti del privato, sia il Comune a dover scegliere definitivamente come rilanciare il mercato coperto», ha spiegato la presidente della Commissione Trasparenza, Antonella Grim. «È il Comune - ha aggiunto - che deve scegliere, e spero ci si incammini verso la definizione di un quadro di regole che possano rilanciare l'area in una chiave attuale, in primis promozione delle produzioni tipiche e locali».

Laura Tonero

 

 

«Le istituzioni italiane dicano no alla nuova Capodistria-Divaccia»
Tappa a Bagnoli dei portavoce del comitato sloveno contro il progetto «Qui per difendere la Val Rosandra, rischia di restare compromessa»
SAN DORLIGO«Contiamo sulla collaborazione dei rappresentanti degli enti locali italiani confinanti con la Slovenia, per cercare di bloccare un progetto che rischia di compromettere l'equilibrio naturale di queste terre». È questo il forte appello lanciato ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa svoltasi a Bagnoli della Rosandra, da Vili Kovacic e Tomas Stebe, portavoce del movimento popolare spontaneo sorto in Slovenia per contrastare la partenza del progetto che prevede la realizzazione del secondo binario della linea Capodistria - Divaccia. «Un piano - hanno spiegato - che palesa a nostro avviso gravi irregolarità sia sul piano giuridico sia su quello economico finanziario. Per questo abbiamo presentato la stessa documentazione alla Corte costituzionale e alla Corte dei conti di Lubiana. Ma bisogna che si arrivi davanti alle massime autorità dell'Unione europea per ottenere un risultato concreto. Per questo siamo venuti a San Dorligo, a pochi passi da quella Val Rosandra che è un gioiello di questa zona e che rischia una grave compromissione se si procederà nella direzione prevista dalla 2Tdk, la società di proprietà dello Stato sloveno nata per l'opera. Vogliamo sensibilizzare la Regione e i comuni di Trieste, Muggia e San Dorligo perché gli scavi che dovrebbero essere effettuati, i tunnel da costruire, gli impianti al servizio della linea potrebbero originare conseguenze inimmaginabili sul territorio». Una prima presa di posizione c'è già stata da parte dell'assessore regionale Fabio Scoccimarro, mentre pochi giorni fa il Consiglio comunale di Duino Aurisina ha approvato a maggioranza un documento che chiede «la massima attenzione sul progetto, che rischia di provocare seri danni all'ambiente». Ad accogliere gli ospiti sloveni è stato Alen Kermac, consigliere comunale dei Verdi a San Dorligo, che ha garantito una volta di più «massima collaborazione su questo fronte agli amici sloveni», ricordando che «i cittadini italiani che voglio sostenere la protesta possono sottoscrivere un'apposita petizione». Presente anche il capogruppo della Lega, Roberto Massi.-

Ugo Salvini

 

 

Confermate le Bandiere blu ai litorali di Grado e Lignano Portopiccolo tra le new entry - il riconoscimento a spiagge e approdi
Grado. Per il 33° anno (di cui 32 consecutivi) Grado ottiene la Bandiera Blu, record nazionale condiviso con il comune ligure di Moneglia. Un riconoscimento che premia tre spiagge dell'Isola: la principale, Costa Azzurra e Pineta. E a festeggiare è anche Lignano Sabbiadoro che, grazie alla qualità dei servizi offerti al Lido, ottiene la Bandiera Blu per la sezione spiagge per la 32.a volta. Una conferma preziosa per le due località balneari più importanti del Friuli Venezia Giulia, specie se si pensa che ottenere questo "certificato di qualità" diventa sempre più difficile vista la necessità di dover superare anno dopo anno qualche nuovo parametro. Iter procedurale e selezione sono stati fatti seguendo le regole della norma UNI-EN ISO 9001 2015, e hanno portato alla fine le giurie (internazionale e nazionale) ad assegnare complessivamente quest'anno le Bandiere blu a 201 località rivierasche di tutto il Paese. Quindici sono i nuovi ingressi ma, rispetto al 2020, ci sono località che non hanno ottenuto la riconferma. Non solo spiagge tra l'altro. Oltre alle località di mare a issare il vessillo in Italia saranno anche 81 approdi. Categoria che ha riservato una sorpresa al Friuli Venezia Giulia. Tra le new entry del 2021, infatti, compare Portopiccolo ad Aurisina.Alla luce dell'emergenza Covid, quest'anno la Fee - Foundation for Environmental Education, associazione che promuove l'iniziativa, ha tenuto in particolare considerazione, oltre alla qualità delle acque, anche la sicurezza e l'accessibilità nelle spiagge. In totale però sono ben 32 i criteri di valutazione alla base della classifica tra cui figurano anche la presenza di aree pedonali e piste ciclabili, la qualità dell'offerta alberghiera, e la diffusione della raccolta differenziata. «La trentatreesima Bandiera Blu ci gratifica enormemente -commenta il sindaco di Grado Dario Raugna -. Questo riconoscimento rappresenta per noi l'opportunità di progredire ulteriormente rispetto alla strada che stiamo già perseguendo, ponendoci come una località all'avanguardia per quanto concerne il rispetto e la tutela dell'ambiente inteso non soltanto come qualità delle acque marine». «È una bellissima notizia - dice il presidente del Consorzio Grado Turismo, Thomas Soyer -. Per un turista l'assegnazione della Bandiera blu per 33 anni è garanzia di vacanza di qualità, cura verso l'ospite e tutela dell'ambiente».Quanto agli approdi, il numero complessivo di quelli premiati in regione sale a 12. A Trieste, oltre alla new entry Portopiccolo, compare anche il porticciolo della Lega Navale. In provincia di Gorizia riconfermati Porto San Vito a Grado e Hannibal di Monfalcone. Infine nella provincia di Udine le Bandiere blu sono andate a Marina Sant'Andrea di San Giorgio di Nogaro; Marina Punta Faro, Darsena Porto Vecchio, Porto Turistico Marina Uno e Marina Punta Verde di Lignano ed ancora Marina Puta Gabbiani, Darsena Aprilia Marittima e Marina Capo Nord di Aprilia Marittima.

Antonio Boemo

 

 

Chiusa dopo 40 anni la discarica di Cherso. L'isola ora è più verde - Usati i fondi garantiti dall'Unione europea

FIUME. Dieci milioni e 800 mila kune spesi bene. Si tratta di 1 milione e 435 mila euro, mezzi con cui è stata risanata e chiusa la pluridecennale discarica di Przici, sull'isola di Cherso, area un tempo da evitare e ora trasformata in un colle, che in breve tempo verrà ricoperto da erba, altra vegetazione bassa e alberi. L'immondezzaio di Przici, uno dei maggiori a Cherso, era attivo da ormai 40 anni, con le spese di risanamento sostenute nella misura dell'85% (a fondo perduto) dall'Unione europea, il 10% dal Fondo croato per la Tutela dell'ambiente e l'efficienza energetica e il resto dalla municipalità chersina.Stando a quanto comunicato da palazzo comunale, i rifiuti presenti nella discarica sono stati concentrati in una zona di minori dimensioni e quindi ricoperti da decine di metri cubi di terra, su cui è stata seminata l'erba. «Siamo riusciti a risanare una discarica che rappresentava un rischio per l'ambiente, per la salute degli isolani e dei turisti - si legge in un comunicato diffuso dall'amministrazione cittadina - grazie a biofiltri speciali, le emissioni di metano dai rifiuti è stata ridotta ai minimi termini, presente solo in tracce». L'area recuperata si estende su una superficie di 2,17 ettari e dal 1975 al 2017 ha raccolto migliaia di tonnellate di spazzatura. Quattro anni fa a Cherso è entrata in funzione una moderna discarica e da allora i rifiuti urbani misti vengono trasportati nell'impianto di Mariscina, poco alle spalle di Fiume. In quest'isola i risultati nel campo dello smaltimento delle immondizie sono stati e sono significativi. La raccolta differenziata, attuata grazie ad un investimento di 12 milioni di kune (1 milione e 600 mila euro), ha visto Cherso piazzarsi nel 2019 al sesto posto nella classifica nazionale. È stato stabilito che il 40% dei rifiuti viene raccolto in modo differenziato e negli ultimi due anni, sostengono a palazzo municipale, tale percentuale è ulteriormente aumentata. Nel frattempo è stato approntato un centro di riciclaggio, investimento coperto nella misura dell'85% dall'Europa comunitaria. «Sono orgoglioso che Cherso sia ai vertici della Croazia nel settore della gestione dei rifiuti - è quanto affermato dal sindaco chersino, Kristijan Jurjako - del resto non potevamo agire diversamente, avendo una natura ancora intatta e una vocazione turistica importante».

Andrea Marsanich

 

 

Un raro esemplare di avvoltoio monaco avvistato dagli esperti - proviene dalla Bulgaria ed è dotato di gps

Un gruppo di esperti del Centro di recupero dei grifoni con sede a Caisole (Beli in croato), nella parte settentrionale dell'isola di Cherso, è riuscito a fotografare un avvoltoio monaco e proprio mentre se ne stava beato in compagnia con i consimili dalla testa bianca di casa sull'isola. Immortalare l'esponente di una specie che da decenni non si fa più vedere da queste parti non è stato certo casuale: la struttura di Caisole è stata contattata a metà aprile da colleghi della Bulgaria, i quali hanno precisato che in base alle informazioni trasmesse dal Gps del volatile, quest'ultimo si dovrebbe trovare nelle vicinanze del lago di Vrana, l'unica fonte di acqua potabile dell'arcipelago di Cherso e Lussino. Si tratta di un'area dove non è raro ammirare i grifoni, che amano volteggiare nel cielo sovrastante Vrana per individuare una qualche carogna, trattandosi di uccelli saprofagi. L'avvoltoio monaco, a cui è stato dato il nome di Kutelka, era stato introdotto in Bulgaria dalla regione spagnola dell'Estremadura, allo scopo di ridare vita ad una specie scomparsa da tempo. Dato che questi avvoltoi, sulla falsariga dei cugini grifoni, amano bighellonare in età giovane, coprendo ampi spazi, anche Kutelka ha deciso di avventurarsi verso ovest, volando fino all'isola di Cherso. Dal centro isolano hanno precisato che la prima uscita in natura nel tentativo di avvistare l'avvoltoio monaco non ha avuto successo, mentre la seconda ha centrato l'obiettivo, con Kutelka fotografata più volte. Delle quattro specie europee di avvoltoi, un tempo in Croazia vivevano e nidificavano i grifoni, i monaci e l'avvoltoio capovaccaio (Neophron percnopterus). Ora è rimasto il solo avvoltoio dal capo bianco, la cui colonia delle isole quarnerine di Cherso, Veglia, Plauno (Plavnik) e Pervicchio (Prvic) è anche l'unica rimasta nel Paese. Le altre tre specie si sono estinte in Croazia perché avvelenate dall'uomo. Le esche avvelenate non erano destinate a questi volatili così importanti per l'equilibrio dell'ecosistema. Purtroppo cibandosi delle carcasse di animali avvelenati, monaci e capovaccai hanno fatto la stessa fine. Secondo una stima degli esperti, nel Quarnero sono presenti circa 200 esemplari adulti di grifone.

A.M.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 10 maggio 2021

 

 

Consorzio di bonifica nuovo, Venezia Giulia tutta coperta
L'ente di Ronchi dei Legionari oltre all'Isontino si occuperà di irrigazioni dei campi e cura dei canali nei comuni di Trieste con una competenza di oltre 58 mila ettari
A 32 anni dalla sua fondazione o, meglio, dall'accorpamento di più enti con la "mission" comune il Consorzio di Bonifica Pianura Isontina di Ronchi dei Legionari cambia nome. Diventa Consorzio di Bonifica della Venezia Giulia e, poi, abbraccia le sue competenze oltreché su 24 Comuni dell'isontino, anche su 6 dell'ex provincia di Trieste e sul Comune di Prepotto, in quella di Udine. Una competenza che, in termini di estensione territoriale, significa una competenza su 58.535,17 ettari, contro i 22.550 del 1989.«Un po' come quando si è verificata la fusione tra la Camera di Commercio di Gorizia e quella di Trieste, dando vita alla Camera di Commercio della Venezia Giulia - spiega il presidente, Enzo Lorenzon - così anche noi, quando abbiamo progressivamente allargato il nostro comprensorio allargando il servizio irriguo al territorio triestino, abbiamo deciso di cambiare nome, scegliendone uno maggiormente rappresentativo delle realtà coinvolte».Il Consorzio, attraverso scelte tecniche e mezzi, gestisce il tutto con l'attuale personale, vale a dire 21 persone, di cui 9 impiegati. Irrigazione, gestione delle prese d'acqua, servizio antibrina e, per alcuni enti, anche gestione del verde, oltre allo sfalcio dell'erba nelle aree di competenza. Ecco le diverse attività del Consorzio ronchese che si allarga. Il servizio è nella sua normale operatività e non implica costi aggiuntivi per gli utenti. Esso, poi, sta seguendo anche le direttive ministeriali per creare delle riserve d'acqua, affiancato dalla Camera di commercio e dalla Regione che, come sottolinea Lorenzon, sono sempre sensibili al mondo agricolo. Quella della bonifica è una storia antica per l'Isontino. Si rifà al Consorzio dell'Agro monfalconese, denominazione diffusa in letteratura agraria dalla seconda metà del XIX secolo. L'irrigazione prende corpo nel periodo tra il 1846 e il 1865, quando viene anche costituito il Consorzio del Brancolo. Con le opere per la realizzazione dell'opera di presa di Sagrado, la "Rosta", nel 1905, appare subito inscindibile il legame con i territori del gradiscano e del cormonese. Di qui la nascita dell'Agro Cormonese-Gradiscano. Si creano i consorzi sulla base dello sviluppo delle opere nei diversi punti del territorio, man mano che la rete di distribuzione irrigua aggiunge nuove aree a servizio. Negli anni Ottanta, complici anche le nuove tecnologie, i moderni macchinari e una diversa organizzazione del lavoro, comincia la spinta all'aggregazione dei consorzi. Punto di arrivo il 31 luglio del 1989 con la costituzione formale del Consorzio di Bonifica Pianura Isontina. Il Consorzio opera su un comprensorio di bonifica ricadente parte nella provincia di Gorizia e parte in quelle di Trieste e di Udine, delimitato dall'amministrazione regionale, il cui perimetro si sviluppa dalla località Podclanz in Comune di Prepotto, segue il confine di Stato lungo il fiume Judrio fino alla località Albana, da qui prosegue sempre lungo il confine di Stato passando per i valichi confinari con la Slovenia di San Floriano, Sant'Andrea, San Pelagio, Fernetti e Pese fino al valico confinario di San Bartolomeo sulla provinciale 14 in Comune di Muggia. Segue quindi la linea di costa fino alla foce dell'Isonzo, il fiume Isonzo, il limite della provincia di Gorizia fino all'intersezione con il Comune di Prepotto, per chiudere in località Podclanz. A ottobre, va ricordato, si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del consiglio e del presidente.

Luca Perrino

 

 

Creato a Lussinpiccolo  un mini pronto soccorso per le tartarughe marine
Nei primi tre mesi dell'anno 25 esemplari sono morti nelle acque croate. I nemici? Reti da pesca, ami e plastica
FIUME. Assieme a quello di Pola è l'unico centro di recupero delle tartarughe marine in Croazia. A Lussinpiccolo, nell'ambito del pregevole istituto Plavi svijet (Mondo blu), è attiva una struttura che da anni si adopera a favore di questi meravigliosi rettili, sottoposti negli ultimi decenni ad un'esistenza non certo facile, complicata dalla presenza in mare di tantissima plastica, reti di pescatori, immondizie di vario genere, imbarcazioni. Il centro lussignano, nato nel 2013, ha finora curato 33 esemplari, di cui ben 11 nei primi quattro mesi del 2021 e anche questa è la prova che le tartarughe marine devono affrontare situazioni sempre più difficili, pericolose, stressanti. «Purtroppo nel periodo gennaio-aprile siamo stati informati della morte di 25 tartarughe nelle acque croate dell'Adriatico, numero molto alto e indice di un quadro che preoccupa gli esperti e non solo - è quanto dichiarato dalla responsabile di questo ospedale per rettili marini, la fiumana Mateja Zekan, da tempo trapiantata a Lussinpiccolo - i maggiori pericoli derivano dalle attività di pesca, con le tartarughe che spesso finiscono nelle reti delle strascicanti, nelle reti da posta, in quelle lasciate a marcire sui fondali. Abbiamo anche avuto due casi in cui gli animali hanno inghiottito gli ami rispettivamente di un palamito e di una canna per la pesca al tonno». Il centro, supportato dal progetto intitolato Life Euroturtles, si trova in Val di Sole, tra gli alberghi Aurora e Vespera della lussignana Jadranka. È composto da tre vasche di dimensioni maggiori e da due più piccole, con la Zekan che in questa opera di assistenza lavora al fianco di Tina Belaj, giovane veterinaria di Lussingrande.Entrambe - non appena arriva una tartaruga marina - la controllano dettagliatamente per capirne le condizioni di salute, accertando eventuali lesioni oppure se sia esausta, disidratata o colpita da assideramento. Se necessario, ne curano le ferite e in alcuni casi ricorrono all'infusione. «Negli ultimi tempi abbiamo avviato ua campagna di educazione dei pescatori professionisti e posso dire che la categoria sta sempre più comprendendo i problemi che attanagliano le tartarughe - ha dichiarato la Zekan - non si comportano più come prima, quando gettavano subito in mare gli esemplari pescati casualmente e destinati così a morte certa o quasi. Ora le lasciano in coperta, consentendo agli animali di uscire dallo stato comatoso e di respirare a pieni polmoni. Purtroppo c'è anche tanta plastica in giro, con le tartarughe che scambiano i sacchetti di nylon con le meduse, di cui sono ghiotte. Le conseguenze possono essere fatali».A Lussinpiccolo gli animali convalescenti vengono nutriti bene, con sardelle e calamari, fino a quando giunge il momento di tornare nell'ambiente marino. La Zekan ha poi precisato che cinque esemplari, il cui carapace è più lungo di 45 centimetri, sono stati dotati di Gps, che trasmettono alla struttura isolana dati preziosi sui percorsi compiuti e sulle aree dove amano maggiormente soggiornare.

Andrea Marsanich

 

Clima e pesticidi, a rischio le api. Senza di loro poca frutta e verdura

Un futuro senza api? Molto cupo. Non significherebbe solo rinunciare al miele, ma anche ridurre il consumo di molteplici varietà di frutta e verdura. «Delle 100 colture che costituiscono il 90% della produzione mondiale di cibo, ben 71 sono legate alle api» afferma la rivista di scienza e sociologia "Focus". Il sistema alimentare ne uscirebbe compromesso ma non solo: ne risentirebbe anche quello economico. Senza contare i danni all'ecosistema. L'operoso insetto è così prezioso per l'uomo e la Natura grazie al suo servizio di impollinazione, processo fondamentale nel ciclo vitale di una pianta. Secondo l'Ispra, Istituto superiore per la Protezione e ricerca ambientale, più del 75% delle principali colture trae beneficio da decine di migliaia di specie animali, tra cui almeno 16 mila insetti. Inoltre il 90% delle piante selvatiche da fiore necessita della collaborazione degli impollinatori (come api, vespe, farfalle, coccinelle, ragni, uccelli) per la propria moltiplicazione. In primavera ed estate, l'ape si nutre di nettare e polline, due sostanze prodotte dai fiori e in funzione di questa caratteristica è munita di un apparato boccale specializzato nel succhiare il nettare. Possiede anche zampe in grado di raccogliere e trasportare i granuli di polline. Dopo essersi "rifornita" in un fiore, vola verso un altro e porta con sé, intrappolati nella sua peluria, residui di polline: è nel secondo fiore che i granelli trasportati si staccano e vanno a posarsi sullo stigma. Ne seguirà la produzione di frutti e semi. A partire dagli Anni '90, molti apicoltori hanno assistito a un rilevante calo nelle popolazioni di api, soprattutto in Europa e Nord America.Una specie su dieci di api e farfalle europee è a rischio estinzione e una su tre è in declino. Il fenomeno è riconducibile a diversi fattori, capaci di agire singolarmente oppure in combinazione tra loro: distruzione dell'habitat, avvelenamento da pesticidi utilizzati nell'agricoltura, inquinamento, cambiamenti climatici e così via. L'eliminazione delle sostanze chimiche contenute nei pesticidi è il passo più immediato per tutelarle: nel maggio del 2018 l'Unione europea ha approvato il bando di tre insetticidi particolarmente letali per loro.Al di là di questo avvenimento, maggio è proprio il mese delle api: il 20 si festeggia la loro Giornata mondiale, indetta dall'Onu per sensibilizzare l'opinione pubblica e ricordare a tutti la frase che si attribuisce al fisico Einstein: «Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita». Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo tentare di aiutarle: piantiamo nei nostri giardini e balconi piante che producano molto polline e nettare, così da risultare una buona fonte di nutrimento per gli impollinatori. Può capitare inoltre che un alveare venga costruito in un luogo non adatto, come terrazzi e davanzali: visto che le api sono protette, a maggior ragione non si possono uccidere con procedure di disinfestazione. Bisogna affidarsi a un apicoltore che catturerà lo sciame e sposterà il suo "magazzino" di provviste per l'inverno in una zona più consona. Qualora l'alveare si trovasse in posti difficilmente accessibili, si possono interpellare anche i Vigili del fuoco.

Nicole Cherbancich

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 9 maggio 2021

 

 

Mercato coperto: all'orizzonte un hub per giovani e 10 nuovi ingressi
Polidori: anche un incubatore per ristoratori alle prime armi - Al Comune intanto richieste di spazi e di indicazioni sull'iter
Il dibattito che da settimane ruota intorno al futuro del Mercato coperto, le idee che ne stanno scaturendo hanno riacceso i riflettori sulla struttura, tanto da far pervenire al Comune delle richieste da parte di nuovi commercianti per occupare degli spazi all'interno. Intanto il vicesindaco Paolo Polidori, che in giunta ha la delega sui mercati, lancia una nuova proposta: quella di trasformare alcuni spazi del sito in un incubatore per giovani imprenditori nel settore della ristorazione. NUOVI INGRESSI Frutta, verdura, olio, formaggi sono alcuni dei prodotti che le cinque aziende che hanno scritto di recente all'amministrazione intendono proporre all'interno del Mercato di via Carducci. Queste hanno presentato domanda formale per aggiudicarsi un banco, ma parallelamente altrettante hanno chiesto informazioni sull'iter da seguire, e potrebbero presentare domanda a breve. «Inoltre - aggiunge Polidori - personalmente ho ricevuto manifestazioni di interesse da parte di ristoratori e pasticceri per un coinvolgimento nel più ampio progetto di rilancio della struttura». "IL BIC DELLA CUCINA" L'idea di Polidori è quella di utilizzare spazi del Mercato coperto per incentivare l'imprenditoria giovanile, che gode anche di fondi specifici, «creando una sorta di hub per l'attività dei ragazzi che escono dalle scuole alberghiere - illustra il vicesindaco -, che vogliono fare un po' di "palestra" nel settore e sviluppare una propria attività, farsi conoscere, prima di fare il salto nel mercato più duro della ristorazione». Insomma, un incubatore per cuochi, baristi, pasticceri. «Penso che oltre alla valorizzazione della storica attività delle bancarelle - spiega Polidori -, serva una rivisitazione dell'immagine del Mercato coperto, con l'obiettivo di promuovere i prodotti del territorio e di tutta la Mitteleuropa, per rendere la proposta più interessante anche in chiave turistica». IL MERCATO DI FIRENZE Nelle prossime settimane, non appena la situazione pandemica consentirà la completa ripresa dell'attività, il sindaco Roberto Dipiazza e il vicesindaco hanno in previsione di organizzare una giornata alla scoperta del Mercato centrale di Firenze, una realtà diventata una vera attrazione turistica. All'interno c'è sì la vendita di generi alimentari, ma anche una suggestiva area dedicata alla ristorazione. UN UNICO PROGETTO DA UN PRIVATO Ad oggi in Comune è pervenuto un solo progetto da parte di un privato che intende investire sulla riqualificazione e sul rilancio del Mercato coperto. È quello firmato dall'impresa Monticolo, che all'interno di quell'immobile prevede, tra le varie cose, anche la realizzazione di un piccolo supermercato. «Un progetto che va rivisto - valuta Polidori - tenendo conto delle indicazioni che verranno date dal Comune, e di quelle che abbiamo raccolto ascoltando le associazioni di categoria, la Camera di commercio, il Gal Carso o la Coldiretti con la quale intendo confrontarmi». I PASSAGGI Quali i soggetti che dovrebbero avere un ruolo nel progetto che andrà a ridisegnare l'attività del mercato? «Il Comune, il proprietario dell'immobile - illustra Polidori -, che traccia il perimetro entro il quale dovrà muoversi il progetto e che può anche pensare di investire; il soggetto privato (un consorzio, un'ati) che investe e gestisce, e che propone il progetto». A questo proposito il vicesindaco spiega che una volta trovata la quadra con il proponente su quello che il progetto deve prevedere, il Comune indice una gara tenendo conto di quelle caratteristiche, «e la società proponente - fa presente - ha la prelazione». Ci saranno poi le singole aziende che vogliono lavorare in quel contesto, «e poi, a mio parere - conclude Polidori -, il gestore dovrebbe dotarsi di una figura manageriale, una sorta di "direttore d'orchestra" che coordini tutte le attività, promuovendo anche la struttura».

Laura Tonero

 

Il cibo metafora del territorio, nel MuMeG il museo del gusto

E' la proposta dell'associazione che riunisce le donne ingegneri e architetti di Trieste

«Il Mercato coperto è un soggetto forte: può affrontare una nuova sfida». Ne è convinta l'architetto Lucia Krasovec, presidente di Aidia Trieste, l'Associazione italiana donne ingegneri e architetti che ha aderito all'iniziativa delle Settimane del Patrimonio Culturale promossa da Italia Nostra, inserendo tra i musei coinvolti a livello nazionale proprio il Mercato coperto di via Carducci. «Serve riabilitare il termine museo - ha sottolineato la presidente di Italia Nostra Antonella Caroli -. Deve diventare un luogo dove ci sia un'anima partecipativa, dove persone, animali, piante riescano a comunicare tra di loro. Abbiamo spesso pensato al museo come un luogo dove vengono sistemati degli oggetti, accatastate delle cose - ha aggiunto Caroli - questo invece deve diventare il Museo del Gusto, dove al primo posto ci sarà l'essere umano». Nel promuovere le Settimane del Patrimonio culturale (dal 1 al 16 maggio 2021), Italia Nostra concorda con Icom sul fatto che i musei debbano sostenere un nuovo sviluppo umano, che non sia più esclusivamente quello finanziario, industriale e cementizio ma nemmeno solo spettacolare e turistico. In questo contesto si muove il progetto che sta elaborando Aidia Trieste, e che mira, dopo aver sottoscritto una convenzione con il Comune, a trasformare la struttura di via Carducci in un Museo urbano del territorio, MuMeG - Museo Mercato del Gusto. «Il Mercato Coperto deve diventare un importante tassello del macrocosmo del quartiere Barriera, e non solo per l'architettura e la funzione strategica, ma anche come uno dei principali attivatori di una rigenerazione urbana che deve essere anche umana», ha spiegato Krasovec. E ancora: «Il progetto di trasformare il Mercato in un Museo del Gusto e del Territorio sottende la riappacificazione degli esseri umani con la natura, per orientare quelle azioni positive necessarie affinché il nostro cibo non sia solo buono da mangiare, ma anche buono da pensare». Aidia Trieste, a questo scopo, propone la creazione di un Comitato costituente «che dovrà orientare e facilitare scelte - hanno spiegato - che effettivamente rappresentino il territorio, attraverso la metafora del cibo, e la sua gente affinché non si perda il contatto con la memoria collettiva e non vengano dissipate le risorse intese come bene comune da tramandare alle generazioni future».Nel corso dell'estate al Mercato coperto verrà allestita la mostra didattica "61 Tex" che ha coinvolto gli studenti di Architettura dell'Università di Udine, «che si sono esercitati - ha spiegato l'architetto Cristiana Eusepi - in progetti di "riciclo" dell'area dell'ex jutificio di Trieste».

LA. TO.

 

 

Nube scura dall'area della Ferriera a Servola Verifica della Regione - CHIESTA UNA RELAZIONE A ICOP E ARVEDI
Durante l'ondata di maltempo che si è abbattuta sabato su Trieste, con pioggia e vento, molte persone hanno segnalato una nube scura. La polvere si è sollevata dall'area della Ferriera di Servola e ha destato preoccupazione tra chi ha assistito alla scena. Sull'episodio è intervenuto ieri l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro. «Mi sono immediatamente confrontato con l'Arpa e la mia direzione Ambiente, è già stata chiesta - spiega - anche una relazione alle due società Icop e Acciaierie Arvedi su quanto accaduto. Qualche disagio - avverte - ancora potrebbe esserci, come avevamo già anticipato, poiché si sta demolendo una struttura di oltre 100 anni e ci sono molte aree non ancora pavimentate».L'assessore sottolinea che «l'aver avviato la riconversione dell'area nell'ottica dello sviluppo sostenibile non ci fa abbassare la guardia e, come per la questione dei possibili odori molesti, valuteremo eventuali prescrizioni per quanto riguarda la gestione del cantiere nei prossimi mesi. Chiederemo infine conto - aggiunge - delle tempistiche relative alla vendita o allo smaltimento dei cumuli di carbone ancora invenduti».

MI.B.

 

 

A Muggia - Ciclabili, FIAB: "Si facciano anche fuori dal centro"

Prosegue la polemica sulle corsie ciclabili in via delle Saline, bocciate a Muggia dal Consiglio comunale. A parere di Fiab Muggia Ulisse «la querelle sulla ciclabilità o meno di via delle Saline non è una questione marginale». Su questo aspetto, dice Jacopo Rothenaisler, referente Fiab per Muggia, «questo consenso si basa sull'utilità, per i singoli cittadini, dei propri luoghi, siano essi aree, piazze, strade, marciapiedi. In questa visione un'area utile è un'area edificata, una strada utile è una strada veloce, una piazza o un marciapiede utili sono luoghi dove parcheggiare. Una città utile non è - prosegue - però una città vivibile. Fiab si batte per un'idea diversa di città, che non elimina ovviamente l'automobile, ma che organizza i propri spazi per renderli fruibili e sicuri per tutti». Per il presidente Luca Mastropasqua, «questo modo di concepire lo spazio non può essere relegato, come sta avvenendo a Muggia, all'interno del centro storico, mentre all'esterno c'è solo traffico, parcheggio diffuso e l'insicurezza di tutte le categorie deboli, come bambini e anziani».

Lu. Pu.

 

 

Centrale, resta un solo indagato - L'ipotesi è disastro ambientale
Notifica della Procura a Roberto Scottoni, ex direttore dello stabilimento di A2A e all'azienda proprietaria dell'impianto termoelettrico, quale responsabile civile
Avviso di conclusione delle indagini per il procedimento relativo alla centrale di Monfalcone. La Procura di Gorizia lo ha notificato all'azienda A2A Energiefuture, ai fini della responsabilità civile (ex d.lgs 231/01), e a uno dei dipendenti, all'epoca direttore di stabilimento, Roberto Scottoni, che aveva iscritto nel registro degli indagati dal 2017. Agli altri dipendenti allora indagati non risulta ad oggi alcuna notificazione. L'ipotesi di accusa è quella di "disastro ambientale", in base all'articolo 452 quater, comma 1 n. 2) e comma 2 del Codice penale. L'avviso di conclusione delle indagini presuppone dunque che il pubblico ministero, il sostituto procuratore Valentina Bossi che ha coordinato il procedimento, abbia ritenuto che non vi siano gli estremi per richiedere l'archiviazione, né per svolgere ulteriori indagini, ma sarà il giudice delle indagini preliminari ad assumere le decisioni conseguenti. La vicenda, molto complessa e delicata, era scaturita a seguito di alcune segnalazioni circa presunti casi di inquinamento ricondotti alla centrale, in particolare nel periodo tra il 2011 ed il 2013. Tra le segnalazioni rientrava anche l'esposto che l'11 novembre 2013 aveva presentato Anna Maria Cisint, all'epoca consigliere comunale di opposizione. Un esposto contro ignoti, oltre mille pagine di documentazione, attraverso il quale era stato chiesto di verificare l'attività dell'impianto termoelettrico, in ordine alle emissioni e alle relative ricadute. Era stato richiesto, inoltre, l'accertamento del cosiddetto "nesso di causalità" ai fini del rapporto tra evento dannoso e responsabilità soggettiva. Cisint era stata successivamente iscritta quale parte offesa nel procedimento, in virtù della quale, una volta diventata sindaco di Monfalcone, l'amministrazione comunale, attraverso una delibera di giunta, aveva fatto proprio l'esposto del 2013, affidando al primo cittadino il mandato di costituirsi parte offesa a nome e per conto del Comune di Monfalcone. Un'indagine che affonda le radici nel 2014, quando era stato aperto un fascicolo al fine di verificare lo stato delle emissioni della centrale. La Procura aveva affidato l'incarico a un perito, il dottor Stefano Scarselli, già incaricato nell'ambito delle indagini condotte sulla centrale di Vado Ligure, per eseguire i rilevamenti, un accurato controllo sul suolo e sul fondo marino, nell'ambito di un ampio raggio di "circospezione" attorno all'impianto termoelettrico cittadino. Lo stesso sostituto procuratore Bossi s'era recata a Savona per confrontarsi con i magistrati che avevano lavorato sulla centrale di Vado Ligure, pur distinguendo i due casi, trattandosi di ipotesi di reato diverse. Un percorso inquirente lungo e articolato, mettendo in campo innumerevoli e approfonditi accertamenti, avvalendosi anche dei tecnici dell'Arpa Friuli Venezia Giulia e del Veneto, nonché il Noe dei carabinieri di Udine, i carabinieri della Polizia giudiziaria ed il Nucleo operativo della compagnia NOR dei carabinieri di Monfalcone per le riprese. L'azienda A2A, da parte sua, ha sempre dichiarato la propria disponibilità a collaborare rispetto alle richieste di tutte le autorità competenti, ribadendo la propria politica di attenzione per l'ambiente e la massima sostenibilità possibile delle proprie attività industriali, evidenziando la piena ottemperanza alle leggi, ai regolamenti e alle prescrizioni vigenti, impegnandosi ad adeguare anche la centrale di Monfalcone alle migliori tecnologie disponibili e di accertare l'assenza di significativi impatti sull'ambiente circostante. L'azienda, proprietaria dell'impianto, alla luce dell'avviso di conclusione delle indagini, ha quindi osservato che «confermando la piena fiducia nell'operato della magistratura, fornirà ogni collaborazione utile alla rapida conclusione del procedimento, certa della correttezza delle proprie attività e di quelle dei suoi dipendenti». A distanza di anni, si è giunti ad un punto comunque significativo. Non resta che attendere gli ulteriori sviluppi e i passi che la Procura di Gorizia riterrà di avanzare.

Laura Borsani

 

 

C'è il Gruccione alla Cona - Allestiti i nuovi capanni per le foto e l'osservazione
Il volatile multicolore di origini africane e di piccole dimensioni da pochi anni si riproduce nella Riserva naturale di Staranzano
STARANZANO. È una bella opportunità per gli appassionati di birdwatching. Sono arrivati all'Isola della Cona i Gruccioni e il capanno fotografico per l'osservazione è già ufficialmente attivo. Intanto la Riserva naturale è diventata lo sfondo scelto dalla cantante monfalconese Elisa, che appare sulla copertina del settimanale "Grazia". Nelle immagini ci sono gli angoli più belli e caratteristici dell'area protetta e sullo sfondo i cavalli bianchi Camargue orgoglio della Cona, il fiume Isonzo, l'area del ripristino con i cigni. Insomma, uno spot anche la Cona. E ora è arrivato alla Cona il gruccione comune europeo (nome scientifico Merops apiaster, foto di Simon Kovacic), che ha trovato l'ambiente ideale per il suo insediamento. Si tratta di un bellissimo uccello di origini africane di piccole dimensioni, che solo da pochi anni si riproduce anche nella Riserva Foce Isonzo. È un predatore di insetti, ha colori sgargianti, petto azzurro, gola gialla, dorso bronzo-rossastro e maschera facciale nera che si estende dal becco fino agli occhi. Sulle ali sono presenti diverse sfumature che spaziano tra l'arancione, il verde, l'ocra e il blu scuro. Il becco, ricurvo verso il basso, inoltre, è di color nero mentre l'iride è rossa purpurea.Il capanno fotografico è operativo anche per l'ascolto e il riconoscimento degli uccelli, dei loro canti, messo a norma e perfettamente adeguato al rispetto delle regole emanate come misure per il contenimento e la gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19. Oltre alle aperture sulla parete frontale, alle finestre mimetizzate per guardare all'esterno, la struttura è dotata di pannelli a separé e tendaggi sostenuti da canne palustri che aumentano la sicurezza degli utenti soprattutto per quanto riguarda il distanziamento sociale richiesto per evitare il passaggio del virus. Il noleggio della struttura organizzato in quattro postazioni, è possibile per la giornata intera al costo di venti euro a persona. Per informazioni e prenotazioni ci si potrà rivolgere al personale del Centro visite o scrivere via mail all'indirizzo info@rogos.it. Sempre nel rispetto delle regole anti-Covid, la Cona offre in questo periodo la possibilità di usufruire delle strutture e dei servizi come gli osservatori, i musei, mentre l'accesso ai sentieri è stato regolamentato nel seguire strettamente i percorsi indicati, in modo da non incrociare altri visitatori in entrata. È sempre in funzione, inoltre, la "sanificazione" delle aree aperte al pubblico, cioè i musei, il bar, il parco giochi per bambini e i servizi igienici.

Vitiello

 

 

"L'umanità ferisce l'ambiente ogni giorno ma non è troppo tardi, lo si può ancora curare"

Parla Kajfez Bogataj del consiglio intergovernativo Onu sul clima "Il turismo di massa non è più sostenibile: serve un cambio di rotta"

LUBIANA. L'ambiente resta centrale anche nella società dei chip e della globalizzazione. Gli uomini lo stanno ferendo di continuo, ma non è ancora troppo tardi per invertire la rotta. Lo sostiene Lucka Kajfez Bogataj, esponente dell'Ippc, il consiglio intergovernativo dell'Onu sulla crisi climatica. Nel 2007 ottenne il Nobel per la Pace, insieme all'ex vice presidente americano, Al Gore. Martedì sarà a Isola a un summit dell'Iniziativa adriatico-ionica.Oggi tutti i ministri e politici parlano di ambiente. Solo una moda o una fede sincera?«L'ambiente, almeno nell'Unione europea, ha davvero una grande importanza. Più vi è impegnata la giovane generazione, i futuri elettori, e la società civile, più si devono impegnare, almeno a parole, anche i politici».Ma si crede sinceramente in questo impegno?«La situazione è molto differente. In tanti Paesi l'economia ha riconosciuto che il rispetto dell'ambiente a lungo termine conviene anche da un punto di vista finanziario. Lì politiche verdi hanno già trasformato questa visione in prassi. In altre realtà invece si guarda ancora alla tutela dell'ambiente come a un incremento di spesa e si pensa allo sviluppo solo attraverso il prisma dei 4 anni di mandato (parlamentare ndr.). Qui la politica parla e promette più che decidere. Che cosa bisogna fare perché si sentano come reali i problemi dell'ambiente?«In Europa percepiamo con più difficoltà i problemi dell'ambiente come reali rispetto ai Paesi in via di sviluppo. L'Europa ha abbastanza a buon prezzo l'acqua potabile, un'aria relativamente pulita e gli ecosistemi conservati. Chi ha viaggiato nei Paesi poveri e nell'Europa orientale ha potuto di persona constatare la fragilità dell'ambiente. Ma i problemi reali li comprendiamo solo quando guardiamo ai trend globali».Che cosa ci dicono questi trend?«Che il 40% della natura è irrimediabilmente compromesso, che il clima è drasticamente cambiato e aumentano i fenomeni atmosferici estremi e che la biodiversità diminuisce mille volte più velocemente di quello che è lo sviluppo evolutivo».Come dobbiamo comportarci allora nella vita di ogni giorno?«Gli stili di vita anche nella stessa famiglia possono già essere molto diversi per cui è difficile fornire una "ricetta verde"».Ma ci sono dei comportamenti più virtuosi di altri?«Certo, a iniziare dall'uso dell'automobile: meno la prendiamo, preferendo andare a piedi o in bicicletta, meno gas di scarico immettiamo nell'aria. Se mangiamo più verdura e meno carne è un bene per l'ambiente perché consumiamo meno acqua, superficie ed energia. E poi i vegetali sono meno cari e molto, ma molto più sani».Come valuta lo spreco di cibo?«Il cibo gettato nei rifiuti è un crimine contro la natura».Come dobbiamo comportarci allora negli acquisti?«Compriamo solo ciò di cui abbiamo bisogno, lasciamo stare invece le cose che vogliamo semplicemente possedere. Far capire la differenza tra ciò che si vuole e ciò che serve davvero è importante soprattutto nell'educazione dei i bambini».Il tema del forum di Isola è il rapporto tra l'ambiente e lo sviluppo del turismo. Possono progredire assieme?«Ma certo. Lo scopo del turismo una volta era proprio quello di conoscere nuovi ambienti e innamorarsi nella natura incontaminata».Oggi però non siamo più nell'era dei viaggiatori romantici alla Byron o Shelley. Come fare?«Il turismo di massa non è più adeguato al XXI secolo visto che in pratica sega il ramo su cui sta appollaiato. Danneggia ambiente e popolazione. Bisogna puntare, e qualcuno ha già iniziato, al turismo duraturo che però non dà nel breve termine lo stesso volume di guadagni di quello di massa. Servono poi nuovi investimenti e ospiti che la pensano in modo diverso. I giganti del turismo vogliono invece guadagnare subito».Dunque tutte quelle "cattedrali" alberghiere rischiano di diventare obsolete? «Certo e poi già oggi per gran parte dell'anno sono vuote. Dovremmo pensare a trasformarle in ospedali e case di riposo.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 8 maggio 2021

 

 

Violento temporale - E al Molo VII una nave rompe gli ormeggi - l'improvviso episodio di maltempo
Un temporale improvviso, e impressionante per la sua violenza, con forti raffiche di vento, arrivate a toccare i 40 nodi e a superare i 70 chilometri orari, si è abbattuto ieri intorno alle 17.30 su Trieste. Una quindicina gli interventi dei Vigili del fuoco per allagamenti e alberi pericolanti. Al Molo VII la Msc Genova, un colosso da 366 metri, ha rotto gli ormeggi: due rimorchiatori della Tripmare, il Centurion e l'Altair, sono prontamente intervenuti mettendo in sicurezza la nave con i motori spenti e diretta verso la Piattaforma logistica.«I rimorchiatori - spiega Alberto Cattaruzza, ad Tripmare - hanno fatto un grande lavoro visto il rischio elevato per le vite umane e per l'ambiente». Sul posto la Capitaneria, i Piloti del Porto - che avevano segnalato l'emergenza - e i Vigili del fuoco. Dall'area della Ferriera si è invece alzata una nuvola di polveri nere che ha investito parte della città.

an.pi.

 

 

Torna il treno Frecciarossa da Trieste fino a Torino - da martedì
Trieste. Non basterà di certo a uscire dallo storico isolamento di Trieste, ma almeno semplificherà la vita a molti passeggeri in partenza, o arrivo, dal capoluogo regionale. Dalla settimana prossima verrà ripristinato uno dei collegamenti veloci via rotaia cancellato nei mesi scorsi da Trenitalia. Si tratta del treno Frecciarossa per Torino. Il collegamento sarà riattivato a partire da martedì prossimo. Partenza da Trieste alle 6 e arrivo a Porta Nuova cinque ore dopo, precisamente alle 10.58. Al ritorno il treno lascerà la stazione piemontese alle 18.40 per arrivare a Trieste alle 23.40.La notizia della riattivazione da parte di Trenitalia del Frecciarossa per Torino arriva a distanza di un paio di settimane da un altro gradito "regalo" per il popolo dei pendolari o comunque dei frequentatori abituali delle stazioni ferroviarie: il debutto su Trieste dei treni di Italo. A partire dal 27 maggio, infatti, verrà attivato il primo collegamento della compagnia Nuovo Trasporto Viaggiatori, fondata e presieduta da Luca Cordero di Montezemolo, tra il capoluogo regionale, Roma e Napoli. La società privata, dopo essere sbarcata in regione a Udine e Pordenone dall'ottobre 2019, si espande a Nordest con due collegamenti sette giorni su sette e fermate in quattro nuove stazioni: oltre a Trieste, anche Monfalcone, Latisana e Portogruaro.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 7 maggio 2021

 

 

La nuova proprietà nel palazzo ex Fs: «Non solo albergo, spazi aperti a tutti»
Il duo viennese Holler-Mitterdorfer pensa a hotel, residenze, negozi e anche a una piscina con area relax all'ultimo piano
Da nuovi proprietari Ivan Holler e Michael Mitterdorfer - i due imprenditori viennesi amministratori delegati della neonata Pvv Investments srl con sede a Mestre (Pvv sta per Piazza Vittorio Veneto) - ieri hanno fatto ingresso nell'imponente palazzo che fu delle Ferrovie dello Stato e che domina sul Borgo Teresiano. Il 5 maggio appena trascorso, infatti, sono scaduti i 60 giorni da riservare per legge, a fronte di un bene vincolato, al ministero della Cultura per esercitare l'eventuale interesse a rilevare il bene al medesimo prezzo stabilito nell'atto di alienazione. La prelazione non è stata esercitata, e così in queste ore Holler e Mitterdorfer entreranno in possesso di tutte le chiavi di accesso all'immobile e, con i professionisti che li affiancheranno in questo importante intervento di recupero, inizieranno ad analizzare nei dettagli il progetto che nei prossimi anni consentirà di trasformare quel palazzo in chiave alberghiera più residenze e, al piano terra, negozi ed esercizi pubblici. Ma non solo. «Vogliamo che, oltre ai turisti o a chi vivrà in questi spazi, tutta la città riviva questo immobile - così i due imprenditori - creando aree polifunzionali, con piacevoli spazi all'esterno e con l'idea di un collegamento diretto con l'ultimo piano dove realizzare una piscina e un'area relax». L'obiettivo è certamente quello di un intervento che, di fatto, rappresenti anche una rigenerazione urbana per quella zona e per la piazza, vittima di una riqualificazione non tra le più fortunate. Ieri mattina, alla presenza di Mauro Nicoletti, dirigente per la zona Nord Est di Ferservizi, la spa che gestisce e valorizza il patrimonio immobiliare di Ferrovie dello Stato, è stato firmato il verbale di constatazione, il documento che attesta come gli acquirenti abbiano preso atto dello stato di fatto dell'immobile prima che venga loro consegnato. Il palazzo è stato occupato dalle Ferrovie dello Stato fino al 2016. La Polfer, che operava negli uffici al piano terra, ha abbandonato quegli spazi nel 2018. Salendo i cinque piani dell'edificio, si notano ancora le indicazioni degli uffici di Trenitalia, con le stanze riservate alla Direzione risorse umane, quelle delle Relazioni Industriali o dei Processi amministrativi del personale del presidio di Trieste. E poi gli ambulatori, dove tanti triestini si sono sottoposti alle visite mediche per il rinnovo della patente di guida, o gli ampi spazi al piano terra dove l'associazione del Dopolavoro ferroviario per anni ha gestito una frequentata mensa che aveva servito anche molti studenti della Scuola Interpreti. All'ultimo piano, impolverati, si intravvedono i dettagli di quelli che furono gli uffici dirigenziali, con le porte rifinite in pelle, i parquet più ricercati per quel periodo e l'affaccio su piazza Vittorio Veneto. Al piano terra, nella parte posteriore che dà su via Filzi, è conservato ancora quello che in epoca fascista fu il Teatro del Dopolavoro ferroviario, diventato poi Cinema Vittorio Veneto nel 1949. Le pareti con le rifiniture in tessuto verde, le gallerie dove si sistemava parte degli spettatori, la parete riservata al grande schermo. L'idea, in futuro, è di declinare quello spazio in un'area eventi per la città. I due investitori viennesi sono entusiasti: ieri girovagando nell'immenso palazzo da 19.500 metri quadrati realizzato nel 1895 dall'architetto Giacomo Sagors, guardavano con orgoglio a quelle ampie stanze, alla veduta suggestiva su piazza Vittorio Veneto e sui fregi del palazzo di Poste Italiane. Holler e Mitterdorfer sono innamorati di Trieste e della sua evoluzione. Non nascondono neppure di leggersi Il Piccolo ogni mattina per sapere cosa succede in città, per capire di più delle dinamiche che la guidano, dei suoi sviluppi, e guardano con interesse anche ad altri investimenti immobiliari in centro. Con la società Jp Immobilien, in particolare, investono sul mercato immobiliare viennese da oltre 25 anni con circa 450 progetti sviluppati anche all'estero. Holler, austro-ungherese, è molto attivo in questi anni a Venezia dove con la società Mtk ha realizzato quattro alberghi e avviato il cantiere per una quinta struttura. Michael Mitterdorfer, ex membro del consiglio di amministrazione della più grande fondazione immobiliare austriaca, è responsabile del coordinamento delle attività del gruppo di investitori a livello locale, ed ha un'ampia esperienza su progetti residenziali. Per la progettazione del recupero del palazzo triestino delle Ferrovie, è stato coinvolto l'architetto veneziano Luciano Parenti, con cui il gruppo collabora da anni, e che ieri con lo staff di collaboratori del suo studio ha preso anch'egli visione del palazzo. A occuparsi della commercializzazione e a fare da base di appoggio alla Pvv srl sarà la Gabetti Property Solutions, anche attraverso la sua agenzia di Trieste in via Carducci. Già nel pomeriggio di ieri si è iniziato, planimetrie alla mano, a valutare il progetto di ristrutturazione. I nuovi proprietari mettono sul piatto circa 40 milioni di euro per il recupero dell'immobile. Allo studio ci sono diverse possibilità: certamente in quei cinque piani più sottotetto verrà realizzato un grande albergo, mentre è al vaglio che porzione riservare al residenziale. Al piano terra verranno ospitati degli esercizi commerciali e dei pubblici esercizi.

Laura Tonero

 

 

Il falco pellegrino sta nidificando: proibito arrampicare sulle Falesie - Esteso temporaneamente il divieto a tutta l'area fino al 30 giugno

DUINO AURISINA. Scatta il divieto di arrampicata su tutte le Falesie di Duino. Lo ha deciso il Comune di Duino Aurisina, in qualità di gestore della Riserva naturale che comprende le rocce che caratterizzano in quel tratto il litorale duinese. Il divieto sarà in vigore, salvo diversa indicazione, fino al 30 di giugno. «Si tratta di un provvedimento che adottiamo ogni anno in questo periodo - spiega il sindaco Daniela Pallotta - in quanto sulle Falesie è in corso la nidificazione di alcune specie faunistiche, in particolare del falco pellegrino. Per tutelare questi animali - precisa - estendiamo il divieto, normalmente in vigore su gran parte delle Falesie, anche su quelle parti delle pareti rocciose nelle quali solitamente permettiamo agli appassionati di arrampicata di alcune società, come la XXX Ottobre e l'Alpina delle Giulie, di effettuare le loro ascese. Ci riserviamo comunque di modificare i dettagli del divieto - continua Pallotta - se dovessimo riscontrare novità nel corso dei prossimi monitoraggi».La gestione della Riserva naturale delle Falesie fu demandata al Comune di Duino Aurisina in base alla legge regionale 42 del 1996, mentre nel novembre del 2019 è stato approvato il nuovo Regolamento che ne disciplina appunto l'utilizzo. Nel testo si stabilisce che l'organo gestore dispone il divieto di accesso e le limitazioni all'arrampicata a inizio anno, estendendo o revocando la relativa ordinanza in base ai controlli avifaunistici periodicamente effettuati. Di regola, il divieto vige sull'intera area, con alcune eccezioni, delle quali beneficiano proprio XXX Ottobre e Alpina delle Giulie. Al fine della tutela dell'habitat e di specie di particolare pregio, l'amministrazione può estendere dunque il divieto a tutte le Falesie, in modo da permettere al falco pellegrino e alle altre specie di nidificare in tranquillità. «È importante assicurare la riproduzione di queste specie - conclude Pallotta - pur nel contesto di una nostra visione delle Falesie che vogliamo possano essere vissute da chi le apprezza»

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 6 maggio 2021

 

 

Il rebus dei fondi per l'antico scalo complica la partita dei magazzini 2 e 4
Serve rivedere l'accordo Regione-Comune - Il sindaco: «Faremo». M5s e Pd all'attacco
Al Comune la scelta: accettare i 40 milioni del Ministero della cultura o i 26 della Regione per il Porto vecchio? Il dubbio si porrà all'arrivo dei fondi ministeriali: entrambi, infatti, sono destinati all'urbanizzazione dell'area, e l'ente locale può accettarne uno solo. Un problema tutto sommato secondario per il Comune ma problematico per la Regione, che grazie al prestito dei 26 milioni a palazzo Cheba aveva costruito l'accordo per ottenere i magazzini 2 e 4. Edifici che il Comune sta facendo valutare, fa sapere il sindaco Roberto Dipiazza, fiducioso in una facile soluzione del nodo. M5S e Pd, però, vedono nel caso un ulteriore motivo di dubbio verso l'idea della Regione di "traslocare" nell'antico scalo. «Non è nulla di tragico», dice il primo cittadino: «Il rapporto con la Regione è ottimo, e oggigiorno il problema non è ottenere i fondi, ma spenderli». Sul futuro dei due magazzini, Dipiazza dice: «Stiamo rivedendo il valore degli immobili, una volta fatto ciò vedremo come procedere». La segretaria provinciale del Pd Laura Famulari commenta: «Non abbiamo ancora cominciato e già ci sono ombre sulla riqualificazione di Porto vecchio. Va fatta presto chiarezza sulla destinazione delle risorse ministeriali e sgombrato ogni dubbio su una possibile sovrapposizione con i 26 milioni che la Regione dovrebbe dare in prestito al Comune di Trieste». Famulari si interroga poi sull'origine dell'inghippo: «Se, come appare, sono state fatte due domande per la stessa infrastrutturazione, temo che abbiamo un problema in più. Qui nessuno pianifica niente, ogni giorno ne sentiamo una diversa. La Tripcovich che ricompare nel cilindro di Dipiazza è solo l'ultima conferma». Per il consigliere pentastellato Paolo Menis «sono venuti al pettine alcuni nodi che avevo già evidenziato mesi fa. L'emendamento regionale con il quale si assegnavano i 26 milioni stava in piedi e aveva la sua logica di fondo ma è stato scritto in modo incomprensibile, creando non pochi problemi di interpretazione amministrativa». Prosegue l'esponente M5s: «Per fortuna ora è arrivato il contributo ministeriale e mi auguro due cose: che si riformuli la partita dei 26 milioni e che vengano concessi a fondo perduto al Comune per altri interventi da effettuare nell'area; che la Regione rinunci a spostare i suoi uffici nell'antico scalo, operazione del tutto inutile. È necessario inoltre fare in modo che il consorzio abbia personale proprio».

Giovanni Tomasin

 

 

Richetti: «Sui rifiuti servono altre azioni» - LA CANDIDATA SINDACO Dei cinquestelle
«Trieste non solo è la "maglia nera" della raccolta differenziata, ma non ha neppure una visione del futuro, neanche di quello prossimo», è questo il commento di Alessandra Richetti, candidata sindaco del Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali di Trieste, sui dati forniti recentemente da Arpa sulla gestione dei rifiuti in Friuli Venezia Giulia. «Oltre a promuovere la raccolta differenziata - continua Richetti -, bisogna pensare a ridurre i rifiuti favorendo per esempio il criterio del riuso. È poi necessario incrementare il conferimento dell'umido. Altro tema forte su cui insistere è la raccolta degli oli vegetali usati in cucina. Per questo è urgente predisporre appositi contenitori. Un'altra soluzione applicabile è l'utilizzo di eco compattatori. Ma, in linea generale, è necessario rivedere tutto il Regolamento comunale».

 

 

Missione Ue "mare pulito" - L'Ogs si prepara alla sfida - "Starfish 2030", incontro online introduttivo
«È una missione che prende il nome di "Starfish", in italiano "Stella di mare", e vi racconto il perché: volevamo che fosse una mascotte conosciuta da tutti, a partire dai bambini, e che creasse emozione, perché se ami qualcosa sei più disponibile a proteggerla». E proprio la stella marina, «che recenti studi stanno dimostrando sia una vera sentinella dei nostri mari», con le sue cinque punte rappresenta le altrettante priorità individuate dalla missione, lanciata dall'Ue, per la scoperta e la rigenerazione degli ecosistemi marini e di acqua dolce entro il 2030. Un ambizioso progetto di cui ha parlato ieri anche Maria Cristina Pedicchio, ex presidente Ogs, in questo caso membro del comitato della missione, in una tavola rotonda online tra diversi rappresentanti dei mondi della ricerca, anche con il relativo ministero e il Cnr, delle imprese e dell'associazionismo. Questo primo incontro online, "Starfish Mission 2030: per una prospettiva italiana del mare", aveva come obiettivo la possibilità di preparare il campo al Paese per poter partecipare con le sue diramazioni - a partire dall'Ogs, che ha collaborato con il dicastero all'organizzazione dell'evento - ai bandi europei sul tema facendo sistema. Con un approccio che si basa sull'economia circolare, le cinque punte corrispondono a conoscenza degli oceani, decarbonizzazione delle acque, rigenerazione degli ecosistemi, riduzione a zero delle emissioni inquinanti e rinnovamento della governance, con l'auspicio di creare un'agenzia europea per le acque di mari e oceani. Per sensibilizzare il cittadino europeo «stiamo creando un percorso educativo- emozionale con una figura creata dall'artista Nicoletta Costa, e con una mostra pure con l'Area marina protetta di Miramare». Nicola Casagli, presidente Ogs, ha moderato poi la parte del panel in cui hanno dato il loro contributo Federlogistica e Federpesca e, per la parte delle imprese, Davide Cucino, a capo dell'ufficio di Bruxelles di Fincantieri, che ha ricordato come l'azienda abbia messo a punto un piano di sostenibilità «per integrare diversi processi delle navi».-

Benedetta Moro

 

 

Ciclabili in zona Coselag - Il Pd contro Finocchiaro «Istanze strumentali» - le ragioni del no coinvolgono pure FDI e Lega
Muggia. Dopo la bocciatura, nell'ultimo Consiglio comunale, delle corsie ciclabili in area Coselag proposte dal consigliere ex dem Marco Finocchiaro, arrivano le motivazioni post-voto. Al vetriolo le dichiarazioni di Riccardo Bensi, capogruppo Pd, che sottolinea di non volersi nascondere dietro a motivazioni tecniche: «Sono contrario a questa mozione e sarò contrario a tutte le mozioni di questo tipo fatte dal consigliere Finocchiaro perché non tutelano i cittadini, sono strumentali, politiche e hanno una diversa visione di Muggia rispetto alla maggioranza politica che rappresento». Poi l'attacco: «Finalmente Finocchiaro ha tirato giù la maschera quando ha detto pubblicamente che secondo il suo modo di vedere noi non rappresentiamo un governo di centrosinistra lungimirante e progressista. Accuse che io rimando al mittente, ricordandogli che la politica non vuol dire fanatismo e difesa estrema di una lobby, ma significa mediazione e rispetto delle altre sensibilità». Dall'opposizione quindi Nicola Delconte di Fdi crede che non sia sicuro fare ciclabili in sede stradale «in zona industriale con camion e traffico intenso sulla stessa carreggiata. Meglio sarebbe affrontare il "raddoppio" sull'Ospo, punto troppo pericoloso, dedicando un nuovo ponte solo alle bici. Ok alle ciclabili ma personalmente non mi piace la promiscuità col traffico, troppo pericolosa». Infine il leghista Giulio Ferluga spiega di aver «rigettato totalmente lo spirito di fondo della mozione», che ritiene «estremista e ostile nei confronti degli automobilisti. Troppo spesso ho sentito criminalizzare questi ultimi in aula».

lu.pu.

 

 

Più treni storici e turismo sulla ferrovia Transalpina
Ricadute positive in città dai 16 milioni per completare il Museo di Campo Marzio - Il coordinatore Puhali del Comitato trasporti del Gect: «Ora si colga l'occasione»
I 16 milioni di euro stanziati con il "Piano strategico grandi attrattori culturali" a favore della Fondazione Fs per il completamento del restauro del Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio e per la valorizzazione dell'omonima stazione non potranno non avere riflessi positivi su Gorizia.«Si sta infatti concretizzando la possibilità di un rilancio della ferrovia che collega Jesenice con Sesana, ma di cui è ancora agibile la tratta storica con Trieste. Ciò permetterebbe anche formidabili prospettive per una sinergia operativa fra Trieste, il Carso, la conca di Gorizia, la Valle dell'Isonzo, il territorio dei laghi di Bohinj e di Bled, la Carinzia. Si tratta quindi di una opportunità che Nova Gorica e Gorizia, Capitale europea della cultura 2025, devono necessariamente cogliere».Ad affermarlo è Alessandro Puhali, coordinatore del comitato trasporti del Gect nonché presidente dell'associazione Museo-stazione Trieste Campo Marzio, nata nel 2017 e convenzionata con la Fondazione Fs per la fornitura di un supporto tecnico, scientifico e didattico alle attività dello stesso museo. «Il Gect ha già condiviso con l'Agenzia di Sviluppo della Valle dell'Isonzo (avente sede a Tolmino) l'obiettivo di rilanciare lo storico percorso della Transalpina come moderna ferrovia regionale e di spiccata valenza turistica a beneficio delle relazioni transfrontaliere e dello sviluppo dei territori collegati ed attraversati dalla stessa linea - prosegue Puhali -. In particolare, l'Agenzia, nell'ambito del progetto europeo Crossmoby ha quindi commissionato uno studio di fattibilità proprio per la valorizzazione della Transalpina, di cui è previsto il rilascio nei prossimi mesi. Un polo culturale e turistico come quello che diventerà la stazione di Trieste Campo Marzio, già capolinea meridionale della Transalpina, con il suo Museo non potrà allora non avere positive ricadute per il Goriziano storico. Si tratta infatti di un polo con la potenzialità di eccellere a livello europeo e quindi in grado di generare un movimento sulla Transalpina e un interesse a livello internazionale con positive ricadute economiche per il territorio transfrontaliero, attraverso l'impiego di treni ordinari e straordinari, tra cui quelli storici».Proprio il fenomeno dei treni storici, sviluppatosi ormai da quasi mezzo secolo, ha costituito una opportunità di rilancio del trasporto ferroviario e della conservazione di antichi percorsi su rotaia che non ha mancato di coinvolgere la Transalpina. Ma di quanto è l'interesse che i treni storici hanno saputo sollevare in questi ultimi anni? «Possiamo stimare un totale di circa 115 treni tra il 2015 e il 2019 (quindi, mediamente 20-25 treni a stagione) a coinvolgere oltre 24 mila persone, mentre l'anno scorso, per la pandemia, non c'è stata attività in proposito. Proprio l'impiego dei treni storici è una componente molto rilevante per il rilancio della Transalpina che non appare esagerato definire, per più ragioni, una linea ferroviaria unica a livello europeo, idonea ad accompagnare i viaggiatori con racconti culturali e storici ricchi di emozioni», conclude Alessandro Puhali.

Alex Pessotto

 

SEGNALAZIONI - Divaccia-Capodistria - Potenziali pericoli per la Val Rosandra

Dopo l'uscita della notizia sui media si sente parlare poco a livello locale delle implicazioni derivanti dai lavori per la realizzazione del secondo binario tra Divaccia e Capodistria in territorio sloveno. Si tratta di un problema molto serio dal punto di vista ambientale: il tracciato passa a poca distanza dalle sorgenti del Rosandra, con rischio elevato che i lavori possano causare una deviazione sotterranea del corso delle acque con danno enorme e irreversibile per la Valle, riconosciuta come geosito d'importanza internazionale. Inoltre sussiste la possibilità che in fase di esercizio si verfichino gravi inquinamenti del terreno e del corpo idrico per sversamenti accidentali (a esempio un carro cisterna in transito che perda qualche ettolitro di liquidi pericolosi). Capisco che a livello governativo non si sappia neanche dell'esistenza della Val Rosandra e che abbiano altre cose cui pensare ma ritengo che dalla città dovrebbe arrivare almeno un campanello d'allarme sull'argomento.

Mario Ravalico

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 5 maggio 2021

 

 

Arvedi in accelerazione su Servola - Laminatoio pronto a fine 2022
Partito l'ordine dei macchinari che verranno realizzati dalla Danieli di Buttrio: previsti sei mesi per la consegna
Trieste. Il gruppo Arvedi rompe gli indugi e ordina i macchinari necessari al potenziamento del laminatoio di Servola. La società avrebbe preferito attendere le carte relative alle demolizioni delle palazzine del comprensorio e allo scambio dei terreni che porterà Hhla Plt Italy a rilevare la superficie dell'ex area a caldo. Ma i permessi continuano a tardare e si è deciso di non aspettare oltre, per essere certi di avviare entro la fine del 2022 le nuove linee che assorbiranno la manodopera della Ferriera in cassa integrazione. La conferma arriva direttamente da Arvedi: «L'investimento, in piena coerenza e aderenza al Piano industriale presentato e parte integrante dell'Accordo di programma, prevede una linea di zincatura e una linea di verniciatura, che completeranno l'attuale ciclo produttivo consentendo un aumento di produzione e un ampliamento del mix prodotto a Trieste». A realizzare i macchinari per Arvedi, il cui ad è Mario Caldonazzo, sarà la Danieli di Buttrio, che dovrebbe impiegare sei mesi per la consegna. Per installazione e messa in funzione del laminatoio potenziato ne serviranno altri 12. La spesa per Arvedi vale 86 milioni, su un piano industriale da 227 milioni, di cui 142 per Servola e 85 per il sito di Cremona, con una copertura del Mise da 55 milioni. Dopo le rivelazioni sul progetto di nuovo stabilimento siderurgico alle Noghere da parte della cordata Metinvest-Danieli, è interessante notare che il gruppo friulano potrebbe diventare non solo fornitore dei macchinari di Arvedi ma anche futuro partner industriale. L'idea di Metinvest è di realizzare una filiera corta integrata in cui l'acciaio arrivato grezzo dall'Ucraina riceva una prima laminazione a caldo alle Noghere e venga poi trasferito su chiatte a Servola per ultimarne la lavorazione. Trieste ospiterebbe un ciclo produttivo dell'acciaio di livello europeo, i cui prodotti finiti sarebbero poi esportati in Europa centrale via treno e in area mediterranea via nave. Proprio la possibilità del ciclo integrato e i collegamenti fanno di Trieste la scelta preferita per Metinvest, che già possiede impianti di laminazione a San Giorgio di Nogaro e in provincia di Verona.L'ipotesi subordinata degli ucraini è Ravenna, dov'è situato un laminatoio a freddo controllato da Marcegaglia, che non gode delle stesse infrastrutture ferroviarie. Perché il progetto complessivo si realizzi andranno attesi gli sviluppi del confronto fra Metinvest, Danieli e Regione sull'iter ambientale relativo alle Noghere.Interrogativi suscita in questa fase pure la partita di Servola, con ben quattro nodi burocratici che continuano a non essere sciolti. Fa almeno ben sperare che il ministero dell'Ambiente abbia nei giorni scorsi dato trenta giorni agli enti pubblici per esprimere osservazioni sulle demolizioni in programma: un passo necessario per convocare la conferenza dei servizi che da mesi Icop (per conto di Hhla Plt) attende per avere il via libera alla messa in sicurezza dei terreni, cioè alla realizzazione dei nuovi piazzali che sorgeranno sopra l'area inquinata. Il permesso a demolire le palazzine invece esiste già, ma il decreto che ha chiuso la relativa conferenza dei servizi deve ancora essere firmato dai ministeri della Transizione ecologica e dello Sviluppo economico: «Non capiamo perché non si riesca a perfezionare la pratica - commenta il presidente di Icop Vittorio Petrucco - e la cosa non può che preoccuparci». E preoccupano pure il ritardo sulla permuta dei terreni (in mano al Demanio) e la questione del barrieramento a mare, che da anni giace sulla scrivania del ministero dell'ambiente e di Invitalia, senza che i 41 milioni stanziati si trasformino nell'opera necessaria ad arginare per sempre gli inquinanti dei terreni che le piogge riversano in mare.

Diego D'Amelio

 

 

Nodo ferroviario di Opicina - Il rinnovo parte da sette binari - fasci riattivati
Trieste. Comincia dalla riattivazione di sette binari il rinnovo del nodo ferroviario di Villa Opicina. Rete ferroviaria italiana ha comunicato ieri di aver ultimato la rimessa in funzione dei fasci di rotaie denominati "Arsenale" e "Pmc". Ci sono voluti sette mesi e un impegno economico da 1,5 milioni, che rappresentano il primo step delle opere per potenziare la stazione da cui passa il 20% dei traffici del porto e in particolare i treni diretti in Ungheria. L'intervento è stato finanziato nell'ambito del progetto di Rfi "Ultimo miglio". I binari ripristinati saranno dedicati alla sosta delle locomotive, che potranno accedervi in modo autonomo: non serviranno più movimenti di manovra aggiuntivi per la precedente necessità di agganciare locomotori diesel per trainare i mezzi in stazione, grazie alla creazione di una nuova linea aerea per la trazione elettrica, che ora serve quattro dei sette binari. Come spiega la nota di Rfi, «verranno così liberati alcuni binari di stazione e aumentata di conseguenza la capacità ricettiva dello scalo», nell'ambito del programma di raddoppio dei volumi di traffico del sistema ferroviario a servizio del porto di Trieste denominato TriHub. Nel corso del 2021 Rfi avvierà la seconda parte dei lavori previsti a Villa Opicina, con l'intenzione di installare un nuovo apparato centrale che gestirà digitalmente traffico e scambi. Una serie di modifiche al piano regolatore generale permetterà inoltre di attivare il modulo da 750 metri che costituisce lo standard europeo per la lunghezza dei treni merci di ultima generazione. Il passaggio è fondamentale per consentire alla stazione di operare pienamente quale snodo del corridoio ferroviario Ten-T Mediterraneo, di cui Villa Opicina rappresenta un punto importante per la sua natura di scalo transfrontaliero fra Italia e Slovenia. Rfi sottolinea che «grazie a questo insieme di interventi si punta a efficientare i servizi necessari per il transito transfrontaliero. Minimizzare i costi significa accrescere la competitività del trasporto su ferro e contribuire alla transizione ecologica. La volontà di coniugare ambiente e sviluppo dei trasporti rientra fra le missioni di Rete ferroviaria italiana. Tutte le opere che si stanno realizzando nell'area del Friuli Venezia Giulia sono il segno di questa strategia. Il rispetto dei tempi programmati e la qualità delle realizzazioni confermano l'obiettivo di porre il territorio giuliano tra i principali riferimenti logistici europei». Connesso all'operazione c'è il rifacimento della Transalpina, ormai realizzato grazie a un investimento da 5,5 milioni di euro. La linea da 15 chilometri collega Villa Opicina e l'Interporto di Fernetti alla stazione di Campo Marzio. L'impiego della Transalpina costituirà un'alternativa, soprattutto in discesa, al percorso abituale da 34 chilometri che porta i treni ad arrivare a Campo Marzio da Opicina, passando per il bivio di Aurisina e percorrendo poi la linea costiera e la galleria di cintura.

D.D.A.

 

 

Porto vecchio, 60 giorni per il consorzio
La Regione pubblica il decreto di approvazione: entro due mesi il rogito. Dipiazza aspetta Kipar per la spallata alla Tripcovich
Procede non senza sorprese lo sblocco del Porto vecchio. A due mesi dalla firma dell'Accordo di programma la Regione pubblica il decreto di approvazione, aprendo così altri 60 giorni per la costituzione del Consorzio Ursus. Nel frattempo l'annuncio dei 40 milioni del Recovery per le aree pubbliche dello scalo potrebbe portare il Comune a rivedere l'accordo per il prestito di 26 milioni concesso dalla Regione nel dicembre scorso. Il sindaco Roberto Dipiazza, infine, accarezza l'idea che le linee guida per lo sviluppo dell'area gli consentano di togliere una storica spina nel fianco: la sala Tripcovich. Andiamo con ordine. Verrà pubblicato oggi sul Bollettino ufficiale della Regione il decreto di approvazione dell'Accordo di programma sul Porto vecchio: il primo passo per la fondazione del Consorzio arriva a due mesi dalla cerimonia della firma, il 4 marzo scorso alla Centrale idrodinamica, con cui il presidente regionale Massimiliano Fedriga, il sindaco Roberto Dipiazza e il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino hanno siglato il plico di documenti per lo sviluppo dell'antico scalo. Ciò significa che ora Comune, Regione e Adsp hanno altri 60 giorni di tempo per presentarsi davanti a un notaio e dare vita effettiva a Ursus, il Consorzio incaricato di gestire tutti i passaggi nodali per il rilancio dell'area nei prossimi decenni. L'obiettivo dei tre enti resta chiudere la partita prima della data ultima, così da poter avviare i lavori quanto prima. Restano aperti diversi nodi, non ultimo quello delle nomine: negli ultimi due mesi sono arrivate diverse proposte al Comune per figure compatibili con quella dell'ambassador del Consorzio, ma una decisione in merito non è ancora stata presa. Così come restano aperte le ipotesi sul resto degli organi dell'ente, non ultimo il direttore generale, che avrà in mano il timone amministrativo di Ursus. Ma anche altri aspetti della partita, dicevamo, devono ancora giungere a maturazione: l'annuncio del Ministero della cultura dei 40 milioni destinati a Trieste per le aree pubbliche dello scalo non si è ancora tradotto in stanziamenti effettivi, ma potrebbe porre il Comune di fronte a un bivio. Nel dicembre scorso la Regione ha comunicato la sua scelta di dare 26 milioni in prestito al Comune per consentire l'infrastrutturazione dell'area. Da quella cifra andrebbe poi scorporato il valore dei magazzini 2 e 4, che secondo l'accordo dovrebbero andare all'ente regionale per la realizzazione di una nuova sede centrale. I fondi del ministero, però, hanno il medesimo scopo, ovvero l'infrastrutturazione: non trattandosi di un prestito, è probabile che il Comune scelga di usufruire di questi ultimi, ma questo potrebbe portare alla necessità di rivedere i termini con il vicino di piazza Unità. Infine c'è il capitolo della sala Tripcovich. Le linee guida architettoniche per le aree pubbliche del Porto sono state affidate all'architetto paesaggista Andreas Kipar: punto focale di tutto il disegno sarà il viale di accesso che da piazza Libertà arriverà fino al magazzino 26. È nell'ambito di questo ripensamento della struttura cittadina che il sindaco Dipiazza confida di poter presto annunciare una svolta: «Stiamo studiando un ingresso diverso per il Porto vecchio - spiega -, un'operazione che interesserà per forza piazza Libertà, perché da lì si accede all'area. Potrebbe darsi che in tutto questo la sala Tripcovich balli un poco il tango».-

Giovanni Tomasin

 

La "profezia" mancata del progetto Polis e la chance del presente
Generali è un fattore dinamico all'interno della storia di Trieste - Allora l'idea innovativa non fu compresa. Ma oggi arrivano i Big Data
Le aziende che hanno un secolo o più sulle spalle, come tutte le istituzioni umane, acquisiscono una capacità strategica di lungo periodo. Anche per questo, forse, una realtà fondata nel 1831 come Assicurazioni Generali aveva scommesso sul possibile rilancio del Porto vecchio già trent'anni fa. Oggi, mentre si sbrogliano le procedure per la fondazione del Consorzio Ursus (vedi articolo in alto), arrivano segnali incoraggianti come l'annuncio della compagnia di voler investire in un centro di ricerca su Big data e intelligenze artificiali assieme agli enti accademici regionali. Un centro che potrebbe trovare nel Porto vecchio la sua sede. Da queste coincidenze significative trae una lezione la senatrice e scrittrice Tatjana Rojc, che ha lavorato assieme ad Ezio Martone alla stesura del libro "Il lungo viaggio del Leone di Trieste". Nel libro, ne abbiamo scritto su queste pagine, si dimostra come lo sbarco di Generali nell'antico scalo, con il progetto Polis, venne meno per divergenze tra i soci, più che per resistenze politiche triestine, come finora s'era raccontato. Ma la storia del Leone, lì raccontata, è interessante perché nella compagnia c'è sempre stato un motore di innovazione per tutta la città, spiega Rojc: «Il ruolo di Generali a Trieste è importantissimo, non solo come capitale economico, ma perché i dirigenti della compagnia hanno sempre colto in anticipo le tendenze future».L'autrice cita l'esempio di Umberto Della Casa, modenese che lavorava per Ibm a Torino prima di arrivare a Trieste, nel 1969, dopo aver ricevuto una proposta dalle Assicurazioni. Lo stesso avviene negli anni Settanta per Benito Rocco, anche lui proveniente dai ranghi dell'azienda informatica statunitense. Furono loro i nomi, assieme ai dirigenti Emilio Dusi e Fabio Padoa, di quelli che decisero di portare avanti l'automatizzazione necessaria a elaborare e gestire un bilancio di gruppo, una scelta all'avanguardia per i tempi. Ma le radici di questo saper stare al passo con i tempi si possono cercare anche più a fondo nel passato. Nate in un tempo in cui Venezia era ancora parte del Lombardo-veneto a dominazione asburgica, le Generali seppero attraversare dapprima una fase in cui la testa triestina e quella veneziana poggiavano su un impero e un regno spesso in rapporti ostili. Poi superarono la caduta di quell'impero, adattandosi al caotico scenario successivo alla Grande guerra, e infine trovarono nuovi mercati di riferimento quando la Cortina di ferro calò davanti all'antico retroterra centroeuropeo.Tornando alla senatrice Rojc, il rapporto fra Generali e Porto vecchio si svolge secondo simili logiche: «Con il progetto Polis le Assicurazioni Generali videro troppo lontane per essere comprese. Mostrarono quel che poteva succedere in Porto vecchio e che forse oggi succederà, ovvero che non sia solo un rione, ma che ci sia qualcosa di importante nella città». L'annuncio del nuovo centro sui Big data, conclude, lascia ben sperare: «Sapevo che Generali non avrebbe perso tempo. D'altra parte non l'ha fatto in passato con progetti come Citylife o iniziative come Banca Generali. Per avere una visione serve grande preparazione».

G.Tom.

 

 

L'emergenza clima rilancia i movimenti - Così cambiano le politiche per l'ambiente
Domani gratis con il nostro giornale "Green&Blue", il mensile del Gruppo Gedi dedicato ad ambiente e sviluppo
I temi legati all'ambiente dettano l'agenda della nuova politica europea, ispirano le strategie dei governi, muovono le posizioni di partiti e movimenti, danno forma e spessore a una spinta propulsiva che, contrariamente a quanto accaduto in passato, sembra avere la forza per non esaurirsi. Ormai tutti nel vecchio Continente, sollecitati dallo schieramento e dalla partecipazione di centinaia di migliaia di giovani, hanno compreso l'importanza di intestarsi battaglie che hanno un solo principio ispiratore: la salvaguardia e la tutela dell'ambiente. Una linea dettata dalla necessità di affrontare con gli strumenti adeguati i rischi che derivano dall'emergenza climatica. Così le formazioni politiche ambientaliste tornano alla ribalta, senza però accontentarsi di posizioni marginali: stavolta vogliono stare dalla parte di chi decide. Al ritorno dei Verdi in Europa è dedicato il servizio di copertina di Green&Blue, il mensile che sarà in edicola in abbinamento gratuito domani, giovedì 6 maggio, con questo giornale e con tutti i quotidiani del gruppo Gedi. La cover story analizza le ragioni e le prospettive di questo ritorno (anche se l'Italia è un'anomalia: l'offerta non piace al mercato elettorale...) e spiega attraverso approfondimenti come Spagna, Francia, Belgio, Germania e Grecia si preparano ad affrontare la nuova onda verde.G&B si occuperà - tra l'altro - di mobilità elettrica, raccontando gli sforzi dell'Europa per diventare leader nella produzione di batterie, con lo scopo di conquistare la leadership globale e ridurre la dipendenza da Pechino. Sono già stati lanciati circa 70 progetti industriali attraverso un massiccio volume di investimenti: nel 2019 hanno toccato quota 60 miliardi, il triplo di quelli registrati in Cina.Ci sarà poi un'analisi su come il Web incide sulle emissioni di CO2. Ebbene, streaming, mail e server inquinano come una grande nazione, piazzandosi al quarto posto dopo Cina, Usa e India. Entro il 2030, spiegano gli esperti, computer ed elettronica di consumo arriveranno ad assorbire il 20 per cento dell'energia prodotta, con tutto ciò che ne consegue in fatto di emissioni di gas serra. Green&Blue racconterà anche uno straordinario progetto naturalistico - realizzato da Legambiente sull'isola di Pantelleria - che ha lo scopo di far conoscere i "giardini panteschi", dove gli agrumi crescono, senz'acqua, solo grazie a un microclima artificiale e a migliaia di pietre spostate a mano. Non mancheranno i personaggi (lo chef Pietro Leeman del Joia di Milano e Brian Eno, il musicista che attraverso la sua arte si impegna per la difesa della terra) e le rubriche: per conoscere e rispettare l'ambiente.

Giuseppe Casciaro

 

 

OGS - Esperti a confronto sulla pulizia del mare

Ogs insieme a Apre è tra i soggetti che collaborano con il ministero dell'Università e della Ricerca all'organizzazione dell'evento online "Starfish Mission 2030: per una prospettiva italiana del mare", che si svolgerà oggi 5 maggio a partire dalle 15 (bit.ly/ 33fxvpg)per approfondire lo "Starfish 2030: Restore Our Ocean and Waters", progetto di Horizon Europe, che mira alla scoperta e alla rigenerazione degli ecosistemi marini e d'acqua dolce europei entro il 2030 tramite la pulizia delle acque.

 

Banchi di delfini a pesca di branzini avvistati alla Cona
Gli operatori della riserva della foce dell'Isonzo li hanno immortalati proprio nel momento della "caccia"
STARANZANO. Una gruppetto di tre delfini dà spettacolo con evoluzioni davanti alla riserva naturale della Cona. L'avvistamento è avvenuto nella mattinata del primo maggio, ma sono stati notati anche nei giorni successivi dagli operatori della riserva, Matteo De Luca e Silvano Candotto durante il controllo quotidiano della fauna selvatica, in particolare di uccelli che in questo periodo affollano l'area protetta e arrivano da tutta l'Europa, Siberia compresa.«Si tratta di un gruppetto di Tursiopi, detti anche cetacei dentati, comunemente chiamati denticeti poiché si differenziano da altri tipi dal possedere denti veri e propri - afferma De Luca - . Una specie osservata in questi giorni in differenti località del golfo che nei mesi primaverili sono soliti frequentare anche le acque della riserva per alimentarsi. Sono cacciatori attivi e si nutrono di pesci che trovano lungo il loro cammino. In una foto, infatti, si vede molto bene la predazione di un branzino. L'osservazione dei delfini è stata possibile durante i consueti giri di monitoraggio dei volatili alla foce del fiume e di sorveglianza del rispetto delle norme attualmente in vigore. Sull'isola alla foce è, infatti, interdetto l'accesso delle imbarcazioni e di qualsiasi natante poiché in questo momento - continua la guida naturalistica - sono in atto nidificazioni di specie di elevato interesse conservazionistico come il fratino e il fraticello. Comunque se i visitatori hanno la pazienza di scrutare il mare con il binocolo, è probabile che riescano individuare delfini che sembrano danzare fra le onde».È vero che l'avvistamento non è un incontro raro, ma è stato emozionante per le guide della riserva naturale che hanno potuto osservare per una decina di minuti i cetacei nella loro classica andatura e volteggi, quasi volessero giocare tra loro facendo le caratteristiche evoluzioni sulla superficie del mare. La presenza dei delfini è giustificata anche dalla pandemia in atto che ha causato restrizioni pure alla nautica in movimento, un terreno ulteriormente fertile per i banchi di delfini noti per avere una folta colonia attorno all'isola di Lussino, alle coste slovene e croate e molto spesso si spingono verso il golfo di Trieste e dintorni.

Ciro Vitiello

 

 

 

Alle 18 - "L'Istria vista dal mare" al Circolo della Stampa.

Oggi, alle 18, al Circolo della stampa di Trieste, si terrà la presentazione del libro "L'Istria vista dal mare", a cura di Livio Dorigo, ultimo lavoro edito dal Circolo Istria di Trieste. Tre punti di osservazione dell'Istria vista dal mare con Rita Auriemma, Stefano Furlani e Rosanna Turcinovich. Modera l'incontro il giornalista Luciano Santin vicepresidente del Circolo della Stampa. Gli autori e gli organizzatori saranno in presenza al Circolo della Stampa di Trieste. Tutti gli altri possono partecipare in remoto cliccando su link: https://join.skype.com/OyUXLJh2RaEJ

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 4 maggio 2021

 

 

Raccolta differenziata verso il 70% - Ma Trieste è ancora maglia nera - la situazione del 2019
Arpa: Fvg fra le prime 5 regioni. Verde e vetro, impennata nel capoluogo giuliano durante il lockdown
Trieste. La lunga coda della pandemia ha toccato anche il settore della raccolta differenziata triestina. È quanto emerge dal secondo rapporto di rifiuti urbani, redatto dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpa) e presentato ieri in conferenza stampa, secondo cui fra l'altro il lockdown ha modificato l'acquisto delle merci. E, inevitabilmente, la creazione di rifiuti. Nel capoluogo giuliano, durante i primi otto mesi del 2020, si è infatti registrata una riduzione del 4% della produzione di immondizia (-4% di organico, -2% di plastica, - 5% di carta, - 4% di ingombranti). Un calo che non ha tuttavia interessato tutte le tipologie di rifiuti: rappresentano un'eccezione il verde e il vetro che, al contrario, hanno visto un aumento, (rispettivamente del +13% e +3%).Il modo in cui l'emergenza sanitaria ha ridisegnato i nostri consumi - e il nostro modo di liberarcene - è solo uno dei tanti aspetti su cui si è focalizzato il report, in cui vengono ripercorsi 22 anni di storia nel settore dei rifiuti, con un ampio spazio dedicato alla battaglia a favore della raccolta differenziata. Un percorso di miglioramento in cui il territorio di Trieste indossa la maglia nera, con una percentuale che nel 2019 si è attestata intorno al 44%. Il dato è in controtendenza rispetto al resto della Regione, dove 150 amministrazioni (sulle 215 totali), sono riuscite a eccellere, toccando soglie tra il 70 e l'80% di raccolta. Gli ottimi risultati, tuttavia, sono legati al fatto che si tratti, nella maggior parte dei casi, di comuni con meno di 5 mila abitanti, con una gestione semplificata di raccolta. Nelle grandi realtà abitative come Trieste, invece, la complessità del tessuto urbano e il maggior flusso di cittadini rendono più difficile perseguire risultati simili. «Sulla raccolta differenziata il Friuli Venezia Giulia parte, a livello nazionale, da una posizione di podio, conseguita grazie soprattutto ai risultati raggiunti dai piccoli comuni - ha detto l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro, nel corso della presentazione -. Se poco più di 20 anni fa la raccolta differenziata nella nostra regione raggiungeva solo il 12%, oggi riusciamo a differenziare i 2/3 dei rifiuti che produciamo. Al fine di crescere ulteriormente lavoreremo per migliorare le performance dei centri urbani più grandi». Il Friuli Venezia Giulia si posiziona dopo Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia ed Emilia Romagna. Nel report si spiega tuttavia come il trend positivo che ha caratterizzato la regione nei primi anni di raccolta si sia fermato nel 2013. Anno in cui, dopo aver toccato la soglia del 60%, alcuni comuni hanno interrotto l'andamento. Quanto al 2019, il risultato regionale è del 68,7%. E anche se non sono ancora disponibili i dati del 2020, Cristina Sgubin di Arpa ha specificato che «le percentuali dovrebbero essere molto simili a quelle del 2019, probabilmente con un aumento minimo». Rispetto al nuovo scenario imposto dal Covid, Sgubin ha inoltre aggiunto che «nella raccolta dei materiali spiaggiati iniziamo a rilevare la presenza di guanti e mascherine. Tuttavia, siccome questi rifiuti vengono gettati nel secco ma hanno un peso molto esiguo, non stanno particolarmente incidendo sulla percentuale di indifferenziata». Nonostante il generale ottimismo sui risultati che si possono ottenere, il direttore generale di Arpa Stellio Vatta ha spiegato che «c'è ancora da lavorare. Bisogna fare molti passi avanti, soprattutto per sensibilizzare e informare il cittadino-consumatore. È quest'ultimo che, con i suoi comportamenti, influenzerà i risultati futuri».

Linda Caglioni

 

 

Progetto centrale a gas di A2A: dalla Regione 13 prescrizioni - delibera della giunta Fedriga

Compatibilità ambientale condizionata a precise indicazioni a carico dell'azienda. Decisa l'istituzione di un tavolo con Comune e proprietà sulle prospettive del sito.

Tredici indicazioni in relazione al progetto proposto da A2A EnergieFuture relative alla realizzazione della centrale a gas a ciclo combinato. C'è anche un atto di indirizzo con il quale si è decisa l'istituzione, a breve, di un tavolo tra la Regione - nello specifico con le Direzioni Attività produttive e Ambiente -, Comune e proprietà al fine di analizzare le prospettive di sviluppo dell'area. Sono questi gli elementi essenziali contenuti nella comunicazione inviata dalla Regione al Ministero, secondo i termini fissati. La Regione ha preso atto che la parte tecnica potrà riconoscere la compatibilità ambientale alla centrale termoelettrica di Monfalcone solo se verranno accolte dunque specifiche tredici indicazioni, tra le quali figurano il recupero ambientale/produttivo delle aree oggetto degli impianti che andranno dismessi, lo sviluppo di una rete di teleriscaldamento e il monitoraggio ambientale e sanitario, a carico del proponente, che andrà condiviso con i soggetti competenti. Ieri dunque la Giunta del Friuli Venezia Giulia ha approvato - su proposta dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro - la delibera riguardante un parere collaborativo della Regione in merito alla procedura di Via in cui si sono valutati gli impatti relativi alla modifica dell'impianto proposta da A2A. Secondo le valutazioni compiute dalle diverse Direzioni regionali competenti, si evince nella nota della Regione, è emerso che le emissioni in atmosfera andranno verosimilmente a migliorare rispetto alla situazione attuale e, di conseguenza, la situazione sanitaria, particolarmente delicata nella popolazione monfalconese, dovrebbe anch'essa migliorare. L'Istituto Superiore di Sanità, l'Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi) e la Direzione centrale Salute della Regione si sono espressi evidenziando la necessità di monitoraggi ambientali e sanitari per tenere sotto controllo l'impatto determinato dalla centrale. Oltre a ciò la Regione ha chiesto al ministero che venga tenuto in debita considerazione il parere espresso sullo stesso tema dal Comune di Monfalcone. Quest'ultimo, in qualità di Amministrazione ed ente territoriale interessato dal provvedimento, ha inviato a fine aprile al ministero della Transizione ecologica la propria valutazione sul progetto; riportando i dati già messi a disposizione dal proponente ed effettuati dei confronti tra emissioni di inquinanti tra lo scenario futuro e quello di progetto, il Comune ha chiesto che venga approfondita l'analisi di incidenza di tumori nel periodo 2010-2019.

 

 

Oltre 200mila euro per rifare il giardino di vicolo dell'Edera - il sopralluogo nell'angolo verde inagibile da anni

C'è un angolo verde tra vicolo dell'Edera e Pendice Scoglietto che merita di essere recuperato. Anche perchè non sono mancate proteste e segnalazioni da parte della cittadinanza. Questo luogo si trova a breve distanza dall'asilo nido "Zucchero filato" ed è raggiungibile a piedi da via Cologna. Ieri mattina il sindaco Roberto Dipiazza e l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi vi hanno dedicato un sopralluogo. Il giardino, che si estende per una superficie di 2.700 metri quadrati, è proprietà comunale ma da alcuni anni è chiuso, inagibile. La vegetazione è cresciuta lussureggiante e il sito avrebbe comunque occorrenza di una drastica pulizia. Date queste premesse, il servizio strade & verde della Municipalità tergestina ha ritenuto di inserire l'opera nelle prossime iniziative di refitting ambientale, inducendo l'assessore Lodi a presentare una delibera che stanzia alla bisogna poco più di 200 mila euro. In particolare, l'intervento viene finanziato per 150 mila euro con avanzo vincolato e per 50 mila euro ricorrendo all'introito da alienazioni. Il progetto è stato affidato a un professionista esterno, l'architetto Rita Ressmann, per un costo di 13.300 euro. La verde riqualificazione prevede un cronoprogramma di 120 giorni, che verrà auspicabilmente svolto, una volta sbrigato l'affidamento, a partire da inizio estate. La relazione, che accompagna la delibera dell'avvocato Lodi, descrive le civiche intenzioni, mirate a ridisegnare radicalmente l'attuale scorcio. Ecco l'elenco: pulizia complessiva del verde, rimozione delle recinzioni danneggiate e degli arredi presenti, creazione di un nuovo accesso, sistemazione dei percorsi pedonali preesistenti, manutenzione delle due scale esterne in arenaria, realizzazioni di superfici a prato, creazione di una nuova linea d'acqua in maniera tale da attivare due fontane con acqua potabile. Questi lavori di manutenzione straordinaria vengono integrati da una nuova area giochi con pavimentazione anti-trauma, da un'area dedicata ai cani (con apposite recinzioni e cancelli metallici), da nuovi cancelli. Arredo tutto fresco dotato di panchine e cestini d'acciaio. L'area sarà accessibile ai mezzi meccanici. Non si dovrebbe trattare di un cantiere difficile dal punto di vista della sicurezza, se si eccettuano le pendenze esistenti e la vicinanza a una via di medio traffico in considerazione delle scuole presenti e della densità abitativa. L'inquadramento urbanistico - informa ancora la relazione che correda con alcune foto lo stato d'incuria in cui versa il giardino - consente inoltre la realizzazione di un servizio igienico di 15 metri quadrati e un chiosco "food & beverage" di analoga superficie. Da non perdere le immagini relative all'interno dell'area verde, soprattutto per quel che riguarda i punti prossimi alla scala interna a scendere e all'area giochi dismessa.

Massimo Greco

 

Punta Sottile, sostituiti due pini - E per un terzo arriva il sostegno - il recupero del verde dopo i danni delle due ondate di maltempo
MUGGIA. Punta Sottile ritorna a popolarsi di pini d'Aleppo. Di recente sono state piantumate infatti due nuove alberature, in sostituzione delle due irrimediabilmente danneggiate dalla furia del maltempo, dapprima il 10 agosto della scorsa estate e poi l'8 dicembre. I due alberi sostituiti, in particolare, si erano sovrapposti nella prima occasione a causa di un violento temporale estivo: una combinazione di vento e pioggia aveva letteralmente divelto il cosiddetto "pino storto", facendolo accasciare in parte sul terreno e in parte su un altro pino accanto. La situazione era ulteriormente peggiorata a fine anno tanto da richiedere una consulenza specializzata. Così la perizia di Paolo Parmegiani, agronomo forestale: «La chioma della seconda pianta, asimmetrica, presenta una grossa branca spezzata dalla prima pianta, con scosciatura profonda e relativa chioma in disseccamento. La pianta, completamente sbilanciata, presenta pochissime fronde ancora verdi sul lato mare a notevole distanza dal punto di inserzione nel terreno». Superstite, sopravvissuto alla furia del maltempo, poco distante ecco un altro pino, evidentemente molto inclinato, tanto che nei primi due metri assume una pendenza di 45 gradi. Dalla perizia è emersa la necessità di un intervento che risolvesse le gravi problematiche di tipo statico che, in qualsiasi momento, avrebbero potuto far schiantare quel caratteristico pino: «La soluzione ottimale da un punto di vista statico - sempre secondo Parmegiani - è quella di provvedere alla realizzazione di un sostegno da posizionare a tre metri di distanza dalla base, proprio sotto il punto d'impalco delle branche principali, al fine di sorreggere la chioma e l'intera pianta». È stato così realizzato - ed è stato posizionato in questi giorni - un sostegno proprio nel punto indicato da Parmegiani lo scorso marzo».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 3 maggio 2021

 

 

Muggia - Bocciata la segnaletica per le piste ciclabili di Strada delle Saline
Muggia. Cassata in Consiglio comunale la risoluzione che presentata dal consigliere del gruppo misto ed ex dem Marco Finocchiaro sull'adeguamento della segnaletica stradale viabilità Coselag su Strada delle Saline e Via Caduti sul lavoro, che aveva l'obiettivo di migliorare la sicurezza stradale e favorire la mobilità sostenibile sui percorsi casa-lavoro. Si è trattato di una bocciatura netta. A favore hanno votato solo il pentastellato Emanuele Romano e la civica Roberta Tarlao. Deluso Finocchiaro: «Quello che chiedevo in sintesi era di dare la possibilità a chi sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro di farlo in sicurezza. Nel caso specifico proponevo la realizzazione delle corsie ciclabili recentemente introdotte nel codice della strada al posto della banchina pavimentata di 1,5 che dovrebbe avere una strada di quelle caratteristiche geometriche. Si è negata la possibilità a chi sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro di farlo in sicurezza. Nulla si è fatto nemmeno per mettere in sicurezza i veicoli a motore che percorrono quella strada su corsie di marcia di 5 metri fuori norma in quanto la larghezza massima consentita è di 3,75 metri». Per Finocchiaro coloro che hanno cassato una soluzione fattibile «l'hanno fatto nascondendosi dietro un parere tecnico degli uffici, fuorviante e per nulla esaustivo». Il consigliere ex dem ha riferito anche di essere «stato accusato di essere un lobbista che si erge a paladino delle categorie deboli, al pari degli altri due consiglieri che hanno sostenuto la risoluzione a scopi elettoralistici. Intanto si è negato il diritto costituzionale di arrivare sani al lavoro e di tornare a casa integri». Anche Fiab Ulisse ha commentato quanto deciso durante la massima assise rivierasca: «Brutte notizie per Muggia: la giunta Marzi a ampia parte dell'opposizione ha bocciato la richiesta di realizzare nell'amplissima Strada delle Saline due corsie ciclabili per rendere più sicuri gli spostamenti casa-lavoro in bici».

Luigi Putignano

 

 

Più neve sulle Alpi Giulie causa il riscaldamento artico
Il ricercatore Renato Colucci dell'Istituto di Scienze polari: «La causa degli accumuli nevosi in alta quota legata agli eventi indotti dal riscaldamenti globale»
Di primo acchito sembrerebbero gli highlander del cambiamento climatico, un'anomalia in un panorama che prevede la scomparsa dei ghiacciai alpini al di sotto dei 3500 metri di altitudine in una trentina d'anni. Sono i piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie a bassa quota, che da circa 15 anni sono resilienti e stabili. E che anche quest'inverno hanno potuto contare su abbondanti nevicate che però, dicono gli esperti, non sono indicative di inverni più freddi, né di un'inversione di rotta del riscaldamento globale. Anzi. Una ricerca pubblicata su Atmosphere, che spiega la resilienza dei piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie con l'aumento delle precipitazioni nevose nel settore alpino orientale, individua due possibili cause del fenomeno, entrambe legate ai cambiamenti climatici: il maggiore riscaldamento dell'Artico e l'aumento della temperatura della superficie dell'Adriatico. «Anche quest'anno sulle Alpi Giulie si sono verificate nevicate molto intense e frequenti, che hanno portato la somma degli accumuli nevosi a toccare i 10 metri a 1800 m di quota», spiega Renato Colucci, ricercatore dell'Istituto di scienze polari del Cnr, che ha coordinato questa ricerca internazionale cui hanno partecipato anche l'Ictp e le Università di Trieste e Udine. Di annate con accumuli eccezionali di neve ne sono state registrate molte a partire dal 2000, ma tanta neve non significa più freddo: tendenzialmente gli inverni sono sempre più miti e le estati più calde e lunghe. «L'ingente strato nevoso depositatosi al suolo nelle Alpi Giulie, dove già piogge e nevicate sono tra le più elevate di tutta Europa, è in grado di bilanciare l'aumentata fusione estiva», spiega Colucci. Misurando i bilanci di massa dei piccoli corpi glaciali di questo settore alpino dal 2006 al 2018, i ricercatori ne hanno constatato il leggero incremento, in completa controtendenza con ciò che avviene nel resto dei ghiaccia alpini, che invece si riducono sempre più. «La causa più rilevante di quest'anomalia sembra essere legata agli eventi estremi indotti dal riscaldamento globale», evidenzia il ricercatore. «Nell'Artico il riscaldamento sta procedendo a un ritmo molto più serrato rispetto alle nostre latitudini, con la drastica riduzione del ghiaccio marino, che contribuisce agli effetti di amplificazione del riscaldamento». La "amplificazione artica" sta modificando la traiettoria della circolazione globale dell'emisfero settentrionale (onde di Rossby). I flussi atmosferici, simili a onde che si muovono da ovest verso est, si propagano più lentamente, facilitando così situazioni che portano il tempo meteorologico a "bloccarsi". Perciò si possono verificare eventi estremi, come piogge vigorose e prolungate o lunghe fasi di caldo estivo eccezionale. A ciò va a sommarsi l'aumento della temperatura superficiale del mare Adriatico, che porta ancora maggiore energia verso le montagne sotto forma di precipitazioni più intense. Per quanto la pioggia tenda a sostituirsi alla neve a quote sempre più elevate, la scomparsa nel prossimo futuro dei ghiacciai minori delle Alpi Giulie non pare più così scontata.

g.b.

 

 

Check-up ai rifiuti sul lido per cambiare i comportamenti
STARANZANO. Il termine "Beach Litter" si traduce come "immondizia della spiaggia". Legambiente lo ha trasformato nell'iniziativa di "Citizen Scienze" in un monitoraggio di rifiuti prodotti dalle attività umane. La conclusione della ricerca effettuata sul litorale di Staranzano è stata annunciata dal Circolo Legambiente "Ignazio Zanutto" di Monfalcone, portato a termine nel pomeriggio di sabato da una decina di giovani volontari di Legambiente e dell'associazione NOPlanetB. Nel vasto campionario dei rifiuti ci sono materiali plastici, metallici, cartacei, tessuti vari, oggetti in vetro o in legno e olii. Il legname trasportato in mare dai fiumi e poi in parte riversato sulle spiagge costituisce un substrato per la crescita di molti organismi decompositori. «La raccolta di dati sui rifiuti in spiaggia - dichiara Margherita Bertossi del direttivo di Legambiente - consente di acquisire informazioni su quantità, trend e fonti di quella quota di marine litter immediatamente visibile a tutti noi, in relazione con la Direttiva Europea sulla Strategia Marina (2008/56/CE). Capire cosa deturpa le nostre spiagge - continua - serve anche ad agire sulle nostre abitudini di consumo e sui nostri comportamenti, perché la soluzione parte da qui. Il protocollo da noi utilizzato coincide con quello dell'European Environmental Agency nel programma Marine Litter Watch ed è usato da altre associazioni e istituti di ricerca».Per il monitoraggio, i volontari hanno delimitato un'area di indagine standard, lunga 100 metri e ampia dalla battigia alla fine della spiaggia, hanno raccolto tutti i rifiuti poi registrati su apposite schede seguendo le categorie di campionamento indicate. La raccolta ha preso in esame rifiuti a partire da 2,5 cm di lunghezza, per essere sicuri di includere tappi, coperchi e mozziconi di sigarette. Sono stati riempiti 4 sacchi di materiale indifferenziato, contenitori di plastica, lattine e una ventina di bottiglie di vetro, tutto avviato a riciclo. Moltissime le "calze" di plastica utilizzate in mitilicoltura e un'infinità di frammenti di plastica e polistirolo. Non sono mancate alcune mascherine, testimoni del periodo pandemico in corso.

Ciro Vitiello /

 

Turismo e ambiente - A Isola il Forum Eusair - regione adriatico-ionica
LUBIANA. Si terrà i prossimi 11 e 12 maggio a Isola, in Slovenia, il sesto Forum annuale della Strategia europea per la regione adriatico-ionica (Eusair). Eusair, dopo una fase di costruzione della sua governance, è oggi impegnata in particolare sul fronte dell'embedding process, ossia la ricerca di fondi, da budget Ue e finanziamenti pre-adesione per Balcani, per sostenere le attività comuni dei suoi quattro pilastri: attività marittime, connettività (trasporti ed energia), qualità ambientale e turismo sostenibile. A Isola, uno dei focus sarà l'impostazione di una strategia comune in questo senso. Attenzione sarà pure dedicata al tema dei trasporti e a quello dell'ambiente e del climate change. Tra gli ospiti di rilievo del Forum la climatologa slovena Lucka Kajfez Bogataj, esponente dell'Ippc, il consiglio intergovernativo dell'Onu sulla crisi climatica. Nel 2007 Lucka Kajfez Bogataj ottenne il Nobel per la Pace, insieme all'ex vice presidente americano, Al Gore. La strategia, lanciata dalla Commissione Ue nel 2014 vede come Paesi partecipanti alcune nazioni membri della Ue, tra cui Italia, Grecia, Slovenia e Croazia, ma anche Stati in corsa per l'adesione, come Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord e Albania.

 

 

Fotovoltaico e bonus - Scossa risparmio
Siamo in una fase da lavori in corso sull'evoluzione del superbonus, all'incrocio tra il binomio durata-stanziamenti e lo snellimento atteso da qui a pochi giorni delle procedure per sfruttare il maxi incentivo. Ma, parlando di opere comunque realizzabili con strade diverse tra le varie agevolazioni, il fotovoltaico rappresenta di sicuro uno dei capitoli al quale si guarda con un occhio di particolare attenzione, a maggior ragione se il percorso per l'utilizzo delle risorse con il bonus al 110% si farà meno impervio rispetto a quanto accade con le regole attuali. Produrre energia elettrica direttamente dal giardino di casa o dal terrazzo, con impianti sempre più adattabili a spazi condominiali limitati, ha conquistato negli anni consensi crescenti, capace com'è di mettere insieme l'aspetto della salvaguardia dell'ambiente e quello della convenienza economica. Le cifre - In Italia il numero di coloro che hanno adottato il sistema veleggia ormai verso il milione, con una potenza complessiva superiore ai 21 Gigawatt. Da gennaio a marzo, il comparto ha garantito il 6,1% dell'intera domanda di energia elettrica del Paese. E non sorprende gli addetti ai lavori il fatto che nemmeno la crisi provocata dal Covid abbia frenato il settore: nel primo semestre del 2020 (quindi inclusi i mesi del lockdown più duro) le nuove installazioni sono aumentate del 12% rispetto allo stesso periodo del 2019, salite poi nei primi 10 mesi - secondo l'Osservatorio FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) di Anie Rinnovabili - del 25%. Tra presente e futuro - Nel biennio 2020-2021 - spiega il report "Renewables 2020" dell'Agenzia internazionale dell'energia - il fotovoltaico guiderà la crescita di tutte le energie rinnovabili anche grazie agli incentivi fiscali, a cominciare dalla doppia opportunità con il 110%. Doppia, perché gli impianti di questo tipo possono sfruttare sia la chance degli interventi trainati, sia quella del sismabonus. E non sembra preoccupare più di tanto la flessione dei primi due mesi del 2021 a livello di produzione nazionale: a marzo il dato era già in ripresa, +19,5% sullo stesso periodo del 2020. Tra gli incentivi attuali e quelli annunciati per il futuro, le occasioni per accelerare non mancano davvero.

Massimo Righi

 

Fotovoltaico e 110% - le mosse necessarie per abbattere i costi della bolletta - Il superbonus
Ottenere energia gratuita dal sole, con l'impianto fotovoltaico completamente pagato dalla Stato, è possibile con i benefici del superbonus al 110%. Presupposto è che il fotovoltaico sia eseguito congiuntamente o con il miglioramento sismico dell'edificio, il cosiddetto sismabonus, o con il superbonus che contempli almeno una delle opere cosiddette "trainanti". Si tratta, in sostanza, dell'isolamento delle coperture, delle facciate e dei fondi che deve interessare almeno il 25 per cento della superficie disperdente del palazzo, insieme o separatamente con l'efficientamento dell'impianto di riscaldamento. La condizione di partenza che dà il via libera al maxi sconto è che si realizzi il miglioramento di due classi energetiche del fabbisogno termico dell'edificio, sia che si tratti di condominio, sia che si parli di una palazzina composta da due a quattro unità immobiliari distintamente accatastate e in possesso di un ingresso indipendente. Per ottenere lo sconto fiscale, tra i vari requisiti necessari, ci sono uno studio preliminare, un progetto esecutivo e i passi chiave per il finanziamento dei lavori, le asseverazioni e i collaudi. Si tratta di una mole di documenti importante e che richiede tempo. Per cui, prima di decidere se lanciarsi in questa direzione, è consigliabile rivolgersi a persone qualificate che conoscono il settore e sappiano muoversi tra i diversi paletti imposti dalla normativa. La proroga - I lavori sono ingenti, il processo è complesso e il tempo è poco. Per il superbonus la proroga al 2023 è al momento solo una promessa. Anche quella del 2022 è "sub judice" perché deve essere ancora confermata dal Consiglio d'Europa. Occorre quindi individuare tra gli interventi possibili quelli che garantiscono subito il salto delle due classi energetiche. Al rifacimento della facciata in chiave di un maggior risparmio energetico (il cosiddetto cappotto termico), è consigliabile aggiungere gli impianti fotovoltaici e il solare termico che sfruttano fonti rinnovabili e hanno il vantaggio di essere di più rapida esecuzione. La realizzazione - I pannelli da installare sono composti di silicio mono o policristallino e sono più efficienti tanto è più elevato il kilowatt di picco (kWp). I pannelli vanno collocati sul tetto dell'edificio o su un'area adiacente, ad esempio una pergola o una tettoia di un terrazzo, per una superficie tale da produrre l'energia elettrica necessaria ad evitare di prelevare corrente dalla rete. In molti casi, è prevista la possibilità di installare accumulatori: in pratica delle batterie che permettano di stoccare l'energia prodotta in eccesso ed eventualmente sincronizzare la produzione con il prelievo. La superficie necessaria per produrre un kilowatt di energia elettrica è di sei/sette metri quadrati. Tre kilowatt è il fabbisogno medio per un appartamento: per produrlo occorrono 18 metri quadrati di pannelli e possibilmente una batteria di accumulo. I costi fissi dell'installazione sono tutti compensati dal contributo sui pannelli solo se la potenza dell'impianto raggiunge i sei kilowatt con circa 30 metri quadrati di installazione. I limiti fiscali - La spesa massima per singola unità immobiliare è di 48 mila euro. Il limite raddoppia se si installa anche l'accumulatore per conservare l'energia in eccesso. Per kW di potenza nominale, il limite di detrazione è di 2.400 euro, mentre per il sistema di accumulo integrato è di 1.000 euro per ogni kWh. L'energia non autoconsumata, oppure non condivisa per autoconsumo, va ceduta gratuitamente al Gestore dei servizi energetici. Per evitarlo, oltre all'accumulo, c'è ora la possibilità di scambiare l'energia e sono possibili le comunità energetiche tra utenti che hanno nel condominio un luogo ottimale di sviluppo. Un bene per tutti - Il vantaggio di base del condominio è la condivisione. Ma questo è anche il suo limite, se per collocare i pannelli occorre spazio che può mancare. È in ragione della sua disponibilità che si può progettare l'installazione, occupando, ad esempio, tutto il tetto di copertura. Tenendo ovviamente bene a mente i tempi di realizzazione dei lavori nei quali va compreso ogni adempimento previsto dalla legge, compresi i passaggi in assemblea condominiale. L'energia prodotta, però, potrà essere utilizzata per alimentare sia le unità immobiliari individuali, sia i servizi comuni. L'isolamento dell'involucro dell'edificio diminuisce di molto la quantità di energia necessaria al riscaldamento, tanto che un impianto a pompa di calore ad alta efficienza può essere quasi completamente alimentato dal fotovoltaico. Il limite della massima potenza installabile è stato innalzato per i condomìni e le comunità energetiche da 20 kW a 200 kW. E, in modo del tutto analogo, possono essere alimentati l'illuminazione delle scale o il funzionamento dell'ascensore.

Glauco Bisso - Carlo Gravina

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 1 maggio 2021

 

 

Sedici milioni in arrivo dal Recovery Plan per il Museo ferroviario

Il sito storico nel "Piano nazionale di ripresa e resilienza": si rilancia un recupero rallentato finora da Covid, burocrazia e assenze di certezze sui finanziamenti

Trieste ricompare nell'agenda del cosiddetto "Piano nazionale di ripresa e resilienza". Dopo il Porto vecchio, a beneficiarne è il Museo ferroviario di Campo Marzio con i 16 milioni necessari al completamento del grande restauro, che richiede in tutto un investimento da 18 milioni e mezzo. I fondi rientrano nei 435 milioni di euro messi a disposizione per la valorizzazione dei treni storici e la manutenzione delle linee ferroviarie attraverso il "Piano strategico Grandi Attrattori Culturali" da 1,460 miliardi. Denaro che viene finanziato con i 30 miliardi del Fondo complementare, un importo ricavato dallo scostamento di bilancio e quindi aggiuntivo rispetto a quello dello stesso Recovery Fund europeo. Oltre alla Cabina Ace di Roma Termini, importante opera architettonica del razionalismo italiano, e al Museo nazionale di Pietrarsa, sede di uno dei piu importanti siti ferroviari storici di tutta Europa, è dunque l'antico Museo ferroviario triestino di Campo Marzio ad attrarre i capitali utili al completamento di un articolato progetto di riqualificazione, che fu presentato tre anni fa al fine di rendere questo contenitore un nuovo polo della cultura ferroviaria italiana ed europea e che doveva scontare ora fisiologici ritardi tra Covid, burocrazia e, soprattutto, fondi ancora da reperire con assolute garanzie. Con i due milioni e mezzo messi dalla Fondazione Fs sono già stati restaurati la facciata di via Giulio Cesare e due locomotive. E, ora, entro il 2023 è previsto che con quattro milioni, coperti dalle risorse in arrivo, si realizzino i nuovi interni del Museo ferroviario con tanto di esposizione permanente. Si potrà così riscoprire il fascino di diorami, plastici, vestiti, strumentazioni e reperti vari che racconteranno ogni aspetto della vita lungo la ferrovia asburgica che fu. All'esterno, lungo i quattro binari tronchi, si trovano anche dei rotabili storici unici nel loro genere: si tratta in molti casi di locomotive e carrozze austroungariche e tedesche ottenute come "conto riparazione danni di guerra". La fase numero tre riguarderà invece la parte più consistente del piano di recupero, che nel progetto di fattibilità del 2016 prevedeva anche un hotel a tema ferroviario. Rispetto a quest'idea iniziale però verranno analizzate anche altre ipotesi, che per ora non circostanziate. Rientra in tale fase anche il ripristino della volta che sormontava il "fascio binari", smantellata nel '42 per esigenze belliche, per creare un vasto cortile coperto per eventi e manifestazioni culturali. L'intera operazione, assicurano dalla stessa Fondazione Fs, sarà chiusa prima del 2026. Maggiori dettagli sulla tabella di marcia saranno comunicate in ogni caso in occasione di una conferenza ad hoc che probabilmente verrà organizzata in estate. «Espressioni di gratitudine vanno rivolte alla Fondazione Fs», afferma a tale proposito Alessandro Puhali, l'attuale presidente dell'"Associazione Museo Stazione Trieste Campo Marzio": «Va evidenziato anche il ruolo fondamentale dei volontari che dagli anni Settanta hanno raccolto rotabili, cimeli e hanno salvaguardato la stessa stazione. Il restauro del Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio e la valorizzazione dell'omonima stazione, che è previsto venga riaperta per arrivi e partenze di treni storici e turistici con collegamenti verso il resto d'Italia e d'Europa, rappresentano eventi di enorme rilevanza per lo sviluppo culturale e turistico di Trieste e dell'intera Regione, per non parlare poi delle relazioni transfrontaliere con Slovenia e Austria e delle formidabili sinergie che potrebbero realizzarsi, attraverso la Transalpina, con Nova Gorica e Gorizia, designate Capitale europea della Cultura 2025».

Benedetta Moro

 

 

L'Ogs chiude il cerchio - Stop agli insediamenti dentro il Magazzino 26
Sopralluogo delle commissioni IV e V alla struttura del Porto vecchio - Rossi: «Abbiamo occupato tutto». E prende forma il Museo dell'Irci
Cos'è, alla fin fine, il Magazzino 26? Due commissioni comunali, la IV e la V, hanno compiuto ieri mattina un sopralluogo nell'edificio simbolo del Porto vecchio, al fine di inquadrare il piano della giunta per il palazzo, anche alla luce delle ultime novità. Facciamo subito il punto: fra qualche anno, se la linea data da questa giunta verrà mantenuta, l'edificio ospiterà un museo scientifico nato dalla fusione del Museo del Mare e di quello di Scienze naturali (progetto Consuegra), l'infopoint turistico con "convention visitors boureau", il nuovo Museo Irci con le masserizie degli esuli, la Sala Luttazzi per eventi culturali, l'Immaginario scientifico e la Sezione di oceanografia dell'Ogs - Gli assessori Elisa Lodi (Lavori pubblici) e Giorgio Rossi (Cultura) hanno accolto la comitiva di commissari capitanata dai presidenti di commissione Michele Babuder (Fi) e Manuela Declich (Lega). I due assessori hanno descritto il piano del Comune, armati di cartina. La capogruppo pentastellata Elena Danielis si è informata sul destino della sede attuale del Museo di Storia naturale, e Rossi ha risposto che sarà destinato ad ampliamento del Museo della Guerra per la Pace. La consigliera Pd Laura Famulari ha chiesto quali saranno i costi dell'infopoint mentre Giovanni Barbo ha fatto altrettanto per la sala Luttazzi: l'infopoint è costato circa un milione e 150 mila euro, mentre la sala 600 mila euro. Una stima per il trasloco del Museo di Scienze naturali, invece, non è ancora stata fatta. Paolo Menis del M5s ha chiesto si organizzi una commissione apposita sul Museo del Mare. I consiglieri sono stati accompagnati dai tecnici e collaboratori del Comune nella Sala Luttazzi, 130 posti a sedere al terzo piano, ormai completata: entro il mese dovrebbe tenersi la serata di apertura. Scesi al secondo piano, il direttore dell'Irci Piero Delbello ha illustrato la futura configurazione del nuovo Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata, comprensivo di masserizie: «Abbiamo disposto i mobili in lunghi corridoi in modo che possano essere attraversati dai visitatori - ha spiegato - che potranno così constatare che su ogni mobile c'è scritto un nome, dietro cui c'è una storia». Nel dialogo con i consiglieri, Delbello ha affermato: «Il 99% dei visitatori del nostro museo vuole andare a vedere le masserizie, che a loro volta andavano salvate. Questa razionalizzazione dà loro un senso». Infine la mostra del Lloyd, che confluirà un domani nel Museo del Mare. Ad accompagnare i commissari la responsabile dei musei comunali Laura Carlini Fanfogna. Visitando la mostra, Antonella Grim di Italia Viva ha commentato: «È necessario riprendere in mano i cimeli del Lloyd facendosi avanti con Italia marittima, che pare averne molti nei suoi depositi». Il leghista Radames Razza ha ravvisato invece che «la visita ha colpito positivamente anche i consiglieri di opposizione» e rimanda «al mittente le critiche» del Pd. Al di là delle schermaglie, è nell'area ove ora sorge la mostra del Lloyd, ha spiegato Rossi, che approderà l'Ogs, secondo quanto stabilito dall'istituto e dal Comune. «E con questo avremo occupato gli spazi del 26», ha chiosato l'assessore.

Giovanni Tomasin

 

 

Piano del centro storico - Entro la fine del mese l'approdo in Consiglio
La giunta ha deliberato, adesso tocca alla Commissione VI - Vagliate 50 osservazioni, tra cui quella della Soprintendenza
Passano gli anni ma 41 sono lunghi, quasi come per il ragazzo della via Gluck: Luisa Polli, assessore comunale a Territorio, urbanistica, ambiente, è fiduciosa che entro maggio sarà definitivamente varato il nuovo Piano particolareggiato del centro storico. A 41 anni di distanza dall'ormai mitico "piano Semerani", risalente al 1980: era un altro centro in un'altra Trieste. Il nuovo strumento urbanistico ha avuto una gestazione piuttosto lenta, perché di esso si parla da oltre venti anni, dall'ultimo periodo dell'era Illy. Giovedì scorso lo starter giuntale ha sparato l'iter della "seconda lettura" del Piano, dopo la prima approvazione avvenuta nel novembre 2020. La Polli ha ottenuto il consenso dell'esecutivo Dipiazza, per cui tra una decina di giorni l'ampia documentazione andrà in Commissione VI e, a seguire, verrà esaminata dall'aula. Il dibattito nelle due sedi si terrà "da remoto" cosicché l'assessore si premura di far preparare un apparato di slides tale da consentire una migliore comprensione dei contenuti da vagliare. La delibera, che accompagna la slavina di allegati, ricorda che, dopo il primo sì autunnale, sono pervenute in Largo Granatieri 50 osservazioni, molte delle quali autentiche matrioske, a loro volta contenenti una selva di questioni-quesiti-opposizioni, per cui di fatto gli uffici ne hanno filtrate 570. La Soprintendenza ha inviato le sue considerazioni in merito all'adeguamento del nuovo Piano del centro storico al Piano paesaggistico regionale. La stessa delibera puntualizza che alcune osservazioni sono state recepite fatto salvo «il rispetto delle linee di indirizzo impartite dall'amministrazione».La stessa Luisa Polli sottolinea come l'impostazione del nuovo Piano esca inalterata dal "giro" delle osservazioni. La civica amministrazione ci tiene a far sì che le nuove disposizioni entrino in vigore il prima possibile, affinché riescano ad accompagnare i bonus fiscali sulle riqualificazioni edili-impiantistiche. L'ottica del Piano è quella di "rifunzionalizzare" lo stabile, ovvero agire da stimolo per l'investitore privato: sottotetti, tetti piani, ascensori, corpi scala, balconi a vasca sono alcuni degli argomenti "forti" presenti nel Piano. Gli uffici, coordinati da Beatrice Micovilovich, hanno "schedato" 1621 edifici nell'ambito di uno spazio urbano che coinvolge la "città murata", i tre borghi (Teresiano, Giuseppino, Franceschino), via Udine, l'asse tra viale XX Settembre e via della Pietà. Di questi 1621 stabili il 5% va rispettato dentro-fuori, il 45% va restaurato all'esterno ma è ristrutturabile all'interno, il 30% deve essere salvaguardato all'esterno ma è sventrabile all'interno, il 20% può essere demolito e sostituito da nuove costruzioni. Si dice che molti operatori (anche alberghieri) stiano aspettando queste opportunità per mettere mano al portafoglio: coraggio, fine maggio è ormai vicina.

Massimo Greco

 

«Parco di villa Necker: il ministero accelera» - lettera di Guerini alla senatrice dem Rojc
«Il ministro Guerini ha dato personale assicurazione che saranno promosse quanto prima le necessarie interlocuzioni istituzionali per la dismissione del Parco monumentale di Villa Necker dal Demanio militare al Comune di Trieste. È un segnale di attenzione molto apprezzabile, a partire dal quale lavorare con gli altri soggetti istituzionali coinvolti». Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc del Pd, rendendo noto il contenuto di una lettera del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che ha risposto alla missiva con cui la parlamentare gli aveva sottoposto la questione del passaggio al Comune dello storico parco che circonda Villa Necker, attualmente sede del Comando Militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia". «Il ministro ha auspicato che il progetto possa essere realizzato quanto prima - riferisce Rojc - e ha chiarito che il percorso coinvolge Ministero della Cultura, Comune di Trieste e Agenzia del Demanio. Continuerò l'opera di sensibilizzazione con le Autorità centrali dello Stato».

 

 

«Navi bianche ferme: stop alle emissioni» - L'INTERVENTO DI FOGAR (TRIESTE VERDE)
«È necessario fermare l'emissione continua di Co2 da parte delle navi bianche parcheggiate da mesi sulle banchine - segnala Maurizio Fogar, portavoce della lista Trieste Verde -, predisponendo dei "punti luce" su moli e banchine attraverso i quali le navi all'ormeggio possano alimentare tutto ciò che oggi viene sostenuto dai motori accesi. Serve poi intervenire per far cessare le emissioni di "benzina marcia" in uscita da anni dalla Siot e che ammorbano i paesi di San Dorligo e Aquilinia. Il Terminal crociere in Porto vecchio consentirebbe di liberare le Rive dal traffico automobilistico in occasione di partenze e arrivi. Infine è necessario intervenire per bonificare l'area della Ferriera dalla presenza di inquinanti cancerogeni».

l.d.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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